IL PAPA
Padre Stefano Maria Manelli Francescano dell’Immacolata
PREFAZIONE
Conoscere il Papa per amarlo e seguirlo: è questo lo scopo del presente volumetto scritto in stile semplice e agile, alla portata di tutti, perché da tutti sia compreso il contenuto e il valore di un bene così grande quale è il Papato.
Chi
è il Papa? Rispondiamo subito: il Papa è il Vicario di Cristo, è il
Successore di San Pietro, è la «Pietra» di fondazione della Chiesa, è il
Maestro infallibile, è il Santo Padre di tutte le genti.
Possiamo
rispondere ancora meglio con S. Bernardo: «Il Papa è assertore della verità,
difensore della fede, guida dei cristiani, ordinatore della Chiesa, pastore
dei popoli, padre dei re, martello dei tiranni, sale della terra e luce del
mondo».
Vogliamo
anche far nostra, qui, la breve pagina dallo stile scultoreo che il filosofo
Guido Manacorda scrisse a suo tempo per una dedica al Papa Pio XI:
«Io
ti confèsso, o Pietro, perché tu sei la Fede: E voi, chi dite che io sia? Tu
sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
Io
ti confesso, o Pietro, perché tu. sei l'Autorità: 'Simone, figlio di Giovanni,
mi ami tu più di costoro? Sì, Signore, tu lo sai che io ti amo'. `Pasci i miei
agnelli...'.
Io
ti confesso, o Pietro perché tu sei la `Costruzione': 'Tu sei Pietro, e su
questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte degli inferi non prevarranno
contro di essa'.
Io
ti confesso, o Pietro, perché tu sei il 'Magistero': Magistero indefettibile:
'Ho pregato per te, Pietro, perché non venga meno la tua fede'. Magistero
universale: `Andate e ammaestrate tutte le genti'.
Io
ti confesso, o Pietro, perché tu sei il `Giudizio': A te darò le chiavi del
regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra, sarà legato nei cieli,
e tutto ciò che scioglierai sulla terra, sarà sciolto nei cieli'. Io ti
confesso, o Pietro, perché tu sei la `Romanità': Roma, fulcro, luce, spirito
del mondo; Roma, specchio terreno della divina eternità».
Il
Papa è il Vicario di Gesù Cristo sulla terra. Tra tutte le definizioni che
sono state date, questa è certamente la più vera, la più santa, la più
preziosa e bella, senza confronti.
Sul
significato e valore spirituale del nome «Papa» è stata composta addirittura
una sorta di litania secondo le lettere dell'alfabeto, con la somma di circa
250 titoli e significati attribuiti al «Papa», specialmente da parte dei
Santi.
Ad
esempio, il Papa è stato definito «Angelo del gran Consiglio» da S. Anselmo,
«Arcivescovo di tutto l'orbe» da S. Cirillo Alessandrino, «Pastore dei
pastori» da S. Colombano, «Dottore e Capo di tutti» da S. Atanasio, «Firmamento
della Chiesa» da S. Ambrogio, «Padre del popolo cristiano» da S. Agostino,
«Portinaio del Regno dei cieli» da S. Teodoro, «Pontefice dell'Altissimo» da
S. Bernardo, «Vescovo di tutto il mondo e Padre delle nazioni» da S. Francesco
d'Assisi.
Questi
sono soltanto alcuni dei titoli, tutti belli e significativi. Ma al di sopra di
tutti resta il titolo che S. Girolamo per primo attribuì al Papa chiamandolo
«Vicario di Gesù Cristo».
È
difficile per noi pensare e capire la realtà di questa espressione, comprendere
tutto il valore del contenuto di queste parole: Vicario di Gesù Cristo. Le
pronunciamo con semplicità e con rispetto, ma senza renderci conto di quel
che realmente esprimono.
Dire
«Vicario di Gesù Cristo», infatti, significa dire qualcosa che trascende completamente
l'uomo nella sua umanità così limitata, così fragile e fallibile. Ha detto
bene S. Vincenzo de' Paoli, scrivendo nelle sue «Conferenze» che «il Papa è
come un'altra specie di uomo, tanto è al di sopra degli altri. Noi dobbiamo
dunque riguardarlo come Nostro Signore e Nostro Signore in lui».
Forse
l'espressione equivalente più semplice e affettuosa è quella adoperata abitualmente
da Santa Caterina da Siena, la mistica del fuoco e del sangue, la quale chiamava
il Papa Dolce Cristo in terra. E un'altra santa più vicina a noi, Santa Sofia
Barat, ha scritto che «Il Papa è la più perfetta immagine di Colui del
quale tiene il luogo su questa terra d'esilio».
Se
S. Massimiliano M. Kolbe, con tutti gli altri Santi, sostiene che ogni
superiore, rappresentante di Dio, è un mistero di fede simile al mistero
eucaristico, nel quale dietro le apparenze del pane è presente Gesù stesso,
quanto più ciò sarà vero per il Vicario di Cristo, per colui che si presenta
anche esternamente come «l'Uomo bianco», somigliante davvero al «Pane bianco»
dell'Eucaristia, e, possiamo anche aggiungere, alla «Donna bianca» che è
l'Immacolata. Non può essere diversamente, del resto: se Gesù è presente in
ogni autorità, tanto più sarà presente in colui che ha ricevuto da Lui stesso
la somma autorità su questa terra.
«Sì,
Papa», «Sì, Gesù»
San
Pio X, il Papa dell'Eucaristia, con la sua sola presenza esercitava un fascino
davvero straordinario su chi lo guardava con occhi di fede. Lo scrittore
cattolico e accademico di Francia, Renè Bazin, così descrisse la sua
impressione nel vedere il Papa San Pio X: «Nelle cerimonie pubbliche Pio X
aveva la solenne maestà del Vicario di Cristo; mentre i suoi occhi meravigliosi,
sembravano penetrare nell'eternità». Un giorno il Papa San Pio X ricevette in
udienza un bel gruppo di bambini di sette anni, ammessi alla Prima Comunione,
grazie a quel decreto papale che concedeva la grazia di accostarsi alla mensa
eucaristica già all'età di sette anni, senza più attendere i dodici anni.
Il
Papa si intrattenne in affabile colloquio con i bambini, gioiosissimi, che gli
portarono i loro piccoli omaggi. Alla fine, il Papa, prima di benedirli e
lasciarli andare, raccomandò a loro di fare la Santa Comunione almeno tutte
le domeniche e le feste.
I
bambini risposero tutti: «Sì, sì, sì ...». Alcuni risposero: «Sì, Papa».
Qualcuno rispose: «Sì, Gesù». È la risposta dei cuori innocenti che
arrivano d'intuito ai valori più alti della nostra Fede. Ed è questa Fede che
dobbiamo alimentare in noi per comprendere qualcosa della ricca messe di
grazia e di luce, di forza e di sostegno che ogni Vicario di Cristo porta con sè
per donarla agli uomini nel loro difficile cammino.
Il
Papa, dunque, rappresenta al vivo Gesù in mezzo a noi, e lo rappresenta in
maniera così speciale che nessun altro potrebbe farlo mai allo stesso modo. Se
ogni cristiano, infatti, è prolungamento di Cristo, quale membro del Corpo
mistico, il Papa è prolungamento di Cristo quale Capo del Corpo mistico. Gesù
è il Capo del Corpo mistico, che è la Chiesa celeste e terrestre. Il Papa
esercita anch'egli le funzioni di Capo della Chiesa con poteri sovrumani sulla
terra e nei cieli: infatti, ciò che lui scioglie o lega sulla terra, viene
sciolto o legato anche nei cieli (cf Mt 16,19).
Per
questo S. Alfonso dei Liguori diceva che «la volontà del Papa è la Volontà
di Dio». E San Giuseppe Cottolengo insegnava, nelle sue catechesi, che «alla
voce del Papa si deve prestare obbedienza come alla voce stessa di Dio.
Riceviamo le parole del Santo Padre non altrimenti che quelle di Gesù Cristo,
perché questi è che parla per la sua bocca».
E
già ai primi tempi del Cristianesimo, S. Giovanni Crisostomo, con un'espressione
tanto breve quanto bella ed efficace diceva che il Papa è la «Bocca di Gesù
Cristo». Ed è proprio così, perché il Papa, «in virtù del suo ufficio di
Vicario di Cristo e di Pastore di tutta la Chiesa», come dice il Concilio
Vaticano II (LG 22), deve aver cura della salvezza di tutte le anime da portare
nel Regno dei cieli.
Se
si può dire che il Papa quasi impersona Gesù, chi potrà mai separarli o
dividerli? Anche se un Papa lasciasse a desiderare nella sua condotta
personale, l'essere «Vicario di Gesù Cristo» nel reggere la Chiesa di Dio,
guidando il popolo dei redenti sulla via della salvezza, non potrà venire mai
meno. E se è dolorosamente vero che alcuni Papi, nel corso di due millenni,
sono stati più ombra che luce del mondo, è anche gioiosamente vero che sono
davvero tanti i Papi che hanno meritato l'aureola della santità più alta, i
Papi Martiri, i Papi Dottori della Chiesa, i Papi proclamati Beati, i Papi
Venerabili e Servi di Dio, i Papi morti in concetto di santità. Formerebbe
davvero un libro stupendo la raccolta delle gesta eroiche di tanti Papi, fedeli
e ardenti «Vicari di Gesù Cristo», guide illuminate e pastori santi per noi
uomini in cammino verso l'eternità su questa terra di esilio.
È
proprio vero, poi, che Dio non fa «eccezione di persone» (Ef 6,9), giacché da
S. Pietro in poi sono stati eletti Vicari di Gesù Cristo uomini di ogni ceto
sociale, di ogni popolo e nazione, di ogni formazione e livello, con pochi o
molti talenti. Sono diventati Vicari di Gesù Cristo, infatti, uomini
aristocratici come Papa Paolo V, Leone X, Clemente VII; uomini di ingegno
eccezionale come S. Leone Magno, S. Gregorio Magno, Leone XIII, Pio XII;
uomini figli del popolo come Sisto V, San Pio X, Giovanni XXIII. Il Signore è
imprevedibile nei suoi disegni d'amore: sceglie chi vuole al sommo onore e al
sommo onere del supremo pontificato.
E
questa somma dignità di Vicario di Cristo non ha l'uguale nell'ordine sociale.
Essa porta in sè, difatti, la presenza misteriosa di Cristo Capo e Re
dell'universo, che dona al Papa poteri divini sovratemporali ed eterni,
collocandolo al di sopra di qualsiasi reame terreno. Per questo il Papa San Pio
X, quando ci fu chi gli chiese quale titolo nobiliare volesse dare alle sue
tre sorelle, come era solito farsi nella corte Pontificia, rispose con la sua
vivacità tutta veneta: «Che titoli e titoli! Sono le Sorelle del Papa. Vi pare
poco? ...Quale titolo più onorifico di questo?».
E
ricordiamo pure il significativo episodio della lettera autografa del Sommo
Pontefice Pio XII, ricevuta dalla mamma di Santa Maria Goretti, in occasione
della canonizzazione di sua figlia, angelica vergine e martire del nostro
secolo. Sembrava incredibile una cosa del genere: una lettera autografa del
Vicario di Cristo in casa di mamma Goretti !
Appena
si sparse la notizia di questo fatto eccezionale, ci fu un noto collezionista di
lettere autografe, il signor Hector Van Derys, miliardario olandese, il quale
propose alla mamma di Santa Maria Goretti di accettare l'offerta di cento
milioni in cambio della preziosa lettera del Vicario di Cristo.
Ma
la mamma di Santa Maria Goretti, con la sua fede semplice e adamantina, rispose
subito: «Mi togliereste piuttosto la pelle, ma non mi strappereste mai la
lettera del Papa!».
Santa
Veronica Giuliani, la celebre mistica francescana della Passione, in una delle
sue mirabili estasi vide e scrisse che il Vicario di Cristo è sempre
circondato, riverito e assistito da uno stuolo di dodici Angeli Custodi,
quasi una sorta di Collegio Angelico che richiama quello apostolico e che gli fa
costantemente da corte invisibile.
Se
pensassimo a quanti uomini, che pur si dicono cristiani, non hanno nessun rispetto
per il Vicario di Cristo e prendono anche apertamente posizione contro i suoi
insegnamenti, possiamo ben capire come Dio stesso provveda a tutelare con i
suoi Angeli i Vicari di suo Figlio, confortandoli nelle tribolazioni e
sostenendoli nelle lotte da affrontare per la difesa della Fede e della Morale.
Vogliamo
anche noi unirci alla corte angelica che circonda e segue il Papa. Vogliamo
essere sempre con lui, a lui docili e obbedienti, a lui uniti con la preghiera
quotidiana. Vogliamo condividere con lui le pene e i travagli, per lui offrire
sacrifici piccoli e grandi con amore di figli verso il Padre di tutte le
anime, Vicario dell'amore universale di Cristo.
E
questa presenza dei dodici Angeli Custodi serve a farci meglio comprendere il
peso sovrumano della missione di Vicario di Cristo. Chi potrebbe mai misurarla
infatti?
A
volte risulta molto difficile l'elezione di un nuovo Papa, soprattutto per
questo aspetto di immensità della missione di Vicario di Cristo. Si sa, ad
esempio, che per l'elezione del Papa Pio XI ci vollero quattordici scrutini, e
alla fine, avvenuta l'elezione, il Card. Gasparri fece questo rilievo: «Sono
occorsi tanti scrutini, quante sono le stazioni della Via Crucis. Noi le abbiamo
percorse sino al punto in cui abbiamo collocato il nuovo Papa sul Calvario...».
E
pensando al Calvario, vien da ricordare anche quel che disse il professore
medico del Policlinico Gemelli, quando il 13 maggio 1981 vide il Papa Giovanni
Paolo II messo sul tavolo operatorio, qualche ora dopo aver subito il
terribile attentato in Piazza San Pietro: «Quando l'ho visto sul tavolo
operatorio - afferma il professore del Gemelli - insanguinato, con le due
braccia immobilizzate dalla trasfusione e dalla fleboclisi, mi è sembrato
l'immagine stessa di Cristo in croce. Sì, credevo di vedere Cristo Crocifisso».
Ecco
la realtà più vera e più profonda della missione di Vicario di Cristo. Forse
pochi la conoscono, ed è anche vero che i Papi sanno ben portare questo immenso
peso di travagli e sofferenze per l'umanità con animo forte e sereno. Lo
manifestò una volta il Papa Giovanni XXIII, chiamato «Papa buono» soprattutto
per quel suo sorriso così amabile e paterno che sapeva donare a chiunque lo
avvicinasse. Una volta egli si confidò dicendo: «Sapeste quante volte,
dietro i sorrisi, il Papa sta ingoiando tante lagrime!...».
Se
il Papa rappresenta Gesù e quasi lo impersona nella sua missione e nei suoi
poteri divini, egli è certamente il «figlio prediletto della Madonna», si
potrebbe dire che è il «primo figlio» tra tutti i figli di Maria Santissima.
È impossibile non vedere questo legame speciale che unisce inseparabilmente
il Vicario di Cristo alla Madre di Gesù e Madre della Chiesa. Come non pensare
alla Madonna presente e vicina soprattutto a San Pietro agli inizi della vita
della Chiesa? Come non vederla accanto a lui e tra gli apostoli specialmente nei
momenti di grandi travagli per le prime persecuzioni insorgenti contro i
cristiani? Se era ancora viva sulla terra, come non immaginarla presente al
primo Concilio della Chiesa, il Concilio di Gerusalemme, quale Madre visibile e
dolcissima, tutta sapienza radiosa di Spirito Santo?
E
tutti i Papi, si può dirlo, hanno ben avvertito questo legame particolare che
li unisce alla Madre di Gesù e Madre della Chiesa, ricorrendo a Lei,
pregandola, affidandosi a Lei con la fiducia dei figli più bisognosi della
sua potente mediazione di grazia, necessaria alla missione di salvezza
universale che la Chiesa deve svolgere sui cinque continenti, tra tutti i popoli
del pianeta terra, per «illuminare quelli che stanno nelle tenebre e
nell'ombra della morte e dirigere i loro passi nella via della pace» (Lc 1,79).
Per
questo i Sommi Pontefici non hanno certamente lesinato impegno e sforzi sia
nel difendere le verità di fede nel mistero di Maria, sia nel promuovere, tra i
fedeli, il culto e la devozione alla Madre di Dio e Madre nostra. Basterebbe qui
ricordare, in particolare, tra i Papi più vicini a noi, il Papa Pio IX, passato
alla storia come il «Papa dell'Immacolata» con la Bolla dogmatica «Ineffabilis
Deus», il Papa Pio XII, passato alla storia come il «Papa dell'Assunta» con
la Bolla dogmatica «Munificentissimus Deus», il Papa Paolo VI, passato alla
storia come il «Papa della Madre della Chiesa» con l'Enciclica mariana «Marialis
cultus». E il diadema della «marianità» è certamente il diadema più
delicato e prezioso che un Vicario di Cristo può portare con sè nel Regno
dei cieli.
«Prega
Dio per noi...»
Dagli
annali della storia ecclesiastica del VI secolo riportiamo questo episodio
straordinario della vita di S. Gregorio Magno.
«Sotto
il pontificato di San Gregorio Magno, la peste infieriva a Roma, spaventosamente.
Il Papa indisse una solenne processione da Santa Maria Maggiore a San Pietro;
ma anche in quel tragitto, e in una sola ora, perirono ancora ottanta persone.
Il Papa, mosso da pietà e da viva fede, prese allora tra le mani l'immagine
miracolosa della Madonna, attribuita a San Luca; e, a piedi scalzi, con un
sacco di penitenza sulle spalle, traversò il resto della città per
raggiungere San Pietro. Giunto il Papa sul ponte che ora si chiama
Sant'Angelo, tutti intesero per l'aria un canto angelico: Regina cali, lcetare...
Regina del cielo, rallegrati...
Il
popolo cadde in ginocchio, ascoltando commosso le melodie celesti. San Gregorio
aggiunse: Ora pro nobis Deum. Alleluia... Prega Dio per noi. Alleluja.
In
quel momento, in cima al mausoleo di Adriano, apparve un Angelo, che rimetteva
una spada nel fodero.
Da
quel momento la peste non fece più una sola vittima».
Un
altro episodio significativo e straordinario si legge riguardo al Ven.le Pio
IX, il Papa che l'8 dicembre 1854 aveva proclamato dogma di fede la verità
dell'Immacolata Concezione, e perciò chiamato il «Papa dell'Immacolata».
Avvenne,
dunque, che il giorno della morte del Ven.le Pio IX, un bambino gravemente
ammalato, in Belgio, si sollevò d'improvviso sul letto e gridò: «È morto
il Papa! Ho visto l'Immacolata togliersi la corona, e metterla sul capo del
Papa.
Possiamo
immaginare l'impressione dei genitori del bambino, i quali, sulle prime,
credono che il bambino sia impazzito; ma, nello stesso tempo, vedono che il bambino
è improvvisamente guarito. E subito dopo, arrivò infatti la notizia che
realmente il Papa Pio IX era morto proprio allora. Quale non fu allora la
commozione di tutti...
Il
nostro Santo Padre, il Papa Giovanni Paolo II, si è presentato a noi, fin
dall'inizio, come il Papa della consacrazione totale a Maria Santissima, il
Papa «Totus tuus» della Madonna. L'esperienza giovanile della lettura e
meditazione del libro di S. Luigi Grignon Maria di Montfort - il «Trattato
della vera devozione a Maria» -; la conoscenza della vita e della spiritualità
del suo grande conterraneo, San Massimiliano Maria Kolbe, chiamato il «Folle
dell'Immacolata», il Santo della «consacrazione illimitata all'Immacolata»,
hanno portato il Papa Giovanni Paolo II, fin dalla giovinezza, a quella
donazione totale a Maria SS., scolpita, potremmo dire, nell'espressivo motto «Totus
tuus».
È
stato detto, giustamente, che mai nella storia degli stemmi pontifici c'è
stato uno stemma come quello del Papa Giovanni Paolo II, nel quale campeggia una
grande «M» (= Maria) sotto l'ala della Croce. E sul lato destro del palazzo
vaticano, in alto, a vista dalla Piazza S. Pietro, tutti possono vedere
l'edicola dell'immagine di Maria SS. e Gesù Bambino, con la scritta del motto
mariano del nostro Papa, «Totus tuus». E quel Gesù Bambino in braccio alla
Madonna serve bene a ricordarci che Gesù fu «tutto di Maria», anzi fu
esclusivamente e sublimemente «tutto di Maria», e ancora più, fu «tutto
Maria», per il mistero ineffabile della concezione verginale che lo rese anche
geneticamente tutto e solo «Maria», perché frutto esclusivo della verginità
immacolata di Maria.
Numerosissimi
sono stati gli atti del pontificato di Papa Giovanni Paolo II in onore di Maria
Santissima, segnati dalla presenza di Maria o almeno arricchiti della delicata e
preziosa sfumatura mariana. Si potrebbe anzi dire che tutto il Pontificato di
Giovanni Paolo II ci appare già tutto costellato dalla presenza viva di Maria
Santissima. È impossibile riferire tutto. Qui possiamo soltanto accennare
poche cose, a rapido volo di uccello.
Pensiamo
ai pellegrinaggi apostolici del Papa Giovanni Paolo II nei santuari mariani più
famosi nel mondo, quali, ad esempio, Loreto e Pompei in Italia, Lourdes in
Francia, Fatima in Portogallo, Saragoza in Spagna, Guadalupe nel Messico, Czestochowa
in Polonia, Aparegida in Brasile... Pensiamo alla canonizzazione di San Massimiliano
Maria Kolbe, il 10 ottobre del 1982, ossia del santo e dell'apostolo mariano
più grande nei nostri tempi, dal Papa proclamato anche «Patrono del nostro
difficile secolo».
Pensiamo
all'Anno mariano del 1987-1988, celebrato in tutto il mondo, e ai circa
sessanta «Atti di consacrazione o di affidamento» fatti dal nostro Papa alla
Madonna pressochè in ogni parte della terra. Pensiamo alla sua preghiera
mariana «prediletta»: la preghiera del Santo Rosario. È veramente bello
vedere il Papa con il Rosario in mano nella Cappella pontificia, nei giardini
vaticani, e persino nel Palazzo dell'ONU! E il suo dono preferito a quanti lo
avvicinano, di solito è una bella coroncina bianca in bustina marrò di
plastica. Quante coroncine non ha egli distribuito? Forse, già per questo è
egli un grande apostolo del Rosario. E anch'egli, forse, può ben passare alla
storia come il «Papa del Rosario», a somiglianza del Papa San Pio V e del Papa
Leone XIII.
Ma
soprattutto, il Papa Giovanni Paolo II passerà alla storia come il Papa della
grande Enciclica mariana «Redemptoris Mater», e più specificamente come il
Papa della «Mediazione Materna» di Maria, che nel suo sviluppo e coronamento
significa la «Corredenzione universale» operata da Maria SS. in unione
strettissima e indissolubile con il suo Figlio Redentore universale.
Noi
crediamo sinceramente che, per la storia futura, il Papa Giovanni Paolo II sarà
in particolare il «Papa della Corredentrice», perché egli stesso è stato
vicinissimo e legatissimo alla «Corredentrice» quale «martire vivente», da
Lei salvato nell'attentato del 13 maggio 1981 in Piazza San Pietro. Che il
Papa Giovanni Paolo II, «figlio prediletto della Corredentrice», porti alla
definizione dogmatica la verità di fede della «Corredenzione mariana», è
un «voto» del cuore di tanta parte della Chiesa universale, è un «voto»
del cuore di noi figli della Chiesa nata sul Calvario dal Cuore trafitto di
Cristo e dal Cuore trapassato di Maria.
Il
Papa è il Vicario di Cristo perché è il Successore di San Pietro quale
Vescovo di Roma. San Pietro, infatti, è stato il primo Vicario di Gesù Cristo
sulla terra.
Egli
venne scelto personalmente da Gesù e posto a capo del Collegio apostolico.
Venne a Roma, visse e fu martirizzato a Roma.
Primo
tra gli Apostoli nel Collegio dei dodici, San Pietro ha avuto il primato di
potere e di onore su tutto il popolo dei credenti, come Vicario di Cristo
sulla terra: è questa la nostra fede nel Primato di San Pietro trasmesso ad
ogni Successore di San Pietro, quale Vescovo di Roma.
Nei
Vangeli, infatti, San Pietro è nominato 94 volte, e la sua figura appare
davvero singolare rispetto agli altri apostoli, per ricchezza di episodi e di
segni particolari che contraddistinguono la sua presenza già negli anni
trascorsi accanto a Gesù.
Dai
Vangeli risalta chiaro che Gesù stesso tratta S. Pietro con riguardi
particolari. Se è vero che S. Giovanni evangelista, l'apostolo vergine, era
il «prediletto» di Gesù, è anche vero che S. Pietro era l'apostolo più
importante verso il quale Gesù manifesta un interesse e un'attenzione
singolari.
Così,
al primo incontro con «Simone figlio di Giona», chiamato dal fratello Andrea (cf
Gv 1,40-42), Gesù gli cambia il nome: questo fatto ha una grande importanza
se si considera che nella storia del popolo eletto gli unici casi di
cambiamento del nome sono stati quello di Abramo (cf Gn 17,5) e di Giacobbe (cf
Gn 32,29), e ambedue ebbero un nome nuovo per svolgere una grande missione.
Anche
per S. Pietro, quindi, il cambio del nome da parte di Gesù sta a significare
l'affidamento di una missione eccezionale da compiere. E ciò appare subito, fin
dal primo incontro fra Gesù e Simone, e non potè certo passare inosservato
agli altri primi discepoli di Gesù.
Inoltre,
sappiamo che Gesù, lasciata Nazaret per dare inizio alla vita pubblica di
predicazione, non avendo più una dimora sua dove riposare, sceglie la casa di
S. Pietro a Cafarnao per soggiornare durante le peregrinazioni in Galilea (cf
Mc 1,29). Lo stesso, per poter predicare alla folla accorsa sulla riva, Gesù
sceglie la barca di S. Pietro (cf Le 5,1 ).
Ugualmente,
ricordiamo e notiamo che Gesù fa camminare S. Pietro sulle acque (cf Mt 14,29),
paga il tributo anche per lui con la moneta cavata dalla bocca del pesce (cf Mt
17,27), lo sceglie per primo, insieme a Giacomo e Giovanni, per assistere alla
guarigione della figlia di Giairo (cf Mc 5,37), per salire sul Tabor ed essere
presente alla Trasfigurazione (cf Mc 9,1-8), per andare a preparare la Pasqua
nel Cenacolo (cf Le 22,8), pregare nella terribile notte del Getsemani (cf Mc
14, 33).
Se
è vero che in diverse occasioni Gesù non risparmiò a S. Pietro aspri
rimproveri (cf Mc 14,37; Mt 14,31; 16,23; 26,31.34; Le 22,61), è anche vero,
però, che Gesù prega in modo particolare per S. Pietro (cf Lc 22, 32), lo
mette a parte delle rivelazioni più intime (cf Mt 17,1 ss; 26,37), a lui per
primo lava i piedi (cf Gv 13,6), a lui appare per primo alla Resurrezione (cf Lc
24,25.34; 1 Cor 15,5), e nel trasmettere un messaggio per la comunità, Gesù
evidenzia la singolarità di S. Pietro con le parole: «Dite ai miei discepoli
e a Pietro» (Mc 16,7).
Nelle
liste degli Apostoli riportate dagli Evangelisti, San Pietro occupa sempre il
primo posto, invariabilmente, anche quando varia l'ordine degli altri Apostoli (cf
Mt 10,2; Mc 3,16; Le 6,14; At 1,13).
Di
fatto, poi, nel comportamento, si rileva chiaramente che gli altri apostoli sono
consapevoli della preminenza di San Pietro e la accettano senza creare alcun
problema.
Per
questo l'evangelista San Marco parla di «Pietro e quelli che erano con lui» (Mc
1,36), esprimendo a chiare lettere la preminenza di San Pietro.
Si
potrebbero anche ricordare, qui, quei gesti particolari di rispetto e di
adesione docile a San Pietro, che leggiamo nel Vangelo di San Giovanni: il
primo, quando all'arrivo nella tomba dove era stato deposto Gesù, il giovane
San Giovanni, pur arrivato per primo, non entra subito nella tomba, ma
aspetta l'arrivo di San Pietro e lascia entrare lui per primo (cf Gv 20,8); il
secondo, quando alla proposta di San Pietro di andare a pescare, gli apostoli
acconsentono subito senza esitazione (cf Gv 21,3).
Il
fatto molto più importante, però, è che di solito soltanto San Pietro
interviene e prende la parola a nome degli altri quando si tratta di esprimere
un parere o chiedere qualcosa, come appare dai numerosi passi evangelici (ad
esempio, cf Mt 14,28; 16,1622; 26,33; Mc 10,28; 14,29; Lc 9,20; 18,28; Gv
6,68; 13,4-10,36).
A
che cosa era dovuta questa preminenza di San Pietro sugli altri apostoli? Non
all'anzianità, perché non risulta chiaramente che S. Pietro fosse il più
anziano di tutti; non alla chiamata prima degli altri, perché non fu il primo
ad essere chiamato (cf Gv 1,35-42; Mc 1,16-20); non all'ambizione personale,
perché ci sarebbe stata quasi certamente una reazione da parte degli apostoli,
come ci fu per le pretese di Giacomo e Giovanni che ambivano ai primi posti
nel Regno dei cieli (cf Mt 20,24).
L'unica
spiegazione chiara e convincente, quindi, resta la volontà di Gesù che ha
voluto San Pietro al primo posto tra gli apostoli con la missione di pastore e
guida della sua Chiesa che già aveva il suo primo abbozzo nel gruppo dei
dodici.
S.
Pietro ha ricevuto il Primato da Gesù, e l'ha ricevuto, si può dire, in tre
tempi o in tre fasi diverse: all'inizio, con l'annuncio; nel corso della
vita pubblica, con la promessa; alla fine, con il conferimento.
Ricordiamo
qui, rapidamente, i testi e gli episodi dei tre tempi in cui San Pietro ha
ricevuto da Gesù il Primato, partendo dall'annuncio dato da Gesù stesso nel
primo incontro con lui.
Scrive
S. Giovanni, che Andrea, conosciuto Gesù, andò a prendere il fratello Simone
«e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: `Tu sei
Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)» (Gv
1,42).
L'annuncio
del Primato è legato direttamente a questo primo incontro di San Pietro con
Gesù. Questo incontro, infatti, è stato veramente eccezionale per un
elemento particolare che l'ha caratterizzato in modo tutto singolare. Si tratta,
in realtà, del cambio del «nome», operato da Gesù: Simone di Gloria non si
chiamerà più così, ma si chiamerà «Pietro», Cefa.
Se
si tiene presente l'importanza annessa al nome proprio secondo la mentalità
ebraica, si comprende bene l'eccezionalità della cosa, che in tutto l'antico
Testamento ha riscontro solo in due personaggi di primissimo piano per la
missione straordinaria affidata a loro per il popolo eletto: si tratta del
Patriarca Abramo, il «nostro Padre nella fede» (dalla Liturgia romana), e del
Patriarca Giacobbe con la sua discendenza (cf Gen 17,5; 32,29).
Appare
chiaro, quindi, che già dal primo incontro, Gesù, cambiando il nome a «Simone
figlio di Giona» e chiamandolo Cefa, vuol presentare San Pietro quale figura
eccezionale, con una missione straordinaria da compiere per il nuovo popolo
dei redenti.
Questo
è l'annuncio, appunto, del Primato di San Pietro, e c'è da credere che questo
fatto abbia subito colpito gli altri apostoli, ai quali non poteva sfuggire
l'eccezionalità della cosa che rendeva San Pietro singolare rispetto a
tutti gli altri discepoli chiamati da Gesù.
Durante
la vita pubblica di Gesù, in un giorno di cammino, Gesù portò con sè gli
apostoli nella regione di Cesarea di Filippo, e qui si rivolse a loro chiedendo
espressamente: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero:
«Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei
profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu
sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio
di Giona, perché nè la carne nè il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre
mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò
la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò
le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà
legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei
cieli» (Mt 16,13-19).
Due
sono le domande di Gesù, una più generale, che vuole preparare la seconda
domanda, più personale e impegnativa per gli apostoli, chiamati a manifestare
pubblicamente il loro animo e la loro fede in Lui, a tu per tu con Lui.
San
Pietro risponde a nome di tutti: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»
(Mt 16,16); e alla fede esplicita di S. Pietro nella divinità del «Figlio
del Dio vivente», risponde la solenne promessa del Primato che Gesù fa a San
Pietro in termini chiari e con linguaggio immaginoso tipicamente semitico: la
carne e il sangue, la pietra e le fondazioni, le porte degli inferi e le chiavi
del Regno, legare e sciogliere, terra e cieli: sono espressioni di colore
semitico che servono a rendere più viva l'idea del Primato di San Pietro
posto a fondamento della Chiesa, a garanzia della sua stabilità. San Pietro
verrà investito personalmente del potere supremo di governo e di giudizio
espresso simbolicamente dalle metafore delle chiavi, del legare e dello
sciogliere che avvengono tra terra e cielo.
A
queste solenni parole di Gesù gli apostoli hanno dovuto ben comprendere la
portata di quell'annuncio che Gesù aveva già dato del Primato proprio
cambiando il nome di Simone in quello di Cefa, ossia Pietro. Ora, in questa
solenne promessa del Primato, appare chiaro il significato del cambio del nome:
San Pietro è la pietra di fondazione e di sostegno della Chiesa, con un potere
di governo e di giudizio che verrà ratificato anche nel Regno dei cieli.
S.
Giovanni evangelista è il privilegiato testimone oculare che riferisce nel
suo Vangelo come avvenne il conferimento del Primato a San Pietro da parte di
Gesù, dopo la Resurrezione. Egli non racconta per sentito dire, ma trasmette
direttamente quel che ha visto con i suoi occhi e ha sentita con le sue
orecchie, essendo presente di persona alla scena del conferimento del Primato a
San Pietro.
«Quand'ebbero
mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: `Simone di Giovanni, mi vuoi bene tu più
di costoro?'. Gli rispose: `Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene'. Gli
disse: `Pasci i miei agnelli'. Gli disse di nuovo: `Simone di Giovanni, mi
vuoi bene?'. Gli rispose: `Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene'. Gli
disse: `Pasci le mie pecorelle'. Gli disse per la terza volta: `Simone di
Giovanni, mi vuoi bene?'. Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli
dicesse: Mi vuoi bene?, e gli disse: `Signore, tu sai tutto, tu sai che ti
voglio bene'. Gli rispose Gesù: `Pasci le mie pecorelle'» (Gv 21, 15-17).
Per
poco che si rifletta, è facile notare subito che nel conferimento del Primato a
San Pietro, Gesù si serve di una metafora nuova, agile ed espressiva, quella
del «Pastore» che governa e guida il suo gregge ai pascoli della vita,
richiamandosi ai Profeti che avevano già presentato il Messia Salvatore
come «Pastore» del popolo di Dio (cf Mi 4,6-7; Sof 3,19; Ger 23,3; Is 40,11;
Ez 34,7-24; Zac 11,7-9).
Ma
Gesù stesso, del resto, non si era forse presentato come il «buon pastore che
dà la vita per le sue pecore?» (Gv 10,11). Questo riferimento è importante
perché illumina bene il significato del termine «Vicario di Cristo». Se
Gesù, infatti, «buon Pastore», affida a San Pietro il suo gregge, e
costituisce San Pietro quale «Pastore» del gregge come Lui, ciò equivale a
costituirlo suo diretto «Vicario» in terra, proprio quale «Pastore» con gli
stessi poteri di governo e di giudizio, di giurisdizione e di ordine sul popolo
dei redenti.
L'annuncio
e la promessa del Primato trovano qui il loro compimento, e San Pietro, dopo
l'Ascensione di Gesù, si trovò subito, di fatto, impegnato nell'esercizio del
Primato, presiedendo all'elezione del nuovo apostolo in sostituzione di Giuda
Iscariote (cf At 1,15-26) e dando inizio alla predicazione subito dopo la
Pentecoste (cf At 2,14).
Sappiamo,
inoltre, che San Pietro ebbe il dono dei miracoli, e operò il primo miracolo
proprio alle porte del Tempio di Gerusalemme (cf At 3,6), e molti altri
miracoli avvenivano anche al solo suo passaggio, o addirittura bastava la
semplice ombra di San Pietro ad operare prodigi di guarigioni (cf At 5,15).
Quando
il Sinedrio si scagliò contro i cristiani, fu San Pietro a rispondere al Sinedrio
(cf At 4,8), e in seguito proprio lui venne arrestato da Erode quale capo del
movimento religioso (cf At 12,3). Quale giudice della comunità, inoltre, egli
punì Anania e Saffira per la loro grave trasgressione (cf At 5, 1-11). Quale
primo Pastore, del resto, egli visitava le nuove chiese fondate dagli apostoli;
a lui si recò a far visita San Paolo prima di iniziare la predicazione a cui
era stato chiamato e preparato da Gesù stesso (cf Gal 1,18). E così via, fino
al Concilio di Gerusa lemme, che fu il primo Concilio della Chiesa e che San
Pietro presiedette, manifestando in tutto il suo valore la realtà e consistenza
del Primato ricevuto da Gesù Cristo.
Il
Primato di San Pietro è una missione di guida e di assistenza, di unità e di
perennità della Chiesa, che è stata così voluta da Gesù quale novella
realtà organica e gerarchica, a carattere monarchico. Il Primato pontificio
ha quindi una funzione sociale costante per tre motivi soprattutto:
1)
per la crescita omogenea del corpo, di cui San Pietro è il Capo quale «Vicario
di Cristo Capo»;
2)
per la stabilità della casa, di cui San Pietro è la «pietra» di fondazione
che non verrà mai meno;
3)
per il retto cammino del popolo di Dio, di cui San Pietro è il Pastore e guida
con il compito di impedire lo sbandamento e la dispersione delle «pecore senza
pastore» (Mc 6,34).
Non
è difficile capire, ora, che senza il Primato di San Pietro la Chiesa si
sarebbe presto dissolta nella sua organicità, così come qualsiasi organismo
che venga privato del capo; sarebbe crollata al primo urto di persecuzioni e
lotte, così come una casa crolla al primo urto, se è priva del fondamento
che la rende stabile; si sarebbe dispersa nella confusione, così come si
disperde un gregge senza pastore.
Orbene,
se Gesù ha promesso la stabilità, la perennità e l'indefettibilità della
sua Chiesa edificata sul fondamento del Primato di San Pietro («le porte
degli inferi non prevarranno»: Mt 16,18), e d'altra parte non ha dato a San
Pietro l'immortalità personale, predicendogli anzi la morte e il genere di
morte (cf Gv 21,18), ciò significa con chiarezza che il Primato di San Pietro
deve continuare nei suoi successori, i Vescovi di Roma, nei quali «fino a oggi,
e sempre, vive e giudica», come dissero appunto i legati papali inviati al
Concilio di Efeso.
Il
Catechismo della Chiesa Cattolica, infatti, insegna che il Papa è «Vescovo di
Roma e Successore di San Pietro» (n. 882); e uno dei grandi storici della
Chiesa, il Pastore, ha così sintetizzato la perennità del Primato di San
Pietro, scrivendo che «per quanto siano differenti le persone dei Papi, è
sempre lo stesso Pietro che noi veneriamo». Ma già San Leone Magno, ai suoi
tempi, aveva scritto con frase scultorea: «Pietro è presente e vive nei suoi
successori». E S. Roberto Bellarmino così sintetizza storia e teologia del
primato romano: «Il Papa è il successore di S. Pietro, perché S. Pietro
eresse l'episcopato di Roma in primato su tutta la Chiesa; e, poiché morì
vescovo di Roma, chiunque viene eletto vescovo di Roma, con ciò stesso viene
eletto nel primato di Pietro su tutta la Chiesa (De Rom. Pont.;
lib. II, c. I).
Senza
il Primato di San Pietro che unifica e rinsalda la compagine, dove troverà
mai la Chiesa la sua compattezza e stabilità, la sua organicità e unità?
Senza la presenza e l'azione direttiva del Capo, tutto il corpo della Chiesa
cade nel disordine e nel caos, prima o poi.
Nella
vita di Napoleone Buonaparte si possono leggere episodi ben tristi, ma istruttivi,
su questo punto in modo speciale. Si possono leggere, ad esempio, tutti gli
oltraggi a cui egli sottopose i Sommi Pontefici Pio VI e Pio VII; e in
particolare leggiamo che quando tenne prigioniero il Papa Pio VII, volendo un
giorno Napoleone risolvere alcune questioni riguardanti la Chiesa, decise di
radunare egli stesso a Parigi i Vescovi della Francia, e voleva imporre loro di
deliberare sulle questioni proposte.
La
risposta dei Vescovi fu il silenzio assoluto, nonostante le pressioni imperiose
dell'imperatore che arrivò anche alle minacce contro i Vescovi, se non avessero
deliberato. Il più anziano dei Vescovi allora prese la parola e disse con voce
sofferta, ma ferma: «Sire, aspettiamo il Papa. La Chiesa senza il Papa non è
la Chiesa». È proprio così, infatti. S. Ambrogio aveva già detto in sintesi
scultorea: «Ubi Petrus, ibi Ecclesia: Dov'è Pietro, ivi è la Chiesa».
Ancora,
si legge che in un'altra occasione, Napoleone fece chiamare l'Arcivescovo di
Tours, suo parente, e andandogli incontro gli chiese a bruciapelo: «Cugino, non
è forse vero che la Chiesa può fare a meno del Papa?».
«Sì,
Maestà - rispose l'Arcivescovo con perfetta presenza di spirito - può fare a
meno del Papa così come l'esercito può fare a meno di Napoleone».
S.
Tommaso d'Aquino, il Dottore universale, così ha riassunto le ragioni e i
motivi della perennità del Primato di San Pietro per il governo della Chiesa,
Maestra delle genti:
«Dal
momento che il Signore Gesù stava per lasciare corporalmente la Chiesa, -
scrive il Santo Dottore - fu necessario che affidasse ad un altro la cura della
Chiesa intera. Per questo, prima dell'Ascensione, così disse a Pietro: Pasci i
miei agnelli... le mie pecore... Non si può dire, però, che, conferita a
Pietro questa dignità, essa non si trasmetta da lui ad altri. È chiaro,
infatti, che Cristo fondò la Chiesa in modo che perdurasse fino agli ultimi
tempi. Appare manifesto, quindi, che Egli costituì i suoi ministri con un
potere da trasmettere ai posteri per l'utilità della Chiesa, fino alla fine dei
tempi» (Contra Gentiles, IV 76).
E
il Concilio Ecumenico Vaticano II ha confermato a chiare lettere questa trasmissione
del Primato di San Pietro ai vescovi di Roma suoi Successori, affermando che «il
romano Pontefice, in virtù del suo ufficio di Vicario di Cristo e di pastore di
tutta la Chiesa, ha sulla Chiesa la potestà piena, suprema, universale, che può
sempre esercitare liberamente» (LG 22).
Tra
i suoi insegnamenti, una volta Gesù parlò della costruzione di una casa, che
può essere fatta sulla sabbia o sulla roccia, esortando a non costruire mai la
casa sulla sabbia, altrimenti all'arrivo dei venti impetuosi e delle tempeste
violente, la casa non reggerà, ma crollerà miseramente, mentre la casa
costruita sulla roccia resisterà impavida a tutte le furie degli elementi
atmosferici in tempesta (cf Lc 6, 47-48). Applicando questo stesso insegnamento
all'edificazione della Chiesa, Gesù ha voluto, appunto, che la sua Chiesa
venisse edificata sulla roccia e non sulla sabbia. E questa roccia è
Pietro-Cefa: «Su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18).
La
pietra è ferma, la roccia è stabile e compatta. Per questo si ha l'immagine
della solidità e dell'unità. La Chiesa è stata voluta così dal divino
Fondatore. E così resterà, salda e compatta, fino alla fine dei tempi, grazie
al Primato di San Pietro, grazie a quella «Cefa» (Pietra), posta a suo fondamento,
contro cui nulla potranno le forze avverse, neppure le stesse potenze infernali
(cf Mt 16, 18).
«Pietra
angolare» della Chiesa
C'è
stato chi ha avanzato la difficoltà di conciliare l'insegnamento sul valore di
questa Cefa (pietra) a sostegno della Chiesa, con la verità che unico
fondamento della Chiesa è Cristo (cf Gv 2,19; 1 Cor 3,11). Ma la difficoltà
non ha ragione di sussistere, perché se è certamente vero che Gesù è la «pietra
angolare» scartata dai costruttori (cf 1 Pt 2,7), ciò non contrasta con le
parole stesse di Gesù che ha voluto Simone quale Cefa (pietra) di fondazione
della Chiesa, così come le parole con cui Gesù si è proclamato «Luce del
mondo (Gv 8,12; 9,5) non contrastano con le altre parole di Gesù stesso che
chiama anche gli Apostoli «luce del mondo» (Mt 5,14).
Leggiamo
nel Catechismo della Chiesa cattolica che «del solo Simone, al quale diede il
nome di Pietro, il Signore ha fatto la pietra della sua Chiesa» (n. 881). E su
questa «Pietra» si basa tutta la saldezza della Chiesa, perché il Vicario
di Cristo, il Successore di San Pietro, oggi e sempre, «è il perpetuo e
visibile principio e fondamento dell'unità sia dei Vescovi sia della moltitudine
dei fedeli», come insegna il Vaticano II (LG 23).
La
saldezza che Gesù assicura alla Chiesa fondata su San Pietro è tale che neppure
le potenze sovrumane dei demoni - «le porte degli inferi» - potranno mai
distruggerla, come vorrebbero; e anzi, qualsiasi potenza nemica voglia
scagliarsi contro, si abbatterà invano su questa «Pietra», perché il Vicario
di Cristo e Successore di San Pietro «resterà la roccia incrollabile della
Chiesa», come insegna ancora il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 552).
Perciò
scrive molto bene San Tommaso d'Aquino ammonendo che per salvarsi è necessario
non mettersi mai contro nè mai separasi da questa «roccia incrollabile».
«Non
toccate il Papa!»
Tra
le memorie storiche della vita di Napoleone Bonaparte viene riportato anche
questo breve episodio molto istruttivo per comprendere la verità delle parole
di Gesù sulla incrollabilità della «Pietra» di fondazione su cui è
costruita la Chiesa.
Sul
finire della sua vita, Napoleone, esiliato dagli inglesi nell'isola di Sant'Elena,
in mezzo all'oceano atlantico, un giorno chiese all'amico, il conte Giuseppe de
Ritrel, venuto a visitarlo:
-
C'eri tu a Fontaineblau, quando il Papa Pio VII mi predisse la fine?
-
Sì, c'ero, e ricordo bene le parole che il Papa ti disse in quell'occasione,
ossia: «Il Dio d'altri tempi vive ancora. Egli ha sempre stritolato i
persecutori della Chiesa: lo stesso farà con vostra Maestà, se continuerete
a opprimere la Chiesa».
-
Sì, adesso ricordo anch'io. Egli mi disse proprio così... - confermò
Napoleone. E aggiunse: «Ah, perché non posso ora gridare, da qui, a quelli
che hanno qualche potere sulla terra: `Rispettate il rappresentante di Gesù
Cristo! Non toccate il Papa, altrimenti sarete annientati dalla mano vendicatrice
di Dio. Anzi, proteggete la Cattedra di Pietro!».
Un
episodio analogo si legge nella vita di Bismark, il quale, al sommo della sua
potenza militare e politica, diceva, nel 1870: «Bisogna schiacciare senza pietà
il papato e il cattolicesimo. Dobbiamo festeggiare la Sèdan del Vaticano, la
Sede papale». E di fatto, uscirono realmente i decreti del Kulturkampf contro
i vescovi e i sacerdoti da perseguitare e mettere in prigione. "
Ma
da Roma, dalla Sede di Pietro, arrivava un monito al tracotante sovrano tedesco:
«Dite a Bismark - così il Papa Pio IX - che egli è una potenza che passa; noi
siamo una potenza che resta!».
Queste
sono parole della «Roccia» che non può mai venir meno. Pochi anni dopo,
infatti, il possente Bismark fu costretto a ritirarsi a vita privata
nell'oscurità della sua fine, mentre al grande e santo Papa Pio IX succedeva il
Papa Leone XIII, accolto e venerato dalla cristianità come «una luce nel cielo».
«Non
prevarranno mai»
Dalla
vita del Papa Pio XII, definito «Pastore angelico», viene riferito questo
episodio molto semplice e bello nel suo significato di grazia e di forza in
rapporto alla «Roccia» che sostiene la Chiesa rendendola indefettibile e
vittoriosa su tutti i nemici visibili e invisivili, esterni e interni. Nel 1946,
usciti appena fuori dalla catastrofe bellica mondiale, nel mese di novembre
vennero beatificati 29 martiri cinesi, e la basilica di San Pietro fu invasa dai
pellegrini venuti da ogni parte del mondo per assistere alla solenne
celebrazione.
Lo
squillo delle trombe d'argento annunciò l'arrivo del Sommo Pontefice, il Papa
Pio XII, che procedeva lentamente nella basilica vaticana, tra la folla osannante.
Ad un certo punto, un pellegrino, dalla voce tonante, gridò al Papa: «Santità,
Santità, le porte dell'inferno non prevarranno mai...».
Il
Vicario di Cristo, a quel grido tonante si voltò di scatto, guardò il
pellegrino, gli sorrise, e ripetè anche lui con voce ferma e con uno sguardo
sovrumano: «Sì, non prevarranno mai!».
A
quelle parole del Pontefice fece eco immediata un coro possente di voci che tutte
insieme gridarono con forza e passione di fede: «Non prevarranno!..Non
prevarranno mai!..», riempiendo le volte maestose del tempio michelangiolesco.
Molti
occhi allora si inumidirono e si riempirono di lagrime, mentre, guardando in su,
potevano anche leggere, scritte a caratteri cubitali, le parole di Gesù a San
Pietro: «Tu es Petrus, et super hanc petram azdificabo Ecclesiam meam, et
portte inferi non prcevalebunt».
«È
morto l'ultimo Papa»
Un
giorno, durante un'udienza, il Papa Pio IX domandò a un giovane seminarista: «Quali
sono le note caratteristiche della vera Chiesa?»
«Sono
quattro: - rispose il seminarista - unità, santità, cattolicità, apostolicità».
«E
quale è la quinta nota?» - chiese ancora il Papa.
Il
seminarista non aveva mai sentito parlare di una quinta nota della vera Chiesa,
e rimase in silenzio.
Allora
il Papa gli disse: «È la persecuzione, è la Chiesa perseguitata, come disse
Gesù stesso: «Hanno perseguitato Me, perseguiteranno anche voi».
Ma
anche nelle persecuzioni e nelle lotte, sotto accuse e calunnie, tra gli
assalti e le minacce, la «Pietra» non viene mai meno, non può venir meno,
perché essa porta in sè un'energia vitale che le viene da Gesù Cristo
stesso, «Pietra viva» (1 Pt 2,4), «testata d'angolo, roccia contro cui si
sbatte e pietra di rovina. Difatti, contro di essa andranno a urtare coloro
che non hanno voluto credere al Vangelo...» (Ivi, 7-8).
Quando
il Papa Pio VI, depredato e trattato in maniera indegna, morì in esilio forzato
a Valenza, alla veneranda età di 82 anni, l'operaio che chiuse la cassa con il
corpo del Pontefice, disse sghignazzando: «È morto l'ultimo Papa!».
Napoleone
e soci, nemici della Chiesa, credevano davvero di averla spuntata eliminando
il Papato dalla storia del mondo. E invece dovettero restare sbalorditi quando
sei mesi dopo veniva proclamata al mondo intero la notizia dell'elezione del
nuovo Papa, Pio VII, avvenuta in un Conclave tenuto a Venezia, nonostante tutte
le traversie e i travagli dell'ora che la Chiesa stava vivendo tra lotte e
persecuzioni.
È
rimasto anche celebre nella storia della seconda guerra mondiale l'episodio
dell'alto gerarca nazista, il quale, in una riunione ad alto livello politico
e militare, scagliando a terra una coppa di cristallo, esclamò con furore: «Così
frantumeremo la Chiesa Cattolica!».
Ma la coppa, scagliata a terra, rimase intatta, sotto gli occhi di tutti! Non sapeva il gerarca nazista che la Chiesa non è di cristallo, ma di roccia infrangibile?
Il
Papato è stata e resterà l'unica dinastia che non conoscerà tramonto fino
alla fine dei tempi. Se leggiamo e pensiamo la storia, scopriamo ad occhio nudo
che la Chiesa vive immortale e avanza tra i secoli e i millenni con una
sicurezza che nulla può avere di umano.
Eppure,
sappiamo bene che sono stati in tanti, di volta in volta, a credere di poterle
cantare il Requiem ceternam, in questa o quell'occasione di persecuzione e
oppressione, di poter proclamare la fine del Papato per questo o
quell'evento di travaglio o di caos nel mondo e nella Chiesa stessa.
Ricordiamo
che già nel primo secolo lo storico e proconsole Plinio scriveva: «Fra poco,
grazie alla persecuzione, la Chiesa sarà soffocata e non si sentirà più
parlare del crocifisso». E da allora sono passati venti secoli.
Ricordiamo
poi Giuliano l'Apostata, il quale, nel secolo quarto, si vantava di preparare
- e con quale furia satanica - la tomba alla Chiesa di Cristo. E da allora
sono passati sedici secoli.
Nel
secolo decimo sesto, in seguito, Lutero malediceva il Papa predicendo, come un
forsennato: «O Papa, io sarò la tua morte!... Sì, io, papa Lutero I, per
comandamento di Nostro Signore Gesù Cristo e dell'Altissimo Padre, ti mando
all'inferno!». E da quando Lutero è morto sono passati quattro secoli.
Nei
secoli seguenti, inoltre, Voltaire, prima, e Napoleone, dopo, assicuravano la
fine del Papato e della Chiesa, seguiti da Francesco Crispi, il quale proclamò
che il Papa Pio IX sarebbe stato l'ultimo Papa, fino a Lenin, il quale promise
il finimondo dell'era marxista...
Sono
tutti passati, inesorabilmente. Solo la Chiesa rimane, pur tra lotte e travagli
esterni e interni. Il Papa vive e opera. Egli è davvero «il Vecchio che torna
sempre», come lo definì lo scrittore e filosofo cattolico che fu Giuseppe De
Maistre. Con la barca di Pietro, con la sua Chiesa, il Papa avanza nel tempo
fino al terminale della storia, perché egli, come scrisse lo scienziato
Guglielmo Marconi, «è il Navigatore che ha superato le burrasche della storia,
che porta i soccorsi della Verità, e che dell'universale mondo dello spirito è
il Sovrano».
«Per
tutti i secoli dei secoli»
Il
celebre predicatore francese, Padre Monsabrè, nei suoi scritti ha lasciato
anche la descrizione della celebrazione del diciottesimo centenario del
martirio del primo Papa, San Pietro Apostolo, che si tenne nella basilica
vaticana nel 1867. Così egli scrive:
«Cinquecento
vescovi erano presenti all'augusta cerimonia nella basilica vaticana,
riboccante di una folla immensa venuta da tutte le parti della terra. Presso la
tomba del Principe degli Apostoli, un vegliardo, Pio IX, salutò quella
moltitudine, dicendo: - Il Signore sia con voi!
Ad
un tratto voci infantili, simili a quelle angeliche, dall'alto della cupola
fecero scendere, in artistiche modulazioni, queste parole di Cristo: - Tu es
Petrus, et super hanc petram tedificabo Ecclesiam meam, et portce inferi non
prtevalebunt adversus eam.
Il
coro e il clero, l'uno dopo l'altro rispondevano: - Non prcevalebunt adversus
eam.
Quando
ebbero finito, il Vegliardo, appoggiando sull'altare le due mani, cantava a
piena voce: - Per omnia scecula sceculorum... E così per tutti i secoli!
Avevo
gli occhi bagnati di lagrime, il cuore mi martellava nel petto, dicevo a me
stesso: - È dunque vero che Pietro vive ancora!...».
Amiamo
riportare qui, a conclusione di questo capitolo, una graziosa e significativa
leggenda sul Papato.
«S'innalzarono,
ad Eliopoli, mille obelischi, che sembrano frecce di sfida lanciate al cielo:
odoravano di balsamo le sale della reggia. Ma un giorno si presentò al Faraone
un vecchio e disse: - Cedimi le armi, lascia la reggia ed il regno, abbatti gli
obelischi, distruggi i templi e le città, e vattene.
Rise
il Faraone. - Vattene tu, pazzo! Tutti i vicini hanno ceduto le armi a me, ho
incendiato i loro palazzi, ho distrutto le loro città ed i templi e tu t'imponi
a me? Sei tu più forte? Chi sei tu?
Tentennò
il capo il vecchio e disse: - Io sono più forte di te poichè sono il tempo.
Impallidì
il Faraone e chinò la testa, lasciò il regno, venne abbattuta la reggia, e le
armi furono rose dalla ruggine.
E
si presentò il vecchio a Babilonia, a Ninive, ad Atene, a Cartagine, a Roma, e
tutti obbedirono. E passò e ripassò e tutto giacque.
Ma
un giorno nel suo vagabondaggio ritornò a Roma e salì in Vaticano. Diede lo
stesso comando: ma il Papa restò nella pace e non volle obbedire. - Ma io sono
il tempo: disse il vecchio. A lui il Papa rispose: - Ed io sono l'eternità!».
Il
Papa è il maestro universale della Fede e della Morale; è il maestro che
insegna a tutti gli uomini a credere secondo verità e a operare rettamente per
raggiungere il Regno dei cieli.
Ma
il Papa è un maestro di verità unico al mondo, veramente eccezionale, perché
è un maestro che non può mai sbagliare nel suo insegnamento di fede e di
morale al Popolo di Dio: è un maestro, cioè, «infallibile».
Il
Catechismo della Chiesa Cattolica insegna che il romano Pontefice, il Papa, è
infallibile «quando, quale supremo pastore e dottore di tutti i fedeli, che
conferma nella fede tutti i suoi fratelli, proclama con un atto definitivo una
dottrina riguardante la fede o la morale» (n. 891) o «quando, pur senza
arrivare ad una decisione infallibile e senza pronunziarsi in `maniera
definitiva', propone, nell'esercizio del Magistero ordinario, un insegnamento
che porta ad una migliore intelligenza della Rivelazione in materia di fede e di
costumi» (n. 892).
Ci
fu un Concilio Ecumenico che definì l'infallibilità del Romano Pontefice. Fu
il Concilio Ecumenico Vaticano I, indetto dal Papa Pio IX, il Papa
dell'Immacolata, che ebbe il Pontificato lungo ben 32 anni.
Il
18 luglio 1870, presenti 533 vescovi venuti da ogni parte del mondo, nella basilica
di San Pietro a Roma, venne definita e proclamata l'infallibilità pontificia,
quale «dogma rivelato da Dio».
Quale
grazia e quale dono fu questo dogma di fede per tutta la cristianità, per tutta
l'umanità! La Chiesa intera con il Papa ha proclamato questa verità di fede
che ci dona tanta certezza di verità, superiore a qualsiasi altra certezza o
sicurezza che possa venire da qualunque uomo sulla terra e neppure da tutti
gli uomini insieme.
San
Tommaso Moro, gran cancelliere del Regno, fu martire della fede cattolica in
Inghilterra per non aver voluto aderire alla Chiesa nazionale anglicana di
Enrico VIII. Quando venne portato in tribunale, dinanzi al Concilio della Chiesa
nazionale, per essere condannato, egli pronunziò queste nobili parole: «Il
grande Concilio d'Inghilterra è contro di me; ma io ho dalla mia parte il gran
Concilio della Cristianità, dove Pietro è redivivo nel suo Successore».
Come
insegnava San Giovanni Bosco, infatti, soltanto «dov'è il successore di San
Pietro, là è la vera Chiesa di Gesù Cristo», perché «il Papa e la Chiesa -
afferma S. Francesco di Sales - sono una cosa sola».
Si
fa confusione, a volte, tra infallibilità e impeccabilità, che sono due cose
ben diverse, anche se stanno ottimamente bene insieme.
L'impeccabilità,
infatti, è immunità dal peccato, sia pur minimo, ed è stata prerogativa solo
di Gesù Cristo e di Maria sua Madre. Nessun Papa, come nessun Santo, ha avuto
mai l'impeccabilità, ossia l'immunità da qualsiasi peccato.
L'infallibilità
pontificia, invece, è immunità dall'errore in materia di fede e di morale, e
riguarda l'insegnamento che il romano Pontefice rivolge al Popolo di Dio per
guidarlo sulla via della salvezza eterna. Lo Spirito Santo assiste personalmente
il Papa in questo compito e lo rende fedele custode del deposito della Fede e
della Morale. Per questo egli non può errare nel guidare i fedeli sulla via
sicura della salvezza e della santificazione, nonostante le insidie e le
trame delle forze del male.
Si
può anche dire, e meglio, con il Catechismo della Chiesa Cattolica, che
l'infallibilità «si estende anche a tutti gli elementi di dottrina, ivi
compresa la morale, senza i quali le verità salvifiche della fede non possono
essere custodite, esposte o osservate» (n. 2035).
Ma
l'infallibilità del Papa come Pastore universale non esclude che egli possa
errare come persona privata, così come, e ancor più, non esclude la debolezza
nei comportamenti personali. Basti pensare proprio a San Pietro, il quale arrivò
a «rinnegare per tre volte», e pubblicamente, il suo divin Maestro, nelle
ore buie della Passione e Morte (cf Lc 22, 55-62).
Fu
lo stesso Gesù, del resto, a presentare a San Pietro il dono
dell'infallibilità proprio in un contesto di debolezza e di fragilità: «Simone,
Simone, ecco satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato
per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i
tuoi fratelli» (Lc 22, 31).
L'infallibilità,
quindi, è dono dell'intelletto, a differenza dell'impeccabilità, che è dono
della volontà. Perciò, anche se un Papa agisse male nei suoi comportamenti
personali, resterebbe sempre intatta e salda la sua infallibilità
nell'insegnare agli uomini la verità secondo la pura Fede e la retta Morale
cristiana.
Il
dotto Padre Ventura così conferma questa verità: «La storia ci attesta che...
anche in quei secoli in cui i costumi di alcuni Pontefici non furono
santissimi, le loro decisioni dommatiche però furono infallibili...; le
passioni che alcune volte circondarono le cattedre eterne, non poterono però
mai oscurarne la verità...»
Inoltre,
a differenza della Chiesa, che è anch'essa infallibile - ma soltanto se è in
comunione con l'insegnamento del Papa -, il romano Pontefice è infallibile
anche da solo, senza il consenso della Chiesa, e magari contro il parere della
Chiesa. È lui solo, dunque, la vera «Pietra» della verità in tutto ciò che
riguarda la Fede e la Morale. Diceva bene, quindi, quel grande difensore
dell'infallibilità pontificia che fu S. Alfonso de' Liguori: «Dopo Dio, non
abbiamo che il Papa».
Per
il dono dell'infallibilità personale, il romano Pontefice, qualora volesse
deviare dalla retta fede e morale ne sarebbe impedito dall'assistenza speciale
dello Spirito Santo. E in più occasioni, per resistere alla tentazione o al
pericolo di cedimento, egli deve armarsi di fortezza anche intrepida ed eroica
contro l'errore.
Ne
abbiamo avuti esempi mirabili lungo i due millenni di storia della Chiesa, dai
primi tempi fino ai nostri giorni. Molte volte i Papi si sono trovati di
fronte all'aut-aut, all'alternativa estrema: o negare una verità o perdere la
vita, o affermare un errore o prendere la via dell'esilio, o concedere ciò che
è male o essere imprigionato e perdere magari masse intere di popolo.
Contro
l'antico Ario, ad esempio, che negava la divinità di Cristo, convincendo e
tirando dalla sua parte un gran numero di vescovi della Chiesa d'oriente, il
romano Pontefice rispose opponendosi risolutamente e fermamente, appoggiando
il grande Padre della Chiesa, S. Atanasio, con S. Eusebio, invitti campioni
antiariani.
Contro
Dioscoro ed Eutiche che negavano l'esistenza dell'umanità reale in Cristo,
il Papa S. Leone Magno inviò al Concilio IV di Calcedonia una lettera di
aperta condanna dell'eresia. Allora si disse in Concilio: «Pietro ha parlato
per bocca di Leone!», e un grido eruppe dal petto dei Padri conciliari:
Questa è la fede degli Apostoli. Questa noi crediamo fermamente!».
Nelle
controversie contro i Pelagiani che negavano la realtà della grazia e della
redenzione dell'uomo, S. Agostino si batteva da gran maestro nel presentare le
verità di fede secondo l'insegnamento della Tradizione e gli approfondimenti
della speculazione teologica più alta. Ma era sempre in attesa della sentenza
che doveva arrivare da Roma, dal Pontefice romano, Zosimo. Quando difatti
arrivò la sentenza del Papa, S. Agostino coniò la famosa espressione: «Roma
ha parlato, la causa è finita» (Roma locuta est, causa finita est).
La
difesa della verità a volte è costata davvero grosse perdite che hanno
lacerato la Chiesa, mettendo i fratelli contro i fratelli. Ma non si può
transigere sulla verità, perché la verità è vita, l'errore è morte. La
storia della Chiesa attesta con vigore questa difesa della verità, da parte
dei romani Pontefici, anche a costo di sofferenze incalcolabili.
Contro
Fozio e Cerulario, ad esempio, che da Costantinopoli chiedevano al Papa di
abolire una sola parola del Credo («filioque») per poter andare d'accordo e
salvare l'unità fra Oriente e Occidente, la risposta del romano Pontefice fu
sempre ferma e inflessibile: la verità non si tocca neppure per un punto.
Contro
Enrico VIII, che minacciava di staccare l'Inghilterra da Roma, se non gli veniva
concesso il divorzio, i Papi Clemente VII e Paolo III furono irremovibili nel
ribadire l'insegnamento di Cristo: «L'uomo non separi ciò che Dio ha unito» (Mt
19,6), perdendo di fatto gran parte del popolo inglese.
Contro
Lutero, deciso a spaccare l'Europa per far valere le sue dottrine ereticali,
la risposta del Papa fu sempre ferma e decisa, anche se ripetuta con
l'angoscia più profonda del cuore per la perdita di interi popoli e nazioni
cristiane.
Anche
ai nostri tempi, contro i tentativi di coinvolgere la Chiesa nelle lubriche vie
della contraccezione praticata ormai ovunque sul pianeta terra, ecco alzarsi
le voci accorate e ferme dei romani Pontefici Paolo VI con l'Enciclica Humance
vitcu e del Papa Giovanni Paolo II con l'Enciclica Familiaris consortio.
Lo
stesso si dica dei problemi angosciosi dell'aborto, dell'eutanasia, dell'ingegneria
genetica con le nascite in provetta: la voce più sollecita e potente, la voce
più alta e paterna viene ancora dal romano Pontefice, dal Papa, unico
difensore della vita contro tutte le violenze e sopraffazioni, le oppressioni
e manipolazioni di morte.
È
proprio vero ciò che affermava San Pierdamiani quando scriveva che «la Sede
Apostolica è quella che riforma tutto ciò che è erroneo e malvagio».
L'unità
dell'insegnamento sostiene l'unità della Fede. Un insegnamento infallibile,
poi, garantisce al massimo l'unità della fede tra i credenti e non può
ammettere divisioni dal momento che elimina ogni possibile questione secondo
le opinioni personali. Con l'insegnamento infallibile, in effetti, ci si ritrova
tutti uniti intorno alla «verità che fa liberi» (Gv 8,32) e fa crescere nella
«carità» (cf 1 Ts 3,12).
Per
convincersi subito di ciò, basta dare un'occhiata rapida al Protestantesimo,
frantumato in più di quattrocento gruppi (o sette), molto spesso
contrapposti. È difficile fare un conto esatto. La contraddizione sta
soprattutto nel fatto che i protestanti, pur sostenendo che la Bibbia è
infallibile, ammettono poi il libero esame, ossia la libera ispirazione e
interpretazione della Sacra Scrittura; e siccome non c'è nessuno fra di loro
che sia infallibile - essi negano l'infallibilità pontificia - bisognerà
ammettere che tutti ... hanno ragione. Di qui le centinaia e forse migliaia di
chiese protestanti piccole o grandi, con una vera babele di verità di fede,
quanti sono i singoli magisteri personali o di gruppo...
Senza
la presenza del Papa, interprete infallibile della Parola di Dio, noi ci troveremmo
sempre nella totale incertezza riguardo alla verità del Vangelo, riguardo al
vero contenuto del messaggio di Cristo, riguardo alla via stessa della salvezza.
Viene da chiedersi: poteva mai il Signore Gesù lasciarci in questo stato di
confusione babelica?
Ascoltare
il Papa, quindi, essere in comunione con il Papa: significa trovarsi in
comunione con lo Spirito Santo, anima della Chiesa, che lo ispira e lo assiste
nel discernimento della verità dall'errore. «Io sono unito alla cattedra di
Pietro; - scriveva S. Girolamo - se qualcuno è unito alla Cattedra di Pietro,
noi siamo fratelli».
Oggetto
dell'infallibilità del Papa, infatti, sono anche l'interpretazione del vero
senso della Sacra Scrittura e della Tradizione, la condanna degli errori
contrari alla fede e ai costumi, le canonizzazioni dei Santi, le approvazioni
delle Regole per la vita consacrata.
È
bene precisare, inoltre, che il Papa esercita il suo magistero infallibile in
due modi:
1)
con il magistero solenne, attraverso le bolle dommatiche con cui si definisce la
verità rivelata (ad esempio, la Bolla Ineffabilis Deus per definire
l'Immacolata Concezione, e la Bolla Munificentissimus Deus per definire
l'Assunzione di Maria in anima e corpo al Cielo);
2)
con il magistero ordinario universale, attraverso Encicliche, Esortazioni apostoliche,
Lettere, Discorsi e ogni altra forma di comunicazione con cui trasmettere il
patrimonio di fede della Chiesa.
Possiamo
anche noi ripetere con S. Girolamo, che per il dono dell'infallibilità «la
Chiesa Romana è inaccessibile all'eresia». Con il Papa, vero Maestro
universale, primo e sommo teologo, noi camminiamo sicuri verso l'eternità,
ricordando bene quanto l'Alighieri ha scritto nei suoi mirabili versi: «Avete
il nuovo e '1 vecchio testamento e '1 Pastor de la Chiesa che vi guida: questo
vi basti a vostro salvamento» (Par, 5,76).
Tra
i molti titoli attribuiti al Papa, ci sono quelli di «Pastore del gregge del
Signore», come dice S. Ambrogio, di «Padre del popolo cristiano», come dice
S. Agostino, di «Padre della Chiesa universale», come dice S. Anselmo, di «Padre
delle Nazioni», «Padre dei poveri», «Padre santo dell'umanità redenta»,
come dicono altri, di «Papa e Padre di tutti», come dice il Beato Umberto di
Romans.
Sì,
il Papa è il «Padre di tutti», perché a lui è stata ed è affidata l'umanità
dei redenti, ossia di tutti gli uomini che Dio «vuole siano salvi e raggiungano
la conoscenza della verità» (1 Tm 1,4). Nulla dei problemi dell'uomo può
dunque disinteressare il Papa, il «Padre di tutti», impegnato a trasmettere e
donare a ogni uomo il patrimonio della Rivelazione divina, il deposito della
Fede, senza la quale «è impossibile piacere a Dio» (Eb 11,6).
Il
problema dell'evangelizzazione planetaria - estremo mandato di Cristo prima
dell'Ascensione: «Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni
creatura» (Mc 16,15) - è il problema costante e primario della Chiesa sempre
e dovunque «missionaria», perché tutti gli uomini credano alla «Buona
Novella»: ma «come potranno credere - dice S. Paolo - senza averne sentito
parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi?» (Rm
11,14).
Il
Papa è «Padre di tutti» principalmente attraverso gli evangelizzatori, i
missionari, gli apostoli e i consacrati che si spandono sulla terra a
portare la Parola di vita del Vangelo, l'Acqua della vita della grazia, il Pane
di vita dell'Eucarestia.
La
Chiesa è vita, è vita delle anime, è vita eterna, è vita anche temporale
nella cura dei poveri e degli oppressi, dei sofferenti e dei tribolati.
Il
«Padre di tutti» guarda all'umanità intera e si fa carico delle
preoccupazioni dell'umanità nell'affermare soprattutto i grandi valori
dell'uomo e dell'umanità, ossia: la salvezza eterna dell'anima, la crescita
della Fede, la difesa della vita, la custodia della pace nella giustizia e nella
libertà, la sollecitudine verso i poveri e verso i sofferenti, la promozione
dei popoli sottosviluppati e abbandonati.
E
la grande scuola del Papato dei due millenni scorsi ci presenta, pur tra le
ombre della Chiesa debole e «peccatrice» nel suo elemento umano, la luce
sfolgorante di Papi Santi e Martiri, di Papi sapienti e generosi, di Papi poveri
e miti, di Papi ardenti e intraprendenti, di Papi pazienti ed eroici: è un
quadro unico della paternità universale di ogni Papa, della paternità sempre
volta sia al bene supremo ed eterno dell'uomo, ossia la salvezza eterna
dell'anima, sia al bene temporale dell'uomo, ossia la difesa della vita e della
pace, la salvaguardia della libertà e della giustizia, la cura dei poveri e dei
sofferenti.
Basterebbe
pensare alla rete delle Missioni sparse su tutti i continenti del pianeta
terra, per capire subito come il «Padre di tutti» ha cura di tutti gli uomini
e diriga e sostenga tutti i consacrati che abbandonano ogni cosa «a causa di
Cristo e del Vangelo» (Mc 10, 29), per dedicarsi a prò dei fratelli da salvare
e aiutare, specialmente dei più diseredati e sottosviluppati nei paesi dell'Africa
e dell'Asia, tra i popoli del Medio Oriente e dell'Est europeo, senza trascurare
i bisogni soprattutto spirituali delle nazioni opulente schiavizzate dai beni
terreni senza rendersi conto che «passa la scena di questo mondo» (1 Cor
7,31).
L'attività
primaria delle «Missioni», si sa, è volta alla salvezza dell'uomo in tutta la
sua realtà di anima e di corpo. La presenza e il lavoro dei missionari,
infatti, si esprime soprattutto nella edificazione di Chiese, scuole e ospedali,
per andare subito incontro alle necessità primarie dell'uomo, che sono la
vita spirituale, la vita intellettuale, la vita fisica.
Il
«Padre di tutti» non può che provare gioia ed esultanza di spirito quando può
inviare gruppi di missionari e di apostoli - consacrati o anche laici - nelle
terre lontane più bisognose della Parola di Vita, dell'Acqua di Vita, del
Pane di Vita: ossia, la Parola di Dio che illumina e guida, l'Acqua della
grazia che purifica e vivifica, il Pane dell'Eucarestia che nutre e fa
crescere «fino alla statura di Cristo» (Ef 4,13).
E
se c'è una tristezza nell'anima del «Padre di tutti» è proprio quella di
vedere assottigliarsi, anziché ingrossarsi, le file dei missionari e degli
apostoli della «Buona Novella».
Ciò
significa, infatti, diminuzione di Chiese, di scuole, di ospedali, e di conseguenza,
anche, di case e di strade, di fabbriche e di campi di lavoro. La preghiera
perché «il Signore mandi operai nella sua messe» (Mt 9,38) è sempre una
preghiera urgente, e oggi più urgente che mai, perché, di fatto, «la Chiesa
sta invecchiando - diceva il grande Servo di Dio P. Pio da Pietrelcina -, e ciò
è castigo di Dio».
Il
lavoro è un bene, anzi è un valore primordiale nella vita di ogni uomo. Per
il suo sostentamento e per la sua crescita, per le sue capacità e per la sua
dignità. Ogni uomo è tenuto, per questo, al lavoro giusto e proporzionato. E
questo dovere del lavoro è tale che, secondo la massima dell'Apostolo delle
genti, «chi non lavora, non mangi» (2 Ts 3,40).
Il
problema maggiore fra gli uomini, tuttavia, è oggi la mancanza di lavoro, da
una parte, e lo sfruttamento dei lavoratori, dall'altra; per cui, si determinano
condizioni di disoccupazione, per un verso, a causa della scarsità di fonti
del lavoro, e di oppressione, per un altro verso, a causa del sovraccarico di
lavoro con cui vengono sfruttati gli operai, neppure retribuiti secondo
giustizia.
E
qui conosciamo gli interventi dei Sommi Pontefici che hanno alzato la voce di «Difensori
degli oppressi» contro le ingiustizie e sperequazioni sociali. E in tal modo
abbiamo avuto le grandi encicliche sociali soprattutto dei Sommi Pontefici Leone
XIII (Rerum novarum), Pio XI (Quadragesimo anno), Paolo VI (Populorum
progressio), Giovanni Paolo II (Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis e
Centesimus annus).
Queste
encicliche sociali sono testi fondamentali per conoscere la dottrina della
Chiesa sul lavoro e sul problema economico che riguarda l'umanità intera.
Basti qui ricordare Papa Giovanni XXIII, il quale definì l'enciclica Rerum
novarum di Leone XIII «una somma del Cattolicesimo in campo economico e
sociale».
È
per questo che sulla tomba del Papa Leone XIII, nella basilica Lateranense, a
fianco alla figura del Papa si trova la sagoma di un operaio che porta sulle
sue braccia robuste due monconi di una catena spezzata, mentre guarda il Papa
e, sorridendo, tende a lui le braccia liberate dalla catena spezzata.
E
il Papa Giovanni Paolo II, da parte sua, è così vicino al mondo degli operai
da arrivare a definirsi confidenzialmente «amico e collega degli operai»,
giacché con tutta verità, essendo stato egli operaio, da giovane, in un
discorso al polo industriale di Pomezia, dove lavorano 35000 operai, egli disse
a loro: «Conosco bene il vostro stato d'animo e le vostre tensioni. Anch'io ho
avuto l'esperienza diretta di un lavoro fisico come il vostro, di una fatica
giornaliera e della sua dipendenza, pesantezza e monotonia....».
Se
gli uomini dessero ascolto alla parola e agli insegnamenti dei Papi, l'umanità
non soffrirebbe certamente tanti dissesti nella giustizia sociale, tante
sperequazioni nel trattamento degli operai, tanti sfruttamenti e oppressioni
dei più deboli e meno abbienti fra gli uomini, a profitto ingiusto e disonesto
di poche e straricche multinazionali o gruppi di potere.
La
vita è il valore primario dell'uomo, è la base di ogni altro bene. Senza la
vita si è nella morte. La morte spirituale distrugge la vita dell'anima. La
morte fisica distrugge la vita del corpo.
Più
preziosa, immensamente più preziosa è la vita spirituale, la vita dell'anima
in grazia di Dio. Chi si trova con la morte dell'anima nello stato di peccato
mortale, dovrebbe ricordare le parole lucide e forti di Gesù: «Qual vantaggio,
infatti, avrà l'uomo se guadagnerà il mondo intero, e poi perderà la propria
anima? O che cosa potrà dare in cambio della propria anima?» (Mt 16,26).
Ma
anche la vita del corpo è dono di Dio che ha creato l'uomo corpo e anima, ed è
un valore da custodire, è un bene da valorizzare e mai da profanare, tanto
meno da uccidere o distruggere. È perentorio, per questo, il comandamento di
Dio: «Non uccidere»! (Dt 5,17).
Che
cosa avviene, però, tra gli uomini? Da Caino in poi, purtroppo, tendenza e facilità
a uccidere il fratello hanno segnato la storia dell'umanità con torrenti e
fiumi di sangue fratricida, alla scuola e sotto la regia di satana, di colui che
«è stato l'omicida fin da principio» (Gv 8,44).
Le
guerre e uccisioni, infatti, hanno costellato e stanno costellando il cammino
dell'umanità su questa povera terra. Da oriente a occidente, il fragore delle
armi risuona, or qua or là, tra popoli e nazioni, senza risparmiare, a volte,
il mondo intero già impegnato, difatti, in due cosidette «guerre mondiali».
Ci
sono ancora uomini che ricordano la prima guerra mondiale con le sue stragi e
devastazioni. Ma qui vogliamo ricordare soprattutto la sofferenza del Santo
Padre Pio X, il quale tentò ogni via per impedire quell'immane flagello. E fu
lui a rispondere all'ambasciatore di Francesco Giuseppe, che chiedeva la
benedizione papale sopra le armate austriache: «Io benedico la Pace, non la
guerra». E fu lui, quale «Padre di tutti», all'avanzarsi inarrestabile del
conflitto mondiale, a ripetere con angoscia: «Poveri figli miei! Darei in
olocausto questa povera vita mia per impedire lo strazio di tante giovinezze!...
Ah, questa guerra in arrivo!... mi sembra di sognare un sogno pauroso... Io
sento che sarà la mia morte!».
E
difatti, il suo cuore non resse più allo strazio, ed egli mori all'alba del 20
agosto 1914, dopo aver detto: «Faccio sacrificio della mia vita per quella dei
miei figli!».
Anche
durante la seconda guerra mondiale, il Papa Pio XII offri a Dio per l'umanità
in guerra fratricida la sua preghiera ardente e la sua penitenza, dormendo sempre
per terra, fino alla fine del conflitto.
Più
recentemente, infine, tutti abbiamo conosciuto la passione con cui il Papa Giovanni
Paolo II ha alzato la voce contro la guerra nell'Irak, in Bosnia Erzegovina e in
altre parti della terra, trovandosi a volte pressoché solo a difendere la vita
contro la barbara violenza della morte nelle guerre fratricide, e pregando tante
volte, a lungo, disteso per terra con le braccia a croce, dinanzi al
Tabernacolo.
È
stato scritto, con ragione, che «se si facesse un referendum su chi è il
miglior difensore dei diritti umani, il Papa Giovanni Paolo II riceverebbe due
miliardi e mezzo di voti su tre miliardi di votanti».
È
indiscussa ormai nel mondo intero la fama riscossa dal Papa Giovanni Paolo II
quale difensore dei diritti umani e soprattutto di quel diritto umano primario
e fondamentale che è il diritto alla vita.
Contro
l'aborto e la contraccezione, contro l'eutanasia e la sterilizzazione - vere
cancrene e tragedie sociali di portata spaventosa - la voce di tutti i
Pontefici, ma in particolare del Papa Giovanni Paolo II, si è alzata e continua
ad alzarsi forte e vibrante, ammonitrice instancabile.
Sono
almeno 50 milioni gli aborti che vengono provocati ogni anno sulla terra. Altro
che guerra mondiale annuale! Qui è un'ecatombe di innocenti sacrificati sull'altare
dell'egoismo, ed è ancor più tragico sapere che ormai una tragedia giornaliera
così immane lascia indifferente la più gran parte dell'umanità. A quale
accecamento siamo ormai arrivati? Non è forse questo «l'impero delle tenebre»
(Lc 22, 53) di cui parla Gesù per sua Passione e Morte?
Intanto
il Papa Giovanni Paolo II percorre i cinque continenti e parla in difesa della
vita a folle anche oceaniche, specialmente ai giovani, come è avvenuto nel
gennaio 1995, quando egli ha visto radunati attorno a sé, a Manila, nelle
Isole Filippine, cinque milioni di giovani, accorsi da ogni parte del mondo per
ascoltare la sua voce di «Padre di tutti» in difesa della vita di «tutti i
figli», specie di quelli più inermi e innocenti ancora racchiusi nel grembo
materno e dei vecchi, degli invalidi e degli handicappati. Dio è sempre il «Dio
dei vivi e non dei morti»: è parola di Gesù (Mt 22, 32), è parola del Papa
Giovanni Paolo Il nella sua mirabile Enciclica sul valore e l'inviolabilità
della vita umana: Evangelium vitae.
Si
parla di «santità» del Papa; si dice, infatti, che il Papa è il «Santo
Padre», e ci si rivolge a lui chiamandolo: «Santità». Tutto questo è vero,
e ha il suo fondamento in Cristo. Basta riflettere, infatti, che se il Papa è
il «Vicario di Gesù Cristo», vuol dire che c'è in lui una presenza
particolare di Cristo, una presenza sempre santa e immacolata, nonostante le
eventuali o inevitabili debolezze del Papa quale figlio di Adamo come tutti gli
uomini.
E
se pure è vero che non sono mancate le ombre della debolezza adamitica in alcuni
Papi, lungo i due millenni di storia della Chiesa, resta molto più vero,
tuttavia, che la «Santità» è stata e rimane l'eredità più preziosa e
ricca, trasmessa di Papa in Papa, spesso senza alcuna interruzione. Basterebbe
pensare al nostro secolo, che ha avuto un Papa già canonizzato, San Pio X, e
tre Papi già Servi di Dio, in successione diretta: Pio XII, Giovanni XIII,
Paolo VI.
Sia
gloria a Dio e alla Santa Chiesa per ogni Papa, chiamato giustamente «Santo
Padre», che ha fatto splendere nella sua persona e nella sua vita quella
parola «Santità» con cui tutti i Papi vengono chiamati al cospetto del mondo
intero.
Il
Servo di Dio, Cardinale Merry del Val, così tratteggia, in poche frasi, l'anima
del Papa San Pio X, di cui fu Segretario di Stato: «Pio X aveva un'anima che
commuoveva tutti coloro che vivevano con lui. Io stesso mi sentivo
profondamente commosso, e mi pareva quasi impossibile ch'egli fosse nato in un
povero villaggio, mentre sembrava che fosse stato educato in una famiglia di
Sovrani. La santità conferiva ai suoi umili natali una luce di nobiltà che sorprendeva».
Il
Beato Orione, grande amico e confidente del Papa San Pio X, ha lasciato
anch'egli scritto che «più d'una volta mi è parso di vedere il volto del
Santo Padre illuminato da tanta luce di spiritualità, che mi pareva gli
irradiasse intorno alla fronte, come un raggio di predestinazione».
Il
servo di Dio Padre Pio da Pietrelcina, lo stimmatizzato del Gargano, parlando
del Papa San Pio X, vivente, affermava che pochi Sommi Pontefici hanno portato
al Soglio di San Pietro una santità così eccelsa come quella di San Pio X.
L'ambasciatore
dell'Argentina presso la Santa Sede, agli inizi di questo secolo, così
testimoniava del Papa San Pio X, da lui ben conosciuto: «La prima impressione
che mi fece il Servo di Dio fu di un uomo che irradia la santità. Scoppiai in
pianto: cosa che mai mi era accaduta...».
Si
sa che l'umiltà è la base di sostegno di ogni vera grandezza. Gesù stesso ha
stabilito questa legge della dinamica spirituale, per cui chi si innalza viene
abbassato e chi si abbassa viene innalzato, giacché «Dio resiste ai superbi,
mentre dà la sua grazia agli umili» (Gc 4,6).
Per
questo abbiamo avuto esempi bellissimi di Papi che hanno svelato la loro
eccelsa grandezza proprio umiliandosi nel riconoscimento della loro pochezza e
incapacità di figli di Adamo.
Si
sa, ad esempio, di S. Gregorio Magno che, temendo di poter essere eletto Papa,
andò a nascondersi per non essere trovato. E San Celestino venne eletto Papa
mentre si trovava ancora nel suo eremo, e fu necessario andarlo a prelevare per
portarlo all'incoronazione come Sommo Pontefice.
Sappiamo
bene, ancora, il dramma vissuto dal Card. Giuseppe Sarto, Patriarca di
Venezia, quando seppe che il Conclave era deciso ormai a eleggere lui quale
Successore di San Pietro: solo nella lunga orazione ai piedi del Tabernacolo,
con la faccia per terra, il Cardinale Giuseppe Sarto trovò la forza di
accettare l'elezione, e divenne Papa Pio X.
Ricordiamo
ancora il Papa Paolo VI che, appena eletto Sommo Pontefice, manifestò
sentimenti di consapevolezza della propria indegnità con espressioni di grande
sofferenza, richiamandosi direttamente a S. Paolo apostolo, il quale afferma
che, di preferenza, Dio sceglie per le sue opere chi è inetto e incapace, «perché
nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio» (1 Cor 1,29).
Nella
vita del Papa Clemente XIV si legge che un giorno richiamò alcune guardie
pontificie che allontanavano il popolino tutto stretto attorno al Papa: «Lasciate
stare questa povera gente - disse il Papa; - essi sono contenti di vedere eletto
Papa un uomo della loro classe sociale».
E
se si pensa, oggi, alla spiritualità del «servizio», presentata come una
scoperta dei nostri tempi, è bene ricordare, invece, che fu proprio uno dei più
grandi Papi, S. Gregorio Magno, già nel VI secolo, a firmare i suoi documenti
con l'espressione: Servus servorum Dei. Servo dei servi di Dio.
È
questa la grande lezione dell'umiltà che tutti dobbiamo apprendere, soprattutto
perché ci viene da coloro che, innalzati al sommo fastigio del supremo
Pontificato, hanno dato splendore alla loro «Santità» restando ben basati
sulle solide fondamenta dell'umiltà.
Vien
da pensare, forse a molti uomini, che la vita del Papa sia una vita agiata e
comoda, se non ricca e fastosa, priva, in ogni caso, di austerità e penitenze,
di privazioni e disagi. Vien da pensare, possiamo dire, che al Papa non possa
mancare nulla e che abbia tutto quello che vuole, senza alcuna difficoltà.
All'apparenza,
sembra sia davvero questa la realtà. Ma bisogna dire subito che si tratta
soltanto di apparenza, e non di realtà. È facile, infatti, capire che il solo
peso del Pontificato è qualcosa di tanto grande e gravoso da costituire già
esso stesso una «penitenza», un «giogo» che non ha l'eguale fra tutte le
altre grandi realtà sociali.
Il
Papa Adriano IV diceva che «nessuno è più da compatire del Romano Pontefice,
perché tutta la sua felicità è l'amarezza. La cattedra di S. Pietro è
circondata da pungoli e il peso è tale da opprimere le spalle più robuste».
Essere
il Vicario di Cristo, essere il Maestro universale «infallibile», essere il «Padre
di tutti», responsabile primario della Chiesa e dell'umanità, di ogni singola
anima come di ogni popolo e nazione: tutto questo è un peso che umanamente
schiaccerebbe chiunque. Come si può pensare, allora, che il Papa faccia una
vita comoda e tranquilla? Soltanto se si è molto superficiali, è possibile
credere ciò e magari parlare anche dei Palazzi vaticani come di una dimora per
la vita tutta dorata dei Papi.
Al
contrario, si sappia bene da tutti, che sono gli stessi Papi a volere una vita
di sacrificio anche nel tenore di vita giornaliera, cosicché dietro la
facciata sontuosa dei palazzi vaticani, la vita del Papa si svolge tutta nel
sacrificio indefesso della lunga preghiera, dell'intenso studio, del continuo
lavoro, e nella semplicità ordinaria del cibo e del sostentamento.
Ricordiamo,
per questo, il Papa San Pio V, il quale nei palazzi pontifici praticava le
stesse austerità che prima praticava nel suo convento domenicano.
E
il Papa Clemente XIV, umile francescano, volle restare e vivere da frate anche
nei palazzi vaticani, scegliendo come cuoco un frate converso semplice e
ingenuo. Chi faceva notare al Papa che quel regime comprometteva la dignità
papale, sentiva rispondersi: «Che volete? S. Pietro e S. Francesco non mi
hanno insegnato a pranzare splendidamente».
Ricordiamo
il Papa Gregorio XVI il quale, accanto al sontuoso letto pontificio, fece
collocare un povero lettino su cui coricarsi per penitenza. Ricordiamo il Papa
San Pio X, il quale andava a riposare alle 23 e si alzava alle 5 del mattino, e
restò fedele al rigido digiuno («un po' di pane e alcune noci, a cena»),
nonostante gli acciacchi dell'età e della salute. Ricordiamo il Papa Paolo
VI, il quale, secondo la testimonianza di chi accudiva alla sua persona, portava
il cilicio sulla nuda carne, specie in occasioni speciali, come nel 1973, Anno
Santo della Redenzione.
Tutti
abbiamo da imparare e dobbiamo imparare. La santità del Papa è modello per
tutti i cristiani. La penitenza del Papa è scuola per noi tutti, oggi in
questa società del benessere, dell'edonismo, del consumismo. «Pcenitemini»:
Fate penitenza (Mt 4,17): questo monito salutare di Gesù ci è stato ripetuto
anche in una intera Enciclica del Papa Paolo VI. Ricordiamoci sempre, ripete il
Papa, che la penitenza ci salva dall'inferno.
La
carità è la regina delle virtù e splende nella vita di tutti i Santi di
bellezza regale. La carità dei Sommi Pontefici, poi, è carità universale,
che non vuole dimenticare né trascurare nessuno, pur preferendo, di solito, i
poveri e i sofferenti, i più tribolati e disperati.
Vogliamo
ricordare qui, anzitutto, la carità sovraumana del nostro Papa Giovanni Paolo
II, il quale non solo ha perdonato subito al suo attentatore, Alì Agka, in Piazza
S. Pietro il 13 maggio 1981, ma ha voluto anche andare a visitarlo di persona
nel carcere di Rebibbia. Così come ricordiamo la sua carità verso gli
ammalati, che sono oggetto preferito delle sue visite, e per i quali ha scritto
anche una magnifica Lettera Enciclica - Salvifici doloris - ricca di dottrina
e di carità veramente paterna.
Più
indietro nel tempo, ricordiamo l'esempio del Papa S. Pio V, il quale, pur tra
tante preoccupazioni, trovava il tempo di andare a visitare i poveri e gli
ammalati. E un giorno incontrò sulla strada un povero malato coperto di piaghe:
il Papa si fermò subito a curarlo con paterna sollecitudine; e in quel mentre
si trovò a passare di là un giovane inglese protestante, che, a quella scena,
cadde in ginocchio vicino al Papa, e si convertì al cattolicesimo per quella
testimonianza di carità del Papa.
Ricordiamo
poi l'esempio del Papa Clemente VIII, il quale ogni giorno voleva a pranzo,
accanto alla sua mensa, un numero di poveri corrispondente al numero degli anni
del suo Pontificato. Ed era veramente bello vedere il Papa che versava l'acqua
sulle mani dei poveri e che benediceva la loro mensa arricchendola ogni volta
di qualche cibo in più.
Ricordiamo
anche il Papa Innocenzo XII, così generoso, specialmente verso i poveri, da
arrivare a destinare le rendite del suo patrimonio in loro soccorso, ospitando
anche molti poveri nel Laterano, perché non voleva che mendicassero per la città.
In più, diceva che i poveri erano i suoi «nipoti» e li nominò «eredi» alla
sua morte. Per questo era così amato dai poveri, che una volta, tornando egli
da Civitavecchia in lettiga, avendolo incontrato un gruppo di poveri, questi
lo sollevarono sulle loro spalle e lo portarono così al Palazzo del Laterano.
Passò alla storia, difatti, come «Padre dei poveri».
Sono
ben noti gli esempi di carità del Santo Padre Pio IX, già Venerabile, «Papa
dell'Immacolata». Ne riferiamo soltanto alcuni, piccoli ma significativi.
Già,
appena eletto Papa, il Ven. Pio IX decise subito di inaugurare il Pontificato
con un grande gesto di carità, concedendo un'amnistia generale politica per
tutti i carcerati dello Stato Pontificio. Ma i Cardinali temevano pericoli per
tale amnistia, e votarono tutti in nero. Il Papa vide bene tutti quei voti neri,
ma subito li coprì con la sua Calotta bianca, e disse: «Ecco che i voti sono
diventati tutti bianchi». E l'amnistia venne concessa.
Una
sera, terminata la solenne funzione in una Chiesa di Roma, il Papa Pio IX, mentre
sta per salire sulla carrozza, vede un povero ragazzo che piange dirottamente
vicino alla porta della Chiesa.
Il
Papa lo chiama a se per chiedergli che cosa sia successo. E il ragazzo, tra i
singhiozzi, risponde che tra poco le guardie avrebbero preso il padre per
portarlo in prigione, non potendo egli pagare un debito di dodici scudi.
Il
Papa chiede al suo seguito chi possa prestargli i dodici scudi. Ma nessuno dei
presenti, tutti in abito di cerimonia, aveva indosso tale somma. Allora il Papa
torna a casa, si procura i dodici scudi, e li consegna al ragazzo per impedire
che il papà sia imprigionato.
Un'altra
volta, a Roma, alla morte di un signore molto ricco, aperto il testamento, vi
era scritto che egli diseredava i suoi due figli, nominando erede universale dei
suoi beni il sacerdote che avesse celebrato la Messa per i suoi funerali. La
cosa apparve molto strana e ingiusta, ma appena il Papa Pio IX ne venne a
conoscenza, volle subito celebrare lui stesso la S. Messa esequiale di
suffragio, divenendo, in tal modo, legittimo erede di tutti quei beni che subito
si affrettò a donare ai due figli diseredati.
Ancora.
Un giorno, per una strada di Roma, il Papa Pio IX si imbattè in un povero
vecchio, disteso per terra, privo di sensi. Immediatamente il Papa si fermò
vicino a quel povero e chiese informazioni su di lui. Ci fu chi gli disse di non
curarsi di lui, perché era un «ebreo».
Il
Papa rimase disgustato per quella risposta, e fece trasportare subito quel povero
sulla sua carrozza per ricondurlo a casa, mandandogli poi il suo medico
personale per farlo curare.
Così
è la carità, come insegna S. Paolo, tutta protesa a donare e a donarsi,
cercando solo il bene degli altri (cf 1 Cor 13).
La
scuola dei Santi e con il «senso soprannaturale della fede» del Popolo di Dio,
come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 889), tutti siamo chiamati
ad amare il Papa quale Vicario di Cristo, Successore di S. Pietro, Maestro
universale, Padre di tutti, «Santo Padre». La fede della Chiesa si è espressa
nell'amore al Papa fin dagli inizi, fin da quando, stando S. Pietro in carcere,
«una preghiera saliva incessantemente a Dio dalla Chiesa per lui» (At 12,5),
e la preghiera della Chiesa ottenne la liberazione miracolosa di S. Pietro,
primo Papa (ef At 12,61 1).
Certamente,
è un dono di grazia aver la devozione e l'amore al Papa che hanno avuto i
Santi. Pensiamo all'amore di un S. Girolamo e di un S. Bernardo, di una S.
Brigida e di una S. Caterina da Siena, di un S. Francesco d'Assisi e di un S.
Alfonso dei Liguori, e così via fino S. Giovanni Bosco, al Beato Orione e a
Madre Teresa di Calcutta, ancora vivente.
È
vero, purtroppo, che sono anche molti coloro che non amano il Papa, che sono
indifferenti e magari contrari. La loro fede fa cilecca su questo punto,
illudendosi essi di essere nella Chiesa e di amare la Chiesa, opponendosi o
rifiutando colui che è la «Pietra» di fondazione della Chiesa, che è l'unico
Maestro infallibile della fede e della morale, Pastore universale del «gregge»
da condurre a salvezza.
«Chi
non onora il Santo Padre - scriveva S. Clemente Hofbauer -, non onora nemmeno
la Chiesa nostra Madre; chi non obbedisce ai comandi del Santo Padre, è anche
figlio disobbediente della Santa Chiesa; chi non prega per i propri genitori, è
un figlio perverso; e chi non prega per il Santo Padre, è un cattivo cristiano».
Al
contrario, come insegnava S. Giovanni Battista de La Salle, «tutti i fedeli
devono riguardare il Papa come Vicario di Gesù Cristo, Capo visibile della
Chiesa e successore di S. Pietro; e considerare la sua parola come la voce, di
cui Dio si serve per comunicare i suoi ordini» (Médit. 206).
Se
è vero, come è verissimo, che il Papa prega, e prega molto, per la Chiesa e
per l'umanità, perché «Padre di tutti», dovrebbe essere anche vero che i
figli, i fedeli, pregano per il Papa perché è loro Padre e Pastore. Così
hanno fatto i Santi, infatti, con quella passione tenace e ardente che
accomunava nel loro cuore l'Eucarestia, l'Immacolata e il Papa, un trinomio
d'amore tutto soprannaturale.
È
sempre la visione di fede che fa pregare per il Papa. «Dica al Papa che per
me, dopo Gesù, non c'è che lui», raccomandava P. Pio da Pietrelcina al suo
Vescovo che si recava dal Sommo Pontefice; e ai figli spirituali P Pio
raccomandava spesso di pregare per il Papa, «che io amo - diceva - quanto amo
Gesù» e per questo sul tavolino nella sua cella, accanto all'immagine della
Madonna, aveva sempre una fotografia del Papa, che illuminava di sera con una
piccola lampada. Pregare per il Papa! Impariamo da S. Caterina da Siena come da
S. Ignazio di Loyola, da S. Francesco di Sales come da S. Massimiliano Kolbe,
che soffriva grandemente al pensiero di tanti che non amano affatto il Papa,
mentre per lui, stando a Roma, ogni incontro con il Papa era una festa, una
grazia speciale.
«Se
mi amate, osservate...»
Si
dice che la vera obbedienza e il vero amore vanno insieme, sono inseparabili. Ed
è vero. Chi ama obbedisce alla persona amata, e viceversa. L'ha detto Gesù: «Se
mi amate, osservate i miei comandamenti» (Gv 14,15). Amare il Papa, quindi,
significa obbedire a lui, osservare le sue direttive, assecondare i suoi
voleri e desideri. È questo il contrassegno certo del vero amore, che non è
fatto di pii sentimenti e belle parole di fedeltà o di manifestazioni esterne
delle masse che applaudono e osannano il Vicario di Cristo, come sta avvenendo
particolarmente oggi nei riguardi del Papa Giovanni Paolo II.
E
l'obbbedienza più vera è quella che si esercita nelle difficoltà, nei
contrasti, nella sofferenza a volte anche terribile, come, ad esempio, nel caso
di S. Alfonso dei Liguori che, per le brighe malvage di qualche suo figlio
degenere, venne calunniato presso il Santo Padre che dovette deporlo da Superiore
Generale ed espellerlo dall'Istituto. S. Alfonso aveva 83 anni di età! Ai piedi
del Tabernacolo, affranto, il Santo vecchio gemeva: «Il Papa ha ragione. Così
vuole lui, così vuole Iddio!». E la sofferenza più intima era dovuta al fatto
che egli nei suoi scritti aveva difeso strenuamente e magistralmente il Primato
e l'infallibilità del Papa; e proprio lui, S. Alfonso, con un miracolo
strepitoso di bilocazione, assistette il Papa nell'agonia, stando al suo
capezzale per lunghe ore, come si legge ed è documentato nella vita.
Ricordiamo
ancora gli esempi eroici di fedeltà al Papa da parte dei due martiri inglesi,
S. Tommaso Moro e S. Giovanni Fischer, che non vollero rigettare l'autorità del
romano Pontefice per riconoscere il re Enrico VIII quale capo della nuova chiesa
d'Inghilterra, quella anglicana. Ricordiamo, poi, l'esempio dell'Arcivescovo
di Cambray, Mons. Fénelon, il quale, appena conosciuta la condanna della sua
opera, «Spiegazione delle massime dei Santi», salì sul pulpito per spiegare
egli stesso ai fedeli di non leggere quel libro in obbedienza al Papa,
commovendo gli uditori fino alle lagrime. Di più, pochi giorni dopo, in una
Lettera pastorale alla Diocesi, scriveva così: «Il Santo Padre, il Papa, ha
condannato il libro che porta il titolo «Spiegazione delle massime dei Santi»...
Io mi conformo sinceramente alla volontà del Pontefice, perfettamente e senza
ombra di riserva... Di tutto cuore vi esorto alla perfetta sottomissione e
obbedienza senza riserva, affinché non venga scemata la sincerità dell'obbedienza
dovuta alla Santa Sede, di cui io voglio darne, con l'aiuto di Dio, esempio fino
all'ultimo respiro della mia vita». Quanto non abbiamo da imparare tutti,
soprattutto oggi?
«Obbedienza
e Pace»
Crediamo
sia utile, qui, ricordare anche l'esempio del Servo di Dio P Pio da Pietrelcina,
il quale venne segregato e privato per due anni anche della possibilità di confessare,
proprio lui che è diventato il confessore più portentoso nella storia della
Chiesa, con una «clientela mondiale», come disse espressamente il Papa Paolo
VI. E durante le persecuzioni e prove ricorrenti, a cui fu sottoposto, pur con
l'anima straziata, P. Pio aveva la forza di dire: «Dolce è la mano della
Chiesa anche quando percuote, perché è la mano della Madre». E quando gli
veniva portata e letta dal Padre Superiore qualche lettera dell'autorità
ecclesiastica con severi provvedimenti, Padre Pio, in piedi e col capo basso,
ascoltava la lettura, e alla fine diceva: «Deo gratias!». Subito dopo, pregava
e piangeva.
Si
sa, del resto, che egli venerava il magistero pontificio e magnificava la dottrina
del Papa Pio XII, sempre attento a non lasciar cadere nel vuoto ogni esortazione
e direttiva dei Sommi Pontefici. E così, egli diede vita ai «Gruppi di
Preghiera», quando il Papa Pio XII, in un discorso del 1948, esortava e
spingeva a creare «gruppi di preghiera» per la salvezza dell'umanità.
Infine,
anche prima di morire, dopo avere affidato alla Madre Chiesa tutte le sue opere
- la «Casa Sollievo della Sofferenza» e i «Gruppi di Preghiera» - Padre
Pio scrisse una lettera al Papa Paolo VI, quale estremo segno di devozione al
Vicario di Cristo e alla Chiesa.
Vero
figlio del Serafico Padre S. Francesco, Padre Pio ha osservato fedelmente, ed
eroicamente, quanto S. Francesco aveva scritto nella Regola, ordinando che tutti
i frati siano «sempre sudditi e soggetti ai piedi della Sede Apostolica». E
si sa che S. Francesco d'Assisi non transigeva su questo, fino al punto di non
volere «neppure vedere» il frate non docile alla Sede Apostolica, anche se
solo nei riguardi di una disposizione liturgica.
Così,
soltanto così si ama veramente il Papa e la Chiesa, in piena e perfetta comunione
di gioie e di dolori, nelle consolazioni e nelle prove, in dedizione senza
riserve di se stesso, anche fino al sangue o fino alla sfumatura, come fece
anche S. Teresina, la quale, nel Carmelo, non volle leggere un libro di
spiritualità appena seppe che il suo autore, un sacerdote, non era in totale
comunione con il Vescovo.
Che
cosa dire, invece, oggi, quando si sa da tutti che molti - teologi e scrittori,
predicatori e confessori, consacrati e laici, in occidente e in oriente - non
solo non accettano, ma contestano e si oppongono apertamente al Magistero
del Papa, alla dottrina della Chiesa e agli insegnamenti ed esempi dei Santi?
Quanti
sono oggi, ad esempio, coloro che combattono, senza compromessi, come il Santo
Padre, contro l'aborto e la contraccezione, il divorzio e l'adulterio,
divenuti ormai aberrazioni planetarie? Quanti sono oggi, ad esempio, coloro che
ancora credono con il Santo Padre, senza compromessi, a tutte le Verità di fede
della Trinità e dell'Incarnazione redentiva, dei Novissimi e della Chiesa
fuori della quale non c'è salvezza?
Quale
dolore e amarezza per il Santo Padre, quale strazio e lacerazione del Corpo di
Cristo che è la Chiesa, quale confusione e oscurità nelle menti dei fedeli!
Questo è «il fumo di satana» nella Chiesa, come disse con vigore il Papa
Paolo VI.
Ricordiamo,
invece, a conclusione e a nostra edificazione, l'esempio del celebre studioso,
il Cardinale Baronio, storico della Chiesa Cattolica e autore degli «Annali
Ecclesiastici». Per quarant'anni, sul finire della giornata di studio, egli si
recava di solito a San Pietro in Vaticano, dove pregava a lungo sulla tomba
del Primo Papa, affidando a lui il suo lavoro giornaliero; passava quindi
dinanzi alla statua di bronzo di S. Pietro e gli baciava il piede, ripetendo con
fede le parole: «Obbedienza e Pace» (Obbedientia et Pax).
Solo
l'obbedienza per amore, infatti, ci dona la vera pace, perché è l'obbedienza
che ci unisce alla Volontà di Dio, nella quale soltanto è la nostra vera
Pace, come canta il Sommo Poeta Dante: «In sua Voluntade è nostra pace».
Il
Papa ha bisogno di aiuto e di sostegno. Ha bisogno di aiuto morale e di sostegno
spirituale. Ha bisogno di aiuto temporale e di sostegno materiale. Ha bisogno
di tutto questo per svolgere la sua grande missione di Padre e Pastore di
tutte le genti da portare a salvezza nella Chiesa e attraverso la Chiesa, vera e
unica «arca dell'alleanza» fra Dio e l'umanità (cf Eb 9,4; Ap 11,19).
L'aiuto
spirituale è dato dalla preghiera dei fedeli. L'aiuto morale è dato
dall'unione con il Papa mediante l'adesione ai suoi voleri, l'accettazione dei
suoi insegnamenti, l'esecuzione dei suoi mandati. Grande è il conforto del Papa
quando i popoli e le nazioni gli si stringono intorno in preghiera corale per
lui, in umile e docile «obbedienza alla fede» (Rm 1,15), seguendo le sue
direttive di Maestro universale della fede e della morale.
L'aiuto
temporale, invece, è dato dal soccorso in beni materiali prestato per la
persona del S. Padre per le sue necessità e per i suoi viaggi apostolici, in
ogni parte della terra, e, soprattutto, per le grandi opere di assistenza
caritativa che il Santo Padre organizza in aiuto delle Chiese povere e dei
popoli più sottosviluppati, maltrattati ed emarginati dagli uomini del
benessere e dalle nazioni opulente.
Un
esempio piccolo e istruttivo dell'aiuto dato al Santo Padre lo leggiamo nella
vita travagliata del Papa Pio VII. Quando Napoleone Buonaparte lo fece
imprigionare a Savona nel 1809, il Papa venne maltrattato e trascurato anche
per le cose necessarie, quale un abito di ricambio. Quello che aveva indosso
era ormai logoro e lacero, e lui fece pregare un sarto di rammendarglielo. Ma
quando il sarto vide quell'abito così misero, si commosse e lo mostrò ai
cittadini perché si provvedesse a procurare al Papa un abito nuovo. Le
offerte dei fedeli arrivarono subito e in abbondanza; ma ognuno volle un
pezzetto del vecchio abito del Papa da conservare come reliquia. Per le offerte
avanzate, poi, il Papa stesso le fece distribuire subito ai più poveri della
città.
Per
l'aiuto alle opere caritative del Papa, invece, è stato istituito il cosiddetto
«Obolo di San Pietro», per la raccolta di offerte da inviare al Santo Padre. E
qui va lodata la generosità del popolo di Dio, che, con il «senso della fede»
sa sacrificarsi per aiutare il Papa nella sua carità universale verso i più
poveri e indigenti, di ogni popolo e nazione.
Ricordiamo,
a questo proposito, un altro significativo episodio capitato dinanzi alla chiesa
di S. Stefano a Vienna. Alcune pie signore stavano raccogliendo le offerte per
l' «Obolo di S. Pietro», quando arrivò un signore, il quale, ricusando di
dare qualsiasi offerta, si volse invece a una mendicante lì vicina e le diede
un vistoso biglietto di banca, dicendo con sdegno: «Io preferisco aiutare i
veri poveri, anziché, quelli che mangiano a bevono lautamente, e poi scorazzano
dove vogliono...». La mendicante, all'udire quelle parole, rimase interdetta
per qualche attimo, poi prese subito il biglietto di banca e andò
immediatamente a deporlo nel cestino delle offerte per il Papa, dicendo: «Al
Santo Padre!».
Ecco
gli esempi degli umili, degli ultimi, dei più generosi di tutti, verso il
Papa, a somiglianza dell'evangelica vedova dell' «obolo» (cf. Mc 12,42).
«Sacrificarsi
per il Papa»
L'amore
più grande è l'amore segnato e sigillato dal sangue. «Nessuno ha un amore più
grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).
È
parola di Gesù.
E
questa parola divina di Gesù ha illuminato e alimentato l'amore dei Santi
verso il Papa, l'amore del popolo fedele al Successore di S. Pietro e Vicario
di Cristo.
Tra
i tanti esempi, basterebbe qui ricordare quello dell'ardente e intrepida S.
Caterina da Siena, giovane e angelica vergine, con il suo «sviscerato» amore
al «Dolce Cristo in terra», che la sostenne nelle lotte e nelle fatiche, nelle
persecuzioni e nei lunghi viaggi fatti per andare dal Papa ad Avignone e
ricondurlo nella Città santa di Roma.
Ma
non possiamo omettere anche l'esempio eroico di San Vincenzo Maria Strambi,
Vescovo Passionista, che il Papa Leone XII volle vicino a sé, quale consigliere
particolare. Quando il Papa cadde gravemente infermo, una notte S. Vincenzo
venne avvertito che il Papa stava per spirare e che desiderava vederlo. Il
santo Vescovo accorse subito al capezzale del Papa per assisterlo e confortarlo;
ma, poco dopo, spinto da un'improvvisa ispirazione, disse al Papa: «Vado a
celebrare la S. Messa per la vostra guarigione. Si faccia coraggio, Santità,
perché c'è qualcuno che offre la sua vita per Voi».
Celebrò
la S. Messa per gli infermi, con un fervore davvero insolito, unendo al
Sacrificio di Gesù sull'altare il sacrificio della propria vita per la
guarigione del Papa. E al termine della S. Messa gli si avvicinò il Segretario
del Papa, che gli disse tutto giulivo: «Il Papa sembra un altro... Il Papa
sta assai meglio: sembra già guarito!».
Il
Santo, tutto felice e grato al Signore, tornò dal Papa e gli assicurò che
avrebbe continuato reggere la Chiesa per altri cinque anni ancora. E intanto,
cinque giorni dopo, colpito da un improvviso infarto, S. Vincenzo Maria
Strambi, moriva quale vittima di sacrificio per il Papa.
Sicuramente
sono stati e sono molti i Santi, conosciuti e sconosciuti, come pure molti
fedeli nascosti, che hanno offerto la loro vita per il Papa. Impossibile
ricordarli qui. Ci accontentiamo di riferire l'esempio del Servo di Dio P. Pio
da Pietrelcina, nostro contemporaneo, Padre e maestro di una immensa famiglia di
figli e figlie spirituali.
«Dì
al Papa che io do con immensa gioia la vita per lui»: così mandò a dire P Pio
al Papa Pio XII per mezzo del prof. Enrico Medi. E anche nell'ultima lettera
della sua vita, scritta al Papa Paolo VI, Padre Pio rinnovava la sua generosa
offerta della vita per il Papa e per la Chiesa.
Alla
scuola di questi esempi dei Santi di ieri e di oggi, anche noi dobbiamo imparare
ad amare il Papa, amare il Vicario di Cristo, amare Colui che ci «pasce» nei
pascoli dell'unica Chiesa, per condurci al Regno dei cieli.