IL PANE DI VITA ETERNA

Don Enzo Boninsegna

OMELIE PER LE QUARANTORE

Pro manuscripto - PER ORDINAZIONI RIVOLGERSI A: Don ENZO BONINSEGNA Via Polesine, 5  37134 – VERONA TEL. e FAX: 045 / 8201679

PRESENTAZIONE

Frugando tra le mie "antiche carte" ho ritrovato, assonnate in un cassetto cinque omelie che ho tenuto nella Parrocchia di San Giuseppe all'Adige (Verona) nell'ottobre dell' 86.

Già l'anno prima, Don Bruno, il parroco di quella. comunità, mi aveva invitato a predicare le Quarantore nella sua parrocchia, ma per il timore che avvertivo davanti a un compito non certo facile, sono stato ben lieto che il mio poco tempo disponibile mi offrisse la possibilità di declinare l'invito.

"Sarà per un'altra volta", ho risposto a Don Bruno, sperando pe­rò che non ci fosse un'altra volta. Ma Don Bruno, paziente e perse­verante, è ritornato alla carica l'anno dopo. E così, anche se come Mosè e come il profeta Geremia avrei preferito starmene in pace, ho dovuto accettare.

Dicevo del "timore" di predicare le Quarantore. Timore e gioia. Gioia, perché parlare di Gesù Eucaristia è una delle ragioni, for­se la ragione centrale, per cui un prete si è fatto prete. Far cono­scere il Signore, farlo incontrare, farlo amare ... per un sa­cerdote è la gioia più grande.

Ma anche timore! Perché... com'è possibile parlare di un miste­ro così grande senza sentire la sproporzione tra il "nulla" che parlia e il "Tutto" di cui si parla?

Confesso che davanti ai mistero di Gesù Eucaristia prefe­rirei tacere piuttosto che parlare. Tacere e contemplare. Ta­cere e pregare.

Parlare dell'adorabile presenza di Gesù tra noi e dell'abisso di amore in forza del quale Gesù si è fatto nostro Cibo e viene in noi, è meno che balbettare. Già mentre ne parli ti accorgi che è molto più quello che taci che quello che dici, perché ... nemmeno un an­gelo del cielo potrebbe parlare compiutamente di un mistero e di un dono così grande.

Ma anche se la parola è sproporzionata rispetto alla gran­dezza del mistero, bisogna pure che qualcuno ne parli. E' Gesù che lo vuole. E dunque, parliamone! Con tanta umiltà e con tanto amo­re. Ed anche con tanta, fîducia nella. potenza. del Signore: sarà lui a rendere feconda la parola aprendo le menti e riscaldando i cuo­ri.

E' per questa ragione che ho pensato, visto che il "guaio" ormai era compiuto, di risvegliare quelle "antiche carte" assonnate e di ri­portarle alla luce, per dare la possibïlítà ad altri fratelli di fede di riflettere sull'Eucaristia. Di riflettere per pregare, di riflettere per adorare, di riflettere per amare e per gioire.

In queste pagine non c'è alcun riferimento alla "brutta storia" delta Comunione sulla mano per la semplice ragione che, nonostante i non pochi preti ribelli che già praticavano e diffondevano come un contagio il loro "vizietto", qui in Italia nell'86 la Comunione sulla mano non era stata anco­ra "autorizzata".

Ma ora che tristemente siano davanti al fatto compiuto e "lega­lizzato" colgo l'occasione che mi è offerta da questo scritto per dire a chiunque legge: "Non chiedete mai la Comunione sulla mano e non accettatela da quei preti ribelli che, sempre a caccia di novità e ostinati nell'infedeltà alla loro missione, vorrebbero imporvi di tradire Cristo e la vostra coscienza, obbligandovi a ricevere la Comunione in mano, anche se la Chiesa "non obbliga", ma semplicemente "permette" di riceverla in questo modo. Anche questa doverosa fermezza, questa resistenza alle prepoten­ze di qualche prete, è un modo concreto di dimostrare il vostro amo­re a Gesù Eucaristia".

Spero che il Signore benedica queste pagine e confido anche in te, caro amico lettore: d(ffondi questo libretto più che puoi, tra gli amici e tra i conoscenti, tra i convinti, tra i tiepidi ed an­che ... tra i Iontani".

Qualcosa il Signore farà germogliare e ... sicuramente ti ricompenserà!

 

Don Enzo Boninsegna

Verona, 1 dicembre 1991

Prima Domenica di Avvento

 

1 – LA FAME DELL’UOMO

Quelli che siamo chiamati a vivere, da questa sera e fino a do­menica, sono giorni di luce e di grazia: giorni di luce, perché il Si­gnore ci aiuterà a meditare più a lungo e più intensamente su ve­rità meravigliose, riguardanti la sua presenza nelI’Eucaristia, e giorni di grazia, perché Gesù è desideroso più che mai di riempir­ci il cuore e l'anima di sé e quando si è con Gesù, la terra, pur restando una "valle di lacrime", si trasforma nell'anticamera del paradiso.

Ma vi avverto subito che saranno giorni di responsabilità e di rischio, nel senso che, in cambio del tutto che ci offre, Gesù vuo­le qualcosa, anzi ... molto, anzi ... tutto!

Dopo questi giorni di riflessione e di preghiera non ci sarà più lecito restare come siamo ora: dobbiamo diventare diversi e mi­gliori, dobbiamo vivere da innamorati di Cristo e non più con un amore debole, stanco, incostante, o inesistente come forse è il nostro amore di oggi.

Se dunque non siamo disposti a ribaltare la nostra vita e a la­sciarla modellare da Cristo, penso che ci convenga non venire più nei prossimi giorni, per non crearci altre responsabilità, per non dover rendere conto delle parole sentite e non accolte, del dono ricevuto e non contraccambiato.

FAME DI DIO

Questa sera rifletteremo sulla fame che ogni uomo si porta dentro e che le cose di questo mondo non possono saziare. Vorrei iniziare con la testimonianza amara di una persona che tutto il mondo ha ammirato, invidiato e creduto felice.

Vi dirò soltanto dopo chi è la persona in questione.

In una lettera a un amico ha scritto: "Ho raggiunto la fama, ma il prezzo è stato troppo alto. Per arrivarci, bisogna percorrere un sentiero troppo aspro e solitario. Ciò che mi distrugge è di non aver mai realizzato il mio desiderio di avere degli amici. Li desideravo tanto. Ma dove sono gli amici? Chi sono? Non lo so. Non ho nessuno. Ed è terribile passare le serate sempre a tu per tu con la tua cameriera. Non è grottesco? E io sarei la donna più amata del mondo?!"

Da questa sofferta testimonianza si potrebbe concludere (ma sarebbe una conclusione affrettata e incompleta) che l’uomo ha bisogno di amicizia, di affetto, di amore.

Sì, certo, questo è vero, ma non è tutto.

Una persona, infatti, può darti un grande affetto, ma è anco­ra poco, perché è solo un amore umano e, per quanto grande, non basta a saziare la tua fame.

Per quanto amore tu possa ricevere da questa terra, sappi che è sempre poco, è troppo poco! C'è bisogno, per tutti, di un amore diverso e infinitamente più grande: c'è bisogno del­l'amore di Dio!

Sentite infatti che cosa ha confidato a un'amica la stessa per­sona che ho citato poco fa: "Difficilmente ritornerò a Hollywood, o in qualsiasi altro ambiente legato al cinema. Sono stanca. Non voglio più tornare sotto i riflettori. Quand'ero bambina sognavo una capanna e tanto silenzio intorno. Poi, quand'ero una scono­sciuta attricetta, che viveva con due brioches al giorno, sognavo la celebrità e la ricchezza. Adesso sono tornata ancora al deside­rio di una capanna, sperduta nel silenzio di una vallata deserta! Un posticino dove poter essere finalmente sola a pregare, a con­centrare lo spirito su problemi che un tempo mi sembravano lontani e assolutamente insignificanti".

La donna che si esprimeva così, che cercava in Dio ciò che il mondo non ha saputo darle, è Marilyn Monroe, anche oggi sim­bolo di bellezza, la donna più adorata e invidiata, eppure una don­na profondamente infelice. che ha chiuso la sua esistenza terre­na e si è congedata da questo mondo, che l'ha usata e tradita, to­gliendosi la vita con un tubetto di barbiturici.

Se qualcuno l'avesse aiutata a costruirsi quella capanna tan­to desiderata, dove starsene sola col suo Dio, a dargli amore e ri­cevere amore, un amore diverso dagli amori falsi o troppo picco­li fino allora conosciuti, Marilyn Monroe probabilmente sarebbe ancora in vita.

Anzi, quella capanna non c'era nemmeno bisogno di costruir­la, era li, a portata di mano, bastava. solo scoprirla.

Era li a due passi, per lei, per Marllyn Monroe ed è li per ogni uomo, basta solo aprire gli occhi.

Quella capanna. c'è anche per noi; a costruirla ha provveduto il Figlio di Dio, che è disceso dal Cielo e ha fissato la sua dimora in mezzo a noi, ha edificato la sua casa tra le nostre case: una ca­panna confusa tra le case, i palazzi e i grattacieli di questo mon­do, un nido caldo dove (uomo può saziare la sua fame di amore, il suo bisogno di amare e di essere amato, una capanna dove (a­more è vero, dove è grazia e benedizione e non illusione e menzo­gna.

Questa fame di amore, che solo Dio può saziare, l’ha conosciu­ta e l'ha descritta stupendamente Sant'Agostino, milleseicento anni fa, con una frase divenuta celebre: "O Signore, tu ci hai fat­ti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te". Notate: SantAgostino non parlava solo per sé, ma esprimeva con queste parole una legge universale, una certa inquietudine del cuore ogni uomo se la porta dentro, anche chi non è abba­stanza umile e sincero per ammetterlo.

AFFAMATI PER SCELTA

Quante volte il sorriso, più che il segno rivelatore di una gioia. profonda, è solo una tattica, un trucco, magari inconscio, per co­prire un segreto tormento, un senso di vuoto e di fallimento che si cerca di nascondere non solo agli altri, ma anche a se stessi.

Osservate la giovane generazione: sono pochi i ragazzi che san­no sorridere serenamente, spontaneamente; eppure hanno tutto ciò che sognavano. Volevano libertà e ne hanno avuta anche trop­pa, volevano questo e quello e son riusciti ad averlo, volevano sguazzare nel piacere e di piaceri sono riusciti ad averne fino al­la nausea, perché oggi, per molti, tutto è lecito, non c'è più alcun divieto davanti al quale fermarsi.

E qual’è il risultato di questo modo di procedere? Non si è riu­sciti a placare la fame che l’uomo si porta dentro da sempre, per­ché è di Dio e della sua grazia che l'uomo ha fame, ha nostalgia del suo volto. Non si è placata quella fame, ma al contrario si sono creati nuovi tormenti.

Ecco il fallimento del nostro secolo, che, accecato dall'or­goglio e ingannato dall'illusione, dopo aver licenziato Dio, si è messo freneticamente a cercare la pace del cuore e la gioia di vivere nelle pattumiere di questo mondo.

Si svuotano le chiese e si riempiono gli stadi e le discoteche, ma ... guarda caso ... anche il cuore di troppa gente si è svuota­to di quella pace che solo Dio può donare e si è riempito, fino a scoppiarne, di un'inquietudine lacerante che sempre più spesso fa sprofondare nella droga e in tanti altri vizi.

Mi è capitato di leggere, giorni fa, alcuni versi di un poeta del­l'America Latina. scrive quel poeta: "Ieri ho visto una bestia che, tra le immondizie del cortile, cercava cibo. Quando trovava qual­cosa non la esaminava, né la odorava: la ingoiava con voracità La bestia non era un cane, non era un gatto, non era un topo. La bestia, mio Dio, era un uomo" (M. Bandeira).

Queste amare parole non fotografano solo la situazione di un Terzo Mondo dove i corpi muoiono di fame, o si trascinano a sten­to in una vita disumana, ma fotografano anche la. situazione pe­nosa di un altro 'Terzo Mondo" in cui sono le anime a morir di fa­me.

Sempre più, oggi, il mondo assomiglia a un'immensa fiumana di persone, delle quali molte, troppe, cercano di saziare la loro fa­me interiore non alla mensa di Dio, ma andando a frugare, come dicevo prima, nelle pattumiere dei rifiuti.

Ma se nel Terzo Mondo è capibile che si frughi tra i rifiuti e si mangi qualunque cosa per non morir di fame, non è più capibile che ciò avvenga per anime che potrebbero trovare in Dio tutto quello che il mondo promette e non sa dare.

Ed è ancora più triste il vedere che a frugare tra quei rifiuti non ci sono soltanto uomini senza fede, ma ci sono anche, e sem­pre più numerosi, dei cristiani, che hanno mangiato, in passato, il Pane di Dio, che si sono nutriti fino a ieri alla mensa che il Si­gnore ha preparato per tutti i suoi figli.

E c'è da aggiungere che nel Terzo Mondo i poveri muoiono di fame senza loro colpa, ma per colpa un po' di tutti noi e soprattutto degli ingordi mai sazi che, nel loro diabolico egoismo, pen­sano solo a se stessi fino a crepare nell'abbondanza più sfaccia­ta e più ingiusta.

Qui, invece, molte anime muoiono di fame o vivono in una in­terminabile agonia per colpa loro, per mancanza. di fede, perché si ostinano a rifiutare quel Pane di vita che Dio, nel suo amore, ha preparato per la. fame dei suoi figli.

IL SOLO CIBO CHE SAZIA

"Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: ‘Dam­mi da bere!’, tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe da­to acqua" (Gv 4, 10).

Sono parole di Gesù alla donna samaritana, ma sono parole che valgono anche per noi. Ed anche noi, come quella donna, dob­biamo imparar a chiedere al Signore: "Signore, ... dammi di que­st'acqua, perché non abbia più sete" (Gv 4, 15).

Dammi, Signore, il Pane di vita che calma la fame della mia anima!

O meglio: dammi, Signore, il desiderio di questo Pane che già hai preparato anche per mel!

Dammi la. sapienza di non cercare su altre mense, o nelle pat­tumiere, quel cibo che sazia e che solo tu puoi donare!

Se conoscessimo il dono di Dio...! Non saremmo più intossi­cati da cibi avariati che avvelenano l'anima)

Se conoscessimo il dono di Dio...! Il nostro cuore batterebbe più forte per la gioia!

Se conoscessimo il dono di Dio...! Quale pace per questo mon­do senza pace!

Quando un'anima incontra Dio, con la grazia che il suo Si­gnore le dona incontra anche la pace.

Voglio darvi, a questo proposito, due testimonianze partico­larmente significative.

La prima è di un soldato americano del secolo scorso, rima­sto mutilato a causa della guerra.

Scrisse quel soldato: "Ho chiesto a Dio la forza di conquistare e il Signore mi ha fatto debole perché imparassi umilmente ad obbedire. Ho chiesto di essere aiutato a fare cose più grandi e il Si­gnore mi ha fatto ammalare perché facessi cose migliori. Ho chie­sto ricchezze per poter essere felice e mi è stata data la povertà perché fossi saggio. Ho chiesto di tutto per poter godere la vita ed ho avuto la vita per poter godere di tutto. Non ho avuto nulla di ciò che avevo chiesto, ma ho avuto tutto quello che avevo spe­rato. Fra tutti gli uomini sono il più largamente beneficato".

Ed eccovi una seconda testimonianza.

Nella tasca. di un soldato russo morto in combattimento nel l'ultima guerra., è stato trovato il seguente biglietto, una breve let­tera scritta a Dio: "Ascoltami, mio Dio! Mai durante la mia vita ti ho parlato, ma oggi voglio salutarti. Tu sai che fin dalla mia più tenera infanzia mi hanno detto che tu non esistevi ed io sono stato tanto scioc­co da crederci. Mai ho avuto coscienza. della bellezza della tua creazione. Oggi, improvvisamente, vedendo le profondità dell'infinito, questo cielo stellato sopra di me, i miei occhi si sono aper­ti. Meravigliato, ho compreso la tua luce. Come ho potuto essere così crudelmente ingannato? Io non so. Signore, se tu mi tendi la mano, ma io ti confido questo miracolo e Tu comprenderai: In fon­do a questo terribile inferno, la luce è scaturita in me ed io ti ho veduto. Non dirò altro: solamente la gioia di conoscerti. A mezza­notte andremo all'attacco, ma non ho paura: Tu mi guardi. Sen­ti? E' il segnale. Che fare? Stavo così bene con te. Voglio dirti an­cora questo: tu sai che la battaglia sarà pericolosa. Forse stanot­te busserò da te. Anche se non sono mai stato amico tuo, mi per­metterai di entrare quando arriverò? Pero non piango; vedi quel­lo che mi accade: i miei occhi si sono aperti. Perdonami. Dio. Io vado e certamente non ritornerò, ma - che miracolo! - io non ho più paura della morte!".

Due testimonianze sgorgate dal cuore sofferente, ma sereno, di due uomini, uno mutilato dalla guerra e l'altro in pericolo di vita per una prossima battaglia, che hanno trovato nell'amore di Dio e nella sua grazia la loro pace.

Due testimonianze che acquistano ancor più splendore se ac­costate alla testimonianza amara dell'attrice di cui ho parlato al­l'inizio.

Qui due uomini già intaccati dalla morte; là una donna stra­ripante di vita.

Qui il dolore fisico; là piaceri senza freno. Qui la povertà; là una ricchezza esagerata. Qui il nascondimento; là il successo e la gloria. Qui il fallimento; là la riuscita.

Qui il quasi niente; là il quasi tutto.

Se tirassimo le somme secondo i criteri della logica umana do­vremmo dire: qui la tristezza e là la gioia.

Ma i conti non tornano. Qui infatti troviamo due uomini felici nonostante i guasti della vita; là una donna angosciata e sfinita nonostante le fortune della vita. Qui due uomini in pace, anche se la vita sembra averli traditi: là una donna stroncata, anche se la vita le ha dato quasi tutto.

Dunque, se con la logica umana i conti non tornano, ciò signi­fica che c'è qualche elemento che sfugge a questa povera logica. Se chi sembra aver niente puo' avere il Tutto e chi sembra aver tutto può avere il niente, significa che le cose di questo mondo non sono fonte di gioia come sembra e significa anche che la fon­te vera della gioia sta altrove, sta infatti in quel Dio che Satana tenta di farci apparire come ladro e nemico della nostra gioia

E' solo nella comunione con Dio che l'uomo sazia la sua fame; tutto il resto è illusione o menzogna!

Ogni altro tentativo è destinato al fallimento: è per questo che ci sono in giro tanti disperati, tanti tormentati, tante persone in­quiete o fallite.

Ci conceda il Signore la sapienza di cercare nel suo amore e nel Corpo di Cristo. Pane di vita eterna, l'unico cibo di cui hanno fame e bisogno le nostre anime.

 

2 – QUALCUNO HA PAGATO QUEL PANE

Abbiamo meditato ieri sera sulla fame dell'uomo; qualcuno perciò può aspettarsi che oggi io parli delI’Eucaristia, cioè del Pa­ne di vita che sazia quella fame. Ma di questo parleremo domani. Oggi è un altro l'argomento su cui dobbiamo meditare.

E mi spiego con un esempio. Ogni papà e ogni mamma cono­scono la fame dei loro figli, ma non basta che la conoscano per procurare ai figli il cibo necessario; perché sulla tavola ci sia. qual­cosa da mangiare c'è bisogno del loro lavoro. E il lavoro costa fa­tica e sacrificio.

I genitori, salvo quelli che nuotano nell'abbondanza, esperi­mentano ogni giorno quanto siano vere, anche oggi, le parole det­te da Dio ad Adamo: "Con dolore ricaverai il cibo dalla terra per tutti i giorni della tua vita... con il sudore del tuo volto mangerai il pane" (Gn 3, 17-19).

Non c'è pane senza fatica e sacrificio.

E questo vale sia per il pane che i genitori procurano ai lo­ro figli, sia per il Pane di vita che Dio ha preparato per sazia­re la fame degli uomini.

E' GESU’ CHE HA PAGATO PER NOI

Gesù, il Figlio di Dio e di Maria, non ha accettato solo di farsi Pane di vita (e lo vedremo domani), ma ha accettato anche di pa­gare il prezzo per quel Pane.

E il prezzo che ha pagato non è stata soltanto la fatica di un lavoro qualsiasi, come avviene per i genitori, ma molto di più. Quando il Padre ha mandato suo Figlio sulla terra gli ha det­to: "Va' nel mondo, Figlio mio, a guadagnarti il Pane per i tuoi fratelli. Ti costerà caro quel Pane: non lo pagherai solo col sudore della fronte, come è successo ad Adamo e come succede ad ogni uomo. Se per il pane che sazia i corpi bastano come prezzo il su­dore e la fatica, per il Pane di vita eterna, che sazia le anime e va­le infinitamente di più, dovrai pagare un prezzo molto più alto: il prezzo fissato è il tuo Sangue, la tua umiliazione, la tua passio­ne e la tua morte su una croce. E tutto questo ... offerto da te per amore di chi ti odia!".

E la risposta. del Figlio è stata pronta e decisa, come leggiamo nella Lettera agli Ebrei: "Ecco, io vado, o Padre, a fare la tua vo­lontà Tu mi hai preparato un corpo che io consegno alla cattive­ria degli uomini, perché sia maciullato come si macina il frumen­to. Vado perché come dal frumento macinato viene il pane, così dal mio corpo, torturato e sacrificato per espiare i peccati di ogni uomo, possa venire il Pane di vita per la salvezza. del mondo" (cfr. Eb 10, 5-10).

Non avremmo avuto nel Giovedì Santo il dono dellEucaristia, se non ci fosse stata in Gesù la disponibilità a morire per noi il Venerdì Santo.

La sua morte in cambio della, nostra vita! Ecco cosa siamo co­stati a Cristo, ecco il prezzo che ha pagato per noi.

Gesù si è offerto al Padre come vittima e il Padre lo ha resti­tuito a noi come Pane di vita eterna.

Non si può perciò parlare dell'Eucaristia come di una sem­plice cena in cui si riceve il Corpo del Signore e dimenticare l'aspetto del sacrificio, cioè del prezzo che Gesù ha pagato per ottenerci quel Cibo che dona salvezza e vita eterna.

Dico questo perché oggi in certi teologi, che sono pirati "pre­datori" più che predicatori del Vangelo, c'è la tendenza a parlare della Messa come di una semplice cena e non come la ripresen­tazione del sacrificio offerto da Gesù sulla croce. E' una ten­denza eretica, ereditata dai Protestanti, che noi Cattolici non pos­siamo assolutamente accettare!

IL PREZZO DEL NOSTRO RISCATTO

Soffermiamoci dunque su questo aspetto della Messa, sulla ri­presentazione del sacrificio della croce, su quella marea di dolo­re da cui Gesù si è fatto travolgere per salvarci dai nostri pecca­ti.

Quando pensiamo alla passione di Gesù, la nostra attenzione si ferma esclusivamente sugli ultimi giorni della sua vita terrena, ma è sbagliato pensare questo. La passione di Gesù ha avuto ini­zio con l'Incarnazione.

E non tanto perché Erode ha cercato di ucciderlo a pochi gior­ni dalla nascita, o per la povertà in cui si è trovato a vivere. o me­glio: in cui ha scelto di vivere, ma per una ragione più profonda.

La passione che ha fatto soffrire Gesù nel corpo è durata po­che ore, ma la passione nascosta che ha sofferto nel segreto del l'anima è durata per tutta la vita.

Provate a pensare: Gesù, che era la perfezione assoluta, la san­tità fatta carne, provava davanti al peccato un orrore indescri­vibile, un senso di ribrezzo che noi non potremo mai capire.

Di ogni uomo che gli stava davanti Gesù conosceva ogni segre­to, anche i peccati più nascosti.

E ogni peccato, anche il più piccolo peccato veniale, gli procu­rava una tortura più atroce delle torture che avrebbe subito nel­le ultime ore di vita, con la passione e con la morte di croce.

Io sono certo che Gesù avrebbe preferito morire mille volte piuttosto che dover fermare lo sguardo sui guasti creati in un'a­nima, anche da un solo peccato.

E non vedeva solo i peccati di chi gli stava davanti fisicamente, ma tutti i peccati, di tutti gli uomini, di tutti i tempi, anche i miei, anche i vostri.

Né voi, né io abbiamo torturato il corpo di Gesù con la fiagellazione, o con la corona di spine, o inchiodandolo su quella cro­ce, ma abbiamo torturato la sua anima in modo impietoso, perché i peccati miei e i vostri lo hanno seguito come un'om­bra per tutta la vita.

Insieme con gli Ebrei, che lo hanno fatto condannare, e con i Romani, che lo hanno materialmente ucciso, siamo anche noi as­sassini del Signore Gesù, perché lo abbiamo costretto a vivere per più di trent'anni in una crudele agonia dell'anima e perché, sia pure indirettamente, lo abbiamo torturato e ucciso nel corpo per mano di coloro che lo hanno eliminato fisicamente.

Per capire qualcosa della passione interiore di Gesù, prova­te a pensare al dramma di due genitori che hanno un figlio dro­gato. Lo vedono suicidarsi un po' ogni giorno e non possono far nulla per fermarlo. Quel figlio non colpisce i genitori nel corpo, ma li tortura nel cuore e nell'anima, a tal punto che sarebbero di­sposti a morire loro se ciò servisse a salvarlo.

E per capire qualcosa della passione fisica di Gesù, provate a pensare a qualche dolore particolarmente intenso che avete pa­tito nella vostra carne. Ebbene, quel dolore, per quanto grande, è ancora niente in confronto ai dolori patiti da Cristo nella sua carne.

E nonostante tutto, dalla sua bocca non sono uscite parole di odio, o di vendetta, ma parole di amore e di perdono: "Padre, per­donali, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23, 34).

A un'anima privilegiata (Suor Benigna Consolata Betrone ‘Serva di Dio’”)Gesù ha confidato:

"Sulla croce avevo tanto male al capo per la corona di spi­ne, quasi non potevo aprire gli occhi per il sangue che mi co­lava dalla fronte, ma di tanto in tanto li aprivo per guardare con infinita tenerezza i miei crocifissori".

Lo sforzo di amarci nonostante tutto, nonostante i dolori che gli stavamo infliggendo, ecco un'altra sofferenza che Gesù ha ac­cettato di patire per noi.

E non dimentichiamo il più straziante dei dolori: il sapere che stava soffrendo e morendo inutilmente per chi sarebbe finito al­l'inferno.

E non è ancora finita. Una delle più atroci sofferenze che Ge­sù ha patito sulla croce è stata quella di vedere li, ai suoi piedi, straziata da un dolore immenso e del tutto immeritato, l'unica creatura innocente, Maria, sua Madre; perché se costa soffrire, qualche volta costa ancor più veder soffrire chi si ama.

E mentre noi la dissanguavamo nell'anima, facendo di lei la Regina dei Martiri, Gesù ce la donava come Madre perché non fossimo più orfani. E così, Gesù non è stato il solo a pagare un prezzo altissimo per ottenerci il Pane della vita, ma con lui anche Maria, Madre sua e da quel giorno Madre nostra, ha pagato un prezzo indescrivibilmente alto.

E' umanamente inspiegabile come un cristiano, pur sapendo­si amato fino a questo punto, riesca ancora a restare abitualmen­te infognato nel peccato. E' che ormai anche l'immagine di Cristo in croce siamo talmente abituati a vederla che non ci dice più niente, non ci commuove più.

Guardiamo quella immagine di estremo dolore con occhi stan­chi, o annoiati, o indifferenti. Già ... perché anche al dolore ci si abitua; ma al dolore degli altri, soprattutto al dolore di Cristo, mai ai nostri dolori. Bisogna che a soffrire siamo noi per capire qual­cosa delle sofferenze del Signore Gesù.

L'immagine di Cristo crocifisso è sempre più raro trovarla nel­le nostre case e in alcune case, dove pur si trova, è messa là per pura tradizione, o come oggetto d'arte, più che come segno e pun­to di riferimento per la nostra fede.

Oggi non capiamo più cosa sia il peccato perché non ci fermia­mo più, o non ci fermiamo abbastanza, a riflettere su quanto il peccato è costato a Cristo.

Vuoi capire in profondità che cosa è il peccato? Usa il crocifis­so come fosse uno specchio. Quello che il peccato ha fatto al corpo di Cristo lo ha fatto anche alla tua anima: l’ha dissan­guata e l'ha inchiodata, non su una croce di legno, ma sulla cro­ce delle tue passioni e là, su quella croce, ha perso ogni libertà di movimento, è diventata schiava di se stessa.

Come il Cristo in croce era sfigurato fino al punto da far ribrez­zo - è il Profeta Isaia che ce lo dice (cfr. Is 53, 3) - cosî, altrettan­to sfigurata e "disumana" diventa la tua anima quando è guasta­ta dal peccato.

Per cui, chi non sa più commuoversi davanti a Cristo crocifis­so, non è in grado neanche di provare un senso di pena per la sua anima, pur cosi mal ridotta da una vita di disordini e di peccato.

QUEL SACRIFICIO RIVIVE NELLA MESSA

Abbiamo riflettuto finora sul sacrificio che Gesù ha patito e of­ferto duemila anni fa.

Ma che cos'è la Messa in rapporto a quel sacrificio? E' forse soltanto un ricordo, una commemorazione? O è qualcosa di più?

Non è solo qualcosa di più, ma è infinitamente di più!

Se la Messa. fosse solo un ricordo sarebbe inutile, perché i ri­cordi del passato non riescono a cambiare il presente. E oltre ad essere inutile sarebbe anche pericolosa, perché spesso il ricordo di avvenimenti dolorosi del passato riapre delle ferite rimargina­te a fatica che era meglio non toccare.

La Messa è la ripresentazione del sacrificio della croce ed è un rivivere quel lontano Giovedì Santo in cui Gesù, nell'ul­tima Cena, si è donato per la prima volta ai suoi Apostoli co­me Pane di vita eterna. La Messa è opera del Figlio di Dio e pro­prio per questo è un fatto così dirompente da riuscir a cancella­re i venti secoli che ci separano da Lui.

La Messa rende Cristo contemporaneo di ogni generazione.

Il che significa che quando si partecipa alla Messa si fa un tuffo indietro, nel passato, e veniamo a trovarci anche noi in quel cenacolo con gli Apostoli e sotto la croce con Maria, la Ma­dre del Signore, con la possibilità di ottenere, e di applicare alla nostra anima i benefici guadagnatici dal Sangue di Gesù. O, se preferite, è Gesù che, nella Messa, viene a noi, in questo tormen­tato XX secolo, col sacrificio che ha patito e offerto sulla croce, sacrificio che misticamente si ripresenta e viene offerto dalla Chie­sa per noi, perché possiamo godere i benefici di quel dono di amo­re che ci è stato fatto sul Calvario.

A fermare la mano di Dio, che aveva mille ragioni per colpire con la sua giustizia questo mondo ribelle, è stato il sacrificio che Gesù ha fatto di sé su quella. croce.

E quel sacrificio di Gesù, grazie alla Messa che lo rende attua­le, si apre come un ombrello per offrire protezione agli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi.

La Messa è il parafulmini. che salva il mondo dai fulmini del­l’ira di Dio. E' la Messa che sostiene il mondo.

Senza la Messa quasi sicuramente l’umanità sarebbe già sta­ta cancellata dalla faccia della. terra. Senza la Messa l'inferno avrebbe già ingoiato e digerito ogni uomo.

Nella Messa c'è Cristo che ancora una volta prega il Pa­dre come venti secoli fa sulla croce: "Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno. Pago io per loro, per questi miei fratelli

che sono ingrati e ribelli, ma che amo come me stesso. Sei stato tu, Padre, a farmi diventare fratello di ogni uomo. Guarda anco­ra una volta al mio sacrificio per la salvezza di tutti". Ecco cos'è la Messa!

Se lo comprendessimo a fondo, alla luce della fede, faremmo tutto il possibile pur di non mancare mai alla domenica, per ri­trovarci con i nostri fratelli, con tutta la Chiesa a pregare Gesù, e con Gesù a pregare il Padre e lo Spirito Santo, per ottenere mise­ricordia per noi e per il mondo intero.

E, potendo, oltre alla domenica, cercheremmo di venire anche, qualche volta, di giorno feriale.

Quanto tempo sprechiamo in cose sciocche o dannose! Quan­te ore ogni giorno davanti alla TV! Perché non tagliare un po' i vi­veri alla televisione per trovare il tempo, almeno qualche volta, di partecipare al sacrificio di Cristo anche di giorno feriale?

Papà e mamme, oltre a non mancare mai di domenica e nelle altre feste, durante la settimana venite qualche volta in chiesa, alla Messa, con i vostri bambini e spiegate loro perché lo fate. Quante benedizioni scenderebbero sulle vostre famiglie! Quante amarezze risparmiereste al vostro futuro!

E come sarebbe meno in pericolo la vostra eternità! Ricordiamolo: la Messa ha un valore spirituale infinito, è un capitale enorme, la più grande ricchezza che Dio ha lasciato in eredità a tutti i suoi figli.

E quando veniamo alla Messa, al sacrificio di Gesù uniamo i nostri personali sacrifici, paghiamolo un po' anche noi quel Pa­ne di vita eterna che riceveremo nel momento della Comunio­ne.

Offriamo le nostre fatiche, le nostre stanchezze, i nostri rimor­si, le nostre paure, le sofferenze del corpo e dell'anima.

"Le tue pene, il Signore le conosce e le raccoglie, se tu gliele porgi, e le conta. a una a una e le semina per trarne frutto di con­solazione nelle aiuole eterne. Non disperdere le tue lacrime: esse sono sementi" (Giovanni Albanese).

Uniscile al sacrificio di Gesù: diventeranno perle preziose, la tua piccola prova di amore oggi, il motivo della tua gloria e della tua gioia, domani, nella vita eterna.

 

3 – IL PANE DELLA VITA

Abbiamo riflettuto, nei primì due giorni di queste Quarantore, sulla fame di Dio che c'è in ogni uomo e sul prezzo che Gesù ha pagato per ottenerci il Pane che sostiene e alimenta la vita di Dio nel cristiano.

Quest'oggi, con la luce che ci viene dalla fede, cercheremo di penetrare negli abissi di questo mistero di amore che è la presen­za reale di Gesù nell'Eucaristia.

Quando Gesù nell'ultima Cena ha pronunciato le parole: "Prendete e mangiate; questo è il mio corpo" (Mt 26, 26), non in­tendeva dire: "Prendete e mangiate questo pane come se fosse il mio corpo, come simbolo della mia presenza. tra voi", ma inten­deva dire esattamente:

"Quel Pane, tolte le apparenze non ha nient'altro del pane; quel Pane sono io. Non credete a ciò che vedono i vostri occhi, credete invece a quello che la. Chiesa Cattolica, l’unica vera Chie­sa, la mia Chiesa, ha sempre insegnato in nome mio".

GESU' CI PARLA DELL'EUCARISTIA

"Ero, e sono il Verbo di Dio, il Figlio di Dio. Con il Padre e con lo Spirito Santo abitavo in un Cielo eterno che non è lontano da voi anche se a voi sembra lontano."

"L'amore che la Trinità Divina ha per voi mi ha mandato sul­la terra e così, da Dio che ero, mi sono ritrovato ad essere, Uo­mo-Dio. Ho condiviso per trentatrè anni la vostra vita di uomini, nella gioia e nel dolore. Poi, compiuta la mia opera di salvezza, son ritornato al Padre",

"Ma voi, poveri fratelli miei, avevate ancora bisogno di me e co­sì, se nel Natale, da Dio che ero, mi sono fatto per voi Uomo-Dio, nei giorni della Pasqua, cioè del mio passaggio dalla terra al Cie­lo, da Uomo-Dio qual’ero, mi sono fatto Pane."

"Nei giorni in cui ero chiamato dal Padre ad innalzarmi alla gloria dei Cieli, per non lasciarvi soli mi sono abbassato ancora di più, fino ad assumere le sembianze del Pane."

"Se vi ho dato prova di umiltà accettando io, Figlio di Dio, di nascere come Uomo da Maria, un'umiltà ancora più grande vi ho dimostrato io, Uomo-Dio, quando ho accettato di nascondere la mia presenza sotto le apparenze di un po' di Pane."

"Se vi commuove che io, vostro Dio, nel Natale mi sia abbas­sato fino al vostro livello, dovrebbe commuovervi ancora di più che con l'istituzione dell’Eucaristia io, vostro Creatore e Salvato­re, mi sia abbassato al di sotto del vostro livello."

"D'altra parte, non avevo altra possibilità. Per trentatrè anni mi son trovato a vivere al fianco degli uomini. Ma questo non è bastato. Gli Apostoli mi vedevano, mi toccavano, sentivano le mie parole; mi avevano con loro, ma non in loro ed è per questo che nei tre anni che hanno trascorso con me non sono cambiati mol­to. Dopo tre anni erano ancora tanto poveri di fede e pieni di pau­re, ancora troppo simili, nei difetti, agli altri uomini e troppo di­versi da me, che ero stato per loro un modello perfetto."

"Il mio vivere con loro non era bastato; dovevo cominciar a vi­vere in loro. Ma per far questo era necessario che io rinunciassi al mio aspetto di Uomo e che mi nascondessi sotto l'aspetto del Pane."

"L'incarnazione mi ha avvicinato agli uomini, ma solo l'Eu­caristia mi ha unito a loro. Da quel lontano Giovedì Santo agli uomini è stato concesso in dono di potersi nutrire del loro Salva­tore e di fondersi con lui."

"Nessun amore umano, neanche l'amore matrimoniale e nem­meno l'amore tra genitori e figli, riesce a unire così profondamen­te due persone che si amano. Ma anche se fosse possibile non servirebbe a nulla, perché le due persone umane, unendosi, uni­rebbero anche i loro difetti e le loro povertà."

"Quando invece vi unite a me con l'Eucaristia, voi vi unite al­la perfezione e alla santità del vostro Salvatore e diventate uomi­ni divinizzati."

"Con l'Eucaristia non vi ho donato qualcosa di mio: la mia pa­rola, il mio sguardo, il mio esempio, ma vi ho donato me stesso. Più di così non potevo fare per voi".

"Questo innesto della mia vita nella vita degli Apostoli, insieme con la venuta dello Spirito Santo, li ha trasformati completa­mente. Solo allora mi è stato possibile renderli diversi. E da allo­ra ... quante vite ho trasformato!"

"Uomini paurosi e creature deboli hanno trovato in me, Pane di vita, la forza e il coraggio del martiririo!.

"Uomini e donne, bisognosi come tutti di un amore umano, nella mia Carne. ricevuta come Cibo, hanno trovato la forza di ri­nunciare all'amore di un uomo o di una donna, per vivere, e con gioia, nel "martirio" della verginità!"

"E quanti hanno trovato nell’Eucaristia il principale rimedio per liberarsi da peccati dai quali in nessun altro modo sarebbe­ro riusciti a liberarsi!"

"E quanti hanno saputo compiere miracoli di amore, al servi­zio dei più poveri di Dio e dei più poveri di pane, trovando nel­l’Eucaristia la forza e la gioia di servire!".

"E quanti sposi hanno trovato in me, Pane di vita, la capacità di amarsi al di là di tutte le possibili stanchezze!"

"I bambini e i giovani che hanno saputo conservare occhi limpidi e cuore puro, pur vivendo in mezzo al fango di questo mon­do, non è forse nel Pane Eucaristico che hanno trovato la forza e la. gioia di essere diversi?"

"Certo, il bene non è monopolio di voi cristiani. Ci sono uomi­ni di altre fedi che sanno compiere atti di bontà pur senza aver mai ricevuto l’Eucaristia. Il bene che fanno lo possono fare sem­pre e solo per l’aiuto che io concedo loro per altre vie. Ma voi, Cri­stiani Cattolici, voi che grazie alla fede avete saputo del Pane di Vita che Dio ha donato al mondo, voi la forza di essere buoni la potete attingere solo nell'Eucaristia; per voi non si sono altre vie. Perciò se vi nutrite di me solo raramente, vi condannate alla ste­rilità spirituale."

COME 8I ACCOGLIE GESU'

Fin qui ho fatto parlare Gesù; ora, col suo permesso, prose­guo io.

Scrive in una lettera lo scrittore francese Leon Blop: "Se non facessi la Comunione molto spesso, ... morirei di disgusto".

Vorrei prendere lo spunto da queste parole per dire a tutti voi: "Cari cristiani, facciamola spesso la Comunione. I santi, le voca­zioni e i buoni cristiani non saltano fuori da quella truppa che, per paura di far indigestione di Gesù Cristo, riceve la Comunio­ne un paio di volte all'anno soltanto, come si fa col panettone per dare più rilevanza. alle due grandi feste del Natale e della Pasqua".

Un bimbo neonato con pochi etti di latte al giorno può vi­vere, ma un adulto che lavora ha bisogno di molto più cibo. Sa­rebbe strano se avvenisse il contrario. Eppure questa stranezza, che non avviene per il cibo che nutre il corpo, avviene e molto spesso per il Cibo che nutre l'anima..

Vediamo così' bambini di una decina d'anni che ricevono il Si­gnore ogni festa (e fanno bene!) e ragazzi più grandi, o persone adulte che pur avendone più bisogno, lo ricevono raramente.

Facendo così, si fa del male alla propria anima e si diventa spi­ritualmente denutriti.

Molti peccati non nascono dall'odio volontario contro Dio, ma dalla debolezza a cui ci si condanna ricevendo poche vol­te li Signore.

Quando si comincia ad uscire dall'infanzia e ad entrare nell'a­dolescenza, bisogna quanto meno non diradare la Comunione e, se possibile, riceverla più spesso. A maggior ragione questo vale per quando si diventa giovani o adulti.

Quanto più crescono le difficoltà e le tentazioni, tanto più c'è bisogno dell'aiuto del Signore e quindi dell'Eucaristia. Quando alla domenica veniamo in chiesa, se siamo in grazia di Dio perché non fare la Comunione? E se non lo siamo ... per­ché non cercare il perdono del Signore?

Se sono in peccato mortale e mi trascino avanti così per mesi, o per anni, senza far nulla per liberarmene, non onoro il Signo­re, anche se vengo in chiesa alla Messa. E' bene saperlo questo. E' inutile illudersi!

La nostra Messa è gradita a Dio se è un segno del nostro amo­re per lui, ma certamente non gli dimostriamo amore restando nel peccato mortale quando potremmo liberarcene.

Dunque, riceviamola spesso la Comunione e soprattutto ri­ceviamola bene!

E riceverla bene significa alcune cose precise.

Innanzitutto significa che dobbiamo essere in grazia di Dio e cioè senza alcun peccato mortale (ma questo aspetto lo vedre­mo meglio nella prossima riflessione).

Poi è necessario - diceva il vecchio Catechismo - sapere e pen­sare che cosa. o meglio: chi si va a ricevere.

Quante distrazioni, quanta noia, quanta indifferenza, quanta abitudine, quanta superficialità, quanta freddezza in molte no­stre Comunioni!

Mi diceva giorni fa un anziano vescovo una frase che si adat­ta bene a questo discorso: "Le cose che non si fanno con pas­sione ... fanno compassione!".

Se è vero questo criterio di valutazione, ed è vero, allora pur­troppo si può dire: quante Comunioni fanno compassione, pro­prio perché non fatte con passione, cioè fatte senza amore!

Dobbiamo andar incontro al Signore non solo con la testa, cioè sapendo chi andiamo a ricevere, ma anche col cuore, riscaldati dalla gioia per quell'incontro di amore. Se il Papa ci ricevesse in udienza. sarebbe per noi motivo di grande gioia. Ebbene, una gio­ia più grande dobbiamo sentirci dentro se a darci udienza non è il Papa, che è un umile servo del Signore, ma il Signore stesso. E la Comunione non è un'udienza, ma molto di più: è Gesù che si dona a noi e si fonde con noi.

Diceva Enrico Medi: "Quando Gesù, Ostia Immacolata, vie­ne in noi, possediamo il Cielo e la terra ... si ferma il tempo e si sente il respiro dell'etemità".

E' necessario inoltre essere a digiuno almeno da un'ora. Non è un grande sacrificio rispetto al digiuno dalla mezzanotte a cui si era tenuti fino a qualche anno fa. E' una piccola prova di amo­re che la Chiesa ci chiede di dare al Signore.

E' stato detto che "l’amicizia o trova due persone uguali, o ten­de a renderle uguali". La stessa cosa fa la Comunione: l’incontro con Gesù, anzi l'innesto di lui in noi e di noi in lui serve a ren­derci simili a lui. E Gesù, per amore e con grande spirito di sa­crificio, non ha forse digiunato più volte e una volta fino a qua­ranta giorni? E se l'ha fatto lui, innocente, perché non dovrem­mo farlo noi peccatori? Il breve digiuno eucaristico che la Chiesa

ci domanda. dobbiamo farlo con gioia, perché ci rende un po' più simili al Signore Gesù.

E l'ultima cosa che ci è richiesta, dopo aver fatto la Comu­nione. è di stare raccolti in silenzio, per adorare e benedire il Signore, per ringraziarlo per tutti i suoi doni (soprattutto per il dono della sua presenza in noi), per chiedergli di purificarci da tutte le scorie di peccato che ancora resistono in noi, per chiede­re per noi, per i nostri cari, per la Chiesa e per tutti gli uomini le grazie di cui abbiamo bisogno e, infine, per promettergli il nostro impegno nel cercar di diventare più buoni di quello che siamo.

COMPAGNO DI VIAGGIO PER CHI MUORE

Ma c'è un'altra cosa che mi preme dirvi riguardo alla Comu­nione. Gesù si è reso presente realmente nel Pane Eucaristico per poter essere presente realmente in noi, come sorgente di for­za, nel cammino della vita.

Da qui si capisce quanto il Signore Gesù desideri essere pre­sente realmente in chi, giunto al termine della vita, deve affron­tare l'ultima battaglia: quella della morte.

Se è un dono grande la Comunione ai malati, un dono ancora più grande è portare Gesù Eucaristia a chi si trova in fin di vita. Questo incontro tra il Signore, Pane di vita eterna, e un nostro fratello che muore è Gesù stesso che lo desidera intensamente. Gesù lo vuole perché quel nostro e suo fratello che muore ha bi­sogno di lui, soprattutto ora che deve affrontare l’ultima battaglia della sua vita, la più importante fra tutte, quella da cui forse di­pende la sua salvezza eterna.

Quanti cristiani oggi muoiono come cani, senza la presen­za di Gesù in loro, perché i familiari, che si preoccupano di chiamare ripetutamente il medico, non provvedono, o per dimenticanza o per paura di spa­ventare il malato, a chiamare il sacerdote!

Ricordàtelo bene: portare Gesù a un morente è il più gran­de atto di amore che un cristiano possa compiere su questa terra; un atto di amore che il Signore sicuramente ricompen­serà con larghezza di cuore.

UNA PRESENZA DA ADORARE

E, per finire, un ultimo pensiero. Tra le eresie partorite da cer­ti teologi, assassini di anime, c'è anche questa: qualcuno va so­stenendo che, terminata la celebrazione della Messa, il Pane con­sacrato che rimane ritorna ad essere semplice pane: l'Eucaristia non c'è più. C'è stato chi, coerente con questa folle convinzione eretica, ha gettato alle galline le Particole consacrate che sono ri­maste dopo la Messa. Una splendida vittoria di Satana!

Da duemila anni la Chiesa crede e insegna che Gesù nell'Eu­caristia non è solo Cibo per le anime, ma anche Presenza. di amo­re, una Presenza adorabile, estremamente preziosa per noi. E per questa fede che la Chiesa ha costruito gioielli d'arte: tabernacoli che sono il cuore delle nostre chiese e chiese che sono il cuore delle nostre città. La Chiesa ha voluto onorare così la. presenza di Gesù, che resta nel Pane consacrato anche dopo la Messa.

Perciò all’Eucaristia dobbiamo accostarci non solo per la Co­munione, ma anche per adorare il Signore. Gesù nel Vangelo par­la della gioia che si prova nello stare con lo sposo. Per cui, più che il dovere dovremmo sentire il bisogno di venir qui qualche vol­ta, anche per pochi minuti, per star soli col Signore.

Quante cose potremmo dirci! Entrando in chiesa, dopo aver fatto la genuflessione per adorare Gesù, mettiamoci qui in qual­che angolo per parlare con lui. Se cominciamo a gustare la bel­lezza di questi incontri non smetteremo più di venire.

E' mettendosi in adorazione davanti a Gesù che si otten­gono le grazie più grandi. Lo aveva capito, questo, un'umile con­tadina iugoslava. Fin da ragazza trovava il tempo per fare un'ora di adorazione al giorno e non si stancava di chiedere al Signore la grazia di aver un figlio sacerdote. Gesù ha ampiamente esau­dito quella madre esemplare dandole un figlio prete, poi vescovo, poi cardinale e primate di Jugoslavia. Sto parlando del Card. Ste­pinac, martire della fede e, quasi sicuramente, prossimo santo.

Concludo suggerendovi un proposito: proviamo anche noi a ritagliare dalle nostre giornate, almeno qualche volta, qualche at­timo di tempo per venire qui dal Signore, in adorazione, a riposa­re le nostre anime. Sarà sicuramente il tempo più ben speso.

 

4 - PERCHE’ QUEL PANE NON DIVENTI VELENo

Dopo aver riflettuto in questi giorni sulla fame di Dio che è pre­sente in ogni uomo, ne sia cosciente o no; dopo aver meditato sul prezzo altissimo che Gesù ha pagato per guadagnare per noi il Pane di vita eterna; dopo aver considerato il valore infinito, la ric­chezza immensa che è racchiusa in quel Pane, vedremo oggi co­me ci dobbiamo accostare a quel Pane, perché da Pane di vita non si trasformi per noi in veleno di morte.

Non sto esagerando: l'Eucaristia può trasformarsi davvero in un veleno mortale per le nostre anime. Non è un'opinione mia, ma è l’apostolo San Paolo che lo afferma quando dice: "Chi man­gia il Corpo del Signore indegnamente, mangia la propria con­danna" (cfr. 1 Cor 11, 29).

Queste dure parole di San Paolo non si riferiscono alle volontarie e diaboliche profanazioni dell’Eucaristia che si compiono nelle Messe Nere. Nelle due parrocchie in cui ho svolto finora il mio ministero sacerdotale, si è compiuta la tragedia del furto del­1’Eucaristia. Queste cose avvengono perché gli adoratori di Sata­na, che credono nella presenza reale dì Gesù nel Pane Consacra­to, come ci crede il demonio, vogliono presente nelle loro messe sacrileghe il Corpo del Signore per poterlo profanare. Di queste miserie umane, che avvengono anche a Verona e più spesso di quanto non si pensi, ne ha parlato recentemente anche la stam­pa locale.

COMUNIONI SACRILEGHE

Ma non è a queste miserie che si riferisce San Paolo; non par­la di chi, spinto da odio raffinato e satanico verso il Signore, pro­fana volontariamente l’Eucaristia; parla invece di chi la profana, quasi senza rendersene conto, facendo la Comunione in peccato mortale e quindi compiendo un sacrilegio.

Qualcuno penserà: se non si rendono conto di essere in pec­cato mortale è perché sono in buona fede, e se sono in buona fede non fanno alcun male a ricevere la Comunione e quindi non commettono sacrilegio.

Questo discorso è vero solo per chi, senza sua colpa, per una semplice dimenticanza, non si è accusato in Confessione di qual­che peccato mortale, ma in cuor suo ha un dolore sincero per tut­ti i suoi peccati, anche per quelli eventualmente dimenticati.

Chi invece "ha deciso", accecato dall'orgoglio, che certi pecca­ti mortali non sono peccati; ... chi "ha decretato" che i Comanda­menti non sono più dieci, ma qualcuno di meno, almeno per lui, perché lui è un privilegiato che ha diritto allo sconto sulla Legge di Dio; ... chi cancella i Comandamenti scomodi, considerandoli ornai superati, per fare tranquillamente i suoi porci comodi sen­za rimorsi ... se fa la Comunione pecca gravemente, perché pro­fana il Corpo del Sigmore e quindi mangia la sua condanna.

Sentite cosa scrive San Giovanni Bosco, che di anime se ne intendeva: "Scrivo con le lacrime agli occhi e con la mano tre­mante e vi dico: molti vanno all'inferno per le Confessioni malfatte".

Io sono prete da diciassette anni, quindi un po' di esperienza l'ho fatta e in forza di questa esperienza mi sento di sottoscrive­re in pieno le parole di San Giovanni Bosco.

Solo vorrei aggiungere che dove ci sono Confessioni malfat­te ci sono anche Comunioni malfatte e sono appunto le Comu­nioni sacrileghe, assieme alle Confessioni sacrileghe, a spedire molti cristiani all'inferno. Fa parte della strategia tentatrice del diavolo sia il tener lontani dalla Comunione quelli che potrebbe­ro farla, come pure e più ancora, il portare alla Comunione quel­li che non dovrebbero farla perché non sono in grazia di Dio.

Se l'Eucaristia è il dono più grande che Dio ha dato agli nomini, si può con certezza affermare che i peccati contro l'Eucaristia sono i peccati più gravi che l'uomo possa com­piere.

Val la pena perciò che oggi riflettiamo seriamente per non cor­rere il rischio, anche noi, di peccare contro l'Eucaristia e quindi di mangiare, con il Corpo del Signore, anche la nostra condanna.

Cosa fare perché le nostre Comunioni siano sempre incontri di amore col Signore Gesù e quindi sorgente di grazia per le no­stre anime? Ce lo insegna il Vangelo con la. parabola del Figlio Prodigo.

COME CONFESSARSI

La. storia la conosciamo. Un ragazzo come tanti, ingannato dal­l'illusione di poter trovare la felicità a buon mercato, ha lasciato la casa di suo padre ed è andato a vivere in una terra lontana e la', sguazzando nel vizio con cattive compagnie, ha sprecato tut­to ciò che il padre gli aveva dato.

Questa, fin qui, è anche la nostra storia, la storia dei nostri peccati, perché ogni peccato è una fuga che ci porta lontano da Dio, nostro Padre.

Quel figlio della parabola sappiamo poi che è tornato alla ca­sa di suo padre, ed è stato accolto con gioia e riammesso, come un tempo, alla mensa di casa sua. Ma non è stato accolto per il solo fatto che è tornato, è stato accolto perché è ritornato cambiato, rinnovato.

Sulla strada del ritorno non ha portato con sé i suoi peccati, quelli li ha lasciati lontano, là dove li aveva commessi. Con sé ha portato solo un cuore nuovo e tanta voglia di essere diverso, tan­ta voglia di ritornare semplice e buono come quand'era bambino.

Anche per noi c'è un posto alla mensa del Signore, ma solo se ci siamo lasciati alle spalle le nostre colpe. Anche per noi c'è l’in­vito alla Comunione, ma solo se ci siamo liberati almeno dai no­stri peccati mortali con la Confessione e quindi... non con una Confessione "qualsiasi", ma con una Confessione ben fatta. Visto allora che tante volte abbiamo seguito il cattivo esempio del ra­gazzo della parabola e come lui siamo scappati di casa, allontanandoci da Dio col peccato, prendiamo come esempio anche la sua conversione, imitiamo il suo cambiamento di vita, quando, umiliato, ripercorre la stessa strada per far ritorno da suo padre. II Vangelo, per mostrare l'avvenuto cambiamento di quel ra­gazzo, mette in evidenza cinque particolari, che sono poi le stes­se cinque cose richieste a noi per far bene la Confessione.

Dice il Vangelo che quel ragazzo "rientrò in se stesso" (ecco il primo elemento: l'esame di coscienza) e "disse:... io qui muoio di fame" e con queste parole indicava il suo disagio di trovar­si lontano da suo padre (è il secondo elemento: il dolore dei pec­cati). "mi leverò e andrò da mio padre" (è il proposito di cam­biar vita: il terzo elemento): "e gli dirò: Padre ho peccato" (e questa è l'accusa: il quarto elemento). Infine, "Trattami come uno dei tuoi servi" (è il quinto e ultimo elemento: la penitenza) (cfr. Lc 15, 17-19).

Occorrerebbe molto tempo per illustrare a fondo questi cinque elementi, ma avendo il tempo limitato cerchiamo di esplorarli co­me meglio possiamo, perché siano migliori e mai sacrileghe le no­stre Confessioni e quindi siano fonte di grazia le Comunioni che poi facciamo.

Primo elemento: l'esame di coscienza.

Qui si tratta di mettere la propria anima davanti allo specchio della volontà di Dio. Cosa voleva il Signore da me? E io in che co­sa l’ho deluso? Ma per poter rispondere a queste domande occor­re, per prima cosa, conoscere, e bene, la Legge di Dio e cioè i die­ci Comandamenti e gli insegnamenti morali che Gesù ci ha la­sciato nel Vangelo. Non solo. Occorre anche conoscere ciò che la Chiesa ci chiede e ci comanda nel nome di Gesù.

In secondo luogo bisogna esaminare con calma, con attenzio­ne e con umiltà il nostro passato, a partire dall'ultima Confessio­ne ben fatta.

Dunque, chi non conosce con sufficiente chiarezza la Legge di Dio, o guarda alla sua condotta un po' troppo alla svelta, o con poca umiltà, o cercando una scusante col dire: "Lo fanno tutti", non può dire di aver fatto bene l’esame di coscienza e quindi non può far bene la Confessione.

Secondo elemento: il dolore dei peccati.

Dice il Vangelo che la peccatrice pentita con le sue lacrime ha bagnato i piedi di Gesù (cfr. Le 7, 38) e sappiamo che anche l’a­postolo Pietro ha pianto amaramente per il rimorso di aver rinne­gato il suo Signore (cfr. Mt 26, 75).

Perché il dolore sia sincero non è necessario che arriviamo al­le lacrime, ma è necessario che ci rendiamo conto di aver tradito l’amore di Dio e che ne proviamo un profondo dispiacere, consa­pevoli che il Signore non meritava quella offesa.

Il dolore ha la stessa misura dell'amore; per cui se grande è il nostro amore per Dio, grande sarà anche il nostro dolore quan­do ci rendiamo conto di averlo offeso, ma se amiamo poco il Si­gnore, molto scarso sarà anche il nostro dolore nonostante la gra­vità dei nostri peccati

Io dubito seriamente che sia sincero e sufficiente il dolore di certe persone che si confessano.

Terzo elemento: li proposito

Se il dolore riguarda il mio passato, il proposito riguarda il mio futuro.

Se è grande e sincero il mio dolore per i peccati passati, fermo e deciso sarà anche il mio proposito di evitare il peccato in futu­ro. Ma se faccio fatica a promettere al Signore che d'ora innanzi mi impegnerò per un futuro diverso, questa è la prova che anche il mio dolore per i peccati passati è solo finzione.

Se ci troviamo davanti alla constatazione amara che, dopo an­ni e anni, nulla è cambiato in meglio nella nostra vita, non ab­biamo forse la prova che, al di là delle apparenze, ci è mancato il proposito fermo di impegnarci seriamente, se non in tutte alme­no in molte delle Confessioni che abbiamo fatto?

Faccio un esempio: un uomo che a quattordici o quindici an­ni ha detto la sua prima bestemmia. è mai possibile che per mez­zo secolo, ad ogni confessione che fa debba dire che ha bestem­miato? E può trattarsi anche di una persona che si confessa spes­so. Questo nostro fratello non dovrebbe cominciar seriamente a dubitare della rettitudine del suo dolore e della fermezza e since­rità del suo proposito? Io penso proprio di sì.

quarto elemento: l'accusa dei peccati

Per essere concreti: che cosa dobbiamo dire al sacerdote? Tut­ti i peccati sicuramente mortali, sicuramente commessi e sicura­mente mai confessati, specificandone, per quanto possibile, la specie, il numero e le circostanze. Non basta dire, ad esempio: ho bestemmiato. Bisogna precisare se lo si è fatto una volta, qual­che volta, spesso, o abitualmente. Non solo, ma bisogna anche far sapere al sacerdote se si è bestemmiato da soli o in presenza di altre persone, magari bambini, e quindi con l'aggravante dello scandalo.

Per quanto riguarda i peccati veniali c'è da dire che non sia­mo obbligati a confessarli, ma in ogni caso è estremamente utile farlo. L'ideale sarebbe che nelle nostre Confessioni avessimo so­lo dei peccati veniali da dire al sacerdote.

Quinto elemento: la penitenza

In genere oggi, a differenza di quanto avveniva nei primi seco­li di vita della Chiesa, il sacerdote dà delle penitenze leggere. E queste abbiamo l’obbligo di farle, pena la non remissione dei no­stri peccati. Ma visto che i peccati, anche se perdonati, in questa vita o nell'altra vanno pagati, cioè vanno riparati, val la pena che, al di là della piccola penitenza che ci dà il sacerdote, aggiungia­mo noi, spontaneamente, qualche altra penitenza, anche come prova di amore verso il Signore, per riallenare la volontà al bene e per riparare in qualche modo, oltre ai peccati nostri, anche i peccati del mondo intero, che sono un diluvio di miserie che som­merge l’umanità.

ACCOGLIERE DEGNAMENTE IL SIGNORE

L'aver parlato della Confessione in questi giorni delle Quaran­tore spero non sia stato inutile. Spero che contribuisca a plasmar­ci una coscienza più delicata e più attenta a ricevere il Signore nell'Eucaristia con cuore più puro e più disponibile, con un amo­re più grande e con propositi più fermi.

Del resto, se quando riceviamo un amico come ospite in casa nostra facciamo in modo che tutto sia in ordine e prepariamo per lui le cose migliori, perché non dovremmo fare almeno altrettan­to per il Signore?

Perché non dare al Signore la gioia dì essere accolto, come ospi­te gradito, in un'anima pulita e generosa?

Perché negare a Gesù quell'onore e quelle attenzioni di amore con cui trattiamo anche l’ultimo dei nostri amici?

Il mondo, con tutti i suoi peccati è simile a un deserto de­solato. Facciamo in modo che le nostre anime siano per il Si­gnore Gesù, che vaga in questo deserto, come un giardino fio­rito, un'oasi in cui trovare il ristoro che cerca e cioè la grazia di Dio, che rende puro e santo il cuore dell'uomo.

 

5 - DAL PANE LA FORZA DI AGIRE

Fino a qualche tempo fa le gare nello sport si vincevano solo con la forza dei muscoli. Da qualche anno la scienza sta dando una mano agli atleti, studiando le reazioni dei loro corpi e sug­gerendo inoltre l'alimentazione più adatta per ogni tipo di gara..

Se ogni uomo ha bisogno di cibo per vivere, l'atleta ne ha bi­sogno anche per vincere. Il cibo, dunque, non è solo un elemen­to necessario alla vita, ma è anche necessario come sorgente di forza.

E ciò che vale per la vita naturale, vale anche per la vita so­prannaturale. Ciò che vale per ogni uomo, vale ancor più per ogni cristiano.

Il cristiano infatti non è una larva che si limita a vivere, o peg­gio ancora a sopravvivere; il cristiano è un uragano, un concen­trato di forza spirituale, un campione in umanità, un atleta del­lo spirito. Non sempre purtroppo è così cma è così che lo vorreb­be il Signore.

LA FORZA DI FARSI VIOLENZA

La vita del cristiano è una lotta, prima di tutto con se stesso, e poi contro tutte le forze ostili che contrastano la sua presenza e la sua azione nel mondo.

Dunque, il cristiano non è semplicemente un uomo come gli altra; non è uno spettatore passivo; il Signore lo ha collocato nel­lo stadio della. vita con responsabilità grandissime.

Ma per ogni responsabilità che ci affida, il Signore ci dà anche il sostegno e i mezzi necessari.

E Il principale sostegno che può fare dei cristiano un vinci­tore contro tutto e contro tutti è l’Eucaristia, il Pane che Dio ha preparato per dare forza ai suoi flgli.

"Senza di me - ha detto Gesù - non potete far nulla" (Gv 15, 5). E San Paolo ha completato il discorso dicendo: "Tutto pos­so in Colui che mi dà la forza" (Fll 4, 13).

Dunque, dalla totale impotenza alla quasi "onnipotenza"! E’ tra questi due estremi che si muove ogni uomo. E a determinare la nostra posizione tra questi due estremi è la scelta che facciamo nei confronti di Cristo: senza il Signore Gesù... la paralisi del­l'impotenza, ma con lui... la quasi "onnipotenza". Se il Signo­re occupa la nostra mente con la fede, il nostro cuore con l’amo­re e la nostra anima con la grazia, una misteriosa forza divina in­vade il nostro essere e lo divinizza, lo trasforma, lo guarisce, lo rafforza, lo rende capace delle più grandi avventure dello spirito. Quando un uomo è occupato da Cristo, non c'è più nella che lo ferma, neanche ïl rischio o la certezza di perdere la vita.

E siccome il modo più vero, più pieno e reale di incontrare il Signore è l’Eucaristia, ne deriva che senza l’Eucaristia non si vin­ce alcuna gara nella vita, ma nutriti di Cristo si può vincere ogni battaglia.

Le prime battaglie l’uomo le esperimenta dentro di sé. perché, come ogni altro uomo, anche il cristiano è impastato di debolez­za. La grazia infatti non cancella la natura.

Anche se sogna di raggiungere la perfezione proposta dal Vangelo, il cristiano, come avviene per ogni uomo, si ritrova spesso stanco e dissanguato sui sentieri dei peccato, peccatore tra i pec­catori; e questo perché, nonostante il battesimo, si porta dentro la ferita antica del peccato originale, una ferita mai del tutto ri­marginata.

Dal male deve tendere al bene e se è già nel bene deve tende­re al meglio.

Sotto lo stimolo delle parole di Gesù: "Siate... perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste" (Mt 5, 48), il cristiano sa che non ha il diritto di fermarsi. Mai! Perché gli resta sempre da compie­re qualche passo non ancora compiuto.

"Il regno dei cieli - ha detto Gesù - soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono" (Mt 11, 12) e lo ha detto per farci com­prendere che chi vuol essere suo discepolo deve farsi violenza, che non può essere in pace con se stesso se vuol essere in pace con Dio. E' appunto per aver la forza di compiere questa violen­za contro se stesso che il cristiano ha bisogno di nutrirsi di Cri­sto, di far spesso e bene la Comunione.

IL CORAGGIO DI TESTIMONIARE E LA FORZA DI SERVIRE

Ma il cristiano ha bisogno di una grande forra spirituale an­che in rapporto al suo prossimo.

"Voi siete il sale che dâ sapore - ha detto Gesù - voi siete la lu­ce che illumina il mondo, voi siete il lievito che fa fermentare la massa." (cfr. Mt 5, 13-16 e Lc 13, 21).

Ciò che dobbiamo essere è fin troppo chiaro. E' chiaro, ma non facile!

Non è facile per un cristiano essere "sale" in un mondo insipi­do e insulso; non è facile essere "luce" in un mondo che ama le tenebre dell’errore; non è facile essere 'lievito' in un mondo che preferisce fermentare nel male piuttosto che lievitare nel bene.

E dove trovare la forza per rendere, se non facile, almeno pos­sibile quello che il Signore si aspetta da noi? C'è una pagina bel­lissima nella Bibbia che ci dà la risposta.

Nel Vecchio Testamento è narrato lo scontro avvenuto, circa. ottocento anni prima di Cristo, tra il profeta Elia e la regina Ge­zabele.

Gezabele era una donna corrotta, violenta, pagana e nemica dell'unica vero Dio, quello degli Ebrei.

Contrastata duramente da Elia, gli ha fatto dare la caccia. Elia per salvarsi è fuggito nel deserto e, dopo un lungo e fati­coso cammino, stanco fisicamente e sfiduciato nel vedere quan­to le forze del male congiurano contro il bene, rassegnato si è la­sciato andare.

La sua ultima preghiera è stata: "Ora basta, Signore! Lascia­mi morire, non ne posso più". Poco dopo si è addormentato, ma un angelo lo ha svegliato e, porgendogli del pane e dell'acqua, gli ha detto: "Alzati e mangia!". Elia, dopo aver mangiato e bevuto, è ripiombato ancora nel sonno, ma l'angelo lo ha svegliato nuova­mente e gli ha ripetuto, con più insistenza, l’invito di prima: "Su, mangia ancora, perché è troppo lungo il cammino che ancora ti resta da fare". Elia ha obbedito e in quel pane e in gaell'acqna, procurati miracolosamente da Dio, ha trovato la sua salvez­za e la forza di continuare il cammino (cfr. 1 Re 19, 1-8). Anche oggi, come al tempo di Elia, i cristiani che mettono in piazza con coraggio la loro fede raccolgono più contrasti che con­sensi.

Seminano la verità, ma da parte di alcuni raccolgono calun­nie contro di loro.

Seminano amore, e spesso raccolgono da non poche persone odio, o derisione.

Seminano entosiasmo verso i valori dello spirito, e nella mi­gliore delle ipotesi raccolgono dalle masse indifferenza e noia. Seminano rimorsi, e quasi sempre, al posto delle conversio­ni che sognano, raccolgono reazioni rabbiose o il compatimento. Lo scoraggiamento provato dal profeta Elia qualche volta se lo sentono dentro, anche oggi, quei cristiani che, nonostante il loro impegno generoso per fare un mondo diverso e migliore, disposto ad accogliere Dio, si ritrovano davanti un mondo sempre uguale, sempre ostinatamente chiuso ai valori proposti dalla fede, anzi sempre peggiore, perché sempre più sordo e ribelle agli inviti del Signore.

Verrebbe la voglia, come è successo al profeta Elia, di rasse­gnarsi e lasciar perdere tutto, ma sarebbe la strada sbagliata: la nostra sconfitta e la rovina degli altri.

Come per Elia, anche per noi c'è del Pane che sa darci la for­za di proseguire il cammino.

L'angelo che ci invita con insistenza a mangiare è la Chiesa, che porta dal Cielo, con le mani dei suoi sacerdoti, quel Pane di cui abbiamo bisogno.

Elia ha accolto l'invito dell'angelo e noi ... accogliamo l’invito della Chiesa che ci offre quel Pane e ci invita a mangiarne alme­no una volta alla settimana?

Elia, in quel pane che ha mangiato ha ritrovato forza e corag­gio, e noi ... se siamo sempre più a corto di forza spirituale e di coraggio, se siamo sempre più simili, nei difetti, alla gente che vorremmo cambiare, se siamo sempre più spenti e poveri di en­tusiasmo, non è forse perchè riceviamo troppo poco o poco bene quel Pane di vita che Dio ci ha donato?

Se non avesse preso quel pane, anche Elia sì sarebbe si sareb­be fermato; come avviene oggi, né più né meno, per tanti cristia­ni che si sono fermati o hanno innestato la retromarcia di un comodo conformismo, adeguandosi alla mentalità pagana e ìmrno­rale del gregge del nostro tempo.

E nel caso di Elia avremmo avuto un profeta in pensione, un profeta inutile, proprio come avviene oggi per troppi cristiani che sono entrati in un desolante prepensionamento della fede: cristia­ni muti, cristiani stanchi, cristiani assenti, cristiani inutili, cri­stiani sconfltti.

E questo perché hanno commesso lo sbaglio di non cercare in Cristo Eucaristia la forza che, nonostante i contrasti e nonostan­te gli insuccessi più o meno veri, più o meno apparenti, li avreb­be resi cristiani parlanti, cristiani forti, cristiani presenti, cristia­ni utili, cristiani vincenti.

Quando ci si nutre poco di Gesù Eucaristia, voglia o non vo­glia si entra a far parte, per ben che vada, di quella sottospecie di cristiani che pensa solo al proprio orticello e cioè che pensa so­lo a salvarsi l’anima.

Tutto il contrario di quanto affermava un famoso predicatore francese: "Io non devo salvare soltanto la mia anima, devo sal­vare il mondo" (H. D. Lacordaire).

O come diceva il cardinale veronese Giulio Bevilacqua: "In pa­radiso, o ci si va in cordata, o non ci si va per niente".

Chi pensa solo a salvare se stesso non solo non salva gli altri, ma non salva. neanche se stesso.

"Un'anima tranquilla (che pensa solo al proprio orticello - co­me dicevo prima - che non sente l’ansia, il dovere, il bisogno, l’ur­genza di salvare il mondo) è un'anima in grande pericolo" (Card. Newman).

Dobbiamo credere fermamente che il cristiano, nutrito di Cri­sto, diventa, come Cristo, capace di fare grandi cose, capace di scuotere il mondo, capace di svegliare tante coscienze addormen­tate.

Lo da detto Gesù: "...chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi..." (Gv 14, 12).

Pensate: soltanto noi cristiani abbiamo il privilegio, con l'Eu­caristia, di portare Cristo dentro di noi e di renderlo motore del­la nostra vita. E neanche tutti i cristiani, ma solo noi Cattolici e gli Ortodossi, perchè i cristiani Protestanti e i cristiani Anglicani non avendo la Messa sono privi dell Eucaristia.

E' un privilegio di cui un giorno, quando compariremo davan­ti a Cristo Giudice, dovremo rendere conto, perché "a chi fu affi­dato molto, sarà richiesto molto di più" (Lc 12, 48).

Con il fuoco dell'Eucaristia, che è Cristo in noi, dovremmo in­cendiare il mondo. Ma questo incendio tarda a venire. Perché? Perché troppi cristiani assomigliano a tanti piccoli fuochi sparsi qua e là, lontani l'uno dall'altro e prossimi a spegnersi perché non più alimentati da buona legna.

Uniamoci di più a Cristo e uniamoci di più tra di noi, perché siamo membri dell'unica Chiesa e collaboratori dell'unico Reden­tore: il Signore Gesù. Uniamo le nostre forze perché la Chiesa sia più forte, più viva, più attiva, più presente, più convincente, più efficace e più coraggiosa nel compiere la sua missione.

Tutto ciò che abbiamo di buono nel campo della vita sopran­naturale lo abbiamo avuto dalla Chiesa Anche Gesù è la Chiesa che ce lo dà, come Parola. di verità e come Pane di vita eterna.

Ma a questa Chiesa che ci dà tutto e che ha bisogno di tutto, cosa diamo noi in cambio? Le diamo ciò che siamo e ciò che ab­biamo perché, grazie alla nostra disponibilità e al nostro impe­gno, possa donare Cristo agli altri uomini come tante volte lo ha donato a noi?

Noi abbiamo bisogno della Chiesa, ma anche la Chiesa ha bisogno di noi; ha bisogno della nostra fede, della nostra spe­ranza e del nostro amore; ha bisogno della nostra grazia, del­le nostre preghiere e delle nostre penitenze; ha bisogno del nostro buon esempio, delle nostre iniziative e della nostra umile e generosa manovalanza.

La Chiesa ha bisogno di noi come apostoli per portare Cristo in tutti gli ambienti che frequentiamo: casa, scuola, lavoro, luoghi di ritrovo, amicizie e così via.

Sia questo uno dei nostri propositi al termine di queste Qua­rantore: nutriti di Cristo Eucaristia, riconoscenti alla Chiesa e uniti alla Chiesa, vogliamo vivere la nostra fede e rendere fecon­da la grazia di Dio che è in noi, facendo tutto ciò che possiamo perché altri, molti altri conoscano meglio e amino con tutto il cuo­re il Signore Gesù.

PREGHIERA FINALE

Signore Gesù, ti ringrazio per tutte le cose che mi hai detto e che mi hai dato in questi giorni di luce e di grazia. Aiutami a ricordarle e più ancora aiutami a viverle. Fa' che il mio amore per te non conosca tradimenti. Donami purità della mente e la fortezza nelle prove. Dammi un maggior spirito di preghiera e di penitenza. Che io sappia accontentarmi delle cose che possiedo, ma non sappia mai accontentarmi dell'amore che ho per te. Fammi sentire il bisogno di non pensare solo a me stesso, ma anche, e con la stessa intensità, alla salvezza del mondo. Fa' che viva questa vita sulla terra, camminando tra. le tue crea­ture senza incatenarmi ad esse con amori sbagliati. Che io cammini su questa terra con nel cuore un desiderio grande del paradiso, senza fermarmi per la fatica, senza credere di aver camminato abbastanza, sereno nonostante tutto e soprat­tutto felice di averti come amico, come fratello, come Salvatore e come Cibo e sostegno nella fatica e nei pericoli della vita. Amen.