IL PADRE E IL FIGLIO NELLA PASSIONE
Padre
Andrea D'Ascanio
Un
bambino, sentendo dire nel catechismo che il Padre, per salvare gli uomini, ha
mandato il Figlio a morire in croce, se ne uscì con questa espressione:
"Comodo, eh!". Sembra una battuta, ma è molto amara.
Per
un bimbo l'immagine paterna è e deve essere quella di chi lo custodisce e lo
salva, e non quella di chi lo manda a morire; naturalmente nasce in lui un senso
di diffidenza verso questo Dio Padre che sacrifica il Figlio, invece di andare
lui a morire per il figlio, come umanamente è logico e naturale.
Supponiamo
che questo bambino, una volta cresciuto, abbia per di più la sventura di
imbattersi nella predica che Bossuet, il più famoso oratore sacro del sec. XVII,
tenne alla corte del re di Francia il venerdì santo del 1662:
"L'anima
santa del mio Salvatore è presa dell'orrore che incute un Dio minaccioso e
mentre si sente attratta a buttarsi nelle braccia di questo Dio per cercarvi
conforto e sollievo, vede che egli torce la faccia, lo respinge, l'abbandona,
lasciandolo tutto e completamente in preda al furore della sua giustizia
irritata. Ti getti, o Gesù, tra le braccia del Padre e ti senti respingere,
senti che è proprio lui che ti perseguita, che ti colpisce, lui che ti
abbandona, proprio lui che ti schiaccia sotto il peso enorme e insopportabile
della sua vendetta... La collera di un Dio irritato: Gesù prega e il Padre
adirato non l'ascolta, è la giustizia di un Dio vendicatore degli oltraggi
ricevuti; Gesù soffre ed il Padre non se ne cura, non si placa, vuole la
morte!".
Quali
sentimenti si svilupperanno nello spirito di questo bambino cresciuto con tali
insegnamenti? Bene che vada, avrà un santo terrore di Dio che molto
difficilmente sfocerà nell'Amore.
Quel
bambino è in ciascuno di noi e da sempre si è visto presentare Dio Padre nella
veste di giudice inflessibile, che non trova riscontro nei Vangeli, ma che è
sempre stato dipinto così dai predicatori dei quali Bossuet è il modello da
tutti imitato.
Scopo
dei predicatori è dimostrare che il peccato è tanto grave da costringere il
Padre ad infierire sul Figlio sino alla morte, senza pietà. Ma anche se
l'intenzione è buona, in realtà hanno fatto sì che nei fedeli si radicasse la
convinzione che il "Padre" si comporta come un "padrone"
vendicativo e spietato.
Anche
la Liturgia ha la sua brava responsabilità. Basta pensare alla preghiera che
introduce la recita del Padre Nostro nella Messa: "Praeceptis salutaribus
moniti et divina institutione formati, audemus dicere: Pater..." che,
tradotto liberamente, suona così: "Signore Iddio, noi osiamo chiamarti
Padre solo perché tuo figlio Gesù ce lo ha ordinato!".
Povero
Padre nostro!
Dove
è finito lo Spirito del Figlio che ci è stato donato perché in noi gridi
"Abbà" (Gal. 4,s), cioè Papà ? E' rimasto sepolto sotto questa
falsa visione basata sul concetto giuridico di espiazione che - scrive P.
Cantalamessa - "non poteva non generare, a lungo andare, una segreta
ripulsa per questo Padre "implacabile" che aspetta, dal suo cielo,
impassibile, chegli venga versato il sangue del riscatto, e dal suo proprio
Figlio"(da: La vita nella signoria di Cristo, Ed. Ancora).
Ma
siamo sicuri che il Padre abbia mandato a morire il Figlio, con una freddezza
che sfiora il cinismo, staccandolo totalmente dalla propria Persona? Noi abbiamo
una convinzione totalmente opposta, e cioè che soprattutto il Padre, nel Figlio,
ha portato il peso della Passione, proprio come quel bambino riteneva giusto: lo
spirito dei piccoli non si inganna e non inganna. Cercheremo di dimostrare
questa asserzione concordando i Vangeli nei quali si parla di Gesù nell'orto
del Getsemani:
"Allora
Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsemani, e disse ai suoi
discepoli. "Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare". E presi con sé
Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. Disse
loro: "La mia anima è triste fino alla morte. restate qui e vegliate con
me". E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava
dicendo: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non
come voglio io, ma come vuoi tu!". Poi tornò dai discepoli e li trovò che
dormivano. E disse a Pietro: "Così non siete stati capaci di vegliare
un'ora sola con me? Vegliate e pregate, per non cadere in tentazione. Lo spirito
è pronto, ma la carne è debole". E di nuovo allontanatosi, pregava
dicendo "Padre mio, se questo calice non può passare senza che io lo beva,
sia fatta la tua volontà". (Mt. 26, 36-42)
«Gli
apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo. In preda all'angoscia, pregava
più intensamente; e il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a
terra". (Lc 22, 43-46)
"Poi
si avvicinò di nuovo ai discepoli e disse loro: "Dormite ormai e riposate!
Ecco è giunta l'ora nella quale il Figlio dell'uomo sarà consegnato in mano ai
peccatori. Alzatevi, andiamo; ecco, colui che mi tradisce si avvicina» (Mt.
26,45-46)
"Giuda
dunque, preso un distaccamento di soldati e delle guardie fornite dai sommi sacerdoti
e dai farisei, si recò là con lanterne, torce ed armi. Gesù allora si fece
innanzi e disse loro: "Chi cercate?". Gli risposero: "Gesù il
Nazareno". Disse loro Gesù: "Io sono!". Appena disse "Io
sono!» indietreggiarono e caddero a terra". (Gv. 18, 4-6)
Esaminiamo
questa descrizione dell'agonia di Gesù nel Getsemani perché è di importanza
fondamentale per capire il Cuore del Padre e per guidarci nella via della
santità: il Getsemani è passaggio obbligato nel cammino verso l'alto, cioè
verso il Padre.
Cosa
è il Getsemani? E' il grande agone, il grande combattimento che Gesù deve
sostenere come "figlio dell'uomo" per riscattare tutti gli uomini.
Gesù uomo, con tutta la sua umanità perfettissima e perciò infinitamente
sensibile, deve impattare il grande avversario che si chiama "morte",
"male, "peccato". E' l'ora delle tenebre".
Da
Gesù è scomparsa la potenza del miracolo, quella energia soprannaturale che
gli faceva dominare tutte le realtà circostanti, che faceva fuggire i demoni,
che quietava i mari in tempesta, che risuscitava i morti. Con questa potenza
egli andava incontro al male e lo scioglieva: "Li guariva tutti" dice
il Vangelo.
Ora
tutto il male del mondo si rovescia sulla sua umanità ed egli chiede aiuto ai
suoi intimi perché la sua "anima è triste fino alla morte" e
comincia a provare "tristezza e angoscia". Ma i suoi amici dormono,
l'avversario" ha cloroformizzato le loro volontà perché non hanno pregato
e la loro "carne è debole".
Gesù
resta solo con il Padre ed inizia la preghiera più accorata che uomo abbia
mai elevato a Dio: "Padre, se è possibile passi da me questo
calice....". In questo scontro esistenziale tra "io" di Gesù
uomo e "Dio" la vittoria finale è di Dio, perché Gesù subordina la
sua volontà a quella del Padre: "...però non come voglio io, ma come vuoi
tu!" (Mt. 26,39). E' la grande vittoria, il riscatto del "no" di
Adamo, che Gesù uomo consegue in un bagno di sangue.
La
sudorazione di sangue (ematidrosi) è un fenomeno che si verifica in rarissimi
casi: si tratta di "un travaso di sangue attraverso i capillari che
irrorano le glandole sudoripare, per costrizione abnorme dei nervi vaso-motori,
in seguito ad eccezionale trauma psichico". E' quello che alcuni
scrittori mistici chiamano il "torchio", forse anche in riferimento al
nome Getsemani, che vuol dire proprio "frantoio": era un possesso
rurale ove era stato scavato un torchio nella roccia per spremere i frutti degli
ulivi piantati nel recinto.
La
sudorazione di Gesù, - a differenza degli altri casi riscontrati dai clinici -
fu eccezionalissima, così abbondante da "bagnare il terreno": ciò
indica l'immensa, suprema commozione che soffrì il nostro Redentore.
Secondo
una tesi di due medici italiani che hanno studiato a fondo il fenomeno, Gesù
nel Getsemani avrebbe avuto un infarto.
Quando
si accorge che sta venendo meno, Gesù si aggrappa al Padre, cercando in Lui
quel conforto che i fratelli storditi dal sonno non riescono a dargli. E il
Padre risponde immediatamente al richiamo del Figlio mandandogli un Angelo.
E'
l'Angelo del conforto, l'Angelo del calice. Cosa c'è in quel calice? C'è tutta
la Potenza di Vita del Padre che si comunica al Figlio, così come il Figlio,
poche ore prima, si era comunicato agli apostoli. Questa Potenza nuova gli
permette di rialzarsi, di rimproverare i suoi amici con dolcezza e con ironia,
di andare incontro a colui che lo ha venduto con parole che sono richiamo di
Amore: "Non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me? ... Dormite
ormai e riposate". (Mc. 14,41)
"Giuda,
con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo?" (Lc. 22,48)
"Io
Sono"!: il Padre è in Gesù.
Gesù
è tornato ad essere il Maestro di sempre, anzi più potente di prima, perché
in lui c'è ora in pienezza il Padre Onnipotente. Per convincercene vediamo cosa
accade nell'incontro con le guardie e con la folla che erano andate a prenderlo:
"Chi cercate?" Gli risposero: "Gesù il Nazareno". Disse
loro Gesù: "Io sono!" (Gv 18,6)
Nella
versione italiana leggiamo: "Sono io!», perché nella nostra lingua suona
meglio foneticamente, ma la versione latina dice: "Ego sum!" e
quella greca: "(…)!". La traduzione letterale e filologica è
dunque: "Io sono!"
"IO
SONO" è il nome del Padre, che così presenta Se stesso nel Vecchio
Testamento:
"Mosè
disse a Dio: " Ecco io arrivo dagli Israeliti e dico loro: Il Dio dei
vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno. "Come si chiama? E io cosa
risponderò loro?". Dio disse a Mosè: "Io sono colui che sono!".
Poi disse: "Dirai agli Israeliti. IO-SONO mi ha mandato a voi». (Es. 3,
13-14)
Quindi,
dicendo "Io sono!", Gesù si qualifica con il nome del Padre. O
meglio, il Padre dichiara la sua presenza nel Figlio e si testimonia - oltre che
con il suo proprio nome - anche con la POTENZA che è la caratteristica
specifica di Dio Padre: Appena disse: "IO SONO!", indietreggiarono e
caddero a terra. (Gv.18,6).
Abbiamo
visto Gesù accasciato a terra in preda a "tristezza e angoscia» (Mt
26,37) e "paura (Lc 14,33). Ha avuto uno stress al limite del sudore di
sangue. Probabilmente ha subito un infarto.
Come
avrebbe potuto un uomo ridotto in questo stato riprendere immediatamente il
controllo della situazione ed avere una forza di spirito tale da far cadere a
terra "la gran folla con spade e bastoni -"(mt 26,47), lui che qualche
minuto prima era accasciato al suolo? Come avrebbe potuto reggere alla
flagellazione, al tragitto al Calvario, alla crocifissione? Come avrebbe
potuto guidare tutta la passione tenendo sempre sotto controllo uomini ed
episodi, come nel caso della Veronica, delle pie donne, del buon ladrone?
E'
il Padre che, nel Figlio, sostiene il peso della Passione e la domina guidandola
passo passo, finché Gesù non lancia il suo grido di vittoria: "Tutto è
compiuto!" (Gv 19,30).
Appena
il Figlio pronuncia queste parole, il Padre si ritira lentamente da quel corpo
martoriato che Lui solo ha tenuto in vita sino a quel momento. Gesù avverte
questo allontanarsi del Padre, e torna per un istante nello smarrimento in cui
si era trovato nel Getsemani: "Verso le tre, Gesù grido a gran voce. Elì,
Elì, lamà sabactani? che significa: "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai
abbandonato? ... ed emesso un alto grido, spirò". (Mt. 27,46-50)
Gesù
ha combattuto la sua battaglia e l'ha vinta, ma non da solo, in lui ha lottato e
vinto il Padre con tutta la Potenza del Suo Spirito. Il corpo di Gesù, lo
strumento della vittoria, pende ora dalla croce. Resterà senza vita per qualche
ora, il tempo necessario per convincere gli uomini che era veramente morto;
poi, - quando gli uomini si saranno ormai rassegnati alla sconfitta - il Padre
farà esplodere tutta la sua Potenza di Vita e di vittoria con la RESURREZIONE.
E
quanto profetizzato si realizzò ed il corpo spiritualizzato comparve prima
intoccabile e poi palpabile per testimoniare a Tommaso l'incredulo che era
proprio Lui, il Maestro, che conservava lo splendore dei "segni"
provocati dal peccato ma resi splendidi dall'Amore più forte del peccato.
Luce
e tenebre si sono scontrati sul corpo del figlio dell'uomo. Ha vinto la Luce
perché ha vinto l'Amore che ha reso quel corpo ricco di tutte le facoltà di un
corpo spiritualizzato. In pratica, Gesù risorto ha un corpo di vera carne, come
lo aveva prima di morire, ma libero da ogni limite di spazio, di tempo, di
luogo, ha cioè acquisito facoltà che vanno ben oltre la materia e che sono
proprie degli spiriti purissimi. E' un corpo che ha ora l'impassibilità,
l'agilità, la spiritualità, la chiarezza.
Sono
queste proprietà che permettono al corpo di partecipare alle gioie della
beatitudine eterna, che per l'anima consistono nella visione di Dio. Tra le
gioie del corpo si possono enumerare quelle dei cinque sensi,
dell'immaginazione, dei sentimenti, della contemplazione delle bellezze create.
Riscontriamo tutto ciò nei Vangeli:
-
il corpo di Gesù risorto può superare qualunque barriera materiale:
"Mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli, per
timore dei Giudei, venne Gesù... » (Gv. 20, 19);
-
può espletare qualunque funzione, come quando era sulla terra, anche se non
ne ha la necessità: "Gli offrirono una porzione di pesce arrostito: egli
lo prese e lo mangiò davanti a loro" (Lc. 24,41-43);
-
l'aspetto fisico e il timbro della voce rimangono gli stessi, ma Gesù è libero
di manifestare o meno tali realtà come e quando vuole: "Gesù si accostò
e camminava con loro, ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo" (Lc
24,15-16); "Gesù le disse: Maria! Essa allora, voltatasi verso di lui, gli
disse in ebraico Rabbunì!» (G20,16); "Ma lui sparì alla loro Vista (Lc.
28,31);
-
è un corpo da cui emana Pace e Fuoco, che si avverte nello spirito anche se la
mente non ha ancora focalizzato la presenza di Gesù» Non ci ardeva forse il
cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava
le Scritture?» (Lc. 24,33);
-
non è più soggetto alla legge di gravità: "Mentre li benediceva, si
staccò da loro e fu portato verso il cielo» (Lc. 24,51).
Tale
sarà il nostro corpo al momento della resurrezione dai morti se si sarà
uniformato in vita alla Volontà di Dio: “a Sua immagine lo creò” (Gen
1,27), e "a Sua immagine" lo risusciterà dopo il peccato redento. Ce
ne dà conferma la Scrittura: "Allora i giusti risplenderanno come il sole
nel regno del Padre loro!" (Mt. 13,43)
"La
nostra patria invece è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore
Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al
suo corpo glorioso" (Fil 3,21)
"Sappiamo
infatti che quando verrà disfatto questo corpo, nostra abitazione sulla
terra, riceveremo un'abitazione da Dio, una dimora eterna, non costruita da mani
di uomo, nei cieli". (2Cor 5,1)
Il
miracolo della resurrezione del corpo di Gesù continua in noi. Ogni volta che
facciamo la Comunione entriamo in comunione con il corpo di Gesù Risorto, e
assorbiamo quindi la potenza vitale della Resurrezione:"O Sacro convito, in
cui ci si nutre di Cristo, l'anima è ricolma di Grazia ed a noi viene dato il
pegno della Gloria futura" (dalla Liturgia).
La
Comunione non è soltanto una fonte di vita per lo spirito, ma anche per il
corpo. Ricordiamo quello che spesso scriveva nelle sue ricette il Beato Moscati,
medico primario dell'università di Napoli: "Cura dell'Eucaristia!"
Siamo
ancora sotto il giogo della sofferenza ma, se ci uniformiamo alla Volontà di
Dio come ha fatto Gesù, tale giogo diventerà leggero e gioioso perché il
Padre in noi ne porterà il peso.
E'
necessario però che crediamo nel suo Amore e che ci abbandoniamo a Lui anche
quando sembra che ci stia lontano.
Il
Padre non è mai lontano dai suoi figli; credere poi che ci lasci soli nella
sofferenza o che tutto sia una sua crudele punizione è la grande trappola in
cui vuole farci cadere "l'avversario" che, dopo averci indotti al
peccato, non vuole farci tornare tra le braccia del nostro Papà che subito ci
rigenererebbe nel suo Amore che è "più potente del peccato, più potente
del male, più potente della morte" (Dies in Misericordia).
E'
Pasqua. E' tempo di resurrezione.
L'augurio
che facciamo a tutti è che il bambino che è in noi si convinca che Dio è
veramente il suo Papà. Un Papà del quale possiamo fidarci perché non ci
lascerà mai soli nella prova, ma la vivrà e la soffrirà in noi per
trasformarla in resurrezione.
IN
NOI È RESURREZIONE OGNI VOLTA CHE DICIAMO "PADRE, GRAZIE!"
Una
delle prime cose che si insegnano ai bambini è dire "grazie" quando
si dà loro qualcosa.
Dire
"grazie" è alla base della convivenza umana, è la maniera più
semplice ed efficace per tenere vivo ed accrescere l'Amore.
Se,
quando facciamo una piacere ad un amico, non riceviamo né una telefonata né un
biglietto di ringraziamento, avvertiamo che qualcosa dentro di noi si è
raffreddato nei suoi confronti e ci viene spontaneo il lamento: "Non mi ha
detto neanche grazie!". La volta seguente non lo aiuteremo, o lo faremo
senza entusiasmo perché ci siamo sentiti traditi nel nostro Amore.
L'uomo
è fatto ad immagine e somiglianza di Dio, e quello che sentiamo nel nostro
cuore è l'eco di quello che vibra - in maniera infinitamente più ampia - nel
Cuore del Padre. Nei rapporti con Lui dobbiamo perciò avere la stessa
"educazione" che usiamo con il nostro prossimo e Gesù ce lo insegna
nel Vangelo: "Durante il viaggio verso Gerusalemme, Gesù attraversò la
Samaria e la Galilea. Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci
lebbrosi i quali, fermatisi a distanza, alzarono la voce, dicendo: "Gesù
maestro, abbi pietà di noi!" Appena li vide, Gesù disse: "Andate a
presentarvi ai sacerdoti". E mentre essi andavano, furono sanati. Uno di
loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si gettò ai
piedi di Gesù per ringraziare. Era un samaritano. Ma Gesù osservò: "Non
sono statiguariti tutti e dieci? E gli altri dove sono? Non si è trovato chi
tornasse a render gloria a Dio, all'infuori di questo straniero?" Egli
disse: "Alzati e và; la tua fede ti ha salvato". (Lc 17,11-19)
Il
"grazie" del samaritano fa scaturire per lui, dal Cuore di Gesù, una
"grazia" nuova: la guarigione e quindi la resurrezione dello spirito,
dopo che aveva già avuto quella del corpo.
Se
noi impareremo a dire "grazie su grazie" per i continui doni che
riceviamo, su di noi pioverà "Grazia su Grazia" e vivremo nella gioia
di una continua resurrezione.
Diciamo
mai: "Padre, grazie per gli innumerevoli doni che mi fai
continuamente?"
Qualcuno
potrebbe obiettare: "Ma dove sono questi doni? La vita è tutta una
continua sofferenza..."
Siamo
veramente dozzinali nello spirito, perché, se dovessimo enumerare tutti i doni
che il Padre ci fa, dovremmo vivere in un continuo rendimento di grazie.
Chi
di noi, ad esempio, ringrazia Dio perché vede con i suoi occhi? Perché cammina
con le sue gambe? Perché può dormire, può mangiare senza problemi? Perché ha
una casa, perché non ha un tumore, perché non ha un figlio drogato? Perché
non ha lo sfratto, perché non sta fallendo economicamente? Chi ringrazia Dio
per il dono del sole, della pioggia, della neve, del vento, di un'alba luminosa?
Chi Lo ringrazia per il sorriso di un bimbo, per il canto di un uccello?
Quasi
nessuno. Siamo dei bambini capricciosi che vedono solo quello che non hanno.
Tutto ci sembra dovuto. Ci ricordiamo di Dio solo quando abbiamo bisogno,
dicendo: "Lui mi può aiutare perché è onnipotente, e quindi deve
aiutarmi. Se è mio Padre deve ottenermi quello che gli chiedo". Se poi non
mi esaudisce taglio i rapporti con Lui, non Lo saluto più, Gli volto le spalle
risentito.
Emerge
allora questo assurdo e diffuso atteggiamento di fede; una fede rudimentale e
infantile che - se non risponde ai nostri schemi - si trasforma in sentimenti di
bestemmia che ci fa dire a Dio: "Tu non ti stai comportando da Padre, e io
Ti rifiuto".
Quante
persone non pregano più, non vanno più in chiesa perché non hanno ricevuto da
Dio quello che chiedevano!
E
quante di queste persone, sentendosi "tradite" da Dio, vanno da maghi
e fattucchieri (ce ne sono in giro molti, e proliferano sempre più...) per
raggiungere lo scopo che si erano prefissi!
L'esperienza
di spirito più amara che io abbia fatta è stata il dialogo con un sacerdote
che - in un momento di grossa difficoltà familiare - si ostinava a chiedere a
Dio un intervento miracoloso che evitasse il crack economico oramai imminente.
Cercai
di dirgli che al buon Dio sta a cuore prima di tutto lo spirito, e che, se
accettiamo le prove, spesso tutto si risolve. La reazione fu la più dura che
potessi supporre in un sacerdote: "No! Io credo nella onnipotenza di Dio!
Egli può e deve intervenire; diversamente - giacché è più forte - io Lo
subirò ma non Lo accetterò!"
Che
fallimento!
Dobbiamo
convertirci: la nostra fede deve portarci non a chiedere, ma a donare. Se
crediamo veramente in Dio, non dobbiamo credere solamente nella Sua onnipotenza
("credo in Dio Padre Onnipotente"), ma anche nella Sua paternità. E
quindi dobbiamo credere nel Suo Amore, anche se non riusciamo a comprendere i
tanti "perché" della vita. Dobbiamo fare come Maria, che credeva
nell'Amore del Padre e, quando non "comprendeva", accoglieva
egualmente con docilità la realtà dei fatti, "meditandoli nel suo
cuore" (Lc 3, 50-51).
Dobbiamo
vivere la preghiera che Gesù ci ha insegnato, e dobbiamo incarnarla come ha
fatto quel gigante nello spirito che è Charles de Foucauld:
"Padre mio, io mi abbandono a te, fa di me ciò che ti piace; qualunque cosa tu faccia di me, ti ringrazio. Sono pronto a tutto, accetto tutto, purché la Tua Volontà si compia in me e in tutte le tue creature; non desidero niente altro, mio Dio. Rimetto la mia anima nelle tue mani, te la dono, mio Dio, con tutto l'amore del mio cuore, perché Ti amo. Ed è per me un'esigenza d'amore il donarmi, il rimettermi nelle Tue mani, senza misura, con una confidenza infinita, perché Tu sei il Padre mio".
Questa
deve essere la nostra preghiera, che possiamo sintetizzare in una sola parola:
"Grazie, Padre!"
Lo
aveva ben capito un uomo della terra di Uz, chiamato Giobbe:
"uomo
integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male. Gli erano nati sette figli e
tre figlie; possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di
buoi e cinquecento asine, e molto numerosa era la sua servitù. Quest'uomo era
il più grande fra tutti i figli d'oriente» (Gb 1, 1-4)
Ma
un giorno... ...Tutto il suo bestiame viene rubato; i fedeli servitori e i
guardiani sono passati a fil di spada. E' il fallimento economico. Ma
"Giobbe non peccò con le sue labbra».
"Il
Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!"
...
Giobbe viene colpito da "una piaga maligna, dalla pianta dei piedi alla
cima del capo. Prese un coccio per grattarsi e stava seduto in mezzo alla
cenere".
La
moglie lo insulta per la sua rassegnazione e la sua fedeltà a Dio, che lui
continua a benedire dopo tutto quello che gli ha mandato. "Hai parlato come
una stolta!" - le risponde Giobbe - "se da Dio accettiamo il bene,
perché non dovremmo accettare il male?". Giobbe "non peccò con le
sue labbra».
"Il
Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!".
...
Dulcis in fundo, Giobbe viene accusato, dai suoi più cari amici, di stoltezza,
di peccato, di orgoglio.
E'
il fondo del suo abisso di dolore: "Ora invece ridono di me i più giovani
di me in età, i cui padri non avrei degnato di mettere tra i cani del mio
gregge.
...
Ora io sono la loro canzone, sono diventato la loro favola! Hanno orrore di me e
mi schivano e non si astengono dallo sputarmi in faccia» (Gb 30,1 ss.)
Giobbe
viene colpito nei beni materiali, nei figli, nel corpo, nell'onore: in lui sono
riassunti tutti i tipi di "disgrazia".
Queste
sono le prove della vita attraverso le quali prima o poi dobbiamo passare:
consideriamole il nostro vero patrimonio, l'unico che ci dà la possibilità di
crescere nella fede e nell'amore di Dio. Esse ci liberano dai vincoli della
terra, se le accettiamo con la convinzione che sono doni preziosi.
Se
diremo sempre "grazie" per questi "doni", dal Cuore del
Padre scaturirà un soffio di Amore sempre più grande che si riverserà nel
nostro spirito e lo farà crescere, colmandoci di gioia e di pace.
Ci
è lecito chiedere quello che ci sembra giusto, ma dobbiamo essere sempre pronti
a dire "grazie" anche se il Padre non ci concederà quello che
desideriamo, nella certezza che ci farà sempre una "grazia"
infinitamente più preziosa: un più profondo rapporto di intimità con Lui.
Questo
è l'unico scopo della nostra vita: conoscere, amare e servire Dio qui sulla
terra e poi goderlo nell'eternità. E' qui sulla terra che guadagnamo il cielo;
è qui sulla terra che dobbiamo dimostrare a Dio che realmente Lo amiamo sopra
ogni cosa. Ma quale prova di amore Gli diamo se Gli diciamo "grazie"
solo quando tutto va bene? O, peggio, se non Glielo diciamo mai?
Nel
linguaggio biblico, il nostro rapporto con Dio viene definito
"sponsale". Quando due giovani si uniscono in matrimonio si dicono
l'un l'altro: "Io ti prometto di esserti fedele nella buona e nella cattiva
sorte". La "cattiva sorte" in realtà non è mai cattiva perché
serve a rafforzare il vincolo affettivo: l'amore fatto solo di sdolcinature
prima o poi si esaurisce.
Un
papà e una mamma si ritrovano veramente uniti quando stanno al capezzale del
loro bambino gravemente malato, perchè allora l'Amore diventa forte e si tempra
nella sofferenza.
Noi
questo non vogliamo capirlo. Continuiamo a vivere in una dimensione di terra
nella quale conta solo il benessere materiale: avere soldi, stima, casa,
macchine, persone che ci venerano... Ma queste cose non elevano il nostro
spirito, bensì lo affossano.
Nostro
unico scopo deve essere penetrare sempre più nel Cuore dei Padre e, per far
questo, dobbiamo imparare a dire: "Padre, grazie!". Ma per dirlo
dobbiamo convincerci che il Padre ci ama, ci ama veramente. Non ci ha creati per
farci soffrire e non gode della sofferenza che non ha inventato Lui, ma che è
il prodotto della nostre disobbedienze. Lui, nel Figlio, ci ha insegnato cosa
dobbiamo fare per liberarci da questo male che noi ci siamo procurato: bisogna
"inghiottirlo" accettandolo e offrendolo al Padre in un "si"
totale. E il Padre ci darà la Pace. Se poi cresceremo nell'Amore sino a dire
"Padre, grazie", in noi si realizzerà la resurrezione e diventeremo
un'esplosione di gioia.
Questa
è la strada per crescere nello spirito. Diversamente la nostra fede si
trascinerà in un continuo lamento, in una perenne ricerca di "grazie"
che nonbasteranno mai perché - ammesso che ce ne venga concessa una - dopo ne
chiederemmo un'altra perché verrà un altro guaio; e poi un'altra... e il
nostro rapporto con Dio si ridurrà a quello di mendicanti che tendono
perennemente la mano elemosinando aiuti.
Non
è questa la nostra vera realtà; noi siamo figli di Dio, noi siamo di stirpe
regale. La sofferenza è un dono che ci viene fatto perché possiamo riscattare
la nostra umanità decaduta e rivestirci di regalità.
Se
non accettiamo il dono del Padre e non Gli diciamo il nostro "Grazie!"
spegniamo il nostro rapporto con Dio e lo sviluppo del nostro spirito. Il nostro
cuore si indurisce e non è più in comunione con il Cuore del Padre.
Un
papà che porta il suo bambino dal dentista non gode quando comincia a piangere
perché il dottore gli fa l'iniezione e gli tira fuori il dentino guasto. Se
questo bimbo, uscendo dallo studio del dentista, dicesse al suo papà: "Tu
sei cattivo! Tu mi hai portato dal dottore per farmi la bua; tu non mi
ami...", cosa proverebbe il padre?
Noi
siamo come questo bambino che non ha capito l'amore e il dolore del Padre. Il
Padre viene e cerca di curarci, di guarirci a fondo, di liberarci, di farci
crescere, ma trova in noi questo atteggiamento indelicato e ribelle. Se noi,
invece di dirgli "grazie" Lo accusiamo perché ci manda i mali o perché
non ce ne libera, cosa può fare Lui? In rispetto alla nostra libertà si ritira
e ci lascia con le nostre miserie; ci lascia con i nostri denti guasti, che poi
diventeranno fonte di infezioni sempre più ampie.
Se
invece quel bambino, tornando a casa, dicesse al suo papà: "Papà mio, il
dottore mi ha fatto tanta bua, però tu mi vuoi bene e allora vuol dire che era
necessario; grazie, papà!" che cosa proverà il padre di questo piccolo?
Una tenerezza infinita; se lo stringerà forte forte al cuore, lieto di essere
stato compreso nel suo gesto sofferto.
Se
noi, in qualunque circostanza, diciamo al Papà del cielo: "Ti ringrazio,
Padre, per quello che mi mandi ogni giorno, anche se mi fa male: evidentemente
è quello che occorre per far crescere il mio spirito: grazie!"; cosa farà
Lui? Ci stringerà a Sé e inonderà il nostro cuore di gioia, il segno della
Resurrezione che verrà dopo la morte che ogni sofferenza racchiude. Vivremo la
gioia della santità.
Cosa
è la santità? L'uomo nuovo che lo Spirito del Padre crea in noi quando abbiamo
accettato il "dono" della passione e della morte: "Se uno non
muore e rinasce dall'alto non può vedere il regno di Dio" (Gv 3,4).
Questo
processo di morte e di resurrezione è frutto di un lavoro quotidiano. Ogni
giorno il Padre ci dà il "pane quotidiano" che non è solamente
l'Eucaristia, ma anche la sofferenza.
Di
per sé la sofferenza è una realtà di morte, perché "mortifica" la
nostra personalità. Ma, se la accettiamo, il Padre la trasforma in dono di Vita
rigenerando una parte di noi. Grazie ad essa, ogni giorno una parte della nostra
realtà umana muore, ma risorge divinizzata. Giorno dopo giorno, "grazie su
grazie", il Padre demolisce la nostra struttura cadente e realizza in noi,
"Grazia su Grazia", il Suo tempio immortale. E' la santità.
Ogni
giorno si nasce; ogni giorno si muore; ogni giorno si risorge. La nostra vita è
scandita al ritmo trinitario del rosario che è incarnazione, morte e
resurrezione. Come per Gesù, come per Maria, come per Giobbe.
Già,
come è finita la storia di Giobbe?
"Dio
accrebbe del doppio quanto Giobbe aveva posseduto. Egli possedette quattordicimila
pecore e seimila cammelli, mille paia di buoi e mille asine. Ebbe ancora sette
figli e tre figlie... Dopo tutto questo Giobbe visse ancora centoquarant'anni e
vide figli e nipoti di quattro generazioni". (Gb 42, 10)
Ma
soprattutto Giobbe è divenuto un grande amico di Dio.
Quando
il Signore parla di lui a coloro che lo avevano condannato, dice: "Andate
dal mio servo Giobbe... il mio servo Giobbe pregherà per voi, affinché Io, per
riguardo a lui, non punisca la vostra stoltezza." (Gb 42, 8)
Giobbe
può ormai intercedere per i suoi fratelli parlando a Dio "faccia a
faccia", perché il vecchio Giobbe è morto, ne è nato uno nuovo in cui
vive in pienezza l'Amore. In lui vive il Padre.
Chiediamo
a Maria il dono della gratitudine, di vedere in tutto un dono del Padre, anche
nei nostri sbagli.
Chiediamo
a Maria di fare di noi un continuo rendimento di grazie.
Chiediamo
a Maria il dono della preghiera interiore, perché il nostro spirito impari a
ripetere, ad ogni battito di cuore: "Padre, grazie!".
E
il Padre verrà in noi, e anche noi potremo intercedere per i nostri poveri
fratelli disperati e, nel sorriso, saremo per loro testimoni credibili della
resurrezione.
Solo
di questo hanno bisogno per imparare a dire anche loro: "Padre,
grazie!" e così risorgere.