IL PADRE APOSTOLO DEL VOLTO SANTO
Servo
di Dio Abate Ildebrando Gregori OSB Silv. (1894-1985)
L'Abate
Ildebrando Gregori nacque a Poggio Cinolfo, comune di Carsoli, provincia de
L'Aquila, il giorno 8 maggio 1894. Fu battezzato il 12 maggio successivo,
vigilia di Pentecoste e gli furono dati i nomi di Alfredo e Antonio.
Egli
ricordava spesso il suo Abruzzo e il suo paese natio che egli dipinse. Della
casa paterna nel suo testamento egli ha queste parole: "Già da piccino,
trovai nella casa paterna tutto il necessario per orientarmi verso il Signore
mediante i miei ottimi genitori, fratelli e sorella. GRAZIE, O MIO DIO".
Ci
sono qui molti dati da completare per quanto riguarda l'ambiente familiare,
sociale e religioso in cui il Servo di Dio passò la sua fanciulezza, e non mi
voglio quindi soffermare su questo pur importantissimo aspetto della sua vita.
Il formarsi infatti della persona incomincia qui, anche se dopo vari fattori
entrano a modificare ciò che l'eredità e l'ambiente hanno dato. Sappiamo in
particolare come la Grazia poi entri con la sua potenza perfezionatrice.
Le
due qualità dell’Abruzzo, forte e gentile erano particolarmente marcate nel
Servo di Dio, come pure la gentilezza e dolcezza della mamma, e il senso di
riconoscenza che era spiccato nel papà, come egli stesso ricorda.
Il
Servo di Dio parlando alle sue figli spirituali in occasione del loro ritiro in
preparazione alla "vestizione" e ai voti nel Pio Sodalizio, dice di
aver sentito la chiamata di Dio alla vita religiosa prestissimo, a quattro
anni: «Fui chiamato piccino, figliole, e a 4 anni già dicevo alla mamma
"voglio farmi frate"». Parleremo più sotto della esperienza di
vocazione del Servo di Dio e del ruolo determinante che ebbe in tutta la sua
vita. Per interessamento del Cardinal Segna, suo concittadino e Protettore dei
Monaci Benedettini Silvestrini, egli fu accettato a 14 anni da loro come
aspirante, e il 15 Agosto del 1908 entrò a far parte come pustulante della
comunità del S. Eremo di S. Silvestro, Montefano, Fabriano (AN) -
Protocenobio e Casa Madre della Congregazione.
Il
4 Luglio 1909, festa del Preziosissimo Sangue, ricevette l'abito monastico
prendendo il nome di religione Ildebrando, che gli si addirrà bene come monaco
e Superiore. Emise i voti semplici nello stesso Protocenobio la domenica 10
luglio 1910.
Dal
1912 proseguì i suoi studi a Roma presso la pontificia università Gregoriana,
dove ebbe come compagno Massimiliano Kolbe.
Durante
il conflitto mondiale prestò servizio nella Sanità su vari campi di battaglia,
come egli stesso ricorda. La sua vocazione non ne soffrì, anzi venne
rafforzata e arricchita da nuove visioni e progetti. In una lettera a Benito
Mussolini egli dirà: «Lo scrivente, durante la vita militare, dal 31 Maggio
1915 all'Agosto del 1919, tra le pietre insanguinate di Monte Sei Busi, Monfalcone,
Doberdò, Monte Cengio, Hermada, Altipiano di Asiago, nei momenti di calma,
cercava di proporsi un programma di vita, se in via rimaneva, che fosse capace
di fare del bene ai propri Fratelli Italiani, in Patria e fuori, allora tanto
disprezzati».
Congedato
dal servizio militare potè riprendere i suoi studi di Filosofia e Teologia,
conseguendo il Dottorato in Filosofia e in S. Teologia.
Il
5 Agosto 1922 fece la sua Professione Solenne e il 29 Ottobre nella Chiesa dei
SS. XII Apostoli, a Roma, veniva ordinato sacerdote. Già in questo periodo il
Servo di Dio si fa notare per la sua condotta e per il suo zelo, e il suo Abate
Generale pone grande fiducia e speranza su di lui.
Vanno
ormai delineandosi chiaramente quelle qualità del Servo di Dio, delle quali
alcune diverranno parte della sua vita e attività, altre saranno sacrificate
nel loro ulteriore sviluppo in favore di ciò che verrà a lui domandato dal suo
compito e dal suo servizio ai fratelli.
II.
Periodo (1923-1939)
Nel
1923 venne assegnato al S. Eremo con il compito di seguire gli aspiranti che
ivi si trovavano. Mostrò subito un grande zelo per le vocazioni e sviluppò un
fecondo apostolato vocazionale; iniziò anche quello che doveva esser il suo
lungo e fruttuoso ministero della predicazione e direzione spirituale.
Nel
1924 egli dava inizio a un nuovo Probandato a Matelica (MC), che egli aveva
tanto caldeggiato. Per circa nove anni questo fu il suo campo di lavoro in cui
vi profuse tutto il suo amore, la sua energia, le sue cure. Ben presto egli
venne conosciuto semplicemente come il "Padre Maestro". Già in
questo primo periodo la sua attività ha qualche cosa di straordinario sia per
l'intensità, sia per l'estensione e il carattere squisitamente apostolico e
spirituale. Si può ben affermare che i tratti principali della sua personalità
di monaco tutto di un pezzo, senza compromessi, e di apostolo senza frontiere
si rivelarono e fissarono durante questo periodo di Matelica.
Per
i suoi Probandi egli tradusse la Regola di S. Benedetto e sulla falsariga di
essa compose un magnifico Regolamento per loro. È un documento di una
freschezza e di un sapore spirituale stupendi. Mai conosciuto da altri, fu da
lui messo in pratica nel coltivare e formare le vocazioni a lui affidate.
Egli
era ormai diventato un vero motore che trascinava e venne quindi nominato
Visitatore della Congregazione e poi Superiore della Casa Madre, il Protocenobio
di S. Silvestro. L'intensa devozione al Fondatore e alla culla dell'Ordine
dove egli aveva iniziato la sua vita religiosa, si tradussero subito in azioni
concrete per provvedere alle necessità materiali della comunità, che erano
sempre grandi; ad abbellire il posto (la bella pineta sul monte che oggi
ammiriamo è opera del suo interessamento), renderlo più accessibile, e creare
intorno ad esso un'atmosfera di raccoglimento e di preghiera.
I
suoi impegni pastorali di direzione, assistenza spirituale a comunità,
specialmente femminili e predicazione aumentarono ulteriormente, assieme ai
compiti in e per la Congregazione. Il giovane P. Maestro di Matelica era ormai
un maturo Padre Superiore e un ricercato Direttore di spirito e Predicatore.
Sono numerosissime le testimonianze pervenute alla Postulazione riguardanti il
Servo di Dio come Predicatore e Direttore di Spirito. Ciò tuttavia merita una
trattazione a parte.
Nel
1939 quasi in concomitanza con l'inizio della II guerra mondiale il Servo di Dio
fu chiamato dal Capitolo Generale a reggere la Congregazione. Non si può fare
a meno di pensare a un atto speciale della Divina Provvidenza e della continua
cura del S. Fondatore per la sua famiglia, che il Servo di Dio fosse destinato
a questo incarico proprio al principio di questo periodo così tremendo e
minaccioso per il futuro del piccolo gregge silvestrino. L'abate Ildebrando
assume il suo incarico con grande coraggio e fede. La sua personalità e
qualità di pastore e guida si rivelarono in pieno.
Dovette
immediatamente pensare a mantenere in vita le varie case che la guerra
minacciava di ridurre o addirittura di chiusura; a tener aperta qualche via di
comunicazione con le case fuori d'Italia e poi fuori di Roma. Più tardi accolse
nella comunità di Roma ricercati, aiutò molte famiglie in gravissime difficoltà,
ospitò e diede quello che poteva da mangiare agli sfollati. Infine incominciò
a prendersi cura dei più piccoli orfani o di famiglie disastrate, dando
inizio a quello che diventerà una sua grande opera sociale e di carità.
Ma
il periodo della guerra ebbe un altro risvolto importante che avrebbe influito
tanto sul suo futuro e su quello di altri. Nel 1941 egli incontrò la Serva di
Dio Pierina De Micheli, suora delle Figlie dell'Immacolata Concezione di
Buenos Aires, che lo scelse a suo Direttore di spirito. Fin dai suoi primi anni
a Matelica il Servo di Dio era sempre stato un grande promotore della devozione
al S. Cuore. Ad essa si accompagnava un forte senso di riparazione e una
crociata contro la bestemmia. Ora egli diventa il grande promotore della
devozione al Volto Santo del Salvatore. Per lui come per Madre Pierina la
devozione al S. Volto non diminuiva quella al S. Cuore, ma l'aumentava e
completava. "Contemplando il mio Volto le anime parteciperanno alle mie
pene e sentiranno il bisogno di amare e riparare".
Passata
la bufera della II Guerra mondiale, l'azione del Servo di Dio non si arresta, ma
si intensifica e si espande. Come Abate Generale egli si cura anzitutto della
sua Congregazione, dei suoi confratelli, e poi vengono subito coloro che la
guerra ha privato di casa, di famiglia, di educazione, di cibo, di salute.
Raduna attorno a sé delle "Pie giovani" e forma un Sodalizio per le
bambine, che si espande velocemente. Il Servo di Dio diventa il Fondatore di un
nuovo Istituto Religioso: la Congregazione delle Suore Riparatrici del S.
Volto di N.S.G.C.
Terminato
il suo lungo mandato come Abate Generale il Servo di Dio viene nominato
Assistente Ecclesiastico del Pio Sodalizio, e da qui in poi darà tutta la sua
attenzione e la sua cura alle sue figlie, alla loro formazione e alle opere di
carità che esse gestivano.
Il
Pio Sodalizio diventa Congregazione Religiosa di diritto diocesano, e questa
ottiene l'erezione a Congregazione di diritto Pontificio.
Il
P. Fondatore rimane sempre il punto di riferimento, l'animatore e
l'ispiratore, mentre le strutture della Congregazione si avviano e si
consolidano secondo le Costituzioni e il Direttorio da lui stesso composti con
tanto amore, lavoro e diligenza. Questi due documenti rimarranno sempre una
eredità preziosa per capire l'ideale e lo spirito che dovrebbe animare i membri
della Congregazione.
Gli
ultimi anni del Servo di Dio furono segnati dalla sofferenza fisica e morale.
È il coronamento della sua lunga vita, del suo desiderio di soffrire per e con
il suo Signore Crocefisso.
Vorrei
ora tentare di tracciare un profilo spirituale del Servo di Dio. La chiave per
conoscere chi fu l'Abate Ildebrando e capire il senso della sua prodigiosa
multiforme attività è la sua vita spirituale. Solo così potremo apprezzare il
dono che Dio ci ha fatto di lui, e il messaggio che egli ci trasmette.
Con
le radici profondamente cristiane della famiglia e dell'ambiente di Poggio,
dobbiamo mettere come elemento fondamentale della personalità del Servo di
Dio l'esperienza profonda della sua vocazione. Egli ne parla più volte. Afferma
di aver sentito prestissimo la chiamata di Dio a farsi "frate": «Fui
chiamato piccino, figliuole; a 4 anni già dicevo alla mamma: «voglio farmi
frate».
In
un'occasione particolare al convento di S. Francesco a Poggio Ginolfo - narra
ormai 84enne - come questo primo inarticolato desiderio divenne chiara e
incancellabile esperienza spirituale.
Aveva
dieci anni quando la mamma un giorno lo mandò a portare un cestino di frutta ai
religiosi del Convento. «Dunque 74 anni fa io venni per questa stradetta della
muletta e quando sono uscito alla prospettiva di S. Francesco, in basso alla
collina, io vidi come un sipario di tanta luce, cosa che mai potrò dimenticare.
Mi
sono fatto grande, ho girato, ho picchiato, ho fatto il soldato, mi fecero
anche caporale. Poi sono andato a destra, a sinistra, in America, Australia,
in Africa..., a destra, come un matto, ma queste impressioni mai, mai, mai si
cancellarono, sempre queste restarono.
Vidi
questo S. Francesco non da questo lato, da l'altro lato... provai sentimenti che
non si possono esprimere. Venni su attraverso questa collina, quando ad un
certo punto... cosa vidi? Non lo so. Rimasi estasiato e proseguendo arrivai qua
e diedi questo cestino.
E
poi qui venni per tre o quattro anni... con la speranza che i frati mi
accettassero per essere frate, ma i frati non mi vollero; perché allora non si
accettavano i bambini se non a 15 anni; io non avevo 15 anni».
Finalmente,
come accennato sopra, egli fu accettato dai Silvestrini e con il babbo partì
per Roma. «Da allora lungo viaggio! egli scrive a suo nipote monaco e
sacerdote, ignaro di tutto, chiaro un pensiero solo "andare al convento per
farmi frate"».
Una
chiamata precoce, persistente e avvolta in tanta luce! La vocazione deve esser
stata per il Servo di Dio un'esperienza viva e vitale; egli la visse sempre come
tale e come una grazia specialissima, da custodirsi e aiutare a custodire
colla massima cura. Il suo intensissimo apostolato vocazionale ha quasi
certamente le sue radici in questa viva e continua esperienza della propria
vocazione. La sua idea e stima della vocazione alla vita religiosa erano
grandissime, e da diversi considerate esagerate. Voleva che la scelta fosse del
tutto libera, ma anche difendeva la vocazione in ogni maniera che gli era
possibile. I suoi criteri di scelta possono apparire a molti discutibili - e
furono infatti contestati da diversi, ma le accuse mossegli sono infondate, e
certamente non fanno giustizia alle sue intenzioni e ai suoi ideali.
Abbiamo
avuto la fortuna di ritrovare alcuni "Diari spirituali" del Servo di
Dio. Sono documento di grande valore, perché ci aprono uno spiraglio sulla sua
vita intima - la sua vita spirituale. Essi mi sembrano determinanti per capire
la sua personalità, i motivi profondi del suo agire. Il Servo di Dio pare
abbia annesso grande importanza a questi suoi primi scritti, per conservarli sì
a lungo. «E dire che quei propositi li avevo fatti con tanto fervore, scritti
con tanta lena, conservati con tanta premura perché non si smarrissero che
mai altra cosa è stata tanto curata da me».
In
futuro questi preziosi documenti si potranno pubblicare nella loro integrità,
ma per lo scopo che questo scritto si prefigge sarà sufficiente farne una breve
descrizione e analisi.Ne darò degli stralci che assieme a un confronto con
delle testimonianze di persone che con il Servo di Dio sono state in contatto,
potranno aiutarci a conoscerlo e ad amarlo di più.
Sono
degli scritti molto semplici e schematici, ma già mostrano quali sono i temi
che più occupano il suo spirito e lo spingano a una preghiera che fin da ora si
dimostra intensa: i novissimi, il Peccato, Penitenza, Gesù crocefisso, Maria.
Sono
per il Servo di Dio anni di maturazione spirituale, dove la sofferenza gli si
presenta già sotto varie forme.
Questi
diari contengono delle considerazioni per lo più molto brevi. Preghiere,
invocazioni assai intense, Propositi. Ma il tutto è in forma di preghiera, di
confessione.
E
si può ben parlare di un linguaggio mistico. Ed è difficile pensare che il
giovane IIdebrando a 17 anni abbia già letto S. Agostino, S. Bernardo, o S.
Anselmo. C'è un profondo senso del peccato, della propria miseria e
peccaminosità, assieme a un profondo dolore e a un amore intenso, che prega e
propone di riparare ed emendarsi.
«Due
sono le vie per cui si va al Paradiso: l'innocenza e la penitenza. L'innocenza
l'ho perduta prima di conoscerla, dunque mi resta solamente la penitenza. Ma
come farò, Signore, con questo cuore si scarso di coraggio? Come farò con
questa volontà tanto ribelle al mio desiderio? Voi lo vedete, io vorrei far
penitenza, ma non ho i mezzi, anche non ho quella virtù propria d'un
peccatore. Perciò sta a voi l'aiutarmi, sta a voi il salvare un poveretto che
vi prega e vi scongiura. Fate, o Signore, che il vostro Sangue non sia stato
sparso in vano per questa povera anima mia, fate che i dolori che soffriste
nella vostra Passione non siano stati invani per me. Salvate, Signore,
un'anima che vi appartiene, salvate un'anima che vi costa tanto, un'anima che
v'ha fatto tanto soffrire, ma che ora propone di non offendervi più. Tante
volte ho fatto questa promessa, e mai l'ho mantenuta, povero me; pieno di
peccati, pieno di superbia con un cuore tutto amor proprio e vanità, con un
cuore privo di tutto ciò che è bene, e strabboccante di tutto ciò che è
male. Quando, quando mia mente aprirai gli occhi, quando vedrai come ti è
stato ordinato e ti darai una volta veramente a chi ti ricolmò di doni, a chi
ti chiamò figlio, a chi ti creò? Ormai è ora, allontana da te tutti i tuoi
superbi pensieri, ritorna nella via che dicesti di seguire e non hai seguita;
vedi, pochi giorni ti restano di vita, l'eternità t'aspetta, l'inferno, oime'
l'inferno t'è preparato. Signore, voi che siete grande, misericordioso
abbiate pietà della povera anima mia, abbiatene pietà. Ho peccato avanti a
di voi e del cielo, ma ora ritorno pentito ai vostri piedi e vi chieggo perdono.
Perdonatemi, Signore, perdonatemi. Fate questa carità a un povero peccatore
che si prostra avanti la Vostra Divina Maestà».
Particolarmente
intensi sono i suoi ricorsi alla Madre di Dio: «Maria, madre di tutti i
peccatori e miserabili, intercedete per me. Voi siete udita, il Vostro Figlio
non vi può negare niente, perché Egli stesso ha detto: onora il padre e la
madre. La grande misericordia che alberga nel vostro purissimo cuore vi muova a
compassione di me. Fin qui la mia vita non è stata che peccati e ingratitudine.
Da ora voglio mutar vita. Tante volte ho fatto questa promessa e mai, purtroppo,
sono stato fedele, ma ora lo fo di vero cuore, e Voi che vedete tutto ben lo
sapete. Ma da me stesso non posso niente».
«Ildebrando
hai molto peccato perciò hai bisogno di far penitenza, la carne ti fa
continuamente guerra, il demonio non ti lascia in pace neppure quando dormi, il
mondo ti perseguita con tutte le sue forze, come hai da fare per riuscire
vincitore? Devi raccomandarti a Maria e far penitenza. Di queste due cose hai
indispensabile bisogno, tu sei senza amore, e per di più senza dolore e
pecchi e hai tanto peccato; in questo come ti salverai se non ci metti rimedio?
Il rimedio è pronto e facile».
«Ogni
giorno mi raccomanderò a Maria perché non mi abbandoni come meriterei, la
pregherò in tutte l'ore, in tutti i luoghi perché mi soccorra, col suo santo
amore.
In
tutte le opere che farò non lascerò mai d'invocarla, dirò una giaculatoria e
un'Ave Maria quando me ne ricorderò e non sia obbligato a far diversamente, il
che non sarà mai, ma se caso mai avvenisse non trascurerò la giaculatoria,
tralasciando l'Ave. Tutte le mie azioni le chiuderò fra due Ave Maria.
La
mattina nel levarmi da letto il mio primo pensiero sarà per Gesù e poi per
Maria. La sera prima di coricarmi chiederò la santa benedizione a Gesù
Sacramentato e alla Madonna Benedetta e così farò la mattina. Nell'entrare e
nell'uscire di camera dirò sempre un Ave.
Andando
per i corridoi come andando in coro, al refettorio, a prendere il benedicite e
via dicendo, cercherò di stare sempre raccolto e pregare la Madonna e i Santi.
Nell'uscire a passeggio come nel tornarne dirò un'Ave.
Ogni
volta che sentirò l'orologio ripeterò l'Ave Maria.
Se
mi abbatterò in qualche immagine di Maria o di qualunque Santo, la saluterò
facendomi di cappello e dicendo qualche preghiera benché breve. Nel Sabato
cercherò fare molte mortificazioni per la Madonna.
Nelle
vigilie della Madre di Dio cercherò di fare tutte le mie azioni con più
diligenza degli altri giorni e qualche mortificazione specialmente di gola.
Quando
sentirò qualche miserabile bestemmiare dirò subito una giaculatoria e se non
sono impedito dirò un Pater e Ave in risarcimento dell'ingiuria fatta al
Signore e alla Madonna.
Io,
Maria, vi prometto di essere sempre fedele a questi miei propositi e di seguire
a recitare e a fare tutte le devozioni che io ho intraprese verso di voi, ma
voi, madre mia cara e benedetta, non mi abbandonate, se voi mi soccorrete io sarò
sempre fedele nelle mie promesse, ma se voi vi ritirate io sono perduto, da me
non posso niente, con voi tutto, sotto il vostro manto io posso tutto e senza
dubbio sarò fedele. Madre mia, voi che siete l'unica speranza dopo Gesù del
mio cuore, non abbandonate, siate sempre la mia amorosa madre, la mia ferma e
certa guida, nell'ore del combattimento, mia Madre fatevi vedere, datemi forza e
lena per resistere fino alla vittoria, voi che già vinceste il demonio fate
che non si abbia a gloriare della mia vittoria. Io non mi staccherò mai da
voi, se voi me lo permettete stendete la vostra mano misericordiosa e
portatemi a salvamento».
«Questo
mio povero cuore desidera amarvi, lo desidera ardentemente, lo desidera come
il paradiso. Se io vi amo sarò salvo. Fate che vi ami veramente. Fate che le
mie opere vi piacciano e allora sarò contento. Per voi, Maria, sprezzerò
tutto, per voi mi umilierò, per voi soffrirò le pene che mi arriveranno, per
voi infine mi affaticherò per l'anima mia e per il prossimo. Fate, Maria, che
un giorno mi sia dato predicare alle genti il vostro amore, fatemi questa
grazia che è la seconda che vi chieggo data la salvezza dell'anima mia. Spero
vogliate esaudire un povero vostro servo che vuole essere veramente vostro
devoto. Amen».
A
me sembra che il Servo di Dio che molti abbiamo ascoltato predicare e pregare
fosse già in questo giovanissimo monaco di appena 17 anni.
Anche
i propositi che egli fece allora ci aiutano a capirlo meglio perché essi
hanno influenzato in modo particolare la sua vita. Eccone alcuni:
«Dormirò
sempre col Crocifisso al petto e la corona al braccio. Soffrirò qualche dolore
per gli oltraggi e le irriverenze che indegnamente riceve.
Quando
la tristezza s'impossessa di me, riguarderò il Crocifisso e spero vincerla.
Pregherò
sempre per le offese che riceve.
Parlando
darò ai miei confratelli del voi, ai superiori del lei. Prima di parlare penserò
ciò che devo dire e loderò con gravità. Non sarò mai burbero con i minori di
me.
Parlando
con estranei loderò sempre la mia congregazione. Farò ogni cosa per imparare a
predicare; ogni ritaglio di tempo dopo aver pregato lo impiegherò a questo
unico e degnissimo fine; me felice se un giorno potrò bandire la divina
parola».
L'anno
1912 è l'ultimo anno che il Servo di Dio passa a S. Silvestro prima di andare a
Roma per frequentare l'Università Gregoriana. Di quest'anno, da gennaio a
settembre, abbiamo un diario dettagliato, giorno per giorno, con delle entrate
brevissime - per lo più una o due righe. Non sappiamo perché egli lo abbia
scritto, o se ce ne sono stati altri del genere. Un attento studio di questo
suo scritto ci fornisce tuttavia degli elementi sui quali si possono azzardare
delle ipotesi.
Anzitutto
notiamo in queste sue righe giornaliere una grande intensità, rilevabile dai
termini usati e dalla loro frequenza. Si tratta sempre della sua situazione
spirituale, come egli la perce pisce e di una preghiera brevissima per
chiedere perdono e aiuto. Alcuni esempi:
«Pessimo
giorno, forse causa grandi disturbi spirituali, certo per causa mia; e proprio
per aver parlato quando non bisognava, ciò per aver detto replicatamente
giorni addietro, che le pietanze non erano giuste, meschino! Perciò, ripreso,
non discacciai la tristezza, che mi innalzò ancor più nei giorni passati, e
male passai il giorno: in coro distrazioni, a ricreazione noia, in camera
fastidio. Gesù perdonatemi e datemi soccorso».
«Pessimo
umore come il giorno passato, distratto in cor, pigro la mattina, silenzioso a
ricreazione, tormentato da pessimi pensieri; tutto per mia cagione. Gesù
abbiate compassione di me».
«Ancora
triste, pigrissimo la mattina, senza comunione e senza messa, infelice!
silenzioso a ricreazione, distratto in coro, oppresso da grandi dolori. Gesù
soccorretemi se no perisco».
Si
notano già in questi esempi delle parole significative: disturbi spirituali,
meschino, tristezza, distrazioni, noia, fastidio, pigro, silenzioso, oppresso da
grandi dolori, - alle quali se ne aggiungeranno altre come, agitazione,
freddezza, atterrito, uggioso, avvilito, scontento, atroce, brutto periodo,
etc. - gli aggettivi alle volte ripetuti al superlativo.
Le
brevissime invocazioni sono intense e indicano uno stato d'animo in prova:
"Gesù non ne posso più, aiutatemi."; "Soccorso, mio Dio,
soccorso"; "Gesù abbiate compassione anche del mio povero
corpo"; "Gesù vi do i miei dolori, non mi condannate all'inferno,
fatemi morire, Gesù".
Possiamo
anche facilmente capire come questi suoi primi anni in Religione non siano
stati facili. Ci sono chiarissimi riferimenti al suo combattimento interiore
per vincere certe tendenze di carattere e superare situazioni difficili. Anche
la sua salute dovette creargli problemi, e i lunghi e nebbiosi inverni di S.
Silvestro dovettero farsi sentire. Nella comunità non era certo tutto ideale,
ed egli deve aver avuto non pochi ostacoli da superare: gli studi, ai quali non
era certo preparato e che uno dei maestri gli faceva pesare, la sua provenienza
dall'Abruzzo, e quindi in certo senso da fuori di una comunità fortemente
marchigiana. Si sa anche che uno dei professori era molto severo e molto duro,
e certamente il Servo di Dio dovette sentire in modo acuto la propria
inadeguatezza a soddisfare i livelli d'istruzione richiesti da questo monaco.
Certamente egli sentì molto la solitudine e cerco in ogni modo di vincere la
tentazione a ritirarsi nel "mutismo". Nella comunità non tutto era
ideale e il Servo di Dio dovette molto combattere per vincere un naturale
impulso a "criticare" ciò che evidentemente non andava.
Il
suo linguaggio in questo diario è da "notte oscura", e forse il Servo
di Dio ha incontrato questo stadio della vita spirituale molto presto.
Quest'anno deve quindi aver realmente temprato il giovane monaco nel crogiuolo
della prova, preparandolo così alla sua vita futura e al suo apostolato di
guida e direttore di anime per la via dell'esperienza personale.
Ma
nel diario spirituale dello stesso anno, scritto come il solito in occasione
degli Esercizi Spirituali, si possono già scorgere i segni di un superamento
della prova e una crescente maturità spirituale.
È
come al solito in forma di preghiera:
«È
un anno, o Signore, che ai vostri piedi feci molti propositi e fermi. Ero
risoluto tutto soffrire, tutto superare purché eseguissi le mie promesse. Ma io
sono un po' di polvere sulla cima di un monte, al più leggero alito di vento,
se una potenza non lo sostiene è dispersa e distrutta. Per tante piccole
negligenze sul principio, non subito represse, caddi in negligenze maggiori, e
quindi mi addormentai, mi nutrii in esse, una chiamandone un'altra; quasi
tutto dimenticai, o almeno il più necessario per essere monaco. La vostra
voce misericordiosa sempre si faceva sentire, nella santa comunione facevate
molti sforzi per ricondurmi sul retto sentiero, ma io sordo, ma io indifferente,
ma io ingrato mai vi ho ubbidito, e a nulla sono riuscite le vostre finezze
d'amore. O Dio dell'amore, o Dio dell'amore perdonatemi, umiliato, pentito,
confuso ricorro a voi; avanti il cielo e la terra grido: misericordia. Perdono
Gesù, Gesù da me offeso, Gesù da me non amato. Trattenete ancora il vostro
sdegno, o Signore, e datemi tempo di emendare ciò che feci, di riparare ciò
che oltraggiai; il sangue del vostro Costato gridi per me misericordia, ed esso
scenda sopra di me e mi mondi, e mi renda a voi accetto, a voi figlio, a voi
caro. Perdonatemi, Signore, beneditemi Gesù, concedetemi la grazia o Gesù
Redentore del mondo di rimettere in pratica, ma che duri quanto la vita, quello
che vi promisi, e quanto vi prometterò. Amen.
Maria,
regina degli Angeli, vittoria dei moribondi, guida dei traviati pregate per me,
ricordatevi sempre di me, mettetemi sotto il vostro manto e beneditemi. San
Giuseppe, mio caro S. Silvestro animo grande e innamorato di Gesù e di Maria.
Sant'Ugo pregate per me, e ottenetemi di seguire le vostre orme beate». Nella
lista dei propositi rinnovati, ma anche nuovi, troviamo alcuni che ci aiutano
a capire le radici di alcuni tratti caratteristici del Servo di Dio.
«Gli
domanderò grande attenzione al suo culto, alla sua santa casa. Prenderò la
santa abitudine di pensare spesso ai novissimi. Morte, Giudizio, Inferno,
Paradiso. O Mors quam amara est memoria tua homimbus; senza dubbio ne ricaverò
beni grandissimi».
La
meditazione sui novissimi avrà per il Servo di Dio grande rilevanza nella sua
predicazione e direzione spirituale. «Pregherò per la mia Congregazione perché
ritorni nel primo splendore, perché il Signore non la faccia perire, perché
nessuno la riguardi di mal'ammo; pregherò perché S. Silvestro sia propagato
fra i popoli; perché tutti si diano alla predicazione onde possa vedere
missionari Silvestrini andare spargendo per tutti i paesi che Gesù è buono, ci
ama tanto, è pazzo d'amore.
Pregherò
per i miei superiori perché superino ogni difficoltà, perché non si perdano
di coraggio nelle cose avverse, perché rettamente agiscano circa il loro
ministero, perché amino il Signore, siano contenti in Lui e in Lui solo,
perché si facciano santi; pregherò anche per la loro salute corporale; e così
pregherò anche per tutti i sacerdoti e per tutti i miei confratelli».
Nel
ritiro del 1913 i propositi fatti negli anni precedenti vengono riletti e
rafforzati; questo diario è ormai tutta una preghiera.
Nel
1922 in preparazione alla Professione solenne e agli Ordini Sacri, il Servo di
Dio scrive i suoi propositi e le sue massime "ad bene vivendun".
E’
cambiato il linguaggio - i propositi sono rivolti di più al futuro, mentre
quelli degli anni 1909-1913 erano più preoccupati del presente stato del suo
animo. È subentrata una maturità spirituale e una calma visione del futuro.
Questi
suoi ultimi propositi che possediamo della sua gioventù, formano un vero
programma di vita che il Servo di Dio si sforzerà di attuare in pieno.
«Raggiungere
il proprio fine ad ogni costo: devi raggiungere il fine ad ogni costo. Ad ogni
costo, capisci? Ad ogni costo. Mettiti pur sotto i piedi di tutti, contenta
tutti che il fine lo devi raggiungere ad ogni costo.
Ad
ogni costo, capisci?». Imitazione di Gesù in tutto:
«Gesù
fu modello di tutti e in tutto, in modo speciale per i religiosi, meditalo
quindi e cresci come lui in grazia e sapere vero sapere prima presso Dio e poi
presso agli uomini.
Durante
il pasto considera Gesù quando era a tavola, considerane come mangiava, come
era composto, come parlava, come guardava, quali i suoi pensieri, quali le sue
parole. Certo Gesù mai avrà offesa la carità, Esso Dio della carità».
Ma
specialmente nell'umiliazione e nel dolore.
«Mi
studierò di meditare più di proposito Gesù Crocefisso. Meditare Gesù
appassionato e rispecchiarsi in quel divino modello. Meditarlo molto,
meditarlo sempre. Nello sconforto, nelle amarezze, nelle preoccupazioni di
qualunque specie siano per il tempo che per l'eternità pensare allo sconforto,
all'amarezza, alle preoccupazioni di Gesù nell'Orto degli ulivi e fidare e
sperare in Lui. Coepit
pavere et taedere et maestus esse - factus in agonia prolixius orabat - ed
factus est sudor eius sicut guttae sanguinis discurrentes in terram. Anche
nello sconforto con me stesso, nella tristezza per me, pensare a Gesù penante
solo nell'Orto. Gesù Cristo nella sua vita pubblica ha incontrato continuamente
ostacoli, difficoltà, contraddizioni. Ricordatene sempre, sarà lo stesso anche
per te, è così per tutti quelli che vogliono seguire Gesù Cristo. Non
abbatterti né cedere mai, pensa a Gesù e cammina. A Gesù fu sputato in
faccia, fu bendato, percosso, deriso, umiliato, trattato da stolto, da pazzo, da
malfattore, ipocrita, scellerato, ecc. Che torto avrò io se mi lamento per i
trattamenti degli uomini! Retta intenzione e poi avanti, pensa a Gesù, piangi
pure di nascosto con Lui».
Non
poteva prevedere il Servo di Dio quello che la vita gli serbava, ma si
preparava:
«Non
desistere dalle buone azioni perché il frutto non si vede, oppure perché non
si trova corrispondenza alle proprie azioni da parte delle persone per il cui
bene si opera, per esempio nel fare la dottrina, nel ricercare le anime di
ragazzi o uomini per far loro del bene: Gesù non mandare in male tale opera. Gesù
non desistette dalla Sua redenzione prevedendo nell'Ora amara dell'Orto che
per molti la Sua Passione sarebbe stata inutile, che molti non avrebbero
corrisposto. Medita Gesù! c'è tanto da imparare da Gesù».
Questi
propositi del Servo di Dio sono fondamentali per delineare la sua personalità.
Una delle cose che colpiscono di più percorrendo la sua lunga vita è una serie continua di difficoltà e ostacoli, superati da lui con grande fede, e più ancora incontriamo ugualmente da principio alla fine apprezzamenti negativi, opposizioni, accuse, da parte di alcuni dei suoi stessi confratelli. E questo l'aspetto forse meno conosciuto, ma anche il più importante per capire ed apprezzare la personalità del Servo di Dio. Sarà anche l'aspetto forse più determinante nel dimostrare l'eroicità delle sue virtù nella conformazione al suo Signore crocefisso, e per questo mi ci voglio fermare un po' più a lungo.
a)
Il suo amore per la Congregazione e per S. Silvestro lo rendeva insistente e
intraprendente. Egli manteneva fino in fondo il suo proposito di non perder un
minuto.
«Mai
disoccupato, studiare sempre, in modo speciale la S. Scrittura, la Morale, la
Dogmatica; tramezzare con qualche vita di Santi. Propongo di non perdere mai
neppure un minuto di tempo e di non attendere a cose vane e indifferenti».
Per
trovare nuovi candidati per il nascente e promettente Probandato egli si mise
subito in contatto con varie persone un po' in tutta l'Italia. Il futuro
dipendeva da queste giovani leve. La Congregazione era allora in condizioni
economiche assai ridotte e per mantenere un probandato e poi i novizi e gli
studenti occorrevano mezzi; quindi egli si diede subito da fare a trovar
benefattori e a escogitare mezzi per provvedere sia alle necessità materiali
dei giovani, sia alla loro formazione civile e religiosa.
Per
questo egli accettò molto presto di predicare e dare esercizi e ritiri. Per
questo non aveva paura di chiedere. Scriveva a chi credeva poteva aiutarlo. -
Scrisse anche a Benito Mussolini e ad alti personaggi. - In questo modo egli
arrivò ad avere una corrispondenza fittissima. Lo attestano le sue numerossime
agendine piene zeppe di indirizzi. Se riceveva un aiuto, una risposta, egli
manteneva la corrispondenza, e soprattutto manifestava la sua gratitudine e il
suo ricordo. Per questo egli non aveva mai un minuto da perdere e scriveva in
qualunque posto si trovava durante il tempo non impiegato altrimenti; scriveva
in treno, in macchina, di giorno, di notte. Lavorava sia che stesse bene, sia
che stesse male.
b)
Ma questa attività e zelo "disturbava", forse costituiva un implicito
rimprovero a un certo modo di vivere - una storia del resto sempre ricorrente
nella Chiesa e nelle Congregazioni Religiose: i profeti sono scomodi! E così
molto presto il Servo di Dio incominciò ad assaporare la croce nella sua
attività. Egli scrive: «...si vorrebbe che... D. Ildebrando Gregori fosse...
più cencio di quello che è. Dal Novembre 1923 egli fu preso di mira, bersaglio
costante. Però... silenzioso, tacque; finse di non sapere e... avanti! Oh!...
che il Signore aiuti e che in tutto egli sia glorificato». (Roma, 15 Feb.
1955 - al Visitatore Apostolico, ID, n. 196). «Tanti anni fa, più di venti, mi
pare che sia nell'anno 1930 io ero a Matelica e... un poco lavoravo: facevo
scuola, tenevo i probandi, circa 50 da solo, predicavo, organizzavo, cercavo sussidi,
etc..., e parecchi confessavo. Una sera dopo cena, il Superiore - era D.
Placido Roselli - mi disse: "Ma voi dormite la notte?" ... Io lo
guardai sorpreso "E perché?" "Ma, tutte le cose che si dicono
contro di voi?". Altra sorpresa in me. "E che si dice?" E qui
D. Placido accennò, ciò che io stesso da tempo conoscevo, erano
apprezzamenti di Confratelli - io... ero generale, io... ero caporale..., io...
ero il cocco; io... ero etc. etc. etc. tutti apprezzamenti a base di sviste, che
nascondevano cose più serie come orgoglio, ecc. Già! Io facevo o cercavo di
fare; perfino a pranzo assistevo i ragazzi e sbrigavo l'amministrazione. E gli
altri... non facevano: forse, in molto non potevano, in altro, non volevano.
Il certo è che io davo molto fastidio, che però capii con più chiarezza più
tardi. Dunque, inteso, al Superiore risposi così: "io dormo benissimo, di
ciò che si dice di me non ha pensiero nessuno; cerco di fare le cose come so
e come posso per il Signore. Poi si dica ciò che si vuole. E in realtà gli
apprezzamenti mi ferivano come ci può ferire un venticello che appena fa tremare
le foglie senza sfiorare il tronco. Gli apprezzamenti non mi sfiorarono affatto.
Sempre capii e sempre fui perfettamente sostenuto da questa dolcissima verità
– ‘Chi ci giudica è il Signore’; e Gesù diceva: ‘io vi insegno chi
dovete temere, temete Iddio’. Dunque non le creature. Ricorda? ‘Osanna,
Osanna’. Dopo 5 giorni... ‘tolle, tolle, crucifigatur’ - E vale la pena
ombrarsi per le creature?» (no. 624 - Roma S. Giuseppe 1952 - al P. Romualdo
Baldarelli, che si lamentava delle molte accuse mossegli).
L'abate
Policari scrive:
«si
lotta un po' con la miseria, specialmente il monastero di S. Silvestro; ma anche
a quello pensa la Provvidenza specialmente per mezzo di quel superiore, D.
Ildebrando Gregori, che con la sua continua predicazione, fatta in vero, con
grande sentimento e zelo; e con i non piccoli e frequenti donativi, sia in
denaro, sia in generi, sia anche in oggetti sacri... Certo è che si è
acquistato una bella fama e come buon monaco e come buon predicatore e direttore
di spirito. Eppure per taluni dei nostri, è quasi insopportabile e anche
malvisto e osteggiato. Con tutto questo non intendo dire che non possa avere
qualche difetto, ma i suoi critici, quasi spietati, ne hanno certamente assai
di più. Ma basti per un po' di... carità. Mio caro, ci sono dei malcontenti
incorreggibili e tanto peggiori perché si vogliono con un certo... zelo !».
c)
Divenuto Abate Generale nel settembre del 1939, proprio all'inizio della II
Guerra Mondiale le sue occupazioni e preoccupazioni aumentarono a dismisura.
Nello spazio di tempo a sua disposizione comprimeva una quantità di cose che
hanno dell'inverosimile. Egli, senza alcuno dubbio, può dirsi che salvò la
Congregazione in Italia dal dover chiudere le case di formazione: Probandato,
Noviziato e Studentato. Si preoccupava inoltre di aiutare altre comunità
religiose in difficoltà, di sovvenire ai bisogni di rifugiati politici e di
sfollati, di mantenere per quanto possibile qualche via di comunicazione con i
nostri confratelli all'estero.
d)
Nonostante tutto, i suoi critici non demordevano. Con l'avvicinarsi del primo
Capitolo Generale dopo la guerra e del suo generalato troviamo una lista
lunghissima di opposizioni e di "accuse" a suo carico. E la stessa
cosa avveniva all'avvicinarsi di ogni Capitolo Generale. Non erano tutti
certamente e nemmeno molti come dice lo stesso Servo di Dio.
«È
guerra di pochi, ma tanti ci penano, in modo speciale l'elemento giovane».
Ricevere
questo "grazie" dai suoi monaci dovette esser una prova molto grande
per lui vero cultore della gratitudine. Questa croce ormai le sarà costante
compagna del suo Generalato.
e)
Ci viene da chiedere perché questa avversione e quasi "persecuzione"
nei riguardi di uno che letteralmente si spendeva per la propria Congregazione?
Superficialità
e precipitazione nel giudicare, senza conoscere le condizioni di colui che si
giudica? Senza pensare cosa possono produrre parole inconsiderate e amplificate?
Invidia, risentimento? Troviamo alcune di queste valutazioni nelle parole stesse
del Servo di Dio. Forse anche la santità dà fastidio, non si comprende; ad
essa come si manifesta nelle persone con cui viviamo quotidianamente, non ci
si crede. All'agire dei santi che vivono con noi, alle loro parole, etc si
applicano le nostre motivazioni, i nostri criteri e standards. Possiamo del
resto constatare questo nelle vite dei Santi canonizzati, se queste vengono
scritte senza "pie omissioni" o coperture, ma nella verità storica
della vita quotidiana.
f)
Quello tuttavia che deve interessare, non è la debolezza o superficialità
umana,, ma come reagiva il Servo di Dio. Possiamo vederlo da alcune sue lettere.
Alcuni dei suoi monaci gli scrivevano manifestando il disagio per quello che
sentivano riguardo a lui. A qualcuno che egli stimava in modo particolare egli
si apriva. Le sue parole ci rivelano inoltre particolari significativi della
sua vita privata: l'esperienza della malattia, della stanchezza, della
debolezza fisica, anche per periodi prolungati, difficoltà di ogni genere.
Il
tempo gli rimaneva sempre cortissimo, o gli mancava addirittura. La sua salute
non era sempre la migliore. (Questo è un'aspetto che si dovrebbe trattare a
parte per varie ragioni – non ne abbiamo il tempo ed è inoltre sotto esame
alla Postulazione). «Non avertelo a male se non ti scrivo: dispiace a me tanto,
ma proprio tanto, lasciare quasi da parte le persone più care. Come vedi hai un
fratello che somiglia agli uccelli senza nido: oggi su di un tetto e domani
sopra di un altro. Ma tu lo sai: cerco di fare un poco di bene» (alla sorella
Angelarosa).
Una
delle accuse più frequenti: «Negligenza nel dare risposte ai monaci":
nelle cose serie, no; nelle altre può darsi. Ma è necessario sapere che
debbo pensare anche a provvedere il pane che si mastica con i denti, che da
tanti anni la mia giornata termina tra le 1 e le 2 di notte, per incominciare
prima delle 5».
«Io
non so a chi voi vi riferiate su tale argomento; forse a un tale che aspettava
denaro, che... io non avevo, epoca, in cui spesso non avevo le 15 lire per il
tram, come al presente, e andavo a piedi, pur sentendo un poco di fastidio al
cuore e asma.
E
il mio silenzio non può essere causato da un lavoro che supera la capacità
ordinaria dell'uomo, obbligato a dare al lavoro molte ore della notte? E non può
essere causato da cose più urgenti, mentre quelle di costà si maturano?».
Un'altra
accusa, che si curava troppo delle suore:
«Che
rispondere! e ai suori non penso? E se avessi trovato presso le Suore per dare
il necessario ai suori? E se fosse stato questo lavoro quello che in modo
speciale ci aiutò nella funesta tormenta di questa guerra? E se questo lavoro
fosse stato quello che tantissimo cooperò per elevare la nostra riputazione
presso le Autorità Ecclesiastiche e Civili? Sì, fu proprio questo lavoro che
tantissimo ci aiutò in tutti i campi.
Oggi,
benché a letto, a mezzo telefono, ho procurato l'olio di fegato per i giovani
di Roma; avanti ieri fu per Matelica e S. Silvestro. Oggi a... mezzo parola ho
procurato lo zucchero, gratis, per questa casa, restata un poco a corto, e la
stoffa per dividere i letti del dormitorio, dove dovranno andare questi giovani
sacerdoti durante il capitolo, affinché siano più liberi. E domani mattina,
benché malato, a mezzo telefono, mi sono impegnato di celebrare alle ore 10 1/2
per avere il mezzo di far iscrivere le nostre case di studentato fra gli
istituti capaci di assistenza da parte dell'ENAOLI; e volevo dire passerò parte
della notte - sono già le due dopo la mezza notte - pensando come fare a
trovare il mezzo milione che domanda il rabdomante per l'acqua a Bassano,
lavoro che avrà principio il 12 corr. e... trascuro gli affari nostri'. ..».
g)
Certo ne soffriva, specialmente per le conseguenze che queste chiacchiere
avevano, e per questo alle volte si vedeva costretto a parlare.
«Delle
persone se ne avvidero e con amarezza ne parlarono, e il P. Generale si vide
solo in tantissime circostanze portando un peso da schiacciarlo, con un'amarezza
nota al Signore.
Sapete che ordinariamente ho fatto vedere di non capire le offese e i soli disprezzi avuti. In conseguenza ho scusato e perdonato. Se, oggi, dico di aver capito e di capire disprezzi e offese è perché il mio silenzio, nel passato, è stato interpretato anche quasi io fossi un colpevole e in questo senso si è fatta propaganda dannosa alle anime.
Di
quanto sopra è bene che io ne abbia parlato; il lungo tacere credo che abbia
fatto pensare a una certa insensibilità morale.
h)
In modo particolare doveva soffrire quando veniva accusato di agire per motivi
di risentimento o di sfiducia verso gli altri: «"Non ha fiducia di
nessuno" Non è vero; io ho fiducia di tutti e nessuno ha fiducia dei
monaci quanto me; per questo nessuno spinge i monaci a fare e a prepararsi per
fare, quanto me. Solo corrispondenza non ho trovato, o molto poca. Il quieto
vivere è ricercato e accarezzato, con le note del ridicolo e del sarcasmo per
chi ha cercato di concludere qualche cosa». «Non ho avuto mai
"astio" con alcuno, compreso voi. Spero che il Signore non mi
condannerà per il mio "modo ingiusto di agire" ; perché, almeno
scientemente, credo averne usato mai con alcuno, compreso voi. Al contrario,
molto offese ha avuto da parecchi, compreso voi, cosa che ripetete anche e
manifestate nella vostra lettera in parola. I Confratelli tutti sanno che io li
amo »2°. Nel suo Testamento ripeterà questo suo grande amore a tutti i
confratelli che egli manifestò più che con le parole con la vita e il suo
indefesso prodigarsi per loro.
i)
Rimaneva fedele a un suo proposito fatto al principio della sua vita religiosa
e sacerdotale: non amareggiare mai nessuno. Umiltà, Pazienza, rettitudine erano
i suoi principi:
«Le cose mie? ... Credo di aver quasi finito. Chi mi darà la sentenza è oltre terra: "Dominus est". E voglia usarmi tanta misericordia. Pregate per me. Però farete cosa grata se mi direte le mie miserie, sia quelle note a voi per scienza vostra, sia quelle note a voce per detti altrui. Però per me e per voi: "temiamo e amiamo Iddio in tutte le cose».
«Però
ciò che importa? Purché alla presenza di Dio macchia non sia, tutto il resto
è nulla. Anzi le macchie che danno gli uomini, se sostenute con pazienza,
aumentano la luce dell'anima».
Per
il resto soffriva unito al suo Redentore, come aveva desiderato e promesso.
Altri
aspetti della vita e attività del Servo di Dio hanno molti testimoni e quindi
non mi ci soffermo, ma essi pure trovano la loro radice in questi propositi del
Servo di Dio. Brevissimamente ne menziono alcuni:
«Diligenza
e ardore per riuscire a predicare, però non a predicare me, ma Gesù
Crocefisso, a questo scopo pregare e pregare assai per avere un giusto
criterio».
«Curare
diligenza interna ed esterna negli esercizi di pietà, e compostezza ovunque,
nello studio, a ricreazione, a mensa, per tutto ».
Tutto
sempre per amore di Gesù Cristo Crocefisso: non risparmiare sacrifici per
meno indegnamente celebrare la S. Messa. Se occorre perdere il sonno, se è
necessario prolungare il digiuno, sia; una cosa è necessaria servire bene
nostro Signore e farlo contento».
«Accostarsi
al S. Sacrificio con purità di spirito sempre. Domandare ogni giorno la morte
piuttosto che accostarsi all'altare indegnamente. Ogni giorno domandare questa
grazia. - La decenza sia curata anche nella persona, nella nettezza personale,
e nel vestito, scarpe, abito etc. Scegliere l'ora più incomoda per far piacere
a Gesù e rendere un'atto di carità a coloro che in tale ora dovrebbero
celebrare».
Diverse
sono le testimonianze su l'impressione che l'Abate Ildebrando faceva per il
suo comportamento e per il modo con cui pregava e celebrava la S. Messa.
Un
proposito particolare con cui chiudo.
«Nel
vino ritirarsi sempre più. Gesù aveva una sete ardentissima ed ebbe fiele».
Abbiamo
una risoluzione simile anche nel diario del 1912. Una testimonianza
«Il
Padre veniva da noi alla Clinica quando poteva riuscire a prendere qualche
momento, ma lo vedevamo quasi ogni settimana.
Una
volta giunse alla Clinica piuttosto tardi - Sotto lo sguardo profondo e sereno
si notarono sul volto i segni di forte stanchezza. Le chiesi: "Padre ha
cenato?" e Lui sorridendo: "Ho fatto colazione questa mattina".
Facemmo del nostro meglio per preparargli la cena. Mangiò con gusto e in
fretta. Ma quello che mi colpì fu nel vederlo saporeggiare il vino, ne bevve più
di un bicchiere che offrivamo. Quando se ne era andato, facendo i nostri
commenti ci sentivamo soddisfatte, specialmente per il vino, e fu una brutta
sorpresa - quando ci accorgemmo che il vino era aceto schietto! Telefonai al
Padre subito, subito. Lui fece una bella risata poi rispose: "Gesù ha
sorseggiato il fiele e l'aceto!" - E pensare che in quel periodo il Padre
soffriva per forti. dolori di ulcera. Difatti per diversi giorni al mattino
prestissimo io mi recavo a farle le iniezioni endovenose in S. Stefano del Cacco».
E a proposito di "aceto", ad alcune Postulanti che gli avevano fatto
gli auguri per il suo 25mo di Sacerdozio scriveva: «Carissime Postulanti e
ricercatrici di Dio. I sentimenti in essi espressi tanto mi fecero piacere,
specialmente quelli riguardanti i vostri propositi di amare il Signore nella via
delle api, cercando cioè nettare che faccia piacere a Colui che ci amò e che
per noi assaporò fiele e aceto».
Abate
D. SIMONE TONINI O.S.B. Silv.
Postulatore
della Causa di Santificazione del Servo di Dio
Nell'accingermi a portare il mio piccolo contributo a questa ricca giornata di spiritualità, nel decimo anniversario del Dies Natalis del Servo di Dio Don Ildebrando Gregori, desidero dire innanzi tutto che non ho conosciuto il Padre Ildebrando Gregori e che tutto ciò che qui sarà detto riguardo al Servo di Dio è stato preso dagli scritti fin qui pubblicati; desidero poi ringraziare Sua Eminenza il Card. Fiorenzo Angelini e la Superiora Generale Madre Maria Maurizia Biancucci che mi hanno invitato.
Il
posto che la storia ha assegnato a Dae Ildebrando Gregori è accanto ai Santi
della carità ed agli operatori sociali di ogni tempo.
In
questo intervento, tuttavia, non mi fermerò sull'uomo della carità, ma sugli
aspetti concreti, apostolici, ministerialmente vissuti del carisma che il Servo
di Dio ha lasciato in dono, in eredità, alla amata Congregazione delle Suore
Benedettine Riparatrici del S. Volto e cioè:
-
il Culto del S. Volto;
-
la spiritualità della riparazione.
Prima di esaminare la dottrina del culto del S. Volto e della Riparazione consentitemi un accenno al significato del Volto, al valore dell'Icona, ai documenti magisteriali ed ad alcune figure particolari che hanno in qualche modo influenzato il Servo di Dio nella sua formazione e in questa particolare devozione.
La
rivelazione dice che Dio si è fatto "Volto" e che l'uomo è stato
creato ad immagine di Dio, quindi Dio ha privilegiato il volto per manifestarsi
a noi. L'Eterno brilla nel mistero della persona. Il volto è lo specchio del
cuore, è trasparenza della propria anima. "Il volto", diceva il P.
Gregori, "è la fotografia del cuore, è l'espressione della bontà, la
manifestazione dell'amore".
Il
valore teologico del volto è strettamente connesso con le immagini sacre e al
culto che ad esse rendiamo. L'icona simboleggia la gloria divina increata che
rimanda alla sua fonte soprannaturale. L'icona manifesta il visibile
dell'invisibile e al tempo stesso ci richiama la presenza di un'assenza.
1.
Il culto del S. Volto
Se
tale è la forza teologica del volto e il valore della sua raffigurazione
nell'icona, è facile capire il motivo per cui, fin dagli inizi della sua
storia, la comunità ecclesiale abbia tenuto in alto onore il culto del Volto
del Signore (il Santo Volto) ed abbia avuto una speciale considerazione per le
immagini di esso.
Ecco
perché tra le raffigurazioni del Cristo Figlio di Dio, l'immagine conosciuta
in Occidente sotto la denominazione del Santo Volto occupa un posto centrale.
La
tradizione culturale del S. Volto nella Chiesa ha origini antiche. Il magistero,
grazie alla pietà e al culto popolare, è intervenuto diverse volte circa la
legittimità del culto e la devozione del S. Volto. Tra i documenti pontifici
legati al culto del S. Volto della Sindone ne ricordiamo due: a) la bolla
di Giulio II, del 9 maggio 1506 con cui si approva l'ufficio e la S. Messa e b)
l'atto di Gregorio XIII con cui si concede l'indulgenza plenaria ai fedeli
presenti all'ostensione della Sindone.
L'immagine
del Volto di Cristo è fatta risalire ad un originale non fatto da mano d'uomo
ed è strettamente dipendente dalla Sindone di Torino. Tra le immagini sacre è
la sola che offre al nostro sguardo il volto di Cristo che possiamo ritenere
vero e non immaginario, tanto commovente quanto maestoso che favorisce il nostro
amore al Signore. Paolo VI il 23 novembre 1973 così si esprimeva: «Il volto
impresso nella Sacra Sindone ci è apparso così vero, così profondo, così
umano e divino che noi l'abbiamo ammirato e venerato come nessun'altra immagine
ci permette di fare».
Dai
tanti documenti della S. Sede, in estrema sintesi, riceviamo che il magistero
ha definito il Volto di Cristo come oggetto parziale del culto di ringraziamento
e di riparazione per le innumerevoli offese arrecate a N.S.G.C.
Esperienze eminenti di fedeli e di santi che hanno nutrito una particolare venerazione per il S. Volto
Tra
i vari santi che hanno coltivato una devozione speciale al S. Volto ricordiamo
San Carlo Borromeo, il beato Amedeo di Savoia, San Francesco di Sales, Santa
Giovanna Fremiot de Chantal ed il Santo Pontefice Pio VII.
Tra
i fedeli che alla fine del secolo scorso, soprattutto in Francia, diffusero la
devozione al S. Volto ricordiamo solamente Sr. Maria di San Pietro e il
venerabile avvocato Leone Dupont che fondò una confraternita per la diffusione
della devozione al S. Volto cui era iscritta Teresa di Gesù Bambino.
Permettetemi
di fermarmi un momento su S. Teresa di Gesù Bambino iniziando la vita al
Carmelo aveva assunto il nome di Teresa di Gesù Bambino, ma il giorno della
prima professione aggiunse: del Volto Santo. Con questo nome: Sr. Teresa di Gesù
Bambino del Volto Santo firmerà l'Atto di offerta all'amore misericordioso,
che è l'espressione più alta della sua spiritualità. «Venuta al Carmelo
per salvare le anime, pregare per i peccatori e offrirmi per la Chiesa, volevo
che, come il Volto di Gesù, il mio fosse nascosto e che nessuno sulla terra mi
riconoscesse». Una tale devozione suscitò in lei il desiderio di imitazione e
la configurazione al S. Volto di Gesù. Portava scritto sul petto. "Fa
che io ti rassomigli, Gesù".
È
necessario ricordare la devozione e lo spirito di riparazione al S. Volto
della Madre Maria Pierina De Micheli. Madre Pierina, sin da adolescente,
ricevette attenzioni particolari dal Signore: «Nessuno mi dà un bacio
d'amore in Volto per riparare il bacio di Giuda?». Divenuta religiosa, della
Congregazione delle Figlie dell'Immacolata Concezione di Buenos Aires,
coltivò il suo amore per il volto divino. Nel 1936, contemplando l'agonia di
Gesù, vede il volto del Signore triste ed insanguinato e sente che Egli dice:
«Voglio che il mio volto, il quale riflette le intime pene del mio animo e il
mio dolore sia più onorato. Chi mi contempla mi consola». Trasferita da Milano
a Roma, come superiora e come responsabile delle comunità italiane della
Congregazione, Sr. M. Pierina, quasi per caso, s'imbatte nell'allora Abate
generale dei Benedettini Silvestrini, Don Ildebrando Gregori e si affida alla
sua guida. Il P. Gregori la seguirà dal 1940 fino alla morte avvenuta il 26
luglio 1945. Tra i due si crea una profonda sintonia spirituale. Il P.I. Gregori
diviene ad un tempo guida, discepolo ed apostolo insigne del S. Volto con la
parola, le opere e le istituzioni. Le radici della devozione al S. Volto in Don
I. Gregori si trovano sia nel patrimonio di fede della Chiesa, sia nella
tradizione spirituale silvestrina di cui è erede. Conosciamo bene quanto egli
amasse il quadro seicentesco custodito a Fabriano nel quale S. Silvestro è
raffigurato in preghiera dinanzi a vari simboli della passione del Signore, fra
i quali è un Drappo con 1'Effige del S. Volto di Gesù. Tale devozione la
manifestò pure nelle frequenti visite al santuario del S. Volto di Manoppello.
Sicuramente il P. Gregori fece tesoro della vitalità che il culto al S. Volto
aveva all'interno della Chiesa, grazie al Dupont, a Santa Teresa di Gesù
Bambino, a Madre Maria Pierina e fatto non trascurabile l'aver studiato alla
Gregoriana nella cui biblioteca è conservato un volume dal titolo
significativo: Il Santo Volto di Gesù Cristo e la Riparazione pubblicato nel
1914.
È
necessario dare un fondamento dogmatico del culto di adorazione del S. Volto
perché:
-
il vero culto a Dio richiede da parte nostra un corretto modo di venerare le
immagini sacre;
-
poi perché sappiamo quanto può essere riduttivo e pericoloso, per l'integrità
di una fede autentica, fondare la propria credenza sulle immagini anziché nel
rapporto personale di comunione con Dio.
Innanzi
tutto diciamo che non vi può essere un'adorazione del Santo Volto distinta da
quella della Divinità di N. S. G. C. cui si deve il culto di Latria. Non è
fuori luogo ricordare la dottrina della Chiesa circa i gradi di culto a seconda
della persona cui sono tributati. Abbiamo pertanto:
1.
il culto di latria che si deve solo a Dio e che consiste nell'onore massimo
reso a Dio, a motivo della sua infinita maestà ed eccellenza;
2.
il culto della dulia, o di venerazione o di onore che si rende ai santi;
3.
il culto di iperdulia reso unicamente alla Beata Vergine Maria.
L'oggetto
materiale di culto è ciò che viene onorato; l'oggetto formale è la ragione
di un tale tributo di culto. Applicando ciò all'adorazione del Volto di Gesù
abbiamo: l'oggetto materiale è l'uomo-Dio Gesù, una concreta figura storica,
nella quale le due nature, umana e divina, costituiscono un'unica e specifica
persona, vissuta in un determinato luogo geografico e in un particolare spazio
di tempo.
Secondo
l'oggetto formale, Cristo viene adorato sempre come il Verbo fatto carne. Mai
una delle due nature isolatamente è oggetto della nostra adorazione, ma è
oggetto della nostra adorazione il Signore Gesù nella unione misteriosa della
sua divinoumanità, nell'intera sua umanità, unita ipostaticamente al Verbo
divino. Quindi il fondamento dogmatico dell'adorazione del S. Volto di Gesù
poggia sul dogma dell'unione della natura umana e divina nell'unica Persona del
Verbo incarnato così come definita nel Concilio Costantinopolitano II nel
553.
Da
quanto detto segue che:
a)
tutte le singole parti della natura umana del Signore Gesù, fra le quali ha un
posto privilegiato il volto, ricevono il culto di adorazione;
b)
non vi può essere un'adorazione del S. Volto distinta dalla divinità di
Cristo;
c)
Il Volto di Cristo è anche motivo di ringraziamento e di riparazione.
Dinanzi
a chi "ci ha amati ed ha dato se stesso per noi" non possono non
sgorgare che sentimenti di gratitudine, ringraziamento e riparazione.
Riparare spiritualmente gli oltraggi sia quelli subiti nella dolorosa Passione, sia quelli che continua a subire nella Chiesa, sua sposa e suo mistico corpo.
2.
Spiritualità della riparazione al S. Volto
Se
il sacrificio vespertino di Cristo sulla croce ha segnato la salvezza universale
del genere umano, cosa vuol dire la "Riparazione Spirituale dei
Peccati"?
"Riparare"
biblicamente può significare: Rifare, Ricuperare, Riscattare qualcuno o
qualcosa. Rifacimento, Recupero o Riscatto che avviene attraverso una
compensazione, una Riparazione, una Espiazione. Ora per gli uomini dell'A.T.,
nonostante le norme previste dal Levitico, è stato difficile mantenere la
propria comunione con un Dio tanto santo e misericordioso quanto esigente: le
pieghe del cuore umano sono sempre ricche di anfratti oscuri, che faticano a
lasciarsi illuminare dalla grazia. Si è vista perciò la necessità di
"Espiare" i propri peccati per ripristinare la propria comunione con
Dio. I riti di espiazione che incontriamo nei testi liturgici della Bibbia ne
sono una testimonianza, mentre i salmi e i cantici penitenziali sono ancora oggi
capaci di dare voce al nostro grido verso Dio e alla nostra coscienza di
essere sempre bisognosi del suo perdono. Cristo offertosi in sacrificio
gradito a Dio, ci ottiene la purificazione completa e la salvezza definitiva
dal peccato e dalla morte. Cristo invitandoci alla sua sequela, ci ha indicato
la strada da percorrere per vivere nella sua nuova ed eterna alleanza. È la
strada del coinvolgimento totale, nell'amore che si dona, nell'amore che si
offre, nell'amore che soffre per collaborare all'opera redentrice del Signore,
non ancora perfettamente completa, anche se perfettamente compiuta.
Motivo
della riparazione è, infatti, il peccato dell'uomo, soprattutto come
misconoscimento dell'amore di Dio verso ogni persona e verso il creato. Come
chi ama gioisce o si rattrista, a seconda della condizione dell'amato, così
avviene per chi ama veramente Gesù: condivide i suoi sentimenti, comprende e
patisce ciò che lo colpisce e, quindi, cerca di amarlo di più perché altri
uomini lo amano poco o niente e ciò per portare vantaggio ai suoi fratelli.
Ecco la sintonia come l'amore di Dio Padre, di Dio Figlio, di Dio Spirito Santo.
Vivere la spiritualità riparatrice significa partecipare alla vita trinitaria
in quanto ciò s'inscrive nel disegno del Padre e nella missione del Figlio e
dello Spirito Santo. Perciò, ogni giorno, sia il credente, sia la consacrata,
in forza del battesimo e della consacrazione sono chiamati a riparare ed a
rendere un servizio sacerdotale, divenendo con Cristo, offerente ed offerta, per
la gloria di Dio e il bene delle anime. Si fanno proprie le parole della
preghiera eucaristica: «Accetta, anche noi, Padre Santo, insieme con
l'offerta del tuo Cristo, e nella partecipazione a questo convito eucaristico
donaci il tuo Spirito». L'amore fa della vita un dono d'amore e di
riparazione: Amor Sacerdos Immolat.
Come
s'inserisce la riparazione dei peccati da parte dei consacrati/e all'interno
della Chiesa? Qual è il valore e la valenza ecclesiale di questo carisma e
quale la sua efficacia in ordine alla perfezione della vita cristiana?
La
presenza nella Chiesa di persone che hanno una speciale, una peculiare
consacrazione, che pubblicamente sono dedite all'apostolato, alla preghiera,
alla penitenza ed alla riparazione ha una duplice funzione: a)
contribuire all'instaurazione del Regno di Dio nel mondo e ad accogliere la
Redenzione; b) richiamare tutti i cristiani al compito di riparare che è
loro affidato nel Battesimo.
Abbiamo accennato al contributo dato dal Venerabile Dupont, da S. Teresa di Gesù Bambino e da Madre Maria Pierina circa la devozione e la riparazione al S. Volto. Qui adesso voglio fermarmi sul contributo specifico apportato dal P.I. Gregori. Egli ha interpretato creativamente soprattutto quanto aveva attinto dalla sua formazione silvestrina e da Sr. Maria Pierina, rileggendolo sapientemente alla luce della Sacra Scrittura e della tradizione benedettina silvestrina e rendendolo operativo, fondando anche la congregazione Benedettina delle Suore Riparatrici del S. Volto di Nostro S.G.C. Le sue lettere sono particolarmente efficaci nel descrivere e nell'interpretare la Riparazione al S. Volto alla luce dei racconti pasquali. Ne rintracciamo una bellissima sintesi nella lettera della Pasqua del 1973 indirizzata alle sue carissime figliole: «La Pasqua è tutto un panegirico del S. Volto, dalle umiliazioni più profonde, allo splendore più divino dell'Alleluia... vi auguro che il Signore vi benedica come benedisse le sante Pie Donne, Vi riempia del suo santo Amore. Il Santissimo suo volto sia il vostro ideale, e, santamente vi tormenti la brama di dargli amore e lode, questa è la perfetta riparazione».
3.
La Congregazione delle Suore Benedettine
Riparatrici del S. Volto di N.S.G.C.
Questi
brevi cenni storico-teologici ci portano a comprendere l'originale devozione
al S. Volto del Servo di Dio Don I. Gregori lasciata come dono alla sua
Congregazione. Tale millenaria devozione ed adorazione al S. Volto radicata ed
impressa nello spirito di riparazione egli la inculcò alle sue suore. È dalla
origine fusione Spiritualità della Riparazione - Spiritualità Benedettina
- Culto di adorazione del S. Volto che il P.I. Gregori ha originato il suo
carisma. Qual è il collegamento tra il culto al S. Volto e la spiritualità
della riparazione nella vita della Congregazione Benedettina Riparatrice del
S. Volto? Essa concretizza 1’"Ora et Labora" benedettino, nella
devozione e nella riparazione al S. Volto di Gesù, quale viene presentato nella
Sindone. La Congregazione nutre, alimenta, il suo essere benedettina con
questa "anima interiore": Riparare, Consolare il Santo Volto di Gesù,
Espiare per i peccati contro il S. Volto impresso in ogni persona.
La
Riparazione è un elemento allora che caratterizza la particolare vocazione
d'ispirazione benedettina, specifica sia l'ora che il labbra, integrando fra
loro la contemplazione e il servizio agli ultimi, bisognosi, malati, anziani.
Don
I. Gregori fondando la Congregazione delle Suore Benedettine Riparatrici ha
arricchito la Chiesa col suo carisma di contemplazione Adorazione del Santo
Volto, da cui nasce la riparazione.
Egli,
in occasione della Pasqua del 1956, in un'altra lettera alle sue carissime
figliole, così ha specificato il termine Riparatrici: «Il titolo che vi
distingue è Riparatrici del S. Volto di N.S.G.C. è la storia della passione di
Gesù che manifesta in modo tutto particolare l'amore di quel volto Benedetto.
Fu visto grondante sangue, coronato di spine, coperto di sputi; i suoi occhi
furono contusi, le sopracciglia spezzate, rotte le labbra. Comparve quel volto,
in se stesso più bello del Paradiso, come il volto di un lebbroso. Dunque
adoratrici del Santo Volto, Riparatrici delle sue piaghe nella contemplazione
della preghiera (Ora), nel servizio dei più bisognosi (Labora). Dalla
contemplazione, che per voi è soprattutto adorazione del Santo Volto, nasce il
bisogno riparatore che crea quella sintonia con Cristo Gesù che fa amare ciò
che l'amato ama, desiderare ciò che Egli desidera e respingere ciò che gli
reca dolore, offesa, sofferenza».
Consentitemi
un richiamo più generale al valore universale della riparazione. Mi aiuta una
poesia dal titolo: Cristiani e pagani, scritta in carcere dal teologo luterano
Dietrich Bonhoeffer. Esprime la solidarietà nel dolore che è la forma tipica
di amore che porta alla riparazione.
1.
Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione, piangono per aiuto, chiedono felicità
e pane, salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte.
2.
Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione, lo trovano povero, oltraggiato, senza
tetto né pane, lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte. I cristiani
stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.
3.
Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione, sazia il corpo e l'anima del
suo pane, muore in croce per i cristiani e pagani e a questi e a quelli perdona.
Tale
e tanto è il valore teologico della riparazione. Per questo nessuno potrà
mai dire che la riparazione, come atteggiamento spirituale cristiano, sia
"passata di moda". Proprio per la sua radicale risposta d'amore a
Dio che in Cristo si è dato totalmente all'uomo per liberarlo dal male e dalla
morte, la spiritualità della riparazione è quanto mai in sintonia con il nuovo
"bisogno di spiritualità" degli uomini del nostro tempo.
Forse
non saranno più comprensibili per lui alcune forme espressive di questa
spiritualità, che sarà allora necessario rinnovare e rimotivare biblicamente
e teologicamente. Ma l'amore è eterno, è comprensibile agli uomini di tutti i
tempi e luoghi: la spiritualità riparatrice non smette mai di essere attuale,
così come i carismi della vita religiosa che, accanto a quello delle Suore
Benedettine Riparatrici del Santo Volto di N.S.G.C., si fondano su questa
spiritualità.
"Gesù",
scriveva Biagio Pascal nei suoi Pensieri, "sarà in agonia fino alla fine
del mondo: durante questo tempo, non bisogna dormire".
Spero
che questo intervento possa tutti illuminare e farci capire che cosa si
richiede per una autentica venerazione e adorazione dell'immagine del S.
Volto.
La
Congregazione Benedettina delle Suore Riparatrici del S. Volto è chiamata a
rendere testimonianza del carisma del Servo di Dio Idelbrando Gregori ponendo al
Centro di tutte le sue opere il Cristo, abbassandosi come il Cristo:
"salvare e salvarsi". Non si tratta di impegno di piccolo momento, si
tratta di unirsi a Cristo, per la riparazione dei peccati e la salvezza
dell'uomo. È necessario vincere la tentazione dello sconforto di fronte alle
proprie miserie ed al peccato del mondo. Le difficoltà non spengono la
speranza, se quest'ultima si sostanzia di amore per il Santo Volto di Cristo.
Siamo
dunque chiamati ad accostarci al Santo Volto con limpidezza di sguardo,
profondità di pensiero e semplicità di cuore, per trovarvi quanto il buon Dio,
per mezzo di questa immagine, ci ispirerà e per realizzarlo con tutte le nostre
forze, per quanto povere siano, affinché "nella nostra debolezza risplenda
la potenza di Dio" e mostriamo a tutti gli uomini, da veri figli di Dio,
il Volto di Cristo.
D.
Vincenzo Bertolone, M.S.P.
di
Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica
Se
Dio è diventato uomo, egli è rappresentabile con i mezzi dell'arte: questo è
il dogma basilare del II Concilio di Nicea del 787. Questo che per gli Ortodossi
costituisce la chiave di volta della loro fede cristiana, non è stato mai
capito dai cristiani occidentali in tutte le sue conseguenze. La frase
"Se Dio è diventato uomo" si compone di due elementi: Dio e l'uomo.
In una maniera un po' semplificata si può dire che l'Occidente ha visto
meglio tutte le conseguenze indicate con il secondo elemento mettendo l'accento
sull'uomo. L'Oriente si è sempre domandato quali conseguenze vengono fuori
dal fatto che è stato Dio che è diventato uomo, e mette l'accento sul primo
elemento, su Dio.
L'uomo
occidentale pensa che Dio non ha lasciato la sua immagine a noi e che gli
artisti inventano queste immagini. Cosi si è espresso già S. Agostino (De
Trinitate VIII, iv, 7).
Qualcuno
avrebbe desiderato una tale immagine, ma purtroppo nessun pittore ha fatto un
ritratto di Gesù durante la sua vita terrena; questo è più o meno il pensiero
degli odierni teologi evangelici e cattolici. Quando uno prende le mosse dal
puro pensiero umano egli giunge solo fino alla costatazione scettica: "non
sappiamo se esiste ancora un'autentico ritratto di Cristo". Il cristiano
orientale pensa diversamente: Dio e tutti gli effetti dell'azione di Dio non
possono essere confinati ad un solo territorio e ad un solo periodo storico. Se
Dio è diventato uomo, la sua immagine deve essere riconoscibile e perciò
fattibile in tutti i tempi della storia e in tutti i luoghi della terra. È
solamente questione del "come", ma non del fatto come tale. L'artista
cristiano è fondamentalmente in grado di donare il ritratto di Gesù che è
Dio e uomo. Questa è la sfida più nobile per tutti gli artisti cristiani.
Forse questi pensieri possono dare un aiuto per un rinnovamento dell'arte
cristiana.
Prima
di domandarci come si possa fabbricare una tale immagine umana-divina con i
mezzi dell'arte, dobbiamo chiarire ancora un'altra questione che è collegata
con il fondamentale equivoco degli iconoclasti di tutti i tempi: la immagine di
Cristo è legata alla materia o no?
Sembra
di sì, ma non è così. La riconoscibilità di un ritratto non è legata
affatto a determinate linee, altrimenti non si potrebbero riconoscere
personaggi noti in qualsiasi loro caricatura. Non sono le stesse linee materiali
che producono la riconoscibilità di un ritratto come ritratto di un determinato
personaggio. Esse manifestano solo la immagine individuale che esiste prima di
esse. La immagine individuale di ogni uomo è una realtà spirituale che ha
bisogno della materia per poter manifestarsi, della creta o dei colori sulla
tavolozza, ma essa esiste insieme con ogni uomo, insieme con ogni cosa creata.
Come ogni parola esiste come cosa puramente spirituale nell'interno dell'uomo
quando essa non è ancora espressa vocalmente, ma solamente pensata, così la immagine
di qualsiasi cosa creata esiste come una cosa puramente spirituale nell'anima di
ogni uomo, quella immagine interiore che fa sì che la cosa o la persona possa
essere riconosciuta immediatamente nella natura o in una immagine sua
materiale.
Parlando
come teologi si deve dire che la riconoscibilità, cioè la immagine di Cristo,
è collegata non con la sua natura umana e la sua natura divina, ma con la sua
persona. Questa è la quintessenza della dottrina di Teodoro Studita contro
tutti gli iconoclasti. Allora chi nega questa qualità a Cristo, cioè di
avere una sua Immagine, nega non solo la incarnazione di Dio, ma, che è molto
più grave, l'unicità di Dio. Questo vale particolarmente per tutti coloro che
vogliono sì affermare la incarnazione di Dio, ma non la consequenza di questo
fatto unico: Cristo ha detto: "chi ha visto me, ha visto il Padre" (Gv
14,9). Anche questa unicità della immagine è un fatto puramente spirituale.
Si possono distruggere tutte le immagini materiali di Cristo, la sua immagine,
sempre ripetibile, e sempre di nuovo realizzabile nella materia, rimane.
Una
volta assicurato il carattere spirituale della immagine di Cristo, possiamo
domandarci come si può realizzare una tale immagine nell'arte. Ogni opera
d'arte è espressione del più profondo che vive nell'artista, è imitazione
di un modello, o di uno nella natura, o di uno nell'arte, è finalmente
trasformazione della materia grezza.
Prendendo
le mosse dalla espressione, si può costatare come lo ha fatto Chiara Lubich in
una sua meditazione sulla Pietà di Michelangelo (Scritti spirituali 1, Roma
1978, p. 212 s.) che allo stesso modo in cui un artista sa trasfondere la
immortalità della sua anima nella sua opera artistica, così vale il fatto che
un'artista che vuole giungere a realizzare una immagine di Cristo non deve
esprimere se stesso, ma Cristo, perciò non deve vivere se stesso, ma Cristo,
come dice San Paolo: "non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal
2,20). Solo un tale artista può sperare di realizzare una vera immagine di
Cristo.
Quando
si cerca il modello per la immagine di Cristo ne conosciamo nella storia
fondamentalmente due, e ancora oggi sono due gli oggetti ancora conservati che
richiamano per sé di essere autentici ritratti di Cristo: la Sindone di Torino
e il velo di Manoppello; l'ultimo è più conosciuto con il nome di Volto
Santo di Manoppello. Si tratta delle immagini che nello stesso tempo sono
reliquie di Gesù.
Attraverso
racconti storici e attraverso le leggende abbiamo notizie di tali immagini sia
nell'oriente, sia nell'occidente. A Edessa fu venerato il Mandilion finché esso
fu trasportato nel 944 a Costantinopoli. Già prima, nel 574, fu trasportato
da Camulia in Cappadocia un velo fine con il ritratto di Cristo nella capitale
dell'Impero romano. A Roma si conosce sin dall'ottavo secolo un Volto Santo
"non fatto con mani di uomo" nella Cappella Sancta Sanctorum del
Palazzo Lateranense e la "Veronica" sin dal dodicesimo secolo circa
nella Cappella di Giovanni VII presso la Basilica di San Pietro in Vaticano.
La
"Veronica" a Roma non è in prima linea il nome di una Santa la quale
conosciamo dalla leggenda come quella donna che ha avuto misericordia verso Gesù
quando egli portava la sua croce sul Golgota e la quale avrebbe asciugato il suo
volto con il sudario che lei aveva con sé, ma proprio una immagine misteriosa
di Cristo su un velo. Quella Immagine fu mostrata ai pellegrini degli Anni
Santi come ritratto autentico di Gesù che sarebbe risultato prodotto da un
contatto diretto con il suo volto. "Veronica" non vuole dire altro che
la combinazione della parola latina "vera" con quella greca
"icona", e significa "vera immagine".
Molti
indizi ci inducono alla conclusione che questa "Veronica" è stata
rubata in occasione della demolizione dell'anno 1608 della cappella dove essa fu
conservata e che questa immagine fu trasportata a Manoppello nell'Abruzzo dove
essa viene venerata ancora oggi. Il Mandilion di Edessa e di Costantinopoli non
è nient'altro che la Sindone di Torino. Per questa identificazione abbiamo
altrettanto molti indizi, in particolare il discorso di Gregorio il
Referendario della Aghia Sofia che lui ha fatto in presenza della immagine in
occasione della traslazione del 944. In questo discorso che fu ritrovato dal
grecista romano Gino Zaninotto nella Biblioteca Apostolica Vaticana, l'immagine
sul lino viene descritta come non dipinta con colori ma con sudore e con sangue;
questi mezzi straordinari avrebbero lasciato le loro tracce sul lino quando Gesù
nel Getsemani ha sudato sangue, e inoltre la immagine sarebbe stata arricchita
dal sangue del costato. Una tale descrizione concorda solo con l'aspetto e la
realtà della Sindone di Torino.
Il
Mandilion e l'immagine di Camulia furono i modelli per l'immagine classica di
Cristo nell'oriente, la "Veronica" quello per le immagini
dell'occidente. Forse la "Veronica" non è nient'altro che non il velo
di Camulia. Se questo si potrà accertare, abbiamo ancora tutti e due i
modelli della immagine autentica di Cristo, uno conservato a Torino, l'altro a
Manoppello.
In
ogni caso, anche l'aspetto del Volto Santo di Manoppello corrisponde con tutte
le descrizioni della immagine di Camulia che conosciamo. Inoltre, si può fare
combaciare il volto della Sindone con quello di Manoppello nella misura 1:1
senza che le fattezze dell'uno disturbino quelle dell'altro. Questa
dimostrazione fu fatta dalla Suora Blandina Paschalis Schlomer, OCSO.
Ma
quando si sono realizzati questi modelli della immagine di Cristo con arte
divina? Il luogo può essere stato solo la tomba di Gesù a Gerusalemme, il
tempo e il periodo tra la deposizione della salma e i primi momenti della
risurrezione. L'argomento per questa constatazione è che un ritratto contiene
ed esprime solo tutta la vita nel momento della morte e che il ritratto di Gesù
non è il ritratto d'un morto, ma di un vivo.
Abbiamo
così accennato solo brevissimamente ad una tematica molto complessa, delicata
e discussa; dobbiamo ancora trattare del terzo approccio all'opera dell'arte:
arte è sempre anche trasformazione della materia grezza. Nel caso del Cristo
presente come il Risorto questa trasformazione deve essere anche una iniziale
trasfigurazione della materia, così che essa può diventare trasparente ed
accogliente per l'immagine divina. A questo scopo prima della trasfigurazione
della materia, deve iniziare un processo di trasfigurazione nello stesso
artista. Nella Chiesa orientale questa trasfigurazione almeno iniziale si
realizza per la coscienza di tutti i fedeli nella Sacra Liturgia. È vero, lo
stesso vale anche per la Chiesa latina, ma i fedeli non hanno la stessa consapevolezza
che con la liturgia inizia un processo di trasformazione del proprio corpo
individuale. Questa trasformazione eucaristica è la base per la consacrazione
del mondo e di tutta la materia con cui gli uomini e le donne cristiani sono in
contatto. Tutto il mondo viene coinvolto dalla trasfigurazione eucaristica.
Allora anche la materia con cui tratta l'artista cristiano può essere
trasformata, diciamo divinizzata, nel caso della creazione di una icona di
Cristo talmente divinizzata da poter rispecchiare il suo ritratto
inconfondibile.
L'ultimo
aspetto da trattare è quello spirituale. Di nuovo è stata Chiara Lubich che ha
dato una luce nuova per comprendere i diversi carismi della Chiesa come un
Vangelo dispiegato attraverso i secoli dove ogni fondatore accentua o una
determinata parola di Gesù o un suo dolore o una parte del suo corpo (cf.
Cristo dispiegato nei secoli, Roma 1994 e particolarmente l'introduzione di
Fabio Ciardi, OMI, p. 9s). Così il volto di Cristo è visto come un
particolare, ma nello stesso tempo come un tale particolare in cui è contenuto
tutto il Vangelo. Il volto esprime tutta la profondità dell'anima. Nel volto
autentico di Cristo, Dio è totalmente espresso come in una sintesi: tutta la
sua misericordia e tutta la sua giustizia. Il volto autentico di Cristo vuol
dire che Dio si rivolge continuamente verso l'uomo. Quando noi entriamo in un
rapporto di dialogo con Dio tramite la preghiera non siamo come ciechi che
debbono indovinare la figura del volto del loro interlocutore, ma ci sentiamo
guardati quando guardiamo su una icona del volto di Cristo, o su uno dei loro
modelli, sul velo di Manoppello o sulla Sindone di Torino.
Concludendo
vorrei lasciare ai lettori una regola che ho formulato insieme con una
religiosa dopo un ritiro molto intenso sulla passione di Gesù: come la Santa
Veronica della leggenda, la Madonna ha asciugato continuamente il volto di Gesù
con il velo della sua anima durante il cammino verso il calvario. Perciò lascia
imprimere il volto Gesù nella tua anima, nel tuo cuore, come se esso fosse di
cera, e poi, quando ti incontri con le persone, guarda su questo volto che è
impresso nella tua anima. Così non sarà il tuo volto a guardare la persona con
la quale stai trattando, ma il volto di Gesù, e tu non darai alle persone te
stesso, ma Gesù.
P.
Heinrich Pfeiffer, S.J.
Professore
di Storia dell'Arte Cristiana
presso
la Pontificia Università Gregoriana
"Il
tuo volto, o Signore, io cerco" (Salmo 26,8)
A)
Gesù come riflesso e sostanza di Dio: questo Figlio, che è irradiazione della
sua gloria e impronta della sua sostanza... (Eb 1,3). È un riflesso della luce
perenne, uno specchio senza macchia dell'attività di Dio e un'immagine della
sua bontà (Sap 7,26). E prendendo l'inno cristiano, S. Paolo dirà: «Egli è
immagine di Dio invisibile, generato prima di ogni creatura...» (Col 1,15; cf.
anche 2 Cor 4,4).
Così
anche nella lettera ai Romani: «...Poiché quelli che egli da sempre ha
conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio
suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli...» (Rom 8,29).
Nella
sua lettera ai Filippesi, San Paolo riprende quest'argomento: «...pur essendo
di natura divina, non considerò un tesoro geloso, la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso... » (Fil 2,6s).
La
riflessione di San Giovanni è importante per conoscere il vero significato di
quest'immagine. Gesù è vero Dio e vero volto di Dio:
Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e chi ha dato l'intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è vero Dio e la vita eterna (1 Gv 5,20).
Nel
prologo del suo Vangelo, San Giovanni definisce questa verità: «In principio
era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in
principio presso Dio...» (Gv 1,1s). «...E il Verbo si fece carne e venne
abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come unigenito dal
padre, pieno di grazia e verità» (Gv 1,14).
«Dio
nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato» (Gv 1,18).
B)
Vedere il volto di Dio in Gesù significa vedere e ascoltare Gesù come il volto
di Dio e la parola di Dio
Vedere
Gesù (perché Gesù e il suo Padre sono Uno: cf. Gv 10,37-38; 17,21a, ecc).
«Chi
ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9); «...chi vede me, vede colui che mi
ha mandato» (Gv 12,45; cf. anche Gv 3,13; 6,57); «questa infatti è la volontà
del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita
eterna.... (Gv 6,40)... Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che
viene da Dio ha visto il Padre...».
Ascoltare
Gesù: «Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio...» (Gv
3,34); «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato. Chi vuol
fare la sua volontà, conoscerà se questa dottrina viene da Dio, o se io
parlo da me stesso. Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi
cerca la gloria di colui che l'ha mandato è veritiero» (Gv 7,16-18).
I
testi biblici che abbiamo citato, riflettono questa bellezza del volto di Dio,
del volto di Gesù. Cristo è "immagine del Dio invisibile" (Col
1,15). «Il Figlio di Dio ha assunto la natura umana della Vergine Maria e perciò
come uomo è rappresentabile. ...Un ritratto è una riproduzione della persona
rappresentata e deve risultare il più possibile simile ad essa: deve tramandare
il vero volto... Il ritratto che l'artista produce, deve rassomigliare al Figlio
di Dio fattosi carne, essendo Egli perfetta espressione del Padre ...».
È
difficile trovare negli Evangelisti una descrizione fisica di Gesù. Se
ricorriamo al campo letterario, troviamo, da una parte, la non bellezza (cf. i
cantici del Servo di Yavé) e dall'altra il canto messianico che esclama: «Tu
sei il più bello tra i figli dell'uomo...» (Salmo 45,3).
Alcuni
Padri della Chiesa sono a favore di questa bellezza fisica di Gesù, la
idealizzano, la descrivono. Vediamone alcuni esempi:
«Mirabile
è la tua bellezza, soave è il tuo profumo, miele è la tua bocca, o Bambino
divino!» (Efrem Siro).
«Difatti
il Cristo era nel fiore dell'età, nel vigore dello spirito, e in lui
splendeva una duplice bellezza, sia dell'anima che del corpo» (Giovanni
Crisostomo).
«Il
corpo dell'Uomo-Dio è di tre braccia, un poco incurvato e mostra l'abitudine
alla dolcezza; ha belle sopracciglia e queste congiunte, begli occhi, bel naso,
carnagione color del grano; la testa con capelli ricciuti e un po' biondi; la
barba invece è nera e le dita delle pure mani sono proporzionalmente lunghe; e
i suoi modi sono semplici, secondo il carattere di colei che lo ha generato,
da cui trasse viva e perfetta l'umanità» (Dionisio da Furnà).
«Le
icone del Signore, dipinge secondo la tradizione dell'iconografia orientale
ortodossa, presentano l'aspetto del Signore come lo propongono quelle antiche
descrizioni dei Padri. Nelle sue sante icone il Signore è sempre raffigurato
"leggermente chino, mostrando l'immagine dell'umiltà", vale a dire
leggermente curvo, con le spalle leggermente sollevate. Il suo volto è colore
del grano, un po' allungato, "non essendo di forma rotonda", con occhi
vividissimi, sopracciglia un po' congiunte, con capelli lunghi e leggermente
ondulati, "capigliatura leggermente crespa", il mento coperto di barba
color castano, ma non troppo lunga, "i peli della barba non troppo
cadenti", naso lungo. Questo è, in breve, l'esatto ritratto del Signore,
come risulta dalle sue icone dipinge dai pii agiografi dell'Ortodossia» (Foti
Kontoglou).
«I
partigiani della bruttezza di Gesù sono, in genere, più antichi, e si
riferiscono al citato passo di Isaia. Per San Giustino martire, Gesù era
deforme; per Clemente Alessandrino, era brutto in viso; secondo Tertulliano, era
privo di beltà, e il suo corpo non aveva avvenenza: "nec humanae
honestatis corpus fuit". Origene, che riporta l'obiezione del pagano Celso
secondo cui Gesù era piccolo, sgraziato e senza avvenenza, non sembra dissentire
molto, su questo punto, dal suo avversario; ad ogni modo, egli porta anche la
curiosa opinione di certi cristiani, secondo cui Gesù - alternativamente -
appariva brutto agli empi e bello ai giusti, e confessa che tale opinione non
gli sembra incredibile».
«Non
ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi», dirà il libro di
Isaia (53,2).
Importante
ricordare alcuni immagini del Deutero-Isaia che si trovano nei racconti della
passione di Gesù: «Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro
che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli
sputi» (Is 49,6; Mt 26,67,27,30s); «...tanto era sfigurato per essere d'uomo
il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo...» (Is
52,14; Mt 27,29-31; Gv 19,5); «Maltrattato, si lasciò umiliare e non apri la
sua bocca; come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua
bocca...» (Is
53, 7; Mt 26,63; 1 Pt 2,23).
Tutte
queste sfigurazioni mostrano tutta l'umanità ad immagine e somiglianza di
Dio: «...egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i
nostri dolori... Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le
nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per
le sue piaghe noi siamo guariti... il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità
di noi tutti... » (Is
53,4-5; Mt 8,17; Rom 4,25; 2 Cor 5,21; Gal 3,13; Eb 2,10; 1 Pt 2,24, ecc.).
La
Bibbia è piena di riferimenti alla sofferenza degli uomini e alla risposta
salvifica di Dio: ricordiamo l'oppressione, l'esilio, la violenza, l'Egitto,
Babilonia, il deserto. E dentro questa storia la misericordia e il perdono di
Dio: "Ho osservato la miseria del mio popolo..." (E s 3,7-10);
ricordiamo i cantici del Servo di Yave che abbiamo già citato; cantici pieni
di idee sulla sofferenza e sull'abbandono, ma al contempo pieni di speranza e di
salvezza. Un "capolavoro" di purificazione, di trasformazione e di
sofferenza che serve per qualcosa. "Il mio servo avrà successo, sarà
esaltato...".
«Nel
V. T. quindi siamo un "popolo senza patria" in un mondo secolare,
sempre sulla via dell'esodo, pungolati dalle esigenze delle nostre speranze,
mentre eleviamo sospiri e lamenti di dolore. Ma siamo anche "un popolo
insediato in terra", che si tiene alla presenza del Signore e intravede
una visione che diventa così invadente che le voci della preghiera sono
infine messe a tacere nell'estasi contemplativa. Siamo infine un popolo di
peccatori, che tradiamo il nostro sostare alla presenza del Signore, permettendo
alla nostra preghiera contemplativa di essere sedotta da un pigro benessere e da
una fredda indifferenza nei confronti dei nuovi gemiti degli oppressi. Questa
degenerazione avviene quando non sentiamo più le nuove voci secolari di
sofferenza dei nostri fratelli e sorelle in esilio. Allora il mondo secolare
reclama ciò che è suo e riduce tutti noi ad una nuova schiavitù. In queste
tenebre Dio è un Servo sofferente insieme con noi e a causa nostra, e ci
troviamo di nuovo sprofondati in una vera contemplazione. Egli sceglie un servo
in mezzo a noi, perché parli con la voce della sofferenza. Quando vediamo
caricati su questo servo i nostri propri peccati, siamo di nuovo uniti a quel
beato e puro di cuore che è "il mio eletto, delizia del mio cuore" (Is
42,1)»4.
L'uomo
è stato creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen. 1,26). Il ruolo del Messia
sarà di riportare l'uomo all'originale immagine di Dio. E tutta
l'evangelizzazione di Gesù si svolge attraverso i poveri, gli ammalati, gli
emarginati, i peccatori. Nella sinagoga di Nazareth Gesù griderà: «Oggi si è
adempiuta questa scrittura per voi che mi ascoltate» (Lc. 4,14-21).
Egli
è il Buon Samaritano (Lc 10,25-37). La sua continua presenza nel mondo è in
modo particolare nei più bisognosi: negli affamati, nei pellegrini, negli
ammalati, nei carcerati... (Mt 25,31-46). La preferenza di Gesù è per loro, e
così porta l'uomo all'originale immagine e somiglianza di Dio. Lo dirà
l'apostolo Giovanni: «Se uno dicesse: Io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è
un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare
Dio che non vede» (1 Gv 4,20).
A
quel tempo, Caifa disse. «Conviene che muoia un solo uomo per il popolo».
Oggi, i dominatori dicono: «Conviene che popoli interi muoiano per noi». «La
santa agonia di Gesù è ognuna delle nostre agonie» (Bernanos). Ci sono
persone senza speranza a causa della malattia, della vita, della crudeltà e
dell'ingiustizia degli uomini.
Ogni
sistema di sfruttamento provoca agonie premature ed ingiuste. Di fronte
all'agonia di Gesù che fu liberatrice per tutti noi, oggi patiamo agonie che
sono schiavizzanti per quasi tutti e fruttuose per qualcuno. Le cifre che
seguono - che io chiamo le "cifre della vergogna" - parlano da sole:
al mondo si contano: 10 milioni di epilettici; 15 milioni di lebbrosi; 32
milioni di sordomuti; 50 milioni di paralitici; il 12% della popolazione
soffre di una qualche turba mentale; Aggiungiamo: l'AIDS, la tossicodipendenza,
l'alcolismo, gli anziani, la disoccupazione... 1 su 3 muore prima di aver
compiuto 5 anni; 40.000 muoiono ogni giorno di denutrizione; 700.000.000
moriranno prima dei 60 anni; 5.000.000 muoiono ogni anno per malattie infettive;
450.000.000 soffrono di malnutrizione; 720.000.000 non dispongono di acqua
potabile; 517.000.000 sono privi di alloggi adeguati; 604.000.000 non dispongono
di cure mediche efficaci; 600.000.000 sono in età scolare, e non hanno scuole;
170.000.000 soffrono di gravi handicaps; 170.000.000 hanno bisogno di una
educazione speciale o di servizi di riabilitazione; 695.000.000 vivono in paesi
il cui reddito medio pro capite è inferiore a centomila lire l'anno;
68.000.000 sono nomadi e seminomadi; 200.000.000 vivono in insediamenti precari,
fatiscenti o abusivi; 3.500.000 sono profughi. (Fonte:
"L'Etat du monde 1991").
Il
Nord contro il Sud sembra una contrapposizione insolubile. Il 75% della
popolazione abita nell'emisfero meridionale, contro 1/4 - un 25% - che abita
nell'emisfero settentrionale. Dati ufficiali ci dicono: il Nord ha una ricchezza
di sei volte superiore a quella del Sud. Il Nord consuma il 75% delle risorse
della terra e detiene l'80% del commercio, il 93% dell'industria e la maggior
parte della ricerca.
Ieri
Gesù fu ucciso da alcuni uomini: Anania, Caifa, Giuda, Pilato, Erode, il popolo
giudeo. Oggi si continua ad uccidere Gesù negli uomini del nostro tempo, in
ogni morte artificiale, violenta ed ingiusta da parte dei Giuda e dei Pilato che
vivono tra di noi. La storia di Gesù si ripete oggi negli uomini, per opera
degli Erode e dei Pilato, dei Caifa del nostro tempo. Il tragico di tutto ciò
è che c'è chi si comporta da turista nei confronti della sofferenza degli
altri: curiosi di fronte alla ripetizione della passione; impassibili lungo i
marciapiedi, mentre scorrono altre processioni camuffate da quelle di sempre.
Gesù
patì sotto il potere di Ponzio Pilato: se fosse rimasto a casa...; se non fosse
uscito nella vita pubblica...; se avesse ossequiato i potenti, non sarebbe
entrato in conflitto con loro.
«Cosa
significa il ricordo di Dio crocifisso in una società ufficialmente ottimista
che cammina sopra molti cadaveri?». I potenti gli tolsero ogni potere e, da
allora, si è trasformato in segno di speranza e di salvezza per tutti gli
uomini. Oggi Cristo soffre e muore. Muore: in ogni dolore umano; in ogni
contraddizione e falsità; in ogni abbandono, ribellione e tradimento; in ogni
ingiustizia.
La
croce non è un semplice pezzo di legno; è l'odio, la violenza; è l'odio, la
violenza; è tutto ciò che limita la vita, tutto quel che fa soffrire.
Cristo
muore e la sua morte, soprattutto, è occasione di trionfo, di vita.
Perciò,
di fronte a tutto questo panorama, ci chiediamo: che fare? È la domanda che si
pone il Papa, dopo aver descritto la situazione dell'uomo nel mondo: "che
fare?".
Lasciare
le cose come stanno, rassegnandoci all'impotenza? «...Tutti noi possiamo fare
qualcosa per loro, ognuno può portare loro il suo contributo. Ciò richiede
sicuramente delle rinunce che presuppongono una profonda conversione
interiore. Bisogna senza dubbio rivedere i nostri comportamenti di consumatori,
combattere l'edonismo, opporci all'indifferenza e all'eludere la responsabilità
».
Si
tratta di un gesto di solidarietà, personale e comunitaria; anche il Santo
Padre lo ha ricordato nel discorso alle Nazioni Unite: «Quando milioni di
persone soffrono la povertà che significa fame, malnutrizione, malattia,
analfabetismo e degrado - dobbiamo non solo ricordare a noi stessi che nessuno
ha il diritto di sfruttare l'altro per il proprio tornaconto, ma anche e soprattutto
riaffermare il nostro impegno a quella solidarietà che consente ad altri di
vivere, nelle concrete circostanze economiche e politiche, quella creatività
che è una caratteristica distintiva della persona umana e che rende possibile
la ricchezza delle nazioni ». Possiamo liberarci di tanta sofferenza?
Non
viviamo in un mondo ideale, bensì reale e concreto, in cui esiste la sofferenza
e questa esiste per qualcosa.
L'uomo
deve sapere perché soffre, perché muore e che senso ha tutto questo. Bisogna
liberare il dolore e la morte dal senso assurdo e intrascendente; bisogna
liberare l'uomo dall'alienazione che produce il soffrire e il morire senza
orizzonti; bisogna che l'uomo dia un senso alla sofferenza e che sappia morire
in pienezza di vita e cioè; bisogna dare vita alla sofferenza e alla morte.
È
il cammino fatto da Gesù. Egli accettò il dolore, visse il suo significato di
liberazione e di salvezza. Si diede totalmente, fino alla morte e morte in
croce. Ma è Cristo risorto, il Cristo
della
speranza, il Cristo della Vita. La morte è stata vinta dalla Vita.
Da
questo momento in poi, la sofferenza umana ha un senso, si converte in
salvezza (Gv 12,24): «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano
caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».
La
sofferenza è un momento chiave, momento adeguato, un kàiros: per il malato che
ferma la vita e comincia a pensare, a valutare, a rivedere, a vivere, a vedere
quale sia il senso della vita, proprio nel momento della malattia.
È
anche il tempo, il kairòs di Dio. Dio ha i suoi momenti, disegni, mezzi. Dio
passa sempre per la vita dell'uomo, ma certe volte siamo distratti; nel periodo
della malattia invece possiamo ascoltarlo senza tanti rumori. L'esperienza ci
insegna come nella malattia tante persone hanno incontrato Dio, il Dio che
passa, il Dio che ci salva.
Sant'Ignazio,
S. Giovanni di Dio, San Camillo cambiarono vita nella sofferenza o accanto ai
sofferenti.
Perché
la sofferenza? A che serve?
Può la sofferenza essere una chiamata, una vocazione? «La sofferenza è
presente nel mondo per sprigionare l'amore, per far nascere opere d'amore
verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana nella civiltà
dell'amore». (Salvificis
doloris, n. 30).
In questo amore si realizza pienamente il significato salvifico della sofferenza e l'amore raggiunge la sua dimensione definitiva. La sofferenza umana è una chiamata all'amore. "È una vocazione" (Ibidem, n. 26). Una chiamata misteriosa ad amare di più, a partecipare dell'infinito amore di Dio per l'umanità. Vediamo, pertanto, come il grande significato e la dignità della sofferenza siano uniti all'attenzione e alla cura per quanti soffrono. È qui tutto l'esempio della parabola del Buon Samaritano (Lc 10,25-37) che appartiene al vangelo della sofferenza e ci indica quale debba essere il rapporto di ognuno di noi verso il prossimo sofferente (Ibidem, n. 28). Esempio di cui si è reso protagonista nella storia della Chiesa un esercito di santi e di sante della carità, e continuato da numerose istituzioni religiose che, in virtù del loro carisma specifico, si dedicano al servizio degli infermi. Vorrei finire questa mia riflessione con due brevi pensieri del Papa Giovanni Paolo Il, tratti dal Messaggio per la IV Giornata Mondiale del Malato (11 febbraio 1996). Dice il Papa: «...Infatti «come Cristo... è stato inviato dal padre "a dare la buona novella ai poveri, a guarire quelli che hanno il cuore contrito" (cfr Lc 4,18), "a cercare e salvare ciò che era perduto" (cfr Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l'immagine del suo fondatore povero e sofferente» (Lumen gentium, 8)» (Messaggio, n. 1).
«Nell'adempimento del suo compito missionario la Chiesa, sorretta e confortata dall'intercessione di Maria Santissima, ha scritto pagine significative di sollecitudine per gli infermi e i sofferenti in America Latina. Anche oggi la pastorale sanitaria continua ad occupare un posto rilevante nell'azione apostolica della Chiesa: essa ha la responsabilità di numerosi luoghi di soccorso e di cura ed opera tra i più poveri con apprezzata premura nel campo sanitario grazie al generoso impegno di tanti fratelli nell'episcopato, di sacerdoti, religiosi, religiose e di molti fedeli laici, che hanno sviluppato una spiccata sensibilità nei confronti di quanti si trovano nel dolore... Chiedo al Signore di voler suscitare in numero ancor maggiore persone generose, che sappiano donare a chi soffre il conforto non soltanto dell'assistenza fisica, ma anche del sostegno spirituale aprendogli dinanzi le consolanti prospettive della fede». (Messaggio n. 4).
P.
José Luis Redrado, O.H.
Segretario
del Pontificio Consiglio della Pastorale
per
gli Operatori Sanitari
«Volendo
Dio misericordiosissimo e sapientissimo compiere la redenzione del mondo,
"quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figliolo, fatto da
donna... affinché ricevessimo l'adozione in figlioli" (Gal 4,4-5). «Egli
per noi uomini e per la nostra salvezza è disceso dal cielo e si incarnò per
opera dello Spirito Santo da Maria Vergine"».
Così
inizia il capitolo VIII della Costituzione dogmatica sulla Chiesa - la Lumen
Gentium - promulgata dal Concilio Vaticano II, per introdurre la trattazione
su "La Beata Maria Vergine Madre di Dio nel Mistero di Cristo e della
Chiesa":
Dio
compie il mistero della Redenzione nella storia concreta e reale dell'Uomo, sì
che l'Apostolo Paolo può affermare: "Per questo, entrando nel mondo,
Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio, né offerta, un corpo invece mi
hai preparato... Ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà" (Eb
10,5-79. Senza voler intaccare minimamente il primato della maternità
spirituale della B.V. Maria, per la fede e la piena sottomissione a Dio -
"Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai
detto" (Lc 1,32) - riteniamo che non sia da trascurare la maternità
fisica in ordine al tema da trattare: "Il Volto di Gesù e il Volto di
Maria". Confortati in questo, anche dalle parole del Servo di Dio l'Abate
Ildebrando Gregori: "...a Lei, Mediatrice delle divine grazie; a Lei, la
Madre umana e divina del Volto Santissimo di Gesù, tutta la nostra
riconoscenza"'.
Con
Giovanni Paolo II possiamo affermare che "grazie a questa maternità, Gesù
- Figlio dell'Altissimo (cf Lc 1,32) - è un vero figlio dell'uomo. È carne «carne»,
come ogni uomo: è «il Verbo (che) si fece carne» (cf Gv 1,14). È carne e
sangue di Maria!. Una affermazione forte che il S. Padre fa poggiando
sull'autorità di S. Agostino. "Cristo è verità, Cristo è carne: Cristo
verità nella mente di Maria, Cristo carne nel grembo di Maria".
Il
Santo Volto del Signore, Icona della Redenzione - annuncio che "la
sofferenza (è stata) vinta dall'amore" - è di un Uomo-Dio che ha avuto
una Madre che Gli ha dato "carne e sangue", e con questi gli ha
trasmesso tutti i caratteri ereditari.
Già
gli antichi Santi Padri e gli Scrittori Ecclesiastici si ponevano il quesito,
e lo risolvevano positivamente. Sant'Efrem Siro (n. 306, + 373) scrive nell'Inno
sulla Natività di Nostro Signore. "O Dio che tutto riempi, il seno di
Maria ti ha portato, il presepe ti ha circoscritto... Tu sei simile al Tuo
Padre, tu somigli a tua madre: a chi somigli dunque, dato che Dio non ha figura?
Senza colore somigli al Padre per potenza e per essenza, per natura e per
potestà. Somigli a Maria che ti ha partorito, poiché per mezzo di Lei fosti in
figura umana. Ecco somigli al tuo Padre, somigli alla Madre tua, somigli pure
a Te stesso. O tu che hai assunto la forma del servo, gloria a te!".
A
differenza dell'AT che descrive l'aspetto fisico di alcuni personaggi, come la
bellezza di Davide (1 Re 16,12), di Noemi (Rt 1,20), Susanna (Dn 13,2), Giuditta
(Gdt 16,11), Ester (Est 2,15), il NT non ha una parola sull'aspetto fisico di
Gesù e di sua Madre. Dinanzi al silenzio biblico, anche Sant'Agostino ne
prende atto: "Non conosciamo infatti il volto della Vergine Maria, illibata
e intatta anche nel parto da ogni contatto d'uomo, dalla quale Egli è nato in
modo meraviglioso... Se il volto di Maria sia stato come ce lo immaginiamo
quando parliamo di queste cose o quando le ricordiamo, né lo sappiamo, né lo
crediamo. Perciò è lecito dire, senza mettere a repentaglio la fede: forse
aveva un volto così, forse non lo aveva Così ...
A
colmare il vuoto biblico molti i Padri che si sono dedicati alla descrizione di
Maria, ritenendola una qualità dovutale per convenienza, perché "...in
lei dimora tutto il tesoro della grazia e in tutte le generazioni Lei sola fu
ritenuta degna di generare Dio. Lei sola porta dentro di sé Colui che regge
tutte le cose con la sua parola"'.
Anche
Sant'Agostino si lascia andare e canta alla bellezza del Figlio, coinvolgendo la
Madre: "...Ma perché anche sulla croce aveva bellezza? Perché la follia
di Dio è più sapiente degli uomini; e la debolezza di Dio è più forte
degli uomini (cf 1 Cor 1,23-25). A noi dunque che crediamo, lo Sposo si presenta
sempre bello. Bello è Dio, Verbo presso Dio; bello nel seno della Vergine,
dove non perdette la divinità e assunse l'umanità; bello il Verbo nato
fanciullo, perché mentre era fanciullo, mentre succhiava il latte, mentre era
portato in braccio, i cieli hanno parlato, gli angeli hanno cantato
lodi..."'.
La
Sacra Scrittura non ci dice nulla. La mano dell'uomo forse? Si parla di un
ritratto - o più - eseguiti da San Luca. È Teodoro il Lettore (inizio sec.
VI) che ne scrive: "Teodoro riferisce (... ) che Eudossia mandò a
Pulcheria da Gerusalemme l'icona della Madre di Dio, che l'Apostolo Luca
dipinse".
L'Autore
scrive la sua Opera traendo notizie dalle storie ecclesiastiche di Socrate ( +
dopo il 450), di Sozomeno ( + dopo il 450), e di Teodoreto (n. 393, + 466) per
l'epoca che va da Costantino fino al regno di Teodosio III°.
La
liturgia Bizantina nei testi dell'ufficiatura della festa del Santo, il 18
ottobre, "precisa anche che S. Luca è autore di ben tre ritratti".
Quale affidabilità - circa i reali tratti somatici di Maria di Nazareth -
possono garantire il numero imprecisato "di icone che vantano onore di
originali di S. Luca ?.
Con
lo scorrere dei secoli, allontanandosi da quel momento storico che vide l'inizio
della «pienezza dei tempi» e la «Donna» che accolse il Figlio di Dio nella
sua storia, il Popolo cristiano ha sempre bramato rendere visibile le fattezze
fisiche del Volto della Beata Vergine Maria. Al pennello e ai colori dei
pittori, si aggiunsero anche gli scritti di alcuni Padri della Chiesa. Fantasiosi
e pregni di poesia, sono comunque testimonianza di un amore sconfinato per la
Madre di Gesù e della Chiesa, che viene vista simile al Figlio, l'Uomo-Dio.
A
mo' di esempio citiamo Andrea di Creta (n. 660 cr., + 740), venerato Santo dalla
Chiesa Bizantina, che nei suoi scritti riporta "...che il giudeo Giuseppe
(Flavio) racconta che il Signore era stato visto nella stessa maniera: con
sopracciglia congiunte, occhi belli, viso lungo, alquanto curvo, di buona
statura... similmente (descrive) anche l'aspetto della Madre di Dio, come oggi
si vede (dall'immagine) che taluni chiamano «la Romana»".
Più
esplicito, Epifanio Monaco (sec. IX) pone in evidenza la somiglianza tra Madre e
Figlio in questi termini:
La
Madre capelli biondi occhi color nocciola dorato naso profilato tutta grazia e
bellezza carnagione color grano mani, dita e faccia allungata
Il
Figlio capelli biondi lunghi occhi color nocciola dorato naso profilato sguardo
dolce barba bionda alto sei piedi Non hanno alcun fondamento queste
"pennellate", certamente. Però sono testimonianza che nella
Tradizione del popolo cristiano si è ben radicata la convinzione della
naturale somiglianza tra Madre e Figlio, conseguente alla generazione biologica.
Abbiamo già visto come Sant'Efrem Siro elevava la sua lode e preghiera.
Cinquecento anni dopo, Teodoro Studita (n. 759, + 826) scriveva: "Quale è
colei che partorisce, tale deve essere colui che da Lei è generato... in quanto
è stato generato da una madre circoscritta, occorre che abbia un'immagine
corrispondente all'espressione dell'immagine materna. Altrimenti non sarebbe
nato da una madre circoscritta, ma avrebbe una sola generazione, vale a dire
quella del Padre suo. Ma questo sconvolgerebbe il mistero
dell'Incarnazione".
C'è
da chiedersi: è solo pio ed emotivo desiderio questo? L'affermazione di Luca
che "...tornò a Nazareth e stava loro sottomesso... e Gesù cresceva in
sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini" (2,51), non rafforza
ed evidenzia che nella trasmissione della vita dalla Madre al Figlio, è
passato quanto noi intendiamo con "caratteri ereditari", stabilendo
così una naturale identità nei tratti somatici?. Certamente questo non è di
capitale importanza, ma è bello poter pensare che il Volto di Maria, anche
fisicamente, abbia le linee somatiche del Volto di Gesù!
"Ma
non basta ammirare la bellezza della Madre di Dio; bisogna ammirare anche le
virtù della sua anima. Per questo l'angelo la salutò per primo: «Rallegrati,
o piena di grazia; il Signore è con te». La santa Vergine infatti, avendo
dischiuso la sua anima per ospitare Dio, divenne la dimora dei doni
dell'ospitalità e dei divini misteri".
Così
i Padri della Chiesa esortano la Comunità Ecclesiale nel giorno
dell'Annunciazione. È infatti dall’Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga
di me quello che hai detto" (Lc 1,38), che Maria "...diventò madre di
Gesù, e abbracciando, con tutto l'animo e senza peso alcuno di peccato, la
volontà salvifica di Dio, consacrò totalmente se stessa quale Ancella del
Signore alla persona e all'opera del Figlio, servendo al mistero della
redenzione sotto di Lui e con Lui, con la grazia di Dio onnipotente",
proclama il Vaticano II (LG, 56).
È
in questo passo che troviamo gli elementi che ci orientano a contemplare il
Volto di Maria quale icona del Mistero della redenzione, per opera dello Spirito
Santo.
Ecco,
la presenza attiva e creativa dello Spirito Santo in Maria, è la rivelazione
del crescere continuo del suo cammino di fede, che dal giorno del
"fiat" di Nazareth, La porterà all'altro, pieno e senza alcuna
riserva o domanda, sotto la Croce sul Golgotha. È nel Magistero della Chiesa
che troviamo conforto. Nell'epilogo della Mystici Corporis, Pio XII scriveva che
"...la Vergine Madre di Dio, la cui anima santissima fu ripiena di Spirito
di Gesù Cristo più che tutte le altre anime insieme: Ella, che «in
rappresentanza di tutta l'umana natura» diede il consenso affinché avesse
luogo «una specie di sposalizio spirituale tra il Figlio di Dio e l'umana
natura» (S. Th. 3, q. 80, a.1). Fu lei che con patto ammirabile dette alla luce
la fonte di ogni vita celeste, Cristo Signore...".
E
ancora, Paolo VI, riferendosi ai Padri e agli Scrittori Ecclesiastici,
asserisce di loro che "...allo Spirito Santo attribuirono la fede, la
speranza e la carità che animavano il cuore della Vergine, la forza che la
sorreggeva nella sua «compassione» ai piedi della Croce; segnalarono nel canto
profetico di Maria (cf Lc 1,46-55) un particolare influsso di quello Spirito che
aveva parlato per bocca dei profeti".
Come
"l'icona è la visione delle cose che non si vedono il ponte tra il
visibile e l'invisibile, così Maria é la rivelazione dell'Amore
misericordioso del Padre per la sua creatura, e l'adesione totale di questa al
mistero pasquale del Figlio, nell'abbandono completo nella fede sotto l'azione
dello Spirito.
La
presenza dello Spirito Santo conduce, dunque, Maria nel suo cammino di fede. Ne
rivelano il progredire le parole di Luca quando narra della sosta di Gesù, a
dodici anni, tra i Dottori nel Tempio a Gerusalemme: "Perché mi cercavate?
Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre Mio? Ma essi non compresero
le sue parole... (ma) sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore..."
(3,49-51).
Ecco,
sua Madre ancora non comprendeva il Mistero nascosto di suo Figlio, ma nel suo
cuore «serbava» e andava meditando. E già erano trascorsi dodici anni
dall'Annuncio dell'Angelo.
Con
Giovanni Paolo II vediamo, allora, che "non è difficile (...) notare in
questo inizio una particolare fatica del cuore, unita a una sorte di «notte
del cuore» - per usare le parole di San Giovanni della Croce - quasi un «velo»
attraverso il quale bisogna accostarsi all'Invisibile e vivere nell'intimità
col mistero. È infatti in questo modo che Maria per molti anni, rimase
nell'intimità col mistero del suo Figlio e avanzava nel suo itinerario di
fede, man mano che Gesù «cresceva in sapienza... e grazia davanti a Dio e
agli uomini» (Lc 2,52). Sempre di più manifestava agli occhi degli uomini la
predilezione che Dio aveva per lui. La prima tra queste creature umane ammesse
alla scoperta di Cristo era Maria, che con Giuseppe viveva nella stessa casa a
Nazareth".
San
Paolo ai Romani scrive che Dio "...quelli che egli da sempre ha
conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del Figlio
suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli..." (8,29). E
Maria, che custodiva «nel suo cuore» le Parole del Figlio, le ha investigate
e gradatamente le ha scoperte con l'aiuto dello Spirito. Sì che Sant'Agostino
può affermare che "...di nessun valore sarebbe stata per lei la stessa
divina maternità, se non avesse portato il Cristo più felicemente nel cuore
che nella carne.
Gesù
stesso dà testimonianza di questo cammino di fede quando lo avvertono che
fuori c'è la Madre con i suoi parenti (Mt 12, 46-47), e quando una donna lodò
colei che lo aveva generato (Lc 11,27). L'accento che Gesù pone sul primato del
vincolo che nasce dal "fare la volontà del Padre mio che è nei
cieli" (Mt 12,50), e della generazione che viene da "coloro che
ascoltano la parola di Dio e la osservano" (Lc 11,28), implicitamente e di
conseguenza esalta la Madre che disponendo di se stessa quale «serva del Signore,
avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,28), è stata riconosciuta e
proclamata da "Elisabetta (...) piena di Spirito Santo... (la) beata (...)
che ha creduto nell'adempimento delle parole del Signore" (Lc 1,41-45).
Il
Concilio Vaticano II afferma: "Così anche la beata Vergine avanzò nella
peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla
Croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette (cf Gv 19,25) soffrendo
profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrificio
di Lui, amorosamente e consenziente all'immolazione della vittima da lei
generata...".
È
in questo momento culminante della Redenzione, pochi istanti prima di morire per
dare compimento alla volontà del Padre (cf Mt 26,39; Eb 10,5; Fil 2,8), per
essere - come S. Paolo dice - l'unico "mediatore tra Dio e gli uomini,
l'uomo Cristo Gesù, il quale ha dato se stesso in riscatto per tutti" (1
Tim 2,5-6), che il Figlio riconosce nella Madre il completamento del cammino
di fede. Ora presenta all'umanità di ogni tempo, sua Madre Maria quale
"compagna generosa, del tutto eccezionale e umile ancella del Signore...
(che ha cooperato) alla (sua) opera (di) Salvatore, con l'obbedienza, la fede,
la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle
anime. È Giovanni il testimone vero (21,24-25) che in modo plastico ci narra lo
storico momento: "Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella
di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre
e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco
il tuo figlio!». Poi disse al discepolo. «Ecco la tua madre!». E da quel
momento il discepolo la prese nella sua casa". (Gv 19,25-27)
È
l'investitura di Maria "Madre della Chiesa", come l'ha proclamata
Paolo VI.
È
la "madre nell'ordine della grazia", come l'addita il Vaticano II. E
prima ancora, Pio XII l'aveva salutata, dicendo: "Colei che quanto al
corpo era la Madre del nostro Capo, potè divenire, quanto allo spirito, madre
di tutte le sue membra, con nuovo titolo di dolore e di gloria. Ella fu che, con
le sue efficacissime preghiere impetrò che lo Spirito del divin Redentore, già
dato sulla croce, venisse infuso nel giorno di Pentecoste con doni prodigiosi
alla Chiesa, da poco nata. Ella finalmente sopportando con animo forte e
fiducioso i suoi immensi dolori, più che tutti i fedeli cristiani, da vera
Regina dei martiri, «compì ciò che manca dei patimenti di Cristo... a pro del
Corpo di Lui, che è la Chiesa» (Col 1,24).
Momento
solenne e culminante della Redenzione, posto da Gesù conscio "che ogni
cosa era stata ormai compiuta (Gv 19,28), qualche istante prima del "«Tutto
è compiuto!». E, reclinato il capo, spirò". (Gv !19,30).
Ci
piace allora contemplare il Volto di Maria di questo istante, Icona del Volto di
Gesù, Salvatore Crocifisso. Perché "credere nel Figlio Crocifisso
significa «vedere il Padre» (cf Gv 14,9), significa credere che l'amore è
presente nel mondo, e che questo amore è più potente di ogni genere di male,
in cui l'uomo, l'umanità, il mondo sono coinvolti. Credere in tale amore
significa credere nella misericordia.
Nel
Volto di Maria che sta "presso la Croce di Gesù" (Gv 19,25)
contempliamo la "figlia di Sion, (che) è figura della Chiesa madre nel
cui grembo sono convocati nell'unità i dispersi figli di Dio con le relative
conseguenze, e (..) «nella passione secondo Giovanni - di così vasto respiro
teologico - Gesù è l'uomo dei dolori, che ben conosce il patire» (Is 53,3),
«colui che hanno trafitto» (Gv 19,37; cf Zc 12,1). E, parallelamente, sua
madre è «la donna dei dolori... » Ella esprime anche il modello della
perfetta unione con Gesù fino alla Croce...» (A. Serra).
Donna
dei dolori nella pienezza di Madre carnale e spirituale del Verbo Incarnato.
"La partecipazione di Maria al dramma della Croce rende questo evento più
profondamente umano ed aiuta i fedeli ad entrare nel mistero: la compassione
della Madre fa scoprire meglio la Passione del Figlio... Maria non cessa di
essere venerata come Madre di Dio, ma il fatto di essere nostra Madre,
conferisce alla sua maternità divina un nuovo volto ed apre a noi la via per
una più intima comunione con Lei".
Confortati
dalle autorevoli riflessioni di Giovanni Paolo II, si può mettere in rilievo
che la compassione della Donna dei dolori si manifesta nel suo Volto in una
espressione di incommensurabile dolore di Madre, genitrice due volte del
Figlio, che ora Le hanno deposto tra le braccia. Allo stesso tempo, però, Volto
luminoso e splendente di pace e serenità di chi ben sa che il suo Gesù è il
vincitore della morte e il principe della vita (cf Rom 6,8-11; 1Cor 15,20-22).
Questo
non è indulgere a dolce pietismo popolare, perché anche Gesù mostrò
all'esterno i profondi turbamenti dell'animo. Per la morte di Lazzaro
"...si commosse profondamente, si turbò... scoppiò in pianto..."
(Gv 11,33-35). E mentre entrava trionfalmente in Gerusalemme in quel solenne
giorno di tripudio, Gesù "Quando fu vicino, alla vista della città,
pianse su di essa..." (Lc 19,41). E si vuole la Madre impassibile in questo
drammatico momento?
Ecco
allora, che sul Volto di Maria splende la nuova luce che annuncia esservi
"L'Uomo dei dolori, che in sé ha assunto le sofferenze fisiche e morali
degli uomini di tutti i tempi, affinché nell'amore possano trovare il senso
salvifico del loro dolore e risposte valide a tutti i loro interrogativi".
(Salvifici doloris, 31)
Si
ha certezza fondata sulla fede, che "...quando vediamo certi infermi,
ridotti a ruderi fatiscenti, quando abbiamo il privilegio di assistere certi
infermi ridotti a piaga, deformati e distrutti, quegli infermi sono il
Crocifisso, quei volti sono il Santo Volto di Gesù nella realtà più cruda e
più vera, nella dimensione non più terrena ma soprannaturale della
sofferenza. In Cristo Crocifisso la sofferenza si trasforma in strumento di
redenzione.
A
mo' di sintesi, con le parole di Giovanni Paolo II, possiamo allora affermare
che sul Volto di Maria noi leggiamo questo messaggio: "...il divin
Redentore vuole penetrare nell'animo di ogni sofferente attraverso il cuore
della sua Madre santissima, primizia e vertice di tutti i redenti. Quasi a
continuazione di quella maternità, che per opera dello Spirito Santo gli aveva
dato la vita, Cristo morente conferì alla sempre Vergine Maria una maternità
nuova - spirituale e universale - verso tutti gli uomini, affinché ognuno,
nella peregrinazione della fede, gli rimanesse insieme con Lei strettamente
unito fino alla Croce e, con la forza di questa Croce, ogni sofferenza
rigenerata diventasse, da debolezza dell'uomo, potenza di Dio... Insieme con
Maria, Madre di Cristo, che stava sotto la Croce (cf Gv 19,25) ci fermiamo accanto
a tutte le Croci dell'uomo d'oggi". (Salvifici doloris, 26-31).
Col
carisma della riparazione ed esaltazione del Volto Santo del Signore, il Servo
di Dio Abate Idelbrando Gregori, ispirato da Dio, ha donato alla Chiesa una
Famiglia Religiosa che procede "...insieme con Maria... accanto a tutte
le Croci...".
Egli
ha espresso apertamente la sua profonda certezza della presenza della Madre del
Redentore in tutte le tappe della nascente Congregazione. Ha fortemente voluto
che le sue "Suore debbono chiamarsi col nome avuto nella loro Consacrazione
al Signore; questo nome determinativo è sempre, qualunque esso sia, preceduto
da quello di Maria, il quale sempre deve dirsi, per esempio, non Suor Teresa, ma
Suor «MARIA» Teresa.... L'intima unione con quanto il Volto di Maria esprime -
nel significato che fin qui siamo andati a presentare - lo si trova nel modo
originale di chiamare le sue Religiose "Pie Donne". "Gesù vi
ricopra di luce e di fortezza; di luce, affinché possiate vedervi bene nelle
Pie Donne, vostre esemplari ...". "Il vostro atto di amore sia offerto
al Signore, sotto lo sguardo della Madonna, e in compagnia delle Pie Donne, sul
Monte Calvario, dove Gesù Morente riceveva l'attestato più profondo d'amore
delle fortunatissime Pie Donne.
Quale
segno esterno ha stabilito che l'Abito Religioso avesse la cintura azzurra, che
nella simbologia popolare è il colore della Beata Vergine Maria. Ma la cintura
azzurra delle sue Religiose va al di là del semplice simbolo, per attingere
quello di segno d'appartenenza. "Karl Rahner afferma che il segno non va
visto avulso del tutto dalla cosa significata, ma come «la realtà che, in quanto
elemento intrinseco, posto dalla cosa simbolizzata, manifesta questa stessa, la
notifica, e, in quanto esistenza concreta della cosa simbolizzata stessa, ne è
pieno».
Nella
Sacra Scrittura è segno di attenzione e disponibilità piena all'ascolto di
Dio: "Siate pronti con la cintura ai fianchi e le lucerne accese".
(Lc 12,35); "Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, cintura dei suoi
fianchi la fedeltà..." (Is 11,5). È segno di sottomissione incondizionata
a Dio fino al martirio, così come attesta Gesù di Pietro quando finalmente
esprime la sua totale adesione: "...quando sarai vecchio tenderai le mani,
e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi". (Gv
21,18). La cintura azzurra, per le sue Pie Donne, allora, è il segno visibile
della consacrazione a Maria Mater Dolorosa, senza alcuna riserva.
Ecco,
allora, che quel saluto d'inizio delle sue Lettere - "...la Regina
Immacolata Madre di Gesù e Madre nostra ci benedica! - è parola d'ordine che
richiama costantemente la Madre e compagna fedele del cammino. Colei che è
sempre presente nella loro vita, e le tiene costantemente nella dimensione
mistica del mistero del Calvario: "Il grido di Gesù «Consummatum est» è
grido di vittoria, vittoria del più grande, più perfetto amore. E questo è
cresciuto nel Cuore di Gesù. Egli manifesta col SS.mo Suo Volto che perdonava,
pregava, grondava sangue. A tanto amore divino è doveroso rispondere...".
"Siate forti, generose, amanti come le Pie Donne. Il Signore agonizzava,
nello spasimo della croce, ed esse erano lì, vicino a Lui, con amore che non
ha misura, con sofferenza grande quanto l'amore.
Quale
sintesi del suo pensiero sul Volto di Gesù e il Volto di Maria, che ha
consegnato alle sue Religiose, proponiamo un passo inedito delle sue Lettere:
"Dunque siano benedetti i due monti, il Calvario e il Getsemani. Ed
ascendiamo in essi con generosità e slancio, sia pure con il dorso curvo
sotto la croce. Tutto passa! Che resta? Solo Iddio; e, in Iddio eterno, resta
la nostra anima; per il premio, se si santificò; per la pena, se errò nel suo
breve viaggio terreno.
Nei
due Monti salì e rimase pure la più perfetta delle creature, l'Immacolata.
Comparve al mondo senza macchia - Immacolata - e passò nel mondo tra le
spine: con le spine salì il calvario, spine indicibili nel cuore, dopo d'esser
salita con l'anima dolorante il Monte degli Ulivi. Però tornò, presente
anche nel Getsemani, nella giornata benedetta dell'Ascensione.
Quale
colpa, quale macchia in Lei? Purissima ed Immacolata, macchie non conobbe;
come Gesù, Santo dei Santi, macchie non poteva conoscere. Eppure andarono al
Regno della pace dopo la salita ai monti dolorosi. Signore!... Sì, a Te, o
Signore, la preghiera nostra: dacci la scienza dei santi, cioè la scienza del
dolore. Chiameremo per intermediaria Colei che tutto può, cui sono affidate le
ricchezze del Cielo. Forse un velo di tristezza, dopo domani, sarà in cotesta
casa, in Lei e nelle altre Suore, perché la casa... è come mai fu, come non
dovrebbe essere, essendo la festa dell'Immacolata ed essendo loro le Figlie
dell'Immacolata. Ma... sursum corda! Non fu forse il Venerdì Santo il giorno più
prezioso per lo stesso Gesù, morente e morto, e per la Madre Sua, Desolata, e
Regina del dolore? Non ciò che passa è bello, ma ciò che dura e ci eleva al
Signore. Il dolore è tanto prezioso. Dunque a lei e a tutte auguro tanto bella
la festa del giorno otto: bella nella Madonna e con la Madonna, che vuole
vederci ricchi di meriti per l'eternità beata. E la ricchezza è nella
scienza del dolore, portato come Gesù lo portò e come la Sua Santissima Madre
lo accettò, nelle penose circostanze della sua esistenza.
Possa
la SS. Madre Immacolata riempire lei e le sue Consorelle di questa
preziosissima scienza, fonte di meriti eterni ed anche di pace terrena. Con
questo augurio benedico tutte".
Riconoscenti
a Dio per la grazia che ci ha donato di contemplare la luce vivificante del
Volto di Gesù e del Volto di Maria, eleviamo la nostra preghiera di
ringraziamento con le Parole della Liturgia:
"Chi
può non provare dolore / davanti alla Madre / che porta la morte del Figlio?
"Per
noi elle vede morire / il dolce suo Figlio, / solo, nell'ultima ora.
"Salvatore
dei poveri / la gloria del tuo Volto / splenda su un mondo nuovo!
"Non
si offuschi la mente / nella notte del male, / ma rispecchi serena / la luce
del tuo Volto.
"Traformati a tua immagine, / noi vedremo il tuo Volto; / e sarà gioia piena / nei secoli dei secoli. Amen.
P.
Felice Ruffini, M.I.
per
gli Operatori Sanitari
Tratto
dal libro: “Il Padre Apostolo del Santo Volto” Casa Editrice VELAR spa,
Gorle (BG)