IL PADRE APOSTOLO DEL VOLTO SANTO

Servo di Dio Abate Ildebrando Gregori OSB Silv. (1894-1985)

PERSONA E PERSONALITA’ DEL SERVO DI DIO

Profilo Biografico

I. Primo periodo (1894-1923) Nascita e Adolescenza

L'Abate Ildebrando Gregori nacque a Poggio Cinolfo, comu­ne di Carsoli, provincia de L'Aquila, il giorno 8 maggio 1894. Fu battezzato il 12 maggio successivo, vigilia di Pentecoste e gli furono dati i nomi di Alfredo e Antonio.

Egli ricordava spesso il suo Abruzzo e il suo paese natio che egli dipinse. Della casa paterna nel suo testamento egli ha que­ste parole: "Già da piccino, trovai nella casa paterna tutto il ne­cessario per orientarmi verso il Signore mediante i miei ottimi genitori, fratelli e sorella. GRAZIE, O MIO DIO".

Ci sono qui molti dati da completare per quanto riguarda l'am­biente familiare, sociale e religioso in cui il Servo di Dio passò la sua fanciulezza, e non mi voglio quindi soffermare su questo pur importantissimo aspetto della sua vita. Il formarsi infatti della persona incomincia qui, anche se dopo vari fattori entrano a mo­dificare ciò che l'eredità e l'ambiente hanno dato. Sappiamo in particolare come la Grazia poi entri con la sua potenza perfezio­natrice.

Le due qualità dell’Abruzzo, forte e gentile erano partico­larmente marcate nel Servo di Dio, come pure la gentilezza e dol­cezza della mamma, e il senso di riconoscenza che era spiccato nel papà, come egli stesso ricorda.

 

Vocazione

Il Servo di Dio parlando alle sue figli spirituali in occasione del loro ritiro in preparazione alla "vestizione" e ai voti nel Pio Sodalizio, dice di aver sentito la chiamata di Dio alla vita religio­sa prestissimo, a quattro anni: «Fui chiamato piccino, figliole, e a 4 anni già dicevo alla mamma "voglio farmi frate"». Parleremo più sotto della esperienza di vocazione del Servo di Dio e del ruolo determinante che ebbe in tutta la sua vita. Per interessamento del Cardinal Segna, suo concittadino e Pro­tettore dei Monaci Benedettini Silvestrini, egli fu accettato a 14 anni da loro come aspirante, e il 15 Agosto del 1908 entrò a far parte come pustulante della comunità del S. Eremo di S. Silve­stro, Montefano, Fabriano (AN) - Protocenobio e Casa Madre della Congregazione.

Il 4 Luglio 1909, festa del Preziosissimo Sangue, ricevette l'a­bito monastico prendendo il nome di religione Ildebrando, che gli si addirrà bene come monaco e Superiore. Emise i voti sem­plici nello stesso Protocenobio la domenica 10 luglio 1910.

Dal 1912 proseguì i suoi studi a Roma presso la pontificia università Gregoriana, dove ebbe come compagno Massimilia­no Kolbe.

Durante il conflitto mondiale prestò servizio nella Sanità su vari campi di battaglia, come egli stesso ricorda. La sua voca­zione non ne soffrì, anzi venne rafforzata e arricchita da nuove visioni e progetti. In una lettera a Benito Mussolini egli dirà: «Lo scrivente, durante la vita militare, dal 31 Maggio 1915 all'Ago­sto del 1919, tra le pietre insanguinate di Monte Sei Busi, Mon­falcone, Doberdò, Monte Cengio, Hermada, Altipiano di Asiago, nei momenti di calma, cercava di proporsi un programma di vi­ta, se in via rimaneva, che fosse capace di fare del bene ai propri Fratelli Italiani, in Patria e fuori, allora tanto disprezzati».

Congedato dal servizio militare potè riprendere i suoi studi di Filosofia e Teologia, conseguendo il Dottorato in Filosofia e in S. Teologia.

Il 5 Agosto 1922 fece la sua Professione Solenne e il 29 Ottobre nella Chiesa dei SS. XII Apostoli, a Roma, veniva ordinato sacerdote. Già in questo periodo il Servo di Dio si fa notare per la sua condotta e per il suo zelo, e il suo Abate Generale pone grande fiducia e speranza su di lui.

Vanno ormai delineandosi chiaramente quelle qualità del Servo di Dio, delle quali alcune diverranno parte della sua vita e attivi­tà, altre saranno sacrificate nel loro ulteriore sviluppo in favore di ciò che verrà a lui domandato dal suo compito e dal suo servi­zio ai fratelli.

 

II. Periodo (1923-1939)

Nel 1923 venne assegnato al S. Eremo con il compito di se­guire gli aspiranti che ivi si trovavano. Mostrò subito un grande zelo per le vocazioni e sviluppò un fecondo apostolato vocazio­nale; iniziò anche quello che doveva esser il suo lungo e fruttuo­so ministero della predicazione e direzione spirituale.

 

Padre Maestro

Nel 1924 egli dava inizio a un nuovo Probandato a Matelica (MC), che egli aveva tanto caldeggiato. Per circa nove anni que­sto fu il suo campo di lavoro in cui vi profuse tutto il suo amore, la sua energia, le sue cure. Ben presto egli venne conosciuto sem­plicemente come il "Padre Maestro". Già in questo primo perio­do la sua attività ha qualche cosa di straordinario sia per l'intensità, sia per l'estensione e il carattere squisitamente apo­stolico e spirituale. Si può ben affermare che i tratti principali della sua personalità di monaco tutto di un pezzo, senza com­promessi, e di apostolo senza frontiere si rivelarono e fissarono durante questo periodo di Matelica.

Per i suoi Probandi egli tradusse la Regola di S. Benedetto e sulla falsariga di essa compose un magnifico Regolamento per loro. È un documento di una freschezza e di un sapore spirituale stupendi. Mai conosciuto da altri, fu da lui messo in pratica nel coltivare e formare le vocazioni a lui affidate.

 

Visitatore e Superiore

Egli era ormai diventato un vero motore che trascinava e venne quindi nominato Visitatore della Congregazione e poi Superiore della Casa Madre, il Protocenobio di S. Silvestro. L'intensa de­vozione al Fondatore e alla culla dell'Ordine dove egli aveva ini­ziato la sua vita religiosa, si tradussero subito in azioni concrete per provvedere alle necessità materiali della comunità, che erano sempre grandi; ad abbellire il posto (la bella pineta sul monte che oggi ammiriamo è opera del suo interessamento), renderlo più accessibile, e creare intorno ad esso un'atmosfera di raccoglimento e di preghiera.

I suoi impegni pastorali di direzione, assistenza spirituale a comunità, specialmente femminili e predicazione aumentarono ulteriormente, assieme ai compiti in e per la Congregazione. Il gio­vane P. Maestro di Matelica era ormai un maturo Padre Supe­riore e un ricercato Direttore di spirito e Predicatore. Sono numerosissime le testimonianze pervenute alla Postulazione ri­guardanti il Servo di Dio come Predicatore e Direttore di Spirito. Ciò tuttavia merita una trattazione a parte.

 

III. Periodo - (1939-1959)

Abate Generale

Nel 1939 quasi in concomitanza con l'inizio della II guerra mondiale il Servo di Dio fu chiamato dal Capitolo Generale a reg­gere la Congregazione. Non si può fare a meno di pensare a un atto speciale della Divina Provvidenza e della continua cura del S. Fondatore per la sua famiglia, che il Servo di Dio fosse desti­nato a questo incarico proprio al principio di questo periodo co­sì tremendo e minaccioso per il futuro del piccolo gregge silvestrino. L'abate Ildebrando assume il suo incarico con gran­de coraggio e fede. La sua personalità e qualità di pastore e gui­da si rivelarono in pieno.

Dovette immediatamente pensare a mantenere in vita le va­rie case che la guerra minacciava di ridurre o addirittura di chiu­sura; a tener aperta qualche via di comunicazione con le case fuori d'Italia e poi fuori di Roma. Più tardi accolse nella comunità di Roma ricercati, aiutò molte famiglie in gravissime difficoltà, ospitò e diede quello che poteva da mangiare agli sfollati. Infine inco­minciò a prendersi cura dei più piccoli orfani o di famiglie disa­strate, dando inizio a quello che diventerà una sua grande opera sociale e di carità.

Ma il periodo della guerra ebbe un altro risvolto importante che avrebbe influito tanto sul suo futuro e su quello di altri. Nel 1941 egli incontrò la Serva di Dio Pierina De Micheli, suora del­le Figlie dell'Immacolata Concezione di Buenos Aires, che lo scelse a suo Direttore di spirito. Fin dai suoi primi anni a Matelica il Servo di Dio era sempre stato un grande promotore della devo­zione al S. Cuore. Ad essa si accompagnava un forte senso di ri­parazione e una crociata contro la bestemmia. Ora egli diventa il grande promotore della devozione al Volto Santo del Salvato­re. Per lui come per Madre Pierina la devozione al S. Volto non diminuiva quella al S. Cuore, ma l'aumentava e completava. "Con­templando il mio Volto le anime parteciperanno alle mie pene e sentiranno il bisogno di amare e riparare".

Passata la bufera della II Guerra mondiale, l'azione del Servo di Dio non si arresta, ma si intensifica e si espande. Come Abate Generale egli si cura anzitutto della sua Congregazione, dei suoi confratelli, e poi vengono subito coloro che la guerra ha privato di casa, di famiglia, di educazione, di cibo, di salute. Raduna attorno a sé delle "Pie giovani" e forma un Sodalizio per le bambine, che si espande velocemente. Il Servo di Dio diventa il Fondatore di un nuovo Istituto Religioso: la Congrega­zione delle Suore Riparatrici del S. Volto di N.S.G.C.

 

IV. Periodo - (1959-1985)

Padre Fondatore

Terminato il suo lungo mandato come Abate Generale il Ser­vo di Dio viene nominato Assistente Ecclesiastico del Pio Sodali­zio, e da qui in poi darà tutta la sua attenzione e la sua cura alle sue figlie, alla loro formazione e alle opere di carità che esse ge­stivano.

Il Pio Sodalizio diventa Congregazione Religiosa di diritto dio­cesano, e questa ottiene l'erezione a Congregazione di diritto Pon­tificio.

Il P. Fondatore rimane sempre il punto di riferimento, l'ani­matore e l'ispiratore, mentre le strutture della Congregazione si avviano e si consolidano secondo le Costituzioni e il Direttorio da lui stesso composti con tanto amore, lavoro e diligenza. Que­sti due documenti rimarranno sempre una eredità preziosa per capire l'ideale e lo spirito che dovrebbe animare i membri della Congregazione.

 

V. Periodo - (1977-1985)

Malattia e Morte del Servo di Dio

Gli ultimi anni del Servo di Dio furono segnati dalla soffe­renza fisica e morale. È il coronamento della sua lunga vita, del suo desiderio di soffrire per e con il suo Signore Crocefisso.

 

PROFILO SPIRITUALE

Vorrei ora tentare di tracciare un profilo spirituale del Servo di Dio. La chiave per conoscere chi fu l'Abate Ildebrando e capi­re il senso della sua prodigiosa multiforme attività è la sua vita spirituale. Solo così potremo apprezzare il dono che Dio ci ha fatto di lui, e il messaggio che egli ci trasmette.

 

Le radici

Con le radici profondamente cristiane della famiglia e dell'am­biente di Poggio, dobbiamo mettere come elemento fondamen­tale della personalità del Servo di Dio l'esperienza profonda della sua vocazione. Egli ne parla più volte. Afferma di aver sentito prestissimo la chiamata di Dio a farsi "frate": «Fui chiamato pic­cino, figliuole; a 4 anni già dicevo alla mamma: «voglio farmi frate».

In un'occasione particolare al convento di S. Francesco a Pog­gio Ginolfo - narra ormai 84enne - come questo primo inarti­colato desiderio divenne chiara e incancellabile esperienza spirituale.

Aveva dieci anni quando la mamma un giorno lo mandò a portare un cestino di frutta ai religiosi del Convento. «Dunque 74 anni fa io venni per questa stradetta della mu­letta e quando sono uscito alla prospettiva di S. Francesco, in basso alla collina, io vidi come un sipario di tanta luce, cosa che mai potrò dimenticare.

Mi sono fatto grande, ho girato, ho picchiato, ho fatto il sol­dato, mi fecero anche caporale. Poi sono andato a destra, a sini­stra, in America, Australia, in Africa..., a destra, come un matto, ma queste impressioni mai, mai, mai si cancellarono, sempre que­ste restarono.

Vidi questo S. Francesco non da questo lato, da l'altro lato... provai sentimenti che non si possono esprimere. Venni su attra­verso questa collina, quando ad un certo punto... cosa vidi? Non lo so. Rimasi estasiato e proseguendo arrivai qua e diedi questo cestino.

E poi qui venni per tre o quattro anni... con la speranza che i frati mi accettassero per essere frate, ma i frati non mi vollero; perché allora non si accettavano i bambini se non a 15 anni; io non avevo 15 anni».

Finalmente, come accennato sopra, egli fu accettato dai Sil­vestrini e con il babbo partì per Roma. «Da allora lungo viag­gio! egli scrive a suo nipote monaco e sacerdote, ignaro di tutto, chiaro un pensiero solo "andare al convento per farmi frate"».

Una chiamata precoce, persistente e avvolta in tanta luce! La vocazione deve esser stata per il Servo di Dio un'esperienza viva e vitale; egli la visse sempre come tale e come una grazia specia­lissima, da custodirsi e aiutare a custodire colla massima cura. Il suo intensissimo apostolato vocazionale ha quasi certamente le sue radici in questa viva e continua esperienza della propria vocazione. La sua idea e stima della vocazione alla vita religiosa erano grandissime, e da diversi considerate esagerate. Voleva che la scelta fosse del tutto libera, ma anche difendeva la vocazione in ogni maniera che gli era possibile. I suoi criteri di scelta pos­sono apparire a molti discutibili - e furono infatti contestati da diversi, ma le accuse mossegli sono infondate, e certamente non fanno giustizia alle sue intenzioni e ai suoi ideali.

 

Vita spirituale del Servo di Dio nel suo primo periodo di vita religiosa

Abbiamo avuto la fortuna di ritrovare alcuni "Diari spiritua­li" del Servo di Dio. Sono documento di grande valore, perché ci aprono uno spiraglio sulla sua vita intima - la sua vita spiri­tuale. Essi mi sembrano determinanti per capire la sua persona­lità, i motivi profondi del suo agire. Il Servo di Dio pare abbia annesso grande importanza a questi suoi primi scritti, per con­servarli sì a lungo. «E dire che quei propositi li avevo fatti con tanto fervore, scritti con tanta lena, conservati con tanta premu­ra perché non si smarrissero che mai altra cosa è stata tanto cu­rata da me».

In futuro questi preziosi documenti si potranno pubblicare nel­la loro integrità, ma per lo scopo che questo scritto si prefigge sarà sufficiente farne una breve descrizione e analisi.Ne darò de­gli stralci che assieme a un confronto con delle testimonianze di persone che con il Servo di Dio sono state in contatto, potranno aiutarci a conoscerlo e ad amarlo di più.

 

Diari del 1909 e 1910

Sono degli scritti molto semplici e schematici, ma già mostrano quali sono i temi che più occupano il suo spirito e lo spingano a una preghiera che fin da ora si dimostra intensa: i novissimi, il Peccato, Penitenza, Gesù crocefisso, Maria.

 

Gli anni 1911-1913

Sono per il Servo di Dio anni di maturazione spirituale, dove la sofferenza gli si presenta già sotto varie forme.

Questi diari contengono delle considerazioni per lo più mol­to brevi. Preghiere, invocazioni assai intense, Propositi. Ma il tutto è in forma di preghiera, di confessione.

E si può ben parlare di un linguaggio mistico. Ed è difficile pensare che il giovane IIdebrando a 17 anni abbia già letto S. Ago­stino, S. Bernardo, o S. Anselmo. C'è un profondo senso del pec­cato, della propria miseria e peccaminosità, assieme a un profondo dolore e a un amore intenso, che prega e propone di riparare ed emendarsi.

«Due sono le vie per cui si va al Paradiso: l'innocenza e la penitenza. L'innocenza l'ho perduta prima di conoscerla, dunque mi resta solamente la penitenza. Ma come farò, Signore, con que­sto cuore si scarso di coraggio? Come farò con questa volontà tanto ribelle al mio desiderio? Voi lo vedete, io vorrei far peni­tenza, ma non ho i mezzi, anche non ho quella virtù propria d'un peccatore. Perciò sta a voi l'aiutarmi, sta a voi il salvare un po­veretto che vi prega e vi scongiura. Fate, o Signore, che il vostro Sangue non sia stato sparso in vano per questa povera anima mia, fate che i dolori che soffriste nella vostra Passione non siano sta­ti invani per me. Salvate, Signore, un'anima che vi appartiene, salvate un'anima che vi costa tanto, un'anima che v'ha fatto tan­to soffrire, ma che ora propone di non offendervi più. Tante volte ho fatto questa promessa, e mai l'ho mantenuta, povero me; pie­no di peccati, pieno di superbia con un cuore tutto amor proprio e vanità, con un cuore privo di tutto ciò che è bene, e strabboc­cante di tutto ciò che è male. Quando, quando mia mente apri­rai gli occhi, quando vedrai come ti è stato ordinato e ti darai una volta veramente a chi ti ricolmò di doni, a chi ti chiamò fi­glio, a chi ti creò? Ormai è ora, allontana da te tutti i tuoi super­bi pensieri, ritorna nella via che dicesti di seguire e non hai seguita; vedi, pochi giorni ti restano di vita, l'eternità t'aspetta, l'inferno, oime' l'inferno t'è preparato. Signore, voi che siete grande, mise­ricordioso abbiate pietà della povera anima mia, abbiatene pie­tà. Ho peccato avanti a di voi e del cielo, ma ora ritorno pentito ai vostri piedi e vi chieggo perdono. Perdonatemi, Signore, per­donatemi. Fate questa carità a un povero peccatore che si pro­stra avanti la Vostra Divina Maestà».

Particolarmente intensi sono i suoi ricorsi alla Madre di Dio: «Maria, madre di tutti i peccatori e miserabili, intercedete per me. Voi siete udita, il Vostro Figlio non vi può negare niente, perché Egli stesso ha detto: onora il padre e la madre. La grande misericordia che alberga nel vostro purissimo cuore vi muova a compassione di me. Fin qui la mia vita non è stata che peccati e ingratitudine. Da ora voglio mutar vita. Tante volte ho fatto questa promessa e mai, purtroppo, sono stato fedele, ma ora lo fo di vero cuore, e Voi che vedete tutto ben lo sapete. Ma da me stesso non posso niente».

«Ildebrando hai molto peccato perciò hai bisogno di far pe­nitenza, la carne ti fa continuamente guerra, il demonio non ti lascia in pace neppure quando dormi, il mondo ti perseguita con tutte le sue forze, come hai da fare per riuscire vincitore? Devi raccomandarti a Maria e far penitenza. Di queste due cose hai indispensabile bisogno, tu sei senza amore, e per di più senza do­lore e pecchi e hai tanto peccato; in questo come ti salverai se non ci metti rimedio? Il rimedio è pronto e facile».

«Ogni giorno mi raccomanderò a Maria perché non mi ab­bandoni come meriterei, la pregherò in tutte l'ore, in tutti i luo­ghi perché mi soccorra, col suo santo amore.

In tutte le opere che farò non lascerò mai d'invocarla, dirò una giaculatoria e un'Ave Maria quando me ne ricorderò e non sia obbligato a far diversamente, il che non sarà mai, ma se caso mai avvenisse non trascurerò la giaculatoria, tralasciando l'Ave. Tutte le mie azioni le chiuderò fra due Ave Maria.

La mattina nel levarmi da letto il mio primo pensiero sarà per Gesù e poi per Maria. La sera prima di coricarmi chiederò la santa benedizione a Gesù Sacramentato e alla Madonna Benedetta e così farò la mattina. Nell'entrare e nell'uscire di camera dirò sem­pre un Ave.

Andando per i corridoi come andando in coro, al refettorio, a prendere il benedicite e via dicendo, cercherò di stare sempre raccolto e pregare la Madonna e i Santi. Nell'uscire a passeggio come nel tornarne dirò un'Ave.

Ogni volta che sentirò l'orologio ripeterò l'Ave Maria.

Se mi abbatterò in qualche immagine di Maria o di qualun­que Santo, la saluterò facendomi di cappello e dicendo qualche preghiera benché breve. Nel Sabato cercherò fare molte mortifi­cazioni per la Madonna.

Nelle vigilie della Madre di Dio cercherò di fare tutte le mie azioni con più diligenza degli altri giorni e qualche mortificazio­ne specialmente di gola.

Quando sentirò qualche miserabile bestemmiare dirò subito una giaculatoria e se non sono impedito dirò un Pater e Ave in risarcimento dell'ingiuria fatta al Signore e alla Madonna.

Io, Maria, vi prometto di essere sempre fedele a questi miei propositi e di seguire a recitare e a fare tutte le devozioni che io ho intraprese verso di voi, ma voi, madre mia cara e benedetta, non mi abbandonate, se voi mi soccorrete io sarò sempre fedele nelle mie promesse, ma se voi vi ritirate io sono perduto, da me non posso niente, con voi tutto, sotto il vostro manto io posso tutto e senza dubbio sarò fedele. Madre mia, voi che siete l'unica speranza dopo Gesù del mio cuore, non abbandonate, siate sem­pre la mia amorosa madre, la mia ferma e certa guida, nell'ore del combattimento, mia Madre fatevi vedere, datemi forza e le­na per resistere fino alla vittoria, voi che già vinceste il demonio fate che non si abbia a gloriare della mia vittoria. Io non mi stac­cherò mai da voi, se voi me lo permettete stendete la vostra ma­no misericordiosa e portatemi a salvamento».

«Questo mio povero cuore desidera amarvi, lo desidera ar­dentemente, lo desidera come il paradiso. Se io vi amo sarò sal­vo. Fate che vi ami veramente. Fate che le mie opere vi piacciano e allora sarò contento. Per voi, Maria, sprezzerò tutto, per voi mi umilierò, per voi soffrirò le pene che mi arriveranno, per voi infine mi affaticherò per l'anima mia e per il prossimo. Fate, Ma­ria, che un giorno mi sia dato predicare alle genti il vostro amo­re, fatemi questa grazia che è la seconda che vi chieggo data la salvezza dell'anima mia. Spero vogliate esaudire un povero vo­stro servo che vuole essere veramente vostro devoto. Amen».

A me sembra che il Servo di Dio che molti abbiamo ascoltato predicare e pregare fosse già in questo giovanissimo monaco di appena 17 anni.

Anche i propositi che egli fece allora ci aiutano a capirlo me­glio perché essi hanno influenzato in modo particolare la sua vi­ta. Eccone alcuni:

«Dormirò sempre col Crocifisso al petto e la corona al braccio. Soffrirò qualche dolore per gli oltraggi e le irriverenze che in­degnamente riceve.

Quando la tristezza s'impossessa di me, riguarderò il Croci­fisso e spero vincerla.

Pregherò sempre per le offese che riceve.

Parlando darò ai miei confratelli del voi, ai superiori del lei. Prima di parlare penserò ciò che devo dire e loderò con gravità. Non sarò mai burbero con i minori di me.

Parlando con estranei loderò sempre la mia congregazione. Farò ogni cosa per imparare a predicare; ogni ritaglio di tempo dopo aver pregato lo impiegherò a questo unico e degnissimo fi­ne; me felice se un giorno potrò bandire la divina parola».

 

Anni 1912-1913

L'anno 1912 è l'ultimo anno che il Servo di Dio passa a S. Silvestro prima di andare a Roma per frequentare l'Università Gre­goriana. Di quest'anno, da gennaio a settembre, abbiamo un diario dettagliato, giorno per giorno, con delle entrate brevissime - per lo più una o due righe. Non sappiamo perché egli lo abbia scrit­to, o se ce ne sono stati altri del genere. Un attento studio di questo suo scritto ci fornisce tuttavia degli elementi sui quali si possono azzardare delle ipotesi.

Anzitutto notiamo in queste sue righe giornaliere una grande intensità, rilevabile dai termini usati e dalla loro frequenza. Si tratta sempre della sua situazione spirituale, come egli la perce­ pisce e di una preghiera brevissima per chiedere perdono e aiuto. Alcuni esempi:

«Pessimo giorno, forse causa grandi disturbi spirituali, certo per causa mia; e proprio per aver parlato quando non bisogna­va, ciò per aver detto replicatamente giorni addietro, che le pie­tanze non erano giuste, meschino! Perciò, ripreso, non discacciai la tristezza, che mi innalzò ancor più nei giorni passati, e male passai il giorno: in coro distrazioni, a ricreazione noia, in came­ra fastidio. Gesù perdonatemi e datemi soccorso».

«Pessimo umore come il giorno passato, distratto in cor, pi­gro la mattina, silenzioso a ricreazione, tormentato da pessimi pensieri; tutto per mia cagione. Gesù abbiate compassione di me».

«Ancora triste, pigrissimo la mattina, senza comunione e senza messa, infelice! silenzioso a ricreazione, distratto in coro, oppresso da grandi dolori. Gesù soccorretemi se no perisco».

Si notano già in questi esempi delle parole significative: di­sturbi spirituali, meschino, tristezza, distrazioni, noia, fastidio, pigro, silenzioso, oppresso da grandi dolori, - alle quali se ne aggiungeranno altre come, agitazione, freddezza, atterrito, ug­gioso, avvilito, scontento, atroce, brutto periodo, etc. - gli ag­gettivi alle volte ripetuti al superlativo.

Le brevissime invocazioni sono intense e indicano uno stato d'animo in prova: "Gesù non ne posso più, aiutatemi."; "Soccorso, mio Dio, soccorso"; "Gesù abbiate compassione anche del mio povero corpo"; "Gesù vi do i miei dolori, non mi condannate al­l'inferno, fatemi morire, Gesù".

Possiamo anche facilmente capire come questi suoi primi an­ni in Religione non siano stati facili. Ci sono chiarissimi riferi­menti al suo combattimento interiore per vincere certe tendenze di carattere e superare situazioni difficili. Anche la sua salute do­vette creargli problemi, e i lunghi e nebbiosi inverni di S. Silve­stro dovettero farsi sentire. Nella comunità non era certo tutto ideale, ed egli deve aver avuto non pochi ostacoli da superare: gli studi, ai quali non era certo preparato e che uno dei maestri gli faceva pesare, la sua provenienza dall'Abruzzo, e quindi in certo senso da fuori di una comunità fortemente marchigiana. Si sa anche che uno dei professori era molto severo e molto du­ro, e certamente il Servo di Dio dovette sentire in modo acuto la propria inadeguatezza a soddisfare i livelli d'istruzione richie­sti da questo monaco. Certamente egli sentì molto la solitudine e cerco in ogni modo di vincere la tentazione a ritirarsi nel "mu­tismo". Nella comunità non tutto era ideale e il Servo di Dio do­vette molto combattere per vincere un naturale impulso a "criticare" ciò che evidentemente non andava.

Il suo linguaggio in questo diario è da "notte oscura", e forse il Servo di Dio ha incontrato questo stadio della vita spirituale molto presto. Quest'anno deve quindi aver realmente temprato il giovane monaco nel crogiuolo della prova, preparandolo così alla sua vita futura e al suo apostolato di guida e direttore di ani­me per la via dell'esperienza personale.

Ma nel diario spirituale dello stesso anno, scritto come il solito in occasione degli Esercizi Spirituali, si possono già scorgere i segni di un superamento della prova e una crescente maturità spirituale.

È come al solito in forma di preghiera:

«È un anno, o Signore, che ai vostri piedi feci molti propositi e fermi. Ero risoluto tutto soffrire, tutto superare purché eseguissi le mie promesse. Ma io sono un po' di polvere sulla cima di un monte, al più leggero alito di vento, se una potenza non lo so­stiene è dispersa e distrutta. Per tante piccole negligenze sul prin­cipio, non subito represse, caddi in negligenze maggiori, e quindi mi addormentai, mi nutrii in esse, una chiamandone un'altra; qua­si tutto dimenticai, o almeno il più necessario per essere mona­co. La vostra voce misericordiosa sempre si faceva sentire, nella santa comunione facevate molti sforzi per ricondurmi sul retto sentiero, ma io sordo, ma io indifferente, ma io ingrato mai vi ho ubbidito, e a nulla sono riuscite le vostre finezze d'amore. O Dio dell'amore, o Dio dell'amore perdonatemi, umiliato, penti­to, confuso ricorro a voi; avanti il cielo e la terra grido: miseri­cordia. Perdono Gesù, Gesù da me offeso, Gesù da me non amato. Trattenete ancora il vostro sdegno, o Signore, e datemi tempo di emendare ciò che feci, di riparare ciò che oltraggiai; il sangue del vostro Costato gridi per me misericordia, ed esso scenda so­pra di me e mi mondi, e mi renda a voi accetto, a voi figlio, a voi caro. Perdonatemi, Signore, beneditemi Gesù, concedetemi la grazia o Gesù Redentore del mondo di rimettere in pratica, ma che duri quanto la vita, quello che vi promisi, e quanto vi prometterò. Amen.

Maria, regina degli Angeli, vittoria dei moribondi, guida dei traviati pregate per me, ricordatevi sempre di me, mettetemi sot­to il vostro manto e beneditemi. San Giuseppe, mio caro S. Sil­vestro animo grande e innamorato di Gesù e di Maria. Sant'Ugo pregate per me, e ottenetemi di seguire le vostre orme beate». Nella lista dei propositi rinnovati, ma anche nuovi, trovia­mo alcuni che ci aiutano a capire le radici di alcuni tratti caratte­ristici del Servo di Dio.

«Gli domanderò grande attenzione al suo culto, alla sua san­ta casa. Prenderò la santa abitudine di pensare spesso ai novissi­mi. Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso. O Mors quam amara est memoria tua homimbus; senza dubbio ne ricaverò beni gran­dissimi».

La meditazione sui novissimi avrà per il Servo di Dio grande rilevanza nella sua predicazione e direzione spirituale. «Pregherò per la mia Congregazione perché ritorni nel primo splendore, perché il Signore non la faccia perire, perché nessuno la riguardi di mal'ammo; pregherò perché S. Silvestro sia propa­gato fra i popoli; perché tutti si diano alla predicazione onde possa vedere missionari Silvestrini andare spargendo per tutti i paesi che Gesù è buono, ci ama tanto, è pazzo d'amore.

Pregherò per i miei superiori perché superino ogni difficoltà, perché non si perdano di coraggio nelle cose avverse, perché ret­tamente agiscano circa il loro ministero, perché amino il Signo­re, siano contenti in Lui e in Lui solo, perché si facciano santi; pregherò anche per la loro salute corporale; e così pregherò an­che per tutti i sacerdoti e per tutti i miei confratelli».

Nel ritiro del 1913 i propositi fatti negli anni precedenti ven­gono riletti e rafforzati; questo diario è ormai tutta una preghiera.

 

Diari del 1922

Nel 1922 in preparazione alla Professione solenne e agli Or­dini Sacri, il Servo di Dio scrive i suoi propositi e le sue massime "ad bene vivendun".

E’ cambiato il linguaggio - i propositi sono rivolti di più al futuro, mentre quelli degli anni 1909-1913 erano più preoccu­pati del presente stato del suo animo. È subentrata una maturità spirituale e una calma visione del futuro.

Questi suoi ultimi propositi che possediamo della sua gioventù, formano un vero programma di vita che il Servo di Dio si sforze­rà di attuare in pieno.

«Raggiungere il proprio fine ad ogni costo: devi raggiungere il fine ad ogni costo. Ad ogni costo, capisci? Ad ogni costo. Met­titi pur sotto i piedi di tutti, contenta tutti che il fine lo devi rag­giungere ad ogni costo.

Ad ogni costo, capisci?». Imitazione di Gesù in tutto:

«Gesù fu modello di tutti e in tutto, in modo speciale per i religiosi, meditalo quindi e cresci come lui in grazia e sapere ve­ro sapere prima presso Dio e poi presso agli uomini.

Durante il pasto considera Gesù quando era a tavola, consi­derane come mangiava, come era composto, come parlava, co­me guardava, quali i suoi pensieri, quali le sue parole. Certo Gesù mai avrà offesa la carità, Esso Dio della carità».

Ma specialmente nell'umiliazione e nel dolore.

«Mi studierò di meditare più di proposito Gesù Crocefisso. Meditare Gesù appassionato e rispecchiarsi in quel divino mo­dello. Meditarlo molto, meditarlo sempre. Nello sconforto, nel­le amarezze, nelle preoccupazioni di qualunque specie siano per il tempo che per l'eternità pensare allo sconforto, all'amarezza, alle preoccupazioni di Gesù nell'Orto degli ulivi e fidare e spera­re in Lui. Coepit pavere et taedere et maestus esse - factus in agonia prolixius orabat - ed factus est sudor eius sicut guttae sanguinis discurrentes in terram. Anche nello sconforto con me stesso, nella tristezza per me, pensare a Gesù penante solo nel­l'Orto. Gesù Cristo nella sua vita pubblica ha incontrato conti­nuamente ostacoli, difficoltà, contraddizioni. Ricordatene sempre, sarà lo stesso anche per te, è così per tutti quelli che vogliono seguire Gesù Cristo. Non abbatterti né cedere mai, pensa a Gesù e cammina. A Gesù fu sputato in faccia, fu bendato, percosso, deriso, umiliato, trattato da stolto, da pazzo, da malfattore, ipo­crita, scellerato, ecc. Che torto avrò io se mi lamento per i trat­tamenti degli uomini! Retta intenzione e poi avanti, pensa a Gesù, piangi pure di nascosto con Lui».

Non poteva prevedere il Servo di Dio quello che la vita gli serbava, ma si preparava:

«Non desistere dalle buone azioni perché il frutto non si ve­de, oppure perché non si trova corrispondenza alle proprie azio­ni da parte delle persone per il cui bene si opera, per esempio nel fare la dottrina, nel ricercare le anime di ragazzi o uomini per far loro del bene: Gesù non mandare in male tale opera. Ge­sù non desistette dalla Sua redenzione prevedendo nell'Ora ama­ra dell'Orto che per molti la Sua Passione sarebbe stata inutile, che molti non avrebbero corrisposto. Medita Gesù! c'è tanto da imparare da Gesù».

Questi propositi del Servo di Dio sono fondamentali per de­lineare la sua personalità.

Una delle cose che colpiscono di più percorrendo la sua lun­ga vita è una serie continua di difficoltà e ostacoli, superati da lui con grande fede, e più ancora incontriamo ugualmente da prin­cipio alla fine apprezzamenti negativi, opposizioni, accuse, da par­te di alcuni dei suoi stessi confratelli. E questo l'aspetto forse meno conosciuto, ma anche il più importante per capire ed apprezzare la personalità del Servo di Dio. Sarà anche l'aspetto forse più de­terminante nel dimostrare l'eroicità delle sue virtù nella conformazione al suo Signore crocefisso, e per questo mi ci voglio fer­mare un po' più a lungo.

a) Il suo amore per la Congregazione e per S. Silvestro lo ren­deva insistente e intraprendente. Egli manteneva fino in fondo il suo proposito di non perder un minuto.

«Mai disoccupato, studiare sempre, in modo speciale la S. Scrittura, la Morale, la Dogmatica; tramezzare con qualche vita di Santi. Propongo di non perdere mai neppure un minuto di tem­po e di non attendere a cose vane e indifferenti».

Per trovare nuovi candidati per il nascente e promettente Pro­bandato egli si mise subito in contatto con varie persone un po' in tutta l'Italia. Il futuro dipendeva da queste giovani leve. La Con­gregazione era allora in condizioni economiche assai ridotte e per mantenere un probandato e poi i novizi e gli studenti occorreva­no mezzi; quindi egli si diede subito da fare a trovar benefattori e a escogitare mezzi per provvedere sia alle necessità materiali dei giovani, sia alla loro formazione civile e religiosa.

Per questo egli accettò molto presto di predicare e dare eser­cizi e ritiri. Per questo non aveva paura di chiedere. Scriveva a chi credeva poteva aiutarlo. - Scrisse anche a Benito Mussolini e ad alti personaggi. - In questo modo egli arrivò ad avere una corrispondenza fittissima. Lo attestano le sue numerossime agen­dine piene zeppe di indirizzi. Se riceveva un aiuto, una risposta, egli manteneva la corrispondenza, e soprattutto manifestava la sua gratitudine e il suo ricordo. Per questo egli non aveva mai un minuto da perdere e scriveva in qualunque posto si trovava durante il tempo non impiegato altrimenti; scriveva in treno, in macchina, di giorno, di notte. Lavorava sia che stesse bene, sia che stesse male.

b) Ma questa attività e zelo "disturbava", forse costituiva un implicito rimprovero a un certo modo di vivere - una storia del resto sempre ricorrente nella Chiesa e nelle Congregazioni Reli­giose: i profeti sono scomodi! E così molto presto il Servo di Dio incominciò ad assaporare la croce nella sua attività. Egli scrive: «...si vorrebbe che... D. Ildebrando Gregori fosse... più cen­cio di quello che è. Dal Novembre 1923 egli fu preso di mira, ber­saglio costante. Però... silenzioso, tacque; finse di non sapere e... avanti! Oh!... che il Signore aiuti e che in tutto egli sia glorifica­to». (Roma, 15 Feb. 1955 - al Visitatore Apostolico, ID, n. 196). «Tanti anni fa, più di venti, mi pare che sia nell'anno 1930 io ero a Matelica e... un poco lavoravo: facevo scuola, tenevo i probandi, circa 50 da solo, predicavo, organizzavo, cercavo sus­sidi, etc..., e parecchi confessavo. Una sera dopo cena, il Supe­riore - era D. Placido Roselli - mi disse: "Ma voi dormite la notte?" ... Io lo guardai sorpreso "E perché?" "Ma, tutte le cose che si dicono contro di voi?". Altra sorpresa in me. "E che si di­ce?" E qui D. Placido accennò, ciò che io stesso da tempo cono­scevo, erano apprezzamenti di Confratelli - io... ero generale, io... ero caporale..., io... ero il cocco; io... ero etc. etc. etc. tutti apprezzamenti a base di sviste, che nascondevano cose più serie come orgoglio, ecc. Già! Io facevo o cercavo di fare; perfino a pranzo assistevo i ragazzi e sbrigavo l'amministrazione. E gli al­tri... non facevano: forse, in molto non potevano, in altro, non volevano. Il certo è che io davo molto fastidio, che però capii con più chiarezza più tardi. Dunque, inteso, al Superiore risposi così: "io dormo benissimo, di ciò che si dice di me non ha pen­siero nessuno; cerco di fare le cose come so e come posso per il Signore. Poi si dica ciò che si vuole. E in realtà gli apprezzamenti mi ferivano come ci può ferire un venticello che appena fa tre­mare le foglie senza sfiorare il tronco. Gli apprezzamenti non mi sfiorarono affatto. Sempre capii e sempre fui perfettamente so­stenuto da questa dolcissima verità – ‘Chi ci giudica è il Signo­re’; e Gesù diceva: ‘io vi insegno chi dovete temere, temete Iddio’. Dunque non le creature. Ricorda? ‘Osanna, Osanna’. Dopo 5 gior­ni... ‘tolle, tolle, crucifigatur’ - E vale la pena ombrarsi per le creature?» (no. 624 - Roma S. Giuseppe 1952 - al P. Romualdo Baldarelli, che si lamentava delle molte accuse mossegli).

L'abate Policari scrive:

«si lotta un po' con la miseria, specialmente il monastero di S. Silvestro; ma anche a quello pensa la Provvidenza specialmen­te per mezzo di quel superiore, D. Ildebrando Gregori, che con la sua continua predicazione, fatta in vero, con grande sentimento e zelo; e con i non piccoli e frequenti donativi, sia in denaro, sia in generi, sia anche in oggetti sacri... Certo è che si è acquistato una bella fama e come buon monaco e come buon predicatore e direttore di spirito. Eppure per taluni dei nostri, è quasi insop­portabile e anche malvisto e osteggiato. Con tutto questo non intendo dire che non possa avere qualche difetto, ma i suoi criti­ci, quasi spietati, ne hanno certamente assai di più. Ma basti per un po' di... carità. Mio caro, ci sono dei malcontenti incorreggi­bili e tanto peggiori perché si vogliono con un certo... zelo !».

c) Divenuto Abate Generale nel settembre del 1939, proprio all'inizio della II Guerra Mondiale le sue occupazioni e preoccu­pazioni aumentarono a dismisura. Nello spazio di tempo a sua disposizione comprimeva una quantità di cose che hanno dell'in­verosimile. Egli, senza alcuno dubbio, può dirsi che salvò la Con­gregazione in Italia dal dover chiudere le case di formazione: Probandato, Noviziato e Studentato. Si preoccupava inoltre di aiutare altre comunità religiose in difficoltà, di sovvenire ai biso­gni di rifugiati politici e di sfollati, di mantenere per quanto pos­sibile qualche via di comunicazione con i nostri confratelli all'estero.

d) Nonostante tutto, i suoi critici non demordevano. Con l'av­vicinarsi del primo Capitolo Generale dopo la guerra e del suo generalato troviamo una lista lunghissima di opposizioni e di "ac­cuse" a suo carico. E la stessa cosa avveniva all'avvicinarsi di ogni Capitolo Generale. Non erano tutti certamente e nemmeno mol­ti come dice lo stesso Servo di Dio.

«È guerra di pochi, ma tanti ci penano, in modo speciale l'e­lemento giovane».

Ricevere questo "grazie" dai suoi monaci dovette esser una prova molto grande per lui vero cultore della gratitudine. Que­sta croce ormai le sarà costante compagna del suo Generalato.

e) Ci viene da chiedere perché questa avversione e quasi "per­secuzione" nei riguardi di uno che letteralmente si spendeva per la propria Congregazione?

Superficialità e precipitazione nel giudicare, senza conoscere le condizioni di colui che si giudica? Senza pensare cosa possono produrre parole inconsiderate e amplificate? Invidia, risentimento? Troviamo alcune di queste valutazioni nelle parole stesse del Servo di Dio. Forse anche la santità dà fastidio, non si comprende; ad essa come si manifesta nelle persone con cui viviamo quotidia­namente, non ci si crede. All'agire dei santi che vivono con noi, alle loro parole, etc si applicano le nostre motivazioni, i nostri criteri e standards. Possiamo del resto constatare questo nelle vi­te dei Santi canonizzati, se queste vengono scritte senza "pie omis­sioni" o coperture, ma nella verità storica della vita quotidiana.

f) Quello tuttavia che deve interessare, non è la debolezza o superficialità umana,, ma come reagiva il Servo di Dio. Possiamo vederlo da alcune sue lettere. Alcuni dei suoi mo­naci gli scrivevano manifestando il disagio per quello che senti­vano riguardo a lui. A qualcuno che egli stimava in modo particolare egli si apriva. Le sue parole ci rivelano inoltre parti­colari significativi della sua vita privata: l'esperienza della ma­lattia, della stanchezza, della debolezza fisica, anche per periodi prolungati, difficoltà di ogni genere.

Il tempo gli rimaneva sempre cortissimo, o gli mancava ad­dirittura. La sua salute non era sempre la migliore. (Questo è un'a­spetto che si dovrebbe trattare a parte per varie ragioni – non ne abbiamo il tempo ed è inoltre sotto esame alla Postulazione). «Non avertelo a male se non ti scrivo: dispiace a me tanto, ma proprio tanto, lasciare quasi da parte le persone più care. Come vedi hai un fratello che somiglia agli uccelli senza nido: oggi su di un tetto e domani sopra di un altro. Ma tu lo sai: cerco di fare un poco di bene» (alla sorella Angelarosa).

Una delle accuse più frequenti: «Negligenza nel dare risposte ai monaci": nelle cose serie, no; nelle altre può darsi. Ma è ne­cessario sapere che debbo pensare anche a provvedere il pane che si mastica con i denti, che da tanti anni la mia giornata termina tra le 1 e le 2 di notte, per incominciare prima delle 5».

«Io non so a chi voi vi riferiate su tale argomento; forse a un tale che aspettava denaro, che... io non avevo, epoca, in cui spesso non avevo le 15 lire per il tram, come al presente, e andavo a piedi, pur sentendo un poco di fastidio al cuore e asma.

E il mio silenzio non può essere causato da un lavoro che su­pera la capacità ordinaria dell'uomo, obbligato a dare al lavoro molte ore della notte? E non può essere causato da cose più ur­genti, mentre quelle di costà si maturano?».

Un'altra accusa, che si curava troppo delle suore:

«Che rispondere! e ai suori non penso? E se avessi trovato presso le Suore per dare il necessario ai suori? E se fosse stato questo lavoro quello che in modo speciale ci aiutò nella funesta tormenta di questa guerra? E se questo lavoro fosse stato quello che tantissimo cooperò per elevare la nostra riputazione presso le Autorità Ecclesiastiche e Civili? Sì, fu proprio questo lavoro che tantissimo ci aiutò in tutti i campi.

Oggi, benché a letto, a mezzo telefono, ho procurato l'olio di fegato per i giovani di Roma; avanti ieri fu per Matelica e S. Sil­vestro. Oggi a... mezzo parola ho procurato lo zucchero, gratis, per questa casa, restata un poco a corto, e la stoffa per dividere i letti del dormitorio, dove dovranno andare questi giovani sa­cerdoti durante il capitolo, affinché siano più liberi. E domani mattina, benché malato, a mezzo telefono, mi sono impegnato di celebrare alle ore 10 1/2 per avere il mezzo di far iscrivere le nostre case di studentato fra gli istituti capaci di assistenza da parte dell'ENAOLI; e volevo dire passerò parte della notte - sono già le due dopo la mezza notte - pensando come fare a trovare il mezzo milione che domanda il rabdomante per l'acqua a Bassa­no, lavoro che avrà principio il 12 corr. e... trascuro gli affari nostri'. ..».

g) Certo ne soffriva, specialmente per le conseguenze che que­ste chiacchiere avevano, e per questo alle volte si vedeva costret­to a parlare.

«Delle persone se ne avvidero e con amarezza ne parlarono, e il P. Generale si vide solo in tantissime circostanze portando un peso da schiacciarlo, con un'amarezza nota al Signore.

Sapete che ordinariamente ho fatto vedere di non capire le offese e i soli disprezzi avuti. In conseguenza ho scusato e perdo­nato. Se, oggi, dico di aver capito e di capire disprezzi e offese è perché il mio silenzio, nel passato, è stato interpretato anche quasi io fossi un colpevole e in questo senso si è fatta propagan­da dannosa alle anime.

Di quanto sopra è bene che io ne abbia parlato; il lungo tace­re credo che abbia fatto pensare a una certa insensibilità morale.

h) In modo particolare doveva soffrire quando veniva accu­sato di agire per motivi di risentimento o di sfiducia verso gli altri: «"Non ha fiducia di nessuno" Non è vero; io ho fiducia di tutti e nessuno ha fiducia dei monaci quanto me; per questo nes­suno spinge i monaci a fare e a prepararsi per fare, quanto me. Solo corrispondenza non ho trovato, o molto poca. Il quieto vivere è ricercato e accarezzato, con le note del ridicolo e del sar­casmo per chi ha cercato di concludere qualche cosa». «Non ho avuto mai "astio" con alcuno, compreso voi. Spero che il Signore non mi condannerà per il mio "modo ingiusto di agire" ; perché, almeno scientemente, credo averne usato mai con alcuno, compreso voi. Al contrario, molto offese ha avuto da pa­recchi, compreso voi, cosa che ripetete anche e manifestate nella vostra lettera in parola. I Confratelli tutti sanno che io li amo »2°. Nel suo Testamento ripeterà questo suo grande amore a tutti i confratelli che egli manifestò più che con le parole con la vita e il suo indefesso prodigarsi per loro.

i) Rimaneva fedele a un suo proposito fatto al principio del­la sua vita religiosa e sacerdotale: non amareggiare mai nessuno. Umiltà, Pazienza, rettitudine erano i suoi principi:

«Le cose mie? ... Credo di aver quasi finito. Chi mi darà la sen­tenza è oltre terra: "Dominus est". E voglia usarmi tanta miseri­cordia. Pregate per me. Però farete cosa grata se mi direte le mie miserie, sia quelle note a voi per scienza vostra, sia quelle note a voce per detti altrui. Però per me e per voi: "temiamo e amia­mo Iddio in tutte le cose».

«Però ciò che importa? Purché alla presenza di Dio macchia non sia, tutto il resto è nulla. Anzi le macchie che danno gli uo­mini, se sostenute con pazienza, aumentano la luce dell'anima».

Per il resto soffriva unito al suo Redentore, come aveva desi­derato e promesso.

Altri aspetti della vita e attività del Servo di Dio hanno molti testimoni e quindi non mi ci soffermo, ma essi pure trovano la loro radice in questi propositi del Servo di Dio. Brevissimamente ne menziono alcuni:

«Diligenza e ardore per riuscire a predicare, però non a pre­dicare me, ma Gesù Crocefisso, a questo scopo pregare e prega­re assai per avere un giusto criterio».

«Curare diligenza interna ed esterna negli esercizi di pietà, e compostezza ovunque, nello studio, a ricreazione, a mensa, per tutto ».

Tutto sempre per amore di Gesù Cristo Crocefisso: non ri­sparmiare sacrifici per meno indegnamente celebrare la S. Mes­sa. Se occorre perdere il sonno, se è necessario prolungare il digiuno, sia; una cosa è necessaria servire bene nostro Signore e farlo contento».

«Accostarsi al S. Sacrificio con purità di spirito sempre. Do­mandare ogni giorno la morte piuttosto che accostarsi all'altare indegnamente. Ogni giorno domandare questa grazia. - La de­cenza sia curata anche nella persona, nella nettezza personale, e nel vestito, scarpe, abito etc. Scegliere l'ora più incomoda per far piacere a Gesù e rendere un'atto di carità a coloro che in tale ora dovrebbero celebrare».

Diverse sono le testimonianze su l'impressione che l'Abate Il­debrando faceva per il suo comportamento e per il modo con cui pregava e celebrava la S. Messa.

Un proposito particolare con cui chiudo.

«Nel vino ritirarsi sempre più. Gesù aveva una sete ardentis­sima ed ebbe fiele».

Abbiamo una risoluzione simile anche nel diario del 1912. Una testimonianza

«Il Padre veniva da noi alla Clinica quando poteva riuscire a prendere qualche momento, ma lo vedevamo quasi ogni set­timana.

Una volta giunse alla Clinica piuttosto tardi - Sotto lo sguar­do profondo e sereno si notarono sul volto i segni di forte stan­chezza. Le chiesi: "Padre ha cenato?" e Lui sorridendo: "Ho fatto colazione questa mattina". Facemmo del nostro meglio per pre­parargli la cena. Mangiò con gusto e in fretta. Ma quello che mi colpì fu nel vederlo saporeggiare il vino, ne bevve più di un bic­chiere che offrivamo. Quando se ne era andato, facendo i nostri commenti ci sentivamo soddisfatte, specialmente per il vino, e fu una brutta sorpresa - quando ci accorgemmo che il vino era aceto schietto! Telefonai al Padre subito, subito. Lui fece una bella risata poi rispose: "Gesù ha sorseggiato il fiele e l'aceto!" - E pensare che in quel periodo il Padre soffriva per forti. dolori di ulcera. Difatti per diversi giorni al mattino prestissimo io mi recavo a farle le iniezioni endovenose in S. Stefano del Cacco». E a proposito di "aceto", ad alcune Postulanti che gli aveva­no fatto gli auguri per il suo 25mo di Sacerdozio scriveva: «Ca­rissime Postulanti e ricercatrici di Dio. I sentimenti in essi espressi tanto mi fecero piacere, specialmente quelli riguardanti i vostri propositi di amare il Signore nella via delle api, cercando cioè nettare che faccia piacere a Colui che ci amò e che per noi assa­porò fiele e aceto».

Abate D. SIMONE TONINI O.S.B. Silv.

Postulatore della Causa di Santificazione del Servo di Dio

 

DOTTRINA E DEVOZIONE AL S. VOLTO

Premessa

Nell'accingermi a portare il mio piccolo contributo a questa ricca giornata di spiritualità, nel decimo anniversario del Dies Na­talis del Servo di Dio Don Ildebrando Gregori, desidero dire in­nanzi tutto che non ho conosciuto il Padre Ildebrando Gregori e che tutto ciò che qui sarà detto riguardo al Servo di Dio è stato preso dagli scritti fin qui pubblicati; desidero poi ringraziare Sua Eminenza il Card. Fiorenzo Angelini e la Superiora Generale Ma­dre Maria Maurizia Biancucci che mi hanno invitato.

Il posto che la storia ha assegnato a Dae Ildebrando Gregori è accanto ai Santi della carità ed agli operatori sociali di ogni tempo.

In questo intervento, tuttavia, non mi fermerò sull'uomo della carità, ma sugli aspetti concreti, apostolici, ministerialmente vissuti del carisma che il Servo di Dio ha lasciato in dono, in eredità, alla amata Congregazione delle Suore Benedettine Riparatrici del S. Volto e cioè:

- il Culto del S. Volto;

- la spiritualità della riparazione.

Prima di esaminare la dottrina del culto del S. Volto e della Riparazione consentitemi un accenno al significato del Volto, al valore dell'Icona, ai documenti magisteriali ed ad alcune figure particolari che hanno in qualche modo influenzato il Servo di Dio nella sua formazione e in questa particolare devozione.

Significato del Volto

La rivelazione dice che Dio si è fatto "Volto" e che l'uomo è stato creato ad immagine di Dio, quindi Dio ha privilegiato il volto per manifestarsi a noi. L'Eterno brilla nel mistero della per­sona. Il volto è lo specchio del cuore, è trasparenza della propria anima. "Il volto", diceva il P. Gregori, "è la fotografia del cuore, è l'espressione della bontà, la manifestazione dell'amore".

Valore dell'icona

Il valore teologico del volto è strettamente connesso con le immagini sacre e al culto che ad esse rendiamo. L'icona simboleggia la gloria divina increata che rimanda alla sua fonte so­prannaturale. L'icona manifesta il visibile dell'invisibile e al tem­po stesso ci richiama la presenza di un'assenza.

 

1. Il culto del S. Volto

Se tale è la forza teologica del volto e il valore della sua raffi­gurazione nell'icona, è facile capire il motivo per cui, fin dagli inizi della sua storia, la comunità ecclesiale abbia tenuto in alto onore il culto del Volto del Signore (il Santo Volto) ed abbia avuto una speciale considerazione per le immagini di esso.

Ecco perché tra le raffigurazioni del Cristo Figlio di Dio, l'im­magine conosciuta in Occidente sotto la denominazione del San­to Volto occupa un posto centrale.

 

Documenti ecclesiali

La tradizione culturale del S. Volto nella Chiesa ha origini antiche. Il magistero, grazie alla pietà e al culto popolare, è in­tervenuto diverse volte circa la legittimità del culto e la devozio­ne del S. Volto. Tra i documenti pontifici legati al culto del S. Volto della Sindone ne ricordiamo due: a) la bolla di Giulio II, del 9 maggio 1506 con cui si approva l'ufficio e la S. Messa e b) l'atto di Gregorio XIII con cui si concede l'indulgenza plena­ria ai fedeli presenti all'ostensione della Sindone.

L'immagine del Volto di Cristo è fatta risalire ad un origina­le non fatto da mano d'uomo ed è strettamente dipendente dalla Sindone di Torino. Tra le immagini sacre è la sola che offre al nostro sguardo il volto di Cristo che possiamo ritenere vero e non immaginario, tanto commovente quanto maestoso che favorisce il nostro amore al Signore. Paolo VI il 23 novembre 1973 così si esprimeva: «Il volto impresso nella Sacra Sindone ci è apparso così vero, così profondo, così umano e divino che noi l'abbiamo ammirato e venerato come nessun'altra immagine ci permette di fare».

Dai tanti documenti della S. Sede, in estrema sintesi, ricevia­mo che il magistero ha definito il Volto di Cristo come oggetto parziale del culto di ringraziamento e di riparazione per le innu­merevoli offese arrecate a N.S.G.C.

 

Esperienze eminenti di fedeli e di santi che hanno nutrito una particolare venerazione per il S. Volto

Tra i vari santi che hanno coltivato una devozione speciale al S. Volto ricordiamo San Carlo Borromeo, il beato Amedeo di Savoia, San Francesco di Sales, Santa Giovanna Fremiot de Chan­tal ed il Santo Pontefice Pio VII.

Tra i fedeli che alla fine del secolo scorso, soprattutto in Fran­cia, diffusero la devozione al S. Volto ricordiamo solamente Sr. Maria di San Pietro e il venerabile avvocato Leone Dupont che fondò una confraternita per la diffusione della devozione al S. Volto cui era iscritta Teresa di Gesù Bambino.

 

S. Teresa di Gesù Bambino

Permettetemi di fermarmi un momento su S. Teresa di Gesù Bambino iniziando la vita al Carmelo aveva assunto il nome di Teresa di Gesù Bambino, ma il giorno della prima professione aggiunse: del Volto Santo. Con questo nome: Sr. Teresa di Gesù Bambino del Volto Santo firmerà l'Atto di offerta all'amore mi­sericordioso, che è l'espressione più alta della sua spiritualità. «Ve­nuta al Carmelo per salvare le anime, pregare per i peccatori e offrirmi per la Chiesa, volevo che, come il Volto di Gesù, il mio fosse nascosto e che nessuno sulla terra mi riconoscesse». Una tale devozione suscitò in lei il desiderio di imitazione e la confi­gurazione al S. Volto di Gesù. Portava scritto sul petto. "Fa che io ti rassomigli, Gesù".

 

Madre Maria Pierina De Micheli e P.I. Gregori

È necessario ricordare la devozione e lo spirito di riparazio­ne al S. Volto della Madre Maria Pierina De Micheli. Madre Pierina, sin da adolescente, ricevette attenzioni parti­colari dal Signore: «Nessuno mi dà un bacio d'amore in Volto per riparare il bacio di Giuda?». Divenuta religiosa, della Con­gregazione delle Figlie dell'Immacolata Concezione di Buenos Ai­res, coltivò il suo amore per il volto divino. Nel 1936, contemplando l'agonia di Gesù, vede il volto del Signore triste ed insanguinato e sente che Egli dice: «Voglio che il mio volto, il quale riflette le intime pene del mio animo e il mio dolore sia più onorato. Chi mi contempla mi consola». Trasferita da Mila­no a Roma, come superiora e come responsabile delle comunità italiane della Congregazione, Sr. M. Pierina, quasi per caso, s'im­batte nell'allora Abate generale dei Benedettini Silvestrini, Don Ildebrando Gregori e si affida alla sua guida. Il P. Gregori la se­guirà dal 1940 fino alla morte avvenuta il 26 luglio 1945. Tra i due si crea una profonda sintonia spirituale. Il P.I. Gregori di­viene ad un tempo guida, discepolo ed apostolo insigne del S. Vol­to con la parola, le opere e le istituzioni. Le radici della devozione al S. Volto in Don I. Gregori si trovano sia nel patrimonio di fede della Chiesa, sia nella tradizione spirituale silvestrina di cui è erede. Conosciamo bene quanto egli amasse il quadro seicente­sco custodito a Fabriano nel quale S. Silvestro è raffigurato in preghiera dinanzi a vari simboli della passione del Signore, fra i quali è un Drappo con 1'Effige del S. Volto di Gesù. Tale devo­zione la manifestò pure nelle frequenti visite al santuario del S. Volto di Manoppello. Sicuramente il P. Gregori fece tesoro della vitalità che il culto al S. Volto aveva all'interno della Chiesa, grazie al Dupont, a Santa Teresa di Gesù Bambino, a Madre Maria Pie­rina e fatto non trascurabile l'aver studiato alla Gregoriana nella cui biblioteca è conservato un volume dal titolo significativo: Il Santo Volto di Gesù Cristo e la Riparazione pubblicato nel 1914.

 

Fondamenti dogmatici del culto al S. Volto di Gesù

È necessario dare un fondamento dogmatico del culto di ado­razione del S. Volto perché:

- il vero culto a Dio richiede da parte nostra un corretto modo di venerare le immagini sacre;

- poi perché sappiamo quanto può essere riduttivo e perico­loso, per l'integrità di una fede autentica, fondare la propria cre­denza sulle immagini anziché nel rapporto personale di comunione con Dio.

 

Il culto secondo la dignità della persona

Innanzi tutto diciamo che non vi può essere un'adorazione del Santo Volto distinta da quella della Divinità di N. S. G. C. cui si deve il culto di Latria. Non è fuori luogo ricordare la dottrina della Chiesa circa i gradi di culto a seconda della persona cui so­no tributati. Abbiamo pertanto:

1. il culto di latria che si deve solo a Dio e che consiste nell'o­nore massimo reso a Dio, a motivo della sua infinita maestà ed eccellenza;

2. il culto della dulia, o di venerazione o di onore che si ren­de ai santi;

3. il culto di iperdulia reso unicamente alla Beata Vergine Maria.

L'oggetto materiale di culto è ciò che viene onorato; l'ogget­to formale è la ragione di un tale tributo di culto. Applicando ciò all'adorazione del Volto di Gesù abbiamo: l'og­getto materiale è l'uomo-Dio Gesù, una concreta figura storica, nella quale le due nature, umana e divina, costituiscono un'uni­ca e specifica persona, vissuta in un determinato luogo geografi­co e in un particolare spazio di tempo.

Secondo l'oggetto formale, Cristo viene adorato sempre co­me il Verbo fatto carne. Mai una delle due nature isolatamente è oggetto della nostra adorazione, ma è oggetto della nostra ado­razione il Signore Gesù nella unione misteriosa della sua divino­umanità, nell'intera sua umanità, unita ipostaticamente al Ver­bo divino. Quindi il fondamento dogmatico dell'adorazione del S. Volto di Gesù poggia sul dogma dell'unione della natura umana e divina nell'unica Persona del Verbo incarnato così come defi­nita nel Concilio Costantinopolitano II nel 553.

Da quanto detto segue che:

a) tutte le singole parti della natura umana del Signore Gesù, fra le quali ha un posto privilegiato il volto, ricevono il culto di adorazione;

b) non vi può essere un'adorazione del S. Volto distinta dalla divinità di Cristo;

c) Il Volto di Cristo è anche motivo di ringraziamento e di riparazione.

Dinanzi a chi "ci ha amati ed ha dato se stesso per noi" non possono non sgorgare che sentimenti di gratitudine, ringraziamen­to e riparazione.

Riparare spiritualmente gli oltraggi sia quelli subiti nella do­lorosa Passione, sia quelli che continua a subire nella Chiesa, sua sposa e suo mistico corpo.

 

2. Spiritualità della riparazione al S. Volto

Se il sacrificio vespertino di Cristo sulla croce ha segnato la salvezza universale del genere umano, cosa vuol dire la "Ripara­zione Spirituale dei Peccati"?

"Riparare" biblicamente può significare: Rifare, Ricuperare, Riscattare qualcuno o qualcosa. Rifacimento, Recupero o Riscatto che avviene attraverso una compensazione, una Riparazione, una Espiazione. Ora per gli uomini dell'A.T., nonostante le norme previste dal Levitico, è stato difficile mantenere la propria comu­nione con un Dio tanto santo e misericordioso quanto esigente: le pieghe del cuore umano sono sempre ricche di anfratti oscuri, che faticano a lasciarsi illuminare dalla grazia. Si è vista perciò la necessità di "Espiare" i propri peccati per ripristinare la pro­pria comunione con Dio. I riti di espiazione che incontriamo nei testi liturgici della Bibbia ne sono una testimonianza, mentre i salmi e i cantici penitenziali sono ancora oggi capaci di dare vo­ce al nostro grido verso Dio e alla nostra coscienza di essere sem­pre bisognosi del suo perdono. Cristo offertosi in sacrificio gradito a Dio, ci ottiene la purificazione completa e la salvezza definiti­va dal peccato e dalla morte. Cristo invitandoci alla sua sequela, ci ha indicato la strada da percorrere per vivere nella sua nuova ed eterna alleanza. È la strada del coinvolgimento totale, nell'a­more che si dona, nell'amore che si offre, nell'amore che soffre per collaborare all'opera redentrice del Signore, non ancora per­fettamente completa, anche se perfettamente compiuta.

 

Spiritualità della riparazione

Motivo della riparazione è, infatti, il peccato dell'uomo, so­prattutto come misconoscimento dell'amore di Dio verso ogni per­sona e verso il creato. Come chi ama gioisce o si rattrista, a seconda della condizione dell'amato, così avviene per chi ama ve­ramente Gesù: condivide i suoi sentimenti, comprende e patisce ciò che lo colpisce e, quindi, cerca di amarlo di più perché altri uomini lo amano poco o niente e ciò per portare vantaggio ai suoi fratelli. Ecco la sintonia come l'amore di Dio Padre, di Dio Figlio, di Dio Spirito Santo. Vivere la spiritualità riparatrice si­gnifica partecipare alla vita trinitaria in quanto ciò s'inscrive nel disegno del Padre e nella missione del Figlio e dello Spirito San­to. Perciò, ogni giorno, sia il credente, sia la consacrata, in forza del battesimo e della consacrazione sono chiamati a riparare ed a rendere un servizio sacerdotale, divenendo con Cristo, offerente ed offerta, per la gloria di Dio e il bene delle anime. Si fanno pro­prie le parole della preghiera eucaristica: «Accetta, anche noi, Pa­dre Santo, insieme con l'offerta del tuo Cristo, e nella partecipazione a questo convito eucaristico donaci il tuo Spiri­to». L'amore fa della vita un dono d'amore e di riparazione: Amor Sacerdos Immolat.

 

La spiritualità riparatrice come carisma specifico della vita religiosa

Come s'inserisce la riparazione dei peccati da parte dei con­sacrati/e all'interno della Chiesa? Qual è il valore e la valenza ecclesiale di questo carisma e quale la sua efficacia in ordine alla perfezione della vita cristiana?

La presenza nella Chiesa di persone che hanno una speciale, una peculiare consacrazione, che pubblicamente sono dedite al­l'apostolato, alla preghiera, alla penitenza ed alla riparazione ha una duplice funzione: a) contribuire all'instaurazione del Regno di Dio nel mondo e ad accogliere la Redenzione; b) richiamare tutti i cristiani al compito di riparare che è loro affidato nel Bat­tesimo.

 

La riparazione al S. Volto

Abbiamo accennato al contributo dato dal Venerabile Dupont, da S. Teresa di Gesù Bambino e da Madre Maria Pierina circa la devozione e la riparazione al S. Volto. Qui adesso voglio fer­marmi sul contributo specifico apportato dal P.I. Gregori. Egli ha interpretato creativamente soprattutto quanto aveva attinto dalla sua formazione silvestrina e da Sr. Maria Pierina, rileggen­dolo sapientemente alla luce della Sacra Scrittura e della tradi­zione benedettina silvestrina e rendendolo operativo, fondando anche la congregazione Benedettina delle Suore Riparatrici del S. Volto di Nostro S.G.C. Le sue lettere sono particolarmente efficaci nel descrivere e nell'interpretare la Riparazione al S. Volto alla luce dei racconti pasquali. Ne rintracciamo una bellissima sintesi nella lettera della Pasqua del 1973 indirizzata alle sue ca­rissime figliole: «La Pasqua è tutto un panegirico del S. Volto, dalle umiliazioni più profonde, allo splendore più divino dell'Al­leluia... vi auguro che il Signore vi benedica come benedisse le sante Pie Donne, Vi riempia del suo santo Amore. Il Santissimo suo volto sia il vostro ideale, e, santamente vi tormenti la brama di dargli amore e lode, questa è la perfetta riparazione».

 

3. La Congregazione delle Suore Benedettine

Riparatrici del S. Volto di N.S.G.C.

Questi brevi cenni storico-teologici ci portano a comprende­re l'originale devozione al S. Volto del Servo di Dio Don I. Gre­gori lasciata come dono alla sua Congregazione. Tale millenaria devozione ed adorazione al S. Volto radicata ed impressa nello spirito di riparazione egli la inculcò alle sue suore. È dalla origi­ne fusione Spiritualità della Riparazione - Spiritualità Benedet­tina - Culto di adorazione del S. Volto che il P.I. Gregori ha originato il suo carisma. Qual è il collegamento tra il culto al S. Volto e la spiritualità della riparazione nella vita della Congrega­zione Benedettina Riparatrice del S. Volto? Essa concretizza 1’"Ora et Labora" benedettino, nella devozione e nella riparazione al S. Volto di Gesù, quale viene presentato nella Sindone. La Congrega­zione nutre, alimenta, il suo essere benedettina con questa "anima interiore": Riparare, Consolare il Santo Volto di Gesù, Espiare per i peccati contro il S. Volto impresso in ogni persona.

La Riparazione è un elemento allora che caratterizza la par­ticolare vocazione d'ispirazione benedettina, specifica sia l'ora che il labbra, integrando fra loro la contemplazione e il servizio agli ultimi, bisognosi, malati, anziani.

Don I. Gregori fondando la Congregazione delle Suore Be­nedettine Riparatrici ha arricchito la Chiesa col suo carisma di contemplazione Adorazione del Santo Volto, da cui nasce la ri­parazione.

Egli, in occasione della Pasqua del 1956, in un'altra lettera alle sue carissime figliole, così ha specificato il termine Ripara­trici: «Il titolo che vi distingue è Riparatrici del S. Volto di N.S.G.C. è la storia della passione di Gesù che manifesta in mo­do tutto particolare l'amore di quel volto Benedetto. Fu visto gron­dante sangue, coronato di spine, coperto di sputi; i suoi occhi furono contusi, le sopracciglia spezzate, rotte le labbra. Comparve quel volto, in se stesso più bello del Paradiso, come il volto di un lebbroso. Dunque adoratrici del Santo Volto, Riparatrici delle sue piaghe nella contemplazione della preghiera (Ora), nel servi­zio dei più bisognosi (Labora). Dalla contemplazione, che per voi è soprattutto adorazione del Santo Volto, nasce il bisogno ripa­ratore che crea quella sintonia con Cristo Gesù che fa amare ciò che l'amato ama, desiderare ciò che Egli desidera e respingere ciò che gli reca dolore, offesa, sofferenza».

Consentitemi un richiamo più generale al valore universale della riparazione. Mi aiuta una poesia dal titolo: Cristiani e pa­gani, scritta in carcere dal teologo luterano Dietrich Bonhoeffer. Esprime la solidarietà nel dolore che è la forma tipica di amore che porta alla riparazione.

1. Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione, piangono per aiuto, chiedono felicità e pane, salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte.

2. Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione, lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane, lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte. I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.

3. Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione, sazia il corpo e l'anima del suo pane, muore in croce per i cristiani e pagani e a questi e a quelli perdona.

Tale e tanto è il valore teologico della riparazione. Per que­sto nessuno potrà mai dire che la riparazione, come atteggiamento spirituale cristiano, sia "passata di moda". Proprio per la sua ra­dicale risposta d'amore a Dio che in Cristo si è dato totalmente all'uomo per liberarlo dal male e dalla morte, la spiritualità della riparazione è quanto mai in sintonia con il nuovo "bisogno di spiritualità" degli uomini del nostro tempo.

Forse non saranno più comprensibili per lui alcune forme espressive di questa spiritualità, che sarà allora necessario rinno­vare e rimotivare biblicamente e teologicamente. Ma l'amore è eterno, è comprensibile agli uomini di tutti i tempi e luoghi: la spiritualità riparatrice non smette mai di essere attuale, così co­me i carismi della vita religiosa che, accanto a quello delle Suore Benedettine Riparatrici del Santo Volto di N.S.G.C., si fondano su questa spiritualità.

"Gesù", scriveva Biagio Pascal nei suoi Pensieri, "sarà in agonia fino alla fine del mondo: durante questo tempo, non bisogna dormire".

 

Conclusione

Spero che questo intervento possa tutti illuminare e farci ca­pire che cosa si richiede per una autentica venerazione e adora­zione dell'immagine del S. Volto.

La Congregazione Benedettina delle Suore Riparatrici del S. Volto è chiamata a rendere testimonianza del carisma del Servo di Dio Idelbrando Gregori ponendo al Centro di tutte le sue ope­re il Cristo, abbassandosi come il Cristo: "salvare e salvarsi". Non si tratta di impegno di piccolo momento, si tratta di unirsi a Cristo, per la riparazione dei peccati e la salvezza dell'uomo. È necessario vincere la tentazione dello sconforto di fronte alle proprie miserie ed al peccato del mondo. Le difficoltà non spen­gono la speranza, se quest'ultima si sostanzia di amore per il Santo Volto di Cristo.

Siamo dunque chiamati ad accostarci al Santo Volto con lim­pidezza di sguardo, profondità di pensiero e semplicità di cuore, per trovarvi quanto il buon Dio, per mezzo di questa immagine, ci ispirerà e per realizzarlo con tutte le nostre forze, per quanto povere siano, affinché "nella nostra debolezza risplenda la po­tenza di Dio" e mostriamo a tutti gli uomini, da veri figli di Dio, il Volto di Cristo.

D. Vincenzo Bertolone, M.S.P.

Officiale della Congregazione per gli Istituti

di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica

 

Pensieri teologici, storici ed estetici sul Volto di Cristo

Se Dio è diventato uomo, egli è rappresentabile con i mezzi dell'arte: questo è il dogma basilare del II Concilio di Nicea del 787. Questo che per gli Ortodossi costituisce la chiave di volta della loro fede cristiana, non è stato mai capito dai cristiani occi­dentali in tutte le sue conseguenze. La frase "Se Dio è diventato uomo" si compone di due elementi: Dio e l'uomo. In una manie­ra un po' semplificata si può dire che l'Occidente ha visto meglio tutte le conseguenze indicate con il secondo elemento mettendo l'accento sull'uomo. L'Oriente si è sempre domandato quali con­seguenze vengono fuori dal fatto che è stato Dio che è diventato uomo, e mette l'accento sul primo elemento, su Dio.

L'uomo occidentale pensa che Dio non ha lasciato la sua im­magine a noi e che gli artisti inventano queste immagini. Cosi si è espresso già S. Agostino (De Trinitate VIII, iv, 7).

Qualcuno avrebbe desiderato una tale immagine, ma purtrop­po nessun pittore ha fatto un ritratto di Gesù durante la sua vita terrena; questo è più o meno il pensiero degli odierni teologi evan­gelici e cattolici. Quando uno prende le mosse dal puro pensiero umano egli giunge solo fino alla costatazione scettica: "non sap­piamo se esiste ancora un'autentico ritratto di Cristo". Il cristia­no orientale pensa diversamente: Dio e tutti gli effetti dell'azione di Dio non possono essere confinati ad un solo territorio e ad un solo periodo storico. Se Dio è diventato uomo, la sua imma­gine deve essere riconoscibile e perciò fattibile in tutti i tempi della storia e in tutti i luoghi della terra. È solamente questione del "come", ma non del fatto come tale. L'artista cristiano è fonda­mentalmente in grado di donare il ritratto di Gesù che è Dio e uomo. Questa è la sfida più nobile per tutti gli artisti cristiani. Forse questi pensieri possono dare un aiuto per un rinnovamen­to dell'arte cristiana.

Prima di domandarci come si possa fabbricare una tale im­magine umana-divina con i mezzi dell'arte, dobbiamo chiarire an­cora un'altra questione che è collegata con il fondamentale equivoco degli iconoclasti di tutti i tempi: la immagine di Cristo è legata alla materia o no?

Sembra di sì, ma non è così. La riconoscibilità di un ritratto non è legata affatto a determinate linee, altrimenti non si potreb­bero riconoscere personaggi noti in qualsiasi loro caricatura. Non sono le stesse linee materiali che producono la riconoscibilità di un ritratto come ritratto di un determinato personaggio. Esse ma­nifestano solo la immagine individuale che esiste prima di esse. La immagine individuale di ogni uomo è una realtà spirituale che ha bisogno della materia per poter manifestarsi, della creta o dei colori sulla tavolozza, ma essa esiste insieme con ogni uomo, in­sieme con ogni cosa creata. Come ogni parola esiste come cosa puramente spirituale nell'interno dell'uomo quando essa non è ancora espressa vocalmente, ma solamente pensata, così la im­magine di qualsiasi cosa creata esiste come una cosa puramente spirituale nell'anima di ogni uomo, quella immagine interiore che fa sì che la cosa o la persona possa essere riconosciuta immedia­tamente nella natura o in una immagine sua materiale.

Parlando come teologi si deve dire che la riconoscibilità, cioè la immagine di Cristo, è collegata non con la sua natura umana e la sua natura divina, ma con la sua persona. Questa è la quin­tessenza della dottrina di Teodoro Studita contro tutti gli icono­clasti. Allora chi nega questa qualità a Cristo, cioè di avere una sua Immagine, nega non solo la incarnazione di Dio, ma, che è molto più grave, l'unicità di Dio. Questo vale particolarmente per tutti coloro che vogliono sì affermare la incarnazione di Dio, ma non la consequenza di questo fatto unico: Cristo ha detto: "chi ha visto me, ha visto il Padre" (Gv 14,9). Anche questa uni­cità della immagine è un fatto puramente spirituale. Si possono distruggere tutte le immagini materiali di Cristo, la sua immagi­ne, sempre ripetibile, e sempre di nuovo realizzabile nella mate­ria, rimane.

Una volta assicurato il carattere spirituale della immagine di Cristo, possiamo domandarci come si può realizzare una tale im­magine nell'arte. Ogni opera d'arte è espressione del più profon­do che vive nell'artista, è imitazione di un modello, o di uno nella natura, o di uno nell'arte, è finalmente trasformazione della ma­teria grezza.

Prendendo le mosse dalla espressione, si può costatare come lo ha fatto Chiara Lubich in una sua meditazione sulla Pietà di Michelangelo (Scritti spirituali 1, Roma 1978, p. 212 s.) che al­lo stesso modo in cui un artista sa trasfondere la immortalità della sua anima nella sua opera artistica, così vale il fatto che un'artista che vuole giungere a realizzare una immagine di Cristo non deve esprimere se stesso, ma Cristo, perciò non deve vivere se stesso, ma Cristo, come dice San Paolo: "non vivo più io, ma Cri­sto vive in me» (Gal 2,20). Solo un tale artista può sperare di realizzare una vera immagine di Cristo.

Quando si cerca il modello per la immagine di Cristo ne co­nosciamo nella storia fondamentalmente due, e ancora oggi so­no due gli oggetti ancora conservati che richiamano per sé di essere autentici ritratti di Cristo: la Sindone di Torino e il velo di Ma­noppello; l'ultimo è più conosciuto con il nome di Volto Santo di Manoppello. Si tratta delle immagini che nello stesso tempo sono reliquie di Gesù.

Attraverso racconti storici e attraverso le leggende abbiamo notizie di tali immagini sia nell'oriente, sia nell'occidente. A Edessa fu venerato il Mandilion finché esso fu trasportato nel 944 a Co­stantinopoli. Già prima, nel 574, fu trasportato da Camulia in Cappadocia un velo fine con il ritratto di Cristo nella capitale dell'Impero romano. A Roma si conosce sin dall'ottavo secolo un Volto Santo "non fatto con mani di uomo" nella Cappella Sanc­ta Sanctorum del Palazzo Lateranense e la "Veronica" sin dal do­dicesimo secolo circa nella Cappella di Giovanni VII presso la Basilica di San Pietro in Vaticano.

La "Veronica" a Roma non è in prima linea il nome di una Santa la quale conosciamo dalla leggenda come quella donna che ha avuto misericordia verso Gesù quando egli portava la sua croce sul Golgota e la quale avrebbe asciugato il suo volto con il suda­rio che lei aveva con sé, ma proprio una immagine misteriosa di Cristo su un velo. Quella Immagine fu mostrata ai pellegrini de­gli Anni Santi come ritratto autentico di Gesù che sarebbe risul­tato prodotto da un contatto diretto con il suo volto. "Veronica" non vuole dire altro che la combinazione della parola latina "ve­ra" con quella greca "icona", e significa "vera immagine".

Molti indizi ci inducono alla conclusione che questa "Vero­nica" è stata rubata in occasione della demolizione dell'anno 1608 della cappella dove essa fu conservata e che questa immagine fu trasportata a Manoppello nell'Abruzzo dove essa viene venerata ancora oggi. Il Mandilion di Edessa e di Costantinopoli non è nient'altro che la Sindone di Torino. Per questa identificazione abbiamo altrettanto molti indizi, in particolare il discorso di Gre­gorio il Referendario della Aghia Sofia che lui ha fatto in presen­za della immagine in occasione della traslazione del 944. In questo discorso che fu ritrovato dal grecista romano Gino Zaninotto nella Biblioteca Apostolica Vaticana, l'immagine sul lino viene descritta come non dipinta con colori ma con sudore e con sangue; questi mezzi straordinari avrebbero lasciato le loro tracce sul lino quando Gesù nel Getsemani ha sudato sangue, e inoltre la immagine sa­rebbe stata arricchita dal sangue del costato. Una tale descrizio­ne concorda solo con l'aspetto e la realtà della Sindone di Torino.

Il Mandilion e l'immagine di Camulia furono i modelli per l'immagine classica di Cristo nell'oriente, la "Veronica" quello per le immagini dell'occidente. Forse la "Veronica" non è nient'altro che non il velo di Camulia. Se questo si potrà accertare, abbia­mo ancora tutti e due i modelli della immagine autentica di Cri­sto, uno conservato a Torino, l'altro a Manoppello.

In ogni caso, anche l'aspetto del Volto Santo di Manoppello corrisponde con tutte le descrizioni della immagine di Camulia che conosciamo. Inoltre, si può fare combaciare il volto della Sin­done con quello di Manoppello nella misura 1:1 senza che le fat­tezze dell'uno disturbino quelle dell'altro. Questa dimostrazione fu fatta dalla Suora Blandina Paschalis Schlomer, OCSO.

Ma quando si sono realizzati questi modelli della immagine di Cristo con arte divina? Il luogo può essere stato solo la tomba di Gesù a Gerusalemme, il tempo e il periodo tra la deposizione della salma e i primi momenti della risurrezione. L'argomento per questa constatazione è che un ritratto contiene ed esprime solo tutta la vita nel momento della morte e che il ritratto di Gesù non è il ritratto d'un morto, ma di un vivo.

Abbiamo così accennato solo brevissimamente ad una tema­tica molto complessa, delicata e discussa; dobbiamo ancora trat­tare del terzo approccio all'opera dell'arte: arte è sempre anche trasformazione della materia grezza. Nel caso del Cristo presen­te come il Risorto questa trasformazione deve essere anche una iniziale trasfigurazione della materia, così che essa può diventa­re trasparente ed accogliente per l'immagine divina. A questo sco­po prima della trasfigurazione della materia, deve iniziare un processo di trasfigurazione nello stesso artista. Nella Chiesa orien­tale questa trasfigurazione almeno iniziale si realizza per la co­scienza di tutti i fedeli nella Sacra Liturgia. È vero, lo stesso vale anche per la Chiesa latina, ma i fedeli non hanno la stessa consa­pevolezza che con la liturgia inizia un processo di trasformazio­ne del proprio corpo individuale. Questa trasformazione eucaristica è la base per la consacrazione del mondo e di tutta la materia con cui gli uomini e le donne cristiani sono in contat­to. Tutto il mondo viene coinvolto dalla trasfigurazione eucari­stica. Allora anche la materia con cui tratta l'artista cristiano può essere trasformata, diciamo divinizzata, nel caso della creazione di una icona di Cristo talmente divinizzata da poter rispecchiare il suo ritratto inconfondibile.

L'ultimo aspetto da trattare è quello spirituale. Di nuovo è stata Chiara Lubich che ha dato una luce nuova per comprende­re i diversi carismi della Chiesa come un Vangelo dispiegato at­traverso i secoli dove ogni fondatore accentua o una determinata parola di Gesù o un suo dolore o una parte del suo corpo (cf. Cristo dispiegato nei secoli, Roma 1994 e particolarmente l'in­troduzione di Fabio Ciardi, OMI, p. 9s). Così il volto di Cristo è visto come un particolare, ma nello stesso tempo come un tale particolare in cui è contenuto tutto il Vangelo. Il volto esprime tutta la profondità dell'anima. Nel volto autentico di Cristo, Dio è totalmente espresso come in una sintesi: tutta la sua misericor­dia e tutta la sua giustizia. Il volto autentico di Cristo vuol dire che Dio si rivolge continuamente verso l'uomo. Quando noi en­triamo in un rapporto di dialogo con Dio tramite la preghiera non siamo come ciechi che debbono indovinare la figura del vol­to del loro interlocutore, ma ci sentiamo guardati quando guar­diamo su una icona del volto di Cristo, o su uno dei loro modelli, sul velo di Manoppello o sulla Sindone di Torino.

Concludendo vorrei lasciare ai lettori una regola che ho for­mulato insieme con una religiosa dopo un ritiro molto intenso sulla passione di Gesù: come la Santa Veronica della leggenda, la Madonna ha asciugato continuamente il volto di Gesù con il velo della sua anima durante il cammino verso il calvario. Perciò lascia imprimere il volto Gesù nella tua anima, nel tuo cuore, come se esso fosse di cera, e poi, quando ti incontri con le persone, guarda su questo volto che è impresso nella tua anima. Così non sarà il tuo volto a guardare la persona con la quale stai trattan­do, ma il volto di Gesù, e tu non darai alle persone te stesso, ma Gesù.

P. Heinrich Pfeiffer, S.J.

Professore di Storia dell'Arte Cristiana

presso la Pontificia Università Gregoriana

 

Il Volto di Gesù e l'umana sofferenza

"Il tuo volto, o Signore, io cerco" (Salmo 26,8)

Il Volto di Gesù

Gesú, il volto di Dio

A) Gesù come riflesso e sostanza di Dio: questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza... (Eb 1,3). È un riflesso della luce perenne, uno specchio senza mac­chia dell'attività di Dio e un'immagine della sua bontà (Sap 7,26). E prendendo l'inno cristiano, S. Paolo dirà: «Egli è immagi­ne di Dio invisibile, generato prima di ogni creatura...» (Col 1,15; cf. anche 2 Cor 4,4).

Così anche nella lettera ai Romani: «...Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere con­formi all'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli...» (Rom 8,29).

Nella sua lettera ai Filippesi, San Paolo riprende quest'argo­mento: «...pur essendo di natura divina, non considerò un teso­ro geloso, la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso... » (Fil 2,6s).

La riflessione di San Giovanni è importante per conoscere il vero significato di quest'immagine. Gesù è vero Dio e vero volto di Dio:

Sappiamo anche che il Figlio di Dio è venuto e chi ha dato l'intelligenza per conoscere il vero Dio. E noi siamo nel vero Dio e nel Figlio suo Gesù Cristo: egli è vero Dio e la vita eterna (1 Gv 5,20).

Nel prologo del suo Vangelo, San Giovanni definisce questa verità: «In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio...» (Gv 1,1s). «...E il Verbo si fece carne e venne abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come unigenito dal padre, pieno di grazia e verità» (Gv 1,14).

«Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18).

B) Vedere il volto di Dio in Gesù significa vedere e ascoltare Gesù come il volto di Dio e la parola di Dio

Vedere Gesù (perché Gesù e il suo Padre sono Uno: cf. Gv 10,37-38; 17,21a, ecc).

«Chi ha visto me ha visto il Padre» (Gv 14,9); «...chi vede me, vede colui che mi ha mandato» (Gv 12,45; cf. anche Gv 3,13; 6,57); «questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna.... (Gv 6,40)... Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre...».

Ascoltare Gesù: «Infatti colui che Dio ha mandato proferisce le parole di Dio...» (Gv 3,34); «La mia dottrina non è mia, ma di colui che mi ha mandato. Chi vuol fare la sua volontà, cono­scerà se questa dottrina viene da Dio, o se io parlo da me stesso. Chi parla da se stesso, cerca la propria gloria; ma chi cerca la gloria di colui che l'ha mandato è veritiero» (Gv 7,16-18).

 

La bellezza del volto di Gesù

I testi biblici che abbiamo citato, riflettono questa bellezza del volto di Dio, del volto di Gesù. Cristo è "immagine del Dio invisi­bile" (Col 1,15). «Il Figlio di Dio ha assunto la natura umana della Vergine Maria e perciò come uomo è rappresentabile. ...Un ritrat­to è una riproduzione della persona rappresentata e deve risultare il più possibile simile ad essa: deve tramandare il vero volto... Il ritratto che l'artista produce, deve rassomigliare al Figlio di Dio fat­tosi carne, essendo Egli perfetta espressione del Padre ...».

È difficile trovare negli Evangelisti una descrizione fisica di Gesù. Se ricorriamo al campo letterario, troviamo, da una par­te, la non bellezza (cf. i cantici del Servo di Yavé) e dall'altra il canto messianico che esclama: «Tu sei il più bello tra i figli del­l'uomo...» (Salmo 45,3).

Alcuni Padri della Chiesa sono a favore di questa bellezza fi­sica di Gesù, la idealizzano, la descrivono. Vediamone alcuni esempi:

«Mirabile è la tua bellezza, soave è il tuo profumo, miele è la tua bocca, o Bambino divino!» (Efrem Siro).

«Difatti il Cristo era nel fiore dell'età, nel vigore dello spiri­to, e in lui splendeva una duplice bellezza, sia dell'anima che del corpo» (Giovanni Crisostomo).

«Il corpo dell'Uomo-Dio è di tre braccia, un poco incurvato e mostra l'abitudine alla dolcezza; ha belle sopracciglia e queste congiunte, begli occhi, bel naso, carnagione color del grano; la testa con capelli ricciuti e un po' biondi; la barba invece è nera e le dita delle pure mani sono proporzionalmente lunghe; e i suoi modi sono semplici, secondo il carattere di colei che lo ha gene­rato, da cui trasse viva e perfetta l'umanità» (Dionisio da Furnà).

«Le icone del Signore, dipinge secondo la tradizione dell'ico­nografia orientale ortodossa, presentano l'aspetto del Signore come lo propongono quelle antiche descrizioni dei Padri. Nelle sue sante icone il Signore è sempre raffigurato "leggermente chino, mostran­do l'immagine dell'umiltà", vale a dire leggermente curvo, con le spalle leggermente sollevate. Il suo volto è colore del grano, un po' allungato, "non essendo di forma rotonda", con occhi vi­vidissimi, sopracciglia un po' congiunte, con capelli lunghi e leg­germente ondulati, "capigliatura leggermente crespa", il mento coperto di barba color castano, ma non troppo lunga, "i peli del­la barba non troppo cadenti", naso lungo. Questo è, in breve, l'esatto ritratto del Signore, come risulta dalle sue icone dipinge dai pii agiografi dell'Ortodossia» (Foti Kontoglou).

 

I sostenitori della non-bellezza del volto di Gesù

«I partigiani della bruttezza di Gesù sono, in genere, più an­tichi, e si riferiscono al citato passo di Isaia. Per San Giustino martire, Gesù era deforme; per Clemente Alessandrino, era brutto in viso; secondo Tertulliano, era privo di beltà, e il suo corpo non aveva avvenenza: "nec humanae honestatis corpus fuit". Origene, che riporta l'obiezione del pagano Celso secondo cui Gesù era piccolo, sgraziato e senza avvenenza, non sembra dis­sentire molto, su questo punto, dal suo avversario; ad ogni mo­do, egli porta anche la curiosa opinione di certi cristiani, secondo cui Gesù - alternativamente - appariva brutto agli empi e bel­lo ai giusti, e confessa che tale opinione non gli sembra incre­dibile».

«Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi», dirà il libro di Isaia (53,2).

Importante ricordare alcuni immagini del Deutero-Isaia che si trovano nei racconti della passione di Gesù: «Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi» (Is 49,6; Mt 26,67,27,30s); «...tanto era sfigurato per essere d'uo­mo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli del­l'uomo...» (Is 52,14; Mt 27,29-31; Gv 19,5); «Maltrattato, si lasciò umiliare e non apri la sua bocca; come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca...» (Is 53, 7; Mt 26,63; 1 Pt 2,23).

Tutte queste sfigurazioni mostrano tutta l'umanità ad imma­gine e somiglianza di Dio: «...egli si è caricato delle nostre soffe­renze, si è addossato i nostri dolori... Egli è stato trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità. Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui, per le sue piaghe noi siamo guariti... il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti... » (Is 53,4-5; Mt 8,17; Rom 4,25; 2 Cor 5,21; Gal 3,13; Eb 2,10; 1 Pt 2,24, ecc.).

 

L'umana sofferenza

La Bibbia è piena di riferimenti alla sofferenza degli uomini e alla risposta salvifica di Dio: ricordiamo l'oppressione, l'esilio, la violenza, l'Egitto, Babilonia, il deserto. E dentro questa storia la misericordia e il perdono di Dio: "Ho osservato la miseria del mio popolo..." (E s 3,7-10); ricordiamo i cantici del Servo di Ya­ve che abbiamo già citato; cantici pieni di idee sulla sofferenza e sull'abbandono, ma al contempo pieni di speranza e di salvez­za. Un "capolavoro" di purificazione, di trasformazione e di sof­ferenza che serve per qualcosa. "Il mio servo avrà successo, sarà esaltato...".

«Nel V. T. quindi siamo un "popolo senza patria" in un mondo secolare, sempre sulla via dell'esodo, pungolati dalle esigenze delle nostre speranze, mentre eleviamo sospiri e lamenti di dolore. Ma siamo anche "un popolo insediato in terra", che si tiene alla pre­senza del Signore e intravede una visione che diventa così inva­dente che le voci della preghiera sono infine messe a tacere nell'estasi contemplativa. Siamo infine un popolo di peccatori, che tradiamo il nostro sostare alla presenza del Signore, permet­tendo alla nostra preghiera contemplativa di essere sedotta da un pigro benessere e da una fredda indifferenza nei confronti dei nuovi gemiti degli oppressi. Questa degenerazione avviene quando non sentiamo più le nuove voci secolari di sofferenza dei nostri fra­telli e sorelle in esilio. Allora il mondo secolare reclama ciò che è suo e riduce tutti noi ad una nuova schiavitù. In queste tenebre Dio è un Servo sofferente insieme con noi e a causa nostra, e ci troviamo di nuovo sprofondati in una vera contemplazione. Egli sceglie un servo in mezzo a noi, perché parli con la voce della sofferenza. Quando vediamo caricati su questo servo i nostri pro­pri peccati, siamo di nuovo uniti a quel beato e puro di cuore che è "il mio eletto, delizia del mio cuore" (Is 42,1)»4.

 

Il volto e l'immagine di Dio sono nei volti dei sofferenti

L'uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio (Gen. 1,26). Il ruolo del Messia sarà di riportare l'uomo all'originale immagine di Dio. E tutta l'evangelizzazione di Gesù si svolge at­traverso i poveri, gli ammalati, gli emarginati, i peccatori. Nella sinagoga di Nazareth Gesù griderà: «Oggi si è adempiuta questa scrittura per voi che mi ascoltate» (Lc. 4,14-21).

Egli è il Buon Samaritano (Lc 10,25-37). La sua continua pre­senza nel mondo è in modo particolare nei più bisognosi: negli affamati, nei pellegrini, negli ammalati, nei carcerati... (Mt 25,31-46). La preferenza di Gesù è per loro, e così porta l'uomo all'originale immagine e somiglianza di Dio. Lo dirà l'apostolo Giovanni: «Se uno dicesse: Io amo Dio, e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1 Gv 4,20).

 

In chi soffre oggi Cristo? In chi muore?

A quel tempo, Caifa disse. «Conviene che muoia un solo uo­mo per il popolo». Oggi, i dominatori dicono: «Conviene che po­poli interi muoiano per noi». «La santa agonia di Gesù è ognuna delle nostre agonie» (Bernanos). Ci sono persone senza speranza a causa della malattia, della vita, della crudeltà e dell'ingiustizia degli uomini.

Ogni sistema di sfruttamento provoca agonie premature ed ingiuste. Di fronte all'agonia di Gesù che fu liberatrice per tutti noi, oggi patiamo agonie che sono schiavizzanti per quasi tutti e fruttuose per qualcuno. Le cifre che seguono - che io chiamo le "cifre della vergogna" - parlano da sole: al mondo si contano: 10 milioni di epilettici; 15 milioni di lebbrosi; 32 milioni di sor­domuti; 50 milioni di paralitici; il 12% della popolazione soffre di una qualche turba mentale; Aggiungiamo: l'AIDS, la tossico­dipendenza, l'alcolismo, gli anziani, la disoccupazione... 1 su 3 muore prima di aver compiuto 5 anni; 40.000 muoiono ogni gior­no di denutrizione; 700.000.000 moriranno prima dei 60 anni; 5.000.000 muoiono ogni anno per malattie infettive; 450.000.000 soffrono di malnutrizione; 720.000.000 non dispongono di ac­qua potabile; 517.000.000 sono privi di alloggi adeguati; 604.000.000 non dispongono di cure mediche efficaci; 600.000.000 sono in età scolare, e non hanno scuole; 170.000.000 soffrono di gravi handicaps; 170.000.000 hanno bisogno di una educazione speciale o di servizi di riabilitazione; 695.000.000 vivono in paesi il cui reddito medio pro capite è in­feriore a centomila lire l'anno; 68.000.000 sono nomadi e seminomadi; 200.000.000 vivono in insediamenti precari, fatiscenti o abusivi; 3.500.000 sono profughi. (Fonte: "L'Etat du monde 1991").

Il Nord contro il Sud sembra una contrapposizione insolubi­le. Il 75% della popolazione abita nell'emisfero meridionale, con­tro 1/4 - un 25% - che abita nell'emisfero settentrionale. Dati ufficiali ci dicono: il Nord ha una ricchezza di sei volte superiore a quella del Sud. Il Nord consuma il 75% delle risorse della terra e detiene l'80% del commercio, il 93% dell'industria e la mag­gior parte della ricerca.

Ieri Gesù fu ucciso da alcuni uomini: Anania, Caifa, Giuda, Pilato, Erode, il popolo giudeo. Oggi si continua ad uccidere Gesù negli uomini del nostro tempo, in ogni morte artificiale, violenta ed ingiusta da parte dei Giuda e dei Pilato che vivono tra di noi. La storia di Gesù si ripete oggi negli uomini, per opera degli Erode e dei Pilato, dei Caifa del nostro tempo. Il tragico di tutto ciò è che c'è chi si comporta da turista nei confronti della soffe­renza degli altri: curiosi di fronte alla ripetizione della passione; impassibili lungo i marciapiedi, mentre scorrono altre processio­ni camuffate da quelle di sempre.

Gesù patì sotto il potere di Ponzio Pilato: se fosse rimasto a casa...; se non fosse uscito nella vita pubblica...; se avesse osse­quiato i potenti, non sarebbe entrato in conflitto con loro.

«Cosa significa il ricordo di Dio crocifisso in una società uf­ficialmente ottimista che cammina sopra molti cadaveri?». I po­tenti gli tolsero ogni potere e, da allora, si è trasformato in segno di speranza e di salvezza per tutti gli uomini. Oggi Cristo soffre e muore. Muore: in ogni dolore umano; in ogni contraddizione e falsità; in ogni abbandono, ribellione e tradimento; in ogni in­giustizia.

La croce non è un semplice pezzo di legno; è l'odio, la violen­za; è l'odio, la violenza; è tutto ciò che limita la vita, tutto quel che fa soffrire.

Cristo muore e la sua morte, soprattutto, è occasione di trion­fo, di vita.

 

Che fare?

Perciò, di fronte a tutto questo panorama, ci chiediamo: che fare? È la domanda che si pone il Papa, dopo aver descritto la situazione dell'uomo nel mondo: "che fare?".

Lasciare le cose come stanno, rassegnandoci all'impotenza? «...Tutti noi possiamo fare qualcosa per loro, ognuno può portare loro il suo contributo. Ciò richiede sicuramente delle ri­nunce che presuppongono una profonda conversione interiore. Bisogna senza dubbio rivedere i nostri comportamenti di consu­matori, combattere l'edonismo, opporci all'indifferenza e all'e­ludere la responsabilità ».

Si tratta di un gesto di solidarietà, personale e comunitaria; anche il Santo Padre lo ha ricordato nel discorso alle Nazioni Unite: «Quando milioni di persone soffrono la povertà che significa fame, malnutrizione, malattia, analfabetismo e degrado - dob­biamo non solo ricordare a noi stessi che nessuno ha il diritto di sfruttare l'altro per il proprio tornaconto, ma anche e soprat­tutto riaffermare il nostro impegno a quella solidarietà che con­sente ad altri di vivere, nelle concrete circostanze economiche e politiche, quella creatività che è una caratteristica distintiva del­la persona umana e che rende possibile la ricchezza delle nazioni ». Possiamo liberarci di tanta sofferenza?

Non viviamo in un mondo ideale, bensì reale e concreto, in cui esiste la sofferenza e questa esiste per qualcosa.

L'uomo deve sapere perché soffre, perché muore e che senso ha tutto questo. Bisogna liberare il dolore e la morte dal senso assurdo e intrascendente; bisogna liberare l'uomo dall'alienazio­ne che produce il soffrire e il morire senza orizzonti; bisogna che l'uomo dia un senso alla sofferenza e che sappia morire in pie­nezza di vita e cioè; bisogna dare vita alla sofferenza e alla morte.

È il cammino fatto da Gesù. Egli accettò il dolore, visse il suo significato di liberazione e di salvezza. Si diede totalmente, fino alla morte e morte in croce. Ma è Cristo risorto, il Cristo

della speranza, il Cristo della Vita. La morte è stata vinta dalla Vita.

Da questo momento in poi, la sofferenza umana ha un sen­so, si converte in salvezza (Gv 12,24): «In verità, in verità vi di­co: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».

La sofferenza è un momento chiave, momento adeguato, un kàiros: per il malato che ferma la vita e comincia a pensare, a valutare, a rivedere, a vivere, a vedere quale sia il senso della vi­ta, proprio nel momento della malattia.

È anche il tempo, il kairòs di Dio. Dio ha i suoi momenti, disegni, mezzi. Dio passa sempre per la vita dell'uomo, ma certe volte siamo distratti; nel periodo della malattia invece possiamo ascoltarlo senza tanti rumori. L'esperienza ci insegna come nella malattia tante persone hanno incontrato Dio, il Dio che passa, il Dio che ci salva.

Sant'Ignazio, S. Giovanni di Dio, San Camillo cambiarono vita nella sofferenza o accanto ai sofferenti.

Perché la sofferenza? A che serve? Può la sofferenza essere una chiamata, una vocazione? «La sofferenza è presente nel mon­do per sprigionare l'amore, per far nascere opere d'amore verso il prossimo, per trasformare tutta la civiltà umana nella civiltà dell'amore». (Salvificis doloris, n. 30).

In questo amore si realizza pienamente il significato salvifico della sofferenza e l'amore raggiunge la sua dimensione definitiva. La sofferenza umana è una chiamata all'amore. "È una vocazio­ne" (Ibidem, n. 26). Una chiamata misteriosa ad amare di più, a partecipare dell'infinito amore di Dio per l'umanità. Vediamo, pertanto, come il grande significato e la dignità della sofferenza siano uniti all'attenzione e alla cura per quanti soffro­no. È qui tutto l'esempio della parabola del Buon Samaritano (Lc 10,25-37) che appartiene al vangelo della sofferenza e ci indica quale debba essere il rapporto di ognuno di noi verso il prossimo sofferente (Ibidem, n. 28). Esempio di cui si è reso protagonista nella storia della Chiesa un esercito di santi e di sante della cari­tà, e continuato da numerose istituzioni religiose che, in virtù del loro carisma specifico, si dedicano al servizio degli infermi. Vorrei finire questa mia riflessione con due brevi pensieri del Papa Giovanni Paolo Il, tratti dal Messaggio per la IV Giornata Mondiale del Malato (11 febbraio 1996). Dice il Papa: «...Infat­ti «come Cristo... è stato inviato dal padre "a dare la buona no­vella ai poveri, a guarire quelli che hanno il cuore contrito" (cfr Lc 4,18), "a cercare e salvare ciò che era perduto" (cfr Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda di affettuosa cura quanti sono af­flitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sof­ferenti l'immagine del suo fondatore povero e sofferente» (Lumen gentium, 8)» (Messaggio, n. 1).

«Nell'adempimento del suo compito missionario la Chiesa, sorretta e confortata dall'intercessione di Maria Santissima, ha scritto pagine significative di sollecitudine per gli infermi e i sof­ferenti in America Latina. Anche oggi la pastorale sanitaria con­tinua ad occupare un posto rilevante nell'azione apostolica della Chiesa: essa ha la responsabilità di numerosi luoghi di soccorso e di cura ed opera tra i più poveri con apprezzata premura nel campo sanitario grazie al generoso impegno di tanti fratelli nel­l'episcopato, di sacerdoti, religiosi, religiose e di molti fedeli lai­ci, che hanno sviluppato una spiccata sensibilità nei confronti di quanti si trovano nel dolore... Chiedo al Signore di voler suscitare in numero ancor mag­giore persone generose, che sappiano donare a chi soffre il con­forto non soltanto dell'assistenza fisica, ma anche del sostegno spirituale aprendogli dinanzi le consolanti prospettive della fe­de». (Messaggio n. 4).

P. José Luis Redrado, O.H.

Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale

per gli Operatori Sanitari

 

Il Volto di Gesù e il Volto di Maria

«Volendo Dio misericordiosissimo e sapientissimo compiere la redenzione del mondo, "quando venne la pienezza dei tempi, mandò il suo Figliolo, fatto da donna... affinché ricevessimo l'a­dozione in figlioli" (Gal 4,4-5). «Egli per noi uomini e per la no­stra salvezza è disceso dal cielo e si incarnò per opera dello Spirito Santo da Maria Vergine"».

Così inizia il capitolo VIII della Costituzione dogmatica sul­la Chiesa - la Lumen Gentium - promulgata dal Concilio Va­ticano II, per introdurre la trattazione su "La Beata Maria Vergine Madre di Dio nel Mistero di Cristo e della Chiesa":

Dio compie il mistero della Redenzione nella storia concreta e reale dell'Uomo, sì che l'Apostolo Paolo può affermare: "Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio, né offerta, un corpo invece mi hai preparato... Ecco, io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà" (Eb 10,5-79. Senza voler intaccare minimamente il primato della materni­tà spirituale della B.V. Maria, per la fede e la piena sottomissio­ne a Dio - "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,32) - riteniamo che non sia da tra­scurare la maternità fisica in ordine al tema da trattare: "Il Volto di Gesù e il Volto di Maria". Confortati in questo, anche dalle parole del Servo di Dio l'Abate Ildebrando Gregori: "...a Lei, Me­diatrice delle divine grazie; a Lei, la Madre umana e divina del Volto Santissimo di Gesù, tutta la nostra riconoscenza"'.

 

La maternità fisica

Con Giovanni Paolo II possiamo affermare che "grazie a questa maternità, Gesù - Figlio dell'Altissimo (cf Lc 1,32) - è un vero figlio dell'uomo. È carne «carne», come ogni uomo: è «il Verbo (che) si fece carne» (cf Gv 1,14). È carne e sangue di Maria!. Una affermazione forte che il S. Padre fa poggiando sull'autorità di S. Agostino. "Cristo è verità, Cristo è carne: Cristo verità nel­la mente di Maria, Cristo carne nel grembo di Maria".

Il Santo Volto del Signore, Icona della Redenzione - annuncio che "la sofferenza (è stata) vinta dall'amore" - è di un Uomo­-Dio che ha avuto una Madre che Gli ha dato "carne e sangue", e con questi gli ha trasmesso tutti i caratteri ereditari.

Già gli antichi Santi Padri e gli Scrittori Ecclesiastici si pone­vano il quesito, e lo risolvevano positivamente. Sant'Efrem Siro (n. 306, + 373) scrive nell'Inno sulla Natività di Nostro Signo­re. "O Dio che tutto riempi, il seno di Maria ti ha portato, il pre­sepe ti ha circoscritto... Tu sei simile al Tuo Padre, tu somigli a tua madre: a chi somigli dunque, dato che Dio non ha figura? Senza colore somigli al Padre per potenza e per essenza, per na­tura e per potestà. Somigli a Maria che ti ha partorito, poiché per mezzo di Lei fosti in figura umana. Ecco somigli al tuo Pa­dre, somigli alla Madre tua, somigli pure a Te stesso. O tu che hai assunto la forma del servo, gloria a te!".

A differenza dell'AT che descrive l'aspetto fisico di alcuni per­sonaggi, come la bellezza di Davide (1 Re 16,12), di Noemi (Rt 1,20), Susanna (Dn 13,2), Giuditta (Gdt 16,11), Ester (Est 2,15), il NT non ha una parola sull'aspetto fisico di Gesù e di sua Ma­dre. Dinanzi al silenzio biblico, anche Sant'Agostino ne prende atto: "Non conosciamo infatti il volto della Vergine Maria, illi­bata e intatta anche nel parto da ogni contatto d'uomo, dalla quale Egli è nato in modo meraviglioso... Se il volto di Maria sia stato come ce lo immaginiamo quando parliamo di queste cose o quan­do le ricordiamo, né lo sappiamo, né lo crediamo. Perciò è lecito dire, senza mettere a repentaglio la fede: forse aveva un volto così, forse non lo aveva Così ...

A colmare il vuoto biblico molti i Padri che si sono dedicati alla descrizione di Maria, ritenendola una qualità dovutale per convenienza, perché "...in lei dimora tutto il tesoro della grazia e in tutte le generazioni Lei sola fu ritenuta degna di generare Dio. Lei sola porta dentro di sé Colui che regge tutte le cose con la sua parola"'.

Anche Sant'Agostino si lascia andare e canta alla bellezza del Figlio, coinvolgendo la Madre: "...Ma perché anche sulla croce aveva bellezza? Perché la follia di Dio è più sapiente degli uomi­ni; e la debolezza di Dio è più forte degli uomini (cf 1 Cor 1,23-25). A noi dunque che crediamo, lo Sposo si presenta sem­pre bello. Bello è Dio, Verbo presso Dio; bello nel seno della Ver­gine, dove non perdette la divinità e assunse l'umanità; bello il Verbo nato fanciullo, perché mentre era fanciullo, mentre suc­chiava il latte, mentre era portato in braccio, i cieli hanno parla­to, gli angeli hanno cantato lodi..."'.

La Sacra Scrittura non ci dice nulla. La mano dell'uomo for­se? Si parla di un ritratto - o più - eseguiti da San Luca. È Teo­doro il Lettore (inizio sec. VI) che ne scrive: "Teodoro riferisce (... ) che Eudossia mandò a Pulcheria da Gerusalemme l'icona della Madre di Dio, che l'Apostolo Luca dipinse".

L'Autore scrive la sua Opera traendo notizie dalle storie ec­clesiastiche di Socrate ( + dopo il 450), di Sozomeno ( + dopo il 450), e di Teodoreto (n. 393, + 466) per l'epoca che va da Costantino fino al regno di Teodosio III°.

La liturgia Bizantina nei testi dell'ufficiatura della festa del Santo, il 18 ottobre, "precisa anche che S. Luca è autore di ben tre ritratti". Quale affidabilità - circa i reali tratti somatici di Maria di Nazareth - possono garantire il numero imprecisato "di icone che vantano onore di originali di S. Luca ?.

Con lo scorrere dei secoli, allontanandosi da quel momento storico che vide l'inizio della «pienezza dei tempi» e la «Donna» che accolse il Figlio di Dio nella sua storia, il Popolo cristiano ha sempre bramato rendere visibile le fattezze fisiche del Volto della Beata Vergine Maria. Al pennello e ai colori dei pittori, si aggiunsero anche gli scritti di alcuni Padri della Chiesa. Fanta­siosi e pregni di poesia, sono comunque testimonianza di un amore sconfinato per la Madre di Gesù e della Chiesa, che viene vista simile al Figlio, l'Uomo-Dio.

A mo' di esempio citiamo Andrea di Creta (n. 660 cr., + 740), venerato Santo dalla Chiesa Bizantina, che nei suoi scritti ripor­ta "...che il giudeo Giuseppe (Flavio) racconta che il Signore era stato visto nella stessa maniera: con sopracciglia congiunte, oc­chi belli, viso lungo, alquanto curvo, di buona statura... simil­mente (descrive) anche l'aspetto della Madre di Dio, come oggi si vede (dall'immagine) che taluni chiamano «la Romana»".

Più esplicito, Epifanio Monaco (sec. IX) pone in evidenza la somiglianza tra Madre e Figlio in questi termini:

La Madre capelli biondi occhi color nocciola dorato naso profilato tutta grazia e bellezza carnagione color grano mani, dita e faccia allungata

Il Figlio capelli biondi lunghi occhi color nocciola dorato naso profilato sguardo dolce barba bionda alto sei piedi Non hanno alcun fondamento queste "pennellate", certamente. Però sono testimonianza che nella Tradizione del popolo cristia­no si è ben radicata la convinzione della naturale somiglianza tra Madre e Figlio, conseguente alla generazione biologica. Abbia­mo già visto come Sant'Efrem Siro elevava la sua lode e preghie­ra. Cinquecento anni dopo, Teodoro Studita (n. 759, + 826) scriveva: "Quale è colei che partorisce, tale deve essere colui che da Lei è generato... in quanto è stato generato da una madre cir­coscritta, occorre che abbia un'immagine corrispondente all'espres­sione dell'immagine materna. Altrimenti non sarebbe nato da una madre circoscritta, ma avrebbe una sola generazione, vale a dire quella del Padre suo. Ma questo sconvolgerebbe il mistero dell'Incarnazione".

C'è da chiedersi: è solo pio ed emotivo desiderio questo? L'af­fermazione di Luca che "...tornò a Nazareth e stava loro sotto­messo... e Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini" (2,51), non rafforza ed evidenzia che nella trasmis­sione della vita dalla Madre al Figlio, è passato quanto noi in­tendiamo con "caratteri ereditari", stabilendo così una naturale identità nei tratti somatici?. Certamente questo non è di capi­tale importanza, ma è bello poter pensare che il Volto di Maria, anche fisicamente, abbia le linee somatiche del Volto di Gesù!

 

La maternità spirituale

"Ma non basta ammirare la bellezza della Madre di Dio; bi­sogna ammirare anche le virtù della sua anima. Per questo l'an­gelo la salutò per primo: «Rallegrati, o piena di grazia; il Signore è con te». La santa Vergine infatti, avendo dischiuso la sua ani­ma per ospitare Dio, divenne la dimora dei doni dell'ospitalità e dei divini misteri".

Così i Padri della Chiesa esortano la Comunità Ecclesiale nel giorno dell'Annunciazione. È infatti dall’Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto" (Lc 1,38), che Maria "...diventò madre di Gesù, e abbracciando, con tutto l'a­nimo e senza peso alcuno di peccato, la volontà salvifica di Dio, consacrò totalmente se stessa quale Ancella del Signore alla per­sona e all'opera del Figlio, servendo al mistero della redenzione sotto di Lui e con Lui, con la grazia di Dio onnipotente", procla­ma il Vaticano II (LG, 56).

È in questo passo che troviamo gli elementi che ci orientano a contemplare il Volto di Maria quale icona del Mistero della redenzione, per opera dello Spirito Santo.

Ecco, la presenza attiva e creativa dello Spirito Santo in Ma­ria, è la rivelazione del crescere continuo del suo cammino di fe­de, che dal giorno del "fiat" di Nazareth, La porterà all'altro, pieno e senza alcuna riserva o domanda, sotto la Croce sul Golgotha. È nel Magistero della Chiesa che troviamo conforto. Nell'epilogo della Mystici Corporis, Pio XII scriveva che "...la Vergine Madre di Dio, la cui anima santissima fu ripiena di Spi­rito di Gesù Cristo più che tutte le altre anime insieme: Ella, che «in rappresentanza di tutta l'umana natura» diede il consenso af­finché avesse luogo «una specie di sposalizio spirituale tra il Fi­glio di Dio e l'umana natura» (S. Th. 3, q. 80, a.1). Fu lei che con patto ammirabile dette alla luce la fonte di ogni vita celeste, Cristo Signore...".

E ancora, Paolo VI, riferendosi ai Padri e agli Scrittori Eccle­siastici, asserisce di loro che "...allo Spirito Santo attribuirono la fede, la speranza e la carità che animavano il cuore della Ver­gine, la forza che la sorreggeva nella sua «compassione» ai piedi della Croce; segnalarono nel canto profetico di Maria (cf Lc 1,46-55) un particolare influsso di quello Spirito che aveva par­lato per bocca dei profeti".

Come "l'icona è la visione delle cose che non si vedono il ponte tra il visibile e l'invisibile, così Maria é la rivelazione del­l'Amore misericordioso del Padre per la sua creatura, e l'adesio­ne totale di questa al mistero pasquale del Figlio, nell'abbandono completo nella fede sotto l'azione dello Spirito.

La presenza dello Spirito Santo conduce, dunque, Maria nel suo cammino di fede. Ne rivelano il progredire le parole di Luca quando narra della sosta di Gesù, a dodici anni, tra i Dottori nel Tempio a Gerusalemme: "Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre Mio? Ma essi non com­presero le sue parole... (ma) sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore..." (3,49-51).

Ecco, sua Madre ancora non comprendeva il Mistero nasco­sto di suo Figlio, ma nel suo cuore «serbava» e andava meditan­do. E già erano trascorsi dodici anni dall'Annuncio dell'Angelo.

Con Giovanni Paolo II vediamo, allora, che "non è difficile (...) notare in questo inizio una particolare fatica del cuore, uni­ta a una sorte di «notte del cuore» - per usare le parole di San Giovanni della Croce - quasi un «velo» attraverso il quale biso­gna accostarsi all'Invisibile e vivere nell'intimità col mistero. È infatti in questo modo che Maria per molti anni, rimase nell'inti­mità col mistero del suo Figlio e avanzava nel suo itinerario di fede, man mano che Gesù «cresceva in sapienza... e grazia da­vanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,52). Sempre di più manifestava agli occhi degli uomini la predilezione che Dio aveva per lui. La prima tra queste creature umane ammesse alla scoperta di Cristo era Maria, che con Giuseppe viveva nella stessa casa a Nazareth".

San Paolo ai Romani scrive che Dio "...quelli che egli da sem­pre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi al­l'immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli..." (8,29). E Maria, che custodiva «nel suo cuore» le Pa­role del Figlio, le ha investigate e gradatamente le ha scoperte con l'aiuto dello Spirito. Sì che Sant'Agostino può affermare che "...di nessun valore sarebbe stata per lei la stessa divina maternità, se non avesse portato il Cristo più felicemente nel cuore che nella carne.

Gesù stesso dà testimonianza di questo cammino di fede quan­do lo avvertono che fuori c'è la Madre con i suoi parenti (Mt 12, 46-47), e quando una donna lodò colei che lo aveva generato (Lc 11,27). L'accento che Gesù pone sul primato del vincolo che na­sce dal "fare la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Mt 12,50), e della generazione che viene da "coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano" (Lc 11,28), implicitamente e di conseguenza esalta la Madre che disponendo di se stessa quale «serva del Si­gnore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,28), è stata ri­conosciuta e proclamata da "Elisabetta (...) piena di Spirito Santo... (la) beata (...) che ha creduto nell'adempimento delle pa­role del Signore" (Lc 1,41-45).

Il Concilio Vaticano II afferma: "Così anche la beata Vergi­ne avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione col Figlio sino alla Croce, dove, non senza un dise­gno divino, se ne stette (cf Gv 19,25) soffrendo profondamente col suo Unigenito e associandosi con animo materno al sacrifi­cio di Lui, amorosamente e consenziente all'immolazione della vittima da lei generata...".

È in questo momento culminante della Redenzione, pochi istanti prima di morire per dare compimento alla volontà del Pa­dre (cf Mt 26,39; Eb 10,5; Fil 2,8), per essere - come S. Paolo dice - l'unico "mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, il quale ha dato se stesso in riscatto per tutti" (1 Tim 2,5-6), che il Figlio riconosce nella Madre il completamento del cammi­no di fede. Ora presenta all'umanità di ogni tempo, sua Madre Maria quale "compagna generosa, del tutto eccezionale e umile ancella del Signore... (che ha cooperato) alla (sua) opera (di) Sal­vatore, con l'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. È Giovanni il testimone vero (21,24-25) che in modo plastico ci narra lo sto­rico momento: "Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala. Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo. «Ecco la tua madre!». E da quel momento il disce­polo la prese nella sua casa". (Gv 19,25-27)

È l'investitura di Maria "Madre della Chiesa", come l'ha pro­clamata Paolo VI.

È la "madre nell'ordine della grazia", come l'addita il Vati­cano II. E prima ancora, Pio XII l'aveva salutata, dicendo: "Co­lei che quanto al corpo era la Madre del nostro Capo, potè divenire, quanto allo spirito, madre di tutte le sue membra, con nuovo titolo di dolore e di gloria. Ella fu che, con le sue effica­cissime preghiere impetrò che lo Spirito del divin Redentore, già dato sulla croce, venisse infuso nel giorno di Pentecoste con doni prodigiosi alla Chiesa, da poco nata. Ella finalmente sopportan­do con animo forte e fiducioso i suoi immensi dolori, più che tutti i fedeli cristiani, da vera Regina dei martiri, «compì ciò che manca dei patimenti di Cristo... a pro del Corpo di Lui, che è la Chie­sa» (Col 1,24).

Momento solenne e culminante della Redenzione, posto da Gesù conscio "che ogni cosa era stata ormai compiuta (Gv 19,28), qualche istante prima del "«Tutto è compiuto!». E, reclinato il capo, spirò". (Gv !19,30).

Ci piace allora contemplare il Volto di Maria di questo istante, Icona del Volto di Gesù, Salvatore Crocifisso. Perché "credere nel Figlio Crocifisso significa «vedere il Padre» (cf Gv 14,9), si­gnifica credere che l'amore è presente nel mondo, e che questo amore è più potente di ogni genere di male, in cui l'uomo, l'uma­nità, il mondo sono coinvolti. Credere in tale amore significa cre­dere nella misericordia.

Nel Volto di Maria che sta "presso la Croce di Gesù" (Gv 19,25) contempliamo la "figlia di Sion, (che) è figura della Chie­sa madre nel cui grembo sono convocati nell'unità i dispersi figli di Dio con le relative conseguenze, e (..) «nella passione secondo Giovanni - di così vasto respiro teologico - Gesù è l'uomo dei dolori, che ben conosce il patire» (Is 53,3), «colui che hanno tra­fitto» (Gv 19,37; cf Zc 12,1). E, parallelamente, sua madre è «la donna dei dolori... » Ella esprime anche il modello della perfetta unione con Gesù fino alla Croce...» (A. Serra).

Donna dei dolori nella pienezza di Madre carnale e spirituale del Verbo Incarnato. "La partecipazione di Maria al dramma della Croce rende questo evento più profondamente umano ed aiuta i fedeli ad entrare nel mistero: la compassione della Madre fa sco­prire meglio la Passione del Figlio... Maria non cessa di essere venerata come Madre di Dio, ma il fatto di essere nostra Madre, conferisce alla sua maternità divina un nuovo volto ed apre a noi la via per una più intima comunione con Lei".

Confortati dalle autorevoli riflessioni di Giovanni Paolo II, si può mettere in rilievo che la compassione della Donna dei dolori si manifesta nel suo Volto in una espressione di incommen­surabile dolore di Madre, genitrice due volte del Figlio, che ora Le hanno deposto tra le braccia. Allo stesso tempo, però, Volto luminoso e splendente di pace e serenità di chi ben sa che il suo Gesù è il vincitore della morte e il principe della vita (cf Rom 6,8-11; 1Cor 15,20-22).

Questo non è indulgere a dolce pietismo popolare, perché an­che Gesù mostrò all'esterno i profondi turbamenti dell'animo. Per la morte di Lazzaro "...si commosse profondamente, si turbò... scop­piò in pianto..." (Gv 11,33-35). E mentre entrava trionfalmente in Gerusalemme in quel solenne giorno di tripudio, Gesù "Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa..." (Lc 19,41). E si vuole la Madre impassibile in questo drammatico momento?

Ecco allora, che sul Volto di Maria splende la nuova luce che annuncia esservi "L'Uomo dei dolori, che in sé ha assunto le sof­ferenze fisiche e morali degli uomini di tutti i tempi, affinché nel­l'amore possano trovare il senso salvifico del loro dolore e risposte valide a tutti i loro interrogativi". (Salvifici doloris, 31)

Si ha certezza fondata sulla fede, che "...quando vediamo certi infermi, ridotti a ruderi fatiscenti, quando abbiamo il privilegio di assistere certi infermi ridotti a piaga, deformati e distrutti, quegli infermi sono il Crocifisso, quei volti sono il Santo Volto di Gesù nella realtà più cruda e più vera, nella dimensione non più terre­na ma soprannaturale della sofferenza. In Cristo Crocifisso la sofferenza si trasforma in strumento di redenzione.

A mo' di sintesi, con le parole di Giovanni Paolo II, possia­mo allora affermare che sul Volto di Maria noi leggiamo questo messaggio: "...il divin Redentore vuole penetrare nell'animo di ogni sofferente attraverso il cuore della sua Madre santissima, primizia e vertice di tutti i redenti. Quasi a continuazione di quella maternità, che per opera dello Spirito Santo gli aveva dato la vi­ta, Cristo morente conferì alla sempre Vergine Maria una ma­ternità nuova - spirituale e universale - verso tutti gli uomini, affinché ognuno, nella peregrinazione della fede, gli rimanesse insieme con Lei strettamente unito fino alla Croce e, con la forza di questa Croce, ogni sofferenza rigenerata diventasse, da debo­lezza dell'uomo, potenza di Dio... Insieme con Maria, Madre di Cristo, che stava sotto la Croce (cf Gv 19,25) ci fermiamo ac­canto a tutte le Croci dell'uomo d'oggi". (Salvifici doloris, 26-31).

 

Nella spiritualità del "Padre"

Col carisma della riparazione ed esaltazione del Volto Santo del Signore, il Servo di Dio Abate Idelbrando Gregori, ispirato da Dio, ha donato alla Chiesa una Famiglia Religiosa che proce­de "...insieme con Maria... accanto a tutte le Croci...".

Egli ha espresso apertamente la sua profonda certezza della presenza della Madre del Redentore in tutte le tappe della na­scente Congregazione. Ha fortemente voluto che le sue "Suore debbono chiamarsi col nome avuto nella loro Consacrazione al Signore; questo nome determinativo è sempre, qualunque esso sia, preceduto da quello di Maria, il quale sempre deve dirsi, per esempio, non Suor Teresa, ma Suor «MARIA» Teresa.... L'intima unione con quanto il Volto di Maria esprime - nel significato che fin qui siamo andati a presentare - lo si trova nel modo originale di chiamare le sue Religiose "Pie Donne". "Gesù vi ricopra di luce e di fortezza; di luce, affinché possiate vedervi bene nelle Pie Donne, vostre esemplari ...". "Il vostro atto di amore sia offerto al Signore, sotto lo sguardo della Madonna, e in compagnia delle Pie Donne, sul Monte Calvario, dove Gesù Morente riceveva l'attestato più profondo d'amore delle fortu­natissime Pie Donne.

Quale segno esterno ha stabilito che l'Abito Religioso avesse la cintura azzurra, che nella simbologia popolare è il colore della Beata Vergine Maria. Ma la cintura azzurra delle sue Religiose va al di là del semplice simbolo, per attingere quello di segno d'ap­partenenza. "Karl Rahner afferma che il segno non va visto avulso del tutto dalla cosa significata, ma come «la realtà che, in quan­to elemento intrinseco, posto dalla cosa simbolizzata, manifesta questa stessa, la notifica, e, in quanto esistenza concreta della cosa simbolizzata stessa, ne è pieno».

Nella Sacra Scrittura è segno di attenzione e disponibilità piena all'ascolto di Dio: "Siate pronti con la cintura ai fianchi e le lu­cerne accese". (Lc 12,35); "Fascia dei suoi lombi sarà la giusti­zia, cintura dei suoi fianchi la fedeltà..." (Is 11,5). È segno di sottomissione incondizionata a Dio fino al martirio, così come attesta Gesù di Pietro quando finalmente esprime la sua totale adesione: "...quando sarai vecchio tenderai le mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi". (Gv 21,18). La cintura azzurra, per le sue Pie Donne, allora, è il segno visibile della consacrazione a Maria Mater Dolorosa, senza alcuna riserva.

Ecco, allora, che quel saluto d'inizio delle sue Lettere - "...la Regina Immacolata Madre di Gesù e Madre nostra ci benedica! - è parola d'ordine che richiama costantemente la Madre e com­pagna fedele del cammino. Colei che è sempre presente nella lo­ro vita, e le tiene costantemente nella dimensione mistica del mistero del Calvario: "Il grido di Gesù «Consummatum est» è grido di vittoria, vittoria del più grande, più perfetto amore. E questo è cresciuto nel Cuore di Gesù. Egli manifesta col SS.mo Suo Volto che perdonava, pregava, grondava sangue. A tanto amore divino è doveroso rispondere...". "Siate forti, genero­se, amanti come le Pie Donne. Il Signore agonizzava, nello spasi­mo della croce, ed esse erano lì, vicino a Lui, con amore che non ha misura, con sofferenza grande quanto l'amore.

Quale sintesi del suo pensiero sul Volto di Gesù e il Volto di Maria, che ha consegnato alle sue Religiose, proponiamo un passo inedito delle sue Lettere: "Dunque siano benedetti i due monti, il Calvario e il Getsemani. Ed ascendiamo in essi con ge­nerosità e slancio, sia pure con il dorso curvo sotto la croce. Tut­to passa! Che resta? Solo Iddio; e, in Iddio eterno, resta la nostra anima; per il premio, se si santificò; per la pena, se errò nel suo breve viaggio terreno.

Nei due Monti salì e rimase pure la più perfetta delle creatu­re, l'Immacolata. Comparve al mondo senza macchia - Imma­colata - e passò nel mondo tra le spine: con le spine salì il calvario, spine indicibili nel cuore, dopo d'esser salita con l'ani­ma dolorante il Monte degli Ulivi. Però tornò, presente anche nel Getsemani, nella giornata benedetta dell'Ascensione.

Quale colpa, quale macchia in Lei? Purissima ed Immacola­ta, macchie non conobbe; come Gesù, Santo dei Santi, macchie non poteva conoscere. Eppure andarono al Regno della pace dopo la salita ai monti dolorosi. Signore!... Sì, a Te, o Signore, la pre­ghiera nostra: dacci la scienza dei santi, cioè la scienza del dolore. Chiameremo per intermediaria Colei che tutto può, cui sono affidate le ricchezze del Cielo. Forse un velo di tristezza, dopo domani, sarà in cotesta casa, in Lei e nelle altre Suore, perché la casa... è come mai fu, come non dovrebbe essere, essendo la festa dell'Immacolata ed essendo loro le Figlie dell'Immacolata. Ma... sursum corda! Non fu forse il Venerdì Santo il giorno più prezioso per lo stesso Gesù, morente e morto, e per la Madre Sua, Desolata, e Regina del dolore? Non ciò che passa è bello, ma ciò che dura e ci eleva al Signore. Il dolore è tanto prezioso. Dunque a lei e a tutte auguro tanto bella la festa del giorno otto: bella nella Madonna e con la Madonna, che vuole vederci ricchi di me­riti per l'eternità beata. E la ricchezza è nella scienza del dolore, portato come Gesù lo portò e come la Sua Santissima Madre lo accettò, nelle penose circostanze della sua esistenza.

Possa la SS. Madre Immacolata riempire lei e le sue Conso­relle di questa preziosissima scienza, fonte di meriti eterni ed an­che di pace terrena. Con questo augurio benedico tutte".

 

Conclusione

Riconoscenti a Dio per la grazia che ci ha donato di contem­plare la luce vivificante del Volto di Gesù e del Volto di Maria, eleviamo la nostra preghiera di ringraziamento con le Parole del­la Liturgia:

"Chi può non provare dolore / davanti alla Madre / che porta la morte del Figlio?

"Per noi elle vede morire / il dolce suo Figlio, / solo, nell'ul­tima ora.

"Salvatore dei poveri / la gloria del tuo Volto / splenda su un mondo nuovo!

"Non si offuschi la mente / nella notte del male, / ma rispec­chi serena / la luce del tuo Volto.

"Traformati a tua immagine, / noi vedremo il tuo Volto; / e sarà gioia piena / nei secoli dei secoli. Amen.

P. Felice Ruffini, M.I.

Sottosegretario del Pontificio Consiglio della Pastorale

per gli Operatori Sanitari

 

Tratto dal libro: “Il Padre Apostolo del Santo Volto” Casa Editrice VELAR spa, Gorle (BG)