IL MESSAGGIO DI PADRE PIO

Katharina Tangari

Titolo originale dell'opera Besuche bei Pater Pio.

Verlag Amis de saint François de Sales

Editore Amis de saint François de Sales - C.P. 2346 - CH -1950 Sion 2

Diffusione in Italia: Fraternità San Pio X Via Trilussa 45 - 00041 Albano-Laziale

Imprimatur

Can. Heribertus d'Agnese Vic. Gen. Neapoli, ex Curia Archiepiscopali, die 6 novembris 1964.

In sottomessa conformità ai Decreti di Papa Urbano VIII protestiamo che a quanto viene narrato in questa storia si deve attri­buire una fede puramente umana.

 

Introduzione

Nella Quaresima del 1949 sentii per la prima volta parlare di PADRE PIO. Fu durante un mio viaggio di ritorno dall'Austria, nel treno Vienna-Roma. A Venezia, alcuni ufficiali di Marina presero posto nel mio scompartimento. Uno di loro mi domandò: «Signora, Lei è straniera?». E, senza attendere la mia risposta, proseguì: «Vi sono molte cose belle all'estero, però ciò che abbiamo noi, gli stranieri non l'hanno !». Dato che non riuscii ad indovinare a che cosa alludesse l'ufficiale, lo pregai di dirmelo, ed egli, quasi solennemente, affermò: «Noi abbiamo PADRE PIO!». PADRE PIO? Non avevo mai prima sentito questo nome. L'ufficiale mi raccontò alcuni fatti così meravigliosi della vita di Padre Pio, che, incuriosita, gli domandai chi fosse. «È un Padre Cappuccino - mi rispose - che da anni porta le stimmate di Gesù!».

A Bologna scesero gli ufficiali ed io troppo tardi pensai di chiedere dove si trovasse Padre Pio. Avrei voluto sapere il suo indirizzo. L'ufficiale che con tanto entusiasmo me ne aveva par­lato, non avendo il tempo di scrivere l'indirizzo, mi disse: «Lei troverà Padre Pio. Lo troverà certamente !».

Invero, non ho cercato di trovare Padre Pio, né ho domanda­to ad altri di lui. L'incanto dei racconti del viaggio tra Venezia e Bologna ben presto fu dimenticato. Eppure, ho trovato Padre Pio.

Un invito, alcuni mesi dopo, da parte di suore francescane a visitare un loro convento, mi diede nuova occasione di sentir parlare di Padre Pio. La Superiora mi domandò se lo conoscessi.

Accennai di aver sentito parlare di lui. «Occorre che Lei conosca meglio Padre Pio» mi disse la Suora, e mi consigliò di leggere un libro su di lui. Quando ci salutammo, mi diede una piccola fotografia di Padre Pio ed il suo indirizzo.

Conoscevo ora il volto di Padre Pio, e sapevo anche dove potevo trovare questo Padre Cappuccino «che porta le stimmate di Gesù». Nei giorni seguenti comprai il libro "Per La Storia" di Alberto Del Fante. Lessi molte cose straordinarie su Padre Pio in questo libro, che mi entusiasmò; però anche questa lettura, come i primi racconti nel viaggio, col tempo sarebbe stata dimenticata e con essa anche la figura di Padre Pio si sarebbe allontanata dalla mia mente, se non vi fosse stato nello stesso anno un nuovo richiamo, un piccolo ma strano episodio, che definitivamente suscitò in me il desiderio di conoscere personalmente Padre Pio.

 

* * *

 

Uno sguardo su questi quindici anni passati, nei quali sono stata più di settanta volte da Padre Pio, mi esorta a non tenere soltanto per me questa mia esperienza. Il bene che ho ricevuto da Padre Pio non appartiene soltanto a me, in quanto ritengo che il bene che riceviamo non è mai esclusivamente per noi, ma lo riceviamo anche per darlo agli altri.

La vita di Padre Pio, così piena di sacrifici, di rinunzie e di soffe­renze, è una fonte viva naturale e gratuita di benefici per noi, benefici spirituali, corporali e materiali, secondo le nostre neces­sità. Oltre a ciò, la vita di Padre Pio è un richiamo, spesso severo ma sempre salutare, rivolto alla nostra condotta di vita. Fin dal primo momento, San Giovanni Rotondo mi è sembrato una stra­na Cattedra sulla quale Padre Pio, rude e semplice, di poche parole ma di grande esempio, ci offre il suo insegnamento, che è un invito realistico alla semplicità, una esortazione ad affrontare i nostri problemi con i mezzi che ci offre la Fede - in primo luogo la preghiera e la fiducia nell'efficacia di essa - un richiamo insistente a seguire Gesù nei Suoi comandamenti e sacramenti. Amare Gesù e vivere sempre di più nella grazia di Dio: ecco quanto esige Padre Pio da noi che andiamo a San Giovanni Rotondo a visitarlo. Ed ogni volta che riusciamo a mettere in pra­tica il suo insegnamento, non possiamo fare a meno di constatare con meraviglia la straordinaria efficacia di esso. Così, gli incontri con Padre Pio sono come tappe benefiche che ci rendono più contenti, più infervorati, più adatti ad affrontare e risolvere le cose della vita.

 

Prima parte

Presagi

Il Pellegrinaggio a Pompei

Per ottenere un aiuto particolare in una difficile situazione, pensai di fare un pellegrinaggio al Santuario della Madonna del Santo Rosario di Pompei.

Una mia cara amica mi aveva raccontato un giorno che lei, in un caso umanamente disperato, volle fare ancora un ultimo tentativo, andando a piedi da Napoli a Pompei, per implorare dalla Madonna con questo sacrificio la grazia che le stava tanto a cuore e che poi effettivamente ottenne.

Mi rivolsi quindi a questa amica per avere da lei i consigli necessari per il pellegrinaggio progettato, che anch'io volevo fare a piedi. La mia amica mi disse subito che la via era lunga ed abbastanza faticosa e che non sarebbe stato consigliabile che io andassi sola. Con mia sorpresa, l'amica si offrì, con tanta sempli­cità come se si trattasse di fare una breve passeggiata, di accom­pagnarmi.

Scegliemmo il primo sabato del mese del Rosario, il primo ottobre 1949.

Durante questo pellegrinaggio vi fu uno strano episodio che mi avvicinò maggiormente a Padre Pio.

Eravamo già da un paio di ore in cammino quando, attraver­sando San Giovanni a Teduccio, un ragazzetto ci venne dietro e rivolgendosi a me, mi mostrò un librettino di preghiere con l'im­magine della Madonna di Pompei. In fretta, il ragazzo mi domandò: «Avete perduto questo?» e dandomi il librettino, sparì.

Questo librettino era la Novena di Ringraziamento alla Madonna di Pompei, che io avevo portato con me con l'intenzio­ne di recitarla alla fine del pellegrinaggio. L'avevo messo in una borsetta di pelle, che era legata nell'interno della tasca della mia giacca. Assieme alla novena vi erano i denari per il nostro viag­gio di ritorno - in tutto tremila lire - ed un buono di 16.000 lire, nonché la fotografia di mio marito e quella di Padre Pio avuta dalla suora francescana, ed una piccola immagine di Gesù Bam­bino trovata nel libro del Del Fante sulla quale era scritto: «Benedetta dalle mani stigmatizzate di Padre Pio».

Cercai quindi nella tasca per vedere se vi fosse la borsetta; la trovai al suo posto, però era aperta e vi mancavano le fotografie, l'immagine ed il buono, mentre le tremila lire per il nostro ritorno vi erano rimaste intatte. La mia compagna mi consigliò di torna­re indietro per rintracciare almeno il ragazzo che aveva trovato e restituito il librettino della novena. Ben presto però vedemmo che era impossibile essendo la via affollata, cercare quel ragazzo o addirittura le cose perdute, e così riprendemmo il nostro cam­mino. Fu allora che per la prima volta i miei pensieri si rivolsero a Padre Pio con una preghiera. Dissi più volte in cuor mio: «Padre Pio, fammi ritrovare a casa le cose perdute!». Invero, per un momento pensai di averle forse dimenticate a casa e che avrei potuto ritrovarle al mio ritorno. Certo, se però le avevo per­dute sulla via, era assurdo sperare che qualcuno me le avrebbe riportate a casa; queste piccole cose, sebbene care a me, erano insignificanti per altri e chiunque le avesse trovaté, le avrebbe buttate via o distrutte. Nel caso che davvero qualcuno avesse voluto prendersi la pena di restituirmele, non lo avrebbe potuto fare, perché in nessuna parte vi era scritto il mio nome ed il mio indirizzo. Perciò era inutile pensarci ancora sopra.

Proseguimmo quindi la nostra via, recitando il Rosario. Ogni tanto però pensavo che era abbastanza strano il fatto che avevo riavuto la Novena di Ringraziamento che avrei dovuto recitare alla fine del pellegrinaggio, e che era rimasto intatto il denaro per il nostro ritorno a casa. Non potevo fare a meno di vedere in ciò un segno amorevole della Provvidenza.

Dopo un cammino di sette ore, arrivammo a Pompei nelle prime ore del pomeriggio. Eravamo ancora digiuni e ricevemmo all'Altare della Madonna la Santa Comunione. Terminate poi le preghiere, col cuore grato e pieno di fede, concludemmo questo pellegrinaggio.

Durante il viaggio di ritorno, parlammo ancora delle cose perdute, ma senza più dare alcuna importanza ad esse. Tuttavia, non appena ritornata a casa, le cercai ovunque, senza però ritro­varle.

Lunedì mattina, il 3 ottobre, festa di Santa Teresa del Bambi­no Gesù, ricordando di aver letto che Padre Pio era particolar­mente devoto di questa Santa, mi vennero in mente le cose per­dute e dissi fra me: «Ah! Padre Pio, avresti potuto farmele ritrovare a casa !». Poi pensai che l'unica cosa che avrei ancora potuto tentare era di recarmi al negozio che mi aveva dato il buono di 16.000 Lire. Decisi quindi di andare lì in mattinata. Ma, mentre mi preparavo per uscire, sentii bussare alla porta. Aprii e vidi la portinaia di casa mia con tre donne ed un ragazzetto, che mi volevano parlare. Ma prima ancora che io avessi avuto il tempo di domandare loro che cosa desiderassero, una della donne, bruscamente, mi mostrò una fotografia domandandomi nel suo dialetto meridionale: «Cunuscite chistu signore?». Sì che lo conoscevo! Era la fotografia di mio marito, che io avevo smarrita sulla via di Pompei! Pregai le donne di entrare e di rac­contarmi ogni cosa. Nel ragazzetto riconobbi subito quello che mi aveva ridato il librettino della novena perduta sulla strada.

«Come avete fatto a rintracciarmi?» chiesi alle donne.

«Chillu monaco ! chistu monaco ca' è stato!» rispose viva­cemente una di loro, mettendo la fotografia di Padre Pio sulla tavola. E, tutta presa ancora dal fatto straordinario che le era capitato, mi raccontò come erano andate le cose: il sabato, verso mezzogiorno, suo figlio Michele, dopo aver giocato tutta la mat­tinata sulla strada, era ritornato a casa e qui, su una tavola, aveva costruito un piccolo altare, mettendo nel mezzo l'immagine di Gesù Bambino ed ai due lati le due fotografie, e aveva adornato poi l'altarino con fiori e due candele. Volendo poi accendere le candele, il ragazzo era andato dalla mamma che stava cucinando vicino al fornello, e le aveva chiesto «un po' di fuoco» porgendo­le un foglietto di carta arrotolata. La donna, prendendo il fogliet­to per avvicinarlo alla fiamma del fornello, aveva visto una cifra scritta sopra, e pensando che fosse un assegno di banca, aveva voluto conservarlo. Non sapendo né leggere né scrivere, era andata dalla sua vicina per chiederle di che cosa si trattasse. La vicina le aveva detto: «Diranno che tu l'hai rubato : è un buono di un negozio e vale 16.000 lire; buttalo nel fuoco, altrimenti puoi avere delle noie!». Ritornata a casa alquanto preoccupata, non si era sentita di bruciare il foglietto; le pareva che qualcuno la trattenesse. Nella serata era andata al commissariato per mo­strare quel foglio di carta ed il brigadiere, dopo averlo esaminato, le aveva consigliato di strapparlo affinché evitasse dei fastidi. Aveva riportato quindi il foglio a casa, ma non aveva potuto strapparlo; le sembrava che qualcuno glielo impedisse. Così aveva trascorso la domenica. Nella notte del lunedì non era riu­scita a prendere sonno; ogni tanto le sembrava di vedere quel monaco della fotografia che sempre di nuovo le ripeteva: «Va a casa! Va a casa! Va a casa!». Si domandava a quale casa dovesse andare, e se la prendeva con quel monaco che non le dava più pace. Infine, verso le 5 del mattino, si era alzata e aveva bussato nuovamente alla porta della sua vicina, chiedendole se sulla carta vi fosse scritto un indirizzo. Appreso l'indirizzo del negozio di Napoli che aveva rilasciato il buono, aveva deciso subito di andare lì. Per non essere sola, aveva preso con sé il figlio Michele e chiesto a due sue compagne di lavoro - erano tutte e tre lavandaie - di accompagnarla.

Non fu facile per loro che erano poco pratiche di Napoli tro­vare quel negozio; tuttavia giunsero lì proprio all'apertura e sep­pero il mio indirizzo. In ultimo, vi era stato ancora un piccolo contrattempo : la commessa del negozio aveva sbagliato il mio nome; così, le donne, giunte finalmente a casa mia e dato il nome sbagliato alla portinaia, erano state mandate via. Un po' avvilite, non sapevano che cosa fare; ed ecco che alla mamma di Michele era venuta l'idea di mostrare la fotografia di mio marito alla por­tinaia, la quale poi le aveva condotte da me.

«Ed eccoci a casa! come l'ha voluto questo Monaco !» disse soddisfatta la mamma di Michele, «e qui è tutta la vostra roba! Non vi manca niente?».

«No, risposi commossa, non manca niente!».

 

* * *

 

Dopo che le donne furono andate via, mi sembrava quasi inverosimile che le piccole cose che avevo perdute sulla lontana via di Pompei, mi fossero state restituite a casa. La preghiera che umanamente mi sembrava assurda, fu esaudita alla lettera ! Com­presi allora, come mai prima, che le vie delle grazie hanno un cammino del tutto particolare : esse si muovono sui sentieri di Dio che non conoscono ostacoli o impedimenti per giungere prodigiosamente a noi. E compresi anche che non importa che cosa chiediamo, purché chiediamo con grande semplicità.

Questa esperienza di fede, che mi è sembrata quasi una prima lezione nella Scuola di Padre Pio, fu un dono del pellegri­naggio a Pompei. Non fu l'unico dono di questo pellegrinaggio, ma fu il più sorprendente ed il meno aspettato. Nello stesso mese del Rosario fu poi esaudita anche quella preghiera per la quale avevo intrapreso il pellegrinaggio, ed in più, vi furono per me ed anche per la mia compagna benefici e grazie che ci seguirono ancora per un certo tempo come una lunga fioritura del nostro sacrificio. Infine fu proprio questo pellegrinaggio che mi avvi­cinò definitivamente a Padre Pio.

 

La confessione generale

Nell'Anno Santo 1950 mi proposi di fare una confessione generale e pensai che l'avrei potuta fare da Padre Pio.

Con l'episodio raccontato nel precedente capitolo, si iniziò la mia devozione per Padre Pio, e spesso recitai per lui la novena alla Madonna del Rosario di Pompei nella speranza di conoscer­lo un giorno personalmente e di potermi preparare da lui per una confessione generale in occasione dell'Anno Santo e per la mia entrata nel Terz'Ordine di San Domenico.

Non conoscevo allora San Giovanni Rotondo e non sapevo ancora che Padre Pio aveva soltanto pochi minuti a sua disposi­zione per ogni confessione e quindi non vi sarebbe stato il tempo sufficiente per fare una confessione generale da lui.

Infatti, non ho potuto fare la mia confessione generale da Padre Pio, tuttavia le mie preghiere fatte per questa confessione sono state esaudite ed in maniera davvero prodigiosa.

Fu la lettura di un nuovo libro su Padre Pio, pubblicato nel marzo 1950, che mi guidò alla confessione generale. In questo libro - (Padre Pio di Piera Delfino Sessa) - lessi che Padre Pio spesso faceva recitare ai suoi penitenti la seguente preghiera

«Il mio passato, o Signore, alla Tua Misericordia,

Il mio presente al Tuo Amore,

Il mio avvenire alla Tua Provvidenza!».

Sembrava che questa semplice preghiera possedesse una forza magica, una forza che io fino allora non avevo mai cono­sciuta. Queste parole di Padre Pio prendevano possesso di me e non mi facevano pensare più ad altro che alla mia confessione generale. Avrei voluto partire subito il giorno seguente per San Giovanni Rotondo, ma ciò non era possibile. Tuttavia io ero pronta per la confessione generale e non volevo più rimandarla. Così incominciai a prepararmi. Ed in questa preparazione mi sembrava che qualcuno mi guidasse passo per passo, e non pote­vo fare a meno di pensare a Padre Pio. Così, nello stesso momen­to in cui compresi che dovevo rinunciare di andare a San Gio­vanni Rotondo, mi venne l'ispirazione di fare questa mia confes­sione nel Santuario di Pompei. Invero, non conoscevo in quel Santuario alcun sacerdote, ma ecco che si presentò alla mia mente quel sacerdote che il primo ottobre dell'anno precedente mi aveva somministrato la Santa Comunione a conclusione del pellegrinaggio. Era un sacerdote anziano con un viso pieno di pace e bontà. Ricordavo ora bene la sua fisionomia e, pur non conoscendo il suo nome, né sapendo se fosse del Santuario, spe­ravo di rintracciarlo.

Ed in quel giorno della mia preparazione, come mai prima, mi fu dato anche di comprendere con una singolare chiarezza tutta la grande importanza che ha per la nostra vita la confessione generale, che è allo stesso tempo una fine ed un inizio : la neces­saria e salutare fine delle cose del passato, ed il prodigioso inizio di un avvenire migliore.

Nella mattina seguente - martedì della Passione, 21 marzo 1950 - andai a Pompei.

In quel giorno, il Santuario di Pompei era pieno di sacerdoti; forse vi era un convegno o un pellegrinaggio particolare di reli­giosi. Guardai ovunque per trovare quel sacerdote presso il quale volevo fare la mia confessione, ma non lo trovai. Perciò andai in sagrestia e qui vi era soltanto un sagrestano anziano, al quale, descrivendo l'aspetto del sacerdote che io cercavo, domandai se lo conoscesse. «Sì, - rispose subito - è Mons. Giliberti -. Mi fate la cortesia di chiamarlo? - gli chiesi - vorrei confessarmi da lui. Il sagrestano mi guardò un po' perplesso e mi disse scontro­samente: - Cosa credete, che scende per Voi? - Non capii lì per lì questa risposta e perciò gli chiesi di nuovo di chiamare Mons. Giliberti. Ma il sagrestano, ancora più seccato, mi rispose: - Da mesi, Mons. Giliberti non scende più in chiesa, cosa volete allo­ra ? È gravemente malato di cuore, non lo posso chiamare».

Ritornai alquanto delusa in chiesa. Non sapevo che cosa fare. Ma ecco che mi venne in mente di aver portato con me (a bella posta) il libro, in cui avevo letto quella preghiera di Padre Pio che mi aveva spinto a non rimandare oltre la mia confessione generale, per darlo al confessore. Andai quindi di nuovo in sagrestia per mandare questo libro a Mons. Giliberti. Il sagresta­no non c'era, ma vi era un sacerdote al quale mi rivolsi. Chiesi anche a lui se conosceva un sacerdote, di cui gli descrissi l'aspet­to, ed anche egli, senza esitazione mi rispose: «È Mons. Giliber­ti». Raccontai quindi al sacerdote un po' la storia per cui ero venuta a Pompei nella speranza di poter fare la mia confessione da Mons. Giliberti.

«La confessione, purtroppo, non è possibile, disse gentil­mente il sacerdote, perché Mons. Giliberti è molto malato di cuore e da tempo non può più lasciare la sua camera - Potrebbe Lei, Padre, almeno portare questo libro a Mons. Giliberti? - Ben volentieri!» rispose il sacerdote, prese il libro, e mi disse di attendere in sagrestia.

Quando, dopo circa mezz'ora, il sacerdote ritornò, mi disse «Mons. Giliberti Vi prega di attenderlo vicino al suo confessio­nale, il secondo a sinistra!». Vedendo la mia sorpresa, il sacer­dote aggiunse contento: «Sì, sì, Mons. Giliberti vuole scendere in chiesa. Attendetelo!».

Era passata già un'ora, quando un padre redentorista mi domandò chi aspettassi. Risposi che aspettavo Mons. Giliberti. «Non verrà in chiesa, disse il padre, e tanto meno per una confessione, è troppo malato!». Gli risposi che Mons. Giliberti stesso mi aveva fatto dire di aspettarlo. «Aspettate inutilmente !». disse il padre, e poi, bruscamente mi domandò: «Ma, Signora, avete fede? - Si, Padre! - risposi. - E allora potete confessarvi da qualunque altro sacerdote; non vedete quanti confessionali sono qui? - Mi sembrò che il padre avesse ragione, e perciò gli dissi : - Padre, se crede, posso confessarmi anche da Lei!». Ma in quel momento qualcuno chiamò questo padre, il quale, senza più dirmi una parola, andò via.

Le campane intanto annunziavano l'Angelus Domini del mezzogiorno. Attraverso le alte finestre colorate penetravano i raggi del sole nella mistica oscurità della grande Basilica del Rosario. Tutta la cupola con la bellissima immagine di San Domenico era piena di sole. Mi sembrò un invito, una confer­ma! E mentre pensavo a questo, vidi il sacerdote che io aspetta­vo... Lo riconobbi subito e gli andai incontro.

«Padre, potrei confessarmi da Lei ? gli chiesi.

- Senz'altro!

- Ma non sarà troppo per Lei se Le chiedo di poter fare una confessione generale?

- No, non sarà troppo, figlia mia!» mi rispose con grande bontà.

Attentamente e pazientemente egli sentì quindi la mia confessione, la quale fu poi da lui perfezionata fino ai più piccoli

dettagli, cosicché davvero non avrei potuto avere una migliore confessione generale.

Dopo la confessione, Mons. Giliberti mi disse: «Tu hai avuto una grande grazia, per la quale devi ringraziare Iddio, ed anche Padre Pio!».

Questo giorno fu non solo importante per me, ma anche benefico per il mio confessore. Quando, un mese dopo, nell'apri­le, ritornai a Pompei, trovai con mia sorpresa Mons. Giliberti nel suo confessionale. Andai subito a salutarlo ed egli con grande gioia mi disse che da quel giorno della confessione la sua salute si era ristabilita e che aveva potuto riprendere in pieno la sua atti­vità sacerdotale. Attribuiva sia la grazia della mia confessione generale sia quella della sua salute alle preghiere ed ai sacrifici di Padre Pio. Per questo egli desiderava ora che io andassi a San Giovanni Rotondo per poter conoscere personalmente Padre Pio e per poterlo ringraziare anche a suo nome.

Un viaggio a San Giovanni Rotondo era per me allora impossibile. Esposi le ragioni a Mons. Giliberti, ma egli, ritenen­do necessario un incontro personale con Padre Pio, mi consigliò di pregare e di chiedere nella preghiera di poter andare da Padre Pio. E questo ho fatto.

Non passò molto tempo che, alla fine dello stesso mese di aprile, la mia preghiera fu esaudita, ed in maniera inaspettata. Non avevo parlato di Padre Pio in famiglia, né avevo manifestato ad alcuno il mio desiderio di andare da Padre Pio. Ma un giorno, mio marito, che è chirurgo, mi disse che gli era capitata una cosa strana: tutti i suoi operati nella Clinica dei Fatebenefratelli a Benevento avevano la fotografia di un monaco; non poteva esse­re che Padre Pio e fui contenta di questa coincidenza, che suscitò in mio marito il desiderio di andare a San Giovanni Rotondo per conoscere Padre Pio. E con ciò fu esaudito anche il mio desiderio e quello di Mons. Giliberti.

Il primo maggio 1950 andammo a San Giovanni Rotondo e nella mattina seguente assistemmo alla Santa Messa, che Padre Pio celebrò nell'antica chiesetta all'Altare di San Francesco d'As­sisi. Fui profondamente colpita dalla persona di Padre Pio, tutta assorta in Cristo, ed in Cristo Crocifisso nel sacrificio della Santa Messa. E fui colpita dalla sua umiltà e dalla sua grande sempli­cità.

A questa mia breve ma pur meravigliosa visita da Padre Pio seguirono poi molte altre visite. Furono visite in tempi difficili o per casi "disperati" quando mi avvenne di chiedergli consigli ed aiuto di preghiere, e furono visite di ringraziamento nei tempi felici di grazie ottenute. Ma soprattutto queste visite furono incontri con Padre Pio, ai quali egli stesso diede la sua impronta inconfondibile, rendendoli estremamente utili non soltanto a me ma a molti altri.

 

Brevi cenni biografici

Padre Pio nacque il 25 maggio 1887 a Pietrelcina, un piccolo paese della provincia di Benevento. I suoi umili genitori - Ora­zio Forgione, lavoratore agricolo, e Maria Giuseppa De Nunzio - fin dalla nascita l'avevano messo sotto la protezione di San Fran­cesco, dandogli nel Santo Battesimo il nome del Poverello di Assisi.

Nel suo paesetto natio Francesco iniziò i primi studi, sui quali vegliò fervorosamente sua madre. Quindicenne, nel gen­naio 1902, entrò nel noviziato dei Cappuccini, nel vicino Convento di Morcone in provincia di Benevento.

Fin dal noviziato Francesco si distinse soprattutto per il suo spirito di mortificazione e di sacrificio. Sembrava che perfino la sua salute avesse a soffrire per le molte mortificazioni che si era imposte. Infatti, i suoi genitori, recatisi a visitarlo verso la fine dell'anno del noviziato, lo trovarono così sciupato e dimagrito, che essi, che pure erano tanto felici ed orgogliosi della sua voca­zione, pensarono perfino di toglierlo dal convento. Zi' Orazio, così era chiamato il padre di Padre Pio, raccontava ben volentieri episodi della vita di suo figlio. Nella sua maniera semplice e schietta raccontò anche di questa visita: «Lo trovammo tanto sciupato che avremmo voluto riportarlo con noi a casa. Ma il Padre Guardiano ci disse che senza il permesso del Padre Pro­vinciale non sarebbe stato possibile. E così, il povero Francesco è rimasto nel convento».

Sì, Francesco era rimasto nel convento. Chi avrebbe potuto toglierlo? Chi mai lo avrebbe potuto indurre a ritornare nel mondo? Nessuno ! Neanche i suoi genitori da lui teneramente amati. Ormai apparteneva ad un'altra famiglia, alla famiglia di San Francesco d'Assisi, che era quella della sua vocazione. Il 22 gennaio 1903 indossò nel convento di Morcone il saio cappucci­no ricevendo il nome di Pio.

Sette anni dopo, nella festa di San Lorenzo, il 10 agosto 1910, Fra Pio fu ordinato sacerdote nel Duomo di Benevento. Alla bella cerimonia della consacrazione sacerdotale era presente soltanto Mamma Giuseppa, perché il babbo da tempo era andato nell'America del Nord come lavoratore agricolo, per dare al figlio la possibilità di studiare e farsi sacerdote. In quella felice mattina del 10 agosto 1910, di buon'ora, Mamma Giuseppa andò a piedi da Pietrelcina a Benevento assieme al figlio, che per ragioni di salute era in quel tempo nel suo paese natio. E dopo la cerimonia, nella stessa giornata, il figlio sacerdote e la sua mamma, come due pellegrini, ripresero la lunga strada di ben 13 Km. per ritornare ancora a piedi al loro paese. Come è tutto umile e semplice nella vita di Padre Pio!

Il giorno seguente, nella Chiesa parrocchiale Santa Maria degli Angeli di Pietrelcina, Padre Pio celebrò la sua prima Santa Messa, e Mamma Giuseppa ebbe la gioia di ricevere dalle sue mani la Santa Comunione. La domenica successiva 14 agosto, nella stessa chiesa Padre Pio celebrò per la prima volta una Santa Messa solenne.

Negli anni seguenti, e precisamente fino al 1915, Padre Pio più volte dovette ritornare al suo paese natìo per ragioni di salu­te. E qui trascorse le sue giornate in una piccola capanna di paglia, che egli stesso si era costruita in mezzo al silenzio ed alla solitudine della campagna per dedicarsi meglio allo studio ed alla preghiera. Fu in questo luogo lontano dal mondo e vicino a Dio, che Padre Pio ricevette le stimmate invisibili. Era il 20 set­tembre 1915. Nel libro di Alberto Del Fante si legge che in quel giorno Padre Pio era assorto nella meditazione del Cantico di Frate Sole, l'inno meraviglioso di San Francesco d'Assisi

«Altissimo, onnipotente, buon Signore, Tue sono le laudi, la gloria, l'onore et ogni benedizione...»

Può darsi che sia stato così. Ma penso che ben poco o nulla possiamo sapere del segreto intimo di questo avvenimento, che diede poi un'impronta non più cancellabile su tutta la vita di Padre Pio.

Verso la fine dello stesso anno, una nuova pagina si aprì nella vita religiosa di Padre Pio. Alla vigilia della festa di Santa Lucia, il 12 dicembre 1915, Padre Pio lasciò definitivamente Pie­trelcina. Non fu un commiato facile dalla mamma, dal babbo, dai fratelli, dal suo amato paesetto che non avrebbe mai più rivisto. Fu assegnato dai suoi superiori al convento di Sant'Anna a Fog­gia. Ma non restò molto lì. Il clima non si confaceva alla sua salute e perciò si pensò a trasferirlo nel convento di San Giovan­ni Rotondo che, situato ad una altezza di quasi 700 m. sui Monti Garganici, sarebbe stato più salutare per lui.

La questione della salute fu certamente la principale, ma non l'unica ragione per cui si decise questo trasferimento e si scelse un convento così appartato dal mondo come quello di "Santa Maria delle Grazie" di San Giovanni Rotondo.

La personalità di Padre Pio aveva già allora qualche cosa di eccezionale, che esercitava sugli altri un fascino ed una attrazio­ne del tutto particolare, troppo particolare anzi per poter essere accettata senz'altro dalla prudenza dei superiori. I fedeli affluiro­no al convento dei PP. Cappuccini quasi esclusivamente per poter vedere Padre Pio, attribuendogli virtù taumaturgiche. A questo si voleva mettere un freno e la scelta del piccolo convento sperduto nell'aspro ed inospitale Gargano sembrò risolvere per sempre la questione riguardante Padre Pio, sulla cui ecceziona­lità non tutti erano d'accordo se provenisse da Dio.

Se sono rose, fioriranno... ripetono volentieri i prudenti quando non sanno se un determinato fatto straordinario proviene da Dio oppure dal suo nemico. Si pensava quindi che se l'ecce­zionalità di Padre Pio era davvero voluta da Dio allora sarebbe fiorita anche nel luogo più nascosto del mondo; ma se invece era opera del Maligno, il piccolo convento sconosciuto e confinato in una solitudine non facilmente accessibile sarebbe stato di certo il più adatto in questo caso. Visto così, era in ogni modo il giusto convento per Padre Pio. Infatti, come poi ha dimostrato il tempo, questo era il convento che la Divina Provvidenza aveva scelto per lui, affinché la sua missione sacerdotale potesse giun­gere ad una ricca fioritura e dare i suoi migliori frutti.

 

* * *

 

Dal 1916 Padre Pio vive in questo convento dedicato alla Madonna delle Grazie. Qui ricevette, venerdì 20 settembre 1918, le Stimmate visibili; qui trascorse interamente la sua lunga fecon­da vita di religioso e di sacerdote; qui celebrò il 50° ed il 60° Anniversario della sua vita religiosa nell'Ordine Cappuccino (22 gennaio 1953; 22 gennaio 1963), qui le Nozze d'Oro della sua Consacrazione sacerdotale (10 agosto 1960).

 

Seconda parte

Visite a San Giovanni Rotondo

Un dono Natalizio

Una sera, la mia vicina di casa, tutta in lacrime, venne da me con la sua figlioletta di appena un anno. Mi porse un metro da sarto, dicendomi: «Misuri! Chiaretta ha una gambetta più corta dell'altra!». Mise la bambina sul divano e piangendo dirotta­mente mi raccontò che da alcuni giorni aveva notato che la bam­bina zoppicava. Cercando la causa, scoprì che la gambetta sini­stra era alcuni centimetri più corta di quella destra.

Fu l'inizio di un lungo periodo pieno di pene per questa povera mamma. Andò da medico a medico, da Clinica a Clinica, ed infine partì con la bambina alla volta di Bologna per sottopor­re la bambina lì, nella nota Clinica Universitaria di Ortopedia, agli esami occorrenti al suo caso. La diagnosi fu : lussazione congenita del femore, mancanza quasi totale della testa del femo­re sinistro. Si riteneva che la bambina sarebbe rimasta deforme per tutta la sua vita.

Così, anche per la piccola Chiaretta iniziò allora un tempo penosissimo. Le fu applicato un apparecchio gessato che ogni sei mesi doveva essere cambiato a Bologna. Non poteva più muo­versi, né più giocare come gli altri bambini. Le sue gambette divaricate erano costrette nella spessa fasciatura gessata, che copriva anche il corpicino fino al torace. Sembrava una piccola farfalla spiegata con un visetto assai triste.

Tutti i giorni si poteva vedere sul balcone, seduta sulla sua seggiola ortopedica, la piccola Chiaretta, guardando i bambini che correvano e giocavano giù nella strada.

Nel dicembre 1951, nella stessa Clinica di Bologna, a Chia­retta fu posto per la terza volta l'apparecchio : doveva tenerlo applicato per altri sei mesi. Purtroppo, nonostante l'accortissima cura a casa e l'ottimo trattamento nella Clinica Ortopedica, non si ebbe alcun segno di miglioramento, per cui i genitori di Chiaretta erano sempre più sfiduciati.

Proprio allora, poco prima del Natale di quell'anno, io ebbi un invito per San Giovanni Rotondo. Non appena la mia vicina lo seppe, mi chiese di esporre a Padre Pio la sua grande pena e di chiedergli preghiere per la guarigione completa della sua figlio­letta.

Non conoscevo bene allora San Giovanni Rotondo, perché oltre la mia prima e breve visita, il primo maggio dell'anno pre­cedente, ero stata soltanto un'altra volta lì di passaggio per un brevissimo saluto. Questa era quindi la mia terza visita, per la quale ben volentieri presi l'impegno per Chiaretta, pensando che mi sarebbe stato facile parlare con Padre Pio.

Da Napoli si impiegano circa quattro ore di macchina per San Giovanni Rotondo, ma iniziato il viaggio la sera della Vigilia di Natale, impiegai molto di più per la bufera di neve che incon­trai sui Monti Garganici. San Giovanni Rotondo sembrava sepol­ta nelle neve; dalle montagne proveniva un vento gelido, che rese ancora più difficile l'accesso alla via che porta al convento. Tuttavia, innumerevoli fedeli erano giunti da vicino e da lontano per assistere alla Santa Messa di mezzanotte che Padre Pio avrebbe celebrato: La piccola chiesa dei Cappuccini era affollata fino all'inverosimile, e tutti quelli che non avevano trovato posti in chiesa, stavano sul piazzale davanti la chiesa, incuranti della neve e del vento.

Nella Messa di mezzanotte non mi fu possibile di vedere Padre Pio, neanche da lontano. Al termine di questa prima Messa natalizia, nella quale Padre Pio distribuì a centinaia di fedeli la Santa Comunione, la chiesa si svuotò di molta gente, ma subito si riempì di nuovo con quelli che erano rimasti fuori.

Ebbi un buon posto e potei assistere alla seconda Santa Messa di Padre Pio, nella quale anch'io ricevetti dalle sue mani la Santa Comunione.

Verso le 4 del mattino Padre Pio iniziò la sua terza Messa natalizia. Ormai vi erano rimasti soltanto pochi fedeli nella chie­sa ed io con alcuni altri prendemmo posto ai piedi dell'Altare, ove Padre Pio celebrava. Eravamo tutti stanchissimi ed in ultimo ci mettemmo accoccolati in terra intorno a Padre Pio celebrante, il quale era il solo a non mostrare segni di stanchezza.

Alle 5 Padre Pio terminò la sua terza Messa e lasciò quindi l'Altare. Mi alzai e gli andai incontro per augurargli Buon Natale. È difficile descrivere il volto di Padre Pio pieno di dolcezza umile e semplice, il suo sguardo mite e sapiente, la sua voce che sa dare anche alle parole più semplici una singolare efficacia. Padre Pio, andando lentamente verso la sagrestia, si fermò ad un tratto e sorridendo mi disse: «Anche a te tanti auguri !». Questo primo incontro viso a viso con Padre Pio, mi colpi profondamen­te, e per l'emozione mi dimenticai di Chiaretta!

Per fortuna però, un po' prima che entrasse in sagrestia, Padre Pio si fermò ancora ed un suo sguardo mi fece venire in mente ciò che mi ero proposto di chiedergli. Non riuscii però a dirgli altro che questo: «Padre Pio, il femore di Chiaretta !».

E Padre Pio, benevolmente sorridendo, mi rispose: «A San Giuseppe ! a San Giuseppe!».

Quando, ritornata a casa, dissi alla mia vicina questa risposta di Padre Pio, non mi nascose la sua delusione. Avrebbe voluto avere una risposta dettagliata, avrebbe voluto vedere la guarigio­ne immediata ! La sua sofferenza era ormai così grande, che le sembrava troppo lontana la festa di San Giuseppe. Ogni giorno per lei era lungo, ogni giorno che passava sembrava una confer­ma che non vi era più nulla da fare per la sua bambina. Così non parlammo più di questo nostro tentativo di aver aiuto da Padre Pio. Soltanto la bambina volle avere sempre con sé una piccola fotografia di Padre Pio, che io le avevo portato da San Giovanni Rotondo. Così passarono le settimane. Non pensammo più alle parole di Padre Pio. Del resto soltanto nel giugno 1952 doveva essere fatto un nuovo controllo a Bologna con relativo cambia­mento dell'apparecchio gessato; prima di questa data non sarebbe stato possibile accertare un eventuale miglioramento o addirittu­ra l'avvenuta guarigione. Era logico quindi supporre che la festa di San Giuseppe sarebbe passata inosservatamente, senza alcun­ché di nuovo.

Ma la Festa di San Giuseppe non passò inosservatamente! La mattina del 18 marzo, i genitori con loro grande sorpresa tro­varono la piccola Chiaretta libera nel suo lettino. L'apparecchio gessato era come tagliato in tanti pezzetti. Spaventati, non ricor­dando lì per lì le parole di Padre Pio, partirono immediatamente alla volta di Bologna per aver un nuovo apparecchio gessato. Ma il giorno seguente, il 19 marzo, festa di San Giuseppe, le radio­grafie eseguite dimostrarono che Chiaretta era in via di guarigio­ne. La testa del femore sinistro era bene sviluppata, per cui Chia­retta non sarebbe rimasta deforme o zoppicante, ma avrebbe potuto camminare come tutte le altre bambine sane e normali. Non c'era quindi più bisogno di un apparecchio gessato. Chiaret­ta poteva da ora in poi cominciare a camminare. In quel giorno felice i genitori di Chiaretta fecero la promessa che quando la bambina fosse stata in condizioni di camminare bene, tutti e tre sarebbero andati da Padre Pio in ringraziamento.

Al loro ritorno a Napoli, la mia vicina non ebbe però il coraggio di mettere la bambina in terra per farla camminare. Aveva paura. La bambina per il lungo uso degli apparecchi ges­sati era rimasta gracile, aveva le gambette troppo deboli, - alme­no così pensava la mamma - per reggere il corpo, e la mamma temendo nuovi danni, rimandava giorno per giorno, senza che mai si decidesse a seguire i consigli avuti dagli specialisti di Bologna. Per mesi portava in braccio la sua bambina; la quale invece avrebbe dovuto camminare. Infine lei stessa era avvilita per questa sua paura dalla quale non riusciva a liberarsi.

Nell'Avvento 1952 mi recai nuovamente da Padre Pio per una confessione, durante la quale raccomandai vivamente la mamma di Chiaretta e chiesi a lui preghiere per lei. Padre Pio mi diede allora un bel quadretto di Gesù Bambino di Praga, dicen­domi che il tempo natalizio era particolarmente adatto per chie­dere a Gesù Bambino le grazie e quindi benedicendo il quadret­to, consigliò di affidarsi in tutto a Gesù Bambino.

La mia vicina accettò con grande gioia il quadretto di Padre Pio ed eseguì fedelmente il suo consiglio. Nella Notte di Natale volle andare alla Santa Messa di Mezzanotte, e quando nella chiesa passò la processione con Gesù Bambino, gli chiese con tutto il cuore aiuto. E fu esaudita nel giorno stesso di Natale! Infatti, ritornata a casa ebbe la grande gioia di vedere Chiaretta che, fuori del suo lettino, le andava gioiosamente incontro! E per tutto il giorno di Natale Chiaretta non si stancò di correre per la casa, felice come un uccellino che finalmente ha la gioia di saper volare. E non fu meno felice la sua mamma, la quale in quel giorno guarì dalla sua tribolazione.

Ed ora era rimasto soltanto l'adempimento della promessa fatta di andare da Padre Pio per ringraziare. La mamma di Chia­retta avrebbe voluto partire subito, ma gli impegni di lavoro del babbo lasciavano ben poco tempo libero per un viaggio. Si pensò quindi di attendere le prossime feste pasquali per andare da Padre Pio; ma poi vi furono altre difficoltà, cosicché si dovette rimandare da Pasqua a Natale, e poi di nuovo da Natale a Pa­squa. E passarono anni! Infine non si parlò più di questa pro­messa, perché il babbo di Chiaretta non volle più saperne.

Quando, nella primavera 1955, mi giunse un invito per San Giovanni Rotondo, la mia vicina volle darmi un piccolo biglietto per Padre Pio, sul quale in poche righe gli chiese preghiere affin­ché suo marito si decidesse per la prossima Pasqua ad adempiere finalmente la promessa fatta. Aggiunse pure che non poteva fare altro se non scrivergli queste righe.

Diedi a Padre Pio personalmente il biglietto della mia vicina. Ed ecco, il Venerdì Santo dello stesso anno, il papà di Chiaretta, che da tanto tempo non voleva più sentire parlare di San Giovan­ni Rotondo, ad un tratto fu tutto preso dal desiderio di passare le Feste Pasquali con la sua famiglia da Padre Pio! Egli stesso volle preparare tutto per questo viaggio, ed il Sabato Santo parti­rono per San Giovanni Rotondo.

La domenica di Pasqua Chiaretta potette quindi personal­mente ringraziare Padre Pio. Ebbe il permesso di andare da lui che era nel suo confessionale. Devotamente Chiaretta baciò la mano di Padre Pio. Non occorrevano parole: Padre Pio l'accolse con un sorriso, le pose le sue mani sulla testa e la benedisse. Chiaretta si inchinò e baciò ancora la mano di Padre Pio. Poi ritornò felice dai suoi genitori che l'attendevano dirimpetto al confessionale, e che, profondamente commossi di questo sempli­ce ringraziamento, la strinsero nelle loro braccia piangendo di gioia.

Sono passati da allora alcuni anni. La bambina è divenuta una giovanetta, cara e buona, la gioia dei suoi genitori e di quelli che la conoscono. La sua mamma l'ha consacrata a Gesù Bambi­no, la cui immagine Padre Pio, un giorno ormai lontano, le aveva mandato come Dono natalizio.

 

La prima confessione

La mia quarta visita a San Giovanni Rotondo fu nel gennaio 1952. Durante questa visita mi confessai per la prima volta da Padre Pio.

La ragione per cui questa volta andai a San Giovanni Roton­do fu una preoccupazione familiare. Si trattò di un contratto commerciale che fin dall'inizio si rivelò tutt'altro che favorevole per noi. Imprudentemente questo contratto fu stipulato e firmato per la durata di ben 25 anni e ciò mi preoccupò non poco in quanto legava me e la mia famiglia per sì lunghi anni a persone disoneste.

Pensai quindi di andare a San Giovanni Rotondo per chiede­re a Padre Pio, in confessione, consiglio ed aiuto di preghiere. Con una novena in onore della Santissima Immacolata, mi prepa­rai a questa mia prima confessione con Padre Pio.

Lunedi, 21 gennaio 1952, fu il mio turno per la confessione. Al momento della confessione però, non conoscendo allora la maniera propria di Padre Pio tutto concentrato sull'essenziale per la brevità di tempo a sua disposizione, fui alquanto imbarazzata e non seppi dire nulla. Padre Pio però mi aiutò, dirigendo lui stesso la confessione, e dopo avermi dato l'assoluzione mi domandò: «Tu vuoi ancora qualche cosa?».

«Sì, Padre Pio, il contratto!» risposi subito.

Ma Padre Pio tacque. Pensai che non mi avesse sentito. Dopo poco mi domandò di nuovo: «Non vuoi ancora qualche cosa? - Padre Pio, quel contratto...».

Padre Pio non mi rispose; mi sembrò come se fosse ad un tratto sordo e muto. Quando però, per la terza volta egli ripetette quella sua domanda, seppi improvvisamente che cosa dovevo chiedergli. E senza esitazione dissi: «Padre Pio, accettatemi come Vostra figlia spirituale e siate­mi un vero Padre!».

A questa mia richiesta Padre Pio rispose con grande affabi­lità: «Ti accetto, figlia mia!».

Mi diede quindi la sua benedizione.

Fu davvero una strana confessione, del tutto diversa da come l'avevo immaginata. Avevo intrapreso questo viaggio a San Gio­vanni Rotondo unicamente per aver da Padre Pio aiuto e consi­glio nella difficile questione di quel contratto dannoso, e Padre Pio non mi aveva dato alcuna risposta in merito. Gli avevo chie­sto di accettarmi come sua figlia spirituale, senza che ciò fosse stata la mia intenzione, in quanto allora sapevo ancora troppo poco di simili cose, e Padre Pio aveva esaudito subito questa mia involontaria richiesta. Eppure io ero delusa, molto delusa!

Per questa confessione avevo affrontato non pochi sacrifici, ed ora mi sembrava che tutto fosse vano: dovevo quindi ritorna­re a casa senza aver concluso nulla, senza aver avuto da Padre Pio un'unica parola di consiglio.

Prima di lasciare la chiesa, dovevo ancora recitare le pre­ghiere che Padre Pio mi aveva dato per penitenza: erano proprio le stesse preghiere in onore della Santissima Immacolata, con le quali mi ero preparata a questa confessione. Ciò mi sembrò un po' strano, perché non avevo detto nulla a Padre Pio di questa mia preparazione. Domandai ad una mia amica che prima di me si era confessata da Padre Pio, quali preghiere Padre Pio le aves­se dato in penitenza: quelle in onore di San Michele, mi rispose, ed aggiunse che lei si era raccomandata proprio a San Michele per questa confessione. Un'altra amica ancora che si era preparata con la novena alla Madonna di Pompei alla confessione, ebbe a recitare proprio la novena della Madonna di Pompei come pre­ghiera di penitenza. «Come lo poteva sapere Padre Pio?» mi domandò bruscamente l'amica. «Ecco la sua straordinarietà!» aggiunse entusiasta. Ma io non volli fermarmi su questo fatto alquanto strano, perché io, invero, per mio conto ero troppo delusa...

All'altare della Santissima Immacolata che è a lato del confessionale di Padre Pio recitai le preghiere della mia peniten­za. Terminatele, pensai di andare via. Ma in quel momento un gran raggio di sole illuminò per alcuni attimi la parete di fronte all'altezza del coro, cosicché fu facile per me vedere una pittura sulla quale era scritto San Corrado da Parzham. Il raggio di sole ritornò ancora due volte illuminando l'immagine di un frate cap­puccino che distribuiva il pane ai poveri davanti alla porta di un convento. Era l'immagine di San Corrado da Parzham, l'umile frate cappuccino, che io allora non conoscevo. Guardai ancora la parete che era di nuovo nel buio, per cui non si poteva più distin­guere né la pittura né la scrittura.

Sebbene non avessi saputo dare allora alcun significato a questo fatto dei tre raggi di sole che mi indicarono un nome, un luogo ed un Santo che io non conoscevo, mi sentii confortata da una nuova speranza.

Circa un mese dopo, in una chiesa di Napoli, un padre cap­puccino, al quale un giorno avevo chiesto un libro sulla vita di un francescano, non avendo trovato quel libro, me ne diede un altro, scelto a caso da lui : era la Vita di San Corrado da Parz­ham! Lessi con grande interesse questo libro, nel quale trovai anche notizie sul Santuario di Altotting, il massimo Santuario Mariano della Germania meridionale, ove il Santo, di cui avevo visto per la prima volta l'immagine a San Giovanni Rotondo nel giorno della mia prima confessione da Padre Pio, trascorse quasi tutta la sua vita.

Questo libro mi è sembrato un invito per me a fare un pelle­grinaggio a quel Santuario e quindi mi proposi di approfittare di un mio imminente viaggio in Germania per andare ad Altotting.

Più presto che pensassi, ebbi occasione di fare questo pelle­grinaggio. Nel maggio dello stesso anno fui ad Altotting. Per prima andai nella chiesa di San Corrado da Parzham, ove si tro­vano le sue Reliquie, e lì pregai ed affidai al Santo quanto da tempo mi stava a cuore. Subito dopo mi recai a fare una visita nella "Santa Cappella" della Madonna. E qui notai una donna che portava una grande croce sulle spalle e girava in ginocchio intorno alla Santa Cappella. E vidi che anche altri, o in ginoc­chio o in piedi, portavano grosse croci intorno alla Cappella della Madonna. Non avendo mai visto prima una simile cosa, volli domandare nella sagrestia quale significato avesse questa pia pratica. Ed il sagrestano me lo spiegò : «Quando nei casi più di­sperati la gente non sa più trovare alcuna via d'uscita, ecco che promette alla Madonna di portare la croce intorno alla Sua Cap­pella, qualora l'esaudisca». E dicendomi ciò, il sagrestano mi diede un piccolo libretto intitolato : La Storia della Croce di Stocker. Lessi nella stessa sera la commovente storia di un uomo - di nome Stocker - il quale trovandosi in un gravissimo pericolo da cui, umanamente, non vi era più alcuna possibilità di salvezza, si rivolse con tutta fede alla Madonna, promettendole di portare una pesante croce dal suo villaggio fino alla Santa Cappella di Altotting, qualora fosse liberato dalla sua sciagura. E non appena aveva fatto questa promessa, fu esaudito in modo davvero prodigioso. Da allora in poi si introdusse questa devo­zione di portare la croce intorno alla Santa Cappella della Madonna di Altotting, devozione che si è dimostrata efficacissi­ma nei casi più difficili e disperati, e che ha dato e dà ancora innumerevoli grazie e favori.

La mattina seguente, ascoltando la Santa Messa nella Santa Cappella, mi sembrò il momento che anch'io facessi la mia promessa alla Madonna. Con tutta fede Le chiesi di liberare me ed i miei da quel contratto, e promisi di portare in ringraziamento la croce intorno alla Sua Cappella tante volte quanti fossero gli anni sottratti ai 25 convenuti. E pur sapendo che non vi era alcuna possibilità di sciogliere entro breve tempo quel contratto, osai aggiungere: «Ma se il contratto si sciogliesse ancora in quest'anno, allora porterei 25 volte la croce intorno alla Tua Cappella». Detto ciò, sentii che la Madonna aveva accettata la mia promessa, e con questa certezza lasciai Altotting ed intrapre­si il viaggio di ritorno.

 

* * *

 

La mia preghiera fu esaudita nello stesso anno! Il contratto che sarebbe dovuto durare ben 25 anni, si sciolse in meno di due mesi. Inoltre, ebbi ancora nello stesso anno la possibilità di ritor­nare ad Altotting, ed adempii, nel mese di ottobre, la mia pro­messa di ringraziamento.

La mia quarta visita a San Giovanni Rotondo e la mia prima confessione da Padre Pio non furono quindi invano. Nulla fu invano! Né le preghiere, né i sacrifici, né le amarez­ze. Tutto fiorì, e mi diede molto di più di quanto avevo sperato e domandato.

Ogni anno, nei miei viaggi, mi è caro ritornare ad Altotting per un breve pellegrinaggio. Ogni anno comporta pene e gioie e c'è sempre molto da chiedere e molto da ringraziare, per cui ogni volta che sono ad Altotting, ben volentieri porto la croce intorno alla Santa Cappella della Madonna: la porto per me e per i miei cari, e ricordandomi sempre di aver trovato Altotting, come tante altre cose buone, a San Giovanni Rotondo, la porto anche ogni volta per Padre Pio.

 

«Voglio vivere, Signora!»

Una crisi matrimoniale

Nel gennaio 1953 ebbi l'incarico di raccogliere offerte per la costruenda chiesa dei Cappuccini nel luogo natio di Padre Pio, a Pietrelcina. E questa raccolta fu la ragione per cui una sera feci una visita ad una famiglia nel mio palazzo. Conoscevo questa famiglia soltanto di vista, e perciò non sapevo in quale triste situazione si trovasse. La famiglia, giovani sposi con una figlio­letta di appena due anni, era per dividersi. Una crisi matrimonia­le, causata dall'infedeltà dello sposo, aveva portato la rovina nella vita familiare. Lo sposo, un industriale benestante, aveva riallacciato relazioni con donne che conosceva prima del matri­monio, e per questo erano entrati nella sua vita discordia e disor­dine. In breve tempo tutto fu distrutto da questo disordine l'amore per la moglie e per la figliuola, la pace in casa, la gioia della vita familiare. Infine, preso dalle sue distrazioni, desiderò di liberarsi della sua famiglia per poter indisturbatamente vivere come gli piacesse. Ed un giorno decise di rimandare sua moglie dai genitori che vivevano in America.

Quando in quella sera andai a trovare questa famiglia, tutto era assai triste. La signora mi raccontò piangendo la sua pena. Tra qualche giorno sarebbe partita con la bambina per l'America. Suo marito aveva disposto così e tutto era già pronto per la par­tenza. Non vi era più nulla da fare, né erano valse le sue lacrime né i suoi ragionamenti: la separazione era inevitabile.

Diedi alla signora due medaglie benedette da Padre Pio. «Sì - mi disse - Padre Pio potrebbe ancora salvarci...» e mi chiese che parlassi con suo marito e gli proponessi di accompa­gnarla da Padre Pio prima della partenza.

Mentre parlavamo, entrò il marito. Mi salutò appena, ma quando seppe della raccolta, senza esitazione mi diede una generosa offerta per la chiesa di Padre Pio. Diedi anche a lui quindi una medaglia ed una piccola fotografia di Padre Pio che egli accettò, mettendola subito nella sua tasca. Ciò mi incoraggiò per chiedergli se volesse prima della partenza accompagnare la signora per una breve visita da Padre Pio.

«Da Padre Pio ? Ma perché ? - mi domandò irritato.

Non gli risposi. Ma egli, come spinto da una ribellione inter­na, proseguì: - Da Padre Pio ! Cosa dovrei fare io da Padre Pio? Cosa dovremmo fare noi, mia moglie ed io, da questo Padre Pio?

- Padre Pio potrebbe darvi ancora un consiglio, un aiuto...

- Non ho bisogno né di consigli né di aiuto, non ho bisogno di un Padre Pio! Sono giovane, ho appena 28 anni... io voglio vivere, signora!

- Vivere? - gli chiesi alquanto sorpresa - cosa volete dire con ciò? - Ma egli non mi rispose.

- Non avete tutto? Avete una giovane moglie, una cara figliuola, una bella casa, un avvenire sicuro, benessere e salute. Non avete davvero tutto per poter vivere felicemente?

Non seppe darmi alcuna risposta.

Due giorni dopo, la signora R., assieme alla figliuola, partì per l'America, e lui incominciò a "vivere" come aveva pensato e desiderato. Da quel momento in poi poteva indisturbatamente ritornare a casa a qualsiasi ora della notte o nelle prime ore del mattino; nessuno gli domandava più donde venisse. Nessuno più lo distolse dal suo benessere nel disordine che egli chiamava "libertà". E nessuno più vi era che con la sua presenza e con le sue parole potesse dare inquietudine alla sua coscienza.

Ora poteva "vivere"!

Sabato, 21 marzo 1953, ritornando dalla Messa mattutina, rividi il signor R., che mi venne incontro, e, visibilmente com­mosso, mi disse: «Signora, sarei disposto ora ad andare da Padre Pio. Potrebbe Lei accompagnarmi?».

Un po' perplessa, gli domandai come mai desiderasse ora di andare da Padre Pio. Ed egli mi raccontò che rincasando ad ora tarda la notte precedente, gli era sembrato di vedere Padre Pio innanzi a sé. Fu soltanto un attimo, ma gli era rimasto così impresso, che non sapeva più pensare ad altro che a Padre Pio, e desiderava di andare da lui al più presto!

Già da qualche giorno, in casa mia era stato deciso di tra­scorrere la domenica 22 marzo, che in quell'anno era la Domeni­ca della Passione, a San Giovanni Rotondo. Perciò potevo essere utile al signor R. per il suo incontro con Padre Pio. Tuttavia gli diedi le indicazioni necessarie per il viaggio ed anche una lettera di presentazione per Padre Pio; infatti egli era voluto partire subito per San Giovanni Rotondo, mentre noi partimmo soltanto nelle prime ore della sera.

La domenica mattina, alle 5, ci trovammo tutti alla Santa Messa di Padre Pio. Sebbene vi fossero molti fedeli che voleva­no parlare con Padre Pio, il signor R. subito dopo la Santa Messa ebbe un colloquio col Padre, nel quale non chiese altro che il ritorno di sua moglie. «Occorre che cambi vita...» rispose Padre Pio con tono severo. «Sono ben disposto, Padre Pio, disse il signor R., ma chiedo il Vostro aiuto!».

Fece quindi la sua confessione da Padre Pio.

 

* * *

 

Raramente si vedono visi cosi contenti e felici come quelli che hanno gli uomini subito dopo che si sono confessati da Padre Pio. A Lourdes si possono facilmente riconoscere quelli che hanno fatto il bagno nelle piscine della Santa Grotta, perché i loro visi riflettono una singolare felicità. A San Giovanni Roton­do, un'espressione simile si può notare sui visi di quelli che si sono confessati da Padre Pio. Gli uomini, dopo la confessione, escono dalla sagrestia con visi raggianti, si inginocchiano presso l'altare, pregano devotamente, assistono alle Sante Messe susse­guenti. Non vogliono più staccarsi dal loro raccoglimento, resta­no soffermati a meditare sulle parole di Padre Pio, su quelle sem­plici parole di ammonimento, di consiglio, di incoraggiamento, che Padre Pio sa infondere nelle anime.

Ciò accadeva anche al nostro signor R.. Uscì raggiante dalla sagrestia e subito si mise a pregare in ginocchio presso l'Altare Maggiore. Rimase ad ascoltare tutte le Sante Messe della matti­nata. Osservandolo ora così raccolto nella preghiera, così fervo­roso e sereno, pensai quale mutamento doveva essere avvenuto nella sua anima; ben ricordavo quella sera di gennaio, nella quale aveva respinto decisamente l'invito di andare da Padre Pio. E ricordavo anche le sue parole irose di allora: «Cosa dovrei fare io da Padre Pio ? Non ho bisogno di questo Padre Pio! Voglio vivere, Signora!». Come erano lontane ora queste parole, e come era lontana quella sera!

Nelle prime ore del pomeriggio partimmo da San Giovanni Rotondo. Fu scelta la via di Manfredonia invece che quella, più breve, di Foggia, per poter visitare il Santuario di San Michele a Monte Sant'Angelo. Invero questa visita fu proposta dal signor R., forse indotto da Padre Pio che non di rado raccomanda ai suoi penitenti una visita a San Michele. E con questo pellegri­naggio concludemmo la Domenica della Passione, che fu ricca di benedizioni per noi tutti.

Il giorno seguente, il signor R. telegrafò a sua moglie in America chiedendole di ritornare al più presto. Sperava che ciò fosse possibile già per la prossima Pasqua. Ma la signora, ammalatasi nel frattempo, non potette subito ritornare. Non fu facile per lei spiegarsi il cambiamento di suo marito nei suoi riguardi e la premura che mostrava per un suo sollecito ritorno. Seguì quin­di un tempo di attesa nel quale furono scambiate molte lettere tra marito e moglie, e nel quale il signor R. andò molte volte da Padre Pio per avere da lui consigli ed aiuti, di cui, come diceva ora, aveva estremamente bisogno!

Nell'autunno, la signora R. ritornò con la figliuola, e si iniziò quindi per la famiglia riunita una nuova vita, che cancellò defini­tivamente ogni ricordo dell'amara esperienza del passato.

 

Visite disinteressate

Per lo più, le nostre visite a San Giovanni Rotondo hanno qualche determinata ragione. Una necessità urgente, la grave malattia di una persona a noi cara, difficoltà familiari, tribolazio­ni di ogni specie, grandi decisioni da prendere: ecco le più fre­quenti ragioni per cui andiamo da Padre Pio.

Al secondo posto vengono le visite di ringraziamento, che avevamo promesso in un momento difficile, o delle quali ci sen­tiamo in obbligo anche senza una promessa fatta. Ma le visite di ringraziamento spesso lasciano a desiderare: nei momenti diffi­cili ben presto si decide di andare da Padre Pio per implorare preghiere e consiglio, ma una volta ottenuto quanto ci stava a cuore, non si ha più alcuna fretta di fare una visita di ringrazia­mento. Si rimanda, talvolta per anni! E non di rado ci vuole, come suol dirsi, "l'aiuto di Dio" per essere indotti al ringrazia­mento, perché gli uomini in fondo sono sempre gli stessi, come duemila anni fa quei dieci lebbrosi guariti da Gesù, dei quali uno solo volle e seppe rendere grazia.

Poche, pochissime sono le visite che non abbiano un preciso motivo: visite nelle quali non intendiamo chiedere nulla, semplici visite del tutto disinteressate. Eppure, proprio queste visite hanno quasi sempre qualche sorpresa da darci e qualche inspera­to esaudimento da offrirci. La mia 14a visita a San Giovanni Rotondo, il 25 e 26 agosto 1953, fu di queste.

La mia amica Rosaria, per far cosa gradita ad una sua paren­te venuta da lontano, pensò di fare con lei una visita a Padre Pio. E dato che anch'io avevo un'ospite che avrebbe gradito cono­scere Padre Pio, decidemmo di andare insieme a San Giovanni Rotondo. Partimmo di buon mattino, martedì 25 agosto 1953.

Eravamo fortunate : non appena arrivate a San Giovanni Rotondo, avemmo la gioia di incontrare Padre Pio nel corridoio del convento. Padre Pio, affabilmente; ci domandò donde fossi­mo venute, e ad ognuna di noi volle dare la sua benedizione. Poi con un bel sorriso ci congedò. Fu un buon principio.

Nel pomeriggio facemmo un pellegrinaggio a Monte Sant'Angelo, al Santuario di San Michele, e al ritorno visitammo il Cimitero di San Giovanni Rotondo, ove riposano i genitori di Padre Pio.

La mattina seguente alle 5 assistemmo alla Santa Messa di Padre Pio e con questa concludemmo la nostra visita.

Ripartimmo immediatamente, perché era nostra intenzione di ritornare subito a Napoli per essere all'ora del pranzo a casa. Ma una involontaria deviazione dalla strada principale ci portò invece nelle montagne e propriamente in vicinanza della villa che la mia amica aveva preso in affitto per le vacanze estive della sua famiglia. Dovemmo quindi mutare programma e deci­demmo di pranzare nella villa dell'amica.

Questa villa si trovava sui monti avellinesi, in vicinanza del piccolo luogo di villeggiatura Carovilli, ed apparteneva ad un avvocato. Prima di giungere lì, la mia amica ci diede alcuni consigli sul modo di comportarci : non dovevamo dire che erava­mo state da padre Pio, anzi dovevamo evitare qualsiasi argomento di fede e di religione in quanto l'avvocato, un noto "libero pensatore" ed avversario "irriducibile" della religione, non tolle­rava nella sua casa discussioni del genere. Inoltre, la cara Rosaria ci raccomandò di non prendere alcun fiore dal giardino della villa, né di chiedere all'avvocato di averne uno, perché egli non sarebbe stato disposto ad offrirlo. Custodiva gelosamente il suo giardino e non aveva mai regalato ad alcuno un fiore di esso. Con queste istruzioni ed ammonimenti di Rosaria, giungemmo a Carovilli.

La villa dell'avvocato era davvero un piccolo paradiso, un paradiso soprattutto di fiori ! Situata su una roccia sporgente, in mezzo ai monti ma non oppressa da essi, un po' appartata dal luogo abitato e più in alto di esso, sembrava un gioiello prezioso scintillante di fiori, un minuscolo paradiso uscito direttamente dalle mani amorevoli di Dio.

Con mia sorpresa però lessi proprio all'entrata un versetto scritto su una graziosa tavoletta di ceramica che non lasciava alcun dubbio sui sentimenti antireligiosi ed ateistici del proprie­tario di questa villa paradiso. E tavolette di ceramica di questa specie si trovavano un po' da per tutto in questa casa. Era dunque evidente che qui non potevamo dire di essere state da Padre Pio.

L'avvocato, un signore anziano, con lineamenti marcati che davano al suo viso un aspetto severo, ci salutò affabilmente. Rosaria ci presentò e pregò l'avvocato di prendere poi con noi il caffè. L'avvocato accettò ben volentieri l'invito e ci promise di farci vedere il suo giardino. Ci congedammo quindi ed andammo nella parte della villa tenuta in affitto da Rosaria.

Dopo pranzo ci riunimmo tutti, presente l'avvocato, nel salotto per prendere il caffè. Nessuno di noi sapeva di che cosa parlare e fu un po' penoso per tutti lo stare insieme. Ma quando uscimmo per fare una passeggiata nel giardino, guidati dall'avvocato, questi seppe parlarci così bene dei suoi fiori, che io lo seguii con grande interesse. Ci comprendevamo abbastanza bene, dato che anch'io amo moltissimo i fiori.

Mentre parlavamo pensai però che era molto strano che un uomo così affascinato dalle bellezze della natura, potesse essere tanto avverso a Dio Creatore di queste bellezze. Ero presa da questa considerazione, quando l'avvocato mi disse : «Vede, Signora, sono già vecchio. Molti anni non ho più da vivere. Il pensiero di dover un giorno lasciare questo giardino mi è assai amaro». E, come avesse voluto distogliersi da una improvvisa commozione, aggiunse, un po' per scherzo, un po' sul serio «Ho però fatto un patto col diavolo...

- Col diavolo? - gli domandai sorpresa.

- Sì ! Per tutta la mia vita l'ho abbastanza ben servito; dopo la mia morte deve in compenso lasciarmi ogni tanto ritornare al mio giardino, ai miei fiori...

- Ma, Avvocato, Lei non vorrà mica andare all'inferno ?

- Si! sì! Il diavolo è il mio migliore amico!

- Non credo, Avvocato! Penso invece che i Suoi migliori amici siano questi Suoi bei fiori!».

E con questa risposta terminò la nostra discussione. Rosaria già mi aveva fatto segno di non parlare oltre, ed anch'io pensai che era più saggio troncare il discorso. Tenendo presenti quei versetti scritti sulle tavolette di ceramica, mi sembrava che in fondo era già qualche cosa questo nostro breve dialogo.

Riflettevo : se un uomo crede nell'esistenza del diavolo, dell'inferno, e della vita dopo la morte, non gli dovrebbe essere tanto difficile credere anche nell'esistenza di Dio, del Paradiso, e dell'immortalità dell'anima. Trovai soltanto un'unica risposta alla mia riflessione : nella vita di quest'uomo mancava Cristo Gesù e perciò tutto era alla rovescia, confuso ed errato. Nel momento che Gesù entrasse in questa anima, tutto cambierebbe ! Pensai a Padre Pio, dal quale venivamo e mi domandai se eravamo giunti qui soltanto per caso oppure tutto aveva un senso preciso. Chiesi quindi un segno al Signore : se, contro ogni aspettativa, l'avvoca­to mi avesse dato un fiore del suo giardino, ciò sarebbe stato un segno che il nostro involontario viaggio da San Giovanni Roton­do a Carovilli non sarebbe stato invano. Questo fiore, mi propo­si, lo avrei messo poi davanti all'immagine del Sacro Cuore di Gesù.

Con grande sorpresa di Rosaria e con mia non meno grande gioia, alla nostra partenza, l'avvocato mi diede alcune bellissime rose ed altri fiori preziosi del suo giardino!

A casa, nella stessa sera, misi questi fiori, giusta la mia pro­messa, davanti all'immagine del Sacro Cuore di Gesù «per la conversione dell'avvocato di Carovilli».

 

* * *

 

Sulla splendida giornata di quel 26 agosto 1953, passò il tempo : settimane, mesi, anni! Ogni tanto chiedevo a Rosaria, alla quale non avevo mai confidato la mia segreta preghiera e speranza, notizie dell'avvocato di Carovilli. «È sempre lo stesso ! Non cambierà mai !» fu la sua costante risposta.

Nella settimana della Passione dell'anno 1955 mi preparavo per una confessione da Padre Pio. Nel giorno della mia partenza per San Giovanni Rotondo seppi da Rosaria che l'avvocato di Carovilli era molto malato. Mi proposi di raccomandarlo a Padre Pio.

Il Venerdi della Passione, primo aprile 1955, feci la confes­sione da Padre Pio. Era anche il primo venerdì del mese consacrato al Sacro Cuore di Gesù e questo mi diede molta speranza di poter fare qualche cosa per l'avvocato di Carovilli. Infatti, mi fu facile, dopo la confessione, esporre a Padre Pio il caso dell'avvo­cato. Padre Pio promise di pregare per lui e mi esortò a scrivergli subito senza alcuna esitazione invitandolo a trarre occasione dalla ricorrenza della Santa Pasqua per riconciliarsi con Gesù nei Santi Sacramenti. Padre Pio benedì anche un quadretto del Sacro Cuore di Gesù ed un rosario per il malato.

Nella stessa mattinata, seguendo il consiglio di Padre Pio, scrissi una lettera all'avvocato e la spedii assieme al quadretto del Sacro Cuore da San Giovanni Rotondo. Alcuni giorni dopo inviai all'avvocato da Napoli il rosario benedetto da Padre Pio.

Subito dopo Pasqua mi giunse da Carovilli la seguente lettera:

«Carovilli, 12-4-55

Mia buona signora,

Ben mi ricordo di Lei e dei fiori che Le offrii in un giorno assai lontano. Oh! non avrei allora immaginato di ricevere la Sua lettera, colma di bontà, che mi ha diretto col suo richiamo, in occasione della Santa Pasqua, a ricevere Gesù...

Tale richiamo mi è stato spesso rivolto dai miei cari, ma debbo pure dirle che la Sua lettera, così permeata di senso cristiano, ha avuto assai peso nella mia decisione, e il Giovedì Santo, un frati­cello di San Francesco mi ha recato la Santa Comunione.

Subito dopo, nella stessa mattinata, mi veniva recapitato il pacchetto da Lei speditomi e di cui ho assai gradito la bella Coroncina: su di essa qualche volta volerà una preghiera anche per Lei».

Fu immensa la mia gioia per questa lettera, che mi recò, con quasi francescana semplicità, la bella notizia di questa grande conversione. Fu una conversione profonda, totale, che fece di quest'anima un giorno ribelle, un'anima ferventissima di Dio, dei sacramenti, della preghiera; per tutto il resto della sua vita, l'avvocato di Carovilli amò con gratitudine il dono della fede, che la riconciliazione con Cristo gli aveva procurato.

Pensando a questa conversione, non posso fare a meno di pensare anche a Padre Pio ed alla sua umile vita di preghiera e sacrifici. Perché la grande conversione di quell'uomo, che fin dalla gioventù e per più di sessant'anni era vissuto lontano da Dio, dalla fede, dai sacramenti, ha un rapporto con la vita di Padre Pio che a molti apre la via a Cristo, e spesso spinge anche noi, che viviamo nella fede, sui sentieri della Provvidenza di Dio, per farci strumenti per la conversione degli uomini.

 

* *

 

Ogni conversione ha la sua propria via, la sua propria bilan­cia, quella finissima e precisissima della Giustizia Divina. Ogni conversione è, grazie alla Misericordia di Dio, la somma delle preghiere e dei sacrifici di quelli che già ferventemente vivono nella fede di Cristo. A sua volta, il fervore dei convertiti fa sor­gere nuove conversioni : ed è questa la fioritura della Croce di Cristo, la santa e consolante fioritura che non conosce mai sosta e che accompagnerà l'umanità fino alla consumazione dei tempi.

 

Il confessore

Di San Clemente Maria Hofbauer si racconta che egli seppe vincere i cuori umani soprattutto con la sua grande semplicità, e che anche le più semplici parole dette da lui avevano una straor­dinaria efficacia.

Una simile cosa si potrebbe dire anche di Padre Pio. Le sue semplici parole, i suoi brevi consigli o ammonimenti o incorag­giamenti, le sue sobrie risposte hanno un'efficacia del tutto ecce­zionale: colpiscono profondamente i cuori e sanno scuotere le coscienze in maniera sorprendente. E questa efficacia della sua semplicità si sente soprattutto nella confessione.

Alla mia confessione da Padre Pio, sulla quale ho già riferito altrove, seguirono molte altre confessioni da lui. Ad ognuna di esse mi sono preparata con preghiere. Sperimentai ben presto che nel contatto con Padre Pio le preghiere hanno una grande impor­tanza. Se ero ben preparata, i pochissimi minuti a disposizione erano sufficientissimi. Talvolta mi è sembrato quasi prodigioso questo dilatarsi dei pochi minuti contati nei quali si svolsero la confessione, le mie richieste e raccomandazioni e le risposte di Padre Pio. Per tutto c'era tempo! Da Padre Pio si percepisce una massima economia ed una massima utilizzazione del tempo. Tutto è concentrato sull'essenziale. Non vi sono parole inutili, né possibilità di discussioni, che del resto sono del tutto superflue da Padre Pio. Egli spezza il discorso all'inizio con poche ispirate parole capaci di indirizzarci verso la soluzione dei nostri proble­mi.

Spesso il suo linguaggio è di una rude realtà, che soprattutto nelle prime confessioni ci sorprende e ci lascia un po' perplessi. Una volta abituati però al suo modo, vediamo che esso ci è utile e salutare.

Per lo più le confessioni da Padre Pio s'iniziano con la sua domanda circa il tempo trascorso dalla nostra precedente confes­sione. Con questa prima domanda si stabilisce un contatto tra Padre Pio ed il penitente. Sembra ad un tratto che Padre Pio sap­pia tutto di noi. Se le nostre risposte sono poco chiare, oppure inesatte, egli le rettifica. Si ha la sensazione che Padre Pio ci conosca, che il suo occhio veda la nostra anima come realmente è davanti a Dio.

Padre Pio come confessore ha tutta la maniera del Chirurgo che necessariamente ferisce per curare. Se c'è un male in noi, egli lo colpisce fino in fondo per estirparlo radicalmente. Questo suo modo severo e rude tuttavia non è mai arbitrario e non è mai ingiusto. Il suo unico intento è di curarci dei nostri mali, e perciò le nostre confessioni da lui ci sono sempre salutari.

Non dobbiamo cercare in Padre Pio "un consolatore delle nostre pene", perché solo raramente egli ha per noi e le nostre tribolazioni parole di compassione. Sempre però le sue parole hanno la virtù di darci nuova forza e nuovo coraggio. Padre Pio nella confessioni è soprattutto un dispensatore di nuove forze che ci aiutano efficacemente a sostenere meglio le vicissitudini della vita. Egli ci insegna che è poco saggio farci consumare dalle preoccupazioni, e ci esorta nello stesso tempo a reagire contro di esse con i mezzi che ci offre la fede. Padre Pio non tollera in noi né tristezza, né avvilimenti. Ci spinge verso la preghiera come mezzo efficacissimo a risolvere i nostri problemi. Ci esorta alla fiducia in Dio e nella Divina Provvidenza. La sua maniera di aiu­tarci è una maniera forte, radicale. Spesso ci toglie le nostre pene, che avevamo portate con noi nel suo confessionale, sembra che le assorbisca lui senza dirci nemmeno una parola. Altre volte, e non di rado, ci fortifica con poche ispirate parole, affin­chè possiamo meglio portare una determinata croce. La stessa croce che ci è sembrata troppo pesante per le nostre forze, con le sue parole ed il suo esempio diventa leggera e ben sopportabile. Così in una confessione io mi lamentai di una pena che avevo per una situazione familiare, pena che mi sembrava non più sop­portabile. Ma Padre Pio mi rispose solo con una breve domanda «E questo davvero non lo puoi sopportare ?» come per dire: una simile cosa da niente ti è davvero così pesante? Riconobbi attra­verso questa sua domanda la meschinità della mia pena e mi pro­posi di non prenderla più così sul serio; il che poi mi fu utile e mi aiutò infine a liberarmi da essa.

IJ un’altra confessione parlai a Padre Pio di una ingiustizia subita, che mi sembrava una grande croce. Gli domandai come dovessi comportarmi. Padre Pio mi rispose: «Sopportala! Diventerà leggera!» Infatti, così fu. E proprio in quei giorni mi capitò di leggere il seguente detto di Padre Pio: «Fa che non turbi l’anima tua il triste spettacolo della ingiustizia umana: anche questa, nella economia delle cose, ha il suo valore. E su di essa che vedrai sorgere un giorno l’immancabile trionfo delle giustizia di Dio!»

Potei in seguito sperimentare anche nel mio caso la verità di queste parole. Ebbi, proprio per quell’ingiustizia sofferta, un unaspettato beneficio in un momento di particolare necessità.

 

* * *

 

Molto severamente Padre Pio mi trattò per una certa mia tiepidezza, per la quale talvolta trascuravo le preghiere o l’adempimenti di promesse fatte nei tempi difficili. Padre Pio non volle mai liberarmi dalle promesse o voti fatti con tutto il cuore nei momenti di particolare necessità, però mi indicò la via al fedele adempimento degli impegni presi e mi diede anche la forza ed il fervore per essi.

Da anni mi ero impegnata per l’ora di guardia del rosario perpetuo. Mi fu assegnata un’ora del giorno 7 di ogni mese. Purtroppo, spesso trascuravo questo impegno. Confessando questa mia mancanza, non fui mai rimproverata, sebbene non vi fossero alcune scuse per me, dato che avevo sia il tempo sia la libertà di dare quest’unica ora al mese. Così rimasi nella mia tiepidezza. Solo una confessione da Padre Pio mi liberò da essa. Appena dissi a Padre Pio di questa mia negligenza, ricevetti un rimprovero che non mi aspettavo: «Sciagurata! - mi disse - non sai che bisogna stare all'erta sulla via della salvezza? Soltanto i ferven­ti riescono a percorrerla, mai i tiepidi o quelli che dormono!». Queste parole di Padre Pio mi rimasero così impresse, che da allora non ho più trascurato il mio impegno.

 

* * *

 

Una mia conoscente - Elisa R. - durante una grave malattia promise per voto che, se fosse guarita, avrebbe fatto una raccolta in onore di Gesù crocifisso a beneficio di una chiesa particolar­mente povera e bisognosa. Elisa guarì in breve tempo e subito, nel primo fervore dalla sua gratitudine, volle dedicarsi alla rac­colta promessa. Ben presto però incontrò diverse difficoltà alcuni dei suoi conoscenti rifiutarono di dare offerte, altri davano a stento offerte minime. La mortificazione di chiedere elemosine le sembrò quindi troppo difficile ed inutile, per cui decise di chiedere a Padre Pio in una confessione di dispensarla dal suo voto e di permetterle di sostituirlo con una qualsiasi altra buona opera meno difficile.

Padre Pio non la dispensò dal voto, ma la esortò invece a pregare fervorosamente Gesù Crocifisso di poter fedelmente adempire il voto fatto. Elisa seguì il consiglio di Padre Pio, e non passò molto tempo che trovò generosi offerenti, per cui ben pre­sto ebbe raccolta la somma promessa per la chiesa povera. Poco dopo che ebbe sciolto il suo voto ricevette ancora una grazia, per la quale aveva lungamente pregato invano e da tempo non spera­va più di riceverla.

 

Un signore in lutto

Nella sala da pranzo dell'Albergo "Santa Maria delle Gra­zie" a San Giovanni Rotondo notai ad un tavolo vicino un signore vestito di nero, evidentemente in lutto. L'espressione del suo viso però era raggiante come se riflettesse una grande gioia inter­na. Mi sembrò un contrasto strano. Non ebbi occasione di parlar­gli nell'albergo, ma ci trovammo poi nello stesso compartimento del treno durante il viaggio di ritorno.

Come accade spesso, alcuni viaggiatori vollero sapere da noi che eravamo saliti sul treno a Foggia, se fossimo stati da Padre Pio. Alla nostra risposta affermativa ci chiesero di raccontare di lui. Il signore in lutto non si fece pregare, anzi sembrò contentis­simo di poter raccontare di Padre Pio e della sua propria espe­rienza. E raccontò: «Giorni fa mi hanno ucciso il mio unico figlio, che aveva appena sedici anni. Fui annientato dal dolore e mi sembrò che mai più avrei potuto uscire dalla mia disperazione. Nulla mi poteva consolare. Molto tempo fa, un mio amico mi parlò di un certo Padre Pio, ma allora non volli sapere di lui. Da anni avevo abbandonato la mia famiglia - mia moglie, mia figlia, mio figlio - e vivevo con una donna. La mia vita era un caos, nulla più mi era sacro. E poi, ad tiro tratto, la disgrazia ! Ed ecco, oppresso da tanta disperazione mi sembrò come un'ancora di salvezza il ricordo del nome di Padre Pio. Sentii che da lui avrei potuto trovare un po' di conforto. Da lui solo ! Come mi sia venuto questo pensiero non lo so. In ogni modo non potei più resistere e presi il primo treno che da Milano mi portava verso il sud. E ieri finalmente ho potuto incontrare Padre Pio. Mi misi in ginocchio, come per confessarmi, senza però la minima intenzio­ne di fare davvero una confessione, e gli dissi: "Padre Pio, mi hanno ucciso il mio unico figlio"!

Solo questo volevo dirgli per aver una parola di conforto da lui. Ma Padre Pio, guardandomi severamente, ebbe soltanto questa breve domanda per me: "E non ti è bastato? ".

Fui colpito fin infondo, e compresi in un attimo ciò che non avevo compreso per tanti anni. Tutta la mia vita con tutti i suoi errori era davanti a me.

"Sì, Padre Pio! - risposi.

- Che cosa aspetti ancora? - mi domandò. Capii che cosa volesse dire con ciò e gli chiesi di potermi confessare.

Da ieri sono l'uomo più felice del mondo, malgrado il mio gran lutto. Speravo di trovare da lui conforto e consolazione, ma egli mi diede molto di più: mi ha completamente trasformato!

Ritorno ora alla mia casa, da mia moglie, da mia figlia... ritorno a casa con il cuore sereno!».

 

Una signora di Genova

Una sera eravamo riuniti nel salone dell'Albergo "Santa Maria delle Grazie" intorno al fuoco del camino. Era l'ora giusta per scambiarci le nostre esperienze fatte a San Giovanni Rotondo. Chi più di tutti gli altri desiderava raccontare le proprie vicende era una distinta signora di Genova, che nella mattina di quel giorno avrebbe dovuto confessarsi da Padre Pio, ma quando era venuto il suo turno, non aveva saputo dire altro che questo «Padre Pio, quattro anni fa ho perduto mio marito e da allora non sono andata più in chiesa. - Perché hai perduto tuo marito hai perduto anche Dio? va via! va via!» le aveva detto Padre Pio bruscamente e aveva chiuso subito lo sportellino del confes­sionale, senza più curarsi di lei.

La signora non poteva credere alle sue orecchie, perché mai nessuno aveva osato parlare in un simile modo con lei. Cosa poteva fare? Non le era rimasto altro che alzarsi ed andare via. Aveva intrapreso un lungo viaggio da Genova, aveva dovuto aspettare tanti giorni, finché venisse il suo turno per la confessio­ne e Padre Pio non aveva avuto altre parole per lei che «Va via!». La morte di suo marito era stato un colpo troppo grande dopo i lunghi anni di matrimonio felice, mai offuscato da alcuna ombra. Aveva pensato che Padre Pio potesse comprendere il suo dolore per la perdita del marito e renderle il conforto di una buona parola. Invece, con sua grande delusione, era stata manda­ta via, ed in quel modo!

Uscita dal confessionale di Padre Pio, aveva sentito però ad un tratto il vivissimo desiderio di riconciliarsi con Dio. Si era rivolta quindi ad uno dei padri cappuccini, al quale aveva espo­sto il suo caso. E nella stessa mattinata fece, come lei stessa ebbe a definirla, la migliore confessione della sua vita. Era molto feli­ce ed attribuiva al trattamento usato da Padre Pio nei suoi riguar­di il merito di averle ridata la fede. Aveva ricevuto poi da Padre Pio stesso la Santa Comunione, la prima dopo anni di lontanan­za.

Nel giorno della sua partenza da San Giovanni Rotondo incontrò ancora Padre Pio, il quale ora, dopo averle detto alcune parole di incoraggiamento, le diede la sua benedizione. E così anche lei poté ritornare alla sua casa col cuore contento e sereno.

 

«Non lamentarti più...»

Una signora mia conoscente, che abita a San Giovanni Rotondo, soffriva da tempo di forti dolori reumatici. Un giorno, con grande fatica si trascinò in chiesa per avere una confessioneda Padre Pio. Dopo la confessione si lamentò dei suoi dolori e chiese a Padre Pio di aiutarla. Padre Pio non le diede alcuna ri­sposta. Offesa, disse: «Ah! Padre Pio, non avete nessuna com­passione per me? Io soffro tanto ! Includetemi nelle Vostre pre­ghiere!».

Prima di chiudere lo sportellino del confessionale, Padre Pio le disse: «Non lamentarti più...»

Un po' delusa ed anche un po' offesa, lasciò il confessionale, ma appena fatto i primi passi notò con sua meraviglia che non aveva più dolori e che poteva camminare speditamente.

 

La bugia di cortesia

In una confessione dissi a Padre Pio di aver detto un bugia "per cortesia", cioè una di quelle bugie che si dicono purtroppo così facilmente per convenienza, quando ci sembra che sia più cortese e più utile dire una menzogna anziché la verità.

Padre Pio subito mi disse: «Che specie di cortesia può essere mai questa, se per essa offendi Dio con un bugia?». E nel suo inimitabile modo mi fece intendere come nessuna cortesia, né convenienza potessero mai giustificare l'offesa che si reca a Dio con una bugia.

Da allora non ho più dimenticato il suo breve e rude ragiona­mento in difesa della verità e ho imparato ad essere attenta a non offendere più per nessuna ragione la verità.

In ogni confessione, Padre Pio mi ha posto davanti a Dio. L'immagine che abbiamo di noi stessi non ha mai alcuna impor­tanza nelle confessioni da Padre Pio. Egli ce la toglie immediata­mente, affinché non ci illudiamo su di noi ed impariamo a vivere sempre di più nella realtà della presenza a Dio.

 

II diamante non levigato

Non sempre le risposte di Padre Pio furono brevi. Quando era necessario, Padre Pio mi diede anche risposte più dettagliate.

La mia 15° visita a San Giovanni Rotondo, nel dicembre 1953, ebbe una ragione particolare. Ero appena ritornata da un viaggio all'estero: Durante un pellegrinaggio, un sacerdote mi parlò del cosiddetto Movimento di Caux allora abbastanza noto e discusso, e mi chiese di domandare a Padre Pio che cosa pensas­se di questo "movimento". Il sacerdote stesso era stato a Caux e ciò che mi raccontò dimostrava che non pochi, e fra questi anche sacerdoti, erano esposti al pericolo di un inganno. Per questo volle che io chiedessi a Padre Pio preghiere e consiglio.

Il lunedì 14 dicembre 1953, ebbi occasione di confessarmi da Padre Pio e gli esposi il caso di questo "movimento", che non voleva essere chiamato "setta" e aveva certi principi, per cui era denominato da alcuni "anticamera del Cattolicesimo".

Padre Pio segui attentamente e con interesse quanto gli espo­si, e promise di voler pregare soprattutto per i sacerdoti, affinché riconoscessero l'inganno, perché effettivamente si trattava di un inganno. Poi Padre Pio mi disse, pronunziando ogni parola con quel suo modo caratteristico che si imprime incancellabilmente nelle nostre menti: «Ricordati: ogni setta del mondo si nutre dalla Chiesa cat­tolica. La nostra Santa Chiesa cattolica è come un grande pre­ziosissimo diamante non levigato, dal quale ogni tanto qualcuno toglie una particella e la leviga - non senza il soccorso del Mali­gno - cosicché incomincia a brillare meglio del grosso diamante non levigato. E questo brillare attira gli uomini, li abbaglia e li inganna, finché la particella, necessariamente, si spegne e spa­risce nel niente. È il gioco dell'inganno, che appare e riappare nel tempo. Gesù ci ha avvertito di guardarci da esso!».

 

Un socialista di Palermo

Facevamo lo stesso viaggio di ritorno da Foggia a Napoli. Nel mio compartimento vi erano due donne di Messina ed una coppia di sposi di Palermo.

«Credo, disse il signore di Palermo, che noi tutti abbiamo fatto lo stesso pellegrinaggio...».

Sì, noi tutti venivamo da San Giovanni Rotondo, reduci dalla Celebrazione del 50° anniversario di Sacerdozio di Padre Pio. Era l' 11 agosto 1960.

Le due donne di Messina raccontarono che già per la terza volta avevano fatto il lungo viaggio dalla Sicilia a San Giovanni Rotondo per raccomandare a Padre Pio alcune loro preoccupa­zioni familiari e che questa volta vi si erano recate per ringrazia­re dell'aiuto ricevuto. Anch'io raccontai delle mie visite da Padre Pio, ma il racconto più interessante durante questo viaggio ce l'offrì il signore di Palermo. Come tutti i penitenti di Padre Pio, egli con franchezza e senza alcun rispetto umano ci parlò della sua vita prima che conoscesse Padre Pio e di quella del tutto diversa dopo averlo conosciuto.

«Provengo dal socialismo. Non che io sia stato un ambizioso in politica o che abbia considerato la politica come un qualsiasi mestiere o una fonte sicura di guadagno e di vita agiata. Il socialismo per me era un ideale - almeno così lo concepivo allo­ra: soffrivo del fatto che vi sono tanti poveri ai quali manca tutto, anche il puro necessario, mentre dall'altra parte esistono tanti ricchi che hanno tutto, anche il superfluo. Soffrivo vedendo tante ingiustizie che colpiscono soprattutto i poveri. Nel sociali­smo vedevo la soluzione dei problemi dei poveri.

Quando alcuni anni fa mi parlarono di Padre Pio, sentii subito verso di lui un'attrazione e desideravo di esporre a lui il mio punto di vista politico. Avendo però saputo che Padre Pio era soprattutto confessore e che questioni di coscienza potevano essere discusse con lui soltanto nella confessione, esitai per lungo tempo ad intraprendere il viaggio a San Giovanni Roton­do. Il socialismo da anni mi aveva allontanato da qualsiasi pra­tica religiosa e perciò mi fu difficile decidermi per una confes­sione. Infine vinse il mio desiderio di conoscere Padre Pio. Prima di partire però, per non portare con me tutto il pesante fardello dei peccati degli anni trascorsi lontano dalla Chiesa, feci una confessione a Palermo, nella quale mi liberai del più, non del tutto: per la confessione da Padre Pio mi riservai alcu­ne questioni di coscienza, tra le quali in primo luogo la mia opi­nione politica.

Nella mia prima confessione da Padre Pio furono scambiate soltanto poche parole

"Padre Pio, sono socialista... ma per puro idealismo...!"

"Un bell'idealismo, il tuo !" rispose Padre Pio secco ed iro­nico.

Avevo avuto in mente di dire a Padre Pio le ragioni che mi avevano, portato a questo "ideale", ma d'un tratto sentii che non occorreva più "ragionare" sopra: il mio "idealismo" era falso e quindi anche le mie ragioni erano errate. Compresi tutto que­sto mentre ero in ginocchio davanti a Padre Pio. Perciò dissi soltanto: - Ma ora, Padre Pio, non penso più così...".

L'assoluzione che mi diede Padre Pio dopo la confessione fu per me come una prima luce su una nuova via.

Ritornato a Palermo, dovetti sostenere non poche lotte, fin­ché riuscii a distaccarmi definitivamente dai miei compagni poli­tici. Una seconda confessione da Padre Pio mi aiutò a superare le difficoltà ideologiche e fu di nuovo l'assoluzione che mi rende­va felice e mi faceva intuire che avrei vinto ogni cosa mediante la fede.

La mia terza confessione da Padre Pio la feci poco dopo le elezioni politiche. Ormai ero del tutto libero dalle mie idee di prima. Mi fu chiaro che né il socialismo, né qualsiasi altro siste­ma materialistico avrebbe mai potuto risolvere i problemi dei poveri e quelli della miseria umana in genere. Compresi pure che la religione, che è la forza ed il sostegno di innumerevoli anime, non può essere tolta dalla vita umana, né deve essere privata della sua libertà. Proprio i poveri ed i poverissimi, senza la religione e senza libertà religiosa sarebbero i più colpiti ed esposti a miserie infinitamente più amare.

Dissi a Padre Pio che questa volta non avevo votato per il socialismo.

"Per chi allora hai votato? - mi domandò.

- Per nessuno... - risposi, - perché come non mi sentivo più di votare per il socialismo, così non mi sentivo ancora di dare il mio voto ai miei avversari di prima. Per questo non ho votato proprio per nessuno...

- Adesso puoi cercarti l'assoluzione altrove..." disse Padre Pio secco e mi mandò via senza darmi l'assoluzione. Non mi sarei mai aspettato un simile trattamento, che suscitò in me una grave crisi di coscienza. Mi sembrò di essere stato gettato in un abisso. Ci volle del tempo, perché comprendessi che Padre Pio aveva ragione. Invero, per il cattolico, la politica ed i partiti non sono necessari, perché egli ne trova la dottrina nella sua religio­ne, nella sua fede, che sa ordinare la sua vita fino ai più piccoli dettagli, risolvendo anche i suoi problemi sociali. Il cattolico non avrebbe neppure bisogno di immischiarsi nell'attivismo poli­tico degli altri, se questo attivismo non contenesse gravi pericoli per la sua fede e per la libertà di essa. Dato che esistono partiti che chiudono le chiese e deprimono senza scrupoli uno dei più preziosi beni dell'uomo, cioè la sua libertà spirituale e religiosa, il cattolico deve essere vigilante in difesa della sua fede e della sua libertà e non deve sottrarsi ai doveri che l'attività politica degli altri gli impongono.

Ben presto ebbi di nuovo il desiderio di andare a San Gio­vanni Rotondo. Invero, dapprima cercai di resistere a questo intimo richiamo, quantunque divenisse sempre più insistente, poi approfittai delle prime vacanze per ritornare da Padre Pio. La mia quarta confessione da lui mi è indimenticabile: Padre Pio mi accolse da vero Padre, e da allora in poi non vi fu più alcun'ombra tra di noi. Ogni volta che mi è possibile, vado da lui. A San Giovanni Rotondo non si va mai inutilmente ! Qui ogni cosa sembra avere un particolare senso e qualche speciale insegnamento. Così ad esempio questo : l'altra sera eravamo arrivati a San Giovanni Rotondo stanchissimi dopo un faticoso viaggio e, dopo lunghe ricerche, trovammo un alloggio che non avrebbe potuto essere più scomodo. Mia moglie mi rimproverava perché non avevo pensato a prenotare una camera ed io mi arrabbiai terribilmente; e del resto ho la tendenza ad arrabbiar­mi facilmente. Quando ieri mattina, dopo la celebrazione in chiesa, andai nel convento per dare i miei auguri a Padre Pio, mi colpì uno scritto sopra una della celle, che io non avevo mai visto prima, sebbene fossi passato già tante altre volte in quella parte del convento. Lessi: "Non arrabbiarti! Solo gli sciocchi si arrabbiano!".

Queste parole sembravano scritte appositamente per me e mi proposi di averle presenti come ammonimento. Vedete, così è San Giovanni Rotondo: innumerevoli sono ormai quelli che si reca­no lì e tuttavia per ognuno di noi ha le sue giuste parole!».

Ed ora eravamo giunti a Napoli, al termine del mio viaggio, mentre i siciliani avevano ancora un viaggio abbastanza lungo da fare. Ci salutammo cordialmente. Tutti eravamo contenti, come del resto accade sempre dopo una visita da Padre Pio.

 

Per una conversione...

In una confessione chiesi a Padre Pio un suo consiglio circa la conversione di una persona a me particolarmente cara. Intrecci complicati si opponevano come difficoltà insormontabili a questa conversione, per la quale, umanamente parlando, non vi era più alcuna speranza. Dopo aver esposto a Padre Pio il caso, gli domandai: «Padre Pio, come debbo pregare e che cosa debbo fare per ottenere questa conversione?».

Padre Pio non mi diede alcuna formula di preghiera, né mi parlò di "offrire", di "sopportare": per un simile caso "dispera­to" egli seppe indicarmi soltanto un unico mezzo; un mezzo che è più difficile del pregare, dell'offrire, del sopportare. Egli mi disse: «Porta tutto in pace ! Metti ogni cosa sulla bilancia della Divina Giustizia per questa conversione!».

Da quella confessione in poi ho cercato di mettere in pratica quel meraviglioso, salutare, efficace «portare tutto in pace». Non è facilmente raggiungibile, però una volta raggiunto, è facile rimanervi e non si abbandona più. Il «portare tutto» è molto di più del «sopportare tutto» in quanto nella sopportazione tutto è sempre ancora un peso : le preoccupazioni, le tribolazioni, le pene, ed anche la volontà di Dio ci sembrano pesanti, troppo pesanti! Perciò nella sopportazione non possiamo mai trovare la vera pace, in quanto essa è sempre ancora soggetta alla nostra più o meno larvata ribellione; la quale, simile ad una goccia di veleno che guasta il migliore vino, toglie al sacrificio la sua effi­cacia.

In quel «portare tutto in pace» nulla più è un peso, perché ci muoviamo in mezzo alla pace ed alla gioia dell'Amore di Dio, che rende tutto facile, che ci guida e ci fortifica, e dal quale solo vogliamo essere guidati e fortificati. Nulla più disturba l'agire di Dio in noi e per noi, e perciò nulla più ostacola l'efficacia dei nostri sforzi a beneficio degli altri.

Sulla mia esperienza relativa alla confessione da Padre Pio scrissi una volta ad un dotto padre cappuccino tedesco. Dalla sua lettera di risposta prendo le seguenti righe: «Ciò che mi scrivete circa la maniera efficace di Padre Pio come confessore, si accorda con ciò che la teologia mistica inse­gna, cioè che con il progredire della perfezione di un'anima, i doni dello Spirito Santo diventano sempre più evidenti, per cui non è da meravigliarsi dei consigli e delle risposte squisitamente ispirate e della loro eccezionale efficacia».

La risposta di questo sacerdote, con la quale concludo il capitolo sulla confessione da Padre Pio, può servire anche a quelli che si pongono la domanda come mai sia possibile che le confessioni da Padre Pio, sebbene fatte per lo più soltanto di poche parole e di brevi dialoghi, possono avere una sì grande forza d'azione sulle anime, da trasformare e offrire benefici in modo del tutto speciale per la loro vita spirituale.

 

Esaudimenti

L'esaudimento delle nostre preghiere, la "grazia ricevuta", è un fatto di fede che ci commuove sempre in quanto ci dimostra in modo del tutto speciale l'amorevole intervento della Divina Provvidenza nelle nostre vicende.

Ogni esaudimento ha la sua propria via, i suoi propri Santi, i suoi propri pellegrinaggi, le sue proprie condizioni. Gli esaudi­menti delle nostre preghiere sono manifestazioni della Misericor­dia di Dio. Prima che si avverino però, nascondono in sé il miste­ro che è in ogni cosa divina. Non conosciamo a priori le vie e le condizioni, non sappiamo a quale Santo sia stata affidata la mediazione, quale sacrificio, quali preghiere, quale pellegrinag­gio potranno condurci alla grazia che cerchiamo. Come possiamo allora riceverla? Mediante la fede, mediante il nostro tentati­vo, umile ed audace nello stesso tempo, di attrarre su di noi la Misericordia e Provvidenza di Dio. Dio ha seminato un desiderio nel nostro cuore e noi incominciamo a pregare affinché sia esau­dito. Spesso però vediamo che le nostre preghiere non bastano, ci sembra che non abbiano la forza di arrivare al Cielo, mentre quel desiderio di ottenere l'invocata grazia arde sempre di più nel no­stro cuore. Cerchiamo quindi chi potrà aiutarci e ci rivolgiamo a quelli dei quali sappiamo che sono più ferventi di noi, che sanno meglio pregare e meglio offrire sacrifici, per cui sono più uniti con Cristo e quindi anche più profondamente radicati nella gra­zia di Dio. Abbiamo fiducia nell'aiuto di questi ferventi e "poten­ti in Cristo" che rassomigliano ad ottime guide alpine, alle cui corde sicure possiamo affidarci per giungere felicemente alla meta prefissa. E come vi sono sempre di nuovo uomini che rice­vono da Dio tutte le doti per essere buone guide sulle vie delle montagne, così pure vi sono sempre di nuovo uomini a cui Iddio dà tutte le doti, affinché possano essere di prezioso aiuto nelle nostre necessità. Uno di questi strumenti di Dio nel nostro tempo è indubbiamente Padre Pio.

La sua missione richiama innumerevoli anime a San Giovan­ni Rotondo. Ci rechiamo da Padre Pio per chiedergli consigli nelle nostre difficoltà, scriviamo a lui, affinché includa nelle sue preghiere le nostre pene, trasmettiamo a lui quanto ci sta a cuore. E Padre Pio risponde, direttamente o indirettamente, dà consigli ed aiuto. Le sue risposte per lo più sono brevissime, i suoi consi­gli sono fatti di poche parole, il suo modo di aiutarci è radicato nella Provvidenza di Dio, egli stesso mostra di non aver alcuna parte, alcun merito nella mediazione delle Grazie.

Nei moltissimi casi che io raccomandai a Padre Pio durante le mie visite e per mezzo di lettere, non una risposta rassomiglia­va all'altra. Per ogni singolo caso egli aveva un suo speciale consiglio, un suo inaspettato rimedio. Le sue risposte non sono state mai arbitrarie. Egli ci dice ciò che la Misericordiosa Provvi­denza di Dio vuol dirci attraverso lui, e perciò è così efficace. Padre Pio è nel vero senso della parola uno "strumento della Provvidenza" per noi ed una guida esperta sulla via della fede, che ci porta poi all'esaudimento,delle nostre preghiere. Dai numerosi esempi che potrei citare, scelgo i seguenti due casi, di cui uno riguarda la guarigione da una grave malattia fisica e l'al­tro la liberazione da una lunga sofferenza psichica.

Nel dicembre 1955 una mia amica mi chiese di raccomanda­re urgentemente a Padre Pio suo marito colpito da una grave paralisi. Dovendomi recare proprio in quei giorni a San Giovanni Rotondo, promisi all'amica di anticipare il mio viaggio e di rac­comandare il suo caso a Padre Pio.

Partii il 14 dicembre e, giunta a San Giovanni Rotondo, scrissi a Padre Pio queste poche righe: «Padre Pio, pregate che Mario N. possa di nuovo muovere le sue braccia e le sue gambe, e che sia restituito guarito alla sua famiglia». Solo questo scris­si, altro non era necessario. Da Padre Pio tutto è estremamente semplice e concentrato sull'essenziale.

La mattina seguente andai alla Santa Messa di Padre Pio e dopo ebbi il permesso di recarmi da lui che era nel confessionale. Diedi a Padre Pio il mio biglietto e gli chiesi di benedire una medaglia per il malato. Padre Pio prese subito le mie righe e benedi la medaglia e poi mi disse: «Digli che vada poi a San Nicola per ringraziare...!».

In questa semplice ed inaspettata risposta tutto fu compreso la guarigione del malato e la via che avrebbe condotto a questa grazia. A chi non conosce Padre Pio potrebbe sembrare strana sia la risposta, sia l'interpretazione. Ma io ero ormai abituata al suo modo, alle sue risposte. Sapevo quindi di aver avuto una buona risposta. Sapevo che la mia amica sarebbe stata esaudita. Non sapevo però che nella stessa giornata avrei fatto ancora un pellegrinaggio al Santuario di San Nicola a Bari. Per una di quelle coincidenze che capitano talvolta, - e capitano soprattutto a San Giovanni Rotondo ! - dovetti subito recarmi a Bari. Ciò non era certo nel mio programma e non seppi subito decidermi, ma poi, ricordando la risposta di Padre Pio, pensai che l'andata a Bari sarebbe potuta servire anche per una breve visita al Santuario di San Nicola per la mia povera amica in pena. Per questo non volli rimandare l'impegno, che così inaspettatamente mi richiamava alla vicina città di Bari, e quindi partii subito. Nel poco tempo libero mi recai alla Basilica di San Nicola e lì pregai sulla tomba del Santo per la guarigione del malato. Ricevetti poi anche una piccola bottiglia della "Manna di San Nicola" che portai all'ami­ca per suo marito.

Nella stessa sera del mio ritorno da Bari, il 15 dicembre 1955, la mia amica e suo marito promisero in voto che sarebbero andati in pellegrinaggio di ringraziamento al Santuario di San Nicola a Bari se fosse stata ottenuta la guarigione.

E la guarigione si ottenne! La preghiera contenuta nelle poche righe scritte a Padre Pio fu esaudita alla lettera! Il primo settembre 1956 la mia amica e suo marito sciolsero il loro voto, recandosi prima a Bari per ringraziare San Nicola, poi a San Gio­vanni Rotondo da Padre Pio.

 

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Nell'altro caso si trattava di una lunga sofferenza psichica causata da una grande pena. Una mia conoscente - la signora Renata L. - da dieci anni era in lutto per la sua unica figliuola morta all'età di appena sei anni. Nulla poteva consolarla. Il suo stato d'animo peggiorava di anno in anno. La sua fede era scossa. Nel tempo della malattia della figliuola era andata ogni giorno alla Santa Messa, aveva ricevuto ogni giorno la Santa Comunio­ne, aveva pregato molto e fatte molte promesse, ma nulla era valso a trattenere su questa terra la figliuola tanto amata. Maria Rosa - una bella bambina di una eccezionale bontà e di non comuni sentimenti religiosi - morì come una piccola santa poco prima che compisse sei anni, lasciando i suoi genitori in un lutto indescrivibile.

Da allora erano trascorsi dieci anni. Il tempo, in questo caso, non aveva guarito la ferita, anzi sembrava che le sofferenze e la grave depressione psichica aumentassero sempre di più.

Un giorno fu consigliato alla signora di rivolgersi a Padre Pio. Malgrado il suo scetticismo, la signora si attaccò subito al pensiero che Padre Pio l'avrebbe potuta aiutare. Quando nell'agosto 1953 seppe di una mia prossima visita a San Giovan­ni Rotondo, mi chiese di dare a Padre Pio una sua lettera e di rac­comandargli vivamente il suo caso.

Durante la mia visita ebbi occasione di dare a Padre Pio questa lettera e sebbene non vi fosse tempo sufficiente per una raccomandazione dettagliata a voce, ebbi lo stesso una risposta. Padre Pio, quando lasciò la chiesa per andare in sagrestia, pas­sandomi innanzi, mi disse: «Dille che faccia qualche cosa per San Francesco!».

Comunicai subito questo consiglio di Padre Pio alla signora Renata. La lettera, spedita da San Giovanni Rotondo, le giunse proprio nel giorno del suo compleanno e fu per questo particolar­mente gradita. E le fu anche gradito il consiglio di Padre Pio, che si propose di seguire.

Aveva ancora intatto il ricchissimo corredo della piccola Maria Rosa. Non avrebbe mai voluto toccarlo per nessuna ragio­ne, e lo conservava gelosamente come prezioso ricordo. Dal giorno però in cui apprese il consiglio di Padre Pio, incominciò a pensare se non fosse più giusto dare questa roba a chi ne avesse bisogno. E non passò molto tempo che sistemò tutta la roba in alcune valige e la portò ad un orfanotrofio delle Suore france­scane, dette "Stimmatine" per la loro particolare devozione alle stimmate di San Francesco. Vedendo in quell'Orfanotrofio tante povere bambine orfane e comunque abbandonate dai propri geni­tori, ebbe il desiderio di fare ancora qualche cosa per queste bambine delle quali avrebbe voluto adottarne una al posto di Maria Rosa. Volle però conoscere prima il parere di Padre Pio. In una mia confessione chiesi quindi a Padre Pio che desse un suo consiglio in merito. In genere, Padre Pio non è per le adozioni; in questo caso però era decisamente contrario in quanto nella fami­glia vi erano altri due figli già giovanotti. Perciò sconsigliò la adozione e propose invece alla signora di prendersi cura di una delle più povere orfane che mostrasse la vocazione di farsi suora, affinché questa con il suo aiuto potesse realizzare l'aspirazione alla vita religiosa.

Non appena la signora conobbe il consiglio di Padre Pio, andò di nuovo all'orfanotrofio e chiese se vi fosse una orfana povera che volesse farsi suora. Trovò una ragazza poverissima, che aveva la vocazione per l'Ordine delle Stimmatine di San Francesco, e di lei si prese cura, offrendole la dote ed un corredo, e sostenendo ogni sua necessità, cosicché la giovane poté subito partire per il noviziato a Firenze.

Come una vera mamma, la signora seguì passo per passo questa figliuola che nell'Ordine prese il nome di Maria Rosa. Spesso la visitò a Firenze, e fece del suo meglio affinché la festa della Vestizione e poi quella della Solenne Professione riuscisse­ro feste di gioia sia per Suor Maria Rosa e la sua Comunità, sia per la sua propria famiglia.

In seguito fece ancora di più per San Francesco: contribuì generosamente alla raccolta per la chiesa dei pp. cappuccini, che allora sorgeva a Pietrelcina, offrendo l'Altare di San Francesco. Tutto questo fece con gioia e fervore, perché dal giorno in cui aveva portato il corredo di Maria Rosa alle povere orfane di San Francesco, era stata liberata come per incanto dalla sua depressione, e si era iniziato per lei una nuova vita nella quale aveva riavuto anche il dono della fede. Invero, tutto aveva fatto in memoria della sua amatissima figlia, ma mentre prima il ricordo di Maria Rosa suscitava in lei solo lacrime, lutto ed amarezze, ora invece le era diventato stimolo ad opere di bene che a loro volta costituivano tutta la gioia della sua vita. San Francesco, il Santo della gioia, che bandi la tristezza come ostacolo alla lode e alla riconoscenza dovute a Dio, fu quindi in questo caso il giusto medico!

 

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Che Padre Pio abbia potuto con poche, semplici ma ispiratis­sime parole condurre a queste grazie ed a tutto il bene che ad esse seguì, non può spiegarsi che con la sua missione avuta da Dio di essere per noi "strumento della Provvidenza e guida sulle vie della fede".

 

Conversioni

«...Si mangi e si banchetti; perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato» (Luc. XV, 23).

In un certo senso, noi tutti che abbiamo inteso la chiamata a San Giovanni Rotondo e l'abbiamo seguita, siamo "convertiti". Non ha importanza da quali paesi, da quali ambienti sociali pro­veniamo, né importa se eravamo atei, massoni, comunisti, pro­testanti, ortodossi, oppure soltanto tiepidi o pessimi cattolici. Padre Pio d'un tratto è qui: egli rassomiglia a un "falco" che cerca la sua preda per portarla a Dio. È più facile seguirlo che resistergli.

Ma che cos'è una "conversione"?

Una conversione è la felice trasformazione in Cristo, con la quale riceviamo la gioia della fede, il fervore per i comandamen­ti, l'amore per i sacramenti. E con ciò s'inizia per noi una nuova vita, quella della salvezza, che i ferventi di Cristo così ardente­mente desiderano per tutti gli uomini. Padre Pio ha indicato ad innumerevoli anime questa via della salvezza.

Alberto Del Fante, nel suo libro "Per la Storia" scrive : «Io non mi sono peritato ad affermare: ero massone, ero ateo, non credevo in nulla. Padre Pio mi ha donato la vita sotto tutti gli aspetti, oggi prego, oggi ascolto la Santa Messa ogni domenica, mi compiaccio quando i miei figli, prima di mangiare, fanno il segno della Santa Croce per ringraziare Iddio che ci dà "il nos­tro pane quotidiano", oggi mi comunico, e sono felice quando Dio entra nel mio corpo. Chi avrà il mio coraggio, avrà la mia felicità».

 

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Di questa "felicità" parlano tutti i convertiti di Padre Pio. Nestor Caterinovich che apparteneva un giorno alla Ortodossia russa e dopo aver conosciuto Padre Pio si era convertito con tutta la sua famiglia alla fede cattolica, non poté mai abbastanza parla­re di questa felicità. «Padre Pio ha trionfato sul nostro cuore - soleva dire commosso ai suoi amici, - ma col suo trionfo ha pro­curato a noi una tale felicità, che non possiamo fare a meno di recarci il più sovente possibile al suo convento, per dimostragli l'inalterabile riconoscenza dell'animo nostro».

Ed io ricordo, in una delle mie prime visite a San Giovanni Rotondo, di essere stata sorpresa, quando un noto ingegnere di Milano parlò apertamente della sua stragrande felicità procurata­gli, come diceva, da Padre Pio. Egli, dopo 26 anni, era ritornato alla Chiesa ed ai Sacramenti, e ci raccontò senza alcun rispetto umano, come ciò avvenne. Il suo migliore amico, figlio spirituale di Padre Pio, spesso lo aveva invitato ad accompagnarlo a San Giovanni Rotondo, ma egli sempre si era rifiutato. Ogni volta che l'amico ritornava da San Giovanni Rotondo gli diceva: «Ho pregato per te; ti ho anche raccomandato a Padre Pio. - Fatica sprecata! Sono troppo attaccato ai miei peccati !» era la sua costante risposta. Infine un giorno l'amico gli portò una piccola fotografia di Padre Pio, che egli "solo per far piacere all'amico" mise nella sua tasca. Pochi giorni dopo, mentre ritornava dai suoi divertimenti, sentì intorno a sé un forte odore di bruciato, che egli non seppe spiegarsi. Corse a casa, seguito da questo odore di bruciaticcio. «Che cos'è? - si domandò inquieto. - La tua pessi­ma vita...» gli sembrò che gli dicesse una voce interiore. Questo pensiero, questo percepire per un attimo la voce interiore della coscienza, gli fu tanto inspiegabile quanto l'odore di bruciato che ancora lo circondava. D'un tratto tutto gli fu chiaro «Debbo cambiare vita! - e per sua propria meraviglia disse a se stesso: - Debbo andare da Padre Pio!». Il giorno seguente partì per San Giovanni Rotondo. Si prenotò per la confessione da Padre Pio, ma dovette attendere alcuni giorni. Questa attesa però fu per lui piena di dubbi e tentazioni e spesso si domandò «Ma che cosa faccio qui? Cosa faccio da Padre Pio?». Tutta­via restò, e quando fu il suo turno, ebbe un'ottima confessione da Padre Pio, con la quale, come egli diceva, gli fu data una nuova vita ed una "felicità" che mai prima aveva conosciuto.

 

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Dato che nei limiti di un capitolo non è possibile esporre anche una minima parte delle moltissime conversioni ottenute da Padre Pio, scelgo pochi esempi che particolarmente possono ser­vire per una maggiore conoscenza di Padre Pio e della sua mis­sione sacerdotale a beneficio delle anime.

 

Massoni

Alberto Del Fante, lo scrittore e primo biografo di Padre Pio, che con i suoi scritti condusse migliaia e migliaia di persone a San Giovanni Rotondo, fu un giorno un fervido massone. Come tale scrisse anche sulla rivista fiorentina "Italia Laica" alcuni aspri articoli contro Padre Pio senza nemmeno conoscerlo.

La prodigiosa guarigione attribuita alle preghiere di Padre Pio di un suo nipote, per il quale i medici non avevano lasciata alcuna speranza, suscitò in lui il desiderio di andare da Padre Pio. Intraprese il viaggio a San Giovanni Rotondo per curiosità e con molto scetticismo, però quando vide Padre Pio ed assistette alla sua Santa Messa, fu colpito in tal modo che cambiò vita e divenne poi un cattolico militante ed uno dei più ferventi e zelan­ti figli spirituali di Padre Pio.

In seguito Alberto Del Fante consacrò la sua vita alla propa­gazione della fede, specialmente tra i suoi "ex-confratelli" mas­soni. Il suo libro "Dal dubbio alla fede" suscitò in molti il desi­derio di andare da Padre Pio, e da lui trovarono poi facilmente la via del ritorno alla Chiesa.

Non di rado Alberto Del Fante fece da mediatore tra Padre Pio ed i suoi "ex-confratelli". Così un giorno uno di questi che apparteneva alla loggia massonica di Bologna, ma da tempo seguiva con interesse gli scritti su Padre Pio di Alberto Del Fante, chiese all'amico di far benedire da Padre Pio un'immagine di San Francesco d'Assisi, che da tempo portava in tasca.

Quando poi il Del Fante si recò a San Giovanni Rotondo e volle far benedire l'immagine, Padre Pio gli disse: «È di un mas­sone, ma un massone che tiene in tasca San Francesco ha già lo spirito della fede».

Infatti, poco dopo che il Del Fante aveva riportato all'amico l'immagine benedetta da Padre Pio, costui volle recarsi a San Giovanni Rotondo, dove poi da Padre Pio fu guidato alla conver­sione. E da San Giovanni Rotondo scrisse al suo amico Del Fante: «Sono contento... non potevo fare in vita mia un passo migliore di questo; ne ringrazio anche te!».

 

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Il dott. Giorgio Festa, il medico che fu incaricato dalle Auto­rità religiose di eseguire ricerche sulle stimmate di Padre Pio e che in seguito espose i risultati ottenuti da tali ricerche, nel suo libro "Misteri di Scienza e Luci di fede" riporta anche la prodi­giosa conversione di un suo cugino, l'avvocato Cesare Festa, già sindaco di Arenzano di Genova, e che fu una delle più eminenti personalità della massoneria ligure.

Spesso il dott. Festa aveva raccontato al cugino le sue impressioni sulle visite fatte a San Giovanni Rotondo. Le sue opinioni sulle stimmate di Padre Pio, scientificamente non spie­gabili, e la sua ammirazione per Padre Pio non di rado furono causa di accese polemiche tra i due cugini. Un giorno però, l'avv. Festa parti per San Giovanni Rotondo.

Giunto al convento, chiese ad alcuni frati di Padre Pio, il quale era tra di loro; senza attendere che l'avvocato si presentas­se, Padre Pio gli andò incontro e salutandolo affabilmente gli disse: «Lei, signore, è venuto fra noi, però è massone! L'avvocato Festa, alquanto stupito, rispose con franchezza - Si, Padre!

- E qual è il Suo compito nella massoneria? - gli domandò Padre Pio; al che, l'avvocato, con medesima franchezza rispose: - Quello di combattere la Chiesa dal punto di vista politico».

Lascio ora la parola al dott. Festa, che scrisse pagine memo­rabili sulla conversione di suo cugino.

«Vi fu un breve istante di silenzio, dopo il quale il pio sacer­dote lo prese per mano, lo fissò lungamente negli occhi con uno sguardo di infinita pietà e di tenerezza, poi conducendolo con sé, cominciò a narrargli la parabola del Figliol prodigo, ponendo in così viva luce la grandezza della misericordia del padre in contrasto con la miseria morale del figlio, che l'uomo colto ed intelligente, il quale sino a poco innanzi aveva fieramente com­battuto contro la mici dialettica le più aspre e più violenti batta­glie in favore della sua setta, volle prostrarsi ai suoi piedi, desi­deroso soltanto di udire dal suo labbro una parola di conforto, di perdono, di amore!

Fu così che, dopo oltre venticinque anni da che non cono­sceva più né Chiesa, né Sacramenti, né preghiere, pasciuto sempre di idee contrarie alla fede, si piegò commosso e felice, dinanzi alla grande Maestà di quel Verbo che è la gioia e conso­lazione degli spiriti forti; nella confessione dei suoi errori, volle imporsi una completa rinunzia dei falsi ideali sino a quel momento perseguiti; nella Santa Eucaristia, che egli ha poi sempre continuato ad avere nel cuore, cominciò ad attingere le energie necessarie per combattere nuove, più commoventi e più gloriose battaglie. Benché con una solenne abiura del suo triste passato avesse in quel giorno dichiarato di voler seguire in avvenire e con fede soltanto gli insegnamenti della Chiesa di Cristo, e benché avesse manifestato l'intendimento di declinare subito, anche ufficialmente, la sua carica settaria, tuttavia in considerazione degli impegni delicati che egli aveva assunto, Padre Pio prudentemente gli suggerì di attendere, che "il Signo­re stesso al momento opportuno gliene avrebbe indicato il modo e la via"».

Da Foggia, il dott. Festa ricevette una lettera dal cugino «Torno ora da San Giovanni Rotondo e sono diretto a Genova. Lascia che io ti abbracci e ti dica con tutta l'intensità dell'anima mia: grazie! Tu mi hai aperto una via che io percorrerò! Ritor­no con una profonda dolcezza nell'anima, profondamente com­mosso e desideroso di silenzio, silenzio, perché nulla turbi lo spi­rito mio».

«A Genova - continua il dott. Festa nel suo racconto - dopo questo primo episodio, la sua vita cambia radicalmente; vuol essere in rapporto con i più illuminati sacerdoti di quella città, si occupa di opere benefiche, frequenta assiduo la Casa di Dio, prega, medita...

Non trascorrono che pochi mesi, ed egli è nuovamente qui, perché vuol tornare a San Giovanni Rotondo. È la prima volta che ci rivediamo dal giorno in cui io avevo sostenuto contro di lui, e senza profitto, la mia ultima campagna antimassonica: mi parla con intensa commozione della meravigliosa trasformazio­ne avvenuta nel suo spirito per opera dell'umile cappuccino del Gargano, e mi mostra una piccola edizione del Vangelo sul cui frontespizio, prima di congedarsi, lo aveva pregato di scrivere una parola come suo ricordo. Mi legge queste parole nelle quali appariscono insieme la sintesi della sua conversione ed un forte monito per la sua vita in avvenire: "Beati quelli che docilmente ascoltano la parola divina, gelosamente la custodiscono, fedelmente l'adempiono!"

Parte quindi per San Giovanni Rotondo; dopo qualche.gior­no si ripresenta in casa mia e, pieno di gioia, mi fa vedere lo scapolare di San Francesco: Padre Pio, benché ancora in appa­renza massone, lo aveva voluto terziario! Tornato a Genova, partecipa al pellegrinaggio a Lourdes organizzato dall'Arcive­scovo di Milano; vive intensamente queste giornate, pregando e prodigandosi nell'assistenza ai numerosi malati.

Questo pellegrinaggio fece poi scatenare una violenta cam­pagna contro di lui. Soprattutto un articolo, pubblicato sul gior­nale "Avanti!" con intestazione a lettere cubitali : "Un Massone a Lourdes", diede allarme nel campo massonico, nel quale fu deciso di convocare un'adunanza segreta perché fossero presi provvedimenti contro l'avis Festa. Venuto a conoscenza del luogo e della data di tale riunione, l'avvocato si propose di partecipare alle discussioni. E nel momento in cui usciva di casa per recarsi alla adunanza, gli venne consegnata una lettera appena giunta era di Padre Pio, che gli scriveva queste ispirate parole: "...Non ti arrestare, mio carissimo fratello e figlio, nella ricerca della verità e nell'acquisto del Sommo Bene. Sii docile agli impulsi della grazia assecondando le sue ispirazioni e le sue attrattive. Non arrossire del Cristo e della sua dottrina: è tempo ormai di combattere a petto scoperto. Il Datore di ogni Bene te ne dia tutta la forza!".

Ogni commento, scrive il dott. Festa, per quanto profondo, guasterebbe la luce che emana da questo altissimo documento mi limito solo a rilevare che per una strana coincidenza, nell'atto di recarsi alla riunione che doveva giudicarlo, Padre Pio, fedele alla chiara promessa di un giorno, gli fa giungere il viatico della sua fervida parola per infondergli sempre più vigorosa la santa energia dei forti, e per condurlo all'abbandono definitivo della triste setta che per tanti anni lo aveva posseduto! Ed egli, ani­mato ancora più da tanto incoraggiamento, si presenta inaspet­tato all'adunanza massonica: con meraviglia dei presenti e con serenità di argomentazioni sostiene la grandezza della fede di Cristo, parla della luce di amore che, con gli occhi del suo intel­letto, aveva veduto sprigionarsi dalla parola umile e dolce del mite fraticello di San Giovanni Rotondo e dichiara che da quel momento intende cessato ogni suo rapporto con la massoneria. Fa noto con uno scritto al Grande Maestro della medesima la sua irrevocabile decisione.

Scrive ancora a Padre Pio per informarlo del fulgido episo­dio che chiude definitivamente la sua vita di massone».

Del primo Natale dopo la conversione, scrive ancora il dott. Festa con profonda commozione: «Nel giorno 24 di dicembre egli è nuovamente a Roma, viene in casa mia, mi domanda in qual modo avrei passato il Natale, ed io volentieri gli dico che, dopo la visita di alcuni miei infermi, mi sarei recato in Ara Coeli per assistere alla funzione dell'aper­tura del Santo Presepe. Avendo manifestato il desiderio di inter­venire egli pure, prendiamo accordo di incontrarci lassù nel mat­tino seguente. Ho così la indicibile consolazione di vederlo accompagnare processionalmente, insieme ad altre distinte per­sonalità, il venerato simulacro di Gesù Bambino, in abito di ter­ziario, col cero acceso nella destra, e con i segni sul volto della più intensa commozione dell'anima.

Tre giorni dopo, annunziandosi come una pecorella rientrata nell'ovile che ha brama di conoscere il suo pastore, è ricevuto dal Sommo Pontefice Benedetto XV, al quale narra con calda parola le vicende della sua vita e la influenza benefica esercitata sul suo spirito da Padre Pio, gli parla della sua conversione, indi gli mostra le lettere di Padre Pio. Il Pontefice le osserva, se ne compiace e con viva soddisfazione esclama: "Oh sì, Padre Pio è veramente un uomo di Dio; qualcuno ne ha dubitato, ma tu contribuirai a farlo conoscere"!».

Infatti, l'avv. Cesare Festa, come fervente terziario francesca­no e zelante difensore della fede, contribuì con la parola e con l'esempio a fare conoscere agli altri la personalità di Padre Pio e la sua missione di condurre le anime al Signore.

 

Protestanti

Come abbiamo conosciuto Padre Pio? Come è che Padre Pio, sebbene da decenni non abbia lasciato mai il suo convento sui Monti Garganici, è conosciuto in tutto il mondo?

I figli spirituali di Padre Pio e le fotografie di Padre Pio l'hanno fatto conoscere un po' ovunque. Ognuno di noi è giunto a Padre Pio per mezzo di qualche suo figlio o qualche sua figlia spirituale, e prima di conoscerlo personalmente qualcuno ci aveva già dato una fotografia di lui, che ci ha reso familiare il suo volto e la sua persona.

Soprattutto i suoi figli spirituali della "prima ora" - quella prima piccola schiera di riconoscenti convertiti o guariti - con parole ed esempi, preghiere e scritti, hanno condotto innumere­voli anime da Padre Pio.

A questa piccola schiera della "prima ora" appartengono anche un'americana ed un tedesco, entrambi provenienti dal Pro­testantesimo, che divennero poi, come figli spirituali di Padre Pio - davvero buoni frutti di un buon albero - eccellenti stru­menti della Divina Provvidenza per la missione di Padre Pio.

Mary McAlpin Pyle di New York, già appartenente alla Chie­sa protestante dei presbiteriani, fu condotta da Padre Pio alla fede cattolica. Soprattutto la colpì la Santa Messa di Padre Pio, per cui decise di rimanere a San Giovanni Rotondo. A quel tempo, più di 40 anni fa, il convento trovavasi confinato nella sua originaria solitudine; non vi erano nei dintorni né case, né alberghi, né altre possibilità di alloggi. Il luogo abitato era dis­tante quasi due chilometri. Così la mamma di Mary Pyle, avendo visto che la figlia trovava la sua felicità nel vivere vicino al convento di Padre Pio, fece costruire una villa a pochi passi dal convento, che poi divenne la casa accogliente per tutto ciò che é vita francescana. Divenuta lei stessa terziaria francescana, si dedicò allo sviluppo del Terz'ordine, che fiorì all'ombra, o meglio, nella luce del convento di Padre Pio.

Mise al servizio della Chiesa e dell'Ordine Cappuccino tutta la sua attività di donna coltissima, di musicista finissima, di poli­glotta. Nella sua casa, che fra l'altro è anche il centro della Scho­la Cantorum del Santuario, "Madonna delle Grazie", vi sono sempre tante visite di stranieri desiderosi di sapere da lei qualche cosa sulla vita di Padre Pio, che lei ha seguito si può dire quasi fin dai primi inizi, e della quale sa raccontare con un garbo tutto proprio commoventi episodi.

Il suo più grande merito però consiste nelle opere fatte sor­gere a Pietrelcina, luogo natio di Padre Pio. Per la sua instancabi­le attività di raccoglitrice ed organizzatrice, nonché per la sua generosità con cui volle offrire anche il suo proprio patrimonio, rese possibile la costruzione del grande convento cappuccino con noviziato e la bella chiesa dedicata alla Sacra Famiglia. Padre Pio, un giorno lontano, aveva predetto il sorgere di un convento nel suo luogo natio; Mary Pyle doveva essere poi lo strumento scelto dalla Provvidenza per la realizzazione di questa predizio­ne.

Inoltre ha avuto cura di donare all'Ordine Cappuccino la casa natia di Padre Pio e la casetta nella quale egli trascorse i suoi anni di studio.

Nella sua casa ospitale di San Giovanni Rotondo i genitori di Padre Pio trascorsero felicemente i loro ultimi anni di vita.

Il tedesco Federico Abresch fece conoscere il volto di Padre Pio in tutto il mondo. Nel 1930 egli fece le prime fotografie di Padre Pio. Il signor Abresch stesso mi raccontò che il suo primo tentativo di fotografare Padre Pio fallì. Senza aver chiesto per­messo, cercò durante la Santa Messa di Padre Pio di fare alcune fotografie. Padre Pio rimase molto indignato di ciò, ed il signor Abresch trovò, con sua grande sorpresa, la pellicola usata in bianco! Dato però che non voleva rinunciare al suo intento di fotografare il Padre, chiese poi il permesso, che non gli fu dato da Padre Pio, assolutamente contrario ad essere fotografato, ma, dopo molte insistenze, dai superiori.

Le fotografie di Padre Pio incontrarono subito un gran suc­cesso: avevano un fascino speciale ed ovunque andarono, porta­rono qualche cosa di bene. Così sorse la non pensata diffusione di queste fotografie, che in seguito divenne un vero e proprio apostolato di bene, forse corrispondendo ad una necessità del nostro tempo, che parla più con immagini che con parole alla nostra sensibilità.

Un sacerdote straniero mi domandò una volta: «Ma come mai si fa sempre fotografare?». Padre Pio non si fa fotografare, al contrario, gli è di non poco fastidio essere sempre circondato da fotografi. Ma dato che i suoi superiori lo permettono, Padre Pio nella sua semplicità si sottomette per obbedienza. Non ha avuto mai simpatia per le sue fotografie e non le vede di buon occhio, ma spesso gli è stato detto che fanno del bene e a ciò non vuole opporsi. Un giorno, ad Abresch che gli mostrava le sue fotografie, un po' in tono scherzoso e un po' risentito, disse «Ma quanti Padre Pio sono qui!». Abresch gli chiese di benedi­re queste fotografie, ma Padre Pio si rifiutò. Quando però qual­cuno gli disse che queste fotografie a molti riuscivano di conso­lazione, Padre Pio le benedisse con queste parole: «Andate in tutto il mondo e fate del bene!».

Federico Abresch ebbe una singolare conversione; in un'am­pia relazione volle stendere egli stesso la sua storia, che a sua volta fu pubblicata da Del Fante nel suo libro "Per la Storia".

Riporta il testo integrale di questa relazione in quanto rap­presenta un documento verace, che merita di essere conosciuto.

«Non intendo fare una esposizione completa di tutti i fatti successimi, perché avrei da scrivere un volume, ma fra i tanti ne sceglierò uno, cioè la mia conversione, che ritengo il miracolo più grande.

Quando nel novembre 1928 andai per la prima volta da Padre Pio, ero da pochi anni dal protestantesimo passato al cat­tolicesimo, e ciò feci per convenienza sociale. Non avevo fede, almeno oggi capisco che ero soltanto illuso d'averla. Cresciuto in una famiglia anti-cattolica per eccellenza, ed imbevuto di pregiudizi contro i dogmi, che una affrettata istruzione non poteva estirpare, ero però sempre avido delle cose segrete e misteriose.

Trovai un amico che m'introdusse nei misteri dello spiriti­smo. Stanco, però, ben presto anche di questi inconcludenti mes­saggi d'oltre tomba, mi portai con fervore nel campo occultisti­co, magie di tutti i colori ecc. Feci poi la conoscenza di un signore che, con aria misteriosa, dichiarò di essere in possesso dell'unica verità: la "teosofia". Ben presto diventai suo discepo­lo, e sul comodino da notte andavano accumulandosi libri dai titoli i più lusinghieri ed attraenti. Maneggiai con sicurezza ed importanza le parole Reincarnazione, Logos, Brahma, Maja, aspettando sempre con ansia quel certo che di grande, di nuovo, che doveva pur avvenire.

Non so perché, ma credo più di tutto per accontentare mia moglie, continuai lo stesso, di quando in quando, ad accostarmi ai Santi Sacramenti, e questo era il mio stato d'animo, quando sentii parlare per la prima volta di quel Padre cappuccino che mi fu descritto come un Crocifisso vivente, operante miracoli continui.

Incuriosito da una parte, ma diffidente nello stesso tempo, perché il fatto avveniva in seno alla Chiesa cattolica, mi decisi ugualmente ad andare sul posto e vedere coi miei occhi.

Il primo incontro con Padre Pio mi lasciò un po' freddo, perché il Frate mi rivolse solo poche parole asciutte, mentre mi aspettavo un'accoglienza più affettuosa, se non altro come pre­mio al sacrificio del lungo viaggio. Poco dopo m'inginocchiai al confessionale, al tribunale di Dio. Tralascio tutti i particolari e riassumo solo quello che ha il carattere del soprannaturale.

Padre Pio mi fece subito capire che nelle precedenti confes­sioni avevo taciuto alcune cose gravi e mi chiese se ero in buona fede: al che risposi ch'io ritenevo la confessione una buona isti­tuzione sociale, educativa, ma non credevo affatto nella divinità del Sacramento. Tuttavia già scosso dalle impressioni avute sog­giunsi: - Ora però, Padre, io credo -. Il Padre, intanto, con espressioni di grande dolore, mi diceva: - Eresia! quindi tutte le sue Comunioni erano sacrileghe... bisogna fare la confessione generale, faccia l'esame di coscienza e ricordi quando si è confessato bene l'ultima volta. Gesù è stato più misericordioso con lei che con Giuda -. Poi con occhio severo, guardando sopra la mia testa, con voce forte disse: "Sia lodato Gesù e Maria!" e se ne andò in chiesa per attendere alla confessione delle donne, mentre io restai in sagrestia profondamente com­mosso ed impressionato.

La mia testa era un turbine e non riuscivo a fermare i pen­sieri. Sentivo sempre nelle orecchie: "Ricordi quando si è confessato bene l'ultima volta". A stento riuscii a prendere que­sta decisione: voglio dire che ero protestante e quantunque dopo l'abiura fossi stato ribattezzato (sub conditione) e quindi fossero stati cancellati per virtù del Santo Battesimo tutti i peccati della vita passata, tuttavia a mia tranquillità, volevo che la confessio­ne cominciasse dall'infanzia.

Quando il Padre tornò al confessionale, mi ripeté la doman­da: "Dunque, da quando si è confessato bene l'ultima volta?" Riposi: "Padre, siccome io ero..." ma a questo punto il Padre mi interruppe, dicendo: "Bene, Lei si è confessato bene quella volta quando è tornato dal viaggio di nozze, lasciamo tutto il resto, e cominciamo di qui". Io rimasi senza parola, con com­mosso stupore capii che avevo toccato il soprannaturale; ma il Padre non mi lasciò tempo di riflettere e nascondendo la cono­scenza di tutto il mio passato, sotto forma di domande, enumera­va con precisione e chiarezza tutte le mie colpe, precisando anche il numero delle Messe perdute. Dopo che il Padre aveva specificato tutti peccati mortali, mi fece, con parole impressio­nanti, comprendere tutta la gravità di queste colpe, aggiungendo con un tono di voce indimenticabile: "Lei ha sciolto un inno a Satana, mentre Gesù nel suo sviscerato amore, si è rotto il collo per lei". Mi diede poi la penitenza e mi assolse, e questa assolu­zione, che era un soffocamento, produsse poi in me una tale feli­cità ed un senso di leggerezza, che, tornando al paese con altri pellegrini, mi comportai come un fanciullo brioso.

Tralascio di parlare di tutto il resto anche delle impressioni della Messa, che diedero anche a me il colpo di grazia: compre­si senz'altra spiegazione tutta la misteriosa grandezza e bellezza del Sacrificio Divino.

Per fare meglio risultare la grandezza del Padre nella confessione, credo opportuno dare alcune delucidazioni, senza le quali si potrebbe menomare il prodigio a me successo. Umana­mente il Padre non poteva sapere ch'io avevo fatto il viaggio di nozze, e che appunto la confessione da me fatta dopo di questo era stata veramente fatta bene. In realtà fu proprio così.

Il giorno dopo che tornai dal viaggio, mia moglie espresse il desiderio che entrambi ci accostassimo ai Santi Sacramenti ed io aderii. Per la confessione mi recai dal medesimo Sacerdote che mi aveva preparato per l'abiura e questi, sapendo che io ero una nuova pecorella, e quindi poco pratico, mi aiutò con alcune domande; ecco perché feci bene la confessione.

Ma mi domando chi se non il Padre, che ha il dono di scru­tare le coscienze, poteva essere a conoscenza di queste cose? Solo in virtù di particolari doni Padre Pio poteva far cominciare la mia confessione dal punto da lui indicatomi, anziché da quello che m'ero prefisso. Come già dissi, rimasi sbalordito nel sentirmi dire cose ch'io stesso avevo dimenticato, e fu poi in seguito ad una meticolosa riflessione, che riuscii a ricostruire il passato, rammentando tutti i particolari, che il Padre con tanta precisio­ne mi aveva ricordati. I critici, gli increduli non potranno dire che si tratti di lettura di pensiero, perché come ho già detto, la mia idea era di cominciare la confessione dall'infanzia.

Per fare più completa la storia della mia conversione, dirò anche quale fu il frutto di questo fortunato viaggio. Da allora fino ad oggi ho assistito tutti i giorni alla Santa Messa, facendo pure la Comunione quotidiana. Sono diventato Terziario france­scano, e così pure mia moglie, e credo non solo nei dogmi della Chiesa cattolica, ma anche nelle più piccole cerimonie, e sento che per togliermi questa fede bisognerebbe pure togliermi la vita.

Tutto questo ho voluto dire per rendere attraverso questa testimonianza, gloria e riconoscenza a Dio, e procurare pace e felicità agli uomini di buona volontà».

 

* * *

 

Il Signor Abresch ebbe poi la grande gioia che il suo unico figlio - Pio - divenne sacerdote: il 2 settembre 1956 nella chiesa di San Domenico a Bologna fu consacrato dal Cardinale Lercaro, e due giorni dopo, il 4 settembre, il Padre Pio Abresch celebrò la sua prima Santa Messa nella chiesa Santa Maria delle Grazie a San Giovanni Rotondo.

 

Ortodossi

La storia delle conversioni avveratesi nella famiglia Cateri­novich è pure del tempo dei primi anni di apostolato di Padre Pio. Che questa storia ci sia stata conservata è merito del dott. Giorgio Festa, il medico e scienziato già citato altre volte, il quale conobbe personalmente questa famiglia e volle pubblicare nel suo libro : "Misteri di Scienza e Luci di fede" la dettagliata relazione scritta dalla signora Caterinovich su queste conversio­ni. È un prezioso documento che può valere anche per tante altre storie di conversioni non scritte e quindi non venute alla nostra conoscenza.

La signora Rina Caterinovich d'Ergiu scrisse la relazione dopo la conversione di suo marito avvenuta a distanza di cinque anni dalla sua. Il cammino dal 5 ottobre 1923, giorno della conversione della signora Caterinovich, al 6 luglio 1928, giorno in cui il marito entrò nella Chiesa cattolica, fu un lungo e fatico­so cammino, nel quale le uniche tappe di sosta per prendere nuova forza e raccogliersi, erano le visite da Padre Pio. E con la prima visita fatta dalla signora Caterinovich a San Giovanni Rotondo nei primi di ottobre 1923, si inizia il suo racconto: «Partii con una mia amica, cattolica da pochi anni, per San Giovanni Rotondo. Abitavamo a Capri dove, da diversi anni, avevamo sentito parlare di Padre Pio, delle conversioni e guari­gioni da lui operate. Appartenendo alla Chiesa ortodossa greca, ai santi viventi e ai miracoli poco credevo. Ma a Capri conobbi un'inglese convertita da lui, due olandesi e diversi amici prote­stanti, ugualmente convertiti e molto entusiasti di Padre Pio. La mia curiosità di conoscerlo divenne vivissima: volevo conoscere un vero "santo", volevo vedere qualche cosa di "straordinario". Romena di nascita, ero praticante della Chiesa ortodossa, ma come tutti gli ortodossi, senza vero misticismo; perché se la reli­gione ortodossa conserva i dogmi quali ha la religione cattolica, in pratica i sacerdoti stessi non sembrano convinti che nella Santa Comunione riceviamo Gesù vivo. La confessione anche non è che una forma, che non libera l'anima dall'oppressione e dal male.

Già da quando avevo iniziato i miei studi universitari capivo che non avrei potuto credere come prima, perché la Chiesa orto­dossa non appaga quelli che vogliono spiegazioni e che hanno bisogno di luci per l'intelligenza.

Non essendo mai riuscita a fare alcuna cosa senza convin­zione, abbandonai le pratiche religiose. Prima di sposarmi dovetti però confessarmi e fare la Comunione: ero a Roma ed il sacerdote era una persona coltissima, di alta società : credetti di trovare in lui quel che cercavo, cioè spiegazioni e schiarimenti, ma qui pure fui delusa: fu quella la mia ultima confessione.

Per diciotto anni non andai in Chiesa, neppure facevo il segno della croce, però in certi periodi pregavo più per affetto verso i miei cari, che in omaggio alla divinità. Mi interessavo invece alle diverse correnti spirituali, leggevo molto e mi appas­sionai in particolare modo ai libri della religione indiana. È lungo tracciare le vicende della vita spirituale che ho trascorso in questi diciotto anni. La guerra mi riportò a Dio, ma non alla Chiesa; ritenevo sempre che bastasse vivere bene, cercare la verità e pensare che Iddio è amore infinito: null'altro. Quando mi recai da Padre Pio non pensavo a divenire cattolica, né senti­vo il bisogno della Chiesa.

Ed eccomi ad assistere alla sua Messa, durante la quale una profonda commozione mi pervase, con pianto continuo per il dolore inconsolabile della mia mise­ria, dei miei peccati, e dell'essere fuori della Casa di Dio. Il dolore di non avere la mia vera patria sulla terra: eppure qui ne ho due di patrie, che amo una più dell'altra: l'Italia, mia patria spirituale, e la Romania che mi ha dato la vita. Un cattolico si sente sempre in casa sua, sia in estremo Oriente, sia a New York o in qualunque cittadina del mondo, ove esiste una chiesa catto­lica: io questa casa non l'avevo, dovevo rimanere fuori della porta!

Quando potei avvicinare Padre Pio, ebbi una seconda volta un pianto dirotto (io mai piangevo facilmente dinanzi alle altre persone). - Perché piangi così? - mi domandò Padre Pio. - Perché non sono cattolica - fu la mia riposta, non voluta e non pensata. - E chi ti impedisce di esserlo?

Esposi alcuni miei dubbi, ma Padre Pio disse che il dubbio era inutile, perché il Signore mi voleva. Mi spiegò lui stesso in un piccolo catechismo che mi offrì le preghiere che avrei dovuto imparare: mi parlò semplice, come ad una bambina. E quando gli chiesi se dovevo prepararmi prendendo delle lezioni, mi disse - Bisogna amare, amare, amare e niente più -. Era il 5 ottobre 1923.

Non sentivo e non vedevo in lui ciò che tanti altri avevano visto; soltanto che vicino a lui sentivo più vivo il desiderio di accostarmi alla Santa Comunione, sentivo che la vita senza Santa Comunione non è più vita, e che i cattolici erano felici di poterla avere, mentre io ne ero priva. Capii allora che di tutte le Chiese solo la cattolica è quella che aiuta veramente a seguire Gesù, quella che ci sostiene, ci incoraggia, ci aiuta nella vita di tutti i giorni.

L'ortodossia non mi dava invece mai nulla. Non ho mai sen­tito in nessun posto del mondo come a San Giovanni Rotondo, quanto siamo lontani da Colui che ha dato tutto se stesso per salvarci!

Non ho cambiato religione perché il rito della Chiesa catto­lica mi sia piaciuto di più, ma perché, avendo anche un corpo, non posso vivere solamente con lo spirito, ed ho bisogno quindi di un aiuto che solo la Chiesa cattolica può dare, l'unica che abbia conservato lo spirito di Cristo e che aiuti a seguirlo.

Trascorsi l'inverno preparandomi "al gran passo" tra i pe­ricoli di lotte interne, di tentazioni e di prove; ma chiedendo sempre l'aiuto del Signore. Nella primavera del 1924, il 10 apri­le, tornai a San Giovanni Rotondo con la mia vecchia zia che mi aveva allevata, e con la quale ero tanto unita spiritualmente, e con la mia figliuola. Il 12 feci l'abiura nelle mani del Padre guardiano, la confessione generale ed il 13 finalmente mi acco­stai alla Santa Comunione, che da quel giorno è diventata il mio più grande sostegno, la mia forza, la mia consolazione nelle molte prove e tribolazioni avute in questi ultimi anni.

In quel giorno il Signore mi concesse un'altra grandissima gioia, la conversione inaspettata e miracolosa della mia zia­mamma. Carattere leale, sincero e onesto, donna di dovere e di vita purissima, era intransigente per sé e per gli altri. Ortodossa convinta, considerava di cambiare religione come una mancanza di fedeltà, un disonore, una bassezza. Sofferse molto per la mia decisione, senza dirmelo (lo seppi dopo la sua conversione). Il primo giorno andò al convento, parlò con Padre Pio, ma rimase scossa e mal impressionata dalle sue parole. Siccome le avevano detto che Padre Pio non spingeva nessuno a farsi cattolico, alla domanda di lui: "Mi vuol seguire?" rispose di no, dicendo che aveva compreso che Iddio è Uno e che la Chiesa pure dovrebbe essere Una, ma poiché sentiva che la sua religione era molto vicina alla cattolica comprendeva essere lei troppo vecchia ormai per mutare religione, tanto più che facendo questo avreb­be arrecato troppo dolore ai suoi parenti. Allora Padre Pio replicò: "Crede Lei che davanti al Signore ci sarà la sua fami­glia a rispondere per Lei?".

Il giorno dopo mia zia non tornò al convento; e nemmeno sarebbe andata la domenica successiva, se non avesse avuto qualche giorno prima da Padre Pio una immaginetta sulla quale erano scritte parole che l'avevano colpita. Dopo la Messa e la mia prima vera Comunione rimase pochissima gente in chiesa, e Padre Pio era nei banchi dietro la zia a pregare. Quando poi andò in sagrestia, noi lo seguimmo, e la zia gli disse: - Grazie per la sua bontà, e perdoni se le ho dato dispiace­re».

- Non dispiacere - replicò Padre Pio - mi ha dato un vero dolore!

Cosicché la zia si sentì sconvolta dalle sue parole.

Per più di mezz'ora Padre Pio le parlò ancora, facendo crol­lare una ad una tutte -le pietre di quella fortezza. che sembrava inespugnabile. "La Chiesa ortodossa è agonizzante" le disse, tra l'altro, e dopo poco più di un anno vedemmo come si fossero avverate queste parole, perché la Chiesa ortodossa si divise tra tanti patriarchi e metropoliti!

Fu una lotta durissima, ma finalmente la zia fu vinta e tutta commossa gli disse: "Prometto di entrare nella Chiesa cattolica!". Promessa mantenuta alcuni mesi più tardi a Capri. È ora delle più ferventi cattoliche, come per riguadagnare il tempo perduto, e combatte volentieri per la sua fede contro tutti quelli che le sono contrari, tanto da aver scosso molte anime col suo esempio.

Rimaneva della nostra famiglia ancora nella ortodossia mio marito. Ed era il più difficile a convertire, perché avendo sempre fatto una vita moralissima, onesta e laboriosa, non vedeva la necessità di cambiare religione per servire meglio il Signore.

Retto, sincero e intransigente, quanto la zia o più di essa, essendo stato ufficiale nell'esercito imperiale della Russia, consi­derava come un disonore, come una bassezza tradire la propria fede.

Quando mi decisi io a quel passo, egli non si oppose, non mi sconsigliò; mi fece soltanto promettere di non cercare mai di indurlo a convertirsi. Ciò che feci, solo mettendolo nelle mani di Dio, senza mai parlargli della mia fede, se non richiesta; ma intanto pregavo continuamente e procuravo di modificare i miei difetti per dargli con l'esempio una prova che la mia fede era la migliore.

Le virtù essenziali che imparai a stimare e che nella Chiesa ortodossa e nella nostra vita mancano del tutto, erano l'umiltà e la carità, di cui avevo avuto begli esempi nell'Italia meridionale; erano le virtù che mancavano a me e a mio marito, il quale essendo severissimo verso se stesso lo era anche con gli altri, fino al punto da non saper perdonare le offese ricevute, come non perdonava le debolezze, le cadute, le miserie umane.

Nel settembre 1926 per la terza volta tornai a San Giovanni Rotondo, e mio marito volle accompagnarmi. Appena veduto Padre Pio, sentì per lui una grande devozione, un senso di tene­rezza e di gioia nello stargli vicino.

Anche lui, come me, si sentì in uno stato di isolamento, e durante la Messa di Padre Pio pianse. Aveva l'impressione di essere un grande peccatore, che Iddio non volesse accettare tra i suoi figli, ma poi, quando si mise a parlare con Padre Pio sulla questione religiosa, rimase irremovibile.

Per mio marito Padre Pio era un uomo santo, pieno di bontà, di amore, che egli avrebbe sempre voluto avere vicino a sé; ma per questo affetto non si sentiva di fare un atto contrario alla sua coscienza ed al suo cuore. Nell'estate egli fu gravemente malato, tanto che credeva di dover morire, ma Santa Teresa del Bambino Gesù e Padre Pio lo aiutarono molto. Sicché nel set­tembre 1957 tornammo di nuovo al convento del Gargano, que­sta volta anche con la nostra figliuola, rimanendo lassù per diversi giorni.

Allora accettò di ascoltare da Padre Pio le ragioni della scissione della Chiesa orientale, e si mise a discutere con lui sulle divergenze esistenti, finché un giorno queste discussioni, sebbene volute da lui, lo irritarono talmente, che volle lasciare il convento e tornare a Capri. Malgrado il mio dolore, non seppi oppormi a questa decisione. Egli però non partì. Tuttavia non tornò più al convento fino a che non gli portai la parola di Padre Pio, il quale gli diceva che, se pure non potevano intendersi sulla religione, potevano rimanere amici. Allora tornò al convento, e quando partimmo da San Giovanni Rotondo, la sua decisione era già presa: mancavano solo le carte per le forma­lità necessarie.

Al nostro ritorno a casa, cominciò però una lotta più aspra che mai tra dubbi, prove e dispiaceri, che sembravano indizi del malcontento del Signore per la decisione presa. Le lotte interne erano tremende, e in certi periodi, lui così buono abitualmente e così affettuoso, si allontanava da noi, si faceva estraneo, chiuso e freddo. Ma Gesù Misericordioso non volle farlo soffrire ancora per lungo tempo, ed in luglio tornammo ancora a San Giovanni Rotondo per il gran giorno! Il 6 luglio fece l'abiura a Foggia nelle mani del Vescovo, e la sera del 7 si confessò da Padre Pio. Il giorno 8 fece la sua Comunione ed il 10 la Cresima. "Voglio far la Cresima come suggello del passo fatto" mi disse.

Grazie al Signore, da quel momento egli è scrupoloso nei suoi doveri religiosi, e sopporta molto meglio le prove che gli vengono dal Cielo. Anche verso gli altri è più caritatevole, e trova grande conforto a parlare della sua fede, che sa difendere parlando con gli ortodossi.

Rina Caterinovich D'Ergiu»

A questo racconto della signora Caterinovich vorrei aggiun­gere ancora soltanto quelle parole che suo marito disse un giorno all'amico dott. Festa, e che possono valere per tutti gli altri che hanno trovato, tramite Padre Pio, la fede: «Padre Pio ha trionfato sui nostri cuori, ma il suo trionfo è diventato la nostra felicità!».

 

Dal diario

Nei soggiorni trascorsi a San Giovanni Rotondo vi sono stati anche piccoli episodi e piccole vicende meritevoli di essere ricordati e contemplati, in quanto contribuiscono anch'essi a darci un quadro dell'atmosfera di San Giovanni Rotondo così impregnata della personalità di Padre Pio.

Tolgo dal mio diario alcuni esempi.

 

Sabato nella settimana della Passione, 28 marzo 1953

A San Giovanni Rotondo per la mia quarta confessione da Padre Pio. Sebbene io sia stata una delle ultime a confessarmi, ho avuto il tempo sufficiente per tutto quello che mi ero proposta di esporre e raccomandare a Padre Pio e quindi ho lasciato il confessionale col cuore contento.

Una folla di fedeli attendeva in chiesa che Padre Pio termi­nasse le confessioni e venisse a distribuire la Santa Comunione. Io pure mi misi nella loro fila. Qui mi accorsi che avevo dimenti­cato la mia borsa con il denaro nella macchina dei miei conos­centi, coi quali ero venuta a San Giovanni Rotondo e che erano ripartiti la mattina subito dopo la Santa Messa di Padre Pio. Io invece ero rimasta a San Giovanni Rotondo per la confessione, con l'intento di partire poi col rapido del pomeriggio per Napoli. Ma ero rimasta senza denaro... Sebbene non fosse di certo sim­patica questa situazione, non volli preoccuparmi soverchiamente. Ero ancora troppo presa dalle impressioni della confessione e desideravo solo fare una buona preparazione alla Santa Comunione. Per il resto avrei potuto pensarci dopo. Intanto, cercando nella tasca il mio rosario, trovai alcune monete da cento lire. Per le spese del viaggio di ritorno non potevano servire e perciò pen­sai di offrirle in elemosina. Così andai subito al vicino altare di Sant'Antonio e misi questi soldi nella cassetta delle offerte, affi­dando quindi il mio viaggio di ritorno alla Provvidenza. E come se la Provvidenza avesse aspettato soltanto questo mio piccolo atto di fede, ricevetti poco dopo, in maniera del tutto inattesa, l'aiuto sperato.

Ritornata al mio posto nella fila dei fedeli che aspettavano la Santa Comunione, qualcuno mi disse che una signora voleva par­larmi. Infatti vidi che da lontano tra la folla una mia amica mi salutava, facendomi segno che mi avrebbe aspettato. Era Teresa M., una mia cara amica di Napoli.

Terminate, dopo la Santa Comunione, le preghiere di ringra­ziamento, ecco l'amica, la quale, tutta contenta di questo nostro impensato incontro a San Giovanni Rotondo, mi disse : «Se non hai più altro da fare qui, devi venire con noi a pranzo e poi insie­me possiamo ritornare a Napoli; siamo noi soli, mio marito ed io, e quindi c'è tanto posto in macchina anche per te !».

Fu per me una bella sorpresa di trovare proprio Teresa M. qui sapendo che né lei né suo marito erano amici di Padre Pio. Poche settimane prima avevamo avuto una discussione sul tema "Padre Pio" e Teresa mi aveva detto che non sarebbe mai più andata a San Giovanni Rotondo, perché Padre Pio era stato trop­po severo con lei. La mattina però suo marito improvvisamente aveva deciso di fare una visita alle imprese della Montecatini nei pressi di San Giovanni Rotondo e non avevano potuto fare a meno di recarsi anche al convento di San Giovanni Rotondo per un breve saluto a Padre Pio. E qui, giunti in chiesa, Teresa, come mi disse, mi vide subito malgrado la folla, e propriamente vicino all'altare di Sant'Antonio! Raccontai all'amica perché io mi trovassi lì, ed in tutto vedemmo una disposizione della Provviden­za. Teresa aggiunse che simili coincidenze provvidenziali capita­no più facilmente nella vicinanza di Padre Pio che altrove, e che egli aveva la sua parte in esse. Mi disse anche che voleva essere di nuovo più a contatto con Padre Pio.

Ed io, meditando su quanto era avvenuto, pensavo : occorre dare così l'elemosina, senza esitazione, senza indugio, senza alcuna preoccupazione... con generosità e piena fiducia nella Provvidenza.

Avevamo poi la gioia di vedere Padre Pio nel corridoio del convento. Gli augurammo Buona Pasqua, ed egli ci diede la sua benedizione. Salutandolo, gli dissi : «Padre Pio, grazie per tutto! - Cosa mi vai a ringraziare? - mi domandò nella sua maniera rude e schietta. - Ricordati piuttosto: chi carità usa, carità trova!».

Quando lasciammo il convento, il mondo ci sembrava più bello. Solo allora ci accorgemmo che i giardini e le pendici dei monti di San Giovanni Rotondo erano pieni di mandorli in fiore... e solo allora questa vista ci fu di grande gioia.

Ci fermammo per il pranzo, durante il quale parlammo anco­ra delle cose di San Giovanni Rotondo, e poi tornammo contenti a Napoli.

 

San Giovanni Rotondo, 9 novembre 1954

Oggi non c'era tempo per raccomandare a voce tutti quelli che mi avevano chiesto di esporre a Padre Pio i loro casi. Dopo la mia confessione ho potuto solo consegnare nelle mani di Padre Pio tutte le lettere che mi erano state affidate per lui, e chiedergli la benedizione sugli oggetti di devozione e su alcune fotografie. Dopo che Padre Pio ha benedetto tutto, il suo sguardo si è ferma­to su una piccola fotografia, sulla quale ha fatto ancora il segno della croce. È la fotografia di un gruppo di impiegati ed operai assieme al loro direttore, affidatami da una mia cara amica, moglie del direttore, con tanta fiducia nella benedizione di Padre Pio.

La ragione per cui la mia amica aveva voluto che Padre Pio benedicesse questa fotografia era la seguente : nella prossima festa dell'Immacolata, nella cittadina di S. si sarebbero fatte par­ticolari celebrazioni in onore della Madonna, in occasione del Centenario del Dogma dell'Immacolata. La nuova statua della Madonna proveniente da Fatima avrebbe fatto la "peregrinatio" nelle famiglie, la quale si sarebbe poi conclusa nella più impor­tante azienda della cittadina, quella appunto della mia amica. I dipendenti avevano già pronto il programma per i festeggiamenti che avrebbero dovuto aver luogo la prima domenica di dicembre, ma il loro direttore, forse per rispetto umano, era contrario e rifiutava di dare il suo permesso.

Ogni tentativo di persuaderlo era stato inutile. Per questo la mia amica aveva pensato di raccomandare a Padre Pio questa faccenda mandandogli la fotografia. E Padre Pio ha voluto fer­marsi proprio su questa fotografia e benedirla ancora. Questo atto di Padre Pio può avere il suo significato e perciò penso che sia di buon indizio per quanto sta a cuore alla mia amica.

 

Prima domenica di dicembre 1954

La mia amica ed i suoi dipendenti, da quando avevano sapu­to della particolare benedizione di Padre Pio, avevano la certezza che la festa si sarebbe fatta e quindi avevano fatto ogni preparati­vo, sebbene il nemico della festa continuasse a rifiutare il suo benestare. Ma il venerdì 3 dicembre, cioè un giorno prima dell'inizio della festa, tutto cambiò come per incanto. Il direttore diede non solo il suo permesso, ma anche il suo aiuto nella pre­parazione, contribuendo non poco alla buona riuscita della festa. Ieri, sabato, nel tardo pomeriggio, una macchina dell'azienda prelevò la statua della Madonna dal Duomo per portarla nella sede dell'azienda, ove nel grande salone su un altare pieno di fiori e di luci fu esposta alla devozione dei fedeli. Per tutta la notte si fece la veglia dinanzi all'altare della Madonna.

Stamani è stata celebrata qui una Messa solenne durante la quale il direttore, la sua famiglia ed i suoi dipendenti hanno ricevuto la Santa Comunione. A conclusione della cerimonia, il direttore stesso ha recitato, commosso, la Consacrazione alla Madonna.

In quell'ora non vi è stata alcuna ombra tra il capo dell'azien­da ed i suoi dipendenti. In tutti vi era la medesima gioia, in molti si poteva scorgere quella commozione interiore che è capace di elevare i cuori a Dio ed accendere una luce nelle anime. È poca cosa ciò?

 

San Giovanni Rotondo, 20 maggio 1956

Padre Pio è stato oggi particolarmente paterno con me. Quando gli ho detto che in una mia impresa avevo sbagliato in alcune cose per cui probabilmente avrei avuto dei danni, Padre Pio mi ha domandato perché non gli avessi chiesto consiglio in merito nella mia precedente confessione da lui. Ho risposto che non volevo importunarlo. E Padre Pio prontamente ha replicato: «Ma tu devi aver il coraggio di importunarmi!».

Questa frase, detta con tanta schiettezza, mi è piaciuta molto in essa è tutto Padre Pio !

 

San Giovanni Rotondo, 30 ottobre 1957

Un pellegrino di Lourdes

Stamani, un signore di Milano mi ha detto: «Sono per la prima volta qui a San Giovanni Rotondo; non credevo che fosse così: tutta questa folla, questa confusione...

Sono abituato a Lourdes, perché da 28 anni faccio ogni anno un pellegrinaggio. Anche lì si vede una folla immensa di gente, ma tutto è così ben ordinato, non c'è mai confusione a Lourdes; ma qui a San Giovanni Rotondo mi sento proprio disorientato !».

Gli ho risposto: «Avete ragione; San Giovanni Rotondo potrebbe confondere se si guarda solo la gente e se si nota solo la confusione, che del resto si osserva talvolta, ma non sempre. Per nessuno di noi San Giovanni Rotondo è facile.

... Ma rimanete; andate nel convento, cercate di incontrare Padre Pio, fermatevi anche un attimo solo con lui, chiedetegli la sua benedizione... e non sarete più disorientato».

 

San Giovanni Rotondo, 22 gennaio 1958

55° anniversario della professione religiosa di Padre Pio

Subito dopo pranzo mi sono recata di nuovo al convento. Un padre cappuccino di mia conoscenza che veniva dal refettorio, ove siede a tavola vicino a Padre Pio, mi ha detto: «Or ora Padre Pio ha voluto rievocare il suo anniversario, dicendoci: In questi giorni, tanti anni fa, mia madre mi disse: "Ho sognato San Francesco; mi ha detto che debbo portarti al convento dei monaci, perché devi farti frate francescano!"...»

Come è tutto semplice nella vita di Padre Pio!

Volentieri egli racconta della sua piissima madre e del fervo­re che ebbe per la sua vocazione religiosa.

 

San Giovanni Rotondo, 25 maggio 1959

72° compleanno di Padre Pio

«Padre Pio ci porta via i nostri figli - sentii una madre dire una volta, - è già il secondo che si fa cappuccino... Eppure, non eravamo venuti per questo a San Giovanni Rotondo!».

Di queste parole mi sono ricordata oggi, quando ho avuto occasione di parlare con un giovane, che ebbe a percepire qui a San Giovanni Rotondo la sua vocazione sacerdotale. Mi ha rac­contato che egli, nel gennaio di quest'anno, venne qui per la prima volta con la sua famiglia. Era una visita di ringraziamento che la famiglia aveva promesso per la guarigione della madre. Dopo questa prima visita, durante la quale non ebbe occasione di vedere Padre Pio, che allora era malato, il giovane tornò ancora più volte a San Giovanni Rotondo. In una di queste visite, pre­gando davanti l'Altare Maggiore, sentì in modo tutto particolare la viva presenza di Gesù nel tabernacolo. Gli sembrò in quel momento che Gesù l'avesse scelto per Sé. Sarà stata soltanto una sua impressione? Come potrà essere ciò? si domandava. Nel prossimo luglio doveva sposarsi!

Di ritorno a casa sentì però sempre di più una strana trasfor­mazione in sé: senza alcuna ragione apparente aveva perduto il gusto del mondo, mentre un nuovo sconosciuto amore prendeva possesso di lui e lo rendeva felice. Nella Domenica della Passio­ne fu di nuovo a San Giovanni Rotondo ed in quella visita gli fu chiaro che "senza messa" come egli stesso diceva, non avrebbe potuto più vivere e che aveva soltanto un unico desiderio: quello di farsi sacerdote, per poter celebrare egli stesso la Santa Messa. Avrebbe voluto parlare di tutto ciò con Padre Pio, ma non gli fu mai possibile, dato che Padre Pio era allora ancora molto soffe­rente.

Così, in quella Domenica della Passione, davanti al taberna­colo, prese la decisione di seguire la sua vocazione. Di ritorno a casa, parlò con i suoi genitori di questa sua decisione e, come era prevedibile, trovò una netta opposizione, specialmente da parte di suo padre, il quale subito sospettò che Padre Pio avesse "cam­biato la testa" al figlio. Non valsero le assicurazioni del giovane di non aver mai avuto occasione di parlare con Padre Pio. Al padre bastava il fatto che, dopo le visite a San Giovanni Rotondo, si era verificato un cambiamento nel giovane, e quindi senz'altro dava la colpa a Padre Pio. Per questo pensò di andare assieme al figlio da Padre Pio per una chiarificazione. Scelsero la Domenica di Pasqua per andare a San Giovanni Rotondo, e per­ché questa volta era certamente necessario, fu possibile un collo­quio con Padre Pio, che ebbe luogo nel convento e propriamente nella cella del Padre.

«Debbo lagnarmi con Voi di mio figlio, Padre Pio... - disse il padre.

- E perché?

- In luglio deve sposarsi ed ora ha altri grilli nella testa...

- Quali grilli?

- Egli crede... di essere chiamato a farsi sacerdote...

- Non ti resterà altro che piegarti, perché la sua è vera vocazio­ne! - E rivolto al figlio Padre Pio disse : - Sì, tu hai la vocazione!».

Alla domanda del giovane di quale seminario o noviziato dovesse scegliere, Padre Pio rispose: «Va' a Cortona!». (È il noviziato dei cappuccini). Quindi Padre Pio diede loro la sua benedizione e li salutò con il suo «Andate in pace!».

Dopo questa visita da Padre Pio, il padre non ostacolò più la vocazione del giovane, anzi fu contento che questo suo figlio sarebbe stato sacerdote nell'Ordine Cappuccino.

Ed oggi questo giovane è venuto da Padre Pio per salutarlo e per chiedergli la benedizione, perché domani entrerà al novizia­to. Poco prima della sua partenza è venuto anche da noi per salu­tarci. Ci ha detto: «Non vedo l'ora di entrare nel convento... Ancora non riesco a credere che sarò un giorno sacerdote... Sulle ginocchia dovrei andare a Cortona!».

Queste parole, dette con tutto il cuore, hanno provocato in me una profonda impressione. Che grande trasformazione dove­va essere avvenuta in quest'anima!

Il caso di questa vocazione fiorita e maturata nella vicinanza di Padre Pio si aggiunge ai molti altri casi di vocazioni, di conversioni e trasformazioni, fioriti e maturati a San Giovanni Rotondo, nei quali non si vede alcun intervento diretto di Padre Pio, sebbene egli abbia indubbiamente anche in questi casi la sua parte. In genere il suo influsso su di noi è più indiretto che diret­to, le nostre trasformazioni sono più il frutto della sua vita di pre­ghiere e di sacrifici, che il risultato di un suo diretto personale intervento. Ogni volta però che occorre, Padre Pio è anche perso­nalmente presente, per lo più con poche parole dette con sempli­cità e singolare intuito, per confermare e sostenere in noi l'opera della grazia.

Il suo modo di agire su di noi non è certo un modo comune; l'efficacia che possiede deriva dal fatto che esso si muove con una sorprendente naturalità nel soprannaturale.

 

Napoli, 20 giugno 1959

Un'obiezione ed una risposta al ritorno da San Giovanni Rotondo: un certo Antonio, che per sua richiesta venne questa volta con noi da Padre Pio, obiettò: «Voi lo sapete, Signora, tengo molto alla nostra religione. E non ho proprio nulla in contrario a Padre Pio... Ma non vorrei che nella Chiesa si facesse ancora un altro santo... mi sembra che noi abbiamo già molti santi!

- Antonio, sarebbe lo stesso se Voi diceste: non vorrei che anche in quest'anno fiorisse di nuovo il grano, perché abbiamo già avuto abbastanza grano su questa terra!

Ogni tempo deve produrre i suoi santi, come ogni anno deve produrre il suo grano. Guai a noi se ci venisse meno questa fecondità della terra e della nostra Chiesa!».

 

San Giovanni Rotondo, 10 agosto 1960

50° anniversario del Sacerdozio di Padre Pio

Oggi il Padre Guardiano mi ha ridato il mio messale, nel quale vi è una dedica di Padre Pio.

Questo messale - una bellissima edizione domenicana - che ebbi in regalo a Pasqua, mi è sembrato particolarmente adatto per una dedica di Padre Pio. Perciò lo portai con me a San Gio­vanni Rotondo e lo diedi al Padre Guardiano con la preghiera di esporre a Padre Pio il mio desiderio. Il Padre Guardiano non volle promettermi nulla ed io dovetti attendere pazientemente alcuni mesi.

Che io abbia avuto proprio oggi, nel 50° anniversario sacer­dotale di Padre Pio, questa sua dedica, mi è di grande gioia! Evi­dentemente anche queste piccole cose hanno la loro propria gior­nata, la loro giusta ora, per cui diventano ancora più amabili.

Padre Pio ha scritto sulla prima pagina del mio messale le seguenti parole: «Se vuoi assistere con devozione e con frutto alla Santa Messa tieni compagnia alla Vergine Addolorata ai piedi della Croce sul Calvario. P Pio capp.».

 

Terza parte

Da lontano...

Lettere

Ha senso di scrivere a Padre Pio che riceve centinaia di lette­re e telegrammi al giorno e non ha il tempo di leggerli? Forse da tutta la copiosa posta giornaliera qualche lettera, qualche tele­gramma giunge a lui, forse qualche volta Padre Pio viene interro­gato circa questa o quella risposta da dare; ma sono eccezioni, perché la maggior parte della posta non passa per la cella di Padre Pio. Il disbrigo della corrispondenza viene fatto nel convento, e propriamente da quei Padri che sono incaricati dal Padre Guardiano per tale ufficio.

Quantunque la gente sappia, o possa immaginare, che Padre Pio non legge personalmente le lettere a lui indirizzate, tutti scri­vono costantemente a lui. Gli scrivono delle loro ansie, delle loro preoccupazioni, e di ogni cosa che sta loro a cuore. Spesso, molto spesso, queste lettere sono scritte nei momenti più tragici, quando tutte le speranze umane sono svanite, quando tutto si è tentato e nulla si è ottenuto; allora si scrive a Padre Pio in un ulti­mo sforzo di fede, per raccomandare ogni cosa alle sue preghie­re. Su una lettera di una madre, che umanamente non aveva più nulla da sperare per il suo bambino moribondo, ho letto una volta queste parole: «ultimo appello!». Quanti «ultimi appelli» sono stati indirizzati a Padre Pio! E perché a lui?

È la vita di Padre Pio, così intensa di preghiere e di sacrifici, così permeata dell'amore per Gesù, e Gesù Crocifisso, che eser­cita un'attrazione irresistibile ad una infinità di anime, ed ispira fiducia e speranza soprattutto ai sofferenti e tribolati, che istinti­vamente vedono in lui uno strumento di Dio, il cui compito è proprio quello di aiutare quelli che hanno bisogno.

Non tutti possono andare personalmente da Padre Pio, non sempre è possibile intraprendere il viaggio per San Giovanni Rotondo, e quindi molti, moltissimi, spinti dal desiderio di espor­gli quanto sta loro a cuore, gli scrivono. Per lo più sono lettere semplici, commoventi, con le quali si implora aiuto di preghiere, lettere dettate dalla sofferenza. Sembra che nessuno di quelli che scrivono a Padre Pio si domandi: «Ma chi leggerà le nostre lette­re? Chi è che scrive le risposte? Occhi profani daranno uno sguardo sulle pagine scritte nel colmo delle nostre ansie per criti­carle o addirittura deriderle?». No, quelli che spediscono le loro suppliche a Padre Pio non si pongono simili domande, in quanto sanno bene che non servirebbero proprio a nulla. Sanno invece che la piena fiducia nell'efficacia delle preghiere di Padre Pio, come strumento di Dio, non potrà mai essere del tutto vana. Per questo scrivono a Padre Pio; e quindi se così è, ha anche senso che gli scrivano.

Il dolore umano, lasciato a sé senza alcun aiuto, può essere fatale. Non pretendiamo dai tribolati che siano atleti della sop­portazione. Sarebbe sbagliato anche se noi, nel nostro proprio benessere fisico e psichico, materiale e spirituale, dicessimo a quelli che si trovano nelle sofferenze: "Il dolore è grazia! Gioi­te voi che avete il privilegio di poter soffrire...". Oh! Non dicia­mo mai queste o altre simili frasi a quelli che soffrono. Questo linguaggio della preziosità della sofferenza solo Dio può comu­nicarlo al cuore umano senza ferirlo! Noi invece dobbiamo soccorrere ed aiutare, materialmente e spiritualmente, come meglio possiamo, a placare le pene, a lenire i dolori di quelli che sono coinvolti in essi oppure sopraffatti dalle proprie miserie, affinché trovino una via, un sostegno, un sollievo, e principalmente affin­ché entri di nuovo nel loro cuore un raggio di speranza che riac­cenda la fede, la fiducia nella Provvidenza e Misericordia di Dio.

Per innumerevoli anime la vita di sacrificio di Padre Pio rap­presenta l'impagabile raggio di luce di una nuova speranza che sa rianimare la fede in Dio, quella fede di cui Gesù disse che è capace di «muovere la montagne» cioè di rendere l'impossibile possibile! Quella fede che in ogni modo fortifica, aiuta e consola e che è portatrice di esaudimenti e prodigi.

Non solo i sofferenti però scrivono a Padre Pio. Vi sono anche quelli che gli scrivono per esprimere la loro ammirazione e gratitudine per la sua missione sacerdotale, per raccomandare alle sue preghiere grazie squisitamente spirituali, la giusta scelta del proprio stato, importanti decisioni da prendere. Altri ancora gli chiedono preghiere per la propria parrocchia, per comunità religiose, per sacerdoti e vocazioni, oppure chiedono soltanto di essere accettati come figli spirituali.

E come sono le risposte?

Sappiamo che Padre Pio non risponde mai personalmente. Sappiamo anche che non a tutte le lettere che giungono al convento per Padre Pio viene data una risposta. Per gran parte delle lettere viene usato un piccolo cartoncino del convento con alcune righe generiche stampate che possono servire come ri­sposta in ogni caso. Risposte scritte a mano o a macchina che trattino esplicitamente dell'argomento esposto dal richiedente sono rarissime. Così pure, dal convento non sono trasmessi mai per iscritto consigli particolari di Padre Pio.

Come si spiega allora che da oltre trent'anni l'affluenza di migliaia e migliaia di lettere da ogni parte del mondo non si è mai interrotta ma continua, anzi aumenta sempre di più?

La spiegazione si trova nel fatto che le nostre lettere, se vera­mente scritte con fede e retta intenzione, in fondo non rimangono mai senza effetto. E ciò posso dirlo per mia propria e lunga espe­rienza di molti anni, durante i quali ho trasmesso a Padre Pio innumerevoli lettere di sofferenti e tribolati bisognosi di aiuto, oppure ho esposto io stessa per iscritto le mie ed altrui necessità e richieste. Invero, Padre Pio non ci ha delusi : in qualche modo abbiamo sempre potuto sperimentare che le nostre lettere non erano state scritte invano. E quanto più semplice era la nostra fede, tanto più efficaci furono i nostri scritti. I seguenti esempi potranno servire a dare un'idea di ciò.

 

Lettere dall'Uganda

Nell'ottobre 1949 un missionario di mia conoscenza, - Padre Ercole de Marchi, Comboniano - fu inviato ad Arua nell'Ugan­da. Nella sua prima lettera da Arua del 25 novembre 1949, Padre de Marchi mi scrisse del suo dispiacere di non aver potuto fare ancora nulla per la sua missione, in quanto fin dal suo arrivo era stato colpito da febbre e grave malessere. Nelle sue due susse­guenti lettere del 15 maggio e del 3 luglio 1950, si lamentava ancora di questa sua infermità, che sempre più si aggravava e gli impediva ogni lavoro ed attività. Fui molto addolorata per que­sto, perché sapevo con quale fervore e con quale gioia egli era ritornato nella sua missione. Mi domandavo quindi come avrei potuto aiutare Padre de Marchi. Ed ecco, mi venne l'idea di scri­vere a Padre Pio.

L'esperienza del mio pellegrinaggio a Pompei nell'ottobre 1949, la mia confessione generale e la guarigione prodigiosa del mio confessore nel marzo 1950, nonché la mia prima brevissima visita a San Giovanni Rotondo nel maggio dello stesso anno, avevano suscitato in me una grande fiducia nell'efficacia delle preghiere di Padre Pio e del suo apostolato. Con questa fiducia, io scrissi la mia prima lettera a Padre Pio. Fu una lettera assai semplice con parole concentrate sull'essenziale. Chiesi a Padre Pio di offrire una Santa Messa per la completa guarigione di Padre de Marchi, di pregare affinché potesse riprendere subito la sua attività missionaria e fare molto per la sua missione in avve­nire.

Ricevetti quasi subito la seguente risposta scritta a mano dal Padre Guardiano del convento: «Abbiamo ricevuto la Vostra let­tera con l'offerta per una Santa Messa. Padre Pio Vi ringrazia, prega per la Vostra intenzione e manda la sua benedizione».

Fui un po' delusa: mi aspettavo per lo meno due righe scrit­te da Padre Pio stesso con un suo consiglio per Padre de Marchi. Troppo poco sapevo allora di Padre Pio e delle cose di San Gio­vanni Rotondo e quindi mi sentii disorientata, come quel pelle­grino di Lourdes che per la prima volta era a San Giovanni Rotondo. Avevo dunque scritto invano? Era stata soltanto un'illu­sione la mia fiducia in Padre Pio? Che cosa avrei potuto fare ora per Padre de Marchi? Come aiutarlo? Sì, io pregavo per lui, ma sentii che queste mie preghiere erano troppo deboli per ottenergli un aiuto straordinario. In un caso come il suo occorrevano pre­ghiere ben più potenti delle mie, ed io avevo sperato in Padre Pio...

Inviai la risposta avuta da San Giovanni Rotondo in una let­tera a Padre de Marchi, esortandolo a scrivere egli stesso a Padre Pio tutto ciò che gli stava a cuore. Questa mia lettera giunse ad Arua il 9 agosto 1950 ed il giorno seguente Padre de Marchi scrisse a Padre Pio una lettera dettagliata, alla quale non ebbe mai alcuna risposta. Però dal giorno stesso in cui spedi la lettera a Padre Pio, Padre de Marchi fu liberato dalla febbre e da ogni malessere. Fu il 10 agosto 1950, giorno in cui Padre Pio celebra­va il suo 40° anniversario di sacerdozio.

Padre de Marchi poté riprendere subito la sua attività missio­naria e divenne poi uno dei più attivi missionari di quella grande ed importante regione dell'Africa orientale, che è l'Uganda. Il suo stato di salute rimase, come egli stesso mi scrisse, ottimo malgra­do l'enorme lavoro che pesava su di lui.

Quando più tardi ebbi la prima occasione di parlare personal­mente con Padre Pio, volli ancora una volta raccomandare questo missionario e la sua missione nell'Uganda alle preghiere del Padre. Ed una volta, temendo che Padre Pio si stancasse di pre­gare per lui, gli chiesi se Padre de Marchi non potesse fare anche qualche cosa per lui in riconoscenza. E Padre Pio prontamente mi rispose: «Digli che mi dia il suo venerdì...».

Su questa strana risposta ebbi poi occasione di parlare con un padre cappuccino che per lunghi anni visse vicino a Padre Pio nello stesso convento e costui mi disse che Padre Pio talvolta usava dire ai suoi confratelli: «Datemi il venerdì, io vi do la set­timana!». Scrissi a Padre de Marchi questa risposta di Padre Pio e da allora in poi non di rado Padre de Marchi nominava il venerdì nelle sue lettere. In una di queste mi scrisse: «Stia ben sicura, non mi dimentico di Padre Pio. Nei venerdì, che spesso sono particolarmente penosi per l'eccessivo lavoro e difficoltà di ogni sorta, unisco tutto alle sofferenze di Padre Pio, offrendole a Dio per le sue intenzioni. Sono alquanto smemorato, ma ogni venerdì, qualcuno mi richiama per ricordami di dare questo giorno a Padre Pio...». In un'altra lettera mi scrive: «La croce del venerdì è spesso particolarmente pesante, però allo stesso tempo, non mancano mai le consolazioni. Proprio oggi venerdì ho ricevuto un grande aiuto per la mia missione...».

 

Lettere da New Jersey

Una mia conoscente americana di New Jersey mi mandò una lettera per Padre Pio, nella quale chiese per sé, suo marito ed i loro figlioli di essere accettati come figli spirituali. La famiglia doveva prendere importanti decisioni per l'avvenire, per cui aveva particolare bisogno di aiuto e sostegno spirituale. Il 22 gennaio 1958, che era anche il 55° anniversario della professione religiosa di Padre Pio, mi trovai a San Giovanni Rotondo, ed ebbi occasione di dare a Padre Pio personalmente la lettera della signora americana e di esporre brevemente quanto le stava a cuore.

Padre Pio mi disse subito: «Sì, accetto questa famiglia». Ciò mi incoraggiò per dare a Padre Pio anche una busta affrancata con l'indirizzo della famiglia, pregandolo di voler mandare alcu­ne immagini benedette con una breve risposta. «Va bene ! - mi disse Padre Pio, ed aggiunse, un po' in scherzo e un po' sul serio - Quanto lavoro mi dai!».

Ben presto la famiglia ricevette le immagini benedette da Padre Pio assieme ad una breve risposta del convento: «Padre Pio prega per Voi e manda la sua benedizione».

Ed io ebbi la gioia di ricevere la buona notizia da New Jer­sey che tutto si era risolto nel miglior modo per questa famiglia, la quale poté prendere la giusta decisione per l'avvenire.

«Quanto lavoro...» cioè quanti sacrifici costa ogni esaudi­mento! Quanti sacrifici di Padre Pio si trasformano in benefici per noi!

 

Telegrammi per Vienna

Un po' prima della Pasqua del 1960 seppi che una mia cara amica, di casa ad Innsbruck, durante una sua visita a Vienna alle sue sorelle era stata colpita da infarto e si trovava in ospedale tra la vita e la morte. Fu per me una notizia assai triste e mi doman­dai subito che cosa avrei potuto fare, come avrei potuto aiutare questa mia amica. Sempre, quando in simili occasioni mi pongo questa domanda, sento tutta la mia miseria ed incapacità di por­gere un valido aiuto. Certo, posso pregare. Non si prega mai inutilmente, anche se si sente che la propria preghiera è povera di forza. In simili casi però occorre un aiuto di preghiere potenti. E dato che anche le sorelle dell'inferma avevano una grande fiducia nelle preghiere di Padre Pio, inviai il seguente telegramma a San Giovanni Rotondo: «Padre Pio, raccomandiamo vivamente alle Vostre preghiere la signora N.B. gravemente malata a Vienna, affinché possa migliorare, avere l'assistenza sacerdotale, e ritornare ancora alla propria casa».

Ricevetti quasi subito la risposta da San Giovanni Rotondo: «Padre Pio prega per l'inferma, manda la sua benedizione ed i suoi migliori auguri!».

Fu un'ottima risposta, che ci diede nuove speranze. Infatti, la mia amica si riprese quasi subito dall'infarto ed il suo stato migliorò di giorno in giorno; ebbe inoltre un'ottima assistenza sacerdotale e poté ritornare alla sua casa ad Innsbruck.

E così tutte e tre le cose che avevo chiesto nel mio telegram­ma in un momento in cui umanamente non c'era più nulla da spe­rare, furono esaudite alla lettera!

 

Benedizione pasquale

Come è uso nelle nostre parrocchie, durante la Quaresima si fa la benedizione delle case in preparazione della Santa Pasqua. Fu in occasione di una tale benedizione pasquale, che il Cappel­lano che in quell'anno venne per benedire la mia casa mi chiese di raccomandare alle preghiere di Padre Pio un suo nipote grave­mente infermo. «È un ragazzo di appena diciotto anni, colpito da broncopolmonite; vi sono poche speranze di salvarlo, la fami­glia è disperata! Solo la preghiera può ancora aiutare, soprat­tutto la preghiera di Padre Pio! Chiedete a Padre Pio che pre­ghi affinché il ragazzo non muoia e la malattia non lasci alcuna traccia». Risposi che purtroppo non potevo fare nulla, dato che mi era impossibile andare nei prossimi giorni a San Giovanni Rotondo.

Quando il Cappellano fu andato via, volli subito ritornare al mio lavoro, ma per un attimo mi fermai a guardare la mia casa come era bella dopo questa benedizione pasquale! Vi era la pace e la gioia: i bei doni di questa benedizione. Tutto mi sembrava più bello di prima: l'ordine, i fiori e le mille care cose della mia casa. Però, ad un tratto, in mezzo a questa gioia, mi domandai davvero non posso fare nulla per quella famiglia in pena? Non conoscevo questa famiglia, non conoscevo né il cognome ne l'abitazione, non conoscevo nemmeno il nome di battesimo del malato. Ma cosa fa? In qualche luogo qualcuno è nella sofferen­za e di questa sofferenza io ho saputo: ciò dovrebbe bastare per fare qualche cosa...

Lì per lì non sapevo che cosa avrei potuto fare e perciò acce­si una luce davanti all'immagine del Sacro Cuore, come preghie­ra per quella famiglia. Per mia propria esperienza so quanto effi­cace possa essere talvolta anche un simile minimo atto di fede.

Nel pomeriggio poi andai in chiesa, e, seguendo un consiglio di Padre Pio datomi un giorno in una confessione per un caso difficile, iniziai davanti al tabernacolo un triduo di preghiere. E proprio al terzo giorno, che era anche il Venerdì della Passione, ebbi un'inattesa occasione di recarmi a San Giovanni Rotondo e potei raccomandare personalmente a Padre Pio l'infermo e la sua famiglia.

«Consacrino casa e famiglia al Sacro Cuore di Gesù !» mi disse Padre Pio con la sua solita semplicità.

Quando, al mio ritorno, riferii questo consiglio al Cappella­no, costui, con mia sorpresa, mi disse: «Non potreste dirmi di meglio, signora!». E quindi mi raccontò che la famiglia di suo fratello, trovandosi per lungo tempo senza casa, aveva fatto un giorno il voto che non appena avesse trovato una casa adatta, l'avrebbe consacrata al Sacro Cuore di Gesù. E nel primo fervore del voto fatto in un momento di estrema necessità, era stato com­prato anche un quadro del Sacro Cuore, davanti al quale doveva essere fatta poi la consacrazione. Poco dopo fu trovata un'ottima casa che superava ogni aspettativa. Il voto però non era stato adempiuto! Il quadro del Sacro Cuore veniva messo in disparte in qualche luogo dimenticato, e non si parlava più della consa­crazione. Invero, di tanto in tanto, il Cappellano aveva esortato il fratello a ricordarsi del voto fatto, ma aveva avuto sempre in ri­sposta che vi era ancora ben altro da fare... Così erano passati gli anni, finché venne quella prova dolorosa che doveva condurre poi all'adempimento del voto.

Nella Settimana Santa, il Cappellano stesso, seguendo il consiglio di Padre Pio, fece la solenne Consacrazione della casa e della famiglia di suo fratello al Sacro Cuore di Gesù, e da quel giorno si iniziò anche la guarigione del figlio, la quale fu poi completa, perché il male non lasciò alcuna traccia.

 

* * *

 

Padre Pio ci insegna a camminare con semplicità e naturalez­za nel soprannaturale. Tutto ciò che egli fa è radicato in Cristo Gesù e perciò diventa così efficace. Egli può essere per noi anche da lontano uno strumento soprannaturale di Dio e, come tale, ci guida in maniera che anche noi di tanto in tanto possiamo diventare piccoli strumenti della Provvidenza e Misericordia di Dio.

 

Avversari

Le piccole voci

«Se vuoi conservarti la devozione per Padre Pio, ti consiglio di non andare mai a San Giovanni Rotondo!». Così mi disse una mia amica quando, nel 1950, le confidai il mio vivo desiderio di conoscere personalmente Padre Pio. Mi raccontò della sua prima visita da Padre Pio che fu per lei una vera delusione. Seguendo l'esempio degli altri, cercò, con fatica, di spingersi fino a Padre Pio, ma egli bruscamente la mandò via. Nel primo impulso si ribellò ad un tale trattamento e disse ad alta voce nel mezzo della chiesa: «Se così sono i santi, allora stiamo proprio freschi!».

Tuttavia, affinché la sua visita non fosse del tutto inutile, volle tentare ancora una volta di raggiungere Padre Pio, che era all'Altare, ma nella fretta inciampò e scivolò per tutti gli scalini dell'Altare.

Per di più fu sgridata da Padre Pio in presenza di tutti. Rima­se così offesa che giurò di non ritornare più a San Giovanni Rotondo e di dire a tutti la sua poco incoraggiante avventura. Per un bel tempo fu una delle più accanite nemiche di Padre Pio.

Gli avversari di questo genere sono parecchi. Si recano a San Giovanni Rotondo per pura curiosità, per vedere quale aspetto abbia un "santo vivente", oppure per qualche altra ragione super­ficiale. Quando poi non trovano in Padre Pio quella buona acco­glienza che si aspettavano, restano delusi ed offesi e diventano nemici. Di questi però non pochi, prima o poi, ritornano da Padre Pio. Col tempo imparano a conoscerlo meglio e quindi vanno da lui con intenzioni più serie, menò superficiali. E quando si affezionano a Padre Pio, qualche cosa cambia anche nella loro vita, che diventa più conforme all'insegnamento della Chiesa. Con le confessioni da Padre Pio si avvicinano più frequentemente e più devotamente ai Sacramenti, e con facilità scoprono anche quei loro difetti che furono la vera ragione per cui le loro prime visite da Padre Pio non ebbero l'esito sperato.

 

* * *

 

Vi sono poi anche quelli che, sebbene vadano da Padre Pio con buone intenzioni, non riescono ad avere alcun profitto spiri­tuale dalle loro visite. La loro ammirazione per Padre Pio sa alquanto di fanatismo; hanno di lui una immagine fantasiosa e quindi sbagliata, immagine che necessariamente viene distrutta fin dalla prima visita, non di rado da Padre Pio stesso. Il seguente caso può servire di esempio.

Un'amica che era prossima a sposarsi, volle venire con me a San Giovanni Rotondo, per raccomandare a Padre Pio, nel quale, come diceva, aveva un'immensa fiducia, alcune sue preoccupa­zioni da risolvere. Temendo che l'amica si fosse fatto un quadro troppo fantastico di Padre Pio, l'avvisai di non cercare in lui alcunché di straordinario, ma di chiedergli semplicemente una benedizione e di raccomandare alle sue preghiere ed alla sua Santa Messa quanto le stava a cuore. L'amica però credette opportuno di non tenersi al mio consiglio e fece tutto a testa sua. Mentre Padre Pio teneva confessione per le donne, ebbe occasio­ne di andare al confessionale, e, senza dire una parola, aspettava che Padre Pio le dicesse qualche cosa. Pretendeva che Padre Pio "sapesse tutto" circa le sue difficoltà e quindi attendeva da lui un consiglio, anzi una specie di rivelazione! Padre Pio invece non le rivolse neppure uno sguardo. Quando però l'amica, per farsi notare, fece ancora un passo avanti verso di lui, egli la fissò con uno sguardo interrogativo e poiché lei non diceva nulla, le domandò nel suo dialetto: «Che vo'?». L'amica non rispose, e Padre Pio, un po' seccato, ancora una volta le domandò cosa desiderasse da lui. A questo l'amica si voltò bruscamente ed andò via, visibilmente offesa.

Nell'albergo poi mi disse: «Sappilo subito: neanche dieci cavalli riusciranno a portar­mi ancora una volta a San Giovanni Rotondo!

Io non le risposi e lei, irritatissima, continuò: - Ma cosa dell'altro mondo! Mai più a San Giovanni Rotondo !

- Perché ?

- ...mi ha domandato che cosa io volessi, mentre avrebbe dovuto saperlo! Mi aspettavo una buona parola, un buon consi­glio, ma niente di questo! Che cosa debbo fare ora? Che vo'? mi disse; sono venuta a San Giovanni Rotondo per sentirmi dire questo? Per essere trattata così?

- Forse proprio per questo sei venuta qui... ci è salutare tal­volta di essere trattati così. Il nostro orgoglio ha bisogno di mor­tificazioni...

Ma l'amica non si dava pace. - Quel brutto dialetto! Io detesto i dialetti; anche questo avrebbe dovuto sapere...

- Ma dimmi un po : perché Padre Pio avrebbe dovuto sape­re tutte queste cose?

- Perché non sono venuta a San Giovanni Rotondo per vede­re un comune frate cappuccino, ma unicamente perché speravo di trovare qui un Santo!

- Ti sei smarrita nelle tue fantasie! Ed anche nel tuo orgo­glio. Ma penso che sia stato un bene per te venire qui. Ritornerai alla realtà del nostro misero mondo, nel quale non vi sono né onniscienti, né onniveggenti, né viventi santi canonizzati. È già molto se in questo mondo vi sono quelli che pregano, quelli che offrono sacrifici e mortificazioni a beneficio degli altri, quelli che hanno scelto il sentiero stretto e scabroso che Gesù indicò come quello che conduce alla salvezza. E Padre Pio è uno di questi. C'è da ringraziare Iddio per lui e per il beneficio di poter di tanto in tanto venire qui ad attingere dal suo esempio nuova forza e di versare le nostre pene nelle sue preghiere...»

Vi fu un gran silenzio tra di noi al quale lasciai il suo tempo.

Di questa specie di delusi gran parte ritorna da Padre Pio. La crisi provocata nel primo incontro con Padre Pio per lo più è salutare. Anche la mia amica ritornò da Padre Pio, sebbene sol­tanto dopo alcun tempo. Scelse per ultima tappa del suo viaggio di nozze San Giovanni Rotondo. E questa volta tutto andò bene. Chiese e ottenne per sé e suo marito la benedizione di Padre Pio, il quale, affabilmente, diede loro i suoi auguri e disse: «Siate sempre uniti nella fede e cercate di essere una fami­glia secondo il cuore di Dio!».

Entrambi furono felici di questo incontro con Padre Pio.

 

* * *

 

A questo gruppo delle "piccole voci" appartiene anche quel­la schiera, il cui nome è "legione", dei peccatori impenitenti, di quelli che vogliono vivere comodamente fuori delle leggi di Dio e della Chiesa e non vogliono essere disturbati dal loro benessere nel peccato. Sono sordi ormai ad ogni richiamo, ad ogni ammo­nimento. Questi non vanno a San Giovanni Rotondo e non desi­derano conoscere Padre Pio. Istintivamente sentono che egli è l'irriducibile nemico della loro vita di peccato, alla quale sono attaccati e dalla quale non possono liberarsi, perché incollati ad essa come le mosche sul miele. Vedono in Padre Pio un nemico e lo combattono da lontano.

In questi avversari avvengono talvolta le cose più strane Padre Pio entra ad un tratto nella loro vita, li attira a sé come un magnete, cosicché un bel giorno, senza volerlo, approdano a San Giovanni Rotondo. Per lungo tempo hanno resistito ad ogni richiamo, ed ora sembra intervenuto qualche cosa di misterioso, di inspiegabile, di più forte di loro. Si ripete, proprio in questa schiera di "perduti", il miracolo di Damasco, proprio nelle loro file si verificano i più grandi mutamenti, le più grandi conversio­ni, che nessuno più riuscirebbe ad impedire, né il maligno, né gli uomini, né il mondo! Ed ecco, da nemici miscredenti diventano credenti devoti, da grandi peccatori diventano uomini fervorosi, puri, veritieri. Le piccole voci stridenti e malevoli di prima si trasformano in voci armoniose di lode e ringraziamento. La loro felicità è immensa!

 

Quell'efficace «porta tutto in pace...»

Quante volte recandomi ad un santuario vicino a Napoli, incontrai un padre francescano, col quale ebbi spesso delle dis­cussioni su Padre Pio. Fin dal nostro primo incontro si dichiarò «nemico irriducibile» di Padre Pio e mi disse: «Noi francescani in genere non abbiamo alcuna simpatia per Padre Pio, ma io poi ho un'avversione particolare per lui; non lo posso soffrire!». Domandai le ragioni di questa sua avversione.

«Perché egli confonde la gente! Quante persone, esaltate ed ignorantissime, mi hanno raccontato cose favolose di lui, mi hanno detto che sono in continuo contatto con lui e con il suo angelo custode, che esse, in caso di bisogno, mandano il loro angelo custode da lui... Lo invocano giorno e notte come se fosse un santo, vanno per ogni sciocchezza a San Giovanni Rotondo per interrogarlo come se fosse un indovino... Sta bene questo?

- Padre, come Lei stesso ha detto, si tratta di persone piut­tosto ignoranti e perciò non bisogna meravigliarsi del loro modo di ammirare Padre Pio. E non bisogna meravigliarsi se hanno una speciale venerazione per lui, perché anche le persone più ignoranti scorgono in Padre Pio una grandezza che non è comu­ne a tutti. Se questa loro venerazione oltrepassa spesso la giusta misura ed è piena di esagerazioni, non è colpa di Padre Pio; se mai, è da ascriverla alla loro ignoranza. Il loro amore per Padre Pio è però un amore vero e profondo che porta al bene. Da quando amano Padre Pio, nella loro vita vi è più fede, più spe­ranza, più carità; non perdono più la Santa Messa festiva, fre­quentano con più assiduità i Sacramenti, e sono più ferventi nelle preghiere. Noi vediamo soltanto i loro mille difetti, mentre Dio certamente vede soprattutto quella scintilla di ardente amore che si è accesa nei loro poveri cuori, rendendoli più capa­ci di intraprendere la via che conduce a Lui».

Un'altra volta avemmo la seguente discussione iniziata da Padre Gerardo con questa domanda: «Se io, in confessione, vi proibissi di andare a San Giovanni Rotondo, cosa fareste?

- Obbedirei! risposi.

- Cosa? Allora siete la prima che mi risponde così. Ho fatto la stessa domanda a moltissimi cosiddetti "figli spirituali" di Padre Pio, e tutti, scandalizzati, mi hanno risposto che nulla e nessuno potrà mai impedire loro di andare da Padre Pio. Come vedete: ribellione! disubbidienza! E questi sono i figli spiritua­li... bei risultati! non Vi pare?

- Padre, ripeto: è la grande ignoranza di questa gente. Padre Pio è tutto per loro: si attaccano a lui come ad un'àncora di salvezza. Padre Pio non ha il tempo di fare lunghe discussioni con loro e di istruirli. Così rimangono nella loro ignoranza e, purtroppo, anche in un certo orgoglio, perché si sentono protetti da lui e vogliono dipendere solo da lui. Non hanno imparato nulla da lui, eppure sono convinti che Padre Pio li porta con sé fino alla meta desiderata. Si attaccano al suo saio, come scu­gnizzi sui trams, nella speranza che in questo modo giungano anche loro alla buona destinazione. E poi, Padre, non è meglio che questa gente si attacchi al saio di Padre Pio che ad una qualsiasi bandiera rovinosa?».

Il risultato di queste discussioni fu che Padre Gerardo mi inquadrò nella «fanatica schiera dei seguaci di Padre Pio» e non tralasciò mai più alcuna occasione per mortificarmi e per dimo­strarmi la sua avversione. Specialmente in presenza di altre per­sone non risparmiò mai di umiliarmi e se era in compagnia di altri sacerdoti, mi additò a loro nei modi più ironici: «Ecco una dei seguaci di Padre Pio» oppure: «Questa è la signora che sa bene la via per San Giovanni Rotondo... oppure: «Vedete la succursale Vienna-Napoli di Padre Pio!».

Invero, quando sentii per la prima volta queste presentazioni di Padre Gerardo, rimasi un po' perplessa ed anche un po' offesa. Dato però che già allora avevo imparato da Padre Pio quel «porta tutto in pace», mi proposi di applicarlo anche in questo caso. Così non mi difesi mai più contro le umiliazioni di Padre Gerardo, ma le accettai come fossero piccoli doni, il che mi diede grande pace nel cuore. Spesso mi meravigliai di ciò, e pen­sai che Padre Pio deve essere davvero un gran maestro nell'arte di guidare le anime in quanto riesce, con poche e semplici paro­le, a mutare i nostri cuori, così facilmente ribelli alle mortifica­zioni, ed il nostro sensibilissimo Io, in maniera tale da indurci a portare tutto in pace, ed in più con vera gioia e gratitudine!

Così passarono ben due anni, finché un giorno Padre Gerar­do mi venne incontro e visibilmente commosso mi disse: «Signora, Vi ho aspettato, oggi VI ho aspettato, perché domani vado da Padre Pio! Sento un richiamo così forte, che debbo andare da lui e sarei felice di potermi confessare da lui. So che spesso Vi ho offeso, mi dispiace... non ve l'abbiate a male...

- Per niente, Padre!

- Volete raccontarmi qualche cosa di Padre Pio?

- Ben volentieri, Padre!».

E gli raccontai della mia confessione, nella quale Padre Pio mi insegnò quell'efficace «Porta tutto in pace!».

 

Le prove maggiori

S'intende, che nella vita di Padre Pio non vi erano soltanto gli avversari delle "piccole voci", ma vi erano anche le voci grosse di nemici ed avversari potentissimi! Il tempo delle grandi prove, che si era iniziato coll'apparire delle stimmate ed era dura­to alcuni decenni, fu appunto anche il tempo dei grandi avversa­ri, che, come vere pietre di paragone, misero a tutta prova la vita sacerdotale di Padre Pio.

Questo tempo delle prove maggiori può essere visto soltanto nella luce della fede in quanto umanamente è difficile compren­derlo. Sappiamo solo che Padre Pio ha superato felicemente le molte prove di quel tempo, sul quale soltanto la Santa Chiesa potrà dare domani un valido giudizio.

 

Quarta parte

Padre Pio, il Padre spirituale

Da quando Padre Pio, nella mia prima confessione già de­scritta in questo libro, mi accettò come sua figlia spirituale, pen­sai di far ottenere anche ad altri questo beneficio, perché fin dall'inizio compresi che è un vero beneficio avere Padre Pio come Padre spirituale. Perciò mi proposi di esortare quelli che andavano a San Giovanni Rotondo a chiedere a Padre Pio di essere accettati come figli spirituali. Per quelli tra i miei cono­scenti che non avevano la possibilità di recarsi da Padre Pio, l'avrei chiesto io nelle mie confessioni da lui. Così subito nella mia seconda confessione domandai a Padre Pio se volesse accet­tare come figlia spirituale la mia amica Maria N. e Padre Pio mi rispose che ben volentieri l'accettava. Chiesi quindi lo stesso per un'altra mia amica, Rosa T., ma Padre Pio mi rispose: «Quella potrà domandarmelo lei stessa». Come poi ho potuto constatare, entrambe le risposte furono giuste, perché, mentre Maria N. solo dopo alcuni anni poté andare da Padre Pio, l'amica Rosa T. ebbe pochi giorni dopo una inattesa occasione di recarsi a San Gio­vanni Rotondo. Nella sua confessione chiese a Padre Pio se fosse disposto ad accettarla come sua figlia spirituale e Padre Pio ri­spose: «Sì, ma devi imparare a dominare la tua impulsività!».

Questo insegnamento, che allo stesso tempo fu anche la condi­zione per quella accettazione, le rimase molto impresso, dato che in realtà soffriva spesso a causa di questa sua incapacità di domi­narsi, e si propose di seguire il consiglio di Padre Pio. Così fu utile e proficuo il colloquio che Rosa T. tenne direttamente con Padre Pio.

Quando poi alcuni anni dopo l'amica Maria N. andò a San Giovanni Rotondo e volle nella sua confessione da Padre Pio assicurarsi personalmente di essere stata accettata come figlia spirituale, ebbe questa risposta: «Ma perché me lo domandi ancora? Già anni fa t'ho accettata!».

Fu una di quelle risposte tipiche di Padre Pio, che non ama perdere tempo nelle ripetizioni, e che sembra di aver sempre presenti i suoi impegni presi per noi. Fu una di quelle risposte che ci lasciano un po' perplessi e che ci fanno vedere in lui qualche cosa che non sappiamo spiegare, ma che ci rende contenti e felici.

Padre Pio diventò per noi un ottimo Padre spirituale. Egli ci guida, non con molte parole o istruzioni, ma soprattutto con la semplicità del suo esempio, ci guida a modo suo. Sempre quando veramente abbiamo bisogno di lui, egli ci è presente con i suoi ispirati consigli, con le sue esortazioni, con le sue preghiere, e con le sue semplici parole sa darci forza ed aiuto per superare le difficoltà.

 

Come è Padre Pio nella sua qualità di Padre spi­rituale?

Quando si parla di Padre Pio come Padre spirituale occorre tenere presente che egli non è un Padre spirituale come comune­mente l'intendiamo. Il suo modo di guidare le anime è del tutto diverso, anzi è necessariamente diverso dal modo comune, dato che non ha neanche a sua disposizione i comuni mezzi e possibi­lità che la guida spirituale esige. Così, ad esempio, Padre Pio non sempre può occuparsi personalmente di noi. Per lunghe discus­sioni, per colloqui o istruzioni, non c'è tempo sufficiente. Né possiamo essere guidati da lui per iscritto. Solo i primissimi figli spirituali ebbero il beneficio di essere diretti e sostenuti da Padre Pio per mezzo delle sue ispiratissime lettere. Ma dal 1924 in poi, la sempre crescente schiera dei figli spirituali di Padre Pio non ha avuto più questo beneficio. Non sempre e non facilmente Padre Pio è raggiungibile per noi: un'infinità di ostacoli s'inter­pone tra lui e noi. Invero, noi possiamo utilizzare le nostre confessioni da lui per chiedergli consigli, ma non è tanto sempli­ce giungere a queste confessioni, che del resto devono svolgersi entro il limitatissimo tempo di pochi minuti. Padre Pio non è né un predicatore, che con la sua viva parola potrebbe guidarci, né è uno scrittore, che potrebbe far giungere a noi il suo insegnamen­to attraverso i suoi scritti. Da decenni egli vive nel lontano ed appartato convento di San Giovanni Rotondo, e la sua giornata si svolge esclusivamente entro questo suo convento e la chiesa.

Come mai allora egli ha potuto radunare intorno a sé una schiera di innumerevoli figli spirituali sparsi in tutto il mondo? È possibile mai che egli effettivamente sia un vero Padre spiri­tuale per tutti questi figli? Su quale base s'appoggia la sua cura delle anime? Quali sono i mezzi che egli adopera? E qual è il segreto del suo successo? A tutte queste domande non vi è che un'unica risposta, la fonte vera e propria della sua missione, del suo apostolato, è la sua intima unione con Cristo, soprattutto con Cristo crocifisso, della quale egli vive e dalla quale egli attinge tutti i doni per sé e per noi. La sua arte di guidare le anime si basa unicamente su questa sua unione con Cristo e sulle grazie che sgorgano da essa. Unicamente da questa unione egli riceve i mezzi necessari, e tra questi, in primo luogo, l'assidua preghiera, l'assoluta purezza di vita, l'intensa partecipazione al Sacrificio della Santa Messa, nel quale egli include sempre i suoi figli spiri­tuali, la sorprendente costanza e fortezza nell'offrire con sempli­cità, umiltà e docilità le proprie sofferenze per l'amore di Gesù e delle anime. Che su una simile base e con simili mezzi la sua cura delle anime abbia un'efficacia tutta propria e sia capace di muoversi con grande semplicità e naturalezza nel soprannaturale, non deve meravigliare. Sarebbe piuttosto da meravigliarsi se ciò non avvenisse.

Una mia esperienza alquanto straordinaria su Padre Pio come Padre spirituale riguarda una decisione della mia già citata amica N. Maria.

lo già allora appartenevo al Terz'ordine di San Domenico, mentre la mia amica, sebbene conoscesse molto prima di me l'Ordine domenicano ed il suo Santo Fondatore, non aveva sapu­to mai decidersi a farsi terziaria. Un giorno la priora del nostro Terz'ordine mi esortò a parlare con l'amica perché la invitassi a far parte della nostra famiglia religiosa. Ebbi un netto rifiuto. Vi erano alcuni insignificanti pregiudizi dei quali non sapeva libe­rarsi. Così soltanto raramente ritornai sull'argomento, ma sempre inutilmente. Sapendo però della grande stima e devozione che l'amica aveva per Padre Pio, pensai di raccomandare alle pre­ghiere di lui la sua eventuale vocazione per il Terz'ordine dome­nicano.

Ed una notte ebbi il seguente sogno: vidi Padre Pio, nella Cappella di San Domenico nella chiesa del nostro Terz'ordine, in atto di dare a Maria N. il bianco scapolare domenicano. Quan­tunque questo sogno mi avesse colpito profondamente, mi pro­posi di non dire nulla all'amica, dato che proprio in quest'ultimo tempo più volte aveva fatto capire che non gradiva parlare sul tema "Terz'ordine". Ma quale fu la mia sorpresa, quando nella stessa mattinata ricevetti una telefonata dall'amica, che tutta commossa mi raccontò di aver visto in sogno Padre Pio davanti all'Altare di San Domenico, il quale le porgeva lo scapolare domenicano. Il sogno era stato così chiaro, che subito di prima mattina si recò nella chiesa di San Domenico per chiedere di essere ammessa nel nostro Terz'Ordine. Dissi allora all'amica che anch'io avevo avuto il medesimo sogno ed entrambe eravamo molto contente.

Maria N. divenne un'ottima terziaria domenicana ed io la presi come esempio da imitare, dato che lei fin dall'inizio della sua appartenenza al Terz'Ordine fu sempre fedele nella recita delle preghiere e specialmente non tralasciò mai, malgrado il suo molto lavoro e le sue non poche preoccupazioni familiari, di recitare ogni giorno le 15 poste del Santo Rosario e l'intero Uffi­zio della Madonna; il che io sono riuscita a fare soltanto man mano e con molta fatica. Debbo soprattutto al suo esempio ed alle sue esortazioni se oggi amo queste preghiere domenicane e le recito giornalmente. Così entrambe avemmo dei benefici dei quali, penso, dobbiamo anche ringraziare Padre Pio.

Come da confessore, così anche da Padre spirituale, Padre Pio ci guida sulla via della semplicità, della purezza, della verità. Esige da noi fedeltà nei nostri doveri religiosi, familiari, profes­sionali, sociali. Ci indica la preghiera come il più potente mezzo per risolvere le difficoltà della vita. Non tollera in noi né tristez­za né avvilimenti, ed anche da lontano sa parlare alla nostra co­scienza, spingerci verso il bene, e porgerci il suo aiuto.

E noi figli spirituali? Quale è il compito che Padre Pio esige da noi? Quali sono le condizioni, le esigenze, gli impegni, di questa appartenenza a Padre Pio?

Una volta che abbiamo chiesto a Padre Pio di accettarci come suoi figli spirituali ed egli effettivamente ci ha accettati - perché non tutti egli accetta - il nostro unico impegno verso di lui consiste nel cercare di vivere sempre più e sempre meglio nella fede della nostra religione. Non abbiamo quindi altro dove­re che quello che già ogni cattolico ha preso su di sé con il battesimo. Sappiamo però che questo dovere, che dovrebbe essere per noi il più naturale ed il più importante da adempiere, e purtroppo uno dei più trascurati da noi. Invero, sulla via della fedeltà e per­fezione abbiamo sempre bisogno di aiuto. Ed ecco qui, l'unione con Padre Pio ci può essere di grande utilità. In essa troviamo uno stimolo, un incoraggiamento, una guida per corrispondere sempre di più alle esigenze della nostra fede. Ci può essere soste­gno nelle difficoltà, aiuto nel bene intrapreso, affinché prose­guiamo in esso senza staccarci e senza confonderci; ci può servi­re per liberarci dalla nostra tiepidezza e renderci fervorosi. Ed una volta intrapreso il buon cammino sulle orme di Padre Pio, l'unione con lui ci insegna e ci esorta ad amare le virtù che porta­no alla perfezione e di perseverare in questo santo amore. Siamo noi che dobbiamo comprendere e seguire l'insegnamento del nos­tro Padre spirituale ed avere la buona volontà di metterlo in pra­tica, di applicarlo nella nostra propria condotta di vita. Se vera­mente abbiamo questa buona volontà ed intenzione, Padre Pio con il suo esempio e le sue esortazioni ci sarà fonte di fervore, di fiducia in Dio, di pazienza, e di quella semplicità santa e saggia che rende limpida e piena di pace la nostra vita. Ed allora le sue preghiere, le sue virtù ed i suoi sacrifici saranno per noi partico­larmente efficaci in ogni necessità ed evenienza della vita.

Inoltre, se vogliamo trarre profitto come figli spirituali, occorre che la nostra devozione per Padre Pio rimanga sempre nei limiti giusti e non sia mai esagerata e fanatica. La nostra devozione per Padre Pio non è fine a se stessa e quindi non dob­biamo arrestarci in essa. Il fine di Padre Pio è Cristo, e perciò anche per i suoi figli spirituali non vi può essere altro fine che Cristo. La vera missione di Padre Pio è proprio quella di condur­ci a Cristo. Egli ci può essere una guida esperta su questa via, che non è facile e sulla quale è bene che abbiamo qualcuno che sappia guidarci, qualcuno appunto che abbia l'esperienza di Padre Pio.

Purtroppo non tutti i figli spirituali traggono profitto dalla loro appartenenza a Padre Pio. Come mai? L'ignoranza e la poca istruzione religiosa sono spesso gli ostacoli che impediscono il progresso spirituale. Ma la ragione vera e propria è soprattutto da cercarsi nella stessa fragilità umana. Come in ogni impresa umana inevitabilmente vi sono difetti e lacune, così pure qui, nel campo spirituale, l'umana debolezza ha la sua parte. V'è però questa differenza, che ogni manchevolezza entro l'ambiente reli­gioso spicca di più che una moltitudine di manchevolezze all'in­fuori di tale ambiente, ed è soggetta a critiche più aspre, più severe e spesso ingiuste. Perciò sarebbe ingiusto giudicare Padre Pio come Padre spirituale e l'immensa schiera di ottimi figli spi­rituali in base ai singoli casi di quei figli - invero così poco spiri­tuali - che non hanno saputo trarre profitto dall'insegnamento ed esempio di lui. Di questi ultimi ne troviamo parecchi a San Gio­vanni Rotondo, i quali spesso rendono amare le nostre visite. Con i loro modi tutt'altro che gentili danno da fare ai frati cap­puccini, confondono e scandalizzano i forestieri, ed ai ferventi miti e pazienti non di rado offrono la possibilità di esercitarsi in quella virtù che San Francesco d'Assisi, da gran maestro della vita, chiamò la «Letizia perfetta». Sì, San Giovanni Rotondo, per essi soprattutto, può sembrare talvolta davvero il paese di questa francescana «Letizia perfetta», la quale del resto ha il pregio di essere sommamente benefica a chi sa praticarla.

 

* * *

 

L'unione con Padre Pio è soprattutto un'unione di preghiere. Sebbene non abbia formule né statuti né prescrizioni speciali, è tuttavia un'unione forte ed utile, che a molti ha insegnato a pregare ed a molti ha dato nuovo fervore e nuovo amore per la preghiera.

Padre Pio, per primo; prega e ci è esempio luminoso con la sua preghiera umile, assidua, perseverante. Giornalmente ci include nelle sue preghiere e ci invita a pregare anche per lui e a sostenerlo con le nostre preghiere unendole alle sue. Non potrò mai dimenticare la sua accorata esortazione in un momento parti­colarmente difficile per me: «Unisciti alle mie preghiere!». Non mi disse altro, ma queste poche parole mi erano sufficienti per indicarmi la via. Seguii il suo consiglio - mostratosi poi davvero prezioso - unendo per tre giorni tutte le mie preghiere alle sue, e potei felicemente superare quelle difficoltà che erano sembrate insuperabili. Invero, noi possiamo ottenere molto attraverso le sue preghiere, ma anche le nostre per lui sembrano essere gradi­te, in quanto non di rado riceviamo favori proprio in seguito ad esse, quasi in segno di ringraziamento e ricompensa. Così, quan­do Padre Pio una volta mi chiese di recitare per lui tre novene alla Santa Vergine del Santo Rosario, alla fine di ogni novena ricevetti una singolare grazia non richiesta e non aspettata: la prima fu l'esaudimento di un mio desiderio, che anni prima avevo raccomandato a Padre Pio, ma al quale da tempo avevo rinunciato; la seconda riguardava un favore che un giorno avevo affidato alle preghiere di Padre Pio, ma al quale, ritenendo impossibile ottenerlo, non avevo più pensato; la terza fu un aiuto giuntomi al momento giusto in una particolare necessità. Un'altra volta, trovandomi in un grave pericolo durante un viaggio, pro­misi di recitare per Padre Pio un rosario intero davanti al taber­nacolo, qualora ne fossi uscita. Non appena feci questa promessa fui salva e potei nella stessa sera ancora adempiere la mia pro­messa.

L'unione con Padre Pio rende indubbiamente più facile l'esaudimento delle nostre preghiere e dei grandi e piccoli desi­deri che ci stanno a cuore. Possiamo essere grati per ciò, ma non dobbiamo vedere solo in questo il senso di tale unione. L'unione di oranti, una comunità di preghiere può avere un senso soltanto se oltrepassa i confini dei propri interessi per essere utile a molti. Ogni comunità di preghiere è una potenza, che ha in sé l'immen­sa forza di spandere il bene nel mondo, per cui lenisce le sofferenze, ripara le colpevolezze umane, ottiene conversioni, suscita vocazioni sante, ed è portatrice di pace e di benessere spirituale e materiale ad una moltitudine di anime.

Invero, il primo passo che facciamo verso una simile comu­nità ha quasi sempre un motivo personale; sono infatti le nostre proprie sofferenze e preoccupazioni che ci spingono alla ricerca di aiuto. Le prime preghiere sono quindi rivolte per esse, anzi all'inizio non vediamo altro innanzi a noi che le nostre proprie pene, dalle quali vogliamo essere liberati, ed i nostri problemi, i quali vogliamo vedere risolti. E ciò non è un male. Fortunati quelli che nei disagi della vita ricorrono ai mezzi che offre la fede e si rifugiano nella preghiera, piuttosto che darsi alla dispe­razione. Così è un bene se le nostre necessità ci spingono verso la buona via della fede e sono il primo motivo con cui iniziamo una più intensa vita di preghiera. In questo modo possiamo speri­mentare su di noi stessi la potenza della preghiera, e risolvendosi man mano i nostri problemi, nella nostra vita entrerà un ordine nuovo, un nuovo benessere, e l'esaudimento delle nostre preghie­re ci sarà fonte di consolazione e di gioia, che fortificherà in noi la fede e ci spingerà a propagare e raccomandare questa buona via anche agli altri. Man mano il cerchio si allargherà, perché impariamo sempre più a includere nelle nostre preghiere le necessità altrui. Ben presto non esisteranno più estranei per noi ma solo fratelli, non vi saranno più distanze che non possano essere raggiunte dalle nostre preghiere, perché ovunque vi sono sofferenze umane, lì saranno anche le nostre preghiere. Tutte le necessità dei nostri cari, dei nostri amici e conoscenti, delle nostre parrocchie, dei nostri Ordini, della nostra patria, di tutta la Chiesa saranno incluse nelle nostre preghiere. Preghiamo per i sacerdoti, per le vocazioni, per i malati, per i prigionieri, per tutti quelli che si trovano coinvolti nelle miserie della vita.

Preghiamo per quelli che non credono, affinché giungano alla fede, e preghiamo per i ferventi, affinché rimangano nel fer­vore. Preghiamo per la Chiesa del Silenzio, per i nemici, per tutti quelli che non pregano. Abbracciafno con le nostre preghiere tutta l'umanità, il mondo intero! Ed è per questo che ci chiamia­mo cattolici.

L'unione con Padre Pio può esserci un prezioso incitamento ed una scuola particolarmente utile su questa via.

 

Le sue opere

Quando parliamo delle opere di Padre Pio, si affaccia subito alla nostra mente quella sua massima opera sorta a San Giovanni Rotondo, e che Padre Pio volle chiamare "Casa Sollievo della Sofferenza".

Inizialmente l'intenzione di Padre Pio fu soltanto quella di dare alla poverissima gente di quelle parti del Gargano un ospe­dale, ove potesse trovare ricovero e cura in caso di infermità. Non esisteva allora in tutta quella vasta zona del Gargano un ospedale che potesse accogliere i malati di quella popolazione fatta quasi esclusivamente di pastori e braccianti, e particolar­mente provata da una miseria quasi inumana, alla quale fino ad allora nessuno aveva mai pensato a soccorrere. Padre Pio fu il primo a commuoversi di fronte a questa miseria ed a pensare di venirle incontro con un valido aiuto. Il primo motivo che spinse Padre Pio alla sua opera fu quindi la compassione verso quelli che erano dimenticati da tutti; e la prima sua intenzione fu quella di lenire le loro pene, di dare sollievo ai sofferenti più abbando­nati. Per questo Padre Pio volle dare alla sua opera quel titolo, che racchiuderà in sé per sempre questa sua prima intenzione.

Fu indubbiamente un pensiero audace che progettò quest'opera. Però Padre Pio, dopo essere stato liberato, nel 1939, da alcune restrizioni che gli erano state imposte nel 1923, volle dedicarsi con impegno alla realizzazione dell'impresa progettata.

Nel gennaio 1940, nella sua cella ed in presenza di alcuni amici, fu decisa la fondazione dell'ospedale.

Gli inizi furono piuttosto modesti: il primo piccolo gruzzolo l'offrì Padre Pio stesso, ed il suo esempio fu poi seguito dagli amici, i quali inoltre gli vollero offrire la loro gratuita collabora­zione. Così un medico di Firenze, un ragioniere di Zara, ed un costruttore degli Abruzzi furono i primi volontari dell'opera di Padre Pio.

Le prime piccole offerte giunte da fuori furono registrate in un comune quaderno da scuola e scrupolosamente amministrate. Sebbene Padre Pio non avesse possibilità di fare propaganda per la sua opera, questa ben presto fu conosciuta un po' dovunque, e come per incanto affluirono offerte sempre più generose. L'eco della nascente opera di Padre Pio giunse anche in America e toccò soprattutto il cuore di quelli che un giorno avevano lasciato i paesi dei Monti Garganici, troppo poveri per dare il pane a tutti, affinché si guadagnassero la vita nelle lontane terre d'America. Da questi emigranti l'opera ricevette molti contributi. E fu anche un figlio dei poveri Monti Garganici quello che diede a Padre Pio il massimo aiuto: Fiorello La Guardia, che proprio allora, quan­do Padre Pio iniziò la sua opera, era Sindaco di New York e Pre­sidente dell' UNRRA. Mise a disposizione di Padre Pio una somma tale, che assicurò come fondo finanziario la costruzione dell'opera. E non solo, perché in conseguenza della generosa donazione, l'originaria idea di fare un piccolo ospedale ad uso locale fu abbandonata, e fu quindi deciso di costruire un'opera altrettanto generosa a beneficio di tutti i malati, qualunque fosse il loro paese d'origine.

I lavori furono iniziati soltanto dopo la guerra e precisamente nel maggio 1947. Nove anni dopo, nel maggio 1956, il grande ospedale poté essere inaugurato da Padre Pio in presenza delle Autorità ecclesiastiche e civili e di un'immensa folla di fedeli. La "Casa Sollievo della Sofferenza" di Padre Pio è oggi uno dei più moderni ospedali d'Europa. Esso comprende più di mille letti disposti in camere spaziose, arredate con tutti i conforti moderni. Padre Pio non ha voluto fare mancare nulla ai suoi malati.

Tutto ciò che la moderna scienza medica esige oggi da un complesso ospedaliero, si trova qui mirabilmente rappresentato. Accanto al grande Ospedale vi sono gli edifici destinati all'am­ministrazione, alle case dei medici, alle suore, alle infermiere. Viali larghi, circondati da giardini ben curati, conducono all'o­spedale ed agli uffici annessi, dando a tutto un aspetto generoso e sorridente.

Noi vediamo e ammiriamo la bellezza e la grandiosità di quest'opera, che ha dato infiniti benefici a migliaia e migliaia di malati e che è diventato un centro importante dell'odierna scien­za medica. Non vediamo però gli innumerevoli sacrifici e le molte sofferenze che Padre Pio ha dovuto sostenere per essa. Noi vediamo solo la gloria, che l'opera ci sembra abbia portato al suo fondatore, non vediamo però le pene che è costata.

Sulla cella di Padre Pio, su quella in cui l'opera, oggi gran­diosa, prese i suoi umili inizi, fu scritta una frase dell'Imitazione di Cristo, che sembra quasi un vaticinio: «La gloria del mondo ha sempre per compagna la tristezza».

 

* * *

 

Con questa grande opera sociale e caritativa sorsero anche altre opere, che furono le naturali e necessarie conseguenze della prima. La vangata inaugurale che dette il via ai lavori della co­struzione dell'ospedale di Padre Pio, ebbe un'eco vastissimo in tutto il Gargano. Questa zona montagnosa, nuda e povera, che da un lato s'innalza accanto al fertilissimo Piano delle Puglie e dall'altro si affaccia sull'azzurro mare Adriatico, fu una delle zone più inospitali: il suo terreno pietroso, intollerante di alberi e di qualsiasi produzione agricola, non offriva che scarsissime possibilità di vita. Se si pensava di costruire su di esso case o strade bisognava far saltare con le mine i blocchi pietrosi, affin­ché fosse reso libero lo spazio necessario. Eppure! questo terre­no un tempo così avaro di doni, che non poteva dare pane ai suoi figli, che non aveva quasi alcun valore e non era nemmeno desi­derato come proprietà, mostrò, grazie ai lavori iniziati a San Gio­vanni Rotondo per opera di Padre Pio, tutta la sua preziosità infatti con i lavori del vasto piano di costruzioni si scoprirono le ricchezze interne di questo terreno pieno di metalli, di bauxite, di marmi, che oggi è uno dei più pregiati d'Italia.

Conseguenze immediate dell'opera di San Giovanni Rotondo furono anche le costruzioni delle belle autostrade che salgono dal Piano delle Puglie ai luoghi dei Monti Garganici. Un ben regola­to servizio di autolinee rende facilmente raggiungibile San Gio­vanni Rotondo. Ovunque vi è nuova vita: il piccolo centro antico di San Giovanni Rotondo, che un giorno distava circa 2 Km dal convento, è oggi ingrandito e si allunga fino al convento con le case moderne, le sue belle ville con giardini, le sue pensioni ed alberghi. Questi ultimi sorsero però soltanto recentemente per la necessità di offrire agli innumerevoli visitatori di tutto il mondo un soggiorno accogliente e dignitoso. Ciò fu da alcuni criticato, ma chi conosce la vita che si svolge in San Giovanni Rotondo, sa bene apprezzare questo sforzo di dare al paese buoni alberghi ed alla sempre crescente schiera dei visitatori il beneficio di ambienti dignitosi, corrispondenti alle esigenze della vita odier­na, materiale e spirituale. Al tempo in cui Mary Pyle venne a San Giovanni Rotondo - verso il 1930 - non c'erano nei dintorni del convento che caverne, dove trovavano rifugio i pastori e i loro greggi. Nella mia prima visita, nel 1950, non trovai che una specie di pensione, la cui inospitalità - era priva di acqua, di luce, di igiene - lasciò in noi tutti una pessima impressione. Molti dei visitatori dovettero pernottare all'aperto, oppure dividere gli improvvisati dormitori e perfino i letti con altri. A lungo andare non poteva essere tollerato un simile stato di trascuratezza e quindi si decise infine la costruzione di alberghi forniti di tutti i conforti moderni.

Dal 1959 c'è anche la grande bella Chiesa "Santa Maria delle Grazie" sorta accanto all'antica chiesetta del convento. Anche la costruzione di questa grande Chiesa fu un'urgente necessità, in quanto da tempo l'antica chiesetta non era più suffi­ciente ad accogliere tutti i fedeli. Ed anche quest'opera occorre mettere nella fila delle opere che senza Padre Pio non sarebbero sorte, e che rappresentano l'attività pratica della sua missione sacerdotale. Vicino a Padre Pio non c'è posto per l'inerzia, non vi è mai disoccupazione, vicino a lui vi è stato sempre pane e lavoro per tutti. E ciò è pure un'opera sociale non certo di poco conto!

 

* * *

 

La seconda grande opera di Padre Pio sorse nel suo paese natìo Pietrelcina, ed è il Convento Cappuccino con annessa la chiesa.

Con la "Casa Sollievo della Sofferenza" a San Giovanni Rotondo Padre Pio ha dato qualche cosa al mondo, con il convento e la chiesa di Pietrelcina, Padre Pio ha dato qualche cosa al suo Ordine.

Anche questa seconda opera fu costruita nel dopoguerra quando, nel 1947, si iniziò la costruzione della "Casa Sollievo della Sofferenza", il convento di Pietrelcina era quasi terminato, mentre la bella spaziosa chiesa dedicata alla Sacra Famiglia fu inaugurata nel 1953.

San Giovanni Rotondo, attraverso le opere di Padre Pio, appare totalmente cambiato: il cosiddetto "Regno dei pecorai" di un tempo si è trasformato in una cittadina dall'aspetto moderno.

Pietrelcina invece ha conservato il suo volto di prima: è rimasta qual era, l'umile paesetto agricolo delle colline beneven­tane, con le sue stradette pietrose e le sue caratteristiche scalina­te, alle quali si affacciano le rustiche case ed i piccoli piazzali delle antiche chiese. Tutto qui è di pietra, quasi a dare una visibi­le conferma al suo nome. Vi sono tra le case piccole terrazze di pietra e minuscoli giardini circondati ugualmente di pietre, nei quali si vede non di rado soltanto un unico albero di fichi, che però per la sua ricchezza di frutti non è di poco conto nel bilan­cio familiare del suo proprietario.

E qui, in questo paesetto, ove la vita ha ancora un suo ritmo proprio, non sopraffatto dal chiasso moderno, dove non destereb­be alcuna meraviglia incontrare in una delle sue silenziose vie antiche San Francesco d'Assisi in cammino con i suoi confratelli, Padre Pio predisse che un giorno sarebbe sorto un grande convento ed una nuova chiesa.

Fu nei primi anni di studi trascorsi ancora a Pietrelcina che Padre Pio, in una delle sue solite passeggiate serali assieme all'arciprete Don Salvatore, si fermò davanti ad un luogo ove in un tempo remoto esisteva un monastero. In quel momento le campane di Pietrelcina suonarono l'Angelus e Padre Pio disse «L'eco di queste campane mi ricorda un'altra campana, quella del convento di un tempo e mi fa pensare che qui un altro ne dovrà sorgere, più bello e più grande.

- E quando avverrà ciò? - gli domandò l'arciprete.

- Non so - rispose Padre Pio - non lo so dire, ma sento che ciò avverrà».

Una trentina di anni dopo questa sua predizione divenne realtà e sul luogo dell'antico convento ne sorse uno nuovo «più bello e più grande».

Sebbene Padre Pio personalmente non poté fare nulla per la realizzazione pratica dell'opera di Pietrelcina, questa ugualmente è sua e soltanto sua opera, in quanto non vi è pietra, né finestra, né banco, né altare in questa chiesa, né un palmo di mano in questo convento, che non siano frutto delle offerte in devozione e ringraziamento a Padre Pio da parte dei suoi figli spirituali, tra i quali anche qui in prima linea quelli di Pietrelcina emigrati in America. A nessuno di noi Padre Pio ha mai chiesto di aiutarlo nella realizzazione di detta opera, eppure molti di noi ricevettero un tale fervore per essa che ben volentieri contribuirono con offerte proprie e con raccolte fatte tra i conoscenti, così che in tempo relativamente breve il convento e la chiesa furono termi­nati. Lo strumento vero e proprio scelto dalla Provvidenza per le opere di Pietrelcina fu però Mary Pyle, che infaticabilmente si dedicò ad esse e con il suo esempio infervorava anche gli altri.

Il convento e la chiesa della Sacra Famiglia di Pietrelcina sono oggi un centro luminoso di fede, che raccoglie le nuove vocazioni cappuccine e raduna intorno a sé i fedeli del Terz'Ordi­ne francescano. Padre Pio non poteva davvero fare un dono più bello al suo paese nativo.

 

1 suoi scritti

Gli Scritti di Padre Pio si riferiscono esclusivamente ad alcu­ne meditazioni e ad un numero di lettere scritte tra gli anni 1914 e 1924 ai suoi primi figli spirituali. Sono belle lettere piene di preziosi consigli, che mettono in luce tutta la sollecitudine di Padre Pio per la salvezza delle anime che la Divina Provvidenza volle affidare alle sue cure sacerdotali.

Dal 1924 in poi non si hanno più né lettere né altri scritti di Padre Pio, poiché in quell'anno, assieme ad altre restrizioni, gli fu proibito di scrivere. Ma anche in tutto questo lungo tempo del non scrivere Padre Pio ci ha dato una pagina preziosa: quella del suo esempio! La sua incondizionata obbedienza, la sua umile accettazione di tutto ciò che la vita religiosa gli offriva di amaro, la sua fedeltà nel proseguire nei suoi doveri senza badare alle proprie sofferenze possono essere per noi tutti preziosissimi inse­gnamenti. Come ben sappiamo, nel 1939 Padre Pio fu liberato dalle restrizioni degli anni 1923-24; gli è rimasta solo quella che riguarda lo scrivere e ciò in rispetto alle sue stimmate che ne ren­dono penosa la pratica. Per questo, anche dopo il 1939, non abbiamo altri scritti di Padre Pio.

Quanto alle meditazioni, Padre Pio le scrisse soltanto per se stesso non pensando mai che sarebbero state un giorno pubblica­te. Di queste meditazioni due sono particolarmente conosciute per il merito del Padre Ezechia Cardone, francescano, che curò negli anni 1952 e 1954 la loro pubblicazione approvata dalle Autorità ecclesiastiche. La prima è intitolata «Agonia di Gesù nell'Orto», la seconda «Preghiera in onore dell'Immacolata Concezione». Soprattutto la prima ebbe una grande diffusione e serve a molti per la recitazione dell'Ora Santa. È una bella medi­tazione, nella quale risalta l'intenso amore di Padre Pio per Gesù Sofferente che egli segue passo per passo nella sua amara Passio­ne delle ore nel Gethsemani. Invero, Padre Pio riesce, con le sue calde parole e la sua amorosa compassione, a condurci nell'Orto vicino a Gesù.

 

Quinta parte

Santa Maria delle Grazie

Frammenti di storia del convento

La storia del convento "Santa Maria delle Grazie" di San Giovanni Rotondo sarebbe di certo rimasta nascosta nel silenzio, se da alcuni decenni non si fosse associato al nome armonioso del convento quello, oggi noto in tutto il mondo, di Padre Pio.

In una delle mie visite a San Giovanni Rotondo un padre cappuccino del convento ni diede in prestito un antico scritto contenente la Cronaca del Convento; da questo documento ho tratto i dati e le notizie relative alle tappe più importanti dell'umi­le storia.

Quando, al principio del secolo XVI, San Giovanni Rotondo acquistò una certa importanza come centro commerciale delle contrade sparse sui Monti Garganici e delle vicine città delle Puglie, si pensò anche di dare alla popolazione un'adeguata assis­tenza religiosa. E furono scelti a tale fine i religiosi dell'Ordine cappuccino e con questa scelta si inizia anche la storia del convento "Santa Maria delle Grazie".

Fu il Cardinale Giammaria di Monte San Sabino - che poi divenne Papa Giulio III - a chiamare i Cappuccini a San Gio­vanni Rotondo, a favorire presso la popolazione la loro missione, e ad autorizzare infine la fondazione del convento.

I frati cappuccini furono quindi invitati dal Cardinale a sce­gliersi essi stessi il luogo che credessero più adatto alla edifica­zione del convento. E fu scelto un luogo ridente e salutare, alle falde del monte, in una bella solitudine distante quasi due chilo­metri dall'abitato. Qui un certo Orazio Antonio. Landi aveva una vigna e una casupola rurale che generosamente donò ai frati.

Nel 1540, su quel poggio venne «eretta la Croce -, come si legge nell'antica cronaca, - ed i frati alzarono le mura del Convento sulla cima del colle a vista del paese per volontà del popolo, che con tanta emulazione si sforzò di porgere la mano aiutatrice nell'erezione della fabbrica». Accanto al Convento sorse una chiesetta dedicata alla "Madonna delle Grazie".

«In questo ascetario - scrive il cronista - i Religiosi atten­devano con fervore all'acquisto delle sante virtù, e specialmen­te della santa Povertà, perché sapevano bene ciò che diceva il nostro Serafico Padre, che la povertà ci fa poveri di cose, ma di virtù ci arricchisce. Ed a che temere d'inopia, se per nostro provveditore abbiamo il Dio del Cielo e della Terra? Oh! quale beatitudine era per essi l'attendere solamente alle cose celesti, dipendendo nel resto dall'amorosa Provvidenza del Signore, la quale non mancò di provvederli del necessario so­stentamento anche con modo prodigioso, come si vide in effetto nell'anno 1548...».

Si racconta infatti, nella prima parte del primo tomo degli annali del convento, che in quell'anno cadde tanta neve, da isola­re completamente il convento, rendendo impossibile al frate cer­catore di provvedere al bisogno dei confratelli. Già erano stati consumati il pane e tutti i legumi, e non essendovi alcuna speran­za di sussidio umano, i frati fecero ricorso al Signore e nella stes­sa sera «comparvero al convento quattro giovani d'aspetto signo­rile, l'uno col pane, l'altro col vino, il terzo ed il quarto con varie specie di vivande. E non essendovi in convento chi li conoscesse, il portinaio domandò loro da quale parte e da chi fosse stata mandata quell'elemosina, acciocché poi potessero rendergli le dovute grazie. Ma questi dissero solo: "Ringraziate il Signore, il quale nelle necessità non abbandona i suoi servi fedeli!" e quin­di partirono subito.

Passati alcuni giorni, meravigliandosi quelli del paese che i frati non fossero andati per la consueta elemosina e sospettando che, impediti dalla neve, si trovassero in grandissimo bisogno, vi destinarono alcuni i quali, apertisi il passo per la neve, andaro­no al convento, ed intesero dai frati che alcuni giorni prima si erano bensì trovati alle strette, ma poi soccorsi dalla devozione di quattro giovani, furono salvati nell'estrema penuria. Ritorna­rono i messi, e riferirono quanto successo a quelli che li avevano mandati; e, fatta diligente ricerca per trovare chi fossero stati i pii benefattori, non poterono trovarli in modo alcuno. E sapendo che non era possibile che essi avessero avuto tale elemosina da altri paesi per essere tutti molto distanti e la neve altissima, conobbero il miracolo e si persuasero che Angeli erano stati quelli, che in sembianza di giovani avevano provveduto alla necessità dei poveri volontari di Gesù Cristo. Onde fecero tutti concordemente una promessa che ogni qual volta la neve si fosse alzata più di un palmo da terra, subito a spese del pubblico si provvedesse ai cappuccini di quanto loro faceva di bisogno per il vitto».

L'Anno Santo 1575 segnala per il convento di San Giovanni Rotondo un nuovo prodigio: il primo incontro con Dio di un'ani­ma scelta per la santità. Infatti, proprio qui nel piccolo convento della "Madonna delle Grazie", ebbe inizio la prodigiosa conver­sione di San Camillo de Lellis.

Nel gennaio di quell'anno il giovane Camillo de Lellis, allora al servizio dei Padri. Cappuccini di Manfredonia, fu incaricato di recarsi dai frati a San Giovanni Rotondo per prelevare una partita di vino. Durante il breve soggiorno nel convento della Madonna delle Grazie egli fu profondamente colpito da un colloquio avuto con il Padre Guardiano, le cui ispirate parole ebbero un'impor­tanza decisiva per il suo avvenire. Il giorno seguente - 2 febbraio 1575, Festa della Purificazione - dopo essersi raccomandato alle preghiere del pio frate, egli lasciò il convento nelle prime ore del giorno per far ritorno a Manfredonia. E fu sulla via solitaria, poco dopo aver lasciato il convento di "Santa Maria delle Gra­zie", che egli senti ancora più intensamente il richiamo di Dio e, come San Paolo sulla via di Damasco, con tutto il cuore decise di seguirlo. Fu una grande conversione, che totalmente mutò la sua vita conducendolo sulla via della sua vera vocazione; divenne fondatore di un Ordine religioso e fu Santo. E come Santo egli portò poi nel mondo il segno della Croce Rossa, che divenne per tutta l'umanità il simbolo della carità cristiana, per cui San Camillo de Lellis è anche denominato il Padre della Croce Rossa.

Non tutti sanno l'origine della Croce Rossa e soltanto a pochi è noto che la dobbiamo alla conversione di San Camillo de Lellis avvenuta a San Giovanni Rotondo, per cui il convento di "Santa Maria delle Grazie" potrebbe essere considerato quasi il remoto luogo di nascita della Croce Rossa.

San Camillo de Lellis nacque nell'Anno Santo 1550 ed ha in comune con Padre Pio il medesimo giorno di nascita, cioè il 25 maggio.

Prima ancora della sua nascita, la sua pia madre vide in sogno un fanciullo che portava sul petto una grande croce rossa e nella mano stringeva una bandiera con il medesimo segno; una moltitudine di giovani con la stessa croce rossa seguiva il fan­ciullo. Quando poi Camillo de Lellis fondò il suo Ordine dedica­to al servizio degli infermi, egli chiese al Sommo Pontefice il privilegio di poter mettere sull'abito religioso del suo Ordine quella croce rossa che un giorno sua madre aveva visto in sogno. Il privilegio gli fu concesso e da allora la Croce Rossa, come segno distintivo dell'Ordine Ospedaliero Camilliano, divenne anche il simbolo della Carità cristiana in genere, e pertanto fu in seguito adottato da quella istituzione mondiale così benefica per l'umanità intera, che conosciamo sotto il nome di Croce Rossa.

Sfogliando ancora la cronaca del convento, troviamo la noti­zia, che agli inizi del secolo XVII la chiesetta del convento fu completamente rinnovata e alquanto ingrandita, e nel 1616 fu di nuovo consacrata. Da allora non è stata più modificata e ancora oggi possiamo ammirarla nel suo antico aspetto, sebbene abbia dovuto cedere il posto alla nuova grande chiesa sorta al suo fian­co nel 1959.

Per un certo tempo il convento di San Giovanni Rotondo servì come noviziato.

Per tutto il secolo XIX il convento della "Madonna delle Grazie" ebbe a soffrire per le diverse soppressioni : fu chiuso una prima volta nel 1811 e riaperto poi nel 1816. Venne poi la sop­pressione italiana, per cui fu di nuovo chiuso nel 1867. Alcuni anni dopo i frati cappuccini lo riapersero nuovamente, ma ben presto il convento fu dichiarato asilo di mendicità per cui, nel 1885, dovettero nuovamente abbandonarlo. E trascorsero ancora altri ventiquattro anni in questo travaglio delle soppressioni.

Nell'agosto 1909 i frati cappuccini potettero finalmente ritor­nare al loro convento, ma per la estrema povertà loro e della popolazione sarebbero dovuti trascorrere ancora parecchi anni perché il convento, ridotto ad un luogo inabitabile durante il lungo esilio dei frati, divenisse nuovamente una degna abitazione di religiosi. Ancora nel 1916, quando Padre Pio si recò a San Giovanni Rotondo, il convento si trovava in uno stato di estrema miseria.

La data della venuta di Padre Pio a San Giovanni Rotondo - il 22 luglio 1916 - segnala indubbiamente l'inizio di una nuova èra per il convento di "Santa Maria delle Grazie". Il prodigioso fiorire di questo convento ha un'intima connessione con la vita di Padre Pio e fa parte di quella copiosa raccolta di opere che sorse­ro dalle sofferenze e dai sacrifici di Padre Pio.

Quanto avrebbe da scrivere, di questa nuova èra, l'antico frate cronista, che ci ha trasmesso l'umile storia d'origine del Convento di San Giovanni Rotondo! Come si meraviglierebbe vedendo il suo piccolo convento, un tempo sepolto nella solitu­dine, oggi grande ed imponente, divenuto meta di innumerevoli pellegrini, che nessuno ha mai chiamato, sebbene molti sosten­gano di aver inteso un sì forte invito da non aver potuto non seguirlo.

Con l'anno 1939 si inizia un nuovo capitolo nella vita di Padre Pio e, conseguentemente, anche di quella del suo conven­to. Il tempo delle grandi prove, iniziatosi negli anni 1923-24 con le particolari restrizioni, è giunta al suo termine. Padre Pio viene restituito alla vita pubblica e da ora in poi può dedicarsi più age­volmente alla sua missione. Così, nel 1940, nascono i grandi pro­getti delle. opere sociali; ma la loro immediata realizzazione viene impedita dalla guerra.

Durante questa guerra si parlò ancora di un prodigio: San Giovanni Rotondo non conobbe il travaglio delle incursioni aeree e non subì alcun danno! Qui la guerra sembrava lontana, mentre in realtà era vicinissima; c'era infatti un campo d'aviazione pres­so la città di Foggia, la quale, divenuta bersaglio, assieme ai suoi dintorni, fu quasi completamente distrutta. San Giovanni Roton­do invece rimase miracolosamente incolume. «Noi abbiamo Padre Pio - disse il popolo di San Giovanni Rotondo - non abbiamo paura. Nella vicinanza di Padre Pio c'è la salvezza!».

Il dopoguerra portò infine alla realizzazione delle opere progetta­te. L'antico cronista che ci ha tramandato la storia del primo miracolo della Provvidenza, avvenuto nel 1548, avrebbe avuto ora non poco da fare per descrivere tutti i miracoli della Provvi­denza che ogni giorno si verificano qui nel suo povero convento, da quando Padre Pio iniziò le sue opere. Di certo, nella cronaca avrebbe posto in rilievo il gesto di quell'emigrante che, nato nella terra garganica e divenuto in seguito un personaggio importante nella lontana America, usò la sua fortuna per dare a Padre Pio quel generosissimo aiuto, che permise la costruzione, non di un piccolo ospedale ma di un'opera grandiosa, che ammiriamo oggi nella "Casa Sollievo della Sofferenza» a due passi dal convento. Oh! Chi sa quante cose belle avrebbe potuto scrivere il buon frate cronista della nuova vita del suo convento, trasformato dalla vita dell'umile suo confratello Padre Pio, e come avrebbe avuto premura di esortarci a vedere in tutto questo prodigio sol­tanto l'amorevole operare di Dio!

Infine vi sono alcune date da ricordare. Sono giorni di festa per Padre Pio e quindi anche per il suo convento, tappe luminose di un lungo faticoso cammino. La prima di queste date memora­bili è il 22 gennaio 1953, giorno in cui Padre Pio festeggiò nell'antica chiesetta "Santa Maria delle Grazie" le sue Nozze d'Oro di religioso nell'Ordine Cappuccino. Fu una festa intima e commovente, alla quale parteciparono moltissimi figli spirituali di Padre Pio.

Segue poi il 5 maggio 1956 - onomastico di Padre Pio - con la grandiosa inaugurazione della "Casa Sollievo della Sofferen­za" celebrata dal Cardinale Lercaro in presenza delle Autorità ecclesiastiche e civili e di una folla innumerevole di fedeli.

Il 2 luglio 1959, Festa della "Madonna delle Grazie" ed anche festa principale del convento, vi fu la consacrazione della nuova grande chiesa sorta accanto all'antica chiesetta del 1616. Ed anche in questa occasione San Giovanni Rotondo vide radu­nate intorno al suo convento le più alte Autorità religiose e civili ed una moltitudine di devoti e di figli spirituali di Padre Pio.

E qui, in questa nuova chiesa, Padre Pio celebrò, il 10 agosto 1960, le sue Nozze d'Oro sacerdotali. Fu una grande festa; non solo per Padre Pio, ma anche per il suo convento, per il suo Ordi­ne e per tutti i suoi figli spirituali sparsi nel mondo. Fu una festa di gioia e di ringraziamento, che trovò nel solenne Te Deum della benedizione serale celebrata da Padre Pio la sua degna conclu­sione.

L'umile convento sorto su una piccola vigna, per lungo tempo ignoto al mondo, è oggi un faro luminosissimo, che indica all'umanità travagliata da mille pene e paure la buona via del messaggio di Cristo. Innumerevoli sono ormai le anime che hanno trovato qui - e tuttora trovano - la fede ed i suoi doni e benefici! Invero, i primi fondatori non avrebbero potuto dare a questo convento ed alla sua chiesa un nome più bello e più indi­cato di quello di "Santa Maria delle Grazie"!

 

Tre Pellegrinaggi

Il Paese di San Giovanni Rotondo, distante circa 10 minuti di macchina dal convento "Santa Maria delle Grazie" e dagli alberghi situati quasi tutti nelle vicinanze del convento, non offre alcuna attrattiva ai visitatori, però un piccolo pellegrinaggio alla chiesetta d'origine, che diede il nome al paese, ed una visita al cimitero, ove riposano i genitori di Padre Pio, possono ben com­pletare una nostra visita a Padre Pio.

Il luogo ove oggi si trova il paese di San Giovanni Rotondo fu già nell'antichità pagana noto come luogo di culto religioso. La fondazione del paese è però del secolo XI. Tra il 1007 ed il 1095 sorsero le prime abitazioni intorno ad un tempietto, che fu dedicato a Giano, cioè a quella divinità romana che aveva due facce, una che guardava nel passato ed una che guardava l'avve­nire. Questo tempietto non fu mai distrutto, ma divenne la prima Chiesa del paese dedicata a San Giovanni Battista, la cui venera­zione fu diffusa dai monaci di un vicino monastero nei Monti Garganici denominato "San Giovanni in Lamis". Questa prima chiesa che esiste ancora oggi, ha dato il nome di San Giovanni al paese; l'aggiunta "Rotondo" devesi alla forma rotonda mai modi­ficata dell'antico tempietto pagano.

Un poeta del luogo, Giovanni Scarale, ha decantato in una sua poesia assai suggestiva questa chiesetta d'origine.

 

San Giovanni Lontano

Mi sembra una zucca

ed è una chiesa antica

ed ha un'aria amica

tutta semplicità.

Da una porticina

si vede un piccolo altare

e qualche sedia

sparsa qua e là.

La gente che si affaccia

la vede scura scura

e sente una paura

che la fa allontanare.

Eppure se ti fermi

e pensi a quel luogo

ti senti a poco a poco

l'anima ricreare

da quel bianco sfatto

per la muffa ed il tempo

da quella abbandonata

bella semplicità.

Non lontano da questa chiesetta d'origine si trova il cimitero di San Giovanni Rotondo. Già dal paese si vedono i cipressi altissimi, che in doppia fila a forma di una immensa croce, attra­versano tutto il cimitero che dalle falde del monte scende verso il piano. Qui in ogni ora del giorno si incontrano le donne del paese. Vestite di nero, avvolte nei loro grandi scialli di lana, cam­minano lentamente tra le tombe; non parlano con nessuno, non salutano nessuno: pregano soltanto; sfilando nelle mani le loro corone, recitano rosari e requiem. Molte donne fanno ogni gior­no questa devota visita. All'entrata del cimitero vi è un crocifisso al quale va il loro primo saluto. Vicino al crocifisso vi è un anel­lo di ferro con il quale, dopo essersi inchinate devotamente davanti al crocifisso, bussano leggermente alla porta. Domandai una volta a una contadina, perché facesse questo. Mi rispose «Non si entra in una casa senza prima bussare; e così bussiamo anche noi qui prima di entrare nel cimitero che è la casa dei morti». Un'altra volta, una donna del paese alla sua uscita dal cimitero mi disse: «Noi siamo solo poveri pellegrini qui in terra, la nostra vera patria è lì nel cielo!». Ed indicò con lo sguardo e con la mano il cielo azzurro su in alto, lontano dal verde scuro dei cipressi.

Subito a sinistra entrando nel cimitero vi è la cappella dei Padri Cappuccini. Qui riposano i genitori di Padre Pio. Davanti alle loro tombe vi sono sempre fiori freschi e molti lumini accesi dai fedeli di tutto il mondo, che sostano qui in devota preghiera.

Ed in questo cimitero trovasi anche la tomba di Italia Betti, l'ex-comunista che Padre Pio convertì alla fede. Questa intelli­gentissima professoressa di matematica proveniva da una fami­glia poverissima. Il padre nativo della Romagna e la madre di Padova emigrarono in Brasile, ove nacquero dodici dei loro tre­dici figli. Italia cresceva in questa famiglia, nella quale tutti erano comunisti ad eccezione della pia sorella Emerita, che con le sue preghiere riportò poi alla fede l'intera famiglia, ma le prime furono Italia e la mamma.

Emerita condusse quest'ultima da Padre Pio quando Italia era già gravemente malata, dopo che si era letteralmente consumata nel fervore del suo ideale comunista. Non fu facile per Italia seguire il consiglio della sua pia sorella, ma poi, una volta reca­tasi assieme alla madre da Padre Pio, il passo alla conversione fu breve. Essa stessa, nel suo testamento scritto il 15 agosto 1950 nella Festa dell'Ascensione, lo afferma: «...pochi giorni mi sono bastati per intendere in profondità che la vita vera non è quella che ho vissuto finora; per intendere che certi principi morali dell'educazione dovevano essere letteralmente capovolti; per intendere in modo indiscutibile che è assurdo che gli uomini, pic­cole particelle organizzate dell'universo, siano gli elementi coor­dinatori di ogni disciplina umana.

L'uomo è Creazione Divina e pertanto egli deve sentirsi parte e non tutto; deve sentirsi una piccola forza che in ogni istante domanda una guida per procedere.

E Iddio infatti si è umanizzato per farci meglio intendere; Gesù, con il Suo continuo esempio di soprannaturalità e, innanzi tutto, con la Sua Morte sulla Croce, ci ha lasciato detto quale debba essere la Dottrina di Vita da seguire.

Nessun'altra dottrina può valere questa».

Italia Betti rimase a San Giovanni Rotondo il poco tempo che le era ancora concesso di vivere, offrendo preghiere e soffe­renze per il ritorno alla fede in Cristo di quelli con i quali un giorno aveva combattuto contro questa fede. Ed offrì anche la sua vita, morendo da santa.

La sua tomba è alla destra di chi entra nel cimitero; sulla grande lastra di marmo bianco che la copre si leggono queste parole della Sacra Scrittura

Et Quasi Meridianus Fulgor consurget

Tibi Come Luce di Mezzogiorno Ti Apparirà

 

Monte Sant'Angelo

Quindici secoli fa, l'8 maggio 493, l'Arcangelo San Michele, secondo una tradizione, apparve in una delle grotte dei Monti Garganici. Ben presto la Sacra Grotta dell'Apparizione divenne un Santuario, intorno al quale sorse una piccola cittadina deno­minata Monte Sant'Angelo, che deve la sua celebrità appunto a questa predilezione di San Michele.

Questo singolare Santuario nell'interno del monte, i1 quale si scende su una larga scalinata di 89 scalini scolpiti nella pietra, fin dall'inizio fu meta di devoti pellegrinaggi. Raggiunse però la sua grande celebrità nel secolo VIII, diventando, specialmente nel medioevo, il più importante luogo di pellegrinaggio dell'Ita­lia. Allora in ogni tempo, Imperatori, Re e Principi di tutta l'Eu­ropa, Pontefici e Santi venivano qui in pellegrinaggio di peniten­za, di implorazione nei pericoli e nelle calamità, o per adempiere i loro voti di ringraziamento per i favori ricevuti.

Nessuna potenza del mondo ha mai potuto fermare questo affluire continuo al Santuario di San Michele, che, come una for­tezza della fede, ha resistito a tutti i tempi rimanendo sempre un rifugio sicuro in ogni calamità ed il massimo centro della devo­zione di San Michele.

Da circa quattro decenni, alle schiere dei pellegrini di tutto il mondo si sono aggiunti anche gli innumerevoli devoti di Padre Pio. Quasi tutti quelli che visitano Padre Pio fanno poi anche un pellegrinaggio al Santuario di San Michele, situato un po' più in alto - a 843 m s. m. - a distanza di 20 Km da San Giovanni Rotondo e facilmente raggiungibile con le ottime autostrade, che conducono fino al Santuario. Così anche il più breve soggiorno a San Giovanni Rotondo permette di fare agevolmente questa visi­ta di devozione a San Michele e ad uno dei più antichi e più cele­bri Santuari del mondo.

 

San Nicola di Bari

Per una visita a Bari non occorre molto tempo. La distanza da San Giovanni Rotondo è di 136 Km. Col treno da Foggia si giunge in un'ora e mezzo a Bari. Chi viaggia in macchina può prendere le ottime strade che da San Giovanni Rotondo conduco­no al capoluogo delle Puglie, che con il suo magnifico Santuario di San Nicola merita senz'altro una nostra visita. Infatti, non pochi fedeli che si recano a San Giovanni Rotondo includono nel loro itinerario anche una visita alla Basilica del Santo di Bari.

Il volto di questa città sul mare Adriatico ha sempre guardato verso il Vicino Oriente. Già le sue prime navi furono dirette verso le coste orientali ed il suo porto accolse fin dai tempi più remoti i navigatori provenienti dall'Oriente.

Innumerevoli pellegrini iniziarono qui - ed iniziano ancora oggi - i loro pellegrinaggi in Terra Santa. E schiere di fedeli del Vicino Oriente giunsero qui per recarsi nella Santa Città di Roma.

Per questo non c'è da meravigliarsi se anche un Vescovo del secolo IV nativo dell'Asia Minore, nel suo viaggio a Roma giun­se qui a Bari, che doveva poi diventare la sua città.

San Nicola, Arcivescovo di Mira, passò per Bari verso l'anno 320 e, secondo una tradizione, predisse che un giorno sarebbe ritornato a Bari per rimanervi per sempre.

La fama della sua santità ed i molti prodigi e miracoli com­piuti sia durante la vita, sia dopo la morte, ebbero una vasta eco nell'Oriente - specialmente nell'Asia Minore ed in tutta la Russia e nell'Occidente cattolico. La città di Bari però ebbe il privilegio di ricevere in custodia le preziose reliquie del Santo.

San Nicola morì nella sua patria verso la metà del secolo IV e le sue spoglie furono deposte nel Duomo di Mira. Quando però sette secoli dopo la città di Mira cadde nelle mani dei Saraceni, alcuni coraggiosi navigatori di Bari decisero di intraprendere un viaggio nell'Oriente, per salvare le spoglie del Santo e portarle nella loro città. L'audace impresa riuscì, ed il 9 maggio 1087 la nave approdò nel porto di Bari con il suo prezioso carico. Ben presto i baresi eressero in onore del loro Santo quello splendido Santuario che anche oggi ammiriamo.

Questo Santuario - come la sua città - non ha mai tolto lo sguardo dal Vicino Oriente. Il destino della Chiesa Orientale è intimamente collegato ad esso. Qui avvenne la dolorosa divisio­ne, qui si è sempre pregato - e si prega sempre - per il ritorno all'unione. Nel silenzio della cripta, presso la gloriosa tomba del santo Vescovo di Mira, i ferventi dell'Oriente e dell'Occidente si incontrano e le loro preghiere si uniscono. Qui si è sempre prega­to anche per la Russia : nel passato, quando ancora i suoi figli la chiamavano La Santa, ed ora, nel nostro tempo, in cui il Messag­gio di Fatima ci spinge a chiedere il miracolo della sua conver­sione.

Il nostro pellegrinaggio a Bari sia dunque anche un pellegri­naggio per la Russia, che nel passato ebbe una devozione tutta particolare per il nostro Santo. Quanti pellegrini dalla lontana Russia e dai Paesi slavi vennero allora a Bari per venerare la tomba di San Nicola! Preghiamo per loro che hanno dovuto interrompere i loro pellegrinaggi affinché un giorno possano riprenderli. Preghiamo che tutti i ferventi del mondo possano di nuovo vivere la loro piccola vita nella gioia della piena libertà religiosa. Raccomandiamo qui a San Nicola questa grande pre­ghiera che innumerevoli cuori umani vorrebbero vedere esaudita.

In questo Santuario, custodito dai Padri Domenicani, trovasi anche la preziosa "Manna di San Nicola". È un liquido limpido e puro che da molti secoli stilla prodigiosamente dalle Reliquie di San Nicola. È un dono che San Nicola offre anche oggi ai suoi devoti, dispensando attraverso il devoto uso di questa Manna guarigioni agli infermi e grazie di ogni genere nelle nostre neces­sità.

 

Epilogo

Al termine di questo libro un devoto pensiero va a Padre Pio. Il suo esempio e le sue ispirate parole, le sue preghiere ed i sacrifici della sua vita religiosa e sacerdotale hanno dato a me e ad una moltitudine di anime infiniti benefici, per cui non possia­mo fare a meno di essergli grati e riconoscenti.

Ed un segno di riconoscenza sia anche questo libro, che ho scritto nella speranza che possa contribuire a far meglio conosce­re ed apprezzare il vero Messaggio di Padre Pio, che è un forte richiamo ai veri valori della vita ed un invito accorato a condurci tutti, mell'Amore della Santa Chiesa nostra guida sicura, sulla Via di Cristo, la Sola che può renderci felici anche su questa terra.

Napoli, nella Festa delle Stimmate di San Francesco d'Assisi, 17 settembre 1964.