IL CUORE DI GESU’

AL MONDO

di Suor Maria Consolata Betrone

 

INTRODUZIONE

1. La «sfida» della mistica

«Queste pagine ci trasmettono la voce virilmente soave di un'anima la quale visse con noi in mezzo alla tormenta travolgente, raccogliendo nel suo spirito tutto il dolore della terra e tutto lo splendore del cielo. A chi rimaneva nelle file della dolorante carovana, cercando con gli occhi ansiosi, arrossati dal pianto, abbuiati dalla disperazione, quest'anima privilegiata - che conobbe tutte le ansie della sua terra e sperimen­tò tutte le certezze della sua fede - ha lasciato una eredità spirituale per far penetrare un raggio di sole nel buio della notte. Questa preziosa eredità è presentata nelle pagine seguenti e dovrei invogliare il lettore a non passarle superficialmente, ma a pensarci su, per trarne profit­to: si tratta delle parole di Gesù Cristo e quando il Maestro parla, ognuno che si sente suo discepolo e ogni uomo che di Lui porta in sé riflesso un raggio di luce che lo fa ragionevole, dovrebbe accogliere con venerazione e possedere con zelante fermezza, ciò che Egli ha detto. Forse, nei grandi secoli di fede, così fu. Oggi, così non è: il senso critico che avrebbe dovuto portare a una maturità di giudizio, ha finito per intaccare la vi­ta dello spirito nelle sue stesse radici e coloro stessi che sono estranei alla critica del pensiero, non sono sottratti all'influsso di questo male del secolo e senza essere scettici, rimangono diffidenti o almeno perplessi.Così capitò anche a me quando, ricevuto il grosso plico che conteneva un dattiloscritto di circa centotrenta pagine in gran formato, ci trovai esposto "un messaggio d'amore del Cuore di Gesù al mondo". La lettera di accompagnamento mi pregava con deferente insistenza di farne una revisione in via privata e ve­dere "se non vi è nulla contro la fede e la sana teolo­gia: sia dogmatica che ascetica. Ci siamo, dissi tra me, e hanno trovato il buono, e ancora si domanda "una prefazioncella" e con che ragione: “Siccome, secondo le promesse di Gesù a suor Consolata l'opuscolo dovrà essere molto diffuso, una prefazioncella di V. P. rev.ma… gioverebbe molto allo scopo”. Se non mi venne un accidente, lo si deve certamente all'intercessione di qualche anima incaricata di proteggere dal cielo coloro ai quali si domanda di ri­vedere i manoscritti o di appioppare un calcio a un ragazzo che non sa uscire di casa. Peggio ancora, quando si dice a qualcuno: passa in rivista questo ra­gazzo e con buona grazia presentalo in società. Ma era il Rev.mo P. Lorenzo Sales missionario della Consolata che picchiava alla mia porta e quanti ricordi si affollavano e urgevano dentro, da quel bn­tano 1939 quando, insieme col mio confratello e ami­co P. Giuseppe Girotti, immolato a Dachau il 1° Aprile 1945, si faceva scuola agli studenti di Corso Fertucci. Poi, gli studi sul pensiero spirituale del Ser­vo di Dio Canonico Giuseppe Allamano, fondatore dell'Istituto. Infine, tante amicizie vicine e lontane, in questo vecchio mondo europeo e nel nuovo mondo americano. Come dire di no? E del resto, di che si tratta? Di una Monaca Cap­puccina, e la faccenda mi pareva simpatica. Chi non ama questi figli di san Francesco così spregiudicati di fronte alle convenienze e alle etichette del mondo ci­vile? Avevo fmito di leggere L'Eminenza grigia di Al­dous Huxley e la figura del P. Giuseppe cappuccino - Francesco Le Clerc du Tremblay - confidente e consigliere di Richeliu, mi stava ancora viva davanti, dandomi anche un po' di fastidio, per il tragico equi­voco in cui si svolge la sua azione, oscillante tra il profeta e il diplomatico. La visione di un'anima cap­puccina vibrante nel flusso mistico dei santi carismi, mi avrebbe ridato un po' di pace, anche per evadere da ogni equivoco. Ma, e la trattazione? O che si scherza? Dal cuore del Cristo, il dolce Maestro, ti viene un messaggio d'amore e tu devi giudicare se non c’è nulla contro la fede e la santa teologia. Ma, e vi pare poco? Chi po­trebbe prendersi tale incarico? Va bene che ti dicono: guarda! E una cosa privata, una faccenda confidenzia­le. D'accordo! Ma intanto il giudizio l'aspettate e vi assicuro che quando si tratta di certi argomenti, è più facile bere un bicchiere » Così inizia l'autorevole, quanto simpatica, Prefazio­ne stesa dal teologo domenicano Padre Ceslao Pera (1889-1967), al libro: Il Cuore di Gesù al mondo. Ap­plicato generalmente allo studio dei grandi Padri della Chiesa quali Clemente di Alessandria, Basilio il Gran­de o Gregorio Magno, piuttosto che dedito a letture di « mistica», quest’uomo severo, poco incline al sen­timento e dalla battuta secca e sarcastica, si trovò tut­tavia in ultimo egli pure, come confesserà, sedotto e avvinto dal Messaggio d'amore trasmesso tramite l'umile Cappuccina di Torino. In poche parole egli fissa il ricordo di quell'inatte­so, e certamente altrettanto non desiderato, impatto con la «mistica» per un compito dal quale avrebbe voluto volentieri esimersi, se a chiederglielo non fosse stata una persona la cui stima ed amicizia lo tratten­nero al di là di ogni immaturo ed immotivato pregiu­dizio: il P. Lorenzo Sales. Nel racconto comunque, il P. Pera non nasconde le perplessità, l'imbarazzo ed i sospetti che nel XX secolo la stessa parola «mistica» suscita. Riferisce di un'esperienza risalente ormai a cinquant'anni fa, ma della quale si può tuttora affermare l'attualità, nono­stante l'insistente moltiplicarsi, nel corso di questi de­cenni, della « sfida » della stessa. Non fa specie infatti che, per paradosso, il secolo ateo, il secolo della « cri­tica », della ragione, della scienza e della tecnica, il secolo del trionfo del materialismo totale, il secolo della « morte di Dio » e, inevitabilmente, dell'uomo con lui, sia infine per eccellenza - e ormai così lo si può va­lutare - il secolo della maggiore « crisi » mistica che la storia conosca fino ad ora. Ma che cos'è la mistica? Se ne parla, infatti, in modo proprio e in modo per lo più improprio, tra luoghi comuni, erronei concetti o addirittura tabù. L'accezione di questa parola, se da un lato attira ed affascina, dall'altro suscita spesso diffidenze e persino spavento. Nel primo caso, prevale la curiosità per l'inconoscibile, oppure il risveglio dell'innata nostalgia di quell'Assoluto di cui l’uomo porta impresso rabisso del richiamo e del bisogno, per ritrovare ed essere se stesso nella verità. Nel secondo caso, domina un sotti­le scetticismo, che talvolta si schernisce con un'esor­cizzante ironia o si maschera dietro un pudico timore. Dinanzi alla ragione dell'uomo, d'altronde, la mistica racchiude in sé rambivalenza del tutto e del nulla, del desiderio e della paura insieme. Tutti ne parlano ed è emblematico, invece, che essa sia primaaaamente realtà del silenzio ed alla quale il solo silenzio si addice. Altra, infatti, è la sua eloquenza, iscritta nella Vita sempre più trascendente ed immanente dell'esistenza del cosmo inte­ro e tessuta negli spiriti puri. Inoltre, essa appartiene alla più profonda dimensione religiosa dell'uomo e, dunque, all'uomo stesso. Non c’è anima che non sia mistica e ruo­mo sa che esiste una conoscenza oltre il conoscere, una realtà nascosta oltre quella del sapere ordinario, un cam­ po che esige « una lingua ed un orecchio da iniziati » (cf Is 50,4), che non è lui a darsi, né lo potrebbe. A differenza dell'opinione comunemente diffusa, l'esperien­za mtstica più autentica ed elevata, non s'incentra sul sensibile bensì, al contrario, sulla somma purificazione di tutti i sensi dei qullli l'uomo è dotato, percezione intel­lettiva indusa. Si potrebbe affermare, quindi, che la mistica sia connessa con la grande Umiltà dell'uomo origi­rale e che nel Dio Crocifisso manifesti la sua suprema Verità. «L'abisso chiama l'abisso» (Sal 42,8), dice il sal­mo, e la premessa del Terzo Millennio cristiano, almeno per quanto ci riguarda, pare già posta: o i cri­stiani del Terzo Millennio saranno dei mistici, o non saranno più, perché dall'abisso dell'animo umano, con vulcanica prorompenza, «qualcosa» d'indefinibile, impercettibile ed ineffabile, troppo a lungo ivi represso nella sua naturale vitalità, esplode. Là dove non avvie­ne, è il gorgo infernale della vita contro la vita, di cui il XX secolo è pure tristemente e draminaticamente testimone «privilegiato». D'altronde, a comprova di tutto, è risaputo: l'ateo si distingue dal credente non per l'atto religioso in quanto tale, ma per il fine dello stesso. E l'atto religioso è sempre irrazionale, per sua natura: se non fosse assurdo, non sarebbe dato, in quanto non ci sarebbe bisogno di credere. «Credo perché è assurdo», aveva già asserito Tertulliano. Dunque, la differenza tra un mistico ed un ateo è che il primo tende ad un essere che crede esista, il secondo ad un essere che crede non esista. E qui sta l'assurdo: il «dio-nulla» rende in ultimo ancor più impossibile l'atto di fede dell'ateo nel tragico «scaccomatto» conclusivo di negazione del senso e del signi­ficato dell'esistenza dell'uomo. L'atto mistico è e rimane essenzialmente un atto as­soluto: esso è salto dell'uomo nel Totalmente Altro, prefi­gurato o negato che sia, ed è insieme imitazione di quel Tutto nell'uomo, che ne sia questi sincrorzzzato o meno sulle onde percettive dell'essere. Quando nulla si possie­de, Dio soltanto E, a condizione della grande Umiltà che invera il «nulla di proprio». Ecco perché, all'alba di un nuovo Millennio, quando tutte le sicurezze umane sono venute meno nel baratro della tragica incertezza globale, quando tutti i miti sono caduti nella grande di­sillusione della storia, quest'uomo nudo si sorprende, con stupore « essenzialmente » libero... nelle mani di Dio. Allora scopre nella « sfida della mistica» l'invito nascosto che come acqua viva mormora dentro di lui: « Vieni al Padre », perché sempre « il cuore immenso e puro della vita veglia nelle tenebre, e parla al sonno dell'uomo ».

 

2. Attualità di un messaggio

«Alla seguela di santa Teresina: una grande pace si fece dentro. La caratteristica giovane borghese che nella "fiamma ardente" di Elia, trova lo slancio dello spirito che evade da ogni grettezza e da ogni compro­messo, segnando una vita di "rinascita spirituale" me­diante la carità che è il "fuoco" del Cristo e la "fiam­ma viva" di Giovanni della Croce, mi metteva sulla buona strada. E pensavo anche a Teresa Neumann, la rurale tedesca che, conquistata dalla Santa di Lisieux, ne ripete in altro modo la vita e il messaggio. Ora è il turno di suor Consolata: piemontese, do­veva essere massiccia come le sue montagne; di Saluz­zo, il suo spirito doveva essere come il Monviso che lancia nell'azzurro del cielo la sua vetta luminosa e candida. E di lì nasce il Po, che feconda tutta la pia­nura e raccoglie tutte le acque convogliandole al ma­re, dove tutte diventano mare, quel mare che si sten­de lontano e va a dire tante cose ad altri mari lontani. Pazientemente, attentamente, mi misi a leggere il Messaggio d'amore e non so dirti, lettore, se più gran­de era la gioia o più forte la trepidazione. Neppure potrei spiegarti l'ebbrezza che penetrava dentro fin nelle più riposte latebre dello spirito, entrando ovun­que senza domandare il permesso. Puoi immaginarti che non ero io a giudicare il Messaggio, ma era il Messaggio che giudicava me. Come sia uscito da questo giudizio, potrei "can­tarlo" se, come Agostino, sapessi fare le mie "confes­sioni" nel senso preciso di canto eucaristico alla mise­ricordia di Dio, ma questo solo accenno ti può basta­re per farti riconoscere la linea di questa spiritualità che parte dall'inno di giubilo del Maestro divino: "Ti benedico, a Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre e nessuno co­nosce d Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tut­ti che siete affaticati e oppressi e io vi ristore­rò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio gio­go infatti è dolce e il mio carico leggero" (Mt 11,23-30). Tutto questo Messaggio d'amore è uno sviluppo del motivo fondamentale che risuona nell'inno evangelico, non già a modo di aggiunta, ma per sviluppo inesau­ribile della sua ricchezza divina. Perciò il Figlio che vuole svelare il Padre nelle anime umili che per Lui Gli si avvicinano, può agire a modo di Maestro che rivela se stesso, ma continuamente ti accorgi che que­sta sua rivelazione - soprattutto quando è carismati­ca, perché destinata al bene della società, che è la Chiesa - non è mai ordinata a portare una nuova dottrina di fede ed è sempre destinata a indirizzare la condotta degli uomini alla Verità salvifica, quale ce la fanno conoscere Gesù Cristo ed i suoi Apostoli nei li­bri del Nuovo Testamento, intesi e capiti bene secon­do la dottrina della Chiesa cattolica, che di questi li­bri conosce il senso e possiede la vita. Anche suor Consolata appare così tra coloro che Tommaso d'Aquino dice "prophetiae spiritum habentes, non quidem ad novam doctrinam fdei depromenam, sed ad humanorum actuum directionem". Queste parole del Santo Dottore permettono di capire tutto il valore di questo Messaggio divino nell'ora presente». Il P. Pera fu, dunque, subito impressionato dall'at­tualità del contenuto di quanto gli era stato proposto di leggere e vagliare. Lo fu a tal punto che titolo del­la sua intera Prefazione, riproposta in ogni edizione che il libro avrà fino al 1989, significativamente era: Valore di un messaggio divino nell'ora presente. E quan­to, sulla scia della sua emozione personale, in partico­lare accenna in questa seconda parte riportata del suo intervento. In essa, per altro, esordisce come rassicu­rato dal trovarsi dinanzi, con gli scritti di suor Conso­lata Betrone, ad uno sviluppo della spiritualità di san­ta Teresa di Lisieux (1873-1897), alla quale già aveva fatto eco un'altra grande mistica contemporanea: la tedesca Teresa Neumann (1898-1962). E dopo averne valutato la indiscutibile risonanza evangelica, citando il Dottore Angelico, attribuisce infine anche alla mistica di Torino lo « spirito di profezia». Che cosa intende con ciò? Un mistico è sempre inserito nel contesto del pro­prio tempo storico ed è appunto per esso che viene da Dio suscitato ed « inviato». In tal senso, egli è una sorta di «profeta» aperto alle necessità spirituali dell'umanità stia contemporanea, per la quale comun­que offre se stesso con Cristo al Padre. Nel cuore di un secolo votato al peccato, all'ateismo ed infine al­l'indifferentismo religioso, il messaggio della vita e della preghiera di suor Consolata spicca subito con evidente attualità di riparazione, quale antidoto ad una cultura di morte spirituale dell'uomo. La Piccolissima via d'amore data nell' orazione: Ge­sù, Maria vi amo, salvate anime, non è una giaculato­ria, bensì una via interiore atta ad educare e promuo­vere una maggiore confidenza tra la creatura ed il suo Dio nella conoscenza e fiducia di quel grande attribu­to divino che è la Misericordia. Tramite questa « via » semplicissima, l'anima viene come ricongiunta alla comunione vitale con l'Altissimo nell'autentica ca­pacità della propria facoltà contemplativa. Nel secolo del fare e dell'avere, riproponendo la necessità evangelica «di pregare sempre, senza stan­carsi» (Lc 18,1), il messaggio a noi giunto per mezzo della Cappuccina di Torino assume tutta la portata di un vangelo per il nostro tempo: vangelo d'amore, di speranza e di misericordia per gli anni dell'odio, della disperazione e della lontananza da Dio. All'uomo sof­focato dal materialismo, Dio offre il rimedio del respi­ro spirituale. Una «Chiara» contemporanea annuncia ancora l'esigenza del primato di Dio nel cuore del­l'uomo. Di più: una donna è autentica educatrice alla pace, avendo saputo innanzi tutto coltivarla in se stes­sa, perché «la pace interiore viene dal sapersi amati da Dio e dalla volontà di corrispondere al suo amore». Anche per quanto concerne la Chiesa che si inol­tra nel canimino del Terzo Millennio cristiano, l'inse­gnamento spirituale di questa umile claustrale si pro­pone come forza propulsiva di nuova vitalità. La chia­mata alla santità è la vocazione cristiana universale, ma la situazione attuale della civiltà contemporanea interpella più urgentemente coloro che sono in modo speciale invitati alla sequela di Cristo casto, povero, obbediente e crocifisso, nel Sacerdozio come in ogni altra forma di vita consacrata, perché «il mondo di oggi cerca di svuotare la Croce ... e vuole dirci che l'uomo non ha radici nella Croce, non ha neanche la prospettiva e la speranza della Croce», benché si sap­pia che « se si svuota la Croce di Cristo, l'uomo non ha più radici, non ha più prospettive: è distrutto! » e che questo « è il grido della nuova evangelizzazio­ne». Suor Consolata ha precorso i tempi facendosi già risposta al grido della nuova evangelizzazione con l'inno della sua vita offerta e consumata per amore a 43 anni. Quale chicco di grano fecondo caduto in ter­ra (cf Gv 12,24), ella diviene radice della speranza preconizzata perché « solo l'amore può salvare dal fal­limento l'umanità e il mondo; quel mondo da cui l'uomo è "assediato" e minacciato in vari modi ». In questo tracciare la via di ritorno del «figliol prodigo», l'uomo del XX secolo, al Padre ricco di Misericordia, la Betrone non è sola. L'ampio disegno divino pare avere significativamente intrecciata la sua vicenda umana e mistica con quella di due «lontani» suoi contemporanei: suor Maria Faustina Kowalska (1905-1938) e il monaco Silvano del Monte Athos (1866-1938). Investendola «apostola della Sua Mise­ricordia», alla prima il Signore affidò una missione per tutta l'umanità: ricordare la verità di fede sull'a­more misericordioso di Dio per ogni uomo, trasmette­re nuove forme di culto alla Misericordia divina ed ispirare un movimento di rinnovamento religioso se­condo lo spirito evangelico della fiducia in Dio e della sua misericordia verso gli uomini. L'immagine di Ge­sù Misericordioso, da diffondere e venerare, doveva recare la scritta: Gesù confrdo in Te! Quanto al giorno per la particolare memoria liturgica, il Signore indicò la domenica in Albis. Basti quindi ricordare la singo­lare « coincidenza » della professione solenne di suor Consolata Betrone: 8 aprile 1934, domenica in Albis! il secondo, monaco ortodosso, ha lasciato scritti che non solo rivelano l'umiltà e la profondità interiore della sua vita religiosa, bensì soprattutto quell'amore misericordioso con cui pregava per ogni creatura. E’ stato definito « un santo senza frontiere, un mistico della Chiesa universale ed eterna, un uomo diventato, da peccatore qual era, pura preghiera, audace inter­cessione per tutti gli uomini e tutte le creature, un monaco testimone dell'assoluto di Dio». Nelle tenebre della disperazione spirituale, nella consapevolezza del proprio essere peccatore e nella convinzione di venire sprofondato all'inferno, Silvano incontrò la lu­minosa apparizione del Cristo vivente e da Lui rice­vette la parola di consolazione che poi annunciò a tutti gli uomini con la gioia della salvezza ritrovata: «Tieni il tuo spirito agli inferi e non disperare!». Da allora effuse in lacrime la propria preghiera e consu­mò in rigorosa penitenza la propria vita, perché « pregare per gli uomini significa versare il proprio sangue ». La sua testimonianza ha salvato migliaia di persone dalla disperazione e nei suoi scritti continua a vivere e a diffondersi la speranza della sua lode: « La mia anima conosce la misericordia del Signore per l'uomo peccatore... Tutti noi, peccatori, saremo salvati e neppure una sola anima andrà perduta se si converte... Ti prego, Signore misericordioso, fa' che tutti i popoli della terra ti conoscano attraverso il tuo Santo Spirito». Di lui è stato detto: « Come Teresa di Lisieux, desidera sentirsi nel fuoco infernale, per cantare all'amore soffrendo al posto dei peccatori e poterli liberare ». Dunque, Teresa di Lisieux ancora, come già il P. Pera aveva intuito aprendo il plico portatogli dal P. Sales, in un quadro sinottico della mistica della Misericordia iscritta nel secolo XX, emerge con maggior evidenza come denominatore comune di suor Conso­lata Betrone, di suor Faustina Kowalska e di Silvano dell'Athos, frutto di quella misteriosa fecondità di gra­zia che solo lo Spirito sa tessere nelle trame nascoste della storia. Così, da un unaca radice, il Messaggio d'a-more di Colui che è Misericordia, attraverso un tritti­co luminoso di santità, continua ad irradiare la filoca­lica ed ecumenica speranza antica della Preghiera del Cuore nella nostalgia di Dio del nostro tempo e nel­la memoria dei secoli futuri.

 

3. L'«imprimatur» dell'amore.

«Qualcuno, forse, potrebbe rimanere perplesso sulla realtà di questa manifestazione e pensare che suor Consolata, parlando a se stessa, abbia immagina­to di parlare con l'Altro e che questi, a sua volta, le rivolgesse la parola. E viene spontaneamente alla me­moria ciò che il nostro arguto Manzoni dice di donna Prassede: "... tutto il suo studio era di secondare i voleri del cielo, ma faceva spesso uno sbaglio grosso, ch'era di prendere per cielo il suo cervello". È questa una sottilissima forma di superbia che dal trucco letterario va all'illusione mistica, attraverso le più impensate maniere di narcisismo: la lunga con­templazione di sé finisce per suscitare una specie di inebriamento nel quale, come il giovane Narciso anne­gò nella fonte che ne rispecchiava l'immagine, affoga lo spirito. Narciso fu cantato dai poeti come il fiore che sboccia dalla morte; lo spirito umano, affogato nell'amore di sé, riprovevole e triste, produce pure i suoi fiori secondo le diverse manifestazioni letterarie, filosofiche e mistiche, ma sono fiori di morte, sboccia­ti dalla superbia. Ora suor Consolata è umile: "piccolissima"; e l'u­miltà è verità cioè realtà, luminosamente rifulgente nello spirito e armoniosamente incarnata nella vita: per l'umiltà, la sottomissione ontologica a Dio, creato­re e datore dell'esistenza, diviene subordinazione psi­cologica, che fa convergere tutte le facoltà verso Lui con riverenza timorosa, e ambedue stabiliscono nella volontà la dovuta sottomissione a Lui e ai suoi rap­presentanti sulla terra. Con l'umiltà il cuore s'apre alla grazia e quando l'onda salutare irrompe nello spirito è tutta una pri­mavera in fiore che canta la gioia della vita divina. Perciò, in quel cielo luminoso dal quale è scomparsa ogni nuvola di riprovevole amore di sé, splende il sole dell'eterna verità: Gesù. E Gesù dice nel Vangelo: "Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Pa­dre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui" (Gv 14,21). Già l'autore sacro nel libro della Sapienza aveva detto: "... cercate (il Signore) con cuore semplice. Egli infatti si lascia trovare da quanti non lo tentano, si mostra a coloro che non ricusano di cre­dere in lui" (Sap 1,1-2). "Lui" è Dio, ma Gesù è la Sapienza increata, il Verbo eterno del Padre, che incarnato e fattosi uomo, all'uomo umile che a Lui s'avvicina con fede, vuole svelare i segreti del Padre. La promessa dì Gesù Cri­sto: "mi manifesterò a lui" è realtà nella Chiesa catto­lica, dove le sue grazie di luce e la sua vita d'amore aprono alle anime nuovi e sconfinati orizzonti divini: Egli si manifesta suscitando l'amore per Lui, e quan­do l'anima è posseduta da Lui, la realtà della promes­sa fatta, produce i suoi effetti mirabili, di cui abbia­mo le più precise testimonianze nella vita dei Santi. L'orazione, che secondo san Gregorio Nisseno è conversazione con Dio e contemplazione delle realtà invisibili, non è più un monologo, che interessa più o meno l'orante, ma è un colloquio spirituale, un vero dialogo. Anzi, san Tommaso d'Aquino nota l'intimo rapporto dei due atti e dice: "la conversazione del­l'uomo con Dio avviene mediante la contemplazione"; sulle supreme vette dello spirito baciate dal sole divi­no si attua, senza pericolo d'illusione, la promessa di Gesù. Tutto questo può verificarsi normalmente sotto la spinta della linfa vitale divina che tende a produrre il suo effetto proprio nella carità peffetta, con l'esercizio sempre più accentuato dei doni dello Spirito Santo: è la schiera innumerevole delle "Piccolissime"; è la schiera stermiata delle anime cristiane ferventi che, in tutte le condizioni di vita, fedeli al Cristo, portano lo splendore dell'eroismo cristiano, della santità cattolica. Ma quando la società dei credenti presenta qual­che sua propria esigenza spirituale, allora si notano i doni carismatici delle grazie gratis datae che sono elar­gite ad alcune anime privilegiate, non in ragione della loro santificazione che è propria della grazia abituale, ma in vista delle necessità sociali della Chiesa, in un determinato momento storico. La contemplazione non è più il raggio di luce che fa sentire ciò che è necessario per l'eterna salute per­sonale, ma è la illuminazione che permette di vedere e dire ciò che è necessario per la salute delle anime: è un dono carismatico che eleva certe anime alla par­tecipazione dello "spirito di profezia". Il profeta è portavoce di Dio, un altoparlante nella via dove passa affaticata e oppressa la carovana uma­na in viaggio verso la morte: il lieto Messaggio d’amore annunzia la vita che non tramonta, da parte di Dio che, buono per essenza, è pieno d'amore per gli uo­mini. Già san Paolo lo aveva gridato al decadente mondo pagano: "Anche noi un tempo eravamo insensati, disob­bedienti, traviati, schiavi di ogni sorta di passio­ni e di piaceri vivendo nella malvagità e nel­l’invidia, degni di odio e odiandoci a vicenda. Quando però si sono manifestati la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uo­mini, egli ci ha salvati non in virtù di opere di giustizia da noi compiute, ma per sua misericor­dia mediante un lavacro di rigenerazione e di rinnovamento nello Spirito Santo, effuso da lui su di noi abbondantemente per mezzo di Gesù Cristo, salvatore nostro, perché giustiftcati dalla sua grazia diventassimo eredi, secondo la speran­za, della vita eterna"» (Tt 3,3-7). P. Pera, in questa terza parte della sua Prefa­zione, affronta il delicato argomento della credibilità del soggetto mistico sul quale deve pronunciarsi. Scrittura alla mano, secondo i criteri classici applicati in materia, egli non esita quindi ad assolvere suor Consolata da ogni sospetto, luogo comune, oppure obiezione del caso, in nome della più provata e indi­scutibile delle virtù convalidanti la verità: l’umiltà. E per quanto concerne il contenuto del Messaggio, glo­balmente considerato, l'«imprimatur» ne è costituito dal primato e dalla profezia di carità che esso rac­chiude e dischiude al tempo stesso come scrigno pre­zioso. Infatti, suor Consolata Betrone fu una mistica fa­vorita di locuzioni e visioni, delle quali ella puntual­mente riferì nel suo diario e in relazioni mensili al suo Direttore Spirituale, il P. Lorenzo Sales, dappri­ma scettico e diffidente, poi a sua volta ottimo divul­gatore dell'Opera del Signore, come il presente libro ben dimostra. D'altronde, « umile e grande, attiva e contemplativa, serena e tormentata, sofferente e piena di gioia, Consolata condusse una vita lineare, conci­liando in sé ogni cosa disparata e unificando tutto nell'ardente amore di Dio. A lungo ed intensamente tentata lei stessa, ebbe delicata comprensione per i peccatori, specialmente per le anime consacrate che avevano prevaricato, e per la loro conversione offriva a Dio ogni sua pena e dolore e finì per offrire la vita stessa»: sono parametri perfettamente in linea con il vaglio già operato dal P. Pera quelli qui delineati a distanza di decenni nella relazione che ne introduce la causa di beatificazione, e che ne confermano l'affida­bilità della sua testimonianza. Inoltre, vi si rileva una spiritualità di riparazione perfettamente in sintonia con quel desiderio di penitenza che animò gli inizi della vocazione della Betro­ne, con quell'«amore forte come la morte» che rese la sua passione per Dio «tenace come gli inferi» (Ct 8,6) e che le merita a pieno titolo, secondo l'accezio­ne più propria del termine, l'attributo di « serafica», in quanto veramente ella fu «una fiamma del Signo­re» (Ct 8,6). Suor Consolata ricevette, dunque, doni di partico­lare familiarità con Dio: per circa sei anni (1929-1935) ebbe locuzioni interiori, finché dal Natale 1935, quando iniziò un certo silenzio divino, godette di tan­to in tanto solo di suggerimenti spirituali, immagini o esperienze dell'anima in rapporto a Cristo, al Padre e alla Vergine Maria. La sua prudenza però, dettata da innata e profonda umiltà, non la indusse mai a fidarsi di queste percezioni, che sempre sottopose al Padre Spirituale, al suo discernimento e alla sua discreziona­lità sotto vincolo di obbedienza. Ancor meno si può affermare che questi favori celesti abbiano suscitato in suor Consolata stati di esaltazione. Al contrario, le creavano condizioni di maggiore necessità del Padre Spirituale ed accresciuta generosità nell'offrirsi a Dio in totale annientamento di sé. Le sue stesse parole l'attestano e aiutano direttamente a comprendere la veridicità della sua buona fede. Scrive al P. Sales il 24 settembre 1935: « Le faccio riavere d quaderno. Ab­bia la bontà di verificare gli ultimi giorni. È proprio Ge­sù che chiede? Vede, Padre, sento in me, direi Gesù che agisce continuamente, che mi, fa fare ciò che Lui vuole... e la pace la sento solo seguendolo in tutto docilmente. Ora, è propriò Gesù? Posso continuare ad andare avanti e lasciarlo fare e io fare ciò che Lui vuole così, semplice­mente così? Vede, mi sembra di averglielo detto che non leggo libri… Mi sembra che la mia volontà non la faccio mai». Premessa la prudenza, spiccano pure la garanzia di un intelletto non condizionato da altra lettura che la Sacra Scrittura e il desiderio palese di agire soltan­to secondo verità. Quindi, la vita mistica di suor Consolata si incentrerà tutta nella fedeltà a non per­dere un atto d'amore e nella sottomissione totale alla volontà di Dio espressa o confermata attraverso il Pa­dre Spirituale, con sorprendente rigorosità, come ma­nifesta in una lettera del 5 dicembre 1935: « Le prometto una volta per sempre, di obbedire ma sempre e a tutto. Voglio gareggiare con Gesù nell'obbedienza… e quindi mi basterà sempre ogni suo minimo cenno per fa­re o lasciare qualunque cosa! Vede, io sento l'estrema mia debolezza, ho paura anche di ciò che sento in me, e quindi non sa d riposo che trovo nell'obbedire, il bisogno che ho di obbedire, la cieca fducia che ho nell'obbedire Vede, scrivo tutto ciò che Gesù mi dice, sì, ma la fidu­cia dell'anima riposa solo quando Lei approva, o nella Sua parola, o nei Suoi scritti ». Va detto che né biso­gno di consolazione spirituale, né compensazione psicoaffettiva, né ricerca di guida umana indussero la Cappuccina di Torino alla scelta di un Direttore Spi­rituale e, questi, nella persona poi del cugino P. Sa les. Ammette una indicazione ricevuta dall'«Alto», ma il motivo fondamentale che infine adduce è: « il bisogno di una mano ferma» (20 giugno 1934), perché per il resto, alla sua anima, come ella stessa dice: « Gesù solo basta, Egli è tutto per me » (15 febbraio 1935). La dimensione mistica di suor Consolata si carat­terizzò, quindi, in prove spirituali e nella sofferenza anelata, vissuta e persino abbracciata eroicamente con gioia per amore, cosa possibile unicamente con l'aiuto di Dio. Ed è qui che la sua esperienza mistica ha co­me un tmpennata nell'accentuarsi massimo della notte oscura e dell'olocausto per amore, in quanto l'intensi­ficarsi del cammino d'amore comporta anche l'intensi­ficarsi del dolore. Con estrema lucidità, dell'una, sfo­ciata nel farle sperimentare la ribellione propria del­l'inferno, dirà il 6 aprile 1943, scrivendo al Padre Spi­rituale: « Questa sofferenza, che prende tutto il mio esse­re, che lo farebbe gridare per il dolore e trovare forse un po' di sollievo in uno scoppio di pianto, non riesco a descriverla… Eì questa rivolta verso Dio che mi fa soffrire... e nella preghiera non posso trovare conforto, perché tutto ora mi sembra illusione, derisione, insulto». Dell'altra, che la condurrà alla vetta desiderata del martirio d'a­more con Cristo, nell'ultima lettera dal Sanatorio il 4 marzo 1946, consumata dal male e a pochi mesi dalla fine della sua esistenza terrena, lascierà testimoniato al P. Sales: « L'atto d'amore va, mi sembra, bene. Cerco, con le mie povere forze, di non perderne uno. Al resto pensa il Signore. Il mio compito è solo d'amare, raggiun­gendo questa vetta. La febbre è sempre dai 39,-40 ».

 

4. La «via» della confidenza

«Questo il messaggio gioioso d'amore nella prima­vera divina della vita cristiana e avrebbe dovuto sem­pre risuonare nel cuore per suscitarvi sempre nuove armonie di pensiero e d'azione: "Dio ama gli uomini". La storia però ci fa conoscere i fatti che determi­narono un abbuiamento degli spiriti; molti sono i no­mi di questi fatti, ma sono sempre gli stessi: l'errore e il vizio. Si è ripetuto nella storia europea, quello che san Paolo deplorava nel mondo antico: "...pur conoscendo Dio, non gli hanno dato glo­ria né gli hanno reso grazie come a Dio, ma hanno vaneggiato nei loro ragionamenti e si è ottenebrata la loro mente ottusa" (Rm 1,21). E quando è buio nel cuore, la vita nella quale più non filtra la luce dall'alto, si volge nel basso e trionfano gli istinti dell'animale non più ragionevole: "estra­nei ai patti della promessa", gli uomini sono "senza speranza e senza Dio in questo mondo" (Rm 2,12). il valore di questo Messaggio d'amore trasmesso al mondo da suor Consolata ha una sua propria attuali­tà, proprio per questo senso di speranza che lo rende così confortevole: balsamo salutare sulle ferite dei cuori doloranti che, spezzati dal dolore, si dibattono nelle convulsioni della disperazione. Mi pare che, sotto questo aspetto, tale Messaggio abbia un valore universale: sembra indirizzarsi ad ani­me elette e privilegiate; in realtà, la dottrina che esso racchiude si rivolge a tutti perché, toccando le sorgen­ti stesse della vita cristiana nelle sue virtù di fede, speranza, amore, indica la via più sicura ed efficace dell'umana restaurazione. Sotto un altro aspetto, questo Messaggio d'amore, richiamando le anime cristiane alla linea classica della perfezione nel suo normale sviluppo, è come un eva­sione da tutto ciò che inselvatichisce o ingrossa lo spirito senza nulla abbandonare di ciò che realmente ed efficacemente Io perfeziona. L'esposizione organicamente armoniosa dà al Mes­saggio una soave chiarezza e un'affascinante attrattiva, che ne rende la lettura edificante, cioè costruttiva. La sintesi spirituale di suor Consolata è viva ed operosa. Certo, noi non possiamo prevenire il giudizio della Chiesa e, per questo, ci rimettiamo a lei per la valu­tazione definitiva tanto del Messaggio, quanto di quel che umilmente ne diciamo e modestamente proponia­mo. E in questo senso, non andiamo oltre nel giudi­care del suo valore. Per quanto ci risulta dagli studi fatti, dalle espe­rienze delle anime e da ciò che personalmente ci èstato dato di sperimentare, la dottrina di vita, dalla quale sboccia questo Messaggio, rimane l'inesauribile sorgente deila vera perfezione e la causa inesauribil­mente feconda della nostra restaurazione. E del Messaggio di suor Consolata si può ripetere quello che la liturgia medievale, ispirandosi alla visio­ne di Ezechiele (cf Ez 42,1-2), canta del messaggio di san Domenico: "Questa è quella piccola sorgente che cresce in grandissimo fiume e fecondatore mirabde al mondo elargisce bevanda eccellente". Al cuore dell'uomo assetato di felicità, Gesù Cri­sto rivolge ancora le parole vibranti d'amore del suo invito: "Chi ha sete venga a me e beva. Chi crede in me, come dice la Scrittura, fiumi di acqua viva sgorghe­ranno dal suo seno" (Gv 7,37-38). Questa lezione antichissima delle parole divine conforta i martiri della Chiesa primitiva e rimane an­che per noi efficace invito ad avvicinare il nostro cuo­re al Cuore di Lui, perché ne beva ramore vivificante ». La Prefazione del Padre Ceslao Pera termina qui, con queste luminose parole di speranza, lanciate in una nuova primavera di vita cristiana che tirnidamen­te dà segnali di ripresa e sboccia con sorpresa e me­raviglia al sole della «buona novella»: «Dio ama gli uomini». L'attualità dell'intero Messaggio dato al mon­do per mezzo di suor Consolata sta in sintesi tutto in questa sola risposta alla sete dell'uomo: sete di spirito e di vita, sete di verità e di eternità, sete di serenità e di felicità. In ultimo, sete di Dio. C'è una via indicata per giungere a bere l'infinito divino della vita che regge l'esistenza, per dissetarsi in Colui che è Amore e che di Sé dice: « Io sono la via, la verita e la vita » (Gv 14,6). Questa via indicata ed eroicamente vissuta da suor Consolata è la confidenza, che altro non è se non l'essenza della professione di fede nella mente, nel cuore, nelle azioni ed in ogni facoltà creaturale. Essa si ricapitola in un'unica espressione: credo, equivalente a: « Ti amo, Signore, mia forza… mia potente salvezza» (Sal 17,2-3). Sarà, infatti, quest'atto di assoluta fede che sulla vetta del dolore donerà alla Cappuccina di Torino la preghiera distillata nell'amore, la contemplazione pura, la perfezione dell'abbandono. Vita teologale, dimensio­ne ecclesiale aperta ad abbracciare tutte le anime ed offerta di sé incondizionata e rinnovata sono « raccon­tate » in una sola frase della Betrone rivolta al Signo­re e confidata al Padre Spirituale nella lettera del 31 gennaio 1945: « Ti ho creduto, Ti credo e voglio creder­Ti sino alla fine ». Che cosa significhi in concreto questo atto di fi­ducia in Dio nella perfetta carità spirituale, suor Con­solata lo spiega in uno scritto del 4 agosto 1945, dove afferma: « Fino a quel momento avevo fatto... l'abban­dono per tutto ciò che era materiale, ora compresi che dovevo farne l'appoggio per tutto ciò che si riferiva all'a­nima... compresi allora la perfezione dell'abbandono». E l'apice della sua vocazione, la pienezza della sua realizzazione nel Cuore di Colui che tre secoli prima già aveva rivelato a santa Margherita Maria Alacoque (1647-1690): «il mio divin Cuore è così appassionato d'amore per gli uonuni... che non può più contenere in se stesso le fiamme dell'ardente carità. Si manife­sterà così agli uomini per arricchirli dei suoi preziosi tesori che io ti faccio vedere, e che contengono le grazie santificanti e salutari necessarie per sottrarli all'abisso di perdizione ... (E scoprendomi il suo divin Cuore): Ecco il Cuore che ha tanto amato gli uomini, che non ha risparmiato nulla fino a esaurirsi e a con­sumarsi, per testimoniare loro il suo amore; e per ri­conoscenza ricevo dalla maggior parte ingratitudine a causa delle irriverenze e dei sacrilegi e a causa della freddezza e del disprezzo che hanno per me in que­sto sacramento di amore». Ed è dunque svelato pu­re l'altro mistero della medesima verità: « Dio ha sete della nostra sete » Santa Teresa del Bambin Gesù rispose all'appello divino quando ebbe l'illuminazione di grazia sulla sua missione, che ella espresse nelle famose parole: « Nel cuore della Chiesa, mia Madre, sarò l'Amore! ... Così sarò tutto .. Così il mio sogno sarà realizzato», sogno di amare Dio intensissimamente e sogno di por­targli tutte le anime. A lei farà eco suor Consolata quando finalmente le apparirà chiara la sua propria missione, come fissa nella lettera indirizzata al P. Sa­les il 1° venerdì dell'agosto 1943: «La sera del 29 (lu­glio) durante la Via Crucis compresi questo: In gremho alla Santa Madre Chiesa devo essere la confidenza. Ma che cosa potevo ora dimostrare questa confidenza? Ri­cordando le vette bramate e constatando che in fatto di virtù sono sempre a zero, feci il proposito da quell'istante di porre a base delle vette questa confidenza e contando unicamente sull’Onnipotenza divina, di credere, credere fermamente che raggiungerò cio che bramo: amerò cioè Gesù e la Madonna come nessuno li ha amati o amerà mai e salverò anime come nessuno ne ha salvate o salve­rà mai Da quell'istante non volli più ammettere dubbio in proposito, ma solo credere, fermamente credere di rag­giungere tutto con la confidenza che poggia sul mio mise­rabde nulla e sull'Onnipotenza divina». Nel misterioso legame da Dio stabilito tra i do­ni e i carismi che nel suo imperscrutabile disegno ha elargito ad anime elette per condurre avanti la Storia della Salvezza nel tempo della Chiesa, è in­negabile che tra la Carmelitana di Lisieux e la Cappuccina di Torino ne abbia Posto uno impre­scindibile, vitale e continuativo per il suo progetto. Infatti, la chiamata della Betrone prende avvio dalla lettura di Storia di un'anima, poi si sviluppa impre­vedibilmente sul cardine dell'impetrare salvezza e misericordia per l'universalità delle anime, portando a maturazione il seme del carisma apostolico e dell'intuizione che fece della misericordia divina il Ma­gnificat di santa Teresina, ed infine anche sul piano personale offre spontaneo il medesimo frutto nella percezione della propria missione ecclesiale per ogni tempo. L'una, nel cuore della Chiesa, si defini­sce l'amore; l'altra, nel grembo, ne aspira ad essere la confidenza. Il cuore e il grembo sono della stessa Madre, la Chiesa, e richiamano i sentimenti e la vi­ta, la fedeltà e la fecondità, la verginità della sposa e la verginità della madre. L'integrazione è perfet­ta. Allo stesso modo si collocano in logica succes­sione di crescita l'amore e la confidenza, perché proprio quest'ultima è la perfezione e la verità pie­na del primo, e non senza perdere di vista la di­chiarazione d'amore dello Sposo divino manifestata a santa Margherita Maria Alacoque come una di­chiarazione d'amore alla Chiesa-umanità. Un'altra connessione va allora obbligatoriamente ricordata, quella del fine fecondo di tale amore nel­la confidenza: la Misericordia divina elargita univer­salmente a chiunque l'invochi. Il principio teologico è incluso esso pure nell'intuizione spirituale che ha meritato a santa Teresina il titolo di Dottore della Chiesa, perché « la giustizia divina che punisce il peccato esiste realmente. Il magistero lo insegna esplicitamente. E di fronte a questa giustizia biso­gna tremare come ha veramente trepidato santa Te­resa di Gesù Bambino. Ma essa ha capito il cuore di Dio; perciò il suo timore non le impedisce di lanciarsi a vele spiegate sulle onde della confidenza e della misericordia... In una lettera indirizzata il 17 settembre 1896 a suor Maria del Sacro Cuore, dopo aver affermato che solo la fiducia porta all'a­more, mentre il timore conduce alla giustizia, santa Teresa sente il bisogno di aggiungere in nota che intende qui parlare della "giustizia severa quale si rappresenta ai peccatori'' e non della ''giustizia che Gesù avrà per coloro che l'amano"… giustizia rive­stita di amore. L'originalità di santa Teresa sta pro­prio nell'aver percepito quanto la giustizia divina per i peccatori pentiti sia pura misericordia » e «unisce perfettamente le esigenze della giustizia con la misericordia». Infatti, « Dio perdona tutto e dona tutto, senza chiedere nulla in cambio eccetto la povertà di spirito », per cui « amiamo la nostra piccolezza, desideriamo di non sentire nulla. E’ la fiducia, e nient'altro che la fiducia che deve con­durci all'Amore », perché Gesù «vuole darci gratui­tamente il suo Cielo». Poco più di trent'anni dopo incontriamo nell'e­redità spirituale di questa verità la via della confi­denza di suor Consolata Betrone e quella analoga di suor Faustina Kowalska, alla quale il Signore rivela: « Il Mio Cuore è stracolmo di tanta Misericordia per le anime e soprattutto per i poveri peccatori. Oh! se riuscissero a capire che Io sono per loro il migliore dei Padri... Non trovo il completo abban­dono al Mio amore. Tante riserve! Tanta diffiden­za! Tanta cautela!... Scrivi questo per le anime af­flitte: quando l'anima vede e riconosce la gravità dei suoi peccati, quando si svela ai suoi occhi tutto l'abisso di miseria in cui è precipitata, non si di­speri, ma si getti con fiducia nelle braccia della Mia Misericordia, come un bambino fra le braccia della madre teneramente amata ». L'alfa e l'omega del messaggio, che un unica storia di santità sembra voler trasmettere e rendere vitale per i tempi presenti, si congiungono: il cerchio si chiude nell'anelito universale e nelle profondità di Co­lui che « è fuoco divoratore, un Dio geloso » (Dt 4,24). Al vertice sommo della Fede, della Speranza e della Carità, suor Consolata ha elevato ella pure il proprio Magnificat all'Altissimo che ancora una volta, per sola Misericordia, affidandole il Messaggio d'amore, « ha guardato all'umiltà della sua serva » e « ha spie­gato la potenza del suo braccio » (Lc 1,48.49), poiché « il Suo sguardo si volge sull'umile e su chi ha lo spi­rito contrito, e su chi teme la Sua parola » (cf Is 66,2). La supplica: Gesù, Maria vi amo, salvate anime diviene pertanto, in grembo alla Chiesa, per la confi­denza della piccolissima anima della Cappuccina di Torino, «calice della salvezza alzato per i molti» (cf Sal 116,13).

 

5. L'«umile fatica» del Padre Lorenzo Sales

«Favorita da Dio di grandi doni, suor Consolata passò tuttavia inosservata nella sua piccola Comunità; non solo, ma gli stessi doni divini nulla mai tolsero allo sforzo della creatura protesa verso la vetta della santità. Ogni passo nella via della perfezione le costò violenza: e ciò sempre, fino all'ultimo della sua vita, in lotta serrata contro i difetti che non le mancarono, come non le mancarono tentazioni, talora violentissi­me, un po' contro tutte le virtù. Sua caratteristica fu la generosità, la tenacità, l'ardore di combattente. Nel­la dedizione di sé a Dio e al prossimo non conobbe misure o riserve. Come già santa Teresina, di cui è gloriosa conqui­sta, suoi Consolata ricevette da Dio una particolare missione e vocazione. La sua missione (per il compimento della quale, dietro richiesta divina, si offrì vittima) è in favore di quelli e di quelle che ella amava chiamare i suoi Fra­telli e le sue Sorelle: le anime sacerdotali e religiose che hanno prevaricato. La sua vocazione particolare fu quella dell'amore: integrare, a così dire, la dottrina di santa Teresina sulla piccola via d'amore, dandole una forma concreta, pratica, accessibile a tutte le anime che vi si sentono chiamate. Tale dottrina o via d'amore può racchiuder­si nei seguenti tre punti, che formano il substrato de­gli insegnamenti di Gesù a suor Consolata: 1. Un atto incessante d'amore (col cuore). 2. Un "sì' a tutti, col sorriso, vedendo e trattando Gesù in tutti. 3. Un "sì" a tutto (a tutte le divine richieste) col ringraziamento. I quali tre punti troviamo compendiati in quest'altra formula: Non perdere un atto d'amore, un atto di carità, un sacrificio da una Comunione all'altra. Si tratta, dunque, di un vero programma di vita spirituale, in cui sono campendiati i doveri dell'anima verso Dio, verso il prossimo e verso se stessa. Osser­vando tuttavia (sempre secondo gli insegnamenti divi­ni) che la fedeltà al "sì" a tutti e al "sì" a tutto viene facilitata dalla fedeltà all'incessante atto d'amore, che costituisce perciò la ragion d'essere della nuova manifestazione misericordiosa del Cuore di Gesù. In questo opuscolo tratteremo esclusivamente del­l'incessante atto d'amore. Quale la nostra parte m questo lavoro? Quella di semplice compilatore: coordinare la materia secondo un nesso logico, corrispondente allo scopo prefissoci. Di nostro vi abbiamo aggiunto pochissimo, il puro necessario per collegare i diversi punti con qualche breve rifiessione o dilucidazione, là dove esse ci par­vero necessarie o di utilità al lettore. Lo stile è quello che è: piano e popolare. Non sa­premmo fare di più e neppure, potendolo, l'avremmo fatto per non intralciare i disegni di Dio nel divulga­mento di questa dottrina. Crediamo anzi che Gesù abbia scelto per tale compito lo strumento meno adatto, onde meglio apparisse che chi ha fatto e fa tutto, è Lui; e perché la dottrina dell'uomo, per lo più astrusa, non avesse a soverchiare la Sua, sempre così semplice e chiara, di cui ogni parola è luce, veri­tà e vita. L'opuscolo, o meglio la dottrina in esso contenuta, è per tutte le anime? A parer nostro bisogna distin­guere ciò che è la vita d'amore in genere, da ciò che è la pratica della vita d'amore secondo un determina­to metodo. Nel primo caso, queste pagine sono in­dubbiamente per tutti, essendo per tutti il grande co­mandamento dell'amore di Dio; le divine lezioni, ivi contenute, altro non sono, in sostanza, che un insi­stente richiamo all'osservanza di detto comandamento: di cui fa parte non solo l'amore, ma la perfezione dell'amore. Per quello invece che riguarda la pratica della vita d'amore secondo il metodo insegnato da Gesù a suor Consolata, la cosa cambia. Qui le divine lezioni (benché sotto alcuni aspetti utilissime a tutti) sono eviden­temente rivolte a un numero piuttosto ristretto di ani­me: a quelle cioè - Religiose o no - che, favorite di una particolare vocazione d'amore e quindi dell'at­trattiva alla vita d'amore, desiderano viverla in tutta la sua perfezione. Comunque, una cosa ci pare certa: che nulla vi si contiene che possa in alcun modo interferire nello spirito proprio di ciascuna Congregazione Religiosa, sia essa di vita contemplativa o attiva; al contrario, potra molto giovare a mantenerlo in vigore o a farlo rifiorire, col portare le anime al perfetto esercizio del­l'amore verso Dio, della carità vicendevole e della mortificazione cristiana: che sono i tre essenziali re­quisiti della vita e perfezione religiosa. Tutto ciò a prescindere dalle promesse divine che incontreremo. Gesù vuole la rinnovazione spirituale del mondo, ma la vuole attraverso una ripresa più vigorosa di vita so­prannaturale nelle anime e, in primo luogo, nelle ani­me a Lui consacrate. Sarà il lievito divino, che farà fermentare la massa. Al Cuore Sacratissimo di Gesù, per mezzo del Cuore Immacolato di Maria, affidiamo l'umile fatica, pregandoLo di volerla benedire, per l'avvento del suo regno d'amore nel mondo». E così, infine, scrive il P. Lorenzo Sales, autore «redattore e compilatore» del testo che ripresentia­mo al lettore del secolo XXI con i debiti aggiorna­menti linguistici e di corredo critico. «Missionario di fuoco», come lo definì una felice biografia, la sua vita fu destinata a cambiare allorché, dopo aver predi­cato un corso di Esercizi Spirituali alle Clarisse Cap­puccine di Borgo Po di Torino, ne divenne confesso­re ordinario. Qui, nel 1934, incontrerà suor Maria Consolata Betrone della quale, dopo alcune reticenze, accette­rà di essere Direttore Spirituale. Non solo, poco al­la volta assorbirà e vivrà della sua spiritualità anzi, come disse il P. Vittorio Merlo Pich, «diventerà egli stesso un piccolissimo destinato da Gesù a spie­gare al mondo questo messaggio». Tutto ciò fa di lui sia un testimone privilegiato della vita e del messaggio di suor Consolata, sia, specialmente, un prezioso ed insostituibile interprete e diffusore del­l'Opera del Signore. Il libro Il Cuore di Gesù al mondo è pronto già nel 1948, appena due anni dopo la morte della Be­trone, e consta di 320 pagine intente a presentare significati spirituali e teologici dell'atto di amore contenuto nel Messaggio dato da Gesù, e ampiamen­te riportatovi, alla Cappuccina di Torino. In pochi mesi la prima edizione di 5000 copie era esaurita. Nel 1952 la quinta edizione raggiungeva le 100.000 copie e veniva tradotta pure in francese, spagnolo, olandese, cinese e giapponese. Fino al 1983 le ri­stampe continuano con oltre mezzo milione di co­pie. L'ultima edizione del 1989 fu a cura del « Gruppo di Preghiera Madre del Divino Amore» di Milano. Di Padre Sales è stato detto che viveva quello che scriveva, fino ad essere considerato, dopo la morte, un «profeta del perdono del Signore, l'uo­mo della misericordia, della speranza e dell'amo­re ». Grazie a questa che egli definì « umile fati­ca », continua ad esserlo. Come suor Consolata, tramite il Messaggio e la sua intercessione dal Cielo, ancora porta anime al Signore, così Padre Lorenzo continua ad essere « un missionario di fuoco » tramite uno scritto che lo vede araldo ardente della misericordia divina nella quale attirare le anime e, dunque, senza dubbio, efficace collaboratore della Nuova Evangelizzazione. Questa, infatti, il magiste­ro del Pontificato di Giovanni Paolo Il ha inteso destare in Cristo Redentore dell'uomo e stimolare nello Spirito Santo che è Signore e dà la vita, affin­ché l'uomo contemporaneo riscopra la « Buona No­vella » del Padre, ricco di misericordia, nelle cui braccia ritornare. Scrive il Papa: « Un'esigenza di non minore Im­portanza, in questi tempi critici e non facili, mi spin­ge a scoprire nello stesso Cristo ancora una volta il volto del Padre che è "misericordioso e Dio di ogni consolazione" (2 Cor 1,3)», in quanto « l'uomo e la sua vocazione suprema si svelano in Cristo mediante la rivelazione del mistero del Padre e del suo amore. E per questo che conviene ora volgerci a quel miste­ro: lo suggeriscono molteplici esperienze della Chiesa e dell'uomo contemporaneo; lo esigono anche le invo­cazioni di tanti cuori umani, le loro sofferenze e spe­ranze, le loro angosce ed attese ... Oggi desidero dire che l'apertura verso Cristo, che come Redentore del mondo rivela pienamente l'uomo all'uomo stesso, non può compiersi altrimenti che attraverso un sempre più maturo riferimento al Padre e al suo amore ». Ed è quanto, ancora, vuol dire « il Cuore di Gesù al mondo ».

 

TRATTI BIOGRAFICI DEL PADRE LORENZO SALES

Padre Lorenzo Sales nacque a Sommariva Bosco (Cuneo) il 13 aprile 1889 in una numerosa famiglia piemontese, in cui ricevette solida educazione umana e cristiana. Attratto poi dall'immagine della Vergine Consolata, sentì il desiderio di essere missionario. Nel 1907, a Torino, viene accolto nell'Istituto Missioni Consolata da poco fondato, per formare e consolidare la propria vocazione. Avrà come guida lo stesso Fon­datore dell'Istituto, il Beato Giuseppe Allamano. il 23 dicembre 1911, con sua grande gioia e tra la soddi­sfazione della giovane comunità, il Sales fu consacrato sacerdote del Card. A. Richelmy. il Venerato Fonda­tore, ringraziando il Signore per quel dono, ebbe allora a dire di Padre Lorenzo: « E a me carissimo! ». Nel 1914 Padre Sales parte per la missione in Kenya, ma nel 1920 già viene richiamato a Torino per assu­mere la direzione e la redazione della rivista ufficiale dell'Istituto: La Consolata. il suo zelo apostolico e le sue doti oratorie lo im­pegnano nell'animazione missionaria per l'Istituto in tutta Italia e come animatore delle Pontificie Opere Missionarie. Inoltre, rappresenta l'Istituto al Consiglio dell'Unione Missionaria del Clero a Roma. Sono molti i missionari e le missionarie che devono la loro voca­zione ad un incontro, consiglio o conferenza di P. Sa­les. Nel 1922 è Segretario del primo Capitolo genera­le dell'Istituto e viene eletto Segretario generale della Congregazione. Dopo la morte del Fondatore, gli è assegnato il compito di scriverne la biografia e, più tardi, di ordinarne gli insegnamenti. Per i nuovi im­pegni abbandona il grande pubblico, ma tiene corsi di predicazione nei monasteri e nelle case religiose. Nello svolgimento di questo ministero incontra la cap­puccina suor Consolata Betrone. Nel 1948 P. Sales si ritira presso le Suore Missionarie della Consolata a S. Mauro Torinese, dove trascorrerà gli ultimi 24 anni in vita quasi eremitica, dedito per lo più al ministero delle confessioni. Qui si spegne il 25 febbraio 1972 in concetto di santità. Fu un missionario di fuoco, ar­dente di amore di Dio, capace di contagiare gli altri dello stesso slancio nello spirito di preghiera e nell'os­servanza religiosa: fu straordinario nell'ordinario.

 

QUADRO CRONOLOGICO DELLA VITA DI SUOR CONSOLATA

(Pierina Betrone)

903. 6 aprile. Nasce in Saluzzo (CN) Pierina Betro­ne da Pietro e da Giuseppina Nirino, sposata in seconde nozze. Dalla prima moglie Giovan­na Viano, Pietro ebbe 18 figli, e dalla seconda ne ebbe 6. Pierina è la secondogenita di questa ulteriore nidiata. 8 aprile. Battesimo. 1904 Trasferimento della famiglia Betrone a Torino, dove gestisce una panetteria. 1909. Nuovo trasferimento della famiglia ad Airasca per aprirvi una panetteria con annessa trattoria, che sarà gestita fino al successivo trasloco del 26-2-1917 a Torino. s.d. Prima Comunione. s .d. Cresima. 1916. s.d. Per le vie di Airasca (TO), dove ora risie­de la famiglia, le sale alle labbra, con un'inten­sità mai conosciuta prima, una giaculatoria: “ Mio Dio, Ti amo!”. E’ la prima chiamata del­l'« Amore Eterno » che l'ha scelta e destinata ad una missione particolare. 8 dicembre. In una Comunione generale delle Figlie di Maria, sente per la prima volta nel suo cuore Gesù che le dice: « Vuoi essere tutta mia? », rispose: « Gesù, sì ». 1917. 26 febbraio. La famiglia Betrone trasloca a To­rino dove rileva un avviatissimo negozio di pa­ste alimentari e granaglie. 1924. s.d. Legge la biografia di santa Teresa del Bambino Gesù. Rimane colpita dalla frase: « Gesù! Vorrei amarlo, tanto amarlo, come nes­suno lo ha amato mai! ». 1925. 1° novembre-26 gennaio. Contrasto con i familìa­ti per la sua vocazione religiosa: Pierina « non si nutrì che di lacrime ». 26 gennaio. Entra tre le « Figlie di Maria Ausi­liatrice » di Don Bosco. 5 agosto. Vestizione religiosa. Inizia il noviziato a Pessione (TO). 28 dicembre. Torna a Casa Madre. La sua vo­cazione salesiana è in crisi. 1926. 17 aprile. Esce dall'Istituto e torna a casa in via S. Massimo a Torino. 1927. s.d. Scriverà poi: « Non avevo ancora 25 anni perciò andai a "battere" (= bussare) ai conventi di penitenza». Entra allora tra le Taidine del Cottolengo. 1928. 19 agosto. Passa nella famiglia di santa Marta. E di nuovo in crisi. 26 agosto. Esce dalla « Piccola Casa» col ram­marico dei superiori. 1929. 17 aprile. Entra nel monastero di Borgo Po a Torino. Scriverà poi, tuttavia: « Nulla mi attira tra le Cappuccine». 8 maggio. Riceve due grazie dalla Madonna di Pompei e da santa Teresa del Bambino Gesù: quella di essere liberata dagli scrupoli e quella di sentire nuovamente un ardente desiderio di perfezione. È l'inizio della sua vita mistica. 1929-1939 Cuoca, portinaia, ciabattina al Monastero delle Cappuccine di Borgo Po in Torino. 1930. 2 frbbraio. Capitolo di accettazione alla Vesti­zione religiosa di suor Consolata Betrone. 28 febbraio. Vestizione religiosa. 1931. 6 aprile. Voti temporanei. 1934. 11 febbraio. Capitolo di accettazione alla Pro­fessione Solenne di Consolata Betrone. 29 marzo. Giovedì Santo. Durante il ritiro che precede la sua Professione Solenne, suor Consolata riceve dalla « Voce » un preciso invito a « offrirsi vittima per i suoi "Fratelli e Sorelle" ed ella aderisce con slancio ». 31 marzo. Sabato Santo. Suor Consolata aggiun­ge: « Accetto tutto il dolore che al Padre pia­cerà di inviarmi... per tuo amore [Gesù], per provarti che ti amo... e per salvarti anime... E l'inizio della sua « missione ». 8 aprile. Professione Solenne. 17 agosto. Gesù preannuncia 1'« Opera delle Pic­colissime ». 1935. giugno. Gesù le suggerisce il voto dell’incessante atto d'amore. 1936. luglio. Nasce l'« Opera delle Piccolissime » già annunciata da Gesù il 17 agosto 1934. Da que­sto momento in poi la cronologia si fa più af­follata. Le date si susseguono ravvicinate e ri­cordano, citandoli, pensieri, propositi, locuzioni con la « Voce ». 1938. 31 maggio. Apertura del Monastero di Moriondo. 1939. 22 luglio. Suor Consolata si trasferisce a Mo­riondo. 1939-1945. Cuoca, portinaia, ciabattina, segretaria, in­fermiera al Monastero delle Cappuccine di Mo­riondo Moncalieri. 1940. 10 giugno. L'Italia entra in guerra a fianco della Germania. 1940-1945. L'ascetica dell'appetito. L'apostolato della fame. Suor Consolata si priva del già scarso ci­bo, specialmente del pane, a favore delle Con­sorelle più bisognose. 1941. 21 agosto. Decreto della Curia Arcivescovile di Torino per l'istituzione in perpetuo a Morion­do della giornata dell'adorazione il 1° Venerdì del mese, caldeggiata da suor Consolata. 1942. gennaio. Suor Consolata sente già il venir meno delle forze. Dicembre. Da Torino bombardata sfollano a Moriondo le Consorelle Cappuccine di Borgo Po e San Vito. La Comunità si adopera con sacrifici e rinunce per accogliere il meglio pos­sibile. Consolata moltiplica i suoi già gravosi impegni. 1943. 19 aprde. Accompagna il medico da una sorella inferma. il dottore che sommariamente visita anche lei, dice: «Questa suora ha un cuore che soffia, soffia... « Tutto il 1943 passò… nel sacrificio diurno e notturno, in una continua sofferenza fisica. Né il nuovo anno poteva recarle alcuna possibilità di miglioramento », scrive Padre Sales. 1944. febbraio. Prime avvisaglie dell'ultima malattia. Per far piacere alla Madre si sottopone ad una nuova visita medica. Dice il medico: « Questa Suora non ha mali, è distrutta!». 26 novembre. Suor Consolata dice: « La Madre (Badessa) stamane era impressionata perché Consolata non è solo pallida, ma trasparente». 1945. febbraio. La salute va peggiorando: « Si fece di tutto per curarla, ma il Signore intervenne: non fu possibile trovare ciò che le avrebbe fatto be­ne », scrive P. Sales. 22 luglio. Rinnova, con i suoi voti privati di con­fidenza e di vittima, anche quello di abbandono. 4 novembre. Dopo visite mediche e radiografie si decide per il sanatorio. Parte per Lanzo Torine­se. I medici riscontrano subito l'impossibilità di curarla con pneuma toracico per le molte ade­renze, l'impossibilità dell'intervento per rimuo­verle a causa dell'alta febbre (39°-40° e più). 16 novembre. Viene trasferita al sanatorio « San Luigi» di Torino. 1946. 3 luglio. Ritorna al monastero di Moriondo 9 luglio. Ha una crisi assai grave, si teme di perderla. Le è amministrata l'Estrema Unzione. Nel pomeriggio le viene portato in forma solen­ne il Santo Viatico. Riceve le commissioni per il Paradiso. 18 luglio. Ore 6 del mattino muore santamente. 20 luglio. Preceduta dalla Messa di suffragio ha luogo la sepoltura. Viene sotterrata nel Cimitero di Moncalieri. Sulla sua tomba una lastra mar­morea reca inciso il suo nome e il suo atto d'a­more: « Gesù, Maria, vi amo, salvate anime!». 1958. 17 aprile. Traslazione della salma dal cimitero di Moncalieri al Monastero di Moriondo. 1995. 8 febbraio. A Torino, apertura del Processo di Beatificazione. 1999. 23 aprile. Chiusura del Processo Informativo a Torino. Invio della Causa di Beatificazione a Roma.

 

 

 

Capitolo I

 

ALLA SEQUELA DI SANTA TERESINA

 

1. Suor Consolata e «Storia di un'anima»

La via dell'infanzia spirituale come insegnamento non è una novità, né viene dagli uomini: si trova nel Vangelo. Santa Teresina ebbe il merito di aver compreso, con una certa più geniale intuizione, questo punto particolare degli insegnamenti del Maestro divino e di averlo applicato all'insieme della vita spirituale, addi­tandone al mondo la pratica col suo esempio. Di questa vita spirituale, del suo valore per la san­tificazione delle anime e dell'apostolato e della sua aderenza alle necessità spirituali dei nostri tempi, già è stato detto e scritto: qualunque aggiunta da parte nostra, oltre che superflua, sarebbe temeraria. Ma as­sai più delle parole valgono i fatti a provarla. Chi può dire il numero di anime ricondotte a Dio dalla santa Carmelitana? O che si santificarono seguendo la sua piccola via d'amore? Suor Consolata è una di queste. Fu la lettura di Storia di un 'anima a conquistare Pierina quando, ragazza, era desiderosa di darsi a Dio, benché incerta ancora sulla via da percorrere. Scrive infatti nei suoi appunti autobiografici: « Un lunedì d'estate del 1924, una compagna, Gi­na Richetto, mi prega di tenerle un libro; sarebbe passata a riprenderlo. L'apro... è la Storia di un'ani­ma. Dopo cena salgo sull'ammezzato che dà sul nego­zio e lì, alla luce del lampione della strada, incomin­cio e proseguo a leggere la vita di santa Teresina. Una commozione nuova m'avvolge scorrendo quel­le pagine. Comprendo di essere appunto quell'anima debole che il Signore ha trovato: "Se per impossibile il Signore trovasse un'anima più debole della mia, ecc... " Ma ciò che irresistibilrnente mi attrae, è l'in­vito delle piccole anime, è il vivere d'amore, è quel "Gesù vorrei amarLo tanto, amarLo come nessuno Lo ha amato mai". E allora nella mia anima avviene qualcosa di soavemente dolce, di dolcemente forte. Con il viso fra le mani ascolto la divina chiamata e questa si fa sentire al cuore, pressante, urgente... Era la voce della grazia che, mentre stimolava Pie­rina a troncare ogni esitazione nei riguardi della voca­zione religiosa, indicava alla sua anima la via da per­correre: la piccola via d'amore. Che poi non si trat­tasse d'una semplice e passeggera impressione, ma di una profonda azione della grazia, ella ne avrà più tar­di esplicita conferma da Gesù stesso che le dirà (27 novembre 1935): Santa Teresina scrisse: « O Gesù, perché non mi è possibile dire a tutte le piccole anime quanto la tua condiscendenza è ineffabile?... Sento che se per assur­do tu trovassi un anima più debole, più piccola della mia, ti compiaceresti di colmarla di favori ancora più grandi, qualora si abbandonasse con fiducia completa alla tua misericordia infinita ». Ebbene, Io l’ho trovata l'anima debolissima, che si è abbandonata con piena fiducia alla mia misericordia infinita: sei tu, Consolata, e per te opererò meraviglie che sorpasseranno i tuoi stragrandi desideri. Suor Consolata è, dunque, una gloria di santa Teresina, perché da lei conquistata alla piccola via d'a­more: scelta da Dio a confermarne la dottrina e a ri­vestirla di forma concreta.

 

2. Uno stesso spirito

Suor Consolata ebbe doni straordinari, come visio­ni e locuzioni divine, ma a parte il fatto che anche nella vita di santa Teresina lo straordinario non man­ca, va osservato che si tratta di doni gratuiti che l'a­nima non può rifiutare, come pure non deve cercarli; le basta non esservi attaccata oltre il conveniente e dare ad essi il giusto valòre in ordine alla propria santificazione. Così fece suor Consolata: fino a che ne fu favorita, se ne senti profondamente indegna e umi­liata; quando poi ne fu privata, non si alterò e tanto meno indietreggiò di un pollice nell'eroica fedeltà alla grazia. Riscontriamo, invece, nella sua vita tutti i caratteri dell'infanzia d'amore. spirituale, primo e il più essenziale: la vita. Sarà bene riportare qui alcuni pensieri di santa Teresina al riguardo: « [Gesù] non ha affatto bisogno delle nostre opere, ma solamente del nostro amore... Ciò che [il cuore d'un bambino piccolo] chiede è Amore!.. Egli sa una cosa sola: amarti, o Gesù!... Le opere clamorose gli sono vietate: non può predicare il Vangelo, versare il suo sangue... Ma che importa? I suoi fratelli lavorano al posto suo e lui, piccolo bambino, si mette vicinissimo al trono del Re e della Regina, ama per i suoi fratelli che combattono... O mio Gesù, ti amo! Amo la Chiesa mia Madre, ricordo che il più piccolo moto di puro amore le è più utile che non tutte le altre opere messe insieme" » Ed ecco ora una pagina di suor Consolata: « Stamane (2 agosto 1935) mi sono domandata: perché mai alle piccole anime Tu, o Gesù, ti doni con tanta tenerezza e le circondi con tutte le tue cure e provvedi a tutti i più minuti particolari... perché? E la luce è entrata nella mia anima. Nel santo Vangelo, dopo le divine parole: Lasciate che i bambini vengano a Me e non glielo impedite, perché a chi è come loro, appartiene d regno di Dio (Mc 10,14), c'è una parola che mi rivela il tuo Cuore materno: E prendendoli tra le braccia e ponendo le mani sopra di loro, li benediceva (Mc 10,16). Non solamente li hai benedetti ma, la­sciato libero sfogo al tuo Cuore divino, li hai abbrac­ciati. Allora, in un quadro, vidi la grande famiglia uma­na: i figli maggiori che lavorano e guadagnano e, se bravi formano l'orgoglio dei genitori; e i più piccoli che fanno nulla, proprio nulla, ma amano e tengono la parte più considerevole nel cuore materno. Perché dimmi, o Gesù, quand'è che gode di più una mam­ma? Quando suo figlio la onora con il felice risultato dei suoi studi o che so io, oppure quando - piccolo - le appartiene totalmerte e può fasciarlo, sfasciarlo, stringerlo al cuore a piacimento, donargli tutte le te­nerezze?... Oh, la gioia che prova una mamma presso la culla del suo caro bimbo, nessuno potrà ridirla mai! Come nessuno potrà dire chi gode di più: se il bimbo a ricevere tante carezze o la madre nel prodi­garle. Per il pargolo suo i vestitini piu belli, le cose più delicate e se, per caso impossibile, quel bimbo ri­manesse sempre piccolo, la mamma continuerebbe a prodigargli cure e tenerezze senza stancarsi mai, per tutta la vita. Portando questo ragionamento nel campo spiritua­le, mi sembra una perfetta immagine di quel che Ge­sù fa con le piccole anime. Queste sono sue, esclusivamente sue e Lui, con tenerezza materna, prepara ad esse gli abiti più belli di virtù. E poiché, come i bambini, esse sono indifferenti, può vestirle di virtù o svestirle a piacimento, può stringerle al Cuore o la­sciarle in un angolo: esse rimangono felici ugualmente, purché possano amarlo, purché possano vivere Sotto il suo divino sorriso, purché possano offrirgli qualcosa per aiutarlo a salvare anime. La gioia più grande che si può gustare sulla terra è possedere Dio, ma Dio solo; allora si gode un paradiso anticipato. E le picco­le anime lo godono... » . Che poi, per piccole anime si debbano intendere non solo le anime innocenti, ma quelle che con l'amo­re vogliono riparare e riconquistare il tempo perduto, suor Consolata ci tiene a farlo sapere, mettendo se stessa nel numero di queste. « Come è buono Gesù e con quale tenerezza materna. Egli porta fra le sue braccia divine coloro che bramano conservarsi piccoli al suo cospetto! Come si piega verso di loro per appagarne tutti i desideri, per compierne tutte le volontà, anche se queste anime, ricche solo di desideri, hanno avuto la somma sventu­ra di offendere il Signore, come Consolata!... Oh, solo Gesù sa dimenticare tutto e anzi gode sovrabbondare in grazia, dove prima sovrabbondò la colpa ». Così infatti fu per suor Consolata e così sarà per tutte le anime, innocenti o peccatrici, che vorranno seguirla nella stessa via d'amore. Riporteremo ancora, a conferma di questo suo trasporto per la santa infan­zia spirituale, alcuni aneddoti di vita intima cappucci­na, dove aleggia lo spirito di san Francesco e nei quali si sente come la fragranza dei suoi Fioretti. « Un giorno venne in cella una probanda, per san­dali. Le feci osservare che, non abituata a portarli, per i primi giorni le avrebbero fatto male ai piedi. - No, Suora, noi a casa siamo poveri, poveri operai e portare sempre i sibret (pianelle) non potevo e allora d'inverno portavo sempre i sòccoli. - Queste parole me le disse con tanta espressione di convincente umil­tà, che ne fui commossa. Se fossi stata ricca, avrei messo ai suoi piedi tutti i sibret possibili E quando più tardi la vidi, come si usa da noi per la novena di san Francesco, chiedere alla porta del Coro l'elemosi­na di preghiere per ottenere la grazia di trarre profit­to dai santi esercizi, al suo tono umile, supplichevole e fiducioso, non potei trattenermi dal chinarmi verso di essa e dirle: - Sì, pregherò il Signore che la fac­cia una gran santa! - In quel giorno compresi per­ché il Cuore di Gesù si chinò con tanta misericordio­sa condiscendenza verso i piccoli, gli umili: è perché la nostra debolezza lo conquista; Lui non può resiste­re a tanta nostra miseria ed essendo ricco, dona tutti i sibret possibili! ». « Un pomeriggio sostai alcuni istanti presso l'orto e mi sedetti su d'una panca. I pulcini, credendomi la loro buona dispensiera, mi circondarono ben presto, prendendo d'assalto il mio grembo e poi s'allinearono tutti sull'orlo dello schienale della panca. Pensavo al Padre san Francesco e li lasciai fare indisturbati e poi sentii il bisogno d'imprestar loro il mio cuore, perché potessero anche loro amare, quanto lo bramo io... Uno di essi, essendomi rimasto in grembo, tentai ac­carezzarlo, ma s'impaurì e il suo cuoricino prese a battere forte forte. Volli calmarlo, perciò lo strinsi a me e lo tenni presso il mio cuore, finché fu tranquil­lo. Ci prendeva gusto, se ne stava queto, ma io lo la­sciai andare a raggiungere i compagni e ritornai in Coro ad adorare Gesù... Non pensavo più a questo fatto insignificante, ma la grazia me lo illustrò: se Consolata aveva avuto compassione di quel povero pulcino, solo perché spaurito, e aveva sentito il biso­gno di stringerselo al cuore per tranquillizzarlo, quan­to più il Cuore di Gesù, che è Cuore umano, sentiva compassione della povera anima mia, sentiva il biso­gno di stringermi al suo divin Cuore! E poiché al mattino avevo commesso una mancanza contro la ca­rità e quindi me ne ritenevo indegna, un altro pensie­ro confortò la mia mente: che merito aveva quel pul­cino, che io giungessi a stringermelo al cuore, ad ac­carezzarlo? Nessuno; la compassione m'aveva spinta semplicemente a ciò fare. Ebbene, la stessa compas­sione spingeva Gesù verso la povera anima mia...». «Qui, dalle Cappuccine, Gesù è veramente a no­stra disposizione e si vive presso il suo tabernacolo con una familiarità indescrivibile. Gesù deve goderne, perché quando nelle preghiere e devozioni particolari ci avviciniamo a Lui, Egli ci avvolge, ci fa sentire la sua divina presenza in modo tutto speciale, intimo, affettuoso... Non so, il portarmi a pregare presso il tabernacolo mi sembrava un po' farisaico per me, che avrei dovuto imitare il povero pubblicano del Vange­lo; ma una soave immagine rappresentante Gesù che accarezza i bimbi, mi ha tolto ogni timore; perché ho compreso che non solo l'anima ha bisogno di pregare presso Gesù vivo, ma è ancora Gesù, il suo divin Cuore, che gode nell'averci vicino a Sé, senza tant'eti­chette, come i bimbi dell'immagine, che andavano a gara a chi poteva stringersi più vicino a Lui ».

 

3. Le divine preferenze...

Gesù, da parte sua, interveniva non di rado a confermarla in questi sentimenti e propositi d'infanzia spirituale. Già nelle visioni intellettuali di cui era fa­vorita, sempre quando Gesù la stringeva al Cuore di­vino, ella vedeva se stessa o, meglio, vedeva la sua anima in figura d'una bimba di pochi anni. Poi c'era­no i divini insegnamenti, sui quali cediamo a lei la parola. «Nei primi anni ch'ero fra le Cappuccine, l'amore a Gesù lo facevo consistere nel lavorare tanto; ma Gesù, già al cominciare dei santi esercizi della prima Professione, m'aveva detto: Tu ti affanni per troppe co­se; una cosa sola ti è necessaria: amarmi! ». «Nella Pentecoste del 1931, in Coro durante la meditazione, Gesù volle da me un giuramento. Lo ricopio: O Gesù, ti ho giurato e lo credo fermamente, che la via da seguire è per me la via dell'amore. In essa completamente mi abbandono, di essa mi fido e, annullando tutti i propositi passati, da oggi all'ultimo respiro, fidando in Te, ti prometto di vivere d'amore, con un incessante atto d'amore, compiendo tutto con amore, nulla cercando se non amore! ». « il cammino da percorrere era segnato e mi tro­vai in piena luce. Comprendevo che Gesù nella mia anima voleva fare Lui e una volta, che mi si volle far adottare un metodo durante i santi esercizi e Conso­lata volle dare ascolto alla creatura, il Creatore sciolse tutto, immergendomi in lavori urgenti; cosicché per l'anima mia, per letture e rillessioni, dovetti scegliere la notte, l'ora dopo Mattutino. E quel che compresi fu: che avevo più bisogno d'amare che di pensare ». « E tutte le volte che volli cedere agl'inviti di pe­nitenze straordinarie in più della regola, la luce si eclissava e io mi trovavo fra tenebre e angustie. Ebbi infatti, in quei tempi, desideri ardentissimi di peniten­za; mi fu concessa libertà assoluta e ne approfittai. Per fortuna, avevo Gesù in me che sapeva imporsi, altrimenti mi sarei rovinata la salute. Ciò che preferi­vo a tutto era la disciplina a sangue, che facevo con catene a punte, nel solaio. C'era l'obbedienza e il de­siderio di lavare nel proprio sangue le colpe passate; e Gesù volle appagarmi in questo desiderio e mi la­sciava fare e mi aiutava, perché non venissi scoperta. Ma ben presto Egli venne a dissuadermi, coi fatti prima e poi con l'obbedienza, che questa non era la sua volontà e che le anime le avrei salvate con una vita più semplice, e che in questa via mi sarei fatta santa ». « C'era un'anima da portare a Dio: un anima che, nei sessanta e più anni di vita, non aveva mai avuto il conforto di una assoluzione né la gioia di una Co­munione. Pregai Gesù a dirmi tutto quello che voleva da me, purché mi desse quell'anima. Ed Egli: Dormirai una settimana sull'asse farai la disciplina tutti i gior­ni, porterai per tutta la settimana due catenelle e Io ti darò quest'anima. La Madre concesse: se Gesù conver­tiva quest'anima, Consolata avrebbe continuato nella via delle penitenze straordinarie, altrimenti no: nella conversione di quest'anima, la Madre avrebbe cono­sciuto il volere divino a mio riguardo. Il giorno fissa­to e atteso giunse, ma quell'anima dichiarò: « di non aver paura dell'inferno », altro che convertirsi! Quel mattino stesso riportai alla Madre ogni strumento di penitenza che possedevo, per non riprenderli mai più. Versai anche qualche lacrima, perché Gesù m'aveva... ingannata; invece Gesù aveva permesso quell'umilia­zione per stabilirmi definitivamente nella via d'amore». « Avvicinandosi il santo Natale (1934), mi prese nuovamente un gran desiderio di prepararmi con qualche penitenza straordinaria, almeno con la cate­nella. E Gesù: La catenella per venirmi incontro sia non perdere un atto d'amore. « Altra volta volli impormi una novena di mortifi­cazioni nel cibo, per ottenere grazie e benedizioni sugli esercizi spirituali dettati da un pio Sacerdote e la conseguenza fu: venti giorni di proibizione del digiu­no di regola! Questo non mi sarebbe capitato se Ge­sù, con ciò, non avesse voluto farmi comprendere che per Consolata non voleva né catenelle, né discipline, né penitenze in più della regola; nulla di questo, ma solo il dovere, la Regola e l'amore. Oh si, un incessan­te atto d'amore! Solo questo, nient'altro che questo, perché l'amore è tutto e, nella pratica di questo amo­re, si praticano tutte le virtù ». « Nel maggio del 1935, il nuovo confessore ordì­nano cominciò fra noi il suo santo ministero e, in una delle prime confessioni, mi disse: "Tutte le settimane vincere un difetto, allora le sue confessioni sa­ranno buone e lei non avrà perso tempo e avrà ralle­grato il Cuore di Gesù". Accolsi il consiglio con gioia e radunai tutti gli sforzi per vincere un difetto alla settimana: ma preoccupata solo più di giungere alla settimana seguente, senza aver detto una parola inuti­le o ammesso un pensiero inutile ecc., io non pensa­vo più ad amare e la Santissima Vergine un giorno mi disse: Tu ti perdi in tante minuzie e non dai a Gesù quello che unicamente ti chiede. L'ultima sera invano de­sidererai di poter vivere per fare ancora un atto d'amore, sarà troppo tardi. Compresi e mi applicai nuovamente ad amare » « Una sera, a meditazione, mi sentii pervadere da una direi - violenta commozione, mentre una voce, che voleva essere la divina, mi prediceva dolori e dolori e dolori: "E giunta la tua ora... cos'hai fatto fi­nora per le anime? Nulla...". Mi abbandonai al divin volere e ritrovai la pace. Respinsi quella voce, pensan­do a ciò che Gesù mi aveva detto e non tardai a sco­prire l'inganno nemico, che intendeva togliermi dalla mia semplice via d'amore». « Ora sono pienamente felice, mi sento sulla retta via, proprio quella che Gesù vuole. Non mi rimane che viverla questa vita, sino a morire d'amore!... SI, o Gesù, lo so che ciò che tu brami da me è l'amore, nient'altro che l'amore. Seguire altra via è ingannare me stessa, è perdere tempo ».

 

4. ... e le divine compiacenze

Gesù stesso si degnava di manifestarle di tanto in tanto la propria compiacenza per questo suo mantenersi in spirito e stato d'infanzia spirituale. E innegabile che suor Consolata ebbe da Dio grandi doni e grazie straordinarie. Perché? La risposta gliela dava Gesù stesso ed è di tal natura, da dissi­pare le diffidenze che taluni potrebbero concepire sul conto di quest'anima: quasi che, per il fatto di aver avuto anche lei i suoi difetti, fosse immerite­vole dei doni divini. Ciò procede dall'errato giudi­zio che ci facciamo di queste grazie gratis datae o carismi, come le chiama san Paolo. Le diceva dun­que Gesù (15 dicembre 1935): Vedi, Consolata, le creature sogliono misurare la vir­tù di un'anima con le grazie che Io a lei concedo e s'in­gannano: perché Io sono libero di agire come voglio. Per esempio, è la tua virtù che merita le grazie gran­di che ti ho concesso? Povera Consolata, tu non hai vir­tù, tu non hai meriti, hai nulla. Avresti le colpe, ma queste non esistono più, perché Io le ho dimenticate per sempre. E allora perché a te, proprio a te, tante e tante gra­zie? Perché Io sono libero di beneficare chi voglio. I pic­coli sono la mia debolezza, ecco tutto!... E nessuno può tacciarmi d'ingiustizia, perché il Sovrano è libero di bene­ficare regalmente chi vuole. il 19 marzo 1935, Gesù faceva a suor Consolata una grande rivelazione sulla santità di san Giuseppe. Stupita e commossa, l'umile figlia si rivolse a Lui e: «Perché, Gesù, dici a me queste cose, a me che pos­so far nulla e le nascondi ai grandi personaggi che fa­rebbero tanto? E Gesù: Ai piccoli dico tutto! ». Inoltre, Egli si compiaceva di predire a suor Con­solata molte cose riguardanti il suo futuro apostolato, dopo morte. Confusa per tanta divina degnazione, ella un giorno gliene mosse dolce lamento, parendole che le dicesse troppo. Gesù le rispose (12 dicembre 1935): Ti dico troppe cose sul tuo avvenire?... Ti dico tutto?... Hai ragione, ma cosa vuoi, quando il Cuore trabocca!... E poi tu sei tanto piccola, che ti accontenti di scrivere (perché io voglio che tu scriva tutto) e quindi posso dirti tutto. Hai mai notato che una mamma, accarezzando l'ultimo nato, a volte vezzeggiandolo, gli dice tante co­se che non direbbe a un suo figlio più adulto?... Cosa vuoi; il suo cuore materno ha bisogno di espandersi, di dire a quel piccolo essere, che ancora non comprende ma solo le sorride, tutti i progetti che accarezza a suo riguardo. Gli dirà tutto, proprio tutto, così come Io faccio con te. Però nota che quando quel bimbo comincerà a parla­re e gli sarà chiesto: « Chi ti ha fallo questo bel vestitino? », lui tutto contento risponderà: « Mia mamma! » e godrà di avere quel vestitino bello che glielo lodano. Vedi la diversità che passa fra le grandi e le piccole anime? Queste godono delle virtù delle quali si sentono abbellite, perché « è Dio che le ha loro donate »; quelle le nascondono per paura che la superbia le rapisca loro, perché hanno lavorato a conseguirle. Hai capito Consolata?... Quindi alle piccole anime Io dico tutto non Mi rubano nulla e a Me solo riferiscono lode, onore e gloria! Non era la prima volta che Gesù usava il parago­ne del bimbo e del vestitino a indicare che le piccole anime s'abbandonano fiduciose all'azione della grazia, anche per quanto riguarda la loro santificazione, contente solo di assecondarla in tutto e per tutto con estrema docilità. Le diceva infatti l'8 ottobre 1935: Consolata, godo in te, perché posso fare tutto quello che voglio e perché faccio Io tutto. Dimmi; tu sai con quanta cura e amore una mamma fa il vestitino al suo bimbo, vi mette proprio tutto il cuore. Ora se il bimbo non la lasciasse fare, perché il vestitino... vuoI farlo lui; contri­sterebbe la mamma. Dopo che suor Consolata ebbe il Padre Spirituale, Gesù non le permise più di confidarsi col confessore su quanto di straordinario passava nella sua anima. Gliene forniva poi la ragione: la quale dovrebbe esse­re ben considerata da coloro che, per principio, si oppongono ad ogni nuova manifestazione misericor­diosa del Cuore di Gesù. Le diceva (5 dicembre 1935): Sai perché con il confessore ordinario non ti lasciò espandere? Vedi; Io lascio tutti liberi; non sferzo le vo­lontà, ma la diffidenza in Me mi ferisce. No, Io non costringo a credere alle mie manifestazio­ni di misericordia a forza di miracoli. Anche nella mia vita mortale - e lo leggi nel santo Vangelo - la con­dizione per ottenere le mie grazie era sempre questa: « Puoi credere? A chi crede tutto è possibde » Ecco perché ciò che Io dico alle anime piccole, dalla fede semplice e integra, non lo rivelo alle anime grandi. No non è colpa per loro, perché la volontà l'ho lasciata libera, ma essi si privano di tanta luce... mi comprendi? Suor Consolata comprendeva questo linguaggio divino e lo comprenderanno pure tutte le anime dalla fede « semplice e integra». Sarà anche bene tenere presente a riguardo di locuzioni divine, la seguente dichiarazione di Gesù a suor Consolata (9 novembre 1935): Se ti faccio scrivere è perché le mie parole porte­ranno molto frutto. A volte ti sembrano un po' puerili i miei ragionamenti, ma è perché sei tanto piccola e Io adatto le mie parole a te; ma ricorda che qualunque mia parola è spirito, è vita. Tal modo di agire di Gesù verso le piccole anime non deve meravigliare. Osserva san Francesco di Sa­les: « Dio è innocente per l'innocente (SaI 18,26), buono per il buono, cordiale per il cordiale, tenero per i teneri; e l'amore lo porta qualche volta ad usare tratti di sante gentilezze verso le anime che per una amorosa purezza e semplicità si rendono come bam­bini al suo cospetto ». Ma anche quando Gesù adatta il suo dire alla pic­colezza della creatura, le sue parole sono veramente sempre « spirito e vita », per i preziosi concetti di vi­ta spirituale che contengono. Dopo una giornata d'e­stenuante fatica, suor Consolata chiedeva perdono a Gesù di esserne rimasta sopraffatta e, quindi, ostaco­lata nella continuità d'amore, e Gesù la confortò: Ve­di; ciò che per le anime grandi costituirebbe colpa, non lo è per le piccole anime e tu sei tanto piccola! Io ripa­ro; ho amato Io per te e quindi tutta la giornata te la conto come un continuo atto d'amore. Altra volta, in ri­sposta alle sue preghiere per il Padre Spirituale impe­gnato in un corso di predicazione, le diceva (16 otto­bre 1935): Si, quella predicazione darà frutti abbondanti di vita eterna. Cosa vuoi! Ai piccoli tutto concedo. Tu neghi nulla a Me e Io nego nulla a te. E a proposito dello stato di vittima, cui ella era stata chiamata, così l'assicurava (13 novembre 1935): Ricorda sempre che la mia fortezza non ti mancherà mai. Se comunico a te le mie virtù, questa in modo particola­re (ti comunico), perché tu sei la debolezza stessa. Quello, dunque, che attirava sopra suor Consolata gli sguardi compiacenti dell'Altissimo e le meritava i divini favori, era lo spirito d'infanzia spirituale; era il suo sentirsi e farsi non solo piccola, ma piccolissima al cospetto di Dio; era questo intimo riconoscimento della propria debolezza, che la portava a tutto sperare da Gesù operante e lottante in lei.

 

Capitolo II

 

LA VITA D'AMORE E LE VIRTÙ CRISTIANE

 

1. Credere all'Amore

La vita dell'infanzia spirituale consiste essenzial­mente nella vita d'amore e il primo requisito, per praticare con convinzione e frutto la vita d'amore, è di credere all'Amore. Ciò significa, anzitutto, credere che Dio è Amore: Deus charitas est (1 Gv 4,16). La fede in questa fondamentale verità è necessa­ria, affinché l'anima possa scorgere nell'Amore la cau­sa prima ed efficiente di tutte le opere di Dio creato­re: è il suo amore che ha ispirato l'incarnazione e la Redenzione; e il suo amore che ci ha dato l'Eu­caristia e i Sacramenti; è il suo amore che ha dispo­sto il Purgatorio per le anime non abbastanza purifi­cate; è il suo amore che ha preparato il soggiorno della pace per le anime di buona volontà; è il suo amore oltraggiato. e misconosciuto che deve permettere l'inferno. S. Francesco di Sales ha avuto ragione di scrivere: « Nella santa Chiesa tutto appartiene all'a­more, vive nell'amore, si fa per amore e viene dall'a­more». Inoltre, basta scendere dalle grandi opere di Dio ai singoli avvenimenti che tessono la vita del mondo e delle singole persone per discernere in essi, insieme al tutto sapiente della mano di Dio, l'impronta del suo amore. Egli non può compiere che opere di amore: i suoi pensieri, i suoi atti, tutte le sue divine volontà sono amore, anche quando richiama. Scrive suor Con­solata: « . . .La sera del 24 agosto 1934, mi trovavo in cel­la presso la finestra. Mi avevano dato un libro da leg­gere e lo sfogliai e lessi i castighi che minacciava il Signore. Allora ebbi uno scatto... di Consolata: -Gesù, cosa vuoi lavarci nel nostro sangue, è immon­do; lavaci nel tuo Sangue! - Consolata, guarda il cie­lo... Lo guardai e nell'azzurro meraviglioso scoprii una stella, Gesù gridò forte al mio cuore: Confiden­za!... Intanto la bella volta del cielo s'era rivestita di stelle e un fascino arcano m'avvolse. Mi sedetti sul basso davanzale e rimasi li assorta, in muta contem­plazione. Mi parve che il Cielo non fosse più adirato verso la terra, ma che la pace del regno di Dio si stendesse sul povero mondo ». Si, la pace al mondo, ma nel regno di Dio. Gesù è il Salvatore del mondo, Egli può e vuole salvarlo. Consolata, ho bisogno di vittime, il mondo si perde e Io lo voglio salvare. Consolata, un giorno il demonio ha giurato di perder­ti ed Io di salvarti. Chi ha vinto?... Ebbene, ha giurato di perdere anche d mondo ed Io giuro di salvarlo, e lo salverò col trionfo della mia Misericordia e del mio Amore. Si, salverò il mondo con l’Amore misericordioso, scrivilo. Si noti: non è che Gesù escluda sofferenze; queste possono essere necessarie, appunto per la salvezza del mondo e delle anime. Durante il conflitto italo-etiopi­co, mentre suor Consolata pregava per i Cappellani militari al fine di ottenere che si mantenessero tutti all'altezza della loro missione, Gesù le rispondeva (27 agosto 1935): Vedi; questi giovani (i soldati), la mag­gior parte, nelle loro case marcirebbero nei vizi. Invece in guerra, lontani dalle occasioni; con l’assistenza del Cappellano, moriranno e saranno eternamente salvi. La stessa cosa ripeté riguardo alla crisi economica, che già travagliava il mondo prima della seconda guerra mondiale (15 novembre 1935): Anche la miseria attuale che regna nel mondo, non è opera della mia giustizia, ma della mia misericordia. Quante colpe di meno, per mancanza di danaro! Quante preghiere di più innalzano verso il Cielo nelle strettezze finanziarie! Oh, non credere che i dolori della terra non mi com­muovano; ma Io amo le anime, le voglio salve e, per raggiungere il mio scopo, sono costretto ad usare rigori Ma credilo, è per fare misericordia. Nell’abbondanza le anime mi dimenticano e si perdo­no, nella miseria tornano a Me e si salvano. E così, sai. Durante poi la tremenda conflagrazione mondiale, e precisamente l'8 dicembre 1940, fra Gesù e suor Consolata piangente e supplicante per la pace, si svol­geva il seguente dialogo: - Vedi; Consolata, se oggi Io concedessi la pace, il mondo ritornerebbe nel fango... la prova non sarebbe sufficiente... - Ma Gesù, tutta questa gioventù inviata al macello! - Oh, non è meglio due, tre anni di acerbe, inten­se, inaudite sofferenze e poi un’eternità di gaudi; che un intera vita di dissolutezze e poi l’eterna dannazione?... Scegli! - Ma, Gesù, non sono tutti cattivi! - Ebbene, i buoni aumenteranno i loro meriti. No, non dare la colpa ai Capi delle nazioni; essi sono sempli­ci strumenti nelle mie mani. Per poter salvare il mondo oggi è necessario così. Oh, quanta gioventù ringrazierà in eterno Dio per essere periti in questa guerra) che li ha salvati eternamente! Hai capito? Ciò che Gesù diceva riguardo alla guerra, lo ripe­teva riguardo alla fame, triste retaggio della guerra stessa (24 aprile 1942): Salvo i soldati in guerra e il mondo con la miseria e la fame. Ma tanti cuori dispera­no... Ora tu prega non solo per i cuori che soffrono nel mondo, ma anche per quelli che disperano, perché Io sia loro conforto e speranza. E ritornando pochi giorni dopo allo stesso con­cetto - e sempre in risposta alle preghiere di lei per la pace - le diceva (29 aprile 1942). La miseria e la fame portano le anime alla dispera­zione... Oh, Consolata, aiutami a salvarle! Io voglio salvare la povera umanità che corre al fan­go, come l'assetato al’acqua fresca, e per salvarla non vi è altra via che la miseria e la fame. Ma essa dispeera... Oh, Consolata, aiutami a salvarla, prega per essa co­me preghi per i soldati. Oh, i soldati Io li salvo in guer­ra! Così voglio salvare la povera umanità. Prega, prega per essa, affinché Io mitighi tanto sul suo dolore e salvi le anime. Se Io permetto tanto, tanto dolore nel mondo, è per questo unico scopo: salvare anime per l'eternità. Il mondo si perdeva, correva alla rovina... In particolare, ad attenuare l'angoscia grande di suor Consolata per la distruzione di tante case nella sua diletta Torino, in seguito alle violente incursioni aeree, Gesù la riportava allo stesso pensiero di fede (dicembre 1942): Consolata, le case si riedificano; le anime che si perdono, no. Oh, non è meglio salvare le anime e che le case rovinino, che perdere quelle eterna­mente e salvare queste? Come nelle sventure pubbliche, così è per quelle familiari o personali. Sempre, anche nei casi più in­tensamente dolorosi, davanti ai quali l'umana ragione si domanda smarrita: - Ma perché? - la risposta che viene dal Cielo è ancora: Amore, Bontà, Miseri­cordia di Dio. Un giorno, alle lacrime di suor Conso­lata, per l'improvvisa morte d'una sua già compagna d'infanzia, certa Celeste Canda, che lasciava orfani quattro bambini, dei quali il maggiore di appena nove anni, Gesù rispondeva: Celeste Canda ora gode la mia dolce eterna visione e dal Paradiso veglia con maggior te­nerezza sulle anime dei suoi quattro bimbi; più che se fosse rimasta sulla terra. Quale soave conforto, quanta luce di Cielo gettano queste semplici parole su tutti i lutti familiari! Insomma, credere all'Amore vuol dire credere che Gesù ci ama, che ci vuoi salvi e che tutto ciò ch'Egli opera o permette, sia nel mondo intero come nel pic­colo mondo dell'anima, è sempre per il nostro bene. Sono poche però le anime, anche se dedite alla pietà, che hanno questa fede viva e pratica nell'Amore. Ce l'hanno forse, ma debole e facilmente vacillante sotto i colpi di scalpello del divino Artefice, intesi a perfezio­nare l'opera delle sue mani. E quante anime sono portate a vedere in Dio, più che il Padre buono, il Padrone severo! E per esse questo dolce lamento di Gesù a suor Consolata (22 novembre 1935): Non fatemi Dio di rigore, mentre Io non sono che Dio d'amore! E per esse la risposta che Gesù dava a suor Consolata, che gli aveva domandato come preferisse essere chiamato (26 settembre 1936): Amore immenso, Bontà infinita! E per esse ancora il consiglio di Gesù a suor Consolata, indecisa se mette­re in una lettera il Cuore Sacratissimo di Gesù o il Cuore buono di Gesù (22 luglio 1936): Metti il Cuore buono di Gesù; perché, che Io sia santo tutti lo sanno, ma buono non tutti. L'anima, pertanto, che vuol vivere d'amore, deve ben fondarsi in questa verità e applicarla ai mille casi della vita quotidiana. Non fermarsi alle creature o agli eventi, ma in tutto vedere Dio e il suo amore; e sem­pre, nelle cose favorevoli o contrarie, nella quiete o nella tempesta, raccogliere le proprie energie per far giungere al Cielo il grido della sua fede incrollabile: « Sacro Cuore di Gesù, credo al tuo amore per me! ». Che è quanto già asseriva l'Apostolo dell'Amore: E noi abbiamo conosciuto e creduto all'amore che Dio ha per noi (1 Gv 4,16).

 

2. Sperare nell'Amore

La fede nell'Amore di Gesù per noi e il nostro amore per Lui sollevano l'anima a una speranza più perfetta. L'amore... tutto spera (1 Cor 13,7). E di spe­ranza, come di amore, non ce n’è mai troppa. Essa è per tutti: per gli innocenti e per i peccatori, ma più per questi; perché se la misericordia di Gesù è per ogni anima, essa è in particolare per quelle più biso­gnose di misericordia. Venuto proprio per i peccatori è ad essi che il Cristo rivolge le commoventi sollecitudini del buon Pastore: Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quel­la perduta finché non l'ha trovata? (Lc 15,4; cf Gv 10, 14). Per essi sono le premurose, delicatissime atten­zioni del Padre del figliol prodigo: Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l'anello al dito e calzari ai piedi; portate il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritro­vato (Lc 15,22-24). Dunque, non per condannare I’anima in pericolo Egli discese dal Cielo, ma per rialzarla; non per umiliare, schiacciare, perdere chi è caduto, ma per riabilitarlo nella sua grazia e nel suo amore: perché si adem­pisse ciò che era stato detto dal profeta Isaia: Ecco il mio servo che io ho scelto; il mio prediletto, nel quale mi so­no compiaciuto. la canna infranta non spezzerà, non spe­gnerà il lucignolo fumigante « e nel suo nome spereranno le genti » (Mt 12,17-21; cf Is 42,1-4). Perciò, non farà scendere il fuoco distruttore invo­cato dagli Apostoli a punire chi è nell'errore (cf Lc 9, 54), ma il fuoco del suo amore misericordioso (cf Lc 12,49). Egli è Colui che divide il pane con i peccatori (cf Mt 9,10) e li difende di fronte a chi li accusa, perché dice: « Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrifi­cio» (Mt 9,12-13; cf Os 6,6). Se al cuore piccolo dell'uomo sembra già molto il perdonare sette volte al fratello (cf Mt 18,21), il Cuo­re di Gesù, dopo aver comandato di perdonare set­tanta volte sette (cf Mt 18,22), perdona ancora e sem­pre, senza mai rimproverare né rinfacciare la colpa (cf Gv 8, 10-11), e neppure ritirare doni e grazie di­vini elargiti: Pietro, benché rinneghi il Signore, avrà infatti le chiavi del Regno dei cieli; Paolo, persecutore della prima comunità cristiana, sarà l'Apostolo delle genti; Maddalena, la grande peccatrice del Vangelo, diventerà santa. E questo il senso della Parola annunciata: « Ci sa­rà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversio­ne» (Lc 15,7). La missione di suor Consolata è quella allora di dire al mondo la misericordia infinita del Cuore di Gesù: in primo luogo ai Fratelli e alle Sorelle da lei spiritualmente adottati, poi a tutte le anime. E può farlo non solo con le parole, ma anche con i fatti: con quanto cioè Gesù operò in lei, fino a fare della sua anima uno dei più bei capolavori della grazia. Cederemo dunque la parola a lei, il cui cuore, modellato su quello di Gesù, sentì sempre una viva compassione per i poveri peccatori e un desiderio ar­dentissimo di riportarli tutti al Cuore di Dio. ... Quando Gesù, dando sfogo al suo Cuore, si lamenta di qualche anima, se invece di credere ai suoi lamenti, lo dissuado col dirgli: - No, Gesù, non è vero che è così... - e scuso e compatisco, sento in me che Gesù si rasserena ed è contento, e termino pregando per quell'anima. il Cuore di Gesù è Cuore materno. Se una mamma, affranta dai dolori che a lei procura un figlio ingrato, giunge a confidarli a perso­na amica; se quell'amica, per confortarla, la dissuade presentandole il figlio sotto luce diversa, oh! Quella mamma quanto ne gode, nel credere ancora che suo figlio è buono. Ha bisogno di pensarlo, di crederlo così. Cuore materno, debole riflesso del Cuore Divi­no! Ma una mamma non potrà trasformare il figlio ingrato; invece Gesù, se noi lo preghiamo, si, conver­tirà quell'anima infedele che trafigge il suo Cuore ». Così ella scriveva il 5 dicembre 1935. Due giorni dopo, come a provarle che tali sentimenti venivano da Lui ed erano conformi alla bontà del suo Cuore Divi­no, Gesù glieli confermava a voce, parola per parola. Sarà una ripetizione, ma ora sono parole divine. Una vera mamma, per brutta che sia la sua creatura, essa non la ritiene per tale; per lei è sempre bella e così la riterrà sempre d suo cuore. Ebbene così, ma proprio così è il mio Cuore nei ri­guardi delle anime: anche brutte, anche infangate, anche sozze, il mio amore le ritiene sempre belle. E soffro quando mi si riconferma la loro bruttezza e godo viceversa quando, entrando a parte dei miei senti­menti materni; mi si dissuade della loro bruttezza, mi si dice che non è vero e che sono belle ancora. Lo so che è un pietoso inganno: eppure, cosa vuoi, ho bisogno di credere così. Le anime sono mie, per esse ho dato tutto il mio Sangue! Comprendi allora quanto ferisce il mio Cuore mater­no tutto ciò che è giudizio severo, biasimo, condanna, an­che se basato su verità; e quanto invece mi è di sollievo tutto ciò che è compatimento, indulgenza, misericordia. Tu non giudicare mai; mai nessuno; non proferire mai una parola severa contro nessuno, ma consola il mio Cuore, distoglimi dalle mie tristezze, fammi vedere, con le industrie della carità, solo il lato buono di un'anima colpevole; e Io ti crederò e poi ascolterò la tua preghiera in suo favore e poi l'esaudirò. Se sapessi quanto soffro nel fare giustizia! Usa pietosi inganni; in questo caso il mio Cuore ha bisogno di credere che non è vero che le mie creature so­no così ingrate e se tu cerchi di dissuadermi; dicendomi che non è vero che quell'anima è così cattiva, infedele, ingrata, Io ti credo subito. Cosa vuoi; il mio Cuore ha bisogno di essere confor­tato così, ha bisogno di fare sempre misericordia, mai giustizia! Tale linguaggio divino potrà sembrare nuovo e forse destare meraviglia, ma solo in chi lo conside­ra superficialmente. Non è, infatti, che agli occhi di Gesù possa sembrare bella l'anima peccatrice, in quanto tale, ma essa gli appare sempre bella per quell'infinito amore che l'ha creata, che l'ha redenta e che la vuole salva. Allo stesso modo non è che Gesù voglia o possa essere ingannato dall anima peccatrice, ma egli gode di essere piamente ingan­nato da quelle anime giuste che si interpongono fra Lui e i peccatori per scusarli e come per nasconderli dietro il proprio amore riparatore, imitan­do in ciò l'esempio ch'Egli stesso ci diede sulla Croce, interponendosi fra il Divin Padre e l'umani­tà colpevole: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34). In altre parole, quel Dio che nel Vangelo ha proclamato la beatitudine dei misericordiosi, non ha forse con ciò stesso rive­lata l'infinitamente più grande sua beatitudine, che sempre può esercitare misericordia? Né, d'altra parte, questa può esercitarsi se non verso la mise­ria: e quale miseria più spaventosa del peccato? Bontà e misericordia: ecco le effusioni del Cuo­re di Gesù su tutti gli uomini, ma in particolare verso i peccatori, coloro che ne hanno maggior bi­sogno. Così egli nel Vangelo e a suor Consolata confermava: Consolata, non dimenticare mai che Io sono e amo essere esclusivamente buono e misericordioso con le mie creature. La giustizia che esercito con i poveri peccatori; in vita, è di ricolmarli di benefici. Altre simili manifestazioni misericordiose del Cuo­re di Gesù troveremo in seguito. Non possiamo però tralasciare d'inserire a questo punto un'altra pagina dettata dal Cuore di Gesù a suor Consolata, che sarà di grande conforto sia ai peccatori per ravvivare la speranza, sia a quelle anime che soffrono per timore eccessivo, talora opprimente, di non conseguire l'eter­na salvezza. Questa mancanza di speranza cristiana, mentre nuoce alle anime, offende il Cuore Divino nel suo intimo, cioè nel suo amore misericordioso e nella sua volontà salvifica. Il 15 dicembre 1935 Gesù faceva scrivere a suor Consolata per tutte le anime: Consolata, sovente anime buone, anime pie e molto spesso anime a Me consacrate, con una frase diffidente feriscono l'intimo del mio Cuore: « Chissà se mi salverò? ». Apri il Vangelo e leggi le mie promesse. Alle mie pe­corelle ho promesso: « Io do loro la vita eterna e non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia ma­no » (Gv 10,28). Hai capito, Consolata? Nessuno può strapparmi un 'anima. Ma leggi ancora: « Il Padre mio che me le ha date è più grande di tutti e nessuno può rapirle dalla mano del Padre mio » (Gv 10,29). Consolata, hai capito? Nes­suno può strapparmi un anima... in eterno non periran­no... perché Io do ad esse la vita eterna. Per chi ho pro­nunciato queste parole? Per tutte le pecore, per tutte le anime. Perché allora l'insulto: « chissà se mi salverò? » se Io nel Vangelo ho assicurato che nessuno può strapparmi un anima e che Io a quest'anima do la vita eterna e quindi non perirà? Credimi; Consolata, che all'inferno va chi vuole, cioè chi vuole veramente andarvi; perché se nessuno può strapparmi un'anima dalle mani; l'anima, per la libertà concessale, può fuggire, può tradirmi; rinnegarmi e passare quindi di propria volontà al demonio. Oh, se invece di ferire il mio Cuore con queste diffidenze, pensaste un pò più al Paradiso che vi at­tende! Perché non vi ho creati per l'inferno ma per il Paradiso, non per andare a far compagnia al demonio ma per godermi nell'amore eternamente. Vedi; Consolata, all'inferno ci va chi vuole andar­vi... Pensa come è stolto il vostro timore di dannar­vi: dopo che per salvare la vostra anima ho versato il mio Sangue, dopo che per un 'intera esistenza l'ho circondata di grazie, di grazie e di grazie... all'ultimo istante della vita, quando sto per raccogliere il frutto della Redenzione e quindi quest'anima sta per amarmi eternamente, Io, proprio Io che nel santo Vangelo ho promesso di dare ad essa la vita eterna e che nessuno me le strapperà di mano. Me la lascerò rubare dal de­monio, dal mio peggiore nemico? Ma, Consolata, si può credere a questa mostruosità? Vedi; l'impenitenza finale l'ha quell'anima che vuole andare all'inferno di proposito e quindi ostinata­mente rifiuta la mia misericordia, perché io non rifiu­to mai il perdono a nessuno; a tutti offro e dono la mia immensa misericordia; perché per tutti ho versato il mio Sangue, per tutti! No, non è la moltitudine dei peccati che danna l'ani­ma, perché Io li perdono se essa si pente, ma è l'ostina­zione a non volere il mio perdono, a volersi dannare. San Disma, in croce, ha un solo atto di confidenza in Me e tanti e tanti peccati; ma in un istante è perdonato e lui; nel giorno stesso del suo ravvedimento, entra a pos­sedere il mio Regno ed è un Santo! Vedi il trionfo della mia misericordia e della confidenza in Me! No, Consolata: il Padre mio che Me le ha date, le anime, è più grande e potente di tutti i demoni; sai! E nessuno può rapirle di mano al Padre mio. O Consolata, tu confida, confida sempre; credi cieca­mente che Io adempirò tutte le grandi promesse che ti ho fatte, perché Io sono buono, sono immensamente buono e misericordioso e « non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva » (Ez 33,11). Suor Consolata corrispose assai bene agli inviti divini. Non che le mancassero le lotte anche su questo punto, ma sempre ella ne usci vittoriosa. Citiamo dai suoi scritti (3 novembre 1935): « Una notte, a Mattutino, m'impressionò tanto tanto quel tratto del Vangelo: Un tale aveva un fico piantato nella vigna, ecc (cf Lc 13,6-9). Giunta in cel­la, ricopiai il brano evangelico e vi feci su il commen­to, che mi sarebbe servito per il giorno di ritiro. Sembrava la storia dell'anima mia: se farà frutto, bene, se no lo taglierai... E il timore dei giudizi divini mi as­salì fortemente e spalancò un abisso fra Dio Padre e l'anima mia infedele. Piansi, non osando più guardare il Cielo... tutto mi sembrava inesorabilmente perduto. Che ora d'angoscia straziante!... Che cosa potevo io offrire per placare questa Giustizia? Che cosa potevo promettere, se ogni giorno segnava le mie infedeltà?... E mentre amare lacrime scendevano copiose a bagnare il capezzale, raccolsi tutte le forze dell anima e: -Gesù, io confido in Te! - Ed ecco, sopra l'abisso spaventoso stendersi un ponte.. Gesù, la confidenza in Lui, riuniva, al di sopra di tutte le mie miserie, questa povera creatura al Sommo Creatore... e la pa­ce tornò. La confidenza in Dio! Solo essa mi dà ali; il timore mi agghiaccia, paralizzando tutte le possibili attività... » Fece la stessa esperienza un'altra volta, durante l'Ora Santa nella notte tra il giovedì e il primo vener­dì del luglio 1936: ... Estrassi il biglietto zelatore, mi portai presso il tabernacolo e lessi: - Nostro Signore ti ha amata e si è dato a te senza riserve, e tu vorresti ancora divi­dere il tuo cuore? - Fu un'ora di Getsemani! L'a­more divino, le sue manifestazioni, mi umiliano profondamente; cammino quasi oppressa dai doni, dalle tenerezze del Cuore di Gesù a mio riguardo. No, più di così non può fare un Dio per la sua creatura, Ge­sù non può amarmi di più. E io come vi corrispon­do?... Le mie infedeltà di silenzio mi apparvero nella loro mostruosità; no, io non amavo Gesù senza riser­ve, non gli davo tutto o, appena dato riprendevo. Mio Dio, quale ingratitudine!... il peso mi schiacciava quasi annientandomi e la Giustizia mi rimproverava. In quell'angoscia grande pensai che a me non restava che gettarmi con piena confidenza nel Cuore di Ge­sù, che è buono, infinitamente buono... Gesù attendeva quest’atto?... La pace tornò e l'amore! ». Ella dovrà passare per altre prove non meno dolo­rose, essendosi offerta a subire l'inferno in terra, al fi­ne di salvare dall'inferno eterno i suoi poveri Fratelli, ma seppe restare eroicamente fedele al giuramento che un giorno il Divin Padre le aveva chiesto, quasi per prepararla per le grandi prove che l'attendevano (8 ottobre 1934) Onora Dio con la tua confidenza; giu­rami di credere sempre, in qualunque situazione abbia a trovarsi l'anima tua, che vi è un Paradiso aperto per te. Del resto, ella ebbe più volte formale promessa da Gesù, che sarebbe andata direttamente in Paradiso senza passare in Purgatorio. Così il 19 settembre 1935: No, Consolata, in Purgatorio non andremo, passe­remo dalla cella al Cielo! E già prima, rispondendo ai suoi timori su questo punto per i peccati commessi: Senti; Consolata, se il buon ladrone, con le sue, avesse avuto tutte le tue colpe, dimmi avrei forse cambiato sen­tenza? - Oh no, Gesù, Tu avresti detto ugualmente: oggi sarai con me in Paradiso! - Ebbene, una sera dirò lo stesso a te.

 

3. Confidare nell'Amore

La confidenza è il fiore della speranza cristiana, in quanto non solo ci fa tendere con animo lieto alla Pa­tria celeste, ma ci fa camminare speditamente e senza soste nella via della santità. Amore e confidenza sono, pertanto, le ali sulle quali l'anima spicca i voli più ar­diti, si libra vittoriosa su tutte le vette. Se viene meno la confidenza, anche l'amore langue e l'anima si tra­scina. il più grande ostacolo, infatti, alle operazioni divine nell'anima è, insieme con la ricerca di se stes­sa, la diffidenza. Per lo più, si manca di confidenza in Dio per troppa confidenza in noi stessi. Allora l'anima, speri­mentando la propria impotenza nel bene, si affligge oltre misura, dando luogo al turbamento. Dovrebbe essere l'opposto: non è forse per la sua debolezza, che il bimbo ha diritto ad essere sostenuto dalla mamma? Lo stesso avviene nel campo spirituale. È la nostra estrema debolezza, che ci dà diritto di contare sulla forza divina; sono le nostre innumerevoli miserie che ci attirano le tenerezze del Cuore di Gesù. È’ questo un punto importante nella lotta per la santità: fare di ogni nostra mancanza, più o meno volontaria, come il punto di appoggio per sollevare più in alto la confidenza. Un amore che diffida, non è più amore, ma timore; e ogni angustia causata da diffidenza non onora, ma ferisce il Cuore di Dio. Ecco perché la frase: Onora Dio con la tua confi­denza, la troviamo più volte ripetuta dal Divin Padre o da Gesù a suor Consolata. Un giorno (17 settem­bre 1935), suor Consolata parlava confidenzialmente con Gesù: « Gesù, che tu parli alla mia povera ani­ma, che tu ti degni di ammaestrarla, dovrebbe forma­re la gioia più grande del mio cuore, e invece son co­stretta a rimanere come indifferente, perché la mia miseria è così grande, vi è proprio nulla che possa at­tirare su me il tuo sguardo divino; e poiché lo com­prendo, a volte mi nasce il dubbio: non son forse una grande illusa?... Gesù, perdonami; si, lo credo che Tu sei bontà infinita!». E Gesù in risposta: Vedi; Consolata, le tue miserie hanno un limite, ma il mio amore non ha limiti.Qualche giorno dopo (19 settembre 1935): « Ge­sù, che tu ami i gigli candidi e immacolati, io lo cre­do; ma che Tu ami me... non posso comprenderlo! »E Gesù: Se tu pensi che non per i giusti sono venuto ma per i peccatori (cf Mt 9,13), lo comprenderai subito, Consolata! « Una sera - ella scrive - ero desolata e, da­vanti al santo tabernacolo: - O Gesù, son sempre la stessa, prometto e poi… - Anch’Io sono sempre lo stesso, non cambio mai! Ma me lo disse con un tono, che la mia desolazione si mutò in gioia: se non si af­fliggeva Lui, perché affiggermi io? ». Quindi, mai Gesù le permise di ripiegarsi sulle proprie mancanze (2 novembre 1935): Quando ti acca­desse di commettere una qualsiasi mancanza, non ti rat­trtstare mai ma vieni; deponila subito nel mio Cuore e poi rafforza il proposito sulla virtù opposta, ma con gran­de calma. Così ogni tua mancanza sarà un passo avanti. « Con grande calma »: il nemico è astuto e proce­de con tattica; se riesce a inculcare in un anima il ve­leno della diffidenza, è soddisfatto; il resto verrà da sé. In primo luogo ci sarà, infatti, il turbamento, tan­to dannoso all'anima, come Gesù spiegava a suor Consolata (2 agosto 1936): Se l'anima si mantiene cal­ma allora è padrona di se stessa; ma se si turba, allora sono facili le cadute. Avendo ella notato che Gesù nell'anima sua permetteva tutto tranne il turbamento, un giorno ne chiese il motivo e Gesù buono le fece compren­dere: che l'anima in pace è come una fresca sorgente d'acqua pura e limpida, alla quale Egli può accostarsi e dissetarsi quando vuole; ma se vi entra il turbamen­to, quell'anima, ossia quell'acqua rimane come agitata da un bastone che ne solleva la melma e quindi Gesù non può più dissetarsi. E non solo Gesù non può più dissetarsi, ma il de­monio, che appunto pesca nel torbido, trova in que­sto stato d'animo l'elemento adatto alle sue malefiche operazioni. Perciò Gesù la premuniva col dirle (24 settembre 1936): Il turbamento non lasciarlo entrare mai; mai; mai; perché se ti turbi; il demonio è contento, la vittoria sarebbe sua. Questo triplice « mai » confermava l'obbedienza che il Padre Spirituale aveva imposto a suor Consola­ta la quale, nei suoi grandi desideri di perfezione, in­clinava un tantino allo scrupolo. Gesù gliela ricordava esplicitamente: Ricordati che l'obbedienza t'impone di mai; mai; mai lasciar entrare il turbamento; questo per te è il più importante. Mai diffidare, dunque, per mai turbarsi. Quasi sempre, infatti, al turbamento segue l'avvilimento e chi si scoraggia, non lotta più, quindi non avanza piu e, anzi, facilmente retrocede. Non si guadagna nulla e si perde molto. Per lo meno si perde tempo. «Ho compreso - scrive suor Consolata - che è stolto l'alpinista il quale, ascendendo verso la vetta, per un piccolo scivolone si ferma scoraggiato, non osando più mirare alla cima desiderata. Che, all'opposto, è savio quello che, rialzandosi prontamente, riprende fiducio­so il cammino, di nulla turbato e col proposito di non perdere tempo, pronto a rialzarsi ad ogni nuovo scivolone ». Non sarà perciò mai abbastanza meditata dalle anime di buona volontà la seguente lezione di Gesù a suor Consolata (7 novembre 1935): Dimmi; Consolata, qual è più perfetta: un 'anima che con Gesù si lamenta sempre perché imperfetta, perché commette sempre mancanze, infedeltà ai propositi; ovvero un'anima che a Gesù sorride sempre, fa quel che può per amarlo, ma non si cura delle imperfezioni che non vuole, per non perdere tempo; essa si occupa solo di continuare ad amare Gesù. Dimmi: quale di queste due anime ti sembra più perfetta? A me piace più la seconda. Quindi tu fa' quel che puoi per amarmi e, quando ti accorgi di essere stata infe­dele, dammi un atto d'amore più ardente e poi riprendi il tuo canto d'amore. Gesù non è un tiranno e se per un atto d'amore per­dona un'esistenza di delitti; dimmi; come farà un giorno a notare il pensiero inutile nel quale ti sei involontariamente soffermata? iIl dirmi; il riprendermi: « Guarda, Gesù, cosa ho fat­to, come ti sono infedele ecc. » sono lamenti; è perdita di tempo. All'opposto, un atto d'amore più ardente, mentre impreziosisce la tua anima, allieta la mia, hai capito?... le imperfezioni che non vuoi; non degnarle di uno sguardo. Occorre tendere, dunque, alla perfezione amando Gesù, fare ogni sforzo per diminuire il numero e la volontarietà delle mancanze, ma poi non scoraggiarsi quando avviene di commetterne, confidando sempre nell'immensa bontà del Cuore di Gesù, che non ri­trarrà per questo dall'anima il suo amore, i suoi favori, la sua intimità. Egli lasciava perciò a suor Consola­ta, per le anime, il seguente prezioso ricordo (15 di­cembre 1935): Credi che non mi sarai meno cara, anche quando la tua debolezza ti portasse ad essere infedele alle tue pro­messe di silenzio ecc. Vedi; Consolata, il mio Cuore è soggiogato più dalle vostre miserie, che dalle vostre virtù. Chi uscì dal tempio giustificato? Il pubblicano (cf Lc 18,10). Ma è perché dinanzi ad un'anima umile e con­trita il mio Cuore non sa contenersi... Sono fatto così! Ricordalo sempre: che ti amo e ti amerò alla follia in qualunque momento e per qualunque tua debolezza che non vuoi; ma che commetti. E quindi mai; mai; mai il minimo dubbio che per una tua infedeltà Io venga meno alle mie promesse; ma:, vero? Altrimenti mi feriresti nell'intimo del Cuore, Con­solata! Ricorda che solo Gesù sa comprendere la vostra de­bolezza, Lui solo conosce tutta l'umana fragilità. Consolata, questa colpa, di dubitare che, a motivo delle tue infedeltà, Io non compia le mie promesse, tu non la commetterai mai; mai; mai; me lo prometti; vero? Tu non mi farai quest'oltraggio, perché mi faresti troppo soffrire! Non si creda che tutto ciò si addica solo alle ani­me di avanzata perfezione, quale era suor Consolata, che avrebbe preferito la morte piuttosto che commet­tere un'infedeltà a occhi aperti. Lo ripetiamo: Gesù, attraverso suor Consolata, intendeva parlare a tutte le anime, anche a quelle che, all'imzio del loro rinnovamento spirituale, sentono ancora l'asprezza della lotta; a quelle che, dopo aver progredito nella via della per­fezione, e quando già si credevano invulnerabili, a un assalto più violento o improvviso del nemico, da Dio permesso, sperimentano ancora la fragilità umana. E allora il tempo di radunare le forze dell'anima in un supremo atto di confidenza nel Cuore di Gesù. Per tutte queste anime sono le seguenti confortanti parole che Gesù rivolgeva a suor Consolata: Vedi; Consolata, il nemico farà di tutto per scuotere la cieca fiducia che hai in Me, e tu non dimenticare mai che Io sono e amo essere esclusivamente buono e miseri­cordioso. Comprendi; Consolata, il mio Cuore; comprendi il mio amore e non lasciar mai; neppur per un istante, che il nemico penetri nella tua anima con un pensiero di diffidenza, mai! Credimi solo e sempre buono, credimi solo e sempre mamma per te. E quindi imita i bambini che, ad ogni lieve scalfitu­ra a un dito, tosto corrono dalla mamma per farselo fa­sciare. Tu fa' altrettanto, sempre, e ricorda che sempre Io cancellerò, riparerò le tue imperfezioni; infedeltà, così co­me la mamma sempre fascerà il dito malato in realtà o in immaginazione. E se quel bimbo, invece di un dito, si rompesse un braccio o la testa, dimmi; puoi descrivere la tenerezza, la delicatezza, l'affetto con il quale verrebbe curato, fasciato dalla mamma? Ebbene, anch'Io farei così con l'anima tua se avvenisse una caduta, anche se tacerò; hai capito, Consolata? Quindi mai; mai; mai un'ombra di diffidenza. La diffidenza mi ferisce nell'intimo del Cuore e mi fa soffrire. Le prometteva però, a suo conforto, che non l'a­vrebbe lasciata cadere in mancanze gravi: No, cara, né la testa né il braccio te lo lascio rompere. E poi sappi che ciò che dico a te, servirà un giorno per altre anime, per questo ti faccio scrivere. Ripetiamo che la lezione divina è per tutte le ani­me, poiché nessuno può pretendere di essere esente da difetto o imperfezioni: Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi (1 Gv 1,8). Anche suor Consolata - non ci stanchere­mo di ripeterlo - ebbe i suoi difetti; né li nasconde ma, come il lettore ha già potuto constatare, quasi si compiace di metterli in vista, insistendo e anche cal­cando su di essi la mano. Erano per lo più difetti esterni, come scatti improvvisi, causati quasi sempre da zelo di osservanza. Ora ci si chiede: quale peso di colpa potevano avere davanti a Dio questi atti in un anima d'indole ardente, di carattere pronto e quasi impetuoso, tanto da venir denominata « folgore e tempesta»? In un'anima che, forse nello stesso gior­no, aveva già lottato fino all'eroismo per reprimere non una, ma dieci o venti volte gl'impulsi disordinati della natura? E che, dopo tali scatti, subito si pentiva, volentieri si umiliava davanti a Dio e alle creature, con sincero proposito di emendarsi? Va inoltre ricordato che, spesso, tali difetti esterio­ri sono come un velo di cui Dio si serve per nascon­dere, agli occhi altrui, i suoi doni e le sue operazioni in un anima. Così fu per suor Consolata, alla quale Gesù - rispondendo a un'esplicita sua richiesta di passare inosservata nella Comunità - prometteva: , ti annienterò nel dolore e nell'umiliazione! Quale umi­liazione? Questa appunto di apparire difettosa. E si noti: non solo apparire imperfetta agli occhi altrui, il che conta e non conta, ma ai propri occhi, cosa in cui sta la vera umiliazione. Sono, queste, cose che si sanno, ma che pratica­mente si dimenticano. Le dimentichiamo a nostro ri­guardo: inquietandoci, turbandoci e scoraggiandoci, quando ci avviene di commettere qualche mancanza; le dimentichiamo soprattutto nei riguardi del prossi­mo, erigendoci contro ogni possibile affermazione di santità di un'anima, se appena vi scorgiamo un'ombra di difetto. Vorremmo aggiungere che è più facile riscontrare simili difetti nelle anime generose, ardenti, volitive, le quali « bruciano le tappe » nella corsa per la santità, che non in quelle che misurano il passo e si impegna­no per non cadere. I Santi non furono dei pavidi e neppure dei meticolosi, ma degli audaci realizzatori. Non diciamo presuntuosi, ma audaci. Non si perdevano in quisquiglie, miravano al sodo. « Coloro che non combattono mai - dice san Giovanni Crisostomo - non sono mai feriti; chi si lancia con ardore contro il nemico, spesso è colpito ». Questa rifiessione non è inutile, essendo troppo importante che le amme - e direttori d'anime - non trascurino l'essenziale per l'accessorio. Intanto, ecco come Gesù, continuando la sua più che materna esortazione, incoraggiava suor Consolata: Tu vorresti che ti promettessi di non lasciarti cadere mai; ma sempre fedele, sempre perfetta? No, Consolata, Io non voglio il­luderti e quindi ti dicò che commetterai e mancanze e infedeltà e imperfezioni; e queste ti serviranno ad avan­zare, perché ti faranno fare tanti atti di umiltà. Ma mentre è facile per l'anima mantenersi nella confidenza quando gode delle attrattive divine, non si può dire lo stesso quando essa cammina nelle tenebre dello spirito. Perciò Gesù, preparando suor Consolata anche a questa evenienza, la premuniva così (27 no­vembre 1935): Consolata, oggi il cielo della tua anima è bello come il cielo della natura. l'o vedi? E roseo e azzurro. Ma fra poco, su questo bel cielo di amore e di confiden­za, scenderanno le fitte tenebre... Coraggio, Consolata! Saranno i giorni fruttuosi della prova, nei quali a fatti potrai mostrare a Dio il tuo amore e la tua confidenza in Lui! Oh confida, confida sempre in Gesù! Se sapessi quanto ne godo! Dammi sempre questo conforto di fidarti di Me, an­che fra le tenebre di morte; dammi sempre la gioia, in qualunque ora tenebrosa abbi a trovarti; d'un « Gesù mi fido di Te, credo al tuo amore per me e confida in Te!». Così ìnfatti fece suor Consolata, conservando inal­terata la sua confidenza, portandola anzi sempre più in alto. Fin dal 14 agosto 1934, vigilia dell'Assunzione della B.V. Maria, ella deponeva nelle mani della Ma­dre Celeste, dopo averlo scritto col proprio sangue, il seguente voto di confidenza: « Mamma, nelle tue ma­ni depongo il mio voto, che faccio al buon Dio, di confidare nella sua bontà, nella sua misericordia, sem­pre, in qualunque stato abbia a trovarsi l’anima mia e di credere sempre a ciò che mi ha promesso. O dol­ce Mamma, col tuo aiuto voglio attendere, confidare, credere tutto questo dall'onnipotenza del buon Dio. Mio Dio, ti amo e confido in Te!». il « mio Dio, confido in Te!» oppure: « Gesù, confido in Te!» ricorrono di continuo negli scritti di suor Consolata: sono come sigillo di ogni suo propo­sito, di ogni ripresa dopo un'infedeltà, di ogni slancio verso la perfezione. C'è da stupirsi che il Cuore di Gesù si lasciasse conquistare da una confidenza tanto grande? I doni divini, le magnifiche promesse da Lui fatte a suor Consolata, tutto è frutto e premio insie­me di questo suo amore confidente. Suor Consolata ha creduto, ma ha creduto con una fede che non solo trasporta o, meglio, polverizza le montagne dei propri difetti, ma mette l'onnipotenza stessa di Dio a servizio della creatura. Gesù glielo confermava: (6 agosto 1935) Sai che cos’è che mi attira alla tua anima? È’ la cieca fiducia che hai in Me. (20 ottobre 1935) la confidenza cieca, infantile, senza limiti; immensa che tu hai in Me, mi piace tanto ed è per questo che Io mi chino verso di te con tanto amore e con tanta tenerezza. Per questa confidenza Egli opererà in lei meravi­glie su meraviglie (8 ottobre 1935): Io farò in Consola­ta cose merarngliose, perché la tua confidenza in Me non ha scogli. Tu credi a Gesù, al suo Cuore misericordioso; ora, tutto è possibile a chi crede! (cf Mc 9,22). Per questa confidenza Egli la porterà sulle vette della santità (8 novembre 1935): Se tu ti fossi fidata di te stessa o ti fossi appoggiata esclusivamente a una crea­tura mia per raggiungere la vetta, avresti fatto passi da lumaca; ma tu ti fidi solo di Gesù, ti sei appoggiata al­l'Onmpotente e allora Io compirò meravtglie, faremo voli giganteschi. Per questa confidenza Egli verserà nell'anima di lei i tesori del suo Cuore Divino: Consolata, tu non metti limiti alla tua confidenza in Me e Io non metto li­miti alle mie grazie verso di te. Ed è proprio riguardo alla confidenza che Egli fa­rà di suor Consolata, non solo un'apostola nel mondo, ma l'apostola degli apostoli. Questa promessa Gesù gliela faceva una prima volta il 22 ottobre 1935: Con­solata, ti farò apostola degli apostoli. Più tardi, il 10 di­cembre 1935, gliela confermava e spiegava, dicendole: Quel Dio che s'e' compiaciuto di prendere una bambina per farne un'apostola degli apostoli; nel riguardo della confidenza che si deve avere in Dio, saprà ancora infon­dere a questa bambina tale e tanta generosità, da farle superare le prove e condurla vincitrice sulla vetta bramata. Poi ancora, il 3 novembre 1935, dandole la sua rassicurante parola sulle prove che l'attendevano: Consolata, non temere nulla. Nessuno potrà fermare ormai la tua corsa vertiginosa verso la fine, nessuno; perché Io sono in te e tu ti fidi solamente, ciecamente e to­talmente del tuo Gesù. Io ne godo e vedrai che cosa sa­prò fare di Consolata! Non temere di nulla e di nessuno: hai Dio con te, che pensa per te, che ti protegge come la pupilla degli oc­chi suoi. Te lo giuro, che corrisponderai pienamente ai disegni che Gesù ha formato su di te. « Chi crede in Me, fiumi di acqua viva scaturiranno dal suo seno » (cf Gv 7,38). Oh, confida, confida sempre in Gesù! Se sapessi quanto ne godo! Dammi questo conforto di fidarti di Me anche fra le tenebre di morte. Non temere mai di nulla, confida in Gesù totalmen­te, solo e sempre; e anche quando scenderanno sulla tua anima le tenebre ad avvolgerti, oh allora più intensamen­te ripeti: « Gesù, più non ti vedo, più non ti sento, ma io mi fida di Te! ». E così ad ogni prova. la tua confidenza in Me è grande, Consolata; lascia che nei giorni della prova diventi eroica! Eroica lo fu. Per gli esercizi spirituali del 1942, quando già stava salendo il suo calvario, affidava al diario questa pagina che merita di essere riportata per intero: ... .Anima mia, sino a oggi puoi dire davanti a Dio di aver sempre combattuto? Di aver raggiunta la perfezione richiesta? Di aver mantenuto fede ai pro­posin fatti?... Mio Dio, quale confusione, quale vil­tà!. ..Ma, o Gesù, non voglio né avvilirmi né scorag­gianni, ma voglio da questo istante, con il tuo aiuto, sorgere, lottare, perseverare nella lotta, da poter dire anch'io in punto di morte con san Paolo: Ho combat­tuto la buona battaglia, ho compiuto la mia corsa, ho conservato la fede! (2 Tm 4,7). « So che una lotta continua, assillante, tenace, quotidiana mi attende, dallo svegliarmi all'addormen­tarmi: la lotta dei pensieri per serbarti la mente, la lingua e il cuore immacolati. So che uno sforzo su­premo di tutte le energie mi aspetta per darti un atto incessante di amore, per vederti in tutti, per avere un "si" generoso per ogni richiesta; e so ancora che l'o­dio satanico sfrutterà tutte le situazioni per impedir­mi, arrestarmi l'ascesa amorosa verso di Te. « Perciò la battaglia s'ingaggia decisiva contro me stessa, le creature, il nemico. Gesù, non voglio entrare in Paradiso un minuto prima di quello da Te stesso segnato, ma neppure un minuto dopo per colpa mia. Se Tu sei in me, chi sarà contro di me?» (cf Rm 8,31). « Gesù, voglio da questo momento fino alla morte, non lasciare entrare un pensiero, uno scoraggiamento, una diffidenza. Gesù, voglio appena svegliata incomm­ciare l'atto d'amore e continuarlo, malgrado tutte le batterie nemiche, sino a quando mi addormenterò la sera. Gesù, sempre col tuo aiuto, voglio vederti, par­larti, servirti, in tutti; Gesù voglio rispondere "si" per ogni tua richiesta diretta o indiretta, per ogni sacrifi­cio, per ogni atto di carità, e tutto compiere con amore e col sorriso. Gesù, voglio vivere il momento presente e questo momento in un atto d'amore, di to­tale dedizione al tuo divino volere, per Te e per le anime! Gesù, voglio con la tua grazia restare in pace e sorridere sempre, qualunque sia lo stato dell'anima mia ». « Gesù, col tuo aiuto, indietro non si torna più! E allora, dovendo avanzare, perché trascinarmi? Perché far ridere il nemico con soste e fermate, con scorag­giamenti o diffidenze?... No, non più! Voglio, col tuo aiuto, andare avanti! E quando cadrò lungo la mia via voglio - fidando in Te - rialzarmi immediatamente, anche se fosse la millesima volta e nell'ultimo istante della giornata, e riprendere energicamente il mio can­to, come se nulla fosse stato. Gesù buono, benedici e conserva questa tua volontà in me! ». Quanta buona volontà, quanta generosità e quale confidenza in questa piccola anima! Confidenza ch'el­la, nell'intima convinzione del proprio nulla, nella quotidiana esperienza della propria debolezza, poggia­va su queste realtà divine: l'amore, l'onnipotenza, la fedeltà del Cuore di Gesù. Scrive infatti: « .. .Un mat­tino di un giorno di ritiro (credo nell'estate 1931), non avendo potuto far la Visita a Gesù Sacramentato con le consorelle di noviziato, m'ero portata, sola, da­vanti alla porticina del santo tabernacolo. Apro il li­bro del ritiro e leggo: "Ti credo onnipotente!". Que­sta frase mi colpì. Chiudo il libro e ricevo in pieno la luce divina. L'onnipotenza divina! E compresi che, malgrado tutte le miè estreme debolezze e miserie, Dio poteva farmi santa. E con la luce sentii una nuo­va forte speranza: la confidenza in Dio! Se era onni­potente, se poteva tutto, poteva anche realizzare i miei immensi desideri! E da quel momento credetti che tutto si sarebbe avverato. O Gesù, se stanotte la tua debole creatura con volontà risoluta può dirti: "Sono pronta a tutto!" a chi lo devo, se non all'onni­potenza misericordiosa che ha operato il miracolo del­la trasformazione, che alla mia innata debolezza ha sostituito la tua forza divina? » Ella parla di desideri immensi. Quali fossero e quali le relative divine promesse, lo si può vedere nel­la sua vita. Suor Consolata toccò il vertice della confi­denza, mantenendo saldissima in cuore, nonostante tutto, la fede nella realizzazione sia dei suoi sconfinati desideri di amore, dolore e anime, sia delle relative divine promesse. Basti per ora una citazione, da una lettera al Padre Spirituale (10 settembre 1942): « . . La mia preghiera più ardente è ora per otte­nere di amare Gesù come nessuno lo ha amato mai e per salvargli anime in egual misura, ma di numero; e glielo ripeto ad ogni stazione della Via Crucis, sino ad annoiarlo. Cosa vuole, Padre, l'unica mia speranza per ciò ottenere è riposta nella preghiera insistente. So che sono miseria, incostanza e viltà, ma so che Lui è onnipotente, che a Lui niente è impossibile; perciò, fra questa piccolissima e il buon Dio, il ponte della confidenza è gettato e, pur nella mia viltà suprema, io credo che Gesù mi concederà ciò che bramo ». « Non lo temo più il dolore, la lotta, l'annienta­mento: Gesù mi fa la grazia di amarlo, e mi stupirei e mi addolorerei se non mi trovassi in questo stato. Con grande audacia chiedo di soffrire come nessuno ha sofferto mai, perché non mi appoggio su di me, vile per natura, ma conto esclusivamente su di Lui, l'Onnipotente, che può tutto, anche concedermi di sopportare con gioia tanto dolore. Lo chiedo, lo bra­mo e credo che mi sarà concesso. A volte, celiando, gli dico che se non mi concede il dolore e la forza di sopportarlo bene, non sarebbe onnipotente: "E io ti credo onnipotente". Mi sembra di poterle affermare, Padre, che la corsa verso il dolore, come verso l'amo­re, si e iniziata ». « A volte, alla sera, nel fare la Via Crucis, con lo sguardo alle stelle, penso: che cosa diranno i Santi della mia insistente preghiera di amore, di dolore e di anime in grado così altissimo?... Se partisse da un cuore mnocente, fedele, ma da Consolata!... Ma or­mai la sfida è gettata di audace confidenza, che tutto spera di ottenere. A chi crede, tutto è possibile; e Consolata crede, crede! Oh, Padre, mi sembra che la fede s'è fatta in me così grande, grande!... E mi ag­grappo tenacemente alla preghiera per conservarla e anzi, se possibile, accrescerla ognor più. Ripeto che il ponte è gettato tra questa fanciulla e il Cuore di un Dio: confidenza senza limiti! ». Tale slancio d'amorosa confidenza si commenta da sé e spiega la promessa tante volte fatta da Gesù a questa cara anima: Consolata, in grembo alla Chiesa sa­rai la confidenza. La conclusione che si può già trarre da quanto fin qui detto, anticipando ciò che sarà svolto nelle pagine seguenti è che l'amore, la vita d'amore, porta real­mente l’anima all'eroismo di tutte le virtù, sorpassan­do vittoriosa sulle debolezze dell'umana natura.

 

4. Amare l'Amore

L'altra verità, di cui dev'essere intimamente con­vinta l'anima desiderosa di progredire nella vita di amore, è che Gesù altro non chiede a noi sue povere creature, se non amore. Allo stesso modo che tutte le relazioni fra il Crea­tore e la creatura si compendiano nella parola di san Paolo: Egli mi ha amato (Gal 2,20), così tutte le rela­zioni fra la creatura e il Creatore si compendiano in quest'altra del Vangelo: Amerai il Signore Dio tuo (Mt 22,37). Amore per amore. il di più che la creatura può dargli, è già suo ed Egli può riprenderselo a pia­cimento, anche la vita. L'amore, no; sulla terra esso è libero e la creatura può rifiutarlo. Ma Dio lo vuole e lo chiede: ne ha fatto il fine della creazione dell'uo­mo; l'ha proclamato il primo comandamento, dalla cui osservanza dipende il conseguimento della vita eterna (cf Mt 12). E lo vuole intero: vuole essere amato con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la mente, con tutta la forza. E per avere il nostro amore, disce­se dal Cielo facendosi Uomo. Non basta, si fece men­dicante ai piedi della creatura: Dammi da bere! (Gv 4, 7); in ultimo, salì su di un patibolo per gridarci con la voce del sangue la stessa divina sete: Sitio! (Gv 19, 28). Il divino richiamo, sempre vivo durante venti se­coli nella voce del Vangelo, poi fattosi più pressante con la rivelazione a santa Margherita Alacoque, si è in questo secolo intensificato attraverso non poche manifestazioni misericordiose. Eppure quante anime, sinceramente desiderose di giungere a Dio, si perdo­no ancora inquiete e affannate per vie difficili, mentre la via dritta, facile e sicura è davanti a loro: l’amore! Quante altre, desiderose di consacrarsi a Dio, sono trattenute dal timore di chissà quali austerità, quasi che lo Sposo Divino sia più assetato del nostro san­gue, che del nostro amore! Non è così: a suor Consolata, che pur appartene­va a un Ordine claustrale dei più severi, Gesù non chiese che amore; l'amore poi avrebbe operato tutto il resto. Le espressioni: Amami solo... amami sempre... amami tanto... a te non chiedo che amore ecc., nelle pa­gine di diario riportanti le divine lezioni, si trovano ripetute centinaia di volte. E un invito continuo, insi­stente e anche commovente del Creatore assetato del­l'amore della sua creatura. Né trovandolo Egli nella maggior parte degli uomini e non ricevendolo nella sua interezza anche da molte anime a Lui consacrate, lo va elemosinando dalle piccole anime, che meglio comprendono l'anelito del Cuore Divino e vi sanno corrispondere. Diceva infatti Gesù a suor Consolata (15 ottobre 1935): Io ho sete di essere amato da cuori innocenti; cuori di bimbi; cuori che mi amino totalmente. Lo chiede a queste anime affinché, attraverso di loro, divampi in tutto il mondo (13 ottobre 1935): Consolata, amami tu per tutte e per ciascuna delle mie creature, per tutte e per ciascun cuore che esiste. Ho tan­ta sete di amore! Proprio quella sete d'amore che ogni cuore umano dovrebbe avere per il Creatore, il Creatore la sente per l'amore della creatura (9 novembre 1935): Amami Consolata! Io ho sete del tuo amore, come ha sete e de­sidera una fontana d'acqua fresca chi muore dalla sete. E tale e tanta questa sete d'amore, ch'Egli giungeva a dire a suor Consolata (3 novembre 1935): Conso­lata, scrivi perché te lo impongo per obbedienza - che per un tuo atto di amore Io creerei il Paradiso. Già ogni anima in stato di grazia - secondo quanto insegnano la Scrittura, i Padri e la teologia, è un tempio, il trono, il cielo di Dio. Che dire allora dell'anima che non solo vive nell'amore, ma vive di amore? Gesù diceva a santa Margherita Alacoque: « Figlia mia, i desideri del tuo cuore mi sono così graditi, che se non avessi istituito il mio Divin Sacra­mento d'amore, lo istituirei per amor tuo, per avere il piacere di essere nella tua anima e prendere un ripo­so d'amore nel tuo cuore ». Ed ecco ora dire a suor Consolata (29 ottobre 1935): Sei il mio piccolo Paradi­so; una tua Comunione mi ricompensa di tutto quello che ho sofferto per cercarti; averti; possederti. - Ma, Gesù, se non so dirti nulla! - Non importa, ma il tuo cuore è mio, esclusivamente mio e Io che cosa voglio dal­le mie povere creature, se non il cuore? A tutto il resto Io non guardo e quando un cuore è mio, esclusivamente mio, oh allora questo cuore diventa per me un Paradiso! E il tuo cuore è mio, è già eternamente mio! Si comprendono bene ora le divine insistenze, af­finché suor Consolata unisse all'amore incessante, l'in­cessante preghiera per l'avvento del regno d'amore nel mondo. Così il 16 dicembre 1935: Consolata, si, chiedi il perdono sulla povera umanità colpevole, chiedi su di essa il trionfo della mia misericor­dia, ma soprattutto chiedi; oh! Chiedi su di essa l'incen­dio del divino amore che, qual novella Pentecoste, redima l'umanità da tante sozzure. Oh, solo l'amore divino può fare di apostati; apostoli, di gigli infangati; gigli immacolati; di ributtanti viziosi peccatori; trofei di misericordia! Chiedimi l'amore, il trionfo del mio amore per te e per ciascun'anima della terra, che ora esiste e che esisterà sino al termine dei secoli. Prepara con la preghiera incessante il trionfo del mio Cuore, del mio amore su tutta la terra! Un'altra volta, insistendo sullo stesso concetto, Ge­sù con le parole di santa Teresina: « O Gesù, perché non mi è possibile dire a tutte le piccole anime quan­to la tua condiscendenza è ineffabile? », le soggiun­geva (27 novembre 1935): Consolata, narra alle piccole anime, a tutti; la mia condiscendenza ineffabile; dì al mondo quanto Io sono buono e materno e come dalle mie creature, in cambio, Io non chiedo che l'amore. Tu la puoi narrare, Consolata; narrala la mia estre­ma misericordia ed estrema materna condiscendenza. L'amore: ecco il fuoco che Gesù è venuto a por­tare sulla terra e vuole che arda in ogui cuore (15 di­cembre 1935): Oh, potessi scendere in ogni cuore e ver­sarvi a torrenti le tenerezze del mio amore!... Consolata, amami per tutti e, con la preghiera e la tua immolazio­ne, prepara nel mondo l'avvento del mio amore! Gesù vuol dunque salvare il mondo, ma il mondo deve tornare a Gesù. Con Lui la pace nella tranquilli­tà dell'ordine, senza di Lui l'anarchia e la rovina. E per tornare a Gesù? Una sola la via, come per le anime, così per le nazioni: Dìliges! L'amore. E tutta la legge, tutto il Cristianesimo. Nell'adempimento di questo solo precetto, che abbraccia Dio e il prossimo, è la salvezza: Fa' questo e vivrai (Lc 10,28). il prote­stantesimo da una parte, il giansenismo dall'altra, in questi ultimi secoli hanno spento a poco a poco que­sto fuoco sacro nel cuore del Cristianesimo e l'hanno ucciso, almeno in molte anime. La maschera di un Cristianesimo ridotto alla semplice fede o al timore, ha agghiacciato i cuori, li ha allontanati da Dio, por­tandoli progressivamente all'indifferentismo, allo scetti­cismo, all'ateismo, al paganesimo. Per tornare a Gesù è dunque necessario tornare al Vangelo, quello che Gesù stesso ha depositato in seno alla Chiesa cattolica, e che essa ha costantemente difeso e insegnato: il Vangelo dell'amore e della carità. Credere al Vangelo è credere all'Amore, praticare il Vangelo è amare.

 

Capitolo III

 

LA VITA D'AMORE E LA PERFEZIONE CRISTIANA

 

1. Amore e santità

Quante siano le anime sante nel tempo della sto­ria presente, Dio solo lo sa. Questo tuttavia si può affermare: che non sono pochi i cristiani che ritengo­no la santità, se non proprio un'esclusività del chio­stro, almeno un « affare » riservato a poche anime privilegiate, per le quali poi la santità sarebbe un do­no piovuto dal cielo e non per loro. Un tal modo di pensare, oltre che errato, è dannoso; in quanto trattie­ne le anime in un'inerzia spirituale e le adagia in una mediocrità che per nulla s'addicono a chiunque si professi cristiano. La vocazione alla santità è di tutti indistintamente i battezzati, in quanto membra di uno stesso corpo mistico: se è Santo il Capo, lo sono anche le mem­bra. Quando nel Vangelo Gesù dice: Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5,48), si ri­volge a tutti i suoi discepoli. Quando san Paolo scri­ve: Questa è la volontà di Dio, la vostra santzficazione (1 Ts 4,3), è ancora per tutti i cristiani. Se Dio ci vuole santi, non v'è dubbio ch'Egli an­che ci elargisce le grazie necessarie per conseguire la santità: tutto ciò che Gesù ha fatto per noi, o ci ha donato e lasciato, tutto è in ordine non solo alla no­stra salvezza, bensì pure alla nostra santificazione. Il desiderio, la gioia, vorremmo dire l'ambizione di Ge­sù è precisamente quella di vederci santi. Lo confer­mava Egli a suor Consolata, dicendole: Se sapessi quanto Io godo nel fare un 'anima santa! Tutti dovrebbero farsi santi per procurarmi questo piacere. Ne vuoi una pallida idea? Pensa alla gioia che prova una mamma quando vede il figlio suo tornare raggiante con la laurea conseguita: la felicità di questa mamma è indescrivibile! Ebbene, la mia felicità nel vedere un'anima giungere alla santità, supera immensamente questa debole immagine. Gesù parla anche qui per tutte le anime. È dunque sommamente importante che i fedeli siano ben illuminati su questo punto. Perché temere di parlar loro di santità, o perché distoglierli dall'aspirare alla santità, se essa è un preciso dovere di ogni cristiano? L'importante è farsi un giusto concetto del­la santità stessa, sia per non errare nella pratica e po­co o nulla concludere, credendo di far molto; sia per non lasciarsi allontanare da così nobile impeguo, a motivo della propria meschinità o debolezza. È un errore - e lo dichiara espressamente Gesù a suor Consolata, come abbiamo visto - parlando di santità o di Santi, far cadere l'accento sui doni straor­dinari o grazie gratis datae; ed è pure un errore farlo cadere sulle penitenze straordinarie, sulle austerità, ecc. quasi che il primo e grande comandamento della Legge, e quindi il primo e grande dovere del cristia­no, non sia l'amore di Dio e del prossimo, ma la ma­cerazione del proprio corpo. Non bisogna travisare il Vangelo né ridurre o ab­bassare i Santi del Cristianesimo quasi al livello di una setta di flagellanti, non ponendo nel dovuto rilie­vo quella interiorità - unione con Dio: amore - da cui tutte le opere e tutte ancora le virtù traggono vita, valore e perfezione. E neppure il Vangelo è un messaggio di tristezza, bensì di gioia, dal lieto annun­zio degli Angeli a Betlemme, a quello trionfante degli Angeli presso il sepolcro vuoto di Gesù. E chi può affermare che Gesù abbia vietato ai suoi discepoli di usare delle pure e caste gioie della vita, quando è il suo amore che le semina, intrecciate al dolore, sul no­stro cammino? E non è pure lo stesso sacrificio quo­tidiano trasfigurato dalla luce della speranza cristiana? Già in questo Messaggio abbiamo trovato parecchi ac­cenni al riguardo; ne riporteremo alcuni altri. Un giorno suor Consolata, colpita da influenza maligna, si appoggiò al banco stando in Coro, poi an­cora sedette, (cosa che mai faceva per spirito di mor­tificazione). In seguito però ne sentì un po' di pena e ne chiese perdono a Gesù. E Gesù a lei: Stà in pace, non farmi severo, Consolata! Gesù, che al Padre tuo san Francesco mandava il corvo a svegliarlo più tardi il mattino, unicamente perché la nolle aveva dormito meno, può anche permettere a una sua creatura di appoggiarsi, di sedersi in Coro, perché hai... l'influenza! Hai capito che Gesù è la bontà, la misericordia, l'indulgenza? Suor Consolata era attaccatissima alla vita comune in tutto, anche nel vitto; rinunziava perciò volentieri e di proposito a ciò che la Comunità era solita passare alle più deboli, e a questa regola mai avrebbe voluto derogare, neppure nei giorni di prostrazione fisica o d'infermità. Ora, ecco la bella lezione di Gesù (24 settembre 1936): Consolata, ricordati che sono buono, non mi trasfigu­rare. Vedi: la santità il mondo ama figurarla con imma­gini tutte di austerità, flagelli, catenelle... No, non è così. Se il sacrificio, se la penitenza entra a far parte della vita di un Santo, non ne è poi tutta la vita. Il Santo, ossia l'anima che si da generosamente a Me, è l'essere più felice della terra, perché Io sono buono, esclusivamente buono. Oh, non dimenticare mai che quel Gesù, che vedrai morire su di una Croce al termine della sua mortale car­riera, è quel Gesù che per trenta anni divite la vita co­mune a tutti gli uomini, in seno alla propria famiglia; è quel Gesù stesso, che nei tre anni di predicazione, lo ve­drai assidersi e quindi prendere parte anche a banchetti. E Gesù era Santo, Consolata, il più Santo di tutti gli uo­mini! Quindi nelle tue necessità non mi trasfigurare, pensa che Gesù è sempre buono, che per te è e sarà, sino al­l'ultimo tuo respiro, la tenerezza materna. Se amo la fedeltà alle tue promesse, amo ancora la tua confidenza nella mia materna bontà e, quando ne sentirai vero bisogno, sarò felice che tu faccia eccezioni. Ricordalo, non dimenticarlo mai: Gesù è buono; non mi trasfigurare! Non si toglie, dunque, nulla di ciò che realmente può servire alla santificazione dell'anima, ma ogni co­sa sta al suo posto e ad ogni cosa è dato il proprio valore in ordine alla santificazione stessa. Insomma, se Gesù nel Vangelo chiama tutti i suoi seguaci alla san­tità e a tutti ne ha dato l'esempio, dev'essere necessa­riamente una santità unica per tutti e accessibile a tutti: anche se diverse saranno le vie che vi conduco­no, a seconda della diversa condizione delle persone e dei diversi disegni che Dio ha sulle anime. Questa santità sta essenzialmente nell'amore: co­me quello che unisce l'anima alla sorgente di ogni santità, che è Gesù Cristo. Quindi, mentre non da tutti Egli esige gli stessi sacrifici o nella stessa mi­sura, da tutti invece vuole essere amato; non solo, ma essere amato con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l'anima, con tutta la forza. Di que­sto amore così totale ne ha fatto un preciso coman­damento per tutti, compendio di tutta la Legge. Quando perciò un'anima gli dà questo tutto, è san­ta e lo è nella misura che lo ama così totalmente quanto si oppone al­l'amore perfetto. E quindi facile comprendere nel suo preciso signi­ficato la seguente lezione di Gesù a suor Consolata, nella quale si ribatte lo stesso concetto precedente (16 dicembre 1935): Consolata, di' alle anime che preferisco un atto di amore e una Comunione di amore a qualunque altro dono che possono offrirmi. Sì, un atto di amore a una di­sciplina, perché ho sete di amore. Povere anime! Per giungere a Me credono che sia ne­cessaria una vita austera, penitente… Vedi come mi trasfigurano! Mi fanno temibile, mentre Io sono solamen­te buono. Come dimenticano il precetto che Io vi ho dato, che è il compendio di tutta la Legge: amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, ecc. Oggi, come ieri, come domani, alle povere creature Io chiederò solo e sempre amore! Se i cristiani comprendessero più profondamente il Vangelo, secondo il suo spirito, quanto più facil­mente e lietamente lo tradurrebbero in pratica nella loro vita quotidiana! Amore per amore: ecco tutto!

 

2. L'amore e l'intimità con Gesù

Scopo e frutto della vita d'amore è, dunque, l'u­nione dell'anima a Gesù per conseguire la santità. E questo il tesoro di cui parla il Vangelo e chi l'ha sco­perto, compra il campo in cui esso è nascosto, ven­dendo tutto quello che ha (cf Mt 13,44). il campo fortunato è il raccoglimento, per avere il quale biso­gna spogliarsi di tutto, in una rigorosa mortificazione del cuore e dei sensi, sia interni che esterni. Non tutti comprendono questo linguaggio. Sono anzi relativamente poche le anime, anche fra le persone consacrate, che riescono a scoprire tale tesoro; o se lo hanno intravisto, non giungono a possederlo, perché non sanno tmporsi le necessarie rinunce. Potrebbero vivere una vita divina e divinamente fecon­da, invece si fermano sulla soglia del palazzo del Re, adagiandosi in un tenore di vita poco più che medio­cre, o per lo meno molto distante da quella perfezio­ne a cui sono votate. Gesù, Re d'amore, dona tutto ma vuole tutto: il cuore con tutti i palpiti, la mente con tutti i pensieri, i sensi con tutte le operazioni, l'anima con tutte le potenze. Egli allora non mette limiti nel donare e nel donarsi e l'anima, come assorbita in Lui, vive e agisce in Lui, in una così ineffabile intimità di affetti e di intendimenti, da non aver riscontro che nella vita dei beati in Cielo. Tutte le richieste d'amore di Gesù a suor Conso­lata miravano precisamente a questo: portarla a una unione attuale e stabile, perciò viva e intima, con Lui. Non meraviglia ch'Egli, ammaestrandola, portasse mol­to avanti le sue esigenze, sino a non permetterle la minima distrazione volontaria (8 agosto 1935): Per nessun motivo non distogliere lo sguardo da Gesù, così più celermente vogherai verso l’eterna riva. Se già la voleva perfetta in tutto, tanto più su questo punto da cui le virtù traggono la loro perfezio­ne (10 ottobre 1935): Ti voglio perfetta, ti voglio conti­nuamente con Me, quindi: Gesù solo! Io solo che basto per tutto. Ti fidi di Me, vero? Non la segregava materialmente dalle creature: an­zi, Gesù pretese sempre da lei una perfetta vita co­mune in tutto, comprese le ricreazioni. Tuttavia ella doveva impegnarsi, in ogni tempo e luogo, a non di­strarre mente e cuore da Lui (5 agosto 1936): Sai che voglio Io da te? La continuità intima, senza dipartirtene un istante; sempre con Me, anche quando devi parlare con le creature. Un giorno, per avere un po' di aria in cella, tenne aperta la porta, ma era osservata nel lavoro che face­va. Gesù allora le disse: Consolata, chiudi la porta della cella a ogni rumore terrestre e lascia solo più aperta la finestra a tutto ciò che è cielo. Uguale esortazione le rivolgeva riguardo alla porta dei sensi, assai più pericolosa e distraente (29 ottobre 1935): Come chiudi la porta della cella (perché oh! La solitudine è così bella), così chiudi ogni porta ai sensi. Viviamo nell'intimità sempre, noi due soli; chiudi l'adito a ogni pensiero, a tutto, sempre noi due soli. Unita così intimamente al Santo dei Santi, l'anima farà passi rapidi e sicuri nella via della santità. Certo, ella dovrà pur sempre sforzarsi di corrispondere all'a­zione della grazia, specialmente con la fedeltà ai pro­positi che ne sono l'attuazione pratica, ma ecco Gesù dire a suor Consolata (23 giugno 1935): Io sono sem­pre fedele alle mie promesse, così tu, se stai sempre in Me, sarai fedele a ciò che mi prometti, ai tuoi propositi, perche ciò che c'è nella vite, c'è pure nei tralci. Questo vale per tutte le virtù, che in Gesù sono in grado infinito e che Egli trasfonde nell'anima, nella misura che essa gli è unita (22 agosto 1935): Tu stai in Me e facciamo una cosa sola e porterai molto frutto e diverrai potente, perché scomparirai come una goccia d'acqua in seno all'oceano; e in te passerà il mio sdegno, la mia umiltà, la mia purezza, la mia carità, la mia dolcezza, la mia pazienza, la mia sete di sofferenza, il mio zelo per le anime, da volerle salvare a tutti i costi. E, come si vede, la trasfusione della vita divina nell'anima. Così intimamente unita a Colui che è la santità per essenza, l'anima non può non assorbirla in se stessa (12 novembre 1935): Ricorda sempre che Io solo sono santo e posso farti santa, trasfondendo la mia santità in te: la mia santità diventa la tua, come tua è la mia purezza, tua la mia umiltà, hai capito? Se si considera che la perfetta unione dei cuori comporta la comunanza dei beni tutto ciò è facilmen­te comprensibile. Ora, poiché l'anima non ha nessun bene proprio, i beni di Gesù diventano suoi. Quante volte, esortando suor Consolata a quest'intima unione, Gesù le ripeteva: Ciò che è mio è tuo, Consolata! E le specificava, insieme con tutte le virtù: tue le mie paro­le, i miei pensieri e quindi il mio dolore e il mio amore. Non si tratta soltanto del frutto abbondantissimo della santificazione, ma anche dell'apostolato, perché i due doni - santità e anime - sono inseparabili l'u­no dall'altro (19 novembre 1934): Poiché hai sete di amarmi e di salvarmi anime, sta' in Me sempre: sul lavoro, a ricreazione... Non lasciarmi un istante e porterai molto frutto. Guarda san Pietro: da solo aveva pescato tutta la notte e aveva preso nulla; con Me, appena gettate le reti, le ritirò piene di pesci. Così tu se stai con Me, se non mi lasci un istante: a ogni ispirazione di mortificazione che t'invierò, tu, seguen­dola, getterai la rete e Io la ritirerò su piena di anime, che tu conoscerai solo quando sarai in Paradiso. Lezioni, queste, preziose per tutte le anime, clau­strali e non: la santità è alla base dell'apostolato, co­me l'unione con Gesù è alla base della santità. Infatti, è precisamente l'amore che attua tale unione. Dopo aver riportato a suor Consolata le parole di san Gio­vanni: Dio è Amore, chi sta nell'amore dimora in Dio e Dio dimora in lui (1 Gv 4,16), Gesù gliele commenta­va così: Vedi, Io sono Amore e finché tu rimani nell'a­more, tu rimani in Me, ma anch'Io in te. Quindi anche quando tacerò e tu non mi. sentirai più, ricorda sempre che, finché tu mi ami, Io sono in te e tu in Me... E tu vuoi solo e sempre amarmi, non è vero? Quindi sempre Io rimango in te e tu in Me, Se l’amore è il tramite della nostra unione con Gesù, ne consegue che quanto più perfetto è l'amore, tanto più perfetta sarà l'unione.

 

3. Verginità d'amore nella verginità dell'atto d'amore

E’ stato già detto come l'esercizio dell'incessante atto d'amore non possa attuarsi senza un rigoroso si­lenzio di pensieri e di parole da parte dell'anima. Ora va aggiunto che l'incessante atto d'amore è, a sua vol­ta, di aiuto grandissimo (indispensabile anche per la maggior parte delle anime) al fine di mantenersi sia nella verginità di mente, servendo a non lasciarla di­vagare; sia nella verginità di cuore, non lasciandolo posare su alcuna cosa terrena; quindi ancora nella verginità di lingua, mantenendo l'anima in un conti­nuo e virtuoso silenzio. Anche qui gli insegnamenti divini a suor Consolata sono molto chiari. Per quanto riguarda la vergmità di mente e di lin­gua, le diceva (16 settembre 1936): Bisogna che tu ab­bia una padronanza tale sui tuoi pensieri e sulle tue pa­role, che il demonio non possa più nulla contro di te, e questa padronanza te la favorisce l'atto d'amore. E riguardo alla verginità di cuore (1 dicembre 1935): Solo la continuità dell'atto d'amore assicura la verginità al tuo cuore. Tuttavia, non solo Gesù chiedeva a suor Consolata la continuità dell'atto d'amore, bensì pure la verginità dell'atto d'amore: non solo, quindi, non perdere nella giornata un atto d'amore (col cuore), ma anche non distrarre mai la mente dal medesimo. E la vera e perfetta verginità d'amore. Già il 17 ottobre 1935, mettendo suor Consola­ta in guardia contro i tranelli del nemico riguardo alla continuità dell'atto d'amore, le diceva: Vedi, il nemico ciò che vuole impedirti è l'atto d'amore conti­nuo. Ecco il perché di tutta questa assillante lotta di pensieri. Qualunque pensiero, anche buono, purché tu non ami, a lui basta. Passando poi a spiegarle più chiaramente in che consiste la verginità d'amore, le diceva (6 dicembre 1935): Sai in che consiste la purezza del tuo atto d'amore? Nel non frammischiarvi un pensiero, perché tu puoi nello stesso tempo amare col cuore e con la mente pensare ad altro. No, la purezza dell'atto d'amore esclude ogni pensie­ro, esige la verginità della mente, hai capito? Così Io vo­glio da te l'atto d'amore. Ma non temere, ti aiuto a darmelo in tutta la sua - purezza e così, ammettendo nulla di te, mi dai, amandomi, tutto! Le spiegava, inoltre, come avviene che i pensieri estranei all'amore possano offuscare la purezza dell'at­to d'amore (6 dicembre 1935): Vedi, nei pensieri anche buoni che s'infiltrano in te, qualcosa di amor proprio, di compiacenza, vi entra sem­pre e si capisce che deturpano l'atto d'amore. Ma se tu, fidandoti ciecamente che Io penso e pense­rò a tutto, non ne lasci entrare neppur uno, l'atto tuo d'amore avrà una purezza verginale. E rispondendo ad una formale promessa da parte di suor Consolata di voler essere fedele alla verginità d'amore, così la incoraggiava (8 dicembre 1935): Tu mi prometti verginità d'amore ed Io, in cambio, ti pro­metto l'osservanza scrupolosa di essa. Più tardi, anzi, Gesù la confermerà in grazia nella continuità e verginità d'amore e, tuttavia, nemmeno un favore tanto singolare l'affrancherà dalla lotta o la dispenserà dall'impegnare a fondo tutte le sue energie spirituali (15 dicembre 1935): Se ti confermo in grazia riguardo alla verginità d'amore e al tuo incessante atto d'amore, non credere che l'amarmi non ti costi più sforzi. Oh no, la mia conferma in grazia non esclude la lotta e lo sforzo. Ora, la lotta è sofferenza, e per suor Consolata sarà sofferenza continua, come continua sarà la lotta. Ma ec­co il prezioso frutto della verginità d'amore: la verginità di sofferenza! L'anima, così stabilita in un incessante atto d'amore verginale, è atta a far giungere a Dio tutto il profumo delle sue sofferenze, senza disperderlo in sterili lamentele o in pericolosi ripiegamenti su se stessa, senza assumere all'esterno alcuna posa di vittima, nessuno di quegli atteggiamenti voluti o studiati che sono propri delle vittime in figura e non in realtà. Tutto ciò Gesù glielo confermava dicendole (9 dicembre 1935):  Vedi, la verginità dell'amore va parallelamente con la verginità della mente. Quando un'anima si stabilisce in questa verginità d'amore, più nulla riesce a turbarla, sarà come confermata in pace. Mira la Santissima Vergine ai piedi della Croce: soffre, sì, ma quale dignità nel suo soffrire! La vedi?... In un mare di dolori, non un lamento; non si accascia, non si abbatte, nulla, nulla... Accetta, soffre, offre sino al consummatum est, con calma e fortezza. Così ti voglio nei giorni di dolore e la verginità d'amore ti aiuterà ad esserlo. Le forniva inoltre il motivo per il quale la vergini­tà d'amore stabilisce l'anima in una pace così perfetta e stabile (10 dicembre 1935): « In verità, in veriià vi dico: chiunque commette il peccato, è schiavo del peccato » (Gv 8,3). Così tu, se la­sci entrare un pensiero, se pronunci una frase non richie­sta, rimani serva della tua infedeltà. La serva è schiava, la schiavitù pesa. Ecco perché, dopo un'infedeltà, senti la tua anima avvolta da tristezza e non sai sollevarti, se non ricorrendo a Gesù. Viceversa, se resisti. alla tentazione, se sei fedele, ti senti libera e forte e pronta a qualunque sofferenza. Hai capito, Consolata? Ricordalo! Insieme con la fortezza nella sofferenza, la vergini­tà d'amore assicura all'anima la vera gioia, che nessu­no e niente può rapirle; essa è come confermata nella gioia, allo stesso modo che nella pace (13 dicembre 1935): Consolata, vedi il candore della neve che ti circon­da?... Ebbene, rimani così, nella verginità di mente, lin­gua e cuore, e la sofferenza ti sarà sempre dolce, perché è solo l'infedeltà che ti fa soffrire, il resto no, perché soffrire per amore di Gesù e delle anime è gioia. Il richiamo di Gesù al candore della neve esprime assai bene un altro frutto della verginità d'amore, che è di portare l'anima a un'estrema purezza. Purezza anzitutto di mente (2 dicembre 1935): Vedi, mentre tu ami, il demonio non può far entrare in te un pensiero cattivo, perché tutte le tue facoltà sono assorbite dall'a­more; ma se tu cessi di amare, sì che lo può. Perciò tu ama sempre. Poi anche purezza di anima e di corpo (11 giu­gno 1936): Quest'incessante atto d'amore ti dona la tri­plice verginità: cuore, corpo, spirito. E ciò perché Gesù, fedele alle sue promesse, tra­sfonde nell'anima che gli è così intimamente unita, la sua stessa purezza verginale (25 novembre 1935): Consolata, verginità di mente: sì, Io solo!... Verginità di cuore: sì, Io solo!... Verginità di sofferenza: per Me so­lo!... Verginità di lingua: parla a Me solo!... Verginità di corpo: la trasfondo Io in te! In verità, quale sarà la purezza di un'anima che dal mattino alla sera, incessantemente, tiene fisse tutte le sue facoltà in un atto d'amore continuo e verginale! Come si avvera ciò che Gesù diceva a suor Consolata che è per tutte le anime (30 novembre 1935): La ver­ginità di mente ti rende bella e immacolata, l'atto d'amo­re continuo (ti rende) ardente come ti voglio! Con tali insegnamenti sulla verginità d'amore, Ge­sù andava preparando suor Consolata al voto d'amore verginale. Stralciamo dal diario (6 agosto 1936): «...Ho compreso questo: Gesù ha sete d'amore. Ora dissetarlo con acqua sudicia è un oltraggio che non può sopportare un cuore di sposa; quindi il mio atto d'amore, che serve a dissetare Gesù, deve giun­gere a purezza tale, da non permettersi miscellanza al­cuna di pensieri estranei, anche buoni: nulla, assoluta­mente nulla lasciar entrare, ma per ogni preoccupazio­ne lasciare che ci pensi Gesù... Egli mi ha fatto intendere di avermi preparata in questi giorni per il vo­to dell'atto incessante d'amore verginale: che esdude ogni pensiero anche se buono e ogni frase non stret­tamente richiesta. Compresi essere suo desiderio che emettessi questo voto stasera e io lo emisi dentro il suo Cuore stesso. Mi chiese che cosa desideravo in cambio e gli risposi: - La fedeltà per osservarlo sino alla morte. - Intesi che si assumeva Lui la responsa­bilità di farmelo osservare ». Come si vede, si tratta di due voti quanto mai ardui e di perfezione altissima. Non è più solo alla continuità dell'atto d'amore, ma è alla purezza vergi­nale del medesimo che ella dovrà rivolgere i propri sforzi, senza rallentare mai nel dono totale di sé, in nessun tempo della giornata. Ecco la vittima d'amore! « Ciò che Gesù è per me - scriveva suor Consolata (1 gennaio 1936) - anch'io voglio essere per Lui: una piccola candida ostia nella triplice verginità di mente, lingua, cuore! » Ora, ella lo è, e Gesù glielo conferma (19 luglio 1936): Ormai sei un'ostia consacrata all’Amore per l’A­more infinito!

 

4. L'intensità d'amore nell'intensità dell'atto d'amore

E’ questo il terzo requisito per la perfezione dell'a­more: dare al nostro amore la massima intensità pos­sibile: Ama il Signore tuo Dio... con tutta la tua forza (cf Mc 12,30). Se già dobbiamo amare il prossimo come Gesù ha amato noi, tanto più dello stesso amo­re dobbiamo amare Lui stesso per corrispondere al suo amore. L'unica misura nell'amore di Dio - dice san Bernardo - è di amarlo senza misura. Quel vo­ler amare Gesù « come nessuno lo ha amato mai», che è di tutti i Santi, dovrebbe essere di tutte le ani­me, almeno nel desiderio e nello sforzo.  Per ciò che riguarda suor Consolata, va detto che Gesù l'amò di un amore di predilezione intensissimo, al quale ella corrispose con intensissimo amore. Non crediamo di esagerare, se diciamo che non è tanto fa­cile trovare, nell'agiografia cristiana, un'anima che più di suor Consolata abbia amato Gesù con amore così incessante, verginale e intenso. Ci limitiamo a poche e brevi citazioni, in stretta relazione con l'argomento trattato: l'incessante atto d'amore. Le diceva, dunque, Gesù (10 novembre 1936): Consolata, non dobbiamo più solo pensare ad evitare di­fetti, ma il nostro sforzo deve tendere ad amare Gesù al­la follia. Io voglio essere amato da te alla follia. Amare Gesù alla follia! Può un anima giungere a tanto? Si, con la grazia di Dio, e questa appunto Ge­sù prometteva a suor Consolata (11 novembre 1935): Confida, Consolata, Io sono l'Onnipotente e ti amo alla follia e anche tu mi amerai alla follia, te lo prometto. E quale il mezzo per giungere a tanto intenso amore? L'atto incessante d'amore. Un giorno (22 lu­glio 1936) Gesù faceva sentire a suor Consolata il suo pressante invito: Amami, Consolata, amami tanto! E alla domanda di lei su come fare per amarlo tanto, ri­spondeva: Con l'atto d'amore incessante mi si ama tan­to. Poi ancora qualche giorno dopo (2 agosto): Con l'atto incessante d'amore tu mi amerai alla follia! Il segreto sta nell'imprimere a quest'atto continuo d'amore la massima intensità. Così infatti la Santissi­ma Vergine istruiva suor Consolata, come risulta dal diario (14 luglio 1936): « ... A ricreazione era stato detto che chi fa più sacrifici ama Gesù di più. Pensando a queste parole stasera a meditazione ero un po' mesta, perché io non faccio sacrifici grandi per Gesù, eppure il deside­rio di amarlo alla follia è così intenso! Non ero dun­que una povera illusa?... Alzai lo sguardo, a me di fronte v'era la statua della Vergine Santa e mentre la guardavo, un pensiero confortante penetrò in me: la Madonna che cosa mai di grande aveva fatto durante i suoi anni mortali, a Nazaret? Eppure nessuna crea­tura mai la sorpasserà nell'amore verso Dio. Mentre pensavo a Lei, promettendomi di imitarla, intesi: Per amare Gesù tanto, tutto consiste nel dare al tuo incessan­te atto d'amore tutta l'intensità d'amore possibile!». Che poi suor Consolata, attraverso l'incessante atto d'amore, amasse il più intensamente possibile, lo si può desumere dal fatto che Dio stesso doveva inter­venire a frenarla nei suoi impeti amorosi. Le diceva infatti il Divin Padre (29 novembre 1935): Anche nel tuo atto d'amore, calma; perché se non procedi con calma, se tu fai violenza al cuore con gli im­peti, questo, sfinito, non potrà più proseguire il suo canto. Non credere ché sia meno ardente, se è più calmo, né assicura la continuità, hai capito? L'amore di per sé è fioco, lascia che consumi tranquillamente la mia piccola ostia. Ama con pace, lascia che l'amore consumi dolcemen­te, non con impeto, con veemenza, che ti prostra e t'im­pedisce poi di rallegrarmi col tuo canto. A riguardo la esortava un'altra volta Gesù: Vedi, Consolata, se tu continui ad amarmi con calma, puoi darmi quest'atto incessante, se tu, all'opposto, vuoi forza­re il tuo cuore ad amarmi impetuosamente, sarai costretta a fermate, non avendo più forze a proseguirlo. Bisognerebbe, del resto, riportare gran parte delle sue lettere, nonché gli appunti intimi di diario, per comprendere il fuoco d'amore che andò man mano accumulandosi nel cuore di questa vittima generosa attraverso l'incessante atto d'amore. E, comunque, un fatto che il suo povero cuore, troppo piccolo per con­tenere tanto incendio d'amore, ne soffriva anche fisi­camente. Una sola citazione (4 luglio 1936): « Stasera potei sostare un po' davanti al santo ta­bernacolo (il mio povero cuore incomincia a consu­mare e non può ritenere i desideri, gli slanci d'amo­re). Mi sentìi pervasa dal bisogno infinito d'amare Gesù, che mi ama alla follia, con amore di pari follia, e sentii che a ripetere a Gesù i desideri infiniti di amarlo, vi era un altro cuore nel mio: il Cuore Divino! Questo poteva slanciarsi nell'infinito senza abbat­tere la natura!

 

5. L'amore di abbandono e l'incessante atto d'amore

E’ la più alta espressione della vita d'amore e logi­co corollario di quanto detto finora. Affinché, infatti, l'atto d'amore sia così incessante da non perderne vo­lontariamente uno durante la giornata, e così verginale da non frammischiarvi alcun pensiero, è necessario che l'anima porti la sua fede nell'Amore, da darsi in balia dell'Amore, come una piuma è in balia del ven­to. In altre parole: che si abbandoni così perdutamen­te all'Amore, da rinunziare non solo ad ogni pensiero di creature, ma anche a ogni pensiero di sé. E il di­menticarsi, il morire a se stessa, cosa difficile, poco compresa dalla maggior parte delle anime, ma non per questo meno necessaria, se si vuole che Gesù possa agire liberamente nell'anima stessa. Già si è detto che il dimenticarsi e l'abbandonarsi in Dio non significa che l'anima debba trascurare la propria formazione spirituale, adagiandosi in un ripro­vevole indifferentismo, bensì che deve evitare di pro­cedere di proprio capriccio, seguendo i propri gusti, invece di seguire semplicemente e docilmente l'azione di Gesù in lei. La parola d'ordine di Gesù a tutte le anime chiamate ad alta perfezione per la via d'amore è sempre questa: « Lasciami fare! ». Si, lasciar fare a Gesù. E perché no? A nessuno più che a Lui sta a cuore la santificazione dell'anima; nessuno, eccetto Lui, può santificarla; nessuno, al par di lui, ne conosce i reali bisogni; a Lui solo sono noti i disegni divini su di essa; essendo onnipotente, può tutto; essendo fedelissimo, mantiene tutto... Perché dunque non fidarsi di Lui e lasciargli libero il campo, così che Egli possa agire nell'anima liberamente e incontrastato? Perché non sacrificargli le proprie vedute, pensieri, aspirazioni, desideri, preoccupazioni e solo prestarsi fiduciosamente, momento per momento, alla sua azione che è sempre e solo santificatrice? E que­sto che Gesù voleva da suor Consolata (22 settembre 1935): Vedi Consolata, la santità è oblio di te stessa in tutto: pensieri; desideri, parole... Lasciami fare; Io faccio tutto e tu, momento per momento, dammi con grande amore ciò che ti chiedo. L'amore di abbandono si risolve, pertanto, nella pratica, in amore di docilità. Parlando alle folle Gesù ricordava loro ciò ch'era stato scritto dai Profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio (Is 54,13; Cv 6,45). Gesù è tale unico Maestro di tutte le anime (cf Mt 23,8): Maestro che possiede la scienza della santità in grado infinito e vuole e può comunicarla all'anima, purché essa si presti ad essere ammaestrata, e corrisponda con prontezza ad ogni divina richiesta, per ogni divina operazione amorosa o dolorosa, per ogni divino volere comunque manifestato. Diceva Egli infatti a suor Consolata (24 settembre 1935): Consolata, Io ho tutti i diritti su dite e tu ne hai uno solo, quello di obbedirmi. Io ho bisogno di una volontà docile che mi lasci fare, che si presti a tutto, che si fidi di Me e che mi serva sempre, in qualunque situazione, con pace e gioia. Gesù è Dio e ciò ch'Egli fa, lo fa da Dio, cioè di­vinamente bene e, quindi, sempre per il maggior be­ne dell'anima, anche se non sempre l'anima scorge questo lavorio divino in sé e nei suoi risultati (18 no­vembre 1935): Lasciami fare e vedrai che faccio tutto bene e tutto Io, e la mia piccola ostia diverrà feconda di amore e di anime. Ma è l'amore e solo l'amore che può portare l'ani­ma a questo totale e fiducioso abbandono. Come po­trebbe, infatti, l'anima rinunciare a ogni pensiero, de­siderio, preoccupazione personale, se essa non si fida dell'Amore, se non lascia che pensieri e desideri e preoccupazioni siano assorbiti dall'amore? Se Gesù è pronto a fare tutto nell'anima, ciò è appunto perché essa si concentri ad amarlo. Lo confermava Egli stes­so a suor Consolata (8 novembre 1935): In un'anima a Me piace fare Io. Cosa vuoi, amo far Io tutto e a que­st'anima chiedo solo di amarmi. L'errore in cui cadono molte anime è di credere di essere loro a santificarsi: perciò vogliono far loro, invece di lasciar fare Gesù; scegliere esse la via, il modo, i mezzi ecc., insomma insegnar loro al Mae­stro. E ne risulta per lo più una santità condotta su idee e vedute personali, la quale, per non essere la santità di Gesù - il solo Santo - non è santità. il santificatore è Lui, e l'anima è da Lui tanto più celer­mente e compiutamente santificata quanto più è riu­scita ad eliminare, nel cammino della santità, l'ingom­bro di se stessa; quanto più si dimostra docile al toc­co del Maestro Divino, che è la caratteristica dell'eser­ciziò dei doni dello Spirito Santo. Quindi è utile comprendere - e non fraintendere - ciò che Gesù diceva a suor Consolata (22 agosto 1934): Non pensa­re più a te stessa, alla tua perfezione, santità da raggiun­gere, ai tuoi difetti, alle tue miserie presenti e future, no, penso Io alla tua santificazione, alla tua santità. Tu pen­sa solo più a Me e alle anime: a Me per amarmi, alle anime per salvarle. Ciò è precisamente quanto ella faceva attraverso l'incessante atto d'amore verginale: amore e anime, nient'altro. L'atto incessante d'amore è dunque - ol­tre che mezzo efficacissimo per conseguire la perfe­zione dell'amore, verginità e intensità d'amore - mezzo sovrano per giungere al perfetto amore di ab­bandono. Diceva, perciò, Gesù a suor Consolata (15 ottobre 1935): Lasciami fare, lascia che Io solo esista; di tuo non vi rimanga che l'atto continuo d'amore e un e­strema docilità a fare semplicemente e sempre ciò che Io voglio direttamente o indirettamente attraverso Superiore e Sorelle. E poiché l'anima, per dare a Gesù l'atto d'amore incessante e verginale, rinuncia a se stessa, fino ai propri pensieri, Gesù se ne prende tutta la cura: una cura così amorosa, come nessuna madre terrena può avere per il proprio bambino abbandonato in atto d'amore sul suo seno (21 maggio 1936): Seguimi con l'atto incessante d'amore giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, a tutto il resto penserò, provvederò Io. Suor Consolata era di un'attività meravigliosa; la sua santa ambizione era di giungere al termine d'ogni giornata dopo essersi data tutta a tutti. Nè il lavoro le mancava: segretaria, cuciniera o portinaia, ciabatti­na, e sempre pronta a ogni richiesta di servizio. Suc­cedeva che, per tante svariate incombenze, ella fosse talora assalita da un po' di preoccupazione di non giungere a tutto. Ed ecco Gesù, in una di tali contin­genze, ammonirla (8 settembre 1936): Fa' tacere ogni voce. « Gesù, Maria vi amo, salvate anime », nella certezza che Io penso e provvedo a tutto, anche a farti trovare il tempo per aggiustare i sandali. Vedi, è il demonio che cerca di opprimerti col lavoro, che cerca gettarti nelle angustie per le svariate simultanee richieste. No, penso Io a tutto, a farti trovare il tempo necessario per tutto. Negli ultimi anni ella presentiva vicina la morte ed è naturale che, anche suo malgrado, il pensiero talora si soffermasse sulle circostanze che l'avrebbero accom­pagnata. Ma Gesù (21 marzo 1942): Vivi la vita di perfetto abbandono in Dio. Alla tua morte: giorno, ora, minuto, ci pensa e ti prepara Gesù, la Santissima Vergi­ne e san Giuseppe, tu preoccupati solo di amarmi e di salvarmi anime. Che poi suor Consolata, attraverso l'incessante atto d'amore verginale, sia giunta a un alto grado di ab­bandono all'Amore, lo sappiamo dalle stesse parole di Gesù già riportate (8 ottobre 1935): Consolata, godo in te, perché posso fare tutto quello che voglio e perché fac­cio Io tutto. Possiamo tuttavia apprenderlo anche da Lei. Ecco qui alcuni suoi pensieri e propositi che, mentre confermano e illustrano sempre meglio l'importante argo­mento, mettono in rilievo l'interiore docilità di que­st'anima all'azione della grazia. « Dimenticarmi e quindi mai pensare, preoccupar­mi di me stessa, mai pretendere che altri ci pensino. Oh, Gesù ci pensa Lui!» « Morire è non esistere più. Ora il pensare a me, l'avere un desiderio anche buono, una preoccupazio­ne, il parlare di me (anche di cose indifferenti) non è morire, ma è conservare la vita a me stessa; e tutto questo non è fidarsi di Gesù come se Lui non pen­sasse, non provvedesse per Consolata sino ai minimi particolari ». « Ricordarmi che sono, per misericordiosa elezione divina, vittima d'amore. Ora la vittima è un essere se­parato. Difatti Gesù ha immolato tutto e mi ha la­sciato la sua ferita del Costato e l'incessante atto d'a­more, nient'altro. La vittima dev'essere morta a tutto e a se stessa, avere un'unica occupazione e preoccu­pazione: amare solo e sempre. Per tutto il resto, an­nientamento e indifferenza. Gesù dammi di vivere questa vita di vera vittima d'amore, di amare questo stato e di essere generosa per non riprenderti nulla: né un pensiero, né una parola, né un atto di amor verginale. Gesù, confido in Te! » « Nella luce divina intravvidi che Gesù bramava ch'io portassi la confidenza agli estremi; insomma, che gli abbandonassi la mia anima perdutamente, per non pensarvi più. Possibile che un Dio non basti a Con-olata? Che Consolata non si fidi di un Dio, da ab­bandonargli perdutamente la propria anima, senza più tornarvi sopra con un pensiero, una preoccupazione? ... Si, lasciarlo fare e vivere in me, senza un pensiero per tempo, per tutto; nulla, nulla, solo e sempre can­tare che l'amo: come se non esistessi più e, invece di Consolata, esistesse solo quest'atto incessante d'amore! ». A questa vita di perfetto abbandono suor Conso­lata, per volere di Dio e col consenso del Padre Spiri­tuale, si legava con voto nella festa del Cuore di Gesù 1937 tramite la seguente formula: « Cuore di Gesù, attraverso il tenero Cuore della nostra Divina Madre, faccio voto a Te di totale abbandono in Te, al tuo volere, certa che Tu penserai a tutto, sino ai minimi particolari; e ti prometto nel totale annientamento di me stessa (pensieri, desiderio, ecc.) di attendere uni­camente a darti l'incessante atto d'amore verginale, di vederti e trattarti in tutte e di avere sempre un "sì" per tutto. Gesù, confido in Te! ». L'eroica fedeltà a questo voto le procurò una pace profonda e inalterabile di spirito, pur nella lotta inces­sante. « Non posso più esprimermi con Gesù - scri­veva ella più tardi   che pregandolo si adempia il suo santo volere. Mi sento così indifferente, così estranea a tutto, che oso paragonarmi a un bimbo ad­dormentato sul Cuore Divino. Oh, dal giorno che mi abbandonai a Lui, pregandolo a volersi occupare dell'intera Consolata, godo una pace invidiabile e provo una gioia costante. Gesù pensa a tutto, a tutto, di modo che non posso più avere un desiderio. Al pre­sente, la vita di abbandono mi toglie anche la pena dello scoraggiamento nel vedere che a Dio dò nulla, proprio nulla! ». In realtà, col suo atto d'amore incessante e vergi­nale, col « sì» a tutti e a tutto, ella gli dava tutto. In questo perfetto abbandono all'Amore, in questo anelito incessante per la salvezza di tutte le anime, suor Consolata visse, operò e morì. Ancora sul letto di morte, mentre il corpo dolorava e lo spirito geme­va nelle angustie di fitte tenebre, la vittima generosa non interruppe mai il suo canto d'amore verginale, fi­no a che, con l'ultimo respiro, il suo « Gesù, Maria, vi amo, salvate anime » penetrò e si perpetuò nel Cielo, conforme a quanto le aveva promesso Gesù (7 novembre 1935): No, il tuo atto d'amore non si spegne­rà col tuo morire, ma si eternerà nel Cielo!

                                                       

Capitolo VI

 

L'INCESSANTE ATTO D'AMORE NELLA VITA SPIRITUALE

DI SUOR CONSOLATA

 

1. L'atto d'amore e le preghiere vocali

Suor Consolata era un'anima di preghiera. Ella stessa, nei suoi scritti, dice di continuo il bisogno im­menso della sua anima di immergersi o, meglio, di stare immersa nella preghiera. La sua vita è un esem­pio pratico del come un anima possa realizzare l'inse­gnamento evangelico: sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai (Lc 18,1). La sua santità è una prova concreta dell'onnipotenza della preghiera umile, fiduciosa, costante. I primi venerdì del mese, ad esempio, nei quali era concesso di passare anche otto ore in adorazione davanti al Santissimo Sacramento solennemente esposto, erano i suoi grandi giorni di festa. Del resto, era stato Gesù stesso a dirle (31 marzo 1934): La preghiera sarà la tua fortezza. Era perciò attaccatissima alle pratiche di pietà in comune e ciò anche per amore di regolarità, osservan­za e buon esempio. Aveva ben compreso, e se l'era bene impresso in cuore, l'ammonimento che un gior­no Gesù le aveva dato: Tutto ciò che ti distrae dalle pratiche di pietà   S. Messa, Comunione, Divino Uffccio, meditazione - non è buono, non viene da Me. Tuttavia, all'infuori di quelle di Comunità e della Via Crucis (ch'ella faceva tutte le mattine giungendo fra le prime in Coro e talvolta anche alla sera, in cel­la), non ne usava altre o quasi. La preghiera vocale era per il suo spirito quasi un tormento. L'anima sua aveva bisogno di una cosa sola: amare; e, nell'inces­sante atto d'amore, ella trovava tutto ciò che è conte­nuto in altre formule di preghiere. Anche Gesù nel Vangelo ammonisce: Pregando poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole (Mt 6,7). E suor Consolata scriveva al Padre Spirituale: «…La frase evangelica: Chi mangia la mia Carne dimora in Me... vivrà per Me (Cv 6,57-58), mi dà una gioia senza confini, nella soave realtà che io, con il mio atto d'amore, vivo e palpito nel Cuore Divino e ci vivrò eternamente. E sento di vivere in Lui e che quest'atto d'amore mi fissa perennemente in Lui, sor­volando tutto il resto: me stessa e ciò che mi circon­da. Ma la gioia che mi proviene da quest’intimità, mi è sovente contesa dalle preghiere vocali. Allora la mia piccola anima è crivellata dalle distrazioni... Come ve­de, Padre, l'amore ha semplificato ogni cosa e l'ani­ma, pur attivissima per l'atto incessante d'amore, gode un riposo assoluto » L'esperienza personale di suor Consolata è quella di tutte le anime pervenute a un alto grado di amore unitivo. Non c'è quindi da stupire che proponesse: « No, non devo interrompere l'atto d'amore per for­mulare preghiere; Gesù sa ormai tutte le mie inten­zioni». Sbagliava od era nel vero? Gli insegnamenti divini confermano che la via era giusta. Un giorno (6 ottobre 1935), forse timorosa che l'accennata impotenza a formulare preghiere fosse causata da accidia o da altro, se ne lamentò con Gesù: « Gesù, non so pregare!». E Gesù a tranquilliz­zarla: Dimmi, che preghiera più bella vuoi farmi? "Gesù, Maria, vi amo, salvate anime":amore e anime! Che cosa vuoi di più bello?». Un'altra volta la Madre Abbadessa, essendosi ac­corta del troppo prodigarsi di suor Consolata nel la­voro, a scapito della salute, ritenne opportuno dispen­sarla da alcune incombenze, dicendole che così avreb­be potuto pregare di più. La buona religiosa, volendo obbedire e, d'altra parte, sentendosi incapace di pre­gare di più, nel senso di preghiere vocali, se ne andò ai piedi del Maestro Divino: « Gesù, insegnami a pre­gare! ». Ed ecco la risposta divina (17 novembre 1935): Non sai pregare?... E quale preghiera più bella e a Me più accetta dell'atto d'amore? Settembre 1937. Sai che cosa fa Gesù nel tabernacolo? Egli ama il Padre e le anime, ecco tutto. Non strepito di parole, nul­la: silenzio e amore. E tu fa lo stesso. No, cara, non aggiungere preghiere in più, no, no, no! Guarda il tabernacolo e ama così. Sempre in riferimento alle preghiere vocali in più della Regola, le diceva ancora (12 dicembre 1935): Preferisco un tuo atto d'amore a tutte le tue preghiere! Le spiegava inoltre che l'invocazione in favore del­le anime, contenuta nella formula dell'incessante atto d'amore, si estende a tutte le anime (20 giugno 1940): «Gesù, Maria, Vi amo, salvate anime», com­prende tutto: le anime del Purgatorio come quelle della Chiesa militante; l'anima innocente e quella colpevole; i moribondi, gli atei ecc..

 

 

2. L'atto d'amore e la meditazione

Alla meditazione o preghiera mentale, intesa come esercizio di Comunità, suor Consolata fu sempre fede­lissima; ma non riusciva a meditare secondo un meto­do fisso, come del resto non ci riescono altre anime portate di preferenza all'orazione di semplicità. « I piccoli delle api - scrive san Francesco di Sales - si chiamano ninfe o larve fino a che non facciano il miele; da allora si chiamano api: allo stesso modo, l'o­razione si chiama meditazione fino a che non abbia prodotto il miele della devozione; da allora si muta in contemplazione... Il desiderio di ottenere l'amore divino ci fa meditare, ma l'amore ottenuto ci fa contem­plare ». Ora, suor Consolata era giunta precisamente a quest'unione affettuosa e incessante con Dio e si comprende come tutto ciò che i libri possono dire, la lasciasse per lo più indifferente, le fosse anzi talora più di ostacolo che di aiuto. E lei a testimoniarlo: ... il tralcio da solo non porta frutto, ma se unito alla vite sì. Ora quest'unione con la vite (Gesù) me la favorisce l'atto incessante d'amore. Gesù ora da me non richiede più prolungate meditazioni, letture ecc.; sarebbe per l'anima mia una perdita di tempo. L'im­portante per me è che fruttifichi molto e quindi ama­re molto, amare incessantemente ». Gesù non la istruiva diversamente. Un giorno ella gli domandò perché non riuscisse a fare meditazione, ossia a trovare luce, cibo, calore nei libri che sentiva di leggere. E Gesù le spiegò « che non a tutte le co­stituzioni confaceva lo stesso cibo, che uno stomaco delicato non avrebbe digerito i cibi comuni che facil­mente passano in un altro robusto; a lei Egli aveva assegnato il Vangelo». Infatti, altro è il cibo spirituale di cui hanno bisogno le anime incipienti, altro quello delle anime proficienti, altro quello delle anime già pervenute alla vita unitiva. Un giorno che, a meditazione, si sforzava di con­centrare la mente sul punto udito, senza però riuscir­vi, Gesù le fece intendere: Non ho bisogno che tu pen­si, ma ho bisogno che tu ami. Lo stesso avviso le dava la Santissima Vergine, durante la meditazione, in un giorno della novena dell'Immacolata Concezione (1935): Non hai bisogno di meditarmi, già mi conosci; amami solo. Dopo una meditazione sulla fine dell'uomo, suor Consolata si tormentava interiormente nella ricerca del come e dove orientare le intenzioni della propria vita, e Gesù a lei (settembre 1935): Sei troppo piccola per mettere le intenzioni, le metto Io le intenzioni sulla tua vita e tu amami continuamente, non interrompere il tuo atto d'amore. Un'altra volta, ancora per tranquillizzarla su questo punto del non poter meditare, Gesù le diceva (3 aprile 1936): Non è più l'ora di meditare o leggere, ma l'ora di amarmi, di vedermi e trattarmi in tutte e di sof­frire con gioia e col ringraziamento. Qualunque poi fosse l'argomento della meditazio­ne, sempre la voce e la luce divina richiamavano il suo spirito all'esercizio dell'incessante atto d'amore. Un giorno (10 ottobre 1935), non avendo ella potuto ascoltare il punto della meditazione, cercò di supplirvi col Vangelo. L'aprì e lesse: Preparate la via del Signo­re, raddrizzate i suoi sentieri. Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi stano diritti, i luoghi impervi spianati (Lc 3,4-6). La medi­tazione era fatta, poiché Gesù subito le fece intende­re: L'atto d'amore in un'anima fa tutto questo: riempie ogni lacuna e abbassa ogni superbia. Lo stesso accadde ancora (25 luglio 1936), quando la meditazione era sulle parole del Vangelo: Vegliate e pregate (Mt 26,41). Gesù le disse: Non temere, veglio Io in te, prego Io in te, tu amami solo. Come si vede, tutto doveva portarla, e tutto infatti la portava, all'incessante atto d'amore. Dopo una me­ditazione sulla parabola del figliol prodigo, annotava nel diario: « Sì, Gesù donò a me la veste più bella: l'amore; mise nel mio dito l'anello di fedeltà e ai miei piedi i calzari della confidenza. E, in cambio, a me il buon Dio non chiede che l'incessante atto d'amore ». E dopo una meditazione sulle parole di Gesù a san Pietro: Non sei riuscito a vegliare un'ora sola? (Mc 14, 37): « Ricordare questa divina frase lungo il giorno per dare a Gesù ore intere di amore ». E ancora (20 agosto 1936): « A meditazione com­presi che il mio atto d'amore è simile al tesoro nasco­sto nel campo, alla perla descritta nella parabola evan­gelica, e per possedere questo tesoro devo vendere tutto. Che cosa mi rimaneva ancora da vendere? Al­cune frasi che sfuggono a ricreazione. Mi proposi di voler essere fedele; volli e mantenni, e mi trovai, do­po la vittoria, più forte nell'esercizio della virtù. Dunque, suor Consolata non trascurava la medita­zione, ma per lei questa, più che un esercizio discor­sivo della mente, era un tranquillo riposo del cuore nell'amore: amare, amare incessantemente, togliendo tutti gli ostacoli che si pongono alla perfetta continui­tà e verginità d'amore. Ciò può essere utile per coloro che già, nella vita spirituale, godono della preghiera unitiva, oppure per quanti attraversano periodi di aridità interiore: l'anima può sempre amare e ogni atto d'amore, anche se fat­to con sforzo di volontà, ha sempre un grande valore di merito e di santificazione.

 

3. L'atto d'amore e le letture spirituali

Come per la meditazione, così avviene per le let­ture spirituali in genere, le quali, per altro, sono di grandissima utilità alla maggior parte delle anime. All'infuori della lettura imposta dalla Regola, che mai ometteva, suor Consolata non ne faceva altre. In via ordinaria non sentiva bisogno di chiedere luce ai libri. Riferendosi ai primi anni di vita cappuccina, scrive: « Non ho mai letto libri ascetici e non leggo libri. Tutti i libri a mia disposizione   oltre la Rego­la, Costituzione e Direttorio - sono l'Imitazione di Cristo e il santo Vangelo. Per lettura spirituale adope­ro Storia di un 'anima e mi servirà... per tutta la vi­ta! Non le servì per tutta la vita, perché Gesù le fece poi deporre anche quello. A parte il fatto che Gesù la istruiva direttamente, va ripetuto che lo scopo di tali libri è quello di portare l'anima all'amore di Dio e del prossimo. Ora, la vita spirituale di suor Consolata era gia praticamente un atto incessante d'amore, un « si» a tutti, un « sì» a tutto. Che cosa di meglio potevano insegnarle i li­bri? « Un libro - così ella annotava - una pagina per bella e santa che sia, mi fa troncare l'atto d'amo­re. Gesù il mio amore lo vuole totale e ininterrotto». Anche quando la voce divina si spense nella sua anima, non cambiò parere. Una Consorella le aveva imprestato un libro dal titolo: Sola con Gesù! Suor Consolata lo tenne presso di sé alcuni mesi, poi glielo riportò di nascosto, per non dover confessare di non averlo letto. Ed ecco il motivo che adduce: « Un giorno, nelle ore di tenebre, cercai luce in Sola con Gesù! e ben presto fui avvolta dai dubbi e non capii più nulla. Buon per me che il Padre Spiri­tuale, con lo scritto e con la parola, rimise la barchet­ta in viaggio. La lezione mi ha servito; rinuncio all'u­nico libro che mi rimaneva e il santo Vangelo sarà ormai la sola refezione di Consolata nel restante di sua vita. Non lasciò mai il santo Vangelo. Nelle ore buie per lo spirito, ricorreva ad esso e sempre trovava la luce di cui aveva bisogno. « il santo Vangelo - scrive - Gesù me lo fa capire benissimo. Aprendolo a caso, mi capita sovente di fermare lo sguardo sulle parole di santa Eiisa­betta: Beata tu che hai creduto! Oh, anche Consolata vuol credere, e tanto, al buon Dio!». Si, credere al buon Dio con l’incessante atto d'amore verginale: Gesù le faceva capire così il Vangelo. « Ho trovato nel Vangelo tanta luce: chi rimane in Me e Io in lui, fa molto frutto (Gv 15,5). il mio grande desiderio di essere fruttuosa è quindi appagato. Non solo, ma rima­nendo in Gesù coll'incessante atto d'amore, anche le mie preghiere saranno esaudite, poiché è parola evangelica: Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chie­dete quel che volete e vi sarà dato (Gv 15,7). Mio Dio, Tu hai superato le mie aspettative! Non mi rimane che da osservare fedelmente i tuoi comandamenti e sarò sicura di perseverare nel tuo amore. E per ciò ottenere: Gesù, Maria, vi amo, salvate anime. E ancora: « Nel mio spirito risuona il fate quello che vi dirà della Vergine alle nozze di Cana (Gv 2, 5). E poiché il Padre Spirituale mi ha detto di non rubare a Gesù un solo atto d'amore, questo cerco di fare. Tutta qui sta racchiusa ormai la mia vita: che è divenuta, attuando questo, di una semplicità meravi­gliosa. Più nulla e più nessuno, e quindi libero il volo della verginità d'amore ». Si è parlato in particolare del santo Vangelo, ma è tutta la Sacra Scrittura che ella amava e gustava. « So­no ignorante quanto mai - scrive - eppure nella recita del Divino Ufficio ricevo sovente tanta luce sul­le parole che proferisco, sì che le comprendo e gusto meglio che se fossero scritte in italiano ». Una citazio­ne tra tante: « ... Se ora Gesù tace, il Padre che è nei Cieli non trascura tuttavia di provvedere direttamente il becchime al suo povero uccellino, e mi pasce abbon­dantemente e di grano eletto, facendomelo trovare, anzi porgendomelo Egli stesso attraverso la Sacra Scrittura. E a Mattutino, stanotte, il pensiero restò, nelle prime Lezioni, dal: Qui ergo nos separabit a can­tate Christi. No, coll'apostolo ripeto felice che nessu­na creatura ormai potrà separarmi dal mio incessante atto d'amore!

 

4. L'atto d'amore e l'esame particolare

Mezzo indispensabile per mantenere e accrescere il fervore spirituale è l'esame particolare di coscienza. Di esso scriveva suor Consolata: ... Bisogna che mi convinca una volta per sempre che fare l'esame particolare su altri punti, che non sia  l'incessante atto d'amore verginale, per l'anima mia è una vera perdita di tempo e di energie; è un deviare dalla strada che Dio vuole che percorra». Quindi il mio esame particolare sarà solo e sempre sull'inces­sante atto d'amore, nella verginità di mente... Ho compreso che è meglio adoperare tutte le energie per questo e non disperderle in tanti propositi. E poi Ge­sù mi ha giurato, se sarò fedele all'atto incessante d'a­more, l'osservanza di tutti i miei propositi». Come si vede, aveva semplificato, anche a questo riguardo, la sua vita spirituale. Ciò non vuol dire che suor Consolata non apprezzasse convenientemente l'u­tilità dell'esame particolare; al contrario questo occupò nella sua vita spirituale un'importanza di primo ordi­ne. Non lo limitava, infatti, ai pochi minuti fissati dall'orario, ma in certo senso lo prolungava tutto il gior­no. Come Gesù le aveva insegnato a rinnovare, ad ogni ora del giorno, il proposito dell'incessante atto d'amore verginale, così ella vi aggiungeva un rapido esame sull'ora trascorsa. A tale fine, su appositi taccuini che portava sem­pre con sé, segnava le eventuali infedeltà: sia nella continuità, sia nella verginità d'amore, cosicché alla se­ra, nell'esame riassuntivo della giornata, aveva chiaro e preciso davanti a sé lo stato della sua anima. Chiedeva perdono, baciava il Crocifisso, poi ri­prendeva calma e fiduciosa il suo canto d'amore. Per suor Consolata, assetata di corrispondenza alla grazia, tale metodo era una necessità. L'esercizio dell'incessante atto d'amore verginale richiede infatti al­l'anima una estrema vigilanza su se stessa e questa non è possibile senza controllo, senza rinnovarsi nel fervore il più frequentemente possibile. D'altra parte, l'esame particolare condotto e conti­nuato sempre su di un punto facilitava la pratica; mentre le divine promesse sull'incessante atto d'amore la rendevano certa di conseguire, attraverso di esso, tutto il resto, cioè la perfezione di tutte le virtù.

 

5. L'atto d'amore e il ritiro spirituale

I giorni di ritiro mensile furono sempre per suor Consolata giorni di rifornimento spirituale. Li faceva, perciò, con scrupolosa fedeltà e somma diligenza. Poi­ché le Cappuccine sono libere di scegliere, ciascuna per proprio conto, il giorno più adatto allo scopo, ella s'era fissato il primo venerdì del mese. Incominciava la preparazione fin dalla sera prece­dente, nell'Ora Santa che faceva in Coro, dalle undici a mezzanotte. Ciò che scrive: « Nei giorni di ritiro mensile Gesù cibava, ammaestrava la mia anima con un pensiero che me lo scolpiva nel cuore», va appun­to riferito a quest'Ora da lei trascorsa ai piedi del Di­vin Maestro. Cita anche alcuni di questi pensieri, per esempio: Non son venuto per essere servito ma per servi­re (cf Mt 20,28), oppure: Gesù spogliò se stesso assu­mendo la forma di servo (Fil 2,7). « Quanta luce e propositi in queste frasi! », commenta. Ma anche qui luce e propositi erano sempre in relazione alla sua particolare vocazione d'amore, cioè all'incessante atto d'amore. Al termine del ritiro men­sile, o la domenica seguente, - conforme a ciò che il Padre Spirituale le aveva ingiunto e Gesù approvato - ella gli inviava una dettagliata relazione sullo stato della sua anima. il testo che segue, del primo venerdì di settembre 1942, a quattro anni di distanza dalla morte di suor Consolata, quando già la sua salute era molto scossa, ne offre un'idea: « . . Eccomi stasera a deporre la mia povera anima ai suoi piedi e a ricevere in spirito l'assoluzione e la paterna benedizione, onde prendere lena e proseguire usque ad fineni! « L'ultima sua è stata il mio cibo quotidiano di tutto il mese. Grazie di cuore. Agosto è stato, mi sembra, più intenso di amore, anche se debbo ancora confessare due ore di perdita. Lo sforzo incessante a vivere il momento presente, mentre mi aiuta a ferma­re l'attenzione sull'atto incessante d'amore, mantiene il mio spirito in pace, liberandolo da tutte le preoccupa­zioni del domani o dell'azione seguente. Due volte mi soffermai in pensieri inutili (in un mese!); cinque volte in frasi inutili; due volte non ho sofferto con gioia. La giornata d'amore incessante, di suor Consolata, era di 17 ore. L'aver perso due ore in un mese non è molto; tuttavia va rilevato che questi vuoti non erano volontari, ma causati per lo più da circostanze esterne di lavoro o altro. La carità mi sembra bene. Se mi sfugge un rimprove­ro, una frase un po' risentita ecc., immediatamente chiedo scusa, non badando a nulla, purché la pace re­gni sempre in chi mi circonda nell'impiego, in ogni cuore ». « In cucina continua la lotta dell'annientamento, ma ora tutto passa fra Gesù e Consolata: "per dirTi che Ti amo!". Riguardo alla Comunità mi sforzo a pensarmi già morta, così tutto mi diventa indifferente e resto in pace. Gesù però mi aiuta». « In questi giorni ho tanto bisogno di pregare per mantenermi sulle vette; mi sento stanca... Mi ottenga un po' di generosità, che mi aiuti a vincere la natura egoista e a slanciarmi generosa nella via del sacrifìcio quotidiano...».

 

6. L'atto d'amore nelle diverse condizioni di spirito

L'atto incessante d'amore fu veramente tutta la vi­ta di suor Consolata, come tutta la sua vita fu un in­cessante atto d'amore. Ciò perché ella, dietro le divine lezioni, ebbe fede nell’atto d'amore e nel suo valo­re, che è innanzitutto intrinseco: « Non posso comu­nicarmi continuamente come ne Sento il bisogno, ma ho compreso praticamente che un atto d'amore porta Gesù all'anima, ossia ne aumenta la grazia ed è come una Comunione » Poi va considerato il suo valore al fine della pro­pria vocazione e missione: « La volontà di Dio, la mia vocazione, l'attuazione della santità è un continuo Gesù, Maria, vi amo, salvate anime... Turto, tutto lo sforzo, le energie e attività dell'anima a non interrom­pere l'atto di amore; nient'altro, solo questo: perché questa è la mia via, la via assegnatami da Gesù». Era efficace inoltre per eliminare nella vita spiri­tuale l'agitarsi "per molte cose" (cf I,c 10,41) di tante povere Marte: « Spiritualmente Gesù mi chiede un si­lenzio assoluto di pensieri e di parole, e col cuore un incessante Gesù, Maria, vi amo, salvate anime. Più so­no fedele a questa piccola via d'amore e più l'anima mia è inondata di gioia, di pace vera, che niente rie­sce a turbare, neppure le continue cadute che, portate a Gesù, me le fa riparare con atti di umiltà, che alla loro volta aumentano la pace e la gioia del cuore ». Infine, include un tesoro di eternità: « Come mi deve rendere lieta, attiva e vigilante la certezza che ogni mio atto d'amore dura in eterno! » Di qui viene una sola e costante fiduciosa pre­ghiera: « Gesù, che io viva interamente nascosta in Te, in un totale annientamento, affinché tu possa fare di me quello che ti piace, sempre. Tu solo rimani e un incessante Gesù, Maria, vi amo, salvate anime! Che nelle diciassette ore della giornata io non ne perda uno! Gesù onnipotente, confido in Te! » Possiamo anche aggiungere che l'atto d'amore fu la sua unica arma contro il nemico. Non si deve in­fatti credere che il Maligno lasciasse in pace questa valorosa atleta della santità, o impunito l'atto d'amore. Fu lotta senza tregua, talvolta aperta, ma da ogni incontro ella ne uscì vittoriosa per mezzo dell'atto d'a­more. « L'arma invincibile e sempre vincitrice è l'atto incessante d'amore... (Esso) prepara l'anima alla ten­tazione, la sostiene nella tentazione, perché l'amore è tutto... Non lasciarmi quindi impressionare dal nemi­co; bisogna che l'atto d'amore domini la lotta e non che la lotta domini l'atto d'amore». Non si deve credere che suor Consolata parlasse e agisse così solo nei giorni in cui camminava alla luce delle divine attrattive, ma anche quando si trovò a dover camminare per la semplice via di fede, nelle te­nebre dello spirito. Scrive: « Uscivo dalla sacrestia; erano le nove di sera e mi trovai sul pianerottolo, al buio perfetto. La scala che dovevo scendere era un po' pericolosa, c'era pericolo di rompermi la testa. Mi aggrappai alla ringhiera e, seguendola, giunsi tranquil­lamente all'ultimo gradino. E mentre scendevo le sca­le, pensavo che proprio così era per l'anima mia: buio perfetto; ma, aggrappata all'atto incessante d'a­more, giungerò tranquillamente all'ultimo respiro... Si, l'atto d'amore è veramente tutto: luce, forza a prose­guire. Guai se la mia anima non avesse quest'àncora di salvezza a cui avvinghiarsi in certe ore! Non posso misurare l'abisso di disperazione nel quale cadrei! ». Come nell'aridità, così era in ogni altra sofferenza. Suor Consolata, per la quale la vetta d'amore non fu mai disgiunta da quella del dolore, poté sperimentar­lo, e tuttavia attesta: « L'atto incessante di amore tiene l'anima sempre in pace; credo che sulla sofferenza ab­bia un forte ascendente, aiutandola a soffrire con gioia... L'atto incessante d'amore è più forte di qual­siasi dolore... Sento che l'atto incessante d'amore mantiene e manterrà calma la barchetta fra lo scon­volgimento, la noia e il tedio ». La continuità d'amore non fu dunque conseguita da suor Consolata a facile prezzo, e neppure fu con­seguita in breve tempo. Ma qui sta il suo merito: in questo perseverare nonostante tutto, in questo rico­minciare ogni giorno, in questo riprendersi dopo ogni infedeltà; e così per anni e anni, con eroica costanza, non disgiunta dall'umile preghiera; non trascurando alcun mezzo e non lasciando passare alcuna occasione per rinnovarsi nel proposito. Il pigro brama, ma non c nulla per il suo appetito (Prv 13,4). Suor Consolata non fu davvero un'anima pigra, non illuse se stessa con delle velleità. Volle seriamente e fortemente. L'e­nergia di volontà fu una delle più spiccate caratteristi­che del suo spirito. La stessa impetuosità di carattere, che le era valso il titolo di « folgore e tempesta», fu da lei impiegata a sostegno della volontà. Quanti la conobbero da vicino, furono sempre ammirati della sua fortezza e fermezza di volontà nel bene. Ciò av­venne soprattutto per l'atto incessante d'amore. Il « voglio » è in ogni suo proposito ed è sempre pro­fondamente sincero. Tale constatazione balza evidente ad ogni pagina dei suoi Scritti: « Con la divina grazia voglio corrispondere e lasciare che quest'atto assorbisca tutta la mia giornata, dal primo all'ultimo segno di croce; e agire in ogni mia azione, per piccola che sia, con tanto e tanto amore!... Tuoni o tempesti o cadano fulmini non interromperò l'atto d'amore... Voglio, fortissimamente voglio un Gesù, Maria vi amo, salvate anime continuo, e vederTi e trattar­Ti in tutti... O Gesù, col tuo aiuto, voglio non rubarti un atto di amore, non uno! Si Gesù, lo voglio! E questo "voglio", perché sia fedele, lo immergo e lo lascio nel tuo Divin Sangue per sempre!».

 

7. Sulla vetta dell'eroismo nell'incessante atto d'amore

Dunque, sforzo e buona volontà, una volontà di fer­ro, tetragona a ogni prova o rinuncia o sacrificio: suor Consolata aborriva la mediocrità, sdegnava i compromes­si, voleva le vette, a costo di eroismo. E fu, il suo, un eroismo a getto continuo. Lo svelano queste parole scrit­te al Padre Spirituale (28 agosto 1938) e che potrebbero dirsi il testamento spirituale di suor Consolata a tutte le anime che vorranno imitarla: ....Padre, attualmente ciò che sento in me - desi­derio infinito - è di vivere la piccolissima via ma a prezzo di eroismo. Sento che, se voglio, posso: e perciò, sì, lo voglio con tutte le forze e incomincio! Cosa vuole, Padre mio, io sento imperioso il dovere di vivere in tutta la sua pienezza la mia piccolissima via. Vorrei poterlo gridare in punto di morte alle Piccolissime di tutto il mondo: "Seguitemi!". Lo voglio, sì, lo voglio l'atto incessante d'amore, dallo svegliarmi all'addormentarmi, perché Ge­sù me l'ha chiesto, e se l'ha chiesto è perché io posso darlo, fidandomi di Lui solo». « Ma la mia debolezza è estrema e le tentazioni non mancano. Bisogna che mi eriga sola contro tutti e prose­guire a forza di volontà. No, non voglio vivere un'esi­stenza vile, voglio vivere eroicamente; lo voglio con tutte le forze del mio cuore e della mia volontà, e proseguire sino alla morte. Gesù, che per amor mio è morto crocifisso, lo merita e io, per suo amore, voglio vivere così eroicamente! » « Ma il vivere su questa vetta altissima costa alla na­tura, non piace alla natura. Ho bisogno delle sue pre­ghiere, Padre, per perseverare. E non ho pace che in questa vetta, non ho gioia e forza che nel soffrire in questa vetta. Se vivo in questa cima, ove è solo Gesù Crocifisso, allora ho bisogno del sacrificio continuo, co­me dell'aria che respiro ». « Tutto questo lo vedo, lo sento, lo comprendo. Ecco il perché non mi sento a posto, finché, spezzata ogni viltà, anche sola e contro tutti, io vivrò la picco­lissima via che ora amo tanto!... O Padre, preghi per­ché realizzi il sogno divino e il mio, se no sarei estre­mamente infelice!... In queste parole c'è tutta suor Consolata: la sua anima e la sua vita.

 

Capitolo VII

 

UN FRUTTO CONCRETO DEL DIVINO MESSAGGIO: L'OPERA DELLE PICCOLISSIME

 

1. Gesù svela a suor Consolata l'Opera delle «Picco­lissime»

L'Opera delle Piccolissime rappresenta il frutto concreto della nuova manifestazione del Cuore di Ge­sù, da estendersi e perpetuarsi nel mondo. Se, infatti, l'incessante atto d'amore doveva essere per suor Con­solata l'espressione pratica della sua vita d'amore, non significava tuttavia che dovesse tramandarlo alle ani­me. Già si è accennato di piccolissima via d’amore e di Piccolissime, per esigenze di compilazione. In realtà, fi­no a che Gesù non svelò a suor Consolata l'Opera delle Piccolissime, ella, parlò solo e sempre di piccola via e di piccole anime. Anzi, scorrendo i suoi scritti, non si scorge affatto che fosse consapevole, in un primo tempo almeno, di dover additare al mondo una nuova via spirituale o di dar vita a una nuova Opera. L'atto incessante d'a­more ella lo riteneva come mezzo per attuare la propria missione in favore dei Fratelli. Fu solo con l'an­dar del tempo e gradatamente, che si fece luce nella sua anima ed intuì che altre anime avrebbero potuto aiutarla, come di fatto avvenne. il primo accenno divino a questo frutto della vo­cazione d'amore di suor Consolata è del 17 agosto 1934. Gesù le diceva: Quando il tuo ultimo « Gesù, Maria, vi amo, salvate anime » sarà pronunciato, Io lo raccoglierò e, attraverso lo scritto della tua vita, lo tra­manderò a milioni di anime che, peccatrici, l'accoglieran­no e ti seguiranno nella semplice via di confidenza e di amore, e quindi mi ameranno. Un altro vago cenno lo troviamo in data 27 no­vembre 1935: Non temere, per il giorno della tua morte avrai raggiunta la vetta e proferito l'ultimo atto d’amore che Gesù desiderò, nel darti la vocazione a vittima d'amore. Che tale apostolato dovesse compiersi attraverso un'Opera speciale, qui non è detto. Gesù vi accenne­rà più tardi, il 14 dicembre 1935, spiegando a suor Consolata il motivo del cambiamento di direzione spi­rituale: Sai perché ho voluto questo trapasso di direzione spirituale? Perché Padre X farà suoi tutti i miei desideri e porterà a compimento l'Opera, tale e quale Io la voglio. Riferendo queste parole al nuovo Padre Spirituale, suor Consolata confessava « di non capire a quale Opera Gesù alludesse » Le opere di Dio seguono tutte un identico proce­dimento: nascondimento nella preparazione, piccolezza e umiltà nel sorgere, poi crescita sicura e resistente nelle immancabili prove. Così è dell'Opera delle Picco­lissime: non solo nacque nel silenzio di un monastero e nel nascondimento di un'anima, ma anche a que­st'anima rimase celata, pur essendo gia in germe. Suor Consolata non percepì il frutto stupendo che Gesù voleva trarre dalla sua vocazione d'amore, e cioè dall'incessante atto d'amore; non conobbe l'Ope­ra che arruolerà, a milioni, le anime di tutto il mon­do, se non quando Gesù si degnò di parlargliene, senza per altro toglierla dal suo nascondimento, ina­bissandola anzi in un più completo annientamento. Prima però di esporre gli inizi dell'Opera, è ne­cessario chiarire la portata di questo termine. Noi la chiamiamo Opera, perché Gesù così la chiamò e per­ché infatti lo è: ma non nel senso d'una qualsiasi As­sociazione con relativi requisiti di registrazione, diplo­mi o altro. Essa è essenzialmente una via spirituale aperta a tutte le anime che si sentono chiamate ad abbracciarla, senza bisogno di formalità, senza distin­zione di persone. E tuttavia è un'Opera per questo: le anime che seguono questa via non vagano nell'incertezza, ciascu­na per proprio conto, ma si trovano realmente unite, oltre che dal vincolo della stessa vocazione d'amore, anche da quello da cui dipende la corrispondenza di tale vocazione: l'atto incessante d'amore. Senza saper­lo l'una dell'altra, senza conoscersi e forse senza mai incontrarsi quaggiù, le Piccolissime costituiscono vera­mente un corpo morale, formano nella Chiesa un'armata scelta e compatta e attivissima per il rinnovamento spirituale del mondo. Ciò premesso, ecco come nacque l'Opera. il 4 luglio 1936, primo sabato del mese, a medita­zione, Gesù faceva sentire a suor Consolata: Fra le Beniamine dell'Azione Cattolica vi sono le Piccolissime: così fra le piccole anime vi sono le Piccolis­sime. Tu appartieni a queste e a queste apparterranno le anime che ti seguiranno nel darMi l'atto incessante d'amore. Gesù è il Verbo Divino, per il quale tutto è stato fatto (Ge 1,3); Verbo sostanziale, che crea ciò che dice, poiché egli parla e tutto è fatto (SaI 32,9). Con le suddette parole Egli stabiliva la piccolissima via d'amore, creava in seno alla Chiesa le piccolissime anime, da­va vita all'Opera che avrebbe dovuto raggrupparle. Pochi giorni dopo, 22 luglio, festa di santa Maria Maddalena, Gesù tornava a parlare a suor Consolata delle Piccolissime in questi termini: Non per te, che stai per scendere nella fossa, ti faccio scrivere queste cose, ma pei tuoi Fratelli e per un nume­ro stragrande di anime piccolissime che ti seguiranno nel darmi l'atto incessante d'amore. O Consolata, ricordi la tua grande passione: portare le bimbe a Gesù e Gesù alle bimbe? Ebbene, anche dal Paradiso mi porterai le bimbe, le Piccolissime e mi darai ad esse con l'atto incessante d'amore. Lo credi tu?  Ella lo crede, ma: « Gesù, io faccio nulla! ». E Gesù a lei: Non importa, faccio Io tutto. Prima che terminasse quella radiosa giornata, mentre suor Consolata era ancora sotto l'impressione del grande dono divino, Gesù le soggiungeva: Oh, non ti avevo detto che saresti andata curva sotto il peso delle mie grazie, da non poterne più? Ebbene, mantengo sem­plicemente la mia parola; tu credi in Me. In data 27 luglio (1936), nel notificare la cosa al Padre Spirituale, suor Consolata scriveva: « .. Nel diario, a suo tempo, vedrà tante predile­zioni divine. Non posso tacerle, che nel giorno di santa Maddalena, ebbi tanta luce e compresi che Ge­sù non ha dimenticato la mia grande passione di fan­ciulla e di giovinetta: portare i bambini a Gesù. E Gesù mi ha fatto scrivere: per un numero stragrande di anime piccolissime che mi seguiranno nel dargli l'atto in­cessante d'amore. E quindi dal Paradiso porterò a Ge­sù le Piccolissime. Avrò per missione i Fratelli e per vocazione le Piccolissime da portare a Gesù... Vede cosa sa fare Gesù! Mentre distrugge Consolata nel­l'annientamento, fa sbocciare tutti i fiori delle passate rinunce; e mentre il grano marcisce sotto terra, Gesù prepara l'apostolato fulgido, bello meraviglioso! Oh, io credo a Gesù e, con la sua grazia, voglio credergli si­no all'ultimo respiro, anche se muoio conscia di aver fatto nulla, proprio nulla per il gran Re tranne amar­lo, credergli e fidarmi di Lui! ».

 

2. La consacrazione della prima «Piccolissima»

Se il primo sabato del luglio 1936 segna la data in cui Gesù svelò e istituì la piccolissima via d'amore e l'Opera che deve concretizzarla, l'Opera stessa non nacque ufficialmente che due mesi dopo, nel primo venerdì di settembre, con la consacrazione al Cuore di Gesù della prima Piccolissima: Giovanna Compaire. Perché, poi, non ci fosse dubbio sulla portata del termine Piccolissime, che va riferito alle anime e non all'età (in un primo tempo sbagliò anche suor Conso­lata), il buon Dio dispose che la prima Piccolissima avesse allora la non più tenera età di... 83 anni e che non appartenesse allo stato Religioso, benché avesse conservato integra la purezza verginale: appunto per dimostrare che la piccolissima via d'amore non è un privilegio di un ceto di persone, ma un dono che il Cuore di Gesù fa a tutte le anime. Non faremo la storia di quest'anima, ma solo diremo per quali vie il Cuore di Gesù le fece giungere il dono di elezione. Nata e vissuta a Torino, Giovanna Compaire con­dusse per molti anni un ben avviato negozio di calzo­leria. Poi, nel 1931, a 80 anni, cedette il negozio e si ritirò in un piccolo Pensionato tenuto da Suore Do­menicane, vicinissimo al Monastero delle Cappucci­ne. Qui ella era felice, perché aveva Gesù Sacramen­to in casa; la sua vita era tutta dedita alla preghiera e alla carità. Ai primi d'ottobre del 1934, Padre X predicava le sacre Quarantore nella chiesa delle Cappuccine e Gio­vanna vi partecipò. Al termine del triduo, ella indirizzava a detto Padre una lettera ripiena di alti concetti spiri­tuali, che terminava: « Preghi per me, che ho tanta fame di Dio!». il Padre le rispose con una visita di omaggio. Era Dio che univa le due anime per i suoi fini miseri­cordiosi. La santa relazione non s'interruppe più; ben presto anzi si trasformò in paternità e figliolanza spirituale. I colloqui non erano frequenti, ma da essi il Pa­dre usciva ogni volta meravigliato e... umiliato. Come è vero che Dio si rivela ai piccoli! Non si parlava che di Dio, perché lo spirito di Giovanna viveva di Lui ed ella lo cercava nella Comunione quotidiana, che mai trala­sciò; lo cercava nelle frequenti visite al Santissimo Sacra­mento, nella cappellina del Pensionato; lo cercava nell'in­cessante preghiera. Eppure ella sentiva che le mancava qualcosa: qualco­sa che intensificasse ancor più la sua vita d'amore e di preghiera, e che purificasse il suo stesso amore da un residuo di diffidenza: non molta, ma sufficiente a tarpar­le le ali, mentre ella cercava di spiegarle verso Dio. Sen­tiva che Gesù voleva da lei qualcosa... ma che cosa? Nel luglio 1936, come si è detto, Gesù svelava a suor Consolata l'Opera delle Piccolissme e, in un collo­quio con Giovanna, verso la fine di agosto, il Padre si senti ispirato a confidarle tutto, col vincolo del segreto. L'effetto della rivelazione fu indescrivibile. Immobile e silenziosa ella ascoltava... sembrava assorta. Improvvisa-mente un lampo di luce le accese le pupille ormai spen­te, ma chiarissime, si protese con tutta la persona verso il Padre e, con voce tremante: « Ma lei è Gesù! », escla­mò. Poi chinò il capo e pianse, vinta dalla commozione, colpita potentemente dalla grazia. Giovanna Compaire aveva trovato la sua via e il Cuore di Gesù aveva fatto la prima conquista nella schiera delle Piccolissime. Alcuni giorni dopo, 31 agosto (1936), ella scriveva al Padre: «... Devo dirle, Padre, che ho trovato la mia nicchia nello sciame della anime piccolissime che, come moscerini, ronzano attorno alla Croce di Gesù e cercano di posarsi su di Lui, per succhiare la loro vitalità. La parola Picco­lissima ha per me una magia straordinaria. Al solo pro­nunciarla mi scopre il sereno dell'anima, mi addita una via nuova e si fa mia inespugnabile difesa contro le vane e sciocche tentazioni di amor proprio ecc. E un lavoro della fantasia questo? Mi pare di no, perché non avrei mai creduto di trovare in questa parola la tranquillità, la sicurezza e la libertà che l'anima mia vi trova... Sto pen­sando per trovar modo di portarmi, prima di domenica, in codesta sua chiesa, perché ho bisogno di conferire con lei...». Prima di domenica... Gesù, il Cuore Divino, che vo­leva l'inizio dell'Opera nel primo venerdì del mese, agiva in lei. il colloquio fu breve: Padre, mi dica che cosa devo fare per entrare nella schiera delle Piccolissime.. entrarvi ufficialmente... Non so, mi pare che Gesù voglia da me qualcosa... non so spiegarmi... Grande stupore del Padre, che non aveva mai pen­sato a ciò e neppure gli era mai passato per la mente che l'Opera potesse iniziare prima della morte di suor Consolata. Le rispose: - Ebbene, facciamo così: domani, primo venerdì del mese, verrò al Pensionato, celebrerò la Messa dopo quella della Comunità, lei farà la santa Comunione e, su­bito dopo, si consacrerà al Cuore di Gesù, per mezzo di Marta Santissima, quale Piccolissima, promettendo d'impie­gare d'ora in poi tutte le sue energie spirituali nell'incessante atto d'amore e negli altri due punti della piccolissima via d'amore. Dall'altare io presenterò al Cuore di Gesù la sua consacrazione. Così infatti avvenne e, dopo la S. Messa, recitarono insieme un Magnificat di ringraziamento. L'Opera delle Piccolissime, promessa da Gesù a suor Consolata, era nata ufficialmente.

 

3. Suor Consolata e l’Opera delle “Piccolissime”

E suor Consolata? La sera di quel giovedì, dopo il suo riferito colloquio con Giovanna Compaire, il Padre s'affrettava a farle pervenire un breve scritto per metterla al corrente della cosa e raccomandarla alle sue preghiere. Ed ella annotava nel diario: « I doni si offrono alla vigi­lia. Gesù lo sa, perciò alla vigilia del primo venerdì di settembre mi donò la prima Piccolissima. Delicatezza Di­vina! Questa prima Piccolssima l'ha raccolta il Padre e l'offrirà lui, domani, nella santa Comunione, al Sacratissi­mo Cuore di Gesù. O Gesù, quanto sei buono! SI, ve­ramente Tu pensi a tutto e a me non lasci che un solo pensiero: amarti! Grazie, o Gesù! ». E poi facile arguire in quale fervore di preghiere ella abbia trascorso la giornata. Gesù, da parte sua, non mancò di darle nuova luce sull'Opera, tanto più che ella, come si è detto, al primo accenno alle Piccolissime, aveva creduto trattarsi di autentiche « bimbe » e aveva poi sor­riso nell'apprendere dal Padre che la prima Piccolissima era ultra ottantenne. Le diceva dunque Gesù: Non saranno solo a migliaia le Piccolissime, ma milioni e milioni. Ad esse apparterranno non solo il sesso femminile ma anche gli uomini. Oh, anche fra essi vi sono molte anime piccolissime! E  dopo la tua morte, le anime piccolissime correran­no a te, come un giorno, al tuo apparire sul piazzale di S. Massimo, correvano a te le bimbe del catechismo, le Beniamine. La sera di quel primo venerdì, scriveva sul diario: « La giornata d'oggi è stata tutta in favore delle Piccolissime. Stasera, dinanzi a Gesù Sacramentato solennemente esposto, abbracciai col pensiero le Piccolis­sime di tutti i secoli e tutte anticipatamente le consa­crai al Cuore di Gesù, pregandolo a nasconderle tutte nel profondo del suo Cuore ed ivi custodirle, perché nessuna abbia a perire, e poi a consumarle nelle divi­ne fiamme, concedendo a tutte di morire d'amore per Lui!». Gesù, a sua volta, accoglieva la preghiera di suor Consolata e la esaudiva: Sì, Consolata, i cuori delle Piccolissime sono destinati a morire d'amore per Me, a consumarsi esclusivamente per Me. Il mondo non può chiamarmi crudele, perché quanti e quanti muoiono per vizio, vittime nel mondo! E non è giusto che la creatura si consumi per il suo Creatore, Consolata?

 

4. Le «Piccolissime» e la Madonna

Un altro tratto dell’ammirabile modo con cui il Cuore di Gesù prepara e dirige gli eventi fin nelle minime circostanze va messo in rilievo, perché ha la sua importanza: ed è che l’Opera nacque ufficialmen­te nel primo venerdì di settembre, durante la novena e in prossimità della festa della Natività della B.V. Maria. Il significato della provvidenziale coincidenza è ovvio. Un’Opera che Gesù stesso qualifica per mera­vigliosa, di così grande e universale importanza per la salvezza e la santificazione delle anime, non poteva sorgere senza un segno e un pegno di protezione da parte di Colei il cui Nome, insieme con quello di Ge­sù, forma l’invocazione incessante delle Piccolissime; mentre i due amori, per Gesù e per Maria, sono uni­ti nella stessa lode perenne e nella stessa invocazione in favore delle anime. Fu dunque volontà di Dio che l’Opera nascesse in tale circostanza di tempo, quando la Chiesa si prepa­ra a festeggiare il giorno in cui la più alta delle crea­ture apparve piccolissima sulla terra; e non solo picco­lissima nella sua umanità, ma soprattutto in spirito. Anzi, soltanto la Vergine poté in realtà farsi piccolissi­ma, Lei che era grande agli occhi di Dio; mentre noi che abbiamo contratto la colpa, per quanto crediamo di abbassarci, non arriveremo mai a quell’infimo gra­do, a quella piccolezza, a quella nullità in cui ci tro­viamo davanti a Dio. Possiamo anche aggiungere che Lei sola, Maria Santissima, fu vera e perfetta Piccolis­sima anche nel senso particolare di cui qui si tratta: perché Ella sola fece realmente della sua vita, dal pri­mo all’ultimo istante, un incessante atto d’amore verso Dio e di carità verso il prossimo, in un « sì » conti­nuo alla volontà di Dio. Ecco perché il Cuore di Gesù volle che l’Opera nascesse nel primo venerdì di settembre: come un fio­re sbocciato ai piedi della celeste Bambina, a racco­gliere la rugiada del suo primo sorriso, a riceverne il calore della sua prima benedizione, come pegno di riuscita e di perenne durata. Poteva suor Consolata, nel suo tenerissimo amore per la Vergine, non rilevare tale circostanza, non sen­tirsi intimamente e irresistibilmente spinta a consacra­re le Piccolissime, oltre che al Cuore di Gesù, anche alla Madonna? Scrive infatti: « … Poiché la prima di queste anime si è consa­crata fra le Piccolissime oggi, primo venerdì di settem­bre novena della Natività di Maria Santissima, marte­dì prossimo, 8 settembre, le abbraccerò tutte in spiri­to, le Piccolissime di tutti i secoli, e tutte deporrò pres­so la celeste culla, consacrandole a Maria Bambina. Oh, Essa le proteggerà, le prediligerà, le terrà sotto il suo manto, sempre, proprio come fa con suor Conso­lata. E le Piccolissime ameranno tanto la Madonna, perché l’atto incessante d’amore che offrono a Gesù, è anche per Maria Santissima».

 

5. Le «Piccolissime» e suor Consolata

Con la consacrazione delle Piccolissime al Cuore di Gesù e a Maria Santissima, terminava il compito par­ticolare di suor Consolata, non diciamo riguardo alle Piccolissime, ma riguardo all'Opera, quanto cioè a cu­rarne la diffusione o comunque interessarsi della me­desima, e ciò per non venir meno alla continuità e verginità d'amore, oltre che all'annientamento in cui Gesù la voleva. Le diceva quindi, dopo di averle sve­lato l'Opera (31 luglio 1936): Amami, dammi quest'atto incessante d'amore e Io te lo prometto: mi darai tutti i tuoi Fratelli a uno a uno e poi le Piccolissime. Iniziata poi l'Opera, nel modo che si è detto, nuovamente Egli interveniva perché suor Consolata non avesse a deviare: Dimenticati, Consolata, non pensare a te stessa e a ciò che potrebbe riguardare la tua speciale vocazione. No, il Cuore di Gesù si è servito di te come di uno strumen­to (come tu ti servi. della scopa), ma chi compirà que­st'Opera meravigliosa delle Piccolissime è Lui, esclusiva-mente Lui. Quindi tu non pensare che a darmi l'atto incessante d'amore, il « sì » a tutto e a tutte, e ad accettare la sofferenza col ringraziamento; nient'altro; penso Io a tutto e tu dimenticati! Poi, ancora l'8 settembre (1936): Ora che le hai consacrate a Maria Bambina, non pensare più alle Picco­lissime, se non con la quotidiana preghiera. Pensa unicamente ai Fratelli e alle Sorelle da ritornare a Me col mezzo dell'incessante atto d'amore. Va tuttavia osservato che, se a suor Consolata non fu concesso di occuparsi direttamente dell'Opera, que­sta tuttavia le appartiene ed è su di lei che dovranno fissarsi gli sguardi delle Piccolissime, come Gesù le prediceva nel settembre 1936: Non interrompere il tuo atto d'amore; va' avanti per la tua strada, impavida sotto il bersaglio nemico. Non te­mere, va sempre avanti, l'amore vince tutto. Io voglio che un'onda di amore salga dalla terra al Cielo. Tu devi battere per prima la piccolissima via; un giorno dovrai servire di modello. Così come ora il mondo guarda a santa Teresina, i milioni di Piccolissime di tutto il mondo guarderanno a te! Terminiamo con due consolanti promesse: una di Gesù e l'altra della Madonna. Il 14 luglio 1936, in un momento in cui suor Consolata si sentiva maggior­mente umiliata e confusa per tanti doni divini, si ri­volse a Gesù e: « Ma tu le ami alla follia, le Piccolissi­me! ». E Gesù: Sì, sono la pupilla degli occhi miei! L'8 dicembre 1942 suor Consolata riconsacrava le Piccolissime alla Vergine Immacolata, la quale, graden­do il dono, le faceva intendere: Su tutte e su ciascuna poserò il suo sguardo di predilezione, come lo posai su te.

 

6. Morte della prima «Piccolissima»

Se qualche dubbio potesse ancora esistere sull'ori­gine divina e sulla bontà della piccolissima via di amo­re, il resto della vita di Giovanna Compaire e poi la sua morte basterebbero a dissiparlo. Sono mirabili progressi nella via dello spirito, voli rapidi e sicuri verso le altezze della santità. E le altezze non le teme più ora che l'anima, divenuta piccolissima, ha impen­nato le ali dell'amore e della confidenza. Incertezze, paure, vani ripiegamenti su se stessa, tutto è scompar­so come per incanto. L'Artefice Divino sa che il tem­po urge e, con pochi tocchi, porta a compimento il suo capolavoro. Tale, infatti, fu il cammino a un solo mese di distanza dalla sua consacrazione a Piccolissi­ma! il 13 ottobre 1936 ella scriveva al Padre Spirituale: « Vorrei dirle qualcosa del come passo i miei gior­ni ed anche varie ore delle mie notti, dopo le grandi grazie ricevute. Mi sembra di vivere in un altro mon­do! La giornata del 4 settembre scorso, con quel Ma­gnificat, mi fa versare lacrime più di prima, ma non sono più quelle di prima. La mia confidenza in Dio non si appoggia più su altri motivi, che sui meriti di N. S. Gesù Cristo... E poi la Comunione dei Santi, che Egli mi fa conoscere per l'efficacia delle loro pre­ghiere!... Tutto mi trasporta e mi inabissa in una confusione di meraviglie, che sono la pace profonda della mia vita ». Ella ha dunque trovato, nella nuova via, la santa libertà dei veri figli di Dio. L'amore l'ha alleggerita del fiaccante peso di se stessa. Adesso si sopporta; meglio, non pensa più a se. Tutto è semplificato nella sua vita spirituale ed ha una perfezione nuova. Ha scoperto che l'atto incessante d'amore contiene tutto, dona tutto, ottiene tutto; ha sperimentato che esso è vetta luminosan e riposante ed è insieme divino ascen­sore per altre vette. Nella festa della Natività di Maria Santissima del 1937, a un anno di distanza dalla sua consacrazione a Piccolissima, Giovanna rinnovava la consacrazione stes­sa con la seguente preghiera, che era anche il suo Nunc dimittis: « O Maria Immacolata, mia potente Avvocata e tenerissima Madre, eccomi prostrata ai vostri piedi per rinnovare l'atto col quale mi sono consacrata Pic­colissima al Sacratissimo Cuore di Gesù. Per Gesù e per Voi sono tutti i miei pensieri ed affetti, tutto il mio cuore e la mia vita. In questo giorno benedetto, in cui la Chiesa ricorda la Vostra comparsa tra noi, incorporata, come Gesù, alla nostra natura, prendete di grazia sotto la Vostra speciale protezione la nuova Opera delle Piccolissime di Gesù, concretizzata nella meravigliosa e miracolosa laus perennis infantile, che il Vostro Divin Figliolo ha dimostrato di gradire e di benedire con le grazie più sublimi del suo Divin Cuo­re. Io confido al Vostro Cuore Immacolato le mie consolazioni e le mie pene, i miei timori e le mie speranze, nelle divine espressioni dell'incessante atto d'amore. Ottenetemi ch'io finisca la mia vita come Gesù ha dato la sua, in omaggio alla Santissima Tri­nità ed a Voi per tutti i secoli dei secoli! ». Infatti, ella sente che il Cielo è vicino. Ormai le sue forze non le permettono più di uscire di casa; ma non tralascia di scendere ogni mattina per la Messa e Comunione, e lungo il giorno per qualche visita al Santissimo Sacramento. E c'è ancora freschezza giova­nile nel suo volto diafano, ma quasi senza rughe, an­che a 87 anni! Ella è consumata più dall'amore, che dagli anni. La sua fame di Dio s'è fatta torturante. Quando Gesù Eucaristia è esposto, ai suoi occhi, spenti per tutto il resto, l'Ostia Divina appare radio­sa. Anche in fondo al cuore le si formano voci miste­riose, come il sussurro dello Sposo che si avvicina... E pronta. Ha tutto disposto, con minuziosa cura, per ben ricevere sorella morte. Ha già persino conse­gnato un biglietto con le proprie generalità, per la re­gistrazione del suo decesso in municipio. Le Suore Cappuccine tengono preparato l'abito dell'Ordine, da lei ordinato, che ne rivestirà la salma. Ed è bianche­ria tutta nuova quella che indosserà sul letto di morte per le nozze eterne. il 26 gennaio 1938, mentre si trova sola in salotto e in preghiera, si sente investita da una straordinaria effusione di grazia, sì che tutto il suo essere ne è scosso. Un bisogno incontenibile di gridare a Dio il proprio amore, di ringraziarlo, di raggiungerlo, di tra­sformarsi in Lui la rapisce... Cade in ginocchio, le braccia sollevate, il volto rigato di pianto: « Mio Dio, mio Dio, che cos'è questo? ». Era la chiamata al Cielo. La domenica 20 febbraio 1938, scese ancora in cappella per la santa Messa, e fu l’ultima. Il mercole­dì, essendosi aggravata, chiese l'Estrema Unzione, de­siderosa di ricevere bene questo Sacramento. Poi, per tre giorni e tre notti, e cioè fino al pomeriggio del sa­bato, fu sulla croce con Gesù, soffrendo spasimi mi­steriosi, senza un sollievo. Non un lamento però. Diceva al Padre Spirituale: « Meditando la Passione di N. S. Gesù Cristo, mi sono sempre soffermata di preferenza sugli spasimi di Lui agonizzante; credo ch'Egli me ne renda ora partecipe». E volgendo gli occhi dalla parte del Crocifisso appeso sulla parete di fronte, ripeteva con indicibile trasporto: « Amarti, se­guirti, imitarti! ». Quello che era stato il programma della sua vita, lo era ancora sul letto di morte. Fuori intanto imperversava il carnevale e, dalla vicina piazza Vittorio Veneto, giungeva anche lì il fra­stuono del mondo gaudente. il Padre glielo fece os­servare, ricordandole il detto di Gesù: Voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà (Gv 16,20). Ed ella: - Oh, come da questo letto si vedono le menzo­gne del mondo! No, no, non darei uno solo di questi istanti di sofferenza per tutte le gioie del mondo! E a chi le faceva osservare che presto avrebbe ri­cevuto il premio di tante opere buone: - Non le opere, no; ho fatto nulla. Ma che ab­bia amato Gesù tanto, sopra ogni cosa, questo si, ed è ciò che mi consola. Al suo letto si succedevano Suore di diverse Con­gregazioni e anche Sacerdoti: - Vede, Giovanna, quante anime sante vengono a farle visita e pregano per lei! - Gesù è fedele - rispose; - ho sempre rifiu­tato le amicizie del mondo ed Egli mi circondò sem­pre di amicizie sante. il venerdì sera le fu portato solennemente il santo Viatico e fu lietissima di ricevere due volte l'Eucari­stia nello stesso giorno. Volle indossare la divisa di Figlia di Maria, poi, nell'istante di ricevere il suo Si­gnore, con voce alta e distinta, chiese perdono di tut­ti gli scandali dati. Le risposero alcuni singhiozzi e le molte lacrime dei circostanti. Parlava di scandali lei, le cui virtù potrebbero essere ammirate da tutto il mondo! Nel pomeriggio del sabato verso le 15, la sofferen­za parve raggiungere il massimo. - Soffre molto, Giovanna? - Si, non avrei creduto che una creatura potesse soffrir così; ma non le rincresca, Padre, chè ho tanto bisogno di soffrire! Chiese un po' di ghiaccio, ma subito ne sentì pe­na e si rivolse al Padre per essere tranquillizzata. Te­meva di aver commesso un'imperfezione a chiedere quel piccolo sollievo, dopo tanto patire!... Improvvisamente, poiché il fisico non reagiva più al male, essa parve sollevata. Ma non s'illuse. - E il miglioramento che precede la festa! - rispondeva - a chi si congratulava con lei, per sentirsi meglio. Era allegra ora; parlava e agiva proprio come se fosse guarita. Quella sera, perciò, il santo rosario fu recitato nella sua camera. All'enunciazione del quarto mistero glorioso, l'Assunzione di Maria Santissima al Cielo, ella commentò: - In Cielo anima e corpo! Come è bella e con­solante questa professione di fede sul punto di morte! il quinto mistero lo enunciò ella stessa, interrompendo il Padre: - Si contempla - disse - la... Consolata! Tutto il gaudio e la gloria di Maria Santissima in Cielo, ella li trovava compendiati in questo titolo. E quanti baci all'immagine della Santissima Consolata! - Giovanna, lei ha sempre voluto molto bene alla Madonna e la santa Madonna è venuta ad assisterla. - Oh, sì!... Come è bello morire dopo aver amato tanto la Madonna! Quindi ancora, agitando le mani in segno di com­miato: - Addio terra... al Cielo, al Cielo!... C'era nella cameretta un'atmosfera di spiritualità, che nessuno potrà mai ridire. il Cielo sembrava separato sol­tanto da un velo tenuissimo. Tutto sembrava sacro: la cameretta una chiesa, il letto un altare e, su quell'altare, la piccolissima vittima di amore... Ma la notte tornò pe­nosa. Verso le due chiese la santa Comunione. - È l'ultima! - disse. Lo fu infatti. Conservò fin quasi all'ultimo istante una meravigliosa lucidità di mente. Verso mezzogior­no chiese d'indossare la biancheria nuova... Era la sua ora. Così vestita a festa, fece un bel segno di cro­ce e... l'attesa non fu lunga. Al tocco dopo mezzo­giorno di domenica 27 febbraio 1938, dopo brevissi­ma agonia, la prima Piccolissima reclinava dolcemente il capo sul Cuore di Gesù, per lì fare la sua dimora eterna e continuare il suo canto d'amore: Gesù e Maria, vi amo, salvate anime!

 

7. Suor Consolata alle «Piccolissime»

Con la morte della prima Piccolissima non venne meno l'Opera, né si spense l'atto incessante d'amore fuori del monastero delle Cappuccine. il Cuore di Gesù, intanto, aveva rivolto la chiamata ad altre ani­me e già le Piccolissime formavano un'esigua schiera. Per esse e per quelle di tutti i tempi, interpretando il loro desiderio, il Padre spirituale chiese a suor Con­solata una lettera, nella quale esponesse il proprio pensiero sull'esercizio dell'incessante atto d'amore, corredandolo di quei consigli pratici che avesse giudi­cato utili. La riportiamo in Appendice quasi integral­mente, e ciascuna Piccolissima può ritenerla scritta per sé. Ciò che in essa si dice, ha tanto maggior va­lore, in quanto trova conferma nella vita di colei che, in continuità e verginità d'amore, difficilmente potrà essere superata. 

 

8. Alle non «Piccolissime»

Suor Consolata si è rivolta alle Piccolissime. Qui ci si rivolge a tutti coloro - e sono i più - che, giun­ti a questo punto, esclameranno: « Tutto bello, tutto sublime, ma quell'atto d'amore incessante... che spa­vento! ». A parte la spiegazione data del come va intesa la continuità d'amore e che è l'impegno quello che conta presso Dio, bisogna convenire che sono relativamente poche le anime chiamate a seguire suor Consolata nella perfezione della piccolissima via d'amore, cioè nell'atto d'amore incessante e verginale. È vero che Ge­sù ha predetto a suor Consolata ch'esse saranno mi­lioni e milioni, ma ciò va inteso in successione di tempo, attraverso i secoli. Le Piccolissime, perciò, sa­ranno sempre in seno alla Chiesa il pusillus grex.Tuttavia il nuovo Messaggio del Cuore di Gesù è rivolto, sotto certi aspetti, a tutte le anime e a tutte può fare del grande bene. Infatti, l'insegnamento in esso contenuto sul valore dell'atto d'amore come mez­zo di santificazione e di apostolato interessa indistin­tamente tutte le anime, le quali perciò, se non potran­no far proprio l'atto d'amore incessante, potranno sempre valersi del medesimo per progredire nella vita interiore che è essenzialmente vita d'amore. In altre parole, ad alcune anime (Piccolissime) suor Consolata dice: « Seguitemi nello sforzo per trasformare la vo­stra vita in un atto d'amore incessante »; a tutte le altre dice: « Valetevi del mio atto d'amore nella misura che vi è possibile». Volere o no, un mezzo ci vuole per evitare o combattere la dissipazione, causata per lo più da pen­sieri, interessamenti, parole inutili; e ogni anima è li­bera di scegliere quello che fa per lei, che è più confacente al suo spirito. Va notato, per altro, che come l'amore è la prima e la più eccellente di tutte le virtù, così l'atto d'amore (comunque sia formulato, purché venga dal cuore) partecipa di questa sovrana eccellen­za. Perché, dunque, non dare la preferenza a quello che è il mezzo più eccellente, il più caro a Gesù, il più proficuo per l'anima? Senza dire che l'atto d'amo­re di suor Consolata, anche nella sua formula, riveste un particolare valore, sia perché viene da Gesù, sia perché all'amore per Gesù, unisce l'amore alla Ma­donna e l'amore per le anime. Tale atto d'amore è, dunque, offerto a tutte le anime, anche se non Piccolissime, le quali potranno servirsi del medesimo come di semplice giaculatoria da recitarsi (col cuore, con o senza pronunciarla) fre­quentemente lungo il giorno, sforzandosi di valorizza­re con esso quei tanti minuti liberi della giornata, che altrimenti andrebbero perduti in pensieri inutili, o an­che pericolosi. Se un'anima non riuscisse a dare al buon Dio che qualche decina di atti d'amore al gior­no - il che non richiede davvero uno sforzo eccessi­vo   quanti atti d'amore ne risulterebbero in un me­se, in un anno! E intanto, abituandosi, non le sarà difficile accrescerne gradatamente il numero, fino ad acquistare col tempo una certa facilità nell'esercizio del medesimo e, quindi, una più continuata unione con Gesù. Che tale, poi, fosse l'intenzione del Cuore di Gesù nel dettare a suor Consolata la dottrina sull'atto d'amore, risulta dalla testimonianza di vita della Cappuc­cina stessa: Egli offre l'atto d'amore, oltre che alle anime piccolissime, anche ai piccoli d'età e a tutte quelle persone che, o per infermità o per altro, non possono darlo incessantemente, ma solo frequentemen­te. Non incessante nei riguardi di una singola anima, l'atto d'amore diventa tale nell'insieme di molte ani­me. Ed è così che, a poco a poco, si formerà da tut­te le parti della terra come un'onda incessante d'amo­re ascendente, la quale a sua volta si trasformerà in onda incessante d'amore discendente: di misericordia e di perdono.

 

9. L'incessante atto d'amore e la pratica delle virtù

L'atto incessante d'amore, pur essendo della picco­lissima via d'amore il punto primo e più importante, non si esaurisce in se stesso, ma va integrato o, me­glio, deve praticamente sfociare negli altri due punti additati da Gesù a suor Consolata: Un « sì » a tutti col sorriso, vedendo e trattando Gesù in tutti - Un « sì » a tutto (ciò che il Signore chiede all'anima) col ringraziamento. In ciò è il frutto pratico della vita d'amore: l'eser­cizio, cioè, di una perfetta carità verso il prossimo e di una perfetta accettazione delle disposizioni di Dio a nostro riguardo, nello spirito di sacrificio e nella piena corrispondenza alla grazia. Ed è facile compren­dere che un'anima che si mantiene eroicamente fedele a questi tre punti, avanzerà certamente e rapidamente in tutte le altre virtù. È ciò che Gesù prometteva a suor Consolata: (26 settembre 1935): Rimani sempre nel tuo atto d'amore, cerca di non perderne uno e cerca pure di non perdere un atto di carità; raccogli con amore i fiori di virtù che Io farò sbocciare sui tuoi passi, e il frutto che porterai sarà abbondante. (21 giugno 1942): Coll'incessante atto d'amore rag­giungerai la vetta d'amore bramata; col « sì » a tutto la vetta del dolore, e queste due vette genereranno la terza vetta, quella della anime. Basti questo brevissimo cenno a persuadere che la via seguita da suor Consolata, intesa e praticata nella sua integrità, non poggia solo sul sentimento, ma rac­chiude un vero e completo programma di vita spiri­tuale, di altissima perfezione cristiana e religiosa.

 

CONCLUSIONE

1. Tornare alla Sorgente

Alla Chiesa spetterà il compito di vagliare questo Messaggio, il cui fine pare unicamente essere quello di riportare il mondo alla sorgente di ogni elevazione morale e di ogni benessere sociale: il Vangelo di N. S. Gesù Cristo. Ma il vero Vangelo e tutto il Vangelo: quello che insegna non solo a credere, ma anche a sperare e, so­prattutto, ad amare. In questo senso, il Vangelo prima di essere il libro scritto, è la parola viva di coloro che hanno veduto e udito il Maestro, che hanno accolto il suo « messag­gio » come dice san Giovanni (cf i Gv 1,5; 3,11): messaggio di riconciliazione con Dio mediante il sacri­ficio di Gesù (ivi 2,2) e quindi di grazia e di amici­zia con Lui. il profeta Geremia aveva annunziato l'opera dei tempi messianici con questo richiamo all'interiorità (31,31-33):  « Ecco che verranno giorni, dice il Signore, nei quali io concluderò con la casa d'Israele e con la casa di Giuda una alleanza nuova. Non come l'alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d'Egitto, un'alleanza che essi hanno violato benché io fossi il loro Signore. Parola del Sgnore. Questa  sarà l'alleanza che io concluderò con la casa d'Israele, dopo quei giorni, dice il Signore: Io metterò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo ». San Paolo mostra attuata questa profezia per ope­ra di Gesù Cristo (cf Eb 8,8-10). il Vangelo, dunque, non vuol essere soltanto una legge scritta su papiri o fatta di osservanze esteriori, ma una legge che rag­giunge e interessa il nostro intimo, scritta dallo Spirito Santo, « dito di Dio», nei nostri cuori con l'effusione di una vita nuova: vita di grazia e di amore, senza la quale   come ben osserva sant'Agostino - la stessa lettera del Vangelo ucciderebbe. Questa trasmissione di vita nuova, infatti, interessa l'intelligenza che accoglie l'insegnamento della Chiesa con fede; si compie nel più intimo dello spirito uma­no mediante l'uso dei Sacramenti, che danno la gra­zia; ha il suo palpito divino nel cuore con la carità, che stabilisce una vita di amicizia con Lui (cf Gv 15, 13-15) e così si verifica in noi la grande parola detta al Profeta e ripetuta da san Paolo: « E sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo» (cf 2 Cor 3,3).

 

2. La legge d'amore

E’ un fatto che se Dio è Amore (cf i Gv 4,16), la sua legge non può essere che legge d'amore. Ovun­que alla fede di autorità divina si sostituisca un cre­dere perché così piace, all'amore un'esperienza religio­sa, si distrugge il principio su cui poggia la speranza della vita e s'annulla il primato del grande comandamento riconfermato da Gesù: la vita cristiana è svuo­tata del suo contenuto. Infatti, anche il secondo comandamento ne uscirà contraffatto, essendo esso simile al primo (cf Mt 22, 38) - Dio nel prossimo - né potendo l'uomo sepa­rare ciò che Dio ha dato unito (ivi 19,6). Perciò, an­che tutti gli altri comandamenti perdono la loro consi­stenza, non costituendo essi che la necessaria dirama­zione dei primi due: ed ecco il caos morale. Ma poi anche il « credere » andrà estinguendosi, perché il disprezzo della Legge ricade sempre sul Legislatore: ed ecco il caos intellettuale. Lo sfacelo morale e intellettuale del mondo contemporaneo trae dunque origine dal fatto che si eprima svisato il Vangelo, cambiando l'ordine voluto da Dio nella supremazia dei valori spirituali e dei do­veri cristiani; per poi - conseguenza ineluttabile - svuotarlo di ogni autorità divina e di ogni contenuto etico, fino a ridurlo a un qualsiasi sistema filosofico di valore puramente storico. Non si può mutilare il Vangelo senza mutilare anche la Chiesa e viceversa, e un Vangelo mutilato non è più il Vangelo. Chiunque mancherà in un solo punto (della legge) diventa colpevo­le di tutto (cf Gc 2,10). Tanto più quando si tratta di quello che è il punto di partenza, il sostegno, il fine di tutta la Legge. E il Vangelo non può essere impunemente ripu­diato, senza che il mondo ne faccia dolorosa esperienza.

 

3. Il male e il rimedio

Prenderebbe un grosso abbaglio chi ritenesse che quanto si è detto della vita d'amore possa comunque sminuire la necessità e l'importanza dell'azione in tut­te le sue estrinsecazioni. Chi scrive queste righe non è un eremita ma un missionario, e del resto anche gli eremiti non se ne stanno con le mani in mano. Solo vorremmo domandare: perché nel XX secolo non si è riusciti ad arginare l'ingrossante e poi strari­pante torrente del male, che ha minacciato di som­mergere il mondo? Mancò l'azione? A noi sembra di no. Si potranno lamentare mancanze individuali, ma nel complesso l'azione ci fu: multiforme, organica, vi­gorosa. Oppure, non fu essa aderente alle necessità dei tempi? Anche questo non si può affermare, alme­no per ciò che riguarda l'insieme dell'attività cattolica. E allora? La mancanza, può essere, ricercata in questo: che da una parte mancò la « fiamma viva» del seminato­re: Senza di me non potete far nulla (Gv 15,5); dall'al­tra mancò l’humus atto a ricevere e a fecondare il buon seme: Chi dimora in Me e Io in lui, porta molto frutto (ivi). Dimorare in Gesù: ecco ciò che soprattutto è ne­cessario alle anime, sia per fare e sia per ricevere il bene e renderlo fecondo. Ora, « dimorare » in Gesù non è il semplice credere in Lui e neppur soltanto lo stato di grazia, ma il vivere la vita della grazia, il farla crescere, il perfezionarla di continuo in noi (ivi, 10, 10); ciò è possibile mediante la nostra unione con Gesù, onde trarre da Lui, come il tralcio dalla vite, la linfa divina fecondatrice di tutte le virtù cristiane. L'amore, la vita d'amore, opera tutto questo: Come il Padre ha amato Me, così anch’Io ho amato voi. Rimane­te nel mio amore (ivi 15,9). E l'amore rende viva la fede del credente che per Gesù va al Padre. Quando, all'inizio di questo tormentoso secolo del­la storia del mondo, Pio IX scrisse l'Enciclica sugli Esercizi spirituali, e poi Pio XII quella sul Corpo Mistico e ancora quella sulla Sacra Liturgia, alcuni spiriti superficiali non videro il nesso fra i Documenti Ponti­fici e le necessità del mondo cristiano, ma tali Docu­menti erano perfettamente a fuoco con le esigenze dei tempi, in quanto scoprivano la vera causa di tutti i mali e ne indicavano il rimedio in una più intensa vita soprannaturale delle anime. San Paolo diceva di sé, quasi a spiegare l'ardore del suo instancabile zelo: Charitas Christi urget nos (2 Cor 5,14). Queste stesse parole, san Giuseppe Cotto­lengo volle fissate sulla porticina d'ingresso di quella « Piccola Casa della Divina Provvidenza» che è la più grande opera di beneficenza che il mondo cono­sca e splendida apologia del Cristianesimo: il Cristia­nesimo vissuto, il Cristianesimo-amore: Charitas Chri­sti. Santa Teresina non ci lasciò che le poche pagine di Storia di un'anima, ma scritte esse con mano feb­bricitante di amore e di dolore, per Gesù e per le anime, quanto bene hanno diffuso! E ne faranno for­se fino alla fine dei secoli! Così di tutte le altre forme di apostolato. Quando l'anima dal Gesù « pieno di grazia e verità » (Gv 1,14) trae la sua forza di slancio e come « lampada che arde e risplende» (ivi 5,35) fa della sua vita « un esempio di luce», allora le opere rendono testimonianza alla Verità e comunicano alle anime il fuoco da cui esse stesse sono animate, l'ardo­re di cui esse vibrano. Non si può dare quello che non si ha; mentre: Quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, alzati e cammina (cf At 3,6). Ecco quello di cui ha bisogno il mondo per rialzarsi e riprendere il cammino ascensionale: ha bisogno di anime ripiene di Gesù per poter dare Gesù. Lo spirito del presente Messaggio è tutto qui: far comprendere la necessità di una profonda vita interio­re, che è essenzialmente vita d'amore, per santificare sé e gli altri.

 

4. Il nuovo dono del Cuore di Gesù

Gesù ne indica anche il mezzo pratico nella picco­lissima via d'amore e nella relativa Opera delle Piccolis­sime. E il frutto concreto del Messaggio, in quanto è tramandato alle anime e perpetuato nel mondo l'inces­sante atto d'amore. Già si è detto come la dottrina sull'incessante atto d'amore costituisce la ragion d'es­sere della nuova manifestazione del Cuore di Gesù: esso è pertanto un dono che Gesù fa al mondo e il suo significato, nel momento attuale, non può sfuggire a nessuno. Gesù stesso, dopo aver predetto a suor Consolata il bene immenso che dall'esercizio dell'incessante atto d'amore sarebbe venuto al mondo, le soggiungeva: E’ a questo scopo che ti facevo chiedere ogni mattina, per i meriti della mia dolorosa Passione, il trionfo nel mondo, non solo della mia misericordia, ma bensì del mio amore, specalmente nelle anime piccolissime. La Misericordia può perdonare, ma solo l'Amore può rinnovare il mondo. Mandi il tuo Spirito, (gli es­seri) sono creati, e rinnovi la faccia della terra (Sal 103, 30). La Chiesa applica queste parole all'azione dello Spirito Santo nel mondo, che è Spirito d'amore, anzi l'Amore sostanziale. Una nuova Pentecoste d'amore: è questa che rinnoverà spiritualmente la faccia della ter­ra. L'Opera delle Piccolissime fu voluta da Gesù a questo scopo. Del resto, le continue richieste d'amore di Gesù, le reiterate attestazioni di voler con l'amore salvare il mondo, le divine promesse sulla perenne, universale, prodigiosa fecondità dell'atto incessante d'amore, non inducano a dubitare che l'Opera delle Piccolissime sia veramente preordinata dalla Divina Provvidenza e dal­l'Amore Infinito per contribuire efficacemente alla ri­nascita spirituale del mondo. Ancora una volta Dio vuol confondere, con l'umil­tà dei mezzi, l'orgoglio intellettuale che ha oscurato tante intelligenze; con la piccolezza in spirito atterrare i forti della terra, che credevano di poter erigere sulla tomba del Cristianesimo una loro civiltà paganeggian­te; con la silenziosa, ma attivissima vita d'amore gua­rire il mondo del pericoloso male moderno, che è - non l'azione - ma il frastuono dell'azione, non vivificata dallo spirito di Dio. Così inteso, il nuovo Messaggio potrebbe dirsi un arcobaleno di pace, che le fiamme erompenti dal Cuore di Gesù proiettano su questo povero mondo, il quale, avendo ripudiato le sorgenti d'acqua viva e salutare del Vangelo, per le inquinate cisterne del mali e dell'errore, non vi trovò che morte e rovine. Ma Gesù lo vuoi salvo e, dopo averlo fermato in tempo giusto sulla china pericolosa e averlo purificato nel dolore, ora lo vuole riportato a Sé nell'amore: affinché esso pure sperimenti ciò che suor Consolata speri­mentò durante tutta la sua vita, la verità cioè delle di­vine parole: Amami e sarai felice, e più mi amerai e più sarai felice. Dio vince sempre così: in un'infinita Misericordia e in un Infinito Amore!

 

 

 

APPENDICE

 

«CARISSIMA PICCOLISSIMA DEL CUORE DI GESÙ»

(Lettera di suor Consolata alle Piccolissime)

Alla sera, mettendoti a riposo, pregherai il tuo buon Angelo Custode che, mentre tu dormi, sia lui ad amare Gesù al tuo posto, e che ti svegli al matti­no seguente ispirandoti l'atto d'amore. Se tu sarai fe­dele a pregarlo così ogni sera, lui sarà fedele ogni mattina a svegliarti in un «Gesù, Maria, vi amo, salva­te anime!». Incominciata così la tua giornata, proseguirai ad amare sino al tuo incontro con Gesù Eucaristia. Ciò non vuoI dire che tu debba lasciare ogni tua preghie­ra. No, continua pure le tue solite pratiche di pietà, ma non aggiungerne altre; lascia che il tuo atto d'a­more assorba ogni ritaglio di tempo libero, e in segui­to, se Gesù te lo ispirerà, anche qualche tua preghie­ra vocale. Nella santa Comunione affida, abbandona a Gesù te stessa, le tue preoccupazioni, i tuoi progetti, desi­deri, le tue pene e non ci pensare più; poiché tutta la vita d'una Piccolissima si basa sulla promessa divina: Io penserò a tutto, sino ai minimi particolai, tu pensa solo ad amare. (Ricopiati queste parole in fondo ad un'immagine del Sacro Cuore, fa' in modo di averle sempre presenti; esse ti saranno di grande aiuto per liberare il tuo spirito da ogni preoccupazione, e pro­verai per esperienza come Gesù è fedele a mantenere questa promessa). Dopo avere nella santa Comunione abbandonato tutto a Gesù, rinnovagli la tua promessa dell'incessan­te atto d'amore, del "sì" a tutto ciò ch'Egli ti chiede­rà lungo il giorno, e il proposito di vederlo, parlargli e servirlo con amore in tutte le creature con le quali avrai a che fare. Metti una volta per sempre l'intenzione che ogni tuo atto d'amore salga al Cielo ancora quale supplica, che ti ottenga la fedeltà a continuarlo ininterrottamen­te sino alla Comunione seguente, e sia come una ri­parazione per ogni tua infedeltà. Lascerai la chiesa incominciando il tuo atto d'a­more, che continuerai per via, in casa e nel compi­mento di ogni tuo dovere. Avverti che Gesù ha promesso: che quando tu scrivi o preghi o mediti o parli per necessità o carità, l'atto d'amore continua ugualmente. Sul lavoro, se ti è possibile, fai in modo di avere davanti a te, scritto su di un'immagine o cartoncmo: « Gesù, Maria, vi amo, salvate anime ». Ti servirà di richiamo. Fra gli ostacoli per dare a Gesù l'atto incessante d'amore verginale, Gesù stesso insegna a combatterne tre: pensieri inutili, interessamenti, discorsi inutili. Pensieri, preoccupazioni: tutto diventa inutile, dal mo­mento che Gesù promette alla sua Piccolissima di pen­sare Lui a tutto, sino ai minimi particolari. Discorsi inutili: se parli non costretta dal dovere, dalla carità, dalla convenienza, è tempo sprecato, che rubi all'Amore. Interessamenti, curiosità ecc.: tutto ciò insom­ma che distoglie il tuo spirito dall'unica cosa alla qua­le ti sei votata: amare Gesù incessantemente e con amore verginale. Bisogna però che tu convenga che per realizzare il desiderio divino: non perdere un atto d'amore e un atto di carità da una Comunione all'altra, il lavorio della tua anima, sorretta dalla grazia, sarà lungo e richiederà non poco tempo, sforzi generosi e costanti, e soprat­tutto mai scoraggiarti. Ad ogni infedeltà più o meno involontaria, rinno­va il tuo proposito di amore verginale e rincomincia. Se questa infedeltà ti fa soffrire, tu offrila a Gesù... quale atto d'amore! Vedrai e constaterai con quanta tenerezza Gesù ti rialzerà dopo una caduta, un'infe­deltà; come si affretterà a rimetterti in piedi, perché tu possa continuare il tuo canto d'amore. Quello che ti aiuterà maggiormente a dare a Gesù l'atto incessante d'amore sarà rinnovarne il proposito ad ogni ora; e, in secondo luogo, l'esame particolare su di esso. Ritieni che, nell'esame particolare sull'atto inces­sante d'amore, segnerai per mancanza solo il tempo sprecato in discorsi inutili o nel seguire la fantasia, pensieri inutili ecc. Pentiti, e riprendi tranquillamente ad amare. Però il proposito al quale devi consacrare tutte le tue energie, sarà sempre sull'atto incessante d'amore. Ma non temere, Gesù ti aiuterà. Egli ha detto: « Amami e sarai felice, e più mi amerai e più sarai feli­ce! »... Coraggio, Gesù e Maria ti aiuteranno. Non te­mere mai, confida e credi al loro amore per te.

Aff.ma Suor M. CONSOLATA R.C.

 

 

A TE, O SIGNORE!

(Preghiera finale di P. Lorenzo Sales)

Davanti a Te, Signore Gesù, prima di deporre la penna, il tuo servo si umilia per aver osato unire a quella ch'egli ritiene tua parola, il balbettio della paro­la umana e aver forse, per incapacità e demeriti, gua­stata l'opera tua. Ma Tu, o Signore, sei onnipotente e come dal nulla trai il tutto, così le stesse manchevo­lezze umane puoi far convergere al compimento dei tuoi disegni, onde a Te solo sia la lode, l'onore e la gloria. Poiché, inoltre, è vana ogni fatica che non sia da Te benedetta, questa benedizione ardentemente im­ploro. Te la chiedo per l'amore infinito che porti agli uomini: tue creature, tuoi redenti, tuoi fratelli; per intercessione di Colei, nel cui Cuore Immacolato river­sasti per tutti noi l'onda salutare sgorgata dal tuo Cuore trafitto; e ancora per le preghiere   dell'ani­ma da Te scelta a Messaggera del tuo Amore: la qua­le, in risposta al dono di elezione, sostenuta dalla tua grazia, seppe consumare la vita in un incessante atto d'amore verginale, in una ininterrotta invocazione per la salvezza delle amme. Tu le dicesti un giorno: Quando il tuo ultimo:«Gesù, Maria, vi amo, salvate anime» sarà pronunciato, Io lo accoglierò e lo tramanderò a mlioni di anime che, peccatrici; l'accoglieranno e ti seguiranno nella semplice via di confidenza e di amore e quindi mi ameranno... Voglio che un'onda di amore salga dalla terra al Cielo! Ora, dunque, che il suo ultimo atto d'amore è cessato sulla terra per eternarsi in Cielo, raccoglilo e tramandalo alle anime, a tutte le anime: alle innocenti e alle peccatrici, alle erranti fuori della Chiesa e alle gementi fuori dell'ovile; e fecondalo con la tua benedizione, affinché si perpetui sulla terra, e si formi e s'ingrossi l'onda d'amore da te invocata. Allora gli uo­mini, rifatti nell'amore tuoi figli, ridiventeranno fratelli nella carità e il mondo - nel tuo Vangelo di amore e di carità - ritroverà finalmente, con la salvezza, la via della perduta tranquillità. Gesù, Maria vi amo, salvate anime!

 

PREGHIERA per la glorificazione della Serva di Dio

 

Padre di ogni misericordia, tu hai suscitato in mezzo a noi la tua serva Suor Maria Conso­lata Betrone per diffondere nel mondo l'inces­sante amore verso il tuo Figlio Gesù nella semplice via di confidenza e di amore. Rendi capaci anche noi, guidati dal tuo Spinto, di essere ardenti testimoni del tuo amore e nella tua immensa bontà concedici, per sua intercessione, le grazie di cui abbiamo bisogno. Per Cristo nostro Signore. Amen.