IL CUORE DI CRISTO

(Riflessioni per un mese)

1. II vangelo sull'amore Dopo il mese dedicato alla Madonna, la Madre nostra celeste, inizia oggi il mese che la Chiesa e la pietà dei fedeli dedica al S. Cuore di Gesù.  Diciamo subito che se la devozione al S. Cuore ebbe grande sviluppo dopo s. Margherita Maria Alacoque, tuttavia i fondamenti della devozione sono limpidamente biblici ed evangelici. Il cuore è un simbolo, in quanto è l'organo che più di tutti gli altri risente e registra con immediata evidenza ed intensità tutti gli affetti e le emozioni dell'uomo. Già nell'Antico Testamento Dio usa a ripetizione l'immagine del cuore per mostrare il suo amore per il popolo eletto. Nel vangelo poi tutto e centrato sull'amore di Dio per l'umanita, amore degli uomini per Dio e per i fratelli. E' il punto di congiunzione e proprio il Cuore di Cristo; «Dio mi è testimone, dirà s. Paolo, come vi amo tutti affettuosamente nel Cuore di Cristo» (Fil 1,8). La tradizione patristica concentra la sua attenzione sul cuore trapassato dalla lancia: il costato, e lo presenta come la sorgente di tutte le grazie. Simbolo e realtà si fondono. Nel Cuore di Cristo, cioè nel suo amore, risiede la fonte e la spiegazione di tutto il bene che ci viene. La religione cristiana nasce dall'amore e ci porta all'amore. Il culto al Sacro Cuore (dice Paolo VI) è un mezzo per riportare il Cristo al centro della vita umana, a garantire così quella salvezza che viene solo da lui. Quindi non è una devozione inventata nel secolo scorso: essa affonda le sue radici nel vangelo: è lo stesso Cristo, è lo stesso vangelo, sono gli stessi sacramenti, lo stesso messaggio di bontà e di salvezza che la devozione al Sacro Cuore di Gesù ci presenta. é come una sintesi di tutta la storia dell'amore di Dio che si è fatto carne e cuore di Cristo, e che ha raggiunto l'apice quando dal costato aperto dalla lancia ha donato al mondo l'ultima goccia di sangue... Imitiamolo anche noi in questa donazione per i fratelli: amiamo come Gesù ci ha insegnato...

 

2. Credere all'amore di Dio Il prefazio della festa del Sacro Cuore, dice così: «Innalzato sulla croce, nel suo amore senza limiti, Gesù, donò la vita per noi, e dalla ferita del suo fianco effuse sangue ed acqua, simbolo dei sacramenti della Chiesa, perché tutti gli uomini, attirati al Cuore del Salvatore, attingessero con gioia alla fonte perenne della salvezza». Significative le letture della S. Messa. La prima del Deuteronomio: «Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli siete infatti il più piccolo di tutti i popoli ma perché il Signore vi ama». Nella II lettura (da s. Giovanni) «Dio ci ha amati per primo e proietta l'esigenza di questo amore sul prossimo». E nel vangelo: «Imparate da me che sono mite e umile di cuore!». S. Paolo definisce la propria fede così: «Credere all'amore di Dio per noi». E nel Cristo l'amore di Dio si e fatto veramente "umano". Tutta la sua grandezza è nel suo amore per il Padre e per noi e quindi nel suo cuore. La devozione al Sacro Cuore è verticale e orizzontale: ci innalza verso Dio e nello stesso tempo ci spinge verso i fratelli. La nostra devozione a Cristo Salvatore non può quindi essere senza questo riconoscimento d'un amore perfettamente umano e divino. Amore vasto e profondo come l'amore eterno di Dio; amore semplice e totale quanto può esserlo quello d'un uomo nella realtà della sua sensibilità e della sua carne. Paolo VI ci dice «la carità, la bontà, l'amore che Cristo ha avuto per noi, trapassa ogni scienza: lo potremo sapere, lo potremo osservare, non riusciremo mai a tracciare la misura.

 

3. Gesù disse: "Ecco quel cuore" Parlando ad un'anima eletta, alla quale dobbiamo principalmente l'origine del culto al Sacro Cuore, Margherita Maria, Gesù stesso dirà: Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini. Se usiamo cuore, abbiamo visto, è perché pensiamo all'amore di Dio fattosi amore umano in Cristo. Ecco il grande avvenimento:,Cristo è rivelatore dell'amore del Padre.. è il grande mistero nascosto nei secoli in Dio. Paolo VI dice: questa parola cuore (e parliamo del cuore fisico del Signore), è si oggetto di adorazione, perché il cuore è parte di quella umanità che era vivente nella persona del Verbo di Dio e perciò adorabile. Il cuore qui serve come linguaggio, serve per colorire e riempire una espressione, per dire tutto questo immenso disegno di amore e dirlo in una parola sola. Nel linguaggio umano, la parola più felice e più facile insieme è la parola cuore. E allora il cuore serve per simbolo, serve per segno. Se cuore è la parola che ci indica di più le intenzioni del Signore è segno che queste hanno qualcosa di nascosto, e per conoscere il cuore di una cosa, soprattutto il cuore di una persona, bisogna seguire le vie intime, le vie interiori, le vie nascoste. E noi siamo chiamati a comprendere le ammirabili ricchezze del Cuore di Gesù, meditando il messaggio che ci ha lasciato in ogni pagina del vangelo.

 

4. Padre che ama Un autore moderno ebbe questa idea un po' strana: voleva esprimere in una parola tutto lo scibile umano. Cerca e ricerca: invano. Nel vocabolario umano non c'è una parola che tutto dica e tutto esprima... Ma se apriamo il libro di Dio troviamo questa parola che dice e compendia tutto ciò che Dio ha fatto per noi: dilexit, ci ha amati. Dio è Padre che ama, non solo ma è l'amore stesso. Prima di Cristo qualcuno aveva detto: «L'amore e Dio»; s. Giovanni invece dice: «Dio è amore». Tra queste due affermazioni è stato giustamente osservato vi è tutto un mondo. L'inversione del soggetto e del predicato basta a evocare una rivoluzione religiosa di una portata infinita: il cielo è intervenuto nella vita dell'uomo, il dio del mito ha ceduto il posto al Dio vivo. Dio quindi non vive ad una altezza lontanissima, beato in se stesso e indifferente alle tribolazioni della umana esistenza. Dio è così buono che è lui ad avvicinarsi. Egli è colui che dà, non colui che riceve, colui che per primo perdona. «Non ti ho amato per scherzo», diceva Gesù ad Angela da Foligno. «Sono io disse Gesù agli apostoli io che vi ho scelti, non voi»... Lo crediamo questo? E allora quale sarà la nostra risposta? Un padre missionario, p. Pietro Dotto, domandò ad un povero lebbroso (Carlo Lopez Maldonado): «Credi in Dio, Padre onnipotente?». La risposta del lebbroso: «Io non credo in Dio, io lo amo». Proprio così: più ci si accosta a colui che è amore e più si ama. E se amo Dio, non posso stare tranquillo nelle mie comodità. So di non poter aggiungere niente a Dio, ma devo portare qualche cosa ai miei fratelli nell'umanità. Non posso amare Dio, se le miserie del mondo non mi hanno invaso e penetrato il cuore. Paolo VI: «Il cristianesimo è una bella e grande parola, ma se la si vuole tradurre nei fatti concreti, richiede una forza spirituale immensa, un cuore traboccante di bontà e di carità, derivante dalla croce e dal vangelo ben vivi dentro di noi».

 

5. Nella categoria degli umili In un papiro egiziano di circa 4.000 anni or sono troviamo l'espressione della comune nostalgia d'amore: «Cerco un cuore su cui appoggiare la mia testa e non lo trovo; non ci sono più amici!» (esclama il poeta sconosciuto). Noi più fortunati l'abbiamo questo cuore e questo amico. E possiamo avere piena fiducia in un simile amico. Egli vivendo in perfetta intimità col Padre, sa e può rivelarci tutto ciò che serve per il nostro bene; avendo poi un cuore mite e umile e, conoscendo le miserie della umanità, non si espone al pericolo di schiacciare le anime sotto il peso di un giogo troppo pesante. Così l'eccellenza della legge nuova, che viene contrapposta non solo al giogo dei Farisei, ma anche alla incompiutezza della legge antica, ha la sua origine nel Cuore stesso di Cristo, cuore di un uomo perfettamente mite e umile, cuore del Figlio di Dio Incarnato. Anzi secondo il profeta Isaia egli è l'umiliato per eccellenza, uomo dei dolori, e proprio per questo, strumento di salvezza. Colui che è Figlio di Dio si mette al livello dell'ultimo uomo, nella categoria degli "umili". Egli si è presentato agli uomini e li ha invitati a sè, al suo cuore perché ritrovassero fiducia, forza e coraggio: voi tutti che siete affaticati, venite a me. L'itinerario dell'amore è dunque: da Dio, in Cristo, a noi e attraverso noi agli altri. Possa questo amore e questo cuore ridare all'umanità quella fratellanza e concordia che inutilmente va cercando altre fonti.

 

6. Amore chiama amore La devozione al Sacro Cuore di Gesù rivolge ai fedeli un duplice invito. Primo: conoscere Cristo in profondità, intimamente. L'abbiamo già accennato, approfondire i suoi misteri. «Quando dice Paolo VI col catechismo alla mano siete arrivati a dire: «è Figlio di Dio», non arrestatevi; bisogna andare avanti, esplorare intimamente e giungere fino in fondo e troveremo: Dio è amore». Secondo: non basta più una religione puramente esteriore, fatta di sole pratiche, forse frettolose! Dobbiamo penetrare fino in fondo e concluderemo: il vangelo è amore, l'incarnazione è amore, la passione è amore, l'Eucaristia è amore, la Chiesa è amore, la grazia è amore. Proprio è vero che: la carità di Cristo incombe sopra di noi, ci preme, ci perseguita. E allora? Dobbiamo rispondere alle sollecitazioni dell'amore. Sapevamo prosegue il Papa che l'amore è un comandamento, cioè una cosa che ci obbliga; il Signore è stato tanto buono da esigere da noi, come prima cosa, non il sacrificio del nostro cuore tanto attraente, gioioso, amoroso. Il Signore si è voluto servire di questa predisposizione nostra naturale per farci suoi soci, per attirarci a sé, per stringere questo nodo definitivo della vera religione. Vuole da noi non altre cose che il cuore. Cuore chiama cuore, amore chiama amore. Per esprimere l'amore bisogna essere almeno in due, l'amore per essere fecondo ha bisogno di due che si amino, altrimenti é egoismo. Cristo vuole da noi questo: corrispondere al suo amore. Non un amore effeminato, dolciastro, sdolcinato, ma forte e virile. Un amore che sa sacrificarsi per la persona amata; un amore che si dona, senza riserve.

 

7. Dio non è inaccessibile Abbiamo visto che Cristo è stato il grande realizzatore dell'amore di Dio. Egli ha portato Dio sulle nostre strade, nelle nostre case, nelle nostre riunioni. Egli è stato un osservatore acuto del mondo e di tutto ciò che ci circonda.

Attraverso le parabole ci ha fatto capire non il freddo dell'universo ma le pulsazioni di un cuore paterno. Nelle parabole egli ci vuol far scoprire Dio, suo Padre e farci penetrare nel «cuore di ogni cosa». Gesù si serve delle immagini del nostro mondo, immagini alle volte assai commoventi,.per darci la certezza che Dio non si trova in un inaccessibile aldilà, ma mette tutto ciò che ci circonda in relazione con il suo cuore: non soltanto il grano, i frutti, ma anche il paese straniero e la casa paterna, l'estate e l'inverno, la lucerna e la notte, il denaro, il vestiario, lo sposalizio e la morte. Leggendo le parabole si é continuamente circondati dalle quinte di un mondo assai vicino: il nostro mondo. Non si tratta di un libro illustrato qualunque, ma del libro «illustrato da Dio». «Dio ha stabilito con i suoi amici un linguaggio convenzionale». Ogni avvenimento della vita è una parola di questo linguaggio. Dio, scrive Simone Weil, è come una donna possessiva, attaccata al suo sposo, che gli sussurra all'orecchio, per ore ed ore, senza posa: ti amo, ti amo, ti amo. Dio non ha parole per dire alle sue creature: ti odio. Egli è amore. «Ecco, disse la contadina, qual é la gioia della madre quando per la prima volta nota il sorriso del suo piccino, tale e anche la gioia di Dio ogni volta che egli dal cielo vede che un peccatore si inginocchia per pregare, dal profondo del cuore» (Dostoijevskij). è la gioia che traspare nelle parabole di Cristo. Se Dio è amore, l'incontro con lui coincide con la gioia. è la Buona Novella del vangelo.

 

8. Il prodigo sono io Un bimbo messo davanti ad una grande specchiera, in un primo momento rimane incantato; poi si accorge dai movimenti paralleli che e lui che sorride e che si agita. Leggendo la parabola del figliol prodigo, ad un certo momento ci accorgiamo che quello là siamo noi, noi e nessun altro. E il racconto non è una favola, ma io in prima persona che mi specchio e trovo nella vita atteggiamenti paralleli. Io sono il figliol prodigo è il padre è il Buon Dio che mi attende. Non è forse il lamento del giovarne che si ripete in seno alle nostre famiglie? Il padre che ripete il medesimo ritornello: Non devi. Anche nel paradiso terrestre, nella «casa paterna» c'era un cartello di divieto: Non devi! E per di più proprio davanti all'albero della vita, così invitante nei suoi oscuri misteri. E allora la libertà? Più di una volta il padre e il figlio della parabola avranno parlato di questo. Il figlio avrà detto: «Padre, vorrei diventare un uomo indipendente. Devi concedermi la libertà. Non ce la faccio più con quel tuo eterno DEVI, NON DEVI. Una sola volta voglio provare tutto. Poi tornerò a casa. Ma voglio una parentesi della mia vita: voglio conoscere tutto, provare tutto, anche il distacco dalla casa. Voglio buttarmi allo sbaraglio per essere uomo». E la porta sbattuta si chiude mentre gli occhi umidi di pianto del padre seguono la scena. Io penso a questo padre chiuso nel suo silenzio, col volto segnato da una profonda afflizione che è più eloquente delle parole. Il figlio sarà sempre nel pensiero di questo padre, l'aspetterà e lo seguirà ovunque. Ma, ci domandiamo, Dio non poteva impedirlo? No! Egli rispetta la decisione e la scelta del figlio. Lo attenderà per giorni e notti insonni e scruterà l'orizzonte per vederlo spuntare. Oggi ci fermiamo qui: Gesù che ci descrive il Padre suo come il Padre che pur soffrendo spera.

 

9. Ritorno a casa Il protagonista della parabola è il Padre. Proprio nel momento in cui il figliol prodigo pensa di essere alla fine, iniziano le vie di Dio. Le immagini del Padre e della casa paterna si risvegliano nella sua anima; egli sentiva il ribrezzo di sè stesso, un ribrezzo che poteva essere salutare e spingerlo sulla via del ritorno. Era l'influsso paterno che agiva da lontano e gli faceva comprendere dov'era il suo posto. Egli non tornava a casa perché aveva ribrezzo della sua vita di esule, ma tale vita lo nauseava perché aveva ripreso coscienza della sua casa e della lontananza. Era quindi una tristezza divina quella che lo sommergeva e non la tristezza del mondo che conduce alla morte. Una volta tornato a casa il figlio dice soltanto: «Padre, ho peccato contro il cielo e contro di te». Ed è come se dicesse: «Non ho più alcun diritto. Il fatto che il figliol prodigo venga riaccolto non si basa sulla sua maggiore maturità, ma sul miracolo dell'amore di Dio. L'enigma dell'amore di Dio sta appunto in questo, che esso cerca lo smarrito, e che in cielo si fa grande festa quando anche "uno solo" fa ritorno a casa. L'ultimo mistero di questo racconto suona così: per tutti noi esiste la possibilità di un ritorno, perché per tutti noi esiste una casa: quella di Dio.

 

10. Come Dio perdona a noi Abbiamo meditato l'amore di Dio la sua misericordia nei nostri riguardi. Dio sempre pronto ad accoglierci tra le sue braccia. Ora la nostra risposta quale sarà? Se Dio ci ha amati così, noi pure dobbiamo amarci e saper perdonare, come Dioperdona a noi. Ed e qui che ci può capitare di essere incoerenti, per non dire crudeli. Ogni qualvolta recitiamo la preghiera insegnataci da Gesù: rimetti a noi i nostri debiti (peccati) come noi li rimettiamo (le offese) ai nostri debitori, notiamo subito la differenza tra Dio e noi. Lui perdona sempre, noi qualche volta. La parabola del servitore spietato che rifiuta il perdono al suo collega che gli doveva poche lire è uno stridente contrasto con quello che il padrone poco prima gli aveva condonato. Siamo sempre pronti a indignarci di Dio (basta che ci riesca incomprensibile qualcosa del nostro destino o che le cose vadano per traverso, perché facciamo subito il broncio: come è possibile che Dio permetta una tale cosa? ma se qualcuno s'arrabbia con noi e ci rimprovera e non ci comprende, reagiamo subito bruscamente. Un perdono che non si riversa sugli altri è per Dio una assurdità atroce e se lo riprende indietro.Perdonandoci, Dio ci concede una possibilità, il che significa che egli prolunga ancora un po' il termine di prova. Dio ha firmato con il sangue del suo Figlio, con il sangue del suo cuore, la promessa che mi vorrà sempre bene, che io potrò rimanere suo figlio e che la mia coscienza potrà essere libera. è come un contratto che Egli ha già firmato da parte sua. Ora sta a me ratificado. Ed io lo ratifico solo in un modo: riversando sui miei fratelli ciò che Dio mi ha donato. Tutto il bene fattomi da Dio diventa un'accusa se io non permetto che questo bene si espanda al di fuori di me. Allora il «perdona a noi... come noi perdoniamo» costituiscono un'unità inscindibile. Il perdono è come il "testimonio" che si passano i corridori di una corsa a staffetta: esso va consegnato al compagno di corsa; non serve a nulla tenerlo stretto in mano e continuare a correre per proprio conto. Gesù ci dice: «perdonate e sarete perdonati». Concludendo diciamo al Signore: Fa' che non diventi un servo spietato nei confronti del mio prossimo solo perché mi deve alcuni spiccioli...

 

11. Occorrono molti testimoni Il mistico russo Tikon Zadonsky scrive: «Dove troveremo Cristo? Dove cercheremo la nostra luce? Signore: dove abiti?». Egli ci risponde: «Venite e sedete!» Sì, noi sentiamo la voce del Maestro: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro». Ecco che ci ha risposto, ecco dov'è la sua abitazione, ecco dove si trova la nostra luce. Ora ci resta soltanto di sapere come possiamo far venire Cristo nelle nostre case. Egli va da tutti, peccatori compresi. Egli viene a cercare riposo e trova riposo nell'amore. Avvolgiamolo perciò d'amore: nell'affamato, assetato, nell'ignudo, nel malato, nel carcerato... con grande gioia potremo esclamare: «Abbiamo trovato il Messia!». E don Primo Mazzolari: «Chi prende sulle spalle il dolore degli altri è un salvatore... Finora uno solo ha fatto questo, e non per qualcuno soltanto, ma per tutti: non una volta sola, ma per sempre... L'uomo buono vale infinitamete più dell'uomo che crede di sapere tutto e di potere tutto. Chi ci ha insegnato ad essere buoni ed avere tanta sete di bontà? Io non vidi il Signore camminare sulle acque, vidi però arrivare sulle acque la bontà». Papa Giovanni ai carcerati: «Eccomi tra voi, ho messo il mio cuore vicino al vostro». «La bontà, diceva, ha reso serena la mia vita». L'uomo ha fame di pace. Ma ha più fame di sorriso, di comprensione, di disponibilità. Dio che è amore per eccellenza, non dà dei doni, dà delle persone. Il Padre sacrifica suo Figlio. Il suo Figlio, Gesù, sacrifica se stesso sulla croce e si dà a noi nell'Eucaristia dopo aver promesso di mandare lo Spirito Santo. Il dono più grande che io possa dare agli uomini è Dio. Il non credere troverà meno incredibile l'amore di Dio il giorno in cui incontrerà l'amore dell'uomo, soprattutto l'amore attivo e trasformatore di una nostra comunità. è nota l'espressione di un operaio all'Abbè Pierre «Io non so se Dio esiste, ma se esiste è ciò che fate voi!». I santi sono la migliore prova dell'esistenza di Dio, e del suo amore. La migliore apologetica e la testimonianza. Perché la nostra fede sia credibile non occorrono tanti maestri ma molti testimoni.

 

12. La suora del lager Madre Teresa, la fondatrice delle Missionarie della carità, cioè della Congregazione che sta compiendo miracoli di bontà a favore dei poveri indiani, e stata interrogata da un giornalista: «Qual'è il messaggio che intende portare?» «L'amore, rispose, non ha altri messaggi che sè stesso... Parliamo poco, piuttosto cerchiamo di predicare il vangelo coi fatti. Praticando l'amore cristiano, avviciniamo noi e gli altri a Dio. La Signora Genevieve de Gaulle (nipote del generale) racconta che una suora nell'ultima guerra, si offrì senza esitazione al posto di una donna che era stata scelta per la camera a gas. Quando la suora sentì la donna che tra le lacrime diceva: "Non uccidetemi, ho un marito, dei bambini... in un attimo balzò davanti a quella donna e con tono che non ammetteva repliche disse: "Nessuno ha un amore più grande di colui che dà la vita per la persona amata. Gesù l'ha detto e l'ha fatto. Lasci che io lo imiti" e salì al suo posto. Cosi Massimiliano Kolbe... In ogni fratello palpita il cuore di Cristo. L'immagine di Dio alle volte può essere deturpata dalle passioni, ma è sempre il volto di Dio che viene alla luce dopo ogni bufera della vita. Michel Quoist scriveva: «Tu sei un pensiero d'amore di Dio. La tua vita dev'essere una risposta d'amore. La grande rivelazione di Gesù Cristo è che Dio è Amore, che la grande avventura del mondo e degli uomini è una storia d'amore e che la riuscita finale non può essere se non frutto dell'amore. Tu puoi condurre gli altri verso Dio, aiutandoli ad amare in modo concreto i loro fratelli». Paolo VI scrive: «Gesù è il Buon Pastore, e come dire: l'immagine della bontà si congiunge a quella di un eroismo che si dona, che si sacrifica, si immola, per cui tale bontà si congiunge ad altezze e visioni dell'atto redentore, talmente elevate da lasciarci sorpresi ed attoniti» e conclude «il vostro cuore deve essere come quello di Cristo cioè capace di donarsi tutto agli altri». Questo è il messaggio del Cuore di Cristo a S. Margherita: «Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini». E quello di P. Dehon nel suo testamento: «Vi lascio il più meraviglioso dei tesori: il Cuore di Gesù». Raccogliamo questi messaggi e facciamoli nostri.

 

13. Il Cuore del mondo Il Cuore di Cristo è il centro di convergenza che attira uomini e cose. P. Dehon ha lasciato a noi Sacerdoti del Sacro Cuore, nel suo testamento spirituale questo meraviglioso dono: il Cuore di Gesù. Nel testamento infatti leggiamo: «Vi lascio il tesoro più meraviglioso: il Cuore di Gesù. E di tutti, ma ha tenerezze particolari per i Sacerdoti che si sono consacrati a lui e si dedicano interamente al suo culto e alla sua riparazione... offro ancora una volta e consacro la mia vita e la mia morte al Sacro Cuore di Gesù per suo amore e secondo le sue intenzioni». Nella sua vita aveva sempre contemplato il mistero del costato trafitto, che S. Giovanni Evangelista aveva intuito come la grande realtà umana e divina. La liturgia delle ore esprime questo pensiero nell'antifona: «Ora si compie il disegno del Padre: fare di Cristo il cuore del mondo». Il Papa Paolo VI nell'udienza riservataci per il centenario della fondazione della Congregazone ci disse: «Fedeltà alla devozione al Cuore di Gesù che vuol dire il culto, che vuol dire l'amore, che vuol dire il dramma spirituale che intercede fra ogni cuore di Sacerdote che porta il titolo della vostra famiglia e il cuore di Cristo. Quale dialogo, quale incendio, quale dramma, direi, ognuno di noi porta in sè: dover colloquiare con il Cristo nella sua espressione più amorosa, più dolorosa, più completa e che la Chiesa ha sintetizzato appunto nella devozione al Sacro Cuore nel nostro tempo; fedeltà alla devozione, ripeté il Papa, al Sacro Cuore di Gesù, nel cui nome P. Dehon fondò l'Istituto e del cui culto si fece apostolo ardente». Quando il 28 giugno 1878 festa del Sacro Cuore il P. Dehon emise i voti religiosi scrisse: «Mi donai completamente senza riserve al Sacro Cuore. La mia emozione fu molto profonda. Sentivo di prendere la croce sulle spalle donandomi a Nostro Signore come riparatore e fondatore di un nuovo Istituto». Questa devozione è una eredità preziosa e impegnativa che ci ha lasciato il P. Dehon e che noi vorremmo trasmettere a coloro che incontriamo sul cammino del nostro apostolato di Sacerdoti. E nello stesso tempo vorremmo chiedere l'aiuto della preghiera perché i Sacerdoti siano all'altezza della loro missione: essere cioè come Cristo il Cuore del mondo.

 

14. Che vuoi che io faccia? Chi ascolta questo pensiero spirituale ci vorrà perdonare se insistiamo nel ricordare la figura e le opere di P. Dehon. é un precursore dei tempi moderni, disse il card. Luciani nel commemorarlo; ha anticipato il Concilio Vaticano II disse mons. Battisti nell'omelia della Festa del Sacro Cuore. L'umiltà e la mitezza del Cuore di Gesù lo hanno attirato in modo particolare. «Nostro Signore si impossessò ben presto del mio intimo e vi creò quelle disposizioni che dovevano essere le note dominanti della mia vita, malgrado le mie infedeltà: la devozione al Sacro Cuore, l'umiltà, l'abbandono alla sua volontà, l'unione con lui, la vita d'amore» (memorie). Ancora da seminarista scriveva: «Ho notato che generalmente i santi avevano un motto, che serviva per animarli al combattimento spirituale. Per S. Ignazio era: alla maggior gloria di Dio; per S. Luigi Gonzaga: serve questo per l'eternità?; per S. Teresa: un'anima, un'eternità; per S. Francesco Saverio: vinci te stesso. Quanto a me ho adottato questo: Signore cosa vuoi che io faccia?». Questo atteggiamento lo ebbe sempre in tutta la sua vita. Cosa vuoi da me, Signore? Scriverà libri, terrà conferenze, organizzerà congressi. E poi confesserà: «Quante colpe ho commesso (scrive a 82 anni) vorrei poter mettere insieme tutto l'amore penitente della Maddalena e la tenera amicizia di S. Giovanni Evangelista per il Cuore di Gesù. Il Signore mi ha lasciato vivere a lungo per riparare». è di attualità quanto scrisse nel 1877: «Ogni sacerdote e religioso deve vivere fino a un certo punto la vita di vittima: se i sacerdoti fossero più santi e le loro debolezze meglio riparate, saremmo noi dove siamo?». P. Dehon ricordava spesso con piacere l'affermazione di P. Chevrie: «Il sacerdote è un uomo mangiato». Ed è proprio questa concezione del prete, scrive mons. Bortignon, uomo aperto e disponibile, dimentico di sé e talmente dedito al prossimo per amore di Cristo, che egli volle incarnare nella sua Congregazione». Il programma della sua vita sia il nostro programma: «Non c'e che una pratica: amare in ogni tempo, in ogni luogo, in ogni situazione!».

 

15. L'avete fatto a me Mons. Battisti, vescovo di Udine, nel ricordare la figura del P. Dehon disse che ci appare un profeta, un precursore dei tempi nuovi. Ed ha colto nella sua vita qualche atteggiamento e delle linee che la Chiesa farà risaltare nel Concilio Vaticano II. Prima di tutto P. Dehon ha avvertito che la crisi del vecchio mondo occidentale era una crisi essenzialmente morale e spirituale. «Il secolo or ora finito, scriveva all'inizio del '900, rimpiange la fede dei suoi primi anni. Vede che la sua apostasia ha prodotto una società senza bussola, senza freni, senza costumi». La fede deve incarnarsi nella realtà terrestre del mondo: nei problemi di ufficio, di fabbrica; di quartiere, di città, di nazione, nei movimenti politici e sindacali. Se non fosse possibile incontrare Dio lì dove l'uomo d'oggi parla, soffre, lotta, Dio sarebbe assente dalla maggior parte della vita degli uomini d'oggi P. Dehon vuole creare uomini nuovi che vivano su nuove strade la divina avventura della santità cristiana. Ed ha attinta questa spiritualità dal Cuore di Cristo, che lo porta non a forme ed atti di intimismo pietista, di sentimentalismo sterile, ma una straordinaria apertura di mente e di cuore a servizio dei fratelli. Il culto al Cuore di Gesù che egli vuole, penetri e scenda nella vita sociale dei popoli. Soltanto il Cuore di Cristo, afferma il Padre, può rendere alla terra la carità che essa ha perduto. Egli ha saputo cogliere nella devozione al Sacro Cuore la sostanza del vangelo che è rivelazione dell'amore infinito di Dio, che è venuto a pulsare in un cuore di uomo. «Dio non sa che farsene, scrive, del nostro sapere, delle nostre opere, se non ha il nostro cuore». E altrove: «Dal Cuore aperto di Cristo in croce nasce l'uomo dal cuore nuovo». Ma questo primato di Dio, trova una verifica infallibile nell'amore creato verso i fratelli, soprattutto verso i più poveri. La devozione al Sacro Cuore per il P. Dehon e questa sintesi vitale tra l'amore di Dio e la passione per l'uomo. Sintesi che Gesù stesso ha proclamato nel vangelo: amore di Dio e del prossimo: ecco il compendio di tutta la legge. Il Samaritano che si curva sul ferito, lo cura, lo porta all'albergo, paga di sua tasca, ritorna a visitarlo, e l'immagine ideale del cristiano che vede nel fratello, chiunque esso sia, l'impronta di Dio. Il «l'avete fatto a me» di Cristo, unisce insieme Dio e l'uomo in un unico slancio d'amore.

 

16. Tenere gli occhi spalancati P. Dehon oltre la vita di intensa preghiera e di spiritualità tutta indirizzata all'amore del Cuore di Cristo e alla sua devozione, ha incarnato l'amore di Cristo nella situazione del suo tempo dando nuovo impulso al suo apostolato scegliendo mezzi moderni, soprattutto la stampa. Leone XIII lo ha definito «il fedele interprete delle sue encicliche. La sua scelta quindi, dopo il primato di Dio, è stata quella dei poveri. Il Cuore di Cristo ha pulsato forte davanti alla folla che lo seguiva: Ho compassione, disse. E la Chiesa, fedele interprete dell'amore di Cristo, lo ha avvertito nel Concilio quando alcuni Vescovi si sono chiesti: e i poveri? Qual'è la nostra responsabilità di fronte a loro? Nel convegno di Roma su «Evangelizzazione e promozione umana» si è detto che i poveri non sono un problema della Chiesa ma il pròblema e devono essere posti al centro del cuore della comunità cristiana. Il Padre. Dehon avvertì il problema con una sensibilità acutissima e in una conferenza esclamava: «Se vogliamo che Cristo regni bisogna che nessuno ci passi avanti nell'amore del popolo». E proseguiva: «Se tutti i cristiani, se tutti i sacerdoti avessero sentito, avessero risposto all'insegnamento della Chiesa in materia sociale, in questo secolo la storia religiosa e civile del nostro paese avrebbe preso forse un'altra piega». Quindi i lavoratori saranno persuasi che la Chiesa e i preti vogliono prestarsi a far volere le loro legittime rivendicazioni, si lasceranno attrarre dal desiderio inconscio di Cristo che si trova nel fondo delle loro anime rigenerate nel Battesimo». Chi vuole ottenere da Dio misericordia, deve prima essere lui misericordioso. «Cristo che ha fame dice S. Agostino riceva ciò di cui si priva il cristiano che digiuna». «Mai il genere umano ebbe a disposizione tante ricchezze, possibilità e potenza economica, e tuttavia una grande parte degli uomini è ancora tormentata dalla fame e dalla miseria, e intere moltitudini sono ancora interamente analfabete» (Gaudium et Spes). Dobbiamo di nuovo insegnare agli uomini a volersi bene e soprattutto tenere gli occhi spalancati sui problemi dei lontani e dei poveri.

 

17. II dono dell'amore Altro segno dell'amore di Cristo, il più carico di mistero, ma anche il più consolante per noi: Gesù che si fa pane e vino nell'Eucaristia; è il segno di vita che Cristo ha lasciato in mezzo a noi, «Ci ha promesso di rimanere in noi e noi in lui come innesto di tralcio sulla vite» (Gv 15,5). «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me ed io in lui». Ha scelto il pane perché si è fatto cibo e nutrimento per la vita, un dono totale di sé e assimilabile da chi ha la fortuna di riceverlo. è venuto per la salvezza di tutti e questa salvezza l'ha fissata in una festa di amicizia: il banchetto, il pasto in comune. Le parabole di Gesù finiscono sempre in feste attorno ad una tavola; la donna che trova la moneta invita le vicine a far festa, il padre del figliol prodigo organizza un grande banchetto; il Padre che e nei cieli indìce un banchetto invitando amici e conoscenti, e al rifiuto di questi, chiama sconosciuti, poveri e zoppi e ciechi. Dio ci vuole sì commensali nella vita eterna, ma ci prepara a quel banchetto dopo aver spezzato il pane con Gesù: «Ho desiderato tanto di mangiare questa Pasqua con voi...». Nell'Eucaristia ci troviamo tutti uniti In quel disco di ostia candida palpita la vita di un Dio Gli occhi non vedono, ma la fede va oltre il segno: è il Gesù risorto è vivo che ci invita ogni domenica a condividere con lui il sacrificio. è il centro e culmine di tutti i sacramenti.

 

18. La nostra risposta Si dona sempre qualcosa di sé quando si fa un regalo a un amico. Il mio amore è una risposta, non è una iniziativa. Ma è Lui che stimola, che offre, che ama per primo. Il Cristo ci offre la totalità, della sua presenza nell'umile e fragile segno del pane eucaristico Bisogna lasciarsi amare Per noi, alle volte, è più difficile lasciarci amare che amare . Mentre contempliamo il mistero, non ci resta altro che gettarci in ginocchio e proclamare il nostro inno di ringraziamento. «Noi ti ringraziamo, o Padre, per i segni grandi del tuo amore che a noi si svela nella creazione, nella storia dell'uomo, e nella piena rivelazione del tuo Figlio Gesù; fece nel mondo la sua casa, elesse i poveri, annunciò pace e riconciliazione a tutti, si diede liberamente alla morte di croce. Per amore Egli è venuto, d'amore è vissuto, con amore si è donato a te, e in un gesto supremo d'amore, si è sacrificato per tutti noi. Noi ti ringraziamo, o Padre, per questo santissimo segno Lo accogliamo come dono della tua misericordia che ci trasforma e ci dà un cuore nuovo, come grazia di riconciliazione e come segno di comunione (da "Eucaristia Comunione e Comunità).

 

19. Parabola dell'invito a nozze (Mt 22,110, Lc 14,1524) Invito, cioè, partecipare al banchetto, e per di più di un re. Un invito gratuito Non si deve portare nulla Ci si presenta a mani vuote solo per ricevere. Non è un padrone esigente che obbliga a portare i frutti del lavoro, a pagare i debiti. Ma, purtroppo, l'uomo non sa usare nei confronti di Dio le mani vuote per ricevere. Sembra quasi un'umiliazione. Invece l'amore del Padre è un amore tenace, inesauribile; non si arrende di fronte al rifiuto dei primi invitati. Manda un altro gruppo a ripetere l'invito... Non dobbiamo imitare i primi... Non debbo dire: «Non posso pretendere che Dio mi ami, dal momento che non c'è nulla di buono in me; valgo talmente poco che mi rifiuto di credere che Dio possa occuparsi di me e mi possa amare». Eppure Dio chiama tutti; non bada a situazioni sociali; manda per le strade del mondo e lungo le siepi per ripetere l'invito che altri (i privilegiati!) hanno rifiutato per futili motivi. Non dobbiamo temere di andare al convito con i poveri e fra i poveri (leggi = peccatori o diseredati). Non si è perduto nulla finché non si è perduto l'amore. Il re è Dio, il banchetto di nozze è la felicità messianica, dato che il figlio del re e il Messia, Cristo; i messi sono i profeti e gli apostoli; gli invitati che lo oltraggiano possiamo essere noi, come i giudei, i chiamati dalla strada può essere il terzo mondo, la fede semplice che essi portano e la veste nuziale... E noi vorremmo entrare, quasi come scrocconi, senza di essa. Riflettiamo e meditiamo bene.

 

20. La S. Messa (Mt 26,26,29, Lc 22,14, 20) La messa si fa col pane e col vino. Pane e vino frutto della terra e del nostro lavoro. Non frutti spontanei come quelli selvatici, ma ottenuti dal lavoro dell'uomo. Fermiamoci a pensare alla catena di persone che hanno collaborato a fare quel pane e quel vino, per quante mani sono passati quel pezzo di pane e quella bottiglietta di vino. Ci possono raccontare una storia ricca di sacrifici, di imbrogli, di preoccupazioni, di profitti illeciti, di agricoltori che consumano la vita sotto un sole cocente e altri invece che seduti comodamente in un ufficio con telefonate risolvono tutti i problemi e ne ricavano tanti benefici. Quanti stratagemmi per arricchirsi. Allora questo pezzo di pane e quell'ampolla di vino sono passione di uomini prima ancora di essere sacrificio di un UomoDio. Palpitano di vita di uomini prima ancora della vita di un Dio. Sono pezzi di vita e Gesù si propone di farci fare "comunione" prima "della comunione". L'Eucaristia, il pane, il vino, la messa sono lì per fare comunione perché siamo divisi, nemici, ci odiamo, ci ignoriamo. Quante lacerazioni, quante barriere, quanti fili spinati, quante mura, quanto nonamore; Gesù ci dice: questi beni che vi dividono e avvelenano la vostra amicizia e rompono ogni rapporto umano, li faccio mio corpo e mio sangue perché facciate comunione tra voi. Dice un autore: la comunione con Dio, l'amicizia con lui si fa come in un triangolo: comunione con i fratelli, comunione con le cose, comunione con Cristo.

 

21. L'Eucaristia fa la Chiesa (Atti 2, 4248) Gesù ci parla del pane che diventa suo corpo. L'apostolo Paolo (Ebrei 9,1115) ci parla della Chiesa che anch'essa è il corpo di Cristo. Che relazione c'e tra noi, Chiesa, e l'Eucaristia che celebriamo? S. Agostino: è il nostro mistero che si celebra sull'altare del Signore; dal momento che voi siete il corpo di Cristo e le sue membra, voi ricevete il vostro stesso mistero e rispondete: Amen! voi lo accettate. Vi viene detto: il corpo di Cristo, e voi rispondete: Amen! Sii un membro del corpo di Cristo, così che il tuo Amen possa essere vero. L'Amen che pronunciamo al momento della comunione é un "sì" detto a Cristo, e un "sì" detto alla Chiesa e ai fratelli. Allora come può tradursi nella vita quotidiana quel "Prendete e mangiate" "Prendete e bevete": dato e versato? Provi a dirlo a un padre di famiglia: che senso nuovo acquista il suo sudore di ogni giorno. Provi a ripeterlo una madre, all'inizio della sua difficile giornata; lo dica una persona consacrata e soprattutto un sacerdote... tutta la vita diventa un'Eucaristia. Questo é il senso profondo delle parole di Gesù: Fate questo in memoria di me Fate come ho fatto io. Siate Eucaristia gli uni degli altri Siate, come Lui, un dono per i fratelli.

 

22. Io vi ho dato l'esempio (Gv 13,18) Un altro comando dà a noi Chiesa: «Io vi ho dato l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi». Questo «facciate» si riferisce alla vita, mentre il «fate questo» si riferisce alla memoria del sacrificio, cioè si deve passare dalla «memoria» alla imitazione, dalla contemplazione eucaristica, alla prassi eucaristica. S. Giovanni, ci presenta Gesù che pur «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che venuto da Dio a Dio ritornava», si spoglia delle sue vesti, si cinge di un grembiule, (che è la veste del servo!) e si mette a lavare i piedi degli apostoli. Quella lavanda, quel gesto è un «servire gli uomini», è un'esistenza vissuta a favore degli altri, Gesù istituisce la diakonia, cioè il servizio elevandolo a legge fondamentale, o, meglio, a stile di vita e a modello di tutti i rapporti della Chiesa. S. Pietro: «Ciascuno viva la grazia (carisma) ricevuta, mettendola a servizio (diakonia) degli altri» (I Pt 4,10). Un carisma che non si esercita in servizio è come talento sotterraneo che si trasforma in titolo di condanna (Mt 25,28). La Chiesa e carismatica per servire. La lavanda dei piedi e «il sacramento dell'autorità cristiana» (C. Spieg.) servire e propriamente come dice s. Giovanni «amare non a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (I Gv 3,18). Il servizio, secondo il vangelo, e proprio di chi è posto in alto, e o, non posso rifiutarlo senza rifiutare Cristo stesso. Non posso adorare Cristo, capo, e disprezzarlo nelle membra, altrimenti Gesù Cristo ci grida: «Tu mi onori a vuoto» (S. Agostino).

 

23. Lo straniero Un giorno il Signore, guarì dieci lebbrosi. La miseria, la malattia aveva unito al gruppo un samaritano, uno straniero. I dieci si incontrarono con Gesù e chiesero la guarigione. «Andate, mostratevi ai Sacerdoti per entrare nella vita civile al pari di ogni altro uomo. Per la strada guarirono. Di essi uno solo ritornò a dire grazie a Gesù. Ed era lo straniero, il samaritano, il reietto, 1'incivile. Gesù fu commosso e chiese: «E gli altri nove? Noi non vogliamo essere come gli altri nove. Abbiamo seguito le promesse che facesti per noi a S. Margherita Maria Alacoque. Ti diciamo con tutto il cuore: grazie, Signore. Grazie per il dono di Te che l'amore infinito del Divin Padre ci ha fatto. Grazie per l'amore che ti ha portato ad incarnarti per noi, a vivere per noi, a soffrire, morire, risorgere per noi. Grazie, o Signore, per il dono dello Spirito Santo che ci unisce a te, come tralci alla vite, come membra al Capo... Grazie per ogni tua parola, ogni tuo gesto, ogni tuo miracolo compititi per noi, soprattutto per il grande miracolo della santissima Eucaristia. Grazie, Signore, per averci dato come Madre la tua mamnma. Con lei ci sentiamo meno orfani, con lei si aprono i nostri cuori ad accogliere con rinnovata fede e con purificato amore tuoi doni, le promesse generose del tuo Cuore. Grazie, Signore. Santifica le anime nostre, unisci le nostre. famiglie nell'umore scambievole, rendi la patria nostra fedelé=al tuo insegnamento e alla parola del Papa, fa' che si uniscano nella concordia tutti i cittadini; riversa sul mondo intero l'abbondanza della tua misericordia, la tua luce, la tua pace, la tua salvezza. Cuore Sacratissimo di Gesù, noi confidiamo in te.

 

24. Dono della Madre (Gv 19,2527) Gesù sulla croce non è pago di donare se stesso per nostro amore. C'è ancora il testamento da integrarci, e la parte più cara al suo cuore, il tesoro più prezioso: la sua Madre. Con questo etremo distacco il suo sacrificio è veramente completo. Donna: ecco il tuo figlio alla Madre. Ecco la tua Madre a Giovanni. Eravamo tutti presenti in quel momento ai piedi della croce insieme a Giovanni. «La Beata Vergine avanzò nella peregrinazione della fede e serbò fedelmente la sua unione al Figlio fino alla croce, dove, non senza un disegno divino, se ne stette sofferente profondamente col suo unigenito e associandosi con amore materno al sacrificio di lui, amorosamente consenziente alla immolazione della vittima da lei generata» (Vat. II). «La Beata Vergine per il dono esplicito della divina maternità che la unisce al figlio Redentore, e per le sue singolari, grazie e funzioni, e pure intimamente congiunta con la Chiesa. La Madre di Dio è figura della Chiesa... nell'ordine della fede, della verità, della perfetta unione con Cristo...» (Vat. II). Maria coopera alla rigenerazione e alla formazione dei fedeli con amore di Madre. La sua missione materna e di condurre al suo Gesù tutti i suoi figli. Grazie, o Madre, per la tua donazione.

 

25. Rivoluzione dell`amore Qual'è il primo comandamento? (Mc 12,2831). Gesù nella risposta al dottore della legge ci dà la chiave vera per ridurre la nostra vita "ad unum": l'amore. Potrebbe essere oggi un argomento scontato Tutti ne parlano, tutti hanno una ricetta. Alle volte succede che parlandone troppo, si mette in pericolo il vero ideale e si perde il valore genuino. Tutto ciò che non porta ad una crescita del senso di comprensione, di umana solidarietà, di accettazione reciproca, ma che invece favorisce l'individualismo egoista che rompe l'unione tra gli uomini e le cosiddette razze, diventa un cancro che divora e un fuoco che distrugge. Noi, arrivati al punto di dividere l'amore: = non si ama più Dio facendo così, si pensa di non amare il prossimo, quasi che tutto ciò chiediamo a Dio venga tolto al prossimo. Alcuni scrittori marxisti negano Dio perché se giusto è un intruso e l'uomo diventa una marionetta o un robot nelle sue mani. Gesù ci insegna di amare in una prospettiva di fede: amare Dio nel nostro prossimo è amarlo perché prima di noi lo ama Dio. Separato dall'amore di Dio il buon cuore rischia di trasformarsi in debolezza se non è sorretto e purificato dalla divina carità... Ciò che èradicalmente diverso, di profondamente rivoluzionario, non è solo il modo, l'intensità con cui il discepolo ama, ma la natura stessa di tale amore: è un amore divino perché è partecipazione dell'amore stesso con cui Dio si ama e ci ama in Cristo siamo figli nel Figlio.

 

26. Consacrazione della famiglia Sacro Cuore di Gesù, che hai manifestato a santa Margherita Maria il desiderio di regnare sulle famiglie cristiane, noi ti proclamiamo oggi Re e Signore della nostra famiglia. Sii tu il nostro dolce ospite, il desiderio amico della nostra casa, il centro di attrazione che ci unisce tutti nell'amore reciproco, il centro di irradiazione per cui ciascuno di noi vive la sua vocazione e compie la sua missione. Sii tu l'unica vera scuola di amore. Fa' che impariamo da te come si ama, donandoci agli altri, perdonando e servendo tutti con generosità e umiltà, senza pretendere il contraccambio. O Gesù, che hai sofferto per renderci felici, salva la gioia della nostra famiglia; nelle ore liete e nelle difficoltà il tuo cuore sia la sorgente del nostro conforto. Cuore di Gesù, attiraci a te e trasformaci; porta a noi le ricchezze del tuo amore infinito, brucia in esso le nostre deficienze e le nostre infedeltà; aumenta in noi la fede, la speranza, la carità. Ti chiediamo infine che, dopo averti amato e servito in questa terra, tu ci riunisca nella gioia eterna del tuo regno. Amen.

 

27. Le promesse del Sacro Cuore Queste promesse costituiscono «un piccolo codice dell'amore e della misericordia». Nello stesso tempo sono una sintesi di quanto Gesù ci dice nel vangelo. Ne elenchiamo dodici, raccolte negli scritti dell'apostola del S. Cuore: S. MARGHERITA MARIA

1 Darò loro tutte le grazie necessarie al loro stato.

2 Metterò la pace nelle loro famiglie.

3 Li consolerò in tutte le loro afflizioni.

4 Sarò il loro sicuro rifugio in vita e specialmente in punto di morte.

5 Spanderò le più abbondanti benedizioni sopra tutte le loro imprese.

6 I peccatori troveranno nel mio Cuore la fonte e l'oceano della misericordia.

7 Le anime tiepide diventeranno fervorose.

8 Le anime fervorose s'innalzeranno rapidamente a grande perfezione.

9 Benedirò le case dove l'immagine del mio Sacro Cuore sarà esposta e venerata.

10 Darò ai sacerdoti il dono di commuovere i cuori più induriti.

11 Le persone che propagheranno questa mia devozione avranno il loro nome scritto nel mio Cuore e non ne sarâ mai cancellato.

12 A tutti quelli che per nove mesi consecutivi si comunicheranno al primo venerdì di ogni mese io prometto la grazia della penitenza finale; essi non morranno in mia disgrazia, ma riceveranno i sacramenti, e il mio Cuore sarà loro sicuro asilo in quel momento estremo.

 

28.La grande promessa Diamo un risalto più accentuato all'ultima promessa che i fedeli stessi hanno definito "GRANDE". «Coloro che si comunicheranno per nove primi venerdì del mese consecutivi, concederò la grazia della penitenza finale. Essi non morranno in mia disgrazia, ma sarà data la possibilita di ricevere i santi sacramenti ed il mio Cuore sarà sicuro asilo in quel momento estremo». In che consiste? Grande promessa perché presenta il massimo dei doni: la perseveranza finale. Non è però un talismano dal momento che l'ingresso al cielo non è determinato da nessuna pratica, ma esclusivamente dallo stato di grazia. Certo, chi si accosta alla comunione con viva fede e accetta e vive l'amore di Cristo e già un passaporto per il cielo. Il dono é grande: ma la ricchezza del donatore è immensa; é un privilegio che è accordato dell'amore onnipotente nell'eccessiva misericordia. Però chiede anche la collaborazione per la salvezza dei peccatori: «Pregherai con me per mitigare l'ira divina e per chiedere misericordia verso i peccatori» (s. Margherita Maria). E domanda pure spirito di amore per contraccambiare con il nostro fervore l'immenso amore del Cuore divino verso di noi spirito di riparazione per consolarlo delle freddezza e delle indifferenze con cui gli uomini ripagano tanto amore.

 

29. Condizioni richieste Per ottenere il fine della "GRANDE PROMESSA" chiedeva delle condizioni e riparazioni: 1) Accostarsi alla comunione con le dovute disposizioni, cioè: essere in grazia di Dio. Gesù chiede non proprio comunioni fervorose, ma comunioni ben fatte. 2) Fare la comunione ogni primo venerdì del mese, iniziando il mese che si desidera e proseguendo ininterrottamente per nove mesi. Si può aggiungere un atto di offerta. Ecco un esempio: In unione con tutte le anime consacrate, io ti offro, o mio Dio, per il Cuore immacolato di Maria, rifugio dei peccatori, le espiazioni e l'amore infinito del Cuore di Gesù in riparazione delle colpe, che feriscono più amaramente il tuo amore, perché commesse da quelli che maggiormente hai amati, in riparazione dei peccati miei, dei peccati di color che io amo, dei peccati degli agonizzanti e per la liberazione delle anime del Purgatorio. O Cuore di Gesù, vittima di carità, fa' di me un'ostia viva, santa, a Dio gradevole. Distaccato da me stesso e dalle creature, in ispirito di penitenza e di riparazione io voglio con te, che ogni giorno ti immoli per amor mio sul santo altare, abbandonarmi interamente sulla tua volontà, per essere una vittima del lavoro, della preghiera e della sofferenza, secondo le intenzioni che ti sono più care: la gloria della SS. Trinità e la salvezza delle anime.

 

30. Fine dei mese Siamo giunti al termine del mese di giugno dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Abbiamo presentato l'amore di Cristo sotto vari aspetti, ritornando però sempre alle sorgenti bibliche. Abbiamo posto un'attenzione più viva al rapporto PersonaCuore di Cristo, sia per una maggiore precisione di linguaggio, sia per dare al cuore il significato di un richiamo agli atteggiamenti profondi della Persona (amore, oblazione...). Abbiamo anche accennato alla dimensione sociale come stile di presenza e solidarietà ai problemi dell'uomo «nella tenerezza del Cuore di Cristo» (LG 46). Abbiamo sottolineato: 1) il mistero significato dal Cuore trafitto e glorioso del Cristo; lo stretto rapporto tra il mistero del Cuore di Cristo con il mistero della Chiesa, sacramento del progetto di Dio nella storia del mondo. Cuore della Chiesa, cuore del mondo, come Cristo. E il pensiero corre alla celebre pagina di Teresa di Lisieux: ho trovato il mio posto nella Chiesa; nel cuore della Chiesa io sarò l'amore (Storia d'un'anima). 2) L'influsso che il richiamo del Cuore di Cristo deve esercitare sulle realtà della vita come "storia della salvezza", cammino di comunione con Dio e fra gli uomini. (...) Ecco allora il nostro impegno: manifestare chiaramente agli occhi degli uomini il primato dell'amore di Dio; diventare testimoni eccezionali della trascendenza dell'amore di Cristo; essere, insomma, i testimoni dell'amore. Questo monda oggi più che mai ha bisogno di vedere in noi uomini che hanno creduto alla parola del Signore, degli impegnati a vivere come immagine viva della carità divina e artefici della fraternità umana.

(Tratto da: "Il Cuore di Cristo" Papa Giovanni anno XVIII n. 19 del 2784.