IL CUORE DEL PADRE

Di Jean Galot s. j. 1959.

Capitolo primo

IL DISEGNO GRANDIOSO DEL PADRE

Cristo, centro del nostro pensiero e della nostra vita

San Paolo, la cui vita intima trascorreva tutta nel­la familiarità con Cristo, non arrestava il suo pen­siero alla persona di Gesù quando contemplava l'o­pera della redenzione; ma nell'entusiasmo che gli ispirava tale opera, i cui frutti egli vedeva moltipli­carsi nella sua esperienza di apostolo, innalzava i suoi ringraziamenti ogni volta più in alto di Cristo, fino a Dio Padre.

Tuttavia agli occhi dell'apostolo l'amore che Cri­sto aveva manifestato all'umanità era la meraviglia delle meraviglie. Sin dall'incontro folgorante sulla via di Damasco san Paolo era rimasto affascinato dalla persona di Gesù, che si era insediato da signore nel cuore della sua esistenza e al centro della sua vi­sione del mondo. Ecco perché le formule « in Cri­sto », « in Cristo Gesù », « in Cristo Gesù nostro Si­gnore » sono frequenti nei suoi scritti per esprimere l'orientamento essenziale del suo pensiero e della sua vita. Il grande apostolo viveva a tale punto in Cristo, che gli sembrava di sentire la propria vita annullarsi per far posto a quella di Cristo: « Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me ». Egli era convinto, e lo andava esperimentando nella sua fede, che Cristo comandava e animava tutto il suo fervore interiore e che si trovava in qualche modo alla sor­gente di tutte le sue azioni vitali. Ciò che egli rico­nosceva innanzi tutto in questo Cristo che abitava spiritualmente in lui era il suo amore, di cui aveva provato in modo così vivo la benevolenza al mo­mento del primo incontro. Cristo aveva scelto lui, il persecutore della Chiesa, il meno degno di tutti di ricevere un così grande appello. Vedendosi oggetto di un amore del tutto gratuito da parte di Cristo e riflettendo sul messaggio della Rivelazione, l'antico nemico dei cristiani aveva compreso dove si trovava la testimonianza definitiva e irrefutabile di quell'a­more. Perciò, dopo aver dichiarato: « È Cristo che vive in me », aggiunge in modo da sviluppare il pro­prio pensiero: « lo vivo nella fede al Figlio di Dio che mi ha amato e che si è sacrificato per me ».

L'amore che Cristo aveva dimostrato nel sacrificio del Calvario, san Paolo lo concepiva come rivolto a sé personalmente; e questa verità illuminava tutte le altre e lo toccava nel più profondo dell'essere, co­me rivela l'emozione che affiora nelle parole: « si è sacrificato per me ». Forse, se avesse consentito a lasciarsi, guidare più lontano da quella emozione e a sviluppare maggiormente ciò che gli suggeriva il pensiero del proprio dramma personale e dell'amore di Cristo per lui, avrebbe potuto scrivere che Gesù aveva pagato il riscatto di sangue per poter fare di un persecutore un cristiano e un apostolo. Cristo con­dannato a morire era il prezzo della sua salvezza e della sua vocazione attuale. E' dunque comprensibile che san Paolo considerasse tutta la sua esistenza come sospesa a quell'amore e tutta la sua vita in­tima come fondata su di esso. Ed é, così, anche chiara la ragione per cui, nel suo apostolato, la persona di Cristo é sempre stata al centro di tutto. Per san Paolo predicare il Vangelo era predicare Cristo e il suo amore fatto di sacrificio. Quando ricorda ai Corinti la prima predicazione fatta loro, egli scrive: « Non volli sapere altro in mezzo a voi che Gesù Cristo, e Gesù Cristo crocifisso ». Queste parole rivelano un atteggiamento deliberato da parte dell'apostolo, una decisione personale di concentrare il proprio insegnamento sulla persona di Cristo e sull'atto su­premo del suo amore. Ed era anche, per lui, un modo di scomparire davanti a Cristo, di non cercare nes­sun'altra eloquenza all'infuori di quella che emanava dal Salvatore stesso, reso presente attraverso il suo messaggio. Questa presentazione semplice della per=sona amorosa di Gesù aveva prodotto sull'uditorio un effetto sorprendente, che doveva essere attribuito non alla forza o all'abilità del predicatore, ma alla potenza divina.

Di più, l'amore di Cristo non era soltanto l'oggetto essenziale della predicazione di san Paolo, era anche il motore segreto di tutta la sua attività apostolica. Quando spiegava ai Corinti il vero motivo del suo zelo, volendo far loro comprendere che il suo ardore nulla aveva a che vedere con l'ambizione o il desi­derio di comparire e di dominare, egli scriveva: « La carità di Cristo ci sprona ». E con ciò intendeva non l'amore che egli stesso votava al suo Salvatore, né semplicemente l'amore che Cristo aveva testimonia­to a lui personalmente chiamandolo a un grande de­stino, ma quella forma universale di carità, per cui Cristo si era sacrificato al fine di dare la vita agli uomini e di portare la riconciliazione di Dío ai pec­catori: « uno solo é morto per tutti ». Era questa l'immensa carità della quale l'apostolo si sentiva cir­condato da. ogni parte, incalzato e come prigioniero. Per designare questa stretta egli usa un termine che ha spesso il significato di abbattimento o di oppres­sione e che nel Vangelo suole designare una persona in preda alla febbre, gente sotto l'impressione del terrore, o il desiderio ardente, incoercibile di Cristo, il desiderio di essere battezzati nel suo sangue. Pao­lo vuol dunque dire che l'amore di Cristo lo preme come una febbre, una passione o un desiderio vio­lento, e lo spinge a non vivere che per Cristo e a far di tutto perché gli altri siano altrettanto generosi perciò egli chiede loro in nome di Cristo di raccogliere i frutti della riconciliazione con Dio, che il sa­crificio della croce ha loro meritato. Tutta l'attività apostolica di san Paolo è dunque governata dall'im­pulso di quell'amore per cui Cristo apportò la sal­vezza al mondo. Avendo senza posa davanti agli oc­chi questa carità estrema, l'apostolo è portato al do­no completo di sé, pronto al massimo dello sforzo per la conversione di coloro per i quali Cristo è mor­to. L'amore salvifico di Gesù agisce su di lui come un esempio che trascina e ad un tempo come una costri­zione interiore che unisce e stringe insieme tutte le sue energie.

Quest'amore non si limitava a un fatto passato, cioè al dramma del Calvario, in cui si era manife­stato in tutta la sua grandezza: per san Paolo esso era attuale e non cessava mai di essere presente, perché, dopo il dramma della passione e della resurrezione, era stato definitivamente acquisito agli uomini. L'a­postolo sentiva che quell'amore lo accompagnava dovunque senza affievolimenti né infedeltà, oppo­nendo una barriera insormontabile a tutte le forze avverse che avrebbero potuto ispirar timore; sentiva che rappresentava una sicurezza invincibile contro ogni pericolo. « Chi ci potrà separare dall'amore di Cristo? La tribolazione, o l'angoscia o la persecuzio­ne o la fame o la nudità o il pericolo o la spada, se­condo che sta scritto: Per causa tua noi ogni giorno siamo dati a morte, siamo trattati come pecore da macello? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori, grazie a colui che ci ha amato ». Anche se Cristo aveva amato gli uomini durante la sua vita terrena, il suo fu un amore che non riguardava la carne, ma lo spirito, il solo che contasse; e tutta la forza di quell'amore avrebbe persistito sulle tempeste dell'esistenza umana fino al compimento finale dei nostri destini. San Paolo voleva comunicare ai suoi fratelli l'ardente convinzione che la gioia e la protezione di quell'amore non sarebbero mai venute meno. Su quest'amore del Salvatore egli fondava la sua speranza e ad essa voleva legare indissolubil­mente la fiducia di tutti.

Perciò egli raccomanda agli Efesini di cercar di conoscere quell'amore. Alcuni di loro avrebbero pre­ferito dilettarsi di cose arcane, quali erano promesse da certe dottrine pagane; ma san Paolo fa loro com­prendere che esiste una conoscenza la quale sta al vertice di tutte le altre, la conoscenza della carità di Cristo, a cui si perviene quando si possiede Cristo nel proprio cuore per mezzo della fede e quando si é radicati nella carità. Egli afferma paradossalmente che ciò significa conoscere l'inconoscibile, perché la carità di Cristo sorpassa ogni conoscenza. Bisogna dunque innalzarsi al di sopra di se stessi per com­prendere questa carità, che si pone, ad un livello su­periore a tutti gli orizzonti umani. L'apostolo fa rilevare che tale conoscenza è assai diversa da quella dell'amore di una persona, che potremmo acquisire per contatto, per esperienza o per testimonianza, co­me avviene ordinariamente nelle relazioni tra gli uomini. Penetrare nella carità di Cristo significa su­perare ogni veduta terrena e accedere al sapere su­premo, un sapere che nonostante la sua altezza si riconosce sempre inferiore a ciò che esso raggiunge.

L'amore di Cristo è dunque la realtà che anima la vita di san Paolo, che lo spinge all'azione: quella realtà che per lui è da conoscere prima di ogni altra e che si pone al disopra delle conoscenze umane.

 

Da Cristo al Padre

È ancor più significativo il fatto che, pur attri­buendo alla carità di Cristo un posto centrale nel proprio pensiero é nella propria vita, quale essa ha nel messaggio cristiano, san Paolo si sia costante­mente preoccupato di raggiungere Dio Padre attraverso il Figlio. Pure concentrando il suo spirito spon­taneamente e a fondo sulla persona di Gesù, egli ri­conosce in essa il disegno dell'amore onnipotente del Padre e subito si innalza fino a questo. Tale atteg­giamento fondamentale si riscontra in ciascuno dei testi che abbiamo citato.

Quando dichiara che egli non vive più e che è Cristo che vive in lui, san Paolo designa Cristo come « il Figlio di Dio » che l'ha amato e che si è sacrifi­cato fino alla morte per lui; e lascia intendere che si tratta dell'amore di un Figlio nel quale si deve di­scernere l'opera e l'amore del Padre. Completando poi il suo pensiero, egli identifica il dono di Cristo con la grazia di Dio. Significherebbe « render vana la grazia di Dio » il non ammettere che la nostra salvezza fu unicamente ottenuta dall'amore di Cristo, quando si e sacrificato per noi. Per « grazia di Dio » l'apostolo intende qualche cosa di più vasto .di ciò che inten­diamo noi oggi per grazia. Con questa parola infatti noi designamo un aiuto particolare che ci viene da Dio, cioè la grazia attuale, oppure una qualità per­manente dell'anima che possiede in sé la vita divina, cioè la grazia santificante. Ma prima ancora che gli stimoli divini di grazie attuali ci fossero destinati e che ci fosse comunicata la vita divina come grazia abituale, vi fu una prima grazia che è la fonte di tutte le altre: il dono che il Padre ci fece dandoci il Figlio. Se la carità di Cristo è la grazia di Dio, ciò significa che il dono di Gesù nel suo sacrificio è innanzi tutto un dono elargito dal Padre. Questa origine prima del dono di Cristo era sempre presente in san Paolo.

Nella seconda lettera ai Corinti, dopo aver parlato della carità di Cristo che lo premeva e aver ricordato che con la sua morte a beneficio di tutta l'umanità Cristo aveva mutato ogni cosa e rinnovato la crea­zione intera, l'apostolo aggiunge che tutto ciò « viene da Dio, che ci ha riconciliato con se stesso per mezzo di Cristo ». Il Padre, dunque, offeso dal peccato dell'uomo ha preso l'iniziativa della riconciliazione. Da lui provengono i mirabili risultati della redenzione, a lui si deve innanzi tutto la trasformazione d'un uni­verso gemente sotto il peso del peccato in un universo salvo e santificato. San Paolo avrebbe potuto accon­tentarsi di ricordare l'amore di Cristo, di dimostrare come la sua morte avesse tutto mutato nell'universo. E invece no: subito dopo aver rievocato questa tra­sformazione del mondo, il suo pensiero si volge al Padre e sente il bisogno di dire che ogni cosa pro­viene da lui. Cristo agi con mirabile generosità quan­do diede la sua vita per tutti: ma, in lui, era il Padre che agiva. In Cristo dobbiamo vedere il Padre che si riconcilia con l'umanità, il Padre che offre il suo per­dono cessando d'imputare agli uomini i loro pec­cati: « in Cristo Dio era presente riconciliando con sé il mondo ».

Non si può dunque capire Cristo e ciò che egli ha fatto se non riscoprendo in lui la presenza del Padre e l'azione del Padre. Quale errore sarebbe il nostro se guardassimo esclusivamente l'amore che Cristo ci ha testimoniato, come se questo amore fosse il primo e il Padre non ne fosse stato la sorgente originaria! Quale errore di prospettiva se si volesse opporre l'amore ardente di Cristo per gli uomini all'atteggia­mento freddo, distante o anche ostile del Padre a loro riguardo! E' innegabile che agli occhi del Padre gli uomini erano dei peccatori; ma appunto per que­sto il Padre non ha voluto guardarli che attraverso Cristo, con uno sguardo che operava la riconciliazione e cancellava i peccati. Vi è d'altra parte qualche cosa di più di . questo sguardo: in Cristo, secondo l'espressione di san Paolo, Dio è presento, e Dio ope­ra. In lui il Padre compie la sua opera.

Ne consegue che l'amore di Cristo per noi è la prova e la manifestazione dell'amore che il. Padre ci ha portato: questi due amori ci sono elargiti contem­poraneamente, al punto da non formarne che uno solo. Alla domanda: « Chi ci separerà dall'amore di Cristo? » l'apostolo risponde: « Sono sicuro che né la morte né la vita, né gli angeli... né nessun'altra creatura ci potrà separare dall'amore di Dio in Cristo Gesù nostro. Signore ». L'amore di Cristo e' dunque l'amore di Dio in Cristo Gesù; il che significa che quando Cristo ci ama, è l'amore del Padre che giunge a noi; poiché l'amore del Padre per gli uomini si è rivelato nell'amore di Cristo, si è condensato in lui e in lui ha preso la sua forma definitiva. Perciò (entu­siasmo suscitato in Paolo dalla certezza che nulla al mondo avrebbe potuto separarlo da Cristo che lo amava, era ancor, più profondo e più solido perché si fondava sulla convinzione di non poter essere se­parato dall'amore del Padre. Se l'apostolo era « più che vincitore », con gli altri cristiani, nelle sue prove, perché disponeva della forza dell'amore di Cristo, questa vittoria esaltante era pure quella dell'amore del Padre: donde un suo carattere più completo, più decisivo. Per il fatto che Paolo si era guadagnato l’amore di Cristo, Dio amoroso era unito a lui per sempre. Ovvero, per usare un linguaggio più moder­o: attingendo tutta la sua certezza al cuore di Cristo é alla sua fedeltà indefettibile, l'apostolo sapeva che h quel cuore gli veniva dato il cuore del Padre stesso, con l'onnipotenza del suo amore. Il Padre si era dato nel Figlio, e quel dono non era suscettibile di penti­mento.

Quando affermava, nella sua predicazione, di voler Conoscere soltanto Cristo, e Cristo crocifisso, san Pao­lo era consapevole d'insegnare in tal modo ciò che vi ira di più profondo nel cuore del Padre e che egli chiama il « mistero di Dio » cioè il disegno conce­pito da Dio per la salvezza degli uomini. Oggi noi usiamo il termine mistero per designare una verità rivelata, verità che supera la nostra intelligenza na­turale; ma con le parole « mistero di Dio » san Paolo intendeva qualche cosa di più di una verità da cre­dere; per lui significavano un piano d'azione elabo­rato da Dio. Il Padre aveva concepito quel piano nel segreto del suo cuore paterno. Da lungo tempo por­tava in sé l'intenzione di presentare agli uomini il Cristo con la sua opera di redenzione per mezzo della croce; ma l'intenzione restava nascosta e il mistero. custodito nel silenzio dei tempi eterni ». Solo al momento di attuarla il Padre la rivelò. In Cristo si era dunque manifestata la potenza del Padre che finalmente realizzava il suo sogno, la sua decisione più ferma. In Cristo, e in. modo particolare in Cristo crocifisso, era contenuto tutto il « mistero di Dio »; in lui il Padre aveva rivelato e realizzato il suo piano. Per questo, presentando a sua volta ai suoi ascolta­tori Cristo crocifisso, san Paolo era consapevole non solo di annunciare loro « il mistero di Dio », ma di continuare l'attuazione di tale mistero con la sua pre­dicazione. Il Padre, che aveva agito attraverso Cri­sto, agiva ancora attraverso l'apostolo che parlava di Cristo, di quella realtà di Cristo in cui il Padre ave­va posto tutta la sua sapienza e tutta la sua potenza. E quella sapienza e potenza divina si manifestava­no nella predicazione di Paolo con dei risultati straor­dinari, come se nelle sue parole il Padre fosse pre­sente, con il suo « mistero », quanto Cristo.

Poiché riconosceva che tutte le meraviglie dell'o­pera di redenzione venivano in primo luogo dal Pa­dre, a lui san Paolo tributava la sua adorazione « piego il ginocchio davanti al Padre »; a lui do­mandava per i suoi seguaci la grazia di conoscere l'amore di Cristo. Le ricchezze di Cristo erano in­sondabili proprio perché erano celate in quel « mi­stero » che per tanto tempo il Padre aveva nascosto agli occhi degli uomini; e il suo amore superava ogni intendimento perché si era spinto lontano quanto la sapienza del Padre, una sapienza « multiforme », dal­le mille facce, piena di scoperte sorprendenti. Infine, Cristo ci ha amati senza misura perché possedeva la pienezza della vita divina del Padre. Questi, dunque, deteneva tutti i segreti di Cristo e a lui bisognava ri­volgersi per conoscerli. Quei tesori appartengono pri­ma che ad ogni altro al suo cuore di Padre ed egli solo può svelarli agli uomini. Nella preghiera che san Paolo gli rivolge chiedendogli di concedere ai cri­stiani la capacità di conoscere l'amore di Cristo, amo­re che supera ogni conoscenza, sembra di ascoltare un'eco della dichiarazione fatta da Gesù: « Nessuno sa chi è il Figlio, se non il Padre ». Per poter pe­netrare nella persona di Gesù e cogliere tutta la por­tata del suo amore bisogna risalire al Padre. Respon­sabile e autore di tutto il piano di salvezza, il Padre si trova all'origine dell'amore di Cristo per noi: con­templando e ammirando quell'amore noi dobbiamo riconoscervi l'opera della sua paterna bontà. Per guardare Crist0o si deve alzare gli occhi verso il Pa­dre; per lodare e ringraziare Cristo come si conviene, si deve portare lode e azione di grazie al Padre.

Risalendo ogni volta da Cristo al Padre, san Paolo sapeva d'altra parte di rispondere al desiderio for­male di Cristo stesso. Perché Cristo aveva sistemati­camente attribuito al Padre l'onore di tutto ciò che faceva, dei suoi miracoli e della sua dottrina: dichia­rava di dovergli tutto, e indicava in lui non solo co­lui che aveva preso l'iniziativa dell'opera redentrice, ma anche colui che attualmente la dirigeva e che la portava a compimento. E’ noto con quale vivacità Gesù ha ripreso quel giovane che avrebbe voluto trovare in lui una bontà migliore di quella di Dio « Buon maestro », aveva detto il giovane, sottinten­dendo di aver scoperto un maestro la cui bontà supe­rava quella dell'autore dei comandamenti. Ed è pro­prio questa impressione che Gesù corresse immedia­tamente: « Perché mi chiami buono? Nessuno è buo­no, all'infuori di Dio ». Cristo non voleva che si se­parasse la sua bontà da quella del Padre, né che si preferisse l'una all'altra. Sarebbe stato recare ingiu­ria al Padre, da cui proveniva ogni bontà.

San Paolo, che aveva compreso a fondo questa ve­rità, non ha mai avuto l'atteggiamento del giovane del Vangelo. Più entusiasta ancora di lui di fronte alla carità di Cristo, non pensò mai di opporre la bon­tà di Cristo a quella di Dio, né volle attaccarsi alla persona amorosa di Cristo come se questa dovesse proteggerlo da un Dio più severo. Nella carità, che durante la vita terrena Gesù testimoniò col sacrifi­cio della croce, egli colse un'intenzione d'amore che si era formata nell'eternità divina, il « mistero » in cui si era concentrata la sapienza del Padre. Se vo­gliamo seguire la via tracciata da san Paolo, la bontà del maestro del Vangelo ci apparirà sotto il suo vero volto: un'espressione della bontà eterna del Padre. Per raggiungere il fondo del cuore di Cristo bisogna dunque andare fino al cuore del Padre.

 

Il « mistero » dell'amore paterno

Qual è precisamente questo « mistero di Dio », questo disegno stabilito dalla volontà del Padre, di­segno che Cristo ci ha rivelato? Nella sua lettera agli Efesini san Paolo vuol rendere un solenne omaggio al Padre descrivendo il grandioso piano del suo amo­re, piano che si attua nel presente, ma che ha la sua remota origine nel passato: « Benedetto sia il Dio e padre di nostro Signor Gesù Cristo. Egli ci benedisse nei cieli colmandoci di ogni benedizione spirituale, in nome di Cristo. Poiché in lui egli ci elesse prima della fondazione del mondo, affinché fossimo santi e immacolati agli occhi suoi. Egli ci predestinò nel suo amore a divenire suoi figli di adozione per i me­riti di Gesù Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà. Onde si celebri la gloria della grazia, di cui egli ci fece dono nel suo Figlio diletto, il cui sangue ci valse la redenzione e la remissione dei peccati. Egli ­prodigò in noi la sua grazia, sovrabbondando in sa­pienza e prudenza, per far noto a noi il mistero della sua volontà, il disegno che egli aveva concepito di riunire nella ordinata pienezza dei tempi in Cristo tutte le cose, quelle che sono nei cieli e quelle che sono in terra ».

San Paolo, nello slancio della sua riconoscenza, pone l'accento sui due aspetti essenziali dell'opera di salvezza: tutto viene dal Padre e tutto si concentra in Cristo. Il Padre è all'origine e Cristo è al centro; ma se, per il fatto d'essere al centro, Cristo è desti­nato a riunire in sé ogni cosa, ciò avviene perché tutto il piano di redenzione è uscito da un cuore paterno, e in questo cuore paterno si trova la spiegazione di tutto.

Tutto il destino del mondo è stato comandato da questa fondamentale volontà del Padre: egli ha vo­luto averci come figli in Gesù Cristo. Da tutta l'eter­nità il suo amore era volto al Figlio, quel Figlio che san Paolo chiama con un nome così suggestivo: « co­lui che è amato », o meglio, per rendere con maggior esattezza la sfumatura del verbo greco: « colui che e stato perfettamente amato ». Per meglio compren­dere la forza di quest'amore bisogna ricordare che l'eterno Padre non esiste che come Padre, che tutta la sua persona consiste nell'essere Padre. Un padre uma­no è stato una persona prima di diventare padre; la sua paternità viene ad aggiungersi alla sua quali­tà d'essere umano e ad arricchire la sua personalità; perciò un uomo ha un cuore umano prima d'avere un cuore paterno, ed è nell'età matura che egli im­para ad essere padre, acquistandone la disposizione d'animo. Per contro, nella Trinità divina il Padre è Padre sin dall'origine e si distingue dalla persona del Figlio appunto perché Padre. Egli è dunque Padre integralmente, in una pienezza infinita di paternità; non ha altra personalità che quella paterna e il suo cuore non è mai esistito che come cuore paterno. E' con tutto se stesso, dunque, che egli si volge verso il Figlio per amarlo, in uno slancio in cui tutta la sua persona s'impegna a fondo. Il Padre non vuol essere che sguardo per il Figlio, dono al Figlio e unione con lui. E quest'amore, ricordiamocene, e così forte e così straordinario, così assoluto nel dono, che fon­dendosi con l'amore reciproco del Figlio costituisce in eterno la persona dello Spirito Santo. Ora, è pre­cisamente nel suo amore per il Figlio che il Padre ha voluto introdurre, inserire, il suo amore per gli uomi­ni. La sua prima idea è stata di estendere a noi la paternità che possedeva nei riguardi del Verbo, suo unico Figlio; ha cioè voluto che, vivendo della vita del Figlio suo, rivestiti di lui e trasformati in lui, noi fossimo anche figli suoi.

Egli, che era Padre soltanto di fronte al Verbo, ha voluto essere anche nei nostri confronti essenzialmen­te Padre, in modo che il suo amore per noi fosse tut­t'uno con l'amore eterno che egli votava al Figlio. Quindi tutta l'intensità e l'energia di quell'amore si sono riversate sugli uomini, e noi siamo stati circon­dati dal fervore dello slancio del suo cuore paterno. Siamo divenuti istantaneamente oggetto di un amore infinitamente ricco, pieno di sollecitudine e di ge­nerosità, pieno di forza e di tenerezza. Dall'istante in cui tra sé e il Figlio il Padre fece sorgere l'immagine dell'umanità riunita in Cristo, egli si legò a noi per sempre nel suo cuore paterno e non può più disto­gliere da noi lo sguardo che rivolge al Figlio. Non avrebbe potuto farci penetrare più profondamente nel suo pensiero e nel suo cuore, né conferirci ai suoi occhi un valore più grande, che guardandoci unica­mente attraverso il suo Figlio diletto.

I primi cristiani avevano compreso quale grande privilegio fosse il loro di potersi rivolgere a Dio co­me a un Padre; e grande era l'entusiasmo che accom­pagnava il loro grido: « Abba, Padre! ». Ma come non evocare un altro entusiasmo, quello precedente, e cioè l'entusiasmo divino! Non si osa quasi esprime­re in termini di linguaggio umano e con immagini terrene quel primo grido che si aggiunse alla ric­chezza della vita trinitaria, con un traboccare di gioia divina verso l'esterno, quel grido del Padre: « Figli miei! Figli miei in mio Figlio! ». Il Padre fu infatti il primo a rallegrarsi, ad esultare della nuova paternità che voleva suscitare; e la gioia dei primi cristiani non fu che l'eco della sua gioia celeste, una eco che, pur vibrante, non era ancora che una rispo­sta assai flebile all'intenzione primordiale del Padre d'essere nostro Padre.

Davanti a quello sguardo paterno del tutto nuovo che contemplava gli uomini in Cristo, l'umanità non formava un tutto indistinto, come se l'amore del Pa­dre fosse semplicemente rivolto agli uomini in gene­rale. Indubbiamente quello sguardo abbracciava tut­ta la storia del mondo e tutta l'opera di salvezza, ma si arrestava anche su ogni uomo in particolare. San Paolo ci dice che in quello sguardo primordiale il Padre « ci ha prescelti ». Il suo amore mirava a ciascuno di noi personalmente; si riposava, in certo qual modo, su ogni uomo per fare di lui, individualmente, un figlio. La scelta non indica qui che il Padre ne prendesse alcuni per escluderne altri, perché questa scelta riguardava tutti gli uomini, ma significa che il Padre considerava ciascuno nelle sue caratteristiche personali ed aveva per ciascuno un amore particolare, distinto dall'amore che indirizzava agli altri. Il suo cuore paterno si dava sin da quel momento a ciascu­no con una predilezione piena di sollecitudine, che si adattava alle diverse individualità che voleva creare. Ciascuno era prescelto da lui come se fosse il solo, con lo stesso ardore d'amore, come se non fosse cir­condato da una moltitudine di compagni. E ogni vol­ta la scelta procedeva dal profondo di un amore in­sondabile.

Ben inteso, questa scelta era del tutto gratuita e s'indirizzava a ciascuno non in virtù dei suoi me­riti futuri, ma in ragione della pura generosità del Padre. Il Padre non doveva nulla a nessuno; era lui l'autore di ogni cosa, colui che faceva sorgere in immagine davanti ai propri occhi un'umanità ancora inesistente. San Paolo insiste sul fatto che il Padre ha formulato il suo grandioso piano secondo il proprio beneplacito, secondo la propria libera volontà. Egli non ha preso l'ispirazione che in se stesso e la sua decisione non é dipesa che da lui. Tanto più impres­sionante, dunque, é la sua decisione di fare di noi i suoi figli, legandosi definitivamente a noi con un amore paterno irrevocabile. Quando si parla del be-

neplacito » di un sovrano, si sottintende una libertà che può anche degenerare in gioco e abbandonarsi a fantasie di cui fanno le spese gli altri senza alcun danno per se stesso. Nella sua assoluta sovranità il Padre non ha usato del suo potere come per gioco; nella sua libera intenzione, egli ha impegnato il suo cuore paterno. Il suo beneplacito l'ha fatto consistere in una totale benevolenza, nel compiacersi nelle sue creature conferendo loro la posizione di figli; cosi come ha voluto riporre la sua onnipotenza unica­mente nel suo amore.

È stato lui a dare a se stesso il motivo di amarci al massimo, in quanto volle sceglierci « in Cristo ». Una scelta fatta in considerazione delle singole per­sone umane in quanto tali avrebbe solo quel valore che il Padre, creandolo, riconoscerebbe ad ogni es­sere umano per il fatto della sua dignità di persona. Ma una scelta che considera ogni volta Cristo, riceve un valore infinìtamente superiore. Il Padre sceglie ciascuno come sceglierebbe Cristo, il suo unico Fi­glio; ed é meraviglioso pensare che, guardandoci, egli vede dapprima in noi suo Figlio e che in que­sto modo egli ci ha guardati, fin dall'origine, prima di chiamarci ad esistere, e che non cesserà di guar­darci. Siamo stati prescelti e continuiamo ad ogni istante ad essere prescelti da quello sguardo pater­no che, volontariamente, ci associa a Cristo.

Ecco la ragione per cui quella scelta iniziale e de­finitiva si traduce in una profusione di benefici, la cui effusione san Paolo sembra voler esprimere con un incalzare di espressioni sempre più ricche. Il Padre ci ha prodigato la sua grazia e colmato delle sue ric­chezze, perché Cristo, nel quale ormai egli ci con­témplava, giustificava tutte le liberalità. Per diven­tare figli in quell'unico Figlio era necessario che con­dividessimo la grandezza della sua vita divina. Dal­l'istante in cui il Padre volle vederci nel Figlio suo e sceglierci in lui, tutto quanto egli aveva dato a quel Figlio era elargito anche a noi: perciò la sua gene­rosità non poteva avere. limiti. Nel primo sguardo a noi rivolto il Padre ha voluto dunque dotarci d'uno splendore sovrumano, prepararci un destino lumi­noso, associarci intimamente alla sua felicità divina, stabilendo fin d'allora tutte le meraviglie che la grazia avrebbe prodotto nella nostra anima e tutte le gioie che la gloria della vita immortale ci avrebbe procu­rato. In questa ricchezza abbagliante, di cui egli ha voluto rivestirci, noi siamo apparsi per la prima volta ai suoi occhi: ricchezza di figli, che é riflesso e co­municazione della sua ricchezza di Padre, e che si riduceva, d'altra parte, a una sola, che superava e riassumeva tutti gli altri benefici: la ricchezza di pos­sedere il Padre, divenuto « nostro Padre » il più gran dono che abbiamo ricevuto e che possiamo rice­vere: la persona stessa del Padre in tutto il suo amo­re. Il suo cuore paterno non ci sarà mai più tolto: é il nostro primo e supremo possesso.

 

Priorità assoluta del dono del Padre

Considerando il modo con cui il Padre ha voluto fare di noi i suoi figli, noi preferiremmo immaginare questa decisione come presa davanti al mondo abi­tato dai primi uomini. Dio avrebbe creato prima. l'uni­verso, poi gli uomini, e avrebbe chiamato questi alla grazia della filiazione adottiva. Ma san Paolo dice chiaramente che non è così che dobbiamo rappresen­tarci il susseguirsi degli eventi. Il Padre, egli afferma, ci ha prescelti « prima della creazione del mondo ». Ne consegue che la scelta divina era già fatta quando nulla ancora esisteva dell'universo. Questa priorità assoluta della volontà del Padre di averci per figli dimostra che la creazione è avvenuta con quell'ob­biettivo originario. Facendo sorgere il mondo dal nulla, il Padre pensava già a popolarlo di figli: l'uni­verso intero fu predisposto a questo scopo.

Se si vuol cogliere il senso dell'universo e di tutte le cose create bisogna dunque guardarle da questo cuore paterno, cercando di ritrovare lo sguardo pri­mitivo ed eterno del Padre. La scienza attuale fa risalire a parecchi miliardi di anni gli inizi del mondo e si sforza di darci una rappresentazione della massa iniziale e della sua espansione, mediante la quale ha prodotto le nebulose, occupando uno spazio sem­pre più vasto. Nulla di più appassionante di queste ricerche della scienza volte a scoprire l'origine del nostro mondo siderale e a ritracciare il suo sviluppo progressivo. Ma la vera visione dell'universo è quella che non si limita a determinare 1'apparizione dell'ato­mo primitivo e la storia della sua diffusione: sopra le leggi fisiche che presiedevano a quell'espansione dell'universo, vi era una legge superiore, legge che la scienza non può né raggiungere né formulare, perché appartiene ad un altro piano.

Era il disegno divino che orientava il mondo ma­teriale verso un destino che lo sorpassava, il proposito del Padre di formarsi dei figli. Appunto in vista di questi figli il primo atomo fu chiamato ad esistere e tutto l'universo siderale a dispiegare la sua immensità.

Quando si confrontano i molti miliardi di anni che quest'universo conta con le poche centinaia di mi­gliaia d'anni dell'umanità si é colpiti dalla spro­porzione evidente, come se il passato dell'universo schiacciasse con il suo peso il passato umano. Allo stesso modo, quando si confrontano le dimensioni di un uomo col raggio dell'universo e con le distanze che ci separano dalle galassie più lontane non si può non ricavarne una mortificante lezione di piccolezza. Ma questa lezione si capovolge se si adotta il punto di vista di san Paolo, punto di vista autentico perché é quello del Creatore. Prima che l'universo iniziasse la sua lunga esistenza, gli uomini si trovavano già nel pensiero di Dio, tutta l'umana famiglia era davanti agli occhi del Padre. E ciascuno degli innumerevoli istanti che hanno segnato l'evoluzione della materia, non é esistito che per l'istante privilegiato in cui la umanità avrebbe avuto accesso in Cristo alla filiazio­ne divina. Le stesse enormi dimensioni del mondo non esistono che per mettere in evidenza quel punto centrale in cui, in Cristo, l'umanità acquista dimen­sioni divine.

San Paolo ci illumina dunque sull'indirizzo fonda­mentale di tutta la creazione. Non si tratta, notia­molo, soltanto della verità che il mondo é stato creato per l'uomo; ma di un'altra ben più profonda: che il mondo é stato creato per i figli del Padre. L'atto della creazione, che potrebbe apparire ai nostri occhi una semplice manifestazione di potenza, era in realtà pe­netrato di tutto il calore di un amore paterno che aspirava ad effondersi, che preparava in anticipo la grandezza dell'uomo. Nella sollecitudine che il Crea­tore dimostrava al suo universo, il primo pensiero era sempre quello dei figli futuri, in modo che su questo mondo materiale, che non avrebbe di per sé meritato tanto interesse, operava continuamente una solleci­tudine paterna. L'universo beneficiava della tenerez­za che il Padre voleva testimoniare a quelli che sa­rebbero stati i suoi figli. La vera storia del mondo si andava iscrivendo nel cuore del Padre: l'espansione dell'universo era l'effusione di un amore.

Essendo l'atto della creazione una realtà perma­nente, poiché sostenere il mondo nell'esistenza e con­servarlo altro non é se non continuare a crearlo, esso rappresenta anche attualmente la perseveranza di quest'amore paterno. In tutte le cose che ci circon­dano é celata la divina sollecitudine che le fa esistere unicamente per coloro che saranno dei figli. I movi­menti degli astri che i nostri osservatori astronomici si studiano di seguire, le leggi della costituzione degli atomi che i fisici vogliono definire, i paesaggi di cui i poeti ammirano la bellezza, la varietà delle cose che fanno parte della nostra vita quotidiana e che noi guardiamo ormai con occhio distratto o troppo assue­fatto, tutto ciò è guidato dall'alto da un'unica idea; tutto ciò obbedisce al grandioso disegno del Padre di farci suoi figli, e tutto ciò contribuisce alla sua realizzazione. L'universo è come una sinfonia co­struita su un unico tema, ma orchestrata con una pro­digalità ricchissima. Noi studiamo i particolari del­l'orchestrazione, quelli almeno che cadono nel campo della nostra esperienza, e siamo spesso portati a tra­scurare il tema fondamentale, a concentrarci sulla tecnica dell'opera dimenticando l'idea che l'anima; e tuttavia nel tema, inafferrabile ma dovunque pre­sente, è racchiusa la gioia della sinfonia e il suo si­gnificato. È il tema di un amore paterno che vuole abbracciare tutta l'umanità, che ritorna in ogni cosa come un'ossessione, l'ossessione di colui che ama e che vuole esprimere il suo amore; il tema che con­tiene la primitiva ed essenziale bellezza del mondo creato e della nostra vita all'interno di questo mon­do. Questo tema, che bisogna ascoltare nella com­plessa sinfonia dell'universo, e la voce del Padre che ci colmerà di beatitudine.

San Paolo non ha soltanto compreso il piano d'a­more paterno che ha preceduto e dominato tutta la creazione, ma ha scorto anche fino a qual punto quel­la mira divina si era iscritta nell'essere profondo delle cose create. Contemplando il mondo, egli lo vede animato da una tendenza fondamentale e misteriosa a favorire lo stabilirsi della filiazione divina negli uo­mini. E poiché questa tendenza è stata contrastata dal peccato, che ha distolto gli uomini da Dio e li ha privati della dignità di figli, l'apostolo coglie nell'uni­verso una specie di aspirazione dolorosa alla restau­razione di quella filiazione, un gemito per ottenerla. « La creazione attende con impazienza che com­paiano in piena luce i figli di Dio. Poiché essa fu as­soggettata a una sorte illusoria e vana, senza il suo volere, e per il fatto della sottomissione che le fu im­posta nei riguardi dell'uomo peccatore. Vi è una spe­ranza, poiché la creazione medesima sarà così libe­rata dalla schiavitù della corruzione per partecipare alla libertà della gloria dei figli di Dio. Noi sappiamo infatti che la creazione intera è unita fino ad oggi nei gemiti e nei dolori del parto »

Da queste parole risulta come san Paolo ricavi in maniera concreta le conseguenze del disegno conce­pito dal Padre già prima della creazione. Questo di­segno egli lo riconosce impresso nel mondo, perché il Padre « opera tutto secondo la decisione della sua volontà » ed esso è divenuto realtà ad un punto tale che l'universo attuale appare essenzialmente orien­tato, come il pensiero divino che l'ha formato, verso l'adozione degli uomini da parte del Padre. Per espri­mere tale orientamento l'apostolo attribuisce alle creature inanimate dei sentimenti umani e un com­portamento consapevole. Egli sa, ben inteso, di essere su un piano metaforico, ma la metafora di cui si serve ha un senso: attendere con impazienza che ap­paiano in piena luce i figli di Dio significa per l'uni­verso possedere come legge del suo essere sostanziale l'obiettivo della filiazione divina degli uomini, e pos­sederlo in modo tanto più urgente in quanto il pec­cato degli uomini è tutto teso al fallimento di questo scopo. Il destino di tutte le cose risponde così al de­siderio del Padre: favorire il destino di coloro che sono chiamati ad essere figli di Dio. Poiché si tratta di far venire al mondo questi figli, l'universo soffre, in un certo senso, i dolori del parto; e sono i gemiti della donna che partorisce quelli che san Paolo udiva tra i disordini e i mali di questa terra. Ma al dolore presente doveva succedere l'ora della gloria, in cui l'universo avrebbe partecipato, secondo le sue possi­bilità, alla libertà superiore dei figli di Dio.

In questa dolente aspirazione, in questo parto, l'universo è unanime. L'apostolo lo sottolinea, no­tando che la creazione intera vi è impegnata, che tutti gli esseri creati gemono e soffrono insieme. E a questa unanimità si deve l'unità di un mondo così vario, di cose tanto disparate: tutto converge verso la filiazione divina degli uomini, tutto è ordinato per presentare al Padre i suoi figli e per accogliere la loro gloria.

In ciò consiste anche la vera grandezza dell'uni­verso, che viene a collaborare alla realizzazione di un destino che supera di gran lunga tutte le forze ma­teriali. Con la sua nobile visione del mondo san Paolo ci ricorda che né lo studio della costituzione fisica degli elementi, né la definizione astratta dell'essere metafisico delle cose ci permettono di cogliere quella che è la loro ultima consistenza, la loro unità e il loro valore. Le energie della materia sono trascinate da una corrente invisibile, ma reale e profonda, che le associa al destino umano. Con l'aspirazione a veder rivelarsi lo splendore dei figli di Dio, l'universo par­tecipa al mistero che s'è formato nel cuore del Padre. Egli per primo ha nutrito quest'aspirazione e l'ha fatta condividere alle sue creature. Infine, è da essa che l'universo mutua la sua dimensione più sublime, in quanto riflette il cuore del Padre nel suo disegno più generoso.

 

Il destino umano, predestinazione dell'amore paterno.

Abbiamo già notato come san Paolo capovolga la prospettiva alla quale avremmo trovato più comodo adeguarci. Infatti noi saremmo portati a pensare che al momento della sua creazione l'uomo fosse sempli­cemente promesso, nel proposito divino, ad un de­stino naturale arricchito da doni soprannaturali e da privilegi speciali; e che solo in conseguenza del peccato la volontà di Dio avesse concepito il piano della redenzione, col quale Cristo doveva meritarci la salvezza. Noi distingueremmo così due stadi nel destino dell'umanità, e solo nel secondo, dopo l'even­to del peccato e la promessa della redenzione, situeremmo la nostra chiamata a diventare, mediante Cri­sto e in lui, figli di Dio. Indubbiamente questi due stadi sono esistiti nell'ordine dei fatti; ma noi sap­piamo dalle parole dell'apostolo che fin dall'inizio, prima ancora della creazione del primo uomo, l'in­tenzione del Padre si era rivolta al Redentore, che egli contava di darci perché ricevessimo da lui la nostra filiazione divina. Così il destino umano non fu mai altro, agli occhi di Dio, che la predestinazione di un amore paterno. Nel suo pensiero la nostra qualità di figli precedeva la nostra esistenza.

Se san Paolo insiste ripetutamente sulla priorità assoluta di tale proposito del Padre, parlando di una scelta stabilita « prima della creazione del mondo » e ripetendo che si tratta di una predestinazione, di un progetto elaborato in precedenza nel seno della sola volontà divina, egli lo fa non solo per rendere omaggio al Padre e alla sua decisione sovrana di tutta l'opera della salvezza, ma anche perché in questa priorità del disegno paterno egli trova la ragione della sua infallibile realizzazione. Nulla può disto­gliere il Padre da ciò che egli ha deciso di mandare ad esecuzione; e precisamente perché non è risul­tata da questo e da quell'avvenimento terreno, tale decisione non può essere caduca com'è delle cose umane. Essa contiene in sé un fondamento incrolla­bile di fiducia e di speranza: la volontà del Padre d'essere nostro Padre è così radicata nell'eternità che

trascina con sé tutto il corso del nostro tempo umano; ed è a tal punto opera della sua onnipotenza, che fa prodigiosamente convergere tutto alla sua esecuzio­ne. Non è confortante pensare, soprattutto nelle ore difficili, che siamo stati prescelti prima ancora di esi­stere? Così appare evidente la bellezza inalterabile del nostro destino.

Ciò che anzitutto portiamo impresso nella nostra vita è la qualità di figli per la quale siamo creati, qualità tutta pervasa dell'amore infinito del Padre. Questa nostra, per così dire, chiamata è fondamen­tale quanto la nostra stessa esistenza. Abbiamo visto, infatti, che legge profonda del mondo inanimato è di fornire un contributo alla trasformazione degli uo­mini in figli di Dio; ne consegue allora che l'orienta­mento verso la filiazione divina rappresenta la legge sostanziale del nostro essere umano. Tutto in noi è previsto e organizzato per farci giungere a tale filia­zione, poiché siamo il prodotto di un mirabile affetto paterno, che ispira e dirige integralmente la nostra vita facendole conseguire il suo fine.

Quest'affetto è tanto più generoso in quanto è del tutto gratuito. Avrebbe potuto manifestarsi in mi­sura meno larga, poiché, anche se consideriamo il fatto di essere destinati alla filiazione divina come legge fondamentale del nostro essere, ciò non signifi­ca che un essere umano sarebbe inconcepibile senza tale filiazione. Il Padre avrebbe potuto creare uomini dotati semplicemente delle perfezioni e delle gioie inerenti alla loro natura umana, i quali si sarebbero semplicemente rivolti a lui come al loro creatore; e anche in ciò vi sarebbe stato un rapporto di pater­nità divina, quello di un autore nei confronti della sua opera, soprattutto quando quest'opera è una per­sona. Chiamando ad esistere quegli uomini, conser­vandoli nell'essere e mettendo il mondo a loro dispo­sizione, il Padre avrebbe ugualmente dato prova di un reale amore. Il suo dono si sarebbe limitato, è vero, alla natura d'uomo con tutto ciò che essa comporta: i beni materiali destinati a soddisfare i bisogni del corpo e i beni intellettuali destinati ad arricchire lo spirito. Gli uomini avrebbero limitato a quei beni le loro ambizioni e trovato la felicità nella facoltà di usare degli agi della vita e in una certa nobiltà mo­rale, disponendo di tutto ciò che è necessario alla natura umana per svilupparsi. Sarebbe stato un dono apprezzabilissimo da parte del Padre; il quale nulla deve alle sue creature, dovendo queste ricevere tutto da lui.

Ma il Padre ha voluto chiamare gli uomini ad una, ' vita soprannaturale, innalzarli al disopra di se stessi, stabilirli in relazioni d'intimità con lui; aggiungere, insomma, al dono già gratuito della natura umana un dono più gratuito ancora. Anche qui dobbiamo no­tare che il Padre avrebbe potuto arrestarsi a un certo grado di questa vita soprannaturale e ammettere semplicemente gli uomini a rapporti d'affetto filiale. Sarebbero stati, questi rapporti personali col Padre e con le altre Persone divine, un grande privilegio; gli uomini avrebbero avuto accesso al cuore del Padre. L'orizzonte dei destini umani si sarebbe consi­derevolmente allargato e le aspirazioni dell'umanità avrebbero superato i beni di questo mondo per giun­gere a un'intima relazione col Padre, relazione che avrebbe prodotto una profonda trasformazione della natura umana, facendola partecipare del mondo ce­leste e divino.

Tutto ciò il Padre lo ha voluto, ma non é tutto egli ha deciso di dare alla vita soprannaturale degli uomini la forma più alta. Con un dono più profon­damente gratuito ha voluto conferire agli uomini la filiazione in Cristo, mettendola tosi al livello su­premo, nel prolungamento del Figlio unico incarnato. Comunicandoci la vita divina perché tale filiazione penetri interamente nel nostro essere, egli ci ha in­trodotto nella comunità d'amore della Trinità, aman­doci dello stesso amore che porta al Figlio e invitan­doci a condividere l'amore col quale il Figlio si dà a lui. Era necessario descrivere la graduazione che dalla vita semplicemente naturale conduce alla vita soprannaturale e, in questa, alla filiazione degli uo­mini in Cristo, per comprendere tutta la gratuità del dono del Padre. Il Padre ha voluto superare tutti i limiti della generosità: superare la paternità che con la creazione gli sarebbe appartenuta nei riguardi de­gli uomini e superare il semplice commercio d'inti­mità paterna con i figli elevati alla vita soprannatu­rale, al fine di instaurare una paternità e una filia­zione di grado più elevato, nel seno dell'amore eterno del Padre e del Figlio.

Ciò che più impressiona è che l'intenzione del Pa­dre si sia portata immediatamente al livello dell'amo­re supremo, che il suo primo pensiero sia stato quello del dono massimo. La generosità del Padre, è vero, non si è manifestata immediatamente in tutta la sua portata: il primo uomo fu creato in uno stato non uguale al nostro, uno stato che non comportava la filiazione in Cristo. Soltanto dopo la caduta cominciò a palesarsi la risoluzione di mandarci il Redentore, essendo questa risoluzione una risposta al primo pec­cato dell'umanità. Ma il Padre, prendendo questa decisione e annunciandola misteriosamente, non fa­ceva che realizzare un proposito di gran lunga ante­riore. Avendo previsto il peccato, egli aveva previsto e voluto il dono di Cristo come redentore, destinato a farci partecipare alla sua filiazione divina. Adamo ed Eva furono dunque creati in vista di questo de­stino filiale, circondati di un amore paterno di cui non potevano ancor conoscere la vera ambizione. Chiamandoli ad esistere, il Padre pensava a Cristo, di cui avrebbero dovuto un giorno vantare la somi­glianza e condividere la vita divina. Modellando la loro anima, egli preparava il volto del Salvatore e per questo nel momento della creazione egli si dava loro completamente come Padre, volendo sin d'allora ri­conoscere ed amare in essi i tratti del Figlio incarnato.

Paolo intuisce tutto ciò ed altro ancora, poiché non dice soltanto che fummo prescelti al momento della creazione, ma prima. Vi è stato un periodo, pri­ma della creazione, che non possiamo immaginare né esprimere in termini di tempo umano, poiché appar­tiene all'eternità divina, periodo in cui il Padre con­templava coloro che non esistevano ancora, ma che stavano già davanti ai suoi occhi perché li aveva pre­scelti come figli. Egli li vedeva attraverso il Figlio diletto e se ne compiaceva. Fin da quel periodo noi siamo stati, per così dire, portati dal cuore del Padre. Prima di mettere al mondo un figlio una donna lo porta per nove mesi nel suo seno; e benché non si tratti che di una vita fisica, vi é in questo periodo un misterioso inizio d'intimità tra la madre e il figlio, il germe del loro reciproco amore. Prima di metterci al mondo il Padre ci ha portati nel suo cuore, ha for­giato la nostra immagine e ci ha tenuti sotto il suo sguardo amorevole, nel segreto della sua contempla­zione divina. Ha voluto così che nascessimo vera­mente dal suo amore e che la nostra vita sorgesse tutta intera da quest'amore: in quella prima contempla­zione si é elaborato il nostro destino, in quell'intimità silenziosa ha avuto inizio l'intimità che il Padre avrà con noi durante la nostra esistenza terrena e nella visione dell'al di là.

 

Il dono dell'unità in Cristo

Il dono iniziale, mediante il quale il Padre ha vo­luto fare di noi i suoi figli, può essere definito il dono di Cristo, poiché é in Cristo che abbiamo avuto ac­cesso alla filiazione divina. Dandoci Cristo, il Padre ci ha dunque dato tutto il valore del nostro destino.

In realtà il dono di Cristo era, per il Padre, il dono - del suo cuore paterno. Egli voleva comunicare alle sue creature il proprio Figlio, il suo eterno possesso, il suo, diremo in linguaggio troppo umano, bene più prezioso. Ciò che in questo modo egli conferiva agli uomini era la loro qualità di figli, il loro titolo ad es­sere amati definitivamente di un amore paterno, ed era nello stesso tempo il vincolo della loro unità.

Abbiamo insistito sul fatto che il Padre ha amato e prescelto ciascuno di noi personalmente, secondo la sua individualità e i tratti che lo caratterizzano; ma, pure amandoci nelle particolarità del nostro es­sere personale, egli non ci ha amati separatamente. Contemplandoci per la prima volta, prima ancora della creazione del mondo, il suo sguardo si é arre­stato su ogni individuo in maniera particolare, ma li ha egualmente abbracciati tutti nella loro diversità come formanti una sola comunità, la comunità dei suoi figli. Fin dall'origine egli non ha voluto essere soltanto il Padre di ciascuno, « mio Padre », ma il Padre di tutti, « nostro Padre ».

Come innalzava al più alto grado la nostra filia­zione stabilendola in Cristo, così esaltava al supremo livello la nostra unione fondandola ancora su Cristo. Egli ci vedeva dunque riuniti in suo Figlio: quel Figlio che, unico, avrebbe dato luogo all'unità di tutti i figli. E in quest'unità il grandioso disegno del Padre ci ha costituiti sin dal momento in cui fu con­cepito. Quando vediamo l'umanità attuale acquistare coscienza sempre più viva della sua unità e andare alla ricerca dei mezzi per rinforzare i legami interna­zionali al fine di assicurarla più concretamente e più efficacemente, noi riconosciamo in ciò una conse­guenza di quell'unità primordiale nella quale il Pa­dre ci ha concepiti. Tutti gli sforzi umani verso l'uni­tà, quegli sforzi che devono superare tanti motivi di divisione e di dispersione, sono come l'eco terrena della volontà iniziale del Padre. Nella Chiesa, dove l'unità é realizzata in modo visibile e valido, é evi­dente l'impronta marcata di questa volontà paterna, e in essa si attua quell'unione degli uomini in Cristo, Figlio unico, che il Padre aveva posto alla base del suo disegno di creazione.

San Paolo non mancava mai di riferire al Padre l'unità che coglieva nel cristianesimo sotto molte­plici aspetti: i cristiani formano un solo corpo, ani­mato da un solo Spirito; essi sono chiamati a uno stesso destino, in cui vi é un'unica speranza per tutti, e confessano « un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo »; la ragione ultima di questa unità é che vi é « un solo Dio e Padre di tutti ». Per il suo unico amore il Padre é la sorgente prima dell'unità dei cri­stiani, unità che si é stabilita nel Figlio suo, il solo Signore.

Questa visione prospettica di san Paolo dev'essere tenuta presente. L'unità umana si realizza in Cristo, e con essa l'unità dell'universo, al punto che « tutte le cose hanno in lui la loro coesione ». E questa unità viene dal Padre, dal solo Padre di tutti. Il grande ideale di fraternità universale che risveglia sempre maggiori aspirazioni nel cuore degli uomini non é semplicemente, come potrebbe suggerire una veduta superficiale delle cose, un effetto della comunità di natura, una reazione di esseri che si rendono conto nella loro fondamentale rassomiglianza. Quest'ideale é stato suscitato da Dio stesso e da Dio comunicato agli uomini col regime della grazia nel quale egli li fa vivere. E la forza con cui agisce sugli spiriti umani é dovuta al fatto che esso é l'espressione della sa­pienza divina, con tutta la sua potenza di persuasio­ne, con tutta la sua chiarezza fatta d'evidenza. È, in­somma, l'ideale del cuore del Padre. In questo cuore divino la fraternità tra gli uomini ha avuto in un progetto definitivo, la sua remota origine. Eleggendoci a figli suoi prima ancora della creazione, il Padre ci sceglieva per ciò stesso come fratelli gli uni agli altri. In questa prima immagine dell'umanità siamo stati considerati uniti da vincoli fraterni; e qest'uni­versale fraternità il Padre la contemplava prima an­cora che esistessimo. Essa non é, dunque, che un aspetto della nostra filiazione rispetto a lui e, come questa, una legge primordiale che impone la sua direzione alla nostra esistenza.

Nel fatto che siamo stati concepiti in quella frater­nità fin dall'inizio si manifesta pure la generosità senza limiti dell'amore del Padre. Siamo tutti fratelli perché il Padre stesso ha voluto darsi a noi in qua­lità di Padre comune e darci il suo unico Figlio di cui condividiamo la vita filiale; e inoltre perché ci ha dato gli uni agli altri. Nel pensiero primitivo del Pa­dre ogni uomo è dato a tutta l'umanità in un dono fraterno e ciascuno riceve in dono tutti gli altri come tanti fratelli. Nessuno appartiene più a se stesso e tutti appartengono a ciascuno, essendo la comunità umana fondata ad immagine della comunità delle Persone divine, cioè come un dono reciproco assoluto. Non può esservi dunque tra gli uomini altro legame che quello dell'amore e del dono di sé.

Non si pensa forse abbastanza al fatto che ogni te­stimonianza di vero amore tra gli uomini è un'eco e una realizzazione di questa prima intenzione paterna. Gli atti di dedizione e di servizio del prossimo, quelli che favoriscono l'avvicinamento e la buona intesa, i tentativi di operare la riconciliazione e la pace, i sacrifici che nascondono il loro eroismo per meglio favorire gli altri, e il perdono generoso nel silenzio della coscienza, tutto ciò discende dal cuore del Pa­dre ed è ispirato da lui; tutto ciò appartiene al suo grandioso piano primitivo e si attua grazie alla sua invisibile volontà. Ogni volta che un uomo ama il proprio fratello, è l'amore iniziale del Padre che vie­ne diffuso.

L'ideale di una universale fraternità è certamente ancora lontano dal diventare la guida di tutte le vite umane, dall'essere pienamente accettato da tutti gli uomini con le sue conseguenze pratiche. Molti sono ancora gli attentati che pubblicamente e quotidiana mente subisce questo sogno di unione. Troppi egoismi, avidità e passioni si manifestano con un fervore brutale; troppi calcoli interessati distolgono gli uo­mini dal dono di sé. Si e’ presi da un senso di sgo­mento davanti alla gravità degli ostacoli che impedi­scono agli esseri umani di comportarsi secondo la vo­lontà manifestata dal Padre fin dal principio e cioè come esseri, donati gli uni agli altri, e vien fatto di chiedersi se il piano dell'amor divino non sia destinato a subire un certo scacco e di dubitare che l'ideale possa divenire realtà.

Ma é un fatto che con Cristo l'ideale è divenuto realtà. Cristo è colui che si è dato interamente agli uomini, suoi fratelli, senza porre alcuna restrizione al suo dono. Con la vita dei cristiani in Cristo, con le mozioni della grazia concesse ad ogni uomo é miranti a introdurre in lui la vita di Cristo, la fraternità umana è una realtà, ancora imperfetta, ma sicura e chiamata a uno sviluppo sempre più profondo. Facendo di Cristo il centro dell'umanità, il Padre ci ha dato , la sicurezza concreta che il suo piano si realizzerà; e la fraternità umana, innestata, consapevolmente o in­consapevolmente, in questo centro, esiste in modo sicuro e indistruttibile e non cesserà di manifestarsi e dilatarsi. Grazie a Cristo il Padre è veramente « co­lui che compie ogni cosa secondo la decisione della sua volontà ». Portando progressivamente ad esecu­zione sulla terra il supremo disegno del suo cuore paterno, il Padre si riserva tuttavia di colmare un giorno tutte le lacune e le imperfezioni della frater­nità terrena: nella consumazione dei tempi egli concluderà con un sol tratto l'opera incominciata quag­giù e darà alla fraternità universale uno splendore che cancellerà tutte le tracce delle deficienze umane. Per quanto poveri e stentati siano ancora gli sforzi degli uomini per vivere la loro unità, essi riceveranno nell'al di là una gloriosa consacrazione. Il Padre perfezionerà l'unanimità dei cuori e delle volontà, realizzerà integralmente la sua aspirazione più cara, che é divenuta la nostra, prolungando così nella vita celeste sino all'estremo l'amore reciproco che con la presenza di Cristo aveva comunicato all'umanità sul­la terra.

Il disegno grandioso del Padre é dunque destinato al successo, un successo che si delinea già, che san Paolo constatava nelle prime comunità cristiane e per il quale era preso da un grande slancio di ricono­scenza. Il momento finale dell'umanità, la sua apo­teosi, risponderà al momento iniziale, quando la mol­titudine d'uomini, che il Padre aveva prescelto come :figli e che aveva contemplato nell'unità del Figlio suo, sarà realmente unificata sotto i suoi occhi in un solo cuore filiale. L'umanità, la cui immagine com­pleta si era formata nel cuore del Padre, con la sua chiamata e con lo svolgimento futuro della sua storia, abiterà allora definitivamente in questo cuore pa­terno.

 

Capitolo secondo

IL DRAMMA DEL PECCATO E DELLA REDENZIONE NEL CUORE DEL PADRE

Poiché il Padre aveva concepito il suo piano pri­ma ancora della creazione del mondo, si sarebbe po­tuto pensare che esso era destinato a realizzarsi in modo piano e tranquillo, in una pace simile a quella che regnava da tutta l'eternità nel cuore del Padre; e dato che la sua sovranità era senza limiti, si sarebbe potuto allo stesso modo presumere che il grandioso disegno che contemplava tutta l'evoluzione e la storia del mondo avrebbe preso forma armoniosamente e senza urti, grazie all'energia divina, alla quale non si sarebbero opposti ostacoli. Il sogno, cioè, di un universo ideale, le cui forze sarebbero state tutte mi­rabilmente volte ad un unico scopo, senza opposizio­ne né lotta, e di un'umanità ideale, talmente orientata verso ciò cui era destinata, che a nessuno dei suoi membri sarebbe stata data la possibilità di disto­gliersene, unanimemente tesi, invece, in uno slancio di tutto il loro essere verso Dio.

Nel momento in cui il Padre decideva dell'avve­nire di tutta la sua creazione futura, non avrebbe po­tuto disporre le cose in modo che tutto fosse gioia e luce? In realtà, come ci avverte san Paolo descrivendo lo sguardo iniziale del Padre sul nostro destino, la prospettiva di un dramma si delineava già, dato che il Padre voleva concederci la filiazione divina attraverso il Figlio, che sarebbe venuto a riscattarci col suo sangue e ad ottenerci « la remissione dei pec­cati ». Fin dal principio il Padre aveva dunque offer­to il suo cuore al dramma del peccato e della reden­zione. Poiché di fronte a questo dramma la nostra posizione é sempre quella di un turbato stupore, é necessario comprendere bene il suo significato, par­ticolarmente per ciò che riguarda l'amore del Padre per noi.

 

Il dramma del peccato e l'amore del Padre

Non é facile per noi rinunciare al sogno di un'uma­nità e di un universo sviluppatisi in perfetta armonia, in una felicità senza nubi e in un'unione senza con­flitti. Ci sembra invece che questo sogno, impossibile a realizzarsi da parte nostra, poiché dobbiamo accet­tare la situazione creata da un pesante passato, sa­rebbe stato alla portata del Padre nell'istante in cui il suo sguardo si era creato l'immagine del nostro mondo. Viene istintivo chiedersi perché in quell'im­magine il male era previsto. L'amore del Padre per noi non sarebbe stato più grande se subito ci avesse posto al riparo dal peccato, risparmiando all'umanità quelle deviazioni morali di cui abbiamo ancora sotto gli occhi tristi esempi? Dovrebbe essere compito del padre procurare ai suoi figli tutta la felicità possibile e preservarli dal pericolo. Ora, nessun ostacolo po­neva dei limiti al Padre: egli poteva formare l'uomo a suo piacimento. Perché, dunque, egli, bontà infi­nita, non ha escluso il male nella sua creatura?

Il problema si pone in modo tanto più impérioso in quanto il Padre vedeva perfettamente. che cosa il peccato significasse. E' difficile, per noi, rappresen­tarci la grandezza del peccato, la profondità del male che esso implica. Riusciamo tuttavia a scorgere l'a­spetto orribile di certi peccati e sappiamo che la storia umana conta molte cose mostruose. Ma il Pa­dre vedeva bene fin dal principio e la gravità di ogni peccato e l'immensità dei delitti e delle colpe del­l'umanità intera. Ora, l'orrore di un tale spettacolo non avrebbe dovuto indurre il suo cuore paterno a non ammetterne la possibilità? Indubbiamente é l'uo­mo responsabile del proprio peccato, poiché é libero di non commetterlo, e avrebbe potuto evitarlo. Ma perché il Padre ha esposto la sua creatura al rischio della tentazione e perché non ha protetto l'uomo contro se stesso, rendendolo incapace di fare il male?

È la prima obiezione mossa a Dio sull'universo quale egli lo ha creato. Si sa che essa ricorre spesso nel pensiero degli uomini, ed é più frequentemente rivolta a Dio in generale, senza chiamare in causa particolarmente la persona del Padre. Eppure il rim­provero é diretto in modo cuore del Padre, perché pone in discussione la bontà paterna di Dio.

Una seconda obiezione è suggerita dalle conse­guenze derivanti dal peccato di Adamo ed Eva. Ci si stupisce della gravità del castigo che seguì a quel peccato, innanzi tutto per coloro che lo avevano com­messo e in seguito per tutta la loro discendenza. Non si può non rilevare la sproporzione tra una colpa, la cui gravità è innegabile, ma che sembra compiuta per debolezza, e una punizione che provoca una de­cadenza radicale per tutta l'umana generazione, con­dannandola al dolore e alla morte. Anche qui è pro­priamente il cuore del Padre che è messo in causa. Non è proprio della bontà paterna perdonare gli sba­gli dei figli? Grazie all'onnipotenza della sua bontà, il Padre non avrebbe potuto assolvere dalla loro colpa i nostri progenitori, risparmiare loro il castigo di cui erano stati minacciati e, soprattutto, preser­vare la loro discendenza, che non condivideva la responsabilità del primo peccato? Un atto di perdono immediato e completo non sarebbe stato degno della grandezza del cuore del Padre? Quante sventure e quante miserie sarebbero state eliminate dalla vita terrena! E quante ribellioni segrete delle anime sa­rebbero state evitate, tutte le ribellioni provocate dal dolore e dalla disperazione! Molti uomini, infatti, non riescono a comprendere come le sventure che li colpiscono possano conciliarsi con la bontà divina e si considerano vittime di un castigo immeritato. Per­ché il Padre si è attenuto con tanto rigore alla riso­luzione di punire severamente la colpa della prima coppia umana?

Vi è infine una terza obiezione, che si ricollega al, dramma stesso della redenzione. In questo dramma noi rileviamo innanzi tutto l'amore che ci ha testimo­niato il nostro Salvatore: sacrificando la sua vita per noi, egli ci ha dimostrato come quest'amore arrivasse al limite estremo. Nessuno può negare che nel sacri­ficio del Calvario non vi sia un dono totale, un eroi­smo perfetto. La simpatia di Cristo per la nostra sor­te, la sua solidarietà con la nostra umana miseria ci appaiono con un'evidenza innegabile; e la sua soffe­renza e la sua morte non cesseranno mai di commuo­verci e di convincerci. Ma non è altrettanto facile per noi vedere un amore simile nel Padre.

Da parte del Padre non vi è forse una manifesta­zione d'ira, una vendetta, che per voler abbattersi sul peccato colpisce Cristo? Ricordiamo il ritratto im­pressionante fatto da Bossuet della vendetta divina che si compiva sul Golgota. Egli descrive con grande efficacia « l'estrema desolazione in cui l'uomo Gesù Cristo è caduto sotto i colpi ripetuti e moltiplicati della vendetta divina ». Dopo aver citato la parola che Dio pronuncia nella Scrittura: « A me la ven­detta », soggiunge: « Era dunque necessario, fratelli miei, che egli stesso venisse contro il Figlio suo con tutti i suoi fulmini; e poiché aveva posto in lui i no­stri peccati, egli doveva porvi anche la sua giusta vendetta. E lo ha fatto, cristiani: non dubitiamone ». Lo ha fatto in maniera tale che, « non contento di averlo dato in balia della volontà dei suoi nemici, egli stesso, volendo essere della partita, lo ha spez­zato e percosso con la sua mano onnipotente ».

Bossuet si appoggia all'autorità di san Paolo, nel quale trova « l'idea terribile » di Gesù Cristo dive­nuto peccato per noi e fatto per noi maledizione. « Eccolo dunque maledetto da Dio ». Perciò Dio guarda suo Figlio « come un peccatore e muove con­tro di lui con tutto l'apparato della sua giustizia. Mio Dio, perché vedo rivolto contro di me quel volto con cui sorprendi i reprobi? Volto del Padre mio, dove sei? volto dolce e paterno, io non vedo più nessuno dei tuoi tratti, vedo solo un Dio irritato: Deus, Deus meus! O bontà, o misericordia. Ah, come ti sei ritirato lontano da me Deus, Deus mens, ut quid dereliquisti me? ».

Questo quadro che ci mostra la maledizione di Dio che si abbatte su Cristo e penetra nel fondo della sua anima è terrificante. E come potrebbe darci un'idea attraente del Padre? L'opposizione tra il suo modo d'agire e quello di Cristo è troppo marcata. Mentre tutto è amore in Cristo, che si offre per noi alle peg­giori sofferenze, l'atteggiamento del Padre assomiglia troppo alla crudeltà, per non provocare in noi una certa resistenza. Davanti a una tale divergenza di condotta non si potrebbe più dire: tale il padre, tale il figlio. Tra la dolcezza del Figlio e l'ira del Padre il contrasto è estremo: se la prima ci attira e ci se­duce, la seconda non può che metterci a disagio. Il fatto che il Padre è onnipotente, sovrano assoluto e non deve rendere conto a nessuno della sua condotta, non basta a far comprendere e accettare un accesso di furore che aveva come oggetto Gesù. L'obiezione contro il cuore del Padre è forse formulata nelle pa­role che Bossuet mette in bocca a Cristo: « Volto del Padre mio, dove sei? Volto dolce e paterno, io non vedo più nessuno dei tuoi tratti, vedo solo un Dio irritato ». Come ha potuto, il Padre, perdere ad un tratto il suo volto paterno, e perderlo proprio di fron­te al suo Figlio diletto?

È in nome della giustizia che si tenta di difendere la condotta del Padre nel dramma di sangue del Cal­vario. Si fa notare che Dio non è soltanto bontà e misericordia e che egli è tenuto di fronte a se stesso ad agire secondo i principi della giustizia. Ora, la giustizia richiedeva una sanzione contro i peccati de­gli uomini, una sanzione che doveva avere esecu­zione: e fu Cristo a patirla. Così il supplizio del Col­gota è stato il risultato di una conciliazione tra la mi­sericordia divina che voleva perdonare agli uomini e la giustizia divina che non poteva concedere quel perdono se non con la punizione del peccato com­messo.

Ma con ciò non abbiamo risolto la difficoltà. In­nanzi tutto non si comprende bene come si possa qualificare giusta la decisione di applicare a un inno­cente la sanzione che avrebbe dovuto essere inflitta ai colpevoli. Se la giustizia esige una punizione del peccato, essa la esige esclusivamente per colui che l'ha commesso e vieta di trasferirla su dì un altro.

Considerare un atto di giustizia il supplizio inflitto a Cristo sarebbe dunque una mostruosità, in cui non soltanto la bontà del Padre scompare, ma anche la sua equità; mentre nell'opera della redenzione noi vorremmo trovare ad un tempo la giustizia del Padre e la sua bontà. Quando avessimo spiegato che la sua azione non lede in nulla la giustizia, resterebbe da dimostrare che essa è il frutto del suo amore; ma l'im­pressione che se ne riceve di primo acchito è con­traria. Anche non volendo attribuire al Padre né ira né vendetta alcuna, dobbiamo riconoscergli la posi­zione di colui che reclama riparazione o soddisfa­zione per l'offesa sofferta; ed è una posizione assai meno attraente, ai nostri occhi, di quella di Cristo. Mentre il Figlio si offre e si dà sino all'estremo per soddisfare il Padre e salvare gli uomini, il Padre sem­bra pensare più a se stesso, esigendo un omaggio alla propria persona, un sacrificio in suo onore. Per que­sto il Padre, a differenza di Cristo, sembra presen­tarsi a noi sotto un aspetto che non è quello del puro amore.

Tali sono le obiezioni suggerite dal dramma del peccato e della redenzione, obiezioni che tormen­tano molti spiriti e che possono sfociare in un ap­prezzamento non del tutto favorevole della bontà del Padre, apparendo questi piuttosto come un essere freddo o incutente timore. Anche inchinandosi da­vanti a lui, anche accettando la sua volontà, si ha qualche difficoltà a riconoscere il suo amore paterno; e seppure lo si considera Padre, si guarda a lui come a un Padre severo che infligge castighi, e si conserva l'impressione fondamentale che il Padre ci abbia amato meno di quanto ci abbia amato Cristo.

Prima di rispondere a queste obiezioni diciamo subito che in realtà il dramma del peccato e della re­denzione, quando sia giustamente compreso, si rivela un'attestazione commovente dell'amore del Padre e che il suo cuore vi figura mosso unicamente dalla bontà. Non vi può essere un'inferiorità del Padre di fronte al Figlio; se tutto é amore in Cristo che ci riscatta, non meno lo è nel Padre che ci salva per mezzo del Figlio suo.

Ma forse é necessaria una maggior riflessione per discernere l'amore del Padre. Il volto amoroso di Cri­sto é più concreto, più immediatamente accessibile, e la sua bontà, messa in luce dal Vangelo, ci appare con evidenza. L'amore del Padre, invece, si nasconde sotto apparenze che possono dar luogo a interpreta­zioni errate. Cerchiamo dunque di analizzarlo in rap­porto al peccato e nell'opera di redenzione.

 

La bontà del Padre e l'esistenza del male

Quando ci chiediamo perché il Padre ha consentito il dramma del peccato nell'universo che voleva crea­re, dobbiamo in primo luogo confessare che é molto difficile per noi raffigurarci un mondo diverso da quello che abbiamo sotto gli occhi, soprattutto un mondo dal quale il male fosse stato escluso. Non pos­siamo misurare tutte le conseguenze che tale esclusione avrebbe implicato, né tutto il bene che, per questo fatto, avrebbe dovuto essere sacrificato. Il mondo migliore che noi sogniamo è forse un mondo impossibile, e anche un mondo che, migliore sotto certi aspetti, sarebbe meno buono sotto molti altri. Non abbiamo l'apertura di mente del Creatore, e la profondità degli esseri rimane per noi mistero; molto spesso ci arrestiamo al particolare e non riusciamo a cogliere l'insieme. Perciò dobbiamo essere prudenti nel giudicare il nostro mondo. Non vi è una certa temerarietà, infatti, nel dichiarare che Dio avrebbe dovuto creare un universo migliore del nostro? Che ne sappiamo noi? Sappiamo solo che Dio era libero di creare l'universo col grado di bontà che deside­rava attribuirgli; come sappiamo che egli era il mi­glior giudice, l'unico giudice delle diverse possibilità che gli si offrivano.

Ma il migliore dei mondi non può essere perfetto, perché un mondo perfetto è semplicemente impossi­bile. Solo Dio è l'essere perfetto; soltanto lui possiede la pienezza della perfezione, e quando la comunica alle creature, ciò non può avvenire che in maniera limitata. Perciò non dobbiamo stupirci se nel mondo creato esistono deficienze e imperfezioni: esse ri­guardano esseri creati, i quali non possiedono l'infi­nito che è proprio dell'Essere divino.

Non possiamo, dunque, trarre motivo da tutte le imperfezioni che incontriamo nel nostro universo per dire che il Creatore avrebbe potuto eliminarle, mani­festando così una maggiore bontà verso le sue creature. Se vi è una creazione devono esserci necessa­riamente delle imperfezioni.

Così si spiega la possibilità del peccato negli uo­mini. È evidente che il Padre non è responsabile del­l'esistenza del peccato: colui che commette peccato lo fa contro la sua volontà. Ma egli ha creato esseri capaci di commetterlo e il motivo per cui ha lasciato alle sue creature questa capacità non è difficile da riconoscere. Egli voleva che gli uomini fossero degli esseri liberi, di una libertà autentica, capaci di deci­dere essi stessi del loro comportamento attuale e del loro avvenire. Ma la libertà comportava la facoltà di scegliere tra il bene e il male, e di conseguenza la facoltà di commettere il peccato. La possibilità di peccare è dunque nell'uomo indissolubilmente legata all'esercizio della libertà.

L'uomo misura tutto il valore di quel bene che è la libertà, apprezza la possibilità di esprimere sponta­neamente se stesso; sa che nella libertà soltanto la sua persona può sviluppare é spiegare tutte le sue intime risorse. La storia ci insegna quanto gli uomini tengano alla loro libertà; e quanto più è elevato il loro grado di cultura tanto più ne apprezzano il va­lore. Molti uomini non hanno esitato a dare la vita per la libertà politica o nazionale. Ma la libertà della condotta morale è più importante ancora della: libertà in regime politico, perché riguarda la fonte tutta in­teriore delle umane decisioni, di quelle decisioni che impegnano tutto un destino. Perciò, concedendo agli uomini quella libertà, il Padre fece loro un dono d'importanza primaria. È vero che esso implicava inevitabilmente la possibilità di commettere il male; ma, anche supponendo che gli uomini stessi fossero stati posti davanti all'alternativa: essere privati di ogni libertà e di conseguenza essere incapaci di pec­care, oppure possedere la libertà, essi avrebbero scel­to la libertà. Questa scelta il Padre l'ha fatta per loro lungi dal rinfacciargli questa possibilità di peccare ch'egli ha concesso all'umanità, dobbiamo ringra­ziarlo, perché essa non significa altro che la nostra qualità di esseri liberi.

Il dono della libertà mostra appieno la generosità del Padre. Se é vero che la storia umana rivela una aspirazione fortissima alla libertà, essa offre anche numerosi esempi di oppressione della libertà; perché coloro che detengono il potere sono costantemente tentati di abusarne e di dominare gli altri. Dio, si­gnore supremo, avrebbe avuto il diritto di formare degli esseri sui quali esercitare una padronanza as­soluta, imponendo loro con la costrizione ogni suo volere; il che sarebbe stato anche giustificato dalla necessità di impedire le deviazioni morali, di togliere agli uomini la possibilità di degradarsi con atti non convenienti. Ma nella sua onnipotenza Dio non ha voluto dispotismi; ha rinunciato a dominare con la forza la condotta interiore delle sue creature, dotan­dole di una libertà che avrebbe permesso loro di op­porsi a lui e di offenderlo. Questa concessione della libertà prova che il Creatore non ha cercato il pro­prio vantaggio; egli si esponeva a ricevere oltraggi e offese, ma con un amore disinteressato voleva che le sue creature potessero decidere della loro condotta. In questa maniera di agire si rivela un cuore parti­colarmente paterno. Creando gli uomini, il Padre po­neva nello stesso tempo il loro bene e la loro felicità nelle relazioni di amore filiale che essi avrebbero avuto a suo riguardo. Era la più alta forma di felicità che potesse loro essere concessa. Ma pur sapendo che il cuore umano non poteva essere appagato che amando lui, il Padre desiderava l'amore di un figlio, non di uno schiavo; un amore che scaturisse dal pro­fondo dell'individuo, dalla sua volontà personale.

Proteggere la nostra libertà, significa proteggere la sincerità e la spontaneità dello slancio filiale. Nella protezione della nostra libertà il Padre ha evitato gli scogli di quello che oggi si suol chiamare paternali­smo e che consiste in una sollecitudine paterna che cerca di sostituirsi all'attività e alla iniziativa di coloro sui quali veglia. È una sostituzione che avviene con intento che vorrebbe essere eccellente: supplire al­l'incapacità degli inferiori; poiché non possono agire da soli si agisce per essi. Il Padre avrebbe potuto scegliere questa via, disponendo la sua creazione in modo che fosse il campo d'azione del suo paterna­lismo. Indubbiamente egli era più capace degli uo­mini di dirigere la loro vita: avrebbe potuto sosti­tuirsi a loro riservandosi di decidere al loro posto, affinché si avesse sempre la decisione, migliore. E an­cora, avrebbe potuto lasciare agli uomini una certa apparenza di libertà, in modo da essere lui solo a guidarli senza che essi ne avessero coscienza: gli uo­mini avrebbero così avuto l'impressione, del tutto superficiale, di condursi da se, mentre sarebbero stati costretti a obbedire alla divina sapienza. Noi vedia­mo, invece, fino a qual punto la libertà umana sia autentica e a qual punto gelosamente rispettata dal Padre; egli non ha voluto soffocare col suo amore coloro che desiderava proteggere, né ha preso pre­testo dalla loro debolezza e dai loro errori per met­tersi al loro posto.

Concedendo una libertà, che non intendeva revo­care e a cui rinunciava in precedenza a porre fre­ni o limiti per incanalarla secondo le proprie ve­dute, il Padre ha affrontato un rischio immenso, la cui realtà è fin troppo evidente in tutti i peccati del­l'umanità. Egli si esponeva a degli insuccessi, in quanto dava agli uomini la facoltà di optare per o contro di lui, permetteva, cioè, loro anche di respin­gerlo. Ma in fondo, accettando il rischio, egli conce­deva agli uomini la sua fiducia, e la concedeva fino al limite estremo, perché rimetteva nelle loro mani il loro destino eterno: col dono irrevocabile della li­bertà egli lasciava gli uomini decidere irrevocabil­mente dell'orientamento finale della loro vita. Nulla di più toccante di questa fiducia concessaci quando la nostra esistenza su questa terra e nell'al di là fu fatta dipendere dalla nostra volontà, fiducia che è un segno commovente di amore paterno.

Non si deve perdere di vista questo dono definitivo della libertà quando cerchiamo di conciliare con la bontà divina il fatto di un inferno eterno. Non esiste­rebbe l'inferno se l'uomo non avesse ricevuto la libera volontà che lo rende padrone del proprio destino. Dio ha elargito questo dono una volta per tutte, interdi­cendosi così la possibilità di forzare la libera decisio­ne umana: se un uomo persevera sino all'ultimo nel male, drizzandosi ostinatamente contro la volontà di­vina e rifiutando tutte le sollecitazioni della grazia, il Padre non può che prendere atto di questo rifiuto. Il peccatore stesso ha deciso del suo destino eterno, e il Padre si limita a trarre le conseguenze di un atteg­giamento che fu coscientemente adottato e mante­nuto: la dannazione non sopravviene che come ra­tifica di una libera opzione, e l'inferno non é che il fissarsi definitivo dello stato di un'anima che ha re­spinto sistematicamente Dio. La bontà divina smen­tirebbe se stessa se togliesse all'uomo la libertà dopo avergliela concessa; e il dono divino non sarebbe più reale se un'opzione nel senso- del male non avesse ef­ficacia.

Un mondo dal quale fosse stata esclusa ogni pos­sibilità di male, sarebbe stato di gran lunga inferiore a quello che conosciamo: un mondo senza libertà, in cui tutto sarebbe accadutosotto un regime di costri­zione, nel quale le anime non avrebbero potuto svi­luppare e affermare tutte le loro possibilità; un mon­do che non avrebbe conosciuto neppure il dono pro­fondo di sé che può fare una persona padrona della propria vita. Il peccato sarebbe stato evitato, é vero, ma con gli atti moralmente cattivi sarebbero stati soppressi anche quelli moralmente buoni, gli innu­merevoli atti di libera generosità, le vittorie nelle lot­te della coscienza, i sacrifici eroici, le meraviglie della santità. Se siamo talvolta sconvolti dallo spettacolo orribile del peccato, la libertà umana fornisce, in com­penso, altri spettacoli che superano in nobiltà quanto i primi hanno di ignobile. Come si potrebbe prefe­rire la soppressione di tutto ciò per sostituirvi un uni­verso incolore, uniforme, schiacciato da una sovra­nità divina tirannica? È chiaro che il Padre ha scelto la via migliore, riconoscendo agli uomini una amplis­sima libertà e rimettendo a loro la decisione del­l'orientamento finale della loro vita. Volendo essere amato liberamente, ha agito da Padre e la fiducia che ha riposto in noi dandoci la libertà prova una bontà che sa essere ardita nei suoi doni.

Concludendo: quando ci si pone il problema del­l'esistenza del male e ci si domanda perché il Padre abbia tollerato la possibilità del peccato nell'universo da lui creato, non si trova che una ragione: il suo amore paterno, che voleva in quel modo elargirci dei beni più grandi.

 

La risposta del Padre al primo peccato

Anche nell'episodio della caduta di Adamo ed Eva bisogna scoprire l'amore paterno. La prima impres­sione che produce il racconto del Genesi non é, in­fatti, quella della bontà di Dio, ma piuttosto quella di una giustizia che sancisce il peccato con un castigo. Dopo aver descritto la tentazione con cui il serpente ha reso debole la resistenza della donna, facendo trionfare in lei il desiderio di diventare si­mile a Dio, e dopo aver ricordato l'atto fatale del peccato, l'autore sacro ci f a assistere ad un interroga­torio e ad un giudizio. Dio interroga i colpevoli e trae tosto le conseguenze della loro confessione. E' il serpente, l'istigatore del male commesso, che diventa per primo oggetto di una maledizione, i cui effetti si manifesteranno nelle generazioni future. Segue la donna, alla quale Dio dice che ormai ella partorirà nel dolore e sarà dominata dal marito. E infine l'uo­mo, che per aver dato ascolto alla donna e ceduto alla sua seduzione é condannato ad un lavoro faticoso per tutti i giorni della sua vita. In quel momento Dio attua la minaccia che aveva formulato insieme alla proibizione di toccare l'albero della conoscenza del bene e del male: « Il giorno in cui mangerai di quei frutti incorrerai nella morte ». Infatti avverte Ada­mo che ritornerà in polvere e lo scaccia dall'Eden.

In questo racconto che può essere riassunto nelle parole: « la tentazione, la colpa, il castigo », sarem­mo indotti a vedere unicamente un Giudice che san­cisce la legge da lui stesso stabilita. Non vi é che un particolare che potrebbe lasciare intravvedere una certa benevolenza divina. Prima di espellerli dal giar­dino di delizie « Dio fece all'uomo e alla donna delle tuniche di pelle e li rivesti ». In questo gesto si scorge una sollecitudine patema: il Padre dà ai suoi figli le vesti e lo fa di sua propria iniziativa, sen­za che Adamo ed Eva glielo abbiano chiesto. E più tardi, parlando delle preoccupazioni per il cibo e per le vesti, Gesù dirà agli apostoli di non averne: « Per­ché il Padre celeste sa che avete bisogno di tutto ciò ».

È vero che la sollecitudine di Dio verso la prima coppia non è che un elemento accidentale, seconda­rio, nel racconto biblico, e che non impedisce a Dio stesso, un momento dopo, di scacciare l'uomo dal giardino e di sbarrargli per sempre l'entrata con una guardia dalla spada fiammeggiante. Tuttavia è una sollecitudine rivelatrice, che denota uno stato d'ani­mo: anche nel Giudice che emana la sentenza c'è una nascosta benevolenza. Se Adamo ed Eva hanno bisogno di vesti che coprano il loro corpo ciò è in conseguenza della colpa commessa: prima non ne sentivano la necessità. Ciò nonostante Dio vuol prov­vedervi, e invece di abbandonarli alle funeste conse­guenze della caduta, viene in loro aiuto e si dispone a porre riparo ai disastrosi effetti del peccato. Avreb­be potuto lasciarli nella nudità, affinché quella po­vertà totale facesse loro sentire tutta la riprovazione che il peccato merita e i frutti amari che riserba in­fallibilmente ai peccatori; invece, con un gesto gene­roso, li copre. E Adamo ed Eva lasciano il giardino con quella tunica di pelle che aderirà ormai alla loro persona di carne come un segno permanente della sollecitudine divina. Nel lavoro faticoso, nella sof­ferenza e nella morte che saranno il loro retaggio essi saranno accompagnati da questa testimonianza, inse­parabile ormai da essi, dell'amore del Padre, da questa veste materiale che dà loro la certezza di es­sere amati da Dio di un amore più forte di tutti i castighi. È quasi la prova concreta che Dio resta loro Padre.

Si potrebbe obiettare che la tunica di pelle non é che un particolare e un simbolo, che non annulla il rigore della punizione inflitta: la sofferenza e la morte, l'esclusione dal giardino sono realtà ben più gravi. Parrebbe dunque che, sia pure al prezzo di qualche mitigazione secondaria, Dio si rivela senza pietà nell'applicazione delle sanzioni. Su ciò che é essenziale egli non transige; di più, dà a quelle san­zioni una portata universale, poiché colpisce nello stesso tempo tutta la posterità di Adamo ed Eva, tutta la razza umana. Infatti la Rivelazione c'insegna che tutte le misure prese contro i nostri progenitori significano in realtà che tutti gli uomini nasceranno nello stato di peccato e saranno gravati da quella propensione al male che é la concupiscenza. Non solo saranno soggetti alla sofferenza e alla morte, ma verranno al mondo con una ferita nell'anima, con un'intima miseria che li separa dall'amicizia divina, miseria che li trascinerà a commettere altri peccati, ad accrescere il flutto d'impurità e di vizi che ha avuto la sua sorgente nella prima trasgressione. Si direbbe che invece di arginare il più possibile le con­seguenze della caduta di Adamo ed Eva, Dio abbia voluto spingerle all'estremo, con una logica inesora­bile. Come non sentirci a disagio davanti alla deci­sione di far ricadere su tutti i discendenti il peccato di una sola coppia? Come non pensare che la bontà del Padre avrebbe dovuto limitare al minimo gli ef­fetti del primo peccato, e limitarli ai veri colpevoli? E riguardo alle conseguenze, come non augurarsi di trovare in esse un'indulgenza e un perdono che in­vano cerchiamo nel racconto della caduta? Quello che vorremmo trovare in quel racconto è l'atteggiamento autentico di un Padre, fatto d'affetto e di misericordia.

Ed è precisamente questo che si scopre, nono­stante certe apparenze. Quando s'interpreta il rac­conto della caduta alla luce della Rivelazione poste­riore, si scorge meglio la portata delle conseguenze del peccato originale, ma si coglie anche meglio l’elemento fondamentale di tutto il dramma. Infatti, non è la tentazione, né la colpa, né il castigo che costitui­scono l'avvenimento principale. Prima ancora che una sentenza sia pronunciata contro l'uomo e la donna, una solenne dichiarazione divina viene ad illuminare il loro avvenire. Facendo cadere la sua maledizione sul serpente, Dio apre un'immensa prospettiva di sal­vezza: « Porrò inimicizia tra te e la donna, tra il seme tuo e il seme di lei; ella schiaccerà la tua testa, e tu tenderai insidie al calcagno di lei ». Con queste parole, il cui mistero non sarà svelato che al termine dell'opera di redenzione, Dio annuncia che la vittoria riportata da Satana nel giardino dell'Eden è provvi­soria, che la lotta continuerà e che un figlio della donna schiaccerà la testa dell'animale infernale. E in tale dichiarazione, carica di significati nascosti quan­do fu scritta dall'autore sacro, noi riconosciamo la predizione della venuta del Salvatore e del suo trion­fo sul peccato.

Questa è la prima reazione di Dio al peccato di Adamo ed Eva: alla disobbedienza, per la quale essi hanno perduto onore e dignità, Dio risponde con la promessa della salvezza; alla donna e all'uomo che, per così dire, hanno insozzato il volto umano, sfigu­randolo, egli contrappone immediatamente la donna ideale e l’uomo ideale, la Vergine immacolata e il Salvatore, suo figlio. Il Padre non ha sopportato nep­pure per un istante la vista della decadenza delle sue creature: la prima coppia aveva appena commesso il peccato, e già egli ne annunciava un'altra, che avreb­be portato la dignità umana ad un livello ben più alto di quello in cui si erano trovati Adamo ed Eva. Non è vero, dunque, che il Padre mirava ad aggra­vare la situazione conseguente al peccato. Lungi dal voler gravar la mano sulla decadenza dei nostri pro­genitori, egli decide immediatamente di compensarla con la prospettiva della redenzione. Il suo non è l'at­teggiamento del giudice che pesa tutta la responsa­bilità di un delitto e pronuncia una sentenza di con­danna. Al contrario: prima di comminare una pena qualsiasi, egli pronuncia una sentenza di salvezza affatto immeritata dai colpevoli, e annunciando il Re­dentore, restaura quell'immagine e quella somiglian­za di Dio, che costituivano la grandezza dell'uomo e che la caduta aveva obliterato.

Non si può non riconoscere in questo fervore di Dio teso a ristabilire la situazione compromessa il gesto autentico di un Padre. Ciò che la trasgressione aveva distrutto, egli lo ripristina immediatamente, al­meno con una decisione di principio che realizzerà in seguito. E ciò che afferma prima di ogni altra cosa davanti ai colpevoli è tutto il contrario di una san­zione: è una speranza, la speranza della vittoria sul peccato, testimonianza della bontà paterna che vuol riparare i danni commessi da dei figli indisciplinati e restituire in primo luogo ai peccatori sconfitti la fiducia nell'avvenire.

 

Il paradosso di un amore più grande

Ciò che importa soprattutto rilevare è come la nuo­va sorte offerta agli uomini dopo il peccato sia incom­parabilmente migliore di quella che essi possedevano prima. Adamo ed Eva godevano di privilegi singo­lari, in particolare dell'amicizia divina. Ma se il Pa­dre li considerava come suoi figli, non aveva ancora concesso loro quella filiazione divina che diverrà ef­fettiva con la partecipazione alla vita del suo unico Figlio. Ed ecco che, dopo la caduta, il Padre li intro­duce in quest'ordine nuovo; promettendo la vittoria del Salvatore sul serpente egli promette tutti i beni che ne deriveranno: la riconciliazione con Dio, la grazia che comporta un'intima unione alla vita d'amo­re della santa Trinità, la dimora delle Persone divine nell'anima, la qualità di figli grazie all'assimilazione a Cristo, l'accesso a una beatitudine celeste totale nel possesso di Dio. La sorte della prima coppia si trova dunque elevata d'un tratto a un livello assai più alto e arricchita da una maggior dovizia di beni spirituali. Ora, questa elevazione a un destino migliore dopo il male commesso ha del paradosso. La Chiesa giubila per quest'avvenimento paradossale e canta nell'Ex­sultet del sabato santo: « Felice colpa, che ci ha valso un così grande Redentore! ». E san Paolo si é compiaciuto di sottolineare la superiorità schiaccian­te della liberalità divina sull'insieme dei danni cau­sati dal peccato: « La dove abbondò il peccato, la grazia sovrabbondò ». Nel passo dell'epistola ai Ro­mani in cui confronta gli effetti del peccato di Adamo e quelli della redenzione, egli dice e ripete che la grazia fu « molto più » forte del peccato. Donando Cristo a coloro che avevano commesso la colpa, il Padre ha riservato loro un avvenire molto più bello.

E' evidente che questo miglioramento non é do­vuto al peccato stesso, e san Paolo respinge con or­rore la conclusione di coloro che d'ora innanzi pre­tenderebbero di vivere nel peccato per provocare grazie più abbondanti. Il peccato é e rimane fonte di morte e di distruzione, un male essenziale per l'uomo, un male che di per sé produce soltanto effetti cattivi. Una volontà peccaminosa non potrà mai attendersi risultati positivi dal male che si ap­presta a compiere: essa genererà soltanto degrada­zione. Lasciato a se stesso, il peccato tende semplice­mente ad aggravarsi e a moltiplicarsi, estendendo sempre più i danni che esso provoca. Perciò la colpa di Adamo ed Eva non poteva produrre che frutti mortali; e se fu « felice » per noi, lo fu in ragione del­l'intervento divino. Il Padre ha capovolto la situa­zione, rispondendo con un amore più grande all'of­fesa che l'uomo e la donna gli avevano arrecato. Fe­rito da quell'offesa, il cuore del Padre non si è chiuso; si è invece dilatato senza misura, offrendo agli uomini il più grande dei suoi doni: il proprio Figlio.

Non ci si stupisce mai abbastanza di una simile replica, poiché essa prende una direzione del tutto opposta a quella che ci si attenderebbe. I colpevoli traggono dal male commesso un beneficio sbalordi­tivo, e il Padre manifesta una maggiore bontà verso coloro che gli si sono ribellati. Non vi è in tutto questo qualche cosa di irragionevole? Non sarebbe più conforme alla logica e all'equità che Dio amasse meno coloro che gli si oppongono e stabilisse per loro, di conseguenza, una sorte inferiore? Infatti, si potrebbe definire irragionevole l'atteggiamento del Padre, ma nel senso che esso supera il nostro modo di pensare. Quando ci domandiamo perché il Padre celeste ha amato di più Adamo ed Eva dopo la caduta e perché ha concesso loro il suo beneficio più prezioso e regale nel momento in cui avrebbero meritato soltanto ri­provazione e castigo, non ci resta che rispondere che quel gesto non trova giustificazione se non nell’amo­re divino stesso. Per una sorta di follia d'amore, ge­nerata dal suo cuore paterno, il Padre ha preferito tributare un amore totale proprio a coloro che si era­no resi colpevoli di un peccato gravissimo. Mistero insondabile del cuore del Padre!

Perciò, quando vediamo Adamo ed Eva cacciati dall'Eden, non dobbiamo dimenticare che preceden­temente -hanno ricevuto un dono che supera infinita­mente in grandezza ciò che hanno perduto con la loro colpa. Essi lasciano il giardino meraviglioso, ma portano con sé un dono più meraviglioso ancora: la certezza del loro destino di figli di Dio, che già co­mincia ad attuarsi per un riflesso dei meriti futuri del Salvatore. Essi incominciano infatti a beneficiare del­la grazia che otterrà loro Cristo.

Ciò che avevano cercato di strappare con la frode: « essere simili a Dio », ecco che lo ricevono gratuita­mente dalla liberalità del Padre; volevano competere 'con l'Essere onnipotente ed ecco che sono chiamati a condividere lo splendore della vita divina. Non é dunque l'ira divina che li schiaccia mentre escono dal giardino di delizie, ma la bontà del Padre che li copre dei suoi doni più grandi, e non li riveste solo la tunica di pelle, ma anche l'immagine della Vergine e di Cristo, di cui sono da quel momento i portatori. Se ne vanno non sfigurati, ma trasfigurati: e lo devono esclusivamente a un incomprensibile atto di più gran­de amore da parte del Padre.

Alla luce di questo immenso arricchimento e di questa radicale trasformazione dobbiamo considerare le conseguenze del peccato che essi devono subire; poiché il loro significato muta per il fatto che soprav­vengono dopo che Adamo ed Eva sono stati stabiliti di massima nell'ordine della redenzione. Il lavoro fatto con fatica, la sofferenza e la morte non possono più essere considerati una semplice punizione del peccato, bensì delle condizioni di partecipazione alla salvezza assicurata dal Redentore, in quanto assumo­no il significato di un associarsi al lavoro, alla soffe­renza e alla morte di Cristo: grazie a ciò Adamo ed Eva saranno misteriosamente uniti alla riparazione che il Salvatore offrirà un giorno al Padre. Lontani dall'implicare essenzialmente una decadenza, il do­lore e la morte si presentano dunque come un mezzo di riabilitazione, anzi come un privilegio di condivi­dere la sorte di Cristo e di collaborare alla sua grande opera di redenzione. La maledizione si é trasformata in benedizione. Le sanzioni applicate da Dio, invece di essere condanne pronunciate da un Giudice, sono, in realtà, nuovi doni dell'amore paterno.

Se queste sanzioni sono estese a tutta l'umanità, che sarà ormai gravata del peccato originale e della concupiscenza, é dovuto al fatto che la promessa del Redentore fu fatta sin dall'inizio a profitto dell'u­manità intera. Tutti gli uomini hanno ricevuto, dopo la colpa iniziale, il beneficio della salvezza futura e l'appello alla vita divina in Cristo; e soltanto nell'am­bito dell'ordine della redenzione essi debbono subire le conseguenze del peccato originale, conseguenze che permetteranno loro di unirsi più intimamente a Cristo e alla sua opera. Quando siamo tentati di con­siderare ingiusta la trasmissione ai discendenti dei deplorevoli effetti della colpa dei progenitori, é bene porci di- fronte alla vera prospettiva, nella quale é dato vedere che questa trasmissione avviene in una trasmissione più generosa di grazia e di salvezza. In­fatti, in quello che riceviamo non c'è che il dono del Padre; e questo dono si concentra in Cristo.

Un'obiezione, tuttavia, può persistere. contro que­st'amore paterno che appare in una luce così viva e si manifesta con una generosità così meravigliosa: perché, pur donando Cristo a Adamo ed Eva e ai loro discendenti, il Padre non ha abolito le conse­guenze derivanti dal peccato? Avrebbe potuto, in­fatti, sopprimere la sofferenza e la morte, dal mo­mento che voleva per gli uomini una sorte migliore. Perché nonostante la sua benevolenza ha mantenuto la minaccia profferita per il caso di disobbedienza e ha voluto che avesse effetto? Il sogno di un'umanità esente da sofferenze e da morte ci ha sempre affasci­nati, e non possiamo non chiedere ogni tanto perché quel sogno non sia stato realizzato dal Padre e perché noi dobbiamo vivere sotto l'ineluttabilità del dolore e della morte.

Ma avrebbe potuto il Padre emettere un perdono tale da sopprimere queste conseguenze del peccato?

Avrebbe potuto annullare semplicemente ogni san­zione? Egli avrebbe in questo caso mancato a un principio della sua azione, che è la fedeltà nell'amore. Grazie a questa fedeltà egli rispetta i doni concessi all'uomo, e quindi anche la libertà di decidere della propria condotta e di scegliere la propria sorte, in modo che la responsabilità dell'uomo sia effettiva e che ad essa non si sostituisca la responsabilità divina. Chiudere semplicemente gli occhi sull'errore com­messo e sopprimere le conseguenze di quella libera azione, avrebbe significato considerare un gioco sen­za importanza quell'atto così grave, far poco conto di una decisione presa dalla creatura, spogliare di ogni efficacia la volontà umana. Il Padre, invece, ha stimato che quella libertà dovesse essere rispettata, dato che il dono della libertà era irrevocabile.

A ben riflettere, si scorge in quest'atteggiamento divino una profonda umiltà nell'amore: il Padre è fedele nella sua bontà al punto di accettare tutta la realtà e tutte le conseguenze del peccato commesso contro di lui. Non è, il suo, l'orgoglio di un sovrano onnipotente che, esasperato dall'offesa, vorrebbe ven­dicarsi schiacciando il colpevole, ma piuttosto l'umil­tà di un Padre che continua a riconoscere il potere concesso in modo definitivo al Figlio, anche quando questo potere si drizza contro di lui. Il Padre non fa che prendere atto della responsabilità ch'egli ha con­cesso all'uomo, e per amore paterno la rispetta in tutta la sua ampiezza. Se dovessimo esprimere il con­trasto tra il suo atteggiamento e quello del peccatore con una formula lapidaria, vorremmo dire che è Ada­mo colui che si ribella e Dio colui che si sottomette. Il Padre si assoggetta alla decisione presa dalla pri­ma coppia e alle conseguenze che ne deriveranno.

In questo modo Dio rispetta la grandezza ch'egli ha attribuito alla sua creatura, la facoltà di cui l'ha dotata. Le molteplici profonde conseguenze del pec­cato originale confermeranno quella grandezza, cioè l'immensa portata della responsabilità umana. Il Pa­dre non usurperà la libertà dei figli né la confischerà, anche quando é male usata; ma a quel rispetto, che attribuisce al peccato la sua autentica gravità, si aggiunge una generosità che vuole inserire tutte le conseguenze del peccato in un regime più favorevole all'uomo. Il Padre ha saputo conciliare ciò che sem­brava inconciliabile: accettare le conseguenze del male compiuto e fare in modo che la situazione del peccatore divenga migliore. La fedeltà assoluta del suo amore gli faceva accettare ed accogliere lo stato di fatto posto dal primo peccato e, insieme, uno slan­cio di bontà misericordiosa gli faceva inaugurare una vita superiore per l'uomo. Il Padre non riprendeva le conseguenze del peccato che per integrarle in un nuovo espediente, in una nuova scoperta, del suo amore: l'ordine della redenzione.

Si vede così come tutti gli aspetti della sua reazione all'offesa dell'uomo siano comandati dalla sua bontà paterna. Ma non si misurerà la grandezza di questa bontà se non si comprenderà ciò che vi é in essa di eroico. Non basta dire che in risposta all'oltraggio subito il Padre ha manifestato un più grande amore elevando l'uomo a una superiore dignità; né che egli ha rispettato gli effetti della colpa liberamente com­messa superandoli con una più larga profusione di benefici. Questa generosità egli l'ha pagata ad un prezzo altissimo, l'ha pagata col suo cuore paterno ed é questo l'aspetto più stupefacente della deci­sione divina. Il Padre ha procurato al peccatore il perdono e la restaurazione sacrificando il proprio Figlio; su questo Figlio, cioè, e di conseguenza sul suo cuore paterno, egli ha fatto ricadere le conse­guenze del peccato. La reazione del Padre di fronte alla colpa dei nostri progenitori potrebbe essere espressa con queste parole: « Il peccato dell'uomo produrrà le sue conseguenze, ma io le prendo a mio carico. Le sofferenze e la morte saranno per il mio unico Figlio ».

Ecco dunque ciò che implicava nel cuore del Pa­dre la promessa del Redentore: per salvare l'uomo egli sacrificava suo Figlio. Se Adamo poteva lasciare il paradiso terrestre in possesso di una magnifica spe­ranza e portatore dell'immagine di Cristo; se da quel momento egli era fornito di una grazia più alta, se era destinato alla filiazione divina e alla felicità ce­leste, ciò avveniva perché il Padre aveva offerto per lui la vita del Figlio incarnato. La sofferenza e la morte acquistavano per i nostri genitori, sotto l'appa­renza del castigo, una dignità nuova e il significato di un dono, perché Dio le aveva fatte proprie, men­tre, secondo la logica dei castighi, avrebbero dovuto essere esclusivamente nostre. Il Padre pagava, dun­que, il prezzo del nostro peccato e, col dono sublime del Figlio, iniziava la riabilitazione dei peccatori. Per comprendere appieno la nobiltà del gesto del Padre non basta considerare Adamo trasfigurato dopo la caduta, ma dobbiamo vederlo trasfigurato perché Cristo un giorno sarà sfigurato sulla croce. Il Padre decideva di mandare suo Figlio a morte perché il volto di Adamo ed Eva e dei loro discendenti dive­nisse un volto radioso promesso alla più alta felicità.

Viste in questa prospettiva, tutte le obiezioni sug­gerite dall'atteggiamento del Padre rispetto al pri­mo peccato cadono da sole. In luogo di una reazione d'ira o semplicemente di giustizia non troviamo che una bontà più grande, una bontà spinta al massimo; non ci resta che ammirare l'inaudita generosità del Padre, il suo amore che supera ogni limite. La mi­glior conclusione che si può dare all'episodio della caduta dei nostri progenitori é il grido di riconoscen­za che risuona nell'Exultet del sabato santo: « O in­comprensibile bontà del tuo amore! Per riscattare il tuo schiavo, hai sacrificato il Figlio tuo! ».

 

Ira e amore

Tuttavia, ripensando al quadro del venerdì santo tratteggiato dal Bossuet, lo spettacolo dell'ira del Pa­dre che si abbatte e si concentra su Gesù non può non provocare in noi un certo disagio. Pure ammettendo che il Padre ci ha risparmiati, continueremo a chie­derci perché mai l'ira si sia riversata sul Figlio; perché, nell'ora della passione il Padre non abbia avuto per suo Figlio che uno sguardo di collera, nascon­dendo il suo volto dolce e paterno.

Osserviamo subito che nella Scrittura non vi è nul­la che ci autorizzi a pensarlo. Mai l'opera redentrice e la morte di Cristo vi sono rappresentate come il frutto dell'ira divina; mai vi si parla di una vendetta che avrebbe colpito Cristo in vece nostra. Quando Bossuet ci mostra Cristo sul Calvario « sotto i colpi ripetuti e moltiplicati della vendetta divina », si vale di un'immagine letteraria che non risponde esatta­mente al modo in cui gli autori sacri intendono la passione. Egli cita, è vero, le parole di Dio nell'An­tico Testamento: « A me la vendetta! Io saprò ren­der loro ciò che è loro dovuto! »1. Ma quando san Paolo riprende queste parole, intende affermare che gli uomini non possono ricorrere alla vendetta, per­ché questa è riservata a Dio, ed aggiunge che invece di vendicarsi essi devono rendere bene per male: « Se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere ». Si tratta di vincere l'ostilità con la generosità; di non rispondere al male col male, ma « trionfare del male mediante il bene ».

Ora, si dirà che Dio agisce in modo del tutto di­verso e che impone alle sue creature una linea di condotta opposta alla sua? Si dirà che egli si riserva la prerogativa di compiere la propria vendetta, vietando agli altri di farlo? e che per questo egli ha vo­luto assolutamente vendicarsi del peccato degli uo­mini, e che ha esercitato questa vendetta su Gesù, secondo le parole di Bossuet : « Poiché aveva posto in lui i nostri peccati, egli doveva porvi anche la giusta vendetta »? No, non si può attribuire al Padre un simile atteggiamento. Quando Cristo ha insegna­to ai suoi discepoli il precetto dell'amore per i ne­mici, ha loro mostrato nel Padre non il detentore del monopolio della vendetta, bensì il modello di quel­l'amore: « Amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vo­stro dei cieli, perché egli fa levare il sole sui cattivi e sui buoni e fa cadere la pioggia sui giusti e sui perversi ». Se dunque il Padre si é riservato una vendetta, non può trattarsi che di vendetta della bontà. Egli ha elargito anche ai nemici i benefici del sole e della pioggia, e Cristo con questa immagine ha voluto indicare la benevolenza più larga.

Non é dunque possibile supporre che il Padre abbia fatto dell'opera che ci ha valso la salvezza un atto di vendetta e che l'abbia, inoltre, rivolto non contro un nemico ma contro il proprio Figlio. Attribuirgli simili sentimenti sarebbe un fare ingiuria al suo cuore paterno. Egli, che ci viene presentato come l'esempio perfetto di bontà, avrebbe risposto con l'ira all'offesa fattagli, ira che avrebbe gravato sopra un innocente! No, il Padre non ha mai abbandonato il suo volto dolce e paterno, soprattutto, davanti al peccato degli uomini. La sua reazione non è consistita nel riportare su Gesù vendetta e collera, bensì nel riportare sugli uomini lo sguardo d'amore e di compiacenza che po­sava sul Figlio suo.

Agli occhi suoi Cristo non è mai stato e non avreb­be potuto essere oggetto d'ira. Per definire il Reden­tore quale appariva agli occhi del Padre san Paolo si è servito dell'espressione « colui che è stato (per­fettamente) amato », il Diletto. Il Padre ha sempre considerato come Figlio diletto « colui che ci ha pro­curato col suo sangue la redenzione, la remissione dei peccati ».

Perciò, quando l'apostolo parla di Cristo che si è fatto per noi maledizione al fine di riscattarci dalla maledizione della legge, non dobbiamo concludere semplicemente che Cristo e' stato maledetto dal Pa­dre. Si è fatto maledizione, dice san Paolo: cioè ha voluto prendere su di sé quello che sarebbe stato ma­ledizione per noi. Allo stesso modo quando scrive «Colui che non conosceva il peccato Dio l'ha fatto peccato per noi, affinché diveniamo giustizia di Dio in lui », egli non vuol dire che agli. occhi del Padre Cristo è divenuto un peccatore e che come tale è stato trattato, ma semplicemente ch'egli è stato ca­ricato delle conseguenze della nostra colpa al punto che noi possiamo riconoscere nel supplizio del Calvario l'effetto terribile del peccato. Agli occhi del Padre Cristo è sempre rimasto « colui che non aveva conosciuto il peccato ».

Noi commettiamo un errore quando, pensando al dramma del Calvario, ci raffiguriamo Cristo sotto lo sguardo corrucciato del Padre, considerato da lui come peccatore o maledetto. In quel dramma non c'era che amore, l'amore reciproco del Padre e del Figlio, che è indissolubile e inalterabile. Il Padre continuava dunque ad amare il Figlio; e se questi si trovava a patire una sofferenza che aveva l'aspetto della maledizione e del castigo del peccato, era do­vuto al fatto che il Padre ed il Figlio avevano amato tanto gli uomini da decidere di assumere, nell'uma­nità di Gesù, le conseguenze più umilianti delle colpe umane. Nelle espressioni forti e lapidarie di san Pao­lo: « Cristo si è fatto per noi maledizione », « Dio lo ha fatto peccato per noi », dobbiamo dunque vedere come un eccesso dell'amore, un amore che ha avuto la violenza dell'ira. Questa avrebbe provocato una maledizione, e l'amore non è stato da meno pren­dendo su di sé i tristi effetti di quella maledizione, che voleva trasformare in benedizione. Il Padre ha, in certo modo, attinto nel suo cuore, come in quello del Figlio, una forza mirabile di bontà, più radicale e più esplosiva di una vendetta. La forza irresistibile e paurosa che avrebbe potuto usare nella vendetta il Padre l'ha usata per amarci, sacrificando per noi il Figlio suo.

 

Giustizia e amore

Ma quest'amore si conforma tuttavia alle esigenze della giustizia? Il sacrificio del Calvario non é, dopo tutto, il risultato di un compromesso tra la giustizia di Dio e la sua misericordia? Certe frasi di san Paolo danno l'impressione che l'opera di redenzione si sia compiuta in virtù della giustizia divina.

Nell'epistola ai Romani egli dice che Dio ha con­dannato il peccato; ma questa condanna che la legge sarebbe stata incapace di mandare ad effetto é dive­nuta reale col sacrificio di Gesù: « Perché quello che non poteva fare la legge, perché era inferma per ragion della carne, Dio, avendo mandato il suo Fi­gliolo in carne simile a quella del peccato, col peccato abolì nella carne il peccato. Affinché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo se­condo la carne ma secondo lo spirito ». In questo passo Dio ci é presentato come un giudice che pro­nuncia un verdetto di condanna, verdetto voluto dal­la legge e rispondente ai principi della giustizia. E con questa sentenza di giudice si spiegherebbe la morte di Cristo.

È ancora la giustizia che l'apostolo invoca quando paragona Cristo nel suo sacrificio al propiziatorio dell'Antico Testamento. « Cristo, egli dice, fu da Dio preordinato propiziatorio in virtù del suo sangue per mezzo della fede, al fine di far conoscere la sua giu­stizia nella remissione dei precedenti delitti, sopportati da Dio fino a che facesse conoscere la sua giu­stizia nel tempo, e giusto faccia chi ha fede in Gesù Cristo ». Sembra, a una prima lettura, che la frase debba interpretarsi così: Dio si è mostrato paziente e tollerante per un lungo periodo, e si è astenuto dal­l'esigere l'applicazione della giustizia mediante l'e­spiazione dei peccati; ma nel tempo attuale egli ha voluto quest'espiazione ponendo Cristo come propi­ziatorio. Era chiamata propiziatorio la placca d'oro che copriva il cofano contenente le tavole della Legge e che una volta all'anno, nella festa dell'Espiazione, si aspergeva col sangue delle vittime, al fine di otte­nere il perdono dei peccati del popolo e la sua ricon­ciliazione con Dio. Cristo divenuto propiziatorio per mezzo del suo stesso sangue significa che egli ha of­ferto al Padre col suo sacrificio l'espiazione per i pec­cati dell'umanità, ottenendo il perdono per coloro che credono in lui. In questo modo si è manifestata la giustizia divina. Essa è visibile nel fatto che Dio ha stabilito finalmente una compensazione per i pec­cati degli uomini, compensazione fornita dal sangue di Cristo, e tanto più necessaria in quanto i peccati anteriori erano stati tollerati e reclamavano una san­zione.

Questa l'interpretazione che dobbiamo dare al pen­siero di san Paolo; ma essa non elimina l'obiezione già espressa: la giustizia non può infliggere condan­na che al colpevole e da lui solo reclamare riparazione, altrimenti diventerebbe ingiustizia., Poiché Cristo è innocente, il suo sacrificio non può essere stato comandato dalla giustizia. Dio avrebbe dunque adottato un atteggiamento diametralmente opposto alla regola di una sana giustizia; avrebbe, cioè, rispar­miato i colpevoli tollerando le loro colpe e astenen­dosi dall'agire contro di essi, e colpito un innocente facendo ricadere su di lui le esigenze di espiazione che tutti i peccati anteriori avrebbero accumulato.

Non è dunque in nome di questa giustizia che l'apo­stolo poteva mostrarci in Cristo il « propiziatorio stabilito da Dio, cioè colui nel quale si è consumato il sacrificio che ci ha ottenuto il perdono dei peccati. La giustizia avrebbe. voluto che i peccatori stessi ri­parassero ai danni commessi, e avrebbe escluso l'invio di un innocente al loro posto.

Ma quando san Paolo parla di una manifestazione della giustizia divina che avvenne nel sacrificio di Cristo, usa la parola « giustizia » in un senso diverso da quello che essa ha nel nostro vocabolario. Molte incomprensioni del vero significato dell'espiazione del Calvario, e soprattutto molti apprezzamenti inesatti sui veri sentimenti del Padre celeste a proposito di questa espiazione, derivano da un equivoco sulla no­zione di giustizia. Nella nostra concezione attuale la giustizia è la virtù che dà a ciascuno ciò che gli è dovuto, la norma a cui un giudice si attiene quando condanna un colpevole. Ma tale non è, secondo_ l'apo­stolo, la giustizia di Dio, in cui egli vede piuttosto la santità morale che Dio vuole comunicarci. Già nell'Antico Testamento la giustizia di Dio non aveva il significato di esigenza giuridica né di castigo di­vino dei colpevoli. Presso i popoli dell'antico oriente la giustizia era piuttosto un ideale di concordia e di benessere nella società, e sul piano religioso era quindi chiamata a indicare il regime di benessere spirituale che Dio voleva stabilire tra gli uomini. Un equivalente della giustizia sarebbe semplicemente il bene, che Dio possiede e che vuole trasmetterci. Per­ciò san Paolo afferma che la giustizia di Dio appare non al di sopra degli uomini, ma nell'intimo stesso del credente: essa è il silo bene, il bene della sua anima, la santità che égli ha ricevuto da Dio con la fede.

I testi si trovano così posti nella loro giusta luce. Se il Padre, mandando il Figlio al sacrificio, « ha con­dannato il peccato nella carne affinché la giustizia della legge si adempisse in noi », la sua non fu una condanna di giudice secondo la giustizia dei tribu­nali, quale la legge ebraica avrebbe potuto pronun­ciare: al contrario, fu una condanna impossibile per la legge. Il Padre ha condannato il peccato nel senso che egli lo ha vinto e distrutto, in modo che venisse sostituito lo stato di peccato dallo stato di giustizia o di santità morale, in modo che la giustizia della legge si compisse pienamente in noi. Dio ha dunque fatto ciò che la legge non poteva: liberarci dal peccato e santificarci. Condannare il peccato altro non significa che sconfiggere il male per sostituirvi il bene.

Allo stesso modo, ponendo Cristo come propizia­torio al fine di manifestare la sua giustizia, il Padre non intendeva esigere una espiazione, bensì conce­dere agli uomini col sacrificio di Gesù il bene e la pace dell'anima, quella santità o vita della grazia che si chiama giustizia. Nel periodo precedente il Padre aveva « tollerato » i peccati degli uomini: era il tem­po della « pazienza di Dio ». Ma questa tolleranza e questa pazienza non implicavano da parte sua un ri­tardo nell'esercitare la sua vendetta sulle offese com­messe, né una sorta di legittima rivendicazione di un compenso per quelle offese da scontarsi al momento opportuno; erano, invece, la tolleranza e la pazienza con cui il Padre frenava il desiderio di dare la sua giustizia, la sua santità agli uomini. Egli voleva fon­dare per l'umanità il regime della grazia, e se tolle­rava provvisoriamente le colpe che si compivano sotto i suoi occhi, era perché si riservava di rivelare più tardi un piano di salvezza tanto più perfetto. Infatti Cristo fu da lui posto « in antecedenza » come pro­piziatorio. Il propiziatorio dell'arca dell'alleanza non era che un simbolo, una figura di una realtà futura: il sangue delle vittime di cui il gran sacerdote lo aspergeva nella festa dell'Espiazione non era che l'an­nuncio del sangue di Cristo; perché solo Cristo avreb­be ottenuto il perdono agli uomini e comunicato loro la santità.

Si comprende, così, che cosa significava per il cuore del Padre « manifestare la sua giustizia in ragione della tolleranza che egli aveva dimostrato rispetto ai peccati anteriori, al tempo della pazienza di Dio ». Non un'ira sempre più impaziente di scatenarsi si era andata accumulando nel suo cuore, bensì un deside­rio sempre più vivo di diffondere la santità divina tra gli uomini, un sentimento di misericordia che ardeva di potersi esprimere, di far cessare quella triste situa­zione che faceva gli uomini schiavi del loro peccato. La « manifestazione di giustizia » fu dunque anche manifestazione di misericordia, poiché il Padre aspi­rava a far partecipi gli uomini di quella perfezione spirituale che egli possedeva.

Di conseguenza, questa è la verità affermata da san Paolo: a un dato momento dell'epoca attuale, Dio non ha più potuto sopportare lo spettacolo dell'uma­nità peccatrice e, col sacrificio espiatorio del proprio Figlio, l'ha ristabilita in un regime di santità divina. Egli aveva tollerato anteriormente quella situazione, perché aveva in precedenza deciso di apportarvi ri­medio mediante Cristo. Ciò presuppone nel Padre una bontà infinita; egli amava troppo gli uomini per abbandonarli nella loro miseria morale; la sua inat­tività apparente e la sua tolleranza non miravano che a meglio preparare e assicurare la redenzione dell'umanità.

In termini più familiari si potrebbe dire: l'umanità non perdeva nulla ad attendere. Una tale espressione può far pensare ad una rivalsa tanto più implacabile in quanto è stato differita; ma, in realtà, si tratta della rivalsa della bontà, che si rivelerà tanto più generosa quanto più è stata contenuta. L'umanità non perdeva nulla ad attendere, perché nel cuore del Padre l'amo­re premeva imperiosamente, sempre più desideroso di espandersi.

Non è dunque il caso di distinguere, nell'opera del­la redenzione, due parti, quella della giustizia e quella dell'amore, tentando di spiegare come Dio abbia con­ciliato i disegni della sua bontà con le necessità della giustizia. La manifestazione di giustizia, di cui parla san Paolo, altro non è che l'espansione della perfe­zione divina, che ha voluto comunicarsi agli uomini. Un solo principio ha comandato e diretto l'opera del­la salvezza: l'amore di Dio per l'umanità. E se la rivelazione di questo amore si chiama, nel senso pao­lino del termine, una manifestazione di giustizia, è perché l'amore del Padre ha prodotto negli uomini un reale effetto di santità. Esso non si è limitato a una pietà sentimentale, a una simpatia sterile o tutt'al più suscitatrice d'incoraggiamento e di conforto; ma ha realmente restaurato ciò che l'uomo aveva per­duto, ha ricreato la sua anima immettendovi la per­fezione divina. L'amore del Padre verso l'umanità si e manifestato mediante la presenza della « giustizia di Dio » nel cuore dei credenti.

Questa conclusione, che solo l'amore divino ha ispirato l'opera di redenzione, è della massima im­portanza. Dato che tutte le relazioni tra il Padre e noi avvengono nel quadro della redenzione, esse sono interamente governate dal suo amore. Da parte di Dio a noi non può venire che amore. Può accadere che quest'amore si nasconda, non in maniera gene­rale e per tutti, poiché si è definitivamente rivelato in Cristo, ma in taluni eventi della nostra vita indivi­duale: in questo caso, come al tempo della « pazien­za di Dio » che preparava lentamente la redenzione, l'amore è segretamente attivo e si consolida e si ac­cresce nell'ombra per raggiungere una maggiore ef­ficacia.

Quali che siano le nostre colpe e i nostri errori, mai possiamo supporre nel Padre una freddezza che ec­clisserebbe la sua bontà o una giustizia che prevar­rebbe su di essa; perché davanti ai peccati di ciascun uomo, come davanti a quelli dell'umanità intera, la reazione del Padre è identica: un desiderio tanto più ardente di vincere il male e di far regnare nei cuori la perfezione divina. Tutti i suoi atti a nostro riguardo hanno la loro spiegazione prima nel suo amore.

 

La assoluta gratuità della redenzione

San Paolo dichiara che noi siamo stati « giustifi­cati » gratuitamente, per puro favore di Dio, che ab­biamo, cioè, ricevuto il perdono delle nostre colpe e la santificazione della nostra anima. Ma egli precisa pure che la salvezza ci fu concessa al prezzo del san­gue di Cristo, che vi è stato un sacrificio di espiazione che ci ha valso il riscatto. Come parlare, allora, di una assoluta gratuità della salvezza? Esigendo il san­gue di Cristo, il Padre non ha forse sminuito la libe­ralità del suo perdono?

Abbiamo già osservato che l'espiazione fornita da Cristo non aveva per nulla il carattere di una puni­zione. Il sacrificio di un innocente, nel quale non si può riconoscere un effetto dell'ira o della giustizia vendicatrice di Dio, bensì una riparazione per le colpe dell'umanità che Gesù offre al Padre, libera­mente e per amore. Il Padre, si, obietterà, avrebbe po­tuto cancellare il peccato senza richiedere quella tra­gica soddisfazione, e la sua magnanimità, esercitan­dosi senza la richiesta di una contropartita, sarebbe stata maggiore.

Basta richiamarsi al principio che regge le nostre relazioni col Padre, per poter affermare che l'esigen­za della riparazione si spiega con un più grande amo­re. Non per sé, ma per noi e a nostro vantaggio il Padre ha posto quest'esigenza. Il fatto che un uomo riparasse l'offesa commessa da un altro uomo, offren­do al Padre un omaggio d'espiazione il cui valore avrebbe di gran lunga superato l'importanza dell'ol­traggio, tornava ad onore dell'umanità, la quale usci­va riabilitata e innalzata in dignità dalla meravigliosa offerta del Calvario.

Questa dignità ritrovata in Cristo ci permetterà di associarci positivamente alla riparazione per farla no­stra in modo più concreto e più individuale. In virtù della soddisfazione offerta da Cristo, noi acquiste­remo la capacità di offrire al Padre una soddisfazione che gli è gradita, un omaggio d'amore che supera la forza delle offese commesse. Nel sacrificio del Cal­vario il Padre voleva appunto fondare questa capa­cità degli uomini a riparare il male.

Per meglio comprendere il significato di questa prova d'amor paterno consideriamo un aspetto dei rapporti sociali del secolo scorso. La classe lavora­trice non accettò che si sostituisse a delle relazioni di giustizia le cosiddette relazioni di carità, supplendo con la beneficenza all'inadeguatezza dei salari. Il la­voratore si sentiva offeso nella sua dignità umana quando si voleva « fargli la carità » invece di rimu­nerare il suo lavoro. Infatti, un sistema di generose gratifiche o di beneficenze significava, in fondo, non riconoscergli la capacità di guadagnarsi la vita col lavoro, e ciò non poteva essere considerato che in­giurioso.

Passiamo ora all'ordine soprannaturale della re­denzione: il Padre non ha affatto voluto istituire un regime di semplice beneficenza, ma ha espressamente deciso di riconoscere agli uomini la capacità di col­laborare effettivamente al conseguimento della loro salvezza. Vi è indubbiamente una differenza fonda­mentale tra questa situazione e quella sociale, perché l'opera della redenzione è caratterizzata dalla sua as­soluta gratuità, non avendo gli uomini alcun diritto al regime di grazia che fu loro elargito. Ma anche nella struttura di questo regime il Padre ha voluto far posto all'attività umana, darle la possibilità di con­tribuire alla riparazione del peccato e al trionfo dell'amore. Perciò ha posto alla base della santificazione dell'umanità e della sua riconciliazione con Dio il sacrificio riparatore di Cristo, di cui tutti avrebbero beneficiato e a cui tutti sarebbero stati invitati a par­tecipare. Se il Padre ha richiesto questa « soddisfa­zione », lo ha fatto a vantaggio dell'umana dignità, al fine di porre nell'uomo una nobiltà che combatte e vince il peccato.

Ma il sacrificio di Cristo non era soltanto destinato a rendere gli uomini capaci, a loro volta, di ripara­zione; doveva essere anche un incitamento e uno sti­molo a questa riparazione. Senza la morte espiatrice di Gesù noi avremmo difficilmente compreso la gra­vità del peccato e quella delle nostre colpe morali. Se il Padre avesse perdonato senza chiedere riparazione alcuna, saremmo stati indotti a pensare che il pec­cato era poca cosa e tentati di indulgere facilmente ad ogni trasgressione dei comandamenti divini. Ma nel Cristo sofferente sulla croce noi scopriamo l'im­mensità del peccato. La grandezza della riparazione testimonia per noi la grandezza dell'offesa. Il fatto che il Padre abbia offerto il proprio Figlio in un sacri­ficio tosi crudele ci illumina sulla portata dell'oltrag­gio costituito dal peccato. La croce rimane dunque l'insegnamento più eloquente sia sull'importanza del peccato, sia sulla necessità di rendere al Padre l'o­maggio dovuto, omaggio che va fino al sacrificio to­tale. Mettendoci sotto gli occhi per sempre il Figlio crocifisso, il Padre ha voluto mostrarci in maniera de­cisiva fino a qual punto il male doveva essere allontanato dalla nostra vita e fino a qual punto l'obbe­dienza e l'amore ad abitare in noi.

È dunque unicamente per sollecitudine del nostro bene, per puro amore, che il Padre ha voluto il sacri­ficio di Cristo. Se un prezzo è stato pagato per la nostra salvezza, nessun profitto andava evidentemen­te al Padre, poiché la sua perfezione divina non po­teva in alcun modo essere potenziata: il beneficio era tutto per noi. E a completa dimostrazione delle. to­tale gratuità della nostra salvezza dobbiamo aggiun­gere che il prezzo è stato pagato dal Padre, da lui è stato versato il riscatto per la nostra libertà. Prezzo e riscatto non potevano essere più elevati: il dono del proprio Figlio. Sotto la forma di uno scambio in cui egli esigeva una contropartita, il Padre nascon­deva dunque una bontà più generosa- e più gratuita, poiché forniva egli stesso il compenso nella persona e nel sacrificio del proprio Figlio. Nel dramma del Calvario egli appare dunque, innanzi tutto, come co­lui che ci dona Cristo, e che lo dona fino all'estre­mo limite, prima di apparire come colui che riceve la riparazione. Aveva dato per primo ciò che avrebbe poi ricevuto.

Perciò nella riparazione istituita a nostro beneficio, e così onerosa per il cuore del Padre, dobbiamo ri­conoscere il suo dono più sublime. Per san Paolo es­sa era l'ultima parola dell'amore, l'atto definitivo che ci garantiva per sempre la benevolenza del Padre e una sicurezza assoluta per l'avvenire. « Se Dio è con noi, chi sarà contro di noi? Egli che non risparmiò il suo stesso Figlio, che lo offerse per tutti noi, non ci darà dunque con lui tutto il resto? ». Alludendo al Padre che non ha risparmiato il suo stesso Figlio, egli ricordava la parola di Dio ad Abramo, in occa­sione del sacrificio di Bacco: « Tu non mi hai rifiu­tato il figlio tuo, il tuo unigenito ». Ma nell'episodio dell'Antico Testamento era un uomo che si sacrifi­cava a causa di Dio; qui, invece, è Dio che si sa­crifica per gli uomini.

L'atto compiuto da Abramo sulla montagna di Mo­ria aveva tutte le apparenze della crudeltà: e tut­tavia era Abramo che soffriva più profondamente il dolore dell'immolazione. Prima ancora di alzare la spada egli aveva immolato il suo cuore paterno. Così, sotto l'apparenza della crudeltà che si potrebbe attri­buire al Padre celeste che manda a morte il Figlio, vi è in realtà un cuore paterno che non risparmia se stesso quando, sul Calvario, offre in sacrificio il suo affetto più caro.

Proseguendo nel paragone con Abramo, il dono del Padre celeste appare più completo e più assolu­to. Il gesto di Abramo era stato fermato nel momento in cui stava per colpire Isacco; ma nessun angelo avrebbe potuto fermare il gesto del Padre celeste che destinava il Figlio suo ad una morte reale. Perfino la straziante preghiera dell'agonia: « Abba, Padre, tut­to è possibile a te; allontana da me questo calice », non interromperà il corso degli avvenimenti che con­durranno Gesù al supplizio; il Padre voleva dare agli uomini fino all'ultimo palpito del suo amore paterno.

Ancora nel Vangelo noi leggiamo con commozio­ne la supplica ardente di quel padre che temeva di perdere il figlio: « Vieni, Signore, prima che il mio figliolo muoia ». E la pronta risposta di Gesù: « Va, tuo figlio vive ». Mediante il miracolo operato istan­taneamente da Cristo, il Padre era venuto in soccorso dell'infelice di cui comprendeva l'angoscia. Ma egli non avrà per sé pietà alcuna, e sacrificherà sino al­l'estremo il suo affetto paterno.

Le parole che i nemici grideranno a Gesù crocifis­so: « Ha salvato gli altri, e non può salvare se stes­so », potrebbero applicarsi al Padre: egli, che al­l'ultimo momento aveva risparmiato Abramo e che con la parola di Cristo aveva operato il miracolo che conservava al padre la vita del figlio diletto, non ri­sparmierà a se stesso tale sacrificio. E quando quei nemici riprenderanno ironicamente le parole del sal­mista: « Ha posto la sua fiducia in Dio; che egli lo liberi adesso se lo ama! », essi colpiranno nel pun­to più sensibile il cuore del Padre. Non vi è nulla di più forte dell'amore del Padre per il Figlio; e tut­tavia il Padre non libera ora Gesù dal supplizio del­la croce, perché ama troppo gli uomini e vuole im­molare per essi il suo affetto più prezioso.

A ragione, dunque, san Paolo si vale dell'episo­dio del Calvario per dimostrare che il Padre era le­gato a noi in modo definitivo dal suo amore e che, avendoci donato il Figlio, non poteva rifiutarci più nulla: « Non ci darà dunque con lui tutto il resto? ».

 

La lotta dell'amore

Nel dono di Cristo crocifisso la bontà del Padre appare sotto il suo vero aspetto. E’ una bontà scon­volgente per il suo carattere estremo e assoluto; non si tratta di debolezza, né di concessione fatta per pie­tà dell'altrui miseria da qualcuno che si lascia vin­cere dalla compassione. Il Padre non agisce sotto lo stimolo di un'emozione: l'amore infinito che riversa sull'uomo peccatore è dovuto alla sua volontà sovra­na e ad una decisione presa nella sua libera onnipo­tenza: nessuna debolezza, anzi maggior vigore nella sua bontà.

È questa una verità che dobbiamo tener presente, poiché accade di essere tentati di raffigurarsi la bon­tà divina come un sentimento di tenerezza pronto ad ogni accomodamento e facile alle concessioni. Essa è, invece, una bontà esigente, che non transige col male, su cui mai si potrà contare per un compromes­so con ciò che è peccato e disordine. Se offre il per­dono ai peccatori e se giunge perfino a donar loro il Figlio suo perché lo stato di salvezza sia più ge­neroso, il Padre dimostra, proprio con questo dono, la sua riprovazione per il peccato, mettendo in evidenza col sacrificio della croce la gravità delle colpe umane e manifestando espressamente la sua volontà che noi si eviti il peccato. La bontà del Padre, ap­punto perché è bontà, non è conciliabile col male.

Si tratta, infatti, di una bontà che lotta. Il Van­gelo ci offre la testimonianza della lotta che Cristo ha condotto durante la sua vita pubblica: lotta del­l'amore contro le potenze del male che agiscono negli uomini. Dal principio alla fine del suo ministero, il Salvatore si è scontrato con avversari feroci e la sua bontà si è trovata impegnata in una terribile battaglia, che si è conclusa con la sua condanna a morte. At­traverso quegli avversari, presi dai loro interessi, dal loro egoismo ambizioso, o dalle loro passioni, era Satana che tentava di opporsi alla diffusione dell'a­more divino. Questa lotta di Gesù sulla terra era la manifestazione della lotta suprema ingaggiata dal Padre contro le potenze del peccato. Annunciando per la prima volta la redenzione, Dio non aveva for­se presentato l'opera della salvezza come una lotta, la vittoria della discendenza della donna sulla discen­denza del demonio? Sarebbe dunque un errore con­cepire la bontà misericordiosa del Padre come un debole sentimento di compiacenza, una concessione mirante ad « accomodare » le cose ad ogni costo e a chiudere gli occhi su certi affronti. L'amore del Padre è tutto energia; esso non tollera compromesso alcuno e smaschera le forze del male per sgominarle; ciò egli ha fatto nel Paradiso terrestre in risposta al primo peccato e ciò egli farà fare dal Figlio suo du­rante la sua missione sulla terra.

Ne consegue che il dono magnifico del Salvatore rivela la ferma intenzione del Padre di lottare fino all'ultimo per il trionfo del suo amore e la decisione di impiegare tutta la sua potenza nel conflitto col male; dimostra pure la sua volontà di richiedere agli uomini il dono completo di sé, simile all'offerta to­tale di Cristo. La bontà del Padre non deve quindi mai costituire per noi un invito a cedere nella lotta contro le tentazioni o nello sforzo di tutto dare. D'al­tra parte il Padre ci ha già avvertiti che i nostri pec­cati in se stessi non meritano che l'ira divina e che la responsabilità umana consiste nella scelta del de­stino eterno, cielo o inferno. Per risparmiarci l'infer­no e per ottenere che gli apparteniamo integralmen­te, il Padre ha impegnato nella lotta tutto il suo amo­re. Pensiamo al colloquio di Cristo con Nicodemo al visitatore timoroso, convinto a metà, e che esita a schierarsi a fianco del Maestro, il Salvatore enun­cia l'esigenza d'un rinnovamento totale per avere ac­cesso al regno di Dio: si tratta di rinascere, di con­durre una vita nuova. E questo rinnovamento dal pro­fondo é giustificato dall'amore sconvolgente del Pa­dre: « perché Dio ha tanto amato il mondo da dar­gli il suo unico Figlio ». Avendo dato il Figlio, e con lui tutto, il Padre ha il diritto di chiedere agli uomini il dono totale: e lo chiede. Su questo punto il suo amore è assolutamente intransigente ed è per­fettamente logico con se stesso.

Significherebbe dunque svalorizzare l'amore divi­no riconoscerne la dolcezza affascinante senza co­glierne nello stesso tempo il vigore combattivo. L'a­more del Padre è un amore che si batte, che penetra in noi per condurvi la lotta contro il male, contro le tendenze perverse, e per alimentarvi un ardore che deve divenire totale nel dono. Dio ha mandato il Figlio suo per vincere « il mondo », cioè le forze di­sgregatrici che allontanano gli uomini da Dio: e que­sta vittoria deve compiersi in ciascuno di noi. Que­st'accanimento a volere il nostro bene, anche contro talune nostre inclinazioni, non è forse la miglior testi­monianza dell'autenticità del suo amore? E il dono di Cristo crocifisso, la più eloquente manifestazione della bontà del Padre, è il segno irrefutabile della sua lotta ad oltranza per la nostra purificazione e per la nostra integrale santificazione.

 

Il cuore del Padre e la passione di Cristo

Rimane da vedere come si è comportato il Padre in quella battaglia dell'amore che fu la tragedia del Calvario; perché, sia pure invisibile, egli non era meno presente a quell'avvenimento unico nella sto­ria del mondo, e nessuno avrebbe potuto esservi più intimamente partecipe di lui.

Affinché il sacrificio di Cristo sia un dono del Pa­dre e la testimonianza suprema del suo amore, é necessario che il Padre bi sia veramente dato a noi at­traverso il Figlio, si sia veramente impegnato col suo cuore paterno nel dramma della passione. San Pao­lo lo dà per certo quando afferma che il Padre non ha risparmiato il suo stesso Figlio e che l'ha sacrifi­cato per noi. Ma quest'atto deve essere costato caro al Padre; e in ciò sta tutta la portata del suo amore.

Potremmo allora rappresentarci ancora il Padre freddo e insensibile davanti allo spettacolo della sof­ferenza del Figlio? Bisognerebbe considerarlo un Dio astratto, inaccessibile agli avvenimenti della terra, e perciò chiuso in una superba insensibilità anche da­vanti al supplizio del Calvario. Ma non si può, sia pure in nome del principio della impassibilità divina che tuttavia dobbiamo rispettare, vuotare il cuore del Padre dei sentimenti paterni che sogliono accompa­gnare indissolubilmente un vero amore. Sarebbe un voler fargli ingiuria attribuirgli una freddezza gla­ciale davanti allo spettacolo, così straziante per noi, di Gesù crocifisso.

Nella Scrittura troviamo un esempio toccante del dolore di un padre per la morte del figlio. Quando viene annunciata a David, come una buona notizia, la morte del figlio ribelle, il re tutto tremante si ritira a piangere nella sua camera, e lo si ode ripetere

« Figlio mio, Assalonnel Figlio mio, figlio mio Assa­lonne! Perché non sono io morto in tua vece? Assa­lonne, figlio mio! ». Chi oserebbe dire che David si è lasciato sviare dal dolore? Nel suo cuore pater­no il dolore naturalmente esisteva, e ne rivelava la nobiltà dimenticando il ribelle per non pensare che al figlio. È evidente che non possiamo stabilire uno stretto paragone col Padre celeste, poiché questi non può mai trovarsi nella situazione di un padre umano; ma come potremmo negare a lui, che aveva creato a sua somiglianza il cuore paterno di Davide, la grandezza d'animo di un padre che si commuove sulla sorte del proprio figlio?

Riconoscendo al Padre i privilegi della divinità, non è necessario attribuirgli un amore meno grande che a un padre umano; tanto più se osserviamo Ma­ria partecipare con tutto il suo cuore materno alla passione del Figlio. L'affetto che colmava il suo cuore le veniva in realtà dal cuore del Padre, da cui de­riva ogni amore paterno o materno, e nel quale, al momento del Calvario, non poteva albergare meno bontà compassionevole che in quello degli spettatori terreni del dramma.

L'arte cristiana ha colto nella compassione della Vergine l'immagine più suggestìva dei sentimenti del Padre ed ha rappresentato, prendendo a modello la Pietà, cioè Maria che raccoglie il corpo del Figlio, il Padre celeste che lo riceve inanimato. Gli artisti del­l'inizio del secolo XV si sono soprattutto interessati a quest'aspetto invisibile del sacrificio del Golgota. n Hanno voluto, dice Émile Male, associare Dio Pa­dre non all'idea astratta del sacrificio, ma ai dolori della passione, convinti che se Dio è amore, come dice san Giovanni, deve aver sentito la pietà ». Lo stesso storico dell'arte prosegue commentando un'illustrazione estremamente commovente contenu­ta in fin breviario e che egli considera un capolavoro « Il corpo di Gesù sanguinante e livido è disteso in terra. La Vergine vuol gettarsi su di lui, ma san Gio­vanni glielo impedisce e, mentre cerca di trattenerla con tutte le sue forze, volge la testa verso il cielo quasi volesse rimproverare la cosa a Dio. Qui appa­re il volto del Padre; il suo sguardo è triste e sem­bra dire: 'Non farmi rimproveri, perché io pure sof­fro ».

È vero che, propriamente parlando, non si può at­tribuire la sofferenza al Padre. Abbiamo detto che era necessario salvaguardare il principio dell'impas­sibilità divina; sarebbe un cadere nell'antropomorfi­smo immaginare Dio in preda semplicemente a un dolore di tipo umano. D'altra parte non possiamo contestare la profonda verità contenuta in quest'ope­ra d'arte cristiana, la nobile e commovente idea che essa ci offre dell'atteggiamento del Padre davanti al­la passione di Gesù. Vi scorgiamo, infatti, un auten­tico cuore paterno, anche se l'espressione forzata­mente umana che gli è conferita non può rendere adeguatamente la sublimità di ciò che accade in Dio.

D'altronde noi troviamo spesso nella Scrittura Dio presentato come un Essere veramente accessibile al­la misericordia e alla pietà. Questo, anzi, è il senti­mento fondamentale che Dio nutre nei confronti de­gli uomini: la pietà per le loro miserie e i loro do­lori. Come pensare, allora, che egli non abbia pietà del Figlio suo morente sulla croce?

Ora, misericordia e pietà presuppongono una par­tecipazione al dolore altrui, partecipazione che si può chiamare simpatia o compassione. Ed è per l'appun­to una forma superiore di simpatia quella che il Pa­dre prova per Cristo crocifisso: il dramma della mor­te del Figlio è stato vissuto nel suo cuore paterno con tutta l'intensità del suo amore.

Indubbiamente, i sentimenti intimi del Padre ce­leste non si esprimono che nel mistero. Il Padre ha sempre posseduto la pienezza della felicità divina, e tuttavia ha intimamente partecipato al dramma del Calvario. A lui andava la riparazione, perché Cristo solo ha sofferto sulla croce meritandoci la salvezza, egli solo ha offerto il sacrificio; e tuttavia, accogliendo questo sacrificio, il Padre stesso si trovava impegna­to, perché aveva donato il Figlio. Se la posizione del Padre ci appare complessa, è perché essa racchiude tutti gli aspetti di un insondabile amore paterno, per il Figlio unico e per noi tutti.

Faceva parte dunque della perfezione di questo amore simpatizzare profondamente con Cristo croci­fisso. Poteva sembrare, esteriormente, che Gesù fos­se abbandonato dal Padre; e anche nell'intimo dell'animo suo Cristo aveva avuto come un senso di vuoto e d'assenza, perché la sua abituale intimità col Padre era come coperta da un velo. Ed é in questo vuoto che risuona il grido: « Dio mio, Dio mio, per­ché mi hai abbandonato? ». In realtà l'unione del Padre e del Figlio persisteva, e anche nel vuoto di quell'abbandono, in cui aveva lasciato Cristo, il Pa­dre simpatizzava con lui.

Per comprendere il cuore del Padre in questa cir­costanza dobbiamo sempre avere presente questa sim­patia, questa comunione in profondità col Figlio. Es­sa ci mostra a quale punto il Padre abbia impegnato tutto il suo affetto paterno nel sacrificio della croce e come il vero atteggiamento del Padre nei riguardi della sofferenza umana non sia di completa insensi­bilità. Allo stesso modo che ha sacrificato il Figlio, destinandolo espressamente al supplizio del Calvario, così il Padre ci manda delle prove; ma ciò non signifi­ca che le consideri con uno sguardo freddo e indif­ferente; né il fatto che egli é Dio significa che sia splendidamente inaccessibile a tutte le miserie che permette o dispone quaggiù. Poiché tutta la Rivela­zione ci ha manifestato la misericordia divina, il Pa­dre accompagna con tutta la sua pietà i dolori che ci manda, impegnando per primo il suo cuore pater­no e avendo compassione in anticipo, nel mistero del­la sua divinità, delle prove che mette sul nostro cam­mino. Egli, che é il primo in tutte le cose, che ha portato nel suo cuore la passione di Cristo prima che divenisse reale, porta all'inizio nel suo cuore pater­no il destino doloroso di coloro che vuole associare a questa passione. E quando il destino si compie, il Padre rimane con noi, legato a noi da una sim­patia profonda, com'era rimasto unito al Figlio sof­ferente.

Questo prova l'immensa eco che tutte le umane miserie trovano nel suo cuore paterno e prova an­che che in tutto il suo comportamento egli agisce esclusivamente in qualità di Padre. Più si scruta la sua maniera d'agire e i moventi della sua azione, più ci si convince che egli è unicamente guidato dall'amo­re paterno.

 

Capitolo terzo

IL PADRE CHINO SUGLI UOMINI

La paternità integrale

Nel dramma del peccato e della redenzione il Pa­dre si è comportato secondo il principio dell'amore più grande: per gli uomini peccatori egli ha avuto un affetto più ardente, donando loro, col Figlio suo, il fondo del suo cuore paterno. In questo modo aveva esecuzione il suo disegno grandioso, concepito sin dall'origine, di diventare il Padre degli uomini a un titolo superiore e completo, comunicando cioè loro la vita divina e facendoli propri figli nel suo unico Figlio e mediante lui.

In Cristo risuscitato, che riunisce in sé l'umanità, si rivela il compimento magnifico di questo progetto del Padre, compimento che è esso stesso l'inizio di un nuovo sviluppo. Infatti, è in Cristo glorioso che viene data concretamente agli uomini la qualità di figli di Dio. Dal momento della risurrezione, Cristo possiede nella sua natura umana tutto lo splendore della filiazione divina, mentre prima, durante la vita terrena, aveva rinunciato a far apparire quello splen­dore rimanendo nell'umiltà di una comune condizio­ne umana. San Paolo dichiara che Cristo Gesù, Figlio di Dio nato in una debole carne umana, ha ricevuto

la sua potenza di Figlio di Dio in virtù della sua ri­surrezione da morte. In quell'istante egli ha rivestito nella sua carne trasformata e rinnovata tutte le pre­rogative della sua filiazione divina ed è stato investi­to del suo potere di santificare l'umanità. Posseden­do ormai nella sua natura umana il pieno splendore della divinità, egli ci fa partecipi della sua vita di­vina e della sua filiazione nei confronti del Padre.

La comunicazione agli uomini di questa filiazione integrale è il primo risultato del suo sacrificio, ed egli si affretta ad annunciarlo fin dalle prime parole che pronuncia subito dopo la risurrezione. A Maria Maddalena, che pochi istanti prima lo aveva ancora cercato nello stato di cadavere, egli sottolinea inten­zionalmente che la nuova vita che lo anima signifi­ca nuove relazioni con i discepoli: « Va' dai miei fra­telli e dì loro: io salgo verso il Padre mio e Padre vostro ».

Gesù aveva già avuto con i suoi discepoli relazioni veramente, amichevoli, anzi fraterne; d'altronde non chiamava egli col nome di fratello l'ultimo degli uo­mini, quello che pareva il più trascurabile? 3. Ma è chiaro che qui egli dà un nuovo valore alla parola fratelli, designando espressamente con essa i suoi di­scepoli. È vero che anche in precedenza egli aveva detto indicando gli apostoli: « Ecco mia madre e i miei fratelli. Perché chiunque farà la volontà del Padre mio che è nei cieli è mio fratello, mia sorella, mia madre ». Ma egli si riferiva allora alla particolare situazione in cui si era trovato quando i membri del­la sua famiglia erano venuti a lui durante la, sua vita pubblica per ricondurlo alla casa di Nazareth, e di­cendo che la sua vera famiglia erano i suoi discepoli, non intendeva ancora porre l'accento su di una parti­colare relazione di fraternità; del resto, egli non par­la soltanto di fratello, ma di sorella e di madre, e attribuiva tutte insieme queste qualità ai suoi disce­poli. Non dava quindi ancora loro il nome di fratelli come un attributo caratteristico, esprimente il suo le­game con essi.

Con quella dichiarazione egli annunciava tuttavia che il legame che lo univa ai suoi discepoli passava per il Padre celeste: solo quelli che facevano la vo­lontà del Padre diventavano fratello, sorella e madre suoi; e questo vincolo è posto in modo nuovo e defi­nitivo al tempo della risurrezione. Col sacrificio del Calvario il Padre ha riconciliato l'umanità con se stesso ed ha mandato ad effetto il perdono che aveva progettato di concedere agli uomini. Avendo distrut­to in linea di massima il regno del peccato nel mondo, egli ha vinto le forze che gli erano ostili ed estirpato quello stato di inimicizia verso di lui, nel quale l'ani­ma dell'uomo era stata posta a causa del peccato ori­ginale. Non vedendo i peccatori che attraverso il Fi­glio immolato sulla croce, egli li considera come as­solti e riscattati da lui. Per questo vota loro l'amore paterno più completo, circondandoli dell'affetto che porta al Figlio: ed è questo nuovo amore paterno, preparato da lungo tempo ma realizzato di recente, che Cristo risuscitato reca ai suoi discepoli e che annuncia con il suo primo messaggio.

Dicendo « fratelli miei » e usando l'espressione « il Padre mio e Padre vostro », è come se Gesù dichiaras­se: « Il Padre vi ama. Vi ama come figli suoi. È vo­stro Padre come è mio. Ecco perché siete diventati miei fratelli » .

La nuova paternità non si manifesta soltanto con un amore integrale da parte del Padre, ma anche col dono integrale della vita divina, che Cristo glorioso ha ricevuto dal Padre per trasmetterlo a noi. Noi non possediamo dunque la qualità di figli semplicemente a titolo morale di rapporti affettuosi, ma perché dal profondo del nostro essere scaturisce la vita stessa di Dio. Il Padre ha fatto ben più che considerarci figli: egli ci ha creati o ricreati dall'interno, affinché la sua vita diventi la nostra. L'essenza della pater­nità consiste nella generazione o comunicazione del­la vita; e appunto questa paternità essenziale il Pa­dre ha voluto assumere quando, ridando vita al corpo di Gesù, ha profuso nel Figlio incarnato una pienez­za di vita divina, che doveva esserci comunicata. Fa­cendo di Cristo, mediante la risurrezione, « il primo­genito dei redivivi », egli ci elargiva una nuova na­scita. Per farsi integralmente nostro Padre, ci eleva­va all'altezza del suo essere divino.

Se Cristo risuscitato fa in primo luogo allusione a questa nuova paternità, ciò è dovuto, tra l'altro, senza dubbio al tatto che egli amava il Padre sopra ogni cosa e perciò desiderava farci partecipi della felicità che ci viene dall'essere suoi figli, mostrandoci la gioia che provava il Padre dall'aver elargito il suo amore paterno e introdotto l'immensa famiglia umana nella famiglia divina. Infatti, tutta la gioia della ri­surrezione, nata il mattino di Pasqua e destinata a diffondersi nel mondo e attraverso i secoli, era sboc­ciata dal cuore del Padre.

Ma se Cristo fa consistere tutto il suo primo mes­saggio nella notizia della nuova paternità di cui beneficiavano ora i suoi discepoli, è anche perché quel privilegio implicava o portava con sé tutti gli altri. La filiazione rispetto al Padre è il privilegio fonda­mentale, quello che coglie l'anima umana nella sua intimità più profonda. Siamo figli del Padre attraver­so ciò che abbiamo di più profondo; e questa filiazio­ne e all'origine e alla base della nostra vita sopran­naturale di cristiani, perché in essa il Padre ci ha dato tutto il resto. Dalla nostra dignità di figli deriva tut­to ciò che vi è di bello e di grande nella nostra vita, tutte le grazie che trasformano la nostra esistenza, la nobiltà del nostro destino e le gioie che l'accom­pagnano. Tutto poggia sulla nostra qualità di figli, che ci schiude senza limitazioni i tesori dell'amore del Padre. Con la risurrezione di Gesù l'universo ha mu­tato volto, perché gli uomini hanno ricevuto definiti­vamente il loro volto di figli.

Elevando la nostra riconoscenza verso Cristo glo­rioso, che ci ha meritato con le sue sofferenze la fe­licità di questa filiazione, noi non dobbiamo trascu­rare di volgerci al cuore del Padre, prima sorgente del nostro nuovo stato. « Vedete, scriveva san Gio­vanni, quale amore ci diede il Padre, affinché noi por­tiamo il nome di figli di Dio e lo siamo veramente ».

Ciò che si è rivelato in piena luce fin dal giorno di Pasqua è quest'amore, questa predilezione con la quale il Padre « ci aveva predestinati a essere con­formi all'immagine del Figlio suo, affinché. egli sia un primogenito tra i molti fratelli ». E come fra­tello maggiore Cristo risuscitato è ritornato tra gli uomini, per dare a tutti gli altri l'impronta di sé, che altro non è se non l'impronta del Padre. Perché Cri­sto « è l'immagine del Dio invisibile ». Dandoci Cri­sto e imprimendo su di noi la sua immagine, il Padre ci rendeva dunque uguali a lui.

La sua paternità integrale era un dono di sé inte­grale: il Padre ci arricchiva di tutto ciò che possede­va, facendoci partecipi della sua vita divina. Egli ar­rivava fino a far riflettere in noi il suo viso paterno, fino a far risplendere la sublimità del suo volto divi­no nella debolezza del nostro essere umano. Pronun­ciando all'indirizzo dei discepoli le parole: « il Padre mio e Padre vostro », Cristo li vedeva già con gli oc­chi dello spirito portare nel loro volto umano il riflesso del volto del Padre. Egli contemplava in essi quel volto che conosceva così bene; lo contemplava imprimendolo in essi in modo invisibile. E in un se­greto stupore diceva: « Padre mio e Padre vostro », riconoscendo in essi il Padre suo e loro.

In fondo, questo stupore dovrebbe essere il nostro; con gli occhi della fede dovremmo riconoscere in ciascuno dei nostri fratelli il riflesso del volto del Pa­dre e partecipare senza posa alla gioia che provò Cristo risuscitato a ritrovare nei suoi discepoli la so­miglianza sorprendente del volto paterno.

 

I doni della vita intima e della luce

Avendo voluto assumere nei nostri confronti una paternità integrale, il Padre è chino su di noi per dispensarcene tutti i benefici; perché questa paternità, effettivamente iniziata dopo il trionfo glorioso del Figlio di Dio, è un dono che non si esaurisce, e che il Padre sostiene e rinnova ad ogni istante, circondan­doci del suo amore paterno e colmandoci di atten­zioni e favori.

Egli sviluppa in noi, ininterrottamente, tutti gli aspetti di una vita filiale. « Dio ci ha dato la vita eterna », dice san Giovanni, aggiungendo che questa vita si trova nel Figlio suo'. A causa di questa vita eterna noi apparteniamo a un mondo superiore, il mondo celeste che è del Padre. Si tratta, è chiaro, di una vita tutta interiore, nascosta, di cui abbiamo co-

scienza solo in modo imperfetto e che non valoriz­ziamo appieno. Ma si tratta di una vita che contiene in sé i più sublimi splendori.

San Paolo usa espressioni forti e ardite per descri­vere questi splendori segreti, e li riferisce sempre al grande amore del Padre per noi. Dopo aver descrit­to l'umanità lasciata in balia del peccato, egli dichia­ra: « Dio, che è ricco in misericordia, mosso dall'im­mensa carità con cui ci ha amato, a noi, proprio quan­do eravamo morti per i peccati, ridiede la vita in­sieme con Cristo, per la grazia del quale siete stati salvati, e con lui ci risuscitò e ci fece sedere nei cieli in Cristo Gesù. E così la sua bontà verso di noi in Gesù Cristo mostrerà nei secoli avvenire le sovrab­bondanti ricchezze della sua grazia ».

Così noi portiamo già in noi la risurrezione e l'a­scensione di Cristo: « siamo cittadini del cielo ». Nella vita che chiamiamo la vita della grazia è rac­chiuso tutto un mondo celeste, che noi ci raffiguriamo a fatica. Il corso esteriore della nostra vita terrena è ben poca cosa in confronto della vita superiore che anima l'intimo del nostro essere; nella nostra fragile esistenza carnale, così soggetta al flusso degli avve­nimenti, si dispiega una vita già immutabile, di una grandezza insospettata. È la vita filiale, per mezzo della quale il Padre ci ha accolti nella sua intimità.

San Paolo, che capiva l'immensità di questo dono, si rendeva conto che era impossibile coglierne il valore se non illuminati dall'alto. Ed era ancora al Pa­dre che egli chiedeva la luce necessaria. « Che il Dio del Signor nostro Gesù Cristo, il Padre glorioso, con­ceda a voi spirito di sapienza rivelatrice per cono­scerlo pienamente, e illumini gli occhi della vostra intelligenza, affinché sappiate quale è la speranza a cui siete chiamati, quali le ricchezze della sua glo­riosa eredità che vi prepara tra i santi, e quale la sovraeminente grandezza della sua virtù a riguardo di noi credenti, siccome l'attesta l'efficacia della sua vigorosa potenza, da lui così energicamente adope­rata in Cristo, risuscitandolo da morte e facendolo sedere alla sua destra nei cieli ».

Il Padre chino su di noi è dunque il Padre che agi­sce con tutta la sua potenza per compiere in noi cose mirabili. Egli ci ha infatti destinato la sua eredità, il suo regno, che è « il regno del Figlio del suo amo­re ». Perché in Cristo siamo divenuti allo stesso mo­do di lui « figli del suo amore », figli diletti del Pa­dre, e il regno ci viene donato integralmente, come il cuore stesso del Padre. Anche Cristo, prima di san Paolo, aveva profondamente ammirato quella genero­sità paterna: « Non abbiate timore, piccolo gregge, aveva detto ai suoi discepoli, perché il Padre vostro si è compiaciuto di darvi il regno ». E Gesù nel gruppo apparentemente piccolo dei suoi fedeli vedeva chiaramente la grandezza di quel regno e la gran­dezza dell'amore del Padre che l'aveva loro destinato. Per il Padre, dare il suo regno significava dare tut­to ciò che possedeva. E tra i beni di cui ci ricolma, tra quei tesori di cui san Paolo ama parlare come di ricchezze incommensurabili e inesauribili, vi é il do­no della luce. Il « Padre della gloria », cioè colui che ci comunica la vita divina, é anche il « Padre dei lumi », colui che illumina la nostra anima. Egli ver­sa in noi, secondo la parola dell'Apostolo, « lo spi­rito di sapienza e di rivelazione » e « illumina gli occhi del nostro cuore ». Con un atto paterno egli apre gli occhi dei suoi figli; ma mentre un padre uma­no si limita a lasciar agire la natura e a cogliere i primi sguardi e i primi bagliori di coscienza del suo bambino, il Padre celeste risveglia uno sguardo so­prannaturale. La sua azione va fino al « cuore », fino alla radice più profonda dello spirito, rendendolo ac­cessibile alle verità ultraterrene, accendendovi quel lume che lo farà capace di conoscere Dio. È il Padre che innalza i discepoli di Cristo all'altezza delle ve­rità della fede. Non basta comprendere l'insegnamen­to-di Gesù per accettarlo ed aderirvi, né vedere Cri­sto all'opera, soprattutto nei miracoli, per riconosce­re in lui un personaggio divino. I discepoli stessi avrebbero potuto essere tentati di pensare che la loro fede in Cristo era spontanea, frutto di una semplice convinzione naturale; ma Cristo fa loro comprendere che quella fede proviene da un'azione del Padre, da quella rivelazione segreta che egli opera nello spirito umano. Quando Pietro, sulla via di Cesarea, fa la sua professione di fede: « Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente », Gesù la riferisce tutta al Padre: « Tu sei felice, Simone, figlio di Giovanni, perché non la car­ne e il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli ». La felicità di Pietro, dunque, non consiste soltanto nel fatto di aver compiuto un atto di fede, ma soprattutto nell'origine di quest'atto, cioè nella rivelazione data dal Padre, il quale aveva illu­minato il suo pensiero e parlato per bocca sua.

Ancora più significativa è l'esclamazione di Gesù davanti a una dimostrazione di fede data da persone d'animo semplice, incolte e di modesta condizione. « In quel momento Gesù rispose », ci dice san Mat­teo. E si comprende subito a chi: non alle persone umane, ma al Padre, perché egli aveva parlato attra­verso lo slancio di fede di quell'umile gente. San Lu­ca fa notare che la risposta è pronunciata in un tra­sporto di gioia, in un trasalimento, in una vibrazione di tutto l'essere, perché in quella fede di popolo Cri­sto ha incontrato con più luminosa evidenza il Padre e la sua azione: « Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose a coloro che hanno sapienza e intelletto e le hai ri­velate ai piccoli. Sì, Padre, perché tale fu il tuo be­neplacito ».

Ciò che più ha importanza agli occhi di Gesù è il fatto che questa fede è opera del Padre; e perciò egli esulta, e ne afferma solennemente il principio: « Nes­suno conosce il Figlio, se non il Padre ».

Un uomo non potrebbe, con la sola sua intelli­genza, riconoscere Gesù come Figlio di Dio. Coloro che son tenuti in gran conto per intelletto e sapienza hanno dimostrato di esserne incapaci; mentre gli umi­li sono riusciti ad arrivarvi, perché fosse ben evidente che la fede in Cristo non derivava da una intelligen­za o da un sapere maggiore, da una migliore educa­zione delle facoltà naturali. L'attitudine a riflettere e a ragionare propria dei filosofi, la finezza d'intuizione di chi sa decifrare gli elementi di una situazione e cogliere il nocciolo di un problema non sono di alcun aiuto: per scoprire chi veramente è Cristo è neces­sario ricevere in dono la conoscenza che il Padre ave­va del Figlio, precisamente quella conoscenza divina che egli aveva comunicato a quell'umile gente e che risplendeva nella loro professione di fede.

La parola di Gesù ci invita a porci nel punto di vista del Padre, il vero punto di vista, poiché la - fede in Cristo è una partecipazione alla contemplazione eterna con la quale il Padre guarda il Figlio e si com­piace in lui. Ancora una volta dobbiamo riconoscere la sollecitudine del Padre nel donare: la luce che egli ci elargisce è quella della sua conoscenza divi­na; traendoci dall'oscurità della nostra visuale terre­na, egli riesce ad associarci al suo sguardo luminoso e ad insegnarci a guardare il Figlio come egli stesso lo guarda. Ogni atto di fede è dunque una nuova immissione in uno spirito umano di questa sublime conoscenza del Padre.

La rivelazione concessa dal Padre è preceduta e ac­compagnata da un'attrazione essa pure di origine ce­leste e paterna. « Nessuno può venire a me se non lo attrae il Padre che mi ha mandato », dichiara Gesù. Infatti noi conosciamo bene e profondamente soltanto ciò che desideriamo conoscere: una certa propensione deve esistere perché noi possiamo assi­milare la luce che ci viene donata, e tale propensione e suscitata e sviluppata in noi dal Padre. All'opera esteriore, nella quale il Padre ci ha presentato il Fi­glio facendolo nascere e vivere in Palestina e trasmet­tendoci il suo ricordo attraverso le pagine della Scrit­tura e l'insegnamento della Chiesa, corrisponde un profondo e incessante lavorio all'interno delle ani­me, per far loro cogliere l'invisibile che si trova in Cristo.

Così, tutte le verità che possediamo per mezzo del­la fede, e soprattutto la verità centrale della divinità del nostro Salvatore, sono un dono del Padre.

 

Il dono dello Spirito Santo

I doni della luce e della vita ci sono elargiti in un dono più fondamentale, quello dello Spirito Santo. Cristo ce ne ha annunciato la venuta come il dono supremo che avrebbe coronato tutta l'opera di re­denzione compiuta dal Padre. « È bene per voi che me ne vada, non ha esitato a dire ai suoi discepoli; perché se non me ne vado, il Paracleto non verrà a voi; ma se me ne vado, io ve lo manderò ». La pre­senza dello Spirito Santo doveva dunque compensare la partenza di Cristo; o, più esattamente, doveva con­servarci tutto ciò che Cristo aveva apportato all'uma­nità. È, infatti, missione dello Spirito Santo stabilire il regno di Cristo tra gli uomini, far vivere Cristo nel­l'anima dei cristiani, custodire, soprattutto, la verità insegnata da Cristo, rivivificarla, per così dire, ai nostri occhi, facendoci penetrare nel suo vero signi­ficato: « Il Paracleto, lo Spirito Santo che il Padre invierà in nome mio, vi insegnerà ogni cosa e vi ri­chiamerà allo spirito tutto ciò che io vi ho detto ». Nello Spirito Santo noi possederemo dunque tutti i beni della nostra salvezza e della nostra santificazione.

Ora, bisogna riconoscere nella venuta solenne dello Spirito il giorno della Pentecoste, e più ancora nella sua dimora nelle anime, un dono che reca il segno del Padre. Cristo stesso ha insistito su questa origine paterna della venuta dello Spirito Santo; egli ha di­chiarato, infatti, che lo Spirito Santo « procede dal Padre », che sarebbe mandato dal Padre, e lo chia­ma « la promessa del Padre ».

Lo Spirito Santo, dato come frutto di tutta la reden­zione, costituisce dunque il dono supremo del Padre, mediante il quale ci comunica il fondo della vita divina. Dio è amore, e lo Spirito Santo è la persona divina che è precisamente l'espressione dell'amore di­vino. Il Padre ama il Figlio e il Figlio ama il Padre; e questo amore, dà forma alla terza persona divina, la persona dello Spirito Santo. Essa è dunque il dono reciproco delle altre due; perciò, quando ci è data, noi riceviamo il dono del Padre e del Figlio. Ovvero, usando un linguaggio più umano: nello Spirito San­to, che è l'amore delle altre due persone, ci è donato il cuore del Padre con il cuore del Figlio. Perciò la sua venuta è il dono nel quale il Padre ha impegnato più integralmente il suo cuore paterno, dandosi a noi nella piena effusione del suo amore e dandoci il Fi­glio con l'insondabile intimità che lo univa a lui. Man­darci lo Spirito Santo significava, in certo qual mo­do, staccare da sé il proprio cuore e farne nostra proprietà.

Nello Spirito Santo noi dobbiamo dunque vedere l'amore del Padre che viene a noi. La violenza con la quale egli è sceso sugli apostoli il giorno di Pente­coste non è altro che la violenza dell'amore del Padre, la « straordinaria grandezza della potenza » del Pa­dre che, secondo la parola di san Paolo, agisce nei credenti. Il Padre mette in quest'amore tutta la sua onnipotenza e lo dispiega, quindi, con una forza pro­digiosa che sconvolge la tranquilla esistenza umana e scuote le anime nelle quali agisce. Lo vediamo il giorno di Pentecoste, quando scende con improvviso strepito sui discepoli per strapparli alla loro vita na­scosta di uomini impauriti. Tuttavia non è una forza che agisce contro gli uomini per colpirli ed atterrarli, bensì una forza che agisce a beneficio loro, per soste­nerli e galvanizzarli; che li sconvolge, ma che pene­tra in essi e diventa parte loro. I figli sono ormai mu­niti della forza del Padre.

Perciò san Paolo dichiara che 'è in virtù di un dono del Padre, il quale ci elargisce il « suo Spirito », che noi riceviamo forza e potenza per la nostra vita spi­rituale, per quello che egli chiama « l'uomo interio­re ». « Che il Padre conceda a voi, secondo l'abbon­danza della sua gloria, che siate corroborati in virtù per mezzo del suo Spirito, affinché si formi l'uomo in­teriore ». E prima ancora scriveva: « Io piego le ginocchia davanti al Padre, dal quale ogni famiglia, in cielo e in terra, prende nome ». Quindi il dono del­lo Spirito Santo è elargito dal Padre a coloro che costituiscono la sua famiglia; ed è in modo partico­lare un dono di forza, perché il Padre rappresenta e possiede la forza sovrana, quella da cui deriva tutto ciò che esiste. Mediante il suo Spirito egli in certo modo ci comunica la sua qualità d'Essere onnipotente.

Cristo alludeva precisamente a questa comunica­zione di forza quando incoraggiava i suoi discepoli a non temere i persecutori. Energia e luce saranno con­cesse ai cristiani citati in tribunale: « Quando sarete citati in giudizio, non preoccupatevi di sapere come

parlerete né quello che direte: in quel momento ciò che dovrete dire vi sarà dato, perché non voi par­lerete, ma lo Spirito del Padre vostro parlerà in voi ».

Per capire in tutte le sue sfumature questa affer­mazione, dobbiamo aver presente il significato ori­ginale della parola « spirito », che sta ad indicare il respiro. Le parole dei cristiani posti di fronte ai loro giudici saranno animate dal respiro del Padre: la sua respirazione segnerà il ritmo delle loro frasi e ne ispi­rerà il contenuto. E quel respiro avrà un carattere paterno, perché Gesù non dice semplicemente lo « spirito del Padre », ma lo « Spirito del Padre vo­stro », per lasciar capire che nel respiro che uscirà dalla bocca dei discepoli sarà tutta la potenza del Padre, di un Padre che appartiene loro e da loro tut­to ciò che possiede. E qui ci è dato cogliere fino a qual punto la vita del Padre sia unita a quella dei suoi figli: quale più grande intimità, infatti, di quella del soffio divino che viene ad animare il respiro e il lin­guaggio umani? Il fatto che lo Spirito Santo sia una persona distinta dal Padre non è dunque di ostacolo a questa intimità: soffio e respiro del Padre, esso ci apporta la vita profonda del Padre, il suo linguaggio, e la potenza irresistibile di questo linguaggio.

La predizione di Gesù si avvererà in santo Stefa­no, ripieno di una virtù mirabile, tale che i suoi ne­mici non potranno resistere allo Spirito che parla in lui. San Paolo pure ne farà 1'esperíenza, per esempio quando annuncerà ai Corinti « il mistero di Dio », il piano di redenzione operato dal Padre, e quando il Padre stesso agirà nella sua predicazione con la for­za persuasiva dello Spirito Santo, così da provocare molte conversioni.

Che il dono dello Spirito Santo sia specificamente paterno, abbiamo una prova nelle parole di Cristo, riferite da san Luca, sul modo con cui il Padre esau­disce le nostre richieste. Gesù prende come esem­pio un padre terreno: per quanto cattivo egli sia, mai darà una pietra al figlio che gli domanda pane, ne un serpente in luogo di un pesce, né uno scorpione al po­sto di un uovo. E conclude: « Se dunque voi, per quanto cattivi possiate essere, sapete dare ai vostri figli cose buone, a ben maggior ragione il Padre darà lo Spirito Santo a coloro che lo pregano ».

Nella liberalità del Padre celeste nei nostri con­fronti, lo Spirito Santo rappresenta dunque quelle che sono, nella generosità di un padre terreno, le « buo­ne cose » che non si rifiutano ai figli. È il dono che testimonia con maggior evidenza la sollecitudine e l'affetto paterni, quello in cui sono racchiusi tutti i beni distribuiti dal Padre celeste; il dono col quale egli prova di essere nostro Padre.

Poiché il dono dello Spirito Santo è il dono preci­puo del cuore del Padre, esso ci arricchisce più an­cora che della sua forza, del suo amore. « L'amore di Dio, scrive san Paolo, è largamente diffuso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci fu dato » . Si tratta dell'amore redentore, dell'amore che Dio ha provato a nostro riguardo per il fatto del sacrificio della croce; allorché eravamo nemici suoi per il pec­cato, egli ha mandato Cristo a morire per noi. E quest'amore non è rimasto esterno a noi, è entrato in noi, e con esso tutta la vita divina. Per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato, l'amore del Padre che si era manifestato fuori di noi, pubblicamente, col sacrificio di Cristo, è penetrato nei nostri cuori ed è divenuto un nostro bene. L'apostolo vede in ciò la garanzia che « la speranza non inganna ».

Entrato nei cristiani per opera dello Spirito Santo, quest'amore del Padre li fa vivere dei medesimi senti­menti, li fa amare gli uomini come li ama il Padre, introducendo nei loro cuori il carisma della carità, il più elevato dei carismi o doni divini, quello che do­mina e comprende tutti gli altri, che dà valore a una vita umana e che resta fino nell'al di là. Così l'amore del Padre prende tutta l'anima umana, impregnando i cristiani di quella generosità totale che il Padre ha avuto per loro, perché, a loro volta, essi ne diano prova nei riguardi del prossimo. Quanto vi è stato di mirabile e di prodigioso nell'amore del Padre allorché ha sacrificato il Figlio suo per noi, si ritrova attivo ad ogni istante nel cuore dei cristiani per suscitarvi un amore altrettanto straordinario verso i fratelli. La ca­rità cristiana ha per misura l'immensità del cuore del Padre, ed è ogni volta messa in moto dalla persona divina dello Spirito Santo, cioè da chi è la quintes­senza dell'amore, dall'amore del Padre e del Figlio personificato.

Perciò san Paolo può dire che la carità non cono­sce limiti: « essa scusa tutto, crede tutto, spera tutto, sopporta tutto »; e ancora: « essa non passerà mai ». Perché la carità porta in sé l'infinito del cuore del Padre, ed anche la sua eternità; infinito ed eternità che sono discesi nel cuore dei discepoli di Cristo. Così si spiegano le meraviglie segrete che la carità fa compiere ai cristiani più umili nell'ombra della loro esistenza quotidiana. Così si spiega la grandiosa epopea della carità della Chiesa che si diffonde nel mondo attraverso i secoli, dando vita ad una grande varietà d'istituzioni e d'opere tutte destinate al servi­zio del prossimo. In questo pullulare multiforme di atti d'amore, in cui l'eroismo non è affatto raro, risplende la larghezza senza limiti dell'amore del Pa­dre, portato nei nostri cuori dal dono dello Spirito Santo. Da esso deriva la grandezza di ogni anche minimo atto di carità.

 

La dimora del Padre nelle anime

Il sacrificio di Cristo ha operato la riconciliazione degli uomini con Dio. Da quel momento noi abbia­mo, secondo le parole di san Paolo, « accesso al Padre »; possiamo cioè considerarci come facenti parte della sua casa, come suoi familiari, ricorrere a lui nei nostri bisogni e contare sul suo aiuto. Il Padre ci offre la sua intimità e si mette a nostra disposizione: possiamo dirgli ogni cosa, con l'audacia che usiamo solitamente con le persone che conosciamo bene, dalle quali non attendiamo che favori e simpatia. Le re­lazioni col Padre devono essere ispirate dalla con­fidenza, dato che l'accesso a lui è libero'. Vi è qui un'atmosfera nuova, diversa da quella dell'Antico Te­stamento, in cui il timore, senza tuttavia escludere l'amore, aveva la parte più importante nelle rela­zioni degli ebrei con Jahvé.

Per definire le relazioni d'intimità col Padre, san Giovanni usa una espressione forte ed efficace: « Chi sta nella carità sta in Dio, e Dio in lui » 3. E basa quest'affermazione sul principio che « Dio è amore », per cui stare nell'amore è stare in Dio. Abbiamo vi­sto come la presenza della carità nei nostri cuori im­plicasse una presenza dell'amore del Padre. Consa­pevole di questa verità, san Giovanni considera il no­stro rapporto col Padre più profondo di quanto non sia un semplice accesso a lui considerato come un familiare; perché chi sta nella carità non sta soltanto col Padre come un figlio della sua casa, ma in lui; la sua dimora è nell'essere stesso di Dio. Si noti la differenza che esiste tra « stare con qualcuno » o « stare presso qualcuno », e « stare in qualcuno ». In que­st'ultimo caso l'intimità si riferisce al più profondo dell'essere; è una condizione vitale. Stare in Dio si­gnifica trovare in lui la sorgente della propria vita.

Questo dimorare in Dio significa anche che si tro­va in lui il proprio riposo. Il termine « dimorare » evoca calma e tranquillità: si sta in Dio in maniera stabile, al di sopra del flusso e del riflusso degli avve­nimenti terreni. Ha in certo senso inizio la stabilità della vita eterna. Questa stabilità è superiore non solo a tutte le prove e gli sconvolgimenti esterni che travagliano un'esistenza umana, ma resiste pure ai movimenti e mutamenti psichici, alle variazioni dei moti affettivi, purché si rimanga nella carità. Non è necessario sentire che si dimora in Dio; il sentimento non può essere costante: esso va e viene. Ma il fatto che si sia in lui, indica un'intimità che persiste obiet­tivamente, quali che siano le impressioni soggettive che si possono avere.

E questa intimità Cristo aveva voluto conservare con i discepoli; al momento di lasciarli, aveva chiesto loro di rimanere nella sua carità, al fine di restare non soltanto con lui, ma in lui. « Rimanete nella mia ca­rità, aveva detto, rimanete in me, come io in voi ». Ed è questa stessa intimità che deve legarci al Pa­dre, poiché si tratta, in forza della carità, di dimo­rare in Dio, intimità tutta reciproca, perché Dio di­mora a sua volta in noi.

Una tale reciprocità ha qualche cosa di sconcertan­te. È abbastanza facile concepire la nostra dimora in Dio, poiché Dio è l'essere infinitamente grande, che può tutto contenere e tutto circondare. Abitare in lui significa abitare in un abisso di cui non vediamo il fondo. E se è già motivo di entusiasmo pensare che il Padre ci accoglie nell'immensità del suo essere di­vino e che in tale immensità, invece di sentirci sper­duti o schiacciati, godiamo l'intimità del suo amore paterno, e ancora più inebriante il pensiero che Dio dimora in noi. Che Dio contenga noi è comprensibile; ma che noi conteniamo Dio in noi stessi, è davvero sorprendente. Che la piccolezza umana possa conte­nere l'immensità divina, che il Padre voglia abitare nelle sue creature, come non fosse un favore sufficien­te l'averle accolte in sé, ci riempie di uno stupore im­menso. Soltanto l'ardore di un cuore paterno senza limiti poteva portare Dio a risiedere stabilmente in esseri tanto inferiori a lui e usciti interamente dalla sua mano.

Il Padre, non contento di averci dato lo Spirito Santo, col quale ci elargisce il suo amore e ci dà il suo cuore in pegno; non contento di far « abitare Cri­sto nei nostri cuori » in virtù dello stesso Spirito San­to, viene egli stesso in persona, col suo Spirito e il Figlio suo, ad abitare in noi. Gesù lo aveva annun­ciato, dicendo dello Spirito Santo: « Egli abiterà con voi e sarà in voi »; e del Padre e di sé: « Chiunque mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo ame­rà, e noi verremo da lui, e faremo dimora presso di lui ».

Con questa promessa egli andava ben oltre quel­lo che nell'Antico Testamento era stato presentato come il favore supremo concesso ad Abramo: la vi­sita che tre uomini gli avevano fatto sotto le querce della valle di Mambre e che aveva il significato di un'apparizione dello stesso Jahvé. Il patriarca era cor­so loro incontro appena li aveva scorti, aveva offerto loro ospitalità e servito il pranzo con le sue mani. Quella visita era una prima figura di questo modo di procedere di Dio, il quale spinge la sua benevolenza fino a venire a cercare riposo tra gli uomini, ad ac­cettare gli umili omaggi e i servigi, partecipare al loro pasto in segno di una comunità di vita. Nella visita dei tre personaggi senza nome è adombrato un mi­stero, che, considerato. a distanza di tempo, alla luce del Nuovo Testamento, ci sembra indicare già l'in­tenzione delle tre persone divine di venire ad abitare tra gli uomini. È una prima figura, e assai imperfetta, perché si tratta di una visita breve e di un incontro esteriore. Mentre la realtà la supera di molto; essa consiste in un incontro che avviene nelle profondità dell'anima e in una visita che diventa dimora per­petua, e al posto dei tre personaggi senza nome noi riceviamo in noi le tre persone divine che Cristo ci ha rivelato.

È significativo che Gesù citi come fondamento del­la venuta della Trinità in noi l'amore del Padre: « Mio Padre lo amerà e noi verremo da lui ». Tutto ha ori­gine nel cuore del Padre; il suo amore paterno co­manda le relazioni tra Dio e noi. Tuttavia l'amore del Padre non appare qui come la realtà che precede tutte le altre, poiché esso si manifesta in risposta al­la carità degli uomini; per goderne, noi dobbiamo pri­ma amare Cristo e osservare i suoi comandamenti. Vi è forse contraddizione con- il primato assoluto del­l'amore del Padre che, come abbiamo visto, si rivolge a noi con una generosità tutta gratuita e indipenden­temente dai nostri meriti, per puro favore divino? No, perché quell'amore primo rimane; ma per com­piere il suo disegno in ogni anima individuale esso ha bisogno di una libera collaborazione dell'anima stessa. L'amore del Padre non ci costringe a seguir­lo né c'incatena a sé per forza; appunto perché è amore, esso evita di asservirci, di privarci della no­stra spontaneità e della padronanza di noi stessi; ma ha la delicatezza di rispettare scrupolosamente la nostra libertà. Soltanto in virtù del nostro consenso e della nostra buona volontà il Padre stabilisce in noi la sua dimora. Quando un uomo si trova in buone di­sposizioni, un nuovo amore, per così dire, viene a rinforzare l'amore primitivo che il Padre nutriva per lui; e in virtù di questo nuovo amore il Padre ini­zia ad abitare nell'anima sua, realizzando pienamente il suo amore per noi.

Il Padre non vuole dunque entrare in un'anima per effrazione, bensì quando le porte gli si spalancano spontaneamente. E allora, accolto da una volontà che gli si offre liberamente, con quanto compiacimento egli penetra in quell'anima, con quanta soddisfazio­ne il suo cuore paterno prende riposo nel cuore del­l'uomo! Dal Vangelo possiamo intuire la gioia che doveva provare Cristo quando, alla sera di una fa­ticosa giornata, andava a riposare a Betania nella casa di Lazzaro, di Marta e di Maria. L'elogio dell'atteg­giamento di Maria, piena di sollecitudine per Gesù, rivela il valore che egli attribuiva all'essere ricevuto non solo nella casa, ma anche nel cuore di coloro che l'abitavano. Con la stessa sollecitudine il Padre en­tra nei cuori che si aprono a lui e li riempie della sua presenza consolatrice.

La sua venuta nell'anima avviene con delicatezza tale da passare facilmente inosservata. Il Padre non e un ospite importuno che impone la sua presenza come un peso; né un gran personaggio la cui impor­tanza provoca imbarazzo. Lo portiamo in noi senza accorgercene, senza provare turbamento né disagio. Egli modella la sua presenza sulla forma della no­stra vita e ne segue il ritmo per meglio entrare nella nostra intimità; in modo che è difficile per noi per­suaderci che egli, l'Essere onnipotente, abiti vera­mente in noi. Infatti egli dimora in noi nel silenzio, mentre potrebbe rivelarsi, se lo volesse, nello splen­dore della sua luce o in una paurosa affermazione della sua sovranità; è il suo il silenzio della bontà

che si mette a disposizione del prossimo senza farsi notare, il silenzio dell'amore che si fa tutto a tutti. Benché possa protrarsi senza farsi riconoscere né sentire, la presenza amorosa del Padre crea nell'ani­ma una atmosfera nuova apportando un riflesso della gioia celeste. È una felicità segreta, a volte appena percettibile ma sicura, un senso di pace, quella pace dell'amicizia divina che è un dono della redenzione, la conseguenza della riconciliazione avvenuta tra Dio e gli uomini; la pace che gli ebrei auguravano quan­do salutavano, che san Paolo menzionava al princi­pio delle sue lettere come un dono essenziale pro­veniente dal Padre e da Cristo: « A voi, egli scriveva, grazia e pace da parte di Dio nostro Padre e del Si­gnore Gesù Cristo ». Nell'anima in cui l'amore di­vino ha trionfato, la pace ha preso il posto del tor­mento interiore, del profondo dissidio che il peccato ha prodotto nell'uomo. Separando l'uomo dal suo Creatore e il figlio dal Padre, il peccato provoca una frattura nell'anima, un'insoddisfazione fondamentale, una perturbante inquietudine; ma con la grazia, che sopprime lo stato di peccato e, di conseguenza, ogni causa di turbamento, sopravviene un senso di soddi­sfazione, di pace profonda, che deriva appunto dalla presenza del Padre e che testimonia l'accordo del­l'uomo con Dio e di conseguenza con se stesso. La gioia che proviene dall'accordo con Dio altro non è che il sentimento, discreto ma reale, di una coscien­za pura; sentimento che ha tanta parte nella felicità di un'esistenza umana e che, ripetiamo, è sostenuto e sviluppato dalla dimora del Padre nell'anima.

Se riuscissimo ad approfondire maggiormente le verità della fede e a comprenderne tutta la grandez­za, noi considereremmo la dimora del Padre in una anima ben disposta una delle verità più consolanti. Il Padre è molto più vicino a noi, molto più unito alla nostra esistenza di quanto supponiamo, e vive in no­stra compagnia più di quanto noi viviamo nella sua. Perciò la felicità profonda che egli ci offre lascian­dosi possedere da noi, la dimensione che con la sua presenza dà alla nostra anima dovrebbe essere motivo di un'esultanza ben più viva. Quale immensa gioia « possedere il Padre! », secondo l'espressione di san Giovanni, il quale ancora dichiara: « Colui che rico­nosce il Figlio possiede egualmente il Padre! ».

 

Il dono di Maria

Il Padre ha voluto circondarci da ogni lato col suo amore, e poiché sapeva che non sarebbe stato facile per noi concepire un amore paterno, cosa, per quan­to prossimo e dimorante in noi, troppo astratta per i nostri occhi affamati di ciò che è visibile, ha deciso di darcene una rappresentazione concreta, che toc­casse più direttamente il nostro cuore. Per questo ci ha presentato la persona di Maria in qualità di ma­dre, affinché attraverso il suo affetto materno ci giun­gesse con un linguaggio più persuasivo e toccante una testimonianza della sua paterna tenerezza. Egli sape­va quale eco suscita in un cuore umano la presenza amorosa di una madre e voleva, attraverso Maria, attirarci con maggior forza a sé e formare in noi un cuore filiale. Nella Vergine bisogna, quindi, vedere una figura lhuninosa dell'affetto e della sollecitudine del Padre per noi; nei suoi tratti materni è ancora e sempre l'immagine del Padre che si delinea ai nostri occhi.

Per ben comprendere questa verità, dobbiamo ri­cordare che il cuore del Padre contiene in sé tutta la perfezione e tutta la ricchezza di un cuore paterno e di un cuore materno. La sua qualità di Padre non si oppone, come avviene tra gli uomini, alla qualità di madre. Nella specie umana la funzione generativa è divisa tra il padre e la madre e si effettua con l'u­nione dei due, non rappresentando nessuno di essi il principio generatore totale. Ma in Dio l'atto creatore ha per unico autore il Padre, che riunisce di conse­guenza in sé ciò che noi chiamiamo paternità e ma­ternità. Egli ha nel suo cuore la forza dell'amore pa­terno e la tenerezza dell'amore materno; dispiega contemporaneamente l'energia inflessibile del Padre, che vuole il bene dei suoi figli e lo procura loro con un grandioso piano di salvezza e un lavoro tenace, e l'estrema delicatezza della madre, sempre attenta anche ai più piccoli avvenimenti e difficoltà che si presentano nella vita di ciascuno dei suoi figli.

Perciò non solo la paternità umana, ma anche la maternità deve al Padre celeste ciò che essa è. Ogni maternità umana si presenta come una partecipazio­ne e una derivazione della paternità divina. Quando Adamo ed Eva furono formati a immagine e somi­glianza di Dio, il Padre li creò in modo particolare a immagine della sua paternità, uno in qualità di padre e l'altro in qualità di madre. Egli ha, in un certo sen­so, diviso tale immagine in due aspetti e ha voluto che Adamo rappresentasse certe tendenze e sfumatu­re del suo cuore paterno, ed Eva le altre. Tutti i tesori d'affetto che un cuore umano di madre racchiude, provengono dunque dal Padre, anche secondo ciò che tale affetto ha di specificamente femminile e ma­terno; perché il Padre riunisce in sé tutta la ricchez­za affettiva, di cui ha suddiviso i riflessi in diversi tipi nella comunità umana.

Nell'amore di ogni madre per il figlio dobbiamo dunque riconoscere un'immagine vivente del cuore del Padre. La calda atmosfera che ella crea intorno ai figli, la sua profonda tenerezza, la sua attitudine a provare in se stessa ogni loro gioia o dolore, la per­severanza della sua sollecitudine, la sua benevolenza piena di attenzioni, i prodigi a volte eroici della sua dedizione sono altrettante manifestazioni di un amo­re che le fu comunicato dal Padre celeste. Se gli uo­mini apprezzano e giudicano a volte meraviglioso il cuore della loro madre, è perché di fatto vedono in esso una replica del cuore del Padre celeste, un affet­to ispirato dal suo amore ineffabile.

Ma non solo nel campo della generazione fisica si trova questa replica. La paternità del Padre celeste é spirituale e negli uomini ha voluto riflettersi in una paternità e una maternità più elevate di quelle che hanno il loro fondamento nella famiglia. Vi é una paternità spirituale di cui san Paolo ha fatto l'espe­rienza ed espresso l'entusiasmo nella sua prima let­tera ai Corinti: « Se anche aveste in Cristo dieci­mila maestri, non avreste tuttavia parecchi padri, per­ché sono io che, con la predicazione del Vangelo, vi ho generato in Cristo Gesù. D'altra parte l'apo­stolo era consapevole che quella esaltante paternità era stata pagata con molte sofferenze, inseparabili dalla missione di chi vuol formare salde coscienze cristiane: « Figli miei, ecco che per voi io soffro di nuovo i dolori del parto finché Cristo sia formato in voi ». Da queste parole si capisce che san Paolo con­siderava la sua paternità spirituale anche, in certo modo, maternità, poiché comportava i dolori del par­to e una profonda tenerezza; e ciò perché nel campo spirituale paternità e maternità sono molto più vicine l'una all'altra: più una paternità si pone ad un li­vello superiore, più strettamente essa partecipa della generosità totale del cuore del Padre celeste. Per que­sto san Paolo, nella sua missione apostolica e nella sua influenza sulle anime, si sentiva un cuore paterno generosissimo.

La maternità spirituale non é meno ricca. Tutta la bellezza del compito di una madre che dedica la pro­pria vita ai suoi figli secondo la carne si trova trasferita nel campo delle anime. Essa consiste nell'influen­za profonda che un'anima esercita su un'altra anima per aiutarla a ricevere le ricchezze della grazia e a sviluppare in sé la vita di Cristo. Sostenuta da un intenso amore, da una efficace generosità, da un'aper­tura di profonda simpatia, tale influenza si esplica con una forza particolare di penetrazione e si colloca su un piano nettamente superiore all'istinto, sul piano di un amore distaccato da sé, più disinteressato, ma anche più vigoroso come amore.

Il Padre celeste ha voluto creare un tipo unico e ideale di maternità spirituale, in cui esprimere nel modo più evidente e più concretamente umano i pro­digi di affetto di cui egli colma il cuore delle madri. E l'ha realizzato in Maria, stabilita come madre uni­versale degli uomini nell'ordine della grazia. Egli, che possedeva in misura infinita le risorse dell'amore pa­terno, era altresì in grado di conferire a un cuore uma­no la capacità di abbracciare tutta l'umanità nella sua sollecitudine e nel suo amore e di esercitare effe&ti­vamente su tutte le anime il calore di un'influenza materna.

Più ancora, egli ha voluto una profonda somiglian­za di struttura tra la maternità spirituale di Maria e la sua paternità divina. Il Padre aveva deciso d'in­staurare la sua paternità nei confronti di tutti gli uomini ponendola all'interno della sua paternità ri­spetto al Verbo, suo unico Figlio. Attraverso Cristo, dunque, egli aveva desiderato amarci come suoi fi­gli. Allo stesso modo egli ha posto a fondamento della maternità universale di Maria la sua maternità di fronte a Cristo. Diventando madre del Verbo incar­nato, Maria sarebbe stata destinata a divenir madre degli uomini, e il suo cuore materno, come quello del Padre, sarebbe stato chiamato a riportare su tutti e su ciascuno l'affetto che ella avrebbe votato al Figlio di Dio. Da ciò si manifesta l'intenzione del Padre di dare alla maternità spirituale di Maria non solo la maggior estensione possibile, ma anche la maggiore profondità. La maternità di Maria non doveva con­sistere semplicemente in una effusione di amor mater­no, ma doveva fondarsi sulla generazione del Reden­tore. Maria non diventerà madre della grazia tra gli uomini se non dopo esser divenuta madre dell'autore della grazia; la sua influenza materna sulle anime avrà le radici più profonde e il suo affetto materno acquisterà le dimensioni di un affetto rivolto innanzi tutto al Figlio di Dio. Seguendo l'esempio del Padre, Maria guarderà gli uomini attraverso il suo Figlio diletto e in questa luce li considererà figli suoi.

Se san Paolo contribuiva a formare la vita di Cri­sto in coloro che erano stati affidati al suo zelo apo­stolico, Maria era destinata a farlo in maniera certa­mente più invisibile, ma anche più reale. Poiché es­sendo la madre di Cristo, ella ha il potere di gene­rarlo nuovamente nelle anime. Ella che lo ha formato fin dal momento della sua venuta sulla terra, deve ri­petere a beneficio degli uomini quel primo atto ma­terno, riproducendo in ciascuno di noi il suo parto mirabile.

Ma la maternità di Maria a nostro riguardo, più ancora di quel parto di cui parla san Paolo a propo­sito dei Galati, è stata posta sotto il segno del dolore. Affinché Cristo potesse vivere in noi, Maria non lo ha messo soltanto al mondo: lo ha donato sul Calva­rio e ha pagato con quel sacrificio il prezzo della sua maternità spirituale. In virtù dell'offerta di Gesù cro­cifisso, infatti, ella può trasmetterci il Figlio trion­fante, in quanto ha ricevuto il compito materno di di­stribuzione della grazia nelle nostre anime in ragione della sua partecipazione intima, in qualità di madre, al supplizio della croce. Maria ci ha dunque gene­rato nel dolore, ed è sul Golgota, nel momento in cui perdeva il suo unico Figlio, che è stata investita della sua maternità universale: proponendola come madre al discepolo prediletto, Cristo intendeva che ella fosse madre a tutti.

Sotto questo aspetto la maternità spirituale di Ma­ria si rivela simile alla paternità del Padre celeste e le e strettamente congiunta. Il Padre ci ha fatto suoi figli donandoci il Figlio suo e offrendolo in sacrificio per noi; Maria ci dà quello stesso Figlio che ella ha generato secondo la carne e che ha offerto in olocau­sto. Per questo la maternità di Maria è una rappre­sentazione particolarmente eloquente della paternità del Padre celeste. Ai piedi della croce, infatti, Maria sembra adempiere il compito di delegata del Padre sostituendolo presso il Figlio sofferente.

Delegata del Padre Maria lo è anche accanto a quelle anime che ha generato nel dolore del Calvario. Ad esse ella porta l'affetto paterno di Dio e nel suo cuore trafitto ci mostra il prezzo con cui il Pa­dre ha voluto pagare la sua paternità a nostro riguar­do. Nella madre di dolore che tanto ci commuove noi dobbiamo scorgere l'ardore di un amore paterno spinto all'estremo.

Non si tratta dunque di opporre la persona e la fun­zione di Maria a quelle del Padre, sebbene ciò qual­che volta sia stato fatto. Si è facilmente indotti ad attribuire a Maria un'indulgenza., una bontà, una mi­sericordia che non si riconoscono al Padre celeste, rappresentato invece come un giudice che deve, per quanto buono, attenersi nei suoi rapporti con noi al­le, norme della giustizia. Maria avrebbe il compito di addolcire la rigidezza del giudice, obbedendo agli impulsi pietosi del suo cuore materno e lasciandosi più facilmente commuovere dalle preghiere dei suoi figli. Ella offrirebbe così un rifugio, dove la debolez­za degli uomini potrebbe nascondersi e trovar riparo alla severità divina.

Abbiamo già notato, a proposito del dramma della redenzione, quanto fosse inesatto considerare l'opera di salvezza un atto della giustizia divina vendicatrice o punitrice: in essa il Padre si è lasciato guidare esclusivamente dal suo amore. Ora, se la bontà pa­terna è all'origine di tutta l'opera di salvezza, essa sola regola i rapporti del Padre con noi nel consegui­mento della nostra salvezza individuale. Il Padre non agisce con ciascuno di noi diversamente da quanto non abbia agito con l'umanità nel suo insieme. Il suo amore per noi, la cui forza culminò nel dramma; del Calvario, continua a manifestarsi con la stessa forza. Sarebbe dunque fargli ingiuria rappresentarlo unica­mente sotto i tratti di un giudice severo, in contrasto col viso dolce e soave di Maria.

Non c'è nulla nel cuore della Madonna che non sia venuto dal cuore del Padre. Ella ci appare come una madre piena di comprensione per le nostre debolezze e di misericordia per la nostra miseria, perché il cuo­re del Padre possiede al massimo grado tale compren­sione e misericordia. Ella ci presenta tesori inestin­guibili di pazienza e di bontà, perché il Padre ne ha una riserva infinita. Ella attira gli uomini con la dol­cezza e l'amabilità: ma è ancora il Padre che li atti­ra attraverso lei, perché il suo cuore trabocca di te­nerezza e di simpatia per gli uomini. I cristiani hanno ragione di cercare in Maria un rifugio dove sono si­curi di essere ricevuti e soccorsi; ma avrebbero torto di considerarla un rifugio contro Dio: ella è piut­tosto un rifugio nel Padre stesso, un asilo d'amore che egli ha costruito per noi. E ragione hanno pure i pec­catori di alzar gli occhi all'Immacolata, di cui cono­scono l'indulgenza estrema, e di confidare nel suo affetto nonostante tutte le colpe commesse; quest'in­dulgenza non è per nulla in contrasto con la severità divina: essa è l'autentica espressione della bontà pa­terna di Dio. Mettersi al riparo in Maria, nel suo cuore materno, significa mettersi al riparo in Dio, nel profondo del cuore del Padre. La figura di Maria è

così ricca di fascino appunto perché traspare in essa la sublimità dell'amore del Padre per noi.

Questa è la funzione della Vergine: di far giungere a noi l'amore del Padre. Dio sapeva che il nostro spirito avrebbe trovato difficoltà a capire come il suo cuore paterno nutrisse per noi tutto l'amore che pos­siamo desiderare da un padre e da una madre. Ab­biamo già notato come per molti uomini il Padre sia un'astrazione: il suo volto paterno, essendo invisibi­le, appare loro lontano, freddo e privo d'interesse; a maggior ragione essi sono incapaci di percepire in lui tutto il calore che si trova in un amore materno. Ma il Padre è venuto in aiuto alla nostra impotenza e ci ha presentato una madre, che è ad un tempo una don­na del nostro mondo e un ideale perfetto d'amore. Ella ci fa sentire la tenerezza e la sollecitudine del Padre, e vi riesce così bene, che per molti l'attrazione che ella esercita supera quella del Padre stesso. Ma­ria non è, in realtà, che una messaggera della bontà divina, che vuole offrirsi a noi in maniera più con­vincente; ella non è che espressione del cuore del Padre.

 

Il dono della Chiesa

Come ha voluto fare di Maria un'immagine del suo cuore paterno, così il Padre ha voluto imprimere pro­fondamente il segno della sua paternità nella Chiesa, affinché essa si presentasse a noi come una madre. Per dare ai suoi figli un ambiente che avesse 1'atmosfera, il calore del focolare umano, ha voluto che la vita cristiana non si sviluppasse semplicemente nelle anime individuali isolate, bensì in una comunità, e che questa comunità funzionasse come un autentico ambiente materno. Così il dono della Chiesa agli uomini appare una manifestazione caratteristica di un amore paterno, che desidera esprimersi in for­me concrete.

La Chiesa é stata riconosciuta come una madre fin dai primi secoli del cristianesimo, perché si vedeva in essa la generatrice della fede nelle anime. In real­tà, la comunicazione della fede fa parte della comu­nicazione, più ampia, della vita della grazia. Median­te i sacramenti, innanzi tutto il battesimo, la Chiesa immette e sviluppa nelle anime la vita divina. Al momento del battesimo in particolare, essa imper­sona colui che dà nascita al nuovo cristiano; e in se­guito ha il compito di favorire con ogni mezzo questa vita che ha trasmesso. Compito materno, che adem­pie mettendo a disposizione dei fedeli, oltre ai sacra­menti un numero considerevole di elementi che sono di aiuto alla santificazione e che favoriscono il com­pleto sviluppo dello spirito: la proclamazione della verità col magistero e la chiarificazione progressiva di quella verità con tutto un lavoro di ricerche e di precisazioni compiuto dalla teologia, lavoro che costi­tuisce un patrimonio della Chiesa; il governo gerar­chico, che dà ai cristiani un quadro giuridico di leggi e d'istituzioni e un quadro vivente di orientamento delle varie attività; la distribuzione di tesori di grazie con la solidarietà comunitaria e l'esercizio di una missione educatrice, con la quale la Chiesa mira ad elevare il livello spirituale e morale dei popoli e del­l'umanità intera. La Chiesa ha veramente un com­pito di madre, consistente nel far sfociare la vita del­la grazia, nel proteggerla, favorirla e guidarne lo sviluppo.

Il termine di funzione materna è quello che meglio esprime la missione della Chiesa, la quale fu for­mata dal Padre a sua immagine, come Maria, per rap­presentare in mezzo agli uomini la sua paternità. Noi tendiamo spesso a dimenticarlo; ammiriamo la prov­videnza materna della Chiesa senza pensare che essa e una emanazione del cuore del Padre, che la sua qualità di madre è una testimonianza di quella ce­leste paternità « da cui ogni famiglia in cielo e in terra prende il suo nome », la sua esistenza.

Nella Chiesa stessa molte manifestazioni partico­lari della sua attività portano in modo tutto speciale il sigillo della paternità celeste. È noto che una delle caratteristiche essenziali del governo della Chiesa è il suo aspetto paterno. La sua gerarchia è stabilita, e vero, in vista di una funzione amministrativa, ma questa non deve essere considerata unicamente un la­voro di funzionari, bensì un compito tutto impregna­to di sollecitudine paterna. L'autorità di cui sono in­vestiti gli uomini della gerarchia ecclesiastica è una autorità di pastori, poiché la loro missione è quella di guidare un gregge di cui conoscono ed amano ogni pecorella. Così è del Papa, il quale porta il bel titolo di pastore di tutti i fedeli. Gli ampi poteri di cui è investito comporterebbero, se gli fossero conferiti in una società puramente umana, pericoli di assoluti­smo, di tirannia, di arbitrio; ma, appunto perché in­seriti in una missione pastorale e paterna d'ordine su­periore, essi si esercitano in uno spirito diametral­mente opposto all'arbitrio tirannico, lo spirito di un potere vastissimo che mette tutte le sue risorse a ser­vizio di coloro per i quali esiste e che manifesta la sua forza in una più profonda benevolenza. Esso è una immagine luminosa dell'autorità. del Padre celeste, la cui onnipotenza, che avrebbe potuto affermarsi con una sovranità tirannica, ha preferito concentrarsi in un più fervido e generoso amore.

Così è di tutti coloro che in qualche modo parteci­pano alla missione pastorale del sommo pontefice, e che non devono usare dei poteri di cui sono investiti se non per lasciarne trasparire la paternità divina di cui sono i messaggeri. Sotto quest'aspetto i sacerdoti non sono soltanto i rappresentanti di Cristo sulla ter­ra, ma anche i rappresentanti del Padre. Infatti, quan­do impartiscono l'assoluzione ai fedeli che hanno ap­pena confessato i loro peccati, essi compiono un atto eminentemente paterno, l'atto di una misericordia che accoglie, perdona e guarisce. Quando si chinano sulle umane miserie cercando di apportarvi aiuto, rappre­sentano presso gli uomini il Padre celeste sempre chino su di essi. La cura d'anime che è loro affidata ri­chiede che il loro comportamento personale rispec­chi, per quanto è possibile, la sollecitudine generosa del Padre verso i suoi figli. Il loro apostolato deve dunque effettuarsi sotto il segno dell'amor paterno.

È così, d'altra parte, che Cristo aveva inteso la pro­pria missione di pastore. Egli ha voluto essere buon pastore, come il Padre aveva annunciato in preceden­za di essere il pastore del popolo ebreo. E modellava il suo amore su quello del Padre: « Come il Padre ha amato me, così io amo voi ». Perciò la nota di tenerezza paterna che risuona nelle parole di Cristo riecheggia l'amore del Padre. « Figli miei », egli di­ce talvolta ai suoi discepoli. « Abbi fede, figlia mia », dice alla donna atterrita e tremante che si presenta a lui dopo aver toccato il suo mantello e ottenuto la guarigione. Allo stesso modo si rivolge al paralitico per concedergli la remissione dei suoi peccati: « Fi­gliolo, confida, e ti saranno perdonati i tuoi peccati » ; ad un tempo il gesto e la voce del Padre che per­dona. E la stessa paterna sollecitudine Cristo dimo­stra nel vegliare sui suoi discepoli con ogni sorta di attenzioni. Pur vivendo in semplicità e povertà, egli non lascia mancar loro nulla e provvede ad ogni loro bisogno come farebbero un padre o una madre. I discepoli al momento della passione ne renderanno te­stimonianza.

Anche verso coloro che gli resistono si manifesta l'amore paterno di Gesù. « Gerusalemme, Gerusalem­me, che uccidi i profeti e lapidi coloro che a te sono mandati; quante volte ho voluto io radunare i tuoi figli, come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali, e tu non hai voluto! ». In questa apostrofe, solenne e tenera ad un tempo, l'aspirazione del Padre a for­mare intorno a sé l'unità dei suoi figli si manifesta in tutto il suo fervore insieme a un profondo rispetto per la libertà che non si vuole conculcare, sia pure con un amore troppo esclusivo.

Continuatrice di Cristo, la Chiesa si trova diret­tamente nel prolungamento di questa aspirazione pa­terna a riunire in unità i figli del Padre, « come la gal­lina raduna i pulcini sotto le sue ali ». La Chiesa ha il compito di realizzare progressivamente per tutti i popoli e per tutti gli uomini ciò che Gesù aveva ten­tato di fare, in nome del Padre, per l'unione del po­polo eletto. Attraverso essa il Padre stende le ali del­la sua paterna protezione sull'umanità intera, fonden­dola in un solo blocco col calore del suo amore.

Testimoni di quest'amore non sono soltanto coloro che sono stati istituiti pastori di anime, ma anche gli innumerevoli operai dell'opera educatrice di cui, co­me abbiamo notato, è investita la Chiesa e che ri­sponde così bene ad un compito materno. A questa missione consacrano la loro vita un gran numero di uomini e di donne, tutti coloro, cioè, che si dedicano alla formazione cristiana della gioventù. Il primo ti­tolo di nobiltà di questa vocazione consiste nella sua somiglianza con la paternità di Dio. Quegli uomini e quelle donne, infatti, vanno considerati innanzi tut­to come un dono del Padre all'umanità, un dono pro­fondamente paterno. Questa attività fa loro assume­re una paternità o una maternità di ordine morale e spirituale. In essi e per essi il Padre celeste modella lo spirito, il cuore e il carattere dei suoi figli, aprendoli a una vita divina più generosa e più aperta, ve li sta­bilisce solidamente infondendo loro i principi di una condotta morale rispondente alla loro qualità di figli di Dio. Grandezza degli educatori e delle educatrici, ai quali il Padre ha affidato le sue responsabilità pa­terne e ai quali desidera prestare il suo volto di Pa­dre, volto di una bontà coraggiosa, attiva e instan­cabile!

E ancora la stessa paternità che risplende in tutti coloro che nella Chiesa dedicano la loro attività al sollievo delle umane miserie, portando il suo messag­gio di carità evangelica tra i poveri, tra i malati, tra tutti quelli che soffrono o che hanno bisogno di aiuto. Nella svariata molteplicità delle opere con le quali si organizza quest'aiuto al prossimo, nella generosità di quelle esistenze umane le cui forze sono tutte con­sacrate a sollevare la miseria altrui, dobbiamo rico­noscere il Padre dei cieli sempre chino sugli uomini a prodigare loro il suo amore misericordioso. Quando un malato è preso d'ammirazione per la religiosa che lo cura con devozione materna, è il cuore del Padre che egli incontra in lei, e la stessa verità si ri­vela al lebbroso, che chiama « mano di Dio » la ma­no della suora missionaria che medica le sue piaghe.

Quanti uomini ribelli alla religione sono stati con­vinti dell'esistenza di Dio dalla dedizione sino al sa­crificio di una suora! E la loro intuizione è giusta, perché è veramente Dio che si scopre in quella me­ravigliosa generosità, anzi ciò che di più profondo vi è in Dio: un cuore paterno. E con esso scoprono an­che la Chiesa sotto il suo vero volto: il volto di una madre piena di bontà.

 

Il dono dell'eucaristia

Tra i doni che accompagnano quello della Chiesa dobbiamo dare un posto a parte alla eucaristia. Essa e considerata il più sublime dei sacramenti; perciò possiamo affermare sin d'ora che in essa deve trovarsi il segno di una eminente -bontà paterna.

Questa bontà si rivela in modo particolare nel sa­crificio della messa. Abbiamo già visto, considerando il dramma del peccato e della redenzione, che l'amo­re del Padre si è manifestato nel modo più completo e commovente quando ha sacrificato per noi, che lo avevamo offeso, il Figlio suo. « In ciò consiste l'amore, scrive san Giovanni; non che noi abbiamo amato Dio, ma che egli ci abbia amati e abbia mandato il Figlio suo in espiazione dei nostri peccati ». Ora, questo grado somaro a cui il suo amore paterno era giunto, il Padre ha voluto che fosse mantenuto; perciò ha deciso che il sacrificio del Figlio suo per la salvezza degli uomini si rinnovasse sacramentalmente sulla ter­ra. Ad ogni messa, al momento della consacrazione, egli offre di nuovo il Figlio nello stato di vittima co­me sul Calvario, allo scopo di poterci dare in modo più sostanziale tutti i beni della redenzione. Nella messa si afferma la sua intenzione di restare per noi perpetuamente colui che diede prova della massima generosità. L'evento del Calvario, in cui ci ha rivelato la profondità del suo cuore paterno, è stato superato come tanti altri dalla corrente del tempo e della sto­ria; ma il Padre lo riporta in certo modo a galla, in quel fiume ove ogni cosa passa, affinché possa co­stantemente emergere, al disopra degli avvenimenti terreni, il dono essenziale del suo amore. Ed è la mes­sa che lo riproduce in maniera misteriosa.

Dobbiamo dunque considerare nella messa non sol­tanto l'offerta di Cristo al Padre, ma anche il dono del Figlio elargito dal Padre, precisamente come dob­biamo riconoscere tutti e due gli aspetti nel dramma della redenzione. Se si potesse rappresentare l'invi­sibile, vedremmo il Padre chino sull'altare dove il sacerdote celebra il sacrificio; e, alle parole della con­sacrazione: « Questo è il mio corpo » e « Questo è il calice del sangue mio » lo vedremmo offrire il suo cuore paterno mentre Cristo offre se stesso nel pro­prio corpo e nel proprio sangue. Quando Cristo vie­ne da noi è sempre mandato dal Padre, donato da lui;

perciò l'azione di grazie deve salire verso il Padre come verso Cristo: a questo per aver ripetuto la sua offerta, a quello per aver rinnovato il suo dono più grande.

È questa la testimonianza più probante del carat­tere definitivo che il Padre attribuisce al suo dono. Una volta aperto il suo cuore paterno, egli non lo ri­chiude più, affinché noi possiamo attingere sempre più profondamente nell'abisso del suo amore e pren­dere con avidità sempre maggiore quello che egli ci dona. Così in ogni messa celebrata sulla terra egli elargisce la sua generosità e diviene completamente nostro facendo nostro ancora una volta il Figlio suo.

Se l'eucaristia, sotto il suo aspetto di sacrificio, im­plica il dono primordiale del Padre, essa manifesta ugualmente questo dono nella comunione e nella pre­senza reale di Cristo nel tabernacolo. Infatti nella co­munione, sotto il suo aspetto di cibo distribuito ai fedeli, essa é la testimonianza della sollecitudine del Padre a fornire il nutrimento dell'anima ai suoi figli, proprio come spetta al padre di famiglia il dovere di nutrire i suoi cari, di procurare il pane alle sue crea­ture. Quando ci ha insegnato a pregare il Padre, Cri­sto ha usato le parole: « Dacci oggi il nostro pane quotidiano », e quando ha annunciato l'istituzione dell'eucaristia, dopo aver compiuto il gesto paterno di saziare di pane le folle che lo ascoltavano, ha di­chiarato che il pane eucaristico sarebbe venuto dal Padre celeste, direttamente da lui, mentre la manna del deserto era stata data tramite Mosè. Agli ebrei, invocanti un prodigio paragonabile a quella manna, Cristo risponde che un prodigio superiore sarà com­piuto dal Padre, perché questi concederà agli uomini il vero pane celeste, quello che alimenta la vita spirituale: « In verità, in verità vi dico: Mosè non die­de a voi il pane del cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane del cielo; perché pane di Dio è quello che discende dal cielo e dà al mondo la vita ». Col pane eucaristico, infatti, Cristo promette di comunicare la vita del Padre: « Come mandò me quel Padre, che vive; ed io per il Padre vivo, così chi mangerà me vivrà anch'egli per me ».

Il Padre è dunque colui che dà il nutrimento, o meglio colui che nutre l'anima con la propria vita trasmessa attraverso il Figlio. Colui che primamente distribuisce la comunione è dunque il Padre; da lui, chino su ogni fedele, discende il pane celeste, l'ostia che si posa sulla lingua di ogni comunicando. In quel momento, dalla profondità del suo essere, il Padre ci elargisce là sua vita divina; e in questo dono il fe­dele attinge la forza necessaria per non cadere lungo il cammino e per condurre una vita degna della sua qualità di figlio.

Dono paterno anche la presenza di Cristo nei no­stri tabernacoli. Se egli e venuto tra noi una prima volta in virtù della volontà del Padre, per questa stessa volontà egli é tra noi sotto le apparenze dell'ostia. Il Padre ha voluto che il Figlio incarnato rimanesse per sempre tra noi e che la sua presenza che aveva rallegrato i primi discepoli continuasse ad ispirare e a proteggere la nostra vita.

Con ciò il Padre porta a compimento e realizza ap­pieno quanto aveva iniziato nell'Antico Testamento concedendo agli ebrei, in pegno della sua alleanza, la presenza divina. Quella presenza perpetua nel tem­pio di Gerusalemme era considerata dal popolo eletto come la realtà centrale del culto, il privilegio più stra­ordinario che gli potesse essere concesso: la presen­za concreta, in quell'angolo della terra, di un Dio così sublime e potente. Ma il Padre ha voluto far succe­dere a quella presenza particolare di cui godeva il tempio, una presenza divina più sostanziale: quella corporea del Verbo incarnato che si moltiplica in luo­ghi innumerevoli. Al centro di ogni chiesa regna que­sta presenza eucaristica, in modo che chi vi entra si trova sempre accolto da qualcuno. La più modesta cappella in cui viene conservato il santissimo Sacra­mento racchiude una presenza divina incomparabil­mente superiore a quella contenuta nell'unico tempio di Gerusalemme. Il Padre vi ha perpetuato il dono del Figlio suo; e il tabernacolo può veramente es­sere considerato il simbolo dell'accoglienza paterna di Dio.

 

Il perdono ai peccatori

Nel perdono concesso ai peccatori si rivela: la ge­nerosità senza limiti del cuore del Padre. Consideran­do la sua reazione al peccato di Adamo ed Eva, ab­biamo già constatato ciò che essa aveva di sublime '­e di incomprensibile: a coloro che hanno voluto qua­si misurarsi con lui, disprezzando i suoi ordini e aspi­rando a diventare simili a lui, il Padre non esita a pro­mettere una dignità più alta, dando loro il Figlio suo per stabilirli in lui come suoi figli. Il Padre ama mag­..giormente quelli che lo hanno ferito col loro peccato e dona loro in più gran copia; e tanta magnanimità, manifestata là dove non ci si attenderebbe che puni­zione e rivalsa, testimonia di una bontà che supera tutte le norme della bontà umana, una benevolenza dalle profondità insondabili. Perché Dio ha amato con affetto paterno più intenso coloro che si erano drizzati contro di lui? Non bisogna cercare giustifi­cazioni, ma adorare il mistero.

E questo medesimo mistero, così confortante, si ripresenta nelle relazioni del Padre con ogni pecca­tore in particolare. Di fronte alle colpe individuali si ripete il dramma di redenzione avvenuto in risposta al peccato di Adamo. Incrollabilmente fedele nel suo amore e deciso a mai revocare il dono del suo cuore, il Padre adotta nei riguardi di ogni uomo l'atteggia­mento adottato verso l'umanità intera al momento in cui decise di salvarla dal peccato. È dunque ancora una volta un più grande amore quello che il Padre celeste testimonia ad ogni peccatore. Lungi dal ri­spondere alle offese attuali degli uomini con la ven­detta, egli non domanda che di aprire più largamente il suo cuore per accogliervi i peccatori pentiti.

Questo atteggiamento del Padre è descritto in una delle parabole più belle del Vangelo: quella del fi­gliol prodigo. Con parole semplici, ma estremamen­te suggestive, Gesù vi esprime la verità più misteriosa e commovente: l'amore paterno offerto con tanto ca­lore al peccatore pentito.

L'inizio della parabola pone in rilievo il significato esatto del peccato, peccato che, non ci viene descritto come la ribellione di un servo contro il padrone, ma come l'oltraggio di un figlio che vuol lasciare il padre per sottrarsi alla sua tutela. È un'indicazione pre­ziosa questa che Gesù ci offre: il peccato deve sem­pre essere considerato come una colpa commessa nel­l'ambito delle relazioni di un figlio col padre. In ciò consiste la sua gravità, il suo carattere tragico; per­ché un'offesa fatta a un padre è più grave di un ol­traggio rivolto a un padrone. Solo nel contesto di un amore filiale che viene tradito appare chiaro il vero senso del peccato.

La domanda del figlio minore esprime chiaramen­te questo rinnegamento dell'amor filiale: « Padre, dammi la parte dei beni che mi spetta ». È come se gli dicesse: « Ciò che 'mi interessa non è il tuo affetto paterno né la tua compagnia, ma sono i tuoi beni. Dammi la mia parte, e me ne vado ». Tale è precisamente l'intenzione che il peccato presuppone il diritto conclamato di diventare padrone assoluto dei beni che Dio dispensa, di possederli c di utilizzarli a modo proprio, in piena indipendenza. Il peccato viene sempre commesso per mezzo di certi beni che il Padre ci ha elargito e di cui il peccatore si impa­dronisce per usarli non conformemente alla volontà del Padre e nella sua casa, ma secondo il proprio ca­priccio e lontano dalla casa paterna. Egli rivolge tosi contro il Creatore, contro il Padre, ciò che ha rice­vuto da lui: i beni di questo mondo, di cui fa cattivo uso con la sua avidità; il suo corpo, di cui abusa con la sensualità; la sua anima, che sottrae col suo egoi­smo o col suo orgoglio. Il peccato comporta dunque la triste ingratitudine di opporsi al proprio benefatto­re per mezzo dei benefici da lui avuti.

Alla domanda del figlio minore il padre non dà risposta. Egli tace, ma questo silenzio non esclude che egli abbia risentito in modo pungente l'ingiuria fatta al suo amore. Nessun padre, infatti, potrebbe ascoltare senza fremere il proprio figlio chiedergli una parte della sua fortuna per staccarsi definitivamente dal suo affetto. Ma il padre della parabola evangelica vuol essere generoso, e nasconde la sua pena nel se­greto del cuore.

Il padre, dice Gesù nella parabola, procedette alla divisione richiesta dal figlio minore. Dovremmo stu­pirci di una generosità che permette a un giovane sventato di dilapidare tutto il suo patrimonio. Essendo sollecito del bene reale del figlio, il padre a­vrebbe avuto il dovere di rifiutare, proteggendolo contro se stesso e risparmiandogli tutte le mortifica­zioni di un'avventura, il cui insuccesso era prevedi­bile. La condotta del padre si giustifica, invece, con l'intenzione di non forzare la libertà del figlio. Ciò che egli desidera é il suo affetto, e l'affetto non si attiene con la forza. Egli vuole presso di sé un figlio, non uno schiavo; e se attualmente il figlio non vuol più dargli liberamente il suo amore, egli si rifiuta di estorcerlo con la forza e preferisce lasciargli la sua libertà, nella speranza che questa un giorno lo ricon­durrà a lui.

Tale è pure la condotta del Padre celeste, che non rifiuta agli uomini i beni della terra, quando essi vo­gliono abusarne, e che non li costringe a rimanere presso di sé, nella sua amicizia, quando vogliono se­pararsene. Egli riconosce agli uomini la libertà, e la rispetta profondamente, perché desidera da parte lo­ro un affetto che non sia comandato. Lasciando loro la possibilità di optare tra l'amicizia e la separazione, egli spera che, pur scegliendo, al momento, di andar­sene, alla fine ritorneranno e gli tributeranno un amo­re spontaneo. Questo rispetto della libertà umana non é che una testimonianza di più del vero amore del Padre, il quale, per il nostro bene, si espone volentie­ri al rischio di essere abbandonato, disprezzato nel suo amore, e di vedere i suoi figli preferire a lui i miseri piaceri della terra.

Il figlio minore non esita un istante ad approfittare della libertà e della fortuna che gli sono state con­cesse. Se ne va con la borsa piena, ripromettendosi ogni sorta di piaceri. Ma la realtà gli infligge ben pre­sto una crudele delusione. Egli e condannato a fare proprio quel mestiere che tra gli ebrei era giudicato il più abbietto: il guardiano di porci; e cade in un tale abisso di miseria da desiderar di condividere il pasto di quegli animali. Ciò dimostra che il peccato non mantiene le sue allettanti promesse; invece di sod­disfare i desideri che ha acceso, ne inganna l'ap­petito, accentuandolo, spoglia dei suoi beni colui che si è lasciato sedurre, lo trascina in una profonda miseria, genera vergogna e disgusto. Chi aveva cre­duto di godere l'ebrezza della libertà, cade invece in una degradante schiavitù.

Il figliol prodigo, che ne ha fatto l'amara esperien­za, confronta la sua situazione con quella di cui godono i servi di suo padre, e incomincia a capire quali fossero la felicità, la libertà e l'abbondanza di cui egli godeva nella casa paterna e che non aveva saputo apprezzare nel loro giusto valore. « Quanti sono i servi al soldo di mio padre che hanno pane in abbondanza, mentre io, qui, muoio di fame! ». Vi è in questa constatazione l'elogio del benessere spi­rituale che il Padre prodiga a chi resta vicino a lui, vivendo nella sua amicizia. Solo i santi possono testimoniare di tale abbondanza di grazie e di favori che mantiene l'anima in una disposizione di pace e di gioia piena; dei cristiani dalla vita apparentemente comune possono far fede che tale abbondanza è autentica e che in nessun luogo si sta meglio che nel­l'amicizia del Padre celeste. Una volta perduta, il pec­catore ne valuta appieno il prezzo.

Qui ha inizio un dramma interiore che è il dramma di tanti uomini in questo mondo: il dramma di colo­ro ai quali l'esperienza ha dimostrato che il peccato e triste, arido, degradante, e che solo una vita di buo­na intesa col Padre celeste può soddisfare e colmare un cuore umano. Ma bisogna avere il coraggio di ritornare, bisogna compiere quell'ultimo sforzo, di cui si esagera spesso la difficoltà. Il figlio di cui ci parla la parabola si decide a questo passo. Avendo tutto perduto, egli capisce che non gli rimane che la sua mortificazione da offrire; ed è questa che egli si pro­pone di presentare al padre, domandandogli di poter ritornare nella sua casa in veste di servitore: « Io non son più degno d'esser chiamato figlio tuo: trat­tami come l'ultimo dei tuoi servi ».

Avviandosi verso casa, doveva provare un senso di apprensione: quale accoglienza vi avrebbe rice­vuto. Se avessimo dovuto terminare noi il racconto iniziato da Cristo, forse gli avremmo dato una con­clusione diversa: avremmo rappresentato Dio in ve­ste di giudice, che concede i suoi lumi divini al col­pevole affinché riconosca i suoi peccati, e che pro­nuncia la condanna. E, attenendoci a quella che sa­rebbe stata la reazione di un padre umano al ritorno del figlio traviato, avremmo equilibrato la bontà con una saggia prudenza. Il padre, infatti, avrebbe potu­to ricevere il figliol prodigo con benevolenza, facendogli tuttavia comprendere il dolore che aveva causa­to con la sua condotta; e, affinché la lezione non an­dasse perduta e il giovane non fosse tentato di rico­minciare, avrebbe potuto differire il perdono defini­tivo, tenendo per qualche tempo il figlio in casa, al suo servizio, prima di restituirgli tutti l suoi privilegi di figlio. Il giovane avrebbe così dovuto provare la sincerità del suo pentimento e della sua risoluzione di mutar vita, meritandosi il perdono con la dimo­strazione di una condotta buona e onesta.

Ma la conclusionè che Gesù ci prēsenta supera tut­to ciò che avremmo potuto immaginare. Invece di attendere che il figlio giunga a lui per implorare per­dono, il padre gli corre incontro, impietosito del suo stato di miseria. Il giovane inizia la frase preparata in anticipo per questo difficile istante, ma egli lo in­terrompe, e non per fargli dei rimproveri, bensì per­ché la conversazione non insista su un passato di cui il figlio prova vergogna; e quando questi si dice inde­gno del nome di figlio, egli ordina che gli si portino gli abiti migliori, l'anello e le calzature che distin­guono i padroni di casa, e fa sparire immediatamente i cenci e le altre tracce della ,sua miseria, restituendo­gli così i privilegi e la dignità di figlio. Ma non basta: egli organizza un banchetto, e un banchetto solenne, per il quale ordina di immolare non un capretto o un agnello come per i banchetti comuni, ma il vi­tello grasso. Il padre è raggiante di una gioia che vorrebbe comunicare a tutti; non ha che un'idea: « Il figlio mio che credevo morto è ritornato alla vita; era perduto e si é ritrovato ». Che altro possiamo tro­vare nella descrizione di questa meravigliosa acco­glienza se non la bontà, tutta la bontà di un cuore paterno? Noi avremmo posto a quella generosità mol­te restrizioni, molti limiti di giustizia e di prudenza Gesù ci mostra, invece, che il padre supera ogni nostra meschina considerazione e offre tutto il suo amore al figlio prodigo che ritorna.

Ora, quest'accoglienza di pura bontà paterna si ri­pete di continuo nelle relazioni di Dio con gli uo­mini. Ogni volta che un peccatore si pente delle sue colpe e che il Padre, il quale attendeva con impazien­za quell'istante, accorre a lui, si ripete la parabola del figliol prodigo. Dio non vuol assolutamente for­zare la porta di un cuore; ma se quel cuore si apre liberamente a lui con buone disposizioni, egli si affret­ta ad entrarvi, spinto dal suo immenso affetto, senza alcun indugio cancella la disperazione e l'onta del peccato, reintegra colui che si é perduto in tutti i suoi privilegi di figlio e lo fa godere dell'amicizia di­vina più completa. Non impone un tempo di prova in cui debba essere fornita la dimostrazione della buona condotta e della fedeltà alle risoluzioni prese; ma concede intero il suo perdono non appena il peccatore manifesta la sua volontà di rinunciare al peccato e di mutar vita.

Il perdono é definitivo; come c'insegna la parabola, il Padre celeste non ha alcun desiderio di ritornare sui fatti del passato, di gravarvi la mano o di richia­marne il ricordo per far rivivere l'onta che li accompagna. Egli è il primo a voler cancellare per sem­pre il ricordo delle colpe che ha perdonato. È un er­rore, quindi, raffigurarci il Padre celeste che tiene in serbo tutti i peccati che abbiamo commesso du­rante la nostra vita, per ripresentarceli nella loro brut­tura quando compariremo dinanzi a lui nell'ora della morte. Se così fosse, il suo perdono non sarebbe com­pleto. Egli ha voluto esattamente sopprimere tutta la miseria e tutto il disonore dei nostri peccati; non sa­rà, quindi, lui a richiamarli in vita. E se un ricordo dovesse sussistere, esso non può essere che un'azione di grazie per la riconciliazione ottenuta; non dunque un ricordo di vergogna e di disgusto, ma di gioia e di liberazione.

Restituendo innocenza e purezza autentiche a un'a­nima che si era insozzata, il Padre rende al figlio sul­l'istante tutto il suo affetto paterno e si propone di agire in avvenire come se nulla fosse avvenuto. Lungi dal conservare per lui del rancore, egli è tutto preso dalla gioia paterna di aver rivisto vivo colui che cre­deva morto. Ed è un gaudio grande, come dimostra il banchetto del vitello grasso e come Gesù afferma « Io vi dico che ci sarà più gioia in cielo per un pec­catore che si pente, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di penitenza ». La gioia che ma­nifesta il padre del figliol prodigo, come quella del pastore che ritrova la pecorella smarrita, ha qualcosa di meraviglioso, più ancora della restituzione della innocenza al colpevole di ieri. L'avventura che avreb­be dovuto avere conseguenze amare e irreparabili termina in generale letizia, per il Padre e per tutto il cielo, letizia che si comunica al figlio perdonato. Ed é per il peccatore pentito un privilegio stupendo quel­lo di poter procurare al Padre celeste un gaudio tosi intenso. Più la sua offesa era stata grave, più pro­fonda è la gioia che accompagna il suo ritorno. Il penitente, una volta ricevuta l'assoluzione del sacer­dote, sa che non ha da temere il volto severo di Dio; sa che sarà accolto in gaudio da un amore paterno. Egli lo sente, del resto, anche in se stesso; e la gioia che prova non è che il riflesso nella sua anima del gaudio di tutto il cielo e del cuore del Padre.

 

L'esaudimento delle preghiere

Una delle funzioni più specificamente paterne è quella di venire incontro alle richieste di chi ha bi­sogno. Cristo ci ha raccomandato di rivolgerci al Pa­dre nelle nostre necessità con l'assicurazione che ver­remo esauditi; e ha insistito sul fatto che l'esaudire è proprio di un cuore paterno: « Chiedete e vi sarà da­to; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto. Per­ché chiunque chiede riceve; chi cerca trova; e a chi bussa verrà aperto. Chi tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? E se chiede un pesce, una serpe? Se dunque voi, pur essendo cattivi, sapete dare questi doni ai vostri figli, tanto più il Padre vostro, che è nei cieli, a chi glieli domanderà.

Con queste parole Cristo risponde a un timore di cui soffrono spesso gli uomini nei loro rapporti con Dio. Infatti essi sono pronti a dubitare dell'efficacia delle loro preghiere ed esitano a far domande per­ché ne temono l'inutilità; inoltre provano quasi un senso di diffidenza nei riguardi di Dio, come se l'au­dacia con la quale si rivolgono a lui rischiasse di es­sere punita con l'avverarsi dell'evento contrario a quello che é stato domandato, col male esattamente opposto al bene che essi desiderano. Se dovessimo analizzare il sottofondo segreto di tale diffidenza, vi troveremmo un residuo della vecchia convinzione che Dio é geloso della sua potenza e non permette agli uomini di ingerirsi nel suo governo con delle richieste; che é geloso della felicità degli uomini, di quella che hanno o vorrebbero avere, e che di conseguenza, per umiliarli, é pronto ad ostacolare le loro aspirazioni.

È naturale che Cristo reagisca vivacemente contro questa diffidenza umana, così ingiuriosa per la bontà del Padre. Egli ci fa osservare che noi attribuiamo al Padre celeste sentimenti che non troveremmo in alcun padre umano, per malvagio ch'egli fosse; e sog­giunge, prendendo esempio dalla bontà di un padre umano, che la generosità del Padre celeste é incom­parabilmente superiore. Le parole « pur essendo cat­tivi » non devono far pensare che Cristo abbia una idea meschina dell'uomo o della paternità umana. Scrive san Giovanni Grisostomo a proposito di que­sta espressione: « Egli non lo diceva con l'intenzione di diffamare la natura umana, di dichiarare cattivo il genere umano; ma é a paragone della propria bontà che diceva cattiva perfino la tenerezza paterna, tanto é grande l'eccesso del suo amore per gli uomi­ni! ». Infatti Cristo non intendeva dare un giudizio della bontà paterna umana, ma unicamente dell'amo­re del Padre celeste, del quale ha voluto sottolineare l'infinita superiorità. E, più esattamente, egli non dice « cattiva » la bontà di un padre umano, sia pure rela­tivamente alla bontà divina, ma dice: « pur essendo cattivi », prendendo il termine di paragone più sfa­vorevole, cioè quello di un uomo cattivo. Se, dunque, nemmeno un uomo cattivo darebbe al figlio una pie­tra in luogo del pane, quale non sarà la bontà di Co­lui che non può avere in sé né male né cattiveria, a quale altezza non giungerà la bontà di un Padre che é tutto amore!

Se la generosità del Padre celeste supera di gran lunga ogni bontà umana, preme osservare che essa non risulta semplicemente da un sentimento di bene­volenza e d'indulgenza paterne, ma che ha le sue radici nella disposizione fondamentale adottata dal Padre nel dramma della redenzione. Un padre uma­no può soddisfare la domanda del figlio con un gesto istintivo di bontà; ma la risposta del Padre celeste alle nostre preghiere proviene sempre dalla decisione irrevocabile che egli ha preso nei confronti degli uo­mini peccatori procurando loro la salvezza. Ogni atto di liberalità divina ha origine in quell'atto primor­diale di liberalità che ci ha meritato il Salvatore.

Dobbiamo sempre ritornare alle parole di san Paolo « Egli, che non ha risparmiato il suo unico Figlio e lo ha dato in sacrificio per tutti noi, come non ci darà con lui tutto il resto? » Dal dono di Cristo derivano infallibilmente tutti gli altri favori. Perciò Gesù dichiara ai suoi discepoli che tutto ciò che essi chiederanno in nome suo al Padre sarà loro dato, e sarà loro dato in suo nome: « In verità, in verità, vi dico: tutto ciò che domanderete a mio Padre egli ve lo darà in nome mio » . Nelle preghiere che gli ven­gono rivolte il Padre ode la voce del suo unico Figlio, per lui irresistibile; e quando concede la grazia do­mandata egli rinnova in certo modo il dono del Fi­glio, perché la sua generosità di ogni istante non è diversa da quella per la quale ci è stato dato Cristo.

Noi abbiamo dunque parte nel potere che Gesù esercita sul cuore del Padre. Tale verità ci appare così eccessiva che non osiamo quasi ammetterla. È diffi­cile per la nostra mente cogliere la sovrabbondanza divina dell'amore del Padre, credere che l'Onnipoten­te si sottometta realmente a un nostro desiderio, che ci lasci intervenire efficacemente nel governo degli av­venimenti terreni, governo che appartiene a lui sol­tanto. Eppure il Padre del cielo non esita a darci questo potere che a noi sembra esorbitante, e soprat­tutto non tollera che noi abbiamo dubbi sul dono che ci è stato fatto. Essendo onnipotente, è libero di sod­disfare i nostri minimi desideri e di lasciarci intervenire nella sua azione sul nostro mondo; e poiché ci ama, ci ha conferito un potere autentico sul suo cuo­re paterno, risolvendo di non resistere alle nostre ri­chieste, desiderando anzi che usiamo abbondante­mente del potere meraviglioso che ci è stato concesso in modo definitivo.

È da notare che la sollecitudine del Padre nell'esau­dire le nostre preghiere deriva dalla sua volontà di darci ciò che domandiamo. Prima ancora che la no­stra domanda sia formulata, egli ha pensato ai nostri bisogni, alle nostre preoccupazioni, ai nostri desideri, e aspira a soddisfarli con una brama più intensa di quella che poniamo noi nel chiedere. Se attende le nostre richieste, è solo in obbedienza al principio ge­nerale che egli ha adottato nelle sue relazioni con noi quello del rispetto della nostra libertà. Egli non vuol costringere gli uomini a ricevere i suoi doni; preferi­sce chiedere la nostra libera collaborazione, in modo che quei doni siano bene accolti e bene usati, in mo­do anche che si stabiliscano tra noi e il Padre dei rap­porti di confidenza filiale. Sta a noi esprimerci sponta­neamente, esporre al Padre celeste l'oggetto dei nostri desideri e delle nostre richieste. Sta a noi partecipare umilmente, ma con dignità di figli, al governo della nostra vita e del mondo, secondo l'invito del Padre.

Quando una delle nostre domande giunge al Padre, essa trova dunque in lui un desiderio ardente di esau­dirci. Il Padre è sempre nostro alleato, mai un oppo­sitore che bisogna convincere. E sappiamo, perché Gesù lo ha detto, che non dobbiamo temere di importunare il Padre né con l'audacia delle nostre sol­lecitazioni né con l'insistenza ostinata delle nostre pre­ghiere. Gesù ha insistito su questa audacia e su que­sta perseveranza, che, lungi dal dispiacere al Padre celeste, gli sono gradite e provocano un più generoso esaudimento. Basta rileggere la parabola dell'amico importuno per capire come è stato consigliato di im­portunare il Padre, con l'assicurazione che proprio per il nostro importunare saremo esauditi. Il Padre desidera che si bussi con più forza alla porta del suo cuore paterno, affinché quella porta si apra con mag­gior larghezza.

Se dura fatica credere a questo immenso potere che ci è stato accordato sul cuore del Padre, ancor più difficilmente crediamo che tutte le nostre doman­de possano essere esaudite. La nostra esperienza, ba­sata su fatti provati e constatati, ci dice che talune do­mande ricevono soddisfazione, mentre altre non con­seguono i risultati attesi. Accade così che troviamo sul nostro cammino il contrario di ciò che avevamo domandato. Non è dunque temerario affermare che ogni domanda viene esaudita?

E tuttavia è questa la verità energicamente affer­mata da Gesù: « Chiedete e vi sarà dato...; perché chi chiede riceve ». Nessuna eccezione, nessun li­mite è previsto. La fede ci comanda dunque di cre­dere che nessuna delle nostre domande resterà senza effetto; ma è possibile che questo effetto, che e certo in tutti i casi, non sia afferrabile dall'esperienza e non sia nemmeno il bene che la nostra preghiera invoca. Cristo ci assicura che il Padre celeste non manca mai di dare buone cose a coloro che gliele domandano; il che significa che egli dà soltanto delle cose buone. Ma noi siamo indotti a chiedere, per la debolezza e l'inesperienza del nostro umano inten­dimento, cose che non sono né buone né utili, per noi o per gli altri, o anche cose pericolose o cattive. Come un padre umano non soddisferebbe la richie­sta di un figlio quando ne prevedesse un effetto no­civo, così il Padre celeste non è disposto a farci dan­no esaudendo voti avventati. Egli ci protegge con­tro noi stessi; ed è questo ancor un segno della sua bontà. Quando non riceviamo precisamente quello che abbiamo chiesto, dobbiamo credere che vi è in ciò una manifestazione dell'amore del Padre, il qua­le ci ha esauditi in altra maniera, concedendoci un bene migliore. Egli conosce bene le nostre aspira­zioni e sa soddisfarle in ciò che hanno di più pro­fondo, anche quando sono formulate imperfettamen­te. Quando la sua bontà paterna gli vieta di pren­dere alla lettera una delle nostre domande, il Padre risponde tenendo conto dell'intenzione profonda che vi è espressa e ci esaudisce in questa direzione. Per­ciò, mai una « buona cosa » ci è rifiutata; nessun li­mite, in questo campo, all'esaudimento delle nostre preghiere.

Significativa è anche la ragione ché Cristo dà di tale esaudimento, lo scopo finale che il Padre per­segue. « Domandate e riceverete, affinché la vostra

gioia sia piena ». E diceva ciò nel momento in cui, con le sue sofferenze, stava per meritare per i suoi discepoli il gaudio definitivo. Questo gaudio il Padre lo vuol perfezionare e rendere completo accettando le richieste dei suoi figli. La sua felicità paterna consiste nell'elargire loro la gioia più piena.

 

La Provvidenza

Noi designamo specificamente col nome di Prov­videnza la sollecitudine con la quale Dio governa il mondo e insieme ciascuno di noi. L'atto con il quale è stato creato l'universo continua, in quanto Dio continua a mantenere il mondo nell'esistenza; e si completa con un'azione esercitata in favore dello sviluppo e dell'evoluzione di tutte le creature. Nel­la Provvidenza bisogna riconoscere anzi tutto un vol­to paterno, il Padre chino sui suoi figli. La Provvi­denza, infatti, non è un'amministrazione che s'inte­ressi più alle cose che alle persone, né un governo che consideri i sudditi in modo confuso e generico, senza curarsi concretamente di ciascun individuo. Essa è essenzialmente la vigilanza di un Padre che s'interessa a ciascuno come a tutti e che riesce a te­ner conto, nel governo di tutto l'insieme, della situa­zione di ciascun individuo in particolare. Inoltre la Provvidenza non dev'essere concepita come un pro­lungamento e un complemento dell'opera creatrice, ma più ancora come un completamento dell'opera di redenzione. Il Padre che ha offerto la salvezza a tutta l'umanità, sacrificando per essa il Figlio, usa tutti i mezzi per mettere gli uomini in condizione di approfittare individualmente di quella salvezza e di ricevere la vita divina che fu loro meritata a prez­zo di un così gran sacrificio. Nella sua provvidenza il Padre persegue dunque uno scopo ben determi­nato: fare di ogni uomo il proprio figlio, infonden­dogli con la grazia la vita di Cristo e avviandolo a vivere in sempre maggior pienezza questa vita divi­na, così da potergli concedere una felicità eterna più completa.

Compito assai difficile, per il fatto che il Padre rispetta la libertà umana e che nella realizzazione del suo piano grandioso deve ad ogni istante far fronte a delle opposizioni, alle ribellioni del peccato, a tutti i capricci di volontà troppo spesso instabili. Il com­pimento dei suoi progetti divini é per così dire co­stantemente messo in pericolo dall'atteggiamento in­dipendente di molti uomini, che rifiutano di confor­marvisi e preferiscono i loro interessi e vantaggi ai doni che loro offre il Padre. Anche coloro che han­no la buona volontà di collaborare col Padre sanno per esperienza di essere soggetti a molte debolezze e di deludere di frequente le speranze che il Padre aveva riposto in loro. Eppure, nonostante tante con­traddizioni e deviazioni provocate dalla malizia e dalla fragilità umane, il Padre continua nell'attua­zione del suo disegno. Noi non possiamo capire co­me il suo rispetto scrupoloso della libertà umana si accordi con .la sovranità con cui egli guida ogni cosa allo scopo prefisso. È un mistero: e tuttavia è un fatto che il Padre riesce a conciliare quello che a noi sembra inconciliabile. Egli non fa violenza ai suoi figli, anche se si rendono colpevoli dei falli più gravi; non li costringe a ritornare a lui nei loro smarri­menti; e tuttavia è lui in definitiva che li conduce, con mano dolce e ferma ad un tempo, è lui che guida la nostra esistenza per la nostra più grande felicità.

Misurandosi con la libertà che ci ha dato e con gli abusi che ne facciamo, il Padre dispone di due punti di vantaggio. Innanzi tutto egli si presenta a noi col suo amore paterno, e su questo conta per attirarci a sé e ottenere che ci conformiamo alla sua volontà. Se si vieta di costringerci o di farci violen­za, egli impiega però un ardore più vivo nel solleci­tare la nostra adesione col fascino del suo amore, e il suo appello benevolo fa risuonare instancabile nel profondo dei nostri cuori. Le attenzioni molteplici della sua Provvidenza attestano la sua bontà verso coloro che lo offendono, lo dimenticano e si disin­teressano di lui; egli è ininterrottamente presente nella vita di coloro che vorrebbero sottrarsi alla sua presa, e si serve di ogni occasione per rinnovare il suo invito, per farsi di volta in volta più persuasivo.

Poi, quando il suo amore ha ottenuto la risposta che egli si attendeva, il Padre usa della sua onni­potenza per rimediare al passato e rimettere a nuovo una esistenza umana. Gli basta un istante per cam­biare il significato di tutta una vita, per renderla, da miserabile che era, bella e ammirevole. La vita del ladrone crocifisso insieme a Cristo era stata un susseguirsi di rapine e forse di delitti; ma l'ultimo istante ha trasformato ogni cosa. Il Padre celeste ha offerto a quest'uomo la testimonianza più com­movente del suo amore divino: Cristo in croce. Se­gretamente il Padre l'aveva attirato verso il Figlio suo, e il ladrone aveva ceduto a quell'attrazione « Gesù, ricordatevi di me quando sarete giunto nel vostro regno ». Questa conversione dell'ultimo istante, che faceva del ladrone un santo autentico, illumina retrospettivamente tutta la sua vita. La Prov­videnza aveva avviato quest'uomo verso una conclu­sione inaspettata, che riparava d'un sol tratto il pas­sato e gli restituiva il suo vero significato. Nell'in­tenzione di Dio, le gravi colpe da lui commesse era­no già, a sua insaputa, dirette verso il momento su­premo del pentimento e del perdono, allo scopo di far maggiormente risplendere questo perdono e di porre in una luce più viva la generosità della mise­ricordia divina.

Se non conoscessimo questa conclusione, potremmo giudicare quella del ladrone una vita mancata. Ora, quante vite umane possono svolgersi in misura ana­loga, apparentemente sepolte nel vizio e insozzate dai peccati più gravi, ma la cui vera conclusione ci é ignota! Se al Padre celeste basta un istante per ri­stabilire la situazione più compromessa e se un impulso di buona volontà gli permette di trasformare un ladrone in un santo, possiamo ben pensare che molte esistenze, in cui la grazia divina pareva urtarsi contro un'opposizione irriducibile e la Provvidenza fallire nei suoi tentativi, siano terminate col trionfo della misericordia paterna.

L'episodio del buon ladrone ci mostra con quanta cura il Padre avesse vegliato sul corso di un'esistenza e l'avesse guidata verso il suo momento decisivo, e testimonia della sua abilità nel fare di una linea spez­zata una linea retta, nel raddrizzare tutte le deviazioni e tutte le curve.

Dobbiamo osservare come questa vigilanza pater­na, che si é manifestata e resa più visibile all'ultimo momento, si fosse di fatto esercitata durante tutto il corso dell'esistenza. Una delle caratteristiche della Provvidenza é data infatti dalla cura meticolosa con cui essa interviene ad ogni istante, usando tutti i mezzi e tutte le circostanze per indirizzare una vita umana al suo fine.

Quando cerchiamo di raffigurarci il regno della po­tenza divina sul nostro universo, noi ammettiamo sen­za difficoltà che Dio governa l'insieme del mondo e che, possedendo un'assoluta sovranità, interviene là dove meglio gli aggrada. Ma di fronte all'affermazio­ne che anche i minimi particolari della nostra esi­stenza sono regolati dal supremo Signore di tutte le cose rimaniamo perplessi. Poiché il Creatore ha im­posto in precedenza leggi alle forze della natura, non può lasciare che quelle leggi producano il loro effetto

in un'armonia di cui egli stesso ha fissato i termini e i limiti? Non si può dire semplicemente che il mon­do e l'umanità evolvono secondo regole inerenti al­la loro natura, e che perciò i particolari della nostra vita quotidiana non presuppongono un intervento particolare di Dio, benché esso possa aver luogo in certe circostanze straordinarie o in eventi di gran­de importanza?

Parlare così significherebbe sottovalutare la Prov­videnza. Se questa fosse unicamente la continuazione o il mantenimento dell'energia creatrice di Dio, po­tremmo limitarla alla funzione di conservare le leggi della natura senza intervenire in modo particolare nei fatti della vita umana. Ma, come abbiamo visto, la Provvidenza consiste nella sollecitudine del Padre ce­leste che vuole farci beneficiare della redenzione. Es­sa si esercita non soltanto nel campo delle leggi na­turali, ma essenzialmente nell'ordine soprannaturale, cioè sul piano della grazia. Ora, in quest'ordine la nostra esistenza deve compenetrarsi della vita divina, la quale comporta delle relazioni filiali con Dio in un'intimità di ogni istante, che tutto avvolge e nulla vuol lasciare fuori della sua presa. Per questo la Prov­videnza si interessa in maniera particolare a tutti gli aspetti della vita umana e all'atmosfera che la cir­conda. Sollecito nel favorire in tutto il progresso spi­rituale degli uomini, il Padre fa sentire dovunque la perfezione del suo amore paterno e, pur lasciando che le leggi della natura seguano in linea generale il loro corso, egli ne accompagna lo svolgimento con costante vigilanza.

Si potrebbe giudicare non degno della grandezza di Dio il fatto di vegliare sui minimi particolari della nostra esistenza, su cose che giudichiamo noi stessi senza importanza. In realtà, agli occhi dell'Essere in­finito quelle cose apparirebbero assai più infime di quanto non appaiano ai nostri occhi se in quell'Essere non avessimo un Padre. Anche i minimi particolari concernenti il figlio rivestono agli occhi di un padre una grande importanza, per il fatto che egli ama suo figlio. Così per il fatto dell'imenso amore che il Pa­dre celeste ci ha votato, nulla vi è nella nostra vita che lo lasci indifferente. È questo che Cristo ha espressamente dichiarato con le parole: « I capelli della vostra testa sono tutti contati ». Che vi è di più trascurabile di un capello? Eppure ogni minimo particolare della nostra esistenza è oggetto di speciale sollecitudine da parte della Provvidenza.

Anche le cose più piccole di una vita umana sono dunque regolate da un affetto paterno al quale nulla sfugge. Non esiste nella nostra esistenza il puro ca­so, cioè eventi dovuti alla semplice concomitanza di cause materiali, e meno ancora la cieca fatalità del­l'azione inesorabile, come se la sovranità divina si servisse della tirannia delle forze naturali per imporsi con una irresistibile pressione: dietro le circostanze più insignificanti e più fortuite della nostra vita si nasconde l'azione di una bontà superiore che ha tutto disposto misteriosamente e minuziosamente: tocco paternamente delicato nel quadro banale della nostra esistenza quotidiana.

Una volta ammesso il principio che la Provvidenza governa la vita umana fin nei dettagli, rimane ancora da rispondere ad un'obiezione, che viene sollevata di frequente contro la bontà divina. Se il Padre celeste dispone ogni evento per il nostro bene, come mai tan­te sventure si abbattono sul mondo? Gli uomini di buona volontà ne sono colpiti quanto gli altri; pecca­tori induriti godono apparentemente in pace i beni di questo mondo, mentre persone di condotta esemplare sono colpite da prove terribili in ciò che hanno di più caro. Si ha a volte l'impressione che la sventura si accanisca contro gli innocenti di una vera e propria persecuzione; certe prove sono così dolorose che ge­nerano scoraggiamento e disperazione e distolgono le anime da Dio invece di ricondurvele. Di fronte a un tale spettacolo si è tentati di dire che il mondo va male, che l'ingiustizia vi si manifesta con troppa in­solenza, mentre gli sforzi di chi vuol fare il bene sono imbrigliati e paralizzati. E ci si chiede perché tante sofferenze affliggano gli uomini, così da farli a volte dubitare dell'amore divino.

Osserviamo innanzi tutto che sarebbe una risposta insufficiente a questo problema cruciale tentare di sottrarre la responsabilità del Padre celeste per ciò che riguarda la sofferenza umana, imputandola uni­camente ai nostri peccati. È vero che il peccato è stato all'origine del dolore mandato agli uomini; ma resta il fatto che è stato ēffettivamente mandato dal Padre. Vi è un'unica cosa che il Padre si rifiuta po­sitivamente di volere e che si limita a permettere per il rispetto che porta alla nostra libertà: il male mo­rale, il peccato. Ma il dolore è un'altra cosa: egli ce lo manda, lo pone nella nostra vita. Perché?

A questa domanda si deve rispondere dimostrando che il dolore proviene veramente da una bontà pa­terna. In certi casi una simile giustificazione è accet­tabile, perché le sofferenze si presentano come un elemento essenziale dell'opera educatrice del Padre. Egli si serve della sofferenza per elevare le anime, per farle uscire dal loro confortevole egoismo e spin­gerle ad una maggiore generosità. Si comprende così che egli ritenga di dover scuotere l'inerzia o l'indu­rimento di taluni, mettendoli in guardia con i suoi avvertimenti contro i pericoli cui sono esposti per la loro cattiva condotta.

Si tratta della funzione educatrice che il Padre ha esplicato nei riguardi del popolo ebreo, cercando di distoglierlo dai suoi smarrimenti e dalle sue infedeltà con prove e con minacce. Egli assumeva il volto del­l'ira per sottolineare la gravità delle offese ricevute, e faceva sentire il vigore della sua collera. Ma nello stesso tempo annunciava il suo proposito finale di mi­sericordia e di perdono: l'ira era passeggera, la mi­sericordia doveva durare per sempre. L'ira era dunque ispirata e comandata dalla bontà, che,voleva ma­nifestarsi in modo tanto più luminoso dopo il biasi­mo per le colpe commesse e in modo tanto più saggio nei confronti di volontà divenute migliori. Tutto l'An­tico Testamento è la storia di questa educazione lenta e difficile data dal Padre a Israele, sua creatura.

Il Padre continua questa opera educatrice nei con­fronti di ogni uomo, di ogni cristiano. Con l'espe­rienza del dolore egli insegna agli uomini che il sen­so della vita non consiste nel massimo godimento dei beni terreni e sconvolge tutte le illusioni di un ego­ismo avido facendolo clamorosamente fallire. Senza l'allarme del dolore, che scuote gli inerti e risveglia coloro che si adagiano in una tranquillità soddisfatta, gli uomini inseguirebbero un ideale di piacere e di quieto vivere, che impedirebbe lo sviluppo della loro vita spirituale e religiosa. Il Padre celeste interviene soprattutto in quelle esistenze che sono sotto il se­gno del peccato, con avvertimenti che possono parere brutali, ma la cui violenza ha il fine di provocare un cambiamento di rotta. I suoi colpi crudeli fanno sen­tire quale punizione potrebbero meritare i peccati commessi, e inducono l'uomo a riflettere, a ricono­scere le proprie colpe, ad offrire un'espiazione attra­verso le prove che Dio gli manda.

Le sofferenze che il Padre ci infligge sono dun­que uno strumento della sua azione paterna. Seppure possano esteriormente apparire indici dell'ira o del­la severità divina, soprattutto nei riguardi di taluni uomini, esse non sono in realtà che gli strumenti d'una ferma bontà, che vuole innanzi tutto il bene dei figli e che desidera con ogni mezzo assicurare loro la vita eterna. Se un dolore passeggero può condurci alla fe­licità definitiva, se una fermezza nella bontà si sosti­tuisce ad una compiacente indulgenza che ci sareb­be nociva, noi dobbiamo essere riconoscenti al Pa­dre, come un figlio divenuto adulto ringrazia il padre dell'educazione ricevuta, anche se a volte gli é sem­brata dura e pesante.

Ma non è tutto: la ragione fondamentale della condotta del Padre sta altrove. Se il dolore dovesse essere un semplice avvertimento a coloro che cammi­nano sulla via del peccato o nelle illusioni dell'egoi­smo e offrir loro una possibilità di conversione e di espiazione, esso sarebbe inviato dalla Provvidenza di­vina in proporzione dei peccati degli uomini. Ma noi sappiamo che in questo mondo i più duramente col­piti dal dolore non sono i peccatori maggiormente colpevoli. Anzi, si ha spesso l'impressione del con­trario; e la Scrittura ci offre l'esempio di Giobbe, mo­dello di onestà e di pietà e tuttavia oppresso dalle sventure più crudeli, quasi che il dolore gli fosse in­flitto proprio in ragione della sua innocenza. Il do­lore non é dunque commisurato alla colpevolezza e non può, di conseguenza, essere considerato una sem­plice risposta divina ai peccati commessi.

Il Padre destina il dolore ai suoi figli per unirli il più strettamente possibile all'opera di redenzione compiuta dal Figlio suo. Il dolore quaggiù non é ne­cessariamente il retaggio del peccatore, é anche il retaggio di Cristo, l'innocente per eccellenza. Se il Padre aveva designato a soffrire colui che era il suo Figlio diletto, condividere questo destino non é in­dice della sua riprovazione, ma del suo amore. Come aveva guidato l'esistenza di Gesù verso il dramma del Calvario, espressione massima della sua offerta e del suo amore, egli guida la nostra vita con la croce per portare al massimo la nostra generosità. E si deve riconoscere che nella vita di molti uomini il dolore é stato l'occasione di un magnifico slancio, a volte di un autentico eroismo, che ha stimolato all'estremo il coraggio e il dono di sé. Se il dolore innalza l'uo­mo, esso dev'essere considerato una grazia, un favore dovuto alla benevolenza del Padre.

Non si ha torto, dunque, a capovolgere la propor­zione che saremmo tentati di stabilire tra il peccato e il dolore. Non sono i più grandi peccatori quelli che devono soffrire di più su questa terra, bensì gli amici di Dio, quelli che il Padre ama e considera in modo particolare figli suoi e nei quali vuole imprimere più profondamente l'immagine del Figlio sofferente sulla croce. Nonostante la sua apparenza di punizione, il dolore é un dono reale che deriva dalla bontà del Pa­dre, un dono attraverso il quale l'amore divino ci vie­ne comunicato in maniera più profonda; perché é nel dolore che si impara ad amare più totalmente. Non difetto di generosità dell'amore divino, quindi, ma sguardo d'amore del Padre sul Figlio crocifisso, at­traverso il quale egli contempla il nostro volto di figli. La sofferenza, inoltre, non ci permette solo di dare una più larga misura d'amore, ma anche di contribui­re alla salvezza e al progresso spirituale degli altri. Essa rende così la nostra vita più feconda e le nostre intenzioni più efficaci, allarga e consolida il nostro campo d'azione nell'ordine invisibile dei meriti. Per mezzo del dolore noi siamo infatti associati all'opera di Cristo per la costruzione dell'umanità nella sua vita spirituale e nella penetrazione sempre più pro­fonda della carità divina. Ogni nostra sofferenza rap­presenta un mezzo prezioso per aiutare il prossimo e collaborare al regno dell'amore in questo mondo.

Voler sopprimere la sofferenza significherebbe, dunque, togliere agli uomini una parte essenziale del­la bellezza e della fecondità della loro vita, un tesoro del loro patrimonio spirituale. Il Padre sa che man­dandoci il dolore si espone a lamenti e a ribellioni; ma sa anche che noi lo accoglieremo e che esso ci nobiliterà. Questa sua fiducia in noi, nonostante la nostra debolezza, riposa sul fatto che insieme col do­lore egli ci dà la grazia sufficiente per sopportarlo e offrirlo; per cui un giorno, quando saremo pervenuti, grazie alle nostre sofferenze, a una felicità celeste più luminosa, noi lo ringrazieremo.

La Provvidenza va al di là delle nostre vedute uma­ne. Quando siamo tentati di immaginarla come una sollecitudine che si limita a soddisfare i nostri bisogni e i nostri desideri, essa ci conduce arditamente verso cime di difficile ascensione, verso un'opera dagli oriz­zonti larghissimi, per la quale impiega i mezzi più radicali. Il suo scopo essenziale è di farci partecipare alla sua azione redentrice; mediante la sofferenza, che può essere atroce, ma mai superiore alla nostra ca­pacità di offerta, alimenta e accresce il nostro amore e ne fa beneficiare tutta l'umanità. Il Padre, che non ha esitato a sacrificare il Figlio suo, non ha timore di associare tutti noi a quel sacrificio. La sua bontà é audace, e questa andacia é un omaggio reso agli uo­mini, giudicati degni di partecipare al dramma eroico del Calvario e, in fine, al gaudio trionfale che la sua generosità paterna farà scaturire infallibilmente dal­la croce.

 

Capitolo quarto

LA RISPOSTA FILIALE

« Abba, Padre! »

Al Padre chino su di noi dobbiamo rispondere con uno slancio filiale. I primi cristiani lo avevano com­preso: lo dimostra il particolare fervore che mette­vano nell'invocazione: « Abba, Padre ». « Abba » era la parola con la quale Gesù si era rivolto al Padre nella preghiera più commovente che mai egli avesse pronunciato, l'angosciata preghiera del Getsemani: « Abba, Padre, tutto è possibile a te » l. In questa parola Gesù esprimeva il suo affetto filiale in ciò che esso aveva di più tenero e di più intimo, perché « Abba » era, presso i giudei, l'appellativo con cui il bambino si rivolgeva al padre. I discepoli di Gesù erano rimasti colpiti e meravigliati nell'udire il Mae­stro usare quell'appellativo, che presupponeva una così grande familiarità col Padre celeste. Poter ri­volgersi a Dio chiamandolo « Padre », non in senso vago e distante e con una deferenza solenne, ma nel significato più reale e con l'abbandono affettuoso di un figlio nei suoi rapporti col padre della terra, ap­pariva loro cosa nuova e mirabile. Volendo imitare Cristo e avendo coscienza di vivere la sua vita, si affrettarono a fare proprio quel vocabolo; e per po­terlo ripetere con le labbra di Gesù, lo conservarono preziosamente nella sua forma aramaica, « Abba », e lo rivolsero a loro volta al Padre celeste di cui erano divenuti i figli.

Tale era l'ardore che mettevano in questa parola, da far dire a san Paolo che essa era un grido, cioè una parola che prorompeva con vivacità tutta parti­colare: « Tutti coloro che sono mossi dallo Spirito di Dio, scriveva egli ai Romani, sono figli di Dio. Infatti voi non avete ricevuto lo spirito di schiavitù per rica­dere ancora nel timore; ma avete ricevuto lo spirito di adozione filiale, per il quale esclamiamo: «Abba, Padre!». Quel grido proveniva dall'intimo dei loro cuori cristiani, poiché era la testimonianza della loro adozione da parte del Padre - e della loro qualità di figli; ed era lanciato dallo Spirito Santo, dimorante in quelle anime per stabilirvi e mantenervi la filiazio­ne divina: « La prova che voi siete dei figli, diceva l'apostolo ai Galati, è che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del Figlio suo per gridarvi: «'Abba Padre!' ». Niente dimostra con maggior evidenza la sublimità di questo grido: esso è opera dello Spi­rito Santo, cioè di Dio stesso, o, più esattamente, del­lo Spirito. del Figlio. È Cristo, in qualità di Figlio del Padre, che fa risuonare di nuovo per mezzo del suo Spirito il nome che egli dava al Padre durante la sua vita terrena. E a questo nome é unito ancora tutto l'entusiasmo che suscitava in Gesù.

I primi cristiani si rendevano conto che usarlo era un privilegio, una audacia; ma sapevano anche che ciò rispondeva a un desiderio formale del loro Mae­stro. Cristo aveva prescritto ai suoi discepoli di in- , cominciare le preghiere con le parole: « Padre no­stro che sei nei cieli ». Mentre taluni moltiplicavano gli appellativi onorifici, nella speranza di guadagnar­si più sicuramente la benevolenza di Dio, Cristo ave­va raccomandato una sola parola, quella che rendeva maggiormente onore al Padre celeste e ne attirava più vivamente il favore, in quanto esprimeva tutto il suo cuore paterno.

« Padre nostro »: è il punto di partenza ed é il fine supremo. In queste due parole sono racchiuse tutte le vedute divine sul mondo, tutto il destino dell'uma­nità e di ciascuno di noi. Esse confermano il disegno primordiale col quale il Padre celeste ha meditato di farci figli suoi, e ogni volta che le pronunciamo noi ricordiamo, in certo modo, quella prima intenzione di pura generosità che é scaturita dal cuore del Pa­dre con forza sovrana, quella energia venuta dall'eter­nità per elevarci alla qualità di figli.

Esse evocano l'atto della creazione col quale il Pa­dre ci ha dato l'essere e la cura minuziosa con la quale ha ordinato ogni cosa nell'universo per il nostro bene, volendo ricolmare di doni coloro che amava come figli. E suggeriscono soprattutto il dramma della redenzione, perché Dio non divenne completamente e ufficialmente nostro Padre se non al momento della risurrezione di Cristo, dopo il sacrificio del Calvario. Dire « Padre » è ricordare al Padre celeste il prezzo che egli ha pagato per il nostro riscatto dalla schia­vitù del peccato, il dono sublime del Figlio in cui il suo amore ha superato se stesso, è chiedergli di con­siderare in noi non la nostra debolezza e i nostri limi­ti umani, ma il volto di Cristo sacrificato per noi. Perciò non soltanto la voce di Cristo echeggia nell'in­vocazione: Abba! Padre! ma anche il suo volto di Redentore traspare nel nostro quando ci rivolgiamo al Padre.

Infine, nell'appellativo « Padre nostro » è conte­nuto tutto il programma dell'avvenire fino allo stadio finale cui deve pervenire l'umanità; perché l'immen­sa impresa della salvezza è ordinata al fine di stabi­lire nel modo più ampio e più profondo la paternità divina sugli uomini. L'opera di santificazione che lo Spirito Santo compie in noi ha lo scopo di farci di­ventare integralmente figli del Padre nel Figlio suo Gesù Cristo; o, il che è lo stesso, di far penetrare sem­pre più profondamente nelle nostre anime il regno della paternità divina. La vera storia della nostra vita può riassumersi nello sviluppo e nell'approfondimento della nostra filiazione divina: la sola cosa che im­porti, quella a cui convergono tutti gli avvenimenti quali si svolgono agli occhi di Dio e sono diretti dal­la sua Provvidenza.

Alla fine dei tempi, secondo la parola di san Paolo.

Cristo, che avrà sottomesso a sé tutti gli esseri, ri­metterà il suo regno al Padre, « affinché Dio sia tutto in tutti » '. Non dobbiamo intendere questo passaggio di sovranità da Cristo al Padre come un semplice ge­sto esteriore; poiché lo scopo che Cristo persegue co­stantemente è di fare in modo che Dio sia tutto in tutti, ne consegue che la sovranità del Padre dev'es­sere instaurata nell'intimo degli esseri. Infatti, pren­dendoci e assimilandoci a sé, egli ci dà un'anima fi­liale, un'anima che si apre sempre più all'amore del Padre e se ne lascia invadere. Così, tutto in noi si orienta sempre più verso il Padre, quel Padre « da cui tutto viene e per il quale esistiamo »; a poco a poco il Padre diviene tutto in noi. L'appellativo « Pa­dre nostro », inteso in senso plenario, annuncia questa presa di possesso totale dell'umanità da parte del Pa­dre e del suo amore.

Esso sottolinea nello stesso tempo l'aspetto comuni­tario della venuta del Padre nell'interiorità delle ani­me. È significativo, infatti, che Gesù ci abbia racco­mandato l'espressione « Padre nostro » piuttosto che « Padre mio ». La paternità celeste si stabilisce e si esercita nei confronti di ciascuno di noi, e l'amore del Padre per ciascuno non é minore di quanto sarebbe se si rivolgesse a una sola persona: in altre parole, cia­scuno é amato con altrettanto affetto che se fosse solo. Anzi, lo é ancora di più, perché é amato in una co­munità in cui l'affetto distribuito a tutti arreca un maggior profitto a ciascuno. Nel disegno primordiale del Padre era desiderata e voluta una comunità di figli, un'immensa famiglia che avrebbe avuto la sua prima sorgente di coesione nel suo unico amore pa­terno. Perciò la nostra risposta dev'essere familiare, comunitaria. Noi diciamo « Padre nostro » non sem­plicemente per il fatto che siamo in parecchi ad avere lo stesso Padre, ma perché quest'unica paternità sta­bilisce tra noi un legame possente e solido, unendoci indissolubilmente in una comunità d'amore.

Perciò questo appellativo, implicante la nostra creazione, la nostra redenzione e il nostro destino finale, attesta in modo particolare la carità che unisce coloro che lo pronunciano e presuppone una fonda­mentale disposizione di benevolenza verso il prossimo e d'intesa con esso. Ogni divisione tra gli uomini smentisce, per così dire, le parole « Padre nostro », opponendosi all'unità che è propria di un amore pa­terno universale. Spesso la preghiera insegnata da Gesù provoca un esame di coscienza sull'atteggia­mento di carità, a proposito del perdono delle offese, che domandiamo nella misura in cui noi stessi lo pratichiamo. Ma l'esigenza di amore reciproco si tro­va già contenuta nelle parole « Padre nostro », in mo­do che noi non possiamo incominciare la preghiera e pronunciarla sinceramente se non con una coscienza fraterna nei riguardi del prossimo.

È dunque volgendo al Padre uno sguardo unanime che noi affermiamo la comunità attuale degli uomini e dei cristiani, quella che si è già realizzata e alla cui attuazione tendono i nostri sforzi, e la comunità idea­le, quella che si realizzerà completamente alla fine dei tempi, in un mondo nuovo, quando l'amore pater­no avrà preso interamente possesso dell'umanità. Di­re « Padre nostro » è aspirare a questa comunità idea­le, a questo regno totale dell'amore.

Ed è anche esprimere la esaltante realtà che il Padre già ci appartiene. Noi lo diciamo « nostro » non solo perché ha già preso possesso del nostro es­sere e desidera possederci completamente, ma perché vuole lasciarsi possedere da noi; egli non ci prende che donandosi. Sarebbe grande sventura per noi se disprezzassimo questo dono in cui il Padre si dà a noi con tutto ciò che possiede, questo dono immenso che può entrare in noi solo se lo accogliamo. Poiché conosce la nostra piccolezza e la nostra limitata pos­sibilità di recezione, il Padre ci ha dato la capacità del Figlio suo perché possiamo accoglierlo in pienez­za; con la grazia ci ha donato le braccia e il cuore di Cristo perché siamo in grado di riceverlo con tutte le sue ricchezze paterne. Sono quelle braccia che gli tendiamo e quel cuore che gli offriamo quando ci rivolgiamo a lui con l'appellativo « Padre nostro ». Grazie a questa dilatazione di noi stessi dovuta alla presenza di Cristo, noi abbiamo la gioia di possedere il Padre, il « Padre nostro » che ci appartiene de­finitivamente.

 

« Prima Tu! »

Quando Cristo ci ha insegnato a pregare, non ci ha soltanto invitati a ripetere il nome di « Padre », ma ci ha suggerito anche ciò che dobbiamo dire al Pa­dre alzando lo sguardo verso di lui. Ora, ciò che col­pisce in questa preghiera è il fatto che noi dobbiamo pensare a Dio prima che a noi stessi. Le tre prime domande del « Padre nostro » si potrebbero riassu­mere in questa breve formula: « Prima Tu! » Ciò che dobbiamo desiderare sopra ogni cosa è che il Padre sia conosciuto e adorato, che il suo regno si stabilisca. sulla terra, che vi sia fatta la sua volontà.

Le prime parole del nostro dialogo col Padre con­cernono la sua persona e la sua opera. Appena detto « Padre nostro », dimentichiamo subito, con questa invocazione così bella, tutto il resto e noi stessi per non pensare che a lui. t lui che vogliamo contem­plare, a hai vogliamo indirizzare il nostro sguardo e le nostre aspirazioni. Sconvolti e tormentati nella vita quotidiana da tanti desideri e tante preoccupazioni, noi sfuggiamo alla loro tirannia per elevarci a quel superiore livello dove sola conta la presenza divina.

La domanda: « Sia santificato il tuo nome », con la quale auspichiamo che il Padre sia venerato e la sua santità riconosciuta, esprime l'atto di adorazione con cui l'anima si prostra davanti a un Dio santo, di una santità e perfezione infinite. Dio è l'essere incompa­rabilmente più grande di tutti, e i nostri omaggi, per quanto profondi, non sono mai in grado di corrispondere alla sua grandezza. Pur essendo consapevoli di questa importanza a rendere adeguatamente onore alla santità divina, vogliamo nondimeno affermare, ri­petendo le parole suggerite da Cristo, che deside­riamo da parte dell'umanità uno slancio di più com­pleta adorazione e di più viva lode.

Nel tentativo di porci alla presenza di Dio e della sua infinita maestà, potremmo sentirci invasi da un senso di annientamento: annientamento della nostra forza, tosi miserabile di fronte all'onnipotenza divina; annientamento della nostra intelligenza, così debole e sconvolta dall'ineffabile mistero dell'Essere divino, annientamento del nostro valore morale, negativo o derisorio confrontato con la santità senza limiti; an­nientamento di tutto il nostro essere davanti a un Creatore che ci ha tratti dal nulla. Ma da tale an­nientamento ci risolleva la vista di un Dio che si pre­senta a noi come Padre. E quando diciamo: « Sia san­tificato il tuo nome! » è il nome del Padre che de­sideriamo udir pronunciare con rispetto e venerazio­ne filiale, la sola venerazione che a lui convenga.

L'adorazione indirizzata al Padre deve essere dun­que ispirata dall'amore: mentre un'adorazione nata dal timore servile comprimerebbe e deprimerebbe l'anima, l'adorazione filiale la dilata in' una umiltà spontanea e deliberata insieme. Siamo felici di rico­noscere la sovranità del Padre appunto perché è Pa­dre. Nel Gloria che si recita durante la messa è posta in evidenza l'ardente venerazione per il Padre visto nel suo splendore: « Noi ti rendiamo grazie a cagione della tua gloria infinita ». Di solito si rende gra­zie per un beneficio ricevuto; ma qui il ringraziamen­to è rivolto al Padre non propriamente per i benefici di cui ci ha ricolmato, ma semplicemente per la glo­ria che egli possiede. Il beneficio maggiore è rappre­sentato dal fatto che il Padre esiste in tutta la sua perfezione. Noi evitiamo quasi di posar gli occhi. su noi stessi per poter meglio ammirare e lodare la per­fezione luminosa del Padre. Lo slancio di riconoscen­za, che invoca come motivo unicamente la gloria di Dio Padre, supera i limiti di una riconoscenza umana per tendere all'infinito stesso di Dio. È un'azione di grazie che si identifica con l'adorazione animata dal calore della gratitudine e che si esprime nella for­mula: « Prima Tu! ».

Nulla ci innalza di più, nulla ci fa meglio uscire dalla prigione del nostro egoismo della volontà di guardare il Padre per se stesso, di godere della . sua esistenza e della sua presenza unicamente perché è lui. Spogliati di tutti i calcoli della nostra attività ter­rena, di tutte le miserie dei nostri interessi, noi ci arrestiamo davanti al nome e alla gloria del Padre, cioè davanti alla sua persona; e chiediamo che que­sto sia l'atteggiamento di tutti gli uomini, che l'uma­nità intera finisca per arrestarsi e inchinarsi davanti a lui, nella lode appassionata di un entusiasmo filiale.

E perché la persona del Padre si imponga più ca­tegoricamente alla nostra venerazione, noi doman­diamo tosto: « Venga il tuo regno! ». Il regno di Dio e stato lo scopo della venuta di Cristo tra noi tutti i suoi sforzi, infatti, furono diretti allo stabilirsi di questo regno, grazie al quale il Padre avrebbe pos­seduto la società umana e vi sarebbe stata sulla ter­ra un'unica città, la città di Dio. E come Cristo, noi auspichiamo che questo regno, instaurato da lui a prezzo di tante sofferenze, prenda radici e si affermi sempre più attraverso lo splendore della Chiesa, perché il dominio del Padre sulla terra continui ad estendersi.

Dobbiamo soprattutto renderci conto che l'espan­sione della Chiesa è un'espansione della sovranità del Padre, una più ampia affermazione della potenza del suo amore paterno. Il suo è un regno di figli, e noi dobbiamo desiderare la sua crescita non semplice­mente come creature che vogliono sia riconosciuto il potere del proprio Creatore e Maestro, ma come figli che aspirano al potenziamento e all'ingrandimento del regno del Padre.

E affinché questo regno si stabilisca in profondità nelle anime, Cristo ci domanda di aggiungere: « Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra ». È l'augurio più essenziale, secondo la parola stessa del Salvatore, che dichiarava di vivere e di nutrirsi del­l'adempimento della volontà del Padre. « Il mio cibo è di fare la volontà di colui che mi ha mandato e di compiere l'opera sua ».

La terza domanda è la più decisiva, quella che permette alle prime due di conseguire la loro piena efficacia: essa sta al vertice di una graduatoria. Per­ché il nome del Padre sia santificato è necessario che venga il suo regno: una venerazione ridotta a sem­plice lode proferita dalla bocca degli uomini non sa­rebbe che un atteggiamento superficiale; per essere completa essa deve rappresentare un autentico sta­bilirsi della sovranità del Padre sulle anime, un ra­dicarsi del suo potere nella società umana. Il Padre non vuol essere un monarca, la cui potenza si riduce a una gloria esteriore; egli vuol regnare effettivamen­te, come Padre, sull'umanità, e perciò il suo regno deve comportare l'esecuzione della sua volontà divi­na sulla terra. Per tutto il tempo in cui il Padre non governa la volontà degli uomini, la parte più preziosa della sua creazione gli sfugge e il suo regno non pe­netra intimamente nelle anime. Il dominio del Padre sulla volontà dell'uomo: ecco il fatto interiore che la sua sovranità richiede. La sua potenza più autentica è il trionfo della sua volontà sulla nostra.

Questo è il trionfo che noi invochiamo, ben sapen­do che esso è l'obbiettivo più difficile da raggiungere perché implica la nostra più completa spogliazione. Chiedendo che il nome del Padre sia santificato, noi abbiamo già inteso spogliarci di noi stessi per pen­sare soltanto alla venerazione della sua persona; ab­biamo fatto tabula rasa di ogni pensiero e preoccupa­zione per concentrare; il nostro sguardo sul Padre. La domanda della venuta del regno presuppone una spo­gliazione più accentuata ancora: la rinuncia a ogni altro ideale e il fine della vita posto nella nostra collaborazione all'estensione del regno paterno. Dicen­do: « Sia fatta la tua volontà », noi accettiamo la spo­gliazione suprema. Il Padre ci ha dato la libertà, alla quale siamo vivamente attaccati; e questa li­bertà, questo essere in seguito padroni di noi stessi, noi la rimettiamo a sua disposizione e gli offriamo con ciò la profondità del nostro essere.

In questa spontanea consegna della nostra libertà consiste il dramma dell'esistenza umana. Cristo ce lo ha dimostrato nell'ora più difficile della sua vita, l'ora dell'agonia, in cui l'adempimento della sua missione redentrice é stato come ordinato dalla preghiera.

« Non la mia volontà, ma la tua ». Questa preghiera, che superava l'ondata di tristezza, di terrore e di di­sgusto, era il coronamento di una lotta ardua ed ave­va dell'eroico; ma era l'atto decisivo del Salvatore. I momenti essenziali di ogni vita umana sono quelli in cui si pone il problema della conformità a una vo­lontà divina che appare dura e crudele. Accettare e dire sì può costare una terribile lotta interiore; ma dobbiamo allora ricordare, come Cristo, che quella volontà divina in apparenza così pesante é in realtà una volontà paterna che nasconde sotto la sua deci­sione un affetto profondo. Diventa allora più facile dire: « Prima Tu! ». Tutti coloro che ripetono le pa­role: « Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra » implorano quel coraggio, per il loro prossimo e per se stessi, per quando verrà l'ora difficile.

Tale é l'adorazione completa dovuta al Padre e che consiste in una libertà che si abbandona filialmente a lui e gli riconosce una piena disposizione su di sé. Così la preghiera insegnata da Gesù ci aiuta a realiz­zare questa disposizione d'anima che risponde a una delle nostre aspirazioni più profonde: perdere il no­stro pensiero e la nostra volontà in quelli del Padre.

 

La visuale filiale

Nel momento privilegiato della preghiera il no­stro sguardo si leva verso il. Padre. Ma questo sguar­do non deve esistere soltanto quando ci rivolgiamo a Dio secondo la formula che ci è stata insegnata da Cristo e che egli stesso pronuncia in noi, bensì mante­nersi durante tutta la nostra vita, che dev'essere sem­pre orientata verso il Padre, e presentarci ogni cosa secondo un punto di vista filiale.

Cristo ci ha dato l'esempio di questa visuale, che scopre in ogni cosa il Padre celeste e considera l'in­sieme e i dettagli della realtà sotto la sua luce pa­terna. Con tutta spontaneità egli incontrava il Padre in ogni minima cosa; anche nei fiori più umili scor­geva il segno del suo amore: « Osservate i gigli del campo, diceva ai suoi discepoli per insegnar loro a guardarli come non avevano ancora mai fatto; guar­date come crescono; essi non lavorano e non filano. Ora io vi dico che nemmeno Salomone in tutta la sua pompa fu mai vestito come uno di questi. Cristo ha scelto espressamente i fiori più comuni, quelli dei campi, che crescono con tale profusione e che costituiscono uno spettacolo così banale, che l'occhio li sfiora con uno sguardo vago e distratto. Ma agli oc­chi di Cristo era proprio questa banalità a mettere in evidenza la sollecitudine divina, che aveva procurato agli umili fiori la loro veste; e nelle semplici corolle che gli uomini non degnano di attenzione, il Figlio vedeva le meraviglie del lavoro delicato del Padre, meraviglie superiori a quelle che gli uomini costrui­scono con le loro mani.

Allo stesso modo Cristo scorgeva negli uccelli la bontà paterna che li conservava in vita provvedendo al loro nutrimento: u Guardate gli uccelli del cielo essi non seminano, né mietono, né empiono granai; e il vostro Padre celeste li pasce ». Nella natura dunque Cristo vedeva innanzi tutto il Padre; e ci in­segnava che per comprendere l'universo e gli esseri che ne fanno parte, bisogna andare oltre le apparen­ze sensibili e raggiungere l'azione del Padre. Egli ci indicava così il vero punto d'arrivo della scienza uma­na, che deve sfociare in una visione mistica; perché, una volta studiate le leggi e la costituzione degli esse­ri materiali e posta in luce l'ammirevole organizzazio­ne che li regge, rimane alla scienza un passo essen­ziale da compiere, un passo che non è più quello dello scienziato, ma quello del credente, e che consiste nel riconoscere in ciò che si è studiato l'opera di una sapienza superiore e il dono di una bontà senza limiti. Trascurare di fare questo passo oltre l'osservazione e le misure degli strumenti scientifici, vuol dire rinun­ciare alla verità fondamentale che si nasconde dietro il velo del palpabile e dello sperimentale. Dichiaran­do che il Padre celeste nutre gli uccelli, Cristo ci ha rivelato una verità più profonda di tutte le verità pro­priamente scientifiche che possiamo aver acquisito e ancora acquisire sugli uccelli, poiché è la verità che scopre la fonte prima dell'esistenza degli uccelli, del­la loro natura e della loro attività. A questa fonte pri­ma, cioè al cuore del Padre, egli voleva ricondurre lo sguardo dei suoi discepoli, affinché, liberandosi dal­l'ossessione delle cose sensibili, potessero ogni volta elevarsi, con uno slancio spirituale, verso il Creatore.

Ma Cristo, oltre a fissare l'orientamento che com­pleta e supera l'esperienza banale dei nostri sensi e le investigazioni della scienza, esprimeva pure l'auten­tico significato della poesia. Con le sue parole egli di­mostrava infatti di aver saputo pienamente cogliere la bellezza poetica là dove avrebbe potuto passare inosservata: nello spettacolo quotidiano di uccelli e fiori qualsiasi. Ma questa poesia era tosi intensamente sentita ed espressa, perché non si limitava a un'im­pressione d'armonia sensibile; essa scopriva nelle creature più umili qualche cosa di grande, di acces­sibile solo agli occhi dell'anima: la mano divina con­tinuamente occupata a modellare la loro forma e a far sbocciare la loro bellezza. La poesia acquista il suo vero significato quando coglie questo affiato, di­vino e percepisce nelle cose l'infinito.

Bisogna tuttavia osservare che questo sguardo mistico sulla natura non si limita a discernere negli es­seri l'azione creatrice di Dio. Scoprire in essi Dio è troppo poco: bisogna scoprirvi il Padre. È infatti il Padre come tale, col suo amore paterno, che Gesù in­contrava nei fiori e negli uccelli. Non è compito spe­cifico del padre fornire le vesti e il cibo? La veste ai gigli del campo e il cibo agli uccelli appaiono dun­que come i segni di un affetto veramente paterno; ed e proprio quest'affetto paterno elargito agli esseri più esili che Gesù contemplava e ammirava e nel quale riconosceva una testimonianza dell'amore che il Pa­dre porta agli uomini. Il Padre che ha cura dei gigli del campo e degli uccelli è meno padre loro che no­stro: « il vostro Padre celeste li nutre », dice il Mae­stro ai suoi discepoli. In quel cibo e in quella veste egli vedeva il simbolo e la prova di ciò che viene elar­gito agli uomini. La sollecitudine paterna si esercita nei riguardi di tutti gli esseri ma in funzione degli uomini, perché soltanto questi sono i figli, e il Padre fa convergere verso questa filiazione l'universo inte­ro. Nella natura dobbiamo dunque scoprire un amore paterno che è indirizzato a noi, scoprire quel miste­rioso linguaggio di tutte le cose, attraverso le quali il Padre svela l'affetto che ci ha votato.

L'autentica visione del mondo è dunque quella che corrisponde alla visuale filiale di Cristo e che coglie in ogni creatura il cuore del Padre. L'universo deve presentarsi a noi come avvolto da un amore paterno che iscrive dovunque la sua bontà; e in ogni cosa, come nell'insieme, il nostro sguardo filiale può coglie­re quest'intenzione amorosa e provarne stupore. Cristo ci ha inoltre insegnato che lo sguardo rivolto al Padre coglie non solo il senso della natura, ma anche quello degli eventi. In tutto il corso della sua vita terrena egli ha riconosciuto l'azione del Padre, dovunque presente, anche nelle limitazioni imposte alla sua attività: il lungo periodo di vita nascosta a Nazareth fino all'età di trent'anni; la vita pubblica e la predicazione circoscritte entro le frontiere della Palestina, poiché era stato inviato soltanto alle pe­corelle smarrite della casa d'Israele. Il Padre che lo aveva mandato sulla terra ne aveva anche determi­nato la missione e fissato le tappe. Infatti, quando Cri­sto, risuscitato e sul punto di salire al cielo, dichiare­rà ai suoi discepoli che il Padre ha deciso di sua auto­rità « i tempi e le occasioni » dell'instaurazione del regno, cioè le tappe dello sviluppo della Chiesa, egli non farà che applicare alla Chiesa il principio che aveva regolato tutta la sua vita.

Egli riconosceva questo principio, cioè la volontà del Padre, soprattutto negli eventi dolorosi provocati dall'ostilità dei suoi avversari. Per questo egli reagì con tanta energia contro l'intervento di Pietro che voleva impedire il suo arresto: quell'arresto, tramato dai suoi nemici, entrava misteriosamente nel piano del Padre con tutta la passione che ne seguirà: « Non berrò io il calice che il Padre mi ha dato? » dice al discepolo troppo zelante, chiedendogli di rimettere la spada nel fodero. Per quel calice egli aveva pro­vato una ripugnanza terribile, quasi gli spasimi del­l'agonia; ma poiché veniva dal Padre, egli lo accet­tava, anzi, lo considerava un dono: era il calice che il Padre gli aveva dato.

Allo stesso modo noi dobbiamo riconoscere una ma­no paterna in tutti gli eventi della nostra vita che non sono dovuti alla nostra libera volontà. Anche quando sembrano provenire dalle cattive intenzioni o dall'umana ostilità dobbiamo vedere, oltre l'inimi­cizia degli uomini, la volontà divina che ci manda la prova. Cristo ci incoraggia e ci aiuta a vedere un dono del Padre nel calice che ci è teso; se natural­mente e spontaneamente noi lo avremmo respinto, la grazia ci dà però la forza di accettarlo filialmente e perfino di amarlo, come amiamo il Padre che ce lo invia.

Ma la visuale filiale di Gesù si rivela nella maniera più toccante nello sguardo che ha di fronte alla sua morte. Non é 'uno sguardo triste e depresso, accom­pagnato da riflessioni melanconiche sul carattere fu­gace della vita umana, sulla caducità e la fragilità del­le cose terrestri; esso non si concentra su ciò che la morte ci obbliga a lasciare; ma si dirige unicamente verso colui al quale la morte ci farà giungere. Per Cristo, infatti, l'ora della morte è l'ora di « passare da questo mondo al Padre ». Tutta la sua esistenza quaggiù si riassume nelle parole: « Uscii dal Padre e venni al mondo; abbandono di nuovo il mondo e vado al Padre ». Con quale slancio interiore egli diceva al Padre in quella suprema preghiera sacer­dotale pronunciata dopo l'ultima cena:, « Io vengo a te, Padre santo »! A questo slancio che lo solle­vava verso il Padre nel momento in cui stava per ri­tornare a lui, egli voleva far partecipare i suoi disce­poli: « Se mi amaste, vi rallegrereste, perché io vado al Padre ». Agli occhi di Cristo la morte era dun­que il Padre che lo riconduceva a sé. Se anche noi possedessimo questa visuale, la nostra concezione del­la morte non sarebbe accompagnata da considera­zioni melanconiche o scettiche, ma dalla gioia pro­fonda di andare al Padre, il quale ci attende alla fine della nostra vita come un padre attende il figlio che ritorna da un viaggio. Il Padre celeste é il primo a desiderare di riceverci alla sua presenza, per instau­rare in modo definitivo e compiuto la nostra intimità filiale con lui.

Infine, quella visuale filiale che conduceva Cristo a riconoscere il Padre nella natura e negli eventi, e più particolarmente nelle sofferenze e nella morte, 1o portava pure a riconoscerlo negli uomini. Circon­dato per l'ultima volta dal gruppo dei suoi discepoli, egli dichiarava infatti che l'aspetto sotto il quale li considerava era un dono che il Padre gli aveva fatto.

« Coloro che tu mi hai dato », egli dice per desi­gnarli, rivolgendosi al Padre. Sapeva che quegli uo­mini si erano uniti a lui perché guidati dal Padre, poi­ché soltanto l'attrazione che egli esercita su un'ani­ma può far andare questa a Cristo. Sapeva anche che il Padre li aveva spinti a lui dando loro il lume della fede: era stato il Padre, infatti, a rivelare a Simone la divinità di Gesù e ad ispirargli la sua professione di fede: « Tu sei Cristo, il Figlio del Dio vivente » ed aveva illuminato l'umile gente del popolo per ren­derla docile al messaggio evangelico. Per questa gra­zia concessa ai deboli e agli umili Cristo aveva in­nalzato lode al Padre con grande entusiasmo.

La visuale filiale rafforza dunque la carità. Cristo ci invita a vedere nel prossimo un dono del Padre; se noi riusciremo a scorgere negli altri coloro che il Pa­dre ci presenta e ci dona per formare insieme la co­munità umana, e soprattutto la comunità dei suoi figli riuniti in Cristo, la nostra stima e il nostro affetto per loro saranno facilitati e stimolati.

 

La vita filiale

La vita cristiana é una vita essenzialmente filiale, poiché consiste nella comunicazione della vita di Cri­sto. Distinguiamone i diversi aspetti nei suoi rappor­ti col Padre.

Essa é innanzi tutto una vita che viene dal Padre. Il Maestro ha sottolineato il fatto che l'adesione al suo messaggio e alla sua persona avvenivano per mez­zo di una nuova nascita. A Nicodemo, che forse avreb­be voluto accontentarsi di una posizione media con­ciliante il giudaismo con la dottrina predicata da Ge­sù, egli dà una risposta chiara e precisa: Bisogna ri­nascere, ricevere una vita del tutto nuova. Si tratta della vita spirituale, la vita eterna, quella che il Pa­dre ci manda attraverso il Figlio suo; perché il cri­stiano è innanzi tutto colui che è nato dal Padre, co­lui che è diventato figlio suo attraverso Cristo.

San Giovanni ha tratto le conseguenze di questo principio. Da quella nascita che ci vale la vita divina deriva un comportamento morale che esclude il pec­cato. « Tutto ciò che è nato da Dio non commette peccato », dice l'evangelista. L'opposizione tra i co­stumi del mondo e la morale cristiana è innanzi tutto un'opposizione tra ciò che non è nato da Dio e ciò che è nato da lui. « Tutto quello che è nel mondo è concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita; tutto ciò non viene dal Padre ». Ma quando si vive in modo veramente filiale, da figli di Dio, si sviluppa in noi l'amore ricevuto dal Padre, poiché la vita divina è amore. San Giovanni applica questo principio soprattutto alla carità verso il pros­simo, che è l'amore del Padre per gli uomini, amore che si esprime in noi e per mezzo di noi: « Amiamoci gli uni con gli altri, perché l'amore viene da Dio, e chi ama è nato di Dio e conosce Dio ». Così il Pa­dre, generandoci e comunicandoci la sua vita divina, ci trasmette l'amore ch'egli porta agli uomini e ci fa amare alla maniera del suo cuore paterno. Noi diven­tiamo un prolungamento del suo cuore di Padre, una espressione e una testimonianza del suo affetto per tutti gli uomini.

Ne consegue che la vita filiale è ad un tempo vita che viene dal Padre e una vita che si compie a im­magine del Padre. Noi dobbiamo infatti assomigliare al Padre; Cristo ci ha proposto questo modello da imitare, affinché possiamo attuare nella nostra con­dotta la rassomiglianza che abbiamo acquisito in linea di massima per il fatto della nostra filiazione. Il Mae­stro non ha esitato a dire ai suoi discepoli: « Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste ». La perfezione infinita del Padre non gli era parsa un ideale troppo elevato per essere presentato come esempio: se il Padre ha avuto l'audacia di fare di noi i suoi figli, pur essendo egli Dio e noi afflitti da tutte le debolezze della natura umana, noi dobbiamo aver l'audacia di imitarlo, affinché la sua immagine si imprima nel nostro comportamento. Ma Cristo ap­plica questa imitazione soprattutto alla forma più difficile di carità, cioè all'amore per i nemici: « Ama­te i vostri nemici e fate del bene a coloro che vi per­seguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli, il quale fa levare il suo sole sopra i buoni e sopra i cattivi, e manda la sua pioggia per i giusti e' per gli iniqui ». Il Maestro presenta questa legge specificamente come una legge nuova, legge del Nuo­vo Testamento, perché è nel nuovo regime che s'in­staura la filiazione completa nei confronti del Padre e, di conseguenza, una rassomiglianza che è tenuta ad essere totale, eliminando tutte le restrizioni ante­riori imposte all'amore.

Inoltre la vita filiale è una vita « davanti al Padre », sotto i suoi occhi. Tutta la vita cristiana, con ciò che essa implica di carità laboriosa e di speranza perse­verante, si svolge, secondo l'espressione di san Pao­lo, « alla presenza di Dio nostro Padre ». Il Padre è il primo testimonio della nostra esistenza e della nostra condotta e, nello stesso tempo, il sovrano pa­drone del nostro destino e il suo principale garante. A lui solo dobbiamo cercar di piacere, solo il suo sguardo dobbiamo sentire su di noi, senza curarci di altri sguardi che potrebbero lusingarci o alimentare la nostra vanità.

Cristo, infatti, ci insegna che dobbiamo agire po­nendoci unicamente sotto gli occhi del Padre. Egli critica aspramente coloro che compiono le buone azioni unicamente per riscuotere l'approvazione degli uomini, e contrappone a tali manovre vanitose la con­dotta di- chi preferisce il segreto e non vuole essere visto che da Dio. Dopo aver descritto coloro che si mettono bene in vista del pubblico per pregare, egli dichiara: « Ma tu, quando fai orazione, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega in segreto il Pa­dre tuo; e il Padre che vede nel segreto te ne ren­derà la ricompensa ». Allo stesso modo Cristo vuole che si faccia l'elemosina in segreto, sotto il solo sguar­do del Padre, e che nelle stesse condizioni si osservi il digiuno.

Con ciò è assicurata la retta intenzione, quella che si potrebbe definire esclusivamente diretta verso il Padre e che non vuol ricavare da un'azione se non ciò che il Padre stesso vi vede. È qui posta in gioco tutta la sincerità della vita morale. E non è inutile sottolineare che questa sincerità non riposa soltanto su un accordo del comportamento con la coscienza, ma su una lucidità di giudizio che nei confronti della propria vita vuol uniformarsi al giudizio del Padre. La sincerità non è solitaria: essa consiste nel render­si conto che si è alla presenza del Padre.

Se vogliamo seguire il pensiero sviluppato da Cri­sto, secondo il quale è ridicolo cercare l'approvazione degli uomini, il cui frutto è vano, mentre soltanto il Padre può renderci il prezzo di un'azione compiuta sotto il suo sguardo, faremo osservare che lo sguardo del Padre è già un'immensa ricompensa per le nostre azioni. Quale pubblico più interessante potremmo de­siderare e quali testimoni più grandi e più importanti del Padre celeste, che ci contempla, d'altra parte, con tutto il cielo? Non è cosa mirabile che il Padre s'interessi ai nostri minimi atti, che segua i nostri gesti più insignificanti, e ciò per l'immensa simpatia che ha per noi, per la sua intenzione di « renderci » quello che ha visto nel segreto?

Mettersi così sotto lo sguardo del Padre significa porre la propria vita nella sua autentica verità, libe­rarsi dalle illusioni in cui ci imprigiona la nostra pre­occupazione di reputazione e di stima umane; signifi­ca sventare le astuzie e i raggiri a cui potremmo ri­correre per giustificare di fronte alla nostra coscienza una condotta riprovevole. Ogni nostro intimo con­flitto deve placarsi quando ci sentiamo alla presenza di un altro, e quest'altro è il Padre, alla luce del cui. sguardo ogni inganno si dissolve.

Il nostro atteggiamento interiore è dunque modifi­cato da questo sguardo paterno che penetra sino in fondo alla nostra anima. Alla samaritana che avreb­be voluto discutere con lui sulle cose del culto e pas­sare sotto silenzio gli errori della propria condotta morale, Cristo rammenta il principio fondamentale del suo messaggio: « Verrà il tempo, anzi è venuto, in cui adoratori veraci adoreranno il Padre in ispirito e verità; perché son quelli che il Padre cerca per adoratori ». Egli si riferiva con queste parole alla divergenza tra i giudei, che adoravano Dio a Geru­salemme, e i samaritani, che avevano il loro culto sul monte Garizim; e intendeva sottolineare il carattere essenzialmente spirituale del nuovo culto non legato a un tempio o a un luogo. Ma intendeva anche far capire alla donna, che trasgrediva la legge divina, che il culto esteriore non é sufficiente se non si ac­compagna a un atteggiamento di sincerità di fronte al Padre, al quale nulla di sé può essere sottratto; e poiché l'omaggio completo di sé comporta una con­dotta morale, l'adorazione in ispirito e verità impe­gna la vita intera. A colei che voleva avvicinarlo con capziosi ragionamenti, sfuggendo all'essenziale, Cri­sto ha reso il gran servigio di ricondurre la sua vita nella retta direzione, al cospetto di quello sguardo interiore del Padre, che la scopriva qual era e che chiedeva un'adorazione non delle labbra, ma che avesse le radici nel profondo del cuore umano.

Vita davanti al Padre e in sua presenza: ma la vita filiale è anche una vita per il Padre, dedicata a lui. Abbiamo visto come il fatto di porsi sotto lo sguardo esclusivo del Padre inviti l'individuo a darsi esclusi­vamente a lui. « Noi siamo per lui » diceva san Pao­lo parlando del Padre; e in quest'affermazione era espresso tutto l'indirizzo della vita umana. Abbiamo ricevuto tutto dal Padre e siamo invitati a render­gli tutto.

Un simile indirizzo che impegna tutto l'essere e so­prattutto ciò che esso ha di più prezioso, ossia la vo­lontà, presuppone che si compia la volontà del Padre e indica nello stesso tempo con quale mentalità si deve compierla. Cristo non si é stancato d'insistere sul carattere realistico che deve avere l'atteggiamento di colui che vuol piacere al Padre e agire per lui: « Non chi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cie­li, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cie­li ». E soggiunge che tutti i prodigi esteriori che possono essere compiuti in nome suo, come la pro­fezia, l'espulsione dei demoni o i miracoli, non hanno valore alcuno, se ad essi non corrisponde una intima disposizione di conformità alla volontà del Padre, di­sposizione che si traduce in azioni di bene.

Pur sottolineando il realismo della condotta di chi fa la volontà di Dio, Cristo ha dimostrato tuttavia che tale condotta non è una esecuzione meccanica, ma dev'essere il prodotto di un affetto e di uno slancio verso il Padre. Egli ha liberato i suoi discepoli dal pe­sante formalismo della legge ebraica, dall'automati­smo di talune sue prescrizioni, capaci di immiserire un'anima. Egli ha tenuto all'osservazione dei coman­damenti, li ha anzi potenziati e ha conferito loro una maggiore estensione, ma ha voluto che il loro adem­pimento fosse ispirato dall'amore. Egli desiderava che i suoi discepoli, in virtù di quell'amore, appartenes­sero al Padre con tutto il loro cuore e tutte le loro forze. Così nell'ultima cena ha potuto mostrarli al Padre e dire: « Essi sono tuoi ».

Un altro aspetto caratteristico della vita filiale è quello di essere col Padre. Nel messaggio dell'An­nunciazione, la frase rivolta dall'angelo a Maria: « Il Signore é con te » era, senza dubbio, propriamente riserbata a un'anima che aveva ricevuto una grazia eccezionale; .ma testimoniava pure l'intenzione del Padre di tenere compagnia agli uomini nel nuovo re­gime di salvezza che era stato annunciato. Cristo si é valso di questa compagnia del Padre, che non lo abbandonava nemmeno nell'ora in cui sembrava es­sere il più solo, l'ora della passione. « Io non sono solo, perché il Padre é con me ». In questa compa­gnia egli trovava non solo la gioia dell'intimità, ma anche un aiuto che gli garantiva la vittoria nel tur­bine della tempesta che stava per travolgerlo.

A loro volta, i cristiani godono di questa compagnia assidua del Padre. « Noi siamo in comunione col Pa­dre e col Figlio suo Gesù Cristo », scrive san Gio­vanni. Il Padre vuol essere per noi un compagno, co­me lo é un padre umano per il figlio. Egli si offre a noi come confidente dei nostri pensieri, come interlo­cutore delle nostre conversazioni segrete; desidera veramente partecipare alla nostra intimità e non in­tende che la sua maestà di Padre ci impedisca di ave­re con lui le relazioni più amichevoli. E soprattutto nell'ora del dolore, quando potremmo crederci del tutto isolati, egli é con noi e ci dà aiuto e conforto. La sua presenza rappresenta in questo modo una cer­tezza indefettibile di vittoria nelle difficoltà della vita. Infine, la vita filiale é una vita che si sviluppa nel Padre. « Io sono in te », diceva Cristo al Padre suo; e voleva che anche noi, vivendo e dimorando in lui, vivessimo e dimorassimo nel Padre. Il Padre è il fondamento e l'atmosfera della nostra vita: egli ci guida e ci circonda. La nostra dimora è in lui e la nostra vita si alimenta in lui. Rivolgendo il suo saluto ai Tessalonicesi san Paolo scriveva: « In Dio Padre e nel Signore Gesù Cristo ». Infatti egli aveva coscien­za di vivere con i suoi corrispondenti in Cristo e nel Padre; e ciò lo faceva .sentire vicino a quei cristiani di terre lontane.

Con maggiore esattezza, possiamo affermare che questa vita nel Padre è una vita nel suo amore. Gesù ha detto: « Ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nella sua carità ». Dimorare in quel­la che è la sorgente di ogni amore, restarvi sempre più tenacemente e solidamente, questo è l'ideale del­la vita cristiana. Per esso la vita celeste ha già inizio sulla terra, poiché si dimora nell'intimo di quell'amore divino, che sarà l'amore beatifico. Vi siamo, è vero, ancora nascosti. « La nostra vita è nascosta con Cri­sto in Dio » Ma vi siamo, e la morte ci farà pene­trare ancora più profondamente in quest'amore in cui dimoravamo sulla terra. Con Cristo noi dimoriamo dunque per l'eternità nell'amore del Padre, nel suo cuore paterno.

Questi sono gli aspetti della vita filiale, che viene dal Padre, si sviluppa a sua immagine, si dispiega davanti a lui, per lui, con lui, in lui.

 

Riconoscenza e fiducia

La vita filiale si espande secondo due sentimenti fondamentali, che rispondono all'immensa generosità del Padre a nostro riguardo: da una parte la rico­noscenza per i benefici ricevuti nel passato, dall'al­tra la fiducia che in avvenire l'amore paterno con­tinuerà a colmarci dei suoi doni.

Gesù dimostra più volte, in forma commovente, la sua riconoscenza verso il Padre; ma soprattutto nel­la preghiera sacerdotale che pronuncia alla sera della sua vita si sente vibrare un'anima grata, felice di tutti i benefici concessi dal Padre. Questa nobiltà d'animo, che si manifesta nella gratitudine per il bene ricevuto, si ritrova nei suoi discepoli. San Paolo raccomandava agli Efesini di « rendere grazie in ogni occasione e per ogni cosa, in nome di nostro Signore Gesù Cri­sto, a Dio Padre » i. Difatti, se consideriamo il corso della nostra vita, noi dobbiamo ringraziare il Padre ad un tempo per tutto l'insieme e per i particolari, per la grandezza del nostro destino e per gli eventi anche minimi che egli ha disposto in vista della sua realizzazione. Tutto ciò che ci accade, tutto ciò che ci circonda merita un grazie. E la nostra gratitudine deve estendersi più lontano ancora, abbracciare 1'immensità del creato e del piano di redenzione. Dobbia­mo ringraziare il Padre per Cristo, per la Vergine Ma­ria, per la Chiesa, per tutta l'opera di santificazione delle anime.

Se Cristo si è mostrato sensibile alla riconoscenza di coloro che aveva beneficato, se ha apprezzato il grazie detto da uno dei dieci lebbrosi che aveva guarito, possiamo presumere che il Padre non è indiffe­rente alla nostra riconoscenza e che le nostre azioni di grazie toccano profondamente il suo cuore. Dopo aver tanto lavorato per noi, dopo aver dispensato tan­to amore, egli accoglie con gioia il nostro ringrazia­mento. E questa gioia, che dà valore alla nostra gra­titudine, è ancora un'attenzione del suo cuore paterno.

Alla riconoscenza che si volge al passato si ag­giunge la fiducia che guarda all'avvenire. Anche qui il nostro modello è Cristo. Le ultime parole pronun­ciate dall'alto della croce significarono un atto di com­pleto abbandono filiale: « Padre, nelle tue mani rac­comando il mio spirito ». Parole che non riassumono soltanto la stia morte, ma anche la sua vita, che fu tutta abbandono al Padre. Potessero, queste parole, riassumere la vita cristiana! Poiché questa vita è in­nanzi tutto fiducia filiale. « Noi abbiamo conosciuto l'amore che Dio ha posto in noi e vi abbiamo cre­duto », scriveva san Giovanni. Ciò che l'amore del Padre reclama in primo luogo da noi è di credere in lui, di aver fiducia; perché è con la fiducia che la nostra anima si apre a quell'amore paterno e gli per­mette di agire in noi.

Il Padre si compiace delle nostre azioni di grazie, ma anche la nostra fiducia è motivo di gioia per lui. Possiamo averne un'idea dalla nostra umana espe­rienza, poiché noi non apprezziamo soltanto il gesto di chi ci ringrazia, ma anche la benevolenza di chi ci dà la sua fiducia. Mentre la diffidenza può ferirci profondamente, la fiducia che ci viene concessa schiu­de, dilata l'anima nostra e le infonde nuova energia. Il Padre ci ha concesso per primo la sua fiducia lan­ciandoci in un destino di cui è responsabile la nostra libertà, sottoponendoci a prove e a tentazioni, sem­pre contando sulla nostra capacità di superarle e sul­la perseveranza e la forza del nostro amore. Questa fiducia è un omaggio del Padre alle sue creature, omaggio che contribuisce alla loro felicità. Ma anche il Padre aspetta un omaggio simile da noi e il suo cuore paterno si è fatto estremamente sensibile al no­stro atteggiamento di fiducia.

Il Vangelo ci rivela quale importanza Cristo attri­buiva a questa fiducia, al punto da operare i suoi miracoli nella misura in cui essa gli era stata testi­moniata e di rimanere quasi paralizzato nella sua azione là dove incontrava diffidenza e incredulità. Egli chiedeva la fiducia come collaborazione a colo­ro che ricorrevano a lui, e quando la otteneva ne era profondamente toccato. Attraverso l'esempio di Cri­sto il Padre rivelava quale era la disposizione essen­ziale che desiderava trovare in noi per riversare sul mondo e in noi stessi le meraviglie della sua potenza divina.

Questa fiducia che egli esige da noi non è che una forma esteriore dell'amore: un amore che si concede ad un altro accettando di perdere tutto per attaccarsi a lui, che rinuncia ad ogni altro appoggio che non sia la persona amata. È un distacco da se stessi, ma un distacco in cui si guarda meno ciò da cui ci si separa che la persona in cui si pone tutta la propria speranza e alla quale ci si. attacca con sicurezza, at­tendendo tutto da lei. Nella fiducia, dunque, vi è oblio di sé e slancio verso un altro.

Come ha voluto attirare a sé il nostro amore più assoluto, il Padre ha voluto anche provocare questa fiducia, questo slancio totale. Pur colmandoci della prodigalità dei suoi doni e circondandoci della sol­lecitudine più delicata, egli ha evitato di rivelarsi a noi in tutto lo splendore del suo amore. Avrebbe po­tuto confonderci, imponendocene la visione; ha avuto invece cura di nascondersi, perché desiderava che noi stessi lo scoprissimo, e che l'oscurità nella quale si nascondeva ci permettesse di andare a lui soltanto nella fiducia. Si è presentato a noi sotto il velo del mistero, perché fossimo noi ad assumere il rischio e a fare il salto nell'ignoto, in uno slancio tanto più profondo verso di lui.

Per questo, dunque, il Padre si è nascosto ai nostri occhi. Si è nascosto nella creazione, dissimulando la sua azione onnipotente sotto le forze della natura. Si e nascosto nella Rivelazione, mostrandosi soltanto allo sguardo della fede. E bisognerebbe aggiungere che egli ha posto una cura tutta particolare nel nascon­dersi nell'opera di redenzione; infatti, egli ha messo avanti il Figlio, volendo che divenisse il centro della religione degli uomini, e nel giorno di Pentecoste ha mandato lo Spirito Santo per attuare l'istituzione e l'espansione della Chiesa. Abbiamo visto come il Pa­dre si sia nascosto anche dietro a colei che é stata isti­tuita madre dei cristiani e che rappresenta ai loro , occhi la tenerezza e la misericordia. Con quest'ap­partarsi in una umiltà che sembrerebbe non dovergli convenire e che si vorrebbe quasi negargli, il Padre si é esposto al rischio d'essere relegato nell'ombra, misconosciuto, dimenticato. Ma la fiducia risponde giustamente a questo rischio: essa penetra nell'abis­so d'amore che si cela al nostro sguardo terreno, con uno slancio tanto maggiore quanto più la distanza ap­pare grande, e si attacca tanto più al Padre quanto più egli sfugge alla nostra vista.

Allo stesso modo, é la fiducia che supera l'ostacolo dei dolori e delle prove. Quando la sofferenza ha tutta l'apparenza della severità e della crudeltà, la nostra fiducia vi discerne malgrado tutto la bontà del Padre, riuscendo a scoprire nell'evento doloroso una mano amorosa.

Ed é ancora la fiducia che ci fa superare il ram­marico o lo scoraggiamento che proviamo di fronte alle nostre debolezze morali, ai nostri peccati. Per­ché quando constatiamo l'abisso di miseria che si cela in noi, la fiducia dirige il nostro sguardo verso

l'abisso d'amore che si cela nel Padre e dove tutto può essere cancellato e rinnovato. Nulla può confon­dere questa fiducia, perché più abbiamo sentito la nostra miseria, più ci stacchiamo da noi stessi per slanciarci verso il Padre.

Infine, la fiducia ci permette di affrontare senza tremare il passo decisivo della morte. Sarebbe fare ingiuria al Padre presentarsi davanti a lui tremanti, come davanti a un Giudice inesorabile. Il timore gli dispiace in quanto presuppone la diffidenza. Dopo aver dichiarato: « Noi abbiamo creduto all'amore che Dio ha posto in noi », san Giovanni scriveva: « In ciò l'amore tocca in noi la sua perfezione, che abbiamo fiducia nel giorno del giudizio... Nell'amore non c'è paura, al contrario, l'amore perfetto caccia via la pau­ra, perché la paura porta seco una pena; e chi ha paura, non è perfetto nell'amore ».

Il passaggio all'al di là non deve dunque apparirci sotto un aspetto pauroso: sarebbe misconoscere il Padre che, come tale, si appresta ad accoglierci nel­l'infinito della sua carità. Da molto tempo, fin da quando il suo disegno grandioso ci aveva predestinati a diventare figli suoi in Cristo, il Padre ha preparato per noi una dimora nell'infinito del suo cuore; e come ha guidato la nostra esistenza, così la introdurrà nella sua dimora definitiva, con la stessa autorità e la stes­sa bontà.

L'ora della morte sarà quella in cui un amore paterno che si era nascosto si scoprirà a. noi in tutta la sua magnificenza. La sorpresa che ci attende é dun­que quella dell'amore. Perciò, con Cristo e come lui, noi possiamo fare al Padre l'abbandono totale di noi stessi, rimettendo nelle sue mani il nostro spirito. La nostra vita terrena deve raggiungere, al momento del­la fine, la vetta della fiducia, perché sta per raggiun­gere la vetta dell'amore.

Così noi rispondiamo al cuore del Padre con l'azio­ne di grazie e con l'abbandono. Dalla riconoscenza per i benefici ricevuti passiamo a una fiducia sempre maggiore guardando l'avvenire; e dalla fiducia su­prema dell'ultima ora passeremo a una riconoscenza più grande ancora e definitiva, quando ci troveremo in presenza dell'amore del Padre, infinitamente più grande di quanto abbia potuto concepirlo il nostro pensiero umano.