IL CULTO DELLA DIVINA MISERICORDIA

Tratto da: “IL CULTO DELLA DIVINA MISERICORDIA”

Don Renato Tisot  - A.D.I.M. Alleanza Divina in Misericordia e di Rinnovamento nello Spirito - TO

Prefazione

Fu un giorno d'importanza storica quel 30 aprile del 2000, ottava di Pasqua del Grande Giubileo. Davanti ad una folla immensa, Papa Giovanni Paolo II canonizzava suor Faustina Kowalska, la piccola segretaria di Gesù Misericordioso.

Nell'omelia il Santo Padre dava ufficialità al titolo di «Do­menica della Divina Misericordia» per definire la Seconda di Pasqua ed enunciava i fondamenti interpretativi validi a collo­care proprio nel cuore del mistero pasquale il messaggio e il culto della Divina Misericordia, proponendolo come speranza per «illuminare il cammino agli uomini del terzo millennio».

Subito dopo, il 5 maggio 2000, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti emetteva un decreto che fissava nel calendario liturgico universale questa Domenica della Divina Misericordia, giustamente avvisando di non modificare alcun testo della liturgia già in atto (in quanto evidentemente già pienamente atta a illustrare il tema e far vivere il mistero).

Affermava che questa era una precisa volontà del Papa, il quale però aveva tenuto conto dei segni dei tempi. Così infatti si legge: «Nella nostra epoca i cristiani, provenienti da nume­rosi paesi del mondo, desiderano innalzare questa Misericordia nel culto divino, specialmente nella celebrazione del mistero pasquale, nel quale risplende soprattutto la bontà di Dio verso tutti gli uomini».

Non tutti però, fino a questo punto, erano a conoscenza dei tormentati sviluppi che portarono la Chiesa al discernimento e all'approvazione, sulla scia di una meravigliosa storia tessuta dal Signore stesso per i nostri tempi e assimilata rapidamente soprattutto dai piccoli e dai poveri.

Anzi, la decisione ecclesiastica veniva recepita in maniera molto negativa da teologi, liturgisti e pastori che, aggiornati nei percorsi post-conciliari, credevano di trovarsi di fronte ad un riflusso devozionistico assai preoccupante.

Così succedeva che, mentre in tante parti del mondo la notizia veniva accolta con gioia, anche perché ormai scontata in quanto vissuta entro una sensibilità di pastori in sintonia con quel grande luogo teologico che è il popolo di Dio, da noi invece, soprattutto in Italia, si alzavano voci non solo di disappunto o diffidenza ma anche di ostilità.

Per questo, all'inizio del 2001, e proprio in vista della prima possibile celebrazione ufficiale della Domenica della Divina Misericordia (22 aprile), mi premurai di dare alle stampe una silloge di testi e riflessioni che potevano dare un primo e documentato fondamento alla comprensione, all'annuncio e alla celebrazione. Potevo basarmi su più di vent'anni di cono­scenza, di esperienza e di provvidenziale fruttificazione in questo campo.

Ad opera dell'associazione ecclesiale Alleanza Dives in Misericordia di Trento usciva il volume col titolo: «L’Ottavo giorno di Pasqua e la Divina Misericordia nel cuore del mistero pasquale».

Sorprendentemente il migliaio di copie andò in esaurimen­to nel giro di due mesi.

E dalla Segreteria del Santo Padre veniva questo riconosci­mento: «Sua Santità ringrazia di cuore per il devoto omaggio, e mentre auspica che l'annuncio dell'amore misericordioso di Dio possa diffondersi sempre più nel mondo, aprendo i cuori alla sua azione risanatrice e vivificatrice, invoca la celeste protezione di santa Faustina Kowalska e volentieri imparte a Lei e alle persone care la Benedizione Apostolica, pegno dell'abbondanza della luce e della gioia del Signore Risorto» (5 maggio 2001).

Evidentemente avevamo raccolto tanta gente per l'invito che il Santo Padre ci aveva fatto, di celebrare ancora con lui la Domenica della Divina Misericordia in Piazza S. Pietro (Ottava di Pasqua, 22 aprile 2001). Di nuovo un appassionato appello a far avanzare messaggio e culto non solo nella Chiesa ma nella storia umana.

Quest'anno, 2002 dell'era cristiana, ho pensato di offrire un altro piccolo strumento d'informazione e di formazione, riprendendo alcuni temi e aggiungendo i necessari aggiorna­menti.

E per facilitare il cammino e la collaborazione di molti attenti pastori e fedeli e per aprire porte a chi non ha avuto l'occasione di conoscere, mentre mi accorgo che anche in alcuni calendari liturgici diocesani incomincia ad apparire la Domenica della Divina Misericordia al posto esatto dell'antica e sempre amata domenica in Albis.

Ma ci tengo a riprendere alcuni commenti scaturiti a cuore caldo dopo le grandi celebrazioni del Papa: progetto che Papa Wojtyla cominciava ad annunciare fin dall'inizio del pontificato, facendo intuire quasi il nucleo e il senso divino della sua elezione e della sua primaria missione, sta per svelarsi nelle dimensioni più profonde e misteriose, proprio mentre nella carne condivide col Misericordioso la vittoriosa Passione.

Non può elevare il cantico del vecchio Simeone finché l'Ora della Misericordia non è saldamente radicata nel culto e nella prassi.

E si allontani subito il pregiudizio che si tratta di un fatto tipicamente polacco, perché oggi con evidenza plateale è più assimilato agli estremi confini specialmente tra le popolazioni povere, che sono in genere il terreno preferito dal Dio che si rivela.

E vero, la prima Santa del Giubileo, anzi «la Santa del Giubileo» è una umilissima suora polacca, suor Faustina Kowalska (1905-1938), ma essa non si è presentata da sola per ben due volte nel giro di pochissimo tempo (beatificazione e canonizzazione) sulla grande facciata della basilica vaticana: la sua vita e il suo messaggio rivolto all'umanità intera prende significato da quel Gesù Misericordioso che sempre giganteggia al suo fianco.

Si capirà d'ora in poi sempre più come l'incrociarsi delle presenze storiche della Kowalska e di Wojtyla, come connubio di profezia e discernimento gerarchico, porti tutte le caratteri­stiche di autenticità e fruttuosità in riferimento ad un intervento del Padre Misericordioso in questi tempi di devianza sempre più drammatica dei figli. È un'Ora di Misericordia che non può restare soltanto negli sforzi di un filantropismo umanistico e orizzontalistico, ma deve corrispondere anche ad un'ora di grande effusione dello Spirito, come dice il Papa, una grande primavera dello Spirito.

Culmine e fonte perciò per varcare le soglie della speranza.

 

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CHIESA CHE LEGGE ACCOGLIE E INTERPRETA

La lettura dei segni dei tempi per capire gli interventi e le proposte del fondatore Gesù, sempre vivo e attivo, fa parte di quella assicurata presenza dello Spirito Santo fino alla fine dei tempi.

Il 30 aprile 2000, seconda domenica di Pasqua, Giovanni Paolo II canonizzava suor Faustina Kowalska e definiva per il calendario liturgico universale la «Domenica della Divina Mi­sericordia».

Il libretto consegnato ai fedeli spiegava autorevolmente la posizione della Chiesa nei confronti della missione di Santa Faustina e del culto della Divina Misericordia nelle nuove forme. Ecco il testo: «Suor Maria Faustina, l'apostola della Divina Misericordia, appartiene oggi al gruppo dei santi della Chiesa più conosciuti. Attraverso di lei il Signore manda al mondo il grande messag­gio della Misericordia Divina e mostra un esempio di perfezio­ne cristiana basata sulla fiducia in Dio e sull'atteggiamento misericordioso verso il prossimo.

Suor Maria Faustina nacque il 25 agosto 1905, terza di dieci figli, da Marianna e Stanislao Kowalski, contadini del villaggio di Glogowiec. Al battesimo nella chiesa parrocchiale di Swinice Warckie le fu dato il nome di Elena. Fin dall'infanzia si distinse per l'amore alla preghiera, per la laboriosità, per l'obbedienza e per una grande sensibilità alla povertà umana. All'età di nove anni ricevette la Prima Comunione; fu per lei un'esperienza profonda perché ebbe subito la consapevolezza della presenza dell'Ospite Divino nella sua anima. Frequentò la scuola per appena tre anni scarsi. Ancora adolescente abbandonò la casa dei genitori e andò a servizio presso alcune famiglie benestanti di Aleksandrów, Lódz e Ostrówek, per mantenersi e per aiutare i genitori.

Fin dal settimo anno di vita sentiva nella sua anima la vocazione religiosa, ma non avendo il consenso dei genitori per entrare in convento, cercava di sopprimerla. Sollecitata poi da una visione di Cristo sofferente, partì per Varsavia dove il 1° agosto del 1925 entrò nel convento delle Suore della Beata Vergine Maria della Misericordia. Col nome di Suor Maria Faustina trascorse in convento tredici anni nelle diverse case della Congregazione, soprattutto a Cracovia, Vilno e Plock, lavorando come cuoca, giardiniera e portinaia.

All'esterno nessun segno faceva sospettare la sua vita misti­ca straordinariamente ricca. Svolgeva con diligenza tutti i lavo­ri, osservava fedelmente le regole religiose, era concentrata, silenziosa e nello stesso tempo piena di amore benevolo e disinteressato. La sua vita apparentemente ordinaria, monoto­na e grigia nascondeva in sé una profonda e straordinaria unione con Dio.

Alla base della sua spiritualità si trova il mistero della Misericordia Divina che essa meditava nella parola di Dio e contemplava nella quotidianità della sua vita. La conoscenza e la contemplazione del mistero della Misericordia di Dio svilup­pavano in lei un atteggiamento di fiducia filiale in Dio e di misericordia verso il prossimo. Scriveva: «O mio Gesù, ognuno dei Tuoi santi rispecchai in sé una delle Tue virtù; io desidero rispecchiare il Tuo Cuore compassionevole e pieno di misericordia, voglio glorificarlo. La Tua misericordia, o Gesù, sia impressa sul mio cuore e sulla mala anima come un sigillo e ciò sarà il mio segno distintivo in questa e nell’altra vita» (Q. IV, 7).

Suor Maria Faustina fu una figlia fedele della Chiesa, che essa amava come Madre e come Corpo Mistico di Cristo. Consapevole del suo ruolo nella Chiesa, collaborava con la Misericordia Divina nell'opera della salvezza delle anime per­dute. Rispondendo al desiderio e all'esempio di Gesù offriva la sua vita in sacrificio. La sua vita spirituale si caratterizzava inoltre per l'amore all'Eucaristia e per una profonda devozione alla Madre di Dio della Misericordia.

Gli anni della sua vita religiosa abbondarono di grazie straordinarie: le rivelazioni, le visioni, le stigmate nascoste, la partecipazione alla passione del Signore, il dono dell'ubiquità, il dono di leggere nelle anime umane, il dono della profezia e il raro dono del fidanzamento e dello sposalizio mistico. Il con­tatto vivo con Dio, con la Madonna, con gli angeli, con i santi, con le anime del purgatorio, con tutto il mondo soprannaturale fu per lei non meno reale e concreto di quello che sperimentava con i sensi. Malgrado il dono di tante grazie straordinarie era consapevole che non sono esse a costituire l'essenza della santità. Scriveva nel «Diario»: «Né le grazie, né le rivelazioni, né le estasi, né alcun altro dono ad essa elargito la rendono perfetta, ma l'unione intima della mia anima con Dio. I doni sono soltanto un ornamento dell’ anima, ma non ne costituiscono la sostanza né la perfezione. La mia santità e perfezione consiste ín una stretta unione della mia volontà con la volontà di Dio» (Q. III, 28).

Il Signore scelse Suor Maria Faustina come segretaria e apostola della sua misericordia per trasmettere, mediante lei, un grande messaggio al mondo. «Nell'Antico Testamento mandai al Mio popolo i profeti con í fulmini. Oggi mando te a tutta l'umanità con la Mia misericordia. Non voglío punire l'umanità sofferente, ma desidero guarirla e stringerla al Mio Cuore misericordioso» (Q.V.155).

La missione di Suor Maria Faustina consisteva in tre compiti: - avvicinare e proclamare al mondo la verità rivelata nella Sacra Scrittura sulla Misericordia di Dio per ogni uomo;

- implorare la Misericordia Divina per tutto il mondo, soprat­tutto per i peccatori, in particolar modo con le nuove forme di culto della Divina Misericordia indicate da Gesù: l'imma­gine di Cristo con la scritta «Gesù confido in Te», la festa della Divina Misericordia nella prima domenica dopo Pasqua, la coroncina della Divina Misericordia e la preghiera nell'ora della Divina Misericordia (ore 15). A queste forme di culto e anche alla diffusione dell'adorazione della Misericordia il Signore allegava grandi promesse a condizione dell'affida­mento a Dio e della prassi dell'amore attivo per il prossimo;

- ispirare un movimento apostolico della Divina Misericordia con il compito di proclamare e implorare la Misericordia Divina per il mondo e di aspirare alla perfezione cristiana sulla via indicata da Suor Maria Faustina. Si tratta della via che prescrive un atteggiamento di fiducia filiale, l'adempi­mento della volontà di Dio e un atteggiamento di misericor­dia verso il prossimo.

Oggi questo movimento riunisce nella Chiesa milioni di persone di tutto il mondo: le congregazioni religiose, gli istituti secolari, i sacerdoti, le confraternite, le associazioni, le diverse comunità degli apostoli della Divina Misericordia e le persone singole che intraprendono i compiti che il Signore ha trasmesso a Suor Maria Faustina.

La missione di Suor Maria Faustina è stata descritta nel «Diario» che lei redigeva seguendo il desiderio di Gesù e i suggerimenti dei padri confessori, annotando fedelmente tutte le parole di Gesù e rivelando il contatto della sua anima con lui. Il Signore diceva a Faustina: «Segretaria del Mio mistero più profondo,... il tuo compito più profondo è di scrivere tutto ciò che ti faccio conoscere sulla Mia misericordia, per il bene delle anine che leggendo questi scritti proveranno un conforto interiore e saranno incoraggiate ad avvicinarsi a Me» (Q. VI, 67). Quest'opera infatti avvicina in modo straordinario il mistero della Misericordia Divina; «Il Diario» affascina non soltanto la gente comune ma anche i ricercatori che scoprono in esso una fonte supplementa­re per le loro ricerche teologiche. «Il Diario» è stato tradotto in varie lingue, tra cui inglese, francese, italiano, tedesco, spagno­lo, portoghese, russo, ceco, slovacco e arabo.

Suor Maria Faustina, distrutta dalla malattia e dalle varie sofferenze che sopportava volentieri come sacrificio per i pec­catori, nella pienezza della maturità spirituale e misticamente unita a Dio, mori a Cracovia il 5 ottobre 1938 all'età di appena 33 anni. La fama della santità della sua vita crebbe insieme alla diffusione del culto alla Divina Misericordia sulla scia delle grazie ottenute tramite la sua intercessione. Negli anni 1965-67 si svolse a Cracovia il processo informativo relativo alla sua vita e alle sue virtù e nel 1968 iniziò a Roma il processo di beatificazione che si concluse nel dicembre del 1992. Fu beatificata da Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro a Roma, il 18 aprile 1993. Le reliquie di Suor Faustina si trovano nel santuario della Divina Misericordia a Cracovia - Lagiewniki.

 

2

ERA IL 22 FEBBRAIO 1931 E POI...

Non sembra vero che oggi esploda in tutto il mondo un progetto di Gesù consegnato a suor Faustina appena una set­tantina d'anni fa.

Tutto cominciò in quel famoso 22 febbraio del 1931 nel convento di Plock in Polonia. Si legge nell'ormai famoso Dia­rio: «La sera stando nella mia cella, vidi il Signore vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l'altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l'uno e l'altro pallido. Muta tenevo gli occhi fissi sul Signore; l'anima mia era presa da timore, ma anche da gioia grande.

Dopo un istante, Gesù mi disse: «Dipingi un'immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù, confido in Te! Desidero che questa immagine venga venerata prima nella vostra cappella, e poi nel mondo intero. Prometto che l'anima, che venererà questa immagine, non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell'ora della morte, la vitto­ria sui nemici. Io stesso la difenderò come mia propria gloria».

Il confessore, a cui la religiosa confidò questa impressio­nante esperienza, ovviamente pose le sue riserve interpretando nel senso di una immagine da imprimere nell'anima. Ma men­tre suor Faustina lasciava il confessionale la voce di Gesù ritornò e cominciò decisamente a proporre un culto: «La mia immagine c'è già nella tua anima. Voglio che l'immagine che dipingerai col pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua: questa domenica deve essere la festa della Misericordia. Desidero che i sacerdoti annunci­no la mia grande Misericordia..., le fiamme della Misericordia mi divorano; voglio versarle sulle anime degli uomini».

Il Signore stesso sceglierà a Wilno un direttore spirituale che dovrà accompagnare suor Faustina: don Michele Sopocko, professore di teologia, che di fatto anche dopo la morte della suora avrà un grande ruolo per la diffusione del culto.

Che si tratti di un culto per tutta la Chiesa non ci sono dubbi se ripercorriamo il Diario e rileggiamo le chiarissime parole di Gesù.

Nell'anno 1934 tornò a dire: «Desidero che questa immagi­ne venga esposta al pubblico la prima domenica dopo Pa­squa. Tale domenica è la festa della Misericordia (p. 46).

Figlia mia, guarda l'abisso della mia Misericordia e rendi onore e gloria a questa mia Misericordia... Nel giorno della mia festa, nella festa della Misericordia, attraverserai il mondo intero e condurrai le anime avvilite alla sorgente della mia Misericordia. Io le guarirò e le fortificherò» (p. 104). «Desidero che la prima domenica dopo la Pasqua sia la festa della Misericordia. Chiedi al mio servo fedele (don Sopocko) che in quel giorno parli al mondo intero di questa mia grande Misericordia: in quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita, questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene».

«Il mio cuore gioisce del titolo di Misericordia. Annuncia che la Misericordia è il più grande attributo di Dio» (pp. 132­133).

«Desidero che questa immagine venga solennemente bene­detta la prima domenica dopo Pasqua e che riceva culto pub­blico» (p. 145).

«Questa festa è uscita dalle viscere della mia Misericordia ed è confermata nell'abisso delle mie grazie. Ogni anima che crede e ha fiducia nella mia Misericordia la otterrà» (p. 174). Intanto nel dicembre del 1935 Gesù definiva la missione: «Il tuo compito ed impegno qui sulla terra è quello di impetrare la Misericordia per il mondo intero. Nessun'anima troverà giusti­ficazione finché non si rivolgerà con fiducia alla mia Misericor­dia, e perciò la prima domenica dopo Pasqua dev'essere la festa della Misericordia ed i sacerdoti in quel giorno debbono parla­re alle anime della mia grande e insondabile Misericordia» (p. 227).

Nel 1936 Gesù urgeva in questo modo: «Figlia mia, parla a tutto il mondo della mia inconcepibile Misericordia. Desidero che la festa della Misericordia sia di riparo e rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori. In quel giorno sono aperte le viscere della mia Misericordia, riverserò tutto un mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della mia Misericordia. L'anima che si accosta alla Confessione e alla Santa Comunione riceve il perdono totale delle colpe e delle pene».

Gesù continua con un elogio altissimo della Misericordia e non si stanca di proclamare che, non solo la Festa, ma tutto quello che esiste è frutto scaturito dalle «viscere» della Divina Misericordia.

Notiamo come Gesù usi il termine più pregnante e più tenero che esiste nella Bibbia (Rahamin) per esprimere la mise­ricordia.

Più avanti ancora c'è un esplicito riferimento al culto: «Fi­glia mia, se per tuo mezzo esigo dagli uomini il culto della mia Misericordia, tu devi essere la prima a distinguerti per la fiducia nella mia Misericordia» (p. 277).

Lungo un percorso educativo in crescendo, Gesù propone un culto in cui preghiera parola e azione diventano realtà indissolubilmente legate, e quindi un culto che dalla celebra­zione passi alla vita e dalla vita ritorni alla celebrazione: carità orante e operante in profonda unità, come uno è il grande comandamento dell'Amore, verso Dio e verso il prossimo. In termini largamente recepiti oggi dopo il Concilio si parla di celebrazione, annuncio e testimonianza della carità. Con la celebrazione che diventa «culmen et fons».

Gesù continuava: «In questo modo l'anima esalta e rende culto alla mia Misericordia. Sì, la prima domenica dopo Pa­squa è la festa della Misericordia, ma deve esserci anche l'azio­ne ed esigo il culto della mia Misericordia con la solenne celebrazione di questa festa e col culto all'immagine che è stata dipinta. Per mezzo di questa immagine concederò molte grazie alle anime, essa deve ricordare le esigenze della mia Misericor­dia, poiché anche la fede più forte non serve a nulla senza le opere» (p. 277-278).

Alle volte il discorso di Gesù si fa severo, come in quel 17 febbraio del 1937 quando disse: «Le anime periscono, nono­stante la mia dolorosa passione. Concedo loro l'ultima tavola di salvezza, cioè la festa della mia Misericordia. Se non adoreran­no la mia Misericordia periranno per sempre» (p. 345).

Il 28 febbraio ancora un urgente appello: «Fa' tutto ciò che è in tuo potere nell'opera della mia Misericordia. Desidero che alla mia Misericordia, venga reso culto: do' all'umanità l'ulti­ma tavola della salvezza, cioè il rifugio nella mia Misericor­dia. Il mio cuore gioisce per questa festa» (pp. 352-353). Nella festa della Divina Misericordia del 1937 (4 aprile) suor Faustina ebbe la forte esperienza di unione con le Tre Persone Divine, preludio a quello che oggi comprendiamo meglio, cioè che il culto alla Divina Misericordia non si riferisce solo a Gesù Misericordioso, ma va tributato a tutta la Santissi­ma Trinità. Così nel Diario si legge: «Dato che ero unita a Gesù, per questo contemporaneamente ero unita al Padre e allo Spi­rito Santo: il Signore mi ha fatto conoscere tutto il mare della sua insondabile Misericordia. Quando ero unita al Signore, ho conosciuto quanto sono numerose le anime che adorano la Misericordia di Dio» (p. 373).

E più avanti: «Figlia mia, fa' quanto è in tuo potere per la diffusione del culto della Mia Misericordia. Le anime che diffondono il culto della mia Misericordia, le proteggo per tutta la vita, come una tenera madre protegge il suo bimbo ancora lattante e nell'ora della morte non sarò per loro giudice, ma Salvatore Misericordioso.

Scrivi: «Tutto ciò che esiste è racchiuso nelle viscere della mia Misericordia più profondamente di un bimbo nel grembo materno» (p. 374).

Suor Faustina fin dagli inizi riceve una chiara percezione della grande ma pesante missione assegnatale, ed entra spesso in un conflitto interiore lacerante, aumentato spesso allo spasi­mo da satana stesso. Alla fine si tratta di un vero martirio accettato e portato al termine solo con la grazia di Dio. Nell'ul­tima festa della Misericordia della sua vita terrena (24 aprile 1938) scrive: « O mio Gesù, accetta la mia morte in unione con Te come un sacrificio d'olocausto... affinché l'opera della tua Misericordia si diffonda nel mondo intero e perché la festa della Divina Misericordia venga solennemente approvata e celebrata» (p. 553).

 

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DAL 1938 AL 1978: FERVORI E BATOSTE

Un fermento attorno alla spiritualità - devozione - culto della Divina Misericordia s'è manifestato subito nel popolo di Dio, e poi anche prudentemente nella gerarchia ecclesiastica, ancora mentre suor Faustina era in vita. Il Diario stesso lo dimostra.

Gesù aveva promesso che la missione di Faustina si sarebbe ingigantita dopo la morte, appunto per un carisma di ministero che non viene mai tolto, anzi, come succede per tanti santi che hanno una missione universale, in Cielo viene elevato e poten­ziato.

Ed è veramente uno spettacolo storico l'estendersi vorticoso della devozione alla Divina Misericordia in tutto il mondo tra il 1938 e il 1959: un grande fervore.

Bisogna dire che, nonostante il trionfo popolare, nonostante la «sapientia cordis» dei Pontefici, nonostante il grande interes­se di tanti Pastori della Chiesa, alle richieste specifiche dei Vescovi e delle Curie, il S. Officio rispondeva sempre negativa­mente.

La qual cosa faceva prevedere l'incredibile batosta del 1959. Il S. Officio emanava una severa Notificazione negativa il 6 marzo 1959. Pubblicata dall'Osservatore Romano il 7 marzo e poi finita negli Acta Apostolicae Sedis (11 e il 25 aprile).

Per venire incontro ai tanti interrogativi e alle specifiche lettere inviate in direzione, intervenne anche l'Osservatore della Domenica, organo vaticano di una certa autorevolezza, che interpretò con notevoli attenuazioni la Notificazione in causa, sia perché era proprio una «Notificazione» e non un Decreto (che sarebbe stato una cosa pesante) sia perché si evidenziava assai che il testo del S. Officio mette delle riserve su certe forme recenti di culto ma lascia anche molto spazio alla prudenza e alle decisioni dei Vescovi locali.

Si insisteva nel dire che non erano in causa le virtù di quella Santa donna di suor Faustina e nemmeno il gran bisogno di un ricorso alla Divina Misericordia nei nostri tempi. Anzi, nel numero del settimanale uscito in data 15 marzo 1959, così si scriveva: «La Misericordia trionfa in tutta la storia umana ed è vero che la S. Scrittura, il Vangelo specialmente, e tutta la S. Liturgia sono una continua meditazione e una continua lode per la Divina Misericordia».

Sappiamo che lo stesso Cardinale Ottaviani, il duro e temu­to Prefetto del Sant'Officio, per questa causa di suor Faustina sollecitava invece di persona l'Arcivescovo Karol Wojtyla a procedere speditamente per un riesame approfondito e a racco­gliere deposizioni finché i testimoni oculari erano in vita. È chiaro comunque che, anche senza una pressione a tale livello, Wojtyla faceva il suo dovere per una divina attrazione e per interna convinzione.

Così, a Cracovia, con tanto di permesso del S. Officio, nell'autunno del 1965 si apriva il processo informativo sulla vita e le virtù di suor Faustina, che perciò prendeva il titolo di Serva di Dio; e già il 20 ottobre 1967 tutto era portato a termine con una seduta solenne.

Il 24 gennaio 1968 gli atti furono consegnati al postulatore generale della Causa di Suor Faustina, il gesuita padre Antonio Mruk, che lavorerà in maniera lodevole e determinata fino alla beatificazione e alla canonizzazione.

 

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DAL 1978: LA GRANDE CONFERMA

Nella Bolla d'indizione dell'anno giubilare della Redenzio­ne così scrisse: «Aprite le porte al Redentore. È questo l'appello che rivolgo a tutta la Chiesa, rinnovando l'invito espresso all'indomani della mia elezione alla cattedra di Pietro. Da quel momento i miei sentimenti e pensieri sono stati sempre più diretti a Cristo Redentore, al suo Mistero pasquale, vertice della Rivelazione divina ed attuazione suprema della Miseri­cordia di Dio verso gli uomini di ogni tempo» (6-1-1983). La preghiera che egli compose in quell'anno dice chiaramente: «Rinnova per noi i prodigi della tua Misericordia».

La trilogia fontale del suo ministero (le tre encicliche d'ini­zio) sembra quasi trovare un punto visivo nell'icona della Divina Misericordia: al centro il Cuore del Padre (Dives in Misericordia) con due irradiazioni: Sangue del Figlio (Redemptor Hominis) e Acqua dello Spirito (Dominum et Vivificantem) il Verbo che prende corpo «è l'incarnazione della Misericordia del Padre» e quindi anche il cammino verso il grande Giubileo per commemorare l'incarnazione, viene pre­parato con un percorso che ripete il progetto del Padre storica­mente realizzato 2000 anni fa: si prepara con Maria (Anno Mariano 1983-84), ufficialmente proclamata Madre di Miseri­cordia, e poi si sviluppa dal Cuore trafitto di Gesù (1997) nella potenza dello Spirito (1998) per un ritorno al grembo del Padre (1999).

Che l'immagine della Misericordia sia il vero vessillo del pontificato non c'è più dubbio da quando sulla tomba della beata Faustina a Lagewniki (Cracovia) Giovanni Paolo II ha fatto la seguente confessione: «Questa è stata la mia esperienza personale, che ho portato sulla Sede di Pietro e che in un certo modo forma l'immagine di questo pontificato». E, come fosse già una sicurezza, aggiunge: «Rendo grazie alla Divina Prov­videnza perché m'è stato dato di contribuire personalmente al compimento della volontà di Cristo mediante l'istituzione della Festa della Divina Misericordia» (7 giugno 1997).

Dunque, da quel 1978 la profezia s'incontrò con la gerar­chia, a garanzia di un manifestarsi di Dio per i nostri tempi. L'altra garanzia richiesta era adesso un serio approccio dei devoti per non svilire o compromettere ancora la storia divina con devianze, devozionismi superficiali e divulgazione di testi poco ortodossi o malfatti.

Bisogna capire prima quel «sacramento» del costato aperto, che fu all'origine della teologia giovannea e poi patristica, come pure l'incommensurabile valore del Sangue e dell'Acqua e il passaggio dall'organo - simbolo «cuore» a tutta la persona del Cristo morto e risorto nella completa luce del Mistero pasquale ecc.; tutte cose così lampanti nell'icona della Divina Misericordia.

 

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DAL 1993: È L'ORA

Suor Faustina viene beatificata da Giovanni Paolo II in Piazza S. Pietro: è il 18 aprile 1993, seconda Domenica di Pasqua, cioè Festa della Divina Misericordia. La voce del Papa è sicura mentre pronuncia queste parole: «Ti saluto, Suor Faustina. Da oggi la Chiesa ti chiama Beata... Come si può non pensare che proprio Te, una povera e semplice figlia del popolo polacco di Mazowse, Cristo ha scelto per ricordare alla gente il grande mistero della Divina Misericordia... questo mistero è divenuto veramente un grido profetico rivolto verso il mon­do».

In quel giorno si dava il via energico verso le nuove forme di culto per cui la missione di suor Faustina doveva aver valore per tutta la Chiesa.

Possiamo dare un elenco rapido dei fatti significativi che ne seguirono:

1. Apertura a Roma, presso la bellissima Chiesa di Santo Spirito in Sassia, del Centro internazionale della Divina Miseri­cordia. Rettore il giovane entusiasta e infaticabile don Jozef Bart, con l'aiuto proprio delle suore della Congregazione della Beata Vergine Maria della Misericordia. Tutti noi possiamo costatare quale rilievo è stato dato dalla massima autorità ecclesiastica a questo luogo e quale centro dinamico e propulsore stia sempre più diventando.

2. Atto di riconoscimento della Beata suor Faustina come Co-Fondatrice della Congregazione della Beata Vergine Maria della Misericordia. Quest'atto riconosce che ora il carisma ori­ginale della fondazione raggiunge l'apice e che la Congregazio­ne deve assumersi come scopo primario la diffusione del mes­saggio della Divina Misericordia.

3. Il 10 aprile 1994 il cardinal Camillo Ruini celebra solenne­mente la Festa della Divina Misericordia nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia. Egli dice: «La chiesa così piena di fedeli è segno che la devozione alla Divina Misericordia ha già messo radici in Roma e sappiamo quanto Roma e il mondo intero abbiano bisogno della Misericordia».

4. Finalmente la Festa della Misericordia del 1995 (23 aprile) viene ufficialmente celebrata dal Santo Padre a Roma nella chiesa di Santo Spirito. È un giorno in cui il Papa e pieno di sofferenze fisiche, ma queste non tolgono la forza dello Spirito che è dentro di Lui mentre sa cosa sta succedendo per la storia della Chiesa e del mondo e mentre ricorda l'importanza del messaggio e la necessità che vi siano dei veri e ferventi aposto­li.

Nel contesto benedice la grande icona della Divina Miseri­cordia, dipinto pregevole del pittore polacco Moscal, che da allora esercita tutta la sua attrazione, nella cappella del Santis­simo.

S'avvera tutto quello che suor Faustina scriveva limpida­mente nel suo Diario.

5. La Festa della Divina Misericordia viene celebrata ancora dal cardinal Ruini nella Chiesa di Santo Spirito la Domenica in Albis del 1996. Il Santo Padre è in viaggio verso la Tunisia e manda un messaggio. Il mercoledì seguente all'udienza gene­rale dirà che per un miracolo di suor Faustina c'è stato l'invito a visitare quella nazione ed è stata data la possibilità di celebra-

re per la prima volta ufficialmente l'Eucaristia in terra mussulmana. E ricorda: «Che questa visita è stata fatta nella Domenica in Albis, festa della Divina Misericordia».

6. 11 aprile 1999. Evento storico. È la Festa della Divina Misericordia e per la prima volta si celebra in Piazza S. Pietro, Città del Vaticano. Campeggia una gigantesca icona sulla fac­ciata della Basilica. Quarantamila devoti, avvisati in tempi ristretti, si danno appuntamento a Roma, riconoscendo subito la unicità e l'eccezionalità dell'evento.

È una giornata di splendido sole, con una leggera brezza a richiamare l'alito dello Spirito del Cristo Crocifisso e Risorto. Presiede il cardinal Fiorenzo Angelini, su incarico del Papa, e in questa posizione esplode subito nell'omelia: «L'odierna liturgia della Domenica in Albis, che chiude la solenne Ottava di Pasqua ci propone letture bibliche quanto mai pertinenti alla festa della Divina Misericordia, che il Santo Padre Giovanni Paolo II ha voluto istituire con esplicito riferimento al messag­gio della Beata Faustina Kowalska».

Qui evidenzia, come è giusto, che questa Festa non ha bisogno di letture particolari, perché sono già provvedute dallo Spirito Santo che ha guidato la riforma liturgica post - concilia­re. E per l'istituzione della Festa il cardinale, in nota, afferma di riferirsi al famoso discorso del Papa a Lagiewniki nel 1997. Quello che poi il cardinale Angelini annuncia è di impor­tanza enorme anche per definire le dimensioni del Culto della Divina Misericordia: «La collocazione, nella prima Domenica dono Pasqua. della Festa della Divina Misericordia conferma lo stretto legame che esiste tra il Mistero pasquale della Redenzione e questa Festa dedicata a far scoprire e compren­dere nell'aspetto della Misericordia tutto il mistero della Redenzione». E qui la nota ricorda un passo importantissimo del Diario dove suor Faustina scriveva: «Ora vedo che l'opera della Redenzione è collegata con l'opera della Misericordia voluta e richiesta dal Signore».

Prima della benedizione finale è intervenuto anche l'arcive­scovo Crescenzio Sepe, segretario generale del Comitato per il Grande Giubileo dell'Anno 2000, per mettere in rilievo la grandezza di questa celebrazione e la meravigliosa avanzata della devozione a Gesù Misericordioso nel mondo contempo­raneo. Ripete quanto disse il Papa nel giorno della Beatificazione: «Questo è senza dubbio un segno dei tempi, un segno del nostro XX secolo». E aggiunge: «È anche un segno del Grande Giubileo dell'Anno 2000, anzi l'unico e vero signi­ficato del Grande Giubileo. In questo senso la celebrazione odierna in onore della Divina Misericordia rientra a pieno titolo nella preparazione spirituale e nella celebrazione del Giubileo 2000».

All'Angelus intervenne il Santo Padre che, per quest'anno, ha seguito attentamente la Festa dal suo appartamento. Aveva tanto desiderato questo evento di popolo, come fosse un aiuto e una pedana di lancio per le ultime sue decisioni in merito al compito primario del suo pontificato, che è quello appunto di proclamare e attuare l'Ora della Misericordia.

E disse: «L'odierna Domenica è detta anche Domenica della Divina Misericordia. Essa costituisce in quest'anno dedi­cato a Dio Padre una preziosa occasione per entrare come singoli e come Chiesa nell'autentico spirito giubilare».

Ricordò come si celebri in questa domenica la Pasqua ortodossa, facendoci quindi intuire da che punto si potrà parti­re per respirare con i due polmoni della Chiesa: Oriente e Occidente.

Finì con un elogio e un mandato: «Esprimo il mio compia­cimento per la vostra devozione a Gesù Misericordioso. Vi incoraggio ad essere, nell'ambiente di vita e di lavoro di ciascuno di voi apostoli della Divina Misericordia come la Beata Suor Faustina».

Il giorno dopo l'Osservatore Romano dedicava ampi spazi all'evento riservando tre paginoni e dando forte evidenza nei titoli alla «Domenica della Divina Misericordia».

7. Nel settembre del 1999 entra nel Messale Romano la Messa votiva De Dei Misericordia, che costituisce pure un cardine del Culto ufficiale avanzante.

8. Dall'1 al 4 ottobre 1999 il primo Convegno nazionale a Roma, presso il Centro di Santo Spirito con un significativo titolo: «Il culto della Divina Misericordia nella prospettiva del Grande Giubileo tertio millenio adveniente».

La presenza di eminenti personalità della Chiesa può signi­ficare quanto si valutò questo Convegno e quanto ci si aspettò da esso.

Ne abbiamo un saggio e una gratificazione dalla lettera di Mons. Crescenzio Sepe inviata al Comitato organizzatore, dove venivano comunicate queste importanti affermazioni:

Il Convegno è considerato entro l'ambito della preparazio­ne al Giubileo mentre va compreso anche come una grande tappa e un significativo passaggio «nel cammino veramente meraviglioso della devozione a Gesù Misericordioso» che sta rafforzandosi per arrivare ad un vero culto, con garanzia di efficacia pastorale.

Quale grande gioia e quale motivazione ulteriore offre Sua Eccellenza Mons. Sepe, quando letteralmente dice: «Sono contento che questa devozione alla Divina Misericordia, abbia raggiunto oramai dimensioni mondiali, com'è dimostrato dal fatto che sempre più Vescovi, da ogni parte del mondo, istituiscono nelle loro Diocesi la festa della Divina Misericordia nella Domenica in Albis, così come richiesto dal Signore alla Beata Faustína Kowalska.

Faccio voti perché tale Festa - che speriamo sia presto estesa alla Chiesa universale - possa costituire come il cuore della Celebrazione giubilare. Il grande Giubileo del 2000 ci offre infatti una occasione eccezionale ed unica per «celebrare la bontà del Signore e la infinita misericordia» (cfr. Sal 107/106, 1).

Voglia la Madre della Misericordia benedire questo Convegno e renderlo efficace per incrementare l’amore a Gesù Miserícordioso». A conclusione del convegno era proprio il cardinal Medina Estevez che presiedeva la solenne concelebrazione. In sacristia ebbi modo di parlare con lui e di porgli la specifica domanda sulla Domenica della Divina Misericordia. Disse subito: «Ci dovrà assolutamente essere nella Chiesa. Arrivano peraltro molte richieste dalle conferenze episcopali di molte nazioni». Quello che è successo nel 2000 è stato scritto. Abbiamo già detto come questa storia è arrivata al culmine... Ora bisogna vedere come deve diventare fonte. Culmen et fons, a partire proprio dalla grande sorgente liturgica.

 

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LA MEMORIA LITURGICA DI SANTA FAUSTINA: 5 ottobre

Si rimane sorpresi per la quantità e la qualità dei testi scelti dalla Chiesa, a dimostrazione di quanto, al di là della Santa ricordata nel suo natale al cielo, si vuol far capire, cioè l'impat­to storico del messaggio e della missione a cui il Signore stesso l'aveva chiamata. Definendola «piccola segretaria», Gesù indi­cava che i veri contenuti del suo mandato e i risultati non solo per la Chiesa ma per tutto il mondo, si sarebbero visti solo dopo la sua morte.

Intanto si legga come viene presentata nella Liturgia delle Ore e quale seconda lettura sia scelta per l'ufficio delle letture. Ecco i testi:

Profilo biografico - Faustina (Elena Kowalska) nacque nell'anno 1905 a Glogowiec presso Lódz (Polonia), in una numerosa famiglia contadina. Dopo alcuni anni di servizio presso famiglie bene­stanti entrò nella Congregazione delle Suore della Beata Vergi­ne Maria della Misericordia. Nel convento svolse con zelo i compiti di cuoca, addetta all'orto e alla portineria. Ebbe una vita spirituale straordinariamente ricca, ricolma di diversi doni mistici. La sua missione fu quella di ricordare al mondo la verità sull'amore misericordioso di Dio, di trasmettere nuove forme di culto della Divina Misericordia e di ispirare un rinnovamento religioso nello spirito del suddetto culto. Morì nell'anno 1938 a Cracovia. Lasciò il diario della sua anima che viene annoverato tra le migliori opere della letteratura misti­ca.

Seconda lettura - Dal «Diario» della Beata Faustina (Quaderno 1, pp. 199-200) La míssíone dí annuncíare e dí impetrare la míserícordia dí Dío per íl mondo.

«O Dio mio, sono consapevole della mia missione nella Santa Chiesa. Il mio impegno continuo è quello di impetrare la misericordia per il mondo. Mi unisco strettamente a Gesù e mi offro come vittima che implora per il mondo. Iddio non mi negherà nulla, quando L'invocherò con la voce di Suo Figlio. Il mio sacrificio è niente per se stesso, ma quando l'unisco al sacrificio di Gesù Cristo, diviene onnipotente ed ha forza di placare lo sdegno di Dio. Iddio ci ama nel Figlio Suo. La dolorosa Passione del Figlio di Dio è una continua invocazione che attenua la collera di Dio.

O Dio, quanto desidero che Ti conoscano le anime e che sappiano che le hai create per un amore incomparabile. O mio Creatore e Signore, sento che rimoverò il velo del cielo, affinché la terra non dubiti della Tua bontà.

Fa di me, o Gesù, una vittima gradita e pura davanti al Volto del Padre Tuo. O Gesù, Tu che puoi tutto, trasforma me misera e peccatrice in Te e consegnami al Tuo Eterno Padre. Desidero diventare una vittima sacrificale davanti a Te, ma essere davanti agli uomini una normale ostia. Desidero che il profumo del mio sacrificio sia noto soltanto a Te, o Dio eterno.

In me arde un desiderio inestinguibile d'implorare da Te mise­ricordia; sento e comprendo che questo è il mio compito qui e nell'eternità. Tu stesso d'altronde mi hai ordinato di parlare della tua grande misericordia e bontà».

Per la Messa, l'antifona d'ingresso è dal salmo 88, 2: «Can­terò senza fine la misericordia del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei secoli».

La colletta non usa mezzi termini: «Dio onnipotente ed eterno che hai scelto la Santa Faustina Kowalska per proclama­re al mondo le immense ricchezze della sua infinita misericor­dia, concedi a noi, per sua intercessione, di confidare come lei pienamente nella tua bontà e di compiere con cuore generoso le opere di carità cristiana».

Nell'analisi delle letture della Messa di Santa Faustina ci impressiona il fatto che c'è l'opzione fra due letture dall'Antico Testamento, due dal Nuovo e due Vangeli con rispettive accla­mazioni.

Da Osea le letture veterotestamentarie possono aiutarci a decifrare l'elezione da parte di Dio: l'attira nel deserto, parla al cuore per aprire porte di speranza e frutto nelle vigne, stabili­sce uno sposalizio per sempre nella giustizia, nel diritto, nella benevolenza, nell'amore, nella fedeltà, nella conoscenza del Signore (Os, 16 b. 17, 21-22).

E ancora da Osea: amore fin dalla giovinezza, conduzione per mano, legami di bontà, vincoli d'amore, il chinarsi di Dio per dare da mangiare manifestando un cuore che si commuove e freme di compassione. E se non basta, nei confronti dell'uma­nità il Signore assicura: «Non darò sfogo all'ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a Te e non verrò nella mia ira».

Cose che sono ripetute quasi alla lettera da Gesù nel Diario di suor Faustina.

Il salmo responsoriale non poteva essere che il 103 (102) col ritornello: «Il Signore è buono e pieno di misericordia». I versetti scelti benedicono il Signore per i suoi tanti benefici, perché perdona e guarisce, salva e corona di misericordia, lento all'ira e grande nell'amore. Come il cielo è alto sulla terra così è grande la sua misericordia.

Altri due testi opzionali da S. Paolo. Da Efesini 3, 8-12;14­-19: la grazia data all'infimo fra tutti di annunciare le imperscru­tabili ricchezze di Cristo, l'adempimento del mistero nascosto nella mente di Dio, il disegno attuato in Cristo nostro Signore, il quale ci dà il coraggio di avvicinarci in piena fiducia in Dio. Ne segue il ringraziamento per l'ampiezza, la lunghezza, l'al­tezza e la profondità dell'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché tutti siano ricolmi della pienezza di Dio.

L'altro testo è dalla seconda lettera ai Corinzi 5, 14-21: manifesta l'amore di Cristo che urge dentro e spinge all'annun­cio di fronte all'ineffabile mistero della sua passione e morte e alla creazione nuova scaturita. Forte la direzione verso il mini­stero della riconciliazione.

Ricordiamo che l'icona di Gesù misericordioso lo rappre­senta nell'atto di istituire il sacramento della riconciliazione.

I brani evangelici sono due. Il primo è un unicum nelle liturgie dei santi. Difatti è il momento della trafittura del cuore e la testimonianza di Giovanni nei confronti del Trafitto (Gv 19, 31-37). Il canto che lo precede è da Gv 4, 19b-10B: «Dio ci ha amati per primo e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati». È nel contesto della definizione di Dio come Amore, ma qui non si può più dire soltanto «amore» bensì bisogna aggiungere «misericordioso» o sempli­cemente si può tradurre «Dio è Misericordia», perché l'amore è stato storicamente dimostrato nell'assunzione di tutta la mise­ria umana nella carne del Verbo. Per cui Giovanni Paolo II può dire tranquillamente che Gesù è l'incarnazione della Misericor­dia Divina.

Il secondo Vangelo si riferisce più direttamente alla prassi del Padre, Signore del cielo e della terra, che nasconde queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le rivela ai piccoli (Lc 11, 25­30).

Quanto abbiamo bisogno di questo inno di giubilo partito dal cuore di Cristo! Ne segue l'invito per tantissime anime: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò». Il canto al Vangelo si sofferma su queste parole così urgenti anche oggi: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite ed umile di cuore».

La preghiera sulle offerte tiene conto della famosa coroncina che si trova nel Diario: l'unione all'offerta eucaristica di Cristo per «il sacrificio di espiazione per i peccati nostri e del mondo intero».

L'antifona alla comunione invita di nuovo a celebrare il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia. La preghiera dopo la comunione va trascritta per intero: «O Dio, ricco di misericordia (NB Dives in misericordia), il Santissimo Sacramento che abbiamo ricevuto rinnovi il nostro corpo e il nostro spirito, affinché sull'esempio della Santa Faustina, possiamo portare al mondo intero la speranza della tua misericordia».

Sarà utile ricordare pure che qui si trovano anche tutti i testi della Messa della solennità del Sacro Cuore come sono distri­buiti nei tre cicli annuali. Per dire come la Chiesa veda la figura di suor Faustina in funzione di una missione che raccorda evidentemente il Culto del S. Cuore a quello della Divina Misericordia, arrivando ora ad un compimento.

 

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LA MESSA VOTIVA «DE DEI MISERICORDIA»

In data 1 settembre 1994 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti approvava il testo della Messa votiva «De Dei Misericordia», che per volontà del Santo Padre Giovanni Paolo II veniva dato in uso alla Chiesa Univer­sale. Oggi entra d'obbligo in tutti i messali.

Nella lettera circolare alle Conferenze Episcopali del 24 ottobre 1994 si presentava il testo tipico latino per quelle tradu­zioni nelle lingue locali che, come sempre, definitivamente dovevano poi passare alla finale approvazione dello stesso Dicastero romano.

Ma nel decreto (Prot. 1769/94/L) si dicono cose importanti per la decifrazione spirituale dei segni di Dio nei nostri tempi e della risposta che parte, come al solito, dal gran cuore del popolo di Dio, quello che sfugge spesso alla visione preconcepita delle intelligenze astratte.

Grazie a Dio abbiamo una Chiesa che sa fare finali discerni­menti, quando per opera davvero dello Spirito Santo il magi­stero si incontra con la profezia che mai viene meno. Si legge: «Ai nostri giorni la sensibilità spirituale del popolo cristia­no nei confronti della Misericordia di Dio e dei suoi miracoli si è accresciuta moltissimo e il culto della stessa Misericordia si diffonde ogni giorno in misura maggiore.

A questo ha certamente giovato in maniera notevole l'Enci­clica «Díves in Misericordía», promulgata dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II il 30 Novembre 1980 e nella quale, com'è noto, viene esaltata con chiari argomenti la stessa Misericordia di Dio, la cui manifestazione raggiunge il culmine nel Mistero Pasquale portato a compimento da Cristo, il quale Mistero oggi nella Chiesa si ripete ininterrotto nella celebrazione eucaristica».

Il documento continua spiegando che è stato per esplicito comando di Giovanni Paolo II che ciò è avvenuto, con una revisione accurata del testo da parte sua, perché «nell'eucologia del Messale Romano fosse posta in particolare luce la Miseri­cordia di Dio». Il testo finisce così: «Píaccía a Dío che la lode e l'amore verso la Miserícordía dí Dio fioriscano dí gíorno ín giorno presso íl popolo cristiano fin quando quella Míserícordía che sussíste da sempre, sia esaltata nei cíelí per l'eternità».

Ci sembra strano che entro la liturgia della Chiesa ci sia stata una lacuna del genere o meglio sia mancata una specifica evidenziazione. In realtà, trovandoci di fronte al massimo attri­buto di Dio e al cuore di tutto il messaggio della salvezza, non c'è giorno e non c'è ora che nella preghiera della Chiesa non si esalti e non si proponga di vivere la misericordia. Del resto, tra le nuove preci eucaristiche (qui siamo al vertice dell'esperien­za) la più lunga, e per questo purtroppo la meno pregata, è la quarta, che è una meravigliosa e commovente storia della misericordia.

Ma ci domandiamo: perché oggi tale autorevole sollecitudi­ne della Santa Sede e tale ufficiale appoggio? Ovviamente, l'antico come il nuovo popolo dell'Alleanza ha capito che il primo comandamento, e quindi il primario impegno, parte dall'ascolto di quanto ci viene dall'Alto' «Ascolta Israele». Ci sono sempre i grandi profeti che parlano a nome di Dio e perciò la proposta che gli ispirati e autorizzati interpreti del messag­gio offrono, in fondo non è che una risposta in fede al Signore misericordioso che mai abbandona il suo popolo e che si fa più presente quando la confusione e l'impossibilità dell'uomo rag­giunge l'abisso estremo.

Ormai non esiste alcun dubbio che dietro l'Enciclica fontale dell'insegnamento e della missione di Giovanni Paolo II sta il suo incontro studiato e appassionato con le apparizioni di Gesù Misericordioso alla beata Faustina Kowalska (1905-1938), la piccola segretaria della Divina Misericordia.

Nel settembre del 1999 entra nel Messale Romano la Messa votiva De Dei Misericordia, che costituisce pure un cardine del Culto ufficiale avanzante.

Era importante che, nella eucologia del Messale Romano, fosse posta in particolare luce la Misericordia di Dio.

Lex orandi, lex credendi. E qui c'è davvero molto da impa­rare e da credere.

Le antifone d'ingresso partono dall'Amore eterno di Dio (Ger 31, 3) che si manifesta nel tempo soprattutto col grande Kippur (espiazione) del Figlio (Gv 2, 2), per cui la misericordia deve essere cantata senza fine (Sal 88, 2).

La colletta si riferisce a Dio come infinita misericordia e tenerezza senza limiti (Rahamin, - viscere, - cuore) e ne richia­ma l'attuazione storica: il Padre che ci ha creati (grembo fontale), il Figlio che ci ha redenti (Sangue) e lo Spirito che ci ha rigenerati (Acqua). Richiesta per il popolo è la fede per com­prendere e avere la sapienza del cuore (Confido in Te).

L'orazione sulle offerte immerge la nostra oblazione in quella di Gesù che trasforma tutto in sacramento di Redenzio­ne («L'Eterno Padre io ti offro» della Coroncina fa in modo che la devozione fluisca e resti basata sempre al Sacrificio Eucaristico).

E poi qui si definisce Cristo «nostra fiducia» a personificare e perfezionare in Lui quel «Confido in Te» che da parte nostra è sempre difettoso.

La prima antifona alla Comunione definisce essenza e scopo del culto: «La misericordia di Dio è da sempre, dura in eterno per quanti l'onorano» (Sal 103, 17). La seconda antifona ci proietta nell'ora nona, parte essenziale del culto: trafittura ed effusione di sangue ed acqua (Gv 19, 34).

L'orazione dopo la comunione domanda al Dio Misericor­dioso che, dal più profondo livello di unione col Signore che esiste sulla terra (Corpo e Sangue), possiamo ritornare ad attingere con fiducia alle sorgenti della misericordia per essere misericordiosi.

Prima lettura: è la celebre benedizione di Pietro al Padre, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti per una speranza viva «ecco il Cristo dell'icona e la speranza che rinasce nel Cenacolo». Perciò è possibile gioire anche nelle afflizioni e capire il valore della fede (fiducia - confidenza). Il Cristo come la Chiesa può esser confitto, trafitto ma mai sconfitto. Sul fondo sta la vita eterna, mentre si consegue la meta della fede, cioè la salvezza delle anime (1Pt 1, 3-9).

A risposta c'è il salmo 118 (117) che inneggia al Signore perché eterna è la sua misericordia e perché la manifesta nella storia della salvezza. Cosa ripetuta ed enfatizzata nell'Alleluia al Vangelo: «la sua misericordia si espande su tutte le creature» (Sal 145, 9).

Come Vangelo, c'è una duplice possibilità, sempre come proposta operativa per vivere la misericordia alla maniera di Gesù: che è venuto non per essere servito ma per servire (Mt 20, 25-28) e per donarsi fino a morire per noi. Da qui il massimo e nuovo comandamento: «Amatevi come io vi ho amati» (Gv 15,9-14).

 

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IL PRIMO SIGNIFICATO DELLA DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

Potremo meditare a lungo sul senso, sui testi e sulla collo­cazione liturgica di questa che non è una nuova festa istituita ma semplicemente una «denominazione» di quella domenica che è la prima a continuare il percorso delle «pasque settimana­li». Guai a cambiare la liturgia della parola perché sono proprio le letture che manifestano i contenuti già esistenti e misteriosa­mente offerti da Gesù stesso nella rivelazione privata e confer­mati dal processo di riforma del Vaticano Secondo. Testi nuovi per la liturgia di una festa nuova non potrebbero senz'altro essere più forti; ci si accorge che c'è un incrocio misterioso guidato dallo Spirito Santo, che offre anche, a partire dai testi intoccabili della Seconda di Pasqua, elementi ricchissimi sul piano della riflessione e dell'annuncio del più centrale dei misteri di un Dio che viene incontro al mondo sempre misera­bile: quello appunto della sua Misericordia. È il segreto interpretativo appunto e Mistero pasquale come attuazione costante della Misericordia Trinitaria.

Ma vogliamo assimilare prima di tutto le proposte omiletiche del massimo interprete che è lo stesso Karol Wojtyla. Merita leggere il testo integrale delle sue omelie nelle celebra­zioni della Seconda Domenica di Pasqua: Omelia di Giovanni Paolo II il 23 aprile 1995:

Era la seconda domenica di Pasqua, quelle che per il Papa era già «ín pectore» la domenica della Divina Misericordia. Si recò a celebrarla nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, dove da poco per sua volontà era sorto il centro internazionale per la promozione del culto della Divina Misericordia.

Così commentò la liturgia della parola: 1. «Pace a voi!» (Gv 20,19).

Gesù risorto pronunziò per due volte queste parole appa­rendo agli Undici nel cenacolo, la sera del giorno stesso in cui risuscitò dai morti. Il Signore, come attesta l'evangelista Gio­vanni, mostrò loro le mani e il costato, per confermare davanti ad essi l'ídentítà del suo corpo, quasi a dire: Questo è lo stesso corpo che due giorni fa venne inchiodato alla croce e poi deposto nel sepolcro; il corpo che porta le ferite della crocifis­sione e del colpo di lancia; esso costituisce la prova diretta che io sono risorto e vivo.

Quella fu, dal punto di vista umano, una costatazione difficile da accettare, come dimostra la reazione di Tommaso. La sera della prima apparizione nel cenacolo, Tommaso era assente. E quando gli altri Apostoli gli raccontarono di aver visto il Signore, egli con fermezza sí rfíutò dí credere. «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò» (Gv 20,25). Da queste parole si può capire quanto saa stata importante per la verità della resurrezione l'ídentítà fisica del corpo dí Cristo.

Quando il Signore Gesù, l'ottavo giorno - come oggi - venne nuovamente nel cenacolo, si rivolse direttamente a Tommaso, quasi ad esaudire la sua richiesta: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!» (Gv 20,27). Di fronte a tale prova l'Apostolo non solo credette, ma trasse l'estrema conclusione di quanto aveva visto e sperimentato, e la manifestò con un'altissima quanto concisa professione di fede: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).

Alla presenza del Risorto divenne evidente per Tommaso sia la verità della sua umanità sia quella della sua dívínítà. Colui che è risuscitato con la propria potenza è il Signore: «Non conosce la morte il Signore della vita » (da un Canto pasquale polacco).

La confessione di Tommaso chiude il ciclo delle testimo­nianze sulla resurrezione di Cristo, che la Chiesa ripropone durante l'Ottava di Pasqua. «Mio Signore e mio Dio!». Repli­cando a tali parole, Gesù ín un certo senso schíúde la realtà della sua resurrezíone al futuro dell í'ntera storía umana. Dice infatti a Tommaso: «Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che pur non avendo visto crederanno» (Gv 20,29). Pensa a coloro che non Lo vedranno risorto alla maniera degli Apostoli, né mangeranno e berranno con Lui (cfr Al 10,41), eppure crede­ranno sulla base delle affermazioni dei testimoni oculari. Sono costoro, in modo particolare, ad essere chiamati da Cristo «beati».

2. «Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente» (A p 1,17).

Esiste una certa analogia tra l'apparizione nel cenacolo - specialmente quella dell'ottavo giorno, in presenza di Tommaso - e la visione escatologica di cui parla San Giovanni nella seconda lettura tratta dall'Apocalisse. Nel cenacolo Cristo mostra agli Apostoli, e specialmente a Tommaso, le ferite delle mani, dei piedi e del costato, per confermare l'identità del suo corpo risorto e glorioso con quello crocifisso e deposto nella tomba. Nell'Apocalisse il Signore si presenta come il Primo e l'Ultimo, come Colui da cui inizia e con cui termina la storia del cosmo, Colui che è «generato prima di ogni creatura» (Col 1,15), «il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (Col 1,18), principio e fine della storia dell'uomo.

Questa sua identità, che pervade perennemente la storía degli uomíní, viene formulata con le parole «Io ero morto, ma ora vivo per sempre» (A p 1,18). Ed è come se dicesse: «Ero morto nel tempo; ho accettato la morte per rimanere fedele fino alla fine all'incarnazione, per la quale, restando Figlio di Dio consostanziale al Padre, sono diventato vero uomo in tutto, fuorché nel peccato (cfr Eb 4,15). I tre giorni della passione e morte, necessari all'opera della redenzione, rimangono in me e in voi. Ed ora io vivo in eterno e manifesto con la mia risurre­zione la volontà di Dio che chiama ogni uomo a partecipare alla mia stessa vita immortale. Ho le chiavi della morte con le quali devo aprire i sepolcri terreni e mutare i cimiteri, da luoghi in cui regna la morte, a vasti spazi per la resurrezione».

3. «Non temere!». Quando, nell'isola di Patmos, Gesù rivol­ge a Giovanni questa esortazione, rivela la sua vittoria sui molti timori che accompagnano l'uomo nella sua esistenza terrena, prima di tutto di fronte alla sofferenza e alla morte. Il timore per la morte concerne anche la grande incognita che essa rappresenta. Si tratta forse di un totale annientamento dell'essere umano? Le severe parole: «Ricordati che sei polvere, e in polvere tornerai» (cfr Gn 3,19) non esprimono pienamente la dura realtà della morte? L'uomo, dunque, ha seri motivi per provare timore di fronte al mistero della morte.

La civiltà contemporanea fa di tutto per distogliere la coscien­za umana dall'ineluttabile realtà del morire, tentando di indurre l'uomo a vivere come se la morte non esistesse. E ciò s'esprime praticamente nel tentativo di distogliere la coscienza dell'uomo da Dio: farlo vivere come se Dio non esistesse! La realtà della morte però è evidente. Non è possibile farla tacere; non è possibile dissipare la paura che ad essa è legata.

L'uomo teme la morte così come teme ciò che viene dopo la morte. Teme il gíudizío e la punizione, e questo timore ha un valore salvifico: esso non va cancellato nell'uomo. Quando Cristo dice: «Non temere!», vuol dare risposta a ciò che costituisce la fonte più profonda delle paure esistenziali dell'essere umano. Egli intende dire: Non temere il male, poiché nella mia risurrezione il bene si è dimostrato più potente del male. Il mio Vangelo è verità vittoriosa. La morte e la vita si sono affrontate sul Calvario in un mirabile duello e la vita ne è uscita vittoriosa: «Dux vitae mortuus regnat vivus! », «Io ero morto, ma ora vivo per sem­pre» (Ap 1,18).

4. «La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo» (Sal 117 (118), 22). Il versetto del Salmo responsoriale dell'odierna liturgia ci aiuta a comprendere la verità sulla risurrezione di Cristo. Esprime anche la verità sulla Divina Mise­ricordía rivelatasi nella resurrezione. L’amore ha riportato la vittoria sul peccato, e la vita sulla morte. Questa verità costituisce in un certo senso l'essenza stessa della Buona Novella. Cristo pertan­to può dire: «Non temere!». E ripete tali parole ad ogni uomo, specialmente a chi è sofferente nel fisico o nello spirito. Può ripeterle con tutta fondatezza.

Intuì questo in modo particolare suor Faustina Kowalska, che ho avuto la gioia di beatificare due anni fa. Le sue esperien­ze mistiche si sono focalizzate tutte intorno al mistero di Cristo Misericordioso e costituiscono quasi un singolare commento alla parola di Dio presentataci dall'odierna liturgia domenicale. Suor Faustina non soltanto le ha annotate, ma ha cercato un artista capace di dipingere l'immagine di Cristo Misericordio­so, così come ella lo vedeva. Immagine che insieme alla figura della Beata Faustina rappresenta una testimonianza eloquente di ciò che i teologi chiamano «condescendentia divina». Dio si rende comprensibile ai suoi interlocutori umani. La Sacra Scrit­tura, e specialmente il Vangelo, ne sono la conferma.

Carissimi Fratelli e Sorelle! Su tale linea si colloca il messag­gio di Suor Faustina. Ma era soltanto di Suor Faustina o, piuttosto, non si trattava allo stesso tempo di una testimonaianza resa da parte di tutti coloro ai quali tale messaggio ha infuso coraggio nelle dure esperienze della seconda guerra mondíale, nei campi di concen­tramento, nello sterminio e nei bombardamenti? L'esperienza mistica della Beata Kowalska ed il richiamo a Cristo Misericordioso si inscrivono nel duro contesto della storia del nostro secolo. Noi, come uomini di questo secolo, che volge ormai al termine, desíderíamo ríngrazíare íl Sígnore per íl messaggíó della Divina Misericordia.

5. Oggi, in particolare, sono lieto di poter rendere grazie a Dio in questa Chiesa di Santo Spíríto in Sassia, annessa all'omo­nimo ospedale e divenuta Centro specíalízzato per la pastorale degli infermi come pure per la promozione della spírítualità della Dívína Misericordia. È molto significativo ed opportuno che proprio qui, accanto all'antichissimo ospedale, si preghi e si operi con costante sollecitudine per la salute del corpo e dello spirito. Mentre per questo esprimo rinnovato compiacimento al Cardinale Vicario, il mio grato pensiero va anche al Cardina­le titolare Fiorenzo Angelini. Saluto il Vescovo del Settore Ovest, il Rettore e gli altri Sacerdoti, le Religiose e tutti voi, cari fedeli qui presenti. Vorrei, inoltre, inviare un fraterno pensiero ai degenti dell'Ospedale Santo Spirito, insieme pure ai medici, agli infermieri, alle Suore, ed a quanti quotidianamente li assi­stono. A tutti vorrei dire: Abbiate fiducia nel Signore! Siate apostoli della Divina Misericordia e, secondo l'invito e l'esem­pio della Beata Faustina, prendete cura di chi soffre nel corpo e specialmente nello spirito. Ad ognuno fate sperimentare l'amo­re misericordioso del Signore che consola e infonde gioia.

Sia Gesù la vostra pace!

«Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre» (Eb 13,8). Contemplandolo nel mistero della croce e della resurrezione, ripetiamo insieme alla liturgia dell'odierna domenica: «Cele­brate il Signore, perché è buono!».

Celebrate il Signore, perché è misericordioso!

 

Omelia di Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro il 30 aprile 2000, seconda di Pasqua definita «Domenica della Divina Mise­ricordia»

1. «Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia» (Sal 118, 1). Così canta la Chiesa nell'Ottava di Pasqua, quasi raccogliendo, dalle labbra di Cristo queste parole del Salmo; dalle labbra di Cristo risorto, che nel Cenacolo porta il grande annuncio della misericordia divina e ne affida agli apostoli il ministero: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi... Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 21-23).

Prima di pronunciare queste parole, Gesù mostra le mani e il costato. Addita cioè le ferite della Passione, soprattutto la ferita del cuore, sorgente da cui scaturisce la grande onda di misericordia che si riversa sull'umanità. Da quel cuore suor Faustina Kowalska, la beata che d'ora in poi chiameremo San­ta, vedrà partire due fasci di luce che illuminano il mondo: «I due raggi - le spiegò un giorno Gesù stesso - rappresentano il sangue e l'acqua» (Diario, Libreria Editrice Vaticana, p. 132).

2. Sangue ed acqua! Il pensiero corre alla testimonianza dell'evangelista Giovanni che, quando un soldato sul Calvario colpì con la lancia il costato di Cristo, vide uscirne «sangue ed acqua» (cfr. Gv 19, 34). E se il sangue evoca il sacrificio della croce e il dono eucaristico, l'acqua, nella simbologia giovannea, ricorda non solo il battesimo, ma anche il dono dello Spirito Santo (cfr. Gv 3, 5; 4, 14; 7, 37-39).

Attraverso il cuore di Cristo crocifisso la misericordia divina raggiunge gli uomini: «Figlia mia, dì che sono l'Amore e la Misericordia in persona», chiederà Gesù a Suor Faustina (Diario, 374). Questa misericordia Cristo effonde sull'umanità mediante l'invio dello Spirito che, nella Trinità, è la Persona - Amore. E non è forse la misericordia un «secondo nome» dell'amore (cfr. Dives ín niíserícordía, 7), colto nel suo aspetto più profondo e tenero, nella sua attitudine a farsi carico di ogni bisogno, soprattutto nella sua immensa capacità di perdono?

È davvero grande oggi la mia gioia, nel proporre a tutta la Chiesa, quasi dono di Dio per il nostro tempo, la vita e la testimonianza di Suor Faustína Kowalska. Dalla divina Provvi­denza la vita di questa umile figlia della Polonia è stata comple­tamente legata alla storia del ventesimo secolo, il secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. È, infatti, tra la prima e la seconda guerra mondiale che Cristo le ha affidato il suo mes­saggio di misericordia. Coloro che ricordano, che furono testi­moni e partecipi degli eventi di quegli anni e delle orribili sofferenze che ne derivarono per milioni di uomini, sanno bene quanto il messaggio della misericordia fosse necessario.

Disse Gesù a Suor Faustina: «L'umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla divina misericordia» (Diario, p. 132). Attraverso l'opera della religiosa polacca, que­sto messaggio si è legato per sempre al secolo ventesimo, ultimo del secondo millennio e ponte verso il terzo millennio. Non è un messaggio nuovo, ma si può ritenere un dono di speciale illuminazione, che ci aiuta a rivivere più intensa­mente il Vangelo della Pasqua, per offrirlo come un raggio di luce agli uomini ed alle donne del nostro tempo.

3. Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l'avvenire dell'uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. È certo tuttavia che accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la luce del­la divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconse­gnare al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illumi­nerà il cammino degli uomini del terzo millennio.

Come gli Apostoli un tempo, è necessario però che anche l'umanità di oggi accolga nel cenacolo della storia Cristo risor­to, che mostra le ferite della sua crocifissione e ripete: Pace a voi!

Occorre che l'umanità si lasci raggiungere e pervadere dallo Spirito che Cristo risorto le dona. È lo Spirito che risana le ferite del cuore, abbatte le barriere che ci distaccano da Dio e ci dividono tra di noi, restituisce insieme la gioia dell'amore del Padre e quella dell'unità fraterna.

4. È importante allora che raccogliamo per intero il mes­saggio che ci viene dalla parola di Dio in questa seconda Domenica di Pasqua, che d'ora innanzi in tutta la Chiesa prenderà il nome di «Domenica della Divina Misericordia». Nelle diverse letture la liturgia sembra disegnare il cammino della misericordia che, mentre ricostruisce il rapporto di ciascuno con Dio, suscita anche tra gli uomini nuovi rapporti di fraterna solidarietà. Cristo ci ha insegnato che «l'uomo non soltanto riceve e sperimenta la misericordia di Dio, ma è pure chiama­to a «usar misericordia» verso gli altri: beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5, 7) (Dives in misericordia, 14). Egli ci ha poi indicato le molteplici vie della misericordia, che non perdona soltanto i peccati, ma viene anche incontro a tutte le necessità degli uomini. Gesù si è chinato su ogni miseria umana, materiale e spirituale.

Il suo messaggio di misericordia continua a raggiungerci attraverso il gesto delle sue mani tese verso l'uomo che soffre. È così che lo ha visto e lo ha annunciato agli uomini di tutti i continenti suor Faustina, che nascosta nel suo convento di Lagiewniki, in Cracovia, ha fatto della sua esistenza un canto alla misericordia: Misericordias Domini in aeternum cantabo.

5. La canonizzazione di Suor Faustina ha un'eloquenza particolare: mediante questo atto intendo oggi trasmettere questo messaggio al nuovo millennio. Lo trasmetto a tutti gli uomini perché imparino a conoscere sempre meglio al vero volto di Dio e al vero volto dei fratelli. Amore di Dio e amore dei fratelli sono infatti indissociabili, come ci ha ricordato la prima Lettera di Giovanni: «Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti» (5, 2). L'Aposto­lo qui ci richiama alla verità dell'amore, additandocene nell'os­servanza dei comandamenti la misura ed il criterio.

Non è facile, infatti, amare di un amore profondo, fatto di autentico dono di sé. Questo amore si apprende solo alla scuola di Dio, al calore della sua carità. Fissando lo sguardo su di Lui, sintonizzandoci col suo cuore di Padre, diventiamo capaci di guardare ai fratelli con occhi nuovi, in atteggiamento di gratui­tà e di condivisione, di generosità e di perdono. Tutto questo è míserícordía.

Nella misura in cui l'umanità saprà apprendere il segreto di questo sguardo misericordioso, si rivela prospettiva realizzabile il quadro ideale proposto nella prima lettura: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune» (At 4, 32). Qui la misericordia del cuore è divenuta anche stile di rap­porti, progetto di comunità, condivisione di beni. Qui sono fiorite le «opere della misericordia», spirituali e corporali. Qui la misericordia è divenuta concreto farsi «prossimo» verso i fratelli più indigenti.

6. Suor Faustina ha lasciato scritto nel suo Diario: «Provo un dolore tremendo quando osservo le sofferenze del prossimo. Tutti i dolori del prossimo si ripercuotono nel mio cuore; porto nel mio cuore le loro angosce, in modo tale che mi annientano anche fisicamente. Desidererei che tutti i dolori ricadessero su di me, per portare sollievo al prossimo» (Díarío, p. 365). Ecco a quale punto di condivisione conduce l'amore quando è misurato sull'amore di Dio!

È a questo amore che l'umanità di oggi deve ispirarsi per affrontare la crisi di senso, le sfide dei più diversi bisogni, soprattutto l'esigenza di salvaguardare la dignità di ciascuna persona umana. Il messaggio della divina misericordia è così, implicitamente, anche un messaggio sul valore di ogni uomo. Ogni persona è preziosa agli occhi di Dio, per ciascuno Cristo ha dato la sua vita, a tutti il Padre fa dono del suo Spirito e offre l'accesso alla sua intimità.

7. Questo messaggio consolante si rivolge soprattutto a chi, afflitto da una prova particolarmente dura o schiacciato dal peso dei peccati commessi, ha smarrito ogni fiducia nella vita ed è tentato di cedere alla disperazione. A lui si presenta il volto dolce di Cristo, su di lui arrivano quei raggi che partono dal suo cuore e illuminano, riscaldano, indicano il cammino e infondono speranza. Quante anime ha già consolato l'invoca­zione «Gesù, confido in Te!» che la Provvidenza ha suggerito attraverso Suor Faustina! Questo semplice atto di abbandono a Gesù squarcia le nubi più dense e fa passare un raggio di luce nella vita di ciascuno.

8. Misericordias Domini in aeternum cantabo (Sal 88[89], 2). Alla voce di Maria Santissima, la «Madre della misericordia», alla voce di questa nuova Santa, che nella Gerusalemme celeste canta la misericordia insieme con tutti gli amici di Dio, uniamo anche noi, Chiesa pellegrinante, la nostra voce.

E tu, Faustina, dono di Dio al nostro tempo, dono di Polonia a tutta la Chiesa, ottienici di percepire la profondità della divina misericordia, aiutaci a farne esperienza viva e a testimoniarla ai fratelli. Il tuo messaggio di luce e di speranza si diffonda in tutto il mondo, spinga alla conversione i peccato­ri, sopisca le rivalità e gli odi, apra gli uomini e le nazioni alla pratica della fraternità. Noi oggi, fissando lo sguardo con Te sul volto di Cristo risorto, facciamo nostra la tua preghiera di fiducioso abbandono e diciamo con ferma speranza:

Gesù, confido in Te!

 

OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II Domenica, 22 aprile 2001 - Piazza S. Pietro Celebrazione Eucaristica nella Domenica della Divina Misericordia

1. «Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre» (Ap 1,17-18).

Abbiamo ascoltato nella seconda lettura, tratta dal libro dell'Apocalisse, queste consolanti parole Esse ci invitano a volgere lo sguardo verso Cristo, per sperimentarne la rassicu­rante presenza. A ciascuno, in qualsiasi condizione si trovi, fosse pure la più complessa e drammatica, il Risorto ripete: «Non temere!»; sono morto sulla croce, ma ora «vivo per sempre»; «Io sono al Primo e l'Ultimo e il Vivente».

«Il Primo», la sorgente, cioè, di ogni essere e la primizia della nuova creazione; «l'Ultimo», il termine definitivo della storia; «il Vivente», la fonte inesauribile della Vita che ha sconfitto la morte per sempre. Nel Messia crocifisso e risuscita­to riconosciamo i lineamenti dell'Agnello immolato sul Golgota, che implora il perdono per i suoi carnefici e dischiude per i peccatori pentiti le porte del cielo; intravediamo il volto del Re immortale che ha ormai «potere sopra la morte e sopra gli inferi» (Ap 1,18).

2. «Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia» (Sal 117,1)

Facciamo nostra l'esclamazione del Salmista, che abbiamo cantato nel Salmo responsoriale: eterna è la misericordia del Signore! Per comprendere sino in fondo la verità di queste parole, lasciamoci condurre dalla liturgia nel cuore dell'evento di salvezza, che unisce la morte e la risurrezione di Cristo alla nostra esistenza e alla storia del mondo. Questo prodigio di misericordia ha radicalmente mutato le sorti dell'umanità. È un prodigio in cui si dispiega in pienezza l'amore del Padre che, per la nostra redenzione, non indietreggia neppure davanti al sacrificio del suo Figlio unigenito.

Nel Cristo umiliato e sofferente credenti e non credenti possono ammirare una solidarietà sorprendente, che lo unisce alla nostra umana condizione oltre ogni immaginabile misura. La Croce, anche dopo la risurrezione del Figlio di Dio, «parla e non cessa mai di parlare di Dio-Padre, che è assolutamente fedele al suo eterno amore verso l'uomo... Credere in tale amore significa credere nella misericordia» (Díves ín míserícordriz, 7).

Vogliamo rendere grazie al Signore per il suo amore, che è più forte della morte e del peccato. Esso si rivela e si attua come misericordia nella nostra quotidiana esistenza e sollecita ogni uomo ad avere a sua volta «misericordia» verso il Crocifisso. Non è forse proprio amare Dio e amare il prossimo e persino i «nemici», seguendo l'esempio di Gesù, il programma di vita d'ogni battezzato e della Chiesa tutta intera?

3. Con questi sentimenti, celebriamo la seconda Domenica di Pasqua, che dallo scorso anno, anno del Grande Giubileo, è chiamata anche «Domenica della Dívína Míserícordía». Per me è una grande gioia potermi unire a tutti voi, cari pellegrini e devoti venuti da varie nazioni per commemorare, ad un anno di distanza, la canonizzazione di suor Faustina Kowalska, testi­mone e messaggera dell'amore misericordioso del Signore. L'elevazione agli onori degli altari di questa umile Religiosa, figlia della mia Terra, non rappresenta un dono solo per la Polonia, ma per tutta l'umanità. Il messaggio, infatti, di cui ella è stata portatrice costituisce la risposta adeguata e incisiva che Dio ha voluto offrire alle domande e alle attese degli uomini di questo nostro tempo, segnato da immani tragedie. A Suor Faustina Gesù ebbe a dire un giorno: «L'umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla divina misericor­dia» (Díarío, p. 132). La divina Misericordia! Ecco il dono pasquale che la Chiesa riceve dal Cristo risorto e che offre all'umanità, all'alba del terzo millennio.

4. Il Vangelo, che poc'anzi è stato proclamato, ci aiuta a cogliere appieno il senso e il valore di questo dono. L'evangeli­sta Giovanni ci fa come condividere l'emozione provata dagli Apostoli nell'incontro con Cristo dopo la sua risurrezione. La nostra attenzione si sofferma sul gesto del Maestro, che tra­smette ai discepoli timorosi e stupefatti la missione di essere ministri della divina Misericordia. Egli mostra le mani e il costato con impressi i segni della passione e comunica loro: «Come íl Padre ha mandato me anch'io mando voi» (Gv 20,21). Subito dopo «alitò su di loro e disse. Ricevete lo Spíríto Santo; a chi rimetterete í peccati saranno rímessí e a chi non lí rimetterete, resteranno non rímessí» (Gv 20,22-23). Gesù affida ad essi il dono di «rimettere i peccati», dono che scaturisce dalle ferite delle sue mani, dei suoi piedi e soprattutto del suo costato trafitto. Di là un'onda di misericordia si riversa sull'intera umanità.

Riviviamo questo momento con grande intensità spirituale. Anche a noi quest'oggi il Signore mostra le sue piaghe gloriose e io suo cuore, fontana inesausta di luce e di verità, di amore e

di perdono.

5. Il Cuore di Cristo! Il suo «Sacro Cuore» agli uomini ha dato tutto: la redenzione, la salvezza, la santificazione. Da questo Cuore sovrabbondante di tenerezza santa Faustina Kowalska vide sprigionarsi due fasci di luce che illuminavano l mondo. « I due raggi - secondo quanto lo stesso Gesù ebbe a confidarle - rappresentano il sangue e l'acqua» (Diario p 132) ngue richiama il sacrificio del Golgota e il mistero dell'Eu­caristia; l'acqua, secondo la ricca simbologia dell'evangelista Giovanni, fa pensare al battesimo e al dono dello Spirito Santo (cfr Gv 3,5; 4,14).

Attraverso il mistero di questo cuore ferito, non cessa di spandersi anche sugli uomini e sulle donne della nostra epoca il flusso ristoratore dell'amore misericordioso di Dio. Chi anela alla felicità autentica e duratura, solo qui ne può trovare il segreto.

6. «Gesù, confido in Te». Questa preghiera, cara a tanti devoti, ben esprime l'atteggiamento con cui vogliamo abban­donarci fiduciosi pure noi nelle tue mani, o Signore, nostro unico Salvatore.

Tu bruci dal desiderio di essere amato, e chi si sintonizza con i sentimenti del tuo cuore apprende ad essere costruttore della nuova civiltà dell'amore. Un semplice atto d'abbandono basta ad infrangere le barriere del buio e della tristezza, del dubbio e della disperazione. I raggi della tua divina misericor­dia ridanno speranza, in modo speciale, a chi si sente schiaccia­to dal peso del peccato.

Maria, Madre di Misericordia, fa' che manteniamo sempre viva questa fiducia nel tuo Figlio, nostro Redentore. Aiutaci anche tu, santa Faustina, che oggi ricordiamo con particolare affetto. Insieme a te vogliamo ripetere, fissando il nostro debole sguardo sul volto del divin Salvatore «Gesù, confido in Te». Oggi e sempre. Amen

 

9

ALCUNI ORIENTAMENTI PER LA CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA

Si cominci davvero qui e in altre occasioni a meditare e a predicare sulla Misericordia di Dio. Si parta dai testi liturgici del giorno, si approfondisca il tema su base biblica, patristica, liturgica. Non a caso quando si inseriva la Messa votiva della Misericordia nel messale romano si lamentava questa scarsa attenzione persino nel grande campo eucologico. E non a caso monsignor Rino Fisichella nel corso di esercizi per sacerdoti apostoli della Divina Misericordia, a Collevalenza nell'anno giubilare, lamentava ancora l'assenza di una vera teologia della Misericordia.

Si analizzino attentamente i testi già fissati dalla liturgia come ci ha magistralmente insegnato Giovanni Paolo II il 30 aprile del 2000: abbiamo dato il testo integrale, ma merita evidenziare i punti chiave: annuncio di misericordia nel cenacolo segno di ferita del cuore da cui scaturisce la grande onda della misericordia, l'importanza estrema dei gran­di segni del sangue e dell'acqua entro la testimonianza giovannea che chiude con questi sigilli tutta la Rivelazione. Attraverso il cuore di Cristo la misericordia divina raggiunge gli uomini. Cogliere per intero il messaggio della domenica e qui i riferimenti al Diario di suor Faustina sono di grande aiuto.

Nelle diverse letture la liturgia sembra disegnare il cammi­no della misericordia per dire che l'uomo non soltanto riceve e sperimenta la misericordia di Dio ma è pure chiamato ad usare misericordia verso gli altri. Sintonizzandoci col cuore del Padre diventiamo capaci di guardare ai fratelli con cuore nuovo. Tutto questo è misericordia.

Ecco il quadro ideale proposto dalla prima lettura: la comu­nità come un cuor solo e un'anima sola. La misericordia del cuore diventa stile di rapporti, progetto di comunità, condivisione di beni. Qui fioriscono le opere della misericordia spirituali e corporali. Il messaggio della misericordia è un messaggio sul valore dell'uomo. Soprattutto sull'afflitto arriva­no quei raggi che partono dal suo cuore (Vedi icona).

Il Santo Padre in quel giorno si trovava a celebrare nell'an­no B con i testi più espressivi: dagli Atti degli Apostoli per il cuore nuovo e misericordioso della prima Chiesa; dalla prima lettera di Giovanni per la vittoria sul mondo realizzata nei grandi segni del sangue e dell'acqua sgorgati dal costato ferito di Gesù. Il Vangelo per tre anni resta sempre lo stesso ed è assai significativo non solo perché nell'antica tradizione è la festa di S. Tommaso ma per il raccordo tra Pasqua e Ottava e per tutti i significati che abbiamo modo di derivare. L'icona di Gesù Misericordioso qui aiuta molto.

Se si vuole approfondire la tematica globale basta rileggere tutti i testi specifici della liturgia nei tre anni. È una miniera. La colletta dell'anno A si alza al Dio di eterna misericordia che proprio nella ricorrenza pasquale fa sperimentare la poten­za del sangue del Figlio e dell'acqua dello Spirito, sacramentalmente donati dal Battesimo.

La colletta dell'anno B ricorda che questa salvezza potrà essere sperimentata in ogni Pasqua domenicale. (E qui dovre­mo dire come nell'Ottavo giorno questa sequenza settimanale viene inaugurata per pura e continua attuazione della miseri­cordia di Dio).

La colletta dell'anno C specifica i dati di questa perenne ora di misericordia e di salvezza: la sconfitta della morte, il dono forte dello Spirito, i vincoli del male spezzati, la possibilità di un servizio libero di obbedienza e di amore. Ancora una rico­noscenza per il dono del giorno del Signore in cui il popolo radunato può celebrare queste divine meraviglie del Primo e dell'Ultimo, il Vivente. La proiezione escatologica qui ha gran­de valore.

Nell'anno A la lettura degli Atti definisce la prima comuni­tà nel suo impegno assiduo e comunitario attorno ai cardini della Parola e del Pane per una Koinonia di misericordia sor­gente di segni e prodigi.

La lettura dalla prima di Pietro è un'esplicita benedizione a Dio e Padre del Signore Gesù Cristo che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati mediante la risurrezione del Fi­glio, per una speranza viva e una eredità che non si corrompe. Nell'anno C gli Atti degli Apostoli continuano a presentare la forza d'unità e di amore, di liberazione e di guarigione, segni evidenti dell'ora di misericordia annunciata da Gesù a Nàzaret ancora all'inizio del suo ministero. La vera inaugurazione per tutti i tempi del giubileo della misericordia.

Il libro dell'Apocalisse presenta in mezzo ai candelabri il figlio dell'uomo con l'abito lungo e la fascia sacerdotale d'oro, quello che è il sommo ed eterno sacerdote di ogni liturgia (quella terrestre sempre collegata alla celeste). Nello stesso capitolo Giovanni lo contempla proiettato sulle nubi nel giudi­zio finale: «E ognuno lo vedrà, anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto» (1, 7). Quanto ci aiuta sempre l'icona di Gesù per la visualizzazione.

L'antifona alla comunione ci invita ad accostare la mano e a toccare le ferite del Signore per non essere più increduli ma credenti.

Si inserisca sempre tutto il discorso entro il Mistero pa­squale. Giovanni Paolo II lo fa costantemente. Già nell'indizione del Giubileo della Redenzione (6-1-1983) aveva scritto che «dal momento della sua elezione i suoi sentimenti e i suoi pensieri sono stati sempre più diretti a Cristo Redentore, al suo Mistero pasquale, vertice della Rivelazione divina ed attuazione suprema della Misericordia di Dio verso gli uomini di ogni tempo».

Nell'Enciclica Dives in Misericordia si legge: «Il Mistero pasquale è il vertice di questa rivelazione ed attuazione della misericordia (n.7). La risurrezione è il segno che corona l'intera rivelazione dell'amore misericordioso nel mondo soggetto al male (n.8).

Il cardinal Fiorenzo Angelini, celebrando la Festa in S. Pietro nel 1999 decisamente diceva: «L'odierna liturgia della Domenica in Albis che chiude la solenne Ottava di Pasqua ci propone letture bibliche quanto mai pertinenti alla festa della Divina Misericordia... La collocazione nella prima domenica dopo Pasqua conferma lo stretto legame che esiste tra il Miste­ro pasquale della Redenzione e questa Festa dedicata a far scoprire e comprendere nell'aspetto della Misericordia tutto il mistero della Redenzione». Qui citava anche il Diario di suor Faustina dove essa annotava: «Ora vedo che l'opera della Redenzione è collegata con l'opera della Misericordia voluta e richiesta dal Signore».

Il decreto del 5 maggio 2000 della Congregazione per il Culto e la Disciplina dei Sacramenti, definendo la IIa di Pasqua come Domenica della Divina Misericordia, invita ad accogliere la misericordia di Dio nel suo Tempio e afferma: «Nella nostra epoca, i cristiani, provenienti da numerosi paesi del mondo, desiderano innalzare questa misericordia nel culto divino: spe­cialmente nella celebrazione del Mistero pasquale, nel quale risplende soprattutto la bontà di Dio verso tutti gli uomini».

Ed il grande studioso e profeta Edouard Glotin, ancora nel 1990 diceva e scriveva con sicurezza che la festa voluta da Gesù attraverso suor Faustina finirà con l'estendersi a tutta la Chiesa e di questo non potranno che rallegrarsi teologi e pastori. Poi testualmente: «Presentando il Cuore misericordioso di Gesù come la sintesi del «mistero pasquale», le cui celebrazioni si concluderanno con la venerazione della sua immagine, grazie a questa ispirata iniziativa il mistero di questo Cuore - come dice Giovanni Paolo II - diviene in un certo senso il punto centrale della rivelazione dell'amore misericordioso del Padre».

«Naturalmente in questo ottavo giorno della Pasqua cristia­na, continuerà ad esser letto il Vangelo che vede Cristo mostra­re due volte agli undici la Piaga del costato, scena che rinvia immediatamente alla pericope della trafittura del Messia (Gv 19, 31-37). Allora sarà chiaro che il Cuore trafitto di Gesù è il grande segno storico dell'amore misericordioso della Trinità per gli uomini peccatori, donato da Dio agli uomini nell'istante stesso - quello che i teologi definiscono kairòs - dell'evento redentore. Sarà più facile sottrarre il Cuore di Gesù alla sfera del devozionalismo per conferirgli nella catechesi cristiana lo stato di «polo kerigmatico», cioè di ricapitolazione dell'econo­mia trinitaria dell'incarnazione redentrice sotto il segno del­l'amore e del dono».

Così affermava Glotin ad Assisi durante il convegno nazio­nale dell'Apostolato della Preghiera, in occasione del terzo centenario della morte di S. Margherita Maria Alacoque. Illu­strava anche in maniera esatta la posizione liturgica della so­lennità del S. Cuore nell'alveo della «redamatio» e della «reparatío».

Si comprenda fino in fondo che in questa Ottava ci si sofferma a riflettere e quasi a digerire l'esplosivo impatto dell'evento-mistero della risurrezione di Gesù. Come a Natale dopo otto giorni ci si domanda: ma cosa è veramente successo nella storia umana con l'incarnazione del Verbo? E allora si ritorna al grembo della Madre Maria per capire nella sua prima sperimentatrice e cooperatrice l'impatto storico, esistenziale, di un fatto che ora tocca tutti i credenti, così otto giorni dopo la «dormitio-resurrectio» del Verbo fatto carne, che dal costato del nuovo Adamo ha fatto nascere la Chiesa ci domandiamo: ma come e da quale sorgente è scaturita questa fantastica creazione nuova, sacramento di rigenerazione misericordiosa di tutta l'umanità? Questa volta, otto giorni dopo, dobbiamo ritornare al grembo del Padre o in toto al grembo trinitario.

Molti hanno desiderato lungo il percorso liturgico una festa per il Padre Misericordioso. Orbene qui il discorso si fa più completo.

Filippo domandava a Gesù: «Mostraci il Padre». E Gesù, proprio alla vigilia del grande sacrificio, rispondeva: «Chi vede me vede il Padre». È da quel momento che il Figlio di Dio, come incarnazione della Misericordia del Padre, metteva in atto la finale manifestazione. E quando si apre il cuore di Gesù, all'ora nona del venerdì santo, non abbiamo più dubbi. Il cuore che si apre è quello del Padre e i due doni massimi sono: il Figlio nel suo sangue versato fino all'ultima goccia e lo Spirito Santo come l'acqua viva. Allora tutta la SS. Trinità è nel proces­so dell'ultima rivelazione e dell'estrema donazione. La Dome­nica della Misericordia si sofferma a meditare, proclamare, godere questa sublime realtà dopo la quale non resta che l'escaton. Quello che l'Apocalisse di Giovanni, chiudendo tutta la Bibbia, ci fa vedere in un grande quadro celeste dove la regalità eterna di Dio si manifesta nella gloria del Padre e dell'Agnello Immolato col fiume d'acqua viva che ne sgorga a guarigione e salute completa per tutte le nazioni. Mentre lo Spirito e la sposa (Chiesa) dicono: «Vieni». E chi ascolta ripeta: «Vieni. Chi ha sete venga, chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita» (Ap 22, 17).

La Chiesa sarà sempre la comunità dei credenti, cioè come dice S. Giovanni, di coloro che hanno creduto all'amore miseri­cordioso di Dio. Ricordiamo che «credo» deriva da «crad-ha», radice pregnante che Ravasi traduce così: «Porre il cuore in qualcuno».

Come è nata la fede della Chiesa? Con l'esperienza di Giovanni alle tre del pomeriggio del venerdì santo, con l'espe­rienza dei dieci la sera del primo giorno e finalmente con quella di Tommaso l'ottavo giorno, sempre davanti al cuore trafitto di Gesù, come luogo di conoscenza dell'amore trinitario. Finalmente la Chiesa rispondeva all'amore col credo. Na­sceva il popolo del Confido in Te.

Il riferimento trinitario ci permette di considerare la col­locazione liturgica della Domenica della Divina Misericordia in un momento significativo, cioè quello di raccordo tra la Pasqua e la Pentecoste o ancor meglio come anello di congiun­zione tra la Quaresima coi suoi itinerari catecumenali e penitenziali e il glorioso periodo mistagogico post-pasquale. Dal mercoledì delle ceneri camminiamo con Cristo sofferente fino al bagno di sangue del Santo Triduo; poi cominciamo a godere del grande frutto dello Spirito meritato dal cruento sacrificio. Al centro sta la figura del Padre misericordioso che nella duplice donazione del Figlio e dello Spirito è alla fonte e al centro dell'Opera.

Ora tutti noi sappiamo come oggi si faccia ancora qualcosa in Quaresima per arrivare alla Pasqua, ma come poi tutto si sgonfi dopo l'Alleluja pasquale, nonostante le forti proposte continuative del Concilio. Orbene, fermarsi là comporta una paralisi dell'opera completa del Padre che dopo il dono del Figlio vuol donarci lo Spirito. Quale tristezza, quando si pensa invece ai primi tempi della Chiesa e alla sua prassi illuminata che rendeva il periodo verso la Pentecoste ancora più forte, come è nella traccia delle grandi catechesi dei Padri gustate in parte anche oggi nella liturgia delle ore. Era come un grande corso di esercizi spirituali in vista di una nuova effusione dello Spirito che corrispondeva in fondo al progetto proposto da Cristo stesso dopo la Risurrezione. Cosa che rafforzò per sem­pre la Chiesa con la grazia della Pentecoste.

La Domenica della Divina Misericordia ci fa continuare l'esperienza del cenacolo fino a quel glorioso momento e l'ico­na di Gesù misericordioso ci permette il raccordo. Questa è la domanda importante: perché godere del raggio rosso (dalle Ceneri al Triduo Santo) e non arrivare a godere il raggio bianco dello Spirito Santo? (dalla Pasqua alla Pentecoste).

Nelle nostre comunità, ad esempio, dopo un severo itinera­rio quaresimale continuiamo con un altrettanto impegnativo seminario di vita nello Spirito per arrivare alle preghiere di effusione nel giorno di Pentecoste.

Abbiamo imparato senz'altro qualcosa da Gesù Misericor­dioso. E non si parli più di devozionismi.

Continuiamo a proporre anche didatticamente l'esposi­zione dell'icona della Divina Misericordia. È un suggerimen­to di Gesù. Abbiamo visto anche come nelle tre grandi manife­stazioni in piazza S. Pietro (beatificazione, festa del 1999, canonizzazione) la gigantesca immagine sia stata esposta quasi di necessità sulla facciata della Basilica.

Troviamo infatti in questa immagine un supporto visivo a dare luce e significato non solo alla Domenica in Albis ma a tutto il grande periodo Pasqua-pentecostale. E dal momento che questo mistero penetra nel quotidiano come fondamento di continua salvezza e di comunione con Dio, a garanzia di eterni­tà, sarà bene collocare l'icona nell'ambiente quotidiano per avere un costante riferimento di contemplazione e di affida­mento.

Gesù che appariva a S. Faustina il 22 febbraio del 1931 era lo stesso del Cenacolo. Quanto nel Cenacolo avvenne dall'ulti­ma cena al giorno di Pentecoste fa parte della fantastica e insostituibile esperienza i fondo i tutto i cristianesimo con una missione assoluta di annunciarla e comunicarla a tutto il genere umano. È questione di eterna salvezza.

Il Cristo Sommo Sacerdote Misericordioso, tra il giovedì e il venerdì santo, «attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio Vivente» (Eb 9, 11-14).

Come nel Kippur ebraico (la festa della grande espiazione) una volta all'anno il sommo sacerdote entrava nel Santo dei Santi, oltre il velo, dopo una settimana santa di preghiere, digiuno e purificazioni, e come ancora gli elementi rituali basilari erano il sangue e l'acqua, ecco ora finalmente l'unico vero sommo sacerdote Gesù compie il definitivo e universale sacrificio espiatorio nel proprio Sangue e nell'Acqua dello Spi­rito. Tutto per un ritorno definitivo al Padre, il Dio vivente.

Alla morte di Gesù il velo del tempio si spezza come a significare che quella storia antica è stata solo una grande prefigurazione o una grande immagine; ora comincia la storia nuova una volta per sempre, con una meta ultima: il vero passaggio o Pasqua di tutti alla Terra promessa.

E leggiamo ancora con commozione dalla lettera agli Ebrei: «Poiché dunque abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essen­do stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno» (Eb 4, 14-16).

Questa «esortazione» agli Ebrei ci invita a fare non solo il grande passaggio dall'Antico al Nuovo Testamento, ma a vive­re quotidianamente il passaggio nel bagno salvifico della mise­ricordia, corrispondendo con assoluta fiducia (Confido in Te).

Tutto questo richiama l'icona ideata da Gesù stesso e, se domandiamo la luce del cuore, ci accorgeremo che l'immagine non è una delle tante che possono magari funzionare da stru­mento per nuovi devozionismi, ma diventa codice decifratore di tanti passi significativi della Scrittura.

Non ci meravigliamo se il sangue e l'acqua, elementi essen­ziali anche per la vita naturale, ora vengono elevati a significa­re la vita soprannaturale e sono rappresentati con due raggi luminosi. È la luce nuova della Pasqua, è il nuovo roveto ardente, la Shekinah gloriosa con una divina irradiazione: «Questo Figlio è irradiazione della gloria del Padre e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola» (Eb 1, 3).

La Parola è già stata registrata tutta dalla Scrittura, ma se lungo il percorso di questa nostra storia tormentata il Verbo stesso sceglie una via profetica per ravvivarla, benedetto sia il suo Santo Nome.

Intanto ci mettiamo davanti all'icona del Crocifisso - Risor­to. L Lui solo ora nel Cenacolo, perché dopo duemila anni i discepoli siamo noi, davanti a Lui, in attesa dei benefici divini. Non è un fantasma, non è un idolo mentale, non è il prodotto di una filosofia, di una ideologia e neanche di una religione, non è un concetto teologico o un ridimensionamento interno di immagine scaturito dal cuore di chi l'aveva conosciuto prima. L Lui in persona, il Figlio di Dio e Figlio dell'uomo, con i chiari segni di un amore crocifisso che si chiama misericordia. Soprat­tutto punta decisamente su quel cuore che merita uno sguardo di fede assoluta per entrare in quella sintonia di cuori dove finalmente è possibile «la conoscenza» e il passaggio per osmosi e simbiosi del Sangue e dell'Acqua.

Dopo la più grande sciagura di tutti i tempi, ecco la più grande grazia. Dopo il più grande rifiuto dell'uomo, ecco il più grande perdono, dopo la più drammatica dichiarazione di morte (deicidio), ecco la più grande manifestazione della Vita.

Il nostro Dio per amore si fa configgere, trafiggere, ma mai sconfiggere. Felice colpa perché l'amore finalmente si capisce come Divina Misericordia.

Contemplando l'icona lasciamoci dire quello «Shalôm» pa­squale: «Pace a voi». Il vero significato globale di questa pace che può venire solo da Dio è decifrato da S. Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi: «Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito (pneuma), anima (psiche) e corpo (soma), si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo» (1Ts 5, 23-24).

Questa «salvezza totale», corrispondente alla tridimensionalità della nostra persona, può esser capita solo per rivelazione e può essere attuata solo dal Signore nostro Gesù Cristo, unico Salvatore. In questo tempo di salutismo esagerato e di ricerca terapeutica nel parareligioso e nel paranormale, il Signore ci invita a fare il passo decisivo verso di Lui come Salvatore, cioè liberatore e guaritore, sulla base di un unico principio ben individuato da S. Pietro dopo la grande batosta e dopo il misericordioso ricupero: «Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia: dalle sue piaghe siete stati guariti» (1Pt 2, 24-25).

Se abbiamo ancora dei dubbi è proprio l'Ottava di Pasqua che ci convince una volta per sempre: «Pace a Voi». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,26-28).

L'Ottava di Pasqua è una grande occasione per parlare del «Giorno del Signore» perché è qui che comincia la misericor­diosa catena che dà senso e altezza all'anno dell'uomo per renderlo anno del Padre. Quanto abbiamo insistito in questi anni per ricuperare la domenica di fronte al calo progressivo e disastroso della «pratica» sopportata più per legge ecclesiastica che per mistero divino.

Ricordiamo la Sacrosanctum Concilium al n. 106: «La do­menica è la festa primordiale che deve essere proposta e incul­cata alla pietà dei fedeli... Non le venga anteposta alcun'altra solennità che non sia di grandissima importanza, perché la domenica è il fondamento e il nucleo di tutto l'anno liturgico». Tutto questo è stato rispettato dal Decreto per la «denomi­nazione» della Seconda di Pasqua come Domenica della Divina Misericordia. E da quanto abbiamo detto sopra, guai a noi se tocchiamo i testi e la collocazione di questo giorno ottavo che è all'inizio della serie delle domeniche. Però quali ricchezze e quali contenuti ci invita a riconsiderare e rivivere anche la rivelazione privata di Gesù Misericordioso. Soprattutto per una traduzione in termini di popolo o di «piccoli del Vangelo» dei molteplici e profondi messaggi.

Proprio come scriveva un noto liturgista, giustamente pre­occupato per un possibile adombramento della grande realtà della Domenica e invece per un sano riferimento alle rivelazio­ni private: «Il miglior servizio, anzi il vero servizio delle rivela­zioni private, è quello di condurre al centro del mistero pasqua­le, entro la strada percorsa da tutta la Chiesa» (Vita pastorale n. 7/1994).

È quanto ogni vero cultore della Divina Misericordia condi­vide caldamente.

Finalmente e in maniera forte questa Domenica evidenzia il Sacramento della Riconciliazione, su cui merita soffermarsi considerando anche la drammatica crisi che oggi lo investe. Gesù stesso indicò nell'icona il momento dell'istituzione del sacramento e nella mano destra alzata il gesto del sacerdote che assolve. Parlò molte volte di questo sacramento con molta passione. Ecco un esempio, questa volta associato al grande tema della Comunione:

«Quanto mi addolora che le anime si uniscano così poco a Me nella Santa Comunione! Attendo le anime ed esse sono indifferenti per Me. Le amo con tanta tenerezza e sincerità ed esse non si fidano di Me. Voglio colmarle di grazie, ma esse non vogliono riceverle. Trattano con Me come con una cosa inerte eppure ho un cuore pieno d'amore e di Misericordia. Affinché tu possa conoscere almeno un po' il Mio dolore, pensa alla più tenera delle madri, che ama molto i suoi figli, ma i figli disprez­zano l'amore della madre. Immagina il suo dolore, nessuno riuscirà a consolarla. Questa è un'immagine ed una pallida somiglianza del Mio amore.

Scrivi, parla della Mia Misericordia. Dì alle anime dove debbono cercare le consolazioni cioè nel tribunale della Miseri­cordia, lì avvengono i più grandi miracoli che si ripetono continuamente. Per ottenere questo miracolo non occorre fare pellegrinaggi in terre lontane né celebrare solenni riti esteriori, ma basta mettersi con fede ai piedi di un Mio rappresentante e confessargli la propria miseria ed il miracolo della Divina Misericordia si manifesterà in tutta la sua pienezza. Anche se un'anima fosse in decomposizione come un cadavere ed uma­namente non ci fosse alcuna possibilità di risurrezione e tutto fosse perduto, non sarebbe così per Dio: un miracolo della Divina Misericordia risusciterà quest'anima in tutta la sua pienezza. Infelici coloro che non approfittano di questo miraco­lo della Divina Misericordia! Lo invocherete invano, quando sarà troppo tardi!» (Díario pag. 476).

La Liturgia delle Ore di questa Domenica anticipa il tema nella lettura breve dei primi vespri, da Romani 5, 10-11: «Se quand'eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione». Mons. Enzo Lodi, liturgista di fama, ma anche pastore aperto ai segni dei tempi, dopo aver fugato il timore di chi vede

in questa domenica così definita quasi una smentita dello spirito della riforma liturgica, afferma decisamente: «Bisogna riconoscere che finalmente si celebra la Divina Misericordia nella domenica in cui il Vangelo della Messa (Gv 20, 19-23) ci presenta due realtà centrali della nostra fede.

La prima è quella espressa dal testo fondamentale che promulga il sacramento della penitenza, oggi così mal compre­so e celebrato, che così potrebbe ritrovare il suo rilievo biblico. La seconda realtà è la manifestazione del costato aperto dello stesso Risorto (v. 27: «Metti la mano nel mio costato e non essere più incredulo ma credente»), che altrove lo stesso evan­gelista ci indica come un mistero sacramentale di fede (Gv 19, 34), perché da esso scaturiscono il sangue (l'Eucaristia) e l'ac­qua (il battesimo), che sono il «simbolo dei sacramenti della chiesa» (cfr. prefazio della festa del S. Cuore di Gesù).

Mi pare che queste ragioni siano sufficienti per fugare ogni dubbio: la riforma liturgica è così completata, perché la Chie­sa e guidata dallo Spirito «verso tutta la verità» (Gv 16, 13). Un testo del card. Ratzinger (cfr. Fede cristiana ieri e oggi, 1969) è qui significativo: «Per Giovanni, l'immagine del costato trafitto e il punto culminante non solo della croce, ma di tutta la storia di Gesù. Ora, dopo il colpo della lancia..., la sua esistenza è completamente aperta; in quel preciso momento egli è completamente «per»; non è più isolato, ma l'Adamo da cui viene tratta Eva, una nuova umanità... Colui che è tutto aperto, e che realizza l'essere come radicale accoglienza e co­municazione, manifesta così quello che è sempre stato in pro­fondità, e cioè la sua condizione di figlio» (Settimana 21-5­2000).

Si può anche notare come nella formula di assoluzione nel nuovo rito del sacramento della riconciliazione (senz'altro meno giuridica e più teologica) si parte dalla Misericordia del Padre attraverso la passione e morte e risurrezione del Figlio (sangue) e l'effusione dello Spirito (acqua) per il frutto del perdono e della pace ottenuto nel ministero consegnato alla Chiesa.

L'absolvere (spezzare catene, liberare, guarire) prende un alto significato entro il mistero Pasqua-pentecostale per arriva­re a quello Shalôm che sigilla sempre una cosa nuova, una nuova creatura, il miracolo della rivivificazione ogni volta che la morte o i germi velenosi si siano introdotti nel cammino umano.

Ecco il sacramento della misericordia, della riconciliazione divina, del perdono e della pace, prima ancora di essere quello della confessione, quale piccolo, ma necessario contributo sa­crificale umano ad un'opera che è possibile solo a Gesù e a un ministero da Lui derivante. E se si parla di penitenza, bisogna dire che l'ha fatta Lui per ciascuno di noi in maniera tremenda.

E uno si deve domandare: «Ma Signore, è proprio vero che la prima cosa messa in atto dopo la tua risurrezione è l'istitu­zione di questo sacramento? Ed è proprio vero che i primi a beneficiarne sono stati quelli che ti hanno tradito e che in fondo ti hanno più crocifisso? Ed è proprio vero che a loro così miserabili hai consegnato questo esclusivo potere divino di perdonare?».

Se è vero questo è vero il discorso della montagna (Matteo) e della pianura (Luca), è vero il Vangelo della Misericordia. Possiamo provare, come io ho fatto tante volte, a spiegare anche ai bambini il sacramento della riconciliazione con espo­sta l'icona di Gesù Misericordioso. Non solo il discorso si fa più efficace ma si può quasi notare una misteriosa attrazione che lo rende più penetrante.

Qualche sacerdote può manifestare incredulità o rigetto. Beh! Dove e con chi ha trovato Gesù la maggior difficoltà nel farsi comprendere se non fra i suoi intimi? Eppure ha insistito con loro anche per la scelta finale, perché anche questo è un grande segno di misericordia e di garanzia che la Chiesa è Sua.

Ancora nel 1982 tentai di spiegare queste cose, appoggian­domi anche all'icona di Gesù, in un ritiro diocesano per sacer­doti, sicuro in partenza di trovare non solo un terreno refratta­rio ma di rovinarmi il nome e la carriera. La reazione fu pesante, com'era prevedibile, ma quell'uomo intelligente e biblicamente preparato che era l'arcivescovo Alessandro Maria Gottardi prese pubblicamente la mia difesa e appoggiò la causa per iscritto addirittura sull'organo ufficiale della diocesi (Rivi­sta Diocesana Tridentina, giugno 1982, pp. 439-40). Ecco il testo, di estrema attualità ancor oggi: «Sia dunque per l'assenza di alcuni, sia per una chiarifica­zione che mi pare necessaria a risolvere le difficoltà suscitate in altri da una presentazione del tema apparsa alquanto personalizzata, ritengo mio dovere confermare, perché non ne resti nell'insieme una impressione errata, che - al di là di un certo rivestimento occasionale - la sostanza della trattazione era non solo esatta, ma fortemente robusta.

Il contesto della giornata - non teologico o catechistico, ma direttamente finalizzato allo spirituale - giustificava del resto alcune applicazioni e deduzioni che risultarono tutt'altro che inopportune. Come appare dallo schema delle due meditazioni (vedi qui a pag. 460), il relatore ha inteso presentare, nello sfondo del cenacolo, i tre eventi strettamente connessi tra loro, che vi si verificarono tra la Pasqua e la Pentecoste: la istituzione della Eucaristia, quella del sacramento della Penitenza, e il dono dello Spirito Santo.

Questi tre eventi pasquali - abitualmente presenti nella catechesi apostolica fin dai primi momenti - San Giovanni nella sua prima lettera (5, 6 - 9) sintetizza significativamente - aven­dovi elaborato una propria teologia - nella celebre trilogia «Spiritus, et aqua, et sanguis». Egli li vede tutti e tre convergen­ti («tres in unum sunt») a testimoniare l'amore Trinitario espresso nell'opera redentrice di Gesù (in questo senso ha significato la particolare devozione al sacro Cuore): un amore che nella espiazione e nel perdono del peccato manifesta la sua originalità («amare il non amabile») e autenticità (è amore sommamente gratuito e ablativo); e insieme ci invita e ci con­sente, per il dono dello Spirito, a riformare la nostra vita e i nostri rapporti secondo un «modello nuovo» - quello appunto Trinitario - ispirato alla «nuova alleanza»: così da consentire anche a noi di «amare come Dio ama».

«In questo quadro fu dato particolare rilievo - con una certa ampiezza e molto opportunamente - al sacramento della Peni­tenza, anch'esso, non meno dell'Eucaristia, tipicamente pa­squale. Poiché si trattava di un ritiro per sacerdoti, esso venne presentato in rapporto alla nostra personale esperienza di «pe­nitenti». Dalla illustrazione dei molteplici motivi per una ripre­sa della confessione frequente anche di noi sacerdoti (e dei religiosi e religiose), ne risulta, tra l'altro, la possibilità, anche per noi, di cogliere più in profondità le caratteristiche del­l'amore misericordioso che in esso il Signore ci viene manife­stando; e la constatazione che quanto più assimiliamo perso­nalmente l'esperienza di tale misericordia, tanto più ne di­ventiamo a nostra volta capaci verso chi ricorre al ministero della riconciliazione che ci è stato affidato, e nel quale «dete­niamo le chiavi del Sangue di Cristo!».

Anche per noi sacerdoti, la frequenza alla confessione è dunque un tema da rivedere, un tesoro da riscoprire».

Così si esprimeva e si esponeva l'arcivescovo Alessandro Maria Gottardi, al quale va tutta la nostra riconoscenza.

 

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MINISTERO SACERDOTALE COME MINISTERO DI MISERICORDIA

Lettera di Giovanni Paolo II per il Giovedì Santo 2001. Merita a questo punto prendere in seria considerazione la lettera di Giovanni Paolo II ai sacerdoti per il Giovedì Santo 2001. Ecco alcuni tratti: «Davvero grande è il mistero di cui siamo stati fatti mini­stri. Mistero di un amore senza limiti, giacché «dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò senza fine» (Gv 13,1).

Questo Giovedì Santo è il primo dopo il Grande Giubileo. L'esperienza che abbiamo fatto con le nostre comunità, nella speciale celebrazione della misericordia, a duemila anni dalla nascita di Gesù, diventa ora la spinta per un ulteriore cammino. Duc ín alture!

Occorre ripartire da Lui... sviluppare sempre più il rappor­to con Lui, invitati a vivere nella Sua intimità.

Tra i tanti aspetti di questo incontro, mi piace oggi scegliere quello della riconciliazione sacramentale... il Sacramento della Misericordia.

È importante, in questa giornata per eccellenza dell'amore, che noi sentiamo la grazia del sacerdozio come una sovrab­bondanza di misericordia. Misericordia è l'assoluta gratuità con cui Dio ci ha scelti: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16). Misericordia è la condiscendenza con cui ci chiama ad operare come suoi rappresentanti, pur sapen­doci peccatori; Misericordia è il perdono che Egli mai ci rifiu­ta.

Riscopriamo, dunque, la nostra vocazione come «mistero di misericordia».

Pietro esclama: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore» (Lc 5,8). Ma quasi non ha finito di pronunciare la sua confessione, che la misericordia del Maestro si fa per lui inizio di vita nuova: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore di uomini (5,10). Il peccatore diventa ministro di misericor­dia».

Sarà sulla base di questo amore, corroborato dal fuoco della Pentecoste, che Pietro potrà adempiere al ministero ricevuto. E non è dentro un'esperienza di misericordia che nasce anche la vocazione di Paolo? Quanto più si è avvolti dalla misericordia, tanto più si sente il bisogno di testimoniarla e irradiarla. La voce che lo raggiunge sulla via di Damasco, lo porta al cuore del Vangelo, e glielo fa scoprire come amore misericordioso del Padre che riconcilia a sé il mondo. Su questa base Paolo comprenderà il servizio apostolico come ministero di riconciliazione.

L'esperienza dei due Apostoli ci induce ad abbandonarci alla misericordia di Dio.

A questo scopo, è importante che riscopriamo il sacramento della Riconciliazione come strumento della nostra santificazione.

È bello poter confessare i nostri peccati, e sentire come un balsamo la parola che ci inonda di misericordia e ci rimette in cammino, chiamati a rappresentare il volto del Buon Pastore e dunque ad avere il cuore stesso di Cristo.

Bisogna celebrare il sacramento nel migliore dei modi, nelle forme liturgicamente previste, perché esso conservi la sua pie­na fisionomia di celebrazione della divina Misericordia».

 

Conferenza stampa per la presentazione

 

Per ben 15 volte in questa lettera il Papa dava rilievo alla misericordia. Ed è per questo che nella conferenza stampa di presentazione della lettera il Card. Dario Castrillon Hoyos, prefetto della Congregazione per il Clero, ha non solo insistito sul tema ma è andato a riscoprire le radici più evidenti che stanno alla base degli insegnamenti e dell'esperienza del Papa: Il Duc ín altum è un invito a prendere il largo verso il vasto oceano della misericordia divina, un'esortazione ai fratelli sacerdoti di entrare nelle profondità della misericordia del Padre. La Riconciliazione sacramentale è strumento di miseri­cordia divina per l'intera umanità.

È un'affermazione profetica, che è insieme richiamo ad una più fiduciosa ed audace pastorale della misericordia divina, dinanzi alla temporanea crisi della pratica del Sacramento del Perdono.

I nostri confessionali sono silenziosi testimoni proprio del­l'amore di Dio Padre, della grazia del Signore nostro Gesù Cristo e dell'unità dello Spirito Santo. Il sacramento della misericordia e l'uomo (sacerdote) il canale della misericordia. Il Santo Padre, con tocco squisitamente pastorale, richiama tutti noi sacerdoti a sentire «la grazia del sacerdozio come una sovrabbondanza di misericordia»; «Riscopriamo, dunque, la nostra vocazione come mistero di misericordia».

E la misericordia non e qualcosa ma e Qualcuno: Cristo Gesù è la misericordia e noi possiamo capire il significato di questa parola soltanto se abbiamo presente Lui. Misericordia è la chiave per aprire la porta al mistero dei Redentore e, di conseguenza, alla comprensione del sacerdozio ordinato. Nell'Enciclica Redemptor Homínís il Santo Padre ci insegna che «la rivelazione dell'amore e della misericordia ha nella storia dell'uomo una forma e un nome: si chiama Gesù Cristo» (RH 9).

E qui siamo al cuore della divina Rivelazione; questo è il cristianesimo. Su questo sfondo si staglia l'esortazione del Santo Padre: «Riscopriamo, dunque, la nostra vocazione come mistero di misericordia».

Il sacerdote deve fare esperienza intensa, coinvolgente, ap­passionata di Gesù e per questo, nonostante tutte le urgenze - anzi, in un certo senso, proprio a causa di queste - deve essere uomo di orazione indistruttibile e deve sperimentare personal­mente la divina misericordia per poi riversarla generosamen­te, quasi per traboccamento, sui fratelli.

Ritornando con la mente ai grandi segni giubilari, ne ricor­do uno che si addice ai contenuti e all'afflato della lettera. Penso alla prima canonizzazione del Grande Giubileo, quella di Suor Faustina Kowalska, umile religiosa polacca alla quale il Signore risorto, rivelandosi a lei fra le due guerre mondiali, ha affidato uno straordinario messaggio, quanto mai attuale e che il Santo Padre ha espressamente consegnato alla generazione del nuovo Millennio: «La luce della divina mise­ricordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo attraverso il carisma di Suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del terzo millennio» (Omelia alla canonizzazione, 30 aprile 2000).

Il Santo Padre esorta in modo pratico e concreto, tutti i sacerdoti ad accostarsi al Sacramento del Perdono e ad offrire, con l'urgenza della carità di Cristo, il sublime dono della misericordia divina a tutti coloro che lo richiedono, mediante l'ascolto della Confessione sacramentale».

Il Sacramento della Riconciliazione che, per la vita sacerdo­tale è «sostegno, orientamento e medicina, è irrinunciabile per ogni esistenza cristiana» (n. 11).

«Signore mio e Dio mio». Sacerdote, sei mistero di miseri­cordia.

Poi la Congregazione per il Clero interveniva in modo forte in occasione della solennità del Sacro Cuore, giornata mondiale per la santificazione dei sacerdoti, offrendo un pre­zioso sussidio di meditazioni e preghiere, per rileggere la voca­zione e il ministero sacerdotale alla luce del mistero della misericordia divina. Firmato al 13 maggio 2001, dal prefetto Card. Dario Castrillon Hoyos, portava il titolo significativo: «Signore mio e Dio mio». «Sacerdote, sei mistero di misericor­dia».

Il filo conduttore proviene sempre dalla lettera di Giovanni Paolo II ai sacerdoti per il giovedì santo 2001, che ritorna ad essere luce per camminare e soprattutto per ritornare sul valore del sacramento della Riconciliazione, come via fondamentale alla santificazione, come via dell'amore misericordioso (pp. 3­4). Se per assurdo ci mancasse l'esperienza della divina mise­ricordia, come potremmo essere in comunione vitale con il Padre, ricco di misericordia? Non saremmo tralci vivi ma sec­chi, separati dalla vite (Gv 15, 6).

A noi ministri del Vangelo, il Vangelo comanda: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro» (Lc 6, 36). In questa frase è racchiusa tutta la nostra perfezione: diventare come il Padre celeste! «Siate voi dunque perfetti come è perfet­to il padre vostro celeste» (Mt 5, 48).

La misericordia di Dio è la sua perfezione e deve diventa­re anche la nostra perfezione sacerdotale (p. 9).

Le riflessioni sviluppate nel sussidio offrono numerosi spunti di grande interesse anche attorno ai temi che stiamo qui trattando.

E in questo contesto ci sono importanti riferimenti alle rivelazioni di Gesù Misericordioso per i nostri tempi e perciò al Diario di Santa Faustina. Un particolare rilievo viene dato al discorso di Gesù sul sacramento della Riconciliazione: «Scrivi, parla della mia misericordia. Dì alle anime dove debbono cercare le consolazioni cioè nel tribunale della misericordia; lì avvengono i più grandi miracoli che si ripetono continuamente; per ottenere questo miracolo non occorre fare pellegrinaggi in terre lontane, né celebrare solenni riti esteriori, ma basta mettersi con fede ai piedi di un mio rappresentante e confessar­gli la propria miseria e il miracolo della Divina Misericordia si manifesterà in tutta la sua pienezza. Anche se un'anima fosse in decomposizione come un cadavere e umanamente non ci fosse alcuna possibilità di risurrezione e tutto fosse perduto, non sarebbe così per Dio: un miracolo della Divina Misericor­dia risusciterà quest'anima in tutta la sua pienezza. Infelici coloro che non approfittano di questo miracolo della Divina Misericordia! Lo invocherete invano, quando sarà troppo tar­di!» (Daiirró, Q V, p. 476).

Riferendosi al vangelo dell'apparizione di Gesù Risorto nel cenacolo (che è l'immagine di Gesù Misericordioso) e al com­mento del Santo Padre nell'omelia della seconda Domenica di Pasqua del 2001- festa della misericordia di Dio, si richiama un altro testo del Diario di Santa Faustina: «In quel giorno sono aperte le viscere della mia misericordia, riverserò tutto un mare di grazia sulle anime che si avvicinano alla sorgente della mia misericordia. L'anima che si accosta alla confessione e alla santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e delle pene. In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a me, anche se i suoi peccati fossero come lo scarlatto» (Q 11, 267).

Dal costato trafitto di Cristo era scaturito il sangue e l'acqua (Gv 19, 34). Giovanni nel contemplare questo flusso sovrabbon­dante di misericordia, vi aveva trovato la forza per rimanere fedele al Signore. Giovanni, imitando Maria, la Madre di Gesù, si era lasciato conquistare dall'amore misericordioso di Cristo (pp 22-23).

Per questo, allora come oggi, dobbiamo accostarci con fidu­cia al Cuore misericordioso di Dio, da dove scorre ininterrotto il flusso della sua misericordia e davanti al costato trafitto di Cristo possiamo pregare: «O Sangue e Acqua, che scaturisti dal Cuore di Gesù, come sorgente di misericordia per noi, confido in te» (Santa Faustina Kowalska) (p. 38).

Dall'omelia di Giovanni Paolo II per la canonizzazione di suor Faustina Kowalska, 30 aprile 2000: «Attraverso il cuore di Cristo crocifisso la misericordia divina raggiunge gli uomini: «Figlia mia, dì che sono l'Amore e la Misericordia in persona» chiederà Gesù a suor Faustina» (Díarío, 374). Questa misericor­dia Cristo effonde sull'umanità mediante l'invio dello Spirito che, nella Trinità, è la Persona Amore (p. 43).

Nella riflessione sulla fiducia nella divina misericordia si cita da Santa Faustina Kowalska: «Figlia mia, dì che sono l'amore e la misericordia in persona. Quando un'anima si avvicina a me con fiducia, la riempio di una tale quantità di grazia, che essa non può contenerla in sé e la irradia sulle altre anime. Le anime che diffondono il culto della mia misericordia, le proteggo per tutta la vita, come una tenera madre protegge il suo bimbo ancora lattante e nell'ora della morte non sarò per loro Giudice, ma Salvatore misericordioso. In quell'ultima ora, l'anima non ha nulla in sua difesa, all'infuori della mia miseri­cordia. Felice l'anima che durante la vita si è immersa nella sorgente della misericordia, poiché la giustizia non la raggiun­gerà.

«Scrivi: tutto ciò che esiste è racchiuso nelle viscere della mia misericordia più profondamente di un bimbo nel grembo materno. Quanto dolorosamente mi ferisce la diffidenza verso la mia bontà! I peccati di sfiducia sono quelli che mi feriscono nella maniera più dolorosa» (Díarío, Q III, p. 374).

Dalla Omelia di Giovanni Paolo II per la canonizzazione di suor Faustina Kowalska, 30 aprile 2000: «Questo messaggio consolante si rivolge soprattutto a chi, afflitto da una prova particolarmente dura o schiacciato dal peso dei peccati com­messi, ha smarrito ogni fiducia nella vita ed è tentato di cedere alla disperazione. A lui si presenta il volto dolce di Cristo, su di lui arrivano quei raggi che partono dal suo cuore e illuminano, riscaldano, indicano il cammino e infondono speranza. Quante anime ha già consolato l'invocazione «Gesù, confido in Te», che la Provvidenza ha suggerito attraverso suor Faustina! Questo semplice atto di abbandono a Gesù squarcia le nubi più dense e fa passare un raggio di luce nella vita di ciascuno (pp. 46-47).

Come preghiera finale il sussidio della Congregazione per il Clero suggerisce la recita delle litanie della Divina Misericor­dia, tratte dal Diario di Santa Faustina.

 

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L'ESPERIENZA, IL DISCERNIMENTO, LA SINTESI TEOLOGICA DI KAROL WOJTYLA

L’esperíenza

È risaputo che Karol Wojtyla da giovane, prima di affronta­re il duro lavoro in fabbrica o l'impegno degli studi, si alzava assai presto al mattino per pregare in qualche chiesa. Era il primo a presentarsi nel momento dell'apertura e ancora oggi a Cracovia c'è qualcuno che ti indica il banco di questa mattutina esperienza del futuro Papa. Uno dei luoghi sacri frequentati, come lui stesso ha testimoniato, era la chiesa del convento di Lagiewniki, dove era esposto il famoso dipinto di Gesù Miseri­cordioso del pittore Hyla. Era il luogo di tanti eventi registrati nel Diario di suor Faustina, mentre nel piccolo cimitero della comunità lei giaceva ormai in odore di santità.

Là il giovane Wojtyla si affidava alla Divina Misericordia e domandava di poterne diventare apostolo. E il Signore lo prendeva in parola.

Divenuto arcivescovo di Cracovia, come si è detto sopra dovette affrontare con coraggio proprio il momento cruciale della santa causa. Lo snodo polacco era necessario per un futuro che riguardava tutta la Chiesa cattolica. Nella sofferen­za, nella visione e nella serietà del discernimento la prova si tramutava in sospensione purificatoria per una più gloriosa

manifestazione. E si lavorava sodo con l'apporto anche di strumenti provvidenziali rappresentati da personaggi eroica­mente impegnati su un cammino dipendente senz'altro da divina vocazione.

 

Il discernimento

Qui restarono in campo don Sopocko che vivrà fino al 1978, il padre Giuliano Chrosciechowsi, M.I.C., che vivrà fino al 1976, e don Carlo Vivaldelli di Trento, che sarà l'unico a so­pravvivere dopo la sentenza assolutoria, essendo stato chiama­to al Cielo nel 1988.

Padre Giuliano, autore di testi ripubblicati anche recente­mente, spedì nel 1975 il suo libro «Devozione alla Divina Misericordia nei nostri giorni» al cardinale Wojtyla che rispose subito in data 1-9-1975, ringraziando ed esprimendosi in que­sto modo: «La sua opera è certamente un contributo ad una grande storia, che Dio stesso scrisse con le Sue parole ispirate e coi suoi fatti negli annali dell'umanità».

Nella stessa lettera il cardinale di Cracovia continua dicen­do che è molto importante istituire nella Chiesa cattolica una Festa della Divina Misericordia che servirebbe alla rivitalizzazione della devozione e al rinnovamento spirituale di tante nazioni; e dopo aver ringraziato padre Giuliano per aver fornito punti e giustificazioni in favore della Festa, così letteralmente conclude: «Anche se dopo l'inizio del processo di beatificazione della Serva di Dio Sr. Faustina, molti religiosi tentarono d'introdurre altre forme di devozione alla Divina Misericordia (es. novene basate su testi liturgici, ore bibliche, adorazioni del Santissimo Sacramento) i fedeli costantemente ritornavano alle forme proposte da Sr. Faustina. La crescita della devozione, a dispetto della Notificazione del S. Officio, il grande interesse al riguardo da parte dei teologi, così apparente nel simposio dei teologi ad Oltarzewo nel 1969, le molte richieste fatte a certi vescovi perché intervenissero presso la Santa Sede per favorire l'istituzione della Festa della Divina Misericordia, hanno forzato l'episcopato polacco a considerare la cosa con serietà. Lei, padre provinciale, si tenga tranquillo su questo argomento» (Marian Helpers Bulletin, Juy - Spt. 1979).

Don Carlo Vivaldelli era pure in corrispondenza epistolare con Karol Wojtyla e con i maggiori apostoli e scrittori sopra elencati. Convertito in maniera «miracolosa» alla santa causa, s'impegnò in essa per ben trent'anni lasciando una miniera di appunti, ricerche e scritti. Con la sua intelligenza e la sua vastissima cultura, con la possibilità anche di applicazione acconsentita dalle sue quasi croniche infermità che lo tenevano in camera, poteva arrivare a risultati di alto livello. Lo stesso episcopato polacco lo incoraggiò su questa pista di approfondi­mento.

Fu importantissima l'analisi teologica degli scritti di suor Faustina fatta dal prof. Ignacy Rozycki. La sua opera è fonda­mentale ancor oggi per capire i dati essenziali e le differenziazioni della devozione e del culto della Divina Mise­ricordia. Sr. M. Elzbieta Siepak ne ha fatto un agile e pregevole riassunto nel libretto «Ha reso straordínaría la víta quotídíana» Cracovia e Roma 1995.

 

La síntesí teologica

È nell'Enciclica DIVES IN NIISERICORDIA (Dio ricco di misericordia) 2 dicembre 1980 (Testo «fontale» di tutto il magi­stero di Giovanni Paolo II). Ecco alcuni passaggi:

 

Rivelazione della misericordia (n. 1)

«Dio ricco di misericordia» è colui che Gesù Cristo ci ha

rivelato come Padre: proprio il suo Figlio, in se stesso, ce l'ha manifestato e fatto conoscere. Memorabile, al riguardo, è il momento in cui Filippo, uno dei dodici Apostoli, rivolgendosi a Cristo disse: «Signore, mostraci il Padre e ci basta»; e Gesù così gli rispose: «Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai conosciuto...? Chi ha visto me, ha visto il Padre». Queste parole furono pronunciate durante il discorso di addio, al termine della Cena pasquale, a cui seguirono gli eventi di quei santi giorni, durante i quali doveva una volta per sempre trovar conferma il fatto che «Dio, ricco di misericordia per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo».

Seguendo la dottrina del Concilio Vaticano II e aderendo alle particolari necessità dei tempi in cui viviamo, ho dedicato l'Enciclica Redemptor hominis alla verità intorno all'uomo, che nella sua pienezza e profondità ci viene rivelata in Cristo.

Un'esigenza di non minore importanza, in questi tempi critici e non facili, mi spinge a scoprire nello stesso Cristo ancora una volta il volto del Padre, che è «misericordioso e Dio di ogni consolazione» (n. 1).

 

Incarnazione della misericordia

In Cristo e mediante Cristo, diventa anche particolarmen­te visibile Dio nella sua misericordia, cioè si mette in risalto quell'attributo della divinità, che già l'Antico Testamento va­lendosi di diversi concetti e termini, ha definito «misericordia». Cristo conferisce a tutta la tradizione vetero - testamentaria della misericordia divina un significato definitivo. Non sol­tanto parla di essa e la spiega con l'uso di similitudini e di parabole, ma soprattutto egli stesso la incarna e la personifica. Egli stesso è, in un certo senso, la misericordia. Per chi la vede

in lui - e in lui la trova - Dio diventa particolarmente «visibile» quale Padre «ricco di misericordia».

Rivelato da lui, infatti, il mistero di Dio «Padre delle mise­ricordie» diventa, nel contesto delle odierne minacce contro l'uomo, quasi un singolare appello che s'indirizza alla Chiesa.

Nella presente Enciclica desidero accogliere questo appello; desidero attingere all'eterno ed insieme, per la sua semplicità e profondità, incomparabile linguaggio della rivelazione e della fede per esprimere proprio con esso, ancora una volta, dinanzi a Dio ed agli uomini le grandi preoccupazioni del nostro tempo (1,2).

 

Il Mistero pasquale. Misericordia rivelata nella croce e nella rísurrezíone

Gli eventi del Venerdì santo e, prima ancora, la preghiera nel Getsemani introducono in tutto il corso della rivelazione dell'amore e della misericordia, nella missione messianica di Cristo, un cambiamento fondamentale. Colui che «passò bene­ficando e risanando» e «curando ogni malattia e infermità» sembra ora egli stesso meritare la più grande misericordia e ríchúarnarsí alla rmserícordía, quando viene arrestato, oltraggiato, condannato, flagellato, coronato di spine, quando viene inchio­dato alla croce e spira fra tormenti strazianti. È allora che merita particolarmente la misericordia dagli uomini che ha beneficato, e non la riceve. Perfino coloro che gli sono più vicini non sanno proteggerlo e strapparlo dalle mani degli oppresso­ri. In questa tappa finale della missione messianica si adempio­no in Cristo le parole dei profeti e soprattutto in Isaia, pronun­ciate riguardo al Servo di Jahvè: «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti».

Il Mistero pasquale è il vertice di questa rivelazione ed attuazione della misericordia, che è capace di giustificare l'uomo, di ristabilire la giustizia nel senso di quell'ordine salvifico, che Dio dal principio aveva voluto nell'uomo e, mediante l'uomo, nel mondo. Cristo sofferente parla in modo particolare all'uomo, e non soltanto al credente. Anche l'uomo non creden­te saprà scoprire in lui l'eloquenza della solidarietà con la sorte umana, come pure l'armoniosa pienezza di una disinteressata dedizione alla causa dell'uomo, alla verità e all'amore.

Nel Figlio crocifisso significa «vedere il Padre», significa credere che l'amore è presente nel mondo e che questo amore è più potente di ogni genere di male, in cui l'uomo, l'umanità, il mondo sono coinvolti. Credere in tale amore significa credere nella rníserícordía. Questa, infatti, è la dimensione indispensa­bile dell'amore, è come il suo secondo nome e, al tempo stesso, è il modo specifico della sua rivelazione ed attuazione nei confronti della realtà del male che è nel mondo, che tocca e assedia l'uomo, che si insinua anche nel suo cuore e può farlo «perire nella Geenna» (V, 7).

 

Amore più potente della morte più potente del peccato

Questo far giustizia della morte avviene a prezzo della morte di colui che era senza peccato e che unico poteva - mediante la propria morte - infliggere morte alla morte. In tal modo la croce di Crísto, sulla quale il Figlio, consostanziale al Padre, rende piena gíustizía a Dio, è anche una rivelazione radicale della misericordia, ossia dell'amore che va contro a ciò che costituisce la radice stessa del male nella storia dell'uo­mo: contro il peccato e la morte.

La croce è il più profondo chinarsi della Divinità sull'uomo e su ciò che l'uomo - specialmente nei momenti difficili e dolorosi - chiama il suo infelice destino. La croce è come un tocco dell'eterno amore sulle ferite più dolorose dell'esistenza terrena dell'uomo, è il compimento sino alla fine del program­ma messianico.

Il fatto che Cristo «è risuscitato il terzo giorno» costituisce il segno finale della missione messianica, segno che corona l'intera rivelazione dell'amore misericordioso nel mondo sog­getto al male. Ciò costituisce al tempo stesso il segno, che preannuncia «un nuovo cielo e una nuova terra», quando Dio «tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate».

Nel compimento escatologico la misericordia si rivelerà come amore, mentre nella temporaneità, nella storia umana, che è insieme storia di peccato e di morte, l'amore deve rivelar­si soprattutto come misericordia ed anche attuarsi come tale. II programma messianico di Cristo - programma di misericor­dia - diviene il programma del suo popolo, il programma della Chiesa. Al centro di questo sta sempre la croce, poiché in essa la rivelazione dell'amore misericordioso raggiunge il suo culmine.

Nella sua risurrezione Cristo ha rívelato íl Dío dell'amore míserícordíóso, proprio perché ha accettato la croce come vía alla risurrezione. Ed è per questo che - quando ricordiamo la croce di Cristo, la sua passione e morte - la nostra fede e la nostra speranza s'incentrano sul Risorto: su quel Cristo, che «la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato... si fermò in mezzo a loro» nel Cenacolo, «dove si trovavano i discepoli..., alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimette­rete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete, reste­ranno non rimessi». (Vedi icona di Gesù Misericordioso, ndr.).

Ecco il Figlio di Dio, che nella sua risurrezione ha speri­mentato in modo radicale su di sé la misericordia, cioè l'amore del Padre che è píù potente della morte. Ed è anche lo stesso Cristo, Figlio di Dio, che al termine - e, in certo senso, già oltre il termine - della sua missione messianica, rivela se stesso come fonte inesauribile della misericordia, del medesimo amore che, nella prospettiva ulteriore della storia della salvezza nella Chiesa, deve perennemente confermarsi più potente del peccato. Il Cristo pasquale è l'incarnazione definitiva della misericor­dia, il suo segno vivente: storico - salvifico ed insieme escatologico. Nel medesimo spirito, la liturgia del tempo pa­squale pone sulle nostre labbra le parole del Salmo: «Canterò ín eterno le misericordie del Signore» (V, 8).

 

Lo Madre della Míserícordia

Da allora si susseguono sempre nuove generazioni di uo­mini nell'immensa famiglia umana, in dimensioni sempre cre­scenti; si susseguono anche nuove generazioni del Popolo di Dio, segnate dallo stigma della croce e della risurrezione, e «sigillate» con il segno del Mistero pasquale di Cristo, rivela­zione assoluta di quella misericordia che Maria proclamò sulla soglia di casa della sua parente: «di generazione in generazione la sua misericordia».

Maria è anche colei che, in modo particolare ed ecceziona­le - come nessun altro - ha sperimentato la misericordia e al tempo stesso, sempre in modo eccezionale, ha reso possibile col sacrificio del cuore la propria partecipazione alla rivela­zione della misericordia divina. Tale sacrificio è strettamente legato alla croce del Figlio, ai piedi della quale ella doveva trovarsi sul Calvario. Questo suo sacrificio è una singolare partecipazione al rivelarsi della misericordia, cioè alla fedeltà assoluta di Dio al proprio amore.

Maria, quindi, è colei che conosce più a fondo il mistero della miserícordía divina. Ne sa il prezzo, e sa quanto esso sia grande. In questo senso la chiamiamo anche Madre della misericordia: Madonna della misericordia, o Madre della divina misericor­dia; in ciascuno di questi titoli c'è un profondo significato teologico, perché essi esprimono la particolare preparazione della sua anima, di tutta la sua personalità, nel saper vedere, attraverso i complessi avvenimenti di Israele prima, e di ogni uomo e dell'umanità intera poi, quella misericordia di cui «di generazione in generazione» si diviene partecipi secondo l'eterno disegno della SS. Trinità (V, 9).

 

La misericordia di Dio nella missione della Chiesa

In relazione a tale immagine della nostra generazione, che non può suscitare una profonda inquietudine, tornano in men­te le parole, che, a motivo dell'incarnazione del Figlio di Dio, risuonarono nel Magnificat di Maria e che cantano la «miseri­cordia... di generazione in generazione». Conservando sempre nel cuore l'eloquenza di queste ispirate parole, ed applicandole alle esperienze e alle sofferenze proprie della grande famiglia umana, occorre che la Chiesa del nostro tempo prenda più profonda e particolare coscienza della necessità di render testa= monianza alla misericordia di Dio in tutta la sua missione, sulle orme della tradizione della antica e della nuova Alleanza e, soprattutto, dello stesso Gesù Cristo e dei suoi Apostoli. La Chiesa deve rendere testimonianza alla misericordia di Dio rivelata in Cristo nell'intera sua missione di Messia, professan­dola in primo luogo come verità salvifica di fede e necessaria ad una vita coerente con la fede, poi cercando di introdurla e di incarnarla nella vita sia dei suoi fedeli sia, per quanto possibile, in quella di tutti gli uomini di buona volontà. Infine, la Chiesa - professando la misericordia e rimanendole sempre fedele - ha il diritto e il dovere di richiamarsi alla misericordia di Dio, implorandola di fronte a tutti i fenomeni del male fisico e morale, dinanzi a tutte le minacce che gravano sull'intero orizzonte della vita dell'umanità contemporanea (VII).

 

La Chiesa professa la misericordia di Dio e la proclama

La Chiesa vive una vita autentica, quando professa e procla­ma la mlserlcordla - il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore - e quando accosta gli uomini alle fonti della misericordia del Salvatore, di cui essa è depositaria e dispensatrice. Gran significato ha in questo ambito la costante meditazione della parola di Dio e, soprattutto, la partecipazio­ne cosciente e matura all'Eucaristia e al sacramento della penitenza o riconciliazione.

Pertanto, la Chiesa professa e proclama la conversione. La conversione a Dio consiste sempre nello scoprire la sua miserí­cordia, cioè quell'amore che è paziente e benigno a misura del Creatore e Padre: l'amore, a cui «Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo», è fedele fino alle estreme conseguenze nella storia dell'alleanza con l'uomo: fino alla croce - alla morte e risurrezione del Figlio. La conversione a Dio è sempre frutto del «ritrovamento» di questo Padre, che è ricco di misericordia.

La Chiesa contemporanea è profondamente consapevole che soltanto sulla base della misericordia di Dio potrà dare attuazione ai compiti che scaturiscono dalla dottrina del Con­cilio Vaticano II e, in primo luogo, al compito ecumenico che tende ad unire quanti confessano Cristo. Avviando molteplici sforzi in tale direzione, la Chiesa confessa con umiltà che solo quell'amore, che è più potente della debolezza delle divisioni umane, può realizzare definitivamente quella unità, che Cristo implorava dal Padre e che lo Spirito non cessa di chiedere per noi «con gemiti inesprimibili» (VII, 13).

Conclusione

Il Santo Padre termina con un appello e con una confes­sione personale (VIII, 15)

... in nessun momento e in nessun periodo storico - special­mente in un'epoca così critica come la nostra - la Chiesa può dimenticare la preghiera, che ègrído alla mlserlcordla di Dio dinan­zi alle molteplici forme di male che gravano sull'umanità e la minacciano. Proprio questo è il fondamentale diritto - dovere della Chiesa, in Cristo Gesù: è il diritto - dovere della Chiesa verso Dio e verso gli uomini. Quanto più la coscienza umana, soccombendo alla secolarizzazione, perde il senso del significa­to stesso della parola «misericordia», quanto più, allontanan­dosi da Dio, si distanzia dal mistero della misericordia, tanto più la Chiesa ha il diritto e il dovere di far appello al Dio della misericordia «con forti grida». Queste «forti grida» debbono essere proprie della Chiesa dei nostri tempi, rivolte a Dio per implorare la sua misericordia, la cui certa manifestazione essa professa e proclama come avvenuta in Gesù crocifisso e risorto, cioè nel Mistero pasquale. È questo mistero che porta in sé la più completa rivelazione della misericordia, cioè di quell'amo­re che è più potente della morte, più potente del peccato e di ogni male, dell'amore che solleva l'uomo dalle abissali cadute e lo libera dalle più grandi minacce.

E, se taluno dei contemporanei non condivide la fede e la speranza che mi inducono, quale servo di Cristo e ministro dei misteri di Dio, a implorare in questa ora della storia la misericordia di Dio per l'umanità, egli cerchi almeno di com­prendere il motivo di questa premura. Essa è dettata dall'amore verso l'uomo, verso tutto ciò che è umano e che, secondo l'intui­zione di gran parte dei contemporanei, è minacciato da un pericolo immenso. Il mistero di Cristo che, svelandoci la gran­de vocazione dell'uomo, mi ha spinto a ribadire nell'Enciclica Redemptor hominis la sua incomparabile dignità, mi obbliga, al tempo stesso, a proclamare la misericordia quale amore mise­ricordioso di Dio, rivelato nello stesso mistero di Cristo. Esso mi obbliga anche a richiamarmi a tale misericordia e ad implo­rarla in questa difficile, critica fase della storia della Chiesa e del mondo, mentre ci avviamo al termine del secondo Millen­nio.

Nel nome di Gesù Cristo crocifisso e risorto, nello spirito della sua missione messianica, che continua nella storia del­l'umanità, elevrirmo la nostra voce e supplichiamo perché, in questa tappa della storia, si riveli ancora una volta quell'amore che è nel Padre, e per opera del Figlio e dello Spirito Santo si dimo­stri presente nel mondo contemporaneo, e più potente del male: più potente del peccato e della morte. Supplichiamo per intercessione di Colei che non cessa di proclamare «la miseri­cordia di generazione in generazione», ed anche di coloro per i quali si sono compiutamente realizzate le parole del Discorso della montagna: «Beati i misericordiosi, perché troveranno mi­sericordia».

Il Santo Padre renderà pressante l'appello quando il 7 giugno 1997 andrà come pellegrino a Lagiewniki presso il santuario della Divina Misericordia. Ecco il testo del discorso di Giovanni Paolo II in Polonia:

 

12

DISCORSO DI GIOVANNI PAOLO II IN POLONIA (1997)

La Chiesa rilegge il Messaggio della Misericordia per portare con più efficacia alla generazione di questo fine mil­lennio e a quelle future la luce della speranza. Senza mai cessare, essa chiede a Dio misericordia per tutti gli uomini. «In nessun momento e in nessun periodo storico - specialmente in un'epoca così critica come la nostra - la Chiesa può dimenticare la preghiera, che è il grido alla misericordia di Dio dinanzi alle molteplici forme di male che gravano sull'umanità e la minac­ciano... Quanto più la coscienza umana, soccombendo alla secolarizzazione, perde il senso del significato stesso della parola «misericordia», quanto più allontanandosi da Dio, si distanzia dal mistero della misericordia, tanto più la Chiesa ha il diritto e il dovere di far appello al Dio della misericordia «con forti grida» (Dives in míserícordía, n. 15). Proprio per questo sul percorso del mio pellegrinaggio si è trovato anche questo San­tuario. Vengo qui per affidare tutte le preoccupazioni della Chiesa e dell'umanità a Cristo misericordioso. Alla soglia del terzo millennio, vengo, per affidargli ancora una volta il mio ministero Petrino - «Gesù, confido in Te»!

Il messaggio della Divina Misericordia mi è stato sempre vicino e caro. E come se la storia lo avesse inscritto nella tragica esperienza della seconda guerra mondiale. In quegli anni diffi­cili esso fu un particolare sostegno e una inesauribile fonte di speranza, non soltanto per gli abitanti di Cracovia, ma per la nazione intera. Questa è stata anche la mia esperienza persona­le, che ho portato con me sulla Sede di Pietro e che, in un certo senso, forma l'immagine di questo pontificato. Rendo grazie alla Divina Provvidenza perché mi è stato dato di contribuire personalmente al compimento della volontà di Cristo, me­diante l'istituzione della festa della Divina Misericordia. Qui, presso le reliquie della beata Faustina Kowalska, ringrazio anche per il dono della sua beatificazione. Prego incessante­mente Dio perché abbia «misericordia di noi e del mondo intero» (Coroncína).

 

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LE FORME DEL CULTO DELLA DIVINA MISERICORDIA

Sono state definite dalla Chiesa stessa in questi cinque punti sostanziali. Essi possono essere i cardini anche di una spiritualità della Divina Misericordia.

 

L'immagine di Gesù Misericordioso

Deve essere secondo il modello dato da Gesù stesso nella famosa apparizione del 22 febbraio del 1931 e deve suggerire le interpretazioni che da Lui sono state offerte.

La ricchezza teologica e didattica è di evidente impatto soprattutto la si inquadri nel mistero della rivelazione divina e nel contesto anche pratico del sacramento della Misericordia che è quello della Riconciliazione. Gesù è appunto raffigurato nell'atto dell'istituzione.

Che l'immagine, in senso più completo, sia definita «della Divina Misericordia» fa capire tutte le dimensioni del mistero pasquale e il coinvolgimento di tutta la Trinità Misericordiosa.

La scritta sotto l'immagine è anche voluta in senso assoluto da Gesù per esortarci alla risposta del cuore. Essa dice «Gesù, confido in Te» ed esprime una totalità di corrispondente dona­zione che va dal mondo della preghiera e quello dell'azione.

Consolanti sono le promesse del Signore: «Attraverso que­sta immagine concederò molte grazie alle anime, perciò ogni anima deve poter accedere ad essa» (Q 11, 227).

 

La Domenica della Dívína Míserícordia

Gesù manifestava fin dall'inizio il desiderio di questa «fe­sta» da celebrarsi in tutta la Chiesa nell'ottava di Pasqua e vi annetteva significati teologici che oggi risultano sempre più evidenti quando si considera il legame stretto fra il mistero pasquale e la manifestazione più alta della Misericordia di Dio. «Nessuna anima troverà giustificazione finché non si rivol­gerà con fiducia alla mia misericordia ed i sacerdoti in quel giorno debbono parlare della mia grande e insondabile miseri­cordia» (Q 11, 227).

 

La Coroncina della Dívina Míserícordia.

Fu suggerita da Gesù a Vinlius fra il 13 e 14 settembre 1935. Si dimostra sempre più uno strumento semplice (e così dev'es­sere nella prassi divina da sempre collaudata) per ottenere cose grandi, nell'associazione al mistero eucaristico in cui si offre all'Eterno Padre «il corpo, il sangue, l'anima e la divinità» del dilettissimo Figlio per la salvezza del mondo.

L'opera di misericordia che si realizza attraverso questa carità orante va a toccare il peccatore da convertire, l'agoniz­zante che deve fare la decisione finale da cui dipende l'eternità, e passa oltre la morte per uno scambio intergenerazionale con le anime in purificazione nel cammino verso il finale abbraccio del Padre. E evidentemente uno strumento che ci pone con Gesù unico Mediatore nel ministero d'intercessione a favore di tutte le necessità dei fratelli, soprattutto nei momenti di mag­gior trepidazione per le sorti dell'umanità.

«Con la recita della Coroncina avvicini a me il genere umano» (Q 11, 333).

 

L’ora della Misericordia (Ora nona)

Nell'ottobre del 1937 Gesù fece un invito a suor Faustina: «Ogni volta che senti l'orologio battere le tre, ricordati di immergerti tutta nella mia misericordia, adorandola ed esaltan­dola; invoca la sua onnipotenza per il mondo intero e special­mente per i poveri peccatori, poiché fu in quell'ora che venne spalancata per ogni anima... In quell'ora fu fatta grazia al mondo intero, la misericordia vinse la giustizia» (Q V, 517). Oggi è diventata un appuntamento a livello mondiale.

 

Diffusione del culto della Divina Misericordia

Qui si prevede un vero movimento d'anime che assimila e proclama il grande annuncio e che si prodiga nelle opere di misericordia spirituale e corporale.

Dice la Chiesa, interpretando questo mandato, che oggi c'è un movimento apostolico per proclamare e implorare la Mise­ricordia Divina per il mondo, che in maniera trasversale ab­braccia tutte le strutture della Chiesa dai sacerdoti, alle congre­gazioni religiose e alle associazioni laicali.

Il messaggio, come è codificato nel Diario - continua a dire la Chiesa - «avvicina in modo straordinario il mistero della Misericordia Divina e affascina non soltanto la gente comune ma anche i ricercatori che scoprono in esso una fonte supple­mentare per le loro ricerche teologiche» (Dal libretto del giorno della canonizzazione).

 

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IL CUORE TRAFITTO DI GESÙ COME LUOGO DI CONOSCENZA

za giovannea, la continuerà a proporre come segno di cono­scenza e di effusione di amore: prima agli apostoli chiusi nel cenacolo (Gv 20, 19-23) e otto giorni dopo a Tommaso, con l'invito addirittura a «stendere e mettere la mano nel costato» per non essere incredulo ma credente (Gv 20, 26-28).

È un'ora di convinzione, nel senso di con-vincere (vittoria con Cristo). Nella prima lettera Giovanni affermerà decisamen­te: «E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Questi è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l'acqua e il san­gue. Ed è lo Spirito che rende testimonianza, perché lo Spirito è la verità» (Gv 5, 5-6).

Quell'ora è un'ora dello Spirito e i grandi segni della testi­monianza sono gli elementi che escono dalla trafittura: sangue e acqua.

È talmente importante la visione-conoscenza del Trafitto che lo stesso Giovanni, nell'Apocalisse, lo vede come segno di convergenza dell'umanità nell'ultima ora, quella del giudizio: «Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche quelli che lo trafissero, e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto» (Ap 1, 7).

Dall'ultimo capitolo del Vangelo di Giovanni riusciamo a capire che la prima Chiesa accolse sia il ruolo gerarchico di Pietro, sia il ruolo carismatico di Giovanni: sono due ministeri che dovranno durare fino alla fine dei tempi. Qual è quello di Giovanni? Così lo delinea il professor Lorenzo Zani nelle sue lezioni; «È come se Gesù stesso dicesse: ha un ruolo fondamen­tale, restare nella Chiesa come colui che poggia il capo sul petto del Signore, cioè come colui che attinge alle profondità di Dio». Si parla di questa vocazione del discepolo che attinge costante­mente le profondità della rivelazione le approfondisce restan­do, come dicono i padri orientali, «episthetios». Il ventisette dicembre, festa di san Giovanni apostolo, la liturgia commenta: «Dal cuore stesso di Cristo attinse l'acqua viva del Vangelo». E Origene diceva: «Il Verbo è nel seno del Padre, Giovanni è nel seno del Verbo». E questa vocazione di riposare nel seno del Verbo per capire il Padre deve restare nella Chiesa «finché io ritorni».

La più bella spiegazione è data da Giovanni Paolo II nel­l'omelia all'udienza del 20 giugno 1979, mercoledì prima della solennità del Sacro Cuore, intitolata significativamente «Impa­riamo a leggere il mistero del Cuore di Cristo».

«Il cuore non è soltanto un organo... il cuore è un simbolo. Parla di tutto l'uomo interiore. Parla dell'interno spirituale dell'uomo. E la tradizione subito ha riletto questo senso della descrizione giovannea. Del resto, in un certo senso, l'evangeli­sta stesso ha dato a ciò la spinta, quando, riferendosi all'attesta­zione del testimone che era lui stesso, si è riferito, nel medesi­mo tempo, a questa frase della Sacra Scrittura: «Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto» (Gv 19, 37; Zc 12, 10). Così, in realtà, guarda la Chiesa; così guarda l'umanità. Ed ecco, nel trafitto dalla lancia del soldato tutte le generazioni dei cristia­ni hanno imparato e imparano a leggere il mistero del cuore dell'Uomo Crocifisso che era ed è il Figlio di Dio».

 

Golgota ora nona

L'ora è preceduta dalle tre parole di Gesù in croce riportate da Giovanni: «Ecco tuo figlio - ecco tua madre» (Gv 19, 26-27: conoscenza di nuovi rapporti interpersonali ed ecclesiali); «Ho sete» (Gv 19, 28: esperienza sofferta di ogni sete umana nella conoscenza dello Spirito); «Tutto è compiuto» (Gv 19, 30: l'iti­nerario di rivelazione trova un compimento ed entriamo nel momento nuovo della massima esperienza della nuova allean­za).

Per questo, chinato il capo, Gesù spirò (v. 30). Incomincia l'ora dello Spirito vivificante.

 

Più forte della morte è l’amore

Tutto poteva essere concluso con quell'ultimo respiro e anche la dimostrazione che Dio ci amava poteva essere esau­riente. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici... Vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 13.15). Allora in che cosa sta il segreto rivelato nell'episodio se­guente della trasfissione di cui Giovanni dà testimonianza fortissima? Se l'esperienza dei mistici può costituire, come s'è detto, profezia stimolante o anche sapienza teologica, sia per­messo qui citare uno straordinario passo dai dialoghi di S. Caterina da Siena. La mistica sposa si sentiva sicura dell'amore dello Sposo perché era morto per lei; ma essa era presa da un interrogativo cui non sapeva rispondere: perché quel cuore trafitto dopo la morte?

«Deh!, o dolce e immacolato Agnello, tu eri morto quando ti fu aperto il costato; perché mai volesti il tuo cuore percosso e spartito?».

Ecco la risposta di Gesù. «Il mio desiderio verso il genere umano era infinito, mentre le mie sofferenze e tormenti in vita erano finiti; e per la creatura, che è finita in sé, non potevo mostrare tutto quell'amore con cui l'amavo, perché il mio amore era infinito. Perciò volli che vedeste il segreto del cuore, mostrandovelo aperto, affinché vedeste che vi amavo tanto di più di quello che si poteva mostrare con la pena finita. Gettando sangue ed acqua, vi indicai il santo Battesimo dell'acqua che ricevete in virtù del Sangue.... Sicché tu vedi come sia continuo questo Battesimo, nel quale l'anima ha da battezzarsi fino all'ultimo. In esso tu arrivi a conoscere che la mia sofferenza in croce fu finita, ma il frutto della pena, che voi ricevete da me, è infinito».

Gesù parla di una perfezione di conoscenza per quelli che, non solo arrivano ai piedi della croce per vederlo morto, ma sono capaci di penetrare nel suo cuore aperto: «Saliti fino ai piedi, giunsero coi piedi dell'affetto al costa­to dove trovarono il segreto del cuore».

«Dove conobbe l'anima questa dignità di vedersi unita e impastata nel Sangue dell'Agnello, quando riceve il Battesimo in virtù del sangue? Nel costato in cui conobbe il fuoco della divina carità».

«Battesimo di acqua unito col sangue e col fuoco, in cui l'anima si impasta col mio sangue. Per questo volli che dal costato uscisse sangue ed acqua».

Forse che il Cantico dei cantici, che nell'AT indicava la via della conoscenza per amore, in un mirabile intreccio sponsale, non evidenziava la stessa realtà? Ecco la sposa che entra nella conoscenza finale: «Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio;

perché forte come la morte è l'amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore.

Le grandi acque non possono spegnere l'amore né i fiumi travolgerlo» (8, 6-7).

Battesimo d'acqua, di sangue, di fuoco costituiscono un'unica passione che brucia da sempre nel cuore di Gesù: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C'è un battesimo che dcvo ricevere, --e-come sono angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12, 49-50). Giovanni è il testimone del cuore ardente di Gesù nell'ulti­ma cena, e lui ancora lo vede quasi scoppiare d'amore sul Calvario. Saliamo con lui a contemplare il grande evento. Dal mezzogiorno alle tre s'era fatto buio su tutta la terra. Ora finalmente la luce ritorna a splendere gloriosa: «La luce

splende nelle tenebre» (Gv 1, 5); «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12).

 

Il colpo di lancia (6v 19, 51-37)

Non essendoci parallelo nei Sinottici, l'interpretazione del passo va fatta solo col Vangelo di Giovanni. E nasce proprio anche nella mente del commentatore il quesito che già S. Caterina si poneva: se tutto era compiuto, perché mai questo racconto? Certo, non è un aneddoto da poco peso, ma deve entrare nella grande cristologia giovannea che adesso interpre­ta i frutti veri che sono generati su quell'albero della nuova conoscenza dal cuore obbediente del nuovo Adamo.

Risulta ancora più evidente che F«ora» di Gesù non solo è giunta al momento in cui Lui l'ha accettata dal Padre e l'ha voluta testimoniare, ma è l'ora di una «signoria» vittoriosa che è sconvolgente. Oltre la morte la regia divina è ancora più evidente: i poveri soldati rappresentano il progetto dell'uomo che fino a quel punto si chiudeva sul condannato colla frattura delle gambe. Invece la trafittura del costato, solo per Gesù, è un'azione guidata dall'alto ed è paradossalmente un'azione di vita come Dio solo può fare. È talmente forte il «segno» che Giovanni fissa a questo punto la sua più alta testimonianza, anzi stabilisce qui l'inizio deciso della sua fede e la chiave di lettura del suo Vangelo.

Tutto è in ordine al grande passo della fede che il discepolo opera e alla trasmissione della stessa fede agli altri: «Affinché anche voi crediate».

Ma che cosa, in sostanza, bisognava credere? Che Dio, di più non poteva donare e donarsi.

In fondo due sono i doni dal Padre goduti eternamente e gli stessi sono i doni che vengono offerti a noi in questa donazione finale: il Figlio (sangue) e lo Spirito (acqua). Vengono offerti da un unico cuore, che è quello del Padre, e come in un'unica donazione d'amore. Lo possiamo capire anche dal verbo «uscì» posto al singolare.

«Uscì sangue ed acqua: che il verbo sia al singolare è normale, quando il soggetto è un plurale neutro: hairna kai hydor.. o meglio, i due elementi sembrano mescolarsi per non formarne più che uno solo...

Cristologia e pneumatologia si fondono per dare solido fondamento all'ecclesiologia. Tutto è per la vita della Chiesa. Giovanni svilupperà il tema del sangue e dell'acqua nella prima lettera (5, 5-13) e lì il riferimento ecclesiologico sarà più marcato, considerando ormai il contesto della prassi liturgico - sacramentale. Il fatto che lì si accenna all'acqua prima che al sangue fa capire che l'ingresso nella vita della Chiesa viene attraverso l'acqua del battesimo mentre poi, l'alimento per la crescita, proviene dal sangue dell'Eucaristia.

Il richiamo alla trafittura in Ap 1, 7 fa pensare inoltre che lo sguardo verso il Cristo dal costato aperto deve accompagnare i membri del popolo di Dio lungo tutto il cammino escatologico.

 

Il mistero del cuore trafitto

Questo è il titolo di un volume in cui sono raccolti studi di Ignace de la Potterie allo scopo di fornire i fondamenti biblici della spiritualità del cuore di Gesù.

Ora non si può più partire da un cuore come simbolo astratto a-temporale fissistico, né da un cuore che esprima solo mortificazione o morte, bensì da un cuore vivente e da una apertura che segna ormai tutta l'energia della risurrezione.

Su questa linea è anche H. Urs van Balthasar che decisa­mente fissa la sua attenzione sul cuore aperto come su un simbolo biblico ricco di significato teologico, per la comprensione della Verità. Già Pascal diceva che: «Il cuore è il luogo naturale della verità», per cui «Se questo vale per ogni uomo, non vale per nessuno quanto per Gesù Cristo», poiché lui solo ha potuto dire: «Io sono la verità. Il Cuore di Gesù è dunque il luogo della verità: da questo luogo, da questo centro, irradia sul mondo il mistero del Figlio di Dio».

Potremmo dire che è come arrivare finalmente alla dimora del Padre, perché è entro l'intimità del cuore che Cristo abita col Padre in totale amore e obbedienza.

Guglielmo di Saint-Thierry diede una risposta ai cristiani di ogni tempo con queste considerazioni che si riferiscono alla domanda che si trova in Gv 1, 38: «Domine, ubi habitas?».

«O Verità, rispondi, te ne prego. Maestro dove abiti? Vieni dice Egli, e vedi. Non credi che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Grazie a te, Signore... il tuo luogo, noi l'abbiamo trovato. Il tuo luogo è tuo Padre; e ancora il luogo di tuo Padre sei tu. Per questo luogo, dunque, tu sei localizzato. Ma questa localizzazione che è la tua... è l'unità del Padre e del Figlio, la consustanzialità della Trinità».

Lungo tutta la passione il Padre è all'opera e si manifesta nella carne e poi nel cuore martoriato del Figlio. Non sbaglia­vano i Padri della Chiesa a puntare sul cuore del Figlio come alla visibile manifestazione del cuore invisibile del Padre.

Ogni creatura umana vi deve trovare residenza per cono­scere e vivere il suo amore. Ogni persona deve capire che lì sul GOLGOTA, all'ora nona, si riconduce tutta la storia umana al progetto originario, quale emana, ab aeterno, dal Cuore ar­dente del Padre.

Il Cardinale Martini ha sviluppato in maniera meravigliosa questo tema, dandogli luce con questo titolo: La parabola del costato trafitto.

La sua meditazione si inquadra entro la convinzione che Gesù stesso è segno, parabola della tenerezza di Dio per l'uomo perduto, malato, debole, sofferente.

«Gradualmente arriviamo a contemplare Gesù come para­bola della misericordia del Padre: non si limita a raccontare la parabola del Padre misericordioso, ma, la esprime in tutta la sua vita, la simbolizza la rende concreta figurativamente» (pag. 142).

Ma viene proprio l'ora, la famosa ora giovannea in cui tutta la parabola e le similitudini troveranno la convergenza in una fondamentale, che è segno ormai di «presenza» e di «trasparen­za».

«Queste cose vi ho dette in similitudini: ma verrà l'ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parle­rò del Padre» (Gv 16, 25).

Il culmine della parabola del Padre incarnata nella vita stessa di Gesù e che diventa anche mistero del Padre rivelato in maniera sintetica e pregnante, è proprio nel cuore trafitto di Gesù.

Dopo aver ricordato il peso e la densità della testimonianza giovannea, Martini dimostra che l'episodio serve di collega­mento per tutto il Vangelo incominciando da quel prologo che affermava pienezza di grazia e di verità.

«Dalla sua pienezza, noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia, perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l'ha mai visto, proprio il Figlio unigenito che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1, 16-18). Gesù dunque rivela il Padre. E qui Giovanni incomincia a vedere e a capire la «gloria»: gloria ricevuta dal Padre e ora donata ai figli.

«Anche l'acqua e il sangue sono evidentemente una para­bola, un enigma, un simbolo. Anzitutto simbolo della vita e della morte: Giovanni contempla nella morte la risurrezione. Probabilmente acqua e sangue sono quella dualità di grazia e verità, richiamata nel prologo, e sono il simbolo della pienezza messianica: grazia su grazia, grazia e verità sono detti, nei profeti, i doni messianici. Il sangue è l'amore versato fino alla morte, l'amore grazioso, gratuito. L'acqua è simbolo della veri­tà luminosa, chiara. Acqua e sangue sono le grazie che Dio riversa sull'uomo, passando dalla morte verso la vita. La trafit­tura del costato ci rivela tutto ciò che Dio è per l'uomo, fino a qual punto lo ama e come l'uomo è riempito di grazia a partire da questo amore, come l'uomo nella contemplazione del Cristo scorge la gloria del Padre diventando una cosa sola con lui» (pp. 146-147).

 

Il terzo giorno

Lo zelo per la casa di Dio ha divorato il cuore di Gesù. Passiamo dal Venerdì Santo alla Domenica d'ora in poi chiamata «il giorno del Signore». Il trafitto dell'ora nona del venerdì è lo stesso trafitto della sera del giorno di Pasqua. Giovanni stesso dà molta importanza al costato aperto, da contemplarsi e da toccarsi se non bastasse la vista dell'occhio, per una legge di continuità del Mistero pasquale nella sua sostanza e nei suoi effetti.

Questo avviene soprattutto per quella continua effusione dell'acqua dello Spirito, frutto meritato dal terribile sacrificio cruento, dal sangue versato.

Si allarga il campo della continua donazione dello Spirito: parte dal Venerdì, si afferma nel giorno di Pasqua e culmina nella grande Pentecoste. È tutta una grande Domenica, come oggi la riforma liturgica ci suggerisce, collegando anche que­sti 50 giorni attorno al costato trafitto, se è vero che il Vangelo del giorno della Pasqua è anche quello del giorno della Pente­coste. È quel racconto di Giovanni 20 che ora ci apprestiamo a contemplare più che a commentare.

 

Genesi della fede pasquale

Ci aiuta Ignace de la Potterie col suo saggio sulla «Genesi della fede pasquale secondo Giovanni 20».

Il racconto è diviso in due parti, distanziate da una settima­na, da domenica a domenica, perché la domenica sarà la Pa­squa di ogni settimana.

Al centro sta sempre il Trafitto; la fede pasquale scaturita al momento della prima trafittura, ora si sviluppa in pieno pro­cesso di maturazione e di fruttificazione. Ci soffermeremo qui soprattutto sulla domenica di Tommaso che per quanto ri­guarda il «credo» è più significativa. Accenniamo però subito alla ricchezza dei frutti immediati che scaturiscono dal cuore del Risorto e finiscono nel cuore dei discepoli in quel primo giorno. È il giorno della nuova Genesi, è il giorno delle creature nuove. Come? Attraverso il risanamento del loro cuore con la remissione della colpa che li condannava, attraverso l'alito vivificante dello Spirito, attraverso il nuovo rapporto profondo nella fede e attraverso il perfetto godimento dei frutti spirituali, la pace, la gioia, l'amore.

«Gesù risuscitato conferisce egli stesso ai suoi discepoli lo Spirito Santo per suscitare in loro la fede pasquale».

In rapporto a questa fede assume particolare rilievo l'epi­sodio dell'apparizione a Tommaso, episodio esclusivamente giovanneo. Ciò si riferisce non soltanto alla forte

evidenziazione del costato come sorgente di fede-conoscenza (l'invito addirittura a toccare) ma anche alla fede nella «tra­smissione». La beatitudine finale di chi crede senza vedere non porta all'eliminazione della necessità del vedere-contemplare e all'importanza del segno (magari per lasciare tutto alla fede privata, come Bultmann cercò di affermare). Si arriva qui ad una sintesi perfetta del valore del vedere-toccare del primo testimone e dell'accoglienza in fede da parte di chi si fida di colui che ha visto e toccato. Fides ex auditu: accostare il testi-

mone ascoltarlo e crederlo, è prendere contatto con colui che egli ha visto, udito e toccato. Chi ascolta voi ascolta me, direbbe Gesù.

Beati gli occhi che vedono e beati coloro che credono alla testimonianza anche senza vedere, sono due passi della Scrittu­ra che si completano. In fondo anche oggi l'uomo di Dio, l'uomo santo, l'uomo del contatto si considera come il testimo­ne più forte, non solo dell'esistenza di Dio ma della sua presen­za nel nostro tempo.

L'episodio di Tommaso con il rimprovero di Gesù mette in evidenza ormai l'importanza della tradizione e del mandato entro la Chiesa. Anche il segno sacramentale è da concepirsi entro questa realtà.

«Ciò che viene rimproverato a Tommaso non è di aver visto Gesù, perché Gesù stesso ha voluto manifestarsi a lui. Il rim­provero cade sul fatto che Tommaso ha rifiutato all'inizio di credere quando ha sentito l'annunzio dei discepoli. Il rimpro­vero di Gesù non è legato dunque al fatto che lui «uno dei dodici» fa la stessa esperienza degli altri, al contrario, questa esperienza l'ha portato a fare la più bella confessione di fede di tutto il quarto Vangelo: «Mio Signore e mio Dio» (20, 18). Gesù lascia invece intendere che egli avrebbe già dovuto credere senza vederlo. La testimonianza di tutti gli altri del gruppo dei dodici avrebbe dovuto bastargli».

A coronamento delle riflessioni su Giovanni 20 è bello pensare che c'è un nesso con la tradizione di Luca 24, 15-49 (Emmaus ed apparizione finale agli apostoli). Il v. 22 di Gio­vanni sul dono dello Spirito, corrisponde al v. 45 di Luca, dove si dice che aprì agli apostoli lo Spirito dell'intelligenza delle Scritture, cioè alla comprensione di fede del mistero di Cristo.

Come ci ardeva il cuorel E dunque sempre una questione del cuore, dove arde lo Spirito. Con questo grande segno si conclude praticamente il Vangelo di Giovanni. Tutti i segni sono stati riferiti perché «progrediate nella fede di Gesù, Messia e Figlio di Dio e perché, credendo in lui, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20, 50).

 

Il giorno del Signore

Il secondo volume del commentario di R. E. Brown si intitola «Il libro della gloria». L'itinerario di gloria si snoda dal Cenacolo al Cenacolo: dal giovedì alla domenica. Di mezzo il venerdì è punto di collegamento, come chiave di lettura e di apertura dello stesso mistero di gloria.

Entriamo nel giorno del Signore, Dies dominica, quello che per i cristiani diventa ormai il primo giorno della settimana. Qualcuno lo considera evocando Isaia 52, 6: «Il mio popolo conoscerà il mio nome, in quel giorno saprà che sono io che parlo».

«Non sarebbe affatto improbabile - scrive Brown - che Giovanni considerasse questa domenica il giorno escatologico in cui mediante il dono dello Spirito, Gesù rende possibile la sua presenza duratura tra i suoi seguaci (vedi Gv 14, 20): In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me ed io in voi».

L'apparizione a Tommaso avviene di domenica ed anche la grande visione di Patmos avviene nel giorno del Signore (Ap 1, 10).

Barret vede in Giovanni 20, 19-29 le tracce di una grande liturgia domenicale dei primi tempi cristiani: «I discepoli si riuniscono nel giorno del Signore. La benedizione è data: Pace a voi. Lo Spirito Santo scende sui fedeli e la parola di assoluzio­ne è pronunciata. Cristo in persona è presente (ciò può richia­mare l'Eucaristia e la Parola di Dio espressa), recando i segni della sua passione; egli viene proclamato Signore e Dio».

Il soffio creativo di Dio è presente in questo giorno di nuova Genesi, ma qui dopo la storia della miseria umana si collega ad un ministero rinnovatore di misericordia. C'è stato di mezzo il peccato con la sua condanna; ora l'alito rigeneratore che parte dal profondo del Cuore di Gesù deve prima frantu­mare la miseria con la potenza esclusivamente divina del per­dono. Il perdono dei peccati resterà l'inizio necessario di ogni novità entro il cristianesimo e questo ministero viene ora affi­dato alla Chiesa, dopo che essa stessa è stata risanata e rivivificata dalla riconciliazione nel sangue e nell'acqua.

 

La míssíone della Chiesa

Ora la missione di salvezza può veramente passare ai disce­poli: «Come il Padre ha mandato me così io mando voi» (Gv 20, 21).

Questo mandato abbraccia i contenuti forti di ogni evangelizzazione che sia «cristiana»: perdono, liberazione, gua­rigione, battesimo nello Spirito.

L'episodio dell'apparizione a Tommaso è intimamente collegato a quello della prima apparizione, per condurre so­prattutto ad una risposta di fede nel superamento di ogni dubbio che possa vessare la comunità cristiana di fronte a tali eventi divini e a tali poteri divini a lei consegnati.

Qui Brown spinge ad un'interpretazione non da tutti condi­visa ma che fondamentalmente può darci dei punti validi: «Nessun altro racconto evangelico di un'apparizione dopo la risurrezione presta tanta attenzione all'atteggiamento di una persona nei riguardi di Gesù risorto, quanto la storia di Tommaso. Ciò avviene perché Tommaso è diventato qui la personificazione di un atteggiamento». È quello del dubbio apostolico che deve essere totalmente sfaldato perché la Chiesa possa avviarsi sicura in un cammino di fede.

I tre elementi nuovi sono il comando: «E non persistere nella tua incredulità, ma diventa credente» (v. 27); la confessione di Tommaso: «Mio Signore e mio Dio» (v. 28); il macarismo o beatitudine, relativo a «coloro che non hanno visto, eppure hanno creduto» (v. 29). Tutti e tre riflettono temi teologici tipici di Giovanni e non hanno paralleli negli altri racconti evangelici di apparizioni dopo la risurrezione.

Al centro dell'esperienza, continuiamo a notare, stanno i segni della passione, le ferite soprattutto il segno del costato aperto. Sono in un corpo glorioso che passa attraverso le porte

chiuse ma che conserva la tangibilità. È lo stesso Cristo che continua, del quale il testimone può dire: ho visto, ho udito, ho toccato (1Gv 1).

Le ferite pongono continuità tra la crocifissione e la risurre­zione. Non bisogna mai dimenticare il grande prezzo pagato. Così ricorda anche S. Pietro: «Non a prezzo di cose corruttibili... ma con il sangue prezioso di Cristo come di Agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1, 18-19).

«Il Gesù risorto che sta ritto davanti ai suoi discepoli è il Gesù che morì sulla croce: e adesso essi stanno per ricevere i frutti del suo innalzamento. Questa interpretazione spieghe­rebbe la gioia con la quale i discepoli accolgono la sua proposta di mostrare loro le mani ed il costato».

I frutti dello Spirito Santo sono evidenti: pace, amore, gioia con tutto l'appagamento del cuore umano finalmente ottenuto. Sempre di cuore si tratta nella soluzione dei più profondi problemi dell'esistenza umana. Sant'Agostino ci è maestro in questo campo, e come attinge da Giovanni!

«Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore» (Gv 14, 27).

Dal ristabilimento dell'ecologia del cuore rinasce la possibi­lità di pace per l'umanità. A questo punto l'uomo nella pace perfetta del Signore può diventare uno strumento di riconcilia­zione e di pace per il mondo. C'è una forza nuova che viene dallo Spirito Santo. «Passando ad una trattazione diretta del v.22 e dell'effusione dello Spirito riconosciamo che, per Gio­vanni, questo è il punto culminante dell'opera di Gesù dopo la sua risurrezione...

Forse perfino il riferimento al costato di Gesù al v.20. in modo secondario, voleva far ricordare al lettore il fiotto di sangue ed acqua che era scaturito da quel costato che simboleg­giava lo Spirito».

«Il simbolismo primario del dono dello Spirito riguarda la nuova creazione, una creazione che spazza via il male, perché lo Spirito Santo consacra gli uomini e dà loro il potere di rendere, a loro volta, santi gli altri».

Così davanti al Trafitto-Risorto ritorniamo ancora al centro della novità cristiana che la Chiesa dovrà sempre trasmettere per rinnovare il mondo.

Di qui si può capire anche il prezioso aiuto visivo offerto da Gesù all'umanità attraverso Suor Faustina Kowalska, con l'ico­na del Gesù Risorto Misericordioso.

 

Dio è Misericordia

«Quando avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che lo sono» (Gv 8, 28)

Ma dove si arriva ai contenuti profondi di quel Nome, dove si afferra quell'attributo più alto, quel qualcosa che precisa «Io Sono» in senso definitivo? Gesù preparò il terreno a questa maniere aggiungendo: o sono la porta, il buon pastore, il pane di vita, la luce, la via, la verità, la vita, ecc... è un continuo cammino di penetrazione fino al nucleo fontale che avrà sede proprio nel cuore stesso del Verbo. È di qui che Giovanni saprà trarre la definizione più alta: Dio è Amore, Dio è Misericordia. Oggi non possiamo più domandare un'ulteriore precisazione a seguito di un problematico lo Sono, perché è il Padre stesso che nel roveto ardente del Figlio ha risposto una volta per sempre: Io sono Misericordia.

Siamo arrivati al titolo massimo, quello che anche S. Tommaso definiva il più alto attributo di Dio, quello che non solo lo definisce concettualmente ma lo vede «economicamen­te», in dinamiche concrete di storia della salvezza. Questa misericordia di Dio viene proposta dalla Scrittura e poi neces­sariamente anche dalla Chiesa come l'oggetto vero di ogni lode e di ogni celebrazione: «Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia».

Cosa si legge nel termine misericordia? Miseria più cuore. La miseria è evidentemente costituita dalla condizione dell'uo­mo decaduto; il cuore è quello pieno di amore del nostro Dio che si è assunto il peso enorme di questa miseria fino a farsi spezzare. Non per restare schiacciato dalla miseria umana ma per vincere in sé e togliere le radici di quella miseria e per seminare la ricchezza della grazia divina.

Si può dire che Dio si è autodefinito e autocomunicato su una lunga strada teofanica di pazienza, che non ha travolto subito l'uomo con portenti esteriori (anzi alle volte questi lasciano anche oggi l'uomo indifferente), ma ha cercato di convincere attraverso fatti d'amore e frutti concreti.

Dio ha applicato a sé quello che Gesù dirà ai suoi discepoli cioè che dal frutto si riconoscerà l'albero, che dai frutti si riconosceranno le persone.

Se Dio ci avesse fulminati dal cielo con la verità che lui è amore misericordioso avremmo potuto credergli, ma restava nel fondo l'amaro di una situazione che poteva ancora creare il dubbio « È vero Signore, sei misericordia, ma in questa valle di miseria stiamo noi. È vero anche che la colpa è tutta nostra e che ce lo meritiamo, ma alla fine tu resti troppo distante da noi». Può essere anche questo il senso di qualche salmo lamentatorio.

Ecco allora che la risposta di Dio non avvenne più a parole ma a fatti concreti. Il suo itinerario di avvicinamento, il suo amore che si china e si immischia nella storia miserabile del­l'uomo sfocia in questo Verbo incarnato che finisce col morirvi dentro silenziosamente. È teofania che deriva dalla pazienza di Dio anzi dalla sua compassione, cioè dal suo patire con noi e per noi. Ne nasce una legge di vita: è sempre la via del dolore quella che dimostra l'amore.

Per questo nella prima lettera di Giovanni al capitolo quar­to (nella Bibbia di Gerusalemme - C.E.I. s'intitola: alla fonte della carità) troviamo la più alta definizione di Dio, che è Amore Misericordioso cioè amore manifestato nel sacrificio come si legge subito sotto: «In questo sta l'amore... ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4, 10).

«L'amore è il fiore, la misericordia è il frutto», leggiamo nel diario di Suor Faustina Kowalska.

L'amore è fin da principio, è eterno e origine di ogni azione amorosa, ma per la nostra storia, se non si dimostra nel sacrifi­cio resta una parola non convincente o una chiacchiera: sono i fatti e il sacrificio della nostra vita che dimostrano l'amore, quando l'amore si carica della miseria dell'amato, quando l'amore si fa solidarietà fino alla morte, quando è amore verso il non amabile, verso quello che non corrisponde all'amore.

Questo è l'amore misericordioso di Dio. «Quando eravamo peccatori, e perché avevamo peccato, Dio ci ha amato» (Rm 5). Cerchiamo di sviluppare l'immagine sopra indicata a capi­re la misericordia di Dio. A primavera contempliamo i fiori sulla pianta e ci viene da esclamare: «Che bello! » Tutto sugge­risce amore nella bellezza del fiore, ma è un amore che rimane a livello estetico ed emotivo. Il fiore scompare presto, mentre il germe, su quell'albero che lo porta, passa attraverso il calore dell'estate e le sfide del maltempo in un nascosto lavorio ed in un profondo travaglio. E noi, arrivato l'autunno ci accostiamo all'albero e troviamo adesso il frutto davanti al quale esclamiamo: «Che buono! » E dall'albero giunge l'invito: «Prendi e mangia». Il fiore allietava la vista e muoveva i sentimenti; il frutto non solo rallegra la vista, ma ti nutre e ti fa vivere.

Così è, fuori della parabola, la realtà dell'amore di Dio che diventa misericordia: in Cristo il fiore dell'amore è diventato frutto, attraverso il crogiuolo del soffrire. È avvenuto su quel­l'albero che si chiama croce.

L'ora della conoscenza della misericordia attraverso l'albe­ro della croce è ancora più bella di quella conoscenza del primo amore nel Paradiso terrestre. «Felice colpa», si può cantare, che ci fece vedere e gustare un amore più grande.

E allora citiamo ancora per esteso Giovanni: «In questo si è manifestato l'amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per Lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4, 9-10).

 

Le nozze dell Agnello

Entriamo negli aspetti ecclesiologici derivanti da quest'uni­ca sorgente teologica. La dimensione di Cristo-Sposo oggi vie­ne molto sentita, come pure la realtà dell'amore sponsale a nutrimento della spiritualità, non solo dei cosiddetti consacrati, ma di ogni cristiano. È attraverso il sangue e l'acqua dell'agnel­lo che tutti veniamo consacrati; «Padre... per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità» (Gv 17,19).

La nuova Pasqua significa quella nuova alleanza nuziale che era stata annunziata a Cana (Gv 2, 4). Si parla anche qui di un terzo giorno. Il vino è versato dallo sposo fedele per l'amore della sposa.

La grande autorità del Concilio Vaticano II oggi ribadisce e conferma questo alto significato biblico: «La Chiesa viene pure descritta come la sposa immacolata dell'Agnello immolato che Cristo ha amata e per essa ha dato se stesso per santificarla, sposa che ha unito a sé con patto indissolubile» (LG 5). «Cristo ha amato la Chiesa come sposa sua e per essa ha dato se stesso per santificarla, e la congiunse a sé come corpo suo, e l'ha ricolmata del dono dello Spirito Santo, a gloria di Dio» (LG 39).

Noi abbiamo già accennato al parallelo delle nozze di Cana con le nozze del Calvario: dal primo segno nuziale all'ultimo, dall'inizio dell'«ora», alla conclusione, dalla fede incipiente a quella conclusiva.

Le nozze sono il compimento dell'alleanza del Sinai, il coronamento del sogno d'amore di Dio con Israele. «Amerò Non-Amata e a Non-mio-popolo dirò: popolo mio, ed egli mi dirà: Mio Dio» (Os 2, 25). Ecco perché è importante la risposta della Chiesa attraverso Tommaso, dopo che lo sposo ha dimo­strato fino alla morte il suo amore: «Mio Signore, mio Dio».

Le nozze di Cana segnano anche un passaggio nella storia d'amore delle due alleanze: quella del Sinai, come il primo vino, sta passando perché era di carattere transitorio; quella del Calvario ha ormai i caratteri dell'eternità.

L'episodio di Cana come prefigurazione e l'episodio del Golgota come realizzazione (soprattutto considerando i simbo­li del sangue e dell'acqua) costituiscono fatti che servono all'in­terpretazione globale della Bibbia come storia della salvezza, entro una lettura che si chiama «simbolica».

Ecclesia nascitur

«Ex corde scisso (Jesu) Ecclesia Christo iugata nascitur» (inno liturgico).

Il matrimonio ha due finalità: reciproco amore e fecondità procreativa. Le nozze dell'agnello segnano l'amore più profon­do e indissolubile che si possa pensare; l'apertura del suo

Cuore, come grembo generativo, significa la procreazione più estesa che si possa immaginare.

Isaia concludeva il canto del servo sofferente e trafitto in questo modo: «Quando offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si compirà per mezzo suo la volontà del Signore» (Is 53, 10).

Molti Padri della chiesa mettono in relazione Giovanni 19, 34 con Genesi 2, 21 dove Eva usciva dal costato di Adamo in dormizione, e vedono qui nascere dalla ben più drammatica «dormitio» di Gesù-Nuovo Adamo, la Chiesa a lui sposa.

Su questa interpretazione nata nel sec. IV si impegnò anche il Magistero della Chiesa nel XV Concilio, quello di Vienne (1312). Contro gli errori di Pietro di Giovanni Olivi, che rappre­sentava una corrente riformatoria, la quale sosteneva che la vera Chiesa era nata soltanto nel medioevo con l'avvento degli «spirituali», il Concilio affermò che Cristo aveva una ferita di lancia nel costato, di modo che, con le onde di acqua e di sangue che fuoriuscivano, si potesse formare una immacolata e verginale madre Chiesa, la sposa del Cristo, proprio come dal costato del primo uomo, mentre questo dormiva, fu formata Eva, quale compagna del matrimonio» (DB, 901).

Nei tempi recenti il Magistero si è impegnato seriamente a sostenere questa nascita della Chiesa dal cuore trafitto, anche per porre basi biblico-teologiche solide alla devozione al cuore di Gesù. Pio XII nell'Enciclica «Haurietis aquas» (15 Maggio 1956), così si esprimeva: «Dal cuore ferito del Redentore è nata la Chiesa, in quanto ministra del sangue della redenzione, e dal medesimo profluì copiosa la grazia dei sacramenti, dalla quale attingono la vita celeste i figli della Chiesa, come si legge nella Sacra liturgia: ex corde scisso ecclesia Christo jugata nascitur... Qui cordis fundis gratiam» (AAS 1956, 333).

Ma senz'altro oggi ci sono i testi preziosi del Concilio Vaticano II. «Dal costato del Cristo, assopito sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa» (SC 5).

«L'inizio e la nascita della Chiesa sono significati dal san­gue e dall'acqua che escono dal fianco aperto di Gesù crocifis­so» (LG 3).

Oggi è forte il richiamo al mistero della Chiesa come realtà di famiglia-comunione d'amore. Ed è il Mistero pasquale che illumina anche il mistero della Chiesa sposa e madre.

«Omnes unum sumus a latere Christi», predicava già S. Giovanni Crisostomo.

Una citazione di Ireneo (+ 200), discepolo di Policarpo, ci può indicare come fin dall'epoca sub-apostolica si vedeva la fondamentale importanza di questo momento di nascita e di fecondità della Chiesa, anche per quel compito di aprire il proprio seno e di nutrire, che viene consegnato, alla Chiesa stessa. Come a dire: Oggi chi vuole attingere al costato di Gesù non può farlo senza attingere al seno della Chiesa: «Dov'é la Chiesa, ivi è anche lo Spirito di Dio; e dov'è lo Spirito di Dio ivi è la Chiesa e tutta la sua grazia. E lo Spirito è la verità. Perciò quelli che non partecipano allo Spirito non attingono alle mammelle della loro Madre il nutrimento di vita né ricevono la sorgente purissima che scorre dal Corpo di Cristo, ma si scavano cisterne screpolate (Ger 2, 13) negli anfratti della terra, e bevono l'acqua infetta del pantano»

 

Apocalisse-Rivelazione finale

«Nel giorno del Signore» Giovarmi viene rapito in estasi e comincia a conoscere e gustare le ultime cose. Di nuovo il Trafitto attira la sua attenzione: «Ecco viene sulle nubi e ognuno lo vedrà: anche quelli che lo trafissero

e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Sì Amen» (Ap 1, 7).

Siamo in un contesto altamente liturgico, dove la liturgia domenicale della prima chiesa s'innesta in quella del Cielo. E questo Figlio dell'uomo appare come il Sommo ed eterno Sacerdote.

Giovanni 20 ce lo aveva presentato alla sera di quel primo giorno come il Sacerdote-Pastore che viene a raccogliere il suo gregge disperso («percuoti il pastore e sia disperso il gregge»: Zc 13). Lo ricostituiva in unità e gli consegnava poteri sacerdo­tali per la cooperazione al continuo ministero del perdono. Sangue ed acqua misticamente fluivano ancora dal cuore di Cristo e continuavano ad essere perdono (sangue) e dono (acqua), mentre ormai le vie normali della grazia si consolida­vano entro i santi segni del Battesimo, dell'Eucaristia e della Riconciliazione. Il profeta Zaccaria aveva già toccato al capitolo 11 il tema del pastore che verrà ripreso da Giovanni 10. Il profeta annunziava il grande bisogno d'acqua per pascoli nuo­vi, la sorgente che sarebbe scaturita in quel giorno: «Sarà un unico giorno, il Signore lo conosce; non ci sarà né giorno né notte; verso sera risplenderà la luce. In quel giorno acque vive sgorgheranno da Gerusalemme...

«Il Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il suo nome» (Zc 14, 7-9).

Zaccaria parlava di una grande «festa delle Capanne» (v 18), dove «se qualche stirpe della terra non andrà a Gerusalemme per adorare il re, il Signore degli eserciti, su di essa non ci sarà pioggia» (v 17).

Ricordiamoci che Gesù fece la solenne proclamazione dei fiumi d'acqua viva nell'ultimo giorno della festa delle Capanne (Gv 7, 37-39).

Ora ci troviamo nella celeste Gerusalemme dove tutto arri­va a conclusione per continuare nell'eternità: c'è lo splendore del Figlio dell'uomo Sommo ed eterno Sacerdote, c'è l'Agnello immolato nel sangue, e datore generoso dell'acqua, c'è il tem­pio in cui si raccoglie un regno di sacerdoti per Dio Padre. Anche Daniele aveva visto questo Figlio dell'uomo con

abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con la fascia d'oro sacerdotale (Dn 7, 13). Sempre questa grande tunica inconsutile che come testimonia Giovanni è rimasta indivisa anche dopo la sua morte (Gv 19, 23-24).

Ezechiele aveva denunciato il dramma delle pecore senza pastori, soggette alla dispersione (cap. 34), aveva visto la po­tenza dell'alito dello Spirito che ridava la vita ai morti (cap. 37) e aveva profetizzato il raduno da tutte le parti della terra, la riconduzione al suolo delle origini, dove avviene la grande purificazione con l'acqua pura, con il dono del cuore nuovo e dello Spirito nuovo (cap. 36). E infine vide quella sorgente d'acqua che scendeva da sotto, il lato destro del tempio, a provvedere guarigione e nutrimento per i popoli (cap. 46).

Sono riferimenti che illuminano sia il momento della trafit­tura di Gesù che il grande finale dell'Apocalisse che subito vedremo.

La maestosa liturgia celeste celebra nella lode più alta la vittoria finale del Trafitto, le sue continue nozze, la gioia del­l'acqua viva per l'eternità: gli amici dell'Agnello sono stati lavati nel suo sangue (Ap 7, 14) e l'Agnello che sta in mezzo al trono è il loro pastore e li guida alle fonti dell'acqua della vita (Ap 7, 17). La voce dell'immensa folla diventa simile a fragore di grandi acque quando s'alza l'invito alla lode per le nozze dell'Agnello (Ap 19, 6-8).

Con questa visione d'amore nuziale si conclude tutta la Sacra Scrittura. L'ultimo capitolo ci porta davanti al trono di Dio e dell'Agnello immolato. Ci sono tutti i frutti duraturi del suo sangue versato e dell'acqua scaturita dal sacrificio: un fiume d'acqua viva come cristallo che porta a compimento tutto il processo di guarigione delle nazioni. È un bagno im­menso, infinito, eterno nello Spirito Santo.

«Lo Spirito e la Sposa dicono «Vieni». E chi ascolta ripete vieni. Chi ha sete venga; chi vuole attinga gratuitamente l'ac­qua della vita» (Ap 22, 17).

Anche noi siamo venuti al costato aperto di Gesù per bere acqua viva, per attingere conoscenza di Dio, per credere e abbandonarci all'Amore.

Siamo rimasti attorno ad un unico centro, pur con una molteplice lettura. Abbiamo capito che è come un centro d'irradiamento. Ha ragione Ignace de la Potterie a considerare il momento della trafittura come il nucleo di tutto un comples­so letterario e teologico in cui confluiscono i grandi temi della soteriologia giovannea, cioè di quello che più conta di fronte alle realtà salvifiche. È stato anche definito il «punto soteriologico centrale».

Ci siamo trovati dunque di fronte a un condensato espres­sivo di tutto il Vangelo, una chiave di lettura in un compendio simbolico-sacramentale.

Per noi significa un battesimo nella vera conoscenza di Dio e un bagno costante nella Divina Misericordia.

 

15

ETERNA È LA SUA MISERICORDIA: LA VERA STORIA INFINITA

L'ossessione dell'uomo è in fondo la sua storia fragile e destinata alla fine. Dopo un percorso breve, e per lo più tribo­lato, ecco la morte con la sua istantanea dichiarazione di falli­mento ad ogni progetto. Anche la scoperta del genoma non risolverà questo problema.

Tale situazione si chiama «miseria costitutiva dell'essere umano» e non c'è ragione che la possa spiegare, e non c'è progettazione umana che ci possa liberare da questa fontale schiavitù.

Il pensiero ossessivo colpì un giorno anche il grande con­vertito di Damasco, S. Paolo. Alzò il grido angosciato, ma nello stesso tempo ebbe la luce della risposta attraverso la fede: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore» (Rm 7,24-25).

È una convinzione che l'Apostolo portò con sé anche in quelle carcerazioni che gli uomini diabolicamente forniscono proprio a coloro che hanno l'unica speranza da portare, cioè il buon Vangelo della Divina Misericordia che passa nel tempo e ti porta all'eternità:

«Ma Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo

Gesù. Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua» (Ef 2,4-10).

Da questa affermazione biblica è partito Giovanni Paolo II per regalare al mondo la sua Enciclica più importante intitolata appunto «Dives in Misericordia» (Dio ricco di misericordia). È un invito a rileggere tutta la Sacra Scrittura in termini di Misericordia e a rimeditare tutta la storia umana entro i binari sicuri di un Dio che, avendoci creati per amore, non ci abban­dona mai, anzi ci sorprende in ogni epoca storica coi suoi interventi misericordiosi. Il culmine di questo suo impegno è proprio la venuta del Verbo nella carne, evento storico determi­nante di cui giustamente abbiamo celebrato con solennità i duemila anni nel Giubileo.

Il Papa ha definito Gesù come «l'incarnazione della Miseri­cordia del Padre». Dopo tale fatto, che ha visto il Dio-Amore immergersi nella nostra miseria vivendola e soffrendola fino alla morte e al sepolcro, non è difficile per l'uomo afferrare ed amare il Dio - Misericordia. Come tale Lui è lo stesso ieri, oggi e sempre per una vita senza fine: appunto perché eterna è la sua Misericordia.

Rileggere la Scrittura sotto la chiave della Misericordia è rivelazione vera e consolante; si apprezzeranno anche i grandi «segni» di questa storia che non finisce mai: cuore trafitto, sangue ed acqua.

La Bibbia dice tutto sull'Amore Misericordioso di Dio e sulle sue sorprendenti manifestazioni nella storia. I contenuti essenziali sono là per sempre in quei libri e non c'è nulla da aggiungere per la risposta di fede. Però è la stessa Parola di Dio che, come viva ed efficace, continua ad aprirsi a nuove espe­rienze storiche, specialmente nei momenti in cui i dati fonda­mentali diventano poco stimolanti e la demoralizzazione s'af­faccia opprimente.

Ecco allora il «profetismo» che passa anche attraverso la gratuità imprevedibile delle apparizioni, delle rivelazioni pri­vate e delle esperienze tormentate di tanti mistici.

L chiaro, ad esempio, che di fronte agli affanni e alle crisi epocali dei nostri tempi, le apparizioni di Gesù Misericordioso a suor Faustina Kowalska, costituiscono sempre più un fortissi­mo punto di riferimento. A questa storia recente si riferisce senza riserve Papa Wojtyla, ma non perché è polacco, bensì perché si tratta di un intervento provvidenziale del Signore stesso, accolto entusiasticamente in brevissimo tempo da milio­ni di persone in tutto il mondo. Vox populi, vox Dei.

La storia della Divina Misericordia ai nostri giorni, nelle forme derivanti da espliciti comandi di Gesù, è talmente avvin­cente che ogni buon cristiano dovrebbe conoscerla.

C'è una porta d'ingresso «evangelica» per la comprensione e il godimento di quest'ora della Misericordia: bisogna riferirsi a quella «infanzia spirituale» per cui Gesù con esultanza alzò un inno di giubilo al Padre: «Io ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te è piaciuto» (Lc 10, 21).

Un cuore di «bambino evangelico» è stato il distintivo anche del Papa buono e misericordioso che porta il nome di Giovanni XXIII e che nel Giubileo venne beatificato. Egli non fu solo lo strumento del Signore per togliere dalla condanna la causa di suor Faustina, ma ebbe un dono di veggenza profetica quando agli inizi del pontificato sospingeva il popolo cristiano «sulla via della Bontà e della Misericordia che salva, eleva e incoraggia».

E poi più decisamente quando parlò agli assistenti della CIAC e della FUCI in questi termini: «Amiamo pensare che la Provvidenza Divina stia elaborando uno dei più grandi misteri della storia, che sarà il mistero della Misericordia del Signore per tutti i popoli».

 

16

APPELLO DI GESÙ MISERICORDIOSO

«Parla al mondo della Mia Misericordia, del Mio amore. Le fiamme della Misericordia Mi bruciano, desidero riversarle sulle anime degli uomini. Oh, che dolore Mi procurano quando non vogliono accettarle!

Figlia Mia, fa' quanto è in tuo potere per la diffusione del culto della Mia Misericordia, lo completerò quello che ti man­ca. Dì all'umanità sofferente che si stringa al Mio Cuore mise­ricordioso e lo li [sic!] colmerò di pace.

Figlia Mia, dì che sono l'amore e la Misericordia in persona. Quando un'anima si avvicina a Me con fiducia, la riempio di una tale quantità di grazia, che essa non può contenerla in sé e la irradia sulle altre anime.

Le anime che diffondono il culto della Mia Misericordia, le proteggo per tutta la vita, come una tenera madre protegge il suo bimbo ancora lattante e nell'ora della morte non sarò per loro Giudice, ma Salvatore misericordioso. In quell'ultima ora, l'anima non ha nulla in sua difesa, all'infuori della Mia Miseri­cordia. Felice l'anima che durante la vita si è immersa nella sorgente della Misericordia, poiché la giustizia non la raggiun­gerà.

Scrivi: tutto ciò che esiste è racchiuso nelle viscere della Mia Misericordia più profondamente di un bimbo nel grembo ma­terno. Quanto dolorosamente mi ferisce la diffidenza verso la Mia bontà! I peccati di sfiducia sono quelli che mi feriscono nella maniera più dolorosa» (Diaríó, p. 374).