IL CULTO DELLA DIVINA MISERICORDIA
Tratto
da: “IL CULTO DELLA DIVINA MISERICORDIA”
Don
Renato Tisot - A.D.I.M. Alleanza
Divina in Misericordia e di Rinnovamento nello Spirito - TO
Fu
un giorno d'importanza storica quel 30 aprile del 2000, ottava di Pasqua del
Grande Giubileo. Davanti ad una folla immensa, Papa Giovanni Paolo II
canonizzava suor Faustina Kowalska, la piccola segretaria di Gesù
Misericordioso.
Nell'omelia
il Santo Padre dava ufficialità al titolo di «Domenica della Divina
Misericordia» per definire la Seconda di Pasqua ed enunciava i fondamenti
interpretativi validi a collocare proprio nel cuore del mistero pasquale il
messaggio e il culto della Divina Misericordia, proponendolo come speranza per
«illuminare il cammino agli uomini del terzo millennio».
Subito
dopo, il 5 maggio 2000, la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei
Sacramenti emetteva un decreto che fissava nel calendario liturgico universale
questa Domenica della Divina Misericordia, giustamente avvisando di non
modificare alcun testo della liturgia già in atto (in quanto evidentemente già
pienamente atta a illustrare il tema e far vivere il mistero).
Affermava
che questa era una precisa volontà del Papa, il quale però aveva tenuto conto
dei segni dei tempi. Così infatti si legge: «Nella nostra epoca i cristiani,
provenienti da numerosi paesi del mondo, desiderano innalzare questa
Misericordia nel culto divino, specialmente nella celebrazione del mistero
pasquale, nel quale risplende soprattutto la bontà di Dio verso tutti gli
uomini».
Non
tutti però, fino a questo punto, erano a conoscenza dei tormentati sviluppi che
portarono la Chiesa al discernimento e all'approvazione, sulla scia di una
meravigliosa storia tessuta dal Signore stesso per i nostri tempi e assimilata
rapidamente soprattutto dai piccoli e dai poveri.
Anzi,
la decisione ecclesiastica veniva recepita in maniera molto negativa da teologi,
liturgisti e pastori che, aggiornati nei percorsi post-conciliari, credevano di
trovarsi di fronte ad un riflusso devozionistico assai preoccupante.
Così
succedeva che, mentre in tante parti del mondo la notizia veniva accolta con
gioia, anche perché ormai scontata in quanto vissuta entro una sensibilità di
pastori in sintonia con quel grande luogo teologico che è il popolo di Dio, da
noi invece, soprattutto in Italia, si alzavano voci non solo di disappunto o
diffidenza ma anche di ostilità.
Per
questo, all'inizio del 2001, e proprio in vista della prima possibile
celebrazione ufficiale della Domenica della Divina Misericordia (22 aprile), mi
premurai di dare alle stampe una silloge di testi e riflessioni che potevano
dare un primo e documentato fondamento alla comprensione, all'annuncio e alla
celebrazione. Potevo basarmi su più di vent'anni di conoscenza, di esperienza
e di provvidenziale fruttificazione in questo campo.
Ad
opera dell'associazione ecclesiale Alleanza Dives in Misericordia di Trento
usciva il volume col titolo: «L’Ottavo giorno di Pasqua e la Divina
Misericordia nel cuore del mistero pasquale».
Sorprendentemente
il migliaio di copie andò in esaurimento nel giro di due mesi.
E
dalla Segreteria del Santo Padre veniva questo riconoscimento: «Sua Santità
ringrazia di cuore per il devoto omaggio, e mentre auspica che l'annuncio
dell'amore misericordioso di Dio possa diffondersi sempre più nel mondo,
aprendo i cuori alla sua azione risanatrice e vivificatrice, invoca la celeste
protezione di santa Faustina Kowalska e volentieri imparte a Lei e alle persone
care la Benedizione Apostolica, pegno dell'abbondanza della luce e della gioia
del Signore Risorto» (5 maggio 2001).
Evidentemente
avevamo raccolto tanta gente per l'invito che il Santo Padre ci aveva fatto, di
celebrare ancora con lui la Domenica della Divina Misericordia in Piazza S.
Pietro (Ottava di Pasqua, 22 aprile 2001). Di nuovo un appassionato appello a
far avanzare messaggio e culto non solo nella Chiesa ma nella storia umana.
Quest'anno,
2002 dell'era cristiana, ho pensato di offrire un altro piccolo strumento
d'informazione e di formazione, riprendendo alcuni temi e aggiungendo i
necessari aggiornamenti.
E
per facilitare il cammino e la collaborazione di molti attenti pastori e fedeli
e per aprire porte a chi non ha avuto l'occasione di conoscere, mentre mi
accorgo che anche in alcuni calendari liturgici diocesani incomincia ad apparire
la Domenica della Divina Misericordia al posto esatto dell'antica e sempre amata
domenica in Albis.
Ma
ci tengo a riprendere alcuni commenti scaturiti a cuore caldo dopo le grandi
celebrazioni del Papa: progetto che Papa Wojtyla cominciava ad annunciare fin
dall'inizio del pontificato, facendo intuire quasi il nucleo e il senso divino
della sua elezione e della sua primaria missione, sta per svelarsi nelle
dimensioni più profonde e misteriose, proprio mentre nella carne condivide col
Misericordioso la vittoriosa Passione.
Non
può elevare il cantico del vecchio Simeone finché l'Ora della Misericordia non
è saldamente radicata nel culto e nella prassi.
E
si allontani subito il pregiudizio che si tratta di un fatto tipicamente
polacco, perché oggi con evidenza plateale è più assimilato agli estremi
confini specialmente tra le popolazioni povere, che sono in genere il terreno
preferito dal Dio che si rivela.
E
vero, la prima Santa del Giubileo, anzi «la Santa del Giubileo» è una
umilissima suora polacca, suor Faustina Kowalska (1905-1938), ma essa non si è
presentata da sola per ben due volte nel giro di pochissimo tempo
(beatificazione e canonizzazione) sulla grande facciata della basilica vaticana:
la sua vita e il suo messaggio rivolto all'umanità intera prende significato da
quel Gesù Misericordioso che sempre giganteggia al suo fianco.
Si capirà d'ora in poi sempre più come l'incrociarsi delle presenze storiche della Kowalska e di Wojtyla, come connubio di profezia e discernimento gerarchico, porti tutte le caratteristiche di autenticità e fruttuosità in riferimento ad un intervento del Padre Misericordioso in questi tempi di devianza sempre più drammatica dei figli. È un'Ora di Misericordia che non può restare soltanto negli sforzi di un filantropismo umanistico e orizzontalistico, ma deve corrispondere anche ad un'ora di grande effusione dello Spirito, come dice il Papa, una grande primavera dello Spirito.
Culmine
e fonte perciò per varcare le soglie della speranza.
1
CHIESA
CHE LEGGE ACCOGLIE E INTERPRETA
La
lettura dei segni dei tempi per capire gli interventi e le proposte del
fondatore Gesù, sempre vivo e attivo, fa parte di quella assicurata presenza
dello Spirito Santo fino alla fine dei tempi.
Il
30 aprile 2000, seconda domenica di Pasqua, Giovanni Paolo II canonizzava suor
Faustina Kowalska e definiva per il calendario liturgico universale la «Domenica
della Divina Misericordia».
Il
libretto consegnato ai fedeli spiegava autorevolmente la posizione della Chiesa
nei confronti della missione di Santa Faustina e del culto della Divina
Misericordia nelle nuove forme. Ecco il testo: «Suor Maria Faustina, l'apostola
della Divina Misericordia, appartiene oggi al gruppo dei santi della Chiesa più
conosciuti. Attraverso di lei il Signore manda al mondo il grande messaggio
della Misericordia Divina e mostra un esempio di perfezione cristiana basata
sulla fiducia in Dio e sull'atteggiamento misericordioso verso il prossimo.
Suor
Maria Faustina nacque il 25 agosto 1905, terza di dieci figli, da Marianna e
Stanislao Kowalski, contadini del villaggio di Glogowiec. Al battesimo nella
chiesa parrocchiale di Swinice Warckie le fu dato il nome di Elena. Fin
dall'infanzia si distinse per l'amore alla preghiera, per la laboriosità, per
l'obbedienza e per una grande sensibilità alla povertà umana. All'età di nove
anni ricevette la Prima Comunione; fu per lei un'esperienza profonda perché
ebbe subito la consapevolezza della presenza dell'Ospite Divino nella sua anima.
Frequentò la scuola per appena tre anni scarsi. Ancora adolescente abbandonò
la casa dei genitori e andò a servizio presso alcune famiglie benestanti di
Aleksandrów, Lódz e Ostrówek, per mantenersi e per aiutare i genitori.
Fin
dal settimo anno di vita sentiva nella sua anima la vocazione religiosa, ma non
avendo il consenso dei genitori per entrare in convento, cercava di sopprimerla.
Sollecitata poi da una visione di Cristo sofferente, partì per Varsavia dove il
1° agosto del 1925 entrò nel convento delle Suore della Beata Vergine Maria
della Misericordia. Col nome di Suor Maria Faustina trascorse in convento
tredici anni nelle diverse case della Congregazione, soprattutto a Cracovia,
Vilno e Plock, lavorando come cuoca, giardiniera e portinaia.
All'esterno
nessun segno faceva sospettare la sua vita mistica straordinariamente ricca.
Svolgeva con diligenza tutti i lavori, osservava fedelmente le regole
religiose, era concentrata, silenziosa e nello stesso tempo piena di amore
benevolo e disinteressato. La sua vita apparentemente ordinaria, monotona e
grigia nascondeva in sé una profonda e straordinaria unione con Dio.
Alla
base della sua spiritualità si trova il mistero della Misericordia Divina che
essa meditava nella parola di Dio e contemplava nella quotidianità della sua
vita. La conoscenza e la contemplazione del mistero della Misericordia di Dio
sviluppavano in lei un atteggiamento di fiducia filiale in Dio e di
misericordia verso il prossimo. Scriveva: «O mio Gesù, ognuno dei Tuoi santi
rispecchai in sé una delle Tue virtù; io desidero rispecchiare il Tuo Cuore
compassionevole e pieno di misericordia, voglio glorificarlo. La Tua
misericordia, o Gesù, sia impressa sul mio cuore e sulla mala anima come un
sigillo e ciò sarà il mio segno distintivo in questa e nell’altra vita» (Q.
IV, 7).
Suor
Maria Faustina fu una figlia fedele della Chiesa, che essa amava come Madre e
come Corpo Mistico di Cristo. Consapevole del suo ruolo nella Chiesa,
collaborava con la Misericordia Divina nell'opera della salvezza delle anime perdute.
Rispondendo al desiderio e all'esempio di Gesù offriva la sua vita in
sacrificio. La sua vita spirituale si caratterizzava inoltre per l'amore
all'Eucaristia e per una profonda devozione alla Madre di Dio della
Misericordia.
Gli
anni della sua vita religiosa abbondarono di grazie straordinarie: le
rivelazioni, le visioni, le stigmate nascoste, la partecipazione alla passione
del Signore, il dono dell'ubiquità, il dono di leggere nelle anime umane, il
dono della profezia e il raro dono del fidanzamento e dello sposalizio mistico.
Il contatto vivo con Dio, con la Madonna, con gli angeli, con i santi, con le
anime del purgatorio, con tutto il mondo soprannaturale fu per lei non meno
reale e concreto di quello che sperimentava con i sensi. Malgrado il dono di
tante grazie straordinarie era consapevole che non sono esse a costituire
l'essenza della santità. Scriveva nel «Diario»: «Né le grazie, né le
rivelazioni, né le estasi, né alcun altro dono ad essa elargito la rendono
perfetta, ma l'unione intima della mia anima con Dio. I doni sono soltanto un
ornamento dell’ anima, ma non ne costituiscono la sostanza né la perfezione.
La mia santità e perfezione consiste ín una stretta unione della mia volontà
con la volontà di Dio» (Q. III, 28).
Il
Signore scelse Suor Maria Faustina come segretaria e apostola della sua
misericordia per trasmettere, mediante lei, un grande messaggio al mondo. «Nell'Antico
Testamento mandai al Mio popolo i profeti con í fulmini. Oggi mando te a tutta
l'umanità con la Mia misericordia. Non voglío punire l'umanità sofferente, ma
desidero guarirla e stringerla al Mio Cuore misericordioso» (Q.V.155).
La
missione di Suor Maria Faustina consisteva in tre compiti: - avvicinare e
proclamare al mondo la verità rivelata nella Sacra Scrittura sulla Misericordia
di Dio per ogni uomo;
-
implorare la Misericordia Divina per tutto il mondo, soprattutto per i
peccatori, in particolar modo con le nuove forme di culto della Divina
Misericordia indicate da Gesù: l'immagine di Cristo con la scritta «Gesù
confido in Te», la festa della Divina Misericordia nella prima domenica dopo
Pasqua, la coroncina della Divina Misericordia e la preghiera nell'ora della
Divina Misericordia (ore 15). A queste forme di culto e anche alla diffusione
dell'adorazione della Misericordia il Signore allegava grandi promesse a
condizione dell'affidamento a Dio e della prassi dell'amore attivo per il
prossimo;
-
ispirare un movimento apostolico della Divina Misericordia con il compito di
proclamare e implorare la Misericordia Divina per il mondo e di aspirare alla
perfezione cristiana sulla via indicata da Suor Maria Faustina. Si tratta della
via che prescrive un atteggiamento di fiducia filiale, l'adempimento della
volontà di Dio e un atteggiamento di misericordia verso il prossimo.
Oggi
questo movimento riunisce nella Chiesa milioni di persone di tutto il mondo: le
congregazioni religiose, gli istituti secolari, i sacerdoti, le confraternite,
le associazioni, le diverse comunità degli apostoli della Divina Misericordia e
le persone singole che intraprendono i compiti che il Signore ha trasmesso a
Suor Maria Faustina.
La
missione di Suor Maria Faustina è stata descritta nel «Diario» che lei
redigeva seguendo il desiderio di Gesù e i suggerimenti dei padri confessori,
annotando fedelmente tutte le parole di Gesù e rivelando il contatto della sua
anima con lui. Il Signore diceva a Faustina: «Segretaria del Mio mistero più
profondo,... il tuo compito più profondo è di scrivere tutto ciò che ti
faccio conoscere sulla Mia misericordia, per il bene delle anine che leggendo
questi scritti proveranno un conforto interiore e saranno incoraggiate ad
avvicinarsi a Me» (Q. VI, 67). Quest'opera infatti avvicina in modo
straordinario il mistero della Misericordia Divina; «Il Diario» affascina non
soltanto la gente comune ma anche i ricercatori che scoprono in esso una fonte
supplementare per le loro ricerche teologiche. «Il Diario» è stato tradotto
in varie lingue, tra cui inglese, francese, italiano, tedesco, spagnolo,
portoghese, russo, ceco, slovacco e arabo.
Suor Maria Faustina, distrutta dalla malattia e dalle varie sofferenze che sopportava volentieri come sacrificio per i peccatori, nella pienezza della maturità spirituale e misticamente unita a Dio, mori a Cracovia il 5 ottobre 1938 all'età di appena 33 anni. La fama della santità della sua vita crebbe insieme alla diffusione del culto alla Divina Misericordia sulla scia delle grazie ottenute tramite la sua intercessione. Negli anni 1965-67 si svolse a Cracovia il processo informativo relativo alla sua vita e alle sue virtù e nel 1968 iniziò a Roma il processo di beatificazione che si concluse nel dicembre del 1992. Fu beatificata da Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro a Roma, il 18 aprile 1993. Le reliquie di Suor Faustina si trovano nel santuario della Divina Misericordia a Cracovia - Lagiewniki.
2
ERA
IL 22 FEBBRAIO 1931 E POI...
Non
sembra vero che oggi esploda in tutto il mondo un progetto di Gesù consegnato a
suor Faustina appena una settantina d'anni fa.
Tutto
cominciò in quel famoso 22 febbraio del 1931 nel convento di Plock in Polonia.
Si legge nell'ormai famoso Diario: «La sera stando nella mia cella, vidi il
Signore vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre
l'altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire
due grandi raggi, rosso l'uno e l'altro pallido. Muta tenevo gli occhi fissi sul
Signore; l'anima mia era presa da timore, ma anche da gioia grande.
Dopo
un istante, Gesù mi disse: «Dipingi un'immagine secondo il modello che vedi,
con sotto scritto: Gesù, confido in Te! Desidero che questa immagine venga
venerata prima nella vostra cappella, e poi nel mondo intero. Prometto che
l'anima, che venererà questa immagine, non perirà. Prometto pure già su
questa terra, ma in particolare nell'ora della morte, la vittoria sui nemici.
Io stesso la difenderò come mia propria gloria».
Il
confessore, a cui la religiosa confidò questa impressionante esperienza,
ovviamente pose le sue riserve interpretando nel senso di una immagine da
imprimere nell'anima. Ma mentre suor Faustina lasciava il confessionale la
voce di Gesù ritornò e cominciò decisamente a proporre un culto: «La mia
immagine c'è già nella tua anima. Voglio che l'immagine che dipingerai col
pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua: questa
domenica deve essere la festa della Misericordia. Desidero che i sacerdoti
annuncino la mia grande Misericordia..., le fiamme della Misericordia mi
divorano; voglio versarle sulle anime degli uomini».
Il
Signore stesso sceglierà a Wilno un direttore spirituale che dovrà
accompagnare suor Faustina: don Michele Sopocko, professore di teologia, che di
fatto anche dopo la morte della suora avrà un grande ruolo per la diffusione
del culto.
Che
si tratti di un culto per tutta la Chiesa non ci sono dubbi se ripercorriamo il
Diario e rileggiamo le chiarissime parole di Gesù.
Nell'anno
1934 tornò a dire: «Desidero che questa immagine venga esposta al pubblico
la prima domenica dopo Pasqua. Tale domenica è la festa della Misericordia
(p. 46).
Figlia
mia, guarda l'abisso della mia Misericordia e rendi onore e gloria a questa mia
Misericordia... Nel giorno della mia festa, nella festa della Misericordia,
attraverserai il mondo intero e condurrai le anime avvilite alla sorgente della
mia Misericordia. Io le guarirò e le fortificherò» (p. 104). «Desidero che
la prima domenica dopo la Pasqua sia la festa della Misericordia. Chiedi al mio
servo fedele (don Sopocko) che in quel giorno parli al mondo intero di questa
mia grande Misericordia: in quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della
vita, questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene».
«Il
mio cuore gioisce del titolo di Misericordia. Annuncia che la Misericordia è il
più grande attributo di Dio» (pp. 132133).
«Desidero
che questa immagine venga solennemente benedetta la prima domenica dopo Pasqua
e che riceva culto pubblico» (p. 145).
«Questa
festa è uscita dalle viscere della mia Misericordia ed è confermata
nell'abisso delle mie grazie. Ogni anima che crede e ha fiducia nella mia
Misericordia la otterrà» (p. 174). Intanto nel dicembre del 1935 Gesù
definiva la missione: «Il tuo compito ed impegno qui sulla terra è quello di
impetrare la Misericordia per il mondo intero. Nessun'anima troverà giustificazione
finché non si rivolgerà con fiducia alla mia Misericordia, e perciò la
prima domenica dopo Pasqua dev'essere la festa della Misericordia ed i sacerdoti
in quel giorno debbono parlare alle anime della mia grande e insondabile
Misericordia» (p. 227).
Nel
1936 Gesù urgeva in questo modo: «Figlia mia, parla a tutto il mondo della mia
inconcepibile Misericordia. Desidero che la festa della Misericordia sia di
riparo e rifugio per tutte le anime e specialmente per i poveri peccatori. In
quel giorno sono aperte le viscere della mia Misericordia, riverserò tutto un
mare di grazie sulle anime che si avvicinano alla sorgente della mia
Misericordia. L'anima che si accosta alla Confessione e alla Santa Comunione
riceve il perdono totale delle colpe e delle pene».
Gesù
continua con un elogio altissimo della Misericordia e non si stanca di
proclamare che, non solo la Festa, ma tutto quello che esiste è frutto
scaturito dalle «viscere» della Divina Misericordia.
Notiamo
come Gesù usi il termine più pregnante e più tenero che esiste nella Bibbia (Rahamin)
per esprimere la misericordia.
Più
avanti ancora c'è un esplicito riferimento al culto: «Figlia mia, se per tuo
mezzo esigo dagli uomini il culto della mia Misericordia, tu devi essere la
prima a distinguerti per la fiducia nella mia Misericordia» (p. 277).
Lungo
un percorso educativo in crescendo, Gesù propone un culto in cui preghiera
parola e azione diventano realtà indissolubilmente legate, e quindi un culto
che dalla celebrazione passi alla vita e dalla vita ritorni alla celebrazione:
carità orante e operante in profonda unità, come uno è il grande comandamento
dell'Amore, verso Dio e verso il prossimo. In termini largamente recepiti oggi
dopo il Concilio si parla di celebrazione, annuncio e testimonianza della carità.
Con la celebrazione che diventa «culmen et fons».
Gesù
continuava: «In questo modo l'anima esalta e rende culto alla mia Misericordia.
Sì, la prima domenica dopo Pasqua è la festa della Misericordia, ma deve
esserci anche l'azione ed esigo il culto della mia Misericordia con la solenne
celebrazione di questa festa e col culto all'immagine che è stata dipinta. Per
mezzo di questa immagine concederò molte grazie alle anime, essa deve ricordare
le esigenze della mia Misericordia, poiché anche la fede più forte non serve
a nulla senza le opere» (p. 277-278).
Alle
volte il discorso di Gesù si fa severo, come in quel 17 febbraio del 1937
quando disse: «Le anime periscono, nonostante la mia dolorosa passione.
Concedo loro l'ultima tavola di salvezza, cioè la festa della mia Misericordia.
Se non adoreranno la mia Misericordia periranno per sempre» (p. 345).
Il
28 febbraio ancora un urgente appello: «Fa' tutto ciò che è in tuo potere
nell'opera della mia Misericordia. Desidero che alla mia Misericordia, venga
reso culto: do' all'umanità l'ultima tavola della salvezza, cioè il rifugio
nella mia Misericordia. Il mio cuore gioisce per questa festa» (pp. 352-353).
Nella festa della Divina Misericordia del 1937 (4 aprile) suor Faustina ebbe la
forte esperienza di unione con le Tre Persone Divine, preludio a quello che oggi
comprendiamo meglio, cioè che il culto alla Divina Misericordia non si
riferisce solo a Gesù Misericordioso, ma va tributato a tutta la Santissima
Trinità. Così nel Diario si legge: «Dato che ero unita a Gesù, per questo
contemporaneamente ero unita al Padre e allo Spirito Santo: il Signore mi ha
fatto conoscere tutto il mare della sua insondabile Misericordia. Quando ero
unita al Signore, ho conosciuto quanto sono numerose le anime che adorano la
Misericordia di Dio» (p. 373).
E
più avanti: «Figlia mia, fa' quanto è in tuo potere per la diffusione del
culto della Mia Misericordia. Le anime che diffondono il culto della mia
Misericordia, le proteggo per tutta la vita, come una tenera madre protegge il
suo bimbo ancora lattante e nell'ora della morte non sarò per loro giudice, ma
Salvatore Misericordioso.
Scrivi:
«Tutto ciò che esiste è racchiuso nelle viscere della mia Misericordia più
profondamente di un bimbo nel grembo materno» (p. 374).
Suor
Faustina fin dagli inizi riceve una chiara percezione della grande ma pesante
missione assegnatale, ed entra spesso in un conflitto interiore lacerante,
aumentato spesso allo spasimo da satana stesso. Alla fine si tratta di un vero
martirio accettato e portato al termine solo con la grazia di Dio. Nell'ultima
festa della Misericordia della sua vita terrena (24 aprile 1938) scrive: « O
mio Gesù, accetta la mia morte in unione con Te come un sacrificio
d'olocausto... affinché l'opera della tua Misericordia si diffonda nel mondo
intero e perché la festa della Divina Misericordia venga solennemente approvata
e celebrata» (p. 553).
3
DAL
1938 AL 1978: FERVORI E BATOSTE
Un
fermento attorno alla spiritualità - devozione - culto della Divina
Misericordia s'è manifestato subito nel popolo di Dio, e poi anche
prudentemente nella gerarchia ecclesiastica, ancora mentre suor Faustina era in
vita. Il Diario stesso lo dimostra.
Gesù
aveva promesso che la missione di Faustina si sarebbe ingigantita dopo la morte,
appunto per un carisma di ministero che non viene mai tolto, anzi, come succede
per tanti santi che hanno una missione universale, in Cielo viene elevato e
potenziato.
Ed
è veramente uno spettacolo storico l'estendersi vorticoso della devozione alla
Divina Misericordia in tutto il mondo tra il 1938 e il 1959: un grande fervore.
Bisogna dire che, nonostante il trionfo popolare, nonostante la «sapientia cordis» dei Pontefici, nonostante il grande interesse di tanti Pastori della Chiesa, alle richieste specifiche dei Vescovi e delle Curie, il S. Officio rispondeva sempre negativamente.
La
qual cosa faceva prevedere l'incredibile batosta del 1959. Il S. Officio emanava
una severa Notificazione negativa il 6 marzo 1959. Pubblicata dall'Osservatore
Romano il 7 marzo e poi finita negli Acta Apostolicae Sedis (11 e il 25 aprile).
Per
venire incontro ai tanti interrogativi e alle specifiche lettere inviate in
direzione, intervenne anche l'Osservatore della Domenica, organo vaticano di una
certa autorevolezza, che interpretò con notevoli attenuazioni la Notificazione
in causa, sia perché era proprio una «Notificazione» e non un Decreto (che
sarebbe stato una cosa pesante) sia perché si evidenziava assai che il testo
del S. Officio mette delle riserve su certe forme recenti di culto ma lascia
anche molto spazio alla prudenza e alle decisioni dei Vescovi locali.
Si
insisteva nel dire che non erano in causa le virtù di quella Santa donna di
suor Faustina e nemmeno il gran bisogno di un ricorso alla Divina Misericordia
nei nostri tempi. Anzi, nel numero del settimanale uscito in data 15 marzo 1959,
così si scriveva: «La Misericordia trionfa in tutta la storia umana ed è vero
che la S. Scrittura, il Vangelo specialmente, e tutta la S. Liturgia sono una
continua meditazione e una continua lode per la Divina Misericordia».
Sappiamo
che lo stesso Cardinale Ottaviani, il duro e temuto Prefetto del Sant'Officio,
per questa causa di suor Faustina sollecitava invece di persona l'Arcivescovo
Karol Wojtyla a procedere speditamente per un riesame approfondito e a raccogliere
deposizioni finché i testimoni oculari erano in vita. È chiaro comunque che,
anche senza una pressione a tale livello, Wojtyla faceva il suo dovere per una
divina attrazione e per interna convinzione.
Così,
a Cracovia, con tanto di permesso del S. Officio, nell'autunno del 1965 si
apriva il processo informativo sulla vita e le virtù di suor Faustina, che
perciò prendeva il titolo di Serva di Dio; e già il 20 ottobre 1967 tutto era
portato a termine con una seduta solenne.
Il
24 gennaio 1968 gli atti furono consegnati al postulatore generale della Causa
di Suor Faustina, il gesuita padre Antonio Mruk, che lavorerà in maniera
lodevole e determinata fino alla beatificazione e alla canonizzazione.
4
DAL
1978: LA GRANDE CONFERMA
Nella Bolla d'indizione dell'anno giubilare della Redenzione così scrisse: «Aprite le porte al Redentore. È questo l'appello che rivolgo a tutta la Chiesa, rinnovando l'invito espresso all'indomani della mia elezione alla cattedra di Pietro. Da quel momento i miei sentimenti e pensieri sono stati sempre più diretti a Cristo Redentore, al suo Mistero pasquale, vertice della Rivelazione divina ed attuazione suprema della Misericordia di Dio verso gli uomini di ogni tempo» (6-1-1983). La preghiera che egli compose in quell'anno dice chiaramente: «Rinnova per noi i prodigi della tua Misericordia».
La
trilogia fontale del suo ministero (le tre encicliche d'inizio) sembra quasi
trovare un punto visivo nell'icona della Divina Misericordia: al centro il Cuore
del Padre (Dives in Misericordia) con due irradiazioni: Sangue del Figlio (Redemptor
Hominis) e Acqua dello Spirito (Dominum et Vivificantem) il Verbo che prende
corpo «è l'incarnazione della Misericordia del Padre» e quindi anche il
cammino verso il grande Giubileo per commemorare l'incarnazione, viene preparato
con un percorso che ripete il progetto del Padre storicamente realizzato 2000
anni fa: si prepara con Maria (Anno Mariano 1983-84), ufficialmente proclamata
Madre di Misericordia, e poi si sviluppa dal Cuore trafitto di Gesù (1997)
nella potenza dello Spirito (1998) per un ritorno al grembo del Padre (1999).
Che
l'immagine della Misericordia sia il vero vessillo del pontificato non c'è più
dubbio da quando sulla tomba della beata Faustina a Lagewniki (Cracovia)
Giovanni Paolo II ha fatto la seguente confessione: «Questa è stata la mia
esperienza personale, che ho portato sulla Sede di Pietro e che in un certo modo
forma l'immagine di questo pontificato». E, come fosse già una sicurezza,
aggiunge: «Rendo grazie alla Divina Provvidenza perché m'è stato dato di
contribuire personalmente al compimento della volontà di Cristo mediante
l'istituzione della Festa della Divina Misericordia» (7 giugno 1997).
Dunque,
da quel 1978 la profezia s'incontrò con la gerarchia, a garanzia di un
manifestarsi di Dio per i nostri tempi. L'altra garanzia richiesta era adesso un
serio approccio dei devoti per non svilire o compromettere ancora la storia
divina con devianze, devozionismi superficiali e divulgazione di testi poco
ortodossi o malfatti.
Bisogna
capire prima quel «sacramento» del costato aperto, che fu all'origine della
teologia giovannea e poi patristica, come pure l'incommensurabile valore del
Sangue e dell'Acqua e il passaggio dall'organo - simbolo «cuore» a tutta la
persona del Cristo morto e risorto nella completa luce del Mistero pasquale
ecc.; tutte cose così lampanti nell'icona della Divina Misericordia.
5
DAL
1993: È L'ORA
Suor
Faustina viene beatificata da Giovanni Paolo II in Piazza S. Pietro: è il 18
aprile 1993, seconda Domenica di Pasqua, cioè Festa della Divina Misericordia.
La voce del Papa è sicura mentre pronuncia queste parole: «Ti saluto, Suor
Faustina. Da oggi la Chiesa ti chiama Beata... Come si può non pensare che
proprio Te, una povera e semplice figlia del popolo polacco di Mazowse, Cristo
ha scelto per ricordare alla gente il grande mistero della Divina
Misericordia... questo mistero è divenuto veramente un grido profetico rivolto
verso il mondo».
In
quel giorno si dava il via energico verso le nuove forme di culto per cui la
missione di suor Faustina doveva aver valore per tutta la Chiesa.
Possiamo
dare un elenco rapido dei fatti significativi che ne seguirono:
1.
Apertura a Roma, presso la bellissima Chiesa di Santo Spirito in Sassia, del
Centro internazionale della Divina Misericordia. Rettore il giovane entusiasta
e infaticabile don Jozef Bart, con l'aiuto proprio delle suore della
Congregazione della Beata Vergine Maria della Misericordia. Tutti noi possiamo
costatare quale rilievo è stato dato dalla massima autorità ecclesiastica a
questo luogo e quale centro dinamico e propulsore stia sempre più diventando.
2.
Atto di riconoscimento della Beata suor Faustina come Co-Fondatrice della
Congregazione della Beata Vergine Maria della Misericordia. Quest'atto riconosce
che ora il carisma originale della fondazione raggiunge l'apice e che la
Congregazione deve assumersi come scopo primario la diffusione del messaggio
della Divina Misericordia.
3. Il 10 aprile 1994 il cardinal Camillo Ruini celebra solennemente la Festa della Divina Misericordia nella Chiesa di Santo Spirito in Sassia. Egli dice: «La chiesa così piena di fedeli è segno che la devozione alla Divina Misericordia ha già messo radici in Roma e sappiamo quanto Roma e il mondo intero abbiano bisogno della Misericordia».
4.
Finalmente la Festa della Misericordia del 1995 (23 aprile) viene ufficialmente
celebrata dal Santo Padre a Roma nella chiesa di Santo Spirito. È un giorno in
cui il Papa e pieno di sofferenze fisiche, ma queste non tolgono la forza dello
Spirito che è dentro di Lui mentre sa cosa sta succedendo per la storia della
Chiesa e del mondo e mentre ricorda l'importanza del messaggio e la necessità
che vi siano dei veri e ferventi apostoli.
Nel
contesto benedice la grande icona della Divina Misericordia, dipinto pregevole
del pittore polacco Moscal, che da allora esercita tutta la sua attrazione,
nella cappella del Santissimo.
S'avvera
tutto quello che suor Faustina scriveva limpidamente nel suo Diario.
5.
La Festa della Divina Misericordia viene celebrata ancora dal cardinal Ruini
nella Chiesa di Santo Spirito la Domenica in Albis del 1996. Il Santo Padre è
in viaggio verso la Tunisia e manda un messaggio. Il mercoledì seguente
all'udienza generale dirà che per un miracolo di suor Faustina c'è stato
l'invito a visitare quella nazione ed è stata data la possibilità di celebra-
re
per la prima volta ufficialmente l'Eucaristia in terra mussulmana. E ricorda: «Che
questa visita è stata fatta nella Domenica in Albis, festa della Divina
Misericordia».
6.
11 aprile 1999. Evento storico. È la Festa della Divina Misericordia e per la
prima volta si celebra in Piazza S. Pietro, Città del Vaticano. Campeggia una
gigantesca icona sulla facciata della Basilica. Quarantamila devoti, avvisati
in tempi ristretti, si danno appuntamento a Roma, riconoscendo subito la unicità
e l'eccezionalità dell'evento.
È
una giornata di splendido sole, con una leggera brezza a richiamare l'alito
dello Spirito del Cristo Crocifisso e Risorto. Presiede il cardinal Fiorenzo
Angelini, su incarico del Papa, e in questa posizione esplode subito
nell'omelia: «L'odierna liturgia della Domenica in Albis, che chiude la solenne
Ottava di Pasqua ci propone letture bibliche quanto mai pertinenti alla festa
della Divina Misericordia, che il Santo Padre Giovanni Paolo II ha voluto
istituire con esplicito riferimento al messaggio della Beata Faustina Kowalska».
Qui
evidenzia, come è giusto, che questa Festa non ha bisogno di letture
particolari, perché sono già provvedute dallo Spirito Santo che ha guidato la
riforma liturgica post - conciliare. E per l'istituzione della Festa il
cardinale, in nota, afferma di riferirsi al famoso discorso del Papa a
Lagiewniki nel 1997. Quello che poi il cardinale Angelini annuncia è di importanza
enorme anche per definire le dimensioni del Culto della Divina Misericordia: «La
collocazione, nella prima Domenica dono Pasqua. della Festa della Divina
Misericordia conferma lo stretto legame che esiste tra il Mistero pasquale della
Redenzione e questa Festa dedicata a far scoprire e comprendere nell'aspetto
della Misericordia tutto il mistero della Redenzione». E qui la nota ricorda un
passo importantissimo del Diario dove suor Faustina scriveva: «Ora vedo che
l'opera della Redenzione è collegata con l'opera della Misericordia voluta e
richiesta dal Signore».
Prima
della benedizione finale è intervenuto anche l'arcivescovo Crescenzio Sepe,
segretario generale del Comitato per il Grande Giubileo dell'Anno 2000, per
mettere in rilievo la grandezza di questa celebrazione e la meravigliosa
avanzata della devozione a Gesù Misericordioso nel mondo contemporaneo.
Ripete quanto disse il Papa nel giorno della Beatificazione: «Questo è senza
dubbio un segno dei tempi, un segno del nostro XX secolo». E aggiunge: «È
anche un segno del Grande Giubileo dell'Anno 2000, anzi l'unico e vero significato
del Grande Giubileo. In questo senso la celebrazione odierna in onore della
Divina Misericordia rientra a pieno titolo nella preparazione spirituale e nella
celebrazione del Giubileo 2000».
All'Angelus
intervenne il Santo Padre che, per quest'anno, ha seguito attentamente la Festa
dal suo appartamento. Aveva tanto desiderato questo evento di popolo, come fosse
un aiuto e una pedana di lancio per le ultime sue decisioni in merito al compito
primario del suo pontificato, che è quello appunto di proclamare e attuare
l'Ora della Misericordia.
E
disse: «L'odierna Domenica è detta anche Domenica della Divina Misericordia.
Essa costituisce in quest'anno dedicato a Dio Padre una preziosa occasione per
entrare come singoli e come Chiesa nell'autentico spirito giubilare».
Ricordò
come si celebri in questa domenica la Pasqua ortodossa, facendoci quindi intuire
da che punto si potrà partire per respirare con i due polmoni della Chiesa:
Oriente e Occidente.
Finì
con un elogio e un mandato: «Esprimo il mio compiacimento per la vostra
devozione a Gesù Misericordioso. Vi incoraggio ad essere, nell'ambiente di vita
e di lavoro di ciascuno di voi apostoli della Divina Misericordia come la Beata
Suor Faustina».
Il
giorno dopo l'Osservatore Romano dedicava ampi spazi all'evento riservando tre
paginoni e dando forte evidenza nei titoli alla «Domenica della Divina
Misericordia».
7.
Nel settembre del 1999 entra nel Messale Romano la Messa votiva De Dei
Misericordia, che costituisce pure un cardine del Culto ufficiale avanzante.
8.
Dall'1 al 4 ottobre 1999 il primo Convegno nazionale a Roma, presso il Centro di
Santo Spirito con un significativo titolo: «Il culto della Divina Misericordia
nella prospettiva del Grande Giubileo tertio millenio adveniente».
La
presenza di eminenti personalità della Chiesa può significare quanto si
valutò questo Convegno e quanto ci si aspettò da esso.
Ne
abbiamo un saggio e una gratificazione dalla lettera di Mons. Crescenzio Sepe
inviata al Comitato organizzatore, dove venivano comunicate queste importanti
affermazioni:
Il
Convegno è considerato entro l'ambito della preparazione al Giubileo mentre
va compreso anche come una grande tappa e un significativo passaggio «nel
cammino veramente meraviglioso della devozione a Gesù Misericordioso» che sta
rafforzandosi per arrivare ad un vero culto, con garanzia di efficacia
pastorale.
Quale
grande gioia e quale motivazione ulteriore offre Sua Eccellenza Mons. Sepe,
quando letteralmente dice: «Sono contento che questa devozione alla Divina
Misericordia, abbia raggiunto oramai dimensioni mondiali, com'è dimostrato dal
fatto che sempre più Vescovi, da ogni parte del mondo, istituiscono nelle loro
Diocesi la festa della Divina Misericordia nella Domenica in Albis, così come
richiesto dal Signore alla Beata Faustína Kowalska.
Faccio
voti perché tale Festa - che speriamo sia presto estesa alla Chiesa universale
- possa costituire come il cuore della Celebrazione giubilare. Il grande
Giubileo del 2000 ci offre infatti una occasione eccezionale ed unica per «celebrare
la bontà del Signore e la infinita misericordia» (cfr. Sal 107/106, 1).
Voglia
la Madre della Misericordia benedire questo Convegno e renderlo efficace per
incrementare l’amore a Gesù Miserícordioso». A conclusione del convegno era
proprio il cardinal Medina Estevez che presiedeva la solenne concelebrazione. In
sacristia ebbi modo di parlare con lui e di porgli la specifica domanda sulla
Domenica della Divina Misericordia. Disse subito: «Ci dovrà assolutamente
essere nella Chiesa. Arrivano peraltro molte richieste dalle conferenze
episcopali di molte nazioni». Quello che è successo nel 2000 è stato scritto.
Abbiamo già detto come questa storia è arrivata al culmine... Ora bisogna
vedere come deve diventare fonte. Culmen et fons, a partire proprio dalla grande
sorgente liturgica.
6
LA
MEMORIA LITURGICA DI SANTA FAUSTINA: 5 ottobre
Si rimane sorpresi per la quantità e la qualità dei testi scelti dalla Chiesa, a dimostrazione di quanto, al di là della Santa ricordata nel suo natale al cielo, si vuol far capire, cioè l'impatto storico del messaggio e della missione a cui il Signore stesso l'aveva chiamata. Definendola «piccola segretaria», Gesù indicava che i veri contenuti del suo mandato e i risultati non solo per la Chiesa ma per tutto il mondo, si sarebbero visti solo dopo la sua morte.
Intanto
si legga come viene presentata nella Liturgia delle Ore e quale seconda lettura
sia scelta per l'ufficio delle letture. Ecco i testi:
Profilo
biografico - Faustina (Elena
Kowalska) nacque nell'anno 1905 a Glogowiec presso Lódz (Polonia), in una
numerosa famiglia contadina. Dopo alcuni anni di servizio presso famiglie benestanti
entrò nella Congregazione delle Suore della Beata Vergine Maria della
Misericordia. Nel convento svolse con zelo i compiti di cuoca, addetta all'orto
e alla portineria. Ebbe una vita spirituale straordinariamente ricca, ricolma di
diversi doni mistici. La sua missione fu quella di ricordare al mondo la verità
sull'amore misericordioso di Dio, di trasmettere nuove forme di culto della
Divina Misericordia e di ispirare un rinnovamento religioso nello spirito del
suddetto culto. Morì nell'anno 1938 a Cracovia. Lasciò il diario della sua
anima che viene annoverato tra le migliori opere della letteratura mistica.
Seconda
lettura - Dal «Diario»
della Beata Faustina (Quaderno 1, pp. 199-200) La míssíone dí annuncíare e dí
impetrare la míserícordia dí Dío per íl mondo.
«O Dio mio, sono consapevole della mia missione nella Santa Chiesa. Il mio impegno continuo è quello di impetrare la misericordia per il mondo. Mi unisco strettamente a Gesù e mi offro come vittima che implora per il mondo. Iddio non mi negherà nulla, quando L'invocherò con la voce di Suo Figlio. Il mio sacrificio è niente per se stesso, ma quando l'unisco al sacrificio di Gesù Cristo, diviene onnipotente ed ha forza di placare lo sdegno di Dio. Iddio ci ama nel Figlio Suo. La dolorosa Passione del Figlio di Dio è una continua invocazione che attenua la collera di Dio.
O
Dio, quanto desidero che Ti conoscano le anime e che sappiano che le hai create
per un amore incomparabile. O mio Creatore e Signore, sento che rimoverò il
velo del cielo, affinché la terra non dubiti della Tua bontà.
Fa
di me, o Gesù, una vittima gradita e pura davanti al Volto del Padre Tuo. O Gesù,
Tu che puoi tutto, trasforma me misera e peccatrice in Te e consegnami al Tuo
Eterno Padre. Desidero diventare una vittima sacrificale davanti a Te, ma essere
davanti agli uomini una normale ostia. Desidero che il profumo del mio
sacrificio sia noto soltanto a Te, o Dio eterno.
In
me arde un desiderio inestinguibile d'implorare da Te misericordia; sento e
comprendo che questo è il mio compito qui e nell'eternità. Tu stesso
d'altronde mi hai ordinato di parlare della tua grande misericordia e bontà».
Per
la Messa, l'antifona d'ingresso è dal salmo 88, 2: «Canterò senza fine la
misericordia del Signore, con la mia bocca annunzierò la tua fedeltà nei
secoli».
La
colletta non usa mezzi termini: «Dio onnipotente ed eterno che hai scelto la
Santa Faustina Kowalska per proclamare al mondo le immense ricchezze della sua
infinita misericordia, concedi a noi, per sua intercessione, di confidare come
lei pienamente nella tua bontà e di compiere con cuore generoso le opere di
carità cristiana».
Nell'analisi
delle letture della Messa di Santa Faustina ci impressiona il fatto che c'è
l'opzione fra due letture dall'Antico Testamento, due dal Nuovo e due Vangeli
con rispettive acclamazioni.
Da
Osea le letture veterotestamentarie possono aiutarci a decifrare l'elezione da
parte di Dio: l'attira nel deserto, parla al cuore per aprire porte di speranza
e frutto nelle vigne, stabilisce uno sposalizio per sempre nella giustizia,
nel diritto, nella benevolenza, nell'amore, nella fedeltà, nella conoscenza del
Signore (Os, 16 b. 17, 21-22).
E
ancora da Osea: amore fin dalla giovinezza, conduzione per mano, legami di bontà,
vincoli d'amore, il chinarsi di Dio per dare da mangiare manifestando un cuore
che si commuove e freme di compassione. E se non basta, nei confronti dell'umanità
il Signore assicura: «Non darò sfogo all'ardore della mia ira, non tornerò a
distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a Te e
non verrò nella mia ira».
Cose
che sono ripetute quasi alla lettera da Gesù nel Diario di suor Faustina.
Il
salmo responsoriale non poteva essere che il 103 (102) col ritornello: «Il
Signore è buono e pieno di misericordia». I versetti scelti benedicono il
Signore per i suoi tanti benefici, perché perdona e guarisce, salva e corona di
misericordia, lento all'ira e grande nell'amore. Come il cielo è alto sulla
terra così è grande la sua misericordia.
Altri
due testi opzionali da S. Paolo. Da Efesini 3, 8-12;14-19: la grazia data
all'infimo fra tutti di annunciare le imperscrutabili ricchezze di Cristo,
l'adempimento del mistero nascosto nella mente di Dio, il disegno attuato in
Cristo nostro Signore, il quale ci dà il coraggio di avvicinarci in piena
fiducia in Dio. Ne segue il ringraziamento per l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza
e la profondità dell'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché
tutti siano ricolmi della pienezza di Dio.
L'altro
testo è dalla seconda lettera ai Corinzi 5, 14-21: manifesta l'amore di Cristo
che urge dentro e spinge all'annuncio di fronte all'ineffabile mistero della
sua passione e morte e alla creazione nuova scaturita. Forte la direzione verso
il ministero della riconciliazione.
Ricordiamo
che l'icona di Gesù misericordioso lo rappresenta nell'atto di istituire il
sacramento della riconciliazione.
I
brani evangelici sono due. Il primo è un unicum nelle liturgie dei santi.
Difatti è il momento della trafittura del cuore e la testimonianza di Giovanni
nei confronti del Trafitto (Gv 19, 31-37). Il canto che lo precede è da Gv 4,
19b-10B: «Dio ci ha amati per primo e ha mandato il suo Figlio come vittima di
espiazione per i nostri peccati». È nel contesto della definizione di Dio come
Amore, ma qui non si può più dire soltanto «amore» bensì bisogna aggiungere
«misericordioso» o semplicemente si può tradurre «Dio è Misericordia»,
perché l'amore è stato storicamente dimostrato nell'assunzione di tutta la
miseria umana nella carne del Verbo. Per cui Giovanni Paolo II può dire
tranquillamente che Gesù è l'incarnazione della Misericordia Divina.
Il
secondo Vangelo si riferisce più direttamente alla prassi del Padre, Signore
del cielo e della terra, che nasconde queste cose ai sapienti e agli
intelligenti e le rivela ai piccoli (Lc 11, 2530).
Quanto
abbiamo bisogno di questo inno di giubilo partito dal cuore di Cristo! Ne segue
l'invito per tantissime anime: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e
oppressi, e io vi ristorerò». Il canto al Vangelo si sofferma su queste parole
così urgenti anche oggi: «Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me
che sono mite ed umile di cuore».
La
preghiera sulle offerte tiene conto della famosa coroncina che si trova nel
Diario: l'unione all'offerta eucaristica di Cristo per «il sacrificio di
espiazione per i peccati nostri e del mondo intero».
L'antifona
alla comunione invita di nuovo a celebrare il Signore perché è buono, perché
eterna è la sua misericordia. La preghiera dopo la comunione va trascritta per
intero: «O Dio, ricco di misericordia (NB Dives in misericordia), il Santissimo
Sacramento che abbiamo ricevuto rinnovi il nostro corpo e il nostro spirito,
affinché sull'esempio della Santa Faustina, possiamo portare al mondo intero la
speranza della tua misericordia».
Sarà
utile ricordare pure che qui si trovano anche tutti i testi della Messa della
solennità del Sacro Cuore come sono distribuiti nei tre cicli annuali. Per
dire come la Chiesa veda la figura di suor Faustina in funzione di una missione
che raccorda evidentemente il Culto del S. Cuore a quello della Divina
Misericordia, arrivando ora ad un compimento.
7
LA
MESSA VOTIVA «DE DEI MISERICORDIA»
In
data 1 settembre 1994 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei
Sacramenti approvava il testo della Messa votiva «De Dei Misericordia», che
per volontà del Santo Padre Giovanni Paolo II veniva dato in uso alla Chiesa
Universale. Oggi entra d'obbligo in tutti i messali.
Nella
lettera circolare alle Conferenze Episcopali del 24 ottobre 1994 si presentava
il testo tipico latino per quelle traduzioni nelle lingue locali che, come
sempre, definitivamente dovevano poi passare alla finale approvazione dello
stesso Dicastero romano.
Ma nel decreto (Prot. 1769/94/L) si dicono cose importanti per la decifrazione spirituale dei segni di Dio nei nostri tempi e della risposta che parte, come al solito, dal gran cuore del popolo di Dio, quello che sfugge spesso alla visione preconcepita delle intelligenze astratte.
Grazie
a Dio abbiamo una Chiesa che sa fare finali discernimenti, quando per opera
davvero dello Spirito Santo il magistero si incontra con la profezia che mai
viene meno. Si legge: «Ai nostri giorni la sensibilità spirituale del popolo
cristiano nei confronti della Misericordia di Dio e dei suoi miracoli si è
accresciuta moltissimo e il culto della stessa Misericordia si diffonde ogni
giorno in misura maggiore.
A
questo ha certamente giovato in maniera notevole l'Enciclica «Díves in
Misericordía», promulgata dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II il 30 Novembre
1980 e nella quale, com'è noto, viene esaltata con chiari argomenti la stessa
Misericordia di Dio, la cui manifestazione raggiunge il culmine nel Mistero
Pasquale portato a compimento da Cristo, il quale Mistero oggi nella Chiesa si
ripete ininterrotto nella celebrazione eucaristica».
Il
documento continua spiegando che è stato per esplicito comando di Giovanni
Paolo II che ciò è avvenuto, con una revisione accurata del testo da parte
sua, perché «nell'eucologia del Messale Romano fosse posta in particolare luce
la Misericordia di Dio». Il testo finisce così: «Píaccía a Dío che la
lode e l'amore verso la Miserícordía dí Dio fioriscano dí gíorno ín giorno
presso íl popolo cristiano fin quando quella Míserícordía che sussíste da
sempre, sia esaltata nei cíelí per l'eternità».
Ci
sembra strano che entro la liturgia della Chiesa ci sia stata una lacuna del
genere o meglio sia mancata una specifica evidenziazione. In realtà, trovandoci
di fronte al massimo attributo di Dio e al cuore di tutto il messaggio della
salvezza, non c'è giorno e non c'è ora che nella preghiera della Chiesa non si
esalti e non si proponga di vivere la misericordia. Del resto, tra le nuove
preci eucaristiche (qui siamo al vertice dell'esperienza) la più lunga, e per
questo purtroppo la meno pregata, è la quarta, che è una meravigliosa e
commovente storia della misericordia.
Ma
ci domandiamo: perché oggi tale autorevole sollecitudine della Santa Sede e
tale ufficiale appoggio? Ovviamente, l'antico come il nuovo popolo dell'Alleanza
ha capito che il primo comandamento, e quindi il primario impegno, parte
dall'ascolto di quanto ci viene dall'Alto' «Ascolta Israele». Ci sono sempre i
grandi profeti che parlano a nome di Dio e perciò la proposta che gli ispirati
e autorizzati interpreti del messaggio offrono, in fondo non è che una
risposta in fede al Signore misericordioso che mai abbandona il suo popolo e che
si fa più presente quando la confusione e l'impossibilità dell'uomo raggiunge
l'abisso estremo.
Ormai
non esiste alcun dubbio che dietro l'Enciclica fontale dell'insegnamento e della
missione di Giovanni Paolo II sta il suo incontro studiato e appassionato con le
apparizioni di Gesù Misericordioso alla beata Faustina Kowalska (1905-1938), la
piccola segretaria della Divina Misericordia.
Nel
settembre del 1999 entra nel Messale Romano la Messa votiva De Dei Misericordia,
che costituisce pure un cardine del Culto ufficiale avanzante.
Era
importante che, nella eucologia del Messale Romano, fosse posta in particolare
luce la Misericordia di Dio.
Lex
orandi, lex credendi. E qui c'è davvero molto da imparare e da credere.
Le
antifone d'ingresso partono dall'Amore eterno di Dio (Ger 31, 3) che si
manifesta nel tempo soprattutto col grande Kippur (espiazione) del Figlio (Gv 2,
2), per cui la misericordia deve essere cantata senza fine (Sal 88, 2).
La
colletta si riferisce a Dio come infinita misericordia e tenerezza senza limiti
(Rahamin, - viscere, - cuore) e ne richiama l'attuazione storica: il Padre che
ci ha creati (grembo fontale), il Figlio che ci ha redenti (Sangue) e lo Spirito
che ci ha rigenerati (Acqua). Richiesta per il popolo è la fede per comprendere
e avere la sapienza del cuore (Confido in Te).
L'orazione
sulle offerte immerge la nostra oblazione in quella di Gesù che trasforma tutto
in sacramento di Redenzione («L'Eterno Padre io ti offro» della Coroncina fa
in modo che la devozione fluisca e resti basata sempre al Sacrificio
Eucaristico).
E
poi qui si definisce Cristo «nostra fiducia» a personificare e perfezionare in
Lui quel «Confido in Te» che da parte nostra è sempre difettoso.
La
prima antifona alla Comunione definisce essenza e scopo del culto: «La
misericordia di Dio è da sempre, dura in eterno per quanti l'onorano» (Sal
103, 17). La seconda antifona ci proietta nell'ora nona, parte essenziale del
culto: trafittura ed effusione di sangue ed acqua (Gv 19, 34).
L'orazione
dopo la comunione domanda al Dio Misericordioso che, dal più profondo livello
di unione col Signore che esiste sulla terra (Corpo e Sangue), possiamo
ritornare ad attingere con fiducia alle sorgenti della misericordia per essere
misericordiosi.
Prima
lettura: è la celebre benedizione di Pietro al Padre, che nella sua grande
misericordia ci ha rigenerati mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti
per una speranza viva «ecco il Cristo dell'icona e la speranza che rinasce nel
Cenacolo». Perciò è possibile gioire anche nelle afflizioni e capire il
valore della fede (fiducia - confidenza). Il Cristo come la Chiesa può esser
confitto, trafitto ma mai sconfitto. Sul fondo sta la vita eterna, mentre si
consegue la meta della fede, cioè la salvezza delle anime (1Pt 1, 3-9).
A
risposta c'è il salmo 118 (117) che inneggia al Signore perché eterna è la
sua misericordia e perché la manifesta nella storia della salvezza. Cosa
ripetuta ed enfatizzata nell'Alleluia al Vangelo: «la sua misericordia si
espande su tutte le creature» (Sal 145, 9).
Come
Vangelo, c'è una duplice possibilità, sempre come proposta operativa per
vivere la misericordia alla maniera di Gesù: che è venuto non per essere
servito ma per servire (Mt 20, 25-28) e per donarsi fino a morire per noi. Da
qui il massimo e nuovo comandamento: «Amatevi come io vi ho amati» (Gv
15,9-14).
8
IL
PRIMO SIGNIFICATO DELLA DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA
Potremo meditare a lungo sul senso, sui testi e sulla collocazione liturgica di questa che non è una nuova festa istituita ma semplicemente una «denominazione» di quella domenica che è la prima a continuare il percorso delle «pasque settimanali». Guai a cambiare la liturgia della parola perché sono proprio le letture che manifestano i contenuti già esistenti e misteriosamente offerti da Gesù stesso nella rivelazione privata e confermati dal processo di riforma del Vaticano Secondo. Testi nuovi per la liturgia di una festa nuova non potrebbero senz'altro essere più forti; ci si accorge che c'è un incrocio misterioso guidato dallo Spirito Santo, che offre anche, a partire dai testi intoccabili della Seconda di Pasqua, elementi ricchissimi sul piano della riflessione e dell'annuncio del più centrale dei misteri di un Dio che viene incontro al mondo sempre miserabile: quello appunto della sua Misericordia. È il segreto interpretativo appunto e Mistero pasquale come attuazione costante della Misericordia Trinitaria.
Ma
vogliamo assimilare prima di tutto le proposte omiletiche del massimo interprete
che è lo stesso Karol Wojtyla. Merita leggere il testo integrale delle sue
omelie nelle celebrazioni della Seconda Domenica di Pasqua: Omelia di Giovanni
Paolo II il 23 aprile 1995:
Era
la seconda domenica di Pasqua, quelle che per il Papa era già «ín pectore»
la domenica della Divina Misericordia. Si recò a celebrarla nella chiesa di
Santo Spirito in Sassia, dove da poco per sua volontà era sorto il centro
internazionale per la promozione del culto della Divina Misericordia.
Così
commentò la liturgia della parola: 1. «Pace a voi!» (Gv 20,19).
Gesù
risorto pronunziò per due volte queste parole apparendo agli Undici nel
cenacolo, la sera del giorno stesso in cui risuscitò dai morti. Il Signore,
come attesta l'evangelista Giovanni, mostrò loro le mani e il costato, per
confermare davanti ad essi l'ídentítà del suo corpo, quasi a dire: Questo è
lo stesso corpo che due giorni fa venne inchiodato alla croce e poi deposto nel
sepolcro; il corpo che porta le ferite della crocifissione e del colpo di
lancia; esso costituisce la prova diretta che io sono risorto e vivo.
Quella
fu, dal punto di vista umano, una costatazione difficile da accettare, come
dimostra la reazione di Tommaso. La sera della prima apparizione nel cenacolo,
Tommaso era assente. E quando gli altri Apostoli gli raccontarono di aver visto
il Signore, egli con fermezza sí rfíutò dí credere. «Se non vedo nelle sue
mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la
mia mano nel suo costato, non crederò» (Gv 20,25). Da queste parole si può
capire quanto saa stata importante per la verità della resurrezione l'ídentítà
fisica del corpo dí Cristo.
Quando
il Signore Gesù, l'ottavo giorno - come oggi - venne nuovamente nel cenacolo,
si rivolse direttamente a Tommaso, quasi ad esaudire la sua richiesta: «Metti
qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio
costato; e non essere più incredulo ma credente!» (Gv 20,27). Di fronte a tale
prova l'Apostolo non solo credette, ma trasse l'estrema conclusione di quanto
aveva visto e sperimentato, e la manifestò con un'altissima quanto concisa
professione di fede: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).
Alla
presenza del Risorto divenne evidente per Tommaso sia la verità della sua
umanità sia quella della sua dívínítà. Colui che è risuscitato con la
propria potenza è il Signore: «Non conosce la morte il Signore della vita »
(da un Canto pasquale polacco).
La
confessione di Tommaso chiude il ciclo delle testimonianze sulla resurrezione
di Cristo, che la Chiesa ripropone durante l'Ottava di Pasqua. «Mio Signore e
mio Dio!». Replicando a tali parole, Gesù ín un certo senso schíúde la
realtà della sua resurrezíone al futuro dell í'ntera storía umana. Dice
infatti a Tommaso: «Perché mi hai veduto, hai creduto; beati quelli che pur
non avendo visto crederanno» (Gv 20,29). Pensa a coloro che non Lo vedranno
risorto alla maniera degli Apostoli, né mangeranno e berranno con Lui (cfr Al
10,41), eppure crederanno sulla base delle affermazioni dei testimoni oculari.
Sono costoro, in modo particolare, ad essere chiamati da Cristo «beati».
2.
«Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente» (A p 1,17).
Esiste
una certa analogia tra l'apparizione nel cenacolo - specialmente quella
dell'ottavo giorno, in presenza di Tommaso - e la visione escatologica di cui
parla San Giovanni nella seconda lettura tratta dall'Apocalisse. Nel cenacolo
Cristo mostra agli Apostoli, e specialmente a Tommaso, le ferite delle mani, dei
piedi e del costato, per confermare l'identità del suo corpo risorto e glorioso
con quello crocifisso e deposto nella tomba. Nell'Apocalisse il Signore si
presenta come il Primo e l'Ultimo, come Colui da cui inizia e con cui termina la
storia del cosmo, Colui che è «generato prima di ogni creatura» (Col 1,15),
«il primogenito di coloro che risuscitano dai morti» (Col 1,18), principio e
fine della storia dell'uomo.
Questa
sua identità, che pervade perennemente la storía degli uomíní, viene
formulata con le parole «Io ero morto, ma ora vivo per sempre» (A p 1,18). Ed
è come se dicesse: «Ero morto nel tempo; ho accettato la morte per rimanere
fedele fino alla fine all'incarnazione, per la quale, restando Figlio di Dio
consostanziale al Padre, sono diventato vero uomo in tutto, fuorché nel peccato
(cfr Eb 4,15). I tre giorni della passione e morte, necessari all'opera della
redenzione, rimangono in me e in voi. Ed ora io vivo in eterno e manifesto con
la mia risurrezione la volontà di Dio che chiama ogni uomo a partecipare alla
mia stessa vita immortale. Ho le chiavi della morte con le quali devo aprire i
sepolcri terreni e mutare i cimiteri, da luoghi in cui regna la morte, a vasti
spazi per la resurrezione».
3.
«Non temere!». Quando, nell'isola di Patmos, Gesù rivolge a Giovanni questa
esortazione, rivela la sua vittoria sui molti timori che accompagnano l'uomo
nella sua esistenza terrena, prima di tutto di fronte alla sofferenza e alla
morte. Il timore per la morte concerne anche la grande incognita che essa
rappresenta. Si tratta forse di un totale annientamento dell'essere umano? Le
severe parole: «Ricordati che sei polvere, e in polvere tornerai» (cfr Gn
3,19) non esprimono pienamente la dura realtà della morte? L'uomo, dunque, ha
seri motivi per provare timore di fronte al mistero della morte.
La
civiltà contemporanea fa di tutto per distogliere la coscienza umana
dall'ineluttabile realtà del morire, tentando di indurre l'uomo a vivere come
se la morte non esistesse. E ciò s'esprime praticamente nel tentativo di
distogliere la coscienza dell'uomo da Dio: farlo vivere come se Dio non
esistesse! La realtà della morte però è evidente. Non è possibile farla
tacere; non è possibile dissipare la paura che ad essa è legata.
L'uomo
teme la morte così come teme ciò che viene dopo la morte. Teme il gíudizío e
la punizione, e questo timore ha un valore salvifico: esso non va cancellato
nell'uomo. Quando Cristo dice: «Non temere!», vuol dare risposta a ciò che
costituisce la fonte più profonda delle paure esistenziali dell'essere umano.
Egli intende dire: Non temere il male, poiché nella mia risurrezione il bene si
è dimostrato più potente del male. Il mio Vangelo è verità vittoriosa. La
morte e la vita si sono affrontate sul Calvario in un mirabile duello e la vita
ne è uscita vittoriosa: «Dux vitae mortuus regnat vivus! », «Io ero morto,
ma ora vivo per sempre» (Ap 1,18).
4.
«La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d'angolo» (Sal 117
(118), 22). Il versetto del Salmo responsoriale dell'odierna liturgia ci aiuta a
comprendere la verità sulla risurrezione di Cristo. Esprime anche la verità
sulla Divina Misericordía rivelatasi nella resurrezione. L’amore ha
riportato la vittoria sul peccato, e la vita sulla morte. Questa verità
costituisce in un certo senso l'essenza stessa della Buona Novella. Cristo
pertanto può dire: «Non temere!». E ripete tali parole ad ogni uomo,
specialmente a chi è sofferente nel fisico o nello spirito. Può ripeterle con
tutta fondatezza.
Intuì
questo in modo particolare suor Faustina Kowalska, che ho avuto la gioia di
beatificare due anni fa. Le sue esperienze mistiche si sono focalizzate tutte
intorno al mistero di Cristo Misericordioso e costituiscono quasi un singolare
commento alla parola di Dio presentataci dall'odierna liturgia domenicale. Suor
Faustina non soltanto le ha annotate, ma ha cercato un artista capace di
dipingere l'immagine di Cristo Misericordioso, così come ella lo vedeva.
Immagine che insieme alla figura della Beata Faustina rappresenta una
testimonianza eloquente di ciò che i teologi chiamano «condescendentia divina».
Dio si rende comprensibile ai suoi interlocutori umani. La Sacra Scrittura, e
specialmente il Vangelo, ne sono la conferma.
Carissimi
Fratelli e Sorelle! Su tale linea si colloca il messaggio di Suor Faustina. Ma
era soltanto di Suor Faustina o, piuttosto, non si trattava allo stesso tempo di
una testimonaianza resa da parte di tutti coloro ai quali tale messaggio ha
infuso coraggio nelle dure esperienze della seconda guerra mondíale, nei campi
di concentramento, nello sterminio e nei bombardamenti? L'esperienza mistica
della Beata Kowalska ed il richiamo a Cristo Misericordioso si inscrivono nel
duro contesto della storia del nostro secolo. Noi, come uomini di questo secolo,
che volge ormai al termine, desíderíamo ríngrazíare íl Sígnore per íl
messaggíó della Divina Misericordia.
5.
Oggi, in particolare, sono lieto di poter rendere grazie a Dio in questa Chiesa
di Santo Spíríto in Sassia, annessa all'omonimo ospedale e divenuta Centro
specíalízzato per la pastorale degli infermi come pure per la promozione della
spírítualità della Dívína Misericordia. È molto significativo ed opportuno
che proprio qui, accanto all'antichissimo ospedale, si preghi e si operi con
costante sollecitudine per la salute del corpo e dello spirito. Mentre per
questo esprimo rinnovato compiacimento al Cardinale Vicario, il mio grato
pensiero va anche al Cardinale titolare Fiorenzo Angelini. Saluto il Vescovo
del Settore Ovest, il Rettore e gli altri Sacerdoti, le Religiose e tutti voi,
cari fedeli qui presenti. Vorrei, inoltre, inviare un fraterno pensiero ai
degenti dell'Ospedale Santo Spirito, insieme pure ai medici, agli infermieri,
alle Suore, ed a quanti quotidianamente li assistono. A tutti vorrei dire:
Abbiate fiducia nel Signore! Siate apostoli della Divina Misericordia e, secondo
l'invito e l'esempio della Beata Faustina, prendete cura di chi soffre nel
corpo e specialmente nello spirito. Ad ognuno fate sperimentare l'amore
misericordioso del Signore che consola e infonde gioia.
Sia
Gesù la vostra pace!
«Gesù
Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre» (Eb 13,8). Contemplandolo nel mistero
della croce e della resurrezione, ripetiamo insieme alla liturgia dell'odierna
domenica: «Celebrate il Signore, perché è buono!».
Celebrate
il Signore, perché è misericordioso!
Omelia
di Giovanni Paolo II in Piazza San Pietro il 30 aprile 2000, seconda di Pasqua
definita «Domenica della Divina Misericordia»
1.
«Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia»
(Sal 118, 1). Così canta la Chiesa nell'Ottava di Pasqua, quasi raccogliendo,
dalle labbra di Cristo queste parole del Salmo; dalle labbra di Cristo risorto,
che nel Cenacolo porta il grande annuncio della misericordia divina e ne affida
agli apostoli il ministero: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch'io
mando voi... Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno
rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi» (Gv 20, 21-23).
Prima
di pronunciare queste parole, Gesù mostra le mani e il costato. Addita cioè le
ferite della Passione, soprattutto la ferita del cuore, sorgente da cui
scaturisce la grande onda di misericordia che si riversa sull'umanità. Da quel
cuore suor Faustina Kowalska, la beata che d'ora in poi chiameremo Santa, vedrà
partire due fasci di luce che illuminano il mondo: «I due raggi - le spiegò un
giorno Gesù stesso - rappresentano il sangue e l'acqua» (Diario, Libreria
Editrice Vaticana, p. 132).
2.
Sangue ed acqua! Il pensiero corre alla testimonianza dell'evangelista Giovanni
che, quando un soldato sul Calvario colpì con la lancia il costato di Cristo,
vide uscirne «sangue ed acqua» (cfr. Gv 19, 34). E se il sangue evoca il
sacrificio della croce e il dono eucaristico, l'acqua, nella simbologia
giovannea, ricorda non solo il battesimo, ma anche il dono dello Spirito Santo (cfr.
Gv 3, 5; 4, 14; 7, 37-39).
Attraverso
il cuore di Cristo crocifisso la misericordia divina raggiunge gli uomini: «Figlia
mia, dì che sono l'Amore e la Misericordia in persona», chiederà Gesù a Suor
Faustina (Diario, 374). Questa misericordia Cristo effonde sull'umanità
mediante l'invio dello Spirito che, nella Trinità, è la Persona - Amore. E non
è forse la misericordia un «secondo nome» dell'amore (cfr. Dives ín niíserícordía,
7), colto nel suo aspetto più profondo e tenero, nella sua attitudine a farsi
carico di ogni bisogno, soprattutto nella sua immensa capacità di perdono?
È
davvero grande oggi la mia gioia, nel proporre a tutta la Chiesa, quasi dono di
Dio per il nostro tempo, la vita e la testimonianza di Suor Faustína Kowalska.
Dalla divina Provvidenza la vita di questa umile figlia della Polonia è stata
completamente legata alla storia del ventesimo secolo, il secolo che ci siamo
appena lasciati alle spalle. È, infatti, tra la prima e la seconda guerra
mondiale che Cristo le ha affidato il suo messaggio di misericordia. Coloro
che ricordano, che furono testimoni e partecipi degli eventi di quegli anni e
delle orribili sofferenze che ne derivarono per milioni di uomini, sanno bene
quanto il messaggio della misericordia fosse necessario.
Disse
Gesù a Suor Faustina: «L'umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà
con fiducia alla divina misericordia» (Diario, p. 132). Attraverso l'opera
della religiosa polacca, questo messaggio si è legato per sempre al secolo
ventesimo, ultimo del secondo millennio e ponte verso il terzo millennio. Non è
un messaggio nuovo, ma si può ritenere un dono di speciale illuminazione, che
ci aiuta a rivivere più intensamente il Vangelo della Pasqua, per offrirlo
come un raggio di luce agli uomini ed alle donne del nostro tempo.
3.
Che cosa ci porteranno gli anni che sono davanti a noi? Come sarà l'avvenire
dell'uomo sulla terra? A noi non è dato di saperlo. È certo tuttavia che
accanto a nuovi progressi non mancheranno, purtroppo, esperienze dolorose. Ma la
luce della divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare
al mondo attraverso il carisma di suor Faustina, illuminerà il cammino degli
uomini del terzo millennio.
Come
gli Apostoli un tempo, è necessario però che anche l'umanità di oggi accolga
nel cenacolo della storia Cristo risorto, che mostra le ferite della sua
crocifissione e ripete: Pace a voi!
Occorre
che l'umanità si lasci raggiungere e pervadere dallo Spirito che Cristo risorto
le dona. È lo Spirito che risana le ferite del cuore, abbatte le barriere che
ci distaccano da Dio e ci dividono tra di noi, restituisce insieme la gioia
dell'amore del Padre e quella dell'unità fraterna.
4.
È importante allora che raccogliamo per intero il messaggio che ci viene
dalla parola di Dio in questa seconda Domenica di Pasqua, che d'ora innanzi in
tutta la Chiesa prenderà il nome di «Domenica della Divina Misericordia».
Nelle diverse letture la liturgia sembra disegnare il cammino della misericordia
che, mentre ricostruisce il rapporto di ciascuno con Dio, suscita anche tra gli
uomini nuovi rapporti di fraterna solidarietà. Cristo ci ha insegnato che «l'uomo
non soltanto riceve e sperimenta la misericordia di Dio, ma è pure chiamato a
«usar misericordia» verso gli altri: beati i misericordiosi, perché
troveranno misericordia» (Mt 5, 7) (Dives in misericordia, 14). Egli ci ha poi
indicato le molteplici vie della misericordia, che non perdona soltanto i
peccati, ma viene anche incontro a tutte le necessità degli uomini. Gesù si è
chinato su ogni miseria umana, materiale e spirituale.
Il
suo messaggio di misericordia continua a raggiungerci attraverso il gesto delle
sue mani tese verso l'uomo che soffre. È così che lo ha visto e lo ha
annunciato agli uomini di tutti i continenti suor Faustina, che nascosta nel suo
convento di Lagiewniki, in Cracovia, ha fatto della sua esistenza un canto alla
misericordia: Misericordias Domini in aeternum cantabo.
5. La canonizzazione di Suor Faustina ha un'eloquenza particolare: mediante questo atto intendo oggi trasmettere questo messaggio al nuovo millennio. Lo trasmetto a tutti gli uomini perché imparino a conoscere sempre meglio al vero volto di Dio e al vero volto dei fratelli. Amore di Dio e amore dei fratelli sono infatti indissociabili, come ci ha ricordato la prima Lettera di Giovanni: «Da questo conosciamo di amare i figli di Dio: se amiamo Dio e ne osserviamo i comandamenti» (5, 2). L'Apostolo qui ci richiama alla verità dell'amore, additandocene nell'osservanza dei comandamenti la misura ed il criterio.
Non
è facile, infatti, amare di un amore profondo, fatto di autentico dono di sé.
Questo amore si apprende solo alla scuola di Dio, al calore della sua carità.
Fissando lo sguardo su di Lui, sintonizzandoci col suo cuore di Padre,
diventiamo capaci di guardare ai fratelli con occhi nuovi, in atteggiamento di
gratuità e di condivisione, di generosità e di perdono. Tutto questo è míserícordía.
Nella
misura in cui l'umanità saprà apprendere il segreto di questo sguardo
misericordioso, si rivela prospettiva realizzabile il quadro ideale proposto
nella prima lettura: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva
un cuore solo e un'anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli
apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune» (At 4, 32). Qui la misericordia
del cuore è divenuta anche stile di rapporti, progetto di comunità,
condivisione di beni. Qui sono fiorite le «opere della misericordia»,
spirituali e corporali. Qui la misericordia è divenuta concreto farsi «prossimo»
verso i fratelli più indigenti.
6.
Suor Faustina ha lasciato scritto nel suo Diario: «Provo un dolore tremendo
quando osservo le sofferenze del prossimo. Tutti i dolori del prossimo si
ripercuotono nel mio cuore; porto nel mio cuore le loro angosce, in modo tale
che mi annientano anche fisicamente. Desidererei che tutti i dolori ricadessero
su di me, per portare sollievo al prossimo» (Díarío, p. 365). Ecco a quale
punto di condivisione conduce l'amore quando è misurato sull'amore di Dio!
È
a questo amore che l'umanità di oggi deve ispirarsi per affrontare la crisi di
senso, le sfide dei più diversi bisogni, soprattutto l'esigenza di
salvaguardare la dignità di ciascuna persona umana. Il messaggio della divina
misericordia è così, implicitamente, anche un messaggio sul valore di ogni
uomo. Ogni persona è preziosa agli occhi di Dio, per ciascuno Cristo ha dato la
sua vita, a tutti il Padre fa dono del suo Spirito e offre l'accesso alla sua
intimità.
7. Questo messaggio consolante si rivolge soprattutto a chi, afflitto da una prova particolarmente dura o schiacciato dal peso dei peccati commessi, ha smarrito ogni fiducia nella vita ed è tentato di cedere alla disperazione. A lui si presenta il volto dolce di Cristo, su di lui arrivano quei raggi che partono dal suo cuore e illuminano, riscaldano, indicano il cammino e infondono speranza. Quante anime ha già consolato l'invocazione «Gesù, confido in Te!» che la Provvidenza ha suggerito attraverso Suor Faustina! Questo semplice atto di abbandono a Gesù squarcia le nubi più dense e fa passare un raggio di luce nella vita di ciascuno.
8.
Misericordias Domini in aeternum cantabo (Sal 88[89], 2). Alla voce di
Maria Santissima, la «Madre della misericordia», alla voce di questa nuova
Santa, che nella Gerusalemme celeste canta la misericordia insieme con tutti gli
amici di Dio, uniamo anche noi, Chiesa pellegrinante, la nostra voce.
E
tu, Faustina, dono di Dio al nostro tempo, dono di Polonia a tutta la Chiesa,
ottienici di percepire la profondità della divina misericordia, aiutaci a farne
esperienza viva e a testimoniarla ai fratelli. Il tuo messaggio di luce e di
speranza si diffonda in tutto il mondo, spinga alla conversione i peccatori,
sopisca le rivalità e gli odi, apra gli uomini e le nazioni alla pratica della
fraternità. Noi oggi, fissando lo sguardo con Te sul volto di Cristo risorto,
facciamo nostra la tua preghiera di fiducioso abbandono e diciamo con ferma
speranza:
Gesù,
confido in Te!
OMELIA
DI GIOVANNI PAOLO II Domenica, 22 aprile 2001 - Piazza S. Pietro Celebrazione
Eucaristica nella Domenica della Divina Misericordia
1.
«Non temere! Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora
vivo per sempre» (Ap 1,17-18).
Abbiamo
ascoltato nella seconda lettura, tratta dal libro dell'Apocalisse, queste
consolanti parole Esse ci invitano a volgere lo sguardo verso Cristo, per
sperimentarne la rassicurante presenza. A ciascuno, in qualsiasi condizione si
trovi, fosse pure la più complessa e drammatica, il Risorto ripete: «Non
temere!»; sono morto sulla croce, ma ora «vivo per sempre»; «Io sono al
Primo e l'Ultimo e il Vivente».
«Il
Primo», la sorgente, cioè, di ogni essere e la primizia della nuova creazione;
«l'Ultimo», il termine definitivo della storia; «il Vivente», la fonte
inesauribile della Vita che ha sconfitto la morte per sempre. Nel Messia
crocifisso e risuscitato riconosciamo i lineamenti dell'Agnello immolato sul
Golgota, che implora il perdono per i suoi carnefici e dischiude per i peccatori
pentiti le porte del cielo; intravediamo il volto del Re immortale che ha ormai
«potere sopra la morte e sopra gli inferi» (Ap 1,18).
2.
«Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la sua misericordia»
(Sal 117,1)
Facciamo
nostra l'esclamazione del Salmista, che abbiamo cantato nel Salmo responsoriale:
eterna è la misericordia del Signore! Per comprendere sino in fondo la verità
di queste parole, lasciamoci condurre dalla liturgia nel cuore dell'evento di
salvezza, che unisce la morte e la risurrezione di Cristo alla nostra esistenza
e alla storia del mondo. Questo prodigio di misericordia ha radicalmente mutato
le sorti dell'umanità. È un prodigio in cui si dispiega in pienezza l'amore
del Padre che, per la nostra redenzione, non indietreggia neppure davanti al
sacrificio del suo Figlio unigenito.
Nel
Cristo umiliato e sofferente credenti e non credenti possono ammirare una
solidarietà sorprendente, che lo unisce alla nostra umana condizione oltre ogni
immaginabile misura. La Croce, anche dopo la risurrezione del Figlio di Dio, «parla
e non cessa mai di parlare di Dio-Padre, che è assolutamente fedele al suo
eterno amore verso l'uomo... Credere in tale amore significa credere nella
misericordia» (Díves ín míserícordriz, 7).
Vogliamo
rendere grazie al Signore per il suo amore, che è più forte della morte e del
peccato. Esso si rivela e si attua come misericordia nella nostra quotidiana
esistenza e sollecita ogni uomo ad avere a sua volta «misericordia» verso il
Crocifisso. Non è forse proprio amare Dio e amare il prossimo e persino i «nemici»,
seguendo l'esempio di Gesù, il programma di vita d'ogni battezzato e della
Chiesa tutta intera?
3.
Con questi sentimenti, celebriamo la seconda Domenica di Pasqua, che dallo
scorso anno, anno del Grande Giubileo, è chiamata anche «Domenica della Dívína
Míserícordía». Per me è una grande gioia potermi unire a tutti voi, cari
pellegrini e devoti venuti da varie nazioni per commemorare, ad un anno di
distanza, la canonizzazione di suor Faustina Kowalska, testimone e messaggera
dell'amore misericordioso del Signore. L'elevazione agli onori degli altari di
questa umile Religiosa, figlia della mia Terra, non rappresenta un dono solo per
la Polonia, ma per tutta l'umanità. Il messaggio, infatti, di cui ella è stata
portatrice costituisce la risposta adeguata e incisiva che Dio ha voluto offrire
alle domande e alle attese degli uomini di questo nostro tempo, segnato da
immani tragedie. A Suor Faustina Gesù ebbe a dire un giorno: «L'umanità non
troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla divina misericordia»
(Díarío, p. 132). La divina Misericordia! Ecco il dono pasquale che la Chiesa
riceve dal Cristo risorto e che offre all'umanità, all'alba del terzo
millennio.
4.
Il Vangelo, che poc'anzi è stato proclamato, ci aiuta a cogliere appieno il
senso e il valore di questo dono. L'evangelista Giovanni ci fa come
condividere l'emozione provata dagli Apostoli nell'incontro con Cristo dopo la
sua risurrezione. La nostra attenzione si sofferma sul gesto del Maestro, che
trasmette ai discepoli timorosi e stupefatti la missione di essere ministri
della divina Misericordia. Egli mostra le mani e il costato con impressi i segni
della passione e comunica loro: «Come íl Padre ha mandato me anch'io mando voi»
(Gv 20,21). Subito dopo «alitò su di loro e disse. Ricevete lo Spíríto
Santo; a chi rimetterete í peccati saranno rímessí e a chi non lí
rimetterete, resteranno non rímessí» (Gv 20,22-23). Gesù affida ad essi il
dono di «rimettere i peccati», dono che scaturisce dalle ferite delle sue
mani, dei suoi piedi e soprattutto del suo costato trafitto. Di là un'onda di
misericordia si riversa sull'intera umanità.
Riviviamo
questo momento con grande intensità spirituale. Anche a noi quest'oggi il
Signore mostra le sue piaghe gloriose e io suo cuore, fontana inesausta di luce
e di verità, di amore e
di
perdono.
5.
Il Cuore di Cristo! Il suo «Sacro Cuore» agli uomini ha dato tutto: la
redenzione, la salvezza, la santificazione. Da questo Cuore sovrabbondante di
tenerezza santa Faustina Kowalska vide sprigionarsi due fasci di luce che
illuminavano l mondo. « I due raggi - secondo quanto lo stesso Gesù ebbe a
confidarle - rappresentano il sangue e l'acqua» (Diario p 132) ngue richiama il
sacrificio del Golgota e il mistero dell'Eucaristia; l'acqua, secondo la ricca
simbologia dell'evangelista Giovanni, fa pensare al battesimo e al dono dello
Spirito Santo (cfr Gv 3,5; 4,14).
Attraverso
il mistero di questo cuore ferito, non cessa di spandersi anche sugli uomini e
sulle donne della nostra epoca il flusso ristoratore dell'amore misericordioso
di Dio. Chi anela alla felicità autentica e duratura, solo qui ne può trovare
il segreto.
6.
«Gesù, confido in Te». Questa preghiera, cara a tanti devoti, ben esprime
l'atteggiamento con cui vogliamo abbandonarci fiduciosi pure noi nelle tue
mani, o Signore, nostro unico Salvatore.
Tu
bruci dal desiderio di essere amato, e chi si sintonizza con i sentimenti del
tuo cuore apprende ad essere costruttore della nuova civiltà dell'amore. Un
semplice atto d'abbandono basta ad infrangere le barriere del buio e della
tristezza, del dubbio e della disperazione. I raggi della tua divina misericordia
ridanno speranza, in modo speciale, a chi si sente schiacciato dal peso del
peccato.
Maria,
Madre di Misericordia, fa' che manteniamo sempre viva questa fiducia nel tuo
Figlio, nostro Redentore. Aiutaci anche tu, santa Faustina, che oggi ricordiamo
con particolare affetto. Insieme a te vogliamo ripetere, fissando il nostro
debole sguardo sul volto del divin Salvatore «Gesù, confido in Te». Oggi e
sempre. Amen
9
ALCUNI
ORIENTAMENTI PER LA CELEBRAZIONE DELLA DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA
Si cominci davvero qui e in altre occasioni a meditare e a predicare sulla Misericordia di Dio. Si parta dai testi liturgici del giorno, si approfondisca il tema su base biblica, patristica, liturgica. Non a caso quando si inseriva la Messa votiva della Misericordia nel messale romano si lamentava questa scarsa attenzione persino nel grande campo eucologico. E non a caso monsignor Rino Fisichella nel corso di esercizi per sacerdoti apostoli della Divina Misericordia, a Collevalenza nell'anno giubilare, lamentava ancora l'assenza di una vera teologia della Misericordia.
Si
analizzino attentamente i testi già fissati dalla liturgia come ci ha
magistralmente insegnato Giovanni Paolo II il 30 aprile del 2000: abbiamo dato
il testo integrale, ma merita evidenziare i punti chiave: annuncio di
misericordia nel cenacolo segno di ferita del cuore da cui scaturisce la grande
onda della misericordia, l'importanza estrema dei grandi segni del sangue e
dell'acqua entro la testimonianza giovannea che chiude con questi sigilli tutta
la Rivelazione. Attraverso il cuore di Cristo la misericordia divina raggiunge
gli uomini. Cogliere per intero il messaggio della domenica e qui i riferimenti
al Diario di suor Faustina sono di grande aiuto.
Nelle
diverse letture la liturgia sembra disegnare il cammino della misericordia per
dire che l'uomo non soltanto riceve e sperimenta la misericordia di Dio ma è
pure chiamato ad usare misericordia verso gli altri. Sintonizzandoci col cuore
del Padre diventiamo capaci di guardare ai fratelli con cuore nuovo. Tutto
questo è misericordia.
Ecco
il quadro ideale proposto dalla prima lettura: la comunità come un cuor solo
e un'anima sola. La misericordia del cuore diventa stile di rapporti, progetto
di comunità, condivisione di beni. Qui fioriscono le opere della misericordia
spirituali e corporali. Il messaggio della misericordia è un messaggio sul
valore dell'uomo. Soprattutto sull'afflitto arrivano quei raggi che partono
dal suo cuore (Vedi icona).
Il
Santo Padre in quel giorno si trovava a celebrare nell'anno B con i testi più
espressivi: dagli Atti degli Apostoli per il cuore nuovo e misericordioso della
prima Chiesa; dalla prima lettera di Giovanni per la vittoria sul mondo
realizzata nei grandi segni del sangue e dell'acqua sgorgati dal costato ferito
di Gesù. Il Vangelo per tre anni resta sempre lo stesso ed è assai
significativo non solo perché nell'antica tradizione è la festa di S. Tommaso
ma per il raccordo tra Pasqua e Ottava e per tutti i significati che abbiamo
modo di derivare. L'icona di Gesù Misericordioso qui aiuta molto.
Se
si vuole approfondire la tematica globale basta rileggere tutti i testi
specifici della liturgia nei tre anni. È una miniera. La colletta dell'anno A
si alza al Dio di eterna misericordia che proprio nella ricorrenza pasquale fa
sperimentare la potenza del sangue del Figlio e dell'acqua dello Spirito,
sacramentalmente donati dal Battesimo.
La
colletta dell'anno B ricorda che questa salvezza potrà essere sperimentata in
ogni Pasqua domenicale. (E qui dovremo dire come nell'Ottavo giorno questa
sequenza settimanale viene inaugurata per pura e continua attuazione della
misericordia di Dio).
La
colletta dell'anno C specifica i dati di questa perenne ora di misericordia e di
salvezza: la sconfitta della morte, il dono forte dello Spirito, i vincoli del
male spezzati, la possibilità di un servizio libero di obbedienza e di amore.
Ancora una riconoscenza per il dono del giorno del Signore in cui il popolo
radunato può celebrare queste divine meraviglie del Primo e dell'Ultimo, il
Vivente. La proiezione escatologica qui ha grande valore.
Nell'anno
A la lettura degli Atti definisce la prima comunità nel suo impegno assiduo e
comunitario attorno ai cardini della Parola e del Pane per una Koinonia di
misericordia sorgente di segni e prodigi.
La
lettura dalla prima di Pietro è un'esplicita benedizione a Dio e Padre del
Signore Gesù Cristo che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati mediante
la risurrezione del Figlio, per una speranza viva e una eredità che non si
corrompe. Nell'anno C gli Atti degli Apostoli continuano a presentare la forza
d'unità e di amore, di liberazione e di guarigione, segni evidenti dell'ora di
misericordia annunciata da Gesù a Nàzaret ancora all'inizio del suo ministero.
La vera inaugurazione per tutti i tempi del giubileo della misericordia.
Il
libro dell'Apocalisse presenta in mezzo ai candelabri il figlio dell'uomo con
l'abito lungo e la fascia sacerdotale d'oro, quello che è il sommo ed eterno
sacerdote di ogni liturgia (quella terrestre sempre collegata alla celeste).
Nello stesso capitolo Giovanni lo contempla proiettato sulle nubi nel giudizio
finale: «E ognuno lo vedrà, anche quelli che lo trafissero e tutte le nazioni
della terra si batteranno per lui il petto» (1, 7). Quanto ci aiuta sempre
l'icona di Gesù per la visualizzazione.
L'antifona
alla comunione ci invita ad accostare la mano e a toccare le ferite del Signore
per non essere più increduli ma credenti.
Si
inserisca sempre tutto il discorso entro il Mistero pasquale. Giovanni Paolo
II lo fa costantemente. Già nell'indizione del Giubileo della Redenzione
(6-1-1983) aveva scritto che «dal momento della sua elezione i suoi sentimenti
e i suoi pensieri sono stati sempre più diretti a Cristo Redentore, al suo
Mistero pasquale, vertice della Rivelazione divina ed attuazione suprema della
Misericordia di Dio verso gli uomini di ogni tempo».
Nell'Enciclica
Dives in Misericordia si legge: «Il Mistero pasquale è il vertice di questa
rivelazione ed attuazione della misericordia (n.7). La risurrezione è il segno
che corona l'intera rivelazione dell'amore misericordioso nel mondo soggetto al
male (n.8).
Il
cardinal Fiorenzo Angelini, celebrando la Festa in S. Pietro nel 1999
decisamente diceva: «L'odierna liturgia della Domenica in Albis che chiude la
solenne Ottava di Pasqua ci propone letture bibliche quanto mai pertinenti alla
festa della Divina Misericordia... La collocazione nella prima domenica dopo
Pasqua conferma lo stretto legame che esiste tra il Mistero pasquale della
Redenzione e questa Festa dedicata a far scoprire e comprendere nell'aspetto
della Misericordia tutto il mistero della Redenzione». Qui citava anche il
Diario di suor Faustina dove essa annotava: «Ora vedo che l'opera della
Redenzione è collegata con l'opera della Misericordia voluta e richiesta dal
Signore».
Il
decreto del 5 maggio 2000 della Congregazione per il Culto e la Disciplina dei
Sacramenti, definendo la IIa di Pasqua come Domenica della Divina Misericordia,
invita ad accogliere la misericordia di Dio nel suo Tempio e afferma: «Nella
nostra epoca, i cristiani, provenienti da numerosi paesi del mondo, desiderano
innalzare questa misericordia nel culto divino: specialmente nella
celebrazione del Mistero pasquale, nel quale risplende soprattutto la bontà di
Dio verso tutti gli uomini».
Ed
il grande studioso e profeta Edouard Glotin, ancora nel 1990 diceva e scriveva
con sicurezza che la festa voluta da Gesù attraverso suor Faustina finirà con
l'estendersi a tutta la Chiesa e di questo non potranno che rallegrarsi teologi
e pastori. Poi testualmente: «Presentando il Cuore misericordioso di Gesù come
la sintesi del «mistero pasquale», le cui celebrazioni si concluderanno con la
venerazione della sua immagine, grazie a questa ispirata iniziativa il mistero
di questo Cuore - come dice Giovanni Paolo II - diviene in un certo senso il
punto centrale della rivelazione dell'amore misericordioso del Padre».
«Naturalmente
in questo ottavo giorno della Pasqua cristiana, continuerà ad esser letto il
Vangelo che vede Cristo mostrare due volte agli undici la Piaga del costato,
scena che rinvia immediatamente alla pericope della trafittura del Messia (Gv
19, 31-37). Allora sarà chiaro che il Cuore trafitto di Gesù è il grande
segno storico dell'amore misericordioso della Trinità per gli uomini peccatori,
donato da Dio agli uomini nell'istante stesso - quello che i teologi definiscono
kairòs - dell'evento redentore. Sarà più facile sottrarre il Cuore di Gesù
alla sfera del devozionalismo per conferirgli nella catechesi cristiana lo stato
di «polo kerigmatico», cioè di ricapitolazione dell'economia trinitaria
dell'incarnazione redentrice sotto il segno dell'amore e del dono».
Così
affermava Glotin ad Assisi durante il convegno nazionale dell'Apostolato della
Preghiera, in occasione del terzo centenario della morte di S. Margherita Maria
Alacoque. Illustrava anche in maniera esatta la posizione liturgica della solennità
del S. Cuore nell'alveo della «redamatio» e della «reparatío».
Si
comprenda fino in fondo che in questa Ottava ci si sofferma a riflettere e quasi
a digerire l'esplosivo impatto dell'evento-mistero della risurrezione di Gesù.
Come a Natale dopo otto giorni ci si domanda: ma cosa è veramente successo
nella storia umana con l'incarnazione del Verbo? E allora si ritorna al grembo
della Madre Maria per capire nella sua prima sperimentatrice e cooperatrice
l'impatto storico, esistenziale, di un fatto che ora tocca tutti i credenti, così
otto giorni dopo la «dormitio-resurrectio» del Verbo fatto carne, che dal
costato del nuovo Adamo ha fatto nascere la Chiesa ci domandiamo: ma come e da
quale sorgente è scaturita questa fantastica creazione nuova, sacramento di
rigenerazione misericordiosa di tutta l'umanità? Questa volta, otto giorni
dopo, dobbiamo ritornare al grembo del Padre o in toto al grembo trinitario.
Molti
hanno desiderato lungo il percorso liturgico una festa per il Padre
Misericordioso. Orbene qui il discorso si fa più completo.
Filippo
domandava a Gesù: «Mostraci il Padre». E Gesù, proprio alla vigilia del
grande sacrificio, rispondeva: «Chi vede me vede il Padre». È da quel momento
che il Figlio di Dio, come incarnazione della Misericordia del Padre, metteva in
atto la finale manifestazione. E quando si apre il cuore di Gesù, all'ora nona
del venerdì santo, non abbiamo più dubbi. Il cuore che si apre è quello del
Padre e i due doni massimi sono: il Figlio nel suo sangue versato fino
all'ultima goccia e lo Spirito Santo come l'acqua viva. Allora tutta la SS.
Trinità è nel processo dell'ultima rivelazione e dell'estrema donazione. La
Domenica della Misericordia si sofferma a meditare, proclamare, godere questa
sublime realtà dopo la quale non resta che l'escaton. Quello che l'Apocalisse
di Giovanni, chiudendo tutta la Bibbia, ci fa vedere in un grande quadro celeste
dove la regalità eterna di Dio si manifesta nella gloria del Padre e
dell'Agnello Immolato col fiume d'acqua viva che ne sgorga a guarigione e salute
completa per tutte le nazioni. Mentre lo Spirito e la sposa (Chiesa) dicono: «Vieni».
E chi ascolta ripeta: «Vieni. Chi ha sete venga, chi vuole attinga
gratuitamente l'acqua della vita» (Ap 22, 17).
La
Chiesa sarà sempre la comunità dei credenti, cioè come dice S. Giovanni, di
coloro che hanno creduto all'amore misericordioso di Dio. Ricordiamo che «credo»
deriva da «crad-ha», radice pregnante che Ravasi traduce così: «Porre il
cuore in qualcuno».
Come
è nata la fede della Chiesa? Con l'esperienza di Giovanni alle tre del
pomeriggio del venerdì santo, con l'esperienza dei dieci la sera del primo
giorno e finalmente con quella di Tommaso l'ottavo giorno, sempre davanti al
cuore trafitto di Gesù, come luogo di conoscenza dell'amore trinitario.
Finalmente la Chiesa rispondeva all'amore col credo. Nasceva il popolo del
Confido in Te.
Il
riferimento trinitario ci permette di considerare la collocazione liturgica
della Domenica della Divina Misericordia in un momento significativo, cioè
quello di raccordo tra la Pasqua e la Pentecoste o ancor meglio come anello di
congiunzione tra la Quaresima coi suoi itinerari catecumenali e penitenziali e
il glorioso periodo mistagogico post-pasquale. Dal mercoledì delle ceneri
camminiamo con Cristo sofferente fino al bagno di sangue del Santo Triduo; poi
cominciamo a godere del grande frutto dello Spirito meritato dal cruento
sacrificio. Al centro sta la figura del Padre misericordioso che nella duplice
donazione del Figlio e dello Spirito è alla fonte e al centro dell'Opera.
Ora
tutti noi sappiamo come oggi si faccia ancora qualcosa in Quaresima per arrivare
alla Pasqua, ma come poi tutto si sgonfi dopo l'Alleluja pasquale, nonostante le
forti proposte continuative del Concilio. Orbene, fermarsi là comporta una
paralisi dell'opera completa del Padre che dopo il dono del Figlio vuol donarci
lo Spirito. Quale tristezza, quando si pensa invece ai primi tempi della Chiesa
e alla sua prassi illuminata che rendeva il periodo verso la Pentecoste ancora
più forte, come è nella traccia delle grandi catechesi dei Padri gustate in
parte anche oggi nella liturgia delle ore. Era come un grande corso di esercizi
spirituali in vista di una nuova effusione dello Spirito che corrispondeva in
fondo al progetto proposto da Cristo stesso dopo la Risurrezione. Cosa che
rafforzò per sempre la Chiesa con la grazia della Pentecoste.
La
Domenica della Divina Misericordia ci fa continuare l'esperienza del cenacolo
fino a quel glorioso momento e l'icona di Gesù misericordioso ci permette il
raccordo. Questa è la domanda importante: perché godere del raggio rosso
(dalle Ceneri al Triduo Santo) e non arrivare a godere il raggio bianco dello
Spirito Santo? (dalla Pasqua alla Pentecoste).
Nelle
nostre comunità, ad esempio, dopo un severo itinerario quaresimale
continuiamo con un altrettanto impegnativo seminario di vita nello Spirito per
arrivare alle preghiere di effusione nel giorno di Pentecoste.
Abbiamo
imparato senz'altro qualcosa da Gesù Misericordioso. E non si parli più di
devozionismi.
Continuiamo
a proporre anche didatticamente l'esposizione dell'icona della Divina
Misericordia. È un suggerimento di Gesù. Abbiamo visto anche come nelle tre
grandi manifestazioni in piazza S. Pietro (beatificazione, festa del 1999,
canonizzazione) la gigantesca immagine sia stata esposta quasi di necessità
sulla facciata della Basilica.
Troviamo
infatti in questa immagine un supporto visivo a dare luce e significato non solo
alla Domenica in Albis ma a tutto il grande periodo Pasqua-pentecostale. E dal
momento che questo mistero penetra nel quotidiano come fondamento di continua
salvezza e di comunione con Dio, a garanzia di eternità, sarà bene collocare
l'icona nell'ambiente quotidiano per avere un costante riferimento di
contemplazione e di affidamento.
Gesù
che appariva a S. Faustina il 22 febbraio del 1931 era lo stesso del Cenacolo.
Quanto nel Cenacolo avvenne dall'ultima cena al giorno di Pentecoste fa parte
della fantastica e insostituibile esperienza i fondo
i tutto i cristianesimo con una missione assoluta di annunciarla e
comunicarla a tutto il genere umano. È questione di eterna salvezza.
Il
Cristo Sommo Sacerdote Misericordioso, tra il giovedì e il venerdì santo, «attraverso
una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non
appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il
proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una
redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di
una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano,
purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito
eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza
dalle opere morte, per servire il Dio Vivente» (Eb 9, 11-14).
Come
nel Kippur ebraico (la festa della grande espiazione) una volta all'anno il
sommo sacerdote entrava nel Santo dei Santi, oltre il velo, dopo una settimana
santa di preghiere, digiuno e purificazioni, e come ancora gli elementi rituali
basilari erano il sangue e l'acqua, ecco ora finalmente l'unico vero sommo
sacerdote Gesù compie il definitivo e universale sacrificio espiatorio nel
proprio Sangue e nell'Acqua dello Spirito. Tutto per un ritorno definitivo al
Padre, il Dio vivente.
Alla
morte di Gesù il velo del tempio si spezza come a significare che quella storia
antica è stata solo una grande prefigurazione o una grande immagine; ora
comincia la storia nuova una volta per sempre, con una meta ultima: il vero
passaggio o Pasqua di tutti alla Terra promessa.
E
leggiamo ancora con commozione dalla lettera agli Ebrei: «Poiché dunque
abbiamo un grande sommo sacerdote, che ha attraversato i cieli, Gesù Figlio di
Dio, manteniamo ferma la professione della nostra fede. Infatti non abbiamo un
sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato
lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato.
Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, per ricevere
misericordia e trovare grazia ed essere aiutati al momento opportuno» (Eb 4,
14-16).
Questa
«esortazione» agli Ebrei ci invita a fare non solo il grande passaggio
dall'Antico al Nuovo Testamento, ma a vivere quotidianamente il passaggio nel
bagno salvifico della misericordia, corrispondendo con assoluta fiducia
(Confido in Te).
Tutto
questo richiama l'icona ideata da Gesù stesso e, se domandiamo la luce del
cuore, ci accorgeremo che l'immagine non è una delle tante che possono magari
funzionare da strumento per nuovi devozionismi, ma diventa codice decifratore
di tanti passi significativi della Scrittura.
Non
ci meravigliamo se il sangue e l'acqua, elementi essenziali anche per la vita
naturale, ora vengono elevati a significare la vita soprannaturale e sono
rappresentati con due raggi luminosi. È la luce nuova della Pasqua, è il nuovo
roveto ardente, la Shekinah gloriosa con una divina irradiazione: «Questo
Figlio è irradiazione della gloria del Padre e impronta della sua sostanza e
sostiene tutto con la potenza della sua parola» (Eb 1, 3).
La
Parola è già stata registrata tutta dalla Scrittura, ma se lungo il percorso
di questa nostra storia tormentata il Verbo stesso sceglie una via profetica per
ravvivarla, benedetto sia il suo Santo Nome.
Intanto
ci mettiamo davanti all'icona del Crocifisso - Risorto. L Lui solo ora nel
Cenacolo, perché dopo duemila anni i discepoli siamo noi, davanti a Lui, in
attesa dei benefici divini. Non è un fantasma, non è un idolo mentale, non è
il prodotto di una filosofia, di una ideologia e neanche di una religione, non
è un concetto teologico o un ridimensionamento interno di immagine scaturito
dal cuore di chi l'aveva conosciuto prima. L Lui in persona, il Figlio di Dio e
Figlio dell'uomo, con i chiari segni di un amore crocifisso che si chiama
misericordia. Soprattutto punta decisamente su quel cuore che merita uno
sguardo di fede assoluta per entrare in quella sintonia di cuori dove finalmente
è possibile «la conoscenza» e il passaggio per osmosi e simbiosi del Sangue e
dell'Acqua.
Dopo
la più grande sciagura di tutti i tempi, ecco la più grande grazia. Dopo il più
grande rifiuto dell'uomo, ecco il più grande perdono, dopo la più drammatica
dichiarazione di morte (deicidio), ecco la più grande manifestazione della
Vita.
Il
nostro Dio per amore si fa configgere, trafiggere, ma mai sconfiggere. Felice
colpa perché l'amore finalmente si capisce come Divina Misericordia.
Contemplando
l'icona lasciamoci dire quello «Shalôm» pasquale: «Pace a voi». Il vero
significato globale di questa pace che può venire solo da Dio è decifrato da
S. Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi: «Il Dio della pace vi santifichi
fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito (pneuma), anima
(psiche) e corpo (soma), si conservi irreprensibile per la venuta del Signore
nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo» (1Ts
5, 23-24).
Questa
«salvezza totale», corrispondente alla tridimensionalità della nostra
persona, può esser capita solo per rivelazione e può essere attuata solo dal
Signore nostro Gesù Cristo, unico Salvatore. In questo tempo di salutismo
esagerato e di ricerca terapeutica nel parareligioso e nel paranormale, il
Signore ci invita a fare il passo decisivo verso di Lui come Salvatore, cioè
liberatore e guaritore, sulla base di un unico principio ben individuato da S.
Pietro dopo la grande batosta e dopo il misericordioso ricupero: «Egli portò i
nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché non vivendo più per
il peccato, vivessimo per la giustizia: dalle sue piaghe siete stati guariti»
(1Pt 2, 24-25).
Se
abbiamo ancora dei dubbi è proprio l'Ottava di Pasqua che ci convince una volta
per sempre: «Pace a Voi». Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e
guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere
più incredulo ma credente». Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio» (Gv
20,26-28).
L'Ottava
di Pasqua è una grande occasione per parlare del «Giorno del Signore» perché
è qui che comincia la misericordiosa catena che dà senso e altezza all'anno
dell'uomo per renderlo anno del Padre. Quanto abbiamo insistito in questi anni
per ricuperare la domenica di fronte al calo progressivo e disastroso della «pratica»
sopportata più per legge ecclesiastica che per mistero divino.
Ricordiamo
la Sacrosanctum Concilium al n. 106: «La domenica è la festa primordiale che
deve essere proposta e inculcata alla pietà dei fedeli... Non le venga
anteposta alcun'altra solennità che non sia di grandissima importanza, perché
la domenica è il fondamento e il nucleo di tutto l'anno liturgico». Tutto
questo è stato rispettato dal Decreto per la «denominazione» della Seconda
di Pasqua come Domenica della Divina Misericordia. E da quanto abbiamo detto
sopra, guai a noi se tocchiamo i testi e la collocazione di questo giorno ottavo
che è all'inizio della serie delle domeniche. Però quali ricchezze e quali
contenuti ci invita a riconsiderare e rivivere anche la rivelazione privata di
Gesù Misericordioso. Soprattutto per una traduzione in termini di popolo o di
«piccoli del Vangelo» dei molteplici e profondi messaggi.
Proprio
come scriveva un noto liturgista, giustamente preoccupato per un possibile
adombramento della grande realtà della Domenica e invece per un sano
riferimento alle rivelazioni private: «Il miglior servizio, anzi il vero
servizio delle rivelazioni private, è quello di condurre al centro del
mistero pasquale, entro la strada percorsa da tutta la Chiesa» (Vita
pastorale n. 7/1994).
È
quanto ogni vero cultore della Divina Misericordia condivide caldamente.
Finalmente
e in maniera forte questa Domenica evidenzia il Sacramento della
Riconciliazione, su cui merita soffermarsi considerando anche la drammatica
crisi che oggi lo investe. Gesù stesso indicò nell'icona il momento
dell'istituzione del sacramento e nella mano destra alzata il gesto del
sacerdote che assolve. Parlò molte volte di questo sacramento con molta
passione. Ecco un esempio, questa volta associato al grande tema della
Comunione:
«Quanto
mi addolora che le anime si uniscano così poco a Me nella Santa Comunione!
Attendo le anime ed esse sono indifferenti per Me. Le amo con tanta tenerezza e
sincerità ed esse non si fidano di Me. Voglio colmarle di grazie, ma esse non
vogliono riceverle. Trattano con Me come con una cosa inerte eppure ho un cuore
pieno d'amore e di Misericordia. Affinché tu possa conoscere almeno un po' il
Mio dolore, pensa alla più tenera delle madri, che ama molto i suoi figli, ma i
figli disprezzano l'amore della madre. Immagina il suo dolore, nessuno riuscirà
a consolarla. Questa è un'immagine ed una pallida somiglianza del Mio amore.
Scrivi,
parla della Mia Misericordia. Dì alle anime dove debbono cercare le
consolazioni cioè nel tribunale della Misericordia, lì avvengono i più
grandi miracoli che si ripetono continuamente. Per ottenere questo miracolo non
occorre fare pellegrinaggi in terre lontane né celebrare solenni riti
esteriori, ma basta mettersi con fede ai piedi di un Mio rappresentante e
confessargli la propria miseria ed il miracolo della Divina Misericordia si
manifesterà in tutta la sua pienezza. Anche se un'anima fosse in decomposizione
come un cadavere ed umanamente non ci fosse alcuna possibilità di
risurrezione e tutto fosse perduto, non sarebbe così per Dio: un miracolo della
Divina Misericordia risusciterà quest'anima in tutta la sua pienezza. Infelici
coloro che non approfittano di questo miracolo della Divina Misericordia! Lo
invocherete invano, quando sarà troppo tardi!» (Díario pag. 476).
La
Liturgia delle Ore di questa Domenica anticipa il tema nella lettura breve dei
primi vespri, da Romani 5, 10-11: «Se quand'eravamo nemici, siamo stati
riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più ora che
siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita. Non solo, ma ci
gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora
abbiamo ottenuto la riconciliazione». Mons. Enzo Lodi, liturgista di fama, ma
anche pastore aperto ai segni dei tempi, dopo aver fugato il timore di chi vede
in
questa domenica così definita quasi una smentita dello spirito della riforma
liturgica, afferma decisamente: «Bisogna riconoscere che finalmente si celebra
la Divina Misericordia nella domenica in cui il Vangelo della Messa (Gv 20,
19-23) ci presenta due realtà centrali della nostra fede.
La
prima è quella espressa dal testo fondamentale che promulga il sacramento della
penitenza, oggi così mal compreso e celebrato, che così potrebbe ritrovare
il suo rilievo biblico. La seconda realtà è la manifestazione del costato
aperto dello stesso Risorto (v. 27: «Metti la mano nel mio costato e non essere
più incredulo ma credente»), che altrove lo stesso evangelista ci indica
come un mistero sacramentale di fede (Gv 19, 34), perché da esso scaturiscono
il sangue (l'Eucaristia) e l'acqua (il battesimo), che sono il «simbolo dei
sacramenti della chiesa» (cfr. prefazio della festa del S. Cuore di Gesù).
Mi
pare che queste ragioni siano sufficienti per fugare ogni dubbio: la riforma
liturgica è così completata, perché la Chiesa e guidata dallo Spirito «verso
tutta la verità» (Gv 16, 13). Un testo del card. Ratzinger (cfr. Fede
cristiana ieri e oggi, 1969) è qui significativo: «Per Giovanni, l'immagine
del costato trafitto e il punto culminante non solo della croce, ma di tutta la
storia di Gesù. Ora, dopo il colpo della lancia..., la sua esistenza è
completamente aperta; in quel preciso momento egli è completamente «per»; non
è più isolato, ma l'Adamo da cui viene tratta Eva, una nuova umanità... Colui
che è tutto aperto, e che realizza l'essere come radicale accoglienza e comunicazione,
manifesta così quello che è sempre stato in profondità, e cioè la sua
condizione di figlio» (Settimana 21-52000).
Si
può anche notare come nella formula di assoluzione nel nuovo rito del
sacramento della riconciliazione (senz'altro meno giuridica e più teologica) si
parte dalla Misericordia del Padre attraverso la passione e morte e risurrezione
del Figlio (sangue) e l'effusione dello Spirito (acqua) per il frutto del
perdono e della pace ottenuto nel ministero consegnato alla Chiesa.
L'absolvere
(spezzare catene, liberare, guarire) prende un alto significato entro il mistero
Pasqua-pentecostale per arrivare a quello Shalôm che sigilla sempre una cosa
nuova, una nuova creatura, il miracolo della rivivificazione ogni volta che la
morte o i germi velenosi si siano introdotti nel cammino umano.
Ecco
il sacramento della misericordia, della riconciliazione divina, del perdono e
della pace, prima ancora di essere quello della confessione, quale piccolo, ma
necessario contributo sacrificale umano ad un'opera che è possibile solo a
Gesù e a un ministero da Lui derivante. E se si parla di penitenza, bisogna
dire che l'ha fatta Lui per ciascuno di noi in maniera tremenda.
E
uno si deve domandare: «Ma Signore, è proprio vero che la prima cosa messa in
atto dopo la tua risurrezione è l'istituzione di questo sacramento? Ed è
proprio vero che i primi a beneficiarne sono stati quelli che ti hanno tradito e
che in fondo ti hanno più crocifisso? Ed è proprio vero che a loro così
miserabili hai consegnato questo esclusivo potere divino di perdonare?».
Se
è vero questo è vero il discorso della montagna (Matteo) e della pianura
(Luca), è vero il Vangelo della Misericordia. Possiamo provare, come io ho
fatto tante volte, a spiegare anche ai bambini il sacramento della
riconciliazione con esposta l'icona di Gesù Misericordioso. Non solo il
discorso si fa più efficace ma si può quasi notare una misteriosa attrazione
che lo rende più penetrante.
Qualche
sacerdote può manifestare incredulità o rigetto. Beh! Dove e con chi ha
trovato Gesù la maggior difficoltà nel farsi comprendere se non fra i suoi
intimi? Eppure ha insistito con loro anche per la scelta finale, perché anche
questo è un grande segno di misericordia e di garanzia che la Chiesa è Sua.
Ancora
nel 1982 tentai di spiegare queste cose, appoggiandomi anche all'icona di Gesù,
in un ritiro diocesano per sacerdoti, sicuro in partenza di trovare non solo
un terreno refrattario ma di rovinarmi il nome e la carriera. La reazione fu
pesante, com'era prevedibile, ma quell'uomo intelligente e biblicamente
preparato che era l'arcivescovo Alessandro Maria Gottardi prese pubblicamente la
mia difesa e appoggiò la causa per iscritto addirittura sull'organo ufficiale
della diocesi (Rivista Diocesana Tridentina, giugno 1982, pp. 439-40). Ecco il
testo, di estrema attualità ancor oggi: «Sia dunque per l'assenza di alcuni,
sia per una chiarificazione che mi pare necessaria a risolvere le difficoltà
suscitate in altri da una presentazione del tema apparsa alquanto
personalizzata, ritengo mio dovere confermare, perché non ne resti nell'insieme
una impressione errata, che - al di là di un certo rivestimento occasionale -
la sostanza della trattazione era non solo esatta, ma fortemente robusta.
Il
contesto della giornata - non teologico o catechistico, ma direttamente
finalizzato allo spirituale - giustificava del resto alcune applicazioni e
deduzioni che risultarono tutt'altro che inopportune. Come appare dallo schema
delle due meditazioni (vedi qui a pag. 460), il relatore ha inteso presentare,
nello sfondo del cenacolo, i tre eventi strettamente connessi tra loro, che vi
si verificarono tra la Pasqua e la Pentecoste: la istituzione della Eucaristia,
quella del sacramento della Penitenza, e il dono dello Spirito Santo.
Questi
tre eventi pasquali - abitualmente presenti nella catechesi apostolica fin dai
primi momenti - San Giovanni nella sua prima lettera (5, 6 - 9) sintetizza
significativamente - avendovi elaborato una propria teologia - nella celebre
trilogia «Spiritus, et aqua, et sanguis». Egli li vede tutti e tre convergenti
(«tres in unum sunt») a testimoniare l'amore Trinitario espresso nell'opera
redentrice di Gesù (in questo senso ha significato la particolare devozione al
sacro Cuore): un amore che nella espiazione e nel perdono del peccato manifesta
la sua originalità («amare il non amabile») e autenticità (è amore
sommamente gratuito e ablativo); e insieme ci invita e ci consente, per il
dono dello Spirito, a riformare la nostra vita e i nostri rapporti secondo un «modello
nuovo» - quello appunto Trinitario - ispirato alla «nuova alleanza»: così da
consentire anche a noi di «amare come Dio ama».
«In
questo quadro fu dato particolare rilievo - con una certa ampiezza e molto
opportunamente - al sacramento della Penitenza, anch'esso, non meno
dell'Eucaristia, tipicamente pasquale. Poiché si trattava di un ritiro per
sacerdoti, esso venne presentato in rapporto alla nostra personale esperienza di
«penitenti». Dalla illustrazione dei molteplici motivi per una ripresa
della confessione frequente anche di noi sacerdoti (e dei religiosi e
religiose), ne risulta, tra l'altro, la possibilità, anche per noi, di cogliere
più in profondità le caratteristiche dell'amore misericordioso che in esso
il Signore ci viene manifestando; e la constatazione che quanto più
assimiliamo personalmente l'esperienza di tale misericordia, tanto più ne diventiamo
a nostra volta capaci verso chi ricorre al ministero della riconciliazione che
ci è stato affidato, e nel quale «deteniamo le chiavi del Sangue di Cristo!».
Anche
per noi sacerdoti, la frequenza alla confessione è dunque un tema da rivedere,
un tesoro da riscoprire».
Così
si esprimeva e si esponeva l'arcivescovo Alessandro Maria Gottardi, al quale va
tutta la nostra riconoscenza.
10
MINISTERO
SACERDOTALE COME MINISTERO DI MISERICORDIA
Lettera
di Giovanni Paolo II per il Giovedì Santo 2001. Merita a questo punto prendere
in seria considerazione la lettera di Giovanni Paolo II ai sacerdoti per il
Giovedì Santo 2001. Ecco alcuni tratti: «Davvero grande è il mistero di cui
siamo stati fatti ministri. Mistero di un amore senza limiti, giacché «dopo
aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò senza fine» (Gv 13,1).
Questo Giovedì Santo è il primo dopo il Grande Giubileo. L'esperienza che abbiamo fatto con le nostre comunità, nella speciale celebrazione della misericordia, a duemila anni dalla nascita di Gesù, diventa ora la spinta per un ulteriore cammino. Duc ín alture!
Occorre
ripartire da Lui... sviluppare sempre più il rapporto con Lui, invitati a
vivere nella Sua intimità.
Tra
i tanti aspetti di questo incontro, mi piace oggi scegliere quello della
riconciliazione sacramentale... il Sacramento della Misericordia.
È
importante, in questa giornata per eccellenza dell'amore, che noi sentiamo la
grazia del sacerdozio come una sovrabbondanza di misericordia. Misericordia è
l'assoluta gratuità con cui Dio ci ha scelti: «Non voi avete scelto me, ma io
ho scelto voi» (Gv 15,16). Misericordia è la condiscendenza con cui ci chiama
ad operare come suoi rappresentanti, pur sapendoci peccatori; Misericordia è
il perdono che Egli mai ci rifiuta.
Riscopriamo,
dunque, la nostra vocazione come «mistero di misericordia».
Pietro
esclama: «Signore, allontanati da me che sono un peccatore» (Lc 5,8). Ma quasi
non ha finito di pronunciare la sua confessione, che la misericordia del Maestro
si fa per lui inizio di vita nuova: «Non temere; d'ora in poi sarai pescatore
di uomini (5,10). Il peccatore diventa ministro di misericordia».
Sarà
sulla base di questo amore, corroborato dal fuoco della Pentecoste, che Pietro
potrà adempiere al ministero ricevuto. E non è dentro un'esperienza di
misericordia che nasce anche la vocazione di Paolo? Quanto più si è avvolti
dalla misericordia, tanto più si sente il bisogno di testimoniarla e
irradiarla. La voce che lo raggiunge sulla via di Damasco, lo porta al cuore del
Vangelo, e glielo fa scoprire come amore misericordioso del Padre che riconcilia
a sé il mondo. Su questa base Paolo comprenderà il servizio apostolico come
ministero di riconciliazione.
L'esperienza
dei due Apostoli ci induce ad abbandonarci alla misericordia di Dio.
A
questo scopo, è importante che riscopriamo il sacramento della Riconciliazione
come strumento della nostra santificazione.
È
bello poter confessare i nostri peccati, e sentire come un balsamo la parola che
ci inonda di misericordia e ci rimette in cammino, chiamati a rappresentare il
volto del Buon Pastore e dunque ad avere il cuore stesso di Cristo.
Bisogna
celebrare il sacramento nel migliore dei modi, nelle forme liturgicamente
previste, perché esso conservi la sua piena fisionomia di celebrazione della
divina Misericordia».
Conferenza
stampa per la presentazione
Per
ben 15 volte in questa lettera il Papa dava rilievo alla misericordia. Ed è per
questo che nella conferenza stampa di presentazione della lettera il Card. Dario
Castrillon Hoyos, prefetto della Congregazione per il Clero, ha non solo
insistito sul tema ma è andato a riscoprire le radici più evidenti che stanno
alla base degli insegnamenti e dell'esperienza del Papa: Il Duc ín altum è un
invito a prendere il largo verso il vasto oceano della misericordia divina,
un'esortazione ai fratelli sacerdoti di entrare nelle profondità della
misericordia del Padre. La Riconciliazione sacramentale è strumento di misericordia
divina per l'intera umanità.
È
un'affermazione profetica, che è insieme richiamo ad una più fiduciosa ed
audace pastorale della misericordia divina, dinanzi alla temporanea crisi della
pratica del Sacramento del Perdono.
I
nostri confessionali sono silenziosi testimoni proprio dell'amore di Dio
Padre, della grazia del Signore nostro Gesù Cristo e dell'unità dello Spirito
Santo. Il sacramento della misericordia e l'uomo (sacerdote) il canale della
misericordia. Il Santo Padre, con tocco squisitamente pastorale, richiama tutti
noi sacerdoti a sentire «la grazia del sacerdozio come una sovrabbondanza di
misericordia»; «Riscopriamo, dunque, la nostra vocazione come mistero di
misericordia».
E
la misericordia non e qualcosa ma e Qualcuno: Cristo Gesù è la misericordia e
noi possiamo capire il significato di questa parola soltanto se abbiamo presente
Lui. Misericordia è la chiave per aprire la porta al mistero dei Redentore e,
di conseguenza, alla comprensione del sacerdozio ordinato. Nell'Enciclica
Redemptor Homínís il Santo Padre ci insegna che «la rivelazione dell'amore e
della misericordia ha nella storia dell'uomo una forma e un nome: si chiama Gesù
Cristo» (RH 9).
E
qui siamo al cuore della divina Rivelazione; questo è il cristianesimo. Su
questo sfondo si staglia l'esortazione del Santo Padre: «Riscopriamo, dunque,
la nostra vocazione come mistero di misericordia».
Il
sacerdote deve fare esperienza intensa, coinvolgente, appassionata di Gesù e
per questo, nonostante tutte le urgenze - anzi, in un certo senso, proprio a
causa di queste - deve essere uomo di orazione indistruttibile e deve
sperimentare personalmente la divina misericordia per poi riversarla
generosamente, quasi per traboccamento, sui fratelli.
Ritornando
con la mente ai grandi segni giubilari, ne ricordo uno che si addice ai
contenuti e all'afflato della lettera. Penso alla prima canonizzazione del
Grande Giubileo, quella di Suor Faustina Kowalska, umile religiosa polacca alla
quale il Signore risorto, rivelandosi a lei fra le due guerre mondiali, ha
affidato uno straordinario messaggio, quanto mai attuale e che il Santo Padre ha
espressamente consegnato alla generazione del nuovo Millennio: «La luce della
divina misericordia, che il Signore ha voluto quasi riconsegnare al mondo
attraverso il carisma di Suor Faustina, illuminerà il cammino degli uomini del
terzo millennio» (Omelia alla canonizzazione, 30 aprile 2000).
Il
Santo Padre esorta in modo pratico e concreto, tutti i sacerdoti ad accostarsi
al Sacramento del Perdono e ad offrire, con l'urgenza della carità di Cristo,
il sublime dono della misericordia divina a tutti coloro che lo richiedono,
mediante l'ascolto della Confessione sacramentale».
Il
Sacramento della Riconciliazione che, per la vita sacerdotale è «sostegno,
orientamento e medicina, è irrinunciabile per ogni esistenza cristiana» (n.
11).
«Signore
mio e Dio mio». Sacerdote, sei mistero di misericordia.
Poi
la Congregazione per il Clero interveniva in modo forte in occasione della
solennità del Sacro Cuore, giornata mondiale per la santificazione dei
sacerdoti, offrendo un prezioso sussidio di meditazioni e preghiere, per
rileggere la vocazione e il ministero sacerdotale alla luce del mistero della
misericordia divina. Firmato al 13 maggio 2001, dal prefetto Card. Dario
Castrillon Hoyos, portava il titolo significativo: «Signore mio e Dio mio». «Sacerdote,
sei mistero di misericordia».
Il
filo conduttore proviene sempre dalla lettera di Giovanni Paolo II ai sacerdoti
per il giovedì santo 2001, che ritorna ad essere luce per camminare e
soprattutto per ritornare sul valore del sacramento della Riconciliazione, come
via fondamentale alla santificazione, come via dell'amore misericordioso (pp. 34).
Se per assurdo ci mancasse l'esperienza della divina misericordia, come
potremmo essere in comunione vitale con il Padre, ricco di misericordia? Non
saremmo tralci vivi ma secchi, separati dalla vite (Gv 15, 6).
A
noi ministri del Vangelo, il Vangelo comanda: «Siate misericordiosi come è
misericordioso il Padre vostro» (Lc 6, 36). In questa frase è racchiusa tutta
la nostra perfezione: diventare come il Padre celeste! «Siate voi dunque
perfetti come è perfetto il padre vostro celeste» (Mt 5, 48).
La
misericordia di Dio è la sua perfezione e deve diventare anche la nostra
perfezione sacerdotale (p. 9).
Le
riflessioni sviluppate nel sussidio offrono numerosi spunti di grande interesse
anche attorno ai temi che stiamo qui trattando.
E
in questo contesto ci sono importanti riferimenti alle rivelazioni di Gesù
Misericordioso per i nostri tempi e perciò al Diario di Santa Faustina. Un
particolare rilievo viene dato al discorso di Gesù sul sacramento della
Riconciliazione: «Scrivi, parla della mia misericordia. Dì alle anime dove
debbono cercare le consolazioni cioè nel tribunale della misericordia; lì
avvengono i più grandi miracoli che si ripetono continuamente; per ottenere
questo miracolo non occorre fare pellegrinaggi in terre lontane, né celebrare
solenni riti esteriori, ma basta mettersi con fede ai piedi di un mio
rappresentante e confessargli la propria miseria e il miracolo della Divina
Misericordia si manifesterà in tutta la sua pienezza. Anche se un'anima fosse
in decomposizione come un cadavere e umanamente non ci fosse alcuna possibilità
di risurrezione e tutto fosse perduto, non sarebbe così per Dio: un miracolo
della Divina Misericordia risusciterà quest'anima in tutta la sua pienezza.
Infelici coloro che non approfittano di questo miracolo della Divina
Misericordia! Lo invocherete invano, quando sarà troppo tardi!» (Daiirró, Q
V, p. 476).
Riferendosi
al vangelo dell'apparizione di Gesù Risorto nel cenacolo (che è l'immagine di
Gesù Misericordioso) e al commento del Santo Padre nell'omelia della seconda
Domenica di Pasqua del 2001- festa della misericordia di Dio, si richiama un
altro testo del Diario di Santa Faustina: «In quel giorno sono aperte le
viscere della mia misericordia, riverserò tutto un mare di grazia sulle anime
che si avvicinano alla sorgente della mia misericordia. L'anima che si accosta
alla confessione e alla santa Comunione, riceve il perdono totale delle colpe e
delle pene. In quel giorno sono aperti tutti i canali attraverso i quali
scorrono le grazie divine. Nessuna anima abbia paura di accostarsi a me, anche
se i suoi peccati fossero come lo scarlatto» (Q 11, 267).
Dal
costato trafitto di Cristo era scaturito il sangue e l'acqua (Gv 19, 34).
Giovanni nel contemplare questo flusso sovrabbondante di misericordia, vi
aveva trovato la forza per rimanere fedele al Signore. Giovanni, imitando Maria,
la Madre di Gesù, si era lasciato conquistare dall'amore misericordioso di
Cristo (pp 22-23).
Per
questo, allora come oggi, dobbiamo accostarci con fiducia al Cuore
misericordioso di Dio, da dove scorre ininterrotto il flusso della sua
misericordia e davanti al costato trafitto di Cristo possiamo pregare: «O
Sangue e Acqua, che scaturisti dal Cuore di Gesù, come sorgente di misericordia
per noi, confido in te» (Santa Faustina Kowalska) (p. 38).
Dall'omelia
di Giovanni Paolo II per la canonizzazione di suor Faustina Kowalska, 30 aprile
2000: «Attraverso il cuore di Cristo crocifisso la misericordia divina
raggiunge gli uomini: «Figlia mia, dì che sono l'Amore e la Misericordia in
persona» chiederà Gesù a suor Faustina» (Díarío, 374). Questa misericordia
Cristo effonde sull'umanità mediante l'invio dello Spirito che, nella Trinità,
è la Persona Amore (p. 43).
Nella
riflessione sulla fiducia nella divina misericordia si cita da Santa Faustina
Kowalska: «Figlia mia, dì che sono l'amore e la misericordia in persona.
Quando un'anima si avvicina a me con fiducia, la riempio di una tale quantità
di grazia, che essa non può contenerla in sé e la irradia sulle altre anime.
Le anime che diffondono il culto della mia misericordia, le proteggo per tutta
la vita, come una tenera madre protegge il suo bimbo ancora lattante e nell'ora
della morte non sarò per loro Giudice, ma Salvatore misericordioso. In
quell'ultima ora, l'anima non ha nulla in sua difesa, all'infuori della mia
misericordia. Felice l'anima che durante la vita si è immersa nella sorgente
della misericordia, poiché la giustizia non la raggiungerà.
«Scrivi:
tutto ciò che esiste è racchiuso nelle viscere della mia misericordia più
profondamente di un bimbo nel grembo materno. Quanto dolorosamente mi ferisce la
diffidenza verso la mia bontà! I peccati di sfiducia sono quelli che mi
feriscono nella maniera più dolorosa» (Díarío, Q III, p. 374).
Dalla
Omelia di Giovanni Paolo II per la canonizzazione di suor Faustina Kowalska, 30
aprile 2000: «Questo messaggio consolante si rivolge soprattutto a chi,
afflitto da una prova particolarmente dura o schiacciato dal peso dei peccati
commessi, ha smarrito ogni fiducia nella vita ed è tentato di cedere alla
disperazione. A lui si presenta il volto dolce di Cristo, su di lui arrivano
quei raggi che partono dal suo cuore e illuminano, riscaldano, indicano il
cammino e infondono speranza. Quante anime ha già consolato l'invocazione «Gesù,
confido in Te», che la Provvidenza ha suggerito attraverso suor Faustina!
Questo semplice atto di abbandono a Gesù squarcia le nubi più dense e fa
passare un raggio di luce nella vita di ciascuno (pp. 46-47).
Come
preghiera finale il sussidio della Congregazione per il Clero suggerisce la
recita delle litanie della Divina Misericordia, tratte dal Diario di Santa
Faustina.
11
L'ESPERIENZA,
IL DISCERNIMENTO, LA SINTESI TEOLOGICA DI KAROL WOJTYLA
È risaputo che Karol Wojtyla da giovane, prima di affrontare il duro lavoro in fabbrica o l'impegno degli studi, si alzava assai presto al mattino per pregare in qualche chiesa. Era il primo a presentarsi nel momento dell'apertura e ancora oggi a Cracovia c'è qualcuno che ti indica il banco di questa mattutina esperienza del futuro Papa. Uno dei luoghi sacri frequentati, come lui stesso ha testimoniato, era la chiesa del convento di Lagiewniki, dove era esposto il famoso dipinto di Gesù Misericordioso del pittore Hyla. Era il luogo di tanti eventi registrati nel Diario di suor Faustina, mentre nel piccolo cimitero della comunità lei giaceva ormai in odore di santità.
Là
il giovane Wojtyla si affidava alla Divina Misericordia e domandava di poterne
diventare apostolo. E il Signore lo prendeva in parola.
Divenuto
arcivescovo di Cracovia, come si è detto sopra dovette affrontare con coraggio
proprio il momento cruciale della santa causa. Lo snodo polacco era necessario
per un futuro che riguardava tutta la Chiesa cattolica. Nella sofferenza,
nella visione e nella serietà del discernimento la prova si tramutava in
sospensione purificatoria per una più gloriosa
manifestazione.
E si lavorava sodo con l'apporto anche di strumenti provvidenziali rappresentati
da personaggi eroicamente impegnati su un cammino dipendente senz'altro da
divina vocazione.
Qui
restarono in campo don Sopocko che vivrà fino al 1978, il padre Giuliano
Chrosciechowsi, M.I.C., che vivrà fino al 1976, e don Carlo Vivaldelli di
Trento, che sarà l'unico a sopravvivere dopo la sentenza assolutoria, essendo
stato chiamato al Cielo nel 1988.
Padre
Giuliano, autore di testi ripubblicati anche recentemente, spedì nel 1975 il
suo libro «Devozione alla Divina Misericordia nei nostri giorni» al cardinale
Wojtyla che rispose subito in data 1-9-1975, ringraziando ed esprimendosi in questo
modo: «La sua opera è certamente un contributo ad una grande storia, che Dio
stesso scrisse con le Sue parole ispirate e coi suoi fatti negli annali
dell'umanità».
Nella
stessa lettera il cardinale di Cracovia continua dicendo che è molto
importante istituire nella Chiesa cattolica una Festa della Divina Misericordia
che servirebbe alla rivitalizzazione della devozione e al rinnovamento
spirituale di tante nazioni; e dopo aver ringraziato padre Giuliano per aver
fornito punti e giustificazioni in favore della Festa, così letteralmente
conclude: «Anche se dopo l'inizio del processo di beatificazione della Serva di
Dio Sr. Faustina, molti religiosi tentarono d'introdurre altre forme di
devozione alla Divina Misericordia (es. novene basate su testi liturgici, ore
bibliche, adorazioni del Santissimo Sacramento) i fedeli costantemente
ritornavano alle forme proposte da Sr. Faustina. La crescita della devozione, a
dispetto della Notificazione del S. Officio, il grande interesse al riguardo da
parte dei teologi, così apparente nel simposio dei teologi ad Oltarzewo nel
1969, le molte richieste fatte a certi vescovi perché intervenissero presso la
Santa Sede per favorire l'istituzione della Festa della Divina Misericordia,
hanno forzato l'episcopato polacco a considerare la cosa con serietà. Lei,
padre provinciale, si tenga tranquillo su questo argomento» (Marian Helpers
Bulletin, Juy - Spt. 1979).
Don
Carlo Vivaldelli era pure in corrispondenza epistolare con Karol Wojtyla e con i
maggiori apostoli e scrittori sopra elencati. Convertito in maniera «miracolosa»
alla santa causa, s'impegnò in essa per ben trent'anni lasciando una miniera di
appunti, ricerche e scritti. Con la sua intelligenza e la sua vastissima
cultura, con la possibilità anche di applicazione acconsentita dalle sue quasi
croniche infermità che lo tenevano in camera, poteva arrivare a risultati di
alto livello. Lo stesso episcopato polacco lo incoraggiò su questa pista di
approfondimento.
Fu
importantissima l'analisi teologica degli scritti di suor Faustina fatta dal
prof. Ignacy Rozycki. La sua opera è fondamentale ancor oggi per capire i
dati essenziali e le differenziazioni della devozione e del culto della Divina
Misericordia. Sr. M. Elzbieta Siepak ne ha fatto un agile e pregevole
riassunto nel libretto «Ha reso straordínaría la víta quotídíana»
Cracovia e Roma 1995.
È
nell'Enciclica DIVES IN NIISERICORDIA (Dio ricco di misericordia) 2 dicembre
1980 (Testo «fontale» di tutto il magistero di Giovanni Paolo II). Ecco
alcuni passaggi:
Rivelazione
della misericordia (n. 1)
«Dio
ricco di misericordia» è colui che Gesù Cristo ci ha
rivelato
come Padre: proprio il suo Figlio, in se stesso, ce l'ha manifestato e fatto
conoscere. Memorabile, al riguardo, è il momento in cui Filippo, uno dei dodici
Apostoli, rivolgendosi a Cristo disse: «Signore, mostraci il Padre e ci basta»;
e Gesù così gli rispose: «Da tanto tempo sono con voi, e tu non mi hai
conosciuto...? Chi ha visto me, ha visto il Padre». Queste parole furono
pronunciate durante il discorso di addio, al termine della Cena pasquale, a cui
seguirono gli eventi di quei santi giorni, durante i quali doveva una volta per
sempre trovar conferma il fatto che «Dio, ricco di misericordia per il grande
amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti
rivivere con Cristo».
Seguendo
la dottrina del Concilio Vaticano II e aderendo alle particolari necessità dei
tempi in cui viviamo, ho dedicato l'Enciclica Redemptor hominis alla verità
intorno all'uomo, che nella sua pienezza e profondità ci viene rivelata in
Cristo.
Un'esigenza
di non minore importanza, in questi tempi critici e non facili, mi spinge a
scoprire nello stesso Cristo ancora una volta il volto del Padre, che è «misericordioso
e Dio di ogni consolazione» (n. 1).
In
Cristo e mediante Cristo, diventa anche particolarmente visibile Dio nella sua
misericordia, cioè si mette in risalto quell'attributo della divinità, che già
l'Antico Testamento valendosi di diversi concetti e termini, ha definito «misericordia».
Cristo conferisce a tutta la tradizione vetero - testamentaria della
misericordia divina un significato definitivo. Non soltanto parla di essa e la
spiega con l'uso di similitudini e di parabole, ma soprattutto egli stesso la
incarna e la personifica. Egli stesso è, in un certo senso, la misericordia.
Per chi la vede
in
lui - e in lui la trova - Dio diventa particolarmente «visibile» quale Padre
«ricco di misericordia».
Rivelato
da lui, infatti, il mistero di Dio «Padre delle misericordie» diventa, nel
contesto delle odierne minacce contro l'uomo, quasi un singolare appello che
s'indirizza alla Chiesa.
Nella
presente Enciclica desidero accogliere questo appello; desidero attingere
all'eterno ed insieme, per la sua semplicità e profondità, incomparabile
linguaggio della rivelazione e della fede per esprimere proprio con esso, ancora
una volta, dinanzi a Dio ed agli uomini le grandi preoccupazioni del nostro
tempo (1,2).
Gli eventi del Venerdì santo e, prima ancora, la preghiera nel Getsemani introducono in tutto il corso della rivelazione dell'amore e della misericordia, nella missione messianica di Cristo, un cambiamento fondamentale. Colui che «passò beneficando e risanando» e «curando ogni malattia e infermità» sembra ora egli stesso meritare la più grande misericordia e ríchúarnarsí alla rmserícordía, quando viene arrestato, oltraggiato, condannato, flagellato, coronato di spine, quando viene inchiodato alla croce e spira fra tormenti strazianti. È allora che merita particolarmente la misericordia dagli uomini che ha beneficato, e non la riceve. Perfino coloro che gli sono più vicini non sanno proteggerlo e strapparlo dalle mani degli oppressori. In questa tappa finale della missione messianica si adempiono in Cristo le parole dei profeti e soprattutto in Isaia, pronunciate riguardo al Servo di Jahvè: «Per le sue piaghe noi siamo stati guariti».
Il
Mistero pasquale è il vertice di questa rivelazione ed attuazione della
misericordia, che è capace di giustificare l'uomo, di ristabilire la giustizia
nel senso di quell'ordine salvifico, che Dio dal principio aveva voluto
nell'uomo e, mediante l'uomo, nel mondo. Cristo sofferente parla in modo
particolare all'uomo, e non soltanto al credente. Anche l'uomo non credente
saprà scoprire in lui l'eloquenza della solidarietà con la sorte umana, come
pure l'armoniosa pienezza di una disinteressata dedizione alla causa dell'uomo,
alla verità e all'amore.
Nel
Figlio crocifisso significa «vedere il Padre», significa credere che l'amore
è presente nel mondo e che questo amore è più potente di ogni genere di male,
in cui l'uomo, l'umanità, il mondo sono coinvolti. Credere in tale amore
significa credere nella rníserícordía. Questa, infatti, è la dimensione
indispensabile dell'amore, è come il suo secondo nome e, al tempo stesso, è
il modo specifico della sua rivelazione ed attuazione nei confronti della realtà
del male che è nel mondo, che tocca e assedia l'uomo, che si insinua anche nel
suo cuore e può farlo «perire nella Geenna» (V, 7).
Questo
far giustizia della morte avviene a prezzo della morte di colui che era senza
peccato e che unico poteva - mediante la propria morte - infliggere morte alla
morte. In tal modo la croce di Crísto, sulla quale il Figlio, consostanziale al
Padre, rende piena gíustizía a Dio, è anche una rivelazione radicale della
misericordia, ossia dell'amore che va contro a ciò che costituisce la radice
stessa del male nella storia dell'uomo: contro il peccato e la morte.
La
croce è il più profondo chinarsi della Divinità sull'uomo e su ciò che
l'uomo - specialmente nei momenti difficili e dolorosi - chiama il suo infelice
destino. La croce è come un tocco dell'eterno amore sulle ferite più dolorose
dell'esistenza terrena dell'uomo, è il compimento sino alla fine del programma
messianico.
Il
fatto che Cristo «è risuscitato il terzo giorno» costituisce il segno finale
della missione messianica, segno che corona l'intera rivelazione dell'amore
misericordioso nel mondo soggetto al male. Ciò costituisce al tempo stesso il
segno, che preannuncia «un nuovo cielo e una nuova terra», quando Dio «tergerà
ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento,
né affanno, perché le cose di prima sono passate».
Nel
compimento escatologico la misericordia si rivelerà come amore, mentre nella
temporaneità, nella storia umana, che è insieme storia di peccato e di morte,
l'amore deve rivelarsi soprattutto come misericordia ed anche attuarsi come
tale. II programma messianico di Cristo - programma di misericordia - diviene
il programma del suo popolo, il programma della Chiesa. Al centro di questo sta
sempre la croce, poiché in essa la rivelazione dell'amore misericordioso
raggiunge il suo culmine.
Nella
sua risurrezione Cristo ha rívelato íl Dío dell'amore míserícordíóso,
proprio perché ha accettato la croce come vía alla risurrezione. Ed è per
questo che - quando ricordiamo la croce di Cristo, la sua passione e morte - la
nostra fede e la nostra speranza s'incentrano sul Risorto: su quel Cristo, che
«la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato... si fermò in mezzo
a loro» nel Cenacolo, «dove si trovavano i discepoli..., alitò su di loro e
disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi
e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». (Vedi icona di Gesù
Misericordioso, ndr.).
Ecco
il Figlio di Dio, che nella sua risurrezione ha sperimentato in modo radicale
su di sé la misericordia, cioè l'amore del Padre che è píù potente della
morte. Ed è anche lo stesso Cristo, Figlio di Dio, che al termine - e, in certo
senso, già oltre il termine - della sua missione messianica, rivela se stesso
come fonte inesauribile della misericordia, del medesimo amore che, nella
prospettiva ulteriore della storia della salvezza nella Chiesa, deve
perennemente confermarsi più potente del peccato. Il Cristo pasquale è
l'incarnazione definitiva della misericordia, il suo segno vivente: storico -
salvifico ed insieme escatologico. Nel medesimo spirito, la liturgia del tempo
pasquale pone sulle nostre labbra le parole del Salmo: «Canterò ín eterno
le misericordie del Signore» (V, 8).
Da
allora si susseguono sempre nuove generazioni di uomini nell'immensa famiglia
umana, in dimensioni sempre crescenti; si susseguono anche nuove generazioni
del Popolo di Dio, segnate dallo stigma della croce e della risurrezione, e «sigillate»
con il segno del Mistero pasquale di Cristo, rivelazione assoluta di quella
misericordia che Maria proclamò sulla soglia di casa della sua parente: «di
generazione in generazione la sua misericordia».
Maria
è anche colei che, in modo particolare ed eccezionale - come nessun altro -
ha sperimentato la misericordia e al tempo stesso, sempre in modo eccezionale,
ha reso possibile col sacrificio del cuore la propria partecipazione alla rivelazione
della misericordia divina. Tale sacrificio è strettamente legato alla croce del
Figlio, ai piedi della quale ella doveva trovarsi sul Calvario. Questo suo
sacrificio è una singolare partecipazione al rivelarsi della misericordia, cioè
alla fedeltà assoluta di Dio al proprio amore.
Maria,
quindi, è colei che conosce più a fondo il mistero della miserícordía
divina. Ne sa il prezzo, e sa quanto esso sia grande. In questo senso la
chiamiamo anche Madre della misericordia: Madonna della misericordia, o Madre
della divina misericordia; in ciascuno di questi titoli c'è un profondo
significato teologico, perché essi esprimono la particolare preparazione della
sua anima, di tutta la sua personalità, nel saper vedere, attraverso i
complessi avvenimenti di Israele prima, e di ogni uomo e dell'umanità intera
poi, quella misericordia di cui «di generazione in generazione» si diviene
partecipi secondo l'eterno disegno della SS. Trinità (V, 9).
In
relazione a tale immagine della nostra generazione, che non può suscitare una
profonda inquietudine, tornano in mente le parole, che, a motivo
dell'incarnazione del Figlio di Dio, risuonarono nel Magnificat di Maria e che
cantano la «misericordia... di generazione in generazione». Conservando
sempre nel cuore l'eloquenza di queste ispirate parole, ed applicandole alle
esperienze e alle sofferenze proprie della grande famiglia umana, occorre che la
Chiesa del nostro tempo prenda più profonda e particolare coscienza della
necessità di render testa= monianza alla misericordia di Dio in tutta la sua
missione, sulle orme della tradizione della antica e della nuova Alleanza e,
soprattutto, dello stesso Gesù Cristo e dei suoi Apostoli. La Chiesa deve
rendere testimonianza alla misericordia di Dio rivelata in Cristo nell'intera
sua missione di Messia, professandola in primo luogo come verità salvifica di
fede e necessaria ad una vita coerente con la fede, poi cercando di introdurla e
di incarnarla nella vita sia dei suoi fedeli sia, per quanto possibile, in
quella di tutti gli uomini di buona volontà. Infine, la Chiesa - professando la
misericordia e rimanendole sempre fedele - ha il diritto e il dovere di
richiamarsi alla misericordia di Dio, implorandola di fronte a tutti i fenomeni
del male fisico e morale, dinanzi a tutte le minacce che gravano sull'intero
orizzonte della vita dell'umanità contemporanea (VII).
La
Chiesa vive una vita autentica, quando professa e proclama la mlserlcordla -
il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore - e quando accosta gli
uomini alle fonti della misericordia del Salvatore, di cui essa è depositaria e
dispensatrice. Gran significato ha in questo ambito la costante meditazione
della parola di Dio e, soprattutto, la partecipazione cosciente e matura
all'Eucaristia e al sacramento della penitenza o riconciliazione.
Pertanto,
la Chiesa professa e proclama la conversione. La conversione a Dio consiste
sempre nello scoprire la sua miserícordia, cioè quell'amore che è paziente
e benigno a misura del Creatore e Padre: l'amore, a cui «Dio, Padre del Signore
nostro Gesù Cristo», è fedele fino alle estreme conseguenze nella storia
dell'alleanza con l'uomo: fino alla croce - alla morte e risurrezione del
Figlio. La conversione a Dio è sempre frutto del «ritrovamento» di questo
Padre, che è ricco di misericordia.
La
Chiesa contemporanea è profondamente consapevole che soltanto sulla base della
misericordia di Dio potrà dare attuazione ai compiti che scaturiscono dalla
dottrina del Concilio Vaticano II e, in primo luogo, al compito ecumenico che
tende ad unire quanti confessano Cristo. Avviando molteplici sforzi in tale
direzione, la Chiesa confessa con umiltà che solo quell'amore, che è più
potente della debolezza delle divisioni umane, può realizzare definitivamente
quella unità, che Cristo implorava dal Padre e che lo Spirito non cessa di
chiedere per noi «con gemiti inesprimibili» (VII, 13).
Conclusione
Il
Santo Padre termina con un appello e con una confessione personale (VIII, 15)
...
in nessun momento e in nessun periodo storico - specialmente in un'epoca così
critica come la nostra - la Chiesa può dimenticare la preghiera, che ègrído
alla mlserlcordla di Dio dinanzi alle molteplici forme di male che gravano
sull'umanità e la minacciano. Proprio questo è il fondamentale diritto -
dovere della Chiesa, in Cristo Gesù: è il diritto - dovere della Chiesa verso
Dio e verso gli uomini. Quanto più la coscienza umana, soccombendo alla
secolarizzazione, perde il senso del significato stesso della parola «misericordia»,
quanto più, allontanandosi da Dio, si distanzia dal mistero della
misericordia, tanto più la Chiesa ha il diritto e il dovere di far appello al
Dio della misericordia «con forti grida». Queste «forti grida» debbono
essere proprie della Chiesa dei nostri tempi, rivolte a Dio per implorare la sua
misericordia, la cui certa manifestazione essa professa e proclama come avvenuta
in Gesù crocifisso e risorto, cioè nel Mistero pasquale. È questo mistero che
porta in sé la più completa rivelazione della misericordia, cioè di quell'amore
che è più potente della morte, più potente del peccato e di ogni male,
dell'amore che solleva l'uomo dalle abissali cadute e lo libera dalle più
grandi minacce.
E,
se taluno dei contemporanei non condivide la fede e la speranza che mi inducono,
quale servo di Cristo e ministro dei misteri di Dio, a implorare in questa ora
della storia la misericordia di Dio per l'umanità, egli cerchi almeno di comprendere
il motivo di questa premura. Essa è dettata dall'amore verso l'uomo, verso
tutto ciò che è umano e che, secondo l'intuizione di gran parte dei
contemporanei, è minacciato da un pericolo immenso. Il mistero di Cristo che,
svelandoci la grande vocazione dell'uomo, mi ha spinto a ribadire
nell'Enciclica Redemptor hominis la sua incomparabile dignità, mi obbliga, al
tempo stesso, a proclamare la misericordia quale amore misericordioso di Dio,
rivelato nello stesso mistero di Cristo. Esso mi obbliga anche a richiamarmi a
tale misericordia e ad implorarla in questa difficile, critica fase della
storia della Chiesa e del mondo, mentre ci avviamo al termine del secondo Millennio.
Nel
nome di Gesù Cristo crocifisso e risorto, nello spirito della sua missione
messianica, che continua nella storia dell'umanità, elevrirmo la nostra voce
e supplichiamo perché, in questa tappa della storia, si riveli ancora una volta
quell'amore che è nel Padre, e per opera del Figlio e dello Spirito Santo si
dimostri presente nel mondo contemporaneo, e più potente del male: più
potente del peccato e della morte. Supplichiamo per intercessione di Colei che
non cessa di proclamare «la misericordia di generazione in generazione», ed
anche di coloro per i quali si sono compiutamente realizzate le parole del
Discorso della montagna: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia».
Il
Santo Padre renderà pressante l'appello quando il 7 giugno 1997 andrà come
pellegrino a Lagiewniki presso il santuario della Divina Misericordia. Ecco il
testo del discorso di Giovanni Paolo II in Polonia:
12
DISCORSO
DI GIOVANNI PAOLO II IN POLONIA (1997)
La
Chiesa rilegge il Messaggio della Misericordia per portare con più efficacia
alla generazione di questo fine millennio e a quelle future la luce della
speranza. Senza mai cessare, essa chiede a Dio misericordia per tutti gli
uomini. «In nessun momento e in nessun periodo storico - specialmente in
un'epoca così critica come la nostra - la Chiesa può dimenticare la preghiera,
che è il grido alla misericordia di Dio dinanzi alle molteplici forme di male
che gravano sull'umanità e la minacciano... Quanto più la coscienza umana,
soccombendo alla secolarizzazione, perde il senso del significato stesso della
parola «misericordia», quanto più allontanandosi da Dio, si distanzia dal
mistero della misericordia, tanto più la Chiesa ha il diritto e il dovere di
far appello al Dio della misericordia «con forti grida» (Dives in míserícordía,
n. 15). Proprio per questo sul percorso del mio pellegrinaggio si è trovato
anche questo Santuario. Vengo qui per affidare tutte le preoccupazioni della
Chiesa e dell'umanità a Cristo misericordioso. Alla soglia del terzo millennio,
vengo, per affidargli ancora una volta il mio ministero Petrino - «Gesù,
confido in Te»!
Il
messaggio della Divina Misericordia mi è stato sempre vicino e caro. E come se
la storia lo avesse inscritto nella tragica esperienza della seconda guerra
mondiale. In quegli anni difficili esso fu un particolare sostegno e una
inesauribile fonte di speranza, non soltanto per gli abitanti di Cracovia, ma
per la nazione intera. Questa è stata anche la mia esperienza personale, che
ho portato con me sulla Sede di Pietro e che, in un certo senso, forma
l'immagine di questo pontificato. Rendo grazie alla Divina Provvidenza perché
mi è stato dato di contribuire personalmente al compimento della volontà di
Cristo, mediante l'istituzione della festa della Divina Misericordia. Qui,
presso le reliquie della beata Faustina Kowalska, ringrazio anche per il dono
della sua beatificazione. Prego incessantemente Dio perché abbia «misericordia
di noi e del mondo intero» (Coroncína).
13
LE
FORME DEL CULTO DELLA DIVINA MISERICORDIA
Sono
state definite dalla Chiesa stessa in questi cinque punti sostanziali. Essi
possono essere i cardini anche di una spiritualità della Divina Misericordia.
Deve
essere secondo il modello dato da Gesù stesso nella famosa apparizione del 22
febbraio del 1931 e deve suggerire le interpretazioni che da Lui sono state
offerte.
La
ricchezza teologica e didattica è di evidente impatto soprattutto la si
inquadri nel mistero della rivelazione divina e nel contesto anche pratico del
sacramento della Misericordia che è quello della Riconciliazione. Gesù è
appunto raffigurato nell'atto dell'istituzione.
Che
l'immagine, in senso più completo, sia definita «della Divina Misericordia»
fa capire tutte le dimensioni del mistero pasquale e il coinvolgimento di tutta
la Trinità Misericordiosa.
La
scritta sotto l'immagine è anche voluta in senso assoluto da Gesù per
esortarci alla risposta del cuore. Essa dice «Gesù, confido in Te» ed esprime
una totalità di corrispondente donazione che va dal mondo della preghiera e
quello dell'azione.
Consolanti
sono le promesse del Signore: «Attraverso questa immagine concederò molte
grazie alle anime, perciò ogni anima deve poter accedere ad essa» (Q 11, 227).
Gesù
manifestava fin dall'inizio il desiderio di questa «festa» da celebrarsi in
tutta la Chiesa nell'ottava di Pasqua e vi annetteva significati teologici che
oggi risultano sempre più evidenti quando si considera il legame stretto fra il
mistero pasquale e la manifestazione più alta della Misericordia di Dio. «Nessuna
anima troverà giustificazione finché non si rivolgerà con fiducia alla mia
misericordia ed i sacerdoti in quel giorno debbono parlare della mia grande e
insondabile misericordia» (Q 11, 227).
La
Coroncina della Dívina Míserícordia.
Fu
suggerita da Gesù a Vinlius fra il 13 e 14 settembre 1935. Si dimostra sempre
più uno strumento semplice (e così dev'essere nella prassi divina da sempre
collaudata) per ottenere cose grandi, nell'associazione al mistero eucaristico
in cui si offre all'Eterno Padre «il corpo, il sangue, l'anima e la divinità»
del dilettissimo Figlio per la salvezza del mondo.
L'opera
di misericordia che si realizza attraverso questa carità orante va a toccare il
peccatore da convertire, l'agonizzante che deve fare la decisione finale da
cui dipende l'eternità, e passa oltre la morte per uno scambio
intergenerazionale con le anime in purificazione nel cammino verso il finale
abbraccio del Padre. E evidentemente uno strumento che ci pone con Gesù unico
Mediatore nel ministero d'intercessione a favore di tutte le necessità dei
fratelli, soprattutto nei momenti di maggior trepidazione per le sorti
dell'umanità.
«Con
la recita della Coroncina avvicini a me il genere umano» (Q 11, 333).
L’ora
della Misericordia (Ora nona)
Nell'ottobre
del 1937 Gesù fece un invito a suor Faustina: «Ogni volta che senti l'orologio
battere le tre, ricordati di immergerti tutta nella mia misericordia, adorandola
ed esaltandola; invoca la sua onnipotenza per il mondo intero e specialmente
per i poveri peccatori, poiché fu in quell'ora che venne spalancata per ogni
anima... In quell'ora fu fatta grazia al mondo intero, la misericordia vinse la
giustizia» (Q V, 517). Oggi è diventata un appuntamento a livello mondiale.
Qui
si prevede un vero movimento d'anime che assimila e proclama il grande annuncio
e che si prodiga nelle opere di misericordia spirituale e corporale.
Dice
la Chiesa, interpretando questo mandato, che oggi c'è un movimento apostolico
per proclamare e implorare la Misericordia Divina per il mondo, che in maniera
trasversale abbraccia tutte le strutture della Chiesa dai sacerdoti, alle
congregazioni religiose e alle associazioni laicali.
Il
messaggio, come è codificato nel Diario - continua a dire la Chiesa - «avvicina
in modo straordinario il mistero della Misericordia Divina e affascina non
soltanto la gente comune ma anche i ricercatori che scoprono in esso una fonte
supplementare per le loro ricerche teologiche» (Dal libretto del giorno della
canonizzazione).
14
IL
CUORE TRAFITTO DI GESÙ COME LUOGO DI CONOSCENZA
za giovannea, la continuerà a proporre come segno di conoscenza e di effusione di amore: prima agli apostoli chiusi nel cenacolo (Gv 20, 19-23) e otto giorni dopo a Tommaso, con l'invito addirittura a «stendere e mettere la mano nel costato» per non essere incredulo ma credente (Gv 20, 26-28).
È
un'ora di convinzione, nel senso di con-vincere (vittoria con Cristo). Nella
prima lettera Giovanni affermerà decisamente: «E chi è che vince il mondo
se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Questi è colui che è venuto
con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con acqua soltanto, ma con l'acqua e il
sangue. Ed è lo Spirito che rende testimonianza, perché lo Spirito è la
verità» (Gv 5, 5-6).
Quell'ora
è un'ora dello Spirito e i grandi segni della testimonianza sono gli elementi
che escono dalla trafittura: sangue e acqua.
È
talmente importante la visione-conoscenza del Trafitto che lo stesso Giovanni,
nell'Apocalisse, lo vede come segno di convergenza dell'umanità nell'ultima
ora, quella del giudizio: «Ecco, viene sulle nubi e ognuno lo vedrà; anche
quelli che lo trafissero, e tutte le nazioni della terra si batteranno per lui
il petto» (Ap 1, 7).
Dall'ultimo
capitolo del Vangelo di Giovanni riusciamo a capire che la prima Chiesa accolse
sia il ruolo gerarchico di Pietro, sia il ruolo carismatico di Giovanni: sono
due ministeri che dovranno durare fino alla fine dei tempi. Qual è quello di
Giovanni? Così lo delinea il professor Lorenzo Zani nelle sue lezioni; «È
come se Gesù stesso dicesse: ha un ruolo fondamentale, restare nella Chiesa
come colui che poggia il capo sul petto del Signore, cioè come colui che
attinge alle profondità di Dio». Si parla di questa vocazione del discepolo
che attinge costantemente le profondità della rivelazione le approfondisce
restando, come dicono i padri orientali, «episthetios». Il ventisette
dicembre, festa di san Giovanni apostolo, la liturgia commenta: «Dal cuore
stesso di Cristo attinse l'acqua viva del Vangelo». E Origene diceva: «Il
Verbo è nel seno del Padre, Giovanni è nel seno del Verbo». E questa
vocazione di riposare nel seno del Verbo per capire il Padre deve restare nella
Chiesa «finché io ritorni».
La
più bella spiegazione è data da Giovanni Paolo II nell'omelia all'udienza
del 20 giugno 1979, mercoledì prima della solennità del Sacro Cuore,
intitolata significativamente «Impariamo a leggere il mistero del Cuore di
Cristo».
«Il
cuore non è soltanto un organo... il cuore è un simbolo. Parla di tutto l'uomo
interiore. Parla dell'interno spirituale dell'uomo. E la tradizione subito ha
riletto questo senso della descrizione giovannea. Del resto, in un certo senso,
l'evangelista stesso ha dato a ciò la spinta, quando, riferendosi all'attestazione
del testimone che era lui stesso, si è riferito, nel medesimo tempo, a questa
frase della Sacra Scrittura: «Volgeranno lo sguardo a Colui che hanno trafitto»
(Gv 19, 37; Zc 12, 10). Così, in realtà, guarda la Chiesa; così guarda
l'umanità. Ed ecco, nel trafitto dalla lancia del soldato tutte le generazioni
dei cristiani hanno imparato e imparano a leggere il mistero del cuore
dell'Uomo Crocifisso che era ed è il Figlio di Dio».
L'ora è preceduta dalle tre parole di Gesù in croce riportate da Giovanni: «Ecco tuo figlio - ecco tua madre» (Gv 19, 26-27: conoscenza di nuovi rapporti interpersonali ed ecclesiali); «Ho sete» (Gv 19, 28: esperienza sofferta di ogni sete umana nella conoscenza dello Spirito); «Tutto è compiuto» (Gv 19, 30: l'itinerario di rivelazione trova un compimento ed entriamo nel momento nuovo della massima esperienza della nuova alleanza).
Per
questo, chinato il capo, Gesù spirò (v. 30). Incomincia l'ora dello Spirito
vivificante.
Tutto
poteva essere concluso con quell'ultimo respiro e anche la dimostrazione che Dio
ci amava poteva essere esauriente. «Nessuno ha un amore più grande di
questo: dare la vita per i propri amici... Vi ho chiamati amici, perché tutto
ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi» (Gv 15, 13.15). Allora
in che cosa sta il segreto rivelato nell'episodio seguente della trasfissione
di cui Giovanni dà testimonianza fortissima? Se l'esperienza dei mistici può
costituire, come s'è detto, profezia stimolante o anche sapienza teologica, sia
permesso qui citare uno straordinario passo dai dialoghi di S. Caterina da
Siena. La mistica sposa si sentiva sicura dell'amore dello Sposo perché era
morto per lei; ma essa era presa da un interrogativo cui non sapeva rispondere:
perché quel cuore trafitto dopo la morte?
«Deh!,
o dolce e immacolato Agnello, tu eri morto quando ti fu aperto il costato; perché
mai volesti il tuo cuore percosso e spartito?».
Ecco
la risposta di Gesù. «Il mio desiderio verso il genere umano era infinito,
mentre le mie sofferenze e tormenti in vita erano finiti; e per la creatura, che
è finita in sé, non potevo mostrare tutto quell'amore con cui l'amavo, perché
il mio amore era infinito. Perciò volli che vedeste il segreto del cuore,
mostrandovelo aperto, affinché vedeste che vi amavo tanto di più di quello che
si poteva mostrare con la pena finita. Gettando sangue ed acqua, vi indicai il
santo Battesimo dell'acqua che ricevete in virtù del Sangue.... Sicché tu vedi
come sia continuo questo Battesimo, nel quale l'anima ha da battezzarsi fino
all'ultimo. In esso tu arrivi a conoscere che la mia sofferenza in croce fu
finita, ma il frutto della pena, che voi ricevete da me, è infinito».
Gesù
parla di una perfezione di conoscenza per quelli che, non solo arrivano ai piedi
della croce per vederlo morto, ma sono capaci di penetrare nel suo cuore aperto:
«Saliti fino ai piedi, giunsero coi piedi dell'affetto al costato dove
trovarono il segreto del cuore».
«Dove
conobbe l'anima questa dignità di vedersi unita e impastata nel Sangue
dell'Agnello, quando riceve il Battesimo in virtù del sangue? Nel costato in
cui conobbe il fuoco della divina carità».
«Battesimo
di acqua unito col sangue e col fuoco, in cui l'anima si impasta col mio sangue.
Per questo volli che dal costato uscisse sangue ed acqua».
Forse
che il Cantico dei cantici, che nell'AT indicava la via della conoscenza per
amore, in un mirabile intreccio sponsale, non evidenziava la stessa realtà?
Ecco la sposa che entra nella conoscenza finale: «Mettimi come sigillo sul tuo
cuore, come sigillo sul tuo braccio;
perché
forte come la morte è l'amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue
vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore.
Le
grandi acque non possono spegnere l'amore né i fiumi travolgerlo» (8, 6-7).
Battesimo
d'acqua, di sangue, di fuoco costituiscono un'unica passione che brucia da
sempre nel cuore di Gesù: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come
vorrei che fosse già acceso! C'è un battesimo che dcvo ricevere, --e-come sono
angosciato, finché non sia compiuto!» (Lc 12, 49-50). Giovanni è il testimone
del cuore ardente di Gesù nell'ultima cena, e lui ancora lo vede quasi
scoppiare d'amore sul Calvario. Saliamo con lui a contemplare il grande evento.
Dal mezzogiorno alle tre s'era fatto buio su tutta la terra. Ora finalmente la
luce ritorna a splendere gloriosa: «La luce
splende
nelle tenebre» (Gv 1, 5); «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non
cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12).
Il
colpo di lancia
(6v 19, 51-37)
Non
essendoci parallelo nei Sinottici, l'interpretazione del passo va fatta solo col
Vangelo di Giovanni. E nasce proprio anche nella mente del commentatore il
quesito che già S. Caterina si poneva: se tutto era compiuto, perché mai
questo racconto? Certo, non è un aneddoto da poco peso, ma deve entrare nella
grande cristologia giovannea che adesso interpreta i frutti veri che sono
generati su quell'albero della nuova conoscenza dal cuore obbediente del nuovo
Adamo.
Risulta ancora più evidente che F«ora» di Gesù non solo è giunta al momento in cui Lui l'ha accettata dal Padre e l'ha voluta testimoniare, ma è l'ora di una «signoria» vittoriosa che è sconvolgente. Oltre la morte la regia divina è ancora più evidente: i poveri soldati rappresentano il progetto dell'uomo che fino a quel punto si chiudeva sul condannato colla frattura delle gambe. Invece la trafittura del costato, solo per Gesù, è un'azione guidata dall'alto ed è paradossalmente un'azione di vita come Dio solo può fare. È talmente forte il «segno» che Giovanni fissa a questo punto la sua più alta testimonianza, anzi stabilisce qui l'inizio deciso della sua fede e la chiave di lettura del suo Vangelo.
Tutto
è in ordine al grande passo della fede che il discepolo opera e alla
trasmissione della stessa fede agli altri: «Affinché anche voi crediate».
Ma
che cosa, in sostanza, bisognava credere? Che Dio, di più non poteva donare e
donarsi.
In
fondo due sono i doni dal Padre goduti eternamente e gli stessi sono i doni che
vengono offerti a noi in questa donazione finale: il Figlio (sangue) e lo
Spirito (acqua). Vengono offerti da un unico cuore, che è quello del Padre, e
come in un'unica donazione d'amore. Lo possiamo capire anche dal verbo «uscì»
posto al singolare.
«Uscì
sangue ed acqua: che il verbo sia al singolare è normale, quando il soggetto è
un plurale neutro: hairna kai hydor.. o meglio, i due elementi sembrano
mescolarsi per non formarne più che uno solo...
Cristologia
e pneumatologia si fondono per dare solido fondamento all'ecclesiologia. Tutto
è per la vita della Chiesa. Giovanni svilupperà il tema del sangue e
dell'acqua nella prima lettera (5, 5-13) e lì il riferimento ecclesiologico sarà
più marcato, considerando ormai il contesto della prassi liturgico -
sacramentale. Il fatto che lì si accenna all'acqua prima che al sangue fa
capire che l'ingresso nella vita della Chiesa viene attraverso l'acqua del
battesimo mentre poi, l'alimento per la crescita, proviene dal sangue
dell'Eucaristia.
Il
richiamo alla trafittura in Ap 1, 7 fa pensare inoltre che lo sguardo verso il
Cristo dal costato aperto deve accompagnare i membri del popolo di Dio lungo
tutto il cammino escatologico.
Questo
è il titolo di un volume in cui sono raccolti studi di Ignace de la Potterie
allo scopo di fornire i fondamenti biblici della spiritualità del cuore di Gesù.
Ora
non si può più partire da un cuore come simbolo astratto a-temporale
fissistico, né da un cuore che esprima solo mortificazione o morte, bensì da
un cuore vivente e da una apertura che segna ormai tutta l'energia della
risurrezione.
Su
questa linea è anche H. Urs van Balthasar che decisamente fissa la sua
attenzione sul cuore aperto come su un simbolo biblico ricco di significato
teologico, per la comprensione della Verità. Già Pascal diceva che: «Il cuore
è il luogo naturale della verità», per cui «Se questo vale per ogni uomo,
non vale per nessuno quanto per Gesù Cristo», poiché lui solo ha potuto dire:
«Io sono la verità. Il Cuore di Gesù è dunque il luogo della verità: da
questo luogo, da questo centro, irradia sul mondo il mistero del Figlio di Dio».
Potremmo
dire che è come arrivare finalmente alla dimora del Padre, perché è entro
l'intimità del cuore che Cristo abita col Padre in totale amore e obbedienza.
Guglielmo
di Saint-Thierry diede una risposta ai cristiani di ogni tempo con queste
considerazioni che si riferiscono alla domanda che si trova in Gv 1, 38: «Domine,
ubi habitas?».
«O
Verità, rispondi, te ne prego. Maestro dove abiti? Vieni dice Egli, e vedi. Non
credi che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Grazie a te, Signore... il
tuo luogo, noi l'abbiamo trovato. Il tuo luogo è tuo Padre; e ancora il luogo
di tuo Padre sei tu. Per questo luogo, dunque, tu sei localizzato. Ma questa
localizzazione che è la tua... è l'unità del Padre e del Figlio, la
consustanzialità della Trinità».
Lungo
tutta la passione il Padre è all'opera e si manifesta nella carne e poi nel
cuore martoriato del Figlio. Non sbagliavano i Padri della Chiesa a puntare
sul cuore del Figlio come alla visibile manifestazione del cuore invisibile del
Padre.
Ogni
creatura umana vi deve trovare residenza per conoscere e vivere il suo amore.
Ogni persona deve capire che lì sul GOLGOTA, all'ora nona, si riconduce tutta
la storia umana al progetto originario, quale emana, ab aeterno, dal Cuore ardente
del Padre.
Il
Cardinale Martini ha sviluppato in maniera meravigliosa questo tema, dandogli
luce con questo titolo: La parabola del costato trafitto.
La
sua meditazione si inquadra entro la convinzione che Gesù stesso è segno,
parabola della tenerezza di Dio per l'uomo perduto, malato, debole, sofferente.
«Gradualmente
arriviamo a contemplare Gesù come parabola della misericordia del Padre: non
si limita a raccontare la parabola del Padre misericordioso, ma, la esprime in
tutta la sua vita, la simbolizza la rende concreta figurativamente» (pag. 142).
Ma
viene proprio l'ora, la famosa ora giovannea in cui tutta la parabola e le
similitudini troveranno la convergenza in una fondamentale, che è segno ormai
di «presenza» e di «trasparenza».
«Queste
cose vi ho dette in similitudini: ma verrà l'ora in cui non vi parlerò più in
similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre» (Gv 16, 25).
Il
culmine della parabola del Padre incarnata nella vita stessa di Gesù e che
diventa anche mistero del Padre rivelato in maniera sintetica e pregnante, è
proprio nel cuore trafitto di Gesù.
Dopo
aver ricordato il peso e la densità della testimonianza giovannea, Martini
dimostra che l'episodio serve di collegamento per tutto il Vangelo
incominciando da quel prologo che affermava pienezza di grazia e di verità.
«Dalla
sua pienezza, noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia, perché la legge fu
data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù
Cristo. Dio nessuno l'ha mai visto, proprio il Figlio unigenito che è nel seno
del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1, 16-18). Gesù dunque rivela il Padre. E
qui Giovanni incomincia a vedere e a capire la «gloria»: gloria ricevuta dal
Padre e ora donata ai figli.
«Anche
l'acqua e il sangue sono evidentemente una parabola, un enigma, un simbolo.
Anzitutto simbolo della vita e della morte: Giovanni contempla nella morte la
risurrezione. Probabilmente acqua e sangue sono quella dualità di grazia e
verità, richiamata nel prologo, e sono il simbolo della pienezza messianica:
grazia su grazia, grazia e verità sono detti, nei profeti, i doni messianici.
Il sangue è l'amore versato fino alla morte, l'amore grazioso, gratuito.
L'acqua è simbolo della verità luminosa, chiara. Acqua e sangue sono le
grazie che Dio riversa sull'uomo, passando dalla morte verso la vita. La trafittura
del costato ci rivela tutto ciò che Dio è per l'uomo, fino a qual punto lo ama
e come l'uomo è riempito di grazia a partire da questo amore, come l'uomo nella
contemplazione del Cristo scorge la gloria del Padre diventando una cosa sola
con lui» (pp. 146-147).
Lo
zelo per la casa di Dio ha divorato il cuore di Gesù. Passiamo dal Venerdì
Santo alla Domenica d'ora in poi chiamata «il giorno del Signore». Il trafitto
dell'ora nona del venerdì è lo stesso trafitto della sera del giorno di
Pasqua. Giovanni stesso dà molta importanza al costato aperto, da contemplarsi
e da toccarsi se non bastasse la vista dell'occhio, per una legge di continuità
del Mistero pasquale nella sua sostanza e nei suoi effetti.
Questo
avviene soprattutto per quella continua effusione dell'acqua dello Spirito,
frutto meritato dal terribile sacrificio cruento, dal sangue versato.
Si
allarga il campo della continua donazione dello Spirito: parte dal Venerdì, si
afferma nel giorno di Pasqua e culmina nella grande Pentecoste. È tutta una
grande Domenica, come oggi la riforma liturgica ci suggerisce, collegando anche
questi 50 giorni attorno al costato trafitto, se è vero che il Vangelo del
giorno della Pasqua è anche quello del giorno della Pentecoste. È quel
racconto di Giovanni 20 che ora ci apprestiamo a contemplare più che a
commentare.
Ci
aiuta Ignace de la Potterie col suo saggio sulla «Genesi della fede pasquale
secondo Giovanni 20».
Il
racconto è diviso in due parti, distanziate da una settimana, da domenica a
domenica, perché la domenica sarà la Pasqua di ogni settimana.
Al
centro sta sempre il Trafitto; la fede pasquale scaturita al momento della prima
trafittura, ora si sviluppa in pieno processo di maturazione e di
fruttificazione. Ci soffermeremo qui soprattutto sulla domenica di Tommaso che
per quanto riguarda il «credo» è più significativa. Accenniamo però
subito alla ricchezza dei frutti immediati che scaturiscono dal cuore del
Risorto e finiscono nel cuore dei discepoli in quel primo giorno. È il giorno
della nuova Genesi, è il giorno delle creature nuove. Come? Attraverso il
risanamento del loro cuore con la remissione della colpa che li condannava,
attraverso l'alito vivificante dello Spirito, attraverso il nuovo rapporto
profondo nella fede e attraverso il perfetto godimento dei frutti spirituali, la
pace, la gioia, l'amore.
«Gesù
risuscitato conferisce egli stesso ai suoi discepoli lo Spirito Santo per
suscitare in loro la fede pasquale».
In
rapporto a questa fede assume particolare rilievo l'episodio dell'apparizione
a Tommaso, episodio esclusivamente giovanneo. Ciò si riferisce non soltanto
alla forte
evidenziazione
del costato come sorgente di fede-conoscenza (l'invito addirittura a toccare) ma
anche alla fede nella «trasmissione». La beatitudine finale di chi crede
senza vedere non porta all'eliminazione della necessità del vedere-contemplare
e all'importanza del segno (magari per lasciare tutto alla fede privata, come
Bultmann cercò di affermare). Si arriva qui ad una sintesi perfetta del valore
del vedere-toccare del primo testimone e dell'accoglienza in fede da parte di
chi si fida di colui che ha visto e toccato. Fides ex auditu: accostare il
testi-
mone
ascoltarlo e crederlo, è prendere contatto con colui che egli ha visto, udito e
toccato. Chi ascolta voi ascolta me, direbbe Gesù.
Beati
gli occhi che vedono e beati coloro che credono alla testimonianza anche senza
vedere, sono due passi della Scrittura che si completano. In fondo anche oggi
l'uomo di Dio, l'uomo santo, l'uomo del contatto si considera come il testimone
più forte, non solo dell'esistenza di Dio ma della sua presenza nel nostro
tempo.
L'episodio
di Tommaso con il rimprovero di Gesù mette in evidenza ormai l'importanza della
tradizione e del mandato entro la Chiesa. Anche il segno sacramentale è da
concepirsi entro questa realtà.
«Ciò
che viene rimproverato a Tommaso non è di aver visto Gesù, perché Gesù
stesso ha voluto manifestarsi a lui. Il rimprovero cade sul fatto che Tommaso
ha rifiutato all'inizio di credere quando ha sentito l'annunzio dei discepoli.
Il rimprovero di Gesù non è legato dunque al fatto che lui «uno dei dodici»
fa la stessa esperienza degli altri, al contrario, questa esperienza l'ha
portato a fare la più bella confessione di fede di tutto il quarto Vangelo: «Mio
Signore e mio Dio» (20, 18). Gesù lascia invece intendere che egli avrebbe già
dovuto credere senza vederlo. La testimonianza di tutti gli altri del gruppo dei
dodici avrebbe dovuto bastargli».
A
coronamento delle riflessioni su Giovanni 20 è bello pensare che c'è un nesso
con la tradizione di Luca 24, 15-49 (Emmaus ed apparizione finale agli
apostoli). Il v. 22 di Giovanni sul dono dello Spirito, corrisponde al v. 45
di Luca, dove si dice che aprì agli apostoli lo Spirito dell'intelligenza delle
Scritture, cioè alla comprensione di fede del mistero di Cristo.
Come
ci ardeva il cuorel E dunque sempre una questione del cuore, dove arde lo
Spirito. Con questo grande segno si conclude praticamente il Vangelo di
Giovanni. Tutti i segni sono stati riferiti perché «progrediate nella fede di
Gesù, Messia e Figlio di Dio e perché, credendo in lui, abbiate la vita nel
suo nome» (Gv 20, 50).
Il
secondo volume del commentario di R. E. Brown si intitola «Il libro della
gloria». L'itinerario di gloria si snoda dal Cenacolo al Cenacolo: dal giovedì
alla domenica. Di mezzo il venerdì è punto di collegamento, come chiave di
lettura e di apertura dello stesso mistero di gloria.
Entriamo
nel giorno del Signore, Dies dominica, quello che per i cristiani diventa ormai
il primo giorno della settimana. Qualcuno lo considera evocando Isaia 52, 6: «Il
mio popolo conoscerà il mio nome, in quel giorno saprà che sono io che parlo».
«Non
sarebbe affatto improbabile - scrive Brown - che Giovanni considerasse questa
domenica il giorno escatologico in cui mediante il dono dello Spirito, Gesù
rende possibile la sua presenza duratura tra i suoi seguaci (vedi Gv 14, 20): In
quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me ed io in voi».
L'apparizione
a Tommaso avviene di domenica ed anche la grande visione di Patmos avviene nel
giorno del Signore (Ap 1, 10).
Barret
vede in Giovanni 20, 19-29 le tracce di una grande liturgia domenicale dei primi
tempi cristiani: «I discepoli si riuniscono nel giorno del Signore. La
benedizione è data: Pace a voi. Lo Spirito Santo scende sui fedeli e la parola
di assoluzione è pronunciata. Cristo in persona è presente (ciò può richiamare
l'Eucaristia e la Parola di Dio espressa), recando i segni della sua passione;
egli viene proclamato Signore e Dio».
Il
soffio creativo di Dio è presente in questo giorno di nuova Genesi, ma qui dopo
la storia della miseria umana si collega ad un ministero rinnovatore di
misericordia. C'è stato di mezzo il peccato con la sua condanna; ora l'alito
rigeneratore che parte dal profondo del Cuore di Gesù deve prima frantumare
la miseria con la potenza esclusivamente divina del perdono. Il perdono dei
peccati resterà l'inizio necessario di ogni novità entro il cristianesimo e
questo ministero viene ora affidato alla Chiesa, dopo che essa stessa è stata
risanata e rivivificata dalla riconciliazione nel sangue e nell'acqua.
Ora
la missione di salvezza può veramente passare ai discepoli: «Come il Padre
ha mandato me così io mando voi» (Gv 20, 21).
Questo
mandato abbraccia i contenuti forti di ogni evangelizzazione che sia «cristiana»:
perdono, liberazione, guarigione, battesimo nello Spirito.
L'episodio
dell'apparizione a Tommaso è intimamente collegato a quello della prima
apparizione, per condurre soprattutto ad una risposta di fede nel superamento
di ogni dubbio che possa vessare la comunità cristiana di fronte a tali eventi
divini e a tali poteri divini a lei consegnati.
Qui
Brown spinge ad un'interpretazione non da tutti condivisa ma che
fondamentalmente può darci dei punti validi: «Nessun altro racconto evangelico
di un'apparizione dopo la risurrezione presta tanta attenzione all'atteggiamento
di una persona nei riguardi di Gesù risorto, quanto la storia di Tommaso. Ciò
avviene perché Tommaso è diventato qui la personificazione di un atteggiamento».
È quello del dubbio apostolico che deve essere totalmente sfaldato perché la
Chiesa possa avviarsi sicura in un cammino di fede.
I
tre elementi nuovi sono il comando: «E non persistere nella tua incredulità,
ma diventa credente» (v. 27); la confessione di Tommaso: «Mio Signore e mio
Dio» (v. 28); il macarismo o beatitudine, relativo a «coloro che non hanno
visto, eppure hanno creduto» (v. 29). Tutti e tre riflettono temi teologici
tipici di Giovanni e non hanno paralleli negli altri racconti evangelici di
apparizioni dopo la risurrezione.
Al
centro dell'esperienza, continuiamo a notare, stanno i segni della passione, le
ferite soprattutto il segno del costato aperto. Sono in un corpo glorioso che
passa attraverso le porte
chiuse
ma che conserva la tangibilità. È lo stesso Cristo che continua, del quale il
testimone può dire: ho visto, ho udito, ho toccato (1Gv 1).
Le
ferite pongono continuità tra la crocifissione e la risurrezione. Non bisogna
mai dimenticare il grande prezzo pagato. Così ricorda anche S. Pietro: «Non a
prezzo di cose corruttibili... ma con il sangue prezioso di Cristo come di
Agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1, 18-19).
«Il
Gesù risorto che sta ritto davanti ai suoi discepoli è il Gesù che morì
sulla croce: e adesso essi stanno per ricevere i frutti del suo innalzamento.
Questa interpretazione spiegherebbe la gioia con la quale i discepoli
accolgono la sua proposta di mostrare loro le mani ed il costato».
I
frutti dello Spirito Santo sono evidenti: pace, amore, gioia con tutto
l'appagamento del cuore umano finalmente ottenuto. Sempre di cuore si tratta
nella soluzione dei più profondi problemi dell'esistenza umana. Sant'Agostino
ci è maestro in questo campo, e come attinge da Giovanni!
«Vi
lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la da il mondo, io la do a voi. Non
sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore» (Gv 14, 27).
Dal
ristabilimento dell'ecologia del cuore rinasce la possibilità di pace per
l'umanità. A questo punto l'uomo nella pace perfetta del Signore può diventare
uno strumento di riconciliazione e di pace per il mondo. C'è una forza nuova
che viene dallo Spirito Santo. «Passando ad una trattazione diretta del v.22 e
dell'effusione dello Spirito riconosciamo che, per Giovanni, questo è il
punto culminante dell'opera di Gesù dopo la sua risurrezione...
Forse
perfino il riferimento al costato di Gesù al v.20. in modo secondario, voleva
far ricordare al lettore il fiotto di sangue ed acqua che era scaturito da quel
costato che simboleggiava lo Spirito».
«Il
simbolismo primario del dono dello Spirito riguarda la nuova creazione, una
creazione che spazza via il male, perché lo Spirito Santo consacra gli uomini e
dà loro il potere di rendere, a loro volta, santi gli altri».
Così
davanti al Trafitto-Risorto ritorniamo ancora al centro della novità cristiana
che la Chiesa dovrà sempre trasmettere per rinnovare il mondo.
Di
qui si può capire anche il prezioso aiuto visivo offerto da Gesù all'umanità
attraverso Suor Faustina Kowalska, con l'icona del Gesù Risorto
Misericordioso.
«Quando
avrete innalzato il Figlio dell'uomo, allora saprete che lo sono» (Gv 8, 28)
Ma
dove si arriva ai contenuti profondi di quel Nome, dove si afferra
quell'attributo più alto, quel qualcosa che precisa «Io Sono» in senso
definitivo? Gesù preparò il terreno a questa maniere aggiungendo: o sono la
porta, il buon pastore, il pane di vita, la luce, la via, la verità, la vita,
ecc... è un continuo cammino di penetrazione fino al nucleo fontale che avrà
sede proprio nel cuore stesso del Verbo. È di qui che Giovanni saprà trarre la
definizione più alta: Dio è Amore, Dio è Misericordia. Oggi non possiamo più
domandare un'ulteriore precisazione a seguito di un problematico lo Sono, perché
è il Padre stesso che nel roveto ardente del Figlio ha risposto una volta per
sempre: Io sono Misericordia.
Siamo
arrivati al titolo massimo, quello che anche S. Tommaso definiva il più alto
attributo di Dio, quello che non solo lo definisce concettualmente ma lo vede «economicamente»,
in dinamiche concrete di storia della salvezza. Questa misericordia di Dio viene
proposta dalla Scrittura e poi necessariamente anche dalla Chiesa come
l'oggetto vero di ogni lode e di ogni celebrazione: «Celebrate il Signore perché
è buono, perché eterna è la sua misericordia».
Cosa
si legge nel termine misericordia? Miseria più cuore. La miseria è
evidentemente costituita dalla condizione dell'uomo decaduto; il cuore è
quello pieno di amore del nostro Dio che si è assunto il peso enorme di questa
miseria fino a farsi spezzare. Non per restare schiacciato dalla miseria umana
ma per vincere in sé e togliere le radici di quella miseria e per seminare la
ricchezza della grazia divina.
Si
può dire che Dio si è autodefinito e autocomunicato su una lunga strada
teofanica di pazienza, che non ha travolto subito l'uomo con portenti esteriori
(anzi alle volte questi lasciano anche oggi l'uomo indifferente), ma ha cercato
di convincere attraverso fatti d'amore e frutti concreti.
Dio
ha applicato a sé quello che Gesù dirà ai suoi discepoli cioè che dal frutto
si riconoscerà l'albero, che dai frutti si riconosceranno le persone.
Se
Dio ci avesse fulminati dal cielo con la verità che lui è amore misericordioso
avremmo potuto credergli, ma restava nel fondo l'amaro di una situazione che
poteva ancora creare il dubbio « È vero Signore, sei misericordia, ma in
questa valle di miseria stiamo noi. È vero anche che la colpa è tutta nostra e
che ce lo meritiamo, ma alla fine tu resti troppo distante da noi». Può essere
anche questo il senso di qualche salmo lamentatorio.
Ecco
allora che la risposta di Dio non avvenne più a parole ma a fatti concreti. Il
suo itinerario di avvicinamento, il suo amore che si china e si immischia nella
storia miserabile dell'uomo sfocia in questo Verbo incarnato che finisce col
morirvi dentro silenziosamente. È teofania che deriva dalla pazienza di Dio
anzi dalla sua compassione, cioè dal suo patire con noi e per noi. Ne nasce una
legge di vita: è sempre la via del dolore quella che dimostra l'amore.
Per
questo nella prima lettera di Giovanni al capitolo quarto (nella Bibbia di
Gerusalemme - C.E.I. s'intitola: alla fonte della carità) troviamo la più alta
definizione di Dio, che è Amore Misericordioso cioè amore manifestato nel
sacrificio come si legge subito sotto: «In questo sta l'amore... ha mandato il
suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4, 10).
«L'amore
è il fiore, la misericordia è il frutto», leggiamo nel diario di Suor
Faustina Kowalska.
L'amore
è fin da principio, è eterno e origine di ogni azione amorosa, ma per la
nostra storia, se non si dimostra nel sacrificio resta una parola non
convincente o una chiacchiera: sono i fatti e il sacrificio della nostra vita
che dimostrano l'amore, quando l'amore si carica della miseria dell'amato,
quando l'amore si fa solidarietà fino alla morte, quando è amore verso il non
amabile, verso quello che non corrisponde all'amore.
Questo
è l'amore misericordioso di Dio. «Quando eravamo peccatori, e perché avevamo
peccato, Dio ci ha amato» (Rm 5). Cerchiamo di sviluppare l'immagine sopra
indicata a capire la misericordia di Dio. A primavera contempliamo i fiori
sulla pianta e ci viene da esclamare: «Che bello! » Tutto suggerisce amore
nella bellezza del fiore, ma è un amore che rimane a livello estetico ed
emotivo. Il fiore scompare presto, mentre il germe, su quell'albero che lo
porta, passa attraverso il calore dell'estate e le sfide del maltempo in un
nascosto lavorio ed in un profondo travaglio. E noi, arrivato l'autunno ci
accostiamo all'albero e troviamo adesso il frutto davanti al quale esclamiamo:
«Che buono! » E dall'albero giunge l'invito: «Prendi e mangia». Il fiore
allietava la vista e muoveva i sentimenti; il frutto non solo rallegra la vista,
ma ti nutre e ti fa vivere.
Così
è, fuori della parabola, la realtà dell'amore di Dio che diventa misericordia:
in Cristo il fiore dell'amore è diventato frutto, attraverso il crogiuolo del
soffrire. È avvenuto su quell'albero che si chiama croce.
L'ora
della conoscenza della misericordia attraverso l'albero della croce è ancora
più bella di quella conoscenza del primo amore nel Paradiso terrestre. «Felice
colpa», si può cantare, che ci fece vedere e gustare un amore più grande.
E
allora citiamo ancora per esteso Giovanni: «In questo si è manifestato l'amore
di Dio per noi: Dio ha mandato il suo Unigenito Figlio nel mondo, perché noi
avessimo la vita per Lui. In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare
Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di
espiazione per i nostri peccati» (1Gv 4, 9-10).
Entriamo
negli aspetti ecclesiologici derivanti da quest'unica sorgente teologica. La
dimensione di Cristo-Sposo oggi viene molto sentita, come pure la realtà
dell'amore sponsale a nutrimento della spiritualità, non solo dei cosiddetti
consacrati, ma di ogni cristiano. È attraverso il sangue e l'acqua dell'agnello
che tutti veniamo consacrati; «Padre... per loro io consacro me stesso, perché
siano anch'essi consacrati nella verità» (Gv 17,19).
La
nuova Pasqua significa quella nuova alleanza nuziale che era stata annunziata a
Cana (Gv 2, 4). Si parla anche qui di un terzo giorno. Il vino è versato dallo
sposo fedele per l'amore della sposa.
La
grande autorità del Concilio Vaticano II oggi ribadisce e conferma questo alto
significato biblico: «La Chiesa viene pure descritta come la sposa immacolata
dell'Agnello immolato che Cristo ha amata e per essa ha dato se stesso per
santificarla, sposa che ha unito a sé con patto indissolubile» (LG 5). «Cristo
ha amato la Chiesa come sposa sua e per essa ha dato se stesso per santificarla,
e la congiunse a sé come corpo suo, e l'ha ricolmata del dono dello Spirito
Santo, a gloria di Dio» (LG 39).
Noi
abbiamo già accennato al parallelo delle nozze di Cana con le nozze del
Calvario: dal primo segno nuziale all'ultimo, dall'inizio dell'«ora», alla
conclusione, dalla fede incipiente a quella conclusiva.
Le
nozze sono il compimento dell'alleanza del Sinai, il coronamento del sogno
d'amore di Dio con Israele. «Amerò Non-Amata e a Non-mio-popolo dirò: popolo
mio, ed egli mi dirà: Mio Dio» (Os 2, 25). Ecco perché è importante la
risposta della Chiesa attraverso Tommaso, dopo che lo sposo ha dimostrato fino
alla morte il suo amore: «Mio Signore, mio Dio».
Le
nozze di Cana segnano anche un passaggio nella storia d'amore delle due
alleanze: quella del Sinai, come il primo vino, sta passando perché era di
carattere transitorio; quella del Calvario ha ormai i caratteri dell'eternità.
L'episodio
di Cana come prefigurazione e l'episodio del Golgota come realizzazione
(soprattutto considerando i simboli del sangue e dell'acqua) costituiscono
fatti che servono all'interpretazione globale della Bibbia come storia della
salvezza, entro una lettura che si chiama «simbolica».
Ecclesia
nascitur
«Ex
corde scisso (Jesu) Ecclesia Christo iugata nascitur» (inno liturgico).
Il
matrimonio ha due finalità: reciproco amore e fecondità procreativa. Le nozze
dell'agnello segnano l'amore più profondo e indissolubile che si possa
pensare; l'apertura del suo
Cuore,
come grembo generativo, significa la procreazione più estesa che si possa
immaginare.
Isaia
concludeva il canto del servo sofferente e trafitto in questo modo: «Quando
offrirà se stesso in espiazione, vedrà una discendenza, vivrà a lungo, si
compirà per mezzo suo la volontà del Signore» (Is 53, 10).
Molti
Padri della chiesa mettono in relazione Giovanni 19, 34 con Genesi 2, 21 dove
Eva usciva dal costato di Adamo in dormizione, e vedono qui nascere dalla ben più
drammatica «dormitio» di Gesù-Nuovo Adamo, la Chiesa a lui sposa.
Su
questa interpretazione nata nel sec. IV si impegnò anche il Magistero della
Chiesa nel XV Concilio, quello di Vienne (1312). Contro gli errori di Pietro di
Giovanni Olivi, che rappresentava una corrente riformatoria, la quale
sosteneva che la vera Chiesa era nata soltanto nel medioevo con l'avvento degli
«spirituali», il Concilio affermò che Cristo aveva una ferita di lancia nel
costato, di modo che, con le onde di acqua e di sangue che fuoriuscivano, si
potesse formare una immacolata e verginale madre Chiesa, la sposa del Cristo,
proprio come dal costato del primo uomo, mentre questo dormiva, fu formata Eva,
quale compagna del matrimonio» (DB, 901).
Nei
tempi recenti il Magistero si è impegnato seriamente a sostenere questa nascita
della Chiesa dal cuore trafitto, anche per porre basi biblico-teologiche solide
alla devozione al cuore di Gesù. Pio XII nell'Enciclica «Haurietis aquas» (15
Maggio 1956), così si esprimeva: «Dal cuore ferito del Redentore è nata la
Chiesa, in quanto ministra del sangue della redenzione, e dal medesimo profluì
copiosa la grazia dei sacramenti, dalla quale attingono la vita celeste i figli
della Chiesa, come si legge nella Sacra liturgia: ex corde scisso ecclesia
Christo jugata nascitur... Qui
cordis fundis gratiam» (AAS 1956, 333).
Ma
senz'altro oggi ci sono i testi preziosi del Concilio Vaticano II. «Dal costato
del Cristo, assopito sulla croce, è scaturito il mirabile sacramento di tutta
la Chiesa» (SC 5).
«L'inizio
e la nascita della Chiesa sono significati dal sangue e dall'acqua che escono
dal fianco aperto di Gesù crocifisso» (LG 3).
Oggi
è forte il richiamo al mistero della Chiesa come realtà di famiglia-comunione
d'amore. Ed è il Mistero pasquale che illumina anche il mistero della Chiesa
sposa e madre.
«Omnes
unum sumus a latere Christi», predicava già S. Giovanni Crisostomo.
Una
citazione di Ireneo (+ 200), discepolo di Policarpo, ci può indicare come fin
dall'epoca sub-apostolica si vedeva la fondamentale importanza di questo momento
di nascita e di fecondità della Chiesa, anche per quel compito di aprire il
proprio seno e di nutrire, che viene consegnato, alla Chiesa stessa. Come a
dire: Oggi chi vuole attingere al costato di Gesù non può farlo senza
attingere al seno della Chiesa: «Dov'é la Chiesa, ivi è anche lo Spirito di
Dio; e dov'è lo Spirito di Dio ivi è la Chiesa e tutta la sua grazia. E lo
Spirito è la verità. Perciò quelli che non partecipano allo Spirito non
attingono alle mammelle della loro Madre il nutrimento di vita né ricevono la
sorgente purissima che scorre dal Corpo di Cristo, ma si scavano cisterne
screpolate (Ger 2, 13) negli anfratti della terra, e bevono l'acqua infetta del
pantano»
«Nel
giorno del Signore» Giovarmi viene rapito in estasi e comincia a conoscere e
gustare le ultime cose. Di nuovo il Trafitto attira la sua attenzione: «Ecco
viene sulle nubi e ognuno lo vedrà: anche quelli che lo trafissero
e
tutte le nazioni della terra si batteranno per lui il petto. Sì Amen» (Ap 1,
7).
Siamo
in un contesto altamente liturgico, dove la liturgia domenicale della prima
chiesa s'innesta in quella del Cielo. E questo Figlio dell'uomo appare come il
Sommo ed eterno Sacerdote.
Giovanni
20 ce lo aveva presentato alla sera di quel primo giorno come il
Sacerdote-Pastore che viene a raccogliere il suo gregge disperso («percuoti il
pastore e sia disperso il gregge»: Zc 13). Lo ricostituiva in unità e gli
consegnava poteri sacerdotali per la cooperazione al continuo ministero del
perdono. Sangue ed acqua misticamente fluivano ancora dal cuore di Cristo e
continuavano ad essere perdono (sangue) e dono (acqua), mentre ormai le vie
normali della grazia si consolidavano entro i santi segni del Battesimo,
dell'Eucaristia e della Riconciliazione. Il profeta Zaccaria aveva già toccato
al capitolo 11 il tema del pastore che verrà ripreso da Giovanni 10. Il profeta
annunziava il grande bisogno d'acqua per pascoli nuovi, la sorgente che
sarebbe scaturita in quel giorno: «Sarà un unico giorno, il Signore lo
conosce; non ci sarà né giorno né notte; verso sera risplenderà la luce. In
quel giorno acque vive sgorgheranno da Gerusalemme...
«Il
Signore sarà re di tutta la terra e ci sarà il Signore soltanto, e soltanto il
suo nome» (Zc 14, 7-9).
Zaccaria
parlava di una grande «festa delle Capanne» (v 18), dove «se qualche stirpe
della terra non andrà a Gerusalemme per adorare il re, il Signore degli
eserciti, su di essa non ci sarà pioggia» (v 17).
Ricordiamoci
che Gesù fece la solenne proclamazione dei fiumi d'acqua viva nell'ultimo
giorno della festa delle Capanne (Gv 7, 37-39).
Ora
ci troviamo nella celeste Gerusalemme dove tutto arriva a conclusione per
continuare nell'eternità: c'è lo splendore del Figlio dell'uomo Sommo ed
eterno Sacerdote, c'è l'Agnello immolato nel sangue, e datore generoso
dell'acqua, c'è il tempio in cui si raccoglie un regno di sacerdoti per Dio
Padre. Anche Daniele aveva visto questo Figlio dell'uomo con
abito
lungo fino ai piedi e cinto al petto con la fascia d'oro sacerdotale (Dn 7, 13).
Sempre questa grande tunica inconsutile che come testimonia Giovanni è rimasta
indivisa anche dopo la sua morte (Gv 19, 23-24).
Ezechiele
aveva denunciato il dramma delle pecore senza pastori, soggette alla dispersione
(cap. 34), aveva visto la potenza dell'alito dello Spirito che ridava la vita
ai morti (cap. 37) e aveva profetizzato il raduno da tutte le parti della terra,
la riconduzione al suolo delle origini, dove avviene la grande purificazione con
l'acqua pura, con il dono del cuore nuovo e dello Spirito nuovo (cap. 36). E
infine vide quella sorgente d'acqua che scendeva da sotto, il lato destro del
tempio, a provvedere guarigione e nutrimento per i popoli (cap. 46).
Sono
riferimenti che illuminano sia il momento della trafittura di Gesù che il
grande finale dell'Apocalisse che subito vedremo.
La
maestosa liturgia celeste celebra nella lode più alta la vittoria finale del
Trafitto, le sue continue nozze, la gioia dell'acqua viva per l'eternità: gli
amici dell'Agnello sono stati lavati nel suo sangue (Ap 7, 14) e l'Agnello che
sta in mezzo al trono è il loro pastore e li guida alle fonti dell'acqua della
vita (Ap 7, 17). La voce dell'immensa folla diventa simile a fragore di grandi
acque quando s'alza l'invito alla lode per le nozze dell'Agnello (Ap 19, 6-8).
Con
questa visione d'amore nuziale si conclude tutta la Sacra Scrittura. L'ultimo
capitolo ci porta davanti al trono di Dio e dell'Agnello immolato. Ci sono tutti
i frutti duraturi del suo sangue versato e dell'acqua scaturita dal sacrificio:
un fiume d'acqua viva come cristallo che porta a compimento tutto il processo di
guarigione delle nazioni. È un bagno immenso, infinito, eterno nello Spirito
Santo.
«Lo
Spirito e la Sposa dicono «Vieni». E chi ascolta ripete vieni. Chi ha sete
venga; chi vuole attinga gratuitamente l'acqua della vita» (Ap 22, 17).
Anche
noi siamo venuti al costato aperto di Gesù per bere acqua viva, per attingere
conoscenza di Dio, per credere e abbandonarci all'Amore.
Siamo
rimasti attorno ad un unico centro, pur con una molteplice lettura. Abbiamo
capito che è come un centro d'irradiamento. Ha ragione Ignace de la Potterie a
considerare il momento della trafittura come il nucleo di tutto un complesso
letterario e teologico in cui confluiscono i grandi temi della soteriologia
giovannea, cioè di quello che più conta di fronte alle realtà salvifiche. È
stato anche definito il «punto soteriologico centrale».
Ci
siamo trovati dunque di fronte a un condensato espressivo di tutto il Vangelo,
una chiave di lettura in un compendio simbolico-sacramentale.
Per
noi significa un battesimo nella vera conoscenza di Dio e un bagno costante
nella Divina Misericordia.
15
ETERNA
È LA SUA MISERICORDIA: LA VERA STORIA INFINITA
L'ossessione
dell'uomo è in fondo la sua storia fragile e destinata alla fine. Dopo un
percorso breve, e per lo più tribolato, ecco la morte con la sua istantanea
dichiarazione di fallimento ad ogni progetto. Anche la scoperta del genoma non
risolverà questo problema.
Tale
situazione si chiama «miseria costitutiva dell'essere umano» e non c'è
ragione che la possa spiegare, e non c'è progettazione umana che ci possa
liberare da questa fontale schiavitù.
Il
pensiero ossessivo colpì un giorno anche il grande convertito di Damasco, S.
Paolo. Alzò il grido angosciato, ma nello stesso tempo ebbe la luce della
risposta attraverso la fede: «Sono uno sventurato! Chi mi libererà da questo
corpo votato alla morte? Siano rese grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo
nostro Signore» (Rm 7,24-25).
È
una convinzione che l'Apostolo portò con sé anche in quelle carcerazioni che
gli uomini diabolicamente forniscono proprio a coloro che hanno l'unica speranza
da portare, cioè il buon Vangelo della Divina Misericordia che passa nel tempo
e ti porta all'eternità:
«Ma
Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da
morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia
infatti siete stati salvati. Con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti
sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la
straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in
Cristo
Gesù.
Per questa grazia infatti siete salvi mediante la fede; e ciò non viene da voi,
ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene.
Siamo infatti opera sua» (Ef 2,4-10).
Da
questa affermazione biblica è partito Giovanni Paolo II per regalare al mondo
la sua Enciclica più importante intitolata appunto «Dives in Misericordia»
(Dio ricco di misericordia). È un invito a rileggere tutta la Sacra Scrittura
in termini di Misericordia e a rimeditare tutta la storia umana entro i binari
sicuri di un Dio che, avendoci creati per amore, non ci abbandona mai, anzi ci
sorprende in ogni epoca storica coi suoi interventi misericordiosi. Il culmine
di questo suo impegno è proprio la venuta del Verbo nella carne, evento storico
determinante di cui giustamente abbiamo celebrato con solennità i duemila
anni nel Giubileo.
Il
Papa ha definito Gesù come «l'incarnazione della Misericordia del Padre».
Dopo tale fatto, che ha visto il Dio-Amore immergersi nella nostra miseria
vivendola e soffrendola fino alla morte e al sepolcro, non è difficile per
l'uomo afferrare ed amare il Dio - Misericordia. Come tale Lui è lo stesso
ieri, oggi e sempre per una vita senza fine: appunto perché eterna è la sua
Misericordia.
Rileggere
la Scrittura sotto la chiave della Misericordia è rivelazione vera e
consolante; si apprezzeranno anche i grandi «segni» di questa storia che non
finisce mai: cuore trafitto, sangue ed acqua.
La
Bibbia dice tutto sull'Amore Misericordioso di Dio e sulle sue sorprendenti
manifestazioni nella storia. I contenuti essenziali sono là per sempre in quei
libri e non c'è nulla da aggiungere per la risposta di fede. Però è la stessa
Parola di Dio che, come viva ed efficace, continua ad aprirsi a nuove esperienze
storiche, specialmente nei momenti in cui i dati fondamentali diventano poco
stimolanti e la demoralizzazione s'affaccia opprimente.
Ecco
allora il «profetismo» che passa anche attraverso la gratuità imprevedibile
delle apparizioni, delle rivelazioni private e delle esperienze tormentate di
tanti mistici.
L
chiaro, ad esempio, che di fronte agli affanni e alle crisi epocali dei nostri
tempi, le apparizioni di Gesù Misericordioso a suor Faustina Kowalska,
costituiscono sempre più un fortissimo punto di riferimento. A questa storia
recente si riferisce senza riserve Papa Wojtyla, ma non perché è polacco, bensì
perché si tratta di un intervento provvidenziale del Signore stesso, accolto
entusiasticamente in brevissimo tempo da milioni di persone in tutto il mondo.
Vox
populi, vox Dei.
La
storia della Divina Misericordia ai nostri giorni, nelle forme derivanti da
espliciti comandi di Gesù, è talmente avvincente che ogni buon cristiano
dovrebbe conoscerla.
C'è
una porta d'ingresso «evangelica» per la comprensione e il godimento di
quest'ora della Misericordia: bisogna riferirsi a quella «infanzia spirituale»
per cui Gesù con esultanza alzò un inno di giubilo al Padre: «Io ti rendo
lode, Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai
dotti e ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, Padre, perché così a te
è piaciuto» (Lc 10, 21).
Un
cuore di «bambino evangelico» è stato il distintivo anche del Papa buono e
misericordioso che porta il nome di Giovanni XXIII e che nel Giubileo venne
beatificato. Egli non fu solo lo strumento del Signore per togliere dalla
condanna la causa di suor Faustina, ma ebbe un dono di veggenza profetica quando
agli inizi del pontificato sospingeva il popolo cristiano «sulla via della Bontà
e della Misericordia che salva, eleva e incoraggia».
E
poi più decisamente quando parlò agli assistenti della CIAC e della FUCI in
questi termini: «Amiamo pensare che la Provvidenza Divina stia elaborando uno
dei più grandi misteri della storia, che sarà il mistero della Misericordia
del Signore per tutti i popoli».
16
APPELLO
DI GESÙ MISERICORDIOSO
«Parla
al mondo della Mia Misericordia, del Mio amore. Le fiamme della Misericordia Mi
bruciano, desidero riversarle sulle anime degli uomini. Oh, che dolore Mi
procurano quando non vogliono accettarle!
Figlia
Mia, fa' quanto è in tuo potere per la diffusione del culto della Mia
Misericordia, lo completerò quello che ti manca. Dì all'umanità sofferente
che si stringa al Mio Cuore misericordioso e lo li [sic!] colmerò di pace.
Figlia
Mia, dì che sono l'amore e la Misericordia in persona. Quando un'anima si
avvicina a Me con fiducia, la riempio di una tale quantità di grazia, che essa
non può contenerla in sé e la irradia sulle altre anime.
Le
anime che diffondono il culto della Mia Misericordia, le proteggo per tutta la
vita, come una tenera madre protegge il suo bimbo ancora lattante e nell'ora
della morte non sarò per loro Giudice, ma Salvatore misericordioso. In
quell'ultima ora, l'anima non ha nulla in sua difesa, all'infuori della Mia
Misericordia. Felice l'anima che durante la vita si è immersa nella sorgente
della Misericordia, poiché la giustizia non la raggiungerà.
Scrivi:
tutto ciò che esiste è racchiuso nelle viscere della Mia Misericordia più
profondamente di un bimbo nel grembo materno. Quanto dolorosamente mi ferisce
la diffidenza verso la Mia bontà! I peccati di sfiducia sono quelli che mi
feriscono nella maniera più dolorosa» (Diaríó, p. 374).