I
NOVISSIMI
A CURA DI PADRE RAIMONDO SPIAZZI, TEOLOGO DOMENICANO AL SERVIZIO DI TRE PAPI. (NEL SUO RICORDO)
Nelle
«cose ultime» - i Novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso - si ha la
conclusione della vita dell'uomo nuovo, redento da Cristo, e, in definitiva,
la sua ragion d'essere. L'economia della salvezza che si attua e incarna nella
storia attraverso il Cristianesimo, ha senso e scopo in ordine all'eternità.
La nostra vita individuale vi si inserisce per trovarvi la via dell'eternità,
della salvezza. Per ognuno di noi il momento decisivo della salvezza e della
vita eterna è quello della morte. Tale è il senso della morte secondo la
nostra fede: in ordine alla vita eterna.
La
vita cristiana, che è una riproduzione in noi dei misteri della vita di Gesù,
attraverso la vita sacramentale e liturgica e attraverso la conformazione a
lui nella virtù, si svolge alla luce e nell'imitazione di Cristo tra due
termini: il Battesimo e la morte. Può sembrare strano l'avvicinamento di
questi due fatti: il Battesimo e la morte. Ma strano non è, come vedremo.
1.
Realtà fisica della morte
La
morte da un punto di vista fisíologico è la separazione dell'anima e del
corpo: strappo violento, che urta la natura umana, desiderosa della propria unità.
L'uomo perciò rifugge dalla morte. Essa gli fa paura, spesso egli ne ha orrore.
Anche il libertino trema quando la vede avvicinarsi. Anche certi «eroi», certi
spadaccini pieni di boria e di sussiego, quando viene l'ora, perdono tutta la
galloria. Con la morte non si scherza. Sarebbe stolto non tremare. La morte è
una cosa seria: la cosa più seria della vita, umanamente parlando. Una cosa a
cui vale la pena di pensare.
2.
Valore morale della morte
Da
un punto di vista morale e fisiologico la morte è un passo decisivo. È la
conclusione di tutta una vita. Allora cadono tutte le maschere. Non vi è
possibilità di produrre degli alibi. Tutto viene in chiaro. Liber
scriptus proferetur...
Su
quel culmine dell'esistenza umana verrà pronunciato un solenne giudizio:
a)
giudizio della coscienza, che adunerà tutto il raccolto di una vita, e ne
discernerà con chiarezza la qualità, ne giudicherà il valore, positivo o
negativo. Quaggiù la coscienza è spesso assonnata, o distratta, o travolta. Ma
in quell'ora ci sarà un perfetto raccoglimento. Per un istante l'anima non
sentirà che voci intime. Nemmeno i canti degli angeli o le urla dei demoni
prevarranno sulla sua interiore parola. L'anima giudicherà se stessa, in base
a quella legge morale che in essa si è sempre manifestata con norme precise e
indiscutibili, più forti dell'uomo. Nell'ora della morte formulerà finalmente
un esatto giudizio sull'osservanza di quelle norme...;
b)
ma in questo giudizio risuonerà pure la voce di Dio. Nell'ordine eterno che
abbraccia e regola la vita dell'uomo, vi è un verdetto infallibile che
riguarda ognuno di noi. Quale sarà? L'ora della morte sarà l'ora della grande
scoperta. Vedremo allora il nostro destino. Anche per questo c'è ragione di
prendere la morte come una cosa seria.
Non
c'è da illudersi; non si può passar sopra questo pensiero alla leggera.
Che cosa significherà per me, per te, per ognuno di noi, la voce di Dio
finalmente risuonante in modo chiaro, evidente, indiscutibile nella nostra
coscienza per dare il giudizio definitivo sulla nostra vita? E che cosa porterà
con sé quel giudizio? Che cosa pensa di noi Dio? Che cosa rivelerà il nostro
spirito nel primo incontro con lui?
In
realtà queste domande - che riguardano i «novissimi» - dovrebbero dominare
tutta la nostra vita. E la nostra vita non dovrebbe essere altro che
preparazione all'ultima ora.
Un
«apparecchio alla morte», come dice Sant'Alfonso de' Liguori.
3.
Concetto cristiano della morte
C'è
anche il punto di vista cristiano sulla morte. È una visione nuova, più
serena. Da quando Cristo è risorto, non è la morte, come tale, l'ultimo
termine del cammino umano; essa non è la fine della vita, ma il ponte della
vita. Se Cristo è risorto, il trionfo non è della morte, ma della vita..
Ubi
est, mors, victoria tua? Ubi est, mors, stimulus tuus?...
(1 Cor 15, 55).
Distrutto
il peccato è distrutta la radice della morte. Essa non può imperare
definitivamente sull'uomo. Essa anzi è diventata il valico della Vita vera, che
è quella eterna. La vita quaggiù è vera morte, dicevano i Santi medioevali. Media
vita in morte sumus... Quando San Tommaso partecipava al canto di questa
antifona nella Compieta quaresimale, si scioglieva in lacrime. Questa è la
vita della terra: permanenza nella morte, perché lontananza, incertezza,
rischio continuo, paura, vicissitudine, dolore. Quella che si suol chiamare
morte, in realtà è l'inizio della vera Vita. Essa è l'abbraccio con Dio, il
ritorno alla casa paterna, l'ingresso nel Regno celeste, il definitivo
compimento in noi dei misteri di Cristo.
Dal
Battesimo alla morte una sola linea lega e sorregge tutta la vita cristiana.
Il Battesimo è la rinascita dell'uomo in Cristo, la morte è un sonno in
Cristo e con Cristo: «obdormivit in Domino», si dice dei Santi.
Cristo
riproduce nella nostra morte il mistero della sua morte, che porta già in sé
la forza della Risurrezione. Il Battesimo è la nascita alla vita eterna nella
fase terrestre, nel tempo di prova; la morte lo è nella fase definitiva, quella
del cielo. La morte per il cristiano è come il Battesimo dell'eternità.
Il
Battesimo dà la «prima» grazia; la morte è la maturazione definitiva di
questa grazia, è anzi l'ora dell'ultima e più completa grazia, la perseveranza
finale.
Tutta la vita cristiana non è che una preparazione e una invocazione di quest'ultima grazia, la più importante e necessaria: la salvezza.
4.
Gesù rivelatore della morte
L'inizio
della predicazione di Cristo, dopo gli anni del nascondimento di Nazareth e le
tentazioni nel deserto, è commentato dall'evangelista San Matteo con queste
parole del profeta Isaia: «Il popolo che giaceva nelle tenebre ha visto una
gran luce, luce che è spuntata per coloro che giacevano nella regione e
nell'ombra della morte» (4, 16). È la chiara indicazione del capovolgimento
che si stava attuando nella storia con la venuta di Gesù, il quale si
presentava come la vera Vita per gli uomini e come il vincitore della morte.
La
vita divina, per cui Dio è la sorgente di tutto ciò che vive - «in lui
viviamo, ci muoviamo e siamo» (At 17, 28) - si è manifestata in Cristo, il
quale reca pertanto in sé la vita del Padre ed è per tutti gli uomini «la
via, la verità e la vita» (Gv 14, 6). Ma per essere partecipi di questa vita,
le creature umane devono conformarsi al divino Modello, devono seguirlo per il
cammino obbligato dei patimenti e della morte, per potere ricavare quella
pienezza di una genuina esistenza che condiziona la salvezza eterna. Considerata
sotto questa luce, la morte acquista il suo vero volto e aggiunge al suo aspetto
di fatto ineluttabile, doloroso e definitivo, che ad essa tutti attribuiscono,
un nuovo senso di sicurezza serena, di traguardo raggiunto al termine di una
fatica, il cui esito si risolve in vittoria. Deposte le proprie giornate nelle
mani di Dio, offerti a lui i sacrifici e i godimenti, l'anima cristiana gli si
presenta alla fine della vita terrena per restituire anche l'ultimo respiro in
una dedizione suprema. La morte cristiana diventa così un passaggio tranquillo
fra i due cicli di vita, quello terreno e quello celeste. Il grande rivelatore
della morte è stato Gesù Cristo, che ha recato agli uomini la certezza della
vita d'oltretomba, come pure ha portato ai giusti defunti, nel limbo, la grande
notizia della Redenzione.
5.
La morte nell'Antico Testamento
Tra
Vecchio e Nuovo Testamento c'è nei confronti dell'aldilà, e quindi della
morte, una notevole diversità.
Il
primo parla assai poco del nostro destino futuro, dell'esistenza ultraterrena,
delle pene e ricompense della vita futura. Lo Sheol di cui parla, è un luogo
amorfo, dove tutti si ritrovano in una presenza opaca e senza che si precisi il
rapporto di ogni anima con Dio, sebbene Dio sia presente anche là, secondo le
parole del Salmo 138: «Se io discendo nello Sheol, tu sei là» (138,8).
Di
qui anche il vago concetto del significato della morte, che il Genesi presenta
nel suo carattere di castigo per il peccato (Gen 2, 17) e il Libro della
Sapienza dice entrata nel mondo per invidia del diavolo (Sap 2, 24).
Nonostante la serenità della morte dei Patriarchi, che dopo aver superato le
prove della vita e compiuto la loro missione si ricongiungono nell'aldilà ai
loro padri, paghi che continui nel mondo la loro discendenza numerosa come le
stelle del cielo e la rena del mare, secondo le promesse divine, tuttavia
resta nell'Antico Testamento il senso predominante della morte come fatto
luttuoso, che fa paura, che è da fuggire: fatto a cui pochi altri sono
paragonabili e che solo è da preferirsi al peccato, al tradimento di Dio e,
specialmente per i Maccabei, del popolo e della legge (cfr. 1 Mac 1, 65; 3, 59;
2 Mac 7, 2; 8, 21; 14, 2 ecc.). Ma sulla morte non si proietta la luce chiara
dell'aldilà.
La
difficoltà maggiore che si opponeva a che i giudei comprendessero
rettamente il concetto della morte stava forse nella loro mentalità
messianica, alimentata anche dalla erronea interpretazione temporalistica
delle Scritture. Per questo motivo Gesù dovette insistere anche presso i suoi
discepoli perché s'innalzassero a una concezione più spirituale del suo
regno nell'aldilà. Ma non sempre essa traspare dal modo di vivere e di pensare
dei suoi seguaci. Uno dei discepoli di Emmaus manifesta a Gesù, dopo gli
avvenimenti di Gerusalemme, proprio quello che gli ebrei speravano da lui: «Noi
speravamo che egli fosse colui che doveva salvare Israele; invece, dopo tutto
questo (la crocifissione), eccoci al terzo giorno che tali cose sono avvenute»
(Lc 24, 21). E ancora poco prima dell'Ascensione, «coloro che si trovavano
presenti - si legge negli Atti (1, 6) - lo interrogavano dicendo: Signore,
ricostituirai in questo tempo il regno di Israele?».
Con
questa mentalità si capisce che la prospettiva suprema del giudaismo fosse
nella ricostituzione e nella continuità di una dominazione politico-religiosa
nell'aldiqua, e che meno aperta fosse l'intelligenza alla concezione della vita
eterna e quindi alla comprensione del valore della morte individuale. D'altra
parte Dio solo gradualmente e in proporzione alla capacità di recezione umana
rivelava la sua verità, comprendente anche il mistero della vita e della morte.
6.
La morte nel Nuovo Testamento
Nel
Nuovo Testamento l'insegnamento di Gesù Maestro è chiarissimo nel
contrapporre l'oggi passeggero al domani duraturo. «Beati voi che avete fame,
perché sarete saziati; beati voi che ora piangete, perché riderete» - dice
Gesù nel Discorso della Montagna (Lc 6, 21). E nella parabola del ricco e del
povero, riportata nel Vangelo di San Luca (16, 26), mette in bocca ad Abramo le
seguenti parole: «Inoltre fra noi e voi esiste un grande abisso, di modo che
colui che da qui volesse passare a voi non lo può fare, né dalla parte vostra
si può passare a noi». Analogo riferimento alla morte si ha nel paragone
tratto dall'opposizione fra il giorno e la notte: «È necessario che io compia
finché dura il giorno le opere di Colui che mi ha mandato, perché nessuno può
lavorare quando viene la notte» (Gv 9, 4).
Nel
Nuovo Testamento vi è il concetto della morte come conseguenza del peccato,
nello stato precedente della natura umana, mentre, sebbene essa fosse in sé
naturale all'uomo, nello stato di giustizia originale egli ne era stato
esentato. Il dono dell'immortalità fu perduto col peccato dei progenitori,
mentre la morte riprendeva il suo dominio.
«Voi
siete figli del diavolo – dice Gesù ai farisei suoi avversari (Gv 8, 44) - e
così volete soddisfare i desideri del vostro padre. Egli fu omicida fin da
principio e non perseverò nella verità». Ancora più esplicito
nell'attribuire la morte al peccato di Adamo è San Paolo nella Lettera ai
Romani (5, 12): «... mediante un solo uomo entrò nel mondo il peccato, e col
peccato la morte, e in tal modo la morte trapassò tutti gli uomini, perché
tutti peccarono...», «Il salario del peccato è la morte» (Rm 6, 22): la
morte che è eterna perdizione, ma anche la morte terrena che di quella è il
simbolo e allarme.
Tuttavia
per il cristiano c'è ormai una grande certezza: egli è stato affrancato dal
peccato e ha «per fine la vita eterna», che gli è data come un «dono di
Dio... in Cristo Gesù» (Rm 6, 22).
7.
Dalla morte alla vita
Ineluttabile
conseguenza del primo peccato, la morte diventa per il cristiano il cammino
che lo conduce alla pienezza della sua configurazione a Cristo, poiché, come
la morte di lui rappresenta il culmine del mistero della Redenzione, così la
morte del fedele costituisce il congiungimento definitivo e pieno col suo Capo e
quindi il momento in cui si realizza per lui la pienezza intramontabile della
vita di grazia, trasformata in gloria. Non dunque fine della vita, ma ponte
della vita, porta del cielo.
Nella
morte cristiana si attua per i fedeli, nella più vera e profonda realtà
personale, il mistero del sacrificio di Cristo, il quale capovolge i luoghi
comuni del linguaggio terreno e fa sì che la morte sia l'inizio della vera
vita. «Per me infatti - esclama San Paolo nella Lettera ai Filippesi (1, 21) -
la vita è Cristo, e morire è un guadagno». «Ignorate voi forse - egli chiede
(Rm 6, 3) - che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati
battezzati nella sua morte? Noi siamo stati dunque sepolti con lui mediante il
Battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è risuscitato dai morti
mediante la gloriosa potenza del Padre, così anche noi viviamo di una nuova
vita.
Se
è vero infatti che siamo stati vitalmente connessi con lui mediante una morte
che somiglia alla sua, saremo anche una stessa cosa con lui per quel che
concerne la risurrezione (ib. 4, 6).
Questa
è l'interpretazione mistica che San Paolo dà della morte, la quale, come fatto
fisico, quasi svanisce dall'orizzonte cristiano. Ciò che conta è la morte al
peccato, avvenuta nel Battesimo e continuata lungo tutta la vita cristiana. «Questo
ben sappiamo: che il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui
(Cristo)... Ora, se siamo morti con Cristo, noi crediamo che anche vivremo con
lui, poi ché sappiamo che Cristo, risuscitato com'è dai morti, non muore
più: la morte non impera più su lui. La morte della quale è morto, è, una
volta per sempre, morte che concerne il peccato; ma la vita di cui vive, è
vita che concerne Dio. Anche voi dunque consideratevi come morti per quanto
concerne il peccato, e come viventi per quanto concerne Dio, in Cristo Gesù» (Rm
6,6-11).
Questa
è la vita che veramente conta, e che vince la morte. Gesù la identificava con
se stesso, quando diceva: «Io sono la risurrezione e la vita; chiunque crede in
me, quand'anche fosse morto, vivrà; e chiunque vive e crede in me, non morrà
mai» (Gv 11, 25).
Ecce
sto ad ostium et pulso (Apoc.
3,20).
Libro
dell'Apocalisse, 3, 20-21:
Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la
porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò
sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il
Padre mio sul suo trono.
Salmo
1115,1,15-19:
Ho
creduto anche quando dicevo: «Sono troppo infelice». Preziosa agli occhi del
Signore è la morte dei suoi fedeli. Sì, io sono il tuo servo, Signore, io sono
tuo servo, figlio della tua ancella: hai spezzato le mie catene. A te offrirò
sacrifici di lode e invocherò il nome del Signore. Adempirò i miei voti al
Signore davanti a tutto il suo popolo, negli altri della casa del Signore, in
mezzo a te, Gerusalemme.
Salmo
121, 1-2:
Quale
gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore». E ora i nostri
piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!
Salmo
129,1-7:
Dal
profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi
orecchi attenti alla voce della mia preghiera. Se consideri le colpe, Signore,
Signore, ehi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono; perciò avremo il
tuo timore. lo spero nel Signore, l'anima mia spera nella sua parola. L'anima
mia attende il Signore più che le sentinelle l'aurora... perché presso il
Signore è la misericordia e grande presso di lui la redenzione.
Lettera
di San Paolo ai Romani, 8, 14-18:
Tutti
quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio...
Lo
Spirito attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio.
E
se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente
partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
Io
ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili
alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi.
«Ecco,
io sono alla porta e busso». Così l'Apocalisse fa dire al Verbo eterno fatto
carne, Cristo Gesù, Colui che è sempre alla porta del cuore, e bussa perché
vuole entrare.
Naturalmente
è dall'interno che bisogna aprirgli. È vero che anche questa apertura del
cuore è un dono di Dio. Ciò che noi facciamo per rispondere alla grazia di
Cristo è già grazia di Cristo. Veramente in questo senso, tutto è grazia,
come diceva il Curato di Bernanos. Tutto è grazia: anche la nostra corrispondenza
alla grazia. E tuttavia c'è un sì che va detto da parte nostra, c'è un certo
scatto interiore che non avviene senza di noi, come cause seconde, operanti
sotto l'azione della Causa prima, della grazia divina.
Senza
l'apertura e corrispondenza dall'interno, la porta del cuore non s'apre e Gesù
non entra nel cuore. Si racconta che l'autore del quadro, un tempo riprodotto
nelle immagini che davano a noi fanciulli, dove è dipinta la porta di una casa
col Signore che bussa, quando ebbe finito il suo lavoro, stava contemplandolo
insieme al figlioletto. E questi domandò al padre: - Papà, come vuoi che quel
signore apra la porta, se non c'è la maniglia? (E difatti nella vecchia
immaginetta ho controllato che effettivamente la porta è senza maniglia) E il
babbo rispose: - Vedi, quella è una porta che si apre soltanto dall'interno.
È
la porta del cuore: non c'è maniglia per aprirla dall'esterno. Il Signore del
resto, non è prepotente. Non vuole sfondare la porta. Chiede che gli apriamo
dal di dentro, cedendo liberamente e amorosamente al suo invito.
Momento
per momento della vita che passa, il Signore picchia alla porta e chiede di
entrare. Se a un certo momento l'anima gli apre, nel momento successivo Gesù
bussa con un altro colpo, dolcemente e fortemente: e se l'anima apre, realizza
un nuovo aumento di grazia. È la cosiddetta «grazia del momento presente»:
cioè la grazia, l'aiuto, il dono di vita, di luce soprannaturale, offerto
momento per momento all'anima, perché possa svolgere tutta la sua vita in un
crescendo continuo di vita divina. Questo sviluppo immanente alla vita
spirituale, come a quella fisica, importa di per sé un progresso continuo,
che significa la crescente realizzazione della presenza di Cristo in noi fino
alla pienezza. Perciò in ogni momento di grazia che si realizza, è già
immanente la tendenza alla pienezza finale che si avrà, come grazia, nel
momento della morte, e come gloria - in cui matura la grazia - nell'aldilà, in
Cielo.
Quando
Gesù dice: - Ecco, io sto alla porta e busso -, le sue parole riguardano le
richieste e le offerte di grazia che ci vengono fatte, momento per momento,
lungo tutta la vita, ma già includente l'ultimo colpo bussato alla nostra
porta, nell'ora della morte, quando si ha la realizzazione finale dello sviluppo
della grazia della terra e il passaggio alla pienezza della gloria in Cielo.
Gesù
bussa alla porta e viene momento per momento nei nostri giorni mortali, seguendo
il succedersi del tempo. Ma è già l'eternità che s'inoltra in noi. Noi
cristiani abbiamo, tra tutti gli uomini, il privilegio di sapere che l'eternità
la portiamo già in noi. Coloro che non hanno la grazia di Dio - ma è difficile
giudicare su questa partecipazione alla vita divina nella grazia, anche per
coloro che vivono fuori dei confini visibili del cristianesimo, dove c'è da
sperare, e forse da credere, che moltissimi, se non tutti, ricevano la grazia
del Signore o siano in preparazione di riceverla - sono persone che si direbbero
incluse nel tempo che passa in modo irrimediabile.
Nella
misura in cui si introduce nell'uomo la grazia del Signore, il tempo cessa di
essere la regola, la misura della sua vita, perché, almeno per
partecipazione, egli è già nell'eternità, che matura sempre più in lui
stesso, e misura la sua «vita nuova» (Rom 6, 4), che è una partecipazione
dell'eternità.
Dice
Gesù: «Chi crede in me ha la vita eterna» (Gv 3, 36): non soltanto avrà ma
ha la vita eterna. «Chi mangia la mia carne e beve del mio Sangue ha la vita
eterna» (Gv 6, 55). Un principio vitale eterno, cioè una partecipazione della
natura stessa di Dio, è già nei credenti, per la grazia; sicché la loro
umana vita continua a svolgersi, senza dubbio, secondo le leggi fisiche e
biologiche, con un crescendo iniziale e poi un decrescendo che porta alla
morte fisica; ma in loro la vita nuova, la vita eterna, si sviluppa secondo le
proprie leggi, che non coincidono con quelle della vita terrena.
Nel
passaggio all'aldilà, l'uomo si imbatte nell'infinita luce di Dio. Si può
immaginare un primo momento in cui non è ancora luce di gloria, ma di
giustizia: luce chiara sulla tragicità di uno stato di separazione da Dio,
che immediatamente si tramuta nell'orrenda tenebra infernale. Per l'anima è
cessato il tempo della prova.
È
caduto anche il corpo a cui era congiunta sulla terra, con la sensibilità che
importava, per cui era suscettibile di variazioni e mutamenti di passione, che
la portavano ora dal bene al male, ora dal male al bene. Ormai si fissa in un
atto di inimicizia e ribellione a Dio, che dura eternamente, e quindi
eternamente è separata da Dio, e soffre eternamente la pena immanente a
questa separazione, a questa sua colpa; che significa separazione dalla Verità,
per la quale è fatta la sua intelligenza, dal Bene, per il quale è fatta la
sua volontà, il suo cuore; dalla gioia, dalla vita, dalla pace, dalla santità
a cui anela tutto il suo essere.
L'inferno,
che, come pena cosiddetta «dei danno», ossia della perdita di Dio, era già
inizialmente nello stato di peccato e che nell'ultimo istante l'anima ha scelto
come suo stato, rifiutando l'amicizia di Dio, così si perpetua.
Ovviamente
quell'inferno interiore rappresenta e produce una stonatura nell'universo, a
cui tutte le creature reagiscono, quasi si direbbe per un movimento ontologico
di ripulsa, accanendosi contro quel fattore di disordine. E si ha la pena
cosiddetta «del senso», cioè l'assoggettamento penoso a una specie di
pressione schiacciante del creato, rappresentato tradizionalmente - e nello
stesso Vangelo - soprattutto da quei fenomeni dolorosi che si verificano nella
vita presente al contatto fisico col fuoco, il gelo, lo «stridore dei denti»,
il morso di una serpe ecc.: è come se il creato esercitasse una funzione
vendicativa contro una sua parte che vi ha introdotto disordine e quindi una
specie di sofferenza cosmica. Creatura vanitati subiecta est, non volens
(Rom 8, 20)... Pena del danno e pena del senso sono percepite interiormente,
come dolorosa autocoscienza, dall'anima definitivamente condannata, per propria
colpa, alla separazione da Dio.
Mentre
dal più profondo di sé, l'anima, per la legge della sua stessa natura, tende
a Dio e vorrebbe andare a lui, perché quella tendenza naturale non è
distrutta; il suo movimento psicologico, in quanto dipende dalla sua
consapevolezza e dalla sua volontà, è ormai contro Dio, ed essendo contro Dio
è contro tutto ciò che è di Dio, ossia contro il regno del bene, contro i
buoni, che odia, contro i cattivi che sono partecipi del suo stato di miseria e
di morte, e che pure odia, contro il creato che canta la gloria di Dio e contro
tutto ciò che, nel creato, nella vita terrena poté gustare e amare, compreso
tutto ciò che le è stato più caro come cose e come persone, anche padre,
madre, fratelli, sorelle, amici... Sembra inconcepibile umanamente parlando:
eppure è logico che, entrata in una condizione di odio, di rabbia, di cattiveria.
Del resto non manca nel mondo qualche pallida immagine, come dell'amore
celestiale, così dell'odio infernale. Certi uomini fanno spavento.
Questo
è sostanzialmente l'inferno che inizia nel tempo, nel peccato, e si perpetua
nell'eternità, come morte continua dell'anima, perché è la morte all'amore,
alla luce; tutto diventa tenebra e odio. In questa condizione l'anima si sente
come schiacciata dal suo limite. Ha preferito se stessa, limite, a Dio,
infinito; affondata nel suo limite, ne soffre per l'eternità.
Ripeto
per nostro ammonimento: in questo stato, che è la soluzione negativa
dell'enigma della morte, si trova inizialmente ognuno che si avvia passo per
passo verso quel passaggio supremo rifiutando la grazia e persistendo nel
peccato.
Se
invece il passaggio dal tempo all'eternità nell'ora misteriosa della morte, si
risolve positivamente in forza della grazie, la morte non è qualcosa di
pessimo, ma di meraviglioso: pretiosa in conspectu Domini mors Sanctorum
eius: «è preziosa al cospetto del Signore la morte dei suoi Santi» (Salmo
115, 15). Spesso lo è anche per il modo esterno in cui avviene, cioè in un
clima di pace, di dolcezza, di pietà, di preghiera. Coloro che sono vissuti
per anni e anni sulla terra nella ricerca e nel culto di Dio, nella disciplina
delle proprie passioni, nell'armonia interiore, nella carità fraterna, nel
servizio dei fratelli; specialmente quei religiosi che per decenni hanno avuto
consuetudine con le cose dell'altare e del Cielo, quante volte passano
nell'aldilà in quel clima di serenità, di fiducia, di santo abbandono, a volte
persino di gioia, al canto delle preghiere più belle della Chiesa, e magari
della Salve Regina, come avviene nel nostro Ordine per i confratelli che muoiono
in mezzo a noi. Anche questa ambientazione, si direbbe, del mistero della morte,
ha qualcosa di meraviglioso, di dolcissimo, quasi di attraente, che ci fa
invidiare certe morti sante.
Altre
volte si tratta di peccatori che per anni e decenni sono stati lontani dal
Signore, ma chissà per quale strana avventura della loro vita, forse non per
cattiveria ma per distrazione e per debolezza. Viene l'ora della morte ed essi
sanno far ritorno al Signore, o meglio credere alla sua grazia, alla sua
chiamata finale, con un bell'atto di pentimento: ed ecco il prodigio della
divina misericordia e dell'umana conversione: un atto solo può redimere tutto
il passato.
In
fondo, ciò che conta nella nostra vita è il valore di un atto, anche piccolissimo,
ma pieno d'amore prodotto dalla grazia. Ogni atto che compiamo porta con sé
tutto il paradiso o tutto l'inferno; il semplice battito di una palpebra può
significare eternità di beatitudine o eternità di tenebra e morte. Un atto
compiuto in fin di vita è tale che può riscattare tutta la vita, ed essere
veramente quell'apertura al Signore che bussa alla porta del cuore, che mette
l'anima nel possesso completo di Dio per il tempo e per l'eternità. A volte
si resta meravigliati dinanzi a certe morti di uomini che passavano per grandi
peccatori: è bastata, forse, la memoria della mamma, o una preghiera alla
Madonna (in questo momento ricordo certi casi), per aprire il loro cuore alla
grazia di Dio e rispondere col cuore all'ultima chiamata.
Sono
gli elementi esterni, qualche volta discernibili nel mistero della morte. Ma il
mistero della morte cristiana, della morte santa, nella sua profondità è
invisibile e inconoscibile, perché è un incontro tra la luce inaccessibile
di Dio e la tenebra impenetrabile, come diceva Lacordaire, di ogni anima. Per
fede, sappiamo però come si risolve quell'enigma. L'anima che è vissuta e
cresciuta nella grazia; che rispondendo di volta in volta al Signore che
bussava alla porta del cuore, ha ricevuto sempre più grazia; che seguendo la
legge dello sviluppo vitale della grazia è passata a una maturazione sempre più
perfetta della sua conformazione a Cristo: qualunque sia il momento nel quale ha
cominciato a rispondere così alla grazia, alla chiamata di Dio, ed è andata a
lavorare nella vigna, quando giunge l'estremo momento è come se pronunciasse
l'ultima sillaba di una formula sacramentale. Finché non c'è l'ultima
sillaba, o l'ultima parola, la formula non ha tutto il suo valore; ogni parola,
ogni sillaba concorre a dare contenuto e virtù operativa alla formula, e tuttavia
il valore determinante proviene dall'ultima parola, e, si direbbe, dall'ultima
sillaba. Così nella vita di grazia.
Come
nella transustanziazione del pane e del vino in Corpo e Sangue di Cristo
l'ultima parola della consacrazione dà la compiutezza all'operazione
eucaristica, così nell'ora della morte, l'ultimo momento di grazia, di quella
che si chiama la grazia della buona morte o della perseveranza finale, è come
l'ultima parola di una vita consacrata a Dio, che diventa così per sempre vita
eterna, consorzio con Dio nella gloria.
Se
si tratta di sacerdoti e di religiosi, che per la loro stessa professione,
in forza della virtù di religione praticata in pienezza hanno dato a tutta la
loro vita, a tutte le loro azioni in risposta alla grazia, un significato e
valore sacrificale, nell'ora della morte essi dicono e vivono come l'ultima
parola del loro sacrificio. Sono simili a Gesù Cristo disteso sulla croce,
o presente sotto le specie del pane e del vino, che offre in modo pieno e
definitivo il sacrificio della sua vita, e si abbandona al Padre: In manus
tuas commendo spiritum meum (Lc 23, 46; Salmo 30,6).
Ogni
sera, al canto della Compieta, noi anticipiamo quell'ultimo momento col canto
del Responsorio. Alla fine della vita, in una maniera definitiva e per tutta
l'eternità, sarà meraviglioso l'atto di consacrazione e di abbandono di noi
stessi nelle mani di Dio, in unione con Cristo sacerdote e ostia, che compie
il suo sacrificio sulla croce e lo rinnova sull'altare, anche per opera nostra,
perché siamo suoi ministri. Speriamo di renderci conto, in quel momento, del
nostro rapporto col sacrificio di Cristo offerto al Padre sulla Croce, e
rinnovato in tante Messe da noi celebrate, forse anche nel giorno stesso della
morte (Dio ce lo conceda!). Che conforto, che gioia, potergli dire in quel
momento: Redemisti me, Domine, Deus veritatis! Dirglielo con questo bel
latino di tanti anni, di tante Compiete della nostra vita, o anche con la
traduzione dall'originale: Mi affido alle tue mani: tu mi riscatti, Signore, Dio
fedele (Salmo 30, 6).
Ma
quell'estrema invocazione al Deus veritatis, come sarà significativa
per noi!
L'anima
che così ha compiuto definitivamente il percorso dei misteri dolorosi, col
sacrificio della propria vita, può passare nell'eternità come per una
definitiva maturazione di sé nella grazia e nell'amore di Dio, in Cristo.
Il
Cristo che è venuto in ogni momento della vita, è il Cristo che viene nell'ora
della morte: nunc et in hora mortis nostrae. Viene accompagnato da Maria,
mediatrice della grazia di Cristo. È come se bussasse per l'ultima volta alla
porta dei cuore per provocarne egli stesso l'apertura alla gloria del Cielo. E
l'anima si incontra con la luce infinita di Dio.
È una nuova chiarezza che invade e compenetra la coscienza. Come la coscienza del peccatore in questa vita era spesso distratta dalle vanità e illusioni di una felicità senza Dio, così l'anima del giusto sulla terra, in qualche momento di incertezza, di ansietà, forse di scrupolo, poteva non vedere bene se stessa; anzi diciamo che forse non è mai possibile vedere fino in fondo se c'è in noi la grazia, l'amicizia con Dio. Ma quando, passata nell'aldilà, l'anima che non aveva coscienza del peccato ma nemmeno la visione chiara della presenza di Dio e della sua grazia incomprensibile, entra in quella luce infinita, vede in se stessa fino in fondo: e scopre la propria armonia, la propria amicizia con Dio, e in quella scoperta si sente beata. In quella luce infinita finalmente vede il divino giudizio sulla propria vita, quale si riflette nell'intimità della coscienza. È un giudizio di benevolenza, di approvazione, di premio e non di condanna, sicché l'anima si sente subito beata, perché ormai ha la certezza di essere con Dio e di Dio. Subito vede Dio com'è in sé, nella sua essenza, e com'è in lei stessa, e si rende conto di essere ammessa alla conoscenza che Dio ha di sé nella generazione del Verbo, nell'aspirazione dell'Amore; si sente immersa nel seno della Trinità, che è il suo paradiso, quel regno di luce e di amore a cui ha aspirato per tutta la vita.
Cercava
la verità e ora la possiede; cercava il bene e ora lo gode; cercava la
felicità e ora è beata in eterno; cercava la pace e ora vive in una pace
imperturbabile. Essere nella luce, nella verità, nell'amore, nella gioia, nella
pace, è l'essenza del paradiso.
Essendo
in armonia con Dio, l'anima è in un rapporto d'amore con tutto il creato.
Ama
tutti coloro che vedete in Dio: la santa Umanità di Cristo, la Vergine Maria, i
Santi che ha amato e venerato in terra, coloro con i quali visse e si santificò
nel tempo e che ritrova in Cielo, coloro stessi che pur vivendo ancora sulla
terra, le sono uniti con i vincoli ineffabili della Comunione dei Santi. Questi
vincoli in terra sono misteriosi e non si possono vedere, ma in cielo, quando
finalmente si conosce Dio in sé e nel suo disegno di salvezza, sfolgorano nello
spirito umano tutte le realtà misteriose che rientrano in quel disegno: e si
vede come tutti si è uniti in Cristo, nella comunione dei Corpo mistico, come
comunità santa fondata nella carità.
E
l'anima che tutto questo scopre nella sua bellezza e profondità, gioisce
dell'amore che la lega a Dio e, in Dio, a tutti, a tutto.
Gode
della sua appartenenza piena e definitiva alla Chiesa come comunità d'amore,
nella quale, in Cielo, tutti gli spiriti si riconoscono uniti tra loro in Cristo
e, per Cristo, in Dio, viventi nella sua luce infinita, in un amore perfetto.
L'anima si sente paga nel suo desiderio di Dio e di tutti gli altri beni
derivanti da Dio, oggetto dei suoi legittimi desideri. Essa, che cercava la
pienezza di Dio come ragione della propria vita, bramava anche la gioia della
bellezza, dell'armonia, dell'ordine universale, e specialmente della
socialità umana. Tutti questi suoi umani desideri, legittimi e santi, in Cielo
sono soddisfatti ad abundantiam nell'infinito abbraccio della Trinità.
Ed è soprannaturalmente e naturalmente beata.
Se
un'anima, nell'incontrarsi con la luce infinita di Dio, vede di essere, sì,
fondamentalmente amica di Lui, e tuttavia ancora imperfetta nell'amore a causa
dei difetti che ha portato con sé fino alla morte, anche se non erano tali da
separarla da Dio, oppure per le pene temporali (cosiddette) del peccato che
non ha ancora scontato, perché non ha saputo accettare con tale abbondanza
d'amore la pena della vita e della morte, da essere purificata; se l'anima
scopre in sé ancora queste scorie, come un pulviscolo che le impedisce di
essere tutta compenetrata dalla luce di Dio, che cosa avviene?
Da
una parte l'anima si sente tutta attratta e protesa verso Dio, non soltanto per
una legge della sua natura spirituale, ma anche col movimento fondamentale della
sua volontà, del suo cuore, perché cerca Dio, come amica di Dio; dall'altra
però si riscopre ancora indegna di Dio, per la polvere terrena che ha ancora
addosso, per la macchia del peccato che non ha ancora del tutto cancellato, per
tante piccole deviazioni dal retto cammino a Dio, che hanno lasciato in lei una
specie di deformazione psicologica e spirituale, che le impedisce la perfetta
adesione a Dio. Allora, per quello stesso amore con cui cerca Dio, l'anima vuole
anche esserne provvisoriamente lontana, finché non sia del tutto pura, del
tutto degna di lui. E in questo contrasto, in questo crogiuolo intimo
dell'amore è la sua pena interiore, il suo «purgatorio» d'amore. Pena del «danno».
Vi
si aggiunge, nella misura in cui l'anima è parzialmente discorde dall'ordine
universale, una pressione esercitata dal creato contro di lei, che pure la fa
soffrire, perché si sente in urto anche con le cose che, nel loro insieme, sono
ordinate a Dio. Pena del «senso», rappresentata in modo particolarmente
vivido dal fuoco, come nell'inferno. L'anima così vive il suo purgatorio come
una croce interiore, che, essendo frutto d'amore puro, d'amore sincero, la
purifica, aumenta in lei, si direbbe, la sensibilità alla sofferenza
dell'amore; e in questa croce l'anima, secondo una legge di progresso che per
noi è difficile decifrare, perché non possiamo indagare su ciò che avviene
e come avviene oltre i confini del tempo, completa la sua trasfigurazione, la
sua purificazione, la sua unione con Dio: e raggiunge così il suo paradiso.
Questo
è il mistero della morte nella sua dimensione di profondità, visto con sguardo
di fede, oltre tutte le nostre possibilità di indagine, di scoperta, di
esperienza finché siamo sulla terra.
A
un certo momento l'esperienza avviene, in punto di morte; ma quando essa è
fatta, non c'è più tempo per rimediare alla vita, se è stata una vita
cattiva; non c'è più tempo per tornare indietro, a rifarsi una vita, perché
è suonata l'ora veramente ultima e decisiva.
Il
problema è di una gravità estrema; e lo si risolve camminando giorno per
giorno, ora per ora verso quell'estremo passo con grande fiducia nella
misericordia di Dio, Padre buono, che viene continuamente da noi, in Cristo, a
bussare alla porta del nostro cuore perché apriamo e permettiamo l'irruzione
nel nostro cuore della grazia, che è già un dono d'eternità, di vita terrena;
ma anche con un vivo senso di provvido timore, e quindi con austerità di vita.
A
questo pensiero occorre ritornare oggi. Tutte le cose della terra, anche le più
belle, anche quelle che possono attrarre di più lì per lì, sono nulla in
confronto dell'eternità; e possono diventare, per gli incauti, trappole che
ingabbiano e fanno perdere il paradiso. I Santi ci insegnano a nutrire in noi
il sentimento del santo timore di Dio: non del terrore, ma del timore sì, al
pensiero della morte, che dev'essere frequente, per non dire continuo.
In
fondo le comunità religiose, come gli antichi monasteri, sono dei centri di
raccolta di uomini che sanno che devono morire e che vogliono prepararsi bene
alla morte.
Un
tempo la morte era richiamata molto di più, anche in segni esterni, negli
ambienti conventuali. Non parliamo solo delle Certose e di altri simili
monasteri dove i monaci conservavano i sepolcri dei defunti aperti sul
chiostro, e custodivano nelle proprie celle le bare dove sarebbero stati deposti
alla fine della loro vita. Anche nei nostri conventi erano sempre presenti i
segni della morte, in forma di teschi collocati qua e là o deposti ai piedi
del Crocifisso, di lapidi mortuarie, e addirittura di sepolcri nel cosiddetto
chiostro dei morti. E in quante altre forme si era invitati a ricordarci della
morte che viene, viene in ogni istante che passa, viene con Cristo, portandoci
una grazia, ma anche imponendoci una responsabilità dinanzi alla grazia che
ci viene offerta, perché è una grazia che ci dà sempre nuove possibilità di
una buona morte, ma moltiplica anche i rischi della perdizione se non
rispondiamo positivamente al dono di Dio!
Dinanzi
alla morte, dunque, s'impongono austerità e timore. Ma ecco un fatto strano:
coloro che più sono santi tremano dinanzi alla morte; le vite dei Santi lo
attestano. Invece coloro che sono meno santi e forse peccatori, sono molto disinvolti
dinanzi alla morte, almeno finché sono in vita, tanto che non ci pensano
nemmeno, e l'affrontano con una leggerezza che fa spavento.
Come
giudicare questa diversa posizione? Dov'è la serietà?
Dio
ci guardi dal voler indagare e giudicare la coscienza degli altri, anche perché
ci sono vari modi di vivere al cospetto di Dio, secondo la varietà delle
psicologie e dei temperamenti. Guai a chi osa giudicare i suoi simili! Ma pur
lasciando impregiudicata la posizione degli altri, è la nostra posizione
personale che va esaminata e affrontata con serietà. Di nessuno dei nostri
simili si può giudicare che sia cattivo o che si perda, ma su noi stessi sì,
possiamo emettere un giudizio.
Si
tratta di entrare nell'intimità della nostra anima. Per ciascuno di noi si pone
il problema della sua situazione dinanzi alla morte, il che significa della
sua posizione dinanzi all'eterno giudizio di Dio, che già pende sopra di noi.
Quale
sarà questo giudizio di Colui che da tutta l'eternità «penetra i nostri
cuori, i nostri reni», come dice il Salmo 7, 10 (secondo la Volgata), con uno
sguardo a cui nulla sfugge?
Se
potessimo osare ripetere col Salmo (secondo il testo originale): Giudicami,
Signore, secondo la mia giustizia, secondo la mia innocenza, o Altissimo.
Poni
fine al male degli empi, rafforza l'uomo retto, tu che provi mente e cuore, Dio
giusto...!
Sta
a noi metterci in tale armonia con la volontà di Dio, che il suo giudizio sia
favorevole. Questa è la vera questione! Si tratta di rispondere alla grazia
che ci è data soprattutto in un corso di esercizi spirituali, in un'ora di
riflessione, in un momento di particolare intimità col Signore, nella
Comunione, nella confessione, in altre felici circostanze. Si tratta di
approfittare di queste occasioni, per metterci sempre più in armonia con la
volontà di Dio. Inoltre dovremmo ogni giorno, ogni sera, specialmente prima di
prendere sonno, fare il «pentimento d'amore»: un atto di contrizione, o
dolore perfetto, nascente da amore puro di Dio, per la grazia di Cristo. Se è
vero, sincero, amoroso, filiale pentimento, esso ottiene il perdono e la
cancellazione del peccato.
Se la gradite, vi lascio la copia di una pagellina che qualche tempo fa mi son trovata tra le mani sfogliando un libro che mi aveva dato il Padre Maestro in Noviziato. Mi è parso un messaggio che veniva da lontano, e un salutare insegnamento: appunto il «pentimento d'amore».
Ad
ogni modo l'ultimo appello sarà alla Misericordia; l'ultima parola dell'anima,
a conclusione del Te Deum della vita, sarà un atto di fiducia, una
proclamazione di certezza: In te, Domine, speravi;
non confundar in aeternum!
Col
pensiero della morte e con lo sforzo di armonizzazione della nostra volontà con
la volontà di Dio, va congiunta anche e soprattutto la preghiera della buona
morte. Può essere fatta in tanti modi, anche con quelle formule suggerite da
Sant'Alfonso de' Liguori e da San Vincenzo Ferreri, sempre così ammonitrici, e
da prendere sul serio senza tanto soffermarci alla questione del gusto
stilistico e letterario: «Quando i miei occhi si chiuderanno, e il sudore
gronderà dalla mia fronte, e i miei capelli si drizzeranno sulla testa, e le
mie mani deboli non potranno più muoversi, e il mio corpo sarà estenuato, e
intorno a me tutti piangeranno ecc. ecc.: misericordioso Signore, abbi pietà di
me ...».
Ma
l'Ave Maria è una continua preghiera per la buona morte: nunc et in hora
mortis nostrae, diciamo alla Madre celeste: prega per noi, ricordati di
noi, in quell'ora.
Del resto si può dire che tutte le invocazioni della grazia, dell'aiuto di Dio che noi ripetiamo così spesso nella giornata, sono continue implorazioni al Signore perché ci dia la buona morte. Anche la bella giaculatoria alla Madonna della Buona Morte, perché si ricordi di noi in quell'ora, e si potrebbe aggiungere l'invocazione alla Madonna della Santa Perseveranza, va ripetuta spesso per avere da lei la grazia finale. E quelle tre belle, note giaculatorie che i buoni cristiani hanno imparato fin dalle ginocchia della mamma a dire tutte le sere a Gesù, Giuseppe e Maria, sono un'ottima preparazione alla morte.
Quello
che è certo è che bisogna avanzare nel cammino della vita pensando alla morte,
chiamando in nostro aiuto degli alleati celesti, e, tra questi alleati,
soprattutto Gesù, Giuseppe e Maria, così vicini all'anima cristiana, anche per
la fisionomia umana della loro vita di famiglia, che conobbe la povertà, la
debolezza, il dolore, la morte. Non dovrebbe passare un giorno, una sera, senza
l'invocazione alla Sacra Famiglia, perché nell'ultima sera della nostra vita ci
sia vicina, sia accanto al nostro letto o dovunque saremo distesi, perché la
nostra morte sia veramente santa e preziosa al cospetto del Signore.
Per
i Domenicani il canto innalzato ogni sera alla Madonna dopo Compieta, la Salve
Regina, sempre così bello, dolce e consolante, soprattutto quando lo si ripete
durante la processione in queste nostre antiche chiese, piene d'ombra e luce
di mistero, che sembrano fatte proprio per quella preghiera serale, è
un'invocazione della buona morte, per noi tutti, anche perché quella stessa
Salve Regina, secondo la nostra bella tradizione, viene cantata intorno al letto
di ogni confratello che muore. Dovremmo chiedere alla Madonna ogni sera, mentre
cantiamo la Salve, di concederci la grazia di poter ascoltare questo canto
anche nell'ultima sera della nostra vita, e di conservarci tanto di sensi, di
coscienza, da poter capire quelle parole, quella preghiera finale.
Non
che la soluzione del problema della vita e della morte possa ridursi a
quell'estremo momento di conoscenza, di sensibilità; ma tra gli aiuti per
vivere e morire bene,
anche
quel canto può avere un'importanza decisiva. Certo sarebbe così bello
potere, durante quel canto che invoca la Madre celeste perché «ci mostri, dopo
l'esilio, finalmente Gesù», chiudere gli occhi alla vita del tempo e aprirli a
quella dell'eternità; poter per l'ultima volta aprire il nostro cuore al
tocco della mano di Cristo che bussa, e con Maria accanto inoltrarci verso
quella luce infinita, quel bene senza confini, quella gioia e pace che è nel
seno altissimo della Trinità, dal quale siamo usciti per un decreto della
sapienza e dell'amore di Dio, e al quale siamo chiamati a tornare per un dono
della sua misericordia.
Un
ritorno alla verità totale, alla verità del Signore, come fece scolpire
Newman sulla sua tomba a Rednal, presso Birmingham: «ex umbra et imaginibus
ad Veritatem».
Manete
in dilectione mea (Gv 15, 9).
Vangelo
secondo San Giovanni, 15, 4-11:
Rimanete
in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non
rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.
Io
sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché
senza di me non potete far nulla...
Se
rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi
sarà dato.
In
questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate
miei discepoli.
Come
il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.
Se
osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato
i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore.
Questo
vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.
Vangelo
secondo San Luca, 8, 15; 21, 18-19:
Il
seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo avere ascoltato la parola
con cuore buono e perfetto, la custodiscono e producono frutto con la loro
perseveranza. Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseveranza
salverete le vostre anime.
Lettera
agli Ebrei, 10, 35-36:
Non
abbandonate la vostra fiducia, alla quale è riservata una grande ricompensa.
Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio
possiate raggiungere la promessa.
Prima
Lettera di San Pietro, 1, 1118:
«Quali
non dovete essere voi, nella santità della condotta e nella pietà, attendendo
e affrettando la venuta del giorno di Dio! ... Secondo la sua promessa, noi
aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la
giustizia.
Perciò,
chiarissimi, nell'attesa di questi eventi, cercate d'essere senza macchia e
irreprensibili davanti a Dio, in pace.
La
magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza... Voi dunque,
carissimi, essendo stati preavvisati, state in guardia per non venir meno alla
vostra fermezza... ma crescete nella grazia e nella conoscenza del Signore
nostro e salvatore Gesù Cristo. A lui la gloria, ora e nel giorno
dell'eternità. Amen!
La
parola di Gesù può essere più ampiamente spiegata con quelle altre
esortazioni di San Paolo che chiedeva ai fedeli: «Vi esorto... a comportarvi in
maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine
e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità
dello Spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4, 1-3). «Camminate nella
carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato» (Ef 5, 2).
Si
tratta della vocazione cristiana, che è la vocazione all'amore di Cristo: un
amore nascente dalla fede, espressione vitale della fede, che abbraccia la
pratica di tutte le virtù, il compimento di tutti i doveri, l'osservanza di
tutta la legge del Signore. Una risposta integrale, dunque, alla vocazione
divina con cui eternamente si è stati chiamati alla fede cristiana,
all'incontro con Cristo, alla vita con Cristo in Dio (Col 3, 3). È Cristo che
viene nel cristiano, e con la sua grazia lo fa crescere nella vita, di
giorno in giorno, fino alla vita eterna.
Dobbiamo
perseverare, giorno per giorno, momento per momento, nella vita cristiana, fino
a raggiungere la perseveranza finale, che è una grazia concessa da Dio gratuitamente,
senza dubbio, perché nessuno di noi, pur avendo in sé la sua misura di grazia,
può meritare l'ultima grazia. Né la prima né l'ultima grazia sono oggetto
di un nostro merito; possiamo meritare un aumento continuo della grazia che è
già in noi per crescere sempre più nell'appartenenza a Cristo, «finché
arriviamo tutti... allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla
piena maturità di Cristo» (Ef 4, 13): ma il congiungimento tra la vita di
grazia nel tempo e la vita di gloria nell'eternità è un dono gratuito di Dio.
E tuttavia Dio richiede da parte nostra uno sforzo continuo di fedeltà, che
faccia maturare l'anima fino all'apertura totale a quell'ultima grazia. Perciò
la perseveranza finale, da una parte è un dono gratuito di Dio, ma dall'altra
è anche il risultato di tutta una nostra preparazione in corrispondenza alla
prima grazia e a tutte le altre grazie che man mano ci vengono concesse nella
vita cristiana e religiosa.
È tutta una rete di doni di amore divino, che avvolge la nostra vita. Da parte nostra ci deve essere tutta una serie di generose corrispondenze alla grazia di Dio, dalla prima grazia, dal Battesimo, o almeno da quando ce ne rendiamo conto, fino al momento della morte. Se ci fossero state delle interruzioni, dei fallimenti, forse anche delle ribellioni, sappiamo che è offerta a tutti, infinite volte, la possibilità di riprendersi e di camminare andando avanti al cospetto di Dio.
Ambula
coram me, diceva Dio ad
Abramo (Gen 17, 1): «cammina al mio cospetto e sii integro». Camminare al
cospetto di Dio, andare avanti verso l'avvenire portando in cuore la grazia di
Cristo sempre ritrovata, progredire sulla via dell'innocenza - se è possibile -
o su quella della penitenza, che è come un'innocenza riconquistata mediante
l'integrità dello spirito e della condotta, ecco quale dev'essere il
programma fondamentale della nostra vita spirituale.
I
Santi, i maestri di spirito offrono poi varie massime più particolari e
concrete per orientarci e aiutarci a fare il bene su questa strada della
perseveranza. Vorrei coglierne e offrirvene alcune come ricordi e semi di
ulteriore riflessione, e stimoli di buoni propositi, non certo con la pretesa
di atteggiarmi a maestro di spirito, ma semplicemente come portavoce dell'insegnamento
dei Santi.
La
prima massima può essere questa: fare bene le piccole cose, che noi troppo
spesso abbiamo il torto di trascurare se non addirittura di disprezzare. Eppure
la nostra vita è fatta di piccole cose.
Probabilmente
soltanto pochissimi sono chiamati a fare delle cose grandi. Diceva un tale: -
Siamo così pochi a essere dei geni. Beato lui che aveva l'illusione di
appartenere al novero dei grandi. Ma era vera beatitudine? Generalmente quelli
che sono troppo sicuri di essere grandi uomini, chiamati a fare delle cose
grandi, forse riescono a fare una cosa sola, cioè a dimostrare di avere una
testa piccola.
La
nostra vita è impastata di piccole cose. Saranno piccole parole o piccoli
silenzi, l'osservanza di piccole norme, per esempio delle rubriche rituali,
alle quali, peraltro, la Chiesa e i maestri di spirito danno sempre tanta
importanza, o delle norme di condotta da seguire in tanti casi complessi della
vita, che i moralisti trattano con tatto, attenzione e cautela, sicché si spiega
anche la casistica, che non è da disprezzare, perché è un tentativo di
arrivare all'illuminazione e all'aiuto della coscienza anche nelle cose più
piccole e spesso più complicate...
La
nostra vita, ripeto, è impastata di piccole cose che quotidianamente ci si
presentano da fare, dal mattino quando ci si alza, con puntualità, rinunciando
a quel mezzo minuto in più di riposo, oltre il suono della sveglia (senza fare
come quel novizio che diceva di aver combattuto per due ore contro la
tentazione di fermarsi a letto e di averla finalmente vinta), cominciando
dunque da quella piccola vittoria mattutina sulla pigrizia, per arrivare al
segno della croce fatto bene, all'esattezza delle cerimonie, al modo di portare
l'abito, col cappuccio in capo, con le mani sotto lo scapolare, alla pulizia
personale, alla buona conservazione del vestiario, al buon ordine della cella:
tutte piccole cose che riguardano il vestire, il mangiare, il comportarsi,
l'affacciarsi o no alla finestra, il raccoglimento, la modestia, lo studio, la
cura dei libri, e così via... Piccole cose della vita quotidiana che possono
avere una dimensione di valore immenso se sono fatte per amore di Dio.
Ve
ne offro, se volete, un elenco che si trova in una pagellina pubblicata, non
so quando, dalle nostre Suore di San Sisto in Roma. Ve la trasmetto un po'
ritoccata e integrata.
Mente
in dilectione mea, «rimanete nel mio amore», dice Gesù; e in virtù di
questo amore riempite di valore le piccole cose della piccola vita quotidiana;
fosse pure tutta una piccola vita nascosta, una vita di infanti, una vita di
anime che sono destinate a passare nel silenzio lungo tutta la loro strada
terrena, ignorate da tutti, ma non da Dio. E anche quando si dovesse uscire dal
silenzio e apparire dinanzi a tutti e farsi sentire, come generalmente capita a
molti Frati Predicatori (è la loro missione), l'importante è conservare
sempre questo senso della propria piccolezza e continuare a fare con diligenza e
amore sia le cose piccole, sia le cose grandi, e anche queste ultime, farle in
spirito di umiltà, di semplicità, di discrezione, di distacco da sé:
sarebbe il segno sicuro che sono fatte per Dio.
Quando
uno si sente e si fa sentire troppo grande e poderoso, nel suo essere, nel suo
fare, nel suo pensare, ecc., può essere segno che è talmente pieno e
autosufficiente, che Dio non sa più cosa aggiungere a quello che già ha o
crede di avere. Se invece uno è e si sente piccolo, povero e vuoto, Dio sa cosa
dargli. Dio resiste ai superbi, e invece dà la sua grazia agli umili (Giac 4,
6; cfr. I Ptr 5, 5; Prov 3, 34).
Abbiamo
tutto l'interesse, davanti a Dio e agli uomini, a essere piccoli!
La
seconda massima da ricordare può essere questa: approfittare delle occasioni di
fare del bene. Si presentano infatti innumerevoli occasioni di fare del bene o
del male in tutti i momenti. Spesso afferriamo subito le occasioni del male, o
più precisamente dell'infrazione alla regola: per esempio del silenzio, della
puntualità, della discrezione, della delicatezza, del rispetto, della pazienza,
ecc.; mentre le occasioni di tacere, di sopportare in silenzio, di
perdonare, di essere generosi e longanimi, di dimenticare, di beneficare ecc.,
ce le lasciamo sfuggire.
L'esemplificazione, su questi punti, sarebbe senza limiti. Ognuno la conosce molto bene. Non c'è bisogno di specificare.
Invece
bisognerebbe approfittare di tutte le occasioni che la vita quotidiana ci
offre da fare un po' di bene a noi stessi e agli altri, senza sciuparne
nessuna, perché quelle sono provocazioni che Dio ci fa - o permette - perché
cediamo alla sua grazia, apriamo dei varchi al suo passaggio, aderiamo a lui.
L'occasione è proprio la sollecitazione di un nostro sì alla grazia di Dio.
Di
molti di noi, se qualcuno avesse l'idea pazza di scrivere la vita, potrebbe
intitolarla così: Storia delle occasioni perdute, e non si tratta tanto delle
occasioni di far carriera, di avere un successo terreno, di un riconoscimento,
ecc.; no, le occasioni perdute di cui parliamo, sono quelle di fare una carriera
celeste, cioè di santificarci.
La
vita dei Santi potrebbe sempre portare questo titolo: Storia delle occasioni
afferrate, storia della palla presa al balzo, per realizzare il bene, in vista
del Cielo. Ci sono tante occasioni nella vita quotidiana, specialmente nella
vita comune, di fare un po' di bene a noi stessi e agli altri, in forma di
silenzio, di parola, di sorriso, qualche volta anche di ammonimento; di un
favore e qualche volta di un diniego; di una parola di carità non disgiunta
da sincerità e schiettezza; di una correzione fraterna; di una sopportazione
silenziosa e gentile; di un atto di pazienza, tanto più valido quanto più
è ignorato, perché compiuto senza l'ambizione di sentir dire: «guarda quel
novizio, guarda quel frate, com'è paziente, come sa sopportare, come sa
portare la croce!»...
Ci
sono dei religiosi che fanno tutto ciò, senza forzature ed esibizioni. Se ci si
guarda intorno, ci si accorge che di questi religiosi ce ne sono. Il loro
programma è fare, più che parlare, e santificarsi lavorando nel silenzio. Se
ne vedono poi gli effetti, come frutti buoni di un albero buono, anche se non
c'erano molte foglie vistose su quell'albero; i frutti ci sono.
Dovremmo
cercare di imitare questi nostri confratelli, invece di metterli da parte e
ignorarli, e come loro, afferrare le occasioni che ci si presentano per fare
del bene a noi e agli altri, per seminare più bene che è possibile. C'è
sempre tempo a fare del male, e ce ne sono già troppi, nel mondo, che fanno
del male; che almeno chi vuole essere buono, si preoccupi di fare più bene gli
è possibile.
Ricordo
che quando il Papa Giovanni XXIII era ancora il Card. Roncalli, Patriarca a
Venezia, mi scrisse una lettera che conservo come una reliquia, per invitarmi a
predicare una giornata di ritiro al clero di Venezia, e che per invogliarmi ad
accettare l'invito, dopo qualche amabile complimento, conchiudeva con
l'esortazione: «Caro Padre, dum tempus habemus, operemur bonum ad omnes».
Quelle parole mi fecero impressione. Mi permetto di ripeterle a voi tutti, con
San Paolo (Gal 6, 10) e con Papa Giovanni: - Finché abbiamo tempo facciamo
del bene a tutti. Sappiamo dire di sì o di no, ma per fare del bene, non per
altre ragioni. Sarebbe così bello che queste parole diventassero veramente la
nostra divisa, il nostro blasone ascetico e pastorale: fare del bene a tutti,
finché c'è tempo, finché l'occasione ci è offerta, evitando sempre di
fare del male, o anche solo di rifiutarci di fare del bene. Purtroppo anche
senza passare a fare del male voluto, spesso ci rifiutiamo di fare del bene. Ma
questo è già un male. Fare del bene, almeno col buon esempio, ma possibilmente
anche con la parola e l'umile servizio a tutti, è essere e rivelarci cristiani,
religiosi, sacerdoti, testimoniando e alimentando nell'amore del prossimo
nostro l'amore di Dio.
Terza
massima: Amare e utilizzare la Croce nella propria vita.
La
croce, piccola o grande, non manca mai: c'è chi la porta nella carne e chi
nello spirito, e chi sia nella carne sia nello spirito. Ognuno ha la sua croce,
nota o ignota, piccola o grande e, forse, tanto più pungente e penosa quanto
più è piccola; tanto più pesante quanto più è incomprensibile.
Le grandi croci, il martirio, per esempio, si affrontano in un momento, con un certo istintivo coraggio, e certo, se sono affrontate per amore, hanno sempre un grande valore, tanto è vero che il martirio per amore di Cristo rimette tutto il peccato e tutta la pena del peccato, e chi lo subisce è sicuro di andare in Cielo. Ma è questione, spesso, di un momento, che, certo, è il culmine di un itinerario d'amore al Signore, ed è una grazia che bisogna meritare. Ma forse non è la prova più difficile, almeno per i martiri di un tempo. Quelli di oggi sono condannati a lunghi periodi, persino a tutta una vita di umiliazione, costrizione e pena.
Ma
anche fuori della persecuzione violenta, ci può essere il martirio della vita
quotidiana, il martirio delle piccole croci: sono come tante punture di spillo
che si moltiplicano nel corpo e nell'anima. È il martirio delle piccole croci
dato che a noi stessi dai nostri difetti, dalle nostre infermità, dalle nostre
incapacità, dallo sforzo che ci richiedono l'osservanza religiosa, lo studio,
l'apostolato, soprattutto la vita comune. Forse non c'è nessuno che sia proprio
cattivo e nostro persecutore a colpi di spada nella vita comune; ma quanti
difetti in tutti! E a fare un'armonia, con tanti difetti, ce ne vuole! Mentre le
virtù, quando sono vere virtù, rientrano subito in un ordine generale,
armonico, dominato dall'amore; al contrario i nostri difetti rendono difficile
la convivenza. Il bene è unitivo, il male disgregativo anche nel campo
mortale: peccatum committitur in recedendo ab unitate ad mulitudinem. Si
spiega perciò come ci siano nella vita comune, se non delle grosse bastonate
(ma qualche volta anche queste), molte punture di spillo sì, e dolorose; e
come l'armonia sia spesso difficile.
Diciamo
la verità: non mancano mai coloro che sembrano creati apposta per essere la
tribolazione degli altri, per far loro praticare veramente quell'opera di
misericordia che è di sopportare le persone moleste. Alcuni, basta che si
muovano, e cade qualche cosa, o si prende una gomitata, una pedata. Non si direbbe,
ma sono costoro a imporre agli altri tante piccole croci. A volte poi si ha una
vera e propria incompatibilità di caratteri: tipi che sembrano fatti apposta
per non stare insieme, eppure, che destino, devono trovarsi sotto lo stesso
tetto, senza dimenticare che si riuniscono a uno stesso altare, sotto la stessa
croce. Se ricordassero questo fatto!
Queste
piccole croci della vita quotidiana, sono destinate a formare in noi la croce
globale per ciascuno voluta da Dio, e della quale ci dice Gesù: - Chi vuole
seguirmi prenda la sua croce e mi segua (cfr. Mt 16, 24; Mc 8, 34). Senza questa
croce non si può seguire Gesù sulla strada del Calvario, che è anche la
strada della resurrezione, della vita.
È
interessante il fatto che a Gerusalemme una stessa basilica comprende il luogo
dove è avvenuta la resurrezione di Cristo e il Calvario. Chi non è stato a
Gerusalemme non lo immagina. Ma è così. Appena si entra nella basilica del
Santo Sepolcro, dedicato alla Resurrezione, ci si imbatte nel Calvario! Si sale
una scala di 4 o 5 metri e si è subito al Calvario. Poi, scendendo di lì, si
visita a pochi passi più in là, il Santo Sepolcro. Una stessa basilica
riunisce i due aspetti dell'unico mistero. Così nella vita si va verso la
resurrezione attraverso la piccola o grande croce quotidiana. Tutto sta a saper
accettare le nostre croci e a portarle bene, in espiazione dei nostri peccati.
Allora esse sono anche coefficienti di maturazione della personalità cristiana
e umana: perché chi non capisce e non sa prendere la sua croce, non solo
non è un buon cristiano, ma spesso non è nemmeno un uomo serio, solido,
cosciente, convinto.
Forse
è per questo che anche nei nostri ambienti ci si imbatte a volte in persone
vanesie, vuote, saltellanti come uccellini di ramo in ramo, che non danno
prova di serietà, di profondità spirituale. Forse è perché non hanno
saputo apprezzare e capire la croce. Chi apprezza e capisce la croce acquista la
serietà e la maturità virile; corregge gli aspetti difettosi della sua
personalità nei suoi elementi naturali, si corregge e matura nella misura
in cui è crocifisso. Tanto più ci vuole la prova per lo sviluppo della personalità
cristiana, che non esiste senza il gettito di sé nell'abisso dell'amore di
Dio, a cui non si perviene se non sulla via della Croce.
Tra
tanti aspetti affascinanti della vita di Newman, uno che più mi impressiona e
interessa, è quel suo atteggiamento di fede dignitosa e serena nell'ora
dell'incomprensione. «Vivo sotto la nuvola», scrive a un amico. Quando poi
gli annunciano il cardinalato, a cui lo eleva Leone XIII nel 1879, commenta:
«Oggi la nuvola è levata da me per sempre». Che uomo! Lo spero di potere,
prima di morire, vederlo sugli altari, come Pio XII, come il Card. Shuster, come
Padre Pio. Tutti grandi anche come uomini, perché allievi della Croce.
Riassumiamo
dunque le tre massime: fare bene le cose piccole, cioè farle per amore di
Dio, rendendole così veramente grandi, forse immense; afferrare tutte le
occasioni che ci si presentano per fare un po' di bene a noi stessi e agli
altri; amare la croce, e desiderarla, e portarla con amore, senza escludere
tutta quella gradazione di perfezione nell'amore alla Croce che ci è
insegnata dai Santi, giunti persino a chiederla insistentemente al Signore come
una grazia: «o partire o morire»; e anzi: «partire e non morire».
Questa
è una piccola via per andare verso la perfezione, e perseverare nella
vocazione, e permanere nell'amore di Cristo.
Sia
questo il nostro proposito. È anche l'augurio che umilmente vi lascio, cari
confratelli, a conclusione di questi Esercizi che, vi confesso, sono stati
molto utili a me: forse più a me che a voi, anche perché voi mi avete
edificato con la vostra pietà e la vostra pazienza. Vi ringrazio di avermi
sopportato. Mi raccomando alla vostre preghiere. Vi prometto le mie.
Preghiamo insieme il Signore, con l'intercessione di Maria, perché conceda a
noi tutti di attuare sempre meglio quel sublime ideale che ha incantato la
nostra giovinezza e al quale vogliamo essere fedeli lungo tutta la vita, perché
esso sia la stella splendida che illuminerà anche la nostra morte.
È difficile andare oltre i dati evangelici per approfondire il mistero della morte cristiana. A un certo momento della strada, si sente il bisogno di passare dal logos al rito come espressivo del mistero e anche come didascalia e propedeutica del ben morire. Tanto più che l'ultima preparazione alla morte è data al cristiano dal rito liturgico dell'agonia (tale è divenuta anche la morte nel nuovo ordine cristiano: un rito, una funzione liturgica, cui intervenne tutta la Chiesa). Qui lo sentiamo nella sua formulazione antica, sintetizzata nella liturgia riformata, ma sempre valida sotto l'aspetto didascalico e spirituale.
1.
La Chiesa in preghiera
Col
Sacerdote che entra nella stanza dei cristiano agonizzante, c'è la Chiesa:
-
Pax huic domui. Pace a
questa casa.
-
E a tutti coloro che vi abitano.
L'acqua
benedetta discende sull'ammalato, sul suo letto, su tutti i circostanti:
«Mi
aspergerai, o Signore, con l'issopo, e sarò mondato; mi laverai e sarò più
bianco della neve».
Si
fa baciare al malato il Crocifisso, e poi, accesa una candela, tutti
s'inginocchiano intorno al letto. È la Chiesa in preghiera.
Kyrie
eleison. Christe eleison. Kyrie eleison. Sancta Maria, ora pro eo.
(Con
quanta commozione i fedeli sostituiscono questo «pro eo» al consueto «pro
nobis»! È un atto di carità, per il malato o per il defunto). Omnes
Sancti Angeli et Archangeli, orate pro eo.
Sancte
Abel, ora pro eo...
Omnis
chorus lustorum, orate pro eo...
Omnes
Sancti Patriarchae et Prophetae, orate pro eo...
Omnes Sancti Apostoli et Evangelistae, orate pro eo... Omnes Sancti Discipuli Domini, orate pro eo...
Omnes
Sancti Innocentes, orate pro eo...
Omnes
Sancti Martyres, orate pro eo...
Omnes
Sancti Pontifices et Confessores, orate pro eo... Omnes Sancti Monachi et
Eremitae, orate pro eo...
Omnes
Sanctae Virgines et Viduae,
orate
pro eo...
Omnes
Sancti et Sanctae Dei, orate pro eo...
Tutta
la corte celeste è chiamata ad assistere con la sua preghiera il passaggio
all'eternità di chi sta per conchiudere il periodo di prova terrena, e tutto
l'universo cristiano sembra concentrarsi intorno a questo letto.
Tutti
insieme - Chiesa del cielo e Chiesa della terra - si rivolgono a Cristo:
«Sii
propizio, perdonagli, o Signore. «Sii propizio, liberalo, o Signore. «Dalla
tua ira, dal pericolo della morte, dalla cattiva morte, dalle pene dell'inferno,
da ogni male, dalla potestà del diavolo, liberalo, o Signore.
«Per
la tua Natività, per la tua Croce e la tua Passione, per la tua Morte e la tua
Sepoltura, per la tua gloriosa Risurrezione, per la tua mirabile Ascensione,
per la grazia dello Spirito Santo Paraclito, liberalo, o Signore.
«Peccatori,
noi ti preghiamo, ascoltaci (qui è la Chiesa della terra che supplica).
«O
Signore, abbi pietà. «O Cristo, abbi pietà.
«O
Signore, abbi pietà...».
2.
Il saluto cristiano al morente
Si
avvicina il grande momento, «cum in agone sui exitus anima anxiatur»:
è uno sforzo penoso, un'ansia di liberazione, pur nella dura e orribile prova
del distacco. Nell'estremo conflitto, il Sacerdote dà al moribondo, l'estremo
saluto e comando della Chiesa: Proficiscere, anima
Christiana, de hoc mundo...
«Parti,
anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente, che ti creò;
nel
nome di Gesù Cristo Figlio di Dio Vivo, che per te soffrì;
nel
nome dello Spirito Santo che in te fu effuso;
nel
nome della gloriosa e santa madre di Dio Vergine Maria...».
La
Madonna è anch'essa lì per salutare e benedire il grande passo: Proficiscere,
anima Christiana... Nel nome di tutti i Santi...
«Oggi sia nella pace il tuo posto, e la tua abitazione nella santa città di Sion. Per lo stesso Cristo Signore nostro. Amen».
«Preghiamo.
Dio misericordioso, Dio clemente, Dio che secondo la moltitudine delle tue
misericordie cancelli i peccati di chi fa penitenza, e con la venia della
remissione distruggi le colpe dei passati delitti: guarda propizio sopra questo
tuo servo, ed esaudisci la preghiera di chi ti supplica chiedendoti con piena
confessione del cuore la remissione di tutti i suoi peccati. «Rinnova in lui,
Padre piissimo, tutto ciò che è stato corrotto per la terrena fragilità o
violato per diabolico inganno: e congiungi all'unità del corpo della Chiesa
questo membro di Redenzione.
«Abbi
pietà, Signore, dei suoi gemiti, abbi pietà delle sue lacrime: e ammetti al
sacramento della tua riconciliazione lui che non ha fiducia se non nella tua
misericordia. Per Cristo Signore nostro. Amen».
3.
La raccomandazione dell'anima
Il
Sacerdote ora, rivolto al moribondo, invoca su di lui il generoso abbraccio
del cielo.
È
una «raccomandazione» fatta a Dio, alla Madonna, ai Santi, come parola finale
della Chiesa della terra su un suo figlio che sta per passare il valico del
tempo. La Chiesa sembra esaurire così il suo compito: «Ti raccomando a Dio
onnipotente, carissimo fratello, e ti affido a Colui di cui sei creatura:
affinché avendo pagato col sopravvenire della morte il debito umano, possa
ritornare al tuo Autore che ti aveva formato col limo della terra.
«Pertanto
alla tua anima uscente dal corpo venga incontro lo splendido ceto degli
Angeli;
ti
venga incontro il giudicante senato degli Apostoli;
venga
l'esercito trionfante dei Martiri candidati;
ti
circondi la schiera liliata dei Confessori rutilanti;
ti
accolga il coro delle Vergini giubilanti;
ti
stringa l'abbraccio del beato riposo nel seno dei Patriarchi;
San
Giuseppe, Patrono dolcissimo dei morenti, ti sollevi in grande speranza;
la
santa Madre di Dio Vergine Maria ti rivolga i suoi occhi benigni;
ti
apparisca mite e festoso il sembiante di Cristo, ponendoti tra coloro che
perennemente lo assistono. «Possa tu ignorare tutto ciò che è arido nelle
tenebre, che stride nelle fiamme, che cruccia nei tormenti. Cada dinanzi a te il
terribile Satana con i suoi satelliti: al tuo apparire accompagnato dagli Angeli
esso tremi, e rifugga nell'immane caos della notte eterna.
«Sorga
Iddio, e siano dispersi i suoi nemici: e fuggano coloro che lo odiarono dalla
sua presenza. «Come cade il fieno, così essi cadano; come la cera si scioglie
davanti al fuoco, così periscano i peccatori dinanzi a Dio. E i giusti
banchettino ed esultino al cospetto di Dio. Siano sempre confuse e arrossiscano
le legioni tartaree, e i ministri di Satana non osino impedire il tuo cammino.
«Ti
liberi da ogni pena Cristo, che per te è stato crocifisso.
«Ti
liberi dalla morte eterna Cristo, che per te si è degnato morire.
«Ti
ponga Cristo Figlio di Dio vivo nei sempre ameni giardini del paradiso, e tra
le sue pecore ti riconosca, egli vero pastore.
«Egli
ti assolva da tutti i tuoi peccati, e ti ponga alla sua destra nella porzione
dei suoi eletti.
«Possa
tu vedere faccia a faccia il tuo Redentore, e assistendovi sempre presente,
veda la verità manifestissima agli occhi beati.
«Posto
dunque tra le schiere dei Beati, possa tu possedere la dolcezza della divina
contemplazione nei secoli dei secoli. Amen».
4.
L'invocazione del perdono e dell'aiuto celeste
Sembra
quasi che la Chiesa divida la sua attenzione tra il letto dove giace il
moribondo, e il cielo dove Dio lo attende. Infatti alterna le parole rivolte al
moribondo a quelle della preghiera.
Essa
insiste presso il Signore: «Accogli, Signore, il tuo servo nel luogo della
salvezza che egli può sperare dalla tua misericordia. Amen.
«Libera,
Signore, l'anima del tuo servo da tutti i pericoli dell'inferno, e dai lacci
delle pene, e da tutte le tribolazioni. Amen.
«Libera,
Signore, l'anima del tuo servo...», come liberasti i tuoi Santi dai pericoli
della vita.
La
preghiera della Chiesa insiste nel chiedere:
«Ti
raccomandiamo, o Signore, l'anima del tuo servo, e ti preghiamo, o Signore Gesù
Cristo, salvatore del mondo, affinché non ti rifiuti di far entrare nel seno
dei tuoi Patriarchi l'anima per la quale sei disceso misericordiosamente sulla
terra. «Riconosci, o Signore, la tua creatura, non creata da dèi estranei ma
da te solo Dio vivo e vero: poiché non vi è altro Dio all'infuori di te, e
nulla uguaglia le tue opere.
«Allieta,
o Signore, la sua anima al tuo cospetto, e non ricordarti dei suoi antichi
peccati, e delle ebbrezze che suscitò il furore o il fervore dei cattivi
desideri.
«Sebbene
infatti abbia peccato, tuttavia non negò il Padre e il Figlio e lo Spirito
Santo, ma credette, ed ebbe in sé lo zelo di Dio, e adorò fedelmente il Dio
che tutto fece...
«I
delitti della giovinezza e le sue ignoranze, ti preghiamo, non ricordare, o
Signore, ma ricordati di quest'anima secondo la tua grande misericordia nella
tua splendida gloria.
«Le
si aprano i cieli, con lei si rallegrino gli Angeli.
«Ricevi,
o Signore, il tuo servo nel Regno.
«Lo
riceva San Michele Arcangelo, che meritò il principato nella milizia celeste.
Gli vengano incontro i santi Angeli di Dio, e lo conducano alla celeste città
di Gerusalemme.
«Lo
riceva il beato Pietro Apostolo, al quale da Dio furono consegnate le chiavi del
regno celeste.
«Lo
aiuti San Paolo Apostolo, degno di essere un vaso d'elezione. «Interceda per
lui San Giovanni eletto Apostolo di Dio, a cui furono rivelati i segreti
celesti.
«Preghino
per lui tutti i Santi Apostoli, a cui fu dato dal Signore il potere di legare e
di sciogliere. «Intercedano per lui tutti i Santi e gli Eletti di Dio, che per
il nome di Cristo sostennero tormenti in questo secolo: affinché, liberato
dai vincoli della carne, meriti di pervenire alla gloria celeste, per
concessione del Signore nostro Gesù Cristo, che col Padre e con lo Spirito
Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Amen».
È
come una mobilitazione generale degli spiriti celesti. Tale è la potenza
della Chiesa!
5.
L'intercessione di Maria Santissima e di San Giuseppe
In
modo speciale bisogna aver fiducia nella Madonna. Perciò a lei, vicina,
orante, infondente la grazia, la Chiesa rivolge il pensiero invocandone
ausilio, affinché veramente «raccomandi» l'anima a Gesù:
«La
clementissima Vergine Madre di Dio Maria, piissima consolatrice dei sofferenti,
raccomandi a suo Figlio l'anima di questo servo, affinché per questo materno
intervento non tema i terrori della morte, ma giunga lieto, in sua compagnia,
alla desiderata mansione della patria celeste. Amen».
E
a San Giuseppe:
«A
te ricorro, San Giuseppe, Patrono dei morenti, e a te, al cui beato transito
assistettero vigili Gesù e Maria, raccomando l'anima di questo servo
travagliato nell'estrema agonia, affinché con la tua protezione sia liberata
dalle insidie del diavolo e dalla morte eterna, e meriti di pervenire ai gaudi
eterni. Per lo stesso Cristo Signore nostro. Amen».
6.
L'avvio al cielo
Se
l'agonia si protrae, il sacerdote legge il Sermo Dominicus e la Passio
di San Giovanni, quasi ripercorrendo misticamente il cammino di Cristo dal
Cenacolo verso la Croce: cammino cui si deve conformare l'anima cristiana nel
suo trapasso.
Non in chiacchiere, non in pianti sterili, non in calcoli terreni deve trascorrere quel tempo, ma in preghiera e meditazione delle cose eterne, come in una funzione liturgica. Bisogna cercare nel Vangelo, nei Salmi, nel Rituale della Chiesa le espressioni più belle per manifestare i sentimenti autenticamente cristiani di quell'ora. Finché giunto il grande momento, il Sacerdote fa udire al morente la grande parola:
-
Jesu, Jesu, Jesu!
E
ancora, con insistente supplica: - Nelle tue mani, Signore, raccomando il mio
spirito.
- Signore Gesù Cristo, ricevi il mio spirito.
-
Santa Maria, prega per me.
-
Maria, Madre della grazia, Madre di misericordia, tu proteggimi dal nemico, e
nell'ora della morte ricevimi.
-
San Giuseppe, prega per me.
-
San Giuseppe, con la beata Vergine tua Sposa, aprimi il seno della divina
misericordia.
-
Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l'anima mia.
-
Gesù, Giuseppe, Maria, assistetemi nell'ultima agonia.
-
Gesù, Giuseppe, Maria, in pace con voi dormirò e riposerò.
Suona
la campana, tutti sono protesi, attenti come per l'avverarsi di un grande
avvenimento.
Il
morente può dire: Fiat. In manus tuas. come Gesù sulla Croce.
Con Lui, e con la Madre che gli è accanto, compie l'ultimo passo l'anima
credente. La Madre buona chiude dolcemente gli occhi dell'eletto.
Consummatum
est.
In
manus tuas commendo spiritum meum.
È
la morte cristiana, la conclusione di tutta una vita in Cristo. Obdormivit in
Domino... Dobbiamo prepararci alla morte rileggendo spesso le preghiere
della Chiesa per i moribondi, la sua «liturgia della morte». Che meraviglia!
Chiediamo al Signore la grazia di potere, in punto di morte, seguire il sacro rito con mente lucida, attenta e serena, partecipandovi attivamente come alla Messa. Sarà un conforto ineffabile!
Chi
è giunto a questo punto nella lettura, chieda questa grazia per l'Autore
dell'opera, come egli l'ha chiesta, mentre scriveva, per tutti i lettori.
7.
I primi suffragi
Appena
l'anima è spirata, la Chiesa subito prega:
Subvenita, Sancti Dei, occurrite, Angeli Domini...
Chi
dimenticherà queste parole, che un giorno sentì cantare in chiesa per sua
madre? Chi non sente in cuore il desiderio di averle un giorno aleggianti sul
suo cadavere?
«Discendete,
Angeli di Dio, accorrete, Angeli del Signore, ricevendo la sua anima,
offrendola al cospetto dell'Altissimo.
«Ti
riceva Cristo, che ti chiamò, e nel seno di Abramo ti adducano gli Angeli.
«Ricevendo
la sua anima, offrendola al cospetto dell'Altissimo. «L'eterno riposo donale,
o Signore, e la luce eterna risplenda per lei. «Offrendola al cospetto
dell'Altissimo.
Kyrie, eleison. Christe, eleison. Kyrie, eleison. Pater noster...
-
E non c'indurre in tentazione.
-
Ma liberaci dal male.
-
L'eterno riposo donale, o Signore
-
E la luce eterna a lei risplenda.
-
Dalla porta dell'inferno.
-
Libera, Signore, la sua anima.
-
Riposi in pace.
-
Così sia.
-
Signore, esaudisci la mia preghiera.
-
E a te giunga il mio grido. - II Signore sia con voi.
-
E col tuo spirito.
-
Preghiamo. Ti raccomandiamo, o Signore, l'anima del tuo servo, affinché morto
al secolo viva a te; e quei peccati che commise per la fragilità dell'umana
esistenza, tu cancellali per venia della tua misericordiosissima pietà. Per
Cristo Signore nostro. Amen».
8.
Le esequie
Una
croce tra le mani; aspersioni con l'acqua santa; suono di campane; preghiere.
Qui
non c'è che un cadavere. Ma un'anima è entrata nell'ordine delle cose eterne.
È al cospetto di Dio. Il cadavere sarà chiuso in una bara, portato in chiesa,
incensato, trattato con venerazione. Anche il corpo è opera di Dio, è parte
dell'uomo che con la grazia diventa figlio di Dio, è destinato a risorgere e a
ricongiungersi all'anima partecipandone la gloria. Anche al cadavere, dunque,
la Chiesa dà il culto così umanamente e cristianamente significativo.
Ma
le sue preghiere sono piuttosto per l'anima, anche nelle «esequie»: «Non
entrare in giudizio col tuo servo, o Signore, poiché nessun uomo potrà essere
giustificato dinanzi a te, se non gli viene concessa da te la remissione di
tutti i peccati. E dunque, ti preghiamo, la tua giudiziale sentenza non schiacci
questo tuo servo che a te raccomanda la vera supplica della fede cristiana: ma
col soccorso della tua grazia meriti di sfuggire al giudizio di vendetta, egli
che in vita fu insignito del sigillo della Santa Trinità; tu che vivi e regni
nei secoli dei secoli. Amen».
Ed
ecco il canto del Responsorio: «Liberami, o Signore, dalla morte eterna in quel
giorno tremendo:
quando
il cielo e la terra saranno sconvolti, quando verrai a giudicare il mondo con il
fuoco.
«Io
tremo e pavento, al pensiero del giudizio futuro e della collera che verrà.
«Quando
il cielo e la terra saranno sconvolti.
«Questo
giorno, sarà giorno di collera, di calamità e di miseria, giorno terribile e
di grande amarezza.
«Quando
verrai a giudicare il mondo con il fuoco.
«L'eterno
riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.
«Liberami,
o Signore, dalla morte eterna in quel giorno tremendo: quando il cielo e la
terra saranno sconvolti, quando verrai a giudicare il mondo con il fuoco.
«Signore,
pietà di noi. «Cristo, pietà di noi. «Signore, pietà di noi. «Padre
nostro...
-
E non c'indurre in tentazione.
-
Ma liberaci dal male.
-
Dalla dannazione eterna.
-
Libera, o Signore, l'anima sua.
-
Riposi in pace.
-
Amen.
-
Signore, esaudisci la mia preghiera.
-
E il mio grido giunga a te.
-
Il Signore sia con voi.
-
E col tuo spirito.
-
Preghiamo. O Dio, cui e proprio avere sempre misericordia e perdonare: ti
preghiamo supplichevoli per l'anima del tuo servo che oggi hai comandato uscisse
da questo secolo: affinché non la consegni in mano al nemico, né te ne dimentichi
alla fine, ma comandi che essa sia accolta dai santi Angeli, e sia condotta alla
patria del Paradiso: sicché avendo sperato e creduto in te, non debba sostenere
le pene dell'inferno, ma abbia il possesso dei gaudi eterni. Per Cristo Signore
nostro. Amen».
9.
Ultimo addio
Già
si avvicinano i necrofori; sta per avvicinarsi il corteo che accompagnerà il
cadavere al suo ultimo riposo, nel seno della terra. Ma la Chiesa continua a
invocare e ad augurare il paradiso:
In
paradisum deducant te Angeli...
È commovente questo canto dei
sacerdoti, che danno l'ultimo addio della Chiesa al fratello defunto:
«In
paradiso ti conducano gli Angeli, al tuo arrivo ti accolgano i Martiri, e ti
conducano nella santa città di Gerusalemme. Il coro degli angeli ti accolga, e
con Lazzaro che un tempo fu povero abbi un riposo eterno».
Adesso
è l'ora di cantare il Benedictus: canto della consolazione d'Israele, della
liberazione e della speranza immortale. Con quell'antifona:
-
Io sono la Risurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà,
e ognuno che vive e crede in me, non morirà in eterno (Gv 11, 25).
-
«Preghiamo. Fa', ti preghiamo, o Signore, col tuo servo defunto questa
misericordia, che non riceva nelle pene in cambio delle sue azioni egli che ebbe
sempre nei suoi voti la tua volontà: affinché, come quaggiù la vera fede lo
congiunse alle schiere dei fedeli, così lassù la tua misericordia lo associ
ai cori angelici. Per Cristo Signore nostro. Amen».
10.
La benedizione del sepolcro
Un'ultima
benedizione al sepolcro: «Preghiamo, o Dio, per la cui misericordia le anime
dei fedeli riposano, degnati benedire questo sepolcro, e ad esso deputa come
custode il tuo santo Angelo: e di colui di cui vien qui seppellito il corpo,
assolvi l'anima da tutti i legami dei delitti, affinché sempre in te con i tuoi
Santi, senza fine gioisca. Per Cristo Signore nostro. Amen». Verranno i fedeli
a portar fiori e ceri al sepolcro, dove il cadavere pur disfacendosi, attenderà
la futura risurrezione. Ma l'anima, assista dalla Chiesa nel suo trapasso, ormai
gioirà nella gloria sconfinata dei cieli, eternamente fissa in Dio Padre,
Figlio, Spirito Santo, cui in terra credette e che in cielo luminosamente vede
nella sua intima essenza, bevendo largamente a quella sorgente di amore e di
gioia.
Abbiamo
già detto che nello stesso momento della morte, al primo presentarsi
dell'anima al cospetto dell'eterna Verità, è pronunciato in lei e sopra di
lei il giudizio sulla sua vita terrena. Anche alla fine del mondo ci sarà il
giudizio: quando l'intera umanità vedrà finalmente distinti gli eletti e i
reprobi.
Nelle
predizioni contenute nella Sacra Scrittura appare con maggior rilievo il
giudizio universale, ma non viene ignorato il giudizio particolare, sul quale
non mancano vari accenni. Il primo è un giudizio sugli uomini che conclude
solennemente la storia; l'altro è quello che pone suggello a ogni vita.
1.
II giudizio particolare
Nella
parabola del ricco e del povero Gesù dice che «il mendico venne a morire e
fu portato dagli angeli nel seno di Abramo» (Lc 16, 22), e di conseguenza
afferma che il giudizio particolare ha luogo immediatamente dopo la morte e la
sentenza diventa subito operante. Lo stesso risulta dalle parole rivolte da Gesù
al buon ladrone: «In verità ti dico che oggi stesso sarai con me in paradiso»
(Lc 23, 43). E nella Lettera agli Ebrei (9, 27) troviamo ricordato che «agli
uomini è imposto di morire una volta sola, dopo di che ha luogo il giudizio».
Mentre
alcuni Padri e Dottori dei primi secoli della Chiesa non distinguevano
esattamente fra l'effetto immediato del giudizio particolare e il giudizio
universale, il papa San Gregorio Magno si pronunciò nettamente per una sanzione
totale immediata, la quale segue al giudizio particolare dopo la morte. Tale
dottrina è stata ripetuta da San Tommaso d'Aquino. È una dottrina di fede.
Naturalmente
tutte le espressioni usate da vari autori per indicare il giudizio particolare
nelle sue modalità, nella sanzione, nel luogo del procedimento, e simili,
sono tratte per via analogica da fatti della vita terrena, perché in realtà la
vita ultraterrena non può venire circoscritta a un luogo, ma è
essenzialmente uno stato, una condizione, e il comparire davanti al tribunale
di Dio significa che l'anima si rende conto di ciò che è, di quanto vale, di
come ha operato, mentre la sentenza divina è la constatazione di questo irreformabile
bilancio di tutta una vita.
2.
Giudizio universale
A
differenza del giudizio particolare, che è quasi un contatto intimo fra l'anima
e Dio, il giudizio universale si svolgerà nel quadro di una totalità
cosmica, dinanzi al genere umano, poiché Gesù Cristo al suo ritorno dovrà «giudicare
i vivi e i morti», e cioè tutti gli uomini senza eccezione alcuna. Questo
giudizio di moltitudini, quasi si direbbe di masse, è già ricordato più volte
nell'Antico Testamento che sottolinea il concetto della potenza giudicatrice
e dominatrice di Dio, la quale appare nei primi tempi come un elemento piuttosto
di distruzione che di selezione. Più tardi, specialmente con i profeti
Isaia, Geremia, Ezechiele, la procedura del giudizio acquista un carattere
discriminativo, e sottoposti al giudizio implicante condanna sono solo i
malvagi. Forse per la prima volta in Ezechiele si ha la chiara indicazione di un
giorno unico e determinato per il giudizio definitivo, che accompagna lo
sconvolgimento del creato e la fine dell'ordine presente (Ez 7, 1 ss.; 10 ss.).
Daniele
profetizza che il Cristo sarà incaricato da Dio di giudicare gli uomini e lo
farà in base a quanto è segnalato nel libro delle colpe; allora, mentre
l'empio sarà schiacciato, si avrà un giudizio di salvezza per il giusto, che
difatti, secondo il Salmo, prega così: «Signore, giudicami secondo la mia
giustizia» (Sal 7,9).
Nel
Nuovo Testamento si trovano nozioni ben più esplicite: «Beati voi - dice Gesù
- quando gli uomini vi odieranno e vi scacceranno dalla loro compagnia, e vi
ricopriranno d'ingiurie e riterranno il vostro nome abominevole a causa del
Figliuolo dell'Uomo. Rallegratevi in quel giorno e saltate di gioia, perché
grande sarà il vostro premio nei cieli» (Lc 6, 22). Già con queste parole del
Discorso della Montagna Gesù riferisce esplicitamente al futuro giudizio, che
per i fedeli si risolverà in premio.
Ma
su quest'argomento egli ritorna molte volte, specialmente con le parabole del
buon grano e del loglio nocivo, della rete con i pesci buoni e cattivi, delle
dieci vergini, del padrone che chiede il rendiconto ai servi, degli operai della
vigna, dei talenti messi a frutto, del banchetto di nozze, ecc. Con la Sacra
Scrittura concordano i Padri, e la dottrina è di fede, con risulta dal Credo,
che ci fa proclamare il ritorno di Cristo «cum gloria, indicare vivos et
mortuos... ».
3.
Responsabilità dell'uomo di fronte al giudizio
In
tutti i passi del Nuovo Testamento che riguardano il giudizio si insiste sulla
responsabilità personale, che invece nei primi libri dell'Antico Testamento
sfumava talvolta in quella comunitaria e collettiva.
«Non
v'ingannate - raccomanda San Paolo ai Galati (6, 7-10) -, perché Dio non si
lascia schernire. Quello che l'uomo avrà seminato, raccoglierà... Non
stanchiamoci nel fare il bene, poiché noi avremo a suo tempo una buona messe se
non saremo fiacchi. Dunque, finché abbiamo tempo, operiamo il bene verso tutti,
specialmente verso i compagni di fede». E nella seconda Lettera ai Corinzi (5,
10) così ammonisce i fedeli: «Noi tutti dobbiamo essere fatti conoscere
dinanzi al tribunale di Cristo, riferendo ciascuno le azioni compiute nella
vita corporea, sia che abbia fatto il bene o il male».
Sul
medesimo concetto e in vista del giudizio anche i Padri raccomandano di usare
il tempo presente per l'acquisto dei beni per la vita futura. «Finché siamo
in questo mondo - scrive San Clemente Romano - facciamo di tutto cuore penitenza
per i peccati commessi nella vita terrena, affinché il Signore ci salvi mentre
siamo ancora in tempo di pentirci. Infatti, una volta usciti dal mondo, non
avremo più la possibilità di confessarci e di pentirci».
Analoga
a questa è la viva esortazione di San Cipriano: «Avvenuto il trapasso da
questa vita, non ci sarà più un luogo per fare penitenza, non ci sarà più un
modo per dare soddisfazione. Su questa terra la vita si acquista o si perde; qui
si provvede alla salute eterna, al culto di Dio, alla maturazione della fede».
«Tutto questo giudizio - osserva però San Tommaso - quanto alla discussione,
quanto all'accusa dei malvagi, quanto alla lode dei buoni, come pure quanto alla
sentenza da proferirsi sugli uni e sugli altri, molto probabilmente si svolgerà
mentalmente», e giudice sarà Dio per mezzo di Cristo, perché è stato il
nostro modello e, con l'esempio della vita terrena, delle opere, dei patimenti e
della morte paziente, ha indicato al genere umano l'unica via da seguire per
raggiungere la salvezza eterna. Nel confronto stesso con la sua vita, sarà
giudicata ogni vita, e premiata o condannata secondo la sua conformità o difformità
al modello secondo il quale, in vita, poteva attuare in sé l'immagine divina.
Del
tutto ignoto e inconoscibile, tuttavia, rimane il tempo del grande giudizio,
perché è segreto di Dio. «Non sta a voi conoscere il tempo e il momento che
il Padre ha riservato alla sua propria autorità» (At 1, 7). Ciò che conta
è vigilare, come guardie in attesa del giorno nuovo.
Gesù
ci ha rivelato che nell'aldilà è riservata all'uomo una sorte di vita o di
morte, di salvezza o di perdizione, secondo che in vita ha compiuto il bene
o il male, secondo che è morto nella pace o nell'inimicizia con Dio,
nell'unione o nella separazione da Cristo e dalla Chiesa. Non ci ha detto
molto di più sull'aldilà, ma ciò che ci ha detto è più che sufficiente,
perché per noi il problema dell'aldilà è semplicemente questo: essere o non
essere con Dio.
1.
La sorte dei buoni
L'anima
giusta avrà nell'aldilà la visione di Dio. Essa ne è capace, perché di sua
natura l'anima è spirituale e immortale. Ce lo insegna la dottrina cristiana
richiamandosi ad argomenti di ragione e alle verità della fede, e ricordando le
consolanti parole di Cristo: «Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non
possono uccidere l'anima» (Mt 10, 28). Non soltanto in base alla storia, alla
psicologia, all'etica, alla metafisica, ma anche e soprattutto alla rivelazione,
la spiritualità e l'immortalità dell'anima appariscono con luminosa
evidenza. Tutto l'insegnamento di Cristo e della Chiesa, del resto, non ha
altro scopo che quello di guidare l'anima immortale verso la salvezza beata, che
consisterà nella glorificazione eterna di Dio, fonte a sua volta di felicità
per l'anima che, essendo spirituale, potrà vederlo ad essere trasfigurata in
lui.
L'anima
beata vedrà Dio intuitivamente; lo conoscerà dunque non attraverso il velo
dei sensi o le argomentazioni dell'intelligenza, ma mediante la
compenetrazione diretta con lo spirito di Dio, per una partecipazione della
sua luce infinita che renderà chiaro alla mente quello che era oscuro,
evidente ciò che era sembrato inspiegabile. In questa visione di Dio, l'anima
vedrà anche se stessa, gli altri, la sua storia e la storia del mondo, in cui
scorgerà finalmente uno sviluppo trionfalmente conchiuso di sapienza e di
bontà, sotto l'azione della Provvidenza.
Dalla
visione di Dio nascerà nell'anima un amore più ardente per lui, un amore
fatto di perfetta consapevolezza della sua infinita bontà e vibrante pertanto
di quella riconoscenza che sulla terra è sempre così opaca e monca. Nella
visione e nell'amore l'anima avrà il suo eterno gaudio, non più limitato
dalle meschine proporzioni delle realizzazioni terrene, non compromesso dalla
caducità dei tempo fuggente, non circoscritto dalle condizioni che la legano
quando è unita col corpo terreno.
«La
vita eterna - dice Gesù - consiste nel conoscere te solo, vero Dio, e colui
che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3). È «essere sempre con Cristo»,
secondo le ripetute espressioni di San Paolo, essere «simili a lui, perché noi
lo vediamo com'è», secondo le parole di San Giovanni (1 Gv 3, 1). Ma l'essere
con Cristo in Dio, luminosamente appagante, non esclude che l'anima ricordi e
percepisca la presenza delle altre anime, specialmente di quelle che le furono
più care, nell'unione ineffabile del Corpo mistico. Con esse sarà congiunta
nel vincolo eterno dell'amore, e costituirà la «comunità della carità» nel
suo stato perfetto, luminoso di infinita gloria.
2.
La sorte dei cattivi
Nell'aldilà
esiste anche uno stato di pena, nel quale si trovano i malvagi che ricevono la
sanzione eterna delle loro opere cattive nella lontananza da Dio.
Dice
il Libro della Sapienza (4, 18) che i cattivi sono «nella vergogna, fra i
morti, in eterno... saranno immersi nel dolore e la loro memoria perirà». «Il
Signore darà loro la carne in preda al fuoco e ai vermi - scrive il libro di
Giuditta (16, 20) - affinché brucino e siano rosi eternamente».
Gesù
chiama l'inferno «Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si
estingue» (Mc 9, 42). In esso «vi sarà pianto e stridor di denti» (Mt 22,
13) per tutta l'eternità. «Fuoco eterno» (Mt 5, 41), «supplizio eterno»
(Mt 25, 46), «fuoco inestinguibile» (Mt 3, 12), sono le espressioni di cui si
serve il Vangelo di San Matteo per indicare appunto la durata senza fine della
pena.
La
dottrina della Chiesa, fondata sui dati della Rivelazione, asserisce la
perdizione eterna di coloro che muoiono in stato di inimicizia con Dio. Il che,
in fondo, è ben ragionevole, se si pensa che un'anima che volutamente si
fissa in una colpa - l'avversione a Dio - che dura eternamente, non può
restare separata da lui, per propria decisione, sanzionata dalla divina
condanna, per tutta l'eternità.
Come
nel peccato ci sono due aspetti, e cioè l'allontanamento da Dio e l'adesione
alla creatura, così nell'inferno si distinguono i due elementi della pena,
ossia quello negativo della privazione della visione di Dio, e quello positivo
del tormento inflitto ai sensi. In merito a quest'ultimo si è lungamente
discusso dai teologi sul modo come interpretare i termini scritturistici del
«fuoco» e dei «vermi», dato che la pena opera sull'anima spirituale. San
Tommaso non esclude che un fuoco materiale possa causare un dolore spirituale,
sebbene sia lecito supporre che si tratti di tante pene particolari, per
indicare la durezza delle quali la rivelazione e la tradizione usano i termini
analogici del fuoco e dei vermi?
Del
resto è già tanto indicibilmente tormentosa per un'anima l'impossibilità di
vedere Dio che Sant'Agostino, a conclusione delle disquisizioni sull'entità dei
castighi dell'inferno, giustamente osserva: «E quando si domanda perché
costoro siano infelici, si risponde rettamente che lo sono perché non
aderiscono a Dio». E non aderiscono a Dio, e soffrono quindi le pene
dell'inferno, perché durante l'esistenza terrena non hanno voluto ascoltare
la voce della coscienza, hanno schernito i paterni inviti di chi li voleva
salvare e hanno respinto lungi da sé lo Spirito Santo, il «dolce ospite
dell'anima».
3.
Il Purgatorio
È
dottrina di fede che esiste uno stato di purificazione mortale, oltre la vita
terrena, per le anime passate nell'aldilà non come nemiche di Dio, e tuttavia
non completamente pure, per la mancata espiazione della pena temporale del
peccato e il mancato raggiungimento del grado di perfezione nella carità fissato
per loro da Dio: è il Purgatorio. Tale dottrina è nella logica della giustizia
e della misericordia di Dio. La giustizia vuole una purezza adeguata, la
misericordia concede a chi non è ostinatamente ostile a Dio la possibilità e
il mezzo della purificazione.
Ma
ciò che più conta, per noi, è che la Chiesa insegna tale dottrina come
rivelata, particolarmente in riferimento al Libro II dei Maccabei (12, 43-46),
dove l'agiografo, ispirato da Dio, approva le pratiche pie fatte per giovare a
coloro che si erano «addormentati» nella fede e nella pietà, ma avevano
ancora bisogno di purificazione. «È un pensiero santo e salutare - dice il
Libro - quello di pregare per i morti affinché siano liberati dai loro
peccati». I Padri si riferiscono al testo della prima Lettera ai Corinzi, dove
San Paolo ammonisce che chi non avrà bene costruito sul fondamento della fede,
Gesù Cristo, sarà alla fine sottoposto a giudizio: il fuoco metterà alla
prova ogni cosa, e chi non sarà trovato perfetto a quella prova, «sarà salvo,
ma come passando per il fuoco» (1 Cor 3 15), ossia mediante una purificazione
penosa.
Tuttavia
e soprattutto nella Tradizione che noi possiamo trovare la dottrina, pur
fondata sulla Sacra Scrittura. Tale dottrina ha tutto uno sviluppo nei Padri e
viene poi fissata dalla Chiesa.
San
Tommaso la riassume quando scrive che il Purgatorio risponde alle esigenze della
divina giustizia; che in esso vi è un'acerba pena determinata dalla privazione
di Dio, cui le anime tendono con un ardentissimo desiderio del cuore, non
ritardato dagli impacci terreni; anche in esso, mediante la pena volontariamente
accettata per amore, viene cancellata la colpa del peccato e rimessa la pena che
l'anima doveva ancora, a misura dell'intima disposizione di distacco dal
peccato.
Ma
si può tenere per certo che le anime del Purgatorio, oltre alle pene, provano
grandi gioie, dovute alla loro certezza di essere salve, alla libera effusione
del loro amore a Dio, al pregustamento della felicità celeste.
È
la dottrina che con mirabile elevatezza di pensiero espone Santa Caterina da
Genova nel suo Trattato sul Purgatorio.
Cerchiamo
di percorrere col pensiero il cammino che l'anima del Giusto compie quando Dio
la chiama per ammetterla al premio del buon combattimento e farle godere la
gloria della meta raggiunta, dopo il pellegrinaggio eterno.
È
un itinerario che si svolge sulle sponde di un mistero, dove per la nostra
debole mente umana, incapace per ora della luce infinita, è difficile
affondare lo sguardo. E tuttavia per quello che la Rivelazione ci dice, e che
la teologia, nella luce della Rivelazione, riesce ad esplorare, qualche cosa
ci è dato sapere. Difatti molti hanno tentato di approfondire il mistero; non
tanto sotto la forma dell'itinerario di un'anima, come ha fatto, per esempio,
Newman nel suo «Sogno di Geronzio», ma in quella teologia dei Novissimi, che
pur ci offre molti elementi per poter capire, per poter ricostruire il cammino.
1.
Il senso della vita mortale
Quando
è giunta all'ultimo termine della vita terrena, c'è da pensare che l'anima del
Giusto, chiamata da Dio, senta come un'attrazione misteriosa, che la fa passare
dal regno della contingenza, della temporaneità, delle ombre di questa terra,
a quello che si dice l'aldilà. Un aldilà che le deve apparire subito come
una luce infinita, nella quale ha la percezione di sussistere ancora, di
esistere, quindi ha il senso della permanenza, il senso della vita.
C'è
stata una certa crisi, la crisi della morte, ma l'anima si avvede di averla
superata; non è entrata in una sorta di coscienza dal nulla. Ha superato come
un ponte: la morte, che è stata per lei il ponte della vita. E l'anima ha la
percezione intima dell'immortalità.
Non
si tratta soltanto di un fatto negativo, la semplice assenza della morte; ma
positivamente l'anima gusta in profondità e interiorità il senso della vita: e
di una vita diventata ormai eterna, di una vita che quindi non è più
sottomessa alle oscillazioni, agli alti e bassi, ai difetti che ha nella sua
fase terrena, ma si radica ormai pienamente nel principio della vita, in Colui
che dà la vita, che sostiene nella vita, e che attrae a Sé l'anima per
riempirla di una vita senza fine. L'anima quindi ha la percezione di se stessa
come immortale, come vivente per l'eternità.
2.
La scoperta di Dio nell'interiorità
In
questo percepire se stessa come vivente vede in sé, percepisce in sé qualche
cosa, o meglio Qualcuno che la supera, e che tuttavia le è intimo: Colui che le
era intimo anche sulla terra, più intimo a lei di lei stessa, radice del suo
essere, della sua spiritualità, e anzi, poiché si tratta dell'anima di un
Giusto, principio della sua vita divina, nella grazia, nella carità, in tutte
le altre virtù: l'Ospite dell'anima, Dio. Lo deve percepire in sé in profondità,
subito, come la vera ragione della sua vita, il principio e il fine della sua
vita; deve vederlo veramente come ospite intimo, che le concede la gioia della
conversazione con lui.
L'anima
del Giusto immediatamente, nel suo passaggio all'aldilà, deve scoprire il
vero senso dell'interiorità di Dio a se medesima, cioè la vita in Dio: Dio
vita sua, e lei vivente in Dio. E in questo Dio interiore, che subito la domina,
ma con un dominio che è di amore, e quindi di felicità, essa adesso vede
veramente il senso della sua vita. In Dio scopre il suo bene, come eterna verità
che riempie la sua intelligenza, come eterno amore che finalmente rivela pienamente
all'anima il perché delle misteriose aspirazioni del suo cuore, verso un bene
che sulla terra le sembrava non poter raggiungere ed era veramente
irraggiungibile, perché era al di là di tutti i beni creati: Dio, suprema
Verità e sommo Amore, gioia quindi dell'intelligenza e gioia del cuore.
3.
Sulla sponda di Dio
L'anima
si trova così dinanzi all'Altro Termine del lungo dialogo, che per tanto tempo
sulla terra ha condotto, ma come se si trovasse su una sponda, mentre l'Altro
Termine si trovava sull'altra sponda, e in mezzo c'era una fiumana di tenebre.
Era la fiumana delle cose, del tempo che scorreva nell'opacità della materialità,
che le impediva di vedere nell'aldilà, come quando su un grande fiume è
difficile da una sponda vedere ciò che è e avviene sull'altra sponda perché
in mezzo c'è la nebbia. Così la nebbia delle cose impedisce a noi che siamo
sulla sponda del tempo di vedere bene ciò che è, ciò che avviene sulla sponda
dell'eternità, per parlare con metafore spaziali di cui non possiamo fare a
meno, ma che sono ben lungi dal rendere la realtà delle cose. Ce ne danno
tuttavia una somiglianza, o un'ombra.
L'anima
allora si trova sulla stessa sponda di Dio, nell'eternità. Sono cadute tutte le
tenebre, tutte le ombre; essa si trova immersa nella luce divina che è a lei
interiore, perché essa è spirito, e spirito non più legato, almeno in modo
attuale, alla materia, ma libero dalla materia: libero quindi dal
condizionamento che nella fase terrestre della vita la materia, il corpo
esercitava sull'anima, sulle sue facoltà; libero da una specie di prigionia,
che di fatto esisteva, anche se il corpo non va inteso come una prigione in
senso platonico, ma come il buon compagno dell'anima, a cui è unito
sostanzialmente e con la quale costituisce l'unica vivente persona umana.
Tuttavia di fatto esso rappresenta un peso, un condizionamento, una ragione
di tenebrosità. L'anima nell'aldilà, affacciatasi alla luce infinita
finalmente la contempla da spirito a Spirito, senza bisogno di questa mediazione
delle cose corporee e senza impacci da parte del corpo, della materia a cui era
unita sulla terra.
4.
Nella luce infinita
E
quella luce infinita la scopre in sé, nella sua interiorità, perché lo spirito
sommerso nello Spirito, nella Luce spirituale, vi si adegua. L'anima dunque
s'incontra con la Luce, con una luce che ha un volto ben determinato, il volto
di Dio, e anzi il volto di Dio che si è fatto uomo, Cristo che è stato vita
dell'anima nel regime della grazia, e che ora diventa vita dell'anima, sta per
diventarlo, se vogliamo parlare con successione di momenti, sta per diventarlo
nel regime della gloria: Cristo, che, come prega la Chiesa nelle orazioni per
gli agonizzanti, si presenta all'anima del Giusto che passa nell'aldilà, con
volto giulivo, con volto sereno. È una luce sfolgorante che irradia l'anima,
che l'attrae e l'affascina e la fa vivere, già fin da quel primo momento, di
una gioia ineffabile. Naturalmente l'anima, trovandosi immersa nella luce, e
nella luce che è Dio, e Dio fattosi uomo, Gesù Cristo, vede bene in quella
luce anche se stessa, senza più nessuna sofisticazione, nemmeno involontaria;
vede veramente quello che è. E se quest'anima, pur avendo vissuto per anni e
anni nell'amore di Dio, se quest'anima trova ancora in sé qualche macchia per
insufficiente purificazione, per insufficiente espiazione di eventuali peccati,
per insufficiente vittoria se non su peccati e vizi, almeno sui difetti quasi
connaturali, che Dio voleva che sparissero da lei già nella vita terrena,
allora quest'anima vedendo ancora un residuo di tenebrosità in se stessa, sente
che non è degna di un'immediata realizzazione della Luce infinita, nella sua
totalità; che non può ancora completamente dirsi di Dio, e quindi non può
ancora pretendere che Dio sia tutti in lei. E dall'intimo stesso di
quest'anima nasce il desiderio di rendersi degna di Dio per possederlo bene,
pienamente, e quindi di purificarsi ancora, di cancellare quell'ultimo
residuo di tenebra che può essere in lei.
5.
Il Purgatorio dell'amore
Non
c'è altra via di purificazione che quella dell'amore. Perché anche sulla terra
ciò che ci fa crescere nella vita di grazia, purificandoci dal male e dalla
terrestrità, è l'amore, l'amore soprannaturale di Dio. Quest'amore produce
nell'anima un tormento, che solo chi ama può capire: il tormento dell'anima
che spinta da questo amore vorrebbe subito abbracciare il suo Dio, immergersi
nella sua luce, vederlo faccia a faccia in pienezza; non soltanto percepirlo
quasi all'esterno, come luce infinita, ma goderne tutto lo splendore, afferrarne
l'intima essenza. L'amore soprannaturale trascinerebbe l'anima verso questa
pienezza: e tuttavia, nella consapevolezza di non essere ancora pienamente degna
di questo possesso, quello stesso amore trattiene l'anima e le impone, la
convince a un'ulteriore purificazione.
In
questo trattenersi dell'anima, in questo desiderare di rendersi degna di Dio e
quindi in questa giusta convinzione di non poterlo subito possedere, mentre
la divora il desiderio, l'anelito di possederlo, è il vero tormento, la vera
sofferenza: a cui si aggiungono le cosiddette pene del senso, in quanto l'anima,
con un modo misterioso di esercitarsi delle sue facoltà, percepisce anche un
certo tormento da parte della creazione intera con la quale in realtà non è
ancora in perfetta sintonia, e quindi subisce come una ferita, che è
ripercussione in lei dell'ordine universale violato col suo peccato o, data la
sua insufficiente espiazione, non perfettamente reintegrato.
In
questa pena sopportata anch'essa per amore, l'anima trova la sua croce, il suo
crogiuolo di purificazione. Ma questo desiderio di amore, quest'apertura è già
dono di Dio, che fa vibrare nell'anima la carità che già possiede, ma con un
tono più intenso, con un ardore nuovo, che spinge l'anima (noi descriviamo
questo processo per momenti successivi, ma l'aldilà è difficile immaginarlo,
è difficile capire come questa dialettica dell'amore e della purificazione
si svolga nell'anima e tuttavia qualche cosa di simile deve pure effettuarsi):
la nuova purezza e ricchezza d'amore fa sì che l'anima aneli ancora più
fortemente, e si direbbe volontariamente alla ricerca, al possesso di Dio, ma
senta pure ancora più fortemente, il bisogno di purificarsi. Così cresce il
tormento, ma in questo crescere del tormento, cessano le ragioni del tormento,
perché si effettua la purificazione. L'anima s'avvicina così, aiutata anche
dalle preghiere di suffragio della Chiesa della terra, al possesso pieno, e
finalmente vi giunge.
6.
Immediata glorificazione dell'anima completamente pura
Se
nel suo passaggio all'aldilà l'anima del Giusto vissuto per tanti anni nel
bene, nella penitenza, soprattutto nella consacrazione totale di sé a Dio,
cercando al di sopra di tutto e attraverso tutto una cosa sola: il regno di Dio
e la sua giustizia; se quest'anima dopo il cammino nel bene è giunta a quel
grado di amore purissimo di Dio, di purificazione interiore, di offerta di sé
a cui Dio la chiamava nell'economia della vita cristiana sulla terra soprattutto
se quest'anima nell'ora della morte, nell'ora del passaggio sul ponte della
morte, è tutta anelante a Dio, e compie quest'ultimo atto della vita, che è
anche il primo atto dell'aldilà, come un'offerta di amore, come una
definitiva consacrazione di sé, quasi l'ultima sillaba di una formula di
consacrazione, che quest'anima ha composto momento per momento della sua vita;
se l'anima del Giusto conchiude la sua vita, come spesso avviene, all'ombra di
Maria, invocata come regina e madre, tra gli angeli e i santi invisibilmente
presenti, tra i membri della Chiesa della terra, che colla loro presenza che
ricorda all'anima cose sante e pure e belle della vita, la sostengono nel grande
passaggio; aiutata dalle preghiere della Chiesa, che hanno una loro misteriosa
efficacia, aiutata soprattutto dai sacramenti che Cristo concede all'anima
attraverso la Chiesa: se quest'anima si presenta così nell'aldilà,
purificata, santificata, con un intimo desiderio e bisognoso di Dio, corrisposto
fervorosamente nell'ultimo momento, più che in tutti gli altri momenti della
vita, facilmente si può supporre che quest'anima si presenta nell'aldilà, a
Dio, nella condizione da lui richiesta, in quella perfezione dell'amore che le
concede di avere subito, in sé, un'abissale capacità di Dio.
7.
La perfetta immagine di Dio
Anche
l'anima passata attraverso il purgatorio, superato il crogiuolo dell'amore e del
fuoco, giunge all'istante dell'interiorizzazione completa in Dio.
Perciò
o nel primo scoprire la Luce infinita dell'aldilà, o dopo che è giunta alla
sua purificazione nell'ambito di quella Luce, l'anima realizza
immediatamente anche il possesso pieno dell'essenza di Dio, nella profondità
di questa Luce misteriosa che non è per lei soltanto irradiazione, ma è
anche visione intima: e in Dio contempla il volto di Cristo, della sua umanità,
rifulgente nell'essenza divina; l'umanità di Cristo nella persona del Verbo,
alla cui somiglianza è stata fatta e sempre più è stata perfezionata
mediante i sacramenti della Chiesa, attraverso una vita santa; e conformata al
Verbo, è da lui resa simile, come era già inizialmente sulla terra, ma adesso
in modo perfetto, all'immagine del Padre.
È
un'immagine che si realizza in lei nell'ambito, nel seno della Trinità, come
partecipazione a lei della visione del Padre che ha il Verbo. E in quella
visione in cui è resa perfettamente conforme al Verbo e attraverso il Verbo
al Padre, scintilla in lei (parliamo umanamente), si accende in lei e arde in
lei il fuoco d'amore dello Spirito Santo, in un possesso perfetto della carità,
che è partecipazione dello Spirito Santo. Sicché l'anima si trova in un mare
d'amore, nel quale è capace di vedere la luce infinita di Dio, e di goderla
intimamente: quindi in un mare che è di gioia, di felicità, di gloria del
cielo.
Il
cielo è la gloria di Dio ma anche la gloria del Giusto. La gloria del Giusto si
attua nella gloria di Dio, cui egli partecipa nella visione, nell'amore, nella
felicità. E tutto vede, allora, in nuova luce.
1.
La visione di Dio
Sulla
terra l'anima del Giusto forse aveva tentato, nei suoi sogni infantili, nei
suoi entusiasmi giovanili, nelle sue meditazioni della maturità, nelle
contemplazioni piissime della vecchiaia, forse aveva cercato di raffigurarsi
l'incontro con Dio, di descrivere a se stessa, e magari anche ad altri, ciò che
poteva essere quella gloria, quella gioia del cielo. Ma appena l'incontro avviene,
essa vede la distanza tra tutto ciò che può aver pensato, o sognato, o detto
sulla terra, e la realtà.
Ma
non ha nemmeno tempo, per dir così, di fermarsi a misurare delle distanze e a
vedere delle sproporzioni, perché ormai tutta è occupata, tutta è
riempita dalla luce, dalla realtà di Dio ineffabile. Sicché quest'anima
vedendo Dio, vede e possiede ciò che era la ragione della sua vita, e della
sua vita nella parte più alta, nell'espressione più sublime, più autentica
del suo spirito: la verità. Possiede Dio Verità; e Dio Verità non è diverso
da Dio Amore; così che il suo cuore, la sua volontà, la sua capacità di
amare, dilatata in forza della sua nuova capacità di conoscere: tutto è
unificato, tutto è riempito da Dio. Dio Amore è lo stesso per lei che Dio
Verità. Lo vede amandolo e lo ama vedendolo. È una visione che in modo perfetto,
e non tra le ombre e le oscillazioni della terra, si apre in amore. In questa
unità di visione-amore, possesso di Dio Verità, possesso di Dio Bene, gode
l'intelligenza, gode il cuore. Tutto è gioia, tutto è felicità. Finalmente
sono cessati il dolore, il senso del limite, l'angoscia, la sudditanza alla
fatica, la senescenza, la morte; tutto è passato, come dice l'Apocalisse (7,
17; 21, 4), e l'anima si trova sotto la tenda di Dio. Ma non, così come si
potrebbe pensare, sotto una tenda terrena dove sia presente l'oggetto amato, ma
sempre così distante, per la barriera della corporeità che divide. No. Questa
è un'immagine dell'Apocalisse (21, 3), la tenda di Dio, e può piacere e
consolare, ma la realtà è immensamente, infinitamente più grande dei suoi
simboli, delle sue rappresentazioni. Perché la tenda di Dio, è Dio stesso
vivente nell'anima, comunicato all'anima in modo perfetto, come Verità, come
Bene, e quindi vibrante in quest'anima ormai diventata una cosa sola con lui.
2.
La nuova visione del mondo
Ammessa
così a una comunione intima nel seno della Divinità, col Padre, col Figlio,
con lo Spirito Santo, vivente della loro stessa conoscenza, del loro stesso
amore che sono a lei partecipati ormai in modo perfetto, l'anima del Giusto è
ammessa pure alla partecipazione e quindi al godimento di ciò che è contenuto
nella mente infinita di Dio: l'ordine universale, veduto soprattutto come
trionfo della giustizia di Dio sul male, già descritto dall'Apocalisse come
conclusione della storia (Ap 15, 3-4; 18, 1 ss.; 20, 1 ss.).
È
per l'anima del Giusto un'ineffabile beatitudine vedere nella mente di Dio,
nel seno della Trinità luminosissima, l'ordine universale come trionfo della
giustizia di Dio sull'ingiustizia delle cose e degli uomini, sul male, sulla
tenebra; vedere l'ordine universale come confluente sotto la condotta di Dio
verso un termine che è di bontà, di luce, di amore; vedere l'ordine universale
come trionfo non solo della giustizia, ma dell'infinita misericordia,
dell'amore incommensurabile di Dio.
Alla
fine l'odio è vinto dall'amore, l'egoismo è vinto dalla bontà, tutte le
miserie e persino le turpitudini degli uomini, possono avere finalmente la
loro sanzione in un trionfo della giustizia divina che condanna (e l'anima
questo vede, e ne gode): ma l'anima vede soprattutto come miserie e turpitudini,
sventure, sciagure da noi provocate con le nostre colpe, tutto questo viene
alla fine sopraffatto, si direbbe, dal trionfo della misericordia, che perdona,
che salva, che anche condanna: ma in quella condanna c'è già un atto di
misericordia, perché non è annientamento. E tuttavia il vero trionfo è nella
misericordia usata ai buoni, agli eletti tra i quali si trova l'anima del
Giusto. È il trionfo della misericordia che dà senso alla storia e scopo
all'universo. Sicché per la misericordia di Dio molti sono i salvati, molti
sono coloro che realizzano lo scopo dell'esistenza, il perché della
creazione, cioè la partecipazione alla gloria di Dio nella felicità
eterna, dove si canta il canto di gloria a Dio che è anche il canto della
propria gloria, della propria beatitudine. Si può sperare, pregare, auspicare
che sia così per tutti gli uomini.
3.
L'ordine cristocentrico
L'anima
vede l'ordine universale, in Dio, come trionfo di giustizia e di misericordia,
come partecipazione al creato dell'Amore infinito di Dio. Lo vede concentrato e
realizzato in un'economia meravigliosa, l'economia della salvezza, e capisce
allora il Magnificat della Madonna, capisce bene quanto essa cantava
celebrando la misericordia di Dio che si estende di secolo in secolo, di
generazione in generazione (Lc 1, 54): questa misericordia verso la discendenza
dell'Abramo non solo carnale, ma spirituale; verso l'Israele universale dello
spirito, che siamo tutti noi, che è la Chiesa cattolica come comunità che da
un capo all'altro della terra raccoglie i figliuoli di Dio prima dispersi e
finalmente riuniti intorno a Cristo (Gv 11,52).
L'anima
ora capisce come l'universo è tutto raccolto, collegato intorno a Cristo,
il mediatore tra il cielo e la terra, il Dio fattosi uomo perché l'uomo salisse
a Dio. Vede sé in Cristo, e vedendo sé in Cristo, vede in Cristo la Chiesa, di
cui fa parte, tutta la comunità dei credenti, di coloro che servono Dio, che
amano Dio - che furono, che sono, che saranno -, tutti raccolti intorno
all'unico Capo, anzi in lui viventi, perché legati a lui dai vincoli misteriosi,
ma realissimi, della grazia, che finalmente l'anima vede nella sua essenza
intima di partecipazione della natura e della vita divina. Conoscendo ormai la
grazia, come partecipazione di Dio alle anime, alla comunità delle anime, la
Chiesa, in modo perfetto, revelata facie, in cielo, ma in modo iniziale,
oscuro, ma realissimo, già sulla terra, l'anima del Giusto conosce anche
l'ultima essenza della Chiesa, e vede se stessa inserita nella vita della
Chiesa, Corpo mistico di Cristo, e quindi nell'ordine universale tutto
concentrato intorno a Cristo uomo-Dio e convergente nella Trinità.
Dalla
Trinità alla Trinità: l'anima capisce veramente il significato di queste
parole. In Dio e per Dio, nella sua luce infinita, vede il senso dell'universo:
concentrazione in Dio, canto di gloria alla Trinità, per Cristo, con Cristo, in
Cristo.
4.
Il canto dell'universo
Nell'ordine
universale l'anima ormai sa cogliere e interpretare perfettamente la voce
delle cose. Capisce veramente il canto di gloria che i Salmi, i tre Fanciulli,
San Francesco hanno cercato di interpretare e di ridire: il canto del creato
che, anche nella sua parte materiale, celebra la gloria di Dio. E al di sopra
dei canto delle cose materiali, il canto degli spiriti angelici, il canto delle
anime umane. E soprattutto il canto delle anime nelle quali vive Cristo, delle
anime che sono tempio di Dio, delle anime che vivono di grazia, specialmente
di quelle che vivono nel raccoglimento, nella preghiera, nella consacrazione
di sé, sempre raccolte come intorno a un mistico altare, nella loro intimità.
Capisce
veramente, ormai, la voce che sale da ogni parte della terra, ovunque c'è la
Chiesa, ovunque c'è partecipazione di Dio. Sente il canto, che confluisce nei
cieli, ed è glorificazione di Dio, ed è esaltazione della sua misericordia,
della sua giustizia, è canto di benedizione per l'universo.
5.
La schiera dei Santi
Nella
teoria delle anime unite a Dio, santificate da Dio, che in cielo e sulla terra
formano come un unico fascio di voci osannanti, un unico coro universale,
l'anima vede le varie categorie, vede la Vergine Santa, la madre di Cristo, e
perciò la madre di tutti i fedeli di Cristo, nella sua gloria infinita, così
come l'ha contemplata Dante, ma in un modo infinitamente superiore a quello in
cui egli l'ha descritta, anche se esso è già sublime.
Vede
i suoi Santi. Soprattutto, se si tratta di un'anima religiosa, vede il santo
Fondatore che a lei ha dato una seconda famiglia, secondo lo spirito. Vede i
Santi che ha venerato e amato di più; i grandi Santi, le anime sante con cui è
vissuta sulla terra in dimestichezza, specialmente i Santi del suo tempo che
formarono con lei un'unica comunità di bene, di fede, di amore: i Pontefici,
i Vescovi, i Superiori, i Sacerdoti, i Confratelli, le Consorelle, i figli e le
figlie spirituali, tutta una comunità meravigliosa, fatta di spirito, ormai, e
veduta nello spirito, quindi in ciò che ha di più profondo, di più bello.
6.
La comunione della Chiesa
Sente
veramente, ormai, che cosa significa vivere nella Chiesa e nella Chiesa avere
una famiglia spirituale, e in questa famiglia spirituale essere congiunta ad
altre anime con vincoli di spiritualità e di grazia, nella carità di Cristo.
Finalmente questi vincoli in cielo rivelano anch'essi nella luce di Dio la loro
luminosità, che sulla terra era nascosta, avvolta d'ombra perché si era nel
regime della fede, e la materia, il corpo erano come una barriera che quasi
sempre impedivano di vedere la luce che si effondeva da anima ad anima. In
cielo queste barriere non ci sono più.
C'è
una comunione e comunicazione di tutti nella luce, perché ormai l'unica realtà
che riempie tutte le anime, è la stessa luce infinita di Dio. Quindi tutto il
creato, e nel creato l'umanità, e nell'umanità la Chiesa al centro dell'unico
ordine di partecipazione della gloria di Dio, dell'amore di Dio, della felicità
di Dio: tutto ciò costituisce l'oggetto di una visione luminosa, piena di
gioia, per l'anima beata.
7.
Il trionfo della giustizia nell'inferno
L'anima
può affacciarsi per un istante (per parlare così, umanamente) sull'abisso
della tenebra, della morte permanente. Ma non ne è toccata, non ne prova
nessuna infelicità, perché la sua volontà perfettamente conforme alla
volontà di Dio, la sua intelligenza ormai piena della luce di Dio, tutto
considerano, giudicano e vogliono secondo le ragioni divine, che sono ragioni di
verità diventata giustizia e di amore, che se per gli eletti trionfa come
infinita misericordia, per i reprobi deve trionfare come infinita giustizia,
una giustizia che anch'essa quindi è amore: amore del bene vero, del bene
infinito di Dio, che è anche il bene degli eletti e che include quindi la
punizione del male.
L'anima
non può soffrire; soffrono invece coloro che si trovano in quel regno della
tenebra, di quella che si chiama la morte seconda (cfr. Ap 2, 11), la morte
vera, e che non possono innalzare il loro sguardo fino al cielo, non possono
afferrare nulla di quella luce se non nel senso della percezione di una tremenda
maestà di giustizia, che li colpisce e li schiaccia. Ma l'anima che è giunta
al cielo vede la giustizia come un trionfo d'amore e quindi ne gode.
8.
La benedizione alla terra
L'anima
nel suo trionfo d'amore può anche affacciarsi sulla terra e vedere il cammino
delle anime ancora viventi quaggiù, soprattutto delle anime che la ricordano,
che essa ha amato e che la amarono; specialmente se è un'anima che ad altre
anime è stata guida, luce, sostegno, vede certamente la sua famiglia
spirituale. E sul cammino che le anime devono ancora percorrere sulla terra,
l'anima che ormai vive nella gloria di Dio, sente un bisogno profondo di fare
discendere luce e aiuto, e implora questa luce, questo aiuto da Dio.
Nell'unica
carità di Cristo che tutti avvince dal cielo alla terra, vi è un'effusione
nuova per l'intercessione di quell'anima, di luce, di grazia, di divino aiuto.
Sicché il vincolo che ancora l'unisce a coloro che ha lasciato sulla terra, si
traduce in benedizione: una forza meravigliosa, divina, che quest'anima può
mediare con Cristo, in Cristo, per Cristo, affinché il cammino di quelle
anime si svolga sempre più retto, sempre più deciso, e quelle anime salgano e
raggiungano un giorno l'anima amata e amante nella gloria di Dio.
9.
La gloria del corpo
L'anima
dei Giusto che ormai vive in Dio e ha la certezza di Dio, della sua luce, del
suo amore, della sua gioia, la certezza quindi della propria salvezza, della
beatitudine eterna, in Dio contempla anche quello che noi chiamiamo l'avvenire
del mondo e delle anime, e che per quest'anima vivente in Dio, in qualche modo
è già, come per Dio stesso, un presente: e cioè il prolungarsi indefinito
di questa beatitudine, di questa partecipazione della gloria di Dio, fino al
punto in cui sarà integrata la persona umana, e l'anima ritroverà il suo
corpo, le sue sembianze anche fisiche, ma trasfigurate in una partecipazione
piena alla gloria dell'anima, quasi una riproduzione, almeno in qualche modo, di
quello che avvenne in Cristo nella Trasfigurazione, quando la gloria intima
dell'anima poté vincere la resistenza della materia che abitualmente subiva
anche per non folgorare coloro che le si accostavano: poté vincere la
resistenza, la tenebrosità della materia e rendere transluminoso anche il
corpo. Qualcosa di ciò si riprodurrà al momento della risurrezione per le
anime degli eletti che potranno effondere, far ridondare la luce della loro
gloria anche sul corpo, in una giovinezza nuova ed eterna.
Alle
anime che sono in cielo è già data la gioia di questo stato futuro,
conosciuto, desiderato, quasi posseduto spiritualmente, per di così; lo stato
di quando sarà perfetto il trionfo dell'umanità dei Santi nella gloria di Dio,
con l'anima e col corpo, in un creato che, come dice San Pietro, ricollegandosi
a Isaia, sarà rinnovellato in cieli nuovi e terre nuove, come grande teatro
della gloria degli eletti (2 Pt 3, 13; Is 65, 17).
L'anima
questo già conosce. E quindi anche se il suo corpo è lontano, in un piccolo
angolo, forse in un metro quadrato di terreno, affidato al pio ricordo e alla
venerazione di coloro che l'amarono, di coloro che ne conservano la memoria,
o dimenticato, o disperso come polvere, in realtà l'anima che è in cielo
nella luce di Dio, vede anche questo aspetto della sua esistenza futura in una
luce nuova, che è già quella della glorificazione.
Si
compirà poi finalmente l'evento della risurrezione, per opera di Cristo, che
per primo è risorto e che, come ha comunicato ai suoi fedeli il mistero della
sua Passione e Morte sulla terra, così comunicherà loro in modo pieno il
mistero della sua Risurrezione, non soltanto come trionfo dell'anima sulla
morte, ma anche come reintegrazione dell'anima e del corpo nell'unica persona
umana, nel cielo della gloria. Trionfo quindi definitivo sulla morte, sul tempo,
sulla caducità, nella gloria di Dio.
10.
Sull'itinerario del Giusto
Bello
l'itinerario dell'anima del Giusto che va a Dio. Bisogna seguirlo passo per
passo, momento per momento, come itinerario d'amore: di un amore che porta
alla giustizia, alla rettitudine, alla vittoria sul male e sul peccato, alla
radicazione sempre più profonda nel bene, all'osservanza sempre più decisa,
sempre più completa di ciò che si è promesso, nel Battesimo e in tante altre
ore della vita cristiana. Quindi camminare bisogna, su queste vie della terra,
compiere questo itinerario, momento per momento, come crescita dell'amore,
crescita nella pietà, rassodando così sempre di più i vincoli con le anime
che ci hanno preceduto, soprattutto delle anime più sante, delle anime più
care a Dio: compiere questo cammino sempre più decisamente, finché un giorno
anche le nostre anime possano essere ammesse, possibilmente al momento stesso
della morte, senza bisogno di passare per un ulteriore stadio di purificazione,
essere ammesse con le anime che già sono in cielo, alla gloria di Dio.
Il
numero delle anime elette aumenta con ritmo crescente, man mano che si svolge
la storia e che il tempo volge alla fine, finché per tutta l'umanità che
proviene da secoli e da millenni, da spazi e da tempi i più lontani, sorga il
giorno nuovo, in cui finalmente possederà una luce, che sarà sempre, come il
volto di Cristo, un mezzogiorno splendido cui non succederà tramonto.
Non
tutti hanno la percezione della radicale opposizione delle teorie che in qualche
modo ammettono un ritorno alla vita terrena dopo la morte, con il pensiero
cattolico che trova la sua formulazione anche in dichiarazioni precise del
magistero ecclesiastico. È bene quindi dedicare qualche pagina a illustrare
tale opposizione, anche perché le antiche dottrine pagane sulla metempsicosi
sono state rinverdite nei tempi più recenti dai seguaci dello spiritismo e
della teosofia, vengono diffuse in molti ambienti, e qualche volta fanno sorgere
interrogativi o dubbi anche nei credenti.
1.
La reincarnazione e la tradizione del pensiero cristiano antico
AI
termine di metempsicosi (come agli altri di ensomatosi, metempsomatosi,
palingenesi) oggi i teosofi preferiscono sostituire quello di reincarnazione,
per sottolineare che essi limitano le trasmigrazioni dell'anima attraverso i
soli corpi umani, mentre la metempsicosi può estendersi agli animali e persino
ai vegetali.
In
ogni caso, nel mondo cristiano si è su posizioni diametralmente opposte anche a
questo tipo ridotto di trasmigrazione, sebbene non manchino tracce di tale
dottrina specialmente in qualche antico scrittore ecclesiastico ispirato al
platonismo e neo-platonismo. Così in San Giustino si trova affermata una certa
preesistenza dell'anima, di cui essa non ha coscienza, come nemmeno la coscienza
delle successive esistenze che seguono l'attuale. Atenagora invece afferma
la non-preesistenza.
Sant'Ireneo
polemizza con Platone per la sua teoria della preesistenza. Clemente
Alessandrino non sembra abbia ammesso una vera forma di preesistenza, nonostante
certi suoi testi non decisivi, mentre altrove accenna a un travasamento di
anime, ma sembra riferirsi a filosofiche speculazioni, e chiaramente afferma
la trascorporazione (metasómatosis) della teologia egiziana, dalla quale passò
in altri indirizzi (e certo, egli pensa a Pitagora).Fozio dice che le Ipotiposi
sostengono la metempsicosi, ma ci si domanda se veramente si tratta dell'opera
di Clemente, tante sono le assurdità e le favole contenute nel suo esemplare.
Nemmeno
la teoria di Origene circa l'universale apocatàstasi o reintegrazione è
intimamente collegata con la metempsicosi propriamente detta. Egli ammette anche
la preesistenza delle anime, ma non deduce da questa, per un felice sillogismo,
anche se il passaggio era logico,, la trasmigrazione. Nel De principiis non
si pronuncia, ma in via di ricerca tenta di conciliare il Cristianesimo con le
teorie platoniche; dal testo però non si può conchiudere che ci fosse una
vera corrente cristiana favorevole alla preesistenza. La teoria
dell'apocatastasi, secondo la quale gli spiriti sussistenti nell'unità
primordiale, caduti a causa del peccato, sarebbero stati legati alla materia per
compiere la loro purificazione, e questa continuerebbe anche dopo la morte,
finché alla fine del mondo si riunirebbero a Dio, e quindi per una nuova caduta
sarebbero ancora riuniti alla materia, onde si riprodurrebbe lo stesso
processo in un'evoluzione incessante, con una continua alternativa di cadute
e di ritorni, in realtà è estranea sia al giudaismo sia al Cristianesimo,
ma è di derivazione platonica. Da Origene passò in Didimo il Cieco e nel diacono
Evagrio Pontico, suoi seguaci. San Gregorio Nisseno respinse la teoria della
preesistenza, ma accettò da Origene quella dell'universale apocatàstasi.
Tuttavia contro Origene insorsero molti tra i rappresentanti del pensiero
cristiano di quei primi secoli: San Pietro di Alessandria, che scrisse cinque
libri contro la preesistenza delle anime; San Metodio d'Olimpio, nel libro sulla
Risurrezione; San Gregorio Nisseno, quanto alla preesistenza delle anime; Enea
di Gaza. Soprattutto Sant'Epifanio condusse la lotta contro Origene, non sempre
con moderazione, e nel 402 adunò persino un Concilio per condannarlo. Egli
eccitò contro Origene anche lo sdegno di San Girolamo. Sant'Agostino sembrò in
un primo tempo ispirarsi a Platone, ma più tardi ne fece una radicale
confutazione, ed esponendo la dottrina di Origene, si dice meravigliato che
egli l'abbia insegnata. Anche San Cirillo di Alessandria confutò la teoria platonica.
L'antiorigenismo
si fece ancora più fervido nel secolo VI. Teodoro di Scitopoli indirizzò
all'imperatore Giustiniano e ai suoi patriarchi una condanna molto vivace degli
errori di Origene. L'imperatore segnalò questi errori al patriarca Menas di
Costantinopoli, cercando di confutarli, e poggiando soprattutto sull'autorità
dei Padri. Menas riunì il suo concilio «permanente», che lanciò contro
Origene quindici anatemi, condannando tra l'altro la teoria della
preesistenza e dell'apocatàstasi, con tutti i particolari della caduta degli
spiriti, della materializzazione ecc. Altra condanna delI'apocatastasi si ha
nel concilio di Costantinopoli del 534, con approvazione di papa Virgilio.
Da
tutto ciò risulta abbastanza chiaramente la mancanza di una vera e propria
corrente di pensiero cristiano favorevole alle teorie origeniste; e quanto
alla metempsicosi in particolare non risulta che ci siano scrittori cristiani
che per influssi estranei abbiano esposto o anche solo accennato a una loro
simpatia per tale dottrina.
La
sua apparizione in certe correnti gnostiche e manichee suscita la reazione
degli ortodossi, talvolta fino allo scherno. A questo proposito
Epifanio
riferisce una curiosa interpretazione dello gnosticismo simoniano, derivata
forse dagli adepti della «gran madre» (che sembra impersonare l'«eterno
femminino»), per cui tal forza si trasfonde dai corpi femminili in altri corpi
e attraverso la loro distruzione finisce per raccogliersi tutta e ritornare in
cielo. Parlando poi del manicheismo riporta un lungo estratto dell'opera di
Archelao, e al cap. 28 spiega «come l'anima si trasfonde in cinque corpi...».
San Basilio nota argutamente: «fuggi le ciance degli altezzosi filosofi i
quali non si vergognano di porre le loro anime a quelle canine scambievolmente
conformi, e dicono che essi stessi furono donne, arbusti, pesci di mare.
Io
veramente non direi che una volta erano pesci, ma francamente sosterrei che
nello scrivere queste cose erano più irragionevoli dei pesci». Dionigi
pseudo-Areopagita nella sintesi storica degli errori «profani», che rifiuta
per la loro «ingiustizia» e «non-santità», scrive: «Invece tra i non
sacri, gli uni irragionevolmente credono che i corpi svaniscono nel nulla; gli
altri che la corporale congiunzione con le proprie anime è da spezzare una
buona volta, in quanto non si adatta loro nella deiforme vita e nelle beate
porzioni, non avendo capito né essendo stati ammaestrati abbastanza in
scienza divina, che la nostra deiformissima vita fu già iniziata da Cristo.
Altri
assegnano alle anime congiunzioni con altri corpi, mostrandosi ingiusti...
verso quei (corpi) che insieme faticano con le anime divine, e non santamente
privano delle sacre retribuzioni quelli che arrivano al termine della
divinissima corsa».
2.
L'insegnamento del magistero ecclesiastico sulla sorte dell'anima dopo la morte
Come
già abbiamo accennato, la dottrina della Chiesa con formule più precise
esclude nettamente la possibilità della metempsicosi, anche se non si pronuncia
in modo diretto su tale teoria così come è presentata dai suoi sostenitori
antichi e recenti. Qualche autore, come Rozier e Papus, pensò che i Concili
condannino solo chi sostiene che le anime discesero sulla terra per disgusto del
cielo, mentre non escluderebbe la metempsicosi, sicché un cattolico sarebbe
libero di accettare o di respingere tale dottrina. Ma anche se manca una
definizione esplicita sulla irreformabilità dell'anima dopo la morte e sulla
possibilità di un mutamento sostanziale delle sue disposizioni, tuttavia la
tesi che ciò afferma esprime la fede generale della Chiesa ed è connessa con
dichiarazioni inequivocabili, secondo le quali la sanzione avviene subito
dopo la morte ed è decisiva per tutta l'eternità.
Così
il Concilio di Lione (1247) distingue tre stati, due dei quali definitivi:
l'inferno e il paradiso, dove le anime entrano subito (mox) la morte; per quelle
invece che passarono all'altra vita nella carità ma non ancora abbastanza
purificate, esiste un terzo stato provvisorio, che è il purgatorio. La stessa
dottrina è definita da Benedetto XII nella Cost. Benedictus Deus (29 Gennaio
1336). Il Concilio di Firenze a sua volta la inserisce nel Decretum pro Graecis
(6 giugno 1439), dov'è ripetuta l'affermazione dei precedenti documenti
ecclesiastici sull'immediata decisione della sorte delle anime (in tutti i
documenti ritorna costantemente il «mox in coelum recipi», «mox in infernum
descendere») e quindi sull'impossibilità di essenziali cambiamenti nel loro
stato.
Questa
dottrina della Chiesa deriva chiaramente dal Vangelo dove la contrapposizione
delle «beatitudini» e dei «guai» nel Discorso della Montagna si risolve in
un rovesciamento di posizioni dopo la morte, quando chi ora ride allora
piangerà, e viceversa (Lc 6, 20-26; Mt 5, 3-12), e ciò in modo definitivo,
come risulta dalla parabola del ricco epulone e del mendicante Lazzaro (Lc
16.19-31) e da quella delle dieci vergini (Mt 25, 1-13), nelle quali è evidente
l'impossibilità di un cambiamento di sorte, essendo finito il tempo delle
decisioni. Dopo la morte, che è la «notte» - insegnava altrove Gesù -,
nessuno può lavorare (Gv 9, 4), e pertanto egli esorta insistentemente i suoi
discepoli alla vigilanza, attività, perseveranza (Mt 24, 42-51; 25,13; Mc 13,
33; Lc 12, 35-40). Lo stesso pensiero e le stesse esortazioni si trovano negli
Apostoli (cfr. Gal 6, 9-10; 1 Cor 9, 24 ss.; 2 Cor 5, 1-10; 1 Ts 5, 2-3; 1 Pt 1,
3-8; 2 Pt 3, 10; Gc 4, 13-15; Ap 2, 10-11; 16-15).
Specialmente
San Paolo (1 Cor 15, 24-28) afferma chiaramente che col giudizio finale si
chiude per tutti l'economia della salvezza, senza possibilità di «eterno
ritorno» o di un'universale apocatastasi. L'affermazione di una decisione
essenziale e irrevocabile comporta l'esclusione di qualsiasi trasmigrazione e
ricomparsa dell'anima in nuove vite. Alla venuta di Cristo, infatti, si avrà la
«vivificazione» dei suoi, e «poi verrà la fine, quand'egli rimetterà la sua
corona reale nelle mani di Dio Padre, dopo aver annientato ogni principato, ogni
potestà e ogni potenza. Perché bisogna ch'egli regni finché sia messo sotto i
piedi tutti i nemici. L'ultimo nemico che sarà distrutto, sarà la morte.
Difatti, Dio gli ha posto ogni cosa sotto i piedi: ma quando è detto che ogni
cosa è stata sottoposta a Cristo, è chiaro che rimane eccettuato Dio, che gli
ha sottoposto ogni cosa. E quando ogni cosa gli sarà sottoposta, allora il
Figlio stesso sarà sottoposto anch'egli a Colui che gli ha sottoposto ogni
cosa, affinché Dio sia tutto in tutti».
Sulla
stessa linea sono i Padri. La seconda lettera Clementina esorta alla penitenza
in questo mondo, poiché una volta che se ne è usciti non ci sarà più tempo.
Lo stesso pensiero è svolto da San Cipriano. Secondo San Basilio «è evidente
che dopo questa vita non si possono compiere opere accette a Dio». Il
Crisostomo: «Di qua è il tempo della penitenza, di là quello del giudizio».
Sant'Ambrogio: «Viene il giorno della morte e non c'è nessun rimedio di
conversione». Aidem
erimus, qui fuimus».
3. Il pensiero di San Tommaso
La teologia scolastica riafferma e spiega razionalmente la dottrina della Sacra Scrittura e dei Padri, sottolineando la distinzione tra status viae e status termini, nel quale ultimo non si può più meritare, data la disposizione di Dio giustificata da ragioni ovvie e convincenti. Non è detto però che anche nel periodo della scolastica non riecheggi qua e là l'idea manichea, come risulta da due passi della Summa de Catharis di Fra Rainerio Sacconi: «Et etiam de uno corpore eas transmittit in aliud»; e «item credit quod animae Dei transmittuntur de corpore in corpus et quod omnes in fine liberabuntur e poena et a culpa»: dove è palese l'unione della metempsicosi e della apocatastasi.
La
questione era ancora attuale ai tempi di San Tommaso, che l'esaminò sotto
tutti gli aspetti, e specialmente:
a)
quanto al presupposto filosofico dell'«eternità del mondo», la cui
confutazione è debole se ci si appella al numero infinito di anime che in quel
caso esisterebbero poiché, dice San Tommaso: «Quidam... posuerunt
circulationem in animabus, dicentes quod eaedem animae, post aliqua saecula,
in corpora revertuntur...».
«Alii dixerunt anima easdem diversis corporibus uniri post determinatum tempus; et haec fuit platonicorum opinio...».
b) quanto al presupposto «pitagorico», già criticato da Aristotele, dove dice «erroneum secundum philosophiam» e «haereticum secundum fidem» l'affermare che l'anima possa trasmigrare in altri corpi umani secondo Origene, o anche in qualunque altro corpo, anche sidereo, «secundum pythagoricas fabulas»;
c)
quanto al presupposto «dualistico», nella critica globale del manicheismo
e dell'origenismo;
d)
quanto al presupposto della «preesistenza» delle anime;
e)
quanto alla teoria del «ritorno periodico»: «Dopo questa vita non c'è più
possibilità per l'anima di guadagnare l'ultimo fine. L'anima infatti per
raggiungere il suo fine ha
bisogno del corpo, in quanto per mezzo del corpo raggiunge la sua perfezione, sia nella scienza sia nella virtù; ora essa, una volta separata dal corpo, non torna più a uno stato in cui possa perfezionarsi per mezzo del corpo, come dicevano i sostenitori della trascorporazione, contro i quali abbiamo già disputato». Reciso e categorico è il rifiuto, da parte di San Tommaso, di tutti quegli elementi che potrebbero giustificare la metempsicosi. Secondo il Dottore Angelico, «impossibile è il passaggio dell'anima da corpo a corpo». - «Non è possibile che l'anima del cane entri nel corpo del lupo o che l'anima dell'uomo entri in un corpo diverso da quello di uomo. Ma la proporzione dell'anima dell'uomo è uguale alla proporzione dell'anima di quest'uomo al corpo di quest'uomo... ».
Dove
si vede quale ragione metafisico-psicologica sia il perno della dimostrazione
filosofica di San Tommaso; il quale in seguito, dopo aver dimostrato con
l'autorità della Rivelazione e con ragioni metafisiche che la trasformazione
finale avrà carattere definitivo, accenna ancora all'«error quorundam
Gentilium, qui credebant eadem temporum temporaliumque rerum volumina repeti»,
ma tacendo di Origene. E ancora dimostra che dopo la morte le anime hanno la
volontà immutabilmente fissa nel bene o nel male, secondo lo stato in cui si
trovavano al momento dei trapasso.
Quanto
all'immutabilità nel male, e pertanto all'impossibilità di ulteriore penitenza
e purificazione, San Tommaso ne dà come ragioni, oltre al principio
metafisico-psicologico dell'impossibilità di mutazioni dell'anima senza il
corpo e le sue passioni, la necessità di una pena adeguata al peccato
mortale, il disordine psicologico che produce una continua avversione a Dio
nella volontà, la privazione della grazia nelle anime dannate, la ferma adesione
a un fine anti-divino in esse, per cui non possono convertirsi a Dio.
4.
Posizioni acattoliche e correnti teosofiche moderne
Questa
dottrina, conforme al Magistero ecclesiastico e alla Sacra Scrittura, veicolata
dalla Tradizione e giustificata razionalmente dalla scolastica, è comunque tra
i cattolici. Tra i protestanti invece alcune sètte rinnovarono la teoria
dell'apocatastasi: così gli Anabattisti, e alcuni più recenti, come U.
Janni, che riteneva esserci nell'altra vita una remissione generale dei peccati,
o almeno di quelli non commessi «ex certa malitia».
Ma
fu specialmente Schleiermacher a introdurre nel protestantesimo l'idea di
una possibile conversione dopo la morte. Ciò rispondeva alla situazione
spirituale prodottasi nell'età moderna, in cui volentieri si pensa che tale
possibilità di future purificazioni serva da scappatoia o da alibi alla
dottrina cristiana di rinuncia e di mortificazione in questa vita e ai
richiami sull'importanza della morte e del giudizio che vi consegue. Se dopo la
morte vi sono altre possibilità di salvarsi, si può godere la vita e
assecondare le passioni quaggiù. Specialmente la teoria della reincarnazione
fu riesumata nei tempi moderni. Girolamo Cardano, Bernardo Telesio, Giordano
Bruno cercarono di far rivivere il pensiero pitagorico sui cicli del cosmo e
delle anime. Van Helmont ammise anche la preesistenza. Carlo Bonnet di Ginevra
sviluppò la dottrina della metempsicosi, chiamata «palingenesia». II
filosofo Bellanche (1776-1847) cercò di conciliarla con dogma cristiano. P
Leroux (1979-1871) nel suo libro De l'humanité sostenne che i medesimi uomini
rinascono continuamente, per cui ogni individuo entra in un altro corpo,
perdendo la memoria e la sensibilità. J. Reynauds insegnò la trasmigrazione da
astro a astro. Ch. Fouriers' trattò della metempsicosi a base di calcoli
fantastici e di affermazioni tanto gratuite quanto curiose: per es. che vi
sono 801 vite, che si svolgono nella successione dei tempi, abbracciante in
tutto 81.000 anni...
Ma
soprattutto i seguaci della teosofia e antroposofia hanno rimesso in vigore la
dottrina della metempsicosi. Essi si ricollegano alla teoria gnostica degli
eoni, esseri spirituali che si allontanano da Dio, si materializzano e
ritornano al punto di partenza per stabilire l'armonia primitiva. Ma vi
aggiungono tutta la successione di vite che chiamano reincarnazione, ispirandosi
a fonti greche e latine, ma ancor più ad autori più recenti, dei secoli XVXVII,
di tendenza misticheggiante (come Paracelso, Jacob Bóhme, Gichtel,
Saint-Martin, Scheiblet), o pensatori amanti della discussione e della critica
(come Cornelio Agrippa, V. Weigel, R. Fludt, M. Van Herlmont, J. Amos). In tempi
più recenti, la Blavatsky e la Besant si ispirano specialmente alle antiche
filosofie e speculazioni religiose dell'India.
Nella
concezione teosofica l'uomo è anima che esiste in più corpi e in più mondi o
«piani», ma conosce solo quello «fisico», che è il più grande. Nel sogno e
nell'ipnosi si rivelano anche gli altri piani, dei quali non ha piena conoscenza
perché trattenuto dal corpo materiale. Quando l'uomo muore, lascia solo la
veste corporale che ha rivestito temporaneamente, ne prende un'altra e continua
così la sua carriera - esistenza dopo esistenza, corpo dopo corpo - in un
immenso ciclo di nascite e morti, finché giunge alla sua perfezione. Il «Karma»
regola il numero di queste vite successive, che durano finché esso sia
estinto. Quando avviene la morte, l'anima entra in uno stato detto «Dévachan»,
dove raccoglie ciò che ha seminato, e si trasforma in stato migliore o peggiore
secondo il «Karma». Questa è una «reincarnazione». Se la vita antecedente
fu peccaminosa, si può anche riprodurre in una specie animale, o vegetale, o
minerale. Ma è possibile il ritorno alla vita umana, e un progressivo
alleggerimento delle colpe, con l'ascesa progressiva verso la perfezione, che si
raggiunge con l'ingresso nell'esistenza universale, il Nirvana, dove l'uomo
viene assorbito.
Anche
i seguaci dello spiritismo, specialmente francesi, sostengono la reincarnazione
al posto del Purgatorio. La persona, secondo essi, ha molte esistenze successive,
di cui non ha ricordo. In esse espia i peccati commessi precedentemente.
Quando lo spirito sarà pienamente purificato, avrà fine il ciclo; ma a quella
purificazione completa la persona arriva fatalmente, per un processo quasi
automatico, poiché personalmente, non conoscendo i falli, non potrebbe
espiarli. Nei paesi anglosassoni però non piace questa teoria, poiché non si
ama pensare alla possibilità di potersi reincarnare nel corpo di un negro...
L'opposizione
tra queste dottrine e la dottrina cattolica è evidente, dopo quanto si è
detto; del resto il Sant'Uffizio (1919) dichiarò che le dottrine teosofiche non
sono conciliabili con quella cattolica.
Ma
inoltre militano contro tali teorie le ragioni sopra accennate, e che in base al
pensiero di San Tommaso possono riassumersi nella seguente: se l'anima è forma
sostanziale del corpo, la forma cioè che gli dà l'essere specifico e ha con
esso un unico essere essenziale, ne consegue che non può unirsi che con
questo corpo. Vi è una proporzione tra tale anima e tale corpo. L'anima
conserva sempre le determinazioni avute nell'unione con tale corpo, come sua
forma, e non può divenire forma di un altro corpo.
5.
Inconsistenza degli argomenti in favore della reincarnazione
Gli
argomenti portati in favore della reincarnazione non provano. I suoi sostenitori
si appellano infatti:
a)
all'ineguale distribuzione dei mali nell'attuale permanenza sulla terra,
indipendentemente dal merito o demerito attuale. Essa dipenderebbe quindi dal
fatto di altre esistenze anteriori, di cui occorrerebbe purificarsi. Ma si sa
che l'ineguale distribuzione dei beni, con permissione o tolleranza dei mali,
dipende dalla diversa donazione dell'amore di Dio, che ad ognuno assegna una via
da percorrere per prepararsi alla vita eterna.
Su
questa via i mali della vita presente servono per la purificazione dell'anima
dai peccati attuali, non da quelli di una vita anteriore di cui nessuno ha
ricordo: e anche quando fossero per ipotesi superiori alla reità di colui che
li subisce, offrono la possibilità di un meraviglioso contributo all'espiazione
universale, sono occasione di un miglioramento e di un'ascesa spirituale
sempre più grande;
b)
i fautori della reincarnazione si appellano inoltre alla grande diversità che
c'è già per disposizioni native, tra le anime (da Dante a Stecchetti, da San
Tommaso a Garibaldi, da San Francesco a Cagliostro), mentre i corpi sono molto
più simili. Ma è sufficiente far osservare che tutto il mondo è fatto di
ineguaglianze, dalla natura inanimata alla natura spirituale, e che la
diversità di genio, di virtù, di intelligenza dipende sia da una diversa
donazione divina, sia dalla particolare costituzione di ogni singolo
nell'unione dell'anima a un determinato corpo, dotato di sensibilità e di
disposizioni diverse, che esercitano un'influenza anche sulla psicologia;
c)
dicono ancora che una sola esistenza sembra insufficiente per compiere tutto
il cammino verso l'infinito. Ma si risponde facilmente che non basterebbero
nemmeno milioni di esistenze a superare la distanza che ci separa dall'infinito,
mentre invece si è chiamati a svolgere nell'unica vita a nostra disposizione
il disegno che Dio ha concepito intorno a noi, con l'aiuto della grazia, per
crescere nella carità e acquistare un merito sempre più grande di vita
eterna nel suo regno infinito;
d)
adducono infine questo fatto, che quaggiù i buoni sono spesso vittime dei
cattivi e tuttavia la società non viene meno, ma progredisce: e ciò perché
le individualità migliori sempre ritornano, mantengono e sviluppano le sane
tradizioni. Ma rispondiamo che intanto il pregresso morale dell'umanità è
spesso molto problematico, e comunque si spiega con ben altre ragioni, più
numerose e complesse e non coi semplicismo della reincarnazione. Soprattutto c'è
da tener conto della provvidenza di Dio, protagonista della storia.
6.
Argomenti razionali contro la reincarnazione
Contro
la possibilità della reincarnazione si possono portare le seguenti ragioni:
a)
l'assenza di qualsiasi ricordo di una o più esistenze anteriori. I teosofi
cercano di giustificare la loro posizione dicendo che tra le due esistenze vi è
come uno spazio in cui tutto diventa tendenza, e non vi è più atto di
conoscenza, e pertanto al ritorno dell'esistenza è impossibile ricordare
quello che fu in un'esistenza anteriore. Ma almeno una memoria confusa dovrebbe
esserci! E in ogni caso, se delle esistenze anteriori non si ha nessun
ricordo, sia pure per la ragione addotta, come si può sostenere che esse ci
siano state?
b)
È poi impossibile che la reincarnazione, come si pretende, abbia un carattere
di sanzione morale, poiché, come già faceva notare Enea di Gaza, non si vede
come possa esserci castigo là dove non c'è memoria della colpa che si deve
espiare. È più comprensibile un «Karma» inesorabile: ma anche allora non si
ha una vera purificazione ed espiazione, ma semplicemente un'angosciosa
conseguenza di condizioni sfavorevoli, sicché non si può parlare di moralità,
né della defezione a una certa regola, né della sofferenza che ne consegue,
non essendoci I'autoconoscenza del colpevole, nel ricordo e nel pentimento
della colpa. Il Leteo è stato inventato per rispondere all'esperienza
psicologica della dimenticanza e all'obiezione che ne consegue, ma esso fa
perire la moralità, essendo impossibile conciliare il fatto sperimentale
dell'oblio con le esigenze di ricordo imprescindibili perché ci sia
l'espiazione morale.
c)
È pure impossibile conciliare la reincarnazione con la spiritualità
dell'anima, la quale se avesse bisogno di simili trasmigrazioni per purificarsi,
dimostrerebbe di non essere spirituale, bastando a un essere spirituale, per
purificarsi, il semplice cambiamento e riordinamento della volontà.
Concludendo, ci pare di avere dimostrato che la teoria della reincarnazione è in contrasto sia con la dottrina cattolica sia con i princìpi di una buona filosofia, fedele ai dati dell'esperienza e ai postulati della sana ragione. Del resto è sempre così: chi è contro la Rivelazione è anche contro la ragione, perché è contro l'unica verità.
Oltre
i novissimi che segnano la fine terrena e il passaggio all'altra per ogni
persona i nostri occhi guardano a delle mete escatologiche che il credo
enuncia così: «Credo la resurrezione della carne, credo la vita eterna». «Aspetto
la risurrezione dei morti e la vita del secolo venturo»: è l'ultima parola
del Simbolo. È la definitiva certezza della vita. È una dottrina di fede.
1.
La risurrezione nell'Antico Testamento
Numerose
sono le testimonianze della Sacra Scrittura sulla risurrezione dei morti, già
nell'Antico Testamento, ed esse, generalmente, lodano Dio come vincitore della
morte, «Dio fortissimo degli spiriti e dei corpi di tutti» (Nm 16, 22), mentre
il Libro dei Re ricorda la risurrezione di tre morti compiuta dai profeti
Elia e Eliseo (3 Re 17, 22; 4 Re 4, 32; 4 Re 13, 21).
Di
vasto respiro è la famosa visione di Ezechiele: «Si pose su di me la mano del
Signore e mi portò in spirito in mezzo a un campo che era pieno di ossa, e mi
condusse in giro per esse, ed erano moltissime sopra la superficie del campo ed
erano aridissime. E mi disse: Figlio di uomo, credi che vivranno queste ossa? E
io gli dissi: Signore Dio, tu lo sai. E mi disse: Profetizza circa queste ossa e
dirai loro: Ossa aride, ascoltate la parola del Signore. Questo dice il Signore
Dio a queste ossa: Ecco io introdurrò in voi lo spirito e vivrete e
conoscerete, poiché io sono il Signore. E profetai come mi aveva comandato. E
si è inteso allora un rumore, mentre stavo profetando, ed ecco un agitarsi, e
le ossa si unirono con le ossa, ognuno aderendo alla sua giuntura. Ed io vidi,
ed ecco sopra di loro dilatarsi i nervi e la carne, ed estendendosi sopra di
loro la pelle: ma non avevano lo spirito. E mi disse: profetizza e chiama lo
spirito, profetizza, figlio di uomo, e di' allo spirito: Questo dice il Signore
Dio: Dai quattro venti vieni o spirito e alita sopra codesti morti e rivivano. E
disse come mi aveva comandato, e lo spirito entrò in loro ed ebbero la vita e
sorsero in piedi e formarono una moltitudine immensa» (37, 110).
Qualunque
sia il significato diretto di questa profezia, riguardante la ripresa del popolo
ebraico (cfr. ib. 11-14), è sintomatico il suo accenno alla risurrezione,
descritta così vividamente.
2.
La risurrezione nel Nuovo Testamento
La
fede nella risurrezione dei morti già diffusa in una parte del popolo ebraico
(esclusi i sadducei), fu confermata e spiritualizzata da Gesù, che disse, per
esempio, che «i figli della resurrezione» saranno simili agli angeli di Dio
(Lc 20, 36), e precisò altresì che non tutti i risorti si salveranno, ma
solo quelli che risorgono «alla vita»: «Verrà il momento in cui tutti quelli
che sono nei sepolcri udiranno la voce di lui. E sortiranno; però quelli che
avranno fatto buone opere, per risuscitare alla vita, mentre invece quelli
che avranno commesso opere cattive per essere condannati» (Gv 5, 28).
Impressionati dalla stessa risurrezione di Cristo, gli Apostoli insistono
particolarmente sulla realtà della risurrezione, e in questo il Cristianesimo
nascente si distingue dal paganesimo con la pienezza della sua efficacia.
Soprattutto San Paolo ripete in numerosi passi delle sue lettere la certezza
della risurrezione, e San Giovanni vi accenna nell'Apocalisse (Col 3, 4; 1 Cor
15, 12-17; 1 Ts 4,13-17; Ap 20,12 ss.). Specialmente San Paolo mette in evidenza
il collegamento tra la risurrezione futura dei morti e la risurrezione di
Cristo, quasi suprema partecipazione alla vita di lui, Capo del Corpo mistico,
e suprema vittoria sulla morte che tutti partecipano da Adamo, come conseguenza
del peccato.
«Cristo
è risuscitato dai morti, primizia di quelli che dormono. Infatti, poiché per
mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta
la risurrezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche
in Cristo saranno tutti vivificati; ciascuno, però, a sua volta: Cristo è la
primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi verrà la fine,
quand'egli rimetterà la sua corona regale nelle mani di Dio Padre... Perché
bisogna che egli regni "finché si sia messo sotto i piedi tutti i
nemici" (Sai 110, 1). L'ultimo nemico che sarà distrutto, sarà la morte»
(1 Cor 15, 20-26).
3.
Caratteri della risurrezione
Come
si rileva dai testi citati, la risurrezione sarà universale, come universale è
la condanna alla morte terrena a causa del peccato. Però risorgeranno a vita
solo coloro che, nel supremo giudizio, saranno trovati iscritti nel «libro
della vita»; gli altri saranno precipitati nella «seconda morte» (Ap 20,
12-15): suprema discriminazione tra buoni e cattivi, eletti e reprobi. Tutti
risorgeranno, ma solo i buoni risorgeranno in Cristo, in cui vissero e
morirono, e quindi avranno la vita gloriosa.
La
risurrezione ristabilirà e reintegrerà la persona umana nella sua unità e
nella sua identità, come è incluso nel concetto stesso di risurrezione,
poiché se il risorto non fosse lo stesso individuo, ma un altro, non si
tratterebbe di risurrezione ma piuttosto di creazione di un nuovo soggetto.
Perciò i Padri e gli Scrittori della Chiesa sono unanimi nel sostenere
l'identità del corpo risorto con quello posseduto in terra. Sant'Agostino
precisa che «la carne spirituale sarà sottomessa allo spirito, pur rimanendo
sempre una carne e non uno spirito».
San
Paolo insiste nel proclamare, contro la concezione giudaica della risurrezione
della carne intesa materiale, la trasformazione dell'organismo umano per una
certa analogia con quanto si osserva nel regno della natura: «Qualcuno chiederà
- egli scrive -: Come risuscitano i morti? E con qual corpo tornano essi?
Insensato! Quel che semini non prende vita, se prima non muore; e quando
semini, semini non il corpo che ha da nascere, ma un granello ignudo, che può
essere di frumento o di qualche altra semenza; e Dio gli dà il corpo che gli
pare: a ogni seme il proprio corpo...» (1 Cor 15, 35-38). Così pure ci sono
nel mondo animale diverse specie di organismi e in tutto l'universo diverse
specie di corpi, di astri, di splendori. «Lo stesso è della risurrezione dei
morti» (ib. 42).
Perciò
in base ai testi paolini e ad altri testi biblici, si sogliono attribuire ai
corpi che risorgeranno gloriosi alcune proprietà che li renderanno
particolarmente vicini e conformi allo spirito, e cioè l'immortalità, l'integrità
naturale, l'agilità e la bellezza. «Bisogna che questo (corpo) mortale si
rivesta d'immortalità», scrive San Paolo (1 Cor 15, 53).
Nel
Vangelo di San Luca si legge che dopo la risurrezione gli uomini «non potranno
più morire perché, essendo figli della risurrezione, sono uguali agli angeli
di Dio» (20, 36). Perciò San Paolo nella prima Lettera ai corinzi (15, 55)
ancora esclama: «Dov'è, o morte, la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo
pungolo? Il pungolo della morte è il peccato... ».
L'integrità
naturale comporterà la ricomposizione e la reviviscenza delle membra, la
distinzione dei sessi, la perfezione dei sensi, eccetto quelli che servono
soltanto alle operazioni naturali. L'agilità renderà i corpi mobili sotto
l'azione dello spirito. La bellezza sarà l'ornamento del corpo glorificato,
tutto pieno di luminosità. Il corpo dell'uomo, infatti - ricorda San Paolo
sempre nella prima Lettera ai Corinzi (15, 42) - «è seminato nella corruzione
e risorge nell'incorruttibilità, è seminato nel disonore e risorge nella
gloria, è seminato nella debolezza e risorge nella forza, è seminato corpo
animale e risorge corpo spirituale».
Egli
continua (44-49): «Se c'è un corpo animale (ossia allo stato naturale, come
organismo informato dall'anima come principio della vita fisica), c'è anche
un corpo spirituale (ossia trasformato dallo spirito, cui è completamente
sottomesso, nella gloria). In questo senso sta scritto (Gen 2, 7): Il primo
uomo, Adamo, fu fatto anima vivente"; l'ultimo Adamo (Cristo) è spirito
vivificante... Il primo uomo, tratto dalla terra, è terrestre; il secondo
uomo è dal cielo. Qual è il terrestre, tali sono anche i terrestri; qual è il
celeste, tali saranno anche i celesti. E come abbiamo portato l'immagine del
terrestre, così porteremo l'immagine del celeste». Sarà cioè Cristo
risorto a rendere anche il nostro corpo partecipe della gloria della sua
risurrezione.
Il
fine vero dell'uomo è Dio nella gloria e nella vita che egli partecipa agli
eletti. L'inferno è il fallimento umano, la mancanza al proprio fine, la
predizione. Noi siamo fatti per il paradiso, ossia per quel «luogo» misterioso
e ineffabile, che altro non è che Dio veduto, amato, goduto dalle anime nella
comunità della gloria. Siamo fatti per la nuova ed eterna vita, che consiste
nella conoscenza perfetta del Padre e di Cristo (Gv 17, 3), nel seno della
Trinità.
1.
Nel senso della trinità
Il
nostro paradiso non sarà altro che la Trinità.
Noi
siamo chiamati a conformarci e unirci al Padre, come figli adottivi attuanti
perfettamente la sua immagine; al Verbo Incarnato, Cristo, eternamente vivente
nel seno della Trinità, come fratelli, redenti da lui col suo Sangue e resi
partecipi della sua sapienza; allo Spirito Santo, sposo dell'anima, che in noi
accende l'amore soprannaturale e compie l'opera della nostra santificazione.
Il
paradiso è la nostra partecipazione alla vita trinitaria, per il flusso di
divina energia che da quella sorgente altissima discende, ci compenetra, ci
eleva, ci fa entrare nel vortice d'amore della visione beata. Tutto ciò è
indicato chiaramente nella Sacra Scrittura, specialmente da Gesù, quando ci
dice che la vita eterna consiste nella conoscenza di Dio e di suo Figlio (Gv 17,
3), e da San Giovanni, quando sintetizza il mistero della divina figliolanza
nella sua suprema espressione: «Guardate di quale amore ci ha amati il Padre,
dandoci di essere chiamati figlioli di Dio. E tali siamo... Fin da ora siamo
figlioli di Dio; e quel che saremo non è ancora reso manifesto. Sappiamo che,
quando quel che saremo sarà manifestato, saremo simili a Lui, perché lo
vedremo com'egli è» (1 Gv 3, 1-2).
Difficile
dire di più, per ora, sul paradiso, dove San Paolo, un giorno che vi fu
rapito, udì «parole ineffabili, che non è lecito all'uomo di proferire» (1
Cor 12, 4). Tuttavia sappiamo pure che la gloria trinitaria ci sarà data in
Cristo e per Cristo.
2.
Nel seno di Cristo
Nell'aldilà
il Corpo mistico raggiunge il suo supremo compimento, è pienezza di Cristo in
tutti i suoi membri, è definitivo sviluppo delle virtualità della grazia, è
attuazione veramente integrale della vita cristiana. In paradiso Cristo ci
comunica per tutta l'eternità la «grazia» più eccelsa: la gloria, che
anch'essa è «dono» di Dio per Cristo. Perciò le anime beate sono unite a
Cristo, e in lui vivono eternamente, nella perfetta maturità della vita in lui.
In Cristo, come diceva San Paolo, è tutta la vita cristiana, soprattutto la
vita eterna (Rm 6, 11, 23; 8, 39; 12, 5; 1 Cor 1, 2, 4, 30; 4, 15; 15, 22; Gal
2, 16; Ef 2, 5, ecc.). Il paradiso ci è dato inoltre per Cristo: poiché per i
suoi meriti le anime vi sono ammesse, per i suoi meriti vi rimangono
eternamente, ricevendo da Dio, cui sono unite in Cristo, quella donazione di
luce, di visione, di amore, di gioia che Cristo con il sacrificio della Croce ha
riacquistato e meritato all'umanità.
Il
paradiso è l'ultimo sviluppo di quella grazia che nel Battesimo ci è data per
Cristo, come applicazione dei suoi meriti e frutto del suo sacrificio.
3.
La vita eterna nella gloria divina
La
vita eterna è un atto perenne di contemplazione amorosa e sapida di Dio, infuso
da Dio per Cristo e in Cristo, per intercessione di Maria, nell'assemblea
osannante, in consorzio di gloria, nella celeste e santa Gerusalemme, dove si
celebra il trionfo dell'amore fiorente in eterna letizia.
Per
la gloria ricevuta come una luce dello spirito, noi vedremo Dio, e ne gioiremo
eternamente. In Dio vedremo l'universo delle cose e delle persone che ci sono
care e che convergono nella glorificazione di Dio. Alla fine del mondo ci sarà
la risurrezione da morte, questo supremo dono di Dio. Saranno glorificati gli
eletti. Avverrà la trasformazione del mondo in cieli nuovi e terre nuove,
quasi rifulgenti della gloria dei figli di Dio. Salirà un eterno cantico - il
«cantico nuovo» (Ap 5, 9; 14, 3) - verso l'Uno e Trino. Tutta l'assemblea
celeste parteciperà eternamente al culto reso all'infinita maestà di Dio:
tutti partecipi del sacerdozio e dalla regalità di Cristo (Ap 1, 6; 5, 10),
gli eletti saranno una preghiera vivente, un'oblazione gradita al cospetto di
Dio.
4.
Gloria essenziale e gloria accidentale
La
gloria «essenziale» sarà data esclusivamente dalla visione di Dio. In Dio c'è
tutto. Non c'è bisogno di aggiungere qualcosa a quanto egli ci dà, poiché
dandoci se stesso, ci dà tutto.
Ma
questo non esclude che, per disposizione meravigliosa della sua Provvidenza, ci
sia una - possiamo dire - «tonalità» della gloria celeste, data dall'umanità
di Cristo nel consorzio della comunità dei Santi.
La
visione di Dio non si arricchisce ma quasi sviluppa il suo contenuto - secondo
il disegno eterno che stabilisce l'ordine della creazione - attraverso il Figlio
di Dio incarnato, Gesù Cristo, nella contemplazione della sua gloria che si
riflette su sua madre, Maria, sui Santi, sulla Chiesa, sul mondo. Si suol dire:
gloria «accidentale» in ordine a quella «essenziale».
Ecco
riassunta in una pagina di San Tommaso la dimensione della gloria:
«Quando
saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nella vita eterna, la fede
cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di verità che nel
"Credo" si chiude con le parole: "vita eterna. Amen".
«La
prima cosa che si compie nella vita eterna è l'unione dell'uomo con Dio.
«Dio
stesso, infatti, è il premio e il fine di tutte le nostre fatiche: "Io
sono il tuo scudo, e la tua ricompensa sarà molto grande" (Gn 15, 1).
Questa unione poi consiste nella perfetta visione: "Ora vediamo come in uno
specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia" (1 Cor 13,
12).
«La
vita eterna inoltre consiste nella somma lode, come dice il Profeta:
"Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode" (Is
51, 3). Consiste ancora nella perfetta soddisfazione del desiderio. Ivi infatti
ogni beato avrà più di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che
nessuno può in questa vita appagare pienamente i suoi desideri, né alcuna
cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni dell'uomo. Solo Dio può
saziarlo, anzi andare molto al di là, fino all'infinito. Per questo le brame
dell'uomo si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: "Ci hai
fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando non riposa
in te".
«I
santi, nella patria, possiederanno perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno
all'apice di ogni loro desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto
speravano. Per questo dice il Signore: "Prendi parte alla gloria del tuo
Signore" (Mt 25, 21); e Agostino aggiunge: "Tutta la gioia non entrerà
nei beati, ma tutti i beati entreranno nella gioia. Mi sazierò quando apparirà
la tua gloria"; e anche: "Egli sazia di beni il tuo desiderio".
Tutto quello che può procurare felicita, là è presente e in sommo grado. Se
si cercano godimenti, là ci sarà il massimo e più assoluto godimento, perché
si tratta del bene supremo, cioè di Dio: "Dolcezza senza fine nella tua
destra" (Sal 15, 11).
«La
vita eterna infine consiste nella gioconda fraternità di tutti i santi. Sarà
una comunione di spiriti estremamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i
beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l'altro come se stesso e perciò
godrà del bene altrui come proprio.
«Così
il gaudio di uno solo, sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di
tutti gli altri beati». Sono tutti i doni che noi cristiani aspettiamo:
soprattutto il dono supremo e definitivo, la partecipazione piena del dono
increato, la vita d'unione con Dio nell'abisso di ineffabile amore che è la
Trinità.
5.
In attesa del paradiso
Questo
dono ci è promesso come eredità da ricevere dopo la morte.
Tutta
la vita è vigilia del paradiso. Ma la morte cristiana è l'ora dei primi
vespri. È Come il canto del Magnificat. Per questo è detta «preziosa»: Pretiosa
in conspectu Domini mors sanctorum eius (Sal 115, 15).
E
l'Apocalisse parla della beatitudine della morte: Beati qui in Domino
moriuntur (Ap 14,13).
Morire
in Cristo, all'ombra di Maria, è rinascere, è entrare nel regno della vera
vita. È portare la propria vita al suo culmine, che è l'eternità. Gesù ci
dice: Ego sum ostium (Gv 10,7,9)... «Io sono la porta: se uno entra per
me sarà salvato, ed entrerà e uscirà, e troverà pastura».
Nulla deve entrare o uscire dal nostro spirito, se non per Cristo. Pone me ut signaculum super cor tuum... (Ct 8, 6).
Vi è un «piccolo cielo dell'anima», come diceva Santa Teresa di Gesù: è l'intimo possesso delle tre divine Persone, il cielo già presente in noi, e che in noi deve crescere, come vita eterna che sale dalle profonde scaturigini aperte dallo Spirito in noi vivente. Dal nostro intimo contenuto di grazia fiorirà il paradiso di domani, se saremo stati fedeli a Cristo.
Dalla
rivelazione ci è promessa una trasfigurazione del mondo, quando, alla fine
dell'economia presente, l'universo diventerà come il teatro della gloria dei
Santi, i quali, «in cieli nuovi e in terra nuova», godranno di una
meravigliosa regalità su tutte le cose. Ci sarà allora nel mondo rinnovellato
una luminosità, che San Tommaso ha visto simboleggiata nella nube lucente che
copri il monte della Trasfigurazione nell'ora della rivelazione di Cristo ai tre
discepoli, quasi prefigurazione o anche inizio della futura trasformazione.
Dice infatti l'Angelico Dottore che «la nube luminosa... potrebbe
convenientemente raffigurare lo splendore del mondo rinnovato, che sarà il
tabernacolo dei santi. Perciò mentre Pietro aveva in animo di mettere su un
accampamento, una nube splendente li avvolse... ».
1.
Le profezie del rinnovellamento
Non
ci sarà stata nel ricordo di Pietro, questa straordinaria esperienza, quando
più tardi scriveva ai fedeli: «Secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi
cieli e nuova terra, nei quali abiti la sua giustizia» (2 Pt 3, 13)?
Già
Isaia aveva presagito e preannunciato un futuro rinnovellamento universale: «Ecco,
io vedo dei nuovi cieli e una nuova terra; non ci si ricorderà più delle cose
di prima...» (Is 65, 17). Questa profezia venne ripresa anche da San Giovanni
alla fine dell'Apocalisse, nella visione della riorganizzazione finale della
creazione, al momento conclusivo della storia: «Poi vidi un nuovo cielo e una
nuova terra perché il primo cielo e la prima terra erano passati... E Colui
che siede sul trono disse: Ecco, io faccio nuova ogni cosa... » (Ap 21, 1, 5).
Anche
se per Isaia poteva trattarsi della ricostruzione e liberazione del popolo
ebraico, nel Nuovo Testamento i testi hanno un più diretto senso escatologico.
2.
Una nuova lettura delle cose
Che
cosa significa quella profezia di universale rinnovellamento? Sembra si debba
dire che il cambiamento non avverrà nella sostanza delle cose. Il mondo sarà
quello di prima. Ma sarà visto con occhi nuovi, che afferreranno in esso più
nitidamente l'irradiazione della Divinità, la quale vi si manifesterà in modo
più perfetto, sicché le creature svolgeranno pienamente la loro funzione
principale, che è di portare alla conoscenza di Dio.
L'uomo,
infatti, attraverso le creature conosce Dio. «Le perfezioni invisibili di
lui fin dalla creazione del mondo, comprendendosi dalle cose fatte, si rendono
visibili» (Rm 1, 20). Ora è vero che nella visione beatifica i Santi non
avranno bisogno del «ministero delle creature» per conoscere Dio, poiché lo
vedranno per un'immediata intuizione della sua essenza luminosissima: ma nei
loro corpi risuscitati, «l'occhio di carne non potrà raggiungere la visione
della divina Essenza. E quindi, perché anche ad esso sia data la gioia della
visione divina nel modo che gli conviene, vedrà la Divinità nei suoi effetti
materiali, nei quali appariranno chiari indizi della divina maestà:
specialmente nel corpo di Cristo, e dopo questo, nei corpi dei beati, e quindi
in tutti gli altri corpi. Perciò bisogna che anche gli altri corpi ricevano un
maggiore influsso dalla bontà divina: non tale però da cambiare la loro
specie, ma tuttavia aggiungete la perfezione di una certa gloria. E questo sarà
il rinnovellamento del mondo. Perciò ad un tempo sarà rinnovato il mondo e
glorificato l'uomo».
3.
Cieli nuovi e terra nuova
Vi
è una certa «potenza obbedienziale», secondo San Tommaso, in tutto il
creato, «a ricevere un tale rinnovellamento da parte di Dio che lo opera»,
poiché «un tale rinnovamento non sarà certo naturale, ma neanche contro
natura: sarà invece al di sopra della natura; come la grazia e la gloria sono
al di sopra della natura dell'anima»: sarà cioè un'irradiazione di gloria
soprannaturale, una nuova effusione di bontà divina nel creato, trascendente la
natura delle cose, come avvenne nella nube trasluminosa della Trasfigurazione.
Anch'essa farà parte della felicità e della gloria degli eletti, che la riceveranno
come un premio ai loro meriti, giacché, «quantunque i corpi inanimati,
propriamente parlando, non abbiano meritato quella gloria, l'uomo meritò che
quella gloria venisse conferita all'intero universo, in quanto ciò si risolve
in un aumento della gloria dell'uomo. Un uomo potrebbe certo meritare di vestire
più splendide vesti, pur non meritando le vesti stesse un tale splendore».
Sarà
come una luce nuova, compenetrante le cose, che così rifulgeranno di nuova
bellezza e, in questa loro bellezza, meglio riveleranno sensibilmente la
sapienza di Dio. Al rinnovamento del mondo ha una finalità precisa: nel mondo
rinnovato l'uomo vede Dio in maniera tanto evidente da sembrare una visione
sensibile. La creatura porta alla conoscenza di Dio in modo particolare
attraverso la bellezza delle sue forme, che rivelano la sapienza del suo
Creatore e Signore... La bellezza dei corpi celesti è costituita principalmente
dalla luce... E per questo i corpi celesti saranno specialmente migliorati
in luminosità ... ».,
Il
modo però di questo miglioramento e rinnovamento non ci è noto: «La misura
e il modo di tale miglioramento sono noti solo a Colui che ne sarà l'autore».
Non
solo i corpi celesti avranno questo perfezionamento nella luce, ma anche i corpi
terrestri elementari. Come infatti lo spirito umano sarà conformato a quello
angelico, così anche la terra sarà perfezionata nella partecipazione della
luminosità propria delle stelle. «Tutti gli elementi riceveranno un
particolare splendore». Si può persino pensare a una sorta di trasparenza
della terra, dell'acqua, dell'aria, del fuoco, sicché se ne vedano l'intima
sostanza e il contenuto. Questa almeno era la sognante immaginazione
medioevale, tutt'altro che inverosimile. Essa però escludeva da questo
rinnovellamento i corpi misti, i minerali, le piante, gli animali, perché
essenzialmente corruttibili nella loro sostanza.
Ma
lasciando da parte questi particolari, resta l'affermazione suggestiva e
fondata di un perfezionamento universale che costituirà la vera
trasfigurazione del mondo, diventato un più splendido specchio di Dio. Come
scrive San Bonaventura: «Il mondo fu creato, perché al presente l'uomo
attraverso la creatura - come in uno specchio - conoscesse Colui che non
poteva vedere nella sua essenza. In conseguenza alla fine dei tempi, lo specchio
stesso diverrà più prezioso e più puro, perché nella bellezza delle
creature più ampiamente abbia a risplendere l'immagine del Creatore... Come vi
sono elementi corrotti in conseguenza del peccato dell'uomo, così appare
conveniente, che il mondo sia rinnovato a gloria dell'uomo».
4.
La purificazione del mondo
All'illuminazione
celeste il mondo sarà preparato e ammesso attraverso la purificazione da
quella certa «incongruitas» che il peccato dell'uomo ha causato nelle cose,
come in un tempio dove venga commesso un delitto. Vi è nel mondo una certa
incapacità alla «novità della gloria», dovuta all'infezione propagata dal
peccato. Non che le cose siano cattive nella loro natura come dicevano i
Manichei: tutte invece sono in sé buone, come le vide Dio nella creazione (Gen
1, 31). Ma vi è un'eloquente parola di San Paolo, che lascia intravvedere il
mistero della solidarietà del creato con l'uomo, anche nella ripercussione in
esso della colpa: «la creazione è stata sottoposto alla vanità, non di sua
propria volontà (per sua colpa), ma a cagion di colui che ve l'ha sottoposta...».
Ma la solidarietà è anche nell'attesa del rinnovamento futuro: «non senza
speranza, però - continua San Paolo -, ché la creazione stessa sarà
anch'essa liberata dalla servitù della corruzione, per entrare nella libertà
della gloria dei figliuoli di Dio. Poiché sappiamo che fino ad ora la creazione
geme ed è in travaglio...». Essa, infatti, «con brama intensa aspetta la
manifestazione dei figliuoli di Dio» (Rm 8, 18-22).
Questa
liberazione avverrà per mezzo della purificazione finale, che «rimuoverà dal
mondo la contaminazione lasciata dalla colpa, e l'impura mescolanza, e vi sarà
la disposizione necessaria alla perfezione della gloria». Secondo San Pietro,
sarà il fuoco a operare tale purificazione: «i cieli infocati si dissolveranno
e gli elementi infiammati si struggeranno» (2 Pt 3, 12). Nel Medioevo si pensò
che veramente si trattasse del fuoco materiale, diventato «ministro dei
Creatore» nel «far tornare le cose alla purezza in cui furono create», nel
purificare gli elementi «dalla infezione che contrassero dai peccati degli uomini,
e dall'impurità che si produce in essi nella reciproca azione e passione»;`
fuoco capace di agire sia «come strumento della divina giustizia», sia «per
la sua naturale virtù di fuoco»; e che come tale opererà alla fine del
mondo. Ma qualunque sia la natura di tale fuoco, certo è che nel purificare
il mondo, esso agisce come strumento della potenza di Dio, in ordine alla
glorificazione delle cose, destinate a partecipare alla gloria degli eletti: e
quindi per rendere le cose lucide, trasparenti, capaci di rivelare il loro senso
vero, che è irradiazione della gloria di Dio, oggetto di contemplazione e di
gioia per l'anima.
5.
La rivelazione di Dio nelle cose
Anche
la purificazione, come l'illuminazione e il rinnovellamento, è in ordine
della conoscenza di Dio e in funzione della trasfigurazione delle cose. Il suo
«modo» non è meno misterioso di quello dell'illuminazione. Sant'Agostino
diceva che solo l'esperienza futura potrà farlo conoscere. Ma noi conosciamo
il fine della sua azione, almeno per gli eletti e per le cose chiamate a partecipare
della loro gloria: preparare una nuova rifulgenza di Dio nel mondo, che sarà
oggetto di una contemplazione in cui, quasi si direbbe, si insublimerà la conoscenza
estetica che già sulla terra ci fa cogliere nelle cose l'intima vibrazione di
luce. Nelle cose, l'occhio rinnovellato e glorificato coglierà la luce di
Dio.
Ma
questa conoscenza dell'occhio non sarà certo senza lo spirito, da cui ridonderà
al corpo risuscitato l'intima luce di gloria. La luce delle cose si manifesterà
anzi come una scintilla che scoccherà all'accostamento dello spirito. Sarà
lo spirito a cogliere, sia pure per mezzo dell'occhio, la nuova rivelazione di
Dio nelle cose.
E
quale sarà la rivelazione, allietatrice dell'occhio e dello spirito, rinnovatrice
e trasfiguratrice del mondo? Ci sembra che essa sarà una rifulgenza della
Trinità, vista più chiaramente nella sua azione creatrice, governatrice,
glorificatrice, e goduta dall'occhio e dallo spirito anche nel suo riflesso
delle cose.
Noi
adesso vediamo solo adombrato questo riflesso, che San Tommaso dice semplice
«vestigio», e quasi un'orma. L'azione divina ci è nota più come propria
dell'unica Natura, che non della Trinità. Eppure la Trinità è creatrice,
secondo la stessa liturgia della Chiesa. Essa opera nel mondo e vi si riflette.
Tutto ha riferimento a lei e porta il suo sigillo. In che modo? Per ora tutto è
coperto dal velo del mistero. In cielo vedremo: e sarà allora la vera
trasfigurazione delle cose, su cui si proietterà la luce gloriosa delle anime
ammesse a veder la Trinità in se stessa e nei suoi riflessi nel creato.
6.
I vestigi della trinità nel creato
Da
quello che oggi conosciamo per fede, possiamo avere una pallida immagine di ciò
che vedremo nella gloria, anche riguardo al mondo.
Noi
oggi sappiamo che in ogni cosa vi è un'orma della Trinità. Non già che le
cose stesse, nella loro funzione pedagogica, come ci portano «quasi per mano»
a Dio come a Causa, ci diano anche la cognizione del suo mistero intimo. E
tuttavia, posta la conoscenza della Trinità per rivelazione, a quella luce i
credenti vedono il creato sotto i segni della Trinità. Ai loro occhi, le cose
non sono più semplicemente le orme dell'Essere e della Bontà divina; esse non
svelano più, nelle loro «forme», soltanto una partecipazione dell'eterno
Pensiero che le ha conosciute in sé medesimo prima che fossero e le ha poste,
per impulso d'amore, come riflessi di sé nel mondo: ora mostrano al credente,
al teologo, al mistico, anche il vestigio della Trinità.
Un
vestigio, ossia un semplice segno della causalità (come un'orma per rapporto
a un piede), e non un'immagine, ossia un segno della natura (come una statua per
rapporto a un uomo). Nell'uomo, essendoci l'intelletto e la volontà, vi è
una rappresentazione della Trinità a modo di immagine: vi è cioè l'immagine
del Verbo e dell'Amore che procedono dal Padre. Ma in tutte le creature vi è
almeno il vestigio della Trinità, «in quanto in ogni creatura si trovano
elementi che vanno necessariamente riferiti alle divine Persone come a causa.
«Ogni
creatura infatti sussiste nel suo essere, e ha una propria forma da cui si ha la
determinazione alla specie, e in più dice ordine ad altro. In quanto è una
determinata sostanza creata, richiama alla mente la Causa e il Principio: e così
manifesta la persona del Padre che è Principio non principiato.
In
quanto ha una determinata forma e figura, richiama alla mente il Verbo: la forma
dell'opera è frutto della concezione dell'artista.
In
quanto infine ha in sé un ordine, richiama alla mente lo Spirito Santo, in
quanto è Amore: l'ordine per volontà dello stesso Creatore indica una
relazione verso qualche altro».
Fu
Sant'Agostino ad affermare la presenza di questo vestigio della Trinità nelle
cose, per la loro unità (sostanza determinata), la loro specie (forma che
partecipa l'eterno concetto o Verbo di Dio), il loro ordine (rispondente
all'impulso dato dall'eterno Amore). Naturalmente si tratta di appropriazioni
come spiega San Tommaso, ossia di attribuzioni alle divine Persone, per analogia
a ciò che è loro proprio, di effetti comuni a tutte e tre: e tuttavia ciò non
impedisce che il credente salga dalle cose alla contemplazione della Trinità,
le cui Persone includono gli attributi essenziali, scienza e volontà, da cui le
cose dipendono nella creazione, e che, quindi, nella loro luce veda con gli
occhi nuovi il mondo.
Di
tale vestigio la mente umana non può sulla terra comprendere tutto il
significato. È sempre valida l'ammonitrice domanda di Zofar di Naama a
Giobbe:
«Puoi
tu scandagliare le profondità di Dio?
Arrivare
a conoscere a pieno l'Onnipotente?
Si
tratta di cose più alte del cielo...» (Gb 11, 7-8).
Restano
sempre intatte la trascendenza e l'incomprensibilità ineffabili di Dio,
celebrate da San Paolo (Rm 11, 33). Ma è già gran dono afferrare qualche
raggio di luce nell'abisso misterioso, e con quella luce illuminare il mondo.
7.
I segni della paternità divina
Anzi,
con l'occhio della fede, si può andare anche oltre e vedere nelle cose non solo
un vestigio della Trinità, ma anche, più in particolare, un frutto della
divina paternità, per analogia al Figlio eterno generato dal Padre nel seno
della Trinità. Non sarà anche qui una somiglianza d'immagine della divina
figliolanza come nelle creature razionali e specialmente nei giusti e nei
beati del cielo (figli adottivi di Dio): ma vi è pur sempre in tutto il creato
un riflesso della divina paternità in una certa somiglianza dell'eterno Figlio.
«Dio è detto padre di una qualsiasi creatura, solo in senso improprio e per
una certa similitudine, particolarmente quando si tratta degli essere
inanimati...». È ciò che intuiva oscuramente Giobbe:
«Chi
è il padre della pioggia? O chi genera le gocce di rugiada?» (Gb 38, 28).
In
questa nuova visione del mondo si ristabilisce quel teocentrismo
dell'intelligenza che fu proprio dell'uomo prima del peccato, e che ora è
inizialmente ridato dalla fede, che fa vedere tutte le cose nella luce di Dio,
principio e fine del mondo e suprema verità da cui deriva e s'illumina ogni
creata verità.
La
teologia sviluppa questa nuova impostazione e la mistica la porta fino al
vertice della contemplazione saporosa, come sul monte della Trasfigurazione.
Anche le cose sono così trasfigurate, perché valutate e contemplate
dall'anima alla luce di Dio.
Questo
riferimento a Dio e al suo mistero intimo, questo senso trinitario, sarà meglio
scoperto nella visione beatifica, quanto alla fede oscura sarà succeduta la
gloria luminosissima. La luce della gloria, che è partecipazione dell'anima
alla vita trinitaria, si rifletterà sul corpo umano e sulle cose. L'occhio dell'uomo
contemplerà nelle cose nuove irradiazioni di divina bellezza. Ne avrà una
gioia ineffabile. Sarà quello il vero e perfetto gusto delle cose, superiore a
ogni conoscenza estetica della terra. Ma attraverso quel godimento della
bellezza, l'anima risalirà alla sua fonte e ne vedrà l'irradiazione nelle
cose: capirà e godrà in ogni cosa, oltre che in se stessa, il frutto della
divina paternità, la somiglianza del Figlio, la ripercussione dell'eterno
Amore. Solo allora saprà il vero valore del mondo e vedrà che il senso vero
della vita terrena era di camminare nel mondo, studiarlo e conoscerlo,
trasformarlo e possederlo, usarne, goderne e, spesso, anche soffrirne con
l'occhio rivolto al cielo, alla vita, alla luce, seguendo lo stesso
suggerimento che viene dalle cose - indicatrici di Dio -, seguendo soprattutto
l'intimo dinamismo dello spirito fatto a immagine della Trinità e destinato ad
essere nella vita eterna «lode e gloria» alla Trinità.
Questo
è il fine dell'uomo e del mondo ed è anche l'Amen del Credo.
Alla
fine di questo volume sui Novissimi, vogliamo fare e aiutare a fare l'Atto di
fede, che speriamo sia il soggetto dell'altro libro che tutti possiamo e
dobbiamo scrivere lungo tutto il cammino della vita terrena. Ci serviremo qui
della parola del grande e tormentato scrittore Julien Green, morto a Parigi il
13 agosto 1998. Egli scrive:«Alla sera di una vita in cui ho dovuto lottare per
conservare la fede (di cui certi articoli sono così aspramente contestati
al giorno d'oggi) quello che io credo lo riassumerò in termini familiari a
tutti i cattolici. lo condivido con loro la fede nella Chiesa che Cristo ha
fondato, nell'infallibilità del successore di Pietro, nella Comunione dei
santi; la fede nei sacramenti, in particolare il Battesimo che ci strappa a
Satana e la Penitenza senza la quale la grazia non può raggiungerci.
Credo
nella Santa Trinità, nell'Incarnazione e nella divinità del Cristo, nella sua
gloriosa Resurrezione, nella vita eterna promessa a tutti coloro che gli renderanno
testimonianza. Credo nella Presenza Reale nell'Eucarestia e nella realtà
permanente del sacrificio della messa».
Chi
è Dio? - «Lo sapremo quando ci presenteremo a Lui e ci dirà: lo sono Colui
che perdona»