I NOVISSIMI

A CURA DI PADRE RAIMONDO SPIAZZI, TEOLOGO DOMENICANO AL SERVIZIO DI TRE PAPI. (NEL SUO RICORDO)

 

REALTA’ E MISTERO DELLA MORTE

Nelle «cose ultime» - i Novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso - si ha la conclusione della vita del­l'uomo nuovo, redento da Cristo, e, in definitiva, la sua ragion d'essere. L'economia della salvezza che si attua e incarna nella storia attraver­so il Cristianesimo, ha senso e scopo in ordine all'eternità. La nostra vita individuale vi si inserisce per trovarvi la via dell'eternità, della salvezza. Per ognuno di noi il momento decisivo della salvezza e della vita eterna è quello della morte. Tale è il senso della morte secondo la nostra fede: in ordine alla vita eterna.

La vita cristiana, che è una riprodu­zione in noi dei misteri della vita di Gesù, attraverso la vita sacramenta­le e liturgica e attraverso la confor­mazione a lui nella virtù, si svolge alla luce e nell'imitazione di Cristo tra due termini: il Battesimo e la morte. Può sembrare strano l'avvicina­mento di questi due fatti: il Battesimo e la morte. Ma strano non è, come vedremo.

 

1. Realtà fisica della morte

La morte da un punto di vista fisíologico è la separazione dell'anima e del corpo: strappo violento, che urta la natura umana, desiderosa della propria unità. L'uomo perciò rifugge dalla morte. Essa gli fa paura, spesso egli ne ha orrore. Anche il libertino trema quando la vede avvicinarsi. Anche certi «eroi», certi spadaccini pieni di boria e di sussiego, quando viene l'ora, per­dono tutta la galloria. Con la morte non si scherza. Sarebbe stolto non tremare. La morte è una cosa seria: la cosa più seria della vita, umana­mente parlando. Una cosa a cui vale la pena di pensare.

 

2. Valore morale della morte

Da un punto di vista morale e fisio­logico la morte è un passo decisivo. È la conclusione di tutta una vita. Allora cadono tutte le maschere. Non vi è possibilità di produrre degli alibi. Tutto viene in chiaro. Liber scriptus proferetur...

Su quel culmine dell'esistenza umana verrà pronunciato un solen­ne giudizio:

a) giudizio della coscienza, che adunerà tutto il raccolto di una vita, e ne discernerà con chiarezza la qualità, ne giudicherà il valore, positivo o negativo. Quaggiù la coscienza è spesso assonnata, o distratta, o travolta. Ma in quell'ora ci sarà un perfetto raccoglimento. Per un istante l'anima non sentirà che voci intime. Nemmeno i canti degli angeli o le urla dei demoni prevarranno sulla sua interiore parola. L'anima giudicherà se stes­sa, in base a quella legge morale che in essa si è sempre manifesta­ta con norme precise e indiscutibili, più forti dell'uomo. Nell'ora della morte formulerà finalmente un esat­to giudizio sull'osservanza di quelle norme...;

b) ma in questo giudizio risuonerà pure la voce di Dio. Nell'ordine eter­no che abbraccia e regola la vita dell'uomo, vi è un verdetto infallibi­le che riguarda ognuno di noi. Quale sarà? L'ora della morte sarà l'ora della grande scoperta. Vedremo allora il nostro destino. Anche per questo c'è ragione di prendere la morte come una cosa seria.

Non c'è da illudersi; non si può pas­sar sopra questo pensiero alla leg­gera. Che cosa significherà per me, per te, per ognuno di noi, la voce di Dio finalmente risuonante in modo chiaro, evidente, indiscutibile nella nostra coscienza per dare il giudizio definitivo sulla nostra vita? E che cosa porterà con sé quel giudizio? Che cosa pensa di noi Dio? Che cosa rivelerà il nostro spirito nel primo incontro con lui?

In realtà queste domande - che riguardano i «novissimi» - dovreb­bero dominare tutta la nostra vita. E la nostra vita non dovrebbe essere altro che preparazione all'ultima ora.

Un «apparecchio alla morte», come dice Sant'Alfonso de' Liguori.

 

3. Concetto cristiano della morte

C'è anche il punto di vista cristiano sulla morte. È una visione nuova, più serena. Da quando Cristo è risorto, non è la morte, come tale, l'ultimo termine del cammino umano; essa non è la fine della vita, ma il ponte della vita. Se Cristo è risorto, il trionfo non è della morte, ma della vita..

Ubi est, mors, victoria tua? Ubi est, mors, stimulus tuus?... (1 Cor 15, 55).

Distrutto il peccato è distrutta la radice della morte. Essa non può imperare definitivamente sull'uomo. Essa anzi è diventata il valico della Vita vera, che è quella eterna. La vita quaggiù è vera morte, dicevano i Santi medioevali. Media vita in morte sumus... Quando San Tommaso partecipava al canto di questa antifona nella Compieta quaresimale, si scioglieva in lacri­me. Questa è la vita della terra: per­manenza nella morte, perché lonta­nanza, incertezza, rischio continuo, paura, vicissitudine, dolore. Quella che si suol chiamare morte, in real­tà è l'inizio della vera Vita. Essa è l'abbraccio con Dio, il ritorno alla casa paterna, l'ingresso nel Regno celeste, il definitivo compimento in noi dei misteri di Cristo.

Dal Battesimo alla morte una sola linea lega e sorregge tutta la vita cri­stiana. Il Battesimo è la rinascita del­l'uomo in Cristo, la morte è un sonno in Cristo e con Cristo: «obdormivit in Domino», si dice dei Santi.

Cristo riproduce nella nostra morte il mistero della sua morte, che porta già in sé la forza della Risurrezione. Il Battesimo è la nascita alla vita eterna nella fase terrestre, nel tempo di prova; la morte lo è nella fase definitiva, quella del cielo. La morte per il cristiano è come il Battesimo dell'eternità.

Il Battesimo dà la «prima» grazia; la morte è la maturazione definitiva di questa grazia, è anzi l'ora dell'ulti­ma e più completa grazia, la perse­veranza finale.

Tutta la vita cristiana non è che una preparazione e una invocazione di quest'ultima grazia, la più impor­tante e necessaria: la salvezza.

 

4. Gesù rivelatore della morte

L'inizio della predicazione di Cristo, dopo gli anni del nascondimento di Nazareth e le tentazioni nel deserto, è commentato dall'evangelista San Matteo con queste parole del pro­feta Isaia: «Il popolo che giaceva nelle tenebre ha visto una gran luce, luce che è spuntata per colo­ro che giacevano nella regione e nell'ombra della morte» (4, 16). È la chiara indicazione del capovolgi­mento che si stava attuando nella storia con la venuta di Gesù, il quale si presentava come la vera Vita per gli uomini e come il vincito­re della morte.

La vita divina, per cui Dio è la sor­gente di tutto ciò che vive - «in lui viviamo, ci muoviamo e siamo» (At 17, 28) - si è manifestata in Cristo, il quale reca pertanto in sé la vita del Padre ed è per tutti gli uomini «la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6). Ma per essere partecipi di questa vita, le creature umane devono conformarsi al divino Modello, devono seguirlo per il cammino obbligato dei patimenti e della morte, per potere ricavare quella pienezza di una genuina esistenza che condiziona la salvezza eterna. Considerata sotto questa luce, la morte acquista il suo vero volto e aggiunge al suo aspetto di fatto ineluttabile, doloroso e definitivo, che ad essa tutti attribuiscono, un nuovo senso di sicurezza serena, di traguardo raggiunto al termine di una fatica, il cui esito si risolve in vittoria. Deposte le proprie giornate nelle mani di Dio, offerti a lui i sacri­fici e i godimenti, l'anima cristiana gli si presenta alla fine della vita ter­rena per restituire anche l'ultimo respiro in una dedizione suprema. La morte cristiana diventa così un passaggio tranquillo fra i due cicli di vita, quello terreno e quello celeste. Il grande rivelatore della morte è stato Gesù Cristo, che ha recato agli uomini la certezza della vita d'oltretomba, come pure ha portato ai giusti defunti, nel limbo, la gran­de notizia della Redenzione.

 

5. La morte nell'Antico Testamento

Tra Vecchio e Nuovo Testamento c'è nei confronti dell'aldilà, e quindi della morte, una notevole diversità.

Il primo parla assai poco del nostro destino futuro, dell'esistenza ultra­terrena, delle pene e ricompense della vita futura. Lo Sheol di cui parla, è un luogo amorfo, dove tutti si ritrovano in una presenza opaca e senza che si precisi il rapporto di ogni anima con Dio, sebbene Dio sia presente anche là, secondo le parole del Salmo 138: «Se io discendo nello Sheol, tu sei là» (138,8).

Di qui anche il vago concetto del significato della morte, che il Genesi presenta nel suo carattere di castigo per il peccato (Gen 2, 17) e il Libro della Sapienza dice entra­ta nel mondo per invidia del diavolo (Sap 2, 24). Nonostante la serenità della morte dei Patriarchi, che dopo aver superato le prove della vita e compiuto la loro missione si ricon­giungono nell'aldilà ai loro padri, paghi che continui nel mondo la loro discendenza numerosa come le stelle del cielo e la rena del mare, secondo le promesse divine, tutta­via resta nell'Antico Testamento il senso predominante della morte come fatto luttuoso, che fa paura, che è da fuggire: fatto a cui pochi altri sono paragonabili e che solo è da preferirsi al peccato, al tradi­mento di Dio e, specialmente per i Maccabei, del popolo e della legge (cfr. 1 Mac 1, 65; 3, 59; 2 Mac 7, 2; 8, 21; 14, 2 ecc.). Ma sulla morte non si proietta la luce chiara dell'al­dilà.

La difficoltà maggiore che si oppo­neva a che i giudei comprendesse­ro rettamente il concetto della morte stava forse nella loro menta­lità messianica, alimentata anche dalla erronea interpretazione tem­poralistica delle Scritture. Per que­sto motivo Gesù dovette insistere anche presso i suoi discepoli per­ché s'innalzassero a una concezio­ne più spirituale del suo regno nel­l'aldilà. Ma non sempre essa tra­spare dal modo di vivere e di pen­sare dei suoi seguaci. Uno dei discepoli di Emmaus manifesta a Gesù, dopo gli avvenimenti di Gerusalemme, proprio quello che gli ebrei speravano da lui: «Noi spe­ravamo che egli fosse colui che doveva salvare Israele; invece, dopo tutto questo (la crocifissione), eccoci al terzo giorno che tali cose sono avvenute» (Lc 24, 21). E anco­ra poco prima dell'Ascensione, «coloro che si trovavano presenti - si legge negli Atti (1, 6) - lo interro­gavano dicendo: Signore, ricostitui­rai in questo tempo il regno di Israele?».

Con questa mentalità si capisce che la prospettiva suprema del giu­daismo fosse nella ricostituzione e nella continuità di una dominazione politico-religiosa nell'aldiqua, e che meno aperta fosse l'intelligenza alla concezione della vita eterna e quin­di alla comprensione del valore della morte individuale. D'altra parte Dio solo gradualmente e in proporzione alla capacità di rece­zione umana rivelava la sua verità, comprendente anche il mistero della vita e della morte.

 

6. La morte nel Nuovo Testamento

Nel Nuovo Testamento l'insegna­mento di Gesù Maestro è chiarissi­mo nel contrapporre l'oggi passeg­gero al domani duraturo. «Beati voi che avete fame, perché sarete saziati; beati voi che ora piangete, perché riderete» - dice Gesù nel Discorso della Montagna (Lc 6, 21). E nella parabola del ricco e del povero, riportata nel Vangelo di San Luca (16, 26), mette in bocca ad Abramo le seguenti parole: «Inoltre fra noi e voi esiste un grande abis­so, di modo che colui che da qui volesse passare a voi non lo può fare, né dalla parte vostra si può passare a noi». Analogo riferimento alla morte si ha nel paragone tratto dall'opposizione fra il giorno e la notte: «È necessario che io compia finché dura il giorno le opere di Colui che mi ha mandato, perché nessuno può lavorare quando viene la notte» (Gv 9, 4).

Nel Nuovo Testamento vi è il con­cetto della morte come conseguen­za del peccato, nello stato prece­dente della natura umana, mentre, sebbene essa fosse in sé naturale all'uomo, nello stato di giustizia ori­ginale egli ne era stato esentato. Il dono dell'immortalità fu perduto col peccato dei progenitori, mentre la morte riprendeva il suo dominio.

«Voi siete figli del diavolo – dice Gesù ai farisei suoi avversari (Gv 8, 44) - e così volete soddisfare i desi­deri del vostro padre. Egli fu omici­da fin da principio e non perseverò nella verità». Ancora più esplicito nell'attribuire la morte al peccato di Adamo è San Paolo nella Lettera ai Romani (5, 12): «... mediante un solo uomo entrò nel mondo il pec­cato, e col peccato la morte, e in tal modo la morte trapassò tutti gli uomini, perché tutti peccarono...», «Il salario del peccato è la morte» (Rm 6, 22): la morte che è eterna perdizione, ma anche la morte ter­rena che di quella è il simbolo e allarme.

Tuttavia per il cristiano c'è ormai una grande certezza: egli è stato affrancato dal peccato e ha «per fine la vita eterna», che gli è data come un «dono di Dio... in Cristo Gesù» (Rm 6, 22).

 

7. Dalla morte alla vita

Ineluttabile conseguenza del primo peccato, la morte diventa per il cri­stiano il cammino che lo conduce alla pienezza della sua configura­zione a Cristo, poiché, come la morte di lui rappresenta il culmine del mistero della Redenzione, così la morte del fedele costituisce il congiungimento definitivo e pieno col suo Capo e quindi il momento in cui si realizza per lui la pienezza intramontabile della vita di grazia, trasformata in gloria. Non dunque fine della vita, ma ponte della vita, porta del cielo.

Nella morte cristiana si attua per i fedeli, nella più vera e profonda realtà personale, il mistero del sacrificio di Cristo, il quale capovol­ge i luoghi comuni del linguaggio terreno e fa sì che la morte sia l'ini­zio della vera vita. «Per me infatti - esclama San Paolo nella Lettera ai Filippesi (1, 21) - la vita è Cristo, e morire è un guadagno». «Ignorate voi forse - egli chiede (Rm 6, 3) - che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Noi siamo stati dunque sepolti con lui mediante il Battesimo nella sua morte, affinché, come Cristo è risuscitato dai morti mediante la gloriosa potenza del Padre, così anche noi viviamo di una nuova vita.

Se è vero infatti che siamo stati vitalmente connessi con lui mediante una morte che somiglia alla sua, saremo anche una stessa cosa con lui per quel che concerne la risurrezione (ib. 4, 6).

Questa è l'interpretazione mistica che San Paolo dà della morte, la quale, come fatto fisico, quasi sva­nisce dall'orizzonte cristiano. Ciò che conta è la morte al peccato, avvenuta nel Battesimo e continua­ta lungo tutta la vita cristiana. «Questo ben sappiamo: che il nostro vecchio uomo è stato croci­fisso con lui (Cristo)... Ora, se siamo morti con Cristo, noi credia­mo che anche vivremo con lui, poi­ ché sappiamo che Cristo, risuscita­to com'è dai morti, non muore più: la morte non impera più su lui. La morte della quale è morto, è, una volta per sempre, morte che con­cerne il peccato; ma la vita di cui vive, è vita che concerne Dio. Anche voi dunque consideratevi come morti per quanto concerne il peccato, e come viventi per quanto concerne Dio, in Cristo Gesù» (Rm 6,6-11).

Questa è la vita che veramente conta, e che vince la morte. Gesù la identificava con se stesso, quando diceva: «Io sono la risurrezione e la vita; chiunque crede in me, quan­d'anche fosse morto, vivrà; e chiun­que vive e crede in me, non morrà mai» (Gv 11, 25).

 

LA PREPARAZIONE ALLA MORTE

Ecce sto ad ostium et pulso (Apoc. 3,20).

Lettura e preghiera

Libro dell'Apocalisse, 3, 20-21: Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono.

 

Salmo 1115,1,15-19:

Ho creduto anche quando dicevo: «Sono troppo infelice». Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli. Sì, io sono il tuo servo, Signore, io sono tuo servo, figlio della tua ancella: hai spezzato le mie catene. A te offrirò sacrifici di lode e invocherò il nome del Signore. Adempirò i miei voti al Signore davanti a tutto il suo popolo, negli altri della casa del Signore, in mezzo a te, Gerusalemme.

 

Salmo 121, 1-2:

Quale gioia, quando mi dissero: «Andremo alla casa del Signore». E ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme!

 

Salmo 129,1-7:

Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia preghiera. Se consideri le colpe, Signore, Signore, ehi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono; perciò avremo il tuo timore. lo spero nel Signore, l'anima mia spera nella sua parola. L'anima mia attende il Signore più che le sentinelle l'aurora... perché presso il Signore è la mise­ricordia e grande presso di lui la redenzio­ne.

 

Lettera di San Paolo ai Romani, 8, 14-18:

Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, costoro sono figli di Dio...

Lo Spirito attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio.

E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se veramente partecipiamo alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.

Io ritengo, infatti, che le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi.

«Ecco, io sono alla porta e busso». Così l'Apocalisse fa dire al Verbo eterno fatto carne, Cristo Gesù, Colui che è sempre alla porta del cuore, e bussa perché vuole entra­re.

Naturalmente è dall'interno che bisogna aprirgli. È vero che anche questa apertura del cuore è un dono di Dio. Ciò che noi facciamo per rispondere alla grazia di Cristo è già grazia di Cristo. Veramente in questo senso, tutto è grazia, come diceva il Curato di Bernanos. Tutto è grazia: anche la nostra corrispon­denza alla grazia. E tuttavia c'è un sì che va detto da parte nostra, c'è un certo scatto interiore che non avviene senza di noi, come cause seconde, operanti sotto l'azione della Causa prima, della grazia divi­na.

 

Il dinamismo escatologico della grazia

Senza l'apertura e corrispondenza dall'interno, la porta del cuore non s'apre e Gesù non entra nel cuore. Si racconta che l'autore del quadro, un tempo riprodotto nelle immagini che davano a noi fanciulli, dove è dipinta la porta di una casa col Signore che bussa, quando ebbe finito il suo lavoro, stava contem­plandolo insieme al figlioletto. E questi domandò al padre: - Papà, come vuoi che quel signore apra la porta, se non c'è la maniglia? (E difatti nella vecchia immaginetta ho controllato che effettivamente la porta è senza maniglia) E il babbo rispose: - Vedi, quella è una porta che si apre soltanto dall'interno.

È la porta del cuore: non c'è mani­glia per aprirla dall'esterno. Il Signore del resto, non è prepoten­te. Non vuole sfondare la porta. Chiede che gli apriamo dal di den­tro, cedendo liberamente e amoro­samente al suo invito.

Momento per momento della vita che passa, il Signore picchia alla porta e chiede di entrare. Se a un certo momento l'anima gli apre, nel momento successivo Gesù bussa con un altro colpo, dolcemente e fortemente: e se l'anima apre, rea­lizza un nuovo aumento di grazia. È la cosiddetta «grazia del momento presente»: cioè la grazia, l'aiuto, il dono di vita, di luce soprannaturale, offerto momento per momento all'anima, perché possa svolgere tutta la sua vita in un crescendo continuo di vita divina. Questo svi­luppo immanente alla vita spiritua­le, come a quella fisica, importa di per sé un progresso continuo, che significa la crescente realizzazione della presenza di Cristo in noi fino alla pienezza. Perciò in ogni momento di grazia che si realizza, è già immanente la tendenza alla pie­nezza finale che si avrà, come gra­zia, nel momento della morte, e come gloria - in cui matura la grazia - nell'aldilà, in Cielo.

Quando Gesù dice: - Ecco, io sto alla porta e busso -, le sue parole riguardano le richieste e le offerte di grazia che ci vengono fatte, momento per momento, lungo tutta la vita, ma già includente l'ultimo colpo bussato alla nostra porta, nell'ora della morte, quando si ha la realizzazione finale dello sviluppo della grazia della terra e il passag­gio alla pienezza della gloria in Cielo.

Gesù bussa alla porta e viene momento per momento nei nostri giorni mortali, seguendo il succe­dersi del tempo. Ma è già l'eternità che s'inoltra in noi. Noi cristiani abbiamo, tra tutti gli uomini, il privi­legio di sapere che l'eternità la por­tiamo già in noi. Coloro che non hanno la grazia di Dio - ma è diffici­le giudicare su questa partecipazio­ne alla vita divina nella grazia, anche per coloro che vivono fuori dei confini visibili del cristianesimo, dove c'è da sperare, e forse da cre­dere, che moltissimi, se non tutti, ricevano la grazia del Signore o siano in preparazione di riceverla - sono persone che si direbbero incluse nel tempo che passa in modo irrimediabile.

Nella misura in cui si introduce nel­l'uomo la grazia del Signore, il tempo cessa di essere la regola, la misura della sua vita, perché, alme­no per partecipazione, egli è già nell'eternità, che matura sempre più in lui stesso, e misura la sua «vita nuova» (Rom 6, 4), che è una partecipazione dell'eternità.

Dice Gesù: «Chi crede in me ha la vita eterna» (Gv 3, 36): non soltanto avrà ma ha la vita eterna. «Chi man­gia la mia carne e beve del mio Sangue ha la vita eterna» (Gv 6, 55). Un principio vitale eterno, cioè una partecipazione della natura stessa di Dio, è già nei credenti, per la gra­zia; sicché la loro umana vita conti­nua a svolgersi, senza dubbio, secondo le leggi fisiche e biologi­che, con un crescendo iniziale e poi un decrescendo che porta alla morte fisica; ma in loro la vita nuova, la vita eterna, si sviluppa secondo le proprie leggi, che non coincidono con quelle della vita ter­rena.

 

L'incontro con la divina giustizia

Nel passaggio all'aldilà, l'uomo si imbatte nell'infinita luce di Dio. Si può immaginare un primo momen­to in cui non è ancora luce di gloria, ma di giustizia: luce chiara sulla tra­gicità di uno stato di separazione da Dio, che immediatamente si tra­muta nell'orrenda tenebra infernale. Per l'anima è cessato il tempo della prova.

È caduto anche il corpo a cui era congiunta sulla terra, con la sensi­bilità che importava, per cui era suscettibile di variazioni e muta­menti di passione, che la portavano ora dal bene al male, ora dal male al bene. Ormai si fissa in un atto di ini­micizia e ribellione a Dio, che dura eternamente, e quindi eternamente è separata da Dio, e soffre eterna­mente la pena immanente a questa separazione, a questa sua colpa; che significa separazione dalla Verità, per la quale è fatta la sua intelligenza, dal Bene, per il quale è fatta la sua volontà, il suo cuore; dalla gioia, dalla vita, dalla pace, dalla santità a cui anela tutto il suo essere.

L'inferno, che, come pena cosid­detta «dei danno», ossia della per­dita di Dio, era già inizialmente nello stato di peccato e che nell'ultimo istante l'anima ha scelto come suo stato, rifiutando l'amicizia di Dio, così si perpetua.

Ovviamente quell'inferno interiore rappresenta e produce una stona­tura nell'universo, a cui tutte le creature reagiscono, quasi si direb­be per un movimento ontologico di ripulsa, accanendosi contro quel fattore di disordine. E si ha la pena cosiddetta «del senso», cioè l'assoggettamento penoso a una spe­cie di pressione schiacciante del creato, rappresentato tradizional­mente - e nello stesso Vangelo - soprattutto da quei fenomeni dolo­rosi che si verificano nella vita pre­sente al contatto fisico col fuoco, il gelo, lo «stridore dei denti», il morso di una serpe ecc.: è come se il creato esercitasse una funzione vendicativa contro una sua parte che vi ha introdotto disordine e quindi una specie di sofferenza cosmica. Creatura vanitati subiecta est, non volens (Rom 8, 20)... Pena del danno e pena del senso sono percepite interiormente, come dolorosa autocoscienza, dall'anima definitivamente condannata, per propria colpa, alla separazione da Dio.

Mentre dal più profondo di sé, l'ani­ma, per la legge della sua stessa natura, tende a Dio e vorrebbe andare a lui, perché quella tenden­za naturale non è distrutta; il suo movimento psicologico, in quanto dipende dalla sua consapevolezza e dalla sua volontà, è ormai contro Dio, ed essendo contro Dio è con­tro tutto ciò che è di Dio, ossia con­tro il regno del bene, contro i buoni, che odia, contro i cattivi che sono partecipi del suo stato di miseria e di morte, e che pure odia, contro il creato che canta la gloria di Dio e contro tutto ciò che, nel creato, nella vita terrena poté gustare e amare, compreso tutto ciò che le è stato più caro come cose e come persone, anche padre, madre, fra­telli, sorelle, amici... Sembra incon­cepibile umanamente parlando: eppure è logico che, entrata in una condizione di odio, di rabbia, di cat­tiveria. Del resto non manca nel mondo qualche pallida immagine, come dell'amore celestiale, così dell'odio infernale. Certi uomini fanno spavento.

Questo è sostanzialmente l'inferno che inizia nel tempo, nel peccato, e si perpetua nell'eternità, come morte continua dell'anima, perché è la morte all'amore, alla luce; tutto diventa tenebra e odio. In questa condizione l'anima si sente come schiacciata dal suo limite. Ha prefe­rito se stessa, limite, a Dio, infinito; affondata nel suo limite, ne soffre per l'eternità.

Ripeto per nostro ammonimento: in questo stato, che è la soluzione negativa dell'enigma della morte, si trova inizialmente ognuno che si avvia passo per passo verso quel passaggio supremo rifiutando la grazia e persistendo nel peccato.

 

La morte santa

Se invece il passaggio dal tempo all'eternità nell'ora misteriosa della morte, si risolve positivamente in forza della grazie, la morte non è qualcosa di pessimo, ma di meravi­glioso: pretiosa in conspectu Domini mors Sanctorum eius: «è preziosa al cospetto del Signore la morte dei suoi Santi» (Salmo 115, 15). Spesso lo è anche per il modo esterno in cui avviene, cioè in un clima di pace, di dolcezza, di pietà, di preghiera. Coloro che sono vis­suti per anni e anni sulla terra nella ricerca e nel culto di Dio, nella disciplina delle proprie passioni, nell'armonia interiore, nella carità fraterna, nel servizio dei fratelli; specialmente quei religiosi che per decenni hanno avuto consuetudine con le cose dell'altare e del Cielo, quante volte passano nell'aldilà in quel clima di serenità, di fiducia, di santo abbandono, a volte persino di gioia, al canto delle preghiere più belle della Chiesa, e magari della Salve Regina, come avviene nel nostro Ordine per i confratelli che muoiono in mezzo a noi. Anche questa ambientazione, si direbbe, del mistero della morte, ha qualco­sa di meraviglioso, di dolcissimo, quasi di attraente, che ci fa invidia­re certe morti sante.

Altre volte si tratta di peccatori che per anni e decenni sono stati lonta­ni dal Signore, ma chissà per quale strana avventura della loro vita, forse non per cattiveria ma per distrazione e per debolezza. Viene l'ora della morte ed essi sanno far ritorno al Signore, o meglio credere alla sua grazia, alla sua chiamata finale, con un bell'atto di pentimen­to: ed ecco il prodigio della divina misericordia e dell'umana conver­sione: un atto solo può redimere tutto il passato.

In fondo, ciò che conta nella nostra vita è il valore di un atto, anche pic­colissimo, ma pieno d'amore pro­dotto dalla grazia. Ogni atto che compiamo porta con sé tutto il paradiso o tutto l'inferno; il sempli­ce battito di una palpebra può significare eternità di beatitudine o eternità di tenebra e morte. Un atto compiuto in fin di vita è tale che può riscattare tutta la vita, ed esse­re veramente quell'apertura al Signore che bussa alla porta del cuore, che mette l'anima nel pos­sesso completo di Dio per il tempo e per l'eternità. A volte si resta meravigliati dinanzi a certe morti di uomini che passavano per grandi peccatori: è bastata, forse, la memoria della mamma, o una pre­ghiera alla Madonna (in questo momento ricordo certi casi), per aprire il loro cuore alla grazia di Dio e rispondere col cuore all'ultima chiamata.

Sono gli elementi esterni, qualche volta discernibili nel mistero della morte. Ma il mistero della morte cri­stiana, della morte santa, nella sua profondità è invisibile e inconosci­bile, perché è un incontro tra la luce inaccessibile di Dio e la tenebra impenetrabile, come diceva Lacordaire, di ogni anima. Per fede, sappiamo però come si risolve quell'enigma. L'anima che è vissuta e cresciuta nella grazia; che rispon­dendo di volta in volta al Signore che bussava alla porta del cuore, ha ricevuto sempre più grazia; che seguendo la legge dello sviluppo vitale della grazia è passata a una maturazione sempre più perfetta della sua conformazione a Cristo: qualunque sia il momento nel quale ha cominciato a rispondere così alla grazia, alla chiamata di Dio, ed è andata a lavorare nella vigna, quando giunge l'estremo momento è come se pronunciasse l'ultima sil­laba di una formula sacramentale. Finché non c'è l'ultima sillaba, o l'ultima parola, la formula non ha tutto il suo valore; ogni parola, ogni sillaba concorre a dare contenuto e virtù operativa alla formula, e tutta­via il valore determinante proviene dall'ultima parola, e, si direbbe, dal­l'ultima sillaba. Così nella vita di grazia.

Come nella transustanziazione del pane e del vino in Corpo e Sangue di Cristo l'ultima parola della con­sacrazione dà la compiutezza all'operazione eucaristica, così nel­l'ora della morte, l'ultimo momento di grazia, di quella che si chiama la grazia della buona morte o della perseveranza finale, è come l'ultima parola di una vita consacrata a Dio, che diventa così per sempre vita eterna, consorzio con Dio nella glo­ria.

Se si tratta di sacerdoti e di religio­si, che per la loro stessa professio­ne, in forza della virtù di religione praticata in pienezza hanno dato a tutta la loro vita, a tutte le loro azio­ni in risposta alla grazia, un signifi­cato e valore sacrificale, nell'ora della morte essi dicono e vivono come l'ultima parola del loro sacrifi­cio. Sono simili a Gesù Cristo diste­so sulla croce, o presente sotto le specie del pane e del vino, che offre in modo pieno e definitivo il sacrifi­cio della sua vita, e si abbandona al Padre: In manus tuas commendo spiritum meum (Lc 23, 46; Salmo 30,6).

Ogni sera, al canto della Compieta, noi anticipiamo quell'ultimo mo­mento col canto del Responsorio. Alla fine della vita, in una maniera definitiva e per tutta l'eternità, sarà meraviglioso l'atto di consacrazio­ne e di abbandono di noi stessi nelle mani di Dio, in unione con Cristo sacerdote e ostia, che com­pie il suo sacrificio sulla croce e lo rinnova sull'altare, anche per opera nostra, perché siamo suoi ministri. Speriamo di renderci conto, in quel momento, del nostro rapporto col sacrificio di Cristo offerto al Padre sulla Croce, e rinnovato in tante Messe da noi celebrate, forse anche nel giorno stesso della morte (Dio ce lo conceda!). Che conforto, che gioia, potergli dire in quel momento: Redemisti me, Domine, Deus veritatis! Dirglielo con questo bel latino di tanti anni, di tante Compiete della nostra vita, o anche con la traduzione dall'originale: Mi affido alle tue mani: tu mi riscatti, Signore, Dio fedele (Salmo 30, 6).

Ma quell'estrema invocazione al Deus veritatis, come sarà significa­tiva per noi!

 

Nella gloria di Dio

L'anima che così ha compiuto definitivamente il percorso dei misteri dolorosi, col sacrificio della propria vita, può passare nell'eternità come per una definitiva maturazione di sé nella grazia e nell'amore di Dio, in Cristo.

Il Cristo che è venuto in ogni momento della vita, è il Cristo che viene nell'ora della morte: nunc et in hora mortis nostrae. Viene accompagnato da Maria, mediatri­ce della grazia di Cristo. È come se bussasse per l'ultima volta alla porta dei cuore per provocarne egli stesso l'apertura alla gloria del Cielo. E l'anima si incontra con la luce infinita di Dio.

È una nuova chiarezza che invade e compenetra la coscienza. Come la coscienza del peccatore in questa vita era spesso distratta dalle vani­tà e illusioni di una felicità senza Dio, così l'anima del giusto sulla terra, in qualche momento di incer­tezza, di ansietà, forse di scrupolo, poteva non vedere bene se stessa; anzi diciamo che forse non è mai possibile vedere fino in fondo se c'è in noi la grazia, l'amicizia con Dio. Ma quando, passata nell'aldilà, l'anima che non aveva coscienza del peccato ma nemmeno la visio­ne chiara della presenza di Dio e della sua grazia incomprensibile, entra in quella luce infinita, vede in se stessa fino in fondo: e scopre la propria armonia, la propria amicizia con Dio, e in quella scoperta si sente beata. In quella luce infinita finalmente vede il divino giudizio sulla propria vita, quale si riflette nell'intimità della coscienza. È un giudizio di benevolenza, di appro­vazione, di premio e non di condan­na, sicché l'anima si sente subito beata, perché ormai ha la certezza di essere con Dio e di Dio. Subito vede Dio com'è in sé, nella sua essenza, e com'è in lei stessa, e si rende conto di essere ammessa alla conoscenza che Dio ha di sé nella generazione del Verbo, nel­l'aspirazione dell'Amore; si sente immersa nel seno della Trinità, che è il suo paradiso, quel regno di luce e di amore a cui ha aspirato per tutta la vita.

Cercava la verità e ora la possiede; cercava il bene e ora lo gode; cer­cava la felicità e ora è beata in eter­no; cercava la pace e ora vive in una pace imperturbabile. Essere nella luce, nella verità, nell'amore, nella gioia, nella pace, è l'essenza del paradiso.

Essendo in armonia con Dio, l'ani­ma è in un rapporto d'amore con tutto il creato.

Ama tutti coloro che vedete in Dio: la santa Umanità di Cristo, la Vergine Maria, i Santi che ha amato e venerato in terra, coloro con i quali visse e si santificò nel tempo e che ritrova in Cielo, coloro stessi che pur vivendo ancora sulla terra, le sono uniti con i vincoli ineffabili della Comunione dei Santi. Questi vincoli in terra sono misteriosi e non si possono vedere, ma in cielo, quando finalmente si conosce Dio in sé e nel suo disegno di salvezza, sfolgorano nello spirito umano tutte le realtà misteriose che rientrano in quel disegno: e si vede come tutti si è uniti in Cristo, nella comunione dei Corpo mistico, come comunità santa fondata nella carità.

E l'anima che tutto questo scopre nella sua bellezza e profondità, gioi­sce dell'amore che la lega a Dio e, in Dio, a tutti, a tutto.

Gode della sua appartenenza piena e definitiva alla Chiesa come comu­nità d'amore, nella quale, in Cielo, tutti gli spiriti si riconoscono uniti tra loro in Cristo e, per Cristo, in Dio, viventi nella sua luce infinita, in un amore perfetto. L'anima si sente paga nel suo desiderio di Dio e di tutti gli altri beni derivanti da Dio, oggetto dei suoi legittimi desideri. Essa, che cercava la pienezza di Dio come ragione della propria vita, bramava anche la gioia della bellez­za, dell'armonia, dell'ordine univer­sale, e specialmente della socialità umana. Tutti questi suoi umani desideri, legittimi e santi, in Cielo sono soddisfatti ad abundantiam nell'infinito abbraccio della Trinità. Ed è soprannaturalmente e natural­mente beata.

 

Il purgatorio d'amore

Se un'anima, nell'incontrarsi con la luce infinita di Dio, vede di essere, sì, fondamentalmente amica di Lui, e tuttavia ancora imperfetta nel­l'amore a causa dei difetti che ha portato con sé fino alla morte, anche se non erano tali da separar­la da Dio, oppure per le pene tem­porali (cosiddette) del peccato che non ha ancora scontato, perché non ha saputo accettare con tale abbondanza d'amore la pena della vita e della morte, da essere purifi­cata; se l'anima scopre in sé anco­ra queste scorie, come un pulvisco­lo che le impedisce di essere tutta compenetrata dalla luce di Dio, che cosa avviene?

Da una parte l'anima si sente tutta attratta e protesa verso Dio, non soltanto per una legge della sua natura spirituale, ma anche col movimento fondamentale della sua volontà, del suo cuore, perché cerca Dio, come amica di Dio; dal­l'altra però si riscopre ancora inde­gna di Dio, per la polvere terrena che ha ancora addosso, per la macchia del peccato che non ha ancora del tutto cancellato, per tante piccole deviazioni dal retto cammino a Dio, che hanno lasciato in lei una specie di deformazione psicologica e spirituale, che le impedisce la perfetta adesione a Dio. Allora, per quello stesso amore con cui cerca Dio, l'anima vuole anche esserne provvisoriamente lontana, finché non sia del tutto pura, del tutto degna di lui. E in questo contrasto, in questo cro­giuolo intimo dell'amore è la sua pena interiore, il suo «purgatorio» d'amore. Pena del «danno».

Vi si aggiunge, nella misura in cui l'anima è parzialmente discorde dall'ordine universale, una pressio­ne esercitata dal creato contro di lei, che pure la fa soffrire, perché si sente in urto anche con le cose che, nel loro insieme, sono ordinate a Dio. Pena del «senso», rappre­sentata in modo particolarmente vivido dal fuoco, come nell'inferno. L'anima così vive il suo purgatorio come una croce interiore, che, essendo frutto d'amore puro, d'amore sincero, la purifica, aumenta in lei, si direbbe, la sensi­bilità alla sofferenza dell'amore; e in questa croce l'anima, secondo una legge di progresso che per noi è difficile decifrare, perché non pos­siamo indagare su ciò che avviene e come avviene oltre i confini del tempo, completa la sua trasfigura­zione, la sua purificazione, la sua unione con Dio: e raggiunge così il suo paradiso.

 

La preparazione alla morte nella vita religiosa

Questo è il mistero della morte nella sua dimensione di profondità, visto con sguardo di fede, oltre tutte le nostre possibilità di indagine, di scoperta, di esperienza finché siamo sulla terra.

A un certo momento l'esperienza avviene, in punto di morte; ma quando essa è fatta, non c'è più tempo per rimediare alla vita, se è stata una vita cattiva; non c'è più tempo per tornare indietro, a rifarsi una vita, perché è suonata l'ora veramente ultima e decisiva.

Il problema è di una gravità estre­ma; e lo si risolve camminando giorno per giorno, ora per ora verso quell'estremo passo con grande fiducia nella misericordia di Dio, Padre buono, che viene continua­mente da noi, in Cristo, a bussare alla porta del nostro cuore perché apriamo e permettiamo l'irruzione nel nostro cuore della grazia, che è già un dono d'eternità, di vita terre­na; ma anche con un vivo senso di provvido timore, e quindi con austerità di vita.

A questo pensiero occorre ritornare oggi. Tutte le cose della terra, anche le più belle, anche quelle che possono attrarre di più lì per lì, sono nulla in confronto dell'eternità; e possono diventare, per gli incauti, trappole che ingabbiano e fanno perdere il paradiso. I Santi ci inse­gnano a nutrire in noi il sentimento del santo timore di Dio: non del ter­rore, ma del timore sì, al pensiero della morte, che dev'essere fre­quente, per non dire continuo.

In fondo le comunità religiose, come gli antichi monasteri, sono dei centri di raccolta di uomini che sanno che devono morire e che vogliono prepararsi bene alla morte.

Un tempo la morte era richiamata molto di più, anche in segni esterni, negli ambienti conventuali. Non parliamo solo delle Certose e di altri simili monasteri dove i monaci con­servavano i sepolcri dei defunti aperti sul chiostro, e custodivano nelle proprie celle le bare dove sarebbero stati deposti alla fine della loro vita. Anche nei nostri con­venti erano sempre presenti i segni della morte, in forma di teschi collo­cati qua e là o deposti ai piedi del Crocifisso, di lapidi mortuarie, e addirittura di sepolcri nel cosiddet­to chiostro dei morti. E in quante altre forme si era invitati a ricordar­ci della morte che viene, viene in ogni istante che passa, viene con Cristo, portandoci una grazia, ma anche imponendoci una responsa­bilità dinanzi alla grazia che ci viene offerta, perché è una grazia che ci dà sempre nuove possibilità di una buona morte, ma moltiplica anche i rischi della perdizione se non rispondiamo positivamente al dono di Dio!

 

Il pentimento d'amore

Dinanzi alla morte, dunque, s'im­pongono austerità e timore. Ma ecco un fatto strano: coloro che più sono santi tremano dinanzi alla morte; le vite dei Santi lo attestano. Invece coloro che sono meno santi e forse peccatori, sono molto disin­volti dinanzi alla morte, almeno fin­ché sono in vita, tanto che non ci pensano nemmeno, e l'affrontano con una leggerezza che fa spaven­to.

Come giudicare questa diversa posizione? Dov'è la serietà?

Dio ci guardi dal voler indagare e giudicare la coscienza degli altri, anche perché ci sono vari modi di vivere al cospetto di Dio, secondo la varietà delle psicologie e dei tem­peramenti. Guai a chi osa giudicare i suoi simili! Ma pur lasciando impregiudicata la posizione degli altri, è la nostra posizione persona­le che va esaminata e affrontata con serietà. Di nessuno dei nostri simili si può giudicare che sia catti­vo o che si perda, ma su noi stessi sì, possiamo emettere un giudizio.

Si tratta di entrare nell'intimità della nostra anima. Per ciascuno di noi si pone il problema della sua situazio­ne dinanzi alla morte, il che signifi­ca della sua posizione dinanzi all'eterno giudizio di Dio, che già pende sopra di noi.

Quale sarà questo giudizio di Colui che da tutta l'eternità «penetra i nostri cuori, i nostri reni», come dice il Salmo 7, 10 (secondo la Volgata), con uno sguardo a cui nulla sfugge?

Se potessimo osare ripetere col Salmo (secondo il testo originale): Giudicami, Signore, secondo la mia giustizia, secondo la mia innocenza, o Altissimo.

Poni fine al male degli empi, rafforza l'uomo retto, tu che provi mente e cuore, Dio giu­sto...!

Sta a noi metterci in tale armonia con la volontà di Dio, che il suo giu­dizio sia favorevole. Questa è la vera questione! Si tratta di rispon­dere alla grazia che ci è data soprattutto in un corso di esercizi spirituali, in un'ora di riflessione, in un momento di particolare intimità col Signore, nella Comunione, nella confessione, in altre felici circostan­ze. Si tratta di approfittare di queste occasioni, per metterci sempre più in armonia con la volontà di Dio. Inoltre dovremmo ogni giorno, ogni sera, specialmente prima di pren­dere sonno, fare il «pentimento d'amore»: un atto di contrizione, o dolore perfetto, nascente da amore puro di Dio, per la grazia di Cristo. Se è vero, sincero, amoroso, filiale pentimento, esso ottiene il perdono e la cancellazione del peccato.

Se la gradite, vi lascio la copia di una pagellina che qualche tempo fa mi son trovata tra le mani sfoglian­do un libro che mi aveva dato il Padre Maestro in Noviziato. Mi è parso un messaggio che veniva da lontano, e un salutare insegnamen­to: appunto il «pentimento d'amo­re».

Ad ogni modo l'ultimo appello sarà alla Misericordia; l'ultima parola dell'anima, a conclusione del Te Deum della vita, sarà un atto di fiducia, una proclamazione di cer­tezza: In te, Domine, speravi; non confundar in aeternum!

 

La preghiera per la buona morte

Col pensiero della morte e con lo sforzo di armonizzazione della nostra volontà con la volontà di Dio, va congiunta anche e soprattutto la preghiera della buona morte. Può essere fatta in tanti modi, anche con quelle formule suggerite da Sant'Alfonso de' Liguori e da San Vincenzo Ferreri, sempre così ammonitrici, e da prendere sul serio senza tanto soffermarci alla que­stione del gusto stilistico e lettera­rio: «Quando i miei occhi si chiude­ranno, e il sudore gronderà dalla mia fronte, e i miei capelli si drizze­ranno sulla testa, e le mie mani deboli non potranno più muoversi, e il mio corpo sarà estenuato, e intorno a me tutti piangeranno ecc. ecc.: misericordioso Signore, abbi pietà di me ...».

Ma l'Ave Maria è una continua pre­ghiera per la buona morte: nunc et in hora mortis nostrae, diciamo alla Madre celeste: prega per noi, ricor­dati di noi, in quell'ora.

Del resto si può dire che tutte le invocazioni della grazia, dell'aiuto di Dio che noi ripetiamo così spes­so nella giornata, sono continue implorazioni al Signore perché ci dia la buona morte. Anche la bella giaculatoria alla Madonna della Buona Morte, perché si ricordi di noi in quell'ora, e si potrebbe aggiungere l'invocazione alla Madonna della Santa Perseveranza, va ripetuta spesso per avere da lei la grazia finale. E quelle tre belle, note giaculatorie che i buoni cristiani hanno imparato fin dalle ginocchia della mamma a dire tutte le sere a Gesù, Giuseppe e Maria, sono un'ottima preparazio­ne alla morte.

Quello che è certo è che bisogna avanzare nel cammino della vita pensando alla morte, chiamando in nostro aiuto degli alleati celesti, e, tra questi alleati, soprattutto Gesù, Giuseppe e Maria, così vicini all'anima cristiana, anche per la fisionomia umana della loro vita di famiglia, che conobbe la povertà, la debolezza, il dolore, la morte. Non dovrebbe passare un giorno, una sera, senza l'invocazione alla Sacra Famiglia, perché nell'ultima sera della nostra vita ci sia vicina, sia accanto al nostro letto o dovunque saremo distesi, perché la nostra morte sia veramente santa e pre­ziosa al cospetto del Signore.

Per i Domenicani il canto innalzato ogni sera alla Madonna dopo Compieta, la Salve Regina, sempre così bello, dolce e consolante, soprattutto quando lo si ripete durante la processione in queste nostre antiche chiese, piene d'om­bra e luce di mistero, che sembrano fatte proprio per quella preghiera serale, è un'invocazione della buona morte, per noi tutti, anche perché quella stessa Salve Regina, secondo la nostra bella tradizione, viene cantata intorno al letto di ogni confratello che muore. Dovremmo chiedere alla Madonna ogni sera, mentre cantiamo la Salve, di conce­derci la grazia di poter ascoltare questo canto anche nell'ultima sera della nostra vita, e di conservarci tanto di sensi, di coscienza, da poter capire quelle parole, quella preghiera finale.

Non che la soluzione del problema della vita e della morte possa ridur­si a quell'estremo momento di conoscenza, di sensibilità; ma tra gli aiuti per vivere e morire bene,

anche quel canto può avere un'im­portanza decisiva. Certo sarebbe così bello potere, durante quel canto che invoca la Madre celeste perché «ci mostri, dopo l'esilio, finalmente Gesù», chiudere gli occhi alla vita del tempo e aprirli a quella dell'eternità; poter per l'ulti­ma volta aprire il nostro cuore al tocco della mano di Cristo che bussa, e con Maria accanto inol­trarci verso quella luce infinita, quel bene senza confini, quella gioia e pace che è nel seno altissimo della Trinità, dal quale siamo usciti per un decreto della sapienza e dell'amore di Dio, e al quale siamo chiamati a tornare per un dono della sua mise­ricordia.

Un ritorno alla verità totale, alla verità del Signore, come fece scol­pire Newman sulla sua tomba a Rednal, presso Birmingham: «ex umbra et imaginibus ad Veritatem».

 

LA PERSEVERANZA

Manete in dilectione mea (Gv 15, 9).

Lettura e preghiera

Vangelo secondo San Giovanni, 15, 4-11:

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stes­so se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.

Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla...

Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato.

In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventia­te miei discepoli.

Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.

Se osserverete i miei comanda­menti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comanda­menti del Padre mio e rimango nel suo amore.

Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

 

Vangelo secondo San Luca, 8, 15; 21, 18-19:

Il seme caduto sulla terra buona sono coloro che, dopo avere ascol­tato la parola con cuore buono e perfetto, la custodiscono e produco­no frutto con la loro perseveranza. Nemmeno un capello del vostro capo perirà. Con la vostra perseve­ranza salverete le vostre anime.

 

Lettera agli Ebrei, 10, 35-36:

Non abbandonate la vostra fiducia, alla quale è riservata una grande ricompensa. Avete solo bisogno di costanza, perché dopo aver fatto la volontà di Dio possiate raggiungere la promessa.

 

Prima Lettera di San Pietro, 1, 11­18:

«Quali non dovete essere voi, nella santità della condotta e nella pietà, attendendo e affrettando la venuta del giorno di Dio! ... Secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia.

Perciò, chiarissimi, nell'attesa di questi eventi, cercate d'essere senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace.

La magnanimità del Signore nostro giudicatela come salvezza... Voi dunque, carissimi, essendo stati preavvisati, state in guardia per non venir meno alla vostra fermezza... ma crescete nella grazia e nella conoscenza del Signore nostro e salvatore Gesù Cristo. A lui la glo­ria, ora e nel giorno dell'eternità. Amen!

 

La perseveranza

La parola di Gesù può essere più ampiamente spiegata con quelle altre esortazioni di San Paolo che chiedeva ai fedeli: «Vi esorto... a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4, 1-3). «Camminate nella carità, nel modo che anche Cristo vi ha amato» (Ef 5, 2).

Si tratta della vocazione cristiana, che è la vocazione all'amore di Cristo: un amore nascente dalla fede, espressione vitale della fede, che abbraccia la pratica di tutte le virtù, il compimento di tutti i doveri, l'osservanza di tutta la legge del Signore. Una risposta integrale, dunque, alla vocazione divina con cui eternamente si è stati chiamati alla fede cristiana, all'incontro con Cristo, alla vita con Cristo in Dio (Col 3, 3). È Cristo che viene nel cri­stiano, e con la sua grazia lo fa cre­scere nella vita, di giorno in giorno, fino alla vita eterna.

Dobbiamo perseverare, giorno per giorno, momento per momento, nella vita cristiana, fino a raggiun­gere la perseveranza finale, che è una grazia concessa da Dio gratui­tamente, senza dubbio, perché nessuno di noi, pur avendo in sé la sua misura di grazia, può meritare l'ultima grazia. Né la prima né l'ulti­ma grazia sono oggetto di un nostro merito; possiamo meritare un aumento continuo della grazia che è già in noi per crescere sem­pre più nell'appartenenza a Cristo, «finché arriviamo tutti... allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo» (Ef 4, 13): ma il congiungi­mento tra la vita di grazia nel tempo e la vita di gloria nell'eternità è un dono gratuito di Dio. E tuttavia Dio richiede da parte nostra uno sforzo continuo di fedeltà, che faccia maturare l'anima fino all'apertura totale a quell'ultima grazia. Perciò la perseveranza finale, da una parte è un dono gratuito di Dio, ma dal­l'altra è anche il risultato di tutta una nostra preparazione in corri­spondenza alla prima grazia e a tutte le altre grazie che man mano ci vengono concesse nella vita cri­stiana e religiosa.

È tutta una rete di doni di amore divino, che avvolge la nostra vita. Da parte nostra ci deve essere tutta una serie di generose corrispon­denze alla grazia di Dio, dalla prima grazia, dal Battesimo, o almeno da quando ce ne rendiamo conto, fino al momento della morte. Se ci fos­sero state delle interruzioni, dei fal­limenti, forse anche delle ribellioni, sappiamo che è offerta a tutti, infi­nite volte, la possibilità di riprender­si e di camminare andando avanti al cospetto di Dio.

Ambula coram me, diceva Dio ad Abramo (Gen 17, 1): «cammina al mio cospetto e sii integro». Camminare al cospetto di Dio, andare avanti verso l'avvenire por­tando in cuore la grazia di Cristo sempre ritrovata, progredire sulla via dell'innocenza - se è possibile - o su quella della penitenza, che è come un'innocenza riconquistata mediante l'integrità dello spirito e della condotta, ecco quale dev'es­sere il programma fondamentale della nostra vita spirituale.

I Santi, i maestri di spirito offrono poi varie massime più particolari e concrete per orientarci e aiutarci a fare il bene su questa strada della perseveranza. Vorrei coglierne e offrirvene alcune come ricordi e semi di ulteriore riflessione, e sti­moli di buoni propositi, non certo con la pretesa di atteggiarmi a maestro di spirito, ma semplice­mente come portavoce dell'inse­gnamento dei Santi.

 

Fare bene le piccole cose

La prima massima può essere que­sta: fare bene le piccole cose, che noi troppo spesso abbiamo il torto di trascurare se non addirittura di disprezzare. Eppure la nostra vita è fatta di piccole cose.

Probabilmente soltanto pochissimi sono chiamati a fare delle cose grandi. Diceva un tale: - Siamo così pochi a essere dei geni. Beato lui che aveva l'illusione di appartenere al novero dei grandi. Ma era vera beatitudine? Generalmente quelli che sono troppo sicuri di essere grandi uomini, chiamati a fare delle cose grandi, forse riescono a fare una cosa sola, cioè a dimostrare di avere una testa piccola.

La nostra vita è impastata di picco­le cose. Saranno piccole parole o piccoli silenzi, l'osservanza di pic­cole norme, per esempio delle rubriche rituali, alle quali, peraltro, la Chiesa e i maestri di spirito danno sempre tanta importanza, o delle norme di condotta da seguire in tanti casi complessi della vita, che i moralisti trattano con tatto, attenzione e cautela, sicché si spie­ga anche la casistica, che non è da disprezzare, perché è un tentativo di arrivare all'illuminazione e all'aiu­to della coscienza anche nelle cose più piccole e spesso più complica­te...

La nostra vita, ripeto, è impastata di piccole cose che quotidianamente ci si presentano da fare, dal mattino quando ci si alza, con puntualità, rinunciando a quel mezzo minuto in più di riposo, oltre il suono della sveglia (senza fare come quel novi­zio che diceva di aver combattuto per due ore contro la tentazione di fermarsi a letto e di averla finalmen­te vinta), cominciando dunque da quella piccola vittoria mattutina sulla pigrizia, per arrivare al segno della croce fatto bene, all'esattezza delle cerimonie, al modo di portare l'abito, col cappuccio in capo, con le mani sotto lo scapolare, alla puli­zia personale, alla buona conserva­zione del vestiario, al buon ordine della cella: tutte piccole cose che riguardano il vestire, il mangiare, il comportarsi, l'affacciarsi o no alla finestra, il raccoglimento, la mode­stia, lo studio, la cura dei libri, e così via... Piccole cose della vita quotidiana che possono avere una dimensione di valore immenso se sono fatte per amore di Dio.

Ve ne offro, se volete, un elenco che si trova in una pagellina pubbli­cata, non so quando, dalle nostre Suore di San Sisto in Roma. Ve la trasmetto un po' ritoccata e inte­grata.

Mente in dilectione mea, «rimanete nel mio amore», dice Gesù; e in virtù di questo amore riempite di valore le piccole cose della piccola vita quotidiana; fosse pure tutta una piccola vita nascosta, una vita di infanti, una vita di anime che sono destinate a passare nel silenzio lungo tutta la loro strada terrena, ignorate da tutti, ma non da Dio. E anche quando si dovesse uscire dal silenzio e apparire dinanzi a tutti e farsi sentire, come generalmente capita a molti Frati Predicatori (è la loro missione), l'importante è con­servare sempre questo senso della propria piccolezza e continuare a fare con diligenza e amore sia le cose piccole, sia le cose grandi, e anche queste ultime, farle in spirito di umiltà, di semplicità, di discrezio­ne, di distacco da sé: sarebbe il segno sicuro che sono fatte per Dio.

Quando uno si sente e si fa sentire troppo grande e poderoso, nel suo essere, nel suo fare, nel suo pensa­re, ecc., può essere segno che è talmente pieno e autosufficiente, che Dio non sa più cosa aggiunge­re a quello che già ha o crede di avere. Se invece uno è e si sente piccolo, povero e vuoto, Dio sa cosa dargli. Dio resiste ai superbi, e invece dà la sua grazia agli umili (Giac 4, 6; cfr. I Ptr 5, 5; Prov 3, 34).

Abbiamo tutto l'interesse, davanti a Dio e agli uomini, a essere piccoli!

 

Approfittare delle occasioni del bene

La seconda massima da ricordare può essere questa: approfittare delle occasioni di fare del bene. Si presentano infatti innumerevoli occasioni di fare del bene o del male in tutti i momenti. Spesso afferriamo subito le occasioni del male, o più precisamente dell'infra­zione alla regola: per esempio del silenzio, della puntualità, della discrezione, della delicatezza, del rispetto, della pazienza, ecc.; men­tre le occasioni di tacere, di soppor­tare in silenzio, di perdonare, di essere generosi e longanimi, di dimenticare, di beneficare ecc., ce le lasciamo sfuggire.

L'esemplificazione, su questi punti, sarebbe senza limiti. Ognuno la conosce molto bene. Non c'è biso­gno di specificare.

Invece bisognerebbe approfittare di tutte le occasioni che la vita quoti­diana ci offre da fare un po' di bene a noi stessi e agli altri, senza sciu­parne nessuna, perché quelle sono provocazioni che Dio ci fa - o per­mette - perché cediamo alla sua grazia, apriamo dei varchi al suo passaggio, aderiamo a lui. L'occasione è proprio la sollecita­zione di un nostro sì alla grazia di Dio.

Di molti di noi, se qualcuno avesse l'idea pazza di scrivere la vita, potrebbe intitolarla così: Storia delle occasioni perdute, e non si tratta tanto delle occasioni di far carriera, di avere un successo ter­reno, di un riconoscimento, ecc.; no, le occasioni perdute di cui par­liamo, sono quelle di fare una car­riera celeste, cioè di santificarci.

La vita dei Santi potrebbe sempre portare questo titolo: Storia delle occasioni afferrate, storia della palla presa al balzo, per realizzare il bene, in vista del Cielo. Ci sono tante occasioni nella vita quotidiana, spe­cialmente nella vita comune, di fare un po' di bene a noi stessi e agli altri, in forma di silenzio, di parola, di sorriso, qualche volta anche di ammonimento; di un favore e qual­che volta di un diniego; di una paro­la di carità non disgiunta da sinceri­tà e schiettezza; di una correzione fraterna; di una sopportazione silen­ziosa e gentile; di un atto di pazien­za, tanto più valido quanto più è ignorato, perché compiuto senza l'ambizione di sentir dire: «guarda quel novizio, guarda quel frate, com'è paziente, come sa sopporta­re, come sa portare la croce!»...

Ci sono dei religiosi che fanno tutto ciò, senza forzature ed esibizioni. Se ci si guarda intorno, ci si accor­ge che di questi religiosi ce ne sono. Il loro programma è fare, più che parlare, e santificarsi lavorando nel silenzio. Se ne vedono poi gli effetti, come frutti buoni di un albe­ro buono, anche se non c'erano molte foglie vistose su quell'albero; i frutti ci sono.

Dovremmo cercare di imitare questi nostri confratelli, invece di metterli da parte e ignorarli, e come loro, afferrare le occasioni che ci si pre­sentano per fare del bene a noi e agli altri, per seminare più bene che è possibile. C'è sempre tempo a fare del male, e ce ne sono già trop­pi, nel mondo, che fanno del male; che almeno chi vuole essere buono, si preoccupi di fare più bene gli è possibile.

Ricordo che quando il Papa Giovanni XXIII era ancora il Card. Roncalli, Patriarca a Venezia, mi scrisse una lettera che conservo come una reliquia, per invitarmi a predicare una giornata di ritiro al clero di Venezia, e che per invo­gliarmi ad accettare l'invito, dopo qualche amabile complimento, conchiudeva con l'esortazione: «Caro Padre, dum tempus habe­mus, operemur bonum ad omnes». Quelle parole mi fecero impressio­ne. Mi permetto di ripeterle a voi tutti, con San Paolo (Gal 6, 10) e con Papa Giovanni: - Finché abbia­mo tempo facciamo del bene a tutti. Sappiamo dire di sì o di no, ma per fare del bene, non per altre ragioni. Sarebbe così bello che queste parole diventassero vera­mente la nostra divisa, il nostro bla­sone ascetico e pastorale: fare del bene a tutti, finché c'è tempo, fin­ché l'occasione ci è offerta, evitan­do sempre di fare del male, o anche solo di rifiutarci di fare del bene. Purtroppo anche senza passare a fare del male voluto, spesso ci rifiutiamo di fare del bene. Ma questo è già un male. Fare del bene, almeno col buon esempio, ma possibilmen­te anche con la parola e l'umile ser­vizio a tutti, è essere e rivelarci cri­stiani, religiosi, sacerdoti, testimo­niando e alimentando nell'amore del prossimo nostro l'amore di Dio.

 

Amare la Croce

Terza massima: Amare e utilizzare la Croce nella propria vita.

La croce, piccola o grande, non manca mai: c'è chi la porta nella carne e chi nello spirito, e chi sia nella carne sia nello spirito. Ognuno ha la sua croce, nota o ignota, pic­cola o grande e, forse, tanto più pungente e penosa quanto più è piccola; tanto più pesante quanto più è incomprensibile.

Le grandi croci, il martirio, per esempio, si affrontano in un momento, con un certo istintivo coraggio, e certo, se sono affronta­te per amore, hanno sempre un grande valore, tanto è vero che il martirio per amore di Cristo rimette tutto il peccato e tutta la pena del peccato, e chi lo subisce è sicuro di andare in Cielo. Ma è questione, spesso, di un momento, che, certo, è il culmine di un itinerario d'amore al Signore, ed è una grazia che bisogna meritare. Ma forse non è la prova più difficile, almeno per i mar­tiri di un tempo. Quelli di oggi sono condannati a lunghi periodi, persino a tutta una vita di umiliazione, costrizione e pena.

Ma anche fuori della persecuzione violenta, ci può essere il martirio della vita quotidiana, il martirio delle piccole croci: sono come tante punture di spillo che si moltiplicano nel corpo e nell'anima. È il martirio delle piccole croci dato che a noi stessi dai nostri difetti, dalle nostre infermità, dalle nostre incapacità, dallo sforzo che ci richiedono l'os­servanza religiosa, lo studio, l'apo­stolato, soprattutto la vita comune. Forse non c'è nessuno che sia pro­prio cattivo e nostro persecutore a colpi di spada nella vita comune; ma quanti difetti in tutti! E a fare un'armonia, con tanti difetti, ce ne vuole! Mentre le virtù, quando sono vere virtù, rientrano subito in un ordine generale, armonico, domina­to dall'amore; al contrario i nostri difetti rendono difficile la conviven­za. Il bene è unitivo, il male disgre­gativo anche nel campo mortale: peccatum committitur in recedendo ab unitate ad mulitudinem. Si spie­ga perciò come ci siano nella vita comune, se non delle grosse basto­nate (ma qualche volta anche que­ste), molte punture di spillo sì, e dolorose; e come l'armonia sia spesso difficile.

Diciamo la verità: non mancano mai coloro che sembrano creati appo­sta per essere la tribolazione degli altri, per far loro praticare veramen­te quell'opera di misericordia che è di sopportare le persone moleste. Alcuni, basta che si muovano, e cade qualche cosa, o si prende una gomitata, una pedata. Non si direb­be, ma sono costoro a imporre agli altri tante piccole croci. A volte poi si ha una vera e propria incompati­bilità di caratteri: tipi che sembrano fatti apposta per non stare insieme, eppure, che destino, devono tro­varsi sotto lo stesso tetto, senza dimenticare che si riuniscono a uno stesso altare, sotto la stessa croce. Se ricordassero questo fatto!

Queste piccole croci della vita quo­tidiana, sono destinate a formare in noi la croce globale per ciascuno voluta da Dio, e della quale ci dice Gesù: - Chi vuole seguirmi prenda la sua croce e mi segua (cfr. Mt 16, 24; Mc 8, 34). Senza questa croce non si può seguire Gesù sulla stra­da del Calvario, che è anche la stra­da della resurrezione, della vita.

È interessante il fatto che a Gerusalemme una stessa basilica comprende il luogo dove è avvenu­ta la resurrezione di Cristo e il Calvario. Chi non è stato a Gerusalemme non lo immagina. Ma è così. Appena si entra nella basili­ca del Santo Sepolcro, dedicato alla Resurrezione, ci si imbatte nel Calvario! Si sale una scala di 4 o 5 metri e si è subito al Calvario. Poi, scendendo di lì, si visita a pochi passi più in là, il Santo Sepolcro. Una stessa basilica riunisce i due aspetti dell'unico mistero. Così nella vita si va verso la resurrezione attraverso la piccola o grande croce quotidiana. Tutto sta a saper accettare le nostre croci e a portar­le bene, in espiazione dei nostri peccati. Allora esse sono anche coefficienti di maturazione della personalità cristiana e umana: per­ché chi non capisce e non sa pren­dere la sua croce, non solo non è un buon cristiano, ma spesso non è nemmeno un uomo serio, solido, cosciente, convinto.

Forse è per questo che anche nei nostri ambienti ci si imbatte a volte in persone vanesie, vuote, saltellan­ti come uccellini di ramo in ramo, che non danno prova di serietà, di profondità spirituale. Forse è per­ché non hanno saputo apprezzare e capire la croce. Chi apprezza e capisce la croce acquista la serietà e la maturità virile; corregge gli aspetti difettosi della sua personali­tà nei suoi elementi naturali, si cor­regge e matura nella misura in cui è crocifisso. Tanto più ci vuole la prova per lo sviluppo della perso­nalità cristiana, che non esiste senza il gettito di sé nell'abisso del­l'amore di Dio, a cui non si perviene se non sulla via della Croce.

Tra tanti aspetti affascinanti della vita di Newman, uno che più mi impressiona e interessa, è quel suo atteggiamento di fede dignitosa e serena nell'ora dell'incomprensio­ne. «Vivo sotto la nuvola», scrive a un amico. Quando poi gli annuncia­no il cardinalato, a cui lo eleva Leone XIII nel 1879, commenta: «Oggi la nuvola è levata da me per sempre». Che uomo! Lo spero di potere, prima di morire, vederlo sugli altari, come Pio XII, come il Card. Shuster, come Padre Pio. Tutti grandi anche come uomini, perché allievi della Croce.

 

Una piccola via per santificarsi

Riassumiamo dunque le tre massi­me: fare bene le cose piccole, cioè farle per amore di Dio, rendendole così veramente grandi, forse immense; afferrare tutte le occasio­ni che ci si presentano per fare un po' di bene a noi stessi e agli altri; amare la croce, e desiderarla, e portarla con amore, senza esclude­re tutta quella gradazione di perfe­zione nell'amore alla Croce che ci è insegnata dai Santi, giunti persino a chiederla insistentemente al Signore come una grazia: «o partire o morire»; e anzi: «partire e non morire».

Questa è una piccola via per anda­re verso la perfezione, e persevera­re nella vocazione, e permanere nell'amore di Cristo.

Sia questo il nostro proposito. È anche l'augurio che umilmente vi lascio, cari confratelli, a conclusio­ne di questi Esercizi che, vi confes­so, sono stati molto utili a me: forse più a me che a voi, anche perché voi mi avete edificato con la vostra pietà e la vostra pazienza. Vi ringra­zio di avermi sopportato. Mi racco­mando alla vostre preghiere. Vi pro­metto le mie. Preghiamo insieme il Signore, con l'intercessione di Maria, perché conceda a noi tutti di attuare sempre meglio quel sublime ideale che ha incantato la nostra giovinezza e al quale vogliamo essere fedeli lungo tutta la vita, per­ché esso sia la stella splendida che illuminerà anche la nostra morte.

 

IL RITO DELLA MORTE CRISTIANA

È difficile andare oltre i dati evange­lici per approfondire il mistero della morte cristiana. A un certo momen­to della strada, si sente il bisogno di passare dal logos al rito come espressivo del mistero e anche come didascalia e propedeutica del ben morire. Tanto più che l'ultima preparazione alla morte è data al cristiano dal rito liturgico dell'ago­nia (tale è divenuta anche la morte nel nuovo ordine cristiano: un rito, una funzione liturgica, cui interven­ne tutta la Chiesa). Qui lo sentiamo nella sua formulazione antica, sin­tetizzata nella liturgia riformata, ma sempre valida sotto l'aspetto dida­scalico e spirituale.

 

1. La Chiesa in preghiera

Col Sacerdote che entra nella stan­za dei cristiano agonizzante, c'è la Chiesa:

- Pax huic domui. Pace a questa casa.

- E a tutti coloro che vi abitano.

L'acqua benedetta discende sul­l'ammalato, sul suo letto, su tutti i circostanti:

«Mi aspergerai, o Signore, con l'is­sopo, e sarò mondato; mi laverai e sarò più bianco della neve».

Si fa baciare al malato il Crocifisso, e poi, accesa una candela, tutti s'inginocchiano intorno al letto. È la Chiesa in preghiera.

Kyrie eleison. Christe eleison. Kyrie eleison. Sancta Maria, ora pro eo.

(Con quanta commozione i fedeli sostituiscono questo «pro eo» al consueto «pro nobis»! È un atto di carità, per il malato o per il defunto). Omnes Sancti Angeli et Archangeli, orate pro eo.

Sancte Abel, ora pro eo...

Omnis chorus lustorum, orate pro eo...

Omnes Sancti Patriarchae et Prophetae, orate pro eo...

Omnes Sancti Apostoli et Evangelistae, orate pro eo... Omnes Sancti Discipuli Domini, orate pro eo...

Omnes Sancti Innocentes, orate pro eo...

Omnes Sancti Martyres, orate pro eo...

Omnes Sancti Pontifices et Confessores, orate pro eo... Omnes Sancti Monachi et Eremitae, orate pro eo...

Omnes Sanctae Virgines et Viduae,

orate pro eo...

Omnes Sancti et Sanctae Dei, orate pro eo...

Tutta la corte celeste è chiamata ad assistere con la sua preghiera il passaggio all'eternità di chi sta per conchiudere il periodo di prova ter­rena, e tutto l'universo cristiano sembra concentrarsi intorno a que­sto letto.

Tutti insieme - Chiesa del cielo e Chiesa della terra - si rivolgono a Cristo:

«Sii propizio, perdonagli, o Signore. «Sii propizio, liberalo, o Signore. «Dalla tua ira, dal pericolo della morte, dalla cattiva morte, dalle pene dell'inferno, da ogni male, dalla potestà del diavolo, liberalo, o Signore.

«Per la tua Natività, per la tua Croce e la tua Passione, per la tua Morte e la tua Sepoltura, per la tua glorio­sa Risurrezione, per la tua mirabile Ascensione, per la grazia dello Spirito Santo Paraclito, liberalo, o Signore.

«Peccatori, noi ti preghiamo, ascol­taci (qui è la Chiesa della terra che supplica).

«O Signore, abbi pietà. «O Cristo, abbi pietà.

«O Signore, abbi pietà...».

 

2. Il saluto cristiano al morente

Si avvicina il grande momento, «cum in agone sui exitus anima anxiatur»: è uno sforzo penoso, un'ansia di liberazione, pur nella dura e orribile prova del distacco. Nell'estremo conflitto, il Sacerdote dà al moribondo, l'estremo saluto e comando della Chiesa: Proficiscere, anima Christiana, de hoc mundo...

«Parti, anima cristiana, da questo mondo, nel nome di Dio Padre onnipotente, che ti creò;

nel nome di Gesù Cristo Figlio di Dio Vivo, che per te soffrì;

nel nome dello Spirito Santo che in te fu effuso;

nel nome della gloriosa e santa madre di Dio Vergine Maria...».

La Madonna è anch'essa lì per salutare e benedire il grande passo: Proficiscere, anima Christiana... Nel nome di tutti i Santi...

«Oggi sia nella pace il tuo posto, e la tua abitazione nella santa città di Sion. Per lo stesso Cristo Signore nostro. Amen».

«Preghiamo. Dio misericordioso, Dio clemente, Dio che secondo la moltitudine delle tue misericordie cancelli i peccati di chi fa peniten­za, e con la venia della remissione distruggi le colpe dei passati delitti: guarda propizio sopra questo tuo servo, ed esaudisci la preghiera di chi ti supplica chiedendoti con piena confessione del cuore la remissione di tutti i suoi peccati. «Rinnova in lui, Padre piissimo, tutto ciò che è stato corrotto per la terrena fragilità o violato per diabo­lico inganno: e congiungi all'unità del corpo della Chiesa questo membro di Redenzione.

«Abbi pietà, Signore, dei suoi gemi­ti, abbi pietà delle sue lacrime: e ammetti al sacramento della tua riconciliazione lui che non ha fidu­cia se non nella tua misericordia. Per Cristo Signore nostro. Amen».

 

3. La raccomandazione dell'anima

Il Sacerdote ora, rivolto al moribon­do, invoca su di lui il generoso abbraccio del cielo.

È una «raccomandazione» fatta a Dio, alla Madonna, ai Santi, come parola finale della Chiesa della terra su un suo figlio che sta per passare il valico del tempo. La Chiesa sem­bra esaurire così il suo compito: «Ti raccomando a Dio onnipotente, carissimo fratello, e ti affido a Colui di cui sei creatura: affinché avendo pagato col sopravvenire della morte il debito umano, possa ritornare al tuo Autore che ti aveva formato col limo della terra.

«Pertanto alla tua anima uscente dal corpo venga incontro lo splen­dido ceto degli Angeli;

ti venga incontro il giudicante sena­to degli Apostoli;

venga l'esercito trionfante dei Martiri candidati;

ti circondi la schiera liliata dei Confessori rutilanti;

ti accolga il coro delle Vergini giubi­lanti;

ti stringa l'abbraccio del beato ripo­so nel seno dei Patriarchi;

San Giuseppe, Patrono dolcissimo dei morenti, ti sollevi in grande spe­ranza;

la santa Madre di Dio Vergine Maria ti rivolga i suoi occhi benigni;

ti apparisca mite e festoso il sem­biante di Cristo, ponendoti tra colo­ro che perennemente lo assistono. «Possa tu ignorare tutto ciò che è arido nelle tenebre, che stride nelle fiamme, che cruccia nei tormenti. Cada dinanzi a te il terribile Satana con i suoi satelliti: al tuo apparire accompagnato dagli Angeli esso tremi, e rifugga nell'immane caos della notte eterna.

«Sorga Iddio, e siano dispersi i suoi nemici: e fuggano coloro che lo odiarono dalla sua presenza. «Come cade il fieno, così essi cadano; come la cera si scioglie davanti al fuoco, così periscano i peccatori dinanzi a Dio. E i giusti banchettino ed esultino al cospetto di Dio. Siano sempre confuse e arrossiscano le legioni tartaree, e i ministri di Satana non osino impe­dire il tuo cammino.

«Ti liberi da ogni pena Cristo, che per te è stato crocifisso.

«Ti liberi dalla morte eterna Cristo, che per te si è degnato morire.

«Ti ponga Cristo Figlio di Dio vivo nei sempre ameni giardini del para­diso, e tra le sue pecore ti ricono­sca, egli vero pastore.

«Egli ti assolva da tutti i tuoi pecca­ti, e ti ponga alla sua destra nella porzione dei suoi eletti.

«Possa tu vedere faccia a faccia il tuo Redentore, e assistendovi sem­pre presente, veda la verità manife­stissima agli occhi beati.

«Posto dunque tra le schiere dei Beati, possa tu possedere la dol­cezza della divina contemplazione nei secoli dei secoli. Amen».

 

4. L'invocazione del perdono e dell'aiuto celeste

Sembra quasi che la Chiesa divida la sua attenzione tra il letto dove giace il moribondo, e il cielo dove Dio lo attende. Infatti alterna le parole rivolte al moribondo a quelle della preghiera.

Essa insiste presso il Signore: «Accogli, Signore, il tuo servo nel luogo della salvezza che egli può sperare dalla tua misericordia. Amen.

«Libera, Signore, l'anima del tuo servo da tutti i pericoli dell'inferno, e dai lacci delle pene, e da tutte le tribolazioni. Amen.

«Libera, Signore, l'anima del tuo servo...», come liberasti i tuoi Santi dai pericoli della vita.

La preghiera della Chiesa insiste nel chiedere:

«Ti raccomandiamo, o Signore, l'ani­ma del tuo servo, e ti preghiamo, o Signore Gesù Cristo, salvatore del mondo, affinché non ti rifiuti di far entrare nel seno dei tuoi Patriarchi l'anima per la quale sei disceso misericordiosamente sulla terra. «Riconosci, o Signore, la tua crea­tura, non creata da dèi estranei ma da te solo Dio vivo e vero: poiché non vi è altro Dio all'infuori di te, e nulla uguaglia le tue opere.

«Allieta, o Signore, la sua anima al tuo cospetto, e non ricordarti dei suoi antichi peccati, e delle ebbrez­ze che suscitò il furore o il fervore dei cattivi desideri.

«Sebbene infatti abbia peccato, tut­tavia non negò il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo, ma credette, ed ebbe in sé lo zelo di Dio, e adorò fedelmente il Dio che tutto fece...

«I delitti della giovinezza e le sue ignoranze, ti preghiamo, non ricor­dare, o Signore, ma ricordati di quest'anima secondo la tua grande misericordia nella tua splendida gloria.

«Le si aprano i cieli, con lei si ralle­grino gli Angeli.

«Ricevi, o Signore, il tuo servo nel Regno.

«Lo riceva San Michele Arcangelo, che meritò il principato nella milizia celeste. Gli vengano incontro i santi Angeli di Dio, e lo conducano alla celeste città di Gerusalemme.

«Lo riceva il beato Pietro Apostolo, al quale da Dio furono consegnate le chiavi del regno celeste.

«Lo aiuti San Paolo Apostolo, degno di essere un vaso d'elezione. «Interceda per lui San Giovanni eletto Apostolo di Dio, a cui furono rivelati i segreti celesti.

«Preghino per lui tutti i Santi Apostoli, a cui fu dato dal Signore il potere di legare e di sciogliere. «Intercedano per lui tutti i Santi e gli Eletti di Dio, che per il nome di Cristo sostennero tormenti in que­sto secolo: affinché, liberato dai vincoli della carne, meriti di pervenire alla gloria celeste, per concessione del Signore nostro Gesù Cristo, che col Padre e con lo Spirito Santo vive e regna nei secoli dei secoli. Amen».

È come una mobilitazione generale degli spiriti celesti. Tale è la poten­za della Chiesa!

 

5. L'intercessione di Maria Santissima e di San Giuseppe

In modo speciale bisogna aver fidu­cia nella Madonna. Perciò a lei, vici­na, orante, infondente la grazia, la Chiesa rivolge il pensiero invocan­done ausilio, affinché veramente «raccomandi» l'anima a Gesù:

«La clementissima Vergine Madre di Dio Maria, piissima consolatrice dei sofferenti, raccomandi a suo Figlio l'anima di questo servo, affin­ché per questo materno intervento non tema i terrori della morte, ma giunga lieto, in sua compagnia, alla desiderata mansione della patria celeste. Amen».

E a San Giuseppe:

«A te ricorro, San Giuseppe, Patrono dei morenti, e a te, al cui beato transito assistettero vigili Gesù e Maria, raccomando l'anima di questo servo travagliato nel­l'estrema agonia, affinché con la tua protezione sia liberata dalle insidie del diavolo e dalla morte eterna, e meriti di pervenire ai gaudi eterni. Per lo stesso Cristo Signore nostro. Amen».

 

6. L'avvio al cielo

Se l'agonia si protrae, il sacerdote legge il Sermo Dominicus e la Passio di San Giovanni, quasi ripercorrendo misticamente il cammino di Cristo dal Cenacolo verso la Croce: cam­mino cui si deve conformare l'anima cristiana nel suo trapasso.

Non in chiacchiere, non in pianti sterili, non in calcoli terreni deve trascorrere quel tempo, ma in pre­ghiera e meditazione delle cose eterne, come in una funzione liturgi­ca. Bisogna cercare nel Vangelo, nei Salmi, nel Rituale della Chiesa le espressioni più belle per manifesta­re i sentimenti autenticamente cri­stiani di quell'ora. Finché giunto il grande momento, il Sacerdote fa udire al morente la grande parola:

- Jesu, Jesu, Jesu!

E ancora, con insistente supplica: - Nelle tue mani, Signore, racco­mando il mio spirito.

- Signore Gesù Cristo, ricevi il mio spirito.

- Santa Maria, prega per me.

- Maria, Madre della grazia, Madre di misericordia, tu proteggimi dal nemi­co, e nell'ora della morte ricevimi.

- San Giuseppe, prega per me.

- San Giuseppe, con la beata Vergine tua Sposa, aprimi il seno della divina misericordia.

- Gesù, Giuseppe, Maria, vi dono il cuore e l'anima mia.

- Gesù, Giuseppe, Maria, assistete­mi nell'ultima agonia.

- Gesù, Giuseppe, Maria, in pace con voi dormirò e riposerò.

Suona la campana, tutti sono pro­tesi, attenti come per l'avverarsi di un grande avvenimento.

Il morente può dire: Fiat. In manus tuas. come Gesù sulla Croce. Con Lui, e con la Madre che gli è accanto, compie l'ultimo passo l'anima credente. La Madre buona chiude dolcemente gli occhi del­l'eletto.

Consummatum est.

In manus tuas commendo spiritum meum.

È la morte cristiana, la conclusione di tutta una vita in Cristo. Obdormivit in Domino... Dobbiamo prepararci alla morte rileggendo spesso le preghiere della Chiesa per i moribondi, la sua «liturgia della morte». Che meravi­glia!

Chiediamo al Signore la grazia di potere, in punto di morte, seguire il sacro rito con mente lucida, attenta e serena, partecipandovi attiva­mente come alla Messa. Sarà un conforto ineffabile!

Chi è giunto a questo punto nella lettura, chieda questa grazia per l'Autore dell'opera, come egli l'ha chiesta, mentre scriveva, per tutti i lettori.

 

7. I primi suffragi

Appena l'anima è spirata, la Chiesa subito prega:

Subvenita, Sancti Dei, occurrite, Angeli Domini...

Chi dimenticherà queste parole, che un giorno sentì cantare in chie­sa per sua madre? Chi non sente in cuore il desiderio di averle un gior­no aleggianti sul suo cadavere?

«Discendete, Angeli di Dio, accorre­te, Angeli del Signore, ricevendo la sua anima, offrendola al cospetto dell'Altissimo.

«Ti riceva Cristo, che ti chiamò, e nel seno di Abramo ti adducano gli Angeli.

«Ricevendo la sua anima, offrendo­la al cospetto dell'Altissimo. «L'eterno riposo donale, o Signore, e la luce eterna risplenda per lei. «Offrendola al cospetto dell'Altis­simo.

Kyrie, eleison. Christe, eleison. Kyrie, eleison. Pater noster...

- E non c'indurre in tentazione.

- Ma liberaci dal male.

- L'eterno riposo donale, o Signore

- E la luce eterna a lei risplenda.

- Dalla porta dell'inferno.

- Libera, Signore, la sua anima.

- Riposi in pace.

- Così sia.

- Signore, esaudisci la mia preghie­ra.

- E a te giunga il mio grido. - II Signore sia con voi.

- E col tuo spirito.

- Preghiamo. Ti raccomandiamo, o Signore, l'anima del tuo servo, affinché morto al secolo viva a te; e quei peccati che commise per la fragilità dell'umana esistenza, tu cancellali per venia della tua miseri­cordiosissima pietà. Per Cristo Signore nostro. Amen».

 

8. Le esequie

Una croce tra le mani; aspersioni con l'acqua santa; suono di cam­pane; preghiere.

Qui non c'è che un cadavere. Ma un'anima è entrata nell'ordine delle cose eterne. È al cospetto di Dio. Il cadavere sarà chiuso in una bara, portato in chiesa, incensato, trattato con venerazione. Anche il corpo è opera di Dio, è parte dell'uomo che con la grazia diventa figlio di Dio, è destinato a risorgere e a ricongiun­gersi all'anima partecipandone la gloria. Anche al cadavere, dunque, la Chiesa dà il culto così umanamente e cristianamente significativo.

Ma le sue preghiere sono piuttosto per l'anima, anche nelle «esequie»: «Non entrare in giudizio col tuo servo, o Signore, poiché nessun uomo potrà essere giustificato dinanzi a te, se non gli viene con­cessa da te la remissione di tutti i peccati. E dunque, ti preghiamo, la tua giudiziale sentenza non schiac­ci questo tuo servo che a te racco­manda la vera supplica della fede cristiana: ma col soccorso della tua grazia meriti di sfuggire al giudizio di vendetta, egli che in vita fu insi­gnito del sigillo della Santa Trinità; tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen».

Ed ecco il canto del Responsorio: «Liberami, o Signore, dalla morte eterna in quel giorno tremendo:

quando il cielo e la terra saranno sconvolti, quando verrai a giudicare il mondo con il fuoco.

«Io tremo e pavento, al pensiero del giudizio futuro e della collera che verrà.

«Quando il cielo e la terra saranno sconvolti.

«Questo giorno, sarà giorno di col­lera, di calamità e di miseria, giorno terribile e di grande amarezza.

«Quando verrai a giudicare il mondo con il fuoco.

«L'eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua.

«Liberami, o Signore, dalla morte eterna in quel giorno tremendo: quando il cielo e la terra saranno sconvolti, quando verrai a giudicare il mondo con il fuoco.

«Signore, pietà di noi. «Cristo, pietà di noi. «Signore, pietà di noi. «Padre nostro...

- E non c'indurre in tentazione.

- Ma liberaci dal male.

- Dalla dannazione eterna.

- Libera, o Signore, l'anima sua.

- Riposi in pace.

- Amen.

- Signore, esaudisci la mia preghie­ra.

- E il mio grido giunga a te.

- Il Signore sia con voi.

- E col tuo spirito.

- Preghiamo. O Dio, cui e proprio avere sempre misericordia e perdo­nare: ti preghiamo supplichevoli per l'anima del tuo servo che oggi hai comandato uscisse da questo secolo: affinché non la consegni in mano al nemico, né te ne dimenti­chi alla fine, ma comandi che essa sia accolta dai santi Angeli, e sia condotta alla patria del Paradiso: sicché avendo sperato e creduto in te, non debba sostenere le pene dell'inferno, ma abbia il possesso dei gaudi eterni. Per Cristo Signore nostro. Amen».

 

9. Ultimo addio

Già si avvicinano i necrofori; sta per avvicinarsi il corteo che accompa­gnerà il cadavere al suo ultimo ripo­so, nel seno della terra. Ma la Chiesa continua a invocare e ad augurare il paradiso:

In paradisum deducant te Angeli... È commovente questo canto dei sacerdoti, che danno l'ultimo addio della Chiesa al fratello defunto:

«In paradiso ti conducano gli Angeli, al tuo arrivo ti accolgano i Martiri, e ti conducano nella santa città di Gerusalemme. Il coro degli angeli ti accolga, e con Lazzaro che un tempo fu povero abbi un riposo eterno».

Adesso è l'ora di cantare il Benedictus: canto della consolazio­ne d'Israele, della liberazione e della speranza immortale. Con quell'anti­fona:

- Io sono la Risurrezione e la Vita: chi crede in me, anche se fosse morto, vivrà, e ognuno che vive e crede in me, non morirà in eterno (Gv 11, 25).

- «Preghiamo. Fa', ti preghiamo, o Signore, col tuo servo defunto questa misericordia, che non riceva nelle pene in cambio delle sue azioni egli che ebbe sempre nei suoi voti la tua volontà: affinché, come quaggiù la vera fede lo congiunse alle schiere dei fedeli, così lassù la tua misericor­dia lo associ ai cori angelici. Per Cristo Signore nostro. Amen».

 

10. La benedizione del sepolcro

Un'ultima benedizione al sepolcro: «Preghiamo, o Dio, per la cui mise­ricordia le anime dei fedeli riposa­no, degnati benedire questo sepol­cro, e ad esso deputa come custo­de il tuo santo Angelo: e di colui di cui vien qui seppellito il corpo, assolvi l'anima da tutti i legami dei delitti, affinché sempre in te con i tuoi Santi, senza fine gioisca. Per Cristo Signore nostro. Amen». Verranno i fedeli a portar fiori e ceri al sepolcro, dove il cadavere pur disfacendosi, attenderà la futura risurrezione. Ma l'anima, assista dalla Chiesa nel suo trapasso, ormai gioirà nella gloria sconfinata dei cieli, eternamente fissa in Dio Padre, Figlio, Spirito Santo, cui in terra credette e che in cielo lumino­samente vede nella sua intima essenza, bevendo largamente a quella sorgente di amore e di gioia.

 

IL GIUDIZIO

Abbiamo già detto che nello stesso momento della morte, al primo pre­sentarsi dell'anima al cospetto del­l'eterna Verità, è pronunciato in lei e sopra di lei il giudizio sulla sua vita terrena. Anche alla fine del mondo ci sarà il giudizio: quando l'intera umanità vedrà finalmente distinti gli eletti e i reprobi.

Nelle predizioni contenute nella Sacra Scrittura appare con maggior rilievo il giudizio universale, ma non viene ignorato il giudizio particola­re, sul quale non mancano vari accenni. Il primo è un giudizio sugli uomini che conclude solennemente la storia; l'altro è quello che pone suggello a ogni vita.

 

1. II giudizio particolare

Nella parabola del ricco e del pove­ro Gesù dice che «il mendico venne a morire e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo» (Lc 16, 22), e di conseguenza afferma che il giudizio particolare ha luogo immediata­mente dopo la morte e la sentenza diventa subito operante. Lo stesso risulta dalle parole rivolte da Gesù al buon ladrone: «In verità ti dico che oggi stesso sarai con me in paradiso» (Lc 23, 43). E nella Lettera agli Ebrei (9, 27) troviamo ricordato che «agli uomini è impo­sto di morire una volta sola, dopo di che ha luogo il giudizio».

Mentre alcuni Padri e Dottori dei primi secoli della Chiesa non distin­guevano esattamente fra l'effetto immediato del giudizio particolare e il giudizio universale, il papa San Gregorio Magno si pronunciò nettamente per una sanzione totale immediata, la quale segue al giudi­zio particolare dopo la morte. Tale dottrina è stata ripetuta da San Tommaso d'Aquino. È una dottrina di fede.

Naturalmente tutte le espressioni usate da vari autori per indicare il giudizio particolare nelle sue moda­lità, nella sanzione, nel luogo del procedimento, e simili, sono tratte per via analogica da fatti della vita terrena, perché in realtà la vita ultra­terrena non può venire circoscritta a un luogo, ma è essenzialmente uno stato, una condizione, e il com­parire davanti al tribunale di Dio significa che l'anima si rende conto di ciò che è, di quanto vale, di come ha operato, mentre la sentenza divi­na è la constatazione di questo irre­formabile bilancio di tutta una vita.

 

2. Giudizio universale

A differenza del giudizio particolare, che è quasi un contatto intimo fra l'anima e Dio, il giudizio universale si svolgerà nel quadro di una totali­tà cosmica, dinanzi al genere umano, poiché Gesù Cristo al suo ritorno dovrà «giudicare i vivi e i morti», e cioè tutti gli uomini senza eccezione alcuna. Questo giudizio di moltitudini, quasi si direbbe di masse, è già ricordato più volte nell'Antico Testamento che sottoli­nea il concetto della potenza giudi­catrice e dominatrice di Dio, la quale appare nei primi tempi come un elemento piuttosto di distruzio­ne che di selezione. Più tardi, spe­cialmente con i profeti Isaia, Geremia, Ezechiele, la procedura del giudizio acquista un carattere discriminativo, e sottoposti al giudi­zio implicante condanna sono solo i malvagi. Forse per la prima volta in Ezechiele si ha la chiara indicazione di un giorno unico e determinato per il giudizio definitivo, che accompagna lo sconvolgimento del creato e la fine dell'ordine presente (Ez 7, 1 ss.; 10 ss.).

Daniele profetizza che il Cristo sarà incaricato da Dio di giudicare gli uomini e lo farà in base a quanto è segnalato nel libro delle colpe; allo­ra, mentre l'empio sarà schiacciato, si avrà un giudizio di salvezza per il giusto, che difatti, secondo il Salmo, prega così: «Signore, giudi­cami secondo la mia giustizia» (Sal 7,9).

Nel Nuovo Testamento si trovano nozioni ben più esplicite: «Beati voi - dice Gesù - quando gli uomini vi odieranno e vi scacceranno dalla loro compagnia, e vi ricopriranno d'ingiurie e riterranno il vostro nome abominevole a causa del Figliuolo dell'Uomo. Rallegratevi in quel giorno e saltate di gioia, per­ché grande sarà il vostro premio nei cieli» (Lc 6, 22). Già con queste parole del Discorso della Montagna Gesù riferisce esplicitamente al futuro giudizio, che per i fedeli si risolverà in premio.

Ma su quest'argomento egli ritorna molte volte, specialmente con le parabole del buon grano e del loglio nocivo, della rete con i pesci buoni e cattivi, delle dieci vergini, del padrone che chiede il rendiconto ai servi, degli operai della vigna, dei talenti messi a frutto, del banchetto di nozze, ecc. Con la Sacra Scrittura concordano i Padri, e la dottrina è di fede, con risulta dal Credo, che ci fa proclamare il ritor­no di Cristo «cum gloria, indicare vivos et mortuos... ».

 

3. Responsabilità dell'uomo di fronte al giudizio

In tutti i passi del Nuovo Testamento che riguardano il giudi­zio si insiste sulla responsabilità personale, che invece nei primi libri dell'Antico Testamento sfumava tal­volta in quella comunitaria e collet­tiva.

«Non v'ingannate - raccomanda San Paolo ai Galati (6, 7-10) -, per­ché Dio non si lascia schernire. Quello che l'uomo avrà seminato, raccoglierà... Non stanchiamoci nel fare il bene, poiché noi avremo a suo tempo una buona messe se non saremo fiacchi. Dunque, finché abbiamo tempo, operiamo il bene verso tutti, specialmente verso i compagni di fede». E nella seconda Lettera ai Corinzi (5, 10) così ammonisce i fedeli: «Noi tutti dob­biamo essere fatti conoscere dinanzi al tribunale di Cristo, rife­rendo ciascuno le azioni compiute nella vita corporea, sia che abbia fatto il bene o il male».

Sul medesimo concetto e in vista del giudizio anche i Padri racco­mandano di usare il tempo presen­te per l'acquisto dei beni per la vita futura. «Finché siamo in questo mondo - scrive San Clemente Romano - facciamo di tutto cuore penitenza per i peccati commessi nella vita terrena, affinché il Signore ci salvi mentre siamo ancora in tempo di pentirci. Infatti, una volta usciti dal mondo, non avremo più la possibilità di confessarci e di pen­tirci».

Analoga a questa è la viva esorta­zione di San Cipriano: «Avvenuto il trapasso da questa vita, non ci sarà più un luogo per fare penitenza, non ci sarà più un modo per dare soddisfazione. Su questa terra la vita si acquista o si perde; qui si provvede alla salute eterna, al culto di Dio, alla maturazione della fede». «Tutto questo giudizio - osserva però San Tommaso - quanto alla discussione, quanto all'accusa dei malvagi, quanto alla lode dei buoni, come pure quanto alla sentenza da proferirsi sugli uni e sugli altri, molto probabilmente si svolgerà mental­mente», e giudice sarà Dio per mezzo di Cristo, perché è stato il nostro modello e, con l'esempio della vita terrena, delle opere, dei patimenti e della morte paziente, ha indicato al genere umano l'unica via da seguire per raggiungere la sal­vezza eterna. Nel confronto stesso con la sua vita, sarà giudicata ogni vita, e premiata o condannata secondo la sua conformità o diffor­mità al modello secondo il quale, in vita, poteva attuare in sé l'immagi­ne divina.

Del tutto ignoto e inconoscibile, tut­tavia, rimane il tempo del grande giudizio, perché è segreto di Dio. «Non sta a voi conoscere il tempo e il momento che il Padre ha riserva­to alla sua propria autorità» (At 1, 7). Ciò che conta è vigilare, come guardie in attesa del giorno nuovo.

 

LA SORTE FINALE

Gesù ci ha rivelato che nell'aldilà è riservata all'uomo una sorte di vita o di morte, di salvezza o di perdi­zione, secondo che in vita ha com­piuto il bene o il male, secondo che è morto nella pace o nell'inimicizia con Dio, nell'unione o nella separa­zione da Cristo e dalla Chiesa. Non ci ha detto molto di più sull'aldilà, ma ciò che ci ha detto è più che sufficiente, perché per noi il proble­ma dell'aldilà è semplicemente questo: essere o non essere con Dio.

 

1. La sorte dei buoni

L'anima giusta avrà nell'aldilà la visione di Dio. Essa ne è capace, perché di sua natura l'anima è spi­rituale e immortale. Ce lo insegna la dottrina cristiana richiamandosi ad argomenti di ragione e alle verità della fede, e ricordando le conso­lanti parole di Cristo: «Non temete coloro che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l'anima» (Mt 10, 28). Non soltanto in base alla storia, alla psicologia, all'etica, alla metafisica, ma anche e soprattutto alla rivelazione, la spiritualità e l'im­mortalità dell'anima appariscono con luminosa evidenza. Tutto l'inse­gnamento di Cristo e della Chiesa, del resto, non ha altro scopo che quello di guidare l'anima immortale verso la salvezza beata, che consi­sterà nella glorificazione eterna di Dio, fonte a sua volta di felicità per l'anima che, essendo spirituale, potrà vederlo ad essere trasfigurata in lui.

L'anima beata vedrà Dio intuitiva­mente; lo conoscerà dunque non attraverso il velo dei sensi o le argo­mentazioni dell'intelligenza, ma mediante la compenetrazione diret­ta con lo spirito di Dio, per una par­tecipazione della sua luce infinita che renderà chiaro alla mente quel­lo che era oscuro, evidente ciò che era sembrato inspiegabile. In que­sta visione di Dio, l'anima vedrà anche se stessa, gli altri, la sua storia e la storia del mondo, in cui scorgerà finalmente uno sviluppo trionfalmente conchiuso di sapien­za e di bontà, sotto l'azione della Provvidenza.

Dalla visione di Dio nascerà nel­l'anima un amore più ardente per lui, un amore fatto di perfetta con­sapevolezza della sua infinita bontà e vibrante pertanto di quella ricono­scenza che sulla terra è sempre così opaca e monca. Nella visione e nell'amore l'anima avrà il suo eter­no gaudio, non più limitato dalle meschine proporzioni delle realiz­zazioni terrene, non compromesso dalla caducità dei tempo fuggente, non circoscritto dalle condizioni che la legano quando è unita col corpo terreno.

«La vita eterna - dice Gesù - consi­ste nel conoscere te solo, vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17, 3). È «essere sempre con Cristo», secondo le ripetute espressioni di San Paolo, essere «simili a lui, perché noi lo vediamo com'è», secondo le parole di San Giovanni (1 Gv 3, 1). Ma l'essere con Cristo in Dio, luminosamente appa­gante, non esclude che l'anima ricordi e percepisca la presenza delle altre anime, specialmente di quelle che le furono più care, nel­l'unione ineffabile del Corpo mistico. Con esse sarà congiunta nel vincolo eterno dell'amore, e costituirà la «comunità della carità» nel suo stato perfetto, luminoso di infinita gloria.

 

2. La sorte dei cattivi

Nell'aldilà esiste anche uno stato di pena, nel quale si trovano i malvagi che ricevono la sanzione eterna delle loro opere cattive nella lonta­nanza da Dio.

Dice il Libro della Sapienza (4, 18) che i cattivi sono «nella vergogna, fra i morti, in eterno... saranno immersi nel dolore e la loro memo­ria perirà». «Il Signore darà loro la carne in preda al fuoco e ai vermi - scrive il libro di Giuditta (16, 20) - affinché brucino e siano rosi eterna­mente».

Gesù chiama l'inferno «Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue» (Mc 9, 42). In esso «vi sarà pianto e stridor di denti» (Mt 22, 13) per tutta l'eterni­tà. «Fuoco eterno» (Mt 5, 41), «sup­plizio eterno» (Mt 25, 46), «fuoco inestinguibile» (Mt 3, 12), sono le espressioni di cui si serve il Vangelo di San Matteo per indicare appunto la durata senza fine della pena.

La dottrina della Chiesa, fondata sui dati della Rivelazione, asserisce la perdizione eterna di coloro che muoiono in stato di inimicizia con Dio. Il che, in fondo, è ben ragione­vole, se si pensa che un'anima che volutamente si fissa in una colpa - l'avversione a Dio - che dura eter­namente, non può restare separata da lui, per propria decisione, san­zionata dalla divina condanna, per tutta l'eternità.

Come nel peccato ci sono due aspetti, e cioè l'allontanamento da Dio e l'adesione alla creatura, così nell'inferno si distinguono i due ele­menti della pena, ossia quello negativo della privazione della visione di Dio, e quello positivo del tormento inflitto ai sensi. In merito a quest'ultimo si è lungamente discusso dai teologi sul modo come interpretare i termini scritturi­stici del «fuoco» e dei «vermi», dato che la pena opera sull'anima spiri­tuale. San Tommaso non esclude che un fuoco materiale possa cau­sare un dolore spirituale, sebbene sia lecito supporre che si tratti di tante pene particolari, per indicare la durezza delle quali la rivelazione e la tradizione usano i termini ana­logici del fuoco e dei vermi?

Del resto è già tanto indicibilmente tormentosa per un'anima l'impossi­bilità di vedere Dio che Sant'Agostino, a conclusione delle disquisizioni sull'entità dei castighi dell'inferno, giustamente osserva: «E quando si domanda perché costoro siano infelici, si risponde rettamente che lo sono perché non aderiscono a Dio». E non aderisco­no a Dio, e soffrono quindi le pene dell'inferno, perché durante l'esi­stenza terrena non hanno voluto ascoltare la voce della coscienza, hanno schernito i paterni inviti di chi li voleva salvare e hanno respinto lungi da sé lo Spirito Santo, il «dolce ospite dell'anima».

 

3. Il Purgatorio

È dottrina di fede che esiste uno stato di purificazione mortale, oltre la vita terrena, per le anime passate nell'aldilà non come nemiche di Dio, e tuttavia non completamente pure, per la mancata espiazione della pena temporale del peccato e il mancato raggiungimento del grado di perfezione nella carità fis­sato per loro da Dio: è il Purgatorio. Tale dottrina è nella logica della giu­stizia e della misericordia di Dio. La giustizia vuole una purezza adegua­ta, la misericordia concede a chi non è ostinatamente ostile a Dio la possibilità e il mezzo della purifica­zione.

Ma ciò che più conta, per noi, è che la Chiesa insegna tale dottrina come rivelata, particolarmente in riferimento al Libro II dei Maccabei (12, 43-46), dove l'agiografo, ispira­to da Dio, approva le pratiche pie fatte per giovare a coloro che si erano «addormentati» nella fede e nella pietà, ma avevano ancora bisogno di purificazione. «È un pen­siero santo e salutare - dice il Libro - quello di pregare per i morti affin­ché siano liberati dai loro peccati». I Padri si riferiscono al testo della prima Lettera ai Corinzi, dove San Paolo ammonisce che chi non avrà bene costruito sul fondamento della fede, Gesù Cristo, sarà alla fine sottoposto a giudizio: il fuoco metterà alla prova ogni cosa, e chi non sarà trovato perfetto a quella prova, «sarà salvo, ma come pas­sando per il fuoco» (1 Cor 3 15), ossia mediante una purificazione penosa.

Tuttavia e soprattutto nella Tradizione che noi possiamo trova­re la dottrina, pur fondata sulla Sacra Scrittura. Tale dottrina ha tutto uno sviluppo nei Padri e viene poi fissata dalla Chiesa.

San Tommaso la riassume quando scrive che il Purgatorio risponde alle esigenze della divina giustizia; che in esso vi è un'acerba pena determinata dalla privazione di Dio, cui le anime tendono con un arden­tissimo desiderio del cuore, non ritardato dagli impacci terreni; anche in esso, mediante la pena volontariamente accettata per amore, viene cancellata la colpa del peccato e rimessa la pena che l'anima doveva ancora, a misura dell'intima disposizione di distacco dal peccato.

Ma si può tenere per certo che le anime del Purgatorio, oltre alle pene, provano grandi gioie, dovute alla loro certezza di essere salve, alla libera effusione del loro amore a Dio, al pregustamento della felicità celeste.

È la dottrina che con mirabile eleva­tezza di pensiero espone Santa Caterina da Genova nel suo Trattato sul Purgatorio.

 

L'ITINERARIO DEL GIUSTO ALLA NUOVA VITA

Cerchiamo di percorrere col pen­siero il cammino che l'anima del Giusto compie quando Dio la chia­ma per ammetterla al premio del buon combattimento e farle godere la gloria della meta raggiunta, dopo il pellegrinaggio eterno.

È un itinerario che si svolge sulle sponde di un mistero, dove per la nostra debole mente umana, inca­pace per ora della luce infinita, è difficile affondare lo sguardo. E tut­tavia per quello che la Rivelazione ci dice, e che la teologia, nella luce della Rivelazione, riesce ad esplo­rare, qualche cosa ci è dato sapere. Difatti molti hanno tentato di appro­fondire il mistero; non tanto sotto la forma dell'itinerario di un'anima, come ha fatto, per esempio, Newman nel suo «Sogno di Geronzio», ma in quella teologia dei Novissimi, che pur ci offre molti elementi per poter capire, per poter ricostruire il cammino.

 

1. Il senso della vita mortale

Quando è giunta all'ultimo termine della vita terrena, c'è da pensare che l'anima del Giusto, chiamata da Dio, senta come un'attrazione misteriosa, che la fa passare dal regno della contingenza, della tem­poraneità, delle ombre di questa terra, a quello che si dice l'aldilà. Un aldilà che le deve apparire subi­to come una luce infinita, nella quale ha la percezione di sussistere ancora, di esistere, quindi ha il senso della permanenza, il senso della vita.

C'è stata una certa crisi, la crisi della morte, ma l'anima si avvede di averla superata; non è entrata in una sorta di coscienza dal nulla. Ha superato come un ponte: la morte, che è stata per lei il ponte della vita. E l'anima ha la percezione intima dell'immortalità.

Non si tratta soltanto di un fatto negativo, la semplice assenza della morte; ma positivamente l'anima gusta in profondità e interiorità il senso della vita: e di una vita diven­tata ormai eterna, di una vita che quindi non è più sottomessa alle oscillazioni, agli alti e bassi, ai difetti che ha nella sua fase terrena, ma si radica ormai pienamente nel princi­pio della vita, in Colui che dà la vita, che sostiene nella vita, e che attrae a Sé l'anima per riempirla di una vita senza fine. L'anima quindi ha la per­cezione di se stessa come immorta­le, come vivente per l'eternità.

 

2. La scoperta di Dio nell'interiorità

In questo percepire se stessa come vivente vede in sé, percepisce in sé qualche cosa, o meglio Qualcuno che la supera, e che tuttavia le è intimo: Colui che le era intimo anche sulla terra, più intimo a lei di lei stes­sa, radice del suo essere, della sua spiritualità, e anzi, poiché si tratta dell'anima di un Giusto, principio della sua vita divina, nella grazia, nella carità, in tutte le altre virtù: l'Ospite dell'anima, Dio. Lo deve percepire in sé in profondità, subito, come la vera ragione della sua vita, il principio e il fine della sua vita; deve vederlo veramente come ospi­te intimo, che le concede la gioia della conversazione con lui.

L'anima del Giusto immediatamen­te, nel suo passaggio all'aldilà, deve scoprire il vero senso dell'interiorità di Dio a se medesima, cioè la vita in Dio: Dio vita sua, e lei vivente in Dio. E in questo Dio interiore, che subito la domina, ma con un dominio che è di amore, e quindi di felicità, essa adesso vede veramente il senso della sua vita. In Dio scopre il suo bene, come eterna verità che riem­pie la sua intelligenza, come eterno amore che finalmente rivela piena­mente all'anima il perché delle misteriose aspirazioni del suo cuore, verso un bene che sulla terra le sembrava non poter raggiungere ed era veramente irraggiungibile, perché era al di là di tutti i beni crea­ti: Dio, suprema Verità e sommo Amore, gioia quindi dell'intelligenza e gioia del cuore.

 

3. Sulla sponda di Dio

L'anima si trova così dinanzi all'Altro Termine del lungo dialogo, che per tanto tempo sulla terra ha condotto, ma come se si trovasse su una sponda, mentre l'Altro Termine si trovava sull'altra sponda, e in mezzo c'era una fiumana di tenebre. Era la fiumana delle cose, del tempo che scorreva nell'opacità della materialità, che le impediva di vedere nell'aldilà, come quando su un grande fiume è difficile da una sponda vedere ciò che è e avviene sull'altra sponda perché in mezzo c'è la nebbia. Così la nebbia delle cose impedisce a noi che siamo sulla sponda del tempo di vedere bene ciò che è, ciò che avviene sulla sponda dell'eternità, per par­lare con metafore spaziali di cui non possiamo fare a meno, ma che sono ben lungi dal rendere la realtà delle cose. Ce ne danno tuttavia una somiglianza, o un'ombra.

L'anima allora si trova sulla stessa sponda di Dio, nell'eternità. Sono cadute tutte le tenebre, tutte le ombre; essa si trova immersa nella luce divina che è a lei interiore, per­ché essa è spirito, e spirito non più legato, almeno in modo attuale, alla materia, ma libero dalla materia: libero quindi dal condizionamento che nella fase terrestre della vita la materia, il corpo esercitava sull'ani­ma, sulle sue facoltà; libero da una specie di prigionia, che di fatto esi­steva, anche se il corpo non va inteso come una prigione in senso platonico, ma come il buon compa­gno dell'anima, a cui è unito sostanzialmente e con la quale costituisce l'unica vivente persona umana. Tuttavia di fatto esso rap­presenta un peso, un condiziona­mento, una ragione di tenebrosità. L'anima nell'aldilà, affacciatasi alla luce infinita finalmente la contempla da spirito a Spirito, senza bisogno di questa mediazione delle cose corporee e senza impacci da parte del corpo, della materia a cui era unita sulla terra.

 

4. Nella luce infinita

E quella luce infinita la scopre in sé, nella sua interiorità, perché lo spiri­to sommerso nello Spirito, nella Luce spirituale, vi si adegua. L'anima dunque s'incontra con la Luce, con una luce che ha un volto ben determinato, il volto di Dio, e anzi il volto di Dio che si è fatto uomo, Cristo che è stato vita del­l'anima nel regime della grazia, e che ora diventa vita dell'anima, sta per diventarlo, se vogliamo parlare con successione di momenti, sta per diventarlo nel regime della glo­ria: Cristo, che, come prega la Chiesa nelle orazioni per gli agoniz­zanti, si presenta all'anima del Giusto che passa nell'aldilà, con volto giulivo, con volto sereno. È una luce sfolgorante che irradia l'anima, che l'attrae e l'affascina e la fa vivere, già fin da quel primo momento, di una gioia ineffabile. Naturalmente l'anima, trovandosi immersa nella luce, e nella luce che è Dio, e Dio fattosi uomo, Gesù Cristo, vede bene in quella luce anche se stessa, senza più nessuna sofisticazione, nemmeno involonta­ria; vede veramente quello che è. E se quest'anima, pur avendo vissuto per anni e anni nell'amore di Dio, se quest'anima trova ancora in sé qualche macchia per insufficiente purificazione, per insufficiente espiazione di eventuali peccati, per insufficiente vittoria se non su pec­cati e vizi, almeno sui difetti quasi connaturali, che Dio voleva che sparissero da lei già nella vita terre­na, allora quest'anima vedendo ancora un residuo di tenebrosità in se stessa, sente che non è degna di un'immediata realizzazione della Luce infinita, nella sua totalità; che non può ancora completamente dirsi di Dio, e quindi non può anco­ra pretendere che Dio sia tutti in lei. E dall'intimo stesso di quest'anima nasce il desiderio di rendersi degna di Dio per possederlo bene, piena­mente, e quindi di purificarsi anco­ra, di cancellare quell'ultimo residuo di tenebra che può essere in lei.

 

5. Il Purgatorio dell'amore

Non c'è altra via di purificazione che quella dell'amore. Perché anche sulla terra ciò che ci fa cre­scere nella vita di grazia, purifican­doci dal male e dalla terrestrità, è l'amore, l'amore soprannaturale di Dio. Quest'amore produce nell'ani­ma un tormento, che solo chi ama può capire: il tormento dell'anima che spinta da questo amore vorreb­be subito abbracciare il suo Dio, immergersi nella sua luce, vederlo faccia a faccia in pienezza; non sol­tanto percepirlo quasi all'esterno, come luce infinita, ma goderne tutto lo splendore, afferrarne l'inti­ma essenza. L'amore soprannatu­rale trascinerebbe l'anima verso questa pienezza: e tuttavia, nella consapevolezza di non essere ancora pienamente degna di que­sto possesso, quello stesso amore trattiene l'anima e le impone, la convince a un'ulteriore purificazio­ne.

In questo trattenersi dell'anima, in questo desiderare di rendersi degna di Dio e quindi in questa giu­sta convinzione di non poterlo subi­to possedere, mentre la divora il desiderio, l'anelito di possederlo, è il vero tormento, la vera sofferenza: a cui si aggiungono le cosiddette pene del senso, in quanto l'anima, con un modo misterioso di eserci­tarsi delle sue facoltà, percepisce anche un certo tormento da parte della creazione intera con la quale in realtà non è ancora in perfetta sintonia, e quindi subisce come una ferita, che è ripercussione in lei del­l'ordine universale violato col suo peccato o, data la sua insufficiente espiazione, non perfettamente rein­tegrato.

In questa pena sopportata anch'es­sa per amore, l'anima trova la sua croce, il suo crogiuolo di purifica­zione. Ma questo desiderio di amore, quest'apertura è già dono di Dio, che fa vibrare nell'anima la carità che già possiede, ma con un tono più intenso, con un ardore nuovo, che spinge l'anima (noi descriviamo questo processo per momenti successivi, ma l'aldilà è difficile immaginarlo, è difficile capi­re come questa dialettica dell'amo­re e della purificazione si svolga nell'anima e tuttavia qualche cosa di simile deve pure effettuarsi): la nuova purezza e ricchezza d'amore fa sì che l'anima aneli ancora più fortemente, e si direbbe volontaria­mente alla ricerca, al possesso di Dio, ma senta pure ancora più for­temente, il bisogno di purificarsi. Così cresce il tormento, ma in que­sto crescere del tormento, cessano le ragioni del tormento, perché si effettua la purificazione. L'anima s'avvicina così, aiutata anche dalle preghiere di suffragio della Chiesa della terra, al possesso pieno, e finalmente vi giunge.

 

6. Immediata glorificazione dell'anima completamente pura

Se nel suo passaggio all'aldilà l'ani­ma del Giusto vissuto per tanti anni nel bene, nella penitenza, soprat­tutto nella consacrazione totale di sé a Dio, cercando al di sopra di tutto e attraverso tutto una cosa sola: il regno di Dio e la sua giusti­zia; se quest'anima dopo il cammi­no nel bene è giunta a quel grado di amore purissimo di Dio, di purifica­zione interiore, di offerta di sé a cui Dio la chiamava nell'economia della vita cristiana sulla terra soprattutto se quest'anima nell'ora della morte, nell'ora del passaggio sul ponte della morte, è tutta anelante a Dio, e compie quest'ultimo atto della vita, che è anche il primo atto del­l'aldilà, come un'offerta di amore, come una definitiva consacrazione di sé, quasi l'ultima sillaba di una formula di consacrazione, che que­st'anima ha composto momento per momento della sua vita; se l'anima del Giusto conchiude la sua vita, come spesso avviene, all'om­bra di Maria, invocata come regina e madre, tra gli angeli e i santi invi­sibilmente presenti, tra i membri della Chiesa della terra, che colla loro presenza che ricorda all'anima cose sante e pure e belle della vita, la sostengono nel grande passag­gio; aiutata dalle preghiere della Chiesa, che hanno una loro miste­riosa efficacia, aiutata soprattutto dai sacramenti che Cristo concede all'anima attraverso la Chiesa: se quest'anima si presenta così nell'al­dilà, purificata, santificata, con un intimo desiderio e bisognoso di Dio, corrisposto fervorosamente nell'ul­timo momento, più che in tutti gli altri momenti della vita, facilmente si può supporre che quest'anima si presenta nell'aldilà, a Dio, nella condizione da lui richiesta, in quella perfezione dell'amore che le conce­de di avere subito, in sé, un'abissa­le capacità di Dio.

 

7. La perfetta immagine di Dio

Anche l'anima passata attraverso il purgatorio, superato il crogiuolo dell'amore e del fuoco, giunge all'istante dell'interiorizzazione completa in Dio.

Perciò o nel primo scoprire la Luce infinita dell'aldilà, o dopo che è giunta alla sua purificazione nel­l'ambito di quella Luce, l'anima rea­lizza immediatamente anche il pos­sesso pieno dell'essenza di Dio, nella profondità di questa Luce misteriosa che non è per lei soltan­to irradiazione, ma è anche visione intima: e in Dio contempla il volto di Cristo, della sua umanità, rifulgente nell'essenza divina; l'umanità di Cristo nella persona del Verbo, alla cui somiglianza è stata fatta e sem­pre più è stata perfezionata mediante i sacramenti della Chiesa, attraverso una vita santa; e confor­mata al Verbo, è da lui resa simile, come era già inizialmente sulla terra, ma adesso in modo perfetto, all'immagine del Padre.

È un'immagine che si realizza in lei nell'ambito, nel seno della Trinità, come partecipazione a lei della visione del Padre che ha il Verbo. E in quella visione in cui è resa perfet­tamente conforme al Verbo e attra­verso il Verbo al Padre, scintilla in lei (parliamo umanamente), si accende in lei e arde in lei il fuoco d'amore dello Spirito Santo, in un possesso perfetto della carità, che è partecipazione dello Spirito Santo. Sicché l'anima si trova in un mare d'amore, nel quale è capace di vedere la luce infinita di Dio, e di goderla intimamente: quindi in un mare che è di gioia, di felicità, di gloria del cielo.

 

LA VISIONE BEATIFICA

Il cielo è la gloria di Dio ma anche la gloria del Giusto. La gloria del Giusto si attua nella gloria di Dio, cui egli partecipa nella visione, nel­l'amore, nella felicità. E tutto vede, allora, in nuova luce.

 

1. La visione di Dio

Sulla terra l'anima del Giusto forse aveva tentato, nei suoi sogni infan­tili, nei suoi entusiasmi giovanili, nelle sue meditazioni della maturità, nelle contemplazioni piissime della vecchiaia, forse aveva cercato di raffigurarsi l'incontro con Dio, di descrivere a se stessa, e magari anche ad altri, ciò che poteva essere quella gloria, quella gioia del cielo. Ma appena l'incontro avvie­ne, essa vede la distanza tra tutto ciò che può aver pensato, o sogna­to, o detto sulla terra, e la realtà.

Ma non ha nemmeno tempo, per dir così, di fermarsi a misurare delle distanze e a vedere delle spropor­zioni, perché ormai tutta è occupa­ta, tutta è riempita dalla luce, dalla realtà di Dio ineffabile. Sicché que­st'anima vedendo Dio, vede e pos­siede ciò che era la ragione della sua vita, e della sua vita nella parte più alta, nell'espressione più subli­me, più autentica del suo spirito: la verità. Possiede Dio Verità; e Dio Verità non è diverso da Dio Amore; così che il suo cuore, la sua volon­tà, la sua capacità di amare, dilata­ta in forza della sua nuova capacità di conoscere: tutto è unificato, tutto è riempito da Dio. Dio Amore è lo stesso per lei che Dio Verità. Lo vede amandolo e lo ama vedendo­lo. È una visione che in modo per­fetto, e non tra le ombre e le oscil­lazioni della terra, si apre in amore. In questa unità di visione-amore, possesso di Dio Verità, possesso di Dio Bene, gode l'intelligenza, gode il cuore. Tutto è gioia, tutto è felici­tà. Finalmente sono cessati il dolo­re, il senso del limite, l'angoscia, la sudditanza alla fatica, la senescen­za, la morte; tutto è passato, come dice l'Apocalisse (7, 17; 21, 4), e l'anima si trova sotto la tenda di Dio. Ma non, così come si potrebbe pensare, sotto una tenda terrena dove sia presente l'oggetto amato, ma sempre così distante, per la barriera della corporeità che divide. No. Questa è un'immagine dell'Apocalisse (21, 3), la tenda di Dio, e può piacere e consolare, ma la realtà è immensamente, infinita­mente più grande dei suoi simboli, delle sue rappresentazioni. Perché la tenda di Dio, è Dio stesso viven­te nell'anima, comunicato all'anima in modo perfetto, come Verità, come Bene, e quindi vibrante in quest'anima ormai diventata una cosa sola con lui.

 

2. La nuova visione del mondo

Ammessa così a una comunione intima nel seno della Divinità, col Padre, col Figlio, con lo Spirito Santo, vivente della loro stessa conoscenza, del loro stesso amore che sono a lei partecipati ormai in modo perfetto, l'anima del Giusto è ammessa pure alla partecipazione e quindi al godimento di ciò che è contenuto nella mente infinita di Dio: l'ordine universale, veduto soprattutto come trionfo della giu­stizia di Dio sul male, già descritto dall'Apocalisse come conclusione della storia (Ap 15, 3-4; 18, 1 ss.; 20, 1 ss.).

È per l'anima del Giusto un'ineffabi­le beatitudine vedere nella mente di Dio, nel seno della Trinità luminosis­sima, l'ordine universale come trionfo della giustizia di Dio sull'in­giustizia delle cose e degli uomini, sul male, sulla tenebra; vedere l'or­dine universale come confluente sotto la condotta di Dio verso un termine che è di bontà, di luce, di amore; vedere l'ordine universale come trionfo non solo della giusti­zia, ma dell'infinita misericordia, dell'amore incommensurabile di Dio.

Alla fine l'odio è vinto dall'amore, l'egoismo è vinto dalla bontà, tutte le miserie e persino le turpitudini degli uomini, possono avere final­mente la loro sanzione in un trionfo della giustizia divina che condanna (e l'anima questo vede, e ne gode): ma l'anima vede soprattutto come miserie e turpitudini, sventure, scia­gure da noi provocate con le nostre colpe, tutto questo viene alla fine sopraffatto, si direbbe, dal trionfo della misericordia, che perdona, che salva, che anche condanna: ma in quella condanna c'è già un atto di misericordia, perché non è annientamento. E tuttavia il vero trionfo è nella misericordia usata ai buoni, agli eletti tra i quali si trova l'anima del Giusto. È il trionfo della misericordia che dà senso alla sto­ria e scopo all'universo. Sicché per la misericordia di Dio molti sono i salvati, molti sono coloro che realiz­zano lo scopo dell'esistenza, il per­ché della creazione, cioè la parteci­pazione alla gloria di Dio nella felici­tà eterna, dove si canta il canto di gloria a Dio che è anche il canto della propria gloria, della propria beatitudine. Si può sperare, prega­re, auspicare che sia così per tutti gli uomini.

 

3. L'ordine cristocentrico

L'anima vede l'ordine universale, in Dio, come trionfo di giustizia e di misericordia, come partecipazione al creato dell'Amore infinito di Dio. Lo vede concentrato e realizzato in un'economia meravigliosa, l'econo­mia della salvezza, e capisce allora il Magnificat della Madonna, capi­sce bene quanto essa cantava celebrando la misericordia di Dio che si estende di secolo in secolo, di generazione in generazione (Lc 1, 54): questa misericordia verso la discendenza dell'Abramo non solo carnale, ma spirituale; verso l'Israele universale dello spirito, che siamo tutti noi, che è la Chiesa cat­tolica come comunità che da un capo all'altro della terra raccoglie i figliuoli di Dio prima dispersi e final­mente riuniti intorno a Cristo (Gv 11,52).

L'anima ora capisce come l'univer­so è tutto raccolto, collegato intor­no a Cristo, il mediatore tra il cielo e la terra, il Dio fattosi uomo perché l'uomo salisse a Dio. Vede sé in Cristo, e vedendo sé in Cristo, vede in Cristo la Chiesa, di cui fa parte, tutta la comunità dei credenti, di coloro che servono Dio, che amano Dio - che furono, che sono, che saranno -, tutti raccolti intorno all'unico Capo, anzi in lui viventi, perché legati a lui dai vincoli miste­riosi, ma realissimi, della grazia, che finalmente l'anima vede nella sua essenza intima di partecipazione della natura e della vita divina. Conoscendo ormai la grazia, come partecipazione di Dio alle anime, alla comunità delle anime, la Chiesa, in modo perfetto, revelata facie, in cielo, ma in modo iniziale, oscuro, ma realissimo, già sulla terra, l'anima del Giusto conosce anche l'ultima essenza della Chiesa, e vede se stessa inserita nella vita della Chiesa, Corpo misti­co di Cristo, e quindi nell'ordine universale tutto concentrato intorno a Cristo uomo-Dio e convergente nella Trinità.

Dalla Trinità alla Trinità: l'anima capisce veramente il significato di queste parole. In Dio e per Dio, nella sua luce infinita, vede il senso dell'universo: concentrazione in Dio, canto di gloria alla Trinità, per Cristo, con Cristo, in Cristo.

 

4. Il canto dell'universo

Nell'ordine universale l'anima ormai sa cogliere e interpretare perfetta­mente la voce delle cose. Capisce veramente il canto di gloria che i Salmi, i tre Fanciulli, San Francesco hanno cercato di interpretare e di ridire: il canto del creato che, anche nella sua parte materiale, celebra la gloria di Dio. E al di sopra dei canto delle cose materiali, il canto degli spiriti angelici, il canto delle anime umane. E soprattutto il canto delle anime nelle quali vive Cristo, delle anime che sono tempio di Dio, delle anime che vivono di grazia, special­mente di quelle che vivono nel rac­coglimento, nella preghiera, nella consacrazione di sé, sempre rac­colte come intorno a un mistico altare, nella loro intimità.

Capisce veramente, ormai, la voce che sale da ogni parte della terra, ovunque c'è la Chiesa, ovunque c'è partecipazione di Dio. Sente il canto, che confluisce nei cieli, ed è glorificazione di Dio, ed è esaltazio­ne della sua misericordia, della sua giustizia, è canto di benedizione per l'universo.

 

5. La schiera dei Santi

Nella teoria delle anime unite a Dio, santificate da Dio, che in cielo e sulla terra formano come un unico fascio di voci osannanti, un unico coro universale, l'anima vede le varie categorie, vede la Vergine Santa, la madre di Cristo, e perciò la madre di tutti i fedeli di Cristo, nella sua gloria infinita, così come l'ha contemplata Dante, ma in un modo infinitamente superiore a quello in cui egli l'ha descritta, anche se esso è già sublime.

Vede i suoi Santi. Soprattutto, se si tratta di un'anima religiosa, vede il santo Fondatore che a lei ha dato una seconda famiglia, secondo lo spirito. Vede i Santi che ha venerato e amato di più; i grandi Santi, le anime sante con cui è vissuta sulla terra in dimestichezza, specialmen­te i Santi del suo tempo che forma­rono con lei un'unica comunità di bene, di fede, di amore: i Pontefici, i Vescovi, i Superiori, i Sacerdoti, i Confratelli, le Consorelle, i figli e le figlie spirituali, tutta una comunità meravigliosa, fatta di spirito, ormai, e veduta nello spirito, quindi in ciò che ha di più profondo, di più bello.

 

6. La comunione della Chiesa

Sente veramente, ormai, che cosa significa vivere nella Chiesa e nella Chiesa avere una famiglia spiritua­le, e in questa famiglia spirituale essere congiunta ad altre anime con vincoli di spiritualità e di grazia, nella carità di Cristo. Finalmente questi vincoli in cielo rivelano anch'essi nella luce di Dio la loro luminosità, che sulla terra era nascosta, avvolta d'ombra perché si era nel regime della fede, e la materia, il corpo erano come una barriera che quasi sempre impedi­vano di vedere la luce che si effon­deva da anima ad anima. In cielo queste barriere non ci sono più.

C'è una comunione e comunicazio­ne di tutti nella luce, perché ormai l'unica realtà che riempie tutte le anime, è la stessa luce infinita di Dio. Quindi tutto il creato, e nel creato l'umanità, e nell'umanità la Chiesa al centro dell'unico ordine di partecipazione della gloria di Dio, dell'amore di Dio, della felicità di Dio: tutto ciò costituisce l'oggetto di una visione luminosa, piena di gioia, per l'anima beata.

 

7. Il trionfo della giustizia nell'inferno

L'anima può affacciarsi per un istante (per parlare così, umana­mente) sull'abisso della tenebra, della morte permanente. Ma non ne è toccata, non ne prova nessuna infelicità, perché la sua volontà per­fettamente conforme alla volontà di Dio, la sua intelligenza ormai piena della luce di Dio, tutto considerano, giudicano e vogliono secondo le ragioni divine, che sono ragioni di verità diventata giustizia e di amore, che se per gli eletti trionfa come infinita misericordia, per i reprobi deve trionfare come infinita giusti­zia, una giustizia che anch'essa quindi è amore: amore del bene vero, del bene infinito di Dio, che è anche il bene degli eletti e che include quindi la punizione del male.

L'anima non può soffrire; soffrono invece coloro che si trovano in quel regno della tenebra, di quella che si chiama la morte seconda (cfr. Ap 2, 11), la morte vera, e che non posso­no innalzare il loro sguardo fino al cielo, non possono afferrare nulla di quella luce se non nel senso della percezione di una tremenda maestà di giustizia, che li colpisce e li schiaccia. Ma l'anima che è giunta al cielo vede la giustizia come un trionfo d'amore e quindi ne gode.

 

8. La benedizione alla terra

L'anima nel suo trionfo d'amore può anche affacciarsi sulla terra e vedere il cammino delle anime ancora viventi quaggiù, soprattutto delle anime che la ricordano, che essa ha amato e che la amarono; specialmente se è un'anima che ad altre anime è stata guida, luce, sostegno, vede certamente la sua famiglia spirituale. E sul cammino che le anime devono ancora per­correre sulla terra, l'anima che ormai vive nella gloria di Dio, sente un bisogno profondo di fare discen­dere luce e aiuto, e implora questa luce, questo aiuto da Dio.

Nell'unica carità di Cristo che tutti avvince dal cielo alla terra, vi è un'effusione nuova per l'intercessio­ne di quell'anima, di luce, di grazia, di divino aiuto. Sicché il vincolo che ancora l'unisce a coloro che ha lasciato sulla terra, si traduce in benedizione: una forza meravigliosa, divina, che quest'anima può media­re con Cristo, in Cristo, per Cristo, affinché il cammino di quelle anime si svolga sempre più retto, sempre più deciso, e quelle anime salgano e raggiungano un giorno l'anima amata e amante nella gloria di Dio.

 

9. La gloria del corpo

L'anima dei Giusto che ormai vive in Dio e ha la certezza di Dio, della sua luce, del suo amore, della sua gioia, la certezza quindi della pro­pria salvezza, della beatitudine eterna, in Dio contempla anche quello che noi chiamiamo l'avvenire del mondo e delle anime, e che per quest'anima vivente in Dio, in qual­che modo è già, come per Dio stes­so, un presente: e cioè il prolungar­si indefinito di questa beatitudine, di questa partecipazione della glo­ria di Dio, fino al punto in cui sarà integrata la persona umana, e l'ani­ma ritroverà il suo corpo, le sue sembianze anche fisiche, ma trasfi­gurate in una partecipazione piena alla gloria dell'anima, quasi una riproduzione, almeno in qualche modo, di quello che avvenne in Cristo nella Trasfigurazione, quan­do la gloria intima dell'anima poté vincere la resistenza della materia che abitualmente subiva anche per non folgorare coloro che le si acco­stavano: poté vincere la resistenza, la tenebrosità della materia e ren­dere transluminoso anche il corpo. Qualcosa di ciò si riprodurrà al momento della risurrezione per le anime degli eletti che potranno effondere, far ridondare la luce della loro gloria anche sul corpo, in una giovinezza nuova ed eterna.

Alle anime che sono in cielo è già data la gioia di questo stato futuro, conosciuto, desiderato, quasi pos­seduto spiritualmente, per di così; lo stato di quando sarà perfetto il trionfo dell'umanità dei Santi nella gloria di Dio, con l'anima e col corpo, in un creato che, come dice San Pietro, ricollegandosi a Isaia, sarà rinnovellato in cieli nuovi e terre nuove, come grande teatro della gloria degli eletti (2 Pt 3, 13; Is 65, 17).

L'anima questo già conosce. E quindi anche se il suo corpo è lon­tano, in un piccolo angolo, forse in un metro quadrato di terreno, affi­dato al pio ricordo e alla venerazio­ne di coloro che l'amarono, di colo­ro che ne conservano la memoria, o dimenticato, o disperso come pol­vere, in realtà l'anima che è in cielo nella luce di Dio, vede anche que­sto aspetto della sua esistenza futura in una luce nuova, che è già quella della glorificazione.

Si compirà poi finalmente l'evento della risurrezione, per opera di Cristo, che per primo è risorto e che, come ha comunicato ai suoi fedeli il mistero della sua Passione e Morte sulla terra, così comuni­cherà loro in modo pieno il mistero della sua Risurrezione, non soltanto come trionfo dell'anima sulla morte, ma anche come reintegrazione del­l'anima e del corpo nell'unica per­sona umana, nel cielo della gloria. Trionfo quindi definitivo sulla morte, sul tempo, sulla caducità, nella glo­ria di Dio.

 

10. Sull'itinerario del Giusto

Bello l'itinerario dell'anima del Giusto che va a Dio. Bisogna seguirlo passo per passo, momen­to per momento, come itinerario d'amore: di un amore che porta alla giustizia, alla rettitudine, alla vittoria sul male e sul peccato, alla radica­zione sempre più profonda nel bene, all'osservanza sempre più decisa, sempre più completa di ciò che si è promesso, nel Battesimo e in tante altre ore della vita cristiana. Quindi camminare bisogna, su que­ste vie della terra, compiere questo itinerario, momento per momento, come crescita dell'amore, crescita nella pietà, rassodando così sem­pre di più i vincoli con le anime che ci hanno preceduto, soprattutto delle anime più sante, delle anime più care a Dio: compiere questo cammino sempre più decisamente, finché un giorno anche le nostre anime possano essere ammesse, possibilmente al momento stesso della morte, senza bisogno di pas­sare per un ulteriore stadio di purifi­cazione, essere ammesse con le anime che già sono in cielo, alla gloria di Dio.

Il numero delle anime elette aumen­ta con ritmo crescente, man mano che si svolge la storia e che il tempo volge alla fine, finché per tutta l'umanità che proviene da secoli e da millenni, da spazi e da tempi i più lontani, sorga il giorno nuovo, in cui finalmente possederà una luce, che sarà sempre, come il volto di Cristo, un mezzogiorno splendido cui non succederà tramonto.

 

L'IMPOSSIBILITA DELLA REINCARNAZIONE

Non tutti hanno la percezione della radicale opposizione delle teorie che in qualche modo ammettono un ritorno alla vita terrena dopo la morte, con il pensiero cattolico che trova la sua formulazione anche in dichiarazioni precise del magistero ecclesiastico. È bene quindi dedi­care qualche pagina a illustrare tale opposizione, anche perché le anti­che dottrine pagane sulla metem­psicosi sono state rinverdite nei tempi più recenti dai seguaci dello spiritismo e della teosofia, vengono diffuse in molti ambienti, e qualche volta fanno sorgere interrogativi o dubbi anche nei credenti.

 

1. La reincarnazione e la tradizione del pensiero cristiano antico

AI termine di metempsicosi (come agli altri di ensomatosi, metempso­matosi, palingenesi) oggi i teosofi preferiscono sostituire quello di rein­carnazione, per sottolineare che essi limitano le trasmigrazioni dell'anima attraverso i soli corpi umani, mentre la metempsicosi può estendersi agli animali e persino ai vegetali.

In ogni caso, nel mondo cristiano si è su posizioni diametralmente opposte anche a questo tipo ridot­to di trasmigrazione, sebbene non manchino tracce di tale dottrina specialmente in qualche antico scrittore ecclesiastico ispirato al platonismo e neo-platonismo. Così in San Giustino si trova affermata una certa preesistenza dell'anima, di cui essa non ha coscienza, come nemmeno la coscienza delle suc­cessive esistenze che seguono l'at­tuale. Atenagora invece afferma la non-preesistenza.

Sant'Ireneo polemizza con Platone per la sua teoria della preesistenza. Clemente Alessandrino non sembra abbia ammesso una vera forma di preesistenza, nonostante certi suoi testi non decisivi, mentre altrove accenna a un travasamento di anime, ma sembra riferirsi a filoso­fiche speculazioni, e chiaramente afferma la trascorporazione (meta­sómatosis) della teologia egiziana, dalla quale passò in altri indirizzi (e certo, egli pensa a Pitagora).Fozio dice che le Ipotiposi sostengono la metempsicosi, ma ci si domanda se veramente si tratta dell'opera di Clemente, tante sono le assurdità e le favole contenute nel suo esem­plare.

Nemmeno la teoria di Origene circa l'universale apocatàstasi o reinte­grazione è intimamente collegata con la metempsicosi propriamente detta. Egli ammette anche la pree­sistenza delle anime, ma non dedu­ce da questa, per un felice sillogi­smo, anche se il passaggio era logi­co,, la trasmigrazione. Nel De prin­cipiis non si pronuncia, ma in via di ricerca tenta di conciliare il Cristianesimo con le teorie platoni­che; dal testo però non si può con­chiudere che ci fosse una vera cor­rente cristiana favorevole alla pree­sistenza. La teoria dell'apocatasta­si, secondo la quale gli spiriti sussi­stenti nell'unità primordiale, caduti a causa del peccato, sarebbero stati legati alla materia per compie­re la loro purificazione, e questa continuerebbe anche dopo la morte, finché alla fine del mondo si riunirebbero a Dio, e quindi per una nuova caduta sarebbero ancora riu­niti alla materia, onde si riprodur­rebbe lo stesso processo in un'evo­luzione incessante, con una conti­nua alternativa di cadute e di ritor­ni, in realtà è estranea sia al giu­daismo sia al Cristianesimo, ma è di derivazione platonica. Da Origene passò in Didimo il Cieco e nel dia­cono Evagrio Pontico, suoi seguaci. San Gregorio Nisseno respinse la teoria della preesistenza, ma accet­tò da Origene quella dell'universale apocatàstasi. Tuttavia contro Origene insorsero molti tra i rappre­sentanti del pensiero cristiano di quei primi secoli: San Pietro di Alessandria, che scrisse cinque libri contro la preesistenza delle anime; San Metodio d'Olimpio, nel libro sulla Risurrezione; San Gregorio Nisseno, quanto alla preesistenza delle anime; Enea di Gaza. Soprattutto Sant'Epifanio condus­se la lotta contro Origene, non sem­pre con moderazione, e nel 402 adunò persino un Concilio per con­dannarlo. Egli eccitò contro Origene anche lo sdegno di San Girolamo. Sant'Agostino sembrò in un primo tempo ispirarsi a Platone, ma più tardi ne fece una radicale confutazione, ed espo­nendo la dottrina di Origene, si dice meravigliato che egli l'abbia insegnata. Anche San Cirillo di Alessandria confutò la teoria pla­tonica.

L'antiorigenismo si fece ancora più fervido nel secolo VI. Teodoro di Scitopoli indirizzò all'imperatore Giustiniano e ai suoi patriarchi una condanna molto vivace degli errori di Origene. L'imperatore segnalò questi errori al patriarca Menas di Costantinopoli, cercando di confu­tarli, e poggiando soprattutto sul­l'autorità dei Padri. Menas riunì il suo concilio «permanente», che lanciò contro Origene quindici ana­temi, condannando tra l'altro la teo­ria della preesistenza e dell'apoca­tàstasi, con tutti i particolari della caduta degli spiriti, della materializ­zazione ecc. Altra condanna del­I'apocatastasi si ha nel concilio di Costantinopoli del 534, con appro­vazione di papa Virgilio.

Da tutto ciò risulta abbastanza chiaramente la mancanza di una vera e propria corrente di pensiero cristiano favorevole alle teorie ori­geniste; e quanto alla metempsico­si in particolare non risulta che ci siano scrittori cristiani che per influssi estranei abbiano esposto o anche solo accennato a una loro simpatia per tale dottrina.

La sua apparizione in certe correnti gnostiche e manichee suscita la rea­zione degli ortodossi, talvolta fino allo scherno. A questo proposito

Epifanio riferisce una curiosa inter­pretazione dello gnosticismo simo­niano, derivata forse dagli adepti della «gran madre» (che sembra impersonare l'«eterno femminino»), per cui tal forza si trasfonde dai corpi femminili in altri corpi e attraverso la loro distruzione finisce per racco­gliersi tutta e ritornare in cielo. Parlando poi del manicheismo riporta un lungo estratto dell'opera di Archelao, e al cap. 28 spiega «come l'anima si trasfonde in cinque corpi...». San Basilio nota arguta­mente: «fuggi le ciance degli altez­zosi filosofi i quali non si vergognano di porre le loro anime a quelle canine scambievolmente conformi, e dico­no che essi stessi furono donne, arbusti, pesci di mare.

Io veramente non direi che una volta erano pesci, ma francamente soster­rei che nello scrivere queste cose erano più irragionevoli dei pesci». Dionigi pseudo-Areopagita nella sintesi storica degli errori «profani», che rifiuta per la loro «ingiustizia» e «non-santità», scrive: «Invece tra i non sacri, gli uni irragionevolmente credono che i corpi svaniscono nel nulla; gli altri che la corporale con­giunzione con le proprie anime è da spezzare una buona volta, in quanto non si adatta loro nella deiforme vita e nelle beate porzioni, non avendo capito né essendo stati ammaestra­ti abbastanza in scienza divina, che la nostra deiformissima vita fu già iniziata da Cristo.

Altri assegnano alle anime congiun­zioni con altri corpi, mostrandosi ingiusti... verso quei (corpi) che insieme faticano con le anime divi­ne, e non santamente privano delle sacre retribuzioni quelli che arrivano al termine della divinissima corsa».

 

2. L'insegnamento del magistero ecclesiastico sulla sorte dell'anima dopo la morte

Come già abbiamo accennato, la dottrina della Chiesa con formule più precise esclude nettamente la possibilità della metempsicosi, anche se non si pronuncia in modo diretto su tale teoria così come è presentata dai suoi sostenitori anti­chi e recenti. Qualche autore, come Rozier e Papus, pensò che i Concili condannino solo chi sostiene che le anime discesero sulla terra per disgusto del cielo, mentre non escluderebbe la metempsicosi, sic­ché un cattolico sarebbe libero di accettare o di respingere tale dottri­na. Ma anche se manca una defini­zione esplicita sulla irreformabilità dell'anima dopo la morte e sulla possibilità di un mutamento sostan­ziale delle sue disposizioni, tuttavia la tesi che ciò afferma esprime la fede generale della Chiesa ed è connessa con dichiarazioni inequi­vocabili, secondo le quali la sanzio­ne avviene subito dopo la morte ed è decisiva per tutta l'eternità.

Così il Concilio di Lione (1247) distingue tre stati, due dei quali definitivi: l'inferno e il paradiso, dove le anime entrano subito (mox) la morte; per quelle invece che pas­sarono all'altra vita nella carità ma non ancora abbastanza purificate, esiste un terzo stato provvisorio, che è il purgatorio. La stessa dot­trina è definita da Benedetto XII nella Cost. Benedictus Deus (29 Gennaio 1336). Il Concilio di Firenze a sua volta la inserisce nel Decretum pro Graecis (6 giugno 1439), dov'è ripetuta l'affermazione dei precedenti documenti ecclesia­stici sull'immediata decisione della sorte delle anime (in tutti i docu­menti ritorna costantemente il «mox in coelum recipi», «mox in infernum descendere») e quindi sull'impossi­bilità di essenziali cambiamenti nel loro stato.

Questa dottrina della Chiesa deriva chiaramente dal Vangelo dove la contrapposizione delle «beatitudi­ni» e dei «guai» nel Discorso della Montagna si risolve in un rovescia­mento di posizioni dopo la morte, quando chi ora ride allora piangerà, e viceversa (Lc 6, 20-26; Mt 5, 3-12), e ciò in modo definitivo, come risulta dalla parabola del ricco epu­lone e del mendicante Lazzaro (Lc 16.19-31) e da quella delle dieci vergini (Mt 25, 1-13), nelle quali è evidente l'impossibilità di un cam­biamento di sorte, essendo finito il tempo delle decisioni. Dopo la morte, che è la «notte» - insegnava altrove Gesù -, nessuno può lavo­rare (Gv 9, 4), e pertanto egli esorta insistentemente i suoi discepoli alla vigilanza, attività, perseveranza (Mt 24, 42-51; 25,13; Mc 13, 33; Lc 12, 35-40). Lo stesso pensiero e le stesse esortazioni si trovano negli Apostoli (cfr. Gal 6, 9-10; 1 Cor 9, 24 ss.; 2 Cor 5, 1-10; 1 Ts 5, 2-3; 1 Pt 1, 3-8; 2 Pt 3, 10; Gc 4, 13-15; Ap 2, 10-11; 16-15).

Specialmente San Paolo (1 Cor 15, 24-28) afferma chiaramente che col giudizio finale si chiude per tutti l'economia della salvezza, senza possibilità di «eterno ritorno» o di un'universale apocatastasi. L'affermazione di una decisione essenziale e irrevocabile comporta l'esclusione di qualsiasi trasmigra­zione e ricomparsa dell'anima in nuove vite. Alla venuta di Cristo, infatti, si avrà la «vivificazione» dei suoi, e «poi verrà la fine, quand'egli rimetterà la sua corona reale nelle mani di Dio Padre, dopo aver annientato ogni principato, ogni potestà e ogni potenza. Perché bisogna ch'egli regni finché sia messo sotto i piedi tutti i nemici. L'ultimo nemico che sarà distrutto, sarà la morte. Difatti, Dio gli ha posto ogni cosa sotto i piedi: ma quando è detto che ogni cosa è stata sottoposta a Cristo, è chiaro che rimane eccettuato Dio, che gli ha sottoposto ogni cosa. E quando ogni cosa gli sarà sottoposta, allora il Figlio stesso sarà sottoposto anch'egli a Colui che gli ha sotto­posto ogni cosa, affinché Dio sia tutto in tutti».

Sulla stessa linea sono i Padri. La seconda lettera Clementina esorta alla penitenza in questo mondo, poiché una volta che se ne è usciti non ci sarà più tempo. Lo stesso pensiero è svolto da San Cipriano. Secondo San Basilio «è evidente che dopo questa vita non si posso­no compiere opere accette a Dio». Il Crisostomo: «Di qua è il tempo della penitenza, di là quello del giu­dizio». Sant'Ambrogio: «Viene il giorno della morte e non c'è nessun rimedio di conversione». Aidem erimus, qui fuimus».

 

3. Il pensiero di San Tommaso

La teologia scolastica riafferma e spiega razionalmente la dottrina della Sacra Scrittura e dei Padri, sottolineando la distinzione tra sta­tus viae e status termini, nel quale ultimo non si può più meritare, data la disposizione di Dio giustificata da ragioni ovvie e convincenti. Non è detto però che anche nel periodo della scolastica non riecheggi qua e là l'idea manichea, come risulta da due passi della Summa de Catharis di Fra Rainerio Sacconi: «Et etiam de uno corpore eas transmittit in aliud»; e «item credit quod animae Dei transmittuntur de corpore in corpus et quod omnes in fine libe­rabuntur e poena et a culpa»: dove è palese l'unione della metempsi­cosi e della apocatastasi.

La questione era ancora attuale ai tempi di San Tommaso, che l'esa­minò sotto tutti gli aspetti, e spe­cialmente:

a) quanto al presupposto filosofico dell'«eternità del mondo», la cui confutazione è debole se ci si appella al numero infinito di anime che in quel caso esisterebbero poi­ché, dice San Tommaso: «Quidam... posuerunt circulatio­nem in animabus, dicentes quod eaedem animae, post aliqua saecu­la, in corpora revertuntur...».

«Alii dixerunt anima easdem diver­sis corporibus uniri post determina­tum tempus; et haec fuit platonico­rum opinio...».

b) quanto al presupposto «pitagori­co», già criticato da Aristotele, dove dice «erroneum secundum philosophiam» e «haereticum secundum fidem» l'affermare che l'anima possa trasmigrare in altri corpi umani secondo Origene, o anche in qualunque altro corpo, anche sidereo, «secundum pytha­goricas fabulas»;

c) quanto al presupposto «dualisti­co», nella critica globale del mani­cheismo e dell'origenismo;

d) quanto al presupposto della «preesistenza» delle anime;

e) quanto alla teoria del «ritorno periodico»: «Dopo questa vita non c'è più possibilità per l'anima di guadagnare l'ultimo fine. L'anima infatti per raggiungere il suo fine ha

bisogno del corpo, in quanto per mezzo del corpo raggiunge la sua perfezione, sia nella scienza sia nella virtù; ora essa, una volta separata dal corpo, non torna più a uno stato in cui possa perfezionarsi per mezzo del corpo, come diceva­no i sostenitori della trascorpora­zione, contro i quali abbiamo già disputato». Reciso e categorico è il rifiuto, da parte di San Tommaso, di tutti quegli elementi che potreb­bero giustificare la metempsicosi. Secondo il Dottore Angelico, «impossibile è il passaggio dell'ani­ma da corpo a corpo». - «Non è possibile che l'anima del cane entri nel corpo del lupo o che l'anima dell'uomo entri in un corpo diverso da quello di uomo. Ma la proporzio­ne dell'anima dell'uomo è uguale alla proporzione dell'anima di que­st'uomo al corpo di quest'uo­mo... ».

Dove si vede quale ragione metafi­sico-psicologica sia il perno della dimostrazione filosofica di San Tommaso; il quale in seguito, dopo aver dimostrato con l'autorità della Rivelazione e con ragioni metafisi­che che la trasformazione finale avrà carattere definitivo, accenna ancora all'«error quorundam Gentilium, qui credebant eadem temporum temporaliumque rerum volumina repeti», ma tacendo di Origene. E ancora dimostra che dopo la morte le anime hanno la volontà immutabilmente fissa nel bene o nel male, secondo lo stato in cui si trovavano al momento dei trapasso.

Quanto all'immutabilità nel male, e pertanto all'impossibilità di ulteriore penitenza e purificazione, San Tommaso ne dà come ragioni, oltre al principio metafisico-psicologico dell'impossibilità di mutazioni del­l'anima senza il corpo e le sue pas­sioni, la necessità di una pena ade­guata al peccato mortale, il disordi­ne psicologico che produce una continua avversione a Dio nella volontà, la privazione della grazia nelle anime dannate, la ferma ade­sione a un fine anti-divino in esse, per cui non possono convertirsi a Dio.

 

4. Posizioni acattoliche e correnti teosofiche moderne

Questa dottrina, conforme al Magistero ecclesiastico e alla Sacra Scrittura, veicolata dalla Tradizione e giustificata razionalmente dalla scolastica, è comunque tra i catto­lici. Tra i protestanti invece alcune sètte rinnovarono la teoria dell'apo­catastasi: così gli Anabattisti, e alcuni più recenti, come U. Janni, che riteneva esserci nell'altra vita una remissione generale dei pecca­ti, o almeno di quelli non commessi «ex certa malitia».

Ma fu specialmente Schleier­macher a introdurre nel protestan­tesimo l'idea di una possibile con­versione dopo la morte. Ciò rispon­deva alla situazione spirituale pro­dottasi nell'età moderna, in cui volentieri si pensa che tale possibi­lità di future purificazioni serva da scappatoia o da alibi alla dottrina cristiana di rinuncia e di mortifica­zione in questa vita e ai richiami sull'importanza della morte e del giudizio che vi consegue. Se dopo la morte vi sono altre possibilità di salvarsi, si può godere la vita e assecondare le passioni quaggiù. Specialmente la teoria della rein­carnazione fu riesumata nei tempi moderni. Girolamo Cardano, Bernardo Telesio, Giordano Bruno cercarono di far rivivere il pensiero pitagorico sui cicli del cosmo e delle anime. Van Helmont ammise anche la preesistenza. Carlo Bonnet di Ginevra sviluppò la dot­trina della metempsicosi, chiamata «palingenesia». II filosofo Bellanche (1776-1847) cercò di conciliarla con dogma cristiano. P Leroux (1979-­1871) nel suo libro De l'humanité sostenne che i medesimi uomini rinascono continuamente, per cui ogni individuo entra in un altro corpo, perdendo la memoria e la sensibilità. J. Reynauds insegnò la trasmigrazione da astro a astro. Ch. Fouriers' trattò della metempsicosi a base di calcoli fantastici e di affer­mazioni tanto gratuite quanto curio­se: per es. che vi sono 801 vite, che si svolgono nella successione dei tempi, abbracciante in tutto 81.000 anni...

Ma soprattutto i seguaci della teo­sofia e antroposofia hanno rimesso in vigore la dottrina della metempsi­cosi. Essi si ricollegano alla teoria gnostica degli eoni, esseri spirituali che si allontanano da Dio, si mate­rializzano e ritornano al punto di partenza per stabilire l'armonia pri­mitiva. Ma vi aggiungono tutta la successione di vite che chiamano reincarnazione, ispirandosi a fonti greche e latine, ma ancor più ad autori più recenti, dei secoli XV­XVII, di tendenza misticheggiante (come Paracelso, Jacob Bóhme, Gichtel, Saint-Martin, Scheiblet), o pensatori amanti della discussione e della critica (come Cornelio Agrippa, V. Weigel, R. Fludt, M. Van Herlmont, J. Amos). In tempi più recenti, la Blavatsky e la Besant si ispirano specialmente alle antiche filosofie e speculazioni religiose dell'India.

Nella concezione teosofica l'uomo è anima che esiste in più corpi e in più mondi o «piani», ma conosce solo quello «fisico», che è il più grande. Nel sogno e nell'ipnosi si rivelano anche gli altri piani, dei quali non ha piena conoscenza per­ché trattenuto dal corpo materiale. Quando l'uomo muore, lascia solo la veste corporale che ha rivestito temporaneamente, ne prende un'altra e continua così la sua car­riera - esistenza dopo esistenza, corpo dopo corpo - in un immenso ciclo di nascite e morti, finché giun­ge alla sua perfezione. Il «Karma» regola il numero di queste vite suc­cessive, che durano finché esso sia estinto. Quando avviene la morte, l'anima entra in uno stato detto «Dévachan», dove raccoglie ciò che ha seminato, e si trasforma in stato migliore o peggiore secondo il «Karma». Questa è una «reincarna­zione». Se la vita antecedente fu peccaminosa, si può anche ripro­durre in una specie animale, o vegetale, o minerale. Ma è possibi­le il ritorno alla vita umana, e un progressivo alleggerimento delle colpe, con l'ascesa progressiva verso la perfezione, che si raggiun­ge con l'ingresso nell'esistenza uni­versale, il Nirvana, dove l'uomo viene assorbito.

Anche i seguaci dello spiritismo, specialmente francesi, sostengono la reincarnazione al posto del Purgatorio. La persona, secondo essi, ha molte esistenze successi­ve, di cui non ha ricordo. In esse espia i peccati commessi prece­dentemente. Quando lo spirito sarà pienamente purificato, avrà fine il ciclo; ma a quella purificazione completa la persona arriva fatal­mente, per un processo quasi auto­matico, poiché personalmente, non conoscendo i falli, non potrebbe espiarli. Nei paesi anglosassoni però non piace questa teoria, poi­ché non si ama pensare alla possi­bilità di potersi reincarnare nel corpo di un negro...

L'opposizione tra queste dottrine e la dottrina cattolica è evidente, dopo quanto si è detto; del resto il Sant'Uffizio (1919) dichiarò che le dottrine teosofiche non sono conci­liabili con quella cattolica.

Ma inoltre militano contro tali teorie le ragioni sopra accennate, e che in base al pensiero di San Tommaso possono riassumersi nella seguente: se l'anima è forma sostanziale del corpo, la forma cioè che gli dà l'essere specifico e ha con esso un unico essere essenziale, ne conse­gue che non può unirsi che con questo corpo. Vi è una proporzio­ne tra tale anima e tale corpo. L'anima conserva sempre le deter­minazioni avute nell'unione con tale corpo, come sua forma, e non può divenire forma di un altro corpo.

 

5. Inconsistenza degli argomenti in favore della reincarnazione

Gli argomenti portati in favore della reincarnazione non provano. I suoi sostenitori si appellano infatti:

a) all'ineguale distribuzione dei mali nell'attuale permanenza sulla terra, indipendentemente dal merito o demerito attuale. Essa dipendereb­be quindi dal fatto di altre esistenze anteriori, di cui occorrerebbe purifi­carsi. Ma si sa che l'ineguale distri­buzione dei beni, con permissione o tolleranza dei mali, dipende dalla diversa donazione dell'amore di Dio, che ad ognuno assegna una via da percorrere per prepararsi alla vita eterna.

Su questa via i mali della vita pre­sente servono per la purificazione dell'anima dai peccati attuali, non da quelli di una vita anteriore di cui nessuno ha ricordo: e anche quan­do fossero per ipotesi superiori alla reità di colui che li subisce, offrono la possibilità di un meraviglioso contributo all'espiazione universale, sono occasione di un miglioramen­to e di un'ascesa spirituale sempre più grande;

b) i fautori della reincarnazione si appellano inoltre alla grande diver­sità che c'è già per disposizioni native, tra le anime (da Dante a Stecchetti, da San Tommaso a Garibaldi, da San Francesco a Cagliostro), mentre i corpi sono molto più simili. Ma è sufficiente far osservare che tutto il mondo è fatto di ineguaglianze, dalla natura inani­mata alla natura spirituale, e che la diversità di genio, di virtù, di intelli­genza dipende sia da una diversa donazione divina, sia dalla partico­lare costituzione di ogni singolo nell'unione dell'anima a un determi­nato corpo, dotato di sensibilità e di disposizioni diverse, che esercitano un'influenza anche sulla psicologia;

c) dicono ancora che una sola esi­stenza sembra insufficiente per compiere tutto il cammino verso l'infinito. Ma si risponde facilmente che non basterebbero nemmeno milioni di esistenze a superare la distanza che ci separa dall'infinito, mentre invece si è chiamati a svolgere nell'unica vita a nostra dispo­sizione il disegno che Dio ha con­cepito intorno a noi, con l'aiuto della grazia, per crescere nella cari­tà e acquistare un merito sempre più grande di vita eterna nel suo regno infinito;

d) adducono infine questo fatto, che quaggiù i buoni sono spesso vittime dei cattivi e tuttavia la socie­tà non viene meno, ma progredisce: e ciò perché le individualità migliori sempre ritornano, mantengono e sviluppano le sane tradizioni. Ma rispondiamo che intanto il pregres­so morale dell'umanità è spesso molto problematico, e comunque si spiega con ben altre ragioni, più numerose e complesse e non coi semplicismo della reincarnazione. Soprattutto c'è da tener conto della provvidenza di Dio, protagonista della storia.

 

6. Argomenti razionali contro la reincarnazione

Contro la possibilità della reincar­nazione si possono portare le seguenti ragioni:

a) l'assenza di qualsiasi ricordo di una o più esistenze anteriori. I teo­sofi cercano di giustificare la loro posizione dicendo che tra le due esistenze vi è come uno spazio in cui tutto diventa tendenza, e non vi è più atto di conoscenza, e pertan­to al ritorno dell'esistenza è impos­sibile ricordare quello che fu in un'esistenza anteriore. Ma almeno una memoria confusa dovrebbe esserci! E in ogni caso, se delle esi­stenze anteriori non si ha nessun ricordo, sia pure per la ragione addotta, come si può sostenere che esse ci siano state?

b) È poi impossibile che la reincar­nazione, come si pretende, abbia un carattere di sanzione morale, poiché, come già faceva notare Enea di Gaza, non si vede come possa esserci castigo là dove non c'è memoria della colpa che si deve espiare. È più comprensibile un «Karma» inesorabile: ma anche allora non si ha una vera purifica­zione ed espiazione, ma semplice­mente un'angosciosa conseguenza di condizioni sfavorevoli, sicché non si può parlare di moralità, né della defezione a una certa regola, né della sofferenza che ne conse­gue, non essendoci I'autocono­scenza del colpevole, nel ricordo e nel pentimento della colpa. Il Leteo è stato inventato per rispondere all'esperienza psicologica della dimenticanza e all'obiezione che ne consegue, ma esso fa perire la moralità, essendo impossibile con­ciliare il fatto sperimentale dell'oblio con le esigenze di ricordo impre­scindibili perché ci sia l'espiazione morale.

c) È pure impossibile conciliare la reincarnazione con la spiritualità dell'anima, la quale se avesse biso­gno di simili trasmigrazioni per puri­ficarsi, dimostrerebbe di non essere spirituale, bastando a un essere spirituale, per purificarsi, il semplice cambiamento e riordinamento della volontà.

Concludendo, ci pare di avere dimostrato che la teoria della rein­carnazione è in contrasto sia con la dottrina cattolica sia con i princìpi di una buona filosofia, fedele ai dati dell'esperienza e ai postulati della sana ragione. Del resto è sempre così: chi è contro la Rivelazione è anche contro la ragione, perché è contro l'unica verità.

 

LA RISURREZIONE FINALE

Oltre i novissimi che segnano la fine terrena e il passaggio all'altra per ogni persona i nostri occhi guarda­no a delle mete escatologiche che il credo enuncia così: «Credo la resurrezione della carne, credo la vita eterna». «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del secolo ventu­ro»: è l'ultima parola del Simbolo. È la definitiva certezza della vita. È una dottrina di fede.

 

1. La risurrezione nell'Antico Testamento

Numerose sono le testimonianze della Sacra Scrittura sulla risurre­zione dei morti, già nell'Antico Testamento, ed esse, generalmen­te, lodano Dio come vincitore della morte, «Dio fortissimo degli spiriti e dei corpi di tutti» (Nm 16, 22), men­tre il Libro dei Re ricorda la risurre­zione di tre morti compiuta dai pro­feti Elia e Eliseo (3 Re 17, 22; 4 Re 4, 32; 4 Re 13, 21).

Di vasto respiro è la famosa visione di Ezechiele: «Si pose su di me la mano del Signore e mi portò in spi­rito in mezzo a un campo che era pieno di ossa, e mi condusse in giro per esse, ed erano moltissime sopra la superficie del campo ed erano aridissime. E mi disse: Figlio di uomo, credi che vivranno queste ossa? E io gli dissi: Signore Dio, tu lo sai. E mi disse: Profetizza circa queste ossa e dirai loro: Ossa aride, ascoltate la parola del Signore. Questo dice il Signore Dio a queste ossa: Ecco io introdurrò in voi lo spirito e vivrete e conoscerete, poi­ché io sono il Signore. E profetai come mi aveva comandato. E si è inteso allora un rumore, mentre stavo profetando, ed ecco un agi­tarsi, e le ossa si unirono con le ossa, ognuno aderendo alla sua giuntura. Ed io vidi, ed ecco sopra di loro dilatarsi i nervi e la carne, ed estendendosi sopra di loro la pelle: ma non avevano lo spirito. E mi disse: profetizza e chiama lo spirito, profetizza, figlio di uomo, e di' allo spirito: Questo dice il Signore Dio: Dai quattro venti vieni o spirito e alita sopra codesti morti e rivivano. E disse come mi aveva comandato, e lo spirito entrò in loro ed ebbero la vita e sorsero in piedi e formarono una moltitudine immensa» (37, 1­10).

Qualunque sia il significato diretto di questa profezia, riguardante la ripresa del popolo ebraico (cfr. ib. 11-14), è sintomatico il suo accen­no alla risurrezione, descritta così vividamente.

 

2. La risurrezione nel Nuovo Testamento

La fede nella risurrezione dei morti già diffusa in una parte del popolo ebraico (esclusi i sadducei), fu con­fermata e spiritualizzata da Gesù, che disse, per esempio, che «i figli della resurrezione» saranno simili agli angeli di Dio (Lc 20, 36), e pre­cisò altresì che non tutti i risorti si salveranno, ma solo quelli che risorgono «alla vita»: «Verrà il momento in cui tutti quelli che sono nei sepolcri udiranno la voce di lui. E sortiranno; però quelli che avran­no fatto buone opere, per risuscita­re alla vita, mentre invece quelli che avranno commesso opere cattive per essere condannati» (Gv 5, 28). Impressionati dalla stessa risurre­zione di Cristo, gli Apostoli insisto­no particolarmente sulla realtà della risurrezione, e in questo il Cristianesimo nascente si distingue dal paganesimo con la pienezza della sua efficacia. Soprattutto San Paolo ripete in numerosi passi delle sue lettere la certezza della risurre­zione, e San Giovanni vi accenna nell'Apocalisse (Col 3, 4; 1 Cor 15, 12-17; 1 Ts 4,13-17; Ap 20,12 ss.). Specialmente San Paolo mette in evidenza il collegamento tra la risurrezione futura dei morti e la risurrezione di Cristo, quasi supre­ma partecipazione alla vita di lui, Capo del Corpo mistico, e suprema vittoria sulla morte che tutti parteci­pano da Adamo, come conseguen­za del peccato.

«Cristo è risuscitato dai morti, pri­mizia di quelli che dormono. Infatti, poiché per mezzo di un uomo è venuta la morte, così anche per mezzo di un uomo è venuta la risur­rezione dei morti. Poiché, come tutti muoiono in Adamo, così anche in Cristo saranno tutti vivificati; cia­scuno, però, a sua volta: Cristo è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; poi verrà la fine, quand'egli rimetterà la sua corona regale nelle mani di Dio Padre... Perché bisogna che egli regni "fin­ché si sia messo sotto i piedi tutti i nemici" (Sai 110, 1). L'ultimo nemi­co che sarà distrutto, sarà la morte» (1 Cor 15, 20-26).

 

3. Caratteri della risurrezione

Come si rileva dai testi citati, la risurrezione sarà universale, come universale è la condanna alla morte terrena a causa del peccato. Però risorgeranno a vita solo coloro che, nel supremo giudizio, saranno tro­vati iscritti nel «libro della vita»; gli altri saranno precipitati nella «seconda morte» (Ap 20, 12-15): suprema discriminazione tra buoni e cattivi, eletti e reprobi. Tutti risor­geranno, ma solo i buoni risorge­ranno in Cristo, in cui vissero e morirono, e quindi avranno la vita gloriosa.

La risurrezione ristabilirà e reinte­grerà la persona umana nella sua unità e nella sua identità, come è incluso nel concetto stesso di risur­rezione, poiché se il risorto non fosse lo stesso individuo, ma un altro, non si tratterebbe di risurre­zione ma piuttosto di creazione di un nuovo soggetto. Perciò i Padri e gli Scrittori della Chiesa sono una­nimi nel sostenere l'identità del corpo risorto con quello posseduto in terra. Sant'Agostino precisa che «la carne spirituale sarà sottomessa allo spirito, pur rimanendo sempre una carne e non uno spirito».

San Paolo insiste nel proclamare, contro la concezione giudaica della risurrezione della carne intesa materiale, la trasformazione dell'or­ganismo umano per una certa ana­logia con quanto si osserva nel regno della natura: «Qualcuno chie­derà - egli scrive -: Come risuscita­no i morti? E con qual corpo torna­no essi? Insensato! Quel che semi­ni non prende vita, se prima non muore; e quando semini, semini non il corpo che ha da nascere, ma un granello ignudo, che può essere di frumento o di qualche altra semenza; e Dio gli dà il corpo che gli pare: a ogni seme il proprio corpo...» (1 Cor 15, 35-38). Così pure ci sono nel mondo animale diverse specie di organismi e in tutto l'universo diverse specie di corpi, di astri, di splendori. «Lo stesso è della risurrezione dei morti» (ib. 42).

Perciò in base ai testi paolini e ad altri testi biblici, si sogliono attribui­re ai corpi che risorgeranno gloriosi alcune proprietà che li renderanno particolarmente vicini e conformi allo spirito, e cioè l'immortalità, l'in­tegrità naturale, l'agilità e la bellez­za. «Bisogna che questo (corpo) mortale si rivesta d'immortalità», scrive San Paolo (1 Cor 15, 53).

Nel Vangelo di San Luca si legge che dopo la risurrezione gli uomini «non potranno più morire perché, essendo figli della risurrezione, sono uguali agli angeli di Dio» (20, 36). Perciò San Paolo nella prima Lettera ai corinzi (15, 55) ancora esclama: «Dov'è, o morte, la tua vit­toria? Dov'è, o morte, il tuo pungo­lo? Il pungolo della morte è il pec­cato... ».

L'integrità naturale comporterà la ricomposizione e la reviviscenza delle membra, la distinzione dei sessi, la perfezione dei sensi, eccetto quelli che servono soltanto alle operazioni naturali. L'agilità ren­derà i corpi mobili sotto l'azione dello spirito. La bellezza sarà l'or­namento del corpo glorificato, tutto pieno di luminosità. Il corpo dell'uo­mo, infatti - ricorda San Paolo sem­pre nella prima Lettera ai Corinzi (15, 42) - «è seminato nella corru­zione e risorge nell'incorruttibilità, è seminato nel disonore e risorge nella gloria, è seminato nella debo­lezza e risorge nella forza, è semi­nato corpo animale e risorge corpo spirituale».

Egli continua (44-49): «Se c'è un corpo animale (ossia allo stato naturale, come organismo informa­to dall'anima come principio della vita fisica), c'è anche un corpo spi­rituale (ossia trasformato dallo spiri­to, cui è completamente sottomes­so, nella gloria). In questo senso sta scritto (Gen 2, 7): Il primo uomo, Adamo, fu fatto anima vivente"; l'ul­timo Adamo (Cristo) è spirito vivifi­cante... Il primo uomo, tratto dalla terra, è terrestre; il secondo uomo è dal cielo. Qual è il terrestre, tali sono anche i terrestri; qual è il cele­ste, tali saranno anche i celesti. E come abbiamo portato l'immagine del terrestre, così porteremo l'im­magine del celeste». Sarà cioè Cristo risorto a rendere anche il nostro corpo partecipe della gloria della sua risurrezione.

 

LA VITA ETERNA

Il fine vero dell'uomo è Dio nella gloria e nella vita che egli partecipa agli eletti. L'inferno è il fallimento umano, la mancanza al proprio fine, la predizione. Noi siamo fatti per il paradiso, ossia per quel «luogo» misterioso e ineffabile, che altro non è che Dio veduto, amato, goduto dalle anime nella comunità della gloria. Siamo fatti per la nuova ed eterna vita, che consiste nella conoscenza perfetta del Padre e di Cristo (Gv 17, 3), nel seno della Trinità.

 

1. Nel senso della trinità

Il nostro paradiso non sarà altro che la Trinità.

Noi siamo chiamati a conformarci e unirci al Padre, come figli adottivi attuanti perfettamente la sua imma­gine; al Verbo Incarnato, Cristo, eternamente vivente nel seno della Trinità, come fratelli, redenti da lui col suo Sangue e resi partecipi della sua sapienza; allo Spirito Santo, sposo dell'anima, che in noi accende l'amore soprannaturale e compie l'opera della nostra santifi­cazione.

Il paradiso è la nostra partecipazio­ne alla vita trinitaria, per il flusso di divina energia che da quella sor­gente altissima discende, ci com­penetra, ci eleva, ci fa entrare nel vortice d'amore della visione beata. Tutto ciò è indicato chiaramente nella Sacra Scrittura, specialmente da Gesù, quando ci dice che la vita eterna consiste nella conoscenza di Dio e di suo Figlio (Gv 17, 3), e da San Giovanni, quando sintetizza il mistero della divina figliolanza nella sua suprema espressione: «Guardate di quale amore ci ha amati il Padre, dandoci di essere chiamati figlioli di Dio. E tali siamo... Fin da ora siamo figlioli di Dio; e quel che saremo non è anco­ra reso manifesto. Sappiamo che, quando quel che saremo sarà manifestato, saremo simili a Lui, perché lo vedremo com'egli è» (1 Gv 3, 1-2).

Difficile dire di più, per ora, sul paradiso, dove San Paolo, un gior­no che vi fu rapito, udì «parole inef­fabili, che non è lecito all'uomo di proferire» (1 Cor 12, 4). Tuttavia sappiamo pure che la gloria trinita­ria ci sarà data in Cristo e per Cristo.

 

2. Nel seno di Cristo

Nell'aldilà il Corpo mistico raggiun­ge il suo supremo compimento, è pienezza di Cristo in tutti i suoi membri, è definitivo sviluppo delle virtualità della grazia, è attuazione veramente integrale della vita cri­stiana. In paradiso Cristo ci comu­nica per tutta l'eternità la «grazia» più eccelsa: la gloria, che anch'es­sa è «dono» di Dio per Cristo. Perciò le anime beate sono unite a Cristo, e in lui vivono eternamente, nella perfetta maturità della vita in lui. In Cristo, come diceva San Paolo, è tutta la vita cristiana, soprattutto la vita eterna (Rm 6, 11, 23; 8, 39; 12, 5; 1 Cor 1, 2, 4, 30; 4, 15; 15, 22; Gal 2, 16; Ef 2, 5, ecc.). Il paradiso ci è dato inoltre per Cristo: poiché per i suoi meriti le anime vi sono ammesse, per i suoi meriti vi rimangono eternamente, ricevendo da Dio, cui sono unite in Cristo, quella donazione di luce, di visione, di amore, di gioia che Cristo con il sacrificio della Croce ha riacquistato e meritato all'uma­nità.

Il paradiso è l'ultimo sviluppo di quella grazia che nel Battesimo ci è data per Cristo, come applicazione dei suoi meriti e frutto del suo sacri­ficio.

 

3. La vita eterna nella gloria divina

La vita eterna è un atto perenne di contemplazione amorosa e sapida di Dio, infuso da Dio per Cristo e in Cristo, per intercessione di Maria, nell'assemblea osannante, in con­sorzio di gloria, nella celeste e santa Gerusalemme, dove si cele­bra il trionfo dell'amore fiorente in eterna letizia.

Per la gloria ricevuta come una luce dello spirito, noi vedremo Dio, e ne gioiremo eternamente. In Dio vedremo l'universo delle cose e delle persone che ci sono care e che convergono nella glorificazione di Dio. Alla fine del mondo ci sarà la risurrezione da morte, questo supremo dono di Dio. Saranno glo­rificati gli eletti. Avverrà la trasfor­mazione del mondo in cieli nuovi e terre nuove, quasi rifulgenti della gloria dei figli di Dio. Salirà un eter­no cantico - il «cantico nuovo» (Ap 5, 9; 14, 3) - verso l'Uno e Trino. Tutta l'assemblea celeste parteci­perà eternamente al culto reso all'infinita maestà di Dio: tutti parte­cipi del sacerdozio e dalla regalità di Cristo (Ap 1, 6; 5, 10), gli eletti saranno una preghiera vivente, un'oblazione gradita al cospetto di Dio.

 

4. Gloria essenziale e gloria accidentale

La gloria «essenziale» sarà data esclusivamente dalla visione di Dio. In Dio c'è tutto. Non c'è bisogno di aggiungere qualcosa a quanto egli ci dà, poiché dandoci se stesso, ci dà tutto.

Ma questo non esclude che, per disposizione meravigliosa della sua Provvidenza, ci sia una - possiamo dire - «tonalità» della gloria celeste, data dall'umanità di Cristo nel con­sorzio della comunità dei Santi.

La visione di Dio non si arricchisce ma quasi sviluppa il suo contenuto - secondo il disegno eterno che stabilisce l'ordine della creazione - attraverso il Figlio di Dio incarnato, Gesù Cristo, nella contemplazione della sua gloria che si riflette su sua madre, Maria, sui Santi, sulla Chiesa, sul mondo. Si suol dire: gloria «accidentale» in ordine a quella «essenziale».

Ecco riassunta in una pagina di San Tommaso la dimensione della glo­ria:

«Quando saranno compiuti tutti i nostri desideri, cioè nella vita eter­na, la fede cesserà. Non sarà più oggetto di fede tutta quella serie di verità che nel "Credo" si chiude con le parole: "vita eterna. Amen".

«La prima cosa che si compie nella vita eterna è l'unione dell'uomo con Dio.

«Dio stesso, infatti, è il premio e il fine di tutte le nostre fatiche: "Io sono il tuo scudo, e la tua ricom­pensa sarà molto grande" (Gn 15, 1). Questa unione poi consiste nella perfetta visione: "Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa, ma allora vedremo faccia a faccia" (1 Cor 13, 12).

«La vita eterna inoltre consiste nella somma lode, come dice il Profeta: "Giubilo e gioia saranno in essa, ringraziamenti e inni di lode" (Is 51, 3). Consiste ancora nella perfetta soddisfazione del desiderio. Ivi infatti ogni beato avrà più di quanto ha desiderato e sperato. La ragione è che nessuno può in questa vita appagare pienamente i suoi desi­deri, né alcuna cosa creata è in grado di colmare le aspirazioni del­l'uomo. Solo Dio può saziarlo, anzi andare molto al di là, fino all'infinito. Per questo le brame dell'uomo si appagano solo in Dio, secondo quanto dice Agostino: "Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è senza pace fino a quando non ripo­sa in te".

«I santi, nella patria, possiederanno perfettamente Dio. Ne segue che giungeranno all'apice di ogni loro desiderio e che la loro gloria sarà superiore a quanto speravano. Per questo dice il Signore: "Prendi parte alla gloria del tuo Signore" (Mt 25, 21); e Agostino aggiunge: "Tutta la gioia non entrerà nei beati, ma tutti i beati entreranno nella gioia. Mi sazierò quando apparirà la tua gloria"; e anche: "Egli sazia di beni il tuo desiderio". Tutto quello che può procurare felicita, là è presente e in sommo grado. Se si cercano godimenti, là ci sarà il massimo e più assoluto godimento, perché si tratta del bene supremo, cioè di Dio: "Dolcezza senza fine nella tua destra" (Sal 15, 11).

«La vita eterna infine consiste nella gioconda fraternità di tutti i santi. Sarà una comunione di spiriti estre­mamente deliziosa, perché ognuno avrà tutti i beni di tutti gli altri beati. Ognuno amerà l'altro come se stes­so e perciò godrà del bene altrui come proprio.

«Così il gaudio di uno solo, sarà tanto maggiore quanto più grande sarà la gioia di tutti gli altri beati». Sono tutti i doni che noi cristiani aspettiamo: soprattutto il dono supremo e definitivo, la partecipa­zione piena del dono increato, la vita d'unione con Dio nell'abisso di ineffabile amore che è la Trinità.

 

5. In attesa del paradiso

Questo dono ci è promesso come eredità da ricevere dopo la morte.

Tutta la vita è vigilia del paradiso. Ma la morte cristiana è l'ora dei primi vespri. È Come il canto del Magnificat. Per questo è detta «pre­ziosa»: Pretiosa in conspectu Domini mors sanctorum eius (Sal 115, 15).

E l'Apocalisse parla della beatitudi­ne della morte: Beati qui in Domino moriuntur (Ap 14,13).

Morire in Cristo, all'ombra di Maria, è rinascere, è entrare nel regno della vera vita. È portare la propria vita al suo culmine, che è l'eternità. Gesù ci dice: Ego sum ostium (Gv 10,7,9)... «Io sono la porta: se uno entra per me sarà salvato, ed entre­rà e uscirà, e troverà pastura».

Nulla deve entrare o uscire dal nostro spirito, se non per Cristo. Pone me ut signaculum super cor tuum... (Ct 8, 6).

Vi è un «piccolo cielo dell'anima», come diceva Santa Teresa di Gesù: è l'intimo possesso delle tre divine Persone, il cielo già presente in noi, e che in noi deve crescere, come vita eterna che sale dalle profonde sca­turigini aperte dallo Spirito in noi vivente. Dal nostro intimo contenuto di grazia fiorirà il paradiso di domani, se saremo stati fedeli a Cristo.

 

IL RINNOVELLAMENTO DEL CREATO

Dalla rivelazione ci è promessa una trasfigurazione del mondo, quando, alla fine dell'economia presente, l'universo diventerà come il teatro della gloria dei Santi, i quali, «in cieli nuovi e in terra nuova», godranno di una meravigliosa regalità su tutte le cose. Ci sarà allora nel mondo rin­novellato una luminosità, che San Tommaso ha visto simboleggiata nella nube lucente che copri il monte della Trasfigurazione nell'ora della rivelazione di Cristo ai tre discepoli, quasi prefigurazione o anche inizio della futura trasforma­zione. Dice infatti l'Angelico Dottore che «la nube luminosa... potrebbe convenientemente raffigurare lo splendore del mondo rinnovato, che sarà il tabernacolo dei santi. Perciò mentre Pietro aveva in animo di mettere su un accampa­mento, una nube splendente li avvolse... ».

 

1. Le profezie del rinnovellamento

Non ci sarà stata nel ricordo di Pietro, questa straordinaria espe­rienza, quando più tardi scriveva ai fedeli: «Secondo la sua promessa, noi aspettiamo nuovi cieli e nuova terra, nei quali abiti la sua giustizia» (2 Pt 3, 13)?

Già Isaia aveva presagito e prean­nunciato un futuro rinnovellamento universale: «Ecco, io vedo dei nuovi cieli e una nuova terra; non ci si ricorderà più delle cose di prima...» (Is 65, 17). Questa profezia venne ripresa anche da San Giovanni alla fine dell'Apocalisse, nella visione della riorganizzazione finale della creazione, al momento conclusivo della storia: «Poi vidi un nuovo cielo e una nuova terra perché il primo cielo e la prima terra erano passa­ti... E Colui che siede sul trono disse: Ecco, io faccio nuova ogni cosa... » (Ap 21, 1, 5).

Anche se per Isaia poteva trattarsi della ricostruzione e liberazione del popolo ebraico, nel Nuovo Testamento i testi hanno un più diretto senso escatologico.

 

2. Una nuova lettura delle cose

Che cosa significa quella profezia di universale rinnovellamento? Sembra si debba dire che il cam­biamento non avverrà nella sostanza delle cose. Il mondo sarà quello di prima. Ma sarà visto con occhi nuovi, che afferreranno in esso più nitidamente l'irradiazione della Divinità, la quale vi si manifesterà in modo più perfetto, sicché le creatu­re svolgeranno pienamente la loro funzione principale, che è di porta­re alla conoscenza di Dio.

L'uomo, infatti, attraverso le creatu­re conosce Dio. «Le perfezioni invi­sibili di lui fin dalla creazione del mondo, comprendendosi dalle cose fatte, si rendono visibili» (Rm 1, 20). Ora è vero che nella visione beatifica i Santi non avranno biso­gno del «ministero delle creature» per conoscere Dio, poiché lo vedranno per un'immediata intui­zione della sua essenza luminosis­sima: ma nei loro corpi risuscitati, «l'occhio di carne non potrà rag­giungere la visione della divina Essenza. E quindi, perché anche ad esso sia data la gioia della visione divina nel modo che gli conviene, vedrà la Divinità nei suoi effetti materiali, nei quali appariranno chiari indizi della divina maestà: specialmente nel corpo di Cristo, e dopo questo, nei corpi dei beati, e quindi in tutti gli altri corpi. Perciò bisogna che anche gli altri corpi ricevano un maggiore influsso dalla bontà divina: non tale però da cam­biare la loro specie, ma tuttavia aggiungete la perfezione di una certa gloria. E questo sarà il rinno­vellamento del mondo. Perciò ad un tempo sarà rinnovato il mondo e glorificato l'uomo».

 

3. Cieli nuovi e terra nuova

Vi è una certa «potenza obbedienzia­le», secondo San Tommaso, in tutto il creato, «a ricevere un tale rinnovel­lamento da parte di Dio che lo opera», poiché «un tale rinnova­mento non sarà certo naturale, ma neanche contro natura: sarà invece al di sopra della natura; come la gra­zia e la gloria sono al di sopra della natura dell'anima»: sarà cioè un'ir­radiazione di gloria soprannaturale, una nuova effusione di bontà divina nel creato, trascendente la natura delle cose, come avvenne nella nube trasluminosa della Trasfigurazione. Anch'essa farà parte della felicità e della gloria degli eletti, che la riceve­ranno come un premio ai loro meriti, giacché, «quantunque i corpi inani­mati, propriamente parlando, non abbiano meritato quella gloria, l'uo­mo meritò che quella gloria venisse conferita all'intero universo, in quan­to ciò si risolve in un aumento della gloria dell'uomo. Un uomo potrebbe certo meritare di vestire più splendi­de vesti, pur non meritando le vesti stesse un tale splendore».

Sarà come una luce nuova, compe­netrante le cose, che così rifulge­ranno di nuova bellezza e, in questa loro bellezza, meglio riveleranno sensibilmente la sapienza di Dio. Al rinnovamento del mondo ha una finalità precisa: nel mondo rinnova­to l'uomo vede Dio in maniera tanto evidente da sembrare una visione sensibile. La creatura porta alla conoscenza di Dio in modo partico­lare attraverso la bellezza delle sue forme, che rivelano la sapienza del suo Creatore e Signore... La bellez­za dei corpi celesti è costituita prin­cipalmente dalla luce... E per que­sto i corpi celesti saranno special­mente migliorati in luminosità ... ».,

Il modo però di questo migliora­mento e rinnovamento non ci è noto: «La misura e il modo di tale miglioramento sono noti solo a Colui che ne sarà l'autore».

Non solo i corpi celesti avranno questo perfezionamento nella luce, ma anche i corpi terrestri elementa­ri. Come infatti lo spirito umano sarà conformato a quello angelico, così anche la terra sarà perfeziona­ta nella partecipazione della lumi­nosità propria delle stelle. «Tutti gli elementi riceveranno un particolare splendore». Si può persino pensare a una sorta di trasparenza della terra, dell'acqua, dell'aria, del fuoco, sicché se ne vedano l'intima sostanza e il contenuto. Questa almeno era la sognante immagina­zione medioevale, tutt'altro che inverosimile. Essa però escludeva da questo rinnovellamento i corpi misti, i minerali, le piante, gli anima­li, perché essenzialmente corruttibi­li nella loro sostanza.

Ma lasciando da parte questi parti­colari, resta l'affermazione sugge­stiva e fondata di un perfeziona­mento universale che costituirà la vera trasfigurazione del mondo, diventato un più splendido spec­chio di Dio. Come scrive San Bonaventura: «Il mondo fu creato, perché al presente l'uomo attraver­so la creatura - come in uno spec­chio - conoscesse Colui che non poteva vedere nella sua essenza. In conseguenza alla fine dei tempi, lo specchio stesso diverrà più prezio­so e più puro, perché nella bellezza delle creature più ampiamente abbia a risplendere l'immagine del Creatore... Come vi sono elementi corrotti in conseguenza del pecca­to dell'uomo, così appare conve­niente, che il mondo sia rinnovato a gloria dell'uomo».

 

4. La purificazione del mondo

All'illuminazione celeste il mondo sarà preparato e ammesso attra­verso la purificazione da quella certa «incongruitas» che il peccato dell'uomo ha causato nelle cose, come in un tempio dove venga commesso un delitto. Vi è nel mondo una certa incapacità alla «novità della gloria», dovuta all'infe­zione propagata dal peccato. Non che le cose siano cattive nella loro natura come dicevano i Manichei: tutte invece sono in sé buone, come le vide Dio nella creazione (Gen 1, 31). Ma vi è un'eloquente parola di San Paolo, che lascia intravvedere il mistero della solida­rietà del creato con l'uomo, anche nella ripercussione in esso della colpa: «la creazione è stata sotto­posto alla vanità, non di sua propria volontà (per sua colpa), ma a cagion di colui che ve l'ha sottopo­sta...». Ma la solidarietà è anche nell'attesa del rinnovamento futuro: «non senza speranza, però - conti­nua San Paolo -, ché la creazione stessa sarà anch'essa liberata dalla servitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figliuoli di Dio. Poiché sappiamo che fino ad ora la creazione geme ed è in travaglio...». Essa, infatti, «con brama intensa aspetta la manife­stazione dei figliuoli di Dio» (Rm 8, 18-22).

Questa liberazione avverrà per mezzo della purificazione finale, che «rimuoverà dal mondo la con­taminazione lasciata dalla colpa, e l'impura mescolanza, e vi sarà la disposizione necessaria alla perfe­zione della gloria». Secondo San Pietro, sarà il fuoco a operare tale purificazione: «i cieli infocati si dis­solveranno e gli elementi infiamma­ti si struggeranno» (2 Pt 3, 12). Nel Medioevo si pensò che veramente si trattasse del fuoco materiale, diventato «ministro dei Creatore» nel «far tornare le cose alla purezza in cui furono create», nel purificare gli elementi «dalla infezione che contrassero dai peccati degli uomi­ni, e dall'impurità che si produce in essi nella reciproca azione e pas­sione»;` fuoco capace di agire sia «come strumento della divina giu­stizia», sia «per la sua naturale virtù di fuoco»; e che come tale opere­rà alla fine del mondo. Ma qualun­que sia la natura di tale fuoco, certo è che nel purificare il mondo, esso agisce come strumento della potenza di Dio, in ordine alla glorifi­cazione delle cose, destinate a partecipare alla gloria degli eletti: e quindi per rendere le cose lucide, trasparenti, capaci di rivelare il loro senso vero, che è irradiazione della gloria di Dio, oggetto di contempla­zione e di gioia per l'anima.

 

5. La rivelazione di Dio nelle cose

Anche la purificazione, come l'illu­minazione e il rinnovellamento, è in ordine della conoscenza di Dio e in funzione della trasfigurazione delle cose. Il suo «modo» non è meno misterioso di quello dell'illuminazio­ne. Sant'Agostino diceva che solo l'esperienza futura potrà farlo cono­scere. Ma noi conosciamo il fine della sua azione, almeno per gli eletti e per le cose chiamate a par­tecipare della loro gloria: preparare una nuova rifulgenza di Dio nel mondo, che sarà oggetto di una contemplazione in cui, quasi si direbbe, si insublimerà la cono­scenza estetica che già sulla terra ci fa cogliere nelle cose l'intima vibrazione di luce. Nelle cose, l'oc­chio rinnovellato e glorificato coglierà la luce di Dio.

Ma questa conoscenza dell'occhio non sarà certo senza lo spirito, da cui ridonderà al corpo risuscitato l'intima luce di gloria. La luce delle cose si manifesterà anzi come una scintilla che scoccherà all'accosta­mento dello spirito. Sarà lo spirito a cogliere, sia pure per mezzo del­l'occhio, la nuova rivelazione di Dio nelle cose.

E quale sarà la rivelazione, allietatri­ce dell'occhio e dello spirito, rinno­vatrice e trasfiguratrice del mondo? Ci sembra che essa sarà una riful­genza della Trinità, vista più chiara­mente nella sua azione creatrice, governatrice, glorificatrice, e godu­ta dall'occhio e dallo spirito anche nel suo riflesso delle cose.

Noi adesso vediamo solo adombra­to questo riflesso, che San Tommaso dice semplice «vestigio», e quasi un'orma. L'azione divina ci è nota più come propria dell'unica Natura, che non della Trinità. Eppure la Trinità è creatrice, secon­do la stessa liturgia della Chiesa. Essa opera nel mondo e vi si riflet­te. Tutto ha riferimento a lei e porta il suo sigillo. In che modo? Per ora tutto è coperto dal velo del mistero. In cielo vedremo: e sarà allora la vera trasfigurazione delle cose, su cui si proietterà la luce gloriosa delle anime ammesse a veder la Trinità in se stessa e nei suoi rifles­si nel creato.

 

6. I vestigi della trinità nel creato

Da quello che oggi conosciamo per fede, possiamo avere una pallida immagine di ciò che vedremo nella gloria, anche riguardo al mondo.

Noi oggi sappiamo che in ogni cosa vi è un'orma della Trinità. Non già che le cose stesse, nella loro fun­zione pedagogica, come ci portano «quasi per mano» a Dio come a Causa, ci diano anche la cognizio­ne del suo mistero intimo. E tutta­via, posta la conoscenza della Trinità per rivelazione, a quella luce i credenti vedono il creato sotto i segni della Trinità. Ai loro occhi, le cose non sono più semplicemente le orme dell'Essere e della Bontà divina; esse non svelano più, nelle loro «forme», soltanto una parteci­pazione dell'eterno Pensiero che le ha conosciute in sé medesimo prima che fossero e le ha poste, per impulso d'amore, come riflessi di sé nel mondo: ora mostrano al cre­dente, al teologo, al mistico, anche il vestigio della Trinità.

Un vestigio, ossia un semplice segno della causalità (come un'or­ma per rapporto a un piede), e non un'immagine, ossia un segno della natura (come una statua per rap­porto a un uomo). Nell'uomo, essendoci l'intelletto e la volontà, vi è una rappresentazione della Trinità a modo di immagine: vi è cioè l'im­magine del Verbo e dell'Amore che procedono dal Padre. Ma in tutte le creature vi è almeno il vestigio della Trinità, «in quanto in ogni creatura si trovano elementi che vanno neces­sariamente riferiti alle divine Persone come a causa.

«Ogni creatura infatti sussiste nel suo essere, e ha una propria forma da cui si ha la determinazione alla specie, e in più dice ordine ad altro. In quanto è una determinata sostanza creata, richiama alla mente la Causa e il Principio: e così manifesta la persona del Padre che è Principio non principiato.

In quanto ha una determinata forma e figura, richiama alla mente il Verbo: la forma dell'opera è frutto della concezione dell'artista.

In quanto infine ha in sé un ordine, richiama alla mente lo Spirito Santo, in quanto è Amore: l'ordine per volontà dello stesso Creatore indica una relazione verso qualche altro».

Fu Sant'Agostino ad affermare la presenza di questo vestigio della Trinità nelle cose, per la loro unità (sostanza determinata), la loro spe­cie (forma che partecipa l'eterno concetto o Verbo di Dio), il loro ordine (rispondente all'impulso dato dall'eterno Amore). Naturalmente si tratta di appropria­zioni come spiega San Tommaso, ossia di attribuzioni alle divine Persone, per analogia a ciò che è loro proprio, di effetti comuni a tutte e tre: e tuttavia ciò non impedisce che il credente salga dalle cose alla contemplazione della Trinità, le cui Persone includono gli attributi essenziali, scienza e volontà, da cui le cose dipendono nella creazio­ne, e che, quindi, nella loro luce veda con gli occhi nuovi il mondo.

Di tale vestigio la mente umana non può sulla terra comprendere tutto il significato. È sempre valida l'am­monitrice domanda di Zofar di Naama a Giobbe:

«Puoi tu scandagliare le profondità di Dio?

Arrivare a conoscere a pieno l'Onnipotente?

Si tratta di cose più alte del cielo...» (Gb 11, 7-8).

Restano sempre intatte la trascen­denza e l'incomprensibilità ineffabi­li di Dio, celebrate da San Paolo (Rm 11, 33). Ma è già gran dono afferrare qualche raggio di luce nel­l'abisso misterioso, e con quella luce illuminare il mondo.

 

7. I segni della paternità divina

Anzi, con l'occhio della fede, si può andare anche oltre e vedere nelle cose non solo un vestigio della Trinità, ma anche, più in particolare, un frutto della divina paternità, per analogia al Figlio eterno generato dal Padre nel seno della Trinità. Non sarà anche qui una somiglianza d'immagine della divina figliolanza come nelle creature razionali e spe­cialmente nei giusti e nei beati del cielo (figli adottivi di Dio): ma vi è pur sempre in tutto il creato un riflesso della divina paternità in una certa somiglianza dell'eterno Figlio. «Dio è detto padre di una qualsiasi creatura, solo in senso improprio e per una certa similitudine, partico­larmente quando si tratta degli essere inanimati...». È ciò che intuiva oscuramente Giobbe:

«Chi è il padre della pioggia? O chi genera le gocce di rugiada?» (Gb 38, 28).

In questa nuova visione del mondo si ristabilisce quel teocentrismo dell'intelligenza che fu proprio del­l'uomo prima del peccato, e che ora è inizialmente ridato dalla fede, che fa vedere tutte le cose nella luce di Dio, principio e fine del mondo e suprema verità da cui deriva e s'illumina ogni creata veri­tà.

La teologia sviluppa questa nuova impostazione e la mistica la porta fino al vertice della contemplazione saporosa, come sul monte della Trasfigurazione. Anche le cose sono così trasfigurate, perché valu­tate e contemplate dall'anima alla luce di Dio.

Questo riferimento a Dio e al suo mistero intimo, questo senso trinitario, sarà meglio scoperto nella visione beatifica, quanto alla fede oscura sarà succeduta la gloria luminosissima. La luce della gloria, che è partecipazione dell'anima alla vita trinitaria, si rifletterà sul corpo umano e sulle cose. L'occhio del­l'uomo contemplerà nelle cose nuove irradiazioni di divina bellezza. Ne avrà una gioia ineffabile. Sarà quello il vero e perfetto gusto delle cose, superiore a ogni conoscenza estetica della terra. Ma attraverso quel godimento della bellezza, l'anima risalirà alla sua fonte e ne vedrà l'irradiazione nelle cose: capirà e godrà in ogni cosa, oltre che in se stessa, il frutto della divi­na paternità, la somiglianza del Figlio, la ripercussione dell'eterno Amore. Solo allora saprà il vero valore del mondo e vedrà che il senso vero della vita terrena era di camminare nel mondo, studiarlo e conoscerlo, trasformarlo e posse­derlo, usarne, goderne e, spesso, anche soffrirne con l'occhio rivolto al cielo, alla vita, alla luce, seguen­do lo stesso suggerimento che viene dalle cose - indicatrici di Dio -, seguendo soprattutto l'intimo dinamismo dello spirito fatto a immagine della Trinità e destinato ad essere nella vita eterna «lode e gloria» alla Trinità.

Questo è il fine dell'uomo e del mondo ed è anche l'Amen del Credo.

 

EPILOGO DE I NOVISSIMI

Alla fine di questo volume sui Novissimi, vogliamo fare e aiutare a fare l'Atto di fede, che speriamo sia il soggetto dell'altro libro che tutti pos­siamo e dobbiamo scrivere lungo tutto il cammino della vita terrena. Ci serviremo qui della parola del grande e tormentato scrittore Julien Green, morto a Parigi il 13 agosto 1998. Egli scrive:«Alla sera di una vita in cui ho dovuto lottare per conservare la fede (di cui certi arti­coli sono così aspramente conte­stati al giorno d'oggi) quello che io credo lo riassumerò in termini fami­liari a tutti i cattolici. lo condivido con loro la fede nella Chiesa che Cristo ha fondato, nell'infallibilità del successore di Pietro, nella Comunione dei santi; la fede nei sacramenti, in particolare il Battesimo che ci strappa a Satana e la Penitenza senza la quale la gra­zia non può raggiungerci.

Credo nella Santa Trinità, nell'Incarnazione e nella divinità del Cristo, nella sua gloriosa Resurrezione, nella vita eterna pro­messa a tutti coloro che gli rende­ranno testimonianza. Credo nella Presenza Reale nell'Eucarestia e nella realtà permanente del sacrifi­cio della messa».

Chi è Dio? - «Lo sapremo quando ci presenteremo a Lui e ci dirà: lo sono Colui che perdona»