I GIOVANI SPERANZA DELLE MISSIONI
NOTE
SULLA SPIRITUALITA MISSIONARIA PROPOSTA AI GIOVANI
DAL
BEATO P. Paolo Manna a cura del P. Ferdinando Germani, P.i.M.E.
NIHIL
OBSTATIP. RAFFAELE TROTTA Sup. Reg. P.I.M.E.
Napoli,
142-1979 IMPRIMATUR ANTONIO PAGANO
Vescovo
Ausiliare, Vicario generale Napoli, 15-2-1979
Offriamo ai giovani questo "sussidio", dove la parola viene ceduta ad uno dei più grandi missionari dei nostri tempi, il P. Paolo Manna, fondatore dell'Unione Missionaria del Clero. Nelle espressioni del Padre Manna c'è l'eco viva e vibrante delle prime parole di Papa Giovanni Paolo II ai giovani: «Voi siete la speranza della Chiesa... Ma la Chiesa è missionaria: dunque voi, giovani, siete la speranza della missione, oggi. Questa missione noi la scopriamo nella nostra storia quotidiana, dove allestiamo il Regno di Dio, la Chiesa. Ma se la Chiesa è comunità di salvezza, se è "mandata", significa concretamente che ognuno di noi deve uscire, deve andare, deve urlare il Vangelo con la vita e con la voce, fino all'ultima frontiera dell'amore, dove Cristo ci aspetta per riepilogare in sé ogni cosa.
Faranno
nascere queste pagine autentiche vocazioni missionarie per la Chiesa? Sì.
NOTE BIOGRAFICHE del Servo di Dio P. PAOLO MANNA VI° Superiore Generale del P.I.M.E. Fondatore della Pontificia Unione Missionaria
Il
Servo di Dio P. Paolo Manna nacque ad Avellino il 16 gennaio 1872 da Vincenzo e
Lorenza Ruggiero, quintogenito di sei figli. Dopo aver frequentato le prime
classi elementari a Napoli, tornò ad Avellino e continuò gli studi fino al
secondo anno delle scuole tecniche. Poi andò a Roma, presso la Società
Cattolica Istruttiva; qui trascorse circa quattro anni. Mentre era studente di
filosofia all'Università Gregoriana, seguendo la chiamata del Signore, entrò
nel Seminario Lombardo per le Missioni Estere di Milano.
A
22 anni e 4 mesi era già sacerdote.
Nel
1895 fu mandato missionario in Birmania, dove lavorò in tre riprese per circa
un decennio. Dovette rientrare in Patria definitivamente, per malattia, nel
1907.
Dal
1909 in poi, per oltre quarant'anni, con le opere e con gli scritti, fu il
banditore dell'idea missionaria tra i giovani, il popolo e il clero.
Nel
desiderio di « risolvere nel modo più radicale possibile il problema della
cooperazione dei cattolici all'apostolato », nel 1916 fondò l'UNIONE
MISSIONARIA DEL CLERO. Era intimamente persuaso che « l'opera della
propagazione della fede è la più grande delle imprese, perché è l'impresa di
Dio », e che « finché non si fosse educato e guadagnato il Clero... invano
si sarebbe potuto sperare di dare all'apostolato una solida base ».
L'Unione
Missionaria fu approvata e benedetta dal Papa Benedetto XV e dai suoi
successori Pio XI, Pio XII, Giovanni XXIII e Paolo VI.
Nel
1956 fu dichiarata «Opera pontificia». Essa, oggi, è diffusa in tutto il
mondo cattolico e, oltre i sacerdoti, accoglie nelle sue file seminaristi,
religiosi e religiose.
Nel
1921 fondò a Ducenta (Caserta), per incarico di Propaganda Fide, il Seminario
Meridionale per le Missioni Estere, già da lui vagheggiato molti anni prima,
che fu affidato al Seminario Lombardo per le M.E.
Nel
1924 venne eletto Superiore Generale del suo Istituto e nel 1926, unificati gli
istituti missionari di Milano e di Roma per volontà di Pio XI, divenne il primo
Superiore Generale dell'attuale Pontificio Istituto Missioni Estere
(P.I.M.E.).
Alla
fine del 1927 cominciò la visita ai suoi missionari d'Asia e d'America; il
viaggio di circumnavigazione del globo durò 14 mesi.
Terminato
il suo mandato di Superiore Generale, si dedicò particolarmente allo sviluppo
e all'incremento dell'Unione Missionaria, scrivendo ed organizzando congressi
sia nazionali che internazionali.
Nel
1937 Propaganda Fide lo mise a capo del nuovissimo Segretariato Internazionale
dell'U.M.C. Riprendeva così il contatto diretto con il clero italiano e con
quello di tutto il mondo; sollecitava l'Episcopato a fondare 1'U.M.C. nei vari
Paesi; stampava un libriccino tutto fuoco Il problema missionario e i
sacerdoti ed affrontava il problema della divisione dei cristiani che egli
definiva «il più grande male della cristianità, il vero grande male del
mondo ». Frutto di questo tormento è il volume I fratelli separati e noi
(1941).
Nel
1943, mentre in Italia infuriava ancora la guerra, venne nominato Superiore
Regionale del P.I.M.E. per l'Italia Meridionale, e perciò lasciò Roma e tornò
a Ducenta. Qui diede vita all'ultima sua rivista missionaria, per le
famiglie: VENGA IL TUO REGNO, oggi pubblicata a Napoli, nel Centro
missionario « P. Paolo Manna ».
Nel 1950-52 pubblicò in due edizioni successive l'opuscolo « Le nostre "Chiese" e la propagazione del Vangelo », indirizzato ai Vescovi, con il motto programmatico « Tutta la Chiesa per tutto il mondo ».
Il
15 settembre 1952 P. Manna morì a Napoli, nell'Ospedale Fatebenefratelli. Ora
le sue Spoglie riposano a Ducenta, nel « Suo » Seminario.
Nel
1971 furono iniziate le pratiche per la Causa di beatificazione presso il Tribunale
ecclesiastico di Napoli. Dopo tre anni di attesa la S. Congregazione per le
Cause dei santi concesse il nullaosta per l'introduzione della Causa.
Il
4 gennaio 1974 nell'Episcopio di Napoli si tenne la prima Sessione solenne del
Processo cognizionale, felicemente concluso il 24 gennaio 1976.
Attualmente
gli Atti del Processo e i settanta volumi degli Scritti del Servo di Dio sono
presso la S. Congregazione romana per gli esami prescritti.
1.
I giovani speranza delle Missioni
Nella
sua vita P. Manna ebbe un'idea-base: contribuire in ogni modo alla salvezza
delle anime, perciò volle coinvolgere in questo impegno tutta la Chiesa
scrivendo prima per i giovani, poi per i sacerdoti e infine per i vescovi. Ad
ogni categoria indirizzò un messaggio particolare, senza mai stancarsi, fino
alla vigilia della morte.
Qui
ci limitiamo a trattare brevemente gli appelli rivolti ai giovani fin dal 1909,
quando scrisse uno dei libri più entusiasmanti e contagiosi della sua vita:
« Operarii autem pauci! » (Gli operai sono pochi), ispirandosi al
noto appello riportato da Matteo (9,36-37) in cui si legge che Gesù « nel
vedere quelle turbe, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come
pecore senza pastore. Allora disse ai suoi discepoli: "La messe è molta
ma gli operai sono pochi, pregate dunque il Signore della messe perché mandi
operai nella sua messe" ».
Quel
libro fu come una scintilla nel canneto: entrò nei collegi e nei seminari e
vi provocò un grande incendio. Costrinse i giovani a meditare e ridestò in
essi gli impegni battesimali, rendendoli più sensibili alla suprema necessità
dell'anima umana, che è quella di conoscere il vero Dio, amarlo, servirlo e
goderlo nella beata eternità.
Molti
furono i sacerdoti e le suore che attribuirono in seguito la loro vocazione
missionaria a questo libro e benedissero chi l'aveva scritto.
Ma
occorre qui domandarsi: perché questo libro divenne così contagioso, da
essere ritenuto perfino un « libro proibito » da alcuni Rettori di seminari,
che temevano di « perdere » i loro seminaristi?
La
risposta non è difficile, ed in parte ci è stata rivelata dallo stesso Autore.
Fu un libro ispirato da Dio.
Il
P. Manna non osò fare questa dichiarazione, ma si limitò a dire: « Non so
se ho seguito un'ispirazione o se ho ceduto a presunzione » (1909).
L'ispirazione ve la vide chiaramente Mons. Celso Costantini, Segretario della
S. C. di Propaganda Fide, quando scrisse (1938): «Penso che la risposta non
possa essere dubbia nemmeno per l'umiltà del P. Manna: perché sono i fatti che
la danno ».
Il
P. Manna, nel 1907, fu costretto a lasciare per sempre la sua amata Missione
nella Birmania Orientale e a tornare in Italia. E' lui stesso che racconta: «
Un giorno leggendo gli Atti degli Apostoli, m'imbattei al capo nono, in quelle
parole del Signore ad Anania: Alzati e va'... e cerca in casa di Giuda uno di
Tarso, che si chiama Saulo, poiché egli già fa orazione. Va', ché costui è
uno strumento eletto da me, a portare il nome mio dinanzi alle genti.
«
Subito mi balenò in mente un'idea. Giacché, per ora, non mi è dato d'essere
Paolo, perché non farò da Anania a qualche giovane destinato ad essere Vaso di
elezione, e che forse non aspetta se non una parola di stimolo,
d'incoraggiamento, per decidersi ad abbracciare la bella vocazione di portare
il nome di Gesù davanti ai Gentili?»
(Prefazione alla 1a ediz.).
E
così si decise a scrivere il libro « Operarii autem pauci! » che
vide la luce nell'aprile del 1909 ed ebbe successive edizioni negli anni 1912,
1923, 1938, 1946, 1960. Complessivamente sei edizioni e quattro traduzioni
(inglese, olandese, portoghese e spagnolo).
Che
cosa proponeva P. Manna ai giovani? Questo: « Il mondo non cristiano non si converte
perché i missionari sono pochi » e quindi il messaggio della salvezza non può
arrivare in tempo utile a tutti i popoli della terra che sono in continua
crescita ed espansione numerica.
Perciò
si rivolse ai giovani che sono la SPERANZA DELLE MISSIONI; ad essi in
particolare è affidato il compito di continuare, attraverso le successive
generazioni, il grande mandato, di andare in tutto il mondo e di predicare il
Vangelo ad ogni creatura.
2.
La spiritualità missionaria proposta ai giovani
Il
tema di fondo che emerge dagli SCRITTI del P. Manna diretti ai giovani è che
Dio ha così amato il mondo, da mandare sulla terra il suo Figlio unigenito,
morto in croce per la redenzione di tutti gli uomini.
Se
Dio ci ha amato tanto, dobbiamo ricambiarlo con pari amore, cioè con un amore
spinto fino al sacrificio, come quello del suo Figlio Gesù.
In
pratica, come si esprimerà questo amore?
Con
la preghiera assidua; con l'abnegazione di sé stessi, con donarsi
generosamente, se Dio chiama all'apostolato.
Ma
non tutti sono chiamati e non tutti sono idonei all'apostolato. Quelli che non
possono mettersi al servizio di Dio in prima linea, possono però dare il loro
apporto nelle retrovie.
Ecco
perciò il dovere di conoscere la situazione dei soldati di prima linea, di seguirli
nelle loro imprese, di sostenerli nelle loro difficoltà, di aiutarli nei loro
bisogni.
In
passato molte imprese di missionari fallirono perché alle loro spalle non c'era
chi li sosteneva; essi erano stati salutati con ammirazione ed entusiasmo al
momento della partenza, ma poi erano stati abbandonati al loro destino, in
paesi lontani, insalubri, esposti a mille pericoli di bestie insidiose e di
uomini ingrati.
Il
missionario che parte, come inviato della Chiesa, deve sentirsi ancora unito
alla sua gente e da questa devono essere condivisi le sue imprese e i suoi
rischi.
Basato
su questi principi, spesso richiamati, sottolineati, P. Manna poteva fare ai
giovani qualsiasi proposta, sicuro di essere capito e di trovare corrispondenza
nella loro generosità.
Il
segreto del successo, ottenuto dal P. Manna in tutte le sue iniziative, fu lo
spirito soprannaturale che animava il suo discorso.
Oggi
il suo linguaggio potrebbe sembrare « sorpassato » se non ai giovani, sempre
aperti al messaggio evangelico, almeno a una certa categoria di educatori, che
per farsi credere moderni e interessanti propongono tutt'altri modelli di
vita...
Ma
tali educatori non s'accorgono che i loro modelli servono purtroppo a distogliere
i giovani dal cammino indicato da Gesù Cristo e ad avviarli funestamente verso
una « rivoluzione » dissacrante e dissolvitrice che contrasta apertamente con
quella genuina « rivoluzione » promossa dal Divin Maestro, la quale investe
principalmente l'individuo, invitandolo a « rinnegare se stesso, prendere la
sua croce e seguire il Cristo ».
La
« rivoluzione evangelica » suppone infatti prima la guerra mossa alle
proprie passioni, ai propri egoismi, al proprio tornaconto e poi la
disponibilità al servizio del prossimo; e non soltanto del prossimo a noi
congeniale, ma anche di quello estraneo, lontano, ostile...
Quando
P. Manna cominciò a scrivere per i giovani, aveva ancora nell'anima la nostalgia
della missione birmana, che aveva dovuto abbandonare.
Gli
piangeva il cuore nel pensare ai tanti bisogni spirituali della sua gente,
primitiva, povera, ignorante..., rimasta senza un'adeguata assistenza
religiosa...
Perciò
era suo vivissimo desiderio che molti giovani, debitamente istruiti sui problemi
delle missioni mediante la stampa, si consacrassero all'apostolato.
Nel
dicembre 1908, quando si era appena ristabilito dai malanni che l'avevano
afflitto per circa due anni, gli fu affidata la direzione della stampa
dell'Istituto. Da allora, dopo la cura della Rivista Le Missioni Cattoliche,
la sua particolare premura fu per i giovani.
Perciò
pubblicò subito (1909) OPERARII AUTEM PAUCI! «scritto più col cuore che con
la penna», allo scopo di stimolare i giovani, specialmente se sacerdoti o seminaristi,
a dedicarsi all'apostolato tra i non cristiani.
Ma
non era questo un compito « troppo arduo e sproporzionato» per le sue forze? E
poi, come ardire di rivolgersi ad ecclesiastici, che dipendevano dai loro
vescovi?
Queste
perplessità furono però vinte dall'« idea troppo bella », e dal « compito
troppo nobile » che gli stava davanti e perciò non seppe resistere
all'invito del cuore che, insistente, gli sussurrava: « E se così potrai
reclutare qualche giovane di più tra i volontari del Vangelo? E poi, che tu
sappia, non fu trattato mai un po' di proposito questo soggetto... Ebbene, se
le tue aride parole non valgono a muovere gli animi, varranno certo le belle
pagine di tanti eroi della Fede, di tanti zelantissimi Pastori, che potrai
raccogliere e riferire».
P.
Manna, mosso da questo impulso del cuore, «con fine apostolico» si accinse al
lavoro. Temendo però che le sue parole potessero essere «aride», fece largo
uso di testimonianze di «eroi della fede» e di « tanti zelantissimi Pastori
» che nelle loro lettere avevano già lumeggiato l'Opera della propagazione
della Fede. Questo metodo di appoggiarsi all'autorità della Parola di Dio o dei
Succesori degli Apostoli per confermare il suo discorso, P. Manna lo adotterà
anche in seguito come «stile» di vita e di scrittore.
3.
I fondamenti della spiritualità missionaria proposta ai giovani
Abbiamo
detto che quando P. Manna cominciò a scrivere per i giovani, aveva nell'animo
un grande rimpianto per la sua missione in Birmania, interrotta per malattia.
Egli
aveva lavorato tra i Ghekhù per sei anni consecutivi, ispirandosi
principalmente al Vangelo e agli Atti degli Apostoli.
Aveva
eseguito alla lettera il mandato di Gesù: «Andate, predicate il Vangelo, battezzate
tutte le genti, curate gli infermi... ».
Aveva
preso come modello l'apostolo Paolo, di cui portava il nome, e come lui aveva
affrontato i pericoli del mare e dei fiumi, delle foreste e degli animali
feroci, i rischi del contagio nel curare i lebbrosi e i vaiolosi, i disagi dei
lunghi viaggi a cavallo e a piedi per sentieri impraticabili, l'indifferenza e
la ostilità dei suoi beneficati, le delusioni e gli abbandoni dei suoi
cristiani, le prepotenze dei principotti e le tante pene di spirito causategli e
dalla salute malferma e dalle rare lettere che riceveva dai familiari.
A
questo si aggiungevano lo sconforto e il dolore provocati dalla durezza dei suoi
ascoltatori, la costatazione della propria insufficienza: « Come si vede la
necessità di una maggiore intimità con Dio se si vuole davvero convertire
questi cuori » e il bisogno di ricorrere all'aiuto di Dio: « Qui ci vuole la
mano di Dio! ».
Ricco
di tutte queste esperienze, egli poteva parlare con convinzione ed autorità,
a somiglianza del Divin Maestro, che aveva operato e pagato di persona, prima di
insegnare ai suoi discepoli.
Iniziando
il suo discorso ai giovani, il P. Manna parte dalle solenni parole di Gesù agli
Apostoli: Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra: Andate, dunque, e
insegnate a tutte le genti...
Ripete
cioè quelle stesse parole che erano state decisive per lui, quando si consacrò
definitivamente alla causa dell'apostolato.
Dopo
aver messo in pratica anche lui, come gli Apostoli, il comando di Gesù, andando
nella terra di Momblò, tra i Ghekhù, che gli era stata assegnata dal suo
vescovo mons. Tornatore, visitando sei volte all'anno i 26 villaggi circostanti,
predicando, battezzando e curando gli ammalati... poteva a buon diritto fare
anche il ritratto autentico del missionario, che così descrive: « Il missionario
è Gesù Cristo che va di terra in terra, di paese in paese a predicare il Vangelo
del Regno; è Gesù Cristo che porta la croce sulle spalle per tutte le vie del
mondo; è Gesù Cristo che va bagnando col suo sangue tutte le zolle della
terra; è Gesù Cristo che va in cerca di tutte le pecorelle sue, per condurle
nell'ovile della sua Chiesa.
Gesù
Cristo non è morto: Egli vive in Cielo, Egli vive sugli altari. Egli, benché
in modo diverso, vive e cammina per il mondo negli Apostoli, diffondendo la sua
luce tra le tenebre, mostrando la vera via agli erranti figli di Adamo, dando
la vera vita ai morti e sepolti negli errori e nei vizi da, centinaia di secoli
di paganesimo ». «Il Missionario è il Cristo che passa continuamente per il
mondo beneficando e sanando tutti, è il Cristo che passa attraverso le città
e i villaggi insegnando e predicando il Vangelo del Regno, e curando ogni
languore e infermità ».
Dopo
aver stabilito questo parallelismo tra Gesù Cristo e il missionario, o meglio
questa identificazione tra il Maestro e il discepolo, P. Manna è in grado di
affermare che non si può concepire un missionario, che non rispecchi in se
stesso la vita stessa di Gesù Cristo, che non viva in unione vitale con Gesù
Cristo. Perciò scrive: « La spiritualità dei missionari, frutto della loro
unione con Dio, che rifulge da tutta la loro persona, dal loro tratto, dai
motivi che guidano tutte 1e loro azioni ed i rapporti che essi hanno con le
popolazioni, fa grande impressione sugli stessi pagani, i quali hanno tutti più
o meno un certo intuito e senso cristiano, e fa loro vedere in essi i messi del
vero Dio, i depositari della verità, le guide alla salute; perciò tocchi
dalla grazia, vanno a gettarsi ai loro piedi e dicono: Veniamo a voi, perché
siamo persuasi che avete Dio con voi ».
Alla
santità di vita, all'unione vitale con Cristo, il missionario deve aggiungere
lo spirito universalistico, conforme all'altro mandato di Gesù Cristo:
Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo a tutte le creature ».
Mai,
prima di Gesù Cristo, re o imperatore aveva osato assegnare ai suoi soldati
come obiettivo di conquista il mondo intero. Gesù invece lo poteva e lo doveva
fare, perché a Lui appartiene tutto l'universo e tutte le creature sono
destinate ad essere come « sgabello ai suoi piedi ».
Il
soldato e il mercante vanno per il mondo senza essere desiderati; l'apostolo
invece va per divina missione di Colui che è il «Dominatore dell'Universo» ed
estende la sua azione nello spazio e nel tempo, finché tutte le genti non si
saranno chinate dinanzi alla Croce, finché Cristo non sarà riconosciuto re
dei re e signore dell'universo.
Per
stimolare i giovani sacerdoti a consacrarsi all'apostolato, il P. Manna
aggiunge una riflessione sullo stato d'avvilimento in cui si trova gran parte
dell'umanità, ancora soggetta al dominio di Satana, e riporta le parole di S.
Paolo ai Romani, ove l'Apostolo descrive la cloaca di vizi in cui guazzano gli
uomini senza Cristo. « Oh! se si riflettesse dai sacerdoti in quale stato giace
tanta gran parte del genere umano; se si avessero presenti gli orrori e le
abominazioni dell'idolatria, delle superstizioni più avvilenti,
dell'antropofagia, della schiavitù, dell'infanticidio, e di mille altri mali
fisici e morali che affliggono tanta moltitudine di uomini: se si pensasse un
po' più a quanto solennemente dice l'Apostolo nel rivelare il progetto segreto
di Dio che i pagani sono « coeredi », « compartecipi » delle promesse di Dio
in Cristo Gesù, mediante il Vangelo, molti di più si muoverebbero in loro
soccorso, molte anime di più sarebbero rigenerate e salvate e molti mali
sarebbero alleviati!
Ma,
purtroppo, non tutti riflettono su questo progetto di Dio, anzi molti sono pronti
a dire che se il mondo è in gran parte ancora lontano da Dio è perché non è
suonata l'ora della conversione... e così, commenta mestamente P. Manna, il
Signore non è conosciuto, non è amato, non è servito dalla maggior parte del
mondo; e intanto si muore e si muore fuori della Chiesa e molte anime si perdono
perché «senza la fede è impossibile piacere a Dio» e «nessuno può entrare
nel Regno di Dio se non nasce da acqua e Spirito Santo ».
Il
progetto di Dio, per essere realizzato, esige la collaborazione degli uomini, in
quanto gli uomini apostolici al dire di S. Paolo, sono gli aiutanti di Dio.
Ora se gli uomini non si muovono e non collaborano, come si potrà ottenere la
salvezza di tutto il genere umano?
Questa
collaborazione, nell'epoca contemporanea, è riservata particolarmente ai cattolici
più sensibili al grave problema dell'envangelizzazione dei popoli e se le vocazioni
all'apostolato diretto diminuiscono, essi dovrebbero sentirsi maggiormente impegnati
nell'uso dei moderni mezzi di comunicazione sociale (stampa, radio, tv,
cinema, ecc.), perché anche il progresso scientifico dell'uomo è «una via
nuova aperta allo zelo e al cammino dell'apostolato». Talvolta anche gli
errori storici degli uomini servono al compimento dei disegni di Dio (si pensi,
per esempio, quanto abbia favorito la fondazione di Chiese indigene la
scomparsa del colonialismo e quanta libertà godano oggi le Chiese di missione
senza il Protettorato delle grandi potenze occidentali!).
«
Chi mi darà l'eloquenza di un Pier l'Eremita o di un S. Bernardo, - dice a
questo punto P. Manna - perché con lo stesso slancio si risponda alla Crociata
d'oggi, alla grande e pacifica Crociata della propagazione della Fede tra i
popoli infedeli, alla Crociata tutta spirituale per la conquista di tutti i
popoli del mondo a Gesù Cristo?».
E
conclude con un'affermazione sorprendente: « Il mondo è di chi se lo piglia.
E' dovere nostro conquistarlo per Gesù Cristo: Oportet illum regnare (1 Cor.
15,25) (20).
«Perché il Cristianesimo non penetra in Asia? » - si domanda P. Manna - « La ragione è quasi unica: perché gli operai sono pochi! ».
Perché
pochi sono quelli che si possono dedicare esclusivamente alla conversione
diretta degli infedeli; perché si lavora più in superficie che in
profondità e per questo manca una vera penetrazione del Cristianesimo nelle
masse; perché molti missionari sono impegnati in istituti di educazione e nel
mantenere la fede tra i cattolici.
Questi
temi appena abbozzati in Operarii autem pauci! saranno in seguito (1929)
affrontati dal P. Manna, in un lungo studio sui metodi di evangelizzazione,
ove vengono pure proposti i rimedi per certe situazioni incresciose che si
verificano nelle missioni.
E'
nostra convinzione, infatti, che in questo libro dell'età giovanile (35 anni)
P. Manna abbia già enunciato tutti i temi riguardanti l'evangelizzazione, che
svilupperà con più maturata riflessione negli anni seguenti.
4.
La vocazione missionaria
Se
gli operai sono pochi, qual è la conclusione più ovvia?
Bisogna
moltiplicarli, facendo appello alla generosità dei giovani! Ma ecco insorgere
le difficoltà:
per
diventare missionario ci vuole una vocazione specialissima, doti particolari e
straordinarie, buona salute, attitudine per le lingue, spirito di sacrificio e
di adattamento, distacco dalla famiglia e dalla patria ed anche un certo
spirito d'avventura...
A
queste difficoltà P. Manna risponde seccamente, con un linguaggio di
ispirazione evangelica:
«
Il sacerdote-apostolo è creazione di Cristo ».
«
Per diventare missionario dovrebbe bastare una vera vocazione al sacerdozio ».
«
Gesù Cristo non ha creato il prete che se ne sta a casa sua: nel Vangelo non si
trova la distinzione tra il sacerdote in patria ed il missionario tra gli
infedeli ».
«
Ogni sacerdote è missionario. Il prete che pensa a star bene, che nutre affetto
disordinato per la famiglia e che tutto s'adopera a prosperarne le
finanze... non è il prete creato da Gesù Cristo ».
«
La vocazione missionaria è la vocazione d'ogni santo sacerdote ».
Fatte
queste affermazioni, P. Manna chiarisce meglio il suo pensiero dicendo:
Per
darsi alle missioni non ci vuole una specialissima chiamata di Dio, non ci vogliono
disposizioni particolari e straordinarie;
la
vocazione alle missioni non è questione di carattere, di indole, di
disposizioni quasi naturali; non esige poco amore ai parenti e al proprio paese,
né che si debba essere un po' poeti e sognatori; né che si sia amanti della
libertà, temerari e bramosi di vedere paesi nuovi.
Se
tra gli aspiranti alle missioni si trovano anime ardenti e spiriti
cavallereschi, ci sono pure caratteri quieti e tutt'altro che poetici, anime
dolci e modeste, affezionatissime ai propri cari.
Non
bisogna, dunque, confondere le disposizioni naturali con la vocazione all'apostolato!
Per
diventare missionari ci vuole « un solido fondamento di fede e d'amor di Dio,
accompagnato da una rettissima intenzione di andare a promuovere solamente gli
interessi di Dio e delle anime ».
Se
a questo si aggiunge un santo entusiasmo, un po' di poesia non nuoce. D'altronde
a che serve una gioventù senza entusiasmo per l'ideale da raggiungere?
«
Ciò che spinge alle missioni - dice P. Manna - sono 1e piccole circostanze »;
non bisogna quindi attendersi segni straordinari di Dio per ritenersi chiamati
all'apostolato.
«
L'esempio e la lettura sono sempre stati i mezzi più ordinari usati dalla
Provvidenza per attirarsi le anime ».
Questa
affermazione del P. Manna per noi riveste un'importanza tutta particolare, perché
ci dice, indirettamente, quale sia stata l'origine della sua vocazione
missionaria.
Ricordo
che quando si trattò di stendere i primi appunti degli « Articoli per il Processo
di canonizzazione » ci imbattemmo in un grosso ostacolo nel dover dichiarare
quale fu il motivo determinante che indusse il giovane Manna a consacrarsi
alle missioni.
Dopo
tante ricerche e basandoci su una dichiarazione (piuttosto incerta nei dati),
fatta da Suor Giuseppina Dones, collaboratrice del P. Manna nella spedizione
delle Riviste del PIME a Milano, arrivammo alla conclusione che il motivo
determinante fu un semplice foglio di carta, staccato dalla rivista francese Les
Missions Catholiques, stampato a Lione. P. Manna lo lesse con piacere ed ebbe il
desiderio di farsi missionario...
«Come
vede, commentava a Suor Giuseppina il P. Manna, la mia vocazione sacerdotale
e missionaria non è stata studiata a lungo, potrei dire che fui portato
all'Istituto (di Milano) dal caso e mai mi venne il dubbio che questa non era
la via tracciatami dal Signore ».
Questa
è una testimonianza preziosa e la ritenevamo finora unica. Invece abbiamo trovato
qualcosa di più, leggendo una noticina a sorpresa in una lettera circolare
indirizzata ai Nipotini di ITALIA MISSIONARIA il 15 novembre 1919. In essa il
P. Manna (che si firma lo Zio Missionario) dice: «Quanti missionari, quante
suore sono oggi sui campi della Cina, dell'India, dell'Africa, che si decisero a
darsi a questa grande opera (delle missioni) dopo aver letto un periodico di
missioni! Lo stesso vostro Zio Missionario non abbracciò altrimenti questa vocazione.
La
scintilla della vocazione missionaria può nascere, dunque, dalla lettura
casuale di una rivista o di un libro missionario, ma per il P. Manna c'è pure
un altro motivo più efficace, quello dell'esempio.
Sarebbe
stata presunzione se il P. Manna, scrivendo per i suoi destinatari piccoli o
grandi, sacerdoti o vescovi, avesse detto esplicitamente: ecco, fate come ho
fatto io.
La
sua genuina umiltà non glielo avrebbe mai consentito; però noi siamo convinti
che egli, scrivendo, spesso descrive se stesso.
Chi
ormai conosce tanti dettagli della sua vita, non trova difficoltà a dire: ecco,
in questo brano, P. Manna parla di sé!
E,
trovandoci in tema di vocazione, trattato per i giovani, ci pare di veder
riassunta in poche parole il combattimento dolce e doloroso insieme che dovette
affrontare nei giorni che precedettero la sua partenza da Avellino per il
Seminario missionario di Milano nel 1891, in queste espressioni:
«
Il momento stesso nel quale, dopo molti dubbi ed incertezze, dopo molte
battaglie intime sostenute con la carne e col sangue, dopo essersi ben
consigliato ed aver molto pregato, il giovane dice a Gesù il gran sì, e nel
silenzio forse d'un quieto tramonto o nel fervore di un lungo ringraziamento
alla Comunione, ai piedi d'un altare, si dedica irrevocabilmente alla vita
apostolica, - quel momento è necessariamente pieno di una santa ebbrezza,
l'anima si sente come circonvolta in un gran fascino, il fascino che accompagna
il sacrificio di tutte le speranze della vita e di se stesso, la perfetta
immolazione dell'egoismo».
Precorreremmo
i tempi se volessimo convalidare qui, con altre citazioni del genere, la
nostra convinzione che P. Manna nulla scrive, nulla suggerisce agli altri,
nient'altro propone se non quello che ha visto con i suoi occhi e toccato con le
sue mani, e soprattutto quello che ha sperimentato e pagato di persona!
E'
una convinzione che si fa sempre più consistente a misura che approfondiamo lo
studio dei suoi scritti.
P.
Manna, a 22 anni, quando stava per prepararsi all'ordinazione sacerdotale, già
annotava le doti caratteristiche del vero prete e, in data 26 febbraio 1893, le
partecipava al fratello sacerdote Don Pietro in un lungo memoriale.
Ci
siamo sempre rammaricati di non aver trovato traccia di questo primissimo
scritto spirituale del P. Manna, ne conosciamo però ora i contenuti che sono
sparsi qua e là negli scritti successivi, come per esempio in questo brano del
1908:
«Il
vero prete è l'uomo dell'eternità, è l'uomo di tutti, è l'uomo ai quale è
interdetto avere una famiglia, interdetto ogni materiale negozio, perché non
abbia alcun vincolo che lo avvinca alla terra e lo distolga dal potersi
consacrare totalmente alla sua universale missione per tutti gli uomini.
Una
citazione più esplicita è quella annotata in margine ad una meditazione
dettata agli aspiranti missionari del PIME il 1° dicembre 1930 dal titolo:
Gesù nella vostra vita, in cui scrive: «dal memoriale: Il vero sacerdote ».
E' questa un'altra noticina, quanto mai preziosa, che ci fa scoprire il filo
conduttore della spiritualità sacerdotale di P. Manna, il quale non solo nella
sua vita ma in tutti i suoi scritti ha saputo darci un'immagine perfetta del
vero imitatore di Gesù Cristo, quale dev'essere il sacerdote missionario.
Ecco
una semplice frase indicativa, che stralciamo dal contesto:
«Non
possiamo uscire nel mondo se non siamo rivestiti di Gesù Cristo. Chi perciò
vuol farsi sacerdote e missionario deve fare di Gesù lo studio di tutta la vita
per ritrarne in sé i tratti in modo sempre più perfetto ».
Trattazioni
più esaurienti di questo stesso tema le troviamo nelle Lettere circolari inviate
ai suoi missionari quando era Superiore generale dell'Istituto (1924-34).
Citiamo
qui soltanto un brano della lettera del 15 dicembre 1932, che ci conferma
quanto andiamo dicendo:
«Il
sacerdote missionario è un uomo ripieno dello spirito di Gesù Cristo,
rivestito delle sue virtù, penetrato dei suoi sentimenti, animato del suo
zelo, acceso del suo amore, un uomo di un'elevatissima evangelica perfezione,
non inferiore a quella che ci si attende dal più rigido claustrale».
L'idea
prevalente del P. Manna sul vero sacerdote missionario si può riassumere brevemente
in questa espressione: «Il sacerdote è come l'estensione nel tempo di Gesù
Cristo sacerdote, è il continuatore nel mondo della missione divina di
universale salvezza ».
5.
Le condizioni per essere missionario
Nel
delineare più dettagliatamente la figura del missionario, il P. Manna insiste
sul concetto dell'amore, del sacrificio, dell'eroismo e nota con stupore (ed
anche con una certa ironia) come in questo campo la vincano le suore
missionarie, che innanzitutto sono più numerose dei sacerdoti e « sono atte ad
intendere forse meglio di noi l'amore e la dedizione a Gesù Cristo che
propter nos homines descendit de coelo (scese dal cielo per noi uomini). E poi,
non è vero che « sul Calvario vi era un solo rappresentante dell'Apostolato
mentre molte erano le pie donne? ».
Ed
anche in questo argomento ha delle frasi lapidarie che ti lasciano senza
respiro: « Chi teme eccessivamente 1a morte, le malattie non è atto a
cimentarsi nelle lotte spesso cruente dell'apostolato ».
«
Non vi fate missionari per cercare di star bene; ma è precisamente perché vi
sentite spinti dal desiderio di far qualche cosa per Gesù Cristo, e di soffrire
qualche cosa per Lui, che vi sentite inclinati a prendere la via delle
missioni... Che missionari sareste se non vi attraesse la via della Croce? ».
«
Se non vi fate missionari per poter dire: per me il vivere è Cristo e il morire
un guadagno, a che pigliarsi tanto incomodo? ».
«
Chi soffre di più serve meglio alla causa dell'apostolato... La fede nostra s'è
propagata in ogni tempo in ragione diretta della somma di sofferenze, di
sacrifici e d'immolazione dei missionari. La ragione di questo fatto sta in ciò
che il sacrificio della propria vita per gli altri è un linguaggio di tale persuasione,
al quale né Dio, né gli uomini possono resistere. Iddio è obbligato ad aver
misericordia, gli uomini debbono convertirsi ».
Dinanzi
alla prospettiva del sacrificio e della morte qualche giovane potrebbe spaventarsi,
ed allora il P. Manna gli propone l'esempio di Gesù Crocifisso.
«
Il Crocifisso è tutto per il missionario; è la sua forza, il suo conforto, il
suo esempio, il suo coraggio, la sua riuscita! Il Crocifisso è la
spiegazione del missionario, e senza il Crocifisso, del missionario non resta
neppure più l'idea ».
Ai
giovani che temono le difficoltà della vita missionaria, come il vitto e
l'alloggio, il clima e le malattie, le lingue e i disagi, e oppongono il grande
ostacolo del distacco dalla famiglia, il P. Manna suggerisce due rimedi,
attingendo sempre dalla sua vissuta esperienza missionaria in terra birmana:
lo spirito di adattamento e
l'esempio del divin Maestro.
Il
vitto: « La vita sempre attiva del missionario è un eccellente cuoco, che sa
dare al riso cotto nell'acqua, al pesce salato ed alle erbe del bosco un gusto
squisito».
L'alloggio:
« Contro la durezza della stuoia che forma il nostro letto... abbiamo la stessa
ricetta. Levatevi di buon'ora, passate la vostra giornata a valicar montagne e
nell'esercizio del vostro ministero (...) e voi dormirete ottimamente, senza
neanche venirvi in mente che mancate di materasso ».
Le
lingue: «Come le hanno apprese gli altri, perché non le potete apprendere
anche voi? I missionari d'oggi non posseggono il dono delle lingue (...) ma sono
i soli che parlano tutte le lingue della terra, ed il Signore benedice gli
sforzi di quanti si applicano con impegno allo studio ».
L'ambiente:
« Il missionario, senza tanta fatica, solo animato da una grande carità, sa
spogliarsi di tutto ciò che lo faceva europeo ed uomo civile, ed adotta la lingua,
le costumanze, le vesti, il cibo del popolo cui va ad evangelizzare ».
Le
malattie: « Come si fa a vivere in società con genti tanto vili e degradate,
tra selvaggi e cannibali, tra lebbrosi ed appestati, tra gente sudicia al
sommo?
«
Io che ho avuto la sorte di evangelizzare per alcuni anni una tribù che qui si
direbbe selvaggia, ho provato tali conforti e soddisfazioni, quali non
conoscono quanti lavorano tra gente più gentile e ammanierata. Oh! il
missionario anche sotto una pelle nera e sudicia vede un'anima cara a Dio,
creata per il Paradiso e redenta dal Sangue di Gesù Cristo».
Passando
poi al distacco dalla famiglia, che definisce «la difficoltà delle difficoltà»,
P. Manna dice: «Quante vocazioni sono ritardate, quante si perdono e vanno
fallite, o per un troppo sensibile attaccamento alla famiglia, o per
l'opposizione assoluta d'un padre o d'una madre! Veramente in tali casi
diventano nemici anche i propri familiari!».
E,
pur riconoscendo la durezza del distacco da una madre adorata, da una sorella
affettuosa... aggiunge: questo distacco « è il primo passo sulla via del
Calvario, ed è anche la prima corona ».
«
Gesù Cristo, il missionario per eccellenza, ci lasciò l'esempio del come
superare queste difficoltà sia quando a 12 anni si fermò nel tempio a trattare
gli interessi della gloria del suo divin Padre, sia quando in presenza della sua
Madre e dei suoi familiari egli disse: Chi è mia madre? Chi sono i miei
fratelli?... Se uno fa la volontà del Padre mio che è in cielo, egli è mio
fratello, mia sorella e mia madre ».
«
Che cosa vogliono dire questa condotta e questi insegnamenti? Non furono proprio
dati per gli aspiranti all'apostolato, per far loro vedere in qual conto bisogna
tenere le naturali affezioni, quando la volontà del Signore li chiamasse a
seguirlo lontano? ».
A
questo punto ci tornano alla mente i giorni penosi trascorsi dal giovane Manna
alla vigilia della sua partenza per il Seminario delle Missioni Estere di
Milano nel 1891, quando dovette sostenere la prima lotta con il papà Vincenzo,
che gli concesse tre giorni per decidersi; la seconda lotta sostenuta dopo
l'ordinazione sacerdotale con i familiari che lo sconsigliavano di partire per
la Birmania a causa delle sue precarie condizioni di salute, e particolarmente
la lotta più dura e più penosa sostenuta per lettera con il suo papà, ormai
vecchio e in disagiata situazione economica. Nel leggere le lettere che in quel
periodo P. Manna scriveva a Milano al suo superiore Mons. Sturati si ha tutta
l'impressione di una situazione tragica creatasi in famiglia. Ecco una frase
significativa scrittagli dal padre: «Fai la carità ed elemosina a questa
gente, fammene una a me come padre, e te lo metto sulla tua coscienza, e non
trovar scuse perché stiamo senza camicia... Mi sottometto scrivendoti, ma
è la necessità che me lo ha fatto fare» (20/9/1898). Ed ecco pure la reazione
del P. Manna: « O tornare in Italia e pensare al sostentamento della mia
famiglia o che fare non so! Ma con quale animo rinunziare a ciò che è la mia
vita? Messo la mano all'aratro tornare indietro, e le responsabilità? e quale
è la volontà di Dio? e la mia ripugnanza alla vita di famiglia? (...) E'
inutile dirle che non è la prima volta che mi si chiama indietro e che io
faccio il sordo ».
Conoscendo
questi episodi della vita del P. Manna si riesce a capire più facilmente la
durezza del suo linguaggio ogni qualvolta affrontava con gli alunni questo
argomento e certe espressioni che rivolgeva ai missionari: « Sacrificare la
nostra vocazione per amore dei parenti è un tradire noi e loro! ».
6.
Appello ai giovani sacerdoti
Abbiamo
cercato di riassumere per sommi capi quello che P. Manna scriveva ai giovani nel
1909; ma non possiamo concludere senza sottolineare quello che P. Manna
rivolgeva anche ai giovani sacerdoti, anticipando molte idee che svilupperà
più tardi nella fondazione dell'Unione Missionaria del clero (1916) e
nell'appello ai vescovi (1952).
Egli
afferma: « Il mondo deve andare a Cristo, e siamo noi preti che glielo dobbiamo
condurre » e subito dopo: « Oh! come vorrei convincere tutti gli
ecclesiastici dell'importantissima verità, che cioè siamo noi e solo noi che
dobbiamo convertire il mondo! ». « Ci vogliono missionari, molto più di
quanti attualmente ne abbiamo e questi missionari bisogna che escano dalle file
del nostro clero e dai nostri seminari ». « Nessuno dovrebbe impedire che
pochi volenterosi vadano a spargere il buon seme nei campi ancora incolti e
vergini degli infedeli ».
«
Se tutti i sacerdoti d'Italia e del mondo prendessero veramente a cuore la
conversione degli infedeli e facessero di tutto per promuoverla, quanto più
presto vedrebbe ogni uomo la salvezza di Dio (omnis caro salutare Deil) ».
«
Sarebbe ottima cosa istituire in ogni Diocesi una associazione di zelanti
sacerdoti, i quali si proponessero di zelare tutte le opere che tendono a
favorire la diffusione del Vangelo tra gli infedeli, e si offrissero a dare
schiarimenti ed incoraggiamenti per lo stabilimento delle sullodate Opere nelle
parrocchie ».
Più
avanti anticipa un tema che tratterà più diffusamente nell'ultima
pubblicazione della sua vita « Le nostre 'Chiese' e la propagazione del
Vangelo »:
«
Se ogni Provincia ecclesiastica, in segno di gratitudine verso Cristo per essere
stata chiamata alla vera Fede a preferenza di altri popoli, si assumesse
l'impegno di provvedere di soggetti e di mezzi di evangelizzazione una
qualche provincia di paese infedele, quanto più presto verrebbe il giorno tanto
sospirato dal Signore di vedere adunati tutti gli uomini intorno alla sua Croce!
Utopia! si dirà. No, non è utopia la mia proposta».
Ci
piace chiudere questo excursus sulla spiritualità missionaria proposta ai
giovani dal P. Manna con una nota che ha sapore di attualità.
Molti
studenti - egli dice - per completare la loro formazione professionale e
culturale fanno dei viaggi all'estero. « Non sarebbe inutile che il prete,
l'uomo di tutti, il ministro del Signore del mondo, facesse un giro all'estero
nei paesi degli infedeli, e lo compisse proprio nel fervore della sua
ordinazione sacerdotale. Questi non farebbero più ritorno, si fermerebbero in
quei paesi e diverrebbero missionari! ».
«
I missionari che hanno visto il mondo e che hanno a cuore l'onore di Dio, non
sanno darsi pace nel vedere l'insufficienza dei loro sforzi in campo tanto vasto
ed il poco interessamento che tanti del clero hanno per le missioni, e perciò
alzano la voce, per far conoscere il bisogno di maggior numero di operai, e per
invitare tutti i Sacerdoti ad avere sommamente a cuore tutte le opere che in
qualunque modo tendono a promuovere la diffusione del Vangelo nei mondo ».
«
Pur io, nella mia pochezza, desiderando far sentire lontano, in tutti i seminari
d'Italia, una voce che desti un po' d'interessamento per le missioni tra gli
infedeli, ho cercato di mettere assieme alla meglio queste poche riflessioni e
ve le ho presentate nella speranza che valgano ad ispirare buoni pensieri in
tutti, ed in alcuni pochi anche qualche generoso proposito ».
O Gesù Redentore, venuto sulla terra per salvare gli uomini. Ti ringraziamo per lo spirito apostolico, di cui arricchisti il Tuo fedele missionario PAOLO MANNA. Sii misericordioso con coloro che non Ti conoscono e riunisci tutti i cristiani nell'unica e vera Chiesa da Te fondata. Per l'onore del Tuo nome degnati di glorificare anche in terra l'infaticabile apostolo, che con le opere e con gli scritti zelò la conversione degli infedeli e la riunione dei cristiani e concedi, per le sue preghiere, la grazia... che con grande fiducia imploriamo. Amen. Tre Gloria Patri.