I FIORETTI DELLA PORZIUNCOLA

Tratto da: “I Fioretti di San Francesco” Edizioni Porziuncola

CAPITOLO I

Vedendo il glorioso padre Francesco che il Si­gnore Iddio voleva accrescere e moltiplicare il nu­mero de' frati suoi, cominciò a parlare e disse: «Carissimi fratelli miei e figliuoli in Cristo Gesù, il Signore nostro benedetto vuole moltiplicare questa nostra compagnia poverella; il perché a me pare che sarebbe bene che dovessimo domandare una chiesa a monsignore il Vescovo o a' Canonici di Santo Rufino ovvero allo abbate di santo Bene­detto, con una casetta di loto e di creta ovvero di vimini o di calcina, acciò che i frati vi possano ri­posare e operare le sue necessità e rendere grazia al nostro Signore Iddio e dire l'Ufficio e divota­mente piangere i nostri peccati e pregare Iddio per i peccatori, e ancora che possiamo orare e di­sciplinare questa nostra carne e fare qualche bene per la salute delle anime, e così piacendo al Si­gnore di accrescere questo nostro collegio. In questo luogo non stiamo bene né mi pare onesto, perché il luogo il quale si chiama Rigo Torto si è poco: e i frati non si possono voltare, e non ab­biamo chiesa alcuna dove possiamo dire l'Ufficio e laudare Dio e la sua santissima Madre, la quale sempre preghiamo ch'ella sia nostra avvocata. E così comando a tutti quanti i miei frati, che sono e saranno per l'avvenire, la debbano sempre ono­rare e magnificare per ogni via e modo che gli sia possibile, e abbiamo quella in somma devozione e venerazione. Ancora voglio che sempre siamo i suoi fedeli servitori. E se passassimo di questa vi­ta presente, dove dobbiamo seppellire i morti? né tenere i sacramenti di santa Chiesa? Per la quale cosa, fratelli miei dilettissimi, come vi pare di fare di questa nostra causa preposta a voi?». Udito i frati il glorioso Francesco, dissero subito: «Sia fat­to come a te piace»; ringraziando Dio di ogni co­sa che gli dava.

Allora il beato Francesco si levò con alcuni de' suoi compagni e andò al Vescovo della città d'Assisi e dissegli quelle parole le quali aveva det­te a' frati: a' quali subito il Vescovo rispose che non aveva chiesa alcuna da dare via. Per la quale cosa san Francesco, inteso che ebbe la volontà del Vescovo, gli domandò la sua benedizione, e an­dossene a' signori Canonici di Santo Rufino, e dissegli le sopraddette parole. I quali superba­mente rispondendo gli dissero: «Andate in pace, però che non vogliamo che tu abbi né chiesa né luogo alcuno, sì che andate a servire agli ospeda­li, dove sono infermi in gran quantità».

Partendosi san Francesco da' signori Canonici. sì andò subito allo abbate di santo Benedetto del monte Subasio, il quale vedendo san Francesco tanto mortificato, gli prese grandissima divozione, e conoscendo che aveva lasciato tanta roba per servi­re a Dio, cominciò a lagrimare per divozione e compassione. Dopo questo, l'Abbate il domandò che andava cercando, al quale il beato Francesco rispose come lui era stato dal Vescovo e da' signo­ri Canonici per impetrare una chiesa e non avea potuto ottenere. «Per la quale cosa preghiamo voi che ne vogliate servire di una, acciò che possiamo servire a Dio umilmente». Intendendo questo, l'Abbate disse: «Fratelli miei, aspettate qui; però che voglio fare di questa cosa il capitolo, e poi vi risponderò». Le quali parole udendo, il beato Francesco pregò Iddio insieme co' suoi frati ch'egli adempiesse la loro volontà. Congregato il capitolo, l'Abbate propose la petizione del servo di Dio a' monaci, e sì li pregava che gli concedessero quella chiesa disfatta che si chiamava Santa Maria degli Angeli fuori d'Assisi circa due miglia. La quale co­sa udendo i monaci e intendendo la santità del beato Francesco, dissero tutti con molte lagrime al­lo Abbate: «Padre, fate tutto quello che vi piace, però che noi siamo contenti: con questo patto, che se Dio moltiplicasse questa religione, santo France­sco c'imprometta che questa chiesa sia sempre chiamata il capo della sua religione e sopra a tutte le altre». Fornito il capitolo, l'Abbate domandò il beato Francesco; al quale dopo molte parole con­cedette la chiesa di Santa Maria degli Angeli in Porziuncola, la quale era la più povera che fosse nel contado di Assisi, e dissegli la volontà de' mo­naci, cioè che volevano quella chiesa fosse il capo di tutte le altre. Essendo di questa cosa molto gio­condo, san Francesco promise a loro le sopraddet­te cose.

E però che quella chiesa si domandava Santa Maria di Porziuncola, come è detto di sopra, il vocabolo della quale era antichissimo, diceva il beato Francesco: «Però non volle Iddio che niuna chiesa fosse prima concessa ai frati Minori, né la facessero da novo, acciò che la profezia si adem­pisse nello avvenimento di loro, perché dovevano esser poveri e sotto il vocabolo della Regina del Cielo». 

CAPITOLO II

Essendo il beato Francesco licenziato dall'Ab­bāte, disse a frate Masseo da Marignano: «Andia­mo tutti e due a vedere questo luogo, il quale l'Abbate ci ha donato al presente». E giunti che furono là, videro intorno a quella chiesa di molte ordiche e spini, e dinanzi era uno pedale di fico, sotto il quale santo Francesco si riposò un poco e incominciò a dormire.

Da poi, parendogli stare in orazione, gli ap­parve Cristo colla sua Madre e dissegli: «France­sco mio, la terra oltremare, cioè Nazareth, Bethe­lem, Ierusalem e tutte quelle contrade della Terra santa dove nacqui io, le quali sono eredità di mia Madre, è grande tempo che i Saracini le occupa­no e possedono per i peccati degli iniqui cristiani. E perché è cosa giusta che Lei abbia la sua ere­dità, voglio che tu riedifichi questo luogo e abbia­ne buona cura, acciò che la mia Madre sia onora­ta da tutti i fedeli cristiani mediante le vostre buone operazioni». Udito questo, santo France­sco n'ebbe grandissima consolazione.

E ritornando in se medesimo, subito do­mandò frate Masseo, il quale stava in orazione nella selva ivi propínqua, e sì gli disse questa vi­sione con grande letizia; della quale frate Masseo molto si maravigliò. Dopo questo, il beato Fran­cesco disse: «Va' presto a' nostri frati e digli che in questo luogo noi dobbiamo stare per comanda­mento dello eterno Dio e della sua Madre Vergi­ne Maria». Detto questo, frate Masseo si partì e narrò a' frati ogni cosa. Del che essendo loro mol­to allegri, si partirono di lì e andarono dove era il glorioso Francesco con tutte le loro cosoline, sì come gli era stato comandato dal loro padre.

Questa apparizione manifestò frate Masseo a frate Marino suo nepote. E secondo che frate Ma­rino la recitò, così fu scritta.

Secondo lo detto modo i frati in Santa Maria degli Angeli, subito cominciarono a crescere e mol­tiplicare il loro numero, e la fama d'essi si sparge­va per tutta quanta la città e per le terre della Val­le di Spoleto. E vedendo gli uomini del paese la santità di questi frati, gli cominciarono a fare bene e a riedificare la chiesa in tal modo che i frati vi stavano assai bene. E benché l'Abbate avesse dato liberamente questo luogo al beato Francesco senza niuno pagamento, nientedimeno volle che la chiesa sopraddetta fosse soggetta all'Abbate, pagandogli ogni anno una sedella ovvero una conchetta di pe­sci, i quali si chiamavano lasche acciò che i frati non potessero avere niuna cosa propria, che non fosse soggetta ad altri. E portando i frati queste co­se sopraddette a' monaci, loro gli davano del pane, del vino e anche dell'olio, acciò che, se per l'avve­nire avessero avuto bisogno di qualche cosa, sapes­sero dove andare per limosina. Per la quale cosa si può bene laudare e commentare questo santissi­mo Ordine di santo Benedetto, il quale prima è stato sostentacolo de' frati Minori, cioè in fargli elemosine e altre cose necessarie. 

CAPITOLO III

Stando il beato Francesco a santa Maria degli Angeli, fugli una notte rivelato da messere Dome­nedio ch'egli andasse al sommo Pontefice messer Onorio terzo, il quale in quello tempo era a Peru­gia, per impetrare la Indulgenza per la detta chie­sa allora racconciata da lui. Ed egli, levandosi la mattina, chiamò frate Masseo da Marignano d'As­sisi e dissegli tutta la visione sopraddetta, e poi andarono tutti e due dal sommo Pontefice.

Al quale disse queste parole: «Santissimo Pa­dre, avendo io nuovamente fatta fare una chiesa ad onore della gloriosa Vergine Maria qui nel piano di Assisi, prego la vostra Santità si voglia degnare per lo amore di Dio di pònervi la Indul­genza plenaria senza alcuna offerta». Intendendo questo, il Papa rispose: «Questo non si può con­venientemente fare, però che chi domanda Indul­genza conviene che la meriti, ponendo la mano meritatrice, cioè facendogli elimosina. Nondime­no dimmi, per quanti anni vuoi questa Indulgen­za?». Rispose il servo di Dio Francesco: «Beatis­simo Padre, piaccia alla Santità vostra non dare a me anni, ma anime». E dicendo il Papa: «Non intendo la tua volontà»; santo Francesco gli disse: «Io voglio, se vi piace, che qualunque persona verrà a quella chiesa confesso e contrito, sia as­solto da tutti i suoi peccati, da colpa e da pena, in cielo e in terra, dal di del battesimo suo infino al di e l'ora che entrerà nella detta chiesa». Allo­ra il santo Padre disse: «Grande cosa è questa che hai domandata, Francesco, e non è usanza della Corte di Roma tale Indulgenza dare». Ri­spose il beato Francesco: «Quello che io addo­mando, non per mia parte il domando, ma per parte di Colui che mi ha mandato, cioè il Signo­re nostro Gesù Cristo». Allora il Papa, ispirato da Dio, subito parlò e disse: «Piace a noi che tu l'abbia».

Intendendo questo, i Cardinali che lì erano presenti dissero: «Vedete, santo Padre, se date ta­le Indulgenza a costui, voi guastate quella oltre­mare». Ed egli rispose: «L'abbiamo data e conceduta, adunque non vogliamo né possiamo disfare quello ch'è fatto; ma temperiamola, che solamen­te basti uno di naturale ogni anno». Allora chiamò il beato Francesco e dissegh: «Da qui in­nanzi concediamo che qualunque persona verrà e entrerà nella detta chiesa bene confesso e contri­to, sia assolto da colpa e da pena. E questo vo­gliamo che vaglia ogni anno una volta in perpetuo solo uno dì naturale, cioè dal vespro del primo dì di agosto, inchiudendoci la notte, insino al vespro del dì seguente».

Avendo ottenuta questa Indulgenza, santo Francesco inchinò il capo al Papa, per modo di ringraziamento e di pigliare commiato. E il Padre santo, vedendolo partire, il chiamò dicendo: «O semplice, dove vai? Che ne porti tu teco di questa Indulgenza?». E il beato Francesco disse: «Basta a me la vostra parola. E se questa è operazione di Dio, egli manifesterà l'opera sua. E di questa cosa io non voglio altro privilegio, se non che la Vergi­ne Maria sia la carta, Cristo sia il notaro e gli An­geli siano i testimoni». E detto questo, partissi da Perugia e tornossi verso Assísi.

Nel mezzo della via, in uno luogo che allora era e ancora è una abitazione di lebbrosi, riposan­dosi un poco egli e il compagno suo, si addor­mentò; e poi svegliato, dopo la orazione chiamò il compagno e disse: «Frate Masseo, io ti dico dalla parte di Dio che la perdonanza che mi dette il sommo Pontefice in terra è confermata in cielo».

E questo narrò frate Marino nepote del detto frate Masseo, il quale più volte lo intese dire dal­la bocca del suo zio. E il predetto frate Marino nel 1307, pieno di tempo e di santità, passò di questa vita presente. Amen. 

CAPITOLO IV

Il tempo della Indulgenza, anno Domini MCCCIII, essendo il popolo, sì come è consue­tudine, radunato a Santa Maria degli Angeli in essa notte della Indulgenza, di subito fu fatta una grande commozione nel popolo, a modo co­me quando di nuovo apparisce alcuno gran fat­to: di che i frati, ch'erano a riposarsi in sul por­tico sopra la porta, insieme col popolo che dor­miva, si risentiro, e correndo di qua e di là per volere sapere quello che questo volesse dire, non vidono cosa niuna, se non una colomba bian­chissima velocemente volare cinque volte intorno alla chiesa.

E durando questa commozione o romore, uno frate, Francesco Cozzo, volendo sapere di questo la verità, partissi dalla loggia e vassene a frate Corrado sanctae memoriae, il quale con molti miracoli è sepolto nel luogo dell'Isola il quale ei trovò in orazione dinanzi all'altare e disse così: «Carissimo padre, sì come voi udite, uno grande romore e commozione è fra tutto questo popolo, a modo come se fosse apparito qualche miraco­lo». Rispose frate Corrado: «Figliuolo, io voglio che quello che io ti dirò tu non lo manifesti a persona insino a tanto ch'io sono vivo. Io ho ve­duto discendere della sublimità de' cieli la glorio­sà Vergine Maria con mirabile lume e splendore, la quale tenea il suo benedetto e dolcissimo Fi­gliuolo in braccio. E benedisse tutto il popolo, il quale con devozione è venuto per questa sacratis­sima Indulgenza; il quale dolcissimo Gesù dando colle proprie mani la sua benedizione e grazia, tutto il popolo fu in commozione e tumulto».

A laude di Cristo. Amen. 

CAPITOLO V

Uno gentile uomo di Puglia ch'avea nome Fran­cesco, anno Domini MCCCVIII, apparecchiando­si per andare alla Indulgenza a Santa Maria degli Angeli con la sua compagnia, disse a uno lavora­tore, il quale gli soleva aiutare a prezzo quasi la maggiore parte dell'anno: «E tu perché non t'affa­tichi tu per la salute della tua anima, come tu fai per lo corpo?». Disse costui: «E come mi posso io affaticare per l'anima?». Rispose il gentile uo­mo: «Che tu venga con esso noi a Santo France­sco, e ivi troverai rimissione de' tuoi peccati». Disse questo lavoratore: «Io verrò molto volentie­ri con esso voi, se voi mi volete pagare del tempo ch'io v'ho aitato». Allora questo messer Francesco lo pagò interamente, e con lui e altri compagni si muove e va a Santo Francesco con molta divozio­ne; e confessati e contriti, con grande gaudio spi­rituale ricevetton la Indulgenza in Santa Maria de­gli Angeli.

E partendosi d'Ascesi, e ritornando nelle par­ti di Puglia, questo sopraddetto lavoratore infer­mossi e in tal modo, che i piedi gli enfiaron e non poteva andare. Onde quasi pentendosi del viaggio che egli avea fatto, cominciò con questo messer Francesco a dire così: «Volesse Iddio ch'io non fossi venuto a questa Indulgenza, però ch'io m'ho speso quei cotanti danari ch'io mai avevo, e sono infermato e voi tutti vi tornate a casa; e io, misero a me!, povero e infermo riman­go qui solo». Rispose messer Francesco: «Io ti priego che tu non ti penta del gran bene che tu hai acquistato». Perseverando il villano nel non volere essere venuto, disse messer Francesco: «Dammi la Indulgenza, a quel modo che tu la ri­cevesti quando tu intrasti nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, per lo mio fratello ch'è mor­to, e io ti prometto di renderti ciò che tu hai spe­so in questo cammino, presenti tutti costoro; e oltre a questo, io ti porterò in groppa del mio ca­vallo insino a casa nostra alle mie spese». A co­stuí gli parve avere bene guadagnato; e ferma il patto e riceve la pecunia, e monta a cavallo con grande gaudio e cammina.

E cavalcando messer Francesco a cavallo in­sieme con questo villano e con l'altra compagnia, il fratello di questo cavaliere apparve di mezzo a loro, il quale era morto parecchi mesi dinanzi, e disse così: «O dolcissimo mio fratello, io ti rin­grazio di tanto beneficio quant'io ho oggi ricevu­to da te, imperò che la Indulgenza santa, la qua­le tu con divozione comperasti per me, ha libera­to l'anima mia da ogni pena di purgatorio; e acciò che tu creda che questo sia vero, io vo' dire quello ch'è stato fatto in casa tua, poi che ti par­tisti. Sappi che la tua casa di fuori delle mura è stata rubata, e a uno de' tuoi buoi è stato taglia­to il piede e la famiglia non sa che se ne fare: aspettano te; e la tua famiglia e altri parenti ti verranno incontro per alquante miglia, e per non ti contristare non tel vorranno dire. Ma tu fa' che di subito tu il sappi da loro; e se tu trovi questo ch'io ho detto vero, abbi per certo che la santa Indulgenza di Porziuncola m'ha liberato da ogni pena e sono in Paradiso». E detto questo, non fu veduto più.

Questo cavaliere, veduto e udito questo, con­sidera diligentemente ogni cosa, e con grande gaudio tornava verso la sua patria. Ed essendo già presso alla terra, a uno miglio a sue possessioni, eccoti i parenti suoi e amici con gran festa e sol­lazzo. Costui, come sollecito, dimanda: «Come sta la nostra casa? Ecci fatto alcuna novità poi ch'io andai a Ascesi?». Risposono costoro: «Quando tu sarai giunto a casa, e noi te lo diremo e tu lo ve­drai». Disse messer Francesco: «Per certo io non andrò più oltre uno passo, ch'io saprò ogni cosa; e questo non dico senza cagione». Allora i paren­ti gli dissono per ordine ogni cosa come gli avea detto il fratello quando gli era apparito nella via. Allora messer Francesco cominciò con grandissi­mo gaudio a dire: «Ora so io e credo fermamente che la Indulgenza di Santa Maria di Porziuncola è verissima e nel cospetto di Dio approvata; per la quale il mio diletto fratello è tirato a' gaudi cele­stiali».

A laude di Cristo crocifisso. Amen. 

CAPITOLO VI

Una donna di Lamagna, venendo alla Indulgen­za di Santa Maria di Porziuncola, disse e giurò, presenti alquanti frati e molti secolari e Merlino che interpretava le parole sue (il quale Merlino era d'Ascesi), innanzi all'altare il santo Francesco, che vide questo miracolo della Indulgenza; e co­minciò così: «Io, deliberato già è molti anni di venire per la sacra Indulgenza, occorrendomi molti impedi­menti, ho indugiato la mia venuta insino a questo dì presente. Ora, determinato e apparecchiato ogni cosa per venire, io me n'andai alla chiesa de' frati Predicatori a me vicina, e dimandai il mio confessore, dimandando il sacramento della Con­fessione, sponendogli prima com'io volevo andare a Santo Francesco per la Indulgenza ch'è in San­ta Maria degli Angeli. Di che costui, indegnato e turbato, non mi volle confessare né dare licenza che io ci venissi, dicendo che non ci era quella In­dulgenza che si dice. Onde io, turbata, mi torna­vo a casa con grande amaritudine; e così mi scontrai in due frati Predicatori, i quali mi dissono: - Perché se' tu così turbata? - E dicendo io la ca­gione, mi dissono: - Confortati e non ti contrista­re più, ma vieni con esso noi, e ritorna al luogo, e a tua consolazione noi ti troveremo uno buono confessore. - Io andai, e come mi promissero, co­sì fecero. E confessata, me presente, questi due frati fecero chiamare più altri frati del convento e, ragunati, disse l'uno di questi due: - Carissimi frati abbiate per certo, senza alcuna dubitazione, che la Indulgenza di Santa Maria degli Angeli è vera e certa nel cospetto di Dio e maggiore molto più che non si dice; e acciò che voi crediate, sap­piate che io sono santo Domenico vostro padre e primo fondatore di questo Ordine, e costui è san­to Piero martire. - E detto questo dispariro di su­bito dagli occhi nostri. Onde avendo io veduto tanto miracolo, sì mi misi in via e sono venuta, sì come voi mi vedete, per questa sacratissima In­dulgenza».

A laude di Gesù Cristo crocifisso. Amen.