I DIECI COMANDAMENTI di Padre Giulio Maria Scozzaro

Manca il 1° e il 9° è comprensivo anche del 10°. 

SECONDO COMANDAMENTO

NON NOMINARE IL NOME DI DIO INVANO

dal Catechismo della Chiesa Cattolica numeri 2142-2159,

Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio (Es 20,7; Dt 5,11). Fu detto agli antichi: "Non sper­giurare "... Ma io vi dico: non giurate affatto (Mt 5,33-34). 

I. IL NOME DEL SIGNORE È SANTO

Il secondo Comandamento prescrive di rispettare il nome del Signore. Come il primo Comandamento, deriva dalla virtù della religione e regola in particolare il nostro uso della parola a proposito delle cose sante.

Tra tutte le parole della Rivelazione ve ne è una, singolare, che è la rivelazione del nome di Dio, che egli svela a coloro che credono in lui; egli si rivela ad essi nel suo Mistero personale. Il dono del nome appartiene all'ordine della confidenza e dell'intimità. "Il nome del Signore è santo". Per questo l'uomo non può abusarne. Lo deve custodire nella memoria in un silenzio di adorazione piena d'amore [Cf Zc 2,17]. Non lo inserirà tra le sue parole, se non per benedirlo, lodarlo e glorificarlo [Cf Sal 29,2; Sal 96,2; Sal 113,1-2].

Il rispetto per il nome di Dio esprime quello dovuto al suo stesso Mistero e a tutta la realtà sacra da esso evocata. Il senso del sacro fa parte della virtù della religione.

Il sentimento di timore e il sentimento del sacro sono sentimenti cristiani o no? Nessuno può ragionevolmente dubitarne. Sono i sentimenti che palpiterebbero in noi, e con forte intensità, se avessimo la visione della Maestà di Dio. Sono i sentimenti che proveremmo se ci rendessimo conto della sua presenza. Nella misura in cui crediamo che Dio è presente, dobbiamo avvertirli. Se non li avvertiamo, è perché non percepiamo, non crediamo che egli è presente [John Henry Newman, Parochial and plain sermons, 5, 2, pp. 21-22].

Il fedele deve testimoniare il nome del Signore, confessando la propria fede senza cedere alla paura [Cf Mt 10,32; 1Tm 6,12]. L'atto della predicazione e l'atto della catechesi devono essere compenetrati di adorazione e di rispetto per il nome del Signore nostro Gesù Cristo.

Il secondo Comandamento proibisce l'abuso del nome di Dio, cioè ogni uso sconveniente del nome di Dio, di Gesù Cristo, della Vergine Maria e di tutti i santi.

Le promesse fatte ad altri nel nome di Dio impegnano l'onore, la fedeltà, la veracità e l'autorità divine. Esse devono essere mantenute, per giustizia. Essere infedeli a queste promesse equivale ad abusare del nome di Dio e, in qualche modo, a fare di Dio un bugiardo [Cf 1 Gv 1,10].

La bestemmia si oppone direttamente al secondo comandamento. Consiste nel proferire contro Dio - interiormente o esteriormente - parole di odio, di rimprovero, di sfida, nel parlare male di Dio, nel mancare di rispetto verso di Lui nei propositi, nell'abusare del nome di Dio. San Giacomo disapprova coloro "che bestemmiano il bel nome (di Gesù) che è stato invocato" sopra di loro ( Gc 2,7). La proibizione della bestemmia si estende alle parole contro la Chiesa di Cristo, i santi, le cose sacre. È blasfemo anche ricorrere al nome di Dio per mascherare pratiche criminali, ridurre popoli in schiavitù, torturare o mettere a morte. L'abuso del nome di Dio per commettere un crimine provoca il rigetto della religione.

La bestemmia è contraria al rispetto dovuto a Dio e al suo santo nome. Per sua natura è un peccato grave [Cf Codice di Diritto Canonico, 1369].

Le imprecazioni, in cui viene inserito il nome di Dio senza intenzione di bestemmia, sono una mancanza di rispetto verso il Signore. Il secondo comandamento proibisce anche l'uso magico del nome divino.

Il nome di Dio è grande laddove lo si pronuncia con il rispetto dovuto alla sua grandezza e alla sua Maestà. Il nome di Dio è santo laddove lo si nomina con venerazione e con il timore di offenderlo [Sant'Agostino, De sermone Domini in monte, 2,45,19: PL 34,1278]. 

II. IL NOME DI DIO PRONUNCIATO INVANO

Il secondo Comandamento proibisce il falso giu­ramento. Fare promessa solenne o giurare è prendere Dio come testimone di ciò che si afferma. È invocare la veracità divina a garanzia della propria veracità. Il giuramento impegna il nome del Signore. "Temerai il Signore Dio tuo, lo servirai e giurerai per il suo nome" (Dt 6,13).

Astenersi dal falso giuramento è un dovere verso Dio. Come Creatore e Signore, Dio è la norma di ogni verità. La parola umana è in accordo con Dio oppure in opposizione a Lui che è la stessa Verità. Quando il giuramento è veridico e legittimo, mette in luce il rapporto della parola umana con la verità di Dio. Il giuramento falso chiama Dio ad essere testimone d’una menzogna.

È spergiuro colui che, sotto giuramento, fa una pro­messa con l'intenzione di non mantenerla, o che, dopo aver promesso sotto giuramento, non vi si attiene. Lo spergiuro costituisce una grave mancanza di rispetto verso il Signore di ogni parola. Impegnarsi con giuramento a compiere un'opera cattiva è contrario alla santità del nome divino.

Gesù ha esposto il secondo Comandamento nel Discorso della montagna: "Avete inteso che fu detto agli antichi: Non spergiurare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti!. Ma io vi dico: non giurate affatto... sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno " (Mt 5,33-34; 2153 Mt 5,37) [Cf Gc 5,12]. Gesù insegna che ogni giuramento implica un riferimento a Dio e che la presenza di Dio e della sua verità deve essere onorata in ogni parola. La discrezione del ricorso a Dio nel parlare procede di pari passo con l'attenzione rispettosa per la sua presenza, testimoniata o schernita, in ogni nostra affer­mazione.

Seguendo San Paolo, [Cf 2Cor 1,23; Gal 1,20] la Tra­dizione della Chiesa ha inteso che la parola di Gesù non si oppone al giuramento, allorché viene fatto per un motivo grave e giusto (per esempio davanti ad un tribunale). "Il giuramento, ossia l'invocazione del nome di Dio a testimonianza della verità, non può essere prestato se non secondo verità, prudenza e giustizia" [Codice di Diritto Canonico, 1199,1].

La santità del nome divino esige che non si faccia ricorso ad esso per cose futili e che non si presti giuramento in quelle circostanze in cui esso potrebbe essere interpretato come un'approvazione del potere da cui ingiustamente venisse richiesto. Quando il giuramento è esigito da autorità civili illegittime, può essere rifiutato. Deve esserlo allorché è richiesto per fini contrari alla dignità delle persone o alla comunione ecclesiale. 

III. IL NOME CRISTIANO

Il Sacramento del Battesimo è conferito "nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo" (Mt 28,19). Nel Bat­tesimo il nome del Signore santifica l'uomo e il cristiano riceve il proprio nome nella Chiesa. Può essere il nome di un Santo, cioè di un discepolo che ha vissuto con esemplare fedeltà al suo Signore. Il patrocinio del santo offre un modello di carità ed assicura la sua intercessione. Il "nome di Battesimo può anche esprimere un mistero cristiano o una - virtù - cristiana. "I genitori,  i­ padrini e il parroco abbiano cura che non venga imposto un nome estraneo al senso cristiano" [Codice di Diritto Canonico, 855].

Il cristiano incomincia la sua giornata, le sue preghiere, le sue azioni con il segno della croce, "nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen". Il battezzato consacra la giornata alla gloria di Dio e invoca la Grazia del Salvatore, la quale gli permette di agire nello Spirito come figlio del Padre. Il segno della croce ci fortifica ­nelle tentazioni e nelle difficoltà. Dio chiama ciascuno per nome [cf Is 43,1; 2158 Gv 10,3].

Il nome di ogni uomo è sacro. Il nome è l'icona della persona. Esige il rispetto, come segno della dignità di colui che lo porta.

Il nome ricevuto è un nome eterno. Nel Regno, il carattere misterioso ed unico di ogni persona segnata dal nome di Dio risplenderà in piena luce. "Al vincitore darò... una pietruzza bianca sulla quale sta scritto un nome nuovo, che nessuno conosce all'infuori di chi la riceve" (Ap 2,17). "Poi guardai ed ecco l'Agnello ritto sul monte Sion e insieme centoquaran­taquattromila persone che recavano scritto sulla fronte il suo nome e il nome del Padre suo" (Ap 14,1).

 

TERZO COMANDAMENTO:

RICORDATI DI SANTIFICARE LE FESTE

dal Catechismo della Chiesa Cattolica. numeri 2168 - 2195

Ricordati del giorno di sabato per santificarlo: sei giorni faticherai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro (Es 20,8-10) [Cf Dt 5,12-15]. Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato (Mc 2,27-28).

I. IL GIORNO DI SABATO

Il terzo Comandamento del Decalogo ricorda la santità del sabato: "Il settimo giorno vi sarà riposo assoluto, sacro al Signore " (Es 31,15). La Scrittura a questo proposito fa memoria della creazione: "Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo.

Perciò il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro " (Es 20,11).

La Scrittura rivela nel giorno del Signore anche un memoriale della liberazione di Israele dalla schiavitù d'Egitto: "Ricordati che sei stato schiavo nel paese d'Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con ­mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato "(Dt 5,13).

Dio ha affidato a Israele il sabato perché lo rispetti in segno dell'alleanza perenne [Cf Es 31,16 ]. Il sabato è per il Signore, santamente riservato alla lode di Dio, della sua opera creatrice e delle sue azioni salvifiche in favore di Israele.

L'agire di Dio è modello dell'agire umano. Se Dio nel settimo giorno "si è riposato" (Es 31,17), anche l'uomo deve "far riposo" e lasciare che gli altri, soprattutto i poveri, "possano goder quiete" (Es 23,12). Il sabato sospende le attività quotidiane e concede una tregua. È un giorno di protesta contro le schiavitù del lavoro e il culto del denaro [Cf Ne 13,15-22; 2Cr 36,21 ].

Il Vangelo riferisce numerose occasioni nelle quali Gesù viene accusato di violare la legge del sabato. Ma Gesù non viola mai la santità di tale giorno [Cf Mc 1,21; Gv 9,16]. Egli con autorità ne dà l'interpretazione autentica: "Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato" (Mc 2,27) Nella sua bontà, Cristo ritiene lecito "in giorno di sabato fare il bene" anziché "il male, salvare una vita" anziché "toglierla" (Mc 3,4). Il sabato è il giorno del Signore delle misericordie e dell'onore di Dio [Cf Mt 12,5; Gv 7,23]. "Il Figlio dell'uomo è signore anche del sabato" (Mc 2,28).

II. IL GIORNO DEL SIGNORE

Questo è il giorno fatto dal Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso (Sal 118,24).

Il giorno della Risurrezione: la nuova creazione.

Gesù è risorto dai morti "il primo giorno della settimana" (Mt 28,1; Mc 16,2; Lc 24,1; Gv 20,1). In quanto "primo giorno", il giorno della Risurrezione di Cristo richiama la prima creazione. In quanto "ottavo giorno", che segue il sabato, [Cf Mc 16,1; Mt 28,1] esso significa la nuova creazione inaugurata con la Risur­rezione di Cristo. E diventato, per i cristiani, il primo di tutti i giorni, fa prima di tutte le feste, il giorno del Signore (e Kyriaké eméra, dies dominica), la "domenica".

Ci raduniamo tutti insieme nel giorno del sole, poiché questo è il primo giorno nel quale Dio, tra­sformate le tenebre e la materia, creò il mondo; sempre in questo giorno Gesù Cristo, il nostro Salvatore, risuscitò dai morti [San Giustino, Apologiae, 1,67].

LA DOMENICA COMPIMENTO DEL SABATO

La domenica si distingue nettamente dal sabato al quale, ogni settimana, cronologicamente succede, e del quale, per i cristiani, sostituisce la prescrizione rituale. Porta a com­pimento, nella Pasqua di Cristo, la verità spirituale del sabato ebraico ed annuncia il riposo eterno dell'uomo in Dio. Infatti, il culto della legge preparava il Mistero di Cristo, e ciò che vi si compiva prefigurava qualche aspetto relativo a Cristo: [Cf 1 Cor 10,11].

Coloro che vivevano nell'antico ordine di cose si sono rivolti alla nuova speranza, non più guardando al sabato, ma vivendo secondo la domenica, giorno in cui è sorta la nostra vita, per la Grazia del Signore e per la sua morte [Sant'I­gnazio di Antiochia, Epistula ad Magnesios, 9,1 ].

La celebrazione della domenica attua la prescri­zione morale naturalmente iscritta nel cuore dell'uomo "di rendere a Dio un culto esteriore, visibile, pubblico e regolare nel ricordo della sua benevolenza universale veno gli uomini" [San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, II-II 122, 4]. Il culto domenicale è il compimento del precetto morale dell'Antica Alleanza, di cui riprende il ritmo e lo spirito celebrando ogni settimana il Creatore e il Redentore del suo popolo.

L'EUCARISTIA DOMENICALE

La celebrazione domenicale del Giorno e dell'Eucaristia del Signore sta al centro della vita della Chiesa. "Il giorno di domenica in cui si celebra il Mistero pasquale, per la tradizione apostolica, deve essere osservato in tutta la Chiesa come il primordiale giorno festivo di precetto" [Codice di Diritto Canonico, 1246,1 ]. "Ugualmente devono essere osservati i giorni del Natale del Signore nostro Gesù Cristo, dell'Epifania, dell'Ascensione e del santissimo Corpo e Sangue di Cristo, della Santa Madre di Dio Maria, della sua Immacolata Concezione e Assunzione, di San Giuseppe, dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, e infine di tutti i Santi" [Codice di Diritto Canonico, 1246,1].

Questa pratica dell'assemblea cristiana risale agli inizi dell'età apostolica [Cf At 2,42-46; 2178 1Cor 11,17]. La Lettera agli Ebrei ricorda: non disertate le vostre "riunioni, come alcuni hanno l'abitudine di fare ma invece esortatevi a vicenda" (Eb 10,25).

La Tradizione conserva il ricordo di una esor­tazione sempre attuale: "Affrettarsi verso la chiesa, avvicinarsi al Signore e confessare i propri peccati, pentirsi ­durante la preghiera... Assistere alla santa e divina Liturgia, terminare la propria preghiera e non uscirne prima del congedo... L'abbiamo spesso ripetuto: questo giorno vi è concesso per la preghiera e il riposo. È il giorno fatto dal Signore. In esso rallegriamoci ed esultiamo" [Autore anonimo, Serino de die dominica: PG 86/1, 416C. 421C].

"La parrocchia è una determinata comunità di fedeli che viene costituita stabilmente nell'ambito di una Chiesa particolare e la cui cura pastorale è affidata, sotto l'autorità del vescovo diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore" Codice di Diritto Canonico, 515,1 ]. E il luogo in cui tutti i fedeli possono essere convocati per la celebrazione domenicale dell'Eu­caristia.

La parrocchia inizia il popolo cristiano all'espressione ordinaria della vita liturgica, lo raduna in questa celebrazione; insegna la dottrina salvifica di Cristo; pratica la carità del Signore in opere buone e fraterne: Tu non puoi pregare in casa come in chiesa, dove c'è il popolo di Dio raccolto, dove il grido è elevato a Dio con un cuore solo. Là c'è qualcosa di più, l'unisono degli spiriti, l'accordo delle anime, il legame della carità, le preghiere dei sacerdoti [San Giovanni Crisostomo, De incomprehensibili Dei natura seu contra Anomaeos, 3, 6: PG 48,725D].

L'OBBLIGO DELLA DOMENICA

Il precetto della Chiesa definisce e precisa la legge del Signore: "La domenica e le altre feste di precetto i fedeli sono tenuti all'obbligo di partecipare alla Messa" [Codice di Diritto Canonico, 1247]. "Soddisfa il precetto di partecipare alla Messa chi vi assiste dovunque venga celebrata nel rito cattolico, o nello stesso giorno di festa, o nel vespro del giorno precedente" [Codice di Diritto Canonico, 1247].

L'Eucaristia domenicale fonda e conferma tutto l'agire cristiano. Per questo i fedeli sono tenuti a partecipare all'Eucaristia nei giorni di precetto, a meno che siano giustificati da un serio motivo (per esempio, la malattia, la cura dei lattanti o ne siano dispensati dal loro parroco) [Cf ibid., 1245]. Coloro che deliberatamente non ottemperano a questo obbligo commettono un peccato grave. La partecipazione alla celebrazione comunitaria dell'Eucaristia dome­nicale è una testimonianza di appar­tenenza e di fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. In questo modo i fedeli attestano la loro comunione nella fede e nella carità. Essi testimoniano al tempo stesso la santità di Dio e la loro speranza nella salvezza. Si rafforzano vicendevolmente sotto l'assistenza dello Spirito Santo.

"Se per mancanza del ministro sacro o per altra grave causa diventa impossibile la partecipazione alla celebrazione eucaristica, si racco­manda vivamente che i fedeli prendano parte alla Liturgia della Parola, se ve n'è qualcuna nella chiesa parrocchiale o in un altro luogo sacro, celebrata secondo le disposizioni del vescovo diocesano, oppure attendano per un congruo tempo alla preghiera personalmente o in famiglia, o, secondo l'opportunità, in gruppi di famiglie" [Codice di Diritto Canonico, 1248,2].

GIORNO DI GRAZIA E DI CESSAZIONE DAL LAVORO

Come Dio "cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro" (Gen 2,2), così anche la vita dell'uomo è ritmata dal lavoro e dal riposo. L'istituzione del giorno del Signore con­tribuisce a dare a tutti la possibilità di "godere di sufficiente riposo e tempo libero che permetta loro di curare la vita familiare, culturale, sociale e religiosa" [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 67].

Durante la domenica e gli altri giorni festivi di precetto, i fedeli si asterranno dal dedicarsi a lavori o attività che impediscano il culto dovuto a Dio, la letizia propria del giorno del Signore, la pratica delle opere di misericordia e la necessaria distensione della mente e del corpo [Cf Codice di Diritto Canonico, 1247]. Le necessità familiari o una grande utilità sociale costituiscono giustificazioni legittime di fronte al precetto del riposo domenicale. I fedeli vigileranno affinché legittime giustificazioni non creino abitudini pregiudizievoli per la religione, la vita di famiglia e la salute. L'amore della verità cerca il sacro tempo libero, la necessità dell'amore accetta il giusto lavoro [Sant'Agostino, De civitate Dei, 19,19].

È doveroso per i cristiani che dispongono di tempo libero ricordarsi dei loro fratelli che hanno i medesimi bisogni e i medesimi diritti e non possono riposarsi a causa della povertà e della miseria. Dalla pietà cristiana la domenica è tradizionalmente con­sacrata alle opere; di bene e agli umili servizi di cui necessitano i malati, gli infermi, gli anziani. I cristiani santificheranno la domenica anche dando alla loro famiglia e ai loro parenti il tempo e le attenzioni che difficilmente si possono loro accordare negli altri giorni della settimana. La domenica è un tempo propizio per la riflessione, il silenzio, lo studio e la meditazione, che favoriscono la crescita della vita interiore e cristiana.

Santificare le domeniche e i giorni di festa esige un serio impegno comune. Ogni cristiano deve evitare di imporre, senza necessità, ad altri ciò che impedirebbe loro di osservare il giorno del Signore. Quando i costumi (sport, ristoranti, ecc) e le necessità sociali (servizi pubblici, ecc) richiedono a certuni un lavoro domenicale, ognuno si senta responsabile di riservarsi un tempo sufficiente di libertà. I fedeli avranno cura, con moderazione e carità, di evitare gli eccessi e le violenze cui talvolta danno luogo i diversivi di massa.

Nonostante le rigide esigenze dell'economia, i pubblici poteri vigileranno per assicurare ai cittadini un tempo destinato al riposo e al culto divino. I datori di lavoro hanno un obbligo analogo nei confronti dei loro dipendenti.

Nel rispetto della libertà religiosa e del bene comune di tutti, i cristiani devono adoperarsi per far riconoscere dalle leggi le domeniche e i giorni di festa della Chiesa come giorni festivi. Spetta a loro offrire a tutti un esempio pubblico di preghiera, di rispetto e di gioia e difendere le loro tradizioni come un prezioso contributo alla vita spirituale della società umana. Se la legislazione del paese o altri motivi obbligano a lavorare la domenica, questo giorno sia tuttavia vissuto come il giorno della nostra liberazione, che ci fa partecipare a questa "adunanza festosa", a questa "assemblea dei primogeniti iscritti nei cieli" (Eb 12,22-23).

IN SINTESI

"Osserva il giorno di sabato per santificarlo" (Dt 5,12). "Il settimo giorno vi sarà riposo assoluto, sacro al Signore" (Es 31,15). Il sabato, che rappresentava il compimento della prima creazione, è sostituito dalla domenica, che ricorda la nuova creazione, iniziata con la Risurrezione di Cristo. La Chiesa celebra il giorno della Risurrezione di Cristo nell'ottavo giorno, che si chiama giustamente giorno del Signore, o domenica [Cf Conc. Ecum. Vat. Il, Sacrosanctum concilium,106]. "Il giorno di domenica... deve essere osservato in tutta la Chiesa come il primordiale giorno festivo di precetto" [Codice di Diritto Canonico, 1246,1]. "1a domenica e le altre feste di precetto i fedeli sono tenuti all'obbligo di partecipare alla Messa" [Codice di Diritto Canonico, 1246,1 ]. "La domenica e le altre feste di precetto i fedeli... si astengano... da quei lavori e da quegli affari che impediscono di rendere culto a Dio e turbano la letizia propria del giorno del Signore o il dovuto riposo della mente e del corpo" [Codice di Diritto Canonico, 1247]. L'istituzione della domenica contribuisce a dare a tutti la possibilità di "godere di sufficiente riposo e tempo libero che permette loro di curare la vita familiare, culturale, sociale e religiosa" [Cono. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 67]. Ogni cristiano deve evitare di imporre, senza necessità, ad altri ciò che impedirebbe loro di osservare il giorno del Signore.

 

QUARTO COMANDAMENTO

ONORA TUO PADRE E TUA MADRE

dal Catechismo della Chiesa Cattolica, numeri 2197-2213

Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio (Es 20,12). Stava loro sottomesso (Lc 2,51).

Lo stesso Signore Gesù ha ricordato l'importanza di questo "comandamento di Dio " ( Mc 7,8-13 ). L'Apostolo insegna: "Figli, obbedite ai vostri genitori nel Signore, perché questo è giusto ". "Onora tuo padre e tua madre ". è questo il primo comandamento associato a una promessa. "perché tu sia felice e goda di una vita lunga sopra la terra" (Ef 6,1-3 ) [Cf Dt 5,16 ].

Il quarto comandamento apre la seconda tavola della Legge. Indica l'ordine della carità. Dio ha voluto che, dopo lui, onoriamo i nostri genitori ai quali dobbiamo la vita e che ci hanno trasmesso la conoscenza di Dio. Siamo tenuti ad onorare e rispettare tutti coloro che Dio, per il nostro bene, ha rivestito della sua autorità.

Questo comandamento è espresso nella forma positiva di un dovere da compiere. Annunzia i comandamenti suc­cessivi, concernenti un rispetto particolare della vita, del matrimonio, dei beni terreni, della parola. Costituisce uno dei fondamenti della dottrina sociale della Chiesa.

Il quarto comandamento si rivolge espressamente ai figli in ordine alle loro relazioni con il padre e con la madre, essendo questa relazione la più universale. Concer­ne parimenti i rapporti di parentela con i membri del grup­po familiare. Chiede di tributare onore, affetto e ricono­scenza ai nonni e agli antenati. Si estende infine ai doveri degli alunni nei confronti degli insegnanti, dei dipendenti nei confronti dei datori di lavoro, dei subordinati nei con­fronti dei loro superiori, dei cittadini verso la loro patria, verso i pubblici amministratori e i governanti.

Questo comandamento implica e sottintende i doveri dei genitori, tutori, docenti, capi, magistrati, governanti, di tutti coloro che esercitano un'autorità su altri o su una comunità di persone.

L'osservanza del quarto comandamento comporta una ricompensa: "Onora tuo padre e tua madre, perché si pro­lunghino i tuoi giorni nel paese che ti dà il Signore, tuo Dio " (Es 20,12 ) [Cf Dt 5,16]. Il rispetto di que­sto comandamento pro­cura, insieme con i frutti spirituali, frutti tempora­li di pace e di prosperità. Al contrario, la trasgres­sione di questo coman­damento arreca gravi danni alle comunità e alle persone umane. 

I. LA FAMIGLIA NEL PIANO DI DIO

Natura della famiglia

La comunità coniu­gale è fondata sul con­senso degli sposi. Il matrimonio e la famiglia sono ordinati al bene degli sposi e alla procreazione ed educazione dei figli. L'amore degli sposi e la generazione dei figli stabiliscono tra i membri di una medesima famiglia relazioni personali e responsabili­tà primarie.

Un uomo e una donna uniti in matrimonio formano insieme con i loro figli una famiglia. Questa istituzione pre­cede qualsiasi riconoscimento da parte della pubblica auto­rità; si impone da sé. La si considererà come il normale rife­rimento, in funzione del quale devono essere valutate le diverse forme di parentela.

Creando l'uomo e la donna, Dio ha istituito la famiglia umana e l'ha dotata della sua costituzione fondamentale. I suoi membri sono persone uguali in dignità. Per il bene comune dei suoi membri e della società, la famiglia com­porta una diversità di responsabilità, di diritti e di doveri.

   La famiglia cristiana

La famiglia cristiana offre una rivelazione e una realiz­zazione specifica della comunione ecclesiale; anche per questo motivo, può e deve essere chiamata "chiesa dome­stica" [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 21; cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium,11 ]. Essa è una comunità di fede, di speranza e di carità; nella Chiesa rive­ste una singolare importanza come è evidente nel Nuovo Testamento [Cf Ef 5,21-6,4; Col 3,18-21;1 Pt 3,1-7 ].

La famiglia cristiana è una comunione di persone, segno e immagine della comunione del Padre e del Figlio nello Spirito Santo. La sua attività procreatrice ed educati­va è il riflesso dell'opera creatrice del Padre. La famiglia è chiamata a condividere la preghiera e il sacrificio di Cristo. La preghiera quotidiana e la lettura della Parola di Dio cor­roborano in essa la carità. La famiglia cristiana è evange­lizzatrice e missionaria.

Le relazioni in seno alla famiglia comportano un'affinità di sentimenti, di affetti e di interessi, che nasce soprattutto dal reciproco rispetto delle persone. La fami­glia è una comunità privilegiata chiamata a realizzare "un'amorevole apertura di animo tra i coniugi e... una continua collaborazione tra i genitori nell'educazione dei figli " [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 52].

 

II. LA FAMIGLIA E LA SOCIETA’

La famiglia è la cellula originaria della vita sociale. È la società naturale in cui l'uomo e la donna sono chiamati al dono di sé nell'amore e nel dono della vita. L'autorità, la stabilità e la vita di relazione in seno alla famiglia costitui­scono i fondamenti della libertà, della sicurezza, della fraternità nell'am­bito della società.

La famiglia è la comu­nità nella quale, fin dall'infanzia, si possono apprendere i valori mora­li, si può incominciare ad onorare Dio e a far buon uso della libertà. La vita di famiglia è un' inizia­zione alla vita nella società.

La famiglia deve vive­re in modo che i suoi membri si aprano all'attenzione e all'impegno in favore dei giovani e degli anziani, delle persone malate o handicappate e dei poveri. Numerose sono le famiglie che, in certi momenti, non hanno la possibilità di dare tale aiuto. Tocca allora ad altre persone, ad altre famiglie e, sussidiariamente, alla società provvedere ai bisogni di costoro: "Una religione pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soc­correre gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conser­varsi puri da questo mondo " (Gc 1,27).

La famiglia deve essere aiutata e difesa con appropriate misure sociali. Là dove le famiglie non sono in grado di adempiere alle loro funzioni, gli altri corpi sociali hanno il dovere di aiutarle e di sostenere l'istituto familiare. In base al principio di sussidiarietà, le comunità più grandi si guar­deranno dall'usurpare le sue prerogative o di ingerirsi nella sua vita.

L'importanza della famiglia per la vita e il benessere della società, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 47] comporta per la società stessa una particolare respon­sabilità nel sostenere e consolidare il matrimonio e la fami­glia. Il potere civile consideri "come un sacro dovere rispettare, proteggere e favorire la loro vera natura, la moralità pubblica e la prosperità domestica " [Cf Conc. Ecum. Vat. Il, Gaudium et spes, 47].

La comunità politica ha il dovere di onorare la famiglia, di assisterla, e di assicurarle in particolare:

- la libertà di costituirsi, di procreare figli e di educarli secondo le proprie convinzioni morali e religiose;

- la tutela della stabilità del vincolo coniugale e dell'istituto familiare;

- la libertà di professare la propria fede, di trasmetterla, di educare in essa i figli, avvalendosi dei mezzi e delle isti­tuzioni necessarie;

- il diritto alla proprietà privata, la libertà di intrapren­dere un'attività, di procurarsi un lavoro e una casa, il diritto di emigrare;

- in conformità alle istituzioni dei paesi, il diritto alle cure mediche, all'assistenza per le persone anziane, agli assegni familiari;

- la difesa della sicurezza e della salute, particolarmente in ordine a pericoli come la droga, la pornografia, l'alcolismo, ecc.;

- la libertà di formare associazioni con altre famiglie e di essere in tal modo rappresentate presso le autorità civili [Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 46].

Il quarto comandamento illumina le altre relazioni nella società. Nei nostri fratelli e nelle nostre sorelle, vediamo i figli dei nostri genitori; nei nostri cugini, i discendenti dei nostri avi; nei nostri concittadini, i figli della nostra patria; nei battezzati, i figli della Chiesa, nostra madre; in ogni persona umana, un figlio o una figlia di colui che vuole essere chiamato "Padre nostro ". Conse­guentemente, le nostre relazioni con il prossimo sono di carattere personale. Il prossimo non è un "individuo" della collettività umana; è "qualcuno" che, per le sue origini conosciute, merita un'attenzione e un rispetto singolari.

Le comunità umane sono composte di persone. Il loro buon governo non si limita alla garanzia dei diritti e all'osservanza dei doveri, come pure al rispetto dei contrat­ti. Giuste relazioni tra imprenditori e dipendenti, gover­nanti e cittadini presuppongono la naturale benevolenza conforme alla dignità delle persone umane, cui stanno a cuore la giustizia e la fraternità. 

III. DOVERI DEI MEMBRI DELLA FAMIGLIA

Doveri dei figli

La paternità divina è la sorgente del­la paternità umana; [Cf Ef 3,14 ] è la paternità divina che fonda l'onore dovuto ai genitori. Il rispetto dei figli, minorenni o adulti, per il proprio padre e la propria madre, [Cf Pr 1,8; Tb 4,3­4] si nutre dell'affetto naturale nato dal vincolo che li unisce. Questo rispetto è richiesto dal comando divino [Cf Es 20,12].

Il rispetto per i genitori (pietà filia­le) è fatto di riconoscenza verso coloro che, con il dono della vita, il loro amo­re e il loro lavoro, hanno messo al mon­do i loro figli e hanno loro permesso di crescere in età, in sapienza e in Grazia. "Onora tuo padre con tutto il cuore e non dimenticare i dolori di tua madre. Ricorda che essi ti hanno generato; che darai loro in cambio di quanto ti hanno dato? "(Sir7,27-28).

Per tutto il tempo in cui vive nella casa dei suoi genitori, il figlio deve obbedire ad ogni loro richiesta moti­vata dal suo proprio bene o da quello della famiglia. "Figli, obbedite ai genitori in tutto; ciò è gradito al Signore "(Col 3,20) [CfEf6,1].1figli devono anche obbedire agli ordini ragionevoli dei loro educatori e di tut­ti coloro ai quali i genitori li hanno affidati. Ma se in coscienza sono per­suasi che è moralmente riprovevole obbedire a un dato ordine, non vi obbediscano.

Crescendo, i figli continueranno a rispettare i loro genitori. Preverranno i loro desideri, chiederanno spesso i loro consigli, accetteranno i loro giu­stificati ammonimenti. Con l'e­mancipazione cessa l'obbedienza dei figli verso i genitori, ma non il rispetto che ad essi è sempre dovuto. Questo trova, in realtà, la sua radice nel timore di Dio, uno dei doni dello Spirito Santo.

Il quarto comandamento ricorda ai figli divenuti adulti le loro responsabi­lità verso i genitori. Nella misura in cui possono, devono dare loro l'aiuto mate­riale e morale, negli anni della vec­chiaia e in tempo di malattia, di solitu­dine o di indigenza. Gesù richiama que­sto dovere di riconoscenza [Cf Mc 7,10-12].

Il rispetto filiale favorisce l'armo­nia di tutta la vita familiare; concerne anche le relazioni tra fratelli e sorelle. Il rispetto verso i genitori si riflette su tutto l'ambiente familiare. "Corona dei vecchi sono i figli dei figli" (Pr 17,6). "Con ogni umiltà, mansuetudi­ne e pazienza, sopportatevi a vicenda con amore" (Ef 4,2).

I cristiani devono una speciale gra­titudine a coloro dai quali hanno rice­vuto il dono della fede, la Grazia del Battesimo e la vita nella Chiesa. Può trattarsi dei genitori, di altri membri della famiglia, dei nonni, di pastori, di catechisti, di altri maestri o amici. "Mi ricordo della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunice, e ora, ne sono certo, anche in te "(2Tm 1,5).

   Doveri dei genitori

La fecondità dell'amore coniugale non si riduce alla sola procreazione dei figli, ma deve estendersi alla loro edu­cazione morale e alla loro formazione spirituale. La funzione educativa dei genitori "è tanto importante che, se manca, può a stento essere supplita" [Conc. Ecum. Vat. II, Gravissimum educationis, 3]. Il diritto e il dovere dell'educazione sono, per i genitori, pri­mari e inalienabili [Cf Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 36]. I genitori devono considerare i loro figli come figli di Dio e rispettarli come persone umane. Educano i loro figli ad osservare la legge di Dio mostrandosi essi stessi obbedienti alla volontà del Padre dei cieli.

I genitori sono i primi responsabili dell'educazione dei loro figli. Testimo­niano tale responsabilità innanzitutto con la creazione di una famiglia, in cui la tenerezza, il perdono, il rispetto, la fedeltà e il servizio disinteressato rap­presentano la norma. Il focolare dome­stico è un luogo particolarmente adatto per educare alle virtù. Questa educa­zione richiede che si impari l'abne­gazione, un retto modo di giudicare, la padronanza di sé, condizioni di ogni vera libertà. I genitori insegneranno ai figli a subordinare "le dimensioni materiali e istintive a quelle interiori e spirituali" [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 36]. I genitori hanno anche la grave responsabilità di dare ai loro figli buoni esempi. Riconoscendo con franchezza davan­ti ai figli le proprie mancanze, saran­no meglio in grado di guidarli e di cor­reggerli: "Chi ama il proprio figlio usa spesso la frusta... Chi corregge il pro­prio figlio ne trarrà vantaggio "(Sir 30,1-2).

"E voi, padri, non inasprite i vostri figli, ma allevateli nell'edu­cazione e nella disciplina del Signo­re " (Ef 6,4).

Il focolare domestico costituisce l'ambito naturale per l'iniziazione dell'essere umano alla solidarietà e alle responsabilità comunitarie. I geni­tori insegneranno ai figli a guardarsi dai compromessi e dagli sbandamenti che minacciano le società umane.

Dalla Grazia del sacramento del Matrimonio, i genitori hanno ricevuto la responsabilità e il privilegio di evan­gelizzare i loro figli. Li inizieranno, fin dai primi anni di vita, ai misteri della fede dei quali essi, per i figli, sono "i primi annunziatori " [Cono. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 11]. Li faran­no partecipare alla vita della Chiesa fin dalla più tenera età. l modi di vivere in famiglia possono sviluppare le dispo­sizioni affettive che, per l'intera esi­stenza, costituiscono autentiche con­dizioni preliminari e sostegni di una fede viva.

L'educazione alla fede da parte dei genitori deve incominciare fin dalla più tenera età dei figli. Essa si realizza già allorché i membri della famiglia si aiutano a crescere nella fede attraverso la testimonianza di una vita cristiana vissuta in conformità al Vangelo. La catechesi familiare precede, accompa­gna e arricchisce le altre forme d'insegnamento della fede. I genitori hanno la missione di insegnare ai figli a pregare e a scoprire la loro vocazione di figli di Dio [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Lumen gentium, 11]. La parrocchia è la comunità eucaristica e il cuore della vita liturgica delle famiglie cristiane; è un luogo privilegiato della catechesi dei figli e dei genitori.

I figli, a loro volta, contribuiscono alla crescita dei propri genitori nella santità [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Gau­dium et spes, 48]. Tutti e ciascuno, con generosità e senza mai stancarsi, si con­cederanno vicendevolmente il perdo­no che le offese, i litigi, le ingiustizie e le infedeltà esigono. L'affetto recipro­co lo suggerisce. La carità di Cristo lo richiede [CfMt 18,21-22; Lc 17,4].

Durante l'infanzia, il rispetto e l'affetto dei genitori si esprimono innanzitutto nella cura e nell'attenzio­ne prodigate nell'allevare i propri figli, e nel provvedere ai loro bisogni mate­riali e spirituali. Durante la loro cresci­ta, il medesimo rispetto e la medesima dedizione portano i genitori ad educa­re i figli al retto uso della ragione e del­la libertà.

Primi responsabili dell'educazione dei figli, i genitori hanno il diritto di  scegliere per loro una scuola rispon­dente alle proprie convinzioni. È, que­sto, un diritto fondamentale. I genitori, nei limiti del possibile, hanno il dovere di scegliere le scuole che li possano aiu­tare nel migliore dei modi nel loro com­pito di educatori cristiani [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Gravissimum educatio­nis, 6]. I pubblici poteri hanno il dove­re di garantire tale diritto dei genitori e di assicurare le condizioni concrete per poterlo esercitare.

Diventando adulti, i figli hanno il dovere e il diritto di scegliere la pro­pria professione e il proprio stato di vita. Assumeranno queste nuove responsabilità in un rapporto confi­dente con i loro genitori, ai quali chie­deranno e dai quali riceveranno volen­tieri avvertimenti e consigli. I genitori avranno cura di non costringere i figli né quanto alla scelta della professione, né quanto a quella del coniuge. Questo dovere di discrezione non impedisce loro, tutt'altro, di aiutarli con sapienti consigli, particolarmente quando pro­gettano di fondare una famiglia.

Alcuni non si sposano, al fine di prendersi cura dei propri genitori, o dei propri fratelli e sorelle, di dedicarsi più esclusivamente ad una professione o per altri validi motivi. Costoro posso­no grandemente contribuire al bene della famiglia umana. 

IV LA FAMIGLIA E IL REGNO

I vincoli familiari, sebbene impor­tanti, non sono però assoluti. Quanto più il figlio cresce verso la propria maturità e autonomia umane e spiri­tuali, tanto più la sua specifica voca­zione, che viene da Dio, si fa chiara e forte. I genitori rispetteranno tale chia­mata e favoriranno la risposta dei pro­pri figli a seguirla. È necessario con­vincersi che la prima vocazione del cri­stiano è di seguire Gesù: [CfMt 16,25] "Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me" (Mt 10,37).

Diventare discepolo di Gesù signi­fica accettare l'invito ad appartenere alla famiglia di Dio, a condurre una vita conforme al suo modo di vivere: "Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre " (Mt 12,49).

I genitori accoglieranno e rispette­ranno con gioia e rendimento di grazie la chiamata rivolta dal Signore a uno dei figli a seguirlo nella verginità per il Regno, nella vita consacrata o nel mini­stero sacerdotale. 

V. LE AUTORITÀ NELLA SOCIETA CIVILE

Il quarto comandamento di Dio ci prescrive anche di onorare tutti coloro che, per il nostro bene, hanno ricevuto da Dio un'autorità nella società. Mette in luce tanto i doveri di chi esercita l'autorità quanto quelli di chi ne bene­ficia.

Doveri delle autorità civili Coloro che sono rivestiti d'autorità, la devono esercitare come un servizio. "Colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo" ( Mt 20,26 ). L'esercizio di un'autorità è moralmen­te delimitato dalla sua origine divina, dalla sua natura ragionevole e dal suo oggetto specifico. Nessuno può comandare o istituire ciò che è contra­rio alla dignità delle persone e alla leg­ge naturale.

I poteri politici sono tenuti a rispet­tare i diritti fondamentali della persona umana. Cercheranno di attuare con umanità la giustizia, nel rispetto del diritto di ciascuno, soprattutto delle famiglie e dei diseredati.

I diritti politici connessi con la cit­tadinanza possono e devono essere concessi secondo le esigenze del bene comune. Non possono essere sospesi dai pubblici poteri senza un motivo legittimo e proporzionato. L'esercizio dei diritti politici è finalizzato al bene comune della nazione e della comunità umana.

   Doveri dei cittadini

Coloro che sono sottomessi all'au­torità considereranno i loro superiori come rappresentanti di Dio, che li ha costituiti ministri dei suoi doni: [Cf s Rm 13,1-2 ] "State sottomessi ad ogni istituzione umana per amore del Signore... Comportatevi come uomini liberi, non servendovi della libertà come di un velo per coprire la malizia, ma come servitori di Dio" (1 Pt 2,13; 1Pt 2,16). La leale collaborazione dei cittadini comporta il diritto, talvolta il dovere, di fare le giuste rimostranze su ciò che a loro sembra nuocere alla dignità delle persone e al bene della comunità.

La sottomissione all'autorità e la corresponsabilità nel bene comune comportano l'esigenza morale del ver­samento delle imposte, dell'esercizio del diritto di voto, della difesa del pae­se.

«Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timo­re; a chi il rispetto, il rispetto» (Rm 13,7).

I cristiani... abitano nella propria patria, ma come pellegrini; partecipa­no alla vita pubblica come cittadini, ma da tutto sono staccati come stranie­ri... Obbediscono alle leggi vigenti, ma con la loro vita superano le leggi...

Così eccelso è il posto loro assegnato da Dio, e non è lecito disertarlo! [Let­tera a Diogneto, 5, 5. 10; 6,10]

L'Apostolo ci esorta ad elevare pre­ghiere ed azioni di grazie `per i re e per tutti tutti quelli che stanno al pote­re, perché possiamo trascorrere una vita calma e tranquilla con tutta pietà e dignità " (1 Tm 2,2 ).

Le nazioni più ricche sono tenute ad accogliere, nella misura del possibi­le, lo straniero alla ricerca della sicu­rezza e delle risorse necessarie alla vita, che non gli è possibile trovare nel proprio paese di origine. I pubblici poteri avranno cura che venga rispetta­to il diritto naturale, che pone l'ospite sotto la protezione di coloro che lo accolgono.

Le autorità politiche, in vista del bene comune, di cui sono responsabili, possono subordi­nare l'esercizio del diritto di immigrazione a diverse condi­zioni giuridiche, in particolare al rispetto dei doveri dei migranti nei confronti del paese che li accoglie. L'immigrato è tenuto a rispettare con ricono­scenza il patrimonio mate­riale e spirituale del paese che lo ospita, ad obbedire alle sue leggi, a contri­buire ai suoi oneri.

Il cittadino è obbligato in coscienza a non seguire le pre­scrizioni delle autorità civili quando tali precetti sono contrari alle esigenze dell'ordine morale, ai diritti fonda­mentali delle persone o agli insegna­menti del Vangelo. Il rifiuto d'obbedienza alle autorità civili, quan­do le loro richieste contrastano con quelle della retta coscienza, trova la sua giustificazione nella distinzione tra il servizio di Dio e il servizio della comunità politica. "Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" ( Mt 22,21 ). "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomi­ni " (At 5,29 ).

Dove i cittadini sono oppressi da una autorità pubblica che va al di là del­le sue competenze, essi non ricusino quelle cose che sono oggettivamente richieste dal bene comune; sia però loro lecito difendere i diritti propri e dei propri concittadini contro gli abusi di questa autorità, nel rispetto dei limi­ti dettati dalla legge naturale ed evan­gelica [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 74].

La resistenza all'oppressione del potere politico non ricorrerà legittima­mente alle armi, salvo quando sussi­stano tutte insieme le seguenti condi­zioni: 1. in caso di violazioni certe, gra­vi e prolungate dei diritti fondamenta­li; 2. dopo che si siano tentate tutte le altre vie; 3. senza che si provochino disordini peggiori; 4. qualora vi sia una fondata speranza di successo; 5. se è impossibile intravedere ragionevol­mente soluzioni migliori. 

VI. LA COMUNITA’ POLITICA E LA CHIESA

La Chiesa, che a motivo della sua missione e della sua competenza, non si si confonde in alcun modo con la comu­nità politica, è ad un tempo il segno e la salvaguardia del carattere trascenden­te della persona umana. `La Chiesa... rispetta e promuove anche la libertà politica e la responsabilità dei cittadi­ni " Conc. Ecum. Vat. Il, GS, 76].

E’ proprio della missione della Chie­sa "dare il suo giudizio morale anche su cose che riguardano l'ordine politi­co, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla sal­vezza delle anime. E questo farà, uti­lizzando tutti e solo quei mezzi che sono conformi al Vangelo e al bene di tutti, secondo la diversità dei tempi e delle situazioni" [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 76]. 

IN SINTESI

"Onora tuo padre e tua madre " (Dt 5,16; 2247 Mc 7,10 ).

Secondo il quarto comandamento, Dio ha voluto che, dopo lui, onoriamo i nostri genitori e coloro che egli, per il nostro bene, ha rivestito d'autorità.

La comunità coniugale è stabilita sull'alleanza e sul consenso degli spo­si. Il matrimonio e la famiglia sono ordinati al bene dei coniugi, alla pro­creazione e all'educazione dei figli.

"La salvezza della persona e della società umana e cristiana è stretta­mente connessa con una felice situa­zione della comunità coniugale e fami­liare " [Conc. Ecum. Vat. II, GS, 47].

I figli devono ai loro genitori rispetto, riconoscenza, giusta obbe­dienza e aiuto. Il rispetto filiale favori­sce l'armonia di tutta la vita familiare.

I genitori sono i primi responsabili dell'educazione dei propri figli alla fede, alla preghiera e a tutte le virtù. Hanno il dovere di provvedere, nella misura del possibile, ai bisogni mate­riali e spirituali dei propri figli.

I genitori devono rispettare e favo­rire l'educazione dei propri figli. Ricorderanno a se stessi ed insegne­ranno ai figli che la prima vocazione del cristiano è seguire Gesù.

La pubblica autorità è tenuta a rispettare i diritti fondamentali della persona umana e le condizioni per (esercizio della sua libertà.

È dovere dei cittadini collabo­rare con i poteri civili all'edifi­cazione della società in uno spirito di verità, di giustizia, di solida­rietà e di libertà.

Il cittadino è obbligato in coscienza a non seguire le pre­scrizioni delle autorità civili quando tali precetti si oppongono alle esigenze dell'ordine morale. "Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini" (At 5,29). Ogni società ispira i propri giu­dizi e la propria condotta ad una visio­ne dell'uomo e del suo destino. Al di fuori della luce del Vangelo su Dio e sull'uomo, è facile che le società diventino totalitarie.

 

QUINTO COMANDAMENTO

"NON UCCIDERE"

dal Catechismo della Chiesa Cattolica. numeri 2258-2283Articolo 5

Non uccidere ( Es 20,13 ). "Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio" (Mt 5,21-22).

"La vita umana è sacra perché, fin dal suo inizio, comporta l'azione crea­trice di Dio e rimane per sempre in una relazione speciale con il Creatore, suo unico fine. Solo Dio è il Signore della vita dal suo inizio alla sua fine: nessuno, in nessuna circostanza, può rivendicare a sé il diritto di distrug­gere direttamente un essere umano innocente" [Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr Donum vitae, intr 5, AAS 80 (1988), 70-102].

I. II rispetto della vita umana

   La testimonianza della Storia Sacra

La Scrittura, nel racconto dell'uc­cisione di Abele da parte del fratello Caino, [Cf Gen 4,8-12] rivela, fin dagli inizi della storia umana, la presenza nell'uomo della collera e della cupidigia, conseguenze del peccato originale. L'uomo è diventato il nemico del suo simile. Dio dichiara la scelleratezza di questo fratricidio: "Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello" (Gen 4,10-11). L'alleanza di Dio e dell'umanità è intessuta di richiami al dono divino della vita umana e alla violenza omici­da dell'uomo: «Del sangue vostro, ossia della vostra vita, io domando conto... Chi sparge il sangue dell'uo­mo, dall'uomo il suo sangue sarà sparso, perché ad immagine di Dio egli ha fatto l'uomo» (Gen9,5-6). L'Antico Testamento ha sempre ritenuto il sangue come un segno sacro della vita [Cf Lv 17,14]. Questo insegnamento è necessario in ogni tempo.

La Scrittura precisa la proibizione del quinto comandamento: "Non far morire l'innocente e il giusto" (Es 23,7). L'uccisione volontaria di un innocente è gravemente contraria alla dignità dell'essere umano, alla "regola d'oro" e alla santità del Creatore. La legge che vieta questo omicidio ha una validità universale: obbliga tutti e ciascuno, sempre e dappertutto.

Nel Discorso della montagna il Signore richiama il precetto: "Non uccidere" (Mt 5,21); vi aggiunge la proibizione dell'ira, dell'odio, della vendetta. Ancora di più: Cristo chiede al suo discepolo di porgere l'altra guancia, [Cf Mt 5,22-39] di amare i propri nemici [CfMt 5,44]. Egli stesso non si è difeso e ha ingiunto a Pietro di rimettere la spada nel fodero [Cf Mt 26,521.

   La legittima difesa

La legittima difesa delle persone e delle società non costituisce un'ec­cezione alla proibizione di uccidere l'innocente, uccisione in cui consiste l'omicidio volontario. "Dalla difesa personale possono seguire due effetti, il primo dei quali è la conserva­zione della propria vita; mentre l'altro è l'uccisione dell'attentatore... Il primo soltanto è intenzionale, l'altro è involontario" [San Tommaso d Aqui­no, Summa theologiae, II-II, 64, 7].

L'amore verso se stessi resta un principio fondamentale della moralità. E quindi legittimo far rispettare il proprio diritto alla vita. Chi difende la propria vita non si rende colpevole di omicidio anche se è costretto a infliggere al suo aggressore un colpo mortale: «Se uno nel difendere la propria vita usa maggior violenza del necessario, il suo atto è illecito. Se invece reagisce con moderazione, allora la difesa è lecita... E non è necessario per la salvezza dell'anima che uno rinunzi alla legittima difesa per evitare l'uccisione di altri: poiché un uomo è tenuto di più a provvedere alla propria vita che alla vita altrui» [San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, II-II, 64, 7].

La legittima difesa, oltre che un diritto, può essere anche un grave dovere, per chi è responsabile della vita di altri. La difesa del bene comune esige che si ponga l'ingiusto aggressore in stato di non nuocere. A questo titolo, i legittimi detentori dell'autorità hanno il diritto di usare anche le armi per respingere gli aggressori della comunità civile affidata alla loro responsabilità.

Corrisponde ad un'esigenza di tutela del bene comune lo sforzo dello Stato inteso a contenere il diffondersi di comportamenti lesivi dei diritti dell'uomo e delle regole fondamentali della convivenza civile. La legittima autorità pubblica ha il diritto ed il dovere di infliggere pene propor­zionate alla gravità del delitto. La pena ha innanzi tutto lo scopo di riparare il disordine introdotto dalla colpa. Quando è volontariamente accettata dal colpevole, essa assume valore di espiazione.

La pena poi, oltre che a difendere l'ordine pubblico e a tutelare la sicurezza delle persone, mira ad uno scopo medicinale: nella misura del possibile, essa deve contribuire alla correzione del colpevole.

L'insegnamento tradizionale della Chiesa non esclude, supposto il pieno accertamento dell'identità e della responsabilità del colpevole, il ricorso alla pena di morte, quando questa fosse l'unica via praticabile per difendere efficacemente dall'aggressore ingiusto la vita di esseri umani.

Se invece i mezzi incruenti sono sufficienti per difendere dall'ag­gressore e per proteggere la sicurezza delle persone, l'autorità si limiterà a questi mezzi, poichè essi sono meglio rispondenti alle condizioni concrete del bene comune e sono più conformi alla dignità della persona umana. Oggi, infatti, a seguito delle possibilità di cui lo Stato dispone per reprimere efficacemente il crimine rendendo inoffensivo colui che l'ha commesso, senza togliergli definitiva­mente la possibilità di redimersi, i casi di assoluta necessità di soppressione del reo "sono ormai molto rari, se non addirittura praticamente inesistenti" [Evangelium vitae, n. 56].

   L'omicidio volontario

Il quinto comandamento proibisce a, come gravemente peccaminoso l'omi­cidio diretto e volontario.

"L'omicida e coloro che volon­tariamente cooperano all'uccisione commettono un peccato che grida vendetta al cielo [Cfr Gen 4,10 ].

L'infanticidio, [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 51] il fratricidio, il parricidio e l'uccisione del coniuge sono crimini particolarmente gravi a motivo dei vincoli naturali che infrangono. Preoccupazioni eugenetiche o di igiene pubblica non possono giustificare nessu­na uccisione, fosse anche co­mandata dai pubblici poteri.

Il quinto comandamento proibisce qualsiasi azione fatta, con l'intenzione di provocare indirettamente la morte di una persona. La legge morale vieta tanto di esporre qualcuno ad un rischio mortale senza grave motivo, quanto di rifiutare l'assistenza ad una persona in pericolo.

Tollerare, da parte della società umana, condizioni di miseria che portano alla morte senza che ci si sforzi di porvi rimedio, è una scandalosa ingiustizia e una colpa grave. Quanti nei commerci usano pratiche usuraie e mercantili che provocano la fame e la i morte dei loro fratelli in umanità, commettono indirettamente un omicidio, che è loro imputabile [CfAm 8,4-10].

L'omicidio involontario non è moralmente imputabile. Ma non si è scagionati da una colpa grave qualora, senza motivi proporzionati, si è agito in modo tale da causare la morte, anche senza l'intenzione di provocarla.

   L'aborto

La vita umana deve essere rispettata e protetta in modo assoluto fin dal momento del concepimento. Dal primo istante della sua esistenza, l'essere umano deve vedersi ricono­sciuti i diritti della persona, tra i quali il diritto inviolabile di ogni essere innocente alla vita [Cf Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr. Donum vitae, 1,1].

«Prima di formarti nel grembo ma­terno, ti conoscevo, prima che tu uscis­si alla luce, ti avevo consacrato» (Ger 1,5)[CfrGb10,8-12; Sal22,10-11].

«Non ti erano nascoste le mie ossa quando venivo formato nel segreto, intessuto nelle profondità della terra (Sal 139,15)».

Fin dal primo secolo la Chiesa ha dichiarato la malizia morale di ogni aborto provocato. Questo insegnamen­to non è mutato. Rimane invariabile.

L'aborto diretto, cioè voluto come un fine o come un mezzo, è gravemente contrario alla legge morale: «Non uccidere il bimbo con l'aborto, e non sopprimerlo dopo la nascita» [Dida­ché, 2, 2; cf Lettera di Barnaba; 19, 5; Lettera a Diogneto, 5, 5; Tertulliano, Apologeticus, 9]. «Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l'altissima missione di proteggere la vita, missione che deve essere adempiuta in modo umano. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l'aborto come l'infanticidio sono abominevoli delitti» [Conc. Ecum. ITat. II, Gaudium et spes, 51].

La cooperazione formale a un aborto costituisce una colpa grave. La Chiesa sanziona con una pena canonica di scomunica questo delitto contro la vita umana. "Chi procura l'aborto, ottenendo l'effetto, incorre nella scomunica latae sententiae"

[Codice di Diritto Canonico, 1398] "per il fatto stesso d'aver commesso il delitto" [Codice di Diritto Canonico, 1398] e alle condizioni previste dal Diritto [Cf ibid., 1323-1324]. La Chiesa non intende in tal modo restringere il campo della miseri­cordia. Essa mette in evidenza la gra­vità del crimine commesso, il danno irreparabile causato all'innocente ucciso, ai suoi genitori e a tutta la società.

Il diritto inalienabile alla vita di ogni individuo umano innocente rappresenta un elemento costitutivo della società civile e della sua legislazione: "I diritti inalienabili della persona dovranno essere riconosciuti e rispettati da parte della società civile e dell'autorità politica; tali diritti dell'uomo non dipendono né dai singoli individui, né dai genitori e neppure rappresentano una concessione della società e dello Stato: appartengono alla natura umana e sono inerenti alla persona in forza dell'atto creativo da cui ha preso origine. Tra questi diritti fondamentali bisogna, a uesto proposito, ricordare... il diritto alla vita e all'integrità fisica di ogni essere umano dal con­cepimento alla morte" [Congre­gazione per la Dottrina della Fede, Istr Donum vitae, III].

"Nel momento in cui una legge positiva priva una categoria di esseri umani della protezione che la legislazione civile deve loro accordare, lo Stato viene a negare l'uguaglianza di tutti davanti alla legge. Quando lo Stato non pone la sua forza al servizio dei diritti di ciascun cittadino, e in particolare di chi è più debole, vengono minati i fondamenti stessi di uno Stato di diritto... Come conseguenza del rispetto e della protezione che vanno accordati al nascituro, a partire dal momento del suo concepimento, la legge dovrà prevedere appropriate sanzioni penali per ogni deliberata violazione dei suoi diritti" [Congregazione per la Dot­trina della Fede, Istr Donum vitae, III].

L'embrione, poiché fin dal conce­pimento deve essere trattato come una persona, dovrà essere difeso nella sua integrità, curato e guarito, per quanto è possibile, come ogni altro essere umano.

La diagnosi prenatale è moralmente lecita, se "rispetta la vita e l'integrità dell'embrione e del feto umano ed è orientata alla sua salvaguardia o alla sua guarigione individuale... Ma essa è gravemente in contrasto con la legge morale quando contempla l'eventua­lità, in dipendenza dai risultati, di pro­vocare un aborto: una diagnosi... non deve equivalere a una sentenza di mor­te" [Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr Donum vitae, III].

"Si devono ritenere leciti gli interventi sull'embrione umano a patto che rispettino la vita e l'integrità dell'embrione, non comportino per lui rischi sproporzionati, ma siano fina­lizzati alla sua guarigione, al miglio­ramento delle sue condizioni di salute o alla sua sopravvivenza individua­le" [Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr. Donum vitae, III].

"È immorale produrre embrioni umani destinati a essere sfruttati come "materiale biologico " disponibile" [Congrega­zione per la Dottrina della Fede, Donum vitae, III]

"Alcuni tentativi d'in­tervento sul patrimonio cromosomico o genetico non sono terapeutici, ma mirano alla produzione di esseri umani selezionati secondo il sesso o altre qualità prestabilite. Queste manipolazioni sono contrarie alla dignità personale dell'essere umano, alla sua integrità e alla sua identità unica, irrepetibile" [Congregazione per la Dottrina della Fede, Istr Donum vitae, III].

   L'eutanasia

Coloro la cui vita è minorata o indebolita, richiedono un rispetto particolare. Le persone ammalate o handicappate devono essere sostenute perché possano condurre un'esistenza per quanto possibile normale. Qualunque ne siano i motivi e i mezzi, l'eutanasia diretta consiste nel mettere fine alla vita di persone handi­cappate, ammalate o prossime alla morte. Essa è moralmente inac­cettabile.

Così un'azione oppure un'omis­sione che, da sé o intenzionalmente, provoca la morte allo scopo di porre fine al dolore, costituisce un'uccisione gravemente contraria alla dignità della persona umana e al rispetto del Dio vivente, suo Creatore. L'errore di giudizio nel quale si può essere incorsi in buona fede, non muta la natura di quest'atto omicida, sempre da condan­nare e da escludere.

L'interruzione di procedure medi­che onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico". Non si vuole così pro­curare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.

Anche se la morte è considerata imminente, le cure che d'ordinario sono dovute ad una persona ammalata non possono essere legittimamente in­terrotte. L'uso di analgesici per allevia­re le sofferenze del moribondo, anche con il rischio di abbreviare i suoi gior­ni, può essere moralmente conforme alla dignità umana, se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile. Le cure palliative costi­tuiscono una forma privilegiata della carità disinteressata. A questo titolo devono essere incoraggiate.

   Il suicidio

Ciascuno è responsabile della propria vita davanti a Dio che gliel'ha donata. È lui che ne rimane il sovrano Padrone. Noi siamo tenuti a riceverla con riconoscenza é a preservarla per il suo onore e per la salvezza delle nostre anime. Siamo gli amministratori, non i proprietari della vita che Dio ci ha af­fidato. Non ne disponiamo.

Il suicidio contraddice la naturale inclinazione dell'essere umano a conservare e a perpetuare la propria vita. Esso è gravemente contrario al giusto amore di sé. Al tempo stesso è un'offesa all'amore del prossimo, perché spezza ingiustamente i legami di solidarietà con la società familiare, nazionale e umana, nei confronti delle quali abbiamo degli obblighi. Il suicidio è contrario all'amore del Dio vivente.

Se è commesso con l'intenzione che serva da esempio, soprattutto per i giovani, il suicidio si carica anche della gravità dello scandalo. La cooperazione volontaria al suicidio è contraria alla legge morale.

Gravi disturbi psichici, l'angoscia o il timore grave della prova, della sofferenza o della tortura possono attenuare la responsabilità del suicida.

Non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte. Dio, attraverso le vie che egli solo conosce, può loro preparare l'occasione di un salutare pentimento. La Chiesa prega per le persone che hanno attentato alla loro vita.

   Il rispetto della dignità delle persone

Il rispetto dell’anima altrui: lo scandalo.

Lo scandalo è l’atteggiamento o il comportamento che induce altri a compiere il male. Chi scandalizza si fa tentatore del suo prossimo. Attenta alla virtù e alla rettitudine; può trascinare il proprio fratello nella morte spirituale. Lo scandalo costituisce una colpa grave se chi lo provoca con azioni o omissione induce deliberatamente altri in una grave mancanza.

   Lo scandalo assume una gravità particolare a motivo dell’autorità di coloro che lo causano o della debolezza di coloro che lo subiscono. Signore questa maledizione: “Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli…, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare” (Mt 18,16) [Cf 1 Cor 8,10-13].

   Lo scandalo è grave quando a provocarlo sono coloro che, per natura o per funzione, sono tenuti ad insegnare e ad educare gli altri. Gesù lo rimprovera agli scribi e ai farisei: li paragona a lupi rapaci in veste di pecore.  [Cf Mt 7,15].

   Lo scandalo può essere provocato dalla legge o dalle istituzioni, dalla moda o dall’opinione pubblica. Così, si rendono colpevole di scandalo coloro che promuovono leggi o strutture sociali che portano alla degradazione dei costumi e alla corruzione della vita religiosa, o a “condizioni sociali che, volontariamente o no, rendono difficile e praticamente impossibile un comportamento cristiano conforme ai Comandamenti” [Pio XII Discorso del 1 giugno 1941]. Analogamente avviene per i capi di imprese i quali hanno regolamenti che inducono alla frode, per i maestri che “esasperano” i loro allievi o per coloro che, manipolando l’opinione pubblica, la sviano dai valori morali. 

   Chi usa i poteri di cui dispone in modo tale da spingere ad agire male, si rende colpevole di scandalo e responsabile del male che, direttamente o indirettamente, ha favorito. “E’ inevitabile che avvengano scandali, ma guai a colui per cui avvengono” (Lc 17,1).

   Il rispetto della salute

   La vita e la salute fisica sono beni preziosi donati da Dio. Dobbiamo averne ragionevolmente cura. Tenendo conto delle necessità altrui e del bene comune.

   La cura della salute dei cittadini richiede l’apporto della società perché si abbiano le condizioni d’esistenza che permettono di crescere e di raggiungere la maturità: cibo e indumenti, abitazione, assistenza sanitaria, insegnamento di base, lavoro, previdenza sociale.

   Se la morale richiama al rispetto della vita corporea, non ne fa tuttavia un valore assoluto. Essa si oppone ad una concezione neo-pagana, che tende a promuovere il culto del corpo, a sacrificargli tutto, ad idolatrare la perfezione fisica e il successo sportivo. A motivo della scelta selettiva che tale concezione opera tra i forti e i deboli, essa può portare alla perversione dei rapporti umani.

   La virtù della temperanza dispone ad evitare ogni sorta di eccessi, l’abuso dei cibi, dell’alcool, del tabacco e dei medicinali. Coloro che, in stato di ubriachezza o per uno smodato gusto della velocità , mettono in pericolo l’incolumità altrui e la propria sulle strade, in mare, o in volo, si rendono gravemente colpevoli.

   L’uso della droga causa gravissimi danni alla salute e alla vita umana. Esclusi i casi di prescrizione prettamente terapeutiche, costituisce una colpa grave. La produzione clandestina di droghe e il loro traffico sono pratiche scandalose; costituiscono una cooperazione diretta dal momento che spingono a pratiche gravemente contrarie alla legge morale.

   Il rispetto della persona e la ricerca scientifica

   Le sperimentazioni scientifiche, mediche o psicologiche, sulle persone o sui gruppi umani, possono concorrere alla guarigione dei malati e al progresso della salute pubblica.

   La ricerca scientifica di base come la ricerca applicata costituiscono una espressione significatiova della signoria dell’uomo sulla creazione. La scienza e la tecnica sono preziose risorse quando vengono messe al servizio dell’uomo e ne promuovono lòo sviluppo integrale a beneficio di tutti; non possono tuttavia, da sole, indicare il senso dell’esistenza e del progresso umano. La scienza e la tecnica sono ordinate all’uomo, dal quale traggono origine e sviluppo; esse, quindi, trovano nella persona e nei suoi valori morali l’indicazione del loro fine e la coscienza del loro limite.  

   E’ illusorio rivendicare la neutralità morale della ricerca scientifica e delle sue applicazioni. D’altra parte, i criteri orientativi non possono essere dedotti né dalla semplice efficacia tecnica, né dall’utilità che può derivarne per gli uni a scapito degli altri, né, peggio ancora, dalle ideologie dominanti. La scienza e la tecnica richiedono , per il loro stesso significato intrinseco, l’incondizionato rispetto per i criteri fondamentali della moralità; devono essere al servizio della persona umana, dei suoi inalienabili diritti, del suo bene vero e integrale, in conformità al progetto e alla volontà di Dio.     

   Le ricerche o sperimentazioni sull’essere umano non possono legittimare atti in se stessi contrari alla dignità delle persone e alla legge morale. L’eventuale consenso dei soggetti non giustifica simili atti. La sperimentazione sull’essere umano non è moralmente legittima se fa correre rischi sproporzionati o evitabili per la vita o l’integrità fisica e psichica dei soggetti. La sperimentazione sugli esseri umani non è conforme alla dignità della persona se, oltretutto, viene fatta senza il consenso esplicito del soggetto  o dei suoi aventi diritto.

   Il trapianto di organi è conforme alla legge morale se i danni e i rischi fisici e psichici in cui incorre il donatore sono proporzionati al bene che si cerca per il destinatario. La donazione di organi dopo la morte è un atto nobile e meritorio ed è da incoraggiare come manifestazione di generosa solidarietà. Non è moralmente accettabile se il donatore o i suoi aventi diritto non vi hanno dato il loro esplicito assenso. E’ inoltre moralmente inammissibile provocare direttamente la mutilazione invalidante o la morte di un essere umano, sia pure per ritardare il decesso di altre persone.

   Il rispetto dell’integrità corporea

   I rapimenti e la presa di ostaggi fanno regnare il terrore e, con la minaccia, esercitano intollerabili pressioni sulle vittime. Essi sono moralmente illeciti. Il terrorismo minaccia, ferisce e uccide senza discriminazione; esso è ravenmente contrario alla giustizia e alla carità. La tortura, che si serve della violenza fisica o morale per strappare confessioni, per punire i colpevoli, per spaventare gli oppositori, per soddisfare l’odio, è contrari al rispetto della persona e della dignità umana. Al di fuori di prescrizioni mediche di carattere strettamente terapeutico, le amputazioni, mutilazioni o sterilizzazioni direttamente volontarie praticate a persone innocenti sono contrarie alla legge morale. [Cf Pio X!, Lett. Enc. Casti connubi: Denz. – Schonm ., 3722].

   Nei tempi passati, da parte delle autorità legittime si è fatto comunemente ricorso a pratiche crudeli per salvaguardare la legge e l’ordine, spesso senza protesta dei pastori della Chiesa, i quali nei loro propri tribunali hanno essi stessi adottato le prescrizioni del diritto romano sulla tortura.

   Accanto a tali fatti deplorevoli, però, la Chiesa ha sempre insegnato il dovere della clemenza e della misericordia; ha vietato al clero do versare il sangue. Nei tempi recenti è diventato evidente che tali pratiche crudeli non erano, né necessari per l’ordine pubblico, né conformi ai legittimi diritti della persona umana. Al contrario, esse portano alle maggiori degradazioni. Ci si deve adoperare per la loro abolizione. Bisogna pregare per le vittime e i loro carnefici.

   

SESTO COMANDAMENTO:

NON COMMETTERE ATTI IMPURI

Non commettere adulterio (Es 20,14; Dt 5,18). Avete inteso che fu detto: "Non commettere adulterio"; ma io vi dico: "Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già com­messo adulterio con lei nel suo cuore " (Mt 5,27-28).

"Dio è amore e vive in se stesso un mistero di comunione e di amore. Creandola a sua immagine...

Dio iscrive nell'umanità del­l'uomo e della donna la vocazione, e quindi la capacità e la responsabilità dell'amore e della comunione" [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio,11].

"Dio creò l'uomo a sua immagine... maschio e femmi­na li creò" (Gen 1,27); "siate fecondi e moltiplicatevi" (Gen 1,28); "quando Dio creò l'uomo, lo fece a somiglianza di Dio; maschio e femmina li creò, li benedisse e li chiamò uomini quando furono creati " (Gen 5,1-2).

La sessualità esercita un'in­fluenza su tutti gli aspetti della persona umana, nell'unità del suo corpo e della sua anima.

Essa concerne particolarmente l'affettività, la capacità di amare e di procreare e, in un modo più generale, l'attitudine ad intrecciare rapporti di comunione con altri.

Spetta a ciascuno, uomo o donna, riconoscere ed accettare la propria identità sessuale. La differenza e la complementarità fisiche, morali e spirituali sono orientate ai beni del matrimonio e allo sviluppo della vita familiare. L'armonia della coppia e della società dipende in parte dal modo in cui si vivono tra i sessi la com­plementarità, il bisogno vicendevole e il reciproco aiuto.

"Creando l'uomo maschio e fem­mina "Dio dona la dignità perso­nale in egual modo all'uomo e alla donna " [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 22; cf Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 49]. `L'uomo è una persona, in eguale misura l'uomo e la donna: ambedue infatti sono stati creati ad immagine e somiglianza del Dio personale" [Giovanni Paolo II, Lett. ap. Mulieris dignitatem, 6].

Ciascuno dei due sessi, con eguale dignità, anche se in modo differente, è immagine della potenza e della tenerezza di Dio. L'unione dell'uomo e della donna nel matrimonio è una maniera di imitare, nella carne, la generosità e la fecondità del Creatore: "L'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno una sola carne " (Gen 2,24).

Da tale unione derivano tutte le generazioni umane [Cf Gen 4,1-2; Gen 4,25-26; 2335 Gen 5,1].

Gesù è venuto a restaurare la creazione nella purezza delle sue origini. Nel Discorso della montagna dà una interpreta­zione rigorosa del progetto di Dio: «Avete inteso che fu detto: "Non commettere adulterio "; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,27-28). L'uomo non deve separare quello che Dio ha congiunto [Cf Mt 19,6].

La Tradizione della Chiesa ha considerato il sesto Comandamento come inglobante l'insieme della sessualità umana. 

Le offese alla castità

La lussuria è un desiderio di­sordinato o una fruizione sregolata del piacere venereo. Il piacere sessuale è moralmente disordinato quando è ri­cercato per se stesso, al di fuori delle finalità di procreazione e di unione.

Per masturbazione si deve inten­dere l'eccitazione volontaria degli organi genitali, al fine di trarne un piacere venereo. "Sia il Magistero della Chiesa - nella linea di una Tradizione costante - sia il senso morale dei fedeli hanno affermato senza esitazione che la masturbazione è un atto intrinsecamente e grave­mente disordinato ". "Qualunque ne sia il motivo, l'uso deliberato della facoltà sessuale al di fuori dei rapporti coniugali normali contraddice es­senzialmente la sua finalità ".

Il godimento sessuale vi è ricercato al di fuori della "relazione sessuale richiesta dall'ordine morale, quella che realizza, in un contesto di vero amore, l'integro senso della mutua donazione e della procreazione umana " [Congre­gazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana, 9].

Alfine di formulare un equo giudizio sulla responsabilità morale dei soggetti e per orientare l'azione pastorale, si terrà conto dell'immaturità affettiva, della forza delle abitudini contratte, dello stato d'angoscia o degli altri fattori psichici o sociali che possono attenuare se non addirittura ridurre al minimo la colpevo­lezza morale.

La fornicazione è l'unione carnale tra un uomo e una donna liberi, al di fuori del matrimonio. Essa è gravemente contraria alla dignità delle persone e della sessualità umana naturalmente ordinata sia al bene degli sposi, sia alla generazione e all'edu­cazione dei figli. Inoltre è un grave scandalo quando vi sia corruzione dei giovani.

La pornografia consiste nel sot­trarre all'intimità dei partner gli atti sessuali, reali o simulati, per esibirli deliberatamente a terze persone. Offende la castità perché snatura l'atto coniugale, dono intimo degli sposi l'uno all'altro. Lede gravemente la dignità di coloro che vi si prestano (attori, commercianti, pubblico), poiché l'uno diventa per l'altro l'og­getto di un piacere rudimentale e di un illecito guadagno. Immerge gli uni e gli altri nell'illusione di un mondo irreale.

È una colpa grave. Le autorità civili devono impedire la produzione e la diffusione di materiali pornografici.

La prostituzione offende la dignità della persona che si prostituisce, ridotta al piacere venereo che procura. Colui che paga pecca gravemente contro se stesso: viola la castità, alla quale lo impegna il Battesimo e macchia il suo corpo, tempio dello Spirito Santo [Cf 1 Cor 6,15-20]. La prostituzione costituisce una piaga sociale. Normalmente colpisce donne, ma anche uomini, bambini o adole­scenti (in questi due ultimi casi il peccato è, al tempo stesso, anche uno scandalo). Il darsi alla prostituzione è sempre gravemente peccaminoso, tuttavia l'imputabilità della colpa può essere attenuata dalla miseria, dal ricatto e dalla pressione sociale.

Lo stupro indica l'entrata per effrazione, con violenza, nell'intimità sessuale di una persona. Esso viola la giustizia e la carità. Lo stupro lede profondamente il diritto di ciascuno al rispetto, alla libertà, all'integrità fisica e morale. Arreca un grave danno, che può segnare la vittima per tutta la vita. È sempre un atto intrinsecamente cattivo. Ancora più grave è lo stupro commesso da parte di parenti stretti (incesto) o di educatori ai danni degli allievi che sono loro affidati. 

CASTITA’ E OMOSESSUALITA

L'omosessualità designa le rela­zioni tra uomini o donne che provano un'attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psi­chica rimane in gran parte inspie­gabile.

Appoggiandosi sulla Sacra Scrit­tura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, [Cf Gen 19,1-29; Rm 1,24-27; 2357 1 Cor 6,10; 1 Tm 1,10] la Tradizione ha sempre dichiarato che "gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati " [Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana, 8]. Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera comple­mentarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profon­damente radicate.

Questa inclinazione, ogget­tivamente disordinata, costi­tuisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discrimina­zione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un'amicizia disinteressata, con la preghiera e la Grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolu­tamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana. 

L'amore degli sposi

La sessualità è ordinata all'amore coniugale dell'uomo e della donna. Nel matrimonio l'intimità corporale degli sposi diventa un segno e un pegno della comunione spirituale. Tra i ' battezzati, i legami del matrimonio `~ sono santificati dal Sacramento.

La sessualità, mediante la quale l'uomo e la donna si donano l'uno all'altra con gli atti propri ed esclusivi degli sposi, non è affatto qualcosa di puramente biologico, ma riguarda l'intimo nucleo della persona umana come tale. Essa si realizza in modo veramente umano solo se è parte integrante dell'amore con cui l'uomo e la donna si impegnano totalmente l'uno verso l'altra fino alla morte": [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Fami­liaris consortio, l l ].

Tobia si alzò dal letto e disse a Sara: "Sorella, alzati! Preghiamo e doman­diamo al Signore che ci dia grazia e salvezza". Essa si alzò e si misero a pregare e a chiedere che venisse su di loro la salvezza, dicendo: "Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome!

Ti benedicano i cieli e tutte le crea­ture per tutti i secoli! Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l'uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui. Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d'intenzione. Degnati di avere misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vec­chiaia ". E dissero insieme: `Amen, amen! ". Poi dormirono per tutta la notte (Tb 8,4-9).

"Gli atti coi quali i coniugi si uni­scono in casta intimità, sono onorevoli e degni, e, compiuti in modo veramen­te umano, favoriscono la mutua dona­zione che essi significano, ed arricchi­scono vicendevolmente in gioiosa gra­titudine gli sposi stessi " [Cono. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 49]. La sessualità è sorgente di gioia e di piacere. Il Creatore stesso... ha sta­bilito che nella reciproca donazione fisica totale gli sposi provino un piacere e una soddisfazione sia del - corpo sia dello spirito. Quindi, gli sposi non commettono nessun male cercando tale piacere e godendone. Accettano ciò che il Creatore ha voluto per loro. Tuttavia gli sposi devono saper restare nei limiti di una giusta moderazione [Pio XII, discorso del 29 ottobre 1951].

Mediante l'unione degli sposi si realizza il duplice fine del matrimonio: il bene degli stessi sposi e la trasmissione della vita. Non si possono disgiungere questi due significati o valori del matrimonio, senza alterare la vita spirituale della coppia e compromettere i beni del matrimonio e l'avvenire della famiglia. L'amore coniugale dell'uomo e della donna è così posto sotto la duplice esigenza della fedeltà e della fecondità. 

dal Catechismo della Chiesa Cattolica numeri 2337-2350

La castità esprime la positiva inte­grazione della sessualità nella persona e conseguentemente l'unità interiore dell'uomo nel suo essere corporeo e spi­rituale. La sessualità, nella quale si mani­festa l'appartenenza dell'uomo al mon­do materiale e biologico, diventa perso­nale e veramente umana allorché è inte­grata nella relazione da persona a perso­na, nel dono reciproco, totale e illimita­to nel tempo, dell'uomo e della donna.

La virtù della castità, quindi, com­porta l'integrità della persona e 1'inte­gralità del dono. 

L'INTEGRITÀ DELLA PERSONA

La persona casta conserva l'integrità delle forze di vita e di amore che sono in lei. Tale integrità assicura l'unità della persona e si oppone a ogni comporta­mento che la ferirebbe. Non tollera né doppiezza di vita, né doppiezza di lin­guaggio [Cf Mt 5,37].

La castità richiede l'acquisizione del dominio di sé, che è pedagogia per la libertà umana. L'alternativa è evidente: o l'uomo comanda alle sue passioni e consegue la pace, oppure si lascia asser­vire da esse e diventa infelice [Cf Sir 1,22].

"La dignità dell'uomo richiede che egli agisca secondo scelte consapevoli e libere, mosso cioè e indotto da convin­zioni personali, e non per un cieco impulso o per mera coazione esterna. Ma tale dignità l'uomo la ottiene quan­do, liberandosi da ogni schiavitù di pas­sioni, tende al suo fine con scelta libera del bene, e si procuro da sé e con la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti " [Conc. Ec. Vat. II, Gaudium et spes,17].

Colui che vuole restar fedele alle pro­messe del suo Battesimo e resistere alle tentazioni, avrà cura di valersi dei mezzi corrispondenti: la conoscenza di sé, la pratica di un'ascesi adatta alle situazioni in cui viene a trovarsi, l'obbedienza ai divini comandamenti, l'esercizio delle virtù morali e la fedeltà alla preghiera. "La continenza in verità ci raccoglie e ci riconduce a quell'unità, che abbiamo perduta disperdendoci nel molteplice" [Sant'Agostino, Confes.,10,29,40].

La virtù della castità è strettamente dipendente dalla virtù cardinale della temperanza, che mira a far condurre dal­la ragione le passioni egli appetiti della sensibilità umana.

Il dominio di sé è un'opera di lungo respiro. Non lo si potrà mai ritenere acquisito una volta per tutte. Suppone un impegno da ricominciare ad ogni età dellavita[Cf Tt2,1-6].

Lo sforzo richiesto può essere mag­giore in certi periodi, quelli, per esem­pio, in cui si forma la personalità, l'infanzia e l'adolescenza.

La castità conosce leggi di crescita, la quale passa attraverso tappe segnate dall'imperfezione e assai spesso dal pec­cato. L'uomo virtuoso e casto "si costruisce giorno per giorno, con le sue numerose libere scelte: per questo egli conosce, ama e compie il bene morale secondo tappe di crescita " [Giovanni Paolo Il, Esort. ap. Familiaris consortio, 34].

La castità rappresenta un impegno eminentemente personale; implica anche uno sforzo culturale, poiché "il perfezionamento della persona umana e lo sviluppo della stessa società " sono "tra loro interdipendenti" [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 25]. La castità suppone il rispetto dei diritti del­la persona, in particolare quello di rice­vere un'informazione ed un'educazione che rispettino le dimensioni morali e spi­rituali della vita umana.

La castità è una virtù morale. Essa è anche un dono di Dio, una grazia, un frut­to dello Spirito [Cf Gal 5,22]. Lo Spiri­to Santo dona di imitare la purezza di Cri­sto [Cf 1 Gv 3,3] a colui che è stato rige­nerato dall'acqua del Battesimo. 

L'INTEGRALITA’ DEL DONO DI SÉ

La carità è la forma di tutte le virtù.

Sotto il suo influsso, la castità appare come una scuola del dono della persona. La padronanza di sé è ordinata al dono di sé. La castità rende colui che la pratica un testimone, presso il prossimo, della fedeltà e della tenerezza di Dio.

La virtù della castità si dispiega nell'amicizia. Indica al discepolo come seguire ed imitare colui che ci ha scelti come suoi amici, [Cf Gv 5,15] si è total­mente donato a noi e ci rende partecipi della sua condizione divina. La castità è promessa di immortalità.

La castità si esprime particolarmente nell' amicizia per il prossimo. Coltivata tra persone del medesimo sesso o di ses­so diverso, l'amicizia costituisce un gran bene per tutti. Conduce alla comu­nione spirituale. 

LE DIVERSE FORME DELLA CASTITÀ

Ogni battezzato è chiamato alla castità. Il cristiano si è "rivestito di Cri­sto', (Gal 3,27 ), modello di ogni castità. Tutti i credenti in Cristo sono chiamati a condurre una vita casta secondo il loro particolare stato di vita.

Al momento del Battesimo il cristia­no si è impegnato a vivere la sua affetti­vità nella castità.

"La castità deve distinguere le per­sone nei loro differenti stati di vita: le une nella verginità o nel celibato consa­crato, un modo eminente di dedicarsi più facilmente a Dio solo, con cuore indi­viso; le altre, nella maniera quale è determinata per tutti dalla legge morale e secondo che siano sposate o celibi" [Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana, 11, AAS 68 (1976), 77-96]. Le persone sposate sono chiamate a vivere la castità coniu­gale; le altre praticano la castità nella continenza. Ci sono tre forme della virtù di castità: quella degli sposi, quella della vedovanza, infine quella della vergini­tà. Non lodiamo l'una escludendo le altre. Sotto questo aspetto, la disciplina della Chiesa è ricca [Sant'Ambrogio, De viduis, 23: PL 153,225A].

I fidanzati sono chiamati a vivere la castità nella continenza. Messi così alla prova, scopriranno il reciproco rispetto, si alleneranno alla fedeltà e alla speran­za di riceversi l'un l'altro da Dio. Riser­veranno al tempo del matrimonio le manifestazioni di tenerezza proprie dell'amore coniugale.

Si aiuteranno vicendevolmente a cre­scere nella castità. 

dal Catechismo della Chieaa Cattolica. Numeri 2382-2391

Il Signore Gesù ha insistito sull'intenzione originaria del Creatore, che voleva un matrimonio indisso­lubile [Cf Mt 5,31-32; Mt 19,3-9; Mc 10,9; 2382 Le 16,18; 1Cor 7,10-11]. Abolisce le tolleranze che erano state a poco a poco introdotte nella Legge antica [Cf Mt 19,7-9 ].

Tra i battezzati "il matrimonio rato e consumato non può essere sciolto da nessuna potestà umana e per nessuna causa, eccetto la morte " [Codice di Diritto Canonico, 1141 ].

La separazione degli sposi con la permanenza del vincolo matrimoniale può essere legittima in certi casi contemplati dal Diritto canonico [Cf Codice di Diritto Canonico, 1151­1155].

Se il divorzio civile rimane l'unico modo possibile di assicurare certi diritti legittimi, quali la cura dei figli o la tutela del patrimonio, può essere tollerato, senza che costituisca una colpa morale.

Il divorzio è una grave offesa alla legge naturale. Esso pretende di scio­gliere il patto liberamente stipulato dagli sposi, di vivere l'uno con l'altro fino alla morte. Il divorzio offende l'Alleanza della salvezza, di cui il matrimonio sacramentale è segno. Il fatto di contrarre un nuovo vincolo nuziale, anche se riconosciuto dalla legge civile, accresce la gravità della rottura: il coniuge risposato si trova in  tal caso in una condizione di adulterio pubblico e permanente.

Se il marito, dopo essersi separato dalla propria moglie, si unisce ad un'altra donna, è lui stesso adultero, perché fa commettere un adulterio a tale donna; e la donna che abita con lui è adultera, perché ha attirato a sé il marito di un'altra [San Basilio di Cesa­rea, Moralia, regola 73: PG 31, 849D­853B].

Il carattere immorale del divorzio deriva anche dal disordine che esso introduce nella cellula familiare e nel­la società. Tale disordine genera gravi danni: per il coniuge, che si trova abbandonato; per i figli, traumatizzati dalla separazione dei genitori, e soven­te contesi tra questi; per il suo effetto contagioso, che lo rende una vera pia­ga sociale.

Può avvenire che uno dei coniugi sia vittima innocente del divorzio pro­nunciato dalla legge civile; questi allo­ra non contravviene alla norma mora­le. C'è infatti una differenza notevole tra il coniuge che si è sinceramente sforzato di rimanere fedele al sacra­mento del Matrimonio e si vede ingiu­stamente abbandonato, e colui che, per sua grave colpa, distrugge un matri­monio canonicamente valido [Cf Gio­vanni Paolo Il, Esort. ap. Familiaris consortio, 84]. 

ALTRE OFFESE ALLA DIGNITA DEL MATRIMONIO

Si comprende il dramma di chi, desideroso di convertirsi al Vangelo, si vede obbligato a ripudiare una o più donne con cui ha condiviso anni di vita coniugale. Tuttavia la poligamia è in contrasto con la legge morale. Con­traddice radicalmente la comunione coniugale; essa "infatti, nega in modo diretto il disegno di Dio quale ci viene rivelato alle origini, perché é contra­ria alla pari dignità personale dell'uomo e della donna, che nel matrimonio si donano con un amore totale e perciò stesso unico ed esclusi­vo" [Giovanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consorno, 19; cf Conc. Ecum. Vat. I, Gaudium et spes, 47]. Il cristiano che prima era poligamo, per giustizia, ha il grave dovere di rispetta­re gli obblighi contratti nei confronti di quelle donne che erano sue mogli e dei suoi figli.

L'incesto consiste in relazioni inti­me tra parenti o affini, a un grado che impedisce tra loro il matrimonio [Cf Lv 18,7-20]. San Paolo stigmatizza questa colpa particolarmente grave: "Si sente da per tutto parlare d'immoralità tra voi... al punto che uno convive con la moglie di suo padre!... Nel nome del Signore nostro Gesù... questo individuo sia dato in balia di Satana per la rovina della sua carne..." (1Cor 5,1; 1Cor 5,4-5). L'incesto corrompe le relazioni fami­liari e segna un regresso verso l'animalità.

Si possono collegare all'incesto gli abusi sessuali commessi da adulti su - fanciulli o adolescenti affidati alla loro custodia. In tal caso la colpa è, al tem­po stesso, uno scandaloso attentato all'integrità fisica e morale dei giova­netti, i quali ne resteranno segnati per tutta la loro vita, ed è altresì una viola­zione della responsabilità educativa.

Si ha una libera unione quando l'uomo e la donna rifiutano di dare una forma giuridica e pubblica a un legame che implica l'intimità sessuale.

L'espressione è fallace: che senso può avere una unione in cui le persone non si impegnano l'una nei confronti dell'altra, e manifestano in tal modo una mancanza di fiducia nell'altro, in se stesso o nell'avvenire?

L'espressione abbraccia situazioni diverse: concubinato, rifiuto del matri­monio come tale, incapacità a legarsi con impegni a lungo termine [Cf Gio­vanni Paolo II, Esort. ap. Familiaris consortio, 81]. Tutte queste situazioni costituiscono un'offesa alla dignità del matrimonio; distruggono l'idea stessa della famiglia; indeboliscono il senso della fedeltà. Sono contrarie alla legge morale: l'atto sessuale deve aver posto esclusivamente nel matrimonio; al di fuori di esso costituisce sempre un pec­cato grave ed esclude dalla Comunio­ne sacramentale.

Parecchi attualmente reclamano una specie di "diritto alla prova" quan­do c'è intenzione di sposarsi. Qualun­que sia la fermezza del proposito di coloro che si impegnano in rapporti ses­suali prematuri, tali rapporti "non con­sentono di assicurare, nella sua since­rità e fedeltà, la relazione interperso­nale di un uomo e di una donna, e spe­cialmente di proteggerla dalle fantasie e dai capricci " [Congregazione per la Dottrina della Fede, Dich. Persona humana, 7].

L'unione carnale è moralmente legittima solo quando tra l'uomo e la donna si sia instaurata una comunità di vita definitiva. L'amore umano non ammette la "prova". Esige un dono totale e definitivo delle persone tra loro [Cf Giovanni Paolo 11, Esort. ap. Familiaris consortio, 80].

 

SETTIMO COMANDAMENTO

NON RUBARE

dal Catechismo della Chiesa Cattolica, numeri 2401-2425

Non rubare (Es 20,15; Dt 5,19; Mt 19,18).

2401 Il settimo comanda­mento proibisce di prendere o di tenere ingiustamente i beni del prossimo e di arrecare danno al prossimo nei suoi beni in qualsiasi modo. Esso prescrive la giustizia e la carità nella gestione dei beni materiali e del frutto del lavoro umano. Esige, in vista del bene comune, il rispetto della destinazione universale dei beni e del diritto di proprietà privata. La vita cristiana si sforza di ordi­nare a Dio e alla carità fraterna i beni di questo mondo.

I. La destinazione universale e la proprietà privata dei beni

2402 All'inizio, Dio ha affidato la terra e le sue risorse alla gestione comune dell'u­manità, affinché se ne prendesse cura, la dominasse con il suo lavoro e ne godesse i frutti [Cf Gen 1,26-29].

I beni della creazione sono destinati a tutto il genere umano. Tuttavia la terra è suddivisa tra gli uomini, perché sia garantita la sicurezza della loro vita, esposta alla precarietà e minacciata dalla violenza. L'appropriazione dei beni è legittima al fine di garantire la libertà e la dignità delle persone, di aiutare ciascuno a soddisfarei propri bisogni fondamentali e i bisogni di coloro di cui ha la responsabilità. Tale appropriazione deve consentire che si manifesti una naturale solidarietà tra gli uomini.

2403 Il diritto alla proprietà privata, acquisita o ricevuta in giusto modo, non elimina l'originaria donazione della terra all'insieme dell'umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio.

2404 L’uomo, usando dei beni creati, deve considerare le cose esteriori che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni, nel senso che possano giovare non unicamente a lui, ma anche agli altri" [Conc. Ecum. Vat. Il, Gaudium et spes, 69]. La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvi­denza, per farlo fruttificare e spartirne i frutti con gli altri, e, in primo luogo, con i propri con­giunti.

2405 1 beni di produzione, materiali o immateriali, come terreni o stabilimenti, compe­tenze o arti, esigono le cure di chi li possiede, perché la loro fecondità vada a vantaggio del maggior numero di persone. Coloro che possiedono beni d'uso e di consumo devono usarne con moderazione, riser­vando la parte migliore all'o­spite, al malato, al povero.

2406 L' autorità politica ha il diritto e il dovere di regolare il legittimo esercizio del diritto di proprietà in funzione del bene comune [Cf Cnc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 71; Lett. enc. Giovanni Paolo II, Solticitudo rei socialis, 42; Id., Lett. enc. Centesimus annus, 40; 48]:

II. Il rispetto delle persone e dei loro beni

2407 In materia economica, il rispetto della dignità umana esige la pratica della virtù della temperanza, per moderare l'attaccamento ai beni di questo mondo; della virtù della giustizia, per rispettare i diritti del prossimo e dargli ciò che gli è dovuto; e della solidarietà, seguendo la regola aurea e secondo la liberalità del Signore, il quale "da ricco che era, si è fatto povero" per noi, perché noi diven­tassimo "ricchi per mezzo della sua povertà" (2 Cor 8,9). 

IL RISPETTO DEI BENI ALTRUI

2408 II settimo Comandamento proibisce il furto, cioè l'usurpazione del bene altrui contro la ragionevole volontà del proprietario. Non c'è furto se il consenso può essere presunto, o se il rifiuto è contrario alla ragione e alla destinazione universale dei beni. E’ questo il caso della necessità urgente ed evidente, in cui l'unico mezzo per soddisfare bisogni immediati ed essenziali (nutrimento, rifugio, indumenti..) è di disporre e di usare beni altrui [Cf Conc. Ecum. Vat. II, Gaudìum et spes, 69].

2409 Ogni modo di prendere e di tenere ingiustamente i beni del prossimo, anche se non è in contrasto con le disposi­zioni della legge civile, è contrario al settimo Comandamento. Così, tenere deli­beratamente cose avute in prestito o oggetti smarriti; commettere frode nel commercio; [CfDt25,13-16] pagare salari ingiusti; [Cf Dt 24,14-15; Gc 5,4] alzare i prezzi, speculando sull'ignoranza o sul bisogno altrui [CfAm 8,4-6 ].

Sono pure moralmente illeciti: la speculazione, con la quale si agisce per fare artificiosamente variare la stima dei beni, in vista di trarne un vantaggio a danno di altri; la corruzione, con la quale si svia il giudizio di coloro che devono prendere decisioni in base al diritto; l'appro­priazione e l'uso privato dei beni sociali di un'impresa; i lavori eseguiti male, la frode fiscale, la contraffazione di assegni e di fatture, le spese eccessive, lo sperpero. Arrecare volontariamente un danno alle proprietà private o pubbliche è contrario alla legge morale ed esige il risarcimento.

2410 Le promesse devono essere mantenute, e i contratti rigorosamente osservati nella misura in cui l'impegno preso è moralmente giusto. Una parte rilevante della vita economica e sociale dipende dal valore dei contratti tra le persone fisiche o morali. È il caso dei contratti commerciali di vendita o di acquisto, dei contratti d'affitto o di lavoro. Ogni contratto deve essere stipulato e applicato in buona fede.

2411 I contratti sottostanno alla giustizia commutativa, che regola gli scambi tra le persone e tra le istituzioni nel pieno rispetto dei loro diritti. La giustizia commutativa obbliga strettamente; esige la salvaguardia dei diritti di proprietà, il pagamento dei debiti e l'adempimento delle obbligazioni liberamente contrattate. Senza la giustizia commutativa, qualsiasi altra forma di giustizia è impossibile.

Va distinta la giustizia commutativa dalla giustizia legale, che riguarda ciò che il cittadino deve equamente alla comunità, e dalla giustizia distributiva, che regola ciò che la comunità deve ai cittadini in propor­zione alle loro prestazioni e ai loro bisogni.

2412 In forza della giustizia com­mutativa, la riparazione dell'ingiustizia commessa esige la restituzione al pro­prietario di ciò di cui è stato derubato.

Gesù fa l'elogio di Zaccheo per il suo proposito "Se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto" (Lc 19,8 ).

Coloro che, direttamente o indiret­tamente, si sono appropriati di un bene altrui, sono tenuti a restituirlo, o, se la cosa non c'è più, a rendere l'equivalente in natura o in denaro, come anche a corrispondere i frutti e i profitti che sarebbero stati legittimamente ricavati dal proprietario. Allo stesso modo hanno l'obbligo della restituzione, in proporzione alla loro responsabilità o al vantaggio avutone, tutti coloro che in qualche modo hanno preso parte al furto, oppure ne hanno approfittato con cognizione di causa; per esempio, coloro che l'avessero ordinato, o appoggiato, o avessero ricettato la refurtiva.

2413 I giochi d'azzardo (gioco delle carte, ecc) o le scommesse non sono in se stessi contrari alla giustizia. Diventano moralmente inaccettabili allorché privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte ai bisogni propri e altrui. La passione del gioco rischia di diventare una grave schiavitù. Truccare le scommesse o barare nei giochi costituisce una man­canza grave, a meno che il danno causato sia tanto lieve da non poter essere ragio­nevolmente considerato significativo da parte di chi lo subisce.

2414 Il settimo Comandamento proibisce gli atti o le iniziative che, per qualsiasi ragione, egoistica o ideologica, mercantile o totalitaria, portano all'as­servimento di esseri umani, a misco­noscere la loro dignità personale, ad acquistarli, a venderli e a scambiarli come fossero merci. Ridurre le persone, con la violenza, ad un valore fuso oppure ad una fonte di guadagno, è un peccato contro la loro dignità e i loro diritti fondamentali.

San Paolo ordinava ad un padrone cristiano di trattare il suo schiavo cristiano "non più come schiavo; ma... come un fratello... come uomo, nel Signore" (Fm 1,16).

Il rispetto dell'integrità della creazione

2415 Il settimo Comandamento esige il rispetto dell'integrità della creazione. Gli animali, come le piante e gli esseri inanimati, sono naturalmente destinati al bene comune dell'umanità passata, pre­sente e futura [CfGen 1,28-31 ].

L'uso delle risorse minerali, vegetali e animali dell'universo non può essere separato dal rispetto delle esigenze morali. La signoria sugli esseri inanimati e sugli altri viventi accordata dal Creatore all'uomo non è assoluta; deve misurarsi con la sollecitudine per la qualità della vita del prossimo, compresa quella delle gene­razioni future; esige un religioso rispetto dell'integrità della creazione [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 37­38].

2416 Gli animali sono creature di Dio. Egli li circonda della sua provvida cura [Cf Mt 6,26 ]. Con la loro semplice esistenza lo benedicono e gli rendono gloria [Cf Dn 3,79­81 ]. Anche gli uomini devono essere benevoli verso di loro. Ci si ricorderà con quale delicatezza i Santi, come san Francesco d'Assisi o san Filippo Neri, trattassero gli animali.

2417 Dio ha consegnato gli animali a colui che egli ha creato a sua immagine [Cf Gen 2,19-20; Gen 9,1-4]. E’ dunque legittimo servirsi degli animali per provvedere al nutrimento o per confe­zionare indumenti. Possono essere addomesticati, perché aiutino l'uomo nei suoi lavori e anche a ricrearsi negli svaghi. Le sperimentazioni mediche e scientifiche sugli animali sono pratiche moralmente accettabili, se rimangono entro limiti ragionevoli e contribuiscono a curare o salvare vite umane.

2418 È contrario alla dignità umana far soffrire inutilmente gli animali e disporre indiscriminatamente della loro vita. È pure indegno dell'uomo spendere per gli 7 animali somme che, andrebbero destinate, prioritariamente, a sollevare la miseria degli uomini. Si possono amare gli animali; ma non si devono far oggetto di quell'affetto che è dovuto soltanto alle persone.

III. La dottrina sociale della Chiesa

2419 "La Rivelazione cristiana ci guida a un approfondimento delle leggi che regolano la vita sociale" [Conc. Ecum. Vat. Il, Gaudium et spes, 23]. La Chiesa dal Vangelo riceve la piena rivelazione della verità dell'uomo. Quan­do compie la sua missione di annunziare il Vangelo, attesta all'uomo, in nome di Cristo, la sua dignità e la sua vocazione alla comunione delle persone; gli insegna le esigenze della giustizia e della pace, conformi alla sapienza divina.

2420 La Chiesa dà un giudizio morale, in materia economica e sociale, "quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona o dalla salvezza delle anime" [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 23]. Per ciò che attiene alla sfera della moralità, essa è investita di una missione distinta da quella delle autorità politiche: la Chiesa si interessa degli aspetti temporali del bene comune in quanto sono ordinati al Bene supremo, nostro ultimo fine. Cerca di inculcare le giuste disposizioni nel rapporto con i beni terreni e nelle relazioni socio-economiche.

2421 La dottrina sociale della Chiesa si è sviluppata nel secolo diciannovesimo, all'epoca dell'impatto del Vangelo con la moderna società industriale, le sue nuove strutture per la produzione dei beni di consumo, la sua nuova concezione della società, dello Stato e dell'autorità, le sue nuove forme di lavoro e di proprietà. Lo sviluppo della dottirna della Chiesa, in materia economica e sociale, attesta il valore permanente dell'insegnamento della Chiesa e, ad un tempo, il vero senso della sua Tradizione sempre viva e vitale [Cf Giovanni Paolo Il, Lett. enc. Cente­simus annus, 3].

2422 L'insegnamento sociale della Chiesa costituisce un corpo dottrinale, che si articola man mano che la Chiesa, alla luce di tutta la Parola rivelata da Cristo Gesù, con l'assistenza dello Spirito Santo, interpreta gli avvenimenti nel corso della storia [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Sollicitudo rei socialis, l ; 41 ].

Tale insegnamento diventa tanto più accettabile per gli uomini di buona volontà quanto più profondamente ispira la condotta dei fedeli.

2423 La dottrina sociale della Chiesa propone principi di riflessione; formula criteri di giudizio, offre orientamenti per l'azione: "Ogni sistema secondo cui i rapporti sociali sarebbero completamente determinati dai fattori economici, è contrario alla natura della persona umana e dei suoi atti " [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 24].

2424 Una teoria che fa del profitto la regola esclusiva e il fine ultimo dell'attività economica è moralmente inaccettabile. Il desiderio smodato del denaro non manca di produrre i suoi effetti perversi. É una delle cause dei numerosi conflitti che turbano l'ordine sociale [Cf Conc. Ecum. Vat.11, Gaudium et spes, 63; Giovanni Paolo II, Lett. e c. Laborem exercens, 7; d., Lett. enc. Centesimus annus ]

Un sistema che sacrifica "i diritti fondamentali delle singole persone e dei gruppi all'organizzazione collettiva "della produzione" è contrario alla dignità dell'uomo [Conc. Ecurn. Vat. II, Gaudìum et spes, 65].

Ogni pratica che riduce le persone a non essere altro che puri strumenti in funzione del profitto, asservisce l'uomo, conduce all'idolatria del dena­ro e contribuisce alla diffu­sione dell'ateismo. "Non po­tete servire a Dio e a Mam­mona "(Mt 6,24; Le 16,13).

2425 La Chiesa ha rifiu­tato le ideologie totalitarie e atee asso­ciate, nei tempi moderni, al "comuni­smo"o al "socialismo".

Peraltro essa ha pure rifiutato, nella pratica del "capitalismo", l'indivi­dualismo e il primato assoluto della legge del mercato sul lavoro umano [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 10; 1,3; 44].

La regolazione dell'economia median­te la sola pianificazione centralizzata perverte i legami sociali alla base; la sua regolazione mediante la sola legge del mercato non può attuare la giustizia sociale, perché "esistono numerosi bisogni umani che non hanno accesso al mercato" [Cf Giovanni Paolo II, Lett. enc. Centesimus annus, 10; 13; 44]. È necessario favorire una ragionevole regolazione del mercato e delle iniziative economiche, secondo una giusta gerarchia dei valori e in vista del bene comune.

 

 OTTAVO COMANDAMENTO

NON DIRE FALSA TESTIMONIANZA

dal Catechismo della Chiesa Cattolica numeri 2464-2487

Non pronunciare falsa testimonian­za contro il tuo prossimo (Es 20,16). Fu detto agli antichi: Non spergiu­rare, ma adempi con il Signore i tuoi giuramenti (Mt 5,33).

L'ottavo comandamento proibisce di falsare la verità nelle relazioni con gli altri. Questa norma morale deriva dalla vocazione del popolo santo ad essere testimone del suo Dio il quale è e vuole la verità. Le offese alla verità esprimono, con parole o azioni, un rifiuto ad impegnarsi nella rettitudine morale: sono profonde infedeltà a Dio e, in tal senso, scalzano le basi dell'Al­leanza.

L'uomo è naturalmente proteso alla verità. Ha il dovere di rispettarla e di attestarla: "A motivo della loro dignità tutti gli uomini, in quanto sono persone, ... sono spinti dalla loro stessa natura e tenuti per obbligo morale a cercare la verità, in primo luogo quella concer­nente la religione. E sono pure tenuti ad aderire alla verità conosciuta e ordinare tutta la loro vita secondo le esigenze della verità " [Conc. Ecum. Vat. II, Dignitatis humanae, 2].

La verità in quanto rettitudine dell'agire e del parlare umano è detta veracità, sincerità o franchezza. La verità o veracità è la virtù che consiste nel mostrarsi veri negli atti e nell'affermare il vero nelle proprie parole, rifuggendo alla doppiezza, dalla simulazione e da ipocrisia.

"Sarebbe impossile la convivenza umana gli uomini non avessero confidenza reiproca, cioè se non si dicessero la verità" [San Tommaso d'Aquino, Summa theologiae, II-II, 109, 3, ad 1]. La virtù della verità dà giustamente all'altro quanto gli è dovuto. La veracità rispetta il giusto equilibrio tra ciò che deve essere manifestato e il segreto che deve essere conservato: implica l'onestà e la discrezione. Per giustizia, "un uomo deve onestamente manifestare a un altro la verità " [San Tommaso d'A­quino, Summa theologiae, II-II, 109, 3, ad 1].

"Rendere testimonianza alla verità" Davanti a Pilato Cristo proclama di essere "venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità" (Gv 18,37). Il cristiano non deve vergognarsi "della testimonianza da rendere al Signore" (2 Tm 1,8). Nelle situazioni in cui si richiede che si testimoni la Fede, il cristiano ha il dovere di professarla senza equivoci, come ha fatto san Paolo davanti ai suoi giudici. Il credente deve "conservare una coscienza irrepren­sibile davanti a Dio e davanti agli uomini" (At 24,16).

Le offese alla verità

I discepoli di Cristo hanno rivestito "l'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera" (Ef 4,24). Bandita la menzogna, [Cf Ef 4,25] essi hanno deposto "ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza" (1 Pt 2,1).

Falsa testimonianza e spergiuro. Una affermazione contraria alla verità, quando è fatta pubblicamente, riveste una gravità particolare. Fatta davanti ad un tribunale, diventa una falsa testi­monianza [Cf Pr 19,9]. Quando la si fa sotto giuramento, è uno spergiuro. Simili modi di comportarsi contri­buiscono sia alla condanna di un innocente sia alla assoluzione di un colpevole, oppure ad aggravare la pena in cui è incorso l'accusato [Cf Pr 18,5]. Compromettono gravemente l'esercizio della giustizia e l'equità della sentenza pronunciata dai giudici.

Il rispetto della reputazione delle persone rende illecito ogni atteg­giamento ed ogni parola che possano causare un ingiusto danno [Cf Codice di Diritto Canonico, 220].

Si rende colpevole:

- di giudizio temerario colui che, anche solo tacitamente, ammette come vera, senza sufficiente fondamento, una colpa morale nel prossimo;

- di maldicenza colui che, senza un motivo oggettivamente valido, rivela i difetti e le mancanze altrui a persone che li ignorano; [Cf Sir 21,28 ]

- di calunnia colui che, con afferma­zioni contrarie alla verità, nuoce alla reputazione degli altri e dà occasione a erronei giudizi sul loro conto.

Per evitare il giudizio temerario, ciascuno cercherà di interpretare, per quanto è possibile, in un senso favorevole i pensieri, le parole e le azioni del suo prossimo.

Ogni buon cristiano deve essere più disposto a salvare l'affermazione del prossimo che a condannarla; e se non la possa salvare, cerchi di sapere quale significato egli le dia; e, se le desse un significato erroneo, lo corregga con amore; e, se non basta, cerchi tutti i mezzi adatti perché, dandole il significato giusto, si salvi [Sant'Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, 22].

Maldicenze e calunnie distruggono la reputazione e l'onore del prossimo. Ora, l'onore è la testimonianza sociale resa alla dignità umana, e ognuno gode di un diritto naturale all'onore del proprio nome, alla propria reputazione e al rispetto. Ecco perché la maldicenza e la calunnia offendono le virtù della giustizia e della carità.

E’ da bandire qualsiasi parola o atteggiamento che, per lusinga, adulazione o compiacenza, incoraggi e confermi altri nella malizia dei loro atti e nella perversità della loro condotta. L'adulazione è una colpa grave se si fa complice di vizi o di peccati gravi. Il desiderio di rendersi utile o l'amicizia non giustificano una doppiezza del linguaggio. L'adulazione è un peccato veniale quando nasce soltanto dal desiderio di riuscire piacevole, evitare un male, far fronte ad una necessità, conseguire vantaggi leciti.

La iattanza o millanteria costituisce una colpa contro la verità. Ciò vale anche per l'ironia che tende ad intaccare l'apprezzamento di qualcuno carica­turando, in maniera malevola, un qual­che aspetto del suo comportamento.

"La menzogna consiste nel dire il falso con l'intenzione di ingannare" [Sant'Agostino, De mendacio, 4, 5: PL 40,491]. Nella menzogna il Signore denuncia un'opera diabolica: "Voi... avete per padre il diavolo... non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della menzogna " (Gv 8,44).

La menzogna è l'offesa più diretta alla verità. Mentire è parlare o agire contro la verità per indurre in errore. Ferendo il rapporto dell'uomo con la verità e con il suo prossimo, la men­zogna offende la relazione fondamentale dell'uomo e della sua parola con il Signore.

La gravità della menzogna si com­misura alla natura della verità che essa deforma, alle circostanze, alle inten­zioni del mentitore, ai danni subiti da coloro che ne sono le vittime. Se la menzogna, in sé, non costituisce che un peccato veniale, diventa mortale quando lede in modo grave le virtù della giustizia e della carità.

La menzogna è per sua natura condannabile. È una profanazione della parola, la cui funzione è di comunicare ad altri la verità cono­sciuta.

Il proposito deliberato di indurre il prossimo in errore con affermazioni contrarie alla verità costituisce una mancanza in ordine alla giustizia e alla carità. La colpevolezza è maggiore quando l'intenzione di ingannare rischia di avere conseguenze funeste per coloro che sono sviati dal vero.

La menzogna (essendo una violazione della virtù della veracità) è una autentica violenza fatta all'altro. Lo colpisce nella sua capacità di conoscere, che è la condizione di ogni giudizio e di ogni decisione. Contiene in germe la divisione degli spiriti e tutti i mali che questa genera. La menzogna è dannosa per ogni società; scalza la fiducia tra gli uomini e lacera il tessuto delle relazioni sociali.

Ogni colpa commessa contro la giustizia e la verità impone il dovere di riparazione, anche se il colpevole è stato perdonato. Quando è impossibile riparare un torto pubblicamente, bisogna farlo in privato; a colui che ha subito un danno, qualora non possa essere risarcito direttamente, va data soddisfazione moralmente, in nome della carità.

Tale dovere di riparazione riguarda anche le colpe commesse contro la reputazione altrui. La riparazione, morale e talvolta materiale, deve es­sere commisurata al danno che è stato arrecato. Essa obbliga in coscienza.

Il rispetto della verità

2488 Il diritto alla comunicazione della verità non è incondizionato. Ognuno deve conformare la propria vita al precetto evangelico dell'amore fraterno. Questo richiede, nelle situazioni concrete, che si vagli se sia opportuno o no rivelare la verità a chi la domanda.

2489 La carità e il rispetto della verità devono suggerire la risposta ad ogni richiesta di informazione o di comuni­cazione. Il bene e la sicurezza altrui, il rispetto della vita privata, il bene comune sono motivi sufficienti per tacere ciò che è opportuno non sia conosciuto, oppure per usare un linguaggio discreto. Il dovere di evitare lo scandalo spesso esige una discrezione rigorosa. Nessuno è tenuto a palesare la verità a chi non ha il diritto di conoscerla [Cf Sir 27,16; Pr 25,9-10 ].

2490 Il segreto del Sacramento della Ri­conciliazione è sacro, e non può essere violato per nessun motivo. "Il sigillo sa­cramentale è inviolabile; pertanto non è assolutamente lecito al confessore tradire anche solo in parte il penitente con parole o in qualunque altro modo e per qualsiasi causa" [Codice Diritto Canonico, 983,1 ].

2491 I segreti professionali - di cui sono in possesso, per esempio, uomini politici, militari, medici e giuristi - o le confidenze fatte sotto il sigillo del segreto, devono essere serbati, tranne i casi eccezionali in cui la custodia del segreto dovesse causare a chi li confida, a chi ne viene messo a parte, o a terzi danni molto gravi ed evitabili soltanto mediante la divulgazione della verità. Le informazioni private dannose per altri, anche se non sono state confidate sotto il sigillo del segreto, non devono essere divulgate senza un motivo grave e proporzionato.

2492 Ciascuno deve osservare il giusto riserbo riguardo alla vita privata delle persone. I responsabili della comunica­zione devono mantenere un giusto equili­brio tra le esigenze del bene comune e il rispetto dei diritti particolari. L'ingerenza dell'informazione nella vita privata di persone impegnate in un'attività politica o pubblica è da condannare nella misura in cui viola la loro intimità e la loro libertà.

L'uso dei mezzi di comunicazione sociale

2493 Nella società moderna i mezzi di comunicazione sociale hanno un ruolo di singolare importanza nell'informazione, nella promozione culturale e nella formazione. Tale ruolo cresce in rapporto ai progressi tecnici, alla ricchezza e alla varietà delle notizie trasmesse, all'in­fluenza esercitata sull'pinione pubblica.

2494 L'informazione attraverso i mass­media è al servizio del bene comune [Cf Conc Inter mirifica, 11]. La società ha diritto ad un'informazione fondata sulla verità, la libertà, la giustizia e la solidarietà: Il retto esercizio di questo diritto richiede che la comunicazione nel suo contenuto sia sempre vera e salva la giustizia e la carità, integra; inoltre, nel modo, sia onesta e conveniente, cioè rispetti scrupolosamente le leggi morali, i legittimi diritti e la dignità dell'uomo, sia nella ricerca delle notizie, sia nella loro divulgazione [Cf Conc. Vaticano II, Inter mirifica, 11].

2495 "È necessario che tutti i membri della società assolvano, anche in questo settore, i propri doveri di giustizia e di carità. Perciò si adoperino, anche mediante l'uso di questi strumenti, a formare e a diffondere opinioni pubbliche rette" [Cf Conc. Vaticano II, Inter mirifica, 11]. La solidarietà appare come una conseguenza di una comunicazione vera e giusta, e della libera circolazione delle idee, che favoriscono la conoscenza ed il rispetto degli altri.

2496 I mezzi di comunicazione sociale (in particolare i mass-media) possono gene­rare una certa passività nei recettori, ren­dendoli consumatori poco vigili di mes­saggi o di spettacoli. Di fronte ai mass­media i fruitori si imporranno modera­zione e disciplina. Si sentiranno in dovere di formarsi una coscienza illuminata e retta, al fine di resistere più facilmente alle influenze meno oneste.

2497 Proprio per i doveri relativi alla loro professione, i responsabili della stampa hanno l'obbligo, nella diffusione dell'in­formazione, di servire la verità e di non offendere la carità. Si sforzeranno di rispettare, con pari cura, la natura dei fatti e i limiti del giudizio critico sulle persone. Devono evitare di cadere nella diffa­mazione.

2498 "Particolari doveri incombono sull'autorità civile in vista del bene comune. È infatti compito della stessa autorità difendere e proteggere la vera e giusta libertà di informazione". "Me­diante la promulgazione di leggi e l'efficace loro applicazione" il potere pubblico provvederà affinché dall'abuso dei media "non derivino gravi danni alla moralità pubblica e al progresso della società" [Cf Conc. Vaticano II, Inter mirifica, 11]. L'autorità civile punirà la violazione dei diritti di ciascuno alla reputazione e al segreto intorno alla vita privata. A tempo debito e onestamente fornirà le informazioni che riguardano il bene generale o danno risposta alle fondate inquietudini della popolazione. Nulla può giustificare il ricorso a false informazioni per manipolare, mediante i mass-media, l'opinione pubblica. Non si attenterà, con simili interventi, alla libertà degli individui e dei gruppi.

2499 La morale denuncia la piaga degli stati totalitari che sistematicamente falsano la verità, esercitano con i mass­media un'egemonia politica sull'opinione pubblica, "manipolano" gli accusati e i testimoni di processi pubblici e credono di consolidare il loro dispotismo soffocando o reprimendo tutto ciò che essi conside­rano come "delitti d'opinione".

 

NONO COMANDAMENTO

NON DESIDERARE LA DONNA DEGLI ALTRI

"Non desiderare la casa del tuo prossimo. Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo " (Es 20,17). "Chiunque guarda una donna per desi­derarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore " (Mt 5,28).

2514 San Giovanni distingue tre tipi di smodato desiderio o concupiscenza: la concupiscenza della carne, la concupiscen­za degli occhi e la superbia della vita [Cf 1 Gv 2,16]. Secondo la tradizione catechi­stica cattolica, il nono comandamento proibisce la concupiscenza carnale; il decimo la concupiscenza dei beni altrui.

2515 La "concupiscenza ", nel senso eti­mologico, può designare ogni forma vee­mente di desiderio umano. La teologia cri­stiana ha dato a questa parola il significato specifico di moto dell'appetito sensibile che si oppone ai dettami della ragione umana. L'Apostolo San Paolo la identifica con l'opposizione della "carne" allo "spi­rito"[Cf Gal5,16; Gal 5,17; Gal 5,24; Ef 2,3]. E conseguenza della disobbedienza del primo peccato [Cf Gen 3,11 ]. Ingenera disordine nelle facoltà morali dell'uomo e, senza essere in se stessa un peccato, inclina l'uomo a commettere il peccato [Cf Conci­lio di Trento: Denz. -Schónm., 1515].

2516 Già nell'uomo, essendo un essere composto, spirito e corpo, esiste una certa tensione, si svolge una certa lotta di tenden­ze tra lo "spirito" e la "carne". Ma essa di fatto appartiene all'eredità del peccato, ne è una conseguenza e, al tempo stesso, una conferma. Fa parte dell'esperienza quoti­diana del combattimento spirituale. Per l'Apostolo non si tratta di discriminare e di condannare il corpo, che con l'anima spi­rituale costituisce la natura dell'uomo e la sua soggettività personale; egli si occupa invece delle opere, o meglio delle stabili disposizioni - virtù e vizi - moralmente buone o cattive, che sono frutto di sottomissione (nel primo caso) oppure di resistenza (nel secondo) all'azione salvifica dello Spirito Santo. Perciò l'Apostolo scrive: "Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito" (Gal 5,25) [Giovanni Paolo II, Lett. enc. Ì Dominum et Vivificantem, 55].

I. La purificazione del cuore

2517 Il cuore è la sede della personalità morale: "Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni"(Mt 15,19). La lotta contro la concupiscenza carnale passa attraverso la purificazione del cuore e la pratica della temperanza: conservati nella semplicità, nell'innocenza, e sarai come i bambini, i quali non conoscono il male che devasta la vita degli uomini [Erma, Man­data pastoris].

2518 La sesta Beatitudine proclama: "Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio" (Mt 5,8). I "puri di cuore" sono coloro che hanno accordato la propria intelligenza e la propria volontà alle esigenze della santità di Dio, in tre ambiti soprattutto: la carità, [Cf 1Tm 4,3-9; 2Tm 2,22] la castità o rettitudine ses­suale, [Cf 1Ts 4,7; Col 3,5; Ef 4,19] l'amore della verità e l'ortodossia della Fede [Cf Tt 1,15; 1Tm 1,3­4; 2Tm 2,23-26]. C'è un legame tra la purezza del cuore, del corpo e della Fede: i fedeli devono cre­dere gli articoli del Sim­bolo, "affinché credendo, obbediscano a Dio, obbe­dendo, vivano onestamen­te; vivendo onestamente, purifichino il loro cuore, e purificando il loro cuore, comprendano quanto credono" [Sant'Agostino, De fide et symbolo].

2519 Ai "puri di cuore" è promesso che vedranno Dio faccia a faccia e che saranno simili a lui [Cf 1Cor 13,12; IGv 3,2]. La purezza del cuore è la condizione prelimi­nare per la visione. Fin d'ora essa ci permet­te di vedere secondo Dio, di accogliere l'altro come un "prossimo"; ci consente di percepire il corpo umano, il nostro e quello del prossimo, come un tempio dello Spirito Santo, una manifestazione della bellezza divina.

II. La lotta per la purezza

2520 Il Battesimo conferisce a colui che lo riceve la Grazia della purificazione da tutti i peccati. Ma il battezzato deve continuare a lottare contro la concupiscenza della carne e i desideri disordinati. Con la Grazia di Dio giunge alla purezza del cuore:

- mediante la virtù e il dono della castità, perché la castità permette di amare con un cuore retto e indiviso;

- mediante la purezza d'intenzione che consiste nel tener sempre presente il vero fine dell'uomo: con un occhio semplice, il battezzato cerca di trovare e di compiere in tutto la volontà di Dio;

- mediante la purezza dello sguardo, este­riore ed interiore; mediante la disciplina dei sentimenti e dell'immaginazione; mediante il rifiuto di ogni compiacenza nei pensieri impuri, che inducono ad allontanarsi dalla via dei divini comandamenti: "La vista provoca negli stolti il desiderio" (Sap 15,5);

- mediante la preghiera: Pensavo che la continenza si ottiene con le proprie forze e delle mie non ero sicuro. A tal segno ero stolto da ignorare che, come sta scritto, nessuno può essere continente, se Tu non lo concedi. E Tu l'avresti concesso, se avessi bussato alle tue orecchie col gemito del mio cuore e lanciato in Te la mia pena con Fede salda [Sant'Agostino, Confessioni 6,20].

2521 La purezza esige il pudore. Esso è una parte integrante della temperanza. Il pudore preserva l'intimità della persona. Consiste nel rifiuto di svelare ciò che deve rimanere nascosto. È ordinato alla castità, di cui esprime la delicatezza. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone e della loro unione.

2522 Il pudore custodisce il mistero delle persone e del loro amore. Suggerisce la pazienza e la moderazione nella relazione amorosa; richiede che siano rispettate le condizioni del dono e dell'impegno definitivo dell'uomo e della donna tra loro. Il pudore è modestia. Ispira la scelta dell'abbigliamento. Conserva il silenzio o il riserbo là dove trasparisse il rischio di una curiosità morbosa. Diventa discrezione.

2523 Esiste non soltanto un pudore dei sentimenti, ma anche del corpo. Insorge, per esempio, contro l'esposizione del corpo umano in funzione di una curiosità morbosa in certe pubblicità, o contro la sollecitazione di certi mass-media a spingersi troppo in là nella rivelazione di confidenze intime. Il pudore detta un modo di vivere che consente di resistere alle suggestioni della moda e alle pressioni delle ideologie dominanti.

2524 Le forme che il pudore assume va­riano da una cultura all'altra. Dovunque, tuttavia, esso appare come il presentimento di una dignità spirituale propria dell'uomo. Nasce con il risveglio della coscienza del soggetto. Insegnare il pudore ai fanciulli e agli adolescenti è risvegliare in essi il rispetto della persona umana.

2525 La purezza cristiana richiede una purificazione dell'ambiente sociale. Esige dai mezzi di comunicazione sociale un'in­formazione attenta al rispetto e alla moderazione. La purezza del cuore libera dal diffuso erotismo e tiene lontani dagli spettacoli che favoriscono la curiosità morbosa e l'illusione.

2526 La cosiddetta permissività dei costumi si basa su una erronea concezione della libertà umana. La libertà, per costruirsi, ha bisogno di lasciarsi educare preliminarmente dalla legge morale. È necessario chiedere ai responsabili della educazione di impartire alla gioventù un insegnamento rispettoso della verità, delle qualità del cuore e della dignità morale e spirituale dell'uomo.

2527 "La Buona Novella di Cristo rinnova continuamente la vita e la cultura dell'uo­mo decaduto, combatte e rimuove gli errori e i mali derivanti dalla sempre minacciosa seduzione del peccato. Continuamente purifica ed eleva la moralità dei popoli. Con la ricchezza soprannaturale feconda, come dall'interno, fortifica, completa e restaura in Cristo le qualità dello spirito e le doti di ciascun popolo e di ogni età" [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 58].

In sintesi

2528 "Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore" (Mt 5,28).

2529 Il nono comandamento mette in guar­dia dal desiderio smodato o concupiscenza carnale.

2530 La lotta contro la concupiscenza carnale passa attraverso la purificazione del cuore e la pratica della temperanza.

2531 La purezza del cuore ci farà vedere Dio: fin d'ora ci consente di vedere ogni cosa secondo Dio.

2532 La purificazione del cuore esige la preghiera, la pratica della castità, la purezza dell'intenzione e dello sguardo.

2533 La purezza del cuore richiede il pudore, che è pazienza, modestia e discrezione. Il pudore custodisce l'intimità della persona. 

Tratti dalla rivista Grande Opera Mariana: “GESU’ E MARIA” – Via Oreto 192, 90127 PALERMO – Tel.-Fax: 0918711669 Ccp.: 20107900