GESÙ EUCARISTICO AMORE
P.
Stefano M. Manelli, Francescani dell'Immacolata: Ministro generale e fondatore
VITA EUCARISTICA
SECONDO GLI ESEMPI DEI SANTI
"CASA MARIANA"
MARIA SS. DEL BUON CONSIGLIO
83040 FRIGENTO (AV)
Ex parte Ordinis nihil obstat quominus imprimatur:
P. ANTONIUS M. Dl MONDA, min. prov.
Neapoli, 19.4.1973.
Imprimatur:
+ ANTONIUS ZAMA, Vic. generalis
Neapoli, die 21 Aprilis 1973
"Casa Mariana" Frigento 1976
PREFAZIONE
"La devozione all'Eucaristia - disse S. Pio X, il Papa dell'Eucaristia - è
la piú nobile perché ha per oggetto Dio; è la più salutare perché ci dà
l'Autore della grazia; è la più soave perché soave è il Signore."
La devozione all'Eucaristia, insieme alla devozione alla Madonna, è una
devozione di Paradiso, perché è la devozione che hanno anche gli Angeli e i
Santi del Cielo. "Figurando una accademia in Paradiso - diceva Santa Gemma
Galgani estatica - si deve imparare ad amare soltanto. La scuola è nel
Cenacolo, il maestro è Gesù, le dottrine sono la sua carne e il suo
sangue".
L'Eucaristia è Gesù Amore. Per questo è il Sacramento dell'Amore, di tutto
l'amore: contiene Gesú vivo e vero che è "Dio Amore" (Giov. 4, 8) e
che "ci ha amato fino all'eccesso" (Giov. 13, 1).
Tutte le espressioni dell'amore, le più alte e le più profonde, sono racchiuse
nell'Eucaristia: l'amore crocifisso, l'amore unitivo, l'amore adorante, l'amore
contemplativo, l'amore orante, l'amore inebriante.
Gesù Eucaristico è Amore crocifisso nel S. Sacrificio della Messa, in cui
rinnova l'immolazione di Sé per noi; è Amore unitivo nella Comunione
Sacramentale e spirituale, in cui si fa "uno" con chi Lo riceve; è
Amore adorante nel S. Tabernacolo, in cui è presente come olocausto di
adorazione al Padre; è Amore contemplativo nell'incontro con le anime che amano
"stare ai suoi piedi" come Maria di Betania (Luc. 10, 39); è Amore
orante nella sua "incessante intercessione per noi" al cospetto del
Padre (Ebr. 1,25); è Amore inebriante nelle celesti ebbrezze dell'unione
nuziale con i suoi prediletti, i vergini e le vergini, che Egli stringe a Sé
con amore esclusivo, come strinse a sé S. Giovanni Evangelista, l'apostolo
vergine, l'unico che nel Cenacolo "riposò sul petto di Gesù" (Giov.
21, 20).
"Essere posseduti da Gesù e possederlo: ecco il regno perfetto
dell'amore", ha scritto S. Pietro Giuliano Eymard. Ebbene, l'Eucaristia
realizza questo "regno perfetto dell'amore" in tutti i puri di cuore
che si accostano ai Santi Tabernacoli e si uniscono a Gesù Ostia con umiltà e
amore. Gesù nell'Eucaristia si immola per noi, si dona a noi, resta fra noi con
umiltà e amore infiniti.
"O meravigliosa altezza e degnazione che dà stupore! - esclamava il
Serafico Padre S. Francesco - O umiltà sublime e sublimità umile che il
Signore dell'universo, Dio e Figlio di Dio, abbia ad umiliarsi così da
nascondersi sotto la piccola figura del pane per la nostra salute! Guardate,
fratelli, l'abbassamento di Dio... Quindi non tenetevi nulla di voi stessi,
affinché interamente vi accolga colui che tutto si dà a voi".
E S. Alfonso de' Liguori aggiunge, con la sua solita tenerezza affettuosa:
"Mio Gesù! Quale invenzione amorosa è stata mai questa del SS mo
Sacramento, di nascondervi sotto l'apparenza del pane per farvi amare e trovare
da chi Vi desidera!".
Il pensiero al Sacerdote che ogni giorno ci dona Gesù, e alla Beata Vergine
Maria che è la Madre Divina di Gesù e di tutti i Sacerdoti, sia sempre
presente al nostro affetto verso il SS. Sacramento, perché l'Eucaristia, la
Madonna e il Sacerdote sono inseparabili, così come sul Calvario furono
inseparabili Gesù, Maria e S. Giovanni Evangelista.
Impariamo tutto questo alla scuola dei Santi. Essi l'hanno vissuto in maniera
ardente e sublime, da veri serafini di amore all'Eucaristia. Ed essi soli, come
dice la Lumen Gentium (n. 50), sono la "via sicurissima" a Gesù
Eucaristico Amore.
I N D I C E
I) O DIVINA EUCARISTIA!
- Gesù Eucaristico è Dio fra noi
- Conoscere, amare, vivere l'Eucaristia
II) GESÙ PER ME
- La S. Messa è il Sacrificio della Croce
- La S. Messa quotidiana
- La partecipazione attiva e fruttuosa
- La S. Messa e le anime del Purgatorio
III) GESÙ IN ME
- La S. Comunione: Gesù è mio
- La purità di anima per la S. Comunione
- Il Ringraziamento alla S. Comunione
- Il Pane dei forti e il viatico per il cielo
- Ogni giorno con Lui
- La Comunione Spirituale
IV) GESÙ CON ME
- La Presenza Reale
- La “Visita” a Gesù
- Gesù, Ti adoro!
- Amare la “Casa di Gesù”
V) COLUI CHE CI DONA GESÙ
VI) IL PANE DI MAMMA
VII) PREGHIERE PER L'EUCARISTIA
- La S. Comunione: Preparazione. Ringraziamento
- La Comunione con Maria: Preparazione. Ringraziamento
- La visita Eucaristica : Visita al SS. Sacramento;
Comunione Spirituale; Visita a Maria SS.
VIII) APPENDICE
I) O DIVINA EUCARISTIA!
Gesù Eucaristico è l’"Emanuele", ossia
"Dio con noi" (Matt. 1, 23)
• Gesù Eucaristico è Dio fra noi
• Conoscere, amare e vivere l’Eucaristia
GESÙ EUCARISTICO È
DIO FRA NOI
Quando S. Giovanni Maria Vianney arrivò nel piccolo e sperduto paesello di Ars,
qualcuno gli disse con amarezza: “Qui non c’è più nulla da fare”.
“Dunque c’è tutto da fare”, rispose il Santo.
E cominciò subito a fare. Che cosa?... Si alzava alle due di notte e si metteva
in preghiera presso l’altare nella buia Chiesa. Recitava l’Ufficio Divino,
faceva la meditazione, si preparava per la S. Messa; dopo la S. Messa faceva il
ringraziamento, poi restava ancora in preghiera fino a mezzogiorno: sempre in
ginocchio sul pavimento, senza appoggio, la corona del Rosario fra le mani, lo
sguardo fisso al Tabernacolo.
Così durò per un po’ di tempo.
Poi, però..., dovette cominciare a cambiare orari; e arrivò al punto da
trasformare radicalmente l’ordinamento delle sue cose. Gesù Eucaristico e la
Vergine Santa attraevano via via le anime in quella povera Parrocchia, fino a
che la Chiesa non apparve insufficiente a contenere le folle e il confessionale
del santo Curato venne assiepato da file interminabili di penitenti. Il S.
Curato fu costretto a confessare per dieci, quindici, diciotto ore al giorno!
Come mai quella trasformazione? Una povera Chiesa, un altare deserto, un
tabernacolo abbandonato, un vecchio confessionale, un sacerdote sprovveduto di
mezzi e poco dotato: come potevano operare in quello sconosciuto paesello una
trasformazione così mirabile?
Le stesse domande possiamo farcele oggi per un paese del Gargano, S. Giovanni
Rotondo, fino a pochi decenni fa sperduto e ignorato fra le balze pietrose di
quel promontorio. Oggi S. Giovanni Rotondo è un centro di vita spirituale e
culturale di fama più che nazionale. Anche lì, un povero frate infermo, un
vecchio conventino cadente, una piccola Chiesa deserta, un altare e un
tabernacolo sempre soli con quel povero frate che consumava la corona e le mani
nella recita instancabile di Rosari.
Come mai? A che cosa è dovuta la mirabile trasformazione avvenuta ad Ars e a S.
Giovanni Rotondo per centinaia di migliaia, forse milioni di persone accorse da
ogni parte della terra?
Solo Dio poteva operare quelle trasformazioni, servendosi, secondo il suo stile,
delle “cose inconsistenti per umiliare quelle consistenti” (1 Cor. 1, 28).
Tutto è dovuto a Lui, alla potenza divina e infinita dell’Eucaristia, alla
forza onnipotente di attrazione che si irradia da ogni Tabernacolo, e si è
irradiata dai Tabernacoli di Ars e di S. Giovanni Rotondo raggiungendo le anime
attraverso il ministero di quei due Sacerdoti, veri “ministri del
Tabernacolo” (Ebr. 13, 10) e “dispensatori dei misteri divini” (1 Cor. 4,
1).
Che cos’è, infatti, l’Eucaristia? È Dio fra noi. È il Signore Gesù
presente nei Tabernacoli delle nostre Chiese con il suo Corpo, Sangue, Anima e
Divinità. È Gesù velato dalle apparenze del pane, ma realmente, fisicamente
presente nelle Ostie consacrate per dimorare in mezzo a noi, operare in noi, per
noi, a nostra disposizione. Gesù Eucaristico è il vero “Emanuele”, ossia
“Dio con noi” (Matt. 1, 23).
“La fede della Chiesa - ci insegna S. S. Pio XII - è questa: che uno e
identico è il Verbo di Dio e il Figlio di Maria, che soffrì sulla croce, che
è presente nella Eucaristia, che regna nel Cielo”.
Gesù Eucaristico è fra noi come fratello, come amico, come sposo delle nostre
anime. Egli vuol venire in noi per essere il nostro cibo di vita eterna, il
nostro amore, il nostro sostegno; vuole incorporarci a Sé per essere il nostro
Redentore e Salvatore, Colui che ci porta nel Regno dei cieli per immergerci
nell’eternità dell’Amore.
Con l’Eucaristia Dio ci ha dato veramente tutto. S. Agostino esclama: “Dio
essendo onnipotente non poté dare di più; essendo sapientissimo non seppe dare
di più; essendo ricchissimo non ebbe da dare di più”.
Andiamo all’Eucaristia, quindi. Avviciniamoci a Gesù che vuol farsi nostro
per farci Suoi divinizzandoci. “Gesù cibo delle anime forti - esclamava S.
Gemma Galgani - fortificami, purificami, divinizzami”. Accostiamoci
all’Eucaristia con cuore puro e ardente. Come i Santi. Non sia mai troppa la
nostra cura per conoscere questo Mistero ineffabile. La meditazione, lo studio,
la riflessione sull’Eucaristia trovino spazio di tempo geloso nel quotidiano
avvicendarsi delle nostre ore. Sarà il tempo più benedetto della nostra
giornata.
CONOSCERE, AMARE, VIVERE L’EUCARISTIA
Per scoprire almeno qualcosa delle ricchezze sterminate racchiuse nel mistero
eucaristico, impegnamoci in un triplice esercizio costante e unitario: esercizio
della mente, del cuore, della volontà.
1) Esercizio della mente: ossia la meditazione attenta e ordinata
sull’Eucaristia, fatta su libri che ci portino alla scoperta e
all’approfondimento personale di questo mistero d’amore (semplice, ma ricco,
è il volumetto di S. Alfonso M. de’ Liguori, Visite al SS. Sacramento e a
Maria SS.; preziosi i due volumetti di S. Pietro Giuliano Eymard, La Presenza
Reale, La S. Comunione).
Andiamo soprattutto alla scuola di S. Pietro Giuliano Eymard, che fu
impareggiabile apostolo dell’Eucaristia. Portare tutti all’Eucaristia fu la
sua vocazione e missione. Quando fondò la Congregazione dei Sacerdoti del SS.
Sacramento, egli offrì la sua vita per il Regno Eucaristico di Gesù e scrisse
allora le ardenti parole: “Eccovi, o caro Gesù, la mia vita: eccomi pronto a
mangiare pietre, a morire abbandonato, pur di riuscire a innalzarvi un trono, a
darvi una famiglia di amici, un popolo di adoratori”.
Se conoscessimo il dono di Dio che è Amore, e che donandoci Se stesso ci dona
tutto l’Amore! “L’Eucaristia - dice S. Bernardo - è l’amore che supera
tutti gli amori nel cielo e sulla terra”. E S. Tommaso ha scritto:
“L’Eucaristia è il Sacramento dell’amore, significa amore, produce
amore”.
Un giorno un emiro arabo, Abd-el-Kader, girando per le vie di Marsiglia in
compagnia di un ufficiale francese, si incontrò con un Sacerdote che portava il
S. Viatico a un moribondo. L’ufficiale francese si fermo, si scoprì il capo e
piegò il ginocchio. L’amico gli chiese la ragione di quel saluto. “Adoro il
mio Dio che il Sacerdote sta portando a un ammalato”, rispose il bravo
ufficiale. “Come mai - reagì l’emiro - potete voi credere che Dio, così
grande, si faccia tanto piccolo, e consenta di andare anche nelle soffitte dei
poveri? Noi maomettani abbiamo un’idea ben più alta di Dio”. “È perchè
voi - replicò l’ufficiale - avete soltanto un’idea della grandezza di Dio;
ma non conoscete il suo amore”.
Proprio così. "L’Eucaristia - esclama S. Pietro G. Eymard - è la
suprema manifestazione dell’amore di Gesù: dopo di essa non c’è più che
il cielo”. Eppure, quanti di noi cristiani ignoriamo ancora la portata immensa
dell’Amore contenuto nell’Eucaristia!
2) Esercizio del cuore. Se ogni cristiano deve amare Gesù Cristo (“Chi non
ama il Signore Gesù sia maledetto”: 1 Cor. 16, 22), l’amore verso
l’Eucaristia dovrebbe essere spontaneo e sempre vivo in tutti. Ma anche
l’amore esige l’esercizio. Bisogna esercitare il cuore a desiderare il vero
Bene, a bramare “l’Autore della vita” (Att. 3, 15).
La S. Comunione rappresenta il vertice di questo esercizio d’amore che si
consuma nell’unione fra il cuore della creatura e Gesù. S. Gemma Galgani
poteva esclamare a riguardo: “Non posso più reggere a pensare che Gesù nella
prodigiosa espansione del suo amore, si fa sentire e si manifesta all’ultima
sua creatura con tutti gli splendori del suo cuore”. E che dire degli
“esercizi” del cuore di Santa Gemma che desiderava essere una “tenda
d’amore” in cui tenere sempre Gesù con sé? che bramava avere “un
posticino nel ciborio” per poter stare sempre con Gesù? che chiedeva di poter
diventare “la sfera delle fiamme di amore” di Gesù?
Quando S. Teresa del Bambino Gesù era già ammalata gravemente, si trascinava
con grande sforzo in Chiesa per ricevere Gesù. Una mattina, dopo la S.
Comunione, fu trovata nella sua cella, esausta, sfinita. Una delle suore le fece
osservare di non doversi sforzare tanto. La Santa rispose: “Oh, che cosa sono
queste sofferenze di fronte a una Comunione?”. E il suo dolce lamento per non
poter fare la Comunione quotidiana (non permessa ai suoi tempi) si risolse
nell’invocazione ardente a Gesù: “Restate in me come nel Tabernacolo, non
allontanatevi mai dalla vostra piccola ostia”.
Quando S. Margherita Maria Alacoque lasciò il mondo e si consacrò a Dio nel
monastero, fece un voto particolare e lo scrisse con il suo sangue: “Tutto per
l’Eucaristia: nulla per me”. Inutile tentar di descrivere l’amore
struggente della Santa per l’Eucaristia. Quando non poteva comunicarsi, usciva
in accenti d’affetto bruciante come questi: “Ho un tale desiderio della S.
Comunione, che, se fosse necessario camminare a piedi nudi sopra una strada di
fuoco per giungervi, lo farei con indicibile gioia”.
S. Caterina da Siena diceva spesso al suo Confessore: “Padre, ho fame: per
l’amore di Dio date a questa anima il suo nutrimento, Gesù Eucaristico”;
oppure, confidava: “Quando non posso ricevere il Signore, vado in Chiesa, ed
ivi Lo guardo... Lo guardo ancora...: e questo mi sazia”.
Questo si chiama “esercizio del cuore”.
3) Esercizio della volontà. La volontà deve esercitarsi nel tradurre in vita
le divine lezioni dell’Eucaristia. A che servirebbe scoprire il valore
infinito dell’Eucaristia (con la meditazione) per cercare di amarla (con la S.
Comunione), se poi non ci si applica a viverla?
L’Eucaristia è lezione di amore indicibile, di immolazione totale, di umiltà
e nascondimento senza pari, di pazienza e dedizione illimitate. Cosa facciamo
noi? Dobbiamo pur realizzare qualcosa! Possibile che Gesù ci ha amato e ci ama
“fino all’eccesso” (Giov. 13, 1), e noi restiamo indifferenti e inerti?
No, Gesù, non sia più così!
Se ci sentiamo deboli e fragili, ricorriamo a Lui, diciamolo a Lui e cerchiamo
da Lui senza indugi l’aiuto e il sostegno, perché è proprio Lui che ha
detto: “Senza di Me non potete far nulla” (Giov. 15, 5). Ma innanzitutto
andiamo da Lui! “Venite a Me... e lo vi ristorerò” (Matt. 11, 28). Andiamo
a visitarlo spesso, entrando in Chiesa ogni volta che possiamo e sostando un
po’ di tempo presso il Tabernacolo, vicini vicini a Lui col cuore e col corpo.
Erano ansia costante dei Santi la “Visita” a Gesù Eucaristico, l’ora di
Adorazione eucaristica, le Comunioni Spirituali, le Giaculatorie, gli atti di
amore a gettito spontaneo e vivace. Quanto bene ne ricevevano e quanto ne
trasmettevano!
Un giorno, a Torino, un amico chiese a Pier Giorgio Frassati, suo compagno di
università: “Andiamo a prendere un aperitivo”. Pier Giorgio colse a volo
l’occasione, e rispose indicando all’amico la vicina Chiesa di S. Domenico:
“Ma sì andiamo a prenderlo in quel... bar”. Entrarono in Chiesa e pregarono
per un po’ di tempo presso il Tabernacolo; poi, avvicinandosi alla cassetta
delle offerte, Pier Giorgio disse: “Ecco l’aperitivo...”. E dalle tasche
dei due giovani uscì l’elemosina per i poveri.
Pensando all’Eucaristia, S. Giovanni Crisostomo chiese una volta durante la
predica: “Come potremmo fare noi dei nostri corpi un’ostia?”. E rispose
lui stesso: “I vostri occhi non guardino nulla di cattivo, e avrete offerto un
sacrificio; la vostra lingua non preferisca parole sconvenienti, e avrete fatto
un’offerta; la vostra mano non commetta peccato, e avrete compiuto un
olocausto”.
Pensiamo agli occhi di S. Coletta, sempre bassi e raccolti in soave modestia;
perché? “I miei occhi li ho riempiti di Gesù che ho fissato all’elevazione
dell’Ostia nella S. Messa, e non voglio sovrapporGli nessun’altra
immagine”.
Pensiamo al riserbo e all’edificazione dei Santi nel parlare, usando
esattamente la lingua consacrata dal contatto con il Corpo di Gesù.
Pensiamo alle opere buone che le anime innamorate dell’Eucaristia hanno
compiuto, perché Gesù comunicava loro i suoi stessi sentimenti di amore a
tutti i fratelli, specialmente ai più bisognosi.
Non potremmo anche noi esercitare così la nostra volontà? Impariamo dai Santi,
e mettiamoci all’opera.
II GESÙ PER ME
Gesù “mi ha amato e ha immolato se stesso per me”
(Gal. 2,20)
• La S. Messa è il Sacrificio della Croce
• La S. Messa quotidiana
• La partecipazione attiva e fruttuosa
• La S. Messa e le anime del Purgatorio
LA S. MESSA È IL SACRIFICIO DELLA CROCE
Soltanto in cielo comprenderemo quale divina meraviglia sia la S. Messa. Per
quanto ci si sforzi e per quanto si sia santi e ispirati, non si può che
balbettare su questa opera divina che trascende gli uomini e gli Angeli.
Un giorno fu chiesto a P. Pio da Pietrelcina: “Padre, spiegateci la S.
Messa”. “Figli miei - rispose il Padre - come posso spiegarvela? La Messa è
infinita come Gesù... Chiedete ad un Angelo cosa sia una Messa ed egli vi
risponderà con verità: capisco che è e perché si fa, ma non comprendo però
quanto valore abbia. Un Angelo, mille Angeli, tutto il cielo sanno questo e così
pensano”.
S. Alfonso de’ Liguori arriva ad affermare: “Dio stesso non può fare che vi
sia un’azione più santa e più grande della celebrazione di una S. Messa”.
Perché? Perché la S. Messa è, si può dire, la sintesi dell’Incarnazione e
della Redenzione; contiene in sé la Nascita, la Passione e la Morte di Gesù
per noi. Il Concilio Vaticano II ci insegna: “Il nostro Salvatore
nell’ultima Cena, la notte in cui fu tradito, istituì il Sacrificio
eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, onde perpetuare nei secoli, fino al
suo ritorno, il Sacrificio della Croce” (Sacrosantum Concilium, n. 47) E. S.
Tommaso d’Aquino con frase luminosa scrisse: “Tanto vale la celebrazione
della S. Messa quanto vale la morte di Gesù in croce”.
Per questo S. Francesco d’Assisi diceva: “L’uomo deve tremare, il mondo
deve fremere, il cielo intero deve essere commosso, quando sull’altare, tra le
mani del Sacerdote, appare il Figlio di Dio”.
In realtà, rinnovando il Sacrificio della Passione e Morte di Gesù, la S.
Messa è cosa tanto grande da bastare essa sola a trattenere la Giustizia
Divina. S. Teresa di Gesù diceva alle sue figlie: “Senza la S. Messa che cosa
sarebbe di noi? Tutto perirebbe quaggiù, perché soltanto essa può fermare il
braccio di Dio”. Senza di Essa certamente la Chiesa non durerebbe e il mondo
andrebbe disperatamente perduto. “Sarebbe più facile che la terra si reggesse
senza sole, anziché senza la S. Messa”, affermava P. Pio da Pietrelcina,
facendo eco a S. Leonardo da Porto Maurizio, che diceva: “lo credo che se non
ci fosse la Messa, a quest’ora il mondo sarebbe già sprofondato sotto il peso
delle sue iniquità. È la Messa il poderoso sostegno che lo regge”.
Gli effetti salutari, poi, che ogni Sacrificio della Messa produce nell’anima
di chi vi partecipa sono ammirabili: ottiene il pentimento e il perdono delle
colpe, diminuisce la pena temporale dovuta ai peccati, indebolisce l’impero di
satana e i furori della concupiscenza, rinsalda i vincoli dell’incorporazione
a Cristo, preserva da pericoli e disgrazie, abbrevia la durata del Purgatorio,
procura un più alto grado di gloria in Cielo. “Nessuna lingua umana - dice S.
Lorenzo Giustiniani - può enumerare i favori dei quali è sorgente il
sacrificio della Messa; il peccatore si riconcilia con Dio, il giusto diviene più
giusto, sono cancellate le colpe, annientati i vizi, alimentati le virtù e i
meriti, confuse le insidie diaboliche”. Per questo S. Leonardo da Porto
Maurizio non si stancava di esortare le folle che l’ascoltavano: “O popoli
ingannati, che fate voi? Perché non correte alle Chiese per ascoltare quante
Messe potete? Perché non imitate gli Angeli, che, quando si celebra la S.
Messa, scendono a schiere dal Paradiso e stanno attorno ai nostri altari in
adorazione, per intercedere per noi?”.
Se è vero che tutti abbiamo bisogno di grazie per questa e per l’altra vita,
nulla può ottenercele da Dio come la S. Messa. S. Filippo Neri diceva: “Con
l’orazione noi domandiamo a Dio le grazie; nella S. Messa costringiamo Dio a
darcele”. La preghiera fatta durante la S. Messa impegna tutto il nostro
sacerdozio, sia quello ministeriale (esclusivo del celebrante) sia quello comune
a tutti i fedeli. Nella S. Messa la nostra preghiera è unita alla sofferta
preghiera di Gesù che si immola per noi. Specialmente durante il Canone, che è
il cuore della Messa, la preghiera di tutti noi diventa anche preghiera di Gesù
presente fra noi. I due momenti del Canone Romano in cui si possono ricordare i
vivi e i defunti sono i momenti d’oro della nostra supplica: possiamo pregare
per i nostri bisogni, possiamo raccomandare le persone a noi care, vive e
defunte, proprio negli attimi supremi della Passione e Morte di Gesù fra le
mani del Sacerdote. Approfittiamone con cura; i Santi ci tenevano molto, e
quando si raccomandavano alle preghiere dei Sacerdoti chiedevano loro di
ricordarli soprattutto durante il Canone.
In particolare, nell’ora della morte le Messe devotamente ascoltate formeranno
la nostra più grande consolazione e speranza, e una Messa ascoltata durante la
vita sarà più salutare di molte Messe ascoltate da altri per noi dopo la
nostra morte. “Assicurati - disse Gesù a S. Gertrude - che a chi ascolta
devotamente la S. Messa, io manderò, negli ultimi istanti della sua vita, tanti
dei miei Santi per confortarlo e proteggerlo, quante saranno state le Messe da
lui bene ascoltate”. Quanto è consolante ciò! Aveva ragione il S. Curato
d’Ars di dire: “Se conoscessimo il valore del S. Sacrificio della Messa,
quanto maggiore zelo porremmo per ascoltarla!”. E S. Pietro G. Eymard
esortava: “Sappi, o cristiano, che la Messa è l’atto più santo della
Religione: tu non potresti far niente di più glorioso a Dio, né di più
vantaggioso alla tua anima che di ascoltarla piamente e il più sovente
possibile”.
Per questo dobbiamo stimarci fortunati ogni volta che ci è offerta la
possibilità di ascoltare una S. Messa, né tirarci mai indietro di fronte a
qualche sacrificio per non perderla, specialmente nei giorni di precetto
(domenica e feste). Pensiamo a S. Maria Goretti che per andare a Messa la
domenica percorreva a piedi, tra andata e ritorno, 24 chilometri! Pensiamo a
Santina Campana che si recava a Messa con la febbre altissima addosso. Pensiamo
al B. Massimiliano M. Kolbe che celebrava la S. Messa anche quando era in
condizioni di salute così pietose che un confratello doveva sostenerlo
all’altare perché non cadesse. E quante volte P. Pio da Pietrelcina celebrò
la Messa febbricitante e sanguinante?
Nella nostra vita di ogni giorno, dobbiamo preferire la S. Messa ad ogni altra
cosa buona, perché, come dice S. Bernardo: “Si merita di più ascoltando
devotamente una S. Messa, che col distribuire ai poveri tutte le proprie
sostanze e col girare pellegrinando su tutta la terra”. E non può essere
diversamente, perché nessuna cosa al mondo può avere il valore infinito di una
S. Messa.
Tanto più dobbiamo preferire la S. Messa ai divertimenti in cui si sciupa il
tempo senza nessun vantaggio per l’anima. S. Luigi IX, re di Francia,
ascoltava ogni giorno diverse Messe. Qualche ministro se ne lamentò dicendo che
poteva dedicare quel tempo agli affari del regno. Il santo re disse: “Se
impiegassi doppio tempo nei divertimenti, nella caccia, nessuno avrebbe da
ridire”.
Siamo generosi, e facciamo volentieri qualche sacrificio per non perdere un bene
così grande. S. Agostino diceva ai suoi cristiani: “Tutti i passi che uno fa
per recarsi ad ascoltare la S. Messa sono da un Angelo numerati, e sarà
concesso da Dio un sommo premio in questa vita e nell’eternità”. E il S.
Curato d’Ars aggiunge: “Com’è felice quell’Angelo Custode che
accompagna un’anima alla S. Messa”.
LA S. MESSA QUOTIDIANA
Quando si è compreso che la S. Messa ha un valore infinito, non fa più
meraviglia l’amore e la premura dei Santi nell’ascoltarla ogni giorno, anzi
nell’ascoltarne ogni giorno più che potevano.
S. Agostino ci ha lasciato questo elogio di sua madre Santa Monica: “Non
lasciava passar giorno senza esser presente al Divin Sacrificio davanti al tuo
altare, o Signore”.
S. Francesco di Assisi ascoltava di solito due Messe ogni giorno; e quando era
ammalato pregava qualche confratello sacerdote di celebrargli la Messa in cella,
pur di non restare senza Messa!
S. Tommaso d’Aquino, ogni mattina, dopo aver celebrato la sua Messa, serviva
un’altra Messa per ringraziamento.
S. Pasquale Baylon, piccolo pastorello, non poteva recarsi in Chiesa ad
ascoltare tutte le Messe che avrebbe desiderato, perché doveva portare le
pecore al pascolo. E allora, ogni volta che udiva la campana dare il segnale
della S. Messa, si inginocchiava sull’erba fra le pecorelle, davanti a una
croce di legno fatta da lui stesso, e seguiva così, da lontano, il Sacerdote
che stava offrendo il Divin Sacrificio. Caro Santo, vero serafino d’amore
eucaristico! Anche sul letto di morte egli udì la campana della Messa, ed ebbe
la forza di sussurrare ai confratelli: “Sono contento di unire al Sacrificio
di Gesù quello della mia povera vita”. E morì, alla Consacrazione!
Una mamma di otto figli, S. Margherita, regina di Scozia, si recava e conduceva
con sé i figli a Messa tutti i giorni; e con materna premura insegnava loro a
considerare come tesoro il messalino, che ella volle adornare di pietre
preziose.
Ordiniamo bene le nostre cose, in modo da non farci mancare il tempo per la S.
Messa. Non diciamo di essere troppo impegnati in faccende, perché Gesù
potrebbe ricordarci: “Marta, Marta..., tu ti affanni in troppe cose, invece di
pensare all’unica cosa necessaria!” (Lc. 10, 41). Quando si vuole veramente,
il tempo per andare a Messa si trova, senza venir meno ai propri doveri. S.
Giuseppe Cottolengo raccomandava a tutti la S. Messa quotidiana: agli
insegnanti, alle infermiere, agli operai, ai medici, ai genitori... E a chi gli
opponeva di non avere il tempo per andarci, rispondeva deciso: “Cattiva
economia del tempo! "Cattiva economia del tempo!”. È così. Se veramente
pensassimo al valore infinito della S. Messa, brameremmo parteciparvi e
cercheremmo in tutti i modi di trovare il tempo necessario.
S. Carlo da Sezze, andando per la questua a Roma, faceva le sue soste presso
qualche Chiesa per ascoltarvi altre Messe, e proprio durante una di queste Messe
in più, ebbe il dardo d’amore al cuore al momento dell’elevazione
dell’Ostia.
S. Francesco di Paola ogni mattina si recava in Chiesa e si tratteneva là
dentro ad ascoltare tutte le Messe che si celebravano. S. Giovanni Berchmans, S.
Alfonso Rodriguez, S. Gerardo Maiella ogni mattina servivano più Messe che
potevano, e con un contegno così devoto da attirare molti fedeli in Chiesa.
Il venerabile Francesco del Bambin Gesù, carmelitano, serviva ogni giorno dieci
Messe. Se gli capitava di servirne qualcuna in meno, diceva. “Oggi non ho
fatto intera la mia colazione”... Che dire infine di P. Pio da Pietrelcina?
Quante Messe non ascoltava egli ogni giorno, partecipandovi con la recita di
tanti Rosari? Non sbagliava davvero il S. Curato d’Ars a dire che “la Messa
è la devozione dei Santi”.
Lo stesso bisogna dire dell’amore dei Santi Sacerdoti alla celebrazione della
Messa. Non poter celebrare era per loro una sofferenza terribile. “Quando
sentirai che non posso più celebrare, tienimi per morto”, arrivò a dire a un
confratello S. Francesco Saverio Bianchi.
S. Giovanni della Croce fece capire che lo strazio più grande patito durante il
periodo delle persecuzioni fu quello di non poter celebrare la Messa né
ricevere la S. Comunione per nove mesi continui.
Ostacoli o difficoltà non contavano per i Santi, quando si trattava di non
perdere un bene così eccelso. Dalla vita di S. Alfonso M. de’ Liguori
sappiamo che, un giorno, in una via di Napoli, il Santo fu assalito da violenti
dolori viscerali. Il confratello che l’accompagnava lo esortò a fermarsi per
prendere un calmante. Ma il Santo non aveva ancora celebrato, e rispose di
scatto al confratello: “Caro mio, camminerei così dieci miglia, per non
perdere la S. Messa”. E non ci fu verso di fargli rompere il digiuno (allora
obbligatorio dalla mezzanotte). Aspettò che i dolori si calmassero un po’, e
riprese poi il cammino fino in Chiesa.
S. Lorenzo da Brindisi, cappuccino, trovandosi in un paese di eretici senza
Chiesa cattolica, fece quaranta miglia a piedi per raggiungere una Cappella
tenuta da cattolici, in cui poter celebrare la S. Messa.
Anche S. Francesco di Sales si trovò in paese protestante e per celebrare la S.
Messa doveva recarsi ogni mattina, prima dell’alba, in una parrocchia
cattolica, che si trovava al di là di un grosso torrente. Nell’autunno
piovoso il torrente si ingrossò più del solito e travolse il piccolo ponte su
cui passava il Santo. Ma S. Francesco non si scoraggiò. Gettò una grossa trave
là dov’era il ponte, e continuò a passare ogni mattina. D’inverno, però,
con il gelo e con la neve c’era serio pericolo di sdrucciolare e cadere
nell’acqua. Allora il Santo si ingegnò mettendosi a cavalcioni sulla trave,
strisciando carponi, andata e ritorno, pur di non restare senza la celebrazione
della S. Messa!
Noi non rifletteremo mai abbastanza sul mistero ineffabile della S. Messa che
riproduce sui nostri altari il sacrificio del Calvario. Né ameremo mai troppo
questa suprema meraviglia dell’amore divino.
“La S. Messa - scrive S. Bonaventura - è l’opera in cui Dio ci mette sotto
gli occhi tutto l’amore che ci ha portato; è in certo modo la sintesi di
tutti i benefici elargitici”.
LA PARTECIPAZIONE ATTIVA E FRUTTUOSA
La grandezza infinita della S. Messa ci deve far comprendere l’esigenza di una
partecipazione attenta e devota al Sacrificio di Gesù. Adorazione, amore e
dolore dovrebbero dominarci incontrastati.
Il Sommo Pontefice Pio XII ha scolpito in pensieri stupendi (ripetuti con forza
dal Concilio Vaticano II) lo stato d’animo con cui bisogna partecipare alla S.
Messa, ossia con “lo stato d’animo che aveva il Divin Redentore quando
faceva sacrificio di sé: l’umile sottomissione dello spirito, cio'è
l’adorazione, l’amore, la lode e il ringraziamento alla Somma Maestà di
Dio..., riprodurre in se stessi le condizioni della vittima, l’abnegazione di
sé secondo i precetti del Vangelo, il volontario e spontaneo sacrificio della
penitenza, il dolore e l’espiazione dei propri peccati”.
La vera partecipazione attiva alla S. Messa è quella che ci rende vittime
immolate come Gesù, che ottiene lo scopo di “riprodurre in noi i lineamenti
dolorosi di Gesù” (Pio XII), dandoci “la comunanza dei patimenti di Cristo
e la conformità alla Sua Morte” (Fil. 3, 10). Tutto il resto è soltanto rito
liturgico, veste esterna. S. Gregorio Magno insegnava: “Il Sacrificio
dell’altare sarà per noi un’Ostia veramente accetta a Dio, quando noi
stessi ci faremo Ostia”. Per questo, nelle antiche comunità cristiane i
fedeli, per la celebrazione della S. Messa, con alla testa il Papa, si recavano
in processione all’altare, in abiti di penitenza, cantando le litanie dei
Santi. Effettivamente, nell’andare a Messa, noi dovremmo ripetere con S.
Tommaso Apostolo: “Andiamo anche noi a morire con Lui” (Giov. 11, 16).
Quando Santa Margherita Alacoque ascoltava la S. Messa, guardando l’altare,
non mancava mai di dare un’occhiata al Crocifisso e alle candele accese. Perché?
Per imprimersi bene due cose nella mente e nel cuore: il Crocifisso le ricordava
quel che Gesù aveva fatto per lei; le candele accese le ricordavano quel che
lei doveva fare per Gesù, ossia: sacrificarsi e consumarsi per Lui e per le
anime.
Il modello più alto di partecipazione al S. Sacrificio, ci è offerto da Maria
SS., da S. Giovanni Evangelista e dalla Maddalena con le pie Donne ai piedi
della croce (Giov. 19, 25). Assistere alla Messa, infatti, è come trovarsi sul
Calvario.
“Non si può separare la Santissima Eucaristia dalla Passione di Gesù”,
gemeva fra le lagrime S. Andrea Avellino.
Un giorno un figlio spirituale chiese a P. Pio da Pietrelcina: “Padre, come
dobbiamo partecipare alla S. Messa?”. Il Padre rispose: “Come la Madonna, S.
Giovanni e le pie Donne sul Calvario, amando e compatendo”. E sul messalino di
un suo figlio spirituale, P. Pio scrisse: “Nell’assistere alla S. Messa
accentra tutto te stesso al tremendo mistero che si sta svolgendo sotto i tuoi
occhi: ‘La Redenzione della tua anima e la riconciliazione con Dio’.”
Un’altra volta gli venne chiesto: “Padre, come mai lei piange tanto durante
la Messa?”. “Figlia mia - rispose il Padre - che cosa sono quelle poche
lacrime di fronte a ciò che avviene sull’altare? Torrenti di lagrime ci
vorrebbero!”. E un’altra volta ancora, gli fu detto: “Padre, quanto le
tocca soffrire a stare per tutta la Messa in piedi, poggiato sulle piaghe
sanguinanti dei piedi!”. Il Padre rispose: “Durante la Messa non sto in
piedi: sto appeso”. Che risposta! Le due parole “sto appeso” esprimono
fortemente al vivo quell’essere “concrocifisso con Cristo” di cui parla S.
Paolo (Gal. 2, 19) e che distingue la vera e piena partecipazione alla Messa
dalla partecipazione vana, accademica, magari chiassaiola. Diceva bene Santa
Bernardetta Soubirous a un Sacerdote novello: “Ricordati che il Sacerdote
all’altare è sempre Gesù Cristo in croce”. E S. Pietro d’Alcantara si
vestiva per la S. Messa come per salire sul Calvario, perché tutti gli
indumenti sacerdotali hanno un riferimento alla Passione e Morte di Gesù: il
camice ricorda la tunica bianca di cui Erode fece vestire Gesù come pazzo; il
cingolo ricorda i flagelli; la stola ricorda i legacci; la chierica ricordava la
corona di spine; la pianeta, segnata a croce, ricorda la croce sulle spalle di
Gesù.
Chi ha assistito alla Messa di P. Pio ricorda quelle sue lagrime brucianti,
ricorda quella sua imperiosa richiesta ai presenti di seguire la S. Messa in
ginocchio, ricorda il silenzio impressionante in cui si svolgeva il sacro rito,
ricorda la sofferenza crudele che si sprigionava dal volto di P. Pio quando
sillabava a strappi violenti le parole della Consacrazione, ricorda il fervore
della preghiera silenziosa dei fedeli che riempivano la Chiesa mentre le dita
sgranavano Rosari per più di un’ora.
Ma la sofferta partecipazione di P. Pio alla S. Messa è quella stessa di tutti
i Santi. Le lagrime di P. Pio erano come quelle di S. Francesco d’Assisi (che
a volte diventavano sanguigne), come quelle di S. Vincenzo Ferreri, di S.
Ignazio, di S. Filippo Neri, di S. Lorenzo da Brindisi (che arrivava a inzuppare
di lagrime sette fazzoletti), di S. Veronica Giuliani, di S. Giuseppe da
Copertino, di S. Alfonso, di S. Gemma... Ma, del resto, come rimanere
indifferenti di fronte alla Crocifissione e Morte di Gesù? Non saremo mica come
gli Apostoli addormentati nel Getsemani, e tanto meno come i soldati che, ai
piedi della Croce, pensavano al gioco dei dadi, incuranti degli spasimi atroci
di Gesù morente! (Eppure, questa è l’impressione angosciosa che si prova
oggi assistendo alle Messe cosiddette beat celebrate al ritmo delle chitarre e
delle tarantole, con donne in abiti sconci e giovani dalle fogge più
stravaganti... “Signore, perdona loro!”).
Guardiamo alla Madonna e ai Santi. Imitiamoli. Soltanto seguendo loro siamo
sulla via giusta che “è piaciuta a Dio”" (1 Cor. 1, 21).
LA
S. MESSA E LE ANIME DEL PURGATORIO
Una volta lasciato questo mondo, nulla dobbiamo desiderare tanto come la
celebrazione di SS. Messe per la nostra anima. Il S. Sacrificio dell’altare,
infatti, è il più grande suffragio che sorpassa ogni preghiera, ogni
penitenza, ogni opera buona. Né deve esserci difficile comprendere ciò, se
pensiamo che la S. Messa è lo stesso Sacrificio di Gesù offerto sull’altare
con il suo infinito valore espiatorio. Gesù immolato è la vera vittima di
“espiazione per i nostri peccati” (1 Giov. 2, 2), e il suo Divin Sangue
viene effuso “in remissione dei peccati” (Matt. 26, 28). Assolutamente nulla
può stare alla pari con la S. Messa, e i frutti salutari del Sacrificio possono
estendersi a un numero illimitato di anime.
Una volta, durante la celebrazione della S. Messa nella Chiesa di S. Paolo alle
tre Fontane, a Roma, S. Bernardo vide una scala interminabile che saliva fino al
Cielo. Moltissimi Angeli andavano su e giù per essa, portando dal Purgatorio al
Paradiso le anime liberate dal Sacrificio di Gesù, rinnovato dai Sacerdoti
sugli altari di tutta la terra.
Alla morte di un nostro parente, quindi, preoccupiamoci molto più della
celebrazione e dell’ascolto di SS. Messe, che delle corone di fiori, degli
abiti neri, del corteo funebre...
Quando il B. Giovanni d’Avila si trovò sul letto di morte, i confratelli gli
chiesero che cosa desiderasse maggiormente dopo la sua morte. Il Beato subito
rispose: “Messe!... Messe!... Nient’altro che Messe!...”.
Di P. Pio da Pietrelcina si raccontano molte apparizioni di anime purganti che
andavano a chiedere il suffragio della sua S. Messa per poter lasciare il
Purgatorio. Un giorno egli celebrò la S. Messa in suffragio del papà di un suo
confratello. Al termine del S. Sacrificio, P. Pio disse al confratello:
“Stamattina l’anima di tuo papà è entrata in Paradiso”. Il confratello
ne fu felicissimo, e tuttavia disse a P. Pio: “Ma, Padre, il mio buon papà è
morto trentadue anni fa!”. “Figlio mio - gli rispose il Padre - davanti a
Dio tutto si paga!”. Ed è la S. Messa che ci procura un prezzo di infinito
valore: il Corpo e il Sangue di Gesù “Agnello immolato” (Apoc. 5, 12).
In una predica, un giorno, il S. Curato d’Ars portò l’esempio di un
sacerdote che, celebrando la Messa per un suo amico defunto, dopo la
Consacrazione così pregò: “Padre Santo ed Eterno, facciamo un cambio. Voi
possedete l’anima del mio amico nel Purgatorio: io ho il corpo del vostro
Figlio nelle mie mani. Voi liberatemi l’amico, e io vi offro il vostro
Figliolo, con tutti i meriti della sua Passione e morte”.
Ricordiamolo: tutti i suffragi sono cosa buona e raccomandabile, ma quando
possiamo, anzitutto facciamo celebrare SS. Messe (magari le 30 SS. Messe
gregoriane) per le anime defunte a noi care.
Nella vita del B. Enrico Susone leggiamo che da giovane egli aveva fatto questo
patto con un confratello: “Chi di noi due sopravvivrà all’altro, affretterà
la gloria di chi è passato nell’eternità con la celebrazione di una S. Messa
ogni settimana”. Il compagno del Beato Enrico morì per primo in terra di
missione. Il Beato si ricordò della promessa per un po’ di tempo; poi,
impegnato in obblighi di Messe, sostituì la Messa settimanale con preghiere e
penitenze. Ma l’amico gli comparve e lo rimproverò tutto afflitto: “Non mi
bastano le tue preghiere e le tue penitenze; ho bisogno del Sangue di Gesù”:
perché è con il Sangue di Gesù che noi paghiamo i debiti delle nostre colpe
(Col. 1, 14).
Anche il grande S. Girolamo ha lasciato scritto che “per ogni Messa
devotamente celebrata molte anime escono dal Purgatorio per volarsene al
Cielo”. Lo stesso si deve dire per le SS. Messe devotamente ascoltate. S.
Maria Maddalena de’ Pazzi, la celebre mistica carmelitana, era solita offrire
il Sangue di Gesù per suffragare le anime del Purgatorio, e in un’estasi Gesù
le fece vedere come realmente molte anime purganti venivano liberate
dall’offerta del Divin Sangue. Né può essere diversamente, perché, come
insegna S. Tommaso d’Aquino, una sola goccia del Sangue di Gesù, per il suo
valore infinito, può salvare tutto l’universo da ogni delitto.
Preghiamo per le anime del Purgatorio, quindi, e liberiamole dalle loro pene
facendo celebrare e ascoltando molte sante Messe. “Tutte le opere buone
riunite insieme - diceva il S. Curato d’Ars - non possono valere una S. Messa,
perché esse sono opere degli uomini, mentre la S. Messa è opera di Dio”.
III GESÙ IN ME
“Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue, rimane in Me e Io in lui”. (Giov.
6, 57)
• La S. Comunione: Gesù è mio
• La purità di anima per la S. Comunione
• Il ringraziamento alla S. Comunione
• Il Pane dei forti e il Viatico per il cielo
• Ogni giorno con Lui
• La Comunione Spirituale
LA S. COMUNIONE: GESÙ È MIO
Nella S. Comunione Gesù si dona a me e diventa mio, tutto mio in Corpo, Sangue,
Anima e Divinità. “Sono padrona di Te”, diceva a Gesù con candore S. Gemma
Galgani.
Con la Comunione, Gesù penetra nel mio petto e rimane corporalmente presente in
me fin quando durano le specie del pane, ossia per circa un quarto d’ora.
Durante questo tempo, insegnano i Santi Padri, gli Angeli mi circondano per
continuare ad adorare Gesù e amarLo ininterrottamente. “Quando Gesù è
presente corporalmente in noi, attorno a noi fanno la guardia d’amore gli
Angeli”, scriveva S. Bernardo.
Forse noi pensiamo tanto poco alla sublimità di ogni S. Comunione. Eppure, S.
Pio X diceva che “se gli Angeli potessero invidiare, ci invidierebbero la S.
Comunione”. E S. Maddalena Sofia Barat definiva la S. Comunione “il Paradiso
sopra la terra”.
Tutti i Santi hanno compreso la divina meraviglia dell’incontro e
dell’unione con Gesù Eucaristico, per essere posseduti da Lui e possederLo
“Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue rimane in Me e lo in lui” (Giov.
6, 57). “È notte - scriveva una volta Santa Gemma - mi avvicino a domattina:
Gesù possederà me e io possederò Gesù”. Non è possibile unione d’amore
più profonda e totale: Lui in me e io in Lui: l’uno nell’altro: che si può
voler di più?
“Voi invidiate - diceva S. Giovanni Crisostomo - la sorte della donna che toccò
le vesti a Gesù, della peccatrice che bagnò i piedi con le sue lagrime; delle
donne di Galilea che ebbero la felicità di seguirlo nelle sue peregrinazioni,
degli apostoli e dei discepoli con i quali conversava familiarmente; della
popolazione del tempo che ascoltava le parole di grazia e di salveza che
uscivano dalle sue labbra. Voi chiamate felici coloro che lo videro... Ma venite
all’altare, e voi lo vedrete, lo toccherete, gli donerete baci santi, lo
bagnerete con le vostre lagrime, lo porterete dentro di voi come Maria SS.”.
Per questo i Santi hanno desiderato e bramato la S. Comunione con amore
struggente. S. Francesco d’Assisi o S. Caterina da Siena, S. Pasquale Baylon o
S. Veronica, S. Gerardo o S. Margherita Alacoque, S. Domenico Savio o S. Gemma
Galgani...; è inutile continuare, perchè bisognerebbe elencarli proprio tutti!
A S. Caterina da Genova, ad esempio, successe una notte di sognare che il giorno
seguente non avrebbe potuto ricevere la S. Comunione. Il dolore che provò fu
cosi forte che pianse inconsolabilmente, e quando si svegliò al mattino si trovò
con il volto tutto bagnato dalle lacrime versate nel sogno!
S. Teresa del Bambin Gesù ha scritto un piccolo poema eucaristico, “Desideri
presso il Tabernacolo”, in cui, tra le altre cose deliziose, dice: “Vorrei
essere il calice ove adoro il Sangue divino. Posso però anch’io, nel Santo
Sacrificio, raccoglierlo in me ogni mattina. Più cara è perciò a Gesù
l’anima mia, che il più prezioso dei vasi d’oro”. E quale non fu la
felicità dell’angelica Santa quando, durante un’epidemia, le fu concessa la
Comunione quotidiana?
S. Gemma Calgani, una volta venne messa alla prova dal Confessore che le proibì
la Comunione. “O Padre, Padre - scriveva ella al suo Direttore spirituale -
oggi sono stata a confessarmi, e il Confessore ha detto di levarmi Gesù. O
Padre mio, la penna non mi vuole più scrivere, la mano mi trema forte, io
piango". Cara Santa! vero serafino tutto fuoco e sangue d’amore a Gesù
Eucaristico.
Anche S. Gerardo Maiella, per una calunnia di cui non volle scolparsi, venne
punito con la privazione della S. Comunione. La sofferenza del Santo fu tale che
un giorno si rifiutò di andare a servire la S. Messa a un sacerdote di
passaggio, “perchè - diceva - a vedere Gesù Ostia fra le mani del Sacerdote,
non resisterei e glielo strapperei di mano!”. Quale brama consumava questo
mirabile Santo! E quale rimprovero per noi che forse possiamo comunicarci con
ogni comodità, e non lo facciamo. È segno che ci manca l’essenziale:
l’amore. E forse siamo cosi innamorati dei piaceri terreni che non possiamo più
gustare le delizie celesti dell’unione con Gesù Ostia. “Figliuolo, come
puoi tu sentire le fragranze di Paradiso che si diffondono dal Tabernacolo?”,
diceva S. Filippo a un giovane amante dei piaceri di carne, dei balli, dei
divertimenti... Le gioie dell’Eucaristia e le soddisfazioni dei sensi sono
“cose opposte” (Gal. 5, 17) e “l’uomo carnale non può gustare le cose
dello spirito” (1 Cor. 2, 14). Questa è sapienza che viene da Dio.
S. Filippo Neri era cosi amante dell’Eucaristia che, pur gravamente infermo,
si comunicava ogni giorno, e se non gli si portava Gesù molto presto al
mattino, dava in smanie e non poteva trovar riposo in nessun modo: “Ho un tal
desiderio di ricevere Gesù - esclamava - che non posso darmi pace ad
attendere”. La stessa cosa avveniva, ai nostri tempi, a P. Pio da Pietrelcina,
che soltanto l’ubbidienza poteva placare nell’attesa della celebrazione
della S. Messa alle quattro o alle cinque del mattino. Veramente l’amore di
Dio è un “fuoco divorante” (Deut. 4, 24).
Quando Gesù è mio, esulta la Chiesa intera, quella dei Cieli, quella del
Purgatorio, quella della terra. Chi potrà esprimere il gaudio degli Angeli e
dei Santi ad ogni Comunione ben fatta? Una novella corrente d’amore arriva in
Paradiso e fa vibrare quegli spiriti beati ogni volta che una creatura si unisce
a Gesù per possederLo ed essere posseduta da Lui. Vale molto di più una
Comunione che un’estasi, un rapimento, una visione. La S. Comunione trasporta
il Paradiso intero nel mio povero cuore!
Per le anime del Purgatorio, poi, la S. Comunione è il dono personale più caro
che esse possono ricevere da noi. Chi può dire quanto giovino alla loro
liberazione le SS. Comunioni? A S. Maria Maddalena de’ Pazzi un giorno apparve
il fratello defunto e le disse che gli erano necessarie centosette Comunioni per
poter lasciare il Purgatorio. Difatti, all’ultima delle centosette Comunioni,
la Santa rivide il suo papà salire al cielo.
S. Bonaventura si fece apostolo di questa verità, e ne parlava in termini
vibranti: “O anime cristiane, volete voi dare le prove del vero amore ai
vostri defunti? Volete loro inviare i più preziosi soccorsi e la chiave d’oro
del cielo? Fate spesso la S. Comunione per il riposo delle loro anime!”.
Infine, riflettiamo che nella S. Comunione noi ci uniamo non solo a Gesù, ma
anche a tutte le membra del Corpo Mistico di Gesù, specialmente alle anime più
care a Gesù e più care al nostro cuore. È nella Comunione che ogni volta si
realizza pienamente la parola di Gesù: “Io in essi... affinchè siano
perfetti nell’unita” (Giov. 17, 23). L’Eucaristia ci rende “uno” anche
fra noi sue membra: “uno solo in Gesù”, come dice S. Paolo (Gal. 3, 28). La
Comunione è davvero tutto l’amore di Dio e del prossimo. È la vera “festa
dell’Amore”, come diceva Santa Gemma Galgani. E in questa “festa
dell’Amore” l’anima innamorata può esultare cantando con S. Giovanni
della Croce: “Miei sono i cieli e mia la terra, miei sono gli uomini, i giusti
sono miei e miei i peccatori. Gli Angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le
cose sono mie. Lo stesso Dio è mio e per me, poichè Cristo è mio e tutto per
me”.
LA PURITÀ DI ANIMA PER LA S. COMUNIONE
Che dire della grande purità di anima con cui i Santi si accostavano a ricevere
il Pane degli Angeli? Sappiamo che erano di una delicatezza veramente angelica.
Consapevoli della propria miseria, essi cercavano di presentarsi a Gesù
"santi e immacolati" (Ef. 1, 4) ripetendo con il pubblicano: "O
Dio, abbi pietà di me che sono peccatore" (Luc. 18, 9), e ricorrendo con
grande premura al lavacro della S. Confessione.
Quando a S. Girolamo venne portato il S. Viatico, in fin di vita, si vide il
Santo prostrarsi a terra in adorazione, e lo si udì ripetere con profonda umiltà
le parole di S. Elisabetta e quelle di S. Pietro: "Donde questo, che viene
a me il mio Signore? Allontanati da me, che sono uomo peccatore" (Luc. 1,
43; 5, 10). E quante volte l'angelica e serafica S. Gemma fu tentata di non
comunicarsi, ritenendosi nient'altro che un vile "letamaio"?
E P. Pio da Pietrelcina ripeteva con trepidazione ai confratelli "Dio vede
le macchie anche negli Angeli, figuriamoci in me!". Per questo egli era
molto assiduo alla Confessione sacramentale.
"Oh se potessimo comprendere chi è quel Dio che riceviamo nella Comunione,
quale purezza di cuore gli porteremmo!", esclamava S. Maria Maddalena de'
Pazzi.
Per questo S. Ugo, S. Tommaso d'Aquino, S. Francesco di Sales, S. Ignazio, S.
Carlo Borromeo, S. Francesco Borgia, S. Luigi Bertrando, S. Giuseppe da
Copertino, S. Leonardo da Porto Maurizio e tanti altri Santi si confessavano
ogni giorno prima di celebrare la S. Messa.
S. Camillo de Lellis non celebrava mai la S. Messa senza prima confessarsi,
perchè voleva almeno "spolverare" la sua anima. Una volta in una
piazza di Livorno, al tramonto, prima di separarsi da un confratello, il Santo,
prevedendo che il mattino seguente non avrebbe avuto un Sacerdote per
confessarsi prima di celebrare, si fermò, si levò il cappello, si fece il
segno di croce e si confessò li in piazza dal confratello.
Anche S. Alfonso, S. Giuseppe Cafasso, S. Giovanni Bosco, S. Pio X, P. Pio da
Pietrelcina, si confessavano molto spesso. E perchè mai S. Pio X volle
anticipare a sette anni l'età della Prima Comunione per i piccoli, se non per
fare entrare Gesù nei cuori dei fanciulli innocenti che tanto somigliano agli
Angeli? E P. Pio da Pietrelcina, perchè esultava quando gli portavano bambini
di cinque anni preparati per la Prima Comunione?
I Santi applicavano alla perfezione la direttiva dello Spirito Santo:
"Ciascuno esamini prima se stesso, e poi mangi di quel Pane e beva di quel
Calice, perchè chi mangia e chi beve indegnamente, mangia e beve la propria
condanna" (1 Cor. 11, 28).
Esaminarsi, pentirsi, accusarsi, chiedere perdono approfittando anche ogni
giorno del Sacramento della Confessione era cosa naturale per i Santi. Beati
loro, capaci di tanto! E i frutti di santificazione erano costanti e abbondanti,
perchè l'anima pura che accoglie in sè Gesù, "Frumento degli
eletti" (Zac. 9, 17), è come la "terra fertile... che produce frutto
con perseveranza" (Luc. 8, 15).
S. Antonio M. Claret illustra molto bene la cosa: "Quando ci comunichiamo,
tutti noi riceviamo il medesimo Signore Gesù, ma non tutti riceviamo le
medesime grazie, nè produce in tutti gli stessi effetti. Ciò proviene dalla
nostra maggiore o minore disposizione. Per spiegare questo fatto, mi serve un
paragone naturale: l'innesto. Quanto più le piante si rassomigliano, tanto
meglio è per l'innesto. Così, quanta più somiglianza ci sarà tra chi si
comunica e Gesù, tanto migliori saranno i frutti della S. Comunione". Il
Sacramento della Confessione è appunto il mezzo eccellente di restauro della
somiglianza fra l'anima e Gesù.
Per questo S. Francesco di Sales insegnava ai suoi figli spirituali:
"Confessatevi con umiltà e devozione... se è possibile ogni volta che vi
comunicate, quantunque non vi sentiate nella coscienza alcun rimorso di peccato
mortale".
Per questo S. Teresa di Gesù, quando era consapevole della minima colpa
veniale, non si comunicava senza prima confessarsi.
A questo proposito, è bene ricordare l'insegnamento della Chiesa. La Comunione
deve essere fatta stando in grazia di Dio. Perciò, quando si è commesso un
peccato mortale, anche se si è pentiti e si ha un grande desiderio di
comunicarsi, è necessario, è indispensabile confessarsi prima della S.
Comunione, altrimenti si commette peccato gravissimo di sacrilegio, per il
quale, come disse Gesù a S. Brigida,"non esiste sulla terra supplizio che
basti a punirlo"!
Invece, la Confessione fatta prima della Comunione, soltanto per rendere più
pura e più bella l'anima già in grazia, non è necessaria, ma è preziosa,
perchè riveste l'anima del più bell' "abito nuziale" (Matt. 22, 14)
con cui assidersi alla mensa degli Angeli. Per questo le anime più delicate
hanno sempre cercato con frequenza (almeno ogni settimana) la assoluzione
sacramentale anche per le colpe leggere. Se infatti la purità dell'anima deve
essere massima per ricevere Gesù, nessuna purità è più fulgente di quella
che si ottiene confessandosi, con il bagno nel Sangue di Gesù che rende l'anima
pentita divinamente bella e splendente. "L'anima che riceve il Sangue
Divino diventa bella, come rivestita dell'abito più prezioso, e così
risplendente, che, se poteste vederla, sareste tentati di adorarla" (S.
Maria Maddalena de' Pazzi).
Quale conforto per Gesù l'essere ricevuto da una anima purificata e rivestita
del suo Divin Sangue! E quale gioia tutta d'amore per Lui se si tratta di
un'anima verginale, perchè "l'Eucaristia venne dal cielo della verginità"
(S. Alberto Magno) e non trova il suo cielo che nella verginità. Nessuno come
la vergine può ripetere con la Sposa dei Cantici ad ogni Comunione: "Il
mio Diletto è mio e io sono tutta del mio Diletto che pascola fra i gigli e a
me rivolge il suo amore" (Cant. 2, 16).
Un modo delicato di preparamento alla S. Comunione è quello di invocare
l'Immacolata e affidarci a Lei perchè ci faccia ricevere Gesù con la sua umiltà,
con la sua purezza e con il suo amore, e anzi, venga Ella stessa a riceverLo in
noi. Questa pia pratica venne raccomandata molto dai Santi, specialmente da S.
Luigi Grignon de Montfort, da S. Pietro G. Eymard, da S. Alfonso de' Liguori e
dal B. Massimiliano M. Kolbe. "La migliore preparazione alla S. Comunione
è quella che si fa con Maria", scrisse S. Pietro G. Eymard. Una
descrizione deliziosa ci è fatta da S. Teresina quando immagina la sua anima
come una bimba di tre o quattro anni, tutta in disordine nei capelli e nei
vestiti, vergognosa di presentarsi all'altare per ricevere Gesù. Ma fa ricorso
alla Madonna e "subito - scrive la Santa - la Vergine Maria si affaccenda
attorno a me; mi toglie prestamente il grembiulino sudicio e riannoda i miei
capelli con un bel nastro o anche con un semplice fiore... E ciò basta per
farmi apparire graziosa e farmi sedere, senza arrossire, al banchetto degli
Angeli". Facciamone anche noi la prova. Non ne resteremo delusi. Anzi,
potremo anche noi esclamare con S. Gemma estatica: "Quanto è bella la
Comunione fatta con la Mamma del Paradiso".
IL RINGRAZIAMENTO ALLA S. COMUNIONE
Il tempo del Ringraziamento alla S. Comunione è il tempo più reale dell'amore
intimo con Gesù. Amore di appartenenza totale reciproca: non più due, ma uno,
nell'anima e nel corpo. Amore di compenetrazione e fusione: Lui in me e io in
Lui, a consumarci nell'unità e nell'unicità dell'amore. “Sei la mia preda
amorosa, come io sono preda della tua immensa carità”, diceva S. Gemma a Gesù
con tenerezza. “Beati gli invitati alla cena nuziale dell'Agnello”, è detto
nell'Apocalisse (c. 19, 9). Ebbene, nella Comunione Eucaristica l'anima realizza
veramente, in celeste unione verginale, l'amore nuziale a Gesù Sposo, a cui può
dire con il trasporto tenerissimo della Sposa dei Cantici: “Baciami con il
bacio della tua bocca” (Cant. 1, 1).
Il Ringraziamento alla S. Comunione è una piccola esperienza dell'amore
paradisiaco su questa terra: in Paradiso, infatti, come ameremo Gesù se non
essendo eternamente uno con Lui? Gesù caro, Gesù dolce, come dobbiamo
ringraziarti di ogni S. Comunione che ci concedi! Non aveva forse ragione S.
Gemma di dire che in Paradiso Ti avrebbe ringraziato dell'Eucaristia più che di
ogni altra cosa? Quale miracolo di amore quell'essere interamente fusi con Te,
Gesù!
S. Cirillo di Alessandria, Padre della Chiesa, si serve di tre immagini per
illustrare la fusione d'amore con Gesù nella S. Comunione: “Chi si comunica
è santificato, divinizzato nel suo corpo e nella sua anima nel modo con cui
l'acqua che è messa sul fuoco diventa bollente... La Comunione opera come il
lievito immerso nella farina: fermenta tutta la massa... Nello stesso modo che
fondendo insieme due ceri, la cera risulterà l'una nell'altra, così, io credo,
chi si ciba della Carne e del Sangue di Gesù è con Lui fuso per tale
partecipazione, e si trova a essere egli in Cristo e Cristo in lui”.
Per questo S. Gemma Galgani parlava con stupore dell'unione eucaristica fra
“Gesù tutto e Gemma nulla”, ed esclamava estatica: “Quanta dolcezza, Gesù,
nella Comunione! Con Te abbracciata voglio vivere, con Te abbracciata voglio
morire”. E il B. Contardo Ferrini scriveva: “La Comunione! Oh dolci amplessi
del Creatore con la sua creatura! Oh elevazione ineffabile dello spirito umano!
Che cosa ha il mondo che si possa paragonare a queste gioie purissime di cielo,
a questi saggi della gloria eterna?”.
Si pensi anche al valore trinitario della S. Comunione. Un giorno, S. Maria
Maddalena de' Pazzi, dopo la Comunione, inginocchiata fra le novizie, con le
braccia in croce, alzò gli occhi al cielo e disse: “Sorelle, se
comprendessimo che nel tempo in cui durano in noi le specie eucaristiche, Gesù
è presente e opera in noi inseparabilmente con il Padre e con lo Spirito Santo,
e quindi c'è tutta la Trinità Santissima...”, e non potè finire di parlare,
perchè rapita in sublime estasi.
Per questo i Santi, quando potevano, non mettevano limiti di tempo al
ringraziamento, che durava almeno mezz'ora. S. Teresa di Gesù raccomandava alle
sue figlie: “Tratteniamoci amorevolmente con Gesù e non perdiamo l'ora che
segue la Comunione: è un tempo eccellente per trattare con Dio e per
sottoporgli gli interessi dell'anima nostra... Poiché sappiamo che Gesù buono
resta in noi fino a quando il calore naturale non ha consumato gli accidenti del
pane, dobbiamo avere grande cura di non perdere cosi bella occasione per
trattare con Lui e presentargli le nostre necessità”.
S. Francesco d'Assisi, S. Giuliana Falconieri, S. Caterina, S. Pasquale, S.
Veronica, S. Giuseppe da Copertino, S. Gemma, e tanti altri, subito dopo la S.
Comunione cadevano quasi sempre in estasi d'amore: e il tempo, allora, lo
misuravano solo gli Angeli!
S. Giovanni d'Avila, S. Ignazio di Loyola, S. Luigi Gonzaga facevano il
ringraziamento in ginocchio per due ore. S. Maria Maddalena de' Pazzi non
avrebbe mai voluto interromperlo, e bisognava costringerla, perché si nutrisse
un po'. “I minuti che seguono la Comunione - diceva la Santa - sono i più
preziosi che noi abbiamo nella vita; i più adatti da parte nostra per trattare
con Dio, e da parte di Dio per comunicarci il suo amore”.
S. Teresa di Gesù quasi sempre andava in estasi subito dopo la S. Comunione, e
talvolta bisognava toglierla di peso dal comunichino delle Suore!
S. Luigi Grìgnon de Montfort, dopo la S. Messa, si fermava almeno mezz'ora per
il ringraziamento, e non c'era preoccupazione o impegno che valesse a farglielo
omettere, poiché, diceva, “non darei quest'ora del ringraziamento neppure per
un'ora di Paradiso”.
L'Apostolo ha scritto: “Glorificate e portate Dio nel vostro corpo” (1 Cor.
6, 20). Ebbene, non c'è tempo in cui queste parole le realizziamo alla lettera
come nel tempo subito dopo la S. Comunione. Che brutto, quindi, il comportamento
di chi ha fatto la Comunione ed esce subito di Chiesa non appena finita la
Messa, o addirittura subito dopo la Comunione! Ricordiamo l'esempio di S.
Filippo Neri che fece accompagnare da due chierichetti con le candele accese
quel tale che usciva di Chiesa appena fatta la Comunione... Che bella lezione!
Se non altro per educazione, quando si riceve un ospite ci si intrattiene e ci
si interessa di lui. Se poi quest'ospite è Gesù, allora dovremmo solo
rammaricarci che la Sua presenza corporale in noi dura appena un quarto d'ora o
poco più. A questo proposito, S. Giuseppe Cottolengo sorvegliava personalmente
la confezione delle ostie per la Messa e per le Comunioni, e alla suora addetta
aveva ordinato espressamente: “Le ostie per me fatele grosse, perché ho
bisogno di trattenermi a lungo con Gesù, e non voglio che le sacre specie si
consumino presto”.
E S. Alfonso de' Liguori perché riempiva di vino il calice quasi fino all'orlo?
Solo per possedere più a lungo nel suo corpo Gesù.
Non siamo forse all'opposto dei Santi, noi, quando consideriamo il
ringraziamento sempre troppo lungo e forse non vediamo l'ora che finisca?
Attenti, però! Perchè se è vero che ad ogni Comunione Gesù “ricambia al
centuplo l'accoglienza che gli si fa” (S. Teresa di Gesù), è anche vero che
saremo responsabili al centuplo delle nostre mancate accoglienze. Un confratello
di P. Pio da Pietrelcina ha raccontato che un giorno andò a confessarsi dal
santo Frate, accusando fra l'altro qualche omissione del ringraziamento alla S.
Messa per ragioni di ministero. Benevolo nel giudicare le altre mancanze, P.
Pio, quando udi questa mancanza divenne serio, dal volto scuro, e disse con voce
ferma: “Guardiamo che il non potere non sia il non volere. Il ringraziamento
lo devi fare sempre, se no la paghi cara”!
Pensiamoci, riflettiamoci seriamente. Per una cosa tanto preziosa come il
ringraziamento, facciamo nostro l'ammonimento dello Spirito Santo: “Non
perdere neppure la più piccola parte di un cosi grande bene” (Eccl. 14, 14).
Particolarmente bello è il ringraziamento fatto in intima unione con la Madonna
Annunziata. Subito dopo la S. Comunione, anche noi portiamo Gesù nelle nostre
anime e nel nostro corpo, a somiglianza di Maria SS. Annunziata; e non potremmo
adorare Gesù nè amarLo meglio che unendoci alla Divina Mamma, facendo nostri i
sentimenti di adorazione e di amore che Ella nutrì verso Gesù Dio racchiuso
nel suo seno immacolato. A questo fine, può essere utile la recita meditata dei
misteri gaudiosi del Rosario. Proviamo. Non potremo che guadagnarci a stare
uniti alla Madonna per amare Gesù con il suo Cuore di Paradiso!
IL PANE DEI FORTI E IL VIATICO PER IL CIELO
Dovrebbe essere superfluo dire che Gesù Eucaristico è per tutti il vero Pane
dei forti, il nutrimento degli eroi, il sostegno dei martiri, il conforto degli
agonizzanti.
Nell’Eucaristia Gesù ripete i suoi amorosi richiami a noi travagliati e
penanti in questa valle di lagrime: “Venite a Me, voi che siete affaticati e
oppressi, e lo vi ristorerò” (Matt. 21, 28). È vero che “la vita dello
uomo è un combattimento su questa terra” (Giob. 7, 1); è vero che i seguaci
di Gesù “saranno perseguitati” come il loro Signore (Matt. 5, 10; 2 Tim. 3,
12); è vero che “coloro che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne con
i suoi vizi e le sue concupiscenze” (Gal. 5, 24), e debbono vivere “morti al
mondo” (Gal. 6, 34); ma è anche vero che con Gesù “io posso tutto” (Fil:
4, 13), perché Gesù è “tutto” (Giov. 1, 3; Col. 1, 17) e nella S.
Comunione si fa proprio “tutto mio”. E allora “che ho da temere? - posso
dire con la Serva di Dio Luisa M. Claret de la Touche - Colui che mantiene il
mondo sui suoi poli è in me. Il Sangue di un Dio circola nelle mie vene. Non
temere anima mia: Il Signore del mondo ti ha preso fra le sue braccia e vuole
che ti riposi in Lui”.
Per questo S. Vincenzo de’ Paoli poteva chiedere ai suoi missionari: “Quando
avete ricevuto nei cuori Gesù ci può essere un sacrificio impossibile per
voi?”. E S. Vincenzo Ferreri, nei due anni di carcere che dovette patire come
perseguitato, “sovrabbondò di gioia fra i travagli” (2 Cor. 7, 4), perché
riuscì a ottenere di poter celebrare ogni giorno la S. Messa fra i ceppi, le
catene e l’oscurità della galera. La stessa forza ed esultanza invase Santa
Giovanna d’Arco quando le fu concesso di ricevere Gesù Eucaristico prima di
salire sul rogo. Entrato Gesù nel tetro carcere, la santa si gettò in
ginocchio fra le catene, ricevette Gesù e si raccolse in profonda preghiera.
Appena chiamata per andare alla morte, si alzò e s’incamminò senza
interrompere le preghiere, salì sul rogo e morì tra le fiamme, sempre unita a
Gesù che le dimorava nell’anima e nel corpo immolato.
Ma tutta la storia dei martiri, da S. Stefano protomartire, all’angelico
martire S. Tarcisio, ai martiri più recenti, attesta la forza sovrumana che
l’Eucarestia dona nella lotta contro il demonio e contro tutte le forze
demoniache che operano sulla terra (1 Piet. 5, 9).
Per riferire un solo esempio più recente, anni fa, nella Cina comunista, alcune
Suore vennero arrestate e messe insieme ad altri prigionieri con la proibizione
perfino di pregare. Le guardie sorvegliavano i loro gesti, la posizione del
corpo, l’atteggiamento del volto e i movimenti delle labbra, per punire
duramente ogni infrazione. Le poverine bramavano soprattutto una cosa:
l’Eucaristia. Una vecchia cristiana si offrì al Vescovo per portare a loro
segretamente le Ostie consacrate avvolte in un fazzoletto, e usò uno
stratagemma ben riuscito. Si presentò alle prigioniere, davanti alle guardie,
come stravolta dalla collera, vomitando una valanga di ingiurie contro le Suore;
al momento propizio, però, passò lo involtino nella mano di una Suora, e lasciò
la prigione, promettendo alle guardie che sarebbe tornata a... insultare le
Suore!
Infine, ricordiamo il conforto celeste che la S. Comunione arreca agli infermi,
e non solo alle loro anime, ma anche ai corpi, a volte prodigiosamente risanati.
A S. Liduina e ad Alexandrina Da Costa, ad esempio, sparivano d’incanto le
terribili sofferenze fisiche per tutto il tempo di durata delle sacre Specie nel
loro corpo. Lo stesso, a S. Lorenzo da Brindisi e a S. Pietro Claver, quando
celebravano la S. Messa, cessavano tutti i dolori delle gravi malattie da cui
erano tormentati.
Più consolante di tutte, però, è l’ultima S. Comunione, quella detta
Viatico, ossia cibo per il viaggio da questa all’altra vita. Come ci tenevano
i Santi a riceverlo per tempo e con le migliori disposizioni!
Quando S. Domenico Savio fu mandato a casa perché gravemente ammalato, il
medico del suo paese gli dette buone speranze di guarigione; ma il santo
giovanetto chiamò suo papà e gli disse: “Papà, sarà bene fare un consulto
con il Medico Celeste. Io desidero confessarmi e ricevere la Comunione”.
Quando la salute di S. Antonio M. Claret cominciò a destare serie apprensioni,
furono chiamati due medici per un consulto. Avvertito, il Santo intui la gravità
del male, e disse ai suoi: “Ho capito, ma prima pensiamo all’anima, poi al
corpo”; e volle ricevere subito i Sacramenti; poi fece entrare i due medici, e
disse loro: “Ora fate quello che volete”.
Prima l’anima e poi il corpo. Possibile che non lo comprendiamo? Eppure,
spesso noi siamo così incoscienti che ci affanniamo tanto a portare il medico
al letto di un ammalato, mentre ci riduciamo a chiamare il Sacerdote solo
all’ultimo momento, quando magari l’infermo non è in grado di ricevere i
Sacramenti con piena coscienza o addirittura non può neppure riceverli. Stupidi
e stolti che siamo! Come non ci rendiamo conto che se non chiamiamo a tempo il
Sacerdote mettiamo a rischio l’eterna salvezza del morente e lo priviamo del
sostegno e del conforto più grande che si possa ricevere in quegli estremi
momenti?
L’Eucaristia è il supremo pegno di vita del cristiano su questa povera terra
d’esilio. “Il corpo nostro - scrive S. Gregorio Nisseno - unito al Corpo di
Cristo acquista un principio d’immortalità, perché si unisce
all’Immortale”. Quando la vita caduca del corpo viene meno, ecco Gesù, ecco
Colui che è la Vita eterna. Egli si dona a noi nella Comunione per essere la
Vita vera e perenne della nostra anima immortale, per essere la Resurrezione del
nostro corpo mortale: “Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue ha la vita
eterna” (Giov. 6, 55), “Chi mangia di questo pane vivrà in eterno” (Giov.
6, 59), perché “lo sono la resurrezione e la vita” (Giov. 11, 25).
Il S. Viatico: che grazia! Quando il S. Curato d’Ars, moribondo, sentì il
suono del campanello che annunciava l’arrivo del S. Viatico, si commosse fino
alle lagrime, e disse: “Come trattenersi dal piangere quando Gesù viene a noi
per l’ultima volta con tanto amore?”.
Si, Gesù Eucaristico è l’Amore divenuto mio cibo, mia forza, mia vita, mio
cuore. Ogni volta che Lo ricevo, in vita come in morte, Egli si fa mio per farmi
Suo. Si: Lui tutto mio e io tutto Suo. L’uno nell’altro, l’uno dello altro
(Giov. 6, 58). Questa è la pienezza dell’Amore per l’anima e per il corpo,
sulla terra e nei Cieli.
OGNI GIORNO CON LUI
Gesù sta nel Tabernacolo per me. Lui è il pane della mia vita soprannaturale.
Lui è il cibo della mia anima. “La mia carne è veramente cibo, il mio sangue
è veramente bevanda” (Giov. 6, 56). Se voglio nutrirmi spiritualmente ed
essere pieno di vita debbo ricevere Lui: “Se non mangiate la mia Carne e non
bevete il mio Sangue non avrete la vita in voi” (Giov. 6, 54). S. Agostino ci
fa sapere che i suoi fedeli della Chiesa d’Africa chiamavano l’Eucaristia
con la parola “Vita”; quando decidevano di accostarsi alla mensa
eucaristica, dicevano: “Andiamo alla Vita”. Espressione mirabile!.
Per sostenere il mio organismo soprannaturale debbo nutrirlo: e l’Eucaristia
è appunto il “Pane di vita” (Giov. 6, 35), il “Pane disceso dal cielo”
(Giov. 6, 59) che dona e rinnova, conserva e accresce le energie spirituali
della anima. S. Pietro G. Eymard arriva a dire: “La Comunione è così
necessaria a noi per sostenere la nostra vita cristiana, come è necessaria agli
Angeli la visione di Dio per mantenere la loro vita gloriosa”.
Ogni giorno debbo nutrire la mia anima, come ogni giorno nutro il mio corpo per
donargli vigore. S. Agostino insegna: “L’Eucaristia è un pane quotidiano
che si prende a rimedio della nostra quotidiana debolezza”. E S. Pietro G.
Eymard aggiunge: “Gesù ha preparato non un’Ostia soltanto, ma una per ogni
giorno della nostra vita. Le nostre Ostie sono preparate: non perdiamone neppure
una”.
Gesù è l’Ostia d’amore così soave e salutare da far esclamare a S. Gemma
Galgani: “Sento un gran bisogno di essere rinvigorita da quel cibo tanto dolce
che mi dà Gesù. Questo tratto d’amore che Gesù mi fa ogni mattina, mi
intenerisce e attira a sé tutti gli affetti del mio cuore”.
Per i Santi, la Comunione quotidiana è un’imperiosa esigenza di Vita e di
Amore, corrispondente alla brama divina di Gesù di donarsi per essere la Vita e
l’Amore di ogni anima. Non dimentichiamoci che il Giovedì Santo fu il giorno
da Gesù “tanto desiderato” (Luc. 22, 15). Perciò il S. Curato d’Ars
diceva con passione: “Ogni Ostia consacrata è fatta per struggersi d’amore
in un cuore umano”. E S. Teresina scriveva alla sorella: “Non è per restare
in una pisside d’oro, che Gesù discende ogni giorno dal cielo, ma per trovare
un altro cielo, quello della nostra anima, dove Egli trova le sue delizie”; e
quando un’anima, potendolo, non vuole ricevere Gesù nel suo cuore, “Gesù
piange”; per questo, continua ancora S. Teresina, “quando il demonio non può
entrare col peccato nel santuario di un’anima, vuole almeno che essa sia
vuota, senza padrone, e allontana dalla Comunione”. È evidente, infatti, che
si tratta di insidia diabolica, perché solo il demonio può avere interesse a
tenerci lontani da Gesù. Stiamo all’erta, quindi. Cerchiamo di non cadere
negli inganni del demonio: “Fate in modo di non perdere nessuna Comunione -
raccomanda S. Margherita M. Alacoque - ; noi non sapremmo dare maggior gioia al
nostro nemico, il demonio, che ritirandoci da Gesù, il quale gli toglie il
potere che ha sopra di noi”.
La Comunione quotidiana è sorgente quotidiana di amore, di forza, di luce, di
gioia, di coraggio, di ogni virtù e di ogni bene. “Chi ha sete venga a Me e
beva” (Giov. 7, 37), ha detto Gesù; Egli solo è la “fonte di acqua
zampillante per la vita eterna” (Giov. 4, 14). Come è possibile che ci sia
chi non voglia o trovi difficoltà ad accostarsi ogni giorno a questa divina
“mensa del Signore” (1 Cor. 10, 21)?
S. Tommaso Moro, Gran Cancelliere d’Inghilterra, morto martire per essersi
opposto allo scisma, ascoltava ogni mattina la S. Messa e riceveva la S.
Comunione. Alcuni amici cercavano di fargli notare che una tale assiduità non
era conveniente ad un laico immerso in tanti affari di stato. “Voi mi opponete
- rispondeva il Santo - tutte quelle ragioni che invece mi convincono di più a
ricevere la S. Comunione ogni giorno. La mia dissipazione è grande, e con Gesù
io imparo a raccogliermi. Le occasioni di offendere Dio sono frequenti, e io
prendo ogni giorno forza da Lui per fuggirle. Ho bisogno di lumi e di prudenza
per sbrigare affari molto difficili, e ogni giorno posso consultare Gesù nella
S. Comunione: Egli è il mio grande Maestro”.
Al celebre biologo Banting fu chiesto una volta perché ci tenesse tanto alla
Comunione quotidiana. “Avete mai pensato - rispose - che avverrebbe se ogni
notte non scendesse la rugiada dal cielo? Nessuna pianta potrebbe svilupparsi;
le erbe e i fiori non reggerebbero alla traspirazione che il calore diurno
provoca in un modo o nell’altro. Il recupero di forze, il refrigeramento,
l’equilibrio degli umori linfatici, e la vita stessa delle piante son dovuti
alla rugiada...”. Fatta una pausa, continuò: “Anche la mia anima è come
una piantina: qualcosa di delicato su cui vento e calore imperversano ogni
giorno. Allora è necessario che ogni mattina io vada a fare il mio rifornimento
di rugiada spirituale, accostandomi alla S. Comunione”.
S. Giuseppe Cottolengo raccomandava ai medici della “Casa della Divina
Provvidenza” di ascoltare la Messa e fare la Comunione, prima di impegnarsi in
difficili operazioni chirurgiche, perché, diceva, “la medicina è una grande
scienza, ma il grande medico è Dio”. E il beato Giuseppe Moscati, celebre
medico di Napoli, si regolava appunto così: si industriava fino
all’incredibile (a costo di sacrifici anche enormi, specie a causa dei
frequenti viaggi da fare) per non perdere la Comunione quotidiana; ma se qualche
giorno gli era proprio impossibile comunicarsi, quel giorno non aveva coraggio
di fare le visite mediche, perché, diceva, “senza Gesù non ho lumi
sufficienti per i poveri ammalati”.
Oh! la passione dei Santi per la Comunione quotidiana! Chi può ridirla? S.
Giuseppe da Copertino, che non mancò di unirsi ogni giorno al suo Diletto,
arrivò a dire una volta ai suoi confratelli: “Sappiate che quel giorno in cui
non potrò ricevere lo Pecoriello (così chiamava confidenzialmente l’Agnello
Divino) passerò all’altra vita”. Difatti, soltanto un giorno la violenza
del male gli impedi di ricevere Gesù Eucaristico: il giorno della morte!
Quando il papà di S. Gemma Galgani, preoccupato per la salute della figlia, la
rimproverò perché ogni mattina usciva troppo presto per andare a Messa, sentì
rispondersi dalla santa figlia: “Ma papà, a me mi fa male stare lontana da
Gesù Sacramentato”.
Quando S. Caterina da Genova seppe dell’interdetto che gravava sulla sua città
con la proibizione di celebrare la S. Messa e di distribuire la Comunione, ogni
mattina si recava a piedì fuori Genova fino a un lontano Santuario, per potersi
comunicare. Le fu detto che esagerava; e la Santa rispose: “Se dovessi
percorrere miglia e miglia sui carboni accesi pur di arrivare a ricevere Gesù,
direi quella via facile come se camminassi su un tappeto di rose”.
Impariamo la lezione, noi che forse abbiamo la Chiesa a pochi passi, ove recarci
a nostro agio per ricevere Gesù nel cuore. E anche se dovesse costarci qualche
sacrificio, non ne varrebbe forse la pena?
Ma c’è di più ancora, se pensiamo che i Santi avrebbero desiderato
comunicarsi non una volta sola, ma più volte al giorno. A una figlia spirituale
che in buona fede vantava il suo eroismo nel comunicarsi tutti i giorni, P. Pio
da Pietrelcina una volta disse: “Figlia mia, se si potesse, farei dieci
Comunioni al giorno con tutto il cuore!”. E quella volta che un figlio
spirituale si accusò in confessione di aver fatto, per pura dimenticanza, due
Comunioni nella stessa mattinata, P. Pio illuminandosi disse: “Beata
dimenticanza!”.
Avanti! non facciamoci pregare per fare una cosa così santa come la Comunione
quotidiana, a cui attingere ogni bene per l’anima e per il corpo.
Per l’anima. S. Cirillo di Gerusalemme. Padre e Dottore della Chiesa, scrive:
“Se il veleno dell’orgoglio ti gonfia, ricorri all’Eucaristia, e il Pane,
sotto le cui apparenze si è annichilato il tuo Dio, t’insegnerà l’umiltà.
Se in te arde la febbre dell’avarizia, cibati di questo pane, e imparerai la
generosità. Se ti rattrista il vento gelido dell’avarizia, ricorri al Pane
degli Angeli, e nel tuo cuore spunterà rigogliosa la carità. Se ti senti
spinto dall’intemperanza, cibati della Carne e del Sangue di Cristo, che nella
vita terrena praticò sì eccellentemente la sobrietà, e diverrai temperante.
Se sei pigro e indolente nelle cose spirituali, rinforzati con questo cibo
celeste, e diverrai fervente. Se, infine, ti senti ardere dalla febbre
dell’impurità, accostati al banchetto degli Angeli, e la Carne immacolata di
Cristo ti farà puro e casto”.
Quando si volle sapere come avesse fatto S. Carlo Borromeo a conservarsi puro e
delicato tra i suoi giovani coetanei dissipati e frivoli, si scoprì il suo
segreto: la Comunione frequente. E fu lo stesso S. Carlo a raccomandare la
Comunione frequente al ragazzo Luigi Gonzaga, divenuto il santo tutto angelico e
liliale. Veramente l’Eucaristia si rivela “frumento degli eletti e vino che
fa germogliare i vergini” (Zac. 9, 17). E S. Filippo Neri, conoscitore
profondo dei giovani, diceva: “La devozione al SS. Sacramento e la devozione
alla Vergine sono, non il migliore, ma l’unico mezzo per conservare la
purezza. Non vi è che la Comunione che può conservare puro un cuore a venti
anni... Non ci può essere castità senza Eucaristia”. È verissimo.
Per il corpo. Quante volte a Lourdes non si è ripetuto per l’Eucaristia quel
che il Vangelo dice di Gesù: “usciva da lui una virtù e guariva tutti” (Luc.
8, 46)? Quanti corpi non sono stati sanati dal dolce Signore racchiuso nei
candidi veli? Quanti poveri e sofferenti non hanno ricevuto, con il Pane
eucaristico, il pane della salute, del sostentamento, della Provvidenza?... S.
Giuseppe Cottolengo un giorno si avvide che parecchi ricoverati della “Casa
della Provvidenza” non si erano accostati a ricevere la S. Comunione. La
Pisside era rimasta piena. Proprio in quel giorno scarseggiava il pane. Il
Santo, deposta la Pisside sull’altare, si voltò e disse con grande animazione
queste parole più che espressive: “Pisside piena, sacchi vuoti!”.
Proprio così. Gesù è la pienezza di vita e di amore della mia anima. Senza di
Lui resto vuoto e arido. Con Lui, invece, possiedo ogni giorno le riserve
infinite di ogni bene, purezza e gioia.
LA COMUNIONE SPIRITUALE
La Comunione Spirituale è la riserva di vita e di amore eucaristico sempre a
portata di mano per gli innamorati di Gesù Ostia. Mediante la Comunione
Spirituale, infatti, vengono soddisfatti i desideri d’amore dell’anima che
vuole unirsi a Gesù suo Diletto Sposo. La Comunione spirituale è unione
d’amore fra l’anima e Gesù Ostia. Unione tutta spirituale, ma reale più
reale della stessa unione fra l’anima e il corpo, “perché la anima vive più
dove ama che dove vive”, dice S. Giovanni della Croce.
La Comunione spirituale suppone, è evidente, la fede nella Presenza Reale di
Gesù nei Tabernacoli; comporta il desiderio della Comunione Sacramentale; esige
il ringraziamento per il dono ricevuto da Gesù. Tutto questo è espresso con
semplicità e brevità nella formula di S. Alfonso de’ Liguori: “Gesù mio,
credo che voi siete nel SS. Sacramento. Vi amo sopra ogni cosa. Vi desidero
nell’anima mia. Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite
almeno spiritualmente nel mio cuore... (pausa). Come già venuto, Vi abbraccio e
tutto mi unisco a Voi. Non permettete che io mi abbia mai a separare da voi”.
La Comunione spirituale produce gli stessi effetti della Comunione Sacramentale
a seconda delle disposizioni con cui si fa, della maggiore o minore carica di
affetto con cui si desidera Gesù, dell’amore più o meno intenso con cui si
riceve Gesù e ci si intrattiene con Lui.
Privilegio esclusivo della Comunione spirituale è quello di poter essere fatta
quante volte si vuole (anche centinaie di volte al giorno), quando si vuole
(anche in piena notte), dove si vuole (anche in un deserto o su... un aereo in
volo).
È conveniente fare la Comunione spirituale specialmente quando si assiste alla
S. Messa e non si può fare la Comunione sacramentale. All’atto in cui il
Sacerdote si comunica, l’anima si comunichi anch’ella chiamando Gesù nel
suo cuore. In questo modo ogni Messa ascoltata è completa: offerta,
immolazione, comunione.
Quanto sia preziosa la Comunione spirituale lo disse Gesù stesso a S. Caterina
da Siena in una visione. La Santa temeva che la Comunione spirituale non avesse
nessun valore rispetto alla Comunione sacramentale. Gesù in visione le apparve
con due calici in mano, e le disse: “In questo calice d’oro metto le tue
Comunioni sacramentali; in questo calice d’argento metto le tue Comunioni
spirituali. Questi due calici mi sono tanto gràditi”.
E a S. Margherita Maria Alacoque, molto assidua nel mandare i suoi desideri di
fiamma a chiamare Gesù nel Tabernacolo, una volta Gesù disse: “Mi è
talmente caro il desiderio di un’anima di ricevermi, che lo mi precipito in
essa ogni volta che mi chiama con i suoi desideri”.
Quanto sia stata amata dai Santi la Comunione spirituale non ci vuol molto a
intuirlo. La Comunione spirituale soddisfa almeno in parte a quell’ansia
ardente di essere sempre “uno” con chi si ama. Gesù stesso ha detto:
“Rimanete in Me e io rimarrò in voi” (Giov. 15, 4). E la Comunione
spirituale aiuta a restare uniti a Gesù, sebbene lontani dalla sua dimora.
Altro mezzo non c’è per placare gli aneliti di amore che consumano i cuori
dei Santi. “Come una cerva anela ai corsi delle acque, così la mia anima
anela a Te, o Dio” (Salm. 41, 2): è il gemito amoroso dei Santi. “O Sposo
mio diletto - esclama S. Caterina da Genova - io desidero talmente la gioia di
stare con te, che, mi pare, se fossi morta risusciterei per riceverti nella
Comunione”. E la B. Agata della Croce provava così acuto il desiderio di
vivere sempre unita a Gesù Eucaristico, che ebbe a dire: “Se il confessore
non mi avesse insegnato a fare la Comunione spirituale, non avrei potuto
vivere”.
Per S. Maria Francesca delle Cinque Piaghe, ugualmente, la Comunione spirituale
era l’unico sollievo al dolore acuto che provava nello stare chiusa in casa,
lontana dal suo Amore, specialmente quando non le era concesso di fare la
Comunione sacramentale. Allora saliva sul terrazzo della casa e guardando la
Chiesa sospirava fra le lagrime: “Beati coloro che oggi ti hanno ricevuto nel
Sacramento, Gesù. Fortunate le mura della Chiesa che custodiscono il mio Gesù.
Beati i Sacerdoti che sono sempre vicini a Gesù amabilissimo”. E solo la
Comunione spirituale poteva placarla un po’.
Ecco uno dei consigli che P. Pio da Pietrelcina dava a una sua figlia
spirituale: “Nel corso del giorno, quando non ti è permesso di fare altro,
chiama Gesù, anche in mezzo a tutte le tue occupazioni, con gemito rassegnato
dell’anima, ed egli verrà e resterà sempre unito con la anima mediante la
sua grazia e il suo santo amore. Vola con lo spirito dinanzi al Tabernacolo,
quando non ci puoi andare col corpo, e là sfoga le ardenti brame ed abbraccia
il Diletto delle anime meglio che se ti fosse dato di riceverlo
sacramentalmente”.
Approfittiamo anche noi di questo grande dono. Specialmente nei momenti di prova
o di abbandono, che cosa ci può essere di più prezioso dell’unione con Gesù
Ostia mediante la Comunione Spirituale? Questo santo esercizio può riempirci le
giornate di amore come d’incanto, può farci vivere con Gesù in un abbraccio
d’amore che dipende solo da noi rinnovare spesso fino a non interromperlo
pressoché mai.
S. Angela Merici aveva la passione amorosa della Comunione Spirituale. Non
soltanto la faceva spesso ed esortava a farla, ma arrivò a lasciarla come
“eredità” alle sue figlie perche la praticassero perpetuamente.
La vita di S. Francesco di Sales non dovette forse essere tutta una catena di
Comunioni spirituali? Era suo proposito fare una Comunione spirituale almeno
ogni quarto d’ora. Lo stesso proposito l’aveva fatto il B. Massimiliano M.
Kolbe fin da giovane. E il Servo di Dio Andrea Beltrami ci ha lasciato una breve
pagina del suo diario intimo che è un piccolo programma di vita vissuta in
Comunione spirituale ininterrotta con Gesù Eucaristico. Ecco le sue parole:
“Ovunque mi trovi, penserò sovente a Gesù in Sacramento. Fisserò il mio
pensiero al S. Tabernacolo anche quando mi svegliassi di notte, adorandolo da
dove mi trovo, chiamando Gesù in Sacramento, offrendogli l’azione che sto
facendo. Stabilirò un filo telegrafico dallo studio alla Chiesa, un altro dalla
camera, un terzo dal refettorio; e manderò più sovente che mi sarà possibile
dei dispacci d’amore a Gesù in Sacramento”. Quale continua corrente
d’amore divino su quei cari... fili telegrafici!
Di queste e simili sante industrie i Santi sono stati molto attenti a servirsi
per dare sfogo alla piena del loro cuore che non si saziava mai d’amare. “Più
Ti amo, meno Ti amo - esclamava Santa Francesca Saverio Cabrini - perché di più
vorrei amarTi. Non ne posso più... dilata, dilata il cuor mio...”.
Quando S. Rocco da Montpellier passò cinque anni carcerato perché ritenuto un
pericoloso vagabondo, nel carcere stava sempre con gli occhi fissi al
finestrino, pregando. Il carceriere gli chiese: “Che guardi?”. Il Santo gli
rispose: “Guardo il campanile della Parrocchia”. Era il richiamo di una
Chiesa, di un Tabernacolo, di Gesù Eucaristico suo indivisibile amore.
Anche il S. Curato d’Ars diceva ai fedeli: “Alla vista di un campanile voi
potete dire: là è Gesù, perché là un Sacerdote ha celebrato la Messa”. E
il B. Luigi Guanella, quando accompagnava in treno i pellegrinaggi ai Santuari,
raccomandava sempre ai pellegrini di rivolgere il pensiero e il cuore a Gesù
ogni volta che vedevano un campanile dal finestrino del treno. “Ogni campanile
- diceva - ci richiama a una Chiesa, nella quale è un Tabernacolo, si celebra
la Messa, sta Gesù”.
Irnpariamo dai Santi anche noi. Vogliano essi comunicarci qualche fiamma
dell’incendio di amore che consumava i loro cuori. Ma mettiamoci anche noi
all’opera, facendo molte Comunioni spirituali, specialmente nei momenti più
impegnativi della giornata. Allora anche in noi avverrà presto l’incendio
d’amore, perché è consolantissimo quel che ci assicura S. Leonardo da Porto
Maurizio: “Se voi praticate parecchie volte al giorno il santo esercizio della
Comunione spirituale, vi dò un mese di tempo per vedere il vostro cuore tutto
cambiato”. Appena un mese: inteso?
IV GESU’ CON ME
“Sarò con voi fino alla consumazione dei secoli”. (Matt. 28, 20)
• La Presenza Reale • La “Visita” a Gesù • Gesù, Ti adoro! • Amare
la “Casa di Gesù”
LA PRESENZA REALE
La Presenza Reale di Gesù nei nostri Tabernacoli è mistero divino, è dono
divino, è amore divino. Durante la S. Messa, negli attimi della Consacrazione,
quando il Sacerdote pronuncia le divine parole di Gesù, “Questo è il mio
Corpo ... Questo è il Calice del mio Sangue” (Matt. 26, 26-7), il pane e il
vino diventano il Corpo e il Sangue di Gesù. La sostanza del pane e del vino
non c’è più perchè trasformata (“transustanziata”) nel divino Corpo e
Sangue di Gesù. Il pane e il vino conservano solo le loro apparenze (o
“accidenti”) a esprimere la realtà del “cibo” e della “bevanda”,
secondo le parole di Gesù. “La mia carne è veramente cibo, il mio sangue è
veramente bevanda” (Giov. 6, 56).
Sotto i veli dell’Ostia, quindi, e dentro il Calice c’è la Divina Persona
di Gesù con il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità, che si dona a chiunque lo
riceve nella S. Comunione, e rimane permanentemente nelle Ostie consacrate
chiuse nel Tabernacolo.
S. Ambrogio insegna: “Come fa il pane a diventare il corpo di Cristo? Per
mezzo della Consacrazione. La Consacrazione con quali parole viene effettuata?
Con le parole di Gesù. Venuto il momento di compiere il sacro mistero, il
sacerdote cessa di parlare da sè, parla in persona di Gesù”.
Le parole della consacrazione sono le parole più strabilianti che Dio abbia
donato alla Chiesa. Hanno il potere di trasformare un po’ di pane e vino in
Gesù Dio Crocifisso! Realizzano un mistero arcano di somma potenza che supera
il potere dei Serafini, e appartiene solo a Dio e ai Sacerdoti. Non dovremmo
meravigliarci, allora, se ci sono stati Santi sacerdoti che soffrivano
angosciosamente quando pronunziavano quelle divine parole. S. Giuseppe da
Copertino e, ai nostri giorni, P. Pio da Pietrelcina apparivano visibilmente
oppressi da angoscia mortale, e solo stentatamente, a strappi, riuscivano a
terminare le due formule della consacrazione. Il P. Guardiano volle chiedere a
S. Giuseppe da Copertino: “Come mai pronunci in modo limpido tutta la Messa, e
inciampi a ogni sillaba della consacrazione?”. Il Santo rispose: “Le parole
santissime della consacrazione sono sulle mie labbra come carboni ardenti;
pronunciandole, devo fare come chi deve ingoiare cibi bollenti”.
È per quelle divine parole della consacrazione che Gesù è sui nostri altari,
è nei nostri Tabernacoli, è nelle candide ostie. Ma come?
“Com’è possibile - chiedeva uno studioso maomettano ad un Vescovo
missionario - che il pane e il vino diventino carne e sangue di Cristo?”. Il
Vescovo rispose: “Quando nascesti eri piccolo; sei cresciuto perchè il corpo
ha trasformato in carne e sangue il nutrimento che hai preso. Se il corpo
dell’uomo è capace di trasformare in carne e sangue il pane e il vino, tanto
più facilmente lo potrà Iddio”. Il maomettano chiese ancora: “Com’è
possibile che in un’ostia così piccola sia presente Gesù tutto intero?”.
Il Vescovo rispose: “Guarda il paesaggio che hai qui davanti, e pensa quanto
il tuo occhio è più piccolo in confronto ad esso. Eppure nel tuo occhio così
piccolo c’è l’immagine di questa campagna così vasta. Non può Dio fare in
realtà, nella sua persona, quello che in figura è in noi?”. Ancora, il
maomettano chiese: “Com’è possibile che lo stesso corpo si trovi
contemporaneamente presente in tutte le vostre Chiese e in tutte le ostie
consacrate?” E il Vescovo: “A Dio nulla è impossibile, e questa risposta
potrebbe bastare. Ma anche la natura risponde a questa domanda. Ecco uno
specchio; buttalo a terra e frantumalo: ogni frammento riporterà la stessa
immagine che riproduceva lo specchio intero. Così, lo stesso e medesimo Gesù
si riproduce, non in figura, ma in realtà, in ogni ostia consacrata; Egli è
veramente in ognuna di esse”.
Ricordiamo S. Rosa da Lima, la B. Angela da Foligno, S. Caterina da Siena, S.
Filippo Neri, S. Francesco Borgia, S. Giuseppe da Copertino, e tanti altri
Santi, che avvertivano sensibilmente la Presenza Reale di Gesù nel Tabernacolo
e nelle Ostie consacrate, vedendolo con i loro occhi o gustandone l’ineffabile
fragranza.
Ricordiamo l’episodio di S. Antonio di Padova, che a un incredulo fece vedere
un mulo affamato inginocchiarsi di fronte all’ostensorio con il Santissimo,
anzichè buttarsi sul cesto di biada posto accanto all’ostensorio. Ricordiamo
S. Alfonso M. de’ Liguori che, infermo, ricevette la S. Comunione in cella.
Una mattina, appena ricevuta l’ostia, il Santo si mise a gemere ad alta voce
fra le lacrime: “Ma che avete fatto? Mi avete portato un’ostia senza Gesù,
un’ostia non consacrata...”. Si indagò sulla cosa e si scoprì che il
Sacerdote celebrante quella mattina, per pura distrazione, era passato dal
Memento dei vivi al Memento dei morti (Canone Romano), saltando intemente la
consacrazione del pane e del vino. Il Santo aveva avvertito l’assenza di Gesù
in quell’ostia non consacrata!
Si potrebbero ricordare tanti altri episodi tratti dalla vita dei Santi. Così
come si potrebbero ricordare gli atti degli esorcismi sugli ossessi liberati dal
demonio mediante l’Eucaristia. E si potrebbero elencare quelle grandi
manifestazioni di fede e di amore che sono i Congressi Eucaristici, e i celebri
Santuari Eucaristici (come Torino, Lanciano, Siena, Orvieto, S. Pietro a
Patierno...) che ancora oggi conservano le testimonianze vive degli episodi
strepitosi accaduti a conferma della Presenza Reale.
Ma più essenziale di ogni episodio o testimonianza, è la Fede su cui si basa
la verità della Presenza Reale e su cui deve basarsi la nostra incrollabile
certezza che è così. Gesù è verità (Giov. 14, 6) e Lui ci ha lasciato
l’Eucaristia come un mistero di fede a cui credere con tutta la mente e con
tutto il cuore. Quando a S. Tommaso d’Aquino, il Dottore Angelico, venne
portato il S. Viatico, egli si sollevò dalla cenere, su cui si era fatto
distendere, si inginocchiò e disse: “Anche se esistesse una luce mille volte
più splendente di quella della fede, io non crederei con maggiore certezza che
Colui che sto per ricevere è il Figlio dell’eterno Dio”.
“Mistero di fede”: con queste due parole il Papa Paolo VI ha voluto
intestare la sua enciclica eucaristica, proprio perchè le realtà divine non
hanno fonte di verità e di certezza più alta della fede teologale. Era per
questa fede che i Santi vedevano Gesù nell’Ostia e non avevano bisogno di
altre prove. Il Papa Gregorio XV ebbe a dire che S. Teresa di Gesù (da lui
canonizzata) “vedeva così distintamente, con gli occhi dello spirito, nostro
Signore Gesù Cristo presente nell’Ostia, che affermava di non invidiare per
nulla la felicità dei Beati, che contemplano nel cielo il Signore faccia a
faccia”. E S. Domenico Savio scrisse una volta nel suo quaderno di diario:
“Per essere felice non mi manca nulla in questo mondo: mi manca solo di vedere
in cielo Gesù, che ora con occhio di fede miro e adoro sull’altare”.
È con questa Fede che noi dobbiamo accostarci alla Eucaristia, dobbiamo stare
alla sua Presenza, dobbiamo amare Gesù Eucaristico e farlo amare.
LA “VISITA” A GESÙ
Con la Presenza Reale, Gesù è nei nostri Tabernacoli. Lo stesso Gesù portato
dall’Immacolata nel suo grembo verginale sta rinchiuso nel piccolo grembo di
una candida ostia. Lo stesso Gesù che fu flagellato, coronato di spine e
crocifisso come vittima per i peccati del mondo sta nel ciborio come Ostia
immolata per la nostra salvezza. Lo stesso Gesù che risuscitò da morte e
ascese al cielo dove ora regna glorioso alla destra del Padre, sta sui nostri
altari circondato da una moltitudine quasi infinita di Angeli adoranti, come la
Beata Angela da Foligno potè contemplare in una visione.
Gesù è proprio con noi, quindi. Si, Gesù è là! Il S. Curato d’Ars non
poteva finire di ripetere queste tre parolette senza sciogliersi in lacrime.
Anche S. Pietro Giuliano Eymard esclamava rapito: “Gesù è là! Dunque tutti
a Lui”. E S. Teresa di Gesù quando sentiva chi diceva: “Se fossi vissuto al
tempo di Gesù... Se avessi visto Gesù... Se avessi parlato con Gesù...”,
rispondeva con vivacità: “Ma Gesù non è presente vivo, vero e reale
nell’Eucaristia? Perchè cercare altro?”. I Santi davvero non cercavano
altro. Sapevano dove era Gesù e non desideravano che di poter stare con Lui
inseparabilmente con il cuore e con il corpo. Stare sempre con chi si ama, non
è forse un’altra esigenza primaria del vero amore? Per questo, sappiamo che
le Visite al Santissimo e la Benedizione Eucaristica erano la brama segreta e
manifesta dei Santi. Il tempo della Visita a Gesù è tutto tempo d’amore, che
ritroveremo in Paradiso, perchè solo l’amore “dura per sempre” (1 Cor.
13, 8). Non sbagliava S. Caterina da Genova a dire: “Il tempo trascorso
davanti al tabernacolo è il tempo più bene speso della mia vita”.
Ma vediamo alcuni esempi dei Santi.
Il B. Massimiliano M. Kolbe, apostolo dell’Immacolata, fin da giovane studente
faceva in media dieci Visite al SS.mo ogni giorno. Durante l’anno scolastico,
nei momenti di intervallo fra un’ora e l’altra di scuola, correva in
Cappella, e così in mattinata riusciva a fare cinque visite a Gesù. Nel resto
della giornata faceva altre cinque Visite, tra cui quella durante il passeggio
pomeridiano che aveva sempre come tappa obbligatoria, a Roma, una Chiesa in cui
ci fosse il SS.mo esposto.
Anche S. Roberto Bellarmino, da giovane, nell’andare e tornare da scuola
passava quattro volte dinanzi a una Chiesa: quattro volte al giorno si fermava a
far Visita a Gesù.
Quante volte anche a noi non capita di passare dinanzi a una Chiesa? Possibile
che siamo così insensibili e duri? I Santi speravano di poter incontrare
qualche Chiesa lungo le strade da percorrere; noi invece siamo completamente
indifferenti anche se ci capitano davanti! “Quando vi sono due strade per
arrivare in un luogo - scriveva il venerabile Olier - passo per quella in cui si
incontrano più Chiese, per stare più vicino al Santissimo Sacramento. Al
vedere un luogo dove sta il mio Gesù, sono tutto contento e dico: ‘Siete qui,
mio Dio e mio tutto’”.
S. Stanislao Kostka, giovane angelico, approfittava di ogni momento libero per
correre vicino a Gesù Eucaristico; e quando non poteva proprio andarci, si
rivolgeva al suo Angelo Custode e gli diceva confidenzialmente: “Angelo mio
caro, va’ là tu per me”. Questa e una trovata veramente angelica! Ma perchè
non farla nostra? L’Angelo Custode sarebbe lietissimo di obbedirci. Anzi, non
potremmo dargli incarico più nobile e felice.
S. Alfonso Rodriguez era portinaio. Gli toccava spesso passare davanti alla
porta della Cappella. Ebbene, non c’era volta che almeno non si affacciasse a
mandare uno sguardo d’amore a Gesù! Quando poi usciva di casa e quando
tornava, si recava sempre da Gesù a chiederGli la benedizione.
Della sua mamma S. Monica, S. Agostino ha lasciato scritto che ogni giorno,
oltre la S. Messa, si recava due volte da Gesù, il mattino e la sera. Lo stesso
faceva l’altra santa mamma di sette figli, la B. Anna Maria Taigi. E S.
Venceslao, re di Boemia, usciva più volte, di giorno e di notte, anche nel
rigore dell’inverno, per visitare il SS. Sacramento nelle Chiese.
Un esempio graziosissimo in casa di sovrani: quando Sant’Elisabetta
d’Ungheria, fanciulla, giocava con le compagne nella reggia, sceglieva sempre
un luogo vicino alla Cappella, perché ogni tanto, senza farsi notare, si
fermava davanti alla porta, baciava la serratura e diceva a Gesù: “Mio Gesù,
io gioco, ma non ti dimentico: benedici me e le mie compagne. Arrivederci”.
Quando si ama!
Dei tre cari pastorelli di Fatima, Francesco era un piccolo contemplativo e
aveva la passione particolare per le visite eucaristiche; voleva recarsi spesso
e intrattenersi più a lungo che poteva in Chiesa, per starsene vicino al
Tabernacolo, accanto a “Gesù nascosto”, com’egli chiamava l’Eucaristia
con fanciullesca e profonda espressione. E quando la malattia lo immobilizzò
sul suo povero lettino, egli confidò alla cuginetta Lucia che la sua pena più
grande era quella di non poter più andare a visitare “Gesù nascosto”, e
pregava la cugina di andare lei da “Gesù nascosto” a portargli tutti i suoi
baci e i suoi affetti. Ecco un ragazzo che ci insegna come si ama!
Ancora: S. Francesco Borgia faceva almeno sette Visite al Santissimo ogni
giorno. S. Maria Maddalena de’ Pazzi, in un periodo della sua vita ne faceva
trentatrè al giorno. Lo stesso faceva la B. Maria Fortunata Viti, umile monaca
benedettina dei nostri tempi. La B. Agata della Croce, terziaria domenicana,
arrivò a farne cento al giorno (tra Chiesa e casa). Che dire infine di
Alexandrina Da Costa, che immobilizzata sul letto per anni e anni, non faceva
che volare col cuore presso tutti i “Santi Tabernacoli” della terra?
Forse a noi recano stupore questi esempi, e ci possono sembrare eccezioni anche
fra i Santi. Ma non è così. Le Visite a Gesù sono un fatto di fede e di
amore. Chi più ha fede e amore, più sente il bisogno di stare con Gesù. E i
Santi di che cosa vivevano se non di fede e amore?
Un bravo catechista spiegava un giorno ai suoi ragazzi: “Se venisse a voi un
Angelo del cielo e vi dicesse: “Gesù in persona è nella tal casa e vi
attende”, non lascereste subito tutto per correre da Lui? Interrompereste ogni
divertimento, sospendereste ogni occupazione; vi stimereste anzi fortunati di
poter fare un piccolo sacrificio per andare da Gesù. Ebbene, sappiate e
ricordate che Gesù sta nel Tabernacolo, e vi aspetta sempre perché vuole
avervi vicini e desidera ricolmarvi delle sue grazie”.
A quale tensione di amore i Santi avvertivano la presenza fisica di “Gesù in
persona” nel Tabernacolo e il desiderio che Gesù ha di averci vicini? A
tensione così alta da far dire a S. Francesco di Sales: “Centomila volte al
giorno noi dovremmo visitare Gesù nel SS. Sacramento!”.
Impariamo dai Santi ad amare anche noi le Visite a Gesù Eucaristico. Andiamo da
Lui. Tratteniamoci con Lui, parlandogli con affetto di ciò che ci sta a cuore.
Egli ci avvolge con il suo sguardo di amore e ci attira al suo Cuore. “Quando
noi parliamo a Gesù con semplicità e con tutto il cuore - diceva il S. Curato
d’Ars - egli fa come una mamma che tiene la testa del suo bambino fra le sue
mani, per coprirlo di baci e di carezze”.
Se non sappiamo fare le Visite con il colloquio personale, procuriamoci il
bellissimo e ineguagliabile libretto di S. Alfonso, Visite al SS. Sacramento e a
Maria SS. Come non ricordare la Visita al SS. e a Maria SS. (di S. Alfonso) che
P. Pio da Pietrelcina leggeva ogni sera con voce di pianto ai piedi di Gesù
esposto, prima della Benedizione Eucaristica?
Incominciamo e siamo fedeli almeno a una Visita giornaliera a Gesù che ci
aspetta con ansia di amore. Cerchiamo poi di aumentarle più che possiamo. E se
non abbiamo il tempo di fare le Visite lunghe, facciamo le “Piccole Visite”,
ossia: entriamo in chiesa ogni volta che possiamo, inginocchiamoci e fermiamoci
pochi istanti davanti al SS. Sacramento, dicendo con amore: “Gesù, sei qui;
Ti adoro, Ti amo; vieni nel mio cuore”. È cosa semplice e breve, ma tanto
salutare. Ricordiamo sempre le consolanti parole di S. Alfonso M. de’ Liguori:
“Siate certi che di tutti gli istanti della vostra vita, il tempo che
passerete davanti al Divin Sacramento sarà quello che vi darà più forza
durante la vita, più consolazione nell’ora della morte e durante l’eternità”.
GESÙ, TI ADORO!
Quando si ama davvero, e si ama tanto, si adora. Amore grande e adorazione sono
due cose distinte, ma formano un tutt’uno: diventano amore adorante e
adorazione amorosa.
Gesù nel Tabernacolo viene adorato solo da chi lo ama davvero, e viene amato in
modo eminente da chi Lo adora.
I Santi, artisti dell’amore, sono stati adoratori fedeli e ardenti di Gesù
Eucaristico. Anzi, l’adorazione eucaristica è stata sempre considerata
l’immagine più reale dell’adorazione eterna che costituirà tutto il nostro
Paradiso. La differenza sta solo nel velo che nasconde la vista di quella realtà
divina di cui la fede ci dona certezza incrollabile.
L’adorazione eucaristica è stata la grande passione dei Santi. Adorazione per
ore e ore, a volte per giornate o per nottate intere. Lì, “ai piedi di Gesù”
come Maria di Betania (Luc. 10, 39), in unione amorosa con Lui, da Lui assorbiti
in contemplazione, essi consumavano il loro cuore in oblazione pura e fragrante
d’amore adorante. Ascoltiamo Fratel Carlo De Foucauld che scriveva ai piedi
del Tabernacolo: “Che dolcezza delle dolcezze, mio Dio!... Più di quindici
ore senza aver altro da fare che questo: guardare a Voi e dirVi: Signore, Vi
amo! Oh che dolcezza!...”.
Dai grandi Dottori della Chiesa come S. Tommaso e S. Bonaventura, ai Sommi
Pontefici come S. Pio V e S. Pio X, ai Sacerdoti come il S. Curato d’Ars e S.
Pietro G. Eymard, alle umili creature come Santa Rita, S. Pasquale Baylon, S.
Bernardetta Soubirous, S. Gerardo, S. Domenico Savio, S. Gemma Galgani..., tutti
i Santi sono stati appassionati adoratori dell’Eucaristia. Essi, che amavano
davvero, non contavano le ore di adorazione di amore che trascorrevano di giorno
e di notte ai piedi di Gesù nel Tabernacolo.
Pensiamo a S. Francesco d’Assisi, che trascorreva tanto tempo, spesso le notti
intere, ai piedi dell’altare, e vi stava con tale devozione e umiltà da
commuovere chiunque si fermasse a osservarlo. Pensiamo a S. Benedetto Labre,
chiamato “il povero delle Quarant’ore”, che trascorreva le sue giornate
nelle Chiese in cui c’era il Santissimo solennemente esposto. Per anni e anni
questo Santo fu visto peregrinare a Roma di Chiesa in Chiesa là dove c’erano
le “Quarant’ore”, e stava lì, dinanzi a Gesù, sempre in ginocchio,
assorto in preghiera adorante, per otto ore immobile, nonostante gli insetti,
suoi amici, che gli torturavano tutto il corpo!
Quando si volle fare un quadro di S. Luigi Gonzaga e si discusse in quale
atteggiamento raffigurarlo, si concluse di ritrarre il Santo in adorazione
davanti all’altare, perché l’adorazione eucaristica fu la caratteristica più
espressiva della sua santità.
S. Margherita M. Alacoque, la prediletta del Sacro Cuore, in un giovedì Santo
arrivò a stare quattordici ore di seguito prostrata in adorazione. E S.
Francesca Sav. Cabrini, in una festa del Sacro Cuore, stette in adorazione per
dodici ore continue, assorta e come magnetizzata da Gesù Eucaristico, tanto
che, alla domanda di una suora se le era piaciuto l’addobbo speciale di fiori
e drappi che ornavano l’altare, ella rispose: “Non ci ho fatto caso: ho
visto un solo Fiore, Gesù; null’altro”.
Anche a S. Francesco di Sales capitò, dopo una visita al Duomo di Milano, di
sentirsi chiedere: “Ha visto, Eccellenza, che profusione di marmi, che
grandiosità di linee?”. E il santo Vescovo rispose: “Che volete che vi
dica? La presenza di Gesù nel Tabernacolo ha talmente assorbito il mio spirito,
che è scomparsa davanti ai miei occhi tutta la bellezza dell’arte”. Quale
lezione è questa risposta per noi che con grande leggerezza ci mettiamo a
visitare le Chiese celebri come se fossero sale di museo!
A proposito dell’intensità del raccoglimento durante l’adorazione, al B.
Contardo Ferrini, professore all’università di Modena, successe questo fatto.
Entrato in una Chiesa per una Visita a Gesù, cadde così assorto in adorazione,
con lo sguardo fisso al Tabernacolo, da non accorgersi che qualcuno gli stava
rubando il mantello togliendoglielo da sopra le spalle.
“Neanche un fulmine potrebbe distrarla”, si diceva di S. Maria Maddalena
Postel, a vederla così raccolta e amorosa durante l’adorazione eucaristica. A
S. Caterina da Siena, invece, accadde una volta, durante l’adorazione, di
sollevare lo sguardo verso una persona che le passava accanto. Per quella
distrazione di un istante, la Santa si afflisse tanto, da piangere a lungo
esclamando: “io sono una peccatrice, io sono una peccatrice”.
Come non vergognarci noi con il nostro comportamento? Anche dinanzi a Gesù
solennemente esposto noi siamo così facili a girarci per guardare a destra e a
sinistra, ci muoviamo e ci distraiamo per dei nonnulla, senza provare, e questo
è terribile, nessun dispiacere. Ah, la delicatezza d’amore dei Santi! S.
Teresa insegnava: “Noi dobbiamo stare alla presenza di Gesù in Sacramento
come i Santi nel cielo davanti all’Essenza Divina”. È così che ci stavano
i Santi; il Curato d’Ars adorava Gesù Eucaristico con tale fervore e
raccoglimento da indurre il popolo a convincersi che il Santo vedesse con gli
occhi Gesù in persona. Lo stesso si diceva di S. Vincenzo de’ Paoli: “Egli
vede là dentro Gesù”. Lo stesso avveniva per S. Pietro G. Eymard,
l’apostolo impareggiabile dell’adorazione eucaristica, del quale fu devoto
imitatore P. Pio da Pietrelcina che si iscrisse fra i Sacerdoti adoratori e
tenne per quarant’anni l’immaginetta del B. Eymard sul suo tavolino.
Ricordiamo, anzi, che il Signore sembra aver premiato in modo singolare alcuni
Santi facendo loro compiere anche dopo la morte qualche atto di adorazione
all’Eucaristia. Così, S. Caterina da Bologna, da più giorni morta, dinanzi
all’altare del Sacramento si sollevò in preghiera di adorazione. Il cadavere
dì S. Pasquale Baylon, durante la S. Messa esequiale, all’elevazione
dell’Ostia e del Calice, aprì due volte gli occhi in segno di adorazione
all’Eucaristia. Il Beato Matteo da Girgenti, trasportato in Chiesa per la S.
Messa esequiale, congiunse le mani in adorazione verso l’Eucaristia. Il B.
Bonaventura da Potenza, a Ravello, mentre il suo corpo veniva trasportato
passando dinanzi all’altare del Santissimo, fece un devoto inchino a Gesù nel
Tabernacolo.
È proprio vero che “l’amore è più forte della morte” (Cant. 8, 6) e
“chi mangia di questo pane vivrà in eterno” (Giov. 6, 59). L’Eucaristia
è Gesù Amore. L’Eucaristia è Gesù Vita. L’adorazione eucaristica è
amore celeste che vivifica e fa essere “uno” con Gesù Vittima che
“incessantemente intercede per noi” (Ebr. 7, 25). Ricordiamolo: chi adora si
fa “uno” con Gesù Ostia nell’intercedere presso Dio Padre per la salvezza
dei fratelli. Questa è la carità suprema verso tutti gli uomini: ottenere loro
il Regno dei cieli. E solo in Paradiso vedremo quante anime sono state strappate
all’inferno dall’adorazione eucaristica riparatrice dei santi conosciuti e
sconosciuti. Né dobbiamo dimenticare che a Fatima l’Angelo in persona insegnò
ai tre pastorelli la bellissima preghiera eucaristica riparatrice, che dovremmo
imparare anche noi: “Santissima Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo, io vi
adoro profondamente e vi offro il preziosissimo Corpo, Sangue, Anima e Divinità
di Nostro Signore Gesù Cristo, presente in tutti i tabernacoli del mondo, in
riparazione dei peccati con i quali Lui stesso è offeso. Per i meriti infiniti
del Sacro Cuore e del Cuore Immacolato di Maria, io vi domando la conversione
dei peccatori”. L’adorazione eucaristica è l’estasi dell’amore divino
ed è l’azione salvifica più possente nell’apostolato per la salvezza delle
anime.
Per questo il B. Massimiliano M. Kolbe, il grande apostolo mariano, in ogni sua
fondazione, prima ancora delle celle per i frati, voleva che si costruisse la
Cappella per introdurre subito l’adorazione perpetua al Santissimo esposto. E
un giorno, in Polonia, mentre accompagnava un ospite in visita alla “Città
dell’Immacolata”, arrivato nella grande Cappella dell’adorazione, disse
all’ospite indicando con la mano il Santissimo Sacramento: “Tutta la nostra
vita dipende da qui”.
P. Pio da Pietrelcina, il frate stimmatizzato del Gargano, a cui accorrevano
folle da ogni parte, dopo le sue ore giornaliere di confessionale, trascorreva
quasi tutto il tempo del giorno e della notte presso il Tabernacolo in
adorazione con Maria SS. (recitando Rosari a centinaia). Una volta il Vescovo di
Manfredonia, Mons. Cesarano, scelse il convento di P. Pio per farvi otto giorni
di Esercizi Spirituali. Ogni notte il Vescovo si alzava ad ore diverse per
recarsi in Cappella, e ogni notte, a tutte le ore, trovava sempre P. Pio in
adorazione! Il grande apostolo del Gargano operava invisibilmente su tutta la
terra (e talvolta anche visibilmente con le bilocazioni) stando lì, prostrato
ai piedi di Gesù, con il Rosario fra le mani. E lo diceva lui stesso ai suoi
figli spirituali: “Quando volete trovarmi, venite vicini al Tabernacolo”.
Don Giacomo Alberione, altro grande apostolo a noi contemporaneo, a fondamento
di tutta la sua dinamica opera, la “Società Apostolato Stampa”, pose
espressamente l’adorazione eucaristica, con la Congregazione delle Pie
Discepole del Divin Maestro, che hanno la missione unica e specifica di adorare
giorno e notte Gesù Eucaristico solennemente esposto.
Davvero l’adorazione eucaristica è l’“ottima parte” di cui parla Gesù
nel rimprovero a Marta che si affaccenda dietro “molte cose” secondarie,
trascurando l’“unica necessaria” scelta da Maria: l’adorazione umile e
amorosa (Luc. 10, 41).
Con quale impegno, quindi, non dobbiamo anche noi amare l’adorazione
eucaristica? Se Gesù è “la consistenza di tutte le cose” (Col. 1, 17),
andare da Lui, stare con Lui, unirsi a Lui significa trovare, acquistare,
possedere la consistenza di se stesso e dell’universo intero. “Solo Gesù è
tutto, il resto è nulla”, diceva S. Teresina. E allora, rinunciare al nulla
per il Tutto, consumare se stesso per il Tutto anziché per il nulla, non
dovrebbe essere la nostra vera ricchezza e suprema sapienza? Così doveva
ragionare P. Pio da Pietrelcina quando scriveva: “Mille anni trascorsi in
mezzo alla gloria degli uomini non compensano neppure un’ora sola trascorsa in
dolce colloquio con Gesù Sacramentato”.
Come dovremmo anche noi, al pari dei Santi, invidiare gli Angeli che circondano
ininterrottamente i Tabernacoli!
AMARE LA “CASA DI GESÙ”
La divina Presenza Reale di Gesù nei nostri Tabernacoli è stata sempre oggetto
di immensa riverenza e rispetto da parte dei Santi. La loro delicatezza amorosa,
verginale, per le “cose di Gesù” (1 Cor. 7, 32) era una delle espressioni
più evidenti del loro grande amore che non ammetteva riserve, che tutto
considerava di grande importanza, anche una semplice cosa di rito esterno, per
la quale S. Teresa e S. Alfonso si dicevano pronti a sacrificare la stessa vita.
Ed è dai Santi che dobbiamo imparare ad amare Gesù circondando di premure
affettuose i santi Tabernacoli, gli altari e le Chiese sue “dimore” (Marc.
11, 17).
Del resto, Gesù stesso volle istituire il Sacramento dell’amore in un luogo
nobile e bello: il Cenacolo, una grande sala con addobbi e tappeti (Luc. 22,
12). E i Santi hanno sempre zelato con tutte le forze il decoro per la Casa di
Dio.
S. Francesco d’Assisi, ad esempio, nelle sue peregrinazioni apostoliche
portava con sé o si procurava una... scopa, per scopare le Chiese che non
trovava pulite; dopo la predica al popolo, di solito egli radunava il clero del
paese e raccomandava con ardore lo zelo per il decoro della Casa del Signore;
faceva preparare da S. Chiara e dalle clarisse i sacri lini per gli altari, e,
nonostante la sua povertà, procurava e inviava pissidi, calici, tovaglie alle
Chiese povere e abbandonate.
Dalla vita di S. Giovanni Battista De La Salle sappiamo che il Santo voleva
vedere la Cappella sempre linda e ornata, l’altare in perfetto ordine, la
lampada eucaristica sempre accesa. Le tovaglie sporche, gli ornamenti strappati,
i vasi poco puliti, ferivano i suoi occhi e più ancora il suo cuore. Nessuna
spesa egli riteneva eccessiva, quando si trattava del culto a Gesù.
S. Paolo della Croce voleva così lindi gli arredi e gli oggetti sacri, che un
giorno mandò indietro uno dopo l’altro due corporali perché non gli
sembravano abbastanza puliti.
Tra i sovrani amanti dell’Eucaristia, S. Venceslao, re di Boemia, preparava da
sé il terreno, seminava il grano, lo mieteva, lo macinava, lo passava a
staccio, e col fior fiore della farina preparava le ostie per il S. Sacrificio.
E S. Radegonda, regina di Francia, divenuta umile religiosa, era felice di poter
macinare con le sue mani il grano scelto per le sante Messe, e ne provvedeva
gratuitamente le Chiese povere. Ricordiamo anche S. Vincenza Gerosa che si
prendeva cura delle viti per il vino delle Sante Messe. Con le sue mani le
coltivava, le potava, felice al pensiero che quei grappoli d’uva da lei curati
sarebbero diventati Sangue di Gesù.
Che dire poi della delicatezza dei Santi verso le Specie eucaristiche? Intatta
era la loro fede nella Presenza Reale di Gesù anche nel più piccolo frammento
di Ostia. Bastava vedere P. Pio con quale delicata finezza purificava la patena
e i vasi sacri all’altare: gli si leggeva l’adorazione sul volto!
Quella volta che S. Teresina vide un piccolo frammento di Ostia sulla patena,
dopo la S. Messa, chiamò le novizie e in processione ella portò in sacrestia
la patena con una grazia e un’adorazione veramente angeliche. E S. Teresa
Margherita, trovato un frammento di Ostia a terra presso l’altare, scoppiò in
pianto perché pensò a una irriverenza verso Gesù, e si pose in adorazione
accanto al frammento fino a che non venne un Sacerdote a raccoglierlo e riporlo
nel Tabernacolo.
Una volta a S. Carlo Borromeo, mentre distribuiva la Comunione, cadde
inavvertitamente di mano una Sacra Particola. Il Santo si ritenne colpevole di
grave irriverenza a Gesù, e ne soffrì tanto che per quattro giorni non ebbe il
coraggio di celebrare la S. Messa e si impose per penitenza otto giorni di
digiuno!
E che dire di S. Francesco Saverio che a volte, distribuendo la S. Comunione, si
sentiva afferrare da un tale senso di adorazione verso Gesù fra le sue mani,
che si poneva in ginocchio a comunicare i fedeli? Non era quello uno spettacolo
di fede e di amore degno del cielo?
Ancor più fine, inoltre, era il tatto dei Santi Sacerdoti nel toccare la SS.
Eucaristia. Come avrebbero desiderato essi avere le stesse mani verginali
dell’Immacolata! A S. Corrado di Costanza capitava che di notte gli indici e i
pollici gli diventavano luminosi, per la fede e l’amore con cui usava quelle
dita nel toccare il Corpo Santissimo di Gesù. S. Giuseppe da Copertino, il
santo estatico che volava come un Angelo, rivelava la sua squisita delicatezza
d’amore a Gesù nell’espresso desiderio di avere un altro paio di indici e
di pollici, da poter mettere solo per toccare la Carne Santissima di Gesù. E P.
Pio da Pietrelcina talvolta stentava visibilmente a prendere fra le dita
l’Ostia Santa, ritenendosi indegno di toccarla con le sue mani
“stimmatizzate”. (Cosa dire, oggi della penosa leggerezza con cui si tenta
di introdurre ovunque la Comunione sulla mano anziché sulla lingua? Di fronte
ai Santi così umili e angelici non si fa forse la figura di rozzi
presuntuosi?).
Altra grande preoccupazione dei Santi, per il decoro della Chiesa e delle anime,
è stata quella di esigere la modestia e il pudore dalle donne. La severità su
questo punto particolare si trova costantemente riaffermata da tutti i Santi, da
S. Paolo Apostolo (il velo alle donne perché non abbiano la testa “come se
fosse rasa!”: 1 Cor. 11, 5-6) a S. Giovanni Crisostomo, a S. Ambrogio ecc.,
fino a P. Pio da Pietrelcina che non ammetteva mezze misure, ma esigeva sempre
abiti modesti lunghi ben sotto le ginocchia. E come potrebbe essere altrimenti?
Il Servo di Dio P. Leopoldo da Castelnuovo cacciava fuori di Chiesa le donne in
abiti poco modesti chiamandole “carne da mercato”. Cosa direbbe oggi che
quasi tutte le donne, anche dentro le Chiese fanno strazio del pudore e della
decenza? Esse continuano, persino nei luoghi sacri, la diabolica arte seduttrice
di Eva verso la concupiscenza dell’uomo, come dice lo Spirito Santo (Eccli. 9,
9); ma la giustizia di Dio non lascerà impunita tanta stoltezza e immondezza;
anzi, come dice l’Apostolo, “è soprattutto per questi peccati (della carne)
che si scatena la collera di Dio” (Col. 3, 5-6).
Ugualmente, i Santi hanno sempre raccomandato, con l’esempio e con la parola,
l’angelica compostezza con cui entrare in Chiesa, segnarsi devotamente con
l’acqua santa, genuflettere piamente, e, prima di ogni altra cosa, adorare Gesù
in Sacramento unendosi agli Angeli e ai Santi che gli stanno attorno. Se si
sosta in preghiera, bisogna raccogliersi con cura per conservarsi attenti e
devoti; è anche bene accostarsi più che si può all’altare del Sacramento,
perché il B. Giovanni Duns Scoto ha dimostrato che l’influsso fisico
dell’Umanità Santissima di Gesù è tanto più intenso quanto più si è
vicini al suo Corpo e Sangue (S. Gemma Galgani, infatti, diceva che a volte non
le era possibile accostarsi di più all’altare del Santissimo, perché le si
accendeva un tale fuoco d’amore nel cuore da arrivare a bruciarle i panni sul
petto!).
Chi vedeva S. Francesco di Sales entrare in Chiesa, segnarsi, genuflettere,
pregare davanti al Tabernacolo, doveva dar ragione al popolo che diceva: “Così
fanno gli Angeli e i Santi in cielo”.
Una volta un principe della corte di Scozia disse a un amico: “Se tu vuoi
vedere come pregano gli Angeli in cielo, va in Chiesa e guarda la Regina
Margherita come prega con i suoi figli davanti all’altare”. A tutti i
frettolosi e i distratti bisognerebbe ricordare con fermezza le parole del B.
Luigi Guanella: “La Chiesa non può mai diventare né un corridoio, né un
cortile, né una via, né una piazza”. E S. Vincenzo de’ Paoli raccomandava
con tristezza di non fare davanti al SS. Sacramento certe genuflessioni da
“marionette”.
Non siano vani per noi questi esempi e ammaestramenti dei Santi.
Leggiamo nel Vangelo un piccolo episodio che contiene un grande gesto d’amore
tutto grazia e profumo. È il gesto che compì S. Maria Maddalena nella casa di
Betania, quando si avvicinò a Gesù “con un vaso di alabastro pieno di
profumo di gran valore, e lo versò sul capo di Lui” (Matt. 26, 7). Circondare
di grazia e di profumo i santi Tabernacoli è stato un compito affidato sempre a
quelle creature gentili e profumate che sono i fiori. E anche in questo i Santi
non sono stati secondi a nessuno. Quando l’Arcivescovo di Torino volle entrare
un giorno, occasionalmente, nella Chiesa della “Piccola Casa della
Provvidenza,” la trovò così nitida, con l’altare ornato e profumato di
fiori, che chiese a S. Giuseppe Cottolengo: “Che festa si celebra oggi?”. Il
Santo gli rispose: “Nessuna festa facciamo oggi: ma qui, in Chiesa, è sempre
festa”.
S. Francesco Di Geronimo si industriava a piantare e a coltivare da sé i fiori
per l’altare del Sacramento, e talvolta li faceva anche crescere
miracolosamente perché Gesù non restasse senza fiori.
“Un fiore a Gesù”: non priviamoci di questo delicato gesto d’amore a Gesù.
Sarà una piccola spesa settimanale, ma verrà ricompensata da Gesù “al
centuplo” e i nostri fiori sull’altare esprimeranno con la loro grazia e
fragranza la nostra presenza d’amore accanto a Gesù.
C’è di più, anzi. S. Agostino ci ricorda una pia usanza dei suoi tempi: dopo
la S. Messa i fedeli si disputavano i fiori dell’altare; li portavano a casa e
li conservavano come reliquie, perché sull’altare erano stati vicini vicini a
Gesù, presenti al suo Divin Sacrificio. E Santa Giovanna Francesca di Chantal,
diligentissima nel portare sempre fiori freschi a Gesù, appena cominciavano ad
appassire accanto al Tabernacolo, li prendeva e li portava in cella per averli
con sé ai piedi del suo Crocifisso. Quando si ama!
Impariamo e imitiamo.
V COLUI CHE CI DONA GESÙ
Il Sacerdote è l’“uomo di Dio” (2 Tim. 3, 17) COLUI CHE Cl DONA GESÙ
Chi è che ci prepara l’Eucaristia e ci dona Gesù? È il Sacerdote. Se non ci
fosse il Sacerdote, non esisterebbero né il Sacrificio della Messa, né la S.
Comunione, né la Presenza Reale di Gesù nei Tabernacoli.
E chi è il Sacerdote? È l’“Uomo di Dio” (2 Tim. 3, 17). Difatti, è solo
Dio che lo sceglie e lo chiama da mezzo agli uomini, con una vocazione
specialissima (“Nessuno assume da sé questo onore, ma solo chi è chiamato da
Dio”: Ebr. 5, 4), lo separa da tutti gli altri (“segregato per il
Vangelo”: Rom. 1, 1), lo segna con un carattere sacro che durerà eternamente
(“Sacerdote in eterno”: Ebr. 5, 6) e lo investe dei divini poteri del
Sacerdozio ministeriale perché sia consacrato esclusivamente alle cose di Dio:
il Sacerdote “scelto fra gli uomini è costítuito a pro’ degli uomini in
tutte le cose di Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” (Ebr. 5,
1-2).
Con la Sacra Ordinazione il Sacerdote viene consacrato nell’anima e nel corpo.
Diviene un essere tutto sacro, configurato a Gesù Sacerdote. Per questo il
Sacerdote è il vero prolungamento di Gesù; partecipa della stessa vocazione e
missione di Gesù; impersona Gesù negli atti più importanti della redenzione
universale (culto divino ed evangelizzazione); è chiamato a riprodurre nella
sua vita l’intera vita di Gesù: vita verginale, povera, crocifissa. È per
questa conformità a Gesù che egli è “ministro di Cristo fra le genti”
(Rom. 15, 16), guida e maestro delle anime (Matt. 28, 20).
S. Gregorio Nisseno scrive: “Colui che ieri era confuso col popolo, diventa
suo maestro, suo superiore, dottore delle cose sante e capo dei sacri
misteri”. Ciò avviene ad opera dello Spirito Santo, poiché “non è un
uomo, non un angelo, non un arcangelo, non una potenza creata, ma lo Spirito
Santo quegli che investe del Sacerdozio” (S. Giovanni Crisostomo). Lo Spirito
Santo configura l’anima del Sacerdote a Gesù, impersona Gesù in lui, di modo
che “il Sacerdote all’altare opera nella stessa Persona di Gesù” (S.
Cipriano), ed “è padrone di tutto Dio” (S. Giovanni Crisostomo). Non ci sarà
da meravigliarsi, allora, se la dignità del Sacerdote viene considerata
“celestiale” (S. Cassiano), “divina” (S. Dionisio), “infinita” (S.
Efrem), “venerata con amore dagli stessi Angeli” (S. Gregorio Nazianzeno),
tanto che “quando il Sacerdote celebra il Sacrificio Divino, gli Angeli stanno
vicini a lui, e in coro intonano un cantico di lode in onore di colui che si
immola” (S. Giovanni Crisostomo). E ciò avviene ad ogni S. Messa!
Sappiamo che S. Francesco d’Assisi non volle diventare Sacerdote perché si
riteneva troppo indegno di così eccelsa vocazione. Venerava i Sacerdoti con
tale devozione da considerarli suoi “Signori”, poiché in essi vedeva
solamente “il Figlio di Dio”; e il suo amore alla Eucaristia si fondeva con
l’amore al Sacerdote, il quale consacra e amministra il Corpo e Sangue di Gesù.
In particolare, venerava le mani dei Sacerdoti, che egli baciava sempre in
ginocchio con grande devozione; e anzi baciava anche i piedi e le stesse orme
dove era passato un Sacerdote.
La venerazione per le mani consacrate del Sacerdote, baciate con riverenza dai
fedeli, è da sempre nella Chiesa. Basti pensare che durante le persecuzioni,
nei primi secoli, un oltraggio particolare ai Vescovi e ai Sacerdoti consisteva
nell’amputare loro le mani, perché non potessero più né consacrare né
benedire. I cristiani raccoglievano quelle mani e le conservavano come reliquie
fra gli aromi. Anche il bacio delle mani del Sacerdote è una espressione
delicata di fede e di amore a Gesù che il Sacerdote impersona. Più si ha fede
e amore, più si è spinti a prostrarsi dinanzi al Sacerdote e a baciare quelle
mani “sante e venerabili” (Canone Romano) fra cui Gesù si fa amorosamente
presente ogni giorno. “O veneranda dignità del Sacerdote - esclama S.
Agostino - nelle cui mani il Figlio di Dio si incarna come nel seno della
Vergine!”. E il S. Curato d’Ars diceva: “Si dà un gran valore agli
oggetti che sono stati deposti, a Loreto, nella scodella della Vergine Santa e
del Bambino Gesù. Ma le dita del Sacerdote, che hanno toccato la Carne
adorabile di Gesù Cristo, che si sono affondate nel calice, dove è stato il
suo Sangue, nella pisside dove è stato il suo Corpo, non sono forse più
preziose?”. Forse non ci abbiamo mai pensato, ma è così. E gli esempi dei
Santi lo confermano.
La venerabile Caterina Vannini vedeva in estasi gli Angeli che durante la Messa
circondavano le mani del Sacerdote e le sostenevano al momento dell’elevazione
dell’Ostia e del Calice. Possiamo immaginare con quale rispetto e affetto la
venerabile baciava quelle mani?
Santa Edwige, regina, ogni mattina assisteva a tutte le SS. Messe che si
celebravano nella Cappella di Corte, mostrandosi molto grata e riverente verso i
Sacerdoti che avevano celebrato: li invitava dentro, baciava loro le mani con
somma devozione, li faceva nutrire, trattandoli con tutti gli onori più
distinti. La si udiva esclamare commossa: “Benedetto chi ha fatto discendere
Gesù dal cielo e lo ha dato a me”.
S. Pasquale Baylon era il portinaio del Convento. Ogni volta che arrivava un
Sacerdote, il santo fraticello si inginocchiava e gli baciava riverentemente
tutte e due le mani. Di lui, come di S. Francesco, si disse che “era devoto
delle mani consacrate dei Sacerdoti”. Egli le riteneva capaci di tener lontani
i mali e di ricolmare di beni chi le toccava con venerazione, perché sono le
mani di cui si serve Gesù.
E non era forse edificante vedere come P. Pio da Pietrelcina cercava di baciare
con amore le mani di qualche sacerdote, magari afferrandole a sorpresa? E che
dire dell’altro servo di Dio, Don Dolindo Ruotolo, il quale non ammetteva che
un Sacerdote potesse negargli “la carità” di fargli baciare le mani?
Del resto, sappiamo che questo atto di venerazione spesso è stato premiato da
Dio con veri miracoli. Nella vita di S. Ambrogio, si legge che un giorno, appena
celebrata la S. Messa, il Santo fu avvicinato da una donna paralitica che volle
baciargli le mani. La poveretta riponeva grande fede in quelle mani che avevano
consacrato l’Eucaristia: e fu guarita all’istante. Lo stesso, a Benevento,
una donna paralitica da quindici anni, chiese al Papa Leone IX di poter bere
l’acqua da lui adoperata durante la S. Messa per l’abluzione delle dita. Il
Santo Papa accontentò l’inferma in questa richiesta umile come quella della
Cananea che chiese a Gesù “le briciole che cadono dalla mensa dei padroni”
(Matt. 15, 27). E fu subito guarita anch’essa.
La fede dei Santi era davvero gigante e operante! Vivevano di fede (Rom. 1, 17)
e operavano per fede con un amore che non ammetteva limiti quando si trattava di
Gesù. E il Sacerdote per essi era né più né meno che Gesù. “Nei Sacerdoti
vedo il Figlio di Dio”, diceva S. Francesco d’Assisi. “Ogni volta che
vedete un Sacerdote - predicava il S. Curato d’Ars - pensate a Gesù”. S.
Maria Maddalena de’ Pazzi, infatti, parlando di qualche Sacerdote soleva dire:
“questo Gesù”. Ed è per questo che S. Caterina da Siena e S. Teresa di Gesù
baciavano la terra dove era passato un Sacerdote. Ancor più, S. Veronica
Giuliani, un giorno, visto il Sacerdote salire la scala del monastero per
portare la S. Comunione alle ammalate, si inginocchiò in fondo alla scalinata e
salì quei gradini in ginocchio, baciandoli uno ad uno e bagnandoli di lagrime
d’amore. Quando si ama!
“Se io incontrassi - diceva il S. Curato d’Ars - un Sacerdote e un Angelo,
saluterei prima il Sacerdote, poi l’Angelo... Se non ci fosse il Sacerdote, a
nulla gioverebbe la Passione e la Morte di Gesù... A che servirebbe uno scrigno
ricolmo d’oro, quando non vi fosse chi lo apre? Il Sacerdote ha la chiave dei
tesori celesti...”. Chi fa discendere Gesù nelle candide ostie? Chi mette Gesù
nei nostri Tabernacoli? Chi dona Gesù alle nostre anime? Chi purifica i nostri
cuori per poter ricevere Gesù?... Il Sacerdote, solo il Sacerdote. Egli è il
“ministro del Tabernacolo” (Ebr. 13, 10), è il “ministro della
riconciliazione” (2 Cor. 5, 18), è il “ministro di Gesù per i fratelli”
(Col. 1, 7), è il “dispensatore dei misteri divini” (1 Cor. 4, 1). E quanti
episodi non si potrebbero narrare di Sacerdoti eroici nel sacrificare se stessi
per donare Gesù ai fratelli? Ne riferiamo uno solo fra i tanti.
Alcuni anni fa, in una parrocchia bretone stava per morire il vecchio curato.
Insieme a lui, era in fin di vita anche uno dei suoi parrocchiani, tra i più
lontani da Dio e dalla Chiesa. Il povero Parroco era desolato perché
impossibilitato a muoversi, e mandò a lui il viceparroco avvertendolo di
ricordare al moribondo che una volta aveva promesso di non morire senza i Santi
Sacramenti. “Ma io lo promisi al Parroco, e non a voi”, si scusò il malato.
Il vice-parroco dovette andarsene, e riferì la risposta al Parroco. Questi non
si tirò indietro, pur sapendo di avere solo poche ore di vita. Pregò e ottenne
di essere portato a casa del peccatore. Vi arrivò; riuscì a confessare e a
dare Gesù al moribondo; poi gli disse: “Arrivederci in Paradiso!”. Su una
lettiga il coraggioso Parroco fu riportato in canonica. Arrivati, si sollevò la
coperta, ma il parroco non si muoveva più: era spirato.
Veneriamo il Sacerdote e siamogli grati perché ci dona Gesù; ma soprattutto
preghiamo per la sua altissima missione, che è la missione stessa di Gesù:
“Come il Padre ha mandato Me, così io mando voi” (Giov. 20, 21). Missione
divina che fa girar la testa e impazzir di amore, a rifletterci fino in fondo.
Il Sacerdote “è assimilato al Figlio di Dio” (Ebr. 7, 3), e il Santo Curato
d’Ars diceva che “solo in cielo misurerà tutta la sua grandezza. Se già
sulla terra lo intendesse, morrebbe non di spavento, ma di amore... Dopo Dio, il
Sacerdote è tutto”.
Ma questa sublimità di grandezza comporta responsabilità enormi che pesano
sulla povera umanità del Sacerdote; umanità in tutto identica a quella di ogni
altro uomo. “Il Sacerdote - diceva S. Bernardo - per natura è come tutti gli
altri uomini, per dignità è superiore a qualsiasi altro uomo della terra, per
condotta deve essere emulo degli Angeli”.
Vocazione divina, missione sublime, vita angelica, dignità eccelsa, pesi
sterminati... in povera carne umana! Diceva bene il Servo di Dio Don Edoardo
Poppe, sacerdote mirabile: “Il Sacerdozio è Croce e Martirio”.
Si pensi al peso delle responsabilità per la salvezza delle anime affidate al
Sacerdote. Egli ha da preoccuparsi di portare alla fede gli increduli, di
convertire i peccatori, di infervorare i tiepidi, di sospingere sempre più in
alto i buoni, di far camminare sulle vette i santi. Ma come può fare tutto ciò
se non è davvero “uno” con Gesù? Per questo Padre Pio da Pietrelcina
diceva: “Il Sacerdote o è un santo o è un demonio”. O santifica o rovina.
Ma quale disastro incalcolabile non provoca il Sacerdote che profana la sua
vocazione con un indegno comportamento o addirittura la calpesta rinnegando il
suo stato di consacrato ed eletto del Signore (Giov. 15, 16)?
Il S. Curato d’Ars, è scritto nei Processi canonici, versava lagrime
abbondantissime “pensando alla disgrazia dei sacerdoti che non corrispondono
alla santità della loro vocazione”. E P. Pio da Pietrelcina ha descritto
visioni angosciose sulle sofferenze spaventose di Gesù per colpa di sacerdoti
indegni e infedeli.
Si sa che S. Teresina, l’angelica carmelitana, fece la sua ultima Comunione,
prima di morire, per questa sublime intenzione: ottenere il ritorno di un
Sacerdote traviato che aveva rinnegato la sua vocazione. E si sa che questo
sacerdote morì pentito, invocando Gesù.
Sappiamo che non sono rare le anime, specialmente verginali, che si sono offerte
vittime per i Sacerdoti. Sono anime predilette da Gesù in modo assolutamente
singolare. Ma preghiamo anche noi, e offriamo anche noi sacrifici per i
Sacerdoti, per quelli in pericolo e per quelli più saldi, per quelli traviati e
per quelli già avanti nella perfezione.
E in particolare, ogni volta che vediamo un Sacerdote all’altare, preghiamo
anche noi la Madonna con le parole del venerabile Carlo Giacinto: “O cara
Madonna, presta il tuo Cuore a quel Sacerdote, affinché possa degnamente
celebrare”. Meglio ancora, anzi, preghiamo perché ogni Sacerdote possa
imitare S. Gaetano, il quale si preparava alla celebrazione della S. Messa
unendosi così intimamente a Maria SS., che di lui si diceva: “celebra la
Messa come se fosse Lei”. E difatti, come la Madonna accolse Gesù fra le sue
mani a Betlem, così il Sacerdote riceve Gesù fra le sue mani nella S. Messa.
Come la Madonna offrì Gesù Vittima sul Calvario, così il Sacerdote offre
l’Agnello immolato sull’altare. Come la Madonna ha donato Gesù all’umanità,
così il Sacerdote ci dona Gesù con la S. Comunione. Dice bene, quindi, S.
Bonaventura: ogni sacerdote all’altare dovrebbe essere interamente
identificato alla Madonna, perché “come per mezzo di Lei ci è stato dato
questo Santissimo Corpo, così per le sue mani si deve offrire”. E S.
Francesco d’Assisi diceva che la Madonna rappresenta per tutti i Sacerdoti lo
specchio della loro santità, data la stretta vicinanza che c’è fra
l’incarnazione del Verbo nel seno di Maria e la consacrazione eucaristica fra
le mani del Sacerdote.
VI IL PANE DI MAMMA
“ ... Maria da cui è nato Gesù” (Matt. 1, 16)
IL PANE DI MAMMA
L’Eucaristia è il Pane della nostra Mamma divina. È il Pane fatto da Maria
con la farina della sua carne immacolata, impastata del suo latte verginale.
Scriveva S. Agostino: “Gesù ha preso carne dalla carne di Maria”.
Anche nell’Eucaristia, lo sappiamo, insieme alla Divinità c’è tutto il
Corpo e Sangue di Gesù tratti dal Corpo e Sangue di Maria tutta Vergine. Perciò
sarà tanto vero e tanto bello, ad ogni S. Comunione che si fa, avvertire
nell’Eucaristia la dolce e misteriosa presenza di Maria SS., inseparabile e
tutt’una con Gesù Ostia. Gesù è sempre il suo Figliolo adorato, Carne della
sua Carne e Sangue del suo Sangue. Se Adamo poteva chiamare Eva, tratta dalla
sua costola, “ossa delle mie ossa, carne della mia carne” (Gen. 2, 23),
quanto più non potrà Maria SS. chiamare Gesù “carne della mia carne e
sangue del mio sangue”? Tratta dall’“intatta Vergine”, come dice S.
Tommaso d’Aquino, la Carne di Gesù è la carne materna di Maria, il Sangue di
Gesù è il sangue materno di Maria. Non sarà mai possibile, quindi, separare
Gesù da Maria.
Per questo, ad ogni S. Messa che si celebra, anche la Beata Vergine può
ripetere con verità a Gesù nell’Ostia e nel Calice: “Tu sei mio Figlio.
Oggi io ti ho generato” (Salm. 2, 7), E giustamente S. Agostino ci insegna che
nell’Eucaristia “Maria estende e perpetua la sua Divina Maternità”,
mentre S. Alberto Magno esorta con amore: “Anima mia, se vuoi godere
l’intimità di Maria, lasciati portare fra le sue braccia e nutriti del suo
sangue... Va’ con questo pensiero ineffabilmente casto alla mensa di Dio e
troverai nel Sangue del Figlio il nutrimento della Madre”. Dicono parecchi
Santi e teologi (S. Pier Damiani, S. Bernardo, S. Bonaventura, S.
Bernardino...), che Gesù istituì l’Eucaristia anzitutto per Maria, e poi,
tramite Maria, Mediatrice universale di ogni grazia, per tutti noi. È da Maria,
quindi, che ci viene donato Gesù giorno per giorno: e in Gesù è sempre la
carne immacolata e il sangue verginale della Sua Mamma divina che penetra nel
nostro cuore e inebria la nostra anima. In un’estasi durante la celebrazione
della S. Messa, S. Ignazio di Loyola contemplò un giorno la realtà svelata di
questa dolcissima verità, e ne restò celestialmente commosso.
Se pensiamo, inoltre, che Gesù, frutto del seno inmacolato di Maria, è tutto
l’amore, tutta la dolcezza, tutta l’intimità, tutta la ricchezza, tutta la
vita di Maria, ricevendo Lui noi non possiamo non ricevere anche Colei che per i
vincoli del sommo amore, oltre che per i vincoli della carne e del sangue, forma
un’unica cosa, un solo tutto con Gesù, sempre e indissolubilmente “unita al
suo Diletto” (Cant. 8, 5). Non è forse vero che l’amore, è soprattutto
l’amore divino, unisce e unifica? E possiamo noi pensare, dopo quella in seno
alla Trinità Beata, una unità più intima e totale di quella fra Gesù e Maria
Vergine?
L’immacolatezza di Maria, la verginità di Maria, la tenerezza, la dolcezza,
l’amore di Maria, e perfino gli stessi tratti del volto celestiale di Maria:
tutto noi ritroviamo in Gesù, giacché l’umanità santissima assunta dal
Verbo è tutta e solo umanità di Maria, per il mistero ineffabile della
Concezione verginale, operata dallo Spirito Santo, che rese Maria Madre di Gesù
consacrandola Vergine eternamente intatta e splendente nell’anima e nel corpo.
Per questo “l’Eucaristia - scrive ancora S. Alberto Magno - crea gli impulsi
dell’amore angelico e ha la singolare efficacia di mettere nelle anime un
sacro istinto di tenerezza per la Regina degli Angeli. Ella ci ha dato la carne
della sua carne, le ossa delle sue ossa, e continua a darci nell’Eucaristia
questa dolce e verginale vivanda celeste”.
Infine, come nella generazione eterna del Verbo, in seno alla Trinità, il Padre
si dona tutto al Figlio, “Specchio del Padre”, così nella generazione
temporale dello stesso Verbo, in seno all’umanità, la Madre Divina si dona
tutta al Figlio, al suo Gesù, “il fiore verginale della Vergine Madre” (Pio
Xll); e il Figlio a sua volta si dona tutto alla Madre assimilandosi a Lei e
rendendola “tutta deificata” (S. Pier Damiani).
S. Pietro Giuliano Eymard, il santo tutto amore alla Eucaristia, affermava che
già su questa terra, dopo l’Ascensione di Gesù al cielo, la Beata Vergine
“viveva nel Santissimo Sacramento, viveva di esso”, ed egli amava perciò
chiamarla “Nostra Signora del Santissimo Sacramento”. E P. Pio da
Pietrelcina diceva talvolta ai suoi figli spirituali: “Ma non vedete la
Madonna sempre accanto al Tabernacolo?”. E come potrebbe non esserci Lei che
sul Calvario “stava presso la Croce di Gesù” (Giov. 19, 25)? Per questo S.
Alfonso de’ Liguori ad ogni Visita a Gesù Eucaristico univa sempre la Visita
a Maria SS. E il Beato Massimiliano M. Kolbe raccomandava che, andando da Gesù
Eucaristico, non si trascurasse mai il ricordo della presenza di Maria,
chiamandola e unendosi a Lei, facendosi almeno attraversare la mente dal suo
Nome soave.
Nella vita di S. Giacinto, domenicano, si legge che una volta, il Santo, ad
evitare una profanazione del Santissimo Sacramento, corse a prendere dal
Tabernacolo la Pisside con le Sante Particole, per metterla al sicuro. Mentre S.
Giacinto stava per andar via con Gesù Eucaristico stretto al petto, udì una
voce venire dalla statua di Maria SS. posta accanto all’altare: “E come?
Porti via Gesù senza portare anche me?...”. Il Santo si fermò interdetto,
capì il richiamo, ma non sapeva come fare a portare via anche la statua della
Celeste Mamma; incerto, si avvicinò alla statua per cercare di prenderla con la
sola mano libera che poteva avere, ma non ci fu bisogno di sforzo alcuno, perché
la statua era divenuta leggera come una piuma. Il significato del prodigio è
delicatissimo: prendere Maria con Gesù non può pesare né costare
assolutamente nulla, perché Essi “stanno l’uno nell’altro” (Giov. 6,
57) in maniera divinamente sublime.
Bellissima è anche la risposta che S. Bernardetta Soubirous diede a chi voleva
metterla in difficoltà con una domanda un po’ imbarazzante: “Ti piace di più
ricevere la S. Comunione o vedere la Madonna nella grotta?”. La piccola Santa
pensò qualche istante e poi rispose: “Che domanda strana! Son cose che non si
possono separare. Gesù e Maria vanno sempre insieme”.
L’unione fra la Madonna e l’Eucaristia resterà di sua natura indissolubile
“fino alla consumazione dei secoli” (Matt. 28, 20). Sì, Maria SS. con il
suo corpo e con la sua anima è il celeste “Tabernacolo del Signore” (Apoc.
21, 3); è l’incorruttibile ostia “santa e immacolata” (Ef. 5, 27) che
riveste di sé il Verbo di Dio fatto uomo; S. Germano arriva a chiamarla
“Paradiso soavissimo di Dio!” E anzi, secondo una pia sentenza, avvalorata
dalle estasi e visioni di S. Veronica Giuliani, e soprattutto della Beata
Maddalena Martinengo, anche in Paradiso la Vergine Santissima conserva e
conserverà in eterno Gesù Ostia visibile nel suo petto, e ciò a sua “eterna
consolazione, per giubilo di tutti i Beati, e specialmente a perenne letizia dei
devoti del SS. Sacramento”. È l’immagine della Madonna Mediatrice
universale fatta dipingere anche recentemente da adre Speranza e collocata nel
Santuario di Collevalenza. È la stessa immagine riprodotta di frequente negli
ostensori eucaristici dei secoli scorsi, che rappresentano la Madonna con
l’incavo nel petto per collocarvi l’Ostia Consacrata. “Beato il grembo che
ti ha portato”, gridò la donna in mezzo alla folla. E per questo in alcune
chiese di Francia il tabernacolo eucaristico veniva collocato in una statua
dell’Assunta. Il significato è luminoso: e sempre Maria SS. che ci dona Gesù,
Frutto Benedetto del suo seno verginale e Cuore del suo Cuore Immacolato. Ed
Ella continuerà per l’eternità a portare Gesù Eucaristico nel suo petto per
offrirLo alla contemplazione gioiosa dei Beati ai quali è dato già adesso
vedere la Divina Persona di Gesù nelle Specie eucaristiche, secondo
l’insegnamento del Dottore Angelico, S. Tommaso d’Aquino.
Ma anche l’unione nostra con la Madonna trova il suo punto ardente di fusione
piena e più amorosa proprio nell’Eucaristia, e specialmente nella S.
Comunione. Con Gesù Ostia anch’Ella entra in noi, si fa tutt’una con
ciascuno di noi suoi figli, effondendo il suo amore materno sulla nostra anima e
sul nostro corpo. Scrisse bene, infatti, il grande S. Ilario, Padre e Dottore
della Chiesa: “La gioia più grande che noi possiamo dare a Maria è quella di
portare Gesù Eucaristico nel nostro petto”. La Sua materna unione con Gesù
diventa unione anche con chi si unisce a Gesù, specialmente nella S. Comunione.
E che cosa può allietare tanto chi ama, quanto l’unione con la persona amata?
E noi, non siamo forse i figli diletti della Celeste Mamma?
Quando noi andiamo da Gesù all’altare, troviamo sempre, come i Re Magi a
Betlem, “Gesù con Maria sua Madre” (Matt. 2, 2); e Gesù Ostia,
sull’altare del nostro cuore, può ripetere a ciascuno di noi come a S.
Giovanni Evangelista sull’altare del Calvario: “Ecco tua Madre” (Giov. 19,
27).
Con sublime elevazione, S. Agostino ci illustra ancora meglio come Maria SS. si
fa nostra e si unisce a ciascuno di noi con la Comunione Eucaristica: “Il
Verbo è il nutrimento degli Angeli. Gli uomini non hanno la forza di nutrirsi,
eppure ne hanno bisogno. Occorre trovare una madre che mangi di questo Pane
soprasostanziale, e lo trasformi in latte per nutrire i suoi poveri figli. Ed
ecco Maria: ella si nutre del Verbo e lo trasforma nella SS. Umanità, lo
trasforma in Corpo e Sangue, in questo latte soavissimo che si chiama
Eucaristia”.
Per questo è cosa naturale che nei grandi, come nei piccoli Santuari mariani si
sviluppa sempre la pietà eucaristica, al punto da poterli considerare anche
Santuari eucaristici. Si pensi a Lourdes, Fatima, Loreto, Pompei..., dove le
folle si accostano all’altare a file quasi interminabili per nutrirsi del
Frutto di Maria. E non può essere diversamente, perché non c’è unione così
intima e dolce con la Madonna come quella che si realizza ricevendo la SS.
Eucaristia. Davvero Gesù e Maria “vanno sempre insieme”, come diceva S.
Bernardetta!
Riflettiamo, inoltre, che la Madonna stessa a Fatima, insieme al S. Rosario,
chiese soprattutto la Comunione riparatrice per tutte le offese e gli oltraggi
che riceve il suo Cuore Immacolato. Ella cerca cuori amanti che vogliano
consolarLa “accogliendola nella propria dimora”, come fece S. Giovanni
Evangelista (Giov. 19, 27). E noi davvero L’accogliamo nella dimora del nostro
cuore, nel modo più intimo e a Lei più caro, ogni volta che La facciamo
penetrare con Gesù Ostia in noi, e Le offriamo Gesù vivo e vero a suo supremo
conforto e delizia. Ma quale grazia non è mai questa, di trovarci anche noi
uniti alla Madonna, con Gesù e in Gesù? Non voleva forse S. Ambrogio che tutti
i cristiani avessero “l’anima di Maria per magnificare il Signore, lo
spirito di Maria per esultare in Dio?” Proprio questo ci vien concesso in
maniera superlativa in ogni Santa Comunione. Pensiamoci con affetto e
gratitudine.
Alla base di uno degli antichi ostensori raffiguranti Maria SS. che porta
l’Eucaristia nel petto, si trovano incise queste parole: “O cristiano, che
pieno di fede vieni a ricevere il Pane di vita, mangialo degnamente, e ricordati
che esso è stato impastato con il purissimo sangue di Maria”. In realtà,
Maria può davvero chiamarci a Sé e dirci con il Profeta ispirato: “Venite e
mangiate il mio pane, bevete il vino che io ho preparato per voi” (Prov. 9,
5). Il B. Massimiliano M. Kolbe voleva esprimere il contenuto di questo passo
ispirato quando progettava che tutti gli altari del SS. Sacramento fossero
sormontati da una statua dell’Immacolata con le braccia distese in avanti a
invitare tutti perchè si accostassero a mangiare il Pane fatto da Lei stessa.
Con bella immagine, S. Gregorio di Tour diceva che il seno immacolato di Maria
SS. è la celeste “madia” ripiena del Pane di vita fatto per nutrire i
figli. “Beato il grembo che ti ha portato e il petto che ti ha allattato!”,
gridò quella donna a Gesù (Luc. 11, 27). L’Immacolata ha portato Gesù nel
suo purissimo grembo, formandone il corpo con la propria carne e con il proprio
sangue. Per questo, ogni volta che ci accostiamo alla mensa dell’altare, ci
sia soave ricordarci che Gesù Eucaristico è il Pane di vita fatto da Maria con
la farina della sua carne immacolata, impastata del suo latte verginale. L’ha
fatto per noi, suoi figli. E noi ci sentiremo davvero più fratelli, mangiando
tutti questo delizioso e fragrante Pane di Mamma.
VII PREGHIERE PER LA S. EUCARISTIA
“ . . . si prostrarono e Lo adorarono” (Matt. 2, 11) • La S. Comunione:
Preparazione. Ringraziamento.
• La Comunione con Maria.• La Visita Eucaristica: Visita al SS.
SacramentoComunione SpiritualeVisita a Maria SS.
LA S. COMUNIONE
Preparazione
Fede - Signor mio Gesù Cristo, io credo con tutta l’anima che Tu sei
realmente presente nel Sacramento dell’altare. Credo perché Tu l’hai detto,
suprema Verità, che io adoro. Rivolto a quell’Ostia santa, anch’io ti dico
con S. Pietro: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente.
Adorazione - Ti adoro e ti riconosco per mio Creatore, Signore, Redentore e per
mio sommo, unico Bene.
Speranza - Signore, spero che donandoti tutto a me in questo divin Sacramento,
mi userai misericordia e mi concederai le grazie necessarie per poter
raggiungere più facilmente il Paradiso.
Amore - Signore, io ti amo con tutto il cuore, sopra ogni cosa, perché Tu sei
il mio Dio infinitamente amabile. Perdonami di averti amato così poco finora.
Vorrei amarti con l’ardore dei Serafini: anzi col Cuore stesso della tua e mia
Madre Immacolata, Maria.
Per amor tuo, o Gesù, voglio amare i mie fratelli come me stesso.
Umiltà - Signore, io non son degno che Tu entri dentro di me, ma dì soltanto
una parola e l’anima mia sarà salva.
Dolore - Prima di accostarmi a Te, o Gesù, ti chiedo ancora una volta perdono
dei miei peccati. Tu mi hai amato fino a morire per me, ed io sono stato tanto
cattivo e ti ho offeso innumerevoli volte. Abbi pietà di me, perdonami,
cancella con la tua grazia ogni più piccola macchia di peccato. Vorrei
accostarmi a Te con una purità angelica, per poterti ricevere degnamente.
Desiderio - Mio Dio, vieni nell’anima mia a santificarla; mio Dio, vieni nel
mio cuore a purificarlo; mio Dio, entra nel mio corpo a custodirlo, e non mi
separare mai dal tuo amore.
Consuma tutto ciò che vedi di indegno della tua presenza, e che possa fare
ostacolo alla tua grazia, al tuo amore.
Fra pochi istanti Gesù sarà dentro di te. È questo il momento più bello e più
grande della tua giornata.
Preparati molto bene. Presenta a Gesù un cuore ardente di amore e di desiderio.
Sentiti indegno di tanta predilezione, e non accostarti a Lui con l’anima
macchiata dal peccato mortale.
Cerca di fare la S. Comunione durante la S. Messa. Ma se non puoi, accostati
ugualmente a ricevere la S. Comunione fuori della S. Messa: purché tu non
rimanga senza Gesù ogni giorno.
Ricorda che la Comunione fervorosa: 1) conserva e aumenta in te la grazia; 2) ti
rimette i peccati veniali; 3) ti preserva dai mortali; 4) ti dà consolazione e
conforto, accrescendo la carità e la: speranza della vita eterna.
Ringraziamento
Ora che Gesù è dentro di te, sei diventato un tabernacolo vivente. Sta
raccolto e adora il tuo Signore. Esprimigli tutta la gioia di possederlo. Apri a
Lui il tuo cuore e parlagli con grande confidenza.
Preghiera - Davanti al tuo infinito amore, o Gesù, io mi sento profondamente
commosso, e, pieno di riconoscenza, non so far altro che ripetere: grazie o Gesù.
Ma che cosa ti renderò io, o Signore, in cambio del tuo dono?
Sento la tua dolcissima voce che mi ripete: “Figlio, dammi il tuo cuore”.
Si, o Signore, ti offro il mio cuore e l’anima mia; ti consacro tutta la mia
vita, voglio essere tutto tuo per l’eternità.
A Gesù Crocifisso - Eccomi, o mio amato e buon Gesù, che alla tua santissima
presenza prostrato, ti prego col fervore più vivo a stampare nel mio cuore
sentimenti di fede, di speranza e di carità, di dolore dei miei peccati e di
proponimento di non più offenderti; mentre io con tutto l’amore e con tutta
la compassione vado considerando le tue cinque piaghe, cominciando da ciò che
disse di te, o mio Gesù il santo Profeta Davide: “Hanno forato le mie mani e
i miei piedi; hanno contato tutte le mie ossa”.
Invocazioni - Anima di Cristo, santificami. Corpo di Cristo, salvami. Sangue di
Cristo, inebriami. Acqua del costato di Cristo, lavami. Passione di Cristo,
confortami. O buon Gesù, esaudiscimi. Dentro le tue piaghe, nascondimi. Non
permettere che io mi separi da te. Dal maligno nemico difendimi. Nell’ora
della morte chiamami: e comanda che io venga a te, affinché ti lodi con i tuoi
santi, nei secoli dei secoli. Amen.
Preghiera di S. Bonaventura - Trafiggi, o dolcissimo Gesù, la parte più intima
dell’anima mia con la soavissima e salutifera ferita del tuo amore e con la
verace, sincera, apostolica e santissima carità, affinché la mia anima
languisca e si strugga per il tuo amore e desiderio verso di Te; Te solo brami e
si consumi per il desiderio della tua casa, aspiri a liberarsi dai legami del
corpo e a restare sempre con Te.
Concedimi che l’anima mia abbia fame di Te, pane degli Angeli, nutrimento
delle anime sante, pane nostro quotidiano, che ci dà forza e contiene in sé
ogni dolcezza, ogni delizia e ogni soave sapore. Il mio cuore brami solo di
cibarsi di Te, in cui gli Angeli desiderano fissare lo sguardo e la mia anima
sia ripiena della dolcezza del tuo sapore. Che io abbia sempre sete di Te, fonte
di vita, fonte di sapienza e di scienza, fonte di luce eterna, torrente di ogni
delizia, abbondanza della casa di Dio.
Che io aneli sempre a Te, Te cerchi, Te ritrovi, a Te sospiri, a Te giunga, Te
mediti, di Te parli, e tutto compia a gloria del tuo nome, con umiltà e
discrezione, con amore e diletto, con facilità e affetto, con perseveranza sino
alla fine.
Tu solo sii sempre la mia speranza, tutta la mia fiducia, la mia ricchezza, la
mia delizia, la mia gioia, il mio gaudio, la mia quiete e la mia tranquillità.
Tu sii la mia pace, la mia dolcezza, il mio profumo, il mio cibo, il mio
nutrimento, il mio rifugio, la mia possessione. Tu finalmente sii il mio tesoro,
nel quale la mia mente e il mio cuore restino fissi, fermi e immobilmente
radicati per sempre. Amen.
LA COMUNIONE CON MARIA
(meditando l’Ave)
Preparazione.
Vergine santa, sto per ricevere il tuo Gesù. Vorrei che il mio cuore fosse
simile al tuo quando divenisti Madre del Salvatore all’annuncio dell’Angelo.
Ave Maria - Ti saluto, o Madre buona; permetti che io mi unisca a Te per adorare
Gesù. Imprestami i tuoi affetti, anzi adoralo Tu per me. Ave, o vero Corpo di
Gesù, nato da Maria Vergine: io credo e adoro.
Piena di grazia - Tu, o Maria, eri degna di ricevere Dio, tutto santo, perché
fosti ricolma di grazia fin dal primo istante della tua vita. Ma io... sono
povero e peccatore. La mia cattiveria mi rende indegno di accostarmi alla
Comunione. O Madre mia, coprimi dei tuoi meriti e conducimi a Gesù.
Il Signore è con Te - Il Signore è con Te, o Vergine Santissima, Tu l’hai
attirato dal cielo nel tuo cuore coi tuoi ardentissimi desideri. Metti anche nel
mio cuore un desiderio ardente e una fame insaziabile di Gesù, sicché possa
dirgli con verità: “a Vieni, o Gesù mio; io ti desidero col cuore della tua
e mia Madre Maria”.
Tu sei benedetta fra le donne - Benedetta Tu, o Maria, che non conoscesti mai il
rimorso delle colpe commesse, perché esente da ogni sorta di peccato e di
imperfezione. Ma io so di aver peccato e non sono certo di essermi pentito
abbastanza. Fammi comprendere la malizia del mio peccato e la bontà di Dio che
ho offeso. Piango i miei peccati. Presentami così pentito al tuo Gesù.
E benedetto è il frutto del tuo seno - Madre buona, che regalo ci hai fatto
dandoci Gesù, il nostro Salvatore! Ecco che Egli vuol venire in me per rendermi
un figliuolo caro al tuo cuore. Io vado con fiducia a riceverlo e gli dico: Gesù
mio, in Te mi abbandono. Vieni a darmi la forza di servirti fedelmente e la
speranza di goderti per sempre con la tua Mamma in Cielo.
Gesù - Fa’ ch’io provi, o Madre, quei sentimenti che tu provavi nel vivere
assieme a Gesù, nel chiamarlo per nome. Ora io sto per riceverlo. Permettimi
che possa dirgli: “Vieni, o Gesù mio; in me troverai la stessa accoglienza
che avesti dalla Madre tua in terra. Per sua intercessione spero che Tu mi farai
buona accoglienza in Cielo”.
RINGRAZIAMENTO
Santa Maria, Madre di Dio - O Madre mia, come sono contento di trovarmi unito
col tuo Gesù! Ma qual è il mio merito perché sia venuto a me il mio Signore?
O Maria, Tu che sei santa e Immacolata, presentagli per me un ringraziamento
degno.
Tu che per prima sentisti i palpiti di quel Gesù che ora accolgo in me, Tu che
lo amasti più di tutti i Santi insieme e che sulla terra vivesti solo per Lui,
fa ch’io partecipi in questo momento dei tuoi sentimenti e del tuo amore.
E Tu, o Gesù, accetta l’amore di tua Madre come fosse mio e non negarmi uno
sguardo di tenerezza mentre anch’io ti dico con tutto il cuore: Ti amo.
Prega per noi peccatori - Si, o Maria, prega per me; unisci in questo istante la
tua alla mia preghiera. E poiché Gesù è venuto nel mio cuore disposto a farmi
tutte le grazie, gli voglio chiedere anzitutto che io non abbia mai a separarmi
da Lui col peccato. E Tu preservami dal male e sii il mio rifugio nella
tentazione.
Adesso - E poi, o mia cara Madre, chiedo tutte le grazie che sono utili
all’anima mia. Ottienimi di rivestirmi di bontà e di mitezza, di vivere nella
più illibata purezza.
... E nell'ora della nostra morte - Ti prego fin d'ora, o Gesù, che io possa
riceverti degnamente in punto di morte, e che la mia morte sia santa.
L’accetto quando e come me la manderai Tu, in unione con il tuo sacrificio,
compiùto sulla Croce. L’accetto per sottomettermi alla divina Volontà, per
la gloria di Dio, per la salvezza mia e delle anime.
Vergine Addolorata, assistimi come hai assistito Gesù nell’agonia.
Così sia - Ecco, o Gesù, la parola che io voglio ripetere in tutti gli istanti
della mia giovinezza e della mia vita. Sia fatta sempre la tua Volontà. Tutto
ciò che Tu disponi è la cosa migliore per me ed io fin d’ora l’accetto e
Ti ringrazio. Così sia.
LA VISITA EUCARISTICA
Visita al SS.mo Sacramento
Signor mio Gesù Cristo, che per l'amore che portate agli uomini, ve ne state
notte e giorno in questo Sacramento tutto pieno di pietà e di amore,
aspettando, chiamando ed accogliendo tutti coloro che vengono a visitarvi, io vi
credo presente nel Sacramento dell'Altare.
Vi adoro nell'abisso del mio niente, e vi ringrazio di quante grazie mi avete
fatte; specialmente di avermi donato Voi stesso in questo Sacramento, e di
avermi data per Avvocata la vostra santissima Madre Maria e di avermi chiamato a
visitarvi in questa chiesa.
Io saluto oggi il vostro amantissimo Cuore ed intendo salutarlo per tre fini:
primo, in ringraziamento di questo gran dono; secondo, per compensarvi di tutte
le ingiurie, che avete ricevuto da tutti i vostri nemici in questo Sacramento:
terzo, intendo con questa visita adorarvi in tutti i luoghi della terra, dove
Voi sacramentato ve ne state meno riverito e più abbandonato.
Gesù mio, io vi amo con tutto il cuore. Mi pento di aver per il passato tante
volte disgustata la vostra Bontà infinita. Propongo con la vostra grazia di non
offendervi più per l'avvenire: ed al presente, miserabile qual sono, io mi
consacro tutto a Voi: vi dono e rinunzio tutta la mia volontà, gli affetti, i
desideri e tutte le cose mie.
Da oggi in avanti fate di me e delle mie cose tutto quello che vi piace. Solo vi
chiedo e voglio il vostro santo amore, la perseveranza finale e l'adempimento
perfetto della vostra volontà.
Vi raccomando le anime del Purgatorio, specialmente le più devote del
Santissimo Sacramento e di Maria Santissima. Vi raccomando ancora tutti i poveri
peccatori.
Unisco infine, Salvator mio caro, tutti gli affetti miei cogli affetti del
vostro amorosissimo Cuore e così uniti li offro al vostro Eterno Padre, e lo
prego in nome vostro, che per vostro amore li accetti e li esaudisca. Così sia.
Comunione spirituale
Gesù mio, credo che voi siete nel SS. Sacramento. Vi amo sopra ogni cosa e vi
desidero nell'anima mia. Poiché ora non posso ricevervi sacramentalmente,
venite almeno spiritualmente nel mio cuore.
(Si faccia una breve pausa in cui unirsi a Gesù).
Come già venuto io vi abbraccio e tutto mi unisco a voi; non permettete che io
mi abbia mai a separare da voi.
Visita a Maria SS.ma
Santissima Vergine Immacolata e Madre mia Maria, a Voi che siete la Madre del
mio Signore, la Regina del mondo, l'Avvocata, la Speranza, il Rifugio dei
peccatori, ricorro oggi io, che sono il più miserabile di tutti.
Vi venero, o gran Regina, e Vi ringrazio di quante grazie mi avete fatto finora,
specialmente di avermi liberato dall'inferno, da me tante volte meritato.
Io Vi amo, Signora amabilissima, e per l'amore che Vi porto, Vi prometto di
volerVi sempre servire, e di far quanto posso, affinché siate amata anche dagli
altri.
Io ripongo in Voi tutte le mie speranze, tutta la mia salute; accettatemi per
vostro servo, ed accoglietemi sotto il vostro manto Voi, Madre di misericordia.
E poiché siete così potente presso Dio, Voi liberatemi da tutte le tentazioni,
oppure ottenetemi forza di vincerle sino alla morte.
A Voi domando il vero amore a Gesù Cristo. Da Voi spero di fare una buona e
santa morte.
Madre mia, Maria, per l'amore che portate a Dio, Vi prego di aiutarmi sempre, ma
più nell'ultimo punto della mia vita. Non mi lasciate, fintanto che non mi
vedrete già salvo in cielo, a benedirvi ed a cantare le vostre misericordie per
tutta l'eternità. Così spero. Così sia.
(S. Alfonso M. de' Liguori)
IL
MIRACOLO EUCARISTICO DI LANCIANO: FEDE, SCIENZA E PIETA’ POPOLARE.
Tutte le strade dell’Eucarestia debbono
passare per LANCIANO. Lanciano (Ch), infatti, è città del primo Miracolo
Eucaristico della storia e unico, nel genere, come dimostra quanto segue. Con
Bolsena, Siena e Ferrara (per fare qualche riferimento), Lanciano è un nome
importante nella nomenclatura religiosa d’Italia e del mondo. L ‘Abruzzo,
terra di Santi e di santuari, ne va orgoglioso. Ma ecco i fatti. Una mattina di
dodici secoli fa (anno 700), un monaco basiliano, oppresso dal dubbio sulla
presenza reale di Gesù nell’Eucarestia, fatta la doppia consacrazione del
pane e del vino, improvvisamente vide l'Ostia mutarsi in Carne e il Vino in
Sangue. Attonito e non potendo occultare l’accaduto, manifestò il fatto ai
pochi fedeli presenti, i quali, in un baleno, divulgarono la notizia in tutta la
città e dintorni. Così, in una piccola città frentana e in un'umile chiesa
agreste, intitolata a S. Legonziano, si verificava il più grande miracolo
eucaristico della storia. I fedeli lancianesi hanno sempre creduto, per una
tradizione ininterrotta, al Prodigio, anche se circostanze diverse lungo i
secoli hanno variamente contribuito a rendere il Miracolo poco diffuso. La
custodia e i luoghi “oscuri” della riposizione (suggeriti forse da una
eccessiva prudenza) sono i motivi principali dell’oblio che ha avvolto così a
lungo questo meraviglioso Tesoro. Dal 1902 le Ss. Reliquie custodite in un
artistico ostensorio d’argento (1713) e collocate alla sommità di un altare
monumentale, possono essere ammirate e venerate da vicino, per un doppio ordine
di scale marmoree che vi conducono i numerosi pellegrini. Oggi, a distanza di
dodici secoli, la Carne conserva la forma rosea. Il Sangue, contenuto in un
calice di cristallo molto antico e fissato alla base dell’ostensorio, è
suddiviso in cinque grumi, del peso complessivo di grammi 16 e milligrammi 505,
terreo all’aspetto, ma dai colori naturali alla luce ravvicinata. Tutte queste
circostanze hanno favorito una larga e rapida diffusione del Miracolo stesso.
Finché nel 1971 non si ebbe il solenne e universale riconoscimento. Infatti,
dopo varie ricognizioni ecclesiastiche, effettuate dai Vescovi locali a partire
dal 1500, a cavallo degli anni 1970-1971, L 'illustre scienziato italiano prof.
dott. Odoardo Linoli, libero docente di anatomia e istologia patologica e di
chimica e di microscopia clinica, primario de “Gli Ospedali Riuniti” di
Arezzo, operò la prima ricognizione scientifica della Carne e del Sangue, su
incarico del Religiosi del Santuanio. La ricognizione previde due tempi: quello
del prelievo dei campioni e quello della relazione pubblica sui risultati
acquisiti. Il prelievo fu effettuato il 18 novembre 1970, alla presenza dell’Arciv.
di Lanciano, Mons. Perantoni, del Ministro Provinciaie dei Conventuali
d’Abruzzo e di tutta la Comunità religiosa del Santuario. Rotti i sigilli,
apposti dall’Arciv. Petrarca nel 1886, l‘esimio professore prelevò dalla
Carne due piccolissimi frammenti del peso cormplessivo di milligrammi 20, e dal
Sangue altri frammenti del peso complessivo di milligrammi 318. Condotto il
tutto nel suo laboratonio scientifico di Arezzo, il Prof. Linoli analizzò i
Reperti per quasi tre mesi. Aquisiti tutti i dati, prima di pronunciarsi, intese
avvalersi della collaborazione del suo illustre collega Prof. Ruggero Bertelli,
ordinario fuori ruolo di anatomia umana normale all'università di Siena.
Ottenute le convalide desiderate ed essendo tutto pronto per la pubblicazione,
il 4 marzo 1971, nella Chiesa di S. Francesco (e cioè del Miracolo), davanti ad
un pubblico scelto e numeroso, il Prof. Linoli comunicò ufficialmente i
risultati delle analisi, corredandoli di un’ abbondante documentazione
fotografica. Egli sintetizzò così: 1)Il Sangue del Miracolo Eucaristico è
vero sangue e la Carne è vera carne.
2) La Carne è costituita da tessuto muscolare del cuore (miocardio).
3)Il Sangue e la Carne appartengono alla specie umana.
4)Il gruppo sanguigno è identico nel Sangue e nella Carne e ciò sta ad
indicare l’unicità della persona donante, restando aperta la possibilità
della provenienza da due persone diverse, fornite però dello stesso gruppo
ematico.
5) Nel Sangue sono state ritrovate le proteine normalmente frazionate con i
rapporti percentuali quali si hanno nel quadro siero-proteico del sangue fresco
normale.
6) Nel Sangue sono stati anche ritrovati i minerali Cloruro, Fosforo, Magnesio,
Potassio, Sodio in quantità ridotta, mentre è risultato aumentato il Calcio.
Il noto scienziato, ampliando le conclusioni, asserì che:
a) per la Carne, è da escludere una derivazione da dissezione anatomica,
operata su un cuore umano;
b) nessun processo conservativo ha mai riguardato la Carne e il Sangue;
c) è, perciò, assolutamente eccezionale la conservazione delle proteine e dei
minerali nella Carne e nel Sangue. L ‘intervento scientifico del Prof. Linoli,
pubblicato su tutte le più importanti riviste mediche, nonché sul testo
redatto dal Santuario, ha suscitato e suscita una vasta gamma di consensi in
campo scientifico nazionale ed internazionale.
Nel 1973, iI Prof. Giuseppe Biondini, medico e biologo italiano, interessò del
fatto il Consiglio Superiore della Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS),
di cui, è membro effettivo. Detto Consiglio, di fronte al caso eccezionale,
accolse la sollecitazione e affidò ad un'équipe di esperti di sette nazioni
una verifica dei risultati acquisiti dal prof. Linoli, non per disistima verso
il suo operato, ma per l'estrema importanza scientifica dell’analisi
effettuata. Dopo 15 mesi di indagini, condotte collegialmente e non, la predetta
Commissione scientifica internazionale, avvalendosi di tecniche e attrezzature
aggiornatissime, non escluse quelle offerte dalla medicina nucleare, confermò
pienamente i brillanti risultati conseguiti dal Prof. Linoli, allegando il tutto
agli “ATTI” dell' OMS, in vista di una opportuna pubblicazione ufficiale. I
predetti scienziati dell’ONU hanno precisato che iI Miracolo Eucaristico di
Lanciano è e rimarrà un Caso Unico” scientificamente inspiegabile. Una
conclusione solo apparentemente sorprendente, considerata l’ indimostrabilità
scientifica del “mistero” corrispondente.
Il valore teologico e spirituale della definizione scientifica del Miracolo
Eucaristico di Lanciano meriterebbe un discorso a parte, ma è, comunque,
intuito dalle folle pellegrinanti. Dinanzi al Miracolo si constata de visu
“l’emozione commossa e austera dell’anima religiosa popolare” (Paolo
VI), nonché l‘attenzione che il Miracolo suscita negli animi, anche i più
prevenuti...
Solo per dare qualche cifra approssimativa, nell’anno 1978 sono stati contati
più di 700 gruppi e nell’anno in corso si prevede di superare ll migliaio, ai
quali vanno aggiunti i tanti pellegrini “spiccioli” che quotidianamente
passano per il Santuario. L 'Italia è praticamente di casa a Lanciano! Si
registrano, inoltre, moltissime presenze estere, provenienti da ogni parte
d’Europa e delle Americhe. Il testo “IL MIRACOLO EUCARISTICO DI
LANCIANO" già alla terza edizione, è stato edito anche in inglese,
francese, tedesco, spagnolo, portoghese e, prossimamente, in lingua locale,
nelle Isole Filippine. Dinanzi al Miracolo Eucaristico di Lanciano emerge, a
volte esplode, la grande pietà eucaristica del popolo, di qualunque cultura ed
estrazione sociale. Di fronte a questo “segno”, perfettamente adeguato alla
realtà Significata, non c’è chi, seppure “assente”, non percepisce un
forte richiamo religioso e un profondo senso del divino. Il Miracolo Eucaristico
di Lanciano, dono eccelso del Signore alla Chiesa, rimane, nella beatitudine
evangelica della fede pura (cfr. Gv 20,29), un “segno” imponente delle realtà
invisibili, un richiamo stimolante a una decisiva presa di coscienza religiosa,
per un concreto rinnovamento di vita. Il mattino del 3 novernbme 1974 sostava al
Santuario, con un gruppo di prelati polacchi, il Card. WOJTYLA, ora Papa
Giovanni Paolo II°. Dopo una lunga visita, ricca di interesse e di pietà,
lasciava scritte, nell' Album dei visitatori, queste parole: “Fac nos tibi
semper magis credere, in te spem habere, te diligere".