GESU’
CHI SEI ?1.
GESÙ E LA STORIA
La parola agli storici. Supponiamo, per un momento, di non possedere gli scritti del Nuovo Testamento cioè della seconda parte della bibbia. Si tratta — beninteso — di una finzione perché di fatto abbiamo: — i 4 vangeli (di Marco, Luca, Matteo, Giovanni) — le lettere apostoliche (21, di Paolo, di Giacomo, di Giovanni) —L’Apocalisse di Giovanni. Tutti questi scritti ci parlano abbondantemente di Gesù. Per ora noi non li prendiamo in considerazione, giacché i loro autori sono dei «credenti in Cristo». Vogliamo dar spazio ad autori «neutrali» o, comunque «non cristiani». ogni testimonianza esamineremo: l’autore, il tempo in cui scrive, le affermazioni centrali. A. «Verso quel tempo visse Gesù, uomo saggio, se pur conviene chiamarlo uomo. Infatti Egli compiva opere straordinarie; ammaestrava gli uomini che con gioia accolgono la verità. Convinse molti Giudei e Greci. Egli era il Cristo... Dopo che Pilato, dietro accusa dei nostri capi, lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che sin dall’inizio lo avevano amato. Egli apparve loro di nuovo vivo il terzo giorno; già i profeti avevano predetto questo ed avevano annunciate moltissime meraviglie su di lui. Ancora oggi non è scomparso il gruppo dei cristiani che da lui prende nome». Il testo appena citato, si trova nel libro Antichità Giudaiche (18,63-64). L’autore del libro è Giuseppe Flavio, il più grande degli storici Ebraici. Egli scrive verso il 90 d.C. Che dire di questa testimonianza? Senza dubbio si tratta di un falso storico. Un autore di storia non può arrivare ad interpretazioni di fede (Egli era il Cristo»; «Egli apparve loro il terzo giorno» «Già i profeti avevano predetto questo»). Un autore deve limitarsi a narrare dei fatti su cui può offrire una documentazione ed una verificabilità. Che cosa, in realtà è successo? Alcuni cristiani hanno preso un testo di questo autore ebraico e lo hanno allargato con delle affermazioni «di fede». Fortunatamente noi conosciamo la testimonianza autentica e primitiva di Giuseppe Flavio. E contenuta nella «Storia Universale» del vescovo di Jerapolis Agapio. Eccola: B. «In quel tempo ci fu un uomo saggio che era chiamato Gesù. La sua condotta era buona ed era noto per essere virtuoso. Molti fra i Giudei e le altre nazioni divennero suoi discepoli. Pilato lo condannò ad essere crocefisso ed a morire. Ma quelli che erano diventati suoi discepoli non abbandonarono il suo discepolato. Essi raccontarono che Egli era apparso loro tre giorni dopo la crocefissione e che era vivo. Forse perciò era il messia del quale i profeti hanno raccontato meraviglie». Questo testo è pienamente affidabile. Racconta con molta semplicità dei fatti, senza sbilanciarsi mai in interpretazioni. Tutto ciò che l’autore narra è verificabile. Per esempio, non afferma: «Gesù è risorto!» ma «Essi raccontarono che egli era apparso loro». Da queste poche righe noi possiamo ricavare questi elementi sicuri: Gesù è esistito; suo contemporaneo è Giovanni (Verso quel tempo» - il riferimento è a Giovanni, ucciso nel Castello di Macheronte da Erode Antipa); era un ebreo che faceva il predicatore. Fu ucciso da Ponzio Pilato. Da lui sono nati i cristiani. «Ci viene raccontato che, alla vigilia della Pasqua, venne appeso Gesù di Nazareth. Un messaggero andò per le strade e le piazze, per 40 giorni, gridando: — Gesù sta per essere lapidato perché ha praticate le arti magiche, ha sobillato e fatto deviare il popolo di Israele. Chiunque conosca qualcosa a sua discolpa si presenti e lo difenda in tribunale! —Non venne trovata per lui nessuna discolpa. Per questo lo appesero alla vigilia della Pasqua. Il grande maestro Ulla dice: — Credi tu che Gesù sia stato uno da difendere? No, fu uno che conduceva il popolo ad adorare gli idoli. Di lui Dio misericordioso ha detto: — Tu non devi avere misericordia e giustificare la sua colpa! —Queste righe sono contenute nel Talmud di Babilonia, scritto verso il 100 d.C. Questo libro è una antologia di detti dei rabbini. Ha una notevole importanza per gli Ebrei. Contiene la interpretazione della bibbia. Che dire della sua attendibilità, su questo punto? E un testo che «va preso con le pinze». Intanto contiene una contraddizione: prima si dice che Gesù fu appeso (= fu crocefisso ad un legno) e poi che fu lapidato (= ucciso a colpi di sassi). Inoltre si sente molto bene il pregiudizio dei Sadducei e dei Rabbini. Essi tendono a dire: — Su Gesù c’è stato un processo regolare, durato 40 giorni. Gli è stata data la possibilità di difendersi. Nessuno ha voluto discolparlo. Egli era veramente uno che faceva deviare Israele dalla autentica fede. Per altri aspetti, il testo è preciso. Dà per scontate queste affermazioni: Gesù è esistito; era un maestro ed un guaritore (ha praticato le arti magiche»); ha avuto dei discepoli. Soprattutto contiene una notizia estremamente circostanziata; «Lo appesero alla vigilia della Pasqua». C. «Nè interventi umani nè regali da parte dell’imperatore nè sacrifici agli dei riuscirono a soffocare la voce popolare che l’incendio della città fosse stato comandato. Allora, per mettere a tacere ogni diceria, Nerone addossò la colpa di tutto ai cristiani. Li condannò ai supplizi più raffinati visto che si erano resi odiosi per i loro delitti. I cristiani prendevano nome da Cristo che era stato crocefisso ad opera del procuratore Ponzio Pilato, sotto l’impero di Tiberio. Quella funesta superstizione, repressa per breve tempo, stava riprendendo forza non solo in Giudea, origine di quel male, ma anche in Roma dove confluiscono tutte le nefandezze e vergogne». Il testo è preso dagli Annali (14,44,2-5) di Tacito. Costui è uno dei più grandi storici latini. E un pagano convinto e — come appare dalle affermazioni — non ha particolari simpatie verso i cristiani. Sta parlando dell’incendio che devastò Roma, nel luglio del 64 d.C. Dice che l’imperatore Nerone addossò ogni responsabilità sui cristiani. Dedica due righe a Gesù: «Essi (= i cristiani) prendevano nome da Cristo, che era stato crocefisso ad opera del procuratore Ponzio Pilato, sotto l’impero di Tiberio». Le sue indicazioni sono precise e circostanziate. Ci permetteranno — come vedremo subito — di datare la morte di Gesù. Abbiamo anche altre testimonianze (di Plinio il Giovane in Epistola X a Traiano, di Svetonio in Vita dell’imperatore Claudio c. 25,4, di Thallus il Samaritano) ma quanto abbiamo raccolto già ci basta. Possiamo tirare alcune conclusioni: a) Gesù è esistito. Era un predicatore popolare ed un guaritore. Come afferma Giuseppe Flavio (nel testo autentico), egli è vissuto al tempo di Giovanni Battista (cf Antichità Giudaiche, XVIII, 5, 2; 116-119). Re, per la Galilea, era Erode Antipa, figlio di Erode il grande. Costui aveva avuto il potere da Cesare Augusto, dopo la morte di suo padre, avvenuta il 4 a.C. b) E’ stato respinto dal senato Ebraico (Sinedrio), composto da 71 membri. Questo organismo collegiale era presieduto da Caifa, del partito dei Sadducei, che fu sommo sacerdote dal 18 d.C. al 36 d.C. c) Fu condannato alla croce dal prefetto Ponzio Pilato. Anche di questo personaggio ora conosciamo molto: era dell’ordine equestre; risiedeva abitualmente a Cesarea al Mare. Rappresentava gli interessi di Roma in Palestina. Era comandante militare della regione ed aveva la responsabilità della riscossione dei tributi. Restò in Palestina 10 anni, dal 26 al 36 d.C. d) Morì al tempo di Tiberio Cesare. Costui fu imperatore a Roma dal 14 d.C. al 37 d.C. Successe a Cesare Augusto. In suo onore, in Palestina, venne costruita la città di Tiberiade, sul lago di Galilea. e) La esecuzione avvenne alla vigilia della Pasqua Ebraica. Si tratta allora di trovare quell’anno in cui esistevano contemporaneamente questi personaggi: Erode Antipa, Caifa, Ponzio Pilato, Tiberio Cesare. Si individua poi la data della Pasqua Ebraica, che cadeva il 14 di Nisan. La conclusione è stupefacente: riusciamo a stabilire la data della morte in croce di Gesù: si tratta (molto probabilmente) del 7 aprile del 30 d.C.! Viene così ad essere confermata la convinzione tradizionale che Cristo sia morto attorno ai 33 anni. Era nato infatti il 4 a.C. L’anno di nascita di Gesù fu calcolato, nel 525 d.C., dal monaco Dionigi il Piccolo, sulla base dell’anno di morte di Erode il Grande. La ipotesi era vera e solida. Però il monaco Dionigi pensò che si trattasse del 753 dopo la fondazione di Roma; si trattava invece del 750 dalla fondazione di Roma. Ecco allora il paradosso che è solo apparente: il Cristo è nato il 4 a. C., cioè 4 anni prima di quella data che Dionigi aveva ipotizzato come anno «zero». Sulla base delle testimonianze sopra accennate, noi possiamo fare anche un’altra serie di considerazioni: — ciò che ci raccontano le lettere di Paolo ed i vangeli concorda in pieno con quanto affermato da questi autori «non cristiani». In altre parole gli apostoli, i discepoli non si sono inventati la storia e la persona di Gesù. Guardano dentro gli avvenimenti ma non li falsificano gli autori del Nuovo Testamento non ingigantiscono il «fenomeno Gesù»: secondo loro egli, da piccolo, fa il carpentiere; non esce quasi mai dalla Palestina; subisce il tipo di morte più ignominosa, quella della croce. Dobbiamo ricordare un testo biblico (Deut 21,23) che dice: «Colui che pende dal legno è maledetto da Dio!».
Ma Gesù chi è? Abbiamo collocato Gesù nel tempo e nello spazio. Lo abbiamo inserito nel quadro dei «grandi» suoi contemporanei (Tiberio, Ponzio Pilato, Erode Antipa, Caifa...). Egli pone a tutte le generazioni ed a tutti gli uomini (credenti e non credenti) lo stesso interrogativo: — Voi chi dite che io sia? — (Mt 16,15). Una cosa e sapere che egli è esistito ed un’altra (ben diversa) è afferrare il mistero della sua identità. Chi era in fondo in fondo (Mc 4,41) Gesù? La risposta può essere data a tre livelli: a) «Tu sei un grande uomo!»: sei un modello per la umanità. Insegni la giustizia e l’amore. Sei libero di fronte a tutti. Difendi la causa dei deboli; per loro vai incontro anche alla morte. Questa è l’opinione (oggi) di moltissimi marxisti (Bloch, Machovec, Garaudy...). Essi prendono atto del «fenomeno Gesù» e da ciò che è derivato da lui. A questo livello possono giungere tutti gli uomini che si pongono con serietà di fronte agli indiscutibili dati della storia. b) «Tu sei un profeta!»: sei un uomo mandato da Dio. Questa è l’opinione di Maometto e degli Islamici. Essi raccontano che Gesù è nato miracolosamente da Maria; è stato un profeta dolce e forte; per la parola che ha pronunciata è andato incontro alla persecuzione. Dio lo ha salvato da morte e lo ha assunto accanto a sé (cf Corano sura IV, 156). Questo è anche il parere di molti Ebrei oggi (M. Buber, Klausner, Schalom Ben Corin...) Gesù — a loro parere è il migliore interprete di Mosé, della Legge e dei profeti. Rappresenta dal vivo Israele: è stato chiamato da Dio; ha una missione universale; per questo va incontro ad un perpetuo nomadismo; è perseguitato e crocefisso. Sia Islamici che Ebrei dicono: Gesù è un uomo. Dio è uno solo; non ha figli. Gesù è uno dei profeti; non è messia. c) Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»! (Mt 16,16) A questo livello è giunta la comunità cristiana dopo i tre anni passati con Gesù e dopo la Pasqua. Solo coloro che sono interiormente toccati dallo Spirito (Atti 2,37) possono arrivare a dire: — Gesù è il Signore! (1 Cor 12,5). Per «conoscere» l’identità profonda di questo predicatore popolare crocefisso sotto Ponzio Pilato, è necessario percorrere l’itinerario dei dodici. Essi ce lo hanno descritto in 4 forme cioè nei 4 vangeli (di Marco, Matteo, Luca e Giovanni). Compito odierno della comunità cristiana è «prendere per mano» gli uomini ed accompagnarli in questo percorso di progressiva scoperta del Signore. E la comunità che porta ad ognuno la lieta notizia che è Gesù. La forza dell’evangelo. Quando Paolo è chiamato a specificare il nucleo essenziale della fede cristiana dice: «Vi ho trasmesso anzitutto quello che anch’io ho ricevuto: che, cioè, CRISTO MORÌ per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed E’ RISUSCITATO il terzo giorno secondo le Scritture...» (1 Cor 15,3-4). Ecco IL VANGELO (1 Cor 15,1)! è una notizia bella che riguarda non un fantasma, un «mito», ma una persona precisa, storica, concreta. La chiesa di tutti i tempi notifica che è successo un avvenimento: — Dio ha fatto risorgere quel Gesù che gli uomini avevano ucciso! —(cf Atti 2,23-24). Questa notizia tocca e trasfigura la nostra vita. Dio, facendo risorgere Gesù dalla morte, ha messo il sigillo su tutto ciò che egli aveva detto e fatto. Ha dichiarata preziosa la sua morte. Dalla croce di Gesù è nata per tutti noi la possibilità di essere liberi, di diventare figli nel Figlio. Se Gesù è morto per i nostri peccati ed a causa di noi peccatori, ora noi non siamo più sotto il regime del principe del male; siamo nella comunità della grazia nella quale il Risorto si fa incontro, parla e si dona. La morte non ha più alcun dominio su di noi. La croce di Gesù è pace, riconciliazione tra cielo e terra, tra Dio e gli uomini. Dalla morte di Cristo è nata la vita. Dopo aver collocato Gesù nel tempo e nello spazio e dopo aver udita la lieta notizia su di lui, noi percorreremo la strada fatta dai dodici. Il metodo sarà questo: — ascoltiamo le parole di Gesù, vediamo i suoi gesti per capire chi Egli sia; — percorriamo i suoi misteri (battesimo, tentazioni, predicazione, viaggio verso Gerusalemme, morte, resurrezione) alla luce della comprensione che ne ha avuta la comunità cristiana. Infatti i vangeli sono la «storia di Gesù capita in profondità»; — ci guida la domanda del vangelo di Marco: — Chi è Costui in fondo in fondo? — (Mc 4,41). Le nostre risposte saranno in crescendo: è un portatore di una buona notizia, è un profeta; è un guaritore; è il messia atteso...
Il biglietto da visita
della comunità apostolica. Ecco il biglietto da visita che ci presentano
gli apostoli ed i primi discepoli di Gesù: «Ciò che era da principio, ciò
che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi... lo
annunciamo a voi». Così comincia la prima Lettera di Giovanni Apostolo
(1,1-3). Simon Pietro, Giovanni, Giacomo, Matteo... sono dei comuni mortali, dei
peccatori a cui però si è manifestato Gesù, «Verbo della vita». Si è fatto
loro incontro, ha mutato la loro esistenza. Essi comunicano a noi ciò che hanno
visto ed udito; ci mettono in comunione con il Signore Crocefisso e Risorto e,
mediante lui, ci fanno arrivare a Dio, al Padre. Essi hanno «fissata per
iscritto» la loro ineffabile esperienza, negli scritti del Nuovo Testamento
(Lettere di Paolo, di Pietro, di Giovanni, di Giacomo, di Giuda, 4 Vangeli,
Apocalisse). Prima hanno proclamata a voce la bella notizia: —Quel Gesù che
Ponzio Pilato ha fatto crocefiggere, Dio lo ha fatto risorgere; ha manifestato
al mondo che Egli è Suo Figlio, Suo Cristo! (Atti 2). In particolare, ora, la
comunità apostolica, tramite i nostri genitori ed i catechisti, ci fa conoscere
i 4 vangeli. Essi sono: — 4 viaggi alla scoperta della identità misteriosa
del Signore Gesu; — 4 descrizioni complementari del Volto del Cristo. I «vangeli»
sono una forma letteraria, un modo di scrivere che prima non esisteva. C’erano
le «memorie» ma raccontavano le imprese dei «grandi» ora defunti. I 4
vangeli sono racconti delle opere di Colui che oggi è Vivente, è qui
tra noi. Noi li vogliamo ora valorizzare come strade sicure e sperimentate per
«conoscere Cristo». Ci mettiamo anche noi negli atteggiamenti di Simon Pietro,
di Giacomo, di Giovanni: ascoltiamo le parole di Gesù, vediamo i suoi gesti;
stiamo con Lui per capire chi Egli sia. Come ci dicono i vangeli, la fede nasce
e cresce lentamente. Prima c’è solo una curiosità, poi si sviluppa la
meraviglia; c’è il periodo lungo della crisi. La fede adulta arriva (in modo
imprevedibile) proprio di fronte alla croce. Se percorriamo, in compagnia dei
discepoli, tutto il loro tragitto spirituale, anche noi giungiamo a dire come il
centurione pagano: — Veramente quest’uomo era Figlio di Dio! — (Mc 15,39).
Prendiamo in mano il vangelo di Marco. Esso era offerto come strada per i
principianti nella fede, per coloro che chiedevano il battesimo. Ha la andatura
di un racconto: la «storia di Gesù» procede; Egli progressivamente si rivela;
noi siamo coinvolti in atteggiamenti sempre più impegnativi (vedere, ascoltare,
seguire, perseverare, accogliere la sconfitta della croce...). Il battesimo al
Giordano, le tentazioni. Marco apre il suo vangelo con questa affermazione:
Inizio del vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio, (Mc 1,1). La storia di Gesù
— egli ci dice — è «buona notizia» (= vangelo) per la vita di ogni uomo.
Essa ci fa toccare con mano il passaggio visibile ed umano di Dio tra noi. Ogni
volta che questo vangelo è letto o predicato, è possibile rinascere, «ripartire
come da capo», anche se siamo adulti ed anziani. «Gesù venne da Nazareth e fu battezzato nel Giordano» (Mc 1,9): ecco
la inconsueta ed inaspettata «inaugurazione» della missione pubblica di Gesù.
Egli si mostra come una persona ordinaria che, all’interno di un popolo,
riceve un battesimo di penitenza. Fin dall’inizio, Egli si fa carico dei nostri
peccati. Il suo vero battesimo sarà la morte. Lì si vedrà, in pieno, sino
a che punto è solidale con noi. Marco ci presenta il battesimo come avvenimento
decisivo per il mondo. Lo fa usando delle immagini assai distanti dalla
nostra cultura e dal nostro normale modo di esprimerci. In Gesù — egli
afferma — Dio Padre dà inizio ad un mondo nuovo (L’acqua, la colomba, la
parola richiamano la creazione, cf Genesi 1). Con Gesù riprende il dialogo,
la comunicazione tra il Padre e noi (“si aprirono i cieli”). Gesù è il
Figlio prediletto del Padre perché, già sin dall’inizio, si mette dalla
nostra parte. Lo Spirito sospinge Gesù nel deserto (Mc 1,12). Il
Padre non tiene il Figlio suo a riparo dai rischi, dai conflitti. Gli dà la Sua
forza. (= Lo Spirito Santo) perché si rechi là dove domina Satana. Gesù è
presentato da Marco come l’uomo nuovo, il nuovo Adamo che, obbedendo al Padre,
riporta l’armonia nell’universo. L’uomo, innestato in Gesù per il
battesimo, è in pace con sé, con i suoi simili, con la natura (cf «stava con
le fiere» v. 13). La tentazione dura 40 giorni, cioè tutta una vita. Gesù
saprà scoprire, con la lucidità che gli dà lo Spirito, dove il Padre lo vuole
condurre. Secondo Matteo e Luca, sin dall’inizio, Gesù fa queste scelte: a)
non userà mai il miracolo per risolvere i suoi problemi; b) non chiederà
mai al Padre di essere sottratto alla condizione umana, cioè alla paura, alla
incertezza...; c) non userà mai la violenza; non prenderà mai in mano il potere (Mt
4,1 - 11; Luca 4,1-12).
Il
progetto del Padre diventa realtà (cf
Mc 1,14-28) Con il battesimo, la esistenza di Gesù muta completamente. In
risposta alla chiamata del Padre, Egli lascia Maria, il suo paese, il suo lavoro
di carpentiere. Diventa un rabbi (= un maestro) sempre in viaggio. Non ha
nè casa né beni. Sua unica risorsa è il Padre, che gli fa sentire la Sua
premurosa presenza mediante lo Spirito Santo. Gesù si presenta al suo popolo
nelle vesti del messaggero; porta una bella notizia: — Il regno di Dio
è arrivato! —Oggi Dio interviene nella nostra storia, mediante Gesù,
per liberarci dalla solitudine, dal dolore, dal peccato. Dio passa dalle
promesse (Antico Testamento) alla realizzazione (Nuovo Testamento). Egli ci dà
oggi la capacità di «convertirci», cioè di ritrovare la strada buona per
la vita. Stavamo infatti camminando lungo un percorso sbagliato; Gesù ci
chiama: noi «giriamo sui tacchi», ci voltiamo verso di Lui; ci lasciamo
condurre da Lui. Gesù va in fretta: Egli è la sollecitudine, la tenerezza, la
premura umana del Padre. Si fa incontro ad ogni situazione di sofferenza. Gesù
sceglie 12 persone (Mc 3,16): costituisce un gruppo che, già nel numero,
ha in sé il significato della universalità del progetto del Padre. Il 12
risulta infatti moltiplicando il 3 (la perfezione) con il 4 (i 4 punti
cardinali)! E come dire: ciò che voi udite e sperimentate appartiene a tutti
gli uomini, a tutti i continenti; non potete ritenerlo per voi. Gli apostoli
sono un gruppo quanto mai eterogeneo:
accanto a Matteo, stipendiato dai Romani per riscuotere le tasse, ci sono due «rivoluzionari»,
membri del «partito armato» (gli Zeloti) e cioè Simone il Cananeo e Giuda il
sicario. Il regno di Dio è spalancato a tutti; la opportunità di grazia e di
salvezza non conosce nè barriere né confini. Pescatori (come Simone ed Andrea)
e grandi asceti (come Giacomo e Giovanni discepoli del Battista) sono chiamati a
«stare con Gesù» e ad «annunciare il vangelo» (Mc 3,14-19). Gesù si
inserisce nella vita quotidiana (cf Mc 1,16 «stavano gettando la rete in mare»)
e la cambia dal di dentro “vi farò pescatori di uomini” (Mc 1,17).
Dio, in Gesù, prende la iniziativa; chiama, sceglie, convoca; noi lo seguiamo
(Mc 1,17). Chi accoglie l’invito diventa «chiesa» cioè assemblea radunata
da Dio. Una Parola piena di autorità. La gente, di fronte al maestro Gesù,
dice: Costui ha autorità! — (Mc 1,27). E una affermazione importante. Gesù,
a differenza degli Scribi, non cita mai i suoi maestri: parla in prima persona;
al lebbroso dice: — Io lo voglio, sii guarito! — (Mc 1,41). In modo
perentorio ordina al demonio: — Taci ed esci da costui! —(Mc 1,25). La
parola di Gesù è proprio come quella di Dio: è capace di compiere ciò che
promette. Nei gesti di Gesù si vede l’alba del Regno del Padre ed il tramonto
definitivo della sovranità di Satana. E proprio vero che Gesù è venuto a
rovinare il demonio (Mc 1,24). Nei miracoli di Gesù si vede l’uomo
fotografato al naturale: è malato (Mc 1,32), cieco (Mc 8,22), isterico e non
in possesso delle sue facoltà (Me 5,1-5), paralizzato (Mc 2,1-5), legato a
traffici immorali (Mc 1,13-18). Gesù tocca questo uomo storico e concreto; lo
rigenera, gli spalanca davanti tutte le possibilità che il Padre gli ha date;
lo fa udire e parlare (Mc 7,35), camminare (Mc 2,11-12), vedere (Mc 8,25). Anche
se la persona è in preda ad una morte prematura egli «la prende per mano», la
fa risorgere, la riconsegna ai familiari ed alla vita (Mc 5,23.42). Gesù è la
«commozione umana di Dio» (Me 8,2) che si prende cura della nostra esistenza.
Gesù, sin dall’inizio, compie una serie di gesti sconcertanti: — va da
tutti, parla con tutti — sceglie tra gli apostoli anche Levi uno degli
“impuri” secondo gli Scribi (Mc 2,13-14), — siede a mensa con i peccatori
(Me 2,15-17) — si comporta con molta libertà nei confronti del sabato (Mc
2,23-3,6). Afferma che la persona umana è più importante del culto. Gesù di
giorno annuncia il regno e di notte prega (Mc 1,36). Il segreto di tutto
è la sua comunione con il Padre ad opera dello Spirito santo. Obbedendo al
Padre, Gesù diventa libero di fronte ad ogni istituzione umana: — la sua
famiglia (Mc 3,20.31-35) — i politici (Erode Antipa, gli Zeloti...) — i
sadducei, cioè la classe sacerdotale ebraica — la legge (Mc 3,1-6). Parole e
gesti di Gesù rivelano al mondo che il Padre oggi interviene. Gesù è
l’appello definitivo, ultimativo di Dio alla umanità. Di fronte a Lui si
deve decidere; non è ammessa la neutralità. Secondo il Padre non devono più
esistere gli «esclusi», i «lebbrosi». Tutti sono figli, tutti hanno libero
accesso, mediante Gesù, alla comunità che loda Dio (Mc 1,40-45).
Parabole
e miracoli. Per annunciare e
far sentire presente il progetto di Dio, Gesù si serve di due strumenti: le
parabole ed i miracoli. Le parabole sono storie inventate che invitano gli
uditori a ritrovare dentro la esistenza quotidiana qualche «barlume»
del regno. Ciò che il Padre, mediante Gesù, sta oggi costruendo nel mondo è
simile... — ad un seme gettato dentro la terra; ha in sé la forza di
crescere; produce prima lo stelo, poi la spiga, poi la messe (Mc 4,26-29); —
ad un granellino di senapa; è una realtà del tutto insignificante agli
occhi degli uomini; non ha nessuna particolare evidenza. Eppure contiene
dentro la capacità di diventare albero solido (Mc 4,30-32); — alla semina fatta
senza risparmio e senza avarizia. L’annuncio è proposto a tutti, è presentato
gratuitamente. La risposta degli uomini è estremamente diversificata. C’è
chi accoglie la bella notizia e chi la rifiuta. C’è il distratto, il
superficiale e c’è il contemplativo che custodisce nel cuore la parola divina
(Mc 4,13-20); — è lampada che fa luce; va messa sul moggio in modo che
tutti possano godere del suo chiarore. Chi riceve il regno non deve occultarlo,
privatizzarlo (Mc 4,21-23). Anche i gesti miracolosi di Gesù fanno riferimento
ad un aspetto, ad una dimensione del progetto del Padre. Vanno considerati come
tessere di un mosaico. Ecco allora il quadro che ne risulta: il regno di Dio —
è un invito gratuito ed universale a partecipare alla mensa dei figli;
ivi ci si nutre del Corpo e Sangue del Signore (Mc 6,33-44; 8,1-9); —
è presenza del Risorto sulla barca che è la chiesa. Tutti hanno la
sensazione che si sta andando a fondo, travolti dai problemi, dalle
persecuzioni, dai conflitti interni. Ma c’è tra noi Colui che si è «destato».
Egli è nostra sicurezza (Mc 4,35-41); — è dono della fede che rende luminosa
la vita, aiuta a «vedere chiaramente» nella loro luce persone, avvenimenti (Mc
7,22-26); — è liberazione completa da Satana, colui che ci allontana dagli
altri, ci espropria di ogni umanità (Mc 5,1-10). Siamo proprio sotto il dominio
di una «legione» (Mc 5,9) ma c’è tra noi l’uomo forte» che caccia via
ogni ombra di peccato, di paura (cf Mc 3,22-30). Gesù ci dona il Suo Spirito
fonte di pace, di armonia interiore, di amore fraterno (ivi); — è fondazione
di una famiglia nuova non più legata ai rapporti di sangue (Mc 3,31-35).
Vi si accede attraverso un cammino di iniziazione. La comunità ci cura in modo
particolare; ci separa dai fedeli, ci apre le orecchie alla parola di Dio; ci
apre la bocca perché diventiamo capaci di celebrare le meraviglie del Signore
(Mc 7,31-37); — è superamento di ogni pregiudizio, di ogni barriera razziale,
di ogni fanatismo. Dio non distingue più tra «lontani e vicini», tra «puri
ed impuri». Per lui tutti sono figli; per lui tutti sono commensali alla
Eucaristia (Mc 7,24-30), — è liberazione anche dalla sconfitta estrema degli
uomini, la morte. Senza l’intervento di Gesù noi non sappiamo che
piangere; dopo la sua croce e resurrezione la morte diventa semplicemente un sonno
tranquillo da cui Lui ci desta (Mc 5,39). Anche l’ultimo nostro nemico è
quindi sconfitto da Dio. Scontro aperto tra Cristo e l’anticristo Prima
dell’arrivo di Gesù, Satana era riuscito molto bene a camuffarsi. Di lui si
parla pochissimo nell’Antico Testamento. Dopo il battesimo di Cristo e l’annuncio
della «buona notizia», egli è costretto ad uscire allo scoperto. Grida e
protesta perché la sua fine è ormai sicura (Mc
1,23-24). I miracoli di Gesù
sono la rivelazione dei gesti del Padre, delle sue azioni, del suo stile. Il
Cristo mette in chiaro, una volta per sempre, dove c’è il dito di Dio e dove
si manifesta invece la presenza di Satana o Anticristo.
Azioni
di Satana — Satana
strazia l’uomo; lo fa gridare (Mc 1,26) —
Tiene l’uomo legato, immobilizzato con la malattia (Mc 1,30) —
Crea i pregiudizi in modo che certe persone siano considerate «lebbrose»
e vengano escluse dalla convivenza, dal culto (Mc 1,40) —
Satana, con il peccato, paralizza l’uomo (Mc 2,1-3) —
Fa in modo che i «giusti» si chiudano nelloro cerchio o non si
accostino agli altri (Mc 2,16) — Satana fa in modo che il culto diventi una
scusa per non occuparsi della vita degli uomini (Mc 3,1-4) — Il demonio
ridicolizza Gesù «figlio del carpentiere». Fa in modo che la gente attenda
il Dio dei miracoli (Mc 6,1-6) — Satana fa uccidere Giovanni come prima
aveva fatto uccidere i profeti (Mc 6,21-29) Di fronte a questi gesti di Cristo,
di fronte alle sue scelte, anche noi ci chiediamo come la gente: — Che cosa
sta succedendo? — Chi
è costui al quale anche il mare obbedisce? (Mc 4,4) Azioni di Cristo — Gesù comanda agli spiriti perversi di abbandonare le loro vittime
(Mc 1,25.27) – Gesù si accosta
al malato, lo solleva, lo riconsegna al suo lavoro (Mc 1,31) — Gesù si
muove a compassione di colui che viene escluso; lo inserisce di nuovo nella
convivenza (Mc 1,41-44). — Gesù invita il peccatore ad aver fiducia nel
Padre e gli rimette i peccati (Mc 2,5) — Gesù è il «medico» che cerca i
malati; è la tenerezza di Dio che converte i peccatori (Mc 2,17) — Gesù,
durante il culto ebraico del sabato, guarisce un uomo (Mc 3,1-6). Per salvare
questo uomo va incontro alla croce (Mc 3,6) —
Gesù, a Nazareth, non compie alcun miracolo. Si mostra sempre come «uomo
ordinario». Mostrerà il volto autentico di Dio nella sua sconfitta, la croce.
Gesù si lascia uccidere per mostrarci sino a qual punto Dio ci ama. Così
Egli è il definitivo profeta del Padre.
3.
GESÙ È IL RIVELATORE DEL PADRE
Gesù
parla: su di Lui si decide. L’esistenza
terrena di Gesù è una manifestazione progressiva, graduale del volto e del
progetto del Padre. Con i gesti, con le opere che Egli compie, manifesta la Sua
misteriosa identità. Tutti i gruppi sono invitati a prendere posizione: a) i
parenti credono che egli sia impazzito (Mc 3,21). E troppo grande, per loro,
la sorpresa; è inaudito tutto ciò che egli afferma di sé. Pensavano di
conoscerlo perfettamente ed ora sono sconcertati. Tentano allora di catturare la
sua capacità di far miracoli. Gesù afferma: «Mia vera famiglia sono i
discepoli: si entra in questa comunità viva ed universale attraverso un lungo
itinerario; occorre aderire alla voce del Padre, sedersi ed accogliere la mia
Parola, acquisire la sapienza di Dio!» (Me 3,20-35). b) Gli abitanti di
Nazareth lo considerano ancora e semplicemente il «figlio del carpentiere»
(Mc 6,2). Sono sorpresi della sua sapienza. Pensavano di essere loro la sua origine;
pretendevano di avergli dato tutto. In un secondo momento cercano di tenere
per sé la potenza che Egli ha di operare guarigioni. Senz’altro egli
risolleverà la fama di Nazareth che era uno dei villaggi più disprezzati in
Israele (Gv 1,46). Gesù sa che il regno di Dio è aperto a tutti. L’orizzonte
del Padre non si restringe certo a Nazareth. Il problema vero non è di essere
«compaesani del messia» ma di «credere» in Lui, di accoglierlo come
rivelazione del Padre (Mc 6,1-6). e) Erode Antipa, figlio di Erode il
Grande, lo sorveglia. Teme che egli diventi un agitatore politico e gli crei
qualche fastidio presso i Romani. E preso da una strana ed angosciosa impressione:
forse Gesù è Giovanni Battista risorto dai morti! (Mc 6,16). In Gesù, è Dio
stesso che si avvicina agli uomini. Nelle sue parole e nei suoi gesti si vede
l’alba del regno del Padre. Satana è pienamente individuato; egli ha la
netta sensazione che c’è Uno che è venuto a rovinarlo (Mc 1,24). Man mano
che Gesù si rivela, si acuisce presso i gruppi ed ogni persona la domanda
ineludibile: «Chi è costui in fondo in fondo?» (Mc 4,41).
Chi
vede Gesù conosce il Padre. Gesù
tratteggia con molta precisione la fisionomia del Padre. Egli è colui che
parla ad ogni persona nella profondità della coscienza. Non vuole un
culto di parole ma l’adesione profonda del cuore. Credere significa sentirsi
gratuitamente amati da Lui; conosciuti per nome. La Parola del Padre vale ben più
di ogni tradizione umana. Le nostre «spiegazioni» non possono tradire il senso
di ciò che egli ha manifestato di sé nei profeti e, soprattutto, in
Gesù. La persona si deve mettere con semplicità di fronte a lui senza
mascherarsi. Mettere al centro tante «osservanze» vuoi dire complicare il rapporto
che deve essere quello filiale. Tutte le cose sono belle e positive. Dio le ha
date all’uomo perché da esse tragga alimento e gioia. Non esistono
cose «impure». Solo ciò che esce dalla coscienza dell’uomo può essere
malvagio. Non c’è più la possibilità di distinguere una zona «profana»,
in cui Dio non entra, ed una zona «sacra» in cui Dio entra. Tutto è di Dio;
tutto è stato donato a noi, perché ne viviamo e facciamo vivere gli altri
fratelli (Mc 7). In Gesù, Dio stesso si fa vicino ad ogni uomo; varca ogni
confine. Dio non distingue tra «connazionali» e «stranieri». Queste
sono parole che non esistono nel suo vocabolario. Mediante la comunità
cristiana, il Padre apre le orecchie di ogni uomo perché possa ascoltare la
rivelazione cristiana; apre la bocca ad ogni creatura perché possa lodarlo.
Tutti possono essere introdotti, mediante il battesimo, nel suo universo, ove
tutto è grazia (Mc 7,31-37). In Gesù, Dio è diventato pane cioè
vita per i vicini e per i lontani (Mc (8,1-13). Tutti possono diventare suoi
figli. I pagani non possono più essere considerati «cagnolini» che
raccolgono le briciole alla mensa dei figli di Dio (Mc 7,24-30).
Il
bilancio di Gesù a metà percorso. Siamo
verso il 30 d.C. Gesù per tre anni ha percorso le strade della Galilea e
della Giudea. Talvolta si è fermato nella regione dei Samaritani o ha varcato i
confini della Palestina. Ora si trova a Cesarea di Filippo. E solo con i dodici.
Fa un bilancio della sua affività. Tira le somme. La gente — così gli
riferiscono i dodici — ha capito che Egli è un uomo mandato da Dio; lo
collocano a livello di Elia, Geremia, Giovanni Baffista (Mc 8,27-28). Gesù pone
questa precisa domanda ai suoi: «Voi chi dite che io sia?». Risponde, a nome
degli altri Simone: «Tu sei il Cristo!». Sembra proprio che Pietro (questo
è il nome nuovo che Gesù gli dà) abbia capito tutto e sia arrivato al culmine
dell’itinerario della fede. Pare un credente eppure non lo è. Il termine «messia»,
che Simone adopera, è ancora pieno per lui di richiami militari e politici. Sta
ancora sognando un capo che li conduca al potere, alla vittoria sui Romani.
Gesù dovrà ancora a lungo spiegare le «vie di Dio» che sono assai distanti
dalle attese del popolo, dalle attese degli stessi dodici. Il cammino della
fede si fa imprevedibilmente lungo. Gesù spiega che egli andrà a Gerusalemme,
ma non per ricevere un trionfo: sarà ucciso. Simone si ribella a questa idea
che gli pare assurda: il progetto di Dio non può passare attraverso la
sconfitta e la morte del Suo messia. Gesù è deciso a tirare dritto, lungo la
strada che il Padre gli sta rivelando. Simone è per lui come pietra che gli
blocca la strada (Mc 8,33). Leggendo le Scritture (per es. Is 53 ed il Salmo 21)
Gesù ha conosciuto la volontà del Padre. Egli è Figlio di Dio totalmente
consegnato alla storia, totalmente legato alla condizione umana. Si è rivelato
progressivamente; ha scontentato tutti a tal punto che ormai sta maturando la
decisione dei «capi dei Giudei» di eliminarlo fisicamente. Egli è ora
cosciente di ciò. Non si arrende; non tradisce la causa del Padre, non
tradisce gli uomini. Decide di prendere la strada per Gerusalemme. Vuole
parlare sino in fondo. Lo Spirito del Padre è sua luce e suo coraggio.
Preferisce perdere la sua vita e così salvare noi. Cerca di introdurre i
discepoli in questo suo «segreto». Parla loro ripetutamente della croce (Mc
8,21-33; 9,30-32). Attraverso quella morte vergognosa, Egli entrerà nella luce
del Padre (Mc 9,2-13). D’ora in poi cambierà strategia. Si isolerà dalle
folle; non ricorrerà più ai miracoli. Cercherà di far maturare la fede dei
dodici. Farà loro capire che cosa significa concretamente «andare dietro a lui».
Non c’è alcun potere da spartire; al contrario, si rischia la vita. Come
Gesù, ognuno dei discepoli è chiamato a fidarsi di Dio sino in fondo e a donare
la vita propria per i fratelli (Mc 8,30-36).
Ora
avviene il giudizio di questo mondo. Gesù
è la rivelazione definitiva di Dio. La sua storia sottopone a processo
istituzioni e persone. Toglie la maschera e mostra la verità ad ogni uomo.
Tutte le realtà assumono, dopo la sua croce e resurrezione, un significato
nuovo: • Il matrimonio (Mc 10,1-12) è riportato al suo orizzonte
genuino ed originario: il progetto del Padre. Marito e moglie sono interpreti,
qua sulla terra, della fedeltà di Dio. Il Padre, in Gesù, ci mostra il suo
amore tenace, ostinato. Dio, in Cristo, ci ama senza ripensamenti, senza
condizioni. Chi si sposa «nel Signore» si mette in questo orizzonte della
pasqua di Gesù, suprema rivelazione della indissolubile fedeltà del Padre
all’umanità, sua sposa. • I beni (Mc 10,17-31) non possono più
essere la nostra ragione di vita. Sono realtà di cui disponiamo per la nostra
esistenza e per la vita dei nostri fratelli. Dopo l’arrivo e la pasqua di
Gesù, ci sarà addirittura qualcuno che venderà tutto, lo darà ai poveri, si
fiderà giorno per giorno del Padre; si metterà a tempo pieno a servizio del
vangelo. Per gli uomini questo è assurdo ed insensato; per chi si mette
nell’orizzonte del progetto del Padre è una gioia, un grande affare. •
Anche l’autorità è ridimensionata (Mc 10,35-45) alla luce della croce
di Gesù (Mc 10,33-34). I «grandi della terra» spradroneggiano sugli uomini;
dispongono arbitrariamente della vita altrui; esercitano il potere sui deboli.
Vero trono di Cristo è la croce (Mc 10,35-38). Sua massima gloria, sua
realizzazione è perdere la sua vita per gli uomini. Egli non è venuto
per essere servito ma per servire; il suo servizio sarà, tra poco, la croce.
Lui che è il «capo», ci precede lungo questa linea. Lui è il «redentore»
cioè il parente prossimo che paga il riscatto per la nostra libertà (Mc
10,35-45). • Gerusalemme stessa, con l’ingresso di Gesù (Mc 11,1-11)
è sottoposta a giudizio. Stavolta Gesù non viene come pio Israelita per fare
le sue devozioni al tempio. Entra come re messianico che dice, anche sulla «città
santa», la parola definitiva del Padre. Sa che lo uccideranno ma egli non si
sottrae a questo. Il suo ingresso in città è l’estremo tentativo di parlare
al cuore di Gerusalemme. Spera ancora che i Sadducei (= i sacerdoti), i capi
del popolo, i maestri comprendano. Si augura ancora che sappiano riconoscere in
lui la visita del Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe. Viene come re pacifico,
seduto sopra un asino. Dovrà, con molta amarezza, riconoscere che Gerusalemme
è come fico sterile, albero fatto oggetto di tanta tenerezza da parte
del Padre che non ha portato alcun frutto (Mc 11,12; 14,20-25). Si troverà, di
fatto, di fronte a vignaioli (Mc 12,1-12) che, dopo aver ucciso i profeti,
vogliono eliminare il Figlio stesso di Dio. L’ostinazione di Israele non
bloccherà il progetto del Padre; avrà anzi l’effetto di manifestare l’universalità
del suo progetto. Gesù morirà per tuffi gli uomini, di tutti i popoli. • Gesù
dice la sua parola autorevole anche sul tempio. Scacciando via i
cambiavalute ed i venditori, ne blocca l’intero meccanismo e funzionamento.
Attraverso il suo corpo crocefisso e risorto, ogni essere umano potrà avere
libero accesso al Padre (Mc 11,15-18). Gerusalemme ed il tempio finiranno (Mc
13). Sono delle istituzioni destinate a morire. Hanno svolto una loro funzione.
Ora sono superate dal «Figlio dell’uomo» che dona la sua vita per gli esseri
umani. Lui solo resta; lui solo è eterno. La sua croce è l’avvenimento più
importante della storia: persone ed avvenimenti si devono regolare su di Lui (Mc
13,14-27). Vera gloria è la sua sottomissione alla sofferenza per amore di Dio
e per amore degli uomini. Nei momenti dell’oscurità e della persecuzione i
credenti in Cristo non devono temere. Sono invitati piuttosto a riconoscere
che in loro si attua la croce del Signore. Come la morte di Gesù è fonte di
vita, così la sofferenza di chi spera in Lui.
Il
significato del tempo presente. Nel
cap. 13 l’evangelista Marco offre ai discepoli la «chiave di lettura» per
sapersi orientare nei tempi difficili, di disorientamento generale. Alcune
cose che Gesù dice si riferiscono alla guerra giudaica del 70 d.C., conclusasi
con l’assedio di Gerusalemme e l’incendio del tempio. Ma quello è solo il
punto di partenza. Gesù ci premunisce anche contro tutti gli «indovini da
strapazzo» che pretendono di saper qualcosa di preciso sulla fine del mondo:
«Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli
angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre!». L’affermazione non
lascia dubbi di sorta. Gesù stesso, mentre vive nella condizione umana (cioè
fino alla sua morte) non conosce quella data: si fida del Padre; lascia a Lui
ogni decisione in merito. Di che cosa ci parla allora il cap. 13? Gesù non fa
un discorso sulle realtà che verranno alla fine; ci invita a vedere invece,
sin d’ora e nel tempo presente, le realtà che ci hanno già introdotto nel
mondo del Padre. Gesù con la sua croce e resurrezione è l’avvenimento
decisivo, ultimo, in cui Dio si è pienamente rivelato e donato al mondo. Nulla
ci potrà separare da lui neanche la morte. Lui è con noi e sarò con
noi. Tutto il resto non ha la sua consistenza, la sua importanza. Il problema,
per i cristiani, non è quello di sapere se il mondo durerà a lungo o si
consumerà presto. Questo interrogativo interessa di più gli scienziati. La
fede non dice nulla in proposito. L’essenziale — per il vangelo — è
offrire dei criteri per leggere in profondità il presente, per viverlo
alla luce della pasqua di Cristo. La storia cammina verso una sua conclusione
positiva. Essa è già piena della presenza del Signore risorto. Il credente
Deve avvertire questo e «non temere» (Mc 13,7.11). Tutta la nostra esistenza
è attesa non della fine del mondo ma del ritorno glorioso del Signore
Gesù (Mc 13,26). Questo è l’avvenimento che noi aspettiamo e che dà
coraggio anche nelle sconfitte, nelle persecuzioni. Per questo ogni giorno c’è
da vigilare, da stare pronti (Mc 13,33-37) giacché la Sua venuta è
nella quotidianità. Non ama farsi precedere —come invece sostengono alcuni
(Mc 13,5.21) da fatti sbalorditivi. Non ha bisogno di questo. Gesù viene in
ogni fratello bisognoso (Mt 25,40).
4.
PASQUA DI GESU’: RIVELAZIONE PIENA DEL PADRE
Gli
avvenimenti decisivi. Ci
siamo posti in cammino, seguendo la traccia del vangelo di Marco. Ci chiediamo:
dove Dio si rivela pienamente a noi? C’è un avvenimento che ce lo rappresenta
dal vivo? Qual è il fatto di fronte al quale ci è dato di conoscere Gesù in
profondità? Tutte queste nostre legittime domande trovano una risposta nei
capitoli 14-15-16 di Marco. Abbiamo qui il primo strato della sua opera. E’
una narrazione ben strutturata che serviva per raccontare la storia di Gesù e
per celebrarla nella liturgia. L’evangelista sta ai dati della storia; non li
falsifica. Ma egli ha gli occhi resi intuitivi dall’incontro con Gesù risorto
(Lc 24,31). Mentre narra interpreta. Ogni piccolo particolare nasconde
significati imprevedibili. Il progetto del Padre raggiunge qui il suo culmine.
Dio si manifesta totalmente nella fine ingloriosa del Figlio suo. Ciò che è
assurdo agli occhi dei superficiali è gloria, gioia per la comunità. La morte
di Gesù è lieta notizia giacché è affrontata per amore. Da essa nasce
tutto (la fede, il battesimo, la missione, l’Eucaristia della chiesa, la
speranza per ogni essere umano). La narrazione procede a scene. Leggiamola per
celebrarla poi nella liturgia e nei pii esercizi (Via crucis, digiuno ed
astinenza del venerdì; misteri dolorosi del rosario).
Su
Gesù si fa la scelta suprema (Mc
14,1-11) C’è un complotto contro Gesù. Matura, nell’oscurità, la
decisione di ucciderlo. Si rifiuta il suo annuncio, la sua interpretazione del
volto di Dio. Gesù è cosciente che tutto questo sta accadendo. Va incontro
liberamente alla sua morte; per lui questo è il momento supremo del suo
vivere-per-il-Padre. Viene ucciso per le scelte che ha fatte, per le cose che ha
detto: la vita di un uomo è più importante del sabato (Mc 3,3); la Parola di
Dio non può essere cancellata dalle tradizioni umane (Mc 7); la riconciliazione
con il proprio fratello ha la priorità sul culto. Gesù non ha scelto di
morire. La croce è nata anzitutto dal peccato degli uomini. Sotto la sua
condanna a morte si possono mettere firme precise: Caifa, Giuda, Pilato, il
partito dei Sadducei... Questi gruppi o queste figure sono l’apparire visibile
del «peccato del mondo» (ipocrisia, ragion di stato, volontà di mantenere a
tutti i costi il potere, vigliaccheria...). La condanna di Gesù non è
storicamente addebitabile al popolo di Israele come tale. Dipende invece da un
gruppo ben identificato, quello dei sacerdoti ebraici, cioè dei
Sadducei. In particolare è il loro capo Caifa che fa pendere la bilancia del
tribunale (il Sinedrio) contro Gesù. Egli è venduto ai Romani; da loro ha, con
i denari, «acquistato» la dignità di sommo sacerdote. I capi hanno paura
della folla; attendono l’occasione buona. Ognuno dei personaggi in gioco è
libero. Dentro un progetto di morte, (architettato da Caifa, Giuda, Pilato), il
Padre realizza il suo progetto di Vita. Queste persone «consegnano» Gesù (vv.
10-11): è Dio stesso che consegna suo Figlio alla storia. Sul Cristo si fa la
compravendita (vv. 5.11). Tutti dispongono di lui. Su di lui si fa la scelta
suprema. C’è chi, come la donna anonima di Mc 14,3, si mette ai suoi piedi,
esprime la sua devozione. C’è chi, come Giuda, lo vende. Alcuni fanno di
tutto per trovarlo; altri cercano soprattutto di disfarsene. Alcuni credono al
dono gratuito, frutto della tenerezza; altri denunciano lo spreco (Mc 14,4).
Alcuni amano e basta; altri cercano di cavare da ogni rapporto umano il massimo
di interesse. La storia di Gesù è indispensabile, ora, per capire la storia
universale degli uomini.
La
morte di Gesù è vera Pasqua (Mc
14,12-31) Arrivata la pasqua ebraica, la solennità della luna piena di
primavera. Ci si prepara ad uccidere l’agnello secondo il rituale previsto in
Esodo 12. Ma, di fronte a ciò che Gesù sta per vivere, si ha l’impressione
che la liturgia ebraica abbia esaurita del tutto la sua funzione. Gesù è il
vero agnello, la vera vittima che sarà uccisa (Mc 14,12.16). Comincia un nuovo
esodo; c’è tra noi un passaggio di Dio ben più decisivo ed efficace. Vera
Pasqua è la morte che Gesù affronta coscientemente, liberamente. Un’epoca si
chiude e se ne apre un’altra. Si consuma l’agnello al calar del sole. Gesù
svolge le normali funzioni di un padre di famiglia. Presiede questa liturgia
fatta in casa. Narra le meraviglie del Dio vivente; spezza il pane della
afflizione; fa passare il calice del vino. Ma, nel bel mezzo della celebrazione,
compie un gesto di tipo profetico. Spezzando il pane e facendo passare il calice
«mima» la sua morte. Dice: «Prendete e mangiate: questo è il mio corpo» (Mc
14,22). Sul calice pronuncia queste parole: «Questo è il mio sangue, il sangue
della alleanza versato per tutti» (Mc 14,24). I discepoli capiranno il senso di
tutto questo dopo la sua resurrezione. Gesù afferma di essere “corpo
donato” per la vita del mondo. Morendo e risorgendo egli diventerà pane cioè
vita; diventerà vino cioè gioia. In quel gesto di spezzare il pane e
far passare il calice Gesù sintetizza tutta la sua vita: «Ha sempre amato i
suoi; ora dà loro il segno supremo dell’amore» (Gv 13,1). La sua esistenza
è stata talmente dono agli altri da diventare ora morte per gli altri. Il
Figlio di Dio è tutto dono; nulla tiene per se. Ha ricevuto tutto dal Padre.
Vive in funzione di Dio ed in funzione degli uomini, oggetto dell’amore
paterno di Dio. D’ora in poi «spezzare il pane» e «far passare il calice»
diventerà il gesto con cui i cristiani annunciano al mondo la morte del Signore
finché egli ritorni (lCor 11,26). Mangiando di Lui e bevendo di Lui, i credenti
formano una fraternità inenarrabile: il «sangue» del Figlio di Dio è loro
sangue. Tutti, così, prendono parte alla sua croce, in attesa di prendere
pienamente parte alla sua resurrezione. Gesù annuncia la sua morte in un clima
di totale indifferenza e di estraneità da parte dei discepoli. Uno che intinge
allo stesso piatto si prepara a tradirlo (Mc 14,18). Simone ostenta la propria
sicurezza: «Anche se tutti saranno scandalizzati io non lo sarò!» (Mc 14,29).
Tuffi i discepoli sono «distanti» da lui. Di fronte alla verifica dei fatti,
scapperanno tutti. Viene per Gesù, ma anche per loro la notte decisiva (Mc
14,27): ciascuno appare allora nella sua realtà più profonda: eroe o
traditore, coraggioso o infingardo.
Il
Getsemani e l’arresto (Mc
14,32-52) Su Gesù piombano, nel podere del Getsemani, paura ed angoscia. E’
veramente il confronto diretto e spietato tra Lui e la propria fine. I tre
discepoli (Giacomo, Giovanni, Simon Pietro) già testimoni di altre esperienze
fondamentali come la resurrezione della figlia di Giairo (Mc 5,37) e della
trasfigurazione (Mc 9,2), dormono (Mc 14,37). Non si sono resi conto di nulla.
Sognano ancora il messia glorioso; aspettano ancora la spartizione del potere
(Mc 10,35-45). Contro la sua mortale paura (Mc 14,34), Gesù trova conforto
nella preghiera. E’ solo con il suo «abba»; chiama così Dio, con la
confidenza di un bambino. Presenta al Padre la sua realtà ed i suoi desideri.
Non vuole morire, ma accetta di conformarsi alle decisioni del Padre. Dio non
gli toglie il calice da bere (v. 36), non lo esonera dalla morte. Gli dà lo
Spirito perché abbia il coraggio di andare sino in fondo. E’ l’ora in cui
il Figlio dell’uomo è consegnato nelle mani dei peccatori. Qui si sta
giocando tutto. Dietro le «comparse» (Giuda, Caifa, Simone, Pilato...), ci
sono i «grandi protagonisti», il Padre e satana. Si decide l’avvenire del
mondo. Un gruppo di guardie, mandate dal sommo sacerdote, si impadroniscono di
lui (Mc 14,43). Per farlo riconoscere Giuda lo bacia: il tradimento si compie
proprio mediante il gesto massimo dell’amicizia (Mc 14,44-45). Simon Pietro
estrae la spada: pensa di battersi per un futuro capo politico come il partito
degli Zeloti immaginava il Messia. Gesù ha un orizzonte ben più vasto: Egli
è certo che, attraverso queste vie tortuose, il Padre realizzerà le sue
promesse, il suo progetto. Egli fa notare come siano venuti «di notte» ad
arrestarlo: il potere ha bisogno di oscurità per coprire i suoi misfatti. Gli
servono molte persone (come Giuda) che si possano comprare, ricattare. Il potere
le usa e poi, con disinvoltura, se ne libera (cf. Mt 27,3).
Il
processo davanti al Sinedrio (Mc
14,53-72) D’ora in poi Gesù diventa un «complemento oggetto»: lo conducono
dal sommo sacerdote (Mc 14,53), lo interrogano (v. 61), lo percuotono
e lo schiaffeggiano (v. 65). Gesù subisce il processo da parte del
Sinedrio. Esso è il supremo tribunale ebraico. E composto da 71 persone, 70
membri più il presidente. Caifa è il sommo sacerdote. Il processo è
frettoloso, notturno. Rimbalzano contro Gesù alcune accuse: «Costui non
crede nell’importanza del tempio». Le istituzioni tentano di difendersi di
fronte alla rivelazione piena e definitiva del volto del Padre. Gesù è
invitato, paradossalmente, ad accusare se stesso. Egli non fa che ribadire la
propria incondizionata fiducia nel Dio di Abramo, nel Dio dei padri. Proprio
attraverso la morte, Egli apparirà come Figlio dell’uomo che sta alla destra
di Dio (cf. Dan 7). Il sommo sacerdote si straccia le vesti. Dio non può
rivelarsi in un uomo appeso ad un legno (Deut 21,23). Siamo di fronte allo
strappo definitivo del «vestito vecchio», dell’antica alleanza (cf. Mc
2,21-22). Nella croce di Gesù ci sarà il superamento della legge, del
tempio, del sacerdozio ebraico. In quell’avvenimento apparirà tutta la
benignità e condiscendenza di Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo.
D’ora in poi, Dio andrà cercato non in chi condanna ma in chi è
ingiustamente condannato; non in chi detiene il potere ma in chi ne resta
vittima innocente. La persona di successo ha tanti fans, tanti ammiratori e
seguaci. Gesù non ha amici. Nessuno lo conosce, nessuno è dalla sua parte.
Anche Simon Pietro rinnega il maestro. Non è in grado di riconoscere il Cristo
(Mc 8,29) in quell’uomo indifeso, deriso, condannato a morire. Non è ancora
maturato abbastanza. Disgiunge ogni sua responsabilità rispetto a Gesù.
Giura tre volte nel nome del Dio vivente di non averlo mai visto. Non ha né
vegliato, né pregato; per questo è caduto in tentazione (Mc 14,38). La strada
del discepolo è parallela rispetto a quella del maestro. Anche Simone subisce
il suo processo da parte della gente comune. L’interrogativo che anche a lui
viene posto è «chi è Gesù?». La differenza è notevole: Gesù si proclama
Figlio dell’uomo che, mediante la croce, è assunto accanto al Padre. Per
Simone, Gesù è uno di cui ignora persino l’esistenza. All’ora del
sacrificio, Pietro ricorda due cose: il suo tradimento e la parola di Gesù.
Scoppia in un pianto che si protrarrà per anni. Ha scoperto che l’amore di
Gesù è ben più grande del suo peccato (Mc
14,72).
Il
processo davanti a Pilato (Mc
15,1-20) Gesù è sottoposto ad un nuovo processo di fronte a Pilato. Costui è
procuratore di Roma dal 26 al 36 d.C. Risiede normalmente a Cesarea al Mare, per
controllare meglio tutta la regione e per essere in contatto con le navi di
Roma. A Pasqua viene a Gerusalemme. Vuole rendersi conto di persona della
situazione. Si stabilisce nella Torre Antonia, accanto al tempio, ove c’è la
legione romana. I Giudei non potevano eseguire condanne a morte; devono quindi
passare attraverso l’autorità civile. E’ chiaro che, di fronte a Pilato,
devono cambiare le carte in tavola: presentano Gesù come un agitatore
politico (Lc 23,2). Il procuratore si accorge con facilità che Gesù non è del
«partito armato», cioè del movimento degli Zeloti. Vede, davanti a sé, una
persona mite, che rifiuta persino di difendersi. Certo Gesù è re ma non
come Cesare che dispone in modo arbitrario ed assoluto della vita degli altri
(cf. Mc 10,42-45). La folla preferisce Barabba, un ribelle che durante una
sollevazione popolare ha ucciso (Le 23,19). Nessuno può fare il tifo per un
perdente. Nessuno si può identificare con un «fallito». Tutti a gran voce
gridano: «Crocefiggilo!». Gesù subisce la flagellazione romana, quella che
non poteva subire un cittadino libero (Atti 22,25). Il gioco crudele dei soldati
ha l’effetto di rivelare quanto e come Gesù sia re: egli va tutto solo alla
morte perché i suoi siano salvi; ha una corona di spine ed un manto di porpora
(Mc 15,17). Suo trono sarà la croce. Alla sua destra ed alla sua sinistra (come
primi ministri) ci saranno due assassini. Non dispone di nulla; tutti dispongono
di Lui. Gli sputano addosso, gli percuotono il capo con una canna. Tutto questo
è follia per gli uomini (lCor 2,12-15): è motivo di emozione per l’uomo che
contempla il tutto con gli occhi della fede. Il «potere» di Gesù è la sua
libera volontà di amare sino in fondo. Dio ha assunto la forma di servo, per
risanarsi alla radice dalla volontà di strumentalizzare gli altri soprattutto i
deboli e gli indifesi.
La
crocifissione (Mc 15,21-47)
Pilato si fa portare una tavoletta di cera e con uno stilo di ferro vi scrive
queste precise parole: Ibis ad crucem, andrai alla croce. Scrivendo,
si può uccidere. Un centurione con 4 soldati deve eseguire la sentenza. Uno dei
soldati reca il cartello su cui è scritta (in 4 lingue) la motivazione della
sentenza capitale. Ci sono 3 condannati quel giorno. Ognuno di loro deve «portare
la croce» ma solo la parte orizzontale. Quella verticale (alta circa tre metri)
è già saldamente piantata sul luogo dell’esecuzione. Gesù non riesce ad
arrivare in cima al colle chiamato Golgota. Il centurione ed i soldati
costringono a portare la croce al posto di Gesù un passante, un certo Simone di
Cirene. Egli non è il martire, non è l’eroe; è solo e semplicemente un «povero
diavolo». Eppure anche per lui c’è posto nella storia di salvezza. Veri
discepoli non sono quelli sicuri di sé (come Pietro) ma quelli ribelli,
reniteni, costretti dalle circostanze a prendere una croce che loro mai
avrebbero voluta. Giungono sul posto,
sul Calvario, che è un cucuzzolo tondeggiante fuori del recinto della città.
Il condannato a morte ha due diritti: bere la droga (vino molto mirrato) e
dedicare la propria morte a qualcuno. Gesù rifiuta la droga: vuole morire
lucido e consapevole. Dedica la morte a coloro che lo uccidono (cf. «Padre,
perdona loro perché non sanno quello che fanno» in (Lc 23,34). I soldati
inchiodano i tre condannati nel metacarpo; poi li innalzano con forche e scale
sulla croce. Così le vittime restano appese tra cielo e terra. La morte arriva
lentissima per asfissia, dissanguamento o tetano. Marco sorvola sui particolari
di questo «terribile supplizio» come lo definisce Cicerone; dice
semplicemente: «lo crocefissero». Come «paga» del proprio lavoro i soldati
si dividono le vesti dei condannati. Sul capo di ognuno di loro è issato il
cartello con la condanna. Due assassini sono crocefissi con Gesù e come Gesù.
Egli è il Figlio di Dio: eppure va a morte come i due colpevoli. Dio non
interviene a fermare l’esecuzione. Gesù è veramente «consegnato alla
storia», «consegnato ai peccatori». Il Figlio di Dio assume anche la
situazione estrema del nostro vivere, il morire; la sua solidarietà raggiunge
il vertice. Dal punto di vista degli spettatori, anche Dio ha messo la sua firma
per questa condanna. Gesù invano si è fidato di Lui. Gli uomini di quel tempo,
infatti, abbinavano la disgrazia al peccato. A Gesù capita la massima delle
disgrazie: questo è perché si è messo contro Dio. «Gesù — affermano i
suoi derisori — ha offeso il tempio; ecco perché è finito lì!». Le
affermazioni della comunità cristiana, illuminata dallo Spirito, dicono
esattamente il contrario: stando in croce, Gesù ci salva. Egli ha
scelto di salvare altri e non salva se stesso. Il Padre è solidale con lui e
con noi. Non lo tira via dalla croce; lo lascia dentro la storia. Anche lui «non
risparmia il Figlio suo» (Rom 8,32). Dio, in Gesù, si fa carico di ogni
ingiustizia, di ogni ipocrisia. Gesù è come il redentore (Mc 10,45) cioè
il parente più prossimo che versa la somma per riscattare, per rendere libero
un suo familiare. Questa è veramente l’ora delle tenebre (Mc 15,33). Sembra
proprio che satana stia trionfando. Ma questo è anche, contemporaneamente, il
giorno del Signore (Amos 8,9). Agli occhi del mondo tutto sembra finire. Eppure
in quell’avvenimento c’è la primavera di Dio, la possibilità per tutti
di rinascere. Il velo del tempio si squarcia in due da capo a fondo (Mc 15,38).
E’ finito un modo di vedere Dio; ne inizia un altro. Dio non si nasconde più
(come pensavano i Giudei) dietro il velo del tempio. Non abita più in una
stanza inaccessibile (chiamata sancta sanctorum). In Gesù, Dio si è
pienamente rivelato e donato al mondo. Egli si è fatto vicino ad ogni uomo
deriso, calpestato. Non c’è più separazione tra Dio e noi. Attraverso la
morte, Gesù ha raggiunto, anche con il suo corpo, la «casa del Padre» (Gv
14,1-6). Contemplando la croce si scopre chi è Dio: Dio è amore (lGv 4). Il
Padre è disinteresse puro, ama e basta; ama senza chiedere nulla in compenso.
Dalla morte di Gesù nasce ogni vita. Il Cristo muore pregando (Mc 15,34):
recita tutto il salmo 22. In esso esprime il suo dramma, ma anche la sua
incrollabile fiducia in Dio. Di fronte alla croce il nostro itinerario ha
termine: abbiamo la risposta alla nostra domanda iniziale: «Chi è Gesù?».
Con il centurione possiamo dire: «Veramente quest’uomo è il Figlio di Dio!».
E la sua morte a rivelarcelo: nessuno si può fidare a tal punto di Dio.
5. UNA FEDE CHE CRESCE
Da
quella morte è nata una vita. Possiamo
iniziare le nostre riflessioni con alcune domande che ci servano da guida: da
quale fatto ha avuto origine la fede cristiana, quella che ci hanno tramandata i
nostri nonni, i nostri genitori? qual è stata la scintilla che l’ha fatta
nascere? La risposta non è misteriosa. Tutto è nato dalla morte di Gesù
e dopo la morte di Gesù. Prima del 7 aprile del 30 d. C. non si può
parlare di «fede in Cristo». «Il cristianesimo è l’unica religione al
mondo che sia nata dalla morte di un uomo», così giustamente afferma lo
storico marxista Milan Machovec. Si pensa forse che la fede giunga dai miracoli
e di fronte ai miracoli. Qualcuno è proprio dell’idea che, di fronte a
Lazzaro che esce dal sepolcro (cf. Giovanni 11), non rimanga altro che dire: «Signore
io credo; tu mi hai costretto con l’evidenza dei fatti!». Marco (e gli altri
evangelisti) la pensano in modo ben diverso! I loro «racconti» ci mostrano che
Gesù non ha concluso nulla con i prodigi che ha compiuto; non è neanche
riuscito a cambiare la mentalità dei dodici, dei discepoli. Nella migliore
ipotesi, i miracoli (per es. quello della moltiplicazione dei pani) conducono al
fanatismo (Gv 6,15). La fede nasce contemplando la croce e comprendendola
alla luce della risurrezione. Il centurione romano (Mc 15,39) è l’espressione
della comunità cristiana, persuasa dallo Spirito, dono di Gesù risuscitato.
Di questo pagano il testo dice: «Vistolo spirare in quel modo disse:
“veramente quest’uomo era figlio di Dio!”». Tanti hanno visto il
crocefisso. Solo coloro a cui lo Spirito ha come «trafitto il cuore» (At 2,37)
capiscono chi Egli sia. Per gli osservatori superficiali la morte di Gesù è
fallimento totale, abbandono da parte degli amici, delle autorità e di Dio.
L’evangelista Marco che ha gli occhi nuovi illuminati dagli incontri con il
Signore Risorto (Lc 24,31) contempla la morte di Gesù come: — manifestazione
suprema del volto di Dio (il velo del tempio si scinde). Dio si fa incontro in
Gesù ad ogni creatura, la raggiunge; — coerente compimento dell’esistenza
terrestre del Cristo. Egli è vissuto da Figlio e da Figlio muore. Riconsegna al
Padre il suo fiato. Si è talmente occupato della causa di Dio da non occuparsi
più del suo futuro; — suprema solidarietà di Dio con gli uomini. Gesù si è
fatto carico del grido (Mc 15,37) di ogni uomo, di quello di Abele, di quello di
Giobbe e di ogni creatura che piange. Dio non ha salvato suo Figlio. Lo ha
donato a tutti noi; — sconfitta definitiva di Satana. Il demonio è il
principe della morte; si trova di casa dove regnano le tenebre, dove
l’innocente è ucciso, dove una speranza finisce. Gesù lo ha affrontato
proprio su questo terreno. Ha vissuto la morte filialmente. Ha redenta,
illuminata anche questa fase delicata ed estrema del nostro vivere. Morto
pregando, professando che il Padre era suo Dio (Mc 15,34).
Incontri che trasformano. Quando e chi ha fatto brillare questa luce nuova nei discepoli? La risposta è nascosta in Mc 16 e negli ultimi capitoli degli altri vangeli (Mt 28; Lc 24; Gv 20-21). Ma già numerosi segnali sono lanciati da Mc 15,40-47. C’erano alcune donne che stavano ad osservare da lontano, fra le quali Maria di Magdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Joses e Salome (Mc 15,40). Sono mostrate come le vere discepole. Il loro passato non è necessariamente edificante: Maria di Magdala è colei da cui Gesù ha cacciato 7 demoni (Mc 16,9). Hanno percorso l’iter giusto: hanno seguito il Signore sin dalla Galilea, lo hanno servito (15,11); sono salite con lui sino a Gerusalemme. Hanno profumato già il suo corpo per la sepoltura (Mc 14,3). Ora contemplano la croce (Mc 15,40) o il sepolcro (Mc 16,4; 15,47). Sono il gruppo dei deboli. Per loro quello è il punto più oscuro della situazione: sembra proprio che tutto sia finito. Dio darà loro l’appuntamento per farle divenire primo germoglio della chiesa dell’amore. Sopraggiunge la sera (Mc 15,42): è il momento della Pasqua ebraica; al calar del sole si uccide l’agnello. C’è aria di vigilia; c’è un’enorme aspettativa. Dopo la morte di Gesù, l’Eucaristia sarà celebrazione della pasqua vera e, per prendervi parte, bisognerà come Giuseppe d’Arimatea, venire a chiedere (alla chiesa) il corpo di Gesù (Mc 15,43). Per le varie autorità, sembra proprio che sul «caso Gesù» si possa mettere la parola «fine». Il Cristo che, per certificazione esplicita del centurione è già morto (vv. 43-45), viene avvolto in un lenzuolo; lo si mette dentro una tomba; vi si fa rotolare contro una gran pietra (v. 46). Trascorre il sabato (Mc 16,1): esso non sarà più il giorno del Signore. Dio, compiendo la resurrezione del Figlio Suo, supera ampiamente le meraviglie operate nel passato. Il calendario ebraico non basterà più. Il giorno della resurrezione sarà il primo dei giorni, quello che segna un’epoca nuova della storia (Mc 16,2). Marco ci presenta una scena in tre atti che ci dà poi la chiave per capire le esperienze fatte dai discepoli a partire dal primo giorno dopo la Pasqua ebraica. a) Le donne vanno ad imbalsamare un morto; vogliono prolungare il ricordo di colui che era ed ora non è più. Per loro Gesù è definitivamente assente; b) il masso è ribaltato; vedono un giovane vestito d’una veste bianca; provano paura; ricevono un annuncio inaudito: «Il crocefisso è vivente!», sono mandate a dare la lieta notizia ai discepoli ed a Pietro; c) Le donne fuggono dal sepolcro; non dicono nulla a nessuno per paura. Questa scena in tre atti è la testimonianza più onesta di ciò che si è verificato all’interno del gruppo dei dodici e dei discepoli subito dopo la croce. L’aria che si respira è quella della mobilitazione generale: tutto è finito; tutto è sepolto, non resta che piangere e rimpiangere. Ognuno torna a casa sua; la compagnia si scioglie (cf. discepoli di Emmaus in Lc 24). Si verificano però una serie di esperienze (noi le chiamiamo apparizioni) vere, profonde ma non di carattere visivo e uditivo. Chi le vive, però non crede ancora che ciò che è impossibile agli uomini sia possibile a Dio (Lc 1,37). Prime protagoniste sono le donne. Dio vince gradualmente la loro paura, la loro reticenza. Lo Spirito scioglie loro la lingua: parlano (Lc 24,9); la loro testimonianza non è ritenuta né valida né sufficiente (Lc 24,22). L’unico fatto accertato, visibile e tangibile è il sepolcro vuoto. Le apparizioni si ripetono; le vivono Simon Pietro e Giovanni (Gv 20,1-9), gli undici del cenacolo (Gv 20; Lc 24), i discepoli sul monte (Mt 28,16). Intanto tutti scrutano le Scritture per rendersi conto di ciò che è avvenuto (che senso ha la croce?) e di ciò che sta avvenendo. La fede cresce man mano che ciascuno racconta agli altri ciò che ha sperimentato (Lc 24,33-35). Nascono queste certezze dopo la lunga catena dei dubbi e delle perplessità (Mc 16,8.11.14): — Dio Padre ha ribaltato la situazione di Gesù (cf. «la pietra è stata rotolata via» di Mc 16,4). Egli è risultato vincitore sulla morte (cf. l’angelo che siede sulla tomba in Mt 28,2). Gli uomini hanno dichiarato Gesù colpevole; lo hanno crocifisso; Dio lo ha fatto risorgere da morte; lo ha dichiarato suo Messia, Suo Figlio; lo ha posto alla sua destra come Signore della storia (At 2,36). — Colui che, in modo nuovo (Mc 16,12; Le 24,16) si fa loro incontro è Gesù in persona. Non è un fantasma. E’ il Signore prima crocefisso. E’ colui che ora vive un tipo di esistenza assolutamente nuovo. Può farsi incontro a tutti; può raggiungere ogni creatura umana che cammina lungo la storia (Me 16,12; Le 24,16). Il suo corpo è glorificato. Non soffre più; la morte non ha più alcun dominio su di Lui. Raggiunge ora tutti gli uomini di tutti i tempi. — Il luogo ove lo si può incontrare è la comunità cristiana. Ove si radunano delle persone nel nome di Gesù, ove si proclamano le Scritture, ove si spezza il pane, il Cristo in persona viene; mostra le mani ed il costato; si siede per parlare e per donarsi come cibo (Gv 20; Le 24). La comunità dei traditori, dei discepoli smarriti è il posto fissato da lui per l’appuntamento (cf. «Andate dai discepoli: dite che vi precederà in Galilea; là lo vedrete!» Me 16,7). — Dalla morte e risurrezione di Gesù è nata la comunità dei credenti in Cristo, essa è la presenza visibile di Gesù per il mondo. Riceve il suo vangelo; lo annuncia, lo celebra, lo vive nell’amore. Porta la sua parola a tutti i popoli, li inserisce nel corpo del Signore risuscitato mediante il battesimo. Opera nel nome di Gesù (Mc 16,14-20).
Lo
Spirito, vittoria di Gesù. L’evangelista
Luca, prima di scrivere il capitolo 2 degli Atti degli apostoli, osserva — così
noi immaginiamo — la cartina dell’impero romano del I secolo. Il suo sguardo
va dalla Mesopotamia, alla Giudea, all’Asia Minore, alle isole dell’Egeo,
all’Africa del nord, all’Italia. Vede tante comunità cristiane, tanti «focolai
dell’evangelo». Quando scrive siamo già tra il 70-80 d.C. a distanza,
quindi di 40-50 anni dalla morte di Gesù (7 aprile del 30 d.C.). Si pone allora
queste domande: — chi è riuscito a persuadere un gruppo di Ebrei per i quali
«colui che pende dal legno è maledetto da Dio» secondo il detto di Deuterenomio
21,23, che Gesù è il Signore, il Figlio di Dio? — chi ha trasformato Simon
Pietro da traditore (Me 15,71) in primo testimone della resurrezione di Gesù,
al cospetto della Gerusalemme ufficiale (Atti 2.3.5)? — chi ha toccato il
cuore di popoli così diversi tra loro per storia, cultura, tradizioni in modo
da far sentire ad ognuno di loro il vangelo «nella loro lingua natia» (At
2,11)? La risposta è: è stato lo Spirito, primo dono del Signore
risuscitato. Gesù lo ha donato ai suoi; lo ha profuso su tutti i popoli, ne ha
rivelato la presenza e la potenza. Lo Spirito è dolce come il vento e forte
come il tuono (At 2,2). Riesce a vincere perché persuade dolcemente. Egli tira
fuori tuti dalla paura; fa uscire la comunità incontro al mondo. Ecco perché
le apparizioni di Gesù risorto sono così decisive! Il Cristo ora è il «donatore
dello Spirito». Agisce in noi mediante lo Spirito. Ciò che egli non era
riuscito a fare in tre anni nei discepoli, riesce ora a compierlo da risuscitato
nella sua nuova situazione di esistenza. Lo Spirito è la vittoria di Gesù. Non
ha infatti un messaggio autonomo rispetto a lui: egli, ora spiega le parole di
Gesù alla chiesa (Gv 14,26). Compie in noi le opere di Gesù, a favore
dell’umanità. Questa persona, che da sempre esisteva accanto al Padre
ed accanto al Verbo, è ora pienamente manifestata e donata da Gesù risorto (At
2,17). E’ lui che porta i discepoli a dire: Gesù, il crocifisso, è il
Signore (lCor 12,5). Se uno crede è perché lo Spirito gli ha come trafitto il
cuore e gli ha fatto capire la parola della comunità apostolica (At 2,37).
Dall’evangelo
ai vangeli. Siamo ora in
grado di raccontare la crescita della parola. I discepoli (persuasi dallo
Spirito) vanno di casa in casa, di città in città proprio come gli araldi, gli
impiegati statali dell’epoca. Portano l’evangelo cioè la lieta
notizia. Non offrono semplicemente una informazione che arricchisce
l’erudizione. Ciò che dicono cambia la vita. Portiamo alcuni esempi di «evangelo»
secondo la cultura del tempo: — c’è una comunità tagliata fuori da tutti i
collegamenti, l’araldo giunge; richiama l’attenzione di tutti e proclama:
«è arrivata per noi al porto una nave carica di grano!»; — una città è
assediata; è all’estremo delle forze; la sentinella avvisa tutti dicendo: «arrivano
i nostri soccorritori!». Ecco due tipi di notizie che cambiano la vita. Ciò
che Pietro e gli altri undici affermano è di livello e di importanza anche ben
maggiore: «Dio ha fatto risorgere Gesù; ha adempiuto le promesse; in Lui ci
viene donata la salvezza; in Lui possiamo rinascere (At 2); la nostra morte è
stata definitivamente vinta (lCor 15)! Quando i cristiani si riuniscono per
proclamare le Scritture e spezzare il pane, qualche artista compone degli inni
(Ef 1; Fil 2,6-11; lTim 3,16). Mette in evidenza la vittoria di Gesù sulla
morte; canta il suo rapporto con il Padre e la sua vicinanza rispetto a noi. Al
centro del culto sta la professione di Fede (lCor 15,3-5; At 2,32—3,15;
Rom 10,9) Gesù, il crocifisso, è il Signore glorificato dal Padre. Nascono
anche subito i 4 racconti della passione che formeranno il primo strato
dei 4 vangeli. Mediante la persecuzione, Dio tira fuori da Gerusalemme i
discepoli. Essi sono così costretti a fuggire in Giudea, in Samaria, in Asia
minore. Per portare agli altri la rivelazione del mistero di Cristo, i cristiani
creano dei piccoli strumenti: le raccolte dei detti, dei fatti, delle parabole
di Gesù come pure dei libretti dei miracoli. Non esiste un ordine preciso.
Queste antologie servono per rispondere ad alcune questioni vitali poste dai
Giudei o dai pagani: che cosa ne pensa Gesù del sabato? come vede lui il
rapporto con Cesare? Com’è da considerare l’Antico Testamento? Si formano
comunità in Samaria, ad Antiochia, in Grecia, a Roma. Saulo di Tarso si
converte (37 d.C.). Egli si dedicherà in modo prevalente alla predicazione ai
pagani. Per aiutare le chiese da lui suscitate si serve delle lettere (tra
il 51 d.C. ed il 58 d.C.). Sono scritti occasionali, non sistematici. I destinatari
sono molto vari (Tessalonicesi, Corinti, Galati, Romani, Efesini,...).
Rispondono a questioni immediate: come sarà la nostra situazione dopo la morte
(lCor 15)? E lecito ad un cristiano mangiare le carni immolate agli idoli (lCor
8, Rom 14)? Affrontano naturalmente anche interrogativi fondamentali: è
l’uomo che si salva da sé o è la croce che lo salva? (Gal e Romani)?
Rispetto a Dio, siamo come degli schiavi o siamo figli nel Figlio? Ogni
questione è costantemente posta in relazione all’annuncio fondamentale «Cristo
è morto, Cristo è risorto» (lCor 15,1-6). Quello è l’evangelo. Dentro
quel nucleo c’è tutto ciò che il cristiano deve credere (lCor 10,9), deve
celebrare (lCor 11,26) e vivere (Rom 6; Rom 14). Frattanto la vicenda di Gesù
si fa più lontana nel tempo. Cominciano a morire coloro che «furono con lui
sin dall’inizio (At 1,21). Nasce allora l’esigenza di fissare per
iscritto la testimonianza apostolica. Non bastano più le raccolte, le
antologie. Ci vogliono delle opere che contemplino globalmente la «storia di
Gesù» (nascita-morte-resurrezione; detti-fatti-miracoli). Le varie tradizioni
orali vengono ordinate (Lc 1,1) secondo una visione teologica precisa. I
cristiani, in questa occasione, inventano un genere letterario inedito, i vangeli.
Esistevano le memorie ma esse erano narrazioni delle grandi imprese
di personaggi ora defunti. I vangeli, al contrario, sono racconti delle
gesta di Colui che oggi è il vivente. Contengono la testimonianza
scritta dell’incontro indicibile tra il risorto e la comunità
apostolica. Nessuno di loro riesce a dire tutto il mistero di Cristo; ogni opera
ne sottolinea qualche dimensione. I vangeli non sono «biografia di Gesù» né
testi «nati di getto»; sono riletture della storia di Gesù, capita alla luce
della resurrezione. Marco scrive il suo testo tra il 65 ed il 70 d.C.;
riferisce la predicazione di Pietro. Organizza la «lieta notizia di Gesù
Figlio di Dio» (Me 1,1) come una narrazione progressiva in cui cresce la
manifestazione del Signore soprattutto mediante i fatti. Suoi destinatari sono i
cristiani di Roma. Matteo scrive verso l’80 probabilmente ad Antiochia;
si rivolge a cristiani convertiti dal Giudaismo. Mostra in Gesù l’adempimento
ed il superamento delle attese, delle profezie, delle promesse fatte
da Dio nell’AT. Il suo vangelo è la narrazione della vicenda del Regno di
Dio. Luca scrive verso l’85 per i cristiani venuti dal paganesimo. Rifà
un quadro storico preciso degli avvenimenti, mostra la vicenda di Gesù come
punta culminante del progetto di Dio o storia di salvezza. Seconda parte
della sua «opera» sono gli Atti degli apostoli. Il vangelo è
l’ascesa di Gesù verso Gerusalemme, sotto l’azione dello Spirito per
l’annuncio della Parola; gli Atti narrano l’ascesa della comunità cristiana
da Gerusalemme sino ai confini della terra sempre sotto il dinamismo dello
Spirito e per la proclamazione della buona novella. Giovanni scrive verso
gli anni 90; risponde a nuove esigenze. Sono nati dei gruppi che negano
l’umanità autentica di Gesù: affermano che l’uomo sale verso Dio
attraverso l’ascesi, la conoscenza filosofica. Egli mostra il «vero Dio fatto
vero uomo». Organizza la sua opera sulle grandi feste ebraiche. In occasione di
ognuna di esse, Gesù compie dei segni (cambia l’acqua in vino,
moltiplica i pani...). Essi però rimangono incompleti, indecifrabili. Tutto
diventa chiaro di fronte all’ora di Gesù, la croce. Tutto prende luce dal cuore
di Cristo trafitto dalla lancia (Gv 19,34). In quel gesto Dio si dona e si
svela compiutamente. Giovanni è anche l’autore dell’Apocalisse. Egli
la scrive al tempo della persecuzione di Domiziano (95 d.C.) come «rivelazione
di Dio» alle 7 chiese. Egli dà ai cristiani demoralizzati la «chiave di
lettura» del tempo presente. Mostra come il mistero di Cristo sia oggi operante
in loro. Entro il 100 d.C. abbiamo tutti gli scriffi del nuovo testamento.