GESU’ BAMBINO NELLA SPIRITUALITA’ DEL CARMELO

A cura dei Padri Carmelitani Scalzi

“Centro Carmelitano Vocazioni”

della Circoscrizione religiosa lombardo-piemontese-emiliana

 

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…”Seguimi”: così dicono le mani del Bambino. Egli è il Re dei re e il Signore della vita e della morte; pronuncia il suo “Seguimi” e chi non è per lui è contro di lui… Se mettiamo le nostre mani nelle mani del Bambino divino e rispondiamo con un “Si” al suo “Seguimi” allora siamo suoi e daremo via libera al fluire della sua vita divina in noi…

Santa Teresa Benedetta della Croce da Il Mistero di Natale   

 

 

Il Padre Provinciale

 

20145 Milano - Via Canova 4

TeL 02/541419

 

“… alcuni Magi giunsero dall'Oriente e domandavano: dov'è? ... entrati nella casa, videro il Bambino con Maria sua Madre; e prostrati lo adorarono". Matteo 2,11

 

 

Bisogna venire da molto lontano, nella ricerca delle vie e dei segni dell'Altissimo, per credere possi­bile e accettare e adorare, infine, un Dio, che si è andato a nascondere nella debolezza e nella fragilità, nell'impotenza di parole e spiegazioni, nell'incapacità di sussistenza e di autonomia... - che è un bambino.

 

Eppure è lui il mistero iniziale e permanente della redenzione, cioè della salvezza dell'uomo e della storia.

 

Ma la tentazione di 'tornare a prima', di can­cellare il bambino, cioè di rifarci un Dio più su misura dei nostri desideri di grandezza e di onnipo­tenza, è sempre lì, che ci cova dentro, in un certo fastidio, di fronte a questo bambino... da adorare. E ci sembra un termine troppo sproporzionato (adora­re!) per un batuffolo di carne - un qualsiasi piccolo di uomo - in braccio ad una ragazza madre.

Nessun filosofo o mistico l'avrebbe pensato. I trattati, i testi e le relazioni della ricerca insaziabile di Dio sulle vette più alte dell'ascesi e dell'unione con l'Assoluto, non avevano in programma l'incon­tro... con un bambino, che non distingue ancora la destra dalla sinistra..

 

Ma chi rappresenta, forse, la tradizione mistica più favorita nella chiesa (non a caso soprattutto femminile) ha, invece, vissuto ed ha insegnato que­sto incontro sconvolgente: anzi questa professione di fede.

 

Quella che chiamiamo devozione a Gesù "bam­bino" è anzitutto l'adorazione del mistero stesso del Verbo Incarnato. È’ difficile accogliere il suo miste­ro di debolezza, che diventerà scandalo e follia per chi non può accettare che la presenza salvifica di Dio nella storia sia passata, non per la via maestosa della forza e della potenza, ma per la via stretta della piccolezza e della debolezza.

 

Il primato appassionato che Teresa d'Avila dava all'Umanità di Gesù nel cammino della perfe­zione cristiana, trabocca di tenerezza per questo bambino che sconvolge ogni parametro divino. E, insieme con i testi e i ricordi che si tramandano di Giovanni della Croce, inizia una tradizione spiritua­le che, sotto apparenze talora puerili e sentimentali, sfocerà nell'esperienza e nella dottrina della piccola via, che ha fatto di Teresa di Gesù "Bambino" (ap­punto!) il nuovo dottore della Chiesa, testimone con tutta la sua esistenza che la piccolezza e la debolez­za non sono affatto lontane da Dio, ma umile tenda di carne che lui è venuto a piantare nella storia de­gli uomini.

 

I testi e le poesie, le preghiere e le esperienze della tradizione carmelitana, qui riportate, vogliono essere solo un suggerimento, come semplici indica­zioni su una strada, per arrivare a convincersi sem­pre più che quando Dio si è messo davvero a parla­re di sé agli uomini, ha cominciato dal volto di un bambino, con gli occhi ancora chiusi: ed era suo Figlio.

 

fra Giuliano Bettati provinciale

 

 

Festa della Natività del Signore 1998

 

 

I.

SPIRITUALITÀ BIBLICA E DEVOZIONE A GESÙ BAMBINO

 

1. IL FONDAMENTO BIBLICO DELLA DEVOZIONE A GESÙ BAMBINO

 

Nella spiritualità del Carmelo il mistero dell'in­carnazione è considerato come il più grande mi­racolo con cui la gloria di Dio scende sulla terra e l'amore misericordioso abbraccia tutto il genere umano. Dio si fa uomo. Diventa il nostro fratello, il nostro grande Amico che viene per incontrare cia­scuno nel proprio essere, per liberarlo dal peccato e per fargli sentire il suo amore. Il grande momento in cui ciò si realizza, è il mistero del Natale. L'evan­gelista Giovanni lo dice con poche parole ma fonda­mentali con cui annuncia la meravigliosa verità:

"Il Verbo si è fatto carne. Venne ad abitare in mezzo a noi e noi vedemmo la sua gloria, gloria di uni­genito dal Padre, pieno di grazia e di verità" (Gv 1, 14).

 

Come si è realizzato questo grande mistero?

L'Evangelista ce lo racconta, con tutti i parti­colari che l'accompagnano. Dio si fa Bambino, un Bambino povero "avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia" (Lc 2, 12). I primi a trovarlo erano alcuni pastori, gente semplice e povera ma capace di cre­dere e di accettare lo straordinario avvenimento. Infatti, Luca ce lo descrive con precisione. Il luogo si trova in Palestina, a Betlemme, città originaria di David. Il tempo emerge con chiarezza: sono gli anni dell'Impero di Cesare Augusto, in occasione del censimento del governatore Quirino. Non si può quindi negare che si tratta di un fatto storico e ce lo attesta anche Matteo, con la ben formulata inten­zione di mettere in luce la regalità del Bambino nato. Saranno i Magi venuti dall'Oriente ad atte­starlo, offrendo doni simbolici al neonato Re.

 

Queste realtà storiche costituiscono il fonda­mento biblico della devozione a Gesù Bambino e consentono di ricordare tutti gli anni, con festosi canti e preghiere il meraviglioso avvenimento in cui l'Eterno scende dal cielo e irrompe nel tempo. Quando i fedeli si fermano davanti ai presepi delle nostre chiese per contemplare il Santo Bambino, per adorare in lui l'Amore che illumina con splendore il mondo, nascono "1o stupore e la meraviglia, che ne conseguono, e suscitano nel loro cuore lo spirito di azione di grazie, che genera la giusta delicatezza verso ogni essere e verso l'intero creato, fatta di sobrietà e di povertà, di attenzione e di ascolto segreto" (B. Forte).

Ma più ancora dei fedeli sono gli stessi carme­litani che celebrano con immensa gioia il Santo Natale. Infatti, ogni anno si rinnova l'esperienza che

"A Betlemme,

nel cuore più umile del mondo, nasce il Figlio di Dio e il gemito del

creato si trasforma in festa:

i muti parlano, gli storpi camminano,

i morti risorgono alla vita. Si sciolgono le catene

della nostra oppressione, cielo e terra intonano il canto nuovo della nostra liberazione.

Un'alba nuova sorge all'orizzonte del cammino dell'umanità:

d'ora innanzi gli sguardi saranno rivolti a quell'aurora di vita e di speranza che rischiara di senso e di fiducia

il lungo viaggio della nostra povertà".

 

2. L'INFANZIA DI GESÙ E I MISTERI DI NATALE

 

Gesù Bambino, nato nella grotta di Betlemme e da noi ammirato tra le braccia di sua Madre come "Verbo che era fin dal principio" e ora presente tra noi, si manifesta gradualmente nei suoi misteri, descritti da numerosi carmelitani e carmelitane, come vedremo in seguito. È soprattutto il mistero della nascita che ha più colpito e toccato il cuore umano di tutti i nostri Santi e Beati, e ciò si spiega certamente in base a particolari grazie interiori e mistiche che hanno loro rivelato il Natale come apparizione dell'Amore negli occhi del Santo Bambino. È’ "un 'apparizione luminosa », scrive Jean Galot, "Che dissipa le tenebre del mondo e illumina tutte le oscurità che avvolgono l'intel­ligenza umana. Un 'apparizione che fa scoprire l'autenti­co volto di Dio, un volto che fino a quel momento non aveva potuto farsi contemplare né ammirare dagli uomi­ni. Un 'apparizione che, improvvisamente, ci pone davan­ti all'umiltà dell'amore divino.

Dio aveva l'intenzione di rivelarsi all'umanità; questa intenzione aveva già accompagnato il suo gesto creatore quando dal nulla aveva fatto sorgere il mondo e poi aveva creato la comunità umana. Il Creatore aveva creato tutto per amore, ed è il suo amore che desiderava mostrare più chiaramente alle sue creature.

Il dramma del peccato non ha scoraggiato questo amore. Al contrario, davanti ai suoi figli che l'attendevano, Colui che era il Padre per eccellenza, decide di amare con un amore più potente e più seducente, coloro che lo ferivano con la loro condotta. Reagendo all'atto di ostilità che costituiva il peccato, egli ha formato il progetto di dare suo Figlio all'umanità per liberarla dal male ed elevarla a un destino superiore in cui avrebbe beneficiato della vita divina".

 

La nascita a Betlemme

 

Per interpretare la nascita di Gesù, Santa Tere­sa di Lisieux ha lasciato composizioni poetiche che rivelano la profondità del mistero dell’amore da lei scoperto negli occhi del piccolo Gesù. Con sempli­cità, esprime il desiderio di rimanere presso la culla per attingere il grande dono del Natale, cioè la pace:

"Ricordati che il giorno della tua nascita gli ange­li lasciando il cielo han cantato: A Dio gloria, potenza e onore, e pace ai cuori di buona volontà!. Dopo dicianno­ve secoli mantieni ancora la promessa, Signore, la pace è la ricchezza dei tuoi figli. Per gustare sempre la tua ineffabile pace io vengo da te!

Eccomi a te, nascondimi tra le tue fasce, io voglio restare sempre nella tua culla: là potrò cantando con gli angeli ricordarti le tue gioie dei primi giorni. O Gesù, ricorda i pastori e i re Magi che ti offrirono con gioia i loro doni e il cuore: e la schiera degli innocenti, che ti diedero il sangne, ricordati".

 

E pensando alla povertà della stalla, della grep­pia e al freddo di quella Notte, la piccola Teresa - con accenti spontanei - invita ad una corretta e per­sonale applicazione spirituale, ossia a scegliere la povertà, ad esercitare la carità fraterna, ad ardere di fervore per le anime:

"I grandi, i potenti della terra, tutti hanno dei sontuosi palazzi, i miseri, invece, non hanno per asilo che dei tuguri. Così tu vedi in una stalla il piccolo Povero di Natale che lasciando la reggia celeste vi cela la sua gloria ineffabile. Il tuo cuore ama la povertà, in cui trova la pace, così Gesù non vuole che il tuo cuore per farne la sua dimora!

Guarda al caro Bambino che con  suo bel ditino ti mostra la paglia secca. E bada a capire il suo amore, pensando intanto a guarnire oggi di lini la miseria grep­pia. Sarà sempre scusando le tue sorelle che farai tue le grazie del Re degli angeli, Gesù: perche egli vuole per lini la tua carità ardente, la tua cara semplicità. Gesù Bambino, il dolce focolare degli eletti, sorella mia, trema di freddo nella grotta. E intanto, nel cielo azzurro, fiam­me di fuoco angelico servono il Verbo adorabile. Ma in terra non sei che tu il focolare del delce tuo Sposo, che vuole le tue fiamme. Sorella mia, sei tu che, per riscaldare il Salvatore, devi infuocare tutte le anime". Teresa sa scendere anche nelle profondità del mistero; contem­plando il grande privilegio di avere un Dio in tutto simile agli uomini, rivolta alla Vergine, dice:

"Quando vedo l'Eterno avvolto nelle fasce, e quan­do sento il debole grido del Verbo Divino... Maria, credi che invidi gli angeli. Il loro adorabile Signor è mio

Volgendo il pensiero alla Vergine Maria, Tere­sa di Lisieux scrive: "E t'amo quando vai tra le donne che volgono i loro passi al Tempio, t'amo quando pre­senti il Salvatore delle nostre anime al fortunato vegliardo che se lo stringe fra le braccia: prima ascolto sorridendo il suo inno, ma presto esso è tale che mi suscita il pianto. E Simeone fissando lo sgnardo profiti­co nel futuro t'annunzia una spada di dolore! ".

 

La presentazione di Gesù al Tempio

 

Il mistero successivo, raccontato da Luca, è la presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme, avvenuta quaranta giorni dopo la nascita. Il Messia, venuto a riscattare gli uomini con l'offerta di sé, ora viene riconosciuto dai suoi genitori come “proprietà di Dio” e riscattato con l'offerta per i primo­geniti.

L'Evangelista ci presenta la fede ardente di Anna, l'anziana profetessa, e del Santo Simeone, che per tutta la vita hanno atteso il Messia. Ora il gior­no felice è giunto: finalmente Simeone tiene fra le sue braccia il Bambino e lo presenta a tutti come la "luce venuta per illuminare le genti e gloria del tuo popolo, Israele" (Lc 2,32); anche Anna si mette a lodare Dio. Proprio nel tema della luce è Cristo, la Chiesa ricorda questo mistero il 2 febbraio, con il suggesti­vo rito della candelora. Simeone é il primo santo a tenere in braccio Gesù!

Pur nella gioia di questo incontro tra l'anziano profeta e il suo Salvatore, vi è un a profonda e ama­ra rivelazione nelle parole di Simeone che dichiara apertamente la missione del Bimbo e la passione della Madre: "Egli è qui per la rovina e la risurrezio­ne di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima" (Lc 3,34~35)6

 

Per Elisabetta della Trinità la vita di Maria è tutta lì, in quell'ascolto del Figlio: “la Vergine con­servava queste cose nel suo cuore”. Tutta la sua vita si può riassumere in queste poche parole. Viveva nel suo cuore, a tale profondità, che lo sguardo umano non la può seguire".

Quest'ascolto della Parola, ascoltata e conservata in una sorta di gravidanza spirituale, in aftesa che si generi sempre meglio e susciti il consenso pieno, è proprio il cuore della Regola del Carmelo, che all'ere­mita prescrive di meditare giorno e notte la Legge del Signore. Non a caso il Carmelo ha in Maria il suo modello; Elisabetta della Trinità si rivolge proprio alla Vergine, invocando:

"Madre del Verbo, dimmi il tuo mistero dopo l'in­carnazione del Signore, come sulla terra passasti, tutta immersa nell'adorazione. In una inffabile pace, in un silenzio misterioso, penetrasti l'insondabile portando in te il dono di Dio".

 

La fuga in Egitto

 

Molto presto la sofferenza colpisce la Sacra Famiglia, costringendola alla fuga. Il potente Erode, nei suoi folli incubi, si sente minacciato da un inerme Bambino e gli dà la caccia. Non avendolo trovato e sentendosi beffato dai Magi, che hanno riconosciuto le sue intenzioni malvagie, il re decide la strage degli Innocenti. È l'inizio dello scontro tra la Salvezza e l'iniquità, il principio di quella lotta che sul finire vedrà Gesù catturato e consegnato a un altro Erode, per essere giudicato. Sarà, allora, il silenzio stesso del Maestro a svelare le cattive in­tenzioni di Erode che, in effetti, lo schernirà e lo respingerà, permettendo la morte dell'Innocente.

Teresa di Gesù Bambino vede in questo silen­zio di Gesù Bambino, pur nell'imminente pericolo, il modello della fiducia in Dio che nella prova non fa mancare il suo aiuto, il suo suggerimento:

"Ricordati che chiamasti tuo padre l'umile Giu­seppe, il quale, per comando celeste, seppe strapparti ai furori d'un mortale... Ricordati, Verbo di Dio, lo strano

mistero: stesti in silenzio, e facesti parlare un angelo:

ricorda il tuo lontano esilio, sulle rive del Nilo".

Ancora, pensando all'esilio della Sacra Fami­glia in terra straniera, Teresa riconosce che non c'è vero esilio se non lontano da lui, mentre chi ha Ge­sù, ovunque si trovi, è in patria:

"(Maria) già devi lasciare la tua terra per fuggire al geloso furore di un re. Gesù dorme in pace tra i veli del tuo seno, ed ecco Giuseppe avvertirti che bisogna partire senza indugio... Anche in terra d'Egilto, e nella povertà, mi sembra, o Maria, che il tuo cuore resti pieno di letizia: Gesù è con te, e quale patria più bella di lui?. Che ti importa l'esilio. Possiedi i cieli".

Teresa, infine, ammira la schiera degli Inno­centi: questi piccoli sono del tutto privi di meriti e di opere di cui vantarsi davanti a Dio, eppure sono santi proprio per la loro innocenza e per essere stati odiati a causa di Cristo. La Santa vede in essi un bel­lissimo esempio della santità nell'infanzia spirituale, e perciò canta:

"Santi Innocenti, al Signore mi dette voi per modello; e voglio essere la vostra immagine fedele, bambini. Vogliate ottenermi le virtù dell'infanzia. il candore e il pefetto abbandono, la vostra cara innocenza m'incantano il cuore. Re dei cieli, io voglio un posto fra questi Innocenti, voglio baciare anch'io, come loro, il dolce tuo volto, o mio Gesù".

Giova ricordare ancora che i sentimenti della piccola Teresa intorno a questo mistero che tanto l'affascina costituiscono la trama di una sua lunga composizione intitolata proprio La fuga in Egilto, scritta come pia ricreazione per il 21 gennaio 1896.

 

La vita nascosta di Gesù di Nazareth

 

Tornato nella cittadina di Nazareth, Gesù ap­parentemente vive la sua infanzia come ogni bambi­no, senza alcunché di straordinario per consentire alla volontà del Padre, in un clima di docile sotto­missione a Maria e Giuseppe e di laborioso nascon­dimento. L'evangelista Luca nota soltanto che "il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui" (Lc 2,40).

Un'espressione densa che, da una parte, dice lo sviluppo naturale del Bambino, il quale - come tutti - cresce, maturando il suo corpo, la sua intelligenza, il suo carattere; dall'altra dice la continua e piena comunione di Gesù con il Padre suo. Sono gli anni della sua intensa e paziente preparazione alla mis­sione; gli anni della gioia e della fatica nell'appren­dimento del mestiere, nell'esercizio del lavoro e nelle relazioni sociali (Gesù è conosciuto da tutti i suoi concittadini come il figlio del falegname); sono gli anni della intimità spirituale con il Padre suo e con Maria e Giuseppe, nel calore della casa di Nazareth.

Teresa di Gesù Bambino rivive questo mistero del nascondimento di Gesù nel nascondimento del suo Carmelo e, ammirando soprattutto l'umiltà divi­na, scrive:

"Ricordati che, in solitudine, le tue mani divine lavoravano. Ti studiavi di vivere ignorato e ripudiavi il sapere degli uomini. Tu, che avresti potuto stupire il mondo con una sola parola, ti compiacesti di celare la tua profonda saggezza... Apparisti ignorante. Signor mio onnipotente, ricordati! ".

 

Ancora, immaginando la vita della Sacra Fami­glia a Nazareth, dice alle consorelle: "Come sarà de­lizioso, in cielo, conoscere tutto quello che è avvenuto nell'intimità della Sacra Famiglia! Mi pare che la vita loro fosse tanto semplice! Mi fa bene, quando penso alla Sacra Famiglia, immaginare una vita perfettamente comune. Non tutto quello che ci viene raccontato, o che viene ipotizzato. Per esempio, che Gesù Bambino, dopo aver fatto degli uccellini di terra, ci soffiasse sopra, e desse loro la vita. No, Gesù Bambino non ne faceva miracoli inutili di questo genere. Ma no, tutto nella loro vita si è svolto come nella nostra. E quante pene, quante delusioni!... Oh, come si rimarrebbe stupiti vedendo tutto quello che hanno sofferto!".

 

Perdita e ritrovamento di Gesù nel Tempio

 

Solo un episodio, molto significativo, interrom­pe il silenzio di quegli anni, quando Gesù dodicen­ne, al termine dell'annuale pellegrinaggio a Geru­salemme per la Pasqua, invece di ritornare con Ma­ria e Giuseppe si ferma nella città regale. Viene ritrovato al terzo giorno, mentre istruisce i dottori della Legge. Al padre e alla madre che, angosciati dopo tanta ricerca, gli chiedono spiegazione di que­sto gesto, Gesù risponde con poche misteriose parole: Perché mi cercavate?. Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio. (Lc 3,49).

Con questa risposta Gesù manifesta, davanti ai suoi genitori, la sua coscienza di essere il Figlio di un altro Padre, con cui ha un rapporto unico. In­oltre, rimarca con chiarezza lo scopo di tutta la sua vita che è quello di compiere la volontà (le cose) che il Padre gli ha affidato.

Lo dirà meglio in seguito: "E questa è la vo­lontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ulti­mo giorno" (Gv 6,39). I primi che Gesù non vuole per­dere sono proprio Maria e Giuseppe, i quali, mentre ritrovano e riportano a casa Gesù, sono essi ad essere ritrovati e riportati nella volontà del Padre, che hanno per un momento smarrito.

Capiamo così perché Gesù risponde loro con una domanda, come se dicesse: "Ma dove pensavate che fossi, se non qui, nella casa del Padre mio e a istruire il mio popolo, come lui mi chiede?". È una risposta decisa ma non ribelle, tant'è vero che partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sotto­messo (Lc 2,51). Tuttavia, non è una risposta facile da comprendere, neanche per Maria e Giuseppe: Ma essi non compresero le sue parole (Lc 2,50). Occorre acco­glierle nella fede, in attesa che si svelino appieno, come fa sua Madre che serbava tutte queste cose nel suo cuore. E la prova della fede che viene superata nella perseveranza e che conduce ad una più matura visione delle «cose del Padre".

 

Meditando su quest’ultimo aspetto, Teresa di Gesù Bambino si rivolge a Maria così:

“A Gerasalemme un oceano d'amara tristezza inon­da il tuo cuore... Gesù, per tre giorni, si cela alla tua tenerezza: oh allora sì che consosci tutti i rigori dell'esi­lio! Con gran trasporto d'amore, alla fine lo rivedi.. e dici, al bel Fanciullo che confonde i dottori Figlio, perché hai fatto questo. Vedi, tuo padre ed io, addolorati, andavamo in cerca di te! E il divino Fanciullo, alla Madre che gli tende le braccia risponde (che profondo mistero!; Perché mi cercavate?. Non sapevate che io mi devo occupare di quanto rignarda il Padre mio?. Ora capisco il mistero del Tempio, la risposta del dolce mio Re, ed il suo tono. Maria, questo caro Fanciullo vuole che tu sia l'esempio dell'anima che lo cerca nella notte della fide”.

 

Ma è soprattutto nel poema composto per il Natale 1894 che la carmelitana di Lisieux raccoglie la sua riflessione teologica sul Natale; essa associa il Bambino della culla all'uomo della Passione, il volto della tenerezza al Volto Santo della immolazione, per­ché intuisce che l'incarnazione e la Redenzione sono un tutt'uno, e che è l'unico, ininterrotto, infinito amore a portare Dio sulla terra e sulla croce. E’ un'as­sociazione che per Teresa è un programma spirituale, che lei porta impresso nel suo nome religioso: Teresa di Gesù Bambino e del Volto Santo. Questo tema sarà ripreso e sviluppato più tardi da Edith Stein nella sua conferenza Il Mistero di Natale.

 

 

3. NATALE NELLA TRADIZIONE CARMELITANA

 

Quando oggi al Carmelo si celebra la festa del S. Natale, si riprende sotto diversi punti di vista ciò che ha colpito da secoli i nostri padri e le nostre consorelle. Non si fa semplicemente memoria di un avvenimento storico, ma si cerca di celebrarlo come l'irruzione dell'amore divino che viene a colmare ogni esistenza con la sua bontà e pace. I nostri padri e le nostre madri ci insegnano come dobbia­mo contemplare il Santo Bambino per accogliere nel nostro cuore l'amore divino che egli vuole por­tare nel mondo.

 

Nella storia del Carmelo la devozione a Gesù Bambino è un capitolo che si dovrebbe inserire nella cristologia dell'Ordine. È una devozione che presup­pone un orientamento spirituale verso l'Umanità di Cristo, come viene insegnato da Santa Teresa di Gesù e da San Giovanni della Croce, e si può dire che inizia già nei primi tempi, quando la Madre di Dio, con il Gesù Bambino in braccio, si recò a visitare i primi eremiti sul Monte Carmelo. Non è fuor di luogo pensare che in quell'occasione il Bambino divi­no abbia levato la sua manina a benedire i Fratelli della Madonna. Quando Santa Teresa d'Avila diede inizio in Spagna alla sua Riforma, con il risorgere degli antichi ideali si ebbe anche un nuovo rifiorire della devozione a Gesù Bambino, e non si può spie­garla solo con l'affermarsi di una forte tendenza sen­timentale e con la spiccata predilezione della Spagna del XVI secolo per le rappresentazioni figurative della nascita del Signore o di Gesù Bambino, ma che spinge invece le sue radici assai più a fondo e precisamente nell'essenza stessa della mistica cristo­centrica della Santa Riformatrice.

 

Teresa apparteneva a quella ristretta categoria di uomini la cui coscienza religiosa s'era formata in un genuino e personale incontro con il Signore. aveva veduto Cristo e viveva immersa nel mistero del suo essere divino-umano.

Lo aveva chiaramente riconosciuto. Egli aveva brillato nel suo intimo lasciandovi effetti indelebili, rifulgendovi come amico, fratello, modello, maestro, misericordioso soccorritore e sposo diletto. Nella sua divina e al contempo umana Persona, ella aveva trovato il mediatore tra Dio e l'uomo. "Il mio meto­do di orazione era nel fare di tutto per tenere presente dentro di me Gesù Cristo, nostro sommo Bene e Signore" (vita, c. 4, 7).

Sicché il suo mistero plasmava sempre più a fondo la sostanza stessa della di lei vita, voleva amarlo, abbandonarsi a lui senza riserve, per diveni­re sua esclusiva proprietà in un matrimonio spiri­tuale indissolubile, del tutto simile a lui nella soffe­renza e nella morte quotidiana.

 

La devozione a Gesù Bambino, tanto prediletta e incrementata da Teresa, va interpretata partendo da questa sua convinzione e da questo suo atteggia­mento. Dal fatto che nelle sue opere non se ne occupi a fondo e direttamente, non si può affatto dedurre che ella non vi si sia dedicata di tutto cuore. Tutt'altro, anzi! La constatazione che ella ha esortato caldamente le sue consorelle e figlie spiri­tuali a seguire il suo esempio e a venerare piamente Gesù Bambino, è una prova sufficiente per dimo­strare come questa devozione, a suo parere, non rientri per nulla nella categoria di quelle sciocchezze, e devozioni superstiziose spesso in uso presso le donne, e che si perdono in cerimonie esteriori scaturenti da mero sentimentalismo e da esuberanza morbosa; secondo lei, si tratta invece di una devozione ben fondata dal lato biblico-teologico, di una devozione di cui nessun letrado e nessun dotto avrebbe da ver­gognarsi. Stando così le cose, era allora ed anche adesso senz'altro lecito cercare di penetrare sempre più a fondo nel mistero dell'incarnazione servendosi anche di rappresentazioni figurative del Bambino divino, pervenendo così ad un rapporto sempre più intimo con Cristo considerato nella sua Santissima Umanità. Sono sempre stata molto devota di Cristo. Non potendo averlo così scolpito nell'anima come deside­ravo, volevo avere sempre dinanzi il suo ritratto e la sua immagine (vita, c. 99, 4) sottolinea la Santa, dopo avere contemplato Cristo in molte visioni ed estasi. Voleva avere la sua immagine davanti agli occhi per ricordarsi ad ogni istante di tenere vivo il fami­liare dialogo con il Signore, e inoltre per compiere ogni sua azione con lui e tramite lui, per l'onore e la gloria del suo divino Padre.

 

Le prime carmelitane raccolsero l'amore a Cri­sto come un prezioso lascito della loro Santa Ma­dre. Seguendo il suo esempio, non vollero mai man­care della compagnia di una statua di Gesù Bam­bino. E come il Bimbo divino era stato per Teresa un fratello, un amico, un modello e un soccorritore, così sentirono anch'esse come la sua presenza costi­tuisse una potente protezione, e come egli le inci­tasse incessantemente a battere la via della perfe­zione con umile obbedienza, con semplice e infantile amore, con grande fedeltà anche nelle più piccole cose.

Così la devozione a Gesù Bambino divenne ben presto un patrimonio comune del Carmelo Riformato. Ma ogni anima, e forse ancor più spicca­tamente ogni nazione la venne pian piano adattando alla propria mentalità, ciascuna seguendo la propria concezione e la propria impostazione spirituale, oppure a seconda degli speciali privilegi di grazia toccati ai singoli, mettendo a profitto la santità e la speciale vocazione di certi suoi insigni membri.

 

Nell'imminenza della festa di Natale, in onore del Bimbo divino, venivano composte delle poesie, dette originalmente villancicos o coplas, e chi aveva una qualche familiarità coi pennelli e con lo scalpel­lo si ingegnava di preparare quadri o statue di Ge­sù Bambino. Teresa di Gesù e Giovanni della Croce, e persino la stessa compassata Anna di Ge­sù, spinti dall'eccesso di amore che li bruciava inte­riormente, danzavano con in braccio il Gesù Bambi­no, che si era prima portato in solenne processione attraverso i corridoi del convento.

 

Ma anche durante il resto dell'anno, si aveva cura di mostrare un filiale amore e un generoso abbandono verso il Piccolo Gesù. Ad Avila, le mo­nache rinnovavano i loro voti dinanzi ad una statua di Gesù Bambino, quasi volessero porre la loro to­talitaria dedizione nelle sue divine mani. In tutti i noviziati, la sua figura troneggiava sull'altare della cappella, e nelle feste della velazione egli, come Piccolo Re, aveva infallibilmente la precedenza assoluta.

 

Il grande amore a Gesù Bambino, così come pulsa fino ad oggi in tutti i chiostri carmelitani, con­siderando bene i fatti storici non si può designare altro che con il nome di un prodigio della grazia gui­data dalla Divina Provvidenza. Sono esistiti carmeli­tani e carmelitane che avvamparono d'amore per Gesù Bambino fin dalla loro prima giovinezza: la beata Anna di S. Bartolomeo, la venerabile Anna di S. Agostino, il semplice fratello laico Francesco di Gesù Bambino, Sr. Margherita del Carmelo Beaune, Sr. Maria di S. Pietro di Tours, non ultime Santa Teresa di Lisieux, Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein), e tanti altri ancora. Appena essi ebbero varcate le soglie del Carmelo ed approfondito il loro spirito nella contemplazione della verità di fede, questo privilegio della grazia, tramite una spe­ciale illuminazione dello Spirito Santo e spesso indi­pendentemente da un diretto influsso della Santa Madre Teresa, si affermò e crebbe in modo sorpren­dente nella loro anima. Non è questo forse una prova che la devozione al Gesù Bambino non solo non può venire separata dalla spiritualità del Carmelo, ma costituisce addirittura uno dei suoi tratti caratteristi­ci, e che essa è stata donata all'Ordine come una spe­cialissima grazia di Dio, esattamente come la devo­zione al S. Cuore di Gesù è stata accordata all'Or­dine della visitazione di Maria?

Ne viene di conseguenza, che il Carmelo è inve­stito della missione di propagare la devozione a Gesù Bambino in tutto il mondo. Quanto profondamente sia stata sentita da certe singole anime la coscienza di questa missione, lo vedremo nelle pagine seguenti. Fu soprattutto il Gesù Bambino di Praga, che con­quistò in una specie di marcia trionfale i paesi euro­pei, e in un secondo tempo il resto del mondo.

Quando oggi si visita un Carmelo nei territori di missione, vi si incontra quasi sempre il Piccolo Re di Praga. Ma anche il Gesù Bambino di Beaune, o a Roma il Gesù Bambino dell'Ara Coeli hanno ben presto attratto le simpatie e l'amore del popolo fedele; non poche preghiere esaudite e grazie rice­vute sono state la ricompensa delle fiduciose suppli­che a lui rivolte.

 

 

4.  IL MISTERO DELLA REGALITÀ DI GESÙ

 

Nella storia, nella letteratura e nell'arte ritorna il titolo di Gesù Bambino come Piccolo Re e con ciò il concetto della regalità del Verbo incarnato. Il cin­quecento spagnolo rappresenta con preferenza Gesù Bambino vestito in abiti preziosi, come Infante, come un principe o figlio del monarca. Porta in mano lo scettro e sul suo capo è posta la corona.

Con la statua di Gesù Bambino di Praga una tale rappresentazione continua fino ai nostri tempi, co­me invito a guardare Gesù Bambino nella sua di­gnità regale, come essere divino sceso nel mondo, nel quale Dio si rende presente fra gli uomini.

Si tratta, dunque, di una regalità sacrale, di un "eletto" da Dio per presentarsi al mondo come "re", incaricato di portare agli uomini - i sudditi della maestà divina - la salvezza. Attraverso di lui la benedizione di Dio scende sul popolo, del quale egli si assume gli interessi, cercando di condurlo verso la pace. Se nell’ambito profano il re svolge il suo com­pito con impegnio di creare la giustizia e di guidare il popolo verso la pace per mezzo della vittoria mili­tare, nell’ambito religioso la mediazione è vista come un comunicare la benedizione e la grazia divina.

È questo infatti il concetto, di radice biblica, che si è voluto esprimere con il rappresentare Gesù Bambino come Piccolo Re. Piccolo, ma grande, per­ché nessun re umano "regna" con tanta capacità divina come colui che si è fatto uomo. A lui, tutti gli altri re offrono un sacrificio e lo venerano come vero pastore del popolo. Ciò spiega che ci sono simulacri, in cui il Piccolo Re appare vestito da pastore, esprimendo con ciò che egli si prende a cuore il benessere di tutto il popolo esercitando il suo potere divino.

Ma con Gesù Bambino rappresentato in veste regale, si intendeva anche sottolineare la presenza della sovranità di Dio, non ancora nella pienezza

della gloria, ma come specchio e anticipazione della futura, nel quale egli si rivela misteriosamente agli occhi dei credenti. Infatti, la liturgia ricorda che in lui vengono realizzate le predizioni profetiche e con la sua venuta inizia il "regno di, Dio". E gli ce ne apre le porte per accogliere noi e tutti i popoli. Tutte que­ste verità spiegano che il culto di Gesù Bambino si esprime in funzioni religiose solenni, con canti e pro­cessioni. Nella storia del Carmelo le testimonianze non mancano, cominciando ai tempi di Santa Teresa attraverso i secoli fino ad oggi, quando nel Santuario di Arenzano tutti gli anni si celebra la festa del Piccolo Re e Santo Bambino di Praga.

Chi ne partecipa è convinto che il potere di lui fa cessare il dominio del male, le opere cattive di Satana, e che inizia qualcosa di nuovo, cioè il regno divino della pace, della salvezza, la speranza nella beatitudine promessa ai giusti e agli eletti.

Considerando Gesù Bambino di Arenzano, col­locato sul trono, con la mano destra alzata in segno di benedizione, un carmelitano, P. Roberto Sangermani ha lasciato alcune riflessioni sulla regalità basate sulla Bibbia, che riportiamo interamente per­ché possono essere di grande utilità per comprende­re il significato della devozione carmelitana di Gesù nel mistero dell'incarnazione.

 

Regalità dichiarata fin dall’inizio

 

Che Gesù sia il Re Messia promesso da Dio al suo popolo, discendente della dinastia reale di Da­vide, è chiaramente professato dalla Chiesa fin dall'i­nizio, come dichiara l'evangelista Matteo all'inizio del suo scritto: Genealogia di Gesù Cristo, Figlio di Davide, figlio di Abramo (Mt 1,1); o come spiega l'apo­stolo Paolo ai capi della sinagoga di Antiochia: "Il Dio di questo popolo d'Israele scelse i nostri padri... Allora essi chiesero un re e Dio diede loro ... e dopo averlo rimosso dal regno, suscitò per loro come re Davide... Dalla discendenza di lui, secondo la promessa, Dio trasse per Israele un Salvatore, Gesù" (At 13,17~21-23).

 

La regalità del Bambino viene messa in luce già al momento dell'Annuncìazìone; svelando alla Ver­gine Maria chi sarà il nascituro, l'arcangelo Gabriele dice: "Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo, il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo Regno non avrà mai fine" (Lc 1,32-33).

Nelle parole dell'angelo si riassumono tutte le promesse antiche, che Maria - al pari di ogni pio israelita - ben conosce; la Vergine, pertanto, intui­sce che le viene chiesto di essere la Regina celeste, l'affermazione della regalità del Bimbo è inesistente, quasi a suggerire che la vera identità del piccolo dovrà essere creduta con fede profonda perché non sarà affatto evidente nei fatti, sarà anzi contestata.

 

Regalità riconosciuta dagli stranieri

 

La dignità regale del Bambino è, poi, attestata in modo palese dall'adorazione dei Magi. Questi personaggi, di cui si ignora il numero e la prove­nienza, sono anch'essi, probabilmente, rivestiti di autorità. Certo è che vengono da lontano e appar­tengono a popolazioni e a religioni straniere; non conoscono infatti le profezie.

Giunti dall'Oriente, rischiando le imprevedibili reazioni di Erode, legittimo sovrano, chiedono espres­samente: «Dov'e il Re dei Giudei che è nato?. Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adararlo" (Mt 2,2). Quando, poi, trovano il Bambino, compiono il tipico gesto di sudditanza, ossia gli si prostrano innanzi e tra i vari doni gli otfrono l'oro, il metallo dei sovrani, e l'incenso, il profumo della divinità.

Teniamo presente che, a distanza della menta­lità moderna, per gli antichi il sovrano era sempre un semidio, un dio in terra, per cui gli si doveva onore come un re e come un dio; ma fino a non molto tempo fa anche l'imperatore del Giappone era considerato figlio del cielo e godeva di prerogative divine. L'eccezionalità dei Magi sta nell'avere rico­nosciuto queste prerogative ad un bambino scono­sciuto, figlio di poverissimi genitori, nato non in una reggia ma in una stalla.

                                                                                                                                      

Regalità a lungo nascosta

 

Il lungo periodo che Gesù trascorre nella vita quotidiana e sottomessa di Nazareth nasconde la sua dignità regale agli occhi degli uomini: mistero di umiltà! Un prefazio della Liturgia ambrosiana evoca così questi anni: "Nella casa di Nazareth regna l'amore coniugale intenso e casto, rifulge la docile obbe­dienza del Figlio di Dio... e la concordia dei reciproci affetti accompagna la vicenda di giorni operosi e sereni. O famiglia nascosta ai grandi della terra e alla fama del mondo, più nobile per le sue virtù che non per la sua discendenza regale!".

 

La regalità del figlio del falegname riaffiora ed è intuita, seppure confusamente, durante la sua mìs­sione pubblica, a motivo dell'autorità con cuì ìnse­gna e dei miracoli che compie. Già Giovanni Battista lo precorre, annunciando nel deserto che "il Regno dei cieli è vicino!" (Mt 5,2), e che dopo di lui vìene uno più forte e di dignità così superiore da sentirsi indegno perfino di sciogliergli i sandali.

Il fascino che Gesù esercita è grande, e basta poco perché gli venga attribuito il titolo di Re. A Natanaele, ad esempio, è sufficiente vedere che Gesù lo conosce prima ancora che egli lo incontri, perché esclami: "Rabbì tu sei il Figlio di Dio, tu sei il Re d'Israele" (Gv 1,49). Tutta la predicazione di Gesù è incentrata sul Regno che egli è venuto a instaurare. Inizia il suo ministero proprio dicendo: "Convertitevi, perché il Regno dei cieli è vicino" (Mt 4,17). Di questo Regno rivendica il primato: "Cercate prima il Regno di Dio" (Mt 6,35); ne promulga le leggi con le beatitu­dini (Mt 5); ne precisa i comportamenti con le istru­zioni (Mt 6-7); ne descrive la natura con le parabole del Regno (Mt 15); ne insegna l'inno con il Padre nostro, dove si chiede: "Venga il tuo regno" (Mt 6); ne elenca gli invitati e gli esclusi (Lc 6,20-26); infine, ne compie i segni distintivi, cioè le guarigioni e le libe­razioni dai demoni (Mt 11,4-6).

Gesù dice chiaramente che questo Regno inizia con lui che vince il dominio di Satana sugli uomìnì e ristabilisce la signoria di Dio (Mt 12,28). Ammonisce, poi, che per entrare nel Regno occorre diventare come bambini e che in esso il più grande sarà chi si è fatto più piccolo (Mt 18,5), ossia chi si è fatto il servo di tutti (Mc 9,55).

 

Regalità fraintesa da molti

 

Nonostante gli insegnamenti di Gesù circa il Regno e il suo atteggiamento modesto e schivo da trionfalismi, non tutti quelli che lo seguono compren­dono correttamente la sua regalltà. Essa è di natura spirituale e non politica, è interiore anzitutto, è pacifi­ca e non violenta, è aperta ad ogni uomo di buona volontà, discende da Dio e non è votata dagli uommi. Ma le attese di liberazione politica, di rivendicazione sociale, di indipendenza economica, presenti nell'animo dei suoi contemporanei, miste alla nostalgia del glorioso passato, all'acceso nazionalismo, provocano una visione distorta della sua regalità. (...)

 

Gesù, però, è sempre ben attento a sottrarsi ad una fraintesa regalità, intesa come sicurezza, abbon­danza e riconquista. Ne è un esempio l'atteggia­mento assunto dopo il miracolo della moltiplicazio­ne dei pani, che aveva mandato alle stelle l'entusia­smo della folla: "Allora la gente, visto il segno che egli aveva compito, cominciò a dire: "Questi è davvero il profeta che deve venire nel mondo!". Ma Gesù, sa­pendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sulla montagna, tutto solo" (Gv 6,14-15).

È soltanto a pochi giorni dalla sua Pasqua, quando ormai la sua sorte è segnata irrimediabil­mente, che Gesù accetta, quasi provoca, il pubblico riconoscimento della sua regalità, entrando a Ge­rusalemme. Egli, però, organizza l'ingresso in modo che abbia un preciso sapore religioso: entra sul dorso di un asino, l'antica cavalcatura dei principi, perché si compia la profezia di Zaccaria (zc 9,9). Tuttavia, anche in quel trionfo, non dimentica che lo aspetta un'altra corona e che la folla che ora acclama osanna, di lì a poco griderà crocifiggilo!

 

Regalità fondata sulla sua natura divina

 

Gesù non ha davvero bisogno dell'attestazione del popolo per riconoscersì Re, perché questa dignità gli è propria da sempre per natura; non gli

è conferita dal popolo, cioè per elezione, ma gli deriva direttamente da Dio, per successione. Nelle monarchie più tradizionali, infatti, la sovranità è trasmessa ai discendenti e l'erede al trono dev'esse­re rigorosamente di sangue reale; in altre parole, re si nasce, non si diventa.

Questo principio della sovranità per generazio­ne è ancor più vero per Gesù. Egli, come uomo, è Re perché discende dalla casa reale di Davide, at­traverso il padre legale Giuseppe. Ancor più è Re come Dio, poiché della stessa sostanza del Padre e, quindi, partecipe della medesima, eterna e infinita sovranità; partecipazione che non viene sospesa con l'incarnazione sulla terra, ma soltanto velata. Lo ricorda San Paolo: "Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglian­za con Dio; ma spogliò se stesso assumendo la condizio­ne di servo e divenendo simile agli uomini" (Fu 2,6-7). Il primo fondamento della regalità di Gesù Cristo è, dunque, la sua stessa divinità.

Egli è Sovrano eterno e universale perché è Dio da Dio: è Re perché Figlio erede del Padre; è Signore di tutte le cose perché unito a Dio Creatore nell'opera della creazione.

L'evangelista Giovanni, nella prima pagina del suo Vangelo, scrive: "Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esi­ste" (Gv 1,5). Tutto, perciò, gli appartiene e di tutto egli è sorgente; non soltanto, ma tutto è da lui sor­retto e tutto a lui ritorna come al suo termine. Lo dice ancora San Paolo: "Egli è immagine del Dio invisibile... tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte in lui sussistono" (col 1,15-17).

Tale altissima dignità gli appartiene per discen­denza da tutta l'eternità e non conosce limiti; ogni uomo è chiamato a riconoscerla e a proclamarla con la vita, meritando di esserne partecipe e beato.

 

Gesù cosciente della regalità

 

Leggendo il Vangelo scopriamo che Gesù è conscio di questa sua sovranità, prima ancora che gli uomini se ne accorgano e la riconoscano. Sulle sue labbra troviamo espressioni del tipo: "Tutto mi è stato dato dal Padre mio" (Mt 11,27; Lc 10,22); "Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa" (Gv s,55); "Padre, è giunta l'ora, glorifica il Figlio tuo, perché il Figlio glori­fichi te. Poiché tu gli hai dato potere sopra ogni essere umano, perché egli dia la vita eterna a tutti coloro che gli hai dato" (Gv 17,1-2). Affermazioni che provano quanto Gesù sia cosciente della potestà sovrana di cui è in­vestito dall'alto.

 

Questa certezza di essere Re e di possedere ogni cosa non è mania di grandezza di un mitoma­ne che si esalta e cerca rattenzione delle folle. Essa, infatti, non gli verrà meno di fronte al dramma della croce, quando sarà spogliato di tutto: libertà, dignità, amicizia... persino l'appoggio del Padre.

Ancora la sera del tradimento e dell'arresto, Gesù è persuaso della sua sovranità; nota Èevange­lista Giovanni: "Gesù, sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita" (Gv 13,3-4).

Anche di fronte al procuratore Pilato che, con ironia, gli domanda: "Dunque tu sei re?", Gesù afferma: "Tu lo dici, io sono Re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità" (Gv 18,37). Con queste parole egli dichiara che lo scopo di tutta la sua vita, quello per cui è nato, è proprio di manifestare e instaurare la signoria del Padre, la sua universale sovranità.

 

Se tutto ciò fosse stato solo un sogno fanatico di un esaltato, sarebbe svanito  davanti alla tremenda possibilità di finire crocifisso! Invece, Gesù rivendica la sua inalienabile identità regale, disposto a pagarla fino all'ultimo. Lui stesso suggerisce a Pilato come risolvere la stridente contraddizione di un condanna­to che si proclama sovrano, dicendogli: "il mio Regno non è di questo mondo; se il mio Regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei ma il mio Regno non è di quaggiù" (Gv 18,36). Dopo queste parole, Pilato intuisce qualcosa della nascosta dignità del prigioniero, tanto che "da quel momento cercava di liberarlo", e più volte chiede al popolo: "Metterò in croce il vostro re?" (Gv 19,12.15). così dicendo, però, provoca la grande bestem­mmia mia dei sommi sacerdoti che, abiurando al primo comandamento: Non avrai altri dei di fronte a me" (Es 20,3), rispondono: "Non abbiamo altro re all'infuori di Cesare" (Gv 19,15). A questo punto, la codardia del pro­curatore e il timore di essere denunciato a Roma soffocano ogni buona ispirazione e decidono per la condanna di Gesù.

 

Ma la dignità regale del condannato non può passare sotto silenzio, per cui Pilato stesso detta il testo del cartello di condanna che sarà posto sulla croce: "Gesù il Nazzareno, il Re dei Giudei" (I.N.R.I.) (Gv 19,19). Mistero dell'umiltà di Dio! Ciò che Gesù ha tenuto velato quando era nel massimo della popolarità e chiunque lo avrebbe fatto re, nell'ora della condanna e del rifiuto viene scritto in più lingue e posto alla vista di tutti, da un pagano dominatore! Perfino inchiodato sulla croce, insultato e indifeso, ormai allo stremo, Gesù si sente e si proclama Re, ai punto da assicurare il suo Regno al buon ladrone che gli chiede:

"Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo Regno" (Lc, 23,42-45).

 

5. IL CREDENTE: EREDE CON GESÙ CRISTO DEL REGNO DEI CIELI

 

Proclamare Gesù come Signore della propria vita è un onore, è un a libertà, è uscire dalle schiavitù del mondo e dalle anarchie delle proprie passioni disordi­nate; è trovare ristoro nel prendere su di sé il suo giogo dolce e leggero (Mt 11,30). L'esito di questo vassal­laggio d'amore dell'anima al suo Re divino è la possi­bilità di regnare insieme a lui. Quell'amore infatti, che ha portato il Re ad assumere la condizione di servo (Fil 9,7), porterà ora i servi a godere della gloria del Re. Lo ricorda la piccola Teresa in una poesia scritta per il Natale: ”Gesù intreccerà la tua corona; se tu non vorrai che il suo amore, e ti farà un giorno regnare, se gli abban­doni il cuore”».

Credere nella regalità del Piccolo Re, come dice Il Catechismo, impegna in profondità: «L'affermazio­ne della signoria di Gesù nel mondo e sulla storia com­porta anche il riconoscimento che l'uomo non deve sotto-mettere la propria liberta' personale, in modo assoluto, ad alcun potere terreno, ma soltanto a Dio Padre e al Signore Gesù Cristo: Cesare non è 'il Signore'».

Il credente che si pone sotto il Regno di Cristo, inoltre, ingaggia una lotta per sottrarsi al dominio del peccato, per passare dalla schiavitù dei vizi alla libertà delle virtù. Classiche, a questo proposito, sono le esortazioni che l'apostolo Paolo rivolgeva ai suoi cristiani, da poco convertiti, come la seguente:

«Voi fratelli, siete stati chiamati a libertà... Vi dico dunque: camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne, la carne infatti ha desideri contrari allo Spirito. Chi compie le opere della carne non erediterà il regno di Dio" (Gal 5,13-21).

 

È’ chiaro, pertanto, come la devozione al Pic­colo Re non sia affatto uno sterile sentimento reli­gioso ma presenti tutti i connotati di un forte impe­gno morale per introdurre l'uomo, in tutte le sue dimensioni, sotto la potestà di Cristo. La consape­volezza, maturata nella fede, di trovarci davanti a Gesù sovrano e di essere accompagnati dalla sua amorosa e potente custodia deve generare i seguen­ti frutti spirituali.

 

Anzitutto l'adorazione sincera, che il Catechi­smo definisce come "la prosternazione dello spirito davanti al Re della Gloria". È il primo impulso del vero credente, che ricalca il gesto stesso dei Magi; è il sentimento religioso più genuino, che ci pone in silenzio e rispetto di fronte alla divina Maestà. Dinanzi ad essa si può solo tacere o esaltare Dio con le stesse parole che egli ha ispirato e che certa­mente gradisce: quelle della Bibbia, come ad esem­pio l'inno di lode del re Davide (1cr 29,11 SS)

 

L'adorazione, però, non è soltanto un senti­mento privato e del singolo; tutta la Chiesa terre­stre prolunga nel tempo l'adorazione alla Maestà divina tributata dalla Chiesa celeste, e lo fa pregan­do i salmi regali nella Liturgia delle Ore. Questi testi, infatti, se in un primo senso furono composti per la corte di Gerusalemme e per i suoi cerimonia-li di intronizzazione o di sposalizio, in realtà, nel loro senso pieno furono ispirati da Dio come inni di lode alla Maestà di Cristo, Re dei re, e come tali sono assunti e pregati dalla Chiesa.

Un altro frutto del riconoscimento di Gesù Bambino come sovrano, è la pace profonda che nasce non da un freddo distacco, dall'impassibilità o dall'evasione dai problemi, ma da uno sguardo sere­no e fiducioso sulla propria vita come sulla storia del mondo intero, nella certezza che siamo nelle sue mani. Questa certezza, richiamata dalla mano di Gesù Bambino che tiene il mondo, trova il suo fon­damento nelle parole di Gesù, quando dice: "Le mie pecore non andranno mai perdute e nessuno le rapirà dalla mia mano" (Gv 10,28).

 

Riconoscere che Gesù è il Re, è riconoscere che egli è nostra difesa, perché egli non abbandona quanti ha creato, amato e redento; le sue mani, però, non avvinghiano il mondo ma lo sorreggono: sta al mondo non sfuggire dalla sua presa.

Sapersi nelle sue mani, che sono tenere come quelle di un bimbo ma forti come quelle di un Dio, libera dalle paure sociali, dal pessimismo sulla sto­ria, dai catastrofismi apocalittici, dai sensi di abban­dono da parte di Dio.

Proprio la certezza che Gesù ci ama di un amo­re tenace, al punto da rinunciare alla sua gloria e alla sua vita per noi, dovrebbe farci esclamare insieme a Paolo: "Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo?. Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?.... Io sono infatti persuaso che né morte né vita; né angeli né principati, né presente né avvenire né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore" (Rm 8,35 SS)

 

Tutto ciò genera una profonda pace, ci libera dalle insicurezze dovute alla nostra fragilità come pure dalle irrequietezze dovute alle avversità e ci immerge in una quiete colma di fiducia, anche di fronte all'impossibile. È’ la quiete di cui Teresa di Gesù Bambino scrive: Tutto posso ottenere quando, nel mistero, io parlo cuore a cuore con il mio Divino Re.

Vi è poi il frutto spirituale della prontezza. E’ l'atteggiamento del servo fedele che è sollecito nell'e­segnire le volontà del Re divino o, meglio ancora, nel prevenirle. Non si tratta certo della prontezza milita­re di chi si pone sull'attenti e dice "signorsì!", magari nel timore di una punizione. Piuttosto è l'attenzione premurosa dell'animo e lo slancio della volontà mosse dall'amore per il Re e per tutto quello che gli dà glo­ria. Più ancora è l'obbedienza pronta del figlio che conosce in anticipo i desideri del padre, non si fa ripe­tere le cose due volte, ma adempie con precisione e di buon grado le consegne che gli sono date.

Ecco come Teresa di Gesù Bambino invita le sue consorelle alla prontezza:

"Tutti i bambini preferiscono un bel dolce alla glo­ria di un impero. E dunque, offrine al Re del cielo uno che sia delizioso se vuoi vederlo sorridere. F sai qual è il più scelto dei dolci per il Re dei re?. È l'obbedienza pronta. Se vuoi ingraziarti il tuo Sposo obbedisci, come faceva lui da bambino».

Un altro frutto è il servizio umile. Si è detto che la regalità di Cristo nasce dal suo amore smisu­rato che si dona e, proprio per questo, conquista i cuori. Per Gesù, quindi, regnare non significa - come invece intende il mondo - dominare, disporre, essere serviti e riveriti; regnare per lui significa ser­vire, prestarsi, mettersi all'ultimo posto.

Il concetto di sovranità viene da Gesù capo­volto! Lo insegna espressamente ai suoi Apostoli quando dice: "I capi delle nazioni, voi lo sapete, domi­nano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diven­tare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo, appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti" (Mt 20,24-28).

Non per nulla questo principio fondamentale del Vangelo viene ricordato dalla Liturgia proprio nella solennità di Cristo Re dell'universo: "O Dio, illumina il nostro spirito perche comprendiamo che ser­vire è regnare, e con la vita donata ai fratelli confissia­mo la nostra fedeltà a Cristo, primogenito dei morti e dominatore di tutti i potenti della terra".

 

Contemplando la scena della lavanda dei piedi, Santa Teresa di Lisieux ne tira le dirette conse­guenze: "O potente Sovrano dei cieli, sì, la mia anima trova riposo nel vedervi, rivestito della forma e della natura di schiavo, abbassarvi fino a lavare i piedi dei vostri apostoli. Mi rammento allora delle parole che avete profirito per insegnarmi a praticare l'umiltà: "Vi ho dato l'esempio, affinché voi facciate come ho fatto io. Il discepolo non è da più del Maestro". Foglio umilmente abbassarmi e sottomettere la mia volontà a quella delle mie consorelle, non contraddicen­dole in nulla e senza cercare se hanno o non hanno diritto di comandarmi. Nessuno, o mio Diletto, aveva tale diritto su di voi, e tuttavia avete obbedito, non sol­tanto alla Santa Vergine e a San Giuseppe, ma anche ai vostri carnefici".

È’ davvero una rivoluzione copernicana quella operata da Gesù: i fratelli al centro e io a loro ser­vizio. Questo ribaltamento è richiamato dall'imma­gine del Piccolo Re, in cui la regalità del Signore è associata all'umiltà del bambino; ora, è proprio dei bambini la disponibilità al servizio.

 

Un frutto che ancora deve maturare dalla devo­zione al Piccolo Re è la testimonianza coraggiosa. Proclamare e servire il Re Divino è certamente un vanto, ma impone di lottare con tutte le forze per difenderne l'onore, anche a costo del sangue. Sarebbe troppo facile portare le insegne del Re in tempo di pace e di universale consenso, e deporle, come disertori, in tempo di confronto e di battaglia.

Chi si vota sinceramente al Piccolo Re non arretra tanto facilmente, rivendica con fierezza la sua appartenenza al Regno, come un soldato valo­roso. Egli ricorda le parole del suo Signore: "Chi mi riconoscerà davanti agli uomini, anch 'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli" (Mt 10,32). Non vi dev'essere, dunque, alcuna vergogna di Cristo, né mimetismi o atteggiamenti anonimi, ma una profes­sione franca e convinta di appartenenza al Signore. Non per nulla ai cresimandi, che - secondo il detto popolare - vengono costituiti soldati di Cristo, la Chiesa fa dire: "Questa è la nostra fède. Questa è la fede della Chiesa. F noi ci gloriamo di professarla, in Cristo Gesù nostro Signiore".

A questa testimonianza coraggiosa ci esorta la stessa liturgia del Natale. Infatti, il giorno imme­diatamente successivo alla nascita del Re, la Chiesa celebra la vittoria di Stefano, primo martire.

 

Un ultimo frutto spirituale che deve sgorgare nell'animo del devoto è l'impegno a instaurare omnia in Christo. Se si riconosce Gesù come il Principe della pace che governa con il diritto e la giustizia (Is 9), allora occorre percorrere queste stesse direttrici. Pro­muovere la pace, rendere la giustizia agli oppressi, difendere il diritto dei deboli è instaurare omnia in Christo.

 

Certo, il dominio di Cristo, fondato sulla verità e sulla grazia, sulla giustizia e sulla pace, avrà com­pimento soltanto alla fine dei tempi, in una dimen­sione nuova, soprannaturale, ultraterrena. Tale dominio, però, con la nascita del Re nella nostra era viene già inaugurato nel tempo presente e coinvol­ge il nostro mondo terreno, tutto chiamato, uomini e cose, a entrarvi.

 

Ecco dove nasce la missione del credente che onora il Piccolo Re; egli è invitato a instaurare omnia in Christo, ossia ad operare affinché tutto rientri sotto la sua signoria. Non è affatto un impegno facoltativo o marginale, se è vero che la Chiesa rice­ve la missione di annunziare e di instaurare in tutte le genti il Regno di Cristo e... di unirsi con il suo Re nella gloria. Come il credente è chiamato a compiere questa missione? Impegnandosi con tutte le forze perché le realtà della terra, individui, famiglie, nazioni, attività, relazioni, ricerche, risorse e ogni cosa, siano sature di quell'amore, giustizia, verità e pace portate da Gesù.

 

Ancora una volta si comprende di più come la devozione a Gesù Bambino non sia affatto una vaga e disincarnata nostalgia religiosa, ma contenga un preciso richiamo alla missione fondamentale del cri­stiano: condurre tutto a Cristo. E questa è infatti anche la missione di un carmelitano e di una carme­litana: impegnarsi in tutti i modi possibili perché Gesù nel mistero della sua Umanità venga adorato e sia costituito il suo regno in tutto il mondo.

 

II.

GESÙ BAMBINO DI PRAGA

 

 

1. PRECEDENTI STORICI

 

La storia della miracolosa statua di Gesù Bam­bino di Praga richiede di gettare uno sguardo sulla situazione politico-religiosa della Germania dopo la rottura con la Chiesa, in seguito alle 95 tesi di Martin Lutero, esposte a Wittenberg nel 1517, due anni dopo la nascita di Santa Teresa d'Avila. La disputa religiosa si estendeva presto al campo poli­tico, con conseguenze devastanti per l'Europa, per­ché si cercava di difendere le scelte del Credo cri­stiano - l'appartenenza alla Chiesa di Roma o l'ac­cettazione delle teorie luterane - non solo con dispute ma anche con le armi. Iniziarono così le guerre di religione", lasciando per più di trent'anni le rovine di villaggi fumanti e città incendiate, di campi devastati e magazzini saccheggiati. Il passag­gio degli eserciti in lotta fra loro distruggeva intere regioni, creando dappertutto un atroce stato di miseria e di fame.

 

All'inizio del 600 anche Praga, la capitale della Boemia, in quell'epoca appartenente all'Impero ger­manico, era diventato luogo di ripetute dure lotte tra protestanti e cattolici.

Il principe calvinista, Federico de Palatino, s'era fatto incoronare re di Boemia, e l'Imperatore d'Austria, Ferdinando II già gravemente incalzato dai principi protestanti di Germania, Svezia e Francia, correva il rischio di perdere i suoi territori. Di conse­gnenza, i cattolici di Praga subirono momenti di per­secuzione, spesso segnati da crudeli tentativi di oppri­mere la loro forma di vivere il cristianesimo. I religiosi venivano aspramente criticati, tanto da creare disagi e sofferenze nel vivere le loro pratiche di pietà. Specialmente la devozione affettiva dinanzi alle imma­gini sacre fu derisa e respinta dai protestanti calvinisti, dichiarata culto pagano, condannato già dalla Bibbia. Si faceva tutto il possibile per arrivare alla distruzione di statue e immagini religiose. È chiaro che in una tale situazione antidevozionale la statua di Gesù Bambino, venerato nel convento dei Carmelitani di Praga, provocasse reazioni che portarono a gettarlo fra le macerie!

 

È questo clima di persecuzione, che segna i primi decenni del Seicento a Praga. Per trovare una soluzione, si giunse nel 1620 alla celebre battaglia della Montagna bianca, nella quale l'esercito cattoli­co ebbe il sopravvento su quello dei protestanti, quantunque più numeroso e in posizione vantaggiosa. L'esito felice della battaglia viene ascritto - oltre che alle armi decisamente impari - anche alla prote­ zione della Madonna, la cui immagine era stata portata in battaglia da un carmelitano scalzo, Padre Domenico di Gesù Maria, già Superiore Generale dell'Ordine. In quel difficilissimo frangente, era stato lo stesso Imperatore a pregare il Papa Paolo V di inviare da Roma in Germania il santo religio­so, molto apprezzato per la sua santità.

 

 

2. I CARMELITANI A PRAGA

 

Dopo la vittoria della Montagna bianca l'Im­peratore, in ossequio alla promessa fatta prima della battaglia, concesse il permesso di una fondazione carmelitana in Praga. È lo stesso Padre Domenico che riceve l'incarico di radunare una comunità reli­giosa.

A Praga nel pittoresco quartiere Malà Strana, sulla riva sinistra della Moldava, s'ergeva un tem­pio protestante, eretto pochi anni prima, ma presto abbandonato. Unitamente ad una vicina chiesa, con alcuni edifici annessi esso viene concesso alla nuova Comunità. I carmelitani cambiarono il titolo in quello di Nostra Signora della Vittoria, in memoria della battaglia della Montagna bianca.

Ai nuovi arrivati la situazione si presentava difficile. In quell'epoca, infatti, Praga era ancora in gran parte calvinista, e il nuovo convento, il cui nome Santa Maria della Vittoria ricorda sin troppo palesemente la loro sconfitta, non era certo il benvenuto. Quasi non bastasse, vi si aggiungeva anche il fatto che i Padri, ignari delle condizioni locali, si erano ostinati a fare rimanere il convento privo di qualsiasi rendita fissa, affidandosi unicamente alle elemosine dei benefattori.

Finché l'Imperatore soggiorna in Praga, alla nuova fondazione non manca mai il necessario so­stentamento. Ma non appena trasferi la sua sede a Vienna, cominciò un periodo di duri stenti. Le scarse elemosine non erano sufficienti nemmeno per soddi­sfare i più elementari bisogni. Molti giorni i Padri si dovevano contentare solo di pane e frutta, si legge nella "Cronaca" della Provincia carmelitana austriaca, forse scritta dal venerabile Padre Cirillo della Madre di Dio. E la situazione non migliorò affatto dal 1624 in poi, allorché si aggiunsero a loro altri Padri.

 

Il Priore, Padre Gianluigi dell'Assunta, si rifu­giò nella preghiera. Educato a Roma, alla scuola del venerabile Padre Giovanni di Gesù Maria, aveva portato con se la devozione all'infanzia di Gesù, sorgente inesauribile di forze spirituali e di abban­dono illimitato al Padre dei cieli.

La Cronaca racconta che in quel momento di «estrema penuria e indigenza, della quale era afflitta la sua religiosa famiglia, il Signore gli fece intendere quanto fosse utile, per superare quel periodo di difucoltà economica, invitare i religiosi all'imitazione e al culto di Gesù Bambino. Ordinò quindi al Sottopriore e Maestro dei Novizi, il P. Cipriano di Santa Maria, di procurare una statua o immagine che resentasse le sembianze di Gesù Bambino: ciò sarebbe servito grandemente per l'educazione e per la formazione dei nuovi religiosi. Folle che tale statua venisse collocata nell'oratorio comu­ne perché nel vederla, tutti si sentissero più portati a comprendere l'umiltà del nostro Salvatore. Gesù infatti aveva detto: "1mparate da me che sono mite ed umile di cuore", e ancora: "Se non diventerete come bambi­ni, non entrerete nel regno dei cieli".

 

 

3. LA STATUA DI GESÙ BAMBINO

 

Un giorno, la principessa Polissena di Lob­kowitz, una grande benefattrice dei frati, regalò loro una statua di Gesù Bambino. Si tratta di una statua in cera, poco meno di mezzo metro, abbiglia­ta con abiti regali, alla foggia spagnola del secolo XVI. Nel consegnarla - come racconta la Cronaca – essa disse al Priore: Padre mio, vi consegno ciò che ho di più caro. Onorate questo Gesù Bambino, e non man­cherete mai di nulla. Era l'anno 1628.

Antiche fonti e una veneranda tradizione fami­liare di casa Lobkowitz affermano che la madre di Polissena, Maria Manriquez de Lara, nata principessa Pignatelli, aveva portato quella statua dalla Spagna, passandola poi come regalo di nozze a sua figlia.

P. Gianluigi preparò a Gesù Bambino una so­lenne accoglienza. Pensava alla Madre Teresa di Gesù che aveva scritto nel Cammino di perfizione

(26,9): "Buon mezzo per mantenervi alla presenza di Dio è di procurarvi una immagine o pittura che vi fac­cia devozione... per servirsene a intrattenervi spesso con lui: ed egli vi suggerirà quello che dovete dire".

 

Tra i religiosi c'era un novizio già sacerdote, P. Cirillo della Madre di Dio. Stava attraversando prove interiori d'ogni genere. Nei giorni del Natale del 1629 improvvisamente si senti invaso da una grande pace. Ritrovò se stesso e scopri chiarezza di fede e di dedizione a Dio. Profondamente convinto che tutto gli fosse venuto da Gesù Bambino, si dedicò a diffonderne la devozione. Diviene il grande apostolo di Gesù Bambino di Praga.

Purtroppo a causa dei continui torbidi militari, i Superiori si videro costretti a sfollare i novizi (fra cui Padre Cirillo) a Monaco di Baviera. La situazio­ne politica era diventata nuovamente più drammati­ca che mai. La guerra continuava. Lo svedese Gu­stavo Adolfo era entrato in Germania. Questa sem­brava ormai irrimediabilmente perduta per la Chie­sa cattolica, perché Gustavo Adolfo era intenzionato a fondare un impero di pretta marca protestante. Mentre egli espugnava le regioni occidentali, piombò in Boemia il principe elettore di Sassonia con la sua armata, e il 15 novembre 16341 pose l'as­sedio a Praga. Espugnata, chiese e monasteri ven­nero profanati. La medesima sorte toccò a Santa Maria della Vittoria. Tutti i carmelitani erano fuggiti, tranne il Sottopriore e un suo fratello laico. Gli eretici saccheggiano la chiesa e il convento, incarce­rando anche i due coraggiosi carmelitani.

La statua di Gesù Bambino dopo avere avuto le mani mozzate, fu gettata nei rifiuti, tra le rovine. Così rimaneva per sette anni.

 

 

4. PADRE CIRILLO E IL PRODIGIOSO GESÙ BAMBINO

 

Nell'anno 1637 - dopo sette anni di assenza - per ordine dei Superiori tornò a Praga il P. Cirillo della Madre di Dio, che da novizio era stato tanto devoto di Gesù Bambino ed aveva avuto modo di sperimentare spesso il suo benefico aiuto.

Ma era appena entrato nella capitale boema quando irruppero nuovamente gli Svedesi e assedia­rono la città. Villaggi e castelli in fiamme, che segnavano la via da essi battuta, non lasciavano dubbi sulla sorte che attendeva la popolazione. In questo frangente così pericoloso per tutti, il Priore del convento esortò alla preghiera e alla penitenza per stornare l'incombente tragedia.

Tale situazione rappresentò per Padre Cirillo la migliore occasione per riportare in onore il suo prediletto Gesù Bambino che, dopo lunghe ricerche, era stato ritrovato dietro un altare, carico di polve­re e di sudiciume. Chiese al P. Priore di potere col­locare il Piccolo Gesù al suo posto nell'oratorio: il che gli venne subito concesso volentieri. Pieno di santa fiducia, egli raccomandò a Gesù i confratelli, il bene del convento, della città, e l’intero paese. La sua preghiera fu esaudita: Praga rimase immune dall'invasione nemica, in convento tornò la benedi­zione di Dio, e con essa la tranquillità e la pace.

 

Padre Cirillo sentiva in cuore una profonda gratitudine. Si proponeva di onorare sempre più il caro Gesù Bambino e di farsi suo apostolo. Un giorno, in uno degli intensi momenti di preghiera dinanzi alla statua, gli sembrò di udire le seguenti parole cariche di rimprovero: Abbiate pietà di me, ed io avrò pietà di voi! Ridatemi le manine mozzate dagli eretici. E la famosa frase:. Quanto più voi mi onorerete, tanto più io vi favorirò!.

Sono storiche queste parole? Forse non si po­trà mai dare una risposta definitiva. Del resto non ha molta importanza. Padre Cirillo aveva recepito, nel suo spirito, il messaggio di amore che può spe­rimentare chiunque si avvicini a Gesù Bambino. Perciò queste parole sono rivolte a tutti gli uomini che sanno cogliere nel mistero del Verbo incarnato il fondamento della salvezza.

Comunque, il buon Padre notava che a Gesù Bambino erano state effettivamente amputate le mani. Nella immensa gioia provata per il suo rinve­nimento, egli non aveva avvertito di avere ricollo­cato sull'altare il piccolo Gesù senza le manine.

 

Si recò immediatamente dal suo Priore e gli mostrò il Bambino mutilato. Gli chiese il permesso di fare ricostruire le manine a Gesù Bambino, ma ne ricevette un secco rifiuto: la cassa del convento era vuota, e si doveva pensare a faccende più urgenti. Profondamente afflitto, P. Cirillo si volse a chiedere aiuto a Dio, e questo non si fece attendere a lungo.

In quei giorni era giunto a Praga un certo Signore Mauskonig di Aussig, iscritto alla confrater­nita dello Scapolare. Chiese di confessarsi proprio dal Padre Cirillo. Al termine della confessione disse:

"Reverendo Padre, sono convinto che il buon Dio mi abbia condotto a Praga perché io mi prepari alla morte qui, e faccia a loro un po' di bene. Chiedo pertanto a vostra Reverenza di raccomandarmi a Dio, e se dovessi morire qui, i Padri abbiano la bontà di seppellire il mio cadavere nella loro cripta". Detto questo, egli conse­gnò al Padre Cirillo cento fiorini: un dono conside­revole per quei tempi.

Raggiante di gioia, Padre Cirillo portò l'elemo­sina ricevuta al suo Superiore. Certo, almeno ora egli non avrebbe respinto la sua richiesta di fare restaurare Gesù Bambino, perché sarebbe bastato appena un fiorino o poco più per saldare le spese di riparazione. Ma contro ogni sua attesa, il buon Padre ricevette nuovamente una risposta negativa. Anzi, avvenne che persino la statua venisse tolta dall'oratorio. La Cronaca narra che il religioso, cui era affidata la cura dell'oratorio, andò per le spicce: rimosse dall'altare la statua di Gesù Bambino e la portò al suo vecchio posto, in mezzo al ciarpame di scarto. Credeva con questo di interpretare le inten­zioni del Superiore, la cui poca stima nei confronti di Gesù Bambino gli era fin troppo nota.

Padre Cirillo andò a prendere la statua di Gesù Bambino e se lo portò in cella, dove passava lunghe ore prostrato ai suoi piedi, chiedendo perdo­no e indulgenza per l'incomprensione dei suoi confratelli. Nel frattempo, proponeva di fare tutto ciò che era in suo potere, pur di rimettere al suo posto d'onore Gesù Bambino.

 

 

5. LA STATUA RESTAURATA

 

Si narra che un giorno, poco prima della recita del mattutino di mezzanotte della festa dedicata all'Immacolata Concezione, mentre P. Cirillo prega­va insistentemente la Madonna che si prendesse a cuore una degna sistemazione della statua del suo santissimo Figlio, un repentino impulso interiore lo spinse alla finestra della sua cella, che guardava verso la chiesa. Là vide, nel tenue chiarore lunare, come una nuvoletta che scendeva lentamente sopra il coro. Questa andò man mano assumendo sempre più chiaramente la figura di una Madonna, circon­data da una ghirlanda di stelle. La Vergine allargò le braccia sul coro quasi ad indicare il luogo in cui la statua del suo Divino Figlio avrebbe dovuto da allora in poi essere venerata.

L'apparizione durò circa un quarto d'ora, fino che suonò la campana che chiamava i religiosi al mattutino di mezzanotte. Il giorno seguente, P. Cirillo volle verificare esattamente quale posto avesse fissato la beatissima Vergine, e individuò proprio sopra il coro, un locale che già in preceden­za si era pensato di adattare ad oratorio.

Sotto il governo del nuovo Priore della casa, Padre Domenico, il vento sembrò voltarsi a favore di Gesù Bambino. E così, poco dopo che questi ebbe preso possesso, P. Cirillo ripetè il tentativo, chie­dendogli il permesso di fare restaurare il simulacro mutilato di Gesù Bambino. Il Superiore non si dimostrò del tutto contrario, ma accennò pure lui all'indigenza in cui versava il convento. Alla fine, gli disse per consolarlo: Se Gesù Bambino ci darà per primo la sua benedizione, io farò riparare la sua statua.

Poco dopo il colloquio P. Cirillo fu improvvisa­mente chiamato in chiesa: all'altare della Madonna lo attendeva una Dama, la quale gli consegnò una offerta e sparì senza pronunziare parola. Chi era quella sconosciuta? Tutti i tentativi per sapere qualcosa si dimostravano infruttuosi, così che il buon Padre si convinse fermamente che la sua generosa benefattrice fosse la Madonna in persona.

Raggiante di contentezza, egli portò l'elemosi­na avuta al suo Priore, ricordandogli la promessa. Stavolta ricevette il sospirato permesso, a patto però che le spese non superassero il mezzo fiorino. Un fratello laico venne incaricato di portare il simulacro da un esperto maestro artigiano. Ma tornò indietro senza avere combinato nulla: mezzo fiorino era troppo poco; il maestro, per il lavoro da farsi, voleva un fiorino intero.

 

Ancora una volta P. Cirillo si rifugiò in pre­ghiera. Mentre era immerso in orazione, udì una voce sommessa che pareva sussurrargli: Mettimi nel­l'entrata della sagrestia; verrà ben qualcuno che s'impie­tosirà di me. Non se lo fece ripetere due volte. Era trascorsa sì e no un'ora, allorché entrò un signore. Vide la statua mutilata e si offrì a farla riparare a sue spese.

 

Lo sconosciuto signore si chiamava Daniel Wolf. Un tempo era stato commissario generale dell'amministrazione imperiale, ed era vissuto agia­tamente. Ma ora si trovava in cattive acque, tanto che i suoi creditori non si contavano più. Quasi non bastasse, da un po' di tempo da questa parte era in perpetua lite con la moglie, al punto di pensare già ad una separazione. Ora, proprio quando si ebbe portato a casa la statua di Gesù Bambino, trovò uno scritto della Camera Imperiale che gli assegna­va ben 3.000 fiorini per i suoi servizi prestati in precedenza. Più d'una volta aveva sollecitato questa liquidazione, senza mai ricevere nemmeno un cenno di risposta. Intanto finirono anche i suoi dissapori con la moglie, sicché da allora in poi i due coniugi vissero sempre in ottima armonia.

Allorché i restauri al piccolo Gesù furono ter­minati, egli pieno di gratitudine lo riportò al con­vento. Lo consegnò al sacrestano perché lo siste­masse in un posto onorifico. Ma poco dopo, per la disattenzione, il buon fratello lo lasciò cadere. Nello stesso istante irruppe in sacrestia un pazzoide, che si scagliò furibondo sul povero sacrista tentando di strozzarlo. E ci sarebbe anche riuscito se per puro caso non fosse capitato li P. Cirillo, e non lo avesse liberato dalle mani di quell'energumeno.

Padre Cirillo guardò profondamente abbattuto la statua nuovamente mutilata. Fortuna volle che alla stessa ora giunse in sacrestia ancora Daniel Wolf, il quale, non appena ebbe visto l'accaduto, si offerse generosamente a fare riparare la statua un'altra volta.

Se la portò quindi a casa. Appena giunto nella abitazione trovò ad aspettarlo un funzionario venu­to a pagargli i 3.000 fiorini promessi. Il mattino seguente, Daniel Wolf, portò il simulacro di Gesù Bambino da un esperto falegname, intenditore arti­sta, che abitava nelle vicinanze. Ordinò al contempo una preziosa vetrinetta dalle pareti di cristallo, af­finché la statua fosse meglio protetta per il futuro, comprando anche candelieri e alcuni vasi di fiori. Per tutti questi lavori avrebbe dovuto pagare ben 25 fiorini: il che rappresentava una richiesta assai esagerata da parte del falegname. Si capisce: costui era protestante, e s'era messo d'accordo con il fab­bro che l'aiutava, luterano pure lui, per imbrogliare ben bene il gonzo papista.

Daniel Wolf pagò la somma richiesta senza una parola di rimostranza. Ma i due bestemmiatori furono entrambi portati via in tre giorni dalla peste che allora infuriava a Praga.

Poco dopo Daniel Wolf avrebbe sperimentato ancora una volta la speciale protezione del celeste Bambino. Aveva deposto i 3.000 fiorini ricevuti, assieme ad alcuni altri oggetti di valore, in una cas­setta ermeticamente chiusa. Una notte i ladri si introdussero in casa sua, trovarono la cassetta e se la svignarono. Ma non avevano ancora lasciato la casa che furono spaventati da un improvviso e ter­ribile fracasso, tanto da piantare li tutto e da darsi a precipitosa fuga. Così Gesù Bambino ricompensò la magnanimità dell'uomo che aveva sentito pietà della sua statua.

 

Nel frattempo la fama del taumaturgico Gesù Bambino si era diffusa in città e nei dintorni. La baronessa Kolowrat, malata sul punto di morire, era tornata in vita quando le avevano portato e fatto baciare Gesù Bambino.

Padre Cirillo propose pertanto alla comunità di rendere accessibile al pubblico la statua, esponendola in chiesa alla venerazione di tutti. La sua proposta incontrò l'approvazione dei Padri, sicché durante l'Avvento del 1639 si poté venerare per la prima volta il Piccolo Re esposto sull'altare della Beata Vergine.

Tra i molti devoti che avevano affidato le loro preoccupazioni e le loro richieste a Gesù Bambino, c'era anche una ricca Dama, il cui nome viene con molto tatto sottaciuto dalla Cronaca, perché era stata in un primo tempo una grande benefattrice del convento. Costei si era pazzamente innamorata di quel Gesù Bambino, al punto di volerlo ad ogni costo presso di sè in permanenza. Così un bel gior­no proprio verso il mezzodì, quando in chiesa non c'era nessuno, comandò alle sue due cameriere di salire sull'altare e portare via alla chetichella il simulacro del Piccolo Gesù.

Quando poco dopo P. Cirillo ne notò la scom­parsa, si sentì di nuovo invaso da un cocente dolo­re. Ogni ricerca ed ogni indagine risultò vana. Il suo diletto Gesù Bambino era sparito. Dove avreb­be potuto scoprire qualche traccia?... Ora ecco che improvvisamente udì una voce consolatrice che gli sussurrò: Sta tranquillo! Tra breve Gesù Bambino verrà ritrovato, e il sacrilegio verrà esemplarmente puni­to. E così avvenne davvero.

La peste nera s'era ancora una volta scatenata come un flagello su Praga e le due cameriere com­plici del furto furono tra le sue prime vittime. Padre Cirillo venne chiamato presso le malate per ascoltare l'ultima confessione. La prima delle due serve confesso piena di pentimento il misfatto com­messo, e torno ben presto in salute. L'altra invece rifiutò persino i sacramenti e morì tra atroci soffe­renze. La Dama s'ammalò di gotta convulsiva e perse ogni suo avere.

Padre Cirillo riportò in convento il suo Gesù Bambino e prese tutte le precauzioni affinché da allora in poi fosse sempre ben vigilato.

 

 

6. LA CAPPELLA DI GESÙ BAMBINO DI PRAGA

 

Le tante preghiere esaudite e i prodigiosi fatti avvenuti avevano portati i Padri alla convinzione che a Gesù Bambino si dovesse edificare una cappella propria. Un benefattore aveva lasciato in eredità al convento 3.000 fiorini con la preghiera di fare costruire in chiesa un altare dedicato alla SS. Trinità. Perciò si stabili di ricavare sopra tale altare una nicchia in parete, dove si potesse esporre alla pub­blica venerazione la statua di Gesù Bambino.

Con ciò, si era fatto un bel passo avanti; man­cava però sempre una cappella dedicata esclusiva­mente a Gesù Bambino.

Ma ecco che la divina provvidenza venne an­cora in aiuto.

Uno giorno, si era nel 1642, Padre Cirillo fu chiamato dal barone Lobkowitz, che aveva fatto tanto bene alla comunità. Durante quella visita, il barone gli chiese se avesse qualche desiderio a pro­posito del suo Gesù Bambino, e soggiunse subito:

Farei tanto volentieri qualcosa per Gesù Bambino. Padre Cirillo capì che era giunto il momento di chiedere una cappella per il suo Beniamino. Il baro­ne si entusiasmò all'idea.

 

Nello stesso anno si iniziarono i lavori nel posto indicato dalla Madonna e il 4 gennaio 1644, nella festa del SS. Nome di Gesù, il Priore celebrò la prima Santa Messa nel cosiddetto Fremitorium Dulcis Pueri Jesu, come fu chiamata la nuova cappel­la. Il 3 maggio 1648 essa fu solennemente consa­crata dal Cardinale Arcivescovo di Praga. In quella occasione, il Pastore della Diocesi accordò anche la facoltà di celebrare l'Eucaristia nel Santo romitorio di Gesù Bambino.

Personaggi distinti dell'aristocrazia, quali il conte Filippo di Mausfeldt, maresciallo dell'Impero, e lo stesso Imperatore Ferdinando III visitarono la cappella. Quest'ultimo vi si trattenne un buon quar­to d'ora in ginocchio, raccolto in preghiera. Era il i~ ottobre 1647. Poco dopo egli mandò in omaggio al "Re dei re" una cassa contenente 40 candele arti­sticamente miniate, provenienti da Venezia.

Non solo i dignitari, ma anche l'umile gente di Praga accorreva dal suo Piccolo Gesù portando ai suoi piedi ogni sorta di preoccupazioni e di bisogni: egli non lasciava mai ritornare a casa nessuno senza consolarlo.

Persino i conquistatori svedesi, penetrati di nuovo, il 26 luglio 1648, nella capitale boema, non poterono sottrarsi del tutto all'influsso benefico di questa devozione. Avevano radunato in convento 160 feriti, ma nessuno di loro osò farsi beffe del prodigioso simulacro. Anzi, provavano una specie di inconfessato rispetto, rimanendo profondamente impressionati dalla devozione di tanti uomini che nella loro miseria rivolgevano così fiduciose suppli­che al Bambino Divino. Lo stesso generale in capo Gustavo Adolfo, futuro re di Svezia, durante un'i­spezione all'ospedale militare alloggiato presso i carmelitani, volle fare una visita alla statua miraco­losa. Quantunque fosse protestante, la visita del prodigioso simulacro lo aveva tanto commosso da spingerlo ad offrire a Gesù Bambino 30 ducati, pro­mettendogli affettuosainente che appena avesse avuto la possibilità, avrebbe liberato il chiostro dal­l'acquartieramento. Diede inoltre l'ordine di lasciare liberi i Padri nell'esercizio del loro ministero.

 

7.         LA CONSACRAZIONE UFFICIALE

 

Nel 1651 giunse a Praga per una visita cano­nica il Generale dei carmelitani scalzi, P. Francesco del SS. Sacramento.

Nei conventi austriaci aveva subito avuto modo di sentire parlare dei prodigi fatti da Gesù Bambino, e intendeva ora sapere da Padre Cirillo e dagli altri Padri locali tutti i particolari della vicenda. Era rimasto assai impressionato dai racconti uditi.

Il 26 luglio fece quindi mettere per iscritto una relazione ufficiale, destinata a divenire in segui­to molto celebre, che conteneva la piena approva­zione del culto a Gesù Bambino da parte del­l'Ordine, ed inoltre esortava tutti i Padri presenti e futuri ad impiegare le offerte ricevute esclusivamen­te a questo scopo.

 

Quattro anni più tardi la prodigiosa statua venne onorata da una preziosa corona d'oro, e nel 1656, grazie al magnanimo concorso del barone von Tallemberg, il piccolo Gesù poté essere collo­cato in una cappella eretta apposta per lui nella chiesa. Il 19 marzo vi fece il suo solenne ingresso, accompagnato da numerosi sacerdoti, tra gli osanna di giubilo della folla di popolo accorsa.

 

Ciò che Padre Cirillo aveva bramato e sognato per tanti anni s'era finalmente trasformato in realtà. Padre Cirillo, però, non aveva ancora terminato la sua missione terrena. Nel nome del suo Gesù Bambino, avrebbe dovuto convertire gli infedeli, scacciare i demoni e persino ridonare la salute ai morenti. La Cronaca in questo campo sovrabbonda di episodi di avvenimenti di ogni genere, che contribuirono a diffondere la fama del piccolo Gesù Bambino.

 

Tutta l'instancabile attività di questo zelante carmelitano aveva però, a poco a poco, lasciato sol­chi profondi anche nella sua di per se robusta costi­tuzione fisica. L'ora della partenza per la patria celeste era suonata anche per lui. La sua vita ter­minò il 4 febbraio 1675. Circondato dai confratelli e munito dei santi sacramenti, egli attese tranquillo la venuta del suo Piccolo Gesù. Aveva 8 anni.

 

8. GESÙ BAMBINO VARCA I CONFINI

 

La storia del Gesù Bambino di Praga non ter­mina affatto con la morte del suo fedele servitore. Egli, anzi, regnò indisturbato con il suo mite scet­tro per quasi cento anni, conquistando sempre più il cuore della gente.

Specie sotto due carmelitani, il P. Fmìnerico di S. Stefano e il P. Ildefonso della Presentazione, Gesù Bam­bino iniziò la sua diffusione attraverso i paesi europei e fece il suo ingresso in tutti i conventi carmelitani.

Padre Emmerico mise innanzitutto al servizio di Gesù Bambino di Praga il suo talento di scritto­re. Tutto quanto poté scovare in merito alla di lui storia, egli lo raccolse in un libro che apparve a Praga nel 1737 sotto il titolo: Pragerisches Gross und Klein (Del grande e del piccolo mondo di Praga). Qualche anno appresso, venne tradotto e pubblicato in versione ceka e poi italiana, ed è rimasto a tutt'oggi una delle più importanti fonti di documen­tazione storica per la devozione a Gesù Bambino di Praga. Egli propose ai Padri di festeggiare con par­ticolare solennità la ricorrenza del Santo Nom& di Gesù, preparandola con una apposita novena.

In tal modo la chiesa dei carmelitani di Praga con il suo miracoloso simulacro diveniva un santuario nazionale, in cui migliaia di sofferenti e di anime angosciate venivano a cercare rifugio e sollievo. Per rendere accessibile a tutti la meravigliosa storia di Gesù Bambino, P. Emmerico aveva appeso alla porta trenta quadri che raffignravano le più note grazie e i più celebri miracoli di Gesù Bambino. In oltre si ado­però instancabilmente ad accontentare le richieste di copie del santo Gesù Bambino di Praga e, in breve tempo, in tutti i conventi carmelitani austriaci tro­neggiava al posto d'onore una statua di Gesù Bam­bino di Praga.

 

Nel frattempo, P. Ildefonso della Presentazione, che nel 1737 era stato eletto Generale dei carmelita­ni scalzi, si adoperava a diffondere la devozione, mettendo il bene dell'Ordine intero sotto la prote­zione del Piccolo Gesù. Dovunque gli si presentasse l'occasione, sia nelle conversazioni che nelle visite o nelle lettere, si preoccupava di fare conoscere il Bimbo di Praga, distribuendo anche le immagini o statue. La sue iniziativa trovò dappertutto ottima accoglienza: segno evidente che la devozione a Gesù Bambino di Praga era solo una propaggine di una devozione già da un pezzo sussistente al Carmelo.

Padre Ildefonso ebbe modo di sperimentare la prodigiosa protezione di Gesù Bambino in occasio­ne d'una tempestosa traversata da Palermo a Milaz­zo. "Avevano appena cominciato a navigare quando le onde scatenate gettarono l'imbarcazione a fracassarsi contro le rocce. Invocai Gesù Bambino di Praga, e riu­scii a salvarmi assieme ai miei compagni sulla punta di uno scoglio... Successe un fatto quanto mai singolare: nella valzgia portavo un prezioso messale nuovo, desti­nato alla cappella di Gesù Bambino di Praga, che mi era stato regalato dai religiosi di Palermo... Al momento del naufragio esso era avvolto solo in carta ordinaria, e la valigia in cui lo portavo, era finita in mare, restando a lungo in balia delle onde marine. Ora, aprendo la suddetta valigia, trovai naturalmente tutti gli oggetti racchiusi in essa completamente inzuppati: solo il messale, il magnfiico messale destinato a Gesù Bambino di Praga, era asciutto e intatto; non era bagnata nemmeno la carta che lo avvolgeva".

Allorché P. Ildefonso, finito il suo generalato, fece ritorno in Austria in qualità di Visitatore Ge­nerale, costatò che nel frattempo l'altare era di­ventato troppo piccolo per accogliere l'immensa folla di gente che spesso si assiepava ai piedi di Gesù Bambino. Egli si mise quindi all'opera per fare costruire un nuovo sontuoso altare che rendes­se possibile a tutti di vedere il Santo Bambino senza impedimenti di sorta.

Il 13 gennaio 1741 ebbe luogo la solenne tra­slazione in cui lo stesso Padre Ildefonso si riservò l'onore di collocare con le proprie mani il simulacro di Gesù Bambino sul nuovo trono, e di chiudere personalmente la preziosa custodia di cristallo appositamente fatta costruire per lui. Egli concluse la solenne festa con un discorso rimasto memorabi­le. Allorché in seguito ebbe ancora occasione di celebrare la Santa Messa all'altare di Gesù Bam­bino, egli usò sempre il magnifico messale avuto in regalo in Sicilia. Sulla prima pagina stava scritto di suo pugno: Fi Foto offirto al nostro piccolo benevolo Gesù Bambino da noi - Padre Ildephonsus a Presentatione, Praepositus Generalis Ordinis B.F.M. de Monte Carmelo, Annus 1739.

 

Nel 1742 P. Ildefonso tornò definitivamente a Praga. In qualità di Priore del convento egli si pro­poneva di incrementare ulteriormente l'onore tribu­tato al Piccolo Re. Non si peritò, quindi, di invitare a fare visita a Gesù Bambino la stessa Imperatrice Maria Teresa d'Austria, che era stata incoronata, a Praga, anche regina di Boemia. E l'augusta Sovrana ci venne per davvero, regalando a Gesù Bambino un prezioso abito con mantello di seta verde, cucito e ricamato di sua propria mano.

 

Allorché nel 1744 le truppe prussiane giunsero in vista della capitale boema, le autorità cittadine si rivolsero a Padre Ildefonso, pregandolo di tenere una processione con il miracoloso simulacro, affin­ché Praga fosse risparmiata dal disastro. Si giunse infatti ad una onorevole capitolazione senza batta­glie cruenti. I soldati prussiani, per altro, irruppero in città acquartierando nei conventi requisiti come uso di caserma. Nemmeno il convento dei carmeli­tani sfuggì a questa sorte.

Per fortuna l'occupazione durò pochi mesi. Con una solennità straordinaria, si tenne una nove­na di ringraziamento, a cui fu vista partecipare per­sino la regina di Polonia.

 

9. GESÙ BAMBINO DI PRAGA NEI TEMPI PIÙ RECENTI

 

Fino a che il 3 luglio 1754 le misure coercitive del Giuseppinesimo non raggiunsero anche il conven­to di Praga, con la pretesa di mettere fine persino alla devozione al Piccolo Gesù di Praga, il Santo Bambino aveva continuato a restare una delle più favorite immagini miracolose.

I Padri vennero espulsi, mentre l'edificio con­ventuale fu trasformato in pubblico ginnasio, e l'in­tera area religiosa incamerata e dichiarata proprietà statale. Nessuno però si azzardò a toccare la statua di Gesù Bambino, perché l'Imperatore temeva una sollevazione generale.

Però poco alla volta la devozione a Gesù Ba­mbino andò lentamente in declino. Nessuno mostra­va più alcun interesse per il Santo Bambino, e la popolazione di Praga, un tempo così entusiasta di lui, sembrava averlo completamente dimenticato.

Fu con P. Giovanni Slansky che le cose cam­biarono. Nel 1575 egli era riuscito a fare restaurare la chiesa e fare edificare anche un nuovo altare per Gesù Bambino. Il denaro necessario a tali spese l'a­veva questuato Gesù Bambino stesso: egli era andato pellegrinando di convento in convento, vestito da povero mendicante, senza corona e senza ornamenti preziosi di sorta.

 

Pian piano, anche il culto tornò a rifiorire, e ciò soprattutto per merito del Card. Carlo Kaspar, Arcivescovo di Praga. A Roma, dove aveva soggior­nato in qualità di studente di teologia, era stato costretto a costatare amaramente come il famoso Gesù Bambino fosse conosciuto dovunque, meno che nella sua patria di origine. Ora nella vostra città a Praga, si trova il santuario del celeberrimo Gesù Bambino? gli aveva detto un suo compagno semina­rista, soggiungendo poi: Non e' vero che da voi gli vogliono tanto bene?. Con sua grande vergogna, lo studente, futuro Card. liaspar, aveva dovuto confes­sare... di non averlo mai sentito nominare!

 

Egli reputò suo sacrosanto dovere sottolineare Vimportanza del culto a Gesù Bambino. È tutto meri­to della sua iniziativa se il Congresso Nazionale Cattolico del 1935 ebbe 'luogo nella chiesa di Nostra Signora della Vittoria, e scelse come tema dei suoi lavori: La funzione di Gesù Bambino nel restaurare omnia in Cristo. In tale occasione vennero celebrati ben tre pontificali davanti alla preziosa custodia ove stava racchiusa la statua di Gesù Bambino.

Assai sintomatico e significativo è il fatto che il Cardinale, proprio l'anno dopo, quand'era scop­piata la rivoluzione in Spagna, esortò la popolazio­ne a tenere delle novene di preghiera ai piedi del miracoloso Gesù Bambino, affinché la patria fosse liberata dal comunismo. In segno di ringraziamento per il suo gesto, in Spagna gli diedero il nome di El  Cardenal del Nino de Praga: un titolo onorifico da lui meritato a buon diritto.

Il suo successore, Mons. Josef Beran, appena tornato dal campo di concentramento di Dachau (1945), ebbe come primo pensiero quello di celebra­re una Santa Messa all'altare di Gesù Bambino. In ringraziamento per la sua liberazione, egli cambiò il titolo della chiesa dei carmelitani in quella di Nostra Signora di Gesù Bambino di Praga.

 

Con il governo comunista tornò, però, un cupo silenzio attorno a Gesù Bambino. Ma a Praga non mancarono ugualmente i fedeli, che nelle loro pene e preoccupazioni cercarono rifugio in lui. Così da questa città il culto del Piccolo Re si diffonderà nel mondo intero e la devozione di Santa Teresa all’Umanità di Cristo in genere e al mistero natali­zio in particolare verrà concretizzata con quella a Gesù Bambino di Praga.

L'evoluzione del culto a Gesù Bambino va inquadrata negli avvenimenti del tempo e compresa sulla scorta di questi. Con l'insorgere dell'ondata ico­noclasta in Boemia (1619), da parte cattolica si affermò proprio in questo periodo una intensificata venerazione per le immagini devote. Il popolo fedele si senti profondamente ferito dalle tante profanazioni perpetrate sui suoi valori più santi, e si schierò riso­lutamente in loro difesa. Come naturale reazione alle tendenze spregiatrici delle immagini, manifestate dalla Riforma protestante, si destò in esso un più intenso bisogno di esprimere anche esteriormente la sua pietà, una spiccata propensione a tenere alti i suoi simboli religiosi, in particolare la predilezione per le feste devozionali celebrate nei santuari, splen­denti d'oro e di preziosi ornati, per le immagini e le statue miracolose. È questo sintomo caratteristico d'un sano risveglio delle energie vitali offese, che si connette con la devozione a Gesù Bambino di Praga, con cui gli uomini della Controriforma vollero con­traccambiare di tutto cuore l'amore al Divino Redentore in veste di Bambino.

Ma gli ideali e le disposizione d'animo dell’uo­mo che vive alle soglie del terzo millennio sono davvero sostanzialmente diversi da quelli dell'uomo vivente nell'età barocca? L'esortazione ad imparare le virtù dell'infanzia è stata enunciata anche per noi, e il Piccolo Gesù sprona anche noi a diventare figlio-li del Padre celeste. Perciò Gesù Bambino di Praga ci addita la via che ciascuno di noi deve imboccare, e la devozione verso di lui si inserisce organicamen­te anche nel tracciato spirituale dei nostri tempi.

Se oggi il culto a Gesù Bambino è meno senti­to, ciò si spiega non soltanto tenendo presenti le diverse condizioni ambientali, psicologiche delle varie culture, ma anche lo spirito dell'età moderna che ha disimparato l'aureo insegnamento del farsi bambino di fronte a Dio.

Per comprendere a fondo tutta l'importanza della devozione a Gesù Bambino, bisogna prima imparare a diventare semplici e schietti come Gesù Bambino. Ora, è appunto questo il messaggio indirizzato al mondo dal Carmelo. Se questo programma troverà cuori aperti per accoglierlo, anche Gesù Bambino, e quindi un afilato di autentica spiritualità carmelitana, potrà penetrare nell'intimo dell'anima umana.

Ora ci chiediamo, quando Gesù Bambino di Praga venne in Italia.

 

 

10.  IL SANTUARIO DI ARENZANO E L'INTRONIZZAZIONE DELLA STATUA DI GESÙ BAMBINO A MILANO

 

 

I carmelitani scalzi si erano stabiliti ad Aren­zano nel 1889: una piccola casa di studi con annes­sa cappella pubblica dedicata a Santa Teresa di Gesù, la grande Riformatrice del Carmelo. Saranno essi a costruire il primo Santuario in Italia, dove, in quell'epoca Gesù Bambino di Praga era quasi sco­nosciuto. Delle fatiche fatte dal Padre Ildefonso della Presentazione, durante il suo generalato, ardente di zelo nel diffondere nella penisola la devozione a Gesù Bambino, erano rimaste ben poche tracce.

 

Anche dai Conventi del Nord, Trento e Gorizia, aggregati alla Provincia austriaca pur trovandosi in terra italiana e ben presto soppressi, dove se ne era continuato il culto nella consapevolezza di una devo­zione tipicamente carmelitana, questo non riuscì mai ad oltrepassare i confini territoriali.

Solo negli ultimi decenni dell'Ottocento, allorché alcuni emigrati, venuti in Italia da Praga, avevano

portato con loro l'immagine di Gesù Bambino, impe­gnandosi a propagarne il culto, si poté dare l'avvio a pratiche devozionali, soprattutto nell'Italia meridiona­le, ove in qualche chiesa fu posta la sua effigie.

 

Il 1895 segnò una data importante nella storia del culto a Gesù Bambino di Praga nella penisola. Fu in quell'anno che i carmelitani scalzi di Milano chiesero a Sua Eminenza il Card. Arcivescovo An­drea Carlo Ferrari la facoltà d'intronizzare, nella loro chiesa del Corpus Domini, la statua di Gesù Bambi­no di Praga. Sua Eminenza rispose affermativamente scrivendo: Siamo molto contenti che anche in questa città si propaghi per mezzo dei figli del Carmelo, la devozione a Gesù Bambino di Praga, e benediciamo i promotori di tale devozione e tutti quelli che la praticheranno e la difionderanno per ravvzvare sempre più nei cuori la fide e l'amore verso il Divino Redentore. Milano, Sant'Am­brogio 1895.

La cerimonia dell'intronizzazione, presieduta dallo stesso Cardinale, si svolse il 15 dicembre alla presenza di circa 3.000 persone. Sua Eminenza si riservò il privilegio di sollevare la statua di Gesù Bambino, e di porla con le proprie mani sul trono, fra gli applausi dei fedeli. Poi recitò la preghiera composta dal Padre Cirillo, ed in fine consacrò al Piccolo Gesù tutti i bambini milanesi.

Ben presto, l'idea di collocare il suo simulacro nelle chiese divenne gradualmente familiare a tutti i religiosi carmelitani; e ciò soprattutto perché gli stessi fedeli volevano vederlo e affidare al suo sorri­so celeste le loro pene, le preoccupazioni dei loro cuori afflitti, i loro desideri. Perciò anche Padre Giovanni della Croce (Rosso), Priore di Arenzano, appese nel 1900 un piccolo quadro di Gesù Bambino (~Ox6O cm.) nella cappella del convento. Con tale gesto, egli aveva dato inizio ad un'opera veramente importante e decisiva per la storia della devozione a Gesù Bambino di Praga, nonché per la spiritualità carmelitana in Italia: Arenzano diven­terà la seconda Praga.

 

11. IL TEMPIO DEL PICCOLO RE

 

Tra i grandi e i piccoli Santuari che in tutto il mondo segnano come pietre miliari il trionfale cam­mino della devozione a Gesù Bambino di Praga, sì distingue affatto in modo particolare quello di Arenzano. Qui, a pochi chilometri da Genova, sorge la magnifica basilica, eretta in onore di Gesù Bambino dall'Ordine carmelitano.

Troneggia in posizione incantevole, in mezzo a un paesaggio che, per luminosità e colori ricorda i quadri della migliore pittura rinascimentale. Il Santuario accoccolato sopra un poggio ridente, si taglia sull'azzurro del cielo con il bianco dei suoi marmi, armoniosamente interrotto da rivestiture in rosso cupo, come visione d'eternità, di pace, degna casa del "Re dei re".

 

Non era trascorso un anno che già alcuni fedeli, venuti nella cappella dei padri carmelitani a pre­gare dinanzi al quadro di Gesù Bambino di Praga, avevano ricevuto grazie particolari. I Padri, sorpresi dello straordinario afflusso di gente che pregava con fervore e fiducia, sitibonda di grazia e di conforto, e vedendo il grande bene che da questa devozione derivava alle anime, decisero di sostituire il semplice quadro con una statua. L'aveva offerta in dono la marchesa Delfina Gavotti di Savona: ed era del tutto somigliante all'originale di Praga, di 52 cm. di altezza, rivestito di velluto rosso ricca­mente ornato di ricami d'oro.

Il 2 giugno 1902, P. Giovanni della Croce alla fine di un triduo tenuto in preparazione all'inaugu­razione della statua in cappella, la benedisse e la chiuse in un'urna di vetro, collocata ai piedi della Vergine del Carmelo. Più tardi venne sostituita con la statua tuttora venerata nel Santuario, che è l'e­satta riproduzione in legno di quella originale leg­germente più alta.

 

Evidentemente Gesù Bambino aveva molto gradito questo primo segno d'onore tributatogli dal pio Priore di Arenzano. Come già tante volte in pas­sato, così anche allora si verificò di nuovo la dolcis­sima promessa fatta a P. Cirillo Più voi mi onorerete, più io vi favoriro'.

Le grazie e i prodigi attiravano sempre molti fedeli, si numerosi che la modesta cappella dei Padri

non era più sufficiente a contenere lo sfilare di cen­tinaia di persone che affluivano ad Arenzano.

Nacque così l'idea di erigere, in onore di Gesù Bambino di Praga, uno splendido tempio. Fu posta la prima pietra il 16 ottobre del 1904. Quattro anni dopo, il 6 settembre, si poté già procedere alla solen­ne benedizione della chiesa. Sua Ecc. Mons. Ales­sandro Zanecchia Ginetti, Vescovo di Teramo, apriva al culto pubblico il primo Santuario dedicato in Italia a Gesù Bambino di Praga. I Padri avevano offerto in omaggio al santo Pontefice Pio X il nuovo tempio, quale monumento perenne del suo cinquantesimo di sacerdozio.

 

 

12. IL CARMELO DI MONZA: UNA CHIESA AL PICCOLO RE

 

UNA PROMESSA MANTENUTA

 

La signora Margherita Devizzi, rimasta vedo­va, si trovò sulle spalle la grande azienda che le aveva lasciato suo marito: antica e rinomata ditta, a Robecco Balsamo (Mi), specializzata nella confezio­ne di prosciutti in scatola e affumicati.

Ora, la signora doveva attendere ed avere occhio a tutto: sbrigare la corrispondenza, control­lare l'amministrazione, sorvegliare le diverse fasi del lavoro che venisse eseguito secondo la ricetta, ch'era un segreto di famiglia, e attendere a trenta operai che lavoravano alle sue dipendenze.

Nell'estate, verso le undici, la signora Marghe­rita era entrata per un'ispezione nella cella frigorifera chiudendola inavvertitamente dietro di sé. Quanto tentò di uscire si ricordò, con sgomento, che la porta non si poteva aprire se non dall'esterno!.

Bussò, picchiò ripetutamente contro la porta, ma i colpi non venivano uditi nel laboratorio. Nel frattempo le sirene suonavano il mezzogiorno, e solo verso sera gli operai addetti al frigorifero sa­rebbero entrati a riporvi il materiale lavorato du­rante la giornata.

Vestita, com'era, d'estate, cominciava a sentirsi intirizzire; cercò di camminare, di muoversi, ma i fenomeni di refrigerazione e di ipotermia comincia­vano a farsi sentire: stanchezza di cuore, ronzio alla testa.

Ogni speranza di salvezza era crollata: l'avreb­bero a sera trovata morta assiderata, dentro. Allora dal suo animo profondamente cristiano e di su dal fondo del suo cuore sgorgò una fervente, fiduciosa preghiera: O Gesù Bambino di Praga, se mi salvi la vita, in riconoscenza ti farò edificare una chiesa in Monza, dedicata al tuo nome!.

La risposta di Gesù Bambino fu pronta ed im­mediata. Un operaio, non addetto al frigorifero, che già si era cambiato i panni da lavoro e stava lasciando il laboratorio, si trovò a passare davanti alla cella fri­gorifera e senza sapere lui stesso il motivo, si senti spinto ad aprire la porta.

Quale non fu il suo stupore di vedersi innanzi la signora e in quale stato; rimase quasi senza paro­le: "Signora! Voi... qui!". Accorsero tutti gli altri operai ch'erano ancora presenti. La signora Mar­gherita, riavutasi e scomparso lo spavento provato, chiese all’operaio che aveva aperto la porta, di dirle per quale motivo aveva fatto ciò.

E l'operaio, con tutta semplicità e verità: "Si­gnora, non lo so nemmeno io perché abbia aperto la porta del frigorifero. Stavo per uscire, e quando mi sono trovato davanti alla porta, una forza misterio­sa, più forte di me, mi spinse ad aprirla".

La signora Margherita aveva avuto la confer­ma: alla sua domanda di grazia, Gesù Bambino aveva dato una pronta ed immediata risposta.

Ora doveva adempiere il voto.

All'incrocio del largo alberato viale Cesare Bat­tisti, con la strada che da Monza conduce a Lissone, ove una volta c'era il laghetto della Villa Douglas­Scotti, ora sorge una bella chiesa a mattoni a vista, dedicata a Gesù Bambino di Praga. La fecero co­struire i padri carmelitani nel 1934 con le offerte della signora Margherita. E sorta per la fede e la fiducia semplice di una donna a Gesù Bambino.

 

III.

LE PIÙ BELLE PAGINE DELLA SPIRITUALITA DEL CARMELO SULL'INFANZIA DI GESÙ

 

1.         SANTA TERESA DI GESÙ

 

Dal punto di vista storico la devozione a Gesù Bambino di Praga è certamente una delle pagine più eloquenti della spiritualità carmelitana sul ruolo e sull'importanza che si è cercato di attribuire al miste­ro dell'infanzia di Gesù. Si è sviluppata nell'ambiente tipico del barocco, l'epoca in cui si voleva rendere "visibile" Gesù Cristo, da Paolo definito immagine del Dio invisibile (col 1,15), e per farla risaltare nel mistero dell'incarnazione, si amava presentare il "primogenito di ogni creatura" nella figura del Bambino, senza per questo escludere la sua natura divina. Ma come già detto, il culto di Gesù Bambino di Praga ha avuto la sua radice spirituale nella dottrina di Santa Teresa d'Avila sul significato dell'Umanità di Cristo nella vita interiore. Soltanto, stando alle affermazioni della grande Riformatrice del Carmelo e tenendo presente le sue esperienze mistiche, la devozione a Gesù Bambino acquista fondamentale significato ed entra a far parte della spiritualità carmeltana, strettamente connessa con la teologia dell’Ordine sulla grazia della redenzione.

 

La grande Mistica sapeva amare con il cuore infiammato di una santa e con i delicati sentimenti di una donna innamorata. Come la presenza di buoni amici l'aveva sempre rallegrata, sicché ella aveva cercato yolentieri la loro compagnia, così essa, nei vari momenti della vita quotidiana anelava anche a vedere il volto di Cristo e a sentire la sua presenza. Bramava stringere con lui un rapporto di amicizia, al quale applicava gli stessi principi di pura amicizia umana che corrispondevano così bene alla sua natura affettuosa. Questo senso dell'amici­zia, così profòndamente radicato in lei, la condusse a prediligere la rappresentazione figurativa. Noi sappiamo che in ogni monastero da lei fondato face­va esporre quadri e statue a profusione, e che da queste immagini essa veniva portata ad un sempre crescente accostamento a Dio e ad un'atmosfera di sempre più intimo amore per lui. Spesso le bastava un semplice e fugace sguardo ad una pia immagine, perché il suo intimo si sentisse nuovamente scosso dal contatto con la Divinità ed ella venisse prodi­giosamente trasportata in alto della sua presenza.

Viveva, quindni continuamente alla presenza del Signore. La sua giornata era tutta pervasa e santificata dalla sua figura. E da impossessarsi così profondamente del suo intimo, non era soltanto l'immagine del Crocifisso e del Signore sofferente. Era invece anche l'immagine dell'innocente Figlio di Dio nelle vesti di Bimbo, al quale ella s'accostava con sentita fede nel mistero dell'incarnazione, esen­te da ogni sentimentalismo e da ogni traccia parti­colaristica di pietà soggettiva.

La Santa di Avila era animata da un sano reali­smo nei confronti di tutte le forme esteriori di impo­stazione della vita soprannaturale. Preferiva devozioni e pratiche di pietà che si rifacessero alla Sacra Scrit­tura o fossero state approvate dalla Chiesa. Viceversa, si batteva coraggiosamente contro tutte quelle devo­zioni private che nascevano da esaltazione esagerata o superstiziosa. 'La scienza è sempre una gran cosa; scrive nella sua Autobiografia, perché istruisce e illumina chi poco sa; fa conoscere le verità della Sacra Scrittura e fac­ciamo quello che dobbiamo fare. Che Dio ci grardi da devozioni alla balorda!" (Vita, c  15, 16). Ci narra ancora parlando della sua malattia: "Cominciai a fare celebrare messe e a recitare orazioni approvate. Non fui mai portata a certe divozioni che praticano aleun4 specialmente donnc nelle quali entrano non so quali cerimonie che io non ho mai potuto soffrire e che a loro piacciono tanto. Poi si conobbe che non erano convenienti e che sapevano di super­stizione" (Vita, c. 6, 6).

Questo atteggiamento chiaro ed univoco della Santa si spiega come sana reazione di fronte alle innumerevoli devozioni private, che spesso rasentavano la superstizione, inventate dalla pietà popolare del XVI secolo in Spagna e in tufta l'Europa, e che si presentavano sotto le più svariate forme di venerazio­ne delle immagini nonché di fantasiose pratiche ceri­moniali.

A ciò veniva ad aggiungersi il fatto che Teresa mirava a basare il tracciato fondamentale della vita interiore sui principi della teologia, e cercava ansiosa­mente nella dottrina cattolica una rivelazione della realtà vitale. Questo atteggiamento la condusse a combattere la concezione dei cosiddetti spirituali, che guardavano con sospetto la teologia dei letrados, cioè di coloro che apprezzavano altamente la scienza teolc­gica. Non di rado, infatti, questi spirituali basavano le loro misure su vedute puramente arbitrarie, cercando - sempre per lo più inconsciamente - di frammischia­re ai dati teologici aggiunte soggettive; con il che spa­lancavano la porta all'influsso del sentimentalismo e della superstizione nella vita religiosa del popolo.

 

La Santa mediante una netta e decisa separa­zione tra gli elementi autentici e quelli spuri, cerca­va di depurare la vita religiosa da ogni fantastiche­ria e da ogni espressione strana, perché era convin­ta di vedere in tali atteggiamenti una mancanza di vivere conforme alla verità del Vangelo.

Per mettere in evidenza il rapporto di Santa Teresa con il Bambino Gesù, bisogna seguire alcuni episodi della sua vita. Non si deve dimenticare il suo desiderio di trovarsi sempre in compagnia del Bambino Gesù. Quando doveva mettersi in viaggio per le fondazioni di nuovi monasteri, servendosi di una carretta ermeticamente chiusa, paragonabile a un monastero ambulante, quasi sempre portava con sé una statua di Gesù Bambino, abbigliato di un vestitino graziosamente ricamato, secondo l'uso del­l'epoca che amava venerarlo come divino Bambino. Sembrava quasi volesse dolcemente cullare il Bam­bino su quelle strade sconnesse, su cui la carretta avanzava dondolando paurosamente, ora a destra ed ora a sinistra. Il simulacro guidava il suo sguardo entro il mistero di amore infinito del Verbo Divino, e il suo cuore di sposa innamorata anelava a donarsi, sacrificandosi totalmente e senza riserve all'Amore umanato. In quelle spesso interminabili ore di mar­cia, ella cantava sommessamente la ninnananna della rinuncia, il canto del Todo-Nada ossia del Tutto e del Nulla: l'inno che uno dei suoi primi figli aveva condensato in versi immortali.

 

È l'eco fedele della sua convinzione che l'Uma­nità di Cristo non impedisce affatto la contempla­zione, ma anzi la richiama... Perciò, "buon mezzo per mantenersi alla presenza di Dio, è di procurarvi una sua immagine o pittura che vi faccia devozione. Non già per portarla sul petto senza mai guardarla; ma per servirvene a intrattenervi spesso con lui; ed egli vi suggerirà quello che gli dovrete dire. Se parlando con le creature, le parole non vi mancano mai, perché vi devo-no esse mancare parlando con il Creatore?." (Cammino di perfezione, 26,9).

 

Questa materna esortazione della Santa fa ri­suonare la sua personale esperienza. Difatti, era proprio partendo dalla rappresentazione figurativa che Cristo le si era fatto incontro come realtà inti­ma e spirituale, penetrando profondamente nel suo cuore. (Vita, 4,7; castello interiore 6, 8,2). Egli era andato via via prendendola in suo sempre esclusivo possesso, sino a che ella giunse a sentire la sua presenza ininter­rotta al suo lato destro.

Nelle sue visioni, ne vedeva l'immagine in figura umana (Vita, 25,s), e dalla sua santissima Umanità fluiva in lei un torrente di grazie incomparabili. Era proprio questa visione del Cristo vivente, dell'Uomo-Dio, che esercitava un'irresistibile attrazione sulla sua vita interiore: un fascino che è paragonabile solo all'effetto delle parole del Signore. Cristo nella sua Umanità, entro cui si celava la sua Divinità, costituiva la carica di lancio nella mistica ascesa della Santa Riformatrice.

Era la realtà ultima e decisiva che dominava in­contrastata nella sua anima, permeando sempre più profondamente il suo pensiero. Ecco perché era tutta felice quando ne poteva avere l'immagine dinanzi agli occhi; ecco perché è comprensibile come nei suoi viaggi portasse con sé un Gesù Bambino, come ci informa il suo primo biografo F. Ribera: "Di tal maniera; il viaggio non le cagionava distrazione".

 

Una tradizione tramandata oralmente vorrebbe che tutto l'inventano del monastero di Santa Tere­sa, in occasione del suo viaggio di fondazione a Si­viglia, consistesse in una statua di Gesù Bambino, una grossa scorta d'acqua santa ed alcuni libri di preghiera~. Anna dell'Incarnazione, nella sua depo­sizione in qualità di testimone al processo di beatifi­cazione della Santa, afferma che la Madre fondatrice abbia detto per fondare un monastero mi occorre solo un campanello, una casa d'affitto, Gesù Bambino e San Giuseppe. I veri fondatori dei monasteri Carmelitani devono prendersi cura di tutto il resto "

Si mostra ancor oggi a Toledo il Gesù Bambino piangente, che venne chiamato così perché pianse amaramente all'ultimo commiato della S. Madre Teresa. Segno commovente che la Santa non sareb­be mai più ritornata.

 

Un caso strano accadde durante la fondazione di Villanueva. Era il sabato 13 febbraio quando la S. Madre si mise in viaggio con le sue compagne. "Dovevamo passare dal convento di Nostra Signora del Soccorso, scrive nelle sue Fondazioni (c. 28), "che come ho detto è a tre leghe (più di 5 km) da Villanueva e di là dar avviso del nostro arrivo. Così avevano stabilito i due Padri che ci accompaguavano, ed era doveroso obbedire. Quel convento si trova in un deserto in mezzo a una deli­ziosa solitudine. Giunti vicino, i frati uscirono in bell'ordi­ne a ruevere il loro P. Priore, e qui la Santa tace che es­si le chiesero in ginocchio la sua benedizione. Nel ve­derli così scalzi con le loro povere cappe di bigello, ci. sen­timmo mosse a devozione. Io poi ne rimasi molto inteneri­to, parendomi di esser ancora ai beati tempi dei nostri primi Padri. Mi sembravano in quel campo bianchi fiori profumati".

 

La narrazione della Santa Riformatrice trova il suo proseguimento in una tradizione trasmessa oral­mente. "I carmelitani scalzi del convento dedicato a Nostra Signora del Soccorso erano corsi incontro alla S. Madre. La strada che dal convento portava a Fillanueva era tutta tappezzata di fiori e di innumerevoli ghirlande. Frano stati eretti tanti altari per la benedizione, perché là Madre doveva venir accolta con una solenne processione encaristica. I frati avevano portato a Teresa una graziosa statua di Gesù Bambino. Accadde allora che, durante la processione. Anna di S. Agostino vide quella statua ani­marsi improvvisamente. Il Piccolo Gesù correva avanti e indietro tra la Madre e l'Ostensorio. Il volto di Santa Teresa non tradiva alcuna meraviglia. E nemmeno Anna di S. Bartolomeo, che pure aveva notato quel fatto prodi­gioso, si lascio scappare una parola al proposito. Allorché però Anna di S. Agostino non riuscì più a trattenersi dall'esprimere il suo stupore, la Madre le replicò seccamente: "Taci tu, pazza che non sei altro!».

"Giunte a Villanueva - prosegue Anna di S. Agostino - scendemmo nella chiesa parrocchiale, da cui ci volevano condurre alla chiesetta che avrebbe dovu­to servire per la fondazione del Monastero. Ebbe luogo un 'altra solenne processione con il SS. Sacramento. Al momento in cui si portò fuori il baldacchino per accom­pagnare la Maestà Divina, io vidi nuovamente Gesù Bambino, molto simile a quello regalatoci al convento di S. Maria del Soccorso. Prendeva parte anche lui alla processione, ed io non lo perdevo d'occhio un istante. Vidi che egli; partendo dal SS. Sacramento, si faceva incontro alla nostra S. Madre, con volto ilare e sorri­dente. Sembrava fosse oltremodo contento per la fonda­zione di questo monastero. Lo vidi anche darci la bene­dizione con la sua santa mano. E continuò così per tutta la durata della processione, sino al momento in cui var­cammo la soglia della nuova casa. Poi disparve.. "lo La Santa Riformatrice consegnò la statua di Gesù Bambino alla Beata, facendole notare che avrebbero sempre avuto in essa "un tesoro assai redditizio".

Anna di S. Agostino non potè tralasciare qui di aggiungere ancora alcuni particolari.

Quale posto occupasse Gesù Bambino nel pen­siero della Santa Riformatrice, lo mostra un piccolo episodio avvenuto al tempo della fondazione di Bur­gos. Il P. Pietro della Purificazione, al principio dell'anno 1582, aveva passato alcuni mesi fungendo da accompagnatore di viaggio della Santa in quel di Burgos. In seguito alle molte difficoltà fattele dal­l'Arcivescovo locale, ella non aveva potuto imporre subito la clausura al monastero. Ora un giorno, Te­resa ricevette la visita di una affascinante giovane dama, splendidamente vestita. Portava al collo una collana di perle e preziosi diamanti di squisita fattu­ra, che aumentavano il suo fascino. Quando fu par­tita, la Santa si volse al P. Pietro e gli chiese:

"Fray Pedro, avete visto Dona NN ?" "Sì, Madre. Ma perché me lo chiedete?.". La Madre, un po' impensierita soggiunse: "Cosa ne pensa?. Non è una bella donna carua di meravi­gliosi gioielli?.". "Non ci ho fatto molto caso. Ma ognuno direbbe senz'altro che sia bella e sappia vestirsi con ottimo buon gusto". Teresa sorrise. E disse poi un tantino maliziosamente: "I diamanti starebbero meglio al mio Gesù Bambino, per­ché tutto quanto è di questo mondo mi sembra odioso».

Preso allora P. Pietro per la manica, lo condusse qualche passo addietro nel corridoio, dicendogli nel frattempo: "Credetemi, Padre, da quando N. S. Gesù Cristo mi ha fatto la grazia di visitaimi e di apparirmi e anche l'Eterno Padre e lo Spirito Santo in una figu­ra così divina, con tanto splendore e con tanta bel­lezza, egli è presente agli occhi della mia anima tanto, che su questa terra non riesco più a contentarmi di nulla. Tutto mi sembra odioso e repellente. Niente mi dà più soddisfazione, tranne il veder delle anime rive­stite dei doni di Cristo. Per questo ho detto di non trovare realmente bella questa serva del Signore"

Un giorno, nel monastero di S. Giuseppe, ac­cadde un sintomatico incidente. Si era in uno degli anni che vanno dal 1564 al 1566, quando, proprio nel giorno del Corpus Domini, «al monastero non c'era nulla da mangiare fuorehé un po' di pane... La Madre Teresa ne provò una tale gioia che fatto il ringraziamen­to, ci condusse in processione davanti ad una statua di Gesù Bambino verso la quale nutrivamo grande devozio­ne, cantando le sue lodi e improvvisando delle strofitte sulla grazia che avevamo rirevuta". Così depose la cugina della Santa, Maria Battista de Ocampo, al processo di beatificazione della S. Madre. La statua di cui si parla, era probabilmente quella detta el Mayorazgo.

In Spagna, in ogni monastero della Riforma Teresiana esistevano statue di Gesù Bambino che costituivano preziose memorie della S. Madre, ci nar­rano gli Annali del Carmelo in Francia. Scrive P. Silverio di Santa Teresa OCD: "Sarà molto difficile trovare un monastero di Carmelitane Scalze, per povero che sia, il quale non disponga di svariate sta­tue di Gesù Bambino. I più antichi ne possiedono di solito parecchie, tra cui ve ne sono di quelle ricche di storia e miracolose, circondate di graziosi aneddoti risalenti alla stessa Santa Madre, che tanto le predili­geva e tante ne lasciò in dono ai suoi conventi" .

Perché mai Santa Teresa forniva alle sue figiie proprio statue di Gesù Bambino? Per trovarvi una risposta, basta sfogiiare le poesie della Santa, in cui ella dà libero sfogo al suo amore verso il mistero dell'Infanzia del Signore. Nei dolci colori di una sentitissima lirica, ella descrive la povertà e l'umiltà del Bambino divino che ha voluto di proposito farsi uomo per la salvezza degli uomini.

 

"Ci diede il padre l'unico Figliuolo suo divino:

in una grotta or eccolo nato per noi bambino...

Or l'uom è a Dio più simile, or giubila ogni ...

Guarda..., e medita

quanto ci deve amare, se sì innocente e tenero

viene quaggiù a penare. E

i lascia dell'Empireo

la gloria e lo splendore... E tu... considera

che, già Signor del cielo, scende tra noi sì povero da non aver che un velo. In povertà deliziasi:

sia nostro precettore!"

L'incarnazione del Signore introduce in quelrat­mosfera di spogliamento e di rinuncia che è caratte­ristica della spiritualità da cui è animato il Carmelo teresiano. Non possedere nulla, vivere raccolti e soli­tari, rinunciare in tutto e per tutto alla propria vo­lontà: ecco ciò che insegna ai carmelitana il Gesù Bambino nella mangiatoia; è appunto per questo che la Santa Riformatrice voleva che il suo Natale venis­se sempre celebrato con particolare solennità.

Un episodio avvenuto a Salamanca rivela l'inti­mo rapporto affettivo che legava la Santa a Gesù Bambino in cuna. In ricreazione, era stato allestito un piccolo presepio (che in Spagna si chiama "Belém  ossia Betlemme), e la più giovane delle novizie, suor Isabella di Gesù stava cantando con la sua melodiosa voce alcuni versi della nota canzoncina: "véante mis ojos, Ti vedano i miei occhi, Dulee Jesu's bueno: dolce Gesù buono: Véante mis ojos, Ti vedano i miei occhi, Muérame yo luego. E poi io muoia pure.

 

Teresa contemplava con sguardo estatico Gesù Bambino. Un fiotto inarrestabile d'intima commo­zione dilagò misteriosamente nella sua anima, fa­cendole dimenticare tanto le persone quanto le cose circostanti. L'amore di Dio fattosi Verbo umano la pervase tutta sin nelle intime fibre, quasi accenden­dola di nuovo fuoco interiore. Non era forse accadu­to lo stesso in un'altra veglia di Natale, allorché so­verchiata dall'amore aveva preso tra le braccia il Piccolo Gesù e s'era messa a danzare con lui can­tando con giubilante cuore?.

 

Una volta era accaduto che Teresa dovesse tra­scorrere il Natale del Signore senza alcuna solennità esterna e senza processione con il S. Bambino. Ne era rimasta non poco addolorata, ma si sforzava di sostituire la mancanza di segni esteriori di letizia con l'intimo raccoglimento e immergendosi misticamente nel mistero dell'incarnazione. Vi si era concentrata così profondamente, che si notava in lei persino un cambiamento nelraspetto corporeo. Il suo canto era così bello e soave, da non farla sembrare nemmeno più lei stessa, in quanto non aveva una voce partico­lare buona e intonata. Solo la profonda immersione del suo spirito nella santa gioia natalizia poteva aver prodotto questo prodigioso cambiamento.

Teresa sembra poi essere stata toccata in mo­do specialissimo dalla Festa della Circoncisione. Certo, le prime gocce di sangue sparso dal Signore le ricordavano la sua Passione e la sua amarissima morte in Croce. In una delle sue poesie, composte appunto per la Festa della Circoncisione del Signo­re, ella esce in questo flebile lamento:

 

"Dimmi il perché, Domenicuccio, dimmelo:

perché con 1ui sì buono, sì candido, sì bello e ancor sì tenero, tanto crudeli sono.

 

Arse per noi - e la ragion m'e' incognita - di sacro intenso amore.

E cotanto per questo, o mio Domenico, deve soffrir dolore?.

 

Si perch'ei vuote col suo crudo spasimo, lavarci dal peccato.

Oh, che Bambino, che Bambino amabile benigno il Ciel ci ha dato!

 

E come brilla d'innocenza! Guardalo! M'han già detto ogni cosa Biagio e Lorenzo. Amiamolo, Domenico, amiamolo senza posa! "

Nelle sue ore di orazione, Teresa ha indub­biamente pensato a lungo anche all’lnfanzia di Ge-su. Una volta, salendo la scala del suo monastero, vide un grazioso bambino. "Come ti chiami?.", le chie­se. Io sono Teresa di Gesù". Il Bambino sorridendo le rispose: "Io sono Gesù di Teresa".

 

Al Carmelo di Avila, si venera a tutt'oggi el Majorazgo, ossia il Gesù Bambino della santa Madre. Il termine veteroispanico di majorazgo sta ad indicare che, nel caso di questa statua, si tratta del più anzia­no tra i fratelli e quindi del più anfico Gesù Bambino della Riforma. La statua, in legno dipinto, è alta 60 cm., ed ha questo di particolare: che sui piedi di Gesù Bambino si vedono le piaghe. Le monache nar­rano che lo si è talvolta incontrato qua e là per la casa, come se fosse entrato nelle celle delle suore a benedirle. Pare che, dopo questi fatti, egli abbia rac­contato alla S. Madre tutto quanto di buono, di edifi­cante e anche di un …biricchino abbiano com­messo.

 

La conversa suor Marianna della Croce asseri­sce di aver ricevuto grazie speciali dal Majorazgo, soprattutto al momento della rinnovazione dei voti, poiché nel monastero di S. Giuseppe si era sempre usato sin quasi ai nostri giorni rinnovare i voti da­vanti a quella statua. Quest'uso risaliva sino alla S. Madre Teresa? Non lo sappiamo. Ma l'uso di tene­re, al 31 dicembre, una processione con il simulacro di Gesù Bambino e di mettergli poi in mano una piccola borsa perché egli provveda alla monache il necessario per l'anno seguente, può benissimo corri­spondere ad un'esortazione della Santa, la cui fidu­cia nell'aiuto del Celeste Bambino era addirittura sconfinata.

 

 

2. SAN GIOVANNI DELLA CROCE

 

L'incontro con Cristo nel mistero dell'Incarna­zione viene sottolineato anche nella dottrina spiri­tuale di San Giovanni della Croce. "Non si progredi­sce se non con l'imitare Cristo..., nessuno viene al Padre, se non per lui" (Salita al Monte carmelo, (2,7,8). L'anima deve, dunque, mettersi in contatto con il Signore e contemplarlo nei suoi misteri in silenzio e raccoglimento.

Questo desiderio si rinnovava nel Santo di Fon­tiveros ogni Natale con un intensità così sublime, meravigliosa e toccante, da fargli passare quei giorni come fuor di sé dalla gioia e dal gaudio interiore, impedendogli di fare attenzione ad altro fuorché alla nascita del celeste Bambino.

Seguendo il gusto spagnolo del XVI secolo, egli organizzava delle processioni attraverso i corri­doi del convento o da cella a cella, non di rado con accompagnamento di tamburelli, viòlini, flauti, piffe­ri e castagnette. Voleva che i confratellù l¼Àmitasse­ro dedicandosi a celebrare con tutta l'anima la so­lennità del Natale di Gesù Bambino. Uno dei primi biografi del Santo, P. Alfonso della Madre di Dio, ci ha lasciato una eloquente descrizione dell'attesa e delle celebrazioni della Notte Santa quali si faceva­no nel convento di Granada. Egli scrive che il San­to "eelebrava sempre questa Santa Notte (di Natale) in estasi di spirito... Da ciò che egli fece una volta a Granada; dove era Priore, si può dedurre che cosa era solito fare in tale occasione. Venuta la notte del Santo Natale egli frce installare la (statua della) Madre di Dio su una portantina. Issata a spalle e accompagnata dal Servo di Dio e dai religiosi in corteo, camminando per il chiostro, la recavano alle varie porte che si aprivano su di esso, chiedendo ospitalità per quella Signora già prossima al parto e per il suo sposo stanchi dal lungo viaggio. Giunti alla prima porta, chiedevano alloggio cantando la seguente poesiola composta dal Santo stesso:

'Del Verbo divino         "Del Verbo divino

La Virgen prenada,        La Vergine incinta,

Viene de camino,          vien dal cammino

Si le dais posada».        E chiede un alloggio".

 

Questa strofa veniva cantata ad ogni porta. I reli­giosi designati che attendevano sull'uscio, dovevano rispondere negativamente. Il Santo spiegava allora ad essi con le più soavi parole, chi fossero i due stranieri che chiedevano ospitalità, parlando della giovane sposa ormai prossima a dare alla luce un Bimbo, del tempo inclemente, dell'ora tarda. Le sue parole tradivano un amore sconfinato, che toccava profondamente il cuore di quanti lo ascoltavano. In tal modo, egli imprimeva nelle loro anime questo mistero e al contempo un grande amore di Dio "Sembrava proprio che anche lui, come l'e­vangelista Giovanni, volesse annunziare loro «quel che era fin da principio, quel che abbia udito, quel clic abbiamo veduto con i nostri occhi, que~ clic abbiamo con­templato e le nostre mani hanno toccato, del Verbo di vita" (1 Gv.  1,1).

 

Giovanni della Croce amava di tutto cuore la statua di Gesù Bambino esistente nel convento di Granada, e ne parlava spesso alle carmelitane scal­ze: ce lo attesta Maria della Croce.

 

Essa ci narra inoltre che il Santo, mentre un giorno si trovava in parlatorio, prese tra le braccia la statua di Gesù Bambino e in un rapimento estati­co cominciò a danzare con lui, cantando sull'aria di una canzoncina popolare:

 

"Mi dulce y tierno Jesus

Mio dolce e tenero Gesù:

Si amores me han de matar se

amori mi devono uccidere Agora tienen lugar". questa ne è l’ora!

Nel piccolo Museo di S. Giovanni della Croce di Ubeda, si mostra ancor oggi quella statua di Gesù Bambino che, con il suo amabile sorriso, im­pressionò il cuore del Dottor Mistico al punto da fare scomparire ai suoi occhi la realtà esteriore, e da fare sembrare che egli pregustasse già la felicità della vita eterna.

 

Mentre si trovava a Baeza, egli organizzava delle processioni, portando solennemente il Santo Bambino nel presepio allestito nella chiesa del con­vento. Certamente, in tale occasione egli non si contentava di cantare qualcuno o parecchi dei co­siddetti villancicos a tutt'oggi dappertutto diffusissi­mi nella Spagna. Il suo sguardo illuminato dalla fede, dalla carità e dall'adorazione era penetrato co­sì profondamente nel mistero dell'incarnazione, che i suoi sentimenti potevano esprimersi unicamente attraverso la poesia. Prova ne sono le 9 ispirate ro­manze da lui composte nel periodo della sua incar­cerazione a Toledo, in cui egli cercò di presentare la storia del Natale di Gesù nel suo processo im­manente e divino, finché nelle ultime due Romanze se ne spalanca l'epopea storica.

 

È l’arcangelo Gabriele che scende dal cielo ed appare a una fanciulla, Maria. Con l'assenso di lei il mistero si compie. La Trinità veste di carne il Ver­bo, e il Verbo entra nella storia degli uomini: non ha più solo il Padre ma anche una Madre. È diven­tato Figlio di Dio e Figlio dell'uomo:

 

"Un arcangelo allor chiama il cui nome è Gabriele

e lo manda a una fanciulla, che si chiama Maria

 

Il cui solo assenso basta

perché il gran mister si compia

ed in lei la Trinità

il Verbo di carne riveste.

 

E sebbene Tre Persone

fanno l'opera, ma una sola

la riceve: Il Verbo carne

di Maria si fa nel seno.

 

E Colui clic solo il Padre

fino ad ora aveva, una Madre

quindi acquista, in modo nuovo concepito e strabiliante,

che da lei sola nell'intimo la sua carne ha ricevuto per cui Figiio di Dio vero e dell'uomo egli può dirsi".

 

Con ciò tutto é preparato per il grande mo­mento dell'incarnazione, riconosciuto nel Bambino deposto nel presepio, circondato da canti angelici, sul cui volto scendono le prime lacrime:

 

ra que era llegado el tiempo Poiché era giunto il tempo en que de nacer habfa, in cui nascere doveva, asi como desposado così come uno sposo, de su tàlamo salia, dal suo talamo usciva,

 

abrazado con su esposa, stretto forte alla sua sposa, que en sus brazos la trafa, che nelle sue braccia conduceva, al cual la graciosa Madre Egli che la dolcissima Madre en un pesebre ponia, in un presepio deponeva.

 

entre unos animales

in mezzo ad alcuni animali


 

que a la sazon alli' habia. che ivi si trovano. Los hombres decian cantares, Gli uomini recitavano cantici, los éngeles melodia, gli angeli una melodia,

 

festejando el desposorio festeggiando lo sposalizio que entre tales dos habia. che fra quei due avveniva. Pero Dios en el pesebre Dio però nel suo presepe allf lioraba gemia  lì piangeva e gemeva,

 

que eran yas que la esposa che erano gioielli che la sposa al desposorio trala, lo sposalizio portava. y la Madre estaba en pasmo e la Madre col cuor sospeso de que tal trueque vela:

dello scambio che vedeva:

 

el llanto del hombre en Dios, il pianto dell’uomo in Dio,

ne el hombre la alegria' e nell’uomo l’allegria,

lo cual del uno y del otro

son due cose che all'uno e all'altro fan ajeno ser soMa.

erano estranee fino ad allora.

 

Certo, si potrebbe chiedersi, come possa mai conciliarsi una così semplice e ingenua pietà con la sublime teologia mistica del Dottore del Nada. Gio­vanni della Croce non aveva sempre ribadito che l'anima deve staccarsi da ogni immagine percettibile tramite i sensi, per dare via libera all'attività del puro spirito?

 

Non dimentichiamo che, su questo punto, non bisogna interpretare falsamente la dottrina del San­to. Non si può mettere sullo stesso piano lo svincolo interiore da ogni immagine, con il rifiuto sistematico di qualsiasi paragone immaginifico. È appunto per questo che egli stesso afferma di non appartenere al­la genia degli iconoclasti, i quali "vollero allontanare dagli occhi dei fedeli il santo e necessario uso e l'eccellen­te venerazione delle immagini di Dio e dei suoi Santi. La dottrina da me esposta è invece molto diversa: io non dico che le immagini non siano necessarie e che non si debbano venerare, faccio solo notare la differenza che vi è fra esse e Dio e la necessità di passare attraverso di loro in modo da non trovarci degli impedimenti per giungere

alla realtà vivente, fermandovisi sopra più di quanti basti per andare allo spirituale" (Salita, 1. 5,1~,2).

 

Il Santo sottolinea quindi chiaramente come le rappresentazioni figurative debbano costituire un mezzo per elevarsi a Dio, per onorarlo ed amarlo, perché contemplando l'immagine possono nascere fa­cilmente nell'anima sentimenti di devozione. Sarebbe però del tutto errato il voler proiettare questa devo­zione sull'immagine stessa. Il fattore decisivo è il mo­do con cui si guarda l'immagine.  Notizie e immagini ... che riguardano essere creati, l'anima le può rievocare alla memoria, quando... producono un effetto buono, non con il desiderio di ritenerle in sé, ma per ravvivare l'amo­re e la conoscenza di Dio". (Salita, 1.3, 14,2).

 

Questa norma vale anche per la rappresen­tazione figurativa di Gesù Bambino, in quanto at­traverso essa si apre all'anima l'accesso al mistero dell'umanizzazione di Dio.

 

2. SANTA TERESA DI GESÙ BAMBINO

 

Coltivare la presenza di Dio, entrare in intimo rapporto con Cristo, il cui sguardo avvolge con tene­rezza le creature significa in Santa Teresa di Lisieux concentrare i sentimenti e i pensieri del cuore sui misteri della santa infanzia. Vuole incontrare Gesù Bambino, rendendosi simile a lui nella piccolezza, nella semplicità, nell'essere umile e povera.

Nella Storia di un'anima si legge:

Da qualche tempo mi ero offerta a Gesù Bambino per essere il suo piccolo giocattolo. Gli avevo detto di non servirsi di me come un giocattolo di pregio che i bambini si accontentano di guardare senza osare toccare, ma come di una piccola palla di nessun valore che pote­va gettare a terra, spingere con il piede, bucare, lasciare in un cantuccio, Oppure stringere al cuore, se questo gli faceva piacere, In una parola volevo divertire il piccolo Gesù. Volevo abbandonarmi ai suoi capricci infantili... egli aveva esaudito la mia preghiera. A Roma Gesù bucò il suo piccolo giocattolo… voleva vedere cosa vi era dentro, e poi avendolo veduto, contento della sua scoper­ta, lasciò cadere in terra la pallina e si addormentò...

Comprende, Madre cara, quanto era triste la palli­na nel vedersi per terra... Tuttavia io non cessavo di sperare contro ogni speranza ".

Teresa si considera il piccolo giocattolo di Gesù Bambino “Le petit jouet de Jésus” come confessa alla sorella Leonia in una lettera del 28 aprile 1895: "Ora però sono felice di esserlo; solo ho pensato che il Bimbo divino abbia già un sufficiente numero di altre anime le quali - ricche di alte virtù - si sono qualificate suoi gio­cattoli. Di conseguenza, ho pensato che esse fossero i suoi giocattoli più belli, mentre la mia anima non era che un piccolo giocattolo senza valore. Per consolarmi, mi sono detta che i bambini provano spesso una gioia più intensa nel possedere dei giocattoli che possono gettare in un canto o prendere in mano, rompere o coprire di baci, di quanta non ne provino nell'averne altri di maggior valore che osano a malapena toccare. Sicché mi sono rallegrata di esser povera. Mi sono augurata anzi di diventarlo ogni giorno di più, affinché Gesù provi ogni giorno una gioia più grande nel giocare con me...

La Piccola Santa era profondamente convinta che l'essere piccoli e il non possedere nulla aprissero le braccia amorose di Gesù Bambino: “Si è tanto più adatti ad amare Gesù, ad essere le sue vittime d'amore, quanto più si è poveri e deboli... Teniamoci alla larga di tutto ciò che brilla! Amiamo la nostra piccolezza!”.

Celina racconta: “Al contrario dell'eresiarca Mar­cione, che diceva con sdegno: "Toglietemi queste fasce e questa mangiatoia, indegne di un Dio", Teresa era innamorata degli abbassamenti di Nostro Signore, che si fa così piccolo per amor nostro. Scriveva volentieri sulle immagini natalizie che dipingeva questo testo di S. Bernardo: "Gesù, chi vi ha fatto così piccolo - l'Amo­re!”.

Tra le poche ma decisive fondamentali verità, che nella vita di Santa Teresa affiorano continua­mente in sempre nuove formulazioni e applicazioni, va citata al primo posto Videa delle virtù dell'Infan­zia e quindi l'imitazione di Gesù Bambino che tanto teneramente amava. Quando era ancora fanciulla, le aveva procurato una particolare gioia il parlare a due bambine, figlie di una povera madre di famiglia morta in giovane età, lasciandole orfane, e che lei per un certo tempo ebbe in custodia, per ricordare anche a loro le "...ricompense eterne che Gesù Bambino dareb­be in Paradiso ai bambini buoni. La maggiore, la cui intelligenza cominciava a svilupparsi, mi guardava con occhi splendenti di gioia; e mi rivolgeva mille domande incantevoli su Gesù Bambino e il suo bel Paradiso".

Possiamo facilmente immaginare con quale en­tusiasmo Teresa avesse parlato del Bimbo divino, che per amore degli uomini era nato nella povera stalla di Betlemme.

 

Al momento del suo ingresso al Carmelo, av­venuto il 9 aprile 1888, le venne dato il nome di Teresa di Gesù Bambino; e ciò avvenne certamente non senza predestinazione divina, poiché questo nome avrebbe costituito il simbolo della sua esistenza e della sua missione. In quell'occasione, ella rivolse a Gesù Bambino la seguente preghiera: "O piccolo Gesù Bambino, mio unico tesoro, mi abbandono ai tuoi capricci divini, non voglio altra gioia che quella di farti sorridere. Imprimi in me la tua grazia e le tue virtù infantili, affin­ché il giorno della mia nascita in cielo gli Angeli e i Santi riconoscano nella tua Sposa: Teresa di Gesù Bambino”

Nel noviziato trovava una statua di Gesù Bam­bino che essa procurava sempre di adornare di fiori, con tanto diligente amore. Il giorno della sua vesti­zione, il celeste Bambino sembrò regalarle un dolce e speciale sorriso: "Dopo aver abbracciato per l'ultima volta il mio re (il papà) rientrai in clausura - narra lei stessa - la prima cosa clic vidi sotto il chiostro fu il “mio Gesù Bambino rosa” che mi sorrideva in mezzo ai fiori e alle candele”

In Consigli e Ricordi si legge: “La mia piccola Teresa fu felice dell'incarico avuto di ornare la statua di Gesù Bambino nel chiostro, e ne ebbe la maggior cura. Lo dipinse in rosa e lo circondo sempre di fiori allegri e di uccellini impagliati dalle piume chiassose. Passava parte dell'ora di silenzio rigoroso, di mezzogiorno alle tredici, d’estate, ad ornare il suo piccolo Gesù, invece di riposare come sarebbe stato permesso... Una volta che volevo impe­gnarmi a praticare la carità, mi narrò come essendo di poco novizia, e trovandosi felice di ornare la statua di Gesù Bambino nel chiostro, si privasse sempre di mettervi fiori profumati, fosse solo anche una piccola violetta, perché i profumi recavano fastidio ad una delle nostre Madri anziane"

Fu certo nelle molte ore di familiare colloquio ai piedi di Gesù Bambino, che la giovanissima Santa di Lisieux trovò la sua Piccola Via.

Parecchi anni dopo, quando, durante la sua ul­tima malattia, le fu portata una rosa, ella ci vide il simbolo del suo cuore che voleva regalare a Gesù Bambino:

 

Gesù, quando ti vedo sorretto da tua Madre

Lasciar l'appoggio

E trepido tentare su questa arida terra

I primi passi

Davanti a te vorrei una rosa sfogliare

Tutta freschezza

Perché il tuo piccol piede soavemente posi

Sopra ad un fiore!...

 

Questa rosa fogliata, è immagine fedele

Divino Infante

Del cuor che per te vuol tutto immolarsi intero

Ad ogni istante.

Signore, sui tuoi altari più di una fresca rosa

Ama brillare

A te essa si dona... Ma d'altra cosa io sogno:

'È di sfogliarmi!..."

La rosa nel suo splendore ti può abbellir la festa Bambino Amato,

Ma la rosa sfogliata, si disperde senza cura Al capriccio del vento.

Una rosa sfogliata si dà senza pretese Per più non essere.

Com'essa allegramente a te io m'abbandono Gesù Piccino.

 

Con incuria si passa sui petali di rosa E ciò che resta

Son semplici ornamenti disposti là senz'arte Io l'ho compreso.

Gesù, per amore tuo la vita ho perso E l'avvenire

Agli occhi dei mortali come appassita rosa Devo morire!...

 

Per te, devo morire, Gesù, beltà Suprema, Sorte felice!

Voglio, sfogliandomi, provarti che io t'amo

O mio Tesoro!... Sotto agl'infantili passi tuoi segretamente

Qui viver voglio Ed addoler ancor vorrei sopra al Calvario

Gli estremi passi tuoi!...

 

Teresa aveva imparato la vita della perfezione alla scuola di Gesù Bambino. ..... La pelezione mi appare come qualcosa di molto semplice: vedo che basta riconoscere il proprio nulla e abbandonarsi come un bimbo nelle braccia del buon Dio. I bei libri, che io non so capire e ancor meno tradurre in pratica li lascio alle anime grandi agli spiriti superiori rallegrandomi inve­ce di esser piccola perché il celeste banchetto è riservato ai bambini e a quanti loro assomigliano (cf Mt. 19, 14)”

 

Teresa mise più volte mano alla penna per inneggiare a Gesù Bambino, sia in versi che in pro­sa. Per il 25 dicembre 1894, aveva composto un piccolo dramma d'argomento religioso, come d'uso nei conventi carmelitani in occasione di alcune festi­vità. Esso portava il seguente titolo: Gli Angeli al presepio.

 

Protagonista era Gesù Bambino. Le altre parti erano affidate a cinque angeli: l'angelo Custode di Gesù Bambino, l'angelo del S. Volto, quello della Risurrezione, dell'Eucaristia e del giudizio universa­le. L'anno seguente, per il giorno di Natale, venne rappresentato durante la ricreazione delle Suore: Le petit Mendiant de Noel: (Il piccolo Mendicante di Natale). Un angelo portava in braccio una statua di Gesù Bambino, offrendo in giro un cestino conte­nente dei biglietti, di cui veniva cantato il testo dopoché ogni religiosa ne aveva tirato a sorte uno. Si tratta di piccoli doni d'amore spirituali al Bimbo di Betlemme, il quale, alla fine, ringrazia ciascuna per bocca dell'angelo:

'L'Enfant divin Vous remereze, "Il Bimbo divino vi ringrazia,

Il est charmé de tous.vos dons! Incantato di tutti i vostri doni.

Aussi, dans son livre de vic Così, nel suo libro della vita

Il les écrit avec vos noms". Egli li scriverà col vostro nome.

 

Il giorno onomastico di Madre Agnese, il 21 gennaio 1896, si rappresentò: La fuga in Egitto. La prima scena mostra la casetta di Nazareth. Maria è sola nell'officina di S. Giuseppe, occupata in un lavoro di cucito. In grembo ha il suo Figlio divino. La seconda scena presenta una caverna di masnadieri. Dapprima si vede soltanto la S. Famiglia: poi vengono introdotti altri personaggi leggendari: il capo bri­gante, sua moglie, suo figlio e via dicendo.

 

Per il Natale seguente, quello del i 596, Teresa compose La voliera di Gesù Bambino:

"O Jèsus, notre petit Frère, "O Gesù, nostro piccolo Fratello,

Pour nous tu quittas le beau ciel Per noi tu ha lasciato il bel cielo,

 Mazs, tu le sais biezz, ta volicre, Ma lo sai bene, Bimbo Divino,

 Divin Enfant c'est le Carmel" La tua voliera è il Carmelo".

 

Tutti questi poemetti, rivelano la convinzione di Teresa che: "Essere piccoli, significa riconoscere il proprio nulla ed aspettare tuffo dii Dio, come un bimbo attende tutto dal padre”. Per la vita d'infanzia esiste ai suoi occhi un eloquente modello: Nazareth, il regno dell'Infanzia di Gesù e la S. Famiglia nella sua umile e modesta vita. "Quanto è semplice!», - esclama, e ne trae la conclusione che anche la vita di Maria a Naza­reth e tutta la vita in seguito dev'esser stata del tutto ordinaria:

"Io so che tu la a Nazareth, Vergin di grazia piena”

Schiva di brame inutili, da povera vivesti

Né rapimenti od estasi o portenti, la terrena'

Tua vita sublimarono, Regina dei celesti!

Il numero dei piccoli è grande qui nel mondo,

Che senza paura possono a te levar lo sgnardo.

O Madre incomparabile, la via comune a fondo

Tu percorri per condurveli al Cielo al gran traguardo!".

 

Questa vita semplice e normalissima, condotta da Maria e Giuseppe al fianco di Gesù Bambino nella casetta di Nazareth, può esser imitata da chiunque imbocchi la Piccola via tracciata da Teresa. Per ap­partenere a lui, bisogna essere ben piccoli", dice la Santa consolando un'anima. Oh, come sono poche le anime che aspirano a rimanere così piccole! ". Ed esorta "a non costruire sulla propria forza che è solo debolezza...

Io cerco di non occuparmi assolutamente più di me stessa:

e ciò che Gesù si degna d'operare nell'anima mia, lo abbandono a lui senza riserve

 

L'evento dell'incarnazione di Dio, «che per opera dello Spirito Santo si è fatto Uomo e figiio di Maria", aveva durevolmente influito su Teresa. Non aveva forse voluto, l'8 settembre 1890 quando aveva emes­so la sua professione solenne, celebrare le sue misti­che nozze con il Verbo figlio di Dio?.. Inoltre, festeg­giava ogni anno con grande devozione il 25 marzo (Annunciazione di Maria e Concezione di Gesù). Nel­l'archivio di Lisieux, si conserva un prezioso autografo della Piccola Santa, che è d'importanza rivela­trice per quanto riguarda il centro della sua vita interiore, e «costituisce una specie di sintesi delle sue aspirazioni spirituali"

 

Si tratta di quattro orazioni, da lei scritte su un cartone, in circolo attorno ad una immaginetta di Gesù Fanciullo dodicenne, per regalarla a suor Maria della SS. Trinità, entrata al Carmelo di Li­sieux il 16 giugno 1894. Le quattro preghiere suo­nano così:

"Tutto ciò che domanderete al Padre in nome mio, egli ve lo concederà..."

 

"Eterno Padre, il tuo Figlio Unigenito, il dolee Gesù Bambino appartiene a me...

"Io sono Gesù di Teresa"

(arole di Gesù Bambino a Santa Teresa d'Avila).

"O Bimbo divino, mio unico tesoro...

 

 

4. TERESA BENEDETTA DELLA CROCE EDITH STEIN

 

Può sembrare una cosa strana e poco convincen­te volere inserire nella schiera dei carmelitani devoti a Gesù Bambino anche la filosofa e discepola di Husserl, Edith Stein. Eppure, pochi giorni prima della sua tragica morte, mentre si trovava nel campo di smistamento di Westerbork in Olanda, esclamò: "Ge­sù Bambino è con noi". Gesù come un bambino povero, abbandonato, emarginato, perseguitato come tanti bambini ebrei che con lei piangevano nel "lager", Gesù Bambino da lei adorato in tutto il mistero del­l'incarnazione, dalla nascita alla morte in croce.

 

Ancora prima di entrare al Carmelo - e ricor­diamo che il Carmelo di Colonia era dedicato al Santo Bambino di Praga - Edith Stein aveva fatto una profonda esperienza del Natale. Nel 1930, tro­vandosi all'abbazia benedettina di Beuron abbandona­ta a lunghe ore di preghiera dinanzi al presepio, qualcosa di nuovo era penetrato nel suo cuore, riem­pendola d'immensa dolcezza. “La mia coscienza è stata commossa più di una volta", dirà poi in una lettera, e tanto da decidere di fare la conferenza, richiesta e prevista per alcune settimane dopo, sul tema del Natale. Un anno dopo chiese a suor Callista di pregare Gesù Bambino di farmi sapere come egli intenda il mio futuro. Anche altre volte la festa di Natale con i bellissimi presepi nel duomo di Spira e nel convento delle domenicane di Santa Maddalena aveva creato nella Stein momenti di amare Gesù e di abbracciarlo nella fede. E per invitare gli altri a par­tecipare ai suoi sentimenti, inviava una bellissima immaginetta natalizia, stampata a Beuron, che mo­stra la Vergine Maria in adorazione del Sabato Bam­bino. Sull'immaginetta stava scritto:   Par. Natus est nobis Dominus et vocabitur admirabilis Deus Princeps Pacis, Pater futuri sceculi cuius regni non erit finis" (Pace. Il Signore ci è nato e verrà chiamato Dio ammirabile, Principe della pace, Padre dei futuri se­coli, il suo regno non avrà fine). E un pensiero che ritornerà in una lettera della Stein, scritta dal Car­melo di Echt, dopo aver fatto la meditazione sulla Presentazione di Gesù al tempio. Gesù Bambino è"l'imperatore nascosto, destinato a portare a termine ogni miseria. Egli ha in mano le redini, anche se gli uomini credono di governare»39.

Della suaccennata conferenza sul "Mistero di Na­tale", tenuta a Ludwighafen il 31 gennaio 1931 propo­niamo alcune pagine, dove il Bambino divino, al pari della consorella del Carmelo di Lisieux, Teresa di Gesù Bambino, è colto nel mistero della sua impoten­za, a cui la Stein si sottomette in tutta fiducia.

 

"Quando i giorni diventano via via più corti, quando, nel corso di un inverno normale cadono i primi fiocchi di neve, timidi e sommessi si fanno strada i primi pensicri del Natale, questa semplice parola emana un fascino misterioso, cui ben dfflicilmente un cuore può sottrarsi. Anche coloro che professano un'altra fede e i non credenti, cui l'antico racconto del Bambino di Betlemme non dice alcunché, preparano la festa e cercano di irradiare qua e la un raggio di gioia. Già settimane e mesi prima un caloroso flusso di amore inonda tutta la terra. Una festa dell'amore e della gioia, questa è la stella verso cui tutti accorrono nei primi mesi invernali.

Ma per il cristiano e in particolare per il cristiano cattolico essa è anche qual cos'altro. È la stella clic lo gnida alla mangiatoia con il Bambino, che porta la pace in terra. L'arte cristiana ce lo pone davanti agli occhi in innumerevoli e graziose immagini, mentre antiche melodie, da cui risuona tutto l'incantesimo dell'infanzia, lo cantano.

Nel cuore di colui clic vive con la Chicsa, le cam­pane del Rorate e i canti dell'Avvento risvegliano una santa e ardente nostalgia, e a chi si disseta alla fonte inesauribile della sacra liturgia, il grande profeta dell'incarnazione ripete, giorno dopo giorno, le sue gran­diose esortazioni e promesse: "Stillate, cieli, dalValto, e le nubi piovano il Giusto! Il Signore è vicino! Ado­riamolo! Vieni, Signore, e non tardare! Esulta, Ge­rusalemme, sfavilla di gioia, perché viene a te il tuo Salvatore!". Dal 17 al 24 dicembre le grandi antfione 'O' del Magnficat (O sapicnza' O Adonai, O radice di Jesse, O chiave della città di Davide, O Oricnte, O re delle nazioni) gridano con un desiderio e ardore crescen­te il loro “Vieni a salvarci". E sempre più cariche di promesse risuonano le parole: "Ecco, tutto è compiuto" (ultima domenica di Avvento) e infine "Oggi saprete che il Signore viene e domani contemplerete la sua gloria". Si, quando la sera gli alberi di Natale luccica­no e ci si scambiano i doni, una nostalgia inappagata continua a tormentarci e a spingerci verso un 'altra luce splendente, fintanto che le campane della messa di mez­zanotte suonano e il miracolo della Notte Santa si rin­nova su altari inondati di luce e di fiori il Verbo si fece carne". Allora è il momento in cui la nostra spe­ranza si sente beatamente appagata.

 

 

I seguaci del Figlio incarnato di Dio

 

Ognuno di noi ha già sperimentato una simile feli­cità del Natale. Ma il cielo e la terra non sono ancora divenuti una cosa sola. La stella di Betlemme è una stel­la che continua a brillare anche oggi in una notte oscu­ra. All'indomani del Natale la Chicsa depone i para­menti bianchi della festa e indossa il colore del sangne e, nel quarto giorno, il violetto del lutto: Stefano, il proto­martire, che seguì per primo il Signore nella morte, e bambini innocenti, i lattanti di Betlemme della Giudea, che furono ferocemente massacrati dalle rozze mani dei carnefici, sono i segnaci che attorniano il Bambino nella mangiatoia. Che significa questo? Dov'è or il giubilo delle schiere celesti, dov 'è la beatitudine silente della notte santa? Dov'è la pace in terra?. Pace in terra agli uomini di buona volontà. Ma non tutti sono di buona volontà.

Per questo il Figlio dell'eterno Padre dovette scen­dere dalla gloria del cielo perché il mistero dell'iniquità aveva avvolto la terra.

Le tenebre ricoprivano la terra, ed egli venne come la luce che illumina le tenebre ma le tenebre non l'hanno compreso. A quanti lo accoliero egli portò la luce e la pace, la pace col Padre celeste, la pace con quanti come essi spuo figli della luce e figli del Padre celeste, e la pace interiore e profonda del cuore, ma non la pace con i figli delle tenebre. Ad essi il Principe della pace non porta la pace, ma la spada. Per essi egli è la pictra d'inciampo, contro cui urtano e si schiantano.

Questa è una verità grave e seria, che l'incanto del Bambino nella mangiatoia non deve velare ai nostri occhi. Il mistero dell'incarnazione e il mistero del male sono strettamente uniti. Alla luce, che è discesa dal cielo, si oppone tanto più cupa e inquietante la notte del pecca­to. Il Bambino protende nella mangiatoia le piccole mani, e il suo sorriso sembra già dire quanto più tardi, divenuto adulto, le sue labbra diranno:”Venite a me voi tutti che siete stanchi e affaticati".

Alcuni seguirono il suo invito. Così i poveri pastori sparsi per la campagna attorno a Betlemme che, visto lo splendore del ciclo e udita la voce dell'angelo che annun­ciava loro la buona novella' risposero pieni di fiducia:

"Andiamo a Betlemme" e si misero in cammino; così i re che, partendo dal lontano Oriente, seguirono con la stessa semplice fede la stella meravigliosa. Su di loro le mani del Bambino riversarono la rugiada della grazia ed essi "provarono una grandissima gioia". Queste ma­ni danno e esigono nel medesimo tempo: voi sapienti de­ponete la vostra sapienza e divenite semplici come i bam­bini, voi re donate le vostre corone i vostri tesori e inchi­natevi umilmente davanti al re dei re; prendete senza indugio si di voi le fatiche, le sofferenze e le pene che il suo servizio richiede. Voi bambini, che non potete ancora dare alcunché da parte vostra: a voi le mani del Bambino nella mangiatoia prendono la tenera vita prima ancora che sia propriamente cominciata; il modo migliore di impiegarla è quello di essere sacrificata per il Signore della vita. "Seguimi", così dicono le mani del Bambino, come più tardi diranno le labbra dell'uomo adulto.

Così dissero esse al giovane amato dal Signore e che ora fa anche parte della schiera disposta attorno alla mangiatoia. E san Giovanni, il giovane dal cuore puro e infantile, lo seguì senza domandare: dove?. a che scopo?. Abbandonò la barca del padre e andò dietro al Signore su tutte le sue strade fino al Golgota. "Seguimi", questo invito percepì anche il giovane Stfano. Egli segni il Signore nella lotta contro le potenze delle tenebre, contro l'accecamento della testarda mancanza di fede,. gli rese testimonianza con le sue parole e col suo sangne; lo seguì anche nel suo spirito, nello spirito dell'amore, che com­batte il peccato, ma ama il peccatore e intercede per l'as­sassino davanti a Dio anche in punto di morte. Figure luminose sono quelle che si inginocchiano attorno alla mangiatoia: i bambini teneri e innocenti, i pastori fidu­ciosi, i re umili, Stefano, il discepolo entusiasta, e Giovanni, l'apostolo dell'amore; essi segnirono tutti la chiamata del Signore. Di fronte ad essi sta la notte del­l'indurimento e dell'accecamento incomprensibile: gli scribi, che sono in grado di dare informazioni sul tempo e sul luogo in cui il Salvatore del mondo deve nascere, ma che non deducono da qui alcun "Andiamo a Betlemme!"; il re Erode, clic vuole uccidere il Signore della vita. Di fronte al Bambino nella mangiatoia gli spiriti si dividono. Egli è il Re dei re e il Sigiiore della vita e della morte, pronuncia il suo "Seguimi", e chi non è per lui è contro di lui. Egli lo pronuncia anche per noi e ci pone di fronte alla decisione di scegliere tra la luce e le tenebre.

 

 

Essere una cosa sola con Dio

 

Dove il Bambino divino intenda condurci sulla terra è cosa che non sappiamo e a proposito della quale non dobbiamo fare domande prima del tempo. Una cosa sola sappiamo, e cioè che a quanti amano il Signore tutte le cose ridondano in bene. E inoltre che le vie, per le quali il Salvatore conduce, vanno al di la di questa terra. O scambio mirabile! Il Creatore del genere umano ci conferisce, assumendo un corpo, la sua divinità. Per quest'opera mirabile il Redentore è infatti venuto nel mondo. Dio è diventato un figlio degli uomini, affinché gli uomini potessero diventare figli di Dio. (..)

Se mettiamo le nostre mani nelle mani del Bambino divino e rispondiamo con un "si" al suo "Seguimi", allora siamo suoi, e libera è la via' perché la sua vita divina possa riversarsi in noi. Questo è l'inizio della vita divina in noi. Essa non è ancora la contem­plazione beata di Dio nella luce della gloria è ancora l'oscurità della fede, però non è più di questo mondo ed è già un 'esistenza nel regno di Dio. Il regno di Dio cominciò sulla terra quando la Vergine santissima pro­nunciò il suo fiat ed ella ne fu la prima serva.

E quanti prima e dopo la nascita del Bambino pro­fessarono la loro fede in lui con le parole e le azioni - san Giuseppe, santa Elisabetta suo figlio e tutti coloro che circondavano la mangiatoia - entrarono similmente in esso. Tale regno sopravvenne in manicra diversa da come ce lo si era immaginato in base ai salmi e ai profeti. I romani rimasero i padroni del paese, e i sommi sacerdoti e gli scribi continuarono a tenere il popolo povero sotto il loro giogo. Chiunque apparteneva al Signore portava invisibilmente il regno di Dio in sé. Egli non si vide alleggerito dei pesi dell'esistenza terrena, anzi ne vide aggiungere degli altri, ma dentro era sorretto da una forza alata, che rendeva dolce il giogo e leggero il peso.

Così avvicne anche oggi per ogni figlio di Dio. La vita divina, che viene accesa nell'anima, è la luce che è venuta nelle tenebre, il miracolo della notte santa. Chi la porta in sé capisce quando se ne parla. Invece per gli altri tutto quel che possiamo dire al rignardo è solo un balbettio incomprensibile. Tutto il vangelo di Giovanni è un balbettio del genere a proposito della luce eterna, che è amore e vita. Dio in noi e noi in lui, questa è la nostra partecipazione al regno di Dio, che ha nell'incar­nazione la sua base (...)

 

Mezzi di salvezza

 

Il Bambino divino è diventato il Maestro e ci ha detto che cosa dobbiamo fare… Per permeare tutta una vita umana di vita divina non basta inginocchiarsi una volta all'anno davanti alla mangiatoia e lasciarsi pren­dere dall'incanto della notte santa. A questo scopo biso­gna stare quotidianamente in contatto con Dio per tutta la vita, ascoltare le parole che egli ha pronunciato e che ci sono state tramandate e metterle in pratica. Prima di tutto bisogna pregare così come il Salvatore ci ha inse­gnato a fare e ha continuamente e pressantemente racco­mandato. "Chiedete e vi sarà dato". È una sicura pro­messa di esaudimento. E chi recita quotidianamente di cuore il suo "Signore, sia fatta la sua volontà", può confidare di non tradire la volontà divina anche quando non ne ha più alcuna certezza soggettiva (...).

"E il Verbo si fece carne". Ciò è divenuto verità nella stalla di Betlemme. Ma si è adempiuto anche in un 'altra forma. "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna". Il Salvatore, ben sa­pendo che siamo uomini e rimaniamo uomini quotidia­namente alle prese con le nostre debolezze, vicne in aiuto della nostra umanità in maniera veramente divina. Come il corpo terreno ha bisogno del pane quotidiano, così anche la vita divina aspira in noi ad essere conti­nuamente alimentata. "Questo è il pane vivo, che è disceso dal cielo". Chi lo fa veramente il suo pane quo­tidiano, in lui si compie quotidianamente il mistero del Natale, l'incarnazione del Verbo. E questa è indubbia­mente la via più sicura per conservare ininterrottamente l'unione con Dio e radicarsi ogni giorno sempre più sal­damente e profondamente nel corpo mistico di Cristo. So bene che ciò apparirà a molti un'esigenza troppo radica­le. In pratica essa comporta per la maggior parte di coloro che cominciano a soddifarla un rivoluzionamento di tutta la loro vita interiore e esteriore. Ma appunto così dobbiamo fare! Nella nostra vita dobbiamo fare spazio al Salvatore eucaristico, affinché possa traforma­re la nostra vita nella sua: è questa una richiesta esage­rata?. Abbiamo tempo per tante cose inutili: per leggere ogni genere di libri riviste e quotidiani futil4 per bighellonare da un bar all'altro e passare quarti d'ora e mezze ore a chiacchierare per la strada tutte distrazio­ni in cui sprechiamo e disperdiamo tempo e energie. Non ci è proprio possibile riservare ogni mattina un'ora, in cui non ci distraiamo, ma ci raccogliamo, in cui non ci logoriamo, ma accumuliamo energia per poi affronta­re col suo aiuto i nostri compiti quotidiani?. (...).

La vita filiale in Dio sigiifiica perciò (…) vivere eucaristicamente, uscire spontaneamente dalla meschinità della propria vita e addentrarsi negli ampi spazi della vita di Cristo. Chi fa visita al Signore nella sua casa, non si occuperà più solo e sempre di sé e delle proprie faccende, ma comincerà a interessarsi delle faccende del Signore. La partecipazione al sacrfiicio quotidiano ci immerge, senza che ce ne accorgiamo, nella vita liturgi­ca. Le preghiere e i riti dell'altare ripropongono conti­nuamente davanti alla nostra anima, nel corso dell'anno liturgico, la storia della salvezza e ce ne fanno penetrare sempre più profondamente il senso. E l'azione sacrfiicale ci impregna instancabilmente del mistero centrale della nostra fede, cardine della storia del mondo: del mistero dell'incarnazione e della redenzione. Chi può assistere con spirito e cuore aperto al santo sacrficio senza entra­re a sua volta nel suo movimento, senza essere preso dal desiderio di inserire se stesso con la propria piccola vita personale nella grande opera del Redentore?. I misteri del cristianesimo sono un tutto indivisibile. Chi ne approfondisce uno, finisce per toccare tutti gli altri. Così la via che si diparte da Betlemme procede inarrestabil­niente verso il Golgota, va dalla mangiatoia alla croce. Quando la santissima Vergine presentò il Bambino al tempio, le fu predetto che la sua anima sarebbe stata trafitta da una spada, che quel bambino era posto per la caduta e la risurrezione di molti e come segno di con­traddizione. Era l'annuncio della passione, della lotta fra la luce e le tenebre che si era manfiestata già attorno alla mangiatoia!

In alenni anni la Candelora e la Settuagesima, la celebrazione dell'incarnazione e la preparazione alla passione, cadono nello stesso giorno. Nella notte del pec­cato brilla la stella di Betlemme. Sullo splendore lumi­noso che irradia dalla mangiatoia cade l'ombra della croce. La luce si spegne nell'oscurità del venerdì santo, ma torna a brillare più luminosa, sole di misericordia, la mattina della risurrezione. Il Figlio incarnato di Dio pervenne attraverso la croce e la passione alla gloria della risurrezione. Ognuno di noi, tutta l'umanità perverrà col Figlio, dell’uomo, attraverso la sofferenza e la morte, alla medesima gloria.”  

 

IV

LUNGO I SECOLI:

GESÙ BAMBINO NELLA TRADIZIONE DEL CARMELO

 

 

"Buon mezzo è procurarvi una immagine del Signore aveva scritto Santa Teresa d’Avila nel Cammino di perfezione (26,9), «non già per portarla senza mai guardarla, ma per servirvene a intrattenervi spesso con lui”.

Nella storia primitiva del Carmelo teresiano ci si imbatte suhito in figure attraenti che hanno se­guito questo consiglio della Santa Madre. Sono state le immagini di Gesù Bamhino, venerate con amore, che hanno portato monache e frati del Car­melo a una profonda contemplazione dei misteri dell'incarnazione divina, la quale ha determinato il loro cammino spirituale. Alcuni di essi sono giunti a esperienze non comuni, di inesprimibile dolcezza, che non si possono leggere senza vedere apparire sotto le parole, in modo lampante, il dominio uni­versale del Verbo incarnato.

Cronologicamente la prima di queste figure carmelitane è la venerabile Anna di S. Agostino, nata a Valladolid nel 1555 e morta a Villanueva nel 1624.

 

1.         LA VEN.LE ANNA DI SANT'AGOSTINO

 

Nel 1577 Anna era entrata al Carmelo di Malagon, una che ragazza nella sua incantevole semplicità assomigliava ai santi delle leggende medioevali. Santa Teresa l'aveva scelta per accom­pagnarla nella fondazione di Villanueva, dove in seguito sarebbe divenuta priora.

Anna di 5. Agostino appartiene alla schiera delle “ante sconosciute” dietro cui si sono chiuse per sempre le porte della clausura, avendo esse voluto sacrificare se stesse per la salvezza del mondo. For­se, però, era stata prescelta a testimoniare con la sua vita la misteriosa presenza di Dio fattosi uomo e bambino. Così la vediamo gradire in tutta sempli­cità i regali che le offre Gesù Bambino; in inverno le rosse ciliegie che accendevano il suo cuore d'in­fiammato amore, e luccicanti monete d'oro ina­spettatamente trovate in un cestino pieno di fiori profumati che ella si industriava di presentare al suo piccolo Gesù.

Il Provinciale, P. Giuseppe di Gesù Maria, le aveva ordinato nel 1606 di scrivere le esperienze da lei avute con Gesù Bambino. Essa lo proseguiva poi su desiderio del P. Generale, Alfonso di Gesù Ma­ria, e del suo confessore. Ne venne fuori una Auto­biografia, che racchiude una lunga serie di graziosi episodi concernenti i rapporti di un cuore infiamma­to d'amore verso il Celeste Bambino.  Essendo sen­sibile e ricettiva al raggio della grazia, sprigionatosi dal simulacro di un Piccolo Gesù e penetrato nel suo intimo sino a divenirne la struttura portante, l'essenza vitale divino-umana del Signore s'era aperta a questa piccola carmelitana, suscitando in lei una tale robustezza di fede da portarla a veder esaudite le sue preghiere persino in fatti che sconfi­navano nel miracoloso.

Anche se le sue narrazioni sembrino qua e là esser state avvolte dall'intrico della fantasia cui si è abbandonata la penna del cronista, pure non manca­no di una squisita naturalezza che sa rispecchiare perfettamente fino a qual punto Gesù Bambino l'ab­bia presa tra le braccia del suo infinito amore. Ma lasciamo la parola alla Cronaca.

 

Già «all'età di 11 anni, la piccola Anna aveva fatto voto di castità a Dio Onnipotente. Quanto ciò fosse torna­to gradito a Dio, risultò chiaro non molto tempo dopo.

Un giorno s'era recata in giardino per raccogliere un po' di gigli. Qui le apparve un graziosissimo bambino, che le chiese: "Anna, dammi un fiore!". Ella gli rispose amichevolmente che avrebbe potuto reciderselo lui stesso. Ma il fanciullo insistette nella sua domanda, e volle che glielo cogliesse proprio lei cosa che ella si decise finalmente a fare. Il fanciullo, tutto sorridente e sprizzante di gioia, prese il fiore. Nel frattempo, pero', Anna aveva notato qualcosa di soprannaturale in quel bambino tanto che gli chiese se per caso non fosse Gesù, e si sentì rispondere di sì. Traboccante di intima felicità, ella si voltò rapidamente per cogliergli un altro giglio, ma il Bimbo era già sparito. Allora con infantile ingenuità, Anna si diede a correre qua e la per il giardino. Pensava di poterlo ritrovare; ma ogni sua ricerca rimase vana. Questo fatto ebbe per conseguen­za, che nella sua anima si risvegliò un fervente amore verso Gesù Bambino. Si propose di venerarlo in tutti i luoghi e in tutti i modi si diede quindi a costrnirgli degli altarini offrendo ogni sua azione a sua gloria e onore. Così passarono alcuni anni senza che lei avesse più la for­tuna di rivedere d piccolo Gesù: il che le fu causa di gran­de dispiacere.

 

Allorché fu cresciuta, perseverando sempre fedel­mente nella sua pietà e nella sua intima devozione a Gesù Bambino, si destò in lei il santo desiderio di servi­re Dio Onnipotente nella vita religiosa. Siccome però non sentiva speciale attrattiva per aleun Ordine, pregò insistentemente il Signore di indicarle un Ordine in cui avrebbe potuto servirlo secondo il suo beneplacito.

Ora, mentre pregava, durante l'ottava del Corpus Domini nella chiesa delle Agostiniane, osservando la processione (...) vide tra la gente anche Gesù Bambino, il quale però era già un po' più grandicello di quando l'aveva visto nel suo giardino. Egli alzò la sua mano benedetta indicando i carmelitani, che partecipavano alla processione e disse: "Ecco l'Ordine a cui sei chiamata". Poi disparve".

Con l'aiuto della divina grazia, nel 1577 Anna entrò al Carmelo di Malagon. Pochi anni dopo la professione, la Santa Madre Teresa, che era in viag­gio verso Villanueva, giunse a Malagòn, dove prese con sé Anna e altre tre carmelitane per la nuova fon­dazione (...), di cui la nominò ruotara, sacrestana e procuratrice. Ella doveva badare a tutti e tre questi uffici contemporaneamente. La Santa le aveva comandato di ricorrere a Gesù Bambino in ogni sua necessità, chiedendo tutto quanto a lui con grande fiducia: 'Le dijo… cuando le faltase algo, acudiese al Nino Jesus que habian traido del Socorro, que en él le dejaba una finca muy segura".

 

La prima Priora di questo monastero fu Madre Maria dei Martiri. Proprio agli inizi del suo priora­to, si rese necessario un lavoro in sacrestia, che sa­rebbe venuto a costare circa 6 ducati. Ma ad opera finita, i lavoratori domandarono 11 ducati. La Ma­dre Priora, che non possedeva simile somma e nem­meno sapeva come procurarsela, giacché in quella cittadina non esistevano persone ricche, ne era non poco afflitta. Allora Anna di S. Agostino andò da lei a consolarla, dicendole di permetterle di affidare questo cruccio a Gesù Bambino. Egli l'avrebbe indubbiamente aiutata: non l'aveva forse chiamato «el Fundador" e "el Provisor?

Si recò quindi dal suo Piccolo Gesù e lo pregò con la massima fiducia di sovvenire alle necessità del monastero. Appena ebbe udita la sua supplica, Gesù Bambino scese dal suo piedistallo e invitò Anna a seguirlo. Si diresse in un giardinetto inter­no e le mostrò un buco, in cui ella trovò tante monete d'argento quante ne abbisognavano per sal­dare il debito, e in più ancora qualcosa per sopperìre alle più urgenti necessità della casa. Queste ed altre grazie simili, attestate per iscritto dalla stessa ven. Anna, si ripetono spesso; e senza questo aiuto dall'alto sarebbe stato impossibile vivere in quel monastero.

In un'altra occasione, Anna di S. Agostino si trovò ad avere solo due monete per mantenere tutto il monastero. Li posò con assoluta fiducia al piedi del suo Piccolo Gesù, pregandolo di voler interessarsi al loro bisogni e di aiutarle, perché l'obbedienza le aveva ingiunto di ricorrere a lui in ogni necessità. Gesù Bambino se ne mostrò molto contento, e le fece capire quale grande piacere provasse nel vederla esercitare l'obbedienza. Era un bel pò di tempo che Anna non aveva chiesto nulla al Piccolo Gesù. Temeva infatti di non esser degna di presentarsi così spesso davanti a lui. Ma il Piccolo Gesù pensava diversamente. Circonfuso di glorioso splendore, entrò nella sua cella e la rimproverò di non aver ricorso sempre a lui in ogni necessità. Eppure la S. Madre Teresa glielo aveva esplicitamente comandato. Poi aperse le sue mani e le porse in mano una ricca ele­mosina, come segno tangibile dell'aiuto che era intenzionato a dar loro in ogni strettezza. E da quel giorno si comportò sempre così.

Una volta il demonio aveva nascosto la chiave del comunichino, proprio al momento in cui le suore stavano per fare la S. Comunione. La ven. Anna, che nella sua qualità di sacrista era incaricata di aprire il finestrino, andò alla chetichella dal suo Piccolo Gesù e gli espose le sue ansie. Allora egli le indicò dov'era nascosta la chiave, sicché essa riuscì a trovarla in tempo, evitando così che tutte doves­sero rinunziare alla S. Comunione.

Siccome doveva badare a tre uffici contempo­raneamente, si trovava spesso impossibilitata a reci­tare il Breviario in coro assieme alle consorelle. In tali casi, si studiava di recitare le Ore da sola, davanti al suo Gesù Bambino. Un giorno, finito di pregare, intavolò un familiare dialogo con lui, dopo di che egli - notare che si era in pieno inverno - le regalò un bellissimo mazzo di fiori. Ella notò con stupore che erano proprio gli stessi fiori, da lei rac­colti per lui nel giardino paterno, tanti anni prima. Una incontenibile gioia la invase, e la sua anima ne ebbe grande consolazione.

Una notte, s'era spenta la lampada perenne posta davanti al tabernacolo. Dato che ella non aveva nulla con cui accenderla, si rifugiò come d'abitudine davanti a Gesù Bambino. La sua fiducia non restò delusa. Una mano ignota - certo il celeste Bambino in persona - aveva riacceso la lampada!

Nello stesso periodo di tempo, le accadde di dimenticare di chiudere la porta esterna della clau­sura, come sarebbe stato d'obbligo. Era appena andata a riposo, quando nel cuor della notte le ap­parve il piccolo Gesù con la chiave in mano, dicen­dole di non preoccuparsi perché aveva chiuso lui stesso tutte le porte. Questo fatto la riempì di gioia interiore, ed ella incominciò con rinnovato zelo a servire Iddio di tutto cuore'.

 

Da certi buoni amici di Toledo, la ven. Anna aveva ricevuto in dono un secondo Gesù Bambino muy hermoso, che l'aiutò al pari del primo in ogni suo bisogno. Già da lungo tempo, essa accarezzava il desiderio di fare approntare un bell'ostensorio per il SS. Sacramento. Ma occorreva molto denaro. Ora, Gesù Bambino aveva in mano un cestino, in cui Anna metteva di tanto in tanto qualche fiore. Guar­dando un bel giorno nel cestino, vi trovò molti dobloni cioè monete d'oro, giusto abbastanza per fare un ostensorio.

Assecondando il suo infinito amore verso il celeste Bambino, di notte se lo portava in cella. Una volta però s'era dimenticata di farlo. Quando entrò in stanza, vide sul suo letto un bimbo che dormiva. Qualche dubbio se egli fosse davvero il suo Gesù Bambino, le fece innalzare il cuore a Dio. "Signore, se questo bimbo non è il mio - supplicò acco­ratamente - ti prego umilmente che se ne vada di qui". Nell'istante stesso il bimbo era sparito, e il Signore le rivelò che era il diavolo, intenzionato ad ingan­narla.

 

Un altro giorno si celebrava una festa nel vici­no convento di S. Maria del Soccorso, e i Padri della Riforma pregarono la Ven. Anna di prestare loro per un po di tempo il suo Gesù Bambino. Esso rimase per tutta la settimana dai Padri, e la ven. M. Anna sentì assai dolorosamente questa lontananza del suo Bambino. In alcuni versi, da essa fatti recare a Gesù Bambino dal suo confessore P. Giovanni di

S. Giuseppe, ella espresse il suo accorato rimpianto per la sua assenza. Eccoli:

 

Nino no estéis descuidado Bimbo, non dimenticate

del corazdn que heristeis, il cuor che avete ferito:

pues amando lo rompìsteis siccome amandolo l'avete spezzato,

amando ha de ser curado. amando dev'esser guarito.

 

La sera del giorno seguente, mentre essa veglia­va in orazione, le apparve il diletto Gesù Bambino circonfuso di radioso splendore. Le disse garbatamen­te ed amichevolmente di essere venuto a farle visita e a curare il suo cuore. Si fermò con lei un bel tratto di tempo, parlandole familiarmente e con soave amore­volezza. Poi ritornò al convento dei Padri.

Il manoscritto termina asserendo che tutto ciò è stato lasciato scritto dalla ven. M. Anna di S. Agostino in persona, la quale si addormentò felice­mente nel Signore tre anni dopo.

Ma i segni della grazia che hanno accompagna­to quest'ultima anima eletta, la quale passò la sua intera vita in intima solitudine a due con il Bimbo Divino, non si limitano certamente solo a questi epi­sodi. La sua venerazione per Gesù Bambino è sopravvissuta intatta nella tradizione del monastero di Villanueva, in cui si è sempre gelosamente con­servata una statua del piccolo Gesù a ricordo della Venerabile. Del resto, tra le figlie di Santa Teresa non è mai stato un caso raro che qualcuna di loro abbia veduto il Signore nella sua SS. Umanità, o abbia ricevuto specialissime grazie mistiche.

Basti pensare alla M. Anna di S. Giuseppe, che la santa Riformatrice scelse per la fondazione a Valladolid.

Aveva notato subito la sua profonda devozione e il suo intenso amore per il mistero dell'Infanzia di Gesù e la persuase a tenersi in cella una statua di Gesù Bambino. Così Anna di S. Giuseppe ebbe modo di passar molte ore in beato dialogo con il Bambino celeste, la cui presenza la colmava d'ineffa­bile consolazione mentre attendeva alle sue faccen­de. Una volta, però, le era accaduto di trovarsi in cella tutta intenta al suo lavoro di cucito, con il pensiero completamente distratto. Il piccolo Gesù ne era non poco afflitto, e le sussurrò sommessa­mente all'orecchio: “Ma badii un po' anche a me! Mi stai lasciando solo soletto!”. Anna chiese umilmente perdono a Gesù Bambino, promettendogli di essere da quell'istante in poi molto più vigilante. Numero­se attenzioni di grazie furono il segno che il Celeste Bambino l'aveva circondata di speciale predilezione. Nel monastero di Valladolid, si venera ancor oggi la statua regalata da Santa Teresa ad Anna di San Giuseppe. E conosciuta con l'appellativo di Piccolo Pellegrino, "el Peregrinito", e viene regolarmente vestita con i colori corrispondenti ai vari cicli del­l'anno liturgico.

 

2. LA BEATA ANNA DI SAN BARTOLOMEO

 

Se l'antica città anseatica di Anversa venera con legittimo orgoglio come sua patrona e protet­trice Anna di San Bartolomeo, non è perché abbia un'altissima stima delle sue straordinarie doti spiri­tuali, quanto piuttosto perché ha sperimentato l'effi­cacia soprannaturale della sua preghiera: una pre­ghiera la quale, facendo leva sulla forza infinita di Gesù Cristo, è stata capace di liberare la città e la sua fortezza dalla rovina e dall'occupazione da parte del calvinista Principe di Nassau.

 

Anna di San Bartolomeo nacque nel 1549 ad Almendral (Avila) e si fece carmelitana conversa nel 1570. Ci viene descritta come una monaca, sul cui cammino terreno si sono fraternamente intrecciati grazie carismatiche e durissimi esercizi di peniten­za, assieme ad una verginale grazia e ad una mater­na bontà. Nel 1604 partì con altre cinque monache per la Francia. Tovandosi a Parigi, accettò di met­tere il velo nero e, diventata corista, fu eletta Priora. Nel 1611 si recò in Belgio per la fondazione del Carmelo di Anversa, dove morì nel 1626.

 

Sin da bambina, Anna aveva compreso come il segreto della santità stava nel perdersi in Cristo. Per cui, la pastorella di Almendral cercava già allo­ra i luoghi più isolati e tranquilli allo scopo di abbandonarsi indisturbata al dialogo con Gesù

Bambino, il quale non di rado le appariva sotto for­ma di un meraviglioso fanciullo che l'accompagnava crescendo come lei.

Ancora quand'era piccina e a malapena si reg­geva in piedi, tuttora incapace di parlare corretta­mente, le accadde un giorno di veder aprirsi il cielo lasciandole scorgere nostro Signore Gesù Cristo avvolto in un indescrivibile nimbo di gloria. Nel­l'esposizione del suo itinerario spirituale, da lei sti­lata molti anni dopo per comando dei Superiori, ella confessa candidamente di stare tuttora - ossia in piena vecchiaia - sotto l'impressione di quella visio­ne, affermando che da quell'istante essa aveva inon­data la sua anima di un'ardente e insaziata brama di amare Gesù. Aveva fatto il proposito di servirlo per essere felice; e il suo cuore rabbrividiva di santo timore d'offenderlo anche minimamente. La figura del Signore, da lei quel dì contemplata, rimase impressa in modo indelebile nella sua anima.

 

Nella sua autobiografia racconta che un gior­no, mentre pascolava il gregge dei suoi fratelli, le si accostò Gesù Bambino straordinariamente bello, con i lunghi capelli spioventi sulle spalle, e si sedet­te su un lembo del suo vestito. Con parole ineffabil­mente dolci e tenere, egli introdusse la sua piccola eletta nel mistero della sua santa Infanzia. Ella era così felice della sua presenza, da giungere con tutta semplicità a fargli la proposta di non costringerla più a ritornare in mezzo alla gente; ma di lasciarle invece restare sempre lì con lui, dove non le sareb­be venuto a mancare più nulla. Probabilmente ella ripensava a quegli anni felici, quando scriveva que­sta graziosa poesiola:

 

  "Donde vais con tanta gala, "Dove sì ben vestito,

“Nino Dios enamorado?." Bimbo Dio innamorato?"

       “A buscar una zagala,”  "Vò cercando una pastorella

       “que me ama, y yo la amo" che mi ama e ch'io pur amo".

 

All'età di nove anni incominciò a sentire la vocazione religiosa. Ma i suoi fratelli facevano tutto il possibile per sposarla. Quando aveva quindici anni, in mezzo a tante difficoltà le apparve Gesù, così co­me l'aveva visto da bambina. Un raggio dell'amore divino penetrò nel suo cuore. Sentì una voce che le disse: "Io sono Gesù che tu cerchi. Foglio essere io il tuo sposo e ti proteggerò come desideri” Poco tempo dopo, la Santissima Vergine le sussurrò con tenera voce:

"Non temere e non preoccuparti! Io ti condurrò in un luogo in cui porterai il mio abito e sarai religiosa".

La Madonna le aprì la porta del Carmelo di Avila dove fu affidata alla Madre Teresa. In seguito ebbe la fortuna di trascorrere parecchi anni a fianco della grande Riformatrice, per assisterla nelle fatiche dei viaggi di fondazione, fino alla morte. Dalla Santa Madre aveva imparato a passare la vita di preghiera in un'intimo colloquio con Gesù Bambino. Trovandosi poi a Parigi e avendo appreso la notizia della morte di fra Francesco di Gesù Bambino, esprimeva il desi­derio di aveva una delle sue statue.

Il Generale della Congregazione Spagnola non poteva negarglielo. Così, nell'anno 1605, un corriere bussava alla porta del Monastero dell'Incarnazione di Parigi e le consegnava il tanto desiderato Bam­bino. "Il fut... si bien conservè dans sa petite caisse, et en tel lustre qu'il ne recut aucune tare, durant un si long chemin » si legge negli Annali dei carmelitani scalzi. Segue poi una descrizione della statua del Bambino:

Il suo vestito di velluto bianco trapuntato in oro era stretto da una cintura su cui si potevano leggere, ricamate in bianco, le parole: "Io sono il buon Pa­store". Un visino soffuso di dolcezza dallo sguardo affascinante, uno scettro d'oro in mano e un paio di sandaletti ornati di perle completavano il simulacro del Piccolo Gesù, ritto in piedi su un basamento in legno dorato. Divenne subito chiaro che questo Bambino s'era impegnato davvero a benedire la recente fondazione con un amore che si estendeva ben al di là del tempo e degli uomini. Era questo simulacro, o un altro Piccolo Gesù, quello che la M. Anna portava in seno quando i carri scomodi e mal molleggiati ripresero a cigolare sulle sconnesse stra­de di campagna verso le Fiandre, e i poveri viaggia­tori soffrivano privazioni d'ogni sorta? Fissando lo sguardo interiore nei suoi tratti, ella trovava conso­lazione e forza per sopportare tutti i sacrifici.

Ad Anversa, ella incaricò subito un celebre arti­giano fiammingo di scolpire tre statue per il Monastero di San Giuseppe in Avila: una della Madonna, una di San Giuseppe e una di Gesù Bambino. Orbene: al momento in cui le statue dove­vano venir imballate per la spedizione, una conversa che era rimasta profondamente toccata dalla leggia­dria del simulacro del Piccolo Gesù, pregò la Madre Anna di trattenerlo ad Anversa. Il cuore materno della Beata non potè far altro che accondiscendere a questa domanda, sicchè il Piccolo Gesù venne colloca­to nell'aula capitolare. E come si usava allora, quan­do le novizie facevano la professione religiosa in capitolo, era Gesù Bambino ad accogliere i voti.

 

Al Carmelo di Anversa, Madre Anna di S. Bar­tolomeo scrisse altre poesie in onore di Gesù Bambino. In più, con la sua tipica bontà e dolcezza compose "Meditazioni sulla nascita del Signore", in cui si trovano pagine che riflettono le sue esperien­ze mistiche. In un'apparizione vedeva la Madonna con Gesù Bambino in braccio. Sui suoi piedi si sta­gliavano grosse piaghe, quasi fossero irrorate di gocce sanguigne. La visione è ricordata in questa breve poesia:

 

"Oh, Nino que amor tenéis!  Bimbo, qual amor ci porti!

Que haréis cuando serais grande, Che farai quando sarai grande,

Si acabo de nacer  Se, appena nato,

Ta derramais vuestra sangre... Già spargi il tuo sangue?...

Recibidme, dulce Amado, Accetta, mio dolce Amato,

Para limpiaros los pies, Che io ti lavi i piedi,                                            

T enjugarlos con un pano E te li asciughi con un panno

Que los habréis menester! Che n'hai davvero bisogno!

 Oh, Nino que amor tenéis! 

 

Molto ci sarebbe ancora da dire, soprattutto leggendo le pagine della sua autobiografia, in cui emergono i segreti del suo intimo contatto con Gesù nel mistero dell'Infanzia.

 

3. LA VEN.LE MADRE PAOLA MARIA DI GESÙ

(FONDATRICE DEL CARMELO DI VIENNA)

 

Con la fondazione del Carmelo di S. Anna in Genova (1584) la Riforma teresiana aveva varcato per la prima volta i confini della penisola iberica. Pochi anni dopo, nel 1590 s'imbarcavano a Barcel­lona quattro monache carmelitane per fondare il primo monastero femminile a Genova. Vi entrò la Madre Paola Maria di Gesù, nata nel 1586 a Napoli, figlia del Governatore di Melfi che proveniva dalla nobile famiglia Centurioni di Genova. Quando essa aveva circa dodici anni, suo padre ritornava a Geno­va, dove, nel 1601, essa entrava al nuovo Carmelo.

La vita di questa eletta carmelitana fu un perenne alternarsi di penose sofferenze interne ed esterne. Ma umiliazioni e disprezzo di sé la aprirono la strada alle più sublimi grazie mistiche. Dio le permise di gettare lo sguardo nell'insondabile abisso della sua eterna Sapienza. Le si rivelò il mistero della SS. Trinità, ed essa vide come la triplice Essenza divina riposasse in Unità d'amore entro il Cuore di Gesù.

Tra malattie e dolori, Paola Maria era giunta gradualmente ad un sempre più stretto rapporto di devoto amore con Cristo. La sua immagine le s’era impressa nell'anima come un suggello, così come egli le si era mostrato, misteriosamente e smisura tamente grande, nella gloria della sua Risurrezione e Trasfigurazione. Ma ebbe anche la fortuna di vederlo nella sua S. Umanità. Un antico manoscritto parla della sua devozione a S. Giuseppe e ricorda che proprio nel giorno della sua festa Gesù Bambi­no le fece capire "quanto apprezzasse l'onore e il servi­zio prestato a suo padre putativo" e aggiunse "che avrebbe amato chi lo amasse e ricompensato di celesti grazie chi lo servisse". E l'autore del manoscritto continua: "La Notte di Natale del 1614, la venerabile Madre stava insistentemente pensando a Cristo Bam­bino, così meschinamente respinto da questo mondo e impossibilitato a trovare alloggio in una qualsiasi locan­da. Perciò, ella gli voleva preparare il suo cuore e la sua anima con particolare devozione, corredandoli di ferven­te amore e di compassionevole cordialità. Siccome egli era stato ripudiato sulla terra dagli uomini impregnati di spirito mondano, gli avrebbe senz'altro fatto piacere venire ad abitare nel suo cuore. In quell'attimo cadde in estasi, e vide in spirito Gesù Bambino. Era incredibil­mente bello e grazioso, ma giaceva su una esigua man­ciata di paglia. Così egli venne nel suo cuore e vi prese dimora, dimostrandole con tanti amabili segni quanto vi si trovasse bene".

 

Un giorno il Signor Agostino, suo fratello e futuro Doge di Genova, le aveva regalato un bellis­simo Gesù Bambino. Era una pregevole scultura in

legno, la quale aveva però un solo difetto: il viso di Gesù Bambino era fortemente inclinato verso il basso. Probabilmente la statua era stata eseguita per essere collocata in un posto ove la si sarebbe guardata dal sotto in sù. Paola Maria ne era rima­sta un pochino afflitta, "perché non poteva vedere bene in viso il suo Diletto, né essere da lui guarda­ta". Lo disse anche a suo fratello, il quale rispose che a Genova ci sarebbe stato sicuramente uno scultore capace di correggere tale stonatura. Si sarebbe potuto staccarne agevolmente la testina, raddrizzarne un po' il collo, e quindi riattaccarla al suo posto, cancellando poi il taglio con la vernice colorata. A queste parole, la pia monaca rabbrividì e replicò a suo fratello: "Dio ti perdoni questa truce pro­posta!". E si riportò la statua in cella. Dopo qualche giorno, gli mise la mano sotto il mento, facendo quasi atto di sollevargli la testolina, e gli disse con­fidenzialmente: "Cosa diresti mio bellissimo Gesù Bambino, se tu alzassi subito spontaneamente il viso, evitando così che lo facciano tagliandoti la testa". Aveva appena pronunciato queste parole, che riuscì a sollevargli con tutta facilità la testolina sino alle giuste proporzioni, proprio come se fosse stata di mole cera. E da quel momento rimase per sempre nella stessa positura'1.

Nella vita di Paola Maria non sono mancate visioni. Una volta il Signore s'accostò a lei e le stra­ppò il cuore per unirlo al suo. Un'altra volta egli piegò il capo su di lei, cosicché ebbe la sensazione che il suo tiepido sangue le irrorasse il viso. Con quel preziosissimo sangue, egli aveva dato una so­vrabbondante soddisfazione per tutti i suoi peccati. Una domenica di Pentecoste, vide lo Spirito Santo sotto forma di colomba, ed ottenne una mirabile rivelazione concernente il mistero della Trinità di Dio. Cristo, la seconda Persona divina e il Reden­tore dell'umanità, le chiese: "Quale segno vuoi ancora, per attestarti che ti amo". Nel suo intimo si era andato misteriosamente chiudendo il ciclo dell'anno liturgico. Aveva visto Gesù Bambino sul petto della Madonna, Gesù dodicenne al tempio e Gesù Bam­bino con i segni della Passione. E soffriva tanto alla vista dei grossi chiodi, che avevano crudelmente trapassato le sue tenere manine e i suoi innocenti piedi!

Ora si trovò inginocchiata con Cristo nell'orto del Getsemani, ora si gettò sconvolta a terra davan­ti al Signore spogliato e confitto in croce. Con un ferro rovente si impresse a fuoco sul cuore il nome di Gesù, perché vi brillasse come un marchio di perenne possesso...

 

Ormai erano passati più di venticinque anni dalla sua completa donazione a Cristo nella pro­fessione religiosa. Era spuntato il giorno in cui egli l’avrebbe chiamata alla totale offerta della sua vita, al grande passo verso l’ignoto, al rischio dell’incer­to, a qualcosa che per il suo tempo rasentava l’inve­rosimile.

L'imperatore Ferdinando II d'Austria, in rin­graziamento per la vittoria ottenuta alla Montagna Bianca nei pressi di Praga, aveva fondato a Vienna il primo convento della Riforma teresiana. Da allo­ra, l’imperatrice Eleonora, sua consorte, accarezzava l'ardente desiderio di veder sorgere a Vienna un monastero di carmelitane. Nel 1629 si era ormai così avanti, che le prime carmelitane scalze avevano già ricevuto l'ordine di mettersi in viaggio. I Superiori di Roma avevano nominato Priora della nuova fondazione Paola Maria.

Benché avesse sempre nutrito un caldo deside­rio di subire il martirio per Cristo, la sua natura di meridionale si sentiva presa dal terrore al pensiero di una partenza verso il Nord dove infuriavano le guerre di religione. Ciò nonostante si mise in viag­gio, prima per Bologna, dove s'incontrava con due altre carmelitane provenienti da Terni. Poi, in com­pagnia di suo fratello, giunse a Vienna il 2 novem­bre 1521, dove morì nel 1545. Per suo merito nel primo Carmelo austriaco iniziò la devozione a Gesù Bambino. La stessa coppia imperiale le aveva rega­lato un'immagine di Gesù Bambino. Dieci anni dopo la sua morte, quando le carmelitane partirono per la fondazione di Praga, portarono con sé una statua, anch'essa regalo dell’imperatrice.

 

4. LA BEATA MARIA DEGLI ANGELI

 

Nel Seicento italiano e francese si dava molto importanza alle parole della Santa Madre Teresa:

"Sappiate, figlie mie, che il vostro Sposo non vi perde mai di vista... Vi guarda con quei suoi occhi tanto belli compassionevoli». Naturalmente, nel Cammino di perfezione (26,5), dove Teresa lo dice, s'intendeva Gesù in tutti i misteri della sua SS. Umanità. Ma, per farlo, il mezzo più facile era certamente contemplar­lo nell’immagine della sua Infanzia e consacrarsi alla devozione a Gesù Bambino. Ciò pensava certamente la beata Maria degli Angeli, nata a Torino nel 1611, dove aveva fondato il Carmelo di Moncalieri nel 1702, lasciando questo mondo nel 1717.

Infatti, nei suoi scritti si legge:

"Piace tanto a Dio la purità che, facendosi uomo per opera dello Spirito Santo, volle nascere da Maria Vergine. Ognuno sa con quale pienezza di grazie, con quali privilegi. di purità Dio preparò il corpo e l'anima di Maria, acciò fosse degna abitazione del Verbo, che doveva incarnarsi nelle sue purissime viscere. Sicché per muovere l'incarnato Dio a nascere spiritualmente nell'a­nima nostra, il vero mezzo si è di procurare la purità di coscienza, col rimuovere dal cuore ogni colpa ed intro­durvi ogni virtù. Si attenderà pertanto in questi sacri giorni di Avvento alla mortfiicazione dei propri sensi con ogni esteriore modestia, affine di conseguire l'interno raccoglimento, e indi allettare Gesù Bambino a nascere nei nostri cuori, non permettendo a tale effetto, che il nostro animo sia turbato da passione alcuna, mentre al nascere di Gesù si pubblica la pace; cioè l'umanato Verbo nasce nell'anima, che concepisce pietà, e partorisce virtù".

 

Penetrata da questa convinzione, la b. Maria degli Angeli raccomandava:

"Il tempo d'Avvento deve dunque consistere nel riti­rarsi nel silenzio del raccoglimento interiore per preparar­si, là deve regna una santa pace, alla nascita di Dio nel cuore. Il Signore entrerà soltanto in un 'anima pura, poi­ché fino a quando l'attaccamento a se stessi o le cose del mondo riempiono il mondo dell'uomo, non v'è posto per il divin Redentore. Perciò un sincero pentimento deve spro­nare il cuore ad abbandonarsi senza riserve alla bontà e alla misericordia del celeste Bambino". E come se voles­se fare un esame di coscienza, aggiunge:

'È pur grande là bontà vostra, o Gesù mio, che, essendo da me tanto offeso, volete da voi stesso prender carne umana, ed addossarvi tutti i miei peccati per ottenermene il total perdono. Dovrei vedervi nel tribunale della divina giustizia, severo giudice contro di me colpe­vole di tanti mancamenti e nondimeno con mirabile cam­bio vi considero nell'utero di Maria, Signore, soave verso i miei peccati... Siete amabile sopra ogni bene, o Bambino divino; desidero un sommo amore verso di voi per avere un vero dolore di tutte le vostre offese. Piacesse a voi d'imprimere al mio cuore un tal pentimento, che avessi piuttosto a morire, che più peccare..."

Continuando le sue riflessioni Maria degli Angeli porta come esempio da imitare la fede di San Giuseppe; una fede che deve essere alimentata dall'anelito dei Patriarchi e dall'amore verso la Madonna. Tutto si concentra nell'attesa della nasci­ta di Gesù. Perciò insiste che nella vita del Carmelo il cammino spirituale dev'essere una continua pre­parazione al mistero dell'incarnazione. Per questo aveva composto una serie di "Divoti pensieri e tene­ri affetti", perché servissero come "atti", come pre­ghiere alle consorelle per accogliere il piccolo "Re divino". Voleva che ognuna delle carmelitane dive­nisse sempre più sensibile al raggio di luce, prove­niente dall'alto, per aprirsi con generosità alla gra­zia apportata nei cuori umani con la nascita del Signore. E diceva: contemplare Gesù Bambino nel presepio è cosa molto bella e necessaria. Però, non basta. Bisogna tenere presente che i presepi sono soltanto simboli esteriori, sotto i quali si cela la grande verità di Dio fattosi uomo per la nostra sal­vezza. Perciò gli atti di devozione servono solo ad un unico fine: "incremento dell'amore che vuole immergersi nel grande mistero della nostra reden­zione".

 

5. LA VEN.LE MARGHERITA DEL SS SACRAMENTO DI BEAUNE

 

La venerabile Suor Margherita (1619 - 1648) del Carmelo di Beaune, in Francia, al cui centro sta il mistero dell'incarnazione, ha seguito le linee essenziali della spiritualità propugnata dalla scuola francese, cui essa aggiunge il primato del program­ma teresiano: “fare tutto per amore di Gesù!". Tuttavia, essa si è mantenuta completamente indi­pendente nella sua sostanza intrinseca. Per la storia della devozione a Gesù Bambino al Carmelo, ella riveste un'importanza non minore di quella rivestita da Teresa di Lisieux attraverso la Piccola Via dell'infanzia spirituale. La vita e la dottrina di que­sta carmelitana si iscrive organicamente nel vastis­simo rinnovamento operatosi nel XVII secolo fran­cese e rivela nuovamente al disincantato uomo di oggi, che stenta a familiarizzarsi con la psicologia di un Bambino che al contempo è Dio, che cosa significa l'infinito amore di Dio e il suo grande mistero. Con la sua guida all'Infanzia cristiana, essa ha fatto scaturire per l’umanità una fonte di santifi­cazione e di grazia. La devozione a Gesù Bambino di Beaune, che rimonta sino a lei, ha rivestito per il Carmelo francese un'importanza almeno equivalente a quella della devozione a Gesù Bambino di Praga, anche se è rimasta quasi sconosciuta.

Il 25 luglio 1619, sei carmelitane scalze abban­donavano Digione per fondare un nuovo Carmelo nell'antico monastero benedettino di Beaune. Il 7 febbraio dello stesso anno, in questa cittadina era nata una bimba che alcuni anni dopo le avrebbe raggiunto nel nuovo colombaio teresiano: Margherita del SS. Sacramento.

I suoi genitori, Pierre Parigot e Jeanne Bat­taille, erano due borghesi influenti e benestanti che indirizzavano prestissimo la bambina ad una vita autenticamente cristiana. All'età di li anni Marghe­rita perse la madre, e suo zio prete, che aveva do­nato l'antico chiostro alle carmelitane, non seppe fare di meglio che consegnare la nipote alla custo­dia delle monache, affidando a loro l'educazione della pia fanciulla. Così, il 24 settembre, con specia­le permesso dei Superiori, ella entrò al Carmelo, ricevendo lo stesso giorno la sua Prima Comunione per le mani di suo zio. Secondo l'usanza dell'Ordine, le viene imposto un nuovo nome, al quale, in ricor­do della segnalata grazia quel dì concessa alla for­tunata bimba, fu aggiunto il predicato "del SS. Sacramento".

Accingendosi a sbozzare il ritratto spirituale di questa piccola Carmelitana, che in età di soli 29 anni lasciò la terra per il paradiso, si nota subito una cosa: è fuor di dubbio che, tra le monache e i frati dell'Ordine che hanno vissuto il mistero del­l'Infanzia spirituale, nessuno ha saputo riflettere in maniera così sorprendente sui tratti di Gesù Bam­bino come Margherita di Beaune. Sin dall'età in cui gli altri bambini si dedicano a giochi spensierati e innocenti, ella si senti spinta da una eccezionale e santa brama ad imitare la semplicità e l'umiltà di Gesù. Alla scuola del celeste Bambino, presso il quale vegliavano incessantemente i suoi pensieri, ella aveva imparato ben presto a conoscere la fug­gevolezza e transitorietà delle cose terrene, giun­gendo ad una tale maturità che trova spiegazione solo in un profondo e completo assorbimento nel mondo soprannaturale.

 

Sin dal tempo del suo noviziato, ella comprese con sorprendente chiarezza che Dio le aveva affida­to una particolare missione. Avrebbe dovuto fare conoscere al mondo i tesori della divina Infanzia e le dolorose sofferenze del Salvatore". Con la sua infantile innocenza, ella confessò alla sua Maestra delle Novizie che il celeste Bambino l'avrebbe racchiusa nei misteri della sua nascita e dei primi dodici anni di sua vita, quasi circondandola con un muro di protezione. Si proponeva di non allontanarsi mai da questa cerchia. Non le aveva forse egli promesso di donarsi tutto a lei, purché ella si facesse piccola come lui nel presepio?

Al Carmelo di Beaune, Margherita non trovò solo profonda comprensione per la sua devozione e per il suo amore di Gesù Bambino, ma anche un fertilissimo terreno in cui il divino granello di fru­mento avrebbe potuto attecchire e svilupparsi rigogliosamente. Le Madri Fondatrici avevano portato con sé da Digione una statua di Gesù Bambino, e assieme a questa anche quella tenera devozione al mistero della sua Infanzia che era stata loro inse­gnata da Madre Anna di Gesù, fondatrice di Digio­ne. A ciò si aggiunga che l'influsso della spiritualità del Card. Bérulle favorì sotto ogni aspetto un ulte­riore approfondimento del mistero dell' Incarna­zione. Per questo motivo il modo in cui Margherita visse e assimilò il mistero dell'Infanzia di Gesù non era affatto lo stesso di quello che abbiamo poc'anzi visto praticato nelle prime carmelitane spagnole.

 

Nei primi anni della sua vita religiosa, ella ebbe indicibilmente a soffrire sotto gli assalti spesso durissimi ed accaniti del perverso nemico. Talvolta sembrava che la povera bambina dovesse lottare con "i principati e le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro gli spiriti del male sparsi nell'aria". Tutto però serviva solo a purifi­care il suo amore, facendo sì che ella si rifugiasse unicamente ai piedi del Piccolo Gesù. "Voglio rende­re visibile in te il miracolo della mia Infanzia", le aveva detto Gesù un giorno, mentre i suoi occhi si posavano sulla sua amabile immagine. Da allora, ella fu spesso favorita di apparizioni da parte di Gesù Bambino: visioni che la liberavano da ogni cruccio interiore, ricolmandola d'inesprimibile feli­cità.

"Ti ho scelta per onorare tramite la mia Infanzia e la mia innocenza di quando giacevo nel presepio... Tu dovrai essere la voce che annunzia ai quattro venti, nel tuo stato e nella tua vita, la grandezza della mia Infanzia". Ella andava continuamente rendendosi conto del misterioso compito affidatole dal Bimbo Divino. Ma nel suo intimo lo udiva anche sussur­rarle delle parole indicibilmente affettuose:  Quali grazie non dovrei accordare alla sposa della mia Infanzia. Io la amerò sempre, senza mai rfizutarle nulla di quanto mi chiederà... Chiedi e ti sarà dato, affinché la tua gioia sia piena

 

Margherita voleva che la devozione a Gesù Bambino non si arrestasse solo tra le mura del suo Carmelo, ma dilagasse anzi nella sua città natale e nel mondo intero. Un inizio di questa diffusione, lo si ebbe con la fondazione di una pia associazione. La notte di Natale del 1638 Gesù Bambino le aveva fatto sapere di desiderare un luogo a lui consacrato, ove lo si riconoscesse e adorasse come Re. Ebbene:

già il 24 agosto dell'anno seguente ella poté offrir­gli una piccola cappella, dove veniva continuamente a porre ai suoi piedi le tante suppliche e intenzioni che la gente raccomandava alle sue preghiere. In quella cappellina troneggiava una statua di Gesù Bambino portato in braccio dalla sua Santissima Madre. Il vero e proprio Roi de Gràce, o Roi de glorie, come in seguito il popolo prese a chiamare la miracolosa statua di Gesù Bambino regalata al monastero dal barone de Renty, fece il suo ingresso a Beaune solo nel novembre 1643, venendo sistema­to dapprima in una nicchia del chiostro, finché nel 1673 lasciò la clausura per essere esposto alla vene­razione dei fedeli della chiesa.

Quest'ultimo simulacro di Gesù Bambino rima­ne strettamente legato alla vita della ven. Mar­gherita di Beaune. Il barone de Renty aveva sentito nominare la giovane carmelitana insignita di tante grazie, e concepi un ardente desiderio di poterle parlare. E in effetti gli fu concessa anche questa fortuna, riservata a pochi privilegiati. Tornato a Parigi, egli fece spedire a Beaune una statua alta 58 cm., scolpita in legno, un grazioso Bambino con uno scettro nella mano sinistra e una corona fine­mente cesellata in capo. Il Bimbo, con i suoi grandi occhioni spalancati, guarda amorevolmente in faccia il visitatore, e sembra quasi offrirgli la destra da baciare. Un prezioso vestitino avvolge interamente il suo fragile corpo. In questo Bambino, tutto spira affettuosa serietà e al contempo bonaria compren­sione.

 

Ogni mattina ed ogni sera, Margherita trascorreva lungo tempo in orazione davanti al Piccolo Gesù. Quando cadde gravemente ammalata e sentì avvicinarsi la sua ultima ora, chiese insistentemente le si volesse accordare la gioia di vedere trasportato il suo caro Re della Grazia in prossimità dell'infer­meria, per poterlo fissare e compiere il suo estremo sacrificio sotto il suo sguardo. Così chiuse gli occhi animata dal suo bonario sorriso che, nello splendore dei ceri accesi sostenuti dalle consorelle inginoc­chiate attorno al suo letto, le faceva già pregustare il paradiso.

 

Quantunque la breve parabola di vita terrena vissuta dalla ven. Margherita di Beaune sia trascorsa in lontananza dal mondo, essa però non rimase affat­to nascosta al mondo. Appena sentito parlare di lei, infatti, erano subito accorsi al monastero sacerdoti e religiosi, per ricevere dalle sue labbra qualche diretti­va sul come imitare le virtù dell'Infanzia. Un giorno, un religioso le chiese cosa bisognava fare perché Gesù Bambino vivesse nel proprio cuore informandolo con la sua presenza. Ella rispose: "Occorre vivere imitandò Gesù Bambino e non seguendo l'andazzo della propria natura, senza voler vedere o udire aleunche all'in­fuori di lui, proprio come se a questo monao non esistesse altri che lei e Gesù Bambino».

E come si imposta un tale stato di solitudine a con il celeste Bambino? Il visitatore voleva saperlo.

«Egli vuole che lei conservi una perenne equani­mità interiore ed esteriore, da cui consegue che lei né si esalti nei momenti di felicità, né si abbatta nei momenti d'insuccesso o di sconforto. Lei deve abbandonarsi com­pletamente nelle sue divine mani, in modo che egli possa disporre di lei sia nella vita che nella morte, nella salute e nella malattia, nella stima o nel disprezzo, di cui la faranno oggetto: per farla breve in tutto e per tutto, così come a lui piace; come se lei fosse una sua proprietà che si guarda bene dal fare alcuna opposizione... Lei deve donare tutto a 1ui tutto ciò che lei è e tutto ciò che la riguarda, nel tempo e nell'eternità. Non sogni altro che lui e la sua gloria". - Ma se commetto una colpa, che devo fare? - "Deve umiliarsi davanti a Gesù Bambino, promettendogli senza indugi di migliorarsi e di rico­minciare nuovamente ad amare Gesù Bambino, a servir­lo e a pregarlo come se non avesse mai sbagliato. È molto, ma molto meglio pensare, Gesù Bambino e alle sue divine perfezioni che pensare a noi stessi, ai nostri peccati e alla nostra miseria!...

"Si metta una volta per sempre nelle mani del Piccolo Gesù e non pensi più a se stesso; si occupi di lui e si lasci afferrare dal suo amore. Lei perde molto tempo, troppo tempo, se pensa a se stesso e alle sue colpe!... Metta il suo cuore ai piedi del S. Bambino, affinché tutte le creature riconoscano il suo altissimo potere e tutti gli spiriti si mettano alle sue dipendenze. Coloro che cercano ancora qualeosa in questo mondo, e vogliono goderselo, non troveranno mai il Figlio di Dio. Gesù Bambino vuole essere cercato unicamente nella semplicità di cuore".

 

Nelle sue esortazioni, Margherita di Beaune sottolineava rinnocenza e il distacco da ogni ele­mento terreno, per creare in sé un santo vuoto, e soprattutto invitava a «guardare sempre fisso Gesù Bambino e fare assomigliare  tutte le proprie azioni alle sue". Ecco le necessarie disposizioni per approntare la nascita di Dio nel cuore e per vivere nell'Infanzia spirituale. Allora, persino questa terra diverrà "il giardino di Gesù Bambino

Con l'indirizzo espresso dalle sue parole, ella si proponeva di suscitare la convinzione che la vita interiore attinge la sua forza e affonda le sue radici nel mistero dell'Incarnazione, nonché nella nascita di Dio nel cuore. Allo stesso modo in cui dal pove­ro e inerme Bimbo Gesù nella capanna di Betlemme ebbe inizio la Redenzione dell'umanità, attraverso la nascita di Dio nel cuore comincia una specie di seconda Redenzione, e precisamente la liberazione dall'uomo vecchio, dall'attaccamento alle creature e dalla preoccupazione disordinata per le cose terrene, dando così origine ad una nuova vita permeata di santa semplicità, di umiltà, di innocenza, nell'unione intima con Dio.

 

Margherita volva insegnare così, in perfetta coerenza con questo spunto programmatico, che il comando del Signore: "Siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli" (cf. Mt 5,48) non si può realiz­zare meglio di quanto si realizzi imitando le virtù dell'Infanzia. "Noi non possiamo imitare la perfezione del Padre nostro celeste - ribadiva frequentemente - ma possiamo invece ben contemplare Gesù Bambino nel presepio che è la sua vera immagine. Egli possiede tutte le sue perfezioni. È grande come lui, sapiente e potente come lui. Noi vediamo la sua santa Umanità satura di Dio, in cui son racchiusi tutti i tesori della sua Divinità. Eppure, quantunque il piccolo corpo di Gesù Bambino possa dir sue tutte le perfezioni, egli è debole e soggetto agli altri lascia che gli facciano tutto ciò che vogliono; non impedisce nulla e sopporta tutte le indigenze della sua Infanzia senza dire una sola parola. Ora, dato che Gesù è così piccino e tanto simile a noi, ci risulta assai più facile imitarlo".

Era questo il modo in cui la giovanissima car­melitana di Beaune aveva tradotto in pratica, nella sua propria vita, il precetto evangelico della perfe­zione. Fino alla sua ultima ora aveva imitato Gesù Bambino. Ma aveva individuato anche sempre meglio la sua missione, che consisteva nell'attrarre tutto il suo ambiente nell'alone di luce promanante dal celeste Bambino. L'infanzia spirituale l'aveva guidata sulla via della trasformazione nel Figlio di Dio umanato. Egli l'aveva chiamata, unendola stret­tamente a sé come sposa diletta, preparandola con grazie e visioni a vivere in lui, nel suo mistero. "Mihi vivere Christus est...: in me vive realmente il divino Infante", poteva esclamare dal giorno della sua professione religiosa. Però non bastava ancora. Al contempo Gesù Bambino le aveva affidata la missione di condurre altre anime ad un'analoga trasformazione in Cristo, indirizzandole ad una vita spronata nel mistero dell'Infanzia. E la sua missione incominciò subito, sin da quando era ancora in vita.

Per terminare non va dimenticato che Mar­gherita aveva provato ben presto la gioia di vedere, nel suo Carmelo di Beaune, una seconda Betlemme preparata per il Piccolo Gesù. Terminati alcuni lavori di restauro al reparto adibito a dormitorio, le monache avevano espresso il desiderio di consacrar­lo a Gesù Bambino. Ora, allorché il giorno di Natale si organizzò una solenne processione per festeggiare la consacrazione, Margherita vide Gesù Bambino entrare in ogni cella e benedirla con la sua manina, proprio mentre le monache cantavano il Magnificat e l'antifona natalizia "Hodie Christus natus est". E, quasi in un bisbiglio, la Veggente per­cepì le seguenti meravigliose parole: “Dopo la grotta di Betlemme, non mi sono mai soffermato in alcun luogo della mia Infanzia così a lungo come qui. Ho accettato il dono, che tutte mi hanno offerto dalle loro celle; abi­terò qui con loro e farò di loro la mia Betlemme, tanto cara a me ed al Padre mio".

Da allora, sono passati più di trecento anni. La dottrina spirituale di Margherita, e soprattutto la statua del Piccolo Gesù ricordano che, per salire il Monte Carmelo, bisogna farsi piccolo e vivere nello spirito della santa Infanzia.

 

6. SANTA TERESA MARGHERITA DEL CUORE DI GESÙ (REDI)

 

A Firenze ci incontriamo con Santa, Teresa Margherita del Cuore di Gesù, nata il 15 luglio 1747 ad Arezzo, figlia secondogenita del Cavalier Redi. In famiglia ricevette un'accurata educazione cristiana. Dopo alcuni anni passati nel convitto delle benedettine di S. Apollonia in Firenze, il 10 settembre 1764 entrò al Carmelo della capitale toscana. In breve tempo raggiunse le più alte vette della santità. Si distinse soprattutto per la sua in­fiammata devozione al S. Cuore di Gesù. Morì a 23 anni, il 7 marzo 1770.

Al Carmelo, come simbolo della sua vocazione, aveva modellato in cera la statua di una monaca che va incontro a Gesù Bambino correndo su una strada costellata di croci. Nella statua voleva vedere un'im­magine della sua anima, che marciava impavida verso il   Signore imboccando coraggiosamente il sentiero della croce. Con il suo stesso sangue aveva scritto il seguente proposito: "Gesù, mio caro Amore, vi prometto di essere tutta vostra a costo di qualsivoglia ripugnanza". E cercò di tradurlo in atto prendendo l’Amore come unico movente di tutte le sue azioni.

Il primo Natale passato al Carmelo, lasciò nella sua anima una scia indimenticabile di gioie. Già l'Avvento al Carmelo di Firenze, era tutto una mera­vigliosa e fervida preparazione alla venuta di Gesù. Il suo cuore trepidava di santa attesa mentre ogni sera una consorella, chiamata per l'occasione Il Profeta, condensava in una sentenza spirituale l'aspirazione dell'umanità verso il Messia. Oppure quando nelle domeniche d'Avvento un'altra religiosa, designata con l'appellativo di Pastore, recitava alla Madonna alcune preghiere sature di profondi pensieri imperniati sul profondo mistero dell'Incarnazione. Si sentiva tutta commossa, allorché nel silenzio della Notte Santa di Natale veniva svegliata da un lieto canto pastorale e così chiamata al Mattutino. Quando finalmente nel pieno della Santa Notte echeggiavano le canzoni na­talizie davanti al presepio, la sua felicità non conosce­va più limiti: la sua voce argentina s'innalzava, piena dell'intimo gaudio di cui il suo cuore traboccava. Non aveva forse dato una mano anche lei, con le altre no­vizie, ad allesfire il presepio? Ed ora, ecco il neonato Bambino era là, dove ella poteva pregarlo ed amarlo!

Il suo confessore attesta la gioia del suo fe­steggiare il Santo Natale.

"Il pensiero che Dio si era tanto umiliato per nostro amore, lo commuoveva; quel tenero Bambino steso sulla ruvida paglia aveva attrattive potenti sul suo cuore innocente, onde spesso prorompeva in fervidi accenti di tenerezza ineffabile”

È visibile ancor oggi il Piccolo Gesù tanto fer­vorosamente amato dalla Santa. Si tratta di una sta­tua in cera, rivestita di broccato, con capelli biondo-oro e una corona in capo, in atto di dormire su un materassino. L'aveva regalato al monastero la du­chessa Vittoria della Rovere, qualche anno dopo la fondazione, presumibilmente negli anni 1630-1647. La Cronica del Carmelo fiorentino narra che questa statuina di Gesù Bambino, quando nel 1717 la novi­zia suor Anna Teresa della S. Conversazione l'aveva fervorosamente pregato per farsi santa, abbia pianto amaramente. Anche negli anni seguenti, allorché qualche periodo incombeva sulla Chiesa, le monache videro piangere il Gesù Bambino. Nel 1918, quando esse dovettero passare la Notte di Natale in esilio perché il governo aveva requisito il monastero per i danneggiati di guerra, egli pianse ancora; e lo stesso avvenne nel 1930, durante un triduo in onore di Santa Teresa Margherita, nel corso del quale molta gente vide i suoi occhi imperlati di lacrime. Le asciu­gò di fronte a tutfi Mons. Pierazzoli, a mezzo di un pannolino.

Quante volte la Santa aveva fissato il suo sguar­do negli occhi spalancati, spiranti meraviglia ed atte­sa, di questo Gesù Bambino! Che cosa non può avere detto questo Bimbo alla novizia che tendeva con tutte le sue forze ad un alto ideale?

Ella aveva certo imparato da lui a vivere uni­camente di amore e di dedizione. Che cosa non avrebbe voluto fare lei per questo Bambino?...

Avvenne un giorno, che per il Natale non si riu­scisse a trovare alcun predicatore per parlare alle car­melitane sul mistero dell'Incarnazione. Senza stare tanto a pensare, Teresa Margherita chiese alla sua Madre Maestra il permesso di pregare suo fratello Francesco Saverio, allora al collegio Cicognini di Prato, di comporre per lei una breve predichina sul Natale. Gli scrisse di avere intenzione di leggerla alle consorelle la sera della Natività. Suo fratello fu subito pronto a farle questa gentilezza, di cui ella lo ringra­ziò con due immaginette da lei stessa dipinte. Allora si rese noto alla Comunità che nella santa Vigilia poteva aspettarsi una predica natalizia. Ella indossò la cappa bianca, s'inginocchio davanti al presepio, e dopo una breve preghiera incominciò a leggere la predica. Era un invito, rivolto alle consorelle a recarsi con il pensiero nella grotta ove era apparsa la "bontà di Dio», e dove il Verbo di Dio s'era umiliato al punto da assumere la nostra figura umana, facendosi in tutto e per tutfi uguale a noi. Poi parlò della Madon­na, del dolore da lei sofferto nel poter ofirire al picco­lo nato solo un po' di fieno, impossibilitata com'era ad alleviare il freddo pungente che attanagliava il Bimbo. Quale esempio di povertà, di sacrifici, di totale spo­gliamento ci ha mai dato Gesù Bambino! E quale modello d'umiltà. Egli è per noi!... L'oratrice s'era tanto infervorata nei pensieri che andava esponendo, da mescolare calde lacrime alla sua gioia celestiale. Bisogna riconoscere che aveva imparato ad amare davvero perdutamente il suo Signore e Salvatore.

 

7. SUOR MARIA DI SAN PIETRO DI TOURS

 

La ven. Madre Anna si S. Bartolomeo, dopo essere stata Priora del Carmelo di Parigi (1605-1608), diresse i suoi passi a Tours per la fondazione di un monastero carmelitano, da lei guidato fino alla sua partenza per Anversa, fino cioè al 1611. In que­sto Carmelo entrò nel 1839 Maria di S. Pietro. Veniva da Rennes, dove era nata nel 1816, avendo ricevuto una buona educazione di pietà cristiana. Aveva pensato sin da fanciulla di dedicarsi a Dio in un Ordine religioso. Ma sarebbero dovuti passare parecchi anni di dure prove, durante i quali ella avrebbe implorato forza ai piedi del Santissimo e sarebbe maturata nell'amore al Sacro Cuore di Gesù, alla cui devozione spronava incessantemente quanti le stavano attorno, prima di quel 13 novembre 1839 in cui la porta della clausura del Carinelo di Tours si sarebbe aperta per accoglierla. Entrando, aveva la netta convinzione che fosse stato San Martino, Vescovo di Tours, ad ottenerle questa grazia.

Ben presto ella riconobbe chiaramente per quale scopo Dio l'avesse chiamata al Carmelo. Egli le aveva appianato la strada che conduce al mona­stero non soltanto per la sua propria santificazione, ma anche perché difendesse il suo onore, offrendosi vittima per le necessità della Santa Chiesa e per la salvezza delle anime. "Un giorno (subito dopo la S. Comunione) egli mi mostrò la moltitudine di anime che precipitano continuamente all'inferno. Espresse il deside­rio che io mi donassi totalmente a lui, lasciando pure a lui ogni e qualsiasi merito io potessi guadagnare nel mio nuovo stato; e ciò per assecondare i suoi piani. Mi assi-curò che si sarebbe preso cura lui stesso dei miei interes­si, comunicandomi anche i suoi propri meriti... "

 

Maria di S. Pietro la lasciato alcuni ricordi - le "Rélations écrites" - in cui racconta che la sua de­vozione a Gesù Bambino era cominciata nell'anno di noviziato. Un giorno senfi la voce di Gesù che le disse: "Voglio che tu sia piccola; ma al contempo che tu possieda un cuore grande". Prese sul serio queste parole divine, scegliendole come programma della sua vita, per chinarsi in profonda adorazione dinan­zi al “Verbo eterno avvolto in povere fasce, giacen­do silenziosamente” nel presepio.

Gesù Bambino le insegnava come avrebbe dovuto onorarlo tutti i giorni: praticare un partico­lare atto di virtù, un "esercizio" che le avrebbe dato la possibilità di vivere sempre sotto lo sguardo di Dio, nella purezza d'intenzione e nella gioiosa incli­nazione di fare sempre la volontà del Signore.

Si considerava simile all'asinello che si trovava nella stalla di Betlemme, vicino alla culla, e pensava di servire umilmente il Piccolo Re per tutta la vita. Con questa intenzione fece la professione religiosa e Gesù l'accettò come sua umile domestica, facendole capire che avrebbe dovuto “pasturare i suoi greggi sui pascoli della divina Infanzia". A ciò l'avrebbe aiutata una devozione pianificata in onore dei dodici anni del Santo Bambino.

 

Per Maria di S. Pietro era così cominciata una nuova fase della sua vita interiore. D'ora in poi, non la sua propria volontà, bensì unicamente la volontà del celeste Bambino avrebbe determinato la sua condotta. Nonostante rivestisse l'ufficio di "ruotara", che può essere facilmente causa di distrazioni, fece il proposito di vivere totalmente raccolta nel suo intimo. A tal fine, chiese il permesso di collocare una statua del Santo Bambino accanto alla "ruota", per ricordarsi così continuamente della sua divina presenza. "Quando avevo il Santo Bambino nella nostra casetta di portineria mi sentivo oltremodo felice», leggiamo nei suoi appunti. "Gli offrivo tutti i miei piccoli lavori, e in contraccambio lo supplicavo di darmi delle anime. Nonostante la mia indegnità, il Bimbo Divino mi accordò sempre tutte le grazie necessarie all'ufficio che coprivo, sicché nulla impediva la mia vita interiore e nulla mi tratteneva dal restarmene unita a Dio durante le ore di orazione, esattamente come prima. Nel corso della giornata lavoravo per la salvezza delle pecorelle di Gesù Bambino, e mentre mi dedicavo alla preghiera, egli mi ripagava al centuplo delle mie fatiche. talvolta, quando percepivo la sua vicinanza, sospendevo per qualche istante il mio lavoro cercando di ascoltarlo con maggior raccoglimento".

Nel giorno di Natale del 1841 fece il voto di abbandonarsi totalmente a Gesù Bambino: "Disponi liberamente dell'anima mia, in modo da realizzare i tuoi disegnÈ Certo, non sono degna di offrirmi a te. Tuttavia, mi sembra che tu, Bimbo divino, lo desideri, e per questo ti prego di purfucare la mia offerta con le lacrime della tua Infanzia. Ai tuoi piedi, davanti al presepio in questa memorabile notte della tua nascita benedetta, mi offro tutta a te in piena libertà, o mio Sposo divino... Concedimi che d'ora in poi, inseparabil­mente unita a te, mi occupi solamente di ciò che concerne il servizio del tuo celeste Padre, per l'onore del suo Nome santissimo.

O Santo Bambino, Dio e Uomo insieme io rinun­cio a tutto ciò che sono e mi do interamente in tua balia. Fa' di me e in me quello che più ti piace, per realizzare i tuoi disegni. Io sono proprietà tua: accettami come tale. Si, mio celeste Bambino, mi spoglio per sempre di tutto quanto, di tutto cuore e per amor tuo. Nella tua grande misericordia, rivestimi col manto dei tuoi meriti, affin­che nel giorno del giudizio riceva la benedizione del tuo celeste Padre".

Gesù Bambino accettò la sua umile offerta e la scelse per fondare un'arciconfraternita e unione riparatrice, dedicata alla devozione del Sacro Cuore e del Volto Santo, e canonicamente eretta nel 1847. In ricompensa fu favorita di numerose rivelazioni sui misteri della santa Infanzia del Signore.

Un giorno, dopo aver ricevuta la S. Comunione, il celeste Bambino la esortò a pregare per le anime impure. "Io t'ho preparata e fatta pura. Ora và anche tu e cercami delle anime su cui io possa regnare sovrano". Gesù Bambino voleva da lei che, attraverso l'imitazio­ne delle virtù della sua santissima Infanzia e con l'aiuto della sua grazia, combattesse il demone dell'or­goglio e dell'impurità. Ella aveva compreso a fondo come il mistero dell'Infanzia del Signore, “per quanto sconosciuto fosse al mondo, restasse pur sempre indicibil­mente grande, meraviglioso e inesprimibile. La sua profon­dita potrà venir scandagliata soltanto da Gesù Bambino e dalla sua diletta Madre, la Vergine santissima...

Si, Divin Bambino, tu sei altrettanto degno dei nostri ossequi e della nostra adorazione mentre sei asso­pito sul petto della tua virginea Madre, come mentre sei nel seno del Padre tuo eterno. Tu sei e resterai sempre Dio per tutta l'eternità".

 

Maria di S. Pietro era, però, chiamata a parteci­pare al dolce mistero dell'Infanzia di Gesù non per­ché se ne avvantaggiasse unicamente la sua propria vita religiosa. Al pari delle nozioni ed esperienze soprannaturali da lei avute precedentemente, anche quelle dopo il voto del Natale del 1841 erano desti­nate al bene dell’intera Chiesa. Il Padre celeste mi­nacciava di punire tremendamente il mondo bestem­miatore. Per fortuna, proprio allora, s'interpose tra lui e i colpevoli Maria, la Madre di misericordia. Apparendo a La Salette, ella aveva versato abbon­danti e mute lacrime sugli errori dei suoi figli. In questa prospettiva Maria di S. Pietro annota:

"Il Sigliore mi obbliga sempre ad adorarlo in veste di Bimbo reclinato sul petto della Madre sua. Di la; egli mi comunica meravigliosi ammaestramenti sulla mater­nità della Beata Vergine e sui suoi rapporti con gli uomini, da lui datile per figli quando se ne stava ai piedi della Croce sul Calvario... O mistero di bontà e di amore! Ci aveva appena partoriti sulla Croce tra i più atroci dolori, quando pose tutti quanti noi suoi figli tra le braccia di Maria, perché ella ci nutrisse e ci allevasse per la vita eterna... Maria è il meraviglioso canale attraverso cui i suoi infiniti meriti scorrono per river­sarsi sulla Chiesa sua Sposa".

 

Questa riflessione è un esempio che fa vedere come nel mistero dell'Incarnazione si aprivano allo sguardo di Maria di S. Pietro sempre nuovi oriz­zonti. Profondamente commossa esclamò:

"Tutte le infinite pefezioni del Dio vivente risul­tano celate sotto il velo dell'Umanità. L 'Onnipotente sembra caduto nell'impotenza. La sua grandezza pare così piccola! Oh, quale onore hai mai presentato al Padre celeste Gesù Bambino in questo stato di povertà e di umiliazione!... quali splendide e clamorose azioni avrebbe potuto compiere, sin dal suo primo ingresso nel mondo! Eppure vi ha rinunciato per obbedire al Padre e dare a noi un esempio di profonda umiltà"

 

Infatti, Gesù Bambino non ha mai respinto una preghiera animata dalla fiducia. Ne fece l'esperienza anche Maria di San Pietro.

"Un giorno, venni a sapere per divina illumina­zione che il Padre celeste mi avrebbe accordato tutto quanto desiderassi, se lo avessi pregato in nome di Gesù Bambino reclinato sul petto della Madre sua". Allora, ecco subito prorompere dalla sua anima, traboccan­te d'intima riconoscenza: "O ineffabile mistero! Colui che riposa eternamente in seno al Padre, è al contempo presente nel seno di un 'umile Vergine. su questo letto regale, circondato di rose e di gigli, io ti adoro, o san­tissimo Gesù Bambino. L'anima mia prova un'indicibile gioia nel vederti nascoso in questa aurea casa edfiicata dalla Sapienza divina". Ecco il mistero della nascita:

"Qui ti attendeva il genere umano. Da quattromila anni la natura tutta sospirava il tuo felice Natale... O Divino Gesù, lascia il carcere verginale in cui l'amore ti ha rinchiuso. Fa che io possa abbracciarti in figura di tenero Bimbo...".

Sotto diverse immagini e con sempre nuovi accostamenti, Maria di San Pietro torna continua­mente sul medesimo tema. Aveva saputo per via di grazia che la maternità di Maria si estende, come fonte inesauribile di misericordia e di amore, a tutti gli uomini. Gesù Bambino, che ella aveva servito da umile ancella, chiamandolo talvolta suo fratellino; le aveva concesso di penetrare in questo mistero ma­n mano che rientra fra le più delicate verità di fede riguardanti Maria e il suo divino Figlio. Tuttavia, il suo amore verso Gesù Bambino non le permise mai di dimenticare il pensiero dell'espiazione. "Io lo offro al Padre celeste in questo stato di debolezza e di abbas­samento, per glorificarlo in maniera degna", troviamo scritto nei suoi appunti.

Nell'ultima festa di Natale da lei trascorsa sul­la terra, ella conclude il suo rapporto con la se­guente preghiera al suo piccolo Sposo: "O santissimo e amabilissimo Gesù Bambino, io ti ringrazio d'avermi aiutata a stendere questo piccolo ragguaglio in tuo onore e per la gloria della tua divina Madre. Lo dipongo ai tuoi piedi nel presente giorno memorabile della tua augusta nascita, pregandoti umilmente di prendere, in occasione di questa bella festa, un nuovo potere sulla mia anima. Sino alla fine della mia vita, voglio essere la pastorella intenta a custodire le tue pecorelle, e la piccola domestica occupata solo a servire te e la tua Santa Madre. Si, o Bimbo Divino, Sposo celeste dell'anima mia, io rinuncio a tutto ciò che sono, dedicandomi a tutto ciò che sei tu. Possiedimi e disponi in me da sovra­no assoluto. Così sia».

L'ultima comunicazione uscita dalla penna della devota carmelitana di Tours porta la data del 12 aprile 1848. Si tratta di alcune brevi e semplici parole da lei rivolte alla Madre Priora. 'Da alcuni giorni mi trovo nuovamente occupata a considerare la santissima Infanzia del Verbo incarnato. Lei sa che la mia anima è votata a questo mistero. Nostro Signore mi guida di tanto in tanto alla contemplazione degli altri misteri della sua santa vita; ma la stalla di Betlemme resta pur sempre il mio punto di riferimento». E conclude:

“Domenica scorsa, Nostro Signore m'ha fatto capire che molte anime buone si occupano delle umiliazioni della sua passione, ma poche dell'annientamento della sua santa Infanzia. Desidera che io mi applichi ad essa per combat­tere lo spirito di orgoglio, d'ambizione e di indipendenza mediante le umiliazioni, la povertà del suo presepio e la prigionia delle sue fasce. Così io credo che il Padre Eter­no non troverà meno gradevole il Volto del Piccolo Gesù coperto di lacrime a causa dei nostri peccati e abbandona­to nella mangiatoia, di quanto trovi gradevole il Volto di Gesù coperto di sangue" e abbandonato sulla Croce.

 

 

8. I VEN.LI PADRI GIOVANNI Dl GESÙ MARIA

E DOMENICO DI GESÙ MARIA

 

 

Non è soltanto il genio femminile che ha arric­chito la spiritualità del Carmelo di profonde rifles­sioni sul mistero dell'Infanzia di Gesù e che ha lasciato bellissime tracce sulla devozione al Santo Bambino. Anche i Padri ci hanno tramandato testi­monianze eloquenti - e abbiamo già parlato di fr. Cirillo della Madre di Dio, e della sua intima fami­liarità con Gesù Bambino di Praga - e pagine bel­lissime che rivelano in loro in costante impegno di rappresentarsi Gesù nei suoi misteri e di entrare in affettuosi rapporti con lui.

 

Un esempio offre il ven. P Giovanni Gesù Maria, di origine spagnolo, che nacque nel 1564 a Calahorra. Nel 1584 si portò a Genova per la fon­dazione di Genova e poi si recò a Roma, dove fu eletto Maestro dei Novizi e poi Generale dell'Or­dine. Morì nel 1616.

Giovanni di Gesù Maria non indietreggiava di fronte ad alcun mezzo, pur di portare i suoi novizi ad immergersi coscientemente nel mistero del Santo Natale. Componeva delle poesie in onore del celeste Bambino, oppure scriveva degli esercizi spirituali per prepararsi alla sua venuta. In una delle tre poe­sie natalizie, raccolte nell'edizione completa delle sue Opere, egli saluta Gesù Bambino con parole latine soavi e scorrevoli, di cui diamo a fianco una libera traduzione:

 

"Jesu peregrina O Gesù, in veste pellegrina,

Feste fers algores, Tu sopporti i geli dell'inverno:

Tuos per ardores E per i tuoi ardori

Liquescat pruina. Si sciolga e sparisca la brina.

 

Amor i, festina Amore và, t'affretta,

Austri per calores Traversa i calori dell'Austro

Horaque rigores E vinci i rigor del freddo

Fince matutina. Alzandoti presto al mattino.

Jam caelos inclina Ormai tu i cieli inclina

Dum labuntur rnres, Mentre cade la rugiada:

Tuos per ardores E per i tuoi ardori

Liquescat pruina.  sciolga e sparisca la brina.

 

Mafestas divina Maestà Divina,

Nostros ad amores Incontro ai nostri amori

Descende et dulcores Discendi, e tue dolcezze

Coelestes propina. Celesti ci propina.

 

        Fla mma repentina Con fiamma repentina

Consume languores: Consuma i nostri languori:

Tuos per ardores E per i tuoi ardori

Liquescat pruina". Si sciolga e sparisca la brina.

 

La devozione a Gesù Bambino si connette in P. Giovanni di Gesù Maria con la sua dottrina e il suo insegnamento sulla vita di orazione. Il suo primo compito come educatore dei novizi, consiste­va nell'introdurli nella concezione teresiana del­l'Umanità del Signore, per incontrarsi con Gesù co­me l'Amico più caro e, soprattutto, per intrattenersi con lui in «un rapporto di affetto e di atti di virtù allo stesso modo che un amico non guarda soltanto  ma gli offre dei doni e gliene promette".

 

In ciò risuona la celebre definizione di Santa Teresa sull'orazione come un rapporto di "amicizia con colui, da cui sappiamo di essere amati" (Vita 8, 5). Ma per parlare con Gesù e per conservare la sua pre­senza nell'anima, ci vuole la sua immagine. Per le anìme semplici, portate a una conversione familiare con il Signore, la più attraente delle immagini del Signore, la più dolce e armoniosa, è certamente quella del Santo Bambino. In essa non è difficile cogiiere anche il riflesso di tutti i misteri del Figlio di Dio, sceso nel mondo per redimerci.

La ricerca di Dio inizia per questo nel desiderio di incontrarlo nella sua immagine più semplice, più vicina a noi. P. Giovanni di Gesù Maria lo aveva capito fino in fondo. I suoi insegnamenti riflettono la personale esperienza di questo grande carmelitano e il suo desiderio di trasmetterla ai novizi, che lo attestano. Così, ci viene narrato da fra Giovanni

Paolo di San Michele, il quale nel 1601 aveva fatto il suo noviziato a Roma sotto il P. Giovanni, che «egli. coltivava una speciale devozione alla Beatissima Fergine, al venerabile Sacramento dell'Altare e a Gesù Bambino, alle cui feste si preparava premurosamente... mediante lunghe orazioni e altre consentite mortfiicazio­ni. Niente gli risultava più afflig gente del veder affidata ad un altro invece che a lui la cura del Gesù Bambino, il cui simulacro,  secondo  un  lodevole uso  della Congregazione, si conserva sempre nell'oratorio dei nostri frati. Ficeversa, quando toccava a lui prendersene cura, adempiva quell'ufficio con tale fervente amore e con tanta devozione da lasciar tutti edfiicati"'.

 

Lo storico dell'Ordine, biografo, dopo avere enumerate e diligentemente analizzate le sue virtù, ci viene a parlare delle sue ultime ore. "Quando fu giun­to agli estremi..., gli portarono la statua di Gesù Bambino, che il malato abbracciò con ineffabile tenerezza, effondendosi in mirabili e fervorosi atti di amore e di riconoscenza. Poi lo pregò di trarlo da quella miseria portandolo con sé. Fatto questo, esalò la sua anima benedetta, andando a riunirsi a colui che aveva sempre così fedelmente, zelantemente, fervorosamente amato, cercato e bramato. Felice davvero lui, che era vissuto così! Ma più felice ancora lui che era morto così

Su questo cammino P. Giovanni di Gesù Ma­ria aveva sentito la vicinanza della Madre di Dio, dicendo: "Quanto più ameremo Maria, tanto più ame­remo anche Gesù

Animato da questa convinzione, egli ci ha dato una delle più belle pagine nella sua Istruzione dei novizi. La riportiamo in italiano:

"(I nostri Fratelli)... non stimino che basti una devozione mediocre per onorare questa Regina bellissima e altissima sopra i cieli, e singolare ornamento della Religione nostra; ma ad usanza di figlioli con affetto cordialissimo tengano sempre impressa nell'anima la Signora del Mondo, e ogni giorno a buonissima ora con­sacrino a lei, come al suo Figliolo primogenito tutti gli affetti, pensieri, parole e opere... Anzi è molto salutifero consiglio per l'acquisto della perfezione cristiana, e per cacciare, o schivare qualsivoglia male, unir con la presen­za di Gesù Cristo Signor nostro quella della Beatissima Vergine, e portare l'una, e l'altra stampata nell'animo spessissime volte, e, s'è possibile, sempre, perché non dovrebbe l'uomo separare quelli che Dio ha congiunti'

A Roma, nel 1604 P Giovanni aveva avuto la fòrtuna di conoscere il ven. P Domenico di Gesù Maria, spagnolo come lui, nato nel 1559 a Calataynd

(Aragona) e morto a Vienna (Austria) nel 1630. Ben presto emerse fra i due una santa amicizia, all'ombra della quale il P. Domenico raccontò certamente a P. Giovanni, qualche anno più giovane di lui, la prodi­giosa vocazione da lui avuta tramite Gesù Bambino. Quando ancora giovinetto pensava di dedicarsi a Dio al Carmelo, gli era apparsa la Madre di Dio e gli aveva posto in braccio il Bimbo Gesù, che lo esortò a tradurre al più presto in atto il suo proposito. Questa visione determinò il suo ingresso in religione a Saragozza. Da allora, nel suo cuore pulsò sempre uno sconfinato amore verso Gesù Bambino. Celebrando la Santa Messa, gli capitò ripetutamente di vedere il celeste Bambino nella Santa Ostia. Una volta, nella notte di Natale, pochi anni prima di veni­re in Italia, trovandosi ammalato non poté celebrare la Santa Messa. Prima che scoccasse il segno del Mattutino egli si fece portare in un oratorio attiguo al coro, dove, P. Francesco 'l’Indegno" celebrò il Santo Sacrificio. Gli fungeva da chierichetto fra Francesco di Gesù Bambino. Dopo la consacrazione, con immenso stupore di tutti, invece dell'Ostia apparve sull'altare Gesù Bambino. Fra Francesco, estasiato e giubilante, incominciò a danzare per l'ora­torio cantando: "Benvenuto, bellissimo Bimbo Gesù! Benvenuto, dolcissimo Bambino!".

I due Padri erano anche loro così rapiti dalla potenza dell'amore, da dimenticare addirittura se stessi. L'uno, sopraffatto dall'eccesso di felicità, can­tava davanti all'altare, l'altro dall'oratorio; e la cosa durò sinché il Santo Bambino fu scomparso dai loro occhi. C'erano volute ben dieci ore per celebrare le tre Messe di Natale e portare a termine le altre devozioni a Gesù Bambino; eppure nessuno dei tre s'era minimamente accorto del tanto tempo passato in quelle funzioni.

 

Qui bisogna ora ricordare fra Francesco di Gesù Bambino, un fratello laico che ha percorso una via tutta particolare per realizzare l'incontro con Gesù Bambino e per collocare la sua presenza al centro della vita.

 

9. FRA FRANCESCO DI GESÙ BAMBINO

 

Già nel 1624, appena vent’anni dopo la morte di fra Francesco, fu pubblicata la sua prima biogra­fia e quasi subito dopo tradotta in latino e in ita­liano. Questo è certamente la prova più eloquente della celebrità di un povero carmelitano scalzo, nato nel 1544 a Villa Palacios, presso Toledo. Una voca­zione maturata durante gli anni di servizio degli ammalati di un ospedale, nei primi tempi prestando­si a lavori pesanti. Ma ben si riconobbero le ricche doti soprannaturali del giovane apprendista: doti che erano una vera benedizione per l'intero ospeda­le. Così a poco a poco tutta la responsabilità della casa di cura venne a ricadere sulle sue spalle.

 

Francesco doveva invigilare a che l’ospedale di Alcalà fosse provvisto del denaro e dei viveri neces­sari. Perciò egli si mise ad andare alla questua con una grande cassa. Sopra questa cassa egli aveva fatto mettere una statua intagliata in legno di Gesù Bambino, da lui rinvenuta all'ospedale, per dimo­strare così che il celeste Bambino era la sola Provvidenza in cui riponeva tutta la sua speranza e fiducia. Prima di iniziare le sue peregrinazioni caritative faceva un devotissimo colloquio davanti a questa statua di Gesù Bambino, chiedendogli la benedizione e la grazia di eseguire bene il suo inca­rico. Quando tornava, metteva tutto il raccolto ai piedi di Gesù Bambino, pregandolo di moltiplicare anche le elemosine ottenute, se a lui fosse piaciuto. Tutto ciò che aveva ricevuto - ed era spesso un'in­gente provvista - egli lo chiamava l'eredità o il tesoro di Gesù Bambino.

 

Ogni anno, all'approssimarsi del Natale, soleva dare al suo amato Gesù Bambino una prova speciale d'amore. Invitava tutti i poveri della città di Alcalà e dei dintorni ad un solenne pranzo, cui avrebbe dovuto provvedere tutto il necessario il S. Bambino. S'inginocchiava col suo abituale candore davanti alla statua e diceva al suo Piccolo Salvatore:

"Caro mio Signore, il tuo giorno di nascita si avvicina; noi dobbiamo dare un buon pranzo all'armata dei tuoi poveri. I mercanti mi hanno promesso di darmi tutto ciò che voglio; ma a te sta il provvedere acciocche tutto venga pagato in regola". E in effetti, Gesù Bambino gli faceva immancabilmente avere il dena­ro desiderato, cosicché egli riusciva a fare avere una buona sovvenzione - in natura e in denaro - anche ai conventi poveri.

 

In tali occasioni, avvennero non di rado dei fatti che rasentano il prodigioso. Una sera, proprio alla vigilia di Natale, Francesco non aveva un soldo in tasca. Pieno di fervore si recò in chiesa a pregare Gesù Bambino. "Signore - disse al suo celeste Tesoriere - la nostra festa s'avvicina e la tua armata di poveri si aspetta il solito convito, ma Francesco non ha un centesimo: questa volta nessuno gli ha dato niente, e pare che tutti lo abbiano dimenticato". Poi si diede fiduciosamente a fare i soliti sontuosi preparativi di tutti gli anni.

Non passò molto tempo, che egli senfi bussare energicamente alla porta dell'ospedale. Francesco corse ad aprire, e uno sconosciuto di fuori gli disse:

"Sia lodato Gesù Bambino. Prendi questa elemosina e non tralasciare il pranzo". Prima ancora che potesse ringraziare, il misterioso benefattore era sparito. Nel pacco da lui deposto alla porta, egli trovò un ingente quantitativo di monete d'oro, che pieno di riconoscenza mostrò ai circostanti.

 

Un'altra volta, pochi giorni prima di Natale, tornando da Madrid, Francesco vide un agricoltore con due buoi all'aratro, e gli domandò se fosse disposto a vendergli il più bello e grasso per il suo banchetto. Il contadino accondiscese, e Francesco gli sborsò subito la somma da lui richiesta. Poi gli ordinò di condurre il bue all'ospedale di Alcalà, senza pensare minimamente che l'uomo lo potesse ingannare. Ma Gesù Bambino pensò a fare sì che tutto andasse a buon fine. Ecco il racconto che ce ne fa una cronaca datante dall'anno 1726:

...Partito che fu Francesco, colui si burlò della buona fede di quel passeggero, e godeva pensando di tenersi bue e denaro. Avvicinandosi il S. Natale, la gente dell'ospedale gli diceva: «Francesco compra il bue; ma esso: "il bue è già comprato e verrà". Venne il giorno in cui si facevano le porzioni, ma non si vedeva il bue. Or la vigilia di Natale, mentre Francesco stava alla porta dell'ospedale con il suo amico Francesco Cuevas e altre persone, ecco arrivare un grosso bue tutto solo e di corsa e fermarsi davanti a loro. Francesco dice:’questo è il bue’; e tosto lo uccide e taglia a pezzi. Molto tempo dopo, arriva il contadino tutto ansante e sudato, e cerca

il suo bue ma udendo la voce di Francesco si sente compunto e gli cade ai piedi, confessandogli il suo pecca­to, e pregandolo a perdonargli.

Francesco gli mise la mano sulla testa, e gli disse:

Olà fratello! Se avevi questa cattiva intenzione, andia­mo insieme da Gesù Bambino, io lo ringrazicrò, e tu gli domanderai perdono... Ed egli venne subito condotto da fra Francesco in chiesa, davanti al Venerabile Sacra­mento, dove rese umilmente grazie per il miracolo ope­rato. Il contadino fece umile atto di pentimento e promi­se di correggersi. Qui non è difficile vedere come il sullodato gran servitore di Dio sapesse riunire nella sum­mentovata proporzione la duplice devozione, e come ben avesse capito dove sia da ricercarsi e da trovarsi per noi Gesù Bambino, vale a dire nel SS. Sacramento. Perciò egli si presentava davanti a questo con una fede e una confidenza così viva, come se vi vedesse il suo Gesù con gli occhi corporei».

 

Fra Francesco rimase ad Alcalà ben 27 anni, dedicandosi con la più grande abnegazione al servi­zio dei poveri e degli ammalati. Ad un certo momento però, sentì in cuore un segreto impulso che lo spinse ad una vita più perfetta. Supplicò allo­ra ferventemente Iddio di illuminarlo. E il Signore esaudì la sua preghiera, rivelandogli che sarebbe entrato nell'Ordine della Madonna del Carmelo. Ma prima di tutto bisognava rimuovere dal suo cammi­no un grosso ostacolo. Francesco godeva molta stima alla Corte Reale, e aveva anche ricevuto abbondanti elemosine da Filippo II e dalla sua augusta Consorte. Come avrebbe potuto comunicare al Re la sua decisione?

Confidando nel suo Piccolo Gesù, si recò immantinente a Madrid. Ottenuta udienza, presentò al Sovrano la sua richiesta con queste parole:

"Nostro gran Fratello - così chiamava sempre il Re

- con vostro permesso vi dirò che Gesù Bambino mi ha fatto conoscere che presto sarà servito da me che vestirà l'abito dei Carmelitani scalzi di Nostra Signora del Carmelo".

Il Re rispose: "Questa e' una tentazione del demo­nio per impedire il molto bene che fate a tanti poveri

Ma Francesco replicò: "Io ritengo per certo che questo, che ho detto, piace al Gesù Bambino, e perciò gli ho fatto voto di farmi religioso.

Il Re soggiunse di non farsi scrupolo del voto fatto, perché egli lo farebbe sciogliere dal Papa. E siccome anche Filippo II amava Francesco, gli indicò alcuni dotti teologi, con i quali poteva confe­rire il caso, aggiungendovi che avrebbe quindi dovuto prestare fede prima al loro consiglio, che non alle sue rivelazioni... Il piissimo Re avrebbe dato anche a quei Dottori l'ordine di esaminare bene la cosa...

Dopo che questi ebbero tenuto consiglio fra loro e ben considerato il caso, risposero che sarebbe più utile che Francesco continuasse, come aveva fatto fino allora, a servire i poveri... La decisione incontrò naturalmente il favore del Re, e a Fran­cesco per quella volta non rimase che sottomettersi umilmente.

 

Qual era realmente la volontà del suo Piccolo Gesù? Che seguitasse a servirlo nella persona dei poveri? Un giorno, mentre si tratteneva davanti a lui in orazione mentale, sentì un incontrastabile impulso alla vita del Carmelo. Frattanto era andato gradualmente sempre crescendo il suo desiderio di rinunziare al mondo. Nella sua angustia interiore, egli si rifugiò ai piedi del Piccolo Re. Se non era davvero volontà di Dio che egli si facesse fratello laico al Carmelo, Gesù Bambino dovrebbe almeno sua anima angosciata tornasse in pace. voce di Dio si fece udire ancor più il suo destino era quello di entrare al fare si che la Viceversa, la distintamente:

Carmelo riformato.

L'Ordine lo accettò e l'8 aprile 1598 gli aprì la porta del convento di Madrid dove passò gli ulti­mi anni della sua vita. Furono anni traboccanti di riconoscenza e di lode al celeste Bambino. Pochi giorni prima di Natale del 1604, i medici dovettero constatare che Francesco era gravemente colpito da dolori al costato (polmonite o insufficienza cardiaca, probabilmente). Egli aveva sempre desiderato di potere morire di tale malattia e ne aveva anche chiesto la grazia al celeste Bambino. "Con quella -soleva dire - la mente e la parola restano libere, e allo­ra potrò fino all'ultimo respiro amare molto, molto, molto e molto Gesù Bambino".

Alla vigilia di Natale, ci si accorse che ormai stava avvicinandosi la sua ultima ora; egli ricevette quindi gli ultimi Sacramenti. Poi pregò il suo P. Priore di dargli licenza di scrivere una lettera di addio ai suoi migliori amici: al Re e alla Regina, al Patriarca di Valenza e così pure al Nunzio Apostolico. Ecco la lettera da lui indirizzata al Re e alla Regina:

 

Jesus, Maria, Joseph.

 

“Ai nostri (nell'amore a Gesù Bambino) amatissimi Fratello e Sorella; il gran Fratello (il Re Filippo III) e la Sorella Margherita (la Regina), miei particolari amici, per i quali prego istantemente Gesù Bambino, che con una vita molto santa giungano all'eterna beatitudine".

Questa è la soprascritta. Poi segue il testo, in cui egli esorta il Re, "a rimanere sempre affezionato a Gesù Bambino" che "in questi giorni festivi verrà a prender­mi. Indi lo prega nei seguenti termini: ... Foglia prendere a cuore i bisogni della Chiesa come fece suo padre

(Filippo II) che la dfese insieme con il Papa. Poi deside­ro che il nostro gran Fratello cerchi di promuovere la canonizzazione della nostra Santa Madre Teresa, e faccia quello che gli domanderanno i nostri Superiori, che sono buoni e procurano sempre il bene.... Si lasci raccomandare questa casa di Dio, e anche quando non ci sarò più, aiuti i carmelitani nei loro bisogni, perché è più meritoria la limosina fatta per amor di Gesù Bambino e della sua Santa Madre, che per amicizia a fra Francesco, che non è che polvere e niente, e come tale mi pongo ai piedi di Gesù Bambino...

"Mio gran Fratello, io voglio dirle quella che mi resta da ricordarle se Dio mi chiama, perché dopo che il Sigliore mi avrà chiamato, non potrò più tornare indie­tro ad ammonirla... Si ricordi del contratto che abbia­mo fatto: che se la Sorella Margherita resterebbe incinta in un anno, darebbe duemila ducati. Ora, siccome Gesù Bambino l'ha esaudito da più mesi, si riconosca per debitore, e quando uno dei nostri Padri verrà da Lei, lo soddisfi cioè glieli paghi. Bisogna che sia grato a Gesù Bambino, perché gliene dia altri, e conservi i già dati. Sia il gran Fratello, per la Sorella Margherita e per il Regno che gli è affidato, e che ottenga o la vittoria sugli infedeli, o che si convertano. Gran Fratello, perseveri presso Gesù Bambino e si ricordi di quello che abbiamo parlato a Guadalajara. Io confido in Gesù Bambino, che tutto andrà bene. Mi raccomandino, Fratello e Sorella, a lui, come io con il suo aiuto farò per loro.

 

Dato a Madrià, la vigilia di Natale dell'anno 1604.

 

Fra Francesco di Gesù Bambino, indegno di questo nome

 

Il Re ebbe una gran consolazione, quando lesse la lettera dell'umile converso e la Regina rice­vette in dono una statua in legno di Gesù Bambino, che era stata per lungo tempo venerata da Fra Francesco.

Frattanto era cominciata l'ultima agonia del po­vero ammalato. Egii soffriva atroci dolori e il suo cuore era tormentato dal più amaro senso di abban­dono. Eppure, anche in mezzo a queste pene mortali, egli provava una mirabile gioia interiore. Cantava pie laudi al Piccolo Gesù, la cui statua gli era stata porta­ta in cella, e alla sua Madre benedetta; oppure dava sfogo con tenere invocazione amorose ai sentimenti del suo puro e infanfile cuore. Il sabato, 26 dicembre 1604, rendeva la sua innocente anima a Dio. Aveva 60 annì.

Subito la voce della sua singolare vita trascor­sa ìn odore di santità si sparse per tutto il mondo.

 

 

10. GLI "ESERCIZI"

DI P. GIOVANNI MARIA DI S. GIUSEPPE

E LE "MEDITAZIONI" DI P. GIOVANNI TADDEO

 

Dopo aver riportato gli esempi più caratteristici di figure carmelitane dei secoli passati, e si potrebbe­ro aggiungere ancora altre figure rappresentative, è utile gettare uno sguardo sulle opere spirituali di due carmelitani del Seicento italiano, in cui si tratta ampiamente della devozione a Gesù Bambino. Sono gli Esercizi spirituali di P. Giovanni Maria di S. Giuseppe (1589- 1634), un'opera in sei volumi, di cui il secondo si occupa della nascita di Gesù a Be­tlemme e nel cuore umano. L'altro libro, le Meditazioni di P. Giovanni Taddeo (1653(?)-1753), furo­no scritte, probabilmente, attorno al 1700.

 

Gli Esercizi Spirituali  rientrano nella caratte­ristica corrente spirituale seicentesca, nella quale si esprime un forte impegno di aiutare la gente nella pratica della vita religiosa con l'insistenza sull'imi­tazione di Cristo. Ovviamente le pagine sull'imita­zione delle virtù del Piccolo Gesù erano di grande importanza, e tanto più per i carmelitani che pote­vano anche ispirarsi alla dottrina di Santa Teresa e di San Giovanni della Croce.

Particolare attenzione merita la struttura este­riore degli "Esercizi". In essi, il tema viene suddivi­so in dieci giorni, con quattro meditazioni, chiamate "hore" per giorno. Alla prima si tratta sempre di "incentivi" diretti ad "infiammare il cuore a ricevere Gesù Bambino"; nella seconda si considerano i "frutti che devono andar uniti alla venuta di Gesù Bambino"; nella terza si caldeggia un "rinnovamen­to dell'anima"; nella quarta si dice che tutte le pra­tiche devono terminare sotto uno "speciale patroci­nio" o di S. Giuseppe, o della B. Vergine, dello Spirito Santo, del Figlio di Dio o dello stesso Eterno Padre.

In ogni singola "hora", ci imbattiamo in nume­revoli variazioni dell'aspirazione amorosa dell'anima verso la venuta del Divino Bambino, che viene descritto con singolare tenerezza di sentimenti nella pienezza delle sue qualità divine: bellezza, dignità di essere amato, bontà e misericordia.

 

Partendo da queste ricchezze divine del "Bam­bino avvolto in fasce" e da lui offerte al mondo, si comincia la meditazione sulla nascita, con la quale Gesù ha realizzato il suo desiderio di fare partecipi noi della sua ricchezza. Facendosi Bambino, incapa­ce ancor di parlare e chiamare le anime, egli è di­sceso tra noi rivelandosi in un luogo facilmente ac­cessibile a tutti, affinché tutti possono accogliere in sé la sua ricchezza a trarne vantaggio.

"Per sapere che preparazione devi fare per quest'ospi­te, che verrà ad abitare da te, devi considerare bene chi egli sia, e particolarinente o devi ponderare quanto sia acceso il tuo amore, e sappi che non per altro viene al tuo cuore che per farti manfiesto questo amore... I tuoi peccati, o anima, meritavano, che Iddio ti mandasse dal cielo la sua giustizia, e che non ne lasciasse uscire la misericordia, ma egli ha fatto tutto il contrario... Corrispondi a un tanto amore e che non grande desiderio aspetti la venuta di quel­lo che tanto ti ama".

Per spronare ad un vero e devoto amore al celeste Bambino, P. Giovanni Maria ce lo descrive in raffinati bozzetti che spirano un'aura indicibil­mente tenera e dolce. Per esempio:

"Considera, o anima, quanto sia amabile il tuo dolcissimo Gesù. Nessuna creatura è tanto amabile quanto lui secondo l'Umanità... Considera l'amabilità degli occhi di Cristo, con i quali, se una volta sola ti mira, ti sentirai tutta ripiena di consolazione, e di gau­dio incredibile. (...) È tanto grande la forza d'amore di questi occhi, che nessuno mai con tanto amore guardò un suo amico, quanto fa Cristo con i suoi figli e servi. Finalmente la stessa figura del Bambino sì piccolo, si bello, e si perfetto, porta seco un'amabilità ineffibile, poiché niente si trova in lui, che non sia amabile, addi­rittura le sue lacrime sono amabilissime...". Perciò, "discorri, o anima, per queste fonti di amabilità, e pro­cura di amarlo con tutte le tue forze, e di desiderare che nasca questo amabilissimo Bambino nel tuo cuore, perché io possa cominciare a trattare di proposito di adornare questa stalla in cui deve nascere"

 

Certo, la nascita temporale di Gesù è solo un debole riflesso della sua nascita eterna in seno a Dio Trino.

Tuttavia "la bellezza di Dio dovette con modo singolare risplendere nell'Umanità di Cristo "Pene­tra, o anima, sin all'interiora del velo, e contempla oggi quella Divinità per amor tuo umanata, e nascosta nelle membra puerili del divino Infante. Questa è la fonte, e origine di tutti i beni che hai, e che puoi avere. Periò a questa sola fonte tutto il tuo amore devi rivolgere, e amare il bene che da essa puoi sperare. Ama quanto puoi, perché questo Infante supera ogni amore, né alcuno lo può amare quanto merita".

Soprattutto, procura di sollevarti con la speran­za di un si gran bene, lascia tutte le cose per acquistare lui solo; poiché tutto è un bel niente in comparazione sua, lascia dunque il niente, se vuoi avere il tutto".

Gli "Esercizi Spirituali" terminano con l'invito "di perseverare in una continua pace, così che il dolcissi­mo Bambino faccia in te la sua abitazione. Ricevi teco questa divina Sapienza: Ut tecum sit ut tecum laboret, ut scias quid acceptum sit coram illa omni tempore.

Essa sia ogni tuo bene, il tuo Dio, e tutte le cose tue, e il fine dei tuoi Esercizi sia trovarsi unito con Dio, il star sempre vicino al soavissimo Pargoletto, ne mai da lui separati, e amarlo, amarlo in eterno senza fine per goderlo in sempiterno e così sia. Amen”

 

Pensieri non meno profondi rivelano le Medi­tazion9 del P. Giovanni Taddeo. Cominciano con Vesortazione a “svegliarsi dalla sonnolenza spiritua­le... per ricevere con maggiore abbondanza la divina luce e il fervore della carità mentre sta per nascere il Sole di giustizia ad illuminarti la mente, ed accenderti il cuore (...). (Dio) in forma di tenero ed amoroso Bambino vuole entrare nel tuo cuore a recarti la salu­te…

Vivi dunque giustamente, e piamente, affinché il giusto e pio Pargoletto Gesù venga in te con nuova comunicazione amorosa, ed in te perpetui la sua pietosis­sima dimora... «Rorate ca'h desuper, et nubes pluant Justum"... Ogni tuo respiro sia un invito al celeste Bambino..  Per desiderarlo cordialmente, il tuo amore deve stare con lui... Egli è l'immagine sostanziale del Padre, la pienezza della Divina Sapienza..., e tu puoi riceverlo nel tuo cuore spiritualmente, nato in esso come Sapienza, e Maestà! Replica dunque mille volte al gior­no: Mandate, mandate, o cieli, in questo arido mio cuore la vostra fecondissima rugiada... Avverti però che... non bastano i desideri, e le replicate suppliche per conse­guire i doni del cielo,. bisogna rimuovere gli impedimenti che si oppongono... Esamina quindi le tue presenti imperfezioni e ricerca la loro origine...".

"Veni Domine!... La venuta di Gesù Cristo nell'a­nima si fa per mezzo di una soave unione dell'anima con lui… perché il Re pacifico nasce nell'anima, e la sua nascita porta seco la pace con l'abbondanza di grazia... Vieni, Unigenito di Dio a visitare questo ingrato pecca­tore... Sgombra dall'anima mia tutto ciò, che si oppone alla tua Bontà e Sapienza".

Quanto più la festa di Natale si va avvicinando, tanto più pressanti devono farsi le preghiere dirette ad implorare che Dio, con la sua venuta, prenda pos­sesso, con sempre maggior intensità, del nostro inti­mo, immergendolo sempre più a fondo nell'oceano del suo Amore.

Inizia così un'altra serie di Meditazioni, miranti a dare una formulazione concreta a questo desiderio. La cosa migliore da farsi sarà che l'orante «S’immerga nel cuore di Maria, per invitare là; con tutta tenerezza, il Verbo divino a nascere come nostro Redentore". Quando infine sarà venuta la Notte Santa, contempla come "la santissima Vergine, che conosce l'esser imminente del­l'ora del partorire, si ritira in un angolo della capanna. Alza la mente a Dio assorta in altissima contemplazione, nel mezzo della notte senza dolore veruno, e senza l'aiuto di persona umana, partorisce l'Unigenito dell'Eterno Padre. Subito s'inginocchia, e gli bacia umilmente i piedi, adorandolo come Dio... Quindi lo prende nelle sue brac­cia, lo involge nei panni, e nelle fasce, e lo ripone nella mangiatoia sopra il fieno...". Pregalo anche tu. "Il Pargoletto, che adori nel presepio, ti è stato dato per Salvatore e per Maestro, come dice il Profeta Isaia:

"Parvulus natus est nobis, et Filius datus est nobis". Contempla Gesù per apprendere da lui come devi crescere nel suo amore... Se non ti avanzi giorni per giorno, invano ti dai a credere di seguirlo con l'imitazione... Ricorri al Divino Pargoletto e dolente delle tue passate trascuratezze supplicalo che con il suo potentissimo sangue conforti la tua volontà!".

 

Il P. Giovanni Taddeo ci mostra ora come Ge­sù Bambino entra nella nostra esistenza terrena in qualità di dispensatore di ogni grazia, instaurando con gli uomini "di buona volontà" un nuovo rapporto d'amore.

"Nel giorno della Circoncisione di N. S. Gesù Cristo... (pensa):

Se appena nato fa tanto per te, quanto sperare devi in lui e da lui! Può nelle fasce darti un'espressione più efficace della sua tenera dilezione?.. Mira, quanto ti ama. L'amore verso di te gli costa sangue. Ne altro esige da te, che il tuo cuore. Questo da te prontamente attende, non con sole parole affettuose, ma unitamente con fatti amanti, nei quali cominci ad offrirgli con verace risolu­tezza le tue umane compiacenze...

Ah, mentre egli ti ama, e con il sangue ti palesa la sua carità, non devi ricusare occasione veruna, per dolo­rosa che sia, di rendergli amore per amore... Già che tanto s'affretta di patire, che otto giorno dopo essere nato riceve ferite per tua salute, proponi di non ritirarti più dal patire per lui... Subito volgiti al circonciso Gesù, e supplicalo che per il suo prezioso sangue sparso t'illumini l'intelletto, e fortfiichi la volontà per continua­re costantemente nella sua verace disciplina d'abbracciare le umiliazioni e patimenti comuni che ti devono produr­re gaudio ed esaltazione eterna".

 

Uno spiccatissimo e raffinato spirito d'os­servazione dimostra P. Giovanni Taddeo, quando parla dell'influsso esercitato sulla nostra vita dal­l'Infanzia e dall'esempio di Gesù Bambino.

 

Dice che tale influsso deve condurre soprattut­to a perfezionarsi nell'amore, perché ciò rappresenta la condizione preliminare indispensabile per ogni processo nella vita soprannaturale. "Ti venga la cro­ce da una mano amorevole, o da una mano contraria, sempre la devi ricevere come venuta dalla mano pietosa del tuo Signore... A te basti di patire, e patire per amore di 1ui che ha sopportato per te angosce infinitamente maggiori. Sempre più caro ti deve essere l'adem­pimento dei beneplaciti divini. Il Padre celeste vuole essere da te onorato a costo di ogni tua propria soddi­fazione

"La prontezza dei santi Re Magi nell'istradarsi per adorare il nato Messia... (ti deve spronare) alla prontezza, sollecitudine e diligenza, con semplicità di mente ad ubbidire alle divine voci... Fssi però non incontrano il Pargoletto fuori del presepio, ma lo trova­no dentro di esso, dopo esservi entrati. Perciò, se vuoi trovare Gesù, entra in te stesso con la sua santa presen­za. Egli ti aspetta raccolto in se stesso, non dissipato fuori... Ancorchè l'anima tua sia povera e nuda, inde­gna di servire d'albergo a Gesù, qui nientemeno egli ti aspetta, qui t'aiuta, qui lo troverai ogni volta che con fede ed umiltà lo cerchi".

 

"Il crescere e il maturare di Gesù Bamhino deve rammentare, come il miracolo della nascita di Dio nei cuori si realizzò in un avvenimento che rimane celato nel segreto dell'intimo. P. Giovanni Taddeo sa hene come nel caso di Gesù, quantunque la Scrittura dica che “egli cresceva in età, sapienza e grazia davanti a Dio e agli uomin” non si possa affatto parlare di uno sviluppo nel senso di un aumento e di una crescita progressiva verso uno stadio di maggior perfezione. Perciò, egli interpreta questo crescere e maturare del Signore come una intensificazione dell'intimo rapporto che lo lega a Dio Padre. E da qui prende le mosse per la sua Meditazione, osservando «che la santità consiste nell'interiore; e nell'interiore principalmente deve esercitarsi come la praticava il Figlio di Dio, se bene nell'esterno portamento non si difierenziasse dai fanciulli suoi coeta­nei. Fuggi le singolarità esteriori che ordinariamente sono atti di proprio giudizio promossi dalla vanità! Il profitto di Cristo era prima davanti a Dio, e dopo innanzi agli uomini... Avverti nel tuo operare di non mutare quest'ordine, e non cercare di piacere prima alle creature che al tuo Creatore"

L'occhio umano stenterà, o forse non riuscirà nemmeno, a scorgere questo incremento che va operandosi all'interno. Ma Dio, cui nulla rimane nascosto, vede anche nel profondo del cuore e rico­nosce sino a che punto l'Infanzia di Gesù vi si èimpressa suscitando una nuova forma esistenziale. È la vita in Gesù Cristo, il crescere della sua grazia e il maturare nel suo amore.

 

Così con le sue Meditazioni, che racchiudono quanto di meglio ha saputo dire la spiritualità del Carmelo italiano dei secoli passati sulla nascita di Cristo nel cuore, P. Giovanni Taddeo intende gui­dare le anime ad una fruttuosa riflessione sul miste­ro dell'Incarnazione, atta a farlo comprendere in modo vitale. Nell'intima apertura verso il fattore essenziale, l'anima singola non deve tralasciare di pregare incessantemente il Bimbo Gesù di venire a lei dominando tutte le sue facoltà, affinché la sua vita si risolva in una sempre più esatta imitazione della vita di lui. "Deve persuadersi - ci dice P. Giovanni Taddeo - che il Bimbo divino non si farà aspettare, ma si renderà invece subito interiormente per­cettibile, quando lo si cerchi nella fide e nell'amore e se ne implori caldamente la venuta".

 

Le sue Meditazioni sono servite per più di due secoli di guida contemplativa per la vita spirituale dei carmelitani. E anche oggi, per la loro ricchezza e intrinseca bellezza, possono contribuire in modo sostanziale a fare comprendere il mistero del­l'Infanzia spirituale, così come esso pervade l'ora­zione del Carmelo, brillando di sempre nuova e perenne luce nella sua vita di contemplazione.