GARABANDAL
continuazione di Fatima
Capitolo primo
INIZIO DEGLI EVENTI
Un villaggio sperduto
Nel
cuore delle montagne del nord della Spagna, nella provincia di Cantabria
(Santander), non lontano dalle rive del Golfo di Biscaglia, sonnecchiava una
modesta borgata: San Sebastian de Garabandal. L'umile villaggio era rimasto
sino a quel tempo isolato, senza telefono, senza radio, senza cinema, senza
televisori, senza magnetofoni, persino senza rotocalchi... Non c'era nemmeno
la strada; la più vicina (e neanche molto agevole) passava nel fondovalle, vicino
al paesetto di Cossio, a circa 6 chilometri. Per questa strada si poteva
raggiungere «il mondo». Se, oltrepassato Cossio, si prendeva a destra
risalendo il corso del fiume Nansa, ci si trovava immersi nello scenario del
romanzo di José Maria de Pereda, Penas Arriba; continuando più su, la
valle di Polaciones e, più in alto, il colle di Piedras Luengas, gia in
provincia di Palencia; qui iniziava la discesa verso le terre dell'altopiano
castigliano verso Leon. e, uscendo da Cossio, si piegava a sinistra, si
raggiungeva rapidamente Puentenansa, da dove si poteva scegliere la strada più
diretta per Santander attraverso il colle di Carmona e Cabezon de la Sal;
oppure seguire il fiume Nansa sino alla foce, a Pesués, e di qui raggiungere
per la strada costiera Santander sulla destra e, sulla sinistra, Oviedo,
capitale delle Asturie. San Sebastian de Garabandal era dunque un povero paesino
isolato, quasi al di fuori del tempo. Ed
ecco che all'improvviso, quando nessuno lo avrebbe immaginato, nelle lunghe
giornate di un mese di giugno questo borgo cominciò a uscire dal suo isolamento
e dal suo secolare torpore.
Una data
Siamo
a fine primavera del 1961, quando nell'aria c’è già sentore d'estate. 18
giugno, domenica, giorno del Signore. Sul tardo pomeriggio, un po' dopo la
recita del rosario alla quale ha partecipato l'intero villaggio, quattro
bambine (Nota: I
nomi: Cochita Gonzales, Maria
Dolores (Loli) Mazon, Jacinta Gonzales, Mari Cruz Gonzalez; le prime tre di 12
anni e l’ultima di 11)
non sanno che fare e si stanno annoiando. Ad un tratto viene loro l'idea, o la
tentazione, di andare a raccogliere qualche mela (anche se acerba) in un orto
lì vicino. Terminata la scappatella, si riposano chiacchierando, sedute sulle
pietre irregolari di una mulattiera ruvida e ripida che tutti chiamano «la
Calleja» (la stradina). Lì si rendono conto d'aver fatto «qualcosa di male»;
un furtarello, ma pur sempre un peccato contro il settimo comandamento della
Legge di Dio; il diavolo ha teso loro una trappola ed esse hanno offeso il
Signore e la Vergine. Col pentimento, nasce in loro la reazione contro il
tentatore. Decidendo di allontanarlo, cominciano a gettar sassi con gran forza.
Un modo per troncare definitivamente con lui. La pace sembra ritornata sotto il
cielo sereno e opalescente di quella bella e monotona sera domenicale. Ma pace e
noia vengono improvvisamente interrotte da una violenta detonazione. «Oh,
che tuono!». Un tuono davvero strano, in effetti, dal momento che non si
scorge alcun segno di temporale. Ed ecco che poco dopo le quattro bambine cadono
in ginocchio sulle aspre pietre della «Calleja» e contemplano in estasi,
fuori di sé e dall'ambiente circostante, un essere, una figura luminosa che non
è sicuramente «di questo mondo». «Ci appavre una figura bellissima
avvolta di luci abbaglianti che però non ferivano gli occhi», scriverà più
tardi una delle quattro piccole, Conchita. Di che si trattava? Lì per lì, le
bambine seppero solo parlare di un Angelo. La notizia, comunque, mise
immediatamente in subbuglio il villaggio, anche se all'inizio tutti si
mostrarono scettici.
I quindici giorni dell'Angelo
Il
giorno seguente, lunedì 19 giugno, le quattro ragazzine, nonostante gli
eventi della vigilia e i numerosi commenti suscitati, dovettero sbrigare le
quotidiane faccende domestiche. Ma verso sera, all'uscita di scuola, si recarono
nuovamente a pregare alla «Calleja», nello stesso punto della sera prima,
per vedere se l'«apparizione» si rinnovasse. Ma non accadde nulla di ciò
che si aspettavano. Avvenne invece ciò che non avevano previsto: risatine di
scherno e commenti malevoli, le consuete manifestazioni di chi è solito pensare
«A me non la dai a bere...». Martedì 20, alla stessa ora, nuova visita alla
«Calleja». Le ragazzine nutrivano in cuore la certezza che quanto era
successo la domenica non poteva né essere senza motivo, né restare senza un
seguito. Recitarono preghiere e rimasero in attesa; attesa dell'Angelo...
che non si presentò, ma la cui presenza fu sostituita da un fenomeno molto
misterioso e significativo: le piccole si videro avvolte all'improvviso da una
sorprendente, intensa luce, che le isolava da tutto e le penetrava di un vivo e
reverenziale «timor di Dio». L'indomani, mercoledì 21 giugno, l'Angelo
riapparve. E da allora, per circa una settimana, rinnovò le sue visite quasi
quotidianamente, intrattenendosi con loro a lungo, sebbene, per la felicità
estatica che provavano, sembrava loro che ogni incontro durasse solo qualche
minuto. Il sabato 24, festa di San Giovanni Battista, l'Angelo si presentò in
maniera nuova. Come sempre appariva bellissimo e sorridente, con uno sguardo
che penetrava sino in fondo l'anima delle piccole; ma, sotto di lui, la novità:
brillava una scritta luminosa; o meglio, come scriverà più tardi Conchita,
l'Angelo «portava sotto di lui un cartello, ma noialtre non capivamo bene
quel che volesse dire. Riuscivamo solo a leggere, alla prima riga, 'Hay que' (è
necessario che) e, all'ultima, XVIII-X-MCMLXI»... Oggi possiamo facilmente
cogliere ciò che le ragazzine non comprendevano: sul cartello di cui parla
Conchita, appariva dapprima il testo del brevissimo messaggio che doveva
essere divulgato il 18 ottobre di quell'anno, e, alla fine, le cifre romane
indicanti la stessa data: 18 ottobre 1961. È
facile
immaginare lo scompiglio che questi fatti provocarono nel villaggio e in tutta
la regione. Garabandal stava improvvisamente cessando di essere un paesino
sperduto fra i monti, senza alcun interesse e dalla vita noiosa e monotona. Ogni
pomeriggio le sue stradine si riempivano di gente e, all'ora della preghiera
delle piccole, la «Calleja» e i dintorni pullulavano di fedeli e curiosi.
L'Angelo «preparava la via»...
Il
1 luglio era un sabato, e di conseguenza giorno mariano. Le bambine delle estasi
dovevano essere state sufficientemente preparate a ricevere comunicazioni più
precise: quel giorno, infatti, l'Angelo parlò loro chiaramente. «Ci parlò
di molte cose», scriverà più tardi Conchita Gonzalez. Ma la più
importante fu senza dubbio questa: «Vengo ad annunciarvi la visita della
Madonna, con l'appellativo di Beata Vergine del Monte Carmelo. Ella vi apparirà
domani, domenica». «Ben venga!» fu l'esclamazione unanime delle bambine.
L'Angelo sorrideva... La data dell'evento non era scelta a caso: la Vergine di
Nazareth voleva iniziare una sua nuova visita sulla terra - visita che sarebbe
stata lunga e affettuosa - il 2 luglio, giorno in cui la Chiesa celebra da
secoli la festa della Visitazione di Maria alla cugina Elisabetta; ma la voleva
iniziare presentandosi come Beata Vergine del Carmelo per motivi profondi (che
si sarebbero evidenziati a poco a poco), e non solo per manifestarsi nel mese di
luglio, mese legato dai tempi più remoti al suo appellativo più popolare.
Quel giorno, le bambine, colme di gioia per l'annuncio che l'Angelo aveva appena
fatto loro, si sfogarono a lungo e con piacere con lui... Lo avevano già
contemplato molte volte, e già questa era stata una cosa bellissima; ma non
avevano ancora potuto intrattenere una vera e propria conversazione con il
loro caro visitatore. Era questa la ragione per cui desideravano ardentemente
parlargli e porgli numerose domande. Quel giorno finalmente lo poterono fare;
l'Angelo era disposto a parlare e ad ascoltarle senza reticenze. «Quel
giorno ci parlò di molte cose... » La maggior parte di esse resterà
sicuramente segreta, riguardando solo le quattro piccole interlocutrici.
L'interrogativo più interessante, almeno per noi, fu quello che gli posero sul
significato della scritta posta ai suoi piedi durante gli ultimi incontri. «Ve
lo spiegherà la Vergine», fu la sua risposta. E prese congedo dicendo
loro: «Tornerò domani con la Vergine». «Peccato che tu ci lasci!»,
fu l'esclamazione delle bambine. Tornò. Soltanto allora fu chiaro di che Angelo
si trattasse. Era nientemeno che l'Arcangelo San Michele, il primo di tutti gli
Spiriti beati, il Principe della milizia celeste, l'Angelo delle lotte supreme
e definitive... Certo, durante le sue apparizioni alla «Calleja» si era
presentato sotto sembianze infantili, per esprimere la freschezza e l'innocenza
del suo essere, ma dando nello stesso tempo un'impressione di potenza e di
autorità.
Finalmente, Lei!
Quel
2 luglio 1961 era due volte giorno di festa: cadeva di domenica ed era la
festa della Visitazione della Vergine Maria. Per Garabandal, i suoi abitanti e
le sue montagne, fu un 2 luglio davvero unico, come mai se ne erano conosciuti
nel corso di secoli. L'evento di quel giorno si produsse nello stesso luogo
delle apparizioni dell'Angelo e a un'ora già piuttosto tarda di quel pomeriggio
estivo e festivo. «Ci dirigemmo verso la "Calleja" per recitare il
rosario come di consueto. Non eravamo ancora arrivate quando ci apparve la
Vergine con due Angeli ai lati. Uno era San Michele; l'altro non lo conoscevamo.
Era vestito come San Michele. Si sarebbero detti due gemelli». Se le
ragazze non sapevano allora quale fosse l'Angelo che sembrava il fratello
gemello di San Michele, lo appresero più tardi. Era un altro Arcangelo di primo
rango, l'Angelo dell'Annunciazione e dei grandi messaggi divini: San Gabriele.
L'Apparizione celeste si presentò davvero, secondo l’annuncio dell'Angelo
della «Calleja», come quella della Beata Vergine del Monte Carmelo. Ciò
risultava chiaramente dal caratteristico grande scapolare che Ella
teneva in mano. Le bambine lo compresero subito, benché i suoi abiti non
corrispondessero molto a quelli che si vedono di solito sulle statue della «Virgen
del Carmen» (come quella che si venerava nella chiesa del loro villaggio). Su
queste statue, la Vergine del Monte Carmelo appare vestita da carmelitana,
portando l'abito caratteristico dei religiosi e delle religiose dell'Ordine:
tunica e scapolare marrone e mantello bianco. Mentre nell'apparizione di
Garabandal... ma vediamo ciò che scrisse Conchita nel suo diario: «La
Vergine viene con un abito bianco, un manto azzurro e una corona di piccole
stelle dorate; non si vedono i suoi piedi... mostra uno scapolare nella mano
destra; lo scapolare era di colore marrone. Ha i capelli lunghi e mossi, di
colore castano scuro... Il viso allungato, il naso lungo, fine, la bocca molto
bella con le labbra un po' grosse. La carnagione e' bruna... La voce è
incantevole; una voce incomparabile che non posso descrivere. Nessuna donna
assomiglia alla Vergine, né nella voce, né in niente altro!» Se
teniamo conto della povertà del lessico di quelle bambine, cresciute in un
villaggio senza comunicazioni, la descrizione di Conchita ci appare
ammirevole, pur essendo certi che tale descrizione riflette in modo imperfetto
la meravigliosa visione che i loro occhi contemplarono. Sebbene abbagliante e
magnifica, come Regina e Signora senza pari, la Vergine Maria si mostrò fin dal
primi istanti affettuosamente familiare ed accogliente. «Quel giorno [quello
della prima apparizione il 2 luglio], abbiamo parlato molto con la Vergine
e Lei con noi: le dicevamo tutto. Le dicevamo, per esempio, che andavamo nei
campi, che eravamo abbronzate, che avevamo ammucchiato il fieno. E Lei
rideva!... Quante cose Le dicevamo!... » La chiacchierata delle bambine
con la loro bellissima e dolcissima Visitatrice doveva veramente essere stata
affascinante: intrisa di freschezza, di spontaneità, di semplicità. «Guardandola,
avevamo sgranato il nostro rosario, Lei lo recitava con noi per insegnarci a
recitarlo bene. Alla fine del rosario, ci disse che se ne sarebbe andata. Le
chiedemmo di restare ancora un po', perché era rimasta troppo poco. Lei rideva
e ci disse che sarebbe tornata lunedì. Quando partì, provammo una gran
tristezza». Fin da questa prima visita della Vergine, Garabandal cominciava
ad essere «segno di contraddizione». «Quand'Ella se ne andò, la gente ci
circondò per baciarci e domandarci quello che Lei ci aveva detto... Alcuni
però non ci credevano». Quale poteva essere il motivo di questa
diffidenza, di questa incredulità? Il fatto che le ragazze, durante la lunga
estasi, erano state troppo loquaci e troppo fiduciose. La gente diceva: «Come
può la Vergine dire e ascoltare così tante cose? ». Per essi, la Vergine
doveva mostrarsi come un personaggio stereotipo e lontano, che non poteva «perdere
tempo» a parlare e ad ascoltare cose di poca importanza, ma solo dire poche e
solenni parole... Il fatto è che alcuni - forse molti - diffidarono e negarono
un possibile intervento del Cielo, incappando in un ostacolo che, invece, i «semplici
di cuore» superano così facilmente. Infatti le quattro ragazzine, per esempio,
senza cultura e senza pregiudizi, colsero immediatamente perché la Vergine,
apparsa loro, accettasse di parlare tanto e di ascoltare tanto. Ecco la giusta
osservazione di Conchita nel suo diario: «Eppure la maggior parte della
gente credeva. Dicevano che era un po' come una madre che non abbia visto sua
figlia da tanto tempo: quando la rivede, sua figlia le racconta tutto. A maggior
ragione noi che non l'avevamo mai vista. E Lei era la "Nostra Madre del
Cielo!». Troviamo qui la prima chiave che ci permette di comprendere i
fatti di Garabandal: non si trattava di una apparizione come le altre, destinata
ad attirare fortemente la nostra attenzione e a lasciarci poi un messaggio...
Si trattava di una venuta della Vergine per «stare con noi», perché La
sentissimo come mai prima, intima e definitivamente nella sua realtà di «Nostra
Madre». Che fosse Nostra Madre lo sapevamo per dottrina, per fede. Ma avevamo
bisogno di sperimentarlo a sazietà, in modo forte e dolce, per lungo tempo e
attraverso le più diverse prove. Per questo motivo risulta incontestabile
(almeno per me) che quel 2 luglio 1961 ebbe inizio sulla terra la migliore Epifania
della Nostra Madre celeste. Si potrebbero certo fornire molti dettagli su
questo incontro con la Vergine. Ma più che dettagli, è importante ritenerne
l'essenziale. Conchita stessa ce lo rivela con queste parole: «Così
terminò la domenica 2 luglio. Giorno felice, poiché abbiamo visto per
la prima volta la Vergine! Sebbene con Lei tutti possiamo stare, purché lo
desideriamo!» Quale miglior conclusione per il primo capitolo di questa
nuova visita di Maria? Ella non cessa mai di stare con noi, nonostante si lasci
vedere solo in rare occasioni. L'importante è che noi desideriamo e facciamo
in modo di stare con Lei...
Capitolo secondo
LUGLIO 1961 IL MISTERO SI DILATA
La Vergine-Madre non è solo di passaggio
Lunedì
3 luglio la Madre ritorna alla stessa ora vespertina del giorno precedente. «Mentre
arrivavamo al “Cuadro”, la Vergine ci apparve con il Bambino Gesù; gli
Angeli però non l'accompagnavano». Due considerazioni: gli spiriti beati,
avendo compiuto la loro missione di preparare la via e di realizzare la
presenza, si ritrassero discretamente perché tutta l'attenzione fosse
focalizzata su Colei che era più importante di tutti; Colei che veniva
soprattutto ad esercitare la sua maternità nei nostri confronti, si presentava
con il «Figlio primogenito» (Lc 2,7) per proclamare che dalla Sua Maternità
divina deriva pure la Sua maternità nei nostri confronti, incorporati al Figlio
come fratelli minori, «figli per adozione dello stesso Padre» (Rm 8,29). «Veniva
sempre sorridente, come pure il Bambino Gesù. La nostra prima domanda fu dove
si trovassero San Michele e l'altro Angelo: e Lei sorrideva ancora di più». «La gente e i sacerdoti che erano la
ci davano degli oggetti perché Glieli facessimo baciare, e Lei li baciava
tutti... » «Ci
parlava molto, ma non ci permetteva di ripetere le Sue parole». Il
fatto che abbia parlato molto anche in questo secondo giorno della Sua
manifestazione, senza permettere che le sue parole venissero riferite, merita
la nostra attenzione. Doveva consentire alle veggenti qualche capriccio
infantile (quale madre, quale buona pedagoga non lo fa?) ma doveva innanzi tutto
compiere la Sua missione: aiutare e orientare i Suoi figli verso quella
sottomissione ai disegni di Dio che non sono mai sinonimo di comodità. Per
questo motivo parlò molto in quel pomeriggio; e sempre a questo scopo avrebbe
continuato a parlare nel corso di molti altri pomeriggi. Ciò che diceva per
tutti o per molti si sarebbe saputo a tempo debito; quello che ribadiva a queste
bambine, che erano Suo strumento, sarebbe rimasto per sempre segreto personale
di ciascuna di loro. In questo si è realizzato ciò che la piccola suor Teresa
diceva in merito alla sua propria esperienza spirituale: «Molte pagine della
mia storia non saranno mai conosciute quaggiù». In occasione di questa seconda
apparizione della Vergine, quel lunedì 3 luglio 1961, sopravvennero due
fenomeni concomitanti che credo non si siano prodotti in nessun altro luogo di
apparizioni mariane: le Chiamate e i Baci.
Le Chiamate
Torniamo
al diario di Conchita. «Quando si avvicinò l'ora in cui avevamo visto la
Vergine il giorno prima, i nostri genitori, che già ci credevano un po' di più,
ci dissero: "Dovreste andare a recitare il rosario al Cuadro".
Rispondemmo: "Non siamo ancora state chiamate". Rimasero perplessi e
aggiunsero: "Ma come? Che cosa significa?" Allora spiegammo loro che
"era come una voce interiore che non udivamo con la orecchie, e
che nemmeno sentivamo chiamarci con i nostri nomi...» «Ci sono tre chiamate...
» La ragazza spiega che sono come tre soprassalti di una improvvisa gioia
interiore; essi vanno in «crescendo», di modo che al terzo richiamo non
possono più resistere e si precipitano verso il luogo dell'apparizione. Fra due
richiami, specie fra il primo e il secondo, poteva passare un tempo abbastanza
lungo. Questo fenomeno si produceva solo quando la Vergine stava per venire;
le visite dell'Angelo non erano precedute da questa «preparazione».
L'esistenza di queste chiamate interiori è stata verificata in più di una
circostanza. La prima esperienza ebbe luogo il 3 luglio quando le ragazze ne
parlarono per la prima volta. «Avevamo descritto ai nostri genitori come
avvenivano le chiamate; ed essi erano rimasti molto stupiti. Alla fine della
nostra conversazione, percepimmo una chiamata e lo riferimmo. Eravamo lì
tutte e quattro insieme, e molta gente si accalcava intorno a noi. Alcuni dissero
a Don Valentin, il parroco del villaggio: "Perché non mettere due ragazze
in casa di Loli e due in casa di Conchita?" Ci separammo dunque per vedere se ci saremmo
ritrovate tutte e quattro nello stesso momento. Una mezz 'ora più tardi ci fu
la seconda chiamata... Infine, ci trovammo insieme al "Cuadro" nello
stesso momento. La gente era stupefatta... » Sul fenomeno delle «chiamate»
delle ragazze abbondano informazioni e aneddoti.
I Baci
Sempre
a proposito di quello stesso 3 luglio, un'altra annotazione di Conchita
indica: «La gente e i sacerdoti ci affidavano oggetti perché li facessimo
baciare dalla Vergine, e Lei li baciava tutti». Era l'occasione propizia, per coloro che non erano
come le bambine privilegiate dalle visioni, di entrare in contatto più
stretto con la Madonna. La Madre vi corrispondeva con affettuosa delicatezza.
Padre Ramon Maria Andréu s.j. - testimone privilegiato degli eventi di
Garabandal durante quell'estate del '61 - scrisse nella sua informativa: «Si è
spesso parlato di sassolini quando le ragazze ebbero le visioni. Si trattava
di piccole pietre della grandezza di una caramella. Esse le raccoglievano dal
suolo durante le loro estasi, oppure le portavano con sé prima di cadere in
estasi; le presentavano da baciare alla Madonna e poi le consegnavano a diverse
persone come ricordo o in segno di perdono». Questo avvenne specialmente
durante le prime settimane: in seguito, tutti gli oggetti baciati furono
oggetti religiosi: crocifissi, medaglie, immagini, scapolari... Padre Ramon Andréu
ricorda ancora: «E’ normale vedere le ragazze con rosari, medaglie,
crocifissi appesi al collo; sono oggetti che il pubblico affida loro affinché
la Vergine li baci». E’ stato ripetutamente provato che le ragazze, durante
questi fenomeni, malgrado la quantità di oggetti che passavano loro fra le
mani e che presentavano al bacio della Madonna, non sbagliavano mai nel
restituirli al legittimo proprietario. Lo facevano senza abbassare la testa:
durante l'estasi tenevano lo sguardo fisso al Cielo, dunque senza poter
guardare le persone presenti, anche perché gli interessati si trovavano spesso
fuori dalla loro portata o si erano deliberatamente nascosti. A tutti gli
astanti era chiaro che una mano invisibile guidava quella delle ragazze.
L'apparizione del martedì 4 luglio doveva rivelarsi anch'essa memorabile: «C'era
il rosario alla 7 di sera nella chiesa parrocchiale, ed ecco sentimmo una
chiamata. La chiesa era piena di gente. L'altare maggiore era affollato da una
dozzina di sacerdoti e da fotografi che scattavano delle foto. Alla fine del
rosario, avevamo avuto due chiamate. Partimmo di corsa verso il
"Cuadro" e la gente correva dietro di noi. Mari-Cruz ed io restammo in
estasi un po' più in alto rispetto a Loli e Jacinta: noi due nel
"Cuadro", le altre due al di fuori. La gente diceva allora che,
nonostante avessimo corso, non eravamo affannate e sudate. Loro invece
sudavano ed arrivavano tutti affaticati e ansimanti. Cosa strana per essi; ma
per noi era come se la Vergine ci portasse!» Secondo i numerosi testimoni
di questi fenomeni, la corsa delle ragazze verso il luogo dell'apparizione,
quando ricevevano il terzo richiamo, era semplicemente impressionante. Nessuno
avrebbe potuto seguirle. A ragione, nel suo diario, Conchita dice a questo
proposito che era la Vergine a portarle; era naturale allora che, essendo
trascinate da una forza misteriosa, esse non provassero né stanchezza, né
fatica, né affanno, né sudassero. Quella apparizione del 4 luglio fu di grande
importanza per via dei messaggi della Celeste Visitatrice. «La Vergine,
sempre sorridente, ci disse: "Sapete cosa voleva dire la scritta ai piedi
dell'Angelo?" Esclamammo all’unisono: “No, non lo sappiamo”.
"Portava un messaggio, che vi darò, perché voi, il 18 ottobre, lo
diciate a tutti". E ce lo disse». Così, con linguaggio spoglio, infantile, Conchita
ricorda l'inizio di una serie di spiegazioni che, a partire da quel giorno, la
Vergine diede sui significati e la portata del Messaggio che sarebbe stato
reso noto solo in seguito. A quelle contadinelle doveva spiegare persino il
significato di termini che a noi paiono più che comuni e usuali. Devo qui
manifestare la mia ammirazione per la pedagogia divina e il modo in cui è stata
esercitata a Garabandal. Nel suo diario, Conchita attesta con una brevissima
aggiunta che la Vergine le diede il messaggio fin dal 2 luglio, all'epoca della
prima apparizione e che ne cominciò la spiegazione il 4 luglio poiché le
giovani veggenti «facevano confusione» e non erano in grado di comprenderlo
nella forma dovuta. Le spiegazioni della celeste Madre e Maestra continuarono
per tutto il mese. Questo non lo sappiamo dal diario di Conchita, che non ci
dice nulla delle giornate successive al 4 luglio (forse perché nel loro
contenuto soprannaturale erano tutte molto simili), ma ne siamo a conoscenza
grazie al contributo di alcuni testimoni. Da uno di essi, il comandante della
stazione della Guardia Civil di Puentenansa, Juan Alvarez Seco, abbiamo una
testimonianza autorevole: «Quel 28 luglio le veggenti si trovavano in estasi al
"Cuadro", molto serie, completamente rapite da ciò che la Vergine
insegnava o raccomandava loro... Ad alcune scendevano grosse lacrime (come
anche a molte persone presenti che non riuscivano a trattenere l'emozione). Quando
l'estasi finì, le bambine parlarono con Don Valentin che disse in seguito, in
un silenzio profondo, a tutti quelli che si trovavano là: "La Vergine sta
incaricando le bambine di dare un messaggio che per ora non possono rivelare,
né alloro parroco, né ai loro genitori, né a Monsignor Vescovo ».
Comunioni misteriose
L'Angelo
che aveva così spesso visitato le ragazze durante l'ultima decade di giugno e
accompagnato la Vergine quel gran giorno del 2 luglio, rimase poi una
settimana senza apparire. Tornò l'8 del mese. Quel giorno e il giorno seguente,
si profuse maggiormente in confidenze con le bambine. «Ci baciò sulle
guance e sulla fronte... Ci baciò mentre eravamo allineate» (Conchita). Si
trattava sicuramente dell'inizio di una nuova fase di comunicazioni celesti
poiché in quei giorni (il martedì 11 luglio, con tutta probabilità) si
manifestò un altro vistoso fenomeno, causa di turbamento e di imbarazzo per
alcuni: il fatto che le ragazze ricevevano la comunione dalle mani di un essere
invisibile. Si cominciò a chiamarlo, in maniera abbastanza impropria, «comunione
mistica». Negli appunti di Don Valentin, ho trovato questa breve relazione: «Il
giorno 11-12-13 (luglio) le bambine riferirono di aver fatto la comunione», ed
è la prima volta che se ne parla. Queste comunioni avvenivano sempre all'ora
e nel luogo che l'Angelo indicava in precedenza. Allorquando le ragazze diedero
notizia al parroco che «l'Angelo dava loro la comunione», egli fece loro delle
domande e poi si espresse in questi termini: «Mi dicono che l'Angelo fa come
me, quando distribuisco la comunione». Coloro che talvolta assistevano a queste
comunioni non vedevano né l'Angelo, né la Santa Ostia; ma potevano
constatare attraverso i gesti e i movimenti che le ragazze si stavano
effettivamente comunicando. Dopo una breve esortazione dell'Angelo a pensare a
Colui che stavano per ricevere... recitavano la preghiera di penitenza «Confesso
a Dio Onnipotente... » Poi l'Angelo deponeva la Santa Ostia sulla lingua delle
comunicande; in seguito, esse, su sua indicazione, recitavano con devozione:
«Anima di Cristo santificatemi…» In genere tutto ciò durava dai 10 ai 15
minuti. Abbiamo la prova che l'Angelo veniva a dare la comunione soltanto
quando nel villaggio non c'era alcun prete in grado di farlo. È
lo stile della Provvidenza: venire in aiuto con mezzi straordinari
quando non possiamo ricorrere ai mezzi ordinari. Con queste comunioni fuori
dell'ordinario, Dio voleva forse sottolineare per noi l'importanza capitale
dell'Eucarestia, sacramento con cui il Salvatore stesso, Gesù in persona, si
dona a noi con affetto, per operare nelle nostre anime, in modo diretto, la Sua
opera di Salvezza.
Cammini estatici
In
quel mese di luglio 1961 si assistette a Garabandal al fatto sorprendente che lo
straordinario diveniva quotidiano, il prodigioso quasi normale... Ogni giorno
portava con sé l'incontro o gli incontri delle ragazze e degli spettatori con
le realtà superiori e invisibili. Le piccole entravano e uscivano dalle loro
estasi con assoluta naturalezza, e parlavano di quelle meraviglie come si parla
delle cose di tutti i giorni. La stessa cosa capitava agli abitanti del
villaggio. Soltanto i nuovi venuti di ogni giorno, i forestieri che giungevano
da luoghi sempre più lontani, erano colpiti dalla sorprendente novità e
dalla eccezionalità di tutto ciò che osservavano in quel borgo appartato. A
metà mese, però, si manifestò un evento di assoluta novità per tutti. Fino
ad allora, le apparizioni si erano sempre, o quasi sempre, svolte in quel luogo
della «Calleja» che veniva chiamato «Cuadro», e, in genere, le bambine non
si muovevano dal posto in cui l'estasi era cominciata: ma verso la metà di quel
mese ebbero inizio degli spostamenti, dei movimenti che subito vennero chiamati
«cammini estatici» («marchas estaticas»). Non mi valgo di prove formali per
affermarlo, ma ho idea che le marce estatiche siano cominciate il 16 luglio,
festa della Vergine del Carmelo, o meglio del Monte Carmelo. La prima marcia
estatica condusse, lungo un sentiero ripido e accidentato del paese, ad
un'altura sopra il villaggio chiamata «i Pini», per via dei nove alberi che vi
erano cresciuti solitari. Per l'importanza e il ruolo che detta collina non tardò
ad avere in quella che potremmo chiamare la «dinamica di Garabandal», tale
luogo può essere considerato il nuovo Monte Carmelo della presenza di Maria
tra i suoi. Il pomeriggio di quella domenica 16 luglio ci fu in chiesa la recita
del rosario, alla quale presero parte tutto il paese e molti forestieri. Alla
fine, due delle ragazze, Conchita e Loli, uscirono dalla chiesa già in estasi.
Con passo maestoso si diressero verso la «Calleja», teatro di tante
apparizioni... Tuttavia, stavolta, non vi si fermarono. Era molto difficile
seguirle, e molti furono coloro che vi rinunciarono. Eppure qualcuno vi riuscì
e ce ne ha fatto un racconto dal quale estrapolo solo poche righe: «Non
volavano, come è stato detto talvolta da coloro che le vedevano da lontano o in
penombra; non volavano, ed io potei constatarlo perché fui come incollato a
loro per tutta la durata della marcia. I loro piedi erano poggiati al suolo,
ma in una maniera che non saprei spiegare. Sembrava che i loro piedi avessero
occhi per vedere dove posarsi (esse mantenevano per tutto il tempo la testa
rivolta in su, guardando verso il cielo). Non inciampavano mai, malgrado i molti
sassi e le molte pietre che rendevano aspro il sentiero, malgrado i tanti rovi e
le spine nell'ultima parte della salita. Camminavano con una leggerezza, con un
ritmo e un portamento che non si possono descrivere. Io caddi più volte e
inciampai spesso, eppure allora ero un uomo giovane e forte. Sudando e
ansimando, mi tenni sempre alla loro altezza e non volevo perdere nulla di
quella meravigliosa ascensione. Giunte sul posto, caddero in ginocchio davanti
ad uno dei pini come se Qualcuno ve le depositasse delicatamente. Restarono inginocchiate
un bel po', pregando, parlando, sorridendo... Era difficile captare ciò che
stessero dicendo, al di fuori di qualche parola isolata. Fu durante quel tempo
passato presso "i Pini" che ebbi l'occasione di contemplare quanto
fossero straordinari il riso e il sorriso delle ragazze in estasi. Ridevano con
tutte se stesse, ma era un comportamento che non aveva nulla a che fare con ciò
che si suol chiamare "ridere a crepapelle". Sembravano straripare di
una gioia interiore, credo che fossero colme di una felicità a noi
sconosciuta... La
discesa da "i Pini" ebbe più o meno le stesse caratteristiche della
salita, e tutto ebbe termine davanti alle porte della chiesa. Quando le ragazze
tornarono in sé, potei facilmente constatare con piacere che non si erano
ferite né alle gambe, né alle ginocchia (benché fossero cadute in ginocchio
molte volte sulle grezze pietre della "Calleja"). Se questo non è
un miracolo, che persone più intelligenti si incarichino di spiegarmelo. Un
altro particolare che mi sorprese molto fu che le ragazze, dopo questa corsa che
lasciava tutti noi sfiancati, non provavano né fatica né pesantezza, come se
nulla fosse successo. Non si erano rese conto di ciò che si era prodotto
intorno a loro; avevano l'impressione di non essersi mosse da lì e credevano
che la loro estasi fosse durata solo pochi minuti: in realtà, era durata almeno
due ore». Da questa seconda quindicina di luglio, i cammini estatici costituirono
a Garabandal uno dei fenomeni più vistosi e frequenti; centinaia di persone
possono testimoniare le loro esperienze indimenticabili. Possiamo domandarci
quale fosse la causa di questi spostamenti delle ragazze in estasi: non troviamo
altre spiegazioni che quella di un misterioso spostamento della Visione stessa.
Questa teneva le quattro piccole come se fossero completamente sospese, irresistibilmente
calamitate... e, senza alcuna violenza, le portava con sé dovunque volesse.
Possiamo davvero affermare che le ragazze non seguivano la Visione, ma erano
piuttosto trasportate da Lei. Per descrivere con quanta dolcezza e potenza
venivano trasportate, facciamo affidamento sulle constatazioni del signor
Lorenzo Otero: - le bambine camminavano senza alcuno sforzo e senza rendersi
conto del cambiamento di luogo; - talvolta si spostavano a velocità
sorprendente, come se «avessero le ali ai piedi», secondo l'espressione
immaginifica di un testimone; - perdevano la nozione del tempo: le ore
sembravano loro «brevissimi minuti»; - alla fine delle marce, che
sfiancavano coloro che tentavano di seguirle, erano fresche e calme come al
risveglio da un sonno ristoratore. All'inizio, le ragazze vivevano solo per se
stesse questi cammini estatici... In seguito, divennero di frequente «strumenti»
di partecipazione per gli astanti: stupenda condivisione concretizzata in
preghiere e cantici. «Un giorno, la Vergine raccomandò a una delle ragazze di
recitare il rosario in chiesa dopo l'estasi. La bambina trovò la chiesa
chiusa: allora cominciò la preghiera davanti al portale; lì entrò di nuovo in
estasi e la Vergine le chiese di pregare più forte affinché la gente prendesse
parte alla preghiera. La veggente obbedì, e il tutto si trasformò in un
delizioso rosario per le viuzze del villaggio. La ragazza in estasi camminava
davanti, la gente la seguiva dietro; la piccola recitava a voce alta e posata la
prima parte della preghiera e la gente recitava con devozione la seconda. La
ragazza non contava le Ave Maria di ogni decina, ma non sbagliava nessun
Mistero; la Madonna la avvertiva sempre per il "Gloria". Questo
successe anche in molte altre occasioni». Il numero e l'importanza delle marce
estatiche andavano in crescendo. Per molti, i migliori soggiorni a Garabandal
restano legati a queste marce che hanno lasciato ricordi indelebili.
Filo diretto con il cielo
Le
piccole, durante le loro estasi, restavano sottratte alla realtà di quaggiù:
lo si poté verificare in ripetute occasioni. Alcune di queste esperienze,
avvenute durante il primo periodo di Garabandal, l'estate del '61, ci sono
narrate dal Padre Ramon Andréu. «Nei fenomeni di Garabandal occorre
distinguere due "campi": quello degli spettatori e quello delle
ragazze. Lo spettatore vede le bambine e la loro maniera di agire - movimenti,
riso o lacrime, parole, insensibilità al dolore, ecc. - ma non vede
l'Apparizione. Al contrario, le bambine contemplano l'Apparizione, stanno al cospetto
della sua luce, colgono le sue parole..., ma non vedono nulla al di fuori di
ciò, non percepiscono il pubblico che le circonda (benché lo sappiano
presente, poiché spesso glielo comunica l'Apparizione). Si vedono l'una
l'altra durante le loro estasi, ma se una di loro ne esce (smettendo di
contemplare l'Apparizione), mentre le altre continuano, queste ultime,
automaticamente, cessano di vedere la loro compagna, poiché essa è uscita dal
loro campo. All'inizio, lo spettatore non prendeva assolutamente parte a ciò
che si produceva durante l'estasi; in seguito, cominciò a parteciparvi poco a
poco... » Questa partecipazione si realizzava non solo attraverso gli oggetti
che numerosi astanti ricevevano dall'una o dall'altra ragazza in estasi, oggetti
che avevano precedentemente affidato loro per essere offerti al bacio della
Vergine, ma anche attraverso la presenza mediatrice delle bambine. Misteriosi
messaggi andavano e venivano. Si formulavano delle domande, si ottenevano delle
risposte. Le domande, spesso personali, non sempre passavano attraverso le
veggenti; talvolta sgorgavano direttamente, senza parole, verso la Beata
Vergine, senza alcuna espressione esteriore, trasmesse con il pensiero o con un
forte desiderio che solo Dio conosceva... Ma se le domande, talvolta gli slanci
dell' anima, potevano raggiungere la loro destinazione senza passare per
l'azione mediatrice delle ragazze, le risposte scendevano abitualmente per loro
tramite. Due racconti chiariranno meglio ciò che accadeva. «Una signora pregò
insistentemente la veggente, prima dell'estasi, di chiedere alla Vergine
Santissima se suo marito credesse veramente in Dio. Dopo l'estasi, ebbe la
risposta: "Sì, crede in Dio, ma molto poco nella Madonna; ma crederà".
Il tutto si spiega poiché si sa (la ragazza non lo sapeva) che quell'uomo era
protestante. In seguito si convertì al cattolicesimo. Un'altra volta, un
uomo, inginocchiato, chiedeva con fervore, ma solo mentalmente, la conversione
del genero. Ad un tratto, una delle veggenti in estasi si accostò a lui e gli
disse all'orecchio: "Si". Con qualche altro che si trovava in
prossimità, sentimmo perfettamente. Quando chiesi alla ragazza perché avesse
detto così, mi disse: "La Vergine mi ha detto: vedi quell'uomo? Digli di sì".
Io avrei proprio voluto sapere con cosa fosse in relazione quel sì, ma lei mi
disse: "Non lo so, la Madonna mi ha solo detto in quel momento di
voltarmi e di dire di sì". L'interessato però comprese benissimo il senso
e la portata di quel monosillabo affermativo». Non c'è dubbio: le quattro
ragazze durante le loro estasi si trovavano totalmente fuori dal «nostro
mondo»... ma non se ne disinteressavano. Tramite loro, si stabiliva una
comunicazione affettuosa tra coloro che vivono in questo mondo e coloro che abitano
l'altro, i quali ci seguono con attenzione e ci aspettano di là.
La richiesta di un miracolo
Ben
presto, con il ripetersi delle comunicazioni delle bambine con la loro Visione,
si manifestò la supplica per un miracolo. Con quasi assoluta certezza possiamo
ritenere che questa richiesta non sia sorta spontaneamente dalle ragazze; fu
vivamente sollecitata dall'esterno, da gente che chiedeva un miracolo
indiscutibile per poter credere a tutto ciò senza più dubbio alcuno. Forse il
parroco medesimo pensò per primo a un grande miracolo che venisse a liberarlo
dalle sue perplessità e dalle sollecitazioni contrastanti di varie persone.
Padre Ramon Andréu scrisse poco dopo quelle date: «Da quando Don Valentin ha
detto alle bambine di chiedere un miracolo alla Vergine per disporre di una
prova valida e poter credere senza alcun dubbio, esse lo hanno più volte
sollecitato. All'inizio, la Vergine sorrideva; in seguito pare che "si
sia fatta seria"... E le bambine a insistere: molti non credono, non
crederanno senza miracolo; ma la Madonna ripeté a più riprese: "Fra poco
crederanno ». La supplica non era rivolta solo alla Madonna; dalle annotazioni
di Don Valentin, sappiamo che quel famoso 16 luglio, festa della Beata Vergine
del Monte Carmelo (e quell'anno per di più di domenica), le ragazze ebbero un
nuovo incontro con l'Angelo che si mostrò loro sempre sorridente... Ma «quando
gli domandammo un segno, si fece serio». Sembra dunque che la richiesta così
insistente di un miracolo (che sicuramente si pretendeva molto spettacolare) non
fosse favorevolmente accolta dal Cielo... Si cadeva ancora una volta in una
situazione che già dispiacque molto a Gesù durante la sua vita tra noi. «Allora,
alcuni scribi e farisei lo interpellarono: "Vogliamo vedere un segno chiaro
(vale a dire qualcosa di prodigioso) fatto da Te". Ma Egli replicò loro:
"Generazione malvagia e perversa! Un segno è quello che mi chiedete?
Ebbene, non vi sarà dato altro segno se non quello del profeta Giona"»
(Mt 12, 38-39). Quotidianamente, Gesù dava loro «prove» su di sé e sulla
sua missione e tuttavia essi, uomini pieni di superbia e di pregiudizi, continuavano
a chiederGli di dimostrare con un prodigio la sua identità e la sua missione.
Alla luce di questo episodio evangelico, riusciamo a capire meglio la
richiesta di un miracolo a Garabandal. I prodigi non erano gia stati numerosi e
quasi quotidiani? Non si sarebbe potuta ripetere l'apostrofe di Gesù risorto
ai due discepoli di Emmaus «Come siete insensati e duri di cuore nel credere!
» (Lc 24, 25)? Questa resistenza all'azione di Dio, per mancanza di una disposizione
del cuore all'umiltà e alla semplicità, Gesù la denunciò più di una volta
sino a rinfacciarla, nell'ultima ora, al gruppo scelto dei Dodici. E altrove: «
Se non vedete continuamente dei segni e dei prodigi, non credete» (Gv 4,48),
rispose al funzionario di Cafarnao venuto a chiederGli la guarigione del
figlio. Infine, agli Apostoli, nel momento dell'Ascensione, «rimproverò loro
la mancanza di fede e la durezza del loro cuore perché non avevano creduto a
coloro che l'avevano visto risorto» (Mc 16,14). Tuttavia, benché la Vergine
non potesse accogliere con compiacenza questa insistente supplica, segno di
una mancanza di fiducia nella sua inesauribile pazienza di Madre, Ella decise
di non lasciarla inascoltata. Padre Ramon Maria Andréu poté allora scrivere:
«Le bambine affermano di aver sentito la Madonna dire che ci sarà un miracolo,
ma non sanno quando esso avverrà, né in che cosa consisterà».
Una Commissione contro, due religiosi a favore
Si
tratta di due fatti distinti ma concomitanti, ricchi di conseguenze per la
causa di Garabandal. Il primo fu la posizione ostile frettolosamente adottata
dalla Commissione d'inchiesta che si stava costituendo a Santander, capoluogo
della diocesi, incaricata di studiare e analizzare l'insieme degli eventi.
L'altra fu l'arrivo a Garabandal di due gesuiti, Ramon e Luis Maria Andréu,
spinti solo, come tanti altri, nella loro prima visita alla borgata, da una
naturale curiosità. Né l'uno né l'altro (come nessuno dei molti che vi si
recavano) potevano sospettare l'importanza che quella visita avrebbe in
seguito rivestito nella loro vita e nello svolgimento generale dei fatti. I
membri della Commissione d'inchiesta concepirono rapidamente un piano per
porre termine alla questione Garabandal: «disambientare», distruggerne
l'atmosfera. Essi credevano che tutto quello - che accadeva poteva in effetti
essere il risultato dell'atmosfera, dell'ambiente così speciale del villaggio
e della sua ubicazione. Decisero dunque di allontanarne Conchita, che sembrava
avere la personalità più spiccata e influire sulle altre bambine veggenti con
un ascendente sospetto. Organizzarono come una specie di «sequestro». Dico una
specie... perché non fu un sequestro in piena regola con violenza e brutalità.
La ragazzina non fu strappata al suo villaggio con la forza, ma fu allontanata
con procedimenti che non sono mai stati totalmente chiariti. A
proposito della estasi del 26 luglio, affidata al suo diario e alla quale dà
notevole importanza, Conchita ricorda di aver chiesto alla Vergine, su
raccomandazione di sua madre, se la lasciasse partire per Santander. I membri
della Commissione avevano già messo tutto a punto, e nell'operazione buona
parte l'ebbe un sacerdote che intervenne efficacemente: Don Luis Gonzàlez,
ex-parroco di Garabandal, che a quell'epoca si trovava in una parrocchia di
Santander, Nostra Signora della Consolazione. Era il miglior intermediario per
convincere Aniceta, la madre di Conchita. A questa donna buona, ma sempre
sospettosa, venne detto che il viaggio aveva per scopo un importante colloquio
con il Vescovo, al fine di chiarire una volta per tutte quell'insiéme difatti
strani che già preoccupavano tanto lei e d'altronde molti altri. Ma nel piano
della Commissione non c'era solo la visita della bambina al Vescovo. Conchita lo
capì immediatamente e lo scrisse laconicamente nel suo diario: «Volevano
portarmi a Santander perché dicevano che ero io a influenzare le altre... Mi
portarono via per costruire le "prove" contro di me». La mattina
del 27 luglio, le due viaggiatrici, madre e figlia, lasciarono il villaggio in
compagnia del menzionato sacerdote Don Luis Gonzàlez. Molto presto quel
pomeriggio raggiunsero Santander; al calar della notte, Conchita diede
spettacolo senza volerlo, cadendo in estasi praticamente in mezzo alla strada,
davanti alla porta della chiesa della Consolazione (alla stessa ora - cosa
appurata in seguito - le altre bambine veggenti erano anch'esse cadute in
estasi, pur essendo rimaste a Garabandal, a circa 90 chilometri di distanza
dalla «pericolosa influenza» di Conchita!). Per quest'ultima, cominciò il
giorno stesso l'esame programmato da due membri della Commissione, il medico
José Luis Piùal e il sacerdote Don Francisco Odriozola. Agli «esami» di
carattere più o meno psichico o psicologico si aggiunse una forte cura di «cambiamento
d'atmosfera»: spiaggia, spettacoli, divertimenti, ecc. (Santander celebra in
quel periodo le sue feste estive). Mentre la ragazza si trovava in
quell'ambiente così decisamente diverso, non ebbe più estasi. Chiunque può capire
quale impatto abbiano avuto tutte queste novità sulla sensibilità di
un'adolescente così sveglia strappata d'improvviso al luogo raccolto e austero
della sua montagna. Con questa cura intensiva di mondanità, e utilizzando durante
i colloqui con la ragazza un misto di adulazione e di minaccia, coloro che
agivano in nome della Commissione raggiunsero infine il risultato che
apparentemente speravano: strappare a Conchita delle «prove» contro la
veridicità di tutto ciò che succedeva al paese. Queste «prove» risultarono
poi essere una dichiarazione ambigua della bambina: «Forse ciò che mi
riguarda non è sicuro, ma per quanto riguarda le altre bambine, sì...», e una
firma «in bianco»
su un foglio di carta dove pare non ci fosse niente di scritto, ma sul quale
qualsiasi cosa avrebbe potuto essere scritta, dopo. Indubbiamente, in questo
piccolo dramma, Conchita non ebbe nulla dell'eroina: ma che dire della maniera
di procedere di coloro che erano lì per servire la verità e la giustizia? Era
stato previsto di trattenere a lungo la bambina a Santander, e questo a lei
non sarebbe dispiaciuto; ma sua madre Aniceta che, rassicurata, era presto
tornata al paese lasciando sua figlia in buone mani, tornò all'improvviso, otto
giorni più tardi, per portarla via. Aveva pieno diritto di farlo e nessuno
poté impedirglielo. Così si concluse lo strano episodio che fu il primo punto
oscuro, fonte di confusione per il futuro di Garabandal, così luminoso sotto
tanto aspetti. L'altro fatto importante di quella fine di luglio si produsse durante
il soggiorno di Conchita a Santander. Abbiamo già detto che fu la prima salita
a Garabandal dei due padri gesuiti, Ramon e Luis Maria Andréu. Quel 29 luglio
doveva restare per Garabandal uno dei giorni più ricchi difatti e particolari
sorprendenti. La relazione di tali eventi figura nel mio libro già più volte
citato. Qui, per necessità di concisione, mi limiterò alle esperienze
personali dei due religiosi. La cosa migliore è cedere la parola a uno di loro,
Padre Ramon, di cui riportiamo un'intervista: «Come lei può supporre, io non
pensavo affatto, all'epoca della mia prima visita a Garabandal, che mi sarebbe
stato concesso di assistere a fatti e fenomeni degni di seria attenzione... Se
mi sono deciso a salirvi nonostante i molti miei impegni, fu soltanto per non
respingere l'insistente richiesta di alcuni amici, e anche perché avevo bisogno
di qualche giorno di riposo. - Ma suo fratello, Padre Luis Maria, credeva già a
tutto questo? - Niente affatto! Né lui, né io avevamo alcuna prova. Credo che
nessuna persona accorta accetti questo genere di fenomeni senza una buona dose
di prove o motivi. - Come avvenne esattamente quello che Conchita riassume nel
suo diario? - Ecco. Alla fine del pomeriggio, ci ritrovammo ai Pini. Loli e
Jacinta erano in estasi. Non erano circondate da molti curiosi, così potei
stare molto vicino a loro. Le sentii perfettamente parlare con la Madonna a voce
bassa, quasi in sordina (caratteristica tipica del loro modo di parlare in
estasi), ma non colsi tutto, solo delle frasi sconnesse. Dopo otto o dieci
minuti, ebbi l'idea che potesse trattarsi di un caso di ipnotismo. Guardai
attentamente i presenti, per scoprire la possibile causa dell'ipnotismo.
Osservai Don Valentin, Ceferino, Julia, gli altri... Tutti i volti
riflettevano un'espressione di ammirata sorpresa, che allontanava ogni ipotesi
di un loro intervento come agenti ipnotici. Sembravano più disposti a essere
essi stessi ipnotizzati che a influenzare qualcuno in tal senso. Prima di allora
avevo gia visto le bambine entrare e uscire dall'estasi, ma sempre tutte e due
contemporaneamente, come se avessero un' anima sola. Mi venne improvvisamente
in mente un'idea che mi parve interessante come prova di veridicità e dissi
mentalmente: "Se questo è vero, che una delle ragazze torni in sé, mentre
l'altra rimanga in estasi". Nello stesso istante, Loli, che era più
vicina, si voltò verso di me e mi guardò sorridendo... Come se niente fosse
successo, le chiesi: "Ma tu non vedi più la Madonna?" "No,
signore". "E perché?" "Perché se ne è andata".
"Andata? Guarda Jacinta!..." Loli la guardò: il suo viso si illuminò
di un enorme sorriso, era la prima volta che vedeva una compagna in estasi
mentre lei non lo era. Allora le chiesi: "Cosa ti ha detto la
Vergine?" Aprì la bocca per rispondermi quando di nuovo entrò in estasi.
Mi avvicinai molto a lei e potei sentire Jacinta: "Loli, perché te ne sei
andata?" Ma Loli parlava di nuovo con l'Apparizione e Le diceva:
"Perché te ne sei andata?... Ah, è per questo? perché lui creda?"
Mi voltai verso mio fratello Luis e gli dissi: "Fa' molta attenzione a
quello che pensi, perché qui la trasmissione del pensiero è folgorante!"
- E lei, padre, ha creduto in quel momento? - Quello che era successo mi aveva colpito molto e mi
faceva pensare che non si trattasse affatto di una commedia. Ma da questo al
credere seriamente, senza riserve, vi è una distanza che non si colma così
facilmente. Una cosa resta tuttavia certa, se mi rifaccio all'insieme dei fatti
ai quali ho assistito (con uno scetticismo talvolta eccessivo, lo confesso):
posso qui di nuovo affermare che non si trattava di commedia o simulazione da
parte delle bambine»". Così, quel 29 luglio, a dispetto del loro
scetticismo d'altra parte rapidamente scosso, entrarono nella storia di
Garabandal due fratelli, sacerdoti e religiosi, che sarebbero stati fortemente
implicati, in seguito, nello svolgersi degli eventi.
Capitolo Terzo
UN AGOSTO FUORI SERIE
«Santa Maria, Madre di Dio e Madre nostra... »
Il
mese cominciò con un fatto che sembrò allora senza grande importanza, ma che
in seguito si rivelò una chiave per comprendere i misteri di Garabandal. Il
primo del mese era un martedì, giorno che sembra avere un legame particolare
con i Pini. Le bambine ebbero lassù estasi in tre ore diverse della giornata: a
metà mattina, a mezzogiorno, a metà pomeriggio. Durante l'estasi di
mezzogiorno, ora dell'Angelus, si sentirono distintamente le piccole che
recitavano l'Ave Maria apporvi una modifica preziosa: «Santa Maria, Madre di
Dio e Madre nostra». Possiamo segnalare senza dubbio questo momento come
uno dei più significativi per Garabandal. Da parte mia, non ho nessun dubbio:
questa «Epifania mariana», così abbondante e così ricca, si riassume in
questo «Madre nostra» delle bambine nella loro preghiera estatica.
Occorre leggervi un riassunto delle manifestazioni di Maria a Garabandal, nel
suo preciso desiderio di essere capita e considerata prima di tutto come nostra
«Madre». Le bambine che ogni giorno sperimentavano (e in che modo!) le
attenzioni di Maria che si protende maternamente verso di noi, dovettero, dopo
questa aggiunta spontanea alla più popolare preghiera mariana, comprendere
sicuramente meglio il perché di quei misteriosi eventi. Il giorno 3 avvenne per
la prima volta il fenomeno delle «cadute estatiche». A fine pomeriggio,
Conchita tornava al paese, dopo aver terminato il penoso allontanamento a
Santander. L'indomani, 4 agosto, il magnetofono, divenuto oggi così corrente
e familiare, ma che suscitava allora molta curiosità, entrò nella storia di
Garabandal. Una persona di Salamanca ne aveva portato uno. Registrò - sembra
- una breve frase pronunciata dalla voce dolcissima di Colei che conversava con
Loli in estasi. La notizia si sparse nel villaggio come sensazionale: «Hanno
registrato la voce della Madonna su un apparecchio». Alla fine della giornata,
Conchita, che non era stata in estasi con le altre, ricevette un messaggio della
Vergine riguardo a ciò che sarebbe dovuto accadere in seguito e che costituì
uno dei fenomeni più sconcertanti di Garabandal. La ragazza ne parlò così
in quella notte del 4 agosto a sua madre e sua zia (Massimina): «La Madonna
mi ha detto che verrà un tempo in cui noi stesse giungeremo a negare di
averLa vista, poiché noi dubitiamo di tutto... E quasi tutti dubiteranno». In
quei primi giorni d'agosto, le marce estatiche si fecero quotidiane. Era
sempre uno spettacolo affascinante e improntato a una grande devozione. Il 5
agosto, per esempio, alle due del pomeriggio, Loli, Conchita e Jacinta
andarono oltre i Pini. Là si inginocchiarono e poco dopo chiesero: «Ci
andiamo? Dove? In chiesa?» Intrapresero allora la discesa dai Pini a una
velocità sorprendente, con la testa sempre completamente rivolta verso l'alto,
senza temere né ostacoli, né di scivolare... In chiesa, andarono dapprima
davanti all'altare maggiore, poi verso quello dell'Immacolata dove recitarono il
rosario. Il tutto durò circa un'ora e mezzo. Durante le diverse estasi di quel
giorno (ve ne furono parecchie) si notò Conchita piangere frequentemente e
chiedere insistentemente perdono per essere andata alla spiaggia, al cinema,
ecc... durante il soggiorno a Santander.
Una giornata straordinaria
Fu
senza dubbio quella dell'8 agosto, martedì. Quel giorno, molte auto arrivarono
al paese, e tra queste una jeep che veniva da Aguilar de Campo (in provincia di
Palencia) e che portava il Padre Luis Maria Andréu. Il celebre predicatore e
teologo domenicano Padre Antonio Royo Marin, si trovava anch'egli a
Garabandal. Nel corso della mattinata, Padre Luis celebrò nella chiesa parrocchiale
una messa piena di un fervore tutto speciale, che fu notata da coloro che vi
assistevano. Poco dopo mezzogiorno, cominciarono le estasi delle bambine...
Padre Luis le seguiva da vicino, osservando con rigorosa attenzione e prendendo
nota di ogni dettaglio: movimenti delle veggenti, espressioni, gesti,
parole... L'estasi più notevole cominciò dopo le nove di sera. Le quattro
ragazze riunite in chiesa per la preghiera caddero in estasi davanti all'altare
maggiore. Trascorsa una mezz'ora, si alzarono e uscirono in cammino estatico,
fermandosi a pregare nei luoghi dove già avevano avuto altre estasi. (La gente
le seguiva in silenzio o le accompagnava nelle preghiere in preda a una forte
emozione). Quando sembrava che tutto dovesse aver termine entro i limiti del
paese, si lanciarono all'improvviso verso i Pini in un'ascesa che tutti i
testimoni hanno definito impressionante. Giunte in cima, si inginocchiarono, in
conversazione con la loro Visione... Poi, mandando baci nella Sua direzione,
cantarono un inno a San Michele. All'improvviso, Padre Luis, anch'egli rapito,
trasportato, pronunciò con voce lenta e vibrante d'emozione: «Miracolo!
Miracolo! Miracolo! Miracolo!» Non solamente la folla, ma anche le
veggenti in estasi poterono vedere Padre Luis anch'egli in estasi. Fu la sola ed
unica volta che una persona diversa da loro entrò nel loro campo di visione.
Conchita annoterà sul suo diario: «Padre Luis gridò: "Miracolo!
Miracolo!" e restò con lo sguardo rivolto al cielo. Noi lo vedevamo, e
durante le nostre estasi non vedevamo mai nessuno all'infuori della Vergine.
Questa ci disse che anche lui La vedeva e che vedeva il Miracolo». Non si
trattava di un miracolo, ma del miracolo; di quella meraviglia
senza pari che era stata ripetutamente annunciata dalle veggenti a coronamento
della manifestazione salvifica della misericordia di Dio nei luoghi di
Garabandal. Padre Luis Maria Andréu, quella notte privilegiata, poté
contemplare in anticipo, e per un esclusivo favore della Madonna, ciò che né
le veggenti stesse né nessun altro hanno potuto vedere ancora. Alcuni giorni più
tardi, le bambine dissero al Padre Ramon Maria Andréu «che avevano visto
suo fratello, inginocchiato accanto a loro, con la fronte imperlata di sudore
mentre la Vergine lo guardava, lo guardava... Sembrava gli dicesse:
“Tra poco sarai con Me”». Tutto questo accadeva verso le dieci di sera.
Padre Luis ritornò in sé e faticò nel riprendere contatto col mondo esterno.
Le bambine, dal canto loro, restarono in estasi e intrapresero la discesa a
un'andatura così veloce che Padre Royo Marin ebbe a dire: «Sembrava che
avessero le ali ai piedi». Tutto terminò in chiesa. Naturalmente i commenti si
moltiplicarono. Quella che colpì di più fu la frase di Padre Royo Marin: «Io
non sono infallibile, ma, in quanto specialista di questi casi, penso che le
visioni delle bambine siano vere. Ho potuto annoverare in favore della loro
autenticità quattro segni che, secondo me, non possono trarre in inganno».
Padre Luis era d'abitudine poco loquace. Allorché le persone del suo gruppo -
giunte da Aguilar de Campo in mattinata - si furono radunate a Cossio per
riprendere il cammino del ritorno quella sera stessa, egli disse al parroco Don
Valentin: «Don Valentin, ciò che dicono le ragazze è vero, ma non riferisca
quello che le sto confidando. La Chiesa deve agire con prudenza in questo genere
di cose». Padre Luis aveva preso posto nell' auto del signor Fontaneda (D.
Rafael, figlio). Ecco la testimonianza di quest'ultimo: «Mia moglie ed io,
così come il signor José Salceda (il conducente accanto al quale era salito
padre Luis), restammo impressionati dalla gioia profonda e intensa del padre e
dalla sua convinzione. Parlava senza fretta e continuava a ripetere:
"Come sono felice! Come sono pieno di gioia! Che regalo mi ha fatto la
Santa Vergine! Ora non posso avere il minimo dubbio sulla verità di ciò che
succede alle piccole... Che fortuna avere una tale Madre in cielo! Non dobbiamo
temere la vita dell'aldilà, ma imparare a comportarci come fanno le bambine con
la Madonna... Perché la Vergine ha scelto noi? Oggi e' il giorno più felice
della mia vita..."» Tanta felicità l'avrebbe ucciso. In quella stessa
notte, dopo le quattro del mattino, mentre la piccola carovana entrava a
Reinosa, egli dormiva tranquillamente nell'auto che lo trasportava e non si sarebbe
più svegliato. La spiegazione di quella morte improvvisa non si trova forse
nell'episodio dell'Esodo (cap. 33,18-20): i nostri occhi non possono ancora
contemplare certe meraviglie dell'aldilà? Così, Padre Luis Maria Andréu,
morto a trentasei anni dopo ciò che gli fu concesso di contemplare a
Garabandal, diventa il primo martire di questa causa, il suo primo testimone
irrecusabile.
Notti indimenticabili
L'agosto
del 1961 fu caratterizzato da «veglie» che possiamo definire insolite e
confortanti. Furono in generale molto movimentate: le piccole in estasi si
spostavano da un punto all'altro del paesello e dei dintorni, sempre
accompagnate da un gruppo di persone che prendeva parte ai loro canti e alle
loro preghiere. Tra le più importanti, quella che inaugurò la festa
dell'Assunzione della Vergine, il 15 agosto di quell'anno di grazia 1961. «Alle
2 e 45 del mattino», narra il testimone oculare Padre Ramon Maria Andréu, «Conchita,
Loli e Jacinta intrapresero una nuova marcia estatica che durò fino alle 5.
Mari-Cruz, non essendo stata chiamata, era andata a dormire. La marcia estatica
cominciò verso le 3 dalla casa di Conchita. Le tre bambine manifestavano una
grande gioia, e chiesero alla Vergine che l'estasi durasse fino alle 7 del
mattino. In realtà, durò quasi due ore e mezza. Camminarono tutto il tempo,
tranne i pochi momenti in cui si fermarono davanti alla porta di Mari-Cruz,
per cantarle qualche strofa, e in chiesa, per pregare. L'andatura non era molto
veloce ma costante: camminavano quasi sempre in avanti, raramente all'indietro.
Tutta l'estasi fu pervasa da tripudio. Recitavano il rosario con esultanza
(cantavano molte delle loro Ave Maria), sorridevano e a volte ridevano
apertamente o parlavano con l'Apparizione... Era molto difficile coglierne le
parole, poiché camminavano, ma ad un certo punto le sentimmo dire: "Che
gioia! Ma dicci dov'è la casa di Mari-Cruz, poiché noi non la vediamo!"
Cominciò allora un va e vieni alla ricerca della casa di Mari-Cruz, al canto di
strofe o cantici... E ogni volta che avevano cantato una strofa nuova, dicevano
ridendo: "Come l'abbiamo imparata in fretta!" Si diressero infine
verso la chiesa e domandarono ancora alla Vergine di continuare così fino alle
sette, le otto o anche le nove. Tuttavia, tutto terminò alle cinque del
mattino. Mi spiegarono in seguito: "Ci sembrava di volteggiare nell'aria,
come se fossimo capovolte. Credevamo di essere in un altro mondo, in pieno
giorno, con il sole". (Dovettero stupirsi di ritrovarsi all'alba quando
tornarono in sé). Quando tutto fu terminato, il loro polso era normale, erano
riposate, non sudavano. Noi eravamo stanchissimi e madidi di sudore». Questo
breve resoconto della singolare veglia dell'Assunzione ci dà un'idea di quelle
che furono le altre veglie che santificarono le notti di Garabandal in
quell'estate indimenticabile. La veglia che occupò tutta la notte dal 19 al 20
agosto mi sembra degna di speciale menzione. Conchita ne parla nel suo diario:
«Come la Vergine ci aveva promesso, venne l'indomani e ci disse, come il
giorno precedente: recitate il rosario. E abbiamo cominciato. Poi siamo andate
nei luoghi dove la Santa Vergine ci era apparsa altre volte. La gente ci disse
dopo l'estasi che eravamo salite verso i Pini, che eravamo andate da un albero
all'altro, in ginocchio, pregando... Siccome Mari-Cruz aveva già avuto
un'apparizione, era andata a dormire. Chiedemmo alla Madonna di insegnarci
qualche strofa per andare a cantarla davanti alla casa di Mari-Cruz. Noi
trovavamo una parola e la Vergine ci aiutava a trovarne un'altra. Quella notte,
la Vergine restò con noi dalle 9 di sera alle 7 del mattino». Dopo tali
veglie, le ragazze avrebbero dovuto sentirsi sfiancate, distrutte. Al contrario.
Distrutto e sfiancato era solo chi le aveva accompagnate; loro no; e su questo
le testimonianze sono unanimi. Nel corso di quella notte, si verificò un nuovo
fenomeno, fonte di grande stupore e di molti interrogativi. «Quella notte -
scrive Conchita - abbiamo giocato a nascondino con la Vergine. Due di noi si
nascondevano, le altre due la cercavano». (Su questo episodio rimando
alla mia opera più volte citata). Non c'è comunque ombra di dubbio: le notti
di quell'estate a Garabandal furono davvero accattivanti, assolutamente
insolite. Si riusciva appena a dormire; molti, specialmente i forestieri, su cui
non pesava la responsabilità delle occupazioni quotidiane, approfittavano di
qualche momento della giornata, soprattutto dell'ora della siesta, per
recuperare un po’ … La lunga veglia passava senza che ce ne se rendesse conto: o in animate
riunioni in attesa delle apparizioni, o, quando queste si producevano, prendendo
parte ai canti e alle preghiere delle bambine, o ancora, successivamente,
commentando a piccoli gruppi i dettagli più salienti delle estasi e delle
marce. Coloro che ebbero il privilegio di vivere quelle ore le ricorderanno
tra le più gustose e indimenticabili della loro vita.
Comunicazione con l'aldilà
Non
so se si sia mai verificata una corrente di comunicazione tra il Cielo e la
terra così continua, così attraente, così stimolante come quella che si
produsse a Garabandal in quei mesi di agosto e settembre 1961... Dalla terra:
preghiere, richieste, confidenze, messaggi, attese gioiose o angosciate; dal
Cielo: risposte, segni, avvertimenti, insegnamenti... Quella
intercomunicazione fu davvero esaltante in alcune occasioni. Il 16 agosto, per
esempio, le piccole in estasi ebbero un colloquio con il Padre Luis Maria Andréu
deceduto una settimana prima. Conchita testimonia nel suo diario: «La
Vergine ci apparve molto sorridente e ci disse: "Ora Padre Luis verrà a
parlarvi". Poco dopo venne e ci chiamò una per una. Noi non lo vedevamo,
sentivamo soltanto la sua voce, esattamente la stessa di quand'era sulla terra.
Dopo averci parlato per un po', dandoci dei consigli... ci disse qualcosa per
suo fratello, Padre Ramon. Ci insegnò delle parole francesi, a pregare in greco
(l'Ave Maria)... e anche parole tedesche e inglesi...» Da Padre Ramon
abbiamo un resoconto più dettagliato. Non è inutile riferirsi alla sua
relazione poiché egli era presente e molto vicino alle bambine durante la lunga
estasi. Successe in chiesa: il Padre prese in fretta un quaderno per annotare
ciò che riusciva a carpire del misterioso dialogo: «- Uh, che voce! Non
conosco questa voce (le bambine erano abituate solo alle voci della
Vergine e dell'Angelo)... Dicci chi sei. Ah! Sei Andréu... Si'
è la tua
voce: ma ora è più dolce... Vogliamo vederti. Perché non ti vediamo?
Dicci cosa hai visto ai Pini quando hai detto: Miracolo! Miracolo! Miracolo!
Miracolo!... Ah! E il ramo dell'albero che sta in mezzo? Andrò a guardare e
prenderò un po' di corteccia... - Quanto devi essere felice adesso! Noi
sappiamo quali sono state le ultime parole che hai pronunciato:... che era il
giorno più felice della tua vita. (Ci fu un lungo silenzio durante il quale
sembravano ascoltare con grande attenzione)». Il dialogo fu lungo... e al Padre
Royo Marin sembrò una «assoluta meraviglia». Nel corso della conversazione,
le veggenti, sempre in estasi, caddero e si rialzarono tre volte. Tutto finì
con una preghiera davanti al Santissimo. L'indomani ci fu un episodio anch'esso
molto singolare e impressionante. Conchita ne prese nota sul suo diario: «Alla
stessa ora del giorno prima (vale a dire al calar della notte), la Vergine apparve
a noi quattro e ci sorrise per qualche istante ma senza dirci niente. Dopo pochi
minuti ci trovammo nel buio più assoluto.
Una voce ci chiamava. Mari-Cruz le chiese: "Dicci chi sei... altrimenti ce
ne torniamo a casa". La voce si fece udire ancora; e finché la udivamo
eravamo in pieno buio e non vedevamo la Vergine; non appena la voce cessò, la
Vergine tornò e tutto ridivenne luminoso. Ella ci disse: "Non abbiate
paura", e ci parlò per qualche istante. Fu quella la sera in cui ci baciò
per la prima volta, l'una dopo l'altra, poi partì». Quella voce strana non
si fece udire solo quel giorno. Fu in quel periodo che salì per la prima volta
a Garabandal una donna che doveva diventare una delle principali testimoni degli
eventi: la signora Maria Herrero de Gallardo. In compagnia di una delle sue
sorelle, giunse il 17 agosto alle due del pomeriggio. Poco dopo, poté
contemplare due delle bambine in estasi, Jacinta e Loli. «Le due bambine,
inondate di felicità, strette l'una all'altra, cominciarono a fare il giro
del paese... Fu allora che sentii per la prima volta il riso di Loli in
estasi, quello che mi ha sempre emozionata tanto: era un ridere di gloria pieno
di felicità ma per nulla chiassoso, tranquillo, mistico. Era un ridere
estraneo al nostro mondo, staccato dalle gioie terrestri, come penetrato da una
vibrazione celeste. Le due ragazze ascoltavano attentamente e rispondevano alla
loro Visione con una voce misteriosa, appena udibile. Noi le seguivamo
correndo, quando la loro espressione cambiò totalmente: si misero a urlare
con voci rauche, come in preda a uno sconvolgimento interiore e a un'intensa
paura. "Chi sei?... Diccelo. Chi sei?" Restarono così per alcuni
minuti che ci sembrarono interminabili. Fu allora che Maria, la madre di
Jacinta, mi disse in via confidenziale: "Hanno sentito ieri per la prima
volta questa voce strana. Ne hanno avuto molta paura, benché la Vergine le
avesse avvertite in anticipo... E come una voce che viene da lontano, come se
scendesse dalle montagne, come un fischio, un muggito che urla: Va'... Va'...
Va"' » (dall'informativa che la signora Herrero redasse poi per il
Sant'Uffizio di Roma). Non siamo ancora in grado di chiarire il mistero di
questa voce. Durante il mese di agosto proseguirono quasi ogni giorno le estasi
delle bambine e le marce estatiche. La loro andatura era ritmata, animata da una
forza straordinaria. Don Valentin, il parroco, ne prese nota durante la notte
del giorno 5: «Alle 9 e 30 di sera aspettavo le veggenti sotto il portale della
chiesa. Non appena arrivarono, volli fermarle, ma non ne fui capace. La forza
che dispiegavano nel loro cammino era considerevole: se si voleva trattenerle
non ci si riusciva, oppure risultava estremamente difficile». Le frasi seguenti
sono della signora Herrero de Gallardo: «Ebbi quel giorno la fortuna di poter
contemplare a lungo l'impressionante ingresso delle quattro bambine
all'interno della chiesa. Entrarono lentamente, con passo regolare, a scatti e
graduale, come per una parata militare, ciò che lo rendeva stranamente sonoro
nel silenzio e nella penombra del luogo santo. Dava un'impressione di forza
irresistibile, al punto che Loli (che sembrava allora la più fragile), urtando
appena, passando, il braccio di una nostra amica di buona costituzione fisica,
la fece cadere a terra. Credo che tutti i presenti restarono colpiti da un
salutare timore. Da parte mia confesso di avere allora sentito appieno quello
che dovrebbe essere il santo timore di Dio... Mi ricordai allora del brano
delle Scritture che la Chiesa attribuisce alla Santa Vergine: "Sei bella
e affascinante, Figlia di Gerusalemme, ma terribile come un esercito schierato
in battaglia"». Conchita scrive nel suo diario che la Madonna manifestò
con forza, in quei giorni, il suo desiderio di portare le bambine a pregare come
si deve, con attenzione e devozione. Disse loro venerdì 18 agosto: «Io
vi precederò nella preghiera, voi mi seguirete». E, assicura la giovane,
«pregò molto lentamente», mentre le bambine la seguivano sforzandosi
di imitarne il modo, il tono e la pronuncia. L'esercizio verteva sulla recita
del rosario. «Tutto era pronunciato molto adagio». Alla fine, la Vergine chiese
loro di cantare la Salve Regina. Credo che dobbiamo porre molta attenzione a
queste frasi: «Pregò molto lentamente» e «Tutto era pronunciato molto
adagio». Abbiamo bisogno di imparare questa lezione.
Comportamento dei membri della Commissione
Il
12 agosto del 1961, un certo numero di membri di quella Commissione che si
diceva nominata dal Vescovo (o piuttosto dall'Amministratore apostolico), Don
Doroteo Fernandez, arrivò a Garabandal con l'incarico di studiare gli strani
fenomeni che avvenivano nel paese. La componevano due o tre sacerdoti e un
medico, accompagnati da un fotografo. Mi sembra che il loro comportamento nel
corso di quella serata non possa assolutamente presentarsi come emblematico per
questo tipo di commissione, sia per quel che riguarda l'osservazione dei
fatti, sia quanto a imparzialità, sia quanto a misura di gesti e atteggiamenti.
Le testimonianze a questo riguardo sono contundenti; specialmente quella del
titolare di una parrocchia asturiana, Don José Ramon Garcia de la Riva, che
seguiva in quel giorno gli avvenimenti con grande attenzione. Durante la marcia
estatica delle bambine lungo le viuzze del paese, i componenti della
Commissione, riuniti nella piccola sacrestia, parlavano e discutevano a voce
quasi alta. Don José Ramon Garcia, rimasto in preghiera presso l'altare
maggiore per chiedere a Dio di concedere la Sua luce al Vescovo e a tutti coloro
che avevano l'incarico di quello studio (non sapeva di averli così vicini)
poté quindi, suo malgrado, udire quello che dicevano. «Sentii distintamente
queste parole: chiuderemo la chiesa al culto; manderemo in vacanza Don Valentin
(il sacerdote incaricato di Garabandal) per un mese; daremo ordine al padre
gesuita (Ramon Maria Andréu) di andarsene; impediremo ai sacerdoti di salire
fin qui; e se tutto ciò che sta accadendo qui è da Dio, farà la sua strada».
Frase brillante, quest'ultima, in bocca a dei teologi! Come se fosse nei modi
d'agire di Dio imporsi ad ogni costo alle sue creature dotate di libero
arbitrio! Dio può aprirsi la strada nonostante tutti gli ostacoli frapposti
dagli uomini, ma può anche talvolta abbandonare certi progetti di
misericordia per la durezza di cuore di questi stessi uomini. In ogni caso, guai
a coloro che, chiamati a collaborare a questi progetti divini con la migliore
disposizione di mente e spirito, si oppongono di fatto ai Suoi disegni, troppo
legati come sono a vedute, istituzioni e criteri puramente umani. A partire
dalla sera del 23 agosto 1961, l'umile chiesa di San Sebastian de Garabandal
cessò di essere teatro delle estasi delle bambine. Giunse infatti una Nota del
Vescovo che prescriveva che la chiesa dovesse restare chiusa alle bambine quando
fossero in stato di estasi. Fu Don José Ramon, rimasto al paese come supplente
occasionale di Don Valentin, a doversi piegare a questa ingiunzione. Le bambine
si mostrarono stupite, ma accettarono docilmente: «Posso testimoniare - affermò
il sacerdote asturiano - che a partire da quel giorno le bambine non tornarono
più in chiesa quand'erano in estasi: si limitavano a farne il giro esterno
con chi le accompagnava, recitando il rosario o cantando la Salve Regina. Le
comunioni estatiche dalle mani dell'Angelo non avvennero più all'interno del
luogo sacro, ma talvolta sotto il portico». Alcuni giorni dopo, il 26 agosto
1961, fu resa pubblica la prima «Nota episcopale» firmata dall'Amministratore
apostolico Don Doroteo Fernandez, il quale, basandosi sul rapporto della
Commissione, avanzava questa affermazione: «Nulla finora ci obbliga a
riconoscere il carattere soprannaturale dei fatti avvenuti in questa località»;
e condizionava «il giudizio definitivo, ai fatti che si sarebbero prodotti in
futuro». Non sarebbe stato più opportuno evitare giudizi provvisori e
attendere che una questione così complessa, ed evidentemente ancora in
pieno sviluppo, giungesse ad un «esito» che avrebbe permesso un chiarimento
globale? Prendere così rapidamente posizione, pro o contro, anche in modo
sospensivo, predisponeva l'Autorità a restare sulla propria posizione per non
doversi smentire in seguito. La nota episcopale si faceva inoltre carico della
volontà della Commissione di mantenere nel loro isolamento i fatti di
Garabandal. quindi né sacerdoti, né religiosi, né semplici fedeli erano
autorizzati a recarsi al villaggio. Tuttavia, non diminuì l'afflusso dei
visitatori, fra cui continuavano ad esserci sacerdoti, molti dei quali
provenienti da altre diocesi. Per rivivere l'atmosfera che regnava nelle ultime
settimane di quell'estate del '61, ecco alcuni episodi significativi. 29 agosto:
Conchita cadde in estasi alle 11 e la si sentì chiedere: «Tutti i sacerdoti
sono buoni?» Alcuni istanti dopo fece un gesto di stupore. Don Valentin le
chiese poi cosa significasse quel gesto: la bambina rispose che non poteva
dirlo. Ma alla fine dovette cedere e dichiarare che la Vergine le aveva detto
che, sfortunatamente, «non tutti i sacerdoti erano buoni». Per comprendere
la reazione incredula della veggente, dobbiamo pensare alla grande
considerazione in cui, a Garabandal, piccoli e grandi tenevano i sacerdoti e a
maggior ragione i vescovi... L'indomani Conchita uscì in estasi da casa sua
alle 12 e 10, fece un giro per le vie del paese e, giunta accanto alla porta
della chiesa, esclamò (come udì lo stesso Don Valentin): «Ah! Credevo che
tutti i gesuiti fossero buoni!» Il suo giudizio si era basato, ovviamente,
sui due religiosi che avevano avuto a che fare con lei: i fratelli Andréu.
Possiamo supporre che la Madonna, rispondendo alle bambine abbastanza accorata,
volesse avvertirle per tempo delle sgradevoli esperienze che avrebbero presto
vissuto. Voleva prepararle (solo esse?) a quella difficile situazione, la crisi
del sacerdozio, che non avrebbe tardato a scoppiare, con gravi conseguenze per
tutto il popolo cristiano. In quei giorni era raro che le quattro bambine
andassero in estasi simultaneamente, ma esisteva sempre uno strano legame tra
loro, tra quelle in estasi e quelle rimaste fuori. Così, nel corso di molte
visioni di Loli e Jacinta, Don Valentin si avvalse di Conchita - che era
presente in stato normale - per porre loro delle domande. Ma, notò il parroco,
«se Conchita le interpellava a voce, le piccole in estasi non sentivano: era
necessario porre le domande mentalmente, allora rispondevano. Questo avvenne più
di una volta». Ma la Vergine non veniva solo per le veggenti. Veniva anche per
molti altri: per tutte le anime di buona volontà. Ella diede numerose,
misteriose e misericordiose risposte a tante domande angosciose ed intime.
Quante testimonianze di innumerevoli grazie ricevute potrebbero essere
raccolte! Furono quelli i veri e più grandi miracoli di Garabandal.
Quotidianamente veniva irradiata pace, consolazione, coraggio, fiducia nei cuori
di molte persone; e proprio tramite quelle estasi frequenti, inesplicabili per
alcuni, da altri considerate assurde, da altri infine disdegnate come un «gioco»
infantile che non poteva provenire dal Cielo, coloro che «cercavano Dio con
semplicità di cuore» (Sap 1, 1), coloro che avevano fede e desideravano da Lui
qualche cenno, ricevettero meraviglioso conforto. Si potrebbe compilare
un'antologia di casi, benché molti di essi, forse la maggior parte,
resteranno sconosciuti. Ricordo qui uno di essi, di cui parlò spesso Padre
Ramon Maria Andréu che ne fu testimone. Era l'inizio del settembre 1961. Un
povero sacerdote, tormentato da molto tempo circa la realtà e la validità
della sua ordinazione sacerdotale, giunse a Garabandal vestito in tenuta
tutt'altro che sacerdotale. Si mescolò agli astanti, chiedendo alla Santa
Vergine, con le lacrime agli occhi, di concedergli attraverso le ragazze una
risposta inequivocabile alle angoscianti perplessità che nutriva nei
confronti della propria vocazione. La risposta venne talmente chiara, che il
penoso fardello dei suoi scrupoli sparì totalmente e all'istante... Il povero
prete corse in chiesa, si rifugiò in sacrestia, tirò fuori da una borsa la
tonaca e la indossò più emozionato che mai. Cadde poi in ginocchio davanti
al tabernacolo riuscendo a malapena a balbettare davanti al Signore e alla
Vergine tutta l'emozione e la riconoscenza che provava.
Il caso di una giovane ebrea
Alla
fine di quell'estate del 1961 accadde un fatto che, più di ogni altro, mette in
evidenza l'azione «di salvezza» realizzata dalla Madonna a Garabandal.
Domenica 27 agosto arrivarono per la prima volta a Garabandal una signorina di
Burgos, Asuncion de Luis, e una più giovane studentessa francese, Muriel
Catherine C., che Asuncion ospitava provvisoriamente a casa sua. La giovane di
Burgos era una cattolica fervente e una grande devota della Vergine: a ragazza
francese non professava alcuna religione, poiché né suo padre ebreo, né sua
madre protestante si erano presi cura di insegnarle ciò che essi stessi non
vivevano né praticavano. L'indomani, lunedì 28 agosto, le due ragazze furono
ammesse in casa di Jacinta, che si trovava in cucina con i suoi genitori insieme
a Mari-Loli e i suoi; era presente anche Don Valentin, tutti in attesa
dell'Apparizione, poiché le ragazze erano già state chiamate. Asuncion de
Luis spiegò brevemente alle ragazze la situazione della sua compagna,
chiedendo loro di intercedere per lei presso la Vergine. E consegnò loro il
suo rosario d'argento perché lo facessero baciare dalla Madonna. Poco dopo ci
fu l'estasi. Le persone presenti sentirono ciò che le due bambine dicevano alla
loro Visione, con il tono caratteristico delle estasi, simile a leggero
mormorio: era venuto «un Padre a dir loro che ciò che vedevano era opera
del demonio, e che per questo dovevano usare l'acqua benedetta, perché
scomparisse». Alla risposta della Vergine, il loro viso, finora contratto,
s'illuminò di un sorriso meraviglioso. Cominciarono allora a parlare di
Catherine: «Guarda, non è cattolica... Non è neanche battezzata: su,
aiutala, aiutala!... Ah! E a causa di suo padre... » Venne poi la
presentazione degli oggetti religiosi per il bacio dell'Apparizione. Quando fu
il turno del rosario d'argento di Asuncion, si udì: «Ah! Lei (Catherine)
ha imparato a pregare con questo rosario. E’ con questo che ha recitato le
sue prime Ave Maria?» E, una dopo l'altra, le due bambine presentarono il
rosario da baciare alla Vergine, mentre ripetevano, come sotto la spinta di
una viva impressione: «Quello delle sue prime Ave Maria... delle sue prime
Ave Maria!» Quando tutti gli oggetti furono baciati dalla Vergine, le
ragazzine chiesero: «Adesso? - Bene». Loli prese il flaconcino di acqua
benedetta, preparata per scongiurare l'eventuale presenza diabolica, tolse il
tappo e ne gettò con forza il contenuto in aria... «Allora - testimonia
Asuncion de Luis - potemmo constatare tutti che l'acqua non cadde dove avrebbe
dovuto ma, eseguendo una misteriosa traiettoria, ricadde tutta e soltanto su
Catherine, al punto che ella esclamò: "Mi ha inzuppata!" (pur essendo
la quantità d'acqua molto esigua)». Lì per lì, nessuno poté cogliere il
motivo di questo mistero, ma un giorno si sarebbe chiarito. La giovane ebrea
francese, Muriel Catherine, nonostante fosse intimamente propensa alla fede cattolica,
non poteva ancora farne apertamente la professione. Era ancora minorenne e per
alcuni mesi dovette combattere con l'incomprensione e l'opposizione dei suoi
genitori, disposti a concederle tutto, tranne che entrare nella odiata Chiesa
di Roma: sarebbe stato un affronto per la famiglia. Ma nel 1963 poté tornare
in Spagna e inspiegabilmente ottenere il permesso di soggiorno temporaneamente
a Burgos, dove aveva trovato un lavoro... Il 20 ottobre ricevette solennemente
il battesimo nella grandiosa cattedrale. Le veggenti non avevano pregato
invano per lei presso la Vergine. Più volte durante la visione avevano
ripetuto: «Ah! Allora a 21 anni, quando sarà maggiorenne». Così,
raggiunta la maggiore età, Muriel Catherine entrò a pieno titolo nella
famiglia dei figli di Dio, scegliendo il nome franco-spagnolo così cristiano
di Maria del Carmelo Catherine. Non potrebbe questa storia intitolarsi «Dall'acqua
di Garabandal all'acqua del Battesimo»? Inoltre, non ci sarà un particolare
significato profetico nascosto in questo duplice evento? La Madonna si presenta
a Garabandal come Beata Vergine del Monte Carmelo, nome legato a Israele, e la
prima persona non cattolica che attira alla fede è proprio una figlia del
popolo di Israele.
Notti di grazia
Sono
mai state vissute notti così ricche di avvenimenti come quelle di Garabandal
in quel periodo? Tutto il tempo veniva trascorso o a seguire le piccole in
estasi pregando con loro, o in riunioni domestiche a commentare gli eventi.
Possiamo avere un'idea di queste notti grazie a questo breve racconto di una
testimone, Maria Herrero de Gallardo. «Il 12 settembre 1961, verso le 8 di
sera, al calar dell'oscurità, le bambine in estasi attraversarono il paese e
presero il sentiero che scende a Cossio. Credo che fu quella l'unica volta che
le vidi incamminarsi verso quella direzione. Era la festa del Santissimo Nome di
Maria, di conseguenza la mia, ma innanzi tutto quella di Colei che, come
nessuno, ha reso glorioso quel nome. Avevo chiesto a Conchita di porgere gli
auguri alla Vergine da parte mia... All'improvviso le quattro bambine si
misero a camminare velocissime: era impossibile seguirle... Fortunatamente,
poco dopo si fermarono, poi continuarono accompagnate dagli astanti, pregando
ad alta voce. Giunte al piccolo ponte di legno che sovrasta il burrone in fondo
al quale scorreva a cascata il torrente, si fermarono di nuovo e, voltate
verso i Pini, proseguirono le loro preghiere. Sotto il cielo terso, costellato
di stelle, nella notte chiara e trasparente, le Ave Maria si sgranavano
lentamente, struggenti di infinita dolcezza. I quindici misteri del rosario si
succedettero così senza fretta; le bambine era abituate a pregare con grande
calma quando erano in estasi... Tutto invitava alla meditazione. Capì allora più
chiaramente perché Conchita chiamasse il "Cuadro" il suo
"piccolo spicchio di Cielo". Trovai anch'io, in quella notte, il mio
piccolo angolo di Cielo nel corso di quella preghiera, nel silenzio e nel
raccoglimento». Le conversazioni si alternavano alle preghiere. Ascoltiamo di
nuovo la stessa testimone: «Una sera dopo l'apparizione, mi ritrovai sola con
Conchita nella sua cucina. Approfittai dell'occasione per dirle: "Conchita,
parlami della Vergine" (nessuna delle bambine parlava spontaneamente
delle visioni: sapevano mantenere il segreto). "Cosa vuoi che ti dica?
Oggi la Vergine è venuta senza il Bambino Gesù. Ed era senza la corona; aveva
i capelli lunghi, castani, con la riga in mezzo. Non l'abbiamo mai vista con un
velo sul capo; i capelli si muovono leggermente come al soffio di una brezza.
Particolare interessante: quando recita il Gloria inchina il capo con una
straordinaria reverenza. Un'altra cosa: la Madonna, guardandoci, dà l'impressione
che, più che a noi, guardi al mondo; e in che modo! Nessuno di noi potrebbe
guardare così "- L'hai vista qualche volta vestita con l'abito del
Carmelo?" - Solo un giorno, quello della festa della Beata Vergine del Monte
Carmelo, il 16 luglio. Viene sempre vestita di bianco, con un manto azzurro - E
che puoi dirmi di San Michele?" - Cominciò tutto con lui. Venne per la
prima volta il 18 giugno preceduto da un lampo e da un tuono fragoroso che ci
impressionò molto"».
La presenza dell'Arcangelo
È
importante meditare sull'intervento dell'Arcangelo San Michele, che
segna l'inizio degli eventi di Garabandal, e sulla sua costante presenza in
seguito. Per le bambine, durante un certo tempo, fu semplicemente l'«Angelo»,
l'Angelo che appariva loro e che talvolta dava loro la comunione quando era
impossibile riceverla dalle mani di un sacerdote. Così era per Conchita quando
diede la risposta citata. Ma la signora Herrero le fece notare con enfasi: «Non
mi stupisce che vi facesse impressione... Sai chi è San Michele? E il Principe
della Milizia Celeste, il vessillifero di Dio, il trionfatore di Satana e dei
suoi angeli ribelli!» «Ma io non sapevo tutto questo», rispose Conchita.
Tutti sappiamo che il Santo Arcangelo è nelle Scritture lo strumento di Dio
per le missioni più alte, il suo braccio destro nelle azioni decisive. A
Garabandal sembrava che, a parte il fulmine e il tuono del primo giorno, non
avesse certo per missione di impressionare... Ma una missione di pacificante
misericordia può essere preannunzio, se non raggiunge il suo scopo, di una
forte azione di giustizia. Forse siamo già entrati in quel periodo descritto
nell'ultimo libro delle Scritture: «Io vidi allora un Angelo che saliva da
Oriente, portando il sigillo del Dio vivente. Gridò a gran voce: "Non
fate nulla contro la terra e il mare... finché non avremo finito di segnare
sulla fronte con il segno di Dio tutti i suoi servi» (Ap 7,1-3) Questo segno
divino di distinzione costituisce l'ultima opera di misericordia, prima che
suoni l'ora della giustizia. Così l'Angelo che viene sotto spoglie pacifiche può,
in seguito, incaricarsi di un'altra missione alla testa degli angeli
giustizieri. Sulle rive del Tigri, fu detto un giorno al profeta Daniele: «In
quel tempo si leverà Michele, il grande principe che vigila sui figli del tuo
popolo. Vi sarà un tempo di angoscia, come non c'era mai stato dal sorgere
delle nazioni fino a quel tempo. Allora il tuo popolo potrà essere salvato,
saranno salvati tutti coloro che si trovano inscritti nel libro» (cioè «tutti
coloro che saranno segnati») (Dan 12, 1). Garabandal: momento senza dubbio
importante nel processo della Salvezza. Nella nostra epoca così difficile, la
Vergine Madre e il grande Arcangelo che La annunciò e La accompagnò vengono a
noi per il nostro bene, per portarci un aiuto straordinario adatto ai nostri
tempi. Garabandal ci ha già rivelato molte cose; molte altre restano da dire,
dal momento che molte difficoltà sono sorte dall'una e dall'altra parte. Una
parte importante del suo mistero resta ancora sconosciuta. I versi seguenti,
composti qualche anno fa, esprimono bene il sentimento carico di speranza, di
preoccupazione, di fervore che avvolge Garabandal: Camminiamo... Con gli occhi
rivolti verso quei Pini solitari Che sono per noi la speranza... Il piede fermo,
lo sguardo in lontananza Là soltanto dove si può raggiungere Dio Attraverso il
cammino penitenziale del rosario. Orizzonti lontani! Trono di Maria! Pergamo di
profezia! Velo omerale che ricopre le spalle del mistero Dove risplenderà un
giorno la luce di Dio Inizio di un giorno nuovo...
Capitolo quarto
18 OTTOBRE 1961: UNA DATA CHIAVE
La grande attesa
Le
«meraviglie» di Garabandal, che erano quotidiane e si moltiplicavano con
ritmo crescente, tenevano con il fiato sospeso un gran numero di persone. E poi,
certi dettagli... Il 6 settembre, per esempio, il parroco Don Valentin fece
molte domande a Loli, in estasi, per mezzo di Conchita allora in stato normale.
Conchita chiese mentalmente alla sua compagna: «Don Valentin continua a dire:
"Non so, non so cosa bisogna pensare"... e si chiede quale sia la
volontà della Vergine in tutto questo». La risposta di Loli fu precisa e
laconica: «Lo si vedrà il 18 ottobre». Questa data era custodita nella
memoria delle veggenti sin dall'inizio, poiché già il sabato 24 giugno,
festa di San Giovanni Battista, l'Angelo l'aveva indicata loro sulla scritta
posta ai suoi piedi: essa terminava con le cifre romane: XVIII-X-MCMLXI. Sul
momento, le ragazze non avevano capito. Qualche giorno dopo, la Vergine
Santissima stessa, alla sua terza apparizione, quella del martedì 4 luglio,
aveva chiesto alle bambine: «Sapete cosa voleva dire la scritta ai piedi
dell'Angelo?» E le quattro bambine avevano risposto all'unisono: "No, non
lo sappiamo". Portava un messaggio, che vi dirò perché voi, il
18 ottobre, lo diciate a tutti». «E ce lo disse», scrive Conchita nel suo
diario. Quel giorno, Ella diede loro il testo in forma succinta perché lo
imprimessero bene nella memoria. Ma tuttavia dovette in seguito dedicare molte
apparizioni a spiegarne il contenuto e lo scopo, perché quelle piccole
montanare facevano fatica a comprenderlo nonostante la sua apparente semplicità.
Con grande sensibilità pedagogica, questa ineguagliabile Madre e Maestra
impartiva la spiegazione a piccole dosi, intercalate nei dialoghi a sorrisi e
tenerezze, senza mai manifestare noia né fatica davanti alla loro libertà di
linguaggio e al loro chiacchierìo (che molti trovavano senza interesse).
Durante tutta quell'indimenticabile estate del '61, quanti visitatori poterono
constatare i curiosi mutamenti negli sguardi delle bambine, nel corso di una
stessa estasi! Da visi trasfigurati e angelici a volti oscurati e seri, da
sorrisi gioiosi a occhi pieni di lacrime... Dipendeva dalla Visitatrice
Celeste che non era là solo per dire o ascoltare cose gradevoli. La data di cui
si parlava tanto fin dai primi giorni era ormai molto vicina. Cosa sarebbe
successo quel 18 ottobre 1961, giorno fissato per la rivelazione di un
segreto, per la pubblicazione di un messaggio? Le bambine mantenevano il
riserbo sull'essenza di ciò che vedevano e sentivano durante le loro estasi,
ma talvolta, nelle loro confidenze, si lasciavano scappare qualche parola che
riusciva a scatenare l'immaginazione e l'impazienza della gente. Per esempio,
vennero captate le parole di Conchita durante un'estasi del 3 settembre: «Come
sarà bello il Miracolo! Come mi piacerebbe che lo facessi subito! Perché non
lo fai adesso? Su, fallo, almeno solo per coloro che credono... A quelli che non
credono, non fa né caldo né freddo». Con questo genere di esortazioni,
come non supporre che il 18 ottobre sarebbe stata la data del grande miracolo
atteso, o per lo meno di qualcosa di sorprendente, di impressionante? Eppure,
avvertimenti chiari delle bambine avrebbero dovuto mettere un freno a questa
attesa trepidante. A un visitatore che, al momento della partenza, disse a Loli:
«Arrivederci al 18 ottobre; quel giorno tornerò perché credo ci sarà un
miracolo e ci sarà molta gente», ella replicò con molta vivacità: «Per
favore, per favore, non si disturbi a venire per vedere un miracolo. Non
abbiamo annunciato niente di simile. La sola cosa che abbiamo detto è che
renderemo noto al pubblico un messaggio. Lei potrà conoscerlo più tardi a
Santander. Cerchi di capirmi bene, la prego, noi non abbiamo annunciato nessun
miracolo per quel giorno». Malgrado queste precise puntualizzazioni, la
voce si era sparsa: il
18 ottobre sarebbe successo qualcosa di meraviglioso. Non era forse un
mese del tutto particolare? Era il mese del rosario, pratica di devozione che
la Vergine aveva tanto raccomandato sin dal primo giorno, e che occupava
sempre un posto privilegiato nelle estasi delle bambine. La festa liturgica
della Regina del Santissimo Rosario si celebrava il 7 di ottobre, e quell'anno
cadeva proprio di sabato, il primo sabato del mese. Tante coincidenze mariane
sembravano provvidenzialmente riunite perché si producesse l'evento decisivo,
dopo tanti straordinari «fenomeni». Il rosario di quel 7 ottobre fu
certamente il più bello dell'anno a Garabandal. Ci fu di tutto: preghiere lente
e ben scandite, ardenti (sappiamo come pregassero le piccole in estasi),
meditazione silenziosa dei Misteri, canti che affioravano dal cuore molto più
che dalle labbra; tutto concorse a rendere esemplare questa preghiera comune.
Quel rosario «di festa» non durò meno di due ore e un quarto! Eppure nessuno
ne sentì la fatica, le bambine meno di chiunque altro, sprofondate come erano
nella loro beata contemplazione. Mentre quest'omaggio così commovente del suo
popolo saliva a Lei, la Madonna doveva forse sentire risuonare nel suo cuore,
con forza particolare, le antiche e profetiche parole del Creatore: «Mi ha
detto: fissa la tenda in Giacobbe E prendi in eredità Israele, E poni le radici
in mezzo ai miei eletti» (Sir 24, 8-12). Non veniva Lei a Garabandal
espressamente per compiere questo programma? Un nuovo Israele attendeva
l'Anticipatrice di Dio per raccogliersi intorno a Lei e consolidare l'Alleanza
divina. Quello stesso 7 ottobre arrivarono a Garabandal il dottore e la signora
Ortiz. Lui, prestigioso pediatra di Santander; lei, Paquina de la Roza, donna di
grande sensibilità e dotata di sottile chiaroveggenza. Venivano decisi a
trascorrere li le loro vacanze, a dispetto della mancanza di comodità, per
seguire da vicino quei fenomeni che già li avevano fortemente coinvolti.
Diventeranno così testimoni d'eccezione di molti fatti. La loro preziosa
testimonianza è essenziale per cogliere meglio, oggi, gli eventi nel loro
insieme Di tutti i medici che vennero successivamente a Garabandal, il dottor
Ortiz fu quello che «studiò» le bambine con maggior attenzione e
perseveranza, restando in contatto diretto con loro man mano che si susseguivano
le estasi. La sua conclusione fu che erano perfettamente normali, e che quei
fenomeni di cui erano protagoniste non potevano avere una spiegazione
naturale. Nelle loro annotazioni, i signori Ortiz riportano, di quei giorni, non
solo fatti importanti, ma anche dettagli deliziosamente curiosi; come questo:
Conchita e Loli - che non avrebbero potuto in nessun modo presentarsi a un
concorso di canto... - cantavano in estasi l'Ave Maria, sulla porta della
chiesa, in un duetto di mirabile precisione; o quest'altro: Conchita, sorpresa
da un'estasi mentre mangiava seduta accanto al camino, restò incredibilmente
bloccata con un bicchiere di latte in mano, né ci fu modo di toglierglielo
per tutto il tempo dell'apparizione. Altri episodi di quei giorni furono di più
elevato livello. La stessa Conchita ne fa cenno nel suo diario: «Durante
un'apparizione, mentre scendevamo dai Pini Loli ed io circondate dalla folla,
vedemmo come un fuoco tra le nubi. Anche la gente lo vide, quelli che erano
con noi e quelli che erano rimasti in paese. Quando quel fuoco misterioso cessò,
ci apparve la Vergine Madre. Le domandammo cosa fosse. Ella ci disse: "E in
quel fuoco che sono venuta"» Un altro segno celeste (Lc 21, li e 15)
si manifestò il 12 ottobre, festa della Madonna del Pilar. Le estasi delle
bambine cominciarono sul finire del giorno e si protrassero fin dopo la
mezzanotte. Durante un'estasi, Loli e Conchita proruppero insieme in un grido,
mentre alzavano le braccia. «Istintivamente - scrive il dottor Ortiz - i nostri
sguardi si volsero verso il cielo e vedemmo avanzare da nord in direzione sud
(vale a dire verso i Pini), una stella di grande luminosità che lasciava
dietro di sé una scia che durò qualche secondo». Secondo le asserzioni di Don
Valentin, «la luce non poteva, in nessun modo, essere confusa con quella di
una stella cadente o una cometa». Questi fatti, probabilmente amplificati dal
racconto da persona a persona, fecero sulla gente una grande impressione, così
che veniva naturale chiedersi: «Quale sarà la conclusione di tutto ciò?
Cosa vedremo il prossimo 18 ottobre?». All'avvicinarsi di quella data,
arrivarono alcune personalità vicine alla gente di Garabandal: Padre Ramon
Andréu, per esempio, che fece il viaggio in compagnia di un ingegnere tedesco
residente da molto tempo in Spagna, Maximo Fòschler Entemann, che non era
cattolico, ma protestante di grande fede. Venendo dalla Castiglia attraverso il
passo di Piedras Luengas, furono vittime, prima di giungere a Garabandal, di un
grave incidente stradale da cui il Padre uscì con una caviglia fratturata. Nel
corso della notte, nella casa dove era ospitato, Padre Ramon si sentì molto
male, con nausea, sudori freddi, una forte infiammazione e dolori
insopportabili alla caviglia sinistra; anche il solo lieve peso della coperta
gli era intollerabile. Le ore della notte gli sembrarono interminabili... Ma,
verso le 3 e mezzo del mattino, si udì in strada un rumore strano e, poco dopo,
Jacinta in estasi si presentò davanti a lui e gli diede il crocifisso da
baciare, mormorandogli qualche parola... Nello stesso istante in cui baciava il
piccolo crocifisso che gli tendeva la veggente, il Padre sentì il dolore
scomparire completamente. Ma si guardò bene dal parlarne subito alle persone
che accompagnavano Jacinta. Perché? Per timore che tutto fosse effetto della
tremenda emozione del momento; più ancora - come confesso lui stesso più
tardi - per paura di rendersi ridicolo. (Come certi intellettuali, anche se
consacrati, si tengono talvolta a distanza dall'umiltà e dalla semplicità di
cuore che Gesù aveva tanto raccomandato!). Nelle ore successive della notte
riuscì a riposare. All'alba di domenica 15 ottobre, un medico si presentò per
constatare le condizioni del malato: si trovava anch'egli di passaggio a
Garabandal e, la sera prima, aveva suggerito di portare in ambulanza il ferito
all'ospedale di Santander. Trovò il Padre alzato, seduto sul bordo del letto. -
Ma cosa sta facendo? - Cerco di alzarmi... - Ma è impazzito? Mi faccia vedere!
Il medico mise un ginocchio a terra per esaminare meglio la caviglia ferita;
alzò lo sguardo sul Padre e gli disse: - Non capisco come possa scherzare così.
Coraggio, mi mostri la caviglia malata. Con apparente indifferenza, il Padre gli
mostrò l'altra caviglia (quella sana!). Il medico la esaminò con molta
attenzione... la confrontò con l'altra, e, alzando di nuovo lo sguardo verso
il sacerdote, mormorò con un' espressione difficile da descrivere: - Che cose
strane accadono in questo paese! Quella mattina, Padre Andréu celebrò la messa
domenicale in parrocchia; e nessuno poté rendersi conto, né dalla sua
andatura, né dai suoi movimenti, del grave incidente del giorno prima. Fu solo
in seguito che confidò al suo compagno di viaggio Fòschler ciò che era
realmente successo: «Quando, ieri in piena notte, Jacinta venne a farmi baciare
il crocifisso, mi disse: "Padre, la Santa Vergine mi ha detto che lei stava
molto male, ma mi ha anche incaricato di dirle che è guarito". E in quel
preciso istante i miei dolori scomparvero». Il 17 ottobre, Garabandal fu
immersa in un'atmosfera di grande e luminosa speranza. Arrivò una folla
numerosa, ansiosa di ciò che sarebbe potuto accadere l'indomani. La tensione
dell'attesa era in alcuni colma di tranquilla certezza, in altri vibrante di
nervosa preoccupazione. Cosa sarebbe successo? E se non fosse successo niente?
Uno dei più inquieti, in continuo e ansioso andirivieni per le vie del paese,
era il parroco, il buon Don Valentin Marichalar. Si sentiva coinvolto in prima
persona. Neanche i genitori delle veggenti erano molto tranquilli: non
potevano dubitare della sincerità delle loro figlie, ma si trovavano di
fronte a eventi così straordinari, talmente fuori dalla loro comprensione...
In mezzo a tante ansie e tanti dubbi, le bambine erano le più serene. Non
avevano alcun dubbio sulla realtà delle loro visioni; avevano completa fiducia
nella Vergine.
Il 18 ottobre
La
notte fra il 17 e il 18 ottobre piovve senza sosta. Nel buio e nel silenzio, su
tutta la distesa del versante cantabrico si poteva udire l'immensa e sorda
sinfonia dell'acqua che scrosciava instancabilmente: le cateratte del cielo
parevano inesauribili. Tuttavia, prima che la luce del giorno riuscisse a
perforare lo spessore della bruma, molte auto misero in moto i loro motori. Ecco
il racconto che Maria Herrero de Gallardo ha fatto del suo viaggio: «Quel 18
ottobre 1961, quando si levò l'alba, pioveva a dirotto su tutta la provincia di
Santander. Partimmo di buon ora da Santander ma, fin dalle alture di Carmona,
fummo costretti ad accodarci a una fila di macchine che ci precedeva e che si
dirigeva come noi verso San Sebastian de Garabandal. A Cossio, riuscimmo
finalmente a parcheggiare l'auto in un piccolo slargo. Ma avevamo davanti a
noi sei terribili chilometri da fare a piedi. La pioggia incessante aveva
trasformato la salita in un pantano scivoloso. Tenendo con una mano l'ombrello,
e usando l'altra per attutire le continue scivolate, proseguimmo il nostro
cammino. Ricordo quella salita come un vero calvario che durò più di tre ore».
In mezzo a tanta pena e nonostante le sofferenze sopportate, dalle labbra e dai
cuori dei pellegrini salivano le parole del Salmo: «Verso Te, Dimora Santa,
Verso Te, Terra di Salvezza, Pellegrini, viaggiatori, andiamo verso Te! » Il
villaggio si popolò di folla. La gente non smetteva di affluire da ogni parte.
Qual era l'atmosfera? «La folla - scrive ancora Maria Herrero de Gallardo -
invadeva le strade in attesa dell'evento e tutti speravano in qualcosa di veramente
straordinario. Eppure, pochi giorni prima, Loli e Jacinta mi avevano avvertita
che non bisognava aspettarsi nessun miracolo; esse avevano soltanto detto che
sarebbe stato reso noto il messaggio ricevuto. Nonostante tutto, nessuno
accettava di lasciarsi dissuadere. Le ore passavano lentamente... Il cattivo
tempo peggiorava; la gente si riparava come poteva: in chiesa, nelle case, sotto
i portici. Gli abitanti del paese si comportarono con i visitatori nella
maniera più affabile e ospitale: dettero prova di molta carità e pazienza.
Sebbene avessi trovato rifugio in una casa, non riuscivo a sottrarmi
all'atmosfera animata delle vie e viuzze. Si sentivano gruppi di persone
esprimersi in diverse lingue, anche se lo spagnolo, naturalmente, predominava.
Il comportamento di quel pubblico non era uniforme. Molte donne si comportavano
con eccessiva agitazione e un po' troppa disinvoltura; gli uomini, in
generale, mostravano maggior rispetto, come anche i giovani, accorsi numerosi.
Coloro che erano saliti al paese con fede autentica, si mostravano felici,
animati, pieni di speranza; si dedicavano alla preghiera senza preoccuparsi
dell'inclemenza del tempo (molti di loro non avevano probabilmente neanche
mangiato). Davanti a ognuna delle case delle veggenti, erano appostate due
guardie civili a cavallo, per impedire l'entrata ai numerosi curiosi che
cercavano ad ogni costo di conoscere, baciare le bambine e parlare con loro».
L'ora x
Fin
da metà pomeriggio, la gente cominciò a prendere posto nei luoghi in cui si
pensava dovesse prodursi il grande evento. Ma a questo proposito vi era una
grande divergenza di vedute: alcuni pensavano che sarebbe successo ai Pini,
altri alla «Calleja», altri infine (e sembravano i meglio informati), in
chiesa. Molti dei membri della Commissione nominata dal Vescovo si trovavano in
paese loro malgrado ed erano piuttosto corrucciati. Non tutti erano presenti
come avrebbe richiesto il loro compito, forse a causa del maltempo. Quelli che
erano presenti si mostrarono estremamente scontrosi non vedevano l'ora che
tutto finisse al più presto. La notte si avvicinava: non si poteva prevedere ciò
che sarebbe successo con tutta quella folla, in piena oscurità (nonostante le
lampade tascabili e le lanterne), su quei pessimi sentieri, con un tempo così
inclemente. Ciò che accadde è descritto chiaramente nel diario di Conchita: «La
Santa Vergine ci disse, durante l'apparizione del 4 luglio: "Sapete cosa
rappresenta la scritta ai piedi dell'Angelo? Ebbene! Si tratta di un messaggio
che vi darò il 18 ottobre e che trasmetterete, a vostra volta, alla
gente". Ci spiegò, in seguito, il significato di questo messaggio e come
avremmo dovuto comunicarlo, il 18 ottobre, sotto il portico della chiesa; Don
Valentin avrebbe dovuto ripeterlo la sera, alle 10 e 30, ai Pini». Ma
queste istruzioni non furono seguite. I componenti della Commissione ritennero
di potersi attribuire il diritto di modificare il programma stabilito dal
Cielo... e fecero autoritariamente pressione su Don Valentin perché ne
accelerasse e semplificasse lo svolgimento. Verso le 8 di sera, Don Valentin,
per sottomettersi ai desideri della Commissione, andò a cercare le bambine.
Rapidamente, la notizia si sparse ovunque: «Ai Pini, ai Pini... » «Ci
avviammo - prosegue nel racconto Maria Herrero - inciampando nell'oscurità,
affondando in una specie di alluvione di fango, di pietre e di rami caduti dal
versante dei Pini. Cadevamo, talvolta rotolavamo, camminavano a quattro gambe,
aggrappandoci alle grosse pietre del suolo e ai rovi ai lati del sentiero.
Nonostante le continue cadute e scivoloni, nessuno, che io sappia, si era ferito,
o contuso: non è sorprendente? Devo confessare che terminai la salita di
cattivo umore non trovando in cima un posto di mio gradimento. Alla fine
riuscii a piazzarmi in un luogo strategico per essere in grado di vedere bene,
sebbene non fossi in prima fila: la visibilità era abbastanza buona grazie a
molte lanterne e lampade accese. Dopo qualche minuto di attesa apparvero, a una
certa distanza, le quattro fragili figure delle bambine, circondate da diverse
guardie civili a cavallo». Improvvisamente il tempo mutò: «La tempesta di
pioggia e nevischio che ci bagnava fino alle midolla e che toglieva ogni visibilità
cessò di colpo; un forte vento sgombrò le nubi scure e pesanti, e apparve la
luna. Una luce pallida rischiarò tutto: i Pini, i sacerdoti, le bambine, le
guardie civili. Confesso che fu per me uno spettacolo impressionante». Molti,
in quel momento, credettero con certezza che il miracolo tanto atteso stesse
per verificarsi... E invece non accadde nulla. O, piuttosto, ci fu soltanto la
proclamazione del messaggio, annunciata dalle bambine, ma in forma ben diversa
da quella prescritta dalla Vergine. Le veggenti consegnarono a Don Valentin
l'umile foglio su cui figurava il testo del messaggio, firmato da tutte e
quattro. Secondo le istruzioni della Madonna, Don Valentin avrebbe dovuto proclamarlo
lui stesso ai Pini, ma «lo lesse per sé e ce lo rese perché lo leggessimo
noi» (diario di Conchita, pag. 38): Il signor parroco del paese non
ebbe il coraggio di proclamare al pubblico quel breve testo perché giudicato da
lui troppo puerile. La gente aspettava qualcosa di grandioso, di sensazionale,
ma questo... La nostra mancanza di rettitudine ci ha resi complicati, per cui
restiamo indifferenti di fronte alle cose semplici. «Distinguevo chiaramente -
continua Maria Herrero - la voce infantile di Conchita che leggeva il messaggio».
Due uomini rilessero successivamente, a voce alta, il messaggio, perché non si
era sentita bene la voce della bambina. Così fu reso noto ciò che era stato
stabilito. Dalla notte di Garabandal si proiettava sulla notte del mondo la
luce di poche parole, chiare e precise, che avrebbero lasciato forse
insoddisfatte le anime complicate o orgogliose, ma che avrebbero offerto ai
cuori semplici e aperti materia di profonde riflessioni sulla Salvezza:
«E’ necessario fare molti
sacrifici, molta penitenza, visitare spesso il Santo Sacramento ma prima di
tutto bisogna essere molto buoni. E se non lo faremo, vi sarà per noi un
"castigo"; già la coppa si sta riempiendo, e, se non cambiamo, il
castigo sarà grandissimo».
Queste
poche righe sembrarono insufficienti per soddisfare l'ansia miracolistica dei
presenti o fare sensazione. Per molti queste parole non avevano un grande
significato; eppure erano un nuovo e impellente richiamo per la nostra Salvezza.
La delusione
All'immensa
curiosità che aveva preceduto quell'indimenticabile notte si sostituì uno
sgradevolissimo senso di delusione. Il racconto di un testimone ci servirà a
comprendere i sentimenti di molti presenti. Ci serviamo ancora degli scritti di
Maria Herrero de Gallardo: «Dopo aver udito il messaggio che la gente trasmise
di bocca in bocca, mi sentii fortemente delusa. Che significato aveva tutto questo?
Sembrava tutto così puerile. Tuttavia conoscevo abbastanza le bambine per
pensare che non stessero improvvisando né mentendo. Allora? Rimasi perplessa
e di cattivo umore». Come molti altri se ne andò precipitosamente da quel
luogo. Tanti sforzi penosi, tante ore di attesa e di fatica... per cosa? Tutti
pensavano di aver commesso una ingenua sciocchezza: nessuno poteva
immaginare che gli eventi di Garabandal avrebbero avuto un tale epilogo.
Nessuno, forse, sentì tanto bruciante questa sensazione di delusione quanto
Padre Ramon Maria Andréu. In quel luogo aveva ricevuto più benefici di
chiunque altro; si ritrovò - come pochi - duramente messo alla prova. «Un
immensa amarezza interiore mi invase all'improvviso, brutalmente. Mi trovavo
perso nella notte, nel vero senso della parola, in mezzo a una moltitudine di
ombre che salivano e scendevano, con l'anima turbata da una tremenda
afflizione, sommerso da una sensazione insopportabile di solitudine,
comprendendo improvvisamente quanto fosse ridicolo tutto ciò... Una sola cosa
restava chiara e indelebile nella mia memoria: la morte del mio povero fratello,
Padre Luis, poco più di due mesi prima. Credo di non aver mai conosciuto nel
corso della mia vita una tale desolazione. Sentii il desiderio violento di
andarmene il più presto possibile lontano, in America. E mi dicevo: "Cosa
ci fai qui? Queste bambine sono solo delle povere malate. E tutto ciò è solo
una commedia di montanari ritardati..." Con lo sguardo interrogavo il
Cielo. Avrei voluto veder prodursi il grande miracolo (che le bambine non
avevano mai annunciato per il 18 ottobre), ma non succedeva niente e la mia
delusione era totale». Sciolto il raduno ai Pini, il Padre cominciò a
camminare come alla deriva, fra le vie del paese. All'improvviso vennero a
chiamarlo da parte di Loli. Questa gli disse che sapeva del dolore che aveva
provato interiormente: la Madonna glielo aveva rivelato mentre scendevano dai
Pini... Da li, Padre Ramon andò a casa di Conchita che gli confermò
interamente tutto ciò che aveva detto la sua compagna: «Sì, la Madonna
mi ha rivelato tutto quello che lei ha pensato e i luoghi precisi dove lei ha
dubitato. Lei ha sofferto molto. Ma ora mi ha incaricato di avvertirla che
questa sua esperienza le servirà affinché in futuro se ne ricordi e non dubiti
più». «L'indomani - il Padre lo raccontò più di una volta - su una foto
particolareggiata dei Pini e dei dintorni, Conchita indicò con il dito
ciascuno del luoghi dove ero stato, e ciò che avevo pensato in ognuno di quei
luoghi. Non fece nessun errore. Come conseguenza, vissi quindici giorni quasi
come un sonnambulo, sotto l'influsso di una terribile sensazione: mentre
credevo di essere completamente isolato, ero stato controllato nell'intimo dei
miei pensieri; e questi pensieri erano stati svelati in dettaglio a quelle
bambine, dalla misteriosa Persona che dicevano di vedere». Non tutti ebbero la
grazia accordata a Padre Andréu. Una folla numerosa scese, in condizioni
estremamente precarie, lungo i difficili sentieri di Garabandal. E quanti
portavano nel loro cuore la ferita di un'oscura notte di delusione! Uniamoci
alla nostra testimone Maria Herrero: «Una valanga di persone scendeva in
fretta, a gran velocità, scivolando e spingendo. In aggiunta a questa
confusione, si scatenò un temporale come non ne avevo mai visti: i rombi di un
tuono assordante risuonavano nella valle, i fulmini striavano il cielo buio
della notte accecandoci con il loro bagliore. Non si sentivano più, come
durante la salita, preghiere e canti. Quante volte avevo invocato San Michele!
Dovetti percorrere scalza l'ultimo chilometro prima di Cossio; a contatto con
quel pantano pietroso, le scarpe si erano rotte e fui costretta a buttarle via.
E nonostante questo, che crediate al prodigio o no, non riportai la minima
escoriazione o la minima ferita. I piedi erano intatti come se fossi scesa su un
tappeto. Quando, a un ora molto avanzata della notte, mi ritrovai finalmente
nella mia camera a Santander, piansi, desolata. La pagina di Garabandal mi
sembrava definitivamente chiusa». Termina così il suo racconto: «Tutti gli
avvenimenti di quel giorno sono rimasti profondamente impressi nella mia
memoria, come l'immagine di una giornata di "illusione e penitenza":
pallida immagine di ciò che ci riserverà il giorno del Giudizio. Ogni dettaglio
sembrava essere stato previsto per metterci alla prova: furono veramente momenti
di purificazione. Nulla mi ha mai procurato una tale impressione del timor di
Dio come quel giorno». A dir la verità, quel 18 ottobre 1961 tanto a lungo
atteso, così diverso da quello che molti speravano, è senza alcun dubbio uno
dei momenti culminanti del grande mistero di Garabandal, una data chiave, una
giornata con un non so che di Sinai (Es 19,16). Questa data segna, per
Garabandal, la prima ammonizione escatologica del Cielo al mondo d'oggi;
questo mondo così ostinato nella sua ribellione. Nello stesso tempo, avvenne
una sorta di selezione naturale tra le file dei testimoni, una prima «cernita»
tra gli entusiasmi facili, non sempre limpidi e autentici dell'inizio. Non era
stato annunciato nessun miracolo. Ma praticamente tutti lo aspettavano... Ora,
il miracolo non avvenne! Eppure possiamo porci la domanda: «I fatti si
sarebbero svolti in questo modo se i rappresentanti dell'autorità diocesana
avessero fedelmente compiuto la loro missione e se si fosse agito in accordo
con le istruzioni che le bambine riferivano di aver ricevuto? » Sottomissione e
umiltà aprono le porte ai miracoli del Cielo. Al contrario, le chiude la nostra
pretesa di ritoccare i Suoi disegni secondo il nostro giudizio e il nostro «buon
senso». In questo campo dobbiamo obbedire, non tracciare noi la strada o
fissare noi i programmi. «Distruggerò la sapienza dei sapienti, annullerò
l'intelligenza degli intelligenti» (1 Cor 1, 19).
Capitolo quinto
IL PRIMO «INVERNO» DI GARABANDAL
Dubbi e discordie
A
partire da quella memorabile data del 18 ottobre comincia per Garabandal un
lungo inverno. Inverno in senso proprio, perché la cattiva stagione era alle
porte: pioggia, freddo, gelo, neve...; ma anche inverno in senso figurato, perché
il mancato miracolo aveva come paralizzato l'intero villaggio. Due giorni dopo,
il 20, si sentì Jacinta esclamare in estasi: «Ora più nessuno ci crede, sai?
Così ora sarai costretta a fare un miracolo molto, molto grande perché tutti
ricomincino a credere...» In risposta la Madonna sorrise e le disse: «Vedrai,
crederanno». Ad acuire quella sensazione confusa di sconfitta, si aggiunse
una nuova Nota, resa pubblica dal Vescovo e firmata dall'Amministratore
apostolico della diocesi, Don Doroteo Fernandez. Quest'ultimo, con i membri
della Commissione, senza perdere tempo a studiare con ponderatezza gli eventi
gli eventi, senza raccogliere le dichiarazioni giurate dei testimoni di prima
fila, con una fretta che non riusciamo a spiegarci ma che la storia - e Dio -
giudicheranno, emise un nuovo giudizio negativo circa la soprannaturalità dei
fatti. La Commissione sostenne il suo giudizio su una serie di osservazioni:
alcune discutibili, altre inaccettabili. A dispetto della nuova atmosfera
venutasi a creare, le visite a Garabandal, sebbene in forte calo, non cessarono
completamente. I fenomeni che le bambine erano ormai abituate a conoscere proseguivano
senza notevoli rallentamenti. Esistono testimonianze interessanti su questo
periodo, specialmente quella di una persona coinvolta fin dal principio negli
eventi: Placido Ruiloba di Santander, la cui convinzione nella realtà delle
apparizioni non fu esente da crisi e dubbi... «Ero rimasto impressionato da
quel messaggio del 18 ottobre... Il contenuto del messaggio, perfettamente
ortodosso, tormentava la mia coscienza. Io stesso ammettevo che, effettivamente,
abbiamo una grande necessità di diventare migliori e la buona volontà a
questo riguardo non mi faceva difetto. Tuttavia mi attanagliava sempre il dubbio
sui fatti di Garabandal, e quando salivo lassù - cosa che facevo di frequente -
mi sforzavo di discernere tutto ciò che poteva rivelarsi negativo in questa
faccenda, non per puro spirito di contraddizione, ma con la preoccupazione di
far luce sulla verità. Ebbene, uno di quei giorni d'autunno del 1961 (non
ricordo esattamente la data) arrivai al paese molto preoccupato a causa degli
avvenimenti che avevano sconvolto quel luogo. Vi giunsi di notte, poiché le
giornate si erano considerevolmente accorciate. Le bambine al mio arrivo erano
già in estasi. Restai apposta in disparte, in un luogo abitualmente fuori dal
passaggio delle note marce estatiche. Sempre tormentato dai dubbi, dissi mentalmente:
"Vergine Santissima, guarda la quantità di persone che sono venute fin
qui. Se tutto questo fosse solo una menzogna... guarda quanto male potrebbe
risultarne! Ti chiedo, per dimostrarmi chiaramente che tutto quello che accade
qui proviene proprio da Te, Ti chiedo che, sebbene molto in disparte come sono
adesso, una delle bambine venga a portarmi il crocifisso da baciare"». Il
signor Ruiloba racconta ancora come dal luogo dove si trovava potesse
osservare bene ciò che succedeva, e come Conchita, rimasta sola in estasi...
tornò infine a casa sua. «Provai allora una terribile delusione, constatando
che la mia preghiera non era stata esaudita e che, di conseguenza, tutti i miei
dubbi sembravano fondati. Stavo assaporando dentro di me questa amara
soddisfazione, quando... » vide con sorpresa la porta della casa aprirsi,
alcune persone uscire e, dietro, la ragazza nella sua caratteristica posizione
di estasi... «Venendo dritta verso di me, giunse al luogo dove ero rimasto
nascosto e si pose davanti a me. Per tre volte mi diede da baciare il crocifisso
che aveva in mano! La risposta era così chiara che tutti i miei dubbi
svanirono, almeno temporaneamente». Il signor Ruiloba fece bene a mantenere
questa riserva: «almeno temporaneamente»: a Garabandal, infatti, si manifestò
in più occasioni quella incredulità delle anime che già Gesù aveva rimproverato:
«Se non vedete continuamente dei segni e dei prodigi, non credete» (Gv
4, 48). Il signor Ruiloba, che stentava a convincersi pienamente, ebbe la
possibilità di assistere a un altro prodigio nel corso di una marcia estatica
di Jacinta, Loli e Conchita insieme. Il tempo era brutto, come spesso in
quella stagione, e le vie del villaggio erano coperte di fango. «Conchita si
trovava tra le altre due ragazze. All'improvviso, il crocifisso che teneva tra
le sue mani appoggiate al petto, cadde. Ella non dovette accorgersene, poiché
la marcia continuò per venticinque o trenta metri. Allora si udì la bambina
dire: "Ah! devo raccoglierlo? Dov 'è? dimmi dove si trova". Senza
cambiare posizione, le tre veggenti tornarono camminando a ritroso fino al
luogo dove era caduto il piccolo crocifisso. Conchita, sempre con la testa
rivolta verso l'alto, si abbassò, con il braccio teso verso il basso. La sua
mano si trovava a cinquanta centimetri da terra, quando gli astanti,
trasalendo d'emozione, videro la piccola croce emergere dal fango ed elevarsi
fino alla mano della bambina. Lei lo strinse con effusione e lo ripose tra le
sue mani sul suo petto. Non appena terminò l'estasi, andai ad esaminare
scrupolosamente le mani di Conchita e il suo crocifisso. Posso affermare - e
sono pronto a sostenerlo dovunque - che né sulle mani, né sul crocifisso c'era
la minima traccia di fango». Si era sperato che il 18 ottobre facesse
definitivamente luce sui fatti strani di Garabandal o che svelasse la chiave di
questo enigma complicato, causa di disorientamento per molti; c'erano infatti
molte prove a favore e alcune a sfavore. Ahimé, il 18 ottobre lasciava le cose
così com'erano, salvo forse il fatto che aumentò la confusione di molti
fedeli. Come si sarebbe risolta la situazione? Non dobbiamo stupirci che le
bambine abbiano allora chiesto, come mai prima, un miracolo o una prova
inconfutabilmente convincente. Conchita scrisse sul suo diario: «Nel corso
delle apparizioni non abbiamo mai smesso di chiedere alla Madonna di compiere un
miracolo, ma Lei non rispondeva nulla, sorrideva soltanto. E noi di rimando
ribadivamo: "Su, fallo perché la gente creda, dato che ora nessuno crede
più... "Ma la Vergine Santissima continuava a sorridere». Sembrava
che la Madonna non avesse premura di giungere ad una conclusione, che avrebbe
chiarito ogni cosa. Era venuta di Sua spontanea volontà, con l'intenzione di
fare una lunga visita e di convivere per un po' di tempo con i suoi figli, come
indica in modo significativo la data della sua prima apparizione (festa della
Visitazione); la Madonna «visita per restare con i suoi figli» (Lc 1,56),
comunicando quotidianamente mediante le quattro veggenti elette e facendo loro
sperimentare, abbondantemente, fino a che punto Ella è la Madre delle
madri, la nostra premurosa e meravigliosa Madre del Cielo. Ciò che insegnava
alle ragazze, ciò che faceva fare loro, ciò che chiedeva loro, in verità ci
riguarda tutti; ciascuno di noi deve considerare tutti i messaggi della
Vergine come rivolti a se stesso.
Le apparizioni si fanno più rare. La penitenza si
intensifica
Durante
il mese di novembre di quel 1961, in pieno autunno, due date furono memorabili,
il 4 e il 18. Il 4, le estasi cominciarono fin dalle 8 del mattino. La Vergine
chiese alle quattro ragazze di alzarsi più presto ogni mattino, d'ora in poi,
per andare alla «Calleja» a recitare «il rosario dell'aurora». Nessuno
meglio della loro Madre del Cielo poteva misurare il sacrificio che avrebbe
rappresentato per quelle piccole sicuramente assonnate il fatto di alzarsi
ogni giorno così presto, e, per di più, in quel periodo dell'anno... Ma
sappiamo che questa fatica fu loro espressamente chiesta per aiutare con le
preghiere e i sacrifici i «poveri peccatori». Maximina Gonzalez, zia e
madrina di Conchita, scriveva il 19 novembre alla famiglia Pifarré di
Barcellona: «Le apparizioni continuano ugualmente, benché siano ora meno
movimentate: le bambine non corrono più come prima. Non sappiamo quali saranno
gli sviluppi, ma tutto si è fatto più serio. Adesso viene meno gente a causa
del 18 ottobre e del maltempo; ma se la gente non viene, poco importa. Le
piccole, nonostante amino dormire, già da qualche tempo si alzano alle 6 della
mattina per andare a recitare il rosario lassù ai Pini. Se questo non venisse
dalla Vergine, non si alzerebbero così leste; costa tanto uscire anche a noi e
alla gente». Il giorno prima della data di questa lettera, il 18 novembre (si
nota a Garabandal una certa predilezione per il 18), un mese esatto dopo la
memorabile giornata del messaggio, fu annunciata «ufficialmente» alle
bambine una pausa invernale delle apparizioni. La Madonna diede alle bambine una
specie di congedo: non perché non l'avrebbero più rivista, ma perché
l'avrebbero vista meno di frequente. A ciascuna di esse fissò una data o le
date di un nuovo incontro: la speranza di vedere arrivare questa data avrebbe
reso più sopportabile il lento svolgersi della stagione invernale. Don José
Ramon Garda de la Riva, parroco di Barro de Clanes (Asturie), conserva una
lettera di Conchita datata 25 novembre 1961, nella quale la bambina scrive: «Non
ho più avuto apparizioni da otto giorni. La Vergine mi ha detto che, al più
presto, sarebbe tornata il giorno dell'Immacolata Concezione. Se non viene
quel giorno, non la rivedrò prima del 27 gennaio. Mari-Cruz non la vedrà più
fino al 16 gennaio e Jacinta non prima del 16 dicembre; Maria-Dolores, non so...»
Il medesimo sacerdote possiede ugualmente un'altra lettera di Jacinta datata
27 novembre, che fornisce dettagli più precisi: «Ora la Madonna mi appare solo
di quando in quando. Il 6 mi ha chiesto di recitare al mattino un rosario al
"Cuadro" e fino al 16 dicembre non la vedrò più... Conchita,
Maria-Dolores e Jacinta la aspettano in gennaio. Così tutti i giorni recitiamo
molti rosari augurandoci che la Madonna faccia un miracolo affinché tutti
credano». Qualche giorno più tardi, Mari-Cruz scriveva da parte sua: «Esco
tutti i giorni a recitare il mio rosario alla "Calleja" alle sei del
mattino... Dal 19 novembre le nostre estasi sono cessate. Ne aspettiamo di
nuove: (seguono le date di ciascuna). Nel frattempo viviamo come tutti gli
altri bambini: andiamo a scuola, giochiamo, diciamo le nostre preghiere
quotidiane... ». Loli da parte sua confidava al parroco di Barro il 3 dicembre:
« Sono triste nel non veder più la Madonna...; spero di rivederla a gennaio,
ma non so se da qui ad allora tornerà a farmi visita... » E la Madonna tornò.
Dispongo di un interessante resoconto scritto della signora Maria Josefa
Lueje, residente a Colunga, nelle Asturie: «Mi recai a Garabandal per la
seconda volta il 18 dicembre 1961. Da Cossio facemmo il percorso a piedi: in
quel periodo il sentiero era impraticabile e la salita diventava un atto di
eroismo. Poco prima di arrivare al paese, riunimmo in un sacchetto di plastica
tutto quello che avevamo portato per essere presentato al bacio della Vergine:
rosari, medaglie, crocifissi... Li demmo a Loli che non era sicura (ci disse) di
avere un'apparizione. Questo ci rattristò, ma bisognava rassegnarsi. Ci
apprestammo a passare la notte in veglia, com'era ormai abitudine. Il padre di
Loli, Ceferino, si impietosì di noi e, dato che non eravamo in molti, ci fece
entrare nella sua cucina a causa del gran freddo della notte. Di buon mattino,
verso le 4, Loli saltò su dalla sedia dove si trovava e cadde in ginocchio al
suolo con un rumore impressionante. Però questo non fu nulla in confronto al
cambiamento avvenuto sul suo volto: quel volto, rustico e rotondetto, si
trasformò, si affinò fino ad assomigliare a quello di un angelo. Uscì poi
per il paese, accompagnata dal padre e da noi tutti. Entrò in una casa dove si
trovava un vecchio in coma da qualche giorno; Loli lo segnò con il crocifisso:
il malato riprese conoscenza e riconobbe i suoi figli. Vedemmo in seguito la
bambina scendere, con la testa completamente rivolta all'indietro, la scala
irregolare e ripida: non capivamo come facesse a non cadere sfracellandosi a
terra. Ci portò quindi fino al portale della chiesa. Lì recitammo il rosario.
Credo di non averlo mai recitato così in tutta la mia vita. Ritornando verso la
casa, incrociammo Jacinta e suo padre che andavano a recitare il rosario al
"Cuadro" come tutte le mattine, di buon ora. Era impressionante vedere
quelle creature inginocchiate per terra, senza riparo, sulla neve, sopportando
temperature così rigide, ancora nel cuore della notte. Nella Garabandal di
allora regnava un vero fervore, si faceva veramente penitenza. Io non posso
dimenticare tutto ciò che vidi e che mi procurò tanto bene, riavvicinandomi
molto a Dio». Conchita conservava la speranza che la festa dell'8 dicembre non
passasse senza che la Madre del Cielo avesse per lei qualche attenzione:
infatti non fu delusa. «Il giorno dell'Immacolata Concezione, la Vergine
Santissima venne a farmi gli auguri per il mio onomastico. Sorrideva molto e
le sue prime parole furono: "Buon onomastico!" Venne in serata; mi
dissero che rimasi a lungo in estasi, ma a me sembrò tutto molto breve. Poi
Ella se ne andò perché io potessi andare a cenare. Tornò un'altra volta e
mi dissero che: - ero andata nel luogo della prima apparizione, - ero scesa a
ritroso fino a casa, - ero uscita per recitare il rosario per le vie del paese,
- avevo visitato tutti i malati del borgo, - avevo dato loro il crocifisso da
baciare. Di tutto ciò, potete star certi, non mi rendevo affatto conto: lo so
perché me lo dicevano dopo. E ora, fino al 27 gennaio, non la rivedrò più» (Da
una sua lettera al parroco di Barro, 13 dicembre 1961). Così, quell' 8
dicembre, giorno del suo onomastico, Conchita fu oggetto di delicate attenzioni
da parte della Madre del Cielo. Queste attenzioni, tuttavia, non si limitarono a
lei soltanto, poiché Maria ha a cuore molti figli... Dai pochi cenni che
abbiamo dato (e che potremmo moltiplicare) è facile capire come si svolse il
primo inverno a Garabandal, o per lo meno come lo vissero le bambine.
Cominciavano ogni giornata con il sacrificio e la preghiera. Molto presto,
quando non ne avevano assolutamente voglia, si alzavano dal letto e si avviavano
al buio e al freddo a riallacciare ogni mattina la loro conversazione con il
Cielo. Il luogo della «Calleja», che nei mesi precedenti aveva conosciuto
numerosissimi assembramenti, accoglieva ora un piccolo gruppo di persone che,
silenziosamente, battendo i denti talvolta per il freddo e a volte per la paura,
si ritrovavano per offrire al Signore e a Sua Madre le primizie della loro vita
quotidiana. A quell'ora non c'era altra compagnia e protezione se non quella
degli Angeli custodi. La neve imbiancava il «Cuadro» e i dintorni, e si vedeva
solo il fiato dei devoti in preghiera nell'aria glaciale. Ave Maria piena di
grazia, il Signore è con Te; Tu sei benedetta... Santa Maria Madre di Dio e
Madre nostra, prega per noi peccatori... Peccatori! Poveri peccatori! Quanto
bisognava pregare per loro, implorare la misericordia del Signore, offrendo
per loro quella penitenza alla quale essi non pensavano!
L'oggetto di preghiere e sacrifici
Ma
quelle preghiere non erano sempre recitate, quei sacrifici non erano sempre e
solo offerti in favore dei peccatori. Sin dall'inizio delle apparizioni la
Vergine aveva manifestato un interesse particolare, specialissimo, per coloro
che costituiscono una parte vitale della Chiesa: i sacerdoti. Nessuno poteva
allora sospettare la terribile crisi che presto sarebbe scoppiata nel mondo
ecclesiale... Ora, questa crisi di vocazioni, che nessuno ancora prevedeva,
preoccupava già la Madre in modo angosciante. Ecco la testimonianza del
dottor Celestino Ortiz di Santander, che assistette a tante manifestazioni
annotandole con precisione: «Un giorno, dopo l'estasi, chiedemmo a
Maria-Dolores: "Cosa ti ha detto l'Apparizione?" "La Madonna
mi ha detto di fare sacrifici per la santità dei sacerdoti, affinché conducano
molte anime sui sentieri di Cristo; mi ha detto che il mondo diventa ogni giorno
sempre peggiore ed ha bisogno di sacerdoti santi che riportino le anime sulla
retta via... In altre occasioni, la Vergine ha chiesto che si preghi specialmente
per i preti che vogliono abbandonare il sacerdozio affinché perseverino. In
caso contrario, che grande dolore per Lei! » Lassù in montagna, nel solitario
paesello, durante quel freddissimo inverno, abbondavano le occasioni di fare
penitenza. Un altro illustre medico di Barcellona, il dottor Ricardo Puncernau,
raccolse dalla bocca di Ceferino, padre di Loli, questo racconto curioso: «Eravamo
in pieno inverno. Quel giorno non c' era nessun visitatore al paese. Il freddo
era pungente, nevicava e c'era tormenta. A casa ci eravamo coricati come di
consueto. Verso le 3 del mattino, sentii Mari-Loli alzarsi dal letto e
vestirsi. - Dove vai a quest'ora? - chiesi dalla mia camera. - La Madonna mi
chiama al "Cuadro". - Sei matta? Come puoi uscire con il freddo che
fa? - La Madonna mi chiama. - E se ti assale qualche lupo? Beh, fa' quello che
vuoi, ma né io né tua madre ti accompagneremo. La bambina terminò di
vestirsi, la udimmo aprire e chiudere la porta di casa dietro di sé... Se fossi
stato davvero certo che fosse la Vergine, non mi sarei mosso dal letto: la
Madonna si sarebbe presa cura di lei. Ma come sempre ero assalito dai dubbi e
non potei restare a letto: ci alzammo, mia moglie ed io, ed uscimmo alla
ricerca di nostra figlia. La ritrovammo là, al "Cuadro", in mezzo
alle raffiche di neve, inginocchiata, in estasi. Faceva un freddo spaventoso.
Pensando che fosse gelata, con la mano le sfiorai le guance: erano calde come se
si fosse appena alzata dal letto. Restammo accanto a lei, esposti alle
intemperie, per più di un'ora, morti di freddo, mentre lei sembrava totalmente
insensibile e soddisfatta, sprofondata nella contemplazione della sua Visione.
A quanto pare, eravamo noi genitori che dovevamo fare penitenza». Un'altra
notte, molto simile a questa, ebbe per protagonista Conchita; fu una notte
indimenticabile per sua madre Aniceta. Lei stessa me la raccontò. Alle 2 e
mezzo la bambina, che aveva già ricevuto le inequivocabili «chiamate»,
cadde in estasi... Poco dopo uscì di casa. Suo fratello Aniceto, detto Cetuco,
che si trovava con lei in cucina, accompagnandola ebbe solo il tempo di prendere
una lanterna e seguirla. Era una bianca notte di neve, e il freddo era molto
intenso. Come scivolando nell'aria in direzione della collina, su quel biancore
irreale, Conchita risalì rapidamente il sentiero ripido dei Pini. Cetuco non
poteva seguirla a una tale velocità; e quando, ansimante, giunse in cima, lei
era già lì inginocchiata in estasi. Qualche tempo dopo, senza fiato per la
salita penosa nell'oscurità e sulla neve, arrivò la madre. La povera donna
restò perplessa di fronte alla scena che si offriva ai suoi occhi. Là, ai
piedi di un albero, i suoi due figli erano inginocchiati nel suolo fangoso in
preghiera: Conchita, assorta nella sua Visione, conduceva la preghiera,
Cetuco rispondeva con grande devozione. Poteva fare altro se non unire la sua
voce a quell'insolita preghiera? Erano mattutini mariani come di certo mai
nessuno aveva visto fino ad allora. Passò un certo tempo, poi l'atteggiamento
della bambina lasciò intendere che l'estasi stava per terminare. Sua madre si
affrettò a partire per prima, per aiutarla eventualmente durante il ritorno.
Precauzione inutile: la veggente, senza uscire dal suo rapimento estatico, in
ginocchio e a ritroso, fece una meravigliosa discesa sulla neve, aggirando tutti
gli ostacoli. All'evocazione di tali episodi - che non sono gli unici - si resta
stupefatti nel leggere come persone serie siano giunte a dire che tutto a
Garabandal aveva una spiegazione naturale..., che tutto, o quasi tutto, era
dovuto solo all'interesse dei genitori per le bambine e a una ricerca di
notorietà e di esibizionismo da parte di queste ultime, le quali, secondo
alcuni, cadevano in estasi solo quando si sapevano circondate da un pubblico di
curiosi! Durante i mesi di gennaio e febbraio 1962, poche giornate paiono degne
di nota. Si assistette al ripetersi difatti incredibili, come quelli che abbiamo
appena descritto; eppure questi fatti sembravano sempre nuovi. Poco a poco le
estasi delle bambine ripresero il consueto ritmo anteriore al 18 di novembre. È
importante,
tuttavia, sottolineare una singolarità di queste settimane: l'interesse
mostrato dalla Madre del Cielo verso tutti i Suoi figli in situazioni penose:
malati, anziani, moribondi, deceduti di recente... Testimonianze come queste
abbondano: «Stanotte stessa, le bambine hanno pregato molto per tutti i
malati... » «Dopo essere cadute in estasi e aver pregato al
"Cuadro", visitarono le case dei malati, dando loro il crocifisso da
baciare e pregando con loro... » «Quel giorno (31 gennaio) dopo il rosario
in chiesa, Mari-Cruz in estasi percorse il paese, visitando molte case dove dava
il crocifisso da baciare; andò poi anche dal nonno di Jacinta, Leoncio (quasi
moribondo), e vi restò un quarto d'ora circa, pregando con lui, dandogli il
crocifisso da baciare... Poco dopo, arrivarono Loli e Conchita che fecero la
stessa cosa e restarono con lui per un'ora. E qui tornarono in sé e si
sedettero sul bordò del letto... » Le attenzioni verso il povero «zio Leoncio»,
che spesso perdeva conoscenza, non cessarono neppure quando terminò i suoi
giorni in questo mondo. Si legge in una annotazione di Don Valentin dell'8
febbraio 1962: «Alle 9 di sera, Mari-Loli in estasi uscì da casa sua,
raggiunse la casa di Leoncio, dove si trovava la sua spoglia mortale, e diede
il crocifisso da baciare a quasi tutte le persone presenti del paese. Pregò
davanti al feretro e poi se ne andò... » Tutti questi interventi della Madonna
a Garabandal avevano lo scopo di mostrarci come vivere la nostra fede nelle
diverse circostanze della vita, soprattutto quelle di maggiore sofferenza.
Capitolo sesto
RIFIORISCE LA SPERANZA
Tempo di Quaresima
La
Quaresima, tempo forte della liturgia e della vita cristiana, sarebbe cominciata
tardi, in quell'anno 1962. Il Mercoledì delle Ceneri, giornata densa di
significato, cadeva il 7 marzo. Gli abitanti di Garabandal sapevano che la
Quaresima è un tempo di penitenza, per cui tentavano di imporsi qualche
mortificazione secondo le antiche tradizioni. Tuttavia, alla luce di quello che
succedeva, quelle penitenze tradizionali acquisivano per tutti, o almeno per
molti, un significato particolare. Fu così che la richiesta di un miracolo -
non nuova per altro nelle preghiere estatiche delle ragazze - divenne supplica
quotidiana. Il 12 marzo, si udì chiaramente questa supplica nel corso d'un
colloquio di Loli con il defunto Padre Luis Maria Andréu. Due giorni più
tardi, il 14, Jacinta ripeteva con insistenza alla Madonna: «Su, compi il
miracolo, così la gente finalmente crederà». E Maximina Gonzàlez scriveva
fin dal 7 marzo alla signora Asuncion Pifarré: «La notte scorsa Jacinta e
Mari-Loli chiedevano, come sempre, un miracolo: "Dai! dicevano, fai un
miracolo. Lo farai? Dai! Vengano splendori, poiché la gente non crede. Fa' un
miracolo affinché tutti credano... Dopo l'estasi abbiamo chiesto loro cosa
avesse risposto la Santa Vergine; esse replicarono che, per tutta risposta, la
Vergine sorrideva». Eppure numerosi miracoli si erano prodotti a Garabandal e
continuavano a prodursi, ma non erano sufficientemente spettacolari agli occhi
della gente. Probabilmente le bambine non avrebbero insistito tanto se la
Madonna non avesse lasciato loro intendere che alla fine sarebbe giunta una
grande «prova» circa la verità di questi eventi. «Crederanno! Crederanno!»,
era solita ripetere in tono profetico - anche se un po' afflitto - la misteriosa
Apparizione. L'umana, la troppo umana impazienza dei fedeli era spiegabile: i mesi passavano e non
succedeva nulla di decisivo. Di queste settimane di Quaresima, scandite da
meraviglie «ordinarie», la giornata del 18 marzo, vigilia di San Giuseppe,
fu particolarmente luminosa. Domenica 18 marzo arrivarono a Garabandal due
preti in abiti civili: uno dei due era il celebre Padre José Silva, fondatore
della «Città dei Ragazzi» di Orense. Durante il pomeriggio e la notte dal 18
al 19, non smise di seguire da vicino le ragazze in estasi, ferme o in
movimento, a volte importunandole e sforzandosi di cogliere quanto più
possibile dei loro misteriosi dialoghi. I genitori delle piccole veggenti
dovettero richiamarlo all'ordine, così come il brigadiere della guardia
civile. Alla fine, un sacerdote in abito talare, notando che questi rimproveri
non sortivano effetto, e vedendo che Jacinta aveva persino rischiato di
cadere, spinse malamente Padre Silva credendo si trattasse di uno scocciatore
qualunque. Nello stesso istante, Jacinta si voltò e pose il crocifisso sulla
bocca dei due sacerdoti, che si guardarono, si capirono, si abbracciarono e si
avviarono insieme verso la chiesa, dove si confessarono reciprocamente fra le
lacrime. Siccome non avevano l'autorizzazione per celebrare la messa all'interno
della chiesa, decisero di farvi un'ora di Adorazione notturna. La cosa era
difficile per una questione di permesso e di chiavi: della chiesa, della
sacrestia, del tabernacolo. Alla fine, tutto si risolse: i due sacerdoti fecero
un'ora di Adorazione «sui generis». Uno dei due testimoniò poi: «Abbiamo
recitato il rosario come non mai in vita nostra, quasi tutto con le braccia
aperte a forma di croce». E il brigadiere della guardia civile, Juan Alvarez
Seco: «Potemmo fare l'ora di Adorazione, in alcuni momenti con le braccia
aperte a forma di croce. In seguito facemmo quasi tutti la Santa comunione. Fu
meraviglioso». Maximina, in una lettera del 21 marzo alla famiglia Ortiz di Santander,
scrive: « C'erano qui molti sacerdoti... L'altra notte, alle 3 del mattino, nel
corso di un'ora di Adorazione, chiesero ad alcuni dei presenti di commentare i
misteri del rosario. Il primo fu il signor Matutano. La gente piangeva commossa.
Il Marchese di Santa Maria si scusò di non poterlo fare a causa dell'emozione
che lo attanagliava. I Padri parlarono molto e Padre Silva notò: "Che
peccato per colui che, ammesso a contemplare tutte queste meraviglie, si
rifiuti poi di meditarle. Io giuro davanti a Dio: credo che tutto questo sia
vero''. Parlarono moltissimo... » Pochi giorni più tardi, un'altra giornata
meravigliosa: quella del 25 marzo, festa dell'Annunciazione della Vergine
Santissima (che dà inizio al punto più alto della storia: l'Incarnazione del
Figlio di Dio). In quell'anno coincideva con la terza domenica di Quaresima.
Sim6n, il buon padre di Jacinta, qualche giorno più tardi confessava al
dottor Ortiz: «Avevo spesso pensato che, a causa della data, quel giorno
sarebbe stato particolare. E così avvenne. Le tre bambine, Conchita, Mari-Loli
e mia figlia, che fino ad allora avevano sempre recitato il rosario, quel
giorno lo cantarono dall'inizio alla fine. All'inizio dell'Apparizione solo un
piccolo numero di noi le accompagnava, ma poco a poco la gente uscì di casa e
alla fine, quasi tutto il paese era presente. Provavo una gioia immensa; in
effetti, conosco bene mia figlia, so quanto sia timida e per questo pensavo:
deve sicuramente contemplare qualcosa di meraviglioso per cantare in quel
modo. La mia gioia e la mia emozione in quel giorno furono così intense quasi
avessi visto l'Apparizione stessa! » Anche Maximina dà la sua testimonianza:
«La domenica, giorno dell'Annunciazione, le estasi cominciarono alle 9 e
mezzo e si conclusero a mezzanotte. Le ragazze cominciarono il rosario cantando.
Poi riferirono che la Madonna chiedeva a tutti di partecipare: cantavamo
tutti, non so se potete immaginare la nostra straordinaria emozione. Sempre
cantando scendemmo poi al cimitero e, in ginocchio, recitammo un mistero sul
portale d'ingresso. All'improvviso, Conchita passò il braccio attraverso la
griglia del portale con il crocifisso in mano: sembrava che volesse offrirlo da
baciare. Si commossero persino i cuori più duri... Poi, sempre cantando sino
alla fine, tornammo al paese. Intonammo la Salve Regina, il cantico
"Cantiamo l'amore degli amori" e altri canti che le bambine
inventavano nella loro estasi... E dicevano: "Ah! quanto è contenta la
Madonna per la presenza di così tanta gente! Come sorride! Come ci guarda
tutti!"»
«Le mie vie... » dice il Signore
Mentre
la gente incalzava le bambine a chiedere un miracolo (un miracolo spettacolare,
perfettamente convincente secondo criteri umani), non riusciva a discernere i
numerosi miracoli che si realizzavano, più incredibili e importanti per la
salvezza delle anime di qualsiasi altro prodigio straordinario. Di questi
miracoli, ricchi di grazia salvifica ma non abbastanza vistosi, pochi sono
giunti a nostra conoscenza: e ciò si spiega a causa del loro carattere
eminentemente intimo. Come, per esempio, il caso di una signorina di Segovia.
Tutti sapevano della sua condotta «mondana»: scoprì a Garabandal la sua vera
vocazione, e, serenamente ma irrevocabilmente, entrò nell'Ordine delle Figlie
della Carità. Il fatto successe alla fine del gennaio '62, in seguito ad
alcuni segni da lei ricevuti durante l'estasi di Loli. Nessuno avrebbe potuto
prevedere quel cambiamento interiore che si manifestò la notte stessa. Il
giorno seguente la madre della signorina confidava a una sua amica: «Dev'essere
successo qualcosa di eccezionale a mia figlia: ha pianto tutta la notte! E non
ricordo di averla mai vista piangere prima d'ora». Qualche tempo dopo,
l'ingegnere tedesco già ricordato, Maximo Fòschler, trovò a Garabandal la fede.
La scrivo in corsivo per indicare che non si tratta di una fede qualsiasi,
ma della fede cristiana per antonomasia, quella cattolica, la sola che io
consideri veramente piena. (Scrivendo questo, non ho intenzione di manifestare
nessuna disistima per altre credenze, se sono professate con retta intenzione).
Con rettitudine, l'ingegner Fòschler praticava la religione protestante nella
quale era stato cresciuto ed educato da genitori pii. Salì a Garabandal non a
causa di dubbi religiosi, ma per l'amicizia che lo legava alla famiglia Andréu.
Ne abbiamo già parlato. All'epoca della sua prima visita, accadde l'incidente
d'auto al Col de Piedras Luengas, seguito dall'inspiegabile guarigione della
caviglia fratturata di Padre Ramon. Perché tornò di nuovo a queste alture
all'inizio del 1962? «Padre Ramon Maria Andréu doveva iniziare un corso di
Esercizi Spirituali a Loyola il 19 marzo: ci teneva molto che vi partecipassi
anch'io. Francamente, non avevo gran voglia di andarci: mi chiedevo cosa potesse
farci un protestante in un santuario come quello di Loyola. Per questo decisi di
tornare a Garabandal nella speranza di trovare una soluzione. Arrivammo al
villaggio sabato 17 marzo. Formavamo un bel gruppo di amici di Madrid, insieme
con mia moglie e uno dei miei figli. Vedemmo una prima estasi di Mari-Loli
alle 9 di sera: intesi che quest'estasi sembrava interamente dedicata a mia
moglie, a mio figlio ed a me. Raccontare nei dettagli cosa successe renderebbe
il resoconto interminabile. Il giorno successivo, seconda domenica di Quaresima,
alle 6 del pomeriggio, assistemmo tutti al rosario che per me fu veramente
emozionante ». Durante questo rosario, l'ingegner Fòschler chiese
insistentemente che se tutto quello proveniva dalla Vergine, gliene fosse data
una prova tangibile, senza equivoci, più precisamente durante un'estasi di
Jacinta (che da molti giorni non ne aveva), una prova per lui, lui solo. Durante
le prime ore della notte, Mari-Loli ebbe un'apparizione, da sola, con una
marcia estatica per le vie del paese: Maximo Fòschler pensò che gli esercizi a
Loyola non rientrassero nel suo destino. Improvvisamente, a notte già avanzata,
venne annunciato che Jacinta aveva avuto la «chiamata» e alle 3 precise
cominciò la sua estasi. Per un po', l'ingegnere si mescolò tra coloro che
accompagnavano la marcia estatica; ma, vedendo che non succedeva niente,
niente di ciò che aveva chiesto, si ritirò rattristato nel piccolo bar di
Ceferino. Alcuni minuti più tardi vi giunge la bambina in estasi; si fa strada
in mezzo agli astanti e va diritta verso l'ingegner Fòschler dandogli da
baciare il crocifisso con il quale lo segna consecutivamente per tre volte:
lui, e nessun altro... «La risposta del Cielo era evidente per me: il giorno
dopo, 19 marzo, arrivavo a Loyola per cominciare i primi Esercizi Spirituali
della mia vita». Quello che successe in seguito, il lettore può immaginarlo:
Maximo Fòschler entrò solennemente nella Chiesa cattolica, con il battesimo
del 31 marzo, e il giorno seguente, 1 aprile, riceveva commosso la sua Prima
Comunione. Le grazie del Signore verso questa persona a Garabandal non
terminarono con la sua conversione al cattolicesimo. «Nel corso di altre
visite, mi successero molte cose; non posso raccontarle tutte nei dettagli... Ma
non posso tacere quanto segue: Un giorno Mari-Loli, all'uscita da un'estasi, mi
prese in disparte e mi comunicò quello che la Vergine Santissima le aveva
detto di me... Con la timidezza propria delle ragazzine e con la poca cultura
che aveva allora, Loli mi parlò a lungo con grande naturalezza. Mi raccontò
tutta la mia vita, gli eventi, le situazioni, dai primi anni fino a quel
giorno... Assolutamente nessuno al paese poteva conoscere tali dettagli...
(alcuni erano sconosciuti persino a mia moglie; io stesso ne avevo dimenticati
molti, che mi tornarono in mente mentre li sentivo ricordare dalla bambina)».
Anche questo fatto ha una «spiegazione naturale», secondo l'opinione più
volte ribadita, ma mai provata, della famosa Commissione d'inchiesta? O era un
gioco da bambine, come si volle pretendere? La gente persisteva a chiedere un
miracolo per credere. Non possiamo non fare la seguente osservazione: la prima
conversione alla fede fu quella di una giovane israelita; la seconda quella di
un protestante; la terza? Ci piacerebbe poterlo scrivere: quella di un cristiano
ortodosso (vale a dire di un fedele delle Chiese orientali scismatiche).
Allora per una grazia provvidenziale si troverebbero simbolicamente raccolte
in correlazione con il mistero di Garabandal, le tre più importanti fedi dei «fratelli
separati» che per Maria, nostra Madre, dovranno un giorno riunirsi in Gesù
per realizzare il desiderio a Lui tanto caro: che si faccia un solo gregge sotto
un solo Pastore. Ma se ancora ignoriamo se un ortodosso si sia mai convertito
alla nostra fede a Garabandal, sappiamo però che le bambine, fin dall'inizio,
salutarono la Celeste Apparizione nell'antica lingua liturgica dei cristiani
d'Oriente, recitando più di una volta l'Ave Maria in greco. Ora, nel disegno di
Dio, tutti i dettagli hanno il loro significato e la loro portata.
Il tempo del Mistero Pasquale
Per
il cristiano, la Quaresima si conclude con una settimana che, per la sua densità
liturgica e religiosa, è celebrata come Settimana Santa. Non deve
stupire il fatto che il carattere penitenziale proprio di tutta la Quaresima
raggiunga il suo punto culminante in quest'ultima settimana. Da sempre i figli
della Chiesa l'hanno vissuta così. Anche la Vergine Santissima ha tenuto a
sottolinearlo in quella Settimana Santa del 1962 passata con i suoi a
Garabandal. E’ sufficiente ricordare un fatto: «Durante la Settimana
Santa, la Madonna mi chiese di andare alle 5 di mattina (a recitare il
rosario alla "Calleja"). Ci sono andata perché la Vergine chiede
sempre che si faccia penitenza» (Conchita nel suo diario). I giorni della
Settimana Santa concentrano la nostra attenzione sui diversi quadri del grande
Mistero Pasquale: Passione e Trionfo, Morte e Vita, Annientamento ed
Esaltazione. Il Signore Gesù ha voluto viverli pienamente. Ma è necessario che
anche noi ricordiamo e riviviamo quei misteri personalmente e comunitariamente,
foss'anche soltanto nel momento della loro commemorazione annuale nella
liturgia. La Chiesa da sempre si è mostrata molto attenta a questo riguardo,
nelle sue celebrazioni cultuali. Ma anche il popolo cristiano è
sensibilissimo a queste celebrazioni, in maniera particolare nelle nostre
regioni spagnole. Di qui la proliferazione di confraternite e di gruppi che
rappresentano le scene della Passione, processioni, predicazioni, figurazioni
sceniche sacre. La Settimana Santa a San Sebastian de Garabandal, piccola e
povera parrocchia, non poteva rivaleggiare con quella di altri luoghi del
nostro paese, ma quella del 1962 si svolse in un ambiente veramente unico. Per
la prima volta nella sua storia, il piccolo villaggio vide affluire numerosi
stranieri che vennero a trascorrervi i giorni «santi». Alcuni giungevano da
terre molto lontane. Era evidente che non venivano per il paese in sé, ma perché
una «Misteriosa presenza» vi si manifestava, e venivano a cercare ciò di
cui tutti abbiamo bisogno, ciò a cui diamo il valore più alto. Fu così che
nelle prime ore del pomeriggio di quel Venerdì Santo, il 20 aprile, giunse a
Garabandal una signora di Barcellona, molto nota in Spagna per il suo talento di
scrittrice e per la sua posizione sociale, vincitrice di molti premi letterari:
la signora Mercedes Salisachs de Juncadella. Saliva a Garabandal con un
interrogativo impresso nel suo cuore sensibile di madre: cosa ne era stato di
suo figlio Miguel, tragicamente morto in un incidente alla tenera età di 18
anni? A questo figlio aveva rivolto un affetto tutto particolare e più di un
volta aveva trovato in lui un prezioso confidente. La sua tragica scomparsa
era stata per lei un colpo terribile che l'aveva lasciata per lungo tempo
psichicamente e spiritualmente prostrata: smarrimenti, ribellioni, perdite di
fede si succedevano in lei con una violenta intensità. Con una gran pena la
signora Mercedes aveva tentato di uscire dalla sua prostrazione per tornare alla
normale pratica cristiana. Ma non poteva strapparsi dal cuore quella domanda
straziante: dov'è, e come sta ora lui? Finché un giorno sentì parlare di ciò
che accadeva in quel luogo appartato della montagna cantabrica. Pensò subito:
se il Cielo comunica con quelle bambine di Garabandal, non potrei trovare lassù,
tramite loro, la risposta che cerco tanto? Il Giovedì Santo si mise in
cammino (un lungo cammino, non solo di chilometri) verso Garabandal.
L'importante era accedere a Garabandal con una disposizione di umiltà
interiore. Bisognosa, terribilmente bisognosa di ottenere una grazia speciale
che la viaggiatrice non poteva a nessun titolo rivendicare, doveva rimettersi
semplicemente e totalmente all'immensa bontà di Dio. La sera stessa del suo
arrivo al paese, il Venerdì Santo, porse alle bambine la domanda che la
angosciava: «Quando vedrete la Madonna, chiedetele di mio figlio». «Che
succede a suo figlio?», chiese una di loro. «E morto!» Non ci furono altre
spiegazioni, e non fu fatto il nome del ragazzo... Nel corso dell'estasi, fu
subito chiaro che le ragazze stavano parlando alla loro Visione della donna e
del figlio. Tuttavia, né il pomeriggio di quel giorno, né durante le lunghe
ore di veglia che seguirono, giunse una risposta a quella madre tanto
angosciata. Credette persino di percepire un rifiuto: «Tutte le volte che la
bambina in estasi mi dava il crocifisso da baciare, lo sottraeva poi palesemente
alle mie labbra. Se tutto questo era vero, l'idea che la Vergine rifiutasse
apposta i miei omaggi mi faceva soffrire crudelmente... » Successe poi qualcosa
di ancor più crudele quando la signora Mercedes riuscì a parlare con le due
bambine uscite dall'estasi: «Allora, non vi ha detto niente?» «Sì, la
Madonna mi ha risposto, ma al momento non posso dirle niente» (parole di Loli
che Jacinta ripeté poi). Lasciarono la signora Mercedes di ghiaccio. Davanti a
lei aveva le ore della notte per rimuginare i suoi tristi pensieri: la sua posizione
di fronte a Dio, la possibile situazione di suo figlio. Una vera notte da
Venerdì Santo! Non sappiamo se quella donna riuscì, nella sua afflizione, a
prendere sonno quella notte: sappiamo invece che il giorno seguente non le
portò grande consolazione. Il calendario indicava il 21 aprile: Sabato Santo.
Liturgicamente, era giorno di moderata serenità e di santa speranza. L'orazione
che si recitava ad ogni ora dell'Ufficio divino esprimeva questi sentimenti,
ma per la signora di Barcellona ogni slancio di speranza consolatrice sembrava
bandito. «Il Sabato Santo non fu per me migliore del giorno precedente.
Nonostante la cordialità che mi prodigavano gli abitanti e perfino le mamme
delle bambine, tutto il paese era ostile ai miei occhi. Mi sembrava che quei
tratti di amabilità fossero dovuti alla pietà, oppure al timore che aveva
risvegliato negli astanti l'evidente isolamento al quale la Vergine mi aveva
condannata. A me importava poco ciò che pensava la gente; quello che mi
faceva davvero soffrire era percepire l'imperturbabile disdegno che,
visibilmente, il Cielo mi testimoniava». Alla fine, al termine delle proprie
riflessioni silenziose, toccata dalla grazia divina, la donna assunse il vero
atteggiamento cristiano: «Accettavo tutto, mi sottomettevo completamente alla
volontà di Dio». Si sentì considerevolmente sollevata; anche se non del
tutto libera dalla sua angoscia interiore, prese la decisione di non rivolgere
più domande al Cielo e di non aspettarsi più il minimo segno dalle bambine.
Nel corso delle prime ore della notte, non ci furono processioni attraverso il
paese, ma alcuni indimenticabili cammini estatici. Le quattro bambine, tenendosi
per mano, percorsero con passo leggero tutte le vie, seguite da una folla che
portava lampade, pregando e cantando inni... Quella singolare processione si
concluse verso le 22 e 30. A quell'ora cominciava in chiesa la solenne veglia
pasquale, officiata quell'anno da un gesuita: Padre Félix Corta, venuto al
paese per le confessioni e le cerimonie liturgiche della Settimana Santa. Le
vie erano deserte così come le case, con qualche rara eccezione: abitanti e
stranieri si raccolsero in chiesa per celebrare i riti della veglia pasquale che
si sarebbe conclusa con gli «Alleluja» della gioiosa messa della domenica di
Pasqua. Un po' più tardi, le donne del paese si raccolsero di nuovo, per
recitare, secondo un antico costume, un rosario prima dell'aurora. La signora
Mercedes ricorda: «Malgrado la stanchezza, mi sentii spinta ad unirmi a loro.
Cantando e pregando, cominciammo a percorrere le viuzze: l'atmosfera di
devozione che regnava era impressionante! Non ricordo un mattino di Pasqua più
fervente di quello. Stavamo per incominciare il terzo mistero quando avvenne
l'insperato... » Loli arrivò al braccio della Marchesa Rosario de Santa Maria
per comunicare finalmente la risposta tanto attesa della Vergine: quel figlio
tanto compianto godeva in Cielo di una felicità totale. «Il seguito sono
incapace di descriverlo. Ricordo solo con precisione che baciai Loli come se
fosse Miguel stesso. Poi, mi ritrovai nelle braccia di Rosario che pure piangeva
e mi diceva cose che non ero in grado di capire. La gente faceva circolo intorno
a me; tutti mi guardavano spaventati ed emozionati». La scena dovette essere
certamente molto commovente, poiché il brigadiere della guardia civile, Juan
Alvarez Seco, ha lasciato scritto qualche anno dopo: «La scena che successe
vicino alla cabina del trasformatore rimase bene impressa nella mia memoria e
credo che non si cancellerà mai. Penso che sarà la stessa cosa per quanti ne
furono testimoni». Loli non poté trasmettere integralmente alla signora
Mercedes il messaggio celeste a causa del suo pianto e della sua commozione.
Lo fece più tardi quando si ritrovarono in casa, dopo l'indimenticabile
rosario. «La Vergine mi ha anche detto che suo figlio è molto, molto felice e
che è tutti i giorni con lei. Io sapevo già che suo figlio era in Cielo; lo
sapevo già da ieri perché la Madonna me lo aveva rivelato, ma dovevo tacere
perché Ella me lo aveva ordinato: "Dighelo solo domani dopo la Messa di
Pasqua" ». Certamente una strategia così sottile non poteva essere frutto
della mente della bambina. Durante il Venerdì e il Sabato Santo, giorni in cui
si rivive il mistero della Passione, la Vergine aveva fatto passare quella donna
attraverso lunghe ore di umiliazione, di sofferenza e di oscurità. Sarà solo
con gli «Alleluja» della messa pasquale che le accorderà questo insperato e
celeste regalo. Ecco come Mercedes Salisachs conclude il suo racconto: «Quando
tutto si concluse in quel bel mattino, mi pareva di camminare sulle nuvole...
» Se nel caso precedente possiamo dire che vi fu una sorta di incontro con la
grande gioia della Pasqua, nell'episodio che segue assisteremo ad un incontro
tutto personale con il mistero. Nei luoghi e all'ora in cui quella signora
catalana faceva le esperienze che abbiamo appena riassunto, un altro distinto
visitatore del paese viveva le sue con non meno forte emozione. Si trattava di
un noto medico di Vitoria: il dottor José de la Vega. Uomo pio ma poco
incline all'entusiasmo religioso, salì a Garabandal come molti altri per
semplice curiosità, per vedere cosa accadeva lassù. E quello che succedeva
produsse su di lui un effetto tale che si ritenne obbligato, in coscienza, a
farlo conoscere. In un giornale della sua città, El pensamiento Alavés, apparve
un articolo con la sua firma, il 27 aprile 1962, venerdì di Pasqua. Tutto
l'articolo è improntato a una serena e intima convinzione personale: è un
articolo che non si basa sul «sentito dire», né tantomeno su una visione
superficiale della realtà. «Dal 18 giugno scorso, possiamo dire che la Madonna
percorre quotidianamente le vie tortuose di un piccolo villaggio perso in mezzo
alle cime dei Picchi d'Europa (per essere esatti, le cime di Garabandal non sono
proprio i Picchi d'Europa, ma sono molto vicine ad essi). Un intero paese, di
appena 70 famiglie, vive da mesi in pieno sconvolgimento. Quattro bambine, quasi
ogni giorno una o più volte, a ore fissate in precedenza, pregano, parlano,
baciano la Vergine immerse in estasi. Le loro famiglie ne sono vivamente
turbate. Ho trascorso con loro la Settimana Santa. Ho ascoltato gli abitanti e
i visitatori. Ho conversato con le bambine prima e dopo le loro visioni. E
siccome professionalmente non trovo spiegazione a ciò che io stesso ho visto,
mi sento spinto a credere al miracolo. - Ma lei, ha visto la Madonna? - mi
chiederanno alcuni - No, io non ho visto la Madonna, ma ho sentito la Sua presenza
con l'anima e con il cuore. Un padre gesuita che mi accompagnava mi diceva
all'inizio. "La vedo scettico, dottore". "No, padre, sono solo
completamente sconcertato. Il mio desiderio più grande sarebbe quello di
sperimentare la stessa cosa che provano le bambine e quelli che le accompagnano,
ma lei sa meglio di me che la fede è un dono che Dio non concede a tutti
nella stessa misura. Qualche ora dopo questo dialogo, per la seconda volta,
potei seguire da vicino un'apparizione. Era l'alba del Sabato Santo. Pioveva
senza sosta e l'intero paese era un miscuglio di fango e pietre. Con le
lampade in mano, seguivamo con passo lento le veggenti che, in estasi,
percorrevano le strade. Le mani giunte sul petto, stringevano un crocifisso, con
la testa completamente rivolta all'indietro e gli occhi fissi al Cielo...
Talvolta si inginocchiavano, pregavano, baciavano la croce... La metà degli
abitanti e tutti i forestieri le seguivano affascinati». Racconta poi le
diverse tappe di quella marcia estatica, già a noi nota per via di altri
racconti simili di tanti visitatori di Garabandal, e vi aggiunge la propria
esperienza e quella di sua moglie. Termina così: «Tornerò a Garabandal come
vi tornano tutti quelli che ci sono andati. Porterò con me amici e medici e
chiederò loro di cercare una spiegazione al mistero di queste quattro piccole
montanare. Ma più ancora, chiederò a Dio che mai nessuno possa privarmi dell'emozione
che ho provato quel mattino di Sabato Santo: è così bello credere al miracolo!
».
Capitolo settimo
ERSO LA PIENEZZA
Tempo pasquale: l'Angelo della Comunione
Il
mercoledì di Pasqua, 25 aprile, Maximina Gonzalez scriveva una lettera
alla famiglia Pifarré di Barcellona, in cui è annotato un particolare
interessante: «Era molto tempo che le bambine non vedevano più l'Angelo. Ieri
sera hanno parlato a lungo con la Madonna. Noi non le capivamo, ma le vedevamo
molto felici: la Madonna stava dicendo loro che l'Angelo sarebbe ritornato per
dar loro la Comunione nei giorni in cui non ci fosse stata la Santa Messa... Così,
adesso, avrebbero visto più spesso l'Angelo. Infatti qui a Garabandal non abbiamo
messe all'infuori della domenica. Oggi l'Angelo ha dato loro la comunione alle 5
del mattino. Le abbiamo viste inghiottire l'ostia dopo aver porto la lingua;
quindi in continuazione hanno recitato una estacién, e tutto questo
sempre in estasi... » Mi pare che dall'ultima estate, l'Angelo non era più
tornato a dar loro la comunione. Qui, conviene porsi due domande: Perché questo
intervento soprannaturale per delle bambine, non sante ma creature di buona
volontà, affinché potessero ricevere il Signore tutti i giorni o quasi? Perché
il Cielo si cura che questo accada specialmente in tempo pasquale? A Garabandal
si realizzò, prima di tutto e con una profusione senza precedenti, una
splendida Epifania mariana. In essa Maria volle mostrarsi pienamente
Madre nostra; volle che questa maternità fosse sentita e vissuta fin
quasi alla sazietà (se si può parlare di sazietà in simili realtà). Ma Maria
non è per noi un «fine», e tanto meno nessuno la ricerca per se stessa. Gli
incontri con Lei e il nostro accedere - come le bambine - alla sua scuola di
formazione dovrebbero farci incontrare veramente Gesù... Nessuno potrà
comprendere lo strano e complesso «mistero» di Garabandal senza valutare la
sua dimensione essenziale così sintetizzabile: «A Gesù attraverso Maria».
Ora Gesù è per noi, qui e ora, Presenza Eucaristica nel Santissimo
Sacramento, sull'altare. E’ per questo che a Garabandal, sin dal 18 giugno
1961, data di inizio degli eventi, non ci fu apparizione o estasi che non avesse
connessione o riferimento a questa ineffabile presenza del Signore
nell'Eucarestia. L'avvocato di Palencia, Luis Navas Carrillo, che molto spesso
si recò a Garabandal osservando i fatti con viva attenzione, scrisse: «Chiesero
alle bambine perché nelle loro estasi andassero così spesso verso la chiesa,
sapendo che l'avrebbero trovata chiusa (secondo le disposizioni dell' autorità
diocesana stabilita nell'agosto del 1961). Risposero candidamente: "Perché
alla Madonna piace stare vicino a suo Figlio Gesù"». Ritroviamo qui, a
illuminare questo aspetto delle apparizioni, una delle fondamentali esortazioni
del primo messaggio: «E necessario visitare spesso il Santo Sacramento». Ma
l'Eucarestia non è soltanto la presenza reale e continua di Gesù fra noi; essa
è anche e principalmente il «pane di vita» (Gv 6,51) di cui devono
nutrirsi le anime. E’ per questo motivo che a Garabandal l'attenzione delle
veggenti e degli spettatori è stata subito attratta verso la comunione: in
essa si realizza il grande incontro personale con il Cristo Salvatore. Scrive
Conchita nel suo diario: «L'Angelo San Michele all'inizio delle apparizioni
ci dava delle ostie non consacrate, perché avevamo già mangiato... era venuto
per insegnarci a fare la comunione. Poi, un giorno, ci chiese di andare ai
Pini l'indomani, a digiuno. Obbedendo ai suoi ordini, giungemmo ai Pini, dove
l'Angelo ci apparve con un ciborio d'oro e ci disse: "Vi daò la
comunione, ma stavolta le ostie sono consacrate. Recitate il Confesso a
Dio onnipotente..." Noi lo recitammo e in seguito ci diede la
comunione. Poi ci chiese di fare il ringraziamento e di recitare con lui la preghiera
Anima di Cristo. Infine terminò dicendo: "Tornerò domani". E
scomparve». Questa prima comunione, ricevuta dalle mani dell'Angelo, pare
avvenne agli inizi di luglio del 1961. E sicuramente questo episodio che
Conchita raccontò nel novembre 1967, alla pittrice Isabel De Daganzo di Burgos:
«Ricevemmo la prima comunione dalle mani dell'Angelo, MariCruz ed io,
ai Pini, alle 5 del mattino. Alle 6 fu la volta di Loli e Jacinta che la
ricevettero un po’ più giù, in un luogo chiamato la "Campuca",
vicino all'attuale cappella di San Michele e alla pietra che la gente ormai
chiama "la Pietra dell'Angelo"». Questo fatto si rinnovò per
parecchie settimane (anche se non sempre allo stesso modo) come Conchita stessa
scrive nel suo diario: «L'Angelo venne a portarci la comunione per
molti giorni». Ma questi fenomeni dovettero interrompersi probabilmente
all'inizio dell'autunno, al più tardi a partire dal 18 ottobre 1961. Maximina
dice infatti nella sua lettera ai Pifarré di Barcellona: «Mi sembra che
dall'estate scorsa l'Angelo non sia più tornato per dare la comunione».
Perché, dunque quel ritorno al fervore eucaristico durante il tempo pasquale
del 1962? Due caratteristiche distinguono il tempo liturgico pasquale: da un
lato la celebrazione prolungata del trionfo di Gesù sulla morte; dall'altro,
l'ardente desiderio della Chiesa di stimolare i fedeli ad una migliore
comprensione di quel mistero attraverso la partecipazione all'Eucarestia. E
nell'Eucarestia infatti che il Cristo «nostra Pasqua» realizza e perpetua il
suo sacrificio per noi come «Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo».
Questo precetto della Chiesa esorta a «comunicarsi almeno una volta all'anno durante
il tempo pasquale». La promessa fatta dalla Madonna alle bambine, nel corso
delle estasi del Martedì di Pasqua, era dunque significativa: «L'Angelo verrà
ora a darvi la comunione tutti i giorni quando non ci sarà la Santa Messa al
paese». La promessa si realizzò, come conferma un'altra lettera del 4 maggio
1962 di Maximina, tranne che per Mari-Cruz (non se ne conosce il perché). «E’
stupefacente vederle arrivare (Loli e Jacinta alle 6 del mattino e Conchita
alle 8) alla porta della chiesa dove hanno luogo le estasi; cadono in ginocchio
per terra e, in estasi, recitano il Confesso a Dio onnipotente... terminando
con una preghiera a Gesù Sacramento. E’ una grossa emozione per me
vederle!... » Le annotazioni scritte di Don Valentin sul fenomeno delle visioni
ripresero il 12 maggio 1962, dopo una lunga interruzione. Questi appunti
parlano, molto spesso, di queste comunioni misteriose per le mani dell'Angelo.
Potremmo definire gli eventi di Garabandal, nella primavera del 1962, come un
continuo passaggio dal Mariano all'Eucaristico e dall'Eucaristico al Mariano.
Questa annotazione del sacerdote, datata 12 maggio, è assai «sintomatica»:
«Alle 8 del mattino, come al solito, Conchita andò con sua madre e molta gente
alla "Calleja" a recitare il rosario. Lo recitò in stato normale.
Andò poi alla porta della chiesa dove cadde in estasi e recitò il Confesso
a Dio onnipotente... Dopo la preghiera, uscì dall'estasi e disse che
l'Angelo le aveva dato la comunione. Il tutto era durato una quindicina di
minuti». Il giorno dopo, 13 maggio, era anche il 45° anniversario della prima
apparizione di Fatima. E possibile che a Garabandal nessuno se ne ricordasse.
Ma vuoi il caso, vuoi la Provvidenza, questa data non passò inosservata. Dagli
appunti di Don Valentin sappiamo che il tempo era pessimo: «pioveva e
grandinava». Al calar della sera Jacinta e Loli entrarono in estasi: sotto la
pioggia e la grandine percorsero il paese, cantando cantici e recitando
preghiere. Giunsero alla casa di un certo Jeronimo, morto il giorno prima, lì
pregarono con i presenti per i vivi e per i defunti. Salirono in seguito ai
Pini, dove recitarono con calma il rosario e scesero poi a ritroso verso il
paese... Quella veglia notturna si protrasse a lungo; verso mezzanotte, Conchita
uscì nuovamente di casa in estasi e percorse di nuovo le vie, recitando il
rosario e dando da baciare il crocifisso. Raramente si è risposto in modo tanto
esemplare alla richiesta fondamentale di Fatima: «Fate penitenza, pregate,
chiedete perdono per i peccatori... » Le diverse annotazioni di questo periodo confermano abbondantemente i
fatti. Il 15, festa di Sant'Isidoro, patrono dei contadini in Spagna, «verso le
8 del mattino, Conchita andò come al solito alla "Calleja" per
recitare il primo rosario; poi da lì si recò fino al portico della chiesa;
cadde in estasi e l'Angelo le diede la comunione. . . » Il 16: «Oggi
Conchita è andata ai Pini alle 9 del mattino. Dice che l'Angelo le ha dato la
santa comunione...» A proposito di questi fenomeni così tipici di Garabandal,
conviene fare qualche osservazione, poiché fin dall'inizio suscitarono
disaccordi. Conchita
stessa scrive nel suo diario: «Quando lo dicevamo alla gente, alcuni non ci
credevano, soprattutto alcuni sacerdoti, perché - dicevano - gli angeli non
possono consacrare. Quando rivedemmo l'Angelo, glielo riferimmo e lui ci precisò
allora che prendeva le ostie nei tabernacoli, che le prendeva sulla terra (non
le portava dal Cielo) già consacrate. Lo dicemmo alla gente, ma qualcuno
dubitava ancora». Questa obiezione che gli angeli non hanno poteri
sacerdotali si dissipò molto presto per alcuni. Ma per altri continuò a
sembrare un fenomeno fuori luogo: dal momento che c'erano dei sacerdoti, che
senso aveva l'intervento degli angeli? Non era una specie di inutile spreco di
azioni soprannaturali o miracolose? Era evidente che l'Angelo agiva sempre a
titolo suppletivo, come «ministro straordinario» per rimediare all'assenza
del sacerdote, ministro ordinario della comunione. Ora, questa assenza era
frequente a Garabandal, poiché il parroco risiedeva a Cossio, dove celebrava
abitualmente la Messa. Nei pochi giorni feriali in cui la Messa veniva celebrata
nel paese di San Sebastian, le bambine difficilmente potevano assistervi, per
via del loro orario scolastico e delle faccende domestiche. Un testimone
eccezionale di tutto questo, Don José Ramon Garcia de la Riva, ex parroco di
Barro e ora di Lugas (Asturie), afferma nelle sue memorie: «Ho potuto
constatare che l'Angelo non dà la comunione alle bambine quando il parroco o un
altro sacerdote autorizzato per esercitare il ministero a Garabandal è presente
e officia il rito. Lo annoto qui come risultato di uno studio che ho intrapreso
e che ho potuto verificare a più riprese». Più di una volta, queste comunioni
furono occasione di grandi lezioni per le bambine. Jacinta non dimenticherà mai
una lezione che ricevette fin dall'inizio. Un giorno, mentre si trovava inginocchiata
fra due delle sue amiche, pronta a ricevere l'ostia, vide l'Angelo passare
oltre. Gli chiese il perché con le lacrime agli occhi e le fu risposto che le
veniva rifiutata la comunione a causa di una risposta villana data a sua
madre. «L'Angelo tornò a darmi la comunione solo quando mi fui confessata».
Termineremo questo capitolo con qualche dettaglio sulle circostanze di queste
stupefacenti comunioni estatiche. I luoghi dove furono più spesso somministrate
furono: la pietra della «Campuca», i Pini e le porte della chiesa... Quanto
all'ora, come se volesse dar prova di osservare scrupolosamente la disciplina
della Chiesa, l'Angelo non dava mai appuntamento oltre le ore della mattina.
Per ciò che riguarda il «rito», si seguiva quello in vigore per la comunione
al di fuori della Messa: l'Angelo le invitava dapprima a un po' di riflessione,
a pensare «a Colui che stavano per ricevere»... Seguiva poi la recita
penitenziale dei Confesso a Dio onnipotente, per la purificazione
dell'anima... la comunione e infine, per evitare una partenza affrettata,
l'Angelo esigeva l'azione di grazie che si coronava con la recita dell'orazione Anima
di Cristo. La durata era abitualmente di una quindicina di minuti. Garabandal, su
questo e su altri punti, veniva a portare a tempo debito i richiami del Cielo
a certe deviazioni nefaste che già si stavano diffondendo nella Chiesa.
Le
notti delle grida
Alle
soglie della grande festa eucaristica del 1962, quella del Corpus Domini che
cadeva giovedì 21 giugno, ci furono a Garabandal due notti che non saranno
dimenticate facilmente. Tre giorni prima della festa, si produsse un evento che,
a mio avviso, non fu sufficientemente compreso: la ripresa del ruolo attivo
dell'Arcangelo San Michele nello svolgersi degli eventi. Non si trattava più
per lui di venire soltanto a dare la comunione alle bambine, secondo un modo
divenuto ormai abitudinario; veniva a prendere attivamente parte a una specie di
rilancio di tutti gli eventi. Il 18 giugno, Don Valentin annota: «Al calar
della sera, Mari-Cruz si recò al "Cuadro", dove cadde in estasi...
Poi camminò per il paese. Poco dopo Jacinta e Loli uscirono a loro volta di
casa, andarono pure al "Cuadro" dove caddero in estasi. Dissero di
trovarsi in presenza dell'Angelo». Don Valentin si rendeva conto della novità
del fatto? Per molti mesi San Michele era come sparito, o si presentava solo per
compiere, silenziosamente, un ministero occasionale. Oggi tornava per giocare
un ruolo nuovo Don Valentin si rendeva conto della data in cui l'Angelo riappariva?
Il 18 giugno! Un anno prima, in quello stesso luogo, l'Arcangelo e le bambine
si erano incontrati per la prima volta. Quanti avvenimenti si erano susseguiti
da allora, e quanti altri ancora sarebbero accaduti! Il giorno seguente, martedì
19 giugno, il sacerdote annotò un'altra volta: «alle 10 e 30 della sera,
Jacinta, Mari-Loli e Mari-Cruz ebbero un'apparizione al "Cuadro"... Già
prima Loli e Jacinta vi erano andate di corsa e, arrivate, erano cadute in
ginocchio in estasi; videro l'Angelo che disse loro di tornare più tardi alle
10 e 30. Tornarono al paese e all'ora indicata risalirono con Mari-Cruz».
Questo secondo colloquio con l'Angelo dovette essere impressionante e
terribile, a giudicare da alcune parole delle bambine e dalle lacrime che
versavano: «Non dirci così!... Portaci via!... Che si confessino... Che si
preparino!... » La breve nota, poco dettagliata, di Don Valentin, che talvolta
annota soltanto in modo sintetico parole riferite da altri, non dà un'idea
precisa di quello che dovette essere quell'incontro al «Cuadro». Eloisa de
la Roza, cognata del dottor Ortiz, si trovava in quella stessa ora in casa di
Conchita, la' quale non era andata con le sue amiche: sua madre non aveva
acconsentito a lasciarla uscire perché le faceva male un ginocchio. Era già
notte avanzata, quando arrivò il signor Ruiloba, in preda a una viva emozione,
che disse loro senza preamboli: - Ma non avete sentito le grida che lanciavano
le altre tre bambine nella «Calleja»? - No. - Era spaventoso. Don Valentin
dice nelle sue annotazioni che «questo episodio durò 50 minuti» e che, alla
fine, spinte dalle angoscianti domande degli astanti, le ragazze dissero che
avrebbero messo per iscritto il racconto della loro estasi. Io possiedo una
fotocopia del breve testo firmato da due delle quattro bambine, datato 19 giugno
1962. Non è molto quello che dice, ma è importante quello che lascia
intravedere: «La Madonna ci ha detto (o piuttosto ci ha fatto dire dall'Angelo)
che a torto non ci preoccupiamo del Castigo, poiché verrà senza che ce lo
aspettiamo. Perché il mondo non è cambiato, e Lei ci ha già avvertito due
volte. Non lo ascoltiamo, e il mondo va peggio. Bisogna cambiare molto, e niente
finora è cambiato. Preparatevi, confessatevi: che il castigo presto e molto
grande verrà se il mondo non cambierà... Che tristezza che il mondo non cambi!
Se non cambia, un castigo grandissimo verrà presto». Firmato: Mari-Dolores
Mazon, Jacinta Gonzalez. Le bambine cercavano con queste righe scritte in forma
ripetitiva, malgrado la loro povera capacità di espressione, di inculcare in
maniera pressante le due o tre esortazioni udite e vissute (e con quale intensità!)
nel corso della loro angosciante estasi. Garabandal, quella notte, dopo le urla
impressionanti della «Calleja», non dovette riposare tranquillamente. Ma
erano in arrivo ore peggiori. Mercoledì 20 giugno il giorno cominciò luminoso.
Il mattino Conchita... Ma sentiamo il racconto di Eloisa de la Roza, cognata del
dottor Ortiz: «Accompagnavo Conchita su ai Pini dove lei sperava che l'Angelo
le avrebbe dato la comunione. Pregavamo e aspettavamo... ma la cosa andava per
le lunghe. La madre della ragazza, Aniceta, si voltò impaziente verso il paese
e vide davanti a casa sua una persona che le sembrava essere un frate o un
sacerdote: "Sembra che porti dei cordoni bianchi", disse. Allora
Conchita si alzò e si affrettò a scendere: noi la seguimmo... » Il nuovo
arrivato era Padre Félix Larrazabal, francescano, superiore della
casa-collegio che l'Ordine aveva allora nel piccolo paese di San Pantaleon de
Aras (nella provincia di Santander). Don Valentin lo conosceva molto bene.
Veniva a Garabandal per occuparsi spiritualmente della parrocchia in occasione
della festa del Corpus Domini. La signora Eloisa prosegue: «Il Padre celebrò
la Messa in chiesa e ci diede la comunione. All'uscita, Aniceta commentò:
"Che ragione c'era di farci aspettare tanto lassù? Ogni volta che viene
un sacerdote al paese per dare la comunione, l'Angelo non viene ». Passò la
giornata. «Nelle prime ore della notte - continua la nostra testimone - mi
stavo recando a casa di Mari-Cruz per riprendere un rosario che le avevo
lasciato, quando per strada appresi che le ragazze si trovavano già nella
"Calleja" e allora mi avviai in quella direzione in tutta fretta... Ma
non potei arrivare fin là. Le bambine, all'uscita dall'estasi nella quale
avevano appena visto l'Angelo, fecero sapere da parte sua che nessuno doveva
oltrepassare l'ultima casa del paese; le veggenti avrebbero dovuto rimanere sole
nella "Calleja" al riparo da ogni curiosità; si sarebbero potute
sentire ma non vedere». Eloisa si aggregò al gruppo di persone che, tremanti e
silenziose, seguivano da lontano lo svolgimento di una nuova estasi delle
piccole. «Lanciavano delle grida spaventose -. scrive - che l'oscurità e il
silenzio della notte rendevano ancor più impressionanti... Si colsero delle
esclamazioni come: "Aspetta! Aspetta! No, no! Si confessino tutti! Ahimé!
Ahimé!". Venne il momento in cui la gente cominciò a chiedere perdono a
confessarsi pubblicamente. Padre Félix Larrazabal, molto emozionato, pregava ad
alta voce e noi tutti lo seguivamo... Osservai che quando per un motivo
qualunque lui interrompeva la preghiera, le bambine ricominciavano a piangere
e a urlare in modo ancor più angoscioso... Si placavano solo quando la
preghiera ricominciava». Quanto durò tutto questo? Nelle annotazioni di Don
Valentin si dice che l'apparizione si concluse verso le 2 del mattino. Secondo
il racconto di Eloisa, «le bambine, tornando allo stato normale, dissero alla
gente che sarebbero rimaste sul posto tutta la notte per pregare. - E noi, cosa
facciamo? - Quello che volete! Nessuno di noi si mosse; rimanemmo lì a pregare
con loro fino alle sei del mattino. A quell'ora mattutina il Padre si recò in
chiesa seguito da tutto il paese e cominciò la sfilata delle confessioni...
Credo che si confessò tutto il paese. E, secondo l'opinione di tutti, furono
confessioni di una sincerità e di un pentimento veramente straordinari».
Alcuni mesi più tardi, la madre di Jacinta diceva a Maria Herrero de
Gallardo: «Sentivamo piangere le bambine in mezzo a tali e tante grida e tale e
tanto orrore che istintivamente mi alzai per correre verso mia figlia per vedere
cosa le stesse succedendo: fui con forza respinta indietro. Finita la visione,
le piccole vennero verso di noi con il volto tutto bagnato di lacrime. Chiesero
a tutti di confessarsi e comunicarsi, lasciando intendere che rischiavamo di
imbatterci in qualcosa di terribile... » Un uomo scettico del paese, poco
incline a lasciarsi dominare dalla paura e dall'emozione, il muratore Pepe Diez,
affermava ancora anni dopo in mia presenza: «Non potete immaginare cosa fu;
non ho mai vissuto nulla di simile». Cosa possono aver visto allora le bambine?
Il 7 ottobre dello stesso anno 1962, Maria Herrero si arrischiò a porre la
domanda a Mari-Loli. Questa, malgrado la sua ripulsione a parlarne, poté solo
dire balbettando: «Oh! Era orribile a vedersi! Eravamo spaventatissime... Non
trovo parole per descrivere ciò che vedemmo. Vedemmo, per esempio, fiumi che
diventavano sangue... fuoco che cadeva dal Cielo... e qualcosa di ben più
spaventoso che non posso ancora svelare. Il messaggio che ricevemmo allora ribadì
che noi non ci preoccupavamo del castigo, mentre esso verrà quando meno ce lo
aspettiamo. La Madonna chiese che tutti si confessassero e si comunicassero».
Quello che la bambina rivelò non è molto. Quelle poche parole, tuttavia,
devono bastarci per sapere cosa ci aspetta e quindi comportarci di
conseguenza. Di fronte all'orribile spettacolo che avevano contemplato, le ragazze
pregarono la Madonna di portare con Lei i bambini (Loli e Jacinta avevano allora
dei fratellini più piccoli) e risparmiare loro tali sofferenze. Ma la Madonna
disse loro che quando queste cose sarebbero successe i bambini sarebbero stati
adulti.
Miracolo
eucaristico o frode sacrilega?
Dopo
due veglie come quelle delle «notti delle grida», possiamo immaginare quale
fervore avrebbe regnato a Garabandal per il Corpus Domini del 1962...
L'indomani di quella festa avvenne un evento che ha suscitato, forse più di
ogni altro, discussioni e perplessità: sto parlando del cosiddetto «Miracolo
dell'Ostia». Conchita
scrisse nel suo diario: «Siccome insistevamo tanto presso la Vergine e
l'Angelo affinché operassero un miracolo, il 22 giugno, mentre stavo per
ricevere la santa comunione dalle mani dell'Angelo, egli mi disse: - Sto per
fare un miracolo, non io, ma Dio, per mio tramite e il tuo. Io gli dissi: - In cosa consisterà? E lui replicò:
- Mentre ti darò la comunione, l'ostia santa sarà visibile sulla tua lingua. -
Ma quando mi dai la comunione, l'ostia è visibile sulla mia lingua - dissi
pensosamente. Mi ribadì allora che la gente non vedeva l'ostia, ma che il
giorno del miracolo l'avrebbero vista». Conchita rimase probabilmente un
po' delusa per un miracolo in cui non trovava nulla di spettacolare. Si arrischiò
a dire: «Ma questo miracolo sarà poca cosa ("es muy chicu ")».
L'Angelo si limitò a sorridere. Per alcuni giorni la bambina restò con la
curiosità di conoscere la data di questo «piccolo miracolo» («milagrucu»).
Alla fine, il 29, festa degli Apostoli Pietro e Paolo, mentre si trovava ai Pini
(forse attraverso una locuzione interiore) udì una voce che le diceva: «Il
18 luglio si realizzerà il miracolo, il piccolo miracolo, "el
milagrucu" come lo chiami tu». Il 29 giugno era ancora considerato
giorno festivo in Spagna. Cadendo quell'anno di venerdì, apriva un periodo di
tre giorni festivi: venerdì, sabato e domenica; molte persone provenienti da
diverse località ne approfittarono per recarsi a Garabandal. Tra loro c'era
anche un certo Luis Navas Carrillo, avvocato di Palencia. Voglio tuttavia
evidenziare due punti significativi che meritano di essere menzionati. Il
primo è la speciale attenzione della Vergine verso i ministri di Dio (il
clero stava infatti per attraversare la peggiore crisi che abbia conosciuto la
Chiesa nel corso della storia); il secondo è l'opera di misericordia
particolare nei confronti di una giovane uruguaiana, Concepcion Zorrilla, membro
della compagnia del famoso teatro parigino delle «Folies Bergère». La
notizia che un miracolo stesse per accadere si propagò progressivamente.
Conchita lo disse dapprima alle sue tre compagne; poi, d'accordo con loro, al
sacerdote asturiano José Ramon de la Riva. Quest'ultima comunicazione venne
fatta ai Pini, nel pomeriggio del 2 luglio. Ma il sacerdote asturiano se ne
andò senza sapere la data in cui il miracolo sarebbe avvenuto, poiché Conchita
non era ancora stata autorizzata a rivelarla. Dovette attendere qualche
giorno, per svelare il segreto: «Io lo dissi al paese - scrive nel suo
diario - ho anche scritto delle lettere... » Ho avuto occasione di
leggere alcune di queste lettere: sono redatte in stile telegrafico: «L'Angelo
mi ha detto che il 18 di questo mese si vedrà l'ostia nell'atto della
comunione». Un destinatario di queste lettere fu il dottor Ortiz, di Santander.
Questi, allarmato di fronte a tale annuncio, salì a Garabandal per mettere al
corrente la piccola di alcune considerazioni. Nel corso della loro
conversazione, Conchita espresse questa riflessione: «Ma questo miracolo mi
sembra veramente molto piccolo! Più tardi verrà quello della Vergine, quello
si, sarà un miracolo! Allora non si dubiterà più». Il dottor Ortiz
ricevette da Conchita l'incarico di invitare Don Francisco Odriozola, sacerdote
di Santander: un invito speciale perché si recasse a Garabandal il 18 luglio.
Don Odriozola non tenne assolutamente conto di questo invito. Era il membro più
influente della Commissione d'inchiesta e si impegnava, ogni giorno di più,
nella sua ostile opposizione ai fenomeni che accadevano nel paese... Il paese
stesso, a cominciare dal suo parroco, Don Valentin, sentiva crescere il timore
e la diffidenza verso l'evento annunciato. Leggiamo nel diario di Conchita: «Don
Valentin, che aveva dei dubbi sulla realizzazione del miracolo, mi disse di non
scrivere più altre lettere. Così pure un abitante del paese, Eustaquio
Cuenca... La gente di Garabandal non credeva». Il 18 luglio era un
mercoledì. E già fin dalla domenica precedente arrivarono visitatori che
desideravano essere testimoni del miracolo. Tra loro c'era di nuovo Luis Navas
Carrillo che ricominciò a prendere regolarmente appunti. Conclude con questa
osservazione: «Trassi la conclusione che se spesso la semplice curiosità
costituisce, all'inizio, il solo motivo della visita a Garabandal, questa
curiosità deve ben presto cedere il posto a quello che si prova qui e che
spinge, a poco a poco, alla preghiera e al sacrificio, fino a gustare la pace e
la serenità di un Piccolo Tabor». Ma le veggenti non vivevano sempre la calma
del Tabor. Il signor Navas Carrillo si stupì del fatto che non ci fosse per
loro nessuna eccezione né dispensa dai lavori quotidiani: «Mi ricordo che un
giorno eravamo andati a letto dopo l'alba, verso le 6 del mattino; alle 10
Maria-Dolores si trovava già in chiesa per la Messa. Poco dopo la vidi al
lavoro. Faceva la spola tra la casa e il prato con le spalle che sparivano sotto
una enorme gerla di foraggio». Una breve nota dello stesso Navas Carrillo ci
descrive l'ambiente del paese verso la fine della serata del 17, vigilia del
grande e atteso avvenimento. «Durante il giorno arrivarono molte auto. Le case
si riempivano, diventava difficile trovare un letto per la notte. Ancora una
volta i fienili del paese furono messi a disposizione perché tutti potessero
trovare riposo». Il 18 luglio fu doppiamente un giorno di festa: per i
visitatori, perché speravano di assistere a un fenomeno meraviglioso, secondo
quanto Conchita aveva annunciato; per la gente del paese, perché era per loro
«il gran giorno dell'anno», la loro festa patronale. In tarda mattinata, ci fu
in chiesa la Messa solenne cantata e celebrata, con diacono e suddiacono, come
si faceva prima dei numerosi mutamenti conciliari. «Era bello - disse il
signor Navas - vedere tante comunioni, specialmente di molti forestieri giunti
al paese. Fu necessario spezzare a più riprese le ostie, perché tutti
potessero comunicarsi». Le ore della giornata scorrevano lentamente: dapprima
cariche di speranza, poi, nel pomeriggio, di crescente tensione. «E man mano
che il tempo passava - ci dice questo testimone - la nostra inquietudine
cresceva, al punto da tramutarsi, alla fine, in vera angoscia». «Imputavamo
quel ritardo - forse anche l'annullamento del prodigio annunciato - al ballo
che si stava svolgendo in paese (non dimentichiamo che era la festa patronale).
E il tempo passava. Facevamo mille congetture. Quanto a me, non potevo
dimenticare cosa era successo il 18 ottobre precedente... Mi faceva soffrire l'idea
che la fede e le buone disposizioni di molte persone, soprattutto di quelle
che venivano a Garabandal per la prima volta, potessero essere così
calpestate». Calata la notte, molti curiosi cominciarono ad abbandonare il
paese. Era soprattutto all'interno e attorno alla casa di Conchita che si
aspettava, in attesa del miracolo. La bambina si mostrava fiduciosa, senza
apprensione, ma, intorno a lei, l'atmosfera si caricava di inquietudine e di
nervosismo. Alla fine, a notte inoltrata, «l'Angelo mi apparve, restò un
po' con me e come gli altri giorni mi disse: "Recita il Confesso a Dio
onnipotente e pensa a Colui che stai per ricevere..." Poi mi diede la
comunione e mi disse di recitare l'Anima di Cristo, di fare il ringraziamento
e di tenere fuori la lingua con la Santa Ostia, fino a quando se ne fosse andato
e fosse venuta la Madonna... » (diario di Conchita). La bambina ebbe dunque
l'impressione che tutto si svolgesse all'interno di casa sua, senza che lei si
fosse spostata. In realtà, alcuni poterono assistere alla scena all'esterno
della casa... «La vidi scendere le scale - testimonia la signora Ortiz - con
le mani giunte sul petto, la testa rivolta all'indietro, la bocca socchiusa, con
un'espressione di felicità veramente meravigliosa». Accanto alla donna, un
gesuita, professore all'Università di Comillas e specialista in materia di
spiritualità, il Padre Bravo, poté contemplare la bambina e non sapeva cosa
dire, riusciva solo a ripetere: «Che meraviglia! Che meraviglia! » In
estasi, Conchita usci in strada. E attorno a lei, la gente faceva ressa. Suo
fratello Miguel, piuttosto robusto, e il solito Pepe Diez si misero da ciascun
lato per proteggerla. Dopo aver svoltato l'angolo del gruppo di case, la bambina
cadde in ginocchio in mezzo alla strada, aprì la bocca e tirò fuori la
lingua come se stesse per comunicarsi. E... Il fatto è indubitabile, attestato
e confermato da numerosi testimoni: sulla lingua della piccola, tirata fuori
con grazia sul labbro inferiore, si vide per qualche istante un'Ostia bianca.
Benché fosse buio, la scena era sufficientemente illuminata da una moltitudine
di lampade elettriche; fu quindi possibile scattare alcune fotografie. Per
alcuni il miracolo fu indiscutibile fin dal primo istante. Altri, specialmente
quelli che non erano in prima fila tra gli osservatori, sollevarono subito dei
dubbi, oggi non ancora dissipati. Dopo la comunione, la ragazza intraprese una
marcia estatica. La prima fermata fu la «Calleja», dove un gruppo di persone
aspettavano il miracolo. Tra loro si trovava anche il nostro amico, Luis
Navas. Da lì, Conchita scese a ritroso verso il villaggio... Per due volte andò
fino alla porta della chiesa, recitò il rosario percorrendo le vie, visitò
il cimitero e infine cantò la Salve Regina, dopo aver fatto baciare alla
Visione molti oggetti che le erano stati affidati. Poi tornò a casa sua in
stato normale. La signora Ortiz le disse: «Come devi essere contenta, Conchita!
Finalmente il miracolo è arrivato! » «Sì, ma la Madonna mi ha detto che
molti, nonostante abbiano visto, non crederanno». La Commissione d'inchiesta
del Vescovo di Santander (nessun suo membro si degnò di salire a Garabandal per
osservare e constatare direttamente quel che poteva succedere) si irrigidì
nella sua posizione, sostenendo che nessun fenomeno miracoloso poteva essere
provato e attribuendo alla suggestione, all'allucinazione e al-l'isteria
collettiva ciò che gli astanti dicevano di aver visto... Persino davanti a
prove evidenti, come i negativi delle fotografie che erano state scattate, nego
i fatti e si rifugiò nell'ipotesi di una frode. «Conchita, aiutata da
qualcuno, aveva montato tutto questo con grande abilità, ed ella stessa aveva
preparato ciò che in seguito avrebbe mostrato sulla sua lingua» Ma le
testimonianze di quelli che erano stati più vicini alla ragazza, nel momento
decisivo, erano schiaccianti. Come quella del muratore Pepe Diez, quella del
giovane Miguel Gonzàlez e del saggio agricoltore di Pesués, Benjamfi Gomez: «quando
Conchita aprì la bocca per comunicarsi, sulla sua lingua, esaminata con una
potente lampada, non c’era niente di niente, e all'improvviso apparve
un'ostia di un biancore immacolato»... Avrebbero rilasciato certamente questa
dichiarazione nel modo più categorico e sotto giuramento davanti a un tribunale
ecclesiastico. Ma né questo tribunale fu mai costituito, né essi furono
invitati a deporre. Due uomini venuti da lontano vissero quella notte durante il
fatto dell'Ostia due esperienze personali particolarmente intense: si tratta di
Alejandro Damians di Barcellona e di un medico francese di Parigi, il dottor
Caux. Della lunga testimonianza del signor Damians voglio riprendere solo
qualche punto: «Devo segnalare
che, poco prima della mezzanotte, le nubi che in precedenza oscuravano il cielo
si dissiparono: una moltitudine di stelle, molto luminose tra quei monti,
cominciò a brillare intorno alla luna. Grazie a quella luce e a quella delle
pile tascabili che rischiaravano la strada, potevo vedere chiaramente Conchita
con la bocca aperta e la lingua fuori, nel classico atteggiamento di chi sta per
ricevere l'ostia. Era più bella che mai! La sua espressione e i suoi gesti,
lungi dal provocare il riso e dal sembrare ridicoli, erano di un misticismo
impressionante e commovente. All'improvviso, senza ch'io possa descrivere come,
senza che Conchita avesse modificato nulla del suo atteggiamento o della sua
espressione, la santa Ostia apparve sulla sua lingua. E impossibile rendere
l'emozione che provai in quel momento! E che provo tuttora ricordando
quell'istante... E’ qualcosa che mi prende il cuore, lo riempie di tenerezza,
rendendomi incapace di trattenere le lacrime che mi inondano gli occhi. Non mi
resi conto del tempo che era passato. Ricordo solo, come in un sogno, le voci
che mi gridavano di abbassarmi, e di aver sentito un colpo violento in testa...
» E cosa successe al dottor Caux? Il giorno dell'Assunta dell'anno seguente, 15
agosto 1963, i due si incontrarono di nuovo a Garabandal ed ebbero un dialogo
che fu poi con cura messo per iscritto. Eccone i passaggi essenziali, più
interessanti: Damians: «Quello che provai interiormente non lo potrò mai
descrivere». Caux: «Mi dica, ha guardato per tutto il tempo?» Damians: «Si,
da quando mi sono trovato vicino alla bambina non ho mai smesso di guardarla e
posso giurare che non ho perso di vista la sua lingua nemmeno un istante. Vidi
formarsi l'Ostia sulla sua lingua con una rapidità che l'occhio umano non può
cogliere. Rimasi stupefatto e ammutolito con una commozione profondissima.
Senza rendermene conto, presi la mia cinepresa e filmai rapidamente gli ultimi
secondi del miracolo. La felicità che provai in quel momento, non la cambierei
certamente per un miliardo di pesetas, né per nessuna cosa al mondo. Era una
gioia così immensa, così profonda che né posso spiegarla né condividerla con
altri. Qualcosa di incredibile. Qualcosa per la quale darei la mia vita e che
non mi permise, poi, né di seguire le estasi della bambina, né di andare con
mia moglie, né di stare con nessuno. Potei solamente rifugiarmi in un angolo e
piangere in silenzio». Caux: «Sono contento di sentirlo. Veramente. Ci sono
ancora due cose che mi piacerebbe sapere: questa sua gioia così grande era
imputabile al suo stato di Grazia? Perdoni la mia indiscrezione». Damians: «Le
rispondo con molto piacere: sì, mi trovavo in grazia di Dio; e la mia enorme
emozione la produsse non il miracolo in se stesso, non la vista della bambina
con una cosa bianca sulla lingua, ma... - le sto dicendo qualcosa di grande -
quello che vissi, ciò che provocò quella fortissima impressione, fu lo stare
ALLA PRESENZA DEL DIO VIVO E VERO. Credo che nessuno al mondo potrà procurarmi
un emozione pari a quella che ebbi al VEDERE LUI, nel momento più grande e più
solenne della mia vita». Caux: «Lei non sa a che punto mi rende felice da un
lato e infelice da un altro. Io ho provato la stessa sensazione, ma in senso
inverso. Io avevo preparato tutto per filmare la scena, era tutto a punto...
quando tutto mi andò storto, per cui non potei filmare proprio nulla. Soltanto
all'ultimo istante, all'ultima frazione di secondo sono riuscito a vedere
l'Ostia che stava già sparendo inghiottita dalla piccola. Nello stesso
istante fui preso da un dolore spaventoso, orribile, che mi affogava... IL
DOLORE DI UN DIO PERDUTO: DI UN DIO CHE ERO RIUSCITO AD INTRAVEDERE, PER
VEDERLO SPARIRE. Fu solo in quel momento che capii di essere in peccato
mortale. Piangevo come lei, ma di dolore. Compresi davvero che cosa fossero il
peccato e l'inferno. Mia moglie cercava inutilmente di consolarmi. Io non avrei
saputo spiegarle niente e lei non mi avrebbe potuto capire. Era qualcosa di
troppo doloroso per essere condiviso e per riceverne consolazione. Ebbi
persino l'impressione, quella notte a Garabandal, che la gente, il paese mi
evitassero, come se avessero visto il mio peccato. Ora so cos'è Dio e che
cos'è l'inferno: non vedere Dio. Quella sensazione dell'inferno, mi spinge a
cercare di smuovere il mondo ed annunciare io stesso che cosa sia successo e che
cosa occorra perché le anime si salvino. La mia famiglia fu la prima a credermi
folle, benché ora non siano più dello stesso avviso. Ma le assicuro che
l'opinione degli altri mi importa ben poco: solo Dio mi importa». In una
lettera dell'aprile 1970, la Baronessa Marie-Thérèse le Pellettier di Glatigny
mi diceva: «L'altra sera a Parigi, il dottor Caux ci faceva delle confidenze su
ciò che aveva provato quella notte a Garabandal... Ci ha assicurato che, nel
momento preciso del miracolo, visse un'esperienza che le parole umane non saprebbero
tradurre: e cioè cosa voglia dire perdere Dio; Caux percepì la realtà
terribile dell'inferno nel preciso istante in cui fu colto dall'orrore per il
suo stato di peccato mortale. - Preghi per me, signora, mi disse infine, perché
io non ricada mai in peccato grave, ora che ho fatto l'esperienza della sua
terribile dimensione». Credo che questa pagina di Garabandal sia di
grandissimo valore, da qualunque punto di vista la si esamini. Tuttavia, per
un insieme di circostanze e di processi sommari che non si riescono a
spiegare, la più spessa cortina di dubbi e sospetti si è mantenuta
ostinatamente sul fenomeno che la genero. Testimoni come il signor Damians e il
dottor Caux non sono mai stati chiamati a deporre. La Commissione d'inchiesta si
trincerò senza aspettare oltre, nella convinzione che tutto era stato
abilmente montato da Conchita e dai suoi complici. Una domanda sorge allora
spontanea: perché non ci furono altre frodi analoghe, dal momento che
esperienze come quelle che vissero i due uomini ne sarebbero valse la pena?
Una
seconda estate a Garabandal
La
giornata del 18 luglio scatenò a Garabandal una vera effervescenza di
commenti e di atteggiamenti fra i più disparati. Durante gli ultimi giorni del
mese di luglio, e ancor più durante i primi giorni di agosto, l'afflusso dei
visitatori continuò ad aumentare. Arrivarono anche alcuni specialisti e
persone qualificate, che avrebbero cercato di spiegare e giudicare l'insieme
dei fatti: compito ingrato, in verità, poiché a Garabandal si è toccato con
mano, come raramente altrove, quanto siano insondabili i disegni del Signore (Rm
11, 33). I «saggi e i sapienti di questo mondo» (Lc 10-21) ne restavano
sconcertati, ed era già tanto se sapevano rifugiarsi in un silenzio discreto.
Quella che abbiamo denominato «dimensione eucaristica» di Garabandal acquisì
durante l'estate del '62 un'importanza speciale. Gli appunti di Don Valentin
riportano più volte questa annotazione: «Oggi le bambine dicono di aver
ricevuto la comunione dalle mani dell'Angelo». In data 2 agosto, festa di
Nostra Signora degli Angeli: «Conchita dice che dal 18 luglio, ogni volta che
non viene celebrata la Messa, l'Angelo viene a portarle la comunione, anche a
Loli…» Se queste comunioni passarono più di una volta inosservate, fu a
causa dell'ora e del luogo in cui si svolgevano. Merita una menzione speciale
quello che successe il 6 agosto, festa della Trasfigurazione del Signore. Nel
corso della mattina, dopo varie peripezie, giunsero tre frati di San Giovanni di
Dio (Fatebenefratelli), che avevano sentito parlare degli eventi di
Garabandal. Si informarono con più precisione al paese. Non era ancora
mezzogiorno inoltrato quando salirono ai Pini per mangiare alcuni panini.
Appena avevano cominciato, arrivò una ragazza con tre bambini; venendo a
sapere che si trattava di Conchita, la maggiore delle veggenti, cominciarono a
porgerle delle domande e le offrirono uno dei loro panini. «No, grazie, non
possiamo prendere niente, perché sono venuta qui per fare la comunione »
Questa insolita risposta lasciò a bocca aperta i tre frati che non erano al
corrente di quel genere di comunione. Qualche istante dopo, la ragazza si
allontanò silenziosamente e lentamente dai frati, poi cadde improvvisamente in
ginocchio. «Due di noi si inginocchiarono anch'essi, uno accanto a Conchita,
l'altro a tre passi di fronte a lei per osservarla meglio; il terzo, che aveva
con sé la macchina fotografica, si preparò a scattare qualche fotografia».
Videro, colti dall'emozione, la scena che tanti altri testimoni avevano già
visto, quella delle «comunioni mistiche» delle bambine. Ma accadde un fatto
nuovo: la comunicanda, dopo la sua azione di grazie, e sempre in estasi, con
atteggiamenti e movimenti pieni di grazia, presentò lo scapolare di ciascun
frate al bacio dell'Angelo. Tornata poi allo stato normale, disse loro che
l'Angelo l'aveva condotta a fare la comunione ai Pini a motivo della loro
presenza e che, inoltre, l'Angelo le aveva consegnato un messaggio per ciascuno
di loro. Possiamo immaginare la loro impaziente curiosità; ma dovettero
tuttavia contenersi e accettare di aspettare, dal momento che Conchita non era
autorizzata a svelare immediatamente questi messaggi. Il mese di agosto si
concluse con un fatto che non è stato sufficientemente messo in rilievo. Don
Valentin lo riporta brevemente nelle sue annotazioni con poche, succinte parole:
«Loli ha un'apparizione a casa sua alle 5 e 30; dà alcuni oggetti da baciare
alla Visione. Una signora inglese di fede anglicana, con molta emozione, chiede
il battesimo». Era mercoledì 29. La conversione di questa signora inglese mi
sembra molto significativa, se la avviciniamo ad altri episodi simili: - la
conversione di una giovane israelita; - la conversione di un protestante; - la
recita dell'Ave Maria nella lingua liturgica dei cristiani orientali
scismatici. Sembra che nel «mistero» di Garabandal un'attenzione tutta speciale
sia riservata ai nostri «fratelli separati», affinché questa separazione
sia felicemente superata per l'intervento della materna bontà di Maria.
Principali
eventi di settembre
Il
1 settembre cadeva di sabato, il primo sabato del mese, un giorno importante per
il significato che gli conferisce il Messaggio di Fatima... Dopo il rosario
della sera, in chiesa, Conchita cadde in estasi davanti alla porta dell'edificio
sacro. Due minuti più tardi, fu la volta di Loli e Jacinta e, altri due minuti
dopo, quella di Mari-Cruz. Era insolito che le ragazze avessero, tutte e quattro
contemporaneamente, un'apparizione nello stesso giorno e nello stesso istante.
Un pubblico numeroso le accompagnò nella loro marcia estatica. Salirono
dapprima ai Pini dove recitarono un altro rosario. A ritroso, intrapresero la
discesa verso il paese, si recarono al cimitero e fecero più volte il giro
della chiesa... Tre giorni più tardi si verificò un fatto inconsueto e di
importanza capitale. Nella notte del 4 settembre, Conchita ebbe un'estasi
prolungata, percorse le vie del paese fino al cimitero, dove cantò e pregò
da una parte all'altra. Sempre in estasi rientrò a casa, dove cadde in
ginocchio e cominciò a parlare. Uno degli astanti avvicinò alle sue labbra un
microfono per tentare di registrare le sue parole, appena percettibili... Dopo
riascoltò la registrazione: l'emozione fu grande. Si trattava del chiaro
annuncio di un miracolo. Annuncio che rapidamente diventò il principale oggetto
dei commenti e delle attese della gente. È
attestato dunque che, in quei giorni di settembre 1962, per la prima
volta venne annunciato, in modo chiaro, preciso e incontestabile, un miracolo:
un miracolo che non sarebbe stato affatto un «piccolo miracolo». Dalle prime
indicazioni, risultava che il miracolo: - sarebbe stato molto grande; - sarebbe
stato visto da tutti i presenti a Garabandal e nei dintorni; - sarebbe stato
visto dal Papa, in qualunque luogo si trovasse in quel momento, e così anche da
Padre Pio; - sarebbe stato annunciato solo da Conchita. Un grande miracolo, a
coronamento di tutti questi eventi, è confermato in queste poche righe del
diario di Conchita (secondo mie informazioni, la bambina cominciò a scriverle
nel settembre 1962 e smise nella primavera dell' anno seguente): «La Vergine
Santissima mi ha annunciato un grande miracolo, che Dio Nostro Signore
farà per Sua intercessione. Poiché il castigo sarà grande, perché ce lo
meritiamo, così anche il miracolo sarà altrettanto grande, perché il mondo ne
ha bisogno». L'annuncio del miracolo fu sicuramente la grande novità di
settembre; ma questo periodo non manca d'interesse per altri motivi. Sarei
quasi tentato di dire che questo mese fu uno dei più ricchi di avvenimenti,
così come testimoniano le precise note di Don Valentin. A più riprese si parla
in esse di: 1) Comunioni mistiche delle bambine: «Abitualmente l'estasi non
dura molto, ma è assai emozionante. La bambina cade in ginocchio (sembra che
il Cielo non sia assolutamente incline a favorire la comunione in piedi). A
voce molto bassa recita il Confesso a Dio onnipotente, si fa il segno di
croce, congiunge le mani sul petto, tira fuori la lingua, inghiottisce qualcosa
di invisibile, si rifà il segno di croce, e infine recita a voce molto bassa l'Anima
di Cristo. Poi nuovamente si fa il segno della croce e torna allo stato
normale. Sembra che le preghiere dopo la comunione siano recitate dall'Angelo
stesso... Le piccole mantengono sempre il digiuno fino all'ora della comunione,
secondo il vecchio stile (vale a dire senza bere né mangiare niente dopo la
mezzanotte precedente)». 2) Estasi accompagnate da sacrifici: «Le bambine
sogliono aspettare a coricarsi sino alle 22 e 30; se a quell'ora non hanno
ricevuto nessuna chiamata, vanno a letto. Se ne hanno avuta una, aspettano
l'Apparizione tutto il tempo necessario, nonostante caschino dal sonno: la
Madonna ha detto loro che devono aspettare e fare dei sacrifici... Esse non
mancano di farne, poiché, durante la giornata, conducono una vita normale in
casa loro, aiutando le madri... La madre di Conchita mi ha detto che sua
figlia dorme quasi meglio su una sedia che nel suo letto; passa le notti seduta
aspettando l'Apparizione; dorme appoggiando la testa al muro. E il giorno
seguente, immancabilmente, riprende il suo lavoro. Le quattro bambine lavorano,
lavano i piatti, puliscono, vanno a fare il bucato al ruscello. Fanno tutto
come le altre coetanee. La mancanza di sonno e di riposo non compromette né la
loro resistenza né il loro aspetto». 3) Conversioni: «Nel corso di un'estasi
notturna, nella notte fra il 5 e il 6 settembre, Loli ha pregato per una inglese
non cattolica. Barbara era pallida ed emozionatissima. Terminata l'estasi ha parlato
con Loli; era convinta che tutto avesse origine dalla Vergine e era ben decisa a
farsi cattolica». Quel mese di settembre fu un mese carico di speranze per
tutta la Chiesa per l'attesa dell'apertura del Concilio ecumenico Vaticano Il
convocato da Papa Giovanni XXIII. In quel Concilio, il Papa e tutta la Chiesa
riponevano enormi speranze... Già molti padri conciliari, con il loro seguito,
si erano messi in viaggio verso Roma. Alcuni di loro, provenienti dall'America
Latina, facevano sosta in Spagna: molti ne approfittavano per passare da
Garabandal. Cosa succedeva veramente lassù? Fu così che, per esempio, domenica
16 settembre, due sacerdoti argentini giunsero al paese, osservarono con
grande attenzione quanto accadeva e rimasero colpiti spiritualmente da quei
luoghi. Quei due sacerdoti accompagnavano l'allora arcivescovo di Rosario, il
cardinale Caggiano. In quegli stessi giorni, il dottor Puncernau,
neuropsichiatra di Barcellona, che già prima aveva esaminato le veggenti, aveva
ripreso le proprie osservazioni sulle bambine... Il dottor Ortiz di Santander,
che si trovava sul luogo, lo avvicinò e gli chiese: «Ebbene, caro amico, quali
sono le sue conclusioni?» «Le bambine sono perfettamente normali, non ne ho il
minimo dubbio. E’ chiaro che i fatti non possono essere attribuiti ad alcuna
malattia psichica. È la terza volta che vengo qui per studiare il comportamento delle
veggenti; se avessi scoperto qualcosa di sospetto in loro, lo avrei detto».
Durante le estasi, alle bambine si permetteva di rivolgere ogni tipo di domanda
alla Vergine (dopo tutto, non si trattava di un incontro con la loro Madre?), ma
il dialogo verteva sempre su questioni molto importanti. «Com'è il
Cielo?... In Purgatorio, c'è il fuoco?... In Paradiso non si può entrare
neanche con un piccolo peccato?... Costa molto per un peccatore convertirsi?...
Pregherò molto perché vengano qui in molti e si convertano... E anche perché
i buoni diventino migliori... Sai, mio fratello ha molto mal di stomaco, non Ti
chiedo di guarirlo, ma soltanto di alleviare un po' il suo dolore» (Conchita,
25 settembre). «Vergine Santissima, fa' che non Ti abbandoni mai! Che Ti ami
per tutta la vita. Oh! che mai, mai ti lasci... Che Ti ami sempre, sempre fino
alla morte. Oh! Vergine Santissima, non abbandonarci» (Loli, la notte fra il 12
e il 13). Per Mari-Cruz le visioni e i dialoghi terminarono in quel mese di
settembre. Il 18 sarebbe stato il giorno della sua ultima «comunicazione» con
il Cielo attraverso il fenomeno straordinario dell'estasi. Erano già alcuni
mesi che aveva poche apparizioni; ma a partire da quel giorno cessarono
completamente. Perché? Soltanto il Cielo può dare una risposta. Si può solo
ipotizzare una spiegazione Il mistero di Garabandal, nonostante una delle
protagoniste fosse stata messa da parte e un'altra, Jacinta, avesse conosciuto
lunghi periodi senza estasi, non era ancora al suo termine. Quanto ancora
sarebbe durato il mistero? Quale ne sarebbe stato l'epilogo? «Estacion»:
preghiera costituita da un certo numero di Padre Nostro e di Ave Maria recitati
davanti al Santissimo Sacramento.
Capitolo
ottavo
VERSO
UNO STRANO EPILOGO
Garabandal
e l'ultimo Concilio
Verso
la fine di settembre ed i primi di ottobre del 1962, mai come prima si
concretizzava il detto: «Tutte le strade conducono a Roma». In effetti, tutte
le vie del mondo erano percorse da centinaia di Vescovi e dai loro consultori
che accorrevano all'appello del successore di Pietro. Anche il Vescovo di
Santander, mons. Eugenio Beitia Aldazabal, dovette partire. Ma prima di
lasciare la diocesi, in una data importante come quella del 7 ottobre, festa
della Beata Vergine del Rosario, pose la sua firma in calce a una Nota redatta
dalla Commissione con la quale i fatti di Garabandal venivano nuovamente
squalificati e si stringeva il cerchio ufficiale d'incredulità e di ostilità
verso di essi. Non si trattava di una «condanna» canonica, dal momento che
nessun processo canonico e nessuno «studio» degno di questo nome erano stati
avviati; e neppure si erano verificate nuove situazioni che consigliassero un
nuovo intervento della gerarchia. E allora? Forse, si voleva esprimere, una
volta per tutte, un giudizio definitivo su fatti che, a Roma, avrebbero potuto
suscitare domande imbarazzanti; e che, in quel momento, si scontravano
fortemente con quello «spirito di secolarizzazione» che - in certi settori
della Chiesa - aveva incominciato a prender fiato, sotto il pretesto del «cambiamento»
di cui il Concilio avrebbe dovuto essere l'alfiere. Il fatto è che Garabandal,
che si era presentato - e ciò appare più chiaro ogni giorno - in misteriosa e
stretta relazione con quanto avveniva a Roma (e ben presto nell'intera
Chiesa), a partire da quelle date dell'ottobre '62, ricevette alla vigilia del
grande evento conciliare quelli che molti speravano sarebbe stato il colpo di
grazia. Le conseguenze di questa nuova Nota episcopale - la prima del nuovo
Vescovo, mons. Beitia - non soddisfecero del tutto i membri della Commissione,
ma furono sufficienti a far scemare notevolmente l'afflusso dei visitatori.
Sul retro di un'immaginetta mandata al parroco di Barro (Asturie) il 25
ottobre, Loli scriveva: «Vengono meno visitatori dal giorno della
pubblicazione della Nota vescovile, ma tutti i giorni viene gente». Don Luis
Lopez Retenaga, del seminario di San Sebastian (Guipùzcoa), annotava in un
rapporto inviato due mesi dopo: «La Nota del Vescovo di Santander ha seminato
una strana confusione fra i molti testimoni oculari dei fenomeni, giunti alla
conclusione che potessero essere stati causati solo da un intervento soprannaturale».
Va tenuto presente che in Spagna, a quell'epoca, la parola di un Vescovo era
considerata praticamente infallibile; per la maggioranza della gente il
Vescovo era l'incarnazione di tutta la Chiesa, era la Chiesa stessa...;
opinione eccessiva ma assai diffusa. Garabandal veniva dunque a trovarsi in una
situazione di quarantena gravida di sospetti. Ma che importanza aveva tutto ciò?
Tutte le luci erano ora puntate su Roma, dove, tra l'attesa e le rappresentanze
del mondo intero, stava per iniziare il grande Evento Cattolico del secolo...
Vale la pena ricordare ciò che accadde lassù, in quella piccola borgata dei
monti cantabrici, la sera stessa del giorno in cui il Vescovo firmava quella
Nota così severa. Si tenne una veglia del rosario in casa di Loli, in
un'atmosfera d'intimità; e Maria Herrero de Gallardo, già a noi nota, chiese
all'improvviso alla bimba: «Dimmi, Loli, quale Madonna vedi?» «Beh, c'è
una sola Madonna, anche se la chiamiamo in modi diversi: del Carmelo, del
Pilar, del Rosario..» «D'accordo. Ma come è la Madonna che vedi tu?» La
bambina fece ancora una volta la descrizione della Madonna che le appariva e
concluse: «Soprattutto i suoi occhi sono immensamente belli. Non esiste nulla
di simile sulla terra! Non sono paragonabili a niente e a nessuno di quaggiù.
Posso solo dire che sono bellissimi; non si può far altro che guardarli».
Qualche ora più tardi, verso l'1 e 30 della notte, Loli cadde in ginocchio
nella cucina di casa. «Il suo viso - dice Maria Herrero - era davvero
trasfigurato; la testa rivolta verso l'alto, i capelli ricadevano sulle spalle
in maniera molto graziosa; i suoi occhi guardavano estasiati. .. » Ad un
certo punto dell'estasi, la bambina come di consueto presentò al bacio della
Madonna gli oggetti portati dai visitatori. Tra questi c'era un piccolo messale
che apparteneva alla signora Herrero: questa si arrischiò a dire a Loli,
terminata l'estasi: «Vista la rapidità con cui hai presentato le pagine del
mio messale al bacio della Vergine, non è che le ha baciate troppo
precipitosamente?» «Oh, no! Certo che no! La Santissima Vergine non lo ha
fatto con precipitazione. Ella fa tutto in modo perfetto». Ottima lezione per
tutti: fare ogni cosa grande o piccola con tutta la diligenza possibile, senza
precipitazione né negligenza. A Garabandal, da parecchie settimane, si pregava
per il Concilio: perché avesse un buon esito, per il bene della Chiesa e del
mondo. Durante una veglia di preghiera per quest'intenzione (28 settembre),
ci fu persino un'omelia di un Passionista in visita, Padre Eliseo di Barcellona.
L'avvocato Luis Navas, che si trovava lì, scrisse in seguito nelle sue memorie:
«In quel momento non invidiavo per nulla chi era stato in luoghi rinomati come
Lourdes o Fatima... Avevo lì la sensazione di trovarmi sotto l'influenza più
diretta, immediata e materna della Vergine». Per molte persone che
condividevano gli stessi sentimenti, era difficile accettare che, senza mai
addurre una sola prova, la Commissione si ostinasse nel sostenere che i fatti
di Garabandal non avevano alcun segno di soprannaturalità, e che tutto poteva
avere una spiegazione naturale. L'inaugurazione solenne del Concilio era
annunciata per l'11 ottobre, festa - allora - della Maternità di Maria. Non
so se la notte precedente Papa Giovanni XXIII avesse dormito molto, lui che
aveva convocato quel gran raduno ecumenico in cui aveva riposto tanti sogni e
tante speranze... A Garabandal quella notte ci fu una veglia. «Passai l'intera
veglia a casa di Conchita - scrive il parroco di Barro, Don José Ramon de la
Riva. - In quello stesso giorno, 10 ottobre, era stata pubblicata sulla stampa
la Nota del Vescovo. Io ero accorso questa volta a Garabandal con l'ambasciatore
di Spagna in Arabia Saudita: Alberto Mestas, mio parrocchiano. Per occupare la
lunga veglia facevamo il gioco delle domande... e Conchita improvvisò questa:
"Vediamo, chi indovina a che ora verrà la Madonna?" Ciascuno disse
un'ora: ma le ore passavano e non accadeva nulla. I presenti si addormentarono
(qualcuno si allontanò). Io mi impegnai a restare sveglio per avvertirli quando
si sarebbe verificata l'estasi. In verità quella notte non riuscivo a prendere
sonno ed ero persuaso che non ci sarebbero state estasi fino alle 8 del mattino,
ora annunciata per la cerimonia d'apertura del Concilio, e così lo dissi
subito a tutti. Quando la radiolina a transistor di Conchita, che era accesa, cominciò
a trasmettere la cronaca della cerimonia solenne, guardai verso la bambina e mi
resi conto che era appena entrata in estasi». Sappiamo che la piccola parlò
con la Vergine del grande avvenimento. Le pose anche delle domande e ne
ricevette delle risposte... Ma non è stato possibile conoscere con esatta
certezza le comunicazioni che fece allora il Cielo: il Concilio doveva
d'altronde rivelarsi molto complesso, sia nello svolgimento, che nelle sue decisioni
e conclusioni. Nel corso di quell'estasi, fu posta la domanda che tutti si attendevano.
- Perché il Vescovo ha pubblicato quella Nota? Molte persone captarono questa
domanda; ed è logico che tutti tentassero poi di soddisfare la loro curiosità.
- E cosa ti ha risposto la Madonna? - La Madonna non ha detto niente, si è
limitata a sorridere. I motivi di quel sorriso furono forse le pretese degli uni
e i timori degli altri. Pretese di coloro che pensavano di poter spegnere con
quella Nota la fiamma di Garabandal; timori di coloro che soffrivano al
pensiero che quella stessa fiamma potesse veramente estinguersi. Quanto devono
aver fatto sorridere il Signore, a volte con indulgenza e a volte no, i nostri
problemi. «Perché questo agitarsi delle nazioni? Questa vana cospirazione
dei popoli? Colui che regna nei cieli li schernirà deridendoli…» (Sal 2,
1-4). È anche possibile che la Madonna sorridesse, in quell'occasione,
contemplando l'avvenire di Garabandal, a dispetto di tutte le Note e di ogni
genere di opposizione... l'inaugurazione del Concilio.
Il
miracolo si profila...
I
familiari delle veggenti, gli abitanti del villaggio, i forestieri che
accorrevano da lontano cominciavano a provare una certa spossatezza di fronte
a fatti straordinari in sé, ma che non sembravano avere una conclusione chiara
e definitiva. Non si smetteva di esigere dalle veggenti un miracolo, veloce e
convincente. Anch'esse furono assalite da questa esigente impazienza; chiedevano
un miracolo in ciascuna delle loro estasi; alla fine di ottobre cominciarono
ad annunciarlo come sicuro in una data prossima. Poco dopo si parlò anche di
due miracoli, annunciati uno da Conchita, l'altro da Loli e Jacinta;
quest'ultimo sarebbe dovuto accadere per primo. Quello di Conchita sembrava più
lontano, ma più «serio», più sicuro. Fu oggetto di nuove comunicazioni,
alcune molto precise, nella notte fra il 24 e il 25 novembre. Placido Ruiloba di
Santander, che assisteva all'estasi di Conchita, ne raccolse alcune su un
magnetofono. Confermate e completate in seguito dalla bambina stessa, possono
essere così classificate: - il miracolo si produrrà alle 20 e 30, cioè
alla stessa ora della prima apparizione (18 giugno 1961); - durerà circa un
quarto d'ora; - si vedrà alto nel cielo e così chiaramente che non si potranno
avere dubbi sul suo carattere divino; - i malati venuti con fede saranno
guariti. Il dottor Ortiz, pure presente a quest'estasi, testimonia: «Dopo
l'estasi la bambina appariva raggiante... Insistemmo perché ci rivelasse la
data del miracolo, ma lei ci rispose che il momento non era ancora arrivato, di
aver pazienza; che solo lei poteva rivelare la data otto giorni prima che si
verificasse, ma che il miracolo sarebbe sicuramente venuto, perché la Madonna
l'aveva promesso e la Madonna non può mentire». In quell'autunno del 1962,
Garabandal viveva nel desiderio ardente, nella quasi-necessità di un
miracolo. Ma il Cielo non interveniva solo per non deludere delle aspettative,
per quanto giustificate fossero. Cercava soprattutto di invitarci a vivere
sempre più profondamente la nostra fede cristiana. In novembre, non poteva
mancare l'attenzione verso coloro che «ci hanno preceduti nel segno della Fede
e che dormono nel sonno della Pace». Le ragazze, nelle loro estasi, furono
frequentemente condotte al cimitero per recitare, con i loro accompagnatori, le
preghiere dei defunti. Su questi fatti abbiamo un bellissimo resoconto in una
lettera di Maximina, del 6 novembre, indirizzata alla famiglia Ortiz di
Santander: «A riguardo delle apparizioni, posso dirvi che tutto continua come
prima. Adesso, il rosario è sovente cantato per le vie del villaggio. Conchita
si reca spesso al cimitero e l'altro giorno ci è andata con lei Maria-Dolores.
Camminavano per le strade del paese cantando il rosario e ci portarono al
cimitero. Lì, smisero di cantare e si misero a pregare con grande devozione.
Mai nessuna di loro, durante le estasi, era entrata nel cimitero, ma quel
giorno Conchita aprì la porta ed entrammo. Non potete immaginare il grande
rispetto che ella ispirò a tutti! Andarono dapprima sulla tomba del padre di
Conchita: si inginocchiarono con grande devozione e appoggiarono la croce (il
crocifisso che portavano tra le mani) a terra, poi l'alzarono offrendola da
baciare alla Madonna. Sia l'una che l'altra facevano gli stessi gesti,
naturalmente senza guardarsi, con gli occhi fissi rivolti al Cielo. Andarono
poi sulla tomba di mio marito e anche lì si inginocchiarono: io ero molto
emozionata. Da lì, vennero verso di me e mi diedero il crocifisso da baciare,
lasciando che lo facessi a lungo. Andarono infine su un'altra tomba, quella di
mia madre. Come potevano riconoscere le tombe senza guardarle?» Nonostante
Maximina termini questo racconto epistolare con questa frase: «Noi non sappiamo
cosa significhi tutto ciò», mi sembra si possa cogliere questo episodio alla
luce della dottrina della Chiesa sulla comunione fra i morti e i vivi (Comunione
dei Santi). La Madonna si mostrava a Garabandal in qualità di Madre, Madre di
coloro che sono ancora quaggiù, Madre di coloro che se ne sono già andati.
Madre per le cose importanti, ma anche per quelle più ordinarie: come
testimonia il seguente fatto. Accadde in una notte di questo stesso novembre,
una notte particolarmente ventosa. In casa di Ceferino si svolgeva una veglia
in attesa dell'estasi di Loli. Verso le 3 del mattino, il vento raddoppiò la
violenza come premonizione di un temporale. Julia, la madre, chiese a sua figlia
di andare a raccogliere dei panni stesi fuori. Loli si alzò e si apprestò ad
obbedire: anche se si notava che le costava molto. Stava già andando verso la
porta, con una lanterna in mano, quando cadde in ginocchio in estasi,
facendosi più volte il segno con la croce; si rialzò subito ed uscì. Poco
dopo, la si vide tornare, sempre in estasi, con la biancheria fra le braccia.
Cosa era successo? La bambina lo spiegò poi: le costava molto obbedire a sua
madre perché aveva paura di uscire da sola a quell'ora e con quel tempo. La
Madonna, vedendo la sua buona volontà, ma anche la sua paura, era venuta per
accompagnarla, maternamente. In quei giorni di novembre, alcuni francesi in
visita per la prima volta a Garabandal poterono contemplare alcune estasi
delle bambine. Il più interessato fu Padre Materne Laffineur, specialista in
questo genere di fenomeni. Le testimonianze di ciò che videro e provarono
allora sono riportate nel libro L 'Étoile dans la Montagne. Tornarono,
naturalmente. Ed è a loro che dobbiamo in gran parte la diffusione dei fatti di
Garabandal all'estero. Vi hanno lavorato molto e bene. Possiamo legittimamente
pensare che il loro arrivo sul luogo delle nuove apparizioni del 1962 entrasse
nei piani della Divina Provvidenza, come elemento decisivo per farle conoscere.
Ci hanno lasciato una preziosa testimonianza di ciò che erano allora le notti
di Garabandal. «Quando, per via delle "chiamate", si aspettava la
visita della Madonna, né le ragazze, né i genitori andavano a dormire. Così
abbiamo passate molte di quelle veglie a casa di Conchita, con sua madre
Aniceta, suo fratello maggiore Serafin e qualche visitatore... Chi sarebbe in
grado di rendere l'incanto di simili momenti? Erano veramente uniche quelle
notti di attesa. Passavamo il tempo in preghiera, cantando e commentando
l'inesauribile bontà della Madonna, e ciascuno portava le sue più intime e
indimenticabili esperienze». Ma è comprensibile che simili notti di veglia,
specialmente per quelli che le avevano vissute più e più volte, da tempo, non
erano sempre un... «incanto»! Il 22 novembre Maximina scriveva a Eloisa de la
Roza Velarde, cognata del dottor Ortiz: «Sabato siamo saliti ai Pini recitando
il rosario, pioveva senza sosta. Poi siamo andati fino al cimitero, dove siamo
sprofondati nel fango fino alle orecchie. La domenica, idem, siamo saliti ai Pini
sotto la neve, con la gente incurante delle intemperie. In seguito, le bambine
sono scese a ritroso, in ginocchio, sulla neve e passando per i punti più
difficili. Poi siamo andati di nuovo al cimitero sotto la grandine e con un
vento violentissimo. Il martedì, stessa cosa; il mercoledì, la notte era
migliore, ma ancora decisamente glaciale». Il dottor Ortiz mi riferì un giorno
quello che gli aveva raccontato la figlia di Tiva: «La notte del 1 dicembre
soffrivo di violento mal di denti, al punto che dovetti mettermi a letto. Verso
le 3 del mattino sentii del trambusto in casa di Jacinta, mi affacciai alla
finestra e vidi la bambina uscire in estasi, nonostante la notte infernale per
il freddo e la pioggia. Mi fece pena e scesi per accompagnarla. Nel momento in
cui stavo per raggiungerla, si aprì la porta di casa sua e sua madre Maria uscì
di cattivissimo umore dicendo: "Quello che mi fai fare oggi, non lo rifarò
più: la prossima volta, barricherò solidamente la porta". Per strada,
incontrammo Maria-Dolores ugualmente in estasi e sola. Andai ad avvertire sua
madre Julia, e poco dopo camminavamo insieme, le due bambine davanti e noi tre
dietro. Ci fecero salire due volte ai Pini recitando il rosario, e, come al
solito, percorremmo il paese. La notte era veramente inclemente, e il malumore
di Maria non cessava. Julia tentava di calmarla: "Cosa possiamo farci? Sono
le cose di Dio. Oggi devo consolarti io, mentre altre volte eri tu a confortare
me ». Le veglie di Garabandal avevano molto fascino, ma spronavano innanzi
tutto alla penitenza. Era inevitabile che talvolta si facesse sentire la fatica.
Luis Navas Carrillo sentì una volta Conchita in estasi dire: «Perché non
mi hai lasciato cenare? Prima non mi facevi dormire, adesso non mi lasci
mangiare. In Cielo chiaramente non si ha bisogno di mangiare, vedendo Dio!... Ma
io, siccome non vedo Dio, ho bisogno di mangiare». Era lo sfogo molto
spontaneo di una figlia nei confronti di una Madre, seppur diversa da tutte le
altre. Possiamo immaginare ciò che stavano passando le persone che non avevano
la fortuna delle veggenti... nel corso di quelle veglie lunghe e ripetute. Tutti
questi fedeli nutrivano la speranza di un finale prossimo e prodigioso: il
miracolo. Con la speranza del miracolo avevano la forza di sopportare, pensando
all'epilogo... Nessuno avrebbe immaginato che tutto ciò potesse continuare
indefinitamente. Il tema del miracolo riempiva le conversazioni di Garabandal
nelle ultime settimane dell'anno. Si aggiunsero altre riflessioni in proposito,
per esempio: «Poco prima del miracolo, molte persone avranno smesso di credere,
ma questo non perché esso tarda a venire... » «Il giorno in cui si verificherà
il miracolo, sparirà il foglio firmato da Conchita a Santander quando la
portarono laggiù per estorcerle quelle confessioni strane, nel luglio del
1961». Entrambe queste precisazioni furono raccolte dalla bocca di Conchita
dopo un'estasi che si verificò di primo mattino il 6 dicembre. Due giorni più
tardi, festa dell'Immacolata Concezione, la bambina festeggiava il suo
onomastico e all'alba ebbe il favore di un'apparizione della Madre del Cielo.
Si poté registrare su un magnetofono una parte di quello che la bambina
diceva: alcuni discorsi sono di un sorprendente infantilismo; se consideriamo
che aveva già 13 anni compiuti... Ma ci sono altri particolari: «Ho proprio
voglia che venga quel giorno... sai perché ne ho tanta voglia? La gente non
crede...! Ah! E dopo, quando ci sarà l'avvenimento del miracolo,... più
nessuno crederà?... Basterà una settimana?... Quando Ti vedrà la gente?» Pochi
giorni più tardi, assicurava a Mercedes Salisachs che un giovane paralizzato,
di cui quella donna si prendeva cura, sarebbe guarito il giorno del miracolo «ovunque
si trovasse».
Una
divisione inattesa
Durante
le ultime settimane del 1962, incominciarono una serie di crisi che sarebbero
scoppiate apertamente nel corso dei primi mesi dell'anno seguente. Il 28
dicembre Maximina, in una lettera a Eloisa de la Roza Velarde, dopo aver
lamentato l'assenza del sacerdote per Natale, dà così il quadro della
situazione: «Le apparizioni continuano come sempre; ma per ciò che riguarda il
miracolo, non abbiamo saputo più niente». Racconta poi l'emozione di due
asturiani (che alloggiavano in casa sua) in seguito a una prova ricevuta
attraverso le bambine e aggiunge: «A noi che viviamo qui non fa più sensazione
niente, perché siamo abituati a tutto. Speriamo di vedere qualcosa di più
importante, ma... non so quando lo vedremo. Non mi sembra che mentano in merito
al miracolo. Quello di Loli e di Jacinta dovrebbe aver luogo quest'anno, da
quello che abbiamo capito, ma quest'anno sta per finire... La cosa più
importante è che avvenga, ma temiamo che non succederà, né quest'anno, né
mai... » E’ evidente che alla fine del 1962 l'annuncio e l'attesa di due
miracoli occupava le menti di Garabandal. Da un lato «quello di Conchita» che
sembrava dovesse essere più importante, il definitivo; quanto all'altro,
Padre Luis Lopez Retenaga, della diocesi di San Sebastian, che era salito di
nuovo con il permesso episcopale a Garabandal nel febbraio del 1963, informava
così il suo Vescovo degli avvenimenti: «È
la quarta volta
che faccio visita a questa borgata montana. All'epoca della mia precedente
venuta alla fine dello scorso anno, avevo raccolto voci circa la realizzazione,
quasi imminente, di un miracolo annunciato da Loli e Jacinta; ma non mi fu
possibile, allora, verificare l'autenticità di tali voci. Ma so che
all'inizio del mese di gennaio, poiché il miracolo annunciato dalle due bambine
non si è realizzato, le illusioni di molti sono svanite. Tanto i familiari
come la maggior parte del paese si sono sentiti defraudati e umiliati, e quella
gente ha tramutato l'ammirazione verso le due bambine in un atteggiamento di
ripulsa e diffidenza, facendole oggetto di continue mormorazioni. Conchita è
il bersaglio preferito di questi rimbrotti, poiché è sempre stata considerata
come la responsabile o la più colpevole di tutti gli eventi». Ci troviamo
qui di fronte ad uno degli episodi più impenetrabili e tuttora meno chiariti
di Garabandal. Non l'ho rifuggito, ho cercato di fare un po' di luce con le
poche informazioni che avevo fra mani. Fu così che scoppiò la crisi del 1963
che può essere considerata come un primo epilogo di Garabandal. Conchita
scrisse nel suo diario: «A noi quattro, Loli, Jacinta, Mari-Cruz ed io, fin
dall'inizio la Madonna aveva predetto che ci saremmo contraddette le une con le
altre, che i nostri genitori non sarebbero più stati dalla nostra parte e che
saremmo arrivate persino a negare di aver visto la Vergine e l'Angelo. La
Madonna ci aveva stupito molto quando ci disse queste cose. E nel gennaio 1963
tutte queste profezie della Madonna si sono realizzate, perché siamo arrivate a
contraddirci le une con le altre e abbiamo negato di aver visto la Madonna.
Incluso un giorno in cui l'abbiamo persino detto in confessione. Ma dentro di
noi eravamo sicure che la Madonna e l'Angelo ci erano apparsi, poiché... » Le
bambine stesse non comprendono quello che accade loro e restano sorprese di ciò
che dicono e fanno, e tutto questo contro il loro sentimento interiore. Si
direbbe che una forza strana e misteriosa le sospinga a comportarsi in questo
modo. La Madre del Cielo, che comprende bene cosa succede loro, riappare dopo
qualche giorno, piena di bontà. Tuttavia il processo di crisi si era ormai
scatenato. «Il padre di Loli, Ceferino, chiese che venisse una commissione
di medici. Si chiamavano: Alejandro Gasca, Félix Gallego e Celestino Ortiz.
La stessa notte del loro arrivo, cominciarono con un interrogatorio a Mari-Cruz,
a Jacinta,a Loli e anche ai loro genitori, chiedendo perché negassero di aver
visto la Madonna. Non so cosa risposero. Io so solo che dissero che ero stata io
a inventare il miracolo dell'Ostia e lo raccontarono a modo loro. Ovviamente
in questi momenti non si sa sempre ciò che si dice, e loro si lasciarono
dominare dal demonio. A partire da quel giorno non ebbero più apparizioni. Io
sì, quella stessa notte e fino al 20 gennaio. Da allora non ho più rivisto la
Madonna» (diario di Conchita). Fine dolorosa e veramente inattesa. Per
Mari-Cruz tutto si era concluso nel settembre precedente. Per Jacinta e Loli si
concluse in quel mese di gennaio 1963. Lo sappiamo da una lettera del 16 che
Maximina scrisse al dottor Ortiz: «Adesso è al corrente degli avvenimenti...
Conchita è la sola che continui a vedere la Madonna, se è vero che la vede»
(persino la stessa Maximina nutre dei dubbi). «Le altre negano di averla vista.
Così lei stesso può giudicare il risultato! » Anche noi possiamo renderci
conto delle conseguenze di un epilogo così sconcertante. Riferisce ancora
quella stessa lettera del 16: «C'è qui un gruppo di donne che godono per il
fatto che questo affare delle apparizioni non sia vero; lei sa bene che c'è
molta invidia. C'è anche un altro gruppo che ci crede più di prima. Io dico
che Conchita, che è mia nipote, non mente. Ma credo molto poco all'Apparizione.
Mio Dio! Non le sembra che se tutto questo non dovesse essere vero, potrebbe
essere per moltissimi una causa di perdizione? Può già immaginare la quantità
di storie che circolano qui». Così dunque, nel gennaio 1963, abbiamo, come si
è detto, il primo epilogo di Garabandal. Anche se Conchita avrà
posteriormente qualche altra apparizione, sarà tutto diverso rispetto al
passato in cui, per un anno e mezzo, quel piccolo angolo appartato della montagna
divenne luogo di incontri e scambi quotidiani tra il Cielo e la Terra: mai nella
lunga storia della Chiesa si erano viste simili cose.
Capitolo
nono
GLI
ULTIMI TRE ANNI
1963:
un anno di sospensione
Era
duro ammettere che la vicenda di Garabandal fosse conclusa: veramente e per
sempre. Un esito di quel genere non sembrava propriamente materno... come
Conchita scriveva in una lettera di febbraio alla signora Gallardo: «E’ già
da un po' di tempo che non vediamo più la Madonna... E non so quando tornerà,
poiché non si è congedata da noi e non ci ha detto niente... » Sembrava più
logico pensare a un'interruzione più che a un taglio definitivo.
All'improvviso, un nuovo fenomeno mistico venne a sostituirsi a quello delle
visioni e delle estasi: il fenomeno delle «locuzioni». Le ondate di disappunto
che scossero Garabandal in quel gennaio ‘63 si erano rivolte anche contro
Conchita, che, delle quattro ragazzine, sembrava la più convinta non solo degli
eventi passati ma anche sulla realizzazione di quelli annunciati. E subito... Ma
ascoltiamo Conchita: «Anch 'io ho dubitato un poco sull'evento di un
miracolo. Un giorno, mentre ero in camera mia in preda al dubbio... sentii una
voce che mi diceva: "Conchita, non dubitare; mio Figlio farà un
miracolo". La sentii dentro di me, ma talmente chiara che era come se
l'avessi sentita con l'udito. Eppure era un linguaggio senza parole. Mi lasciò
in uno stato di gran pace... in una gioia più grande ancora di quando vedevo la
Madonna. Il primo a cui l'ho detto è stato Placido Ruiloba di Santander; poi
lui l'ha riferito ad altri» (diario di Conchita). Il sacerdote già più
volte citato, Don Luis Lopez Retenaga, professore di teologia al seminario di
San Sebastian (Guipizcoa), scriveva nel suo terzo resoconto al Vescovo di
Santander: «Mentre ero per strada verso Garabandal, dove mi stavo recando per
aiutare il parroco durante la Settimana Santa (dal 7 al 14 aprile), venni a
conoscenza di certe voci riguardanti nuovi fenomeni che interessavano Conchita
e Loli. Esse stesse, durante la Settimana Santa, mi parlarono molte volte di'
“visioni interne” che sembravano avere. Potei esaminare separatamente
l'una e l'altra e giunsi alla conclusione che si trattasse di
"locuzioni" Conchita disse che questo nuovo fenomeno le era già
capitato altre volte. Sembra che sia cominciato a marzo, nel periodo in cui
soffriva penosamente per la lunga assenza della Madonna, iniziata a gennaio, e
per i dubbi manifestati da così tante persone... Un giorno, stando
inginocchiata a casa sua in preda a queste angosce, udì la Madonna che le
diceva: "Non dubitare; mio Figlio farà un miracolo" La sua certezza
al riguardo, da allora, è evidente dalla grande pace di cui gode. Nella stessa
occasione mi conferma: "Odo, senza percepire voce", altre cose, per il
bene della sua anima e quella di altri... ». La prima «locuzione» di cui Conchita parla nel
diario si manifestò a marzo, all'inizio della Quaresima; trascorse un mese
prima che ne avvenisse una seconda: «I giorni passavano e lei (la Madonna)
non tornava a parlarmi! Mi faceva soffrire, ma la comprendevo: come aveva potuto
Dio accordarmi una felicità così grande, senza che me la meritassi? Ma in capo
a un mese ho sentito di nuovo quella voce di felicità interiore, senza parole,
in chiesa» (diario di Conchita). L'adolescente, con i suoi 14 anni appena
compiuti, era diventata una ragazza molto sveglia; è importante constatare
che viveva in quei mesi un periodo di fervore speciale. In una lettera di sua
zia Maximina, datata 11 febbraio, si legge: «Quando Conchita non deve andare
nei campi, passa praticamente tutta la giornata in chiesa. Al mattino va a
recitare il rosario, e alcune donne si aggregano a lei. Al pomeriggio, vi passa
la maggior parte del suo tempo, senza mai annoiarsi». Questo non significa
che la ragazza fosse diventata matta o che si fosse chiusa in sé. La stessa
Maximina le chiese un giorno: «Cosa ti piace di più, divertirti o stare in
chiesa?» Sempre pronta a scherzare, la ragazza rispose: «Mi piacciono molto
tutte e due le cose». Se queste erano le sue disposizioni spirituali
immediatamente prima delle «locuzioni», possiamo immaginare cosa sarebbero
diventate dopo. Conchita sembra farvi allusione quando scrive: «Queste
locuzioni mi hanno fatto molto molto bene. Preferisco le locuzioni alle
apparizioni perché, nelle locuzioni, mi sembra di avere la Madonna dentro di
me». Sono quasi le ultime righe del suo diario incompiuto. Passò un mese
tra la prima e la seconda locuzione, e quello spazio di tempo sembrava dover
diventare l'intervallo abituale. In una lettera del 7 luglio, Maximina scrisse
alla famiglia Pifarré di Barcellona: «Non so se vi ho già detto che
Conchita e Loli ora hanno delle "locuzioni"; e come se la Madonna
parlasse loro senza che esse La vedano. Mi dicono che nel corso di queste
"locuzioni" provano una gioia immensa. Mi pare che le abbiano una
volta al mese... » E verso la fine dell'anno, il 28 novembre, la stessa
Conchita scriveva a Maria Herrero de Gallardo: «Mi chiedi di parlarti della
Vergine... Cosa posso dirti se ora non La vedo più? Io Le parlo (o meglio Lei
mi parla) solo una volta al mese. Questo mese però non ho ancora parlato con
Lei: domani o dopo domani mi parlerà». E Maria scrisse qualche tempo dopo
sulla pagina manoscritta della bambina: «Il giorno successivo, 29 novembre,
ebbe la locuzione che aspettava». Conchita dichiarò che le locuzioni si
producevano sempre quando era in preghiera, sia a casa sua, sia in chiesa. Loli
affermò la stessa cosa. Una risposta interessante fu data dalle due bambine
alla domanda posta da Don L0pez Retenaga: «Cosa scegliereste tra un'apparizione,
una comunione o una locuzione»? « La comunione! » risposero
contemporaneamente. « Si cerchi di cogliere - notò il sacerdote - il valore di
quella risposta. Lo stato di felicità e di gioia che portavano le apparizioni
e le locuzioni contrastava con l'aridità e la rigidità delle loro comunioni.
Sì, soltanto una grande fede poteva portare queste giovinette, senza
formazione speciale, a formulare una risposta così giusta». Nelle locuzioni,
intervennero dapprima la Madonna, poi in seguito, anche il Signore. Quelle
della Madonna erano improntate ad un affettuoso atteggiamento materno. Quelle
del Signore... ascoltiamo Conchita: «Le apparizioni e locuzioni della
Madonna mi riempivano di felicità; ma le locuzioni di Gesù erano ancora
migliori. Non so, si trattava di qualcosa di diverso, di superiore. Il Signore
era molto serio e, quando mi parlava, sembrava preoccupato per tutti; la
Vergine, al contrario, sembrava preoccuparsi specialmente per me» (dai
suoi colloqui con Madre Maria Nievas, al collegio di Burgos, il 9 e il 16
novembre 1966). Durante una locuzione che ebbe dopo essersi comunicata, il 10
luglio 1963, il Signore disse che il miracolo sarebbe venuto per convertire
tutto il mondo (e non soltanto la Russia, benché questa fosse specialmente
designata...). In questa o in un'altra locuzione, il Signore le parlò dei sacerdoti:
«Bisogna pregare molto per loro: perché siano santi e compiano bene il loro
dovere; perché rendano gli altri migliori; che Mi facciano conoscere a coloro
che non Mi conoscono; che Mi facciano amare da coloro che Mi conoscono ma non
Mi amano». Anche a Loli, nel corso delle locuzioni da cui era favorita, fu
chiesta la stessa cosa. In una lettera indirizzata a Padre Retenaga, datata 13
ottobre di quell'anno, troviamo queste preziose confidenze: «La Vergine mi fa
capire quando un sacerdote è in stato di peccato, perché io possa pregare e
fare dei sacrifici per lui... In una locuzione durante la quale parlavo con la
Madonna, Le chiesi di darmi una croce affinché io soffrissi per tutti i
sacerdoti. Ella mi comandò di compiere tutto con pazienza e di essere molto
umile, ché quello è più gradito a Dio... Aggiunse anche: "Prega per i
sacerdoti, ce ne sono che hanno bisogno ogni giorno di maggiori sacrifici... In
un'altra occasione, Le chiesi: "Perché i miei genitori non credono?"
Ed Ella mi rispose: "Perché tu devi soffrire, sì, devi soffrire molto
in questo mondo". "E quali sacrifici devo fare?""Devi essere
più ubbidiente"».
«Restano
solo tre Papi»
Il 3 giugno una grande notizia si sparse velocemente
in ogni parte del mondo: «E morto il Papa». Tale notizia suscitò una viva emozione,
poiché papa Giovanni XXIII aveva acquisito grande popolarità. Anche le
campane dell'umile chiesa di San Sebastian de Garabandal suonarono a morto per
lui... Fu allora che, apertamente, Conchita disse a sua madre, e lo ripetè
poi ad altre persone: «Ora restano solo tre papi». - Ma come fai
saperlo? - Me l'ha detto la Madonna. - Allora sta per venire la fine del mondo?
- La Madonna non ha parlato di «fine del mondo», ma di «fine dei tempi». - E
che differenza c'è? - Questo non lo so; so solo che mi ha detto che dopo questo
papa ce ne saranno solo altri tre: poi giungerà la «fine dei tempi». E’
possibile che la Vergine abbia parlato di questo argomento in diverse occasioni.
Sappiamo con certezza che ne parlò il mattino del 20 dicembre 1962 durante
un'estasi di Conchita. Lo sappiamo con assoluta certezza dalle precise
annotazioni che scrisse allora un testimone di riguardo, il signor Francisco
Clapes Magmo, di Barcellona. Ne ho avuto conferma da una lettera che Maximina
scrisse il giorno stesso alla famiglia Pifarré, nella quale si legge: «Oggi
Conchita ha detto che ci saranno solo più tre papi... » L'asserzione della
Vergine venne come una rettifica a una domanda fatta dalla ragazza a proposito
di qualcosa che aveva udito ma non capito bene: «Dice Mercedes (la scrittrice
Mercedes Salisachs, lì presente) che secondo le profezie di San Malachia sui
papi, ne restano solo due». La Vergine rispose che ci sarebbero stati ancora
tre papi e non due; dopo di che, sarebbe giunta la «fine dei tempi». Questo
annuncio profetico non è mai stato smentito da Conchita nemmeno una volta; al
contrario, l'ha ripetuto, per iscritto e oralmente, ogni volta che è stato
necessario. Non è possibile pensare, vista la sua precisione compromettente,
che questa dichiarazione possa essere frutto di delirio, o un inganno della ragazza.
Così come la ragazza ha sempre detto di non aver mai udito che, dopo i tre
pontefici successivi a papa Giovanni XXIII, sarebbe venuta la fine del mondo,
bensì la «fine dei tempi»; e che lei ignora quale differenza può esserci
fra l'una e l'altra cosa. Chiarire questa differenza non è facile, sebbene a me
pare di comprenderla meglio ogni giorno che passa. A Garabandal, fin dal 1963,
siamo stati dunque avvertiti con chiarezza: stiamo per giungere a ore decisive,
forse le ultime che l'orologio della storia segnerà... Ma al limite di queste
ore, ci sarà data ancora una grande e meravigliosa occasione di salvezza.
Il
miracolo
L'anno 1963 viene a confermare e precisare
ulteriormente la profezia. Si precisano nuovi dettagli. Don Luis Lopez
Retenaga, redigendo il suo secondo resoconto sugli eventi di Garabandal
nell'aprile del 1963, riassume così ciò che ha raccolto in merito: «Conchita
afferma: - Che è a conoscenza del miracolo sin dall'ottobre 1961. - Che la
Madonna dapprima lo ha comunicato a lei sola. E che lei stessa in seguito ne ha
informato le altre ragazze. - Che sarà di giovedì (giorno eucaristico) alle 8
e 30 di sera, e che durerà circa un quarto d'ora. - Che quel giorno si
verificherà un avvenimento nella Chiesa: il miracolo verrà in seguito, in
quello stesso giorno. - Che lei stessa annuncerà la data del miracolo otto
giorni prima. - Che, oltre a coloro che si troveranno nel paese o nei dintorni,
il Papa vedrà il miracolo dal luogo in cui si troverà e così Padre Pio. La
Madonna non ha precisato quale Papa. - Che i malati presenti saranno guariti,
ivi compresi i peccatori, poiché secondo la Madonna "sono anch'essi suoi
figli"».
L'ultima
apparizione dell'anno
Il 1963 si conclude a Garabandal con una nuova visita
della Madre del Cielo a Conchita, nel giorno del suo onomastico, l'8 dicembre.
Erano le 5 e 30 del mattino. Il silenzio e l'oscurità avvolgevano il villaggio
addormentato; faceva freddo; nessuno si muoveva e non si sentiva alcun rumore.
Conchita e sua madre si trovavano davanti alle porte chiuse della chiesa;
all'improvviso, l'adolescente cadde in ginocchio: era cominciata l'estasi.
Aniceta vide che sua figlia dialogava, ma non le era possibile cogliere il
dialogo. Più tardi soltanto se ne conoscerà una parte da un resoconto della
veggente: «La Vergine mi ha innanzitutto augurato "buon onomastico"
e poi mi ha detto: "Tu non sarai molto felice sulla terra, ma lo sarai
in Cielo". Poi mi disse molte cose... mi parlò degli eventi futuri...
Ma mi ingiunse di non rivelare nulla... » Così, tra crisi, annunci,
misteri e speranze, passò questo sconcertante anno 1963, secondo del Concilio
Vaticano Il, terzo degli eventi di Garabandal. In quell'epoca, molti dei fatti
non potevano essere capiti. Tuttavia, l'ultima dichiarazione fatta a Conchita
resta chiara e valida per ciascuno di noi: ricercare la felicità sulla terra,
qui e adesso... «hic et nunc», significa inseguire un sogno utopistico.
1964:
altro anno di interruzione
Le veggenti continuarono a non avere altre
apparizioni. In compenso, Conchita e Loli ebbero ancora delle «locuzioni»,
sebbene molto rare. Con questo singolare favore dal Cielo le ragazze acquisirono
una notevole maturità spirituale. Il 4 febbraio, Maximina scriveva alla
famiglia Pifarré: «Io non nutro più alcun dubbio su quello che accade qui,
perché sento Conchita dire cose alle quali non so cosa rispondere e non mi
azzardo a proseguire nella conversazione. L'altro giorno, per esempio, disse
che la sola croce che aveva era di non amare sufficientemente Gesù; il resto,
per quanto impellente potesse sembrare, non importava nulla». E di nuovo, in
una lettera del 23 marzo: «Conchita è molto fervente; oggi mi ha detto che
si augura di entrare in convento e che, se potesse, le piacerebbe andare anche
adesso. E se vedessi com'è bella! Ma sembra che il mondo non la attiri; certo,
come è naturale, le piace anche divertirsi, ma sempre con i bambini più
piccoli, con la mia piccina e altri della stessa età». Frattanto il clima fra
gli abitanti non migliorava; il paese migliorava solo negli aspetti materiali.
I testimoni francesi che hanno scritto il libro L 'Etoile dans la Montagne confermano
queste impressioni: «Le famiglie cominciavano a esprimere un'invidia mal
dissimulata; e a proposito delle apparizioni non regnava l'unanimità... Non
pochi vacillavano per il protrarsi dell'attesa del famoso miracolo. Uomini e
donne che avevano seguito instancabilmente le quattro veggenti in estasi si
mostravano ora incapaci (eccetto alcuni anziani silenziosi e un certo numero
di anime più ferme) di attenersi a quello che molte volte avevano visto, udito
e toccato. Una popolazione con un appetito disordinato di fenomeni miracolosi
stava cadendo ora in una cecità spirituale e in una specie di indurimento tali
da suscitare stupore nei forestieri che provenivano da fuori... » Furono
questi stessi visitatori che mantennero accesa la fiamma di Garabandal.
Sapevano infatti che in quel luogo erano successe molte cose, serie ed
importanti, che non potevano essere vanificate da una semplice mancanza di
continuità. Che cosa speravano? Cosa cercavano ancora? Oltre ad incontri
personali con il soprannaturale, attendevano il «logico» epilogo a quelle
manifestazioni che avevano suscitato tante speranze e che si erano così
stranamente e repentinamente interrotte. Il coraggio e la speranza tornarono con
l'annuncio che Conchita aveva avuto di nuovo una visita della Madre del Cielo,
l'8 dicembre, giorno del suo onomastico: e quello che le era stato detto
allora era di interesse vitale. La bambina ne parlò a diverse persone e lo mise
anche per iscritto: «Il giorno dell'Immacolata Concezione, la Vergine mi ha
fatto gli auguri per il mio onomastico, e mi ha detto che il 18 giugno vedrò
di nuovo l'Angelo Michele» (lettera a Padre Laffineur del 12 gennaio 1965).
Era significativo: il grande Arcangelo non era mai entrato in scena per delle
inezie: il suo annunciato ritorno non sarebbe sicuramente coinciso con eventi
secondari; colui che per primo era venuto, quattro anni avanti, a segnare
l'inizio di tutti questi eventi, sarebbe tornato ora per concluderli.
1965:
un 'importante comunicazione
Nel pomeriggio della festa del 1 gennaio, Conchita
salì ai Pini dove di nuovo ebbe una apparizione. Vi era salita tutta sola; ma
una parte della sua estasi fu notata da due testimoni inattesi: Joaquina (12
anni) e Urbano (9 anni) che scendevano dalla montagna diretti al paese con il
loro piccolo gregge di pecore. La notizia corse rapidamente di casa in casa.
Non mancò di suscitare sorpresa, poiché da mesi e mesi il paese era privo
dello spettacolo delle estasi. La giovane lo comunicò subito, a voce, a sua zia
Maximina, e più tardi scrisse a Padre Laffineur che durante questa estasi aveva
contemplato di nuovo la Madonna e aveva ricevuto una comunicazione di primaria
importanza. «Il 1 gennaio ho visto di nuovo la Madonna ai Pini. Sembrava
avesse la stessa età della prima volta, circa 18 anni. Portava un vestito bianco
e un manto azzurro. Brillava di una luce prodigiosa, che non feriva gli occhi
e che l'avvolgeva completamente. Non so se le apparizioni ricominceranno, sia
per me sia per tutte e quattro. Ma la Madonna darà un nuovo messaggio, poiché
mi ha detto: "A quell'altro (quello del 18 ottobre 1961) hanno fatto appena
caso". La Madonna darà dunque un ultimo messaggio» (lettera a Padre
Laffineur). Questa comunicazione profetica comprendeva anche un «avvertimento»
che Dio stava per dare al mondo. Conchita ne restò molto impressionata...
Comunicò dapprima il suo segreto alla menzionata Maximina Gonzàlez, di cui
aveva piena fiducia, poi ne fece una breve relazione scritta a Padre
Laffineur. Tutto quello che Conchita ha detto da allora sull'avvertimento può
così riassumersi: 1) Porterà afflizione e sarà impressionante. 2) Non verrà
come castigo, ma con finalità di salvezza: «Affinché i buoni si
avvicinino ancora di più a Dio e i cattivi si convertano e cambino». 3)
Sarà un
fenomeno di portata universale; poiché toccherà tutti in ogni parte del
mondo. 4) Si vedrà chiaramente che si tratta di «cosa di Dio»; e gli uomini,
davanti a questo, non potranno fare altro che invocare la misericordia divina.
5) Avrà una duplice dimensione, esterna ed interna; tutti lo vedranno «nel
cielo» e, nello stesso tempo, ciascuno proverà in sé la terribile
esperienza di quel che è veramente il peccato: la perdita di Dio. 6) Si
produrrà sicuramente prima del miracolo, ma il giorno e l'ora non sono stati
rivelati. 7) Sarà probabilmente un periodo di misteriose tenebre, durante il
quale non ci sarà altro rifugio, altra consolazione che la preghiera. Per
quanto importante fosse questa comunicazione, si propagò solo debolmente e non
causò grande emozione... L'attesa più febbrile era rivolta verso l'altro
annuncio, quello del ritorno dell'Angelo nel mese di giugno. Per molti, più si
avvicinava la data, più il verificarsi di quell'annuncio era causa di
inquietudine. E se non fosse successo niente? Se fosse stato un nuovo
fallimento? Coloro che erano stati più strettamente coinvolti nelle
apparizioni si mostravano più ansiosi: il parroco Don Valentin, Placido
Ruiloba, i genitori delle veggenti... Il parroco, avendo saputo che Conchita
spediva delle lettere, la fermò un giorno per strada e le disse brutalmente: «Ma
sei proprio sicura? Non sarà una bugia o una tua immaginazione? »
L'atmosfera del villaggio è così descritta nel libro L 'Étoile dans la
Montagne: «Tra le famiglie delle veggenti dissensi e discussioni, a volte
invidia; tra i paesani, critiche, esitazioni, imprudenze, persino impertinenze
riguardo la visita dell'Angelo. Tuttavia serpeggiava una fiducia latente. Un
desiderio più o meno dissimulato di vedere ciò che sarebbe successo, dal
momento che da due anni non si era piu visto niente».
La
folla accorre di nuovo a Garabandal
La notizia era arrivata a molti, in Spagna e
all'estero: il 18 giugno si avrà una nuova apparizione dell'Arcangelo San
Michele che porterà un secondo messaggio, ancora più importante. Il 17 era
giorno di festa, la grande giornata eucaristica dell'anno: il Corpus Domini.
Sin dalla sera arrivarono a Garabandal i visitatori, che continuarono ad
affluire per tutta la notte fino al mattino del giorno solenne. Abbondavano
gli stranieri. Qualcuno li contò: 200 francesi, 10 americani, 6 inglesi, 4
italiani e alcuni rappresentanti di molti altri paesi. Ci dovevano essere
anche molti sacerdoti, ma erano riconoscibili solo i dieci che indossavano
l'abito. Secondo un testimone oculare, Padre Laffineur, il comportamento di
tutta quella folla, stranieri e spagnoli, «fu esemplare e pio, rispettoso e
penitente. Quasi tutti quelli che erano presenti si erano comunicati durante
una delle tre messe mattutine». Numerosa era anche la presenza di giornalisti
nonché di alcuni reporter della radio e della televisione (italiana). A partire
dalle 3 del pomeriggio, la folla in attesa intorno alla casa di Conchita divenne
impressionante: l'attesa sarebbe stata molto lunga. Erano già le 22 quando un
sacerdote dalla porta di casa annunciò: «Da parte di Conchita, che tutti si
dirigano alla "Calleja", nel luogo chiamato "Cuadro"».
Tutta la folla si diresse precipitosamente e incespicando verso il luogo
indicato. Laggiù, la calma a poco a poco si ristabilì... due cori pregavano ad
alta voce, alternando lo spagnolo al francese. Si pregava al buio, sotto un
firmamento stranamente luminoso di milioni di stelle scintillanti. Finalmente,
avvenne quello che tutti aspettavano: «Conchita, seguita da alcuni sacerdoti e
da sette guardie civili - scrisse il giornalista catalano Poch Soler - risalì
la "Calleja" in stato assolutamente normale: avanzava con lo sguardo
fisso, nonostante i flash dei fotografi non smettessero di bersagliarla. Una
guardia civile le chiese: "E qui, Conchita?" "No, è un po' più
in su". E, arrivando nel luogo segnalato, cadde in ginocchio sulle pietre
taglienti del sentiero: l'estasi era cominciata». Alla luce delle numerose
lampade, sotto i proiettori degli operatori televisivi, si poteva vedere
perfettamente la miracolosa trasformazione del suo viso. Dapprima era
sorridente, ma in seguito «mi spaventò terribilmente vederla piangere - ha
scritto Padre Luna di Saragoza - piangere come non avevo mai visto fare fino a
quel momento. Dai suoi occhi sgorgavano grosse lacrime, e la sentii dire con
una voce rotta, affannosa: "No, no... non ancora... perdono... perdono...
perdono..." e poi con un angoscioso spavento: "Sacerdoti?
Vescovi?..." » Il giorno seguente vennero comunicati per iscritto i
principali punti del messaggio che era venuto a comunicare l'Arcangelo San
Michele.
Siete
agli ultimi avvertimenti
«L
'Angelo ha detto: "Siccome non si è compiuto, non si è fatto
sufficientemente conoscere il mio messaggio del 18 ottobre, voglio dirvi che
questo è l'ultimo: - Prima la coppa si stava colmando, ora trabocca. -
Cardinali, Vescovi e sacerdoti camminano in molti sulla via della perdizione e
trascinano con loro moltissime anime. - All'Eucarestia si dà sempre minore
importanza. - Dovete, con i vostri sforzi, evitare la collera del buon Dio che
pesa su di voi. Se Gli chiederete perdono con animo contrito, Egli vi perdonerà.
Io, vostra Madre, per mediazione di San Michele, voglio esortarvi alla
conversione. Questi sono gli ultimi avvertimenti. Vi amo molto e non voglio la
vostra condanna. - Pregate sinceramente, e Noi vi esaudiremo. - Dovete fare più
sacrifici. - Meditate sulla Passione di Gesù».
Il
messaggio non è lungo, ma il contenuto è molto denso. Colui che lo legge con
semplice curiosità non ne trarrà alcun profitto: occorre meditarlo. In
questo messaggio c'è: - una denuncia della pessima situazione morale e
spirituale del mondo - un avvertimento di ciò che ci minaccia se non cambiamo -
un'esortazione ad operare questo cambiamento prima che sia troppo tardi. Le
reazioni furono diverse. Non pochi ebbero la conferma dei loro presentimenti;
altri furono positivamente «toccati»; gli scettici continuarono, come prima,
a dubitare, negare o combattere. La frase: «I sacerdoti camminano in molti
sulla via della perdizione» sollevò una tempesta in alcuni ambienti
clericali. Il Vescovo riaffermò la sua posizione in una quarta Nota, che non
aggiungeva niente di nuovo; salvo l'espressa dichiarazione che tutto quello
che concerneva Garabandal non conteneva «nulla di ecclesiasticamente
condannabile, né nella dottrina, né nelle raccomandazioni spirituali rivolte
ai fedeli».
Congedo
sotto la pioggia
Gli osservatori più perspicaci ebbero subito
l'impressione che i fatti del 18 giugno erano l'epilogo, la chiusura degli
eventi di Garabandal. Tutto ciò non sarebbe continuato indefinitamente. Le
protagoniste avevano smesso di essere delle «ragazzine». La situazione cominciava
ad essere molto diversa. Quelle quattro ragazzine non avevano più motivo di
restare nel loro paese ad attendere i sorprendenti interventi dal Cielo. Avevano
bisogno di vivere come tutti, di pensare al loro futuro, realizzare
concretamente la loro esistenza. Fino a quel momento, ad eccezione di Mari-Cruz,
avevano pensato di consacrarsi a Dio in qualche congregazione religiosa. L'avevano
detto o lasciato intendere in più occasioni. L'8 settembre 1965, Conchita lo
disse a Padre Laffineur nel corso di un lungo e serio colloquio che ebbe con lui
a Torrelavega (Santander): «Le mie compagne ed io pensavamo al convento fin dai
primi giorni delle apparizioni. Nessun sacerdote ce l'ha messo in testa. Quando
tutte e quattro avremo lasciato il villaggio, sarà il momento migliore per
salire a Garabandal: allora la gente ci verrà solo per la Madonna». Il 30
settembre, le due amiche Loli e Jacinta partirono per Saragoza. Un sacerdote
di quella città, Don Luis Jesus Luna aveva preparato tutto perché le due
ragazze potessero entrare gratuitamente nell'internato che le Suore della Carità
di Sant'Anna dirigevano nella cittadine aragonese di Borja. Le due ragazze
avevano già 16 anni. Era la prima volta che abbandonavano il loro paese, e,
benché attratte in certa misura da quella nuova vita, tuttavia ne soffrirono
molto. Si dice che Loli, nel giorno del suo congedo, inzuppò due fazzoletti di
lacrime... Conchita le vide partire anch'essa con gli occhi lucidi. Per settimane
aveva creduto di poterle precedere andando al Pensionato delle Carmelitane
Missionarie di Pamplona, come aveva detto ai suoi familiari. Ma sua madre,
Aniceta, vi si oppose con una ostinazione accanita. Non si opponeva al fatto
che sua figlia diventasse una religiosa, ma doveva partire alla data
convenuta. Perché? Padre Luna voleva portare Conchita a Roma, perché laggiù
l'avrebbero ascoltata più che a Santander, dove era appena arrivato un nuovo
Vescovo, nemico giurato delle apparizioni, Don Vicente Puchol Montis. Il
viaggio a Roma era organizzato per la prima quindicina di settembre, ma poi non
poté realizzarsi a causa delle manovre del Vescovo di Santander presso la curia
romana. Fu necessario rimandarlo «sine die», ma Aniceta decise che sua
figlia non si sarebbe separata da lei fino a quando non fosse andata a Roma.
Cominciarono così per la povera ragazza interminabili settimane, poi mesi di
attesa. Talvolta si consumava nell'impazienza, assaporando amaramente la sua
solitudine. Spiritualmente, non poteva contare su nessun aiuto, su nessun
consiglio autorizzato, poiché Garabandal era un paese pastoralmente
abbandonato; talvolta sentiva il demonio che si aggirava intorno a lei e le
prove interiori non le mancavano. Il 30 ottobre, ultimo sabato del mese del
rosario, Conchita si recò alla chiesa del paese per fare la sua abituale visita
al Santo Sacramento, e all'improvviso senti dentro di sé un linguaggio che non
poteva confondere, quella della Vergine Maria. Non solo la Madonna le portò
ineffabile consolazione, ma le fissò la data di un nuovo incontro: «Sabato 13
novembre sali ai Pini e Mi vedrai di nuovo. Mi porterai molti oggetti religiosi,
io li bacerò perché tu li distribuisca, e mio Figlio con questo mezzo opererà
dei prodigi». Alla data indicata, al calar del sole, sotto una pioggia
battente, Conchita lasciò le persone che si trovavano nella sua cucina di casa,
e, senza dare spiegazioni, salì ai Pini. «Pioveva... mentre salivo tutta
sola alla collina, pentendomi dei miei difetti e ripromettendomi di non
commetterne più, poiché ero imbarazzata a presentarmi così davanti alla Madre
di Dio, alla quale queste mancanze causano tanto dolore... Credo che in me
questi peccati siano ancor più gravi, giacché io ho avuto il privilegio di
vederLa. Giunta ai Pini, tirai fuori tutti i rosari che portavo con me. Sentii
allora una voce molto dolce e chiara, quella della Vergine Santissima (si
distingue molto bene da tutte le altre!) che mi chiamava per nome. Vidi allora
la Madonna con il Gesù Bambino in braccio. Veniva vestita come sempre e molto
sorridente. Le dissi: "Son venuta a portarTi i rosari perché Tu li
baci". Ella rispose: "Lo vedo". Avevo un chewing-gum in bocca.
"Conchita, perché non sputi quel chewing-gum e non offri questo come
sacrificio alla gloria di mio Figlio?" Lo tolsi con vergogna dalla bocca e
lo buttai per terra. E continuò: "Ti ricordi quello che ti ho detto, il
giorno del tuo onomastico, che tu soffrirai molto sulla terra?... Ebbene, te lo
confermo nuovamente. Però tu abbi fiducia in Noi, e deponi tutto nei Nostri
Cuori, per il bene dei tuoi fratelli, così ci sentirai sempre accanto a
te". Io Le dissi: "Quanto sono indegna, o Madre, di tante grazie che
mi accordate! E venite ancora verso di me oggi per alleviare la pena della
piccola croce che sto portando in questo momento"... "Conchita, io
non vengo solo per te, vengo per tutti i miei figli, con il desiderio di
attrarli tutti verso i Nostri Cuori... Ed ora, dammi da baciare tutto quello che
hai portato. Dopo aver baciato tutto, la Madonna mi disse: "Mio Figlio,
attraverso tutti i baci che ho dato a questi oggetti, si servirà di essi per
fare dei prodigi. Distribuiscili agli altri..."» La Vergine si
interessò poi delle richieste e petizioni che Conchita porgeva da parte delle
diverse persone che gliele avevano confidate ed aggiunse con un intimo sfogo: «Parlami
Conchita, parlami dei miei figli! Li proteggo tutti sotto il mio manto». «Ma
questo manto è piccolo, non ci stiamo tutti sotto». La Madonna non poté
fare a meno di sorridere. E in un altro momento dell'indimenticabile colloquio,
la Santa Vergine disse alla veggente: «Sai, Conchita, perché non sono
venuta io stessa il 18 giugno a recarti il messaggio da rivelare al mondo? Perché
mi addolorava dirvi quelle cose. Ma voi dovevate saperle per il vostro bene e,
se osserverete il contenuto del messaggio, sarà a gloria di Dio. Io vi amo
molto e desidero vivamente la vostra salvezza: riunirvi qui, in Cielo, attorno
al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo! Tu, Conchita... potremo contare su di
te?» «Se Ti vedessi sempre allora sì, ma altrimenti... non so... perché
sono molto cattiva». «Fa' da parte tua quel che puoi e Noi ti aiuteremo,
come aiuteremo anche le mie figlie Loli, Jacinta e Mari-Cruz». In un
altro momento: «Conchita, devi visitare più spesso mio Figlio nel
Tabernacolo. Perché non gli fai visita, e ti lasci prendere dalla pigrizia?
Egli vi sta aspettando giorno e notte... » La ragazza dovette sentirsi
molto commossa di fronte a questo materno rimprovero. Ci furono alcuni attimi di
silenzio che Conchita osò rompere con questo sfogo: «Ah, come sono felice
quando Ti vedo! Perché, Madre, non mi porti con Te?» «Ricordati di quello
che ti ho detto il giorno del tuo onomastico: presentandoti davanti a Dio,
dovrai mostrarGli le tue mani piene delle tue opere fatte in favore dei tuoi
fratelli e per la gloria di Dio... Ora, sono ancora vuote». «Mi
sembrava - scrisse Conchita in una lettera - che fosse stata con me solo
poco tempo, e alla fine mi disse: "Questa è l'ultima volta che mi vedi
qui, ma io sarò sempre con te, e con tutti i miei figli". Come ho
detto precedentemente, pioveva molto, ma la Madonna e il Bambino non si
bagnavano affatto, e neanch'io finché restai in Loro presenza. Ma non appena
furono scomparsi, sentii le gocce che mi bagnavano... » Questo fu
l'episodio di sabato 13 novembre 1965 a Garabandal, ultimo di una storia senza
pari che noi non siamo ancora in grado di valutare con sufficiente prospettiva.
In maniera ineffabilmente materna, la voce della Madonna era sfumata quando
disse a Conchita: «E l'ultima volta che mi vedi qui». Quello che era
cominciato quattro anni prima con un poderoso tuono, in una radiosa giornata di
giugno, si concludeva ora, senza rumore, in una scura serata di novembre: «Pioveva...
Salivo sola... » Non ci saranno più quegli incontri meravigliosi, in quel
luogo dove erano stati così numerosi. Quello era il finale. Il congedo sotto la
pioggia. Fino a quando? Quanto aveva familiarizzato la Vergine, Madre di Dio e
nostra, con tutti quelli di Garabandal e con quanti a Garabandal volevano
incontrarla! «Si interessava ad ogni nostra cosa - ricorderà Conchita
con gli occhi umidi... - Di tutto! persino delle nostre mucche!» Qualcuno
ha detto: «E’ la storia più bella dell'umanità dai tempi di Cristo. E
stata un po' come una seconda vita della Vergine sulla terra: e io non ho parole
per ringraziarLa di tutto questo» Da quell'addio sotto la pioggia, questi fatti
cominciarono a essere storia... Ma una storia che non si altera con il passare
del tempo, che non sbiadisce, perché resterà sempre qualche cosa di ineffabile
e di salvifico, che ritroveranno in quel villaggio coloro che vi si recheranno
con fede, allo scopo di trovare in se stessi la più alta speranza e il più
grande amore. «Non mi vedrai più qui, ma Io sarò sempre con te, e con
tutti i miei figli». E l'ultima e la più bella parola di Garabandal.
EPILOGO
Abbiamo dunque visto che sabato 13 novembre 1965 la
serie dei «fenomeni» di Garabandal è terminata. Da quel giorno, infatti,
non è successo più nulla. Ma ora si pone una domanda: quel giorno, la
storia di Garabandal: - si è veramente conclusa? - o è stata solo interrotta? La
mia personale impressione è che si tratti di una semplice interruzione. Mi
pare infatti abbastanza evidente che la storia di Garabandal non ha avuto
conclusione, rimasta troncata come un dramma che per qualche motivo
s'interrompe all'improvviso, con dei punti di sospensione... ma che esige e deve
avere un suo finale. Penso che la storia di Garabandal sia una straordinaria
parabola in tre tempi. Un primo tempo, a carattere prevalentemente personale e
locale, di meraviglie e comunicazioni intime, tempo terminato quel 13 novembre
1965. Un secondo tempo, di parentesi, interruzione, punti di sospensione;
tempo di scelta e di purezza delle adesioni. E quello che viviamo attualmente,
con sconcerti, speranze, abbandoni. Un terzo tempo, che stiamo aspettando, il
quale possa far luce su molte cose e realizzi delle profezie di portata
generale: 1' avvertimento - il miracolo - il castigo. Mi sembra fuori di
dubbio che ciò che è veramente successo a Garabanda4 quel che dobbiamo
saper cogliere attraverso la fitta selva di innumerevoli dettagli, è un
premurosissimo intervento celeste perché siamo aiutati in questi tempi così
difficili per la Chiesa e per il mondo. A tale scopo, il Cielo ci ha posto
davanti a: - una nuova «epifania mariana» - un richiamo a un maggior rispetto
verso l'Eucarestia - un annuncio dell'avvicinarsi di «tempi escatologici».
Perché una nuova «epifania mariana»? Perché proprio Maria potrebbe essere
la nostra ultima ancora di salvezza. A Garabandal, la Madonna si è manifestata
- di più, si è data a noi - anzitutto come «Madre nostra». Perché «un
richiamo a un maggior rispetto verso l'Eucarestia»? Perché la reale presenza
del Signore fra noi è ciò che la Chiesa deve assolutamente impedire venga
messo in dubbio. Ed è invece ciò che sta accadendo. Perché «un annuncio
dell'avvicinarsi dei tempi escatologici»? Perché è possibile che questi
tempi siano già alle porte; perché non ci permettiamo di perdere di vista
quanto sosteniamo nel Credo: «E verrà di nuovo nella sua gloria...»; perché
senza un vivo senso dell'attesa, come già osservò Giovanni Papini, la fede non
può mantenersi viva nel cuore degli uomini. Non possiamo perdere di vista che
ci sarà un momento finale nella storia. Ha scritto M. Garcia Cordero: «Gli
scritti biblici ruotano intorno ad un dramma teologico che si sta svolgendo in
tutta la Storia e che riflette il disegno di Dio per la salvezza dell'uomo e
la sua riabilitazione. Dal primo capitolo del Genesi all'ultimo versetto
dell'Apocalisse è percepibile una sorda lotta tra le forze che si disputano il
cuore dell'uomo. L'uomo, esercitando male il suo libero arbitrio, sceglie di
vivere separato da Dio per affermare così la sua autonomia... e, da un altro
lato, un Potere funesto pare dominare l'umanità cercando di deviarla dalla sua
orbita naturale: il Dio della Creazione, che guida il Cosmo e la Storia».
L'escatologia è lo studio dell'epilogo finale di questo grande dramma che è
il cammino della nostra Salvezza. E c'è da chiedersi se Garabandal non abbia
una sua dimensione escatologica. Ci sono sufficienti elementi per metterci in
allarme e porci di fronte ai «tempi ultimi». - La presenza e il ruolo
dominante dell'Arcangelo Michele che appare nell'Apocalisse come l'Angelo dei
combattimenti supremi. - L'affermazione senza mezzi termini del messaggio del 18
giugno 1965: «Questi sono gli ultimi avvertimenti». - La trilogia «avvertimento
- miracolo - castigo» le cui caratteristiche obbligano a porla fuori dal
corso normale degli eventi celesti. - La ripetuta affermazione che restano, dopo
Giovanni XXIII, «soltanto più tre papi», dopo di che si avrà la «fine dei
tempi». È possibile
che gli eventi di Garabandal si siano verificati perché ci ripetiamo l'un
l'altro, noi cristiani di queste ultime ore, ciò che si dicevano quelli della
prima ora a titolo di saluto e d'incoraggiamento: «Maran Atha!» Il
Signore viene. Noi siamo in questa attesa. E in tale attesa tutti noi,
convinti della realtà dei fatti di Garabandal, ripetiamo senza sosta, come
nella festa liturgica di «Maria, Mediatrice»: «Cristo Redentore, che hai
voluto che tutti i benefici ci pervengano tramite Maria, noi ti adoriamo in
ginocchio; Amen! Alleluja!»