FRA CECILIO

Vita, Spiritualità e Opere…

 

Un esempio per il nostro tempo

Questa biografia vuole essere un contributo per diffonde­re la conoscenza di un personaggio del nostro tempo che ha impostato tutta la sua lunga esistenza radicandola nel Vange­lo di Cristo, facendo tesoro degli insegnamenti ricevuti fin dalla sua infanzia sulle ginocchia della madre, la quale im­presse nel suo animo un amore sodo ed essenziale al Signo­re, e accogliendo il dono della chiamata alla vita religiosa che lo ha messo a contatto con una lunga e plurisecolare tradizio­ne francescana cappuccina così ricca di esempi luminosi di santi, innamorati imitatori di Cristo e degni seguaci di san Francesco, nella pratica dei consigli evangelici della pover­tà, castità e obbedienza per il Regno dei cieli, vocazione alla quale egli si mantenne fedele fino alla morte. Se si volesse sintetizzare la vita di Fra Cecilio facendo ricorso a una immagine che esprima con semplicità e concre­tezza tutto il suo lungo e laborioso pellegrinaggio terreno, si potrebbe senz'altro utilizzare quella del girasole. Proprio come questo fiore del campo, l'umile frate è infatti vissuto con le radici ben piantate per terra, ma con lo sguardo sempre in alto, instancabilmente rivolto alla ricerca del sole. Egli parlerà continuamente e scriverà spesso del trascor­rere dei suoi giorni sotto lo sguardo d'amore infinito del Sole Divino Gesù, presente nell'Eucaristia, che continuamente lo ricrea, lo vivifica, lo riscalda, lo purifica, lo illumina, lo nu­tre, lo guida e lo sostiene, rendendo sempre più ardente e gioio­so nel suo cuore il desiderio e la nostalgia del cielo. Alcune sue riflessioni, frutto di quella straordinaria ab­bondanza del suo cuore, sono contenute in un volumetto dal titolo Nella Luce Divina, giunto ormai alla tredicesima edi­zione, che provvidenzialmente qualcuno ha avuto l'intuizio­ne di far pubblicare, affinché fosse raccolta e amplificata quella eco profonda che la forza di quelle sue parole così chiare su­scitava già, immancabilmente, in chiunque avesse avuto l'op­portunità di incontrarlo per ascoltare dalla sua viva voce la testimonianza diretta di una esperienza profonda, personale e genuina di Dio Amore. Egli, dunque, ha lasciato scritto, fra l'altro: «Con Gesù è facile essere poveri, essere puri, essere obbedienti, essere pazienti, essere distaccati dal mondo e desiderosi del cielo. Con Gesù è facile vivere rassegnati in questo esilio con il corpo e con lo spirito in alto, al di sopra della polvere di questo mondo in sua compagnia. Via dal mio spirito ogni pensiero importuno; vieni anima mia, umiliati e credi senza limiti. Ab­bandonati al tuo Dio Eucaristico ad occhi chiusi e senza ra­gionare con pensieri umani: hai l'onore e la fortuna di tro­varti innanzi a Dio fatto Uomo. Da Gesù puoi avere tutto, devi diventare ricco di Lui, da Gesù puoi avere ogni virtù! Mio Gesù, nel trovarmi innanzi a Voi sento di trovarmi in­nanzi ad un Paradiso di verità dolci, serene, limpide, ad un Sole che non tramonta, che riscalda senza opprimere, che il­lumina senza abbagliare gli occhi! Come sono felice, mio Dio! Le giornate di continua rinnegazione, sotto gli sguardi di Gesù Eucaristico, sono cose da nulla». Fra Cecilio si impone all'attenzione del nostro tempo pro­prio per questa sua vita luminosa, vissuta nella presenza del Dio della Luce, nella comprensione di quelle verità semplici e infinite che hanno, giorno per giorno, orientato tutta la sua giornata terrena, nell'attesa, talvolta impaziente, della com­pleta rivelazione della Gloria, alla quale tendeva con tutto se stesso. L'essenza della testimonianza della sua vita sta tutta qui: in un amore crocifisso e in una inesauribile nostalgia di Cie­lo. Il suo insegnamento profetico, in un mondo dove preval­gono l'interesse, la convenienza personale, la logica del pro­fitto, una incontenibile preoccupazione rivolta alla afferma­zione e alla realizzazione di sé; in una dilagante diffusione di un individualismo sempre più indifferente, e in una cultu­ra immanentistica che soffoca la speranza in una vita futura, l'umile esempio di un seguace del Poverello di Assisi ridesta l'animo turbato dell'uomo tecnologico che vuole farsi arbi­tro del proprio destino, richiamandolo con francescana sem­plicità a una rilettura e a una considerazione più consapevole del mistero di Cristo crocifisso e dell'Amore gratuito e di­sinteressato, liberando quel grido potente che spalanca gli oriz­zonti della speranza anche agli uomini della nostra epoca: eternità!

 

Nascita e infanzia

Tutta la sua vita si è dunque svolta in grande semplicità. Pietro Antonio Cortinovis, questo è infatti il suo nome pri­ma del suo ingresso nella vita religiosa dove poi assumerà quello di Cecilio Maria, nasce a Costa Senna, un piccolo pae­sino dell'alta Val Brembana nella provincia di Bergamo, il 7 novembre 1885 alle ore cinque del pomeriggio, da Loren­zo Cortinovis e da Angela Gherardi, settimo di nove figli di una famiglia di montanari, in una casa della frazione di Ne­spello. L'8 novembre riceve il battesimo nella Parrocchia di Co­sta Senna, e incomincerà così quell'azione trasformante, in­tima e profonda dello Spirito Santo, Ospite dolce dell'anima, alla quale si arrese sempre con incondizionata disponibilità, tanto da poter un giorno arrivare ad esprimersi così: «Vieni presto a riempire tutti i vuoti del mio cuore, affinché il pro­fondo mio desiderio sia pienamente soddisfatto in Te! il mio Celeste Sposo si rende sempre più alto e risplendente all'oc­chio del mio spirito, e sempre più gli appare bello e amante e sempre più gli si fa semplice e vicino a sé. Sento una voglia che ha dell'immortale di sempre più possederLo e sempre più immergermi in Lui. Cerco di discendere molto in giù, e poi, più ancora verso il nulla di me, e quando, grazie a Lui, vi sarò giunto, tutto Lo possiederò. Allora lo sentirò tutto mio ed io mi sentirò tutto di Lui. Sono fiamme non più viste che tendono con veemenza pa­cifica ad abbracciarsi per formare un vasto incendio, unico amore. Le alte scoperte si fanno sempre più vaste, bramose di indicarmi Colui che è! Lo sento semplicissimo che mi in­vade tutto lo spirito e gli dice: "Sarai mio, sino a quando Io sono Dio: per tutto il punto a me presente che si chiama eter­nità!". Quando nei miei primi anni incominciavo a conoscere in me la luce di Dio che mi rischiarava e riscaldava lo spirito di Lui, per gli effetti del santo battesimo, mi si presentò su­bito l'immensità e profondità di Dio, e comprendevo che nes­suno al mondo avrebbe potuto dire e spiegare di Lui adegua­tamente, e che è doveroso l'amarLo e il servirLo per quanto meglio ci è possibile, con tutto il nostro cuore, usando dei mezzi che Egli ci ha dato per servirLo costantemente e forte­mente, meditando nel nostro cuore l'infinito di ogni Bellez­za, Perfezione, Potenza, Sapienza e Amore, Fonte e conservatore di ogni bellezza creata, nella quale si gettava e si getta tutt'ora il mio spirito, unico e necessario ambiente che dà vi­ta che non termina, ci dà alimento che sazia, ci dà di Lui luce che rischiara, senza che l'occhio corporale possa accorgersi. Della qual luce l'anima si bea sin da questo esilio di un qual­che cosa che non sa dire, ma che li sente sapori di piatti di eternità». Quei bagliori che invadono l'anima di Fra Cecilio, che rallegrano la sua vita, che alimentano in lui la gioiosa attesa del Cielo, sostenendolo con forza, e che lo fanno persevera­re in quella speranza certa che non verrà mai meno anche fra le prove più dure, nelle incomprensioni, nella fatica, nelle umiliazioni quotidiane, e perfino nelle aridità dello spirito, fanno di lui, uomo semplice e illetterato il cui livello cultura­le non superava quello degli studi della terza elementare, un vero sapiente, un saggio dalla parola efficace ricercata anche da persone ragguardevoli per posizione sociale, o che hanno assunto responsabilità pastorali nella stessa Chiesa, deside­rosi di ricevere da lui consiglio, assicurazione di preghiere e un raggio di quella luce che faceva piena la sua mente e il suo cuore. Risuonano qui opportunamente alcune considerazioni che ben si addicono al nostro Fra Cecilio, e che troviamo nel li­bro sapienziale del Qoélet il cui autore sacro afferma di es­sersi applicato a ricercare «cosa convenga agli uomini com­piere sotto il cielo, nei giorni contati della loro vita» (2,3) per giungere finalmente a questa felice e profonda conclu­sione: «Ho considerato l'occupazione che Dio ha dato agli uomini, perché si occupino in essa. Egli ha fatto bella ogni cosa a suo tempo, ma egli ha messo la nozione dell'eternità nel loro cuore» (3,10-11). Questo è ciò che ha caratterizzato in modo particolare tutta la lunga vita del novantottenne frate cappuccino, sempre pronto a guardare dall'alto la sua giornata terrena, sincera­mente libero dalla preoccupazione di piacere agli uomini e dal loro giudizio, ma costantemente rivolto alla realizzazio­ne fedele della volontà di Dio suo Creatore e Padre, nell'uni­co intento di essergli gradito, e di dimostrargli tutta la sua filiale gratitudine per tutte le grandi opere da Lui compiute. Questa evangelità purezza di cuore invadeva tutto il suo es­sere, tanto da traboccare al di fuori, da inondare e contagiare coloro che lo avvicinavano con la piena di quelle espressioni gioiose della sua fede semplice, limpida, cristallina, che fa­cevano di lui un testimone autentico e credibile dell'amore di Dio e del vivere in intima e familiare comunione con Lui. Con queste parole, infatti, amava manifestare la sua fe­de: «Il Cielo è stato aperto da Gesù. Per far piacere a Gesù i miei occhi, la mia anima, il mio cuore saranno sempre ri­volti al Cielo. Anche in questo esilio può essere da me rag­giunto sulle ali dell'amore... Il mondo non è la mia patria... La mia patria è il Paradiso! Anima mia, coraggio dunque, in alto il cuore: il nome degli eletti è già scritto da Gesù in Cielo... Bisogna pensare più al Cielo che non alla terra. La terra si tiene sotto i piedi dove Dio ce l'ha messa, e si vive nei gaudi delle cose celesti». Dal giorno della sua nascita e del suo battesimo, un'alba radiosa si accende nella sua anima innocente, fino a raggiun­gere il pieno meriggio: il Sole dell'amore divino sorge per non più tramontare all'orizzonte di una giornata terrena fatta piena della sua presenza.

 

La sua famiglia e la mamma

Un ruolo importante e determinante ha avuto nella sua for­mazione la famiglia di Fra Cecilio. Egli si ispirò sempre agli insegnamenti ed esempi ricevuti specialmente nei suoi primi anni di vita proprio dai suoi genitori, e in particolare modo dalla mamma, verso la quale nutrirà sempre sentimenti di pro­fonda gratitudine uniti a una venerazione davvero commo­vente. Nel primo quaderno, che per obbedienza ai superiori egli scrisse per raccogliere quanto il Signore aveva operato e an­dava continuamente operando in lui, incomincia col ringra­ziare per il dono di una madre come la sua: «Grande grazia mi faceste, o Signore, nel darmi una mamma tanto ricca di fede e di amor vostro, che, con le parole e con gli esempi, mi trascinava a conoscervi e ad amarvi. La sera del Venerdì Santo, quando io potevo avere cinque o sei anni, mentre la­vorava nel campo, essa mi tenne un tale ragionamento sulla passione e morte di Gesù che mi commosse sino alle lacrime e mi fece fare una ferma risoluzione di tenere sempre lonta­no da me la sua offesa, causa di tante sue pene e di usare i mezzi migliori per amarlo sempre di più». Questo scriveva Fra Cecilio nel 1924, a due anni dalla mor­te della mamma, e proseguiva ricordando che nell'età di sei anni la mamma aveva incominciato a condurlo ogni mattina alla Messa, prima di recarsi a scuola. Nel lungo tragitto dal­la casa alla chiesa vedeva la mamma pregare, rendendolo par­tecipe della propria preghiera di preparazione e di ringrazia­mento alla Comunione. La mamma lavorava lungamente an­che di notte «per guadagnare il tempo per andare in chiesa alla mattina. Vi si recava anche con la febbre: "Se vado alla S. Messa - era solita dire - mi passano tutti i malanni". Infatti - conferma Fra Cecilio nei suoi scritti – “mi ricordo che tante volte era così». Dalla sua testimonianza emerge la figura di una donna al tempo stesso severa e affettuosa: «La mamma... rigidissima nel sorvegliare specialmente ciò che riguardava la nostra vi­ta spirituale, ci amava tutti di forte amore, senza eccezioni. Se uno era ammalato moltiplicava le cure e le sollecitudini per servirlo in modo che nulla gli mancasse. Lo assisteva di giorno e di notte, dimenticando anche il necessario suo ripo­so, senza però lasciare le sue solite lunghe preghiere, specie a notte inoltrata, la S. Messa é la S. Comunione al mattino per tempo e le altre preghiere in famiglia... Noi fratelli e an­cor più le sorelle, si faceva tutto... non solo perché così ci aveva insegnato e ci spingeva la mamma, ma si faceva tutto con vera convinzione di dovere. Anche tra fratelli e sorelle ci incoraggiavamo sempre a soffrire per amore di Dio il cal­do, il freddo, i disagi, la fame, la sete... come pure le fati­che; tutto si sopportava per amore di Dio... Io la ringrazio ancor oggi la mia mamma». Come non ricordare e non riportare, a questo proposito, l'insegnamento prezioso che sarà sancito dallo Spirito Santo per mezzo del Concilio Vaticano Il, nel quale si esprime così il valore della famiglia: «I coniugi cristiani, in virtù del sa­cramento del matrimonio, col quale significano e partecipa­no il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre fra Cristo e la Chiesa (cf Efesini 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale; accettando ed edu­cando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio (cf 1 Corinzi 7,7). Da questa missione, infatti, procede la fami­glia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società uma­na, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col Bat­tesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo po­polo. In questa che si potrebbe chiamare "Chiesa Domesti­ca", i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quel­la sacra in modo speciale» (Lumen gentium, 11). Tutto ciò viene confermato e ribadito ulteriormente an­che in un altro documento conciliare, con forza e chiarezza, con queste precise parole: «I coniugi cristiani sono coopera­tori della grazia e testimoni della fede l'uno per l'altro, nei confronti dei figli e di tutti gli altri familiari. Sono essi i primi araldi della fede ed educatori dei loro figli; li formano al­la vita cristiana e apostolica con la parola e con l'esempio, li aiutano con prudenza nella scelta della loro vocazione e fa­voriscono con ogni diligenza la sacra vocazione eventualmente in essi scoperta... La famiglia ha ricevuto da Dio la missione di essere la cellula prima e vitale della società. E essa adem­pirà tale missione se, mediante il mutuo affetto dei membri e la preghiera elevata a Dio in comune, si mostrerà come il santuario domestico della Chiesa...» (Apostolicam actuosita­tem, 11). Fra Cecilio rappresenta dunque una conferma inequivo­cabile della voce dello Spirito nella sua Chiesa e di ciò che viene decisamente affermato riguardo al progetto divino sul­la famiglia, progetto che urge ricuperare con volontà ferma, per impedire quell'azione disgregante e dilaniante che è stata provocata con la liberalizzazione del divorzio e dell'aborto, frutto di una interpretazione arbitraria della libertà umana. I genitori, dunque, non possono radicalmente demandare ad altri l'impegno primario e fondamentale di assumersi l'e­ducazione e la formazione dei figli. Essi devono soprattutto preoccuparsi della loro crescita e della difesa della loro di­gnità umana, portando i loro figli all'assunzione graduale e progressiva di quella responsabilità che si acquisisce solo spe­rimentando il valore di quello spirito di sacrificio che non fa considerare tutto come dovuto, ma che matura nella persona la gioia del dono e della conquista, il bisogno di dire «grazie» e la necessità di impetrare il necessario per la vita di ogni giorno, che non è mai scontato e oggetto di una pretesa, ma un bene elargito dalla provvidente e vigile Paternità Divina. Rivolgere uno sguardo di particolare attenzione alla vita di Fra Cecilio offre la possibilità di riscoprire il significato più profondo e più vero dell'esistenza, che è dono e compito allo stesso tempo, cioè un dono affidato all'uomo affinché con la sua libera e intelligente cooperazione all'azione della gra­zia divina possa raggiungere la piena maturità del suo esse­re, unitamente allo scopo per il quale è stato creato. Attingiamo ancora qualche ricordo di quegli anni trascorsi da Fra Cecilio nella sua casa e presso gli affetti familiari: «Il mio pensiero ritorna spesso alla preghiera della sera con la mamma, prima della recita del santo rosario con tutta la fa­miglia. "Venite qui con me", ci diceva la mamma. "Vivendo stanchi per il lavoro della campagna, sotto questo sole; a tagliare e a far seccare l'erba, e poi caricare il fieno sulle spalle per portarlo sul fienile, che è anche molto lontano". Quanta fatica, quanto sudare! Si poteva reggere con gioia a tutto questo lavoro solo pensando che eravamo vicini a Ge­sù, che ha portato la croce per noi. La mamma, che questa vita aveva vissuto con slancio generoso nella sua giovinezza, ci incoraggiava a vivere sempre con entusiasmo quella vita, che aveva in sé qualcosa della vita eterna». Oggi più che mai risulta necessario e urgente il ricupero del significato profondo della vocazione alla famiglia, prima cellula della società e della Chiesa, luogo dove legittimamente si trasmette il dono della vita, e dove l'uomo si forma fino a raggiungere quella piena maturità che lo renderà capace di ringraziare per tale dono, e facendo a sua volta di tutta la sua esistenza una offerta preziosa di amore, rivolta a Dio e al pros­simo. I genitori non possono esaurire la loro vocazione ridu­cendola a una semplice funzione, quasi si trattasse di essere soltanto genitori biologici, perché trasmettono la vita, o ge­nitori economici, perché si preoccupano che ai figli non ab­bia a mancare nulla, ma debbono ricuperare l'impegno di es­sere, prima di tutto, testimoni credibili e autorevoli nella tra­smissione completa e fedele di tutta la verità sull'uomo, e di tutti quei valori umani e spirituali che insieme realizzano in­teramente la sua vocazione di signore del creato e di figlio adottivo di Dio.

 

La prima comunione

Proprio in questo ambiente familiare e in questo clima ca­ratterizzato da vita di preghiera e di lavoro intensissimo e fa­ticosissimo, lentamente maturò la vocazione di Pietro Anto­nio, il nostro futuro Fra Cecilio. Possiamo intanto immaginare anche con quali sentimenti egli si preparasse alla sua prima Comunione. Così ce li tra­smette in uno scritto: «Io, nato il 7 novembre 1885, nel 1888 mi accorsi che i miei fratelli e sorelle maggiori vivevano di grandi cose che io non capivo. Quando la mamma da piccolo mi condusse in chiesa e mi indicò il santo Tabernacolo, la casina di Gesù, mi si impresse in cuore che quella era una grande casa alla quale pensavo sempre anche quando non ve­devo la chiesa. Mi era tanto caro salutare Gesù in ogni chie­sa che vedevo. Gesù Eucaristico era la mia spirituale prima­vera che mi si apriva nell'anima e mi diventava, con la Cele­ste Mamma, il mio ideale di vita evangelica, di preghiera, di penitenza e laboriosa, meditando cosa è la vita presente e quella futura... La mamma, quando andava a lavorare, mi faceva sedere in un posto possibile e da lì guardavo tutte le chiese dei dintorni, circa una ventina, e dicevo: Quelle sono le case di Gesù... In questi orientamenti eucaristici passai gli anni giovanili della mia esistenza». Scrivendo, ormai adulto ed entrato nella vita religiosa, al Parroco di Trafficanti, una frazione di Costa Senna, sempre nella provincia di Bergamo, dirà ancora: «Questa notte ho ri­cordato molto intensamente la mamma. La ringrazio dei buoni consigli e soprattutto dei buoni esempi che mi ha sempre da­to, e che servirono ad orientare la mia vita nella luce di Dio, a rafforzare la volontà di seguire il Crocifisso». Si comprende, dunque, il perché di tanto affetto e ricono­scenza. Fra Cecilio aveva imparato la vita e la vita cristiana dalla vita stessa dei suoi, vissuta da loro sotto i suoi occhi. Fra Cecilio aveva compreso che non c'è una vita di tutti i giorni e una vita cristiana, ma che si poteva e si doveva, nella fatica e nella gioia del sacrificio offerto per amore, vivere cristia­namente e pienamente il quotidiano «in compagnia di Gesù», come a lui piaceva dire. Non separazione, allora, fra la fede e la vita, ma una sola vita vissuta con fede, nella semplicità e nella fedeltà di ogni giorno, nell'impegno di santificarlo e di trasfigurarlo con umile perseveranza, alla luce della pre­senza d'amore di Gesù Eucaristico, nella comunione con Lui, pane offerto e diventato Corpo, Vita della nostra stessa vita dentro di noi! Scriveva, infatti, nell'agosto del 1976: «Come ogni fiore è perfetto nella sua qualità, così è perfetta ogni vocazione vis­suta nella divina Volontà, per cui ogni anima che evita i sog­ghigni e profumi diabolici è sempre gioiosa anche seguendo Gesù al Calvario. I sorrisi della grazia ricreano sempre l'a­nima che li accetta. Alla stanchezza del profeta Elia il Signo­re ha provveduto un pane cotto sotto la cenere e una brocca d'acqua che gli diedero forza di camminare ancora 40 giorni e 40 notti sino al monte del Signore: era una figura eucaristi­ca. Ora, noi al presente, viviamo nella realtà eucaristica. È realtà che supera tutte le realtà umane come il chiaro sole di mezzogiorno supera ogni altra luce. La mia persona non è tanto evidente a me quanto mi è evidente Gesù Eucaristico. Mi aveva attirato subito quando la mamma, da piccolo, mi accompagnava in chiesa e mi insegnava il santo Taberna­colo il quale, poi, mi era sempre presente nella mente, in ca­sa, nelle valli, monti e campagne. Divenuto più grandicello mi piaceva lavorare e patire per Gesù, e quando da lontano si sentivano le campane, ci si univa in spirito alla Santa Mes­sa con le nostre fatiche. Era Gesù Eucaristico che ci attirava e ci occupava gioiosamente il cuore. Altre cose non avevano importanza. I sogghigni del dia­volo invidioso sono stati vomitati al primo accenno, per cui all'anima è facile rimanere nei profumi di Gesù... Aveva ra­gione la mamma di invogliarci, sin da piccoli, a vivere la vi­ta faticosa dei nostri monti, nella mancanza di ogni necessa­ria comodità, nella sofferenza del freddo, della fame e della sete, nel lavoro intenso, offrendo tutto al Signore, come pre­parazione alla santa Comunione, in unione alla vita crocifis­sa che Gesù ha vissuto per noi». Come si vedrà, infatti, considerando tutta la sua vita, l'in­contro di comunione con Gesù nell'Eucaristia sarà sempre per il nostro Fra Cecilio il momento decisivo della giornata, l'o­rientamento di tutta la sua esistenza, in un'ansia pacifica e in una gioiosa e inesauribile sete della contemplazione eterna di Colui che, già al presente, sia pure nel mistero, fa pieno tutto il suo cuore.

 

La maturazione della vocazione

Ed è proprio in famiglia, che avviene la graduale e pro­gressiva maturazione della sua vocazione. Essa suscitò rea­zioni differenti: «Benché io cercassi di non fare capire nulla all'esterno delle mie aspirazioni, e perciò partecipassi in tut­to alla vita di famiglia, lavoro, interessi..., pure in famiglia si erano accorti di questo cambiamento. La mamma ne era contenta e, in mia assenza, mi additava ai fratelli da imita­re... Un fratello si era presa la libertà di domandarmi cosa intendevo fare di una vita così...». Interessante è anche ciò che Fra Cecilio ricorda di alcuni suoi colloqui con il Parroco e altri confessori riguardo alla sua vocazione. A distanza di molti anni egli riassume tutto in pochissime parole: «Parlai del desiderio di entrare in con­vento al parroco a 22 anni, il quale mi rispose: "Pensavo an­ch'io così di te. Ti mando nei Cappuccini: è un Ordine adat­to a te. Devo andare a Bergamo: ci penso io". Entrai al San­to Noviziato il giorno 22 aprile 1908». Durante gli esercizi spirituali a Lovere, dal 6 al 15 agosto 1951, così annoterà nei suoi propositi, rinnovando l'impe­gno di una vita religiosa autentica e fedele: «L'anima conti­nuamente vivente con Gesù in questo modo non può contare né immaginare le ricchezze divine di cui si rende ad ogni istante partecipe in Gesù, suo Divin Capo. Mi necessita vivere sem­pre più intensamente questa vita intima con Gesù Sacramen­tato per ottenere più facilmente lo scopo della mia vocazio­ne. Farmi santo cappuccino in quel luogo e in quelle circo­stanze nelle quali, non io, ma il Signore mi ha messo. Non voglio che la mia buona e santa mamma mi possa rimprove­rare di averla fatta piangere inutilmente nell'averla lasciata per farmi religioso; voglio anzi che il suo rassegnatissimo e cordialissimo "Sì" abbia a darle maggior gloria in Cielo. An­che questo mi sarà facile ottenere vivendo la mia vita intima con Gesù e Maria». Da tutto questo è possibile dedurre come, a partire dalla educazione impartitagli dalla famiglia, e dalla madre in mo­do particolare, egli abbia vissuto tutta la sua vita nella piena fedeltà a quegli insegnamenti ricevuti, e che svilupperà nella vita religiosa di convento, tutta orientata al suo Gesù Eucari­stico, presenza di amore infinito nel Tabernacolo, e nella dolce compagnia della Vergine Benedetta. Scriverà infatti, a proposito della sua devozione all'Eu­caristia come, proprio fin da bambino: «In questa aria venni bene educato sulla confessione ché si praticava prima per più anni per essere poi bene preparati per la santa Comunione, alla quale con ansia partecipai anch'io, per la prima volta, il giorno 7 aprile 1896. Furono giorni quelli di grande inti­mità con Gesù Eucaristico, tanto che dopo la santa Comu­nione, preoccupato di non essere totalmente degno di rice­verlo, confidenzialmente gli dicevo: "Sono nella tua grazia? Se non lo sono fammi diventare nere le mani". E togliendole dalla faccia le trovavo ancora bianche. Giorno e notte lavo­ravo e vivevo con Gesù una vita sacrificata pensando al suo esempio. Mi aveva riempito il cuore di entusiasmo per Lui, una paura terribile del peccato, una voglia intensa di volergli bene per sempre, di vivere al mondo come gli Angeli, senza sapere come si doveva fare, di impiegare tutta la vita solo nell'amore di Gesù, sull'esempio di san Pasquale Baylon, fran­cescano, che dedicò la sua vita alla devozione eucaristica. Mi proponevo che, diventando grande, avrei fatto in modo di fare la Comunione tutti i giorni. Gesù mi aveva talmente riempi­to il cuore e l'anima che non potevo leggere il libro offerto-mi dal parroco, perché i due cuori si intendevano meglio così». E alla realizzazione di questo progetto consacrò tutto se stesso, formulando sinteticamente così il suo programma per la vita religiosa: «Occuperò la mia mente nelle cose più bel­le, più preziose, più di attualità, più proficue: il santo Van­gelo, la Regola, la Passione e morte di Gesù, la vita intima di Gesù Sacramentato e Maria Immacolata... La nostra vita consacrata a Dio con i nostri santi voti e con la professione della Regola serafica, deve essere come quella degli Angeli, svolazzante attorno a tutti i santi Tabernacoli del mondo in compagnia della Madonna... Tutta la giornata sarà per me un'ora di meditazione. Con il pensiero fisso a Gesù residente nel mio cuore misticamente, o sostanzialmente glorioso nel Tabernacolo, mi sarà facilissima l'osservanza dei comanda­menti di Dio e della Chiesa, facilissima l'osservanza dei miei santi voti di Obbedienza, Povertà e Castità. Con il pensiero rivolto a Gesù, mi sarà facilissima l'osservanza della Rego­la, delle Costituzioni e di tutti i doveri del mio stato... Oc­corre non perdere tempo, perché è preziosissimo, ed inco­minciare subito ad amare con ardore la nostra santa vocazio­ne ed imbeverci nello spirito genuino del nostro Ordine, per essere coerenti con noi stessi e con la volontà di Dio». Tutto ciò ha fatto di Fra Cecilio un religioso di preghiera continua che lo teneva continuamente unito a Dio. il Taber­nacolo, il Crocifisso e la Madonna, erano il centro di gravi­tazione di quasi tutti i suoi pensieri, sentimenti e parole. Un'ultima raccomandazione della mamma ci preme ricor­dare, prima del suo ingresso nella vita religiosa consacrata, insegnamento prezioso che Fra Cecilio aveva sempre nel cuore e ripeteva spesso a chi lo andava a trovare, specialmente a coloro che gli manifestavano il proposito di entrare come lui in convento: «Ed ecco che erano già preparati i documenti per entrare in convento e li porsi alla mamma perché li fa­cesse firmare al papà che non era presente. Il giorno dopo la mamma avendo visto che i documenti erano i miei mi dis­se: "Guarda un po': eri quello che mi voleva più bene di tut­ti! Va' pure. I frati ti faranno scopare le scale cominciando dal fondo in su; se dovessi dire ai frati che le scale si inco­minciano in cima a scoparle, sta a casa tua, che è meglio". Ma io ero già persuaso. Orientato con questi profumi eucari­stici e sorrisi della Mamma Celeste, ho potuto vivere la mia vita gioiosamente fra tutte le difficoltà che ho incontrato, senza che il mondo abbia potuto toccarmi».

 

La vita religiosa

Con i sentimenti di umiltà sopra descritti, e con quello spirito di pronta obbedienza, Fra Cecilio incomincerà il 22 aprile 1908 nel Noviziato di Lovere, con altri due postulanti, il suo lungo cammino di consacrazione nell'ordine dei Frati Minori Cappuccini della Provincia di san Carlo in Lombar­dia. Così racconterà più tardi di quel memorabile giorno: «Dire l'impressione provata i primi giorni, nel vedere la vita che facevano i novizi, mi è impossibile. In complesso mi sem­bravano tutti santi. Avevo vergogna di vivere in loro compa­gnia, perché mi vedevo lontanissimo dalla loro virtù. Desi­deravo però di imitarli. La vita di silenzio continuo e di con­tinua meditazione, preghiere, mortificazioni, penitenze, umi­liazioni, digiuni, e di totale dipendenza anche per le più pic­cole cose, vissuta al Noviziato, mi era di pieno accordo con le aspirazioni che da anni mi si facevano sentire nell'anima mia. Mentre imparavo a conoscere e a vivere dello spirito di san Francesco contenuto nella sua Regola, ...vedevo chia­ramente di trovarmi dove da tanto tempo mi sentivo chiamato». Il 29 luglio 1908 indossò l'abito religioso e il 2 agosto 1909 emise la professione semplice, date per lui molto im­portanti che gli ricorderanno per sempre questi giorni «lumi­nosissimi». Il 10 agosto Fra Cecilio venne accompagnato dal Noviziato di Lovere al Convento di Albino, in provincia di Bergamo, dove rimase fino al 17 febbraio 1910, con l'uffi­cio di supplente portinaio. Egli ricorderà nelle sue memorie di avere svolto anche i compiti di sacrista, refettoriere, aiuto infermiere prima ad Albino e poi a Cremona, dove rimase per circa tre mesi. Dall'aprile 1910 fu destinato al Convento di Viale Piave, a Milano, nel quale visse fino al 1982, cioè quasi fino alla morte. Fra Cecilio, abituato al trascorrere dei suoi giorni labo­riosi nella preghiera e nella presenza di Dio fin da bambino, lavorava nei campi con la mente e il cuore sempre rivolti alle chiese che stavano attorno, giunto finalmente alla realizza­zione del suo sogno di «abitare negli atri della casa del Si­gnore» (Salmo 84,2-5; cf anche Salmo 5,8; 23,6; 26,8; 64,5). Possiamo immaginare quale gioia provasse nel vedere coro­nato il suo desiderio più grande. Tale infatti, era la serenità e la letizia che esprimeva nel suo comportamento semplice e leale, che giunse a far temere e dubitare che fosse addirit­tura leggero di carattere, un religioso superficiale e forse per­fino poco responsabile e affidabile. In realtà soffriva anche, ma non lo dava a vedere, e pro­vava, ad esempio, non poche difficoltà nel seguire il metodo di meditazione indicato dal maestro dei novizi, perché, come comprenderà più tardi il nostro Fra Cecilio, egli aveva già superato tale metodo, dal momento che il suo spirito si in­contrava familiarmente con il Signore senza bisogno di ri­correre a particolari accorgimenti e suggerimenti che ad al­tri, ma non a lui, potevano risultare senz'altro necessari. Quel maestro dei novizi, lo stesso che lo incoraggerà a scrivere il diario che racconta le sue esperienze intime, avreb­be potuto accorgersi piuttosto per tempo della necessità di una più attenta e personale applicazione del medesimo metodo, tenendo appunto conto della differente condizione di spirito delle anime affidate alle sue cure. Purtroppo ciò non accadde subito per due ragioni: la prima è senz'altro quella che Dio si serve provvidenzialmente di queste «lime» per purificare e santificare quelle anime che si abbandonano più docilmen­te alla sua volontà e alla sua azione plasmatrice, per formare in loro l'immagine perfetta del suo Figlio; l'altra ragione è quella della fragilità dell'uomo, resa, talvolta, ancora più evi­dente quando viene messa in particolare risalto dalla posizio­ne di autorità che pesa sulle spalle di chi riveste uffici di re­sponsabilità anche nella stessa Chiesa. Tutto questo offre lo spunto per una riflessione. L'insegnamento che viene dalla considerazione di questo fatto, ci conferma come sia molto facile far soffrire le perso­ne anche involontariamente, col rischio di tarpare loro le ali, rischiando di mortificare lo slancio e l'entusiasmo per una vita di fede agile, fresca, leale soprattutto. La persona deve poter esprimere sempre se stessa così come è, senza ricorre­re a goffi camuffamenti per cercare piuttosto di essere come piace ad altri, col rischio poi di cedere alla tentazione dell'a­dulazione, cibo prelibato dell'idolatria e del potere. Possiamo notare comunque una diversa modalità di rea­zione dell'umile montanaro che si stupisce del comportamento dei novizi, li ammira e li considera suoi modelli, e la preoc­cupazione di altri di dover esprimere giudizi affrettati sulla persona del nostro povero Fra Cecilio, scambiato persino per un semplicione di poco conto. Il segreto è sempre quello di non perdere mai lo stupore nei confronti di chi ci sta davanti, insieme con la consapevolezza che egli è un dono di Dio per me, come io lo sono per lui, pena il considerare l'altro solo come qualcosa da analizzare freddamente e di cui disporre secondo rigidi schemi, prefissati da una mentalità per la qua­le poco spazio rimane all'iniziativa e alla creatività dello Spirito Santo. Importante è capire che il discernimento, cosa non fa­cile, è sempre e comunque un dono dello Spirito d'Amore che va impetrato incessantemente, specialmente da coloro che hanno responsabilità educative nella formazione, tanto dei figli come dei futuri religiosi, e che tale dono, quando manca, non può mai essere sostituito dal semplice buon senso e dalle im­pressioni umane. È opportuno qui anche il riferimento a quel testo di san Paolo che esprime questa raccomandazione fondamentale: «Non fate nulla per spirito di rivalità o per vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso, senza cercare il proprio interesse, ma anche quello degli altri» (Filippesi 2,3-4). Occorre davvero mantenere vi­vo quello spirito di autentica povertà che consente di ricono­scere come di fatto tutti abbiamo sempre bisogno di impara­re da tutti, perché tutti comunque siamo in ascolto dell'Uni­co Maestro, che vive pienamente e può manifestarsi attraverso il grande come anche attraverso il più piccolo, conforme a quell'altro insegnamento di Paolo: «Nessuno si illuda. Se qual­cuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente; perché la sapienza di questo mon­do è stoltezza davanti a Dio» (1 Corinzi 3,18-19). Grave stoltezza è dunque quella di presumere che gli altri abbiano soltanto bisogno di imparare tutto da noi, dimenti­cando che la relazione fra gli uomini non si realizza mai a senso unico, a maggior ragione quando si tratta di realizzare una educazione alla vita nella trasmissione di valori che im­pegnano tanto chi educa come chi viene educato. ll papa Paolo VI, nell'Humanae Vitae, quella preziosa lettera enciclica nella quale è celebrato il valore supremo della vita, dono dell'a­more divino, affidato proprio alla famiglia, che è il primo luo­go della formazione umana, ebbe modo di sostenere con for­za come: «Il matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati per la loro natura alla procreazione e alla educazione della prole. I figli, infatti, sono il preziosissimo dono del matri­monio e contribuiscono sommamente al bene degli stessi ge­nitori» (n. 8). Tutti educhiamo e siamo educati, allo stesso tempo, gli uni dagli altri, tanto che la regola d'oro è sempre quella con­tenuta nel Padre nostro, dove con verità ci riconosciamo de­bitori gli uni nei confronti degli altri, e tutti nei confronti di Dio! L'esempio più eloquente e glorioso ci viene offerto pro­prio dalla Madonna, la Madre di Dio; dopo Cristo la creatu­ra più alta e fatta oggetto di speciale venerazione da parte di tutta la Chiesa, eppure resasi la prima, la più silenziosa e at­tenta discepola del suo Figlio, tanto che, sempre prudente­mente: «...da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Luca 2,19; 2,5 lb), proprio imparando dal­l'esempio dello stesso Gesù, il quale: «Partì dunque con loro e tornò a Nazaret e stava loro sottomesso» (Luca 2,5 la). Nell'incontro con Fra Cecilio, durante il corso di tutta la sua lunga vita terrena, molte persone, ragguardevoli per con­dizione sociale e per livello culturale, sperimentarono tutto ciò, rinnovando ogni volta lo stupore di fronte a quelle affer­mazioni così semplici, così chiare e illuminanti dell'umile fra­ticello dalla terza elementare, il cui sapere era però attinto direttamente alle fonti dell'Eterna Sapienza, così presente in quelle sue parole da conferire ad esse una forza e una capaci­tà straordinaria, tanto da indurre spesso i suoi interlocutori, anche i più prevenuti, a una seria e profonda revisione delle loro convinzioni e della loro stessa vita. Fra Cecilio ascoltava sempre con grande attenzione le pa­role che gli venivano rivolte dai suoi visitatori occasionali o abituali, per poi come ridestarsi improvvisamente, e con quel­l'entusiasmo e quella carica che è propria di chi ha cercato e trovato nel tesoro del suo cuore, manifestare a chiunque, senza distinzione di persone, l'esperienza della sua fede vis­suta. Così rendeva evidente e naturale anche ciò che poco prima poteva risultare incomprensibile e insormontabile alla men­te del più sottile e acuto ragionatore. Fra Cecilio era dunque un uomo che viveva e ridestava quel­lo stupore, quella meraviglia grande che la Bibbia celebra come quel «timore del Signore» che è principio della sapienza (cf Siracide 1,12), cioè quella capacità di riconoscere la presen­za e l'agire salvifico e misericordioso di Dio che vive e ope­ra sempre Tutto in tutti.

 

Una esperienza insolita

Il 29 aprile 1910 Fra Cecilio giunse al Convento di Mila­no Monforte, in Viale Piave. L'ufficio assegnatogli all'ini­zio dal suo superiore fu quello di aiutante sacrista e di addet­to alle cose della comunità, insieme a quello di aiuto porti­naio, infermiere e foresterario. Così lascerà scritto nei suoi quaderni di questa vita vissuta nell'obbedienza e nella totale fedeltà agli impegni del quotidiano, dimostrando come riu­sciva con l'intelligenza della fede a trasfigurarlo e a riscat­tarlo dalla monotonia e dall'abitudine che tutto spegne e ap­piattisce: «L'ufficio di aiutante sacrista mi offriva la possibi­lità di passare tutta la giornata in chiesa, a tenere puliti chie­sa e altari, non solo, ma particolarmente il servizio alle sante Messe, che certi giorni arrivavano a otto o nove che io avevo da servire; tutto mi era dolce musica che mi innalzava a Dio... Persino mentre scopavo la chiesa mi era particolarmente di­lettevole ricordarmi di Gesù presente nel Santo Tabernacolo che mi guardava e se ne compiaceva, delle mie piccole fati­che fatte per Lui, oppure pensavo all'amore sollecito e tran­quillo con il quale Maria santissima teneva pulita e assestata la povera casa di Nazaret, mentre nello stesso tempo cercavo di moltiplicare gli atti di dolore dei miei peccati e le Comu­nioni spirituali. Se la mia umanità soffriva sotto il peso delle fatiche, più il mio spirito godeva nel poter offrire a Gesù il sudore della mia fronte in penitenza dei miei peccati...». L'orario che Fra Cecilio adottò sin dall'inizio come reli­gioso rimase suo, possiamo dire, per tutta la vita. Si alzava regolarmente verso le tre o le quattro, e nella chiesa ancora deserta incominciava la sua preghiera. Partecipava poi a quasi tutte le Messe che venivano celebrate, servendole. Prepara­va i diversi altari, perché allora non era ancora entrata in vi­gore e in uso la Concelebrazione, per cui ogni prete celebra­va appunto la santa Messa a un altare diverso. Puliva la chie­sa ed era occupato sino a sera nel disbrigo anche degli altri uffici di cui abbiamo già detto. Dopo cena rimaneva ancora in chiesa a pregare e, quando i suoi confratelli vi tornavano a mezzanotte per la recita del «Mattutino», egli era ancora in piedi e si univa a loro, per cui poteva coricarsi soltanto verso la una e mezza circa. Questo avveniva tutti i giorni, immancabilmente scanditi da questa sua fedeltà fatta di pre­ghiera e lavoro. Nel 1914 avvenne quel fatto che segnò profondamente tutta la sua esistenza futura, e al quale faceva spesso riferimento con la sua abituale semplicità conversando con la gente che si recava da lui, e sulla quale esercitava un fascino e una am­mirazione tutta particolare per quel suo modo naturale e lim­pido di esprimersi, e per quella luce che gli brillava negli oc­chi azzurri, che davano non poche volte l'impressione di ve­dere qualcosa che ad altri non era concesso. Persone di ogni età, di ogni ceto e cultura, si rivolgevano a lui per un aiuto materiale, per un conforto, una preghiera, uno sfogo, un con­siglio, una parola di fede e di amore, ed egli accoglieva tutti serenamente e con quella gioia che traspariva dalla sua per­sona e dal volto che si illuminava ogniqualvolta parlava di Dio e delle cose di Dio. In effetti, tanto negli scritti come nei suoi colloqui con quanti lo hanno avvicinato e interrogato, Fra Cecilio, soprat­tutto negli ultimi anni della sua vita, accenna spesso a mo­menti di «particolare luce», da lui ricordati con particolare chiarezza e precisione anche a distanza di tempo. Ammalato di meningite, il 18 aprile 1914 giunse in punto di morte. Va­le la pena di trascrivere quella sua esperienza così significa­tiva che lo segnerà per sempre, e che egli stesso ha affidato ai quaderni, descrivendola con tanta ricchezza di particolari. «Erano circa venti giorni che in questo Convento ero ogni giorno visitato, una o due volte al giorno, dal colonnello me­dico dottor Arcangeli, fratello del Vescovo Arcangeli. La ma­lattia, meningite, si presentava grave, per cui al mattino del 18 aprile il dottore disse ai miei superiori che quel giorno non arrivavo a sera. Verso le nove del mattino il male si aggravò fortemente. Io desideravo la presenza del Padre Guardiano che contemporaneamente era fuori convento per il suo mini­stero, e al quale telefonarono. Persi la parola, tutte le forze, la vista e, gradatamente, la circolazione del sangue sino al cuore. La circolazione del sangue continuava a venir meno lentamente, e il respiro cessava. Mi dava fastidio il toccarmi la coperta e l'avvicinarsi dei fratelli troppo vicini, perché mi facevano mancare il filo di stentato respiro. Avevo anche sen­tito in quell'istante il frate infermiere, Fra Romualdo da Bn­gnano, dire ai presenti: "Non respira più. Però - io pen­savo - non mi metteranno nella bara così...! Ero molto sereno, gioioso, sentivo l'anima che si era di­staccata momentaneamente dal corpo, perché si era infranto momentaneamente, perché l'eternità è un istante eterno. Sen­tivo la chiara presenza di Gesù, mio Divin Giudice, che mi giudicava con la sua divina misericordia, e tutti gli angeli e santi del Paradiso, con a capo Maria Santissima, festeggiare il giudizio favorevole per l'entrata nella gloria. La mia ani­ma aveva capito, in divina semplicità e chiarezza, che l'Eter­no Padre mi sarebbe stato Lui premio per tutta l'eternità, per tutto ciò che avevo sofferto in unione al suo Figlio Gesù, e in unione alla Santa Messa, come ci raccomandava sempre la mamma. In quell'istante la mia anima aveva gustato l'alba dell'eternità beata, ma quel filino di'respiro che stava per spe­gnersi, si è lentamente ripreso. Il sangue lentamente ha ri­preso la circolazione e verso le undici antimeridiane ho riac­quistato la vista e vidi la candela dei moribondi accesa, e Frate Celestino, in ginocchio, che piangeva. Io non potevo ancora parlare, ma tra me ho pensato: quanto noi siamo ciechi a questo mondo. Io ero vicino alla eterna gloria e il mondo piange. Poco dopo venne il Padre Gerolamo da Lomazzo, Mini­stro Provinciale, che con gli altri frati pregavano il venerabi­le Padre Innocenzo da Berzo (beatificato da Papa Giovanni XXIII il 12 novembre 1961), perché mi facesse la grazia di guarire. Io avendo in quel momento riacquistato la parola ri­sposi che preferivo morire che guarire. Il Padre mi soggiun­se: "Noi con san Martino diciamo al Signore: se Tu vuoi darci la salute, noi non ricusiamo la fatica!". Io risposi al Padre Provinciale: "Io, se Lei vuole, mi unisco mentalmente alla sua preghiera", perché ero sfinito. Al decimo giorno mi al­zai e andai alla sua cella a ringraziare. Nel pomeriggio ven­ne ancora il medico, meravigliato che io ero ancora vivo, e scrisse che io, umanamente parlando, non potevo guarire, e consegnò lo scritto al molto reverendo Padre Provinciale. Questo ricordo del 18 aprile 1914 mi confermò sempre più di vivere al mondo la vita di unione con Dio, viaggiando per la via stretta che Gesù ci ha tracciato, altrimenti guai: per­ché con Dio non si scherza!... Benché conoscessi che mi tro­vavo solo alla porta dell'eternità, pure i bagliori erano tali che non si possono spiegare. In quel momento, rivolgendo­mi al passato, mi consolavo molto dei dolori e sofferenze che avevo sostenuto per amore di Dio, ma di nuovo mi vergo­gnavo davanti a Gesù, perché avevo fatto troppo poco per Lui. Avevo fatto troppo poco per quel bene infinito che in­cominciava a presentarsi alla mia anima, e così di nuovo mi umiliavo davanti a Gesù, e Gesù di nuovo mi applicava i suoi meriti. Io dico tutte queste cose una dopo l'altra, come se fosse­ro accadute a intervalli di tempo, ma non è così: era tutto nello stesso tempo. Io non so se dico bene, a buon conto è inutile che io continui a dire, perché non ci riesco lo stesso a dire tutto. Io ho provato molte volte a trovarmi alla cima di un'al­ta montagna allo spuntare del giorno, alla mattina, a ciel se­reno. Prima ancora che spunti il sole, guardando verso le­vante, si vede avanzarsi una gran luce la quale rischiara pri­ma la cima dei monti e poi anche le pianure. Se si guarda invece a ponente, si vede ancora tutto oscuro, talmente che non si distingue se da quella parte sia nuvolo o sereno. Così in punto di morte. Siamo all'alba dell’eternità, se guardiamo alla nostra vita passata, vediamo tutto imperfetto il poco be­ne e tanti peccati commessi. Ora, ricorrendo noi all'amore misericordioso di Gesù, questo rischiara le nostre tenebre, cancella i nostri peccati, ci travolge nella fornace del suo amore e incomincia a farcene gustare quegli effetti che ci rendono beati per sempre. Dio mio, aiutatemi, perché ora, che ho il tempo, mi pre­pari alla morte in quel modo che voi desiderate. Date grazia di fare tesoro del tempo che di nuovo, per i vostri santissimi fini, mi avete concesso...». Questa esperienza così straordinaria e significativa, da lui vissuta in prima persona, si stamperà per sempre nell'anima di Fra Cecilio, confermerà e orienterà ancor più decisamente i suoi passi alla realizzazione della profezia contenuta nel Sal­mo: «Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sa­pienza del cuore. Volgiti, Signore; fino a quando? Muoviti a pietà dei tuoi servi. Saziaci al mattino con la tua grazia: esulteremo e gioiremo per tutti i nostri giorni. Rendici la gioia per i giorni di afflizione, per gli anni in cui abbiamo visto la sventura. Si manifesti ai tuoi servi la tua opera e la tua gloria ai loro figli. Sia su di noi la bontà del Signore, nostro Dio: rafforza per noi l'opera delle nostre mani, l'opera delle no­stre mani rafforza» (Salmo 90,12-17).

 

L'opera dei poveri

L'amore di Dio faceva sicuri i suoi passi, come abbiamo visto, in tutte le circostanze, nonostante le tristi vicende de­gli odi, della fame, della desolazione operata da quella av­ventura senza ritorno che è la guerra. Frà Cecilio la speri­mentò, sia durante il periodo del servizio militare, dal quale fu ben presto congedato a causa di una sofferenza cardiaca, sia soprattutto nelle sue conseguenze distruttive, prendendo­si cura di tanti e tanti poveri, diseredati, perseguitati politici ed ebrei, che bussavano alla portineria del convento per un aiuto e in cerca di qualcosa da mangiare. Esuberante in lui era il bisogno di soccorrere tutti indistintamente, sensibile alle necessità di tanta folla di fronte alla quale già il suo Divin Maestro, come ci ricorda il Vangelo di Marco a proposito della moltiplicazione dei pani, aveva provato tante e tante volte compassione: «Sbarcando, vide molta folla e si commosse per loro, perché erano come tante pecore senza pastore...» (Marco 6,34). Per comprendere l'ampiezza e la profondità di questi suoi sentimenti, occorre anche riferire del suo desiderio di essere mandato missionario in Brasile. Fin dal tempo del noviziato aveva nutrito questa aspirazione che non perdette mai di vi­sta, pur rimettendosi sempre all'obbedienza e alla volontà dei superiori. In modo particolare avrebbe desiderato servire i lebbrosi come il Padre Daniele da Samarate, un confratello cappuccino che era morto in concetto di santità dopo essersi totalmente consacrato a tale opera di carità contraendo egli stesso il terribile morbo. Questo anelito missionario che i superiori non ritennero opportuno di assecondare in Fra Cecilio, si trasfuse in un laico, un terziario francescano per il quale è pure già incominciato il cammino verso la gloria degli altari: il dottor Marcello Can­dia. Laureato e titolare di una azienda, vendette tutto e con il ricavato fece costruire un lebbrosario a Marituba, nello Stato del Parà in Brasile, consacrando il resto della sua vita ai fra­telli lebbrosi. Marcello maturò la sua vocazione missionaria grazie anche al suo rapporto di amicizia e di collaborazione con il nostro Fra Cecilio, imparando da lui a conoscere e a venerare quel Padre Daniele la cui immagine era stata posta bene in vista nella portineria del convento. Era sicuro richia­mo e alimento per lo stesso Fra Cecilio di uno spirito di sa­crificio che lo spinse fino all'eroismo nel quotidiano lavoro, santificato da una preghiera incessante, fino alle venti ore al giorno, senza soste e con assidua e costante fedeltà, emulo certamente dell'esempio e delle virtù eroiche del suo confra­tello missionario cappuccino, del quale avrebbe tanto desi­derato ricalcare le orme. Impossibilitato dunque a realizzare il sogno di spendere tutta la sua vita in terra di missione, concentrò col merito della santa obbedienza ogni sua energia nell'assumere coraggiosa­mente, con ammirabile abnegazione e spirito di servizio, quel ritmo così generoso di vita che caratterizzò fino all'ultimo la sua giornata terrena, giungendo alla più completa dona­zione di sé quale espressione tangibile della eterna misericordia di Dio che di tutti si prende cura, specialmente dei più biso­gnosi, senza preferenza di persona, tanto per le necessità ma­teriali come per quelle dello spirito. Otterrà dai superiori perfino il permesso di recarsi fuori convento per la questua in favore 'dei suoi poveri, tra i quali si annoverano anche persone dell'alta società cadute in di­sgrazia, ex ricchi che, mescolati nella folla anonima o più pru­dentemente raggiunti nelle loro case, riceveranno dallo stes­so Fra Cecilio l'attenzione sollecita di una carità discreta e silenziosa. Tutto affidato alla Divina Provvidenza che non ha mai abbandonato i suoi figli più poveri, neanche durante la guerra e in quegli anni tristi e difficili, durante i quali l'umi­le frate cappuccino diventava un gigante di coraggio davanti ad autorità civili e militari, a rischio anche della vita, prodi­gandosi per garantire ai suoi assistiti protezione e difesa, in­sieme con il reperimento del necessario per far fronte alle esi­genze di tanti e tanti che aspettavano almeno qualcosa per vivere. Per quasi quarant'anni, dal 1921 al 1959, Fra Cecilio servì dunque la minestra ai suoi poveri stando alla porta del con­vento. I poveri dovevano sopportare tutte le intemperie e si adattavano a mangiare seduti in terra nella piazzetta antistan­te la chiesa e il convento stesso. Finché un giorno, come lui stesso raccontò più e più volte e sempre con lo stesso trasporto, raccolto in preghiera davanti al tabernacolo, meditando quel miracolo evangelico della moltiplicazione dei pani come è rac­contato in Giovanni, dove è detto: «Rispose Gesù: "Fateli sedere". C'era molta erba in quel luogo. Si sedettero dun­que ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì a quelli che si erano seduti» (Giovanni 6,10-11), il nostro Fra Cecilio se ne lamentò con il Signore. Ripeteva spesso, infatti, il contenuto del suo lamento e di quella sua confidente richiesta a Gesù Eucaristico, manife­stando con quella sua abituale semplicità con quale accorata e ardente implorazione supplicò la divina clemenza ad avere la stessa compassione anche per i suoi poveri: «Vedi - dice­va - quando tu, o Signore, hai moltiplicato il pane per tanta gente, li hai fatti sedere sull'erba. Si vede che era asciutta. Invece, guarda i miei poveri come sono sempre esposti alle nebbie, al freddo, alla pioggia...». E fii così che si presentò un uomo, il dottor Emilio Grignani, che venne provviden­zialmente, spontaneamente e proprio al momento giusto a pro­porre l'attuale «Opera San Francesco», e da esperto industriale qual era, si impegnò direttamente non solo a sovvenzionarla, ma a contrattare la costruzione e l'arredamento, e a seguirne le diverse fasi. il benefattore era stato colpito da due cose con­temporaneamente: dal disagio dei poveri assistiti e dalla se­renità gioiosa ed infaticabile di Fra Cecilio per la difesa e la promozione della dignità umana anche fra i più emarginati. Nacque così la Mensa per i poveri nell'orto del convento dei frati cappuccini di viale Piave in Milano. Il 20 dicembre 1959 venne inaugurata solennemente alla presenza del cardi­nale Giovanni Battista Montini, poi papa Paolo VI, che ri­servò al comm. Grignani l'onore di tagliare il nastro. Finita la cerimonia con la benedizione dei locali, lo stesso Fra Ce­cilio servì il pranzo a molti poveri, sempre alla presenza del cardinale. Oggi il complesso ha subito alcune necessarie ristruttura­zioni, in considerazione delle nuove accresciute esigenze, e affidato a una gestione più moderna. Costantemente guidato dall'intelligenza della carità, è stato arricchito di alcune spe­cialità mediche e di altre soluzioni pratiche che rendono sen­z'altro ancora più confortevole l'accoglienza di tanti bisognosi di vestiario, di cure e medicinali, di un pasto caldo, alla ri­cerca di un posto di lavoro e di una abitazione, grazie alla collaborazione organizzata del volontariato, dei medici che gratuitamente garantiscono le loro prestazioni professionali, e degli obiettori di coscienza che preferiscono consacrare al­l'esercizio della carità le loro energie in sostituzione del ser­vizio militare di leva. L'Opera dei Poveri è diventata un alveare dove alla labo­riosità di tutti è affidata la testimonianza di un amore che, nella condivisione del medesimo spirito e nella continuità del­l'iniziativa dell'amato Fra Cecilio, si fa attento e solidale con le necessità delle vecchie e nuove forme di emarginazione.

 

Il pane dello spirito

Era davvero commovente assistere a quella profusione di carità solerte, discreta e umile della quale Fra Cecilio si rese protagonista fino quasi alla sua morte. E a rendere ancora più straordinaria e veramente sorprendente la sua testimonianza d'amore è certamente il fatto che era sempre lui il primo pronto a ringraziare quanti bussavano alla porta! Un giorno gli fu fatto notare che a dire grazie toccava a coloro che riceveva­no da lui la pasta, il riso, il pane, i formaggini, i dadi per la minestra... Ma Fra Cecilio non ne volle affatto sapere e rispose deciso che proprio lui si sentiva grato a tanti e tanti poveri che gli permettevano di compiere così numerosi atti di carità nel nome del Signore! La sua sola preoccupazione era quella di essere molto delicato nel fare la carità, per non offendere e umiliare il senso della dignità personale della crea­tura umana. Rimase semplicemente e lui solo sorpreso quando nel 1969 e nel 1973 gli fu assegnata la medaglia d'argento da parte del Comune di Milano, e la medaglia d'oro da parte della Pro­vincia, per i suoi sessant'anni di servizio ai poveri. Ma sarebbe fare un grave torto al caro Frate se ci si limi­tasse a considerare soltanto quel monumento alla carità che è l'«Opera San Francesco» per il pane dei poveri, dimenti­cando di porre adeguatamente in risalto quel «companatico» che altrettanto abbondantemente egli elargiva a tutti e che egli chiamava «l'altro pane», senza distinzione di persone, pro­prio come per il cibo materiale, ed era il dono e la comunica­zione preziosa di quelle illuminazioni interiori che facevano pieno il suo cuore e la sua mente, frutto maturo di una diu­turna preghiera e attinte ai piedi del suo Eucaristico Amore vivente nel tabernacolo. Aveva una parola per tutti, una parola vera, semplice e convincente. Erano parole di conforto, di speranza, di luce. Attraverso quelle parole egli rendeva completo il dono di sé: non si limitava dunque a distribuire il pane, ma faceva dono di se stesso, della sua vita, della sua esperienza, di tutte quelle eloquenti illustrazioni interiori che erano stampate a caratte­ri di fuoco, un fuoco d'amore, nel suo spirito. Si pensò bene ad un certo momento di raccogliere quelle rose, e cominciarono dapprima ad apparire alcune raccolte ciclostilate, fino al 1968, quando con i caratteri della Scuola Grafica Salesiana, presentati come pro-manoscritto, usciro­no progressivamente: «Riflessioni e Pensieri», «Pensieri eu­caristici» e «Piccola raccolta di lettere». Tutte e tre le raccolte furono curate da Teresita Schenone, una assidua e devota fre­quentatrice di Fra Cecilio. Il Salesiano Umberto Callegaro, anch'egli molto amico e molto vicino a lui, ama ricordare di aver stampato in fascicoli questi scritti in un momento in cui il lavoro presso la scuola grafica salesiana scarseggiava, uti­lizzando carta di ricupero ormai ingiallita, che giaceva in ma­gazzino. Aggiunge però che, dopo la sorpresa fatta a Fra Cecilio e ai suoi benefattori, il lavoro nella tipografia non ven­ne più a mancare. Nel dicembre del 1969 le tre raccolte confluirono in un unico volume, Nella Luce Divina, edizione extra-commerciale, giunto nel dicembre 1986 alla sua tredicesima edizione. Si calcola che ne siano state stampate fino a tale data più di 100.000 copie. Del libro apparve perfino una ampia e lusin­ghiera recensione su «L'Osservatore Romano» qualche mese dopo la prima edizione, alla quale fecero seguito altre non meno qualificate e autorevoli a firma di Don Angelo Ubiali su «L'Eco di Bergamo», e dello scrittore Cesare Angelini. Ancora oggi molti ricordano con commozione le visite al­l'Opera, dove Fra Cecilio stesso veniva ad aprire la porta e ad accogliere chiunque con la stessa cortesia e con la stessa gioia, sia che si trattasse di persone note e altolocate, sia che si trattasse di gente umile, semplice come lui e povera, senza distinzione di persone. Prendeva per mano il visitatore e lo conduceva in una stanzetta dove lo invitava a unirsi a lui nel­la recita lenta e ispirata di tre Ave Maria davanti a una sta­tuetta che rapiva il suo sguardo luminoso ogni volta che a Lei rivolgeva i suoi occhi. Solo allora era più facile contemplar­ne l'azzurro intenso dei suoi occhi, perché non più socchiusi e bassi, ma spalancati per fissare Colei che gli sembrava pro­prio presente e viva, ispiratrice di tante risposte profetiche e illuminate che fugavano il dubbio, la disperazione, la pau­ra, la tentazione. Quante conversioni non avvennero in quel luogo, dove al colloquio seguiva immancabilmente la preghiera. I suoi con­fratelli cappuccini presbiteri raccolsero in tanti anni le con­fessioni di coloro che egli indirizzava loro per essere final­mente riconciliati e rasserenati nel ritrovato abbraccio del Cro­cifisso, sempre pronto, come lui diceva, con le braccia aper­te, ad accogliere i figli prodighi che tornavano al suo Cuore pieno d'Amore e di perdono. Fra Cecilio si mostrava felice quando poteva intrattenersi con i suoi sempre graditi ospiti nella lettura di quegli scritti che egli seguiva, parola per parola, talvolta intervenendo de­ciso e sempre garbato per correggere qualche inesattezza nel corso della lettura stessa fatta dal suo interlocutore, lieto di poter condividere ciò che il suo cuore provava di più intimo, soprattutto la gratitudine profonda per tutto quello che il Si­gnore si è degnato operare per la Redenzione degli uomini e per la loro riammissione alla sua Divina Presenza per tutta una eternità. Ogni volta quel suo stupore, pieno di fede limpida e ro­busta, riaccendeva in coloro che gli erano accanto un senso più vivo della Presenza e dell'Amore di Dio, tanto da susci­tare non solo commozione e ammirazione, ma il desiderio di una più matura imitazione di tanti fratelli santi che ci hanno preceduto nel segno della fede, con i quali sembrava a tutti di stringere una comunione più intima e profonda, in un sen­tirsi attesi e attirati in alto, verso le dimore eterne. Erano dav­vero momenti di Cielo, pregustazione gioiosa del Paradiso che ci attende, che Fra Cecilio instancabilmente sospirava co­me la sua patria vera e definitiva. Guida sicura era per lui la Madonna. Con Maria, infatti, non meno che con Gesù, Fra Cecilio visse in particolare «di­mestichezza»: Ella era continuamente presente al suo spirito, tanto che egli affermò spesso che proprio Lei lo aiutava ad aderire a ciò che la Provvidenza gli richiedeva momento per momento, dandogli coraggio, gioia, insegnandogli ciò che do­veva dire, fare, tacere e sostenendolo anche fisicamente. Così lasciò scritto a testimonianza di questo suo amore di tenerez­za e confidenza veramente filiale. «Essa, Madre di Dio e Madre nostra, ci ama e ci vuole tutti in Cielo in sua compagnia, a godere Dio per tutta l'eter­nità. La Madonna è la celeste Mamma di tutti e singolarmen­te di ognuno. Da Lei ognuno di noi è amato singolarmente come se fosse solo. Io devo elevare la mia mente a pensare che la mia celeste Mamma è continuamente intenta a pensare a me e ad arricchire l'anima delle sue grazie. La mamma pensa al suo figlio prima che il figlio pensi alla mamma. Alla mam­ma preme il benessere del figlio più di quanto il figlio sia ca­pace di pensare. Il figlio non vede quanto vede e conosce la mamma, per cui non si occupa del suo benessere quanto in­vece se ne occupa la mamma. Ecco perché tutti noi dobbiamo avere una grande confi­denza con la nostra celeste Mamma. Dobbiamo aprirle e mo­strarle tutto il nostro cuore, i nostri dubbi, le nostre necessità spirituali e corporali. La Madonna ci vede e ci aiuta, ma vuole che anche noi facciamo la nostra parte. Vorrebbe che il no­stro cuore si fondesse tutto nel suo. La nostra cara Mamma Immacolata e Assunta conosce il mondo in cui viviamo. Co­nosce i nostri pericoli spirituali nei quali possiamo inciampa­re e diminuire la grazia e l'amore di Dio e suo, con mancan­ze veniali avvertite o raffreddarci nello spirito e peggiorare al punto di arrivare al pericolo di perdere la grazia con il pec­cato mortale... La Madonna ci vede e ci aiuta a scampare i pericoli, con il patto che anche noi ascoltiamo i suoi suggeri­menti...».

 

Conclusione

In questa breve presentazione della figura del nostro fra­tello laico cappuccino Fra Cecilio Maria abbiamo tracciato solo le linee essenziali della sua vita e della sua spiritualità, senza alcuna pretesa di aver detto tutto. Lo scopo fondamen­tale di questa modesta e semplice biografia è quello di pro­muovere la conoscenza e la diffusione di un modo di vivere cristiano e nella vita religiosa, costantemente sotto lo sguar­do e per amore di Dio, sostenuto fino alla fine da una speran­za certa, alimentata dalla fede e tradotta fedelmente in atto di squisita e fattiva carità, secondo il genuino spirito france­scano, perseverando con evangelica fortezza nella scia del Po­verello di Assisi. Nel 1926, nell'imminenza del VII centenario della morte di San Francesco, fu lanciata l'idea di un monumento impo­nente col quale solennizzare la ricorrenza, per il quale si tro­varono d'accordo sia le autorità civili che quelle militari. Il protagonista della nostra storia scrisse allora al Presidente del Consiglio, Benito Mussolini, per avere 150 quintali di bron­zo che sembravano essere necessari alla realizzazione dell'o­pera. La risposta negativa e la lentezza da parte di coloro che se ne erano resi responsabili suggerirono a Fra Cecilio di in­teressarsene personalmente da vicino, tanto da impegnarsi nella ricerca del benefattore. Fiducioso nella Divina Provvidenza fece una questua cittadina durante la quale visitò circa 10.000 portinerie per raccogliere il necessario per il finanziamento completo dell'iniziativa. Lo scultore Prof. Domenico Tren­tacoste di Firenze offrì la sua collaborazione gratuita, per amo­re di San Francesco e dell'Ordine Francescano, chiedendo al povero questuante di posare come modello per la realizza­zione della statua. Fra Cecilio accettò. Il monumento fu dunque inaugurato il 28 ottobre 1927: si tratta di una statua di bronzo, alta più di cinque metri, sor­retta da un alto basamento, disposta in piazza Risorgimento, proprio attigua al Convento dei Frati di Viale Piave e all'O­pera dei Poveri. Il Cardinale Tosi lo benedisse alla presenza di molte autorità e di moltissima folla convenuta da varie parti per l'occasione. Così fu esaltata la straordinaria santità di San Francesco Patrono d'Italia con i tratti ispiratori del volto di Fra Cecilio, quasi mistica profezia dell'identificazione del figlio col pa­dre, alla cui imitazione egli si era interamente consacrato con tutto l'impegno e la fedeltà della sua lunga vita religiosa. Gli ultimi 18 mesi furono da lui trascorsi a Bergamo presso l'In­fermeria dei Frati Cappuccini Lombardi, dove quasi fino al­l'ultimo continuò a ricevere gente e a pregare anche durante le notte, come aveva sempre fatto per tutta la vita. Il giorno 10 aprile 1984, alle ore 21,20, all'età di 98 an­ni, serenamente spirava. Mentre si spegneva sulle sue labbra il sussurro dell'ultima preghiera, si accendeva glorioso ed eter­no il canto dell'assemblea del Cielo, eco festante alla procla­mazione del divino giudizio misericordioso: «Vieni, servo buo­no e fedele; entra nella gloria del tuo Signore!». Riposa nella Chiesa dei Frati Cappuccini di Viale Piave, 2 a Milano, accanto alla portineria di quel convento che lo vide protagonista di tanti umili servizi e di tanti incontri da lui vissuti nella gioia del Signore.