FLUORILEGIO
DELLE VIRTU’ SERAFICHE
LA
LETIZIAL'Apostolo
Paolo ci invita ripetutamente a rallegrarci sempre nel Signore. Tutti noi
abbiamo sperimentato certamente momenti di allegria prorompente, alternati a
momenti di malinconia, di calo di entusiasmo, se non di tristezza. Perché
questi alti e bassi? Può la gioia, come ci esorta San Paolo, essere continua
nel nostro cuore? Da dove nasce la gioia?
La
gioia nasce e fiorisce in una buona coscienza. Quando un'anima vive con
rettitudine, nella Grazia di Dio, sperimenta nel suo cuore una gioia così grande,
così pura, limpida e profonda che non può essere paragonata a nessuna delle
gioie fallaci e illusorie che può dare il mondo. Perché la gioia, quella vera,
è Cristo. Chi possiede Cristo Gesù nel cuore, chi vive in unione con Lui: è
felice.
Per
questo noi cristiani dovremmo essere gli uomini, le donne della gioia, della
letizia. Abbiamo invero molti motivi per essere felici: abbiamo un Padre che
ci ama smisuratamente e per rivelarci il Suo Amore ha inviato il Suo Diletto
Figlio Gesù Cristo e lo Spirito Santo che ci rende capaci di amare con il Suo
stesso Amore. Ci ha donato la Beata Vergine Maria che ci ha partoriti sul
Calvario e la Chiesa come Madre amorosa, che ci ha portati nel suo grembo, ci ha
dato alla luce attraverso il Battesimo e si prende cura della nostra crescita,
per mezzo dei Sacramenti.
Non
abbiamo dunque ragione di essere felici? Non dovremmo con la nostra vita
testimoniare, cantare la gioia di essere cristiani?
Certo,
anche il cristiano conosce momenti di prova, di tribolazione, di travaglio, ma
è qui il paradosso, proprio allora il cristiano è chiamato a gioire perché
attraverso la prova, la tribolazione, il travaglio, la persecuzione, il suo
amore si purifica ed egli viene reso più somigliante al suo Signore Gesù
Cristo.
E
in questo San Francesco ci è maestro. Di rara bellezza è l'insegnamento di S.
Francesco, in dialogo con Frate Leone, sulla perfetta letizia. Facciamone
memoria insieme.
"Un
giorno il beato Francesco, presso Santa Maria degli Angeli, chiamò frate Leone
e gli disse: "Frate Leone, scrivi". Questi rispose : "Eccomi,
sono pronto". Scrivi - disse - quale è la vera letizia. Viene un messo e
dice che tutti i maestri di Parigi sono entrati nell'Ordine; scrivi, non è
vera letizia. Così pure che sono entrati nell'Ordine tutti i prelati d'Oltr'Alpe,
Arcivescovi e Vescovi, non solo ma perfino il Re di Francia e il Re
d'Inghilterra; scrivi: non è vera letizia. E se ti giunge ancora notizia che i
miei frati sono andati tra gli infedeli e li hanno convertiti tutti alla fede,
oppure che io ho ricevuto da Dio tanta grazia da sanargli infermi e da fare
molti miracoli; ebbene io ti dico: in tutte queste cose non è vera
letizia".
"Ma
qual è vera letizia?". "Ecco, io torno da Perugia e, a notte
profonda, giungo qui, ed è un inverno fangoso e così rigido che,
all'estremità della tonaca si formano dei ghiacciuoli d'acqua congelata, che
mi percuotono continuamente le gambe fino a far uscire il sangue da siffatte
ferite. E io tutto nel fango, nel freddo e nel ghiaccio, giungo alla porta e,
dopo aver a lungo picchiato e chiamato, viene un frate e chiede "Chi è?".
Io rispondo: "Frate Francesco". E quegli dice: "Vattene, tu sei
un semplice ed un idiota, qui non ci puoi venire ormai; noi siamo tanti e tali
che non abbiamo bisogno di te". E io resto davanti alla porta e dico
"Per amore di Dio, accoglietemi per questa notte". E quegli risponde:
"Non lo farò. Vattene al luogo dei Crociferi e chiedi là". Ebbene,
se io avrò avuto pazienza e non mi sarò conturbato, io ti dico che qui è la
vera letizia e qui è la vera virtù e la salvezza dell'anima ".
Quale
insegnamento ci dà il Serafico Padre sulla gioia vera!
Per
quanto riguarda S. Chiara, la letizia è, senza dubbio, il sentimento che più
affiora nella sua vita, anzi, possiamo affermare, sia il suo stato d'animo abituale.
Ella esulta e gode, ripiena di enorme gaudio e di spirituale letizia perché
"un tale e così grande Signore, scendendo nel seno della Vergine, volle
apparire nel mondo come uomo spregevole, bisognoso e povero, affinché gli
uomini - che erano poverissimi e indigenti, affamati per l'eccessiva penuria
del nutrimento celeste -, divenissero in Lui ricchi col possesso dei reami
celesti". Ella prova sommo diletto, insieme alle sue figlie, nel
sopportare ogni penuria, povertà, fatica, tribolazione, ignominia o disprezzo
del mondo, per amore di Gesù Cristo.
La
gioia di Chiara, come ben si vede, non è superficiale, ma profonda e intima,
essa nasce dall'esperienza della Grazia e dalla consapevolezza di essere
oggetto dell'Amore di Dio.
Il Signore ci conceda il coraggio di guardarci dentro per vedere quali abitudini, fonti di tristezza, dobbiamo estirpare; Egli purifichi il nostro cuore, perché possa sempre più risplendere sul nostro volto la luce della Sua Gloria e possiamo testimoniare con tutta verità di averLo incontrato Risorto nella nostra vita.
"Benedetto
sii Tu Signore, Lo quale me hai creata'.
Alle
soglie dell'eternità sorge impellente in Chiara il bisogno di ringraziare il
Signore, di benedirLo per averla creata.
Tutta
la vita di Chiara è un'eucarestia, un canto di lode e di ringraziamento a Dio e
questo anche nella lunga malattia che la inchioda al letto per ben ventotto
anni. In questo tempo di continua sfinitezza "non si ode una mormorazione,
non un lamento, ma sempre dalla sua bocca proviene un santo conversare, sempre
il ringraziamento".
All'inizio
del suo Testamento spirituale, Chiara ricorda in primo luogo alle sue figlie il
dovere di rendere vive azioni di grazie al Padre delle misericordie per i
benefici da lui ricevuti e particolarmente per il dono grande della
vocazione."
"Credo
che l'eternità non mi basterà per ringraziare il Signore per tutto quello
che mi ha dato" mi rispose una carissima Sorella quando le chiesi a bruciapelo
come pensava di trascorrere l'eternità. Avere un cuore colmo di gratitudine
significa aver fatto esperienza della Bontà di Dio, della Sua Provvidenza, dei
Suoi mirabili interventi nella nostra vita.
Rileggere
la propria storia con gli occhi di Dio, ripercorrendone i memoriali,
contemplando come niente ci è accaduto per caso ma tutto è concatenato dal
filo della Provvidenza divina, suscita in noi e tiene desto il senso della
gratitudine.
La
gratitudine a Dio nasce anche dal riconoscere che tutto è dono. La vita,
prima di tutto, è dono, il Battesimo, la chiamata alla vita Religiosa, ogni sorella
e fratello, ogni evento doloroso o lieto è dono perché luogo della
manifestazione di Dio. Qualcuno si spinge più in là e arriva addirittura a
ringraziare il Signore per i propri peccati perché tramite essi ha fatto
esperienza della Misericordia di Dio.
Un
cuore grato a Dio, lo sarà anche agli uomini. Un cuore che non ha gratitudine
verso Dio, non l'avrà neppure verso gli uomini.
Da
un cuore grato sgorga la lode, il cantico nuovo, il giubilo e l'esultanza.
Il
Serafico Padre non poteva trattenersi dal benedire e ringraziare Dio Sommo
Bene, per Se stesso, per la creazione, per i molteplici doni che da Lui
procedono. E similmente ringrazia anche nelle persecuzioni, nelle ingiurie
patite per amore di Dio, lieto di essere partecipe delle sofferenze di Cristo.
Il senso di gratitudine informa tutta la sua vita e, quale vero povero, tutto
considera grazia. Mostra una riconoscenza commossa quando il Signore gli dona
il primo compagno, sembrandogli che Dio si prenda cura di lui. Ringrazia
parimenti Dio nei suoi dolori, stimando giusti i giudizi di Dio a suo riguardo.
Allorché
è divenuto ormai cieco, certo del regno che il Signore gli ha promesso e
assicurato, pur tra le malattie e le prove più terribili, intona il Cantico
delle Creature, lodando e benedicendo Dio per le Sue opere, quelle opere che
egli, con gli occhi della carne, non può più mirare e vuole che i suoi Frati
vadano per il mondo a cantare le Lodi del Signore e a predicare agli uomini la
riconoscenza e la lode.
Accogliendo
l'esortazione di S. Chiara: "Dobbiamo Sorelle carissime, meditare gli
immensi benefici di cui Dio ci ha colmate", esercitiamoci spesso a
rileggere la nostra vita come storia di salvezza poiché la gratitudine (come
pure la fede) si nutrono con la memoria celebrativa delle meraviglie che il
Signore ha compiuto nella nostra vita.
Talmente grande era l'amore di Francesco per la virtù dell'orazione, come ama definirla San Bonaventura, che "il servo di Cristo, vivendo nel corpo si sentiva in esilio dal Signore e si sforzava, pregando senza interruzione, di mantenere lo spirito alla presenza di Dio".
Nella
preghiera trovava la sua consolazione, nella pratica dell'orazione la difesa
dalle tentazioni e la fortezza nelle tribolazioni.
Che
dire poi di Chiara che dell'orazione continua aveva fatto l'unico scopo del
suo vivere rinchiusa per amore di Cristo e delle anime? Ella era costantemente
impegnata in sante preghiere e lodi divine e non di rado sperimentava la
dolcezza della contemplazione e la potenza della preghiera ardente piena di
fede.
La
pietà è il culto che offriamo a Dio sull'altare del nostro cuore, tramite
l'unione ininterrotta con Lui che si realizza nella preghiera incessante. Il nostro
cuore è piccolo, ma la preghiera lo dilata e lo rende capace di amare Dio.
Questo amore poi non è un sentimento astratto, ma si esprime e si concretezza
nel vivere da figli di Dio, in obbedienza filiale e amorosa alla volontà di
Dio. Pregare oltre che un comando del Signore, è un bisogno del cuore. Un bisogno
che l'uomo di tutti i tempi ha avvertito, anche se purtroppo oggi questo bisogno
spesso è messo a tacere dalla fretta, dallo stress, dai mass media, ecc...
Ma
è di importanza vitale che l'uomo impari a fermarsi di tanto in tanto (magari
all'alba e a conclusione di ogni giorno), a riflettere, a rientrare in se
stesso per orientare la propria vita verso il Bene e verso ciò che è veramente
importante.
La
preghiera non è un soliloquio, è incontrarsi con Colui che ci ama, fare
l'esperienza rigenerante del Suo Amore, attingere dalla Parola la luce che guida
i passi del nostro cammino.
Come
pregare? Perché la nostra preghiera sia autentica, è indispensabile che
siamo veri, che non ci nascondiamo dinanzi a Dio, ma come suoi figli, Gli
palesiamo con semplicità il nostro stato d'animo. La preghiera non è fuga
dalla storia, anzi la preghiera deve partire dalla storia, da ciò che stiamo
vivendo quando ci mettiamo dinanzi a Dio.
Stiamo
vivendo un fatto doloroso? Facciamone oggetto di preghiera. Subiamo una
tentazione? Trasformiamola in preghiera. Come? Chiedendo a Dio che ci aiuti a
vincerla.
Ci
scopriamo deboli e incapaci di compiere il bene che vorremmo? Non fingiamo che
tutto vada bene ma confessiamo apertamente a Dio la nostra debolezza, la nostra
incapacità di amare, Egli non aspetta altro che venire in nostro soccorso.
Abbiamo
la gioia nel cuore? Ringraziamo il Buon Dio e preghiamolo che ci custodisca nel
Suo Amore.
E
inoltre importante che la nostra preghiera sia coraggiosa, che abbiamo cioè il
coraggio di chiedere a Dio di farci vedere ciò che in noi, nelle nostre abitudini,
nei nostri comportamenti, nei pensieri e desideri del cuore, Gli dispiace,
perché con il Suo aiuto possiamo rimuovere il male che è in noi.
Se
la nostra preghiera è vera porterà frutti concreti di conversione, ci porterà
progressivamente ad abbandonare la nostra mentalità per assumere quella di
Cristo Gesù Signore.
Che
cosa chiedere nella preghiera? Ciò di cui abbiamo bisogno: lo Spirito Santo,
che ci insegni ad amare, ci aiuti a perdonare, a non giudicare, ci dia la luce
necessaria per il nostro cammino quotidiano.
Quando
pregare? Il Signore Gesù ci esorta a pregare in ogni tempo, a pregare
incessantemente, senza stancarci mai e - come scrive San Paolo - a farlo con
ogni sorta di preghiere nello spirito.
Per
giungere ad una ininterrotta unione d'amore con Dio, dobbiamo prima di tutto
coltivare con perseveranza alcuni tempi forti di preghiera. Dei tempi cioè in
cui, creando attorno a noi un clima di solitudine e di silenzio, di clausura del
cuore, ci dedichiamo alla preghiera interiore. Questo però non basta, ma
dobbiamo anche prendere la santa abitudine di elevare frequentemente il nostro
pensiero e il nostro cuore a Dio durante il giorno, nella lode, nella
supplica, nel ringraziamento, in un continuo atto d'amore, servendoci di brevi
preghiere: le giaculatorie. In tal modo si accenderà nel cuore una scintilla
che ben presto si trasformerà in una fiamma d'amore. Piano piano tutta la
nostra vita diventerà preghiera, tutte le nostre azioni più comuni e
ordinarie, saranno impregnate di preghiera e acquisteranno un valore nuovo.
Durante
il giorno, mentre le varie occupazioni premono, impariamo dunque ad elevare
segretamente la preghiera a Dio, dicendo col cuore: "Gesù ti amo",
"Gesù aiutami", "Signore insegnami ad amarTi, riempimi del Tuo
Amore", "Signore donami il Tuo Santo Spirito", "Gesù e
Maria vi amo, salvate anime", "O Dio, abbi pietà di me,
convertimi", "Padre, perdonami", "Signore Ti prego per
quella persona che mi è causa di sofferenza, aiutami a perdonare",
"Signore, desidero compiere tutto per Tuo Amore", "Signore illuminami,
insegnami ciò che Ti è gradito", "Signore Ti amo, Ti adoro, Ti
ringrazio", ecc.
In
tal modo tutta la vita del cristiano sarà impregnata di preghiera.
Pregare
è cantare l'Amore di Dio.
Con
parole sublimi San Bonaventura descrive questa esperienza: "Io ho trovato
il Cuore del mio Signore, il Cuore di Gesù benignissimo: cuore di re, cuore di
fratello, cuore di amico. Nascosto in Lui non pregherò io? Pregherò, sì. Di
già il suo Cuore, lo dico francamente, è anche il mio cuore. Se Gesù Cristo
è il capo, come dunque quello che è del mio capo non dovrà dirsi mio ?... E
dunque anche il cuore del mio capo spirituale è cuore mio. Che gioia per me.
Ecco: Gesù ed io abbiamo un solo e medesimo cuore... Frattanto avendo
ritrovato, o Gesù dolcissimo, questo Cuore divino, che è tuo ed è mio,
pregherò Te, Dio mio. Accogli nel sacrario delle udienze le mie orazioni, anzi
rapiscimi tutto nel tuo Cuore. "
Del
Serafico Padre San Francesco è attestato che spesso si ritirava a pregare in
luoghi solitari, riempiendo di gemiti i boschi, dialogando ad alta voce col
suo Signore e ora Gli rendeva conto come al Giudice, ora supplicava il Padre,
ora parlava all'Amico, ora scherzava amabilmente con lo Sposo.
Egli
non era un uomo che pregava, ma addirittura un uomo fatto preghiera, perché
la preghiera era divenuta in lui spontanea e abituale come il respiro.
"«Sopra
ogni altra cosa - asseriva con fermezza - il religioso deve desiderare la grazia
dell'orazione», e incitava in tutte le maniere possibili i suoi frati a
praticarla con zelo, convinto che nessuno fa progressi nel servizio di Dio,
senza di essa".
Della
Madre S. Chiara, testimoniano le prime Sorelle, che quando tornava dall'orazione
era raggiante in viso e spesso infervorava le Suore a non lasciar cadere mai
dalla mente il ricordo di Cristo. "Allorché infatti ritornava nella gioia
dalla santa orazione, riportava dal fuoco dell'altare del Signore parole
ardenti, tali da infiammare il cuore delle Sorelle".
Dopo
Compieta, mentre le altre Sorelle danno al corpo il necessario riposo, ella si
intrattiene invece in lungo amoroso colloquio con il Signore.
"Spessissimo
prostrata in orazione col volto a terra, bagna il suolo di lacrime e lo sfiora
con baci, così che pare avere sempre tra le braccia il suo Gesù, i cui piedi
inondare di lacrime, su cui imprimere baci ".
Numerosi
e noti i prodigi operati dalle sue ardenti suppliche: i saraceni
miracolosamente volti in fuga, la liberazione della città di Assisi,
liberazione dai demoni, guarigioni varie, tutto ciò in forza della sua
preghiera fatta con fede.
La
beata Angela da Foligno, terziaria francescana e grande mistica diceva:
"Quanto più pregherai, tanto più sarai illuminato. Quanto più sarai
illuminato, tanto più profondamente e intensamente vedrai il sommo Bene,
l'Essere infinitamente buono. Quanto più profondamente e intensamente lo
vedrai, tanto più l'amerai. Quanto più l'amerai, tanto più ti allieterà,
tanto maggiormente lo comprenderai e diverrai capace di capirlo".
È necessario essere convinti della necessità della preghiera, necessità motivata dalla nostra debolezza che ci stimola a chiedere aiuto a Dio, necessità motivata anche dal bisogno del cuore di ringraziare il Buon Dio, di lodarLo, di benedirLo per l'immenso Amore con cui ci avvolge e di dirGli a nostra volta che l'amiamo, anche se siamo consapevoli dell'imperfezione e della debolezza del nostro amore.
La Vergine orante ci insegni a pregare col cuore e a fare della nostra vita un ininterrotto cantico d'amore per la gloria di Dio.
I
maestri di spirito ordinariamente distinguono tre tipi di orazione: l'orazione
vocale che si esprime con parole, come quando recitiamo i Salmi, gli inni o
altre lodi; l'orazione mentale che si pratica quando mentalmente ci si
rivolge a Dio, riflettendo devotamente sulla Sua Parola o sui Misteri e le
Verità della nostra fede, e la contemplazione mediante cui si sta raccolti
alla Presenza di Dio, in semplicità, con lo sguardo del cuore rivolto a Dio,
nell'amore.
Personalmente
amo molto un quarto tipo di orazione, quella vitale. L'orazione vitale è
quella che parte dalla vita e ritorna alla vita illuminandola.
Nella vita del cristiano, quando la preghiera è vera, non è mai avulsa dalla vita ma, al contrario, abbraccia tutta la vita, sicché non c'è dicotomia tra preghiera e vita.
L'orazione
vitale, mi piace ripeterlo, è quella che si parte dalla situazione concreta che
stiamo vivendo, dalla storia. Da una sofferenza, da una croce che ci spinge a
chiedere aiuto e luce al Signore, come pure da una gioia trasformata in
rendimento di grazie a Dio. Dietro tutto ciò che ci capita durante il giorno,
c'è una chiamata di Dio alla santità, una chiamata di Dio ad esercitarci nelle
virtù, a crescere nell'amore oblativo. Se chiediamo luce a Dio in tutto ciò
che ci capita, scopriremo anche dietro una contrarietà un invito del Signore
a praticare la pazienza e la misericordia; o dietro la tentazione, trasformata
in preghiera, una chiamata all'umiltà. Così facendo gradualmente impareremo a
rendere grazie in ogni cosa perché, secondo le parole dell'Apostolo "Tutto
concorre al bene di coloro che amano Dio".
In
questo modo la nostra vita, pervasa dalla preghiera, diventerà luminosa,
incominceremo a guardare la nostra storia e quella altrui con gli occhi della
fede, non fermandoci all'apparenza ma andando oltre, scopriremo il progetto
d'amore che Dio ha su di ciascuno e tutto ci sarà dolce.
Un
giorno ad uno dei Padri del deserto fu chiesto come avesse imparato a pregare
senza interruzione ed egli rispose: "Quando venni in questo deserto solitario
la sera avevo paura che mi assalissero le fiere e pregavo il Signore che mi
liberasse dai pericoli; quando sopravvenivano la fame e la sete, pregavo Dio
che provvedesse a questi miei bisogni, quando la tentazione di tornare nel
mondo mi assaliva, supplicavo il Signore che venisse in mio aiuto e non
permettesse che io cadessi nelle grinfie del maligno; sperimentando la bontà e
la misericordia di Dio verso di me peccatore, ero mosso a renderGli vive azioni
di grazie e a lodarLo. A poco a poco la preghiera divenne in me spontanea e
imparai a rivolgermi a Dio in ogni cosa, ora non posso più fare a meno di
pregare perché la preghiera è divenuta per me come il respiro".
A
seconda delle circostanze che ci capitano, vari sono gli atteggiamenti che
assumiamo nella preghiera, stando di fronte a Dio. Talvolta ci rivolgiamo a
Dio con l'atteggiamento del colpevole che invoca il perdono; talaltra con quello
dell'assediato dai nemici delle tentazioni e tribolazioni, chiedendo aiuto al
Potente per non cadere; altre volte con l'atteggiamento del povero e mendico che
chiede il pane della Grazia; altre volte ancora con quello di figlio che cerca
di obbedire in tutto e piacere al Padre e Gli chiede la grazia di non
allontanarsi dal beneplacito della Sua Volontà; altra volta con quello
dell'anima come sposa di Dio che desidera riposarsi nel suo unico Diletto per
il cui amore tutte le cose sono diventate vili e desidera di essere sciolta
dal corpo per essere con Cristo, come prega l'Apostolo.
"Alziamo,
dunque, gli occhi al cielo come ci esorta S. Chiara, cioè non fermiamoci al
quotidiano, ma partiamo da esso per risalire al Padre che tutto dispone per la
nostra gioia e salvezza.
La
Beata Vergine Maria, accenda nei nostri cuori, il desiderio ardente
dell'unione ininterrotta con Dio, allora saremo santi. Il santo infatti è colui
che vive nell'amore, perché collegato alla sorgente dell'amore, attraverso la
preghiera e l'unione con Dio.
"Ammonisco
ed esorto nel Signore Gesù Cristo tutte le mie Sorelle, presenti e future, che
si studino sempre di imitare la via della santa semplicità... che ci fu
insegnata dal beato padre nostro Francesco fin dal principio della nostra
conversione a Cristo".
"La
pura e santa semplicità che confonde ogni sapienza di questo mondo e la
sapienza della carne" è
un atteggiamento profondo della persona che pensa e agisce lasciandosi
guidare in tutto dalla Parola di Dio e dalla propria coscienza da essa
illuminata. La semplicità è sinonimo di schiettezza e indice di unità interiore.
Nel
semplice non c'è dicotomia tra ciò che crede e ciò che vive, tra ciò che
appare all'esterno e ciò che è all'interno, tra ciò che pensa e ciò che
manifesta. Il vizio opposto alle semplicità infatti è proprio l'ipocrisia.
La semplicità si fonda sulla verità e produce quale frutto la pace interiore.
Per
conquistare questa virtù bisogna avere il coraggio della verità di noi
stessi.
L'ascolto
costante della Parola di Dio ci porta a far emergere dal nostro cuore ogni
doppiezza, condizionamento o travisamento. Ora, se facciamo emergere e
portiamo alla luce le ferite nascoste del nostro cuore, la guarigione è
prossima. Se prendiamo coscienza delle nostre ombre e non continuiamo a
celarle a noi stessi, la luce divina penetrerà fino a rischiarare del tutto il
nostro cuore rendendolo trasparente e retto, cioè semplice.
Il
Signore conosce già l'intimo del nostro cuore e ci ama ugualmente, non dobbiamo
dunque avere timore della verità che ci salva e ci trasforma, non dobbiamo
sgomentarci o scoraggiarci alla vista dei serpentelli nascosti nel nostro cuore,
né tanto meno ignorarli come se non ci fossero, ma piuttosto impugnare contro
di essi le armi del combattimento donatici dal Signore e cioè "la spada
della Parola, lo scudo della fede, la cintura della verità" `, come S.
Paolo ci insegna.
Tale
combattimento non avrà tregua finché viviamo, anzi più ci esponiamo ai
raggi della luce divina, più notiamo in noi dei difetti, delle manchevolezze
che prima superficialmente trascuravamo come cose da nulla.
È
rilevante il fatto che molti cristiani non praticanti, che non si accostano
abitualmente ai Sacramenti e alla Parola di Dio, si ritengono giusti per il
fatto di non rubare e di non uccidere, mentre i santi, come S. Francesco, si
reputano dei grandi peccatori, pieni di vizi.
Per
la sua fondamentale importanza Francesco e Chiara, amavano assai la virtù della
"semplicità santa e pura, figlia della grazia, sorella della sapienza,
madre della giustizia". Essa non cerca ostentazione, non si identifica
con la semplicioneria nei difetti, ma confonde la sapienza carnale.
La
semplicità di Francesco che si accompagnava all'innocenza e alla purezza, gli
permetteva di scorgere nel creato le orme del Creatore e proprio per questo
il suo animo si inondava di gaudio nel mirare il sole, la luna, le stelle del
firmamento e parimenti le pietre, le selve, le acque correnti, il vento,
l'aria... Perfino per i vermi sentiva grandissimo affetto, ci riferisce il
Celano, perché la Scrittura ha detto del Signore: "Io sono verme e non
uomo" (Sal 21,7), perciò si preoccupava che non fossero calpestati dai
passanti.
Con
semplicità, recatosi una volta a Roma, predicò dinanzi a Papa Onorio e ai
Cardinali e parlò con tanto fervore che, quasi fuori di sé per la gioia,
mentre proferiva le parole muoveva i piedi quasi saltellando e i presenti
vedendo l'ardore del suo cuore furono mossi a incontenibile pianto di
compunzione."
Con
semplicità e brevità di parole desiderava che i suoi Frati predicassero il
Santo Vangelo.
La
Madre S. Chiara, dal canto suo, prescrive nella Regola che qualora tra una
Sorella e l'altra sorgesse talvolta occasione di turbamento, la Sorella che ha
mancato si getti umilmente ai piedi dell'altra non solo per chiedere perdono, ma
anche pregandola con semplicità di intercedere per lei presso il Signore perché
la perdoni."
Studiamoci
dunque di seguire la via della santa semplicità, facendo opera di
semplificazione interiore, allora raccoglieremo i frutti della gioia e della
pace, insieme alla libertà di spirito.
"Imparate
da me che sono mite e umile di cuore" (Mt 11,29).
Una
virtù basilare nella spiritualità francescana è l'umiltà.
Tommaso
da Celano ci informa che Chiara, pie tra primaria e nobile fondamento del suo
Ordine, fin dal principio si studiò d'impostare l'edificio di tutte le virtù
sul fondamento della santa umiltà. Promise infatti obbedienza al beato
Francesco, e mai si scostò in alcun modo da questa promessa. Così tre anni
dopo la sua conversione, rifiutando il nome e la carica di Abbadessa, avrebbe
voluto umilmente sottostare, piuttosto che essere a capo, e tra le ancelle di
Cristo più volentieri servire che essere servita" .
Accettato
per obbedienza il governo delle Sorelle Povere, da questo ufficio trasse
incitamento per servire con più umiltà e per essere più pronta al dovere,
desiderosa non di impartire ordini ma di dare l'esempio.
Come
radicare nel cuore questo atteggiamento? Dalla Sacra Scrittura ci viene una
risposta convergerte: si diventa umili ponendosi davanti a Dio.
"L'umiltà
nasce dal senso di Dio e questo lo può avere solo chi si mette in rapporto
personale con Lui. Bisogna aprire gli occhi sulla Sua gloria. Allora accadono
tre cose:
Anzitutto
si sperimenta il proprio nulla. Non si tratta però di negare il bene che c'è
in noi: l'umiltà è verità, non ipocrisia. Si tratta invece di riferirlo al
suo vero Autore: "Ogni dono viene dall'alto, discende dal Padre della
luce" (Gc 1,17). "E se l'hai ricevuto, perché te ne vanti come se
non l'avessi ricevuto?", aggiunge S. Paolo (1 Cor 4,7). Si scopre che Dio
è la fonte unica del bene e l'uomo è una mano vuota tesa verso di Lui per
essere colmata. Da noi non abbiamo nulla, ma tutto ciò che siamo e abbiamo,
tutto riceviamo da Dio. Perciò, l'orgoglio è una forma pratica di ateismo.
In
secondo luogo, davanti al Santo ci si scopre peccatori. È così che reagisce
Isaia al canto dei Serafini, che proclamano Dio tre volte Santo: "Guai a
me, perché un uomo dalle labbra impure io sono, e i miei occhi hanno visto il
Dio vivente". Allo stesso modo reagisce Pietro dinanzi alla potenza di Gesù
che si rivela nella pesca miracolosa: "Allontanati da me, che sono un
peccatore". La gloria di Dio non rivela solo il Suo volto, ma anche
l'impurità dello sguardo umano che Lo contempla.
Nasce
allora un atteggiamento di fiducia totale in Dio, e in Dio solo, che diventa
apertura alla grazia. A questo punto, Dio mobilita per l'umile la Sua potenza,
non per l'orgoglioso, perché questi attribuirebbe a sé le
"meraviglie" che Dio opera in lui, rubando così la gloria del
Signore".
Francesco
e Chiara si pongono continuamente dinanzi allo specchio di umiltà che è Cristo
Gesù Signore. Spessissimo fanno memoria dell'umiltà di Cristo
nell'Incarnazione e nella Passione, come pure nell'Eucarestia e ne parlano nei
loro scritti.
"Ecco,
ogni giorno Egli si umilia come quando dalla sede regale discese nel grembo
della Vergine, ogni giorno Egli stesso viene a noi in apparenza umile; ogni
giorno discende dal seno del Padre sull'altare nelle mani del sacerdote".
Sull'edificio
di questa santissima umiltà Francesco fondò l'Ordine dei Frati Minori
secondo quanto il Signore gli rivelò, mostrandogli, per lui e per quanti
intendono imitarlo, la via della semplicità e dell'umiltà.
L'umile
magnifica Dio che opera nel suo cuore. L'incarnazione più luminosa di questo
atteggiamento è la Vergine Maria. Ella si sente la "povera serva".
Seguendo
le orme della Madre "poverella", anche Chiara ama definirsi
"ancella" delle Sorelle Povere. Maria, nella sua grande umiltà, si fa
vuoto che attende di essere colmato. E Dio, che predilige gli umili, la ricolma
della Sua grazia e la rende così grande che "tutte le generazioni la
chiameranno beata".
Il
Magnificat è il poema dell'umiltà.
Maria
appartiene ai "poveri di Jhawè", di cui parla la Sacra Scrittura. Si
tratta di quei piccoli che non hanno nessuno su cui contare e perciò si affidano
completamente a Dio, in Lui solo sperano, certi della Sua fedeltà. E Dio li
colma dei suoi doni. Nell'inno cristologico ai Filippesi troviamo la descrizione
dell'umiltà del Verbo Incarnato, umiltà consistita nel "farsi
piccolo": "Cristo pur essendo di natura divina... spogliò Se stesso
assumendo la condizione di servo... si umiliò facendosi obbediente fino alla
morte, e alla morte di croce". A questa discesa del Cristo, fa seguito
l'esaltazione del Padre che "gli dà il Nome più alto di ogni altro
nome". È l'umiltà dell'essere.
San
Francesco nelle Lodi di Dio Altissimo, cogliendo questa umiltà abissale del
Figlio di Dio, dice a Cristo Gesù Signore: "Tu sei umiltà".
Per
Francesco l'umiltà non è solo una virtù e nemmeno una connotazione di Cristo
Gesù. Per Francesco l'umiltà è Cristo!
Quotidianamente
il Serafico Padre meditava gli, esempi di umiltà del Figlio di Dio e questa
meditazione cordiale lo faceva crescere nella conoscenza di Dio e di sé.
Anche
S. Chiara, scrivendo ad Agnese di Praga, sottolinea ripetutamente l'umiltà di
"un tale e così grande Signore, che scendendo nel seno della Vergine,
volle apparire nel mondo come uomo spregevole, bisognoso e povero". La
esorta a fissare lo sguardo sul più bello dei figli degli uomini divenuto per
la nostra salvezza "il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e in
tutto il corpo ripetutamente flagellato e morente perfino tra i più
struggenti dolori sulla croce". E la invita a specchiarsi ogni giorno in
questo mirabile specchio che è la vita di Cristo ove rifulgono "la beata
povertà, la santa umiltà e l'ineffabile carità "," affinché
mirando gli esempi di umiltà del Salvatore e Signore nostro Gesù Cristo sia
mossa ad imitarLo.
Finché
l'uomo si confronta solo con se stesso e con gli altri comprende poco o nulla
della sua situazione. Se invece si pone davanti a Dio e alla Sua Parola,
allora scopre il suo vero volto interiore.
L'umiltà
è un atteggiamento interiore? Lo è anzitutto, ma dal cuore umile devono
sgorgare atti concreti.
L'umiltà
di Chiara si traduceva nel servizio generoso alle Sorelle, nel correggerle con
moderazione e pazienza, nel voler essere suddita e soggetta sempre ai piedi
della Santa Madre Chiesa, nel desiderio e nell'impegno di osservare in
perpetuo la povertà e l'umiltà del Signore nostro Gesù Cristo e della sua
santissima Madre.
Il
Serafico Padre S. Francesco manifestava la sua profonda umiltà, nel curare i
lebbrosi, nel mangiare addirittura nello stesso piatto con essi, nel voler stare
sottomesso a tutti fino alla morte, nell'accusare pubiblicamente le proprie
colpe, nel dimettersi da Ministro, lui Fondatore dell'Ordine. Egli considerava
l'umiltà come custode e decoro di ogni virtù.
L'umiltà
non consiste in parole, ma piuttosto si riconosce nella pazienza con cui si
accettano le incomprensioni, le tribolazioni e tutto quanto è causa di
umiliazione.
San
Bonaventura ci ammonisce che seguendo un Maestro umilissimo: Gesù e avendo
umile la Madre Maria e umili i Fondatori Francesco e Chiara, non ci è lecito
levare il capo in superbia.
E
noi? Quando gli altri ci fanno un'osservazione' poco piacevole, rimaniamo in
pace? Anzi, siamo capaci di ringraziare sinceramente?
Una
manifestazione squisitamente femminile dell'amore è: la tenerezza. Questa
capacità di commuoversi, di essere "presi nelle viscere" la
ritroviamo in grado eminente in Dio che come una Madre ci ha generati e ci
rigenera continuamente col Suo Amore. Di quante premure non ci circonda il
Signore? Egli ci trae a Sé con legami di bontà, ci solleva alla Sua guancia
perché possiamo respirare il Suo Amore, sentirne il calore, ci ha donato il Suo
Figlio Diletto perché ci rivelasse questo Amore gratuito e appassionato che
porta alla Sua creatura, ci ha resi figli nel Suo Figlio e nella Sua morte di
Croce ci ha redenti per renderci partecipi della Sua Gloria affinché la nostra
gioia fosse piena.
Dio
è tenerezza.
Francesco
e Chiara ne hanno fatto l'esperienza, si sono inebriati della tenerezza di Dio,
l'hanno assimilata, se ne sono riempiti per poi farsene donatori. Come non
ricordare la tenerezza materna con la quale Chiara amava le sue figlie?
Tenerezza che la muoveva ad alzarsi assai spesso nel freddo della notte, per
ricoprire le sue figlie mentre dormivano e così facendo le riscaldava ancor più
che con le coperte, col suo gesto di tenero amore.
Per
non dire di come, vedendo talvolta afflitta da tentazione o da mestizia qualcuna
delle Suore, chiamatala da parte, la consolava piangendo, Talvolta poi si
prostrava ai piedi delle afflitte per alleviare con materne carezze la
violenza del dolore." Chiara guarisce le sue figlie con la tenerezza.''
Come quando, Lei stando inferma, si avvede in spirito che una delle Sorelle,
affetta da scrofole, mal sopporta quella sofferenza, allora la Madre ordina le
sii porti un uovo riscaldato da bere e quella bevutolo; guarisce dal suo male
fisico e morale. Chiara è capace di tenerezza perché ama. E chi, ama sul serio
intuisce i desideri dell'altro, ciò che può fargli piacere, ciò che può
farlo sentire amato; come dalla propria mamma: "Se una madre ama e nutre la
sua figlia carnale, con quanta maggior cura deve una sorella amare e nutrire la
sua sorella spirituale!".
Con
quale tenerezza di amore poi, non solo lava i piedi alle Sorelle serviziali di
ritorno dalla questua, ma ne bacia persino le piante.
Ella
così tenacemente attaccata alla povertà per amore di Cristo povero, si mostra
comprensiva, anzi previgente e maternamente sollecita nel provvedere ai bisogni
delle Sorelle, specie se ammalate.
E
come non fare memoria della tenerezza di Francesco per il "Bimbo di
Betlemme", come amava chiamare il Verbo Incarnato, leccandosi addirittura
le labbra per la dolcezza che provava nel nominarlo così? Questa tenerezza
d'amore lo spinse a riprodurre il presepe vivente e stando dinanzi alla
mangiatoia era ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia,
nel contemplare il mistero dell'Incarnazione del Figlio di Dio.
Parimenti
grande era la tenerezza di Francesco per i Frati che amava maternamente e
soprattutto per i poveri, alle cui sofferenze partecipava, sottraendo al
proprio corpo anche ciò che gli era indispensabile per offrirlo loro con mola
gioia, pieno di sollecitudine e affetto.
Più
volte con l'animo colmo di clemenza, sentiva sciogliersi il cuore alla
presenza dei poveri e dei malati e quando non aveva altro da dare, offriva il
suo affetto.
"Si
chinava con meravigliosa tenerezza e compassione verso chiunque fosse afflitto
da qualche sofferenza fisica e quando notava in qualcuno indigenza o necessità,
nella dolce pietà del cuore, la considerava come una sofferenza di
Cristo" .
Quando
in un Monastero si notano dei gesti di tenerezza, per piccoli che siano o
insignificanti che possano apparire, è segno che è vivo e circola un amore
profondo, l'amore che scaturisce dalle viscere:di Dio stesso e che viene reso
trasparente, direi anzi palpabile.
I
piccoli gesti di tenerezza, proprio quei gesti che non fanno rumore, non sono
grandiosi, né spettacolari, ma che arrivano diritti al cuore dell'altra,
edificano la Fraternità, incrementando la comunione.
Le
opere di carità vanno compiute... caritatevolmente; accompagnandole con gesti
di tenerezza. Sì, perché si può fare un atto di carità con freddezza, solo
per dovere, il Signore ci chiama invece a perfezionarci sempre nell'amore,
nella carità.
Il
prossimo non desidera i nostri atti di carità, quanto... la carità nei nostri
atti, l'amore che scaturisce dal nostro essere e si esprime in un servizio
gioioso, gratuito, che dà sempre di più di quanto l'altra: possa chiedere o
desiderare.
La
tenerezza desta lo stupore nell'altra, accende una fiammella di amore e di
gratitudine a Dio da cui proviene ogni bene.
Noi
donne dovremmo essere esperte nell'intuire i bisogni e i desideri altrui.
Dal
contatto quotidiano con la Fornace ardente dell'Amore poi dovremmo imparare le
finezze della carità e accrescere la nostra capacità di tenerezza.
Mi
ha sempre colpito l'espressione di S. Paolo "coloro che avranno ben
servito, si acquisteranno un grado onorifico e una grande sicurezza nella fede
in Cristo Gesù".
Che
significa servire bene, se non servire con amore? In ogni servizio reso, le
rifiniture, quei piccoli dettagli quasi trascurabili, costituiscono quel
"tocco" proprio di chi serve per amore.
Non
poteva bastare alla Madre S. Chiara lavare semplicemente i piedi delle
serviziali (di quelle Sorelle cioè che svolgevano un servizio esterno) e non
sarebbe questo già stato abbastanza? No. Per Chiara il servizio non era
completo se non imprimeva sotto la pianta del piede ben aderente un bacio!
I
santi non praticano la carità col contagocce, al contrario nel donarsi lo fanno
senza misura e vi aggiungono sempre ciò che potrebbe sembrare superfluo,
un'esagerazione (come poteva apparire tale il miracolo dell'acqua trasformata in
vino eccellente alle Nozze di Cana o tutto quel profumo sprecato per ungere i
piedi del Maestro mentre, secondo la mentalità economica di Giuda, lo si poteva
vendere per elargirne il ricavato ai poveri).
Il
termine con cui Chiara ama definirsi è: serva di Cristo o ancella delle Sorelle
Povere. In lei il servizio alle Sorelle è un bisogno vitale per esprimere quell'amore
che le arde dentro e che desidera manifestare con le opere.
E
non poteva essere diversamente poiché Chiara contemplava continuamente la vita
di Cristo Gesù Signore, anelando a conformarsi a Lui che disse di non essere
venuto per essere servito ma per servire e ce ne diede una prova tangibile
quando, cingendosi il grembiule, cominciò a lavare i piedi ai discepoli, pur
essendo il Signore e il Maestro, perché anche noi facessimo altrettanto.
Servo,
prima di tutto di Jahwé, ma servo anche degli uomini. Seguendo il Suo esempio,
non possiamo dire di servire Dio se non serviamo il prossimo.
Si
tratta infatti di servire Dio nel prossimo. È il Maestro che ci assicura che
servendo i fratelli più piccoli, è Lui che serviamo.
Chiara,
ancella di Cristo e ancella delle Sorelle, ne ricalca le orme e col suo esempio
e le sue parole esorta a dimostrare esternamente, appunto nelle opere del
servizio, quell'amore che le Sorelle devono nutrire le une per le altre.
Similmente
S. Francesco, che vuole servire il Signore con fedeltà e senza riserve, con
l'anima e con il corpo, per Suo Amore si fa servo dei lebbrosi e al loro
servizio vorrebbe ritornare anche quando è ormai morente. Si fa servo dei Frati
e vuole che allo stesso modo si comportino i Ministri e tutti i Frati fra di
loro; serve con particolare cura e amore i Frati infermi e desidera e
prescrive che "se uno di essi cadrà ammalato, gli altri Frati lo devono
servire come vorrebbero essere serviti essi stessi".
È
quel "di più", quel "non richiesto" che si nota nel
rendimento del servizio, quella generosità e gioia con cui si compie che
manifesta l'amore.
Servire,
dunque, per amore. Cos'è, ad esempio, aiutare una Sorella anziana senza
regalarle una carezza o un sorriso?
Il
Signore ama chi dona con gioia. Il servizio compiuto come dovere è sterile,
arido. Il servire per amore è necessariamente un servire con gioia. Un'altra
caratteristica del servizio è la gratuità. Chi serve non deve aspettarsi
ricompense o gratificazioni, il servire con amore, il compiere il bene in tutte
le sue forme e manifestazioni ha già in sé la ricompensa.
La
ricompensa della carità è la letizia. La graduale purificazione dai peccati
("la carità copre una moltitudine di peccati"), una progressiva
illuminazione (anche nel senso di lucentezza, splendore del volto che tradisce,
anzi manifestalo splendore dell'anima). Nella misura in cui non ci lasceremo
sfuggire le occasioni per esercitare il servizio (per quanto piccole esse
siano), vincendo la naturale inclinazione alla nostra comodità, diverremo
Madri, ponendo il bene altrui avanti al nostro, proprio come fa una Mamma nei
confronti dei propri figli.
Non
basta perciò rendere dei servizi, ma bisogna sempre migliorare la qualità
del nostro servizio. Il servizio va compiuto con discrezione, non solo senza
farlo pesare ma, possibilmente, senza farlo notare, comportandosi piuttosto come
persone che stanno ricevendo un servizio. E in realtà, quale onore è quello
di servire il Figlio di Dio nei fratelli e nelle sorelle.
Come
nelle altre virtù anche in questa del servizio c'è un cammino graduale da
compiere e cioè magari le prime volte che ci viene richiesto un servizio che
ci scomoda, lo compiremo con sforzo (borbottando interiormente o
esteriormente), poi poco alla volta impareremo a compierlo volentieri e con
gioia, in seguito addirittura avremo la delicatezza di prevenire i bisogni e i
desideri del prossimo. C'è da compiere un cammino di ascolto e di docilità
alla voce dello Spirito che ci ammaestra e ci corregge, ci esorta e ci
incoraggia per farci giungere alla perfezione dell'amore.
(ossia:
guardare attraverso gli occhiali dell'amore)
Quando
a Francesco fu chiesto chi fosse per lui il Frate minore perfetto e quali virtù
dovesse possedere, egli rispose che Frate minore perfetto era quegli che
riassumeva in sé la vita e le attitudini dei seguenti santi Frati:
'Va
fede di Bernardo, che la ebbe perfetta insieme con l'amore della povertà; la
semplicità e la purità di Leone, che rifulse veramente di santissima purità;
la cortesia di Angelo, che fu il primo cavaliere entrato nell'Ordine e fu adorno
di ogni gentilezza e bontà; l'aspetto attraente e il buon senso di Masseo,
con il suo parlare bello e devoto; la mente elevata nella contemplazione che
ebbe Egidio fino alla più alta perfezione; la virtuosa incessante orazione di
Rufino, che pregava anche dormendo e in qualunque occupazione aveva
incessantemente lo spirito unito al Signore; la pazienza di Ginepro, che giunse
a uno stato di pazienza perfetto con la rinunzia alla propria volontà e con
l'ardente desiderio d'imitare Cristo seguendo la via della croce; la robustezza
fisica e spirituale di Giovanni delle Lodi, che a quel tempo sorpassò per vigoria
tutti gli uomini; la carità di Ruggero, la cui vita e comportamento erano
ardenti di amore; la santa inquietudine di Lucido, che, sempre all'erta, quasi
non voleva dimorare in un luogo più di un mese, ma quando vi si stava
affezionando, subito se ne allontanava, dicendo: Non abbiamo dimora stabile
quaggiù, ma, in cielo".
Avere
la capacità di scoprire nel prossimo il positivo e metterlo in luce
ringraziandone il Signore è avere ottimismo.
Nessuno
potrà mai eguagliare l'ottimismo di Dio a riguardo dell'uomo, quell'ottimismo
che Lo spinge a non guardare ai peccati dell'uomo, in vista del pentimento,
quell'ottimismo fatto di speranza e di fiducia, ma soprattutto di amore che si
ostina a credere nella bontà dell'uomo nonostante le cocenti delusioni che Gli
regaliamo ad ogni pié sospinto.
Sarebbe
utile, anzi direi necessario per crescere nella stima altrui e nella
gratitudine, esercitarsi nello scoprire in ogni fratello o sorella quel dono
prezioso, unico e irrepetibile di cui il Signore l'ha reso depositario.
È
bello benedire il Signore per il dono, la virtù che brilla maggiormente nel
prossimo. È in tal modo che si coltiva e cresce la stima reciproca e la riconoscenza
a Dio per il dono di ciascuna.
La
Fraternità che il Signore mi ha donato (e qui mi passano davanti agli occhi una
per una le mie Sorelle) non sarebbe quella che è senza lo zelo e la schiettezza
di quella Sorella, senza la giovialità di quell'altra o la laboriosità di
quell'altra ancora, il gusto dell'ordine di Sr. X, l'umiltà e l'obbedienza
senza pari di Sr. Y, la semplicità e la trasparenza di quell'altra Sorella, e
così via...
Guardando
e ammirando nelle altre una virtù particolare e ringraziandone il Signore, è
come se quella virtù appartenesse anche a me e difatti mi appartiene poiché
siamo un cuore solo e un'anima sola. Al contrario degli effetti devastanti
procurati dall'invidia, il benedire il Signore di vero cuore per il bene che
opera nel nostro prossimo è divenire partecipi di quel bene.
Certamente
il fatto di evidenziare il bene presente in ciascuna, non significa ignorare
le ombre che ognuna si porta dentro, siamo persone incamminate verso una meta
(la perfezione del Padre Celeste) ma non ancora arrivate (guai se ci
consideriamo tali) ma l'ottimismo ci permette di guardare la realtà con gli
occhi positivi dell'amore, avendo fiducia nel fatto che Dio può trarre (e
difatti lo trae) il bene dal male e tutto volge al bene di coloro che Egli ama.
Il
Signore ci conceda uno sguardo penetrante che sappia scoprire il bene presente
negli altri e se il nostro sguardo miope non accenna a vedere attorno a noi
altro che difetti, abbiamo almeno l'umiltà di chiedere a Dio che ci fornisca un
paio di occhiali, gli occhiali dell'amore, la nostra vista ne beneficierà e
vedremo cose sorprendenti!
"Accoglietevi
gli uni gli altri come Cristo accolse voi" raccomanda San Paolo nelle sue
lettere. Accogliere il prossimo significa per Francesco e Chiara riconoscere in
esso un dono di Dio. Immensa fu la gioia di Francesco quando ricevette il primo
Frate, si sentì allora particolarmente amato da Dio che si prendeva cura di
lui mandandogli un fratello di cui tutti abbiamo bisogno.
Egli
voleva che i suoi Frati, ovunque si incontrassero si mostrassero familiari tra
loro, accogliendosi con bontà. Anzi, non solo dovevano essere accoglienti fra
di loro, ma dovevano accogliere tutti con amore: amici o nemici, ladri o
briganti.
È
ben noto l'episodio in cui S. Francesco punì il Frate che non accolse
amorevolmente i ladroni che bussarono alla porta del Convento chiedendo l'elemosina,
e come volle che il suddetto Frate per santa obbedienza immediatamente
riparasse quell'accoglienza aspra, andando a cercare per valli e monti i tre
ladroni e offrisse loro pane e vino, dopo aver chiesto umilmente perdono in
ginocchio per la sua colpa che Francesco definisce "crudele".
Ogni
essere umano essendo fatto per gli altri, ha bisogno di essere accolto e di
essere accolto per quello che è. Quando una persona si sente amata, stimata, voluta
bene così come è, con i suoi pregi e i suoi difetti, le sue luci e le sue
ombre, allora si schiude all'amore. Piano piano riprende fiducia in se stessa e
negli altri, perché sperimentando
l'amore altrui verso di sé, si scopre amabile.
"Il
tuo amore Signore mi ha fatto crescere" esclama il Salmista. Proprio così,
è l'amore che fa crescere, che tira fuori il bene che abbiamo dentro e che
talvolta è soffocato dalle nostre paure. Paura di non piacere o di non essere
apprezzati. Paura che spesso si traduce in aggressività o in chiusura di fronte
all'altro/a.
Ogni
persona ha bisogno di essere valorizzata, stimata per quello che è e non c'è
nessuno cui il Buon Dio non abbia dato qualche talento. Su questo bisogna far
leva nei nostri rapporti con gli altri, poiché tutti abbiamo bisogno della
stima altrui. È chiaro che non dobbiamo idolatrare questo bisogno, ma è anche
vero che nessuno di noi può dire di non aver bisogno di essere
incoraggiato nel bene proprio attraverso l'apprezzamento altrui di ciò che
siamo.
Interessante
notare il comportamento assunto da Gesù nei confronti di Giuda, definito ladro
dal Vangelo: proprio a lui il Signore diede l'incarico di tenere la borsa.
Il
Signore ha un'immensa fiducia in ciascuno di noi, ci considera, come dice la
Scrittura "degni di stima" nonostante gliene combiniamo di tutti i
colori.
Sull'esempio
di Cristo Gesù Signore anche noi dobbiamo accogliere l'altro nel suo essere
diverso da noi, amandolo nella sua specificità che costituisce un dono per gli
altri.
Far
leva sul positivo che è presente nel prossimo, rendendo grazie al Creatore di
tutte le cose che ha fatto bene ogni cosa, è molto importante specie nella vita
fraterna. La Sorella che si sente accolta è stimolata a dare il meglio di sé.
La
Madre S. Chiara esorta le Sorelle alla confidenza reciproca, sì che ognuna
possa manifestare all'altra con semplicità le sue necessità. Esorta ancora a
non chiudere il cuore alle Sorelle che, istigate dal nemico, cadessero in
peccato, ma a mostrarsi ugualmente accoglienti evitando di adirarsi o turbarsi
per il peccato di alcuna. Infatti, perché in tal caso la correzione porti
frutto, è necessario scaturisca da un cuore umile, misericordioso e che
desidera unicamente il bene dell'altra.
"Accoglietevi
gli uni gli altri - dice San Paolo - per la gloria di Dio". Poiché la
persona che accoglie manifesta la tenerezza paterna di Dio e la persona che si
sente accolta è mossa all'amore e alla gratitudine verso Dio.
(Quel
Pizzico di umorismo che non guasta)
"E
si guardino i frati dal mostrarsi tristi all'esterno e oscuri in faccia come gli
ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente
amabili". Certo in nessun libro di morale si tratta dell'umorismo come di
una virtù, eppure il suo esercizio è indispensabile nella vita di Fraternità.
Questa
capacità di sdrammatizzare, di non dare un peso eccessivo a ciò che non lo ha,
di saper sorridere di se stessi e di trovare il lato positivo in tutto, è
molto importante e costituisce un mezzo efficace e inoffensivo per scaricare
quelle tensioni che normalmente si accumulano durante il giorno.
I
momenti ricreativi in cui tutte le Sorelle ci ritroviamo insieme sono, quasi
sempre, esuberanti di gioia e di allegria.
"Gioisci
nel Signore sempre. Non permettere che nessun'ombra di mestizia avvolga il tuo
cuore" raccomandava S. Chiara a S. Agnese di Praga.
Certamente
la gioia nasce in una coscienza che è in pace con Dio, con se stessa e con il
prossimo, da qui scaturisce quella serenità d'animo che permette di valutare
gli eventi (compresi i piccoli incidenti di percorso) con umorismo, cioè con un
certo distacco, senza prendersi troppo sul serio, evitando quella seriosità
che è segno di ipocrisia e che rende aspri e rigidi.
Il
Serafico Padre si studiava con ogni impegno di custodire nel suo cuore la gioia,
mostrandosi lieto anche nella tribolazione e nell'avversità e voleva che
nessuno dei suoi Frati mostrasse una faccia malinconica.
Un
giorno così rimproverò un Frate dalla faccia mesta: "Perché mostri così
la tristezza e l'angoscia dei tuoi peccati? E’ una questione tra te e Dio.
Pregalo che nella sua misericordia ti doni la gioia della salvezza. Ma in
presenza mia e degli altri procura di mantenerti lieto. Non conviene che il
servo di Dio si mostri depresso e con la faccia dolente al suo fratello o ad
altra persona".
Il
Santo ben conosceva per esperienza come il demonio talvolta non potendo
danneggiarci direttamente, si sforza di tendere insidie e di nuocere tramite
il prossimo, per questo raccomanda ripetutamente ai Frati di non permettere
che la malinconia entri nel loro cuore ed esorta in ogni caso a vincerla con la
preghiera.
Seguiamo
dunque l'esortazione del Serafico Padre San Francesco il quale ci insegna che
"il diavolo esulta soprattutto quando può rapire al servo di Dio il
gaudio dello spirito. Egli porta della polvere che cerca di gettare negli
spiragli, per quanto piccoli, della coscienza e così insudiciare il candore
della mente e la mondezza della vita. Ma se la letizia di spirito riempie il
cuore, inutilmente il serpente tenta di iniettare il suo veleno mortale. I
demoni non possono recare danno al servo di Cristo, quando lo vedono santamente
giocondo ".
San
Francesco aveva uno spiccato senso dell'umorismo che traspare dalle sue
parole, dagli scritti e perfino dal modo di vivere alcune situazioni drammatiche,
sgonfiandole.
Si
pensi al modo di trovare la strada giusta, facendo fare la trottola a Frate
Masseo, o al modo di vincere una tentazione di lussuria confondendo il demonio
col fare dei pupazzi di neve davanti ai quali si colloca dicendo a se stesso:
"Ecco questa più grande è tua moglie, questi quattro due sono i figli e
due le tue figlie; gli altri due sono il servo e la domestica, necessari al
servizio. Fa presto, occorre vestirli tutti perché muoiono di freddo. Se poi,
questa molteplice preoccupazione ti è di peso, servi con diligenza unicamente
al Signore".
L'umorismo
arguto di Francesco è sempre garbato, mai aspro, è tipico di un uomo che,
alla luce della fede, ha ritrovato il senso vero delle proporzioni ed è per
questo che l'umorismo di Francesco, e in genere quello dei santi, diffonde
ottimismo e suscita simpatia.
Una
delle virtù più amata e praticata da San Francesco è la cortesia. Essa è in
Francesco una dote naturale che caratterizza la sua giovinezza, ma dopo la sua
conversione si dilata e si affina sempre più.
Nel
contesto medievale la cortesia è considerata una delle nove virtù che
caratterizzano il cavaliere. Francesco imbevuto dello spirito della società di
cui fa parte, vive secondo lo stile delle avventure cavalleresche. Dopo la
conversione scopre che questa virtù è propria di Dio. "La cortesia -
diceva - è una delle proprietà di Dio, il quale dà il suo sole e la sua
pioggia ai giusti e agli ingiusti per cortesia. E ancora "la cortesia è
sorella della carità, la quale spegne l'odio e conserva l'amore".
Virtù
tipicamente francescana, si esprime nell'accoglienza, nella sollecitudine,
nella lealtà, nel servizio, nella gentilezza, nella liberalità, nella compassione.
Tutta
la vita di Francesco è intessuta di gesti cortesi ed è piacevole richiamarne
almeno qualcuno alla memoria.
Non
si può non ricordare, ad esempio, la cortesia che Francesco usò verso un
cavaliere povero e decaduto, donandogli tutti gli indumenti sgargianti e di gran
prezzo che si era appena fatti confezionare."
O
ancora la cortesia che dimostrò al Frate affamato che a motivo dei digiuni
eccessivi una notte non riusciva a dormire, tormentato dalla fame, e come per
evitare rossore al povero Frate, chiamatolo incominciò a mangiare lui per
primo, mentre con dolcezza invitava l'altro a mangiare."
Grande
era la sua sollecitudine e cortesia per i fratelli che il Signore gli aveva
donati e per le nuove vocazioni, tenendo conto della condizione di ciascuno.
Che
dire poi del suo modo cortese di trattare i poveri nei quali venerava Cristo?
Mentre
era ancora nel secolo così diceva a se stesso: "Tu sei generoso e cortese
verso persone da cui non ricevi niente, se non una effimera vuota simpatia;
ebbene è giusto che sia altrettanto generoso e gentile con i poveri, per amore
di Dio, che contraccambia tanto largamente". "Una volta - racconta il
Celano - che aveva respinto malamente, contro la sua abitudine, poiché era
molto cortese, un povero che gli aveva chiesto l'elemosina, pentitosi subito,
ritenne vergognosa villania non esaudire le preghiere fatte in nome di un Re
così grande. Prese allora la risoluzione di non negar mai ad alcuno, per quanto
era in suo potere, qualunque cosa gli fosse domandata in nome di Dio".
La
cortesia, insieme alla letizia, alla semplicità e all'instancabile servizio,
Francesco raccomandava che i Frati esercitassero vicendevolmente e nei confronti
del prossimo. E difatti quando si incontravano "erano casti abbracci,
delicati sentimenti, aspetto lieto, occhio semplice, animo umile, parlare
cortese, risposte gentili, piena unanimità nel loro ideale, pronto ossequio e
instancabile reciproco servizio". E "mentre erano severi con se
stessi, il loro contegno era sempre garbato e pacifico con tutti e attendevano
solo a opere di edificazione e di pace".
Al
pari di Francesco, anche la Madre S. Chiara ci ha lasciato un fulgente esempio
di squisita cortesia. Piena di materna delicatezza, più volte si alzava nel
freddo della notte per coprire le sue figlie. Così importante era per lei
l'affabilità, che nasce dall'umiltà e fiorisce in un atteggiamento di
disponibilità e di cortese servizio, da scrivere nella Regola: "l'Abbadessa
usi verso le Sorelle tale familiarità che queste possano parlarle e trattare
con lei come usano le padrone con la propria serva" e continua "perché
così dev'essere che l'Abbadessa sia la serva di tutte le Sorelle".
Ella
desiderava altresì che la medesima cortese affabilità regnasse tra le sue
figlie presenti e future alle quali raccomanda: "L'una manifesti all'altra
con confidenza le sue necessità. E se una madre ama e nutre la sua figlia
carnale, con quanta maggior cura deve una socella amare e nutrire la sua
sorella spirituale".
Dalla
familiarità con Cristo Gesù Signore, Chiara apprendeva quelle sfumature della
carità che rendono bella la vita fraterna. Sempre pronta a cogliere al volo e
a mettere in pratica con grande docilità quelle delicatezze che lo Spirito le
suggeriva, ora consolava le afflitte gettandosi persino ai loro piedi per
alleviarne la sofferenza, ora si prodigava in umili servizi alle inferme, ora
infervorava il cuore delle Sorelle ad amare il Signore.
La
cortesia è nobiltà d'animo che si accompagna alla sollecitudine e alla
gentilezza ed informa il parlare e il tratto.
È
proprio di chi ha familiarità con lo Spirito Santo, l'essere cortese. È Lui
che suggerisce quelle sfumature della carità che sono la delicatezza e la
cortesia.
`
L'esempio
dei nostri Santi Fondatori, la cui innata cortesia è stata sublimata
dall'amore di Cristo, ci sia di stimolo ad amare e rispettare il nostro prossimo
come l'ama e rispetta Cristo stesso.
(Leggere
la storia con gli occhi di Dio)
I
testamenti spirituali che Francesco e Chiara ci hanno lasciato sono permeati da
una lettura di fede della loro esistenza. Essi scorgono nella loro vita e specialmente
nella loro vocazione l'Amore Provvidente del Padre delle Misericordie che li ha
chiamati all'esistenza, li ha scelti per una missione speciale, non ha cessato
di prendersi amorosa cura di loro fin nei più minuti particolari.
La
storia di ogni uomo è una storia d'amore.
A
saperci leggere dentro è zeppa di interventi divini, talvolta discreti e quasi
nascosti, talaltra invece manifesti.
A
conclusione di queste riflessioni desidero partecipare al lettore la mia
storia nelle sue linee essenziali, sia perché possa essere di stimolo a
ciascuno a rileggere la propria alla luce di Dio, per scoprirvi il Suo Amore di
predilezione, sia perché non posso contenere la gratitudine che ho nel cuore
per le meraviglie che il Signore a operato nella mia vita.
Desidero,
anzi, non posso fare a meno di rendere testimonianza che Dio è Amore, anche
se sono consapevole della povertà delle mie parole, quando sfioro questo tema.
Ultima
di quattro figli, fino all'età di 18\20 anni, vivevo come la maggior parte dei
giovani, frequentavo con ottimi risultati l'Università, avevo parecchie
amicizie, vivevo una vita abbastanza serena, apparentemente felice. Tuttavia
nel profondo del cuore, a più riprese, il Signore mi faceva sentire una certa
insoddisfazione e il desiderio profondo di conoscerLo meglio, di fare della
mia vita qualcosa di più grande, di più bello, mi metteva nel cuore un anelito
che io non capivo, non riuscivo a decifrare ancora. Solo mi accorgevo che le
gioie, anche lecite, che mi dava il mondo, anziché appagarmi, mi lasciavano con
un senso di vuoto e di tristezza.
All'età
di 18 anni, proprio la notte di Pasqua, il Signore chiamò a Sé mia Madre. Quel
dolore, oltre a spezzarmi il cuore, fu come se spezzasse le mie resistenze
interiori, mai come allora sentii accanto a me la presenza del Signore. A
distanza di poco meno di due anni, anche mio Padre, non resistendo al dolore per
la perdita di mia Madre, ritornava alla Patria Celeste.
Questi
eventi dolorosi mi portarono ad aprire gli occhi sul fatto che la vita è breve,
che si vive una sola volta ed è importante spendere bene questa vita,
impiegandola nell'unica cosa necessaria: conoscere Dio.
E
conoscere Dio significa diventare come Lui: Amore.
In
questo tempo ricordo che ricercando Chiese solitarie, trascorrevo molto tempo ai
piedi del Tabernacolo, chiedendo a Gesù cosa volesse dirmi con la storia che
stava facendo con me e stando in ascolto della Sua voce che parla al cuore in
maniera molto eloquente.
Non
saprei ridire quello che passava tra me e Gesù in questi momenti. A poco a poco
mi caddero come delle bende dagli occhi e cominciai a guardare la storia, la mia
storia con gli occhi di Dio. Fino allora era come se avessi conosciuto il
Signore solo per sentito dire. L'Amore di Dio che sperimentavo guariva le mie
ferite, colmava la sete profonda del mio cuore, mi dava una gioia che non avevo
mai sperimentato prima e che è molto diversa da quella fallace che dà il
mondo.
Quell'Amore
smisurato che Dio ha per me, come lo ha per ciascun uomo personalmente, Amore
che Lo spinse a dare la vita sulla Croce, mi portava a chiedermi come potessi
ricambiare. Come? Distribuendo i miei beni ai poveri? Anche, ma l'Amore di Dio
è esigente, Egli vuole tutto per donarci tutto Se stesso. Quando lo scoprii
trasalivo per la gioia, per la felicità che un tale Signore, il Creatore del
cielo e della terra, si fosse chinato su di me poverella e mi avesse chiamata
nientemeno che a divenire Sua Sposa. Dopo un primo istante di smarrimento e di
meraviglia per tanta degnazione, non persi tempo a rispondere SI all'invito del
Signore per timore che Egli passasse oltre ed io perdessi la perla preziosa, il
tesoro nascosto che il Signore voleva donarmi. Altro che rinuncia! Il Signore ha
promesso a quelli che lasciano tutto per seguirLo, il centuplo quaggiù e la
vita eterna che è Lui stesso, certo insieme a persecuzioni, come precisa
l'evangelista Marco.
Compresi
gradualmente il progetto di Dio su di me. Lo compresi sia attraverso gli eventi
della mia storia, sia attraverso le Parole che il Signore mi donò in questo
tempo di travaglio e di ricerca e che sono per me dei memoriali.
In
questo periodo infatti mi trovai a partecipare per la prima volta e quasi per
caso ad un incontro vocazionale, sul finire del quale il Sacerdote mi consegnò
un biglietto con una frase del Vangelo: "Se vuoi essere perfetto, va',
vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi
vieni e seguimi".
Chissà
quante volte avevo sentito questa frase, ma quella volta mi parve rivolta a me e
non la potevo dimenticare, mi risuonava dentro giorno e notte, invitante e
inquietante.
"Vendere
tutto per seguire il Signore, dove? In che modo?", mi chiedevo. Non sapevo
ancora come questa Parola si sarebbe compiuta in me, ma man mano che la
ruminavo, si faceva più chiara in me la comprensione del disegno di Dio.
Alcuni
mesi dopo presi parte ad un altro incontro vocazionale. Stavolta il Sacerdote
mi consegnò questa Parola: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi
se stesso, prenda la sua croce, ogni giorno e mi segua". Ancora il Signore
mi parlava di seguirLo. Interiormente mi sentivo orientata verso una scelta di
vita radicale, lo Spirito potenziava nel mio cuore il desiderio di immergermi
nella preghiera, nella comunione profonda con Dio, nell'ascolto della Sua
Parola e già non mi bastava più il tempo trascorso in Chiesa, ma sentivo
l'impulso a consacrare tutta la mia vita a Dio nell'orazione incessante.
L'ultimo
incontro vocazionale cui partecipai fu in occasione della Giornata Mondiale
della Gioventù, tenutasi nell'89 a Santiago de Compostella (Spagna). Nel
viaggio di ritorno il catechista che ci accompagnava, aprendo la Bibbia a caso
mi consegnò quella Parola che dissipò i restanti miei dubbi: "Vi
esorto, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi, come
sacrificio vivente, santo e gradito a Dio: è questo il vostro culto spirituale.
Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi,
rinnovando la vostia mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è
buono, a lui gradito e perfetto".
Appena
udii questa Parola ebbi la certezza che il Signore mi chiamava alla vita
contemplativa e di lì a poco lasciai il mondo per entrare in Monastero.
Entrata
alla vigilia della Solennità dell'Immacolata Concezione, per fare quindici
giorni di ritiro e conoscere meglio la volontà di Dio, compresi già al
secondo giorno, attraverso la gioia e la pace che avevo nel cuore, che questo
era il posto preparatomi dal Signore. Mentre stavo pensando se dovevo tornare
a casa per salutare i miei familiari, che del resto erano preparati solo a
lasciarmi fare un ritiro di pochi giorni, accadde che proprio quel giorno
durante l'adorazione pomeridiana venisse proclamato il passo del Vangelo ove il
giovane chiamato da Gesù, Gli dice: "Ti seguirò, Signore, ma prima lascia
che io mi congedi da quelli di casa" (era l'identica situazione in cui mi
trovavo io), ma Gesù gli risponde: "Chi mette mano all'aratro e poi si
volge indietro, non è adatto per il regno dei Cieli" e così sulla Sua
Parola sono rimasta.
Da
dodici anni, gli anni più belli della mia vita, sto seguendo il Signore, sulle
orme di Francesco e Chiara, non ho mai avuto alcun ripensamento o rimpianto.
Tuttaltro!
Servire
il Signore è un'avventura meravigliosa che non si può descrivere a parole, ma
si può soltanto invitare a farne esperienza, come disse Filippo a Natanaele:
"Vieni e vedi" (Gv 2,46).
Ringrazio
il Signore per avermi creata. Se infatti non mi avesse amata, neppure mi avrebbe
pensata, ma giacché mi ama mi ha donato l'esistenza, chiamandomi alla vita
eterna.
Egli
dopo avermi creata non mi ha abbandonata a me stessa nemmeno per un istante, ma
si è chinato su di me come un Padre amorevole, sollevandomi alla Sua guancia.
Nei momenti di sofferenza era con me. Nelle mie cadute, mi porgeva la mano per
farmi rialzare. Quando ero nell'angoscia, Egli nell'intimo mi invitava a
credere nel Suo Amore. Quando credevo di dover essere perfetta per piacerGli,
Egli mi ha rivelato che è Amore per essenza, Amore gratuito. Con Dio che mi
conosce nella verità, che conosce i miei limiti, le mie infedeltà, le mie
fragilità e che nonostante tutto mi ama, non temo più. Egli mi ha redenta dal
peccato originale e dai miei peccati personali, inviando il Suo Figlio nella
carne, mi ha dato per Madre la Chiesa e la Beata Vergine Maria, mi ha consacrata
a Sé attraverso il Battesimo e la Professione Religiosa.
Sono
oltremodo grata al Signore per la vocazione alla vita clariana.
Amo
il silenzio del chiostro, impregnato di preghiera e amo gli allegri momenti
ricreativi, ove, insieme alle Sorelle, gioisco delle cose semplici.
Amo
la solitudine in cui mi intrattengo cuore a cuore con lo Sposo Celeste e amo
vivere in Fraternità perché è veramente bello e gioioso e abilita alla santità
attraverso la pratica delle virtù.
Amo
i tempi forti di preghiera durante i quali eleviamo a Dio la lode a nome di
tutta la Chiesa e amo il lavoro di qualunque genere esso sia, perché quando si
compie tutto per amore del Signore è ugualmente bello lavare il pavimento,
spazzare, ricamare, accudire alle Sorelle inferme, lavorare al computer o
cucinare. Tutto è Grazia!
Amo
la vita e tuttavia vivo proiettata verso quell'istante in cui il Signore mi
chiamerà a Sé e Lo vedrò faccia a faccia, per Sua Misericordia.
Dal
profondo del cuore benedico il Signore che mi ha preso per mano in tutto il
cammino che ho fatto, mi ha illuminata progressivamente, liberata dalle paure
che avevo dentro, paura di passare all'altro, di amare, di donarmi, di
consegnarmi all'Amore.
Mi
ha guidato attraverso coloro che mi ha messo accanto, mi ha formato anche
attraverso le mie stesse cadute, ammaestrandomi alla misericordia verso me
stessa e verso gli altri.
Mi
ha condotto gradualmente alla conoscenza di ciò che vi è nel mio cuore,
invitandomi però a non fermarmi in esso, perché Dio è più grande del nostro
cuore.
Mi
ha sposata al Suo Diletto Figlio Gesù Cristo. Non temo più nulla, perché so
che Dio mi ama nonostante la mia poca corrispondenza al Suo Amore, che mi ha
creata per la vita eterna, chi mi potrà separare dal Suo Amore?
Io
così povera che cosa posso rendere al Signore per il bene che mi ha fatto? Come
Lo esalterò per avermi fatto rinascere a vita nuova? Ecco, Gli offrirò il
Suo Diletto Figlio Gesù Cristo, che è mio Sposo. I suoi tesori sono anche
miei.
Lodate
Dio e magnificateLo con me per le opere del Suo Amore Misericordioso, tutto
l'Universo ne celebri la bontà e la gloria in eterno. Amen!
Carissimo\a
ti annuncio la buona notizia che Cristo ti ama. Dio ha un progetto meraviglioso
su di te: quello di renderti conforme al Suo Figlio Gesù, di renderti
trasparenza del Suo Amore. Vale la pena di accogliere l'invito, di rischiare
tutto fidandosi della Sua Parola. Te
l'assicuro.
95033
Biancavilla (CT)