FIORETTI
DI SAN LUIGI ORIONE
«Porta
questi soldi a don Orione»
L'episodio
venne narrato molte volte da don Orione stesso.
«Un
anno, prima del 1900, ci siamo trovati a dover pagare alla Banca Popolare di
Tortona oltre venticinquemila lire per i debiti che avevamo, specialmente
col panettiere. Quella Banca è molto benemerita in Tortona ed aiutò molto
anche i Figli della Divina Provvidenza. Vi era allora direttore un certo avvocato
Piolti, che mi aveva imprestato le venticinquemila lire. Avevo pagato gli
interessi finché avevo potuto e poi essi s'erano ammucchiati insieme al capitale.
Quell'avvocato mi mandò a dire che mi voleva tanto bene, ma che non poteva
lasciare la cambiale in sofferenza... Voi non capite ancora - felici voi! -
questo termine bancario, ma verrà tempo che anche voi capirete, purtroppo, che
cosa vuol dire "cambiale in sofferenza". Basta... Dovevo pagare le
venticinque mila lire e qualche cosa di più, al sabato; ma il protesto non va
in vigore che al lunedì: in domenica si riposa.
Io
mi raccomandai allora al Signore; quando capii, però, che il Signore non mi
ascoltava, mi raccomandai alla Madonna. Prega e prega... Ma anche la Madonna
faceva la sorda. Vedendo dunque, allora, prima del 1900, che anche la Madonna
faceva la sorda, mi venne un'idea.
Mia
madre mi aveva dato i suoi orecchini da sposa; orecchini, si sa, da povera
donna, tanto povera che, oltre gli orecchini, quando poi morì, non mi lasciò
altro che un cassone con della biancheria usata, di quella tela ruvida, sapete,
che usavano una volta i nostri vecchi. Pensai, dunque, di prendere gli orecchini
e di appenderli alle orecchie della Madonnina della Divina Provvidenza che
abbiamo in cappella a Tortona. Salii sull'altare e, non ridete, bucai le
orecchie alla Madonna... Pensavo tra me: "Ora ci sentirà, perbacco!".
Avevo
grande fede! Prega e prega, prega e prega, prega di giorno e prega di notte, non
facevo che pregare. Bisognava che la Madonna facesse presto, perché il
tempo passava e il lunedì si avvicinava e mi avrebbero sequestrato i pochi
stracci per ripagarsi delle venticinquemila lire. Pensavo tra me: "Le ho
bucato le orecchie; spero ci avrà sentito..." Macché! La Madonna non
sentiva. "È' sorda la Madonna!, pensavo. Tanto sorda che non ha sentito
neppure quando le ho bucato le orecchie per metterci gli orecchini". Erano
due orecchini lunghi, come sogliono portare le donne paesane. (...)
Si
venne dunque al lunedì, ed io pregavo, pregavo... e, con la preghiera, mi
nacque nel cuore una grande fiducia che sarei stato ascoltato. Era allora
portinaio della casa quello che ora è il superiore in Argentina, don Zanocchi,
uomo di Dio, confessore del cardinal Copello... Era figlio unico ed i suoi parenti
gli avevano già preparata la sposa; ma lui era scappato da casa piantando là
la sposa. Si presentò a me e mi disse che voleva farsi sacerdote.
Io
lo vidi così delicato e vestito un po' signorilmente, giovane distinto,
insomma, e pensai di provarlo, mettendolo a fare il portinaio; così avrei
provato la sua vocazione. Divenne un modello di religioso e prese la messa con
don Cremaschi. Faceva il suo probandato in portineria. Era venuto per studiare,
ed io, capite? Io misi a scopare...
Ma
ritorniamo al nostro racconto... Eravamo già al lunedì ed io mi aspettavo che,
da un momento all'altro, sarebbe venuto su l'impiegato della Banca per il
sequestro su tutti i nostri stracci. Entrai in cappella e mi raccomandai al
Signore, alla Madonna e alle anime sante del purgatorio e un po' a tutti i santi
del cielo... Dopo vado in camera.
Sono
appena giunto, che batte alla porta Zanocchi e mi dice: "C'è una signora
che domanda di essere ricevuta e vuol venire su ad ogni costo ed è già per le
scale. È vestita di nero; e non mi ha voluto dire chi è: dice che è una
benefattrice e che viene da Voghera...".
Siccome
era proibito alle donne di venire su, gli dissi che sarei andato io. Macché!
Non ero ancora uscito dalla direzione, che già me la vedo vicina alla porta, e
subito la sento lamentarsi perché il portinaio non le aveva permesso di venire
su.
Mi
disse subito: "Don Orione, non ha una stanza da darmi?". Risposi:
"Una stanza da darle?". Insistette: "Sì, una stanza da darmi,
perché ho qui dentro alle calzette venticinquemila lire, e mi devo levare le
calze per tirarle fuori. Ho venduto la Trattoria della Colomba e ho presi altri
soldi e li ho portati qui a lei... Avevo preso il biglietto - continuò a
raccontare - e mi ero messa in treno per Torino, perché pensavo di portare
quei soldi all'Opera di don Bosco. E, mentre il treno camminava, ho tirato fuori
la corona del rosario e dicevo il rosario alle anime sante del purgatorio,
affinché mi assistessero e mi difendessero dai ladri. Capirà, con quei soldi
nelle calzette!... E, mentre mi andavo raccomandando alle anime del purgatorio,
sono giunta vicino a Pontecurone e mi è parso di sentire una voce che mi
diceva: Perché andare sino a Torino? Potresti fare più presto e discendere a
Tortona e portare i soldi a quel povero diavolo di don Orione.
Ma
io pensavo: Chissà se quel don Giramondo è in casa!... e, se non è in casa,
perdo il treno e chi sa quando potrò arrivare a Torino! Quando sono arrivata
vicino a Tortona, quella voce mi si faceva sentire con più insistenza e, quando
il treno si è fermato qui in stazione, mi sembrò che una mano mi obbligasse a
discendere. Sono discesa e ho chiesto a quello del berretto rosso se il
biglietto sarebbe stato buono ancora, perché dovevo fare una commissione in
città. Quello del berretto rosso mi disse di passare in ufficio che mi
avrebbe messo una firma e che con quella avrei potuto proseguire il viaggio.
Pensavo tra me che se lei, che è un don Giramondo, non ci fosse stato, sarei
andata a Torino, perché volevo liberarmi da quei quattrini...".
Basta...,
andò in una stanza, si cavò le calze e poi venne e mi contò uno sull'altro
venticinque biglietti da mille.
Quando
vidi quella grazia di Dio, dopo di aver sentito che essa aveva recitato il
rosario e si era raccomandata alle anime sante del purgatorio, mi prese un
nodo alla gola e mi misi a singhiozzare per la commozione (DOLM 1933 ss.).
L'episodio
è raccontato dal curato della parrocchia di san Michele in Tortona - annessa
alla casa madre dell'Opera - quando ancora non era passata ai figli della Divina
Provvidenza. Scrive dunque don Alberto Garaventa: «(...) Predicavo una di tali
novene in onore della Madonna del Carmine, nella parrocchia di san Michele in
Tortona. Alla sera della vigilia, ad infervorare il mio numeroso uditorio,
promettevo a tutti, a nome della Vergine santa, una bella grazia che la Madonna
senz'altro avrebbe elargita l'indomani, giorno della festa carmelítana.
Che
volete? A sentire la mia calda perorazione era arrivato tra la folla proprio in
quel momento, reduce da Genova, il caro don Orione.
Finita
la predica, mi avvio per scendere i due gradini che portano in sacrestia, e
incontro lui, li nella penombra, col viso nascosto tra le mani, curvo fino a
terra. Si alza per lasciarmi scendere, mi precede in sacrestia, mi aiuta a
deporre la stola, mi prende per mano, mi bacia in fronte!
Aveva
il solito pallore sul viso, appariva profondamente commosso. Gli occhi erano
umidi di pianto, e la voce gli tremava nel sommesso parlare. "Senti, mi
dice; a me la grazia la Madonna me l'ha fatta la vigilia!". Estrae dalla
tasca una busta gialla, gonfia, me la porge e mi dice: "Conta tu che io non
posso, mi tremano le mani". Ubbidisco, sorpreso dall'improvvisa,
inattesa, commovente scena. Quarantamila lire! "Hai contato giusto,
prosegue. Ma a Genova ne ho depositate altrettante, perché, sai, la prudenza
non è mai troppa. Avevo un impegno gravissimo proprio domani e la Madonna, alla
vigilia della sua festa, mi è venuta in soccorso. Eccoti uno spunto per la
predica di domani!...". E scomparve per la porticina.
Alla
prima luce dell'alba del giorno seguente, don Orione aveva celebrato in San
Michele col solito fervore, nel più profondo raccoglimento.
Dalla
tasca di quella logora veste sporgeva ancora, insieme al fazzolettone blu, la
busta gonfia della sera! "Lei va a rischio di perder la busta, don Orione:
non ha una tasca interna, un portafoglio in cui riporre la somma più al
sicuro?". "Ma va là... non sai che io sono... ministro senza
portafoglio? A che mi servirebbe un portafoglio se fra dieci minuti non avrò
più neppur la busta?".
In
tanti anni dì vita familiare, a contatto con lui, in nessun momento, in nessuna
occasione, alcuno di noi può dire di aver visto don Orione con fra le mani un
borsellino - che lui chiamava marsupio - od un portafoglio!
Era
infatti questa la norma della sua vita, come del resto quella di tutti i santi:
che "per aver tutto, bisogna dar via tutto" e che per giungere in
alto, alla vetta della perfezione bisogna convintamente persuadersi di essere
in basso... e riconoscere e confessare la propria infamia!» (Fioretti di don
Orione, 47 s.).
Ê
uno dei più famosi episodi della vita di don Orione predicatore. Lo raccontò
egli stesso più volte. Gli cediamo volentieri la parola.
«La
misericordia dì Dio è più grande del cielo, è più grande del mare; la
misericordia di Dio è più grande dei nostri peccati. Tanti anni fa, predicavo
le missioni a Castelnuovo Scrivia. Castelnuovo si può dire che è stato il mio
campo di battaglia: spesso vi predìcai per feste, novene, quaresìmali e vi
feci parecchie missioni, tanto che ero chiamato "il predicatore".
Allora ero più giovane e forte: facevo quattro prediche al giorno e alla sera
confessavo per ore e ore. E la gente mi voleva bene, e anche adesso ci vogliamo
bene; quelli di allora sono morti ma, forse per il ricordo del po' di bene che là
si è fatto, ora ci ricordano ancora volentieri.
A
Castelnuovo mi avvenne, dunque, questo fatto. Era arrivata l'ultima sera di
predicazione, che finiva per la festa dell'Immacolata. Avevo parlato, quella
sera, sulla confessione: la chiesa, che è più grande del duomo di Tortona,
lunga uguale ma più larga, era piena: tutta una testa. Durante la predica, non
so neppur io come, o senza che me ne fossi accorto, perché non avevo mai
pensato ad una simile cosa, mi uscì una espressione alla quale non avevo prima
riflettuto. Dissi: "Se anche qualcuno avesse messo il veleno nella
scodella di sua madre e l'avesse così fatta morire, se è veramente pentito e
se ne confessa, Dio, nella sua infinita misericordia, è disposto a perdonargli
il suo peccato...".
Finita
la predica, mi fermai a confessare fino a mezzanotte; poi andai in sacrestia e là
c'era altra gente che voleva confessarsi; c'erano altri confessori, ma tutti
volevano confessarsi da me, sapevano che avevo la manica larga..., e poi perché
tanti amano confessarsi da un forestiero: dal parroco o dal curato, che li
conoscono, non vanno a dire certi peccati... Al mattino c'era già stata la
comunione quasi generale, ma alla sera, dopo la benedizione col crocifisso,
ritornando in sacrestia, il predicatore trovò che ancora c'erano tanti
uomini che, toccati dalla grazia di Dio, dall'ultima predica, si volevano
confessare. Sicché finii di confessare molto tardi. Dovevo tornare a Tortona
perché avevo da insegnare, da far scuola: in quel tempo facevo scuola
d'italiano ai nostri ragazzi. Benché stanco, mi avviai sulla strada che da
Castelnuovo Scrivia viene a Tortona.
Il
tempo era pessimo: si era d'inverno e c'era all'intorno tutto coperto di neve,
la neve era alta, anzi nevicava. Io m'incamminai, a piedi, si capisce.... a
quell'ora non c'era più il tram; ed io del resto facevo spesso quei nove-dieci
chilometri a piedi. Avvolto nel mio mantello, uscii dal paese senza che si
vedesse anima viva: erano tutti a letto, era notte alta, ero solo sulla strada.
Ed ecco che, fuori dal paese, vedo muoversi davanti a me un'ombra nera, che si
avvicinava verso il mio sentiero, da in mezzo al bianco della neve. Era l'una
dopo la mezzanotte. Era un uomo ammantellato, avvolto in un tabarro, con il
cappello calcato sulla testa: camminava anche lui verso Tortona, ma in un modo
che sembrava aspettasse qualcuno. Ogni tanto si voltava indietro e mi accorsi
che l'aspettato ero io.
"Basta,
chissà che cosa mi va a capitare, che cosa vorrà!?". Pensai che fosse un
cascinaio che tornava a casa dalla chiesa. "Vorrà forse derubarmi...: che
cosa mi può prendere?..." Soldi veramente non ne avevo, perché andavo
alla leggera...; se facevo la strada a piedi, era perché non avevo cinque lire
per una carrozzella, oppure volevo risparmiarle per comperare il pane ai miei
ragazzi: certo ne avevo pochi...; avevo al più alcune lire: tutt'al più gli
avrei dato quelle. Tuttavia un certo timore l'avevo... Vi ricordate don
Abbondio, quando incontrò i bravi? Anch'io feci l'esame di coscienza per vedere
se avessi peccato contro qualcuno: dei peccati ne trovai, ma non di quelli che
chiamassero vendetta dagli uomini. Come fare? Case, allora, in quel tratto di
strada, non ce n'erano; ora vi sono, ma furono fabbricate dopo.
In
breve, perché camminavo svelto, raggiunsi l'uomo e, passandogli accanto, gli
diedi la buona notte, pieno però di paura nel cuore, temendo che quel viandante
fosse un poco di buono. Lo salutai per primo: "Buona notte,
brav'uomo!".
Qualche
momento dopo, però, mi sentii chiamare; mi voltai e quello disse:
"Reverendo, vorrei dirle una parola...". "Siete anche voi di
viaggio? Andate a Tortona?...", dissi subito anch'io. "Veramente no
...". "Allora aspettate qualcuno forse? Avete forse bisogno di qualche
cosa?". "Veramente sì ...". Aveva detto due volte
"veramente". Veramente no, veramente sì. "Ci siamo",
pensai. "Senta, mi disse finalmente, lei è don Orione? è lei il
predicatore? quello che ha predicato in chiesa stasera?", "Sì,
brav'uomo...". L'avevo chiamato, capite, per la seconda volta, brav'uomo.
Egli
continuò: "Io ho sentito la sua ultima predica: lei questa sera ha detto
una parola...". "Che parola?". "Lei stasera ha parlato della
confessione, della misericordia di Dio...". "Sì...".
"Ecco, vorrei sapere se quello che ha detto questa sera è proprio
vero". "Ma sicuro! Credo di non aver detto nulla che non si trovi nel
Vangelo. Io ho detto che il sacramento della confessione è stato istituito da
Gesù Cristo; che dopo la sua resurrezione ha soffiato sugli apostoli dicendo:
Ricevete lo Spirito Santo: a coloro ai quali rimetterete i peccati, saranno
rimessi...".
Io
pensavo che egli volesse sapere se fosse vero che la confessione è stata
istituita da Nostro Signore. "No, questo; non è questo che voglio
sapere...". "Che cosa allora?". "Io ero alla predica... Ma
lei crede proprio a quello che predica, che ha detto?". "Quello che
predico, risposi, lo credo e, se non lo credessi, non lo predicherei".
"Vorrei sapere, insistette l'altro, se è proprio vero che, se anche uno
avesse messo il veleno nella scodella di sua madre, potrebbe essere ancora
perdonato del suo grande peccato...". Però non mi ricordavo proprio di
aver detto quelle parole; tuttavia gli dissi: "Ma sì che è vero! Basta
che sia veramente pentito, domandi perdono al Signore e si confessi;
qualunque peccato, per quanto grosso sia, sarà perdonato; se è pentito, ci
sarebbe per lui misericordia e perdono...". "Allora, disse, io sono
proprio quello che ha messo il veleno nella scodella di mia madre: vi era
discordia fra mia moglie e mia madre, ed io ho ucciso mia madre... Posso
ottenere perdono? ...". E si mise a piangere.
Mi
raccontò la sua storia, e poi mi si gettò ai piedi: "Padre, mi
confessi, mi confessi: io sono proprio quello della scodella...". Poi
soggiunse: "Da quel momento non ho avuto più pace. Sono tanti
anni...". Pensate che quell'uomo aveva potuto portare sempre con sé il
suo terribile segreto; la giustizia umana nulla sapeva; nessuno aveva mai
dubitato di nulla su di lui, ma il rimorso c'era... Era già di età. Quanto
dico me lo disse fuori di confessione: nessuno potrà mai individuare quella
persona, che credo sarà morta. "Ebbene, gli dissi subito, confortandolo,
per l'autorità ricevuta da Dio, io vi posso rimettere questo peccato. È tanto
tempo che non vi confessate?". "Da allora non mi sono più
confessato". "Venite qua".
Mi
avvicinai ad un paracarro, levai il cappello di neve che c'era sopra: anche per
terra spazzai un po' di neve e dissi sedendomi sul paracarro: "Venite qua,
confessate tutte le vostre colpe dall'età della ragione fino ad ora, confessate
anche quel peccato di aver messo il veleno nella scodella di vostra madre".
Si
inginocchiò e poi si confessò piangendo e gli diedi l'assoluzione; poi si alzò
e mi abbracciava e stringeva, sempre piangendo, e non sapeva staccarsi da me,
tanta era la consolazione da cui era inondato... Anch'io piansi e lo baciai in
fronte e le mie lacrime si confondevano con le sue... Volle accompagnarmi fino
quasi a Tortona e, solo per le mie insistenze, tornò finalmente indietro, ed io
continuai la mia strada con una grande consolazione, con una gioia nel cuore
che mai uguale provai nella mia vita. Io non so di dove fosse, se del paese o
delle cascine; veniva alla predica molta gente anche dalle cascine.
Di
lui non seppi più nulla. Arrivai a Tortona tutto bagnato; quella notte mi levai
le scarpe e mi gettai sul letto, e sognai... Che cosa sognai?... Sognai il cuore
di Gesù Cristo; sentii il cuore di Dio, quanto è grande la misericordia di
Dio...» (DO 111, 121 ss.).
Don
Orione amava e venerava il suo vescovo. E tale amore lo inculcava senza mezzi
termini ai suoi. L'anno 1900 fu per monsignor Bandi, vescovo di Tortona, un anno
di grandi sofferenze e don Orione lo sapeva.
Il
27 febbraio una notificazione al clero e ai fedeli diocesani di monsignor Bandi
condannava senza mezzi termini il foglio Fascio democratico, denunciandone
«il danno immenso ai costumi», «la sudicia sfrontatezzza..., l'immoralità,
la scostumatezza scellerata, l'impudenza» e definendolo «empio e immorale,
satanico e ingannatore e mentitore».
Il
direttore Castellano e il redattore avvocato Faggioli sporsero denuncia per
diffamazione contro il vescovo, chiamandolo in tribunale a Tortona stessa.
Il
tribunale era insediato nel palazzo Busseti - l'attuale collegio Dante Alighieri
retto dai figli di don Orione - e il processo si svolse il 7 luglio 1900. Il
vescovo stesso venne chiamato a deporre. I laicisti locali pensavano di
assistere ad una condanna del vescovo e quindi ad un ghiotto spettacolo a cui
assistere compiaciuti. Si sbagliavano di grosso.
Difendevano
il vescovo gli avvocati Negro di Tortona e Carlo Nasi di Torino. Don Orione
pensa immediatamente ad impedire qualsiasi manifestazione ostile al suo amato
pastore. Che fa? Prende un nutrito gruppo dei suoi alunni del Santa Chiara e li
manda in blocco ad occupare la sala del tribunale, la camera antistante e
addirittura tutta la scala di accesso. Così, egli ragiona, socialisti,
anticlericali e massoni resteranno scornati...
E
così fu: doppiamente scornati. Primo perché non riuscirono a... godersi lo
spettacolo e poi perché il vescovo andò pienamente assolto. Quando questi uscì
dall'aula un uragano di applausi lo festeggiò: erano i giovani di don Orione.
Monsignor Bandi capi, sorrise, ammirò. La rabbia dei socialisti salì alle
stelle. Furono costretti ad ammettere che quel prete era stato più furbo di
loro. L'avvocato dell'accusa si scagliò furibondo contro quel «pubblico di
udienza, composto di giovani seminaristi, mandati ad occupare militarmente il
breve spazio concesso in questa sala al popolo di Tortona...».
Ancora
una volta l'esercito dei "papalini", come venivano chiamati per
spregio i discepoli di Luigi Orione di cui era conosciutissimo l'ardente amore
al Papa, aveva la meglio... Alla sua testa un condottiero d'eccezione, don
Orione appunto.
Un
gesto di carità può servire nei disegni di Dio quale invito ad una sincera
conversione. Racconta don Sparpaglione: «Una sera d'inverno del 1900, mentre
infuriava una bufera di neve, don Orione di ritorno a piedi da una missione
predicata in un paese di montagna, bussò alla porta del parroco di Borgoratto
Mormorolo (PV) e fu ospite gradito quanto inaspettato. Era fradicio e stanco.
Fu
cambiato d'abito, ristorato e regalato di un bel paio di scarpe nuove che subito
calzò in sostituzione delle vecchie, al solito sfondate.
Si
trovava in canonica il dottor Alberto Bernardelli e avendo don Orione espresso
il desiderio di proseguire al più presto, si offrì di accompagnarlo sul
proprio calesse fino a Casteggio.
Partirono
la mattina e giunti alla Fornace di Staghiglione ci fu una sosta perché il
medico era impegnato in una visita. Nel frattempo un mendicante male in arnese
si avvicinò a don Orione, che rimaneva solo sul calesse, e domandò
l'elemosina.
Don
Orione non stette su a pensarci: si slacciò una dopo l'altra le scarpe nuove
che aveva ai piedi e le consegnò al povero rimettendosi quelle logore ancora
marcie di acqua; e dei due non si saprebbe dire chi fosse più felice.
Il
dottore arrivò in tempo ad assistere a quella scena insolita e lì per lì
disapprovò il gesto di don Orione. Ma Dio l'aveva condotto a quell'incontro
perché l'immagine del sacerdote caritatevole tornasse alla sua mente in un'ora
grave della vita.
Una
mattina dell'ottobre 1924, mentre a cavallo e disarmato si recava in visita, un
pazzo criminale lo assalì proditoriamente e gli scaricò addosso due colpi di
fucile. Ricevuti i primi soccorsi, fu trasportato all'ospedale di Voghera dove
per parecchi giorni versò in pericolo di vita. I congiunti, le suore e il
cappellano cercavano di insinuargli l'idea dei sacramenti da molti anni
negletti; ma egli nicchiava. Finalmente espresse il desiderio di vedere don
Orione.
Il
giorno dopo ad ora tardissima don Orione giungeva al suo capezzale, viaggiando
direttamente da Roma a Voghera. Baciò il ferito tra lacrime di commozione e
gli raccontò di essere accorso per aver letto il fatto sui giornali. Dopo
averlo confortato ne ascoltò la confessione, lo comunicò ed ebbe in seguito
la gioia di saperlo fuori pericolo.
Nell'economia
della Provvidenza anche un paio di scarpe, donate, possono valere la conquista
di un'anima » (Sp 192 s.).
Siamo
nel 1902. Nel paese di Pieve del Cairo (PV), la locale sezione del partito
socialista invita una sua propagandista, certa Maria Giudice, a tenere una
conferenza pubblica nei locali della Società Operaia contadini. La concionatrice,
nel bel mezzo del suo dire, viene contraddetta platealmente da una certa
Emesta Balduzzi, "figlia di Maria", di Pieve, ed è costretta al
silenzio.
Per
rifarsi dell'umiliazione patita, i socialisti invitano a tenere una nuova
conferenza un ex prete famoso per le sue idee irreligiose e anticlericali, un
certo don Marino. Ma che succede?
Qualche
giorno prima della data della conferenza, don Marino ha la buona ventura
d'incontrare don Orione che gli parla, lo invita a cambiar vita, lo converte e
addirittura lo ospita in uno dei suoi istituti.
I
socialisti di Pieve del Cairo, del tutto ignari del cambiamento sopravvenuto, il
giorno stabilito s'apprestano ad andare incontro al conferenziere dal quale
sperano una sicura rivincita. E invece vedono farsi avanti don Orione, il quale
va diritto in chiesa e tiene una predica memorabile nella quale racconta il miracolo
della grazia che ha toccato il cuore di don Marino. Esultanza dei cuori...
Delusione amarissima dei propagandisti del socialismo... (DO III, 693).
«
È lui, è lui! »
Per
comprendere quali fatiche si sobbarcasse don Orione per poter raggiungere il
maggior numero di anime con la sua parola, leggiamo dalla penna del primo
biografo, quest'altro episodio.
«A
Staghiglione il giorno della prima messa di don Risi, il 17 giugno del 1900,
tutti erano ansiosi di udire il discorso di don Orione.
Si
parlava di lui come del fondatore e direttore di un'Opera, e i termini
assumevano nella mentalità paesana significazioni di misteriosa ampiezza. Ma
lo si aspettava soprattutto come grande predicatore. Erano già stati dati i
primi segni di campane e si ritardava il terzo per attenderlo. Gli uomini
raccolti sul piazzale della chiesa ispezionavano la strada del colle fino alla
valle, ma non lo vedevano mai comparire. Intanto suonò il terzo. Sopraggiunse
un uomo che avvicinatosi al gruppo domandò se aspettavano qualcuno.
"Aspettiamo don Orione", risposero. "Veramente li sotto - disse
il sopravvenuto e additò la vigna del parroco - c'è un prete che cammina
avanti e indietro lungo i filari. Forse non sa come uscire". "Non
sarà mica lui?", disse uno. Ma molti si rifiutarono di raccogliere
quell'ipotesi e preferirono far dello spirito immaginando che potesse trattarsi
di una tipica figura locale.
Ed
eccolo, don Orione, che sbuca sulla strada dalle ultime case di Staghiglione.
Il cappello pare s'innesti sulle spalle, nascondendogli per metà la faccia.
La notizia del suo arrivo non s'è ancora propagata in chiesa dove c'è grande
aspettativa. Nessuno del popolo lo conosce di vista.
Terminato
il canto del Vangelo, mentre i celebranti vanno a sedere sulle poltrone in
cornu epistolae, un prete in cotta e stola esce di sacrestia a capo basso in
umile atteggiamento strisciando i piedi e fa la genuflessione davanti
all'altare. Ne approfittano ì più vicini per osservargli le scarpe sformate,
col tacco ciondoloni, e seri seri commentano: "Non è quello lì don
Orione! Non può essere". Don Orione sale sui pulpito e recita l'Ave Maria
con voce stanca, scandendo lentamente le parole. Pochi rispondono, molti
ripetono con amara delusione: "Non è lui, non è lui". Quella voce,
quel tono, quella stanchezza... non sono qualità di un buon oratore.
Ma
quando, erettosi, sporgendo con mezza persona dal pulpito e levando uno
sguardo luminoso all'altare, don Orione con voce chiara e marcata pronunciò
"Sia lodato Gesù Cristo", accompagnando la giaculatoria con un
inchino del capo, gli uomini stipati in coro risposero, scambiandosi occhiate
d'intelligenza: "L'è lù " (È lui, è lui).
Sul
tema della lode a Gesù intrecciò un mirabile inno al sacerdozio cattolico,
corrispondendo in pieno all'aspettativa della popolazione e meravigliando il
clero per la novità degli argomenti trattati con arte e con unzione
straordinaria».
Naturalmente,
conclude don Sparpaglione, a Staghiglione dovette ritornarvi e vi tenne un
corso di esercizi spirituali (cf anche DO III, 699).
«Don
Orione è diventato matto»
Racconta
don Rota, ex allievo del Santa Chiara: «Don Lauro Ferrari, prima di andare a
Castelnuovo Scrivia, era arciprete di Medassino, presso Voghera, e aveva
invitato il suo compagno di predicazione don Orione per le Quarantore. La
chiesa era stipata e per l'adorazione e per l'attesa... La giornata era delle più
tempestose; un nevischio insistente e noioso scendeva a rendere fangose e
impraticabili le strade. Don Orione non si vedeva: il parroco dovette iniziare
le funzioni. Al Magnificat don Orione non compare. Don Lauro andava dalla porta
della chiesa a quella del coro, preso da una certa agitazione: ma nessuno si
vedeva... Vespri, litanie, più lente del solito per guadagnar tempo o anche
per invocare l'aiuto
della
Madonna. Quasi alle ultime battute, ecco don Orione con gli immancabili scarponi
infangati e l'abito inzuppato, ìl cappello gocciolante... Don Lauro gli va
incontro: "Su va', ti sei fatto aspettare; ecco il chierichetto ti
accompagna sul pulpito...". Don Orione sorride... La cotta copre parte del
suo abito infangato, e calmo si dirige al pulpito: grande silenzio, grande
attesa. Don Lauro segue con l'occhio l'amico. Don Orione mette piede sul primo
scalino, raggruppa l'abito con la destra, si appoggia al parapetto con la
sinistra e sale, dicendo: "Sac ad carbón (Sacco di carbone)!". Altro
scalino: "Túca fer (Tocca ferro)!", e avanti : "Màngia carpòn
(Mangia capponi), crov, crov, era, era...".
Don
Lauro mormora costernato: "Povero me... Don Orione è diventato matto? Dopo
tanta preparazione...". Ma l'uditorio è attento: nessuno fiata. Don
Orione, sereno e tranquillo, dà un lungo sguardo sulla gente e, con voce
chiara, comincia: "Così, così, si saluta da taluni il sacerdote, quando
egli passa per attendere al suo ministero; così, invece di onorarli, offendono
i ministri di Dio...". E snodò, con linguaggio semplice ed elevato, uno di
quei suoi inni al sacerdozio di Cristo: il popolo era commosso...» (DO
III, 697 s.).
Si
riferisce alla vita di don Orione predicatore anche quest'altro gustoso
episodio che rivela tra l'altro la prontezza di spirito del protagonista e la
sua capacità dì dominare, in ogni caso, le situazioni.
L'episodio
è narrato da colui che, in quell'occasione, faceva da cocchiere al suo
direttore, don Enrico Bariani: «Quando ero ancora ragazzo, egli scrive, una
volta accompagnai don Orione a predicare a Scaldasole (PV).
Guidavo
la "carrozzella" della Provvidenza. Quando giungemmo all'imboccatura
del ponte sul Po, ora di ferro, tra i canneti vedemmo un gruppo di carovane di
zingari che, avendoci scorto, si misero in mezzo alla strada, sbarrandocela.
Appena il direttore vide quella gente che ci aspettava, con una mossa fulminea
mise le mani in tasca, estrasse un piccolo pacchetto d'immagini e le gettò in
modo che si sparpagliassero nell'aria a guisa di ventaglio.
Gli
zingari, che credevano fossero biglietti da lire cinque che egli avesse estratto
dal portafoglio, subito corsero per raccoglierli.
Tolto
così l'ostacolo, il direttore mi prese la frusta e diede due buone frustate al
cavallo e via di galoppo...» (DO 111, 694 s.).
«Ha
ragione!»
Don
Orione stava predicando a Montebello e, come al solito, incantava l'uditorio
con la sua eloquenza avvincente.
Parlava
del giudizio universale in maniera molto semplice ed efficace. Elencava grossi
casi di umana ingiustizia. Ognuno di questi - egli concludeva - esigeva
l'intervento d'un giudice sommo per mettere a posto finalmente le cose. Ad un
certo punto dall'assemblea attentissima si levò, in dialetto, scandito ad
alta voce, un esplosivo: «Al ga rasòn ! (Ha proprio ragione!)».
Era
un simpatico anziano che, colpito forse da qualche ingiustizia patita, godeva di
quelle verità così bene espresse e che lo toccavano tanto da vicino.
Don
Alberto Garaventa raccontava che la Gigia, perpetua del prevosto di San Michele,
dov'egli era curato, senza troppi peli sulla lingua definiva don Orione "un
plandron" (pelandrone), capace d'inventarne di tutti i colori. (La Gigia,
evidentemente approfittando della sua avanzata età, si prendeva di queste
licenze... stilistiche). E don Orione una volta scommise che l'avrebbe
convinta e fatta piangere nell'imminente predica sulle anime sante del
purgatorio. «Cu staga tranquil, c'um ma fa no pians. a mi (Stia tranquillo
che lei non mi farà piangere)», rispose la Gigia con aria di sfida.
Don
Orione parlò delle povere anime carcerate che attendono una liberazione: «...Sapete
che cosa significa la lunga attesa? Conoscete voi il dolore di una madre...
una madre che ha il figlio lontano?».
Insomma
la Gigia, che di figli in America ne aveva addirittura due, a un certo punto
dopo un'inutile resistenza sbottò davvero a piangere. Poi in canonica don
Orione, rivolto alla perpetua le chiese con aria sorpresa: «Come?! Avete
pianto? Anche voi piangete?». E la Gigia: «Eh, sfido io! Va a tirar fuori i
miei figli!... Come si fa a resistere? ».
Don
Orione sapeva toccare le corde più sensibili del cuore umano.
Ha
deposto don Sparpaglione nel processo di beatificazione: «Don Orione per
attirare le anime alla confessione sapeva usare anche dei mezzi più originali.
Era parroco di Silvano Pietra don Enrico Semino (morto nel 1926). Don Orione
insieme con monsignor Malfatti, rettore del santuario della Guardia di Genova,
teneva una missione in questa parrocchia.
La
missione volgeva al termine e non prometteva un abbondante raccolto spirituale.
Don Orione chiamò il parroco e lo pregò di convocare per quella sera, che era
una delle ultime, dieci sacerdoti disposti a confessare. Don Semino, il parroco,
esitava; non già preoccupato dell'ospitalità da concedere a tanti confratelli,
ma timoroso di esporsi ad una delusione. Tuttavia, mandò in giro nei paesi
vicini un gruppo di ragazzi in bicicletta a chiamare i dieci sacerdoti chiesti
da don Orione.
Quando
tutti furono pronti, don Orione si gettò sulle spalle un mantello piuttosto
logoro, si coprì la testa con un cappellaccio e, uscito dalla porta della
canonica, fece il suo ingresso in chiesa, mentre il sacrestano suonava le
campane.
Postosi
a sedere in un banco, cominciò un soliloquio sulle proprie miserie:
"Ecco a che sono ridotto..., eppure non mi mancava nulla..., colpa mia
che ho voluto abbandonare la mia casa...". Insomma recitava la parte del
figliuol prodigo. La gente che si trovava in chiesa, incuriosita al massimo,
lo seguiva con vivo interesse. Qualcuno uscì a dare l'allarme e tutto il paese
si riversò a gremire la chiesa.
Don
Orione, quando fu ben certo che nessuno mancava, si tolse il mantello sdrucito,
salì sul pulpito e attraverso la parabola del figliuol prodigo trattò in modo
efficacissimo della misericordia di Dio. La sua predica tutto sommato durò
un'ora e mezza. I confessori ebbero un lavoro enorme, tutto il paese si confessò.
Don
Malfatti a commento diceva: "È difficile commuovere e far piangere i
preti, ma quella sera anche loro piangevano".
Per
documentare questo fatto, dirò che ne scrissi a monsignor Malfatti, il quale,
in una lettera che conservo, mi rispose: "Il fatto sta ed è come V. S.
dice nella sua e corrisponde a verità"» (Sum 1064. 369).
«Abbasso
i preti!»
In
una località del varzese (Valle Staffora), la popolazione, quasi tutta
"rossa", detestava i preti in massa. Don Orione ci andò a predicare e
mise in atto una delle sue trovate originali e non prive di ardimento. Cominciò
la predica così: «Abbasso i preti! Sì, abbasso i preti! Certo: Abbasso i
preti!».
Gli
ascoltatori si guardavano trasecolati e gli elementi più spinti toccandosi di
gomito ghignavano: bene, benissimo! Ma don Orione continuò: «Abbasso i preti
se fanno quello che non dovrebbero fare...; se danno da dire con la loro
condotta...; se mancano gravemente al loro dovere... Ma sentite, brava gente: se
invece sono pari alla loro missione, operano il bene, rappresentano degnamente
Gesù Cristo... (e qui una mirabile esposizione delle attività sacerdotali),
allora: Viva il sacerdote!».
E
si prese tutto quello che, da principio in pura linea teorica, aveva
accordato, conducendo l'intera popolazione ai santi sacramenti.
Anche
quest'altro episodio ci è riferito dal primo biografo di don Orione e in esso
si allude alle varie peripezie, alle inaudite fatiche, alle sapide avventure cui
l'apostolo infaticabile andò spesso incontro per non risparmiarsi in quello
zelo che lo divorava.
«La
Provvidenza gli aveva mandato un cavallo che vantava al proprio attivo una
onorata carriera, ma per vecchiaia, stenti e digiuni forzati, inclinava a una
sempre più marcata somiglianza con quello di don Chisciotte.
Dovendosi
recare a Lungavilla, don Orione pensò di servirsi del barroccino trainato dal
cavallo della Provvidenza e guidato da uno dei suoi giovani. Tutto andò bene
fino oltre Voghera, ma qui incominciarono i guai. Il povero cavallo sfinito dai
chilometri percorsi rallentò di colpo l'andatura e andò a cadere, trascinando
il barroccio, sul binario del tranvai Voghera-Stradella.
Ogni
sforzo per rialzarlo riuscì vano; e, manco a farlo apposta, comparve in
lontananza la locomotiva che si avvicinava sbuffando terribilmente, come sorpresa
di quel nuovo tipo di disco chiuso e, alla fine, si arrestò. La gente
meravigliata si domandava cosa fosse successo. Scoperto l'ostacolo, molti
discesero per dare una mano a rimuoverlo. (...)
Come
Dio volle la povera bestia, presa per le gambe, per la testa, per la coda, poté
essere scansata e rimettersi in piedi. La diagnosi del male, prontamente
condotta dai più esperti, rivelò la necessità di un po' di fieno per la
guarigione del quadrupede. Il tram riprese la sua corsa, mentre don Orione che a
quell'ora cominciava ad essere atteso a Lungavilla, provvedeva ai casi urgenti
del cavallo facendolo ricoverate in un cascinale vicino sotto custodia del
ragazzo. E da solo, a piedi, arrivò a Lungavilla.
Era
un pomeriggio invernale freddo, con molta neve sui campi e sulle strade.
L'avventura di viaggio aveva portato via un tempo superiore a quello preventivato.
Il parroco dopo paziente attesa s'era deciso a cominciare, e quando don Orione
trafelato dalla corsa arrivò, la gente stava per uscire di chiesa.
Ma,
sparsasi la notizia, tutti rientrarono; ed egli li intrattenne con una delle sue
prediche che facevano perdere la nozione del tempo» (Sp 121 s.).
Questo
episodio lo raccontò lo stesso don Orione ricavandone, come sempre, un
insegnamento per i figli a cui lo narrava.
Si
tratta di una predicazione svolta nel 1899 alla Volpara, situata sempre in
diocesi di Tortona, sulle colline che affiancano la Val Barbera.
«Io
una volta andavo in montagna a predicare, sopra Cabella, a Volpara Ligure.
Vado su a piedi a Cantalupo; vado, vado e poi trovo un montanaro: "Quanto
c'è ancora?", gli chiedo. "Mezz'ora", rispose.
Allora
rìprendo lena, e su. Cammino una buona ora e ancora non vedo spuntare nessun
campanile. Trovo una donna e chiedo: "Quanto c'è di qui a VolparaT'.
"Eh, ci sarà una mezz'ora".
Allora
dico alle mie gambe: "Su, gambe, coraggio!". E così sono andato
ancora due o tre ore, finché venne notte. Mi trovai su d'un monte e in un
bosco: vedo lumi più in basso: vado, vado, là era Volpara!
Arrivai.
Se m'avessero detto che c'erano quattro o cinque ore, mi sarei perduto di
coraggio, e il dì dopo non avrei certo potuto trovarmi pronto a subito cominciare
la santa missione.
Fate
così anche voi con i giovani: essi hanno coraggio, hanno le gambe buone e dai
quattordici ai venti anni possono e devono fare un grande cammino...» (Da una
lettera del 21-2-1922 da Víctoria - Buenos Aires, cf L 1, 364 s.).
«È
don Orione che fa piovere! »
Quest'altro
episodio apre un velo sulla fecondità straordinaria della parola di don Orione.
«Monsignor Bandi, durante la visita pastorale ai paesi dell'alta Val Curone
nell'estate del 1896, volle salire al monte Giarolo (1473 m.); contemplando da
quella vetta bellissima, tutta pascoli e faggeti, l'immenso panorama che
spaziava sull'intera sua diocesi e non trovava confine che nella lontana ma
nitida cerchia delle Alpi, espresse, più che l'idea, il desiderio che, agli
albori del nuovo secolo, un monumento a Cristo redentore sorgesse sul posto a
testimoniare la fede dei tortonesi.
L'idea
si concretò con la solenne inaugurazione della colossale statua l' 11 agosto
1901 presente, con i vescovi Bandi e Berruti, una moltitudine di diecimila
fedeli.
Don
Orione, partito a piedi da Tortona nel cuore della notte con un seguito di
giovani ardimentosi, giunto sfinito sulla vetta, ebbe la soddisfazione di celebrarvi
per primo la santa messa (privata); poi si prodigò a confessare e a predicare
con ardente zelo apostolico.
Da
quell'anno il monte Giarolo divenne meta di pellegrinaggi, nella prima domenica
di agosto. Nella splendida collana della tradizione s'inserisce una gemma di
particolare fulgore: è la manifestazione religiosa e patriottica del 9 giugno
1919, promossa dalla diocesi e attuata da don Orione, in ringraziamento a Dio
per la vittoria e a suffragio dei caduti.
Sul
monte a migliaia, insieme con le popolazioni dei paesi. circostanti, accorsero i
reduci della prima guerra mondiale nella loro gloriosa divisa di combattenti.
Don Orione dopo aver celebrato la messa, rivolse loro la sua parola infuocata,
che penetrò nei cuori e li commosse al pianto. Si distribuirono trecento e più
comunioni. Attorno alla statua monumentale si svolse una suggestiva processione
ordinata per parrocchie, con i reduci di guerra preceduti dalla bandiera
tricolore.
Un
episodio degno di figurare tra gli "esempi mariani" fa seguito a
questo eccezionale avvenimento. I pascoli del monte, già squallidi per la lunga
siccità, subirono quel giorno un formidabile pestaggio da parte dei
cinquemila pellegrini saliti alla vetta e poi sciamati in tutte le direzioni per
il pranzo al sacco.
I
giarolesi mugugnavano e facevano fosche previsioni sull'esistenza del loro
bestiame destinato a perire per mancanza di foraggio. Centro naturale della
loro diatriba era don Orione, l'organizzatore del pellegrinaggio.
Dopo
i vespri don Orione rivolse agli abitanti corrucciati una parola
confortatrice, assicurandoli che sarebbe venuta la pioggia a rimediare al danno
e a garantire un raccolto abbondante. Bisognava pregare la Madonna e aver
fiducia.
Rientrato
al Paterno nelle prime ore del giorno seguente, riunì tutto il personale,
composto di sacerdoti, di chierici, di studenti e di lavoratori, spiegò la
grazia che bisognava strappare alla Madonna mediante la preghiera e celebrò, a
questo fine, la santa messa.
Nelle
ore pomeridiane un velarìo di nubi cominciò a distinguersi da nord su tutta la
zona, occupò man mano il cielo verso l'Appennino ligure e si sciolse in dirotta
pioggia fecondatrice. Il raccolto di fieno sul monte Giarolo era assicurato e in
effetti superò ogni più grossa aspettativa.
Per
molti anni i giarolesi, parlando dell'avvenimento, ripetevano la frase che a
commento si erano scambiata quel giorno: "L'è don Urion ch'u fa pioeve! (È
don Orione che fa piovere)"» (Sp 122 s.).
Don
Giovanni Olivati, prete tortonese, direttore spirituale in seminario dal 1887 al
1894, segretario vescovile e cerimoniere e dal 1900 rettore del seminario,
godeva di molta stima presso monsignor Bandi. Se ne serviva, fra l'altro, per
istillare nell'animo del pastore della diocesi avversione verso don Orione e la
sua nascente istituzione.
Don
Orione per un po' accettò serenamente. Ma un giorno, ìl 7 maggio 1901, mentre
monsignor Bandi si trovava a Vigevano per qualche giorno di riposo, andò a
trovarlo: «Sono andato là per fargli comprendere che non posso andare avanti
così e che ho bisogno di personale. Egli mi disse di farmi approvare da Roma
e di rivolgermi ad altri vescovi (per ordinare i religiosi della Piccola
Opera) e che gli andavo a conturbare fin le ore di pace che si prendeva» (DO II,
625).
Il
diario di monsignor Diego Novelli, uno dei più sinceri ammiratori di don Orione
in Tortona, alla data del 12 maggio 1901, annota: «Il giorno 7 corrente maggio
don Orione si recò a Vigevano per domandare a S. E., che là si trovava,
l'ordinazione per i chierici della Provvidenza. Siccome S. E. faceva le solite
difficoltà, allora don Orione faceva a S. E. una tale dipintura, o direm
meglio, fotografia al naturale di don Olivati che S. E. non l'aveva mai veduta né
sentita. Gli disse della maligna persecuzione che esso don Olivati fa
all'Opera della Provvìdenza da anni e anni; (...) aggiunse che S. E. un giorno
piangerà a calde lacrime di essersi affidato a colui che gli rovina la diocesi,
che allontana da lui tutti quelli che potrebbero portargli utili servizi...»
(ib.).
Miserie
umane che, anche tra i membri del clero, non debbono meravigliare. Nel 1905
questo don Olivati fu colpito da gravissima e irreversibile malattia. Il 31
gennaio ricevette gli ultimi sacramenti e perse la conoscenza. E qui entra in
scena la... vendetta di don Orione. Citiamo dal diario di monsignor Novelli: «Siccome
nel vaneggiare Olivati diceva anche cose assai compromettenti per alcuni, perciò
don Orione volle star lui ad assisterlo per tutta l'ultima notte, per
allontanare i chierici infermieri, perché non sentissero quello che diceva:
pure qualche cosa han sentito. È probabile che la sua morte non desterà rimpianto.
Era troppo inviso pressoché a tutti» (DO IV, 382).
Don
Orione gli aveva reso l'ultimo fraterno e caritatevole servizio. E la vendetta
dei santi.
I
santi sono sempre stati fatti bersaglio di critiche ingiuste e di giudizi
malevoli, quando non di calunnie malvage. Don Orione sperimentò questo per
tutta la vita, anche se tentò sempre di nascondere la sua carità e la sua
umiltà.
Anche
le imprese più sante vengono "lette" in chiave negativa e deteriore.
Nel
1905 don Orione, con la collaborazione dell'amico don Carlo Testone, arciprete
di Casteggio (PV), mise in scena la Passione del Signore tratta fedelmente dai
testi evangelici (un copione è rimasto in congregazione), e ha raccolto
numerosissimi successi, fino all'ultimo degli anni settanta nella sala cinematografica
annessa alla parrocchia di Ognissanti in Roma, di cui chi scrive era parroco.
Ebbene
anche quella riuscita manifestazione, lodata dalla stampa locale, dette
appiglio ai malevoli per sputare veleno contro il prete intraprendente. Ce n'è
l'eco in una minuta di lettera che don Orione, ragguagliandolo, dirige allo
stesso don Testone: «(Costoro) vedono della politica dappertutto, sino nella
Passione del Signore. Per questa rappresentazione (riservata) al clero (di
Tortona), ho incontrato molte difficoltà e mi ha detto don Campiglio ch'io
desterò molte ire. Ho risposto che tutte le ire si infrangeranno contro
l'altare, su cui dico la messa: io li affogherò tutti nell'amore (di Dio).
Coraggio, mio caro don Carlo. E nel Signore che ci conforta, voglio affogare
tutti con un amore dolcissimo nella carità infinita di Gesù...» (Scr 73,
184).
È,
insistiamo, la vendetta dei santi.
Si
sa bene a quali eccessi può giungere, anche contro la legittima autorità
ecclesiastica, una popolazione inviperita che crede di aver subito un torto.
Successe in un certo paese del Tortonese, a Crocefieschi, nel 1905.
Si
era resa vacante la parrocchia e questa, in seguito a regolare concorso,
veniva assegnata ad un certo don Mario Lecchi, nativo di Rocchetta Tanaro e
parroco a Pozzolo Formigaro (AL). Nel frattempo la reggenza della parrocchia fu
affidata al viceparroco don Luigi Gatti, alto, slanciato, di bella presenza e,
quindi, con sicuro fascino sulla popolazione che gli si attaccò vivamente anche
perché mostrava d'essere molto generoso.
Il
nuovo parroco, desideroso di portarsi dietro il viceparroco avuto fino allora,
fece rimuovere dal vescovo don Gatti. Ne venne fuori una sollevazione popolare
che non si riusciva a calmare. Non si voleva lasciar partire il viceparroco. Le
donne montavano continuamente la guardia alla canonica perché non ne uscisse il
loro idolo, e gli uomini sorvegliavano le strade del paese perché nessun altro
prete si azzardasse a venire a prendergli il posto.
Vari
tentativi di riconciliazione erano falliti. Finché, dopo una certa dilazione,
per ordine del vescovo, don Gatti con un pretesto qualunque riuscì a partire
dal paese. La rabbia della popolazione crebbe a dismisura. Un altro giovane
reggente inviato colà dovette subito ripartire per evitare il peggio.
Il
vescovo fu costretto a porre al paese l'interdetto, che è una gravissima pena
canonica, una specie di sconsacrazione per cui ogni celebrazione di culto è
proibita. L'ostinazione della popolazione non accennò a declinare, anche dopo
il severo provvedimento. C'era un ultimo rimedio da tentare, l'azione di don
Orione. Il vescovo vi ricorse. Don Orione accettò e ad ogni buon conto, prima
di recarsi a Crocefieschi, fece testamento. Non sappiamo come siano andate le
cose, specie nei primi momenti dello svolgimento dell'incarico. Sappiamo
soltanto che, dopo alcune settimane, don Orione potè scrivere al vescovo di
mandare pure un reggente, con la necessaria prudenza.
Don
Orione si era prodigato senza risparmio nella predicazione, nella visita agli
ammalati, nell'incontro con le famiglie, nel consigliare, aiutare, suscitando
dappertutto entusiasmo e venerazione. Tanto che quella popolazione lo avrebbe
voluto per parroco...
Il
vescovo gli chiese di scegliere lui un reggente. Fu don Alessandro Barbiero: Don
Orione stesso lo accompagnò presentandolo alla popolazione come un amico e
discepolo.
La
vita parrocchiale riprese normalmente. Alcuni mesi dopo, aprile 1906, don Mario
Lecchi poté fare l'ingresso nella sua parrocchia. Don Orione poteva ritirarsi
soddisfatto per la missione compiuta (Sp 132).
«Bisogna
dire tutti i peccati al confessore! »
Pio
X è il papa di don Orione. La fama dell'umile prete di Tortona era giunta al
cardinale Sarto sin da quando era patriarca a Venezia. Fu Pio X che chiamò in
Vaticano i figli della Divina Provvidenza nel 1904. È comprensibile, dunque,
che don Orione fosse ammesso con facilità in Vaticano, nelle stanze
pontificie.
Il
terzo numero della rivista La Madonna, voluta da don Orione, nel 15 marzo 1904
usciva con questa notizia in prima pagina: «Udienza pontificia. Il 1° marzo il
nostro don Orione aveva il grande conforto di essere ammesso alla presenza del
santo Padre in udienza privata. L'augusto Pontefice, tanto grande nella sua
umiltà e dolcezza, lo accolse come un buon padre con molta benevolenza e disse
per l'Opera della Divina Provvidenza parole di incoraggiamento e di grande
affetto. Volle poi essere informato dello stato e della condotta dei giovinetti
accolti nella nostra colonia agricola di Santa Maria a Monte Mario, e mostrò
vivo il desiderio di vederli. Confermò nel modo più affettuoso la benedizione
già data a don Orione e alle opere da lui intraprese nel nome della Provvidenza
divina».
Fu
in questa udienza che avvenne il particolare che don Orione amava poi raccontare
con gusto. Sentiamolo: «M'ero fatto la barba e poi andai a confessarmi per
fare anche un po' di pulizia dell'anima. Mi sono andato a confessare dai
carmelitani (nella chiesa Traspontina) vicino a San Pietro. Venne un padre vecchio
e cominciai la confessione. Ad ogni cosa che dicevo mi faceva la predica: quando
gli parlavo della superbia mi faceva la predica sull'umiltà e avanti così...
Io guardavo l'orologio e vedevo che s'avvicinava l'ora di andare all'udienza:
l'altro invece la tirava lunga. Io allora mi decisi di non dirgli più nulla per
poter andarmene: non gliene dissi più di peccati. Ma egli continuava; visto che
io non avevo più mente da dirgli fece come un lungo riassunto di tutte le
prediche fattemi ed io non aspettavo che il momento di essere libero.
Finalmente
quando ebbe finito, io appena confessato, senza far la penitenza corsi dal
Papa. Arrivai tutto sudato; mi dicono: "Lei è già stato chiamato!".
Meno male che c'era dentro il cardinal Vicario che di solito ci sta un pezzo.
Ero tutto trafelato... Intanto aspettavo, e mi andavo asciugando il sudore e
racconciando un poco per presentarmi al Papa. "Fortuna che c'è il
Vicario che prolunga sempre il suo tempo di udienza!", mi dissero.
Stavo
asciugandomi ancora ed ero tutto rosso in volto, quando suona il campanello e mi
fu annunziato che era venuto il mio turno. Mi presentai, feci la genuflessione
di rito, gli baciai il sacro piede ed il Papa calmo calmo mi disse: "Eh,
avevi proprio bisogno di andarti a confessare per venire dal Papa, eh? Ma quando
si va a confessarsi bisogna dirli tutti i peccati al confessore". Risposi:
"Santità sono andato a confessarmi per ricevere meglio la vostra
benedizione!".
Parlai
al santo Padre di quello per cui ero stato ammesso all'udienza. Quando, ricevuta
la benedizione, mi licenziai, venendo via, il santo Padre mi disse ancora:
"Dunque, ricorda bene che bisogna dirli tutti!". Il frate non poteva
certo essere stato in udienza prima di me, né io conoscevo il frate, né il
frate credo conoscesse me. Ed io ho deposto questo fatto sotto giuramento
(nel processo canonico per Pio X)» (Discorsi del 26-11-1932 e del 7-9-1933; cf
DO IV, 86 s).
«Zitti,
non mi svergognate! »
Durante
la permanenza di don Orione a Messina, dopo il famoso terremoto, avvenne questo
simpatico episodio.
L'arcivescovo
di Reggio Calabria, monsignor Rousset era solito ogni anno dare un solenne
banchetto con invitati, in occasione del suo onomastico. Un anno invitò anche
don Orione. Questi si partì da Messina e giunse all'appuntamento tutto ben
aggiustato: barba ben rasata, veste e cappello nuovi, scarpe discrete e un
ampio mantello alla siciliana. Un don Orione stranamente elegante: una rarità!
Don
Paolo Albera, antico compagno di seminario e poi di apostolato, presente anche
lui in Sicilia per il dopo-terremoto ed allora amministratore della mensa
vescovile, lo squadra da capo a piedi e gli dice ad alta voce: «Dove l'hai
presa tutta questa roba? Dove l'hai rubata?».
«Zitti»,
replica don Orione, «non mi svergognate! È tutta roba che ho preso in prestito
per l'occasione da quattro diverse persone. Se fossi venuto col mio mantello,
con le mie scarpe, col mio cappello, con la mia tonaca, mi avreste cacciato via
come quel tale della parabola evangelica...». Seguì una risata generale a cui
lui stesso, don Orione, aveva dato il via.
Nel
contesto dello spaventoso terremoto della Marsica (13 gennaio 1915), dove don
Orione accorse immediatamente per prestare il soccorso della sua carità,
avvenne l'episodio che ci viene raccontato dalla penna di Ignazio Silone.
«Si
era in pieno inverno, quell'anno particolarmente rigido. Nuove scosse di
terremoto e burrasche di neve ci minacciavano. Gli asini, i muli, le vacche, le
pecore, per la distruzione delle stalle, erano anch'essi raccolti in recinti
di fortuna. E la notte portava i lupi, attirati dal forte odore del bestiame
non più protetto dalle stalle. La notte nella nostra contrada, in quella
stagione, scende presto; alle quattro del pomeriggio è già buio. Era dunque
pericoloso azzardarsi lontano dai rifugi. Sulla montagna, eccezionalmente carica
di neve, era impossibile ai lupi procacciarsi il cibo abituale. Un'irresistibile
fame li spingeva a valle.
L'odore
degli armenti all'aria aperta li rendeva oltre ogni misura audaci, temerari,
quasi pazzi. Per tenerli lontani bisognava in permanenza tenere grandi fuochi
accesi. Durante certe notti gli urli delle belve non lasciavano prendere sonno.
Solo la luce del giorno portava una tregua.
Una
di quelle mattine grigie e gelide, dopo una notte insonne, assistei ad una scena
assai strana. Un piccolo prete sporco e malandato, con la barba di una decina di
giorni, si aggirava tra le macerie attorniato da una schiera di bambini e
ragazzi rimasti senza famiglia. Invano il piccolo prete chiedeva se vi fosse
un qualsiasi mezzo di trasporto per portare quei ragazzi a Roma.
La
ferrovia era stata interrotta dal terremoto, altri veicoli non vi erano per un
viaggio così lungo. In quel mentre arrivarono e si fermarono cinque o sei
automobili. Era il re, col suo seguito, che visitava i comuni devastati. Appena
gli illustri personaggi scesero dalle loro macchine e si allontanarono, il
piccolo prete, senza chiedere il permesso, cominciò a caricare sopra una di
esse i bambini da lui raccolti. Ma, come era prevedibile, i carabinieri rimasti
a custodire le macchine, vi si opposero; e poiché il prete insisteva, ne nacque
una vivace colluttazione, al punto da richiamare l'attenzione dello stesso
sovrano.
Affatto
intimidito, il prete si fece allora avanti, e col cappello in mano, chiese al re
di lasciargli per un po' di tempo la libera disposizione di una di quelle
macchine, in modo da poter trasportare gli orfani a Roma, o almeno alla stazione
più prossima ancora in attività. Date le circostanze, il re non poteva non acconsentire.
Assieme
ad altri, anch'io osservai, con sorpresa e ammirazione, tutta la scena. Appena
il piccolo prete col suo carico di ragazzi si fu allontanato, chiesi attorno a
me: "Chi è quell'uomo straordinario?".
Una
vecchia che gli aveva affidato il suo nipotino, mi rispose: "Un certo don
Orione, un prete piuttosto strano"» (Uscita di sicurezza, pp. 25-42). Sì,
la "stranezza" di una eroica carità.
Siamo
nella Marsica, subito dopo il terremoto del 1915.
«A
quattro giorni dall'immane catastrofe, il tempo era molto cattivo, con vento e
neve», narra con grande semplicità uno degli orfanelli, tra i protagonisti
della pericolosa avventura: Angelo Novembrini, di Pescina. «Don Orione è in
giro di raccolta, su una di quelle vecchie macchine scoperte allora in
circolazione. Gli vengono consegnati due ragazzi, un bimbo e una bimba. Subito
porgendo loro delle cioccolatine, apre lo sportello dell'auto e li copre con
delle coperte, assieme ad altri paesani (Bernardino e Gaetano Di Luca).
Ripartono:
ad Avezzano sostano, i bambini vengono ristorati; a Gioia de' Marsi altra
sosta, per raccogliere altri due orfanelli (Antonio Raffaele e la sorellina).
Poi veloci, attraversata Tagliacozzo, affrontano la salita dei colli di
Montebove. La neve è più alta e i venti infuriano, la tempesta continua
ininterrottamente. "I lupi, i lupi!", udimmo... "Quanti
lupi!", ripeté il guidatore della macchina. Eravamo sbigottiti per le
belve, mentre la macchina si affaticava e slittava continuamente e l'autista,
con il viso bianco, zittiva atterrito. Le belve, con salti feroci, avevano
circondato il convoglio. Don Orione per placare il terrore dei piccoli andava
ripetendo: "Ma quei cagnacci non vogliono andarsene...".
Le
belve, con salti feroci, avevano circondato il convoglio. Poi il sangue freddo
di don Orione e il coraggio dell'autista risolvono la situazione; il primo,
avvistato un punto della rapida salita più largo e protetto da un muretto
verso il burrone, invita il giudatore ad inoltrarsi sino a quel punto per girare
la macchina e tornare indietro: la discesa avrebbe permesso di liberarsi dalle
belve; ma le ruote slittano, la manovra non riesce. Allora l'autista, dopo aver
sparato alcuni colpi di pistola, scende e con sforzo sovrumano libera le
ruote e riesce a compiere la manovra.
I
lupi, spaventati dalle grida e dagli spari, erano indietreggiati un po': e fu la
salvezza. Le bestie seguirono per poco, ma invano; a motore spento viene fatto
ritorno al paese di Tagliacozzo».
C'è
chi racconta che l'automobile reale, in una delle prime giornate dopo il
terremoto, s'indirizzava verso i paesini della montagna. Ad un certo punto deve
sospendere il viaggio perché nevica, la strada è stretta e pericolosa, le
ruote slittano; poco avanti una piccola macchina prosegue, invece, imperterrita;
il re, intravvedendovi sopra il caratteristico cappello dei sacerdoti, esclama
«Ma chi è quel diavolo d'un prete che riesce ad andare avanti?».
La
conversione del massone
Tra
gli accorsi di Avezzano, dopo il terremoto del 1915, c'è Vincenzina Valbonesi,
giovane ardimentosa, venuta da San Pietro in Bagno, in Romagna, ad esercitare
la sua professione di ostetrica ad Avezzano.
Conobbe
presto don Orione e di lui si servì per la salvezza di un focoso massone del
luogo.
«Sola della mia terra, così narrava spesso lei stessa, fui ben lieta quando mi incontrai con altri cinque miei compaesani e, pur avendoli presto scoperti massoni, spesso ci ritrovavamo assieme. Uno di essi cadde gravemente malato.
Un
giorno, mentre gli prestavo le solite cure, mi fece intendere che avrebbe
accettato i sacramenti della Chiesa e aggiunse: "Ma ciò è impossibile
perché i compagni non mi abbandonano e non permetteranno mai che un prete possa
avvicinarmi". Esposi il caso a don Orione: concordammo il da farsi. Alle
venti dello stesso giorno, mentre noi giocavamo a carte in una stanzetta
attigua, don Orione entrò di soppiatto da una finestra e amministrò i
sacramenti al povero infermo. Poté stare a lungo accanto al lettuccio, perché
io animavo il gioco, dando adito a frequenti discussioni. Compì così la sua
missione e, dalla stessa finestra, se ne andò.
Quando
me ne accorsi, invitai i quattro compagni presso il letto dell'infermo e con
franchezza dissi loro: "Amici, il vostro compagno si è confessato e
comunicato...". Stupore, bile, ma don Orione poté ancora fare qualche
visita al poveretto, che presto morì».
A
questo fatto accenna don Orione in una lettera del 20 febbraio 1915 a don
Sterpi: «Ho ricevuto l'abiura di un massone, e vi manderò il grembiule ed
altri gravi documenti, che metterete sotto i piedi della santissima nostra
Madre» (Scr 12, 118)..
«Don
Orione è come la nonna »
Questo
episodio ha per protagonista, oltre a don Orione, il celebre Ignazio Silone,
l'autore di Uscita di sicurezza e del celebre Incontro con uno strano prete.
Secondo
Tranquilli, questo il nome vero dello scrittore, si trovava a Roma come
studente, qualche anno dopo il famoso incontro. Era il giorno di Natale ed il
giovanotto, orfano a causa del terremoto della Marsica, aveva una gran voglia di
trascorrerlo in maniera inusitata.
Fatti
bene i conti, Secondo pensò di potersi permettere il lusso di pranzare in
trattoria misurando accuratamente le ordinazioni, dopo aver confrontato i
prezzi di listino. Sbagliò. All'arrivo del conto costatò che gli mancavano
sessanta centesimi. Furie del gestore. Si addivenne ad una transazione. Lo
studente avrebbe lasciato in pegno il suo mantello che avrebbe ritirato solo
dopo aver saldato il debito contratto.
Come
fare? A Natale... La nonna, unica superstite della famiglia, era lontana. Poi un
lampo: «Don Orione per me è come la nonna! Chissà che non stia qui a Roma,
a Sant'Anna, vicinissima a San Pietro ed anche alla trattoria».
Suonò
alla casa canonica. Don Orione c'era, ma il portiere non voleva disturbarlo in
quel pomeriggio festivo dopo le fatiche apostoliche della notte e della mattina.
Dialogo concitato tra portinaio e giovanotto... Ma ecco don Orione scendere
lesto per le scale. Un amplissimo sorriso, un cordiale "Buon Natale!"
e poi, intuito il dramma del ragazzo, senza nemmeno farlo parlare, mette la mano
in tasca e la tira fuori colma di monete e con gesto naturalissimo la infila
furtivamente nella tasca della giubba dello sbalordito Secondo. E poi, senza
un commento sul gesto, il più rumoroso arrivederci.
Pochi
minuti dopo il debitore era in trattoria a saldare il debito. Diede anche
venti centesimi di mancia al gestore stupito ed anche lui, col più bel
"Buon Natale!", se ne andò gonfio di gioia. «Sì, don Orione è
proprio come mia nonna!» (cf G. PICCININI, Quel tuo cuore, don Orione, ed.
Paoline 1965, 127 ss.).
«Dammi
un sacerdote a sostituzione del morto»
Il
14 ottobre 1922, nella colonia agricola Sant'Antonio di Cuneo moriva il
sacerdote dell'Opera don Giulio Quadrotta, all'età di soli trent'anni.
Don
Orione, accorso, celebrava con cuore angosciato il rito funebre nella chiesa
del Sacro Cuore. Osservava i due sacerdoti che servivano all'altare. Ad un certo
momento ebbe l'ispirazione di rivolgere a Dio questa fiduciosa preghiera: «Signore,
mi hai tolto don Quadrotta di cui avevo tanto bisogno. Dammi al posto suo uno di
questi due giovani sacerdoti».
Era
così convinto d'essere stato esaudito che, al ritorno dalla tumulazione, ne
fece parola addirittura ai suoi religiosi. E, contrariamente alle sue abitudini,
quella sera non ripartì per Tortona ma si trattenne alla colonia dicendo al
religioso direttore don Giovanni Giorgis, che aspettava una visita.
Infatti
il giorno seguente uno dei due viceparroci del Sacro Cuore, don Giuseppe Dutto,
da Boves (CN), che nella celebrazione delle esequie aveva svolto l'ufficio
liturgico di diacono, si presenta alla colonia Sant'Antonio e chiede
l'indirizzo di don Orione al quale voleva spedire la lettera che aveva già
pronta in mano, nella quale gli chiedeva consiglio sulla sua vocazione
missionaria che avvertiva fortissima, senza tuttavia ipotizzare affatto un suo
eventuale ingresso in congregazione.
Con
sua grande sorpresa non ebbe l'indirizzo, ma si trovò dinanzi don Orione in
persona, il quale, dopo averlo ascoltato paternamente, gli disse perentorio che
doveva andar con lui, scartando ogni altro progetto, perché tale era il volere
del Signore.
Don
Dutto non si attendeva quel risultato. Se ne andò via colmo di dubbi e quasi
turbato. Ad ogni buon conto fece un corso di esercizi spirituali per studiare il
progetto di Dio. E la luce venne.
Il
4 dicembre di quell'anno entrava nel noviziato dei Figli della Divina
Provvidenza, a Bandito di Bra (CN).
Questo
episodio è stato raccontato al bollettino Don Orione (dicembre 1986, p. 4), da
chi l'ha sentito da una testimone oculare.
«Il
29 marzo 1986 ho raccolto al volo una testimonianza circa il beato don Orione:
ritrovandomela sotto gli occhi ho pensato fare cosa gradita a segnalarla. La
signora (di cui non so le generalità), che ha incontrato e conosciuto
personalmente don Orione e che mi ha raccontato l'episodio che segue, si trovava
alla stazione di Tortona: arriva don Orione e vede subito un bambino e una
bambina di circa tre quattro anni (non so se fratello e sorella), poco e niente
vestiti. Dato che c'è ancora un po' di tempo prima che arrivi il treno, don
Orione immediatamente prende su questi due bambini e va fuori dalla stazione.
Quindi
ritorna, ancora con questi due mocciosi, ma messi in ordine. Nel frattempo don
Orione incontra un signore che gli chiede dove va e se gli può fare compagnia
durante il viaggio. Don Orione sarebbe ben contento, ma gli racconta che era
venuto sì alla stazione per prendere il treno ma poi, avendo visto due
bambini, a cui dava ancora la mano, senza vestiti, aveva impiegato le lire di
cui disponeva per vestirli e quindi non poteva più acquistare il biglietto.
Quel
signore, sentendo ciò, provvede lui stesso al biglietto e così don Orione fa
ancora in tempo a prendere il treno. Un saluto beneaugurante. Sac. Guido Oliveri
- Sampierdarena».
Don
Orione metteva in guardia i suoi da verniciature di santità che sono il
perfetto contrario di quanto esige il Vangelo. In una predica alle sue suore del
13 settembre 1919 raccontò questo episodio della sua vita.
«Ricordo
di una suora che leggeva il diario spirituale sapete, quello che inizia con il
mese di gennaio: mortificazione. La mortificazione è l’A B C della vita
spirituale. Quella voleva farsi credere una santa. In gennaio si credeva già
avanti, in febbraio perfetta, in marzo aveva le stimmate... Tutti i venerdì, da
mezzogiorno alle cinque di sera, andava fuori di sé. Verso le tre pareva
morisse. Alcune delle monache sue consorelle, fra le più anziane che la
conoscevano più da vicino, stentavano a credere. "Ma sarà santa davvero?".
Il
vescovo un giorno mi disse: "Vada un po' a vedere, a constatare quanto c'è
di vero in tutto questo!". Sono andato, ho ascoltato, poi ho scelto
quattro monache, due pro, due contro, e ho detto loro: "Prendete ciascuna
una disciplina guarnita di belle pallottole a piombo e battetela, per lo
spazio di due miserere ...". Il primo miserere passò, ma al secondo,
andata su tutte le furie, la... santa saltò su che pareva un diavolo. Sicuro,
sicuro, saltò su che pareva un diavolo, e andò tanto avanti che falsificò
persino le lettere dei superiori.
I
libri sublimi lasciateli da parte. Il segreto della devozione a Maria del beato
di Montfort non è per voi... Il castello spirituale di santa Teresa non è per
voi! Leggete l'Apparecchio alla morte di sant'Alfonso, dite il rosario, fate
la Via Crucis, meditate nostro Signore che cade sotto la croce, e state lì, e
state lì, pensateci su bene e pregateci su... Alla buona, alla buona! E
questo entra a far parte dello spirito della nostra congregazione, e di quelle
che a queste sono chiamate.
Al
Cottolengo ci sono delle suore che sono vere sante: ad una, una volta, ho
trovato un crocefisso che sudava sangue e gliene ho dato un altro e, per un
miracolo, anche questo buttò sangue. Ma come si son fatte sante queste?
Sacrificandosi, sacrificandosi!
Non
leggendo libri di mistica o facendo le contemplative...». (cf Lo spirito di
don Orione, P.O.d. D.P. 1989, vol. II, 16).
«Don
Orione è un povero prete, credete a me»
Una
volta don Orione sta tornando a Tortona in treno. Si imbattè in una donna che
stringe ansiosa il suo bambino in braccio. Non conosce, naturalmente, il prete
che ha dinanzi e che le rivolge la parola: «Dove andate, buona signora?». «Vado
a Tortona dove sta don Orìone, perché la Madonna mi faccia guarire questo
bambino».
«Don
Orione, credete a me, signora - risponde immediatamente l'interlocutore - è un
povero prete qualunque: raccomandatevi alla Madonna, questo sì! ». Un altro
fatto analogo.
Un
sacerdote, parroco della diocesi di Bobbio, si trova alla stazione di Tortona.
Vede poco discosto un prete dall'aspetto molto umile e dimesso. Gli si accosta e
gli dice: «Potrebbe presentarmi quel sant'uomo che è don Orione il quale, come
mi hanno assicurato, dovrebbe trovarsi qui in attesa di partire».
Fa
seguire alla richiesta un vivo elogio del sacerdote tortonese la cui fama era
ben alta anche fuori di Tortona.
Don
Orione, a sentir quel panegirico a lui rivolto troncò il discorso in bocca
all'altro prete con questa battuta: «Sì, don Orione parte per Voghera... Mi
scusi: il treno si muove. Arrivederci». E lo piantò in asso con il più
bell'inchino.
Un
infermiere un po' strano
Don
Sparpaglione voleva sapere da don Orione il parere sulla possibile conversione
in punto di morte di Giosuè Carducci, cosa di cui molto si discettava alla
morte del poeta.
Don Orione non escludeva la verità di tale supposta conversione, stante una serie di indizi in tal senso. A confermare il suo convincimento aggiunse: «Si è parlato sui giornali del professor Enrico Zandotti che fu medico curante di un ministro di Stato notoriamente massone, Alessandro Fortis di Forlì, morto anni or sono a Roma in un palazzo che dà sulla piazza Grazioli, dove c'è una grande lapide a ricordare i meriti di quell'uomo politico ostile alla Chiesa.
Quando
si fecero i funerali del ministro, la massoneria dispiegò tutti i suoi verdi
e neri vessilli. Egli invece era morto cristianamente e poiché la sua camera
era vigilata dai capi della setta, il professor Zandotti, dietro preghiera del
malato, introdusse sotto veste di infermiere un sacerdote il quale assistette e
confortò con gli ultimi sacramenti Sua Eccellenza il ministro e se ci fu morte
cristiana fu la sua". Alle parole di don Orione don Sparpaglione azzardò
timidamente la domanda circa l'identità di quello... strano infermiere. «È
uno che voi conoscete molto bene», rispose sorridente don Orione (cf Sp 229).
A
Messina è molto venerata la beata Eustochia (1434 - 1485). Anche don Orione si
recò un giorno a celebrare la messa sull'altare della beata e ne ricevette un
soave ricambio.
Ecco
la testimonianza di don Nunzio La Monica, orionino, al riguardo.
«Si
era nel novembre 1925 ed io venivo da Reggio Calabria a Messina in compagnia
d'un ragazzo orfano dell'Opera antoniana per eseguire delle commissioni.
Desideroso di vedere l'urna della beata Eustochia mi sono recato al monastero
dove è custodita. Si presentò la sagrestana suor Maria Crocifissa D'Andrea,
alla quale chiesi di farmi visitare l'urna della beata. Ma costei sembrava non
volermi concedere il favore. Allora le dissi che ero un sacerdote di don Orione.
A quel nome la suorina cambiò tono: "Ah, don Orione! Sa lei che la beata
ha fatto commettere uno sbaglio a don Orione durante la celebrazione della
messa? Infatti girandosi verso il chierichetto, che in quel caso era un
sacerdote, don Vittorio Gatti, invece di dire Dominus vobiscum, esclamò:
"Uh, che profumo! Non lo senti, don Vittorio?"».
Infatti
don Orione - lo ricordava egli stesso in alcune occasioni - durante quella messa
aveva avvertito intensissimo il... profumo della beata.
Un
piccolo scambio di cortesie - diciamo noi - tra anime sante, anche se non
contemporanee!
«Da'
trentamila lire a don Orione!»
Questo
episodio fu raccolto dalle labbra stesse di don Orione; ecco come lo riferisce
don Albino Cesaro che allora era studente nell'istituto Divin Salvatore, di
via delle Sette Sale in Roma dove, appunto, era in venerazione il quadro della
Madonna della carità, di cui parla nella rievocazione.
«Ero
a Bra, quando giunse inatteso don Orione e narrò quanto gli era capitato a Roma
per la casa di via delle Sette Sale. (...) Ripeterò ora in breve il racconto
fattoci da don Orione, dirò poi di alcune circostanze venute a completarlo e
ad arricchirlo di tinte e di sfumature. Ecco. I coniugi Albino e Giuseppina De
Giusti e, per loro, il nipote cav. Guido Barbati, cedettero all'Opera la casa di
via delle Sette Sale e non fecero menzione di una stanza sita fuori perimetro,
legata però all'edificio da servitù di passaggio.
7
marzo 1927. Don Orione è a Roma in questa nuova casa. Ore 15. Proprio in quel
momento gli dicono che per quella sola stanza deve versare trentamila lire in
più, in aggiunta alla cifra fissata dal contratto. Egli non sa come
procurarsele. A Roma è venuto per un altro motivo. L'indomani dev'essere
operato il card. Carlo Perosi, tortonese ed è venuto per fargli visita e
confortarlo. (...)
Nello
stesso istante (7 marzo 1927, ore 15), nell'abitazione di via del Tritone, il
cav. Vincenzo Salviucci sta riposando su un divano. C'è in quella camera,
appeso alla parete tra due letti distanziati, un quadro della Madonna.
D'improvviso il cav. Salviucci si sente chiamare: "Cencio! Cencio!".
Si sveglia. È voce di donna. Crede che sia la moglie a chiamarlo. Le chiede un
po' sorpreso: "Bianca, che vuoi?". Lei non lo ha chiamato, e lui si
riaddormenta. Ma è subito risvegliato dalla stessa voce di prima:
"Cencio!".
Nessuno
dei suoi lo sta chiamando: non moglie, non l'unico figlio Giulio, né alcuna
delle figlie o delle persone di casa. Strano! Poi ancora, per una terza volta,
in modo chiaro.e ben distinto: "Cencio! Cencio!".
Si
scuote. Capisce allora che la voce singolarissima viene dal quadro. Vede che
la Madonna si stacca dal quadro, va superando le dimensioni dipinte, si anima ed
è viva. Egli la guarda meravigliato. E prova, dentro di sé, una consolazione
soavissima che lo inonda di spirituale dolcezza. Ora la sente che gli dice:
"Da' trentamila lire a don Orione, che ne ha urgente bisogno!"
Il
cav. Salviucci è uomo di fede, un cristiano autentico, delicatissimo di
coscienza; ma è anche uomo positivo, tutt'altro che visionario, non facile a
credere ai sogni. Persona seria, onestissimo, universalmente stimato: abile e
preciso nei suoi interessi, ha fatto affari per milioni (quando i milioni
valevano miliardi). Ha il coraggio di chiedere alla Madonna che gli ripeta
l'ordine ben chiaro; poi, che glielo ridica per una terza volta, trattandosi di
alcune decine di migliaia di lire e trattandosi di un affare diverso dagli
altri. E la Madonna, compiacente, gli ripete per altre due volte l'invito
"Da' trentamila lire a don Orione". "Da' trentamila lire a don
Orione".
Lui
adesso le chiede di precisargli chi sia don Orione e dove abiti, poiché non lo
conosce, né ricorda di averne sentito parlare. E la Madonna gli precisa tutto
con molta bontà. Gli dice che don Orione le si raccomanda proprio per quella
somma, di cui ella sa che ha urgente bisogno per ultimare un acquisto. Gli dice
anche di che acquisto si tratta. Poi ritorna dipinta nel suo quadro. Il cav.
Salviucci, commosso, tace li per lì della cosa coi familiari e prende tempo per
accertarsi dei dati.
La
mattina dopo, 8 marzo, fa chiamare la figlia Virginia, che sta al piano
superiore e le dice: "Virginia, vammi a chiamare don Orione che gli devo
parlare". Le dà l'indirizzo. La figlia prende un taxi e si porta alle
Sette Sale. Non sa del fatto, neppure ha il sospetto di eventi eccezionali;
trova infatti ad attenderla lo stesso don Orione sull'ingresso dell'istituto
Divin Salvatore, pronto e in attesa di uscire, col cappello in mano e
sorridente. Pare informato e le dice: "Va bene, vengo subito!". Lei
invece non sa nulla di lui, né della casa. Vi è giunta con le indicazioni del
padre. Ed è la prima volta che lo vede.
Don
Orione sale accanto all'autista. E la giovane signora, contessa Virginia Silj,
riceve una prima impressione di confusa sorpresa. Le sembra un prete di
campagna. Così veramente si mostra anche alle persone di famiglia, che sono
all'ingresso a riceverlo: la moglie contessa Bianca, il figlio Giulio e l'altra
figlia, sorella della contessa Virginia Silj. Anche per loro, è la prima
volta che incontrano don Orione. Lo accolgono signorilmente. Ma don Orione è
semplice e sbrigativo. Chiede subito del padre, malato da tempo. E lo
conducono a lui.
Il
padre fa cenno ai familiari di lasciarli soli. Poi chiede: "Lei è don
Orione?". "Sì, sono don Orione". "Lo vede quel
quadro?". Don Orione guarda. Cerca di esprimere qualche vago giudizio:
"Sì, è bello! Molto artistico!". "Bene - lo interrompe il cav.
Salviucci - la Madonna del quadro mi ha detto che lei ha bisogno di trentamila
lire: è per questo che l'ho fatta chiamare".
Don
Orione, appena sente questo, si getta ginocchioni sul pavimento per
ringraziare la Madonna. Al tonfo accorrono le figlie e sono anch'esse testimoni
del fatto avvenuto, perché il papà racconta tutto.
Il
cav. Salviucci resta poi nuovamente solo con don Orione, al quale prima chiede
di volerlo confessare ("per sentirsi meno indegno di compiere gli ordini
della santissima Vergine"), poi gli affida la somma di quarantamila lire in
due cartelle di ventimila ciascuna: trenta per incarico della Madonna e dieci
come offerta sua personale» (A. CEsARo, Don. Orione tra realtà terrestri e
celesti, 61-67).
Il
9 aprile 1929, trovandosi a Napoli, don Orione si recò a pregare nella chiesa
Basilica del Carmine Maggiore. Avvenne, però, che uscendo si accorse, con amara
sorpresa, di essere stato derubato. Quando giunse a Roma, all'istituto di via
Sette Sale, la sera, si capi che gli doveva essere successo qualche cosa; però
era calmo e tranquillo, non ne parlò... Ne scrisse invece a don Sterpi
l'indomani: «Ieri, a Napoli, ho smarrito, o mi hanno preso, il libretto di
riconoscimento, la tessera di identità personale, che vi era entro, e il
permanente per la ferrovia, con altre carte di poca importanza e lire cinquanta
che c'erano entro. Pazienza! Ora vedrò di denunciare alle ferrovie lo smarrito
permanente, chiedendo se vorranno rilasciarmi un duplicato. E sia tutto come
Dio vuole o permette... » (Scr 17, 15; 74, 107).
Qualche
tempo dopo, raccontò ai chierici e sacerdoti di via Sette Sale come s'erano
concluse le cose, ricordando che, quel giorno, si era intrattenuto a lungo
nella chiesa del Carmine: doveva in verità andare in visita al cardinale, ma,
passando davanti alla chiesa, gli era venuto il desiderio di fermarsi a
pregare un poco la Madonna, ed aveva avuto da qualche lesto napoletano quel bel
ricordo. Richiesto poi e ottenuto il duplicato permanente dall'allora ministero
delle Comunicazioni, si era però visto restituire dalla questura anche
l'altro smarrito: si era perciò fatto dovere di andare al ministero per
avvertire della cosa il competente ufficio.
L'impiegato
capo gli disse: «Come?... Un prelato come lei - è risaputo che a Roma, per gli
impiegati dei ministeri, tutti i sacerdoti sono monsignori o prelati - si fa
portar via il permanente?». «Io non sono un prelato! », rispose pronto don
Orione. «I prelati hanno i segretari quando viaggiano: se li avessi avuti, non
mi avrebbero preso il permanente... Io sono un povero prete!». L'impiegato.
rimase colpito dal tono delle parole di don Orione e capì d'aver innanzi un
prete diverso dagli altri. Volle continuare: la conversazione s'intensificò sì
che ad un certo punto quel capo ufficio uscì in questa frase: «Come mai lei,
con la sua intelligenza, si è fatto prete?». E don Orione: «Lei, per amore
dei suoi figli e di sua moglie, non darebbe la vita?». «Sì!». «Ed io spendo
la mia vita per amore di Dio e per amore dei poveri, degli orfani, dei figli
di nessuno, dei più abbandonati...». E così, sul filo della confidenza, passò
a raccontare un poco la sua vita, rispondendo alle varie domande del signore del
ministero, che voleva sapere la ragione di quel permanente gratuito.
«Ai
poveri preti - commentava infatti - non siamo soliti rilasciare - il permanente
ferroviario e per tutta l'Italia...». Non occorreva altro a don Orione per
approfittare subito di volgere a bene di un'anima le proprie parole, che presero
presto il tono discreto di una predichetta...
Quel
signore rimaneva lì a bocca aperta ad ascoltare. Ad un certo punto,
interrompendo don Orione, disse: «Non ho mai sentito queste cose; queste cose
non me le ha mai dette nessuno...». «Che vuole, signore! Anticamente i
principotti avevano il predicatore in casa e questa sera a lei la divina
Provvidenza glielo ha mandato in ufficio...».