I FIORETTI DI SAN
FRANCESCO
CAPITOLO PRIMO
Al nome del nostro Signore Gesù Cristo crocifisso e della sua Madre
Vergine Maria. In questo libro si contengono certi fioretti miracoli ed esempi
divoti del glorioso poverello di Cristo messer santo Francesco e d'alquanti suoi
santi compagni. A laude di Gesù Cristo. Amen. In prima è da considerare che 'l
glorioso messere santo Francesco in tutti gli atti della vita sua fu conforme a
Cristo benedetto: ché come Cristo nel principio della sua predicazione elesse
dodici Apostoli a dispregiare ogni cosa mondana, a seguitare lui in povertà e
nell'altre virtù; così santo Francesco elesse dal principio del fondamento
dell'Ordine dodici compagni possessori dell'altissima povertà. E come un de'
dodici Apostoli, il quale si chiamò Iuda Scariotto, apostatò dello apostolato,
tradendo Cristo, e impiccossi se medesimo per la gola: così uno de' dodici
compagni di santo Francesco, ch'ebbe nome frate Giovanni dalla Cappella, apostatò
e finalmente s'impiccò se medesimo per la gola. E questo agli eletti è grande
esempio e materia di umiltà e di timore, considerando che nessuno è certo
perseverare infino alla fine nella grazia di Dio. E come que' santi Apostoli
furono a tutto il mondo maravigliosi di santità e d'umiltà, e pieni dello
Spirito Santo; così que' santi compagni di santo Francesco furono uomini di
tanta santità, che dal tempo degli Apostoli in qua il mondo non ebbe così
maravigliosi e santi uomini: imperò ch'alcuno di loro fu ratto infino al terzo
Cielo come Santo Paulo, e questo fu frate Egidio; alcuno di loro, cioè fra
Filippo Lungo, fu toccato le labbra dall'Agnolo col carbone del fuoco come Isaia
profeta, alcuno di loro, ciò fu frate Silvestro, che parlava con Dio come l'uno
amico coll'altro, a modo che fece Moisè; alcuno volava per sottilità
d'intelletto infino alla luce della divina sapienza come l'aquila, cioè
Giovanni evangelista, e questo fu frate Bernardo umilissimo il quale
profondissimamente esponea la Scrittura santa: alcuno di loro fu santificato da
Dio e canonizzato in Cielo vivendo egli ancora nel mondo, e questo fu frate
Ruffino gentile uomo d'Ascesi; e così furono tutti privilegiari di singolare
segno di santità, siccome nel processo si dichiara.
CAPITOLO SECONDO
Di frate Bernardo da Quintavalle primo compagno di santo Francesco. Il
primo compagno di santo Francesco si fu frate Bernardo d'Ascesi, il quale si
convertì a questo modo: che essendo Francesco ancora in abito secolare, benché
già esso avesse disprezzato il mondo e andando tutto dispetto e mortificato per
la penitenza intanto che da molti era reputato stolto, e come era schernito e
scacciato con pietre e con fastidio fangoso dalli parenti e dalli strani ed egli
in ogni ingiuria e ischerno passandosi paziente come sordo e muto; messere
Bernardo d'Ascesi, il quale era de' più nobili e de' più savi della città,
cominciò a considerare saviamente in santo Francesco il così eccessivo
dispregio del mondo, la grande pazienza nelle ingiurie, che già per due anni
così abbominato e disprezzato da ogni persona sempre parea più costante e
paziente, cominciò a pensare e a dire fra sé medesimo: Per nessuno modo puote
che questo Francesco non abbia grande grazia di Dio. E sì lo invitò la sera a
cena e albergo; e santo Francesco accettò e cenò la sera con lui e albergò. E
allora, cioè messere Bernardo, si puose in cuore di contemplare la sua santità:
ond'egli gli fece apparecchiare un letto nella sua camera propria nella quale di
notte sempre ardea una lampana. E santo Francesco, per celare la santità sua
immantanente come fu entrato in camera si gittò in sul letto e fece vista di
dormire, e messere Bernardo similmente, dopo alcuno spazio, si puose a giaciere,
e incominciò a russare forte a modo come se dormisse molto profondamente. Di
che santo Francesco, credendo veramente che messere Bernardo dormisse, in sul
primo sonno si levò dal letto e puosesi in orazione, levando gli occhi e le
mani al cielo, e con grandissima divozione e fervore diceva: "Iddio mio,
Iddio mio", e così dicendo e forte lagrimando istette infino al mattutino,
sempre ripetendo: "Iddio mio, Iddio mio", e non altro. E questo dicea
santo Francesco contemplando e ammirando la eccellenza della divina Maestà, la
quale degnava di condescendere al mondo che periva, e per lo suo Francesco
poverello disponea di porre rimedio di salute dell'anima sua e degli altri; e
però alluminato di Spirito Santo, ovvero di spirito profetico, prevedendo le
grandi cose che Iddio doveva fare mediante lui e l'Ordine suo, e considerando la
sua insufficienza e poca virtù, chiamava e pregava Iddio, che colla sua pietà
e onnipotenza, senza la quale niente può l'umana fragilità, supplesse,
aiutasse e compiesse quello per sé non potea. Veggendo messere Bernardo per lo
lume della lampana gli atti divotissimi di santo Francesco, e considerando
divotamente le parole che dicea, fu toccato e ispirato dallo Spirito Santo a
mutare la vita sua. Di che, fatta la mattina, chiamò santo Francesco e disse
così: "Frate Francesco, io ho al tutto disposto nel cuore mio
d'abbandonare il mondo e seguitare te in ciò che tu mi comanderai". Udendo
questo, santo Francesco si rallegrò in ispirito e disse così: "Messere
Bernardo, questo che voi dite è opera sì grande e malagevole, che di ciò si
vuole richiedere consiglio al nostro Signore Gesù Cristo e pregarlo che gli
piaccia di mostrarci sopra a ciò la sua volontà ed insegnarci come questo noi
possiamo mettere in esecuzione. E però andiamo insieme al vescovado dov'è un
buono prete, e faremo dire la messa e poi staremo in orazione infino a terza,
pregando Iddio che 'nfino alle tre apriture del messale ci dimostri la via ch'a
lui piace che noi eleggiamo". Rispuose messere Bernardo che questo molto
gli piacea; di che allora si mossono e andarono al vescovado. E poi ch'ebbono
udita la messa e istati in orazione insino a terza, il prete a' preghi di santo
Francesco, preso il messale e fatto il segno della santissima croce, si lo
aperse nel nome del nostro Signore Gesù Cristo tre volte: e nella prima
apritura occorse quella parola che disse Cristo nel Vangelo al giovane che
domandò della via della perfezione: Se tu vuogli essere perfetto, va' e vendi
ciò che tu hai e da' a' poveri e seguita me. Nella seconda apritura occorse
quella parola che disse Cristo agli Apostoli, quando li mandò a predicare: Non
portate nessuna cosa per via, né bastone né tasca, né calzamenti né danari;
volendo per questo ammaestrarii che tutta la loro isperanza del vivere dovessono
portare in Dio, ed avere tutta la loro intenzione a predicare il santo Vangelo.
Nella terza apritura del messale occorse quella parola che Cristo disse: Chi
vuole venire dopo me, abbandoni se medesimo, e tolga la croce sua e seguiti me.
Allora disse santo Francesco a messere Bernardo: "Ecco il consiglio che
Cristo ci dà: va' adunque e fa' compiutamente quello che tu hai udito; e sia
benedetto il nostro Signore Gesù Cristo, il quale ha degnato di mostrarci la
sua vita evangelica". Udito questo, si partì messere Bernardo, e vendé ciò
ch'egli avea (ed era molto ricco), e con grande allegrezza distribuì ogni cosa
a' poveri, a vedove; a orfani, a prigioni, a monisterii e a spedali; e in ogni
cosa santo Francesco fedelmente e providamente l'aiutava. E vedendo uno, ch'avea
nome messere Salvestro, che santo Francesco dava tanti danari a poveri e facea
dare, stretto d'avarizia disse a santo Francesco: "Tu non mi pagasti
interamente di quelle pietre che tu comperasti da me per racconciare la chiesa,
e però, ora che tu hai danari, pagami". Allora santo Francesco,
maravigliandosi della sua avarizia e non volendo contendere con lui, siccome
vero osservatore del santo Vangelo, mise le mani in grembo di messere Bernardo,
e piene le mani di danari, li mise in grembo di messere Salvestro, dicendo che
se più ne volesse, più gliene darebbe. Contento messere Salvestro di quelli,
si partì e tornossi a casa; e la sera, ripensando di quello ch'egli aveva fatto
il dì, e riprendendosi della sua avarizia, considerando il fervore di messere
Bernardo e la santità di santo Francesco, la notte seguente e due altre notti
ebbe da Dio una cotale visione, che della bocca di santo Francesco usciva una
croce d'oro, la cui sommità toccava il cielo, e le braccia si distendevano
dall'oriente infino all'occidente. Per questa visione egli diede per Dio ciò
ch'egli avea, e fecesi frate Minore, e fu nell'Ordine di tanta santità e
grazia, che parlava con Dio, come fa l'uno amico con l'altro, secondo che santo
Francesco più volte provò, e più giù si dichiarerà. Messere Bernardo
similmente si ebbe tanta grazia di Dio, ch'egli spesso era ratto in
contemplazione a Dio; e santo Francesco dicea di lui ch'egli era degno di ogni
reverenza e ch'egli avea fondato quest'Ordine; imperò ch'egli era il primo che
avea abbandonato il mondo, non riserbandosi nulla, ma dando ogni cosa a' poveri
di Cristo, e cominciata la povertà evangelica, offerendo sé ignudo nelle
braccia del Crocifisso. Il quale sia da noi benedetto in saecula saeculorum.
Amen.
CAPITOLO TERZO.
Come per mala cogitazione che santo Francesco ebbe contro a frate
Bernardo, comandò al detto frate Bernardo che tre volte gli andasse co' piedi
in sulla gola e in sulla bocca. Il devotissimo servo del Crocifisso messer santo
Francesco, per l'asprezza della penitenza e continuo piagnere, era diventato
quasi cieco e poco vedea. Una volta tra l'altre si partì del luogo dov'egli era
e andò ad un luogo dov'era frate Bernardo, per parlare con lui delle cose
divine; e giungendo al luogo, trovò ch'egli era nella selva in orazione tutto
elevato e congiunto con Dio. Allora santo Francesco andò nella selva e
chiamollo: "Vieni - disse - e parla a questo cieco". E frate Bernardo
non gli rispuose niente imperò che essendo uomo di grande contemplazione avea
la mente sospesa e levata a Dio; e però ch'egli avea singolare grazia in
parlare di Dio, siccome santo Francesco più volte avea provato e pertanto
desiderava di parlare con lui. Fatto alcuno intervallo, sì lo chiamò la
seconda e la terza volta in quello medesimo modo: e nessuna volta frate Bernardo
l'udì, e però non gli rispuose, né andò a lui. Di che santo Francesco si
partì un poco isconsolato e maravigliandosi e rammaricandosi in se medesimo,
che Frate Bernardo, chiamato tre volte, non era andato a lui. Partendosi con
questo pensiero, santo Francesco, quando fu un poco dilungato, disse al suo
compagno: "Aspettami qui"; ed egli se ne andò ivi presso in uno luogo
solitario, e gittossi in orazione pregando Iddio che gli rivelasse il perché
frate Bernardo non gli rispuose. E stando così. gli venne una voce da Dio che
disse così: "O povero omicciuolo, di che se' tu turbato? debbe l'uomo
lasciare Iddio per la creatura? Frate Bernardo, quando tu lo chiamavi, era
congiunto meco; e però non potea venire a te, né risponderti. Adunque non ti
maravigliare, se non ti poté rispondere; però ch'egli era lì fuori di sé,
che delle tue parole non udiva nulla". Avendo santo Francesco questa
risposta da Dio, immantanente con grande fretta ritornò inverso frate Bernardo,
per accusarglisi umilmente del pensiero ch'egli avea avuto inverso di lui. E
veggendolo venire inverso di sé, frate Bernardo gli si fece incontro e
gittoglisi a piedi; e allora santo Francesco li fece levare suso e narrogli con
grande umiltà il pensiero e la turbazione ch'avea avuto inverso di lui, e come
di ciò Iddio gli avea risposto. Onde conchiuse così: · lo ti comando per
santa ubbidienza, che tu faccia ciò ch'io ti comanderò". Temendo frate
Bernardo che santo Francesco non gli comandasse qualche cosa eccessiva, come
solea fare, volle onestamente ischifare a quella obbidienza, ond'egli rispuose
così: "Io sono apparecchiato di fare la vostra ubbidienza, se voi mi
promettete di fare quello ch'io comanderò a voi". E promettendoglielo
santo Francesco, frate Bernardo disse: "Or dite, padre quello che voi
volete ch'io faccia". Allora disse santo Francesco: "Io ti comando per
santa ubbidienza che, per punire la mia prosunzione e l'ardire del mio cuore,
ora ch'io mi gitterò in terra supino, mi ponga l'uno piede in sulla gola e
l'altro in sulla bocca, e così mi passi tre volte e dall'uno lato all'altro,
dicendomi vergogna e vitupero, e specialmente mi di': "Giaci, villano
figliuolo di Pietro Bernardoni, onde ti viene tanta superbia, che se' vilissima
creatura?". Udendo questo frate Bernardo, e benché molto gli fusse duro a
farlo, pure per la ubbidienza santa, quanto poté il più cortesemente, adempié
quello che santo Francesco gli aveva comandato. E fatto cotesto, disse santo
Francesco: "Ora comanda tu a me ciò che tu vuoi ch'io ti faccia, però
ch'io t'ho promesso obbidienza". Disse frate Bernardo: "lo ti comando
per santa obbidienza ch'ogni volta che noi siamo insieme, tu mi riprenda e
corregga de' miei difetti aspramente". Di che santo Francesco forte si
maravigliò, però che frate Bernardo era di tanta santità, ch'egli l'avea in
grande reverenza e non lo riputava riprensibile di cosa veruna. E però d'allora
innanzi santo Francesco si guardava di stare molto con lui, per la detta
obbidienza, acciò che non gli venisse detto alcuna parola di correzione verso
di lui, il qual egli conoscea di tanta santità; ma quando avea voglia di
vederlo ovvero di udirlo parlare di Dio, il più tosto che poteva si spacciava
da lui e partivasi. Ed era una grandissima divozione a vedere con quanta carità,
riverenza e umiltà santo Francesco padre si usava e parlava con frate Bernardo
figliuolo primogenito. A laude e gloria di Gesù Cristo e del poverello
Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARTO
Come l'agnolo di Dio propuose una quistione a frat'Elia guardiano d'uno
luogo di Val di Spoleto; e perché frat'Elia li rispuose superbiosamente si partì
e andonne in cammino di santo Jacopo, dove trovò frate Bernardo e dissegli
questa storia. Al principio e fondamento dell'Ordine, quando erano pochi frati e
non erano ancora presi i luoghi, santo Francesco per sua divozione andò a santo
Jacopo di Galizia, e menò seco alquanti frati, fra li quali fu l'uno frate
Bernardo. E andando così insieme per lo cammino, trovò in una terra un
poverello infermo, al quale avendo compassione, disse a frate Bernardo:
"Figliuolo, io voglio che tu rimanghi qui a servire a questo infermo".
E frate Bernardo, umilmente inginocchiandosi e inchinando il capo, ricevette la
obbidienza del padre santo e rimase in quel luogo; e santo Francesco con gli
altri compagni andarono a santo Jacopo. Essendo giunti là. e stando la notte in
orazione nella chiesa di santo Jacopo, fu da Dio rivelato a santo Francesco
ch'egli dovea prendere di molti luoghi per lo mondo, imperò che l'Ordine suo si
dovea ampliare e crescere in grande moltitudine di frati. E in cotesta
rivelazione cominciò santo Francesco a prendere luoghi in quelle contrade. E
ritornando santo Francesco per la via di prima, ritrovò frate Bernardo, e lo
infermo, con cui l'avea lasciato. perfettamente guarito; onde santo Francesco
concedette l'anno seguente a frate Bernardo ch'egli andasse a santo Jacopo. E
così santo Francesco si ritornò nella Valle di Spuleto, e istavasi in uno
luogo diserto egli e frate Masseo e frat'Elia e alcuni altri, i quali tutti si
guardavano molto di noiare o storpiare santo Francesco della orazione, e ciò
faceano per la grande reverenza che gli portavano e perché sapeano che Iddio
gli rivelava grandi cose nelle sue orazioni. Avvenne un dì che, essendo santo
Francesco in orazione nella selva, un giovane bello, apparecchiato a camminare
venne alla porta del luogo, e picchiò sì in fretta e forte e per sì grande
spazio, che i frati molto se ne maravigliarono di così disusato modo di
picchiare. Andò frate Masseo e aperse la porta e disse a quello giovane:
"Onde vieni tu, figliuolo, che non pare che tu ci fossi mai più, sì hai
picchiato disusatamente?". Rispuose il giovane: "E come si dee
picchiare?". Disse frate Masseo: "Picchia tre volte l'una dopo
l'altra, di rado, poi t'aspetta tanto che 'l frate abbia detto il paternostro e
vegna a te, e se in questo intervallo non viene, picchia un'altra volta".
Rispuose il giovane: "Io ho gran fretta, e però picchio così forte, perciò
ch'io ho a fare lungo viaggio, e qua son venuto per parlare a frate Francesco,
ma egli sta ora nella selva in contemplazione, e però non lo voglio storpiare
ma va', e mandami frat'Elia, che gli vo' fare una quistione, però ch'io intendo
ch'egli è molto savio". Va frate Masseo, e dice a frat'Elia che vada a
quello giovane. E frat'Elia se ne iscandalizza e non vi vuole andare; di che
frate Masseo non sa che si fare, né che si rispondere a colui; imperò che se
dicesse: frate Elia non può venire, mentiva; se dicea come era turbato e non
vuol venire, si temea di dargli male esempio. E però che intanto frate Masseo
penava a tornare, il giovane picchiò un'altra volta come in prima; e poco
stante tornò frate Masseo alla porta e disse al giovine: "Tu non hai
osservato la mia dottrina nel picchiare". Rispuose il giovane: "Frate
Elia non vuole venire a me; ma va' e di' a frate Francesco ch'io son venuto per
parlare con lui; ma però ch'io non voglio impedire lui della orazione, digli
che mandi a me frat'Elia". E allora frate Masseo, n'andò a santo Francesco
il quale orava nella selva colla faccia levata al cielo, e dissegli tutta la
imbasciata del giovane e la risposta di frat'Elia. E quel giovane era l'Agnolo
di Dio in forma umana. Allora santo Francesco, non mutandosi del luogo né
abbassando la faccia, disse a frate Masseo: "Va' e di' a frat'Elia che per
obbidienza immantanente vada a quello giovane". Udendo frat'Elia
l'ubbidienza di santo Francesco, andò alla porta molto turbato, e con grande
empito e romore gli aperse e disse al giovane: "Che vuo' tu?".
Rispuose il giovane: "Guarda, frate, che tu non sia turbato, come pari, però
che l'ira impedisce l'animo e non lascia discernere il vero". Disse frat'Elia:
"Dimmi quello che tu vuoi da me". Rispuose il giovane: "Io ti
domando, se agli osservatori del santo Vangelo è licito di mangiare di ciò che
gli è posto innanzi, secondo che Cristo disse a' suoi discepoli. E domandoti
ancora, se a nessuno uomo è lecito di porre dinanzi alcuna cosa contraria alla
libertà evangelica". Rispuose frat'Elia superbamente: "Io so bene
questo, ma non ti voglio rispondere: va' per li fatti tuoi". Disse il
giovane: "Io saprei meglio rispondere a questa quistione che tu".
Allora frat'Elia turbato e con furia chiuse l'uscio e partissi. Poi cominciò a
pensare della detta quistione e dubitarne fra sé medesimo; e non la sapea
solvere. Imperò ch'egli era Vicario dell'Ordine, e avea ordinato e fatto
costituzione, oltr'al Vangelo ed oltr'alla Regola di santo Francesco, che
nessuno frate nell'Ordine mangiasse carne; sicché la detta quistione era
espressamente contra di lui. Di che non sapendo dichiarare se medesimo, e
considerando la modestia del giovane e che gli avea detto ch'e' saprebbe
rispondere a quella quistione meglio di lui, ritorna alla porta e aprilla per
domandare il giovane della predetta quistione, ma egli s'era già partito; imperò
che la superbia di frat'Elia non era degna di parlare con l'Agnolo. Fatto
questo, santo Francesco, al quale ogni cosa da Dio era stata rivelata, tornò
dalla selva, e fortemente con alte voci riprese frat'Elia, dicendo: "Male
fate, frat'Elia superbo, che cacciate da noi gli Agnoli santi, li quali ci
vengono ammaestrare; io ti dico ch'io temo forte che la tua superbia non ti
faccia finire fuori di quest'Ordine". E così gli addivenne poi, come santo
Francesco gli predisse, però che e' morì fuori dell'Ordine. Il dì medesimo,
in quell'ora che quello Agnolo si partì, si apparì egli in quella medesima
forma a frate Bernardo, il quale tornava da santo Jacopo ed era alla riva d'un
grande fiume; e salutollo in suo linguaggio dicendo: "Iddio ti dia pace, o
buono frate". E maravigliandosi forte il buono frate Bernardo e
considerando la bellezza del giovane e la loquela della sua patria, colla
salutazione pacifica e colla faccia lieta sì 'l dimandò: "Donde vieni tu,
buono giovane?". Rispuose l'Agnolo: "Io vengo di cotale luogo dove
dimora santo Francesco, e andai per parlare con lui e non ho potuto però
ch'egli era nella selva a contemplare le cose divine, e io non l'ho voluto
storpiare. E in quel luogo dimorano frate Masseo e frate Egidio e frat'Elia; e
frate Masseo m'ha insegnato picchiare la porta a modo di frate. Ma frat'Elia,
però che non mi volle rispondere della quistione ch'io gli propuosi, poi se ne
pentì; e volle udirmi e vedermi, e non potè". Dopo queste parole disse l'Agnolo
a frate Bernardo: "Perchè non passi tu di là?". Rispuose frate
Bernardo: "Però ch'io temo del pericolo per la profondità dell'acqua
ch'io veggio". Disse l'Agnolo: "Passiamo insieme; non dubitare".
E prese la sua mano, e in uno batter d'occhio il puose dall'altra parte del
fiume. Allora frate Bernardo conobbe ch'egli era l'Agnolo di Dio, e con grande
reverenza e gaudio ad alta voce disse: "O Agnolo benedetto di Dio, dimmi
qual è il nome tuo". Rispuose l'Agnolo: "Perché domandi tu del nome
mio, il quale è maraviglioso?". E detto questo, l'Agnolo disparve e lasciò
frate Bernardo molto consolato, in tanto che tutto quel cammino e' fece con
allegrezza. E considerò il dì e l'ora che l'Agnolo gli era apparito; e
giungendo al luogo dove era santo Francesco con li predetti compagni, recitò
loro ordinatamente ogni cosa. E conobbono certamente che quel medesimo Agnolo,
in quel dì e in quell'ora, era apparito a loro e a lui. E ringraziarono Iddio.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUINTO
Come il santo frate Bernardo d'Ascesi fu da santo Francesco mandato a
Bologna, e là pres'egli luogo. Imperò che santo Francesco e li suoi compagni
erano da Dio chiamati ed eletti a portare col cuore e con l'operazioni, e a
predicare con la lingua la croce di Cristo, egli pareano ed erano uomini
crocifissi, quanto all'abito e quanto alla vita austera, e quanto agli atti e
operazioni loro; e però disideravano più di sostenere vergogne e obbrobri per
l'amore di Cristo, che onori del mondo o riverenze o lode vane; anzi delle
ingiurie si rallegravano, e degli onori si contristavano. E così s'andavano per
lo mondo come pellegrini e forestieri, non portando seco altro che Cristo
crocifisso; e però ch'egli erano della vera vite, cioè Cristo, produceano
grandi e buoni frutti delle anime, le quali guadagnavano a Dio. Addivenne, nel
principio della religione, che santo Francesco mandò frate Bernardo a Bologna,
acciò che ivi, secondo la grazia che Iddio gli avea data, facesse frutto a Dio,
e frate Bernardo facendosi il segno della santissima croce per la santa
obbidienza, si partì e pervenne a Bologna. E vedendolo li fanciulli in abito
disusato e vile, sì gli faceano molti scherni e molte ingiurie, come si farebbe
a uno pazzo; e frate Bernardo pazientemente e allegramente sostenea ogni cosa
per amore di Cristo. Anzi, acciò che meglio e' fusse istraziato, si puose
istudiosamente nella piazza della città; onde sedendo ivi sì gli si radunarono
d'intorno molti fanciulli e uomini, e chi gli tirava il cappuccio dirietro e chi
dinanzi, chi gli gittava polvere e chi pietre, chi 'l sospingeva di qua e chi di
là: e frate Bernardo, sempre d'uno modo e d'una pazienza, col volto lieto, non
si rammaricava e non si mutava. E per più dì ritornò a quello medesimo luogo,
pure per sostenere simiglianti cose. E però che la pazienza è opera di
perfezione e pruova di virtù, uno savio dottore di legge, vedendo e
considerando tanta costanza e virtù di frate Bernardo non potersi turbare in
tanti dì per niuna molestia o ingiuria, disse fra se medesimo:
"Impossibile è che costui non sia santo uomo". E appressandosi a lui
sì 'l domandò: "Chi sei tu, e perché se' venuto qua?". E frate
Bernardo per risposta si mise la mano in seno e trasse fuori la regola di santo
Francesco, e diegliela che la leggesse. E letta ch'e' l'ebbe, considerando il
suo altissimo stato di perfezione, con grandissimo stupore e ammirazione si
rivolse a' compagni e disse: "Veramente questo è il più alto stato di
religione ch'io udissi mai; e però costui co' suoi compagni sono de' più santi
uomini di questo mondo, e fa grandissimo peccato chi gli fa ingiuria, il quale sì
si vorrebbe sommamente onorare, conciò sia cosa ch'e' sia amico di Dio". E
disse a frate Bernardo: "Se voi volete prendere luogo nel quale voi poteste
acconciamente servire a Dio, io per salute dell'anima mia volentieri vel
darei". Rispuose frate Bernardo: "Signore, io credo che questo v'abbia
ispirato il nostro Signore Gesù Cristo, e però la vostra profferta io
l'accetto volentieri a onore di Cristo". Allora il detto giudice con grande
allegrezza e carità menò frate Bernardo a casa sua; e poi gli diede il luogo
promesso, e tutto l'acconciò e compiette alle sue ispese; e d'allora innanzi
diventò padre e speziale difensore di frate Bernardo e de' suoi compagni. E
frate Bernardo, per la sua santa conversazione, cominciò ad essere molto
onorato dalle genti, in tanto che beato si tenea chi 'l potea toccare o vedere.
Ma egli come vero discepolo di Cristo e dello umile Francesco, temendo che
l'onore del mondo non impedisse la pace e la salute dell'anima sua, sì si partì
un dì e tornò a santo Francesco e dissegli così: "Padre, il luogo è
preso nella città di Bologna; mandavi de' frati che 'l mantegnino e che vi
stieno, però ch'io non vi facevo più guadagno, anzi per lo troppo onore che mi
vi era fatto, io temo non perdessi più ch'io non vi guadagnerei". Allora
santo Francesco udendo ogni cosa per ordine, siccome Iddio avea adoperato per
frate Bernardo, ringraziò Iddio, il quale così incominciava a dilatare i
poverelli discepoli della croce; e allora mandò de' suoi compagni a Bologna e
in Lombardia, li quali presono di molti luoghi in diverse partì. A laude di Gesù
Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO SESTO
Come santo Francesco benedisse il santo frate Bernardo e lasciollo suo
Vicario, quando egli venne a passare di questa vita. Era frate Bernardo di tanta
santità, che santo Francesco gli portava grande reverenza e spesse volte lo
lodava. Essendo un dì santo Francesco e stando divotamente in orazione, sì gli
fu rivelato da Dio che frate Bernardo per divina permissione doveva sostenere
molte e diverse e pugnenti battaglie dalli demoni; di che santo Francesco,
avendo grande compassione al detto frate Bernardo, il quale amava come suo
figliuolo, molti dì orava con lagrime, pregando Iddio per lui e raccomandandolo
a Gesù Cristo, che gli dovesse dare vittoria del demonio. E orando così santo
Francesco divotamente, Iddio un dì sì gli rispuose: "Francesco, non
temere, però che tutte le tentazioni dalle quali frate Bernardo deve essere
combattuto, gli sono da Dio permesse a esercizio di virtù e corona di merito, e
finalmente di tutti li nimici averà vittoria, però ch'egli è uno de'
commensali del reame del Cielo". Della quale risposta santo Francesco ebbe
grandissima allegrezza e ringraziò Iddio. E da quell'ora innanzi gli portò
sempre maggiore amore e riverenza. E bene glielo mostrò non solamente in via
sua, ma eziandio nella morte. Imperò che vegnendo santo Francesco a morte, a
modo di quel santo patriarca Jacob, standogli d'intorno li divoti figliuoli
addolorati e lagrimosi della partenza di così amabile padre, domandò:
"Dov'è il mio primogenito? Vieni a me, figliuolo, acciò che ti benedica
l'anima mia, prima ch'io muoia". Allora frate Bernardo dice a frat'Elia in
segreto (il quale era Vicario dell'Ordine): "Padre, va' dalla mano diritta
del santo, acciò che ti benedica". E ponendosi frate Elia dalla mano
diritta, santo Francesco, il quale avea perduto il vedere per le troppe lagrime,
puose la mano ritta sopra il capo di frat'Elia e disse: "Questo non è il
capo del primogenito frate Bernardo". Allora frate Bernardo andò a lui
dalla mano sinistra, e santo Francesco allora cancellò le braccia a modo di
croce, e poi puose la mano diritta sopra 'l capo di frate Bernardo, e la manca
sopra 'l capo del detto frat'Elia e disse: "Frate Bernardo, benedicati il
Padre del nostro Signore Gesù Cristo in ogni benedizione spirituale e
celestiale in Cristo, siccome tu se' il primogenito eletto in quest'Ordine santo
a dare esempio evangelico, a seguitare Cristo nella evangelica povertà: imperò
che non solamente tu desti il tuo e distribuisti interamente e liberamente alli
poveri per lo amore di Cristo, ma eziandio te medesimo offeristi a Dio in
quest'Ordine in sacrifizio di soavità. Benedetto sia tu adunque dal nostro
Signore Gesù Cristo e da me poverello servo suo di benedizioni eterne, andando,
stando, vegghiando e dormendo, e vivendo e morendo; e chi ti benedirà sia
ripieno di benedizioni, chi ti maledicesse non rimarrà senza punizione. Sia il
principale de' tuoi fratelli, e al tuo comandamento tutti li frati obbidiscano,
abbi licenza di ricevere a questo Ordine chiunque tu vorrai, e nessuno frate
abbia signoria sopra di te, e siati licito d'andare e di stare dovunque ti
piace". E dopo la morte di santo Francesco, i frati amavano e riverivano
frate Bernardo come venerabile padre. E vegnendo egli a morte, vennono a lui
molti frati di diverse partì del mondo; fra li quali venne quello ierarchico e
divino frate Egidio, il quale veggendo frate Bernardo, con grande allegrezza
disse: "Sursum corda, frate Bernardo, sursum corda". E frate Bernardo
santo disse a uno frate segretamente che apparecchiasse a frate Egidio uno luogo
atto a contemplazione, e così fu fatto.- Essendo frate Bernardo nella ultima
ora della morte, si fece rizzare, e parlò a' frati che gli erano dinanzi,
dicendo: "Carissimi fratelli, io non vi vo' dire molte parole, ma voi
dovete considerare che lo stato della Religione ch'io ho avuto, voi avete, e
questo ch'io ho ora, voi averete ancora. E truovo questo nell'anima mia, che per
mille mondi eguali a questo io non vorrei non avere servito altro signore che
nostro Signore Gesù Cristo. E d'ogni offesa che io ho fatta, m'accuso e rendo
in colpa al mio Salvatore Gesù Cristo e a voi. Priegovi, fratelli miei
carissimi, che voi v'amiate insieme". E dopo queste parole e altri buoni
ammaestramenti riponendosi in sul letto, diventò la faccia sua isplendida e
lieta oltremodo, di che tutti i frati forte si maravigliarono; e in quella
letizia la sua anima santissima, coronata di gloria, passa della presente vita
alla beata degli Agnoli. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco.
Amen.
CAPITOLO SETTIMO
Come santo Francesco fece una Quaresima in una isola del lago di Perugia,
dove digiunò quaranta dì e quaranta notti e non mangiò più che un mezzo
pane. Il verace servo di Cristo santo Francesco, però che in certe cose fu
quasi un altro Cristo, dato al mondo per salute della gente, Iddio Padre il
volle fare in molti atti conforme e simile al suo figliuolo Gesù Cristo,
siccome ci dimostra nel venerabile collegio de' dodici compagni e nel mirabile
misterio delle sacrate Istimmate e nel continuato digiuno della santa Quaresima,
la qual'egli si fece in questo modo. Essendo una volta santo Francesco il dì
del carnasciale allato al lago di Perugia, in casa d'un suo divoto col quale era
la notte albergato fu ispirato da Dio ch'egli andasse a fare quella Quaresima in
una isola del lago. Di che santo Francesco pregò questo suo divoto, che per
amor di Cristo lo portasse colla sua navicella in una isola del lago dove non
abitasse persona, e questo facesse la notte del dì della Cenere, sì che
persona non se ne avvedesse. E costui, per l'amore della grande divozione
ch'aveva a santo Francesco, sollecitamente adempiette il suo priego e portollo
alla detta isola; e santo Francesco non portò seco se non due panetti. Ed
essendo giunto nell'isola, e l'amico partendosi per tornare a casa, santo
Francesco il pregò caramente che non rivelasse a persona come fosse ivi, ed
egli non venisse per lui se non il Giovedì santo. E così si partì colui, e
santo Francesco rimase solo. E non essendovi nessuna abitazione nella quale si
potesse riducere, entrò in una siepe molto folta, la quale molti pruni e
arbuscelli aveano acconcio a modo d'uno covacciolo ovvero d'una capannetta, e in
questo cotale luogo si puose in orazione e a contemplare le cose celestiali. E
ivi stette tutta la Quaresima senza mangiare e senza bere, altro che la metà
d'un di quelli panetti, secondo che trovò il suo divoto il Giovedì santo,
quando tornò a lui; il quale trovò di due panetti uno intero e mezzo, e
l'altro mezzo si crede che santo Francesco mangiasse per reverenza del digiuno
di Cristo benedetto, il quale digiunò quaranta dì e quaranta notti senza
pigliare nessuno cibo materiale. E così con quel mezzo pane cacciò da sé il
veleno della vanagloria, e ad esempio di Cristo digiunò quaranta di e quaranta
notti. Poi in quello luogo, ove santo Francesco avea fatta così maravigliosa
astinenza, fece Iddio molti miracoli per li suoi meriti; per la qual cosa
cominciarono gli uomini a edificarvi delle case e abitarvi; e in poco tempo si
fece un castello buono e grande, ed èvvi il luogo de' frati, che si chiama il
luogo dell'Isola; e ancora gli uomini e le donne di quello castello hanno grande
reverenza e devozione in quello luogo dove santo Francesco fece la detta
Quaresima. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO OTTAVO
Come andando per cammino santo Francesco e frate Leone, gli spuose
quelle cose che sono perfetta letizia. Venendo una volta santo Francesco da
Perugia a Santa Maria degli Angioli con frate Lione a tempo di verno, e 'l
freddo grandissimo fortemente il crucciava, chiamò frate Lione il quale andava
innanzi, e disse così: "Frate Lione, avvegnadioché li frati Minori in
ogni terra dieno grande esempio di santità e di buona edificazione nientedimeno
scrivi e nota diligentemente che non è quivi perfetta letizia". E andando
più oltre santo Francesco, il chiamò la seconda volta: "O frate Lione,
benché il frate Minore allumini li ciechi e distenda gli attratti, iscacci le
dimonia, renda l'udir alli sordi e l'andare alli zoppi, il parlare alli mutoli
e, ch'è maggior cosa, risusciti li morti di quattro dì; iscrivi che non è in
ciò perfetta letizia". E andando un poco, santo Francesco grida forte:
"O frate Lione, se 'l frate Minore sapesse tutte le lingue e tutte le
scienze e tutte le scritture, sì che sapesse profetare e rivelare, non
solamente le cose future, ma eziandio li segreti delle coscienze e delli uomini;
iscrivi che non è in ciò perfetta letizia". Andando un poco più oltre,
santo Francesco chiamava ancora forte: "O frate Lione, pecorella di Dio,
benché il frate Minore parli con lingua d'Agnolo, e sappia i corsi delle
istelle e le virtù delle erbe, e fussongli rivelati tutti li tesori della
terra, e conoscesse le virtù degli uccelli e de' pesci e di tutti gli animali e
delle pietre e delle acque; iscrivi che non è in ciò perfetta letizia". E
andando ancora un pezzo, santo Francesco chiamò forte: "O frate Lione,
benché 'l frate Minore sapesse sì bene predicare che convertisse tutti
gl'infedeli alla fede di Cristo; iscrivi che non è ivi perfetta letizia".
E durando questo modo di parlare bene di due miglia, frate Lione, con grande
ammirazione il domandò e disse: "Padre, io ti priego dalla parte di Dio
che tu mi dica dove è perfetta letizia". E santo Francesco sì gli
rispuose: "Quando noi saremo a santa Maria degli Agnoli, così bagnati per
la piova e agghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame, e
picchieremo la porta dello luogo, e 'l portinaio verrà adirato e dirà: Chi
siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de' vostri frati; e colui dirà: Voi non
dite vero, anzi siete due ribaldi ch'andate ingannando il mondo e rubando le
limosine de' poveri; andate via; e non ci aprirà, e faracci stare di fuori alla
neve e all'acqua, col freddo e colla fame infino alla notte; allora se noi tanta
ingiuria e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente sanza
turbarcene e sanza mormorare di lui, e penseremo umilmente che quello portinaio
veramente ci conosca, che Iddio il fa parlare contra a noi; o frate Lione,
iscrivi che qui è perfetta letizia. E se anzi perseverassimo picchiando, ed
egli uscirà fuori turbato, e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie
e con gotate dicendo: Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo
spedale, ché qui non mangerete voi, né albergherete; se noi questo sosterremo
pazientemente e con allegrezza e con buono amore; o frate Lione, iscrivi che
quivi è perfetta letizia. E se noi pur costretti dalla fame e dal freddo e
dalla notte più picchieremo e chiameremo e pregheremo per l'amore di Dio con
grande pianto che ci apra e mettaci pure dentro, e quelli più scandolezzato dirà:
Costoro sono gaglioffi importuni, io li pagherò bene come son degni; e uscirà
fuori con uno bastone nocchieruto, e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci
in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello
bastone: se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza,
pensando le pene di Cristo benedetto, le quali dobbiamo sostenere per suo amore;
o frate Lione, iscrivi che qui e in questo è perfetta letizia. E però odi la
conclusione, frate Lione. Sopra tutte le grazie e doni dello Spirito Santo, le
quali Cristo concede agli amici suoi, si è di vincere se medesimo e volentieri
per lo amore di Cristo sostenere pene, ingiurie e obbrobri e disagi; imperò che
in tutti gli altri doni di Dio noi non ci possiamo gloriare, però che non sono
nostri, ma di Dio, onde dice l'Apostolo: Che hai tu, che tu non abbi da Dio? e
se tu l'hai avuto da lui perché te ne glorii come se tu l'avessi da te? Ma
nella croce della tribolazione e dell'afflizione ci possiamo gloriare, però che
dice l'Apostolo: Io non mi voglio gloriare se non nella croce del nostro Signore
Gesù Cristo". A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO NONO
Come santo Francesco insegnava rispondere a frate Lione, e non poté mai
dire se non contrario di quello Francesco volea. Essendo santo Francesco una
volta nel principio dell'Ordine con fra Lione in un luogo dove non aveano libri
da dire l'Ufficio divino quando venne l'ora del mattutino sì disse santo
Francesco a frate Lione: "Carissimo, noi non abbiamo breviario, col quale
noi possiamo dire il mattutino, ma acciò che noi ispendiamo il tempo a laudare
Iddio, io dirò e tu mi risponderai com'io t'insegnerò: e guarda che tu non
muti le parole altrimenti ch'io t'insegnerò. Io dirò così: O frate Francesco,
tu facesti tanti mali e tanti peccati nel secolo, che tu se' degno dello 'nferno;
e tu, frate Lione, risponderai: Vera cosa è che tu meriti lo 'nferno
profondissimo". E frate Lione con semplicità colombina rispuose:
"Volentieri, padre; incomincia al nome di Dio". Allora santo Francesco
cominciò a dire: "O frate Francesco, tu facesti tanti mali e tanti peccati
nel secolo, che tu se' degno dello 'nferno". E frate Lione risponde:
"Iddio farà per te tanti beni, che tu ne andrai in Paradiso". Disse
santo Francesco: "Non dire così, frate Lione, ma quando io dirò: Frate
Francesco, tu che hai fatte tante cose inique contro Dio, che tu se' degno
d'esser maladetto da Dio; e tu rispondi così: Veramente tu se' degno d'essere
messo tra' maladetti". E frate Lione risponde: "Volentieri
padre". Allora santo Francesco, con molte lagrime e sospiri e picchiare di
petto, dice ad alta voce: "O Signore mio del cielo e della terra, io ho
commesso contro a te tante iniquità e tanti peccati, che al tutto son degno
d'esser da te maledetto". E frate Lione risponde: "O frate Francesco,
Iddio ti farà tale, che tra li benedetti tu sarai singolarmente
benedetto". E santo Francesco maravigliandosi che frate Lione rispondea per
lo contrario di quello che 'mposto gli avea, sì lo riprese dicendo "Perché
non rispondi come io t'insegno? Io ti comando per santa ubbidienza che tu
rispondi come io t'insegnerò. Io dirò così: O frate Francesco cattivello,
pensi tu che Dio arà misericordia di te? con ciò sia cosa che tu abbi commessi
tanti peccati contra 'l Padre della misericordia e Dio d'ogni consolazione, che
tu non se' degno di trovare misericordia. E tu, frate Lione pecorella,
risponderai: Per nessun modo se' degno di trovare misericordia". Ma poi
quando santo Francesco disse: "O frate Francesco cattivello" etc.;
frate Lione si rispuose: "Iddio Padre, la cui misericordia è infinita più
che il peccato tuo, farà teco grande misericordia e sopra essa t'aggiugnerà
molte grazie". A questa risposta santo Francesco, dolcemente adirato e
pazientemente turbato, disse a frate Lione: "E perché hai tu avuto
presunzione di fare contr'all'ubbidienza, e già cotante volte hai risposto il
contrario di quello ch'io t'ho imposto?". Risponde frate Lione molto
umilmente e riverentemente: "Iddio il sa, padre mio, ch'ogni volta io m'ho
posto in cuore di rispondere come tu m'hai comandato; ma Iddio mi fa parlare
secondo che gli piace non secondo piace a me". Di che santo Francesco si
maravigliò, e disse a frate Lione: "Io ti priego carissimamente che tu mi
risponda questa volta com'io t'ho detto". Risponde frate Lione: "Di'
al nome di Dio, che per certo io risponderò questa volta come tu vuogli".
E santo Francesco lagrimando disse: "O frate Francesco cattivello, pensi tu
che Iddio abbia misericordia di te?". Risponde frate Lione: "Anzi
grazia grande riceverai da Dio, ed esalteratti e glorificheratti in eterno,
imperò che chi sé umilia sarà esaltato. E io non posso altro dire, imperò
che Iddio parla per la bocca mia". E così in questa umile contenzione, con
molte lagrime e con molta consolazione ispirituale, si vegghiarono infino a dì.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO DECIMO
Come frate Masseo quasi proverbiando, disse a santo Francesco che a lui
tutto il mondo andava dirieto; ed egli rispuose che ciò era a confusione del
mondo e grazia di Dio; perch'io sono il più vile del mondo. Dimorando una volta
santo Francesco nel luogo della Porziuncola con frate Masseo da Marignano, uomo
di grande santità, discrezione e grazia nel parlare di Dio, per la qual cosa
santo Francesco molto l'amava; uno dì tornando santo Francesco dalla selva e
dalla orazione, e sendo allo uscire della selva, il detto frate Masseo volle
provare sì com'egli fusse umile, e fecieglisi incontra, e quasi proverbiando
disse: "Perché a te, perché a te, perché a te?". Santo Francesco
risponde: "Che è quello che tu vuoi dire?". Disse frate Masseo:
"Dico, perché a te tutto il mondo viene dirieto, e ogni persona pare che
desideri di vederti e d'udirti e d'ubbidirti? Tu non se' bello uomo del corpo,
tu non se' di grande scienza, tu non se' nobile onde dunque a te che tutto il
mondo ti venga dietro?". Udendo questo santo Francesco, tutto rallegrato in
ispirito, rizzando la faccia al cielo, per grande spazio istette colla mente
levata in Dio, e poi ritornando in sé, s'inginocchiò e rendette laude e grazia
a Dio, e poi con grande fervore di spirito si rivolse a frate Masseo e disse:
"Vuoi sapere perché a me? vuoi sapere perché a me? vuoi sapere perché a
me tutto 'l mondo mi venga dietro? Questo io ho da quelli occhi dello altissimo
Iddio, li quali in ogni luogo contemplano i buoni e li rei: imperciò che quelli
occhi santissimi non hanno veduto fra li peccatori nessuno più vile, né più
insufficiente, né più grande peccatore di me; e però a fare quell'operazione
maravigliosa, la quale egli intende di fare, non ha trovato più vile creatura
sopra la terra, e perciò ha eletto me per confondere la nobilità e la
grandigia e la fortezza e bellezza e sapienza del mondo, acciò che si conosca
ch'ogni virtù e ogni bene è da lui, e non dalla creatura, e nessuna persona si
possa gloriare nel cospetto suo; ma chi si gloria, si glorii nel Signore, a cui
è ogni onore e gloria in eterno". Allora frate Masseo a così umile
risposta, detta con fervore, sì si spaventò e conobbe certamente che santo
Francesco era veramente fondato in umiltà. A laude di Cristo e del poverello
Francesco. Amen.
CAPITOLO UNDICESIMO
Come santo Francesco fece aggirare intorno intorno più volte frate
Masseo, e poi n'andò a Siena. Andando un dì santo Francesco per cammino con
frate Masseo, il detto frate Masseo andava un po' innanzi, e giungendo a un
trivio di via, per lo quale si potea andare a Firenze, a Siena e Arezzo, disse
frate Masseo: "Padre, per quale via dobbiamo noi andare?". Risponde
santo Francesco: "Per quella che Iddio vorrà". Disse frate Masseo:
"E come potremo noi sapere la volontà di Dio?". Risponde santo
Francesco: "Al segnale ch'io ti mostrerò, onde io ti comando per lo merito
della santa obbidienza, che in questo trivio nello luogo ove tu tieni i piedi,
t'aggiri intorno, intorno, come fanno i fanciulli, e non ristare di volgerti
s'io non tel dico". Allora frate Masseo incominciò a volgersi in giro, e
tanto si volse, che per la vertigine del capo, la quale si suole generare per
cotale girare, egli cadde più volte in terra; ma non dicendogli santo Francesco
che ristesse ed egli volendo fedelmente ubbidire, si rizzava. Alla fine, quando
si volgeva forte, disse santo Francesco: "Sta' fermo e non ti
muovere". Ed egli stette; e santo Francesco il domanda: "Inverso che
parte tieni la faccia?". Risponde frate Masseo: "Inverso Siena".
Disse santo Francesco: "Quella è la via per la quale Iddio vuole che noi
andiamo". Andando per quella via, frate Masseo fortemente si maravigliò di
quello che santo Francesco gli avea fatto fare, come fanciulli, dinanzi a'
secolari che passavano; nondimeno per riverenza non ardiva di dire niente al
padre santo. Appressandosi a Siena, il popolo della città udì dello
avvenimento del santo, e fecionglisi incontro e per divozione il portarono lui e
'l compagno insino al vescovado, che non toccò niente terra co' piedi. In
quell'ora alquanti uomini di Siena combatteano insieme, e già n'erano morti due
di loro; giungendo ivi, santo Francesco predicò loro sì divotamente e sì
santamente, che li ridusse tutti quanti a pace e grande umiltà e concordia
insieme. Per la qual cosa, udendo il Vescovo di Siena quella santa operazione
ch'avea fatta santo Francesco, lo 'nvitò a casa, e ricevettelo con grandissimo
onore quel dì e anche la notte. E la mattina seguente santo Francesco, vero
umile, il quale nelle sue operazioni non cercava se non la gloria di Dio, si levò
per tempo col suo compagno, e partissi sanza saputa del Vescovo. Di che il detto
frate Masseo andava mormorando tra se medesimo, per la via, dicendo: "Che
è quello ch'ha fatto questo buono uomo? Me fece aggirare come uno fanciullo, e
al vescovo, che gli ha fatto tanto onore, non ha detto pure una buona parola, né
ringraziatolo.". E parea a frate Masseo che santo Francesco si fusse
portato così indiscretamente. Ma poi per divina ispirazione, ritornando in se
medesimo e riprendendosi, disse fra suo cuore: "Frate Masseo, tu se' troppo
superbo, il quale giudichi l'opere divine, e se' degno dello 'nferno per la tua
indiscreta superbia: imperò che nel dì di ieri frate Francesco si fece sì
tante operazioni, che se le avesse fatte l'Agnolo di Dio, non sarebbono state più
maravigliose. Onde se ti comandasse che gittassi le pietre, sì lo doveresti
fare e ubbidirlo, che ciò ch'egli ha fatto in questa via è proceduto
dall'operazione divina, siccome si dimostra nel buono fine ch'è seguito; però
che s'e' non avesse rappacificati coloro che combattevano insieme, non solamente
molti corpi, come già aveano cominciato, sarebbero istati morti di coltello, ma
eziandio molte anime il diavolo arebbe tratte allo 'nferno. E però tu se'
stoltissimo e superbo, che mormori di quello che manifestamente procede dalla
volontà di Dio". E tutte queste cose che dicea frate Masseo nel cuore suo,
andando innanzi, furono da Dio rivelate a santo Francesco. Onde appressandosi
santo Francesco a lui disse così: "A quelle cose che tu pensi ora
t'attieni, però ch'elle sono buone e utili e da Dio spirate: ma la prima
mormorazione che tu facevi era cieca e vana e superba e futti messa nell'animo
dal demonio". Allora frate Masseo chiaramente s'avvide che santo Francesco
sapea li secreti del suo cuore, e certamente comprese che lo spirito della
divina Sapienza dirizzava in tutti i suoi atti il padre santo. A laude di Gesù
Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO DODICESIMO
Come santo Francesco puose frate Masseo allo ufficio della porta, della
limosina e della cucina; poi a priego degli altri frati ne lo levò. Santo
Francesco, volendo aumiliare frate Masseo, acciò che per molti doni e grazie
che Iddio gli dava non si levasse in vanagloria, ma per virtù della umiltà
crescesse con essi di virtù in virtù, una volta ch'egli dimorava in luogo
solitario con que' primi suoi compagni veramente santi, de' quali era il detto
frate Masseo, disse un dì a frate Masseo dinanzi a tutti i compagni: "O
frate Masseo, tutti questi tuoi compagni hanno la grazia della contemplazione e
della orazione: ma tu hai la grazia della predicazione della parola di Dio a
soddisfare al popolo. E però io voglio, acciò che costoro possano intendere
alla contemplazione, che tu faccia l'ufficio della porta e della limosina e
della cucina: e quando gli altri frati mangeranno, e tu mangerai fuori della
porta del luogo, sicché a quelli che verranno al luogo, innanzi che picchino,
tu soddisfaccia loro di qualche buone parole di Dio, sicché non bisogni niuno
andare fuori allora altri che tu. E questo fa per lo merito di santa obbidienza".
Allora frate Masseo si trasse il cappaccio e inchinò il capo, e umilemente
ricevette e perseguitò questa obbedienza per più dì, facendo l'ufficio della
porta, della limosina e della cucina. Di che li compagni, come uomini alluminati
da Dio, cominciarono a sentire ne' cuori loro grande rimordimento, considerando
che frate Masseo era uomo di grande perfezione com'eglino o più, e a lui era
posto tutto il peso del luogo e non a loro. Per la qual cosa eglino si mossono
tutti di uno volere, e andarono a pregare il padre santo che gli piacesse
distribuire fra loro quelli uffici, imperò che le loro coscienze per nessuno
mondo poteano sostenere che frate Masseo portasse tante fatiche. Udendo cotesto,
santo Francesco sì credette a' loro consigli e acconsenti alle loro volontà. E
chiamato frate Masseo, sì gli disse: "Frate Masseo, li tuoi compagni
vogliono fare parte degli uffici ch'io t'ho dati; e però io voglio che li detti
uffici si dovidano". Dice frate Masseo con grande umiltà e pazienza:
"Padre, ciò che m'imponi, o di tutto o di parte, io il reputo fatto da Dio
tutto". Allora santo Francesco, vedendo la carità di coloro e la umiltà
di frate Masseo, fece loro una predica maravigliosa e grande della santissima
umiltà, ammaestrandoli che quanto maggiori doni e grazie ci dà Iddio, tanto
noi dobbiamo esser più umili; imperò che sanza l'umiltà nessuna virtù è
accettabile a Dio. E fatta la predica, distribuì gli uffici con grandissima
carità. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TREDICESIMO
Come santo Francesco e frate Masseo il pane che aveano accattato puosono
in su una pietra allato a una fonte, e santo Francesco lodò molto la povertà.
Poi pregò Iddio e santo Pietro e santo Paulo che gli mettesse in amore la santa
povertà, e come gli apparve santo Pietro e santo Paulo. Il maraviglioso servo e
seguitatore di Cristo, cioè messere santo Francesco, per conformarsi
perfettamente a Cristo in ogni cosa, il quale, secondo che dice il Vangelo, mandò
li suoi discepoli a due a due a tutte quelle città e luoghi dov'elli dovea
andare; da poi che ad esempio di Cristo egli ebbe radunati dodici compagni, sì
li mandò per lo mondo a predicare a due a due. E per dare loro esempio di vera
obbidienza, egli in prima incominciò a fare, che 'nsegnare. Onde avendo
assegnato a' compagni l'altre partì del mondo, egli prendendo frate Masseo per
compagno prese il cammino verso la provincia di Francia. E pervenendo un dì a
una villa assai affamati, andarono, secondo la Regola, mendicando del pane per
l'amore di Dio; e santo Francesco andò per una contrada, e frate Masseo per
un'altra. Ma imperò che santo Francesco era uomo troppo disprezzato e piccolo
di corpo, e perciò era riputato un vile poverello da chi non lo conosceva, non
accattò se non parecchi bocconi e pezzuoli di pane secco, ma frate Masseo,
imperò che era uomo grande e bello del corpo, sì gli furono dati buoni pezzi e
grandi e assai e del pane intero. Accattato ch'egli ebbono, si si raccolsono
insieme fuori della villa in uno luogo per mangiare, dov'era una bella fonte, e
allato avea una bella pietra larga, sopra la quale ciascuno puose tutte le
limosme ch'avea accattate. E vedendo santo Francesco che li pezzi del pane di
frate Masseo erano più e più belli e più grandi che li suoi fece grandissima
allegrezza e disse così: "O frate Masseo, noi non siamo degni di così
grande tesoro". E ripetendo queste parole più volte, rispose frate Masseo:
"Padre, come si può chiamare tesoro, dov'è tanta povertà e mancamento di
quelle cose che bisognano? Qui non è tovaglia, né coltello, né taglieri, né
scodelle, né casa, né mensa, né fante, né fancella". Disse santo
Francesco: "E questo è quello che io riputo grande tesoro, dove non è
cosa veruna apparecchiata per industria umana; ma ciò che ci è, è
apparecchiato dalla provvidenza divina, siccome si vede manifestamente nel pane
accattato, nella mensa della pietra così bella, e nella fonte così chiara. E
però io voglio che 'l tesoro della santa povertà così nobile il quale ha per
servidore Iddio, ci faccia amare con tutto il cuore". E dette queste
parole, e fatta orazione e presa la refezione corporale di questi pezzi del pane
e di quella acqua, si levarono per camminare in Francia. E giungendo ad una
chiesa, disse santo Francesco al compagno: "Entriamo in questa chiesa ad
orare". E vassene santo Francesco dietro all'altare, e puosesi in orazione,
e in quella orazione ricevette dalla divina visitazione sì eccessivo fervore,
il quale infiammò sì fattamente l'anima sua ad amore della santa povertà, che
tra per lo colore della faccia e per lo nuovo isbadigliare della bocca parea che
gittasse fiamme d'amore. E venendo così infocato al compagno gli disse:
"A, A, A, frate Masseo, dammi te medesimo". E così disse tre volte, e
nella terza volta santo Francesco levò col fiato frate Masseo in aria, e
gittollo dinanzi a sé per ispazio d'una grande asta di che esso frate Masseo
ebbe grandissimo stupore. Recitò poi alli compagni che in quello levare e
sospignere col fiato il quale gli fece santo Francesco, egli sentì tanta
dolcezza d'animo e consolazione dello Spirito Santo, che mai in vita sua non ne
sentì tanta. E fatto questo disse santo Francesco: "Compagno mio
carissimo, andiamo a santo Pietro e a santo Paulo, e preghiamoli ch'eglino
c'insegnino e aiutino a possedere il tesoro ismisurato della santissima povertà
imperò ch'ella è tesoro sì degnissimo e sì divino, che noi non siamo degni
di possederlo nelli nostri vasi vilissimi, con ciò sia cosa che questa sia
quella virtù celestiale, per la quale tutte le cose terrene e transitorie si
calcano, e per la quale ogni impaccio si toglie dinanzi all'anima, acciò
ch'ella si possa liberamente congiungere con Dio eterno. Questa è quella virtù
la quale fa l'anima, ancor posta in terra, conversare in cielo con gli Agnoli.
Questa è quella ch'accompagnò Cristo in sulla croce; con Cristo fu soppellita,
con Cristo resuscitò, con Cristo salì in cielo; la quale eziandio in questa
vita concede all'anime, che di lei innamorano, agevolezza di volare in cielo;
con ciò sia cosa ch'ella guardi l'armi della vera umiltà e carità. E però
preghiamo li santissimi Apostoli di Cristo, li quali furono perfetti amatori di
questa perla evangelica, che ci accattino questa grazia dal nostro Signore Gesù
Cristo, che per la sua santissima misericordia ci conceda di meritare d'essere
veri amatori, osservatori ed umili discepoli della preziosissima, amatissima ed
evangelica povertà". E in questo parlare giunsono a Roma, ed entrarono
nella chiesa di santo Pietro; e santo Francesco si puose in orazione in uno
cantuccio della chiesa, e frate Masseo nell'altro. E stando lungamente in
orazione con molte lagrime e divozione, apparvono a santo Francesco li
santissimi apostoli Pietro e Paulo con grande splendore, e dissono: "Imperò
che tu addimandi e disideri di osservare quello che Cristo e li santi Apostoli
osservarono, il nostro Signore Gesù Cristo ci manda a te annunziarti che la tua
orazione è esaudita, ed ètti conceduto da Dio a te e a' tuoi seguaci
perfettissimamente il tesoro della santissima povertà. E ancora da sua parte ti
diciamo, che qualunque a tuo esempio seguiterà perfettamente questo disiderio,
egli è sicuro della beatitudine di vita eterna; e tu e tutti i tuoi seguaci
sarete da Dio benedetti". E dette queste parole disparvono, lasciando santo
Francesco pieno di consolazione. Il quale si levò dalla orazione e ritornò al
suo compagno e domandollo se Iddio gli avea rivelato nulla, ed egli rispuose che
no. Allora santo Francesco sì gli disse come li santi Apostoli gli erano
appariti e quello che gli aveano rivelato. Di che ciascuno pieno di letizia
diterminarono di tornare nella valle di Spulito, lasciando l'andare in Francia.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO
Come istando santo Francesco con suoi frati a parlare di Dio, Iddio
apparve in mezzo di loro. Essendo santo Francesco in un luogo, nel cominciamento
della religione, raccolto co' suoi compagni a parlare di Cristo, egli in fervore
di spirito comandò a uno di loro che nel nome di Dio aprisse la sua bocca e
parlasse di Dio ciò che lo Spirito Santo gli spirasse. Adempiendo il frate il
comandamento e parlando di Dio maravigliosamente, sì gl'impose santo Francesco
silenzio, e comanda il simigliante a un altro frate. Ubbidendo colui e parlando
di Dio sottilmente, e santo Francesco simigliantemente sì gli impuose silenzio;
e comandò al terzo che parli di Dio. Il quale simigliantemente cominciò a
parlare sì profondamente delle cose segrete di Dio, che certamente santo
Francesco conobbe ch'egli, siccome gli altri due, parlava per Ispirito Santo. E
questo anche sì si dimostrò per esempio e per espresso segnale; imperò che
istando in questo parlare, apparve Cristo benedetto nel mezzo di loro in ispezie
e 'n forma di un giovane bellissimo, e benedicendoli tutti li riempi di tanta
grazia e dolcezza, che tutti furono ratti fuori di se medesimi, e giacevano come
morti, non sentendo niente di questo mondo. E poi tornando in se medesimi, disse
loro santo Francesco: "Fratelli miei carissimi, ringraziate Iddio, il quale
ha voluto per le bocche de' semplici rivelare i tesori della divina sapienza;
imperò che Iddio è colui il quale apre la bocca ai mutoli, e le lingue delli
semplici fa parlare sapientissimamente". A laude di Gesù Cristo e del
poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUINDICESIMO
Come santa Chiara mangiò con santo Francesco e co' suoi compagni frati
in Santa Maria degli Agnoli. Santo Francesco, quando stava a Sciesi, ispesse
volte visitava Santa Chiara dandole santi ammaestramenti. Ed avendo ella
grandissimi desideri di mangiare una volta con lui, e di ciò pregandolo molte
volte, egli non le volle mai fare questa consolazione. Onde vedendo li suoi
compagni il desiderio di santa Chiara, dissono a santo Francesco: "Padre, a
noi non pare che questa rigidità sia secondo la carità divina, che suora
Chiara, vergine così santa, a Dio diletta tu non esaudisca in così piccola
cosa, come è mangiare teco e spezialmente considerando ch'ella per le tue
predicazioni abbandonò le ricchezze e le pompe del mondo. E di vero, s'ella ti
domandasse maggiore grazia che questa non è, sì la doveresti fare alla tua
pianta spirituale". Allora santo Francesco rispuose: "Pare a voi ch'io
la debba esaudire?". Rispondono li compagni: "Padre, si degna cosa è
che tu le faccia questa grazia e consolazione". Disse allora santo
Francesco: "Da poi che pare a voi, pare anche a me. Ma acciò ch'ella sia
più consolata, io voglio che questo mangiare si faccia in Santa Maria degli
Agnoli, imperò ch'ella è stata lungo tempo rinchiusa in santo Damiano, sicché
le gioverà di vedere il luogo di santa Maria, dov'ella fu tonduta e fatta
isposa di Gesù Cristo; ed ivi mangeremo insieme al nome di Dio". Venendo
adunque il dì ordinato a ciò, santa Chiara escì del monistero con una
compagna, accompagnata di compagni di santo Francesco, e venne a Santa Maria
degli Agnoli. E salutata divotamente la Vergine Maria dinanzi al suo altare,
dov'ella era stata tonduta e velata, sì la menorono vedendo il luogo, infino a
tanto che fu ora da desinare. E in questo mezzo santo Francesco fece
apparecchiare la mensa in sulla piana terra, siccome era usato di fare. E fatta
l'ora di desinare si pongono a sedere insieme santo Francesco e santa Chiara, e
uno delli compagni di santo Francesco e la compagna di santa Chiara, e poi tutti
gli altri compagni s'acconciarono alla mensa umilmente. E per la prima vivanda
santo Francesco cominciò a parlare di Dio sì soavemente, sì altamente,
maravigliosamente, che discendendo sopra di loro l'abbondanza della divina
grazia, tutti furono in Dio ratti. E stando così ratti con gli occhi e con le
mani levate in cielo, gli uomini da Sciesi e da Bettona e que' della contrada
dintorno, vedeano che Santa Maria degli Agnoli e tutto il luogo e la selva
ch'era allora allato al luogo, ardeano fortemente, e parea che fosse un fuoco
grande che occupava la chiesa e 'l luogo e la selva insieme. Per la qual cosa
gli Ascesani con gran fretta corsono laggiù per ispegnere il fuoco, credendo
veramente ch'ogni cosa ardesse. Ma giugnendo al luogo e non trovando ardere
nulla, entrarono dentro e trovarono santo Francesco con santa Chiara con tutta
la loro compagnia ratti in Dio per contemplazione e sedere intorno a quella
mensa umile. Di che essi certamente compresono che, quello era stato fuoco
divino e non materiale, il quale Iddio avea fatto apparire miracolosamente, a
dimostrare e significare il fuoco de divino amore, del quale ardeano le anime di
questi santi frati e sante monache; onde si partirono con grande consolazione
nel cuore loro e con santa edificazione. Poi, dopo grande spazio tornando in sé
santo Francesco e santa Chiara insieme con li altri, e sentendosi bene
confortati del cibo spirituale, poco si curarono del cibo corporale. E così
compiuto quel benedetto disinare, santa Chiara bene accompagnata si ritornò a
Santo Damiano. Di che le suore veggendola ebbono grande allegrezza; però
ch'elle temeano che santo Francesco non l'avesse mandata a reggere qualche altro
monisterio, siccome egli avea già mandata suora Agnese, santa sua sirocchia,
abbadessa a reggere il monisterio di Monticelli di Firenze; e santo Francesco
alcuna volta avea detto a santa Chiara: "Apparecchiati, se bisognasse ch'io
ti mandassi in alcuno luogo"; ed ella come figliuola di santa obbidienza
avea risposto: "Padre, io sono sempre apparecchiata ad andare dovunque voi
mi manderete". E però le suore sì si rallegrarono fortemente, quando la
riebbono; e santa Chiara rimase d'allora innanzi molto consolata. A laude di Gesù
Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO SEDICESIMO
Come santo Francesco ricevuto il consiglio di santa Chiara e del santo
frate Silvestro, che dovesse predicando convertire molta gente, e' fece il terzo
Ordine e predicò agli uccelli e fece stare quete le rondini. L'umile servo di
Cristo santo Francesco, poco tempo dopo la sua conversione, avendo già radunati
molti compagni e ricevuti all'Ordine, entrò in grande pensiero e in grande
dubitazione di quello che dovesse fare: ovvero d'intendere solamente ad orare,
ovvero alcuna volta a predicare, e sopra ciò disiderava molto di sapere la
volontà di Dio. E però che la santa umiltà, ch'era in lui, non lo lasciava
presumere di sé né di sue orazioni, pensò di cercarne la divina volontà con
le orazioni altrui. Onde egli chiamò frate Masseo e dissegli così: "Va' a
suora Chiara e dille da mia parte ch'ella con alcune delle più spirituali
compagne divotamente preghino Iddio, che gli piaccia dimostrarmi qual sia il
meglio; ch'io intenda a predicare o solamente all'orazione. E poi va' a frate
Silvestro e digli il simigliante". Quello era stato nel secolo messere
Silvestro, il quale avea veduto una croce d'oro procedere dalla bocca di santo
Francesco, la quale era lunga insino al cielo e larga insino alla stremità del
mondo; ed era questo frate Silvestro di tanta divozione e di tanta santità, che
di ciò che chiedeva a Dio, e' impetrava ed era esaudito, e spesse volte parlava
con Dio, e però santo Francesco avea in lui grande divozione. Andonne frate
Masseo e, secondo il comandamento di santo Francesco, fece l'ambasciata prima a
santa Chiara e poi a frate Silvestro. Il quale, ricevuta che l'ebbe,
immantenente si gittò in orazione e orando ebbe la divina risposta, e tornò
frate Masseo e disse così: "Questo dice Iddio che tu dica a frate
Francesco: che Iddio non l'ha chiamato in questo stato solamente per sé, ma
acciò che faccia frutto delle anime e molti per lui sieno salvati". Avuta
questa risposta, frate Masseo tornò a santa Chiara a sapere quello ch'ella avea
impetrato da Dio. Ed ella rispuose ch'ella e l'altre compagne aveano avuta da
Dio quella medesima risposta, la quale avea avuto frate Silvestro. Con questo
ritorna frate Masseo a santo Francesco, e santo Francesco il riceve con
grandissima carità, lavandogli li piedi e apparecchiandogli desinare. E dopo 'l
mangiare, santo Francesco chiamò frate Masseo nella selva e quivi dinanzi a lui
s'inginocchia e trassesi il cappuccio, facendo croce delle braccia, e domandollo:
"Che comanda ch'io faccia il mio Signore Gesù Cristo?". Risponde
frate Masseo: "Sì a frate Silvestro e sì a suora Chiara colle suore, che
Cristo avea risposto e rivelato che la sua volontà si è che tu vada per lo
mondo a predicare, però ch'egli non t'ha eletto pure per te solo ma eziandio
per salute degli altri". E allora santo Francesco, udito ch'egli ebbe
questa risposta e conosciuta per essa la volontà di Cristo, si levò su con
grandissimo fervore e disse: "Andiamo al nome di Dio". E prende per
compagno frate Masseo e frate Agnolo, uomini santi. E andando con empito di
spirito, sanza considerare via o semita, giunsono a uno castello che si chiamava
Savurniano. E santo Francesco si puose a predicare, e comandò prima alle
rondini che tenessino silenzio infino a tanto ch'egli avesse predicato. E le
rondini l'ubbidirono. Ed ivi predicò in tanto fervore che tutti gli uomini e le
donne di quel castello per divozione gli volsono andare dietro e abbandonare il
castello; ma santo Francesco non lasciò, dicendo loro: "Non abbiate fretta
e non vi partite, ed io ordinerò quello che vo' dobbiate fare per salute
dell'anime vostre". E allora pensò di fare il terzo ordine per universale
salute di tutti. E così lasciandoli molto consolati bene disposti a penitenza,
si partì quindi e venne tra Cannaio e Bevagno. E passando oltre con quello
fervore, levò gli occhi e vide alquanti arbori allato alla via, in su' quali
era quasi infinita moltitudine d'uccelli; di che santo Francesco si maravigliò
e disse a' compagni: "Voi m'aspetterete qui nella via, e io andrò a
predicare alle mie sirocchie uccelli". E entrò nel campo e cominciò a
predicare alli uccelli ch'erano in terra; e subitamente quelli ch'erano in su
gli arbori se ne vennono a lui insieme tutti quanti e stettono fermi, mentre che
santo Francesco compiè di predicare, e poi anche non si partivano infino a
tanto ch'egli diè loro la benedizione sua. E secondo che recitò poi frate
Masseo a frate Jacopo da Massa, andando santo Francesco fra loro, toccandole
colla cappa, nessuna perciò si movea. La sustanza della predica di santo
Francesco fu questa: "Sirocchie mie uccelli, voi siete molto tenute a Dio
vostro creatore, e sempre e in ogni luogo il dovete laudare, imperò che v'ha
dato la libertà di volare in ogni luogo; anche v'ha dato il vestimento
duplicato e triplicato; appresso, perché elli riserbò il seme di voi in
nell'arca di Noè, acciò che la spezie vostra non venisse meno nel mondo;
ancora gli siete tenute per lo elemento dell'aria che egli ha deputato a voi.
Oltre a questo, voi non seminate e non mietete, e Iddio vi pasce e davvi li
fiumi e le fonti per vostro bere, e davvi li monti e le valli per vostro refugio,
e gli alberi alti per fare li vostri nidi. E con ciò sia cosa che voi non
sappiate filare né cucire, Iddio vi veste, voi e' vostri figliuoli. Onde molto
v'ama il vostro Creatore, poi ch'egli vi dà tanti benefici, e però guardatevi,
sirocchie mie, del peccato della ingratitudine, e sempre vi studiate di lodare
Iddio". Dicendo loro santo Francesco queste parole, tutti quanti quelli
uccelli cominciarono ad aprire i becchi e distendere i colli e aprire l'alie e
riverentemente inchinare li capi infino in terra, e con atti e con canti
dimostrare che 'l padre santo dava loro grandissimo diletto. E santo Francesco
con loro insieme si rallegrava e dilettava, e maravigliavasi molto di tanta
moltitudine d'uccelli e della loro bellissima varietà e della loro attenzione e
famigliarità; per la qual cosa egli in loro divotamente lodava il Creatore.
Finalmente compiuta la predicazione, santo Francesco fece loro il segno della
Croce e diè loro licenza di partirsi; e allora tutti quelli uccelli si levarono
in aria con maravigliosi canti, e poi secondo la Croce ch'avea fatta loro santo
Francesco si divisono in quattro partì; e l'una parte volò inverso l'oriente e
l'altra parte verso occidente, e l'altra parte verso lo meriggio, e la quarta
parte verso l'aquilone, e ciascuna schiera n'andava cantando maravigliosi canti;
in questo significando che come da santo Francesco gonfaloniere della Croce di
Cristo era stato a loro predicato e sopra loro fatto il segno della Croce,
secondo il quale egli si divisono in quattro partì del mondo; così la
predicazione della Croce di Cristo rinnovata per santo Francesco si dovea per
lui e per li suoi frati portare per tutto il mondo; li quali frati, a modo che
gli uccelli, non possedendo nessuna cosa propria in questo mondo, alla sola
provvidenza di Dio commettono la lor vita. A laude di Gesù Cristo e del
poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO DICIASSETTESIMO
Come uno fanciullo fraticino, orando santo Francesco di notte, vide
Cristo e la Vergine Maria e molti altri santi parlare con lui. Uno fanciullo
molto puro e innocente fu ricevuto nell'Ordine, vivendo santo Francesco; e stava
in uno luogo piccolo, nel quale i frati per necessità dormivano in campoletti.
Venne santo Francesco una volta al detto luogo; e la sera, detta Compieta, s'andò
a dormire per potersi levare la notte ad orare, quando gli altri frati
dormissono, come egli era usato di fare. Il detto fanciullo si puose in cuore di
spiare sollecitamente le vie di santo Francesco, per potere conoscere la sua
santità e spezialmente di potere sapere quello che facea la notte quando si
levava. E acciò che 'l sonno non lo ingannasse, sì si puose quello fanciullo a
dormire allato a santo Francesco e legò la corda sua con quella di santo
Francesco, per sentirlo quando egli si levasse e di questo santo Francesco non
sentì niente. Ma la notte in sul primo sonno, quando tutti gli altri frati
dormivano, si levò e trovò la corda sua così legata e sciolsela. Pianamente,
perché il fanciullo non si sentisse, e andossene santo Francesco solo nella
selva ch'era presso al luogo, ed entra in una celluzza che v'era e puosesi in
orazione. E dopo alcuno spazio si desta il fanciullo e trovando la corda
isciolta e santo Francesco levato, levossi su egli e andò cercando di lui; e
trovando aperto l'uscio donde s'andava nella selva, pensò che santo Francesco
fusse ito là, ed entra nella selva. E giungendo presso al luogo dove santo
Francesco orava, cominciò a udire un grande favellare; e appressandosi più,
per vedere e per intendere quello ch'egli udiva, gli venne veduta una luce
mirabile la quale attorniava santo Francesco, e in essa vide Cristo e la Vergine
Maria e santo Giovanni Battista e l'Evangelista e grandissima moltitudine d'Agnoli,
li quali parlavano con santo Francesco. Vedendo questo il fanciullo e udendo,
cadde in terra tramortito. Poi, compiuto il misterio di quella santa apparizione
e tornando santo Francesco al luogo, trovò il detto fanciullo, col piè,
giacere nella via come morto, e per compassione si lo levò e arrecollosi in
braccia e portollo come fa il buono pastore alle sue pecorelle. E poi sapendo da
lui com'egli avea veduta la detta visione, sì gli comandò che non lo dicesse
mai a persona, cioè mentre che egli fosse vivo. Il fanciullo poi, crescendo in
grazia di Dio e divozione di santo Francesco, fu uno valente uomo in nello
Ordine, ed esso dopo la morte di santo Francesco, rivelò alli frati la detta
visione. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO DICIOTTESIMO
Del maraviglioso Capitolo che tenne santo Francesco a Santa Maria degli
Agnoli dove furono oltre a cinquemila frati. Il fedele servo di Cristo santo
Francesco tenne una volta un Capitolo generale a Santa Maria degli Agnoli, al
quale Capitolo si raunò oltre cinquemila frati; e vennevi santo Domenico, capo
e fondamento dell'Ordine de' frati Predicatori, il quale allora andava di
Borgogna a Roma, e udendo la congregazione del Capitolo che santo Francesco
facea in nel piano di Santa Maria degli Agnoli, si lo andò a vedere con sette
frati dell'Ordine suo. Fu ancora al detto Capitolo uno Cardinale divotissimo di
santo Francesco, al quale egli avea profetato ch'egli dovea essere Papa, e così
fu, il quale Cardinale era venuto istudiosamente da Perugia, dov'era la corte ad
Ascesi; e ogni dì veniva a vedere santo Francesco e' suoi frati, e alcuna volta
cantava la messa, alcuna volta faceva il sermone a' frati in Capitolo; e prendea
il detto Cardinale grandissimo diletto e divozione, quando venia a visitare quel
santo collegio. E veggendo sedere in quella pianura intorno a Santa Maria i
frati a schiera a schiera, qui quaranta, ove cento, dove ottanta insieme, tutti
occupati nel ragionare di Dio, in orazioni, in lagrime, in esercizi di carità,
e stavano con tanto silenzio e con tanta modestia, che ivi non si sentia uno
romore, nessuno stropiccìo e maravigliandosi di tanta moltitudine in uno così
ordinata, con lagrime e con grande devozione diceva: "Veramente questo si
è il campo e lo esercito de' cavalieri di Dio!". Non si udiva in tanta
moltitudine niuno parlare favole o bugie, ma dovunque si raunava ischiera di
frati, quelli oravano, o eglino diceano ufficio, o piagneano i peccati loro o
dei loro benefattori, o l'ragionavano della salute delle anime. Erano in quel
campo tetti di graticci e di stuoie, e distinti per torme, secondo i frati di
diverse Provincie; e però si chiamava quel Capitolo, il Capitolo di graticci
ovvero di stuoie. I letti loro si era la piana terra e chi avea un poco di
paglia; i capezzali si erano o pietre o legni. Per la qual ragione si era tanta
divozione di loro, a chiunque li udiva o vedeva, e tanto la fama della loro
santità, che della corte del Papa, ch'era allora a Perugia, e delle altre terre
della Valle di Spulito veniano a vedere molti conti, baroni e cavalieri ed altri
gentili uomini e molti popolani e cardinali e vescovi e abati e con molti altri
cherici, per vedere quella così santa e grande congregazione e umile, la quale
il mondo non ebbe mai, di tanti santi uomini insieme; e principalmente veniano a
vedere il capo e padre santissimo di quella santa gente, il quale avea rubato al
mondo così bella preda e raunato così bello e divoto gregge a seguitare l'orme
del vero pastore Gesù Cristo. Essendo dunque raunato tutto il Capitolo
generale, il santo padre di tutti e generale ministro santo Francesco in fervore
di spirito propone la parola di Dio, e predica loro in alta voce quello che lo
Spirito Santo gli facea parlare; e per tema del sermone propuose queste parole:
"Figliuoli miei, gran cose abbiamo promesse a Dio, troppo maggiori sono da
Dio promesse a noi se osserviamo quelle che noi abbiamo promesse a lui; e
aspettiamo di certo quelle che sono promesse a noi. Brieve è il diletto del
mondo, ma la pena che seguita ad esso è perpetua. Piccola è la pena di questa
vita, ma la gloria dell'altra vita è infinita". E sopra queste parole
predicando divotissimamente, confortava e induceva tutti i frati a obbidienza e
a riverenza della santa madre Chiesa e alla canta fraternale, e ad orare per
tutto il popolo Iddio, ad avere pazienza nelle avversità del mondo e temperanza
nelle prosperità, e tenere mondizia e castità angelica, e ad avere concordia e
pace con Dio e con gli uomini e con la propria coscienza, e amore e osservanza
della santissima povertà. E quivi disse egli: "lo comando, per merito
della santa obbedienza, che tutti voi che siete congregati che nessuno di voi
abbia cura né sollecitudine di veruna cosa di mangiare o di bere o di cose
necessarie al corpo, ma solamente intendere a orare e laudare Iddio; e tutta la
sollecitudine del corpo vostro lasciate a lui, imperò ch'egli ha spezialmente
cura di voi". E tutti quanti ricevettono questo comandamento con allegro
cuore e lieta faccia. E compiuto il sermone di santo Francesco, tutti si
gettarono in orazione. Di che santo Domenico, il quale era presente a tutte
queste cose, fortemente si maravigliò del comandamento di santo Francesco e
riputavalo indiscreto, non potendo pensare come tanta moltitudine si potesse
reggere, sanza avere nessuna cura e sollocitudine e cose necessarie al corpo. Ma
'l principale pastore Cristo benedetto, volendo mostrare com'egli ha cura delle
sue pecore e singulare amore a' poveri suoi, immantanente ispirò alle genti di
Perugia, di di Spulito e di Foligno, di Spello e d'Ascesi e delle altre terre
intorno, che portassono da mangiare e da bere a quella santa congregazione. Ed
eccoti subitamente venire delle predette terre uomini con somieri, cavalli,
carri, carichi di pane e di vino, di fave, di cacio e d'altre buone cose da
mangiare, secondo ch'a' poveri di Cristo era di bisogno. Oltre a questo,
recavano tovaglie, orciuli, ciotole, bicchieri e altri vasi che faceano mestieri
a tanta moltitudine. E beato si riputava chi più cose potesse portare, o più
sollecitamente servire, in tanto ch'eziandio i cavalieri e li baroni e altri
gentili uomini che veniano a vedere, con grande umiltà e divozione servirono
loro innanzi. Per la qual cosa santo Domenico, vedendo queste cose e conoscendo
veramente che la provvidenza divina si adoperava in loro, umilmente si riconobbe
ch'avea falsamente giudicato santo Francesco di comandamento indiscreto, e
inginocchiossi andandogli innanzi e umilmente ne disse sua colpa e aggiunse:
"Veramente Iddio ha cura speziale di questi santi poverelli, e io non lo
sapea, e io da ora innanzi prometto d'osservare la evangelica povertà e santa;
e maladico dalla parte di Dio tutti li frati dell'Ordine mio, li quali nel detto
Ordine presumeranno d'avere proprio". Sicché santo Domenico fu molto
edificato della fede del santissimo Francesco, e della obbidienza e della povertà
di così grande e ordinato collegio, e della provvidenza divina e della copiosa
abbondanza d'ogni bene. In quello medesimo Capitolo fu detto a santo Francesco
che molti frati portavano il cuoretto in sulle carni e cerchi di ferro, per la
qual cosa molti ne infermavano, onde ne morivano, e molti n'erano impediti dallo
orare. Di che santo Francesco, come discretissimo padre, comandò per la santa
obbidienza, che chiunque avesse o cuoretto o cerchio di ferro, si se lo traesse
e ponesselo dinanzi a lui. E così fecero. E furono annoverati bene cinquecento
cuoretti di ferro e troppo più cerchi tra da braccia e da ventri, in tanto che
feciono un grande monticello e santo Francesco tutti li fece lasciare ivi. Poi
compiuto lo Capitolo, santo Francesco confortandoli tutti in bene e
ammaestrandoli come dovessino iscampare e sanza peccato di questo mondo
malvagio, con la benedizione di Dio e la sua li rimandò alle loro provincie,
tutti consolati di letizia spirituale. A laude di Gesù Cristo e del poverello
Francesco. Amen.
CAPITOLO DICIANNOVESIMO
Come dalla vigna del prete da Rieti in casa di cui orò santo Francesco,
per la molta gente che venia a lui furono tratte e colte l'uve, e poi
miracolosamente fece più vino che mai sì come santo Francesco gli avea
promesso. E come Iddio rivelò a santo Francesco ch'egli arebbe paradiso alla
sua partita. Sendo una volta santo Francesco gravemente infermo degli occhi
messere Ugolino, cardinale protettore dell'Ordine, per grande tenerezza ch'avea
di lui, sì gli iscrisse ch'egli andasse a lui a Rieti dov'erano ottimi medici
d'occhi. Allora santo Francesco ricevuta la lettera del Cardinale, se ne andò
in prima a Santo Damiano, dove era santa Chiara divotissima isposa di Cristo,
per darle alcuna consolazione e poi andare al Cardinale. Essendo ivi santo
Francesco, la notte seguente peggiorò sì degli occhi ch'e' non vedea punto di
lume; di che non potendosi partire, e santa Chiara gli fece una celluzza di
cannucce, nella quale egli si potesse meglio riposare. Ma santo Francesco tra
per lo dolore della infermità e per la moltitudine de surci che gli faceano
grandissima noia, punto del mondo non si potea posare, né di dì, né di notte.
E sostenendo più dì quella pena e tribulazione, cominciò a pensare e a
conoscere che quello era un flagello di Dio per li suoi peccati; e incominciò a
ringraziare Iddio con tutto il cuore e con la bocca: e poi gridava ad alte voci
e disse: "Signore mio Iddio, io sono degno di questo e di troppo peggio.
Signore mio Gesù Cristo, pastore buono, il quale a noi peccatori hai posta la
tua misericordia in diverse pene e angoscie corporali, concedi grazia e virtù
tu a me tua pecorella, che per nessuna infermità e angoscia e dolore io mi
parta da te". E fatta questa orazione, gli venne una voce dal cielo che
disse: "Francesco, rispondimi. Se tutta la terra fosse oro, e tutti li mari
e fonti e fiumi fossino balsimo, e tutti li monti, colli e li sassi fussono
pietre preziose, e tu trovassi un altro tesoro più nobile che queste cose,
quanto l'oro è più nobile che la terra, e 'l balsimo che l'acqua, e le pietre
preziose più che i monti o i sassi, e fusseti dato per questa infermità quello
più nobile tesoro, non ne dovresti tu essere contento e bene allegro?".
Risponde santo Francesco: "Signore, io sono indegno di così prezioso
tesoro". E la voce di Dio dicea a lui: "Rallegrati, Francesco, però
che quello è il tesoro di vita eterna, il quale io ti riserbo e insino a ora io
te ne investisco; e questa infermità e afflizione è arra di quello tesoro
beato". Allora santo Francesco chiamò il compagno con grandissima
allegrezza di così gloriosa promessa, e disse: "Andiamo al
Cardinale". E consolando in prima santa Chiara con sante parole e da lei
umilmente accomiatandosi, prese il cammino verso Rieti. E quando vi giunse
presso, tanta moltitudine di popolo gli si feciono incontro, che perciò egli
non volle entrare nella città ma andossene a una chiesa ch'era presso la città
forse a due miglia. Sappiendo li cittadini ch'egli era alla detta chiesa,
correvano tanto intorno a vederlo, che la vigna della chiesa tutta si guastava e
l'uve erano tutte colte. Di che il prete forte si dolea nel cuore suo, e
pentessi ch'egli avea ricevuto santo Francesco nella sua chiesa. Essendo da Dio
rivelato a santo Francesco il pensiero del prete, sì lo fece chiamare a sé e
dissegli: "Padre carissimo, quante some di vino ti rende questa vigna
l'anno, quand'ella ti rende meglio?". Rispuose, che dodici some. Dice santo
Francesco: "Io ti priego, padre, che tu sostenga pazientemente il mio
dimorare qui alquanti dì, però ch'io ci truovo molto riposo, e lascia torre a
ogni persona dell'uva di questa tua vigna per lo amore di Dio e di me poverello;
e io ti prometto dalla parte del mio Signore Gesù Cristo, ch'ella te ne renderà
uguanno venti some". E questo faceva santo Francesco dello stare ivi, per
lo grande frutto delle anime che si vedea fare delle genti che vi veniano, dei
quali molti partivano inebriati del divino amore e abbandonavano il mondo.
Confidossi il prete della promessa di santo Francesco e lasciò liberamente la
vigna a coloro che venivano a lui. Maravigliosa cosa! La vigna fu al tutto
guasta, sicché appena vi rimasono alcuni racimoli d'uve. Viene il tempo della
vendemmia, e 'l prete raccoglie cotali racimoli e metteli nel tino e pigia, e
secondo la promessa di santo Francesco, ricoglie venti some d'ottimo vino. Nel
quale miracolo manifestamente si diè ad intendere che, come per merito di santo
Francesco la vigna spogliata d'uve era abbondata in vino, così il popolo
cristiano sterile di virtù per lo peccato, per li meriti e dottrina di santo
Francesco spesse volte abbondava di buoni frutti di penitenza. A laude di Gesù
Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTESIMO
D'una molto bella visione che vide uno frate giovane, a quale avea in
tanta abbominazione la cappa, ch'era disposto di lasciare l'abito e uscire
dell'Ordine. Un giovane molto nobile e delicato venne all'Ordine di santo
Francesco; il quale dopo alquanti dì, per istigazione del demonio, cominciò ad
avere in tanta abbominazione l'abito che portava, che gli parea portare un sacco
vilissimo; avea orrore delle maniche e abbominava il cappuccio, e la lunghezza e
la asprezza gli parea una soma incomportabile. E crescendo pure il dispiacere
della religione, egli finalmente si diliberò di lasciare l'abito e tornare al
mondo. Avea costui già preso per usanza, secondo che gli avea insegnato il suo
maestro, qualunque ora egli passava dinanzi all'altare del convento, nel quale
si conservava il corpo di Cristo, d'inginocchiarsi con gran riverenza e trarsi
il cappuccio e colle braccia cancellate inchinarsi. Addivenne che la notte,
nella quale si dovea partire e uscire dell'Ordine, convenne ch' e' passasse
dinanzi all'altare del convento; e passandovi secondo l'usanza s'inginocchiò e
fece riverenza. E subitamente fu ratto in ispirito, e fugli mostrata da Dio
maravigliosa visione; imperò che vide dinanzi a sé quasi moltitudine infinita
di santi a modo di processione a due a due, vestiti di bellissimi e preziosi
vestimenti di drappi, e la faccia loro e le mani risplendeano come il sole, e
andavano con canti e con suoni d'agnoli; fra' quali santi erano due più
nobilemente vestiti e adorni che tutti gli altri, ed erano attorniati di tanta
chiarezza, che grandissimo stupore davano a chi li riguardava; e quasi nel fine
della processione, vide uno adornato di tanta gloria, che parea cavaliere
novello, più onorato che gli altri. Vedendo questo giovane la detta visione, si
maravigliava e non sapea che quella processione si volesse dire, e non era
ardito di domandarne e istava stupefatto per dolcezza. Essendo nientedimento
passata tutta la processione, costui pure prende ardire e corre dritto agli
ultimi e con grande timore li domanda dicendo: "O carissimi, io vi priego
che vi piaccia di dirmi chi sono quelli così maravigliosi, i quali sono in
questa processione così venerabile". Rispondono costoro: "Sappi,
figliuolo, che noi siamo tutti frati Minori, li quali veniamo ora della gloria
di paradiso". E così costui domanda: "Chi sono quelli due che
risplendono più che gli altri?". Rispondono costoro: "Questi sono
santo Francesco e santo Antonio, e quello ultimo che tu vedesti così onorato,
è uno santo frate che morì nuovamente; il quale però che valentemente
conbattette contro alle tentazioni e perseverò insino alla fine, noi il meniamo
con trionfo alla gloria di paradiso. E questi vestimenti di drappi così belli
che noi portiamo, ci sono dati da Dio in iscambio delle aspre toniche le quali
noi pazientemente portavamo nella religione, e la gloriosa chiarità che tu vedi
in noi, ci è data da Dio per la umiltà e pazienza e per la santa povertà e
obbedienza e castità, le quali noi servammo insino alla fine. E però,
figliuolo, non ti sia duro portare il sacco della religione così fruttuoso, però
che se col sacco di santo Francesco per lo amore di Cristo tu disprezzerai il
mondo e mortificherai la carne e contro al demonio combatterai valentemente, tu
avrai insieme con noi simile vestimento e chiarità di gloria". E dette
queste parole, il giovane tornò in se medesimo, e confortato della visione,
cacciò da sé ogni tentazione. Riconobbe la colpa sua dinanzi al guardiano e
alli frati; e da indi innanzi desiderò l'asprezza della penitenza e de'
vestimenti, e finì la vita sua nell'Ordine in grande santità. A laude di Gesù
Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTUNESIMO
Del santissimo miracolo che fece santo Francesco, quando convertì il
ferocissirno lupo d'Agobbio. Al tempo che santo Francesco dimorava nella città
di Agobbio nel contado di Agobbio appari un lupo grandissimo, terribile e
feroce, il quale non solamente divorava gli animali ma eziandio gli uomini, in
tanto che tutti i cittadini stavano in gran paura, però che spesse volte
s'appressava alla città, e tutti andavano armati quando uscivano della città,
come s'eglino andassono a combattere; e con tutto ciò non si poteano difendere
da lui, chi in lui si scontrava solo. E per paura di questo lupo e' vennono a
tanto, che nessuno era ardito d'uscire fuori della terra. Per la qual cosa
avendo compassione santo Francesco agli uomini della terra, sì volle uscire
fuori a questo lupo, bene che li cittadini al tutto non gliel consigliavano; e
facendosi il segno della santissima croce, uscì fuori della terra egli co' suoi
compagni, tutta la sua confidanza ponendo in Dio. E dubitando gli altri di
andare più oltre, santo Francesco prese il cammino inverso il luogo dove era il
lupo. Ed ecco che, vedendo molti cittadini li quali erano venuti a vedere
cotesto miracolo, il detto lupo si fa incontro a santo Francesco, con la bocca
aperta; ed appressandosi a lui, santo Francesco gli fa il segno della croce, e
chiamollo a sé e disse così: "Vieni qui, frate lupo, io ti comando dalla
parte di Cristo che tu non facci male né a me né a persona". Mirabile
cosa a dire! Immantanente che santo Francesco ebbe fatta la croce, il lupo
terribile chiuse la bocca e ristette di correre: e fatto il comandamento, venne
mansuetamente come agnello, e gittossi alli piedi di santo Francesco a giacere.
E santo Francesco gli parlò così: "Frate lupo, tu fai molti danni in
queste partì, e hai fatti grandi malifici, guastando e uccidendo le creature di
Dio sanza sua licenza; e non solamente hai uccise e divorate le bestie, ma hai
avuto ardire d'uccidere uomini fatti alla immagine di Dio; per la qual cosa tu
se' degno delle forche come ladro e omicida pessimo, e ogni gente grida e
mormora di te, e tutta questa terra t'è nemica. Ma io voglio, frate lupo, far
la pace fra te e costoro, sicché tu non gli offenda più, ed eglino ti
perdonino ogni passata offesa, e né li omini né li canti ti perseguitino più".
E dette queste parole, il lupo con atti di corpo e di coda e di orecchi e con
inchinare il capo mostrava d'accettare ciò che santo Francesco dicea e di
volerlo osservare. Allora santo Francesco disse: "Frate lupo, poiché ti
piace di fare e di tenere questa pace, io ti prometto ch'io ti farò dare le
spese continuamente, mentre tu viverai, dagli uomini di questa terra, sicché tu
non patirai più fame; imperò che io so bene che per la fame tu hai fatto ogni
male. Ma poich'io t'accatto questa grazia, io voglio, frate lupo, che tu mi
imprometta che tu non nocerai a nessuna persona umana né ad animale, promettimi
tu questo?". E il lupo, con inchinate di capo, fece evidente segnale che 'l
prometteva. E santo Francesco sì dice: "Frate lupo, io voglio che tu mi
facci fede di questa promessa, acciò ch'io me ne possa bene fidare". E
distendendo la mano santo Francesco per ricevere la sua fede, il lupo levò su
il piè ritto dinanzi, e dimesticamente lo puose sopra la mano di santo
Francesco, dandogli quello segnale ch'egli potea di fede. E allora disse santo
Francesco: "Frate lupo, io ti comando nel nome di Gesù Cristo, che tu
venga ora meco sanza dubitare di nulla, e andiamo a fermare questa pace al nome
di Dio". E il lupo ubbidiente se ne va con lui a modo d'uno agnello
mansueto, di che li cittadini, vedendo questo, fortemente si maravigliavano. E
subitamente questa novità si seppe per tutta la città, di che ogni gente
maschi e femmine, grandi e piccoli, giovani e vecchi, traggono alla piazza a
vedere il lupo con santo Francesco. Ed essendo ivi bene raunato tutto 'l popolo,
levasi su santo Francesco e predica loro dicendo, tra l'altre cose, come per li
peccati Iddio permette cotali cose e pestilenze, e troppo è più pericolosa la
fiamma dello inferno la quale ci ha a durare eternalemente alli dannati, che non
è la rabbia dello lupo, il quale non può uccidere se non il corpo:
"quanto è dunque da temere la bocca dello inferno, quando tanta
moltitudine tiene in paura e in tremore la bocca d'un piccolo animale. Tornate
dunque, carissimi, a Dio e fate degna penitenza de' vostri peccati, e Iddio vi
libererà del lupo nel presente e nel futuro dal fuoco infernale". E fatta
la predica, disse santo Francesco: "Udite, fratelli miei: frate lupo, che
è qui dinanzi da voi, sì m'ha promesso, e fattomene fede, di far pace con voi
e di non offendervi mai in cosa nessuna, e voi gli promettete di dargli ogni dì
le cose necessarie; ed io v'entro mallevadore per lui che 'l patto della pace
egli osserverà fermamente". Allora tutto il popolo a una voce promise di
nutricarlo continuamente. E santo Francesco, dinanzi a tutti, disse al lupo:
"E tu, frate lupo, prometti d'osservare a costoro il patto della pace, che
tu non offenda né gli uomini, né gli animali né nessuna creatura?". E il
lupo inginocchiasi e inchina il capo e con atti mansueti di corpo e di coda e
d'orecchi dimostrava, quanto è possibile, di volere servare loro ogni patto.
Dice santo Francesco: "Frate lupo, io voglio che come tu mi desti fede di
questa promessa fuori della porta, così dinanzi a tutto il popolo mi dia fede
della tua promessa, che tu non mi ingannerai della mia promessa e malleveria
ch'io ho fatta per te". Allora il lupo levando il piè ritto, sì 'l puose
in mano di santo Francesco. Onde tra questo atto e gli altri detti di sopra fu
tanta allegrezza e ammirazione in tutto il popolo, sì per la divozione del
Santo e sì per la novità del miracolo e sì per la pace del lupo, che tutti
incominciarono a gridare al cielo, laudando e benedicendo Iddio, il quale si
avea loro mandato santo Francesco, che per li suoi meriti gli avea liberati
dalla bocca della crudele bestia. E poi il detto lupo vivette due anni in
Agobbio, ed entravasi dimesticamente per le case a uscio a uscio, sanza fare
male a persona e sanza esserne fatto a lui; e fu nutricato cortesemente dalla
gente, e andandosi così per la terra e per le case, giammai nessuno cane gli
abbaiava drieto. Finalmente dopo due anni frate lupo sì si morì di vecchiaia,
di che li cittadini molto si dolsono, imperò che veggendolo andare così
mansueto per la città, si raccordavano meglio della virtù e santità di santo
Francesco. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTIDUESIMO
Come santo Francesco dimesticò le tortole salvatiche. Un giovane aveva
preso un dì molte tortole, e portavale a vendere. Iscontrandosi in lui santo
Francesco, il quale sempre avea singolare pietà agli animali mansueti,
riguardando quelle tortole con l'occhio pietoso, disse al giovane: "O buono
giovane, io ti priego che tu me le dia, e che uccelli così innocenti le quali
nella Scrittura sono assomigliate all'anime caste e umili e fedeli, non vengano
alle mani de' crudeli che gli uccidano". Di subito colui, ispirato da Dio,
tutte le diede a santo Francesco: ed egli ricevendole in grembo, cominciò a
parlare loro dolcemente: "O sirocchie mie, tortole semplici, innocenti,
caste, perché vi lasciate voi pigliare? Or ecco io vi voglio scampare da morte
e farvi i nidi, acciò che voi facciate frutto e multiplichiate secondo i
comandamenti del nostro Creatore". E va santo Francesco e a tutte fece
nido. Ed ellenò, usandosi cominciarono a fare uova e figliare dinanzi alli
frati, e così dimesticamente si stavano e usavano con santo Francesco e con gli
altri frati, come se fussono state galline sempre nutricate da loro. E mai non
si partirono, insino che santo Francesco con la sua benedizione diede loro
licenza di partirsi. E al giovane, che gliele aveva date, disse santo Francesco:
"Figliuolo, tu sarai ancora frate in questo Ordine e servirai graziosamente
a Gesù Cristo". E così fu, imperò che 'l detto giovane si fece frate e
vivette nel detto Ordine con grande santità. A laude di Gesù Cristo e del
poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTITREESIMO
Come santo Francesco liberò un frate ch'era in peccato col demonio.
Stando santo Francesco una volta in orazione nel luogo della Porziuncola, vide
per divina revelazione tutto il luogo attorniato e assediato dalli demoni a modo
che di grande esercito; ma nessuno loro potea entrare dentro nel luogo, imperò
che questi frati erano di tanta santità, che li demonii non aveano a cui
entrare dentro. Ma perseverando così, un di uno di que' frati si scandalezzò
con un altro e pensava nel cuor suo come lo potesse accusare e vendicarsi di
lui. Per la qual cosa, istando costui in questo mal pensiero, il demonio, avendo
l'entrata aperta entrò nel luogo, e ponsi in sul collo di quello frate.
Veggendo ciò io pietoso e sollecito pastore, lo quale vegghiava sempre sopra le
sue greggie, che il lupo si era entrato a divorare la pecorella sua, fece
subitamente chiamare a sé quel frate, e comandògli che di presente e' dovesse
iscoprire lo veleno dell'odio conceputo contro al prossimo, per lo quale egli
era nelle mani del nimico. Di che colui impaurito, che si vedea compreso dal
padre santo, si scoperse ogni veleno e rancore e riconobbe la colpa sua, e
domandonne umilmente la penitenza con misericordia. E fatto ciò, assoluto che
fu dal peccato e ricevuto la penitenza, subito dinanzi a santo Francesco il
demonio si partì, e 'l frate così liberato delle mani della bestia crudele,
per la bontà del buono pastore, sì ringraziò Iddio, e ritornando corretto e
ammaestrato alla gregge del santo pastore, esso vivette poi in grande santità.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTIQUATTRESIMO
Come santo Francesco convertì alla fede il Soldano di Babilonia e la
meretrice che lo richiese di peccato. Santo Francesco istigato dallo zelo della
fede di Cristo e dal desiderio del martirio, andò una volta oltremare con
dodici suoi compagni santissimi, ritti per andare al Soldano di Babilonia. E
giugnendo in alcuna contrada di Saracini, ove si guardavano i passi da certi sì
crudeli uomini, che nessuno de' cristiani, che vi passasse, potea iscampare che
non fosse morto: e come piacque a Dio non furono morti, ma presi, battuti e
legati furono e menati dinanzi al Soldano. Ed essendo dinanzi a lui santo
Francesco, ammaestrato dallo Spirito Santo predicò sì divinamente della fede
di Cristo, che eziandio per essa fede egli voleano entrare nel fuoco. Di che il
Soldano cominciò avere grandissima divozione in lui, sì per la costanza della
fede sua, sì per lo dispregio del mondo che vedea in lui, imperò che nessuno
dono volea da lui ricevere, essendo poverissimo, e sì eziandio per lo fervore
del martirio, il quale in lui vedeva. Da quel punto innanzi il Soldano l'udiva
volentieri, e pregollo che spesse volte tornasse a lui, concedendo liberamente a
lui e a' compagni ch'eglino potessono predicare dovunque e' piacesse a loro. E
diede loro un segnale, per lo quale egli non potessono essere offesi da persona.
Avuta adunque questa licenza così libera, santo Francesco mandò quelli suoi
eletti compagni a due a due in diverse partì di Saracini a predicare la fede di
Cristo; ed egli con uno di loro elesse una contrada, alla quale giugnendo entrò
in uno albergo per posarsi. Ed ivi si era una femmina bellissima del corpo ma
sozza dell'anima, la quale femmina maldetta richiese santo Francesco di peccato.
E dicendole santo Francesco: "Io accetto, andiamo a letto"; ed ella lo
menava in camera. E disse santo Francesco: "Vieni con meco, io ti menerò a
uno letto bellissimo". E menolla a uno grandissimo fuoco che si facea in
quella casa; e in fervore di spirito si spoglia ignudo, e gittasi allato a
questo fuoco in su lo spazzo affocato, e invita costei che ella si spogli e vada
a giacersi con lui in quello letto ispiumacciato e bello. E istandosi così
santo Francesco per grande ispazio con allegro viso, e non ardendo né punto
abbronzando, quella femmina per tale miracolo ispaventata e compunta nel cuor
suo, non solamente sì si penté del peccato e della mala intenzione, ma
eziandio si convertì perfettamente alla fede di Cristo, e diventò di tanta
santità, che per lei molte anime si salvarono in quelle contrade. Alla perfine,
veggendosi santo Francesco non potere fare più frutto in quelle contrade, per
divina revelazione sì dispuose con tutti li suoi compagni di ritornare tra i
fedeli; e raunatili tutti insieme, ritornò al Soldano e prendette commiato da
lui. E allora gli disse il Soldano: "Frate Francesco, io volentieri mi
convertirei alla fede di Cristo, ma io temo di farlo ora: imperò che, se
costoro il sentissino, eglino ucciderebbono te e me con tutti li tuoi compagni,
e conciò sia cosa che tu possa ancora fare molto bene, e io abbia a spacciare
certe cose di molto grande peso, non voglio ora inducere la morte tua e la mia;
ma insegnami com'io mi possa salvare: io sono apparecchiato a fare ciò che tu
m'imponi". Disse allora santo Francesco: "Signore, io mi parto ora da
voi, ma poi ch'io sarò tornato in mio paese e ito in cielo, per la grazia di
Dio, dopo la morte mia, secondo che piacerà a Dio, ti manderò due de' miei
frati da' quali tu riceverai il santo battesimo di Cristo, e sarai salvo,
siccome m'ha rivelato il mio Signore Gesù Cristo. E tu in questo mezzo ti
sciogli d'ogni impaccio, acciò che quando verrà a te la grazia di Dio, ti
muovi apparecchiato a fede e divozione". E così promise di fare e fece.
Fatto questo, santo Francesco torna con quello venerabile collegio de' suoi
compagni santi; e dopo alquanti anni santo Francesco per morte corporale rendé
l'anima a Dio. E 'l Soldano infermando si aspetta la promessa di santo
Francesco, e fa istare guardie a certi passi, e comanda che se due frati v'apparissono
in abito di santo Francesco, di subito fussino menati a lui. In quel tempo
apparve santo Francesco a due frati e comandò loro che sanza indugio andassono
al Soldano e procurino la sua salute, secondo che gli avea promesso. Li quali
frati subito si mossono, e passando il mare, dalle dette guardie furono menati
al Soldano. E, veggendoli, il Soldano ebbe grandissima allegrezza e disse:
"Ora so io veramente che Iddio ha mandato a me li servi suoi per la mia
salute, secondo la promessa che mi fece santo Francesco per revelazione
divina". Ricevendo adunque informazione della fede di Cristo e 'l santo
battesimo dalli detti frati, così ringenerato in Cristo sì morì in quella
infermità e fu salva l'anima sua per meriti e per orazioni di santo Francesco.
A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTICINQUESIMO
Come santo Francesco miracolosamente sanò il lebbroso dell'anima e del
corpo, e quel che l'anima gli disse andando in cielo. Il vero discepolo di
Cristo messer santo Francesco, vivendo in questa miserabile vita, con tutto il
suo isforzo s'ingegnava di seguitare Cristo perfetto maestro: onde addivenia
ispesse volte per divina operazione, che a cui egli sanava il corpo, Iddio gli
sanava l'anima a una medesima ora, siccome si legge di Cristo. E però ch'egli
non solamente servia alli lebbrosi volentieri, ma oltre a questo avea ordinato
che li frati del suo Ordine, andando o stando per lo mondo, servissono alli
lebbrosi per lo amore di Cristo, il quale volle per noi essere riputato
lebbroso; addivenne una volta, in uno luogo presso a quello dove dimorava allora
santo Francesco, li frati servivano in uno ispedale a' lebbrosi infermi: nel
quale era uno lebbroso sì impaziente e sì incomportabile e protervo, ch'ogni
uno credeva di certo e così era, che fusse invasato del dimonio, imperò
ch'egli isvillaneggiava di parole e di battiture sì sconciamente chiunque lo
serviva, e, ch'è peggio, ch'egli vituperosamente bestemmiava Cristo benedetto e
la sua santissima madre Vergine Maria, che per nessuno modo si trovava chi lo
potesse o volesse servire. E avvegna che le ingiurie e villanie proprie i frati
studiassono di portare pazientemente per accrescere il merito della pazienza;
nientedimeno quelle di Cristo e della sua Madre non potendo sostenere le
coscienze loro, al tutto diterminarono d'abbandonare il detto lebbroso: ma non
lo vollono fare insino a tanto ch'eglino il significarono ordinatamente a santo
Francesco, il quale dimorava allora in uno luogo quivi presso. E significato che
gliel'ebbono, e santo Francesco se ne viene a questo lebbroso perverso; e
giugnendo a lui, sì lo saluta dicendo: "Iddio ti dia pace, fratello mio
carissimo". Risponde il lebbroso: "Che pace posso io avere da Dio, che
m'ha tolto pace e ogni bene, e hammi fatto tutto fracido e putente?". E
santo Francesco disse: "Figliuolo, abbi pazienza, imperò che le infermità
de' corpi ci sono date da Dio in questo mondo per salute dell'anima, però
ch'elle sono di grande merito, quand'elle sono portate pazientemente".
Risponde lo infermo: "E come poss'io portare pazientemente la pena
continova che m'affligge il di e la notte? E non solamente io sono afflitto
dalla infermità mia, ma peggio mi fanno i frati che tu mi desti perché mi
servissono, e non mi servono come debbono". Allora santo Francesco,
conoscendo per rivelazione che questo lebbroso era posseduto da maligno spirito,
andò e posesi in orazione e pregò Iddio divotamente per lui. E fatta
l'orazione, ritorna a lui e dice così: "Figliuolo, io ti voglio servire
io, da poi che tu non ti contenti degli altri". "Piacemi, dice lo 'nfermo:
ma che mi potrai tu fare più che gli altri?" Risponde santo Francesco:
"Ciò che tu vorrai, io farò". Dice il lebbroso: "Io voglio che
tu mi lavi tutto quanto, imperò ch'io puto si fortemente' ch'io medesimo non mi
posso patire". Allora santo Francesco di subito fece iscaldare dell'acqua
con molte erbe odorifere, poi sì spoglia costui e comincia a lavarlo colle sue
mani, e un altro frate metteva su l'acqua. E per divino miracolo, dove santo
Francesco toccava con le sue mani, si partiva la lebbra e rimaneva la carne
perfettamente sanata. E come s'incominciò la carne a sanicare, così
s'incominciò a sanicare l'anima: onde veggendosi il lebbroso cominciare a
guarire, cominciò ad avere grande compunzione e pentimento de' suoi peccati, e
cominciò a piagnere amarissimamente; sicché mentre che 'l corpo si mondava di
fuori della lebbra per lo lavamento dell'acqua, l'anima si mondava dentro del
peccato per contrizione e per le lagrime. Ed essendo compiutamente sanato quanto
al corpo e quanto all'anima, umilmente si rendette in colpa e dicea piagnendo ad
alta voce: "Guai a me, ch'io sono degno dello inferno per le villanie e
ingiurie ch'io ho fatte e dette a' frati, e per la impazienza e bestemmie ch'io
ho avute contro a Dio". Onde per quindici dì perseverò in amaro pianto
de' suoi peccati e in chiedere misericordia a Dio, confessandosi al prete
interamente. E santo Francesco veggendo così espresso miracolo, il quale Iddio
avea adoperato per le sue mani, ringraziò Iddio e partissi indi, andando in
paesi assai di lunge; imperò che per umiltà volea fuggire ogni gloria e in
tutte le sue operazioni solo cercava l'onore e la gloria di Dio e non la
propria. Poi com'a Dio piacque, il detto lebbroso sanato del corpo e dell'anima,
dopo quindici dì della sua penitenza, infermò d'altra infermità: e armato
delli Sacramenti ecclesiastici sì si morì santamente. E la sua anima, andando
in paradiso, apparve in aria a santo Francesco che si stava in una selva in
orazione, e dissegli: "Riconoscimi tu?". "Qual se' tu?",
disse santo Francesco. "Io sono il lebbroso il quale Cristo benedetto sanò
per li tuoi meriti, e oggi me ne vo a vita eterna; di che io rendo grazie a Dio
e a te. Benedetta sia l'anima e 'l corpo tuo, e benedette le tue sante parole e
operazioni, imperò che per te molte anime si salveranno nel mondo. E sappi che
non è dì nel mondo, nel quale li santi Agnoli e gli altri santi non ringrazino
Iddio de' santi frutti che tu e l'Ordine tuo fate in diverse partì del mondo; e
però confortati e ringrazia Iddio, e sta' con la sua benedizione". E dette
queste parole, se n'andò in cielo; e santo Francesco rimase molto consolato. A
laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTISEIESIMO
Come santo Francesco convertì tre ladroni micidiali e fecionsi frati; e
della nobilissima visione che vide l'uno di loro, il quale fu santissimo frate.
Santo Francesco andò una volta per lo diserto del Borgo a Santo Sipolcro e
passando per uno castello che si chiama Monte Casale, venne a lui un giovane
nobile e delicato e dissegli: "Padre, io vorrei molto volentieri essere de'
vostri frati". Risponde santo Francesco: "Figliuolo tu se' giovane e
delicato e nobile; forse tu non potresti sostenere la povertà e l'asprezza
nostra". Ed egli disse: "Padre, non siete voi uomini com'io? Dunque
come la sostenete voi, così potrò io con la grazia di Cristo". Piacque
molto a santo Francesco quella risposta; di che benedicendolo, immantanente lo
ricevette all'Ordine e puosegli nome frate Agnolo. E portossi questo giovane così
graziosamente, che ivi a poco tempo santo Francesco il fece guardiano nel luogo
detto di Monte Casale. In quello tempo usavano nella contrada tre nominati
ladroni, li quali faceano molti mali nella contrada, li quali vennono un dì al
detto luogo de' frati e pregavano il detto frate Agnolo guardiano che desse loro
da mangiare. E 'l guardiano rispuose loro in questo modo, riprendendoli
aspramente: "Voi, ladroni e crudeli e omicidi, non vi vergognate di rubare
le fatiche altrui; ma eziandio, come presuntuosi e isfacciati, volete divorare
le limosine che sono mandate alli servi di Dio, che non siete pure degni che la
terra vi sostenga, però che voi non avete nessuna reverenza né a uomini né a
Dio che vi creò: andate adunque per li fatti vostri, e qui non apparite più".
Di che coloro turbati, partirono con grande sdegno. Ed ecco santo Francesco
tornare di fuori con la tasca del pane e con un vaselletto di vino ch'egli e 'l
compagno aveano accattato, e recitandogli il guardiano com'egli avea cacciato
coloro, santo Francesco fortemente lo riprese, dicendo che s'era portato
crudelmente, "impero ch'elli meglio si riducono a Dio con dolcezza che con
crudeli riprensioni; onde il nostro maestro Gesù Cristo, il cui evangelo noi
abbiamo promesso d'osservare, dice che non è bisogno a' sani il medico ma agli
infermi, e che non era venuto a chiamare li giusti ma li peccatori a penitenze,
e però ispesse volte egli mangiava con loro. Conciò sia cosa adunque che tu
abbi fatto contra alla carità e contro al santo evangelo di Cristo, io ti
comando per santa obbedienza, che immantanente tu sì prenda questa tasca del
pane ch'io ho accattato e questo vasello del vino, e va' loro dietro
sollecitamente per monti e per valli tanto che tu li truovi, e presenta loro
tutto questo pane e questo vino per mia parte; e poi t'inginocchia loro dinanzi
e di' loro umilmente tua colpa della crudeltà tua, e poi li priega da mia parte
che non facciano più male, ma temano Iddio e non offendano il prossimo; e
s'egli faranno questo, io prometto di provvederli nelli loro bisogni e di dare
loro continuamente e da mangiare e da bere. E quando tu arai detto loro questo,
ritornati in qua umilmente." Mentre che il detto guardiano andò a fare il
comandamento di santo Francesco, ed egli si puose in orazione e pregava Iddio
ch'ammorbidasse i cuori di quelli ladroni e convertisseli a penitenza. Giugne
loro l'ubbidiente guardiano ed appresenta loro il pane e 'l vino, e fa e dice ciò
che santo Francesco gli ha imposto. E, come piacque a Dio, mangiando que'
ladroni la limosina di santo Francesco, cominciarono a dire insieme: "Guai
a noi miseri isventurati! E come dure pene dello inferno ci aspettiamo, i quali
andiamo non solamente rubando li prossimi e battendo e ferendo, ma eziandio
uccidendo; e nientedimeno di tanti mali e così scellerate cose, come noi
facciamo, noi non abbiamo nessuno rimordimento di coscienza né timore di Dio.
Ed ecco questo frate santo, ch'è venuto a noi per parecchie parole che ci disse
giustamente per la nostra malizia, ci ha detto umilemente sua colpa e oltre a ciò
ci ha recato il pane e lo vino e così liberale promessa del santo padre.
Veramente questi si sono frati santi di Dio li quali meritano paradiso di Dio, e
noi siamo figliuoli della eternale perdizione, li quali meritiamo le pene dello
inferno, e ogni indì accresciamo alla nostra perdizione, e non sappiamo se de'
peccati che abbiamo fatti insino qui noi potremo tornare alla misericordia di
Dio". Queste e somiglianti parole dicendo l'uno di loro, dissono gli altri
due: "Per certo tu di' il vero; ma ecco che dobbiamo noi fare?".
"Andiamo, disse costui, a santo Francesco, e s'egli ci dà speranza che noi
possiamo tornare a misericordia di Dio de' nostri peccati, facciamo ciò ch'e'
ci comanda, e possiamo liberare le nostre anime dalle pene dello inferno."
Piacque questo consiglio agli altri; e così tutti e tre accordati se ne vengono
in fretta a santo Francesco e dicongli: "Padre, noi per molti iscellerati
peccati che noi abbiamo fatti, noi non crediamo potere tornare alla misericordia
di Dio; ma se tu hai nessuna isperanza che Iddio ci riceva a misericordia, ecco
che noi siamo apparecchiati a fare ciò che tu ci dirai e di fare penitenza
teco". Allora santo Francesco ricevendoli caritativamente e con benignità,
sì li confortò con molti esempi e, rendendoli certi della misericordia di Dio,
promise loro di certo d'accattarla loro da Dio e mostrando loro la misericordia
di Dio essere infinita: "e se noi avessimo infiniti peccati, ancora la
misericordia divina è maggiore ch'e' nostri peccati, secondo il Vangelo, e lo
apostolo santo Paulo disse: Cristo benedetto venne in questo mondo per
ricomperare li peccatori. Per quali parole e simiglianti ammaestramenti, li
detti tre ladroni renunziarono al dimonio e alle sue opere, e santo Francesco li
ricevette all'Ordine, e cominciarono a fare grande penitenza; e due di loro poco
vissono dopo la loro conversione e andaronsi a Paradiso. Ma il terzo
sopravvivendo e ripensando alli suoi peccati, si diede a fare tale penitenza,
che per quindici anni continovi, eccetto le quaresime comuni, le quali egli
facea con gli altri frati, d'altro tempo sempre tre dì la settimana digiunava
in pane e in acqua, e andando sempre scalzo e con una sola tonica indosso, e mai
non dormia dopo Mattutino. Fra questo tempo santo Francesco passò di questa
misera vita. E avendo dunque costui per molti anni continovato cotale penitenza,
ecco ch'una notte dopo 'l Mattutino, gli venne tanta tentazione di sonno, che
per nessuno modo egli potea resistere al sonno e vegghiare come soleva.
Finalmente, non potendo egli resistere al sonno né orare, andossene in sul
letto per dormire; e subito com'egli ebbe posto giù il capo, fu ratto e menato
in ispirito in su uno monte altissimo, al quale era una ripa profondissima, e di
qua e di là sassi ispezzati e ischeggiosi e iscogli disuguali ch'uscivano fuori
de' sassi; di che infra questa ripa era pauroso aspetto a riguardare. E l'Agnolo
che menava questo frate sì lo sospinse e gittollo giù per quella ripa; il
quale trabalzando e percotendo di scoglio in iscoglio e di sasso in sasso, alla
perfine giunse al fondo di questa ripa, tutto smembrato e minuzzato, secondo che
a lui parea. E giacendosi così male acconcio in terra, dicea colui che 'l
menava: "Lieva su, che ti conviene fare ancora grande viaggio".
Rispuose il frate: "Tu mi pari molto indiscreto e crudele uomo, che mi vedi
per morire della caduta, che m'ha così ispezzato, e dimmi; lieva su!". E
l'Agnolo s'accosta a lui e toccandolo gli salda perfettamente tutti li membri e
sanalo. E poi gli mostra una grande pianura di pietre aguzzate e taglienti, e di
spine e di triboli, e dicegli che per tutto questo piano gli conviene correre e
passare a piedi ignudi infino che giunga al fine, nel quale e' vedea una fornace
ardente nella quale gli convenia entrare. E avendo il frate passato tutta la
pianura con grande angoscia e pena, e l'Agnolo gli dice: "Entra in questa
fornace, però che così ti conviene fare". Risponde costui: "Oime,
quanto sei crudele guidatore, che mi vedi esser presso che morto per questa
angosciosa pianura, e ora per riposo mi di' che io entri in questa fornace
ardente". E ragguardando costui, vide intorno alla fornace molti demoni con
le forche di ferro in mano, con le quali costui, perché indugiava d'entrare,
sospinsono dentro subitamente. Entrato che fu nella fornace, ragguarda e vide
uno ch'era stato suo compare, il quale ardeva tutto quanto. E costui il domanda:
"O compare sventurato, e come venisti tu qua?". Ed egli risponde:
"Va' un poco più innanzi e troverai la moglie mia, tua comare, la quale ti
dirà la cagione della nostra dannazione". Andando il frate più oltre,
eccoti apparire la detta comare tutta affocata, rinchiusa in una misura di grano
tutta di fuoco; ed egli la domanda: "O comare isventurata e misera, perché
venisti tu in così crudele tormento". Ed ella rispuose: "Imperò che
al tempo della grande fame, la quale santo Francesco predisse dinanzi, il marito
mio e io falsavamo il grano e la biada che noi vendevamo nella misura, e però
io ardo stretta in questa misura". E dette queste parole, l'Agnolo che
menava il frate sì lo sospinse fuore della fornace, e poi gli disse:
"Apparecchiati a fare uno orribile viaggio, il quale tu hai a
passare". E costui rammaricandosi dicea: "O durissimo conduttore, il
quale non m'hai nessuna compassione, tu vedi ch'io sono quasi tutto arso in
questa fornace, e anche mi vuoi menare in viaggio pericoloso e orribile?".
E allora l'Agnolo il toccò, e fecelo sano e forte; poi il menò ad uno ponte,
il quale non si potea passare sanza grande pericolo, imperò ch'egli era molto
sottile e stretto e molto isdrucciolente e sanza sponde d'allato, e di sotto
passava un fiume terribile, pieno di serpenti e di dragoni e di scarpioni, e
gittava uno grandissimo puzzo. E dissegli l'Agnolo: "Passa questo ponte, e
al tutto te lo conviene passare" Risponde costui: "E come lo potrò io
passare, ch'io non caggia in quello pericoloso fiume?". Dice l'Agnolo:
"Vieni dopo me e poni il tuo piè dove tu vedrai ch'io porrò il mio, e così
passerai bene" Passa questo frate dietro all'Agnolo, come gli avea
insegnato, tanto che giunge a mezzo il ponte; ed essendo così in sul mezzo l'Agnolo
si volò via e, partendosi da lui, se ne andò in su uno monte altissimo di là
assai dal ponte. E costui considera bene il luogo dov'era volato l'Agnolo, ma
rimanendo egli sanza guidatore e riguardando in giù vedea quegli animali tanto
terribili istare con li capi fuori dell'acqua e con le bocche aperte,
apparecchiati a divorarlo s'e' eadesse; ed era in tanto tremore, che per nessuno
modo non sapea che si fare né che si dire, però che non potea tornare addietro
né andare innanzi. Onde veggendosi in tanta tribolazione e che non avea altro
refugio che solo in Dio, sì si inchinò e abbracciò il ponte e con tutto il
cuore e con lagrime si raccomanda a Dio, che per la sua santissima misericordia
il dovesse soccorrere. E fatta l'orazione, gli parve cominciare a mettere ale;
di che egli con grande allegrezza aspettava ch'elle crescessono per potere
volare di là dal ponte dov'era volato l'Agnolo. Ma dopo alcuno tempo, per la
grande voglia ch'egli avea di passare questo ponte, si mise a volare; e perché
l'alie non gli erano tanto cresciute, egli cadde in sul ponte e le penne gli
caddono: di che costui da capo abbraccia il ponte e come prima raccomandasi a
Dio. E fatta l'orazione, e anche gli parve di mettere ale; ma come in prima non
aspettò ch'elle crescessono perfettamente, onde mettendosi a volare innanzi
tempo, ricadde dal capo in sul ponte, e le penne gli caddono. Per la qual cosa,
veggendo che per la fretta ch'egli avea di volare innanzi al tempo cadeva, così
incominciò a dire fra se medesimo: "Per certo che se io metto alie la
terza volta, ch'io aspetterò tanto ch'elle saranno sì grandi ch'io potrò
volare senza ricadere". E stando in questi pensieri, ed egli Si vide la
terza volta mettere ali; e aspetta grande tempo, tanto ch'ell'erano bene grandi;
e pareali, per lo primo e secondo e terzo mettere ali, avere aspettato bene
cento cinquanta anni o più. Alla perfine si lieva questa terza volta, con tutto
il suo isforzo a volito, e volò insino al luogo dov'era volato l'Agnolo. E
bussando alla porta del palagio nel quale egli era, il portinaio il domanda:
"Chi se' tu che se' venuto qua?". Rispuose: "Io son frate
Minore". Dice il portinaio: "Aspettami ch'io sì ci voglio menare
santo Francesco a vedere se ti conosce. Andando colui per santo Francesco, e
questi comincia a sguardare le mura maravigliose di questo palagio; ed eccoti
queste mura pareano tanto lucenti e di tanta chiarità, che vedea chiaramente li
cori de' santi e ciò che dentro si faceva. E istando costui istupefatto in
questo ragguardare, ecco venire santo Francesco e frate Bernardo e frate Egidio,
e dopo santo Francesco tanta moltitudine di santi e di sante ch'aveano seguitato
la via sua, che quasi pareano innumerabili. E giugnendo santo Francesco, disse
al portinaio: "Lascialo entrare, imperò ch'egli è de' miei frati". E
sì tosto come e' vi fu entrato, e' sentì tanta consolazione e tanta dolcezza,
che egli dimenticò tutte le tribulazioni ch'avea avute, come mai non fussino
state. E allora santo Francesco menandolo per dentro sì gli mostrò molte cose
maravigliose, e poi sì gli disse: "Figliuolo, e' ti conviene ritornare al
mondo e starai sette dì, ne' quali tu sì ti apparecchi diligentemente con
grande divozione, imperò che dopo li sette dì, io verrò per te, e allora tu
ne verrai meco a questo luogo di beati". Ed era santo Francesco ammantato
d'uno mantello maraviglioso, adornato di stelle bellissime, e le sue cinque
stimate erano siccome cinque stelle bellissime e di tanto splendore, che tutto
il palagio alluminavano con li loro raggi. E frate Bernardo avea in capo una
corona di stelle bellissime, e frate Egidio era adornato di maraviglioso lume; e
molti altri santi fra' tra loro conobbe, li quali al mondo non avea mai veduti
Licenziato dunque da santo Francesco, sì si ritornò, benché mal volentieri, a
mondo. Destandosi e ritornando in sé e risentendosi, li frati suonavano a
Prima, sicché non era stato in quella se non da Mattutino a Prima benché a lui
fusse paruto istare molti anni. E recitando al guardiano suo questa visione per
ordine, infra li sette dì si incominciò a febbricitare, e l'ottavo di venne
per lui santo Francesco, secondo la promessa, con grandissima moltitudine di
gloriosi santi, e menonne l'anima sua al regno de' beati, a vita eterna. A laude
di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTISETTESIMO
Come santo Francesco convertì a Bologna due scolari, e fecionsi frati;
e poi all'uno di loro levò una grande tentazione da dosso. Giugnendo una volta
santo Francesco alla città di Bologna, tutto il popolo della città correa per
vederlo; ed era sì grande la calca della gente, che a grande pena potea
giugnere alla piazza. Ed essendo tutta la piazza piena d'uomini e di donne e di
scolari, e santo Francesco si leva suso nel mezzo del luogo, alto, e comincia a
predicare quello che lo Spirito Santo gli toccava. E predicava sì
maravigliosamente, che parea piuttosto che predicasse Agnolo che uomo, e pareano
le sue parole celestiali a modo che saette acute, le quali trapassavano sì il
cuore di coloro che lo udivano, che in quella predica grande moltitudine di
uomini e di donne si convertirono a penitenza. Fra li quali si furono due nobili
studianti della Marca d'Ancona; e l'uno avea nome Pellegrino e l'altro Rinieri;
i quali due per la detta predica toccati nel cuore dalla divina ispirazione,
vennono a santo Francesco, dicendo ch'al tutto voleano abbandonare il mondo ed
essere de' suoi frati. Allora santo Francesco, conoscendo per nvelazione che
costoro erano mandati da Dio e che nello Ordine doveano tenere santa vita e
considerando il loro grande fervore, li ricevette allegramente, dicendo a loro:
"Tu, Pellegrino, tieni nell'Ordine la via dell'umiltà; e tu, frate
Rinieri, servi a' frati". E così fu: imperò che frate Pellegrino mai non
volle andare come chierico, ma come laico, benché fosse molto litterato e
grande decretalista; per la quale umiltà pervenne in grande perfezione di virtù,
in tanto che frate Bernardo, primogenito di santo Francesco, disse di lui
ch'egli era uno de' più perfetti frati di questo mondo. E finalmente il detto
frate Pellegrino, pieno di virtù passò di questa vita alla vita beata, con
molti miracoli innanzi alla morte e dopo. E detto frate Rinieri divotamente e
fedelmente serviva a' frati, vivendo in grande santità e umiltà; e diventò
molto famigliare di san Francesco, e molti secreti gli rivelava santo Francesco.
Essendo fatto ministro della Marca d'Ancona, ressela grande tempo in grandissima
pace e discrezione. Dopo alcuno tempo, Iddio gli permise una grandissima
tentazione nell'anima sua; di che egli tribolato e angosciato, fortemente
s'affligea con digiuni, con discipline e con lagrime e orazioni il dì e la
notte, e non potea però cacciare quella tentazione; ma ispesse volte era in
grande disperazione, imperò che per essa si riputava abbandonato da Dio.
Istando in questa disperazione, per ultimo rimedio si determinò d'andare a
santo Francesco, pensando così: Se santo Francesco mi mostrerà buono viso, e
mostrerammi famigliarità, sì come si suole, io credo che Iddio m'averà ancor
pietà, ma se non, sarà segnale ch'io sarò abbandonato da Dio". Muovesi
adunque costui e va a santo Francesco. Il quale in quel tempo era nel pelagio
del vescovo d'Ascesi, gravemente infermo; e Iddio gli rivelò tutto il modo
della tentazione e della disperazione del detto frate Rinieri e 'l suo
proponimento e 'l suo venire. E immantanente santo Francesco chiama frate Lione
e frate Masseo, e dice loro: "Andate tosto incontro al mio figliuolo
carissimo frate Rinieri, e abbracciatelo da mia parte, e salutatelo e ditegli
che tra tutti i frati che sono nel mondo io amo lui singolarmente". Vanno
costoro e trovano per la via frate Rinieri e abbraccianlo, dicendogli ciò che
santo Francesco aveva loro imposto. Onde tanta consolazione e dolcezza gli fu
nell'anima, che quasi egli usci di sé; e ringraziando Iddio con tutto il cuore,
andò e giunse al luogo dove santo Francesco giaceva infermo. E benché santo
Francesco fusse gravemente infermo, nientedimeno sentendo venire frate Rinieri
si levò e feceglisi incontro e abbracciollo dolcissimamente e sì gli disse:
"Figliuolo mio carissimo, frate Rinieri, tra tutti i frati che sono nel
mondo io amo te singularmente". E detto questo, gli fece il segno della
santissima croce nella sua fronte e ivi il baciò e poi gli disse:
"Figliuolo carissimo, questa tentazione t'ha permesso Iddio per tuo grande
guadagno di merito; ma se tu non vuogli più questo guadagno, non l'abbi".
E maravigliosa cosa! sì tosto come santo Francesco ebbe dette queste parole,
subitamente si partì da lui ogni tentazione, come se mai in vita sua non
l'avesse sentita, e rimase tutto consolato. A laude di Gesù Cristo e del
poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTOTTESIMO
D'uno rapimento che venne a frate Bernardo, ond'egli stette dalla
mattina insino a nona ch'egli non si sentì. Quanta grazia Iddio facea ispesse
volte a' poveri evangelici i quali abbandonavano il mondo per lo amore di
Cristo, si dimostrò in frate Bernardo da Quintavalle, il quale, poi ch'ebbe
preso l'abito di santo Francesco, sì era ratto ispessissime volte in Dio per
contemplazione delle cose celestiali. Tra l'altre avvenne che una volta, essendo
egli in chiesa ad udire la messa e stando con tutta la mente sospesa in Dio,
diventò si assorto e ratto in contemplazione che, levandosi il Corpo di Cristo,
non se ne avvide niente, né si inginocchiò, né si trasse il cappuccio, come
facevano gli altri che v'erano, ma senza battere gli occhi, così fisso
guatando, stette, dalla mattina insino a nona insensibile. E dopo nona
ritornando in sé, sì andava per lo luogo gridando con voce ammirativa: "O
frati! o frati! o frati! non è uomo in questa contrada sì grande né sì
nobile, al quale si gli fosse promesso uno palagio bellissimo pieno d'oro, non
gli fosse agevole di portare un sacco pieno di letame per guadagnare quello
tesoro così nobile". A questo tesoro celestiale, promesso agli amadori di
Dio, fu frate Bernardo predetto sì elevato con la mente, che per quindici anni
continovi sempre andò con la mente e con la faccia levata in cielo. E in quel
tempo mai non si tolse fame alla mensa, benché mangiasse, di ciò che gli era
posto innanzi, un poco; imperò ch'e' dicea che di quello che l'uomo non gusta,
non fa perfetta astinenza ma la vera astinenza è temperarsi dalle cose che
sanno buone alla bocca. E con questo venne ancora a tanta chiarità e lume
d'intelligenza, che eziandio li grandi chierici ricorreano a lui per soluzioni
di fortissime quistioni e di malagevoli passi della Scrittura; ed egli d'ogni
difficoltà li dichiarava. E imperò che la mente sua sì era al tutto sciolta e
astratta delle cose terrene, egli a modo di rondine volava molto in alto per
contemplazlone; onde alcuna volta venti dì, e alcuna volta trenta dì si stava
solo in sulle cime de' monti altissimi contemplando le cose celestiali. Per la
qual cosa diceva di lui frate Egidio che non era dato agli altri uomini questo
dono ch'era dato a frate Bernardo di Quintavalle, cioè che volando si pascesse
come la rondine. E per questa eccellente grazia ch'egli avea da Dio, santo
Francesco volentieri e spesse volte sì parlava con lui di dì e di notte; onde
alcuna volta furono trovati insieme, per tutta la notte, ratti in Dio nella
selva, ove s'erano amendue raccolti a parlare con Dio. A laude di Gesù Cristo e
del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO VENTINOVESIMO
Come il demonio in forma di Crocifisso apparve più volte a frate
Ruffino, dicendogli che perdea il bene che facea, però ch'egli non era degli
eletti di vita eterna. Di che santo Francesco per rivelazione di Dio il seppe, e
fece riconoscere a frate Ruffino il suo errore e ch'egli avea creduto. Frate
Ruffino, uno de' più nobili uomini d'Ascesi, compagno di santo Francesco, uomo
di grande santità, fu uno tempo fortissimamente combattuto e tentato nell'anima
dallo demonio della predestinazione, di che egli stava tutto malinconioso e
tristo; imperò che l'demonio gli metteva pure in cuore ch'egli era dannato, e
non era delli predestinati a vita eterna, e che sì perdeva ciò ch'egli faceva
nell'Ordine. E durando questa tentazione più e più dì ed egli per vergogna
non rivelandolo a santo Francesco, nientedimeno egli non lasciava l'orazioni e
le astinenze usate; di che il nimico gli cominciò aggiugnere tristizia sopra
tristizia; oltra alla battaglia dentro, di fuori combattendolo anche con false
apparizioni Onde una volta gli apparve in forma di Crocifisso e dissegli:
"O frate Ruffino, perché t'affliggi in penitenza e in orazione, con ciò
sia cosa che tu non sia delli predestinati a vita eterna? E credimi, che io so
ciò io ho eletto e predestinato, e non credere al figliuolo di Pietro
Bernardoni, s'egli ti dicesse il contrario, e anche non lo domandare di cotesta
materia, però che né egli né altri il sa, se non io che sono figliuolo di
Dio; e però credimi per certo che tu se' del numero delli dannati; e 'l
figliuolo di Pietro Bernardoni, tuo padre, e anche il padre suo sono dannati, e
chiunque il seguita è ingannato". E dette queste parole, frate Ruffino
comincia a essere sì ottenebrato dal principe delle tenebre, che già perdeva
ogni fede e amore ch'egli avea avuto a santo Francesco, e non si curava di
dirgliene nulla. Ma quello ch'al padre santo non disse frate Ruffino, rivelò lo
Spirito Santo. Onde veggendo in ispirito santo Francesco tanto pericolo del
detto frate, mandò frate Masseo per lui, al quale frate Ruffino rispuose
rimbrottando: "Che ho io a fare con frate Francesco?". E allora frate
Masseo tutto ripieno di sapienza divina, conoscendo la fallanza del dimonio,
disse: "O frate Ruffino, non sai tu che frate Francesco è come uno agnolo
di Dio, il quale ha illuminate tante anime nel mondo e dal quale noi abbiamo
avuto la grazia di Dio? Ond'io voglio ch'a ogni partito tu venga con meco a lui,
imperò ch'io ti veggio chiaramente esser ingannato dal dimonio". E detto
questo, frate Ruffino si mosse e andò a santo Francesco. E veggendolo dalla
lunga santo Francesco venire, cominciò a gridare: "O frate Ruffino
cattivello, a cui hai tu creduto?". E giugnendo a lui frate Ruffino, egli sì
gli disse per ordine tutta la tentazione ch'egli avea avuta dal demonio dentro e
di fuori, e mostrandogli chiaramente che colui che gli era apparito era il
demonio e non Cristo, e che per nessuno modo ei dovea acconsentire alle
suggestioni: "ma quando il demonio ti dicesse più: Tu se' dannato, si gli
rispondi: Apri la bocca; mo' vi ti caco. E questo ti sia segnale, ch'egli è il
demonio e non Cristo, ché dato tu gli arai tale risposta, immantanente fuggirà.
Anche a questo cotale dovevi tu ancora conoscere ch'egli era il demonio, imperò
che t'indurò il cuore a ogni bene; la qual cosa è proprio suo ufficio: ma
Cristo benedetto non indura mai il cuore dell'uomo fedele, anzi l'ammorbida
secondo che dice per la bocca del profeta: lo vi torrò il cuore di pietra e
darovvi il cuore di carne". Allora frate Ruffino, veggendo che frate
Francesco gli diceva per ordine tutt'l modo della sua tentazione, compunto per
le sue parole, cominciò a lagrimare fortissimamente e adorare santo Francesco e
umilemente riconoscere la colpa sua in avergli celato la sua tentazione. E così
rimase tutto consolato e confortato per gli ammonimenti del padre santo e tutto
mutato in meglio. Poi finalmente gli disse santo Francesco: "Va' figliuolo,
e confessati e non lasciare lo studio della orazione usata, e sappi per certo
che questa tentazione ti sarà grande utilità e consolazione, e in breve il
proverai". Tornasi frate Ruffino alla cella sua nella selva, e standosi con
molte lagrime in orazione, eccoti venire il nemico in persona di Cristo, secondo
l'apparenza di fuori, e dicegli: "O frate Ruffino, non t'ho io detto che tu
non gli creda al figliuolo di Pietro Bernardoni, e che tu non ti affatichi in
lagrime e in orazioni, però che tu se' dannato? Che ti giova affligerti mentre
tu se' vivo, e poi quando tu morrai sarai dannato?". E subitamente frate
Ruffino risponde: "Apri la bocca; mo' vi ti caco". Di che il demonio
isdegnato, immantanente si partì con tanta tempesta e commozione di pietre di
monte Subasio ch'era in alto, che per grande spazio bastò il rovinio delle
pietre che caddono giuso; ed era sì grande il percuotere che faceano insieme
nel rotolare, che sfavillavano fuoco orribile per la valle; e al romore
terribile ch'elle faceano, santo Francesco con li compagni con grande
ammirazione uscirono fuori del luogo a vedere che novità fosse quella; e ancora
vi si vede quella ruina grandissima di pietre. Allora frate Ruffino
manifestamente s'avvide che colui era stato il demonio, il quale l'avea
ingannato. E tornato a santo Francesco anche da capo, si gitta in terra e
riconosce la colpa sua. Santo Francesco il riconforta con dolci parole e
mandanelo tutto consolato alla cella Nella quale standos'egli in orazione
divotissimamente, Cristo benedetto gli apparve, e tutta l'anima sua gli riscaldò
del divino amore, e disse: "Bene facesti, figliuolo che credesti a frate
Francesco, però che colui che ti aveva contristato era il demonio. ma io sono
Cristo tuo maestro, e per rendertene ben certo io ti do questo segnale, che
mentre che tu viverai, non sentirai mai tristizia veruna né malinconia". E
detto questo, si partì Cristo, lasciandolo con tanta allegrezza e dolcezza di
spirito ed allevazione di mente, che 'l di e la notte era assorto e ratto in Dio
E d'allora innanzi fu sì confermato in grazia e in sicurtà della sua salute,
che tutto diventò mutato in altro uomo, e sarebbesi stato il dì e la notte in
orazione a contemplare le cose divine s'altri l'avesse lasciato stare. Onde
dicea santo Francesco di lui, che frate Ruffino era in questa vita canonizzato
da Cristo, e che, fuori che dinanzi da lui, egli non dubiterebbe di dire santo
Ruffino, benché fusse ancora vivo in terra. A laude di Gesù Cristo e del
poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTESIMO
Della bella predica che feceno in Ascesi santo Francesco e frate
Ruffino, quando eglino predicarono ignudi. Era il detto frate Ruffino, per
continova contemplazione, sì assorto in Dio, che quasi insensibile e mutolo
diventò, radissime volte parlava, e appresso non aveva la grazia né lo ardire
né la facundia del predicare. E nientedimeno santo Francesco gli comandò una
volta che egli andasse a Sciesi, e predicasse al popolo ciò che Iddio gli
spirasse. Di che Frate Ruffino rispuose: "Padre reverendo, io ti priego che
tu mi perdoni e non mi mandi; imperò che, come tu sai lo non ho la grazia del
predicare e sono semplice e idiota" E allora disse santo Francesco:
"Però che tu non hai ubbidito prestamente ti comando per santa obbidienza
che ignudo come nascesti, colle sole brache, tu vada a Sciesi, ed entri in una
chiesa così ignudo e predichi al popolo". A questo comandamento il detto
frate Ruffino si spoglia, e vanne a Sciesi, ed entra in una chiesa, e fatta la
riverenza allo altare, salette in sul pergamo e comincia a predicare. Della qual
cosa li fanciulli e gli uomini cominciarono a ridere e diceano: "Or ecco
che costoro fanno tanta penitenza, che diventano istolti e fuori di sé".
In questo mezzo santo Francesco, ripensando della pronta obbedienza di frate
Ruffino, il quale era dei più gentili uomini d'Ascesi, ed al comandamento duro
che gli avea fatto, cominciò a riprendere se medesimo dicendo: "Onde a te
tanta prosunzione, figliuolo di Pietro Bernardoni, vile omicciuolo, a comandare
a frate Ruffino, il quale è de' più gentili uomini d'Ascesi, che vada ignudo a
predicare al popolo siccome pazzo? Per Dio, che tu proverai in te quello che tu
comandi ad altri". E di subito in fervore di spirito si spoglia egli ignudo
simigliantemente e vassene ad Ascesi, e mena seco frate Leone, che recasse
l'abito suo e quello di frate Ruffino. E veggendolo similemente gli Ascesani, sì
lo ischernirono, riputando ch'egli e frate Ruffino fussono impazzati per la
troppa penitenza. Entra santo Francesco nella chiesa dove frate Ruffino
predicava queste parole: "Carissimi, fuggite il mondo e lasciate il
peccato; rendete l'altrui, se voi volete schifare lo 'nferno; servate li
comandamenti di Dio, amando Iddio e 'l prossimo, se voi volete andare al cielo;
fate penitenza, se voi volete possedere il reame del cielo" E allora santo
Francesco monta in sul pergamo, ignudo, e cominciò a predicare così
maravigliosamente dello dispregio del mondo, della penitenza santa, della povertà
volontaria, del desiderio del reame celestiale e della ignudità e obbrobrio
della passione del nostro Signore Gesù Cristo, che tutti quelli ch'erano alla
predica, maschi e femmine in grande moltitudine, cominciarono a piagnere
fortissimamente con mirabile divozione e compunzione di cuore; e non solamente
ivi, ma per tutto Ascesi fu in quel dì tanto pianto della passione di Cristo,
che mai non v'era stato somigliante. E così edificato e consolato il popolo
dello atto di santo Francesco e di frate Ruffino, santo Francesco rivestì frate
Ruffino e sé, e così rivestiti si ritornarono al luogo della Porziuncola,
lodando e glorificando Iddio ch'aveva loro data grazia di vincere se medesimi
per dispregio di sé e edificare le pecorelle di Cristo con buono esempio, e
dimostrare quanto è da dispregiare il mondo. E in quel dì crebbe tanto la
divozione del popolo inverso di loro, che beato si reputava chi potea toccare
loro l'orlo dell'abito. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTUNESIMO
Come santo Francesco conosceva li segreti delle coscienze di tutti i
suoi frati ordinatamente. Siccome il nostro Signore Gesù Cristo dice
nell'Evangelico: lo conosco le mie pecorelle ed elleno conoscono me ecc.; così
il beato padre santo Francesco, come buono pastore, tutti li meriti e le virtù
delli suoi compagni, per divina rivelazione sapea, e così conoscea i loro
difetti; per la qual cosa egli sapea a tutti provvedere d'ottimo rimedio, cioè
umiliando li superbi, esaltando gli umili, vituperando i vizi e laudando le virtù;
siccome si legge nelle mirabili rivelazioni le quali egli avea di quella sua
famiglia primitiva. Fra le quali si truova ch'una volta, essendo santo Francesco
con la detta famiglia in uno luogo in ragionamento di Dio, e frate Ruffino non
essendo con loro in quello ragionamento ma era nella selva in contemplazione,
procedendo in quello ragionare di Dio ecco frate Ruffino esce della selva e passò
alquanto di lungi a costoro. Allora santo Francesco, veggendolo, si rivolse alli
compagni e domandolli dicendo: "Ditemi, quale credete voi che sia la più
santa anima, la quale Iddio abbia nel mondo?". E rispondendogli costoro,
dissono che credeano che fusse la sua. E santo Francesco disse loro:
"Carissimi frati, i' sono da me il più indegno e il più vile uomo che
Iddio abbia in questo mondo ma vedete voi quel frate Ruffino il quale esce ora
della selva? Iddio m'ha rivelato che l'anima sua è l'una delle tre più sante
anime del mondo, e fermamente io vi dico che io non dubiterei di chiamarlo santo
Ruffino in vita sua, con ciò sia cosa che l'anima sua sia confermata in grazia
e santificata e canonizzata in cielo dal nostro Signore Gesù Cristo" E
queste parole non diceva mai santo Francesco in presenza del detto frate
Ruffino. Similemente, come santo Francesco conoscesse li difetti de' frati suoi,
sì si comprendé chiaramente in frate Elia, il quale spesse volte riprendea
della sua superbia; e in frate Giovanni della Cappella al quale egli predisse
che si dovea impiccare per la gola se medesimo e in quello frate al quale il
demonio tenea stretta la gola quando era corretto della sua disubbidienza; e in
molti altri frati, i cui difetti segreti e le virtù chiaramente conosceva per
rivelazione di Cristo. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTADUESIMO
Come frate Masseo impetrò da Cristo la virtù della santa umiltà. I
primi compagni di santo Francesco con tutto isforzo s'ingegnavano d'essere
poveri delle cose terrene e ricchi di virtù, per le quali si perviene alle vere
ricchezze celestiali ed eterne Addivenne un dì che, essendo eglino raccolti
insieme a parlare di Dio, l'uno di loro disse quest'esempio: "E' fu uno il
quale era grande amico di Dio, e avea grande grazia di vita attiva e di vita
contemplativa, e con questo avea sì eccessiva umiltà ch'egli si riputava
grandissimo peccatore: la quale umiltà il santificava e confermava in grazia e
facevalo continuamente crescere in virtù e doni di Dio, e mai non lo lasciava
cadere in peccato". Udendo frate Masseo così maravigliose cose della umiltà
e conoscendo ch'ella era un tesoro di vita eterna, cominciò ad essere sì
infiammato d'amore e di desiderio di questa virtù della umiltà, che in grande
fervore levando la faccia in cielo, fece voto e proponimento fermissimo di non
si rallegrare mai in questo mondo, insino a tanto che la detta virtù sentisse
perfettamente nell'anima sua. E d'allora innanzi si stava quasi di continuo
rinchiuso in cella, macerandosi con digiuni, vigilie, orazioni, e pianti
grandissimi dinanzi a Dio, per impetrare da lui questa virtù, sanza la quale
egli si reputava degno dello inferno e della quale quello amico di Dio, ch'egli
avea udito, era così dotato. E standosi frate Masseo per molti dì in questo
disiderio, addivenne ch'un dì egli entrò nella selva e in fervore di spirito
andava per essa gittando lagrime, sospiri e voci, domandando con fervente
desiderio a Dio questa virtù divina. E però che Iddio esaudisce volentieri le
orazioni degli umili e contriti, istando così frate Masseo, venne una voce dal
cielo la quale il chiamò due volte: "Frate Masseo, frate Masseo!". Ed
egli conoscendo per ispirito che quella era voce di Cristo, sì rispuose:
"Signore mio!". E Cristo a lui: "E che vuoi tu dare per avere
questa grazia che tu domandi.". Risponde frate Masseo: "Signore,
voglio dare gli occhi del capo mio". E Cristo a lui: "E io voglio che
tu abbi la grazia e anche gli occhi". E detto questo, la voce disparve; e
frate Masseo rimase pieno di tanta grazia della disiderata virtù della umiltà
e del lume di Dio, che d'allora innanzi egli era sempre in giubilo; e spesse
volte quand'egli orava, faceva sempre un giubilo informe e con suono a modo di
colomba ottuso: U U U, e con faccia lieta e cuore giocondo istava così in
contemplazione. E con questo, essendo divenuto umilissimo, si riputava minore di
tutti gli uomini del mondo. Domandato da frate Iacopo da Fallerone, perché nel
suo giubilo egli non mutava verso, rispuose con grande letizia che, quando in
una cosa si truova ogni bene, non bisogna mutare verso. A laude di Gesù Cristo
e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTATREESIMO
Come santa Chiara, per comandamento del Papa, benedisse il pane il quale
era in tavola; di che in ogni pane apparve il segno della santa croce. Santa
Chiara, divotissima discepola della croce di Cristo e nobile pianta di messer
santo Francesco, era di tanta santità che non solamente i Vescovi e' Cardinali,
ma eziandio il Papa disiderava con grande affetto di vederla e di udirla e
ispesse volte la visitava personalmente. Infra l'altre volte andò il Padre
santo una volta al munistero a lei per udirla parlare delle cose celestiali e
divine; ed essendo così insieme in diversi ragionamenti, santa Chiara fece
intanto apparecchiare le mense e porvi suso il pane, acciò che il Padre santo
il benedicesse. Onde, compiuto il ragionamento ispirituale, santa Chiara
inginocchiandosi con grande reverenza sì lo priega che gli piaccia benedire il
pane posto a mensa. Risponde il santo Padre: "Suora Chiara fedelissima, io
voglio che tu benedica cotesto pane tu e faccia sopra ad essi il segno della
santissima croce di Cristo, al quale tu ti se' tutta data". E santa Chiara
dice: "Santissimo Padre, perdonatemi, ch'io sarei degna di troppo grande
riprensione, se innanzi al Vicario di Cristo io, che sono una vile femminella,
presumessi di fare cotale benedizione". E 'l Papa rispuose: "Acciò
che questo non sia imputato a presunzione, ma a merito d'ubbidienza, io ti
comando per santa obbidienza che sopra questo pane tu faccia il segno della
santissima croce e benedicalo nel nome di Dio". Allora santa Chiara,
siccome vera figliuola della obbidienza, que' pani divotissimamente benedisse
col segno della santissima croce di Cristo. Mirabile cosa! subitamente in tutti
quelli pani apparve il segno della croce intagliato bellissimo. E allora di que'
pani parte ne fu mangiato e parte per lo miracolo riserbati. E il Padre santo
veduto ch'ebbe il miracolo, prendendo del detto pane e ringraziando Iddio si
partì, lasciando santa Chiara colla sua benedizione. In quel tempo dimorava in
quel monastero suora Ortulana madre di santa Chiara, e suora Agnese sua
sirocchia, amendue insieme con santa Chiara piene di virtù e di Spirito Santo,
e con molte altre sante monache. Alle quali santo Francesco mandava di molti
infermi; ed elleno con le loro orazioni e col segno della santissima croce a
tutti rendevano sanità. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco.
Amen.
CAPITOLO TRENTAQUATTRESIMO
Come santo Lodovico re di Francia personalmente, in forma di pellegrino,
andò a Perugia a visitare il santo frate Egidio. Andò santo Lodovico re di
Francia in peregrinaggio a visitare li Santuari per lo mondo, e udendo la fama
grandissima della santità. di frate Egidio, il quale era stato de' primi
compagni di santo Francesco, si puose in cuore e diterminò al tutto di
visitarlo personalmente. Per la qual cosa egli venne a Perugia, ove dimorava
allora il detto frate Egidio. E giugnendo alla porta del luogo de' frati, come
un povero pellegrino e sconosciuto, con pochi compagni, domanda con grande
istanza frate Egidio, non dicendo niente al portinaio chi egli fussi che 'l
domandava. Va adunque il portinaio a frate Egidio e dice che alla porta è uno
pellegrino che n'addimanda, e da Dio gli fu ispirato e rivelato in ispirito
ch'egli era il re di Francia; di che subitamente con grande fervore esce di
cella e corre alla porta, e senza altro domandare, o che mai eglino s'avessino
veduti, insieme con grandissima divozione inginocchiandosi, s'abbracciarono
insieme e baciaronsi con tanta dimestichezza, come se per lungo tempo avessino
tenuta grande amistà insieme, ma per tutto questo non parlavano nulla l'uno
all'altro, ma stavano così abbracciati con quelli segni d'amore caritativo in
silenzio. Ed istati che furono per grande spazio nel detto modo senza dirsi
parola insieme, si partirono l'uno dall'altro; e santo Lodovico se n'andò al
suo viaggio, e frate Egidio si tornò alla cella. Partendosi il re, un frate
domandò alcuno de' suoi compagni chi era colui che s'era cotanto abbracciato
con santo Egidio; e colui rispuose ch'egli era Lodovico re di Francia, lo quale
era venuto per vedere frate Egidio. Di che dicendolo costui agli altri frati,
eglino n'ebbono grandissima malinconia che frate Egidio non gli avea parlato
parola; e rammaricandosene, sì gli dissono: "O frate Egidio, perché se'
tu stato tanto villano, che uno così fatto re, il quale è venuto di Francia
per vederti e per udire da te qualche buona parola, e tu non gli hai parlato
niente?". Rispuose frate Egidio: "O carissimi frati, non vi
maravigliate di ciò; imperò che né egli a me né io a lui pote' dire parola,
però che sì tosto come noi ci abbracciammo insieme, la luce della divina
sapienza rivelò e manifestò a me il cuore suo e a lui il mio; e così per
divina operazione ragguardandoci ne' cuori, ciò ch'io volea dire a lui ed egli
a me troppo meglio conoscemmo che se noi ci avessimo parlato con la bocca, e con
maggiore consolazione, e se noi avessimo voluto esplicare con voce quello che
noi sentivamo nel cuore, per lo difetto della lingua umana, la quale non può
chiaramente esprimere li misteri segreti di Dio, ci sarebbe stato piuttosto a
sconsolazione che a consolazione. E però sappiate di certo che il re si partì
mirabilmente consolato". A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco.
Amen.
CAPITOLO TRENTACINQUESIMO
Come essendo inferma santa Chiara, fu miracolosamente portata la notte
della pasqua di Natale alla chiesa di santo Francesco, ed ivi udì l'ufficio.
Essendo una volta santa Chiara gravemente inferma, sicché ella non potea punto
andare a dire l'ufficio in chiesa con l'altre monache, vegnendo la solennità
della natività di Cristo, tutte l'altre andarono al mattutino; ed ella si
rimase nel letto, mal contenta ch'ella insieme con l'altre non potea andare ad
avere quella consolazione ispirituale. Ma Gesù Cristo suo sposo, non volendola
lasciare così sconsolata, sì la fece miracolosamente portare alla chiesa di
santo Francesco ed essere a tutto l'ufficio del mattutino e della messa della
notte, e oltre a questo ricevere la santa comunione, e poi riportarla al letto
suo. Tornando le monache a santa Chiara, compiuto l'ufficio in santo Damiano, sì
le dissono: "O madre nostra suora Chiara, come grande consolazione abbiamo
avuta in questa santa natività! Or fusse piaciuto a Dio, che voi fossi stata
con noi!". E santa Chiara risponde: "Grazie e laude ne rendo al nostro
Signore Gesù Cristo benedetto, sirocchie mie e figliuole carissime, imperò che
ad ogni solennità di questa santa notte, e maggiori che voi non siate state,
sono stata io con molta consolazione dell'anima mia; però che, per procurazione
del padre mio santo Francesco e per la grazia del nostro Signore Gesù Cristo,
io sono stata presente nella chiesa del venerabile padre mio santo Francesco, e
con li miei orecchi corporali e mentali ho udito tutto l'ufficio e il sonare
degli organi ch'ivi s'è fatto, ed ivi medesimo ho presa la santissima
comunione. Onde di tanta grazia a me fatta rallegratevi e ringraziate
Iddio". A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTASEIESIMO
Come santo Francesco dispuose a frate Lione una bella visione ch'avea
veduta. Una volta che santo Francesco era gravemente infermo e frate Lione gli
servia, il detto frate Lione, stando in orazione presso a santo Francesco, fu
ratto in estasi e menato in ispirito ad uno fiume grandissimo, largo e
impetuoso. E istando egli a guatare chi passava, egli vide alquanti frati
incaricati entrare in questo fiume, li quali subitamente erano abbattuti dallo
empito del fiume ed affogavano, alquanti altri s'andavano insino al terzo del
fiume, alquanti insino al mezzo del fiume, alquanti insino appresso alla proda,
i quali tutti, per l'empito del fiume e per li pesi che portavano addosso,
finalmente cadevano e annegavano. Veggendo ciò, frate Lione avea loro
grandissima compassione; e subitamente, stando così, eccoti venire una grande
moltitudine di frati e sanza nessuno incarico o peso di cosa nessuna, ne' quali
rilucea la santa povertà ed entrano in questo fiume e passano di là sanza
nessun pericolo. E veduto questo, frate Lione ritornò in sé. E allora santo
Francesco, sentendo in ispirito che frate Lione avea veduta alcuna visione, sì
lo chiamò a sé e domandollo di quello ch'egli avea veduto; e detto che gli
ebbe frate Lione predetto tutta la visione per ordine, disse santo Francesco:
"Ciò che tu hai veduto è vero. Il grande fiume è questo mondo, i frati
ch'affogavano nel fiume sì son quelli che non seguitano la evangelica
professione e spezialmente quanto all'altissima povertà, ma coloro che sanza
pericolo passavano, sono que' frati li quali nessuna cosa terrena né carnale
cercano né posseggono in questo mondo, ma avendo solamente il temperato vivere
e vestire, sono contenti seguitando Cristo ignudo in croce, e il peso e il giogo
soave di Cristo e della santissima obbidienza portano allegramente e volentieri;
e però agevolmente della vita temporale passano a vita eterna" A laude di
Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTASETTESIMO
Come Gesù Cristo benedetto, a priego di santo Francesco, fece
convertire uno ricco e gentile cavaliere e farsi frate, il quale avea fatto
grande onore e profferta a santo Francesco. Santo Francesco servo di Cristo,
giugnendo una sera al tardi a casa d'un grande gentile uomo e potente, fu da lui
ricevuto ad albergo, egli e 'l compagno, come agnoli di Dio, con grandissima
cortesia e divozione. Per la qual cosa santo Francesco gli puose grande amore,
considerando che nello entrare della casa egli sì lo avea abbracciato e baciato
amichevolmente, e poi gli avea lavati i piedi e rasciutti e baciati umilemente,
e racceso un grande fuoco e apparecchiata la mensa di molti buoni cibi, e mentre
costui manglava, con allegra faccia serviva continovamente. Or, mangiato ch'ebbe
santo Francesco e 'l compagno, sì disse questo gentile uomo: "Ecco, padre
mio, io vi proffero me e le mie cose, quandunque avete bisogno di tonica o di
mantello o di cosa veruna, comperate e io pagherò; e vedete che io sono
apparecchiato di provvedervi in tutti i vostri bisogni, però che per la grazia
di Dio io posso, con ciò sia così che io abbondi in ogni bene temporale, e però
per amore di Dio, che me l'ha dato, io ne fo volentieri beni alli poveri
suoi". Di che veggendo santo Francesco tanta cortesia e amorevolezza in lui
e le larghe profferte, concedettegli tanto amore, che poi partendosi egli andava
dicendo col compagno suo: "Veramente questo gentile uomo sarebbe buono per
la nostra religione e compagnia, il quale è così grato e conoscente inverso
Iddio e così amorevole e cortese allo prossimo e alli poveri. Sappi, frate
carissimo, che la cortesia è una delle proprietà di Dio, il quale dà il suo
sole e la sua piova alli giusti e agli ingiusti per cortesia; e la cortesia si
è sirocchia della carità, la quale spegne l'odio e conserva l'amore. E perché
io ho conosciuto in questo buono uomo tanta virtù divina, volentieri lo vorrei
per compagno; e però io voglio che noi torniamo un dì a lui, se forse Iddio
gli toccasse il cuore a volersi accompagnare con noi nel servigio di Dio; e in
questo mezzo noi pregheremo Iddio che gli metta in cuore questo desiderio e
diagli grazia di metterlo in effetto". Mirabile cosa! ivi a pochi dì,
fatto ch'ebbe santo Francesco l'orazione, Iddio mise questo desiderio nel cuore
di questo gentile uomo; e disse santo Francesco al compagno: "Andiamo,
fratello mio, all'uomo cortese, imperò ch'io ho certa speranza in Dio ch'egli
con la cortesia delle cose temporali, donerà se medesimo e sarà nostro
compagno". E andarono. Vegnendo appresso alla casa sua, disse santo
Francesco al compagno: "Aspettami un poco, imperò che io voglio in prima
pregare a Dio che faccia prospero il nostro cammino, che la nobile preda, la
quale noi pensiamo di torre al mondo, piaccia a Cristo di concedere a noi
poverelli e deboli, per la virtù della sua santissima passione". E detto
questo, si puose in orazione in luogo ch'e' poteva essere veduto dal detto uomo
cortese; onde, come piacque a Dio, guatando colui in là e in qua, ebbe veduto
santo Francesco stare in orazione divotissimamente dinanzi a Cristo, il quale
con grande chiarità gli era apparito nella detta orazione e stava dinanzi a
lui; e in questo istare così, vedea santo Francesco essere per buono spazio
levato da terra corporalmente. Per la qual cosa egli fu sì toccato da Dio e
ispirato a lasciare il mondo, che di presente egli uscì fuori dal palagio suo e
in fervore di spirito corre verso santo Francesco, e giugnendo a lui, il quale
stava in orazione, gli si inginocchiò a' piedi e con grandissima istanza e
divozione il pregò che gli piacesse di riceverlo e fare penitenza insieme con
seco. Allora santo Francesco, veggendo che la sua orazione era esaudita da Dio -
e che quello ch'e' disiderava, quello gentile uomo addomandava con grande
istanza, lievasi suso in fervore e in letizia di spirito e abbraccia e bacia
costui, divotissimamente ringraziando Iddio, il quale uno così fatto cavaliere
avea accresciuto alla sua compagnia. E dicea quello gentile uomo a santo
Francesco: "Che comandi tu, che io faccia, padre mio? Ecco ch'io sono
apparecchiato al tuo comandamento, dare a' poveri ciò ch'io posseggo, e teco
seguitare Cristo, così iscaricato d'ogni cosa temporale". E così fece,
secondo il consiglio di santo Francesco, ch'egli distribuì il suo a' poveri ed
entrò nell'Ordine, e vivette in grande penitenza e santità di vita e
conversazione onesta. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTOTTESIMO
Come santo Francesco conobbe in ispirito che frate Elia era dannato e
dovea morire fuori dell'Ordine; il perché a' prieghi di frate Elia fece
orazione a Cristo per lui e fu esaudito. Dimorando una volta in un luogo insieme
di famiglia santo Francesco e frat'Elia, fu rivelato da Dio a santo Francesco
che frate Elia era dannato e dovea apostolare dall'Ordine e finalmente morire
fuori dell'Ordine. Per la qual cosa santo Francesco concepette una cotale
displicenza inverso di lui, in tanto che non gli parlava né conversava con lui;
e se avvenia alcuna volta che frate Elia andasse inverso di lui egli torcea la
via e andava dall'altra parte per non si scontrare con lui. Di che frate Elia si
cominciò ad avvedere e comprendere che santo Francesco avea dispiacere di lui;
onde volendo sapere la cagione, un di s'accostò a santo Francesco per
parlargli; e ischifando santo Francesco, frate Elia sì lo ritenne cortesemente
per forza e cominciollo a pregare discretamente che gli piacesse di
significargli la cagione per la quale egli ischifava così la sua compagnia e 'l
parlare con seco. E santo Francesco gli risponde: "La cagione si è questa,
imperò che a me è suto rivelato da Dio che tu per li tuoi peccati apostaterai
dell'Ordine e morrai fuori dell'Ordine, e anche m'ha Iddio rivelato che tu sei
dannato". Udendo questo, frate Elia si dice così: "Padre mio
reverendo, io ti priego per lo amore di Cristo, che per questo tu non mi ischifi
né iscacci da te; ma come buono pastore, ad esempio di Cristo, ritruova e
ricevi la pecora che perisce, se tu non l'aiuti; e priega Iddio per me che, se
può essere, e' rivochi la sentenza della mia dannazione; imperò che si truova
scritto che Iddio sa mutare la sentenza, se il peccatore ammenda il suo peccato;
e io ho tanta fede nelle tue orazioni, che se io fossi nel mezzo dello inferno,
e tu facessi per me orazione a Dio, io sentirei alcun rifrigerio; onde ancora io
ti priego che me peccatore tu raccomandi a Dio, il quale si venne per salvare i
peccatori, che mi riceva alla sua misericordia". E questo dicea frate Elia
con grande divozione e lagrime; di che santo Francesco come pietoso padre, gli
promise di pregare Iddio per lui; e così fece. E pregando Iddio
divotissimamente per lui, intese per rivelazione che la sua orazione era da Dio
esaudita quanto alla revocazione della sentenza della dannazione di frate Elia,
che finalmente l'anima sua non sarebbe dannata, ma che per certo egli
s'uscirebbe dell'Ordine e fuori dell'Ordine morrebbe. E così addivenne; imperò
che, ribellandosi dalla Chiesa Federigo re di Cicilia ed essendo iscomunicato
dal Papa egli e chiunque gli dava aiuto o consiglio; il detto frate Elia, il
quale era reputato uno de' più savi uomini del mondo, richiesto dal detto re
Federigo, s'accostò a lui e diventò ribelle della Chiesa e apostata
dell'Ordine; per la quale cosa fu iscomunicato dal Papa e privato dell'abito di
santo Francesco. E stando così iscomunicato, infermò gravemente; la cui
infermità udendo uno suo fratello frate laico, il quale era rimasto nell'Ordine
ed era uomo di buona vita e onesta, sì lo andò a visitare, e tra l'altre cose
si gli disse: "Fratello mio carissimo, molto mi dolgo che tu se'
iscomunicato e fuori dell'Ordine tuo, e così ti morrai; ma se tu vedessi o via
o modo per lo quale io ti potessi trarre di questo pericolo, volentieri ne
prenderei per te ogni fatica". Risponde frate Elia: "Fratello mio, non
ci veggo altro modo se non che tu vadi al Papa, e priegalo che per lo amore di
Dio e di santo Francesco suo servo, per li cui ammaestramenti io abbandonai il
mondo, m'assolva della sua iscomunicazione e restituiscami l'abito della
Religione". Dice questo suo fratello che volentieri s'affaticherà per la
sua salute: e partendosi da lui, se ne andò alli piè del santo Papa,
pregandolo umilemente che faccia grazia al suo fratello per lo amore di Cristo e
di san Francesco suo servo. E come piacque a Dio, il Papa gliel concedette: che
tornasse e, se e' ritrovasse vivo frate Elia, si lo assolvesse dalla sua parte
della iscomunicazione e ristituissegli l'abito. Di che costui si parte lieto e
con grande fretta ritorna a frate Elia, e trovalo vivo, ma quasi in su la morte,
e si lo assolvette della scomunicazione; e rimettendogli l'abito, frate Elia
passò di questa vita, e l'anima sua fu salva per li meriti di santo Francesco e
per la sua orazione, nella quale frate Elia avea avuta sì grande isperanza. A
laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO TRENTANOVESIMO
Della maravigliosa predica la quale fece santo Antonio da Padova frate
minore in consistorio. Il maraviglioso vasello dello Spirito Santo messer santo
Antonio da Padova, uno degli eletti discipoli e compagni di santo Francesco, il
quale santo Francesco chiamava suo vescovo, una volta predicando in consistorio
dinanzi al Papa e a' Cardinali, nel quale consistorio erano uomini di diverse
nazioni, cioè greca, latina, francesca, tedesca, ischiavi e inghilesi e d'altre
diverse lingue del mondo, infiammato dallo Spirito Santo, sì effcacemente, sì
divotamente, sì sottilemente, sì dolcemente, sì chiaramente e sì
intendevolmente propuose la parola di Dio, che tutti quelli che erano in
consistorio, quantunque fossino di diversi linguaggi, chiaramente intendeano
tutte le sue parole distintamente, siccome egli avesse parlato in linguaggio di
ciascuno di loro; e tutti stavano istupefatti, e parea che fusse rinnovato
quello antico miracolo degli Apostoli al tempo della Pentecoste, li quali
parlavano per la virtù dello Spirito Santo in ogni lingua. E diceano insieme
l'uno coll'altro con ammirazione: "Non è di Spagna costui che predica? e
come udiamo tutti noi in suo parlare il nostro linguaggio delle nostre
terre?". Il Papa simigliantemente, considerando e maravigliandosi della
profondità delle sue parole, disse: "Veramente costui è arca del
Testamento e armario della Iscrittura divina". A laude di Gesù Cristo e
del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTESIMO
Del miracolo che Iddio fece quando santo Antonio, essendo a Rimino,
predicò a' pesci del mare. Volendo Cristo benedetto dimostrare la grande santità
del suo fedelissimo servo messere santo Antonio, e come divotamente era da udire
la sua predicazione e la sua dottrina santa; per gli animali non ragionevoli una
volta tra l'altre, cioè per li pesci, riprese la sciocchezza degli infedeli
eretici, a modo come anticamente nel vecchio Testamento per la bocca dell'asina
avea ripresa la ignoranza di Balaam. Onde essendo una volta santo Antonio a
Rimino, ove era grande moltitudine d'eretici, volendoli riducere al lume della
vera fede e alla via della verità, per molti dì predicò loro e disputò della
fede di Cristo e della santa Scrittura, ma eglino, non solamente non
acconsentendo alli suoi santi parlari, ma eziandio come indurati e ostinati non
volendolo udire, santo Antonio un dì per divina ispirazione sì se ne andò
alla riva del fiume allato al mare; e standosi così alla riva tra 'l mare e 'l
fiume, cominciò a dire a modo di predica, dalla parte di Dio alli pesci:
"Udite la parola di Dio voi, pesci del mare e del fiume, dappoi che
gl'infedeli eretici la schifano d'udire". E detto ch'egli ebbe così,
subitamente venne alla riva a lui tanta moltitudine di pesci grandi, piccoli e
mezzani, che mai in quel mare né in quel fiume non ne fu veduta sì grande
moltitudine; e tutti teneano i capi fuori dell'acqua e tutti stavano attenti
verso la faccia di santo Antonio, e tutti in grandissima pace e mansuetudine e
ordine: imperò che dinanzi e più presso alla riva istavano i pesciolini
minori, e dopo loro istavano i pesci mezzani, poi di dietro, dov'era l'acqua più
profonda, istavano i pesci maggiori. Essendo dunque in cotale ordine e
disposizione allogati li pesci, santo Antonio cominciò a predicare solennemente
e dice così: "Fratelli miei pesci, molto siete tenuti, secondo la vostra
possibilità, di ringraziare il Creatore che v'ha dato così nobile elemento per
vostra abitazione, sicché, come vi piace, avete l'acque dolci e salse e havvi
dati molti refugi a schifare le tempeste, havvi ancora dato elemento chiaro e
trasparente e cibo per lo quale voi possiate vivere. Iddio vostro creatore
cortese e benigno quando vi creò, sì vi diede comandamento di crescere e di
multiplicare, e diedevi la sua benedizione. Poi quando fu il diluvio
generalmente, tutti quanti gli altri animali morendo, voi soli riserbò Iddio
senza danno. Appresso v'ha date l'ali per potere discorrere dovunque vi piace. A
voi fu conceduto, per comandamento di Dio, di serbare Giona profeta e dopo il
terzo dì gittarlo a terra sano e salvo. Voi offeriste lo censo al nostro
Signore Gesù Cristo, il quale egli come poverello non aveva di che pagare. Voi
fusti cibo dello eterno re Gesù Cristo innanzi resurrezione e dopo, per
singolare mistero. Per le quali tutte cose molto siete tenuti di lodare e di
benedire Iddio, che v'ha dati e tanti e tali benefici più che all'altre
creature". A queste e simiglianti parole e ammaestramenti di santo Antonio,
cominciarono li pesci aprire la bocca e inchinaron li capi, e con questi e altri
segnali di reverenza, secondo li modi a loro possibili, laudarono Iddio. Allora
santo Antonio vedendo tanta reverenza de' pesci inverso di Dio creatore,
rallegrandosi in ispirito, in alta voce disse: "Benedetto sia Iddio eterno,
però che più l'onorano i pesci acquatici che non fanno gli uomini eretici, e
meglio odono la sua parola gli animali non ragionevoli che li uomini
infedeli". E quanto santo Antonio più predicava, tanto la moltitudine de'
pesci più crescea, e nessuno si partia del luogo ch'avea preso. A questo
miracolo cominciò a correre il popolo della città fra li quali vi trassono
eziandio gli eretici sopraddetti; i quali vedendo lo miracolo così maraviglioso
e manifesto, compunti ne' cuori, tutti si gittavano a' piedi di santo Antonio
per udire la sua predica. E allora santo Antonio cominciò a predicare della
fede cattolica, e sì nobilemente ne predicò, che tutti quegli eretici convertì
e tornarono alla vera fede di Cristo, e tutti li fedeli ne rimasono con
grandissima allegrezza confortati e fortificati nella fede. E fatto questo,
santo Antonio licenziò li pesci colla benedizione di Dio, e tutti si partirono
con maravigliosi atti d'allegrezza, e similemente il popolo. E poi santo Antonio
stette in Arimino per molti dì, predicando e facendo molto frutto spirituale
d'anime. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTUNESIMO
Come il venerabile frate Simone liberò di una grande tentazione un
frate, il quale per questa cagione voleva uscire fuori dell'Ordine. Intorno al
principio dell'Ordine, vivendo santo Francesco, venne all'Ordine uno giovane
d'Ascesi, il quale fu chiamato frate Simone, il quale Iddio adornò e dotò di
tanta grazia e di tanta contemplazione e elevazione di mente, che tutta la sua
vita era specchio di santità, secondo ch'io udii da coloro che lungo tempo
furono con lui. Costui rarissime volte era veduto fuori di cella e, se alcuna
volta stava co' frati, sempre parlava di Dio. Costui non avea mai apparato
grammatica, e nientedimeno sì profondamente e sì altamente parlava di Dio e
dell'amore di Cristo, che le sue parole pareano parole soprannaturali. Onde una
sera egli essendo ito nella selva con frate Iacopo da Massa per parlare di Dio e
parlando dolcissimamente del divino amore, istettono tutta la notte in quel
parlare, e la mattina parea loro essere stato pochissimo ispazio di tempo,
secondo che mi recitò il detto frate Iacopo. E 'l detto frate Simone sì aveva
in tanta soavità e dolcezza di spirito le divine illuminazioni e visitazioni
amorose di Dio, che ispesse volte, quando le sentiva venire, si ponea in sul
letto; imperò che la tranquilla soavità dello Ispirito Santo richiedeva in lui
non solo riposo dell'anima, ma eziandio del corpo. E in quelle cotali
visitazioni divine egli era molte volte ratto in Dio e diventava tutto
insensibile alle cose corporali. Onde una volta ch'egli era così ratto in Dio e
insensibile al mondo, ardea dentro del divino amore e non sentia niente di fuori
con sentimenti corporali, un frate vogliendo avere isperienza di ciò, a vedere
se fusse come parea, andò e prese uno carbone di fuoco, e si gliel puose in sul
piede ignudo: e frate Simone non ne sentì niente, e non gli fece nessuno
segnale in sul piede, benché vi stesse su per grande spazio, tanto che si
spense da se medesimo. Il detto frate Simone quando si ponea a mensa, innanzi
che prendesse cibo corporale, prendeva per sé e dava il cibo ispirituale
parlando di Dio. Per lo cui divoto parlare, si convertì una volta un giovane da
San Severino, il quale era nel secolo un giovane vanissimo e mondano, ed era
nobile di sangue e molto dilicato del suo corpo. E frate Simone ricevendo il
detto giovane all'Ordine, si serbò li suoi vestimenti secolari appo sé, ed
esso istava con frate Simone per essere informato da lui nelle osservanze
regolari. Di che il demonio, il quale s'ingegnava di storpiare ogni bene, gli
mise addosso sì forte stimolo e sì ardente tentazione di carne, che per
nessuno modo costui potea resistere. Per la qual cosa egli se ne andò a frate
Simone e dissegli: "Rendimi li miei panni ch'io ci recai del secolo imperò
ch'io non posso più sostenere la tentazione carnale". E frate Simone,
avendogli grande compassione, gli dicea: "Siedi qui, figliuolo, un poco con
meco". E cominciava a parlargli di Dio, permodo ch'ogni tentazione sì si
partia, e poi a tempo ritornando la tentazione, ed egli richiedea li panni, e
frate Simone la cacciava con parlare di Dio. E fatto così più volte,
finalmente una notte l'assalì sì forte la detta tentazione più ch'ella non
solea, che per cosa del mondo non potendo resistere, andò a frate Simone
raddomandandogli al tutto li panni suoi secolari, che per nessuno partito egli
ci potea più stare. Allora frate Simone, secondo ch'egli avea usato di fare, li
fece sedere allato a sé; e parlandogli di Dio, il giovane inchinò il capo in
grembo a frate Simone per malinconia e per tristizia. Allora frate Simone, per
grande compassione che gli aveva, levò gli occhi in cielo e pregando Iddio
divotissimamente per lui, fu ratto e esaudito da Dio; onde ritornando egli in sé,
il giovane si sentì al tutto liberato di quella tentazione, come se mai non
l'avesse punto sentita. Anzi essendosi mutato l'ardore della tentazione in
ardore di Spirito Santo, però che s'era accostato al carbone affocato, cioè a
frate Simone, tutto diventò infiammato di Dio e del prossimo, intanto
ch'essendo preso una volta uno malfattore, a cui doveano essere tratti amenduni
gli occhi, costui, per compassione se ne andò arditamente al rettore in pieno
Consiglio, e con molte lagrime e prieghi divoti addomandò che a sé fusse
tratto un occhio, e al malfattore un altro, acciò ch'e' non rimanesse privato
d'amenduni. Ma veggendo il Rettore e il Consiglio il grande fervore della carità
di questo frate, si perdonarono all'uno e all'altro. Standosi un dì il
sopradetto frate Simone nella selva in orazione e sentendo grande consolazione
nell'anima sua, una schiera di cornacchie con loro gridare gl'incominciarono a
fare noia, di che egli comandò loro nel nome di Gesù Cristo ch'elle si
dovessono partire e non tornarvi più. E partendosi allora li detti uccelli, da
indi innanzi non vi furono mai più veduti né uditi, né ivi né in tutta la
contrada d'intorno. E questo miracolo fu manifesto a tutta la custodia di Fermo,
nella quale era il detto luogo. A laude di Gesù Cristo e del poverello
Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTADUESIMO
Di belli miracoli che fece Iddio per li santi frati frate Bentivoglia,
frate Pietro da Monticello, frate Currado da Offida e come frate Bentivoglia
portò un lebbroso quindici miglia in pochissimo tempo, e all'altro parlò santo
Michele, e all'altro venne la Vergine Maria e puosegli il figliuolo in braccio.
La provincia della Marca d'Ancona fu anticamente, a modo che 'l cielo di stelle,
adornata di santi ed esemplari frati, li quali, a modo che luminari di cielo,
hanno alluminato e adornato l'Ordine di santo Francesco e il mondo con esempi e
con dottrina. Tra gli altri furono in prima frate Lucido Antico, lo quale fu
veramente lucente per santità e ardente per carità divina; la cui gloriosa
lingua, informata dallo Spirito Santo, facea maravigliosi frutti in
predicazione. Un altro fu frate Bentivoglia da Santo Severino, il quale fu
veduto da frate Masseo da San Severino essere levato in aria per grande spazio
istando egli in orazione nella selva; per lo quale miracolo il devoto frate
Masseo, essendo allora piovano, lasciato il piovanato, fecesi frate Minore; e fu
di tanta santità, che fece molti miracoli in vita e in morte, ed è riposto il
corpo suo a Murro. Il sopraddetto frate Bentivoglia, dimorando una volta a Trave
Bonanti solo, a guardare e a servire a uno lebbroso, essendogli in comandamento
del Prelato di partirsi indi e andare a un altro luogo, lo quale era di lungi
quindici miglia, non volendo abbandonare quello lebbroso, con grande fervore di
carità sì lo prese e puoselosi in sulla ispalla e portollo dall'aurora insino
al levare del sole tutta quella via delle quindici miglia infino al detto luogo,
dov'egli era mandato, che si chiamava Monte Sancino. Il quale viaggio, se fusse
istato aquila, non avrebbe potuto in così poco tempo volare: e di questo divino
miracolo fu grande istupore e ammirazione in tutto quello paese. Un altro fu
frate Pietro da Monticello, il quale fu veduto da frate Servodio da Urbino
(allora essendo guardiano nel luogo vecchio d'Ancona) levato da terra
corporalmente cinque ovvero sei braccia insino appiè dello Crocifisso della
chiesa, dinanzi al quale stava in orazione. E questo frate Pietro, digiunando
una volta la quaresima di santo Michele Arcagnolo con grande divozione, e
l'ultimo dì di quella quaresima istandosi in chiesa in orazione, fu udito da un
frate giovane, il quale istudiosamente stava nascosto sotto l'altare maggiore
per vedere qualche atto della sua santità, e udito parlare con santo Michele
Arcagnolo, e le parole che diceano erano queste. Dicea santo Michele:
"Frate Pietro, tu ti se' affaticato fedelemente per me, e in molti modi hai
afflitto il tuo corpo; ecco io sono venuto a consolarti acciò che tu domandi
qualunque grazia tu vuogli, e io te la voglio impetrare da Dio". Rispondea
frate Pietro: "Santissimo Prencipe della milizia celestiale e fedelissimo
zelatore dello amore divino e pietoso protettore delle anime, io t'addomando
questa grazia, che tu mi impetri da Dio la perdonanza delle miei peccati".
Rispuose santo Michele: "Chiedi altra grazia, ché questa t'accatterò io
agevolissimamente". E frate Pietro non domandando nessuna altra cosa,
l'Arcagnolo conchiuse: "Io, per la fede e divozione la quale tu hai in me,
ti procaccio cotesta grazia che tu addimandi e molte altre". E compiuto il
loro parlare, il quale durò per grande spazio, l'Arcagnolo santo Michele si
partì, lasciandolo sommamente consolato. Al tempo di questo santo frate Pietro,
fu il santo frate Currado da Offida, il quale essendo insieme di famiglia nel
luogo di Forano della custodia d'Ancona, il detto frate Currado se ne andò un dì
nella selva a contemplare di Dio, e frate Pietro segretamente andò dirietro a
lui per vedere ciò che gli addivenisse. E frate Currado cominciò a stare in
orazione e pregare divotissimamente la Vergine Maria con grande pietà ch'ella
gli accattasse questa grazia dal suo benedetto Figliuolo, ch'egli sentisse un
poco di quella dolcezza la quale sentì santo Simeone il dì della Purificazione
quand'egli portò in braccio Gesù Salvatore benedetto. E fatta questa orazione,
la misericordiosa Vergine Maria lo esaudì: eccoti ch'apparve la Reina del cielo
col suo Figliuolo benedetto in braccio, con grandissima chiarità di lume; e
appressandosi a frate Currado, sì gli puose in braccio quello benedetto
Figliuolo, il quale egli ricevendo, divotissimamente abbracciandolo e baciandolo
e strignendolosi al petto, tutto si struggeva e risolveva in amore divino e
inesplicabile consolazione. E frate Pietro simigliantemente, il quale di
nascosto vedea ogni cosa, sentì nell'anima sua una grandissima dolcezza e
consolazione. E partendo la Vergine Maria da frate Currado, frate Pietro in
fretta si ritornò al luogo, per non essere veduto da lui; ma poiché quando
frate Currado tornava tutto allegro e giocondo, gli disse frate Pietro: "O
cielico, grande consolazione hai avuta oggi"; dicea frate Currado:
"Che è quello che tu dici, frate Pietro, e che sai tu quello che io
m'abbia avuto?". "Ben so io, ben so, dicea frate Pietro, come la
Vergine Maria col suo benedetto figliuolo t'ha visitato". Allora frate
Currado, il quale come veramente umile desiderava d'essere segreto nelle grazie
di Dio, sì lo pregò che non lo dicesse a persona. E fu sì grande l'amore
d'allora innanzi tra loro due, che un cuore e una anima parea che fusse infra
loro in ogni cosa. E 'l detto frate Currado una volta, nello luogo di Siruolo,
con le sue orazioni liberò una femmina indemoniata orando per lei tutta la
notte e apparendo alla madre sua; e la mattina si fuggì per non essere trovato
e onorato dal popolo. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTATREESIMO
Come frate Currado da Offida convertì un frate giovane, molestando egli
gli altri frati. E come il detto frate giovane morendo, egli apparve al detto
frate Currado, pregandolo che orasse per lui. E come lo liberò per la sua
orazione delle pene grandissime del purgatorio. Il detto frate Currado da
Offida, mirabile zelatore della evangelica povertà e della regola di santo
Francesco, fu di sì religiosa vita e di sì grande merito appo Iddio, che
Cristo benedetto l'onorò, nella vita e nella morte, di molti miracoli. Tra'
quali una volta, essendo venuto al luogo d'Offida forestiere, li frati il
pregarono per l'amore di Dio e della carità, ch'egli ammonisse uno frate
giovane che era in quello luogo, lo quale si portava sì fanciullescamente e
disordinatamente e dissolutamente, che li vecchi e li giovani di quella famiglia
turbava dello ufficio divino, e delle altre regolari osservanze o niente o poco
si curava. Di che frate Currado per compassione di quello giovane e per li
prieghi de' frati, chiamò un dì a sparte il detto giovane e in fervore di
carità gli disse sì efficaci e divote parole d'ammaestramento che con la
operazione della divina grazia colui subitamente diventò, di fanciullo, vecchio
di costumi e sì obbediente e benigno e sollecito e divoto, e appresso sì
pacifico e servente e a ogni cosa virtuosa sì studioso, che come prima tutta la
famiglia era turbata per lui, così per lui tutti n'erano contenti e consolati e
fortemente l'amavano. Addivenne, come piacque a Dio, che pochi di poi dopo
questa sua conversione, il detto giovane si morì, di che li detti frati si
dolsono, e pochi di poi dopo la sua morte, l'anima sua apparve a frate Currado,
istandosi egli divotamente in orazione dinanzi allo altare del detto convento, e
sì lo saluta divotamente come padre; e frate Currado il dimanda: "Chi se'
tu?". Risponde: "Io sono l'anima di quel frate giovane che morì in
questi dì". E frate Currado: "O figliuolo mio carissimo, che è di
te?". Risponde: "Padre carissimo, per la grazia di Dio e per la vostra
dottrina, ènne bene, però ch'io non sono dannato, ma per certi miei peccati,
li quali io non ebbi tempo di purgare sofficientemente, sostegno grandissime
pene di purgatorio; ma io priego te, padre, che, come per la tua pietà mi
soccorresti, quand'io ero vivo, così ora ti piaccia di soccorrermi nelle mie
pene, dicendo per me alcuno paternostro, ché la tua orazione è molto
accettevole nel cospetto di Dio". Allora frate Currado, consentendo
benignamente alle sue preghiere e dicendo una volta il paternostro con requiem
aeternam, disse quella anima: "O padre carissimo, quanto bene e quanto
refrigerio io sento! Ora io ti priego, che tu lo dica un'altra volta". E
frate Currado il dice un'altra volta; e detto che l'ebbe, dice l'anima:
"Santo padre, quando tu ori per me, tutto mi sento alleviare; onde io ti
priego che tu non resti di orare per me". Allora frate Currado, veggendo
che quella anima era così aiutata con le sue orazioni, si disse per lui cento
paternostri, e compiuti che gli ebbe, disse quell'anima: "Io ti ringrazio,
padre carissimo, dalla parte di Dio della carità che hai avuto verso di me,
imperò che per la tua orazione io sono liberato da tutte le pene e sì me ne vo
al regno celestiale". E detto questo, si part' quella anima. Allora frate
Currado, per dare allegrezza e conforto alli frati, loro recitò per ordine
tutta questa visione. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTAQUATTRESIMO
Come a frate Currado apparve la madre di Cristo e santo Giovanni
Vangelista e santo Francesco; e dissegli quale di loro portò più dolore della
passione di Cristo. Al tempo che dimoravano insieme nella custodia d'Ancona, nel
luogo di Forano, frate Currado e frate Pietro sopraddetti (li quali erano due
stelle lucenti nella provincia della Marca e due uomini celestiali); imperciò
che tra loro era tanto amore e tanta carità che uno medesimo cuore e una
medesima anima parea in loro due, e' si legarono insieme a questo patto, che
ogni consolazione, la quale la misericordia di Dio facesse loro, eglino se la
dovessino insieme rivelare l'uno all'altro in carità. Fermato insieme questo
patto, addivenne che un dì istando frate Pietro in orazione e pensando
divotissimamente la passione di Cristo; e come la Madre di Cristo beatissima e
Giovanni Evangelista dilettissimo discepolo e santo Francesco erano dipinti appiè
della croce, per dolore mentale crocifissi con Cristo, gli venne desiderio di
sapere quale di quelli tre avea avuto maggior dolore della passione di Cristo, o
la Madre la quale l'avea generato, o il discepolo il quale gli avea dormito
sopra il petto o santo Francesco il quale era con Cristo crocifisso. E stando in
questo divoto pensiero, gli apparve la vergine Maria con santo Giovanni
Vangelista e con santo Francesco, vestiti di nobilissimi vestimenti di Gloria
beata: ma già santo Francesco parea vestito di più bella vista che santo
Giovanni. E istando frate Pietro tutto ispaventato di questa visione, santo
Giovanni il confortò e dissegli: "Non temere, carissimo frate, imperò che
noi siamo venuti a consolarti e a dichiararti del tuo dubbio. Sappi adunque che
la Madre di Cristo ed io sopra ogni creatura ci dolemmo della passione di
Cristo, ma dopo noi santo Francesco n'ebbe maggiore dolore che nessuno altro, e
però tu lo vedi in tanta gloria". E frate Pietro il domanda:
"Santissimo Apostolo di Cristo, perché pare il vestimento di santo
Francesco più bello che'l tuo?". Risponde santo Giovanni: "La cagione
si è questa: imperò che, quando egli era nel mondo, egli portò indosso più
vili vestimenti che io". E dette queste parole, santo Giovanni diede a
frate Pietro uno vestimento glorioso il quale egli portava in mano e dissegli:
"Prendi questo vestimento, il quale io sì ho arrecato per darloti". E
volendo santo Giovanni vestirlo di quello vestimento, e frate Pietro cadde in
terra istupefatto e cominciò a gridare: "Frate Currado, frate Currado
carissimo, soccorrimi tosto, vieni a vedere cose maravigliose!". E in
queste parole, questa santa visione sparve. Poi venendo frate Currado, sì gli
disse ogni cosa per ordine, e ringraziarono Iddio. A laude di Gesù Cristo e del
poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTACINQUESIMO
Della conversione e vita e miracoli e morte del santo frate Giovanni
della Penna. Frate Giovanni dalla Penna essendo fanciullo e scolare nella
provincia della Marca, una notte gli apparve uno fanciullo bellissimo e
chiamollo dicendo: "Giovanni, va' a santo Stefano dove predica uno de' miei
frati, alla cui dottrina credi e alle sue parole attendi, imperò che io ve l'ho
mandato; e fatto ciò, tu hai a fare uno grande viaggio e poi verrai a me".
Di che costui immantenente si levò su e sentì grande mutazione nell'anima sua.
E andando a santo Stefano, e' trovovvi una grande moltitudine di uomini e di
donne che vi stavano per udire la predica. E colui che vi dovea predicare era un
frate ch'avea nome frate Filippo, il quale era uno delli primi frati ch'era
venuto nella Marca d'Ancona, e ancora pochi luoghi erano presi nella Marca.
Monta su questo frate Filippo a predicare, e predica divotissimamente non parole
di sapienza umana, ma in virtù di spirito santo di Cristo, annunziando il reame
di vita eterna. E finita la predica, il detto fanciullo se ne andò al detto
frate Filippo, e dissegli: "Padre, se vi piacesse di ricevermi all'Ordine,
io volentieri farei penitenza e servirei al nostro Signore Gesù Cristo".
Veggendo frate Filippo e conoscendo nel detto fanciullo una maravigliosa
innocenza e pronta volontà a servire a Dio, sì gli disse: "Verrai a me
cotale dì a Ricanati, e io ti farò ricevere". Nel quale luogo si dovea
fare Capitolo provinciale. Di che il fanciullo, il quale era purissimo, si pensò
che questo fusse il grande viaggio che dovea fare, secondo la rivelazione
ch'egli avea avuto, e poi andarsene a paradiso; così credea fare, immantanente
che fusse ricevuto all'Ordine. Andò dunque e fu ricevuto, e veggendo che li
suoi pensieri non si adempievano allora, dicendo il ministro in Capitolo che
chiunque volesse andare nella provincia di Provenza, per lo merito della santa
obbidienza, egli gli darebbe la licenza; vennegli grande desiderio di andarvi,
pensando nel cuore suo che quello fusse il grande viaggio che dovea fare inanzi
ch'egli andasse a paradiso. Ma vergognandosi di dirlo, finalmente confidandosi
di frate Filippo predetto, il quale l'avea fatto ricevere all'Ordine, sì lo
pregò caramente che gli accattasse quella grazia d'andare nella provincia di
Provenza. Allora frate Filippo veggendo la sua purità e la sua santa
intenzione, sì gli accattò quella licenza onde frate Giovanni con grande
letizia si mosse a andare, avendo questa opinione per certo che, compiuta quella
via, se ne andrebbe in paradiso. Ma come piacque a Dio, egli stette nella detta
provincia venticinque anni in questa espettazione e disiderio, vivendo in
grandissima onestà e santità ed esemplarità, crescendo sempre in virtù e
grazia di Dio e del popolo, ed era sommamente amato da' frati e da' secolari.
Istandosi un dì frate Giovanni divotamente in orazione e piangendo e
lamentandosi, perché il suo desiderio non si adempieva e che 'l suo
pellegrinaggio di cotesta vita troppo si prolungava: gli apparve Cristo
benedetto, al cui aspetto l'anima sua fu tutta liquefatta, e dissegli Cristo:
"Figliuolo frate Giovanni, addomandami ciò che tu vuogli". Ed egli
risponde: "Signore mio, io non so che mi ti addimandare altro che te, però
ch'io non disidero nessuna altra cosa, ma di questo solo ti priego, che tu mi
perdoni tutti li miei peccati e diami grazia che' io ti veggia un'altra volta
quando n'arò maggiore bisogno". Disse Cristo: "Esaudita è la tua
orazione". E detto cotesto si partì, e frate Giovanni rimase tutto
consolato. Alla perfine, udendo li frati della Marca la fama di sua santità,
feciono tanto col Generale, che gli mandò la obbedienza di tornare nella Marca,
la quale obbedienza ricevendo egli lietamente, sì si mise in cammino, pensando
che, compiuta quella via, se ne dovesse andare in cielo, secondo la promessa di
Cristo. Ma tornato ch'egli fu alla provincia della Marca, vivette in essa trenta
anni, e non era riconosciuto da nessuno suo parente, ed ogni dì aspettava la
misericordia di Dio, ch'egli gli adempiesse la promessa. E in questo tempo fece
più volte l'ufficio della guardiania con grande discrezione, e Iddio per lui
adoperò molti miracoli. E tra gli altri doni, ch'egli ebbe da Dio, ebbe spirito
di profezia; onde una volta, andando egli fuori del luogo, uno suo novizio fu
combattuto dal demonio e sì forte tentato, che egli acconsentendo alla
tentazione, diliberò in se medesimo d'uscire dell'Ordine, sì tosto come frate
Giovanni fusse tornato di fuori: la quale tentazione e deliberazione conoscendo
frate Giovanni per ispirito di profezia, immantanente ritorna a casa e chiama a
sé il detto novizio, e dice che vuole che si confessi. Ma in prima ch'egli si
confessi, sì gli recitò per ordine tutta la sua tentazione, secondo che Iddio
gli aveva rivelato, e conchiuse: "Figliuolo, imperò che tu m'aspettasti e
non ti volesti partire sanza la mia benedizione, Iddio t'ha fatta questa grazia,
che giammai di questo Ordine tu non uscirai ma morrai nell'Ordine, colla divina
grazia". Allora il detto novizio fu confermato in buona volontà e
rimanendo nell'Ordine diventò uno santo frate. E tutte queste cose recitò a me
frate Ugolino. Il detto frate Giovanni, il quale era uomo con animo allegro e
riposato e rade volte parlava, ed era uomo di grande orazione e divozione e
spezialmente dopo il mattutino mai non tornava alla cella, ma istava in chiesa
per insino a dì in orazione; stando egli una notte dopo il mattutino in
orazione, sì gli apparve l'Agnolo di Dio e dissegli: "Frate Giovanni, egli
è compiuta la via tua, la quale tu hai tanto tempo aspettata; e però io
t'annunzio dalla parte di Dio che tu addimandi qual grazia tu vuogli. Ed anche
t'annunzio che tu elegga quale tu vuogli, o uno dì in purgatorio, o vuogli
sette dì di pene in questo mondo". Ed eleggendo piuttosto frate Giovanni
li sette dì di pene di questo mondo, subitamente egli infermò di diverse
infermità, ché gli prese la febbre forte, e le gotte nelle mani e nelli piedi,
e 'l mal del fianco e molti altri mali: ma quello che peggio gli facea si era
ch'uno demonio gli stava dinanzi e tenea in mano una grande carta iscritta di
tutti li peccati ch'egli avea mai fatti o pensati e diceagli: "Per questi
peccati che tu hai fatti col pensiero e con la lingua e con le operazioni, tu
se' dannato nel profondo dello inferno". Ed egli non si ricordava di
nessuno bene ch'egli avesse mai fatto, né che fusse nell'Ordine, né che mai vi
fosse stato, ma così si pensava d'essere dannato, come il demonio gli dicea.
Onde quando egli era domandato com'egli stesse, rispondea: "Male, però che
io sono dannato". Veggendo questo i frati, sì mandarono per uno frate
antico ch'avea nome frate Matteo da Monte Robbiano, il quale era uno santo uomo
e molto amico di questo frate Giovanni. E giunto il detto frate Matteo a costui
il settimo dì della sua tribulazione, salutollo o domandollo com'egli stava.
Rispuose, ched egli stava male, perch'egli era dannato. Allora disse frate
Matteo: "Non ti ricordi tu, che tu ti se' molte volte confessato da me, ed
io t'ho interamente assolto di tutti i tuoi peccati? Non ti ricordi tu ancora
che tu hai servito sempre a Dio in questo santo Ordine molti anni? Appresso, non
ti ricordi tu che la misericordia di Dio eccede tutti i peccati del mondo, e che
Cristo benedetto nostro Salvatore pagò, per noi ricomperare infinito prezzo? E
però abbi buona isperanza, ché per certo tu se' salvo". E in questo dire,
imperò ch'egli era compiuto il termine della sua purgazione, si partì la
tentazione e venne la consolazione. E con grande letizia disse frate Giovanni a
frate Matteo: "Imperò che tu se' affaticato e l'ora è tarda, io ti priego
che tu vada a posarti". E frate Matteo non lo volea lasciare; ma pure
finalmente, a grande sua istanza, si partì da lui ed andossi a posare. E frate
Giovanni rimase solo col frate che 'l serviva. Ed ecco Cristo benedetto viene
con grandissimo splendore e con eccessiva soavità d'odore, secondo ch'egli gli
avea promesso d'apparirgli un'altra volta, cioè quando n'avesse maggior bisogno
e sì lo sanò perfettamente da ogni sua infermità. Allora frate Giovanni con
le mani giunte, ringraziando Iddio, che con ottimo fine avea terminato il suo
grande viaggio della presente misera vita, e nelle mani di Cristo raccomandò e
rendette l'anima sua a Dio, passando di questa vita mortale a vita eterna con
Cristo benedetto, il quale egli con si lungo tempo avea disiderato e aspettato
di vedere. Ed è riposto il detto frate Giovanni nel luogo della Penna di Santo
Giovanni. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTASEIESIMO
Come frate Pacifico, istando in orazione, vide l'ariima di frate Umile
suo fratello andare in cielo. Nella detta provincia della Marca, dopo la morte
di santo Francesco, furono due fratelli nell'Ordine, l'uno ebbe nome frate Umile
e l'altro ebbe nome frate Pacifico; li quali furono uomini di grandissima santità
e perfezione: e l'uno, cioè frate Umile, stava in nel luogo di Soffiano ed ivi
si morì, e l'altro istava di famiglia in uno altro luogo assai lungi da lui.
Come piacque a Dio, un dì frate Pacifico, istando in orazione in luogo
solitario, fu ratto in estasi e vide l'anima del suo fratello Umile andare in
cielo diritta, sanza altra ritenzione o impedimento; la quale allora si partia
del corpo. Avvenne che poi, dopo molti anni questo frate Pacifico che rimase, fu
posto di famiglia nel detto luogo di Soffiano, dove il suo fratello era morto.
In questo tempo li frati, a petizione de' signori di Bruforte, mutarono il detto
luogo in un altro; di che, tra l'altre cose, eglino traslatarono le reliquie de'
santi frati ch'erano morti in quello luogo. E venendo dalla sepoltura di frate
Umile, il suo fratello frate Pacifico sì prese l'ossa sue e sì le lavò con
buono vino e poi le rinvolse in una tovaglia bianca e con grande reverenza e
divozione le baciava e piagneva; di che gli altri frati si maravigliavano e non
aveano di lui buono esempio, imperò che essendo egli uomo di grande santità,
parea che per amore sensuale e secolare egli piagnesse il suo fratello, e che più
divozione egli mostrasse alle sue reliquie che a quelle degli altri frati
ch'erano stati non di minore santità che frate Umile, ed erano degne di
reverenza quanto le sue. E conoscendo frate Pacifico la sinistra immaginazione
de' frati soddisfece loro umilmente e disse: "Frati miei carissimi, non vi
maravigliate se alle ossa del mio fratello io ho fatto quello che non ho fatto
alle altre; imperò che, benedetto sia Iddio, e' non mi ha tratto, come voi
credete, amore carnale; ma ho fatto così, però che quando il mio fratello passò
di questa vita, orando io in luogo diserto e remoto da lui, vidi l'anima sua per
diritta via salire in cielo; e però io son certo che le sue ossa sono sante e
debbono essere in paradiso. E se Iddio m'avesse conceduta tanta certezza degli
altri frati, quella medesima reverenza avrei fatta alle ossa loro". Per la
quale cosa li frati, veggendo la sua santa e divota intenzione, furono da lui
bene edificati e laudarono Iddio, il quale fa così maravigliose cose a' santi
suoi frati. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTASETTESIMO
Di quello santo frate a cui la Madre di Cristo apparve, quando era
infermo, ed arrecogli tre bossoli di lattovaro. Nel soprannominato luogo di
Soffiano fu anticamente un frate Minore di sì grande santità e grazia, che
tutto parea divino e spesse volte era ratto in Dio. Istando alcuna volta questo
frate tutto assorto in Dio ed elevato, però ch'avea notabilmente la grazia
della contemplazione, veniano a lui uccelli di diverse maniere e dimesticamente
si posavano sopra le sue spalle e sopra il capo e in sulle mani, e cantavano
meravigliosamente. Era costui molto solitario e rade volte parlava, ma quando
era domandato di cosa veruna, rispondea sì graziosamente e sì saviamente che
parea piuttosto agnolo che uomo, ed era di grandissima orazione e
contemplazione, e li frati l'aveano in grande reverenza. Compiendo questo frate
il corso della sua virtuosa vita, secondo la divina disposizione infermò a
morte, intanto che nessuna cosa potea prendere, e con questo non volea ricevere
medicina nessuna carnale, ma tutta la sua confidenza era nel medico celestiale
Gesù Cristo benedetto e nella sua benedetta Madre; dalla quale egli meritò per
divina clemenza d'essere misericordiosamente visitato e medicato. Onde
standos'egli una volta in sul letto disponendosi alla morte con tutto il cuore e
con tutta la divozione, gli apparve la gloriosa vergine Maria madre di Cristo,
con grandissima moltitudine d'agnoli e di sante vergini, con maraviglioso
splendore, e appressossi al letto suo. Ond'egli ragguardandola prese grandissimo
conforto e allegrezza, quanto all'anima e quanto al corpo, e cominciolla a
pregare umilmente ched ella prieghi il suo diletto Figliuolo che per li suoi
meriti il tragga della prigione della misera carne. E perseverando in questo
priego con molte lagrime, la vergine Maria gli rispuose chiamandolo per nome:
"Non dubitare, figliuolo, imperò ch'egli è esaudito il tuo priego, e io
sono venuta per confortarti un poco, innanzi che tu ti parta di questa
vita". Erano allato alla vergine Maria tre sante vergini, le quali
portavano in mano tre bossoli di lattovaro di smisurato odore e suavità. Allora
la Vergine gloriosa prese e aperse uno di quelli bossoli, e tutta la casa fu
ripiena d'odore; e prendendo con uno cucchiaio di quello lattovaro, il diede
allo infermo, il quale sì tosto come l'ebbe assaggiato, lo infermo sentì tanto
conforto e tanta dolcezza, che l'anima sua non parea che potesse stare nel
corpo; ond'egli incominciò a dire: "Non più, o santissima Madre vergine
benedetta, o medica benedetta e salvatrice della umana generazione; non più,
ch'io non posso sostenere tanta suavità". Ma la pietosa e benigna Madre
pure porgendo ispesso di quello lattovaro allo infermo e facendogliene prendere,
votò tutto il bossolo. Poi, votato il primo bossolo, la Vergine beata prende il
secondo e mettevi dentro il cucchiaio per dargliene; di che costui dolcemente si
rammarica dicendo: "O beatissima Madre di Dio, o se l'anima mia è quasi
tutta liquefatta per l'odore e suavità del primo lattovaro, come potrò io
sostenere il secondo? Io ti priego, benedetta sopra tutti li santi e sopra tutti
gli agnoli, che tu non me ne vogli più dare". Risponde la gloriosa donna:
"Assaggia, figliuolo, pure un poco di questo secondo bossolo". E
dandogliene un poco dissegli: "Oggimai, figliuolo, tu ne hai tanto che ti
può bastare. Confortati, figliuolo, che tosto verrò per te e menerotti al
reame del mio Figliuolo, il quale tu hai sempre desiderato e cercato". E
detto questo, accomiatandosi da lui si partì, ed egli rimase sì consolato e
confortato per la dolcezza di questo confetto, che per più dì sopravvivette
sazio e forte senza cibo nessuno corporale. E dopo alquanti dì, allegramente
parlando co' frati, con grande letizia e giubilo passò di questa misera vita. A
laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTOTTESIMO
Come frate Iacopo dalla Massa vide in visione tutti i frati Minori del
mondo, in visione di uno arbore, e conobbe la virtù e li meriti e li vizi di
ciascuno. Frate Iacopo della Massa, al quale Iddio aperse l'uscio delli suoi
segreti e diedegli perfetta scienza e intelligenza della divina Scrittura e
delle cose future, fu di tanta santità, che frate Egidio da Sciesi e frate
Marco da Montino e frate Ginepro e frate Lucido dissono di lui che non ne
conoscieno nessuno nel mondo appo Dio maggiore che questo frate Iacopo. Io gli
ebbi grande desiderio di vederlo, imperò che pregando io certe cose di spirito,
egli mi disse: "Se tu vuogli essere bene informato nella vita spirituale,
procaccia di parlare con frate Iacopo della Massa, imperò che frate Egidio
disiderava di essere alluminato da lui, e alle sue parole non si può aggiugnere
né scemare; imperò che la mente sua è passata a' segreti celestiali e le
parole sue sono parole dello Spirito Santo, e non è uomo sopra la terra ch'io
tanto disideri di vedere". Questo frate Iacopo, nel principio del ministero
di frate Giovanni da Parma orando una volta fu ratto in Dio e stette tre dì in
questo ratto in estasi, sospeso da ogni sentimento corporale, e istette sì
insensibile, che i frati dubitavano che non fusse morto. E in questo ratto gli
fu rivelato da Dio ciò che dovea essere e addivenire intorno alla nostra
religione; per la qual cosa, quando l'udii, mi crebbe il disiderio di udirlo e
di parlare con lui. E quando piacque a Dio ch'io avessi agio di parlargli, io il
priegai in cotesto modo: "Se vero è questo ch'io ho udito dire di te, io
ti priego che tu non me lo tenga celato. Io ho udito che, quando tu istesti tre
dì quasi morto, tra l'altre cose che Dio ti rivelò fu ciò che dovea
addivenire in questa nostra religione, e questo ha avuto a dire frate Matteo
ministro della Marca, al quale tu lo rivelasti per obbedienza". Allora
frate Iacopo con grande umiltà gli concedette che quello che dicea frate Matteo
era vero. Il dire suo, cioè del detto frate Matteo ministro della Marca, era
questo: "Io so di frate Iacopo al quale Iddio ha rivelato ciò che addiverrà
nella nostra religione, imperò che frate Iacopo dalla Massa m'ha manifestato e
detto che, dopo molte cose che Iddio gli rivelò nello stato della Chiesa
militante, egli vide in visione un arbore bello e grande molto, la cui radice
era d'oro, li frutti suoi erano uomini e tutti erano frati Minori. Li rami suoi
principali erano distinti secondo il numero delle provincie dell'Ordine, e
ciascuno ramo avea tanti frati, quanti v'erano nella provincia improntata in
quello ramo: e allora egli seppe il numero di tutti li frati dell'Ordine e di
ciascuna provincia, e anche li nomi loro e l'età e le condizioni e gli uffici
grandi e le dignità e le grazie di tutti e le colpe. E vide frate Giovanni da
Parma nel più alto luogo del ramo di mezzo di questo arbore; e nelle vette de'
rami, ch'erano d'intorno a questo ramo di mezzo istavano li ministri di tutte le
provincie. E dopo questo vide Cristo sedere su in uno trono grandissimo e
candido, il quale Cristo chiamava santo Francesco, e davagli uno calice pieno di
spirito di vita e mandavalo dicendo: "Va' e visita li frati tuoi, e da'
loro bere di questo calice dello spirito della vita, imperò che lo ispirito di
Satana si leverà contro a loro e percoteragli, e molti di loro cadranno e non
si rileveranno". E diede Cristo a santo Francesco due Agnoli che lo
accompagnassono. E allora venne santo Francesco a porgere il calice della vita
alli suoi frati, e cominciò a porgerlo a frate Giovanni, il quale prendendolo
il bevette tutto quanto in fretta e divotamente, e subitamente diventò tutto
luminoso come il sole. E dopo lui seguentemente santo Francesco il porgeva a
tutti gli altri, e pochi ve n'erano di questi che con debita reverenza e
divozione il prendessino e bevessino tutto. Quelli che 'l prendeano divotamente
e beveanlo tutto, di subito diventavano isplendidi come il sole; e questi che
tutto il versavano e non lo prendeano con divozione diventavano neri e oscuri e
isformati a vedere e orribili, quelli che parte ne beveano e parte ne versavano,
diventavano parte luminosi e parte tenebrosi, e più e meno secondo la misura
del bere e del versare. Ma sopra tutti gli altri, il sopradetto frate Giovanni
era risplendente, il quale più compiutamente avea bevuto il calice della vita,
per lo quale egli avea più profondamente contemplato l'abisso della infinita
luce divina, e in essa avea inteso l'avversità e la tempesta la quale si dovea
levare contra la detta arbore, e crollare e commuovere i suoi rami. Per la qual
cosa il detto frate Giovanni si parte dalla cima del ramo nel quale egli stava
e, discendendo di sotto a tutti li rami, si nascose in sul sodo dello stipite
dello arbore e stavasi tutto pensoso. E frate Bonaventura, il quale avea parte
preso del calice e parte n'avea versato, salì in quello ramo e in quello luogo
onde era disceso frate Giovanni. E stando nel detto luogo, sì gli diventarono
l'unghie delle mani unghie di ferro aguzzate e taglienti come rasoi: di che egli
si mosse di quello luogo dov'egli era salito, e con empito e furore volea
gittarsi contro al detto frate Giovanni per nuocergli. Ma frate Giovanni,
veggendo questo, gridò forte e raccomandossi a Cristo, il quale sedea nel
trono: e Cristo al grido suo chiamò santo Francesco e diegli una pietra focaia
tagliente e dissegli: "Va' con questa pietra e taglia l'unghie di frate
Bonaventura, con le quali egli sì vuole graffiare frate Giovanni, sicché egli
non gli possa nuocere". Allora santo Francesco venne e fece siccome Cristo
gli avea comandato. E fatto questo, sì venne una tempesta di vento e percosse
nello arbore così forte, che li frati ne cadeano a terra, e prima ne cadeano
quelli che aveano versato tutto il calice dello spirito della vita, ed erano
portati dalli demoni in luoghi tenebrosi e penosi. Ma il detto frate Giovanni,
insieme con gli altri che aveano bevuto tutto il calice, furono traslatati dagli
Agnoli in luogo di vita e di lume eterno e di splendore beato. E sì intendea e
discernea il sopradetto frate Iacopo, che vedea la visione, particolarmente e
distintamente ciò che vedea, quanto a' nomi e condizioni e stati di ciascheduno
chiaramente. E tanto bastò quella tempesta contro allo arbore, ch'ella cadde e
il vento ne la portò. E poi, immantanente che cessò la tempesta, della radice
di questo arbore, ch'era d'oro, uscì un altro arbore tutto d'oro, lo quale
produsse foglie e fiori e frutti orati. Del quale arbore e della sua
dilatazione, profondità, bellezza e odore e virtù, è meglio a tacere che di
ciò dire al presente. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO QUARANTANOVESIMO
Come Cristo apparve a frate Giovanni della Vernia. Fra gli altri frati e
santi frati e figliuoli di santo Francesco, i quali, secondo che dice Salomone,
sono la gloria del padre, fu a' nostri tempi nella detta provincia della Marca
il venerabile e santo frate Giovanni da Fermo, il quale, per lo grande tempo che
dimorò nel santo luogo della Vernia ed ivi passò di questa vita, si chiamava
pure frate Giovanni della Vernia; però che fu uomo di singulare vita e di
grande santità. Questo frate Giovanni, essendo fanciullo secolare, disiderava
con tutto il cuore la via della penitenza, la quale mantiene la mondizia del
corpo e dell'anima; onde, essendo ben piccolo fanciullo, egli cominciò a
portare il coretto di maglia e 'l cerchio di ferro alle carni e fare grande
astinenza; e spezialmente quando dimorava con li canonici di santo Pietro di
Fermo, li quali viveano splendidamente, egli fuggia le dilizie corporali e
macerava lo corpo suo con grande rigidità d'astinenza. Ma avendo in ciò i
compagni molto contrari, li quali gli spogliavano il coretto e la sua astinenza
in diversi modi impedivano; ed egli inspirato da Dio pensò di lasciare il mondo
con li suoi amadori, e offerire sé tutto nelle braccia del Crocifisso,
coll'abito del crocifisso santo Francesco. E così fece. Ed essendo ricevuto
all'Ordine così fanciullo e commesso alla cura del maestro delli novizi, egli
diventò sì ispirituale e divoto, che alcuna volta udendo il detto maestro
parlare di Dio, il cuore suo si struggea siccome la cera presso al fuoco; e con
così grande suavità di grazia sì si riscaldava nello amore divino, ched egli,
non potendo istare fermo a sostenere tanta suavità, si levava e come ebbro di
spirito si scorrea ora per l'orto, or per la selva or per la chiesa secondo che
la fiamma e l'empito dello spirito il sospignea. Poi in processo di tempo la
divina grazia continovamente fece questo angelico uomo crescere di virtù in
virtù e in doni celestiali e divine elevazioni e ratti, in tanto che alcuna
volta la mente era levata agli splendori de' Cherubini, alcuna volta agli ardori
de' Serafini, alcuna volta a' gaudii de' Beati, alcuna volta ad amorosi ed
eccessivi abbracciamenti di Cristo, non solamente per gusti ispirituali dentro
ma eziandio per espressi segni di fuori e gusti corporali. E singularmente per
eccessivo modo una volta accese il suo cuore la fiamma del divino amore, e durò
in lui cotesta fiamma ben tre anni; nel quale tempo egli ricevea maravigliose
consolazioni e visitazioni divine e ispesse volte era ratto in Dio, e
brievemente nel detto tempo egli parea tutto affocato e acceso dello amore di
Cristo. E questo fu in sul monte santo della Vernia. Ma imperò che Iddio ha
singolare cura de' suoi figliuoli, dando loro, secondo i diversi tempi, ora
consolazione, ora tribolazione ora prosperità, ora avversità, siccome e' vede
ch'abbisogna loro a mantenersi in umiltà, ovvero per accendere più il loro
desiderio alle cose celestiali; piacque alla divina bontà, dopo li tre anni,
sottrarre dello detto frate Giovanni questo raggio e questa fiamma del divino
amore, e privollo d'ogni consolazione spirituale: di che frate Giovanni rimase
sanza lume e sanza amore di Dio e tutto sconsolato e afflitto e addolorato. Per
la qual cosa egli così angoscioso se ne andava per la selva discorrendo in qua
e in là, chiamando con voce e con pianti e con sospiri il diletto isposo
dell'anima sua, il quale s'era nascosto e partito da lui, e sanza la cui
presenza l'anima sua non trovava requie né riposo; ma in nessun luogo né in
nessun modo egli potea ritrovare il dolce Gesù, né rabbattersi a quelli
soavissimi gusti ispirituali dello amore di Cristo, come gli era usato. E
durogli questa cotale tribulazione per molti dì, nelli quali egli perseverò in
continovo piagnere e in sospirare e in pregare Iddio che gli rendesse per la sua
pietà il diletto isposo dell'anima sua. Alla perfine, quando piacque a Dio
d'avere provato assai la sua pazienza e acceso il suo desiderio, un dì che
frate Giovanni, s'andava per la detta selva così afflitto e tribolato, per
lassezza si puose a sedere accostandosi ad uno faggio, e stava colla faccia
tutta bagnata di lagrime guatando inverso il cielo, ecco subitamente apparve Gesù
Cristo presso a lui nel viottolo onde esso frate Giovanni era venuto ma non
dicea nulla. Veggendolo frate Giovanni e riconoscendolo bene che egli era
Cristo, subitamente se gli gittò a' piedi e con ismisurato pianto il pregava
umilissimamente e dicea: "Soccorrimi, Signore mio, ché sanza te, salvatore
mio dolcissimo, io sto in tenebre e in pianto; e sanza te, Agnello
mansuetissimo, io sto in angoscie e in pene e in paura; sanza te, Figliuolo di
Dio altissimo, io sto in confusione e in vergogna; sanza te io sono ispogliato
d'ogni bene ed accecato, imperò che tu se' Gesù Cristo, vera luce delle anime;
sanza te io sono perduto e dannato, imperò che tu se' vita delle anime e vita
delle vite, sanza te io sono sterile e arido, però che tu se' fontana d'ogni
dono e d'ogni grazia; e sanza te io sono al tutto isconsolato; però che tu se'
Gesù nostra redenzione, amore e disiderio, pane confortativo e vino che
rallegri i cuori degli Agnoli e i cuori di tutti i Santi. Allumina me, maestro
graziosissimo e pastore piatosissimo imperò ch'io sono tua pecorella, benché
indegna sia". Ma perché il desiderio dei santi uomini, il quale Iddio
indugia ad esaudire, sì li accende a maggiore amore e merito, Cristo benedetto
si parte sanza esaudirlo e sanza parlargli niente, e vassene per lo detto
viottolo. Allora frate Giovanni si leva suso e corregli dietro e da capo gli si
gitta a' piedi, e con una santa importunità sì lo ritiene e con divotissime
lagrime il priega e dice: "O Gesù Cristo dolcissimo, abbi misericordia di
me tribolato. Esaudiscimi per la moltitudine della tua misericordia e per la
verità della tua salute, e rendimi la letizia della faccia tua e del tuo
piatoso sguardo, imperò che della tua misericordia è piena tutta la
terra". E Cristo ancora si parte e non gli parla niente, nè gli dà veruna
consolazione; e fa a modo che la madre al fanciullo quando lo fa bramare la
poppa, e fasselo venire dietro piangendo, acciò ch'egli la prenda poi più
volentieri. Di che frate Giovanni ancora con maggiore fervore e disiderio
seguita Cristo; e giunto che egli fu a lui, Cristo benedetto si rivolge a lui e
riguardollo col viso allegro e grazioso, e aprendo le sue santissime e
misericordiosissime braccia sì lo abbracciò dolcissimamente: e in quello
aprire delle braccia vide frate Giovanni uscire dal sacratissimo petto del
Salvatore raggi di luce isplendenti, i quali alluminavano tutta la selva ed
eziandio lui nell'anima e nel corpo. Allora frate Giovanni s'inginocchiò a'
piedi di Cristo; e Gesù benedetto a modo che alla Maddalena, gli porse il piede
benignamente a baciare, e frate Giovanni, prendendolo con somma riverenza, il
bagnò di tante lagrime che veramente egli parea un'altra Maddalena, e sì dicea
divotamente: "Io ti priego, Signore mio, che tu non ragguardi alli miei
peccati, ma per la tua santissima passione e per la isparsione del tuo
santissimo sangue prezioso, resuscita l'anima mia nella grazia del tuo amore,
con ciò sia cosa che questo sia il tuo comandamento, che noi ti amiamo con
tutto il cuore e con tutto l'affetto; il quale comandamento nessuno può
adempiere sanza il tuo aiuto. Aiutami dunque, amantissimo Figliuolo di Dio, sì
ch'io ami te con tutto il mio cuore e con tutte le mie forze". E stando così
frate Giovanni in questo parlare ai pie' di Cristo, fu da lui esaudito e riebbe
da lui la prima grazia, cioè della fiamma del divino amore, e tutto si sentì
rinnovato e consolato; e conoscendo il dono della divina grazia essere ritornato
in lui, Sì cominciò a ringraziare Cristo benedetto e a baciare divotamente li
suoi piedi. E poi rizzandosi per riguardare Cristo in faccia, Gesù gli stese e
porse le sue mani santissime a baciare, e baciate che frate Giovanni l'ebbe, sì
si appressò e accostò al petto di Gesù e abbracciollo e baciollo, e Cristo
similemente abbracciò e baciò lui. E in questo abbracciare e baciare, frate
Giovanni sentì tanto odore divino, che se tutte le spezie odorifere e tutte le
cose odorose del mondo fossono istate raunate insieme, sarebbono parute uno
puzzo a comparazione di quello odore; e in esso frate Giovanni fu ratto e
consolato e illuminato, e durogli quell'odore nell'anima sua molti mesi. E
d'allora innanzi della sua bocca, abbeverata alla fonte della divina sapienza
nel sacrato petto del Salvatore, uscivano parole maravigliose e celestiali, le
quali mutavano li cuori, che 'n chi l'udiva facevano grande frutto all'anima. E
nel viottolo della selva, nel quale stettono i benedetti piedi di Cristo, e per
buono spazio d'intorno, sentia frate Giovanni quello odore e vedea quello
isplendore sempre, quando v'andava ivi a grande tempo poi. Ritornando in sé poi
frate Giovanni dopo quel ratto e disparendo la presenza corporale di Cristo,
egli rimase così illuminato nell'anima, nello abisso della sua divinità, che
bene che non fosse uomo litterato per umano studio, nientedimeno egli
maravigliosamente solvea e dichiarava le sottilissime quistioni ed alte della
Trinità divina e li profondi misteri della santa Iscrittura. E molte volte poi
parlando dinanzi al Papa e i cardinali e re e baroni e a' maestri e dottori,
tutti li mettea in grande stupore per le alte parole e profondissime sentenze
che dicea. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO CINQUANTESIMO
Come dicendo messa il dì de' morti, frate Giovanni della Vernia vide
molte anime liberate del purgatorio. Dicendo una volta il detto frate Giovanni
la messa il dì dopo Ognissanti per tutte l'anime de' morti, secondo che la
Chiesa ha ordinato, offerse con tanto affetto di carità e con tanta piatà di
compassione quello altissimo Sacramento (che per la sua efficacia l'anime de'
morti desiderano sopra tutti gli altri beni che sopra tutto a loro si possono
fare) ch'egli parea tutto che si struggesse per dolcezza di pietà e carità
fraterna. Per la qual cosa in quella messa levando divotamente il corpo di
Cristo e offerendolo a Dio Padre e pregandolo che per amore del suo benedetto
figliuolo Gesù Cristo, il quale per ricomperare le anime era penduto in croce,
gli piacesse liberare delle pene del purgatorio l'anime de' morti da lui create
e ricomperate; immantanente egli vide quasi infinite anime uscire di purgatorio,
a modo che faville di fuoco innumerabili ch'uscissono d'una fornace accesa, e
videle salire in cielo per li meriti della passione di Cristo, il quale ognindì
è offerto per li vivi e per li morti in quella sacratissima ostia, degna
d'essere adorata in secula seculorum. A laude di Gesù Cristo e del poverello
Francesco. Amen.
CAPITOLO CINQUANTUNESIMO
Del santo frate Iacopo da Fallerone; e come, poi che morì apparve a
frate Giovanni della Vernia. Al tempo che frate Iacopo da Fallerone, uomo di
grande santità, era gravemente infermo nel luogo di Molliano nella custodia di
Fermo; frate Giovanni della Vernia, il quale dimorava allora al luogo della
Massa, udendo della sua infermità, imperò che lo amava come suo caro padre, si
puose in orazione per lui pregando Iddio divotamente con orazione mentale ch'al
detto frate Iacopo rendesse sanità del corpo, se fusse il meglio dell'anima. E
istando in questa divota orazione, fu ratto in estasi e vide in aria un grande
esercito d'Agnoli e Santi sopra la cella sua, ch'era nella selva, con tanto
splendore, che tutta la contrada dintorno n'era illuminata. E fra questi Agnoli
vide questo frate Iacopo infermo, per cui egli pregava, istare in vestimenti
candidi tutto risplendiente. Vide ancora tra loro il padre beato santo Francesco
adornato delle sacre Istimate di Cristo e di molta gloria. Videvi ancora e
riconobbevi frate Lucido santo, e frate Matteo antico dal monte Rubbiano e più
altri frati, li quali non avea mai veduti né conosciuti in questa vita. E
ragguardando così frate Giovanni con grande diletto quella beata schiera di
Santi, sì gli fu rivelata di certo la salvazione dell'anima del detto frate
infermo, e che di quella infermità dovea morire, ma non così di subito, e dopo
la morte dovea andare a paradiso, però che convenia un poco purgarsi in
purgatorio. Della quale rivelazione il detto frate Giovanni aveva tanta
allegrezza per la salute della anima, che della morte del corpo non si sentia
niente, ma con grande dolcezza di spirito il chiamava tra se medesimo dicendo:
"Frate Iacopo, dolce padre mio; frate Iacopo, dolce mio fratello; frate
Iacopo, fedelissimo servo e amico di Dio; frate Iacopo, compagno degli Agnoli e
consorto de' Beati". E così in questa certezza e gaudio ritornò in sé, e
incontanente si partì dal luogo e andò a visitare il detto frate Iacopo a
Molliano. E trovandolo sì gravato che appena potea parlare, sì gli annunziò
la morte del corpo e la salute e gloria dell'anima, secondo la certezza che ne
aveva per la divina rivelazione, di che frate Iacopo tutto rallegrato nello
animo e nella faccia, lo ricevette con grande letizia e con giocondo riso,
ringraziandolo delle buone novelle che gli apportava e raccomandandosi a lui
divotamente. Allora frate Giovanni il pregò caramente che dopo la morte sua
dovesse tornare a lui a parlargli del suo stato; e frate Iacopo glielo promise,
se piacesse a Dio. E dette queste parole, appressandosi l'ora del suo
passamento, frate Iacopo cominciò a dire divotamente quello verso del salmo: In
pace in idipsum dormiam et requiescam, cioè a dire: "In pace in vita
eterna m'addormenterò e riposerò"; e detto questo verso, con gioconda e
lieta faccia passò di questa vita. E poi che fu soppellito, frate Giovanni si
tornò al luogo della Massa e aspettava la promessa di frate Iacopo, che
tornasse a lui il di ch'avea detto. Ma il detto dì orando egli, gli apparve
Cristo con grande compagnia d'Agnoli e Santi, tra li quali non era frate Iacopo;
onde frate Giovanni, maravigliandosi molto, raccomandollo a Cristo divotamente.
Poi il dì seguente, orando frate Giovanni nella selva, gli apparve frate Iacopo
accompagnato dagli Agnoli, tutto glorioso e tutto lieto, e dissegli frate
Giovanni: "O padre carissimo, perché non se' tu tornato a me il dì che tu
mi promettesti?". Rispuose frate Iacopo: "Però ch'io avevo bisogno
d'alcuna purgazione; ma in quella medesima ora che Cristo t'apparve e tu me gli
raccomandasti, Cristo te esaudì e me liberò d'ogni pena. E allora io apparii a
frate Iacopo della Massa, laico santo, il quale serviva messa e vide l'ostia
consecrata, quando il prete la levò, convertita e mutata in forma d'uno
fanciullo vivo bellissimo, e dissigli: "Oggi con quello fanciullo me ne vo
al reame di vita eterna, al quale nessuno puote andare sanza lui". E dette
queste parole, frate Iacopo sparì e andossene in cielo con tutta quella beata
compagnia degli Agnoli; e frate Giovanni rimase molto consolato. Morì il detto
frate Iacopo da Fallerone la vigilia di santo Iacopo apostolo nel mese di
luglio, nel sopradetto luogo di Molliano, nel quale per li suoi meriti la divina
bontà adoperò dopo la sua morte molti miracoli. A laude di Gesù Cristo e del
poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO CINQUANTADUESIMO
Della visione di frate Giovanni della Vernia, dove egli conobbe tutto
l'ordine della santa Trinità. Il sopraddetto frate Giovanni della Vernia, imperò
che perfettamente aveva annegato ogni diletto e consolazione mondana e
temporale, e in Dio aveva posto tutto il suo diletto e tutta la sua speranza, la
divina bontà gli donava maravigliose consolazioni e revelazioni, e spezialmente
nelle solennità di Cristo, onde appressandosi una volta la solennità della
Natività di Cristo, nella quale di certo egli aspettava consolazione da Dio
della dolce umanità di Gesù, lo Spirito santo gli mise nell'animo suo così
grande ed eccessivo amore e fervore della carità di Cristo, per la quale egli
s'era aumiliato a prendere la nostra umanità, che veramente gli parea che
l'anima gli fusse tratta del corpo e ch'ella ardesse come una fornace. Lo quale
ardore non potendo sofferire, s'angosciava e struggevasi tutto quanto e gridava
ad alta voce, imperò che per lo impeto dello Spirito santo e per lo troppo
fervore dello amore non si potea contenere del gridare. E in quell'ora che
quello smisurato fervore, gli venia con esso sì forte e certa la speranza della
sua salute, che punto del mondo non credea che, se allora fusse morto dovesse
passare per lo purgatorio. E questo amore gli durò bene da sei mesi, benché
quello eccessivo fervore non avesse così di continovo, ma gli venia a certe ore
del dì. E in questo tempo poi ricevette maravigliose visitazioni e consolazioni
da Dio; e più volte fu ratto, siccome vide quel frate il quale da prima
iscrisse queste cose. Tra le quali, una notte fu sì elevato e ratto in Dio, che
vide in lui creatore tutte le cose create e celestiali e terrene e tutte le loro
perfezioni e gradi e ordini distinti. E allora conobbe chiaramente come ogni
cosa creata si presentava al suo Creatore, e come Iddio è sopra e dentro e di
fuori e dallato a tutte le cose create. Appresso conobbe uno Iddio in tre
persone e tre persone in un Iddio, e la infinita carità la quale fece il
Figliuolo di Dio incarnare per obbidienza del Padre. E finalmente conobbe in
quella visione siccome nessuna altra via era, per la quale l'anima possa andare
a Dio e avere vita eterna, se non per Cristo benedetto, il quale è via e verità
e vita dell'anima. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco. Amen.
CAPITOLO CINQUANTATREESIMO
Come, dicendo messa, frate Giovanni della Vernia cadde come fosse morto.
Al detto frate Giovanni in nel sopraddetto luogo di Molliano, secondo che
recitarono li frati che vi erano presenti, addivenne una volta questo mirabile
caso, che la prima notte dopo l'ottava di santo Lorenzo e infra l'ottava
dell'Assunzione della Donna, avendo detto mattutino in chiesa con gli altri
frati, e sopravvenendo in lui l'unzione della divina grazia, e' se ne andò
nell'orto a contemplare la passione di Cristo e a disporsi con tutta la sua
devozione a celebrare la messa, la quale gli toccava la mattina a cantare. Ed
essendo in contemplazione della parola della consacrazione del corpo di Cristo,
cioè: Hoc est corpus meum e considerando la infinita carità di Cristo, per la
quale egli ci volle non solamente comperare col suo sangue prezioso, ma eziandio
lasciarci per cibo delle anime il suo corpo e sangue degnissimo; gli cominciò a
crescere in tanto fervore e in tanta soavità l'amore del dolce Gesù, che già
non potea più sostenere l'anima sua tanta dolcezza, ma gridava forte e come
ebbro di spirito tra se medesimo non ristava di dire: Hoc est corpas meum: però
che dicendo queste parole, gli parea vedere Cristo benedetto con la vergine
Maria e con moltitudine d'Agnoli. E in questo dire era alluminato dallo Spirito
santo di tutti i profondi e alti misteri di quello altissimo Sacramento. E fatta
che fu l'aurora egli entrò in chiesa con quel fervore di spirito e con quella
ansietà e con quello dire, non credendo essere udito né veduto da persona, ma
in coro era alcuno frate in orazione il quale udiva e vedeva tutto. E non
potendo in quello fervore contenersi per l'abbondanza della divina grazia,
gridava ad alta voce; e tanto stette in questo modo, che fu ora di dire messa;
onde egli s'andò a parare allo altare e cominciò la messa. E quanto più
procedeva oltre, tanto più gli cresceva l'amore di Cristo e quello fervore
della divozione, col quale e' gli era dato un sentimento di Dio ineffabile, il
quale egli medesimo non sapea né potea poi esprimere con la lingua. Di che
temendo egli che quello fervore e sentimento di Dio crescesse tanto che gli
convenisse lasciare la messa, fu in grande perplessità e non sapea che parte si
prendere, o di procedere oltre nella messa o di stare a aspettare. Ma imperò
che altra volta gli era addivenuto simile caso, e 'l Signore avea sì temperato
quello fervore che non gli era convenuto lasciare la messa; confidandosi di
potere così fare questa volta, con grande timore si mise a procedere oltre
nella messa; e pervenendo insino al Prefazio della Donna, gli cominciò tanto a
crescere la divina illuminazione e la graziosa soavità dello amore di Dio, che
vegnendo a Qui pridie quam, appena potea sostenere tanta soavità e dolcezza.
Finalmente giugnendo all'atto della consecrazione, e detto la metà delle parole
sopra l'ostia, cioè <I>Hoc est enim, </I>per nessuno modo potea
procedere più oltre, ma pure repetia queste medesime parole, cioè <I>Hoc
est enim; </I>e la cagione perché non potea procedere più oltre, si era
che e' sentia e vedea la presenza di Cristo con moltitudine di Agnoli, la cui
maestà non potea sofferire; e vedea che Cristo non entrava nella ostia, né
ovvero che l'ostia non si transustanziava nel corpo di Cristo se egli non
proferia l'altra metà delle parole, cioè <I>corpus meum. </I>Di
che stando egli in questa ansietà e non procedendo più oltre, il guardiano e
gli altri frati ed eziandio molti secolari ch'erano in chiesa ad udire la messa,
s'appressarono allo altare e stavano ispaventati a vedere e a considerare gli
atti di frate Giovanni; e molti di loro piagnevano per divozione. Alla perfine,
dopo grande spazio, cioè quando piacque a Dio, frate Giovanni proferì
<I>Corpus meam </I>ad alta voce; e di subito la forma del pane isvanì,
e nell'ostia apparì Gesù Cristo benedetto incarnato e glorificato, e
dimostrogli la umiltà e carità la quale il fece incarnare della vergine Maria
e la quale il fa venire ognindì nelle mani del sacerdote quando consacra
l'ostia. Per la qual cosa egli fu più elevato in dolcezza di contemplazione.
Onde levato ch'egli ebbe l'ostia e il calice consacrato, egli fu ratto fuori di
se medesimo; ed essendo l'anima sospesa dalli sentimenti corporali, il corpo suo
cadde indietro, e se non che fu sostenuto dal guardiano, il quale gli stava
dietro, cadea supino in terra. Di che, accorrendovi li frati e li secolari
ch'erano in chiesa, uomini e donne, ne fu portato in sagrestia come morto, imperò
che il corpo suo era raffreddato come corpo morto, e le dita delle mani si erano
rattrappate sì forte che non si poteano appena distendere punto o muovere. In
questo modo giacque così tramortito ovvero ratto insino a terza; ed era di
state. E però ch'io, il quale fui a questo presente, disiderava molto di sapere
quello che Iddio avea adoperato inverso lui, immantanente che egli fu ritornato
in sé, andai a lui e priega 'lo per la carità di Dio ch'egli mi dovesse dire
ogni cosa. Onde egli, perché si fidava molto di me, mi innarrò ogni cosa molto
per ordine; e tra l'altre cose egli mi disse che, considerando egli il corpo e
'l sangue di Gesù Cristo anche innanzi, il suo cuore era liquido come una cera
molto istemperata, e la carne sua gli parea che fosse sanza ossa per tale modo,
che questi non potea levare le braccia né le mani a fare il segno della croce
sopra l'ostia né sopra il calice. Anche sì mi disse che, innanzi che si
facesse prete, gli era stato rivelato da Dio ch'egli dovea venire meno nella
messa; ma, però che già avea detto molte messe e non gli era quello
addivenuto, pensava che la rivelazione non fosse stata da Dio. E nientedimeno
cinque anni innanzi all'Assunzione della Donna, nella quale il sopraddetto caso
gli addivenne, anco gli era da Dio istato rivelato che in quel caso gli avea a
divenire intorno alla detta festa dell'Assunzione, ma poi non se ne ricordava
della detta rivelazione. A laude di Gesù Cristo e del poverello Francesco.
Amen.