I FIORETTI DI FRATE INNOCENZO
Don
Lino Ertani - VICE POSTULAZIONE Causa di Canonizzazione B. INNOCENZO DA BERZO
SS. Annunciata - 25052 Piancogno (BS)
1844
-19 Marzo. Nasce a Niardo, paese materno, da Pietro Scalvinoni e Francesca
Poli. Viene battezzato col nome di Giovanni.
1855
- È alunno del collegio di Lovere.
1861
- Entra nel Seminario Vescovile di Brescia.
1867
- 2 Giugno. È ordinato sacerdote da Mons. Verzeri e destinato come coadiutore
alla parrocchia di Cevo.
1869
- È nominato Vice Rettore del Seminario di Brescia.
1870
- Viene assegnato come coadiutore e vice parroco alla Parrocchia di Berzo
Inferiore, sua patria.
1874
-13 Aprile. Entra tra i Frati Minori Cappuccini nel convento dell'Annunziata
di Borno. Fa la vestizione e gli viene imposto il nome di Fra Innocenzo da
Berzo.
1878
- 2 Maggio. Emette la professione religiosa solenne.
1890
- 3 Marzo. Muore nel convento dei Cappuccini di Bergamo.
1890
- 28 Settembre. La sua salma è trionfalmente trasportata a Berzo Inferiore e
sepolta in una cappella del locale cimitero.
1919
- Introduzione della causa di beatificazione.
1961
-12 Novembre. Papa Giovanni XXIII lo proclama Beato. La sua salma è venerata
nella Chiesa parrocchiale di Berzo Inferiore.
I
frati Cappuccini hanno già scritto molto di Frate Innocenzo da Berzo.
I
preti nulla o quasi.
Eppure
non si può ignorare il fatto che il Beato Innocenzo, prima di essere frate, fu
prete diocesano Bresciano e che ha iniziato la costruzione dell'edificio della
sua santità nell'ambito di un parrocchia Camuna, nel Seminario di Brescia e poi
come membro attivo del presbiterio diocesano.
Nell'Ordine
dei Cappuccini Egli perfezionò e portò a compimento una impresa - quella di
farsi santo - di cui aveva già messo solide fondamenta, soprattutto nei sette
anni di ministero pastorale nella nostra chiesa locale.
Non
pretendo certamente di ovviare alla lacuna: il mio vuol essere soltanto un tenue
contributo alla conoscenza ed alla glorificazione di questo sacerdote e
religioso.
È
un piccolo omaggio sincero e devoto.
Spero
che nessuno pretenderà di leggere queste pagine con l'atteggiamento del critico
storico o letterario.
Assicuro
che molto di quanto racconto l'ho raccolto, già dai tempi della mia
giovinezza, dalla viva voce di persone anziane che avevano conosciuto il
fratino. Sono perciò episodi finora inediti. Ricordo con particolare affetto i
venerandi sacerdoti don Regazzoli e don Giacomelli ed alcuni cari familiari ed
amici che ora non sono più.
Molti
altri fioretti li ho tolti dalle biografie già pubblicate del Beato Innocenzo.
Ho colto quelli che a me parvero più suggestivi, facendone una mia lettura
che spero mi sarà consentita, avendo scelto di narrare i fatti nello stile del
fioretto.
Al di là di ogni giudizio
superficiale od affrettato che fu dato di questo sacerdote e di questo frate santo,
ritorna, sempre attuale, la definizione di Papa Giovanni XXIII nel discorso
della Beatificazione del fratino che io stesso ascoltai in S. Pietro, la sera
del 12 novembre 1961.
«È
un Santo moderno, un Santo per il nostro tempo!».
Forse
qualcuno non ha compreso e non comprende tuttora la vera e grande personalità
di questo sacerdote che scelse di vivere fino in fondo la risposta alla
vocazione divina, secondo le dimensioni di Cristo, e che, fattosi frate, si
ispirò al modello del Santo di Assisi, rivivendo in sé, eroicamente, lo
spirito e il carisma delle origini francescane.
Dopo
un evento della portata del Concilio Vaticano II e il rinnovamento della
mentalità da esso prodotto, appare davvero attuale la figura e l'azione di
questo umilissimo santo, tutto nascosto con Cristo in Dio, ma sensibilissimo
anche alle attese dei fratelli. Il suo messaggio, non facile da capire, ci appare
sempre più leggibile, nella chiara ottica del «...nos stulti propter Christum!».
DLE
«Venendo una volta Frate Innocenzo dall'Annunziata a Breno, corsegli incontro un giovane dabbene che pregavalo di una benedizione e volea stringergli la mano e baciargliela... Rispose il Beato Innocenzo: - No, che son peccatore!».
Con
questo umilissimo fioretto e sul tono di questo stile inizierebbe, forse, a
parlare di Frate Innocenzo da Berzo l'anonimo autore dei "Fioretti di Santo
Francesco", se il nostro Beato fosse vissuto ai tempi del Poverello. Ma
l'umile Fratino di Valcamonica non trovò chi raccolse nella forma classica i
cento e cento fioretti della sua santa vita. Essi rimasero scritti nella memoria
dei poveri di spirito della Sua generazione che li conservarono gelosamente e li
raccontarono ai figli con devozione affettuosa.
E rimangono così, i fioretti del
nostro Poverello: vivissimi, ma pudichi, col sapore delle semplici cose, col
profumo di un cespo di viole che a stento scopriresti dove sia sbocciato.
Avrà
avuto sì e no dieci anni. Giovannino Scalvinoni, d'estate, passava lunghi
periodi a Niardo, in casa di zio Francesco (zio Checo) che lo amava come un
padre.
Il
ragazzo accompagnava volentieri lo zio quando usciva nei campi o nei pascoli.
Gli
piaceva soprattutto il tempo della fienagione: il futuro figlio di S.
Francesco si estasiava nei prati trapunti di fiori.
Un
giorno Giovannino raccolse un mazzetto di fiorellini alpestri, i
profumatissimi ciclamini del sottobosco.
-
Zio, questi li porto alla Madonna del «Santèl» quando ritorniamo a casa.
Ma
poi ripensandoci: - Si appassiranno presto perché non ho niente da metterci
l'acqua per tenerli freschi...
Lo
zio lo incoraggiò:
-
Ti presterò il mio «codér» (il cosciale che contiene la cote).
Era
quello che ci voleva. Scavato nel legno dolce a forma conica allungata, poteva
contenere un po' d'acqua, come un vasetto. Giovannino s'illuminò di gioia.
Andò
al torrente, attinse un po' d'acqua, e corse a mettere i fiori con il loro
recipiente dinanzi alla Madonna del «Santèl». Qualche Ave Maria recitata con
lo zio che s'era tolto il cappello e si tergeva il sudore dalla fronte e poi
via, a casa per una parca cena e il meritato riposo.
All'indomani,
di buon ora, Giovannino con lo zio è già sulla strada sassosa che porta
verso i prati, tra i castagneti in fiore.
-
Ave Maria, benedeta stèla dela dé!... Ave Maria, stella benedetta del
mattino...
Ma
sul rozzo gradino della santella i ciclamini sono sparsi alla rinfusa, ormai
appassiti, e il «codér» di zio Checo è sparito.
Giovannino
ha gli occhi pieni di lacrime. - Beh, pazienza, dice zio Checo, ne costruirò
un altro col mio falcetto affilato... e di fiori ce ne sono tanti nel bosco.
Ma
Giovannino continua a camminare con la testa bassa.
Non
gli importava che qualcuno avesse rubato il «codér» e disperso i suoi
fiorellini. Gli rincresceva molto che ci fosse qualcuno al mondo che non
voleva bene a Maria, la madre del Signore.
Sulle
montagne di Niardo, tra le abetaie che profumano di resina, il lavoro dell'uomo,
fin dai tempi remoti, ha ricavato degli ampi spazi erbosi, destinati al pascolo.
I
contadini vi portavano le mucche a pascolare in primavera, in attesa di salire
più in alto, sulle malghe, nella stagione estiva.
Zio
Francesco, quella volta, portò con se anche Giovannino: gli farà bene l'aria
balsamica dei monti, pensava, e la vita semplice nella baita lo rafforzerà.
Vicino alla baita dello zio c'erano altre baite con altri ragazzi che facevano
i pastorelli.
Essi
già conoscevano il carattere taciturno di Giovannino che se ne stava volentieri
da solo, un po' timido e assai delicato...
-
Gli facciamo uno scherzo a quello lì? - Propone il più vivace.
-
Che cosa vuoi fargli? - E, tutti insieme, escogitano un tiro birbone. Mettono
nell`"ornel" un po' di acqua di sorgente e poi invitano Giovannino
ad aiutarli... per far venire il burro...
L"'ornel",
una rustica zangola, era così chiamato perché fatto di legno di avorniello, un
legno dolce che cresce nel bosco ceduo.
Le
sue assicelle, abilmente incastrate a cilindro, formano un alto secchio ben
compatto. Dentro ci si mette la panna, quindi il recipiente viene chiuso da
un coperchio forato nel mezzo, nel quale si introduce un lungo bastone, che,
manovrato a stantuffo, surriscalda leggermente la panna che si condensa,
fino a solidificarsi in una massa burrosa.
-
Aiutaci, dai, Giuanì, siamo stanchi di tirare su e giù questo bastone...
dacci una mano anche tu, non fingere di non essere capace.
Giovannino
afferra il bastore della zangola e si affatica e suda all'inverosimile e ce la
mette tutta, con quanta forza ha in corpo.
I
monelli, intanto, si strizzano l'occhio e si preparano a fare una grossa risata,
quando l'ingenuo ragazzino avrà scoperto l'inganno.
Dopo
poco tempo Giovannino dice ai compagni:
-
Ecco, ora mi pare che la panna sia diventata dura... si è fatto il burro -.
Quelli si avvicinano incuriositi, sollevano il coperchio dell`"ornel"
ed ecco, sul fondo, un bel pane di burro fresco, immerso nel suo latticello...
I
pastorelli sono esterefatti, diventano seri... e poi se ne vanno mogi, in
silenzio. Evidentemente non stanno sempre in silenzio. La cosa si viene a
sapere. Ma zio Francesco commenta:
-
Scherzetti, "bòte de gnarèi" (frottole di ragazzi), - commenta.
Quando,
dopo molti anni, correrà voce che Fra' Innocenzo, già Giovannino Scalvinoni e
pastorello, è un santo che sa fare perfino i miracoli, qualcuno tra gli antichi
monelli, ricorderà il fatto dell'acqua pura... mutata in burro, là nella
baita, tra gli abeti, sulla montagna di Niardo.
Giovannino
avrà avuto sì e no otto anni ed era salito con lo zio Checo fin sul monte
Stabio dove stavano le mucche all'alpeggio.
Le
bestie mansuete e docili riconobbero subito la voce del loro padrone che le chiamava
per nome ad una, ad una.
Poi
le sospinse sui verdi pascoli. A Giovannino diede in mano un bastone: - Se si
allontanano troppo tu chiama il cane e aizzalo perché freni il vagabondare di
qualche manzetta più giovane...
È
una splendida giornata d'estate. Il sole inonda di limpida luce i pascoli in
fiore. Il ragazzo si incanta nell'ammirare la chiostra dei monti immersa nel
cielo. Tra le rocce c'è ancora qualche brandello di neve sporca e nei prati,
verdissimi, è sbocciata una costellazione di fiorellini alpestri: ci sono
genzianelle, anemoni d'oro, violette multicolori.
Ma
ecco: una nuvola nera, venuta da chissà dove, avanza veloce nel cielo; altre
la seguono, di color piombo, salendo su dalla valle e si addensano insieme
fino ad oscurare il sole... E poi lampi e fulmini e fragore di tuoni... e giù
pioggia scrosciante a raffiche. Le mucche sono atterrite, il cane abbaia,
mugolando, lo zio corre qua e là nella bufera per riunire la sua mandria e
portarla al riparo sotto una rudimentale tettoia di scorze d'abete.
La
tempesta si fa sempre più violenta e tutta la montagna è avvolta da una nebbia
cupa che sembra uscita dagli anfratti delle rocce e sospinta da uno spirito
cattivo...
Finalmente
zio Checo riesce a mettere al sicuro la sua mandria. Mah, e Giovannino?, Non era
qui dietro che mi seguiva col cane? Dov'è rimasto il ragazzino? Il buon uomo è
angosciato.
Corre
fuori, nella tempesta, a cercare il suo nipotino e lo chiama con quanta voce ha
in gola. Gli viene un sospetto: che si sia rifugiato là, sotto le rocce, in una
piccola grotta?
Giovannino
s'era nascosto lì. Aveva trovato un rametto secco e l'aveva legato col suo
fazzoletto al bastone da pastorello, a forma di croce. Poi si era messo a
pregare, come aveva visto fare il parroco nella processione delle Rogazioni, e
canticchiava:
A
fulgure et tempestate, libera nos Domine! (dalle
saette e dalla grandine, liberaci o Signore!).
Lo
zio piange di gioia, stringe al cuore il suo nipotino e lo porta, quasi di peso,
fino al capanno dei mandriani.
Subito
le nubi tempestose si diradano, la bufera si allenta e scompare... la nebbia fugge
sospinta dal vento e svanisce.
E,
di lì a poco, ritorna a brillare uno splendido sole.
I
"Baligordoni"
Margherita
Scalvinoni era cugina diretta di don Giovanni.
Era
una bella ragazza, molto generosa, che aiutava e teneva volentieri compagnia a
mamma Francesca.
Un
giorno Margherita ebbe un dubbio. Chissà perché don Giovanni non mi alza mai
gli occhi addosso neppure quando mi rivolge la parola. Lo fa sempre con la testa
bassa, quasi forzatamente.
Si
confidò con mamma Francesca:
-
Forse sarà meglio che io non venga più in casa vostra, cara zia, ho
l'impressione che don Giovanni non veda bene la mia presenza... non mi guarda
mai...
-
Sta tranquilla, cara te, non vedi che fa così anche con me, che sono la sua
mamma? Una volta Margherita fu mandata dalla zia Francesca in chiesa per cercare
don Giovanni che non era più rientrato a casa, benché la messa fosse
terminata ormai da due ore.
La
ragazza trova il giovane prete lì, in chiesa, seduto presso l'altare della
Madonna, con l'occhio fisso nel vuoto, senza quasi dare segno di vita.
Corre
subito a casa:
-
Zia, don Giovanni è di nuovo preso dai suoi «baligordoni» (svenimenti).
La
gente di allora chiamava così quegli stati di insensibilità alle cose esterne,
quei deliqui dai quali era spesso preso il Beato, soprattutto quando pregava in
chiesa.
-
Sarà il digiuno. Oh, povera me, glielo raccomando sempre di tornare a casa a
prendere qualche cosa dopo la messa... mi morirà di debolezza. E corre in
chiesa, a sua volta, per cercare di scuotere il figlio da quel misterioso
torpore. Ma non c'è nulla da fare.
Allora
andò da un vicino che faceva il carrettiere:
-
Momolo, per favore, attacca subito il carretto e portami a casa il mio don
Giovanni che sta male, molto male...
Il
buon uomo caricò di peso il giovane prete sul suo carretto e lo portò a casa.
E
la gente, nel vederlo passare, diceva:
-
Povero don Giovanni, patisce i «baligordoni», è molto malato. Speriamo che
non si tratti di mal caduco o di qualche altro brutto male...
Ma
lo svenimento del giovane prete dipendeva da quel male, che conoscono soltanto
i mistici, quando l'anima sembra uscire dal corpo per inabissarsi in Dio.
Di
questo fioretto hanno già detto in molti perché ha certamente commosso i
contemporanei di frate Innocenzo. Dunque, quando don Giovanni Scalvinoni
faceva il curato, mamma Francesca era solita allevare alcuni polli coi resti
della sua povera cucina, coi radicchi e gli erbaggi raccolti sul ciglio delle
strade.
Ci
teneva a rallegrare la mensa nei giorni di festa solenne con il pollo lesso e,
magari, ripieno, che per la povera gente di allora era una pietanza da re.
E
poi c'era sempre quella preoccupante debolezza fisica del suo don Giovannino che
andava curata. Un buon brodo di pollo nostrano, almeno alla festa, avrebbe dato
vigore all'esile voce del suo pretino perché potesse meglio annunciare il
Vangelo.
Ma
don Giovanni era del parere che, se a lui poteva far bene il brodo di pollo, ad
altri, malati e poverissimi, poteva certamente giovare un po' di quella carne
tenera e saporita.
Fu
così che - e questo avvenne più volte - il pollo messo a bollire dalla mamma
nella pentola... prendeva il volo, mentre la povera donna era intenta ad altre
faccende domestiche.
Quando
si avvicinava l'ora del pranzo la mamma frugava invano col forchettone per
infilzare il pollo bollito... nella pentola non c'era che acqua...
-
Don Giovanni, l'avete preso voi il pollo che avevo messo a bollire?
-
Sì, mamma, l'ho portato ad un malato. Se vedeste in che stato si trova... e che
miseria in quella casa... non hanno proprio nulla...
-
Ma dovremo pur mangiare qualche cosa anche noi, benedetto figliolo. Adesso che
cosa posso preparare, io non ho più niente.
-
Pazienza, mamma, l'avete detto anche voi che a me fa bene il brodo... quello ci
è rimasto, ci metteremo un poco di pane o di polenta...
Un'altra
volta, nell'anno in cui fu vice rettore nel Seminario di Brescia, don Giovanni
era uscito presto, in una gelida mattina d'inverno, per andare a celebrare la
messa in una chiesa di città. Ritornando a casa, al sorger dell'alba, scorse
tra la nebbia un poveraccio che barcollava sulle gambe, i piedi avvolti in due
stracci. Don Giovanni non ebbe esitazioni. Si guardò attorno che nessuno lo
vedesse e poi si sfilò rapidamente le scarpe e le diede al povero che lo
guardava trasognato.
Quanto
a lui, se ne tornò a casa senza scarpe. Portava le calze di lana e la strada
per arrivare al seminario non era lunga.
Entrò
quasi di soppiatto nella portineria del seminario e corse nella sua stanza dove
teneva un paio di pantofole di pezza e si mise quelle. Nessuno sembrava
essersi accorto di nulla. Ma i seminaristi, durante tutto il giorno, si
sussurravano tra di loro:
-
Che uomo assorto questo vice rettore! Vive talmente fuori dalla realtà che stamattina,
uscendo a celebrare, s'è dimenticato di mettersi le scarpe.
Don
Giovannino viene a sapere da qualcuno che una sua zia di Niardo è stata molto
ammalata e che ora va riprendendosi a stento.
È
sola ed è povera e la convalescenza è lunga.
Il
nipote si chiede che cosa potrebbe fare per la zia; ed ecco la soluzione.
In
cantina c'è una damigianina di vino vecchio, di quel buon vinello nostrano e
frizzante fatto con l'uva che matura sui colli di Berzo.
Alla
zia certamente potrà far bene berne un sorso ogni tanto per riprendere vigore.
E così, alle prime ore del giorno di un mattino di primavera don Giovanni si
mette in viaggio per raggiungere Niardo colla sua damigiana sulle spalle.
Il
tragitto più breve per raggiungere la casa della zia convalescente è quello
che passa per Breno.
Ma
il giovane prete, schivo com'è degli sguardi dei curiosi, che si
dimostrerebbero assai sorpresi di vedere un prete con quel carico insolito sulle
spalle e, d'altronde, timoroso di incontrare l'agente del dazio, decide di
salire su, fino all'alpestre paesello di Astrio, per piegare verso nord,
attraverso il bosco e così raggiungere Niardo.
Giunge
ad Astrio che non è ancora l'alba. Don Isidoro, il cappellano che funge anche
da sacrestano, ha appena dato con la campana il segno dell'Ave Maria e sta
aprendo la porta della chiesa.
Si
può facilmente immaginare la sua sorpresa nel vedersi dinanzi, così di
buon'ora, il suo amico curato di Berzo con una damigiana sulle spalle.
-
Ehi, don Giovanni, non avrai mica passato la notte in bagordi? Non ti sarai
messo a fare il negoziante di vino... Proprio tu?
-
Lasciami riposare un poco, ti prego, poi ti spiegherò tutto. E lasciami anche
celebrare la messa.
Finita
la messa, sorbisce un goccio di caffè d'orzo, offertogli dal cappellano amico,
e poi via, verso Niardo, ancora col suo scomodo bagaglio.
Imbocca
un'antica viottola pianeggiante tra i boschi. È la «bià de fregaròi», la
via delle acque freatiche, tutta ruscelletti d'acqua sorgiva che irrora le
radici dei pini e degli ontani.
Dopo
circa un'ora di cammino, rallegrato dal cinguettio degli uccelli che salutano il
sole in quella nascente primavera, don Giovanni raggiunge le prime case di
Niardo dove abita la zia malaticcia.
Più
che il dono di quel vino, alla povera donna dà coraggio e immensa consolazione
la vista del suo don Giovannino che ha fatto tanta strada a piedi, con quel
carico sulle spalle, per venirla a confortare.
Quando
Margherita Scalvinoni, cugina di don Giovanni, si sposò, volle che il giovane
curato le facesse la promessa di battezzarle il primo figlio che sarebbe nato.
Infatti, quando diede alla luce il suo primogenito, un bel maschietto, si recò
ella stessa dal parroco don Ceresetti a chiedere la licenza perché don
Giovanni potesse battezzare il suo bambino.
Si
dice che quella cerimonia durò più a lungo d'ogni altra perché il giovane
prete indugiava a tradurre in italiano le espressioni latine più
significative dell'antico rito battesimale.
Finita
l'amministrazione del battesimo, don Giovanni volle prendere nelle sue braccia
il neonato e si recò all'altare della Madonna per consacrare a Lei il nuovo
cristiano.
Gli
astanti lo seguirono un poco sorpresi giacché, allora, non era in uso questa
consacrazione, almeno da noi.
Il
Curatino, offrendo quel nuovo figlio di Dio alla Madre del Cielo, disse
pressappoco così:
-
O Maria, ti consacro questo bambino, rinato dall'acqua del battesimo. Fa che
cresca puro e buono, che non si macchi mai di peccato... Fa che piuttosto
muoia che perdere la Grazia del suo battesimo...
La
voce di quella preghiera si diffuse tra i parenti.
-
Che sarà mai di questo bambino? Crescerà diverso dagli altri e, forse
diventerà prete...
Capitò
invece che, dopo pochi mesi, quel bambino morì.
E
la gente, ripensando alla preghiera di don Giovannino, ancora commentò:
-
Troppa grazia, però!...
Quando
don Giovanni Scalvinoni decise di farsi frate cappuccino stabilì, d'accordo col
Padre Guardiano dell'Annunziata, la data de suo ingresso in convento.
Naturalmente
teneva segreta la data della sua partenza da Berzo, ma la notizia, di persona
fidata, in persona fidata, trapelò lo stesso e in paese si cominciò a
commentare il fatto.
Erano
manifestazioni di rincrescimento, non mancarono le critiche al Parroco che avrebbe
dovuto intervenire di persona per impedire la partenza di quell'impareggiabile
cappellano, magari andando dal Vescovo per «fermarlo»...
Molti
furono anche i sensi di commiserazione per mamma Francesca che ora rimaneva
sola, col marito al cimitero e l'unico figlio in convento... proprio adesso
che avrebbe potuto godersi un po' di pace...
E
ci fu qualcuno che pretese di ricevere un ricordo concreto dal curatino che se
ne andava e che regalava via tutto.
Non
che don Giovanni possedesse un gran che. La sua era una povera casetta da
contadini, arredata assai modestamente. Ma quando decise di seguire il Poverello,
d'accordo con sua madre, volle regalare ciò che c'era nella sua stanza per
spogliarsi, anche fisicamente, di tutto.
Fu
così che i più avveduti si portarono a casa un quadretto devozionale, un
qualche capo di biancheria, un paio di scarpe usate.
Infine
arrivò, tutta trafelata, una donna che si diceva parente.
-
Don Giovanni, voi adesso ve ne andate in convento e a me non date niente?
Il
pretino si guardò attorno e non vide che uno scrignolino sgangherato e tarlato.
-
Se volete quello lì, io non ho più altro. Qualcuno raccontava di averlo visto,
lo scrignolino di don Giovanni: era finito nel sottotetto di un artigiano a far
da contenitore ai ferri vecchi.
E
qualcuno ricordava anche di aver visto un vecchio inginocchiatoio, già
appartenuto al Beato.
Era
di quelli col ginocchiale fatto a cassetto ed era finito in una casa di
contadini che, quando andavano a lumache, le deponevano in quella specie di
contenitore.
Finché
anche l'inginocchiatoio, consunto dal tarlo, finì sul fuoco. Si dice che,
mentre bruciava sul vecchio focolare dell'ampia e rustica cucina, il vecchio
mobiletto diffuse un soave odore in tutta la stanza.
Il
nuovo proprietario commentò:
-
Era fatto di abete e la resina ancora emana, bruciando, un buon odore...
Dice
la Scrittura Santa che la preghiera - e don Giovanni aveva pregato tanto su quel
mobiletto - sale fino a Dio con un soave profumo d'incenso.
Breno
è a mezza strada fra Niardo, ove nacque il fratino, e Berzo dove Egli visse prima
che Cristo... lo rapisse all'Annunziata. Ci passò molte volte, da bimbo, con
mamma Francesca quando si recava a Niardo dai parenti o ritornava alla paterna
Berzo per ritrovarvi la croce sotto alla quale dormiva il sonno eterno papà
Pietro Scalvinoni.
A
Breno il Beato ritornò da sacerdote, don Giovanni, e poi da frate cappuccino,
Innocenzo, a predicare, a confessare, a benedire.
E
invero i Brenesi lo compresero e lo apprezzarono presto.
Alcuni
giovani di Breno, certamente affascinati dalla santità del fratino, trovarono
la generosità di seguirlo fino al solitario convento dell'Annunziata,
rivestiti di sacco, una corda ai fianchi, camminando a piedi nudi sui sassi
e sulle spine di un aspro sentiero che portava su, su, verso il cielo...
Qualcuno
li ricorda ancora i venerandi cappuccini Brenesi, Gregorio, Onorato, Venanzio,
discepoli e confratelli del Beato "fratassì"' .
Anche
Bortolino Giacomelli, da giovane, voleva farsi frate.
Ascoltava
con molta attenzione i sermoni di frate Innocenzo e andava spesso a consigliarsi
da lui. poi decise di rimanere nel mondo, vivendo la regola del Terziario
Francescano.
All'alba
di un chiaro mattino di settembre, mentre pellegrinavamo insieme alla tomba
del fratino, mi raccontò del suo primo incontro col Beato.
-
Oh, la riverisco, padre Innocenzo! Dicono tutti che Lei è un santo, mi
benedica!
-
Sì, figliolo, pace e bene, pace e bene!
-
Padre, ma è proprio vero che Lei porta il cilicio con tante punte aguzze per
far penitenza per i peccatori?
-
Preghiamo un poco, figliolo, aiutami a finire il mio rosario.
-
Ma, padre, mi lasci baciarle le mani. - No che só pecatùr!
C'era
un buon cristiano, oppresso da molti dolori e contrarietà, che stava perdendo
la fede e aveva lasciato da tempo la buona consuetudine di accostarsi al
sacramento della misericordia del Signore.
Fra
Innocenzo era stato chiamato a predicare le SS. Quarantore nella parrocchia di
questo cristiano, il cui nipote che mi raccontò il fatto, vuole che si taccia
il nome.
Le
campane avevano annunciato a lungo che in parrocchia stava avvenendo qualche
cosa di insolito. Quell'uomo sentiva un richiamo nel profondo dell'animo a
riprendere la pratica religiosa di un tempo... ma non sapeva decidersi.
Uscì
in strada. Dinanzi a lui, sulla salita che portava alla chiesa, un piccolo
fraticello, con gli occhi bassi, incedeva leggero, leggero, come se non
toccasse neppure i piedi per terra.
Ad
un tratto si voltò e disse a quell'uomo indeciso:
-
Presto, presto, sei aspettato anche tu in chiesa. Qualcuno ti aspetta da tanto
tempo...
-
Io?
-
Sì, proprio tu, e cerca di far presto perché il Signore ha una gran cosa da
darti... Poi il fraticello sparì. Quell'uomo indeciso entrò in chiesa e
cominciò a pregare addossato al banco.
Vide
che dalla sacrestia, dove si confessavano gli uomini, qualcuno andava e veniva
e allora decise:
-
Stavolta ci vado anch'io a confessarmi! Il fratino era lì che lo aspettava, ma
non seduto, bensì inginocchiato presso l'inginocchiatoio del penitente.
-
Ma, padre, lei non deve star lì, si sieda, tocca a me inginocchiarmi che sono
peccatore...
-
Ma il fratino rispose:
-
Anch'io sono peccatore, sono più peccatore di te! Pentiamoci insieme dei
nostri peccati.
Su
all'Annunziata aveva emesso i voti anche Fra Prospero.
Era
un frate laico, cercatore, di quelli che passavano di tanto in tanto per la
campagna, bussando alle porte dei contadini per la questua delle uova o delle
patate.
Un
uomo senza cultura, ma dotato di grande virtù, di limpida saggezza e di una
immensa voglia di aiutare i suoi simili a diventare migliori. Al convento
aveva il compito di ripulire il chiostro, di spaccare la legna e di
sbucciare le patate...
Ma
la mansione più bella, quella che inorgogliva frate Prospero, era di servire
molte messe ogni mattina ai frati sacerdoti e soprattutto a frate Innocenzo da
Berzo.
Da
schietto montanaro il buon frate laico pazientava per giorni e giorni, ma poi
scoppiava: - Però potreste essere anche meno lungo, quando celebrate, padre
Innocenzo...
-
Forse hai ragione, fratello, ma quando penso a Gesù che soffre e che muore per
noi...
Fra
Prospero allora taceva.
Ma,
all'indomani, fattosi animo per l'ammissione del Beato che gli aveva detto: «Forse
hai ragione», gli tirava il lembo della pianeta, quando frate Innocenzo non
si decideva a concludere la sua lunga messa...
E
avvenne che un giorno la ruvida mano del frate accolito, dato l'abituale
strappetto alla pianeta del celebrante, scivolò giù, fino all'estremità del
camice, e non resistendo alla tentazione, sollevò un poco anche l'orlo della
tonaca.
Gli
occhi di frate Prospero videro, sulle gambe del fratino, due orribili piaghe vive...
Il
buon frate capì: ecco perché gli era capitato di osservare più volte delle
stille di sangue lungo gli ambulacri del chiostro, per le scale e perfino
sull'erbetta del viale dell'orto del convento.
Da
quel giorno, frate Prospero, non tirò più il lembo della pianeta a frate
Innocenzo, quando questi indugiava nella adorazione del sangue del Signore.
Questo
lo raccontava don Luigi, il vecchio parroco di Esine, che fu grande amico ed estimatore
del nostro fratino.
In
un gelido mattino d'inverno, il parroco aveva noleggiato un calesse per recarsi
a Breno a sbrigare certe pratiche urgenti.
Soffiava
il vento di tramontana che sollevava a mulinello la polvere della strada e
raggelava le ossa. Ed ecco la minuscola figura del fratino che cammina, sul
ciglio della strada, tutto intirizzito, rannicchiato nella sua breve mantellina.
Don
Luigi fa arrestare il calesse e invita frate Innocenzo a salire con lui sul
veicolo. - Grazie, grazie tante, ma la regola non lo permette, reverendo, grazie
lo stesso, il Signore vi rimeriti...
Il
Parroco insistette:
-
Ma qui si tratta della salute, caro Padre, dove volete andare con questo tempo,
a piedi scalzi e poco vestito, volete prendervi una polmonite?
-
No, no grazie, la santa regola, la santa regola...
-
Ma che regola e regola! Nel territorio della mia parrocchia io ho la facoltà di
dispensarvi dall'osservanza della regola se c'è un motivo ragionevole.
-
No, no, caro arciprete, grazie, grazie ancora del vostro buon cuore, ma io non
posso accettare, non posso salire sul calesse, scusatemi tanto...
E
non ci fu verso, per quanto don Luigi insistesse, di convincere il fratino a
salire sul veicolo, lasciando il caval di San Francesco, per un altro più
comodo e più veloce.
Il
buon parroco ch'era un uomo concreto e di poche parole commentò:
-1
gié gné sàncc se i è miga sücù! Che zucconi questi santi!
Quell'anno
era stata di magra per i contadini della montagna: poche patate e pochissime
rape.
L'antica
consuetudine voleva che i frati dell'Annunciata, dopo la questua delle patate,
passassero, nel tardo autunno, di casa in casa per la cerca delle rape.
Era
compito dei frati laici, gli umili questuanti per amore di Dio.
Ma
quell'anno frate Innocenzo tanto fece e tanto supplicò il Padre Guardiano, che
alla fine ottenne il permesso di andare in Val di Lozio alla questua delle rape.
Quei
poveri montanari si scusavano di non poter dargli molto; qualcuno si rifiutava
di dare con aria canzonatoria e di compatimento verso quel povero fraticello
che si presentava sull'uscio di casa con gli occhi bassi, sussurrando Ave Marie...
-
Abbiamo raccolto poco o niente, quest'anno, padre.
-
Preghi perché un altr'anno la vada meglio: ci saranno rape anche per i frati,
ma quest'anno non ce ne sono neppure per i nostri animali...
E
ammiccando tra di loro i più scanzonati dicevano:
-
Poveretto, non è capace nemmeno di chiedere. Perché i superiori lo mandano in
giro a farsi compatire?
-
Dov'è finito il cercatore degli altri anni? Quello sì che ci sapeva fare con
la gente! Fatto sta che, alla sera, frate Innocenzo aveva riempito a stento la
metà della sua bisaccia.
Prima
di ritornare al convento bussò ad un'ultima porta.
Ne
uscì fuori una vecchietta che disse con tono piagnucolante:
-
Caro padre, io non posso proprio darti nulla, io sono una di quelle persone che
hanno bisogno di riceverla la carità ...
Allora
fra Innocenzo chiese il permesso di entrare in casa della vecchietta. Posò la
sua bisaccia su una seggiola e cominciò a cavarne rape, a due mani,
deponendole sul tavolo.
-
Ora basta, fece la vecchietta, ne tenga un poco anche per lei ...
Il
fratino arrivò al convento ch'era già buio e si presentò al Guardiano col suo
magro sacchetto di rape.
-
Deo gratias! - fece il burbero frate Guardiano. - Ve l'avevo detto che non
siete buono per andare alla cerca. Dovevate lasciar andare il frate cercatore
alla questua delle rape... Voi siete sacerdote e avete degradato la vostra
dignità esponendovi all'ironia della gente
Lasciate
lì il sacco e filate in chiesa a pregare; siete appena capace di far quello,
quello è il vostro mestiere...
Per
tutta quella giornata Fra Innocenzo aveva sofferto di capogiro.
Si
sentiva svenire, ogni tanto gli sembrava d'essere costretto ad accasciarsi per
terra. Forse era debolezza fisica dovuta ai digiuni ed alle flagellazioni cui
spesso si sottoponeva.
Dopo
il vespro, nel silenzio della sua cella, s'era un poco assopito mentre attendeva
alla lettura spirituale.
Suonò
il segnale della cena e i frati, ordinati e silenziosi, si portarono nel
refettorio dove li attendeva una ciotola di brodaglia fatta di patate e di
cipolle e una fettina di pane con tre noci...
Frate
Innocenzo non sentì il segnale. Intanto i frati attendevano l'arrivo del
confratello, prima di sedersi a tavola.
Il
Padre Giuliano, dopo qualche minuto, lo mandò a cercare.
Fu
trovato svenuto per le scale. Forse, accortosi del ritardo, si era troppo
affrettato a correre verso il refettorio ed era caduto malamente, restando lì,
incapace di rialzarsi.
Il
frate ch'era venuto a cercarlo lo aiutò a rimettersi in piedi e lo accompagnò,
sottobraccio, fino al refettorio dei frati.
Il
Padre Guardiano, uomo zelante e severissimo osservatore della regola, lo apostrofò
aspramente.
-
Dove eravate? La santa regola va osservata al di sopra di tutto! Smettetela di
fare il singolare, siete soltanto pieno di orgoglio e di presunzione. Ora
riceverete la penitenza per la vostra trasgressione: resterete lì, inginocchiato
per terra, fino a che i vostri confratelli avranno consumata la loro cena...
Fra
Innocenzo, barcollante, si inginocchiò sul nudo pavimento, abbassò la testa e
incrociò le braccia sul petto in quel suo consueto atteggiamento.
Finita
la cena, mentre i frati uscivano nel chiostro per qualche minuto di ricreazione,
il Padre Guardiano comandò al fratino di rialzarsi in piedi e di recarsi in
cucina per mangiare la sua razione. Frate cuoco gli scodellò quel poco di
brodaglia stracotta ch'era rimasta in fondo alla pentola.
Il
fratino si sedette accanto al focolare e col cucchiaio prese un poco di cenere e
lo mischiò a quella specie di minestra.
Ma
frate cuoco lo vide:
-
Che cosa fate adesso, fra' Innocenzo? Ma siete matto?
-
Lasciate, lasciate, a me fa bene così, mi calma l'acidità di stomaco...
Frate
cuoco scosse la testa e riprese a lavare la sua pentola.
Capitò
che una notte, mentre Frate Innocenzo era vice-maestro dei novizi all'Annunciata,
un giovane fraticello, poco più che adolescente, si mise a piangere
dirottamente nella sua cella.
Fra
Innocenzo udì quel singhiozzare che riecheggiava nella notte e subito si recò
nella cella del giovane novizio, pensando ad un malore improvviso oppure
all'incontenibile nostalgia del giovane per il distacco dai suoi cari.
Cercò
di consolare l'afflitto chiedendogli il perché del suo pianto.
Alla
fine il novizio confessò:
-
Padre, io muoio di fame, mi sento male per la gran fame!...
Fra
Innocenzo intuì subito la pena di quel ragazzo che mal s'adattava ai digiuni e
ai rigori della severa regola cappuccina.
Corse
in cucina, raccolse qualche tozzo di pane secco e un pezzo di formaggio e li
portò al fraticello in lacrime.
-
Mangia, mangia quel poco che ho trovato e non avvilirti... riprendi le forze
se vuoi arrivare anche tu a donarti completamente al Signore nella professione
religiosa.
Qualche
tempo dopo, quel giovane frate, ormai divenuto sacerdote, lesse nelle fonti
della storia Francescana e precisamente nella "Leggenda Perugina"
che San Francesco d'Assisi, agli inizi della sua opera, ai tempi di Rivotorto,
aveva fatto qualche cosa di simile con un fraticello che si lamentava di notte
per la gran fame...
E
andava ripetendo, anche da vecchio:
-
Io San Francesco l'ho incontrato ed ho sperimentato la dolcezza del suo cuore.
Ritornando
una volta Frate Innocenzo da un servizio religioso prestato a Bienno, discendeva
per la viottola che da Berzo porta a Cividate, con l'intento di risalire poi,
giunto a Malegno, su, fino al solitario convento dell'Annunciata.
Reggeva
sul braccio sinistro il suo cestello, quel tipico cestello di legno fatto a
forma di tronco di cono che una volta portavano, quand'erano in viaggio, i frati
cappuccini.
Era
una sera d'inverno e cadeva un sottile nevischio misto ad una pioggerella fine.
Con la mano destra il fratino reggeva la corona del rosario e ne sgranava
lentamente le "Ave Maria", tutto assorto in preghiera. Ad un tratto
sentì alle spalle lo scalpiccio di un passo sulla fanghiglia della strada. Era
un uomo ancor giovane che si avvicinò al fratino e gli chiese dove fosse
diretto. Appena in tempo per scambiare due parole ed ecco che il viandante
sconosciuto dà uno strattone al cestello del fratino e poi fugge di corsa,
portandoselo via...
Fra
Innocenzo rimane lì, impietrito. Vorrebbe gridare, ma non lo fa.
Forse,
pensa dentro di se, sarà un povero uomo che ha fame, che certamente è più povero
di me...
Nel
cestello c'erano poche cose: alcune uova che una donna gli aveva dato perché
celebrasse una messa per i suoi morti, una bustarella con l'offerta in denaro
che i parroci sogliono dare ai predicatori in riconoscenza per la loro
prestazione sacra e il breviario serafico.
Alle
altre cose avrebbe potuto rimediare, ma il breviario gli rincresceva immensamente.
Come
fare, ora, a presentarsi al Superiore senza più nulla, neppure il breviario che
per un frate è indispensabile?
Dopo
un tratto di strada, alle soglie di Cividate, ecco il cestello del fratino,
abbandonato sul ciglio della strada.
Non
contiene più nulla. Nulla tranne il breviario.
A
frate Innocenzo basta questo per ritrovare la gioia e ringraziare il Signore.
Fra
Innocenzo conosceva un calzolaio di Darfo, uno di quegli antichi "scarpulì"
di paese che campavano rattoppando scarpe e ciabatte e riparando troccoli per la
povera gente.
Un
giorno che il fratino era sceso a valle per predicare nella chiesa di Darfo, si
accorse che gli si era strappato un legaccio del sandalo e ciò gli rendeva
difficile il camminare.
Si
rivolse allora al buon calzolaio, pregandolo di riparargli il sandalo per
amore di Dio.
Il
calzolaio prese subito in mano il sandalo del fratino e notò, con meraviglia,
che dalla suola emergevano due appuntiti chiodini.
Pensò
subito al dolore che quelle punte aguzze dovevano procurare al piede del fratino
e si affrettò con due buoni colpi di martello a rintuzzarle a dovere.
Poi
riparò anche il resto e porse il sandalo a quel suo cliente d'onore che non
finiva più di ringraziarlo.
Ma
di lì poco il fratino ritornò indietro e disse al calzolaio:
-
Perché mi hai tolto quei due chiodini che sporgevano, lì, sotto il palmo del
piede?
-
Ma, padre, come faceva a camminare con quel "silìssio"?
-
A me servivano per tener fermo il piede, per non lasciarlo scivolare indietro
quando cammino in salita... dovresti rimetterli a posto... così com'erano
prima...
-
Ah, no, caro padre, io non lo farò mai e poi mai. Vada pure da qualcun altro se
vuol riavere quel tormento... pertignì férem al pè...
Don
Luigi Magoni, Arciprete di Esinel, aveva una stima immensa per frate Innocenzo
e lo invitava frequentemente a predicare al suo popolo.
Il
fratino non era un grande oratore di quelli che andavano assai di moda nell'ottocento.
Egli
parlava senza ambizioni retoriche, con tono umile e semplice. Insisteva molto
sulla carità che è vincolo di perfezione.
Un
giorno, appena celebrata la messa, il fratino si nascose dietro l'altare e don
Luigi lo trovò, dopo molto tempo, con le braccia spalancate nell'estasi della
contemplazione eucaristica.
Dal
suo corpo traspariva una tenue luce. Una sera, consumata la modesta cena, il
parroco indicò al fratino la stanza dell'ospite e poi si ritirò, stanco, per
il riposo. Nello studio del parroco c'era appeso un quadro della Madonna col
bambino e fra Innocenzo cominciò a pregare dinanzi a quella immagine fino a
perdere ogni contatto con la realtà esterna.
A
notte inoltrata, la sorella del parroco intravvide dalla fessura della porta
che il lume era ancora acceso nello studio del parroco e si alzò per spegnerlo.
Fra
Innocenzo era lì, inginocchiato per terra, l'occhio fisso all'immagine della Madre
di Dio...
-
Ma, padre, che cosa fa ancora lì? Non sa che ore sono? Sono le due di notte,
non va a riposare?
Il
fratino, quasi seccato che qualcuno avesse interrotto la sua meditazione, si
alzò e salì le scale per raggiungere la sua stanza. Troppo bella! Un letto di
legno col soffice materasso di lana, lenzuola di bucato, perfino una vecchia
poltrona ornata di pizzi...
Fra
Innocenzo intravvide nell'atrio una scala che saliva ancora fino al sottotetto
dove, a quei tempi, si allevavano i bachi da seta.
Quando
i bachi erano pronti per fare il bozzolo, veniva predisposto il
"bosco", fatto di rametti di abete e di nocciolo perché i filugelli
vi si annidassero e cominciassero a tessere il prezioso bozzolo di seta.
Ora
i bozzoli erano già stati raccolti e venduti alla filanda e il fratino pensò
che quello strato di legna sottile avrebbe potuto servire da comodo giaciglio
anche per lui.
Al
mattino, quando di buon'ora scese in sacrestia, il parroco lo rimproverò dolcemente
per la veglia notturna dinanzi al quadro della Madonna, ma subito si accorse che
la tonaca del fratino era tutta imbrattata da sottilissimi fili di seta...
-
Ma dove avete dormito, stanotte, padre?
-
Sì, ho dormito, ho dormito bene...
-
Ma voi avete dormito sul "letto" dei "caalér" (i bachi)!
Basta così, se devo vederne ancora...
A
frate Innocenzo quel letto di ramoscelli era parso più soffice di un letto di
piume.
Siamo
a Breno, in una festa solenne.
Fra
Innocenzo, dopo aver atteso alle confessioni per lunghe ore, viene invitato a
fungere da suddiacono per l'officiatura della Messa solenne.
I
paramenti che si indossano sono preziosamente ricamati e tutti rilucenti
d'oro.
Il
sacrestano, conoscendo il carattere del fratino, si mette a stuzzicarlo:
-
Ma come è bello, oggi, padre, se vedesse come sta bene con quella preziosa
dalmatica indosso...
Il
fratino chiama un poco in disparte l'adulatore e gli dice a bassa voce:
-
Miga dì issé che mé g'ho miga piasér = non dire così che io non ho piacere
... Terminata la messa in canto che dura più di un'ora, i sacerdoti si recano
in canonica per un pranzo fraterno.
Fra
Innocenzo non arriva...
Aspettano,
pazientano, ma poi si lamentano:
-
Dove sarà andato? Non sente anche lui il bisogno di mangiare qualche cosa? E
poi non è da persona educata far aspettare la gente che ha appetito...
Allora
l'Arciprete in persona scende in chiesa. Scruta nei confessionali se mai il fratino
si fosse appisolato per la stanchezza e finalmente lo trova in coro, tutto
estasiato a contemplare l'immagine di un Cristo legato alla colonna.
-
Padre, non vi pare di esagerare adesso? Siete stato in chiesa per lunghe ore,
stamattina, non vi sembra tempo di salire in casa per mangiare qualche cosa?
Gli
altri preti vi aspettano...
Il
fratino obbedisce, tutto confuso, e, giunto nella sala da pranzo dov'è
atteso, si inginocchia sul pavimento e china la testa:
-
Perdonatemi, scusatemi tutti, sono un buono a nulla!
Questo
accadde in un paese vicino al convento dell'Annunziata.
Erano
gli ultimi giorni del carnevale e in quella parrocchia, come in molte altre
della valle, si usava tenere i tridui dei morti. A quei tempi, siamo negli anni
ottocento ottanta, il divertimento era assai contenuto, ma nell'ultima sera di
carnevale, si indulgeva ad un po' di allegria, con una cenetta a base di
gnocchi o di casoncelli, annaffiati col buon vinello locale.
I
giovani finivano la festa con quattro salti, al suono di una fisarmonica o di
una chitarra.
C'era
anche qualche giovane più intraprendente degli altri che approfittava
dell'occasione per organizzare qualche ballo più procace, dando appuntamento a
qualche amica compiacente.
Sull'argomento
del ballo il fratino era intransigente. Alzava la sua debole voce per
condannare ogni licenza e soprattutto quelle forme di divertimento che
potevano costituire occasione per i "peccati sozzi", come lui
chiamava l'impudicizia.
Egli
stesso digiunava e passava la notte in preghiera, flagellandosi, in riparazione
dei peccati.
Certamente,
nell'ultimo giorno di carnevale dovette essere stato più forte che mai nella
predica alle mamme, se queste, tornate a casa, cominciarono a creare un mucchio
di difficoltà alla realizzazione dei programmi goderecci dei figli.
Qualche
ragazza fu perfino costretta, dall'autorevole comando dei genitori, a rinunciare
all'appuntamento prestabilito con gli amici.
Il
giorno dopo, fatta la predica delle Ceneri, il fratino si incamminò per
ritornare al suo convento.
Ma
appena fuori paese, ecco un gruppo di giovanotti che fingono di giocare tra
loro, scagliandosi pietruzze con una paletta di legno.
Il
bersaglio doveva essere ben preciso, ma in realtà i sassi finivano tutti, per
volontario errore, addosso al fratino.
Fra
Innocenzo, copertasi la testa col cappuccio, continuò la sua strada,
subendosi per amore di Dio le molte sassate che volontariamente sbagliavano
bersaglio.
Egli
se le prese per un lungo tratto di strada, senza voltarsi indietro, pensando
alla perfetta letizia insegnata dal suo San Francesco.
L'Arciprete
di Breno aveva mandato un calessino fino a Cogno perché prelevasse frate
Innocenzo ch'era sceso a piedi dal convento dell'Annunziata, sul sentiero
delle "Pirle" e lo portasse a Breno per confessare in occasione della
festa del Perdono d'Assisi.
Giornata
di solleone a fine luglio.
Ma
il beato fratino sul calesse non volle salire.
-
Mi fa bene camminare...
E
via sulla strada polverosa, nella calura, zoccolando con quei suoi sandali
rattoppati, guarniti nella suola di qualche chiodino sporgente per punzecchiare
i piedi in santa penitenza...
A
Breno giunse prima il calesse.
Poi
arrivò anche il fratino con la tonaca intrisa di polvere e di sudore. E una
sete da morire.
L'Arciprete
lo accolse freddamente: - Vi aspettano in confessionale!
-
Sissignore, ci vado subito, rispose frate Innocenzo.
La
perpetua s'avvide del gran caldo che aveva in corpo il fratino e gli chiese:
-
Vi serve qualche cosa, padre?
-
Ecco, se potessi avere un bicchiere di acqua...
-
Non dargliela, intervenne il burbero Arciprete, se muore di caldo e di sete,
male che ha voluto, poteva salire sul calesse che gli ho mandato.
-
Deo gratias! mormorò il fratino. E se ne andò in chiesa a confessare.
Frate
Gregorio e frate Venanzio, terminato l'anno di noviziato all'Annunziata, vice
maestro Innocenzo da Berzo, ricevettero l'obbedienza di partire per il lontano
convento di Albino.
Frate
Innocenzo intercedette per loro presso il Superiore.
Che
permettesse ai due giovani frati, ch'erano anch'essi figli di famiglia, di
scendere in quel di Breno per salutare i familiari.
Ed
eccoli, in un uno splendido mattino di settembre, scendere dall'ermo colle con
le ali ai piedi, fino alla verde conca di Mezzarro.
Fra
Innocenzo fu incaricato di accompagnare i due fraticelli e di riaccompagnarli
in convento per l'ora stabilita.
Allora
la gente del popolo era molto semplice.
Tutti
nella contrada erano ammirati e orgogliosi di aver dato al Signore, nella
regola di San Francesco, queste due giovani vite assai ben promettenti che
nell'Ordine Cappuccino si faranno onore.
Ma
i parenti dei due novizi osservavano con attenzione l'atteggiamento di Fra Innocenzo,
la cui fama di santità era ormai nota.
Il
fratino accettò, a pranzo, una fetta di polenta e due fichi.
Non
parlò mai, ma soltanto sorrise alle manifestazioni di affetto e di cordialità
degli ospiti.
Poi
fu costretto a ricordare ai due giovani amici ch'era già l'ora di rientrare in
convento.
Abbracci
calorosi e un arrivederci... a chissà quando.
La
mamma di fra Gregorio, Caterina Salvetti, ha una pena nel cuore:
-
Non posso proprio darti niente, caro figliolo... ma ecco, sì, potrei darti un
cesto di pesche, di quelle dolci pesche che maturano proprio a settembre tra le
vigne.
Fra
Innocenzo sorride ed acconsente. Faranno la gioia anche degli altri frati, su
al convento, che di frutta non ne mangiano mai.
Ed
ecco i tre sull'aspro sentiero dell'Annunziata.
Appena
inizia la salita, fra Innocenzo vuol prendere il cesto sulle sue spalle. Era
pesante e i due giovani frati lo pregarono più volte di poter dargli il
cambio nel portare il greve fardello.
Non
ci fu nulla da fare. Il fratino, con sforzo sovrumano, tutto madido di sudore,
volle portare il cesto delle pesche fino alla soglia del convento.
All'ora
di cena, il Padre superiore permise che alla comunità dei frati, per quella
volta, fosse servita anche la frutta.
Naturalmente
vennero portate in tavola le pesche dolci e profumate di Mezzarro. Quando il
frate cameriere porse una pesca anche a frate Innocenzo, quello la rifiutò,
scusandosi:
-
A me non fanno bene e poi non mi piacciono tanto...
Datele
piuttosto a quei ragazzi che le godranno più di me.
Caterina
era una lontana parente di Frate Innocenzo che abitava ad Esine. Ormai
anziana, era afflitta da una grande infermità.
Quando
il fratino passava di lì andava sempre a trovare l'inferma nella speranza di
confortarla con qualche buona parola.
Ma
Caterina non sapeva rassegnarsi:
-
Che cosa ho fatto io di male per essere ridotta così. Dio non è buono con me,
mi fa penare anche per il male degli altri...
-
Ma no, Caterina, non devi dire così. Il Signore manda le prove a chi ama di più...
- Non venga a dirmi queste cose. Se Dio mi ama davvero mi faccia guarire oppure
mi aiuti almeno a star meglio.
-
Non scoraggiarti, io pregherò per te, ma sappi che se devi molto soffrire è
perché sei prediletta da Dio.
-
Ma la vuole smettere di dirmi sempre queste cose? Io non sono d'accordo con lei,
io e lei non ci capiremo mai.
Il
fratino pazientava e taceva.
La
volta dopo i due erano di nuovo in discussione.
Caterina
non riusciva e non voleva convincersi che il suo dolore fosse causato da una
predilezione divina.
Fra
Innocenzo, sempre più convinto della sua opinione cercava di darle qualche spiegazione,
ma tutto era inutile.
Un
giorno Caterina ricevette la visita di Fra Innocenzo in un momento di
particolare crisi: ai dolori fisici s'era aggiunto uno stato di depressione
morale insopportabile.
Alle
buone parole del fratino, stavolta, Caterina non rispose nulla. Raccolse il capo
tra le mani e si mise a piangere sconsolatamente.
Fra
Innocenzo rimase sorpreso da quella inaspettata reazione e lui stesso si commosse
tanto che finì col mettersi a piangere in compagnia della paziente.
Qualcuno
udì quei singhiozzi ed entrò nella stanza.
-
Almeno lei padre, non pianga; è questo il coraggio che le fa?
-
Hai ragione, guarda un po' che povero frate sono mai...
Di
lì a qualche tempo frate Innocenzo morì.
Tra
la gente si diffusero notizie e particolari sulla sua vita.
Si
parlò delle molte incomprensioni da lui subite, delle piaghe croniche delle
quali mai s'era lamentato, dei digiuni, delle penitenze, del suo amore alla
passione di Cristo che lo spingeva a salire il sentiero delle "Pirle"
con un grosso sasso sulle spalle, della sua penosa agonia...
Quando
la salma del Beato fu traslata a Berzo sostò nella parrocchiale di Esine e riferirono
il fatto a Caterina.
Ella
si commosse e commentò:
-
Io non posso certamente andare a trovarlo, mentre lui venne tante volte da me.
Non eravamo proprio d'accordo sul perché del dolore.
Ma
se penso a lui così buono fin da fanciullo, così umile, così puro... e così
provato dal dolore...
Che
avesse ragione, quando mi diceva che la via della croce è quella riservata agli
amici di Dio?
Il
Tone era un omaccione grande e forte ch'era stato a lavorare in miniera dove,
purtroppo, aveva preso il vizio di bestemmiare. I suoi familiari erano
sconcertati:
-
La nostra casa prenderà fuoco, diceva alle amiche la mamma del Tone, mio
figlio ci ha portato in casa il diavolo.
Il
Tone mise su famiglia ed ebbe una nidiata di figli da un'ottima moglie che
pregava e che soffriva per il suo uomo che da un pezzo disertava anche la
chiesa.
Un
brutto giorno la moglie del Tone si ammalò.
Il
medico non sapeva più che dire. Dolori acutissimi la costringevano a letto dove
non poteva prendere sonno né di giorno né di notte.
-
Avrà preso un brutto male, commentavano le comari, camperà poco, poverina.
Rincresce per i suoi bambini che sono ancora piccoli, ma lui, il suo uomo che
non ha più ne legge ne fede e che ora si distrae alzando il gomito, oh, lui
non pare troppo addolorato, vedrete che troverà presto il modo di
consolarsi...
Invece
il Tone non era di cuore cattivo.
Era
molto preoccupato della sua situazione e disperava di poterne uscire.
Un
giorno d'estate, mentre ammucchiava il fieno nel suo prato, vide passare sulla
stradella tra i campi, Fra Innocenzo che si recava per il ministero in un
paese vicino.
Il
Tone ebbe un lampo. Corse verso il fratino e lo implorò:
-
Padre Innocenzo, mi aiuti, sono disperato! Mia moglie non guarisce più, i
miei figli vanno in giro per le strade sporchi e stracciati... Padre, lo so
che non merito nulla, ma dia una benedizione alla mia sposa, ai miei figli.
-
Non aver paura, siamo tutti peccatori, io sono più peccatore di te...
-
Ma, Padre, non dica sciocchezze, Lei è un santo, mi aiuti se può, sono
disperato.
-
Ti ho detto di non avere paura, tua moglie vivrà e camperà anche dopo di te,
ma tu smettila di bestemmiare, e impara ad andare a Messa la domenica...
-
Sì, padre, farò come Lei dice, ma preghi il Signore per me, mi benedica.
Sul
ciglio di quella stradella di campagna c'era un boschetto di rovi spinosissimi.
Fra Innocenzo si tolse i sandali e, alzata un poco la veste, entrò tra le
spine, pungendosi a sangue i piedi.
-
Ma, Padre, che cosa fa adesso?
Il
fratino non rispose. Uscì dal roveto, si rimise i sandali e, coi piedi
sanguinanti, riprese il suo cammino sotto il sole, tra il frinire delle
cicale.
Era
la penultima sera dell'anno 1886.
Fra
Innocenzo era atteso a Piazze d'Artogne, un paesello arroccato sul monte, per
aiutare quel parroco per le feste di Capodanno.
Il
Fratino si mise in cammino, a piedi scalzi, sgranando il suo rosario.
Dopo
la discesa del costone dell'Annunziata, percorse un lungo tratto di fondo
valle. Già era nei pressi di Gianico quando cominciò a nevicare a larghe
falde.
Qualcuno
intravvide quel povero frate sotto la neve e corse a dirlo al buon parroco del
luogo.
-
Stanotte rimarrete qui da me a dormire; domani vedremo se, cessando di nevicare,
potrete proseguire per Piazze, disse il parroco.
Ma,
all'indomani, nevicava sempre forte. Fra Innocenzo era preoccupato:
-
Eppure lassù mi aspettano, tratterei male se non ci andassi, devo mantenere
la mia parola, con qualsiasi tempo...
Gli
indicarono l'aspra mulattiera che si impenna tra i boschi e il fratino si mise
in viaggio.
Incedeva
a stento: la tunica si era tutta intrisa di acqua, i piedi gli dolevano...
ogni tanto scivolava sulla neve e cadeva.
Alla
fine perse la traccia del sentiero, ormai coperto da troppa neve.
Lo
salvò il sangue che usciva da quelle famose piaghe vive che Fra Innocenzo sopportò
pazientemente su una gamba per tutta la vita, come San Francesco portò le sue
stimmate.
Senza
che lui se ne accorgesse, il sangue che usciva dalle piaghe arrossava la neve
che il fratino calpestava e due montanari che, per caso, salivano al paese
dietro di lui, pensarono alle tracce lasciate da un animale selvatico ferito da
qualche cacciatore di frodo.
Si
misero alla ricerca... della lepre e trovarono invece Fra Innocenzo, ormai
esausto e rassegnato a lasciarsi seppellire da quella gran neve che continuava a
cadere, coprendo ogni cosa.
Negli
ultimi anni della sua vita, fra Innocenzo era visto dal popolo come un altro
San Francesco.
Tutti
si ritenevano fortunati di poterlo incontrare, di averlo ascoltato mentre
predicava, di essersi andati a confessare da lui.
Alla
messa prima di un giorno di festa solenne il fratino era andato a Breno per amministrare
la Penitenza.
Il
Beato, dopo aver atteso alle confessioni degli uomini in sacrestia, si avviò,
durante la celebrazione della messa, verso il confessionale delle donne.
Per
fare questo doveva attraversare tutta la navata del duomo.
Don
Battista Giacomelli (che poi diverrà parroco di Berzo) ch'era un giovanotto,
stava in coro ed osservò che la gente che riempiva la platea cominciò a
muoversi al passaggio del fratino.
Egli
incedeva con passo lento, quasi zoppicante, le mani infilate, come al solito,
nelle ampie maniche del saio e con gli occhi bassi.
"Sembrava
che stesse portando l'Eucarestia" commenterà don Battista, facendo eco
al ricordo di un'anziana donna di Cevo che riferendo di questo atteggiamento
sempre devoto del fratino, già curato in quella parrocchia, lo chiamava:
"l' nòs Sant Giuanì", il nostro san Giovannino.
I
fedeli più lontani dal centro della chiesa salivano sugli inginocchiatoi dei
banchi o addirittura coi piedi sui sedili per poter vedere la figura del Beato
"fratassì".
Le
mamme lo indicavano ai bambini, alzandoli su, finché esclamavano:
-
Si, ora lo vedo... ma come è magro!
Mi
sembrò di vedere - dice il nostro testimone - quello che fu il miracolo della
divisione delle acque nel mar Rosso al passaggio di Israele.
Due
ali decrescenti di teste che si muovevano per cercare il punto più idoneo a
scorgere quell'esile figura che incedeva col passo della semplicità, tutto
assorto in preghiera.
Al
collegio di Lovere studiavano con Giovanni Scalvinoni anche i due fratelli
Tovini: Giuseppe di tre anni più vecchio ed Eugenio di due anni più giovane.
I
fratelli Tovini provenivano da una famiglia di Cividate Camuno, insigne per
censo e per tradizione religiosa.
Giuseppe
diverrà un celebre avvocato e promotore di molte iniziative sociali cattoliche
a Brescia e in Lombardia, verso la fine del secolo scorso.
Non
dimenticò mai Giovanni Scalvinoni. Quando trovava il tempo di riposarsi un poco
nella sua casa nativa di Cividate, saliva fino al convento dell'Annunziata per
far visita al fratino e per confessarsi da lui.
Ogni
volta che incontrava un frate cappuccino gli chiedeva se conoscesse fra Innocenzo
da Berzo e lo mandava a salutare, raccomandandosi alle sue preghiere.
Eugenio,
soffriva di santa invidia quando ammirava la virtù e la diligenza di Giovanni
Scalvinoni ch'era uno dei primi della scuola.
Ne
prendeva le difese quando qualche convittore, un po' troppo vivace, si divertiva
a far qualche sgarbo a Giovannino che diventava tutto rosso, ma non reagiva
mai...
Durante
il tempo della ricreazione, se non trovava il suo amico in cortile, andava a cercarlo
in chiesa.
Giovannino
era lì, estasiato in preghiera.
-
Ma vuoi proprio farti santo?
-
Magari, magari, - rispondeva il giovane studente.
-
Scommetto che appena esci di qui, hai già in progetto di entrare in Seminario
per farti prete, gli disse un giorno Eugenio.
-
Se il Signore mi volesse dare questa grazia, sarei davvero contento.
-
Ma sai che qualche volta ci penso anch'io, che potrei andar prete?
-
Prega lo Spirito Santo che ti illumini, pregherò anch'io per te.
Di
lì a qualche giorno Eugenio Tovini si confidò di nuovo con l'amico:
-
Ci ho pensato, sai, a quella cosa, ma non mi pare proprio che sia la mia strada.
-
Non fa niente, diventerai un buon padre di famiglia.
E
se non ci andrai tu, prete, chissà che ci vada tuo figlio.
Il
giovane studente Scalvinoni fu profeta. Il primogenito di Eugenio Tovini, Mosé,
divenne sacerdote, fu insegnante in Seminario di Brescia, rettore dello
stesso, canonico della cattedrale. Morì in concetto di santità nel 1930.
Di
lui che fu definito "la gemma del clero bresciano" è stata introdotta
la causa di beatificazione.
Mosé
ch'era già studente al collegio di Celana quando morì il fratino, assistette
alla sua traslazione a Berzo e anche questo certamente influì sulla sua
decisione di entrare in Seminario.
Quando,
già insegnante e Monsignore, Don Mosé tornava alla casa paterna per un po' di
ferie, lo si vedeva spesso percorrere la strada che da Cividate sale verso a
Berzo, recitando il rosario, finché raggiungeva la tomba del fratino, allora
presso il cimitero.
Il
servo di Dio, mons. Mosé Tovini, aveva fatto suo il proposito che don Giovanni
Scalvinoni aveva scritto nel giorno della sua ordinazione sacerdotale per
suggerimento del Vescovo Verzeri.
"Spirito
di sacrificio e di rinnegazione, non facendo nulla per piacere ad altri o per
accontentare se stesso...".
Dalla
tomba dell'umile e santo amico di suo padre, don Mosé attinse luce e forza per
camminare spedito sulla via della santità.
Proveniva
da una delle più distinte famiglie di Niardo, i Poli, agricoltori e proprietari
terrieri.
A
trentaquattro anni sposò il vedovo Pietro Scalvinoni di Berzo che già aveva
un figlio dal precedente matrimonio.
Nel
1844 nacque Giovannino che vide la luce a Niardo perché sua madre aveva preferito
recarsi tra i suoi a partorire il primogenito.
Neppure
due anni dopo la nascita del bambino, Pietro Scalvinoni moriva, lasciandola
sola con quel piccolo figlioletto.
Man
mano che Giovanni cresceva, tutti dicevano a Francesca che quel ragazzo era
diverso dagli altri per intelligenza e per bontà ed ella per quell'intuito che
soltanto le mamme possono avere, capì che suo figlio era fatto per il Signore.
Lo
mandò a Lovere, all'imperial regio collegio, dove studiavano i figli delle
migliori famiglie camune, quindi lo mantenne in Seminario di Brescia fino a
che fu ordinato sacerdote.
C'era
qualcuno che ricordava le privazioni di questa donna laboriosa che coltivava i
suoi campicelli e andava a giornata per racimolare i soldi necessari a pagare
la retta per suo figlio studente.
Quando
don Giovanni, dopo alterne vicende, fu destinato a fare il cappellano a Berzo,
la gente la disse fortunata:
-
Ora sei sistemata anche tu, potrai goderti un po' di pace.
Ma
Francesca aveva già intuito che suo figlio sacerdote non era fatto per
adattarsi ad un piccolo ambiente a vivere di rendita.
Don
Giovanni, da sempre, aspirava al progresso inquietante della perfezione, era
troppo ansioso di assimilarsi a Cristo.
-
Io voglio essere come Gesù! Aveva detto ancor piccolo alla mamma,
riecheggiando, senza saperlo, il proposito di Francesco d'Assisi.
Il
giorno che don Giovanni disse apertamente alla madre che intendeva farsi frate
cappuccino, Francesca non reagì da impreparata alla sofferenza del distacco.
Naturalmente
qualche lacrima piovve dagli occhi anche a lei...
-
Mamma perdonami, tu sai che ti voglio bene, ma il Signore mi chiama, mi
tormenta, mi vuole tutto per Lui... io non so più resistergli.
-
Va pure, figlio mio. Se questa è la volontà di Dio, sta bene anche a me.
Resterò sola, ma il Signore mi aiuterà. Tu prega soltanto che possa fare una
buona morte...
Francesca
non poté andare a trovarlo molte volte il suo don Giovannino, ora divenuto
fra Innocenzo e rinchiuso su al convento dell'Annunziata. La regola era molto
severa e poi l'erta salita era proibitiva per il suo cuore.
Tuttavia
trovava il modo di mandare, su al convento, qualcuno che recava un cestello
contenente i suoi poveri doni.
Fra
Innocenzo protestava:
-
Dite a mia madre che io non ho proprio bisogno di niente; che si tenga da conto
lei, piuttosto, che non è ricca ed io non la posso più aiutare...
Ma
di lì a poco tempo arrivava di nuovo al convento l'inviato di mamma Francesca,
recando il "sistilí".
Poche
e semplici cose: due fazzoletti di tela ben candeggiati, tre mele, quattro
uova, un pezzo di formaggio nostrano.
Il
tutto finiva nella dispensa a disposizione di frate cuoco o per qualche
fratino ammalato.
Frate
Innocenzo rimandava il cestellino alla madre con qualche rametto di salvia o di
rosmarino odoroso e pieno di affettuosa commozione.
Ai
primi di Aprile del 1876 mamma Francesca si ammalò gravemente.
Fra
Innocenzo accorse al suo capezzale e la assistette con ogni conforto spirituale
e morale finché ella morì.
Il
fratino ci soffrì immensamente: anche i santi hanno un cuore.
Poi
celebrò per lei tante messe finché un giorno confidò ad un frate di essere
certo che sua madre era in Paradiso.
La
veste nuova
Ai
primi di Novembre del 1889 arriva all'Annunziata una lettera del Padre Provinciale
che chiede a fra' Innocenzo di predicare gli esercizi spirituali ai suoi
confratelli cappuccini di Milano, di Bergamo, di Albino e di Brescia.
Il
fratino è atterrito. Perché hanno scelto proprio lui, il buono a nulla?
Le sue già deboli forze certamente non ce la faranno a sostenere una fatica del genere... e poi l'uditorio sarà composto da padri molto colti, da giovani studenti... e poi lui è così poco presentabile con quella sua tonaca che indossa da anni, tutta rattoppata e consunta... Espone al Superiore le sue difficoltà.
La
risposta è perentoria: "i tuoi confratelli, soprattutto i più giovani,
vogliono te! Quanto alla veste, a giorni te ne arriverà una nuova che
indosserai per il compito che la santa obbedienza ti affida".
E
così arriva il giorno dell'addio al caro convento dell'Annunziata.
Fra
Innocenzo sente che non vi ritornerà più da vivo.
È
un pallido pomeriggio di fine novembre.
Il
fratino saluta dalla finestra della cella il suo villaggio che ben s'intravvede
laggiù, ad oriente, tra i veli delle brume autunnali.
Poi,
indossata la tunica nuova, col suo cestello al braccio, scende a valle, per il
sentiero delle Pirle, fino a Piamborno.
Sui
rami spogli dei boschetti cinguettano i suoi amici uccelli. Sembra che si siano
dati appuntamento per salutare il fratino. Ecco il merlo che ogni giorno lo
salutava dal bosco del convento. E frate pettirosso a lui tanto caro... e anche
frate scricciolo, già pronto ad affrontare i rigori dell'inverno tra i rovi del
costone solatio dell'Annunziata.
Anche
il parroco di Piamborno non nasconde la sua meraviglia quando si vede
comparire dinanzi fra Innocenzo così ben vestito.
-
Padre, ma dove va, stavolta, tutto rimesso a nuovo? Va forse dal Papa?
All'indomani, sempre a piedi, il fratino si incammina per Lovere, dove giunge
sul fare del mezzodì.
Il
Padre Guardiano lo accoglie e manda ad avvisare frate cuoco:
-
È arrivato un altro frate... brodo lungo e seguitate...
Consumata
la modesta colazione i novizi gli si fanno attorno: gli vogliono parlare, sono
curiosi di vedere come è fatto un santo.
Qualcuno
tenta di baciargli le mani, ma il fraticello le nasconde nelle ampie maniche
della sua veste nuova.
Allora
si tenta di baciargli i piedi - gesto in uso, a quei tempi, tra i cappuccini -
ma il fratino incurva la testa e piega le spalle fino a ché l'ampia veste gli
ricopre anche i piedi.
Padre,
gli dice un novizio, ci dica qualche cosa, ci lasci un ricordo...
-
Che posso mai dirvi, io, frate poverello e ignorante?
Ecco,
vogliate sempre bene a Gesù, il coronamento di tutta la nostra vita è Lui,
Lui solo...
Il
mattino dopo, assai di buon'ora, fra' Innocenzo ha già ripreso il suo viaggio
per Bergamo e Milano, rannicchiato nel cassone di un carro che trasporta legna
secca e carbonella. L'ha ospitato un carrettiere che, per la sua prestazione
chiede soltanto una preghiera.
Era
l'antivigilia di Natale, quando frate Innocenzo, esausto e febbricitante, fu
ricoverato nell'infermeria del convento di Bergamo. Dopo aver predicato gli
esercizi spirituali ai frati di Milano, aveva ripreso la predicazione ai
confratelli del convento di Albino. Ma le sue forze, già deboli, non ressero
più ed iniziò per lui una lunga veglia pasquale.
L'assistette
nella sua infermità, per oltre due mesi, fra Pasquale da Prestinel che amava
fra Innocenzo più che un fratello. Non lo lasciava mai solo un momento.
Il
fratino era tutto una piaga per il lungo decubito, ma non si lamentava mai;
diceva ai visitatori che, ora, stava meglio, e che non aveva bisogno di altro
che di preghiere.
Quando
restava solo, con fra Pasquale, gli chiedeva la carità di portarlo in cappella
per adorare il suo amico Gesù.
Il
frate infermiere conosceva bene la singolare pietà eucaristica del suo
paziente. Gli avevano detto che, su all'Annunziata, era solito passare lunghe
ore, nella notte, in adorazione e che, non potendosi recare in chiesa perché
era chiusa, aveva scoperto un pertugio in un sottoscala, dal quale si poteva
vedere il tabernacolo dell'altare.
La
fiammella perenne gli indicava, nelle tenebre, il luogo dove doveva rivolgere la
sua preghiera e gli affetti del cuore.
Fra
Pasquale sapeva bene che, una volta, mentre fra Innocenzo si trovava per ministero
in un paesetto della Valle Camonica, fu rinchiuso sbadatamente in chiesa dal
sacrestano a tarda sera, dopo che il fratino aveva atteso per lunghe ore alle
confessioni.
Il
fratino non chiamò nessuno.
Si
rannicchiò dinanzi all'altare dell'Eucarestia e rimase lì, in
contemplazione, fino al sorgere dell'alba.
Ora
l'amico Divino che frate Innocenzo aveva tante volte contemplato sotto il velo
del pane, stava per rivelarsi a lui in luce beatificante.
E
avvenne che nella tarda sera del 3 Marzo 1890, fra Pasquale dovette assentarsi
per qualche momento dalla cella del malato.
Allora
fra' Innocenzo, con sforzo sovrumano, riuscì a scendere dal letto e a trascinarsi,
appoggiandosi alle pareti, fino alla cappella per salutare un'ultima volta Gesù,
nel mistero della Sua presenza reale.
La
fiammella stava per spegnersi, ma ardeva ancora, più che mai vivace.
Quando
fra Pasquale tornò dal suo malato trovò il letto vuoto. Intuì che il fratino
non poteva essere che in chiesa.
-
Ma che avete fatto, frate Innocenzo, che vi è saltato in mente? Lo sapete che
siete molto ammalato...
Prese
sotto le ascelle il fratino e lo portò quasi di peso, sul letto del suo dolore
e della sua agonia.
Di
lì a pochi minuti, santamente, fra Innocenzo spirò nella pace di Cristo.
"...il
Quale sia benedetto nei secoli. Amen".
Stefano
Regazzoli era appena sedicenne quando frate Innocenzo da Berzo, ai primi di
settembre del 1889, scese dall'Annunziata per andare a sostituire il Parroco,
Vicario Foraneo di Cedegolo che era stato convocato a Brescia per il Sinodo
Diocesano.
Il
giovane Stefano serviva la messa al fratino che era ormai in fama di santità.
Ma
la messa durava troppo e la gente suggeriva al chierichetto di farlo sapere al
celebrante.
Allora,
quando Stefano si avvicinava al fratino per il servizio liturgico, gli sussurrava
discretamente:
-
Padre, la gente si lamenta, dice che siete troppo lungo... che non finite mai...
Il
fratino non rispondeva nulla, ma soltanto arrossiva un poco in faccia.
Al
termine di una messa ch'era stata più lunga del solito, Stefano che già
studiava in Seminario perché intendeva farsi prete, volle confessarsi da
frate Innocenzo.
Gli
espose il suo stato d'animo, qualche perplessità che nutriva nel cuore di
fronte ad una scelta così grande come quella del sacerdozio a cui si stava
preparando.
Il
fratino gli rispose così:
-
Non temere, il Signore ti ama... ti ama più di quanto tu credi, ti vuol molto
bene... Stefano non dimenticò più quelle parole anche nei momenti più
difficili della sua vita.
Fatto
sacerdote divenne Arciprete di Berzo, la patria del fratino.
All'introduzione
della causa di beatificazione di frate Innocenzo, don Stefano assistette con
viva commozione alla riesumazione dei resti mortali del servo di Dio.
La
cassa fu deposta nell'Oratorio della Disciplina, retrostante l'abside della
parrocchiale di Berzo.
Fu
aperta ed apparvero poche ossa, ancora ben conservate dopo quasi un trentennio
dalla sepoltura.
Don
Stefano le prendeva ad una ad una con una molletta e le deponeva in vasi di vetro.
C'era anche della cenere.
Allora
mandò a prendere in canonica il cucchiaio più bello che aveva per estrarre
dalla bara, con attenzione devota, quanto si doveva conservare nei vasetti di
vetro.
Quel
cucchiaio don Stefano lo conserverà a lungo come un tesoro prezioso. Trovò tra
le ceneri anche qualche grano della corona del rosario del fratino che, essendo
fatti di legno duro, erano ancora ben conservati e non resistette alla
tentazione di prenderne uno per sè...
Don
Stefano divenne poi Monsignore a Breno ed era assai stimato dal clero Camuno che
lo chiamava "il Vescovino".
Quando
parlava del Beato "fratassì" era solito dire:
-
Se fossimo nei tempi antichi, quello sarebbe già sugli altari per
acclamazione di popolo!
Don
Battista era un prete eccezionale. Di intelligenza non comune, di memoria formidabile,
di soda virtù cristiana e sacerdotale. Parlava con uno stile tutto suo,
smascherando le ipocrisie e fustigando con fine ironia l'indifferenza
religiosa.
Nel
1920 divenne arciprete di Berzo.
Era
molto orgoglioso di essere il parroco del "fratassì" ch'egli aveva
conosciuto in gioventù e portava nell'animo la grande aspirazione di poter
vedere finalmente fra Innocenzo elevato alla gloria dei Beati.
Ma
Roma va adagio a decretare una beatificazione.
Oltre
alla eroicità delle virtù, ci vogliono almeno due miracoli attribuibili alla
intercessione del candidato agli altari.
Don
Battista predicava e insisteva coi suoi fedeli:
-
Dovreste pregare di più il vostro santo compaesano.
Lui
è certamente in Paradiso, ma per poterlo venerare come Beato, è necessaria
la proclamazione da parte del Papa...
È
uno scorno riunirci tutti gli anni a celebrare l'anniversario della Sua santa
morte e della Sua traslazione, senza poter celebrare la "Sua" messa...
Quattro
pellegrini in cerca di grazie, due bancarelle che vendono cianfrusaglie... è
troppo poco.
Svegliatevi!
Fate un po' di propaganda, fatelo conoscere di più questo vostro paesano che
è la vostra gloria. Non pensate appena alle vacche da pascolare, alla vigna
da potare, ai pomini da innestare. Se fosse in qualche altra parte del mondo,
sarebbe già stato beatificato il nostro fratino...
-
Ma perché non lo fanno beato, sto' fratino, con tutte le grazie che ha fatto?
-
Non bastano le "grassie", avete capito? Quelli là di Roma vogliono i
miracoli e lui è un po' stitico di far miracoli...
Ma
come si spiega questo, se molti lo invocano anche nei casi disperati?
-
Lo so io il perché. Lui, così timido e riservato in questa vita, è così
anche nel mondo di là. Io sono certo che Lui è in Paradiso... e lo vedo
rannicchiato lassù, in un cantuccio, a recitare il suo rosario...
Non
ha mica il coraggio di farsi avanti a chiedere i miracoli al Padre eterno, ('1 sè
òlsa miga = non osa).
Guardate
mo' quei giovani santi, che sono morti dopo di lui, quelli sono già sugli
altari perché hanno la faccia franca e sanno chiedere al Signore di fare anche
i miracoli...
E
il Signore li accontenta e così anche quelli là di Roma procedono velocemente.
Ma li farà anche il nostro fratino i miracoli, ne sono sicuro, gli darà una
mano la Madonna della quale era tanto devoto.
Don
Battista aveva già passato gli ottant'anni e continuava a pregare il Signore,
come il vecchio Simeone, di non lasciarlo morire senza prima aver visto frate
Innocenzo nella gloria dei beati.
I
miracoli vennero e Roma decretò che si poteva procedere alla beatificazione di
frate Innocenzo da Berzo, il che avvenne nel 1961.
Don
Battista, intanto, era morto da tre anni, ma già aveva intravisto
all'orizzonte la luce della gloria per l'umile suo amico.
Durante
la sua agonia, in un momento di lucidità, confidò a chi l'assisteva e lo
esortava a raccomandarsi alle preghiere del fratino:
-
L'ho visto io il fratino! Era tutto pervaso di luce! Mi ha abbracciato e mi ha
detto: "Coraggio, don Battista, che fra poco ci incontreremo e staremo
sempre insieme".
Questo
accadde alla Ninì pochi mesi dopo che frate Innocenzo era morto. Il fratino era
stato trionfalmente traslato da Bergamo al suo paesello.
Tutta
la Valle Camonica era accorsa a far corteo attorno alla bara di questo suo
figlio che ritornava tra i suoi per dormire l'eterno sonno dei giusti.
Molti
cominciarono a visitare la sua tomba e subito iniziò una serie numerosissima
di grazie ricevute per la sua intercessione.
La
Ninì aveva un figlioletto di neppure cinque anni gravemente ammalato. Si trattava
di un male misterioso che il medico non riusciva bene a diagnosticare ed a
curare.
Si
parlava di febbre maligna.
La
Ninì aveva fatto voto di recarsi, per una intera novena, fino al santuario di
San Valentino, tutte le mattine, prima dell'alba, recitando il rosario. Sostava
ogni volta alla cappella di S. Antonio di Padova, detta anche di S.
Appollonia, posta lì a mezza costa del colle di S. Valentino, sopra Breno, recitando
invocazioni sincere. Quella mattina, mentre saliva, pregando con grande fede, le
venne in mente anche il fratino di Berzo.
Pensò
dentro di sè che, mentre S. Valentino e S. Antonio, pur essendo dei grandi
santi, erano vissuti tanti secoli prima ed erano per così dire
"forestieri", il fratino era invece dei nostri paesi, era morto da
poco e lei stessa l'aveva sentito predicare in parrocchia.
Raccomandò
perciò anche a frate Innocenzo il suo piccolo bimbo ammalato. Quando la
donna, su per l'erta di S. Valentino, raggiunse la cappella di S. Appollonia,
ecco lì aggrappato al cancello di ferro, un piccolo frate cappuccino che
sembrava estasiato.
La
Ninì lo osservò bene: vide i piccoli piedi nudi e bianchi appena sporgenti
di sotto il saio, i sandali a forma di zoccolo, e poi la tonaca sdruscita,
stretta ai fianchi da un candido cordone, e il cappuccio e la testa tosata e
la breve barba sporgente dal mento...
Lo
fissò bene.
-
Sembra proprio lui! Ma che farà lì, a quest'ora? Ma se è già morto e
seppellito!?... La Ninì non osò avvicinarsi, quasi timorosa di disturbare la
preghiera del fraticello.
Svoltò
a destra per riprendere la salita verso San Valentino.
Intanto
suonò la campana dell'Ave Maria del mattino.
Istintivamente
la donna si voltò indietro per vedere se il fratino era ancora lì aggrappato
all'inferriata, in preghiera. Ma non vide più nessuno.
Allora
ritornò sui suoi passi, osservò il tratto di strada che scende giù fino al
ponticello sulla valle del Pilo; scrutò il tracciato di quell'altra stradella
che si inoltra tra i prati a levante... nessuno!
-
Avrò sognato? Mi sarò illusa!?
Intanto
il cuore le batteva forte nel petto e sentì una gran voglia di ritornare a casa
presso il suo piccolo malato.
Sperava
anche di raggiungere il fratino o, almeno, di intravvederlo correre giù per la
discesa, lui che s'era come volatilizzato, chissà perché, al suono dell'Ave
Maria.
Ma
del fratino neppure l'ombra anche se l'alba del nuovo giorno rischiarava ormai
tutte le cose.
Quando
la Ninì giunse a casa, trovò il suo figlioletto sfebbrato che voleva alzarsi
dal letto e chiedeva qualche cosa da mangiare.
Frate
Innocenzo si trovava già da qualche tempo all'Annunziata ed era stato nominato
Vice maestro dei novizi che egli edificava con l'esempio di una perfetta
osservanza della regola.
Un
giorno, verso ferragosto, capita al convento, per passarvi qualche tempo di
silenzio e di riflessione, un suo compagno di scuola del tempo degli studi al
Seminario di Brescia.
È
don Giacinto Gaggia, reduce da Roma dove si è laureato alla Università
Gregoriana. Ora è docente in seminario, responsabile di organismi diocesani,
oratore ricercato... da tutti preconizzato come futuro vescovo di Brescia.
Don
Giacinto ricorda bene lo Scalvinoni di soli tre anni più anziano di lui. Lo
incontra nel chiostro, dopo il pranzo, e gli manifesta la sua sorpresa perché
si è fatto cappuccino.
-
Se fossi rimasto in Diocesi, ti avrebbero presto nominato prevosto, le capacità
non ti mancavano e neppure la stima dei superiori...
Fra
Innocenzo abbassa gli occhi e resta in silenzio.
Interviene
il Padre Guardiano che cerca di aiutarlo ad uscire dall'imbarazzo.
-
Su, Innocenzo, porta monsignore a prendere una boccata d'aria, guidalo a
visitare la nostra ortaglia, accompagnalo nel bosco...
Il
fratino si incammina, seguito dal maestoso monsignore.
"A
dire il vero - ricorderà molti anni dopo monsignor Gaggia, venerando Vescovo di
Brescia - "dell'ortaglia, del bosco e dei sentieri che vi si intrecciano,
ne sapevo più io che non c'ero mai stato, che non lui che, credo, ci sia
stato più volte, ma con l'anima assorta in Dio...". L'ospite cominciò a
porre al fratino alcune domande:
-
Chi le coltiva tutte queste belle verdure, sei tu?
-
Oh, no, risponde il fratino.
-
Ma guarda come sono verdi questi alberi, e quanti uccellini... se l'avessi
saputo avrei portato con me lo schioppo, perché io sono anche un buon
cacciatore, sai? E, per la festa della Madonna Assunta, tutti i frati avrebbero
pranzato con polenta e uccelli...
-
Oh, no! risponde il fraticello.
-
Ma che bei fiori e che splendidi colori! Certamente li coltivate per metterli
sull'altare, vero?
-
Oh, sì, risponde fra Innocenzo.
"E,
rispondendo, - continua a ricordare il vescovo Giacinto - si faceva tutto rosso,
come chi soffre al dover muovere la lingua mentre era tempo di silenzio. Se
fossi pittore vorrei fare un ritratto di Frate Innocenzo, così, come l'ho
osservato nell'orto: con una mano sollevando la tonaca e con gli occhi di uno
che va e non vede quello che lo circonda... ma guarda, contemplando più
lontano, più in alto...".
Ah,
poarì!...
A
Ceto si celebrava la festa patronale di S. Andrea e un anniversario importante
della vita dell'Arciprete.
Fra
Innocenzo fu invitato alla vigilia della festa per attendere alle Confessioni
cui si dedicò fino a tarda sera perché tutti volevano confidarsi con lui.
All'indomani, di buon mattino, ritornò in confessionale. Il parroco, a mezza
mattina, lo invitò a salire in canonica.
-
È ora che prendiate qualche cosa, padre, che preferite?
Stamane,
grazie a Dio, in cucina c'è di tutto. Volete del caffè, del latte oppure
brodo o un uovo? Non avete che da parlare...
-
No, no, disse il fratino, io sono abituato a non prendere mai niente al mattino,
mi farebbe male... ecco, se proprio volete, datemi un goccio d'acqua.
Intanto
in cucina c'era un gran da fare: i fuochi ardevano e le pentole bollivano. Per
il pranzo del mezzogiorno erano invitati almeno venti sacerdoti e le autorità
del paese.
Venne
l'ora della Messa solenne. A frate Innocenzo fu dato l'incarico di fungere da
suddiacono, mentre un predicatore di grido tenne il panegirico. Finita la messa,
il fratino si accosta all'Arciprete e umilmente gli dice: - Mi vorrà scusare,
ma io non potrò restare per il pranzo.
-
Che dite? Non volete completare la festa con gli altri sacerdoti? Io ho fatto
preparare anche per voi...
-
Ecco, io La ringrazio, ma vorrei approfittare dell'occasione che mi trovo da
queste parti per recarmi a salutare il mio zio Francesco di Niardo, che è
malato...
-
Ma, e il pranzo? non vorrete andarvene così, digiuno da ieri.
-
Vuol dire che mangerò qualche cosa dai miei.
Tanto
insistette che il parroco lo lasciò partire, sul far del mezzodì. La gente che
lo vide attraversare il paese, avvolto nella sua mantellina, col capo chino,
quasi saltellando con i suoi sandali rattoppati, commentava:
-
Ma dove va, frate Innocenzo? se ne va via proprio all'ora del pranzo... che non
è stato invitato da quel taccagno del nostro parroco? Venga da noi, oggi è
festa grande qui, e non si può digiunare. Ma fra Innocenzo si scherniva:
-
Grazie, grazie, troppo buoni, ma io ho proprio un impegno...
-
Ah poarì, poarì, commentò la gente, verrà meno per strada.
Il
giorno dopo una comare che conosceva una parente del fratino a Niardo si informò
se il fratino era stato a pranzo in casa dello zio.
-
Oh, no, ci ha detto che aveva già mangiato... È rimasto un po' di tempo con
lo zio e poi è ripartito verso l'Annunziata, con la scusa che doveva essere in
convento prima dell'imbrunire.
-
Ah, poarì, disse di nuovo la gente.
Frate
Innocenzo, essendo sacerdote, non era incaricato di questuare per il convento.
Ma egli era tanto umile che voleva imitare il Poverello di Assisi anche nel
chiedere al prossimo un pezzo di pane per amore di Dio.
Una
volta riuscì ad ottenere dal Superiore il permesso di andare alla cerca delle
patate in un paesello di montagna.
Quando
il fratino vi giunse, già cadeva la notte, ed egli pensò di rivolgersi al
parroco per chiedergli ospitalità.
Il
buon prete, vistosi innanzi quell'esile fraticello, gli offrì un po' di cibo e
poi si scusò:
"Vede,
io non ho la stanza degli ospiti, la mia casa è piccola e poi sono senza
domestica... se volete accontentarvi della stalla, è un ambiente abbastanza
pulito e c'è molta paglia... anche il vostro confratello degli anni scorsi
dormiva nella stalla, quando veniva quassù!".
-
Oh, sì, Reverendo a me sta benissimo una stalla, grazie tante! -
Nella
stalla c'era l'asino del prete. Fra Innocenzo prese una bracciata di paglia e
la ripose per terra, racconciandola a mò di lettuccio e vi si sdraiò sopra,
stanchissimo, per passarvi la notte.
Era
vicino il Natale e al fratino venne subito in mente la stalla ove nacque Gesù.
L'asino c'era e il fratino lo sentiva sbuffare nel buio. Mancava il bue...
beh, pensò fra' Innocenzo, in cambio ci sono io che sono un altro asinello...
La paglia non manca e c'è anche un poco di fieno... e tanto silenzio. Quanto a
Maria e a Giuseppe il nostro poverello non ebbe difficoltà ad immaginarli, lì
inginocchiati attorno al mucchietto di paglia dove giaceva, luminoso, il
piccolo Bambino Gesù... Gli occhi del fratino non si chiusero per tutta la
notte. Egli continuò ad ammirare, anzi a contemplare, la scena della nascita di
Gesù, proiettata dalla sua immaginazione e dalla sua fede immensa in quella
povera stalletta.
Al
mattino, presto, suonò l'Ave Maria e il fratino corse in chiesa dove stava per
iniziare la Messa. Le poche donne presenti in chiesa notarono quel
fraticello, inginocchiato sul pavimento, le mani incrociate sul petto e la testa
inclinata, là vicino all'altare.
Lo
commiserarono: come farà quel poverino, a portare il sacco delle patate? bisognerà
dire ai nostri giovanotti di aiutarlo... Finita la Messa, fra Innocenzo si reca
in sacrestia e chiede umilmente al parroco se consente anche a lui di celebrare.
-
Ma come, voi siete sacerdote?
-
Indegnamente, rispose il fratino, per sola grazia di Dio.
-
Ma perché non me lo avete detto ieri sera? Avrei trovato un cantuccio più
dignitoso, una branda per farvi dormire...
-
A me è andata benissimo la stalla, ho dormito proprio bene.
Dopo
qualche giorno, fra Innocenzo ritornò al convento con quel poco di patate che
aveva raccolte per carità. Alcuni frati erano già al corrente dell'accaduto
e, nell'ora della ricreazione, stuzzicarono il fratino con un po' di ironia.
-
Allora, come è andata la questua delle patate?
-
Oh bene, bene, rispose fra Innocenzo a testa bassa.
-
E quella notte passata nella stalletta dell'asino?
-
Oh, è stata una cosa bella, mi sono trovato proprio a mio agio, lì, sulla
paglia, in compagnia di mio fratello asino.
Fra
Innocenzo morì a Bergamo la sera del 3 Marzo 1890. Il suo cadavere, com'è
tradizione dei cappuccini, venne esposto al pubblico in chiesa.
Il
volto del morto era sorridente, sembrava quello di uno che dormisse. Sebbene
il popolo di Bergamo non conoscesse il fratino che per la sua fama di santità,
fu un enorme accorrere di folla. Tutti volevano toccarlo, tagliargli un lembo
della tonaca... Si dovette cambiargli l'abito tre volte.
Ma
la cosa più sorprendente fu che il corpo del fratino conservò il suo calore
naturale per parecchie ore dopo la morte.
Il
medico ne era meravigliato e assai perplesso: come si può chiudere in una
bara un cadavere ancora caldo? Eppure l'ora dei funerali si avvicinava...
Allora il Superiore, Padre Epifanio da Saronno, ricorse ad un metodo
infallibile.
Si
accostò al morto e gli disse: - Frate Innocenzo, tu che in vita fosti sempre
così obbediente, se sei veramente morto, dammi un segno; te lo chiedo in nome
di santa obbedienza: diventa freddo! -
Subito
il tepore del corpo del morto cessò e la salma assunse la naturale rigidezza di
un cadavere.
-
Lo dicevo io - commentò Padre Epifanio - per ottenere qualunque cosa da Frate
Innocenzo, bisogna chiederglielo in nome di santa obbedienza. -
Mentre
lo stavano componendo nella bara, i presenti avvertirono una fragranza soave,
come di un profumo di viole.
Di
molti altri fioretti bisognerebbe dire, ma tanti non furono mai raccontati ad
alcuno perché avvennero nel segreto e nel silenzio rimasero.
La
gente raccontava anche di un fiore settembrino raccolto nei pressi della bara di
frate Innocenzo il giorno della sua sepoltura e che durò molti mesi in un
bicchier d'acqua senza mai appassire, di un moccolo di candela che arse la sera
della traslazione da Esine a Berzo recata da una ragazza fra le tante velate di
bianco. Si accendeva nei momenti del temporale o in casi di gravi preoccupazioni
o malattie.
Mia
nonna raccontava di un fazzoletto che aveva toccato la bara del santo fratino
durante la veglia notturna nella parrocchiale di Berzo. Per lungo tempo quel
fazzoletto emanò un sottile e soave profumo...
Certamente
anche il Beato Innocenzo, come Francesco d'Assisi, convertì i ladroni ed ammansì
qualche lupo rapace con la sua incessante preghiera, nell'assiduo lavoro del
confessionale, con l'esempio della sua vita intemerata.
Ma queste cose stanno scritte in cielo!