BAKHITA… fioretti… (Santa Giuseppina Bakhita)
Prefazione
La
vita dei «Santi» commenta al vivo pagine del Vangelo del Signore.
Infatti,
nella loro testimonianza, brilla la verità e l'efficacia di quella Parola
Unica, Inesauribile che, oggi, si rivolge anche a noi nella freschezza e
semplicità dell'esprimersi di Bakhita, la nostra «Sorella Universale».
Le
pagine che seguono tentano di raccogliere il filo della sua esistenza,
ripercorrendola attraverso il racconto della sua vita, richiestole
dall'obbedienza nel 1910, e attraverso la narrazione di alcuni «fioretti»
tratti dalle testimonianze di chi le visse accanto.
A
noi il saper cogliere i riflessi della «beatitudine evangelica» che Bakhita,
la Fortunata, ha testimoniato nella sua vita per tradurli nella nostra.
Superiora Generale
La mia famiglia abitava proprio nel centro dell'Africa, in un sobborgo del Darfur, chiamato Olgossa, vicino al monte Agilere. Era formata dal padre, dalla madre, tre fratelli e tre sorelle. Io ero gemella di una sorella, della quale, come dei genitori, io più nulla seppi da quando fui rubata. Vivevo allora pienamente felice, senza sapere cosa fosse dolore.
Un
giorno, mia madre pensò di portarsi nei campi dove (avevamo) molte piantagioni
e bestiame, per vedere se tutti i lavoratori attendevano al loro dovere, e
voleva che la seguissimo tutti noi figli. La maggiore, che si sentiva
indisposta, chiese e ottenne di fermarsi a casa con la sorella minore.
Se
non che, mentre noi eravamo nei campi, sentimmo un parapiglia, un gridare e un
correre, ognuno immaginò subito essere i negrieri entrati nel paese e derubare.
Tornammo
subito a casa e quale non fu il nostro dolore nel sentire dalla piccina, tutta
spaventata e tremante, come i razziatori avessero portata via la sorella
(maggiore), ed ella avesse appena fatto in tempo a nascondersi dietro il muro di
una casa diroccata, altrimenti sarebbe stata rapita anche lei. Ricordo quanto
pianse la mamma, e quanto piangemmo noi pure.
La
sera, tornato il padre dal lavoro, sente dell'accaduto. Monta sulle furie e
subito, con i suoi lavoratori, armati di lance, com'è loro costume, fanno
indagini per tutta la notte e parte del giorno seguente. Ma inutilmente.
Non
si seppe più nulla della povera sorella.
Questo
fu il mio primo dolore e oh! quanti e quanti me ne aspettavano di poi!
Avevo
nove anni circa quando un mattino, dopo colazione, andai con una mia compagna
di dodici o tredici anni, a passeggio nei nostri campi, un po' discosti da casa.
Interrotti i nostri giuochi, eravamo intente a raccogliere erbe. Ad un tratto
vediamo sbucare da una siepe due stranieri. Uno di loro disse alla mia compagna:
«Lascia che questa piccina vada là presso quel bosco a prendermi un involto,
tornerà presto, tu prosegui per la tua strada e ti raggiungerà subito». È
evidente che il loro piano era di allontanare l'amica, perché, se fosse stata
presente alla cattura, avrebbe gettato l'allarme.
Io
non dubitavo di nulla. Mi prestai a ubbidire come sempre facevo con mia mamma.
Ma,
come mi ero internata nel bosco per cercare l'involto che non trovavo, mi vidi
quei due alle spalle...
Uno
mi prende bruscamente con una mano, con l'altra estrae un grosso coltello dalla
cintura, me lo punta sul fianco e con una voce imperiosa, «Se gridi, sei morta,
avanti seguici!» mi dice, mentre l'altro mi spingeva puntandomi le canne di un
fucile alla schiena.
Io
rimasi impietrita dalla paura. Gli occhi spalancati e tremante da capo a
piedi, faccio per gridare, ma un nodo alla gola me lo impedisce: non riesco né
a parlare, né a piangere.
«Spinta
con violenza nel fitto del bosco, per sentieri mai battuti, attraverso campi,
sempre a passo svelto, mi fecero camminare fino alla sera.
Ero
stanca morta, avevo i piedi e le gambe sanguinanti, causa le schegge dei sassi
e le punture di piante spinose.
Scoppiai
in pianto, ma quei cuori duri non sentivano nessuna pietà.
Lungo
questa marcia forzata, ci imbattemmo in un campo di cocomeri. I due ne colsero,
si misero a mangiarli e ne offersero anche a me.
Ma
io non potevo proprio inghiottire niente, eppure era dal mattino che non
mangiavo.
Non
avevo in mente che la mia famiglia: chiamavo mamma e papà, con un'angoscia
d'animo da non dire. Ma nessuno là mi udiva.
Di
più: mi si intimava silenzio con terribili minacce, mentre così, stanca e
digiuna, mi facevano riprendere il viaggio che durò senza soste tutta la
notte.
Al
primo albeggiare, entrammo nel loro paese. Non ne potevo proprio più. Uno di
essi mi afferrò per una mano e mi trascinò nella sua abitazione, mi introdusse
in un bugigattolo pieno di arnesi e di rottami, ma non vi erano né sacchi né
letto, solo il nudo terreno. Mi diede un pezzo di pan nero e mi disse: «Stai
qui», e uscendo chiuse la porta a chiave.
Stetti
colà più di un mese. Un piccolo foro in alto era la mia finestra, l'uscio
veniva aperto per brevi istanti per darmi un magro cibo.
Quanto
io abbia sofferto in quel luogo, non si può dire a parole.
Ricordo
ancora quelle ore angosciose quando, stanca dal piangere, cadevo sfinita al
suolo in un leggero torpore, mentre la mia fantasia mi portava fra i miei cari
lontano lontano...
Lì,
vedevo i miei amati genitori, fratelli e sorelle e tutti abbracciavo con
trasporto di tenerezza, narrando come mi avevano rapita e quanto avevo sofferto.
Altre
volte mi sembrava di giuocare con le mie amiche nei nostri campi, mi sentivo
felice, ma ahimé, tornata alla cruda realtà dell'orrida solitudine, mi
pigliava un senso di scoramento che mi pareva mi si spezzasse il cuore.
Ua
mattina mi viene aperto l'uscio prima del consueto. Il padrone mi presenta a
un mercante di schiavi che mi compera e mi unisce a degli altri suoi schiavi,
erano: tre uomini, tre donne, fra cui una fanciulla di poco maggiore di me.
Tosto ci mettemmo in viaggio. Il vedere la campagna, il cielo, l'acqua, il
poter respirare l'aria libera, mi ridiede un po' di vita, quantunque non sapessi
dove andavo a finire.
Il
viaggio durò otto giorni di seguito, sempre a piedi: per boschi, per monti,
per valli e deserti. Passando per i paesi, la carovana si ingrossava sempre
più, la quale era così disposta: prima gli uomini, poi le donne, (i primi)
venivano legati al collo con grossa catena, serrata da lucchetti a chiave,
infila a due o a tre, guai se qualcuno si piegava o si fermava, povero collo
suo e quello del compagno! Si vedevano attorno al collo di ciascuno grosse e
affondate piaghe che facevano pietà. Poverini! Come fossero bestie da soma,
ai più robusti legavano sulle spalle grossi fardelli che dovevano portare per
miglia e miglia. Noi più piccole non avevamo la catena, camminavamo in ultima
fila in mezzo ai padroni. Ci fermavamo solo qualche ora a riposare o a prendere
cibo. Allora veniva tolta la catena dal collo e posta al piede a distanza di
un passo l'uno dall'altro, onde impedire la fuga. Questo si faceva anche a noi
piccole, però di notte solo.
Finalmente
sostammo al mercato degli schiavi.
Fummo
introdotti tutti in un camerone, in attesa del turno di vendita. I primi
smerciati furono i più deboli e malaticci, per timore che peggiorando, ne
andasse perduto il guadagno.
Mentre
andava avanti la scelta, l'intesa e la vendita di ciascuno, noi due più
piccole, trovandoci sempre vicine, perché legate ai piedi dalla stessa catena,
nei momenti in cui non eravamo osservate, ci raccontavamo l'un l'altra come
eravamo state rubate. Parlavamo dei nostri cari e sempre più si accendeva in
noi il desiderio di ritornare in famiglia. Mentre si piangeva sulla nostra
infelice sorte, si andava progettando qualche piano di fuga. Il buon Dio che
vegliava su di noi, senza che pur lo conoscessimo, ce ne offerse l'occasione.
Ecco come.
Il
padrone aveva messo me e la mia compagna in una camera separata che egli
chiudeva sempre, specie quando doveva allontanarsi da casa. Una sera torna dal
mercato con un mulotto carico di pannocchie di mais. Entra nella nostra tana, ci
toglie la catena dai piedi e ci ordina di scartocciare le spighe e di darne da
mangiare al mulo. Eravamo sole, senza catena!
Provvidenza
di Dio: era il momento buono. Un'occhiata d'intesa, una stretta di mano, uno
sguardo all'intorno e, non vedendo nessuno, via di tutta corsa verso l'aperta
campagna, senza saper dove, con la sola velocità delle nostre povere gambe.
Tutta la notte fu una continua e trepidante corsa dentro ai boschi e fuori per
il deserto. Ansanti e trafelate sentivamo nel buio i ruggiti delle fiere. Al
loro approssimarsi, saltavamo sugli alberi per salvarci.
Infatti,
come camminavamo ormai in pieno giorno, facendoci strada fra sterpi ed erbe
selvatiche, sentimmo il brusio tipico delle carovane che s'avvicinava.
Più
spaventate che mai, ci nascondemmo dietro cespugli irti di spine; per ben due
ore un gruppo seguì l'altro, passando proprio davanti a noi, ma nessuno ci
scorse.
Era
il buon Dio che ci proteggeva, non altri.
Io
mi credevo che, scongiurati i pericoli, avrei di poi subito trovato i miei cari:
tutto soffrivo volentieri e mi davo animo.
Verso
l'alba ci fermammo a prendere fiato; come eravamo stanche! Il cuore ci
martellava in petto, grosse gocce di sudore ci cadevano da ogni parte, una fame
acuta ci lacerava lo stomaco: non avevamo nulla...
Il
desiderio vivo di rivedere i nostri cari e il timore di essere inseguite ci
somministravano
Ancora
la forza di continuare la corsa, mai però come prima. Ma dove andavamo a
finire?
Verso
il tramonto vedemmo una casupola. Il cuore allora prese a battere più forte.
Aguzzammo gli occhi per vedere se era la nostra (casa): non lo era! Oh, quanta
amarezza, quale disinganno!
Mntre
sfiduciate, stavamo lì su due piedi a pensare, ci appare davanti un uomo.
Spaventate, facciamo per fuggire; ma egli fermandoci il passo, con buone
maniere ci chiede:
«Dove
andate?». E noi, silenzio. «Su dite: dove andate?». «Dai nostri genitori».
«E
dove sono i vostri genitori?».
«Là»,
rispondemmo, indicando confuse una parte, senza saper dove.
Egli
allora si accorse che eravamo fuggiasche. «Ebbene, disse, venite a riposare un
poco, poi vi condurrò io dai vostri genitori».
Noi,
credendo alle sue parole, lo seguimmo nella casupola.
Appena
entrate, ci sdraiammo per terra come morte. Ci diede da bere un po' d'acqua, ma
eravamo così sfinite, che non potemmo ritenerla. Allora ci lasciò sole e,
quiete, ci addormentammo.
Dopo
un'ora circa, ci condusse nella sua casa, ci diede da mangiare e da bere e poi
ci introdusse in un ovile pieno di pecore e di agnelli; fece ivi posto per
mettervi un angareb poi legandoci assieme per il piede con una grossa catena, ci
comandò di stare in quell'ovile fino ad altro avviso. Bel condurci dai
genitori! Quanto piangere! Quanto soffrire!
Ci
lasciò là, tra pecore e montoni per più giorni, finché passando di là un
mercante di schiavi, ci trasse dall'ovile e ci vendette a quell'uomo. Camminammo
a lungo prima di raggiungere la carovana.
Quale
non fu la nostra sorpresa nel vedere tra gli schiavi alcuni di quelli che
appartenevano al padrone dal quale noi eravamo fuggite. Ci descrissero
l'ira, il furore suo quando non ci trovò (al lavoro), dando nelle smanie
minacciava di farci a pezzi quando ci avesse trovate. «Ora sempre più conosco
la bontà del Signore che mi salvò anche allora quasi miracolosamente».
Si
viaggiò per due settimane e mezzo sempre con lo stesso metodo descritto più
sopra.
In
tal viaggio mi toccò di vedere un povero schiavo che aveva tanto male e non
poteva reggersi in piedi. Pregò il padrone di lasciarlo sedere a riposare un
poco. Ma questi, non credendo, lo percuoteva come fosse una bestia; lo vidi
cadere a terra lamentandosi: «Mi sento morire, non ne posso più!». Ma
quell'inumano, senza nessuna considerazione, lo percuoteva ancora perché si
alzasse. (Vedendo però che) non si poteva più muovere, gli dovette levare la
catena che lo legava al compagno. Il poverino gemeva da far pietà. Il padrone
allora pieno di rabbia ordinò a noi di proseguire e si fermò con
quell'infelice.
Che
ne fece? Nessuno lo vide più.
Giunti
finalmente in città, fummo condotti nella residenza del capo.
Era
un uomo ricchissimo, aveva già un gran numero di schiavi, tutti nel fior
della gioventù.
La
mia compagna e io fummo destinate come ancelle delle signorine sue figlie, che
presero subito a volerci bene.
Era
intenzione del padrone di regalarci a suo figlio quando si sarebbe sposato. In
quella casa fui trattata bene e non mi mancava nulla.
Senonché,
un giorno commisi non so quale sbaglio, proprio nei riguardi del figlio del
padrone. Egli subito diede mano allo scudiscio per percuotermi. Io fuggii
nell'altra stanza per nascondermi dietro le sue sorelle.
Non
l'avessi mai fatto!
Montò
sulle furie, mi strappò a forza di là e mi buttò a terra, e con lo staffile e
coi piedi me ne diede tante e poi tante e infine con un calcio al fianco
sinistro mi lasciò come morta.
Più
nulla seppi di me. Priva di sensi, devo essere stata trasportata, dalle schiave,
sul mio giaciglio dove rimasi più di un mese...
Entrambe
assai inumane verso i poveri schiavi, che erano impiegati nei lavori più
faticosi in cucina, in lavanderia e nei campi.
Quanto
a noi due, non potevamo lasciare le nostre padrone neppure un momento. Fra
vestirle, profumarle e ventilarle, non avevamo posa. E guai a noi se, per
sbaglio o per il sonno, toccavamo anche solo un capello delle signore... Le
frustate ci piombavano addosso senza misericordia; di modo che in tre anni che
stetti al loro servizio, non ricordo d'aver passato un giorno solo senza
piaghe, perché non ancora guarita dai colpi ricevuti, altri me ne piombavano
addosso senza sapere il perché.
Un
giorno, io stavo raccontando alla mia (nuova) compagna come ero fuggita dal
primo padrone. Inavvertita, la figlia del generale aveva tutto ascoltato;
temendo quindi che tentassimo una fuga, mi fece porre una grossa catena ai
piedi che dovetti portare per più di un mese. Mi fu tolta nell'occasione di
una grande festa musulmana, quando era d'obbligo sciogliere i ceppi a tutti gli
schiavi.
Al
primo albeggiare gli schiavi dovevano alzarsi. La signora, moglie del
generale, era così zelante, che a volte si alzava prima di tutti per
osservare se qualcuno ritardava anche di un sol minuto. Allora gli era sopra con
lo staffile e lo faceva saltare dal dolore, senza tener presente che il
poverino, e ciò succedeva spesso, aveva faticato fino a tarda notte.
Gli
schiavi dormivano tutti in un camerone. Avevano assoluto digiuno fino a mezzodì,
quando veniva dato a ciascuno una porzione di carne in umido, polenta, pane
e frutta. Alla sera, una meschina cena e poi a riposo sulla nuda terra. Guai a
chi non zittisse!
Quelli
che si ammalavano non erano degnati nemmeno di uno sguardo, lasciati in
abbandono non c'era chi pensasse a medicarli o a soccorrerli; quando stavano per
morire, erano gettati nei campi o sul letamaio.
Quanti
maltrattamenti gli schiavi ricevono senza, alcun motivo.
Per
esempio, un giorno ci trovammo presenti per caso, quando il padrone altercava
con la moglie. Questi per sfogarsi, ordina a noi due di scendere in corte e
comanda a due soldati di buttarci a terra per subire la flagellazione. Quei due
con quanta avevano di forza cominciano il supplizio e ci lasciano tutte e due
immerse nel nostro sangue. Ricordo come la verga mirata a più riprese sulla
coscia mi portò via pelle e carne, mi procurò un lungo canaletto che mi
fece stare immobile sul giaciglio per più mesi.
Bisognava
sopportare tutto in silenzio, perché nessuno veniva a medicare (le nostre
ferite) né a dirci una parola di conforto. Quante mie compagne di sventura
morirono per i colpi sofferti.
Io
fino allora non ne avevo alcuno e le mie compagne ne portavano tanti anche sul
viso. Ebbene la nostra signora s'incapricciò di fare questo regalo a quelle
che non erano tatuate. Eravamo in tre.
Viene
una donna esperta in questa crudele arte. Ci conduce sotto il portico e la
padrona dietro con lo scudiscio in mano. La donna si fa portare un piatto di
farina bianca, uno di sale e un rasoio. Ordina alla prima di noi tre di
distendersi per terra e a due schiave delle più forti di tenerla una per le
braccia e l'altra per le gambe.
(L'aguzzina)
allora si curva su di lei e comincia con la farina a fare sul ventre di quella
disgraziata una sessantina di segnifini. Io ero lì con tanto d'occhi a
osservare, pensando che dopo sarebbe toccato anche a me quella sorte crudele.
Finiti
i segni, prende il rasoio e giù tagli su ogni segno che aveva tracciato. La
poverina gemeva e il sangue stillava da ogni taglio.
Non
basta. Finita questa operazione, prende il sale e con tutta forza stropiccia
ogni ferita, perché vi entri a ingrossare il taglio (onde tenerne i labbri
aperti). Che spasimo! Che tormento! Tremava tutta l'infelice, e io pure
tremavo, aspettandomi purtroppo altrettanto. Infatti, portata la prima sul suo
giaciglio, viene il mio turno.
Non
avevo fiato di muovermi, ma uno sguardo fulmineo della padrona e lo scudiscio
alzato, mi fecero piegare immediatamente a terra. La donna, avuto ordine di
risparmiarmi la fatica, comincia a farmi sei tagli sul petto, e poi sul ventre
fino a sessanta, sul braccio destro quarantotto. Come mi sentissi non lo
potrei dire. Mi pareva di morire ad ogni momento, specie quando mi stropicciò
con il sale.
Immersa
in un lago di sangue, fui portata sul giaciglio, ove per più ore non seppi
nulla di me... Quando rinvenni, mi vidi accanto le mie compagne che, al par di
me, soffrivano atrocemente.
Per
più di un mese tutte e tre fummo condannate a stare là, distese sulla stuoia,
senza poterci muovere, senza una pezzuola con cui asciugare l'acqua che
continuamente usciva dalle piaghe semiaperte per il sale.
Posso
proprio dire che non sono morta per un miracolo del Signore che mi destinava a
MIGLIORI COSE.
Dopo
vari mesi di lontananza, il generale era ritornato nel Kordofan, con la decisa
volontà di recarsi ai suoi paesi in Turchia. Fece dunque i preparativi per la
partenza e siccome aveva una quantità di schiavi, ne scelse dieci, tra i quali
anche me, gli altri furono venduti.
Partiti
dal Kordofan sui cammelli, dopo vari giorni di viaggio, si fece sosta a Khartum
in un albergo. Lì, mandò fuori la voce a chi volesse comperare schiavi.
Si
presentò l'agente consolare italiano di nome Callisto (Legnami). Si volle che
io gli portassi un caffè; lo vidi squadrarmi da capo a piedi, ma non pensavo
che progettasse di comperarmi. Lo compresi solo il mattino seguente, quando il
generale turco mi ordinò di seguire la cameriera del console, aiutandola a
portare un involto».
Questa
volta, fui davvero fortunata, perché il nuovo padrone era assai buono e prese
a volermi bene tanto. Mia occupazione era di aiutare la cameriera nelle
domestiche faccende; non ebbi rimbrotti, né castighi, né percosse, sicché non
mi pareva vero di godere tanta pace e tranquillità.
Due
anni e più passarono senza alcun cambiamento. Quand'ecco il console venne chiamato
in Italia per gravi affari.
Non
so il perché: quando sentii nominare l’Italia, della quale ignoravo la
bellezza e gli incanti, mi nacque in cuore un vivissimo desiderio di seguire il
padrone. Egli mi voleva bene sicché osai pregarlo di condurmi in Italia con
lui.
Egli
mi spiegò come il viaggio fosse molto lungo e costoso. Ma io tanto insistetti,
che mi accontentò. Era Iddio che lo voleva, lo conobbi di poi... Ancora gusto
la gioia che provai allora.
Si
partì. Eravamo: il console e un suo amico, un moretto e io. Uniti tutti in una
carovana, dopo alcuni giorni di viaggio, portati dai cammelli, si giunse a
Suakin. Ivi il console, in un col suo amico, si ebbe dopo un mese circa, la
triste notizia che una masnada di corsari era entrata nel paese (città) di
Khartum, aveva devastato ogni cosa e involato tutti gli schiavi. Se fossi
rimasta là, sarei certamente stata rubata anch'io, e che sarebbe avvenuto
di me? Quanto vi ringrazio, Signore, di avermi salvata una volta di più. Tanto
il console quanto l'altro signore furono derubati di tutto e ne erano
spiacentissimi.
A
Suakin ci fermammo un mese e poi si fece il viaggio in bastimento, passando il
Mar Rosso ed altri mari fino a Genova. Ivi si prese alloggio in un albergo il
cui padrone era ben noto all'amico del console il quale lo aveva pregato di
acquistargli un moretto, per cui gli fu ceduto subito quello che era stato mio
compagno di viaggio. La moglie dell'amico (sig.ra Maria Turina Michieli) che
era venuta ad incontrarlo, vedendo noi moretti, se ne invogliò e chiese al
marito perché non ne avesse condotta una per lei e per la tanto desiderata figlioletta.
Il
console per far piacere all'amico e a sua moglie, mi regala a loro e dopo poco
tempo si continuò il viaggio.
Il
console si diresse a Padova e nulla più seppi di lui.
Io
con i miei padroni ci avviammo a Mirano Veneto, dove fui poi per tre anni
bambinaia della loro figliuolina. Questa prese a volermi bene e io naturalmente
ero portata a ricambiarla di pari affetto. Scorsi tre anni, tornai con la
padrona in Africa a Suakin, dove suo marito teneva un grande hotel. Si restò
colà circa nove mesi dopo i quali il padrone decise che tutta la famiglia
dovesse stabilirvisi. La signora però doveva tornare in Italia per vendere
gli stabili e fare imballaggio del mobilio, intanto io sarei stata in albergo
con la piccina; ma la signora non voleva partire sola e ottenne che entrambe
la seguissimo».
Diedi
allora in cuor mio un eterno addio all'Africa. Una voce interna mi diceva che
non l'avrei più riveduta.
Ritornata
a Mirano, la signora vi stette con noi due anni circa, ma dovendo ripartire per
tornare un'altra volta (a Suakin), pensò di affidare la sua piccola e me a
qualche collegio per avere un po' d'istruzione. Fu passata parola alla Congregazione
di Carità di Venezia che volentieri si sarebbe prestata a ospitarmi nel
Catecumenato, diretto dalle Suore Canossiane, e lì avrei potuto istruirmi. Ma
la bimba era già battezzata, come e per che scopo lasciarla nel Catecumenato?
La
signora non voleva assolutamente dividerci, sicché per più di un mese durò la
lotta senza venire a una conclusione.
Intervenne
allora il fattore della signora, il signor Illuminato Checchini, uomo dal cuor
d'oro e di illuminata coscienza che ebbe poi fin che visse un amore paterno
verso di me.
Nel
darmelo (il crocifisso) lo baciò con devozione, poi mi spiegò chi Gesù
Cristo, Figlio di Dio, era morto per noi. Io non sapevo che fosse, ma spinta da
una forza misteriosa, lo nascosi per paura che la signora me lo prendesse. Prima
non avevo mai nascosto nulla, perché non ero attaccata a niente. Ricordo che
nascostamente lo guardavo e sentivo una cosa in me che non sapevo spiegare.
Così
fummo entrambe ricevute nel Catecumenato. Io venni affidata con la piccola a una
suora addetta all'istruzione dei catecumeni, non posso ricordare senza
piangere, la cura ch'ella ebbe di me. Volle sapere se avessi desiderio di farmi
cristiana e, sentito che lo desideravo e che anzi venivo con quella intenzione,
giubilò di gioia.
Allora
quelle sante Madri con una eroica pazienza mi istruirono e mi fecero conoscere
quel Dio che fin da bambina sentivo in cuore senza sapere chi fosse.
Ricordavo
come, vedendo il sole, la luna e le stelle, le bellezze della natura, dicevo tra
me: «Chi è mai il padrone di queste belle cose?». E provavo una voglia grande
di vederlo, di conoscerlo, di prestargli omaggio.
E
ora lo conosco. «Grazie, grazie, mio Dio!».
La
buona M. Fabretti diceva che «io bevevo le verità della fede».
Quando
la signora (Turina) mi accompagnò in collegio, (già) sulla soglia della
porta, voltandosi per darmi il saluto, mi disse: «Ecco qui, questa è la tua
casa!».
Disse
così senza penetrare il vero senso delle parole.
Oh,
se avesse immaginato quanto poi avvenne, non mi ci avrebbe condotta!».
Circa
nove mesi dopo, la signora Turina venne a reclamare i suoi diritti su di me.
Io
mi rifiutai di seguirla in Africa, perché non ancora ben istruita per il
battesimo. Pensavo pure che, qualora fossi battezzata, non avrei ugualmente
potuto professare la nuova religione, e che perciò mi conveniva meglio stare
con le suore.
Ella
montò sulle furie, tacciandomi d'ingrata nel lasciarla partire sola, mentre mi
aveva fatto tanto bene. Ma io, ferma nel mio pensiero.
Mi
disse tante e tante ragioni, ma per nessuna mi piegò.
Eppure
soffrivo nel vederla meco disgustata, perché le volevo bene davvero.
Era
il Signore che mi infondeva tanta fermezza, perché voleva farmi tutta sua. Oh,
bontà!
Il
giorno seguente ritornò in compagnia di una signora e ritentò la prova con
le più aspre minacce, ma inutilmente. Partirono indispettite.
Il
Rev. Superiore della casa scrisse a sua Em. Il Patriarca sul da farsi. Questi
ricorse al Procuratore del Re il quale mandò a dire che, essendo io in
Italia, dove non si fa mercato di schiavi, restavo affatto libera. Anche la
signora Turina si portò dal Procuratore del Re credendo di ottenere che la seguissi,
ma ebbe l'uguale risposta.
Il
terzo dì, eccola di nuovo all'istituto con la stessa signora e un suo
cognato, graduato militare. Vi erano pure S. Em. Il Patriarca Domenico Agostini,
il presidente della congregazione della carità, il superiore della casa e
alcune suore del catecumenato.
Parlò
prima il Patriarca, ne seguì una lunga discussione terminata in mio favore.
La
signora Turina, piangendo dalla collera e dal dispiacere, prese la bambina che
non voleva staccarsi da me, forzandomi a seguirla. Io ero tanto commossa che
non riuscivo a dir parola. Le lasciai piangendo... E mi ritirai contenta di non
aver ceduto. Era il 29 novembre 1889.
Rientrata
nel catecumenato, trascorso il tempo dell'istruzione ricevetti, con una gioia
che solo gli angeli potrebbero descrivere, il santo battesimo, il 9 gennaio
1890. Mi fu posto il nome di
Giuseppina
Margherita e Fortunata, che in arabo si interpreta Bakhita. Il giorno stesso
ricevetti la cresima e la comunione. Oh, che indimenticabile data!».
Mi
fermai in catecumenato quattro anni, durante i quali mi si schiariva sempre più
infondo all'anima una voce soave che mi faceva desiderare di essere anch'io
religiosa. Alla fine ne parlai al mio confessore. Egli mi suggerì di dirlo alla
superiora della Casa, Sr Luigia Bottesella, la quale ne scrisse alla superiora
della Casa Madre di Verona, M. Anna Previtali.
La
buona Madre non solo accordò la domanda, ma aggiunse ch'ella stessa voleva
avere la soddisfazione di vestirmi del santo abito e, a suo tempo, di
accogliere la mia professione.
Il
7 dicembre 1893, entrai in noviziato, proprio nella Casa dei Catecumeni a
Venezia. Passato un anno e mezzo, fui chiamata a Verona per la s. vestizione.
Qualche mese prima che spirassero i tre anni, ritornai (a Verona) per
pronunciare i santi voti (8.12.1896).
Dio
permise (così) di far pago il desiderio della M. Previtali che, un mese dopo,
l'l1 gennaio 1897, passava all'altra vita».
«Da
quel dì passarono quattordici anni di vita religiosa, durante i quali sempre
più ho conosciuto la bontà di Dio verso di me.
Prego
le care Sorelle che (mi) leggeranno di porgere perenne tributo di gratitudine
a questo provvido Signore e a supplicarlo che mi dia grazia di sempre meglio
corrispondergli.
Casa
Canossiana
Via
Fusinato, 51
Schio,
1910
Il racconto di madre Bakhita è ripreso integralmente da DAGNINO, Bakhita, Roma 1989, p. 31-56, cambiando solamente le suddivisioni del testo e i titoli.
...
di Bakhita si racconta
«Chi
sarà Colui che accende tutti quei lumi in cielo?»
Ogni
storia ha un suo inizio... La storia di Bakhita comincia molto lontano: nei
ricordi di una bambina che giocando nella prateria si ritrovava a lodare Colui
che aveva fatto il sole e la luna... Da questa presenza, a lungo senza nome, si
sentì sempre misteriosamente accompagnata durante tutta la sua giovinezza...
«Se guardo il tuo cielo opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissate: che cosa è l'uomo perché te ne ricordi, il figlio dell'uomo perché te ne curi?» (dal Salmo 8).
«Beati
i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei cieli»
Chi
ha conosciuto Bakhita racconta che essa amava la povertà, secondo lo spirito di
Francesco d'Assisi chiamandola sua sposa e raccomandando d'essere sepolta
con l'abito più logoro, perché sarebbe stato un peccato sciuparne uno nuovo.
La sua povertà rispetto alle cose e alle persone le derivava da un sentimento
di estrema fiducia in quel Dio che chiamava confidenzialmente «el Paron».
Rivolgendosi
alla superiora, un giorno dichiarò con semplicità: «Possiedo solo la corona e
il Crocifisso, ma se vuole le consegno anche questi». Non voleva toccare
denaro né chiedeva mai nulla per sé, anche se ammalata; si sentiva ricca al
punto di esclamare: «Oh, se i poveri avessero quello che ho io!».
Anche
rispetto alle persone viveva lo stesso distacco: se la Superiora cambiava e
Bakhita vedeva le consorelle turbate, diceva con semplicità e chiarezza: «Cambia
una, cambia l'altra, Gesù resta!». Quando a sua volta le si chiedeva di
cambiare casa, accettava con serenità: «Non c'è Dio anche in quella casa? Non
c'è la Santa Regola?». Persino di fronte al pensiero della morte era solita
dire: «Tanto... andare o stare, siamo sempre nei suoi possedimenti!».
Aveva
compreso la ricchezza del Regno.
«Il Regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose: trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compera» (Mt 13,45-46).
«Beati
gli afflitti, perché saranno consolati»
Sono
note le sofferenze che Bakhita dovette patire durante la sua schiavitù.
A
chi, sentendo la sua storia, diceva «Poveretta», replicava: «Io non sono
poveretta, perché sono del Padrone e nella sua casa. Quelli che non sono tutti
del Signore sono dei poveretti!».
Se
di qualcosa si rammaricava, era, invece, di non aver conosciuto prima il
Signore: «Se lo avessi conosciuto, quanto meno avrei sofferto: avrei potuto
offrire tutto a Lui e guadagnare tanti meriti». Anche nelle molte malattie era
sempre serena. Nei momenti di maggiore sofferenza non si lamentava, ma diceva:
«Ho perso tanto tempo e tanti meriti e bisogna che li guadagni ora!».
Faceva
continuo riferimento alla passione del Signore. Una volta, da ammalata, rimase
una notte intera nella stessa posizione senza lamentarsi: a chi lo scoprì,
semplicemente commentò: «Nostro Signore in croce non ha chiesto d'essere
cambiato di posto».
Non
negava di sentire dolore, se la si interrogava: «Madre Giuseppina soffre tanto?».
«Un pochetto sì, ma ho tanti peccati da scontare e poi... ci sono gli africani
da salvare, i peccatori da aiutare...».
«Completo nella mia carne ciò che manca alla passione di Cristo» (Col 1,24).
«Beati
i miti, perché erediteranno la terra»
La
santità di Bakhita non aveva nulla di straordinario: non si imponeva, ma
traspariva da tutta la sua vita.
Era
fatta anche di molta sapienza pratica, che le faceva trovare una parola per
tutti: per i soldati che, senza mezzi termini invitava ad andarsi a «confessare»,
per i seminaristi ai quali raccomandava la santità, per le donne che si
attardavano in chiacchiere, alle quali raccomandava: «Andate presto a casa a
preparare da mangiare, altrimenti vostro marito si impazienta».
Tutti
coloro che la incontravano rimanevano colpiti, piccoli e grandi.
Durante
i giorni di propaganda missionaria Bakhita accompagnava una sorella che teneva
le conferenze. La gente però era tutta tesa verso di lei che, salita sul palco,
con poche, povere parole riusciva a toccare il cuore di tutti: «Siate buoni,
amate il Signore, pregate per quelli che ancora non lo conoscono!». Poi si
faceva il segno della croce e velocemente se ne andava.
«Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro li nutre. Non contate voi forse più di loro?» (Mt 6,26).
«Beati
i misericordiosi, perché otterranno misericordia»
Amava
ardentemente il prossimo, senza preferenze, solo per amore di Dio.
Con
la stessa tenerezza soccorreva i soldati durante la guerra del 1915-18 o
riscaldava, da cuciniera, le scodelle delle sue consorelle «Le Spose del Signore»
oppure intratteneva le alunne della scuola durante l'attesa in portineria.
Ai
poveri avrebbe dato anche le sue vesti.
Una
sposa ricorda: «Quando avevo fame e lo dicevo a Madre Bakhita, ottenevo due
scodelle di minestra e a volte anche tre».
La
sua misericordia era fatta di silenziosa attenzione e grande delicatezza.
Durante le recite al ricreatorio le bambine erano solite avere delle arance o
caramelle: Madre Bakhita, accortasi che una delle bambine per vergogna della
propria povertà si forniva di bucce di arance, senza farsi notare le passò
un frutto.
«Ogni cosa che avete fatto ad uno di questi piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25,40).
«Beati
i puri di cuore, perché vedranno Dio»
Ricordando
le vicissitudini sopportate durante la sua schiavitù, Bakhita era solita attribuire
alla protezione di Dio il fatto che, pur essendo stata a lungo a contatto col
«fango», non ne era mai stata imbrattata.
Ma
la sua purezza andava ben oltre: era la semplicità e la trasparenza di un
cuore indiviso che si affidava con confidenza filiale al Dio della misericordia.
All'approssimarsi
della morte diceva: «... io ho dato tutto al mio Padrone, Lui penserà a me,
ne è obbligato». E poi: «Mi presenterò con due valigie: quella con i
meriti di Gesù e la mia brutta, piena di debiti. Presenterò quella dei meriti
di Gesù e dirò: adesso paga e poi dammi di ritorno quello che avanza».
Pensava
che sarebbe stata accolta dalla Madonna e da Maddalena una volta entrata, poi,
S. Pietro avrebbe potuto chiudere pure la porta del cielo, tanto lei non se ne
sarebbe andata di certo.
«Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11,25).
«Beati
gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio»
Madre
Bakhita non si lamentava mai, né notava i difetti degli altri. Quando in una
Sorella qualche mancanza era evidente, la scusava dicendo: «Si sarà
dimenticata... non si sarà accorta... sarà stato per un impulso di natura».
Per
amore di pace, a volte, accettava anche rimproveri non meritati.
Ma
soprattutto era rappacificata con la sua storia: pregava per i suoi persecutori
in Africa e non ebbe mai per loro parole di risentimento: «Poveretti, non
sapevano il male che facevano».
Durante
un giro missionario, ad una studente di Bologna che le chiedeva cosa avrebbe
fatto, se avesse incontrato quei negrieri che l'avevano rapita e trattata
tanto barbaramente, rispose con prontezza: «Mi inginocchierei a baciare le
loro mani, perché se ciò non fosse accaduto, io non sarei ora cristiana e
religiosa».
«Ma io vi dico amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni...» (Mt 5,44-45).
«Beati
coloro che, pur non avendo visto, crederanno»
Bakhita
ricordava con commozione il giorno del suo Battesimo. Quando aveva occasione di
rivedere la Chiesa del Catecumenato, si inginocchiava davanti al fonte
battesimale dicendo: «Qui, proprio qui sono diventata figlia di Dio... Qui mi
hanno versato l'acqua che mi ha aperto il Paradiso» e baciava la terra.
La
sua fede era profonda.
Aveva
una devozione particolare per l'Eucaristia: uno dei cappellani era solito
chiamarla il «moscone di Gesù» alludendo alla sua presenza nera e silenziosa
sempre intorno al tabernacolo.
Quando
ormai malata chiedeva di essere condotta a fare una visita in chiesa, succedeva
a volte che, per dimenticanza, vi rimanesse alcune ore. Alle scuse
dell'infermiera rispondeva con candore: «Mi ha fatto un regalo, perché ho
tenuto compagnia a Gesù!».
Se
infine la malattia non le permetteva di partecipare alla Messa diceva con
serenità alle sorelle: «L'ho sempre con me il Signore: se viene, bene, se no,
l'ho dentro di me e lo adoro!».
Oppure:
«Pazienza, mando il mio angelo custode per me, perché poi mi riferisca!».
Ogni
suo gesto, piccolo o grande, era per far contento «el Paron».
Durante
una visita del Vescovo al convento, Madre Bakhita, ormai costretta in
carrozzella, a una domanda del Prelato che le chiedeva quello che stava
facendo, candidamente rispose: «Quello che sta facendo lei: la volontà di
Dio!».
La
fede di Madre Bakhita usciva dal convento e rassicurava gli abitanti di Schio
durante la paura dei bombardamenti.
«Lasciateli
scoppiettare, diceva bonariamente, et Paron comanda lui!».
La
gente fiduciosa diceva: «Non temiamo, abbiamo con noi la Madre moretta: è una
santa ci salverà dai pericoli!».
«Quanto
a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; non abbiate
dunque timore: voi valete più di molti passeri!» (Mt
10,30-31).