FIGLIA
DEL DOLORE MADRE DI AMORE
ALEXANDRINA MARIA DA COSTA
(Quasi un’autobiografia)
Tratteggio di una biografia della serva di Dio Alexandrina Maria da Costa, fatto con brani dei suoi scritti scelti e tradotti dal portoghese dai coniugi Chiaffredo e Eugenia Signorile.
Vogliamo qui ricordare con l'anima piena di commossa riconoscenza i due direttori spirituali di Alexandrina, p. Mariano Pinho (Gesuita) e d. Umberto Pasquale (Salesiano), fonti principali alle quali abbiamo attinto; in particolare il secondo direttore che, conosciuto personalmente, ci ha fornito preziose notizie non reperibili altrove. La nostra riconoscenza anche a don Massimo Astrua e a Don Alessandro Galli per il loro prezioso, competente ed amorevole aiuto. Un "grazie' anche al prof. Umberto Callegaro per la collaborazione fotografica, e a fra' Damaso cappuccino, per la squisita grafica della copertina. Ringraziamenti poi a p. Vittorio de Bernardi SJ. per la gentile concessione di riportare alcuni stralci di suoi articoli del periodico «Spiritualità». Non tralasciamo di ricordare e di apprezzare l'opera paziente delle suore, sorridenti, che lavorano silenziose e incessantemente come api.
«Voglio essere figlia del dolore e madre di amore: figlia del dolore, per non cessare di soffrire fino a quando vivrò sulla Terra: madre di amore, per amare e fare amare sulla Terra e in Cielo. O amore, o amore che tutto vince!»
Anche noi ci sentiamo «figli del dolore» perché tutto quanto vi è in noi di più profondamente bello ed elevato, le vibrazioni più squisite del nostro essere, la sua maturità, sono nate dal dolore. Non dobbiamo dunque voler cessare di soffrire, perché «conviene che non ci manchi la croce, come al nostro Amato, fino alla morte d'amore» E impegnamoci a diventare «madri di amore»! «Alle volte, in visita a luoghi celebri, porto tra le pagine della agendina il petalo di un fiore; esso secca, perde il profumo e rimane solo a dare valore alla data in cui fu inserito. Andai a Balasar un giorno. Tornai una seconda volta. E anche da là portai, tra le pagine del libro delle Ore della mia povera vita, un petalo per ricordo. Ma esso non è ancora seccato, non ha ancora perduto il profumo: la visione di un'anima angelica, attraverso occhi di purezza, come in questa corrotta terra non se ne trovano. E, del Calvario di Alexandrina da Costa, fu questo il doloroso e immacolato ricordo che mi restò»
G. S. Gabriel O. S. B. Abade de Singeverga.
SACRA CONGREGAZIONE PER I RELIGIOSI E ISTITUTI SECOLARI
Presentazione
Vibranti e sublimi espressioni di vita mistica e semplicità cattivante di «fanciullezza spirituale» raccolgono ormai attorno al nome di Alexandrina da Costa numerosissimi devoti di ogni paese del mondo. Il suo messaggio è ardito e trafiggente: farsi vittime crocifisse in unione a Gesù crocifisso per la salvezza degli uomini. Ma l'umiltà gioiosa con cui essa ha vissuto la sua missione lo rende accettabile ed esaltante. E' una sinfonia d'amore che fa sentire la bontà di Dio verso di noi e dà senso elevante verso Dio alla nostra vita. Il segreto di questa lezione di Alexandrina è stato per anni devoto e attento oggetto delle riflessioni dei professori Eugenia e Chiaffredo Signorile, che presentano ora in questo volume il risultato del loro studio. E' un'opera preziosa divisa in due parti: prima una ricostruzione biografica fatta con encomiabile precisione storica e poi una successione di flashes, tratti dagli Scritti della Serva di Dio, sulla sua spiritualità. L'inquadramento delle vicende esteriori della Serva di Dio viene così animato dalla ricchezza della sua vita interiore e noi possiamo scoprire la complessità, la grandezza e l'attualità della sua missione. Alla Postulazione sono richieste spesso fonti autorevoli per una conoscenza diretta e approfondita di Alexandrina: si propone senz'altro questa pubblicazione, dove ognuno, qualunque sia il grado della sua maturazione spirituale, troverà pagine che desteranno proficue risonanze invitanti alla santità. Il volume si accompagna in questo momento alla preparazione della Positio super virtutibus della Causa di Alexandrina, che ha già ottenuto il primo ufficiale e positivo riconoscimento della Congregazione delle Cause dei Santi. Accogliamo la coincidenza come un segno augurale per un non lontano più alto riconoscimento delle virtù eroiche della Serva di Dio da parte delle Chiesa. Don Luigi Fiora Postulatore
PREMESSA
«Dopo alcuni momenti di preghiera per implorare aiuti dal Cielo e la luce del divino Spirito Santo alfine di poter fare ciò che il mio padre spirituale mi ha prescritto, comincio a descrivere la mia vita tale e quale come il Signore me la ricorderà di mano in mano, sebbene io lo faccia con grande sacrificio.» Così Alexandrina inizia la sua Autobiografia il 20 ottobre 1940, ubbidendo ad un ordine del suo primo direttore spirituale, p. Mariano Pinho, gesuita. Alexandrina si accinge, dunque, con grande sacrificio, a dettare la sua Autobiografia. Ma poi, dal 1942 al 1944, prima di ricevere dal secondo direttore spirituale l'ordine di stendere un suo Diario con i sentimenti della sua anima, è spinta dalla necessità di dettare quanto sente nel rivivere la Passione. Donde le viene questa necessità? Dal suo amore a Gesù, principio e fine di ogni suo atto (come vedremo nel corso di questa biografia). Infatti nel Diario del 27 marzo 1942 si legge, nella parte dettata dopo aver rivissuto la Passione: - Gesù non mancatemi con le vostre forze affinché io possa descrivere nel miglior modo possibile ciò che soffriste durante la vostra santa Passione e con la vostra protezione e l'amore verso questa poveretta. È per vostra maggior gloria e per profitto di tutte le anime. -Anche noi per obbedienza - sia ad una voce interna, sia ad alcune sollecitazioni esterne - dobbiamo accingerci a stendere almeno un tracciato di biografia di Alexandrina. Ci poniamo in ginocchio e invochiamo l'aiuto del divino Spirito Santo, ben consapevoli che molto più grande è la sproporzione tra le nostre esigue capacità e il compito che siamo chiamati a fare, di quanto non fosse per Alexandrina. Ci conforta e ci stimola però l'affermazione: «Quando conoscete i vostri limiti, è allora che avete l'aiuto dall'Altissimo. Lo stesso amore a Gesù che ha spinto Alexandrina ha mosso anche noi. Avendo avuto la grazia di venire a conoscenza degli scritti di Alexandrina e avendo scoperto in essi meravigliosi tesori di ricchezza spirituale, di elevazione a Dio, abbiamo sentito il dovere impellente di farne partecipi i fratelli, affinchè crescesse in loro l'amore a Gesù: chi viene a conoscere il suo infinito amore, con il conseguente infinito dolore, non può continuare a vivere come prima, ma è necessariamente trascinato a proseguire sulla strada di sempre più amore, a costo di tutto il dolore. Conoscere un poco la vita e la spiritualità di Alexandrina vuol dire aumentare la nostra conoscenza anche di Gesù, poiché Alexandrina è «una delle copie più perfette di Cristo crocifisso come in varie estasi ha sentito affermare da Gesù. E, aumentando la conoscenza, aumenta anche l'amore. Nessun altro scopo abbiamo! Spinti dunque a portare alla luce i preziosi tesori scavati nella profonda ricchissima miniera degli scritti di Alexandrina, siamo andati in cerca, per un bel po' di tempo, di un “grande” scrittore che utilizzasse il materiale da noi preparato per farne una biografia “bella”, degna della elevatezza di Alexandrina... Ma, non avendo potuto attuare questo sogno, e sempre spinti dalla necessità di incrementare l'amore a Gesù, ci siamo decisi a metterci noi all'opera. L'impresa è stata molto difficile. La vita di Alexandrina non è di quelle che si prestano ad una biografia romanzata: gli avvenimenti sono pochi; la complessa ricchezza della sua personalità è tutta spirituale, per cui il biografo dovrebbe essere molto abile e di grande profondità spirituale per poter descrivere in modo adeguato la figura di Alexandrina. Il suo stesso primo direttore spirituale, nell'Introduzione alla sua Biografia “No Calvario de Balasar”, scrive: “Non è facile scrivere su Alexandrina in modo da esaurire l’argomento”. Ecco che abbiamo pensato di far parlare Alexandrina, attingendo ai suoi scritti, ossia di fare quasi una autobiografia: siamo convinti che nessuno saprebbe ritrarla con maggior vivezza, immediatezza, profondità e, alle volte, forza drammatica, di quanto lei stessa. Ma questo ha comportato il grave problema della scelta dei brani! Dover scegliere tra l'immenso materiale a nostra disposizione (salgono a migliaia e migliaia le pagine dei suoi scritti) solo alcune parti per comporre i tratti di una figura che assomigli il più possibile alla vera Alexandrina! Scelte diverse tratteggiano lineamenti un po' diversi. Dover poi scartare tanti brani belli e significativi tanto quanto quelli scelti! È col cuore tremante per il timore di svisare la realtà e con l'anima in ginocchio che abbiamo invocato aiuto al Cielo, ispirazione ad ogni scelta, per riuscire a comporre una figura il più possibile vicina alla vera Alexandrina, che solo da Dio può essere conosciuta nella sua completezza. Auspichiamo che altri, più validi di noi, facciano in seguito un'opera migliore. «Un giorno verrà ad essere pubblicata tutta questa fonte di luce, calore e bellezza scrive p. Pinho nella sua biografia. Così sia! Per un lettore non abituato a considerare fenomeni mistici,e allo scopo di permettergli una migliore comprensione della vita spirituale di Alexandrina, aggiungiamo in questa Premessa alcune delucidazioni. Innanzitutto consideriamo il fenomeno di condizione mistica in generale. Non sappiamo trovare di meglio delle seguenti chiarissime e profonde spiegazioni di p. Vittorio de Bernardi Sj. (vedi “Spiritualità”, settembre 1974, n. 8): «La condizione mistica è un fenomeno noto nella Chiesa. Essa comporta una dilatazione di percettività che, a differenza delle esperienze parapsichiche, sempre contenute nella sfera dell'umano, si immerge più o meno profondamente nel mondo soprannaturale, con manifestazioni esterne inconfondibili, sempre improntate a santità. A differenza delle manifestazioni pseudo mistiche provocate ad arte con varie tecniche di tipo orientale, e delle manifestazioni provocate da vani stati di psicosi, le esperienze mistiche autentiche non dipendono dall'iniziativa di chi ne è soggetto, il quale rimane puramente recettivo, passivo. Il panorama divino che si schiude al mistico, astraendolo spesso dal mondo sensibile, provoca in esso una dilatazione delle facoltà spirituali, cioè di personalità e, di riflesso, un accrescimento sovrumano di gioia o di dolore. Per quanto riguarda l'esperienza mistica, qualcuno potrebbe pensare: beati i mistici, che hanno comunicazioni dirette con le realtà celesti! Cambierebbe però parere appena letta questa biografia, dove appare tutta la tragicità del dramma che si svolge nel profondo di Alexandrina. Sentiamo come prosegue p. De Bernardi, occupandosi in particolare di Alexandrina: «Al dileguarsi di queste impressioni mistiche, tuttavia, la capacità di soffrire ritorna in tutta la sua ampiezza, e Alexandrina si inoltra in quell'incessante alternarsi di gioie indicibili e di dolori sovrumani che sono caratteristici di uno stato mistico prolungato: per lei sino al termine della vita, secondo una spirale sempre più avvolgente. Non è più un normale cammino di fede, quello di Alexandrina: è un muoversi sugli abissi. Ora lo Sposo divino l'avvolge con abbaglianti fiammate d'amore, che la fanno gemere per lo spasimo d'essere tutta in Lui; ora la immerge nella desolazione e nell'oscurità, col dubbio che tutto sia un'illusione, un inganno satanico. A proposito del cumulo di svariate sofferenze in tutte le sfere, fisica, morale, spirituale, attraverso le quali è chiamata a passare per raggiungere la massima unione possibile con Dio, leggiamo quanto p. Pinho scrive in “No Calvario de Balasar”: «Chi conosce per esempio la dottrina di S. Giovanni della Croce resta effettivamente impressionato nel leggere gli scritti di Alexandrina, sopratutto quelli degli ultimi quattro lustri. Si direbbe che in essi troviamo la esemplificazione vissuta in un superlativo alle volte misterioso degli insegnamenti del grande Dottore mistico, particolarmente in quanto si riferisce alla notte passiva dei sensi e ancora molto di più a quella dello spirito e all'unione consumata.. Nel Capitolo 3° intitolato “Dolore e amore” p. Pinho tenta di “mettere ancora più a fuoco quale culmine raggiunse questa purificazione meravigliosa che, ‘spogliandola di tutto le dà tutto’, portandola fino alla perfetta unione di amore con Dio, aurora della unione beatifica.” (p. 203) Notiamo che una delle note fondamentali della spiritualità di Alexandrina, comune a quelle di tutti i santi, è l'amore alla sofferenza: il buttarsi nel rogo di essa per amore, col duplice scopo di purificarsi sino a rendersi degna della identificazione con Gesù e di salvare anime. Di qui nasce la sua gioia nel dolore, sperimentata, per esempio, dai martiri. E veramente «martire per la purezza« si può considerare anche Alexandrina, come vedremo. È tanto difficile per la mente umana concepire questo stato di gioia nel dolore! Nostro desiderio, più ancora nostra speranza, e di portare almeno qualche lettore ad una convinzione alla quale siamo giunti noi dopo molto faticosa meditazione: il dolore non si può eliminare sulla Terra, ma si può trasformarlo con l'amore, rendendolo fonte di bene. Di qui la gioia nel dolore. Un fulgido esempio, il più noto, ci è dato dal serafico S. Francesco d'Assisi, come è accennato più avanti nella Introduzione di frate Franco Fusar. Ma avertiamo subito qui che tutto il travaglio che si svolgeva nel profondo di Alexandrina non appariva alla superficie: chi si accostava a lei riceveva solo sorrisi, conforto e pace. Come quando contempliamo un bel mare calmo, la sua superficie iridata di varie tonalità di azzurri e animata da allegri luccichii, che ispira tanta serenità e pace con la sua grande distesa, non pensiamo alle immani tragedie che si svolgono nelle profondità degli abissi dove infuria la lotta di sopraffazione.
gli autori
Festa di Pentecoste del 1989
STRUTTARA DI QUESTO LAVORO E ALCUNI CHIARIMENTI
Questa «quasi autobiografia» è costituita per la massima parte di scritti di Mexandrina; ma tra questi sono intercalati brani di sicure e autorevoli testimonianze. Ogni pezzo è contrassegnato con un esponente che indica il suo numero d'ordine nel paragrafo cui appartiene; nell'Indice delle Fonti è riportato ogni esponente con accanto la fonte da cui è tratto. Questo è stato fatto per appagare il desiderio dello studioso, senza infirmare la scorrevolezza della lettura. I vani brani sono raggruppati in insiemi collegati tra loro da commenti, delucidazioni, che sono stampati con margine sinistro più ristretto. Ogni capitolo - preceduto da una pagina che ne esprime con poche frasi la sintesi - si presenta quindi come un insieme di gruppi di splendide gemme incastonate in un materiale non perfetto. Il lettore sia indulgente coi mediocri artigiani che hanno fatto il lavoro; passi oltre a questo e si fermi a gustare la preziosa sostanza che rifulge di divino: la contempli con intelletto d'amore e se ne lasci impossessare. Questo è il nostro desiderio.
AVVERTENZA SU ALCUNE ESPRESSIONI DEL LINGUAGGIO DI ALEXANDRINA
L' esperienza mistica è intraducibile nel linguaggio umano: i modi convenzionali di comunicare tra gli uomini sono assolutamente inadeguati a tradurre l'ineffabile che si svolge nel profondo dell'anima rapita a visioni mistiche a contatto col soprannaturale; forse la musica saprebbe esprimere con maggiore verosimiglianza lo stato che il mistico prova, i «sentimenti» che è obbligato ad esporre. Diciamo «obbligato» perché crediamo che nessun mistico avrebbe voglia di accingersi a tradurre nel linguaggio comune quello che prova, consapevole di deturparlo per l'inadeguatezza dello strumento a sua disposizione. Le pagine che i mistici ci hanno tramandato sono frutto di una «obbedienza», o al direttore spirituale o ad una voce dall'alto. Negli scritti di Alexandrina troviamo spessissimo affermato che è un sacrificio grande, fatto solo per obbedienza, questo suo dettare. Alexandrina ci mette tutta la sua buona volontà per questo gravoso compito, impegna tutte le sue capacità di espressione per tradurre nel linguaggio umano, servendosi di immagini tratte dalle esperienze della vita concreta comune, quanto vive nel profondo. Il lettore non avvezzo al linguaggio dei mistici tenga presente che le espressioni che incontrerà sovente, del tipo «Gesù (o Maria) mi accarezza, mi stringe a sé, mi bacia, mi avvolge, mi alita, mi dilata il cuore», ecc. non vanno prese alla lettera, ma intese come descrizioni di stati d'animo, come simbolismi di quanto avviene nel campo spirituale. O divina passione d'amore del Cristo! Al suo cuore, alle sue membra tutto ha chiesto l'Amore. Ha chiesto le percosse e gli sputi, le mani trafitte e il cuore squarciato. Non era giusto che il Cristo così patisse, così subisse la morte, ma era necessario al suo Amore perché l'odio e la menzogna del mondo fossero tramutati in amore e verità dell'uomo. Se la Croce è la rivelazione più alta dell'Amore, chi oserà soffocare quella gioia «indicibile e gloriosa» che erompe dal cuore di Cristo, dei suoi discepoli, di Alexandrina? Lei afferma: «Come è felice l'anima che conosce il valore della sofferenza!» Gioia gloriosa, perché gloriosa è la Croce. E la gloria della Croce è l'umiltà; è l'annientamento di Gesù su cui si riversano tutti i peccati del mondo e sono redenti. La gioia nel dolore. Nessuna malsana compiacenza della sofferenza è qui, ma il mirabile paradosso cristiano il quale attinge dalle profondità stesse dell'Amore di Gesù Cristo e si rigenera - per le anime fedeli - alla fornace ardente del Mistero Pasquale. Nel linguaggio francescano la gioia è «letizia»: una sfumatura di perdurante, soave levità. E se per Francesco d'Assisi la letizia sgorga dalla povertà e dall'umiltà, in Alexandrina da Costa scaturisce dal cuore e dal corpo devastato dalle tragiche sequenze della passione di Cristo che rivivono in lei. Come nel santo italiano, così nell'umile donna portoghese, il martirio delle stigmate è l'esperienza della gioia più inebriante. «L'ultimo sigillo» per Francesco e per Alexandrina è il sigillo della «gioia dolorosa», del «gioioso pianto» di cui è resa partecipe la creazione intera. Comprenderemo noi il messaggio della gioia nella croce, della letizia nella sofferenza, che ci affidano il corpo e l'anima di Alexandrina? Basta che non svuotiamo la croce di Cristo; che non profaniamo anche solo stemperandola - quella divina passione d'Amore, quel fuoco che Gesù è venuto a portare nei cuori perché il mondo avvampi! Da queste pagine di biografia e di biografia spirituale, stese con tanto intelletto d'amore dai carissimi Eugenia e Chiaffredo Signorile, urge al cuore nostro - oggi - l'invito apostolico: “Nella misura che partecipate alle sofferenze di Cristo, rallegratevi!”. Voi, che nel cuore e nel corpo portate le stigmate dolorose e gaudiose della Volontà del Padre, sentitevi confermati e benedetti dall'Amore crocifisso del Signore risorto; sentitevi accompagnati dalla mano amica di Alexandrina da Costa e dalla sua umile voce - suo programma e nostro impegno -: «soffrire, amare, riparare», in corredenzione pasquale, in beatitudine piena.
fra' Franco Fusar Bassini cappuccino Festa del Corpus Domini del 1989
BREVE SCHEMA DI BIOGRAFIA
Per comodità del lettore, premettiamo alla biografia dettagliata una breve sintesi della vita, alla quale fa séguito una cronologia. Alexandrina Maria da Costa nasce il 30 marzo 1904 in un paesino agricolo, Balasar, a circa 50 km. da Oporto e vi muore il 13 ottobre. Trascorre l'infanzia e la fanciullezza aiutando nei lavori domestici e agricoli con lo slancio di un temperamento esuberante, ma anche con una sensibilità eccezionale per le bellezze del Creato, che la portano, fino dai primi anni, a contemplare il cielo con forte nostalgia di raggiungerlo. Cresce con un profondo spirito di preghiera e con devozione ai tabernacoli, particolarmente sentita. Il sabato santo del 1918, a 14 anni, salta da una finestra nell'orto (m.3,30) per salvare la sua purezza, sottraendosi a tre uomini penetrati con violenza nella stanza dove sta lavorando di cucito con la sorella ed un'amica. Da qui ha inizio una mielite compressa alla spina dorsale, con conseguente paralisi progressiva che la inchioderà nel letto per oltre 30 anni, fino alla morte. È dunque «martire» per la purezza, come Maria Goretti e Pierina Morosini: il martirio di Alexandrina è incruento, ma dolorosissimo per durata e per intensità sempre più crescente. Questo incidente, umanamente, è una tragedia che la rende impotente; ma dal punto di vista divino è invece una chiamata ad una missione di una potenza straordinaria per la salvezza di moltissime anime. Infatti Alexandrina diventerà una delle più potenti anime-vittime che, seguendo il cammino indicato, anzi vissuto, da Cristo, si immolano per amore. Tutto sta nel trarre dal male il bene, con la forza dell'amore. Alexandrina dice di voler essere «figlia del dolore e madre di amore»: vuole e ci riesce in grado sommo! È «anima pura, cuore di fuoco». La fiamma del suo amore ardente la porta ad una tale generosità nell'offrirsi vittima di espiazione, da consentire a Gesù di farne una grande mistica: ha visioni ed estasi durante le quali viene a contatto con la realtà celeste, avendo anche colloqui con Gesù e con Maria. Fin da giovanissima profondamente devota alla Madonna, viene scelta da Gesù anche per unirsi a coloro che chiedono al Papa la consacrazione del mondo alla Madonna: le sue sofferenze devono contribuire ad ottenerla. Dal 1938 al 1942 ogni venerdì, in estasi, rivive la Passione soffrendo con una mimica tanto espressiva che chi la vede comprende ogni fase di quella tragedia. Dal 1942 sino alla morte continua a rivivere la Passione, senza muoversi dal letto, con un patire tutto intimo, ma ancora più doloroso; inoltre dal 1947 in poi sente giorno e notte anche i dolori delle stigmate, che per suo desiderio restano però mistiche, occulte. Gesù la fa passare attraverso tutte le sofferenze di ogni genere, fisiche, morali, spirituali. Inoltre, dal 1942 sino alla morte, per più di 13 anni, si aggiunge il tormento di un digiuno assoluto con anuria; soffre per nostalgie di cibo, sete ardente e dolorose coliche e crisi di cistite. Gesù la fa vivere miracolosamente col nutrimento della sola Ostia consacrata. L'imitazione di Cristo però non consiste solo nel soffrire, ma sopratutto nell'amare e in modo tale da trasformare tutto l'essere, cosicchè gli altri vedono da lei irradiarsi la vita divina: dal suo sguardo, dal suo sorriso, dalle sue parole piene di saggezza, di dolcezza, di attrattiva verso il Cielo. «Cristo traspariva da lei come il sole attraverso il cristallo. Tutto questo attira al suo letto folle sempre più numerose di visitatori e ciascuno di essi esce da quella cameretta diverso da quando è entrato:- Stai vivendo la vita pubblica di Gesù - sente Gesù dirle in un'estasi del 1953. Gesù si serve di lei come strumento per comunicare agli uomini le sue esortazioni alla preghiera, al pentimento, all' emenda di vita, i suoi accorati appelli: il suo amore. Nel proseguire lungo la sua ascesa spirituale, Alexandrina realizza sempre di più quella «unione trasformante che S.Paolo esprime con la famosa frase: «non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me.» (Gal. 2,20). Questo affermò mons. Orazio de Maùjo nella seduta di apertura del Processo Informativo Diocesano. Infatti in varie estasi sente Gesù affermarle: - E Cristo a vivere in te.- Lei stessa sente la sua identità trasformata in quella di Cristo. Il 15-9-1950 si sente immersa in un rogo di amore immenso, infinito: «quelle fiamme, quel fuoco penetrarono tutto il mio essere: io non ero più io, ero solo Gesù.» L'umile contadina trasmette ai posteri migliaia di pagine che sono «documenti di autentico valore letterario, ascetico e persino teologico di tale interiorità che non è facile eguagliare e sopratutto una fonte di luce abbondante nel rivelarci eloquentemente ciò che è in concreto la vita mistica di una vera anima vittima», scriverà p. Pinho, suo primo direttore spirituale, nella Introduzione alla sua biografia dal titolo «No Calvario de Balasar». Vivendo sepolta tra quelle quattro mura, senza alcuna istruzione umana di vita spirituale, segue perfettamente le orme di S. Teresa d'Avila e di S. Giovanni della Croce, condotta per diretta ispirazione da Gesù, dal quale si lascia docilmente plasmare. Il padre carmelitano Isidoro Magurilia, professore di ascetica e di mistica a Roma, dopo 4 ore e mezza di colloquio con lei, nel congedarsi le dice: - Può stare tranquilla: in tutto quanto mi disse non trovai una parola che sia contraria al Vangelo, contraria alla dottrina di S. Teresa e di S. Giovanni della Croce.
BREVISSIMA CRONOLOGIA
Pensiamo sia comodo per il lettore trovare qui una cronologia molto sintetica, che gli può servire di orientamento.
1904: Il 30 marzo nasce a Balasar. l2 aprile, sabato santo, viene battezzata.
1911-1912: Dal gennaio 1911 al luglio 1912, a Pòvoa a frequentare la scuola elementare. Vi riceve la prima Comunione e la Cresima.
1918: Il sabato santo salta da una finestra per salvare la sua purezza.
1922: Primo viaggio ad Oporto per essere esaminata dal medico specialista Abel Pacheco, il quale avvisa che non guarirà. Si mette a letto per 5 mesi consecutivi.
1923: Nel marzo muore la nonna materna: primo grande dolore.
1924:11 27 marzo, secondo viaggio ad Oporto, dove lo specialista Giovanni de Mmeida prevede la paralisi. In giugno partecipa con grande sacrificio al Congresso Eucaristico
Nazionale a Braga.
1925: Il 14 aprile si mette a letto per non alzarsi più.
1928: Pellegrinaggio parrocchiale a Fatima: speranze in un miracolo di guarigione.
1928-1930: Non avendo ottenuto la grazia della guarigione, comincia a comprendere che la sua missione è di essere vittima per la salvezza delle anime. Inizia a chiedere amore alla sofferenza.
1931-1932: Suo cantico di offerta ai tabernacoli e primi fenomeni mistici.
Sente che la sua missione è: "soffrire, amare, riparare".
1933: Tra il 16 e il 19 agosto ha il primo incontro con il gesuita p. Mariano Pinho, che diventerà il suo direttore. Il 18 ottobre si associa alle " Figlie di Maria" Il 20 novembre viene celebrata per la prima volta la S. Messa nella sua cameretta. In questo novembre comincia a soffrire per la perdita dei beni materiali. Viene ipotecata la casa.
1934: Fa il "voto del più perfetto". Nei giorni 6, 7, 8 settembre sente da Gesù il ripetuto invito a lasciarsi crocifiggere, in modo concreto. Gesù le fa sentire il suo amore. Alexandrina corrisponde. Il 14 ottobre scrive col sangue il suo giuramento d'amore a Gesù. Dalla fine di agosto il demonio comincia a tormentarla nell'immaginazione.
1935: In maggio inizia la devozione dei fioretti alla Madonna. Il 30 luglio, sente Gesù esporle per la prima volta il suo desiderio che il mondo venga consacrato al Cuore Immacolato di Maria.
1936:Il 7 giugno, festa della Santissima Trinità, sperimenta la prima morte mistica.
1937: Mla fine di aprile arriva alle soglie della morte; per 17 giorni sta senza poter ingerire nulla, eccetto 1' Ostia consacrata. Il 31 maggio riceve la visita del rev. p. Antonio Durào, inviato dalla Santa Sede per la questione della consacrazione del mondo alla Madonna. Dal luglio, persecuzioni da parte del demonio, con manifestazioni visibili (la sbatte giù dal letto). Il 23 ottobre cessa questa forma di persecuzione; ne inizia una più occulta, ma dolorosissima.
1938: Il 3 ottobre, in estasi, rivive la Passione per la prima volta, da mezzogiorno alle 15. Il 24 ottobre p. Pinho, in seguito al detto fenomeno, scrive al Papa Pio XI per chiedere la consacrazione del mondo. Il 6 dicembre, terzo viaggio ad Oporto, per radiografie (dott. Roberto de Carvalho). Poi, degenza nel Collegio delle "Figlie di Maria Immacolata", con esame da parte del dott. Pessegueira. Torna a casa l'11 dicembre. Il 26 dicembre, visitata in casa dal dott. Elisio de Moura, psichiatra.
1939: Il 5 gennaio, prima visita del canonico Vilar inviato dalla Santa Sede per la questione della consacrazione del mondo. Aumento delle sofferenze fisiche. Verso il novembre, una benefattrice di Lisbona libera la casetta dall'ipoteca.
1940: Il 4 luglio si offre vittima, con altre anime-vittime, per ottenere che almeno il Portogallo sia risparmiato dalla guerra. Il 5 settembre scrive di suo pugno, con grande sacrificio, una lettera al Patriarca Cerejeira e un'altra a Salazar. il 6 dicembre sente Gesù assicurare che il Papa sarà fisicamente risparmiato dalla guerra.
1941: Il 29 gennaio, il primo incontro col medico Azevedo, che diventerà il suo medico curante sino alla morte. Il 1° maggio il dott. Azevedo chiama a consulto il dott. Abei Pacheco. Il 15 luglio, quarto viaggio ad Oporto; consulto col dott. Araùjo. Il 29 agosto, p. José A'ves Terças assiste all'estasi di Passione e la verbalizza per poi pubblicarla.
1942: Il 7 gennaio, visita di congedo di p. Pinho.
Il 27 marzo rivive per l'ultima volta la Passione con movimenti. Contemporaneamente ha inizio il digiuno totale con anuria. Il 3 aprile, venerdì santo, ha inizio una seconda morte mistica. Il 31 ottobre riceve da Fatima il telegramma di p. Pinho con la notizia che Pio XII ha fatto in lingua pòrtoghese la consacrazione del mondo alla Madonna.
1943: Dal 10 giugno al 20 luglio rimane degente all'Ospedale di «La Foce del Douro«.
L'11 novembre sente Gesù confermarle che il Portogallo non entrerà in guerra.
Nello stesso novembre scrive, con grande sacrificio, una lettera di incoraggiamento al Papa.
1944: Il 16 giugno viene emanato il Parere della Commissione nominata dall'arcivescovo di Braga. Il 21 giugno, primo incontro col salesiano don Umberto Pasquale. Il 25 giugno l'arcrvescovo emana una Circolare per ordinare che si faccia silenzio sui «presunti fatti straordinarii». Il 15 agosto si iscrive tra i Cooperatori Salesiani. In un'estasi del dicembre Gesù la chiama «madre dei peccatori» e, insieme alla Madonna, le chiude nel cuore l'umanità, affidandogliela.
1945: Con l'aggravarsi delle condizioni fisiche, inizia un malessere agli occhi, che non possono sopportare la luce. Dall'agosto, per circa tre mesi, perde giornalmente sangue. Si intensifica l'azione del demonio, come forma di riparazione, sempre senza assalti materiali.
1946: Il 3 ottobre viene fasciata e posta su dure assi. In novembre deve subire nuovi esami che la fanno soffrire molto.
1947: Di suo pugno, con grande sforzo, scrive una lettera-testamento per i peccatori.
In quest'anno inizia a sentire il dolore delle stigmate.
1948:11 14 luglio scrive il secondo testamento spirituale indirizzato ai peccatori. Il 23 settembre riceve l'ultima visita di d. Umberto Pasquale. In dicembre inizia a farle visita il segretario dell'arcivescovo di Braga, Sebastiano Cruz.
1949: Le sue condizioni fisiche continuano a peggiorare: ha sovente forti febbri con dolori trituranti. Il 1° ottobre le appare la Vergine del Rosario con la corona, con la quale vuole che avvolga il mondo.
1950-1951: Il 14 aprile 1950 festeggia le sue nozze d'argento con il letto.
Cresce il numero delle persone che vanno a farle visita.
1952: Nel settembre l'arcivescovo di Braga emana una nuova Circolare con proibizione per tali visite, ma alla fine di novembre tale proibizione è fatta rientrare, per cui riprende ancora più forte l'afflusso dei visitatori: è in pieno svolgimento la sua missione di evangelizzazione.
1953: Questo anno è eccezionale in modo sorprendente per l'evidenza dell'azione divina in lei: solo da Dio può venirle la forza di sopportare il peso di folle di visitatori che, suddivisi a gruppi, passano a migliaia accanto al suo letto.
Ha numerose estasi pubbliche, alcune delle quali vengono registrate; alcune sono da lei cantate. Il 25 dicembre ha l'ultima estasi pubblica.
1954: In aprile ricorre il 12° anniversario dell'inizio del suo digiuno totale.
1955: Il 7 gennaio sente da Gesù preannunciarle che è nel suo anno.
Il 6 maggio le appare la Madonna promettendole di venire presto a prenderla per il Paradiso. Il 13 ottobre vola al Cielo.
PROLOGO
LA CROCE E LA CROCIFISSA
Balasar!
Un insieme di molte frazioni disseminate tra verdi praterie, campi ben coltivati a cereali e viti, interrotti da boschi di pini, cedri, eucaliptus su un terreno un po' ondulato che si estende lungo la riva sinistra del torrente Este, il quale, dopo aver percorso circa 15 km., si getta nel grande oceano Atlantico a Vila do Conde, presso la bella cittadina di Pòvoa de Varzim, a circa 30 km. a nord di Oporto: Pòvoa è sede comunale di Balasar, situato a circa 15 km. verso l'interno. Siamo nella ubertosa regione del Minho, a nord-ovest del Portogallo. Verso nord e nord-ovest si intravvedono catene di montagne. Qua e là vi sono cave di ardesia. Le case sono piccole, basse, con le facciate molto pulite; alcune di esse sono decorate con piastrelle di ceramica, caratterìstica produzione del Portogallo (Aveiro, Sacaven...) Gli abitanti sono operosi. La chiesa parrocchiale, dedicata a S. Eulalia, domina da una piccola altura e fa parte dell'antichissima diocesi di Braga, detta la «Roma del Portogallo». Tale chiesa fu inaugurata nel 1907, in sostituzione della precedente, diventata troppo piccola per la popolazione di circa 1000 abitanti. Dal 1832 in avanti, per parecchi anni, Balasar fu meta di pellegrinaggi in onore di una Croce apparsa misteriosamente sul terreno, a pochi metri dalla chiesa. A difesa di questa Croce venne costruita una Cappella, tuttora esistente, che porta sul frontale la data 1832, scolpita in pietra. Per vani anni ci fu anche una Confraternita, con lo scopo di promuovere la festa della Santa Croce di Balasar. Poco più di un secolo dopo, Balasar torna ad essere meta di numerosi pellegrinaggi: la gente è attirata dalla fama della Serva di Dio Alexandrina Maria da Costa, che colà visse per molti anni «crocifissa». Non è arbitrario il collegamento qui fatto tra la Croce sul terreno e Alexandrina crocifissa. Infatti, in due estasi rispettive del dicembre 1947 e del gennaio 1955, Alexandrina sente Gesù accennare a quella Croce sul terreno, inviata come “segno” della vittima, Alexandrina stessa, che sarebbe nata in Balasar per esservi crocifissa. Ecco, di quelle estasi, i due brani che si riferiscono alla Croce di Balasar. (Alexandrina ha finito di rivivere la passione; l'estasi continua col colloquio con Gesù)
- Sei la mia vittima a cui ho affidato la mia missione più alta. E come prova di questo, sta molto attenta a quanto ti dico per saperlo riferire bene. È passato da poco un secolo da quando mandai a questa privilegiata parrocchia la Croce come segno della tua crocifissione. Non la inviai fatta di rose, perché non ne avevo: erano solo spine; non di oro, perché con questo, con pietre preziose, saresti stata tu ad adornarla con le tue virtù e col tuo eroismo; la Croce fu di terra, perché la preparò la Terra stessa. Era pronta la Croce. Mancava la vittima, ma era già scelta nei piani divini: eri tu. Il male crebbe, l'ondata dei crimini raggiunse il suo culmine: doveva essere immolata la vittima. Sei venuta: il mondo ti ha crocifissa. E ora tu parti per il Cielo e la Croce rimane sino alla fine del mondo, come è rimasta anche la mia. È stata l'iniquità umana a preparare la mia; e la stessa iniquità ha preparato la tua. Oh, come sono grandi i disegni del Signore! Come sono grandi e meravigliosi! Che fascini hanno! E da più di un secolo che io mostrai la Croce a questo paese amato, Croce che venne ad attendere la vittima. Tutto è prova d'amore. O Balasar, se non corrispondi! Croce di terra per la vittima tratta dal nulla, vittima scelta da Dio, sempre esistita agli occhi di Dio. Vittima del mondo, ma tanto arricchita di ricchezze celesti, vittima che al Cielo dà tutto e che per amore alle anime accetta tutto. Confida, credi, figlia mia! Io sono qui. Ripeti il tuo «credo»; confida!
Dal 1965, nella Cappella di detta Croce, due cartelli stampati riportano i due brani soprascritti.
Alcuni chiarimenti sulla Croce apparsa nel 1832. Nel 1965 don Umberto Pasquale, durante l'impostazione del Processo Diocesano Informativo per la beatificazione, si preoccupò di indagare a cosa si riferivano le parole delle estasi sopra riportate. Venne a sapere che don Leopoldino, parroco di Balasar dal 1932, aveva pubblicato sul settimanale «Ala Arriba» del Circondano di Pòvoa de Varzim, il 3 dicembre 1955, poco dopo la morte di Alexandrina, un articolo con la storia della Cappella; aveva ottenuto di copiare gli elementi utili a tale articolo nella biblioteca di Braga; vi aveva poi aggiunto le parole che Alexandrina si era sentita dire da Gesù il 21 gennaio 1955. Allora d. Umberto Pasquale, con l'aiuto di un amico, si rivolse alla biblioteca di Braga ed ottenne di fare una fotocopia del documento notarile del 1832. Lo scritto era stato elaborato dal parroco di Balasar e da vani testimoni che firmarono insieme ad un notaio. Era indirizzato al Vicario Capitolare dell'archidiocesi, allora vacante. Ecco la parte principale.
Le comunico un Caso inspiegabile avvenuto in questa parrocchia di S. Eulalia di Balasar. Il giorno del Corpus Domini passato, mentre la popolazione veniva alla Messa mattutina passando sulla strada che porta alla frazione chiamata «Calvano», si scorse una Croce tracciata sul terreno. La terra che formava questa Croce era di colore più chiaro dell'altra; sembrava che fosse caduta la rugiada tutto attorno e che su quel disegno in forma di croce non fosse caduta affatto. Io stesso mandai a scopare tutta la polvere e la terra sciolta che vi era sul posto, ma riapparve, nello stesso luogo, il disegno della Croce. Ordinai allora di versare acqua in abbondanza tanto sulla Croce quanto attorno ad essa. Da quel momento la terra formante la Croce apparve di colore nero, come si conserva ancora. L'asta della Croce misura 15 palmi di lunghezza e la trasversale ne misura 8. Nei giorni meno limpidi la Croce si vede chiaramente a qualsiasi ora del giorno e nei giorni di sole si vede benissimo fino alle ore 9 del mattino e poi nel tardo pomeriggio fino al tramonto; ma lungo il giorno non è ben visibile. Divulgata la notizia della apparizione, il popolo cominciò ad accorrere per vederla, venerarla, offrendole fiori ed elemosine.
PARTE I
LA VITA
CAPITOLO 1° (1904 - 1910)
SPUNTA IL FIORE ED INIZIA A SBOCCIARE
…su di un giaciglio improvvisato nella cucina, dove è possibile un po' di riscaldamento... Verso i 4 anni mi mettevo a contemplare il cielo e domandavo ai miei se avrei potuto raggiungerlo collocando uno sull'altro tutti gli alberi, tutte le case, tutti i fili dei rocchetti, le corde, eccetera. Mi ricordo con quale entusiasmo cantavo le lodi alla Madonna ricordo persino il primo canto che intonai in chiesa: "Vergine pura, la Tua tenerezza...
È il 30 marzo 1904, mercoledì della settimana della Passione di un anno santo (50° anniversario della definizione dogmatica dell'Immacolata Concezione, fatta da Pio IX nel 1854). In Gresufes, una delle frazioni di Balasar, su di un giaciglio improvvisato nella cucina dove è possibile un po' di riscaldamento, nasce il nuovo fiore della famiglia Costa. Siamo nella casa dei nonni materni... Il sabato santo, 2 aprile, la neonata viene portata nella chiesa parrocchiale, a circa 2 chilometri da Gresufes, per il battesimo. I padrini sono: lo zio Gioachino da Costa, fratello della madre, e una signora di Gondifelos, paesetto poco distante da Balasar, chiamata Alexandrina. Così la denominazione completa della neo-battezzata diventa: Alexandrina Maria da Costa.
Una ottima educazione. La piccola cresce tra l'affetto dei suoi famigliari e con una educazione molto sana, che sviluppa l'amore a Dio, oltre che un giusto timore di Dio, e l'amore al prossimo e abitua ad una attività intensa sempre indirizzata al bene. Il principale merito è della madre che, dopo la sua dolorosa esperienza, mantiene sempre una condotta irreprensibile. Deolinda ha deposto a d. Umberto Pasquale quanto segue:
«Mia madre ci ha insegnato a lavorare sin da piccole. La sua carità era conosciuta da tutti, tanto che il parroco di allora disse: - Quando questa donna morirà, ne risentirà tutta la parrocchia. - Infatti non vi era ammalato del paese che ella non soccorresse. Venivano a chiamarla persino di notte ed ella accorreva perché ne sentiva pena. Assisteva i moribondi; recitava le preghiere dell'agonia; vestiva i morti. In più, essendo una buona cuoca, era chiamata per i pranzi nei battesimi e nei matrimoni, come anche nella canonica in occasione di predicazioni.»
Per quanto riguarda la vita spirituale della madre, leggiamo la deposizione fatta a d. Umberto Pasquale dalla signorina Maria a Conceptione Leite Reis Proença, che sarà maestra in Balasar dal 1932 e che viene affettuosamente chiamata col diminutivo di Càozinha (ultima parte del diminutivo Conceiçàozinha, ossia Concettina, quindi Cettina). È intima amica di Alexandrina: dopo il 1932 le fa visita quasi quotidianamente e riceve molti dei suoi dettati dei Diarii.
«La madre di Alexandrina ha riparato in modo edificante gli errori della sua giovinezza. Anzitutto con la carità verso tutte le persone, che la conoscevano come donna di grande cuore; poi con una vita di intensa pietà. Si alzava prestissimo. Ogni giorno verso le 5 del mattino entrava in chiesa, di cui aveva la chiave. Quando iniziava la S. Messa, ella già da due ore era in ginocchio davanti al Santissimo. Così fece sino a che le forze glielo consentirono.»
Alexandrina, già per natura generosa e ricca di doti, assorbe questi buoni principii. Sentiamo lei stessa:
Mi ricordo che a quella età di 4 anni avevo in casa una zia ammalata, che morì di cancro. Mi chiamava a cullare il figlioletto, primo frutto del suo matrimonio: servizio che facevo con tutta la sollecitudine, sia di giorno che di notte. Già a quella età amavo la preghiera: infatti ricordo che mia zia mi chiedeva di pregare per lei, al fine di ottenere la sua guarigione.
Attrattiva verso il cielo e le cose belle. Alexandrina, nata in condizioni particolarmente dolorose e abituata a considerare le tante sofferenze che la circondano, sente svilupparsi una forte attrattiva verso il cielo. Nell'Autobiografia leggiamo:
Verso i 4 anni mi mettevo a contemplare il cielo e domandavo ai miei se avrei potuto raggiungerlo collocando uno sull'altro tutti gli alberi, tutte le case, tutti i fili dei rocchetti, le corde ecc. Siccome mi dicevano che neppure così vi sarei arrivata, rimanevo triste, nostalgica perché mi attirava là non so che cosa.
Questa attrattiva verso il cielo è il germe di una tendenza che si svilupperà in modo straordinario facendo di Alexandrina non solo una contemplativa, ma una grande mistica. E a quel Cielo arriverà; ma nel corso della vita comprenderà che le «cose» da mettere in pila per giungervi sono soltanto sofferenze e dolori di ogni genere, insieme a tanto amore. Ma Alexandrina sente in sé svilupparsi contemporaneamente una grande sensibilità per tutte le cose belle della Terra.
Avevo 6 anni quando, di sera tardi, mi intrattenevo per molto tempo a vedere cadere su di me innumerevoli petali di fiori di tutti i colori: parevano una pioggia minuta. Questo si ripeteva molte volte. Vedevo cadere questi piccoli petali, ma non comprendevo nulla: forse era Gesù che mi invitava alla contemplazione delle sue grandezze.
Si sviluppa il carattere volitivo, coraggioso e artistico. Alexandrina gode di tutte le sue attitudini che sente in sé crescere e che accoglie come doni del Signore. Di qui si sviluppa un carattere vivace, gioioso, scherzoso, attivo, che le attira la simpatia delle compagne, le quali però vengono soggiogate dalla sua forza di volontà. È piena di vitalità: ecco il suo slancio nel correre, nel giocare col cerchio, nell'arrampicarsi sugli alberi, il suo godere nel saper stare in equilibrio sulla cima dei muretti di cinta, dove cammina più volentieri che sulla strada. La madre la chiama «capretta»; le dice: - Tu morirai qualche giorno fatta a pezzi come un'anfora! - Gioisce al chiaccherio della limpida acqua del ruscelletto che scorre presso casa, sulla riva del quale si intrattiene sovente a lavare, essendo molto amante della pulizia in ogni suo aspetto.
Mi piaceva molto lavorare: riordinavo la casa, trasportavo legna e facevo altri servizi casalinghi.
Si prende cura con amore dei fiori dell'orto, per portarli poi in chiesa alle zelatrici che adornano l'altare della Madonna e anche perché li ama tanto, come ama ogni creatura. Qui è già in germe quell'amore che diventerà tutto il suo stesso essere. Ama anche la musica, per la quale ha buona disposizione: canta per le strade e canta in chiesa.
Ricordo ancora il luogo dove cantai per la prima volta la prima quartina di una lode alla Madonna e le parole della stessa. Mi ricordo con quale entusiasmo cantavo le lodi alla Madonna e ricordo persino il primo canto che intonai in chiesa: «Vergine pura, la tua tenerezza...»
Il temperamento si sviluppa forte, volitivo, senza timore di alcun ostacolo. Mentre è al pascolo con la sorella, rincorre, senza esitazione, una cavalla per impedirle di andare a danneggiare un campo coltivato:
Questa mi buttò a terra urtandomi con la testa: io restai sotto di lei ed essa, di tanto in tanto, mi raspava il petto sopra il cuore con una zampa, come chi gioca; si drizzava, nitriva e tornava a fare la stessa cosa; fece così alcune volte, ma non mi fece alcun male. Le mie compagne si misero a gridare ed accorsero varie persone che rimasero stupite nel vedermi uscire illesa dal divertimento dell'animale.
Non esita ad attraversare un torrentello in piena:
Una volta andai a fare visita alla mia madrina di battesimo e dovetti attraversare il torrente Este, che aveva una forte corrente, tanto che muoveva le pietre che servivano per il guado. Senza badare al pericolo a cui mi esponevo, attraversai il torrente su quelle pietre e l'acqua mi portava via. Scampai per miracolo alla morte, come pure mia sorella, che mi accompagnava.
Alexandrina amava questa sua madrina e quando ella morì, ebbe il suo primo grande dolore. Non aveva ancora 7 anni. Il carattere coraggioso, intrepido, le fa meritare il titolo di “Maria-maschietto”. La sua forza di volontà la rende, alle volte, restia nell' obbedire. Per esempio quando inizia a frequentare la scuola di catechismo:
Cominciai a dimostrare un grande difetto: la testardaggine. Un giorno andai al catechismo in chiesa ed il coadiutore del parroco, p.Antonio Matias, mi indicò il posto che dovevo prendere tra le bambine della mia età. Ma, siccome io ero in compagnia di altre più grandi, volli prendere il posto tra queste. Per quanti allettamenti usasse il reverendo, e mi offrisse immaginette, non fui capace di cedere al suo ordine. Giorni dopo, il reverendo mi convinse e cominciò ad essermi molto amico e mi riparava persino dalla pioggia sotto il suo cappotto, dalla casa alla chiesa e da questa alla casa. Mi ricordo che ero molto testarda.
Quanto uso della virtù dell'obbedienza avrebbe dovuto fare nel corso del suo lungo martirio! E quanto imparò ad apprezzarla, persino ad amarla! Proseguendo nell'Autobiografia, Alexandrina vuol mettere in evidenza un altro difetto. Sentiamola:
Quando mi trovavo in chiesa, mi mettevo a contemplare le statue dei santi; ma quello che mi piaceva di più era ammirare le immagini della Madonna del Rosario e di San Giuseppe perchè avevano dei vestiti molto belli e io desideravo averne di uguali a loro. Non so se era già l'inizio della manifestazione della mia vanità: volevo avere i vestiti così perchè mi pareva che sarei stata più bella con quei vestiti.
Leggendo l'Autobiografia si nota che Alexandrina si preoccupa sempre di mettere in evidenza i suoi difetti. Infatti dice:
Trovo in me sin dalla più tenera età tanti difetti, tante cattiverie che, come quelle di oggi (1940) mi fanno tremare. Sarebbe mio desiderio vedere la mia vita, subito fin dal principio, piena di cose molto gradite al Signore e di amore per Lui.
«Se poi li cerchiamo questi chiamati difetti e cattiverie, a ben poco si riducono», scrive il suo primo direttore spirituale, p. Pinho, nella biografia «No Calvario de Balasar». E il lettore stesso se ne renderà conto leggendo la presente biografia.
CAPITOLO 2° (1911-1918)
CRESCE IN ETA' E SAPIENZA
Fissai l'Ostia (della 1° Comunione) che stavo per ricevere, in modo tale che mi rimase molto impressa nell'anima: mi parve di unirmi a Gesù per non separarmi mai più da Lui. Mi pare che mi abbia preso il cuore. Non lasciavo passare nessun giorno senza recitare la preghiera per la visita al SS. Sacramento, meditata, sia in chiesa, sia in casa e persino per la strada, facendo sempre la Comunione spirituale. Quando mi alzavo presto per andare a lavorare nei campi e quando mi trovavo sola, mi mettevo a contemplare la Natura: contemplazione tanto profonda da dimenticare quasi che vivevo nel mondo. Arrivavo a rallentare i miei passi e restavo imbevuta in questo pensiero: la potenza di Dio! Davo sovente consigli a persone di una certa età, evitando che praticassero persino orrendi crimini e di tutto mantenevo assoluto segreto.
A Pòvoa de Varzim per frequentare la scuola. A quei tempi mancava in Balasar la scuola elementare femminile, che venne aperta solo nel marzo del 1931: chi voleva e poteva, mandava le figlie a Pòvoa de Varzim, sede comunale. Deolinda testimoniò a d. Umberto Pasquale quanto segue:
«Devo molto a mia madre per averci mandate a scuola; con grande sacrificio ci mandò a Pòvoa de Varzim per imparare ciò che ella non aveva potuto. Diceva: - Vi potrà essere utile nella vita –
«Quanto si avverò questa previsione! Nel 1911 Deolinda doveva terminare il ciclo delle scuole elementari e nel gennaio di quell'anno ritornò a Pòvoa conducendo con sè anche Alexandrina, la quale nell'Autobiografia detta:
Nel gennaio del 1911 andai con mia sorella Deolinda a Pòvoa de Varzim per frequentare la scuola. Non voglio pensare quanto soffrii per la separazione dalla mia famiglia. Piansi molto e per molto tempo. Cercavano di distrarmi, mi coccolavano, mi accontentavano in tutto. Qualche tempo dopo mi rassegnai.
Le due sorelle fùrono messe a pensione presso la famiglia del falegname Pietro Texeira Novo. Alexandrina, che non aveva ancora 7 anni e soffriva nel sentirsi tanto sradicata, da principio si dedicò poco allo studio. Più tardi si applicò e imparò a leggere e a scrivere; però non fece in tempo a fare nessun esame di scuola elementare, come dice lei stessa (vedi avanti, n. 12). Nei primi tempi della permanenza a Pòvoa, Alexandrina lasciò sfrenare la sua natura vivace e un po' ribelle:
Continuavo ad essere molto monella; mi aggrappavo alle carrozze (trainate da cavalli), mi lasciavo trasportare un po' e poi mi lanciavo a terra e cadevo. Attraversavo la strada quando stavano arrivando le carrozze. Il conduttore sentì la necessità di accusarmi presso la padrona di casa (la donna che la ospitava). Talvolta fuggivo da casa e andavo alla spiaggia a raccogliere alghe, inoltrandomi nel mare come fanno le pescatrici. Portavo a casa le alghe e le davo alla padrona che le vendeva ai contadini (le usavano come concime). Questa cosa, anche se fatta in fretta, dava ansie alla padrona perchè la facevo di nascosto.
Alexandrina era molto affezionata alla donna che la ospitava, con la quale divideva ogni cosa buona, come frutta, dolci che le regalavano.
Mi comportavo così perchè il mio cuore così voleva, sebbene fossi molto cattiva.
Commovente è il seguente episodio.
Mi ricordo di essere andata a Laundos (a circa 5 km. a nord di Pòvoa) ad accompagnare la mia padrona che adempiva un voto alla Madonna della Salute. Con noi vennero sua figlia e mia sorella. Questa la aiutava tenendole una mano perchè (arrivata presso il Santuario) camminava in ginocchio e io andavo davanti e le toglievo via tutte le pietruzze che trovavo sul percorso. La figlia, che era maggiore di noi, andava a divertirsi.
La prima Comunione. Verso i 7 anni, à Pòvoa, Alexandrina fece la prima Comunione.
Fu il signor p. Alvaro Matos che mi interrogò sul catechismo, mi confessò e mi diede per la prima volta la sacra Ostia. Come premio ricevetti una bella corona del Rosario e una immaginetta. Mentre facevo la Comunione, stavo in ginocchio sebbene fossi molto giovane. Fissai l'Ostia che stavo per ricevere in modo tale che mi rimase molto impressa nell'anima: mi parve di unirmi a Gesù per non separarmi mai più da Lui. Mi pare che mi abbia preso il cuore. La gioia che provavo era tale da non potersi descrivere: davo a tutti la buona novella. La responsabile della mia educazione (la donna che la ospitava) mi conduceva ogni giorno a ricevere la Comunione.
Le S. Messe a Pòvoa si celebravano di mattina assai presto e questo la obbligava ad un molto grande sacrificio per la sua tenera età. P. Pinho commenta:
«Così Gesù volle lasciare bene impresso questo suo primo incontro sacramentale con colei che sarebbe stata sulla Terra una delle anime più eucaristiche, delle più appassionate per Gesù Sacramentato.»
Quanto Alexandrina desiderasse ricevere Gesù quotidianamente, è messo bene in risalto dall'episodio che segue.
Un giorno mia sorella chiese alla padrona il permesso di andare a studiare a casa di una sua compagna di scuola che abitava vicino a noi; io pure volevo andarci. Siccome non me lo permetteva, piansi e alla fine le diedi il titolo «poveira» (donna di Pòvoa, spregiativo): ero stizzita. Non mi castigò, ma mi disse che non potevo confessarmi senza prima chiederle perdono. Mia sorella mi affermò la stessa cosa. Questo mi ripugnava molto; ma, siccome volevo confessarmi per fare la Comunione, vinsi il mio orgoglio: mi misi in ginocchio e a mani alzate le chiesi perdono. Ella si commosse fino alle lacrime e mi perdonò. Provai una grande gioia per poter così confessarmi e ricevere Gesù il giorno dopo.
La Cresima. Durante la permanenza a Pòvoa ricevette anche il sacramento della Cresima.
Fu a Vila do Conde che ricevetti il sacramento della Cresima, amministrato dall'eccellentissimo e reverendissimo signor vescovo di Oporto (mons. Antonio Barboso Leone, del quale Alexandrina conservò una fotografia come caro ricordo). Mi ricordo benissimo di questa cerimonia e che ricevetti il Sacramento con tutta la consolazione (consolata anche nella nostalgia della madre e della casa). Non so dire ciò che sentii in me nel momento in cui fui cresimata: mi parve che fosse una grazia soprannaturale a trasformarmi e ad unirmi sempre più al Signore. Su questo punto vorrei esprimermi meglio, ma non riesco.
P. Pinho commenta in «No Calvario de Balasar»:
«Comincia presto, pertanto, a sperimentare gli effetti della presenza divina e della sua azione. Di qui il continuo ricordo di Dio. - Da quando cominciai ad avere l'uso della ragione, non mi ricordo di aver passato un giorno senza ricordarmi del Signore.» Il rispetto per i sacerdoti, inculcatole dalla educazione famigliare, si manifesta anche in atteggiamenti esteriori, come è descritto nell'Autobiografia: Avevo molto rispetto per i sacerdoti. Mi ricordo che, sempre a Pòvoa, quando ero seduta sulla soglia di casa verso la strada, sola o con mia sorella e con cugine, mi alzavo sempre al passare di sacerdoti ed essi rispondevano togliendosi il cappello se erano distanti o dandomi la benedizione se mi passavano vicino. Alcune volte osservai che varie persone notavano questo e io ne godevo. Arrivavo persino a sedermi di proposito per avere l'occasione di alzarmi nel momento in cui passavano presso di me, solo per il piacere di mostrare la mia devozione e il mio rispetto verso i ministri del Signore.
Ritorno al paese nativo.
Passati 18 mesi, (interrotti da un periodo di vacanza estiva) appena mia sorella ebbe superato gli esami (di 3° elementare), tornammo finalmente a casa (luglio 1912). Mia madre voleva che io continuassi gli studi, ma io, da sola, non volli rimanere a Pòvoa: così imparai ben poco. Tornammo nel luogo dove eravamo nate (Gresufrs) e li ci fermammo 4 mesi; poi andammo ad abitare in una casa di mia madre, piu vicina alla chiesa parrocchiale.
La sua vita di preghiera. La sua vita di preghiera si fa sempre più intensa. Deolinda depone al Processo Diocesano:
«Ritornate a Balasar, mi ricordo che continuavamo ad andare al catechismo, al quale Alexandrina non mancava mai e cercava di accostarsi il più possibile alla catechista per fare con lei le sue orazioni, perché già a quel tempo le piaceva molto pregare.»
A 12 anni verrà lei stessa nominata catechista e verrà ammessa a fare parte della cantoria. Ha una bella voce e buona disposizione per la musica:
A 12 anni mi diedero l'incarico di catechista e mi ammisero alla cantoria. Lavoravo con molto piacere sia nell'una che nell'altra mansione, ma per il canto posso dire che avevo una passione folle.
Tale casa era stata regalata da una zia che la madre di Alexandrina aveva assistito a lungo durante una malattia. É situata nella frazione detta “Calvario”. Deolinda prosegue così la sua deposizione: «Mi raccontò più tardi che verso quella eta' (8-9 anni) soleva conservare pezzi di candela di cui si serviva per leggere alla loro luce le orazioni o il libro della Messa, che conteneva varie devozioni.« Riguardo ad altre letture spirituali, nella Autobiografia si legge: Le vite dei santi e le meditazioni più profonde non mi soddisfacevano, perché vedevo che in nulla assomigliavo ai santi: invece di farmi del bene mi facevano del male. Qui si vede già chiaramente la sua aspirazione a diventare santa, come ripetutamente chiederà poi nella preghiera. Sempre nell'Autobiografia si legge: Non lasciavo passare nessun giorno senza recitare la preghiera per la visita al Santissimo Sacramento, meditata, sia in chiesa, sia in casa e perfino per la strada, facendo sempre la Comunione spirituale in questo modo: - O mio Gesù, venite al mio povero cuore! Io Vi desidero, non tardate! Venite ad arricchirmi delle vostre grazie, aumentate in me il vostro santo e divino amore. Unitemi a Voi, nascondetemi nel vostro sacro costato. Non voglio altro bene se non Voi. Amo solo Voi, voglio solo Voi, sospiro solo per Voi. Eterno Padre, Vi ringrazio per avermi lasciato Gesù nel Santissimo Sacramento. Vi ringrazio, mio Gesù; e infine chiedo la vostra santa benedizione. Sia lodato ogni momento il Santissimo e Divinissimo Sacramento! - Dicevo anche varie giaculatorie. Da queste righe risalta già ben marcata la sua disposizione spirituale: la devozione all'Eucaristia. In questo periodo fa la prima confessione generale. Fu a 9 anni che feci per la prima volta la mia confessione generale e fu il signor frà Emanuele delle Piaghe che ci confessò. Andammo io, Deolinda e mia cugina Olivia a Gondifelos dove sua reverenza si trovava (a predicare) e là ci confessammo tutte e tre. Ci eravamo portate il pranzo perché dovevamo fermarci nel pomeriggio per la predica. Aspettammo alcune ore e mi ricordo che non uscimmo dalla chiesa per giocare. Prendemmo il nostro posto presso l'altare del Sacro Cuore di Gesù e io posi i miei zoccoletti dentro al cancelletto dell' altare. La predica di quel pomeriggio fu sull'inferno. Ascoltai con molta attenzione tutte le parole di sua reverenza, ma ad un certo momento egli ci invitò ad andare in spirito all'inferno. Non avendo compreso il significato delle sue parole e avendo sentito dire che il signor frate Emanuele era un santo, pensavo che noi tutti saremmo andati nell'inferno per vedere ciò che là accade. Dissi tra me: - All'inferno io non ci vado! Quando tutti vi si dirigeranno, io andrò via.- E afferrai gli zoccoletti. Vedendo che nessuno usciva, rimasi io pure, ma non mollai più gli zoccoletti. Di esperienze mistiche di una sua partecipazione alle pene dell'inferno ne farà molte, durante il suo lungo martirio di vittima! Sempre verso i 9 anni, anche nel lavoro continua il suo atteggiamento di preghiera. Verso i 9 anni, quando mi alzavo presto per andare a lavorare nei campi e quando mi trovavo sola, mi mettevo. Entrando in chiesa se li era tolti, secondo l'uso, per rispetto al luogo a contemplare la Natura: lo spuntare dell'aurora, il nascere del sole, il cinguettio degli uccelli, il mormorio delle acque entravano in me in una contemplazione tanto profonda da dimenticare quasi che vivevo nel mondo. Arrivavo a rallentare i miei passi e restavo imbevuta in questo pensiero: la potenza di Dio! E quando mi trovavo sulla spiaggia del mare, oh, come mi perdevo davanti a quella grandezza infinita! Di notte nel contemplare il cielo e le stelle mi pareva di scomparire ancora di più nell'ammirare le bellezze del Creatore. Quante volte nel mio giardinetto, dove oggi è la mia cameretta, fissavo il cielo, ascoltavo il mormorio delle acque e andavo contemplando sempre più questo abisso delle grandezze divine! Mi spiace di non aver saputo approfittare di tutto questo per cominciare a quella età le mie meditazioni. Già da queste prime pagine dell'Autobiografia si sente la capacità di espressione poetica che sarà un altro fascino di tutti i suoi scritti.
Rigorosa, vigilante difesa della purezza. Contemporaneamente si sviluppa una attitudine a difendere la propria purezza, non solo fisica. Non mi piaceva udire conversazioni maliziose e, sebbene non comprendessi il loro significato, arrivavo a dire che me ne sarei andata via se non avessero parlato in altro modo. Mi indignavo tutta anche quando ero presente a scene indecenti tra persone adulte. Avevo paura di perdere la mia innocenza e avevo timòre che il Signore desse qualche castigo. Candido dos Santos testimoniò a d. Umberto Pasquale: «La vidi un giorno fuggire via da un ragazzo che le aveva indirizzato una frase inopportuna. Battendosi con l'indice la fronte gli gridò: - Più sale, mio caro, abbi giudizio! - » E nell'Autobiografia leggiamo: Sui 13 anni diedi uno schiaffo ad un uomo sposato che mi aveva indirizzato delle parolacce... Voltai le spalle ad un ragazzo ricco che mi aveva aspettato in un luogo solitario dove dovevo passare, per parlarmi di amoreggiamento.
La sua carità. Alexandrina ha un cuore tanto sensibile per tutto il creato, quindi ama anche gli animali ed in particolare gli uccelletti, che le sono tanto familiari: Nonostante che mi arrampicassi sugli alberi, poiché mi arrampicavo molto bene, non feci mai del male agli uccelletti. Non ero capace di portare via i nidi né di divertirmi con gli uccelli neonati (come invece purtroppo fanno molti bambini crudeli!). Soffrivo molto quando vedevo nidi disfatti, o quando udivo il pigolare triste e doloroso degli uccelli genitori privati dei loro figliolini. Giunsi a piangere di pena per gli uccelli che rimanevano senza i loro figli e per i figli che perdevano i genitori. Naturalmente il suo amore, le sue sollecitudini si estendono ai poveri, ai malati, ai vecchi. Facevo l'elemosina ai poveri e sentivo grande gioia nel fare opere di carità. Alcune volte piangevo di pena per loro e per non poterli aiutare in tutte le loro necessità. La mia più grande soddisfazione era nel dare loro ciò che avevo da mangiare, privandomi anche del mio alimento. Quante volte l'ho fatto! Un altro episodio ritrae Alexandrina durante un'opera di carità, ma mette anche in evidenza la sua forza di volontà, che le fa vincere la paura: Avevo 12 o 13 anni quando i miei zii che abitavano in S. Eulalia di Rio Covo si ammalarono di febbre spagnola. Mia nonna andò a curarli, ma si ammalò anche lei. Per prendersene cura, andò mia madre, che pure rimase ammalata. Alla fine andammo noi, mia sorella e io, sebbene fossimo molto giovani. Mio zio una notte morì. Rimanemmo là fino alla Messa del settimo giorno. Una volta fu necessario che io andassi a prendere del riso, ma dovevo andarvi attraversando la camera nella quale era morto lo zio. Arrivata alla porta di quella camera, mi prese la paura: non entrai. Venne a darmelo mia nonna. All'imbrunire bisognava che io andassi a chiudere la finestra di quella camera. Giunta alla porta della sala, dissi a me stessa: voglio perdere la paura. Ed entrai adagio adagio, proprio con quella intenzione. Aprii la porta, passai dove avevo visto la salma e andai nella camera dove egli era morto. Da allora non ebbi più paura: mi ero vinta a mie spese. E tanto si è vinta che due anni dopo avrà addirittura il coraggio di aiutare a vestire le salme! Ho assistito alla morte di alcuni, pregando come sapevo e alla fine aiutavo a vestire i defunti, cosa che mi costava immensamente: lo facevo per carità. Non avevo cuore di lasciare sola la famiglia del morto. Quando erano tanto poveri, lo facevo molto volentieri. Ed ecco in dettaglio un episodio che dimostra la forza di volontà di Alexandrina ed il suo generoso coraggio nel fare un'opera buona presso moribondi e defunti. Una volta venne a casa mia una ragazza con la notizia che stava morendo una sua vicina. Deolinda prese un libretto di preghiere e un flaconcino di acqua benedetta e corse a casa della moribonda. Andarono con lei le due apprendiste di sarta (che lavoravano con Deolinda); vi andai anch'io. Mia sorella iniziò a leggere le preghiere della buona morte, ma era agitata e tremava perché le costava assai assistere i moribondi. Terminata l'orazione, la donna morì e Deolinda disse: - Ho fatto quanto ho potuto; ma non ho coraggio per altro. - Salutò ed uscì. Osservai la figlia presso la salma della madre. La nipote se ne andò anche lei, ma io non ebbi coraggio di lasciare la figlia da sola. Mi fermai per aiutarla a lavare e a vestire la defunta. Era coperta di piaghe: esalava un odore orribile. Credetti di svenire perché mi sentivo male. Un'altra donna sopraggiunta capì il mio stato e corse a prendere alcuni ramoscelli di foglie aromatiche, fàcendomele fiutare. Tornai a casa solo dopo che tutto era sistemato.
Intelligenza e sapienza del cuore. Col passare degli anni si sviluppa anche l'intelligenza, e molto; e in essa non manca neppure uno spiccato senso di umorismo: Nelle riunioni di famiglia, non so cosa dicevo, ma suscitavo molta ilarità alle persone che mi erano attorno, le quali ridevano di gusto. Mia madre diceva: - I ricchi hanno un giullare che li fa ridere; io non sono ricca, ma ho qui anch'io chi sta a rallegrarci. - E d. Umberto Pasquale ricordava che Alexandrina, alla fine di una lettera da lei scritta, aveva apposto una successione di punteggiature: !?; col commento: io sono ignorante e non capisco queste cose; le metta lei a posto nel punto giusto. Ma poichè Alexandrina vive una vita di preghiera, pur in mezzo alle sue molte attività, accanto all'intelligenza acuta si sviluppa in lei anche la sapienza del cuore al punto che molti vanno da lei, nonostante la sua giovane età, a chiedere consigli e conforto: Davo sovente consigli a persone di una certa età, evitando che praticassero persino orrendi crimini (aborti?); e di tutto mantenevo assoluto segreto. Venivano da me e tenevano conversazioni che non erano proprie della mia giovane età: le confortavo, dicevo loro ciò che credevo giusto. Di certi casi venni a conoscenza, a certi altri fui presente; ma, per carità, non raccontai nulla. Mi ritengo molto grata al Signore per avere agito così: era per grazia sua e non per virtù mia.
Lavoro. Tornata da Pòvoa, Alexandrina esplica le sue energie in tante attività lavorative. Sentiamo Deolinda: «La mamma si occupava di tessitura, la sorella (Deolinda stessa) imparava a cucire e lei (Alexandrina), con i suoi 9 anni, lavorava già molto: cucinava, lavava, le piaceva raccogliere legna. Così continuò fino ai 12 anni.» Imparava con la sorella a lavorare anche da sarta. Ma verso i 12 anni cominciano i guai! A 12 anni fui colpita da una màlattia molto grave, tale da farmi ricevere gli ultimi Sacramenti. Mi preparai a morire e ricordo che ero ben disposta per la morte. Un giorno in cui la febbre era molto alta deliravo e ricordo che chiesi a mia madre che mi desse Gesù. Ella mi presentò un crocifisso e io le dissi: - Non è questo che io voglio: voglio il Signore del tabernacolo. - Deolinda precisa nella sua deposizione al Processo Diocesano: «Era una infezione che un primo medico non diagnosticò; fu chiamato un altro medico che scoprì la malattia e mia sorella guarì completamente. Fino a 14 anni completi godette di buona salute.» Deolinda stessa aveva raccontato a p. Pinho: «Alexandrina andava a passare alcuni periodi di tempo a casa di una zia che abitava presso Barcelos (a circa 18 km. da Balasar): lì lavorava a tenere in ordine la casa, quasi come una donna. A 13 anni lavorava nei campi guadagnando tanto quanto sua madre o qualsiasi lavorante a giornata: i padroni non facevano distinzione dalle altre nell'ordinarle i lavori che le affidavano.» A questo punto si ha quello che Alexandrina chiama «il periodo più doloroso della mia vita di lavoro»... Sentiamo lei stessa. Mia madre mi mise a servizio nella casa di un vicino (Lino Ferreira che abitava nella casa antistante a quella di Alexandrina), ma nel contratto incluse alcune condizioni, come: darmi la possibilità di confessarmi tutti i mesi, trascorrere i pomeriggi delle domeniche in casa mia per andare in chiesa e per stare sotto la vigilanza di mia madre, non farmi uscire dopo l'imbrunire, ecc... Il contratto fu per 5 mesi, ma non vi rimasi sino alla fine. Il padrone era un perfetto aguzzino: mi dava nomignoli, mi obbligava ad un lavoro superiore alle mie forze. Aveva un cattivo carattere e poca pazienza; persino gli animali lo conoscevano perchè li picchiava e li spaventava: era quasi impossibile radunare il bestiame quando lui gli andava vicino. Mi insultava senza motivo davanti a chiunque e io mi sentivo umiliata. Sebbene fossi all'inizio della mia giovinezza, non provavo la gioia, per causa di quel triste vivere. Un giorno dovetti andare al mulino a prendere la farina per una infornata; ma vi arrivai già sull'imbrunire e perciò quando tornai a casa del padrone era già molto tardi perchè vi impiegavo un'ora di cammino. Giunta a casa, egli mi sgridò molto, mi insultò e mi diede persino della ladra. Suo padre, uomo assai vecchio, si indignò contro di lui e mi difese dicendo che non avevo avuto tempo per altro. Tutte le sere venivo a dormire a casa. Quella sera, siccome ero irritata perchè la mia coscienza non mi rimproverava la più piccola mancanza, mi lamentai con mia madre; ella, dopo di essersi informata del caso, non mi lasciò più tornare a lavorare da lui, sebbene egli insistesse molto. Mia madre mi tolse dal servizio, vedendo che lui non aveva rispettato il contratto. Infatti una volta ero stata dalle 22 alle 4 del mattino in Pòvoa a custodire 4 coppie di buoi, perchè il padrone e un suo amico si erano assentati da me. E io, piena di paura, trascorsi là quelle ore tristissime della notte. Mentre vigilavo il bestiame, contemplavo le stelle che scintillavano molto e mi facevano da compagne. Riguardo alle sue condizioni fisiche in questo periodo, notiamo quanto segue. Il medico Azevedo, che la assisterà dal gennaio 1941 sino alla morte con la massima sollecitudine e attenzione, oltre che con competenza, e che la seppe comprendere a fondo, raccolse anche le sue confidenze; in una “Storia della malattia” redatta nel luglio 1941 e completata in séguito, scrive, riguardo alla malattia avuta verso i 12 anni: «Si suppone che sia stata una febbre intestinale (tifoide?)... Dopo questa malattia grave visse con poca salute». Come mai Deolinda dice «godette di buona salute»? E come mai la madre permise che lavorasse nei campi in modo tanto faticoso e poi la ingaggiò con un contratto a lavorare presso quel vicino di casa? È evidente che Alexandrina, conoscendo le scarse condizioni economiche della famiglia e dotata di temperamento generoso nel sacrificarsi, nascose agli altri i malesseri conseguenti a quella infezione. Anche nel seguente episodio si nota la sua forza nel sopportare il dolore. Tra i 13 e i 14 anni cade da un querciolo su cui era salita a prendere dell'edera da dare al bestiame. Caddi giù rimanendo per un po' di tempo senza potermi muovere e senza respirare. Mi rialzai poco dopo per continuare il lavoro. Vediamo già qui il germe di quell'eroismo che la porterà sulle più alte vette dell'immolazione.
CAPITOLO 3° (1918-1928)
BRUSCA SVOLTA E VANI TENTATIVI DI «RADDRIZZAMENTO»
… Io, vedendo tutto questo, mi buttai nell'orto dalla finestra aperta. Le mie piu grandi amiche... si misero contro di me: arrivarono a farsi beffe di me, del mio modo di camminare, della posizione che tenevo in chiesa... il 14 aprile 1925 si mette a letto per non alzarsi più... Ebbi momenti di scoraggiamento, mai però di disperazione. Nulla mi legava al mondo avevo solo nostalgie del mio giardino perche amavo molto i fiori. Giunsi a fare alcuni voti per ottenere la guarigione, per esempio: tagliare a zero i miei capelli per me grande sacrificio, vestirmi a lutto per tutta la vita, andare in ginocchio dalla nostra casa alla chiesa... Pensavo: se guarirò, andrò subito a farmi suora. Infatti avevo paura a vivere nel mondo... Volevo essere missionaria per battezzare i moretti e salvare anime a Gesù.
Un sogno simbolico. Nel sabato santo del 1918 avviene un fatto grave che determina il suo futuro. In precedenza Alexandrina ha un sogno che simboleggia tutto il percorso della sua vita; lei stessa lo considera tanto significativo da dire: «rimase impresso nella mia anima tanto da non essere mai più dimenticato». Tale sogno segue una esperienza vissuta da Alexandrina, esperienza che essa pure può essere interpretata come simbolica, così come il sogno. Ecco quanto detta nell'Autobiografia. Una sera andavo dalla cucina alla camera (la cucina era a pianterreno e alla camera si accedeva mediante una scaletta esterna, fatta di assi con ringhiera) con un lume acceso che mi si spense. Cercai di riaccenderlo tornando in cucina, ma mi si spense ancora; così varie volte, dovendo io andare su e giù. Non mi ricordo che ci fosse vento tale da farlo spegnere. L'ultima volta che tentai di accenderlo caddi e rovesciai il petrolio che mi schizzò in bocca. Pensando che fosse un diavoletto (a farmi quei dispetti), esclamai: - Puoi andartene via, che oggi non ottieni nulla! - Andai a coricarmi molto tranquilla; mi addormentai ed ebbi un sogno che rimase impresso nella mia anima tanto da non essere mai più dimenticato. Fu questo. Salii al Paradiso su dei gradini tanto stretti che a stento potevo appoggiarvi la punta dei piedi. Arrivai là con molta difficoltà e dopo molto tempo, perchè non avevo nulla a cui aggrapparmi. Lungo il cammino vedevo alcune anime che stavano ai lati della scala, dandomi conforto senza parlarmi. Là in cima vidi al centro, su di un trono, il Signore e al suo fianco la Mamma celeste. Tutto il Cielo era affollato di beati. Dopo di aver contemplato tutto questo, dovetti ritornare sulla Terra, cosa che non volevo. Scesi con molta facilità e mi trovai sulla Terra: tutto era scomparso. Dopo, mi destai. Sia nell'esperienza del salire alla camera, sia nel sogno, sono ben chiari tutti gli elementi essenziali della sua vita futura: volontà di salire con costanza nel riprendere, molta difficoltà dovendo passare per una via difficilissima, forze del male che ostacolano con insistenza, aiuto delle forze del bene (alcune anime ai lati della scala), lotta senza aiuti sostanziali e continui (non ha nulla a cui aggrapparsi e le anime la aiutano ma senza parlarle); e infine, nel sogno, la meta luminosa con le due grandi figure che la attirano: Gesù e Maria. Naturalmente il sogno finisce con il ritorno sulla Terra, perchè Alexandrina deve cominciare dal principio di quella scala.
Il salto determinante. Ed ecco il sabato santo del 1918. Nella stanza dove Deolinda cuce vi sono ad aiutarla una apprendista (Rosalina Conçalves de Almeida) ed Alexandrina, che pure impara a cucire. Le tre giovani parlano poco e meditano sul Cristo sepolto. Nella casetta non c'è nessun altro. Ad un certo momento... Avvistammo tre uomini: quello che era stato il mio padrone (Lino Ferreira), un altro uomo sposato (Antonio da Costa Faria) e un terzo celibe (Gamillo da Costa Faria). Mia sorella, avendo intuito qualcosa e vedendoli imboccare il sentiero di casa nostra, mi ordinò di chiudere la porta della stanza. Alcuni istanti dopo, sentimmo che salivano la scala che porta alla stanza. Bussarono alla porta. Rispose mia sorella. Quello che era stato il mio padrone ordinò di aprire la porta; ma, siccome non avevamo confezioni per loro, non aprimmo. Il mio ex padrone conosceva bene la casa e salì per una scala interna all'abitazione, mentre gli altri rimasero alla porta dove avevano bussato. Egli, non potendo entrare attraverso una botola che era chiusa e con, sopra la macchina da cucire (trascinata dalle ragazze sulla botola per impedire l'entrata), afferrò una mazza e diede colpi forti sull'assito della botola fino a spaccarla e tentò di passare per di lì. Mia sorella, nel vedere questo, aprì la porta della stanza per fuggire e riuscì a svincolarsi nonostante che egli l'avesse afferrata per la veste. L'altra ragazza tentò di fuggire per seconda, ma rimase presa. Io, nel vedere tutto questo, mi buttai nell'orto dalla finestra aperta. Sentii un grande spavento perchè la finestra distava circa 4 metri dal suolo. Tentai di rialzarmi subito, ma non potei per un forte dolore al ventre. Nel saltare mi cadde, senza che me ne accorgessi, un anello che avevo al dito. Piena di coraggio, afferrai un palo, entrai dal cancelletto dell'orto nell'aia dove mia sorella discuteva coi due uomini sposati; l'altra ragazza era nella stanza con quello celibe. Io mi avvicinai e li chiamai «cani!» e dissi che, o lasciavano libera la ragazza, o altrimenti avrei gridato contro di loro. Accettarono la proposta e la lasciarono uscire. Fu in quel momento che mi accorsi della mancanza dell'anello ed esclamai di nuovo: - Cani che siete! Per causa vostra ho perso il mio anello. - Uno di loro, che aveva nelle dita vari anelli, mi disse: - Scegline uno. - Ma io, irritata, risposi: - Non voglio! - Non demmo loro più retta alcuna e se ne andarono. Noi continuammo a lavorare. Di tutto questo non raccontammo nulla a nessuno, ma mia madre venne a sapere tutto. Poco dopo cominciai a soffrire sempre di più e tutta la gente diceva che era dovuto al salto che avevo fatto. Anche i medici affermarono che quel salto aveva contribuito molto alla mia infermità.
Prime conseguenze del salto; sofferenze anche morali. Il medico Azevedo al processo Diocesano depone: «Da allora si andarono accentuando le sue sofferenze tanto da costarle assai il camminare e da presentare segni che un giorno non avrebbe potuto più camminare, ed il dott. Giovanni de Mmeida disse alla madre che forse sarebbe diventata paralizzata, poichè era dell'opinione che fosse portatrice di una mielite, che fu poi confermata dal dott. Gomes de Araùjo e da altri medici." Quattro mesi dopo quel salto cominciano a farsi sentire fortemente le conseguenze: A 14 anni e 4 mesi cessai per sempre di lavorare, sebbene vi siano stati mesi in cui lavorai con molta fatica. La madre comincia a condurla da farmacisti, per economia; poi, vedendo che peggiora, la conduce da alcuni medici i quali la sottopongono ad una dieta che la indebolisce tanto da obbligarla a stare a letto per tre settimane circa. La curano per disturbi intestinali, poichè ha dolori all'addome e non riesce a mangiare. All'inizio si sente compresa e non soffre moralmente, ma poi... Le mie più grandi amiche, alcune persone di famiglia e persino lo stesso parroco si misero contro di me: arrivarono a farsi beffe di me, del mio modo di camminare, della posizione che tenevo in chiesa; ma io non potevo stare in altro modo. Il signor parroco mi diceva che non mangiavo perché non volevo e che se fossi morta sarei andata all'inferno... Queste parole mi fecero soffrire molto nel mio intimo e io mi sfogavo col Signore. Quando andavo da casa alla chiesa e da questa a casa, guardavo le montagne intorno e pensavo di fuggire e rifugiarmi dove più nessuno mi vedesse. Ma il Signore non mi lasciò mai fare questo. Piansi tanto tanto nel vedermi in quella condizione...
Mentre tenta una cura a Pòvoa. Dopo circa un anno migliora un poco nella salute e va a Pòvoa per una cura di sabbiature e bagni di sole; ma non ne ha giovamento. In questa sua permanenza a Pòvoa, Alexandrina non è più la bimba di 7 - 8 anni, ma una bella giovane con folti e lunghi capelli neri che incorniciano un volto espressivo ravvivato da due occhi neri, vivaci, luminosi e che alle volte il sorriso rischiara con una bella fila di denti bianchissimi. È quindi comprensibile che sia oggetto di attenzione da parte di giovani, anche seri. Varie volte fui importunata da ragazzi che mi chiedevano di fare all'amore, ma non accettai mai. Ad uno che mi parlava di matrimonio arrivai a dire: - Non lascio la mia famiglia per un uomo. - Come tutte le giovani normali ed equilibrate, anche Alexandrina pensa che un giorno farà la sua famiglia e desidera educare i figli molto bene, sulla via del Signore: Alle volte riflettevo su come avrei educato i miei figli, qualora mi fossi sposata, perché fossero tutti del Signore.
Prime visite mediche ad Oporto lieve, temporaneo miglioramento. Poichè la cura a Pòvoa non ha servito a nulla, Alexandrina viene consigliata di farsi visitare da uno specialista e nel 1922 fa il suo primo viaggio ad Oporto, per consultare lo specialista Abel Pacheco, che la sottomette ad un esame rigoroso, molto rigoroso. In quella occasione Mexandrina piange molto per i dolori e per la vergogna. Il dott. Pacheco avvisa il medico curante che non guarirà. Sempre nel 1922 si mette a letto per 5 mesi consecutivi. Nel marzo 1923 muore la nonna materna e il suo grande dolore è aumentato dal fatto di non poter visitarne neppure la salma, per causa della sua malattia che la fa anche svenire sovente. Però nell'aprile dello stesso anno migliorano un po' le sue condizioni di salute e comincia ad alzarsi. I suoi primi passi sono verso la chiesa, dove riesce anche, sebbene con molto sforzo, a cantare, specie nelle feste. Deolinda dirà a p. Pinho: «A quell'epoca il gruppo dei cantori era molto piccolo e si avvertiva la mancanza della sua voce, perchè cantava bene e apparteneva al gruppo fin da giovinetta.» Il 27 marzo 1924 deve affrontare un secondo viaggio ad Oporto per essere visitata dal dott. Giovanni de Almeida, perchè non può sedersi; le sono proposti bagni di sole, che fa senza alcun risultato; così pure le varie medicazioni.
Partecipa al Congresso Eucaristico Nazionale. Nel 1924 (in giugno), con molta fatica, prende parte al Congresso Eucaristico in Braga, ma poco dopo deve mettersi a letto definitivamente per molti dolori al ventre e alla regione lombo-sacrale, con difficoltà ad urinare, con coliche alla vescica e sempre senza potersi sedere... Quanta vita spirituale avrà sentito in sé partecipando a quel Congresso, lei, anima già tanto eucaristica! E fuori dalla sala del Congresso, chissà quanto la sua anima vibrò mentre gli sguardi abbracciavano il magnifico panorama che si gode dal colle del Santuario del Sameiro! Avrà certo elevato bellissime lodi al Signore per le meraviglie del creato, lei che tanto squisitamente le sapeva sentire... E pensiamo che avrà anche avuto un acuto dolore di nostalgia presentendo, poichè si sentiva già tanto malata, che mai più avrebbe accarezzato con lo sguardo panorami tanto estesi.
A letto per sempre! Arriva la primavera del 1925. Mentre tutta la Natura si apre in festa ad ogni forma di vita, mentre il giardino si riveste dei primi boccioli, le sassifraghe mettono la tenue tinta rosa-lilla ad addolcire la durezza delle pietre grige e gli uccelletti alzano i loro cinguettii al cielo, Alexandrina avanza sempre più verso la sua tragedia. Il 14 aprile 1925 si mette a letto per non alzarsi più: ha davanti a sé gli ultimi 30 anni di vita! Questa data, come è naturale, rimane ben stampata nel profondo del suo cuore! Nel corso degli anni più volte ricorderà tale anniversario: per esempio dopo 14 anni (vedi L. del 13-4-1939) e dopo 25 anni (vedi S.14-4-1950), le sue nozze d'argento con il letto! Nell'Autobiografia si legge: A partire da quel momento cominciai ad avere per infermiera mia sorella, perchè mia madre si occupava dei lavori di campagna e mia sorella faceva la sarta. Ebbi momenti di scoraggiamento, mai però di disperazione. Nulla mi legava al mondo; avevo solo nostalgie del mio giardinetto perchè amavo molto i fiori. Alcune volte, in braccio a mia sorella, andai a vederlo per soddisfare un po' la mia nostalgia. Avevo molte nostalgie per la statua di Gesù che sta nella nostra chiesa e, quando vi erano le feste del Sacro Cuore o le Messe cantate, piangevo amaramente. Siccome facevo parte del coro, mi rattristava molto vedere partire per la chiesa mia sorella, che pure cantava, mentre io dovevo rimanere. Quante volte ella mi diceva: - Se tu potessi stare là distesa, io ti ci porterei in braccio! - Lei piangeva per andare e per dovere io rimanere; e io piangevo nel vederla uscire senza poterla accompagnare. Ma mi conformavo sempre alla volontà del Signore... Quanto sono lunghe le giornate e ancor di più le notti insonni, fra tanti dolori! Alexandrina, pur nelle sofferenze, continua a pregare tanto; ma nei primi anni cerca anche di distrarsi, come è ben comprensibile: Nei primi anni tentavo di distrarmi e persino chiedevo che giocassero alle carte con me; altre volte giocavo da sola. Mi dispiace di non aver pensato sin da principio, come penso adesso, a vivere tutta unita solo al mio Gesù. Si alternano periodi in cui le pare di perdere la nostalgia per le cose terrene a periodi in cui si riaccende acuto il desiderio di guarire.
Infelice chi è paralizzato! In alcuni episodi raccontati nell'Autobiografia risalta l'angoscia per essere bloccata in un letto. Ne riportiamo tre. Un giorno in cui dovetti restare sola per un po' di tempo presi un grande spavento. Venne da me una vicina per sapere se abbisognavo di qualcosa; nell'andarsene lasciò aperta la porta della veranda e poco dopo, per la stessa porta, entrò la nostra capretta e si diresse verso la sala dove avevamo i vasi di begonie e di capilvenere molto floridi e teneri, con i quali adornavamo gli altari della nostra chiesa in occasione delle feste. Nel vederla dirigersi là, la chiamai; ella mi guardò, ma non fece caso a me. Le buttai dei pezzetti di mela, ma non li mangiò; le mostrai una mela e la chiamai fino a che si avvicinò a me; la afferrai, le diedi una mela e me la tenni stretta quasi due ore, ora facendole carezze, ora dandole degli schiaffetti. Quando arrivò mia sorella rimase meravigliata del fatto che, a letto, avessi potuto intrattenere l'animale per tanto tempo. Attribuisco questo ad una grazia di Gesù, perché la porta della sala era aperta e la capretta, anche se non avesse mangiato le piantine, avrebbe rovinato tutto. Quanto devo a Gesù! Io ero inchiodata a letto ed Egli mi risparmiò questo dispiacere. Poco tempo dopo ebbi un'altra sofferenza più dolorosa. Mia sorella era fuori dal paese e mia madre era fuori al mercato del paese. Io rimasi con la ragazza incaricata da mia madre di prestarmi i servizi fino al suo ritorno dal mercato. La ragazza, nonostante avesse più di 20 anni, ritenne di poter assentarsi prima che arrivasse mia madre; e così fece. Quando ella uscì, le dissi: - Se vuoi andare, vai: mia madre e mia sorella mi troveranno qui, viva o morta. - Appena fu uscita, vennero presso di me alcuni gattini per farmi festa, sollevando le zampette in aria perché io dessi la mano e riuscirono a salire sul mio letto. Ma, siccome io non li volevo lì, li scrollai e andarono per terra. Alcuni momenti dopo sentii che uno di essi cadde in una bacinella di acqua e morì affogato! Lo udivo lottare nell'acqua contro la morte: miagolava molto! Sua madre miagolava pure. Io, che non avevo coraggio di udire tutto quello, cominciai a piangere dicendo: - O Mamma celeste, fate che venga qui qualcuno per soccorrerlo!. Aiutatemi, Gesù, santa Teresina! - e altri santi. Dicevo pure: - Infelice chi è paralitico! - Per caso entrarono due persone e nel sentire i miei singhiozzi vennero in camera e rimasero addolorate al vedere la mia afflizione. Il gattino era morto! Io non mi sono irritata: piangevo di pena per gli animali, ma non ho offeso Gesù. Questo episodio fu causa di grandi dispiaceri morali perché mia madre e mia sorella non approvarono il comportamento della ragazza; poi le perdonarono tutto e io pure. Siccome mi piaceva stare sola e specialmente alla domenica quando vi era l'adorazione al Santissimo Sacramento, a tutti i miei dicevo che vi andassero e mi lasciassero sola con Gesù. Una domenica, poco dopo che tutti erano usciti, mi misi a pregare e udii che qualcuno apriva il portone verso strada, saliva le scale e ad alta voce diceva: - Aprimi la porta! - Dalla voce riconobbi la persona. Rimasi molto spaventata: ah, che sarebbe di me se egli riuscisse ad entrare! Strinsi tra le mie mani la mia corona del Rosario con tutta la fiducia, mentre quella persona continuava a spingere la porta con tutta la forza. Non riuscì ad aprirla, per quanto non fosse chiusa a chiave. Pensavo al modo con cui dovevo parlargli e, per lo spavento, non potevo nemmeno respirare. Siccome non riuscì ad aprire la porta, se ne andò, lasciandomi in pace. Rimasi tanto piena di paura che non tornai più a restare sola, a meno che non mi chiudessero dentro a chiave. Attribuii questa grazia a Gesù e alla Mamma celeste che mi liberarono da quella brutta compagnia: avrei voluto vedermi piuttosto in compagnia del demonio dell'inferno. È quindi ben comprensibile che invochi di guarire! Giunsi a fare alcuni voti per ottenere la guarigione, per esempio: tagliare a zero i miei capelli, che era per me un grande sacrificio; dare tutto il mio oro e vestirmi a lutto per tutta la vita; andare in ginocchio dalla nostra casa alla chiesa. Anche mia madre, mia sorella e le mie cugine fecero grandi voti. Alla fine capii che la volontà del Signore era che io restassi ammalata. Allora cessai di chiedere la mia guarigione.
Devozione a Maria: prediletto è il suo mese. Con il suo grande amore per Gesù, Alexandrina nutre anche tanto amore per Maria e celebra il mese di maggio con particolare devozione: Mi piaceva molto celebrarlo tutta sola: meditavo, cantavo, pregavo e alcune volte piangevo, mentre chiedevo alla Mamma del Cielo di liberarmi dalla grande tribolazione che stavo attraversando. Cantavo il «Tantum ergo» come se fossi in chiesa e stessi per ricevere la benedizione eucaristica col Santissimo. Siccome non avevo il Santissimo Sacramento in casa, né alcun sacerdote che venisse a darmi la benedizione, chiedevo al Signore che me la desse dal Cielo e da tutti i tabernacoli. Oh, che momenti tanto felici! Sentivo scendere su di me tutte le benedzioni e l'amore del Signore. In quei momenti chiedevo a Gesù di benedire tutta la mia famiglia e tutti i miei cari. Siccome Alexandrina non ha nessun quadro della Madonna, nei primi anni il parroco gliene presta uno durante il mese di maggio, che le lascia poi la nostalgia nel restituirlo. Di qui il desiderio di averne uno per sè. Ma scarseggia il denaro! Ecco come risolve il problema: Siccome non avevo denaro, varie persone mi aiutarono. Un'amica mi diede alcune pollastrelle che mia sorella allevò fino a che fecero le uova da cui poi nacquero i pulcini. Così andai raggranellando la somma necessaria per una statuetta, la campana di vetro e la mensola,ecc. Non so descrivere la consolazione che sentii nel vedere che possedevo per sempre una statuetta della cara Mamma e che sarei rimasta a contemplarla giorno e notte.
Ancora invocazioni di guarigione. Nel 1928, undici anni dopo le apparizioni della Madonna a Fatima, viene organizzato un pellegrinaggio a cui partecipano varie persone di Balasar. Alexandrina, avendo saputo di alcuni miracoli, sente il desiderio di andarvi con la speranza di guarire. Sia il medico curante, sia il parroco non glielo permettono, dato il suo stato di salute. Ci va il parroco promettendole di chiedere per lei la guarigione: se questa fosse avvenuta, sarebbe andata a Fatima a ringraziare e il medico promette di fare la relazione del miracolo, se avverrà. Il parroco le porta da Fatima una medaglietta, una corona del Rosario, un po' di acqua di Fatima e il «Manuale del pellegrino» consigliandole di bere l'acqua e di fare una novena alla Madonna con il fine di guarire. Non ne feci una sola, ma molte! Cantavo molto e dicevo alle vicine che venivano a farmi visita: - Se un giorno mi rivedrete per la strada e mi udirete cantare, sono io che ringrazierò la Madonna per la grazia ricevuta. -Credevo che sarei guarita, ma mi ingannavo: era la mia grande fiducia nella Madonna e in Gesù che mi faceva parlare così. Pensavo: se guarirò, andrò subito subito a farmi suora. Infatti avevo paura a vivere nel mondo. Non avrei nemmeno più fatto visita alla mia famiglia: volevo essere missionaria per battezzare i moretti e salvare anime a Gesù.
CAPITOLO 4° (1928-1933)
« SOFFRIRE, AMARE, RIPARARE »
Siccome non ottenni nulla, morirono i miei desideri di guarigione, e per sempre: cominciai a sentire sempre piu ansiedi amore alla sofferenza e di pensare solo a Gesu. - Mio buon Gesù, siamo carcerati entrambi: Voi carcerato per mio bene o carcerata nelle vostre mani. - mi sono offterta al Signore come vittima. Mamma, accettatemi come vostra figlia molto amata, molto cara e consacratemi tutta a Gesù. Ditegli che Lo aiuterete a crocifiggermi in modo tale che nel mio cuore e nella mia anima non rimanga più nulla da crocifiggere. Mamma, venite con me ai tabernacoli... Voglio andare da un tabernacolo all'altro a chiedere grazie a Gesù, come l'ape di fiore in fiore per succhiargli il nettare.
Cominciano ansie di amore alla sofferenza. Tante invocazioni non ottengono la guarigione, neppure un miglioramento nella salute. Umanamente diremmo: non ottengono nulla! Ma nel disegno di Dio, quella mancata guarigione non è affatto un nulla: è anzi un fatto molto positivo poichè rappresenta l'inizio di una lunga e fecondissima ascesa sulla scala di sofferenze sempre più forti e profonde perché invaderanno tutto il suo essere, anche nelle sfere morale e spirituale; ma ascesa che la porterà alla più intima unione con Dio e alla più alta missione: quella di corredentrice. Un primo miracolo si compie nell'anima di Alexandrina: non desidera più guarire. Sente che la sua missione è quella di soffrire e, per amore, fa di tutto per conformarsi alla volontà di Dio: Siccome non ottenni nulla, morirono i miei desiderii di guarigione, e per sempre: cominciai a sentire sempre più ansie di amore alla sofferenza e di pensare solo a Gesù. Inchiodata nel letto, si sente come prigioniera: le viene spontaneo un confronto con Gesù nel tabernacolo: Un giorno in cui ero sola, ricordandomi che Gesù era nel tabernacolo, dissi così: - Mio buon Gesù, Voi carcerato e io pure. Siamo carcerati entrambi: Voi carcerato per mio bene e io carcerata nelle vostre mani. Voi siete Re e Signore di tutto; io sono un verme della Terra. Vi ho abbandonato pensando solo alle cose di questo mondo, che sono la perdizione delle anime. Ora, pentita con tutto il mio cuore, voglio ciò che vorrete Voi e voglio soffrire con rassegnazione. Non venitemi meno, mio buon Gesù, con la vostra protezione! Alexandrina comprende che Gesù vuole usarla come strumento di salvezza per tante anime, ossia come vittima che - a somiglianza del Redentore - si immoli per continuare la redenzione; vuole che segua le orme di S. Paolo che dice: «Completo nella mia carne quello che Gesù ha lasciato a me da patire della sua Passione, in favore del suo Corpo, che è la Chiesa». (Colossesi,l,24)
Si offre come vittima per la salvezza delle anime. Senza sapere come, mi sono offerta al Signore come vittima. Già da molto tempo andavo chiedendo l'amore alla sofferenza. Il Signore mi concesse tanto questa grazia, tanto che oggi non scambierei il dolore con tutto quanto vi è nel mondo. Con questo amore al dolore mi consolavo molto nell'offrire a Gesù tutte le mie sofferenze: la consolazione di Gesù e la salvezza delle anime è quanto mi preoccupava di più. Durante i lunghi 30 anni di martirio Alexandrina non avrà mai una esitazione circa la sua vocazione e mai la tentazione di tornare indietro, di rinunciare; anzi andrà sempre più avanti nella richiesta di sempre maggiori sofferenze, con un'ansia crescente di amore. È chiaro che, con questa nuova disposizione dell'anima, non cerca più delle distrazioni per passare le lunghe giornate: Andai tralasciando tutte le distrazioni del mondo, grazie all'amore che avevo alla preghiera; poiché solo pregando mi sentivo bene, mi abituai a vivere in intima unione col Signore. Quando ricevevo visite che mi distraevano un poco, rimanevo tutta spiacente e triste per non essermi ricordata di Gesù durante quel tempo. Il suo amore a Gesù si manifesta anche attraverso piccoli sacrifici volontari: Per amore a Gesù e alla Mamma del Cielo facevo piccoli sacrifici, come: rinunciare a guardarmi nello specchio, pur tenendolo molte volte in mano; non parlare quando ne avevo desiderio e viceversa; smettere di dormire alla notte per fare compagnia a Gesù; consentire che le mosche mi mordessero, ecc.
Suo fuoco d'amore nella preghiera e sua richiesta di crocifissione. Ma il fuoco del suo amore si sente specialmente nel suo modo di pregare; e fa del suo vivere una continua preghiera. Per quanto la preghiera sia una cosa personalissima, pensiamo bene di riportare qui quanto diceva Alexandrina nella sua preghiera quotidiana, come esempio edificante. Al mattino iniziavo le mie preghiere con il segno di croce e, pensando subito a Gesù Sacramentato, facevo la Comunione spirituale (vedi cap.20, n. 17) e dicevo questa giaculatoria: «Sacro Cuore di Gesù, è per Voi questo giorno.» La ripetevo per tre volte, poi continuavo: - La vostra benedizione, Gesù! Voglio essere santa! O mio Gesù, benedite la vostra figliolina che vuol essere santa! - Dicevo anche: - Sia lodato il Signore!... Mi benedicano le tre Persone della Santissima Trinità e anche Maria Santissima, San Giuseppe e tutti gli angeli, i santi e le sante del Cielo! Che le benedizioni del Cielo scendano su di me, e nulla avrò da temere. Sarò santa: sono questi i miei più ardenti desiderii. - Recitavo tre volte il «Gloria Patri». Poi offrivo (come membro dell'Apostolato della Preghiera) le azioni della giornata: «Vi offro, o mio Dio, in unione...»; poi recitavo un «Padre nostro», un «Ave Maria», un «Gloria», «Sacro Cuore di Gesù che tanto ci amate, fate...» e il «Credo». Poi continuavo: - O mio Gesù, io mi unisco in spirito, in questo momento e da questo momento per sempre, a tutte le Sante Messe che di giorno e di notte vengono celebrate sulla Terra. Gesù, immolatemi con Voi ogni momento sull'altare del Sacrificio; offritemi con Voi all'Eterno Padre per le stesse intenzioni per le quali Voi stesso vi offrite. Alexandrina continua nella preghiera in cui appare anche la sua devozione al Sacro Cuore e alla Madonna, che, come abbiamo già visto, chiama affettuosamente «Mamma». Voltata verso la Mamma le dicevo: - Ave Maria, piena di grazia! Io Vi saluto, o piena di grazia! O Mamma, voglio essere santa! O Mamma, beneditemi e chiedete a Gesù che mi benedica! - E mi consacravo a Lei così: - Mamma, Vi consacro i miei occhi, i miei orecchi, la mia bocca, il mio cuore, la mia anima, la mia verginità, la mia purezza, la mia castità, la purezza e la verginità di… Accettate, Mamma! È vostra: siete Voi lo scrigno sacro, lo scrigno benedetto della nostra richezza. Vi consacro il mio presente e il mio futuro, la mia vita e la mia morte, tutto quanto daranno a me, tutte le preghiere e le offerte che faranno per me. O Mamma, apritemi le vostre braccia santissime, prendetemi tra le stesse, stringetemi al vostro Cuore santissimo, copritemi col vostro manto e accettatemi come vostra figlia molto amata, molto cara e consacratemi tutta a Gesù. Chiudetemi per sempre nel suo divino Cuore e ditegli che Lo aiuterete a crocifiggermi in modo tale che nel mio corpo e nella mia anima non rimanga più nulla da crocifiggere. O Mamma, fatemi umile, obbediente, pura, casta nell'anima e nel corpo: fatemi pura, fatemi un angelo! Trasformatemi tutta in amore, consumatemi tutta nelle fiamme dell'amore a Gesù! - Come sarà esaudita totalmente nella sua offerta di vittima crocifissa,crocifissa proprio in tutto il suo essere fisico, morale, spirituale! Ma sarà anche esaudita nella sua aspirazione ad essere tutta trasformata in amore, e tutta consumata in quel fuoco divino. A questo punto della sua preghiera subentra il pentimento con la richiesta di perdono, fatta tramite Maria. - O Mamma, chiedete perdono per me a Gesù. Ditegli che io sono il figlio prodigo che torna alla casa del suo buon Padre, disposta a seguirlo, ad amarlo, ad adorarlo, ad obbedirgli e a imitarlo. Ditegli che non voglio più offenderlo. O Mamma, ottenetemi un dolore tanto grande per i miei peccati, che sia tale il mio pentimento da diventare pura, da diventare angelo! Pura come rimasi dopo il mio battesimo, affinché per la mia purezza io meriti la compassione del mio Gesù e di riceverlo sacramentalmente tutti i giorni e di possederlo per sempre in me sino all'ultimo respiro. - Quanto segue, mette bene in evidenza la particolare devozione di Alexandrina per Gesù Sacramentato, chiuso nei tabernacoli, e il suo ricorso alla Madonna come mediatrice. - Mamma, venite con me ai tabernacoli, a tutti i tabernacoli del mondo, in ogni parte e luogo dove abita Gesù Sacramentato. Fategli la mia umile offerta. Oh, quanto Gesù rimarrà contento per l'offerta più povera, più miserabile, più indegna! Ma, presentata da Voi, quanto valore acquisterà presso il vostro e mio caro Gesù! O Mamma, voglio andare da un tabernacolo all'altro a chiedere grazie a Gesù, come l'ape di fiore in fiore per succhiargli il nettare. O Mamma, voglio formare una roccia d'amore attorno ad ogni luogo dove Gesù abita sacramentato, affinché non vi sia nulla che possa introdursi attraverso a questo amore per andare a ferire il suo Cuore santissimo, rinnovando le sue piaghe santissime e tutta la sua santa Passione. Mamma, parlate Voi nel mio cuore e nelle mie labbra, rendete più fervorose le mie preghiere e più valide le mie richieste! - Poi si rivolge direttamente a Gesù, nel cui Cuore vuole perdersi inebriata d'amore. - O mio caro Gesù, io mi consacro tutta a Voi. Spalancatemi il vostro Cuore santissimo: lasciate che io entri in quel Cuore benedetto, in quella fornace ardente, in quel fuoco ardente! Chiudetelo, mio buon Gesù, lasciatemi tutta dentro al vostro Cuore santissimo; lasciatemi dare lì l'ultimo respiro, inebriata nel vostro divino amore, bruciata nelle fiamme d'amore! Non lasciatemi separare da Voi sulla Terra, se non per unirmi a Voi in Cielo per tutta l'eternità. Gesù, vado ad invitare la Mamma. E Lei che Vi parlerà per me. Vado e ritorno subito; va bene, mio Gesù? - Ave, Maria, piena di grazia, io Vi saluto, o piena di grazia! Mamma, venite con me ai tabernacoli, venite a coprire d'amore il mio Gesù. Offritegli tutto quanto avverrà in me, tutto quanto sono solita offrirgli, tutto quanto si possa immaginare, come atti d'amore per il Signore Sacramentato! - Dicevo tre volte: «Sia lodato e ringraziato ogni momento il santissimo e divinissimo Sacramento'. E facevo la Comunione spirituale già descritta. A questo punto dicevo alla Madonna quanto segue, perché Lei lo ripetesse per me al suo amato Figlio. Quello che Maria è incaricata di dire a Gesù è il seguente cantico di lode, che ricorda il «benedicite».
Cantico di offerta ai tabernacoli.
O mio Gesù, io voglio che ogni dolore che sento, ogni palpito del mio cuore, ogni mio respiro, ogni secondo che passerò, siano atti d'amore per i vostri tabernacoli. Io voglio che ogni movimento dei miei piedi, delle mie mani, delle mie labbra, della mia lingua, ogni aprirsi e chiudersi dei miei occhi, ogni lacrima, ogni sorriso, ogni gioia, ogni tristezza, ogni tribolazione, ogni svago, dispiacere, contrarietà, siano atti d'amore per i vostri tabernacoli. Io voglio che ogni lettera alfabetica delle preghiere che io reciti o che oda recitare, ogni parola che io pronunci o che oda pronunciare, che io legga o oda leggere, che scriva o che veda scrivere, che io canti o oda cantare, siano atti d'amore per i vostri tabernacoli. Io voglio che ogni bacio che Vi dò sulle vostre sante immagini, su quelle della vostra e mia cara Mamma, dei vostri santi e sante, siano atti d'amore per i vostri tabernacoli.
O Gesù, io voglio che ogni goccia di pioggia che cade dal cielo sulla terra, che tutta l'acqua che il mondo contiene, offerta a gocce, che tutta l'arena del mare e tutto quanto il mare contiene, siano atti d'amore per i vostri tabernacoli. Io Vi offro le foglie degli alberi, tutti i frutti che possono avere, i fiori offerti petalo per petalo, tutti i granelli di sementi di cereali che possono esserci nel mondo e tutto quanto contengono i giardini, i campi, i prati e i monti: offro tutto come atti d'amore per i vostri tabernacoli.
O Gesù, io Vi offro le penne degli uccelli, il loro gorgheggio, i peli e le voci di tutti gli animali, come atti d'amore per i vostri tabernacoli.
O Gesù, io Vi offro il giorno e la notte, il caldo e il freddo, il vento, la neve, la luna e il suo chiarore, il sole, l'oscurità, le stelle del firmamento, il mio dormire, il mio sognare, come atti d'amore per i vostri tabernacoli.
O Gesù, io Vi offro tutto quanto il mondo rinserra, tutte le grandezze, le ricchezze e i tesori del mondo, tutto quanto avviene in me, tutto quanto sono solita offrirvi, tutto quanto si possa immaginare, come atti d'amore per i vostri tabernacoli.
O Gesù, accettate il cielo, la terra, il mare, tutto, tutto quanto vi è contenuto, come se questo «tutto» fosse mio e io di tutto potessi disporre e tutto offrirvi, come atti d'amore per i vostri tabernacoli.
Primi fenomeni mistici. Nello slancio di queste preghiere Alexandrina sperimenta i primi fenomeni mistici, come la levitazione e un forte calore che supera il normale. Nell'Autobiografia, dopo questi canti di offerta, leggiamo: Mentre facevo queste offerte al Signore, mi sentivo elevare, non so come; e sentivo nel medesimo momento un calore rovente che pareva bruciarmi. Mi pareva cosa strana perché erano giornate di freddo e, meravigliata, osservavo se il mio corpo sudasse. Mi sentivo abbracciata interiormente, cosa che mi stancava assai.
Programma di vita. A questo punto dell'Autobiografia Alexandrina sintetizza sotto forma di ispirazione tutto il suo programma di vita: Non ne ho la certezza, ma deve essere stato in uno di questi momenti che sentii la seguente ispirazione del Signore: “soffrire, amare, riparare”. Alexandrina medita molto sul suo programma di vita. Vuol fare la volontà del Signore e chiede quale sia. Ogni volta si sente ripetere: soffrire, amare, riparare. Tale programma di vita si delinea in Alexandrina così chiaramente e i fenomeni mistici di cui al paragrafo precedente si manifestano in lei prima del suo incontro col direttore spirituale p. Pinho: è dunque evidente che non è suggestionata da lui a seguire la via di vittima riparatrice.
CAPITOLO 5° (1933-1935)
GESU' LE INVIA IL DIRETTORE SPIRITUALE, MA È LU IL MAESTRO
Il Signore mi disse: - Obbedisci in tutto al tuo padre spirituale: non sei stata tu a sceglierlo, ma sono io che te l'ho mandato. - Dammi le tue mani che le voglio crocifiggere; dammi i tuoi piedi che li voglio inchiodare con me; dammi il tuo capo, che lo voglio coronare di spine come fecero a me, dammi il tuo cuore, che lo voglio trafiggere con la lancia come trafissero il mio, consacrami tutto il tuo corpo offriti tutta a me, che ti voglio possedere completamente e fare ciò che mi parrà. - Figlia mia, sono io il tuo Maestro. Felice te se imparerai bene le mie lezioni e le metterai in pratica! - Va ai miei tabernacoli. Vivi là: e da là che viene la forza per tutto. Amami molto, pensa solo a me. Lascia il mondo e tutto quanto in esso esiste, che è nulla. - La missione che ti ho affidata: tabernacoli e peccatori. Ti ho elevata a tanto alto grado. E' il mio amore. Per mezzo tuo saranno salvi molti, molti, molti peccatori. Non per i tuoi meriti, ma per me che procuro tutti i mezzi per salvarli. - Che scuola è il libro della tua vita, quali grandi insegnamenti dà, quali istruzioni sulla scienza divina.
Il direttore spirituale p. Mariano Pinho. Arrivata a questo punto della sua evoluzione spirituale, Alexandrina ha bisogno di un direttore che la comprenda e che sappia guidare la sua anima lungo la difficile via per la quale il Signore vuole condurla. Alexandrina non sa niente, non sa neppure cosa sia un direttore spirituale; ma Gesù sa e glielo invia. Nell'Autobiografia Alexandrina racconta: «come Gesù mi inviò il mio direttore spirituale». Io non avevo un direttore spirituale e nemmeno sapevo cosa fosse: avevo appena il mio parroco come guida della mia anima. Mia sorella, durante un Ritiro delle «Figlie di Maria», si è scelta come direttore spirituale la guida di quel Ritiro: il signor dott. p. Mariano Pinho. Questi, avendo saputo che io ero ammalata, la incaricò di chiedere che io pregassi per lui, con la promessa di ricambiare. Ogni tanto mi mandava una immaginetta. Trascorsero due anni. Essendo io venuta a sapere che egli era ammalato, sentii, senza sapere come, tanta pena che cominciai a piangere. Mia sorella mi domandò perché piangevo, se non lo conoscevo neppure. Le risposi: - Piango perché mi è amico e io lo sono di lui. – Il 16 agosto 1933 sua rev. p. Pinho venne nella nostra parrocchia a predicare un triduo in onore del Sacro Cuore di Gesù: in quella occasione lo presi come mio direttore spirituale. Non gli parlai delle offerte che facevo ai tabernacoli, nè del calore che provavo, nè della forza che mi faceva sollevare, nè delle parole (soffrire, amare, riparare) che ritenevo una richiesta di Gesù. Pensavo che ciò avvenisse a tutta la gente. E solo dopo due mesi che gli parlai delle parole di Gesù, ma del resto non gli dissi nulla, poichè non consideravo affatto questo come cosa del Signore. Qui appare in modo chiaro che Alexandrina non fu suggestionata dal suo direttore p. Pinho, come qualcuno affermò, perché i sopraddetti fenomeni mistici e la vocazione di offrirsi come vittima riparatrice sono anteriori all'incontro con p. Pinho; cosa che abbiamo già fatto notare. L'Autobiografia continua: Nell'agosto del 1934 egli ritornò qui a fare un'altra predicazione: è allora che io gli aprii la mia coscienza. In quella occasione fui molto tentata dal demonio, il quale mi metteva in mente che, se avessi esposto a p. Pinho la mia vita, egli non avrebbe più voluto essere mio direttore spirituale. In quel momento critico il Signore mi disse: - Obbedisci in tutto al tuo padre spirituale: non sei stata tu a sceglierlo, ma sono io che te l'ho mandato. - Sua rev. p. Pinho mi domandò soltanto in quale modo avevo udito le sopraddette parole, ma non mi disse se era stato o no il Signore. Alcuni giorni dopo, mia sorella, avendo notato che impiegavo molto tempo a dire le mie orazioni, mi domandò che cosa dicessi. Le spiegai allora come occupavo tutto quel tempo e ciò che sentivo in quei momenti, aggiungendole che era dovuto certamente alla fede e al fervore con cui recitavo tutte le mie preghiere. Lei fu d'accordo con me. Mi chiese di dirle tutto, per diventare più fervorosa lei pure. Tra le grazie che il Signore le concede in questo periodo ricordiamo la celebrazione della S. Messa nella sua cameretta. Alexandrina appartiene alla «Pia Opera delle Marie dei tabernacoli-calvarii», per cui gode del privilegio della S. Messa in casa, quando è impedita per malattia di andare in chiesa. Grande è il suo giubilo quando, ottenuto il permesso da parte del vescovo, può usufruirne: Il 20 novembre 1933 ebbi la grazia di avere, per la prima volta, il Santo Saciificio della Messa nella mia cameretta. In seguito avrà tale grazia quasi mensilmente; grazia da lei tanto apprezzata che teneva conto delle date in cui si era svolta la S.Messa nella sua cameretta.
Gesù Maestro. Abbiamo visto come Gesù inviò ad Alexandrina il direttore spirituale p. Pinho, che le sarà indispensabile e sicura guida lungo il difficile e spesso incomprensibile cammino per il quale l'ha destinata. Ma il direttore spirituale è soltanto uno strumento del Signore, un canale attraverso il quale passano le Sue indicazioni, i Suoi chiarimenti. Nei casi di anime chiamate a missioni particolarmente importanti, come quella di Alexandrina, è Gesù stesso che sovente comunica in modo diretto quanto vuole: è Lui il vero Maestro.
Gioia per la vita intima col Signore. Riferendosi a questi anni, Alexandrina detta nella sua Autobiografia la gioia per la sua vita intima col Signore, per il sentire queste comunicazioni dirette. Gesù mi parlava di giorno e di notte. Sentivo grande consolazione spirituale: non mi pesavano i miei dolori... Fu nel settembre 1934 che compresi essere la voce del Signore (a chiedre: soffrire, amare, riparare), e non una ispirazione come io avevo pensato.
Prima richiesta di crocifissione. In quel settembre 1934 Gesù comincia a chiederle la partecipazione alla sua Passione. Fu allora che mi fece la seguente richiesta, parlandomi così: - Dammi le tue mani, che le voglio crocifiggere; dammi i tuoi piedi, che li voglio inchiodare con me; dammi il tuo capo, che lo voglio coronare di spine come fecero a me; dammi il tuo cuore, che lo voglio trafiggere con la lancia come trafissero il mio; consacrami tutto il tuo corpo; offriti tutta a me, che ti voglio possedere completamente e fare ciò che mi parrà.- Il Signore mi chiese questo altre due volte. Non so dire il mio tormento perché non potevo scrivere e non volevo dire nulla a mia sorella, ma non volevo neppure tacere perché capivo che non era la volontà del Signore che io tacessi: dovevo dirlo al mio padre spirituale. Mi decisi a fare il sacrificio, chiedendo a mia sorella di scrivere in mio nome quanto le avrei dettato. Ella non mi guardava, nè io guardavo lei e, scritta la lettera, tutto morì per entrambe: non parlammo più dell'argomento. Alexandrina, appena comunicato a p. Pinho quanto sopra, viene presa dal timore di perderlo come direttore: Lui si convincerà che tutte quelle comunicazioni sono falsità, frutto della mia fantasia...» Il tormento è grande, tanto più che per ben due anni e mezzo p. Pinho non le dice se è il Signore a parlarle. Nelle estasi del 6,7,8 settembre 1934 Alexandrina ha avuto la richiesta di una vera, concreta partecipazione alla Passione, ma non lo sospetta neppure, credendo ad un aumento di sofferenze nel senso comune della parola, senza immaginare nulla di soprannaturale. Gesù le chiede veramente delle sofferenze e la richiesta sarà ripetuta molte volte nel corso dei successivi anni. Nell'arco di ben 4 anni Gesù la prepara gradatamente fino a che il giorno 3 ottobre 1938 vivrà per la prima volta la Passione, soffrendo concretamente nel suo corpo e nella sua anima i patimenti dall'Orto al Calvario.
Gesù le fa sentire il Suo amore. Gesù le chiede sì delle sofferenze, ma nello stesso dà forza mediante consolazioni con una sua presenza sensibile, facendole sentire l'amore reciproco: Sentivo, in tutto, amore per il mio Gesù e sentivo che Lui mi amava, poiché ne ricevevo innumerevoli tenerezze. Desideravo soltanto starmene sola (con Luz). Oh, come mi sentivo bene nel silenzio e molto unita a Lui! Gesù si confidava molto con me. Mi diceva cose tristi, ma le consolazioni e l'amore che mi faceva sentire mi obbligavano a dimenticare le sue lamentele. Passavo notti e notti senza riposare, contemplando le scene che Gesù mi mostrava e stavo in conversazione intima con Lui. Alcune volte vedevo Gesù come giardiniere a prendersi cura dei fiori: li innaffiava, li raddrizzava, ecc.; passeggiava in mezzo ad essi mostrandomene le varietà. Altre volte mi appariva in grandezza naturale e mi faceva vedere il suo Cuore divino circondato da raggi d'amore. Gesù la attira sempre di più a Sé: è Maestro che parte dall'amore. Il Signore mi chiese il mio cuore da collocare entro il suo affinché io non avessi altro amore se non quello a Lui e alle sue opere... (piu avanti, Alexandrina riporta quanto si è sentita dire da Gesù): - Figlia mia, non dubitare che io sono con te e che è il tuo Gesù che ti parla. Ti ho scelta per me, corrispondi al mio amore! Voglio essere il tuo Sposo, il tuo Amato, il tuo Tutto. Ti ho scelta anche per la felicità di molte anime. Poco più di un mese dopo, sente Gesù affermarle che è sempre con lei, che sta in lei: - Figlia mia, non sono con te solo quando mi invochi per consolarti. Sono il tuo Maestro. Felice te se imparerai bene le mie lezioni e le metterai in pratica! Ho stabilito in te la mia dimora. - E mi disse che io ero un tabernacolo non mani umane, ma da mani divine. costruito da mani divine.
Alexandrina corrisponde all'amore di Gesù Giuramento col sangue. A tanto amore Alexandrina vuol corrispondere con amore e non sa come manifestarlo. Nelle condizioni di vita in cui si trova, l'unica cosa che può fare è quella di aumentare sofferenze da offrire a Gesù: per esempio si batte con palline di cera messe nell'angolo del fazzoletto, scegliendo i posti in cui può soffrire di più, oppure si frusta con un nodo fatto sulla punta della lunga treccia di capelli, o lega gli stessi alla testiera del letto e poi si tira in avanti per soffrire. In una domenica in cui, con sua gioia, rimane sola in casa, scrive col suo sangue un giuramento d'amore a Gesù: Appena mi lasciarono sola con Gesù, gli volli provare quanto Lo amavo. Presi la spilla di sicurezza a cui erano appese le mie medagliette e la conficcai nel mio petto sopra il cuore; non vedendo apparire sangue, la affondai ancora di più, contorsi le fibre della carne fino a che ne sprizzò il sangue. Presi una penna e una immaginetta e, intingendo nel sangue, scrissi così sul retro dell'immaginetta: - Con il mio sangue Vi giuro di amarvi molto, mio Gesù; e sia tanto il mio amore che io muoia abbracciata alla croce! Vi amo e muoio per Voi, mio caro Gesù, e voglio abitare nei vostri tabernacoli, o mio Gesù! - Balasar, 14-10-1934. Appena finito di scrivere questo, fu tale la ripugnanza, l'afflizione che tentai immediatamente di stracciare l'immaginetta; ma non so cosa mi impedì di farlo. Non sentii alcuna consolazione con questa prova d'amore che Gli avevo dato. Alexandrina deve sempre soffrire nella lotta tra il bene ed il male: appena fatta una cosa spiritualmente bella, che la unisce di più a Gesù, ecco che intervengono le forze del male a farle sentire ripugnanza, col fine di distoglierla da quel cammino. Deolinda poi, appena tornata a casa, la sgrida: - Ah, mia birbanteila, cosa 'hai fatto mai! Appena lo saprà p. Pinho!... - Le risposi: - Ah, non glielo dico! - Invece gli raccontai questo e tutto il resto che avevo fatto. Sua rev. mi domandò chi mi aveva dato il permesso, al che risposi: - Non sapevo che fosse necessario chiedere il permesso. - Da allora mi proibì di fare cose del genere.
Il Maestro insegna anche occultandosi. Ma non bisogna credere che ci sia sempre questo stato di euforia, questo sentire l'unione con Gesù nell'amore. Ci sono momenti di freddezza, di aridità, momenti in cui Gesù si nasconde, tace. E allora il dolore è grande, non solo per la mancanza di comunicazione con il suo Gesù, il suo Tutto, ma anche, e soprattutto, perché viene il tormento dei dubbi: dunque non è Gesù che sento, dunque è tutto falso, è tutto un inganno, è solo frutto della mia fantasia!... E il demonio stimola molto questi dubbi! Il Maestro divino insegna con le parole, nelle estasi, ma insegna anche col silenzio, nascondendosi. Alexandrina è stata quasi due giorni senza che il Signore le parlasse: Cominciai a piangere. Erano dubbi su dubbi che mi fossi ingannata. Quando però ero più calma feci la visita al mio Amore Sacramentato, che non avevo ancora fatta, e alla fine della Comunione spirituale il mio buon Gesù mi parlò così: - Figlia mia, sono con te. Quanto io ti amo! Quando sei fredda, sono io (a renderti così) per fare penetrare di più in te il mio amore: quando non ti parlo, è per infonderti di più la fiducia in me. Non ti dissi io che non ti avrei abbandonata e che non mi sarei assentato da te? Quanto ti amo! Vieni alla mia scuola: impara con il tuo Gesù ad amare il silenzio, l'umiltà, l'obbedienza e l'abbandono. - L'assenza apparente di Gesù fa crescere in Alexandrina il desiderio per Lui, quindi fa aumentare il suo amore; inoltre fa aumentare la sua fede abituandola a credere anche quando non sente nulla in modo concreto. Questi stati di abbandono si susseguono nel corso degli anni. Consideriamo per es. il 1935. Nelle Lettere a p. Pinho rispettivamente del 21 febbraio, del 2 maggio e del 23 maggio, leggiamo: ... Dal giorno 14 il Signore non è ancora tornato a parlarmi. ....Passarono 14 giorni senza che il Signore mi parlasse... Mi pare che il Signore si sia nascosto a me completamente: saranno 15 giorni domani che non è tornato a parlarmi. E in quella del 7 novembre: ... Mi pare che di giorno in giorno mi vada scomparendo tutto, sempre di più. Mi pare che si oscuri di più quel Sole divino che tanto riscaldava e illuminava e dava forza alla mia povera anima. Ma Alexandrina si conforma alla volontà del Signore, sia pure con grande sofferenza, come vedremo più avanti occupandoci della discepola.
La scuola di tale Maestro. La scuola del divino Maestro è nel tabernacolo. Alexandrina, fìn da giovanissima aveva una grande devozione per Gesù Sacramentato, come abbiamo già fatto notare. Questo amore all'Eucaristia, suscitato in lei fin da piccola dal divino Spirito Santo, viene sempre più rafforzato nei colloqui con Gesù, il quale insiste nel volerla presso il tabernacolo, nell'invitarla a visitare spiritualmente i tabernacoli, specie i più abbandonati, a prendere parte alla sua prigionia d'amore, a riparare tanto abbandono. Per esempio nelle Lettere del 15 ottobre, del 1 e dell'8 novembre 1934 rispettivamente si legge: Il mio buon Gesù mi parlò così: .... Vieni ai miei tabernacoli: sono solo, tanto offeso, tanto disprezzato e così poco visitato! Vieni a prostrarti davanti a me, chiedimi perdono per il tuo disanimo e per la tua sfiducia. - Sa cosa feci io? Dissi l'atto di contrizione per due volte, mi misi in spirito davanti ai tabernacoli dicendo: - Mio Gesù, misericordia! Perdono, Gesù, perdono! - E stavo col mio crocifisso in mano. Che momenti felici, che unione tanto grande! Che forza che mi pareva stringermi tanto! Ed era tale il calore che sentivo da parermi che mi attraversassero fiamme di fuoco. Il Signore mi disse: - Guarda i miei tabernacoli in questa ora (notte dal 27 al 28 ottobre): che grande pioggia di crimini cade là! - E mi disse che in quella notte tante e tante anime sarebbero cadute nell'inferno, che sarebbero passate dal peccato all'inferno... E mi chiese di amarlo tanto, ma disse che non voleva solo il mio amore: che io facessi si che anche altri Lo amassero. Mi chiese di fissare la mia dimora nei suoi tabernacoli, perché voleva molte sentinelle fedeli prostrate davanti ai tabernacoli affinché non lasciassero cadere là tanti e tanti crimini; che almeno io Lo amassi e riparassi... - Fa che io sia amato da tutti nel mio Sacramento d'amore, il maggiore dei miei Sacramenti, il più grande miracolo della mia sapienza. ...Il Signore aggiunse inoltre che mi diceva come alla Maddalena, ossia che io avevo scelto la parte migliore (scegliendo la devozione ai tabernacoli): - Amare il mio Cuore, amarmi crocifisso, è bene; ma amarmi nei miei tabernacoli dove mi puoi contemplare, non con gli occhi del corpo ma con gli occhi dell'anima e dello spirito, dove sto in corpo, anima e divinità come in Cielo! Hai scelto ciò che vi è di più sublime. - Alexandrina vive tanto questa devozione all'Eucaristia da considerare il giovedì come suo giorno prediletto, come si vede per esempio leggendo l'inizio della sua Lettera a p. Pinho del 20 dicembre 1934: Padre mio, eccomi qui oggi, giovedì, a scrivere a vostra reverenza: è il mio giorno. Infatti non fu in un giovedì che il Signore istituì il santissimo sacramento dell'Eucaristia?...
Le lezioni. Gesù vuol fare di Alexandrina un grande strumento di salvezza, quindi prima di tutto le indica la disposizione in cui deve mettersi per comprenderlo bene e seguire la sua volontà. Prima cosa essenziale, indispensabile è il distacco dal mondo, il silenzio, il raccoglimento. Anche Gesù prima di intraprendere un'opera importante si ritira in preghiera in un “deserto”, lontano, isolato da ogni distrazione, da ogni interferenza, da ogni «voce del mondo» per poter udire solo la «voce di Dio». Già nell'Antico Testamento leggiamo che lo Spinto dice, riferendosi all'anima: «la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore» (Osea,2,16) Sentiamo Alexandrina, per esempio, nel 1934: Il Signore mi dice che vuole che io muoia rispetto al mondo e il mondo muoia rispetto a me: che è Lui il mondo per il quale io devo vivere, al quale devo pensare, e che devo amare e imitare; che in Lui trovo tutti i tesori. Inoltre mi dice: - Figlia mia, non dubitare che io sono con te e che è il tuo Gesù colui che ti parla. - Il Signore mi disse che vuole che io mi abbandoni tutta a Lui, che non abbia a che fare col mondo se non in quanto sia necessario. Vuole che io Lo imiti nei suoi tabernacoli. Io alle volte dico: È o mio caro Gesù, io voglio essere tutta vostra e solo per Voi voglio vivere. - E il mio Gesù mi risponde: - O mia cara figlia, e io voglio che tu sia tutta, tutta mia e che solo per me tu viva, che solo me ami, che solo me cerchi. - Il 9 dicembre si sente dire da Gesù: Và ai miei tabernacoli. Vivi là: è da là che viene la forza per tutto. Amami molto, pensa solo a me. Lascia il mondo e tutto quanto in esso esiste, che è nulla. –
La missione. Il Maestro divino avvisa che vuol fare in Alexandrina una grande opera. Sta preparandola a provare in se stessa i patimenti della sua Passione. Insiste quindi nel chiederle di imparare a soffrire e la stimola ricordandole alcuni dei dolori da Lui patiti durante la Passione. Quando il Signore mi chiede il mio corpo, quando arriva alla coronazione di spine mi dice: - Quali dolori orribili io sentii quando mi coronarono di spine! Persi tanto sangue, e tanto inutilmente! Rimasi esausto di forze, con le mie carni a pezzi: scomparve persino la mia bellezza. E, in mezzo a tanti aguzzini, vuoi, mia cara figlia, partecipare con me a tutta la mia Passione? Oh, non darmi un rifiuto! Aiutami nella Redenzione del genere umano! Manda a dire al tuo padre spirituale che ti vado modellando e preparando per cose le più sublimi. - L'opera di Redenzione di Gesù continua nelle anime che, imitandolo, si offrono come vittime: anime che Egli chiama «mie vittime». Il Signore mi disse che vorrebbe continuare in me la sua opera, che non vorrebbe fermarsi solo a questo punto (delle sofferenze di Alexandrina), che vorrebbe darle il compimento (Passione rivissuta completamente). E disse che io mandassi a dire questo a vostra reverenza (p. Pinho). Un altro aspetto della missione di Alexandrina è quello di ottenere, con le sue sofferenze, una sospensione del castigo minacciato dalla giustizia divina. L'8 dicembre 1934 sente dire da Gesù: Sarai un puntello saldo per sostenere il braccio della mia giustizia divina che è sul punto di cadere sopra quegli infelici peccatori. Sarai un potente e valido aiuto per le anime dei peccatori... Devo fare in te grandi cose... - E il giorni dopo: …La missione che ti ho affidata è quella dei miei tabernacoli e dei peccatori: ti ho elevata a tanto alto grado. E il mio amore. Per mezzo tuo saranno salvi molti, molti, molti peccatori: non per i tuoi meriti, ma per me che procuro tutti i mezzi per salvarli... Se veramente li vuoi salvare, non ricusarmi il tuo corpo. Io non sono ancora soddisfatto: ti voglio ancora più crocifissa. - Io risposi di si al Signore, che non si stancasse fino a che mi avesse distrutta. A quale grado di eroica generosità è già arrivata! Più avanti nella stessa Lettera è detto che Gesù la rassicura e la invita: Il Signore mi disse di non temere perché con le sofferenze mi avrebbe dato la forza, forza per tutto. - …Sii la mia vittima di riparazione per i peccati del mondo e così mi consolerai molto. - Gesù le dà più coraggio a proseguire nella sua vita di martirio anche convincendola che è necessaria, perché ne ha bisogno il mondo tanto depravato. - Figlia mia, la sofferenza, la croce è la chiave del Cielo. Io soffrii tanto per aprire il Cielo all'umanità e per tanti è inutile! Dicono: «Voglio godere: non sono venuto al mondo per null'altro; voglio soddisfare le mie passioni». Dicono che non vi è l'inferno. Io morii per loro e dicono che non me l'hanno comandato loro; e contro di me dicono eresie e proferiscono bestemmie. Io, per salvarli, scelgo delle anime, metto sulle loro spalle la croce e mi assoggetto ad aiutaile. E felice è l'anima che comprende il valore della sofferenza! La mia croce è soave, se è portata per mio amore. - E il Signore aggiunse che, se io soffrissi per suo amore rassegnata e con gioia tutte le sofferenze che mi avrebbe inviate, aprirei il Cielo a migliaia e migliaia di peccatori. Il Signore mi disse pure di mandare a dire a vostra reverenza (p. Pinho) che in questa epoca sono più le anime che si perdono di quelle che si salvano; che vorrebbe guerra aperta contro il peccato dell'impurità, che è quello per il quale l'inferno è più popolato... Più avanti nella stessa Lettera si legge che Gesù le dà anche conforto dicendole che lei Lo consola con la sua opera di vittima: Sapessi tu quanto mi consoli! E come soccorri i peccatori solo dicendomi che sei la mia vittima!... Non pensare a nulla di questo mondo, perché non sei del mondo. Aniami molto. Guarda cosa ti affido: i miei tabernacoli e i peccatori.
La discepola. Una qualità primaria, essenziale per un buon discepolo è la docilità; e Alexandrina eccelle in questa virtù, oltre che in molte altre. P. Pinho scriverà in «No Calvario de Balasar»: Quante volte nei 9 anni in cui la trattammo da vicino potemmo apprezzare quanto Alexandrina era docile! Ogni indicazione che le si dava, ogni lezione che le si impartiva, era prontamente, rigorosamente e perseverantemente messa ad effetto.» Tale docilità non è poi altro che frutto della sua grande, sincera umiltà: Alexandrina è veramente, profondamente convinta della sua piccolezza piena di miserie. Già nella Autobiografia si preoccupa, come abbiamo visto, di mettere in evidenza i suoi difetti, le sue cattiverie, come lei le chiama. E più avanza nella sua evoluzione spirituale, più la luce di Dio le fa vedere con maggiore chiarezza, le mette più in risalto i piccoli punti neri della sua luminosa anima; per questo non si inorgoglirà mai, qualunque grazia mistica sia chiamata a vivere, qualunque titolo di elogio si senta dare da Gesù e da Maria. Per esempio considera povere le sue orazioni, come dice chiudendo la Lettera a p. Pinho del 28 febbraio 1935: Le mie orazioni sono molto povere, perché molto grande è la mia miseria. In un'altra Lettera, del maggio dello stesso anno, si legge: Mi pare che non vi sia nessuno al mondo come me, che non vi sia nessuna persona tanto peccatrice come me, nè che serva tanto malamente il Signore. Mi pare di non avere alcun fervore. Se non vi fossero tanto forti desiderii che io sento di amare il Signore, non so che cosa sarebbe di me: resterei totalmente scoraggiata. Circa un mese dopo, sempre a p. Pinho, scrive esprimendo il suo forte bisogno di ringraziare, insieme alla consapevolezza della sua nullità rispetto al Cielo: - O mio Gesù, non so come ringraziarvi per tanti benefici. Io, che non sono degna di alzare gli occhi al Cielo nè di chiamarvi col dolcissimo nome di padre, eppure sono da Voi tanto beneficata! Molte grazie, mio Gesù, molte grazie, mio Gesù! Io Vi ringrazio con tutto il mio cuore e mi consegno tutta a Voi: fate in me e di me tutto quanto sarà di vostra santissima volontà. Quest'ultima frase ci introduce nella considerazione di un'altra virtù eroicamente praticata dalla nostra Alexandrina: la conformità al volere di Dio. Innumerevoli esempi abbiamo sin dalle prime pagine della Autobiografia. Considerando l'intervallo di tempo studiato in questo capitolo, ne scegliamo alcuni tra i più espressivi: Vi sono cose che costa molto sopportare. Tuttavia sia fatta la volontà del Signore, e non la mia. Più avanti nel tempo notiamo un ulteriore progresso nella ascesa spirituale di Alexandrina: non sacrifica la sua volontà a quella del Signore, ma addirittura identifica la sua con quella del Signore: ... Sono prigioniera del Signore. Ma sia sempre fatta in tutto la sua santissima volontà, che è anche la mia. Una delle sofferenze più grandi per Alexandrina è il dover lottare col demonio, ma accetta sempre per amore. Quali combattimenti tra me e il demonio! Costa tanto vincere! È solo con la forza dell'Altissimo che potrò riuscire. Le armi con cui lo combatto sono: il mio crocifisso che bacio molte volte e tanta forza di acqua benedetta. Ma se è per aumentare la mia croce per amare di più Gesù e salvargli anime, siano benvenute tutte le cose che Egli mi invia, poiché io non aspiro ad altro se non all'amore a Gesù e alle anime. Anche la sua impazienza di volare al Cielo per andare finalmente ad amare in modo completo ed eterno il suo Gesù, viene vinta dalla sua sottomissione alla volontà divina: Sono quasi senza alimento: poca frutta e con molto sforzo. Non so come posso ancora dire qualcosa (per mancanza di forze). Sto agli ordini del Signore. Sto a vedere quando Egli verrà a prendermi per il Cielo. Sono anelante di arrivare là, ma sia fatta la sua santissima volontà. Come non ricordare a questo punto quanto dice S. Paolo? ..il mio morire è guadagno. Se poi debbo rimanere nel corpo per lavorare ancora, non so cosa scegliere». Questa discepola eccezionale ha anche un'altra caratteristica: il suo comportamento di fronte al dolore, che è eroico e frutto del suo amore e della sua vocazione a vittima corredentrice. Abbiamo visto che molto presto chiede di imparare ad amare la sofferenza e lo chiede con grande generosità, che cresce sempre più mentre percorre il suo cammino di martirio. Già nel 1928, non avendo ottenuta la guarigione neppure in seguito al pellegrinaggio di alcuni suoi compaesani a Fatima, aveva detto: «morirono i miei desiderii di guarigione e per sempre, sentendo sempre più ansie di amore alla sofferenza e di pensare solo a Gesù». (vedi capitolo 4° n. 1) Occupandoci in questo capitolo degli anni tra il 1933 e il 1935, scegliamo come espressione di questo suo atteggiamento due stralci, tolti sempre dalle Lettere a p. Pinho. Benedetto sia il Signore che mi mandò a questo mondo per soffrire e passare tanti dispiaceri! E io aggiunsi tanti e tanti peccati. Sono questi la cosa che più mi affligge perché fanno tanto dispiacere al Signore. Le sofferenze, tutti i giorni le chiedo e sento una grande consolazione spirituale nelle ore in cui soffro di più, poiché mi ricordo che ho più da offrire al mio buon Gesù. Le mie sofferenze continuano ad essere sempre più gravi; io non temo perché il mio caro Gesù soffre con me. Anzi, al contrario, mi sento lieta e soddisfatta perché, aumentandomi le sofferenze, posso meglio soccorrere i poveri peccatori e riparare il Signore.
Alexandrina maestra. Dopo quanto abbiamo letto, possiamo constatare a quale eroicità fosse giunta già a questa epoca nel praticare gli insegnamenti del divino Maestro. Non fa meraviglia quindi che Gesù consideri lei stessa maestra di virtù. Leggiamo per esempio l'inizio della Lettera del 15 marzo 1935. Padre mio, questa settimana non pensavo di poterle scrivere, dato lo stato in cui mi trovo. Sono tanto priva di forze! E la mia testa è tanto malandata, tanto malandata! Solo il Signore lo sa. Oltre a questo, anche alla mia segretaria (Deolinda) costava tanto scrivere perché è ancora alquanto ammalata. Ma, come vedrà, all'ordine del Signore mi decisi a farlo. Ieri, giorno 14, dalle 9 alle 10 di sera, dopo aver fatto la Comunione spirituale, il Signore mi parlò così: - Sù, figlia mia, ascoltami: sapessi tu come ti amo! Ma non è possibile che tu comprenda il mio amore. Sto sperimentandoti. Io so fin dove arrivano le tue forze; ma faccio questo perché dopo di te restino le tue lezioni: perché si sappia come io mi comunico alle anime che scelgo per tanto alto fine. - E poco più di 14 anni dopo sente Gesù riaffermarle la sua posizione di “maestra”: La tua morte fa si che in te restino nascoste le meraviglie, i prodigi della grazia divina che in te opero. Che scuola è il libro della tua vita, quali grandi insegnamenti dà, quali istruzioni sulla scienza divina! Il dolore si è unito all'amore. Chi ama soffre, chi soffre ama. La tua vita mostra chiaramente che sei vittima, che stai sull'altare del sacrificio... - Perfino la maestra Caozinha sente attrazione verso gli insegnamenti di Alexandrina: Caàozinha dimostra di essere una donna istruita; non mi pare che sia come me. Eppure mi dice che viene ad imparare da me la scienza della croce! Che cosa ho da insegnare io? A chi insegnerò?! Io, che ho tanto bisogno di imparare!... Nel settembre del 1935 si sente dire da Gesù: Trovami anime che mi amino e vivano là nei tabernacoli nella stessa unione come vivi tu: voglio che tu sia la loro maestra. Dì al tuo padre spirituale che io voglio che le tue lezioni siano insegnate e ben comprese: sono le vittime dei tabernacoli che devono sostenere il braccio della giustizia divina perché non distrugga il mondo, perché non vengano maggiori castighi. - Proseguendo negli anni, la sua opera di «maestra» si fa sempre più palese ed attiva. Alexandrina riesce a svolgere una intensa attività apostolica, rivelando un secondo aspetto della sua personalità spirituale: apostola, oltre che vittima! Chiusa fisicamente nella sua cameretta, è in realtà «aperta» a moltissime attività spirituali, nelle quali si manifesta il suo compito di «maestra». Per esempio, ecco quanto depone don Umberto Pasquale al Processo: «Preparò molti bambini alla prima Comunione, facendo il catechismo persino nella sua cameretta. Promosse la crociata Eucaristica dei bambini...» Stralciamo il seguente brano dal «Profilo biografico» steso dal Postulatore della Causa in preparazione alla sua «Introduzione»: «È motivo di sorpresa e insieme di edificazione, per chi esamina la vita di Alexandrina, il constatare come essa, nonostante la sua condizione di paralizzata, dal suo lettuccio abbia potuto svolgere tante attività di efficacissimo apostolato. La sua indole dinamica e il suo zelo per la salvezza delle anime moltiplicarono le sue energie e le occasioni per fare del bene. La sua stanzetta diventò di fatto il centro di attenzione e di animazione della vita della parrocchia... La raccolta di lettere «A diversi» fa vedere come essa avesse relazioni con persone di ogni categoria sociale e sui temi più disparati: sulla direzione spirituale, sulle vocazioni, sulla vita matrimoniale, su affari materiali, ecc. Ispirava a tutti estrema fiducia e si ricorreva a lei per consiglio. Allargò la sua azione anche fuori dell'ambito della sua parrocchia (basta pensare alla sua cooperazione per ottenere la Consacrazione del mondo alla Madonna: vedi cap. 12°). Per promuovere la moralità pubblica in Portogallo scrisse lettere al cardinale Patriarca (Cerejeira) e a Salazar (vedi Appendice). In rapporto alle attività della Serva di Dio sono caratteristiche nella sua vita le visite che riceveva da parte dei fedeli, sia del paese, sia di altre località lontane (vedere in particolare il capitolo 22°). Tali visite, per il suo amore alle anime, diventano un momento di efficacissimo apostolato.» La sua attività di «apostola» si manifesta anche in opere di carattere economico e di aiuto al culto religioso. Il sopraddetto «Profilo biografico» dice anche: «Nei Processi si legge ancora di aiuti dati per le vocazioni e i seminaristi, per le fidanzate povere, per le missioni, per giovani collegiali o bisognosi di assistenza, per ospitalità alle Suore povere...» Nello stesso Processo Informativo Diocesano la sorella Deolinda depone, in proposito: «Aveva grande cura nel promuovere il culto divino. Promosse tre Missioni nella Parrocchia, collaborando con il parroco; pagò le spese di varie predicazioni quaresimali, faceva celebrare Messe mensili, varie adorazioni con predicazione, tutto con le elemosine che riceveva. Offri' suppellettili per il culto divino: un tabernacolo, il palio, diversi paramenti, la lampada per il Santissimo, candelieri per gli altari, ecc.»
CAPITOLO 6° (1933~1939)
SI AMPLIA LA SFERA DELLE SOFFERENZE
Il mio stato di salute si è aggravato molto... Ma sia fatta la volonta del Signore! E va bene, poiche così ho di più da offrirgli per i peccatori e per le persone che mi sono più care, e per me che ne ho tanto bisogno! Cominciammo allora (1933) a soffrire molto per la perdita dei nostri beni... Io non volevo che si tenesse per noi neppure un soldo sino a quando non avessimo estinto il debito. Quante piu sofferenze, tanta più gioia spirituale sento in me: ho più da offrire al mio amato Gesù. Lo posso consolare e riparare di più. La forte aspirazione alla sofferenza della «discepola» e la esemplarità della «maestra» sono messe a ben dura prova! Vediamone degli esempi nel presente capitolo.
Sofferenze fisiche di ogni genere. Della gravità delle sofferenze di Alexandrina sono al corrente solo Deolinda e un po' p. Pinho, al quale si confida. Ecco alcuni stralci di Lettere: …Avrei da dirle tante cose, ma il mio stato di salute si è aggravato molto: è da 15 giorni che ho grandi dolori alla spina dorsale, ma specialmente in questi ultimi tre giorni, in cui non trovo la posizione giusta. Non so se tornerò a migliorare: se vado avanti così mi è assolutamente impossibile continuare a scriverle. È questo che mi causa maggior tristezza. Ma sia fatta la volontà del Signore! E va bene, poiché così ho di più da offrirgli per i peccatori e per le persone che mi sono più care, e per me che ne ho tanto bisogno. Io continuo qui con tutte le mie sofferenze e dal sabato alla domenica mi prese alla testa un non so che cosa. Stavo dormendo e mi fece svegliare: mi pare di cessare di vivere. Dura poco tempo, ma mi si ripete varie volte. Penso che sia causato dalla spina dorsale. Io non vorrei proprio arrivare a perdere il giudizio! Spero che il Signore mi esaudisca; ma sia fatta la sua santissima volontà. La mia sofferenza si è aggravata molto. Rimango ancora ad ingerire solo liquidi perché non riesco a masticare per un gonfiore che ho nella bocca. Può darsi che così come è venuto se ne vada pure in fretta. Se non sarà così, nello stato di debolezza in cui mi trovo, mi è impossibile poter vivere, perché il poco che mangiavo mi manca molto e poiché, passando i giorni solo con liquidi, comincio a vomitare. Ma non sono le sofferenze che mi affliggono, perché tutti i giorni le chiedo al Signore e Gli chiedo anche che non mi abbandoni neppure per un momento, poiché so bene che senza di Lui non potrei soffrire niente: ciò che mi affligge di più è il molto e molto che L'ho offeso. Voglio ringraziarla scrivendole di mio pugno: con grande sacrificio lo faccio, scrivendo queste poche righe, che certamente saranno le ultime. Chiedo perdono; non ne posso più. Deolinda le dirà il resto. Sono tanti, già tanti i dolori nelle dita che il tenere la penna mi causa grande tormento. Non mi fecero mai il raschiamento delle ossa, ma i dolori sono tanti che mi danno questa sensazione. …Signor padre, domenica, giorno 8 (luglio 1934), ho peggiorato molto e ho continuato così in questo stato di tale sofferenza che non so descrivere. Mi pare che le costole del petto si uniscano a quelle della schiena: mi causano delle sofferenze tanto grandi che non so in quale posizione stare. Quando i dolori diventano più forti, passo alcuni minuti con metà del corpo sul letto e l'altra metà sul grembo di Deolinda, cosa che ha obbligato mia sorella a passare le notti in mia compagnia. Mi costa molta fatica anche il parlare. Insomma, se non fosse per la fiducia che ho nel Signore, avrei già perso le speranze di vivere sino al triduo. Leggiamo ora il seguente impressionante dialogo tra Gesù ed Alexandrina: Vengo a chiederti di invocarmi per i peccatori. Io sono offeso tanto orribilmente! Non ne posso più: sto per castigarli. Scegliere: o condannare molti, o crocifiggere il tuo corpo molto, molto. Io accetto il tuo corpo per la riparazione. Dammi una risposta: con una mi lasci molto triste, con l'altra mi fai molto lieto. - Io risposi al Signore: - Distruggete il mio corpo: fatelo ridiventare nulla, come già fu; ma non condannateli! - Allora il Signore mi disse: - Grazie, figlia mia, grazie. Io ti darò il premio. Nel maggio del 1935 sente forti dolori agli occhi e alle orecchie; ha febbre a 39 e non può dormire per tutta la notte dal martedì 21 al mercoledì 22: ...Mi pareva di non avere nel mio corpo dove si potesse mettere la punta di uno spillo senza che mi dolesse. Pensai alla morte... Non con le labbra ma col cuore dicevo: - O mio Gesù, almeno potessi passare così tutte le notti per meglio farvi compagnia in tutti i luoghi ove abitate sacramentato! Io, con Voi, potrei tutto. Le sue condizioni fisiche continuano a peggiorare; non vi è solo il tormento di essere paralizzata: ...Mi pare che mi brucino tanto interiormente quanto esteriormente. Mi costa inghiottire: non so che cosa ho tra la gola e lo stomaco. Dolori enormi mi vanno consumando il corpo. Ma quante più sofferenze, tanta più gioia spirituale sento in me: ho più da offrire al mio amato Gesù. Lo posso consolare e riparare di più. Penso molto alla morte e quale consolazione per me al pensiero che essa si è avvicinata a me per falciarmi! Avrei desiderato molto avere presso il mio capezzale il mio padre spirituale per aiutarmi ad essere quella a cui tengo tanto, a cui aspiro, cioè essere santa, una grande santa e per aiutarmi nella mia ultima ora. Ma sia fatto ciò che il mio buon Gesù vorrà, poiché io non voglio nulla in questo mondo che non sia la sua santissima volontà. In tutti questi stralci di Lettere abbiamo potuto notare la sua grande generosità nell'offrire sofferenze per amore ai peccatori e la sua costante conformità alla volontà del Signore. Non possiamo tralasciare di copiare qui anche la seguente pagina, tanto sublime: mostra a quale grado di elevatezza Alexandrina fosse giunta già nel novembre del 1935. …Sono molto molto malata. Che grande giorno fu oggi per me! Che giorno di tanta sofferenza! Spero che sia stato anche di molta consolazione per il mio caro Gesù, che Lo abbia riparato molto per tanti e tanti crimini con cui è offeso e Lo abbia aiutato con tante sofferenze a salvargli le anime dei peccatori. Potessi io chiudere le porte dell'inferno con le mie sofferenze! Ripeto così al Signore: - O mio Gesù, ad ogni nuovo dolore e nuova afflizione, nuovi atti d'amore per i vostri tabernacoli e nuovi catenacci e serrature per le porte dell'inferno affinché nessuna forza di peccato le possa mai più aprire. Mi preoccupa il non saper ringraziare il Signore per tanto amore alla sofferenza e per tanti e tanti benefici che mi concede. Per carità, le chiedo (a p. Pinho) di lodare e benedire Gesù per me. Il Signore mi ha dato la perla più preziosa, la ricchezza maggiore che mi poteva dare in questo mondo. Quanto è felice chi soffre con Gesù! Se io non Lo avessi offeso tanto, sarebbe completa la mia felicità. Ma, sebbene io Lo abbia offeso molto, ancora mi pare che non vi sia nessuno più felice di me: soffrire per amore! Sì, per amore, poiché riconosco che amo il Signore in mezzo alle sofferenze. Soffro molto, ma molto di più voglio soffrire. Ma non amo il Signore con un amore che mi soddisfi: è per questo che mi lamento di non saperlo amare. Continuo nello stesso stato di anima e nello stesso abbandono nel quale il Signore si è degnato di tenermi.
Difficoltà economiche. Alle sofferenze fisiche se ne aggiungono altre, in particolare quelle dovute alla perdita dei terreni e alla ipoteca sulla casa. Leggiamo quanto detta nell'Autobiografia. Il Signore cominciò ad aumentare i suoi doni, per aumentare pure il peso della mia croce. Sia benedetto e benedetta sia la sua grazia, che non mi mancò mai! Cominciammo allora (1933) a soffrire molto per la perdita dei nostri beni... Io dicevo che non volevo che si tenesse per noi neppure un soldo sino a quando non avessimo estinto il debito. Mi mancò molte volte l'alimento più adatto: mi alimentavo solo con ciò che avevamo, ma che pregiudicava il mio stato di salute. Soffrivo in silenzio. Quanto mi davano da mangiare lo cedevo a mia sorella perché in quel tempo era assai malaticcia. Pensavo così: poiché io non posso guarire, che almeno lei possa migliorare! Per dare un'idea dello stato di povertà patito in quel periodo dalla famiglia Costa, riportiamo quanto Deolinda narrò nel 1965 a d. Umberto Pasquale. …Mia sorella non aveva neppure le coperte per difendersi dal freddo. Ne possedeva una confezionata con strisce di stoffa di ricupero: pesava assai ma non scaldava abbastanza. Quante volte di notte, nelle stagioni rigide, sentendo Alexandrina tremare e battere i denti, mi alzavo, accendevo il fuoco nel caminetto per riscaldare una pietra che, avvolta in un cencio, mettevo sotto le coltri di mia sorella! Ricordo ancora la gioia di p. Frutuoso, gesuita, quando entrò qui con un grande involto: portava ad Alexandrina una coperta avuta dalla signora Maria Joachina, sorella del vescovo di Curza. Fu la prima coperta di lana che entrò in casa nostra». Nell'Autobiografia continua a raccontare. ...Piansi molte lacrime, ma cercavo sempre di non farmi vedere: di notte mi sfogavo con Gesù e con la Mamma del Cielo. Benedette lacrime che mi unirono di più a Gesù e a Maria e resero più salda la mia fiducia in Loro! Questa situazione durò circa 6 anni. Io cercavo di essere il conforto della mia famiglia. Quante volte mia madre piangeva lamentandosi a voce alta! Io dicevo ai miei di avere fiducia nel Signore. Anche Gesù è stato povero e mi rallegravo che ci avesse rese simili a Lui nella povertà. E quanto Alexandrina diventerà simile a Gesù in tutto, non solo nella povertà! Chiedevo quasi continuamente a Gesù di aiutarci e alla fine della S. Comunione Gli dicevo: - Voi avete detto «chiedete e riceverete, bussate e vi sarà aperto»; io chiedo e sarò ascoltata, busso e sarò accontentata. O Gesù, io non Vi chiedo onori, grandezza nè ricchezze, ma vi chiedo che ci lasciate la nostra casetta affinché mia madre e mia sorella abbiano dove vivere sino alla fine della vita; e mia sorella abbia dove cogliere i fiori per adornare il vostro altare nella chiesa, al sabato. O Gesù, tutti i fiori sono per Voi! Gesù, soccorreteci, che stiamo per perire! Portate questa notizia lontano a chi ci possa soccorrere! Non Vi chiedo con quale mezzo, perché io non lo so: confido in Voi! - Passarono 6 anni di afflizione e di lacrime. Gesù ascoltò la nostra preghiera: fu proprio da lontano, da molto lontano che una buona signora venne a portare rimedio al nostro guaio, non completamente per mia timidezza: non dissi la somma totale di tutto il nostro debito, perché il Signore permise così affinché la mia sofferenza si prolungasse per più tempo. Però ci donò il sufficiente perché la nostra casetta non fosse venduta all'asta. Piansi più di confusione che di gioia nel ricevere così grande grazia dal Signore. Non sapevo come ringraziarlo: mi pareva di essere fuori di me e dicevo a Gesù: - Molte grazie, molte grazie! -È indicibile la gioia che provarono mia madre e mia sorella quando ricevettero la somma che le sollevava dalle grandi preoccupazioni in cui vivevano; è impossibile descriverla. Che Gesù accetti almeno tutte queste afflizioni e sia benedetto per tutto. Solo con Lui si poteva vincere.
CAPITOLO 7° (1935-1936)
PRIMA MORTE MISTICA
Mi preparai per morire... Chiesi perdono alla mia famiglia e cantai di gioia: Felice, oh, felice Felice se giungerò a tanto di morire cantando con amore il nome di Maria! Felice chi mille volte nella lunga agonia con amore ripete il nome di Maria! Passai la festa della SS. Trinità come una moribonda: in me tutto era morte... Il Signore tarda tanto a venire a prendermi! Ma mi pare che ora non dovrà tardare. Tra poco sarò tra gli angeli e da la, contate su di me, otterrò tutto dal Signore: Egli farà tutto quanto io Gli chiederò; perché anch’io mai Gli dico di no.
Le condizioni fisiche di Alexandrina continuano a peggiorare; inoltre ella patisce sofferenze dell'anima tali che «le sofferenze dell'anima costano di più di quelle del corpo» (L. 15-5-1936); e intanto anche l'amore a Gesù cresce sempre di più, per cui Alexandrina sente sempre più forte la nostalgia del Cielo, il desiderio ardente di lasciare la Terra d'esilio per entrare nella eternità ad amare senza limiti. E Gesù, per aiutarla a portare la sua pesante croce, le promette sovente di condurla «presto» in Cielo. Alexandrina dunque, non solo spera, ma crede che la sua morte fisica sia prossima.
Preannuncio. Il giorno 16 giugno 1935, festa della Santissima Trinità, Alexandrina si sente dire da Gesù: - Figlia mia, oggi è festa tanto bella in Cielo! A questa non assisti, ma assisterai a tutte le altre per tutta l'eternità. - Alexandrina, tanto desiderosa di lasciare la Terra, interpreta la frase alla lettera e crede di morire prima della festa della Santissima Trinità del 1936. Infatti nella Lettera del 14 maggio 1936 leggiamo: Non so se lei, padre mio, si ricorda che nel giorno della Santissima Trinità dell'anno scorso il Signore mi disse: - Non assisti a questa festa, ma assisterai a tutte le altre per tutta l'eternità. - La mia idea è che in quel giorno sarò già in Cielo, ma non so i disegni del Signore. Ciò che io posso dire è che il demonio continua a disimpegnare bene il suo compito: cerca tutti i mezzi per tenermi sconvolta. (circa l'opera del demonio, vedi il capitolo successivo) Alexandrina, per quanto dica prudentemente «non so i disegni del Signore», è sempre convinta di morire prima della festa della Santissima Trinità del 1936: Nel 1935 il Signore mi preavvisò che sarei morta prima della festa della SS. Trinità del 1936. Siccome non conoscevo altra morte, pensavo che volesse dire lasciare questo mondo e partire per l'eternità. In quel tempo tutto era tenerezze, consolazioni e gioie spirituali. A misura che si andava approssimando il giorno della SS. Trinità (7giugno 1936) cresceva la mia gioia, la contentezza: sarei andata a passare in Cielo la festa dei miei tanto cari Amori, come chiamavo il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo. I mali del corpo andavano aumentando e tutto dava segno della mia dipartita.
Attuazione. Due giorni prima (della suddetta festa) il Signore mi disse che sarei morta fra le 3 e le 3.50 del mattino e che mandassi a chiamare il mio padre spirituale. Così feci. Egli giunse verso sera e passò la notte presso di me. Mi preparai per morire. Sua rev. (p. Pinbo) fece con me un atto di intera rassegnazione e conformità alla volontà di Dio. Chiesi perdono alla mia famiglia e cantai di gioia: (molto debolmente): Felice, oh, felice, se giungerò a tanto di morire cantando il nome di Maria! Felice chi mille voltenella lunga agonia con amore ripete il nome di Maria! La sofferenza andava aumentado e, all'ora fissata dal Signore, non so cosa provai: cessai di udire quanto avveniva attorno a me. Il mio padre spirituale e i miei famigliari recitarono le preghiere dell'agonia, accesero una candela benedetta e me la tennero in mano; ma io già, non me ne accorsi. Così stetti per un po' di tempo. Mi giudicavano già quasi morta e piangevano per me. Fu allora che udii il pianto dei miei; cominciai a respirare e, a poco a poco, mi rianimai. Ma, ancora in quello stato, pensai: voi state a piangere e io finalmente muoio. Aspettavo sempre di comparire alla presenza del Signore. Non sentivo pena di lasciare il mondo e i miei cari. Quando vidi che stavo migliorando e che non si avveravano le parole di Gesù (nel senso in cui (le aveva interpretate lei), cadde su di me una tristezza che non si può misurare, con un peso schiacciante. Era giunta l'ora in cui il mio direttore spirituale doveva partire: non ebbe tempo di dirmi qualche parola di conforto. Passai la festa della SS. Trinità come una moribonda: in me tutto era morte. Le lacrime mi scorrevano, i dubbi erano quasi insopportabili perché mi ero ingannata non solo riguardo a questo giorno, cioè riguardo alla morte, ma anche riguardo a tutto quanto il Signore mi aveva detto prima di questo giorno. Nei due giorni successivi mi pareva che tutto il mondo fosse morto. Non vi era sole nè luna nè giorno per me. Era quasi insopportabile il mio vivere. Si avvicinavano a me Deolinda e Càozinha, le uniche persone che sapevano la cosa e mi dicevano: - Non ci parli? Non sorridi? - Rispondevo loro: - Andate via da me! Ormai non sono più la stessa. Non mi vedrete sorridere mai più. Non vi sarà più sole che mi illumini! -E piangevo. Immersa nel più grande dolore e nell'amarezza, parlavo loro in tal modo che non sapevano più cosa dirmi. Stavano combinando (Deolinda e Coazinha) chi di loro poteva andare dal mio direttore spirituale, quando arrivò all'improvviso il signor dott. p. Oliveira Dias che veniva in nome del mio padre spirituale a confortare la mia anima. Sua reverenza (p. Pinho) gli aveva raccontato tutto e, siccome non poteva venire personalmente perché stava tenendo un ciclo di predicazioni, si era preoccupato di alleviarmi, comprendendo bene la mia sofferenza. Sua reverenza il dott. p. Oliveira Dias mi spiegò il mio Caso citandomi vani fatti analoghi avvenuti in alcuni santi: da allora venni a sapere che si trattava della morte mistica, della quale non avevo mai udito parlare. Il sign. dott. p. Oliveira Dias mi parve un angelo venuto dal Cielo per calmare la tempesta della mia anima. Continuai a vivere molto tribolata, poiché mi pareva fosse morto anche Gesù, restando io per alcuni mesi senza udire la sua voce divina. Quando aumentava l'agonia dell'anima, ripensavo ai Casi che mi erano stati raccontati e mi rianimavo con quanto mi diceva il mio padre spirituale.
Conseguenze della morte mistica. Dopo la morte mistica si susseguono mesi di atroci sofferenze fisiche e spirituali: Alexandrina arriva alle soglie della morte fisica, che attende con desiderio ardente. Questo stato dura più di un anno. In tali condizioni cessa anche di scrivere e di dettare le Lettere al suo direttore. Però il contatto è mantenuto mediante visite che questi le fa per confortarla e alcune lettere che Deolinda gli scrive per tenerlo al corrente della situazione. Vani stralci di queste lettere sono riportati in «No Calvario de Balasar»; ne presentiamo alcuni, degli anni 1936 e 1937: dànno un quadro vivissimo che ci colpisce dolorosamente, acutamente. '«... Poiché mia sorella non può, eccomi qui un'altra volta a dire qualcosa a cui ho assistito durante questi giorni e ciò che Alexandrina, con sforzo, mi ha detto. Quanto alle sofferenze fisiche, sono tante e tanto grandi che non le so spiegare. Mi meraviglio soltanto, e si meravigliano pure le persone che le fanno visita, come ella possa soffrire taàto e per tanto tempo: si vede bene che è solo per miracolo del Signore che può vivere. Molte volte nella giornata i dolori le danno delle sofferenze tanto grandi e dei tremiti tanto forti che a chi è al suo fianco pare di udire le ossa rompersi.» P. Pinho afferma di avere assistito lui pure, più di una volta, a questo stiracchiarsi delle ossa. Egli, studioso di mistica, scrive in “No Calvario de Balasar”: «Di questo genere di sofferenza mistica parla S.Giovanni della Croce nella sua "Notte oscura". Si direbbe che Dio non lascia nessun organo o punto dell'organismo senza purificarlo sul serio e immolarlo col dolore.» Riguardo ai dolori dello spirito, la lettera di Deolinda sopra citata continua dicendo: «Alexandrina mi dice che tutta quella contentezza che sentiva nella sofferenza le è scomparsa: era l'unica cosa che aveva da offrire al Signore in ogni momento. Dice che ora continua ad offrirgli le sofferenze, ma che non vede in esse profitto per sé, nè per i peccatori, nè consolazione per il Signore, e che questo le causa grande dolore nell'anima. Mi dice che il Signore le fece sentire tante cose, per poi toglierle tutto... Ma termina sempre con il "sia fatta la volontà del Signore!" Ecco che l'unica gioia che aveva nella sua vita di sofferenza, ossia la convinzione di salvare anime e consolare Gesù con la sua offerta, le viene tolta! Ma il suo amore per Gesù è ormai arrivato ad un livello tanto alto che, a qualsiasi costo, in qualsiasi condizione, vuole la volontà divina: questo amore quindi, indipendente da ogni finalità, è il più profondo e il più puro: è amore in senso assoluto. Le condizioni. fisiche continuano a peggiorare. Deolinda, nelle lettere del 18 febbraio, 18 marzo, 22 marzo, 1° aprile del 1937 rispettivamente scrive: «Alexandrina sta peggio: è dal giorno 15 in avanti che parla poco; le parole che dice, le dice soltanto con grande sacrificio e si odono soltanto molto vicino a lei... Oggi mi disse che era tanto malata, tanto malata che le mancava solo di morire: e lei è impaziente di questo. Alle volte mi dice così: - Il Signore tarda tante a venire a prendermi! Ma mi pare che ora non dovrà tardare. Tra poco sarò tra gli angeli e da là, contate su di me, otterrò tutto dal Signore: Egli farà tutto quanto io Gli chiederò perché anch'io mai Gli dico di no; so bene che è Lui a darmi coraggio per soffrire tutto. - » Ha peggiorato ancora di più... Confinua ad avere i piedi molto gonfi ed ha in essi tanti dolori, tanto tormento che varie volte al giorno mi chiede di prenderli tra le mie mani per vedere se ha un po' di sollievo. E poi mi dice così: - Guarda come io imito il Signore!... - Ha peggiorato molto nella vescica, con dolori orribili e con molto sangue... Sto scrivendo presso il suo letto dal quale per poco tempo posso allontanarmi, sia di giorno che di notte. E alcune volte a stento ho trattenuto le lacrime. Vederla soffrire tanto tanto e non sapere cosa devo farle!... Ma, grazie a Dio, continua a soffrire molto rassegnata, con grande impazienza che arrivi il giorno di andare al Cielo. Ieri notte mi disse: - Ora pare che finalmente è sicuro che il Signore viene a prendermi. - E oggi mi disse: - Io non vado a morire, vado a vivere: vado alla mia Patria. La mia Patria non è questa: è il Cielo. - E anche a me pare di sì, che sia prossima la fine. Ah, mio Gesù! Non so come potremo separarci l'una dall'altra!» ... Alexandrina è tanto malata!... Ma nonostante tutto questo, conserva ancora come al solito il sorriso sulle labbra e ancora dice al Signore: - Di più, mio Gesù, di più! Tutto quanto Vi parrà inviarmi. - E desidera solo che si compia la volontà del Signore in tutto e sempre. Mi dice di comunicare a vostra reverenza (p. Pinho) che l'anima non è meno crocifissa del corpo; che pensa se il Signore, nella sua infinita sapienza, troverà ancora altri mezzi per affliggerla. Pensa che il Signore finge di toglierle tutto; che le pare persino di non essere amata dal Signore nè dalla Madonna; ma che ha tutta la fiducia di esserlo.» «Sabato di alleluja, verso le 8 di mattina, pensammo che morisse. Ebbe un dolore tanto forte che, se fosse durato molto tempo, non avrebbe resistito. Cominciò con dolori orribili ai reni e alla vescica, che non lasciavano la possibilità di muoverla da nessuna parte; dopo, cominciò a vomitare, ma non vomitava nulla. In questo tormento mi chiedeva di darle il crocifisso da baciare e ripeteva: - O mio caro Amore, Voi soffriste più di me! - Io ripetevo presso di lei alcune giaculatorie perché potesse seguirle col pensiero. Mandammo anche a chiamare il signor parroco, ma non c'era. Durante tutto il giorno non mi allontanai da lei, neppure per mangiare... Alle volte mi dice così: - Ho tanti dolori e mi pare di non soffrire nulla. Sono tanto brontolona! Non so soffrire in silenzio... - Alle volte è tale il dolore interiore che sente, da dirmi così: - Che cosa fui e che cosa sono! Prima avevo ancora possibilità di qualche rattoppo ed ero ancora amica del Signore; ora non ho nessun rattoppo possibile; non prego: non sono affatto amica del Signore. - » Nella lettera del 26 aprile 1937 Deolinda dice che dal giorno 23 aprile Alexandrina non può ingerire nulla e neppure bere acqua. Il suo dolore più grande è quello di non poter fare la Comunione, poiché vomita tutto quanto tenta di inghiottire. Nella lettera del 3 maggio 1937 leggiamo: Non ha ancora ripreso a mangiare nulla, se non alcuni sorsi di acqua fredda o alcuni cucchiai di the, e anche questo le causa dolori orribili dalla bocca allo stomaco, e poi anche alle spalle. Dice che il Signore soffrì ancora di più; che anche Lui ebbe sete sulla croce e che Gli diedero da bere fiele e aceto. Mi dice che diceva al Signore di voler saziare la fame e la sete che Egli ha di amore nel Santissimo Sacramento e che questa sete non potrà mai saziargliela, mentre quella di lei sarà saziata tra poco (con la morte fisica)... Nell'Autobiografia Alexandrina fa un breve cenno a questo suo periodo di tribolazione. Alla fine di aprile del 1937 passai attraverso una grave crisi che mi portò alle soglie della morte (fisica). Cominciai a vomitare giorno e notte, nulla trattenendo nello stomaco. Nei primi giorni rimasi in una prostrazione profonda. Non riconoscevo le persone, non avevo fame nè sete. Il signor parroco mi lesse tre volte le preghiere dell'agonia. Non mi ricordo se non di una volta e di poche parole. Udivo i pianti, ma non pensavo di morire poiché il mio stato fisico resisteva ancora. Forse da un anno ricevevo giornalmente il Signore (nella Comunione, prima di questa crisi)... In questo periodo della mia malattia, non so se di mattina o di pomeriggio, vidi entrare nella mia camera il signor parroco e, riconoscendolo, gli dissi: - Io voglio ricevere il Signore. - Egli rispose: - Sì, ragazza mia, vado a prenderti un'ostia da consacrare e, se non la vomiterai, ti porterò il Signore. - Così fece. Appena inghiottita l'ostia da consacrare, la vomitai subito. Sua reverenza stava per rinunciare a portarmi il Signore, ma una persona presente intervenne: - Signor parroco, un'ostia da consacrare non è Gesù! - Fu allora che si decise ad andare a prendere un'Ostia consacrata. La ricevetti e non la vomitai. Non tralasciai più di ricevere Gesù Sacramentato per causa di quei vomiti. Quante volte entrava il signor parroco nella mia camera per darmi il Signore e io stavo vomitando! Appena ricevuto Gesù, cessavano i vomiti; non vomitai mai più prima che fosse passata mezz'ora. Stando così le cose, il signor parroco non temette mai di darmi il Signore. La crisi durò parecchio tempo, però durante 17 giorni stetti senza inghiottire nulla, assolutamente nulla: la mia medicina fu Gesù. Io dicevo «muoio di fame e di sete» perché sentivo una sete bruciante e un bisogno molto grande di mangiare. La mia pena maggiore, quando cominciai a migliorare, era il pensare che, se fossi morta durante quella crisi, non avrei avuta perfetta coscienza della morte.
CAPITOLO 8° (1933-1937)
L'AZIONE DI SATANA
Il demonio continua a consumarmi molto, ora con pensieri di vanità come se io potessi attribuire qualcosa di questo a me, ora con dubbi che non e il Signore a parlarmi. E il mio buon Gesù non vuole che io abbia neppure un momento di dubbio! Il demonio mi dice anche di uccidermi che lui mi trova un mezzo che non mi costa nulla che sto qui a soffrire molto senza alcuna ricompensa; che il Signore non ha nessun amore per me. non soddisfatto di tormentarmi la coscienza e di dirmi cose eccessivamente tutto cominciò a sbattermi giu dal letto, sia di notte che in qualsiasi ora del giorno...
Ovunque la forze del Bene sono all'opera, ivi subito intervengono le forze del Male: è la lotta da sempre e... per sempre? Alexandrina, che si è votata totalmente al servizio di Dio, che si è buttata generosamente, eroicamente a cooperare per la continuazione della Redenzione, che lotta incessantemente per la salvezza delle anime e che è scelta quale strumento per la consacrazione del mondo alla Madonna, come vedremo nel capitolo 12°, è quindi bersagliata insistentemente da Satana, che ce la mette tutta per ostacolare in lei l'azione di Cristo. Alexandrina è quindi vittima di tentazioni e anche di assalti veri e propri: alle volte arriva ad essere per alcuni momenti addirittura posseduta.
Tentazioni. Questa azione di contrasto al Bene inizia prestissimo. Il maligno tenta di impedire ogni azione di Alexandrina che possa fare del bene alla sua anima. Per esempio nella Lettera del 27 ottobre 1933 si legge: Il maligno era quasi per combinare che io non entrassi tra le «Figlie di Maria». Ma il Signore vinse. Vi era entrata il giorno 18 ottobre 1933, come si può dedurre da questa Lettera. Poi, appena nell'agosto 1934 Alexandrina apre la sua coscienza a p. Pinho che avrebbe avuto il ruolo principale nell'aiutarla nella sua ascesa verso l'unione con Dio, il demonio interviene tentando di impedire questa intesa tra lei e la sua guida spirituale, come abbiamo visto nel capitolo 5°, n. 2. Numerosi poi sono i tentativi del demonio per impedirle di scrivere a p. Pinho. Per esempio nella Lettera del 14 settembre 1934 leggiamo che il demonio le fa venire in mente che ciò che lei scrive a p. Pinho sarà causa della sua condanna. Un altro compito in cui il demonio si impegna molto insistentemente è quello di convincere Alexandrina che tutto quanto avviene in lei di soprannaturale è frutto della sua fantasia, che tutto quanto la sua anima sente è un inganno: per esempio nelle Lettere del 4 ottobre 1934 e del 6 agosto 1935 si legge rispettivamente: Il demonio continua a consumarmi molto, ora con pensieri di vanità, come se io potessi attribuire qualcosa di questo a me, ora con dubbi che non è il Signore a parlarmi; e il mio buon Gesù non vuole che io abbia neppure un momento di dubbio. Il demonio oggi mi affligge molto con dubbi dicendomi che io invento le cose con la mia testa e per vanità. Mi ha già fatto piangere: maledetto egli sia! Frequentissime e dolorosissime poi sono le tentazioni contro la carne: per esempio nella Lettera del 18 aprile 1935 leggiamo: Le dirò una cosa con grande sacrificio: ho sofferto in questa settimana forti tentazioni della carne; almeno per due volte furono tanto forti da obbligarmi a battermi io stessa fino a fare contusioni sul corpo. Mi venivano in testa cose sciocche, non so lo scopo di nessuna di esse. Io ripetevo molte volte: - Mio Dio, venite in mio aiuto! - Il demonio tenta poi di distoglierla dalla sua missione. Per esempio nelle Lettere del 30 maggio 1935 e del 18 aprile 1936 si legge rispettivamente: Il demonio non giudica bene che io raccomandi tante volte a vostra reverenza la questione dell'impurità: dice che diventa importuna questa insistenza e che vostra reverenza diventa sempre più seccato di me. Il demonio mi ha tormentata molto e viene a me con questi spropositi: - Tu sei la maggior dannata all'inferno. Devi comparire davanti a quell'impostore (p. Pinho) e dirgli che sei condannata per le cose che gli hai detto. E quali conti dovrà dare quel malvagio per averti dato credito! Non offrirti come vittima per i peccatori, perché ti condanni sempre di più. Non pregare, che non ti serve a nulla: le tue orazioni non hanno merito alcuno. Sei perduta, sei nelle mie mani, sei negli artigli di satana. - Mi pareva che si facesse attorno a me una scorribanda e mi pareva di udire sghignazzate e mi pareva persino che queste sghignazzate fossero fatte da me! Per un po' di tempo rimasi a dare molta importanza (a quanto detto dal demonio), senza ricorrere al Signore; ma alla fine cominciai a baciare le sante piaghe del Signore e sentii subito un po' di sollievo e dicevo: - O mio Gesù, io Vi amo! Sono tutta vostra, sono vostra vittima. O Madre mia santissima, non permettete che io offenda Gesù con la più lieve ombra di peccato! - Ma quasi subito cominciai a sentire un' altra volta: - Non ti serve a nulla: sei perduta! Sei mia, posso stare seduto tranquillo: non mi sfuggi più - e altre frasi somiglianti a queste. Ma nell'intimo del mio cuore dico al Signore: - Sia fatta la vostra santissima volontà. Mi dò tutta a Voi: disponete di me come Vi parrà, perché io non voglio offendervi. –I n alcuni momenti il demonio arriva persino a tentare di indurla al suicidio! E questo si ripete varie volte. Per es. nelle Lettere del 10 e 27 gennaio 1935 a del 14 maggio 1936 si legge rispettivamente: ... Il demonio mi dice anche di uccidermi, che lui mi trova un mezzo che non mi costa niente; che sto qui a soffrire molto senza alcuna ricompensa; che il Signore non ha nessun amore per me. Il demonio mi diceva pure: - Fà venire pastiglie di sublimato per la forfora e mangiale; inghiotti spilli con la punta verso il basso. (dopo un attacco del demonio piu forte del solito) Cominciò a dirmi che era giunto il tempo in cui sarebbero state scoperte le mie menzogne, che si sarebbe venuta a sapere la verità, perché io non sarei morta nel tempo indicato. - Ucciditi! Ascoltami! Ti scelgo una morte che non ti costa nulla. Se no, che vergogna! ... - In tutta questa lotta però Alexandrina non è abbandonata da Gesù, che la aiuta parlandole, tranquillizzandola dopo ogni attacco del demonio. Per es. nella lettera del 16 maggio 1935 riferisce: Mi disse il Signore che mi avrebbe ispirato tutto come avrei dovuto dire, e che non dessi retta al demonio: che egli Gli chiedeva il permesso di tentarmi in tutti i modi. - Io glielo permetto, ma non gli permetto di vincerti. - Mi sentivo molto accarezzata dal Signore e in una unione tanto grande. Naturalmente, sono anche numerose le tentazioni contro la fede. Il tormento dovuto ai dubbi circa la fede si accentuerà in modo dolorosissimo specie negli ultimi anni, come vedremo. Per ora ecco una incisiva affermazione, tagliente come una spada: Non offrire nulla: non serve a nulla; Dio non esiste. -
Assalti. Ma l'azione di Satana non si limita a tormentarle la fantasia, a turbarle la coscienza: arriva a farsi sentire anche nel campo materiale, con veri e propri assalti, che la obbligano a duri combattimenti. Vi è un accenno già nel 1935: Nella notte dal 7 all'8 gennaio, mentre dormivo, per più di una volta mi svegliai di soprassalto perché mi pareva che vicino al mio capo, sulla federa del guanciale il demonio si graffiasse. Poi, all'alba vidi delle ombre nere, alte attraversare la mia camera dalla porta alla finestra. Ma l'azione si sfrena più furiosa specialmente dal 1937. Padre Pinho scriverà in «No Calvario de Balazar»: "Si direbbe che l'inferno si infuriava contro la Consacrazione del mondo all'Immacolato Cuore di Maria». Infatti il 31 maggio del 1937 Alexandrina aveva ricevuto la visita di p. Antonio Durào, come inviato dalla Santa Sede per esaminare la questione della sopradetta Consacrazione. (Vedi avanti nel Capitolo 12°) Vuol dire che le richieste di tale Consacrazione fatte da Alexandrina tramite p. Pinho cominciano ad essere considerate seriamente: di qui il «pericolo» per Satana che tale Consacrazione venga fatta. Notiamo inoltre che il demonio approfitta anche delle condizioni di salute di Alexandrina estremamente gravi, dopo la morte mistica. Leggiamo quanto dice Alexandrina nella sua Autobiografia, nel paragrafo intitolato «Periodo in cui il demonio mi tormentò maggiormente». ...Si moltiplicarono gli assalti del demonio, che da mesi andava minacciando. Nel luglio del 1937 lo «zoppetto» (il demonio) non soddisfatto di tormentarmi la coscienza e di dirmi cose eccessivamente turpi, cominciò a sbattermi giù dal letto, sia di notte che in qualsiasi ora del giorno. Da principio riuscii a nascondere la cosa persino alle persone di casa, eccetto che a mia sorella, attribuendole a crisi di cuore. A poco a poco il male andò aumentando e si dovette informare mia madre e una ragazza che viveva con noi. Coloro che vedevano le cadute dal letto ne rimanevano molto afflitti, senza supporre di che cosa si trattasse. I giorni passavano e il mio male aumentava sempre! Una notte il demonio mi buttò sul pavimento, facendomi sorvolare il letto di mia sorella che era presso il mio. Ella si alzò, mi prese in braccio ordinandomi: Va' nel tuo lettuccio - A stento mi coricò. Ma io mi rialzai bruscamente e mandando fischi. Mi resi subito conto del male che avevo fatto; cominciai a piangere e dissi a mia sorella: - Povera me, che cosa ho fatto! - Ella mi tranquillizzò dicendomi: Non affliggerti: non sei stata tu! -Nella notte seguente tornò ad accadere la stessa cosa. Allontanandola da me le dissi ad alta voce: - Non mi corico! - Quando mi rendevo conto del male fatto, piangevo. Una notte il demonio mi fece passare attraverso le cose peggiori che si possano immaginare e che io ignoravo affatto. Piansi amaramente e pensavo di non ricevere il mio Gesù senza confessarmi. In quel giorno il sign. parroco non era in parrocchia per venire a portarmi il Signore; d'altra parte pensavo quanto mi sarebbe costato dovergli dire che non mi comunicavo senza prima riconciliarmi col Signore, per il timore che il sign. parroco me ne domandasse il motivo e dovergli dire tutto, mentre non volevo confidarmi con lui. Mia sorella, nel vedere le mie lacrime, cercava di consolarmi in tutti i modi. Siccome non vi riusciva, mi disse che nel pomeriggio sarebbe andata a parlare col mio direttore spirituale, che si trovava a predicare in una parrocchia vicina. Le risposi che era inutile perché non le avrei detto quanto era avvenuto. Le chiesi una cartolina con l'immagine della Madonna e con grande sacrificio descrissi per sommi capi quanto avvenuto; la nascosi sotto il guanciale in attesa che venisse l'ora di fargliela avere (a p. Pinho). Improvvisamente entrò nella camera il mio direttore insieme ad un seminarista, portando Gesù - Ostia per me. Siccome sapeva che il nostro parroco era ai bagni, ebbe la buona idea di venire a portarmi Gesù. Quando sua rev. (p. Pinho) mi disse che portava il Signore per me, gli risposi: - Non posso fare la Comunione senza confessarmi. - Le lacrime e la vergogna non mi lasciavano parlare. Con molto sforzo gli dissi che avevo scritto una cartolina e che l'avevo sotto il guanciale. Il mio direttore la prese, la lesse e comprese tutto. Mi tranquillizzò dicendomi che aveva previsto tutto, dato quanto era avvenuto in precedenza, ma che non aveva voluto preavvisarmi di nulla. Fu tremenda questa tribolazione, che si ripeté varie volte! Soffrivo assalti molto furiosi due volte al giorno: verso le ore 9 e le 10 di notte e dopo mezzogiorno per circa un' ora e più. Durante gli attacchi sentivo in me tutta la rabbia, tutto il furore dell'inferno. Non potevo sopportare che mi parlassero del Signore nè della Mamma celeste, nè potevo guardare le loro immagini: sputavo su di esse... Non tolleravo presso di me neppure il mio direttore: lo insultavo, volevo picchiarlo e sentivo contro di lui una rabbia da morire, come anche contro alcune persone della casa. Rimanevo col mio corpo paonazzo per i colpi e sanguinante per le morsicature. Dicevo anche parole molto oscene a chi stava presso di me. Oggi mi piacerebbe che molta gente fosse stata presente, solo perché temano l'inferno e non offendano più Gesù. Quando terminava l'influenza del demonio e ricordavo quello che avevo fatto e detto, sentivo orribili scrupoli: mi pareva di essere la più grande peccatrice. Furono mesi di doloroso martirio. Avrei molto da dire su questo argomento, ma non posso: la mia anima non resiste nel rievocare tali sofferenze. Riportiamo alcuni stralci, relativi a questo argomento, dalle Lettere di Alexandrina a p. Pinho del 12 e 30 agosto e del 2 ottobre 1937 rispettivamente; in tutti vi è anche un accenno all'aiuto da parte di Gesù, che non manca mai in ogni attacco. …Domenica mattina ebbi un grande combattimento con il demonio. Passata la tempesta, mi lasciò in una tremenda notte oscura. Ma molto maggiore ancora fu il combattimento di notte: durò alcune ore! Non avevo mai pensato a tali cose nella mia vita. Se non fosse per il tanto che lei, mio caro padre, si è adoperato per me e per il ricordo delle sue sante parole, certamente lunedì non avrei fatto la Comunione. Il maledetto mi diceva di non fare la Comunione, altrimenti più in fretta sarebbe venuto a prendermi per l'inferno. Mi diceva: - Non ti avevo detto io che ti avrei fatto cadere in orrendi crimini? Sei tu che vuoi, sei tu che acconsenti. Ti dico le cose più turpi: sono sicuro che non le dirai a quell'imbroglione, a quell'impostore -, e altro titolo ancora peggiore. Durante queste ore di combattimento udii per due volte la voce del Signore, con un piccolo intervallo tra l'una e l'altra. Una cosa molto rapida. E nelle due volte ripeté le stesse parole: - Figlia mia, ascolta il tuo Gesù, il tuo Sposo. Coraggio, la vittoria è tua. Io sono con te per darti forza, mia bella, mio iris, mio giglio; o pura, pura, pura! - In quel momento mi pareva di udire il demonio ringhiare come un cane. Mi minacciava che non mi avrebbe mollata neppure un istante nè sulla Terra nè nell'inferno e che non aveva là altro dannato come me: che io ero la peggiore. Io non ne potevo già più. Se non veniva il Signore per la terza volta per separare i demoni da me, mi pareva che essi persino mi uccidessero. Udii il mio buon Gesù che mi diceva: - Figlia mia, ormai non ti fanno più male. - E mi disse perché permetteva tali cose, ma che non mi avevano fatto il male che a me pareva. Si sono ripetuti quei combattimenti tanto tremendi che solo lei, padre mio, conosce... O mio Gesù, che cosa tanto orribile! E il maledetto mi diceva anche: - Tu pratichi tanto orrendi crimini e vuoi passare per buona, per innocente! Il maledetto si lanciò con me giù dal letto. Ma il mio caro Gesù non mi abbandonò: venne in mio aiuto. Ancora prima di udirlo parlare, sentivo una grande pace. Il Signore allora mi disse: - Figlia mia, sposa cara, angelo del mio Cuore, chi potrà darti la pace che io ti faccio sentire? Coraggio! È tua la vittoria. Tu non puoi offendermi. Io non posso dispensarti da tanto tremendi attacchi di tanta riparazione per me. Quali tesori di grazie che io posso spargere sui poveri peccatori! Riposa in pace nel mio Cuore. Gli angeli buoni ti difenderanno dai cattivi. Ricevi, angelo mio, le carezze del tuo Gesù. – il demonio ti odia, ma devi esserne contenta perché ha di che odiarti. Ha contro di te molta rabbia, una rabbia di morte. Se io glielo permettessi, ti ucciderebbe; ma non glielo permetto: sono io il Signore della vita e della morte. La tua morte sarà appena un volo dalla Terra al Cielo... Abbi fiducia in me. Invano i demoni tenteranno di macchiare la tua purezza, invano tenteranno di fare in modo che tu mi offenda. Non potrei consentirlo mai ad alcuna delle mie spose e a te che ami tanto la purezza e che l'hai sempre tenuta in tanto alto prezzo!... Mia cara figlia, o tutta mia, coraggio! Io sono la forza divina. Io regno nel tuo cuore. Sono il Signore di tutto il tuo corpo. La battaglia fu grande, fu tremenda, ma la gloria è per me, per il mio santissimo Cuore. Fu grande, molto grande. E quale profitto per le anime dei peccatori! Figlia mia, abbandònati alla pace che ti dò, che solo dal Cielo può venire, dal tuo Gesù.... - Nella sua biografia «No Calvario de Balasar» p. Pinho dice che ad alcuni dei sopraddetti assalti era presente lui stesso. Dopo alcune considerazioni di carattere generale, descrive quanto avvenne nell'attacco del 7 ottobre 1937: In questi due attacchi quotidiani maggiori si aveva non solo una vera ossessione diabolica, ma persino istanti di possessione, a nostro parere. Ad alcuni assistemmo noi, per es. il 7 ottobre 1937. In tali lotte Alexandrina, paralizzata e torturata dai dolori, esausta di forze, pesando circa 33 chili, tentava di farsi a pezzi contro le sbarre di ferro del letto, di mordersi, ecc. tanto violentemente che neppure 4 persone riuscivano a bloccarla del tutto. A questo assistemmo in quel giorno e il demonio la portava a dire bestemmie e parole sconvenienti, delle quali lei stessa non sapeva il significato, come ci dichiarò. Per arrivare alla assoluta certezza che non stavamo contemplando un attacco di isterismo, ma un attacco diabolico, ordinammo in latino: In nomine Jesu, dic mihi: tu quis es? - Rispose immediatamente, senza esitazione alcuna: - Sono Satana e ti odio! - Per maggiore certezza ripetemmo un'altra volta la frase, sempre in latino, e la risposta fu pure immediatamente questa: - Sono io, sono io, non dubitare! - Due settimane dopo, Alexandrina scrive a p. Pinho: ... Mi è venuto un orrore tanto grande per gli attacchi del demonio! Ne ho sempre avuto paura, ma ora è tale da non potersi spiegare. Sono esaurita di forze. Ma il mio buon Gesù mi promette di liberarmi da tanto tremende lotte. Io voglio soffrire molto molto per amore al mio caro Gesù, ma ora mi pare di non poterne più... E più avanti nella stessa Lettera riferisce quanto si sente dire da Gesù: - Figlia mia, sono molti i demoni che ti affliggono, ma sono anche milioni e milioni i peccatori che mi offendono in questo punto. Coraggio, figlia mia! Costa molto l'essere tu trattata in questa maniera, lo so bene. Ma è ciò che costa che più consola il tuo Gesù. Mi si stringe il Cuore nel vederti soffrire così. Devo dirti, figlia mia, che non saranno molte le lotte: proibirò ai demonii di trattarti così. Nella Lettera del 29 ottobre 1937 riferisce queste altre parole del Signore: Coraggio, figlia mia! Gli attacchi finiscono, ma i demonii non perderanno un istante nel tormentarti per farti cadere. Abbi fiducia in me: la tua anima ha il candore e il profumo dell'iris e del giglio. … Riposa, figlia mia: è finita la guerra sotto questa forma. Hai vinto tu e con grande vittoria. I demonii non torneranno a trattarti in questo modo. Ti attaccheranno orribilmente, dolorosamente, ma in modo tale che potrai soffrire davanti a tutta la gente senza che se ne accorgano - In «No Calvario di Balasar» p. Pinho conferma: le lotte diaboliche con aggressioni al corpo cessarono effettivamente per sempre: mai più fino alla morte il demonio la toccò. Ma il nemico non disarma e da allora sino alla fine combatterà contro l'eroica vittima con tutti gli altri mezzi a sua portata.»
CAPITOLO 9° (1938)
LA PRIMA ESTASI DI PASSIONE
Accetti, mia eroina, un calvario ancora piu doloroso? Io sarò sempre al tuo fianco e il tuo padre spirituale non ti abbandonerà per darti fòrze: sarà il tuo cireneo. - Si mio Gesù, accetto ma vorrei che non si sapesse. - Gesù mi ha condotta dall 'Orto al Calvario. Che grande grazia! Ora posso dire: sono crocifissa con Cristo.
Un fenomeno mistico essenziale nella vita spirituale, e fisica, di Alexandruna è quello di rivivere con il corpo, con il cuore e con l'anima la Passione di Cristo. Questo si attua per la prima volta il giorno 3 ottobre 1938. Ma Gesù la preparava già da 4 anni, come abbiamo detto.
Preparazione prossima. In questo capitolo consideriamo la preparazione più prossima, che si svolge durante l'anno 1938. P. Pinho scrive in «No Calvario de Balasar»: «In verità è dal marzo 1938 in avanti che ella cominciò a vivere in uno stato quasi abituale di terrore, di abbandono, di oppressioni e di agonia, che potremmo chiamare un prolungato Orto. Alle volte erano ore di séguito e persino notti intere di indescrivibili angustie. Il Signore le mostrava nello stesso tempo i grandi castighi che stavano per cadere sulla Terra» (si fa prossima la 2° guerra mondiale!) Nell'Autobiografia Alexandrina, riferendosi a questo periodo, detta: Già da tempo sentivo grandi agonie nella mia anima e mi sentivo a volte in procinto di cadere in abissi spaventosi. In questi giorni (prossimi alla l’estasi di Passione) si moltiplicarono le mie sofferenze: gli abissi erano spaventosi. La giustizia dell'Eterno Padre cadeva su di me ed Egli mi gridava ripetutamente: - Vendetta, vendetta! - Aumentavano le sofferenze dell'anima e del corpo. Èimpossibile descriverle: possono essere solo sentite o partecipate. Passavo i giorni e le notti rotolandomi sul letto nell'udire la voce terrificante dell'Eterno Padre. Alexandrina si era offerta vittima di espiazione e ora comincia a sentirsi lei stessa colpevole dei peccati dell'umanità, di fronte alla giustizia divina. Il più sublime vertice dell'amore genera questa immedesimazione con i fratelli colpevoli. In questa luce si possono capire le parole di S. Paolo: Cristo ci ha riscattati dalla maledizione, minacciata dalla legge, col diventare Egli stesso, in certo modo, una maledizione per nostro bene.» (Gal. 3, 13) L'anima - vittima prolunga nel tempo la missione redentrice di Cristo, quindi sente su di sé la giustizia divina. In mezzo a tenebre spaventose, continua sempre più forte l'azione di Satana, pur senza effetti materiali: Il demonio continua con una rabbia feroce contro di me. Io dico, o anzi è il demonio che dice: "Sono dannata, ho la certezza di essere dannata. Quale mostro orribile io sono! Sono in mezzo all'inferno. Io non credo a nulla di quanto mi dice quel bandito": il bandito è il mio padre spirituale. Ecco l'inizio della Lettera del 17-9-1938: Padre mio, la mia anima soffre, e soffre molto. Mi pare che non vi sia luce che possa illuminare tale oscurità. Mi sono perduta nel mare. Non ho nessuno a mio favore: tutto mi ha abbandonato. Io non voglio bene a nessuno: è ciò che io sento. Ieri volevo porre fine alla mia vita, a qualsiasi costo: buttarmi ad affogare, mettere la testa sotto il treno; insoimria mi pareva insopportabile il mio vivere... Dopo la Comunione mi pareva di avere la mia anima morta. Ero in un abisso tanto spaventoso! In tenebre tanto dense! Ero tanto spaventata: avevo paura del Signore. Stetti così terrorizzata per un bel pezzo... Alla fine subentra la pace e Alexandrina sente Gesù dirle: - Vieni, mia colomba innocente, al tuo Amore, al tuo Gesù, al tuo Sposo. Vieni, non temere, non spaventarti. Questo stato non è tuo: tu sei vittima. Sapessi tu quanto soffro nel vedere soffrire così la mia sposa!.. Tutti i terrori, le angosce, le tenebre, lo stato di vittima, non soffocano però l'amore di Alexandrina per il suo Gesù: anzi questo amore esplode sempre più ardente, luminoso, eroicamente generoso, come appare in moltissime sue Lettere a p. Pinho. Riportiamo come esempi tre stralci scelti rispettivamente dalle Lettere del 4 febbraio, dell'il e del 16 luglio di questo 1938. ... Qui vado passando i giorni secondo la santissima volontà del mio amato Gesù: ora in abbandono totale, in una povertà estrema, ora in forti ansie di amare il mio amato Gesù, amarlo fino a morire d'amore. Mi pare che non potrei resistere con desiderii più forti di amarlo: mi pare di non avere posto per più amore. Quando sento molti desiderii di amare il Signore, mi pare di salire al Cielo più rapidamente di un razzo. Vado tra le braccia del mio caro Gesù e della mia cara Mamma celeste, mi perdo in Loro. Non hò più alcun tormento; mi cessano le ansie d'amore: ho trovato tutto quanto potevo trovare. Oggi, dopo la Comunione, mi sentivo tanto fiacca, tanto fiacca: mi sembrava di essere caduta e di essere senza forze per rialzarmi. Io dicevo: - O mio caro Gesù, datemi amore per amarvi! Io voglio morire bruciata nel vostro amore. Datemi forza per accompagnarvi nella croce e vivere con Voi nella santissima Eucaristia: vivere come vivete Voi la vostra vita eucaristica. - Si accese un fuoco ardente nel mio cuore, fuoco che dura ancora. Sentivo che il Signore era vicino, ma non mi parlava: preparava il terreno. Il mio ringraziamento (dopo la Comunione) è stato quasi solo chiedergli amore. Rimasi in ansie d'amore. Ma questi stati di beatitudine durano poco: Mexandrina, in quanto vittima, deve soffrire sempre. Un tormento che le durerà per tutta la vita è quello, a cui abbiamo già accennato, di sentirsi addossati tutti i peccati dell'umanità e inoltre di sentire i peccatori che la fanno soffrire, perché le pare di non poterli soccorrere. Leggiamo per es. quanto è scritto nella Lettera del 15 agosto 1938: ... La mia anima soffre, e soffre molto. Non ha riposo: non so spiegarmi bene. Sento che essa ha un' ansia non so di che cosa. Mi pare di andare in alto mare, sopra l'acqua e di non avere dove riposare per un solo momento. La mia anima non ha dove riposare, ma non vuole neppure riposare; è stanca, ma cammina sempre. Che ansia fortissima, di quale impresa deve occuparsi! Mi procura un tormento molto grande: non vede terra, non vede nulla. Le pare di dover lavorare per tutta la vita e continuare in questa ansia. Cosa sarà, padre mio? Saranno i peccatori che mi fanno soffrire così ? Credo che lo siano. Ma ciò che io voglio èdarli tutti al mio caro Gesù. Soffrire per loro sulla Terra, invocare per loro in Cielo. Sovente ha visioni di abissi orrendi. Per es. nelle Lettere dell'11 luglio e del 12 settembre 1938 leggiamo: ...In quell'abisso tanto pauroso avevo l'impressione che vi fosse tutta l'immondezza dei peccati. Ah, mio Gesù, se lei, padre mio, vedesse! Che movimento! Sentivo l'impressione che lì si praticassero tutte le qualità di crimini. Povero Gesù! Come può sopportare tanto? Ma poveri, ancora più poveri i peccatori! Chi li salverà? Io allora, essendo in una grande afflizione, mi offersi tutta al Signore: non so donde mi venne la forza. Anche ora, quando mi ricordo di quello, Gli dico: - Gesù, io Vi amo. Gesù, io sono la vostra vittima: voglio ripararvi; voglio riparare per tanti crimini. - Gli abissi continuano e in essi vedo, penso che siano il demonio e il peccatore, avvinti l'uno all'altro a spingersi ciascuno dalla propria parte. Non so se il demonio soltanto vuole portare all'inferno, o se lo porta proprio. Poveri peccatori! Gesù, per preparare Alexandrina a rivivere la Passione, oltre che farle viyere le ansie e i tormenti sopra descritti, le si mostra con tutto il Suo dolore, suscitando in lei sempre più lo slancio di buttarsi nell'opera di vittima di salvezza e di riparazione. Ecco per es. quanto si legge nelle Lettere del 3 luglio e del 15 agosto 1938: Ahi, ahi, quanto la mia anima soffre! Io sento tanto al vivo la tristezza di Gesù. Quanto piange Gesù!.. Io vorrei consolarlo; sono tanto arida, tanto sola! Come posso consolarlo? Il cuore si sente oppresso: alle volte mi pare che non mi lasci respirare. È tale il dolore della mia anima, la rivolta che sento in essa, da obbligarmi a sfogarmi dicendo al Signore: - O mio caro Gesù, solo con molta fiducia e con il vostro divino aiuto io posso vivere così. Ma voglio soffrire tutto per amore, per salvarvi le anime. -Altre volte mi pare di morire per tanta fame, per tanta sete, per tante nostalgie del Cielo. Mi pare quasi insopportabile tutta questa sofferenza. Con molto sforzo, è vero, ma dico: - Di più, mio Gesù, di più, di più, e sempre di più. Purché mi diate amore, amore per morire d'amore e tutta bruciata d'amore! - Appena fatta la Comunione, sentivo in me un peso che mi pareva insopportabile: pareva strapparmi il cuore e sprofondarlo sotto terra. Allora dissi subito al Signore: - Accetto, mio Gesù, accetto per amore a Voi e per salvarvi le anime. - E vedevo con gli occhi della mia anima che legavano corde attorno al mio Gesù, Lo strascinavano da una parte e da un'altra e Gli davano calci. Gli lanciavano tante, tante frecce e tutte rimanevano confitte nel corpo santissimo di Gesù. Con una corona di spine trafiggevano anche il suo santissimo capo strappandola poi via da una parte e configgendola fortemente da un'altra. Mi pareva di leggere nella mia anima: sono i maltrattamenti dei peccatori. Soffri per amore a me, salvameli! Il 12 settembre 1938 sente Gesù che invita alla penitenza tutta l'umanità e preconizza la catastrofe (si prepara già la 2° guerra mondiale che scoppierà dopo un anno). Ahi, ahi, mia innamorata. Ahi, ahi, mia eroina. Ascolta il tuo Gesù: io vengo a te non per farti coraggio, nè per darti consolazione; vengo a sfogarmi con te, vengo a versare le mie lacrime nel tuo cuore. Io non ne posso più per la mostruosità del peccatore. Penitenza, penitenza, penitenza in tutto il mondo! O il mondo si rialza rapidamente, o con la stessa rapidità sarà distrutto. Povero mondo! La giustizia divina non può più sopportarlo: rattristati con me. Vivi in questa tristezza almeno tu, che sei la mia sposa più cara, la mia vittima più generosa. Tu non vuoi la consolazione e non vuoi il tuo Gesù in sofferenza tanto dolorosa. Di presto al tuo padre spirituale che voglio che si faccia udire nel mondo con la forza del tuono e con la luce sfolgorante del lampo, questo: penitenza! penitenza! penitenza! Presto verrà il giorno della catastrofe. Io faccio conoscere le mie luci, ma le disprezzano, contro la mia volontà divina. Coraggio, e non dubitare neppure per un istante clic è il tuo Gesù a parlarti... –
Il giorno 3 ottobre 1938. Il Signore dispone in modo che nel giorno 3 ottobre, in cui Alexandrina rivivrà per la prima volta la Passione, sia presente il padre spirituale. Per questo suscita in Alexandrina il desiderio di avere un Ritiro spirituale, come si legge nell'Autobiografia: Ogni volta che sentivo parlare di persone che andavano a fare un Ritiro spirituale dicevo: - Tutti lo fanno, solo io no! Non so cosa sia un Ritiro. - Osai parlarne varie volte alla presenza del mio direttore spirituale. Egli mi promise di chiedere il permesso al padre Provinciale (dei Gesuiti) e, se glielo avesse consentito, sarebbe venuto qui a tenerne uno. Per alti disegni di Dio il permesso fu concesso e il 30 settembre 1938 il mio padre spirituale venne ad iniziarlo. Ecco il biglietto col permesso: «La autorizzo ad andare a passare, come chiede, due o tre giorni a Balasar per assistere con comodo l'ammalata Alexandrina Maria da Costa. E che Alexandrina mi raccomandi al Signore insieme a tutta la Provincia» (zona in cui ha la giunsdizione quel Provinciale) p. Paolo Durào S. J. Non deve stupire questo biglietto perché il 31 maggio 1937, come vedremo nel Capitolo 12°, il p. Antonio Durào, fratello di questo Paolo Durào, aveva esaminato Alexandrina, come inviato dalla Santa Sede, circa la questione della Consacrazione del mondo alla Madonna e dall'esame aveva avuto una impressione ottima di Alexandrina per la sua serenità e santità. Il preavviso del grande avvenimento viene fatto da Gesù ad Alexandrina nella mattina del 2 ottobre: Il mattino del 2 ottobre 1938 il Signore mi disse che sarei passata attraverso tutte le fasi della sua santa Passione, dall'Orto al Calvario, senza giungere al “consummatum est”. Questo sarebbe avvenuto per la prima volta il giorno 3 ottobre e poi avrei sofferto la Passione tutti i venerdì, da poco dopo mezzogiorno fino alle 3 pomeridiane, ma che per la prima volta Egli sarebbe rimasto con me fino alle 6 pomeridiane, a confidarsi con me, presentandomi le sue lamentele. Non dissi di no al Signore. Avvisai il mio direttore spirituale di tutto quanto il Signore mi aveva detto. Attendevo il giorno e l'ora in grande afflizione perché nè io nè il mio direttore avevamo un'idea di quanto sarebbe accaduto. Gli orrori che affliggevano Alexandrina da più mesi si intensificano nella notte dal 2 al 3 ottobre. P. Pinho, che è presente e che ne riceve le confidenze, scrive in «No Calvario de Balasar»: «Alexandrina si vedeva come schiacciata dal peso di tutto il mondo, vedeva la Terra aprirsi come per divorare gli uomini e, al di sopra, il Cielo in furiosissima tempesta, mentre udiva continuamente una voce terribile che la trafiggeva e annichiliva tutta: - Vendetta! Vendetta! ... Maledetta: ti schiaccerò! - E lei prorompeva in: - Ahi! , Ahi! L'ira di Dio! - In quella notte terribile Gesù le ripete il suo invito: - Accetti, mia eroina, un calvario ancora più doloroso? Io sarò sempre al tuo fianco e il tuo padre spirituale non ti abbandonerà, per darti forze: sarà il tuo Cireneo. - Si, mio Gesù, accetto tutto; ma vorrei che non si sapesse. - E non conviene neppure: ti voglio molto nascosta. Non affliggerti: quando ci saranno delle persone che io non voglio che si accorgano (dell'estasi di Passione), non ti succederà nulla. - Faccianio presente che tutto questo colloquio di proposta e di accettazione non si trova nelle Lettere (è naturale, poiché p. Pinho è presente) nè nell'Autobiografia P. Pinho lo riporta in “No Calvario de Balasar”: l'avrà sentito lui direttamente, Ai tormenti spirituali si aggiungono anche quelli fisici, molto forti: Nella notte dal 2 al 3 ottobre, se fu grande l'agonia dell'anima, fu pure grande tutta la sofferenza del mio corpo: cominciai a vomitare sangue e a sentire dolori orribili. Vomitai poi per alcuni giorni consecutivi e per 5 giorni non presi nessun alimento. Fu con questa sofferenza che andai alla prima crocifissione. Che orrore io sentivo in me! Che paura, che terrore. È indicibile la mia sofferenza. Della mattinata del 3 ottobre ci dà un resoconto p. Pinho in «No Calvario de Balasar»: «Dopo la Comunione, in séguito a grandi tribolazioni mistiche in cui si vide con Cristo nell'Orto, le venne ripetuto l'invito: - Accetti, figlia mia, un calvario che io dò soltanto alle mie spose più care? - E, udito di nuovo il «sì» generoso, Gesù allora le annuncia, come nel giorno precedente, che dopo le ore 12 comincerà la sua Passione dall'Orto al Golgota e terminerà alle tre del pomeriggio. Poi resterà Lui con lei in un colloquio a confidarle i suoi dispiaceri fino alle 6 del pomeriggio.» Nell'Autobiografia si legge un ultimo invito e una breve descrizione della Passione: Appena passato il mezzogiorno, il Signore viene ad invitarmi così: - Ecco, figlia mia: 1' Orto è pronto e anche il Golgota. Accetti? - Sentii che il Signore mi accompagnò per un po' di tempo lungo la via al Calvario. Poi mi sentii sola: Lo vedevo là in alto, in grandezza naturale, inchiodato sulla croce. Percorsi tutto il cammino al Calvario senza perderLo di vista: era vicino a Lui che dovevo arrivare. Vidi per due volte Santa Teresina. La prima volta la vidi vestita da suora, tra due consorelle, presso la porta del Carmelo; la seconda volta la vidi circondata di rose e avvolta in un manto celestiale. Dopo i tormenti della prima esperienza della Passione, Alexandrina sente il bisogno di esprimere i suoi sentimenti di gratitudine al Signore. Scrive lei stessa, quella sera, sul retro di una immaginetta, questo pensiero: Gesù mi ha condotta dall'Orto al Calvario. Che grande grazia! Ora posso dire: sono crocifissa con Cristo.
Questa estasi di Passione vista dai presenti. Dopo aver letto quanto della Passione ci descrive Alexandrina, leggiamo in «No Calvario de Balasar» quanto è apparso ai pochi presenti: p. Pinho, Deolinda, forse la madre e qualcun'altro. Noi presenti vedemmo svolgersi il dramma della Passione nel modo più vivo possibile: Orto, prigione, tribunali, flagellazione, coronazione di spine, cammino al Calvario, crocifissione, morte. La Passione fu violentissima; i presenti non poterono trattenere le lacrime davanti a quello spettacolo di dolore ben visibile.» Del colloquio tra Gesù e Alexandrina che si svolge nell'estasi seguita alla Passione (dalle 15 alle 18) p. Pinho riporta in «No Calvario de Balasar» alcuni frammenti: - Come Vi amo? In tanto dolore? O Gesù, non fu in mezzo al dolore che anche Voi mi amaste?! Poiché lo fu, non dovrei ora io amarvi? Oh, come sarei ingiusta, mio Gesù! ... Avete molta pena nel farmi soffrire? Ma io mi sono offerta con tutta generosità? ... Ma, Gesù, io vorrei amore! Non me lo date, Gesù? Datemelo! ... Non potete darmene di più?... Io vorrei morire d'amore! Me 1' avete già promesso ? Non mancate a quanto promettete?... Io lo so bene, Gesù. Io sono vostra? Sempre lo sono stata? Allora mi volete bene così tanto? Sono la vostra eroina? Sono tutta per Voi, nevvero, Gesù? Sono una innamorata che si strugge, si perde nell'amore di Gesù? ... - Dopo questo 3 ottobre Alexandrina, come riportato in «No Calvario de Balasar» e in «Cristo Gesù in Alexandrina» avrà giornate di sofferenze orribili, rimarrà per vari giorni senza mangiare nè bere (come abbiamo letto nell Autobiografia); sarà tormentata in tutti i sensi, anche nell'olfatto perché avrà l'impressione che tutto abbia odore di cani morti. Inoltre la sua sensibilità per il peccato è tanto acuita che al solo sentir pronunciare la parola «peccatori» si sente oppressa, tanto scossa da contorcersi tutta dolorosamente. Alexandrina rimane in uno stato tale da cessare anche di dettare le Lettere per il suo direttore: queste presentano una interruzione dal 24 settembre all'11 novembre 1938.
CAPITOLO 10° (1938 - 1942)
LE ESTASI DI PASSIONE NELIA PRIMA FORMA
Il pensiero dei venerdi mi atterrisce tanto! E' come un lenzuolo avvolto attorno a me, che non mi lascia respirare: mi toglie la vita al corpo e all'anima. il Signore, prima che cominciasse la Passione, mi parlò cosi: - O mia sposa, mia crocifissa, dai l'elemosina al tuo Gesu? E’ oggi il giorno in cui ti chiedo maggiore elemosina. - O mio Gesiì, io Vidò tutto... - Durante la Passione il Signore mi disse, - Coraggio: tutto il Cielo ti assiste e la tua cara Mamma celeste ti contempla con compassione e gioia: con compassione per vederti soffrire e con gioia per vedere la riparazione che mi dai.
Dopo quel 3 ottobre, Alexandrina rivivrà settimanalmente la Passione con manifestazioni esterne ogni venerdì, in stato di estasi (eccettuato il 30 dicembre 1938, come è stato detto nella nota al n. 18 del capitolo 9°) Qualche volta qualcuno prende anche appunti; l'estasi del 29 agosto 1941 viene addirittura filmata: la filmina è conservata nell'archivio di Balasar. Della stessa estasi viene fatta una verbalizzazione dettagliata dal p. Giuseppe Alves Terças dei Missionari dello Spirito Santo, che in sèguito la pubblicherà. Questo fenomeno mistico si ripeterà nella forma sopra detta fino al venerdì 27 marzo 1942 compreso. Da allora in poi continuerà a soffrire intimamente i patimenti della Passione, ma senza muoversi dal letto. (vedi avanti Capitolo 16°)
In attesa della crocifissione. Nel paragrafo successivo riporteremo la descrizione di alcune di queste estasi di Passione. Per dare un'idea meno incompleta del dolore-amore di Alexandrina nel rivivere il patire di Gesù ci pare opportuno riportare prima alcuni stralci dei più significativi, relativi all'attesa della vera e propria Passione del venerdì, detta da lei anche “crocifissione”. Le sofferenze in attesa della Passione del venerdì cominciano generalmente al giovedì, ma talvolta già al mercoledì, e occupano la notte dal giovedì al venerdì (l'agonia nell'Orto) e sono svariatissime: tentiamo di darne un'idea. Prima di tutto notiamo che Alexandrina ha una visione storica del grande avvenimento. Sta per rivivere un fatto avvenuto una sola volta nella storia: un deicidio! E in mezzo all'umanità in tenebre; ma che commenta sconvolta. Pare che stia per accadere un evento che mai accadde: tutto è nelle tenebre; ma ne fanno di commenti! È’ scomparsa completamente la luce per tutti. Ah, quanto disordine nel mondo! Già al giovedì Alexandrina sente avvicinarsi la morte: Sento approssimarsi a me il termine del cammino, che viene incontro al mio cuore per causarmi la morte: io lo aspetto si, lo aspetto atterrita, lo aspetto per amore al mio Gesù. Ah, il giorno di venerdì! Ah, che orrore! O sofferenza amata! Solo l'amore al mio Gesù mi dà coraggio per sopportarti. Mi pare di correre folle verso la morte. O mio Gesù, non corro verso la morte: corro verso il vostro amore, corro verso la salvezza delle anime. È nella crocifissione che io Vi amo, è nella crocifissione che Ve le salvo. Confido, poiché Voi me lo avete detto. Alexandrina sente l'odio di tutti i nemici che vogliono la morte di Cristo: sente proprio la lotta delle forze infernali. (nella notte dal giovedì al venerdi)... Mi pareva di correre verso la morte e tutto il mondo mi spintonava verso il supplizio... Nel corso della mattinata (del venerdì) continuava tutto il mondo a spintonarmi diabolicamente verso la morte... Io sono uno strumento di vendetta: tutti vengono a battere a questo strumento, tutti vogliono vendicarsi maltrattandolo. La rabbia del peccato ed il furore delle passioni tentano di distruggermi. È una guerra infernale, il combattimento più tremendo, la tempesta più furiosa e distruttrice. Io sono lo scandalo e la nausea di tutta la moltitudine. Alexandrina, come Gesù, prevede e sente anticipatamente tutte le sofferenze del venerdì: invoca aiuto al Cielo. È già giovedì: vedo davanti a me la grande montagna del Calvario! Siccome non ho altro sollievo, spicco il volo al Cielo come una colomba indebolita e vado presso Gesù a prendere una goccia di balsamo per un mare immenso di dolore. Dà poco refrigerio alla sete che ho di Gesù; sento poco sollievo nel mio soffrire. Subito perdo il volo cadendo a terra. Cammino, e la ferita del mio cuore mi pare lasci la terra macchiata di sangue. La mia anima è piena di maltrattamenti: riceve i colpi di flagello oggi (giovedì), come al venerdì li riceve il mio corpo. È uno straccio in mani rabbiose e senza pietà. Il mio capo riceve alle volte un grande casco di acute e penetranti spine. O martirio, o duro martirio! O abbandono, o spaventoso abbandono! Tutto in me è morte e tutta l'immensità morte è. Naturalmente, tra tutti i patimenti di Gesù, c'è anche quello del sentire il dolore della Madre: anche questo Alexandrina sente. Vedevo davanti a me tutta la sofferenza della Passione e sentivo in me la Madre folle di dolore. Il culmine del patire, la situazione più tragica sta nel fatto che l'Eterno Padre pare occultarsi, pare non avere pietà di suo Figlio, il quale si sente così abbandonato anche dal Cielo e soffre sotto il peso della più tremenda umiliaziòne, essendosi, come vittima espiatrice, coperto di tutte le miserie dell'umanità; e appunto come vittima espiatrice è oggetto della giustizia divina che vuoI castigare. Il Ieri (giovedì) nel corso del pomeriggio ero tormentatissima: sentivo molto, molto l'ira del Signore. Egli aveva bisogno di punire, di castigare e tutto questo castigo cadeva su di me. Quanto più io sentivo l'ira di Dio castigare per i peccati della triste umanità, tanto più mi sentivo sfinita e abbattuta. Mio Dio, posso respirare a stento. Mi pare che tutto il Cielo sia in rivolta contro di me. Mi pare che non vi sia là chi si prostri davanti al trono divino a chiedere compassione per me. Il peso della giustizia divina si scarica sopra il mio povero corpo. Che rivolta del Cielo contro la Terra e che malizia della Terra contro il Cielo! L' Eterno Padre vuole castigare... Continuo ad essere spremuta in un torchio: sotto di me, il mondo con tutte le iniquità e i crimini; sopra di me, la giustizia dell'Eterno Padre per punirmi, per castigarmi. Mio Dio, il torchio mi stringe al punto di farmi quasi perdere la vita... I patimenti che torturano Alexandrina sono tanti e tali da farle esclamare: O terminano i venerdì e le mie crocifissioni, o termino io! Il pensiero dei venerdì mi atterrisce tanto! È come un lenzuolo avvolto attorno a me, che non mi lascia respirare: mi toglie la vita al corpo e all'anima. Tutti i giorni, tutte le ore, notte e giorno sono un venerdì continuo! Gesù si affretti a venire a prendermi per il Cielo! Temo la mia caduta e di non poter più rialzarmi. Ma Gesù la invita con tutti i mezzi a proseguire la sua opera di vittima di riparazione e di espiazione. Per esempio, facendole presente che Lui stesso ha già fatto quel cammino: O mio Dio, o mio Dio, corro in una corsa pazza; verso il venerdì. Che tremende ore mi aspettano! Il Calvario è in alto, tanto in alto che arriva quasi al firmamento. Io devo salirlo sfinita e nella più tremenda desolazione. Mi pare che dalla cima di esso mi stiano gridando: - Cammina con fiducia! Io pure lo salii già. Ti aspetto qui. - Ma il cammino è molto doloroso e io sono tanto esausta di forze; cado, rotolo indietro per un pezzo. Vado tanto sovraccarica! Con tutto lo sforzo mi rialzo con il peso. Mio Dio, non ci vedo, povera cieca! O mio Gesù, venite a darmi la mano! È l'amore che mi obbliga a camminare, è l'amore che vince il dolore, è l'amore che mi avvicina a Voi... È proprio così: in Alexandrina vince sempre l'amore. Ecco come concludiamo questo paragrafo: È già quasi mezzanotte e io sento già da alcune ore Gesù appoggiato al mio petto, come al Suo stava appoggiato S. Giovanni. È tanto triste, povero Gesù! Sta a contemplare tutti i tormenti che Lo aspettano e io Gli dico: -Gesù, io non sono più la stessa: Ti ricordi, del molto che Ti ho offeso? Ora voglio soltanto amarti, voglio soltanto accompagnarti lungo il cammino doloroso della tua santa Passione. - Anche la Mamma celeste sta nel mio cuore piena di dolore: sta ccme ad invitarmi ad andare con lei alla ricerca di Gesù. Ella piange e si disfa in dolore e io Le dico: - Mamma, portami ad incontrare Gesù: voglio trovarlo e seguirlo per sempre! Io, Mamma, non Ti lascio: voglio accompagnarti nel tuo dolore; voglio andare con Te per seguire e accompagnare Gesù al Calvario: voglio essere crocifissa con Lui, voglio partecipare al Tuo dolore; voglio lasciare le mie carni a pezzi tra le spine del Calvario, voglio che il mio sangue scorra su di esso per salvare le anime. -
Descrizione di alcune estasi di Passione. Cominciamo con la descrizione fatta da Deolinda al Processo Informativo Diocesano. Deolinda inizia descrivendo l'estasi del 3 ottobre 1938; poi prosegue con descrizione più generale, che si riferisce ad uno schema press'a poco ripetutosi nelle varie estasi successive, sempre nella prima forma. Ecco una parte della deposizione di Deolinda: «Arrivò il mezzogiorno. Si tirò fuori dal letto, senza che si sapesse come, perché rimase prostrata bocconi sul pavimento completamente composta e con le braccia stese un poco di fianco. Si alzò e, inginocchiata, alzò gli occhi in alto, abbassò la testa ed aprì le mani in segno di accettazione. Tornò a prostrarsi, facendo la stessa cerimonia per tre volte. Era una scena assai commovente. Vidi in quel momento piangere la gente ed anch'io piansi. Dopo, veniva la scena della cattura. Non so se inginocchiata o in piedi, disse: - Sono io. - Da ciò capimmo che era la rappresentazione della cattura del Signore. Dopo, con le mani una sull'altra, faceva alcuni passi per la camera, mi pare, per lo meno alcune volte, ginocchioni: si spostava da un lato all'altro. Pronunciava le frasi che il Signore proferì davanti ai tribunali di Anna, Caifa e Pilato. Dopo, ferma, con le mani come fossero legate, ebbe contrazioni per varie volte, come se reagisse ad una staffilata, in ciascuna contrazione. Da qui capimmo che si trattava della scena della flagellazione. Dopo, veniva la incoronazione di spine. Faceva delle inclinazioni violente con la testa in avanti, le vene e i muscoli del collo contratti, come se qualcuno stesse a battarle in testa. Dopo, prendeva la croce; deducemmo questo dalla posizione che assumeva e dal rumore che faceva con i passi sul pavimento. Mi dimenticavo di dire che prima della flagellazione si sentiva bene lo schiaffo: essa stessa se lo dava con la mano. Continuando, la posizione era curvata in avanti, come chi porta la croce sul dorso; e i passi erano lenti. Più tardi ci furono delle persone che tentarono di sollevarla, quando il fenomeno si ripeteva, e non ci riuscirono, sebbene essa pesasse soltanto 33 o 34 chili. Cadde tre volte sul pavimento. Cadde con violenza. Poi notammo che, quando terminava la Passione, rimaneva bluastra sopratutto sulle ginocchia e sulle sporgenze ossee, dico, delle ossa. Restava stesa sul pavimento con le braccia aperte e con i piedi uniti, come chi sta per essere inchiodato. Aveva aperto successivamente ciascun braccio facendo un gesto verso il basso con la mano, come se venisse inchiodata. Dopo, le gambe: prima una e poi l'altra. I piedi stavano uno accanto all'altro. Poi si alzava con le braccia aperte, senza flettere nè il corpo nè le gambe, ma eretta, appoggiata soltanto sulle calcagna e si notava un gesto, come se la croce fosse fissa sul pavimento. Restava in questa posizione per alcuni minuti. Dopo, stava là con la respirazione ansante. Passati alcuni minuti, alzava gli occhi al Cielo; dava un grido di dolore. Diceva delle frasi; ricordo che l'ultima era: - Padre, nelle tue mani affido il mio spirito. - iclinava la testa. Fu a questo punto della Passione che, una volta, tentai di sollevarle la testa senza riuscirvi. Passati alcuni momenti, incominciava a modificarsi la sua fisionomia, ricuperava il colore. Voglio spiegare che, dopo alzatasi per la collocazione della croce, ritornava a distendersi; è sul pavimento che avveniva la scena della morte e della fase che ho incominciato a descrivere e continuo. Ricuperava il colore, come ho detto, e in estasi aveva colloqui col Signore. A volte si girava in ginocchio verso il tabernacolo della chiesa parrocchiale (ricordiamo che dalla finestra si vedeva il campanile, ora occultato da costruzioni). Altre volte poi cantava e faceva la Comunione spirituale; questa la faceva sempre. Dopo l'estasi, quando ritornava in sé, dovevamo riportarla a letto. Ricordo che uno dei suoi medici, il dott. Garcia de Carvalho, defunto, fu invitato ad assistere ad una delle estasi di Passione. Durante questa, il medico punzecchiò Alexandrina con uno stiletto, senza che lei reagisse. Alla fine, nel prendere congedo da lei, con una stretta di mano e, quando già era ritornata in sé, ripeté la punzecchiatura. Alexandrina disse: - Il signor dottore mi punge: allora vuole salutarmi per pungermi? – Il medico sorrise. La descrizione che ho fatto della Passione corrisponde a quello che più o meno succedeva tutti i venerdì e non solo la prima volta, i cui particolari, a causa della distanza nel tempo, ormai non ho più completamente presenti. Queste estasi ebbero inizio il 3 ottobre 1938 e terminarono il 27 marzo 1942, se non mi sbaglio. Si verificarono durante tale tempo in tutti i venerdì dell'anno.. Un'altra descrizione, abbastanza completa, si trova nella Lettera a p. Pinho del 7 aprile 1939, venerdì santo. In essa si susseguono due parti dettate da Alexandrina: una relativa ai suoi sentimenti prima dell'estasi di Passione, l'altra dettata dopo aver rivissuto la Passione; tra le due parti riportiamo un inserto scritto da Deolinda, che descrive lo svolgersi di quella stessa estasi. Riportiamo come un esempio abbastanza completo. Padre mio, cerco un po' di sollievo per il mio soffrire. Aspetto l'ora della mia crocifissione. Non posso neppure parlare. Il cuore è in marcia affrettata. Vi è una rivolta, vi è una baraonda nella mia anima. Il peso mi schiaccia. Tenebre, notte paurosa e triste: io sono in un abbandono tremendo. Mi pare di andare in mezzo a tutto l'odio, di tribunale in tribunale. Povera me! E non ho ricevuto Gesù, ma confido che Egli supplirà alla mancanza con le Comunioni spirituali, nonostante la nausea che ho di me stessa e l'orrore per la mia enorme miseria... La notte (dal giovedì al venerdì) la passai, posso dirlo, quasi tutta a fare compagnia al Signore Sacramentato e a concentrarmi un po' su tutta la tragedia di quella notte. Mi pareva che Gesù mi invitasse all'Orto. Ah, padre mio, mi pare che tutto questo che sto dettando per lei sia menzogna. Ah, tanti dubbi! Ah, ah, le paure per tutta la Passione! Già dissi a Deolinda: - Per le condizioni in cui sento il cuore, è necessario un miracolo perché io resista. Gesù sia con me! - Non dico null'altro, perché non posso. A questo punto viene interrotto il dettato di Alexandrina perché comincia a rivivere la Passione. Riportiamo l'inserto scritto da Deolinda. «Ah, padre mio, cosa fu mai il venerdì santo! Fu proprio venerdì di Passione. Prima di iniziare, oh, come si vedeva in lei un volto di dolore! Temeva il trascorrere di quel giorno e mi diceva: - Ah, se riesco a vedere finito questo giorno! - La predisponevo quanto potevo e l'accarezzavo, nonostante che io pure fossi piena di paura e molto addolorata. Durante la Passione non potei fare a meno di piangere e vidi scorrere lacrime sulle guance di quasi tutti i presenti. Che spettacolo tanto commovente! L'agonia nell'Orto fu lunga ed afflittiva. Si udivano gemiti molto profondi e talora la si vedeva singhiozzare. Ma la flagellazione e la coronazione di spine, questo, che cosa fu mai! I colpi di flagello li prese in ginocchio e come se avesse le mani legate. Le avvicinai un cuscino alle ginocchia, ma se ne ritrasse, non lo volle. Ha le ginocchia in misero stato. I colpi di flagello furono per lo meno 5311: durarono molto tempo! La si vedeva svenire. I colpi di canna sulla testa coronata di spine furono 2391. Durante la Passione vomitò due volte: soltanto acqua perché null'altro aveva nello stomaco da vomitare. Il sudore era tanto che i capelli ne erano impastati: le passai la mano su tutta la veste e la ritrassi bagnata. Quando terminò la coronazione di spine, pareva un perfetto cadavere...» A questo punto riprendiamo il dettato di Alexandrina, fatto a notte già avanzata quando cominciava a riprendere un po' di forza per poterlo fare. Mio buon padre, la notte è già avanzata e io sono tanto malata; ma ho tanti desiderii di dirle alcune parole! Con molto sacrificio, ma sto a vedere se riesco a farlo. Lo sgomento di oggi è già passato. Ah, padre mio, come mi sentii svenire tante volte! Il Signore, prima che cominciasse la Passione, mi parlò così: - O mia sposa, mia crocifissa, dài l'elemosina al tuo Gesù? È oggi il giorno in cui ti chiedo maggiore elemosina. Fu in questi giorni (settimana santa) che io mostrai al mondo quanto lo amavo: e la ricompensa è ingratitudine. Dammi, dammi l'elemosina per ripararmi per tanti crimini! - O mio Gesù, io Vi dò tutto. Guardate se trovate in me qualche altra cosa che io possa darvi. - Molte grazie, sposa mia. Hai coraggio? Cosa hai da temere tu, se hai il tuo Gesù al tuo fianco, col tuo padre spirituale, tuo Cireneo? Alcune volte durante la Passione il mio Gesù mi confortava e mi diceva: - Coraggio! Hai il tuo padre spirituale, hai il tuo Gesù. - Durante la flagellazione svenni molte volte. Una volta, alla fine, dissi: - Gesù, aiutatemi! Se non fosse per amore a Voi, Vi direi: non ne posso più. - Lei, padre mio, sa bene chi io sono? A me pare che non vi sia nessuna persona tanto cattiva né tanto piena di miserie quanto me. Io oggi mi sentii tanto in vergogna e confusione nel vedermi circondata da persone che mi parevano tanto sante; e io, padre mio, chi sono io? Ahi, la mia miseria, ahi, il mio nulla! Mi pare di avere una responsabilità tanto grande: che tutto vada ad essere ingannato da me! Abbia compassione di me, padre mio, e invochi Gesù per la povera figliolina. Il perdòno e la benedizione per quella cattiva, tanto cattiva di Alexandrina. A questa Lettera Alexandrina aggiunge il seguente P. 5. Mi dimenticai di dire che durante la Passione il Signore mi disse: - Coraggio: tutto il Cielo ti assiste e la tua cara Mamma celeste ti contempla con compassione e con gioia: con compassione per vederti soffrire e con gioia per vedere la riparazione che mi dài - Il finale di questa Lettera prima del P. 5. ci fa riflettere sulla meravigliosa umiltà di Alexandrina: le grazie mistiche di cui è oggetto, anzichè inorgoglirla, la rendono sempre più umile, con sempre più chiara consapevolezza del suo nulla rispetto al Tutto. E veniamo all'ultima estasi di Passione con movimenti, del 27 marzo 1942. Dobbiamo tener presente che agli inizi del 1942 Alexandrina viene privata del suo direttore p. Pinho (vedi avanti Capitolo 13°) che le fa la visita di congedo precisamente il 7 gennaio 1942. È quindi interrotta anche la corrispondenza con p. Pinho. Alexandrina si sente spiritualmente abbandonata in modo totale. I suoi sfoghi sono soltanto con Gesù e Maria. Però sente il bisogno di dettare a Deolinda qualcosa della piena dei suoi sentimenti. Ecco che nel 1942 comincia il suo Diario, intitolato «Sentimentos da alma», dal quale riportiamo l'estasi del 27 marzo 1942, che è il venerdì dell'Addolorata, ossia quello che precede la settimana santa. Mio buon Gesù, mio dolce Amore, ho pianto per la paura della mia crocifissione. Ahimé e povera me, senza di Voi! Non venitemi meno, per chi siete, con la vostra forza divina: io non ho forza, la mia vita è perduta. Durante la notte e nella mattinata di oggi mi diede animo la vostra divina presenza. Vi presentaste davanti a me con la croce sulle spalle, curvo verso terra, sfinito e senza vita, circondato da vile canaglia. Al vedere un Dio soffrire così per amore a me, non posso ricusarvi la mia crocifissione: accetto per amore a Voi, accetto per le anime. Rivestitevi di me, vivete in me, muovete Voi il mio corpo senza vita. È prossima la crocifissione: non venitemi meno, mio Gesù! Datemi grazia, forza e amore. (dopo la crocifissione) Gesù, non venitemi meno con le vostre forze affinchè io possa descrivere il meglio possibile quanto Voi soffriste nella vostra santa Passione e descrivere la vostra protezione e amore verso questa poveretta. È per vostra maggior gloria e per profitto di tutte le anime. Gli occhi del mio corpo parevano quasi non vederci, all'approssimarsi dei momenti della crocifissione. Mi sgomentava il mio sfinimento; l'abbandono in cui mi trovavo A. mi portava alla sepoltura. Che tormento: non avere vita e dover lottare contro il mondo! Scese su di me la vostra vita col vostro amore; udii la vostra dolce e tenera voce: - Figlia mia, o amore di Gesù, coraggio: non temere, non temere! Il cammino del Calvario sta per terminare: vieni a calcare le ultime spine. Dalle ferite fatte da esse nascono fonti di salvezza. Le anime necessitano di tutto. Gesù trova consolazione nella tua crocifissione: trova in te tutta la riparazione che si può trovare sulla Terra. Coraggio! Gesù non ti viene meno, insieme a sua Madre benedetta. Il tuo padre spirituale ti accompagna in ispirito, con la mia grazia: ti aiuta in unione con noi. -Andai all'Orto: in mezzo all'abbandono ricordavo le vostre dolci parole che per un po' di tempo rimasero impresse nel mio cuore. Poi, per i colpi che in esso sentii, per i maltrattamenti che mi furono dati dall'umanità, tutto scomparve. E in quel momento, tutta sola in profondo silenzio, nella più grande oscurità, quasi nella morte, cercavo di nascondermi per sempre, essendo la terra il mio nascondiglio, all'ùdire le minacce dell'Eterno Padre. Mio Dio, mio Dio! E io tutta sola! Non correva un soffio di aria, nè le foglie degli ulivi si muovevano, se non per il curvarsi a terra dei loro rami, in segno di adorazione. O dolore, o agonia di Gesù! O follia d'amore di Gesù per le anime! Non erano mie quelle sofferenze, ma vostre, solo vostre, mio Gesù. Proseguii nelle fasi della Passione: qui e là cadevo soccombendo, schiacciata dal dolore. Più volte invocai i nomi di Gesù e di Maria; chiesi le vostre forze, perché tutte le mie erano perdute. Grazie, mio Gesù: con Voi andai resistendo. Alla flagellazione, mentre ero custodita nel vostro Cuore divino, vedevo di fronte a me gli aguzzini pronti con i flagelli per punire di più il mio corpo. Io, avvolta nel vostro divino amore, non li temevo. Alla coronazione di spine, mentre stavo tra le braccia della Mamma celeste, vedevo pure davanti a me intrecciare acute spine per preparare un casco di nuovo tipo da configgermi sul capo. Le carezze della Mamma celeste mi fecero dimenticare che le spine venivano preparate per me. Oh, quanto è grande il vostro potere, grande il vostro amore, o Gesù! Andai al Calvario, senza vita per giungere alla fine: non potevo camminare, mi scarseggiavano le forze. Nella seconda caduta l'obbedienza mi obbligò ad entrare di nuovo nel vostro Cuore divino: udii che Voi mi dicevate: - Figlia mia, tutte le mie grazie e tutto il mio amore si estendono sul Cireneo che ti aiuta e su tutti i suoi discendenti sino alla fine, e sul tuo padre spirituale qui presente (in spirito) al tuo fianco e sulle anime che più da vicino si prendono cura di te e con il mio amore ti accarezzano, soavizzando il tuo dolore. Questo non si chiama amore terreno. - Fui inchiodata sulla croce. Ad ogni colpo che davano per inchiodarmi, mi sentivo svenire. Tutto il Calvario era oscurato. A stento si udivano i sospiri della Madre: erano soffocati dalle bestemmie; li sentivo di più nel mio cuore. Mi pareva che entro poco sarei spirata in Voi...
CAPITOLO 11° (1938~1941)
I MEDICI INDAGANO
Se non sbaglio, fu nella terza crocifissione che vennero i medici ad esaminare il mio Caso. Decisero che io fossi mandata ad Oporto... Il giorno 6 dicembre 1938, verso le 11, fui tolta dal mio letto e messa su di un 'ambulanza. - O mio Gesù, io vorrei soffrire tutto questo proprio anche se Voi non sapeste che sono io a soffrire. Siete degno di tutto. - Il dott. Azevedo cominciò ad esaminarmi minuziosamente, ma con tutta prudenza e delicatezza. Dal signor dott. Dias de Azevedo fui preavvisata che sarebbe meglio tornare ad Oporto per consultare il signor dott. Gomes de Araujo, se questa fosse la volontà del Signore. Mi chiese di invocare luce divina sul Caso, perche non voleva affatto contrariare il Signore. Si andrò! E' volonta di Gesù che io vada. Sarà per mia maggiore sofferenza! Sarà per maggior gloria del suo divino Cuore? Solo Gesu lo sa.
Il fenomeno dell'estasi di Passione con movimenti, inconcepibile in una paralizzata da anni, colpisce enormemente tutti, in particolare il direttore spirituale p. Pinho, il quale, fin dalla seconda volta che si ripete il fenomeno, fa esaminare Alexandrina da alcuni suoi confratelli: Subito alla seconda crocifissione cominciarono gli esami fatti da alcuni padri della Compagnia di Gesù, non durante le ore della crocifissione, ma prima e dopo. Cominciai a sentire che il mio direttore spirituale soffriva molto nell'intimo per causa mia, cioè per quanto avveniva.
Primi consulti. P. Pinho ne parla al Primate arcivescovo di Braga, il quale esprime il desiderio che il Caso sia esaminato da un medico competente. P. Pinho stesso sente fortemente questa necessità. Invita a presenziare ad alcune delle prime di quelle estasi di Passione due medici: il medico curante dott. Giovanni Alves Ferreira di Macieira de Rates e il dott. Abilio de Carvalho, di Pòvoa de Varzim. Nell'Autobiografia leggiamo: 2 Se non sbaglio, fù nella terza crocifissione che vennero i medici ad esaminare il mio Caso. È difficile descrivere tutta la mia sofferenza: so che non ci riesco. Lasciarono il mio corpo martirizzato; ma altre cose mi costavano di più. La vergogna che mi facevano provare! Davanti a loro facevo una triste figura! Neppure la più grande criminale sarebbe giudicata da un tribunale con maggiore investigazione! Se potessi aprire la mia anima e lasciare vedere ciò che in essa avviene perché sto a rivivere quei giorni, lo farei solo allo scopo di fare del bene alle anime, mostrando quanto soffro per amore di Gesù e per loro. Fu soltanto per questo che mi sottomisi a tali sofferenze. Quando il mio direttore spirituale mi propose di lasciarmi esaminare dai medici, fu per me un grande tormento: una grande barriera di opposizione sorse nella mia anima. Volevo soffrire nascosta, volevo che solo Gesù sapesse della mia sofferenza. Ma comandava l'obbedienza. Tacqui e accettai tutto per Gesù. Ci mancavano i medici per completare il mio calvario! Alcuni furono veri aguzzini che incontrai sul mio cammino.
Terzo viaggio ad Oporto. I medici, soltanto presenziando alle estasi e facendo vani interrogatorii, non possono concludere nulla di definitivo: sentono necessaria anzitutto una radiografia, quindi un trasporto ad Oporto. Sarà il terzo viaggio ad Oporto per visite mediche! Decisero che io fossi mandata ad Oporto. Mi costò molto il convincermi, per via dello stato in cui mi trovavo. Temevo di non poter sopportare il viaggio ed all'invito del medico curante risposi: - Allora, nel 1928, lei signor dottore non permise che io andassi a Fatima e ora, che sono tanto peggiorata, vuole che io vada ad Oporto?! - Sua ecc. mi rispose così: - E’ vero che non lo permisi; ma ora vorrei che andasse. - Gli domandai se il mio direttore spirituale sapeva la cosa; siccome mi affermò di sì, cedetti alla sua richiesta. Il giorno 6 dicembre 1938, verso le 11, fui tolta dal mio letto e messa su di un'autolettiga. In quella mattinata ero stata visitata da persone amiche: in quasi tutte avevo visto le lacrime agli occhi, così come nelle persone della mia famiglia. Io avevo cercato di rasserenare tutti, fingendo di non soffrire nulla. Fu doloroso il mio viaggio! Furono necessarie 3 ore e mezza per arrivare ad Oporto: ci fermammo molte volte. Ad Oporto, nel Consultorio del sign. dott. Roberto de Carvalho, mi fecero la radiografia; dal dottore fui trattata molto delicatamente. Mi disse: - Ah, fanciulla mia, quanto soffri! - Da lì fui trasportata al Collegio delle Figlie di Maria Immacolata, dove mi trattarono molto bene. Quello che mi costava di più era sopportare i rumori della strada: arrivavo alle volte quasi a perdere i sensi. Là fui esaminata dal sign. dott. Pessegueira: esame questo che servì solo a rendere maggiore la mia sofferenza. Tornando a casa (l'11 dicembre), ebbi di nuovo un viaggio penoso. Quando mi trovai nella mia cameretta, mi vidi circondata da varie persone amiche. La radiografia non rivelò nulla e lo stesso dott. Roberto de Carvalho, sospettando trattarsi di mielite, dichiarò che questi processi sfuggono alla radiografia.
Visitata da un famoso neurologo. In «No calvario de Balasar» p. Pinho racconta come gli venne fatto di invitare a visitare Alexandrina il neurologo Elisio de Moura. P. Pinho era residente a Braga e per il Natale del 1938 si trovava a Braga il famoso neurologo. P. Pinho approfittò per invitarlo a visitare Alexandrina (essendo Balasar vicino a Braga). Appena p. Pinho gli parlò di estasi con movimenti, il dott. Moura subito pensò a isterismi o mistificazioni e con decisione affermò che l'avrebbe subito guarita lui. Con questa cattiva predisposizione, p. Pinho non si aspettò più nulla di buono dalla visita. Tuttavia non poté tirarsi indietro. Il giorno 26 dicembre 1938 andarono da Alexandrina il dott. Elisio de Moura con la sua sposa, il p. Giuseppe de Oliveira Dias e p. Pinho stesso. Ecco quanto racconta Alexandrina nell'Autobiografia: Il giorno 26 dicembre 1938 fui visitata ed esaminata dal sign. dott. Elisio de Moura, che mi trattò crudelmente, tentando di farmi sedere su di una sedia con tutta violenza. Siccome non ci riuscì affatto, mi ributtò sul letto e fece esperienze che mi fecero soffrire orribilmente: mi tappò la bocca, mi spinse contro la parete facendomi prendere un forte colpo. Vedendomi quasi svenuta, mi disse: - O mia Giovannina, non perdere i sensi! - Senza volerlo, piansi; ma offersi a Gesù tutte le mie lacrime insieme alle mie sofferenze, che furono molte, poiché ciò che dico è nulla in confronto a quanto passai. Gli perdonai tutto, perché era venuto col compito di studiare. Un riflesso di questa visita lo troviamo nella Lettera a p. Pinho dettata il 27 dicembre 1938, che inizia così: Mi costa molto parlare: ho il mio corpo che pare sia stato schiacciato da carri che gli sono passati sopra... Ma ecco subito poche righe dopo, si ha la prova della sua generosità nel soffrire, del suo amore a Gesù: A notte già alta piangevo dirottamente. Non mi usciva dalla mente ciò che il medico mi aveva fatto soffrire: ero molto tormentata e piena di dubbi. Nel ricordarmi, alzai le braccia al Cielo e dissi: - O mio Gesù, quanto mi costa, dopo tutto questo, rimanere così in questo stato dell'anima! Ma accetto tutto, tutto per vostro divino amore e per ciò che Voi sapete. Io vorrei soffrire tutto questo anche proprio se Voi non sapeste che sono io a soffrire. Siete degno di tutto. - I dubbi mi turbavano e io, afflitta, a non volere acconsentire ad essi neppure un istante, per non fare dispiacere al mio Gesù. Fu perciò il giorno di ieri un giorno di lacrime per me.
Quanto sono fraintese dal popolo le cose di Dio! Il terzo viaggio di Alexandrina ad Oporto, poi la visita del grande neurologo Elisio de Moura suscitano nel popolo di Balasar grande scalpore, tanti commenti e critiche ed illazioni, in gran parte nate da invidia, da disamore. L'eco di queste voci porta un'altra forma di grande sofferenza per Alexandrina, la quale ne parla nell'Autobiografia: Gesù stava chiedendomi nuovi sacrifici. Per causa degli esami medici e degli inviati da Santa Sede (p. Antonio Durao nel 1937 e il canonico Vilar nel 1939 dei quali si parlerà nel Capitolo 12°) il mio Caso divenne più conosciuto: per me era un martirio. Volevo vivere nascosta a tutti! Nonostante che i miei famigliari non mi riportassero quanto fuori si diceva a mio riguardo, molte volte venivo a sapere i commenti che si facevano sulla mia vita. Poveri ignoranti, quante fandonie dicevano! Affermavano che il mio viaggio ad Oporto aveva avuto lo scopo di ottenere una pensione mensile, da parte del governo di Salazar: per alcuni era di 500 scudi, per altri di 300, per altri di 200! Non serviva a nulla tentare di smontare tali fandonie: restavano sempre nella loro opinione! Altri dicevano che ero andata per farmi fare la fotografia da santa», cioè a far valutare la mia santità per mezzo di una macchina. Mia sorella, per smontare questa idea, diceva: - Se questo fosse possibile, anch'io vorrei farmi questa fotografia per vedere a che punto sono. -Quanta pena ho nel vedere come le cose del Signore siano tanto malamente comprese! Altri ancora dicevano che tutti i sacerdoti che venivano a farmi visita stavano chiedendo, nelle loro parrocchie, elemosine da darmi e perciò non mi mancava niente. Dicevano che usavo fatture e facevano di me una strega, una pitonessa; varie persone venivano da me per farmi varie domande, come se io vaticinassi. Parlavo loro molto serenamente, fingendo di non comprenderle; ma quando insistevano, rispondevo: - Io non faccio l'indovina, nessuno può pronosticare: non abbiamo il diritto di penetrare nelle coscienze altrui; lo può solo il Signore. - Quando mi riferivano ciò che si diceva a mio riguardo, fingevo di non soffrire, ma soffrivo amaramente e rispondevo: - Parlano di me? È perché hanno da dire; io no. Lasciate che parlino tra loro! Che il Signore li perdoni: anch'io li perdòno. Parlano, parlano e parleranno. Non vi è chi li faccia tacere: alcuni contro di me, altri in mio favore. - E così il tempo andava passando. È ammirevole la reazione di Alexandrina alla meschina cattivena o alla ignoranza di vani suoi compaesani. Tali accuse non possono non provocare un dolore profondo, sia per le accuse fatte a suo riguardo, sia per la cattiva fama buttata addosso ad alcuni sacerdoti e sia anche per la pena che prova per le anime degli accusatori. Eppure tutto sa nascondere e minimizza con frasi di somma saggezza.
Entra in scena il dott. Azevedo. Nel gennaio del 1941, tra coloro che vanno da p. Pinho a chiedere un biglietto di presentazione per visitare Alexandrina, c'è il medico dott. Emanuele Augusto Dias de Azevedo. Alexandrina narra nell'Autobiografia il suo primo incontro con colui che è mandato da Dio per assisterla, sia fisicamente che spiritualmente, come un vero Cireneo (così Alexandrina lo sente indicare da Gesù in varie estasi e così lei stessa lo considera) che l'aiuta a portare la croce sempre più pesante fino alla estrema vetta. Il 29 gennaio del 1941 ricevetti la visita di un sacerdote conosciuto, accompagnato da varie persone della sua parrocchia. Me le presentò all'arrivo, ma solo dopo una lunga conversazione venni a sapere che uno di loro era medico. Sapendo di avere vicino un medico, arrossii di vergogna, non perché avessi mentito nel raccontare della mia sofferenza, ma perché non mi aspettavo qui un medico. Sua ecc. (quel medico Azevedo) si mantenne silenzioso e sorridente. Non so dire cosa sentivo nell'intimo per lui. Ero molto lontana dal pensare che, poco tempo dopo, egli sarebbe diventato il mio medico curante. Cominciò ad esaminarmi minuziosamente, ma con tutta prudenza e delicatezza. Il dott. Azevedo rimane subito colpito fin dal primo incontro con Alexandrina e intuisce che il Caso è molto serio e va studiato, sia dal punto di vista medico che da quello spirituale, teologico. Assiste ad alcune estasi di Passione e si decide, anche dietro l'invito di p. Pinho, a studiare lui personalmente il Caso. Il 15 febbraio 1941 Azevedo scrive a p. Pinho una lettera da cui riportiamo quanto segue: «Andrò più volte a Balasar e cercherò come medico di studiare la malattia di Alexandrina, malattia che accompagna i doni di cui il Signore l'ha dotata. Questa malattia, che sarà una mielite lombare e che dovrà essere studiata con rispetto ed attenzione da vani medici, a mio parere chiarisce di più tutti i fenomeni che avvengono ogni venerdì, principalmente su ciò che riguarda i movimenti. Quanto agli aspetti vani, compostezza di movimenti, profondità di concetti teologici e mistici che esprime, tutto questo è semplicemente ammirevole. Nulla, assolutamente nulla di quanto avviene ci potrebbe permettere di classificare, sia sotto il punto di vista clinico, sia sotto il punto di vista teologico, come naturali o diabolici i fenomeni che osserviamo. Inoltre, la sua vita umile e senza pretese, la sua mancanza di cultura, il suo equilibrio dell'intelligenza e i suoi atteggiamenti, la sua rassegnazione completa e l'umiltà profonda, i suoi frequenti lampi di genio, tutto questo, avvolto in una semplicità che incanta, dà prove manifeste che si tratta di un'anima che trabocca di soprannaturale, presso la quale ci sentiamo piccoli, molto e molto piccoli. Sia benedetto il Signore che ci da tali angeli per espiare i nostri peccati!» Vi si legge un ritratto di Alexandrina veramente espressivo! Il dott. Azevedo, nel corso del suo studio, ritiene opportuno chiamare a consulto il dott. Abel Pacheco, lo specialista di Oporto che aveva già visitata Alexandrina nel 1922 (vedi Capitolo 3°, Prime visite mediche ad Oporto) e il medico curante dott. Giovanni Mves Ferreira di Macieira de Rates. Nell'Autobiografia Alexandrina commenta: Rimasi molto triste perché ero già satura di esami medici. Ma cedetti, avendo sempre di mira la volontà del Signore e il bene delle anime. Il consulto avviene il 1° maggio del 1941. Il dott. Pacheco non concorda col dott. Azevedo circa la diagnosi della paralisi di Alexandrina. Di qui la necessità di ricorrere ad uno specialista famoso: il dott. Azevedo decide per il dott. Gomes de Araùjo di Oporto. Un altro viaggio ad Oporto! Il dott. Azevedo si rende ben conto dell'enorme sacrificio che questo comporta per Mexandrina. Tuttavia desidera ardentemente che questo controllo venga fatto, sopratutto per sventare le brutte voci secondo le quali Mexandrina è una isterica di alto grado, voci diffuse dopo il consulto col dott. Pacheco. Azevedo, nella sua lettera del 5 luglio 1941 a p. Pinho, scrive tra l'altro: «Non starei in me dalla contentezza se Dio permettesse la consatatazione elettrica della malattia che io giudico che sia (cioè mielite), affinché venissero dagli altri messi da parte gli isterismi, che per me non hanno messo radici e non ne metterebbero, anche se l'esame elettrico non desse nulla.»
Quarto viaggio ad Oporto. Dal sign. dott. Dias de Azevedo fui preavvisata che sarebbe meglio tornare ad Oporto per consultare il sign. dott. Gomes de Araùjo, se questa fosse la volontà del Signore. Mi chiese di invocare luce divina sul Caso, perché non voleva affatto contrariare il Signore. Chiesi questa luce per un mese. Ma, quanto più chiedevo luce, tanto più rimanevo in tenebre, diventando così sempre più profondo il dolore della mia anima, non sapendo cosa dovessi fare, fino a che il Signore mi disse che era di sua divina volontà che andassi ad Oporto. Il mio stato fisico era gravissimo: temevano di togliermi dal letto per un viaggio così lungo; anch'io temevo e molto poiché, se non sopportavo che mi tocassero il corpo, come avrei potuto andare tanto lontano?! Incoraggiata dalle parole del Signore, avevo fiducia in Lui e, sotto la sua azione divina, mi preparai per partire all'alba del 15 luglio 1941. Nella lettera in cui Alexandrina comunica ad Azevedo la sua determinazione ad andare ad Oporto, leggiamo: ...Sì, andrò! È volontà di Gesù che io vada. Sarà per mia maggiore sofferenza! Sarà per maggior gloria del suo divino Cuore? Solo Gesù lo sa. Soffrii tanto nel chiedergli la luce, mentre Lui non me la dava! E ora soffro agonia forse ancora maggiore. Ho tanta vergogna! Tanta paura! Mio Dio, mio Dio, tutto per amore a Voi!... Per renderci conto della elevatezza della sua anima, conviene leggere quanto detta nella Lettera a p. Pinho del 14 luglio 1941, vigilia della partenza: Sono in una notte oscura, arida, senza che in tutto il suo decorrere cada una piccola goccia di rugiada. Non vi è balsamo per il dolore della mia anima. Vedo da lontano i colpi che vengono a ferire il mio povero cuore. A stento posso respirare per il peso delle umiliazioni. Dico tra me e me, nel sentire tutte le sofferenze che mi porta il mio viaggio ad Oporto: vado ad essere giudicata. Se tutto quanto avviene in me non fosse di Gesù ma fatto da me, chi offenderei io perché sia necessario questo, se non Lui? Sento che il mio povero cuore ora già più che mai diventa il tappeto su cui quasi tutti puliscono i loro piedi. Sono uno straccio vecchio su cui tutti sputano e che tutti scherniscono. Annichilita ed oppressa sotto questo dolore, questa amarezza, mi viene in mente: è per Gesù, è per le anime. E subito tutto il mio essere si trasforma in un solo pensiero: Dio in tutto e sopra tutto. Passerei tutto il tempo della mia vita a pensare solo a Dio. Tutto passa, solo Dio resta. Il pensiero di Dio abbraccia il Cielo e la Terra. Mi immergo in Dio. Posso amarlo e pensare a Lui per tutta l'eternità. Questo pensiero mi risolleva dal mio scoraggiamento: solo pensando così rendo soave il mio dolore. Solo immersa in Dio posso sorridere al quadro doloroso e triste che si presenta davanti a me. Fingo di sentire grande gioia per il mio viaggio ad Oporto, per rallegrare i miei, afFinché non comprendano il dolore del mio cuore. È per Gesù che io vado, è per le anime che io soffro. Solo da Gesù aspetto il coraggio e l'amore per resistere a tutto... Riprendiamo ora l'Autobiografia per leggere la descrizione di questo famoso viaggio. Erano le 4 del mattino. Avevo già recitato le mie orazioni e, per fingere che andavo molto contenta, cominciai a chiamare mia sorella dicendole che andavamo in città. Solo in questo modo nascondevo il mio dolore e rasserenavo i miei. Mentre parlavo così, sentii l'automobile che, poco dopo, si fermò presso la nostra casa. Entrò nella mia camera il sign. dott. Dias de Azevedo accompagnato da un signore amico.1 Dopo avere conversato un poco, mia sorella si vesti e ci preparammo per uscire. Alle 4 e 30 partimmo: era ancora notte, per non allarmare la popolazione; uscimmo dal nostro paese senza incontrare nessuno. In quale silenzio stava la mia anima! Immersa in un abisso di tristezza, ma senza se pararmi un istante dall'unione intima col mio Gesù, continuavo a chiedergli sempre tutto il coraggio per l'esame che avrei avuto e offrivo tutto il mio sacrificio per il suo divino amore e per le anime. Invocavo la Mamma celeste, i santi e le sante che più amavo. Non mi interessava nulla e tutto quanto mi si presentava mi causava profonda tristezza. Di tanto in tanto interrompevano il mio silenzio domandandomi se andavo bene. Ringraziavo senza uscire dall'abisso in cui ero immersa. Era già giorno chiaro quando ci fermammo a Trofa, in casa del signore che ci accompagnava. Era lì che dovevo riposare e ricevere il mio Gesù, in attesa di ripartire per Oporto. Prima di riprendere il mio viaggio fui portata nel giardino del signor Sampaio; sostenuta e sotto l'azione proprio divina, andai persino vicino ad alcuni fiori, che colsi dicendo: - Quando il Signore creò questi fiori sapeva già che oggi sarei venuta qui a coglierli! - Fui poi fotografata in due posti prescelti: andai dall'uno all'altro con i miei piedi, cosa che mai più avevo potuto fare da quando mi ero messa a letto, perché non potevo neppure voltarmi di fianco nel letto. Fu solo per un miracolo divino, perché senza di esso non mi sarei mossa: non tolleravo neppure che mi toccassero. Entrai poi nell'automobile, proseguii il viaggio e la mia anima soffriva orribilmente. A 6 chilometri da Oporto il Signore sospese il suo intervento divino. Ricominciai a sentire tutte le sofferenze del mio corpo ed il resto del viaggio ridivenne tormentoso. Dissi, non perché sapessi la distanza che mancava, ma perché il mio stato mi obbligò a parlare così: - Siamo già vicino ad Oporto. - Qualcuno mi confermò: - Ci siamo, ci siamo! - Infatti aveva visto che mancavano solo quei 6 chilometri cui mi sono riferita. L'entrare dell'automobile nel Consultorio fu quanto vi è di più doloroso. Sentivo nel corpo il più grande martirio e nell'anima la più grande agonia: mi pareva di morire. Prima di entrare nella sala dei consulti, dicevo a coloro che mi portavano in braccio: - Posatemi, posatemi anche sul pavimento! - Improvvisamente apparve il medico che mi fece distendere su di un lettino da visita dove rimasi Fino a quando fui visitata. Poco prima di entrare nella sala dei consulti, il Signore mi liberò dall'agonia dell'anima, lasciandomi solo le sofferenze fisiche: potevo già resistere meglio. Cominciò l'esame che fu molto doloroso e prolungato. Mentre mi spogliavano mi dicevano di non affliggermi. E io, ricordando ciò che avevano fatto al Signore, dissi a me stessa: - Spogliarono anche Gesù! - E non pensai ad altro. Il sign. dott. Gomes de Araùjo, nonostante che mi sembrasse un po' brusco, fu prudente e delicato. Nel ritorno a casa, Gesù tornò ad usare su di me la sua azione divina affinché potessi continuare il mio viaggio, ma mi diede nuovamente le agonie dell'anima. Giunti a Ribeirào, mi fecero riposare in casa del sign. dott. Dias de Azevedo, in attesa della notte, per poter rientrare nel mio paese senza che nessuno si accorgesse. Sia in una casa che nell'altra fui trattata da tutti con molta sollecitudine, ma nulla mi dava conforto. Sorridevo ad ogni attenzione, per nascondere il più possibile il mio dolore. Uscii da là già a notte e tutto mi invitava ad un silenzio sempre più profondo. Non avvertivo nulla di quanto avveniva. Durante il tragitto osservai solo i fiori del giardino di Famalicào, perché mi venne richiamata l'attenzione su di essi. Quando arrivammo a casa era mezzanotte; e così ottenemmo che nessuno sapesse della mia uscita dal paese. Dopo questo viaggio le sofferenze fisiche si aggravarono molto, molto: quanto avrei dovuto sentire nel viaggio, il Signore me lo riservò per il giorno seguente, peggiorando io sempre di più. Il giorno seguente, mercoledì, p.Pinho va a farle visita e celebra nella camera una S. Messa. Nonostante questa visita, Alexandrina sente il bisogno, il giorno dopo, giovedì 17 di inviare a p. Pinho una lunga Lettera in cui descrive il giorno del suo viaggio ad Oporto. È bello riportarne qui alcune parti che mostrano la sua generosità nell'offrirsi vittima e il suo modo di affrontare il martirio, proprio ad imitazione dei primi martiri. Padre mio, è con molto sacrificio che mi accingo a descrivere il giorno del mio viaggio ad Oporto. Sarà per maggior gloria di Gesù? Servirà per profitto delle anime? Non lo so... Poco dopo mezzanotte mi preparai per la partenza. Feci tutte le preghiere del mattino, chiesi l'aiuto del Cielo, offersi il sacrificio a Gesù e alla Mamma celeste per ricevere da Loro amore, fino a morire d'amore. Poi offersi per alcune persone che mi sono più care, essendo al primo posto lei, mio padre spirituale. Chiesi a Gesù in cambio del mio sacrificio la pace per il mondo, la Consacrazione del mondo alla Mamma celeste, chiesi che tenesse libero dalla guerra il Portogallo. Lo invocai per i peccatori, per i sacerdoti, ecc. Mentre aspettavo l'ora della partenza, il mio cuore sanguinava di dolore, ma avevo ansie di dare tutto a Gesù. La mia partenza fu alle 4 e mezza del mattino... Per me il Cielo non aveva stelle, non mi apparve lo spuntare del giorno, il sole non splendette: tutto il panorama era triste e doloroso. I nomi di Gesù e della cara Mamma celeste non si cancellarono mai nella mia mente: era per Loro che io andavo. Anelavo ad arrivare alla fine del mio sacrificio. Mi fermai durante il viaggio per riposare in una casa amica, dove fui circondata da tenerezza e amore. Fu là che ricevetti il mio Gesù, la vita della mia vita, la forza nel mio soffrire. Egli si degnò di dirmi alcune parole che infusero nel mio cuore coraggio e maggior desiderio di soffrire per Lui: - Figlia mia, figlia mia, il tuo sacrificio è lacci d'amore che legano di più e sempre di più il mio Cuore al tuo e gli stessi lacci d'amore legano il tuo padre spirituale e tutti quelli che ti stanno attorno e si prendono cura di te. Ti amo, ti amo, ti amo - Proseguii il viaggio; proseguì pure il mio martirio... Quando si approssimava il momento dell'esame, mi sentii come se fossi veramente condotta al martirio e in esso intonassi lodi al Signore; mi sentii piena di coraggio: volevo cantare... Soffrii dolori orribili con il sorriso e molte volte col nome di Gesù sulle labbra... E spuntò il giorno di mercoledì. Arrivò lei, padre mio; e poco dopo il cuore sentiva già vita. Fu fuori dal letto che io assistetti alla S. Messa e ricevetti il mio Gesù. Fu una visita della più grande dolcezza e soavità, ma per nulla di consolazione. I dolori del corpo andavano aumentando: a mala pena so descrivere il mio soffrire. Nelle ore di maggiore angoscia Gesù mi parlò così: - Figlia mia, ecco la tua sofferenza per i sacerdoti. Soffri per loro. Il dolore mi ripara. Gli ardori che ti bruciavano sono gli ardori delle passioni. Mi servii dell'esame medico per farti soffrire per loro. - Poco dopo Gesù tornò a dirmi: - Figlia mia, di al tuo padre spirituale che sia lieto per il tuo dolore, che sia lieto nel vedermi riparato, che sia lieto nel vederti salvarmi le anime. Se egli non fosse stato qui, la tua sofferenza sarebbe stata insopportabile. Digli che acconsenta che tu soffra molto in questi giorni: ho bisogno di riparazione. - ... Oggi Gesù continua a martirizzarmi. Il mio martirio ègrande nel ricevere Gesù (nella Comunione). Le aridità e le tenebre dell'anima non mi lasciano godere la dolcezza e la soavità del suo amore. Fu una mattina di tormento nell'anima e nel corpo. Furono orribili i dubbi e le paure per la crocifissione (è giovedì). La sofferenza del pomeriggio fu più soave: sentivo l'unione delle nostre anime e contemplavo il Calvario con più amore. Perdòno, padre mio, per la povera Alexandrina. A questi dolori Alexandrina accenna anche in una lettera al dott. Azevedo, nella quale però risalta, come sempre, il suo amore a Gesù. Signor dottore, le mie sofferenze continuano aumentate, forse per l'esame che subii ad Oporto. Ma non importa! Ho più da offrire al mio Gesù e Lui ha più da distribuire alle anime. Ciò che io voglio è consolare il suo Cuore divino tanto ferito. Ciò che voglio è che le mie sofferenze siano come incenso del più puro che continuamente sale dalla Terra al Cielo. Il peso delle umiliazioni continua a gravare su di me. Io sono inganno per tutti. E ciò che mi produce più dolore è sentir dire che io sono causa di abbattimento e di umiliazione per il mio caro figlioccio. e per il mio padre spirituale. Mi perdòni tutto: io non vorrei farla soffrire. Gesù, Gesù, siate con me! Questo esame ad Oporto del 15 luglio 1941 porta, è vero, ad Mexandrina enormi sofferenze, ma anche dà una prima vittoria al dott. Azevedo poiché il grande neurologo Gomes de Araùjo concorda con lui nella diagnosi di mielite compressa midollare ed esclude il caso di isterismo. In una lettera, del 15 luglio stesso, del dott. Azevedo a p.Pinho si legge: Ora che ho riportato al Calvario (frazione in cui Alexandrina abita) l'ammalata e che sto per salutarla, non voglio farlo senza lasciare scritto l'impressione del sign. dott. Gomes de Araùjo. Dopo un esame molto rigoroso e che le causò molti dolori, scrisse quanto segue: L'ammalata Alexandrina Maria da Costa è portatrice, secondo me, di compressione midollare alta, sola o complicata da altri focolai compressivi più bassi. Firmato: Gomes de Araujo, 15 luglio 1941." A suo parere (continua il dott. Azevedo) la malattia sta dunque nel midollo e non affatto in altro punto, cioè nei nervi dei membri inferiori. Quanto alla ecologia, alla causa, potrebbe questa compressione essere dovuta a qualche lamina o parte ossea che sia partita quando venne fatto il salto (dalla finestra)... Io presi in considerazione l'isterismo e gliene parlai, ed egli mise da parte questa idea. È chiaro che, se gli parlai di isterismo, fu per udire la sua opinione.» A proposito della mielite compressa e della sua causa, il dott. Azevedo, nel Processo Diocesano Informativo per la beatificazione di Alexandrina dichiara nel 1967: Credo che la causa principale della mielite sia stata senza dubbio il salto dalla finestra. Lo stesso individuo che causò la caduta (Lino Ferreira) arrivò a dire che per causa sua Alexandrina stava così... La malattia principale di Alexandrina doveva essere una mielite, come di fatto confermarono diversi medici, tra cui il dott. Gomes de Araùjo e il prpf. dott. Carlo Lima. Tutti eravamo convinti che la causa principale della mielite fosse il salto dalla finestra, cui anteriormente abbiamo fatto riferimento.»
CAPITOLO 12° (1935-1942)
CONSACRAZIONE DEL MONDO ALLA MADONNA
- Figlia mia, come chiesi a S. Margherita Maria che il mondo fosse consacrato al mio Cuore divino, così chiedo a te che sia consacrato a mia Madre, con una festa solenne. Mi sono servito di te per comunicare al Papa tale mio desiderio. Io voglio che Ella sia onorata come me, poiché è mia madre. Voglio che il mondo conosca il potere che Ella ha presso il trono divino. - Gioisci figlia amata, gioisci figlia diletta, con Gesù e con la tua cara Mamma: gioisci perché sono realizzati i desiderii di Gesù. Gioisci perché grandi benedizioni vengono sulla Terra colpevole. - Io vidi la Madonna di Fatima elevata a grande altezza, non so su che cosa. Attorno a Lei in basso, un universo di gente. Ella guardava tutti con tenerezza. Rimasi fuori di me: mi parve di essere trasportata in un'altra regione...
Il desiderio che il mondo sia consacrato alla Madonna è già diffuso ampiamente in Europa quando Alexandrina sente per la prima volta da Gesù l'invito a stimolare il Papa perché si decida a fare la consacrazione ufficiale; naturalmente questa sollecitazione viene fatta attraverso il direttore p. Pinho.
Gesù chiede. Il primo riferimento a questo argomento negli scritti di Alexandrina si trova nella Lettera a p. Pinho del 1° agosto 1935: Il giorno 30 (luglio 1935), dopo la S. Comunione, mi sentivo molto bene col Signore: sentivo grande unione con Lui. Passati alcuni momenti, udii che mi chiamava: - Figlia mia... manda a dire al tuo padre spirituale che, come conferma dell'amore che tu porti a mia Madre Santissima, voglio che sia fatto tutti gli anni un atto di consacrazione del mondo intero a Lei in uno dei giorni delle sue feste, scelto da te: o l'Assunzione, o la Purificazione, o l'Annunciazione, chiedendo a questa Vergine senza macchia di peccato che svergogni e confonda gli impuri, affinché essi retrocedano nel loro cammino e non mi offenda-no. Come chiesi a S. Margherita Maria (Alacoque) che il mondo fosse consacrato al mio Cuore divino, così chiedo a te che sia consacrato a Lei con una festa solenne. -Sentivo le carezze del Signore, di cui ho già parlato a vostra rev., e il Signore mi diceva: - Non cessare di occuparti di questo tuo incarico. Mandagli a dire tutto... P. Pinho non dà subito importanza a questa richiesta, come si legge in «No Calvario de Balasar»: Allora non attribuimmo tanta importanza a questa parte della Lettera, poiché era l'epoca, come afferma nella prima parte della Lettera, delle tenerezze, delle consolazioni spirituali, e sono tanto facili in questi casi gli equivoci e gli inganni rispetto a quanto si sperimenta nell'anima...» Alexandrina prende tanto a cuore questo suo nuovo compito e offre preghiere e sacrifici. Per es. nel fioretto n. 8 del maggio 1936 soffre affinché: La cara Mamma del Cielo sia amata e onorata da tutti quelli che vivono ora e da quelli che vivranno sino alla fine dei secoli e affinché tra poco Le sia consacrato il mondo intero. Dal 26 al 30 agosto 1936 p. Pinho predica un triduo in Balasar: ha così 'l'occasione di occuparsi di Alexandrina con più tempo libero. In uno di quei giorni Alexandrina ha un'estasi in cui sente Gesù che la conforta: Figlia mia, con queste tue sofferenze mi hai salvate molte anime. Prega per la mia cara Spagna (infuriava allora in Spagna la guerra civile comunista). Vedi il castigo di cui tante volte ti parlai? Si estenderà a tutto il mondo, se non si fa penitenza e se non si convertono i peccatori... Perché avviene che i miei ordini non vengono eseguiti? Non ho io dato al tuo padre spirituale già segni in abbondanza che è il mio spirito a guidarti?... Io voglio che il mondo sia consacrato a mia Madre Maria Santissima: è il rimedio per tanti mali che lo minacciano. - P. Pinho, un po' scosso, dice ad Alexandrina di chiedere a Gesù, qualora ritorni a parlarle, in quale modo vuole che sia fatta la consacrazione, se direttamente a Roma, o come. La risposta non si fa attendere: - Che scriva direttamente a Roma comunicando questo desiderio del Signore. - Gesù insiste nel chiedere tale consacrazione. Per es nella Lettera del 10 settembre 1936, a proposito della rivoluzione comunista in Spagna, si legge che Alexandrina si sente dire da Gesù: Manda a dire al tuo padre spirituale che diffonda, che faccia giungere ai confini del mondo che questo flagello è un castigo: è l'ira di Dio. Io castigo per richiamarli: voglio salvare tutti. Morii per tutti. Non voglio essere offeso e lo sono tanto orribilmente: nella Spagna e in tutto il mondo, quale crudeltà! C'è tanto pericolo che queste barbarie si estendano! - E Gesù prosegue richiamando ancora la tanto desiderata consacrazione del mondo alla Madonna, che considera rimedio indispensabile: - Ti dirò come sarà fatta la consacrazione del mondo alla Madre dell'umanità e Madre Santissima. La amo tanto! A Roma sarà consacrato a Lei il mondo intero dal Santo Padre e poi dai sacerdoti in tutte le chiese del mondo, sotto il titolo di Regina del Cielo e della Terra, Signora della vittoria. Se il mondo corrotto si convertirà e cambierà strada, Ella regnerà e la vittoria sarà ottenuta da Lei. - La Lettera continua così: Sentii allora quella forza interiore e quel calore di cui parlai già da molto a lei, padre mio. E il Signore mi diceva: - Và, figlia mia, non avere timore, perché i miei desiderii saranno soddisfatti.
P. Pinho chiede a Roma. Si comprende bene perché, dopo l'estasi con quella frase «perché i miei ordini non vengono eseguiti?», p. Pinho si decide subito, l'11 settembre, a scrivere a Roma. Scrive al Papa Pio XI, per mezzo del cardinal Pacelli, una lettera di richiesta della consacrazione del mondo alla Madonna, spiegando in modo sintetico l'origine di quella richiesta. Questa lettera è riportata in Appendice. Roma chiede all'arcivescovo di Braga notizie più dettagliate sul Caso; l'arcivescovo le chiede a p. Pinho, poi le invia a Roma, col suo parere. Come conseguenza, Roma manda alla Annunciatura di Lisbona l'ordine di fare esaminare il Caso di Mexandrina. Viene in-caricato il p. Antonio Durào Sj., fratello del provinciale dei Gesuiti del Portogallo, p. Paolo Durào Sj.
Primo esame da parte della Santa Sede. Leggiamo quanto Alexandrina detta nella sua Autobiografia, a proposito di questa visita. Il 31 maggio 1937 ricevetti la visita del rev. p. Durào. Veniva per ordine della Santa Sede ad esaminare la questione della consacrazione del mondo alla Madonna. Era mio desiderio vivere nascosta e che nessuno sapesse quanto avveniva in me! Sua Rev. p. Durào consegnò a mia sorella il biglieto del mio direttore spirituale, pregandola di leggermelo. Nell'udire le parole del biglietto, che erano queste: «Viene lì il signor p. Durào: gli parli liberamente e gli risponda a tutto quanto le domanderà.» Rimasi afflitta e dissi a mia sorella: - Che devo dirgli? - non sapevo che fossero necessarii questi esami. Mia sorella mi incoraggiò e mi disse: - Dirai ciò il Signore ti ispirerà. Rimasi sorpresa quando mi fece domande circa le cose del Signore, ma, senza la minima esitazione, cominciai a rispondere alle sue domande. Sua Rev. mi disse che voleva che gli dicessi solo le cose principali, poiché non voleva stancarmi, avendo visto che il mio stato era grave. Risposi che non sapevo quali fossero le cose principali. Sua Rev. mi disse: - Mi piace questo, mi piace! - E fu allora che mi parlò della consacrazione del mondo alla Madonna. Dopo di avermi fatto varie domande con molto bel garbo, mi disse: - Non si ingannerà? -All'udire queste parole mi passò per la mente l'inganno circa la mia morte (mistica) e pensai: questo é contro di me, ora glielo dico. E risposi: - Mi sono ingannata.... - e gli raccontai ciò che era avvenuto nel giorno della festa della SS. Trinità del 1936. Sua Rev. non mi disse se mi ero ingannata, ma mi parlò cosi: - Queste cose costano molto, nevvero? - Risposi: - Costano, e mi lasciano triste! - E cominciai a piangere. Sua Rev. mi chiese di non dimenticarlo nelle mie preghiere e mi promise di non dimenticarmi mai nel Santo Sacrificio della Messa. Si inginocchiò, recitò tre «Ave Maria» alla Madonna e alcune giaculatorie. Si congedò da me e si ritirò. Piansi molto e rimasi molto tormentata e triste perché si era venuto a sapere ciò che da tanto tempo si era svolto nel segreto. Scrissi. subito al mio direttore spirituale raccontandogli tutto. Sua Rev. (p. Pinho) mi rispose immediatamente tranquillizzandomi e dicendo che tutto era per la gloria del Signore. Più tardi p. Paolo Durào informa p. Pinho che suo fratello Antonio ha avuto una buona impressione dall'esame di Alexandrina. (vedi avanti, Cap. 230, n. 12)
Gesù insiste nella richiesta. Ma la buona impressione avuta dall'inviato della Santa Sede non è sufficiente per decidere alla consacrazione, che non avverrà prima della fine del 1942! Quindi Gesù continua ad insistere presso Alexandrina. Riportiamo alcuni stralci delle Lettere a p. Pinho precedenti l'inizio del fenomeno della Passione rivissuta, quindi precedenti il 3-10-1938: due del novembre 1937 e uno dell'aprile 1938. (si sente dire da Gesù: - Figlia mia, ti ho scelta per cose molto sublimi! Mi sono servito di te per comunicare al Papa il desiderio che ho che sia consacrato il mondo a mia Madre Santissima. Io voglio che Ella sia onorata come me, poiché è mia Madre. Voglio che il mondo conosca il potere che Ella ha presso il trono divino... -Verrò a prenderti, ma non voglio venire prima che sia fatta la consacrazione del mondo a mia Madre Santissima... Io dissi: - O mio Gesù, pare che il Santo Padre non ascolti: tarda tanto! - E il Signore mi disse: - Sta tranquilla, riposa, figlia mia. Il Papa dà ascolto: verrà il giorno della glorificazione. Tutto quanto è mio è vittorioso, per quanto grandi siano le difficoltà. - Il tuo padre spirituale è un buon testimonio della angustia che ti faccio passare. Digli che scriva al Santo adre che io voglio la consacrazione del mondo alla mia Immacolata Madre, ma voglio che tutto il mondo sappia la ragione per cui Le viene consacrato. Voglio che si facciano penitenza e orazione. Sei tu che stai a placare la giustizia divina; è per questo che ti faccio soffrire così; e soffrirai molte volte questo martirio sino a che il mondo sia consacrato dal Papa. - A questo punto della Lettera Mexandrina descrive una visione di grandi rovine, con cose che cadono e che restano affondate nell'acqua. Segue un dialogo con Gesù: - Questo che vedi è il castigo preparato per il mondo... - O mio Gesù, e se il mondo sarà consacrato alla Mamma del Cielo, Voi non lo castigherete? - Soltanto grazie a Lei potrà essere salvo; e se esso farà penitenza e si convertirà!... - P. Pinho aveva già scritto una seconda volta al cardinal Pacelli, il 9 febbraio 1938, a titolo di informazione. Ora, dopo questa estasi, p. Pinho non osa più scrivere a Roma; ma ai primi di maggio, approfittando del Ritiro dei Vescovi portoghesi a Fatima, espone il Caso di Alexandrina e li convince a chiedere collegialmente al Papa la consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria. Poi, in qualità di direttore del Segretariato Nazionale delle Congregazioni Mariane in Portogallo, si rivolge anche a nome delle Congregazioni stesse al Primate della Spagna, a quello di Columbia, a quello di Inghilterra per sollecitare uguale richiesta al Papa, se si degnassero di farla. Le tante sofferenze patite da Alexandrina prima del 3 ottobre 1938 sono in massima parte intime, poco palesi: sono ignorate al di fuori della ristretta cerchia dei conoscenti. Ecco perchè il Provinciale dei Gesuiti, p. Paolo Durào, nella postilla alla Relazione di suo fratello, p. Antonio, su Alexandrina, aveva scritto che, non essendovi un segno esterno che prova l'origine divina delle locuzioni, occorre agire con tutta la prudenza. Il «segno esterno» sarà dato da Gesù nel far rivivere la sua Passione ad Alexandrina, con mimica visibile a tutti, come abbiamo visto nei Capitoli 9° e 10°.
Secondo esame da parte della Santa Sede. Alexandrina desidera tanto rimanere nascosta, come più volte abbiamo notato; vivere in intima solitudine il suo rapporto d'amore con Gesù: infatti nella famosa notte dal 2 al 3 ottobre 1938, mentre accetta di rivivere la Passione aggiunge «vorrei che non si sapesse», come abbiamo visto nel Cap. 9° (n.18). Ma Gesù ha un suo disegno che va rivelandole a poco a poco. La accontenta lasciandole invisibili le stigmate, per quanto molto dolorose, come si leggerà nei suoi Diarii più avanti. Gesù fa sì che le estasi di Passione si svolgano con atteggiamenti e movimenti espressivi, tali che possano essere chiaramente interpretati da chi assiste, come abbiamo visto. E vuole che veramente qualcuno assista e anche qualcuno di altamente qualificato. Vuole che siano quel «segno» di cui sentiva bisogno il p. Paolo Durào. Il suo scopo è che questo fenomeno mistico scuota molte coscienze e induca il direttore sphtuale a chiedere al Santo Padre la consacrazione del mondo alla Madonna. E. p. Pinho infatti si lascia indurre: «Un'altra volta scrivemmo a Roma, il 24 ottobre 1938, direttamente a Pio XI, dopo i fenomeni della Passione che cominciarono il 3 ottobre 1938 e che erano dal Cielo presentati come una nuova prova, da trasmettere al Papa, del fatto che Dio voleva la consacrazione ufficiale del mondo al Cuore di Maria.. E scriverà ancora direttamente al Papa, questa volta Pio XII, il 31 luglio1941. Come conseguenza, Roma interviene per studiare il Caso di Alexandrina una seconda volta, incaricando il canonico Manuel Pereira Vilar, laureato in filosofia e teologia e Rettore del Seminario di Braga. Leggiamo nell'Autobiografia di Alexandrina il resoconto di questo incontro. Il 5 gennaio 1939 ricevetti la visita del nostro signor parroco che accompagnava l'Ecc. Rev. signor Canonico Vilar. Questi, dopo di essermi stato presentato, rimase solo con me. Parlammo di varie cose del Signore per circa 2 ore; poi entrò nel vero argomento che lo aveva portato qui. Sua Rev. mi disse: - La mia visita deve meravigliare Alexandrina: non mi conosce. - Gli risposi sorridendo: - Io so con certezza perché vostra Rev. è venuta qui. - che egli aggiunse: - Dica, dica Alexandrina! - Allora dissi: - Viene per ordine della Santa Sede. - Era ciò che sentivo nella mia anima. Sua Rev. confermò dicendo: - È proprio così. - E mi presentò i documenti che gli erano venuti da Roma. Mi fece varie domande alle quali risposi. Non parlai della Passione, ma me ne parlò lui dicendo: - Mi pare che vi sia qualcosa d'altro che avviene da alcuni mesi. -Accennando alla Passione, manifestò il desiderio di venire ad assistervi: infatti venne subito il venerdì della settimana successiva (il 13 gennaio 1939). Ne parlai al mio direttore spirituale, che mi consigliò di parlare con tutta franchezza al canonico Vilar. Questi venne a visitarmi 4 volte, ma solo due volte per ufficio. Se non mi sbaglio, subito la prima volta mi disse: - Guardi, Alexandrina, mi sarebbe piaciuto averla conosciuta da molto, ma non avrei voluto venire nella veste in cui sono venuto. - Mi confidò il segreto della sua partenza per Roma, poiché in quel momento ne era a conoscenza solo il sign. arcivescovo. Siccome mi sentivo molto a mio agio nel conversare con lui e avevo tutto il permesso del mio direttore spirituale, parlammo molto, proprio molto di Gesù: mi sentivo come immersa in un abisso di santità e di cultura, cosa che mi capitava rare volte, anche con sacerdoti. Gli dissi che non parlavo così con altri signori sacerdoti, perché non era nel mio temperamento, ma con lui sì, per la fiducia che mi ispirava. Sua Rev. mi rispose: - Fa molto bene, Alexandrina, a non dire nulla a loro perché, se ne parlasse, non comprenderebbero. - Piansi quando Sua Rev. si congedò da me per partire per Roma. Mi promise di scrivermi da là dicendomi che sarei rimasta la sua mediatrice sulla Terra. Ricevetti da lui alcune lettere nelle quali mostrava di avere completa fiducia in me. (vedi avanti Cap.23°) Gli risposi che ci aiutavamo mutuamente con preghiere al Signore. Quello che ci interessa qui è mettere in evidenza come Gesù, proprio nell'estasi del 13 gennaio 1939 cui assiste il canonico Vilar, parla in modo chiaro del suo desiderio della consacrazione del mondo alla Madonna. Dal quaderno degli appunti della maestra Càozinha, che è pure presente in quel 13 gennaio, stralciamo quanto segue: (nell'estasi Alexandrina dice a Gesù): - Combatto per la vostra Causa? È per la consacrazione (del mondo alla Madonna)? - E Gesù risponde: - È necessario! Vogliono miracoli? Non ne ho dati altri? La prova é chira. - E Alexandrina: - È da tanto che la chiedete? Che cosa devo fare, Gesù? - E Gesù a lei: - Che tu soffra tutto questo Fino a che il Santo Padre si decida a fare ciò che Gesù chiede. - Il canonico Vilar, giunto a Roma, si dà da fare per la Causa della consacrazione, come risulta dagli stralci di sue lettere ad Alexandrina, riportati nel Capitolo 23°.
Satana tenta di ostacolare. Data l'importanza della consacrazione del mondo alla Madonna, non c'è da stupirsi che Satana intervenga a tormentare Alexandrina, tentando di mettre i bastoni nelle ruote. Ecco due esempi di intimidazione, del febbraio 1939: Il demonio mi disse che il Santo Padre, dopo la morte si leverà a dire che è condannato per avere creduto a me e per avere quindi consacrato il mondo alla Madonna. ...Il demonio mi dice che io sono tanto scomunicata che neppure l'inferno mi vuòle, nè vuole il mio padre spirituale, né il signor canonico Vilar: sono tutti della stessa risma: mi credono! (dice il demonio): - Guai a loro e guai a te, mia f...(un titolo spregiativo) se la consacrazione del mondo verrà fatta! Vi sbriciolerò. - Che sbuffata, che digrignare di denti! E questo con molti titoli turpi! Questo comportamento di Satana indica chiaramente quanto bene può portare all'umanità tale consacrazione, che gli dà tanto fastidio...
Il mondo consacrato alla Madonna. Ecco il 1942, anno in cui viene fatta la consacrazione. Il 22 maggio 1942 Alexandrina ode le seguenti acclamazioni: Gloria, gloria, gloria a Gesù! Onore e gloria a Maria! Il cuore del Papa è deciso a consacrare il mondo al Cuore. di Maria! Che grande fortuna e gioia per il mondo appartenere più che mai alla Madre di Gesù! Tutto il mondo appartiene al Cuore divino di Gesù; tutto apparterrà al Cuore immacolato di Maria.» Alla fine dello stesso mese, il giorno 29, durante l'estasi del venerdì, esce dal cuore di Alexandrina la seguente preghiera, che Deolinda ed Azevedo scrivono: «Ave Maria, Madre di Gesù! Onore, gloria, trionfo al tuo Cuore immacolato! Ave Maria, Madre di Gesù, Madre di tutto l'universo! Chi non vorrà appartenere alla Madre di Gesù, alla Signora della vittoria? Il mondo sta per essere consacrato tutto, tutto al tuo Cuore materno! Difendi, Vergine pura, difendi, vergine Madre, nel tuo Cuore santissimo tutti i tuoi figli.» Arriviamo al mese di ottobre 1942, mese in cui si realizza la consacrazione. All'inizio di questo mese Alexandrina si sente dire da Gesù: Presto, presto la consacrazione del mondo all'immacolato Cuore di Maria! Gesù ormai non chiede, ma ricorda agli uomini i suoi divini desiderii. Gesù ormai non chiede, ma indica agli uomini i mezzi, indica il cammino per salvare l'umanità. Presto, presto, si consacri il mondo alla sua Regina! Allora verrà la pace, il sole splenderà in tutta l'umanità. Gesù non viene meno a quanto promette... - Ed ecco finalmente la tanto attesa consacrazione! Riportiamo il seguente stralcio da «No Calvario de Balasar»: «...Tutto il mondo può ascoltare per radio in lingua portoghese, il 31 ottobre 1942, a conclusione del giubileo di Fatima (25° anniversario delle appanzioni della Madonna a Fatima, nel 1917), le parole del Santo Padre mentre consacra il mondo all'Immacolato Cuore di Maria. La consacrazione venne poi rinnovata solennemente nella Basilica di San Pietro l'8 dicembre 1942, festa dell'Immacolata Conezione..
Come Alexandrina vive questo tanto desiderato avvenimento. Nella Lettera a p. Pinho del 7 novembre dello stesso anno 1942 si legge: .... Quando da un telegramma (inviatole da p. Pinho che era a Fatima) venni a sapere della avvenuta consacrazione del mondo alla cara Mamma celeste, Gesù mi permise di avere alcuni brevi momenti di consolazione. Fuori di me, non sapevo come ringraziare Gesù e la Mamma. Alzavo le mani al cielo e dicevo: benedetto Gesù; benedetta la Mamma! Mi pareva di andare io stessa a mettere il Santo Padre tutto intero nel Cuore di Gesù e della Mamma. Che gioia, che gioia!... Gesù stesso la esorta a gioire. Il Diario di quel 7 novembre inizia così: - Gioisci, figlia amata, gioisci, figlia cara con Gesù e con la tua cara Mamma: gioisci perché sono realizzati i desiderii di Gesù. Gioisci perché grandi benedizioni vengono sulla Terra colpevole... - Ma la gioia, per Alexandrina vittima, non può durare a lungo: solo brevi momenti di consolazione. Ben lungi da lei l'inorgoglirsi per la vittoria, ottenuta dopo tanti e tanto penosi sacrifici! Nella Lettera sopra citata, dopo l'esclamazione «che gioia, che gioia!» Alexandrina continua: Improvvisamente rimasi in una umiliazione tanto grande: mi sentivo tanto disprezzata e quel piccolo soffio di vita che ancora mi restava cominciò a diventare tanto nulla, tanto nulla, a sprofondarsi nella terra, fino a scomparire. Ma anche così in questo stato, il mio ringraziamento continuò. Recitai il “Magnificat” e feci accendere un lume in onore della Mamma celeste... Il 13 dicembre 1942 Alexandrina ha una visione che si può interpretare come il presentimento del trionfo della Madonna onorata col trasporto della sua statua di Fatima in aereo attraverso vani continenti. Ne parla nella Lettera del 2 gennaio 1943: All'alba del 13 dicembre, non fii sogno nè, penso, illusione, oh, no! Io vidi la Madonna di Fatima elevata a grande altezza, non so su che cosa. Attorno a Lei, in basso, un universo di gente: Ella guardava tutti con tenerezza. Rimasi fuori di me: mi parve di essere trasportata in un'altra regione.
CAPITOLO 13° (1940-1946)
LE VIENE TOLTO IL DIRETTORE SPIRITUALE!
Sento come se mi togliessero per sempre il mio padre spirituale. Sarà vero? - Preparati per la lotta, figlia mia: dovrai da lottare apparentemente sola. Dopo la battaglia viene la gloria. - Gli uomini tentano di allontanare da me colui che mi serviva di sollievo... forse me lo strapperanno per sempre! I Superiori hanno determinato... Lei deve obbedire. Obbedienza, santa obbedienza, oh, quanto io la amo! Lei, padre mio, non vuole disobbedire e anch 'io voglio che obbedisca: tutte le sofferenze, piuttosto che il più piccolo dispiacere a Gesù. Chi obbedisce fa la sua divina volontà; ma infelici coloro che non comandano secondo i suoi divini desiderii! Il giorno 20 non potrò mai cancellarlo nella mia memoria: la partenza del mio padre spirituale per il Brasile. Cosa mai mi chiese Gesu! Non mi aspettavo tanto...
Gesù la prepara. Fin dal giugno 1940 Alexandrina ha il presentimento che le vogliano togliere il direttore spirituale: ... Sento come se mi togliessero per sempre il mio padre spirituale. Sarà vero? Per carità, appena può mi dica da lì qualcosa e se io la faccio soffrire!... Poiché p. Pinho non le rivela le ostilità che si vanno preparando contro di lui, Alexandrina insiste nel chiedergli di dirle la verità: ... Vorrei, invece di questa Lettera, venire io stessa nella speranza di ricevere conforto e balsamo per il mio dolore e fiduciosa che lei, mio padre spirituale, mi informerebbe di tutto quanto avviene, senza ingannarmi. Per carità, le chiedo che non mi inganni né consenta che Càozinha venga ad ingannarmi. Se le verrà proibito di tornare qui, non voglio che lei soffra per questo. Lasciamo a Gesù spremere a volontà il suo grappolo d'uva e ridurre in polvere il chicco di grano. Si consoli Lui e soffriamo noi!... Mexandrina sente non solo che il suo padre spirituale soffre, ma che dovrà soffrire sempre: ... Sento che il mio padre spirituale soffre. Sento lo strumento con cui è ferito. Sento molto al vivo che questo dolore lo ferirà fino alla fine. Con frasi tanto piene di affetto e di riconoscenza gli scrive: Padre mio, vorrei dimenticarmi della mia sofferenza per dirle soltanto parole di conforto. Vorrei che questa lettera le desse tanta luce e pace, come tante volte mi hanno dato le sue, padre mio... Sentendosi ripetere da Gesù che p. Pinho dovrà soffrire molto e sempre, si offre vittima per lui: - ...Dì al tuo padre che il Cireneo (p. Plnho In questo caso) deve partecipare al dolore e al peso della croce. L'ho scelto per questo. Dolore, angustia, tristezze e amarezze lo accompagneranno sempre. La ferita del cuore cesserà solo con la morte. Ma io lo amo con la maggiore tenerezza e follia d'amore. Fu tutta la rabbia dell'inferno che si sollevò contro di lui... - Mi offersi vittima per le sofferenze del mio padre spirituale... Nel lavorio di preparazione Gesù le fa sentire alternativamente il timore per la perdita del direttore e la speranza di non perderlo. Poichè Alexandrina sente che p. Pinho le è stato donato da Gesù e sente che le è indispensabile per salire il suo doloroso ed eccezionale calvario, è portata a credere che gli uomini non riusciranno a toglierglielo: ... Gesù vuole il mio dolore, ma certamente non vuole che mi tolgano il mio padre spirituale, il mio unico conforto sulla Terra. Povera me, che tremenda tribolazione! Quanto tnste è la mia vita, quanto triste il mio vivere! Alexandrina ha la fiducia che Gesù e Maria riescano a trasformare i cuori degli oppositori: … Soffriamo noi! Frattanto ci abbracceremo senza indugio a Gesù e alla Mamma celeste, chiedendo Loro col cuore e con l'anima che trasformino i cuori degli oppositori, che si compia la Sua devina parola, che non lasci tutta sola la povera cieca senza guida e senza aiuto. Povera me! Vado strascinandomi per terra schernita ed abbandonata. Povera Alexandrina, se Gesù non le dà una mano e non le lascia il suo padre spirituale per condurla al termine di tanto doloroso calvario! È tanto corto, ma non riesce ad arrivare alla fine. Viva Gesù, viva la Mamma! È per Loro che mi lascio schiacciare e spremere fino all'ultima goccia. Poiché le sofferenze di p. Pinho sono grandissime, Gesù interviene ad aiutarlo, tramite le estasi in cui parla ad Alexandrina: continua a stimolano nella sua missione e gli prospetta la vittoria. Digli se non vuole che io tragga dal suo dolore perdòno per i peccatori e salvezza per il mondo... ...Bada; digli che Gesù è con lui, che Gesù vince in lui, che Gesù lo guida, che Gesù lo difende, che Gesù lo ama. Digli che confidi che sta facendo in tutto la mia divina volontà. Digli che è l'amore che ho per lui che mi obbliga ad immolarlo in unione con te... .... Dì al tuo padre che lo amo. Lo amo, sono un folle di amore per lui e voglio che egli sia sulla Terra un martire del dolore e dell'amore... - Arrivati agli inizi del 1942, Gesù ormai parla chiaramente ad Alexandrina: le dice che resterà sola, senza la guida! Prepàrati per la lotta, figlia mia: avrai da lottare apparentemente sola. Dopo la battaglia viene la gloria. Tu non avrai luce: apparentemente camminerai tutta sola, ma non è la realtà. Io non abbandono la mia folle d'amore: ti accompagno sempre con il tuo padre spirituale e la tua cara Mamma celeste, senza che tu ci senta. - ...Non vi era un essere vivente sulla Terra che potesse soavizzare il mio dolore. La patria celeste stava chiusa e tutto era morte anche là: grosse nubi nere la separavano da me. Venne Gesù e accese nel mio cuore un poco del suo fuoco divino, mi diede alcuni raggi della sua luce e mi parlò così: - Figlia mia, tiglia mia, ... è giunta l'ora di darmi la maggior prova d'amore e di eroismo: cammina senza luce in un completo abbandono. Tutto per te sarà morte, persino la stessa patria celeste. Nel resto del tuo viaggio sulla Terra solo di tanto in tanto sentirai e udirai Gesù, tuo Signore e Sposo.
L'azione degli uomini. Ml'inizio del Capitolo 11°, n.1, abbiamo accennato alle sofferenze di p. Pinho per l'opinione di alcuni suoi confratelli, riguardo ad Alexandrina: una mistificatrice, una visionaria o isterica, nella migliore delle ipotesi. Si forma tutto un movimento di ostilità che abbraccia varie categorie, in primo luogo persone del paese invidiose della notorietà che il Caso va acquistando, specie dopo la seconda visita da parte della Santa Sede. Abbiamo inoltre visto (Capitolo 11°) che il consulto del 1° maggio 1941 col dott. Abel Pacheco - richiesto dal dott. Azevedo nella speranza che venga chiarita la verità - non porta a buoni risultati: Pacheco insiste sulla idea di nevrosi e non si arrende neppure dopo la dichiarazione del dott. Gomes de Araùjo. Molto danno fa il divulgarsi della opinione di Pacheco. Inoltre, sempre nel 1941, il p. Terças pubblica, nel fascicolo dell'opera «Vita di Cristo» intitolato «Passio dolorosa», l'estasi di Passione di Alexandrina a cui aveva assistito il 29 agosto 1941. (vedi avanti Cap. 23). Questa pubblicazione suscita una reazione negativa da parte di alcuni gesuiti, anche altolocati, in particolare del direttore della loro Rivista «Broteria», il quale approfitta di un articolo sulla mistica per apporre una NOTA nella quale deplora la diffusione di un certo «spirito visionario e preoccupato di preternaturalismo» e conclude accennando a quanto scritto da p. Terças circa Alexandrina e affermando che «quanto a p. 332 del volume 5° della stessa "Vita di Cristo" si attribuisce ad un sacerdote della Compagnia di Gesù (p. Pinho) è di sua esclusiva responsabilità». Sentiamo ora quanto dice p. Pinho in «No Calvario de Balasar» (p. 157) mostrando la sua delicatezza e superiorità d'animo. «Evidentemente il direttore spirituale (p. Pinho stesso) sentiva a fondo la responsabilità che su di lui pesava con la direzione di questa anima che camminava per vie tanto straordinarie. Non era per lui affatto gradevole avvertire la persecuzione che già si stava muovendo contro il Caso di Balasar da parte di elementi che, sebbene non avessero mai esaminata nè vista l'ammalata nè studiato gli innumerevoli documenti che già allora possedevamo, data la loro posizione influivano sinistramente sul Caso. La persecuzione si consolidò di più e si aggravò col divulgarsi dell'opinione del dott. Abel Pacheco circa la malattia di Alexandrina, alla quale opinione ciecamente aderirono senza badare al parere di altri distinti medici. Il direttore veniva considerato come un visionario, un imprudente ed elemento pericoloso che necessariamente doveva essere allontanato e chissà che non cominciassero già a meravigliarsi che il Superiore del medesimo non intervenisse efficacemente. Momenti molto spiacevoli certamente per il povero Superiore, che pure non conosceva personalmente l'ammalata. Per fare precipitare questo intervento concorse decisamente la pubblicazione di un fascicolo, il numero 10 della "Vita di Cristo", intitolato "Passio dolorosa", volume 5°, scritto dal p. José Alves Terças (Lisbona 1941): qui, dopo di aver parlato della Santa Sindone di Torino, parla di Alexandrina, "la martirizzata del Calvario", narrando minutamente e a lungo i fatti che vide ed annotò il 29 agosto 1941, durante l'estasi di Passione» «Momenti molto spiacevoli certamente per il povero Superiore» dice p. Pinho, che con la sua delicatezza d'animo giustifica l'operato del suo Superiore contro di lui. Questo Superiore decide di ordinare a p. Pinho di troncare ogni relazione con Alexandrina, ma prima, prudentemente, scrive all'arcivescovo di Braga chiedendo il suo parere, in data l0 gennaio 1942. È ancora più interessante leggere la lettera che lo stesso p. Marinho, Provinciale dei Gesuiti del Portogàllo, invia a p. Pinho il 6 gennaio 1942, con l'obbedienza di non occuparsi più di Alexandrina. Eccone gli stralci più significativi: «Reverendo in Cristo p. Pinho, sta nuovamente agitandosi il Caso di Balasar e in questa agitazione è coinvolto il nome suo e della Compagnia dei Gesuiti... È con pena che io vedo la pretesa di attribuire alla Compagnia una responsabilità che riguarda solo uno dei suoi membri. Di fronte a tutto questo, sopratutto in questi ultimi tempi, ho pensato molto, ho pregato molto e mi sono consigliato molto. Mi è parso, davanti a Dio, che sia necessario che lei, almeno temporaneamente tralasci di erigere Alexandrina e di trattare con lei in qualsiasi modo direttamente o indirettamente, personalmente o per scritto. So quanto le possa costare di sofferenza, a so pure che non le manca spirito di fede per vedere in q esta disposizione dell'obbedienza i disegni della Provvidenza. Scriva pertanto un'ultima volta ad Alexandrina e le comunichi questa decisione dell'obbedienza dicendo quindi che d'ora in avanti non potrà prestarle nessuna assistenza. Con tutti gli altri vorrei che lei prendesse l'atteggiamento di chi ignora interamente il Caso e che vuole ma tenersene completamente estraneo. Non ne parli con nessuno, non consenta che gliene parlino, a meno che sia interrogato dall'Autorità competente. Lasciamo al Signore di rivelare la sua opera, se essa è veramente sua. Se non lo è, certamente lei è il primo a volere che tutto si chiarisca. Lisbona, 6-1-1942 p. Giulio Alves Marinho
Visita di congedo di p. Pinho. Il giorno 7 gennaio 1942 p. Pinho si reca da Alexandrina, ma non ha il coraggio di dirle della proibizione avuta: per delicatezza non comunica subito la decisione dei suoi Superiori: incarica Deolinda di prepararla a poco a poco. Le comunicherà poi la cosa con una lettera che giungerà a destinazione un venerdì, il 20 febbraio. Circa questa visita, si legge nella Lettera a p. Pinho del 9 gennaio 1942: Padre mio, è finita nel mondo la luce... La morte si è impossessata di tutto il mio essere: tutto quanto mi circonda è morte. Io sono un cadavere immondo che può sentire solo il dolore e devo lanciarmi in questo sepolcro mondiale e combattere la morte che colma tutto l'universo... Invano tenterei di chiedere aiuto al Cielo: tutto è morto, tutto è morto. E io, sempre a braccia aperte inchiodata sulla croce... La mia anima pare stracciarsi a pezzi per il dolore. In tutti questi giorni, è solo il giorno 7 in cui passò presso di me lei, padre mio, che il mio dolore di corpo e di anima ebbe una pausa. E vero che Gesù sta privandomi di tutto, ma mi diede ancora alcune ore di sollievo e alcuni momenti di dolcezza e di soavità nell'anima. Li posso ricordare male perché mi pare di stare a mentire, poiché ora non ho luce e la morte tutto portò via con sé.
Il comportamento di Alexandrina. Abbiamo visto che il Provinciale dei Gesuiti del Portogallo nella lettera del 6 gennaio 1942 proibisce a p. Pinho di dirigere Alexandrina, anche per corrispondenza. Ma il p. Abel Guerra, Superiore della Casa di Macieira de Cambra dove viene relegato p. Pinho, permette per un certo tempo a p. Pinho di ricevere lettere da Alexandrina, sia pure solo per suo tramite. Questo suo comportamento deriva dalla stima che egli ha di p. Pinho, conoscendolo. Ecco perché sono numerose le lettere di Alexandrina a p. Pinho in questo gennaio e fino al 23 febbraio. Una corrispondenza così frequente indica quanto grande sia in Alexandrina il bisogno di un aiuto da parte del suo padre spirituale. Dopo quella del 23 febbraio le lettere diventano molto diradate, avendo Alexandrina ormai avuto il 20 febbraio la conferma della proibizione. Passiamo in rassegna alcuni dei brani più significativi delle Lettere che precedono quella del 23 febbraio e dei Diarii di questo periodo. Ho paura di vivere senza sostegno alcuno: ho perso tutto sulla Terra e in Cielo... Ieri il signor dott. Azevedo stette presso di me quasi due ore. Gesù si servi di lui per soavizzare il mio dolore... Nello stesso giorno, 15 gennaio, Alexandrina detta una seconda Lettera a p. Pinho per il suo compleanno del 16 gennaio: Padre mio, con i più sinceri e profondi auguri vengo a dire a lei che mai la dimentico in Terra nè la dimenticherò in Cielo, ma in modo particolare domani. Offrirò a Gesù tutte le mie sofferenze, orazioni e la S. Comunione e Gli dirò che voglio per il mio padre tutte le grazie, le benedizioni e i doni del Cielo, tutto l'amore del suo Cuore divino e di quello di sua Madre benedetta, tutta la luce divina per poter guidare le anime... Chiederò a Gesù che le dia tutto quanto io non so chiedere… …Può venire chi vuole: solo con l'autorizzazione del mio padre spirituale io dirò qualcosa. Il mio dolore rimane all'ultimo posto: in primo luogo soffro tutto per il timore che soffra la Causa di Gesù; poi soffro per il mio padre spirituale perché, non essendo un sacerdote secolare ma un Religioso, ha i suoi Superiori: e quanto avrà da soffrire per causa loro, e soffrire innocente! Infine io soffro per il dolore di essere schiacciata; ma è ciò che meno mi importa l'essere buttata come uno straccio immondo all'abbandono e al disprezzo di tutti. C'è solo da meravigliarsi che tra i signori Padri vi sia tanta «cosa», dico «tanta cosa» per non sapere quale parola usare. Tuttavia desidero solo che Gesù li perdòni, poiché da me sono perdonati. Non ha bisogno di commento l'ammirevole elevatezza di questa anima, che veramente va sempre più assomigliandosi a Cristo! .... È inutile che lei, padre mio, mi dica che non soffre. Io non ho bisogno di altre testimonianze: basta ciò che la mia .anima sente. Io sento che il mio padre è umiliato, è calpestato e che gli buttano in faccia cose che non sono vere. E, per maggiore confusione mia, sento che sono io a causargli tutto questo soffrire, tutta questa croce.... Preghi per me, quando questa lettera le arriverà tra le mani. O, per caso, non permetteranno neppure che io le scriva e neppure che lei scriva a me?! O mio Dio, mio Dio, date la pace alle nostre anime tribolate! .... Non ho più cuore per sopportare per altro tempo l'umiliazione e l'oppressione che gravano sul mio padre spirituale. Sento che egli combatte quasi solo: pochi nella Compagnia (dei Gesuiti) gli sono compagni in tanto grande dolore. Mio Dio, ho eretto un calvario al mio padre spirituale, che tanto si è sforzato di elevare a Gesù la mia anima!... Più avanti nella stessa Lettera riferisce di essersi sentita dire da Gesù, mentre le chiedeva di rivivere la Passione: - Coraggio! Il tuo Gesù ti accompagna, sebbene occulto, nascosto, senza che tu Lo oda nè Lo senta. Il tuo padre spirituale ti sostiene: sarà sempre la luce e la guida della tua anima. Poiché te l'ho scelto io, sarà sempre il tuo padre spirituale sulla Terra e in Cielo... Sento che Gesù non vuole nè consente che io prenda un altro direttore, una nuova guida della mia anima. Non è un affetto naturale che mi lega al mio padre spirituale, oh, no! Dio sia lodato: sento che non lo è. Grazie infinite siano date al Cielo: nessun affetto naturale mi lega a persona alcuna sulla Terra. Se oggi Gesù venisse a prendermi per Sè, partirei con gioia. Sento che il mio padre è legato al mio cuore; ma sono i lacci di Gesù, sono lacci del suo amore divino. Non vi ènulla di mondano: ringrazio senza sosta Gesù, senza sosta... Ieri era già notte e io non potevo respirare per le tristezze e le paure: chiesi che mi trascinassero dal letto fin davanti alla finestra. Il cielo scintillava per le stelle brillanti. Per me non vi era un sorriso. - Che bel luogo è questo! Dicevo io: da qui getto uno sguardo verso il mio Padre del Cielo che sta nel tabernaco1o e verso il mio padre spirituale che è in Braga. Le lacrime cominciarono a scivolarmi lungo le guance con abbondanza. Piansi, piansi amaramente. Gesù, Gesù, o amore dell'Eucaristia, consolatevi con la mia amarezza e portate consolazione al mio padre spirituale, che sta a soffrire tanto per causa mia, e senza che io lo voglia! Lavate, o mio Gesù, le anime dei peccatori con le mie lacrime: sono lacrime d'amore strappate dal dolore... Padre mio, mi perdoni per il molto che la faccio soffrire e mi benedica! Naturalmente Satana è pronto ad approfittare di queste condizioni per tormentarla di più, facendole vedere le cose anche più tragiche di quanto non siano e suscitandole timori e dubbi torturanti. Le suscita addirittura il timore di restare privata della S. Comunione, il timore che non possano farle visita sacerdoti senza incorrere nella scomunica! Nel Diario del 19 febbraio 1942 si legge: Gli uomini tentano di allontanare da me colui che mi serviva di sollievo, che poteva darmi conforto; forse me lo strapperanno per sempre!... Permettetemi Voi, almeno, mio Amato, di sfogarmi con Voi. Sono sola in mezzo alla tempesta, e questa non si calma. Apro a Voi il mio povero cuore: solo Voi sapete leggere ciò che in esso sta scritto con dolore e sangue, solo Voi comprendete e potete valutare il mio soffrire. Il mondo non lo conosce, gli uomini non ne comprendono nulla. Lasciatemi dire a Voi ciò che Voi diceste al vostro Eterno Padre: «Perdonate loro, perché non sanno ciò che fanno», mio Gesù: sono ciechi, manca loro la vostra luce divina; illuminateli tutti e a tutti date il vostro amore. O mio Gesù, tutti i miei presentimenti mi sono risultati veri. Potranno gli uomini proibirmi inoltre che io Vi riceva sacramentalmente? Povera me! Sarebbe questo il colpo che mi toglierebbe la vita, se Voi con il vostro divino potere non me la conservaste. Dicano ciò che vorranno, facciano ciò che vorranno: ciò che giammai riusciranno a fare è togliermi da questa unione intima con Voi. Mi rubéranno Gesù Sacramentato? Sì, non dubito che lo facciano. Ma strapparmi dal mio cuore il tesoro ricchissimo che io adoro, che io amo al di sopra di tutte le cose, il Padre, il Figlio, lo Spirito Santo, giammai, giammai gli uomini lo potranno: dovrebbero per questo farmi vivere senza cuore e senza anima. Impossibile! Venga la forza del mondo intero, sia esso tutto contro di me: separarmi da questa Grandezza infinita, da questo Amore infinito, giammai! Solo il peccato, solo esso mi può separare. Ma confido pienamente in Voi: è da Voi, mio Gesù, che io tutto spero, nonostante che quanto sente la mia anima giunga quasi a persuadermi che inganno me stessa... Il venerdì 20 febbraio 1942 Mexandrina riceve, come abbiamo detto, la lettera di p. Pinho in cui le dice chiaramente della proibizione; le consegnano tale lettera dopo finita l'estasi di Passione. Nel Diario del 20 febbraio stesso e nella lettera ad Azevedo del 21 febbraio accenna all'allontanamento di p. Pinho e nella lettera a p. Pinho del 23 febbraio descrive i sentimenti della sua anima nel ricevere tale lettera. Ne riportiamo degli stralci, in ordine di data: …Terminata la crocifissione, continuai a vivere apparentemente sola... Lasciatemi ripetere con Voi: «La mia anima è triste fino a morirne!» Ho perduto la luce, ho perduto tutto. Il Tuo perdòno e la Tua benedizione, mio Amore!... Ieri, quando lei signor dottore si ritirò, mi lasciò un poco più confortata: ero con più coraggio per la lotta. Il Signore si servì di lei, signor dottore, per prepararmi a ricevere l'ultimo colpo di lancia... Il mio cuore cominciò (appena finito di leggere la lettera) a venirmi meno. In alcuni momenti mi pareva venisse meno una volta per sempre. Io anelo ad andare in Cielo, ma non vorrei morire così. Vorrei la morte data da Gesù e non dagli uomini: non vorrei lasciarli col rimorso di avermi tolta la vita. Le mie lacrime erano di rassegnazione e, nell'intimo del mio cuore, dicevo a Gesù che perdonasse loro. Non so come poter vivere così. Per ora, ho ancora lei, signor dottore, a servirmi da sostegno in tanto penoso calvario. Potranno anche dire che le cose del Signore avvengono in me per la presenza frequente qui del signor dottore? Non dubito. Ma, se essi dicessero questo, meglio sarebbe che mi mettessero in un carcere oscuro dove non potessi essere vista, per soffrire tutta sola e non essere causa di sofferenza per gli altri. Povera me! Manca solo questa cosa: che mi rubino anche lei, signor dottore! Grazie al nostro caro Gesù, io non sono attaccata a nessuna cosa della Terra, ma sento il bisogno di chi mi aiuti a salire alla cima del mio calvario: da sola non posso... .... Erano le 6 e mezza del pomeriggio; mi consegnarono la corrispondenza venuta dalla posta. Tra di essa vidi che vi era una lettera di lei, padre mio. La presi nelle mani: le braccia mi parevano spezzarsi, tutto il sangue pareva gelarmi nelle vene; non avevo forze per aprirla. Pensai tra me: sia quel che sia, venga quel che venga! O mio Gesù, tutto accetto per amore a Voi e per amore alle anime. Cominciai a leggerla; le lacrime non me lo permettevano; ma erano lacrime di completa rassegnazione. Mi parve di sentire un colpo di lancia nel cuore, che me lo aprì da cima a fondo. Sono già passati alcuni giorni e ancora lo sento nello stesso stato. Esso cominciò a venirmi meno e mi pareva proprio di perdere la vita. Nel mio intimo dicevo: perdòno a tutti coloro che mi hanno causato questa morte. È vero che Deolinda più volte mi aveva dato col contagocce parte del veleno che quella lettera portava; ma ora veniva la conclusione, veniva l'ultimo veleno. Le mie lacrime e la mia preghiera a Gesù di perdonare a tutti: ecco la mia vendetta. Nella triste lettera che mai dimenticherò mi disse che èquanto hanno determinato i Superiori, che lei deve obbedire, poiché è così che Dio vuole. Sono d'accordo. Obbedienza, santa obbedienza, oh, quanto io la amo! Lei, padre mio, non vuole disobbedire e anche io voglio che obbedisca: tutte le sofferenze piuttosto che il più piccolo dispiacere a Gesù. Chi obbedisce fa la sua divina volontà; ma infelici coloro che non comandano secondo i suoi divini desiderii! È quanto avviene ora in questo Caso. Gli uomini si oppongono alla volontà di Gesù: è questo che la mia anima sente. E folle di dolore. Il mio cuore vola come un uccello che non sa dove posarSi: mi trovo nel martirio più doloroso. Mi sono confessata al sign. p. Alberto, nel quale ho tutta la fiducia e vedo tutta la santità. Sento che mi comprende molto bene, ma non è lui quella luce che Gesù mi ha scelto, neppure quella fonte che mi può saziare. È per questo che dico: infelici coloro che non comandano secondo la volontà di Gesù! Continuerò a chiamare lei mio padre spirituale in Terra e in Cielo. Ciò che gli uomini dicono e fanno non serve ad altro se non a schiacciarmi sempre di più e a togliermi più presto la vita. Confido nel Signore: so che la sua parola non torna indietro, ma nelle ore di maggior scoraggiamento mi pare che sia tutto perduto. A me non importa che il mondo mi odii e abbia per me tutto il disprezzo; ma ho una sola pena: deploro che coloro i quali dovrebbero conoscere di più il Signore e le sue opere siano ciechi, non comprendano nulla, siano i primi a buttare a terra la Causa del Signore. Aspettiamo e confidiamo. Gesù non lascerà morire la sua povera figliolina senza condurre presso di lei il suo padre spirituale. Mi mancava di subire l'ultimo colpo. Tutto di me era scomparso, mancava che mi scomparisse l'ultimo conforto, sebbene non fosse ciò che era nei primi anni quando tutto era luce e gioia. Era l'unico sollievo della mia anima: ora ne avevo bisogno più che mai. Si ricorda che da tempo ho avuto il presentimento di tutto quanto succede ora? Le hanno proibito di venire qui, ci hanno proibito di scriverci? Volontà del mio Dio, ti amo al di sopra di tutto quanto vi è sulla Terra. Non ne posso più: il mio stato è grave. Addio a quando? Fino a quando gli uomini lo permetteranno. Ho bisogno di preghiere più che mai. La benedizione e il perdòno per la povera Alexandrina Maria da Costa.
Velenose calunnie. Per completare questo capitolo dobbiamo aggiungere qualche notizia su altre sofferenze che deve patire p. Pinho, quindi anche Alexandrina. Una certa Emma è penitente di p. Pinho; si mostra donna pia e va a trovare Alexandrina, alla quale sovente porta lettere di p. Pinho. Questa Emma è nominata in varie Lettere di Alexandrina a p. Pinho: la prima è del 9 gennaio 1940. Anche in quella dell'11 luglio 1940 appare la Emma come portatrice di una lettera di p. Pinho: .... La lettera portata dalla Emma fece irraggiare un po' di luce... E così quella del 2 agosto 1940. La successiva lettera in cui Alexandrina paila della Emma è del 24 gennaio 1941, ma «qualcosa» è intervenuto nel frattempo. Infatti Alexandrina sente il bisogno di pregare molto per la Emma: Ho pregato molto il Signore per la Emma. Il Signore mi dà grandi lumi nell'anima: ella tornerà alla luce e alla pace. La sento molto unita a me e non riesco a convincermi che possa fuggire... È stato ed è Gesù a permettere così: è un peso in più che Gesù mette sulla croce che lei, padre mio, porta per amore a Gesù e alle anime. Se potessi soffrire io sola, lascerei libera lei, padre, perché potesse lavorare meglio nella vigna del Signore... ... Chiedo a Gesù che si degni, nella sua infinita misericordia, di dare a lei, padre, la pace e il conforto e tutto quanto ha bisogno, così come alla povera Emma... Ahi, almeno venisse in fretta il Cielo! Almeno il Signore si affrettasse a venirci a prendere per là! Quanto abominevole, quanto cattivo è il mondo! ddio, padre mio. Essendo molto malata, non ho forze per aggiungere altro. Le chiedo soltanto con tutto il cuore che confidi solo in Gesù e nella cara Mamma celeste. Non si affligga e non sia triste: Gesù permette tutto questo per il nostro maggior martirio e per maggiore consolazione per Sé. Quando torneremo a parlare con più gioia e tranquillità? Gesù sia con noi e sia la nostra forza! Saluti da Deolinda. Perdoni e benedica questa poveretta che desidera solo consolarla. Alexandrina Maria da Costa.
Le vengono richieste le lettere di p. Pinho. In séguito alle maligne insinuazioni contro p. Pinho, dai suoi Superiori vengono richieste ad Alexandrina le lettere a lei inviate da lui. Le verranno poi restituite circa 15 giorni dopo: non vi fu trovato nulla di compromettente contro p. Pinho, calunniato ingiustamente. Ma intanto sono altre sofferenze grandi che si aggiungono alle già tante e tanto dolorose che la martirizzano! Ecco quanto si legge nei suoi Diarii del 27 febbraio e del 13 marzo 1942 rispettivamente: - Gesù, datemi le vostre forze divine: voglio nascondere il mio dolore; senza di esse, mai vi riuscirei. Pianga il mio cuore notte e giorno, se volete così,ma siano lieti i miei occhi e sorridano le mie labbra. Il vostro santo amore e le anime siano tutto il fondamento del mio soffrire. Sono come la colomba che, sospesa in aria, batte le ali giorno e notte: non ha dove posarsi, se non la sostiene il vostro potere. Le vengono meno le forze, non può continuare il suo volo, cade per terra; non ha chi abbia compassione di lei, se le mancate Voi. Gesù, sono io che vago nell'aria, sono io ad essere distrutta dalla tempesta: sono io la più indegna delle vostre figlie, senza luce e senza sostegno. O Gesù, non sapevo di avere ancora tanto da darvi! Quanto. è grande la mia ignoranza! Pensavo di avervi dato già tutto: mi ingannavo. Siete venuto ancora di recente a fare l'ultimo raccolto. Cogliete tutto, cogliete in fretta e poi cogliete me stessa per Voi. Il giorno 20 febbraio (1942) Vi ho dato definitivamente il mio padre spirituale, fino a quando me lo vorranno ridare. Il giorno 24 Vi ho dato tutte le sue lettere, che mi hanno servito di luce e mi hanno incamminata verso di Voi. Avete visto bene quanto fu grande il sacrificio, non per l'attaccamento che avevo alle lettere, ma per essermi state richieste in giorni di tanto dolore. Quando le presi nelle mie mani e per riunirle tutte le legai con una fettuccia bianca, udiste, mio Amore, ciò che andavo dicendo? «Gesù me le ha date, Gesù me le ha tolte. consegnarle per non rivederle mai più (crede così), mi pare che tutto il mio corpo tremasse. Ma, volendo farmi forte, mormorai sempre: - Non è forse il mio Gesù degno di molto di più? Tutto è poco, per Lui che tanto mi ama e tutto diede per me; tutto è poco per salvargli le anime. - Dopo di questo, ordinai che togliessero dalla parete la mia fotografia. Di questo, poco o nulla potete tener conto, mio Gesù: io non avevo per essa la più piccola stima; ben volentieri ordinerei di buttarla nel fuoco. Il dolore che mi causò fu solo per il vedere che persino a questo si attaccavano, che persino questo serviva di appiglio per far soffrire chi era innocente. Mio Gesù, mi costa tanto servire di strumento di sofferenza per gli altri! Guardate tutto il mio martirio e lanciate i vostri sguardi divini pieni di compassione. Il Diario del 13 marzo 1942 inizia offrendo un bellissimo esempio di come un vero cristiano si comporta nei riguardi di coloro che lo fanno soffrire: «pregare per i proprii nemici«, raccomanda Gesù. Ma Alexandrina va ancora oltre: ringrazia i nemici perché la fanno salire verso maggiore perfezione: Gesù, mi vendicherò di quelli che tanto mi hanno fatto soffrire, e lo farò con tutta la forza. Sapete come, mio Amore? Con orazioni più fervorose, con tutti i miei sacrifici affinchè essi Vi conoscano e Vi amino. Se Vi amassero come Voi volete, non si comporterebbero così. Perdonate loro, mio Gesù. Io, senza di Voi, senza la vostra grazia, mi giudico capace di molto più di quanto dicono di me. Se Voi mi lasciaste sola un momento, sarebbe sufficiente perché praticassi i maggiori crimini. Io ho solo da ringraziare quelli che mi umiliano e mi feriscono: mi hanno aperto un nuovo cammino per seguirvi più da vicino con maggiore perfezione e amore. A tutto voglio sorridere; e sia sempre e prima di tutto per Voi questo sorriso. Il mio povero cuore è lacerato: non cessano di pestarlo e di infierire sulla stessa piaga. Non importa: importa solo il vostro amore; esso mi basta; lo voglio possedere, anche se per esso io sia schiacciata e da tutti trattata come schiava. A Voi, mio Gesù, già mi sono data come schiava e mi dò continuamente. Chino il capo per ricevere da Voi la coltellata di tutto il dolore e di tutto il sacrificio. E nell'intimo del mio cuore vado ripetendo sempre: sia fatto, o Gesù, sia fatto come volete! Gesù, muoiono le mie labbra di sete e di fame e di sete e di fame muore la mia anima. Siete Voi che permettete che io non possa saziare la sete del mio corpo: Vi offro il sacrificio, lo accetto per amore, perché Voi possiate saziare la sete che avete dei cuori. La sete e la fame della mia anima sono causate dagli uomini: sono essi che mi lasciano morire, non permettendo che la mia anima si alimenti e si sazii a quella fonte che Voi avete scelto (p. Pinho). O Gesù, o Gesù, abbiate compassione di me, guardate la mia anima: è come l'uccellino smarrito che perde la vita, lasciato all'abbandono. Povera me, senza di Voi! Che dolore, che dolore, mio Gesù! Quali tenebre, quale oscurità tanto spaventosa! Quali cammini tanto coperti di spine! Cado ciecamente su di esse, in esse mi dilacero il mio corpo, perdo il mio sangue. È per le anime. Voi ponete davanti a me, davanti ai miei occhi la mia enorme croce: la vedo chiaramente; in essa io sono inchiodata continuamente. (segue la descnzione dell'estasi di Passione, poi il Diano continua): Terminò questo martirio, mio Gesù, ma il mio povero cuore non ebbe momenti di sollievo. Continuò a sanguinare: non potevo sperare orizzonti lieti. Quasi tutto scava rapidamente il mio sepolcro. Guardo indietro, guardo avanti: non vedo nessuno in mio favore; tutto è rivolta, tutto è disprezzo. E continua la mia vita di illusioni. Mi daranno il mio padre spirituale? Verrà oggi, verrà domani? Mio Gesù, io non commisi nessun crimine; soffro innocente, soffro per vostro amore, soffro per darvi le anime. Soffrire innocente per una vita intera, piuttosto che soffrire colpevole per un solo momento. Mio Gesù, mi furono restituite le Lettere del mio padre spirituale. Perché? Il sacrificio era fatto. Fu come collocarle sopra un cadaverè che non sente nulla. La vostra benedizione e il vostro perdòno!
P. Pinho esiliato in Brasile. Non solo non le ridaranno il suo vero padre spirituale, p. Pinho, ma addirittura lo esilieranno in Brasile! Dovrà partire il 20 febbraio 1946. Però fin dal 1945 Alexandrina ha il presentimento dell'aggravarsi della situazione: aumentano le sue paure ed aumentano i conforti da parte di Gesù, sia a lei, sia a p.Pinho, tramite lei. Nel dicembre 1945 viene già alle orecchie di Alexandrina la voce di una partenza di p. Pinho per l'estero: Arrivò il giorno 10. Verso le 9 e mezza di mattina ricevetti la visita di una persona amica; mi diede la triste notizia che il mio padre spirituale sarebbe andato all'estero, ma senza sapere con certezza se la notizia avesse fondamento o no. Nell'udire questo, rimasi come se un pugnale acuto mi attraversasse il cuore e mi togliesse la vita. E, una settimana dopo, detta nel Diario: Finito il ringraziamento (dopo la Comunione), un nuovo pugnale venne a configgersi nella medesima ferita che il cuore già aveva: una lettera, venuta da una persona che non cono~co, in cui mi chiedevano preghiere in favore del mio padre spirituale e mi veniva annunciata la sua andata in Brasile! C'è da tremare e da far gelare il sangue nelle vene! È impossibile dire il dolore del cuore; ma in quell'ora non piansi: agonizzavo, ma una forza venuta non so da dove mi obbligava a sorridere. Fissai i miei occhi in Gesù, nella Mamma celeste e dissi Loro: - Accetto, accetto, ma sostenetemi, vigilate per me! -Col trascorrere delle ore la tempesta si levò fortissima. L'anima si mantenne in grande serenità e pace, ma le lacrime mi rotolavano per le guance: le andavo offrendo a Gesù come atti d'amore; Gli dicevo che accettavo, che avevo fiducia, che Egli fosse benedetto sulla Terra e in Cielo. Recitai di nuovo il “Magnificat” e mi lasciai inchiodare più fortemente sulla croce. Arriviamo al gennaio 1946. ... E proprio quando aspetto con ansie insopportabili la venuta del mio padre spirituale per dare luce e guidarmi in questi cammini, dopo 4 anni di separazione, che da una parte e dall'altra mi annunciano la sua partenza per il Brasile, nel giorno 15 febbraio prossimo! Che grande lotta!... Il 17 febbraio Mexandrina detta nel Diario: Si continua a parlare della vita del mio padre spirituale. Attorno a me sento incessantemente un mare funoso, il fischio del vento, la più spaventosa tempesta che batte contro di me... Soffrii ciò che il mio padre spirituale soffriva nel congedarsi dalle persone care: questo congedo fu a Fatima; e soffrii per la sofferenza dei miei, specialmente di mia sorella. Nello stesso momento una mano si posava sul mio capo: mi dava forza per passare attraverso tutti quei dolori. Spiritualmente mi abbraciavo alla croce e dicevo a Gesù: - Il dolore sia dolore per me e amore per Voi! Che questo abbraccio sia un abbraccio eterno. - In mezzo a tutto questo, mi sentivo, per la sofferenza, come una bomba che esplode. Il dolore va cieco, ma con la certezza che va al porto di salvezza; ma non qui sulla Terra, dove è certo di non trovare nulla. La partenza avviene il 20 febbraio 1946. Nel Diario del 22 febbraio si legge: Il giorno 20 non potrà mai cancellarsi nella mia memoria: la partenza del mio padre spirituale per il Brasile. Cosa mai mi chiese Gesù! Non mi aspettavo tanto!... Quando mi accingevo a pregare, non sapevo come orientare l'offerta delle mie preghiere: erano necessarie perché Gesù facesse il miracolo che egli non partisse? O per rin graziarlo per tanto grande grazia? O perché il mio padre spirituale facesse un buon viaggio? Indecisa, senza saper cosa fare, presentavo la sopraddette preghiere a Gesù. E con la forza della mia fiducia, non so donde venisse una tale fiducia, dicevo: - Non andò, non va. - Oh, come mi ingannavo! Il dolore era lacerante. Dissi tra me: sto come S. Lorenzo, sono arrostita da tutte le parti. Ma il mio fuoco è peggiore: mi brucia lo spirito, mi stanca l'anima... Quanto devo ringraziare il Signore per avermi aiutata a vincere tutto con serenità e rassegnazione! Avevo pregato tanto, avevo chiesto tante preghiere, sacrifici e altre cose ancora! E alla fine, dovette partire! O santa obbedienza! Che farò ora? Continuare a confidare e a sperare nel Signore, moltiplicare le mie preghiere e, con gli occhi al Cielo e il cuore in alto, aspettare con letizia e tutto soffrire per amore. Nella mattinata di ieri (21 febbraio), subito dopo la S. Comunione, dissi a Gesù: - Mi consegno a Voi per tutto e Vi prometto di fare tutto il possibile per non preoccuparmi più se questo o quello compromette la vostra divina Causa: se essa è vostra, occupatevene Voi. Ciò che io voglio, mio Gesù, e prometto di sforzarmi in ogni modo, è il fare tutto con la più grande perfezione possibile, amandovi con tutto l'amore di cui è capace il mio cuore. Siete Voi l'unico in cui posso sperare. Nel pomeriggio seppi l'ora e tutti i particolari del congedo del mio padre spirituale durante il suo imbarco sulla nave. Volli ancora essere forte occultando le mie lacrime; ma lo feci per poco tempo. Riuscii a soffocare i sospiri, 51: nessuno li udiva; ma le lacrime mi rotolarono lungo le guance per alcune ore, però con tutta la serenità e la pace. Un dolore che pareva non avere fine; offrivo le lacrime a Gesù e per tutto Lo benedivo e lodavo. E aggiunsi che, come avevo promesso che le mie labbra non avrebbero pronunciato una parola di gioia nè di soddisfazione se il mio padre spirituale non fosse partito per il. Brasile, così Gli promisi pure, se Egli mi aiutasse con la sua grazia, di non dire una parola contro quelli che lo avevano fatto partire e che tanto mi hanno fatto soffrire. Su questo punto, mio Gesù, voglio che le mie labbra siano mute per non poter dire nulla.
CAPITOLO 14° (1942-1955)
DIGIUNO COMPLETO, E PER SEMPRE!
Io continuo senza alimentarmi: non posso neppure saziare con gusto la sete ardente che mi consuma... All'ospedale, il dott. Azevedo ammonisce: - Questa ammalata è enuta qui perchè sia controllato il suo digiuno eper null'altro! - Era una pioggia continua di umiliazioni e sacrifici... Cantavo lodi a Gesù e alla Mamma celeste, fingendo di godere la più grande delle gioie... Andavano cosi passando i giorni in questa lotta continua, contraddistinti dall'avvicendarsi delle vigilatrici. - Chi e stato 30, può stare 40. - Il giorno della partenza, il medico (Araujo) ci disse che eravamo libere... - A ottobre avranno a Balasar la mia vsita, non come medico-spia, ma come amico che le stima. - (sente la Madonna dirle): - Figlia mia, mio Figlio aggiunse (al martirio del rivivere la Passione) il tuo digiuno come prova per l'umanità per chiamarla a Sé, al suo divin Cuore, mediante tale meraviglia.
L'anno 1942 segna l'inizio di quel digiuno completo che durerà sino alla morte, prolungandosi per oltre 13 anni.
Precedenti. Già in anni precedenti però Alexandrina aveva avuto, come abbiamo detto, alcuni periodi di astinenza dai cibi e giornate di vomiti ripetuti. Nel 1935 si nutriva poco: ... Sono molto fiacca, mi sono indebolita molto; Deolinda mi ha già detto che io sto disabituandomi a mangiare. Anche nel maggio del 1936 si alimenta pochissimo: Ho cantato molto in questo mese (mese di Maria) quasi senza alimentarmi; non so donde mi vengano le forze per tanto. Abbiamo visto. poi nel capitolo 7°, n. 12, che alla fine di aprile del 1937 passa attraverso una grave crisi, durante la quale per 17 giorni sta «senza inghiottire nulla, assolutamente nulla. Ricordiamo inoltre che dopo la prima estasi di Passione (3 ottobre 1938) sta per 5 giorni consecutivi senza alimento e in continui vomiti. E alla fine di novembre del 1939 ancora non può alimentarsi per i dolori. La Lettera del 29 novembre 1939 si chiude così: Addio, padre mio. Non mi posso alimentare. Ho tanti dolori! Perdòno! Sono la povera Alexandrina
Digiuno definitivo. Per quanto riguarda l'inizio del digiuno definitivo, sentiamo cosa il dott. Azevedo ha dichiarato al Processo Informativo Diocesano. Si alimentava assai male nel 1941; e dal 27 marzo 1942 sino alla fine di giugno dello stesso anno, inghiottiva acqua con un po' di sale e in cui si faceva bollire un filo d'olio. Altre volte le si faceva bere qualche liquido, ma vomitava tutto, salvo che non fosse acqua pura. Si assoggettava a questa mia volontà di bere questi liquidi, ma nel giugno mi disse: - Mi lasci riposare e non mi obblighi a bere nulla, perchè sto meglio senza prendere cosa alcuna. - Le risposi: - Poiché sta meglio così, si faccia la sua volontà. - Negli anni successivi, a volte, in tempo di grande calura, le facevo bere un sorsetto d'acqua, ma se era minerale o se conteneva zucchero, la vomitava immediatamente; se era semplice, non la vomitava, ma restava con dolori. Una cosa trovavo strana: vivendo senza alimentazione dal 1942 al 1955, ebbe ogni mese le mestruazioni, fino a 47 anni di età.» Riportiamo ora due stralci di Lettere del 1942 che mostrano la sofferenza procuratale dal digiuno. ... Io continuo senza alimentarmi; non posso neppure saziare con gusto la sete ardente che mi consuma. Posso bere poco e quasi senza sollievo. Non posso descrivere le nostalgie che ho di alimentazione: desidero mettere in bocca tutto; desidererei alimentarmi con alimenti che mi piacciono e non riesco affatto. Ma sia lodato Gesù: la mia intelligenza è vivissima. Offro tutto il mio martirio per amore a Gesù, per riparare per tanti crimini, per salvargli le anime e per dare luce a coloro che mi tolsero la luce e il conforto sulla Terra (le tolsero il direttore spirituale) Padre mio, continuo senza alimentarmi. Non ho fame, ma sento la necessità, ho delle ansie divoratrici, di mettere in bocca tutto quanto vi è. Se lei sapesse quanto mi costa questa nuova sofferenza! Sia per Gesù e per le anime!...
Necessità di controlli. Davanti a questo fatto straordinario, che suscita perplessità e che viene considerato una mistificazione da parte di alcuni, è logico che il dott. Azevedo senta il bisogno di fare un controllo e che ne parli anche all'arcivescovo Primate di Braga. Questi esprime il desiderio che sia fatto in una Casa di Salute. Azevedo affida questo compito al dott. Gomes de Araùjo, chiedendogli che controlli due cose: se Alexandrina ha facoltà mentali normali e se vive senza alimentazione. Il dott. Azevedo ne parla anche al prof. dott. Carlo Mberto Lima docente all'Università di Oporto e combinano un consulto, a proposito del quale Alexandrina nell'Autobiografia detta: Per soddisfare il desiderio e la volontà del signor arcivescovo, mi assoggettai ancora una volta ad un nuovo consulto medico, che avvenne il giorno 27 maggio 1943. Quando me lo comunicarono, una nuova sofferenza si impadronì del mio spirito; ma siccome vedevo in tutto solo la volontà santissima di Dio, accettai come sempre per obbedienza, poiché ciò che mi costava di più era il dovermi assoggettare ad un altro esame medico. Quando mi fissarono il giorno in cui sarebbero venuti i medici, chiesi con tutto l'amore alla mia cara Mamma del Cielo di darmi la calma necessaria per sottomettermi a tutto con coraggio e rassegnazione, poiché era per Gesù e per le anime che mi sarei assoggettata a tutto. Il giorno fissato vennero il mio medico curante, signor dott. Manuel Augusto Dias de Azevedo, il signor dott. Enrico Gomes de Araùjo ed il signor dott. Carlo Lima. Quando giunsero presso di me, io ero nella massima serenità e calma. Il Signore aveva udito ed esaudito la mia richiesta. Le prime parole di uno dei medici furono per chiedermi se soffrivo molto e per chi offrivo quelle sofferenze; se soffrivo volontieri e se sarei soddisfatta qualora il Signore mi liberasse da un momento all'altro da quelle stesse sofferenze. Risposi che in realtà soffrivo molto e che soffrivo tutto per amore al Signore e per la conversione dei peccatori. Poi mi domandarono quale era la mia più grande aspirazione e io risposi: - È il Cielo. - Allora mi chiese se ambivo ad essere una santa come santa Teresa, santa Chiara, ecc. e a salire agli onori dell'altare, lasciando, come loro, un grande nome nel mondo. Risposi: - È ciò che meno mi preoccupa. - Volendo togliermi la fiducia in Dio, mi fece la seguente domanda: - Se per salvare i peccatori fosse necessario perdere la sua anima, che cosa farebbe? - Io ho tutta la fiducia che, avendo lo scopo di salvare le altre anime, sarebbe salva anche la mia; ma, se alla fine perdessi la mia, allora no, poiché neppure il Signore sarebbe capace di chiedere una cosa simile. E aggiungo ancora: ho promesso al Signore i miei occhi, che sono quanto ho di più caro nel mio corpo, se fosse necessario, per convertire Hitler, Stalin e tutti gli altri che sono causa della guerra. - E perchè non mangia? - Non mangio perchè non posso: mi sento sazia; non ho bisogno di mangiare, ma sento nostalgia dei cibi. - Poi cominciarono a fare l'esame medico, che sopportai sempre ben disposta. Fu una visita molto rigorosa, ma, nello stesso tempo, usarono delicatezza col mio corpo. Infine, siccome non ero in condizioni di affrontare un viaggio, decisero di far venire a casa nostra due suore perchè si accertassero della veracità del mio digiuno. Quando se ne furono andati, il Signore mi fece sentire che la loro decisione non si sarebbe realizzata: rimasi in attesa di notizie circa le nuove intenzioni dei medici. Il dott. Azevedo dà a p.Pinho il resoconto in una lettera del 31 maggio 1943, in cui si legge, tra l'altro: I medici sono rimasti bene impressionati; ma ultimamente, e contro quanto si era combinato, esigono per un giudizio definitivo che la nostra inferma sia messa in Casa di Salute: affermano essere questo il consiglio di vani colleghi... e che non vogliono compromettere il loro nome...» E continuiamo ora a leggere nell'Autobiografia. Il 4 giugno venne il mio medico curante (Azevedo) con il mio confessore ordinario (p. Alberto Gomes) a comunicarmi la decisione dei medici e a convincere me e la mia famiglia della opportunità che io andassi al «Rifugio di Paralisi Infantile» di Foz do Douro e che vi rimanessi un mese in una camera riservata, affinchè fosse controllato più da vicino tutto quanto avveniva in me. Io risposi immediatamente di no, ma subito mi pentii di quanto avevo detto e, per l'obbedienza dovuta, acconsentu: non volevo disobbedire al signor arcivescovo, nè lasciare in una situazione critica il mio direttore spirituale, il medico curante e tutti coloro che tanto si erano interessati di me. Misi però queste condizioni: poter ricevere Gesù (Eucaristico) tutti i giorni; essere sempre in compagnia di mia sorella; non essere più sottoposta ad alcun esame, poiché andavo per essere osservata e non per essere esaminata. Nei giorni in cui rimasi qui chiesi a Gesù e alla Mamma celeste che mi dessero forze e coraggio per essere io di sostegno ai miei, che erano desolati. Quante volte durante la notte, col cuore oppresso e le lacrime tremolanti negli occhi, chiedevo a Gesù di aiutarmi, poiché mi pareva che le forze mi venissero meno! E mi vedevo senza coraggio, e tanto meno ne avevo da darne agli altri.
Quaranta giorni all'Ospedale, in rigorosa osservazione. Il 10 giugno 1943 Alexandrina inizia il suo internamento all'ospedale di «Foce del Douro» che durerà non 30 ma 40 giorni, come vedremo: ecco il famoso «40» biblico! Proseguiamo nella lettura dell'Autobiografia. Arrivò il 10 giugno in cui tutto era pronto per il mio viaggio alla “Foce”. L'amarezza che si impossessò di me era enorme, ma nello stesso tempo sentivo un coraggio tanto grande che con esso potevo nascondere quanto mi passava nell'anima. Confidavo tanto in Gesù; ero così convinta del suo divino aiuto da pensare persino che, se fosse stato necessario, Gesù avrebbe mandato i suoi angeli ad aiutarmi nell'esilio in cui mi sarei trovata. Quando il medico (Azevedo) giunse presso di me, non ebbe il coraggio di dirmi che bisognava partire, ma io gli dissi: - Andiamo! Chi non parte, non ritorna. - Allora cominciarono i commiati. Solo il Signore sa quanto mi costò questa separazione, poiché tutti i miei vennero ad abbracciarmi e a baciarmi pieni di dolore. Io fissavo solo il Sacro Cuore di Gesù e la cara Mamma del Cielo per chiedere Loro che mi dessero coraggio e forze. Scendendo le scale, sulla barella, dissi loro per rianimarli: - Coraggio! Tutto questo è per Gesù e per le anime.-Non potei dire di più, tale era l'oppressione che sentivo nel mio cuore e sarebbe stato impossibile trattenere le lacrime; e volevo trattenerle, non per me, ma per non essere causa di maggior dolore per i miei. Quando fui posta nell'autolettiga, circondata da più di 100 persone, vidi le lacrime negli occhi di quasi tutti e udii i singhiozzi di mia madre e di altri parenti. È indicibile il mio dolore. Ero ansiosa di partire e di partire in fretta. Il mio cuore pulsava con tanta violenza che pareva staccarmi le costole. In quel momento dissi a Gesù: - Accettate, mio Gesù, tutti i palpiti del mio cuore per amore a Voi e per la salvezza delle anime! - Il viaggio fu difficile, poiché il mio cuore soffriva immensamente e a volte pareva che stesse per soccombere. Guardavo mia sorella e la vedevo molto desolata. Il medico mi diceva che non costava viaggiare con ammalati come me, perchè mi vedeva sempre col sorriso sulle labbra. Ma solo Gesù sapeva l'amarezza del mio cuore e le torture del mio povero corpo! Per le scosse dell'autolettiga (la strada non era ancora asfaltata) sentivo nel cuore grandi dolori, ma ripetevo sempre: - Tutto per amore a Voi, mio Gesù! E che la notte oscura che sento nella mia anima serva per dare luce alle anime! -Nel giungere alle ultime case di Balasar vidi che il signor Sampaio alzò le tendine dell'autolettiga e notai che spuntavano le lacrime negli occhi del medico che era al mio fianco ed esclamò: - Poveretti! - Nell'udire questo gli domandai che cosa c'era. Mi dissero che dai margini della strada alcuni fanciulli lanciavano fiori verso il nostro veicolo. Mi sentii allora tanto commossa per quei bambini che le lacrime forzavano per colarmi sulle guance e a stento potei trattenerle. Arrivati a Matozinhos, il medico alzò la tendina della finestrella dell'autolettiga affinchè guardassi il mare. In quel momento un grande silenzio si impadronì del mio cuore e, nel vedere il movimento continuo delle onde che arrivavano sino alla spiaggia, chiesi a Gesù che anche il mio amore fosse così: senza interruzione e duraturo. Giunti al «Rifugio», il signor dottor Gomes de Araùjo non volle che l'autolettiga arrivasse sino alla porta, perciò disse agli addetti all'autolettiga che tirassero fuori la barella e mi portassero così lungo la strada, dopo avermi coperto il viso affinchè nessuno mi vedesse. Nello stesso momento il mio cuore divenne più triste, poiché presentiva già cosa sarebbero stati per me quei lunghi 30 giorni che avrei trascorso in quella Casa. Mentre mi trasportavano col viso coperto, mi pareva di essere in una cassa. La mia tristezza cresceva e domandavo a me stessa: che delitto commisi io? La salita delle scale al «Rifugio» fu un martirio, perché mi portarono con la testa in giù. Mi scoprirono il volto solo nella camera e allora mi vidi attorniata dal dott. Araùjo e da alcune signore che sarebbero diventate le mie vigilatrici fino a che sarei rimasta là. Mi misero nel letto che mi era stato destinato. Mandarono mia sorella in un'altra camera, contrariamente a quanto avevo richiesto, poiché questo era uno dei più grandi sacrifici che potevamo fare, sia l'una che l'altra. Come potevo io stare senza di lei, che sapeva come muovermi quando era necessario ed aiutarmi con le sue affettuose parole a sopportare questo doloroso calvario? Mi avevano appena adagiata sul letto quandò Deolinda si presentò alla porta, portando la valigia in cui avevamo la nostra biancheria. Il medico dott. Maùjo, nel vedere mia sorella, urlò: - Fuori quella valigia! - Fu spina sopra spina. Poi cominciò a dare ordini: - Le vigilatrici, le vigilatrici! L'ammalata può dire ciò che vuole, ma le signore non hanno il permesso di interrogarla. - Dati tutti questi ordini, il medico si ritirò: rimasero il mio medico curante (Azevedo) e due signore, che sarebbero state li in permanenza per vigilare tutti i miei movimenti. Già sull'imbrunire, quando il signor dott. Dias de Azevedo stava per andarsene, sebbene per ritornare (il giorno dopo), non riuscii più a trattenere le lacrime che mi riempivano gli occhi. Il mio medico ebbe ancora questa finezza, questo rispetto per il mio dolore, più che rispetto, tenerezza: - Coraggio, domani tornerò qui! - Piansi con profondo dispiacere, ma subito offersi quelle lacrime tanto amare al mio caro Gesù. Nel vedermi tanto desolata, alla fine permisero che per quella notte mia sorella rimanesse presso di me, insieme ad una delle signore infermiere, affinchè questa imparasse il modo con cui mia sorella è solita muovermi; ma il medico precisò subito: - Solo per questa notte, perché domani non resterà! - Il giorno seguente, venerdì, cominciò per me il vero calvario in quella Casa. Allora dell'estasi, come avviene in tutti i venerdì, mia sorella mi venne vicino ed erano pure presenti il mio medico curante, il Signor Sampaio e una infermiera. Agli osservatori non sfuggi nulla, neppure i minimi particolari, che furono poi divulgati e commentati. Particolari come questi: che il signor Sampaio aveva tirato fuori dalla tasca l'orologio, che mia sorella si era inginocchiata ai miei piedi per udire le parole dell'estasi, che una infermiera aveva pianto, ecc. Il signor dott. Azevedo, come sempre, scrisse le parole dell'estasi da consegnare ai medici. (In segnito) Deolinda, che aveva ordine di stare lontana dalla mia camera, era amareggiata e invocava: - Non potrò vedere mia sorella nemmeno dalla porta della camera? Il vederci può forse alimentarla? -E, chinata sul mio letto, piangeva inconsolabile. Fu allora che io le dissi: - Non affliggerti! Il Signore sarà con noi. -La vigilatrice che aveva pianto durante l'estasi le disse toccandola su una spalla: - Non pianga: il signor dottor Araùjo è un uomo di molta carità.-Bastò questo perché quella vigilatrice non potesse mai più avvicinarsi a me, se non negli ultimi giorni quando vi erano già le prove della verità, e anche così, solo accompagnata da alcune persone. Per questo e per molte altre cose, una vigilatrice fu il mio aguzzino durante i miei giorni alla «Foce». Ella non immagi na neppure quanto mi fece soffrire: Dio, il Signore la perdoni! In quella notte cominciai ad avere una delle tremende crisi di vomito che, se mi fanno sempre soffrire tanto e tanto mi affliggono, ancora di più li, dove non avevo chi mi sostenesse, se non qualche volta. Sabato venne di nuovo il signor dott. Gomes de Araùjo per vedere come stavo e sapere quanto era avvenuto. La mia prostrazione era così grande che non mi accorsi quando bussò alla porta, sempre chiusa a chiave. Lo udii solo quando, vicino al mio letto, sussurrava all'infermiera: - È spacciata, è spacciata! - Fu allora che aprii gli occhi e gli dissi: - Signor dottore, anche a casa avevo di queste crisi. - La sua risposta, molto pronta e imperiosa, fu: - Signorina, non pensi di essere venuta qui per digiunare! -Capii dove voleva arrivare e mi sentii profondamente ferita. Il medico (Araujo), quando seppe ciò che era avvenuto il venerdì, volle gli scritti dell'estasi e fu allora che disse urlando: - Sembra impossibile che il dott. Azevedo, ragazzo tanto intelligente, si lasci sedurre da queste cose. Questo deve finire! Intanto scompaiano tutti gli orologi, affinchè ella ignori le ore. - Come se il Signore avesse bisogno di orologi! Vedendomi in quello stato, voleva intervenire con medicine, ma io non consentii nè lo consentirei. Quante volte le vigilatrici mi si avvicinarono, convinte che ero morta! Furono 5 giorni di continua agonia, più dell'anima che del corpo, poiché in quelle crisi non permisero che mia sorella venisse presso di me; e io in casa avevo bisogno di due persone che mi aiutassero! Tutti erano persuasi che quella crisi fosse dovuta a mancanza di alimentazione, nel vedermi completamente isolata e senza nessuno che mi potesse portare qualche alimento, e che avrei sentito la necessità di chiederlo o sarei morta. Come si ingannavano! Il mio alimento veniva dall'Ostia benedetta della mia Comunione di ogni mattina. Fu durante quella crisi che il mio medico curante (Azevedo) ritornò a vedermi e fu informato da mia sorella, là fuori dalla mia prigione; presso il mio letto fu avvertito dalla vigilatrice che io avevo bisogno di medicine. E io, che ancora non mi ero accorta del suo arrivo, aprii gli occhi verso di lui e udii che rispondeva alla stessa: - Questa malata è venuta qui perché sia controllato il suo digiuno e per nient'altro! Credo che il signor dott. Araùjo rispetterà le condizioni. Non permetto che le si facciano iniezioni o altro medicamento, a meno che ella lo chieda. E loro, signore vigilatrici, vedranno che, passata questa crisi, le occhiaie spariranno, tornerà il colorito ed il polso tornerà ad essere normale; non dico proprio al suo normale, per causa forse dell' aria marina. Ciò che assicuro è una cosa: morirà lei, signora, morirò io, ma Mexandrina non morirà in questo Rifugio»! -Seduto vicino a me, mi diede un po' di conforto: ne avevo bisogno! Poiché il Signore permise così e giudicò che era bene, passati 5 giorni, i vomiti cessarono completamente, ritornò il colorito normale sul volto e insieme la luminosità degli occhi. Durante la successiva visita del mio medico curante, che veniva di frequente a vedermi, la vigilatrice usci con questa frase: - Guardi, signor dottore, guardi quella faccia! -Egli, sempre molto delicato ma con fermezza, rispose: - Sono state le cotolette che ha mangiato e le iniezioni che ha avuto! -Gesù volle ancora una volta mostrare il suo potere in questa sua umile creatura. Tutte le signore vigilatrici eseguirono scrupolosamente gli ordini del medico (Araujo), in quanto non mi abbandonarono un istante. La porta della mia camera si apriva solo per fare entrare i medici e le vigilatrici. Nonostante la mia trasformazione, nè il medico (Araujo) nè le vigilatrici volevano convincersi che fosse possibile che io continuassi a vivere senza alimentarmi. Infatti dagli argomenti che usavano per impaurirmi, passavano improvvisamente a frasi che mostravano tenerezza ed interesse per la mia persona. Nei discorsi che tenevano tra di loro udii dire che il mio Caso era dovuto a isterismo o a qualche altro fenomeno che non sapevano spiegare. Un giorno in cui venne a trovarmi il signor dott. Azevedo gli dissi ciò che c'era nella mia - Per essere trattata come isterica, non ho bisogno di rimanere qui! - Ma lui mi rispose che avessi coraggio e fiducia. Così feci per compiere in tutto la volontà santissima di Dio. Il signor dott. Gomes de Araùjo veniva a vedermi sempre due o tre volte al giorno e sempre in ore diverse, per vedere, penso io, se riusciva a scoprire qualcosa. E qualche volta entrò in camera mia già di notte, quando vi si trovava la vigilatrice che da qualcuno fu definita «cardinale diavolo». Anche se vivessi sino alla fine del mondo, non potrei mai dimenticare l'impressione che provavo quando il medico (Araujo) apriva e richiudeva la porta, perché stavo sempre ad aspettare ciò che avrebbe detto. Sentivo una impressione tanto grande che il mio cuore e la mia anima diventavano ancora più tristi. E quante volte dicevo e ripetevo a Gesù: - Questa mia notte serva a dar luce a lui, a coloro che mi stanno attorno e a tutte le anime che si trovano nelle tenebre! - Il dott. Maùjo sottopone Alexandrina a numerosi interrogatorii e le fa molti discorsi tentando di convincerla che quanto avviene in lei non è voluto da Dio. Le fa dei ragionamenti apparentemente logici, ma di una logica meschinamente umana. Continuiamo a leggere nell'Autobiografia. Nelle conversazioni e ncgli interrogatorii che mi fece varie volte il signor dott. Araùjo, impiegò tutti gli argomenti possibili per convincermi ad alimentarmi e per farmi sentire che non dovevo fare così perché Dio non era contento: volle persino portarmi agli scrupoli. Inoltre la vigilatrice tentò molte volte di prendermi dal lato del cuore. In una delle volte in cui (Araujo) mi parlò voleva persino servì di vedere se riusciva a togliermi la fede. Si quanti argomenti aveva a sua disposizione e, con interrogatorii interminabili e torturanti, tentò di portarmi allo scoraggiamento, persuaso che tutto quanto avveniva in me fosse dovuto ad influenza umana e non provenisse da Dio. Se ogni volta che venivo interrogata da lui avevo l'impressione di trovarmi davanti un lupo con pelle di agnello, in quel giorno fu ancora peggio: mi pareva di vedere in lui proprio Satana che, con le sue arti, coi suoi sorrisi maligni volesse strapparmi la fede e convincermi che tutto era una illusione. Mi diceva: - Si convinca, signorina, che Dio non vuole che lei soffra. Se vuole salvare gli altri, li salvi lui, se èvero che ha potere per questo! Se è vero che Dio ricompensa coloro che soffrono, per lei non ha ormai più ricompensa adeguata da darle per quanto ha sofferto. - Ma, mio Dio, io so che Voi siete infinito, infinito nella potenza, infinito nei vostri premii. Se fosse come dice lui, per chi soffrirei io? Egli accompagnava le sue parole con lo sguardo malizioso del demonio, così mi pareva. Io allora gli risposi: - Sono tanto grandi, tanto grandi le cose del Signore! E noi siamo tanto piccoli, tanto piccoli, almeno io! -Rimase interdetto; poi, indignato, disse: - Ha ragione, ma io sono una persona un po' più grande! - E se ne uscì. Quanto era lontano, il medico, dal conoscere la legge di amore delle anime! Se egli sapesse il valore di un'anima allora vedrebbe che nulla di tutto quanto facciamo per saIvarle è di troppo. Era una pioggia continua di umiliazioni e sacrifici. Oh, se io sapessi soffrire bene, quanto avrei da offrire a Gesù! Sorgevano sempre cose nuove che mi umiliavano e mi costavano sacrificio. Avevo ai piedi del letto una fotografia della piccola Giacinta che mi avevano mandata là. La guardavo con amore e allora, senza più timore che le vigilatrici lo riferissero al medico, dicevo: - Cara Giacinta, tu, pur tanto piccola, hai provato quanto costa questo. Aiutami, là dal Cielo dove sei! - Solo l'aiuto del Cielo, solo le preghiere delle anime buone potevano essere la mia forza per salire tanto doloroso calvario e sopportare il peso di così pesantissima croce. Ero interrogata dal signor dott. Gomes de Araùjo tutte le volte che veniva presso di me. Ripeteva di frequente le stesse domande e tutte le volte mi lasciava spaventatissima, dicendo quasi sempre: - Dobbiamo parlarci a lungo. - Appena lo vedevo uscire dalla mia camera, respiravo profondamente e dicevo a me stessa: grazie a Dio, che ormai sono libera da te! Ma subito il pensiero che sarebbe tornato presto mi lasciava una sofferenza molto amara. Un giorno, seduto alla mia destra, cercò tutti i mezzi per convincermi che tutto quanto avviene in me è mia illusione. Cominciò allora a girare attorno molto alla larga con discorsi di medicina, parlando di un suo professore e di un Collegio di Oporto dove egli aveva consumato molte ore della notte in una sua ricerca: non aveva dormito, aveva scritto molte pagine e, convinto di aver centrato l'argomento col suo studio, andò incontro al professore per esporgli il risultato del suo studio. Il professore gli diceva: - Sei sicuro di quello che dici? - Egli affermava più volte di si per questa e per quella ragione. Il discorso andava già per le lunghe e io lo fissavo come se nulla comprendessi e dicevo tra me: vai tanto lontano per venire a cadere tanto vicino! Intanto egli continuava dicendo: - Io ero convinto di aver fatto un bello studio. Il professore mi lasciò dire tutto e poi mi disse: "Non vedi che ti sei ingannato, che non può essere giusto nulla di questo, per questa e per quella ragione?" Io rimasi di stucco: mio Dio, tante ore perdute! Tante ore di illusioni! Tutto è caduto a terra! - Io, che già da molto tempo avevo capito dòve voleva arrivare, sorrisi e dissi: - Non cade, signor dottore! Mi guida un direttore molto santo e molto saggio e che ha studiato il mio Caso per alcuni anni. E se l'opera è di Dio, non vi ènulla che la butti a terra. - Egli, un poco imbarazzato, mi disse: - Ah, no! - ngendo con tali parole che non fosse questo ciò che voleva dire. Data la mia risposta, se ne andò in fretta, ed era ora! Ah, mio Gesù, solo con Voi potevo sfogarmi, solo per Voi erano le mie lacrime che cercavo di nascondere agli sguardi delle vigilatrici. Cantavo lodi a Gesù e alla Mamma celeste, fingendo di godere la più grande delle gioie. Cantavo con il massimo degli entusiasmi. Ma, dentro di me e persino ai miei propri occhi, pareva che non vi fosse nè sole nè giorno. Alcune volte durante la notte mi veniva in mente: cosa starà facendo ora mia sorella? Starà piangendo? E, pensando che stava soffrendo tanto per causa mia, una volta non potei trattenere le lacrime: piansi, piansi. Temevo solo che Gesù rimanesse triste per le mie lacrime. Ma Lui sapeva bene che io volevo e accettavo tutto per amore a Lui, con il desiderio immenso di dargli tutte le anime. E Gli offersi le mie lacrime come atti d'amore per i tabernacoli. Quanta più amarezza, tanto più amore, nevvero, mio Gesù? Accettate! Durante quel lungo e tormentoso esilio, sua madre va a trovarla due volte: precisamente il 16° e il 30° giorno. Questo avrebbe dovuto essere l'ultimo, secondo i primi accordi,invece vedremo che si aggiungeranno altri 10 giorni. Riguardo a queste visite, Mexandrina detta nell'Autobiografia quanto segue: Avevo tanta nostalgia di lei! Poté stare così poco tempo vicino a me, e sempre sotto gli sguardi indagatori delle spie. Ella piangeva e io fingevo di non aver cuore: sorridevo e scherzavo con lei; la accarezzavo e col mio sorriso ingannatore nascondevo l'amarezza che avevo nell'anima e trattenevo le lacrime che volevano scorrermi sulle guance. Le facevo animo mentre intimamente mi sfogavo tutta sola col mio Gesù. Era la mia croce, e chi non doveva portarla per amore a Colui che mori per me? Scorre lentamente il tempo dell'esilio, sempre in mezzo a grovigli di spine sopportati e offerti con il massimo amore. Andavano così passando i giorni in questa lotta continua, giorni contraddistinti dall'avvicendarsi delle signore vigilatrici che andavano e venivano secondo la volontà del medico (Araujo): con alcune soffrii immensamente, perché arrivarono ad oltrepassare i limiti dei loro diritti e dei doveri che dovevano compiere. Si approssimarono così i giorni in cui il medico, convinto ormai della verità, aveva detto che ci avrebbe messe più a nostro agio permettendo che mia sorella trascorresse un po' più di tempo presso di me, presente sempre la vigilatrice che disimpegnava la sua missione; concesse anche, il 29° giorno, una visita, per quanto rapida, alle suore francescane del «Rifugio». Pensavamo anche di comunicare ai miei il giorno del ritorno, ma, inaspettatamente, sorse un contrattempo. Una delle vigilatrici aveva informato del mio Caso un medico (dott. Alvaro che più avanti sara nominato da Alexandrina stessa) che non conosceva nè me nè il mio Caso; questi sollevò nuovi dubbi: cominciò ad affermare che non poteva essere, che facilmente le vigilatrici si erano lasciate ingannare e che avrebbe creduto solo mandando una vigilatrice di sua fiducia. Il signor dott. Gomes de Araùjo, un po' indignato per la incredulità sul suo operato, lo sfidò a mandare allora una persona di sua fiducia: venne scelta una sorella del dott. Alvaro. Quando noi pensavamo di vedere mitigato il nostro dolore, fu allora che ci venne chiesta una nuova prova più triste e dolorosa! Il dott. Araùjo cercò di convincerci che era conveniente passare lì ancora 10 giorni, sebbene egli fosse convintissimo della verità; contro la volontà di mia sorella, egli insistette che era necessario rimanere per convincere l'altro medico. lo gli risposi: - Chi è stato 30, può stare 40. - Rimase deciso così. Veramente il dott. Alvaro non esigeva tanto tempo: per convincersi gli bastava che io rimanessi solo 48 ore senza mangiare e senza evacuare; non esigeva di più. Fu lo stesso dott. Araùjo che, delicatamente, per onore del suo nome, invitò la signora assistente a rimanere un giorno in più e poi ancora un altro, e un altro. Anche dopo di avere compiuta la sua missione, quella signora ritornò varie volte a farmi visita, convinta infine della verità. Questo ultimo tempo fu un vero calvario: io offrivo al Signore e alla Mamma celeste questo grande sacrificio. Dura prova, mio Dio! Il dott. Araùjo, senza dirmi ciò che avrebbe fatto, prese la borsa di gomma che tenevo sullo stomaco e il fiasco di acqua che le vigilatrici avevano per bagnare il fazzoletto che tenevo sulla fronte e vi infuse in entrambe ciò che volle affinchè io, che ignoravo il fatto, se avessi succhiato il fazzoletto o bevuto dalla borsa, come l'altro medico (Alvaro) affermava, avrei avuto dei disturbi che loro sapevano; ordinò poi alle vigilatrici di non cambiarmi il ghiaccio della borsa, anche se io lo chiedessi. Io stetti agli ordini anche se alle volte la vigilatrice tentò di cambiare il ghiaccio. Rispondevo: - Mi tolga la borsa solo per lasciarla rinfrescare un po'; il signor dottore ha comandato e io obbedisco. -Si ritornò al rigore di prima, anzi peggiore: si proibì persino che mi si parlasse di Gesù in qualsiasi modo, pensando con questo di poter strappare ciò che sta dentro di noi! - Non consento - aveva detto il dottore - che chiami sua sorella se non una volta per notte! - La vigilatrice molte volte durante la notte, come per tentarmi con sollecitudine bugiarda (non voglio dire che fosse falsa: era solo l'impressione che mi lasciava), mi diceva: - Piccola santa, mia piccola santa, sempre nella stessa posizione! Io chiamo, chiamo sua sorella! - Grazie, mia signora, ma non voglio: il signor dottore ha ordinato che mia sorella venga una sola volta! - E quando davvero mia sorella bussava, quell'unica volta concessa dal dottore, per entrare nella camera a cambiarmi di posizione nel letto, la vigilatrice accendeva la luce, apriva la porta e si metteva a fianco di mia sorella. Appena questa era uscita, fingendo compassione e sollecitudine per il freddo che io avevo potuto buscarmi, mi scopriva completamente per vedere se Deolinda avesse lasciato qualcosa sotto le coperte. Io comprendevo benissimo e alzavo le braccia sopra i cuscini, affinchè potesse ispezionare meglio, fingendo di non comprendere. - Solo per Voi, Gesù! - E non mancarono le seduzioni per farmi mangiare qualcosa delle loro refezioni. Quando mi allungavano i bocconcini appetitosi senza parlare, mi limitavo a sorridere loro. E quando offrivano il cibo parlando, ringraziavo: - Molte grazie! - Ma sempre sorridendo, fingendo di non comprendere la loro malizia. Quante volte mi furono tolti gli indumenti per esaminarli! Quando sentivo di più la solitudine, principalmente di notte, mi pareva che il tempo avesse la durata dell'eternità. Sentivo come se il mio cuore fosse un albero che si radicasse con le sue vene lungo il suolo e le pareti: la furia di una grande tempesta le strappava; mi restava tutto a terra e tutti calpestavano tutto. La furia della tempesta era così violenta che alla fine sentivo come volesse strapparmi quelle vene e tutto cadesse per terra. Dicendo questo, sento di non dire nulla in confronto di quanto passai in quei giorni. Tutto mi si ripresenta paurosamente alla mia memoria. Che tormento! Solo l'amore a Gesù e la follia per le anime possono vincere. Sentendo avvicinarsi il medico, dicevo tra me: arriva l'aguzzino a visitare la povera carcerata per amore a Gesù e alle anime. Non offesi nessuno se non Voi, mio Gesù; ma gli uomini vogliono, senza pensarlo, che in questo modo io paghi così le mie ingratitudini. Vedendo mia sorella desolata affacciarsi di tanto in tanto alla parte superiore della porta per domandarmi se stavo peggio, cercavo di incoraggiarla. Poveretta! Aveva udito dalle conversazioni del medico che il mio avvelenamento era sicuro perché non evacuavo. Poveri loro! Gesù sa fare le cose meglio degli uomini! Finalmente arriva il tanto sospirato momento di lasciare quel carcere! La vigilia della partenza fu giornata di visite: passarono vicino a me tutti i bambini del «Rifugio» ai quali distribuii caramelle e con i quali pregai per tutti quelli della Casa. Mia sorella non pareva più la stessa: tutti lo notarono. Vennero a farmi visita circa 1500 persone: dovettero intervenire i poliziotti per mantenere l'ordine. Considerai una grande grazia che uno dei poliziotti incaricati di mantenere l'ordine si limitasse a mettersi al mio fianco per tutto il tempo, accontentandosi di dire di tanto in tanto alla folla: - Avanti! Passate avanti! - Quale impressione, mio Dio, quella confusione di gente! Non valsero le suppliche di mia sorella perché finisse tutto quello. A nulla valsero i poliziotti. Il medico stesso (Araujo) dovette affacciarsi alla finestra per dire che si doveva farla finita, che non era possibile prolungare quella confusione senza farmi morire. Quanta gente aveva pensato che quella ammalata sarebbe morta! Io, in effetti, rimasi umiliata, depressa, stanchissima, con nausea di me stessa per i baci ricevuti, le lacrime ecc. che mi lasciavano sul volto, in segno di una stima che non merito e non voglio. La prima cosa che feci fu di chiedere a mia sorella che mi lavasse. Il giorno della partenza, al mattino, il medico (Araujo), che non aveva quasi dormito affatto per la responsabilità, giunse al «Rifugio» dove molta gente aspettava per potermi vedere. Dopo di essere rimasto un po' con me, permise l'entrata di alcune persone. Fu allora che ci disse che eravamo libere e che l'osservazione era terminata! Concesse a mia sorella di mangiare presso di me e disse: - Ad ottobre avranno a Balasar la mia visita, non come medico-spia, ma come amico che le stima. - Baciai, riconoscente, la mano del signor dottor Araùjo e lo ringraziai, riconoscente per tutto l'interessamento che aveva avuto per me. Feci questo con tutta la sincerità, poiché sapevo molto bene che, sebbene fosse stato severo con me, aveva dimostrato però tutta la serietà con la quale doveva essere preso tutto il mio Caso. In quel pomeriggio del 20 luglio vennero a salutarmi le suore e le vigilatrici Tutte le vigilatrici mi offrirono doni. Alcune vennero ad assistere alla mia partenza. Ero già sistemata in autolettiga quando una di loro mi spruzzò addosso una boccetta di profumo. Avevo con me un mazzo di garofani, offerti da una signora alcune ore prima che partissi. Durante il viaggio mi furono offerti altri due mazzi di fiori. Li ricevetti per delicatezza, ben lontana dal prevedere le conseguenze: poco dopo sarebbero stati causa di maggiori sofferenze per me. Penso che le persone me li avevano offerti perché sapevano quanto li apprezzavo e li amavo. Solo Gesù sa quanto io ami i fiori, perché amo il loro Creatore! Quante volte i cari fiori mi servivano di meditazione! Vedevo in essi la potenza, la bontà e l'amore di Gesù. Nè il profumo, nè i fiori, nè la moltitudine di gente che attorniava l'autolettiga lungo il viaggio furono per me motivo della più piccola vanità. Quando ci fermavamo per farmi riposare e vedevo tanta gente avvicinarsi a me con tante esclamazioni, dicevo subito al mio medico curante (Azevedo) che stava al mio fianco: - Andiamo, andiamo, signor dottore! - Mle volte pensavo di essere indelicata, ma egli aveva molta pazienza con me! Durante il viaggio vissi più dentro in me che fuori: il mare e tutto quanto si presentava ai miei occhi mi invitavano al silenzio, alla vita intima con Dio. Non avevo di che essere vanitosa: tutto questo era per me motivo per umiliarmi e farmi piccola fino a sparire. Cosa mai sarebbe di me, se fossi giudicata dal mondo! Buttarono tanta malizia dove non ce n'era affatto. Perdonateli, Gesù! Non conoscono le vostre cose. Mi commossi per le lacrime delle vigilatrici e delle altre persone. Fu necessario telefonare alla polizia per trattenere la moltitudine. E uscii da quella benedetta Casa, lieta di aver compiuto il mio dovere e di ritornare tra i miei e nella mia cameretta, di cui avevo tanta nostalgia. Quando arrivai nella mia cameretta, mi pareva che non fosse vero! Ci furono delle lacrime, ma questa volta molto diverse: erano di gioia. Posta nel mio letto, per molto tempo non potei sopportare che mi toccassero: mi sfuggivano grandi gemiti per i dolori quanto mai forti. Fu l'effetto del viaggio. Ora io dico: per chi mi sacrificai così? Sarà anche questo per vanità? O mondo, o povero mondo! Vanità, ma per che cosa? Cosa siamo noi, senza Dio? Chi sarebbe capace di soffrire tanto per una grandezza e una vanità del mondo? Quaranta giorni passati alla «Foce»! Solo Gesù sa ciò che passai là! Quante spine a ferirmi, quante frecce confitte nel mio cuore! Quante umiliazioni, quante umiliazioni! Aveva ragione il mio medico curante quando, durante il viaggio di andata, mentre mi collocava un fazzoletto bagnato sulla fronte, mi diceva: - Ha qualche capello bianco, ma al suo ritorno ne avrà molti di più! - E infatti così avvenne. Egli già prevedeva quanto mi aspettava. Ma è tanto bello sopportare tutto per amore a Gesù! Come conclusione di questo paragrafo, ecco un brano del dialogo che si svolge durante l'estasi del 7 agosto 1943, dove appare sempre più grande l'umiltà di Mexandrina, che attribuisce a Gesù tutto quanto di buono e di generoso è in lei: - Dì, figliolina, dì, amore, dì al tuo padre spirituale, dì al tuo medico che per tutte le loro umiliazioni saranno esaltati. Gesù è loro grato per il trionfo, per il progresso della sua Causa. Gli uomini tentarono di buttarla a terra; Gesù vigilò ed essi (p. Pinho e Azevedo) cooperarono. Tutto quanto è di Gesù non cade: sta saldo in mezzo a tutte le tempeste, brilla, trionfa. Regna Gesù con la sua innamorata. Trionfa Gesù con la sua amata e coi suoi più cari. - O mio Gesù, molte grazie! Trionfate e regnate Voi per la vostra gloria, per la salvezza delle anime. Io voglio essere piccola agli occhi del mondo, ma grande nell'amore, grande nel potere di salvarvi le anime, grande in questo potere che è il vostro, in questo amore che solo a Voi appartiene. -
Referti medici. Pare utile riportare anzitutto alcuni stralci del dettagliato Referto del dott. Araùjo, relativo alla degenza di Alexandrina nell'Ospedale della «Foce»: vi è tratteggiato un ritratto fedelissimo e bellissimo dell'ammalata, molto espressivo. «Esame psicologico. Appare subito perfetta, normale intellettualmente, affettivamente e volitivamente, ma si rivela portatrice di un gruppo di idee fisse che vive e sente intensamente e sinceramente, senza ombra di mistificazione o di impostura: idee che determinano la sua astinenza... Il medico (Azevedo), la famiglia e i suoi intimi informano che questa astinenza dura già da 13 mesi. La sua espressione è viva e perfetta, dolce, buona, cattivante; l'atteggiamento è sincero, senza pretese, molto alla mano. Nessun ascetismo, nessuna mellifluità, non voce timida, svenevole, ritmica, non esaltata, nè consigliera o catechetica; parla in modo naturale, intelligente, persino acuto; risponde senza esitazione e convinta, sempre in armonia con la sua struttura psichica e la struttura solida di giudizii ben costruiti e ben delineati in se stessi e nel modo di presentarli: sempre con aria di bontà spontanea che il clima mistico che da tanto la attornia e che non pare abbia provocato, non ha modificato.» Circa il digiuno, dopo aver descritto il rigore dell'assistenza fatta durante quei 40 giorni, dice quanto segue: «Furono inutili i nostri primi sforzi ~' tutti gli altri fatti in seguito per indurre l'ammalata ad alimentarsi introducendo nel suo subcosciente consigli attraverso la persuasione ed un lavoro di rieducazione. D'altra parte, non tentammo mai l'alimentazione forzata, perché la giudicammo inopportuna e controindicata. Così passarono i giorni uno dopo l'altro, e l'ammalata conversava, cantava ogni tanto lodi religiose, in una conformità assoluta con la sua decadenza fisica, ma psichicamente forte e perfetta. È assolutamente sicuro che, durante i 40 giorni di degenza nel «Rifugio», Alexandrina non mangiò nè bevve, non urinò nè defecò; e questa circostanza ci induce a credere che questi fenomeni rimontano a tempi anteriori. Non possiamo dubitarlo. I 13 mesi, secondo quanto ci informarono? Non sappiamo.» Tale Referto termina affermando che Vi sono in questo Caso singolare tali particolari che, per la loro importanza fondamentale di ordine biologico, quale la durata dell'astinenza da solidi e da liquidi e l'anuria, ci rendono perplessi, aspettando che una spiegazione faccia la necessaria luce.» È interessante riportare qui anche il Referto steso congiuntamente dal prof. dott. Carlo Mberto Lima e dal dott. Azevedo e firmato il 26 luglio 1943 ad Oporto. «Noi sottoscritti, dott. Carlo Alberto Lima, professore in pensione della Facoltà di Medicina di Oporto ed Emanuele Augusto Dias de Azevedo, dottore in medicina della stessa Facoltà... attestiamo che la degente, dal 10 giugno al 20 luglio corrente anno, rimase internata nel «Rifugio della Paralisi Infantile» di Foce del Douro, sotto la direzione del dott. Gomes de Araùjo e sotto la vigilanza fatta, di giorno e di notte, da persone coscienziose e desiderose di scoprire la verità, e che fu constatato che la sua astinenza da solidi e da liquidi fu assoluta durante il suo ricovero. Attestiamo pure che conservò il suo peso, la temperatura, la respirazione, le pressioni, il polso, il sangue, le sue facoltà mentali sensibilmente normali, costanti e lucide; e che non ebbe durante questi 40 giorni nessuna evacuazione di feci nè la minima escrezione di urina. L'esame del sangue, fatto tre settimane dopo l'internamento di cui sopra, è allegato a questo Referto e da esso si vede che, considerata la detta astinenza da solidi e da liquidi, la scienza non può spiegare per via naturale ciò che risultò in quell'esame; così come, considerate le leggi della fisiologia e della biochimica, non si può spiegare la sopravvivenza di questa ammalata, per motivo dì questa astinenza assoluta durante i 40 giorni di degenza; si deve mettere in evidenza che l'ammalata, durante quel tempo, rispose giornalmente a molti interrogatorii e sostenne moltissime conversazioni, mostrando un'ottima disposizione e la migliore lucidità di spirito. Riguardo ai fenomeni osservati nei venerdì (le estasi), più o meno attorno alle 17 ore legali, pensiamo che appartengono alla mistica, la quale dovrà pronunciarsi sui detti fenomeni. Per la verità abbiamo redatto questo Attestato, che firmiamo».
Altri medici si interessano al Caso. Dopo più di due anni di digiuno, non c'è da stupirsi se vani medici si interessano al Caso. Per es. nel Diario del 25 ottobre 1944 leggiamo: Si è destata ora la curiosità dei medici: che tormento per me! O anime, o anime, quanto è necessario soffrire per salvarvi! O Gesù, Gesù, quanto costa la conquista del vostro amore!... Cominciarono le visite. Da Gesù ricevetti la forza per sacrifici tanto grandi. Erano le 2 e mezza del porùenggio quando entrarono nella mia camera 5 uomini. Ebbi subito l'intuizione che qualcuno di loro era medico. Cominciarono ad interrogarmi; non so il perché, i miei occhi si fissavano di più su di uno. Seppi poi che costui era proprio medico. Siccome avevo l'impressione di stare a parlare con un medico, rispondevo a tutto e cercavo di spiegarmi bene a riguardo della mia malattia. Non mi venne meno la serenità. O Gesù, solo Voi sapete quanto mi costa tutto questo. Quando finirà, mio Dio? Certamente solo con la mia morte! Rispondevo con fermezza perché la verità ha un solo cammino. Arrivò il momento in cui mi parlarono della alimentazione. Duro colpo! Potessi almeno fare sì che nessuno lo sapesse! - Mlora, non mangia nulla, nulla? - Io non sapevo se stavo parlando con persone religiose. Ma, senza rispetto umano, risposi: - Faccio la Comunione tutti i giorni. -Un silenzio profondo di alcuni istanti si incrociò fra tutti: non un gesto, non un sorriso. Poco dopo, si congedarono molto delicatamente e rispettosamente. O Gesù, o Mamma celeste, o divino Spirito Santo, date la vostra santa luce a queste anime! Fate che siano soltanto vostre e seguano i vostri cammini! Fate che le mie umiliazioni e i miei sacrifici servano per la salvezza di tutti. O Gesù, voglio vivere per amarvi e per la salvezza delle anime.
Crescono le nostalgie di alimentazione. Nel novembre dello stesso anno 1944, detta nel Diario: Al vedere i miei con dei cibi che mi piacciono tanto, sentii nostalgie quasi insopportabili di alimentarmi con cose gustose per me. Tacqui, non dissi nulla: offersi a Gesù il mio sacrificio e le mie nostalgie per riparare per quelli che hanno soltanto nostalgie di peccato e si alimentano con cose che offendono Gesù. E tormento ancora più grande, se è possibile, è dato dalla sete, come leggiamo nel Diario del 21 novembre dello stesso anno: Vengono dal mio interno onde di fuoco, di fuoco ardente; sento persino bruciarmi la lingua.. Quante volte chiedo che mi portino alle labbra un poco di acqua, per vedere se ottengo di saziare la mia sete! Impossibile. Le sue arsure continuano; e quante volte ordino di portare via l'acqua, non potendola inghiottire! Oh, quanto soffrono i dannati all'inferno!... Anche nell'anno successivo sono frequenti gli accenni a questa tortura, ma sempre Alexandrina conclude con la sua offerta generosa a Gesù: Talvolta le nostalgie degli alimenti e delle bevande sono nostalgie da morire: è dolore che distrugge il cuore. Io, senza far capire ciò che sento, offro a Gesù il mio sacrificio e vado mormorando tra me: - Comperate con esso, Gesù, comperate con esso le anime. Potrà questo mio dolore essere utile per loro? Vedete, Gesù: è dolore che solo il vostro divino amore può vincere. -Ogni anno Alexandrina ricorda, come abbiamo detto, il 27 marzo, anniversario dell'ultima crocifissione con movimenti e inizio del suo digiuno totale e definitivo: notiamo che sempre associa questi due fatti. Per esempio, nel Diario del 28 marzo 1947 si legge: ... Ricorse il 5° anniversario del giorno in cui Gesù cessò di manifestare in me la sua santa crocifissione e io cessai di alimentarmi. Voglio solo ciò che Gesù vuole, ma oh, che pena e che nostalgie! Sentii per tre giorni come se tutto il mio essere avesse bocche per mangiare: desideravo tutto. Sentivo che tutti mangiavano l'alimento che io desideravo, che era qualsiasi cosa. A me bastavano il dolore e la nostalgia. Mio Gesù, io sono la vostra vittima. Gli occhi del corpo non piangevano, ma quelli dell'anima ne facevano le veci: furono lacrime dolorose, ma sempre conformate alla volontà del Signore. Passano gli anni: arriviamo al 1950. Alexandrina è sempre in martirio crescente: riconosce che senza la grazia divina non potrebbe resistere: ... Io, senza la grazia divina, non posso resistere al pensiero di non poter mai più alimentarmi, alla nostalgia di cibo: è un tormento vivissimo che mi ferisce invisibilmente. Mle volte sento un tale sfinimento nel cuore e una tale angustia che mi pare di lasciare il mondo per sempre. Fino alla fine perdura il tormento del corpo per la mancata alimentazione: la natura non si abitua! Infatti nel dicembre del 1954 detta nel Diario: ...Mi venne la nostalgia dell'alimentazione: nostalgia da morirne! Volevo mangiare tutti i cibi: solo il mondo intero pieno di leccornie mi avrebbe potuto soddisfare.
La fame-sete di Alexandrina, come riflesso della fame-sete di Gesù per le anime. In molti accenni alla fame e alla sete fisica di Mexandrina troviamo un aggancio con la fame-sete che Gesù ha di anime. Alexandrina, come per altri tipi di sofferenze spirituali, sente quasi riflessi nel suo fisico i tormenti relativi. Ecco quanto detta, per esempio, nel Diario del 27 marzo 1945: ... Tre anni senza alimentarmi e senza la mia amata crocifissione (con movimenti)! Piansi per la nostalgia di essa e per la nostalgia dell' alimentazione. Non potei trattenere le lacrime. Ma la mia anima stava in pace, contenta dei disegni e dei doni di Gesù... Mio Dio, mio Dio, mio Gesù, le mie lacrime non sono di disperazione: sono di amo sono lacrime di rassegnazione. Mi conformo alla vostra divina volontà. Con questo dolore e queste nostalgie posso pensare e sentire più al vivo ciò che sono le vostre nostalgie, le ansie e la vostra fame di anime, il dolore che esse Vi cau sano con il loro perdersi. Voglio, Gesù, e amo tutto quanto Voi vorrete inviarmi... E nell'estasi del 28 giugno 1946 si sente dire da Gesù che anche la sofferenza del digiuno concorre a renderla più somigliante alla Vittima divina. Leggiamo il seguente dialogo tra Gesù e lei: Io sono la tua vita: tu vivi di me. Di, scrivi: te lo ordina Gesù. Dì perché sappiano: sei la mia sposa e io il tuo Sposo... Di, perché comprendano. Per te faccio di più di quanto feci nel deserto: ti dò la mia carne, ti do il mio sangue. E questo non è vita migliore, manna migliore, più dolce della manna del deserto? Dandomi io tutto a te, non ti lascio senza conforto. - Mio Gesù, perché mai, poiché Vi possiedo così, io sento tanta nostalgia di alimentarmi e tante volte nei miei leggeri sonni sento questa voglia e mi sveglio come se stessi a inghiottire per alimentarmi? - Figlia mia, figlia mia, stella del mondo, arcobaleno di tutta l'umanità, possedendoti interamente, amandoti e arricchendoti come nessun'altra anima e facendo in te la copia più fedele della mia divina Passione, non potevo tralasciare di associarti alla mia sete, alla fame che ho di anime. Non sai che io soffro questa sete, questa fame notte e giorno? È più completo il ritratto di Gesù nella sua sposa. Abbi coraggio! Questa nostalgia e questa ansia non cesseranno: termineranno solo nei tuoi ultimi momenti. - Nel Diario del 14 novembre 1947 si legge: Quando la sete, gli ardori della febbre mi bruciavano di più e alle volte nemmeno potevo rinfrescare almeno la bocca né le labbra con un po' di acqua per la quale mi pareva di morire di nostalgia, fissavo 1' immagine del Sacro Cuore di Gesù dicendogli: - Cosa deve essere mai, mio Amore, la vostra sete di anime! Voglio darvele tutte, tutte: siete morto per tutte, bruciato d'amore e per tutte continua la vostra sete ardentissima. O Gesù, la mia sete sia per Voi e per le anime! - Mi pareva che in quei momenti la mia sete fosse per un po' attenuata.
Il miracolo del digiuno è un altro martirio di salvezza. In varie estasi si sente affermare da Gesù che il suo sacrificio del digiuno è voluto da Lui e serve per la salvezza delle anime: fa parte del suo piano divino per continuare la Redenzione: - ... Il martirio unito al digiuno sarà il maggior mezzo, l'ultimo mezzo di salvezza... Il martirio salirà al massimo; l'amore raggiungerà la massima altezza. L'amore a Gesù, il dolore per le anime: riparazione senza l'uguale!... ... Io non ho sosta nè di giorno nè di notte: è insuperabile la sete, la fame che ho di loro (delle anime). È la tua fame, è la tua sete: è Cristo crocifisso in te. Ti ho amata tanto da farti simile a me fino a questo punto! Quando cominciai a farti vivere senza alimentazione, già avevo in vista il tuo doloroso martirio per soccorrere le anime. Anche dalla Madonna si sente dire che il suo digiuno è voluto da Dio: l'umanità, per chiamarla a Sé, al suo divin Cuore, mediante tale meraviglia. Lascia che ti copra col mio manto di tristezza, con il mio manto di dolore affinchè, con questa testimonianza, attraverso i tempi tu possa essere invocata per tutti i dolori dell'anima e del corpo: invocandoti dalla Terra quando sarai in Cielo, sarai invocata quale martire dei dolori, per conforto e balsamo dei dolori umani. - Alexandrina sente da Gesù ribadire il confronto tra lei e Se stesso: lei vittima per amore e Lui vittima per amore; questo anche a proposito del digiuno. Per esempio il 10 aprile del 1950 si sente affermare che il suo digiuno ha il valore di un «segno»: ... Profondo significato! Tu ti senti sazia fino al massimo, eppure hai nostalgie di alimentazione; anch'io sono sazio dei crimini, della iniquità di tutta l'umanità, eppure ho desiderio ardente di possederla: ho nostalgie, ho fame e sete di lei. Tutta la tua vita assomiglia alla mia: tutta questa sofferenza è sofferenza della vittima. Confida, confida, confida, figlia mia!... Alexandrina stessa sente la sua fame fisica come segno di una realtà spirituale: anche lei, come Gesù, sente fame di possedere il mondo. Per esempio il 2 aprile 1954 detta: .... Non potrò mai dire ciò che sentii il giorno 27 marzo, 12° anniversario del giorno in cui cessai di alimentarmi: la fame era molto grande, molto grande, era infinita; ma non era fame di alimentazione. Stavo come se avessi il petto ed il cuore aperti; il mondo veniva verso di me, come se fosse onde del mare; quante più onde avevo, tante più ne venivano e io tanto più andavo incontro ad esse e maggiore era l'ansia di possederle. Quel mare era l'umanità e tutto quel mare era mio e poteva essere contenuto nel mio petto e cuore. Soffrii amaramente, infinitamente perché non tutto quel mare voleva entrare in me. Soffrii da sola, in silenzio: i miei sfoghi furono con Gesù e con la Mamma celeste. Alexandrina ha fame di possedere anime, ma sente anche la fame che le anime stesse hanno delle sue sofferenze salvifiche; e ne ha sofferenza grande: si sente come tutta succhiata da loro. È impressionante e chiarissimo quanto si legge nella sua Lettera a p. Pinho del 12 dicembre 1954: Nuovo martirio nell'anima. Essa è come un gambo di lino già pelato; alle sue fibre tutte sanguinanti vengono a succhiare tutto il mio essere, tutto il mio sangue e si aggrappano a queste fibre: ora è un essere che ha la grandezza del mondo, ora sono molti come uccelli in stormi. Ma questo qualcuno che rappresenta il mondo e gli altri che si presentano in stormi hanno mani con artigli, occhi stralunati, capelli scarmigliati, sono degli affamati insaziabili, sono dei perfetti scheletri. Io non ho più sangue, non ho più essere da dare loro. L'anima si stanca e muore di sgomento... Gesù in un'estasi mi disse che questo che sento nell'anima è il mondo, sono le anime che vedono già gli orrori dell'inferno, aggrappate alle fibre della mia anima a succhiarmi tutta per non perdersi. Nel Diario del 24 dicembre 1954 ritorna ad esprimere questa sua sofferenza; qui è messa anche in evidenza l'azione di Satana che vuole afferrare le anime che si aggrappano a lei: ~ Ho nell'anima gli artigli di quelli che succhiano il mio sangue. Per maggior tormento talvolta un serpente grosso, molto grosso si arrotola in un piccolo trono, oppure, sostenendosi sulla estremità della coda, si lancia con dei salti, con la bocca aperta e la lingua fuori, da una parte e dall'altra tentando di divorare quegli artigli aggrappati alle fibre della mia anima: essi, spaventati, si aggrappano di più causandomi maggior tormento. Siate benedetto per tutto, mio Signore!...
CAPITOLO 15° (1942-1955)
L'ALIMENTO DI ALEXANDRINA
- …Non ti alimenterai mai piu sulla Terra. Il tuo alimento è la mia Carne, il tuo sangue è il mio Sangue, la tua vita è la mia Vita: da me la ricevi quando alito su di te e ti riscaldo, quando unisco il mio Guore al tuo... - Riémpiti per riempire, infiammati per infiammare. -
La miracolosa sopravvivenza di Alexandrina senza alimentazione, nel senso comune della parola, è dovuta a due interventi di Gesù che materializzano, diremmo quasi, due elementi divini: l'Eucaristia e la trasfusione di misteriose Sue gocce di sangue. Già nel 1946 Alexandrina è molto consumata dalle sofferenze di ogni genere, tra cui anche dal digiuno. Qualcuno consiglia il medico Azevedo di intervenire con iniezioni nutritive. Ma anche Azevedo, come Alexandrina, vuol fare la volontà di Gesù, ben consapevole di trovarsi davanti un'ammalata molto eccezionale. Ecco che Alexandrina chiede lume a Gesù e ne ha risposta: - O mio Gesù, io voglio soffrire, ma sapere che in tutto faccio la vostra divina volontà. Se vorranno che io mi alimenti, se vorranno farmi delle iniezioni, che devo io fare? - Sta tranquilla. È stato dato l'ordine, fu Gesù a dartelo e torna a dartelo: non ti alimenterai mai più sulla Terra. Il tuo alimento è la mia Carne, il tuo sangue è il mio Sangue, la tua vita è la mia Vita: da me la ricevi quando alito su di te e ti riscaldo, quando unisco il mio Cuore al tuo. Non voglio che tu usi alcuna medicina, se non quelle alle quali non si possa attribuire potere nutritivo. Questo ordine è per il tuo medico: sarà lui a prendere la tua difesa. Voglio che egli continui a sostenerti con tutta la vigilanza: è grande il miracolo della tua vita. Che egli mi aiuti, che ti sostenga! - Gesù vuole che appaia in modo evidente che la sopravvivenza di Alexandrina è dovuta solo al suo cibarsi di Eucaristia. Nel disegno di Gesù il digiuno di Alexandrina è un martirio in più che deve servire a fare meditare gli uomini sull'Eucaristia. Nel Diario del 9 aprile 1954 è chiaramente espresso questo: - Faccio che tu viva solo di me per mostrare al mondo il valore dell'Eucaristia e ciò che è la mia vita nelle anime. Sei luce e salvezza per l'umanità: fortunati coloro che si lasciano illuminare!.. - Trattiamo separatamente l'Eucaristia e la trasfusione.
Eucaristia. È chiaro che per «mia Carne» Gesù intende l'Ostia consacrata. Alexandrina sente che veramente la nutre, perché quando per l'assenza del parroco è costretta a restarne per qualche giorno senza, si sente proprio sfinire fisicamente. Ricordiamo che (cap. 140, n. 17) ad un medico che la interrogava circa l'alimentazione e concludeva dicendo: - Allora non mangia nulla, nulla? - Alexandrina rispose: - Faccio la Comunione tutti i giorni. - Questo vuol dire che intendeva di ricevere un alimento con l'Ostia consacrata. L'alimento dell'Eucaristia non può mancare ad Alexandrina, specie dopo l'inizio del digiuno totale. Gesù le promette che non la lascerà senza l'Eucaristia in nessun venerdì, giorno in cui si consuma tanto nel rivivere la Passione, sia pure senza movimenti (vedi avanti, cap.160) e dopo la quale l'estasi continua con un colloquio con Gesù. Ma ci sono dei periodi, specie in settembre, in cui il parroco è assente perché va a Pòvoa per cura marina; e se non c'è un sacerdote occasionale di passaggio che le somministri Gesù Eucaristico, dovrebbe venire a mancarle questo divino alimento. E poi ci sono i venerdì santi, in cui la liturgia non consentiva di fare la Comunione, se non sotto forma di Viatico per ammalati molto gravi. Ma Gesù supplisce quando vengono meno gli uomini, mostrando un'altra volta il suo potere nella vita di Alexandrina. Ecco che Alexandrina è oggetto di un altro intervento divino misterioso: durante l'estasi che segue quella di Passione, nei venerdì nei quali non può ricevere l'Eucaristia dalle mani di un sacerdote, riceve l'Ostia Santa misticamente, ma realmente. Nei suoi Diarii Alexandrina descrive questo intervento miracoloso. Purtroppo, come abbiamo detto nel capitolo 10°, il suo Diario vero e proprio inizia solo nel 1945; in quei fogli precedenti raccolti da d. Umberto Pasquale Alexandrina non fa cenno a questo fatto. Solo nel Diario del 2 febbraio 1945 ne parla per la prima volta, e ne fa una descrizione dettagliata. Finito di rivivere la Passione, si sente tornare la vita, con pace, luce e amore. Ha l'impressione che la volta del cielo scenda su di lei e ode meravigliosi inni cantati da angeli: Udivo i loro inni meravigliosi; non li comprendevo bene, ma so che erano per Gesù Sacramentato. Udii le parole: « Corpus Domini Jesu Christi ». Sentii che Gesù si diede a me, legandomi sempre più a Lui. Gli angeli continuavano a cantare. (Si sente poi dire da Gesù: - Non rattristarti, figlia mia, di non ricevermi nella Eucaristia. Tu vedi come non ti ho lasciata rimanere sola! Vedi come io stesso mi sono dato a te, nei momenti in cui gli angeli intonavano inni di lode alla mia Eucaristia. Quanto più tu sei umiliata e la mia divina Causa è combattuta, più meraviglie, maggiori prodigi io opero in te. La mia scienza divina ha sempre di che darti e tu, mia colomba bella, hai sempre di che offrirmi. Giacchè è senza l'uguale il tuo doloroso martirio, è senza l'uguale il mio amore, con le mie meraviglie in te. Sono luci, confuse per quelli che non ci vogliono vedere chiaro: vita meravigliosa e prodigiosa è la tua, o figlia cara. - «Mi sono dato a te» si è sentita dire da Gesù. Potrebbe essere inteso anche solo in senso spirituale. Invece no: il 30 marzo dello stesso anno 1945, per esempio, Gesù precisa che è una Comunione reale. Questo 30 marzo è anche venerdì santo, oltre che compleanno di Alexandrina. Già da qualche giorno prima Alexandrina soffriva pensando che in quel giorno, essendo appunto venerdì santo, non avrebbe ricevuto il suo Gesù Eucaristico. Ma nel colloquio dopo l'estasi di Passione si sente dire: Prepàrati, figliolina: sto per darmi a te. E’ un segno che proprio anche così nascosto abito sempre in te. Osserva: scende il cielo su di te. Mi dò a te in una Comunione reale, in una Comunione eucaristica. - Scese su di me la volta del cielo e io esclamai: - Che bello, che bello! Vale la pena, mio Gesù, di soffrire e soffrire tutto per possedere il Cielo. - ... Egli disse le parole: «Ecce Agnus Dei» e poi: «Corpus Domini Jesu Christi». Mi pare proprio di avere steso la lingua per ricevere Gesù. Rimanemmo per alcuni momenti in un silenzio profondo, in una unione tanto grande. E 4 anni dopo, il 13 maggio 1949, ancora in occasione di una Comunione mistica, si sente ribadire che è una Comunione eucaristica: - Stai per ricevermi in Corpo, Sangue e Divinilà, come sono in Cielo. - Che questa Comunione mistica abbia il potere di nutrimento anche del corpo come la Comunione Eucaristica normale lo ha, per Alexandrina, si comprende dal brano seguente: Non avevo ricevuto il mio Gesù eucaristico: ne sentivo molto la mancanza. La fame che ne avevo era insaziabile. Durante la sera aspettavo nella speranza che il signor parroco, tornato a casa sua, venisse a portarmelo. Gesù sapeva bene che egli non sarebbe venuto. Supplì bene alla di lui assenza: venne a riempirmi il vuoto che neppure mondi interi riempirebbero; venne a saziarmi la sete che avevo di Lui, venne incontro alla mia agonia; venne e subito mi disse: - Figlia mia, sposa cara, prepàrati: Gesù viene a te. Lo riceverai dalle mani dell'angelo S.Gabriele: è lui che mi dà a te. Io sono il tuo alimento, la tua vita: non puoi vivere senza di me. - Fu visione dell'anima. Vidi gli angeli discendere: uno con la pisside contenente la sacra Ostia e alcuni altri angeli che lo accompagnavano. Alzai le mie mani, facendo la confessione dei peccati, e alle parole «Ecce Agnus Dei» dissi: - Signore, io non sono degna. - L'angelo pose sulla mia lingua Gesù-Ostia, che subito scese nel mio cuore, facendomi sentire il calore del suo divino amore. Subito dopo la santa Comunione, Gesù aggiunse: - Salgono gli angeli al cielo e Gesù, il tuo innamorato, resta nel tuo cuore... Riempiti di me, figlia mia: il tuo alimento è Gesù, solo Gesù è la tua vita. Risollévati dal tuo sfinimento, solleva il tuo cuore tanto abbattuto dal dolore!.. - Notiamo che al venerdì santo Gesù considera la Comunione data come Viatico, rispettando le disposizioni della Chiesa. Lo dice chiaramente nell'estasi del 4 aprile 1947: - Figlia mia, sposa cara, stai ora (appena finito di rivivere la Passione) per ricevermi dalle mani del tuo angelo custode; vengono ai suoi lati l'angelo S.Michele e l'angelo S. Gabriele; dietro di loro li segue una grande moltitudine di angeli. Prepàrati: scendono dal Cielo. -... Si chinò verso di me l'angelo custode: io stesi verso di lui la lingua ed egli, nel darmi Gesù, non cominciò con le solite parole, ma così: «Viaticum Corpus Domini nostri Jesu Christi custodiat animam tuam in vitam aeternam.»... Rimasi immersa nell'amore, in intimità con Gesù: mi pareva di essere inseparabile da Lui. - Figlia mia, mi sono dato a te in alimento: sono la tua vita; mi sono dato in questo modo per mostrare di più e meglio le mie meraviglie e per manifestare che sono contento dei miei rappresentanti sulla Terra, della dottrina della mia Chiesa. Non potevo lasciarti senza il mio alimento, dopo che hai consumato tante energie, dopo tante sòfferenze! Ti ho promesso di non lasciarti senza la mia Eucaristia nei venerdì, e non sono venuto meno. Mi hai ricevuto come Viatico: ed è vero che sei inferma e che senza un miracolo divino non avresti resistito al dolore: eri moribonda. Coraggio, figlia mia: io continuo a chiederti sofferenza perché il mio Eterno Padre continua ad esigere grande riparazione dalle mie vittime per la salvezza del mondo, affinchè i peccatori si convertano e vengano a me... - Ed ecco l'ultima Comunione mistica, ricevuta l'8 aprile 1955, venerdì santo. Dopo la descrizione della Passione, il Diario continua così: Finalmente arrivò Colui nel quale ho fiducia! Mi chiamò: - Figlia mia, tu sei mia, sei sempre stata mia, sarai eternamente mia. Ripeti con forza il tuo «credo». Prepàrati: mi riceverai dalle mani del tuo angelo custode... - Si accostò a me l'angelo che portava l'Ostia Santa e disse: «Corpus Domini nostri Jesu Christi custodiat animam tuam in vitam aeternam, amen!» Mi parve che tutto questo Gesù si accostò e disse: - Comunione dolorosa, è una ricevuto come Viatico... - non fosse avvenuto in me. Coraggio, figlia mia! È’ una Comunione di fede. Mi hai ricevuto come Viatico… -
Trasfusione di sangue, vita, amore. Ma oltre l'Ostia consacrata Alexandrina riceve da Gesù un alimento per il corpo e per l'anima, alimento che è misterioso: un insieme di sangue, di vita, di amore, dato sotto forma di trasfusione per il sangue e di infusione per l'amore. Questa vita divina le viene comunicata fin da quando ha la prima estasi di Passione, il 3 ottobre 1938. Per quanto i primi accenni a questo fenomeno misterioso si trovino in due Diarii del 1944, del 25 giugno e del 26 ottobre, si capisce che risale al 1938 leggendo quanto Alexandrina si sente dire da Gesù nel 1950, nell'estasi che segue quella di Passione: Vieni a ricevere la goccia del mio divin sangue, sangue purissimo, sangue che genera le vergini, sangue che è la forza della croce, sangue che è stato la tua vita ed il conforto per i 12 anni della più cruenta crocifissione...- Questa operazione divina di trasfusione e di infusione avviene generalmente al venerdì, durante la estasi che segue quella di Passione. Negli ultimi anni pare avvenga ogni settimana, anche se Alexandrina non ne accenna proprio in tutti i Diarii dei venerdì. Infatti si legge nel Diario del 17 giugno 1955: - Figlia mia, questo sangue è il sangue della vita divina che tu vivi senza comprenderla: ti dò la goccia che sono solito darti perché tu viva la settimana, fortificata da essa. - La trafusione di sangue non avviene sempre nella stessa maniera: alle volte Alexandrina ha l'impressione che Gesù le dia da bere il suo sangue, come nelle estasi del 1944; altre volte le pare che il Cuore di Gesù si unisca direttamente al suo; altre volte ancora, sempre in estasi, vede come un cannello dorato messo a collegamento dei due cuori, cannello che significa l'amore che li unisce, come le spiega Gesù. Quasi sempre è Gesù stesso che fa l'operazione di unire i due cuori; alle volte è la Madonna, come nell'estasi del 16 giugno 1946; altre volte sono alcuni angeli, come in quella del 16 gennaio 1953. Quando, dal 1942 sino alla morte, Alexandrina resterà in digiuno completo, questa vita trasfusa così, oltre l'Eucaristia, sarà l'unico suo alimento, sia per l'anima che per il corpo. Questa trasfusione di sangue non va intesa dunque in senso esclusivamente spirituale: concorre a mantenere in vita il corpo, a reintegrare il sangue di Alexandrina perduto e non ricostruito da alimenti umani. Oltre le perdite mensili, abbondanti, Alexandrina nel 1945 perde sangue giornalmente per tre mesi consecutivi. In un'estasi di quell'anno si sente dire da Gesù: Ricevi ora tre gocce del mio divin sangue, in onore delle tre ore della mia agonia. Ricevilo prima di perdere tutto il tuo sangue che hai nelle vene. Voglio sempre questa mescolanza: il sangue della vittima di questo calvario; della più grande vittima dell'umanità, con il sangue della Vittima del Golgota, di Cristo redentore. Così hai tutto il potere e tutto vincerai. Il Cielo è tuo. La tua morte senza luce sarà di amore. - Circa un anno dopo: Vengo ad alimentare la tua anima come Medico divino e a dare al tuo corpo quello che il medico della Terra non può darti: il mio divino sangue, il mio divino amore perché tu viva e dia la vita alle anime. - E negli anni successivi Gesù continua ad affermare: - ...Gesù dà la goccia del suo sangue: il sangue che scorreva nel Cuore di Gesù è entrato nel cuore della sua vittima e scorre ora nelle sue vene, in tutte le vene del suo corpo. È alimento divino, è l'alimento di cui tu vivi. Tu vivi la vita di Gesù, tu vivi con il sangue e con la carne di Gesù. O meraviglia, meraviglia estasiante! ...O alimento, o alimento, o vita, o vita divina! È passata a te la vita che ti dà la vita, l'alimento che ti sostiene. Ti concedo questo, faccio questo per mostrare agli uomini il mio potere e la vita eucaristica. - Insieme alla trasfusione di sangue c'è sempre anche infusione d'amore, che spesso viene simboleggiato dal fuoco. Ma la fragile creatura umana rimane sconvolta enormemente nel contatto col divino! Al ricevere tale «frammento di vita divina» Alexandrina ha l'impressione di non poter resistere. Ecco quanto leggiamo in un Diario del marzo 1947: Gesù prese il suo divino Cuore: dal centro usciva una fiamma tanto grande che mi avvolgeva tutta e mi assorbiva in sé. In mezzo al fuoco cadde nel mio cuore la piccola goccia del sangue di Gesù. Per il sangue e per il fuoco il cuore si dilatava, si dilatava, pareva scoppiarmi. Gesù intervenne subito a porre termine a tutto con la sua sollecitudine, con le sue santissime mani. Il fuoco continuò ad infiammarmi, ma il cuore cessò di dilatarsi. - Senza un miracolo divino non potresti sopportare tale forza d'amore nè il sangue che ti scorre nelle vene, che è sangue di Cristo. - Questa trasfusione con questa infusione di amore dà ad Alexandrina vita e forza per sopportare il suo martirio. Per esempio in un'estasi del 1948 e in una del 1949 si sente dire da Gesù: Ricevi la goccia del mio divin sangue, la forza della tua anima, la vita del tuo corpo. Ricevila e và alla croce: io farò che sia sempre croce di gloria, croce di trionfo, croce di salvezza. Ricevi la goccia del mio divin sangue insieme a tutto il mio amore: il sangue ti dà la vita al corpo, l'amore ti da la vita all'anima. Prodigio meraviglioso! Ricevi, riempiti! - Tale trasfusione ha anche il benefico effetto di dare luce e di fugare i dubbi, come appare chiaramente dal seguente dialogo: - Ricevi ora la goccia del mio divin sangue, la vita della tua vita. Con essa vi è luce e amore e la certezza che sei col tuo Gesù. - Gesù unì il cannello dorato al mio cuore. Al passare della piccola goccia di sangue il dolore scomparve: rimasi tutta luce e tutta amore, tale fu lo splendore, il fuoco di Gesù. - Non soffro più, mio Amore: ora sì vedo che siete Voi. In questi momenti non è necessaria la fede per credere. Siate benedetto, siate benedetto! - Un mese e mezzo circa prima della morte, si sente dire da Gesù: Ricevi la goccia del mio divin sangue, goccia che ti fortifica e ti compensa tante forze consumate. Ricevi insieme una infusione del mio divino amore: riempiti, riempiti per vincere, per trionfare. Abbi coraggio, abbi coraggio!.. - Ma Alexandrina è mediatrice tra Gesù e le anime: la vita che riceve non è data solo per lei, ma perché la comunichi ai fratelli. È sempre la missione di anima-vittima, che continua la Redenzione. Ecco alcune affermazioni ed esortazioni che sente da Gesù: Vieni di nuovo a ricevere il sangue dal mio divin Cuore. Per amore lo dài, per amore lo ricevi… ... E’ sangue per vivere, sangue per dare la vita. Giacchè in non posso ora spargerlo per le anime, goccia a goccia spargilo tu, mia vittima, mia corredentrice... ...Ti dò, con la goccia del mio divin sangue, una infusione del mio amore. Sai per che cosa? Perché tu lo dia, perché tu lo distribuisca e perché dai tuoi sguardi, dalla tua vita traspaia tutto ciò che è celestiale. ... Riempiti per riempire, infiammati per infiammare!... ... Non puoi vivere senza di essa (goccia di sangue divino): con essa soffri, con essa ami, con essa vivi e dài vite. Quanto sublime è la tua missione, la missione di darmi anime e in tanto grande numero!... .... La goccia del mio sangue divino è la vita divina che vive in te, la vita che ti dà forza, la vita che ti porta la grazia e la luce dello Spirito Santo, affinchè tu dia luce, pace e amore e abbia la dolcezza dello Spirito Santo stesso. Và alla croce; nascondi il dolore, sorridi nel dolore: accetta la vita che Gesù ti invia e ti presenta. Coraggio, coraggio!.. ... Insieme alla goccia di sangue ho fatto passare una nuova infusione d'amore. Il sangue scorre nelle vene; l'amore ti riempie il cuore, ti affluisce alle labbra, ti infiamma il volto: è amore che si trasmette, è amore che voglio che tu dia a tutte le anime assetate di me, sopratutto a queste... ... E’ il tuo alimento: questo alimento ti ha portato nuove grazie. Voglio che tu le distribuisca: dàlle, dàlle in abbondanza, non cessare di seminarle, falle cadere sulle anime, su tutti i cuori come pioggia e rugiada celesti: è sempre l'amore di Gesù, è sempre Gesù che attrae, che chiama, che vuole perdonare. ... E il sangue di Cristo, è la vita stessa di Cristo a vivere in te. Comunica al mondo, comunica alle anime questa vita... Lascia che se ne servano e traggano da essa profitto, conformemente alle loro ansie di unione con me... E le anime che si accostano a te ricevono da te questa vita, come aria pura che si respira. È Gesù ad affermarlo, e Gesù non mente, non inganna: le anime che si accostano a te ricevono la vita celeste. - Una volta, durante la trasfusione, Alexandrina ha l'impressione che la goccia di sangue di Gesù non cada in lei, ma fuori; quindi si svolge il seguente dialogo: - O Gesù, Gesù, quando avete unito il vostro divin Cuore al mio mi parve che la goccia di sangue cadesse fuori e non in me. - Non è caduta fuori, no, figlia mia, perché è la tua vita, è il tuo alimento. Sai cosa vuol significare? Senza la tua sofferenza, senza la tua immolazione continua, questa goccia di sangue sarebbe inutile per molte e molte anime. Questa goccia, che significa tutto il mio sangue versato sul Calvario, senza la tua immolazione sarebbe la perdita di milioni e milioni di anime. Abbi coraggio: rimani in croce! Soccorri, soccorri il mondo perduto, il mondo pazzo. Spegni con il tuo dolore l'incendio delle passioni. Coraggio, coraggio, che il Signore è con te... Andando avanti con gli anni, Alexandrina perde sempre più le forze, perde sempre più la vita terrena, quindi ha bisogno di maggiori aiuti divini, di maggior vita divina: ecco che Gesù le dà una goccia più forte, più abbondante. Per esempio, in due estasi, del 1952 e del 1953 rispettivamente, sente Gesù dirle: E’ passata a te la goccia di sangue: è stata una goccia più grande, ancora più forte. Per l'aumento del dolore hai maggiormente bisogno della forza e della vita divina. Io ho permesso che il tuo dolore venisse aumentato, ho consentito che il tuo calvario divenisse più doloroso perché la gravità dei crimini esige così.. ... È più grande la goccia del sangue, è maggiore la infusione di amore. Il dolore, il dolore ti consuma molte forze, molta vita: devo provvedere di più per te... - La forza data da quella goccia grande grande è veramente portentosa: vedremo (cap. 22°) che in questo anno 1953 Alexandrina ha la forza, certo soprannaturale, per cantare in varie estasi pubbliche, che durano a lungo. Ancora nel 1954 vediamo insistito il seguente concetto: Alexandrina, mediatrice, riceve per dare: - È abbondante la goccia del mio sangue perché il dolore ha consumato in te molta vita. Dona questa vita alle anime, tu che sei la vita delle anime; dona il mio amore alle anime, tu che sei il mio amore; dà la mia luce alle anime, tu che sei stata creata per essere luce e guida delle anime. Coraggio, coraggio! Immòlati, sacrificati! - Questa «vita» corporale e spirituale insieme è tanto misteriosa, tanto difficile da comprendere! Gesù lo sa bene, Lui che conosce gli uomini. E a più riprese torna sull'argomento: La vita di cui vivi, la vita delle più alte meraviglie, può essere veramente compresa solo da alcune anime di grande e profonda vita interiore, da anime veramente mistiche. E sono tanto rare! Quale pena per il mio Cuore divino!.. ... E l'alimento che ti fa vivere, è l'alimento a cui gli increduli non credono... Non posso io far vivere le mie vittime nel modo che voglio, ossia con la vita divina?... Quanto ripugna, quanto ripugna a qualcuno questo modo di darmi alle anime, questa vita che ti faccio vivere!... - La vita che Gesù comunica ad Alexandrina la trasforma talmente che la sua vita spirituale si eleva avvicinandosi sempre più al divino Modello: si arriva così alla «unione trasformante», di cui parla S. Giovanni della Croce. Tutti sappiamo che Gesù dice: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, vive in me e io in lui» (Gv. 6,57). Questo si realizza in Alexandrina nella maniera più completa! Ed è espresso molto bene in affermazioni che Alexandrina sente fare da Gesù in varie estasi. Ne riportiamo alcune, riservandoci di sviluppare l'argomento nella Parte Il, che tratta della spiritualità di Alexandrina. Ti dò altre tre gocce del mio divin sangue: è con esso che tu vivi. Faccio questa trasformazione sacra, trasformazione divina: trasformarmi in te, trasformarti in me... ... Ti faccio una nuova trasfusione, affinchè Cristo viva nella sua crocifissa e la sua crocifissa viva in Cristo. -Molte volte, nei momenti in cui riceve la trasfusione con l'infusione, Alexandrina ha proprio la sensazione di non vivere più sulla Terra: Gesù fece passare il suo sangue divino, sangue che mi diede fuoco, fuoco ardente. Fu in quel momento che io ardevo e mi perdevo in quell'amore infinito. Non vivevo sulla Terra; non so che vita vivevo, ma certamente era vita del Cielo... Alexandrina stessa non sa comprendere la sua vita. Nel 1951 sente Gesù spiegarle: - ... Tu non comprendi la tua vita, che non è della Terra: è del Cielo; non è umana, è divina. - Il progressivo aumento di vita divina è bene espresso nella seguente affermazione che Alexandrina sente da Gesù: - ... Ogni volta che la goccia del mio sangue passa in te, di più mi comunico a te, di più tu mi possiedi, di più tu vivi della mia grazia, del mio amore. - Alexandrina, dopo il 1942, con la 2° morte mistica (vedi avanti al cap. 17°), si sente di mano in mano sempre più staccata dalla Terra: avanza nella sua ascesa mistica sempre più «svuotata» della vita terrena e sempre più «riempita» della vita divina. E’ veramente il «nada y todo« (nulla e tutto) di S. Giovanni della Croce. È impressionante leggere nel Diario del 24 agosto 1951 come Alexandrina si senta dire da Gesù proprio lo stesso concetto, espresso nella stessa forma e se lo senta spiegare nel modo più chiaro nella sua essenza. Gesù fa questo rispondendo a lei che Lo ringrazia per la sua opera di salvezza. - ... Siate benedetto, siate benedetto per il vostro grande mezzo di salvezza. Non fu per merito mio, Gesù; non fui io a soffrire, non fui io a vincere: Voi avete trionfato nel Calvario e avete trionfato nel mio corpo. Io non ho nulla, proprio nulla, mio Gesù! Tutto è vostro, tutto. - Non hai nulla e hai tutto: non hai nulla perché tutto ricevi da me; hai tutto perché possiedi me... - Alexandrina si sente già fuori dal mondo, ma non sente ancora di vivere in Cielo. Gesù le spiega: - ... Tu non hai la vita della Terra, perché ormai non sei più della Terra; non senti la vita del Cielo, perché sono io che vivo in te. Confida, confida, faro del mondo e portavoce del Cielo. Come sono grandi le cose divine operate nella tua vita!
CAPITOLO 16° (1942 - 1955)
NUOVO MODO DI RIVIVERE LA PASSIONE
Gesù mi ha sospeso la crocifissione: mi pare che mi abbia sospeso la vita... Non ho la sofferenza della croce, ma ho una croce ancora maggiore: maggiori sofferenze. - Sarebbe desiderio del mio Cuore averti sulla croce, sempre sulla croce, in modo che tu senta sempre notte e giorno le mie divine piaghe nelle tue mani nei piedi nel cuore, che tu senta nel tuo capo le ferite delle mie spine e ne senta cadere sul tuo volto le gocce di sangue. - Sento Gesù crocifisso in tutto il mio corpo: sempre le sue piaghe nelle mani nei piedi e nel cuore, sento sempre il corpo ferito e il capo cinto di spine... E' Lui che soffre con la Mamma ed ambedue vengono a soffrire in me. Le piaghe sono porte spalancate per le quali tutti possono passare senza autorizzazione. Tutte queste piaghe danno passaggio verso un solo camino che porta alla piaga del cuore e da questa sua piaga passano ad un altro Cuore, che e unito al mio. Oh con quale ansia questo Cuore riceve tutti coloro che vogliono andare a Lui!
L'anno 1942 segna una svolta nella vita mistica di Alexandrina, per quanto riguarda il suo rivivere la Passione di Cristo. Infatti, dal 3 ottobre 1938 al 27 marzo 1942 compresi Alexandrina rivive la Passione in estasi con una mimica che appare chiara a tutti coloro che vi possono assistere, come abbiamo visto nei capitoli 9° e 10°. Il 3 aprile 1942, venerdì santo, alle ore 11.30, mentre attende di rivivere la Passione come al solito dalle ore 12 in avanti, si sente dire da Gesù: - Non temere, figlia mia: non sei più crocifissa (nella forma consueta). La crocifissione che avrai è la più dolorosa che si possa registrare nella storia. - Al Processo Informativo Diocesano la sorella Deolinda depone, tra l'altro: «Dopo il 1942 terminarono le manifestazioni esteriori della Passione, ma continuò sino alla morte a soffrire interiormente i tormenti della Passione e continuarono le estasi dei venerdì sino alla morte, più brevi e che udii chiamare "estasi dolorose"... Veniva scritto quasi tutto quello che manifestava. Solo negli ultimi tempi non scrivemmo, perché stava così male che non si percepiva quello che diceva, nè poteva dettare.» Alla richiesta se preferiva stare sola o in compagnia, Deolinda risponde: «Le piaceva stare sola e persino soffriva per la presenza di altre persone. Per la stessa sofferenza chiese a Dio che le togliesse tutte la manifestazioni esteriori.» Ecco perché le stigmate le sono rimaste sempre nascoste. A riguardo di questa nuova forma, p. Pinho scrive in «No Calvario de Balasar»: «E poi (dopo il 27 marzo 1942), in tutti i venerdi, sebbene senza muoversi, continua a sentire al vivo la Passione di Cristo, nella quale soffre tanto e alle volte più di quanto nelle precedenti, come si può vedere nei suoi scritti.» Alexandrina stessa conferma questo suo aumento di sofferenza. Per esempio, nel Diario del 24 maggio 1942, si legge: Gesù mi ha sospesa la crocifissione: mi pare che mi abbia sospesa la vita. Solo Lui può valutare la mia tristezza, la mia nostalgia. Non ho la sofferenza della croce, non mi sento in essa, mi si è nascosta completamente, ma ho una croce ancora maggiore: sono maggiori le mie sofferenze. Anche il parroco don Leopoldino, in una lettera del 30 aprile 1942 ad un suo collega di Braga, p. Eugenio Adamo Pinto Casalta, scrive, tra l'altro: «I fenomeni del venerdì continuano, ma in altra forma: fino al venerdì 27 marzo usciva dal letto e riproduceva al vivo la Passione; dal venerdì santo in poi entra in estasi dal mezzogiorno fino alle 15 e mezza, ma non esce dal letto ed ha dolori orribili. Credo molto prossima la sua morte.» Nel corso degli anni Alexandrina ricorderà con nostalgia la crocifissione nella prima forma: ogni cosa che ci fa soffrire ci lascia anche nostalgia. Nei suoi Diarii segnala i vani anniversarii della fine di quel modo di rivivere la Passione. Abbiamo visto (capitolo 14°, n. 29) che la Madonna stessa accenna a questo cambiamento nel modo di rivivere la Passione.
Non più soltanto al venerdì. Proseguendo la sua vita di vittima in grado sempre più elevato, quindi sempre più doloroso, Alexandrina rivive i tormenti della Passione anche in giorni diversi dal venerdì. Al suo 20 direttore spirituale, don Umberto Pasquale, diceva il 19 giugno 1946: - In altri tempi questi sentimenti e sofferenze (relativi alla Passione) li provavo specialmente durante le tre ore del venerdì, tra le 12 e le 15; i dolori della Passione si susseguivano con ordine. Oggi no: lo sgomento per questi dolori perdura quasi sempre, al martedì, al mercoledì, al giovedì e anche al venerdì; in ore non fisse provo ora questo, ora quell'altro tormento della Passione. -Circa un anno dopo, nell'estasi del 5 luglio 1947, si sente dire da Gesù: Sarebbe desiderio del mio Cuore averti sulla croce, sempre sulla croce in modo che tu senta sempre notte e giorno le mie divine piaghe nelle tue mani, nei piedi, nel cuore, che tu senta nel tuo capo le ferite delle mie spine e senta cadere sul tuo volto le gocce di sangue che da esse sgorgano: voglio che tu senta tutto il tuo corpo ferito e dilacerato, voglio che tu sia continuamente crocifissa così. Accetti? – Al che subito risponde: - Sapete già che sì, mio Gesù, che voglio solo ciò che volete Voi, cioè la vostra divina volontà. Ma con le mie forze non posso: datemi le vostre e la vostra grazia e, dopo, fate di questo cencio di mio corpo ciò che vi parrà. Ciò che io voglio è amarvi; e le anime, le anime, mio Gesù, voglio salvarle! - Una settimana dopo, Alexandrina detta: Ho sempre continuato a sentire come se avessi le piaghe aperte nel mio cuore, nelle mani e nei piedi, tutto il corpo dilacerato, il capo cinto e profondamente coronato di acutissime spine: le sento e talvolta l'anima ebbe la visione del sangue che cadeva in pioggia dal capo, bagnando il mio corpo e anche la terra. Se in tutti i giorni sentii tutto questo molto al vivo, ieri, giovedì, ancora di più... Poco più di un mese dopo: ... Le piaghe delle mani, dei piedi e del cuore si sono aperte tanto, tanto che sento come se fosse scomparsa la mia carne e anche le ossa e come se le piaghe fossero stampate nel sangue coagulato: tutto il mio essere è una massa di sangue. Mio Dio, mio Dio, quanto costa questo martirio, quanto mi costa il mio dolore! Più ampiamente è trattato l'argomento delle piaghe nella Parte Il.
Sempre più verso l'identificazione con la vittima divina. Questo nuovo modo di rivivere la Passione rappresenta un grado più avanzato di identificazione della vittima Alexandrina con la Vittima Gesù. Ecco, per esempio, quanto detta nell'ottobre 1947: Sento Gesù crocifisso in tutto il mio corpo; sento sempre le sue piaghe nelle mie mani, nei piedi e nel cuore, sento il corpo ferito e il capo cinto di spine. Non sono io: è Gesù che è così, è Lui che così soffre; è il suo Cuore divino che ha spine, lancia, spade, pugnali e frecce; è Lui che soffre con la Mamma ed ambedue vengono a soffrire in me.. Questo sentimento sarà vissuto anche più avanti: ne accenna nel 1951, nel 1952, nel 1953. (Vedi Parte Il) Ma quelle piaghe, pur dando tanto dolore fisico, hanno anche un significato spirituale. Infatti alla fine di ottobre dello stesso anno Alexandrina detta: Sento in me le piaghe aperte in tal modo che, nonostante siano in me, mi pare di attraversarle da una parte all'altra. Ma non sono solo io: è il mondo intero che le attraversa. Passa attraverso ad esse, ora attraverso una, ora attraverso un'altra: le piaghe sono porte spalancate attraverso le quali tutti possono passare senza chiedere autorizzazione. Tutte queste piaghe dànno passaggio verso un solo cammino che porta alla piaga del cuore e da questa sua piaga passano ad un altro Cuore, che è unito al mio. Oh, con quale ansia questo Cuore riceve tutti coloro che vogliono andare a Lui! Pare che abbia braccia per abbracciare, occhi per fissare ed attrarre, labbra per sorridere e baciare. Quale Cuore, quale Cuore che è amore e solo amore! Il mio è tanto piccolo e meschino, è nulla, proprio tanto nulla in confronto a quello. Non so persino come, essendo tanto piccolo, possa avere in sé una piaga tanto grande da sembrare una piaga mondiale. Mi costa tanto sopportarla: è tanto grande, è proprio immenso il dolore che mi causa. Soffro tanto e non sono capace di rimediare a tanto male con le mie sofferenze! Anche per il significato spirituale delle mistiche piaghe di Alexandrina, vedere la Parte Il. Abbiamo qui accennato alle sofferenze fisiche della Passione, ma teniamo ben presente che il martirio maggiore è quello dei patimenti morali e spirituali. Proseguendo nella sua vita di martirio, Alexandrina, in quanto anima-vittima che concorre al compimento della Redenzione, sperimenterà tutti i patimenti della Passione nel senso più vasto e profondo, rendendosi sempre più simile al divino Redentore. Già una prima idea ce la siamo fatta leggendo (nel capitolo 100) la descrizione di alcune estasi di Passione nel periodo fino al 27 marzo 1942. Più ampiamente verrà trattato l'argomento della partecipazio ne di Alexandrina al patire del Cristo nella Parte Il, che si occupa della spiritualità di Alexandrina. Un quadro alquanto ricco del dolore-amore di Gesù, come è rivissuto da Alexandrina, si trova nel libro di don Umberto Pasquale: «La Passione di Gesù in Alexandrina», già citato nel capitolo 10°. È una specie di mosaico che riproduce l'intera Passione a cominciare dal giovedì, fatto con 763 «tasselli» presi da quanto Alexandrina ha dettato nei suoi Diarii relativamente alla Passione dal 1942 al 1955.
Perché un nuovo modo di rivivere la Passione? Come possiamo motivare la trasformazione del modo di rivivere la Passione in Alexandrina? Forse con questi tre motivi: Le estasi di Passione nella prima forma erano presentate da Gesù come un segno per indurre il Papa alla consacrazione del mondo alla Madonna, come abbiamo visto nel capitolo 12°. Nel 1942 ormai il Papa, Pio XII, è deciso a farla. Viene quindi meno la necessità di queste «rappresentazioni». D'altra parte Gesù ha, nel suo piano di salvezza, decretato che Alexandrina continui a vivere senza alimentazione, come segno del soprannaturale che Egli opera in lei e per avvalorare la sua missione di vittima: forse, nelle nuove condizioni fisiche che deperiscono sempre di più, Alexandrina non potrebbe avere la forza per rivivere la Passione nella prima forma, con tutta quella mimica anche faticosa oltre che dolorosa. O forse questo ragionamento è troppo strettamente umano. Ma il motivo che riteniamo più valido è quello accennato al paragrafo precedente: un progressivo avanzamento nel cammino di vittima con un patire sempre più complesso e profondo per renderla sempre più simile alla Vittima divina.
CAPITOLO 17° (1942 - 1944)
SECONDA MORTE MISTICA
Dal venerdì santo (3-4-1942) cominciai a sentirmi morta sul calvario, in mezzo alle più grandi tenebre e al più grande abbandono. Sentii la mia anima svincolarsi dalla Terra e salire più in alto ...Mio Dio, che orrore! Non vivo più: vive solo il mio amato dolore, vive solo il mio inesplicabile martirio. Tenete conto, Gesù di tutto il mio dolore e chiudete l'inferno per le anime! - Sentivo ardenti desiderii di dissolvermi in fuoco divino e in questo amore immergere i cuori e le anime.
Il 1942 segna non solo l'inizio della nuova forma di rivivere la Passione e l'inizio del digiuno definitivo, ma anche l'inizio di una seconda morte mistica, che ha caratteri diversi da quelli della prima morte mistica del 1936: è tutta nello spirito, per quanto anche il fisico ne risenta moltissimo. Riportiamo alcuni stralci degli scritti di Alexandrina dai quali appare questa trasformazione mistica. Dal venerdì santo (3 aprile 1942) cominciai a sentirmi morta sul Calvario, in mezzo alle più grandi tenebre e al più grande abbandono. Piombarono su di me tutti i leoni. Non venne data sepoltura al mio corpo: venivano gli uccelli notturni e, nonostante le nere tenebre, ci vedevano per mangiare il mio corpo. Rimasi sempre in questa sofferenza e ancora sento questi uccelli conficcare il becco nelle mie ossa e ridurre tutto in cenere. Ora quegli uccelli hanno ancora molte scorie da togliere beccando nel mio corpo, che non ha più vita terrena. D. Umberto Pasquale, che prenderà la direzione spirituale nel settembre del 1944, studiando questo periodo dal 1942 in avanti sui pochi scritti dettati da Alexandrina, individua i sintomi di una seconda morte mistica.Teniamo presente che di «morte totale Alexandrina ha parlato già fin dal 1939. Solo il mio cuore sente una vita che non è umana: è vita divina. Questa vita divina gli dà sangue e io sento che l'umanità intera, come stormi di uccelli, beve quella vita divina... Io ora non mi sento più sulla croce: e sempre la sofferenza di cui ho già parlato. Questa non è meno dolorosa. Sento i leoni approfittarsi ancora della carne, ma carne che è già putrefatta, nauseabonda; e gli uccelli mettere i loro grandi becchi nelle ossa e perforarle. Hanno lasciato la mia piccola anima in mezzo alla montagna, in balia della più grande tempesta, nera, tristissima, arida: mi hanno lasciata nell'abbandono. Piombarono su di me tutti i leoni! Quanto è triste la ingratitudine degli uomini!
Alexandrina si crede prossima a lasciare la Terra. In queste condizioni, Alexandrina si crede prossima a lasciare il suo esilio terreno; e lo desidera tanto! Dice che ha tante nostalgie del Cielo. Inoltre ha l'impressione che sia finita la sua missione sulla Terra, poiché ha il presentimento che ormai è imminente la consacrazione del mondo alla Madonna, secondo quanto si è sentita dire da Gesù; anche la cessazione delle estasi di Passione con movimenti, che erano state presentate da Gesù come segno per indurre il Papa alla sopraddetta consacrazione, la induce a credere di essere in procinto di lasciare la Terra. Detta le sue ultime disposizioni per il flinerale e per la tomba (riportate avanti nel cap. 24°). Il parroco le amministra l'Olio degli infermi. P. Pinho, avvertito di questo stato di cose, accorre per una breve visita e celebra una S. Messa nella sua cameretta, come abbiamo già visto nel cap. 13°, nella nota 106. Ma passano i giorni, le settimane, i mesi e Alexandrina continua in digiuno assoluto e non muore, per quanto si senta sempre più carente di forze fisiche. Ecco quanto scrive a p. Pinho il 22 agosto 1942: Il mio stato è grave; dolorosissima è la mia sofferenza. Però nacquero in me dei desiderii irresistibili di dettare alcune parole per lei, padre mio. Non sono le mie forze che parlano, perché non ne ho nessuna: sono esaurite. Ma è il grido della mia volontà: è un leggero soffio di vita che parla. Non ho corpo se non per il dolore: non sento altro. Io sono una piccola e fragile bolla di schiuma che per nulla si disfa. I sentimenti della mia anima sono strani. Mi trovo come in un luogo dove non c'è godimento nè pena. Sento che gli uomini mi hanno legata alla Terra, obbligandomi a sospendere il mio viaggio (verso il Cielo). Vivo ferma, vicino al Cielo, ma senza potervi entrare. Di tanto in tanto mi vengono forti nostalgie per la mia Patria celeste, capaci di togliermi mille vite; non posso resistere ad esse: voglio piangere, e piangere molto. Mi pare che la missione destinatami da Gesù sia compiuta:mi tiene qui, ma sto a fare nulla. Confido però che Gesù romperà questi lacci che impediscono il mio volo verso il Cielo. Come non ricordare qui il famoso verso di S. Giovanni della Croce: «spezza, se vuoi, la tela al dolce incontro!» «Il mio stato è grave; dolorosissima la mia sofferenza»: questo stato, che Alexandrina crede sia sintomo di prossima morte fisica, è invece l'inizio di una seconda morte mistica, dalla quale risorgerà con una vita nuova, con energie che le vengono dall'alto, con sentimenti e desiderii che sente con intensità molto maggiore di quella consueta nell'uomo normale: una vita che è «divina», come più volte si sentirà dire da Gesù. Il distacco dalle cose della Terra è molto più forte che in pre cedenza (vedi avanti il Diario del 13-5-1944, n. 6 del paragrafo seguente). Le forze fisiche le vengono sempre meno. Le Lettere a p. Pinho diventano molto rade...
Vive lo stato delle anime nel Purgatorio. In questo suo nuovo stato di vita sperimenta non solo una «morte», ma anche la condizione delle anime nel Purgatorio. Le sue note spirituali relative al 31 ottobre 1943 sono intitolate: «Trasformazione dell'anima». E descrivono appunto questo stato: Nel giorno di Cristo Re mi sentii come se morissero il mio corpo e il mio spirito e terminasse completamente la mia esistenza nel mondo. È indescrivibile il dolore che questo mi causò. Ma più ancora: mi sentivo nel Purgatorio. Quale dolore, mio Dio, quale dolore! Da giorni mi sentivo attraversata da fiamme; pensavo che fosse effetto della sete ardente che continuamente sentivo, ma mi ingannavo. Quelle fiamme continuarono; non erano le fiamme di fuoco della Terra: avevano uno splendore incantevole. Mi compenetravano per ore di seguito, tormentando il mio corpo e tutti i suoi sensi; raggiungevano la massima altezza e tutto il mio essere ne rimaneva imbevuto. Mi causavano dolori indicibui. Ma, nonostante questo, io sentivo necessità di immergermi in esse, per così purificarmi. Come la farfalla è attirata follemente dalla fiamma, così lo ero pure io e volevo entrare a braccia aperte in quel flioco, che dava tormento ma non distruggeva; vivevo solamente in un desiderio ardente: liberata da qui, vado al mio Gesù. Io non sapevo il significato di tutta questa sofferenza. Seppi sentire e nulla più. Gesù venne a spiegarmela: - Abbi coraggio, mio incanto, non scoraggiarti nel tuo martirio, non perderti d'animo nel tuo calvario. Solo così i peccatori si salvano, solo così il mondo riceve le grazie desiderate. Tu vivi nel Purgatorio, la barriera che ti separa dal Cielo. Fui io a permettere questo. Ora non sei già più nel mondo: vivi come se non vivessi. Il tuo tormento è ineguagliabile... - Il Diario continua col seguente dialogo: - Vuoi consolarmi così, figlia mia? Vuoi continuare in questo dolore? - Tutto, mio Gesù, tutto quanto Voi vorrete. Il mio anelito è non vivere neppure per un solo momento senza darvi consolazione, mio Gesù. Vivere per consolarvi, vivere per salvarvi le anime: è la mia aspirazione. - Coraggio, allora, figliolina! Oh, se sapessi tu quanto bene farai alle anime quando sapranno il tormento che ti fu dato! Il tuo spirito è morto nei riguardi del mondo, la tua vita è la vita delle anime nel Purgatorio; ma non stai a soffrire solo per te. Presto, presto a far conoscere al mondo quanto soffrono le anime nel Purgatorio! Presto, presto a liberare le anime, mie amate! Ricevi tutto l'amore, l'amore del tuo Gesù e della tua cara Mamma. Ricevi le carezze di Gesù, le carezze celesti.
Sente non più prossima la sua dipartita, ma le pare di non vivere più sulla Terra. La consacrazione del mondo alla Madonna è ormai fatta, ma Alexandrina sopravvive: capisce che la sua missione non è ancora finita: non consisteva solo in quello. La Lettera del 2 gennaio 1943 comincia così: Padre mio, non è ancora giunta la mia fine: questo è un sacrificio in più! Tutto per Gesù e per le anime. Nel febbraio del 1944 Alexandrina sente la conferma della sua convinzione che la sua morte fisica non è tanto vicina come credeva vedendo le sue condizioni fisiche sempre più disastrose e il perdurare del digiuno. Nel Diario, alla data «Febbraio 1944 si legge: Sentii la mia anima svincolarsi dalla Terra e salire più in alto. A mantenere in vita il mio corpo rimasto qui in basso restava come una corrente elettrica che serviva di unione tra i due. Questo distacco costò immensamente al mio corpo, i cui occhi si fissavano in Gesù crocifisso a sollievo dei suoi dolori. Frattanto la mia anima si sentiva sul grembo della Mamma, la quale sosteneva con me il suo divin Figlio morto. Questo fatto diede luce alla mia intelligenza facendomi comprendere che quanto Gesù mi aveva promesso il 15 agosto 1943. Si sarebbe realizzato non nel modo che io ritenevo più naturale, cioè che io sarei andata per sempre in Cielo, ma che sarei andata per ritornare. Questa luce non fu impressione di un momento, ma una nuova trasformazione che si operò in me e che mi obbligò a dire che certamente non sarei morta nel giorno fissato da Gesù, ma che Egli si riferiva con certezza a questo nuovo stato dell'anima. Mi convinsi in tal modo che non pensai mai più trattarsi di morte reale. Ma continua a vivere in uno «stato di morte», fra tenebre e tormenti inspiegabili. Per esempio nel Diario del 13 maggio 1944 si legge: Nuova trasformazione nella mia anima. Morì completamente quel piccolo soffio di vita: non sento più quella respirazione che sentivo di tanto in tanto. Vive in me il dolore, e questo è di ogni qualità e specie. Sono morta, morta per il mondo e per le creature. Tutto è sceso nel sepolcro, per rimanervi per sempre sepolto. Mio Dio, che orrore! Non vivo più: vive solo il mio amato dolore, vive solo il mio inesplicabile martirio. Questo potrà, senza la mia vita, dare la vita alle anime? Potrò essere ancora utile all' umanità? O Gesù, Gesù, posso così amarvi e consolare il vostro Cuore santissimo? Povera me! Dopo l'odio e l'abbandono, dopo l'oblio, il disprezzo, sono scesa nel sepolcro. Vivo già nella eternità e senza che mi abbiate ridato il mio padre spirituale (p. Pinho), e senza avere di nuovo qui la S. Messa. Mai più, mio Gesù, mai più posso avere gioia, se non con gli occhi fissi in Voi. Possono darmi di nuovo tutto quanto mi rubarono: sento che per me tutto è morte e che ormai è tardi per restituirmi colui che di più amavo e stimavo, dopo di Voi, o mio Gesù... La mia eternità non ha luce: è una eternità che non Vi ama, che non Vi loda, che non Vi vede, non Vi gode. Tremenda eternità! Non vedere Gesù è una eternità morta. Solo il dolore trionfa sulla morte: è ciò che vive in quella eternità che io sento. Qualunque sia lo stato della mia anima, Gesù, affrettatevi: portate a compimento le vostre sante promesse. Io spero, io spero fiduciosa nel vostro amore. Date, Gesù, date la vita alle anime con la mia morte, con la mia eternità! Date loro la vostra eternità: date loro il Cielo, il Cielo, o Gesù! Dunque in quello «stato di morte» sente non solo il suo corpo ridotto a meno che cadavere ma, in una notte dello spirito tenebrosa e orrenda, sente anche la morte dell'anima in una eternità senza Dio: unica realtà che sente vivere è il dolore. Inoltre, il 16 giugno 1944 la Commissione dei teologi nominata dall'arcivescovo per studiare il Caso ha dato il suo Parere negativo! (ne abbiamo già accennato; vedi avanti nel cap.18°). La sua degenza di 40 giorni all'Ospedale della «Foce» dove è stata molto chiaramente dimostrata la sua astinenza da qualsiasi alimento solido e liquido e la assoluta anuria, non è stata sufficiente per abbattere le ostilità, per convincere gli avversarii della Causa. Nei Diarii di questo periodo esplode il grido di dolore di Alexandrina, dolore che ha raggiunto il suo apice per quel Verdetto negativo: un colpo di lancia in più nel suo cuore dove non c'era già più posto per altro dolore. Nella più furiosa tempesta Alexandrina invoca affannosamente l'aiuto di Gesù, ben consapevole che senza l'aiuto divino non può sopportare tanto tremenda prova. Ecco come comincia il Diario del 20 luglio 1944: Gesù, potrà essere, sarà possibile che la morte parli, che il cuore di un cadavere senta nostalgie del Cielo e forti aneliti, forti aneliti di volare a Voi, folle, folle di nascondersi, di perdersi nell'immensità del vostro divino amore? Gesù, Gesù, è il mio dolore che Vi parla, è lui che vive, è un dolore in cui si racchiudono tutti i dolori. Gesù, sento che il mio corpo non è già più un cadavere nel quale i vermi della terra ancora non penetrarono, un cadavere che, sepolto da alcuni giorni, possa essere ancora riconosciuto; no, mio Gesù, no, neppure, le ceneri ho: tutto è scomparso. O mio Dio, che morte, la mia, che eternità perduta! Ascoltate, Gesù, abbiate compassione, guardate a me, leggete nel mio dolore: è per Voi, è per le anime. Sopportate Voi il peso che mi ha causato la morte; vedete che senza di Voi non resisto a tante nostalgie del Cielo e, per le molte ansie di amarvi, non posso rimanere qui. La notte non ha stelle, non vi è giorno, non vi è sole. O dolore, dolore, solo tu vivi, solo tu vivi, solo tu vivi, ma non ami, non ami Gesù, non vivi per Gesù. Ascoltate, Gesù, il mio grido! Giunga sino a Voi la mia implorazione! Che sarà di me, mio Dio, che sarà di me, senza di Voi?! O lotta, lotta, o tremenda lotta! In tanto tenebrosa lotta Alexandrina soccomberebbe proprio, senza l'aiuto di un intervento divino. Questo appare di tanto in tanto nei suoi Diarii. Per esempio il 12 agosto 1944 il grande peso della sua croce le viene un po' alleviato da armonie celesti: Forse verso le 2 del pomeriggio, appoggiata ai miei cuscini e distesa sopra la mia croce in una amarezza profonda, invocavo Gesù, solo Gesù. Alcune note armoniose attirarono la mia attenzione. Pensai trattarsi di suoni della Terra e guardai attorno con la maggiore attenzione per scoprire da dove veniva tutto ciò. Ma venivano dall'alto: lo compresi bene e allora il cuore palpitò con forza fino al punto che io non potevo più resistere. Passò tutta la tempesta. Mi sentii rapita in una grande e soave dolcezza. L'armonia era composta da molti suoni, come di tanti strumenti. Li udivo tutti, ma uno di essi mi attirava di più. Non so per quanto tempo rimasi assorta, forse per mezz'ora. Ma l'anima vittima deve continuare a soffrire: i momenti di sollievo le sono concessi solo perché riprenda forze per maggior dolore. La sua trasformazione spirituale è tale, la morte di ogni cosa materiale in lei è tale che anche la fame e la sete che sente il suo corpo acquista per lei solo un significato spirituale, di fame-sete di anime, sentita da lei come partecipazione a quella fame-sete sentita da Gesù, come abbiamo già visto nel capitolo 14°. E, per maggior tortura, sente che non solo in lei vive solamente il dolore, ma che anche questo non le dà la soddisfazione di essere utile perché non lo sente come suo da offrire. Tutto per farla avanzare sempre più verso maggiori sofferenze. Ecco un suo sfogo con Gesù: .... Tenete conto, Gesù, di tutto il mio dolore e chiudete l'inferno per le anime! Fate che io Vi ami e Vi faccia amato: ho fame di darvi il mondo intero. Ahi, mio Gesù, non sono io che sento la nostalgia di alimentarmi, non è il mio corpo che sente fame e sete, poiché io ormai non esisto; ma è un cuore, è un'anima come se fosse la mia che sente questa fame e questa sete. Udiste, mio Gesù, che questo duro penare mi obbligò a dire: darei tutto, darei il mondo, darei la vita, se fosse possibile, solo per avere una piccola alimentazione. Quali ansie, quali forti desiderii, mio Gesù, di tutto possedere per dare tutto a Voi! Io sono folle d'amore, sono folle d'amore, Gesù, voglio amarvi, voglio darvi le anime. Gesù, dopo tutto questo, non so ciò che è dolore; non so ciò che è soffrire: tutto ignoro, nulla mi appartiene! Volgete verso di me i vostri sguardi divini, che io voglio fissare per sempre i miei in Voi! Abbiate compassione, Gesù, abbiate pietà! Nel Diario successivo riprende quel grido: Tenebre della notte, orrori della morte! Continua, Gesù, il grido del dolore. Ascoltate: è lui che piange, è lui che grida invocando il vostro soccorso. Gesù,, è dolore che sente dolore, è dolore che altra vita non ha se non quella di essere dolore: tutto il resto, mio Gesù, tutto il resto è sceso nel sepolcro, è passato all'eternità. Non vedo luce; mi pare, o mio Dio, di non avere mai conosciuto la luce: non so cosa sia il chiarore della luna, lo splendore del sole, nè lo scintillare delle stelle. Non so che cosa sia la vita, nè l'amore di Gesù. O mio Dio! Come può esservi questo stato che ha vita e cuore che sente? E cosa sente il cuore? Sente che fu lacerato e trapassato da dura lancia, sente che non può essere ferito di più; sente che, dopo di essere stato così tanto maltrattato, ancora vi furono cuori che lo trafissero con una dura lancia, facendomi ricordare la Madonna Addolorata. Grande crudeltà e ingratitudine! E cosa sono stata io per Voi e per la Mamma celeste!... Nel Diario del 15 agosto 1944 parla ancora di un rapimento; come nel febbraio di quello stesso anno si sente scissa in due parti: una parte rapita in Cielo e l'altra che rimane sulla Terra, morta; e questa soffre molto. Dopo la mezz'ora di sollievo concessa il giorno 12 agosto tornai al mio stato di amarezza. Giunse il giorno della Madonna e nel ricordare che giorno era e il gaudio che c'era in Cielo, mi pareva di non resistere ai dolori di questa Terra. Venne il momento della Comunione. Pochi minuti dopo aver ricevuto Gesù, sentii come un assalto dentro di me. Mi parve che fosse Gesù, come un ladro, ad entrare e ad uscire subito portando con Sè quel poco di vita che dà vita al mio dolore. Mi sentii morta, ma continuai a soffrire di più nel sentirmi senza quel poco di vita che era la vita del mio dolore. Sentii che mi mancava tutto di me stessa e mi sentii come scissa, tagliata a metà: rimase qui il mio cadavere e là in alto, in Cielo, quella refurtiva che era una parte di me stessa. Quella parte era immersa nel gaudio completo, eccettuata la visione di Dio. Essa non dava però alcun sollievo alla parte rimasta sulla Terra; al contrario, la schiacciava in un abisso di dolore senza fine. Trascorsi tutto il giorno in un'ansia dolorosa di possedere ancora quella parte di me che mi apparteneva e senza la quale io ero cadavere. Fu un giorno che mi parve non finire: lo passai in un grido continuo a Gesù a alla Mamma e a interrogarmi: o mio Dio, senza vita, come posso vivere? Sul tardi di quel giorno udii nuovamente le armonie del giorno 12 e fu come un calmante alla mia sofferenza, senza il quale mi pare non avrei più resistito molte ore. A notte, non ricordo l'ora, mi fu restituita la refurtiva: me ne resi conto nel sentirmi rivivere.
Dalle ceneri si sprigiona fuoco d'amore. Per terminare questo capitolo, ecco due altri brani, tratti dai Diarii del settembre 1944, in cui appare forte il contrasto tra il fuoco ardente dell'amore di Alexandrina e le ceneri morte in cui si sente ridotta. Inoltre, di questo suo stato, approfitta Satana per tormentarla. Mio Gesù, non posso vivere qui. Continuano i miei aneliti ardenti: voglio amarvi, voglio morire d'amore. Muoio per darvi anime. Voglio vederle tutte tutte nel vostro Cuore... Non vedo, non sento se non il dolore e questo stesso scompare: va perdendo completamente la sua vita. Dolorosi sono i sentimenti della mia anima. Ascoltate il mio grido, i terrificanti combattimenti col nemico! Gesù, mi pare che quando Vi chiamo, quando invoco il vostro divino amore e quello della Mamma non sono udita. Sento che il mio grido rimane soffocato nel mucchio di cenere del mio povero corpo che non è più un cadavere, come poco fa sentivo, ma cenere, solo cenere, mio Gesù. Mi pare di essere già in un cimitero e quando, nell'agonia della mia anima, imploro l'aiuto del Cielo, questo grido invece di salire in alto si perde soffocato in questo mucchio di cenere e nella cenere di altri cadaveri che giacciono nel cimitero dove mi trovo, la cui estensione non so misurare. Abbiate compassione, Gesù! Vedete quanto soffre la mia povera anima. Non sto in me dal dolore. Non sta in me il mio cuore per le ansie di amarvi e di volare a Voi. Non dico bene, mio Gesù: questo cuore non è mio, non so a chi appartiene. Dove è Colui, o Gesù, a cui appartiene? Tutto morì, Gesù: abbiate pietà di me! La mia volontà è la vostra, solo la vostra; ben lo sapete, ben lo sapete, mio Amore... (dopo la S. Comunione) Mi sentivo tanto disanimata, tanto avvilita e non sapevo dire nulla a Gesù. Mi sforzavo di ripetere molte volte: - O mio caro Gesù, mio Amore, o mio diletto Amore, io sono vostra. - Non dissi altro al Signore per alcuni momenti. Venne Lui: - Gradisco tanto, figlia mia, mi consola tanto, mia colomba amata, il tuo dirmi “mio Gesù, mio diletto Amore, sono tutta vostra!”. Quale gioia, quale consolazione e quale gloria per me! Ripetilo molte volte. Coraggio, o mia amata! Non temere gli assalti del demonio. Abbi coraggio. Solo così, chiedendoti questo sacrificio, io posso essere riparato per tanto gravi crimini. Dammi tutto quanto ti chiedo per gloria mia e salvezza delle anime. - ... Mi sentii obbligata ad inginocchiarmi, ad alzare le braccia al Cielo per così meglio lodare il Signore. Sentivo ardenti desiderii di dissolvermi in fuoco divino e in questo amore immergere i cuori e le anime... Sentivo oggi il demonio al mio fianco e in me sentivo ansie insopportabili di amare Gesù, di dargli anime, di conoscerlo e di farlo conoscere. Folle d'amore ripetevo: - Gesù, Gesù, Amore, Amore! - In quello stato non potevo trattenere le lacrime, sentendo la mia miseria, il fango in cui sono vissuta: mi causava orrore la melma in cui sono vissuta. A nulla valevano le mie ansie d'amore: tutto perduto! Mi sentivo in un cimitero immenso e sentivo il mio dolore quasi senza vita, proprio come se esso non si muovesse già più, coperto appena di ceneri: mi venivano in mente quei vermi che nelle pinete fanno la loro casa sotto mucchietti di terra e di legno sbriciolato. In mezzo a tutto questo vi è sempre la mia offerta a Gesù, come vittima e sempre il timore di offenderlo. È un combattimento tremendo e quasi continuo. Vivo senza vivere, soffro senza soffrire, amo senza amare.
CAPITOLO 18° (1944 - 1946)
LA CECITA' DI UNA COMMISSIONE ESAMINATRICE
«Questa Commisionefa voti perche l'Ecc. Prelato prenda tutte quelle misure necessarie per la gloria di Dio e la tranquillita di tante anime.» «Che si faccia silenzio sui pretesi fatti straordinarii attribuiti all'ammalata, o di cui ella si afferma protagonista.» Ah, quale orrore! Tutto e tempesta: odo il sibilare dei vent4 gli echi dei tuoni ternficant4 minacce di distruzione... Con gli occhi in Vo4 Gesu, calunnie, umiliazion4 disprezz4 odi4 obhì> hanno la dolcezza del vostro amore. Venga tutto, o Gesu, venga tutto quanto a Voi parra. Muoia il mio nome, come sento che morirono il mio co~o e la mia anima, affinche viva il vostro divino amore nei cuori e la vostra grazia nelle anime!
Poiché, nè il chiaro Referto del dott. Gomes dè Araùjo circa la constatazione della effettiva astinenza di Mexandrina da cibi solidi e liquidi e della persistente anuria, nè la Relazione firmata congiuntamente dal prof. Carlo Lima e dal dott. Azevedo (vedi capitolo 140) sono state sufficienti a fare zittire gli avversari del Caso di Balasar, il dott. Azevedo ritiene essere molto conveniente che 1'Autorità ecclesiastica competente studii il Caso.
Il Parere della Commissione. Dopo varie insistenze, l'arcivescovo primate di Braga nomina una Commissione composta dal canonico Antonio Gonçalves Molho de Faria, presidente, e dai sacerdoti don Mvaro Dias e don Giuseppe Magalhaes Alves Costa. Notiamo che il canonico Molho de Faria era stato messo al corrente del Caso di Balasar nel 1942 da p. Pinho; aveva fatto una visita ad Alexandrina e ne era rimasto molto bene impressionato. Poi, in data 2 marzo 1943, aveva scritto a p. Pinho una lettera in cui, tra l'altro, si legge: «...Mi piacquero ed ammirai molto le lettere della sua figlia spirituale: ammirai sopratutto lo spirito di semplicità e la totale fiducia in Dio. Vi è tanta bellezza ed esattezza in alcuni particolari di reale difficoltà teologica che, sapendo noi da dove vengono, non possiamo non vedere chiaramente il dito di Dio. Vi sono anche modi di esprimersi ed immagini di una tale finezza e profondità nell'esporre certi desiderii ed affetti, che dobbiamo ammettere in lei l'esistenza di sentimenti altissimi... Credo che un giorno si farà piena giustizia.» La Commissione fa uno studio non sufficientemente approfondito: nessuno dei tre membri prende contatto con p. Pinho e quindi nessuno viene a conoscenza della vasta documentazione in possesso del direttore spirituale. Inoltre non viene esaminata a fondo l'ammalata stessa. Molto peso ha poi l'influenza esercitata dal parroco e da alcune donne a lui vicine. Il 16 giugno 1944 tale Commissione emana il suo Parere, che è sfavorevole! È scritto a mano dal canonico Molho de Faria. Si compone di due parti. Nella prima, prende in considerazione la malattia di Alexandrina, specie la paraplegia in relazione anche al fenomeno delle estasi di Passione e il suo digiuno: per la paraplegia sostiene la tesi della nevrosi e dell'autosuggestione; per il digiuno parla di anoressia, ma non trova fuori del naturale la sopravvivenza per circa due anni (1942 - 1944) e cita alcune sante che vissero per anni nutrendosi della sola Ostia consacrata. Se questa sopravvivenza si è avuta solo da parte di alcune sante, non è normale secondo la natura umana! La seconda parte sostiene che non sono autentiche le comunicazioni che Alexandrina dice di avere dal Cielo. Il sopraddetto Parere conclude dicendo: Questa Commissione sente la necessità di dire di non aver trovato nulla che attesti qualcosa di straordinario o miracoloso. Osa anche aggiungere che vi sono medici per affermare il contrario. Per conseguenza questa Commissione fa voti perché l'Eccellentissimo Prelato prenda tutte quelle misure necessarie per la gloria di Dio e la tranquillità di tante anime.» Fa stupire questo giudizio perché il presidente è proprio quel Molho de Faria che il 2 marzo 1943 aveva scritto a p. Pinho la lettera sopra riportata. Evidentemente nel frattempo è intervenuta qualche pressione che non conosciamo. E forse il canonico Molho de Faria, che un anno prima aveva espresso il suo parere con spontaneità, libero da vincoli, ora si sente frenato, si sente preso dal timore nell'emanare un pronunciamento ufficiale, impegnativo. Ricordiamo che c'è sempre una parte di sacerdoti cattolici che non conoscono la mistica, quindi sono diffidenti nei riguardi di certi fenomeni soprannaturali; e ci sono anche, purtroppo, persone che si atteggiano ad anime mistiche, mentre non sono che mistificatrici... Forse per capire qualcosa del mutamento di parere del canonico Molho de Faria è anche utile sapere che nel febbraio 1944 aveva abbandonato la casa di Alexandrina, senza preavviso, la giovane Felismina, da noi già citata (capitolo 80, nota 58) che da piccola era stata accolta per carità dalla madre di Alexandrina. Questa Felismina, penitente di Molho de Faria, era stata istigata contro i Costa da un'altra penitente dello stesso, Maria Machado (per chiarimenti sulla Machado vedi avanti, cap. 230). Nelle indagini fatte, d. Umberto Pasquale venne a sapere da Deolinda che in quello stesso febbraio il canonico Molho de Faria si era presentato ad Alexandrina per farsi narrare le cause del comportamento di Felismina. Alexandrina aveva risposto: - Ho fatto il proposito di non dire nulla... di non discolparmi. - E il canonico: - Ma qui non è il mondo che la interroga, sono io! Sappia che sta tutto nelle mie mani! - Signor padre, la mia vita è nelle mani di Dio. Ho promesso al Signore di non dire neppure una parola per discolparmi; perciò la prego di non insistere. – Il canonico se ne andò, certamente risentito. Come è possibile non riconoscere qui l'atteggiamento di Gesù davanti a Pilato? Nel 1944 Alexandrina è già molto avanti sulla via della imitazione di Cristo. Nell'ottobre dello stesso anno, in un colloquio con Gesù, invoca: - ... Rendete il mio cuore simile al vostro: per amore a Voi voglio perdonare a tutti, per amore a Voi e per amore alle anime accetto queste spine che tanto profondamente feriscono il mio capo in tutte le ore del giorno. Non dubitiamo dell'onestà dei membri della Commissione. Ma, ora che a distanza di anni sappiamo come si è sviluppato il Caso di Alexandrina, dobbiamo ammettere che quella Commissione non ci vide chiaro. Quanto profonda è la verità affermata da Pascal nel suo Pensiero 430, in cui dice che nella ricerca della verità nelle cose di Dio «c'è abbastanza luce per coloro che desiderano vedere e c'è abbastanza oscurità per coloro che hanno una disposizione contraria»!
La Circolare dell'arcivescovo. È chiaro che l'arcivescovo primate di Braga non può non intervenire. E l'intervento non si fa attendere. Infatti in data 25 giugno 1944 emana la seguente Circolare: «Tenendo conto del motivato Parere della Commissione nominata per studiare ciò che è avvenuto circa Alexandrina Maria da Costa, della parrocchia di Balasar, nel comune di Pòvoa de Varzim, che è nominata nella Relazione qui unita, giudichiamo bene determinare: a) Che si faccia silenzio sui pretesi fatti straordinarii attribuiti all'ammalata, o di cui ella si afferma protagonista, i quali non devono essere narrati nè valutati in pubblico, ma tutt'al più confinati in un ambito strettamente privato; b) che sia fatta raccomandazione ai sacerdoti di non alimentare ma piuttosto di avversare in modo caritatevole la curiosità che per considerazioni di ordine religioso possa venire ancora a manifestarsi attorno all'ammalata; visto che tale curiosità non può essere sana e ben fondata, non è neppure lodevole; c) che la stessa raccomandazione si faccia a tutti i nostri diocesani, ogni volta che ve ne sia necessità e si possa fare in modo discreto;d) che al reverendo parroco di Balasar si comunichi che lo incarichiamo, oltre a quanto sopra, di vigilare affinchè l'ammalata e la sua casa non siano molestate da visite importune, fatte a titolo di osservazione dei pretesi fenomeni strardinarii, a cui si attribuisca carattere religioso o intenzione religiosa.
Braga 25 giugno 1944 Antonio, Arcivescovo Primate
Questa disposizione viene letta da tutti i pulpiti della diocesi!
Alexandrina nella tempesta. Possiamo immaginare il contraccolpo che sconvolge tutti gli animi; quello di Alexandrina poi!... Ma Gesù non la lascia senza il suo aiuto: proprio il giorno 25 giugno stesso le dà da bere del suo sangue per fortificarla, come abbiamo visto nel capitolo 15°. Poi, nell'estasi del 30 giugno, Alexandrina si sente dire da Gesù quanto segue: - Basta, basta con l'offendermi; basta col crocifiggermi la mia vittima amata! Feriscono il mio Cuore divino; immolano la mia cara amata. Il mondo non ti conosce, figliolina. Il mondo non cerca il mio divino amore; non cerca di conoscermi. Che tristezza per me, mio incanto, mia colomba bella! Fuggi dal mondo e vieni a me! Vivi nel mondo appena apparentemente. Vieni, vieni, prendi il tuo posto nel mio Cuore divino. I peccatori mi scacciano, mi offendono gravemente: lascia a tua volta che io mi nasconda nel tuo cuoricino, che tanto amo. In cambio ti dò il mio divino ringraziamento. Tu vivi in me e io vivo in te. Tu sei tutta mia e io sono tutto tuo. Animo, animo, coraggio, coraggio, o colomba amata, o figlia cara! ... - Quello che interessa più di tutto in questa biografia è il vedere lo spirito con cui Alexandrina accoglie, non solo la notizia della Circolare dell'arcivescovo, ma tutta la conseguente marea di diffamazione alimentata da male lingue di persone che già la invidiavano per la sua posizione eccezionale. Riportiamo alcuni stralci dai suoi scritti di quel periodo. Gesù, sono in uno stato di grande spavento: non so ciò che ancora il mio dolore presagisce. Ah, quale orrore! Tutto è tempesta; odo il sibilare dei venti, gli echi dei tuoni terrificanti, minacce di distruzione; tutto fuggì terrorizzato. E io, tutta sola in mezzo al mare, senza barca, senza timone e senza luce, sul punto di affondare per sempre nell'abisso del mare. Orrore! Orrore! La tempesta squarcia le nubi, il Cielo si apre e si rivolta contro la Terra. Mio Dio, mio Gesù, cosa mi aspetta ancora? Mi abbandono nelle vostre braccia santissime. Nella lettera a d. Umberto Pasquale del 30 luglio 1944 si legge, tra l'altro: ... Sapesse quanto soffro!...Ma non importa il soffrire: ciò che è necessario è consolare Gesù, purchè Egli non mi venga meno con la sua grazia divina e la sua forza onnipotente affinchè io possa resistere a tutto. Riportiamo integralmente il Diario del 1° agosto 1944. Ascoltate, Gesù, il mio dolore quasi moribondo! Duro colpo gli fu dato. O dolore, dolore che uccidi il dolore, o dolore che solo da Gesù puoi essere conosciuto! Con gli occhi in Voi, Gesù, le calunnie, le umiliazioni, i disprezzi, gli odii, l'oblio hanno la dolcezza del vostro amore. Venga tutto, o Gesù, venga tutto quanto a Voi parrà. Muoia il mio nome, come sento che morirono il mio corpo e la mia anima, affinchè viva il vostro divino amore nei cuori e la vostra grazia nelle anime! Ecco, mio Amato, perché mi lascio immolare. Ma come resistere a tanto? O Gesù, guardate questo cuore che scoppia, che si disfa nel dolore: non ne può più per tanta oppressione, se non venite in mio aiuto. Venite, venite, o Gesù! Aiuto, aiuto, o Gesù! Vogliòno privarmi di tutto: mi minacciano persino di lasciarmi senza di Voi (eucartstico) proibendo al signor parroco di venire presso di me, se non in pericolo di morte: questo nel caso in cui io non obbedisca. Obbedisco, obbedisco, mio Gesù, con la vostra divina grazia! O santa obbedienza, quanto io ti amo per Gesù e per le anime! Mi hanno lanciata in pubblico senza il mio consenso: non ne seppi nulla. E ora, mio Gesù, a costo del mio dolore, vogliono raccogliere le penne che il vento tanto furioso sparpagliò?! Come, Gesù, come? Ani, mai più, mio Gesù, mai più! Oh, almeno potessi vivere nascosta! Ahi, potessi almeno amarvi come tanto desidero, essere vostra, mio Gesù, in modo da non poterlo essere di più; ma perdonatemi, o mio Gesù, perdonatemi: vorrei, ma senza avere questa vita così (straordinaria). Ah, quanti che nulla conoscono di questa vita (mistica) e sono santi! E io, mio Gesù, tanto piena di miserie! Oh, quante nostalgie degli anni ormai passati! Tanti colloqui ebbi con Voi, e senza che nulla si sapesse! Darei vite, mio Gesù, darei mondi per vivere nascosta. Perdòno, Gesù, non ho volere, non ho volontà. Mio Dio, almeno sapessi che con la mia sofferenza fosse completa la vostra consolazione! Potessi io vivere chiusa in questa cameretta, essendo Voi, mio Gesù e queste povere pareti gli unici testimoni, senza che i miei e tutti quanti mi sono cari potessero ricordare che io vivevo qui e che in nessun giorno della vita io sono vissuta in loro compagnia! Allora non soffrirei più. Ma vedo che chi soffre di più è il vostro Cuore divino e che quelli che mi sono cari soffrono con me: non possono dimenticarmi e perciò questo mi fa soffrire il massimo possibile. Quante volte non posso trattenere le lacrime, cieca, cieca di dolore! Mi viene in mente: è più perfetto non piangere, Gesù rimane più contento. Fisso i miei occhi in Gesù crocifisso, li alzo al Cielo, rimango per un po' di tempo a contemplare Gesù e subito le lacrime, che parevano non avere mai più fine, ristagnano: sento vita nuova. Mio Dio, che lotta tremenda! Povera me, senza di Voi! Gesù, Mamma, aiutatemi! Sono la vostra vittima. O santa Teresina, santa Gemma, san Giuseppe e santi miei diletti, aiutatemi! O Cielo, o Cielo, conto su di te. Non lasciatemi mai riposare, mio Gesù, non lasciate mai che le mie labbra cessino di ripetere sempre: - Vi amo, Gesù, sono la vostra vittima. - Mi diano gli uomini la sentenza che vorranno, non importa. Datemi Voi, o Gesù, la sentenza che vincerete in me e che io Vi amerò e Vi darò anime. Gesù, non vedo il mio passato nè il mio presente, vedo solo il futuro: vedo il mio sangue scorrere tra spine; in una notte tremenda e oscura va il mio dolore, che ha vita, a camminare in quel sangue, a bagnarsi, a inzupparvisi. O mio Dio, che tormento! Non so dirvi ciò che sento: soffro e il dolore va scomparendo a misura che vado soffrendo. Nulla mi appartiene e muoio di dolore, Gesù, e ho sete di maggior dolore. Gesù, solo Voi mi comprendete: ho fame, ho sete, muoio, muoio, o Gesù! E quello del 10 agosto, quasi integralmente. O Gesù, guardo da una parte e dall'altra: non vedo nessuno; temo e tremo; ahi, che sgomento! Non cessa la lotta. Si ricordi che Alexandrina aveva fatto il voto del più perfetto» (vedi Vedo nell'oscurità scorrere il mio sangue; e il dolore, quasi moribondo, segue lo stesso cammino. Sangue e dolore, morte ed eternità. Ascoltate, Gesù, udite, Mamma: è un dolore agonizzante; non vi è chi abbia compassione del mio dolore. Guardate, Gesù, guardate e vedetelo inzuppato nel sangue! Gesù, Gesù, non lasciatemi senza ricevervi (nella Gomunione): perdere tutto tutto, ma ricevere la Comunione! Perdere tutto, ma possedere Voi. Ml'udire là fuori delle risate come di chi gode in grande allegna, sentivo, senza volerlo, quasi nostalgia di godere io pule di quella allegria. Mio Dio, che vita tanto male compresa! Se non fosse per l'amore a Gesù, se non fosse per le anime, non starei soggetta ai giudizii degli uomini, non dovrei obbedire loro. Questi pensieri passavano rapidi come lampi. E mi sentivo come obbligata a scambiare tutte le allegrie con l'amore di Gesù. Gesù, Gesù è degno di tutto. Le anime, le anime! Questo pensiero vibrò in me, accese dei desiderii più saldi di camminare tra spine, bagnata nel sangue, solo nel sangue. Mi diede una chiara conoscenza di ciò che è Gesù e di ciò che è il mondo. Mio Dio, mi rialzo di qui per cadere di là. La lotta continua. Sento nostalgie (è giovedì) della mia crocifissione dei venerdì (quella con movimenti), ma ho orrore delle estasi. Temo i venerdì, temo i primi sabati (in questi ha estasi con la presenza della Madonna), temo qualsiasi giorno ed ora, mio Gesù, nei quali vi degnerete di parlarmi. Questo sarà non perfetto? Abbiate pietà, o Gesù, abbiate compassione! Temo la mia fragilità, temo di vacillare: mi terrorizza la sofferenza, ma confido in Voi. Il mio volere è il vostro, solo il vostro, mio Gesù. Che sto io qui a fare? Non permettete che io sia la disgrazia delle anime! Mi preoccupa tanto che si dica che certe cose sono necessarie per tranquillizzare le anime. O Gesù, spero in Voi, confido in Voi. Tranquillizzate la mia povera anima! Passarono alcune ore. Era notte alta, molto alta. Tutto in casa riposava: solo il mio dolore, la mia tremenda lotta continuava. Venne Gesù improvvisamente, mi abbracciò in fiamme d'amore. - Dammi la tua mano, figlia mia: non ti promisi io di venire a rialzarti dal tuo scoraggiamento? Va tra le braccia della tua Mamma celeste, và a prendere conforto! - Mi sentii subito tra le braccia della Mamma e come una bimba buttai le mie braccia al suo collo. Ella mi strinse dolcemente e mi accarezzò, coprendo di baci il mio volto. lo non so se piangevo, oppure no, ma sentivo che piangevo. Ella mi asciugava le lacrime col suo santissimo manto e mi diceva: - Non piangere. Consola con me il tuo e mio amato Gesù. Egli è tanto offeso! Su, prendi coraggio! - E Gesù al mio fianco mi diceva: - Il tuo dolore, figlia mia, il tuo martirio strappa dagli artigli di Satana le anime che egli mi rubò con tanto furore... Coraggio! La tempesta passa. Ricevi grazia, ricevi amore e ricevi la luce del divino Spirito Santo. - Poco dopo, in una dolce pace, mi addormentai. La grande tempesta fa soffrire orribilmente Alexandrina, ma allo stesso tempo ne fa scaturire sentimenti meravigliosi ed espressi anche in modo stupendo, come già due anni prima, quando ricevette il colpo dell'allontanamento di p.Pinho: si vede qui il cristianesimo veramente vissuto! In un momento di scoraggiamento, arrivai a domandare al mio medico (Azevedo) se potevo fuggire fuori di qui, ove nulla più si sapesse di me. - Mio Gesù, volevo andarmene ma non per fuggire al dolore, lo sapete bene: volevo fuggire per rimanere dimenticata, per non essere d'inciampo alle anime, per non causare loro turbamenti, come qualcuno afferma. Io non chiedo vendetta per coloro che mi fanno soffrire; desidero per tutti ciò che desidero per me: la massima grazia e il massimo amore. Non sono parole uscite solo dalle mie labbra: mi escono dal cuore e dall'anima. La vendetta che desidero per coloro che mi feriscono, la voglio per me stessa. Soffro da parte degli uomini, soffro da parte del demonio, che violento combattimento!... Anche certa stampa interviene nella campagna denigratoria, ferendo moltissimo Alexandrina e tutti i suoi. Ecco quanto depone d. Umberto Pasquale al Processo Diocesano: «Soffrì pure assai per gli articoli che si scrissero contro di lei in giornali - credo nel "Jornal de Noticias" di Oporto, non ne sono certo - scritti da p. Agostino Veloso, al quale del resto rispose il dott. Dias de Azevedo, contro la volontà di Alexandrina e mia, che non volevamo dare pubblicità al Caso.» Le spine, quindi, le vengono da varie parti: Oh, quante spine feriscono questo cuore che ormai non esiste se non per soffrire! È dal profondo dell'anima che Vi chiedo perdòno per quelli che tanto crudelmente mi feriscono. Sono ferita da quelli dai quali meno dovrei esserlo; ma anch'io mi comporto così verso di Voi: mio buon Gesù, perdonatemi! Alla fine di aprile del 1945, invocando il Sacro Cuore di Gesù, dice: Siate sempre la mia forza e lasciatemi entrare nel vostro Cuore divino con tutti quelli che mi sono cari, affinchè Voi li ricompensiate per me, dando loro tutte le vostre grazie e tutto il vostro amore. Lasciatemi entrare con tutti i sacerdoti, affinché imparino dal vostro Cuore divino e divengano somiglianti a Voi. Lasciatemi entrare con tutti i peccatori, affinchè si convertano e non Vi offendano più. Lasciatemi entrare con tutti quelli che mi hanno offesa affinchè li perdoniate e diate loro anche il mio perdòno. Lasciatemi entrare col mondo intero, affinchè esso sia salvo, poiché nel vostro divino Cuore non corre più pericolo.
Comincia ad apparire una schiarita. Passano i mesi, passano più di due anni... Poi l'atmosfera a poco a poco va rasserenandosi. Nel novembre del 1946 l'arcivescovo di Braga concede il permesso di visitare Alexandrina ad un medico che è fratello del cardinale Patriarca di Lisbona, Cerejeira, accompagnato da varie persone, come si apprende dalla seguente Lettera di Alexandrina a p. Pinho, già esiliato in Brasile (vedi cap.130). Venne qui anche un medico che è fratello del signor cardinale Patriarca. Rimase molto mio amico. Venne in un venerdì e con varie persone. Erano andati a chiedere il permesso al signor arcivescovo; egli li autorizzò, così come già varie volte aveva autorizzato altri, ma sempre a richiesta della famiglia del signor cardinale Patriarca. A me sarebbe molto piaciuto stare sola con Gesù. Mi sento tanto umiliata nel vedermi circondata da persone!... Si deduce che il rigore delle proibizioni delle visite va attenuandosi. Ottengono l'autorizzazione a visitare Mexandrina anche alcuni sacerdoti. Per esempio, nel 1947 un padre carmelitano, p. Isidoro Magunha, professore di mistica e di ascetica, come vedremo avanti nel capitolo 23°.
CAPITOLO 19° (1944 - 1948)
FINALMENTE, UN NUOVO AIUTO!
Gesù provvide... inviò presso di me un reverendo padre salesiano (p. Umberto) il quale per alcuni giorni si sforzò di illuminare e tranquillizzare la mia anima. Capii che ero da lui compresa. (sente dire da Gesù: - Dì al mio caro p. Umberto che il profumo e profumo divino: è il profumo delle tue virtù. Dico questo perchè egli ne ha bisogno per il suo studio... Digli che l'ho condotto qui per difendere la mia Causa divina: non fu lui a scegliere di venire. Coraggio e tutta la fermezza! Lotti insieme ai miei amici che già lottano per me. - …ricevetti il mio secondo colpo spirituale: mi congedai da colui che Gesù ha messo al secondo posto nel mio cammino, quale guida e sostegno della mia anima. Mio Dio, cosa mai deve attraversare la mia anima! Quali tenebre tanto dolorose! Tutta sola, senza nessuno! Non vedrà mai luce. Non sentirà nessun sollievo nè appoggio in nessuna guida.
Proprio nel giugno 1944, mese in cui viene pubblicato il Parere negativo della Commissione, con la conseguente Circolare dell'arcivescovo di Braga e dilaga la propaganda contro il Caso di Balasar, sostenuto da pochi illuminati, il salesiano don Umberto Pasquale, direttore del Collegio di Mogofores, si trova in S. Miguel das Aves presso Balasar a fare un ciclo di predicazioni. Qùi assiste ad una conversazione tra sacerdoti che sparlano di Alexandrina. Ne rimane triste e decide di studiare il Caso, sia per amore alla verità, sia per carità cristiana; è stimolato anche dalla notizia del digiuno che dura ormai da due anni. Il 21 giugno 1944 il medico Azevedo, con la sua automobile, accompagna d.Umberto Pasquale da Alexandrina a portare un po' di conforto spirituale all'ammalata di Balasar, oggetto di contrastanti giudizi. P. Umberto Pasquale vi si ferma tre giorni per studiare il Caso: poiché quel 21 giugno è mercoledì, si ferma sino al venerdì per assistere all'estasi di Passione. Subito si accorge della eccezionale elevatezza di Alexandrina. Spiacente che, dopo l'allontanamento di p. Pinho, Alexandrina non abbia scritto altro che pochi appunti, pochi sfoghi su fogli sparsi o su immaginette e che quindi sia andata perduta una preziosa testimonianza del lavorio di ascesa della sua anima e, preoccupandosi che non continui questo guaio, le ordina di dettare il suo Diario, come abbiamo detto nel capitolo 10°. Compresa la grande sofferenza di Alexandrina per l'abbandono spirituale in cui giace, le promette di ritornare a farle visita. E infatti ai primi di luglio vi ritorna e poi altre volte nell'estate. Alexandrina capisce subito di essere compresa molto bene e si sente portata ad aprire la sua coscienza a questo Salesiano, che diventerà il suo secondo direttore spirituale. D. Umberto Pasquale, sia per togliere Alexandrina dal suo isolamento spirituale, sia per fare un dono alla Famiglia Salesiana, propone ad Alexandrina di iscriversi tra i Cooperatori Salesiani: il suo diploma di Cooperatrice porta la data del 15 agosto 1944. In un colloquio durante il quale d.Umberto le chiede di farlo partecipe delle sue preghiere e sofferenze, Alexandrina risponde: - E come non lo devo fare, se è lei il mio secondo direttòre spirituale? - D. Umberto, prima di accettare tale gravosa responsabilità, chiede un colloquio con p. Pinho e lo ottiene. Ecco quanto si legge in proposito nella biografia “Alexandrina” a p. 201: «In quel brevissimo incontro il primo direttore di Alexandrina non soltanto rassicurò il salesiano (d. Umberto) sulla delicata impresa, ma, con un senso di sollievo, gli disse: - È sua: gliela affido pienamente. Il Signore le concederà i lumi per guidarla. Arriva il settembre. Il parroco don Leopoldino va, come ogni anno, a Pòvoa per fare una cura marina per alcuni giorni. Ignaro di questo, ma per disegno divino, d. Umberto sceglie Balasar per alcuni giorni di vacanza, proprio nello stesso periodo, con il beneplacito del suo Ispettore don Carrà. Don Leopoldino è contento di essere da lui sostituito in quei giorni di sua assenza dalla parrocchia, con pieni poteri pastorali. Così Alexandrina non resta priva della S. Comunione quotidiana, come tanto temeva.
Don Umberto Pasquale: secondo direttore spirituale Leggiamo quanto Alexandrina detta nel suo Diario dell'8 settembre 1944: ... Lanciai lo sguardo attraverso la finestra della mia cameretta. Vi erano delle nuvole. Fissai in esse i miei sguardi. Ammiravo la grandezza del Creatore. Si squarciarono quelle nubi e tra esse apparve l'azzurro del cielo. Non potei resistere a tanta nostalgia. Volevo volare là, ma quale distanza tra me e il firmanento! Piansi, piansi molte lacrime... stare senza di Voi? O Gesù, o Mamma, soccorretemi! Non posso vivere senza Gesù. Gesù provvide, la Mamma ebbe compassione del mio dolore. Per non lasciarmi un solo giorno senza che io Lo ricevessi, inviò presso di me un reverendo padre salesiano (d. Umberto), il quale per alcuni giorni si sforzò di illuminare e tranquillizzare la mia anima. Capii che ero da lui compresa; questo, nonostante la mia grande sofferenza, mi dava coraggio e conforto. Dopo di essere stata udita in confessione, sentii gioia e soavità nella mia anima e, spinta non so da che, cantai inni a Gesù e alla Mamma. Poi ritornai nel solito stato di ansie, dolori, martirio. Oltre a questo, in quei giorni ebbi altri due brevi sollievi portati alla mia anima in tempi diversi da suoni armoniosi venuti dal Cielo. Mi costò immensamente la notte da ieri ad oggi (dal 7 all'8 settembre): non passava mai; non arrivava mai il giorno Nel ricevere il mio Gesù (eucartstico, nella mattina del giorno 8), rimasi nella solita aridità, nelle solite tenebre, con in più solo una nuova unione di anima, ma in grande sfinitezza... In quel giorno, 8 settembre 1944, d. Umberto accetta decisamente la direzione spirituale di Alexandrina. Subito il giorno 9 Alexandrina si sente dire da Gesù: - ...Unione pura, unione santa, unione divina sulla Terra e in Cielo. Dà, figlia mia, a chi ben lo merita (d. Umberto) il mio ringraziamento e quello di Maria, il mio amore e quello di Maria. D. Umberto, divenuto direttore spirituale di Alexandrina, con molta delicatezza d'animo non si considera però un successore di p. Pinho, ma solo un suo «supplente» provvisorio, nell'attesa che p. Pinho ritorni. Uno dei grandi meriti di d. Umberto sta nel non voler guidare a modo suo l'anima da lui diretta, ma nel rispettare l'opera di Dio in lei e nel limitare il suo intervento ad aiutarla. Molto ben chiaramente si trova espresso quanto sopra nella biografia «Alexandrina» a p. 203: 4 «Il nuovo direttore, constatato con scrupolosa osservazione di mesi che quell'anima era sul retto cammino con un lavorio di non comune perfezione secondo una meta ben determinata e ben delineata, lasciò che Mexandrina continuasse il suo cammino, accontentandosi di vigilare, di stimolare, di rassicurare, o tutt'al più di frenare alle volte gli ardori con l'imporle un riposo che avrebbe dato un po' di sollievo al suo stato fisico.» In Cr. Ge.a p. 159 si legge la seguente nota 23 che completa il quadro Il Salesiano segue i consigli del grande maestro S. Ignazio di Lojola: «(la guida spirituale) lasci che il Creatore agisca direttamente con la creatura, e la creatura col suo Creatore e Signore». In questo settembre 1944, dopo che d. Umberto ha preso l'impegno di dirigere spiritualmente Mexandrina e quindi mentre sta studiando con molto scrupolo e diligenza il Caso tanto eccezionale, la Comunità dell'Istituto salesiano di Mogofores sente per parecchi giorni, a intermettenza, ondate di profumo finissimo e indefinibile. Siccome Mexandrina è spiritualmente unita a quei Salesiani, essendo per di più Cooperatrice salesiana dal 15 agosto 1944, come abbiamo visto, d. Umberto si premura di chiederle spiegazione di quel profumo. Nel Diario del 27 settembre Alexandrina, in estasi, si sente dire da Gesù, tra l'altro: ... Di al mio caro p. Umberto che il profumo è profumo divino: è il profumo delle tue virtù. Dico questo perché egli ne ha bisogno per il suo studio. - Va notato che d. Umberto non si occupa esclusivanente della parte spirituale, ma interviene anche con aiuti materiali alla famiglia, che scarseggia di generi alimentari, essendo in tempo di guerra. Alexandrina esprime la sua riconoscenza in due lettere, del 29 settembre e del 9 ottobre 1944 rispettivamente: Rev. signor p. Umberto, vorrei dirle tante cose ma non posso: mi sento molto ammalata! Incarico Gesù e la cara Mamma di dire a vostra reverenza tutte le cose che io vorrei poter dirle e di ringraziarla e ricompensarla per tutto quanto fa per me e per i miei, poiché io non conosco parole con cui la possa ringraziare. Per tutto, un grande «grazie»! Ma in modo molto speciale un «grazie» infinito per avermi mandato un sacerdote a darmi Gesù. Chi mi dà Gesù mi dà la vita, mi dà tutta la ricchezza del Cielo e della Terra. Non posso desiderare altro che Gesù. Quali ansie ho di possederlo! Quali desiderii di amarlo!... Rev. signor p. Umberto, chiedo perdòno per non avere già da molto tempo ringraziato lei per avere io ricevuto le lettere che ebbe la carità di scrivermi. . .e per il panno per le tende alle mie finestre. Che Gesù e Maria si degnino di ripagarla di tutto!...
Un aiuto anche contro i dubbi suscitati dal demonio. Molto preziosa è l'opera di d. Umberto presso Alexandrina anche per aiutarla a combattere i dubbi in lei suscitati dal demonio, che continua a tormentarla nell'immaginazione, poiché non può più toccarla materialmente. Ecco quanto si legge proseguendo nella stessa lettera del 9 ottobre: Ah, padre mio, sapesse quanto avviene qui! Se potessi scriverle di mia mano le direi certamente qualcosa; ma, siccome non posso scrivere, vado gemendo e piangendo, passando ore tristi e amare per la tremenda paùra di offendere il mio Gesù. Speriamo che Egli mi dia forza e coraggio per aprirle la mia anima come desidero e necessito, per quando lei verrà presso di me. Per carità, preghi molto per me! Anche nel Diario dell'11 ottobre: 9... Ieri Gesù, impietosito dal mio dolore, mi condusse qui colui (d. Umberto) al quale potei aprire la mia anima e che io non aspettavo nè avrei osato chiamare. Micostò molto: feci un enorme sacrificio a parlare e, guardando Gesù, lo offrii per quelli che occultano le proprie colpe con malizia. Piansi lacrime di sollievo e di vergogna. Ma subentrò ubito in me una grande pace, essendo scomparse dalla mia anima tutte le tenebre, i dubbi e tutto quanto era dolore. Sentii una forza che mi fece alzare: cantai a Gesù e alla Mamma per un'ora e mezza. Più avanti il Diario procede così: Nel ricevere il mio Gesù (eucanstico) oggi sentii che Egli mi strinse fortemente e mi fece ardere nelle sue divine fiammc e mi disse: - Lego, figlia mia, il tuo cuore al mio, legò tutti coloro che ti sono cari. Dà, figlia mia, al mio caro p. Umberto i miei continui ringraziamenti. Digli che gli dò il mio divino amore con tutta abbondanza perché egli lo dia alle anime e che voglio da lui sempre più ardenti aneliti a darsi a loro per mio amore, poiché con questo mi consola molto. - Oggi mi sento più libera dagli assalti del demonio.
«Sono meraviglie, sono prove date da me». In quello stesso 11 ottobre, d. Umberto, in visita ad Alexandrina, si incontra con il dott. Azevedo al quale dà da consegnare all'arcivescovo una copia della sua Relazione sul Caso di Balasar, in risposta al Parere della Commissione dei teologi, risposta che naturalmente controbatte il punto di vista dei teologi stessi. D. Umberto, appena uscito il dott. Azevedo, si sente oppresso da angoscia e da vero panico, pensando alle conseguenze del suo atteggiamento contrario alla Commissione, quindi all'arcivescovo, e così ufficialmente dichiarato, pensando alla reazione dell'arcivescovo stesso e del proprio Ispettore. Ha bisogno urgente di raccoglimento e di preghiera profonda: quindi, con la scusa di recitare il breviario, lascia Alexandrina e si ritira, si rifugia in un grande bosco di eucaliptus che è alla periferia di Balasar. Qui prega a lungo intensamente, chiedendo lumi a Dio. Nel colloquio intimo con Lui fa anche presente la purezza delle intenzioni che lo hanno portato ad interessarsi di Alexandrina e chiede un segno che lo fortifichi e lo confermi nella sua opera di assistenza spirituale, oppure lo distolga. Subito il giorno seguente, 12 ottobre, Gesù, attraverso un'estasi di Alexandrina, dà la risposta, che si comprende leggendo il Diario di quello stesso giorno. Eccolo: Questa mattina avevo appena fatta la mia preparazione per ricevere Gesù (eucanstico) quando giunse il mio parroco; collocato il Sospirato della mia anima sopra il tavolino e dopo avere acceso le candele, mi disse. - C'è qui il Signore a farti un po' di compagnia. Verrà qui il signore p. Umberto a dartelo. Appena il parroco se ne fu andato, una forza venuta da non so dove mi obbligò ad alzarmi. Mi inginocchiai davanti a Gesù, mi chinai verso di Lui: il mio viso e il mio cuore non erano mai stati tanto vicini a Lui. Che felicità, la mia! Godere tanto da vicino l'oggetto della mia follia d'amore! Gli confidai molte cose mie, di tutti i miei cari, del mondo intero. Mi sentivo ardere in quelle fiamme divine. Anche Gesù mi parlò: - Ama, ama, ama, figlia mia! Non avere altra preoccupazione che quella di amarmi e di darmi anime. Dove c'è Dio, c'è tutto: vittoria, trionfo! - Chiesi agli angeli di venire a lodare Gesù cantando con me; e cantai sempre fino a che fui obbligata dal signor p.Umberto a tornare nel mio letto. Presa dall'amore divino e infiammata in esso feci la santa Comunione. Dopo alcuni momenti, Gesù mi disse: - Sono meraviglie, sono prove date da me. Dì, figlia mia, al mio caro p. Umberto che fui io a permettere tutto. Da parte mia più nulla è necessario. Ora è necessario solo lottare, lottare, combattere con gli occhi fissi in me. La Causa è mia,è divina. Poveri uomini che immolano così le mie vittime! Povere anime che feriscono così il mio Cuore divino! Mi consolo nell'amore di questa colomba innocente, di questa vittima amata. - Mio Gesù, Vi amo, sono tutta vostra, sono la vostra vittima. Grazie!
Lettere di riconoscenza ai Salesiani di Mogofores. Alexandrina ora, nel salire il suo doloroso calvario, è aiutata spiritualmente dai Salesiani del Collegio di Mogofores. Non si sente più veramente sola. Alla fine di questo ottobre sente il bisogno di ringraziare e scrive due lettere: una ai sacerdoti e l'altra ai novizi. li Solo Dio è grande! Eccellentissimi e reverendissimi signori padri, per tutti loro l'amore più ardente di Gesù e della Mamma celeste, con tutte le ricchezze del Cielo. Tengo presenti tutte le intenzioni che loro mi hanno raccomandate e li faccio partecipi delle mie povere preghiere e sofferenze. È un dovere di gratitudine da parte mia: non faccio nulla di più. Mi sento tanto felice e tanto ricca per l'appoggio che ho in loro! O mio Dio, non sono più sola! Ho chi mi aiuta a salire il mio tanto penoso calvario. Con tutto il cuore e l'anima mia dico: - Gesù e la cara Mamma li ripaghino di tutto e diano loro tutte le ricchezze del Cielo: ricchezze di virtù, di grazie per attrarre con esse le anime al Cuore divino di Gesù. Non ne posso più. Sempre uniti in Terra e in Cielo! La benedizione ed il perdòno per questa che implora preghiere, molte preghiere! la povera Alexandrina Maria da Costa. La lettera per i Salesiani e i novizi è la seguente: Viva Gesù! Miei cari Novizi e Salesiani di codesta santa Casa. Vorrei scrivere ad ognuno, ma non posso: mi mancano le forze. Siccome ho da compiere il dovere di ringraziarvi per le sante preghiere che avete fatto per me, lo faccio a tutti insieme. Gesù e la Mamma del Cielo vi ripaghino per tanta carità. Imploro dal Cielo per tutti le benedizioni e le grazie del Signore.Desidero solo che occupiate nel Cuore divino di Gesù il posto che occupate nel mio, perché così potrete ricevere tutto. Gesù è tanto ricco! E io ho voi tutti molto dentro al mio cuore! È per questo che vi voglio così nei Cuori di Gesù e della Mamma. Un «molte grazie» a tutti coloro che mi hanno scritto. Poi Alexandrina fa lo sforzo enorme di scrivere di suo pugno, anziché det tete essere certi che Gesù vi concederà quanto desiderate per la vostra santificazione e per la salvezza delle anime. Confidate! Confidate: Gesù sarà sempre con voi!Contate sempre su di me sulla Terra e poi in Cielo, dove vi aspetto.Per carità, pregate per me! Sono la povera Alexandrina Maria da Costa.
Le prime opposizioni. Subito nel novembre dello stesso anno 1944 cominciano delle opposizioni alla guida spirituale di d.Umberto. Il 4 novembre l'Ispettore salesiano don Ermenegildo Carrà, sollecitato dal Provinciale dei Gesuiti, scrive a d.Umberto di non mantenere relazione con p. Pinho e inoltre gli raccomanda «di avere tutta la prudenza possibile nel Caso della veggente di Balasar». Aggiunge che teme che l'arcivescovo di Braga proibisca le visite ad Mexandrina. D. Umberto risponde subito, in data 8 novembre: Prima di tutto l'obbedienza: non ritornerò a Balasar, anche se in un giorno potrei andare e tornare, in aiuto di un'ammalata di cui ho mille prove per affermare che si tratta di un'anima tutta di Dio. Non ritornerò, se lei non lo crede conveniente, pur sapendo che la mancanza di un direttore sarà per Mexandrina dolorosissima e che dispiacerà molto a Gesù, il quale vede la sua vittima abbandonata. Le ripeto che sopratutto io voglio l'obbedienza. Oso però supplicarla di concedermi che io la aiuti e la conforti almeno per lettera. Mi creda che non mi sono intromesso nel Caso per mia volontà; anzi, lo feci con molta riluttanza. Quando mi vidi nella necessità morale, e fu solo per il bene di un'anima, di dirigerla, fu solo allora che giudicai prudente, trattandosi di un Caso fuori del comune, consultare p. Pinho per sapere la sua opinione e per farmi chiarire le cose, dal momento che la aveva diretta per vani anni. Credo che chiunque avrebbe fatto lo stesso. Non si dia pertanto la colpa a quel virtuoso sacerdote, ma a me, se pensano che abbia agito male... Concordo che si debba usare prudenza, ma non dobbiamo allinearci tra i nemici di una Causa che ha molte prove di essere divina. So anche che potrò avere dei dispiaceri, ma non è questo il motivo che deve farmi retrocedere. Mogofores, 8-11-1944.
Alexandrina sente il pericolo; Satana ne approfitta. D. Umberto, non potendo più fare visita ad Alexandrina, incarica il dott. Azevedo di avvertirla che, per un po' di tempo, non potrà andare da lei, essendo molto occupato per il lavoro. Naturalmente Alexandrina ha il presentimento della burrasca e non crede ciecamente, totalmente a quanto le dice il dott. Azevedo. Ecco per esempio cosa si legge nel Diario del 14 novembre: he giorni angosciosi ho passato! Non trovo Gesù né la Mamma celeste, anche se Li invoco di più e vado alla loro ricerca. Sono svariate le mie sofferenze... Il peso delle umiliazioni cade su di me. La mia anima sente i biasimi, i fragori delle tempeste là lontano. Cammino a stento, terrorizzata. Spine innumerevoli, una pioggia di esse, cade su di me. Anima, cuore e tutto il corpo rimangono dilacerati, bagnati nel sangue. Guardai indietro, non vidi il passato: tutti i sentieri che ho calcato sono scomparsi. Mio Dio, quale distruzione! Davanti a me, una spaventosa montagna: impossibile, non posso scalarla! Nè posso retrocedere neppure di un passo. Di colpo mi sentii cadere in ginocchio; con le mani giunte e gli occhi rivolti in alto invocai i nomi di Gesù e della Mamma. Gridai, gridai dall'infimo della mia anima. Il mio grido non saliva alla cima: si perdeva tra le rocce della montagna, si immergeva nel mio sangue e nelle mie carni lacerate dalle spine, per morire lì con me. L'agonia dell'anima aumentò: non potevo più gridare. Non sentendo nessun aiuto, il cuore, per il dolore, batteva con tanta forza che mi pareva proprio di essere sul punto di perdere la vita. Oh, è ben dolce, mio Gesù, morire per Voi! O amarvi o morire. Soffrire, soffrire per darvi anime!.. Gesù mi sussurrò molto nell'intimo: - Sono qui, figlia mia, nel paradiso del tuo cuore, nel nido delle mie delizie. Soffri contenta, che è per me. - Mi rianimai un poco, per sentirmi sfinita quasi subito... Il demonio non mi ha tormentata coi suoi attacchi, ma mi tormenta con le sue menzogne e con parole scandalose. Viene vicino a me come per assaltarmi. Mi minaccia dicendomi: - Distruggerò il tuo corpo - e aggiunge molte cose turpi. - Tu pecchi come vuoi e quando vuoi. - Fingendosi molto soddisfatto, batte le mani, danza e sghignazza. - Guarda: il tale e il tale (d. Umberto e il dott. Azevedo) non tornano più qui; ti hanno abbandonata: ti credevano innocente e sei... - e mi dice ciò che vi è di peggiore. Con altre sghignazzate aggiunge: - Proibirono a loro di venire qui. - - Mio Gesù, il padre della menzogna non mi molla! Ènemico mio, ma anche vostro. Ho bisogno di chi mi sostenga: datemi coraggio, non lasciatemi peccare! Sono poverissima, datemi la vostra ricchezza; sono al buio, datemi la vostra luce! Sono vostra, Gesù, e sono delle anime. - Il giorno successivo detta quanto segue: Tornarono gli attacchi del demonio. Questa notte egli venne con tutta la rabbia ed il furore. Mi tormentò davvero... Mentre danzava e sghignazzava mi diceva: - Guarda: il p. Umberto e il medico (Azevedo) non ritornano qui; furono proibiti di venire qui. - E aggiungeva titoli turpi. Talvolta anche il demonio dice la verità. Già da alcuni giorni avevo il presentimento che al reverendo signor p.Umberto era stato proibito di venire qui. La lotta si prolungò per molto tempo. Il demonio faceva tale rumore che era più forte di quello di una tempesta. Mi spaventava. Ero stanca per tanto lottare. Appena potevo, invocavo Gesù e la Mamma e dicevo loro: - Non voglio, non voglio peccare! - Venne Gesù in mio aiuto. Disse al demonio: - Allontànati, malédetto, và all'inferno, lascia la mia vittima: sono già soddisfatto della sua riparazione. - Egli fuggì spaventato. Di tanto in tanto guardava indietro, in rivolta contro Gesù. Rimasi tanto triste!.. Era già quasi notte quando ricevetti notizie che mi resero più credibili i presentimenti della mia anima. Mio Dio, che colpo profondo nel mio cuore! Non mi fù detto, ma arrivai a credere che vi era per il signor p. Umberto la proibizione di venire da me. Io dicevo tra me: sia fatta la volontà del Signore! Sia ciò che Dio vorrà. Sia benedetta la mia croce! Potei alzare le mie mani e recitai il “Magnificat” in segno di ringraziamento. - Accettate, o mio Gesù: ho così da offrirvi di più. - Sentii nel mio cuore una forza che non so spiegare: volevo cantare intonando inni di lode e di ringraziamento a Gesù. Recitai le orazioni della notte con tutto l'entusiasmo e tutta l'energia. Ci turono lacrime, molte lacrime attorno a me. Io dissi alcune parole di conforto, senza frutto alcuno. Vedevo al mio fianco un sepolcro aperto per mia sorella: mi pareva di essere stata io a scavare la terra, io ad aprirlo per lei. Gesù, sono io che sto seppellendo mia sorella, ma senza che io lo voglia! Il cuore allora sanguinava di dolore, sanguinava profondamente. - O Gesù, o Mamma, tutto per vostro amore e per le anime! Che rimanga io sola, che mi abbandonino tutti; ma non abbandonatemi Voi! Confido, confido! E il giorno successivo ancora detta: mio Dio, quanto sono tremende le mie lotte con Satana!... Esausta per tanta lotta, sentii nel cuore un dolore come se mi avessero dato una pugnalata. Il cuore, che tanto aveva palpitato di afflizione, cessò di battere: stavo perdendo la vita. Non vidi Gesù nè Lo udii; sentii nella mia anima la sua divina presenza. Con tutta autorità fece cenno al demonio di ritirarsi: ed egli, ululando, fuggì disperato. Non giunge a toccarmi; si serve delle sue astuzie. Sono tanto grandi e tanto gravi, mio Dio! Se il mondo le conoscesse, non Vi offenderebbe tanto gravemente. Terminata la lotta, rimasero i dubbi: tremendo timore di aver peccato. Uno spavento si impossessò di me. Con i presentimenti che avevo e che tanto mi facevano soffrire, attesi con ansietà il signor parroco, per vedere se mi diceva di avere avuto ordine di non darmi più Gesù. Arrivò e non disse nulla; ma il timore continua. Verrà anche questo, mio Gesù? Mi rubano tutto: ci restate solo Voi (da rubare). Tenteranno anche di togliervi via da me? O mio Dio, merito tutto per le mie cattiverie e miserie. Io sono sicura, mio Gesù, confido che se agiranno così, Voi supplirete in altro modo: sapete bene che vivo solo per Voi. Arrivò un signor sacerdote con una famiglia di Mogofores. Mi costò molto: nuove spine mi ferirono nel vedere che non era venuto colui che comprendeva tanto bene la mia anima. Tentai di nascondere il mio dolore con il sorriso. Manifestai i miei presentimenti; tentarono di nascondere il più che potevano. Compresi tutto. Non so dire quale dolore, quale colpo tanto profondo provai nel commiato. Sentivo in me delle sante nostalgie per la refurtiva che mi era stata fatta dalla cattiveria degli uomini. Affidai tutto a Gesù; per tutti chiesi perdòno e il suo divino amore. Volontà del mio Dio, oh, quanto ti voglio e ti amo! Mi sentii più forte e così potei continuare a coprire con il sorriso il dolore che avevo nell'anima, dolore che mi lacerava. Mio Gesù, tutto per Voi. Voi soffrite ancora di più. Il giorno dopo, 17 novembre, venerdì, Alexandrina scrive a d. Umberto una lettera che riportiamo quasi integralmente. Mio Reverendo padre, le scrivo questa per dirle qualcuna delle molte cose che ho nell'anima. È già da molti giorni che io sentivo la seguente impressione che mi faceva soffrire tanto: mi pareva che lei avesse ricevuto la proibizione di venire qui. Mio Dio, che tempeste io sentivo là lontano! Soffrivo sola per non rattristare mia sorella. Solo Gesù sapeva della mia sofferenza, tenuta occulta per alcuni giorni. Ora che la cosa è più che risaputa, le chiedo la grande carità di dirmi la verità, poiché così soffro ancora di più. Mi sia franco, per amore a Gesù e alla Mamma, nella certezza che non cesserò di avere per codesta Casa salesiana il più grande e santo affetto. Non pensi, mio buon padre, che io tralasci di pregare e di soffrire per tutti. Oh, no! Sarei una ingrata e non voglio esserlo: piuttosto morire! Riconosco di essere debitrice di molto a lei: solo in Cielo conoscerà il bene che è venuta a fare alla mia povera anima. Povera me! Non ebbi mai doni nella mia vita spirituale; o meglio, doni si, ma non ebbi sostegno e luce necessarii per seguire i cammini tanto spinosi della mia vita. Poveri uomini, che mi rubano le guide datemi dal Cielo!... I miei desiderii sono che il Signore non castighi nè chieda conto a quelle persone che mi fanno tanto male. Che il Signore li perdoni! Poveretti, non capiscono di più. Se io non darò a Gesù quanto esige da me, la colpa è loro perché mi hanno rubato chi mi insegnava ad amare Colui che non è amato e mi aiutava a salire il mio così doloroso calvario. Posso appoggiarmi solo a Gesù, solo a Lui, e a nulla di quanto è nel mondo. Che male feci io perché mi togliessero tutto? Se io guardassi qui in basso, non potrei resistere a tanto dolore. Ma no, padre mio, non guardo in basso: tutto èinganno. Alzo gli occhi al Cielo, li fisso in Gesù e nella Mamma e mi sento forte per ricevere il secondo colpo della separazione da chi comprendeva così bene la mia anima. Che altro verrà ancora? Venga ciò che deve venire: confido nelle forze del Cielo. Se le proibiranno di scrivermi e di ricevere le mie lettere, la prego per i dolori della Madonna di non affliggersi: non soffra per causa mia. Obbediamo ciecamente! Gesù supplirà in tutto e mi userà misericordia. Non mi dimentichi, per carità! Nessuno può proibirci di pregare l'uno per l'altro, nè di amare il Signore. Almeno questo, Gesù, nessuno me lo può rubare. Solo il peccato espellerebbe dal mio cuore le tre Persone divine. Addio, sono la povera Alexandrina Maria da Costa. Ci sembra molto bello riportare qui una lettera del dott. Azevedo a d. Umberto: è senza data, ma si riferisce a questo intervallo di tempo.» Ho ricevuto le sue informazioni, che in parte avevo intuito. Sia lodato il Signore! Ciò viene ad aumentare il nostro dolore, nostro perché vediamo così maltrattata e poco stimata una delle anime più belle a cui il Portogallo e il mondo intero saranno molto debitori. In tutte le tempeste non l'ho mai trascurata e ho giurato di non abbandonarla, qualunque cosa avvenga; anche se tutto il mondo si mettesse contro di lei. Obbedirò sempre alla legittima Autorità in ciò che riguarda la morale; ma in materia libera non posso e non debbo pensare con la testa della medesima. Infallibile è solo il Papa, ma in determinata materia e a certe condizioni. Sono sempre stato miserabile, ma ho una ragione a cui debbo pure obbedire. Ciò non vuol dire che non sia bene pensare come pensa tale Autorità, ma non sempre, non sempre! Alexandrina intuiva quanto stava avvenendo. In una conversazione le dissi che vi è un dolore maggiore, quello di essere privata della Comunione. Ella mi rispose: - Se ciò avverrà, a chi me lo comunicherà io dirò: «Sia benedetto Dio!» E pregherò per coloro; che mi fanno soffrire tanto. - Come vede, non temiamo nulla... Però, mio buon d. Umberto, le sue lettere ad Alexandrina sono indispensabili. Non lo saranno più quando l'obbedienza non lo consentirà. Deolinda e l'ammalata soffrono molto, ma il Signore le sostiene. Può essere schietto con loro: lo desiderano. Vogliono essere certe delle sue preghiere, ma vogliono la volontà di Dio... Abbia la bontà di ordinare di dettare il Diario perché Mexandrina ha intenzione di chiederle di dispensarla. Non acconsenta: noi e il mondo saremmo privati di quelle meraviglie.» Pensiamo che il lettore sia del nostro parere: quasi valeva la pena che ci fosse tanta sofferenza per suscitare tanta grandezza, tanto eroismo, non solo in Alexandrina, ma anche nel dott. Azevedo, e nei pochissimi a lei più vicini, prima tra tutti, Deolinda.
Il parroco le comunica la situazione di d. Umberto. Il giorno 27 novembre il parroco va da Alexandrina ad indagare se d.Umberto continua a dirigerla e le precisa le proibizioni che gravano su di lui. Leggiamo il Diario di quello stesso giorno: La giornata di oggi spuntò limpida; solo per la mia anima fu triste, molto triste. Che tremenda oscurità! Tristi ricordi mi tormentavano. I sentimenti dell'anima, ostinati, non mi lasciavano tranquilla: aspettavo nuovi avvenimenti. Quando il signor parroco mi diede Gesù lo fissai per vedere se muoveva le labbra per dirmi qualcosa; l'anima lo sentiva: vi era qualcosa di nuovo. Già da giorni nascondevo i presentimenti che avevo: essendo obbligata a dettare, davo una pallida idea di quanto sentivo; agivo così per non far soffrire mia sorella (alla quale detta). Soffrivo in silenzio, fissando Gesù e la Mamma, sfogandomi solo con Loro. Il signor parroco non mi disse nulla. Ringraziai Gesù freddamente, sebbene i miei desiderii fossero di infiammarmi fino a morire bruciata nell'amore per Gesù. Passavano le ore, e io sempre nella più profonda tristezza e amarezza. Mio Dio, vorrei morire a tutto! Ecco che viene il venerdì e viene il primo sabato: due giorni in cui Voi mi parlate! Vi sono tante anime che Vi amano e sono sante, e non conoscono nulla di questo (fenomeni mistici). E io, mio Gesù, che miseria! Potrei amarvi e ignorare queste cose. Ah, se io avessi volontà! Ma non l'ho, mio Gesù, nè la voglio. Per me è un duro tormento quando Gesù mi dice qualsiasi parola da riferire ad altre persone... Erano le due e mezza del pomeriggio. Sentii dei passi; ancora prima di vedere, compresi che era il signor parroco. Quando lo vidi solo, senza qualche visitatore da presentarmi, pensai subito che era giunta l'ora di nuove prove. Entrato nella mia camera e sedutosi al mio fianco, cominciò ad interrogarmi, chiedendomi chi era il mio direttore, ecc. Mi disse: - Faccio questo perché obbligato; mi costa parlarti così, ma abbi pazienza: deve essere così fino a che siano dati nuovi ordini, fino a che sia chiarito questo Caso. Non puoi più confessarti dal signor p.Umberto: non posso consentirgli di celebrare la Messa in chiesa, nè di portarti il Signore, senza che egli mi porti un permesso scritto dal signor arcivescovo. Gli risposi serenamente: - Obbediamo, signor parroco! Lodato sia Dio, benedetto Egli sia! - Mi domandò se sapevo perché il signor padre Umberto era venuto qui. Gli risposi che non lo sapevo. - Ma egli è il tuo direttore? - Mi confessai da lui due o tre volte. - Dopo aver riflettuto, ricordai che erano state almeno quattro, ma non avevo detto di meno per cattiveria. - Di solito non lo faccio: ma vidi che egli comprendeva molto bene la mia anima e mi confessai. Però il mio confessore è il signor p. Umberto e sa bene che mi sono confessata da lui (d. Umberto). - Questo provvedimento fu provvidenziale perché d. Umberto, libero dal vincolo del segreto sacramentale (nella confessione) potrà impostare il Processo Diocesano Informativo per la beatificazione e testimoniare nel Tribunale Ecclesiastico, dove i confessori non possono testimoniare. - Ma è il tuo direttore (d. Umberto)? - Mi ha diretta. Ma mi disse che non voleva in alcun modo intromettersi e lasciare da parte gli altri cioè il mio direttore rev. signor p.Pinho e il confessore rev. signor p.Alberto: anzi aggiunse di ritenere opportuno che p.Alberto sapesse che mi ero confessata da lui. Il signor parroco, pieno di carità verso di me, mi disse: - P. Umberto può venire qui in visita e può consigliarti per iscritto. Terminato l'interrogatorio, se ne andò. Subito entrò nella mia camera qualcuno della mia famiglia a domandarmi cosa c'era di nuovo. Risposi sorridendo: - Sono piccoli doni di Gesù. -Continuai a sorridere perché, durante tutto il tempo in cui fili interrogata, avevo sentito in me una forza tanto grande che potei ricevere tutto con rassegnazione e gioia. Mi sentivo tanto forte che mi pareva non esistessero spade, frecce, nè spine che potessero ferirmi. Ben poco durò questa forza. Con questa potei ancora dire a mia sorella alcune parole di conforto: - Non ti affliggere: se Dio è con noi, chi contro di noi? Gesù è degno di tutto il nostro amore! Sia tutto per le anime. - A poco a poco andai sfinendo sotto il peso schiacciante del dolore. Il cuore per due volte mi mancò e mi parve di perdere la vita. Alcune lacrime di rassegnazione scivolarono lungo le guance: le offersi a Gesù come atti d'amore. Mio Dio, io per grazia vostra non ho attaccamento a nulla del mondo, neppure alle persone; ciò che voglio è ricevere Voi, mio Gesù, ma non mi importa che sia da questo o da quel sacerdote: Voi siete sempre il medesimo Gesù, siete sempre Voi il Sospirato della mia anima. Questa necessita veramente di luce e di chi la comprenda. Mi tolgono tutto! ia fatta la vostra volontà! Rimanete Voi, mio Gesù, e ciò mi basta. Giunse il mio medico presso di me (Azevedo): mi sfogai con lui. Mi fece molto animo, come sempre. Nel congedarsi da me mi disse: - Allora, rimane con molto coraggio? - Rimango sì, signor dottore, ma ho un cuore per soffrire; lo avessi pure per amare! - Parlai così perché sento di non avere cuore per amare il mio Gesù, e vorrei morire d'amore per Lui. Al terminare del giorno recitai per due volte il »Magnificat»: flirono atti di ringraziamento al mio Gesù, per avermi dato un giorno pieno dei suoi doni, per avermi dato altri mezzi per poterlo cònsolare e dargli prove del mio amore per Lui e per le anime. Sento, mio Gesù, che non finiscono qui le mie prove. Venga ciò che deve venire! Siate sempre con me! Confido, confido, spero in Voi.
«Comprendessero gli uomini la mancanza di un direttore santo!» Nello stesso giorno 27 novembre Alexandrina detta anche la seguente lettera a d.Umberto: Mio molto reverendo padre, sono timida e dubbiosa; veramente molto incerta se devo o no dettare queste parole. È da giorni che penso di farlo, ma mi mancano le forze ed il coraggio. Oggi non posso più farne a meno. Se per caso lei avesse ordini in contrario e se non potesse leggere questa mia, la butti nel fùoco, così scomparirà per sempre. Non voglio, padre mio, non voglio essere strumento di dolore per nessuno. Soffra io, giacchè Gesù mi ha destinata per il dolore; soffra io, poiché per le mie grandi miserie devo soffrire per riparare; soffra io i più grandi dolori e amarezze per consolare il mio Gesù e dargli anime; soffra io tutto, muoia io sotto il peso di tutte le umiliazioni ma non soffra Gesù per causa mia, non sia Lui offeso per colpa mia, nè coloro a cui devo molto e che hanno fatto tanto per me. Non voglio essere ingrata nè verso Gesù nè verso alcuna creatura. Mio buon padre, Gesù la ripaghi di tutto ciò che fece per me e di tutta la cura avuta per la mia povera anima. Sapesse quanto ha necessità di luce! Sapesse in quale mare immenso di dolore è stata immersa! Oh, se il mondo conoscesse il dolore! Oh, se gli uomini comprendessero la mancanza di un direttore santo e sapiente alla guida di un'anima! Poveretti, ignorano questa verità e necessità e, poiché ignorano, continuano a comportarsi in questo modo, rubandomi tutto. Gesù perdoni loro, che da me sono stati perdonati... Il signor p. Antonio non venne. La proibizione non èforse solo per vostra reverenza? Cosa avverrà mai?...
Prorompe il dolore: Alexandrina ascende sempre più. Anche nel Diario del 30 novembre 1944 si vede a quale altezza spirituale è già arrivata Alexandrina. Passa un giorno, passa un anno, ne passa un altro e io ogni volta con delle sofferenze in più. Non so come si possa soffrire così, come si possa resistere a tanto. Non voglio dire nè posso dire che soffro, poiché non sono io a soffrire: è Gesù che soffre in me... Il peso delle umiliazioni soffoca e schiaccia tutto. Sento che ho perduto sulla Terra tutta la gioia e tutto il conforto. E anche dal Cielo, mio Gesù, sento di non ricevere nulla. Voglio avere fiducia, mio Gesù, e ho fiducia; ma mi pare di non poter aspettare nulla dalla mia Patria celeste. Ieri alla Comunione, dopo di avervi chiesto tante cose, stavo per chiedervi pure il sollievo dal mio dolore; mi ricordai in tempo: non lo chiesi. Voi, che mi date la sofferenza, non potete venirmi meno con la forza e la grazia necessarie. Siate consolato, allora, Gesù, siate sempre consolato. O mio Dio, perdonate i miei sfoghi!... Lo stesso Diario, dopo la descrizione di un lungo e tormentoso combattimento col demonio, continua con uno sfogo doloroso, sotto il quale però, nel profondo, permane la pace. Oggi vennero nuove spine a ferirmi. O mio Dio, quanti danii fece la tempesta che mi avete fatto sentire! Vidi lontano, vidi tutto. Tante cattiverie! Ma forse fatte senza volerlo, senza riflettere. La mia amarezza giunse all'estremo: volevo respirare e non potevo. Tanta calunnia, tanta persecuzione, una umiliazione continua! Voltata verso il quadro del Sacro Cuore di Gesù, non lo vedevo più perché era notte e, se non fosse stata notte, forse non lo avrei visto per le lacrime che mi tremolavano negli occhi e scivolavano lungo le guance. Piansi, piansi; mentre le offrivo a Gesù, Gli dicevo: - O mio Gesù, mai, mai cercai di ingannare persona alcuna, mai mi venne in mente di fare il bene per riuscire gradita a loro o per passare per buona. Mai mi venne in mente la tentazione di ingannare Voi, mio Gesù. So che sarebbe impossibile, ma Voi ben sapete che mai mi venne in mente una tale cosa: non voglio passare per quella che non sono. Per grazia vostra, conosco la mia miseria; sono cattiva per colpa mia; solo pér colpa mia; e per vostra misericordia confesso umilmente che lo sono. Mai mi venne m mente di servirmi di Voi per rimediare ai miei mali e a quelli dei miei, se non per implorare il vostro aiuto e confidare sempre che Voi rimediereste a tutto. Continuano le conseguenze della diffamazione provocata dal Parere della Commissione, con la conseguente Circolare dell'arcivescovo. 204 In un punto del Parere della Commissione, nel paragrafo 120, si legge: Diremmo che vi è un trucco economico, un buon modo di sbarcare la vita! Gesù, vedete l'agonia della mia anima. Io sono in pace perché tutto ciò che Vi dico è vero, come ben sapete.È a Voi che devo rendere conto e non al mondo; la sua sentenza serve solo per farmi soffrire, ma non per condannarmi.Potessi almeno, mio Gesù, potessi scendere dal mio letto, passare la notte sul duro pavimento per fare penitenza ed implorare le vostre divine grazie per tutti quelli che soffrono per causa mia! Almeno soffrissi sola! Mi costa tanto che soffrano quelli che mi sono tanto cari e ai quali io tanto devo per ciò che hanno fatto per me. Mi pare una ingratitudine, mio Gesù. Rimediate Voi a tutto questo e abbiate compassione del mio dolore: sono pazza di dolore, sono bagnata nel sangue, sono a pezzi. In queste ore di tanta angustia, posso dirlo, è ben vero: vincete Voi, vince il vostro amore. Da me non potrei: sarei disperata. Ormai potei recitare il «Magnificat» soltanto con il pensiero. Avevo tanto di che ringraziare il Signore! Furono tanti e tanto grandi i doni! Li accettai per Gesù e a Gesù li offersi. Le anime, le anime devono essere salvate! Voglio dare al mio Amato questa consolazione.
Alcuni conforti. In questo grande travaglio Gesù non manca di darle di tanto in tanto un po' di conforto; e le fa capire che l'opera di d. Umberto presso di lei non è finita. Nell'estasi del 2 dicembre si sente dire da Gesù: - ... Dì al mio caro p.Umberto che l'ho condotto qui per difendere la mia Causa divina: non fli lui a scegliere di venire. Coraggio e tutta la fermezza! Che lotti insieme ai miei amici, con quelli che già lottano per me... - Per ora non osiamo tanto. A'exandrina ci obbligherà a dubitare della sua vita e virtù? Noi la pensiamo più ammalata che veggente, ma virtuosa. ...Immaginiamo quanto le male lingue avranno diffuso questi sospetti, ferendo nel più profondo l'anima di Alexandrina e quelle dei suoi. Perché si possa avere un'idea di quanto aiuto le dia anche una sola lettera di d.Umberto, leggiamo nel Diario del 9 dicembre 1944:... Neppure la visita di Gesù (nella Comunione) mi diede sollievo nè gioia: rimasi nel solito stato di anima. Feci il ringraziamento il meglio che mi fu possibile. Mi misi poi a leggere la corrispondenza che mi avevano consegnata. La seconda lettera che lessi fece brillare dei piccoli raggi di luce nella mia anima. Si sollevò da me il peso schiacciante che frantumava tutto il mio essere. Senza venire meno alla santa obbedienza, il signor p. Umberto poteva già scrivermi per così alleviare un poco il mio dolore e darmi luce in mezzo a tante tenebre. Non so come, in un impulso d'amore potei inginocchiarmi sul mio letto, alzare le mani, recitare il «Magnificat», preghiera che ho l'abitudine di recitare sempre quando ricevo doni da Gesù, sia che vengano a ferirmi, sia che vengano a soavizzare la mia sofferenza. Intonai lodi a Gesù Sacramentato e al suo santissimo Cuore, testimoniandogli la mia fiducia in Lui, così come anche nella Mamma, alla quale intonai un cantico d'amore, insieme a mia sorella e a delle cugine. Dopo un grande ringraziamento al Cielo, ricaddi nel mio letto, rimanendo subito sulla mia croce tanto amata. La mia gioia morì subito. Non sono solita abbandonarmi alla gioia; accetto tutto come Gesù vuole; ma se mi abban donassi alla gioia, gioirei per ben poco tempo: presto nasce e presto muore. Persino le estasi col mio Gesù muoiono come se non avveniss ero