ELVIRA
PRESENTAZIONE
"Salvami,
Signore! Non ce più un uomo fedele; è scomparsa la fedeltà tra i figli dell
uomo" (Sal. 17,1).
"Tutti
hanno traviato, sono tutti corrotti, più nessuno fa il bene, neppure uno"
(Sal. 14,3).
Questi
versetti "ispirati" mi risuonano dentro ogni volta che spengo il
televisore dopo "qualsiasi" notiziario, trasmesso da
"qualsiasi" rete televisiva.
Le passioni umane, quelle rivolte al male, hanno preso tutto lo spazio disponibile dei notiziari quotidiani. I quali ci danno, senza posa, ragguagli, divulgazioni, cognizioni, primizie, che feriscono, disorientano, rattristano, umiliano.
Abbiamo
bisogno di boccate d'aria fresca. Abbiamo bisogno di "punti di
riferimento", nella fede e nella vita, per uscire dallo smarrimento.
Sapere
che Madre Teresa di Calcutta, con le sue suore, vive accanto ai più poveri tra
i poveri, a coloro che "non contano e da nessuno sono contati", è
corroborante.
Sapere
che Giuseppe Dossetti, già docente universitario ed eminente statista al tempo
di De Gasperi e La Pira, vive, nel sacerdozio ministeriale, il dono totale a
Cristo e ai fratelli, è stimolante.
Ed
è "rassicurante", per la nostra vita personale e comunitaria,
sapere che Gesù ha scelto i suoi discepoli, come punto di riferimento, per ogni
uomo che viene in questo mondo.
Il
passo significativo, in cui Gesù affida ai suoi questa "testimonianza
universale", è stato colto da Matteo al capo 5, 13-16 del suo Vangelo. Si
può riassumere espressivamente così: "Per il fatto che avete cominciato
a camminare dietro di me, voi siete il sale della terra. Per il fatto che vi
siete fatti miei discepoli, voi siete la luce del mondo". VOI, ILLUMINATI
DA CRISTO, ILLUMINATE. Per imprimere ancor più questa "vocazione
cristiana" nella coscienza dei discepoli e dei non discepoli, dirà in
seguito, a proposito della persona di Giovanni il Battista: "Egli era una
lampada".
Nella
storia cristiana ci sono state e ci saranno sempre lampade. Come ci sono state e
ci saranno sempre pietre d'inciampo.
Noi,
rattristati ed umiliati dalle molte, dalle troppe pietre d'inciampo, vogliamo
rincuorarci e rallegrarci alla luce delle lampade per quel tanto che ci è dato
di vivere quaggiù. Per quel tanto che ci è dato di vederle quaggiù.
Giuliana
Piccari, già valorosa insegnante di lettere, in queste lucide pagine, ce ne fa
contemplare una: Elvira, figlia spirituale di Padre Pio. L'ha tolta da sotto il
moggio e l'ha posta sul candelabro perché faccia luce a tutti coloro che sono
nella casa. A tutti coloro che nella Casa del Signore sono ritornati o
ritorneranno, "confortati, ammoniti, esortati" dalla sua carità e
dalle sue parole. Che sono pronunciate da lei, ma vengono da Dio. Il quale
parla attraverso il Vangelo e coloro che il Vangelo lo vivono.
Appena
ebbi in mano il dattiloscritto, mi corse alla mente il versetto del Siracide
(11,30) che tutti i lettori del sacro testo ben conoscono: "Ante mortem ne
laudes hominem": non lodare alcuno prima della morte.
Ma
il mio spontaneo ed ovvio timore moriva sul nascere, poiché mi trovavo
dinanzi la storia di una donna umile e forte "per natura e per
grazia". Una storia obiettiva, serena. Mai laudativa. Un racconto lineare,
se volete anche sorprendente, ma sempre aderente ai fatti. Alla verità dei
fatti. Ho respirato boccate d'aria fresca. Anzi molto di più. Sono stato
infervorato e pungolato ad una più radicale e liberante vita cristiana.
Siamo
grati a Giuliana Piccari per queste notizie che "non fanno notizia".
Poiché le altre, di coloro che infrangono le leggi iscritte nel loro cuore e
nel codice divino e umano, di coloro che fanno gettito della vita degli altri,
nonché della loro, sono descritte tutte, nei più angustianti risvolti, dalle
stampe quotidiane.
Nella
pagine introduttive, la nostra scrittrice, lasciata per un momento la pacatezza
del racconto, sprigiona, incontenibile, l'impeto della sua fede. Della sua
scelta cristiana. Una scelta maturata nel cenacolo di Elvira Gazzoni. Come
tante altre. Come tutte le altre, che la grazia divina opera, servendosi di una
donna, in quel cenacolo orante dove "i fratelli e le sorelle sono lieti nel
Signore, tendono alla perfezione, si fanno coraggio a vicenda, hanno gli stessi
sentimenti, vivono in pace, e il Dio dell'amore e della pace e con loro" (cfr.
2 Cor. 13,11).
PREMESSA
Nei
momenti più tormentati della storia, quando l'uomo sente di aver perso ogni
sicurezza e, vivendo in un mondo assurdo e perverso, quasi è portato a
chiedersi se Dio esiste ancora, ecco che il Signore, con un gesto di grande
misericordia, invia al suo popolo dei "messi consolatori" che lo
aiutino a superare le burrasche dei tempi.
Sono
persone umili che, ripiene di Spirito Santo, consigliano con parole ispirate,
confortano, ammoniscono, esortano. Benchè siano spesso contrariate e
incomprese, sono come un raggio di sole nelle tempeste della vita. Pio XII aveva
per loro la più grande stima, tanto da additarle ai Cattolici di tutto il mondo
appunto come "le messaggere del Divin Salvatore".
Per
riconoscere queste anime il Vangelo ci dà un metro infallibile: "Dai loro
frutti le conoscerete, perchè un albero buono dà frutti buoni e un albero
cattivo dà frutti cattivi".
Guardiamo
dunque quali sono i frutti che producono certe anime e scopriremo oceani di bene
intorno ad esse, meraviglie di grazia da lasciare sbalorditi. Chi, se non il
Signore, può operare in esse? Satana, lo sappiamo bene, non serve Dio!
Guardiamo anche se la loro vita è conforme alla dottrina di Cristo e scopriremo
che la bontà, la mansuetudine, la purezza, la carità, l'umiltà non
mancheranno mai in quelle che il Signore chiama le sue "piccole voci".
Mettiamoci
allora in vivo contatto con queste creature elette e scopriremo quanto c'è da
riformare nella nostra vita.
Oggi
è poco parlare di "burrasche dei tempi". Si potrebbe dire
addirittura che questa è "l'Era di Satana" tanto gli uomini si sono
lasciati sedurre da lui. La Sacra Scrittura lo chiama "Principe di questo
mondo" e forse in nessun altro periodo storico, come in quello che stiamo
vivendo, questa definizione ha corrisposto così perfettamente alla realtà. È
lui che governa i pensieri degli uomini; li fa impazzire, li esalta, li eccita,
li distorce... Inietta la sua astuzia nel sistema educativo, nei mezzi di
comunicazione di massa, nella musica, nelle arti, nelle scienze, nella cultura,
nell'economia, nei sistemi politici di questa terra. Gli uomini vengono
inseriti nella sua strategia, come gli attori di un teatro, quasi senza che se
ne rendano conto e si degradano sempre più, resi privi di intendimento, privi
del timor di Dio e di ogni senso morale.
È
il momento più drammatico della storia. Tutti avvertono che qualcosa di
tremendo grava sull'umanità, ma pochi sono quelli che pensano di tornare a
Dio.
Ebbene,
è proprio con l'intento di risvegliare gli animi e di richiamarli ai valori
dello spirito, a una vita di preghiera più intensa e più profonda, che abbiamo
pensato di far conoscere a tutti un'anima di Dio che vive a RIMINI e si chiama
ELVIRA PERAZZINI GAZZONI. Ci spinge a parlare di lei anche un senso di profonda
gratitudine, perchè c'è una carità che dona e una carità che ringrazia e
ripaga del dono. E noi da lei abbiamo ricevuto tanto!
Possa
il suo esempio far del bene a tutti, essere una fiaccola fra le tenebre del
mondo, uno squillo di tromba che sveglia gli assonnati, una voce che ricorda Dio
e le sue verità cadute in dimenticanza in questo tempo del trionfo di Satana!
Col
suo comportamento, senza bisogno di parole, Elvira ci ricorda che non siamo
fatti per la terra, ma per il cielo, che val poco dire: "Mio Dio, ti
amo" quando si resta attaccati al peccato, quando mancano le opere fatte
per amor di Dio, quando non si vuole soffrire nulla per Lui, quando non si è
disposti a tutto sacrificare per Lui.
Se
il nostro cuore ama le comodità, le ricchezze, i piaceri, gli onori, si ciba
di fango e rimane inchiodato alla terra.
Per
entrare nel Regno di Dio ci vuole il distacco dalle cose del mondo, ci vogliono
sacrifici e rinunce, ci vuole l'umiltà, ci vuole la carità.
Ritorniamo
a Dio...! Ormai dovremmo capire che dal disordine che regna sovrano in ogni
campo non se ne esce ne con Tavole Rotonde, ne mobilitando plotoni di forza
pubblica, ma solo riallacciando i fili di comunicazione con Dio che sono stati
spezzati. È Lui il padrone dell'Universo, torniamo dunque a rispettarne le
leggi e ad invocarne l'aiuto con la forza della preghiera fatta di fede, di
fiducia, di umiltà.
MAMMA
ELVIRA soffre e prega per questa situazione universale dello spirito cristiano.
Ella
è certo una donna singolare dalle doti non comuni. La fiducia immediata che
ispira e l'incanto che desta, anche in chi le parla per la prima volta, sono
indice sicuro della sua provenienza da Dio. In tutta la sua esistenza,
straordinariamente ricca di interiorità e pur tanto dinamica, domina un così
mirabile senso di equilibrio tra il divino e l'umano che ne fa un personaggio
stupefacente. Possiamo dire di lei quel che si disse di altre anime di Dio:
"È ritirata e al tempo stesso intraprendente, di umile origine, ma
signorile nel portamento e nei tratti, mite, ma al momento opportuno anche
sdegnosa, umilissima, ma, a tempo e luogo, santamente altera ed ardita".
Nonostante
le sue molteplici attività, questa creatura eccezionale ha sempre cercato di
vivere in umiltà e di mantenere un profondo riserbo e quello che viene
palesando ha sempre come fine la gloria di Dio e il bene dei fratelli.
Ci
tiene a dichiarare che quanto di buono può aver fatto nella sua vita, va tutto
riferito a Colui che l'ha scelta come strumento della sua misericordia; a Lui
dunque devolve ogni onore e ogni gloria. Noi però, meditando su quello stile
che caratterizza tutte le sue azioni, possiamo dedurre questo altissimo
insegnamento: che Dio non opera in noi se non nella misura in cui noi ci
offriamo.
Elvira
ha pronunciato senza esitazione il suo "FIAT", facciamo anche noi
altrettanto e diventeremo canali benedetti attraverso cui la grazia divina si
spanderà sul mondo, diventeremo, nelle mani di Dio, il piccolo sasso di Davide
che abbatterà il gigante nemico.
CAP.
I
Nata
a RONCOFREDDO (Forlì) il 15 marzo 1908 da Antonio Perazzini e da Giulia Lucchi
e trasferitasi poi con la famiglia a Sant'Arcangelo di Romagna, Elvira era la
quarta di numerosi fratelli, alcuni dei quali morirono in tenera età, in gran
parte falciati dalla "spagnola". Ne sopravvissero soltanto cinque,
quelli che la mamma Giulia, al momento della nascita, "aveva messo nelle
cinque piaghe di Nostro Signore".
"Te
- dirà poi alla figlia - t'ho messa nella ferita del costato" Due di
questi sopravvissuti, Costanzo e Gerardo, si faranno poi missionari francescani
e andranno a svolgere il loro fecondo apostolato l'uno in Africa, l'altro in
India.
Giulia
era una donna di grande fede e pietà; dolce, ma inflessibile quando doveva
correggere i figli, incuteva ad Elvira una gran soggezione. Le persone che
l'hanno conosciuta affermano che "sapeva stare in mezzo alla gente, ma
parlava solo quel tanto che era necessario". "Piuttosto che dire una
parola di troppo, taceva. Del resto il suo pensiero era costantemente fisso in
Dio e la sua giornata era una continua preghiera. Non raccontava favole ai suoi
bambini, ma la sera, quando li vedeva tutti a letto, si metteva a narrar loro i
fatti della vita di Gesù. Prima di andare a letto, però, bisognava riunirsi
per recitare il Rosario, sotto lo sguardo vigile e severo del babbo.
Elvira
crebbe quindi in un clima di grande religiosità, ma anche di grande disagio
economico, tanto che all'età di 6 anni, per raggranellare qualche soldo, si era
messa a far servizi a una vecchia cieca: le lavava i piedi, la puliva, la
pettinava e... ne ereditava i pidocchi. La mamma, amante della pulizia com'era,
ne era costernata; avrebbe voluto impedirle di tornare là, ma poi doveva cedere
alla dura legge del bisogno. Elvira d'altra parte, sentiva per le persone
anziane, specie se sole e ammalate, un'attrazione irresistibile.
Una
volta, spinta da questo suo interesse per gli ammalati, avendo saputo che a
CANONICA, un paesino poco lontano da Sant'Arcangelo, c'era una donna inferma che
chiedeva di lei, s'incamminò verso Canonica all'insaputa della madre. Per far
presto, poiché era novembre e le giornate erano corte, aveva preso la
scorciatoia dell'USO, ma quando giunse al fiume s'accorse che il ponticello non
c'era più, poiché la fiumana l'aveva portato via. Decisa ad attraversare a
guado, senza pensare al pericolo della corrente, si levò le calze, si sollevò
la gonna ed entrò nell'acqua gelida. S'accorse subito che stava sprofondando e
fece per tornare indietro, ma non poteva più staccare i piedi e l'acqua stava
per trascinarla via. Fu per un vero miracolo che riuscì a toccare la sponda del
fiume, ma invece di tornarsene subito a casa, con le vesti inzuppate com'erano,
proseguì il suo cammino verso quella povera inferma che l'aspettava.
Non
è azzardato dire che in questo episodio si profila già quella che sarà la sua
futura missione.
A
7 anni, poiché la cura che doveva prendersi dei fratellini e l'aiuto che
doveva prestare in casa richiedevano tutto il suo tempo, Elvira dovette
abbandonare la scuola senza aver completato nemmeno la Prima Elementare.
Era
una povera bimba perennemente affamata e così consapevole di dover pensare agli
altri che dimenticare se stessa le era divenuto facile e abituale. Nonostante le
privazioni e le fatiche, però, era sempre sorridente e vivace e rallegrava
tutti con la sua sola presenza: una caratteristica che si accentuerà con gli
anni fino a fare di lei quella che oggi è la consolatrice di ogni dolore.
Quando
ebbe 13 anni una signora volle condurla a Roma con se, perchè le facesse
compagnia come una figlia. Però, dopo una sola settimana, Elvira dovette essere
riaccompagnata a casa per la morte di una sorella. Durante il viaggio lo
sportello del treno in corsa, contro cui stava appoggiata, all'improvviso si aprì
e lei venne sbattacchiata violentemente contro la fiancata del treno. Certo
avrebbe potuto cadere ed essere stritolata, ma una forza sovrumana l'aiutò a
tenersi salda alla maniglia, finchè venne dato l'allarme e il treno si fermò.
Era
tutta coperta di lividure, ma miracolosamente salva. Come in numerose altre
circostanze, anche allora aveva avuto un segno di quella straordinaria
protezione divina che doveva accompagnarla per tutta la vita.
Tornata
a casa, fu assunta come operaia all'Essiccatoio del Tabacco. Era un lavoro
troppo duro per una ragazzina come lei, indebolita dalla costante denutrizione e
dalla salute sempre cagionevole.
Stesa
bocconi sull'impiantito di legno, coperto di polvere, doveva tirar su a forza di
braccia, dal piano sottostante, le lunghe corde a cui erano legati i pesanti
fasci di foglie di tabacco che doveva poi allineare sui telai, nei ripiani più
alti. Quando poi il tabacco era secco, si doveva tirarlo giù e disporlo nelle
botti per la spedizione.
Toccava
allora ad Elvira il compito più ingrato: quello di calarsi nella botte per
stipare ogni strato di foglie pigiando con le mani e coi piedi. Allora la testa
cominciava a girarle e le si annebbiava la vista per il forte gas che si
sprigionava dal tabacco. Questa sensazione di smarrimento era accentuata anche
dal fatto che andava al lavoro, la mattina, a stomaco vuoto, se non aveva avuto
la fortuna di trovare da qualche parte una mela o una crosta di pane secco in
mezzo alla semola. È vero che i Cappuccini qualcosa passavano alla sua
famiglia, ma era poco per tante bocche da sfamare!
Quando
fu un poco più grande, Elvira potè entrare come inserviente nella Locanda
della Piazza, la più importante di tutto il paese; però non potè mai vedere
il frutto delle sue fatiche, perchè regolarmente il padre, allo scadere del
mese, andava a ritirare la sua paga e non le lasciava nemmeno un centesimo. Lei
comunque non se ne lamentava; era abituata alle rinunce e sapeva di non
potersi permettere i desideri di tutte le ragazze della sua età. C'era però
una cosa che l'attirava irresistibilmente: il ballo. Come le piaceva ballare!
Magari per la strada, con le compagne, o sotto i portici.
Un
giorno (era l' 11 novembre, festa di S. Martino, gran Fiera a Sant'Arcangelo)
lei stava lavando le erbe per il Ristorante alla fontana della Piazza, quando
un'amica le si accostò e la invitò a seguirla fino alla SALA EDEN dove, in
quel giorno particolare, si ballava fin dalle prime ore del mattino. La
tentazione era troppo forte ed Elvira non seppe dire di no. Segui l'amica finchè,
a un dato punto, il timore dei genitori e la consapevolezza che quel genere di
divertimento, in quel locale, non era dei più consigliabili, la indussero a
fermarsi e a tornare indietro. Alla fontana, però, non trovò più nè il
secchio, nè le erbe. I padroni del Ristorante la rampognarono aspramente, ciò
nonostante Elvira continuò a prestare la sua opera in quel locale. Siccome si
era fatta molto carina e molti sguardi maschili la seguivano, aveva timore a
riassettare le camere e un giorno lo disse alla padrona che la esentò da quel
compito. Ogni tanto, però, come trascinata da una forza superiore, si portava
di soppiatto nelle camere da letto a mettere, nei cassetti dei cornodini,
certe medagliette che le davano le Suore. Evidentemente già da allora il
Signore si serviva di questa creatura per la salvezza delle anime, poiché si
seppe poi che proprio da queste medaglie era venuto, per certe persone, il primo
richiamo alla conversione.
Fu
in questo periodo che, per questioni riguardanti i padroni della Locanda, Elvira
conobbe Ferruccio Gazzoni, quel Carabiniere che doveva poi diventare suo marito.
Egli ne era rimasto subito conquistato, al punto che un'amica disse poi ad
Elvira: "Guarda, Elvira, che a giorni ti arriverà una dichiarazione!"
Quando
la dichiarazione arrivò stilata a regola d'arte, Elvira si trovò in un grande
imbarazzo, sia perché non conosceva quell'uomo, sia perché non sapeva come
fare a rispondere, avendo poca dimestichezza con la penna. Un'amica compiacente
venne in suo aiuto fissando un appuntamento. Il Carabiniere le piacque; fu
subito colpita dalla sua prestanza fisica e dalla sua bella divisa e finì per
accettarlo come fidanzato. Cominciò allora per lei un periodo penosissimo, data
la povertà con cui doveva ospitare il suo promesso sposo che, dimessosi
frattanto dall'Arma dei Carabinieri, veniva a trovarla da Gambettola in
bicicletta.
Finalmente,
come Dio volle, si giunse al matrimonio. Lei aveva circa 18 anni.
Se
gli inizi di un "menage familiare" sono difficoltosi per tutti, lo
furono in modo specialissimo per Elvira. Ella non ama ricordare quel primo
periodo che possiamo sintetizzare in una frase da lei usata più tardi per
indicare il carattere di perpetua crocifissione della sua esistenza: "Tribolare
per tirare avanti".
Quando
il marito ottenne di poter entrare nel Corpo dei Vigili Urbani, si trasferirono
da Gambettola a Rimini dove nacquero Idalgo ed Edgarda, ma anche questo fu un
periodo tristissimo per un accavallarsi incredibile di difficoltà e di
malattie di ogni genere. Si ammalò di cancro il suocero, di broncopolmonite il
bambino, lei stessa era colpita da malattie tanto misteriose che nemmeno
quattro medici a consulto erano riusciti a diagnosticare.
Durante
una di queste malattie, una notte, mentre il marito era in servizio, Elvira si
accorse che la figliuoletta Edgarda era divorata da un'altissima febbre ed aveva
il rantolo. Al pensiero che potesse trattarsi di difterite, Elvira non pose
tempo in mezzo e, ammalata com'era, si alzò, avvolse la piccola in una coperta
e la portò all'Ospedale, dove subito si provvide con una puntura a scongiurare
quel terribile morbo che allora falciava tante vittime. Lo sforzo compiuto, però,
provocò in Elvira tali complicazioni che lei si ridusse in fin di vita. Rimase
in coma per tre giorni. Cosa accadde in lei, in questi tre giorni, Dio solo lo
sa. Quando per le preghiere ardenti del suo santo confessore Padre Antonio
Musconi, Cappuccino, che era accorso da Sant'Arcangelo per celebrare una Messa
in camera sua, Elvira si riebbe, si accorse di essere cambiata. Quella malattia
l'aveva tanto elevata spiritualmente che si può dire abbia da essa inizio il
suo apostolato.
Prese
allora l'abitudine di recarsi ogni giorno, per far giocare i bambini, ai
Giardini Pubblici, e mentre i piccoli scorazzavano tra le aiuole, faceva in
modo di avvicinare tante povere ragazze avviate per una cattiva strada per
distoglierle dal male e aiutarle in qualche maniera. Offriva anche la merendina
dei propri figliuoli nell'intento di farsele amiche. Fu così che molte di esse
poterono essere riportate sulla retta via.
Frequentava
anche ogni giorno la Chiesa del Suffragio, adiacente all'Ospedale, dove vedeva
giungere tanti ammalati le cui sofferenze le stringevano il cuore. Così il
Signore le veniva additando un altro futuro campo del suo apostolato.
Trovava
sempre un grande conforto nel fare il bene. Ora aveva l'assoluta certezza che
solo dimenticando completamente se stessa per darsi agli altri sarebbe stata
felice. Non le mancava l'appoggio spirituale di Mons. Primo Grilli, Penitenziere
del Duomo, che Elvira ricorda ancora costantemente nelle sue preghiere.
Intanto frequentava l'Aiuto Materno dove prestava la sua assistenza riuscendo a
salvare molte ragazze dall'infame proposito di abbandonare i propri figli.
Andava anche spesso all'Ospizio dei vecchi dove tre vecchierelli, che ricorda
ancora con particolare tenerezza, avevano tanto bisogno di lei.
Il
Signore non le risparmiava pene e sofferenze, ma lei trovava conforto nei suoi
due angioletti: "Che gioia pregare la sera fra i loro due lettini! Come li
raccomandavo al Signore!" Ricorda ancora con rimpianto. La sera li
conduceva in Chiesa e tutti si voltavano a guardarli, meravigliati per la loro
compostezza.
Non
conduceva mai i suoi piccoli alla spiaggia, piuttosto li portava sul Colle delle
Grazie e, mentre loro giocavano sul piazzale antistante alla Chiesa, lei pregava
in compagnia di un'amica.
La
preghiera, che oggi è l'ansia costante di Elvira, era anche allora
un'elevazione così totale a Dio, di tutto il suo essere, da farle dimenticare
ogni altra cosa. Questo ci spiega come una volta venisse rinchiusa nel Duomo,
senza che lei se ne avvedesse e dovesse poi rimanerci fino alle 4 del
pomeriggio.
Preoccupata
per l'età avanzata di Padre Antonio, che da anni era il suo Direttore
Spirituale, un giorno Elvira osò manifestargli il timore di rimanere senza
sostegno morale dopo la sua morte:
"Come
farò, Padre, quando Lei non ci sarà più?"
"Non
temere, avrai per confessore un Santo" la confortò lui e le parlò di
Padre Pio da Pietralcina che Elvira non aveva mai sentito nominare.
Quando
Padre Antonio morì, Elvira lo sognò, una notte, in compagnia di un frate che
lei non conosceva, poi, recatasi qualche giorno dopo in casa di una signora,
rivide quel frate del sogno in un portaritratti posato su un tavolo. La signora
le disse che era Padre Pio, il famoso Cappuccino del Gargano, e le diede da
leggere la biografia di lui scritta da Del Fante. Da quel momento Elvira sentì
un gran bisogno di andare personalmente a conoscere quel frate su cui aveva
udito già tante meraviglie e si diede a cercare una persona che
l'accompagnasse. Trovò subito disposta Anita Zanotti, un'anima bella che si
trasferirà poi a vivere a S. Giovanni Rotondo.
Questo
viaggio però non era tanto semplice come sembrava, perché subito Elvira si
trovò davanti un muro invalicabile: l'opposizione dell'autorità ecclesiastica.
In seguito alla campagna diffamatoria suscitata contro Padre Pio, nel 1924 era
venuto ai fedeli, da parte del Santo Uffizio, questo severo monito:
"...ritiene
suo dovere esortare i fedeli affinchè si astengano dall’andare a visitare,
devotionis causa, Padre Pio e dall'intrattenere con lui qualsiasi relazione,
anche epistolare".
Era
un'esortazione che aveva il tono di una condanna. Nel luglio del 1933 i decreti
del Sant'Uffizio venivano revocati e successivamente restituita a Padre Pio la
piena libertà del suo ministero sacerdotale. Questa ritrattazione risaliva ad
appena un anno addietro ed Elvira, come membro dell'Azione Cattolica, si era
creduta in dovere, volendo andare a conoscere Padre Pio, di chiedere prima un
regolare permesso. Nessun sacerdote della Diocesi, però, aveva voluto
accordarglielo e nemmeno il Vescovo. Sarà solo il consenso datole da un
sacerdote forestiero, venuto a predicare in Duomo, che le metterà la coscienza
in pace. Così, chiamata la madre, perché si prendesse cura dei figli ancora
piccoli, cominciò i preparativi per la partenza. Era il 1934.
È
proprio il caso di pensare che il diavolo si fosse messo in agitazione per la
prospettiva di quell'incontro che gli doveva fruttare una così lunga serie di
sconfitte e che si fosse messo a tormentare Elvira, facendole venire mille
dubbi, nel tentativo di toglierle quell'idea dalla testa. Senza ragione infatti,
Elvira cominciò a dibattersi nell'incertezza. Non vedeva più l'opportunità di
quel viaggio e tornò da Anita a dirle che non aveva più intenzione di partire.
(Avrebbero dovuto prendere il treno la mattina dopo).
"Ebbene,
non fa nulla - disse l'amica - Andremo un ‘altra volta"
Elvira
però non aveva pace e mentre tornava a casa, passando davanti alla Chiesa di
Santa Chiara, dove si venera l'immagine della Madonna della Misericordia, fu
costretta a fermarsi. La porta era chiusa, perchè erano le 9 di sera, ma lei si
inginocchiò sul gradino esterno e, piena d'angoscia, pregò la Madonna che la
illuminasse.
A
casa la prima spinta a partire le venne dalla madre, la quale protestò che non
avrebbe potuto, un'altra volta, predisporre le cose in modo da prestarle il
suo aiuto, presa com'era anche lei, dalle cure dei propri figliuoli. Che fare?
Elvira si tormentava nell'indecisione. Era seduta sul letto, ma qualcosa la
tratteneva dallo spogliarsi e mettersi a dormire. Chiedeva angosciosamente a
Padre Pio un segno... un segno che la convincesse a partire. Ed ecco che, all'improvviso,
vide davanti a se Padre Pio in persona che, senza dire una parola, le porgeva le
stigmate da baciare.
La
mattina dopo corse a casa dell'amica a dirle che era risoluta a partire e quella
sera stessa presero il treno per le Puglie. Viaggiarono tutta la notte e al
mattino si fermarono a Lucera per salutare il Carmelitano Padre Antonio Maria
Rossi, che era un'anima bella molto vicina a Padre Pio, e per assistere alla sua
Messa. Si trattennero con lui fino all'ora di pranzo, quindi proseguirono per S.
Giovanni Rotondo, dove arrivarono verso le 5 del pomeriggio.
Fissarono
l'alloggio in paese e poi si avviarono su per la mulattiera che portava al
Convento. Fuori della Chiesa videro Pietruccio, che allora era un bambino, e lo
inviarono come messaggero da Padre Pio per annunziargli che erano arrivate due
pellegrine da Rimini. Per tutta risposta si sentirono riferire che tornassero
giù in paese immediatamente. Obbedirono senza chiedere il perché e, quando
furono quasi arrivate, scoppiò un temporale da far paura, senza che nulla prima
lo avesse fatto presagire.
Acqua
a catinelle, fragore di tuoni, fulmini, buio pesto... (Sarebbe azzardato pensare
che fosse il demonio a sfogare così il suo livore infernale?)
La
mattina dopo Elvira potè incontrarsi col Padre e da quell'incontro doveva aver
inizio il suo Grande Apostolato.
Padre
Pio le aveva detto: "Tu farai l’infermiera"e siccome Elvira
protestava per la sua inesperienza, aveva aggiunto: "Io ti aiuterò in
particolare quando sarai vicina agli ammalati".
Elvira
non sapeva davvero come avrebbe fatto ad iniziare un'attività del genere e,
camminando verso la Stazione di Foggia, ripensava con sgomento alle parole del
Padre, quando vide sul Piazzale della Stazione un gruppetto di gente assiepata
intorno a una donna svenuta. Dal gruppo si era staccata una signora che ora
veniva proprio incontro a lei, con una siringa in mano:
"C’è
una donna che sta male; presto, le faccia questa puntura!" Il tono non
ammetteva repliche ed Elvira, che in vita sua non aveva mai praticato una
iniezione, fece quanto le si chiedeva con la più grande facilità del mondo.
Era evidente che Padre Pio la veniva preparando senza perder tempo. Se ne rese
conto quando, rientrata in Rimini, una mattina, nella Chiesa di S. Chiara, si
trovò a dover assistere una signora svenuta che poi dovette accompagnare
all'Ospedale. Ecco dunque varcata quella soglia, ecco aperta la strada per il
suo apostolato in mezzo agli ammalati. Elvira ci si mise con tutto l'impegno e
cominciò a frequentare l'Ospedale come infermiera volontaria. I malati
sentivano sollievo per le cure che prodigava loro e anche per la sua sola
vicinanza. "Perché si sta bene con lei?" scriverà poi un santo
Cappuccino.
"Perché
Gesù ha dato ad essa il dono di consolare gli afflitti e la sua bontà è un
balsamo ristoratore per tutti".
Intanto
in lei il fervore cresceva. Quando vedeva dei bambini che giocavano nella strada
li andava a chiamare e li conduceva in casa sua, dove cuoceva per loro le
castagne, poi insegnava loro il catechismo e infine li conduceva tutti in Chiesa
a pregare per la pace, perchè Padre Pio aveva detto che sarebbe venuto il fuoco
su Rimini.
"Su
molte altre città d'Italia, ma su Rimini in particolare" aveva specificato
prevedendo esattamente i bombardamenti del '43.
Nel
frattempo continuavano frequentissime - fin tre o quattro volte al mese - le sue
visite a San Giovanni Rotondo, sia per accompagnare gente da Padre Pio, sia
per domandare la guarigione dei suoi malati. Molti infatti guarivano, ma più
numerose ancora erano le conversioni. C'era anche chi si serviva di lei per
inviare denaro a Padre Pio per il suo grandioso Ospedale in costruzione, la
"Casa Sollievo della Sofferenza" ed Elvira eseguiva l'incarico con la
più scrupolosa onestà, come potè testimoniare chi un giorno si vide riportare
indietro le 30.000 lire che lei non aveva potuto far giungere al Padre.
Non
mancavano poi di quelli che ricorrevano alla sua mediazione per avere una
risposta dal Padre su qualche argomento che stesse loro a cuore, come una certa
Suor Boiani dell'Istituto San Girolamo di Siena, tormentata dal timore che il
proprio fratello suicida fosse finito all'inferno. La risposta di Padre Pio fu
consolante e il 20 novembre 1950 la Suora scriverà ad Elvira: "La sua
lettera mi ha ridato la vita ed ora non so come esprimerle la mia riconoscenza,
riconoscenza che non si estinguerà finchè avrò vita. Descrivere la pena in
cui mi trovavo per la morte del mio caro fratello è impossibile il pensiero
dell’anima mi tormentava giorno e notte. Lei, buona signora, che sa la
preziosità dell’anima, che sa cosa vuol dire un eternità infelice, la
separazione da Dio, nostro tutto, lei sola, così pia, può farsene un'idea. Da
questo potrà comprendere quale consolazione mi ha procurato la sua lettera
che mi ha portato l’assicurazione della salvezza di mio fratello. Mia buona
signora, legga nell’animo mio e veda di quanta riconoscenza è compreso...!
Il Signore, che non lascia senza premio neppure un bicchiere d’acqua dato in
suo nome, quale ricompensa le serberà!»
Mentre
era problematico per tutti giungere alla presenza di Padre Pio, per Elvira
invece era relativamente facile, grazie anche alla complicità di Padre
Innocenzo e di Padre Raimondo, un dotto Cappuccino poliglotta che si prodigava
sempre moltissimo per metterla in contatto con il Padre. Egli soleva chiamarla
"Angelo di Dio". Scriveva: "Ringrazio il Signore che mi abbia
fatto incontrare un Angelo consolatore nella signora Elvira". Quando dunque
lei capitava a San Giovanni Rotondo, questo Cappuccino si faceva in quattro per
aiutarla. Una volta la chiuse addirittura in Chiesa dove la scorse più tardi
Padre Pio all'ombra di un confessionale e, sorridendo compiaciuto, le disse:
"Ma tu sei qui?" Intanto alcuni giornalisti presenti si chiedevano
stupiti come avesse fatto ad entrare.
Durante
queste sue visite a San Giovanni Rotondo, capitavano ad Elvira avventure d'ogni
genere e non certo piacevoli. Era lo scotto che doveva pagare per le anime che
riconduceva a Dio.
Una
volta per poco non ci rimise la vita.
Aveva
preso alloggio, come al solito, dai signori Vianelli, dove si trovava a proprio
agio, come a casa sua. Poiché al momento dell'arrivo la padrona non era in
casa, si era fatta da sola il letto nella solita camera a pian terreno e si era
coricata felice al pensiero che il giorno dopo avrebbe potuto vedere il Padre e
assistere alla sua Messa. Non riusciva però a prender sonno. Si sentiva addosso
un preoccupante malessere: mal di testa, orecchie che fischiavano, conati di
vomito. Per tre volte fu costretta ad alzarsi e ad andare in bagno. A un certo
punto si sentì mancare le forze e cadde ginocchioni a terra. Allora potè
vedere, sotto il letto, un braciere di fuoco acceso, coi carboni
"zampillanti di azzurro" e sentì una voce (sembrava quella di Padre
Pio) che diceva: "Vai fuori! Vai fuori!" Invocando l'aiuto della
Madonna riusci ad alzarsi piano piano e ad andar fuori dalla porta d'ingresso.
Poi, spiegato l'accaduto al padrone della Pensione e rifatta la sua valigia,
fermò la prima macchina che passava e si fece portare alla Stazione di Foggia.
Qui prese il primo treno per Rimini dove giunse tutta intossicata, bianca come
una morta. Dopo una decina di giorni tornò da Padre Pio e in confessione gli
disse: "Padre, a momenti morivo!"
E
lui: "E nnun m'hai fatto mai dormì! Sia ringraziato il Signore! Mmo'
prendi il tuo lavoro!"
Certo
se non fosse stato Padre Pio a tenerla sveglia, cosa sarebbe stato di lei?
Un'altra
volta aveva preso alloggio alla Pensione Bianchi e si era sistemata, con le
malate che aveva condotto con sè, in una grande stanza a pian terreno, dove
c'erano vari letti. Al mattino si alzarono prestissimo per assistere alla Messa
di Padre Pio, poi tornarono alla Pensione e, poichè erano appena le 5, si
rimisero a letto. Elvira, dopo un po', si alzò, come spinta ad andare nel
bagno, senza sapere il perchè. Era appena uscita dalla camera che una violenta
scossa, come di terremoto, scrollò la casa dalle fondamenta.
Lei
cercò per istinto, di andar fuori, ma lo spostamento d'aria la buttò contro
una finestra i cui vetri erano andati in frantumi.
Tornata
sui suoi passi, si affacciò alla camera e vide che le serrande della finestra,
sotto la quale era sistemato il suo letto, erano saltate nell'orto sottostante.
Le altre signore erano balzate dal letto terrorizzate. Cos'era successo? Erano
scoppiate due bombole di gas e in breve si erano levate delle fiamme altissime
che già entravano nella camera lambendo i letti. Molti furono gli ustionati.
Elvira li accompagnò all'Ospedale e stette con loro per circa una settimana,
prodigandosi in mille modi e saltando molte volte i pasti. Nessuno, come lei,
sapeva assumere le sofferenze altrui fino a dimenticare le proprie. Le capitava
spesso, come le capiterà sempre in seguito, che quando era vicina agli
ammalati non si rendesse più conto delle proprie necessità, mentre sentiva,
quasi sensibilmente, l'assistenza di Padre Pio.
Le
era di validissimo appoggio anche l'uomo che il cielo le aveva dato come sposo:
sempre disposto a far passare in secondo ordine le proprie esigenze e i propri
diritti davanti alle necessità di chi soffre, pronto a ritirarsi con
discrezione nell'ombra, come a intervenire, con la più ampia disponibilità,
quando occorreva il suo aiuto.
Si
era giunti frattanto agli anni cruciali della guerra e anche il marito di Elvira
veniva richiamato alle armi. Fortunatamente, dopo sei mesi, veniva rimandato a
casa e poteva così seguire le sorti della famigliuola che nel frattempo era
sfollata a S. Vito e poi a S. Mauro Pascoli, dove Elvira si era adattata a fare
i più umili lavori per tirare avanti. Furono sofferenze di ogni genere,
sopportate con rassegnazione per i peccatori e per la pace nel mondo. Elvira si
prodigava soprattutto per alleviare i dolori dei vecchi e dei malati, per cui
sentiva una grande compassione.
Una
volta dovette persino prestare la sua opera come levatrice in una situazione
altamente drammatica. Verso le 4 del mattino si era presentato a cercare di lei
un uomo, tutto affannato per il pericolo corso sotto la pioggia delle granate e
per l'urgenza del caso che lo aveva spinto fin lì: la moglie era in procinto di
partorire e non si riusciva a trovare un'ostetrica.
"Mi
hanno detto che qui c'è una donna che se ne intende... " spiegò.
Chi
poteva averglielo detto? La cosa era strana, perchè a S. Mauro-Mare, da dove
veniva quell'uomo, nessuno conosceva Elvira. Comunque ella non stette a porsi
domande: l'insistenza del pover'uomo era così disperata che decise tosto di
seguirlo, nonostante l'imperversare dei proiettili. All'Aiuto Materno aveva
visto altre volte delle ostetriche in azione e le riuscì facile porgere il suo
aiuto nel miglior modo possibile.
Dopo
aver finito di prestare le più amorevoli cure alla puerpera e al bambino,
mentre a casa i suoi familiari l'aspettavano con ansia crescente, sul far
della sera, le riuscì di congedarsi e di riprendere la strada del ritorno.
Camminava tra un imperversare di sibili, di esplosioni, di lampi, stringendo
disperatamente il Crocifisso regalatole da Padre Pio. Ogni tanto si fermava a
qualche casolare per riprender fiato e qui esortava tutti a pregare con lei e si
metteva a recitare il Rosario. Verso le 22 (era il mese di settembre, quindi già
notte inoltrata) come Dio volle, arrivò a S. Mauro e, tutta affannata, ma
contentissima, potè raccontare al marito e ai figli le sue peripezie.
Quando
si trattava di portare aiuto a qualcuno, Elvira non misurava certo i pericoli e
i rischi personali. Altamente significativa è, a questo riguardo, la
testimonianza di Valerio Manfroni di Rimini, testimonianza che merita di
essere riportata per intero: "Erano i giorni drammatici del passaggio del
fronte: ovunque terrore, distruzione, rovine, morte. Al pericolo dei bombardamenti
aerei e navali si era aggiunta la paura dei Tedeschi, traditi e divenuti
brutalmente inumani. Anche nella piccola frazione di S. Vito, dove sono nato e
vissuto, allora rifugio di molte famiglie sfollate, giunse, come un uragano, la
violenza nazista. Un giorno, mentre nell’aria si sentiva il tuono del cannone,
una pattuglia delle SS irruppe nel nostro piccolo borgo per un'azione di
"rastrellamento". Tutti gli uomini venivano presi e caricati su un
camion per destinazione ignota. Al pianto delle donne e dei bambini si
mescolavano le dure parole degli ufficiali che non avevano pietà per nessuno,
nemmeno per i più piccoli che singhiozzavano impauriti, pur non comprendendo
la triste sorte toccata ai loro cari.
Fra
quegli uomini cera anche mio padre, Manfroni Giuseppe, che, trascinato a viva
forza dai nazisti, guardava disperatamente la mamma e le due bambine piccole a
lei aggrappate, mentre, con gli occhi pieni di lacrime, chiedeva pietà.
A
un tratto, vista la scena, una donna, la signora Elvira Gazzoni, sfollata a San
Vito, si precipitava, incurante del pericolo, per fermare il soldato che
spingeva mio padre. Poiché vide che era vano ogni tentativo di commuovere il
soldato, si precipitò di corsa al Comando della SS, che distava duecento metri
circa, pregando, supplicando in diverse maniere il Comandante, affinchè
lasciasse libero quel padre di famiglia. Non so, ma forse fu per un miracolo,
quel Tedesco, nel vedere il coraggio, la presenza di spirito, la carica di
altruismo che animava quella giovane donna, ebbe a commuoversi ed ordinò che il
Manfroni venisse lasciato libero.
Ora,
a distanza di tempo da quel fatto, che poteva concludersi con la morte di mio
padre in un campo di concentramento in Germania o in una camera a gas, noi
tutti in famiglia non abbiamo dimenticato la signora Elvira per cui sentiamo una
riconoscenza ancora vivissima. Ricordiamo la sua bontà, il suo disinteresse, il
suo amore veramente cristiano dimostrato in cento occasioni verso tutti quelli
che in quel momento di dolore hanno avuto bisogno di un conforto, di un aiuto
morale e materiale. Ella si è prodigata per tutti e quanto sopra è stato detto
corrisponde pienamente alla verità e costituisce un documento di
testimonianza".
Nonostante
tutti i disagi e i rischi di quegli anni tremendi, Elvira non perdeva mai la
sua fiducia in Dio, conscia di quella particolare protezione che l'aveva sempre
accompagnata fin dalla sua infanzia. In verità sfuggì alla morte più di una
volta, per puro miracolo, come quando si rifiutò di ripararsi con gli altri in
un rifugio, che poi sotto le bombe crollò, o come quando, in compagnia del
marito e dei figli, recandosi da San Mauro a San Vito, attraversò un campo
disseminato di mine a forma di piatto, senza che nemmeno una esplodesse, anche
se lei, non conoscendo la natura di quei piatti, non aveva usato nessuna
particolare precauzione.
Cessato
il periodo della guerra, si apre per Elvira una nuova serie di momenti difficili
che lei riuscirà a superare solo con l'aiuto del Signore. Ciò nonostante
riprende a frequentare l'Ospedale Civile per l'assistenza ai malati. Quanto si
prodigasse in quest'opera di misericordia lo hanno testimoniato infermiere e
suore che non sapevano nascondere la loro meraviglia per tanta abnegazione.
Era
sempre lì, ogni pomeriggio alle 15, col suo grembiule bianco, a prestarsi per i
lavori più ingrati, ad aggirarsi in mezzo ai malati, nei cameroni, nei
corridoi, a confortare, ad aiutare, a ridare la serenità col suo sorriso, ad
invitare alla preghiera. I malati l'aspettavano ogni giorno come un raggio di
sole e molti di essi si convertivano.
"Ho
avuto dei veri miracoli nelle conversioni!" confermerà poi in seguito
Elvira.
Un'estate
dovrà accompagnare due di essi a Badia Prataglia e rimanere lassù qualche
giorno con loro. Ogni occasione è buona per fare dell'apostolato ed Elvira non
se ne lascia sfuggire una.
Nei
momenti liberi raduna in un prato tutti i bambini del posto per parlar loro di
Padre Pio ed essi lasciano volentieri i loro giochi per stare ad ascoltarla. Ciò
che lei racconta è così nuovo...
Poi,
a casa, riferiscono tutto ai loro genitori che, incuriositi, vanno alla Pensione
a chiedere di quella giovane signora che racconta storie tanto meravigliose.
Cosi finisce che molti di essi si convertono; gente che, magari, non andava in
Chiesa da cinquant'anni... La fama si spande per il paese ed Elvira si vede
invitata addirittura nelle Scuole Elementari a parlare agli alunni della IV e V
classe.
Tornata
a Rimini riprende regolarmente le sue visite a San Giovanni Rotondo, dove molti
ricevono da lei aiuto e conforto, colpiti dalla finezza del suo carattere e
dalla sua semplicità, uniti al senso acuto nel giudicare le persone e le cose.
Intanto
nella sua vita privata si accavallano tante preoccupazioni e dolori che solo
le frequenti apparizioni di Padre Pio valgono ad alleviare.
Un
pomeriggio, per esempio, si erano radunate in casa di Elvira otto o nove
persone. C'era anche una signora che, sapendo che all'indomani Elvira sarebbe
partita per San Giovanni Rotondo, le aveva portato la fotografia di una sua
bimba di 4 anni, malata. Elvira la esortò ad aver fiducia e la confortò come
solo lei sapeva fare. Proprio mentre stava parlando amabilmente con tutti, vide,
nell'angolo della stanza, vicino alla porta, formarsi come una nebbia, poi la
nebbia si dileguò e lei distinse chiaramente un frate che le si avvicinava. Si
dirigeva proprio verso di lei, che stava seduta, dicendole: "Ecchè, non mi
riconosci più?"
Elvira
cadde in ginocchio tutta confusa: "Oh, Padre, Padre!" e Lui le porse
le stigmate da baciare. Allora Elvira si ricordò della foto della bimba che era
posata sul tavolo e gliela mostrò: "Padre, cosa ne dite di questa
bambina?"
"Questa
sarà un fiore del cielo" rispose Lui. Poi, passandole la mano sul capo
sparì, lasciando un gran profumo. I presenti erano attoniti. Sentivano tutti
quel gran profumo, avevano visto l'atteggiamento di Elvira, avevano udito le sue
parole e ora nessuno aveva il coraggio di parlare. Passò un'oretta così, finchè,
tornato a casa dal servizio il marito di Elvira, furono obbligati a raccontargli
tutto. Così, al mattino seguente la notizia faceva il giro della città.
Elvira intanto stava correndo a San Giovanni Rotondo. Come giunse al cospetto di
Padre Pio, gli chiese: "Eravate proprio voi ieri sera?"
"E
perchè, lo metteresti in dubbio?" rispose il Padre e le confermò la sua
sentenza sulla bambina che, infatti, dopo due mesi, morì.
Era
sempre felice il Padre quando "la paesana" come egli la chiamava, gli
compariva davanti. Sapeva di poter contare su di lei, così docile e ubbidiente
e, per affinare la sua spiritualità, la metteva spesso a contatto con altre
anime sante, come Luisa Piccareta di Corato (Bari), Genoveffa di Foggia, Don
Dolindo Ruotolo di Napoli, Padre Cappello di Roma che ogni volta la esortavano a
proseguire nel suo apostolato. Le esortazioni di queste creature elette accrescevano
sempre più lo zelo di Elvira che, dimenticando se stessa e i propri guai,
accorreva come un'ape laboriosa su e giù per l'Italia, dovunque ci fosse un
malato da assistere, un'anima da salvare.
Straordinariamente
significative a questo riguardo, sono le annotazioni che una sua carissima amica
faceva su pagine di diario.
Ne
trascriviamo qualcuna:
13
febbraio 1962: "Oggi Elvira è partita per Bologna per convertire un ateo e
portarlo da Padre Pio".
21
febbraio: "In missione a Padova e a Vicenza'. "Da Padre Pio".
"Per
apostolato a Sarzana, Parma, Faenza". "A Foggia, da Padre Pio, per la
conversione di un miscredente".
25
maggio: "A Parma in missione".
28
maggio: "A Loreto con ammalati".
13
giugno: "In Svizzera, apostolato".
25
luglio: "A La Verna".
1
agosto: "A Vitidiatico, nel Modenese, per apostolato".
26
settembre: "A Mamiano in Pistoia".
3
ottobre: "Da Padre Pio per conversioni".
7
marzo: 9 aprile: 10 aprile: a Lucerna, in missione.
Poi
le notazioni proseguono nel 1963:
17
marzo: "Per volontà di Padre Pio accompagna un lato a Taranto".
12
aprile: "A Roma con ammalati".
30
maggio: "A Sestri Levante per apostolato".
24
luglio: "Da Padre Pio".
4
settembre: "All'Abetone per lavoro di apostolato"
25
settembre: "A Trieste per apostolato".
27
settembre: "Al Monte Grappa".
13
ottobre: "A Genova".
7
novembre: "Da Padre Pio per ammalati".
11
novembre: "Da Padre Pio per ammalati".
C'è
davvero da rimanere sbalorditi per la febbrile attività di questa donna ardente
di zelo che non trovava barriere di spazio e di tempo per la sua opera di
apostolato!
Fu
così che quando la bianca immagine della Madonna di Fatima, percorrendo i cieli
in elicottero, si abbassò sulle città italiane, trovò ad accoglierla, quasi
dovunque, questa sua umile figlia. A Bologna, a Modena, a Ferrara, a Loreto, poi
a Roma, a Rimini, a San Giovanni Rotondo...
"Ma
Padre, io capito sempre quando c'è la Madonna di Fatima! Io corro dietro alla
Madonna!"
"O
la Madonna corre dietro a te..." le rispose Padre Pio.
San
Giovanni Rotondo era davvero un centro di smistamento, un luogo di incontri
provvidenziali e di amicizie destinate a durare per sempre. Fu laggiù che
Elvira conobbe, nel 1957, una signora di Carpanedo di Mestre che le dimostrò
subito grande affetto e stima, tanto da invitarla, un giorno, a casa sua. Aveva
radunato, per quella circostanza, una cinquantina di persone ed Elvira parlò,
come ispirata, di Padre Pio, dell'apostolato che le faceva svolgere, del Gruppo
di Preghiera che si sarebbe dovuto costituire a Carpanedo e che il Vescovo
pareva non approvare. C'era presente anche un sacerdote che, dopo che l'ebbe
sentita parlare, disse: "Anch'io non ero propenso a questi Gruppi di
Preghiera, perché mi sembrava che ci fosse del fanatismo, ma ora mi sono
ricreduto e capisco che è una cosa buona".
Egli
stesso poi cominciò a darsi da fare per raccogliere gli aderenti. Certo Elvira,
col suo contegno così misurato e prudente, col suo straordinario equilibrio,
sapeva subito far cadere ogni sospetto di fanatismo.
Fra
quelle persone che l'ascoltavano come rapite, c'era una signora che conosceva
molto bene il patriarca di Venezia, Mons. Roncalli. Lo frequentava da tempo,
perchè c'era un'amicizia di famiglia. Fu tanto colpita dall'eloquenza di
Elvira, dalla sua fede ardente, dallo zelo che l'animava, che sentì il
desiderio di presentarla al Patriarca, se lei avesse acconsentito a trattenersi
un giorno ancora.
Elvira,
che sentiva istintivamente una grande attrazione verso questo Cardinale, non se
lo fece ripetere due volte. Fu dunque condotta alla presenza del futuro Papa, in
un salottino privato dove lui fece poi portare il tè.
Elvira
si rendeva conto dell'enorme distanza che li separava e nel parlargli non sapeva
che titolo rivolgergli, ma questo non la metteva in imbarazzo, anzi, si sentiva
piena di gioia confidenziale, perchè vedeva in lui un'anima santa. Egli la
interrogò amabilmente su Padre Pio e sul lavoro che le faceva svolgere ed
Elvira gli parlò del suo apostolato.
"Vedi,
figliuolina - la incoraggiò lui - è un dono grande che tu hai. Sì, c'è
l'aiuto di Gesù, della Madonnina..."
Infine
la benedisse assicurandole la sua preghiera e lei tornò a casa felice.
Qualche
tempo dopo si trovava per caso in un bar di Rimini, quando apprese, dalla
televisione, che era stato fatto Papa il Cardinal Roncalli.
La
sua contentezza fu incontenibile. In seguito, per ben due volte, fu ricevuta in
udienza da questo Papa a cui potè parlare apertamente della sua missione.
Egli
le diceva: "dì ai tuoi malati che Papa Giovanni, stassera, recita il
Rosario per loro".
E
nel dir così batteva il pugno sul bracciolo della poltrona come per dar più
forza alla sua promessa.
CAP.
II
Nel
mondo sono tante le anime in pericolo di perdersi, perché vivono
nell'indifferenza e nel peccato, tante che ignorano la bontà del Signore,
mentre Egli brucia dal desiderio di far loro conoscere la sua misericordia e
il suo amore, ma se un'altra anima accetta di soffrire per loro, amando e
sopportando molte umiliazioni in unione coi patimenti di Cristo, esse possono
essere salvate.
"Sì,
le anime costano! "Dice spesso Mamma Elvira e nessuno lo sa meglio di lei
che si è sempre immolata con tanta generosità per la loro salvezza. Come Gesù
sulla croce, ella ha sete di queste anime e Gesù gliele fa incontrare nei modi
più vari e impensabili.
Sarebbe
impossibile esporre qui tutte le conversioni ottenute da Elvira; ci limiteremo
a riportare solamente alcuni casi dei più rappresentativi.
Il
figlio di Elvira si è da poco trasferito nel Canton Ticino per esercitarvi la
sua professione di medico. Nelle pause di lavoro gli viene spontaneo parlare
della madre e dei suoi frequenti viaggi a San Giovanni Rotondo, finchè un bel
giorno il Direttore dell'Ospedale, incuriosito, gli suggerisce di chiamarla,
perché la vuol conoscere. Elvira non si rifiuta all'invito e parte, col
permesso di Padre Pio.
Viene
accolta ospitalmente dalla moglie del Direttore che per vari giorni si interessa
di lei e ascolta i suoi racconti con una simpatia che sembra sincera, ma quando
Elvira manifesta la sua intenzione di fare dell'apostolato fra gli ammalati
dell'Ospedale, si sente ingiungere che non deve più restare in Svizzera e deve
tornarsene a Rimini.
Il
figlio ne è costernato e, per compensare la madre di questa umiliazione, prima
che lei parta dalla Svizzera, vuol condurla a Zurigo per un giro turistico. Di là
poi sarà facile prendere un treno per la Romagna. Elvira acconsente a questa
proposta del figlio e vanno. La notte stessa, però, nella sua camera d'albergo,
Elvira vede in sogno Padre Pio che le porta via la valigia dalle mani e la tira
giù dal treno sul quale lei sta salendo.
Colpita
dall'evidenza di questo sogno, il giorno dopo Elvira si rifiuta di partire e,
tornata furtivamente nel paese dove presta servizio il figlio, si dà a cercare
un posto dove passare la notte. Trova un alloggio di fortuna e vi si accomoda
lasciando a Dio ogni programma per il giorno dopo. All'indomani le Suore
dell'Ospedale la riforniscono di cibo e di coperte e con la loro collaborazione
e quella degli infermieri, Elvira riesce poi a trovare il modo di penetrare
nell'Ospedale in certi momenti in cui le si mostrano situazioni favorevoli,
per visitare gli ammalati più gravi. Si dà così a una vasta opera di
apostolato con grande soddisfazione di tutti, ottenendo numerose conversioni.
Fu
in questa occasione che Elvira conobbe Celestina, una signora di Chiasso, che
era appunto ricoverata in Ospedale, e il marito di lei che era andato a
trovarla. Elvira parlò loro di Padre Pio e della Madonna, ma l'uomo era
scettico su tutto. Erano anni che non si confessava e non voleva sentir parlare
di Sacramenti. Elvira tentò di fargli accettare la fotografia di Padre Pio, ma
lui la rifiutò. Il giorno dopo, però, quando, con quella tenacia nel bene che
la distingue, Elvira tornò ad offrirgliela, non la respinse più e la mise, con
l'immagine della Madonna delle Grazie, nel portafoglio.
Questo
episodio avrà poi un seguito, come vedremo più avanti. C'è infatti questo da
notare nell'apostolato di Elvira: che le conversioni da lei ottenute sono molte
volte intrecciate così mirabilmente una con l'altra, da far capire come lei
non sia altro che l'inconscia esecutrice di un minuzioso, magistrale piano della
divina Provvidenza: uno strumento di Dio, appunto.
Sono
passati quattro o cinque anni dall'episodio della Svizzera. Elvira ha condotto
la sua vita di sempre. Ora è un periodo di relativa tranquillità e lei
potrebbe accettare, senza pensarci due volte, l'invito giuntole da alcune
signore di accompagnarle a Lourdes, ma questo sarebbe contrario alla prassi che
ormai le è abituale. Troppo umile per fidarsi di se stessa, non prende mai
alcuna decisione importante senza avere prima consultato Padre Pio.
Anche
questa volta, dunque, corre giù a San Giovanni Rotondo.
La
risposta del Padre la lascia interdetta: "Adesso no; ci andrai in seguito.
Bada ai tuoi ammalati". Lei sa di non averne tanti, per il momento, da
giustificare questo rifiuto, ma non fa commenti. Tornata a casa, disposta come
sempre all'obbedienza, trova due lettere in cui la si invita a Roma e a Napoli
per assistere degli ammalati. Decide di andare a Roma e riparte, appena un
giorno dopo essere tornata da Foggia. Il marito, sempre buono e pronto a
collaborare, non protesta.
Dopo
cinque o sei giorni Elvira torna a casa, pensando che le sarà possibile ora
andare a Lourdes, ma anche questa volta il suo desiderio rimane deluso.
L'aspetta una signora con una figlia ammalata che la prega di accompagnarla da
Padre Pio. Riparte dunque subito per San Giovanni Rotondo dove, come al
solito, ha la fortuna di essere ricevuta senza indugio. Il Padre consiglia di
portare la malata in una clinica di Bologna ed Elvira ve la accompagna.
Assolto
il suo compito, anziché tornare a casa, le viene l'ispirazione di andare a
Pavia, dove ha degli ammalati, e di qui a Como, dove tutti l'accolgono come una
benedizione del cielo. Da Como pensa di fare una capatina in Svizzera per
comprare un po' di sigarette e di cioccolata per i suoi ammalati. Entra al posto
di frontiera, senza che nessuno faccia caso al suo passaporto scaduto, e fa
tranquillamente le sue compere. Quando, al ritorno, si dirige di nuovo verso la
dogana, si sente chiamare: "Signora Elvira! Signora Elvira!"
E
Celestina che l'abbraccia commossa.
"Signora,
che fortuna incontrarla! Questa è una grazia che m'ha fatto Padre Pio. Volevo
scriverle, ma avevo perso il suo indirizzo e allora ho invocato tanto il Padre
che mi aiutasse a rintracciarla! Mio marito è gravemente ammalato e non vuol
confessarsi. E’ proprio il cielo che l'ha mandata!".
Elvira,
dopo aver tranquillizzato il proprio marito con una telefonata a casa, è pronta
a seguire Celestina. Come il malato la vede, le mostra subito l'immaginetta di
Padre Pio che lei gli aveva lasciato qualche anno prima, quando l'aveva
conosciuto al capezzale della moglie ammalata, nell'Ospedale Svizzero.
L'immagine è sgualcita, ma ce l'ha ancora e mostra d'averla tenuta cara. Alle
esortazioni di Elvira si commuove, ma ancora non vuol sentire parlare di prete.
"Bene - dice lei - allora chiameremo un frate, magari con una barba lunga
così!"
Il
giorno dopo il malato si arrende: "Questa notte ho avuto un'ispirazione e
voglio mettermi a posto con la mia coscienza. Però desidero farle sapere che,
se sono quarant'anni che non mi confesso, la colpa è di mio cognato
prete".
(Oh,
se i preti meditassero seriamente sulle loro responsabilità...!)
Gli
fu condotto il frate. Fece una bella confessione con pentimento sincero e dopo
due giorni morì.
Ora
Mamma Elvira commenta: "Padre Pio sapeva il fatto suo quando,
d’ispirazione in ispirazione, mi sospingeva dal Gargano alla Svizzera alla
ricerca di quest’anima!"
Un'altra
volta Elvira era appena tornata da San Giovanni Rotondo, quando venne a casa
sua una signora di Sant'Arcangelo che aveva una bambina ammalata. Voleva che
le raccontasse qualcosa di Padre Pio, perché aveva una mezza intenzione di
fargli visita per raccomandargli la bimba. Tornata a casa, la signora riferì al
marito quanto aveva udito raccontare e il marito, incuriosito, mandò a chiamare
questa signora Elvira per udire tutto dalla sua viva voce.
Alla
fine il suo commento fu questo: "Non ci credo". Del resto era ateo e
non credeva a niente.
"Se
non ci crede non importa, ma le cose stanno proprio così. " Ribattè
Elvira che non si lasciava facilmente impressionare. E venne via.
Dopo
qualche giorno quel miscredente tornò a chiamarla e le raccontò che aveva
sognato Padre Pio.
"Guardi,
può essere che Padre Pio la voglia laggiù..." Osservò Elvira.
"Padre
Pio non mi becca!" Fu la pronta risposta, ma poi, protraendosi la
conversazione, Gigi convenne che, se lei lo avesse accompagnato, ci sarebbe
andato.
"Beh,
adesso chiederò a mio marito se mi lascia ripartire." Rispose lei molto
diplomaticamente. E se ne venne via. Prima che si facesse notte quello telefonò
di nuovo: "Signora, vengo a Rimini, prendiamo il rapido, andiamo giù!"
Non voleva perder tempo: la grazia si faceva strada in lui prepotentemente.
Partono.
In treno lui non parla. Man mano che si avvicinano a Foggia, Elvira lo vede
sempre più sconvolto e in lotta con se stesso. A un dato punto decide che vuol
tornare indietro a tutti i costi, ma lei lo calma, finché arrivano a San
Giovanni Rotondo. Prendono alloggio da Anita Zanotti, l'amica che da tempo si è
trasferita a vivere laggiù. La mattina seguente, alle 3, Elvira si dirige alla
Chiesa per poter prendere un posto privilegiato davanti, vicino al Padre (che
celebrava allora nella chiesina vecchia). Poco dopo arriva anche Gigi. Prima di
iniziare la Messa, Padre Pio annuncia che tutti coloro che vogliono stare in
ginocchio possono stare davanti, gli altri devono andarsene dietro. Gigi è un
omone grande e grosso ed è molto disagevole per lui stare inginocchiato sullo
stretto gradino dell'altare, tenuto conto poi che la celebrazione della Messa
può protrarsi anche per due ore, ma lui non intende assolutamente cedere il suo
posto a nessuno.
Comincia
la Messa ed Elvira gli dice: "Guardi di pregare per la sua bambina, per la
sua sposa, ma soprattutto per se stesso, che è cieco".
"Come
cieco? - protesta lui voltandosi sbigottito - Se non porto neanche gli
occhiali!"
Non
aveva capito che si trattava di una cecità spirituale. "Ecco l’
Elevazione. Preghi come se gli suggerisce Elvira, ma lui non sa fare neanche il
segno della croce. Al momento della Comunione gli bisbiglia all'orecchio:
"Ora faccia la Comunione spirituale". "Cos'è?"
"È
un gran desiderio di ricevere Gesù."
Ha
appena finito di dirgli questo che lui diventa a un tratto rigido come di pietra
e comincia a gridare forte: "Cosa mai sta succedendo in me? Cosa mai sta
succedendo in me?"
Scompiglio
fra i presenti. Padre Pio non si volta neppure. Gli astanti lo circondano e gli
chiedono se vuole uscire, ma lui rifiuta. Finita la Messa una persona cede ad
Elvira il proprio biglietto con la prenotazione per la Confessione e, mentre
Gigi è in sagrestia in attesa del Padre, lei può accostarsi al confessionale
e dire: "Padre, ho portato un miscredente. Mi sembra che durante la Messa
sia stato toccato dalla grazia. "
Il
Padre risponde: "Hai fatto bene. Me ne porterai degli altri, ma quello dovrà
tornare."
Infatti,
più tardi, in sagrestia, lei trova Gigi tutto in lacrime: "Signora, - le
racconta - come mi sono avvicinato, Padre Pio mi ha detto: - Non voglio che tu
vada all'inferno. Vai, mettiti a posto e poi torna da me".
Prendono
dunque il treno per Rimini e nello scompartimento vuoto, tutto pervaso da un
gran profumo, (segno che Padre Pio li accompagna) Elvira fa al suo protetto un
po' di Catechismo.
Lui
chiede: "Cosa devo fare permettermi a posto?"
"Devi
rinunciare a certe idee, andare alla Messa e non avere rispetto umano. Poi una
bella confessione." Nell'accomiatarsi da lui gli dà il Catechismo da
studiare. A casa la moglie non osa dirgli niente, ma si stupisce di vederlo
alzarsi presto ogni mattina e dirigersi verso il Colle dei Cappuccini, sempre
con quel libriccino in mano.
Finalmente
il 7 dicembre lui spedisce la moglie dalla signora Elvira a dirle che vuol
"mettersi a posto". Elvira non aspetta altro; corre subito da un santo
sacerdote, Don Renzini, Parroco del Duomo, ad avvertire che nel pomeriggio
verrà a confessarsi un peccatore importante. Questo peccatore è raggiante di
gioia quando, più tardi, vuole che Elvira racconti la sua storia a un gruppo di
giovani di Lugo riuniti in casa sua. Non può ancora capacitarsi che "i
peccati passati non contano più" come gli ha detto il confessore. Dopo
alcune settimane rieccolo a San Giovanni Rotondo con Elvira. Padre Pio gli va
incontro e gli batte una mano sulla spalla dicendogli: "Adesso siamo amici!
Poi la tua bambina guarirà." E così infatti fu.
Da
allora Gigi di Sant'Arcangelo prese a frequentare ogni giorno la Messa delle 11
alla Collegiata e i suoi amici gli dicevano che era diventato matto, ma lui
rispondeva: "Matto ero prima e aveva ragione quella signora a dire che ero
cieco! Ora capisco di avere avuto un grande miracolo."
"Ma
cosa t'ha fatto questo frate per cambiarti la testa così?" E lui:
"Andate a vedere!" rispondeva.
S'è
detto come mirabilmente siano talvolta concatenate l'una all'altra le
conversioni ottenute da Mamma Elvira. L'episodio che ora riportiamo ne è un
chiaro esempio.
Il
22 ottobre del '53 c'era stata a Rimini la terribile esplosione di un'autobotte
di benzina che poi si era incendiata provocando danni ingenti per un
vastissimo raggio. Furono tanti gli ustionati, che l'Ospedale di Rimini non era
sufficiente a contenerli tutti e si era dovuto ammassarli anche nei corridoi.
Era uno spettacolo raccapricciante. Elvira aveva dovuto lavorare giorno e notte
medicando quelle piaghe purulenti, in mezzo a un fetore insopportabile, senza un
attimo di sosta, senza mangiare, senza dormire, confortando, assistendo i
moribondi.
Era
da poco tornata la normalità, quando conobbe TILDE, una giovane sposa con due
figli, malata di tumore all'utero, che aveva subito sette operazioni. Cominciò
ad assisterla, trascorrendo con lei delle mezze giornate, stando sempre in
piedi, accanto al suo letto, a farle vento, logorando più di un ventaglio,
per mitigare l'ardore di quel mese di luglio.
Tilde
le diceva: "Signora, lei dice che ho un male brutto?»
"Ma
no, vedrà che si riprenderà..." cercava di confortarla Elvira.
"Allora,
se è vero, mangi col mio cucchiaio e beva nel mio bicchiere" e le porgeva
gli avanzi del suo pasto.
Che
fare? Elvira, incoraggiata dall'esempio di Santa Caterina, acconsentiva a fare
quanto la malata le chiedeva, per ridarle un po' di fiducia, vincendo la
ripugnanza di tutto il suo essere.
Intanto
raccoglieva le sue confidenze e veniva così a sapere che aveva condotto una
vita peccaminosa, spintavi dal marito stesso, per amore di denaro. Un giorno
Elvira le disse:
"Adesso
io devo partire, ma mi raccomando, chiami il suo Parroco per fare una bella
confessione."
Partì
così per San Giovanni Rotondo, dove si trattenne alcuni giorni. Intanto Tilde
veniva rimandata a casa. Quando Elvira andò a trovarla, le disse:
"Signora, è venuto il prete, sa?"
Pareva
contenta, ma il male progrediva e dopo qualche giorno fu riportata all'Ospedale.
Il ricovero durò per molto tempo e intorno al letto dell'ammalata era un
continuo via vai di parenti, nessuno dei quali credeva in Dio. Anche Elvira non
tralasciava giorno senza andare a trovarla, perché, pur avendo attorno tanta
gente, la malata gradiva soltanto la sua compagnia. Solo i suoi racconti,
infatti, le davano sollievo.
Finalmente
Tilde si aggrava ed Elvira, avvertita per telefono, corre all'Ospedale la
mattina prestissimo, ma la malata è già in coma e così resta per quattro
giorni.
Elvira
è preoccupata; ha l'impressione che quella poveretta non si sia confessata
bene, sente che è in gioco la sua anima. Allora, piena di angoscia, si rivolge
a Padre Pio: "Senti, Padre Pio, se non si è confessata bene, fa che si
riprenda!"
E
nel formulare questa preghiera, dà un pizzicotto alla mano della malata.
Quella, istantaneamente, apre gli occhi. Senza frapporre indugio Elvira chiama
il medico e la Suora, perché la portino in un'altra stanza. La malata si
riprende, però non parla. Intanto i suoi parenti non la lasciano un momento.
Nel
frattempo Elvira presta le sue cure anche a un'altra ammalata. Come la vede
quasi morente, dice alle sorelle di lei: "Perché non le avete fatto fare
la confessione?" "Perché noi non crediamo queste cose"
rispondono. '"a se la poverina lo volesse, voi siete responsabili davanti a
Dio!"
Dicendo
questo alza la corona davanti agli occhi dell'ammalata e la esorta: "Se
vuoi i Sacramenti, stringi la corona!"
L'inferma
afferra la corona e tira con tutte le sue forze. Elvira è gongolante e chiama
la Suora: "Suora, guardi, che questa ammalata vuole i Sacramenti!"
"Ah, sì, sì, ci penso io" promette la Suora.
Elvira
se ne va a casa perché è l'ora di pranzo, però non è tranquilla. Sbriga alla
svelta le sue faccende e, come attirata da qualcosa, torna giù all'Ospedale
per vedere se la Suora ha fatto quanto ha promesso. Neanche per sogno! Allora
lei stessa chiama Padre Angelo e lo trascina dall'ammalata che, appena si è
confessata, muore.
Ora
Elvira torna da Tilde e vede che, contrariamente al solito, non c'è nessuno dei
suoi parenti. C'è solo un'ammalata che le fa compagnia, appoggiata al suo
letto. L'una e mezzo del pomeriggio. Ancora sotto l'impressione dell'esperienza
avuta da poco, Elvira racconta quanto è successo all'altra ammalata e Tilde,
nell'udire questo racconto, grida concitata:
"Signora,
signora, chiami il prete, subito, anche per me, che non mi sono confessata bene.
Corra! Corra!"
Elvira
corre in cerca di Padre Angelo, ma saputo che è andato a letto, perché sta
poco bene, si precipita fuori a chiamare il Parroco della vicina Chiesa del
Suffragio. Tilde, sinceramente pentita, vuol fare la confessione pubblica di
tutti i suoi peccati e poi dice ad Elvira: "Signora, si ricordi di dire
tutto ai miei, quando vengono! Che facciano la Comunione anche loro!"
Quando,
ricevuti ormai i Sacramenti, vede arrivare il marito, gli dice trionfante:
"Guarda
che io ho fatto questo e questo e questo..." E lui, a denti stretti,
risponde:
"Valà,
che siti sera me, ta ne fevi!" (Và che se c’ero io non lo facevi!"
"Proprio
così - pensa Elvira - Per questo il Signore ha permesso che io trovassi sola
l’ammalata a quest'ora!"
Quella
sera stessa Tilde muore.
Un
giorno portarono all'Ospedale una ragazza che, all'altezza della Madonna della
Scala, si era buttata dal finestrino di un treno in corsa. Veniva da Genova.
Era molto malconcia, tumefatta in viso e con le costole rotte. Fortunatamente
il figlio che portava in grembo era illeso. Elvira l'assistette con molto amore
e quando, dopo qualche mese, la passarono all'Aiuto Materno, continuò a farle
visita ogni giorno, a portarle il latte, a parlarle di tante cose buone.
Armida
le aveva raccontato il suo dramma di ragazza sedotta dal giovane presso la cui
famiglia prestava servizio ed Elvira le aveva più volte suggerito di raccontare
tutto alla madre del ragazzo, ma lei non ne voleva sapere. Finalmente arrivò il
giorno che diede alla luce una bella bambina per la quale Elvira, pur trovandosi
in ristrettezze finanziarie, aveva preparato un corredino completo e che,
naturalmente, tenne a Battesimo.
La
povera ragazza meditava di abbandonare la sua creatura, nonostante la sua
benefattrice la scongiurasse di non farlo. Elvira allora decise di scrivere alla
madre del giovane responsabile e la risposta arrivò quasi subito: si
comportasse bene che tutto si sarebbe rimediato. C'era un po' di speranza, ma
tutto qui.
Passano
dei mesi. Armida viene dimessa dall'Aiuto Materno ed Elvira se la prende in
casa con la sua bambina. Un bel giorno, non risolvendosi la situazione, le viene
l'ispirazione di accompagnarla a Genova. Suonano a quella porta e viene ad
aprire la stessa padrona di casa alla quale presentano la piccina come sua
nipote. Fortunatamente la signora ha veri sentimenti cristiani ed accoglie mamma
e figlia con buona grazia.
Elvira
può così tornarsene a casa contenta per aver condotto felicemente a termine la
sua missione. Dopo un po' le arriva la partecipazione di nozze.
Una
sera viene a casa di Elvira una sua vicina, la Tonina, a supplicarla di andare
da Padre Pio, per chiedere la conversione di un ammalato che le sta a cuore.
L'ammalato, già molto grave, è senza Dio come tutti i suoi familiari e abita
in una frazione di Cesena.
Elvira,
pur essendo tornata da poco da San Giovanni Rotondo, dove ha accompagnato dei
giovani di Lugo, acconsente e parte subito.
Quando
Padre Pio la vede, esprime la sua sorpresa dandole uno schiaffetto e dicendole:
"Ma
tu sei ancora qui? E che vuoi?"
"Padre,
sono venuta per uno che è malato nel corpo, ma lo è ancor più nell’anima,
poiché non si confessa da cinquant'anni. " E il Padre, come sapendo che
il viaggio è stato pagato dalla Tonina: "Benedetta quell'anima che ti ha
mandata. Io pregherò, ma voi pregate molto."
Così
Elvira torna a casa, dopo aver raccomandato al santo Cappuccino tutti gli altri
suoi ammalati.
Intanto
la Tonina ha tenuto "sotto osservazione" Ettore, per vedere se c'è in
lui qualche piccola reazione, ma non ha notato nulla di particolare. Non c'è
altro da fare che metterlo in diretto contatto con Elvira, ma questa,
trattandosi di una abitazione privata, ha qualche reticenza a presentarsi a casa
dell'ammalato. Comunque, poiché si approssima la Settimana Santa, promette che
pregherà per la sua conversione. La Tonina frattanto prepara il terreno
dicendo ad Ettore che c'è una signora, che fa l'infermiera, che desidera andare
a trovarlo.
Finalmente
arriva il giorno fissato per la visita. Elvira e Tonina salgono sulla corriera
che deve portarle a Cesena e, neanche a farlo apposta, vi trovano la figlia del
malato che fa pesare su Elvira il suo sguardo ironico per tutta la durata del
viaggio.
Elvira
però, memore della promessa di Padre Pio, non se ne cura.
Entra
coraggiosamente in quella casa e si mette a parlare di tante cose, ma si accorge
ben presto che quella gente è completamente digiuna di istruzione religiosa e,
quel che è peggio, ha il tipico atteggiamento di chi è convinto di essere
"un dritto". Infine, con aria annoiata, la nuora le dice:
"Signora, guardi, se proprio vuol venire su dall’ammalato, venga pure,
tanto lui non capisce più niente..."
E’
una bugia bella e buona, perché non soltanto il malato capisce ma, avendo la
porta della camera aperta, è stato ad ascoltare, con la massima attenzione,
tutto quanto la visitatrice ha raccontato giù in cucina, alle sue donne.
Quando Elvira gli si presenta, lui non può trattenersi dal dirle che non ha mai
udito niente di simile in vita sua.
Viene
subito conquistato dall'amabilità di questa infermiera eccezionale e lei ne
approfitta per indagare se, per caso, non abbia sentito niente di particolare il
giorno in cui è stato raccomandato a Padre Pio.
"Signora,
guardi - confida Ettore - quel giorno m'è venuta in mente una cosa che non
racconterei mai ai miei familiari, ma a lei la posso dire. Mi sono ricordato di
quando sono passato alla Prima Comunione. Dopo di allora ho perso la via della
Chiesa, mi sono fatto vecchio e non ho più pensato alla Religione. Anzi, ho
anche lasciato detto che non voglio il prete e che voglio i funerali
civili."
Elvira
non si scoraggia; prende a parlare di Dio, della sua misericordia, del perdono
dei peccati e, alla fine, porge al vecchio Ettore il Crocifisso benedetto da
Padre Pio, per farglielo baciare. Il malato lo stringe, lo bacia, scoppia in un
pianto dirotto e, fissando il Cristo in croce, domanda: "Ma è vero,
signora, che "Questo" mi perdonerà tutti i miei peccati?"
Poi
aggiunge: "Se avrò la fortuna di guarirmi comincerò un’altra
vita." "Senta - gli dice Elvira - il Signore l'ha già perdonata, però
lei deve ricevere i Sacramenti. Faccia la Santa Pasqua. Io la preparo, poi, se
vuole, andiamo a chiamare il prete. " "Subito ci vada! Ci vada
subito!" Implora lui.
Elvira
non se lo fa ripetere e, chiamata la Tonina, la spedisce in cerca del prete,
nonostante i mugugni e le facce inorridite delle donne di casa. Arriva il
Parroco tutto sorpreso, perché, pur essendo in quel paese da trent'anni, non ha
mai potuto entrare in quella casa, nemmeno per la benedizione pasquale. Elvira
stende sul comodino del malato il tovagliolino che porta sempre con se, accende
due candeline, si inginocchia e recita il Confiteor; poi, quando il malato ha
ricevuto la Comunione, si trattiene con lui per fargli fare il ringraziamento,
mentre le donne scappano disotto, verdi per la rabbia.
Dopo
un po' si sente al pian terreno un gran baccano: sono tutti i vicini e i parenti
che le due donne hanno convocato e che ora vogliono bastonare il prete. Guardano
in su con facce diaboliche, mentre sghignazzano all'indirizzo del malato:
"Ettore, i t'ha purté e baghin?" (Ettore, ti hanno portato il
maiale?)
Elvira
s'affaccia al pianerottolo, poi scende le scale tremando, ma sempre fiduciosa
nell'aiuto di Padre Pio, e si presenta a quegli energumeni a chiedere cosa ci
sia da gridare tanto. "Il prete! Il prete!" urlano quelli.
"Ma
cos'ha mai fatto questo prete! Ragioniamone un po' insieme!"
Per
tutta risposta quelli se la squagliano come la nebbia al sole.
Intanto
il malato, traboccante di riconoscenza, non sa più staccarsi dal Crocifisso,
tanto che Elvira decide di lasciarglielo.
Oramai
la sua missione è compiuta e lei può tornarsene a casa. Prima di partire, però,
vuol fare una capatina nel Circolo che Ettore frequentava coi suoi amici, col
pretesto di prendere un caffè. Come entra tutti si voltano a guardarla e le
chiedono se è "quella che era da Ettore".
"Si,
ero io e l'ho trovato in piena facoltà mentale e vi auguro che tutti voi
facciate quello che ha fatto lui."
La
guardano ammirati e le offrono il caffè. Elvira è anche molto carina e quando
la bellezza si unisce alla virtù e al coraggio, soggioga sempre.
Espletato
il suo compito, Elvira torna da Padre Pio a ringraziarlo per il miracolo
ottenuto e il Padre le assicura che quell'anima è già a posto".
Nel
frattempo Ettore muore e lo trasportano al cimitero col funerale civile, ma la
sua anima ha già il passaporto per il Paradiso. Sicura di questo, dopo qualche
giorno Elvira si presenta al Parroco di quel paese e gli dice: "Senta,
Reverendo, dal momento che è morto in grazia di Dío, vorrei far celebrare
delle Messe per lui. Lei intanto dica all’altare che il tal giorno ci sarà
l'Ufficio funebre per Ettore. Se qualcuno vorrà intervenire..."
Nel
giorno fissato la Chiesa è piena di gente. Ci sono tutti gli amici di Ettore,
attenti e commossi, e, in prima fila, i parenti del defunto i quali, finita la
Messa, chiamano Elvira, la ringraziano e la pregano di andare a pranzo da loro.
Tra una portata e l'altra Elvira continua il suo apostolato e tutti i parenti si
convertono fino al punto da additarle le case in cui avrebbe dovuto andare per
convertire altre anime. Infatti ci fu una lunga catena di conversioni.
Dopo
un po' di tempo il Parroco morì e la famiglia di Ettore espose la sua
foto-ricordo nella propria stanza da pranzo.
Elvira
e il marito, mentre sono alla ricerca di un nuovo appartamento, si imbattono, in
Via Giordano Bruno, in un cartello d'affitto. Entrano a vedere l'appartamento e,
senza rendersi conto delle molte scale e dell'eccessiva ampiezza delle stanze,
decidono di prenderlo e stendono, lì per li il contratto. Dopo appena una
settimana che ci sono dentro, si rendono conto che quella non era assolutamente
la casa adatta per loro. Strano che non lo avessero notato subito! Qualche
giorno dopo una signora che abitava nell'appartamento di fronte, incontrando
sul pianerottolo Elvira, le parlò di due sorelle vedove che abitavano al primo
piano dello stesso palazzo.
Erano
una di 82, l'altra di 83 anni; totalmente miscredenti. Un lampo si fece nella
mente di Elvira.
"Ah,
ora capisco perché sono qui!" si lasciò sfuggire, ma la vicina, con un
risolino scettico, cercò di smorzarne l'ardore: "Ah, signora, non ho
potuto fare niente io; non farà neanche lei!" Elvira non ribattè, ma si
mise subito al lavoro. Il giorno stesso andò a far visita alle due vecchie
presentandosi come la nuova inquilina e dicendosi pronta a mettersi a loro
disposizione se avessero avuto bisogno. Il giorno dopo tornò a trovarle e
cominciò ad accennare alle cose di Dio, dato che si era sotto le feste
pasquali. Una delle due vecchie si inalberò: "Signora, ma lei ci parla in
una maniera che, se fosse stata un altra persona, l’avremmo mandata via, perché
noi non siamo mai andate in Chiesa e abbiamo vissuto lo stesso."
C'era
di che scoraggiarsi, ma Elvira non si arrese. Il terzo giorno rinnovò la visita
portando con sè il disco su cui era incisa la voce di Padre Pio che recitava il
Rosario. Sperava di convincere le due sorelle a recitare il Rosario con lei.
Esse non conoscevano questa preghiera, ma una di loro si mostrò disposta ad
impararla. L'altra era più dura e scorbutica. Dopo qualche giorno la vecchia di
83 anni si ammalò di una forte influenza ed Elvira si mise ad assisterla con la
sua solita abnegazione. Passati quindici giorni dalla malattia, si fece coraggio
e le disse: "Senta, signora, come sarebbe bello mettersi in grazia di Dio!
Non le pare?"
Dopo
la prima Comunione quella poveretta non aveva più visto il prete nemmeno per la
Benedizione Pasquale, ma ora era decisa a farlo venire. Elvira, col cuore che le
scoppiava dalla gioia, corse a chiamare Don Renzini, il santo Parroco del Duomo.
Confessata
l'ammalata, il sacerdote se ne andò promettendo di tornare il giorno dopo con
la Comunione. Elvira però non era tranquilla e insistè: "No, gliela porti
subito! Se fosse troppo tardi domani?"
La
sua ansia si comunicò anche al prete che, dopo mezz'ora ritornò col Viatico.
Ancora
una volta Elvira aveva visto giusto: il giorno dopo la malata non avrebbe potuto
più ingoiare la particola, perché colta da paralisi.
Cominciò
cosi per Elvira un duro periodo di sacrifici, durante il quale dovette
prodigarsi notte e giorno attorno all'inferma, rinunciando persino ai suoi
viaggi a San Giovanni Rotondo. La vecchia non parlava più; tutte le sue
facoltà erano affievolite. Elvira la lavava, la incipriava, la riordinava
acconciandole i capelli con due nastrini celesti, tanto che i padroni del
negozio di fronte venivano spesso a vedere queste meraviglie della carità
cristiana.
Pur
non potendo parlare, la malata riusciva, inspiegabilmente, a rispondere all'Ave
Maria, quando Elvira intonava il Rosario e, coi gesti che le erano consentiti,
indicava alla sorella la corona, per esortarla a fare altrettanto. Questa, però,
era incrollabile.
Il
dottore aveva detto che la malattia si sarebbe protratta per un mese, invece andò
avanti per un anno ed Elvira era sempre lì con la sua amorosa assistenza.
Un
giorno, prima che la malata passasse a miglior vita, la sorella chiamò Elvira e
le disse a bruciapelo: "Signora, voglio confessarmi anch’io"
Quando
fu in Chiesa davanti al prete gli disse apertamente che si era convertita per
aver visto quello che la signora aveva fatto a sua sorella.
Nessuno
dei parenti, infatti, era stato capace di portare aiuto a quella disgraziata,
nemmeno la figlia che si presentò solo alla fine a prendere i soldi,
rispondendo con minacce alla zia che tentava di opporsi, mentre la moribonda
vedeva e capiva.
Solo
Elvira accompagnò la salma al Camposanto e un suo protetto che era capitato da
lei quel giorno.
"Eh,
sì, costano tanto le anime!" Ora commenta. Poi, con la sua solita
modestia, per riportare a Dio ogni merito, aggiunge: "Però se il Signore
mi avesse fatto vedere tutte quelle scale, quel giorno, io non ci sarei andata
davvero ad abitare in quell'appartamento!"
Per
un certo periodo Elvira aveva assistito all'Ospedale una donna di nome Tullia
che non aveva potuto nasconderle la sua preoccupazione per il marito
miscredente. Elvira lo raccomandò vivamente a Padre Pio e poi un giorno, armata
di coraggio, si presentò alla sua casa per avere un colloquio con lui. Era un
marinaio del porto.
Lo
trovò che si era appena alzato dal letto e gli corse incontro con fare cordiale
e disinvolto:
"Dado
giù da Padre Pio - gli disse mettendogli una mano sulla spalla - Ha bisogno di
niente? Che cosa gli devo dire?" "Io in Chiesa non ci vado. Non credo
- rispose burbero lui - Dica quel che vuole. "
Al
ritorno da San Giovanni Rotondo, Elvira si affrettò a portargli la benedizione
del Padre:
"Sa
... però il Padre ha detto che deve mettersi a posto. Venga a Santa Chiara, se
nella sua Parrocchia si vergogna. " Erano più di quarant'anni che egli non
andava in Chiesa, ma Elvira riuscì a farlo confessare e comunicare, convincendolo
poi anche a fare i Primi Nove Venerdi del mese. Puntualmente lui si presentava
all'appuntamento mensile nella Chiesa dei Paolotti e si metteva vicino a lei per
farsi vedere, sorridendo con aria commossa:
"Signora,
ho trovato la strada giusta" diceva.
L'ultimo
venerdì Elvira andò a trovarlo a casa; lo vide molto contento. Nel pomeriggio
di quello stesso giorno, mentre lei era all'Ospedale, qualcuno la chiamò:
"Signora Elvira, venga, c'è un caso grave!" Precipitato da una scala
a pioli, su cui era salito per imbiancare la facciata della sua casa, il
marinaio del porto era ora lì. Il Signore, nella sua misericordia, era venuto a
prenderlo allo scadere dei Nove Venerdì e aveva voluto che a consegnarglielo
per l'eternità fosse proprio colei che gli aveva salvato l'anima.
Concluderemo
dicendo come quest'ansia per la salvezza delle anime non si è per nulla spenta
in Elvira, anzi, essa è tale che condiziona tutta la sua vita. Per queste anime
che hanno bisogno ella non esita a sottoporsi ancora a sforzi e sacrifici che
sarebbero deleteri per la sua età, se non fosse sostenuta dall'Alto. Oggi sono
intere famiglie che, grazie a lei, si riaccostano ai Sacramenti e, prese dal suo
ardore apostolico, si danno a loro volta a una meravigliosa opera di
evangelizzazione.
CAP.
III
La
carità verso il prossimo, per essere tale, deve essere soprattutto efficiente,
cioè non deve consistere in sole espressioni del labbro, ma deve tradursi
nelle opere e spingerci a fare realmente al nostro prossimo tutto il bene che
possiamo, quel bene che vorremmo fosse fatto a noi stessi. Non sono infatti le
chiacchiere che provano il nostro amore, ma i fatti. Gesù ce lo ha fatto capire
magnificamente nella famosa parabola del Buon Samaritano. Dobbiamo sempre andare
incontro alle necessità del prossimo, che possono essere necessità di corpo e
necessità di anima. Ecco qui, infatti, i grandi motivi su cui si fonderà la
suprema sentenza finale: l'esercizio delle opere di misericordia.
Mamma
Elvira ha sempre sentito fortemente quest'obbligo. Sospinta da una singolare
fiamma di carità, che dal suo gran cuore divampa dovunque il bene le si
presenti come possibile, ella ha sempre fatto della generosità il suo
"modus vivendi": generosità materiale nelle opere di misericordia
corporale, generosità morale nelle opere di misericordia spirituale.
Uno
degli insegnamenti più importanti che Mamma Elvira impartisce a chi la segue è
quello di non sprecar denaro in cose superflue, di conservarlo per poter fare
del bene, `perché - dice - di là ci portiamo solo il bene che avremo fatto.
"In assoluta opposizione al consumismo, ella insegna la semplicità del
modo di vivere, la moderazione, lo spirito di economia, il distacco dal lusso e
dalla cupidigia.
È
chiaro che questo richiede il possesso di un ideale superiore a quello
terreno, e siccome lei ce l'ha, non è felice se non lo comunica agli altri. Sa
infatti che non c'è pace nei cuori se la ricerca di una floridezza terrena va
disgiunta dal santo timor di Dio e dal rispetto per la sua legge eterna, particolarmente
per quella che comanda: "Amerai il prossimo tuo come te stesso."
Data
la sua lunga esperienza e la bontà del suo cuore, nessuno forse sa insegnare
meglio di Elvira quale deve essere il comportamento con gli ammalati: come non
ci si deve rammaricare dei sacrifici, delle veglie, delle privazioni per poterli
aiutare; come si debba far tutto volentieri sopportando pazientemente le
inquetudini, le tristezze, i lamenti che accompagnano di solito le dolorose
infermità. E come questo si possa fare solo considerando nel prossimo
sofferente la persona stessa di Gesù Cristo. Con questo spirito lei ha
trascorso buona parte della sua esistenza tra i miasmi di un ospedale e il
contatto ributtante di tutte le miserie umane.
Una
volta avevano portato nella camera d'ospedale dove lei assisteva da qualche
giorno una malata, un'altra donna a cui era stata amputata una gamba. Vedendola
tanto bisognosa, Elvira le si dedicò con grande sollecitudine, suscitando,
senza volerlo, la gelosia dell'altra che, a un dato punto, accecata dall'ira, le
scagliò in viso le proprie feci. Come reagì Elvira? Andò semplicemente a
lavarsi e a disinfettarsi e poi tornò in camera più bella e più sorridente di
prima. "Ah, poverini ... !Ammonisce ancora oggi - bisogna compatirli i
malati, se diventano egoisti e gelosi. È la malattia che li rende così!"
Tra
i tanti episodi riguardanti i malati da lei assistiti, Elvira ricorda con
predilezione, per l'insegnamento che ne scaturisce, quello di una certa
Giuseppina Gaudenzi. Elvira andava spesso a trovarla a casa sua e, pur essendo
lei stessa in condizioni non certo agiate, le portava sempre qualche cosa. Un
giorno capitarono da questa malata certe signore con dei cartocci: di zucchero,
di carne o d'altro. Giuseppina però non si voltò neppure a parlare con loro e
quando furono andate via, disse ad Elvira: "Mi dia quei cartocci!" E
li scaraventò contro il muro. "Che cosa me ne importa a me della carne e
dello zucchero? Io voglio quello che mi dà lei!"
Voleva
dire: il calore umano, l'affetto, che era ciò che Elvira sapeva profondere con
generosità.
Ancora
oggi Mamma Elvira ammonisce: "È inutile andare dagli ammalati se si ha il
cuore freddo, se non si sente trasporto! E un'offesa per loro!"
Tutti
sappiamo quanto gli infermi abbiano bisogno di conforto in mezzo ai dolori e
quanto giovi al loro morale la presenza di una persona amica che dica una buona
parola e li incoraggi alla pazienza, alla rassegnazione cristiana.
Se
poi qualche infermo è da molto tempo lontano da Dio o ha vincoli peccaminosi da
sciogliere o obblighi gravi da compiere, allora quale opera preziosa può
svolgere chi lo aiuta a mettere a posto le partite della coscienza, a santificare
i suoi ultimi patimenti e disporsi così al gran passo dell'eternità!
Elvira
in questo è insuperabile. Con poche parole, ma appropriate e ripiene
dell'unzione della carità, riesce a ricondurre a Dio anime che sembravano
perdute e risolvere casi che sembravano insolubili.
C'è
chi, prossimo ormai alla morte, cerca di lei solo per sentirla parlare di Dio e
della Madonna e si prepara alla S. Comunione con l'impazienza di un innamorato.
Elvira sa veramente trasfondere negli altri il suo sconfinato amore per Gesù e
staccare le anime dal mondo. Tutte, indistintamente, sotto il benefico
influsso di lei, arrivano all'accettazione serena della morte.
A
questo proposito merita di essere ricordato il caso di Gioconda Bernardi di
Pietracuta.
Era
una ragazza di vent'anni che pareva nata per effondere intorno a se la gioia di
vivere. Colpita da un male incurabile alla gamba sinistra, non sapeva
rassegnarsi alla morte. Voleva guarire ad ogni costo. La zia di lei, avendo
saputo che la signora Elvira si recava spesso da Padre Pio, decise di andarla
a trovare per pregarla di far visita alla nipote e portarle un po' di conforto.
Era preoccupata anche perché la povera ragazza non voleva chiamare il prete in
casa, per un certo amor proprio, illudendosi sempre di potersi alzare per andare
a confessarsi da sola.
Elvira
accondiscese subito alla richiesta della signora Cleide e si recò a far visita
alla malata, alla quale disse che sarebbe andata presto da Padre Pio e che gli
avrebbe parlato di lei.
"Cosa
vuole che gli dica?" Le chiese.
"Dica
che faccia quello che vuole" fu la brusca risposta. Quando Padre Pio ebbe
conosciuto il caso, disse ad Elvira: "Per lei c'è il Paradiso, ma io
l'assisterò fino alla fine per le preghiere tue e per quelle di quelle anime
sofferenti che tu hai fatto pregare. "
Infatti,
quasi al sommo del Calvario, mentre si accentuava in Gioconda la trasparenza
del volto e la lucentezza azzurra degli occhi, avendo il male ormai invaso anche
tutto il polmone, si accentuava in lei, palesemente, anche una dolce
rassegnazione alla volontà di Dio, finchè un giorno, sentendosi prossima a
lasciare questa terra, volle radunare intorno al suo letto tutte le ragazze
dell'Azione Cattolica per raccontar loro quanto sia bello morire. Alla madre che
le stringeva la mano ormai fredda, disse:
"Non
piangere, mamma, per me la morte è una carezza. Tu lo sai quanto ho sofferto.
Non dobbiamo morire tutti?" Pregava precedendo con chiare parole la corale
preghiera di tutti i presenti. Alla sorella Maria che le chiedeva quanto tempo
era che non dormiva, rispose:
"Dormirò
finalmente il sonno dei giusti. "
Poi,
mentre il sacerdote le si accostava con la Santa Eucarestia, sussurrò con
espressione raggiunte: "Grazie, Padre Pio, di avermi portato il Signore.
"
"Ma
dov'è, Gioconda, Padre Pio?" Chiese la sorella Maria. "Qui, vicino a
me. Ora non ho più paura di niente. "
A
chi le prometteva una successiva visita per quella stessa sera rispondeva:
"Questa
sera non ci sono più." E, mostrando le cinque dita, aggiungeva:
"Ancora così." Ed era mezzogiorno.
Alle
cinque del pomeriggio, infatti, spirava col sorriso sulle labbra dicendo:
"Ecco
là il Paradiso di Padre Pio!"
Elvira
arrivò in tempo per i funerali e constatò come davvero sembrava che la defunta
dormisse il più sereno dei sonni in quella bara inghirlandata di fiori.
Più
tardi i genitori le scriveranno: "Gentile signora, il ricordo soavissimo
della morte di Gioconda si associa nel nostro spirito alla sua dolce immagine e
benediciamo il trasporto veramente materno con cui compì la sua missione
presso Padre Pio che consolò il trapasso così edificante della nostra
figliuola. Lei sarà per noi la più grande amica e ci lusinghiamo di rimanere
nel suo grande cuore come tanto desideriamo... "
Sappiamo
purtroppo che afflizioni e patimenti ci circondano da ogni parte, poiché sono
il retaggio nostro nella vita presente. Neppure le persone che all'apparenza si
direbbero le più fortunate, ne vanno esenti. Ebbene, Gesù ci ha insegnato
che portare la parola di conforto a queste anime tribolate è un'opera di carità
che non cadrà invano davanti a Dio.
Mamma
Elvira ce ne dà l'esempio: ella sa veramente piangere con chi piange e
partecipare con tutto il cuore alle amarezze del prossimo. Quanto sia grande il
potere che ha di consolare gli afflitti può dirlo chiunque l'ha avvicinata,
dato che, come lei dice, non c'è nessuno che non abbia qualche croce da
scaricarle addosso.
Molto
significativa è, a questo proposito, la testimonianza seguente:
"Ho
incontrato la MAMMA, per la prima volta, il 13 dicembre del 1984. Non ero mai
stata a Rimini, nè conoscevo nessuno. Rimini ... era per me solo un puntino
segnato sulla carta geografica. Mi trovavo in un momento molto doloroso della
mia vita, quando una signora mi ha parlato di `Elvira Gazzoni'; perché questo
è il suo nome, come di qualcuno molto disponibile, sollecito nel venire in
aiuto e soprattutto che sa ascoltare con squisita carità; mi ha chiesto se
volessi incontrarla e siccome, dentro di me ho sentito subito un tuffo al cuore,
naturalmente ho accettato.
Rimini...
eccoci qua! Siamo davanti alla porta della Mamma, suoniamo il campanello,
entriamo nella sua casa. Finalmente eccola! Mi colpiscono subito i suoi occhi
dietro la montatura leggermente cerchiata di scuro, il suo sorriso, un sorriso
dolce, accattivante, e quello sguardo profondo che sembra voler dire molte cose.
Subito
un senso di calore mi avvolge, come un caldo mantello e il mio cuore dolorante e
indurito dallo sforzo di sembrare indifferente, si scioglie in una emozione
profonda.
Sono
sola con la Mamma in un piccolo andito dove spicca, su un altarino in angolo, la
statua della Madonna di Lourdes. Un drappo rosa con una cascata di fiori scende
dal soffitto fino all’altare e le fa ala.
Tutto
è pace! Pace! Quiete... !
La
Mamma mi parla! Scaturisce da lei questa capacità di intuito e di ascolto del
prossimo, comprovata da ben sperimentata sofferenza, che rende manifesta la
sincerità dell’amore verso Dio, simile all’oro che viene purificato dal
fuoco del crogiuolo.
Non
è alta di statura, ma l'impressione è che lo sia, che la sua figura sia
imponente, forte, tale da potercisi appoggiare; è dolce candida e sincera come
il grembiule che indossa. Dice poche parole, tenere e sagge come solo una madre
può fare e l’unico desiderio è di restare lì, assaporare fino all ultimo
quella pace, ascoltare la Mamma e posare il capo sul suo cuore.
Il
colloquio è finito. La Mamma saluta, ma non è un addio e fino ad ora non lo è
mai stato.
Da
allora ho avuto modo di conoscerla più da vicino, di constatare quanto bene fa,
dimenticando se stessa, nel suo apostolato, nella cura delle anime e nelle sue
visite agli infermi. Anima operosa e umilissima; grande nell’essere umile e
nell’umiliarsi, silenziosamente nasconde nella sua letizia il sacrificio
di una completa immolazione. Lei fa la parte della Veronica nell’asciugare il
volto dei fratelli stanchi e del Cireneo quando aiuta a portare la croce... E
tutto questo all’ombra della discrezione e del silenzio. Ovunque vada porta la
luce: i volti si illuminano e i cuori palpitano di amore e di riconoscenza per
il bene che ricevono.
Figlia
spirituale di Padre Pio, ha attinto da lui un’instancabile fermezza di
carattere, uno spirito ardente che la spinge da un capo all’altro dell'Italia
e non, per porgere la sua mano a chi ha bisogno di una parola di conforto, di
essere riavvicinata al Signore, a cui ella ha offerto le sue sofferenze per la
salvezza delle anime.
Alle
parole della Mamma risuonano nell’anima verità dimenticate che colpiscono
senza ferire, illuminano senza umiliare, senza spaventare. E mentre fa
riflettere su una interiorità píù profonda, richiama ad una vita diversa, da
vivere come una missione.
La
Mamma non ha fretta, sa come trattare ognuno, lei va con i tempi del Signore,
diversi dai nostri, e conduce fino infondo alla via chiunque si accosti a
lei".
Non
c'è niente che ferisca di più il cuore umano come il vedersi ripagati con
l'ingratitudine e la calunnia da coloro che abbiamo beneficato. Mamma Elvira
conosce fino in fondo l'amarezza di questo calice che è, del resto, lo stesso
calice di Gesù, ma, ad imitazione del suo maestro, ella ha sempre saputo
porgere la mano ai suoi nemici, pronta ad offrire il suo perdono e la sua
amicizia a chi le ha fatto del male.
Una
volta una sua seguace, per gelosia, si era staccata da lei e ne andava sparlando
con tutti. Quando Elvira seppe che era finita all'ospedale con un tumore che
stava portandola alla tomba, preparò una bottiglia di acqua di Lourdes e
gliela mandò con un biglietto in cui le diceva che a Lourdes l'aveva tanto
raccomandata alla Madonna, che non la dimenticava mai nelle sue preghiere, che
le era sempre affezionata e che, se voleva, sarebbe andata a trovarla all'Ospedale.
Intanto
diceva: "Alle volte, chissà, facendo un atto di umiltà, che non si riesca
a recuperare quell’anima!"
Ad
un'altra mandò una lettera affettuosa con un invito a venire un giorno da lei,
a passare con lei almeno una mezza giornata, a stare a pranzo a casa sua.
Diceva: "So che è andata sparlando di me e mi dispiace per lei, perché è
una buona donna e voglio farle sapere che io le voglio sempre bene. "Povera
Mamma! E sempre pronta ad aprire le braccia a chiunque ritorni, anche dopo
vent'anni, anche dopo averle fatto tanto del male, memore come ella è delle
parole di Gesù: "Se non perdonerete agli uomini i loro mancamenti, neppure
il Padre celeste perdonerà a voi i vostri. "
Fra
tutte le opere di misericordia la più difficile, forse, da mettere in pratica
è quella di sopportare pazientemente le persone moleste, ma Elvira sa compiere
egregiamente anche questa.
A
qual grado di eroismo sappia giungere in tale sopportazione lo dimostra
chiaramente l'episodio seguente: Quando abitava vicino allo Stadio. Elvira aveva
fatto la conoscenza di Giuseppina Galli, una povera ragazza di 26 anni uscita
dal manicomio. Gliel'aveva raccomandata la maestra Frangipane e lei si era
recata subito a farle visita. L'aveva trovata in casa tutta nuda, con un gran
turbante in testa. Come si presentasse la casa è difficile dirlo. C'erano
dovunque mucchi di immondizie: teste di pesci, ossa, recipienti colmi di
urina, panni sudici sotto la tavola... La povera ragazza aveva la mania di
accumulare e di conservare tutto. Elvira entrò subito nelle sue simpatie e dopo
undici mesi che quella creatura non usciva di casa, potè indurla ad uscire per
fare una passeggiata. La condusse lungo Viale Tripoli fino dai Salesiani per
fare una visita a Gesù Sacramentato. Per la strada Giuseppina si fermava ad
ogni passo e, sollevando ora un piede ora l'altro, mostrava ad Elvira la suola
delle scarpe per chiederle se "si era attaccato niente". Come Dio
volle arrivarono a destinazione e la gratitudine della ragazza per quella
passeggiata fu tale che, al ritorno, non volle più saperne di staccarsi dalla
sua nuova amica e si diede ad insistere per essere condotta a vedere la sua
casa. Elvira dovette accontentarla e ricorrere poi a tutta la sua forza
persuasiva per ricondurla via.
Da
quella volta Elvira si recò ogni giorno a trovarla per parlarle di Padre Pio e
convincerla a riordinare la casa. Ottenne così di poter fare una buca nell'orto
e di buttarci tutti quei rifiuti che da tempo avevano trasformato la casa in un
porcile. Purtroppo però il giorno dopo, mentre Elvira ripensava con
soddisfazione a questa vittoria che aveva ottenuto, Giuseppina estraeva dalla
buca i suoi rifiuti e riportava tutto amorosamente in casa.
Era
proprio un caso disperato.
Non
c'era che Padre Pio che potesse fare qualcosa per lei ed Elvira pensò di
condurgliela. Si misero in treno per San Giovanni Rotondo. Giuseppina aveva due
enormi sporte, piene di cartocci dal contenuto indefinibile, che si stringeva
gelosamente al petto litigando con tutti i compagni di viaggio.
Come
furono giunte a destinazione, Elvira corse subito dal Padre a dirgli chi aveva
condotto con se e lui, per tutta risposta, disse: "E mandala a Messa!"
Non era un'impresa facile, ma finalmente fu possibile convincere la povera ragazza
che si piazzò nel mezzo della Chiesa sul suo seggiolino, senza più volerne
sapere di confessarsi.
Elvira
era disperata e non sapeva più che cosa fare. Domandò a Padre Pio:
"Devo
portarla a casa o in manicomio?"
"Né
a casa sua, né in manicomio - rispose il Padre - A casa tua".
Elvira
non protestò: del resto sapeva di doversi aspettare ogni genere di prove. E non
protestò nemmeno il marito quando si sentì proporre un'ospite che, a tavola,
mangiava tutto lei, che, se si offriva di far le pulizie, ammucchiava
l'immondizia negli angoli più impensati, quando non se la metteva in tasca, che
si immergeva, con addosso vestiti e scarpe, nella vasca da bagno inondando tutta
la casa.
Dopo
quattro giorni Elvira, non potendone più, decise di riportarla a casa sua.
Ebbene, la mattina dopo, al momento di mandare ad effetto il suo proposito,
venne colta da un così forte dolore che non potè alzarsi dal letto. Passò così
venti giorni inchiodata a letto con l'assistenza di quella povera matta che non
l'abbandonava un istante e parlava, parlava senza posa, interrompendosi soltanto
per baciarle ogni tanto i piedi in segno di riconoscenza. Anche le spese del suo
mantenimento gravavano tutte sulle spalle dei suoi benefattori, poiché i
parenti di Giuseppina se ne disinteressavano completamente.
Finalmente
Elvira ottenne di far accogliere quella povera ragazza dall'Istituto Maccolini.
Ve la condusse e le mostrò la stanza che avrebbe dovuto occupare, della quale
Giuseppina si mostrò entusiasta, ma quando fu il momento di dividersi dalla sua
benefattrice, pregò tanto di poter restare ancora una settimana con lei che,
pazientemente, Elvira se la riportò a casa. Dopo un po', ambientatasi
nell'Istituto, la ragazza sembrò riprendersi ed Elvira le trovò un lavoro
presso una fabbrica di scatole di cartone. Era però destino che questa storia
si concludesse tristemente. Qualche tempo dopo, infatti, la ragazza finì
nuovamente in manicomio.
TUTTO
QUELLO CHE AVRETE FATTO AL PIU’ PICCOLO...
Se
le sofferenze degli adulti trovano sempre il cuore di Mamma Elvira aperto alla
compassione, che dire di quelle dei bambini?
Per
i piccoli ella ha sempre dimostrato una tenerezza particolare ed essi si
sentono attratti da lei, affascinati dalla sua dolcezza. Le si mettono accanto
felici di una sua carezza, fieri quando possono eseguire un suo ordine. Elvira
offre loro spesso confetti e biscotti e gode nel vederli mangiare. Dice sempre
che quando è coi bambini si sente rinascere e dimentica ogni amarezza.
Quando
un bambino soffre ella ne è straziata ed è capace di sobbarcarsi a qualsiasi
sacrificio pur di sottrarlo al male. Si è potuto vederla per ore ed ore reggere
fra le braccia una povera bambina spastica che la madre le portava ogni estate
da Napoli, perché soltanto fra le sue braccia la povera creatura trovava un po'
di tranquillità. Per lei Elvira si rassegnava ogni anno allo spossante viaggio
in treno fino a Napoli in piena calura estiva, per accompagnare poi mamma e
figlia a Lourdes a implorare ostinatamente una grazia che il cielo sembrava non
voler concedere.
Nel
suo ricordo le piste di cemento degli aeroporti, battuti dal sole diventavano
poi un incubo. Ciò nonostante era sempre pronta a ricominciare da capo.
Però
se Elvira sente pietà per le miserie fisiche dei bambini, più ancora la
commuovono le loro carenze affettive, lo stato di abbandono in cui molti di essi
vengono a trovarsi.
È
particolarmente sensibile alla sorte degli orfani e dei poveri bambini
abbandonati; lo è sempre stata. Davanti a certi casi è davvero capace di
smuovere cielo e terra. Quando era ancora vivo suo marito egli le era di
validissimo aiuto nello svolgimento di ogni prassi burocratica e fu cosa che
molte creature poterono trovare un'assistenza e un rifugio. Citeremo solo un
episodio che illustra sufficientemente questo delicato settore dell'apostolato
di Elvira.
Argentina
era ammalata, all'Ospedale. Aveva quattro figli e il marito in America. Il
marito le mandava abbastanza per mantenere la famiglia, ma lei era sempre in
miseria perché non sapeva amministrare il denaro.
Elvira
la curò finché la vide tornare a casa guarita, per quanto ancora sotto il
controllo del Dottor Malatesta. Un bel giorno il Dottore mandò a chiamare la
signora Elvira e le disse:
"Signora,
vada a vedere di questa donna, perché ho saputo che vuol scappare via. "
Quando
Elvira arrivò a casa sua, Argentina era già scappata abbandonando i quattro
figli. C'erano, sì degli zii che abitavano vicino alla loro casa, ma non si
curavano di loro. Elvira senti tanta compassione per questi poveri orfanelli che
un giorno chiese a un loro zio il permesso di fare la domanda per metterli in
collegio. Lo zio rifiutò.
Elvira
però non si dette per vinta e, avendo avuto l'indirizzo della madre, le
scrisse per avere il consenso. Come l'ebbe ottenuto, cominciò a bussare alle
porte di tutti i collegi per sistemare quei quattro fratellini. La femmina, più
grandicella, fu accolta dalle Stimmatine, gli altri dalla "Mater Dei".
Anzi, le Suore, avendo saputo il caso, si dissero disposte ad accogliere anche
la madre. Elvira corse allora a Bologna per rintracciarla all'indirizzo che
aveva avuto, ma non la trovò. Quella sciagurata chiedeva, si, ogni tanto
notizie dei figli, ma non si fece più vedere.
Elvira
continuò a visitare regolarmente questi bambini, ai quali portava sempre
qualche cosa, finché arrivò il momento che Bruna, la bambina più grande,
dovette passare alla Comunione.
Emozionata
come se si trattasse di una sua figliuola. Elvira la portò a casa sua per farle
fare la Confessione generale, ma dopo la Confessione la vide triste e
pensierosa. Alle sue domande la bambina rispose che non si era confessata bene,
perché aveva una cosa che non poteva dire. Sollecitata amorevolmente alla
confidenza, raccontò poi come un suo zio l'avesse violentata. Elvira ne fu
sconvolta e, avendole frattanto trovato un posto a servizio presso una signora,
perché in collegio non potevano più tenerla, raccomandò vivamente alla
signora di non mandarla fuori da sola, di aver cura di lei come si farebbe con
una figlia, ma si ebbe come risposta: "Signora, io la prendo come donna di
servizio, non come figlia!"
Allora,
come solo il suo grande cuore poteva suggerirle, Elvira se la prese in casa con
se, finchè la Madonna provvide a farla ricongiungere coi fratelli.
CAP.
IV
Col
passare degli anni l'attività di Elvira non si è fermata, anzi si direbbe
che più diminuiscono le sue forze fisiche, più s'accentua in lei la capacità
d'azione e il potere di conquistare anime.
Per
giungere fin qui, però, quante difficoltà ha dovuto superare!
L'incomprensione, la persecuzione, l'invidia, la gelosia le hanno ingombrato il
cammino, ma lei è sempre stata sorretta da Dio che non poteva mancare in suo
aiuto, perché lavorava per la sua gloria e cosi ha potuto farsi strada, tra
maree altissime e voragini spaventose, passando di vittoria in vittoria.
Padre
Pio aveva ben capito di che stoffa fosse quella "paesana": una donna
spinta all'impegno sociale da profonde motivazioni interiori, una donna dolce
e combattiva, dotata di intuito e di sensibilità, di forza di volontà e di
capacità operativa, ricca di comunicativa, disponibile alla donazione di se e
al servizio.
L'ebbe
cara come figlia spirituale sapendo che il chicco, gettato in quel terreno,
avrebbe fruttato il cento per uno.
Oggi
Elvira è, a sua volta, la MAMMA di una numerosa figliuolanza spirituale; è
circondata da persone che la amano e confortata dalla stima di molti
sacerdoti. Ispira in tutti una grande fiducia, perché è una donna di molto
buon senso, ben illuminata dalla ragione, equilibrata, padrona di se. Quando
deve prendere qualche decisione esamina con maturità le cose, soppesando bene
il da farsi, circospetta, cauta, previdente. A questa sua prudenza, però, va
congiunta una volontà ferrea che non la fa arrestare davanti a nessuna
avversità e, senza lasciarsi smontare dalle obiezioni degli altri, quando vede
che una iniziativa è conforme alla volontà di Dio, anche se appare difficile e
rischiosa, vi si lancia decisa ad arrivare fino in fondo.. Nel sopportare le
contraddizioni rivela una fortezza invincibile, una pazienza sovrumana. Sopporta
ogni male sempre vedendo la sapiente mano di Dio che tutto dirige per il felice
compimento della sua volontà.
Quello
che incide soprattutto nelle anime, però, è la carità, da lei veramente
vissuta ed espressa nelle forme più calde, in tutte le circostanze in cui è
chiamata a trovarsi. E l'amore alla base di ogni sua azione: veramente la si
direbbe nata per gli altri. Nessuno sa piegarsi sulle miserie dei fratelli con
tanta sollecitudine, con così commossa partecipazione come sa fare Elvira.
Chiunque l'abbia avvicinata ha sperimentato il balsamo di questa sua bontà,
perché lei sa darsi tutta a tutti, sempre, completamente incurante di se
stessa. Conosce le dimensioni reali delle cose e delle vicende umane e non si
sconcerta dinanzi ai limiti delle persone e delle situazioni, per cui tutti si
trovano a proprio agio davanti a lei.
Forse
pochi sacerdoti al mondo ebbero le confidenze che Elvira ha dalle anime e lei,
dal cuore veramente sacerdotale, convoglia ogni anima a Dio con saggezza, con
franchezza e con carità sublime. È sempre pronta a coprire col velo pietoso
dell'anonimato chiunque vada da lei per avere un colloquio a cuore aperto e
questa precauzione raggiunge addirittura lo scrupolo quando si tratta di
sacerdoti. Usa sempre una grande discrezione e non indaga più in là di quanto
le si dice, estremamente rispettosa della libertà altrui.
È
categorica nel giudicare, ma altrettanto magnanima nel compatire.
È
difficile che chi ha parlato con lei non se ne parta col serio proposito di
emendare la propria vita. C'è chi, dopo aver fatto le prime conquiste
spirituali, le scrive:
"Signora,
volevo dirle questo: sapesse come sono cambiata! In quest'ultimo periodo, dopo
la rivoluzione interiore, ho avuto tanti lumi di grazia ai quali, per quanto ho
potuto, ho risposto. Tramite il suo aiuto, signora Elvira, sono riuscita a
rinunciare a tutte le cose vane: sigarette, giornali, televisione. Ho usato il
tempo, che impiegavo in queste stupidaggini, per pregare. Come mi sento più
contenta! Quanta gioia provo dentro! Ogni sofferenza la offro alla Madonna e
così la sento più leggera. Avevo bisogno di dirgliele queste cose, perché,
come non si può tenere per sé tanta tristezza, così non si può tenere
neanche tanta gioia...
Quando
ha preso un'anima a carico, Elvira non la lascia più per nessuna ragione al
mondo e la segue, da vicino e da lontano, con puntigliosa fedeltà. Si sa di
certi convertiti di Bologna che lei ha continuato a seguire dopo la conversione,
accompagnandoli per ben tre anni consecutivi a Lourdes. "perché - dice -
certe anime non si possono abbandonare, altrimenti si perdono ancora".
Le
sue periodiche visite alle pecorelle che ha ricondotto all'ovile, se hanno la
parvenza di un normale "saluto ad amici" hanno però lo scopo
recondito di spegnere i dubbi, di rafforzare nella fede, di additare nuove mete
da raggiungere nel cammino spirituale.
Molte
sono le persone che sollecitano una sua visita a domicilio, talvolta con
insistenti pressioni, per i più svariati motivi. E lei va, portata dalla sua
fedele autista, percorrendo anche mezza Italia, se occorre, naturalmente senza
pretendere nessun compenso. Va per portare nelle case, dove è accolta come un
angelo venuto dal cielo, la preziosa consolazione della sua fede ardente e
della sua preghiera serafica. Dice quel che le viene da dentro e i suoi consigli
saggi sono seguiti e le sue parole ispirate scendono nei cuori e ne addolciscono
le piaghe più crude.
Più
spesso però sono gli altri che vengono da lei, anche da lontano, per sottoporle
i loro problemi e chiederne la soluzione. Lei è pronta nel comprendere e
meravigliosa nel confortare.
Chi
l'ascolta, dopo averle confidato una pena, o un dubbio, o un errore, ha
l'impressione di ricevere non delle parole soltanto, ma un aiuto effettivo,
reale, grazie al quale ogni affanno scompare. Tutti sentono di poter contare su
di lei e sulla forza impetratrice della sua preghiera.
Certi
giorni la casa di Mamma Elvira è un porto di mare. Chi parte... chi arriva...
Una sequela ininterrotta di visite, alcune preannunciate per telefono, altre
impreviste, che mettono a dura prova la resistenza fisica di questa creatura già
tanto provata da malanni e sofferenze di ogni genere. Lei accoglie i visitatori
con largo senso di ospitalità, facendo di tutto per metterli a loro agio,
preoccupata dei loro mali fisici e dei loro problemi, ma soprattutto della
salute della loro anima.
Chi
entra nella sua casa è subito pervaso da un ineffabile senso di pace interiore
e non vorrebbe più andarsene via. Si sente che accanto a lei si respira un'aria
particolare: di pace pur nella lotta, di gioia pur nella sofferenza, di coraggio
anche fra tante difficoltà, di sicurezza e di fiducia e tanto più queste
sensazioni dilatano il cuore quanto più si ha fede in lei e obbedienza.
Fedele
al compito che le è stato assegnato da Padre Pio, quello di assistere i malati,
Elvira dà a questo impegno la preminenza assoluta su ogni altro, senza tenere
in alcun conto nemmeno la propria salute e si porta ancora da un ospedale
all'altro, dovunque vi sia un malato che domanda di lei. Quando, in mezzo alle
più grandi sofferenze, è impossibilitata a muoversi, un sol pensiero
l'assilla: "I miei malati! I miei malati!" E invece di gemere sui
propri mali la si ode compassionare ora l'uno ora l'altro dei suoi pazienti
rammaricandosi di non poter andare da loro a portare il suo aiuto e il suo
conforto.
Naturalmente
non è soltanto la preoccupazione per i mali fisici del prossimo che spinge
Elvira a muoversi, ad andare dall'uno o dall'altro, ma è soprattutto l'ansia
per la salvezza di queste anime, perché lei sa che spesso, ottenuta la
guarigione del corpo, i suoi pazienti, per un senso di gratitudine, sollecitati
da lei, si riaccostano a Dio. E questo è ciò che le sta a cuore più di ogni
altra cosa al mondo. Ella è investita in tutto il suo essere dal dolore di
vedere che tanti cristiani sono diventati spregiatori dei Sacramenti e della
Grazia e, sentendo in tutta la sua drammaticità il male del tempo in cui le
tocca vivere, si offre con commovente slancio a ogni sorta di sofferenza per il
loro ravvedimento. Avverte fino in fondo la preziosità della sofferenza come
mezzo di espiazione soddisfatoria per tutte le anime a lei congiunte attraverso
il Corpo Mistico e la sua eroica abnegazione è per tutti un insegnamento e un
esempio. È particolarmente impressionante questo suo richiamo al valore della
sofferenza e del patire per Cristo in tempi come sono i nostri, di decadenza
religiosa e di ricerca del godere.
Per
questo appunto abbiamo voluto tracciare la sua biografia: per dare un aiuto e
una consolazione ai lettori i quali potranno rendersi conto della presenza di
Dio in mezzo a noi. Mamma Elvira ne è una piena conferma. Ella è un richiamo
ai valori dello spirito in un tempo in cui il materialismo tenta di soffocare e
di strappare la fede al mondo; è, nella superbia e nella mollezza dell'età
presente, una precisa lezione di umiltà e di osservanza cristiana. Questo
solo ci interessa: che le anime sappiano cogliere questa lezione e farne frutto.
CAP.
V
Preoccupato
per lo spegnersi dello spirito cristiano nel mondo, il Sommo Pontefice Pio XII,
negli anni 40, aveva ripetutamente esortato i fedeli a costituire delle comunità
che, libere dalla schiavitù del rispetto umano, dessero testimonianza di
fedeltà alla legge di Dio, frequentassero la Mensa Eucaristica e vi
conducessero quanti più potessero amici e conoscenti.
Questo
appello del Papa aveva trovato una risonanza immediata nel cuore di Padre Pio
che già da tempo accarezzava un progetto del genere. Egli infatti non solo
pregava in continuazione, di notte e di giorno, recitando il Rosario anche
mentre si spostava da un luogo all'altro del Convento, ma amava radunare
settimanalmente dei giovani che trascorressero ore di preghiera con lui, ben
convinto di ciò che Gesù aveva detto:
"Se
due di voi sono concordi sulla terra intorno a qualunque cosa da chiedere, sarà
loro concessa, perché dove sono due o tre radunati nel mio nome, là io sono in
mezzo a loro. "
Disse
dunque ai suoi collaboratori: "Figliuoli, diamoci da fare, rimbocchiamoci
le maniche, rispondiamo per primi alt appello lanciato dal Pontefice. "
Nacquero così i GRUPPI DI PREGHIERA che sono quanto di più prezioso Padre
Pio ci abbia lasciato: la sua eredità vivente.
Essi
erano certamente voluti dalla Divina Provvidenza, perché qui era possibile ai
cristiani caricarsi di nuove forze spirituali, mentre altrove ci si perdeva
nell'intricata selva delle esperienze pluralistiche, dimenticando l'unica cosa
che conti: il ricorso a Dio con la preghiera.
Ha
ben detto il Signore: "Senza di me non potete far nulla" e oggi
tocchiamo con mano quel che è capace di fare una società senza Dio.
"Ciò
che manca all’ umanità - ripeteva tante volte Padre Pio - è la
preghiera."
Ecco
allora che egli dava come alito di vita ai Gruppi ideati da lui, la preghiera;
una preghiera incessante, universale, ascetica, cioè tendente a salire nella
via della perfezione, tale da portare a un rinnovamento interiore ed esteriore,
dell'individuo e della società. Questa carica di preghiere, fatte con fede
viva, doveva essere l'esplosivo dirompente capace di liberarci dalle forze del
male che, come piovra mostruosa, attanagliano uomini, famiglie, paesi,
istituzioni.
E
poiché "l'essere" più che "il dire" è la forza che
trasforma il mondo, i membri di questi Gruppi dovevano, prima di tutto, essere
dei cristiani veri, integrali, capaci di portare avanti, cioè di vivere
integralmente il Credo e il Decalogo, di essere fedeli, senza compromessi, alla
Morale di sempre e di dare questa testimonianza dovunque si trovassero a vivere,
in ogni momento.
Era
senz'altro l'attuazione di un disegno sapienziale di Dio fra gli uomini, del
Padre amorosissimo che ci vorrebbe tutti salvi. "Un fiume di persone che
pregano - erano stati definiti questi Gruppi - che nell'esempio di Padre Pio e
nella speranza del suo aiuto spirituale, si dedicano alla vita cristiana e danno
testimonianza di comunione nella preghiera, nella carità, nella povertà di
spirito e nell’energia della professione cristiana".
Quelli
che sapranno realizzare veramente questo programma tracciato da Padre Pio, un
giorno, quando tutto sarà reso noto davanti a Dio, comprenderanno quale cammino
di luce avranno percorso e quanto avranno contribuito, con la loro vita di
preghiera, a preparare la rifioritura della cristianità tanto oggi devastata.
La
nostra epoca, messa in scacco, si vede oramai sempre più costretta a sperare
solo da queste forze nascoste la salvezza suprema.
Nel
1950 Elvira Gazzoni ebbe da Padre Pio l'incarico di istituire e di dirigere a
Rimini uno di questi Gruppi di Preghiera che verrà poi chiamato "I1
Cenacolo".
Furono
dapprima poche donne quelle che, aderendo all'invito di Elvira, si riunivano
in casa sua per pregare; creature umili e semplici che avevano però avuta
chiara la percezione di quanto fosse importante il compito al quale venivano
chiamate a collaborare: riparare i peccati degli uomini, consolare il cuore di
Gesù, implorare luce per il mondo intero.
Cosi,
nell'umiltà e nel nascondimento, questo piccolo Cenacolo, come un fiore
delicato, spandeva il suo profumo senza che nessuna notizia trapelasse
all'esterno di quanto avveniva in casa di Elvira. "Discrezione" era la
parola d'ordine, inconfondibile suggello di ogni opera divina.
Si
andò avanti così per più di una decina d'anni, poi altre persone si
aggiunsero al Gruppo, tanto che, a un dato momento, la casa di Mamma Elvira non
fu più sufficiente a contenerle tutte e si dovette cercare un altro locale più
ampio, e poi un altro più ampio ancora, per le riunioni di preghiera.
Con
l'aiuto del cielo e il suo costante impegno Mamma Elvira era riuscita a
stabilire fra se e la sua gente uno stretto rapporto di affetti e di intenti, a
comunicare a tutti i caratteri della sua religiosità semplice e attiva, tanto
che ognuno dei suoi si era trasformato in apostolo.
Ella
poi insegnava con l'esempio a stabilirsi in una dolce umiltà, a non opporre
resistenza, a giungere all'uguaglianza nell'amore. Un compito non certo facile
il suo, poiché doveva favorire l'armonia e l'unione tenendo conto dei
caratteri, dei difetti, delle tentazioni cui ognuno era sottoposto. Doveva
richiamare senza imporsi, blandire senza solleticare la vanità, smorzare senza
deprimere, incoraggiare gli sfiduciati quando lei stessa era nella prova. Doveva
far sentire a tutti d'essere ugualmente importanti e nello stesso momento
convincerli di essere un nulla; ammorbidire gli attriti con l'unzione del suo
sorriso dando lei stessa l'esempio di perfetta accettazione e mansuetudine e
mostrarsi sempre amabile con tutti, anche coi più difficili.
Certo,
come per tutte le persone che battono le vie dello spirito, non mancavano anche
per lei momenti in cui si sentiva avvolta da tenebre fitte, inaridita,
scoraggiata e quasi con l'impressione di seguire un ideale poco meno che fantastico.
Allora le contrarietà e le incomprensioni che incontrava la buttavano a terra
e non trovava più il contatto con l'ambiente che la circondava, fino a giungere
a una vera agonia interiore.
Erano
questi i momenti in cui il buon Padre Giacomo Mantegari, suo Direttore
spirituale, interveniva esortandola ad andare avanti nella sua testimonianza che
era tanto più preziosa quanto più sofferta. Le diceva di non impressionarsi
se le sembrava di brancicare nel buio, perché questo era un inganno del demonio
per distoglierla dal suo apostolato. Tenesse invece per certo che la sua anima
era cara al Signore, che la grazia di Dio era con lei e che la sua opera era
opera di Dio e dello Spirito Santo.
"Sia
vigílante e attenta e combatta da forte che presto canterà vittoria e il
demonio si ritirerà scornato. "
Così
era infatti. A poco a poco la consapevolezza che il suo Cenacolo era un
parafulmine per i peccati dell’umanità" riportava Elvira alla calma e le
faceva trovare nuova forza per proseguire.
Tutti
finivano per capire che era una grande grazia appartenere al Cenacolo e
percorrevano volentieri la via della loro purificazione nella penitenza e nella
preghiera consapevoli che la preghiera, era una colonna di luce e di forza per
tutti coloro che cercano nelle tenebre la verità, ma hanno paura di conoscerla
e per tutti quegli altri che, pur conoscendola, si sforzano di ignorarla.
Oggi
il Cenacolo di Elvira è un gruppo foltissimo in cui convengono persone di ogni
categoria sociale, dall'umile operaio al professionista, e di ogni età. Quello
che attira le anime non è tanto la speranza di essere esaudite dal cielo nella
proprie richieste, quanto il desiderio di aiutare le anime nel ritrovare la via
del cielo, secondo i richiami della Madonna.
Raffigurata
in una stupenda statua di legno policromo, col Bambino in braccio, Ella guarda,
con espressione dolcissima, i suoi figli che la venerano col titolo di
"REGINA MATER SALVATORIS" e che, con confidenza veramente filiale,
accorrono a deporre ansie, preoccupazioni, speranze, tutto ai suoi piedi,
affidando a Lei la soluzione di ogni problema. Essi le offrono in cambio la loro
preghiera "per le sue intenzioni", una preghiera che è colloquio
confidenziale con Dio, nella vita del singolo, e implorazione corale di
misericordia nelle riunioni. A queste riunioni, che si tengono normalmente due
volte alla settimana, i figli del Cenacolo intervengono sempre in gran numero,
giungendo anche da località lontane. Non mancano i bambini, da quelli più
piccoli a quelli più grandicelli che prendono parte a tutte le preghiere con
raccoglimento edificante, fieri, quando possono, di guidare il Rosario. Lo
fanno con consapevolezza e compunzione. Hanno capito a fondo il valore della
preghiera, hanno accettato con semplicità il messaggio della penitenza. Non
mancano neanche per loro le mortificazioni e le prove, poiché, appena i
fanciulli hanno cominciato a sentire la loro personalità, bisogna insegnar loro
a combattere e a vincere. E la battaglia si deve ingaggiare contro il mondo e
contro i demoni interiori e bisogna, prima di tutto, vincere l'odioso
"IO".
Sanno
superare le prove con fermezza insegnando agli adulti che nello spirito
d'infanzia è la vera forza.
Elvira
è per tutti la MAESTRA e la MAMMA. Chiunque prende a frequentarla avverte
subito l'autenticità della sua missione e si sente baciato in fronte da Dio,
dal momento che può rifugiarsi sotto la sua ala materna. Ella è pronta ad
accogliere quelli che Dio la manda, senza respingere nessuno; sa tollerare
anche i duri di cuore, e i tardi di intelligenza nella speranza di un
ravvedimento finale.
Ma
quanto lavoro le ci vuole per plasmare le anime al bene! È un lavoro di cesello
difficile e paziente, fatto con misura, gradatamente, come graduale è la
penetrazione della luce divina nei cuori, secondo la capacità di intendere di
ognuno. Prudente, attenta, delicata, come il medico si accosta al cuore
piagato, all'anima macchiata, attende il primo cenno, il primo passo per poter
poi fare insieme quelli successivi e ridestare così il desiderio della vita di
grazia, il rimorso della coscienza, la paura del peccato, l'accettazione della
sofferenza.
Proprio
come faceva Padre Pio, ella attira dapprima le anime a se, accondiscendendo ai
loro umani desideri, purché non siano peccaminosi, poi, quando vede che le
anime sono forti e provate, che le sono affezionate e hanno capito di quale
amore soprannaturale ella le ami, le libera dai motivi umani e interessati e le
fa correre nelle vie ascensionali, di sacrificio in sacrificio, dietro il suo
esempio. A questo punto non le occorrono più tante parole: un'occhiata, un
sospiro, una stretta di mano le bastano per farsi capire. Accade talvolta che,
stando fra le sue figliuole, alzi a un tratto gli occhi e li fissi su qualcuna
con tanta piacevolezza e affabilità, che quella si sente tutta consolare e
sollevare e altre volte, invece, volgendosi a un'altra, la guardi con tale
severità da farla rientrare in se stessa e umiliarla profondamente,
inducendola a un serio esame di coscienza.
Le
sue parole non sono mai pronunciate a caso e i suoi silenzi sono più eloquenti
ed ammonitori di qualsiasi discorso.
Nelle
conversazioni private non solo si interessa dei bisogni dell'anima, ma anche
della salute dei suoi figli, del loro benessere, della loro serenità; si
informa dei loro congiunti, proprio come una mamma a cui preme sapere lo
svolgimento di vita dei propri cari.
È
sempre piacevole conservare con lei, perché possiede un vivace senso
umoristico, un po' scanzonato e sbrigativo, che la fa uscire, non di rado, in
allegre battute di spirito.
Ogni
nuova vita che sboccia nel Cenacolo viene da lei consacrata, dopo il Battesimo,
alla Madonna. È uno spettacolo toccante vederla protendere quella creaturina
di pochi mesi verso la Madre del cielo, invocando chissà quali benedizioni su
di lei, mentre commosso si eleva dai fedeli il canto dell'AVE MARIA.
Elvira
sente fortemente la responsabilità che hanno i genitori verso i loro figli e
insegna ai giovani sposi che il loro primo dovere è quello di instillare, fin
dalla prima età, nelle menti vergini dei loro bambini, le prime idee, i primi
semi della fede e della pietà. E, a mano a mano che i figli crescono e si
sviluppano nell'intelligenza, devono guidarli verso le verità fondamentali
della Religione e incamminarli sulla via dei divini precetti, correggendoli ogni
volta che ve ne sia bisogno, con fermezza e senza cedimenti. È categorica
nell'affermare che, non adempiendo a questo dovere, i genitori tradiscono la
loro missione e si rendono gravemente colpevoli in faccia a Dio. Poi sarà
inutile piangere quando si vedranno i figli avviati verso la loro rovina...
Parole
sante che tutti i genitori dovrebbero meditare in questi momenti tremendi in cui
tanti di essi, stornati da mille interessi, sembrano ignorare che, se i figli
prendono brutte strade, è perché non è stato spezzato loro, oltre al pane per
il corpo, anche il pane spirituale dell'istruzione religiosa.
Come
ogni creatura che nasce viene consacrata alla Madonna, così anche ogni
fratello che parte per la casa del Padre, viene affidato alla protezione di lei.
Quando
qualcuno dei suoi ammalati si approssima alla morte, Mamma Elvira legge per lui,
sul suo libro degli "Ultimi Conforti" le preghiere che gli
raccomandano l'anima a Dio e, prima che egli chiuda gli occhi per sempre, si
porta al suo capezzale per consolarlo e ridestargli la fiducia nella Mamma del
cielo che non abbandona mai i suoi figli nel punto della morte.
Particolarmente
significativa è, a questo riguardo, la testimonianza di Suor Maria Tarcisia
Cremonini, dell'Istituto S. Onofrio di Rimini, che morirà di cancro il 26
settembre del 1975.
Ne
riportiamo solo una parte: "Voglio dire che sono molto grata alla Madonna
di aver conosciuto il Cenacolo. Così l'ho conosciuto: ho visto queste care
creature venire nella nostra Chiesa e pregare con tanta devozione. Mi
attirarono tanto; sentii proprio che cera Dio in loro. Mi avvicinai e chiesi
loro di pregare con me per ottenermi rassegnazione nella malattia e abbandono
alla volontà di Dio.
Io
ero già molto malata, facevo fatica a camminare, mi trascinavo, però sentivo
il desiderio di andare a pregare con loro e un giorno andai in casa della
signora Elvira. Non mi ricordo quante altre volte vi potei andare, purtroppo non
molte. Ne tanto felice. Poi andai al Cenacolo e ne fui tanto felice. Ora io
chiedo alla Madonna che, nella sua infinita bontà, ascolti le preghiere che si
fanno per me nel Cenacolo, perché io possa ottenere un perfetto abbandono.
Mero
messa a dire: `Madonnina, fa presto, vieni a prendermi! E forse era viltà.
Non cera solo il desiderio di andare ad immergermi in Dio Trinità, di vedere
Gesù Redentore nel suo splendore e nella sua gloria, Maria nella sua bellezza e
nella sua grandezza... C’era anche la stanchezza del patire. Ma ora ho
promesso: non farò più fretta. Il più completo abbandono! Però, miei cari
fratelli e sorelle del Cenacolo, aiutatemi voi! E quando saprete che sarà l
ora, il minuto (e spero che sarà così, nel mio letto) venite a pregare, a dire
il Rosario.
Avevo
osato desiderare, non so perché, che il mio funerale fosse fatto di mattina
presto, quando tutti dormono, coi Sacerdoti, con poche Suore, ma se questo non
mi è concesso sia fatta la volontà di Dio. Però io desidero tanto il Cenacolo
dietro, vicino alla mia bara, a dire il Rosario! Che accanto alla mia bara non
si dicano parole inutili ... Recitate il Rosario, il Rosario, il Rosario in
continuazione. E si dia a Maria, si offra a Maria, Mediatrice Universale, non
solo a mio suffragio, che ne avrò bisogno, ma perché distribuisca Lei, come
crede bene Lei, per il bene di tutti.
Ecco,
io vi ringrazio molto, miei cari fratelli e sorelle del Cenacolo e vi amo tanto
e se la Madonna, nella sua infinita bontà, mi accoglie tra le sue braccia (e io
lo spero.) le chiederò
di
venire con voi al Cenacolo, anche se invisibile e silenziosa. Io credo con tutta
l’ anima alla Comunione dei Santi, questa ricchezza infinita che è Gesù
Salvatore, Maria Corredentrice del genere umano e Mediatrice Universale e tutto
il bene dei buoni, tutto il bene che è una ricchezza infinita! Quando la
vedremo in cielo la Comunione dei Santi, che meraviglie vedremo! Ci siete anche
voi, miei cari del Cenacolo benedetto, in questa Comunione dei Santi, con tutte
le vostre preghiere di cui sento un bene grande. Ve ne sono grata e ve lo
ricambierò con tutta l’anima. Adesso come so e posso, dopo... dopo...
attingendo alla materna bontà di Maria, Attingendo ... attingendo...
Sono
grata alla Madonna di tutto, non si ama mai la Madonna abbastanza. Mai la si
ringrazia abbastanza! Dobbiamo aver fiducia nella sua mediazione Universale!
Ci vedremo in Paradiso per la sua materna bontà. Oh, bello! Ci vedremo in
Paradiso per la sua materna bontà. »
Naturalmente
Suor Tarcisia è viva nel cuore di Mamma Elvira, come lo sono tutti i defunti
del Cenacolo. Di tutti ella ha segnato la data di morte nel suo vecchio libro di
meditazioni quotidiane e quel giorno non manca di pregare per loro. Ogni tanto
fa celebrare una Messa per qualcuno di essi. Li ricorda spesso teneramente.
Tra
i frequentatori del Cenacolo un discorso a parte meritano i giovani, perché ne
sono la parte eletta. Elvira li ama di un appassionato amore materno, perciò
parla con loro, li guida, li segue con un premura, con una generosità, con una
competenza come neanche un bravo sacerdote potrebbe fare. Entra nelle più
intime fibre delle loro coscienze e ne dirige tutti i sentimenti verso
l'ideale supremo. "Li voglio tutti santi!" Dice spesso e si prodiga
fino all'inverosimile per far morire in loro il vecchio Adamo e spogliarli
delle cattive inclinazioni e di ogni attaccamento nocivo. Lei avverte i mille
ostacoli che si frappongono alla loro santificazione, ostacoli mossi dal nemico
delle anime, ma anche dalle tante piccole resistenze che essi possono opporre
alla volontà di Dio e, sentendo il peso della loro umanità, sospira:
"Signore, quando non avranno più debolezze...?"
Il
suo insegnamento è fatto non tanto di precetti e di massime, quanto di esempi,
poiché in tutte le cose le piace di andare al concreto, di far toccare con mano
che quello che il Signore vuole, si può fare. Memore di quanto diceva Padre Pio
che asseriva essere la meditazione la chiave del progresso della propria
conoscenza e di quella di Dio, Mamma Elvira stimola i suoi giovani alla
meditazione quotidiana come a uno dei cardini più importanti del nostro
edificio spirituale. Col suo esempio li educa alla preghiera e alla fiducia
incrollabile nella forza della preghiera, li educa alla tenacia nel bene senza
tentennamenti e senza ombra di rispetto umano. Li spinge a frequentare
assiduamente i Sacramenti con particolare attenzione a quello della Penitenza
e insegna loro quanto sia importante lottare per riportare vittoria. Sa
prenderli uno per uno con delicatezza sapiente per educarli alla purezza. E
pronta a sostenerli quando stanno per cadere, a rialzarli quando sono caduti,
a rimproverarli quando ve ne sia bisogno, per farli ripartire ogni volta con
rinnovato slancio. Raccomanda loro di accostarsi alla S. Comunione con cuore
umile, sincero, devoto, sapendo che quello è il momento più importante di
tutta la giornata e li esorta a viverlo come se fosse ogni volta la prima
Comunione e l'ultima della loro vita.
I
giovani del Cenacolo accettano di lasciarsi plasmare per diventare dei portatori
di Cristo. Sanno che se sapranno assimilare il prezioso patrimonio spirituale
che Mamma Elvira sa loro trasmettere, potranno a loro volta conquistare altri
giovani, sottrarli alla schiavitù del demonio e delle passioni e trasformare
anche loro in banditori di verità e di luce evangelica.
Nel
Cenacolo questi giovani hanno trovato tutto ciò a cui inconsciamente anelavano.
Qui, aprendo il cuore alle eterne realtà dello Spirito, si sono staccati dalle
cose del mondo e, riguardando alla loro vita passata, si avvedono quanto futile
e deludente fosse tutto ciò che prima facevano quando, come tanti altri
ragazzi, erano "vaganti nel deserto del mondo, senza una meta, senza uno
scopo, sempre in cerca di quella felicità che il mondo non può dare". Ora
essi, vivendo nella grazia di Dio, sanno compiere i loro doveri in modo molto
positivo, sia in seno alla propria famiglia, come in mezzo alla società. La
corona del Rosario è la loro arma nel duro combattimento quotidiano.
Accanto
ai giovani sono le ragazze. Hanno capito quanto sia proficuo lasciare le
frivolezze e gli interessi mondani per guadagnarsi il cielo e non hanno desideri
di evasione, anche se la rinuncia, per qualcuna di loro, è stata all'inizio
dolorosa.
"Ho
sofferto molto - confesserà una di esse - perché il mondo al quale ero sempre
appartenuta mi teneva legata e il nuovo mondo mi attirava in un modo
irresistibile. Ho fatto la mia scelta; ho lasciato tutto quello che avevo e ho
cominciato una nuova vita. Ed ora sono felice. A volte mi chiedo come sarebbe la
mia vita se non avessi conosciuto questa comunità che ora per me è la cosa più
importante, perché, quando si è lì, ci si sente veramente trasformati. "
Per
alcune di queste ragazze l'inserimento nel Cenacolo è avvenuto dopo una lunga
maturazione. Una di loro racconta: "Quando anche per me accadde
l'inevitabile e l'infanzia cominciò a lasciare il posto all’adolescenza, il
mio cristianesimo divenne lentamente sempre più superficiale e la mia regolare
partecipazione alle Messe domenicali assunse il carattere di una mera formalità.
In un certo senso ero cristiana solo per tradizione ed anche se spesso sentivo
l’esigenza di vivere il mio cattolicesimo in un modo più profondo e più
coerente, non trovavo attorno a me chi mi aiutasse a farlo. Non riuscivo ad
accettare le posizioni di certi gruppi che trasformavano Dio solo in un fatto
politico o in un impegno sociale.
No,
Dio non era questo, o per lo meno non era solo questo, ma allora chi era? Il Dio
a cui donarsi, per cui sacrificarsi, il Dio d amore che avevo conosciuto ed
amato durante la mia infanzia, dunque non esisteva?
Vennero
le crisi esistenziali. Chi ero? Dove andavo? Perché vivevo? Giorni di dolore
orgogliosamente taciuti a tutti, notti agitate di pianto in cui i peggiori
pensieri mi passarono per la mente. Non ho conosciuto un momento più drammatico
di quello, ma Iddio ebbe pietà di me, della mia confusione e mi venne in aiuto
tramite una donna che frequentava un Gruppo di Preghiera denominato "Il
Cenacolo". Per quello che questa donna mi disse, il nodo che si era formato
nella mia anima si sciolse e mi ritrovai a piangere ai piedi della croce che c'è
nella mia stanza, recitando il Rosario.
Nonostante
questo, però, non pensavo di entrare a far parte del Cenacolo. Mi limitavo ad
unirmi spiritualmente in preghiera con le anime di quelle persone che in gran
parte non conoscevo, ma che ammiravo per la testimonianza di vero cristianesimo
che davano con il loro esempio. Forse non volevo neppure entrare a farne parte
perché, nonostante il cambiamento che stava avvenendo in me, continuavo a
sentire come molto scomodo, per la mia pigrizia e per la mia vigliaccheria,
vivere con completa coerenza la vita del Cenacolo, senza soprattutto quel
rispetto umano in cui io mi crogiolavo molto comodamente; e tuttavia era proprio
quella fermezza, quella chiarezza che mi attirava.
In
definitiva non fui io a scegliere, ma fu il cielo a disporre una serie di
coincidenze che mi convinsero ad iniziare a frequentare il Cenacolo. Ora non
ci sono parole per dire quanto mi sia stato dato in serenità e pace. "
Un'altra
ragazza candidamente confessa: "Io ne sapevo poco di Dio, o è più esatto
dire che i divertimenti, le attrazioni, le esperienze mondane mi interessavano
molto di più e cercavo in tutto e per tutto di assomigliare il più possibile
alle mie compagne. Andavo la domenica alla Messa, ma con molta indifferenza e
senza riflettere. Quando misi piede nel Cenacolo mi colpì subito
quell’atmosfera tutta particolare, mi fece molta impressione il fervore con
cui pregavano quelle persone, persone di tutte le età, molte delle quali
avevano un volto da cui traspariva tanta serenità e tanta pace.
Nonostante
questo la mia conversione vera non avvenne all'istante, ma gradualmente, giorno
per giorno. Cominciai col sentire una certa ripugnanza per le cose che fino
allora avevo fatto, per i luoghi che fino allora avevo frequentato in compagnia
di tante mie amiche e a poco a poco mi misi a tralasciarli, sentendomi sempre più
attratta a frequentare quelle persone, a respirare quell’aria sana di
preghiere che mi dava tanta pace interiore.
Da
allora sono passati cinque anni ed ora vorrei che tutti scoprissero, come me,
che la vera gioia non è un tesoro da cercare nel mondo, ma è un tesoro che è
dentro di noi e che solo l’unione con Dio ci aiuta a scoprire. "
Consapevoli
del dono grande che hanno ricevuto con questa chiamata, le ragazze non possono
non guardare indietro ai mille pericoli che si sono lasciate alle spalle e non
trarre le loro conclusioni: "Se non ci fosse stata Mamma Elvira ad
insegnarci questa strada, chissà dove saremmo ora! Ci saremmo sicuramente
perse, come tante altre ragazze che non hanno avuto la grazia di conoscere il
Cenacolo!"
Questi
giovani avvertono la vastità della loro chiamata e l'importanza di restare
uniti. Si è instaurato fra loro uno straordinario rapporto di affetto fraterno,
di stima, di reciproco rispetto, di vicendevole aiuto. Hanno scoperto cos'è
l'amicizia vera.
"Qua
dove sono io - scrive da Milano una di loro - sembra un mondo diverso. C'è
quasi aria di ostilità ... Prima di farti un’amica vera, ma vera sul serio,
ne passa del tempo! Qua di amici veri non ce ne sono. Alla minima cosa storta ti
tradiscono subito e poi, appena le acque si sono calmate, tornano a guardarti in
faccia come se nulla fosse successo. Di questi cambiamenti ne ho visti molti e
mi hanno fatto molto male. Quante volte ho desiderato di essere là, nel
Cenacolo, in mezzo ai miei amici veri!"
Non
mancano certo, per i giovani del Cenacolo, momenti di sana allegria e giornate
di svago. Particolarmente gradite sono quelle dei Pellegrinaggi che cominciano
con la stagione primaverile e si protraggono per tutta l'estate. Hanno come meta
i celebri Santuari Mariani disseminati per l'Italia o le Basiliche romane, con
particolare attenzione per la Scala Santa, o la Porziuncola e il sacro monte di
"LA VERNA" È bello avere per tutta la giornata la compagnia di Mamma
Elvira che ha per tutti frasi scherzose e delicate attenzioni materne. Si prega,
si canta, si gioca, si torna alla sera con tanta gioia nel cuore!
Questi
giovani amano molto il canto e hanno dato vita a una apprezzata "schola
cantorum".
Non
li abbandona un istante la protezione della Madonna alla quale, ogni anno, nel
corso di una commovente e solenne cerimonia, rinnovano la loro Consacrazione lasciandole
pieno diritto di disporre di loro a suo piacimento, per la maggior gloria di
Dio.
Maria
Santissima è là, con le braccia aperte, ad attendere quanti altri volessero
affidarsi a Lei in un desiderio di elevazione e di rinnovamento. I giovani sono
la pupilla dei suoi occhi e ne vuole tanti, ne vuole a schiere immense.
A
voi, giovani, raccogliere questo invito materno che è anche un grido di guerra,
guerra a tutto il male che c'è nel mondo, in ogni sua forma, poiché saranno i
giovani, con la generosa donazione di se stessi all'Immacolata Sposa dello
Spirito Santo, coloro che salveranno questa povera umanità oramai votata al
suicidio. La Vergine li aspetta per essere la loro Condottiera "bella come
la luna, fulgida come il sole, terribile come esercito schierato".
Allora,
come cantano i ragazzi del Cenacolo,
"Con
l'arma potente del santo Rosario
il
capo al serpente Maria schiaccerà
e
il Regno di Cristo su tutta la terra cessata ogni guerra radioso verrà."
Da
diversi anni il Cenacolo ha, come luogo di ritrovo estivo, un bellissimo
giardino sul Colle di Covignano: un colle che si erge verso mezzogiorno a circa
4 Km. da Rimini e dalla cui sommità la vista spazia sull'Adriatico e sulla città
che si adagia lungo la sua riva. Il panorama che si gusta di lassù ha sempre
commosso poeti e artisti. Antonio Baldini in "Italia di Bonincontro"
si esprime così: "Chi non ha visto Rimini dorarsi al tramonto e spiccare
con le sue chiese e col verde dei giardini e dei viali sul fondo azzurro del
mare, non può sapere quanto Rimini sia bella. "
Oggi
il Colle di Covignano è punteggiato di ville e di ritrovi mondani, ma non ha
perso, per questo, quel carattere sacro che deve avere avuto fin dal VI secolo
avanti Cristo, come ci attestano una quarantina di idoletti di bronzo di quel
periodo, rinvenuti qui nel 1980. Erano statuette di divinità che facevano
supporre l'esistenza di un vero e proprio Santuario.
Quello
che si ammira oggi sul Colle è invece il Santuario della "Madonna delle
Grazie" in cui si venera una bellissima "Annunciazione"
attribuita a Ottaviano Nelli da Gubbio (1450).
Un
poco più in su di questo Santuario c'è la Chiesa di San Fortunato che, col
nome di S. Maria di Scolca, fu una ricca Abbazia di Monaci Olivetani Bianchi,
costruita su un castello donato da Carlo Malatesta. Gli Olivetani la tennero
fino al luglio del 1797. Da allora è Parrocchia e vi si trova la
"EPIFANIA" un grande dipinto di Giorgio Vasari, eseguito apposta per
questa Chiesa nel 1547.
Un
Colle benedetto, dunque, questo di Covignano, votato da secoli al culto della
Madonna e predisposto ad accogliere quelle espressioni di pietà mariana che
oggi sono qui sbocciate in forme di seducente vitalità.
Proprio
qui, al disopra del Santuario delle Grazie, Mamma Elvira ha voluto realizzare,
con la partecipazione amorosa di tutti, un grande giardino che ha dedicato
alla Madonna. Un vasto appezzamento di terreno, mosso, aperto sul mare, tenuto
con cura come un luogo consacrato a Lei, la Regina del Cielo. Chi vi entra
avverte subito la sua presenza, ha segni inequivocabili della sua protezione.
Due
vasti pianori, nella parte alta, servono come zone di sosta, di conversazione,
di ricreazione dei bambini. In basso è la zona riservata al silenzio e alla
preghiera, col lungo sentiero pavimentato che si snoda intorno collegando le 14
Stazioni della Via Crucis, la Cappella invitante al raccoglimento e un
Tempietto, bianco tra il verde, inghirlandato di rose, custode di un piccolo
altare sormontato dall'immagine di Maria "Regina Mater Salvatoris".
Qualcuno
gli ha dedicato un sonetto che comincia così: "Sorge sul Colle un piccol
tempio tondo e ride alla riviera e alla vallata, l’anima giunge qui stanca del
mondo, verrà poi nel suo nido confortata".
Infatti
sono molte le persone che, nauseate del mondo, vi vengono in pio pellegrinaggio
a ritrovare la pace del cuore, a riscoprire i valori autentici della vita.
Oggi,
si sa, l'umanità è inquieta, scontenta, continuamente alla ricerca di
qualcosa che la soddisfi e non si accorge che questa è una ricerca inutile,
avendo perso Dio che è il datore di ogni bene; Non c'è più fede e, non
essendoci più Dio, non c'è più amore, non c'è più comprensione reciproca e
trionfa l'egoismo più sfrenato. Le famiglie si dividono, si distruggono i
focolari e ognuno si ritrova solo, sempre più amareggiato e ferito e col peso
di tante colpe sul cuore. Nessuno sa come uscire da questo marasma, perché si
è smarrito Cristo che è la sola strada giusta.
Ebbene
qui, nel GIARDINO DELLA MADONNA, si attua questo miracolo: si rientra nelle
giuste dimensioni riacquistando la coscienza delle proprie responsabilità e si
finisce per ridare alle cose il loro giusto valore. Ognuno capisce qual'è il
senso da dare alla propria vita terrena e, riscoprendo davanti a sé la vita
eterna, può guardare al presente e al futuro con tranquillità; diventa cioè
un realista che dà importanza alla vita nella sua interezza e non solo al breve
cominciamento di essa su questa terra.
E
tutto questo è merito di Mamma Elvira. È grazie a lei che poi i dissidi
vengono ricomposti, le famiglie si ricostruiscono su basi cristiane, i cuori
ribelli si fanno mansueti e tante difficoltà vengono appianate. Ci sono uomini
che, lontani dai Sacramenti per anni e anni, ricevono qui il dono di una fede
ardente e operosa e sentono la necessità di unirsi e di lavorare insieme per il
Signore. Tutti capiscono che la prima cosa da cercare è il Regno di Dio e la
sua giustizia, perché ‘al resto ci sarà dato in sovrappiù’ Immaginiamo
come potrebbe migliorare la società se ogni cristiano si comportasse così, se
non avesse paura di affermare la propria fede in un mondo sempre più
secolarizzato e materialista!
Nel
Giardino della Madonna si trova questo coraggio; si sente che ci si deve
impegnare sul serio, perché l'uomo ha bisogno di Dio, essendo creato da Lui e
fatto per Lui. Non può farne a meno, perché solo Dio è la sua salvezza. E si
ritorna ad ascoltare Dio, la sua voce che ci parla nella natura, in ognuno dei
nostri simili e nel figlio suo Gesù Cristo.
In
questo Giardino ogni domenica pomeriggio, nel periodo estivo, i figli
spirituali di Mamma Elvira (e sono intere famiglie) si danno convegno per
onorare il Signore
col
tributo di canti e di preghiere che gli sono dovuti in questo giorno della
settimana, come nei bei tempi andati quando "santificare le feste"
voleva dire astenersi dal lavoro ed elevare il proprio cuore a Dio.
Dopo
le preghiere, mentre i bambini giocano festosi, gli adulti si soffermano in
unione fraterna a conversare sul prato, in vista dell'azzurra distesa del mare,
a parlare di ciò che sta loro a cuore, trovando conforto e aiuto nella comprensione
reciproca, ma soprattutto a parlare di cose spirituali, mentre gli ultimi
bagliori del sole calante cedono il posto alle prime ombre della sera e si
accendono in basso le prime luci della città.
Si
effonde allora un gran senso di pace e dai cuori sale spontanea una preghiera
per il mondo intero.
"Dio
onnipotente e misericordioso, Tu vedi la nostra condizione. Tu vedi come su
questa terra quasi tutti si siano dimenticati di Te. Signore, aprici Tu gli
occhi e fa cadere il velo dal nostro cuore, affinché possiamo di nuovo sentire
i doveri che ci legano a Te. Signore, dacci la forza di non restare in silenzio
di fronte all'ingiustizia, di non tacere nella nostra famiglia, di non tacere
nel nostro lavoro, quando si tratta di difendere i tuoi diritti. Sia benedetto
il tuo nome su tutta la terra, venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà!"
Quando
l'ombra si fa più cupa, il faretto si accende e le famiglie si ricompongono per
cenare. Qualche volta Mamma Elvira è presente e i suoi figli le sono grati,
perché è tanto bello averla tra loro nel cerchio dei tavoli multicolori che
sbocciano sul verde del prato in quel momento magico della sera! Momento magico,
perché anche la funzione del mangiare ha, in quella cornice, un'aria di
sacralità.
Finito
il pasto serale c'è il momento dolcissimo dell'ultimo Rosario del giorno, e
sono i bambini a guidarlo, e infine il canto "Quando nell'ombra cade la
sera che viene sempre eseguito con voci sommosse, dolci, in modo struggente.
Forse è la Madonna che ispira così. Si sente veramente che quel Giardino è
sacro, è un'oasi di pace dove la Madre del Cielo scende a benedire i suoi figli
e a colloquiare con le loro anime, come Dio Padre scendeva, nella brezza del
giorno, a passeggiare nel Giardino dell'Eden.
Qui
il momento più bello, l'appuntamento più sentito, quello che tocca
profondamente gli animi, è quello del 13 sera. Ogni mese, per quella data, nel
periodo estivo convengono a Rimini persone anche da altre città d'Italia, per
il grande incontro con la Madre del Cielo. La sera del 13, infatti, in onore
della Madonna, si svolge una Processione che, partendo alle ore 21 dalla Grande
Croce alla base del Colle, si snoda, su per un ripido percorso alberato, fino al
Santuario delle Grazie, prosegue poi per Via G. Vasari e si immette, con un
tripudio di canti, entro il Giardino, dove, nella Cappella, verrà poi celebrata
la S. Messa dal Sacerdote incaricato dal Vescovo.
I
viali rischiarati dalla luce discreta dei lampioni a sfera e il Tempietto
illuminato come uno scrigno d'oro, sono di una suggestione indicibile, al punto
che c'è chi confessa di non avere mai provato tanta emozione in vita sua. In
verità gli animi sono pervasi da una pace e da una dolcezza indescrivibile.
Ognuno
sente che le sue preghiere sono ascoltate, che le sue pene sono addolcite,
stemperate nella materna accoglienza di Maria. Qui veramente la Mamma del Cielo
profonde le sue grazie con magnificenza regale.
Particolarmente
suggestiva è la serata del 15 agosto, quando si snoda la Processione con le
fiaccole per i viali del Giardino, come in una piccola Lourdes, e ci si raduna
poi nella piazzetta antistante il Tempietto per l'ascolto della S. Messa
celebrata all'aperto. Viene allora spontaneo il raffronto tra questo
raccoglimento devoto e la tumultuosa vita mondana della città, che si stende in
basso sfavillante di luci, tra quella sfrenata ricerca del piacere, nella
baraonda pagana del Ferragosto, e questo quieto possesso di pace nelle braccia
della Mamma del Cielo.
Sappiamo
che «è attraverso il suo corpo inviolato e il suo Cuore Immacolato che passano
tutte le grazie. Lei è la porta chiusa che non si apri, ne si aprirà mai per
violenza umana, ma che si apre al tocco d'amore di un figlio di Dio. Si apre
benigna. Quanto più umile e semplice è quello spirito che a Lei si volge,
tanto più Ella si apre e lo accoglie e lo presenta al Salvatore, Lei che da
sempre è del SALVATORE la REGINA e la MADRE».
Per
questo invitiamo quanti soffrono nel corpo e nello spirito a venire qui,
particolarmente nella serata del 13, per sperimentare il potente aiuto di Maria.
Ella vuol ridare alla povera umanità smarrita il suo Gesù che tanto ci ama ed
è pronta ad aprire su tutti il suo manto colmo di grazie. Per tutta l'estate il
Giardino è aperto a quanti vogliano entrarvi per pregare, così come il
CENACOLO è aperto, nel segno della più fraterna accoglienza a chi volesse
farne parte per intraprendere un cammino di perfezionamento cristiano.
Mamma
Elvira prega per tutti, sempre disposta ad affiancarsi ad ogni anima che
chieda il suo aiuto nel proprio cammino. Quanta strada ha percorso questa
umilissima figlia di Padre Pio! Se Lui fosse vivo certamente le direbbe:
"Brava, Paesana! Sei stata brava assai... ! È vero, figlia mia, che c'è
stato il mio aiuto, ma tu ci hai messa la tua parte! Eccome se ce l'hai
messa!"
Ora
Padre Pio e 11, nella parte alta del Giardino, raffigurato in una bella statua
che si staglia conto il cielo azzurro, umile e maestoso a un tempo, benedicente,
sorridente...
vivo.
È lì a segnare il punto d'incontro fra la terra e il cielo. Su quel lembo di
terra anche gli uccelli sembrano felici, perché si lanciano a frotte, talvolta
radendo il suolo in caroselli di voli festosi, alzandosi e abbassandosi e
capovolgendosi e facendo grandi cerchi come attorno a un centro d'attrazione.
Chi
guarda stupisce di trovarsi in quel luogo paradisiaco, mentre fuori imperversa
la tormenta del mondo e delle passioni. Quali espressioni troverà mai adeguate
per esprimere a Mamma Elvira la propria riconoscenza?
Oh,
MAMMA ELVIRA, meravigliosa MAESTRA nostra, non ti ringrazieremo mai abbastanza
per tutto quello che hai fatto per noi, per tutto quello che ci hai insegnato
o
che hai fatto rivivere nei nostri cuori dopo che l'avevamo sepolto nell'oblio!
Possa
il tuo insegnamento giungere anche ad altri fratelli e beati coloro che ti
daranno ascolto! Sicuramente troveranno sulla loro strada la DONNA VESTITA DI
SOLE che li attende. Fortezza e pace entrerà nel loro spirito sotto il tocco
della mano di Lei, Madre della vita, sorgente della salute e risuonerà per
sempre, nel loro cuore, il MAGNIFICAT della sua vittoria!