ELVIRA

UNA FIGLIA SPIRITUALE DI PADRE PIO

GIULIANA PICCARI

 

PRESENTAZIONE

"Salvami, Signore! Non ce più un uomo fedele; è scomparsa la fedeltà tra i figli dell uomo" (Sal. 17,1).

"Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti, più nessuno fa il bene, neppure uno" (Sal. 14,3).

Questi versetti "ispirati" mi risuonano dentro ogni volta che spengo il televisore dopo "qualsiasi" notiziario, trasmes­so da "qualsiasi" rete televisiva.

Le passioni umane, quelle rivolte al male, hanno preso tutto lo spazio disponibile dei notiziari quotidiani. I quali ci danno, senza posa, ragguagli, divulgazioni, cognizioni, pri­mizie, che feriscono, disorientano, rattristano, umiliano.

Abbiamo bisogno di boccate d'aria fresca. Abbiamo bi­sogno di "punti di riferimento", nella fede e nella vita, per uscire dallo smarrimento.

Sapere che Madre Teresa di Calcutta, con le sue suore, vive accanto ai più poveri tra i poveri, a coloro che "non contano e da nessuno sono contati", è corroborante.

Sapere che Giuseppe Dossetti, già docente universitario ed eminente statista al tempo di De Gasperi e La Pira, vive, nel sacerdozio ministeriale, il dono totale a Cristo e ai fratelli, è stimolante.

Ed è "rassicurante", per la nostra vita personale e comu­nitaria, sapere che Gesù ha scelto i suoi discepoli, come punto di riferimento, per ogni uomo che viene in questo mondo.

Il passo significativo, in cui Gesù affida ai suoi questa "testimonianza universale", è stato colto da Matteo al capo 5, 13-16 del suo Vangelo. Si può riassumere espressivamen­te così: "Per il fatto che avete cominciato a camminare dietro di me, voi siete il sale della terra. Per il fatto che vi siete fatti miei discepoli, voi siete la luce del mondo". VOI, ILLUMINATI DA CRISTO, ILLUMINATE. Per imprimere ancor più questa "vocazione cristiana" nella coscienza dei discepoli e dei non discepoli, dirà in seguito, a proposito della persona di Giovanni il Battista: "Egli era una lampada".

Nella storia cristiana ci sono state e ci saranno sempre lampade. Come ci sono state e ci saranno sempre pietre d'inciampo.

Noi, rattristati ed umiliati dalle molte, dalle troppe pietre d'inciampo, vogliamo rincuorarci e rallegrarci alla luce delle lampade per quel tanto che ci è dato di vivere quaggiù. Per quel tanto che ci è dato di vederle quaggiù.

Giuliana Piccari, già valorosa insegnante di lettere, in queste lucide pagine, ce ne fa contemplare una: Elvira, figlia spirituale di Padre Pio. L'ha tolta da sotto il moggio e l'ha posta sul candelabro perché faccia luce a tutti coloro che sono nella casa. A tutti coloro che nella Casa del Signore sono ritornati o ritorneranno, "confortati, ammoniti, esor­tati" dalla sua carità e dalle sue parole. Che sono pronuncia­te da lei, ma vengono da Dio. Il quale parla attraverso il Vangelo e coloro che il Vangelo lo vivono.

Appena ebbi in mano il dattiloscritto, mi corse alla mente il versetto del Siracide (11,30) che tutti i lettori del sacro testo ben conoscono: "Ante mortem ne laudes hominem": non lodare alcuno prima della morte.

Ma il mio spontaneo ed ovvio timore moriva sul nasce­re, poiché mi trovavo dinanzi la storia di una donna umile e forte "per natura e per grazia". Una storia obiettiva, serena. Mai laudativa. Un racconto lineare, se volete anche sor­prendente, ma sempre aderente ai fatti. Alla verità dei fatti. Ho respirato boccate d'aria fresca. Anzi molto di più. Sono stato infervorato e pungolato ad una più radicale e liberante vita cristiana.

Siamo grati a Giuliana Piccari per queste notizie che "non fanno notizia". Poiché le altre, di coloro che infrango­no le leggi iscritte nel loro cuore e nel codice divino e umano, di coloro che fanno gettito della vita degli altri, nonché della loro, sono descritte tutte, nei più angustianti risvolti, dalle stampe quotidiane.

Nella pagine introduttive, la nostra scrittrice, lasciata per un momento la pacatezza del racconto, sprigiona, incontenibile, l'impeto della sua fede. Della sua scelta cri­stiana. Una scelta maturata nel cenacolo di Elvira Gazzoni. Come tante altre. Come tutte le altre, che la grazia divina opera, servendosi di una donna, in quel cenacolo orante dove "i fratelli e le sorelle sono lieti nel Signore, tendono alla perfezione, si fanno coraggio a vicenda, hanno gli stessi sentimenti, vivono in pace, e il Dio dell'amore e della pace e con loro" (cfr. 2 Cor. 13,11).

Sac. Mario Molari

 

PREMESSA

Nei momenti più tormentati della storia, quando l'uo­mo sente di aver perso ogni sicurezza e, vivendo in un mondo assurdo e perverso, quasi è portato a chiedersi se Dio esiste ancora, ecco che il Signore, con un gesto di grande misericordia, invia al suo popolo dei "messi conso­latori" che lo aiutino a superare le burrasche dei tempi.

Sono persone umili che, ripiene di Spirito Santo, consi­gliano con parole ispirate, confortano, ammoniscono, esor­tano. Benchè siano spesso contrariate e incomprese, sono come un raggio di sole nelle tempeste della vita. Pio XII aveva per loro la più grande stima, tanto da additarle ai Cattolici di tutto il mondo appunto come "le messaggere del Divin Salvatore".

Per riconoscere queste anime il Vangelo ci dà un metro infallibile: "Dai loro frutti le conoscerete, perchè un albero buono dà frutti buoni e un albero cattivo dà frutti cattivi".

Guardiamo dunque quali sono i frutti che producono certe anime e scopriremo oceani di bene intorno ad esse, meraviglie di grazia da lasciare sbalorditi. Chi, se non il Signore, può operare in esse? Satana, lo sappiamo bene, non serve Dio! Guardiamo anche se la loro vita è conforme alla dottrina di Cristo e scopriremo che la bontà, la mansuetu­dine, la purezza, la carità, l'umiltà non mancheranno mai in quelle che il Signore chiama le sue "piccole voci".

Mettiamoci allora in vivo contatto con queste creature elette e scopriremo quanto c'è da riformare nella nostra vita.

Oggi è poco parlare di "burrasche dei tempi". Si potreb­be dire addirittura che questa è "l'Era di Satana" tanto gli uomini si sono lasciati sedurre da lui. La Sacra Scrittura lo chiama "Principe di questo mondo" e forse in nessun altro periodo storico, come in quello che stiamo vivendo, questa definizione ha corrisposto così perfettamente alla realtà. È lui che governa i pensieri degli uomini; li fa impazzire, li esalta, li eccita, li distorce... Inietta la sua astuzia nel siste­ma educativo, nei mezzi di comunicazione di massa, nella musica, nelle arti, nelle scienze, nella cultura, nell'econo­mia, nei sistemi politici di questa terra. Gli uomini vengono inseriti nella sua strategia, come gli attori di un teatro, quasi senza che se ne rendano conto e si degradano sempre più, resi privi di intendimento, privi del timor di Dio e di ogni senso morale.

È il momento più drammatico della storia. Tutti avver­tono che qualcosa di tremendo grava sull'umanità, ma po­chi sono quelli che pensano di tornare a Dio.

Ebbene, è proprio con l'intento di risvegliare gli animi e di richiamarli ai valori dello spirito, a una vita di preghiera più intensa e più profonda, che abbiamo pensato di far cono­scere a tutti un'anima di Dio che vive a RIMINI e si chiama ELVIRA PERAZZINI GAZZONI. Ci spinge a parlare di lei anche un senso di profonda gratitudine, perchè c'è una carità che dona e una carità che ringrazia e ripaga del dono. E noi da lei abbiamo ricevuto tanto!

Possa il suo esempio far del bene a tutti, essere una fiaccola fra le tenebre del mondo, uno squillo di tromba che sveglia gli assonnati, una voce che ricorda Dio e le sue verità cadute in dimenticanza in questo tempo del trionfo di Satana!

Col suo comportamento, senza bisogno di parole, Elvira ci ricorda che non siamo fatti per la terra, ma per il cielo, che val poco dire: "Mio Dio, ti amo" quando si resta attac­cati al peccato, quando mancano le opere fatte per amor di Dio, quando non si vuole soffrire nulla per Lui, quando non si è disposti a tutto sacrificare per Lui.

Se il nostro cuore ama le comodità, le ricchezze, i piace­ri, gli onori, si ciba di fango e rimane inchiodato alla terra.

Per entrare nel Regno di Dio ci vuole il distacco dalle cose del mondo, ci vogliono sacrifici e rinunce, ci vuole l'umiltà, ci vuole la carità.

Ritorniamo a Dio...! Ormai dovremmo capire che dal disordine che regna sovrano in ogni campo non se ne esce ne con Tavole Rotonde, ne mobilitando plotoni di forza pubblica, ma solo riallacciando i fili di comunicazione con Dio che sono stati spezzati. È Lui il padrone dell'Universo, torniamo dunque a rispettarne le leggi e ad invocarne l'aiu­to con la forza della preghiera fatta di fede, di fiducia, di umiltà.

MAMMA ELVIRA soffre e prega per questa situazione universale dello spirito cristiano.

Ella è certo una donna singolare dalle doti non comuni. La fiducia immediata che ispira e l'incanto che desta, anche in chi le parla per la prima volta, sono indice sicuro della sua provenienza da Dio. In tutta la sua esistenza, straordina­riamente ricca di interiorità e pur tanto dinamica, domina un così mirabile senso di equilibrio tra il divino e l'umano che ne fa un personaggio stupefacente. Possiamo dire di lei quel che si disse di altre anime di Dio: "È ritirata e al tempo stesso intraprendente, di umile origine, ma signorile nel portamento e nei tratti, mite, ma al momento opportuno anche sdegnosa, umilissima, ma, a tempo e luogo, santa­mente altera ed ardita".

Nonostante le sue molteplici attività, questa creatura eccezionale ha sempre cercato di vivere in umiltà e di man­tenere un profondo riserbo e quello che viene palesando ha sempre come fine la gloria di Dio e il bene dei fratelli.

Ci tiene a dichiarare che quanto di buono può aver fatto nella sua vita, va tutto riferito a Colui che l'ha scelta come strumento della sua misericordia; a Lui dunque devolve ogni onore e ogni gloria. Noi però, meditando su quello stile che caratterizza tutte le sue azioni, possiamo dedurre questo altissimo insegnamento: che Dio non opera in noi se non nella misura in cui noi ci offriamo.

Elvira ha pronunciato senza esitazione il suo "FIAT", facciamo anche noi altrettanto e diventeremo canali bene­detti attraverso cui la grazia divina si spanderà sul mondo, diventeremo, nelle mani di Dio, il piccolo sasso di Davide che abbatterà il gigante nemico.

 

CAP. I

VICENDE DELLA VITA

GLI ANNI VERDI

Nata a RONCOFREDDO (Forlì) il 15 marzo 1908 da Antonio Perazzini e da Giulia Lucchi e trasferitasi poi con la famiglia a Sant'Arcangelo di Romagna, Elvira era la quarta di numerosi fratelli, alcuni dei quali morirono in tenera età, in gran parte falciati dalla "spagnola". Ne sopravvissero soltanto cinque, quelli che la mamma Giulia, al momento della nascita, "aveva messo nelle cinque piaghe di Nostro Signore".

"Te - dirà poi alla figlia - t'ho messa nella ferita del costato" Due di questi sopravvissuti, Costanzo e Gerardo, si faranno poi missionari francescani e andranno a svolgere il loro fecondo apostolato l'uno in Africa, l'altro in India.

Giulia era una donna di grande fede e pietà; dolce, ma inflessibile quando doveva correggere i figli, incuteva ad Elvira una gran soggezione. Le persone che l'hanno cono­sciuta affermano che "sapeva stare in mezzo alla gente, ma parlava solo quel tanto che era necessario". "Piuttosto che dire una parola di troppo, taceva. Del resto il suo pensiero era costantemente fisso in Dio e la sua giornata era una continua preghiera. Non raccontava favole ai suoi bambini, ma la sera, quando li vedeva tutti a letto, si metteva a narrar loro i fatti della vita di Gesù. Prima di andare a letto, però, bisognava riunirsi per recitare il Rosario, sotto lo sguardo vigile e severo del babbo.

Elvira crebbe quindi in un clima di grande religiosità, ma anche di grande disagio economico, tanto che all'età di 6 anni, per raggranellare qualche soldo, si era messa a far servizi a una vecchia cieca: le lavava i piedi, la puliva, la pettinava e... ne ereditava i pidocchi. La mamma, amante della pulizia com'era, ne era costernata; avrebbe voluto impedirle di tornare là, ma poi doveva cedere alla dura legge del bisogno. Elvira d'altra parte, sentiva per le persone anziane, specie se sole e ammalate, un'attrazione irresistibile.

Una volta, spinta da questo suo interesse per gli amma­lati, avendo saputo che a CANONICA, un paesino poco lontano da Sant'Arcangelo, c'era una donna inferma che chiedeva di lei, s'incamminò verso Canonica all'insaputa della madre. Per far presto, poiché era novembre e le gior­nate erano corte, aveva preso la scorciatoia dell'USO, ma quando giunse al fiume s'accorse che il ponticello non c'era più, poiché la fiumana l'aveva portato via. Decisa ad attra­versare a guado, senza pensare al pericolo della corrente, si levò le calze, si sollevò la gonna ed entrò nell'acqua gelida. S'accorse subito che stava sprofondando e fece per tornare indietro, ma non poteva più staccare i piedi e l'acqua stava per trascinarla via. Fu per un vero miracolo che riuscì a toccare la sponda del fiume, ma invece di tornarsene subito a casa, con le vesti inzuppate com'erano, proseguì il suo cammino verso quella povera inferma che l'aspettava.

Non è azzardato dire che in questo episodio si profila già quella che sarà la sua futura missione.

A 7 anni, poiché la cura che doveva prendersi dei fratel­lini e l'aiuto che doveva prestare in casa richiedevano tutto il suo tempo, Elvira dovette abbandonare la scuola senza aver completato nemmeno la Prima Elementare.

Era una povera bimba perennemente affamata e così consapevole di dover pensare agli altri che dimenticare se stessa le era divenuto facile e abituale. Nonostante le priva­zioni e le fatiche, però, era sempre sorridente e vivace e rallegrava tutti con la sua sola presenza: una caratteristica che si accentuerà con gli anni fino a fare di lei quella che oggi è la consolatrice di ogni dolore.

Quando ebbe 13 anni una signora volle condurla a Roma con se, perchè le facesse compagnia come una figlia. Però, dopo una sola settimana, Elvira dovette essere riaccompagnata a casa per la morte di una sorella. Durante il viaggio lo sportello del treno in corsa, contro cui stava appoggiata, all'improvviso si aprì e lei venne sbattacchiata violentemente contro la fiancata del treno. Certo avrebbe potuto cadere ed essere stritolata, ma una forza sovrumana l'aiutò a tenersi salda alla maniglia, finchè venne dato l'al­larme e il treno si fermò.

Era tutta coperta di lividure, ma miracolosamente salva. Come in numerose altre circostanze, anche allora aveva avuto un segno di quella straordinaria protezione divina che doveva accompagnarla per tutta la vita.

Tornata a casa, fu assunta come operaia all'Essiccatoio del Tabacco. Era un lavoro troppo duro per una ragazzina come lei, indebolita dalla costante denutrizione e dalla salu­te sempre cagionevole.

Stesa bocconi sull'impiantito di legno, coperto di polvere, doveva tirar su a forza di braccia, dal piano sottostante, le lunghe corde a cui erano legati i pesanti fasci di foglie di tabacco che doveva poi allineare sui telai, nei ripiani più alti. Quando poi il tabacco era secco, si doveva tirarlo giù e disporlo nelle botti per la spedizione.

Toccava allora ad Elvira il compito più ingrato: quello di calarsi nella botte per stipare ogni strato di foglie pigiando con le mani e coi piedi. Allora la testa cominciava a girarle e le si annebbiava la vista per il forte gas che si sprigionava dal tabacco. Questa sensazione di smarrimento era accen­tuata anche dal fatto che andava al lavoro, la mattina, a stomaco vuoto, se non aveva avuto la fortuna di trovare da qualche parte una mela o una crosta di pane secco in mezzo alla semola. È vero che i Cappuccini qualcosa passavano alla sua famiglia, ma era poco per tante bocche da sfamare!

Quando fu un poco più grande, Elvira potè entrare come inserviente nella Locanda della Piazza, la più impor­tante di tutto il paese; però non potè mai vedere il frutto delle sue fatiche, perchè regolarmente il padre, allo scadere del mese, andava a ritirare la sua paga e non le lasciava nemmeno un centesimo. Lei comunque non se ne lamenta­va; era abituata alle rinunce e sapeva di non potersi permet­tere i desideri di tutte le ragazze della sua età. C'era però una cosa che l'attirava irresistibilmente: il ballo. Come le piace­va ballare! Magari per la strada, con le compagne, o sotto i portici.

Un giorno (era l' 11 novembre, festa di S. Martino, gran Fiera a Sant'Arcangelo) lei stava lavando le erbe per il Risto­rante alla fontana della Piazza, quando un'amica le si acco­stò e la invitò a seguirla fino alla SALA EDEN dove, in quel giorno particolare, si ballava fin dalle prime ore del mattino. La tentazione era troppo forte ed Elvira non seppe dire di no. Segui l'amica finchè, a un dato punto, il timore dei genitori e la consapevolezza che quel genere di divertimen­to, in quel locale, non era dei più consigliabili, la indussero a fermarsi e a tornare indietro. Alla fontana, però, non trovò più nè il secchio, nè le erbe. I padroni del Ristorante la rampognarono aspramente, ciò nonostante Elvira continuò a prestare la sua opera in quel locale. Siccome si era fatta molto carina e molti sguardi maschili la seguivano, aveva timore a riassettare le camere e un giorno lo disse alla padrona che la esentò da quel compito. Ogni tanto, però, come trascinata da una forza superiore, si portava di sop­piatto nelle camere da letto a mettere, nei cassetti dei corno­dini, certe medagliette che le davano le Suore. Evidente­mente già da allora il Signore si serviva di questa creatura per la salvezza delle anime, poiché si seppe poi che proprio da queste medaglie era venuto, per certe persone, il primo richiamo alla conversione.

Fu in questo periodo che, per questioni riguardanti i padroni della Locanda, Elvira conobbe Ferruccio Gazzoni, quel Carabiniere che doveva poi diventare suo marito. Egli ne era rimasto subito conquistato, al punto che un'amica disse poi ad Elvira: "Guarda, Elvira, che a giorni ti arriverà una dichiarazione!"

Quando la dichiarazione arrivò stilata a regola d'arte, Elvira si trovò in un grande imbarazzo, sia perché non conosceva quell'uomo, sia perché non sapeva come fare a rispondere, avendo poca dimestichezza con la penna. Un'amica compia­cente venne in suo aiuto fissando un appuntamento. Il Carabiniere le piacque; fu subito colpita dalla sua prestanza fisica e dalla sua bella divisa e finì per accettarlo come fidanzato. Cominciò allora per lei un periodo penosissimo, data la povertà con cui doveva ospitare il suo promesso sposo che, dimessosi frattanto dall'Arma dei Carabinieri, veniva a trovarla da Gambettola in bicicletta.

Finalmente, come Dio volle, si giunse al matrimonio. Lei aveva circa 18 anni.

 

I PRIMI ANNI DI MATRIMONIO

Se gli inizi di un "menage familiare" sono difficoltosi per tutti, lo furono in modo specialissimo per Elvira. Ella non ama ricordare quel primo periodo che possiamo sinte­tizzare in una frase da lei usata più tardi per indicare il carattere di perpetua crocifissione della sua esistenza: "Tri­bolare per tirare avanti".

Quando il marito ottenne di poter entrare nel Corpo dei Vigili Urbani, si trasferirono da Gambettola a Rimini dove nacquero Idalgo ed Edgarda, ma anche questo fu un periodo tristissimo per un accavallarsi incredibile di diffi­coltà e di malattie di ogni genere. Si ammalò di cancro il suocero, di broncopolmonite il bambino, lei stessa era col­pita da malattie tanto misteriose che nemmeno quattro medici a consulto erano riusciti a diagnosticare.

Durante una di queste malattie, una notte, mentre il marito era in servizio, Elvira si accorse che la figliuoletta Edgarda era divorata da un'altissima febbre ed aveva il rantolo. Al pensiero che potesse trattarsi di difterite, Elvira non pose tempo in mezzo e, ammalata com'era, si alzò, avvolse la piccola in una coperta e la portò all'Ospedale, dove subito si provvide con una puntura a scongiurare quel terribile morbo che allora falciava tante vittime. Lo sforzo compiuto, però, provocò in Elvira tali complicazioni che lei si ridusse in fin di vita. Rimase in coma per tre giorni. Cosa accadde in lei, in questi tre giorni, Dio solo lo sa. Quando per le preghiere ardenti del suo santo confessore Padre Antonio Musconi, Cappuccino, che era accorso da Sant'Ar­cangelo per celebrare una Messa in camera sua, Elvira si riebbe, si accorse di essere cambiata. Quella malattia l'aveva tanto elevata spiritualmente che si può dire abbia da essa inizio il suo apostolato.

Prese allora l'abitudine di recarsi ogni giorno, per far gio­care i bambini, ai Giardini Pubblici, e mentre i piccoli sco­razzavano tra le aiuole, faceva in modo di avvicinare tante po­vere ragazze avviate per una cattiva strada per distoglierle dal male e aiutarle in qualche maniera. Offriva anche la merendina dei propri figliuoli nell'intento di farsele amiche. Fu così che molte di esse poterono essere riportate sulla retta via.

Frequentava anche ogni giorno la Chiesa del Suffragio, adiacente all'Ospedale, dove vedeva giungere tanti ammala­ti le cui sofferenze le stringevano il cuore. Così il Signore le veniva additando un altro futuro campo del suo apostolato.

Trovava sempre un grande conforto nel fare il bene. Ora aveva l'assoluta certezza che solo dimenticando completa­mente se stessa per darsi agli altri sarebbe stata felice. Non le mancava l'appoggio spirituale di Mons. Primo Grilli, Penitenziere del Duomo, che Elvira ricorda ancora costan­temente nelle sue preghiere. Intanto frequentava l'Aiuto Materno dove prestava la sua assistenza riuscendo a salvare molte ragazze dall'infame proposito di abbandonare i pro­pri figli. Andava anche spesso all'Ospizio dei vecchi dove tre vecchierelli, che ricorda ancora con particolare tenerezza, avevano tanto bisogno di lei.

Il Signore non le risparmiava pene e sofferenze, ma lei trovava conforto nei suoi due angioletti: "Che gioia pregare la sera fra i loro due lettini! Come li raccomandavo al Signore!" Ricorda ancora con rimpianto. La sera li conduceva in Chiesa e tutti si voltavano a guardarli, meravigliati per la loro compostezza.

Non conduceva mai i suoi piccoli alla spiaggia, piuttosto li portava sul Colle delle Grazie e, mentre loro giocavano sul piazzale antistante alla Chiesa, lei pregava in compagnia di un'amica.

La preghiera, che oggi è l'ansia costante di Elvira, era anche allora un'elevazione così totale a Dio, di tutto il suo essere, da farle dimenticare ogni altra cosa. Questo ci spiega come una volta venisse rinchiusa nel Duomo, senza che lei se ne avvedesse e dovesse poi rimanerci fino alle 4 del pomeriggio.

 

L'INCONTRO CON PADRE PIO

Preoccupata per l'età avanzata di Padre Antonio, che da anni era il suo Direttore Spirituale, un giorno Elvira osò manifestargli il timore di rimanere senza sostegno morale dopo la sua morte:

"Come farò, Padre, quando Lei non ci sarà più?"

"Non temere, avrai per confessore un Santo" la confortò lui e le parlò di Padre Pio da Pietralcina che Elvira non aveva mai sentito nominare.

Quando Padre Antonio morì, Elvira lo sognò, una not­te, in compagnia di un frate che lei non conosceva, poi, recatasi qualche giorno dopo in casa di una signora, rivide quel frate del sogno in un portaritratti posato su un tavolo. La signora le disse che era Padre Pio, il famoso Cappuccino del Gargano, e le diede da leggere la biografia di lui scritta da Del Fante. Da quel momento Elvira sentì un gran biso­gno di andare personalmente a conoscere quel frate su cui aveva udito già tante meraviglie e si diede a cercare una persona che l'accompagnasse. Trovò subito disposta Anita Zanotti, un'anima bella che si trasferirà poi a vivere a S. Giovanni Rotondo.

Questo viaggio però non era tanto semplice come sem­brava, perché subito Elvira si trovò davanti un muro invalicabile: l'opposizione dell'autorità ecclesiastica. In se­guito alla campagna diffamatoria suscitata contro Padre Pio, nel 1924 era venuto ai fedeli, da parte del Santo Uffizio, questo severo monito:

"...ritiene suo dovere esortare i fedeli affinchè si astengano dall’andare a visitare, devotionis causa, Padre Pio e dall'intrat­tenere con lui qualsiasi relazione, anche epistolare".

Era un'esortazione che aveva il tono di una condanna. Nel luglio del 1933 i decreti del Sant'Uffizio venivano revocati e successivamente restituita a Padre Pio la piena libertà del suo ministero sacerdotale. Questa ritrattazione risaliva ad appena un anno addietro ed Elvira, come mem­bro dell'Azione Cattolica, si era creduta in dovere, volendo andare a conoscere Padre Pio, di chiedere prima un regolare permesso. Nessun sacerdote della Diocesi, però, aveva volu­to accordarglielo e nemmeno il Vescovo. Sarà solo il consen­so datole da un sacerdote forestiero, venuto a predicare in Duomo, che le metterà la coscienza in pace. Così, chiamata la madre, perché si prendesse cura dei figli ancora piccoli, cominciò i preparativi per la partenza. Era il 1934.

È proprio il caso di pensare che il diavolo si fosse messo in agitazione per la prospettiva di quell'incontro che gli doveva fruttare una così lunga serie di sconfitte e che si fosse messo a tormentare Elvira, facendole venire mille dubbi, nel tentativo di toglierle quell'idea dalla testa. Senza ragione infatti, Elvira cominciò a dibattersi nell'incertezza. Non vedeva più l'opportunità di quel viaggio e tornò da Anita a dirle che non aveva più intenzione di partire. (Avrebbero dovuto prendere il treno la mattina dopo).

"Ebbene, non fa nulla - disse l'amica - Andremo un ‘altra volta"

Elvira però non aveva pace e mentre tornava a casa, passan­do davanti alla Chiesa di Santa Chiara, dove si venera l'immagine della Madonna della Misericordia, fu costretta a fermarsi. La porta era chiusa, perchè erano le 9 di sera, ma lei si inginocchiò sul gradino esterno e, piena d'angoscia, pregò la Madonna che la illuminasse.

A casa la prima spinta a partire le venne dalla madre, la quale protestò che non avrebbe potuto, un'altra volta, pre­disporre le cose in modo da prestarle il suo aiuto, presa com'era anche lei, dalle cure dei propri figliuoli. Che fare? Elvira si tormentava nell'indecisione. Era seduta sul letto, ma qualcosa la tratteneva dallo spogliarsi e mettersi a dor­mire. Chiedeva angosciosamente a Padre Pio un segno... un segno che la convincesse a partire. Ed ecco che, all'im­provviso, vide davanti a se Padre Pio in persona che, senza dire una parola, le porgeva le stigmate da baciare.

La mattina dopo corse a casa dell'amica a dirle che era risoluta a partire e quella sera stessa presero il treno per le Puglie. Viaggiarono tutta la notte e al mattino si fermarono a Lucera per salutare il Carmelitano Padre Antonio Maria Rossi, che era un'anima bella molto vicina a Padre Pio, e per assistere alla sua Messa. Si trattennero con lui fino all'ora di pranzo, quindi proseguirono per S. Giovanni Rotondo, dove arrivarono verso le 5 del pomeriggio.

Fissarono l'alloggio in paese e poi si avviarono su per la mulattiera che portava al Convento. Fuori della Chiesa videro Pietruccio, che allora era un bambino, e lo inviarono come messaggero da Padre Pio per annunziargli che erano arrivate due pellegrine da Rimini. Per tutta risposta si sen­tirono riferire che tornassero giù in paese immediatamente. Obbedirono senza chiedere il perché e, quando furono quasi arrivate, scoppiò un temporale da far paura, senza che nulla prima lo avesse fatto presagire.

Acqua a catinelle, fragore di tuoni, fulmini, buio pesto... (Sarebbe azzardato pensare che fosse il demonio a sfogare così il suo livore infernale?)

La mattina dopo Elvira potè incontrarsi col Padre e da quell'incontro doveva aver inizio il suo Grande Apostolato.

 

IL GRANDE APOSTOLATO

Padre Pio le aveva detto: "Tu farai l’infermiera"e sicco­me Elvira protestava per la sua inesperienza, aveva aggiunto: "Io ti aiuterò in particolare quando sarai vicina agli amma­lati".

Elvira non sapeva davvero come avrebbe fatto ad iniziare un'attività del genere e, camminando verso la Stazione di Foggia, ripensava con sgomento alle parole del Padre, quan­do vide sul Piazzale della Stazione un gruppetto di gente assiepata intorno a una donna svenuta. Dal gruppo si era staccata una signora che ora veniva proprio incontro a lei, con una siringa in mano:

"C’è una donna che sta male; presto, le faccia questa puntura!" Il tono non ammetteva repliche ed Elvira, che in vita sua non aveva mai praticato una iniezione, fece quanto le si chiedeva con la più grande facilità del mondo. Era evidente che Padre Pio la veniva preparando senza perder tempo. Se ne rese conto quando, rientrata in Rimini, una mat­tina, nella Chiesa di S. Chiara, si trovò a dover assistere una signora svenuta che poi dovette accompagnare all'Ospedale. Ecco dunque varcata quella soglia, ecco aperta la strada per il suo apostolato in mezzo agli ammalati. Elvira ci si mise con tutto l'impegno e cominciò a frequentare l'Ospedale come infermiera volontaria. I malati sentivano sollievo per le cure che prodigava loro e anche per la sua sola vicinanza. "Perché si sta bene con lei?" scriverà poi un santo Cappucci­no.

"Perché Gesù ha dato ad essa il dono di consolare gli afflitti e la sua bontà è un balsamo ristoratore per tutti".

Intanto in lei il fervore cresceva. Quando vedeva dei bambini che giocavano nella strada li andava a chiamare e li conduceva in casa sua, dove cuoceva per loro le castagne, poi insegnava loro il catechismo e infine li conduceva tutti in Chiesa a pregare per la pace, perchè Padre Pio aveva detto che sarebbe venuto il fuoco su Rimini.

"Su molte altre città d'Italia, ma su Rimini in particolare" aveva specificato prevedendo esattamente i bombardamenti del '43.

Nel frattempo continuavano frequentissime - fin tre o quattro volte al mese - le sue visite a San Giovanni Roton­do, sia per accompagnare gente da Padre Pio, sia per do­mandare la guarigione dei suoi malati. Molti infatti guari­vano, ma più numerose ancora erano le conversioni. C'era anche chi si serviva di lei per inviare denaro a Padre Pio per il suo grandioso Ospedale in costruzione, la "Casa Sollievo della Sofferenza" ed Elvira eseguiva l'incarico con la più scrupolosa onestà, come potè testimoniare chi un giorno si vide riportare indietro le 30.000 lire che lei non aveva potuto far giungere al Padre.

Non mancavano poi di quelli che ricorrevano alla sua mediazione per avere una risposta dal Padre su qualche argomento che stesse loro a cuore, come una certa Suor Boiani dell'Istituto San Girolamo di Siena, tormentata dal timore che il proprio fratello suicida fosse finito all'inferno. La risposta di Padre Pio fu consolante e il 20 novembre 1950 la Suora scriverà ad Elvira: "La sua lettera mi ha ridato la vita ed ora non so come esprimerle la mia riconoscenza, riconoscenza che non si estin­guerà finchè avrò vita. Descrivere la pena in cui mi trovavo per la morte del mio caro fratello è impossibile il pensiero dell’ani­ma mi tormentava giorno e notte. Lei, buona signora, che sa la preziosità dell’anima, che sa cosa vuol dire un eternità infelice, la separazione da Dio, nostro tutto, lei sola, così pia, può farsene un'idea. Da questo potrà comprendere quale consola­zione mi ha procurato la sua lettera che mi ha portato l’assicu­razione della salvezza di mio fratello. Mia buona signora, legga nell’animo mio e veda di quanta riconoscenza è compre­so...! Il Signore, che non lascia senza premio neppure un bicchiere d’acqua dato in suo nome, quale ricompensa le serbe­rà!»

Mentre era problematico per tutti giungere alla presenza di Padre Pio, per Elvira invece era relativamente facile, grazie anche alla complicità di Padre Innocenzo e di Padre Raimondo, un dotto Cappuccino poliglotta che si prodiga­va sempre moltissimo per metterla in contatto con il Padre. Egli soleva chiamarla "Angelo di Dio". Scriveva: "Ringrazio il Signore che mi abbia fatto incontrare un Angelo consolatore nella signora Elvira". Quando dunque lei capitava a San Giovanni Rotondo, questo Cappuccino si faceva in quattro per aiutarla. Una volta la chiuse addirittura in Chiesa dove la scorse più tardi Padre Pio all'ombra di un confessionale e, sorridendo compiaciuto, le disse: "Ma tu sei qui?" Intanto alcuni giornalisti presenti si chiedevano stupiti come avesse fatto ad entrare.

Durante queste sue visite a San Giovanni Rotondo, capitavano ad Elvira avventure d'ogni genere e non certo piacevoli. Era lo scotto che doveva pagare per le anime che riconduceva a Dio.

Una volta per poco non ci rimise la vita.

Aveva preso alloggio, come al solito, dai signori Vianelli, dove si trovava a proprio agio, come a casa sua. Poiché al momento dell'arrivo la padrona non era in casa, si era fatta da sola il letto nella solita camera a pian terreno e si era coricata felice al pensiero che il giorno dopo avrebbe potuto vedere il Padre e assistere alla sua Messa. Non riusciva però a prender sonno. Si sentiva addosso un preoccupante males­sere: mal di testa, orecchie che fischiavano, conati di vomi­to. Per tre volte fu costretta ad alzarsi e ad andare in bagno. A un certo punto si sentì mancare le forze e cadde ginoc­chioni a terra. Allora potè vedere, sotto il letto, un braciere di fuoco acceso, coi carboni "zampillanti di azzurro" e sentì una voce (sembrava quella di Padre Pio) che diceva: "Vai fuori! Vai fuori!" Invocando l'aiuto della Madonna riusci ad alzarsi piano piano e ad andar fuori dalla porta d'ingresso. Poi, spiegato l'accaduto al padrone della Pensione e rifatta la sua valigia, fermò la prima macchina che passava e si fece portare alla Stazione di Foggia. Qui prese il primo treno per Rimini dove giunse tutta intossicata, bianca come una morta. Dopo una decina di giorni tornò da Padre Pio e in confes­sione gli disse: "Padre, a momenti morivo!"

E lui: "E nnun m'hai fatto mai dormì! Sia ringraziato il Signore! Mmo' prendi il tuo lavoro!"

Certo se non fosse stato Padre Pio a tenerla sveglia, cosa sarebbe stato di lei?

Un'altra volta aveva preso alloggio alla Pensione Bianchi e si era sistemata, con le malate che aveva condotto con sè, in una grande stanza a pian terreno, dove c'erano vari letti. Al mattino si alzarono prestissimo per assistere alla Messa di Padre Pio, poi tornarono alla Pensione e, poichè erano appena le 5, si rimisero a letto. Elvira, dopo un po', si alzò, come spinta ad andare nel bagno, senza sapere il perchè. Era appena uscita dalla camera che una violenta scossa, come di terremoto, scrollò la casa dalle fondamenta.

Lei cercò per istinto, di andar fuori, ma lo spostamento d'aria la buttò contro una finestra i cui vetri erano andati in frantumi.

Tornata sui suoi passi, si affacciò alla camera e vide che le serrande della finestra, sotto la quale era sistemato il suo letto, erano saltate nell'orto sottostante. Le altre signore erano balzate dal letto terrorizzate. Cos'era successo? Erano scoppiate due bombole di gas e in breve si erano levate delle fiamme altissime che già entravano nella camera lambendo i letti. Molti furono gli ustionati. Elvira li accompagnò all'Ospedale e stette con loro per circa una settimana, pro­digandosi in mille modi e saltando molte volte i pasti. Nessuno, come lei, sapeva assumere le sofferenze altrui fino a dimenticare le proprie. Le capitava spesso, come le capite­rà sempre in seguito, che quando era vicina agli ammalati non si rendesse più conto delle proprie necessità, mentre sentiva, quasi sensibilmente, l'assistenza di Padre Pio.

Le era di validissimo appoggio anche l'uomo che il cielo le aveva dato come sposo: sempre disposto a far passare in secondo ordine le proprie esigenze e i propri diritti davanti alle necessità di chi soffre, pronto a ritirarsi con discrezione nell'ombra, come a intervenire, con la più ampia disponibi­lità, quando occorreva il suo aiuto.

 

GLI ANNI DELLA GUERRA

Si era giunti frattanto agli anni cruciali della guerra e anche il marito di Elvira veniva richiamato alle armi. Fortu­natamente, dopo sei mesi, veniva rimandato a casa e poteva così seguire le sorti della famigliuola che nel frattempo era sfollata a S. Vito e poi a S. Mauro Pascoli, dove Elvira si era adattata a fare i più umili lavori per tirare avanti. Furono sofferenze di ogni genere, sopportate con rassegnazione per i peccatori e per la pace nel mondo. Elvira si prodigava soprattutto per alleviare i dolori dei vecchi e dei malati, per cui sentiva una grande compassione.

Una volta dovette persino prestare la sua opera come levatrice in una situazione altamente drammatica. Verso le 4 del mattino si era presentato a cercare di lei un uomo, tutto affannato per il pericolo corso sotto la pioggia delle granate e per l'urgenza del caso che lo aveva spinto fin lì: la moglie era in procinto di partorire e non si riusciva a trovare un'ostetrica.

"Mi hanno detto che qui c'è una donna che se ne intende... " spiegò.

Chi poteva averglielo detto? La cosa era strana, perchè a S. Mauro-Mare, da dove veniva quell'uomo, nessuno conosce­va Elvira. Comunque ella non stette a porsi domande: l'insistenza del pover'uomo era così disperata che decise tosto di seguirlo, nonostante l'imperversare dei proiettili. All'Aiuto Materno aveva visto altre volte delle ostetriche in azione e le riuscì facile porgere il suo aiuto nel miglior modo possibile.

Dopo aver finito di prestare le più amorevoli cure alla puerpera e al bambino, mentre a casa i suoi familiari l'aspet­tavano con ansia crescente, sul far della sera, le riuscì di congedarsi e di riprendere la strada del ritorno. Camminava tra un imperversare di sibili, di esplosioni, di lampi, strin­gendo disperatamente il Crocifisso regalatole da Padre Pio. Ogni tanto si fermava a qualche casolare per riprender fiato e qui esortava tutti a pregare con lei e si metteva a recitare il Rosario. Verso le 22 (era il mese di settembre, quindi già notte inoltrata) come Dio volle, arrivò a S. Mauro e, tutta affannata, ma contentissima, potè raccontare al marito e ai figli le sue peripezie.

Quando si trattava di portare aiuto a qualcuno, Elvira non misurava certo i pericoli e i rischi personali. Altamente significativa è, a questo riguardo, la testimonian­za di Valerio Manfroni di Rimini, testimonianza che merita di essere riportata per intero: "Erano i giorni drammatici del passaggio del fronte: ovun­que terrore, distruzione, rovine, morte. Al pericolo dei bombar­damenti aerei e navali si era aggiunta la paura dei Tedeschi, traditi e divenuti brutalmente inumani. Anche nella piccola frazione di S. Vito, dove sono nato e vissuto, allora rifugio di molte famiglie sfollate, giunse, come un uragano, la violenza nazista. Un giorno, mentre nell’aria si sentiva il tuono del cannone, una pattuglia delle SS irruppe nel nostro piccolo borgo per un'azione di "rastrellamento". Tutti gli uomini veni­vano presi e caricati su un camion per destinazione ignota. Al pianto delle donne e dei bambini si mescolavano le dure parole degli ufficiali che non avevano pietà per nessuno, nemmeno per i più piccoli che singhiozzavano impauriti, pur non compren­dendo la triste sorte toccata ai loro cari.

Fra quegli uomini cera anche mio padre, Manfroni Giu­seppe, che, trascinato a viva forza dai nazisti, guardava dispe­ratamente la mamma e le due bambine piccole a lei aggrappate, mentre, con gli occhi pieni di lacrime, chiedeva pietà.

A un tratto, vista la scena, una donna, la signora Elvira Gazzoni, sfollata a San Vito, si precipitava, incurante del pericolo, per fermare il soldato che spingeva mio padre. Poiché vide che era vano ogni tentativo di commuovere il soldato, si precipitò di corsa al Comando della SS, che distava duecento metri circa, pregando, supplicando in diverse maniere il Co­mandante, affinchè lasciasse libero quel padre di famiglia. Non so, ma forse fu per un miracolo, quel Tedesco, nel vedere il coraggio, la presenza di spirito, la carica di altruismo che animava quella giovane donna, ebbe a commuoversi ed ordinò che il Manfroni venisse lasciato libero.

Ora, a distanza di tempo da quel fatto, che poteva conclu­dersi con la morte di mio padre in un campo di concentramen­to in Germania o in una camera a gas, noi tutti in famiglia non abbiamo dimenticato la signora Elvira per cui sentiamo una riconoscenza ancora vivissima. Ricordiamo la sua bontà, il suo disinteresse, il suo amore veramente cristiano dimostrato in cento occasioni verso tutti quelli che in quel momento di dolore hanno avuto bisogno di un conforto, di un aiuto morale e materiale. Ella si è prodigata per tutti e quanto sopra è stato detto corrisponde pienamente alla verità e costituisce un docu­mento di testimonianza".

Nonostante tutti i disagi e i rischi di quegli anni tremen­di, Elvira non perdeva mai la sua fiducia in Dio, conscia di quella particolare protezione che l'aveva sempre accompa­gnata fin dalla sua infanzia. In verità sfuggì alla morte più di una volta, per puro miracolo, come quando si rifiutò di ripararsi con gli altri in un rifugio, che poi sotto le bombe crollò, o come quando, in compagnia del marito e dei figli, recandosi da San Mauro a San Vito, attraversò un campo disseminato di mine a forma di piatto, senza che nemmeno una esplodesse, anche se lei, non conoscendo la natura di quei piatti, non aveva usato nessuna particolare precauzio­ne.

 

DOPO LA GUERRA

Cessato il periodo della guerra, si apre per Elvira una nuova serie di momenti difficili che lei riuscirà a superare solo con l'aiuto del Signore. Ciò nonostante riprende a frequentare l'Ospedale Civile per l'assistenza ai malati. Quanto si prodigasse in quest'opera di misericordia lo han­no testimoniato infermiere e suore che non sapevano na­scondere la loro meraviglia per tanta abnegazione.

Era sempre lì, ogni pomeriggio alle 15, col suo grembiule bianco, a prestarsi per i lavori più ingrati, ad aggirarsi in mezzo ai malati, nei cameroni, nei corridoi, a confortare, ad aiutare, a ridare la serenità col suo sorriso, ad invitare alla preghiera. I malati l'aspettavano ogni giorno come un rag­gio di sole e molti di essi si convertivano.

"Ho avuto dei veri miracoli nelle conversioni!" confermerà poi in seguito Elvira.

Un'estate dovrà accompagnare due di essi a Badia Prataglia e rimanere lassù qualche giorno con loro. Ogni occasione è buona per fare dell'apostolato ed Elvira non se ne lascia sfuggire una.

Nei momenti liberi raduna in un prato tutti i bambini del posto per parlar loro di Padre Pio ed essi lasciano volentieri i loro giochi per stare ad ascoltarla. Ciò che lei racconta è così nuovo...

Poi, a casa, riferiscono tutto ai loro genitori che, incuriositi, vanno alla Pensione a chiedere di quella giovane signora che racconta storie tanto meravigliose. Cosi finisce che molti di essi si convertono; gente che, magari, non andava in Chiesa da cinquant'anni... La fama si spande per il paese ed Elvira si vede invitata addirittura nelle Scuole Elementari a parlare agli alunni della IV e V classe.

Tornata a Rimini riprende regolarmente le sue visite a San Giovanni Rotondo, dove molti ricevono da lei aiuto e conforto, colpiti dalla finezza del suo carattere e dalla sua semplicità, uniti al senso acuto nel giudicare le persone e le cose.

Intanto nella sua vita privata si accavallano tante preoc­cupazioni e dolori che solo le frequenti apparizioni di Padre Pio valgono ad alleviare.

Un pomeriggio, per esempio, si erano radunate in casa di Elvira otto o nove persone. C'era anche una signora che, sapendo che all'indomani Elvira sarebbe partita per San Giovanni Rotondo, le aveva portato la fotografia di una sua bimba di 4 anni, malata. Elvira la esortò ad aver fiducia e la confortò come solo lei sapeva fare. Proprio mentre stava parlando amabilmente con tutti, vide, nell'angolo della stan­za, vicino alla porta, formarsi come una nebbia, poi la nebbia si dileguò e lei distinse chiaramente un frate che le si avvicinava. Si dirigeva proprio verso di lei, che stava seduta, dicendole: "Ecchè, non mi riconosci più?"

Elvira cadde in ginocchio tutta confusa: "Oh, Padre, Padre!" e Lui le porse le stigmate da baciare. Allora Elvira si ricordò della foto della bimba che era posata sul tavolo e gliela mostrò: "Padre, cosa ne dite di questa bambina?"

"Questa sarà un fiore del cielo" rispose Lui. Poi, passandole la mano sul capo sparì, lasciando un gran profumo. I presenti erano attoniti. Sentivano tutti quel gran profumo, avevano visto l'atteggiamento di Elvira, avevano udito le sue parole e ora nessuno aveva il coraggio di parlare. Passò un'oretta così, finchè, tornato a casa dal servizio il marito di Elvira, furono obbligati a raccontargli tutto. Così, al mattino se­guente la notizia faceva il giro della città. Elvira intanto stava correndo a San Giovanni Rotondo. Come giunse al cospetto di Padre Pio, gli chiese: "Eravate proprio voi ieri sera?"

"E perchè, lo metteresti in dubbio?" rispose il Padre e le confermò la sua sentenza sulla bambina che, infatti, dopo due mesi, morì.

Era sempre felice il Padre quando "la paesana" come egli la chiamava, gli compariva davanti. Sapeva di poter contare su di lei, così docile e ubbidiente e, per affinare la sua spiritualità, la metteva spesso a contatto con altre anime sante, come Luisa Piccareta di Corato (Bari), Genoveffa di Foggia, Don Dolindo Ruotolo di Napoli, Padre Cappello di Roma che ogni volta la esortavano a proseguire nel suo apostolato. Le esortazioni di queste creature elette accresce­vano sempre più lo zelo di Elvira che, dimenticando se stessa e i propri guai, accorreva come un'ape laboriosa su e giù per l'Italia, dovunque ci fosse un malato da assistere, un'anima da salvare.

Straordinariamente significative a questo riguardo, sono le annotazioni che una sua carissima amica faceva su pagine di diario.

Ne trascriviamo qualcuna:

13 febbraio 1962: "Oggi Elvira è partita per Bologna per convertire un ateo e portarlo da Padre Pio".

21 febbraio: "In missione a Padova e a Vicenza'. "Da Padre Pio".

"Per apostolato a Sarzana, Parma, Faenza". "A Foggia, da Padre Pio, per la conversione di un miscredente".

25 maggio: "A Parma in missione".

28 maggio: "A Loreto con ammalati".

13 giugno: "In Svizzera, apostolato".

25 luglio: "A La Verna".

1 agosto: "A Vitidiatico, nel Modenese, per apostolato".

26 settembre: "A Mamiano in Pistoia".

3 ottobre: "Da Padre Pio per conversioni".

7 marzo: 9 aprile: 10 aprile: a Lucerna, in missione.

Poi le notazioni proseguono nel 1963:

17 marzo: "Per volontà di Padre Pio accompagna un lato a Taranto".

12 aprile: "A Roma con ammalati".

30 maggio: "A Sestri Levante per apostolato".

24 luglio: "Da Padre Pio".

4 settembre: "All'Abetone per lavoro di apostolato"

25 settembre: "A Trieste per apostolato".

27 settembre: "Al Monte Grappa".

13 ottobre: "A Genova".

7 novembre: "Da Padre Pio per ammalati".

11 novembre: "Da Padre Pio per ammalati".

C'è davvero da rimanere sbalorditi per la febbrile attività di questa donna ardente di zelo che non trovava barriere di spazio e di tempo per la sua opera di apostolato!

Fu così che quando la bianca immagine della Madonna di Fatima, percorrendo i cieli in elicottero, si abbassò sulle città italiane, trovò ad accoglierla, quasi dovunque, questa sua umile figlia. A Bologna, a Modena, a Ferrara, a Loreto, poi a Roma, a Rimini, a San Giovanni Rotondo...

"Ma Padre, io capito sempre quando c'è la Madonna di Fatima! Io corro dietro alla Madonna!"

"O la Madonna corre dietro a te..." le rispose Padre Pio.

 

L'INCONTRO COL PATRIARCA RONCALLI

San Giovanni Rotondo era davvero un centro di smistamento, un luogo di incontri provvidenziali e di ami­cizie destinate a durare per sempre. Fu laggiù che Elvira conobbe, nel 1957, una signora di Carpanedo di Mestre che le dimostrò subito grande affetto e stima, tanto da invitarla, un giorno, a casa sua. Aveva radunato, per quella circostanza, una cinquantina di persone ed Elvira parlò, come ispirata, di Padre Pio, dell'apostolato che le faceva svolgere, del Gruppo di Preghiera che si sarebbe dovuto costituire a Carpanedo e che il Vescovo pareva non appro­vare. C'era presente anche un sacerdote che, dopo che l'ebbe sentita parlare, disse: "Anch'io non ero propenso a questi Gruppi di Preghiera, perché mi sembrava che ci fosse del fanatismo, ma ora mi sono ricreduto e capisco che è una cosa buona".

Egli stesso poi cominciò a darsi da fare per raccogliere gli aderenti. Certo Elvira, col suo contegno così misurato e prudente, col suo straordinario equilibrio, sapeva subito far cadere ogni sospetto di fanatismo.

Fra quelle persone che l'ascoltavano come rapite, c'era una signora che conosceva molto bene il patriarca di Vene­zia, Mons. Roncalli. Lo frequentava da tempo, perchè c'era un'amicizia di famiglia. Fu tanto colpita dall'eloquenza di Elvira, dalla sua fede ardente, dallo zelo che l'animava, che sentì il desiderio di presentarla al Patriarca, se lei avesse acconsentito a trattenersi un giorno ancora.

Elvira, che sentiva istintivamente una grande attrazione verso questo Cardinale, non se lo fece ripetere due volte. Fu dunque condotta alla presenza del futuro Papa, in un salottino privato dove lui fece poi portare il tè.

Elvira si rendeva conto dell'enorme distanza che li separava e nel parlargli non sapeva che titolo rivolgergli, ma questo non la metteva in imbarazzo, anzi, si sentiva piena di gioia confidenziale, perchè vedeva in lui un'anima santa. Egli la interrogò amabilmente su Padre Pio e sul lavoro che le faceva svolgere ed Elvira gli parlò del suo apostolato.

"Vedi, figliuolina - la incoraggiò lui - è un dono grande che tu hai. Sì, c'è l'aiuto di Gesù, della Madonnina..."

Infine la benedisse assicurandole la sua preghiera e lei tornò a casa felice.

Qualche tempo dopo si trovava per caso in un bar di Rimini, quando apprese, dalla televisione, che era stato fatto Papa il Cardinal Roncalli.

La sua contentezza fu incontenibile. In seguito, per ben due volte, fu ricevuta in udienza da questo Papa a cui potè parlare apertamente della sua missione.

Egli le diceva: "dì ai tuoi malati che Papa Giovanni, stassera, recita il Rosario per loro".

E nel dir così batteva il pugno sul bracciolo della poltrona come per dar più forza alla sua promessa.

 

CAP. II

LE CONVERSIONI

Nel mondo sono tante le anime in pericolo di perdersi, perché vivono nell'indifferenza e nel peccato, tante che ignorano la bontà del Signore, mentre Egli brucia dal desi­derio di far loro conoscere la sua misericordia e il suo amore, ma se un'altra anima accetta di soffrire per loro, amando e sopportando molte umiliazioni in unione coi patimenti di Cristo, esse possono essere salvate.

"Sì, le anime costano! "Dice spesso Mamma Elvira e nessuno lo sa meglio di lei che si è sempre immolata con tanta generosità per la loro salvezza. Come Gesù sulla croce, ella ha sete di queste anime e Gesù gliele fa incontrare nei modi più vari e impensabili.

Sarebbe impossibile esporre qui tutte le conversioni ottenu­te da Elvira; ci limiteremo a riportare solamente alcuni casi dei più rappresentativi.

 

N SVIZZERA

Il figlio di Elvira si è da poco trasferito nel Canton Ticino per esercitarvi la sua professione di medico. Nelle pause di lavoro gli viene spontaneo parlare della madre e dei suoi frequenti viaggi a San Giovanni Rotondo, finchè un bel giorno il Direttore dell'Ospedale, incuriosito, gli sugge­risce di chiamarla, perché la vuol conoscere. Elvira non si rifiuta all'invito e parte, col permesso di Padre Pio.

Viene accolta ospitalmente dalla moglie del Direttore che per vari giorni si interessa di lei e ascolta i suoi racconti con una simpatia che sembra sincera, ma quando Elvira manifesta la sua intenzione di fare dell'apostolato fra gli ammalati dell'Ospedale, si sente ingiungere che non deve più restare in Svizzera e deve tornarsene a Rimini.

Il figlio ne è costernato e, per compensare la madre di questa umiliazione, prima che lei parta dalla Svizzera, vuol condurla a Zurigo per un giro turistico. Di là poi sarà facile prendere un treno per la Romagna. Elvira acconsente a questa proposta del figlio e vanno. La notte stessa, però, nella sua camera d'albergo, Elvira vede in sogno Padre Pio che le porta via la valigia dalle mani e la tira giù dal treno sul quale lei sta salendo.

Colpita dall'evidenza di questo sogno, il giorno dopo Elvira si rifiuta di partire e, tornata furtivamente nel paese dove presta servizio il figlio, si dà a cercare un posto dove passare la notte. Trova un alloggio di fortuna e vi si accomo­da lasciando a Dio ogni programma per il giorno dopo. All'indomani le Suore dell'Ospedale la riforniscono di cibo e di coperte e con la loro collaborazione e quella degli infermieri, Elvira riesce poi a trovare il modo di penetrare nell'Ospedale in certi momenti in cui le si mostrano situa­zioni favorevoli, per visitare gli ammalati più gravi. Si dà così a una vasta opera di apostolato con grande soddisfazio­ne di tutti, ottenendo numerose conversioni.

Fu in questa occasione che Elvira conobbe Celestina, una signora di Chiasso, che era appunto ricoverata in Ospe­dale, e il marito di lei che era andato a trovarla. Elvira parlò loro di Padre Pio e della Madonna, ma l'uomo era scettico su tutto. Erano anni che non si confessava e non voleva sentir parlare di Sacramenti. Elvira tentò di fargli accettare la fotografia di Padre Pio, ma lui la rifiutò. Il giorno dopo, però, quando, con quella tenacia nel bene che la distingue, Elvira tornò ad offrirgliela, non la respinse più e la mise, con l'immagine della Madonna delle Grazie, nel portafo­glio.

Questo episodio avrà poi un seguito, come vedremo più avanti. C'è infatti questo da notare nell'apostolato di Elvira: che le conversioni da lei ottenute sono molte volte intrec­ciate così mirabilmente una con l'altra, da far capire come lei non sia altro che l'inconscia esecutrice di un minuzioso, magistrale piano della divina Provvidenza: uno strumento di Dio, appunto.

 

IL MARITO DI CELESTINA

Sono passati quattro o cinque anni dall'episodio della Svizzera. Elvira ha condotto la sua vita di sempre. Ora è un periodo di relativa tranquillità e lei potrebbe accettare, sen­za pensarci due volte, l'invito giuntole da alcune signore di accompagnarle a Lourdes, ma questo sarebbe contrario alla prassi che ormai le è abituale. Troppo umile per fidarsi di se stessa, non prende mai alcuna decisione importante senza avere prima consultato Padre Pio.

Anche questa volta, dunque, corre giù a San Giovanni Rotondo.

La risposta del Padre la lascia interdetta: "Adesso no; ci andrai in seguito. Bada ai tuoi ammalati". Lei sa di non averne tanti, per il momento, da giustificare questo rifiuto, ma non fa commenti. Tornata a casa, dispo­sta come sempre all'obbedienza, trova due lettere in cui la si invita a Roma e a Napoli per assistere degli ammalati. Decide di andare a Roma e riparte, appena un giorno dopo essere tornata da Foggia. Il marito, sempre buono e pronto a collaborare, non protesta.

Dopo cinque o sei giorni Elvira torna a casa, pensando che le sarà possibile ora andare a Lourdes, ma anche questa volta il suo desiderio rimane deluso. L'aspetta una signora con una figlia ammalata che la prega di accompagnarla da Padre Pio. Riparte dunque subito per San Giovanni Roton­do dove, come al solito, ha la fortuna di essere ricevuta senza indugio. Il Padre consiglia di portare la malata in una clinica di Bologna ed Elvira ve la accompagna.

Assolto il suo compito, anziché tornare a casa, le viene l'ispirazione di andare a Pavia, dove ha degli ammalati, e di qui a Como, dove tutti l'accolgono come una benedizione del cielo. Da Como pensa di fare una capatina in Svizzera per comprare un po' di sigarette e di cioccolata per i suoi ammalati. Entra al posto di frontiera, senza che nessuno faccia caso al suo passaporto scaduto, e fa tranquillamente le sue compere. Quando, al ritorno, si dirige di nuovo verso la dogana, si sente chiamare: "Signora Elvira! Signora Elvira!"

E Celestina che l'abbraccia commossa.

"Signora, che fortuna incontrarla! Questa è una grazia che m'ha fatto Padre Pio. Volevo scriverle, ma avevo perso il suo indirizzo e allora ho invocato tanto il Padre che mi aiutasse a rintracciarla! Mio marito è gravemente ammalato e non vuol confessarsi. E’ proprio il cielo che l'ha mandata!".

Elvira, dopo aver tranquillizzato il proprio marito con una telefonata a casa, è pronta a seguire Celestina. Come il malato la vede, le mostra subito l'immaginetta di Padre Pio che lei gli aveva lasciato qualche anno prima, quando l'ave­va conosciuto al capezzale della moglie ammalata, nell'Ospe­dale Svizzero. L'immagine è sgualcita, ma ce l'ha ancora e mostra d'averla tenuta cara. Alle esortazioni di Elvira si commuove, ma ancora non vuol sentire parlare di prete. "Bene - dice lei - allora chiameremo un frate, magari con una barba lunga così!"

Il giorno dopo il malato si arrende: "Questa notte ho avuto un'ispirazione e voglio mettermi a posto con la mia coscienza. Però desidero farle sapere che, se sono quarant'anni che non mi confesso, la colpa è di mio cognato prete".

(Oh, se i preti meditassero seriamente sulle loro responsabi­lità...!)

Gli fu condotto il frate. Fece una bella confessione con pentimento sincero e dopo due giorni morì.

Ora Mamma Elvira commenta: "Padre Pio sapeva il fatto suo quando, d’ispirazione in ispira­zione, mi sospingeva dal Gargano alla Svizzera alla ricerca di quest’anima!"

 

GIGI DI SANT'ARCANGELO

Un'altra volta Elvira era appena tornata da San Giovan­ni Rotondo, quando venne a casa sua una signora di San­t'Arcangelo che aveva una bambina ammalata. Voleva che le raccontasse qualcosa di Padre Pio, perché aveva una mezza intenzione di fargli visita per raccomandargli la bimba. Tornata a casa, la signora riferì al marito quanto aveva udito raccontare e il marito, incuriosito, mandò a chiamare que­sta signora Elvira per udire tutto dalla sua viva voce.

Alla fine il suo commento fu questo: "Non ci credo". Del resto era ateo e non credeva a niente.

"Se non ci crede non importa, ma le cose stanno proprio così. " Ribattè Elvira che non si lasciava facilmente impressionare. E venne via.

Dopo qualche giorno quel miscredente tornò a chia­marla e le raccontò che aveva sognato Padre Pio.

"Guardi, può essere che Padre Pio la voglia laggiù..." Osservò Elvira.

"Padre Pio non mi becca!" Fu la pronta risposta, ma poi, protraendosi la conversazione, Gigi convenne che, se lei lo avesse accompagnato, ci sarebbe andato.

"Beh, adesso chiederò a mio marito se mi lascia ripartire." Rispose lei molto diplomaticamente. E se ne venne via. Prima che si facesse notte quello telefonò di nuovo: "Signora, vengo a Rimini, prendiamo il rapido, andiamo giù!" Non voleva perder tempo: la grazia si faceva strada in lui prepotentemente.

Partono. In treno lui non parla. Man mano che si avvi­cinano a Foggia, Elvira lo vede sempre più sconvolto e in lotta con se stesso. A un dato punto decide che vuol tornare indietro a tutti i costi, ma lei lo calma, finché arrivano a San Giovanni Rotondo. Prendono alloggio da Anita Zanotti, l'amica che da tempo si è trasferita a vivere laggiù. La mattina seguente, alle 3, Elvira si dirige alla Chiesa per poter prendere un posto privilegiato davanti, vicino al Pa­dre (che celebrava allora nella chiesina vecchia). Poco dopo arriva anche Gigi. Prima di iniziare la Messa, Padre Pio annuncia che tutti coloro che vogliono stare in ginocchio possono stare davanti, gli altri devono andarsene dietro. Gigi è un omone grande e grosso ed è molto disagevole per lui stare inginocchiato sullo stretto gradino dell'altare, tenu­to conto poi che la celebrazione della Messa può protrarsi anche per due ore, ma lui non intende assolutamente cedere il suo posto a nessuno.

Comincia la Messa ed Elvira gli dice: "Guardi di pregare per la sua bambina, per la sua sposa, ma soprattutto per se stesso, che è cieco".

"Come cieco? - protesta lui voltandosi sbigottito - Se non porto neanche gli occhiali!"

Non aveva capito che si trattava di una cecità spirituale. "Ecco l’ Elevazione. Preghi come se gli suggerisce Elvira, ma lui non sa fare neanche il segno della croce. Al momento della Comunione gli bisbiglia all'orecchio: "Ora faccia la Comunione spirituale". "Cos'è?"

"È un gran desiderio di ricevere Gesù."

Ha appena finito di dirgli questo che lui diventa a un tratto rigido come di pietra e comincia a gridare forte: "Cosa mai sta succedendo in me? Cosa mai sta succedendo in me?"

Scompiglio fra i presenti. Padre Pio non si volta neppure. Gli astanti lo circondano e gli chiedono se vuole uscire, ma lui rifiuta. Finita la Messa una persona cede ad Elvira il proprio biglietto con la prenotazione per la Confessione e, mentre Gigi è in sagrestia in attesa del Padre, lei può acco­starsi al confessionale e dire: "Padre, ho portato un miscredente. Mi sembra che durante la Messa sia stato toccato dalla grazia. "

Il Padre risponde: "Hai fatto bene. Me ne porterai degli altri, ma quello dovrà tornare."

Infatti, più tardi, in sagrestia, lei trova Gigi tutto in lacrime: "Signora, - le racconta - come mi sono avvicinato, Padre Pio mi ha detto: - Non voglio che tu vada all'inferno. Vai, mettiti a posto e poi torna da me".

Prendono dunque il treno per Rimini e nello scompar­timento vuoto, tutto pervaso da un gran profumo, (segno che Padre Pio li accompagna) Elvira fa al suo protetto un po' di Catechismo.

Lui chiede: "Cosa devo fare permettermi a posto?"

"Devi rinunciare a certe idee, andare alla Messa e non avere rispetto umano. Poi una bella confessione." Nell'accomiatarsi da lui gli dà il Catechismo da studiare. A casa la moglie non osa dirgli niente, ma si stupisce di vederlo alzarsi presto ogni mattina e dirigersi verso il Colle dei Cappuccini, sempre con quel libriccino in mano.

Finalmente il 7 dicembre lui spedisce la moglie dalla signora Elvira a dirle che vuol "mettersi a posto". Elvira non aspetta altro; corre subito da un santo sacerdote, Don Renzini, Parroco del Duomo, ad avvertire che nel pomerig­gio verrà a confessarsi un peccatore importante. Questo peccatore è raggiante di gioia quando, più tardi, vuole che Elvira racconti la sua storia a un gruppo di giovani di Lugo riuniti in casa sua. Non può ancora capacitarsi che "i pecca­ti passati non contano più" come gli ha detto il confessore. Dopo alcune settimane rieccolo a San Giovanni Roton­do con Elvira. Padre Pio gli va incontro e gli batte una mano sulla spalla dicendogli: "Adesso siamo amici! Poi la tua bambina guarirà." E così infatti fu.

Da allora Gigi di Sant'Arcangelo prese a frequentare ogni giorno la Messa delle 11 alla Collegiata e i suoi amici gli dicevano che era diventato matto, ma lui rispondeva: "Matto ero prima e aveva ragione quella signora a dire che ero cieco! Ora capisco di avere avuto un grande miracolo."

"Ma cosa t'ha fatto questo frate per cambiarti la testa così?" E lui: "Andate a vedere!" rispondeva.

 

TILDE E L'ALTRA

S'è detto come mirabilmente siano talvolta concatenate l'una all'altra le conversioni ottenute da Mamma Elvira. L'episodio che ora riportiamo ne è un chiaro esempio.

Il 22 ottobre del '53 c'era stata a Rimini la terribile esplosione di un'autobotte di benzina che poi si era incen­diata provocando danni ingenti per un vastissimo raggio. Furono tanti gli ustionati, che l'Ospedale di Rimini non era sufficiente a contenerli tutti e si era dovuto ammassarli anche nei corridoi. Era uno spettacolo raccapricciante. Elvira aveva dovuto lavorare giorno e notte medicando quelle piaghe purulenti, in mezzo a un fetore insopportabile, senza un attimo di sosta, senza mangiare, senza dormire, confor­tando, assistendo i moribondi.

Era da poco tornata la normalità, quando conobbe TILDE, una giovane sposa con due figli, malata di tumore all'utero, che aveva subito sette operazioni. Cominciò ad assisterla, trascorrendo con lei delle mezze giornate, stando sempre in piedi, accanto al suo letto, a farle vento, logoran­do più di un ventaglio, per mitigare l'ardore di quel mese di luglio.

Tilde le diceva: "Signora, lei dice che ho un male brutto?»

"Ma no, vedrà che si riprenderà..." cercava di confortarla Elvira.

"Allora, se è vero, mangi col mio cucchiaio e beva nel mio bicchiere" e le porgeva gli avanzi del suo pasto.

Che fare? Elvira, incoraggiata dall'esempio di Santa Caterina, acconsentiva a fare quanto la malata le chiedeva, per ridarle un po' di fiducia, vincendo la ripugnanza di tutto il suo essere.

Intanto raccoglieva le sue confidenze e veniva così a sapere che aveva condotto una vita peccaminosa, spintavi dal marito stesso, per amore di denaro. Un giorno Elvira le disse:

"Adesso io devo partire, ma mi raccomando, chiami il suo Parroco per fare una bella confessione."

Partì così per San Giovanni Rotondo, dove si trattenne alcuni giorni. Intanto Tilde veniva rimandata a casa. Quan­do Elvira andò a trovarla, le disse: "Signora, è venuto il prete, sa?"

Pareva contenta, ma il male progrediva e dopo qualche giorno fu riportata all'Ospedale. Il ricovero durò per molto tempo e intorno al letto dell'ammalata era un continuo via vai di parenti, nessuno dei quali credeva in Dio. Anche Elvira non tralasciava giorno senza andare a trovarla, perché, pur avendo attorno tanta gente, la malata gradiva soltanto la sua compagnia. Solo i suoi racconti, infatti, le davano sollie­vo.

Finalmente Tilde si aggrava ed Elvira, avvertita per tele­fono, corre all'Ospedale la mattina prestissimo, ma la malata è già in coma e così resta per quattro giorni.

Elvira è preoccupata; ha l'impressione che quella poveretta non si sia confessata bene, sente che è in gioco la sua anima. Allora, piena di angoscia, si rivolge a Padre Pio: "Senti, Padre Pio, se non si è confessata bene, fa che si ripren­da!"

E nel formulare questa preghiera, dà un pizzicotto alla mano della malata. Quella, istantaneamente, apre gli occhi. Senza frapporre indugio Elvira chiama il medico e la Suora, perché la portino in un'altra stanza. La malata si riprende, però non parla. Intanto i suoi parenti non la lasciano un momento.

Nel frattempo Elvira presta le sue cure anche a un'altra ammalata. Come la vede quasi morente, dice alle sorelle di lei: "Perché non le avete fatto fare la confessione?" "Perché noi non crediamo queste cose" rispondono. '"a se la poverina lo volesse, voi siete responsabili davanti a Dio!"

Dicendo questo alza la corona davanti agli occhi dell'am­malata e la esorta: "Se vuoi i Sacramenti, stringi la corona!"

L'inferma afferra la corona e tira con tutte le sue forze. Elvira è gongolante e chiama la Suora: "Suora, guardi, che questa ammalata vuole i Sacramenti!" "Ah, sì, sì, ci penso io" promette la Suora.

Elvira se ne va a casa perché è l'ora di pranzo, però non è tranquilla. Sbriga alla svelta le sue faccende e, come atti­rata da qualcosa, torna giù all'Ospedale per vedere se la Suora ha fatto quanto ha promesso. Neanche per sogno! Allora lei stessa chiama Padre Angelo e lo trascina dall'am­malata che, appena si è confessata, muore.

Ora Elvira torna da Tilde e vede che, contrariamente al solito, non c'è nessuno dei suoi parenti. C'è solo un'amma­lata che le fa compagnia, appoggiata al suo letto. L'una e mezzo del pomeriggio. Ancora sotto l'impressione dell'espe­rienza avuta da poco, Elvira racconta quanto è successo all'altra ammalata e Tilde, nell'udire questo racconto, grida concitata:

"Signora, signora, chiami il prete, subito, anche per me, che non mi sono confessata bene. Corra! Corra!"

Elvira corre in cerca di Padre Angelo, ma saputo che è andato a letto, perché sta poco bene, si precipita fuori a chiamare il Parroco della vicina Chiesa del Suffragio. Tilde, sinceramente pentita, vuol fare la confessione pubblica di tutti i suoi peccati e poi dice ad Elvira: "Signora, si ricordi di dire tutto ai miei, quando vengono! Che facciano la Comunione anche loro!"

Quando, ricevuti ormai i Sacramenti, vede arrivare il mari­to, gli dice trionfante:

"Guarda che io ho fatto questo e questo e questo..." E lui, a denti stretti, risponde:

"Valà, che siti sera me, ta ne fevi!" (Và che se c’ero io non lo facevi!"

"Proprio così - pensa Elvira - Per questo il Signore ha permesso che io trovassi sola l’ammalata a quest'ora!"

Quella sera stessa Tilde muore.

 

ARMIDA

Un giorno portarono all'Ospedale una ragazza che, al­l'altezza della Madonna della Scala, si era buttata dal fine­strino di un treno in corsa. Veniva da Genova. Era molto malconcia, tumefatta in viso e con le costole rotte. Fortuna­tamente il figlio che portava in grembo era illeso. Elvira l'assistette con molto amore e quando, dopo qualche mese, la passarono all'Aiuto Materno, continuò a farle visita ogni giorno, a portarle il latte, a parlarle di tante cose buone.

Armida le aveva raccontato il suo dramma di ragazza sedotta dal giovane presso la cui famiglia prestava servizio ed Elvira le aveva più volte suggerito di raccontare tutto alla madre del ragazzo, ma lei non ne voleva sapere. Finalmente arrivò il giorno che diede alla luce una bella bambina per la quale Elvira, pur trovandosi in ristrettezze finanziarie, aveva preparato un corredino completo e che, naturalmente, ten­ne a Battesimo.

La povera ragazza meditava di abbandonare la sua crea­tura, nonostante la sua benefattrice la scongiurasse di non farlo. Elvira allora decise di scrivere alla madre del giovane responsabile e la risposta arrivò quasi subito: si comportasse bene che tutto si sarebbe rimediato. C'era un po' di speran­za, ma tutto qui.

Passano dei mesi. Armida viene dimessa dall'Aiuto Ma­terno ed Elvira se la prende in casa con la sua bambina. Un bel giorno, non risolvendosi la situazione, le viene l'ispira­zione di accompagnarla a Genova. Suonano a quella porta e viene ad aprire la stessa padrona di casa alla quale presen­tano la piccina come sua nipote. Fortunatamente la signora ha veri sentimenti cristiani ed accoglie mamma e figlia con buona grazia.

Elvira può così tornarsene a casa contenta per aver condotto felicemente a termine la sua missione. Dopo un po' le arriva la partecipazione di nozze.

 

ETTORE DI CESENA

Una sera viene a casa di Elvira una sua vicina, la Tonina, a supplicarla di andare da Padre Pio, per chiedere la conver­sione di un ammalato che le sta a cuore. L'ammalato, già molto grave, è senza Dio come tutti i suoi familiari e abita in una frazione di Cesena.

Elvira, pur essendo tornata da poco da San Giovanni Ro­tondo, dove ha accompagnato dei giovani di Lugo, accon­sente e parte subito.

Quando Padre Pio la vede, esprime la sua sorpresa dandole uno schiaffetto e dicendole:

"Ma tu sei ancora qui? E che vuoi?"

"Padre, sono venuta per uno che è malato nel corpo, ma lo è ancor più nell’anima, poiché non si confessa da cinquant'an­ni. " E il Padre, come sapendo che il viaggio è stato pagato dalla Tonina: "Benedetta quell'anima che ti ha mandata. Io preghe­rò, ma voi pregate molto."

Così Elvira torna a casa, dopo aver raccomandato al santo Cappuccino tutti gli altri suoi ammalati.

Intanto la Tonina ha tenuto "sotto osservazione" Ettore, per vedere se c'è in lui qualche piccola reazione, ma non ha notato nulla di particolare. Non c'è altro da fare che metter­lo in diretto contatto con Elvira, ma questa, trattandosi di una abitazione privata, ha qualche reticenza a presentarsi a casa dell'ammalato. Comunque, poiché si approssima la Settimana Santa, promette che pregherà per la sua conver­sione. La Tonina frattanto prepara il terreno dicendo ad Ettore che c'è una signora, che fa l'infermiera, che desidera andare a trovarlo.

Finalmente arriva il giorno fissato per la visita. Elvira e Tonina salgono sulla corriera che deve portarle a Cesena e, neanche a farlo apposta, vi trovano la figlia del malato che fa pesare su Elvira il suo sguardo ironico per tutta la durata del viaggio.

Elvira però, memore della promessa di Padre Pio, non se ne cura.

Entra coraggiosamente in quella casa e si mette a parlare di tante cose, ma si accorge ben presto che quella gente è completamente digiuna di istruzione religiosa e, quel che è peggio, ha il tipico atteggiamento di chi è convinto di essere "un dritto". Infine, con aria annoiata, la nuora le dice: "Signora, guardi, se proprio vuol venire su dall’ammalato, venga pure, tanto lui non capisce più niente..."

E’ una bugia bella e buona, perché non soltanto il malato capisce ma, avendo la porta della camera aperta, è stato ad ascoltare, con la massima attenzione, tutto quanto la visita­trice ha raccontato giù in cucina, alle sue donne. Quando Elvira gli si presenta, lui non può trattenersi dal dirle che non ha mai udito niente di simile in vita sua.

Viene subito conquistato dall'amabilità di questa infermie­ra eccezionale e lei ne approfitta per indagare se, per caso, non abbia sentito niente di particolare il giorno in cui è stato raccomandato a Padre Pio.

"Signora, guardi - confida Ettore - quel giorno m'è venuta in mente una cosa che non racconterei mai ai miei familiari, ma a lei la posso dire. Mi sono ricordato di quando sono passato alla Prima Comunione. Dopo di allora ho perso la via della Chiesa, mi sono fatto vecchio e non ho più pensato alla Religio­ne. Anzi, ho anche lasciato detto che non voglio il prete e che voglio i funerali civili."

Elvira non si scoraggia; prende a parlare di Dio, della sua misericordia, del perdono dei peccati e, alla fine, porge al vecchio Ettore il Crocifisso benedetto da Padre Pio, per farglielo baciare. Il malato lo stringe, lo bacia, scoppia in un pianto dirotto e, fissando il Cristo in croce, domanda: "Ma è vero, signora, che "Questo" mi perdonerà tutti i miei peccati?"

Poi aggiunge: "Se avrò la fortuna di guarirmi comincerò un’altra vita." "Senta - gli dice Elvira - il Signore l'ha già perdonata, però lei deve ricevere i Sacramenti. Faccia la Santa Pasqua. Io la preparo, poi, se vuole, andiamo a chiamare il prete. " "Subito ci vada! Ci vada subito!" Implora lui.

Elvira non se lo fa ripetere e, chiamata la Tonina, la spedisce in cerca del prete, nonostante i mugugni e le facce inorridite delle donne di casa. Arriva il Parroco tutto sorpreso, perché, pur essendo in quel paese da trent'anni, non ha mai potuto entrare in quella casa, nemmeno per la benedizione pasqua­le. Elvira stende sul comodino del malato il tovagliolino che porta sempre con se, accende due candeline, si inginocchia e recita il Confiteor; poi, quando il malato ha ricevuto la Comunione, si trattiene con lui per fargli fare il ringrazia­mento, mentre le donne scappano disotto, verdi per la rabbia.

Dopo un po' si sente al pian terreno un gran baccano: sono tutti i vicini e i parenti che le due donne hanno convocato e che ora vogliono bastonare il prete. Guardano in su con facce diaboliche, mentre sghignazzano all'indiriz­zo del malato: "Ettore, i t'ha purté e baghin?" (Ettore, ti hanno portato il maiale?)

Elvira s'affaccia al pianerottolo, poi scende le scale tremando, ma sempre fiduciosa nell'aiuto di Padre Pio, e si presenta a quegli energumeni a chiedere cosa ci sia da gridare tanto. "Il prete! Il prete!" urlano quelli.

"Ma cos'ha mai fatto questo prete! Ragioniamone un po' insie­me!"

Per tutta risposta quelli se la squagliano come la nebbia al sole.

Intanto il malato, traboccante di riconoscenza, non sa più staccarsi dal Crocifisso, tanto che Elvira decide di lasciar­glielo.

Oramai la sua missione è compiuta e lei può tornarsene a casa. Prima di partire, però, vuol fare una capatina nel Circolo che Ettore frequentava coi suoi amici, col pretesto di prendere un caffè. Come entra tutti si voltano a guardarla e le chiedono se è "quella che era da Ettore".

"Si, ero io e l'ho trovato in piena facoltà mentale e vi auguro che tutti voi facciate quello che ha fatto lui."

La guardano ammirati e le offrono il caffè. Elvira è anche molto carina e quando la bellezza si unisce alla virtù e al coraggio, soggioga sempre.

Espletato il suo compito, Elvira torna da Padre Pio a ringraziarlo per il miracolo ottenuto e il Padre le assicura che quell'anima è già a posto".

Nel frattempo Ettore muore e lo trasportano al cimitero col funerale civile, ma la sua anima ha già il passaporto per il Paradiso. Sicura di questo, dopo qualche giorno Elvira si presenta al Parroco di quel paese e gli dice: "Senta, Reverendo, dal momento che è morto in grazia di Dío, vorrei far celebrare delle Messe per lui. Lei intanto dica all’al­tare che il tal giorno ci sarà l'Ufficio funebre per Ettore. Se qualcuno vorrà intervenire..."

Nel giorno fissato la Chiesa è piena di gente. Ci sono tutti gli amici di Ettore, attenti e commossi, e, in prima fila, i parenti del defunto i quali, finita la Messa, chiamano Elvira, la ringraziano e la pregano di andare a pranzo da loro. Tra una portata e l'altra Elvira continua il suo apostolato e tutti i parenti si convertono fino al punto da additarle le case in cui avrebbe dovuto andare per convertire altre ani­me. Infatti ci fu una lunga catena di conversioni.

Dopo un po' di tempo il Parroco morì e la famiglia di Ettore espose la sua foto-ricordo nella propria stanza da pranzo.

 

DUE VECCHIE

Elvira e il marito, mentre sono alla ricerca di un nuovo appartamento, si imbattono, in Via Giordano Bruno, in un cartello d'affitto. Entrano a vedere l'appartamento e, senza rendersi conto delle molte scale e dell'eccessiva ampiezza delle stanze, decidono di prenderlo e stendono, lì per li il contratto. Dopo appena una settimana che ci sono dentro, si rendono conto che quella non era assolutamente la casa adatta per loro. Strano che non lo avessero notato subito! Qualche giorno dopo una signora che abitava nell'apparta­mento di fronte, incontrando sul pianerottolo Elvira, le parlò di due sorelle vedove che abitavano al primo piano dello stesso palazzo.

Erano una di 82, l'altra di 83 anni; totalmente miscredenti. Un lampo si fece nella mente di Elvira.

"Ah, ora capisco perché sono qui!" si lasciò sfuggire, ma la vicina, con un risolino scettico, cercò di smorzarne l'ardore: "Ah, signora, non ho potuto fare niente io; non farà neanche lei!" Elvira non ribattè, ma si mise subito al lavoro. Il giorno stesso andò a far visita alle due vecchie presentandosi come la nuova inquilina e dicendosi pronta a mettersi a loro disposizione se avessero avuto bisogno. Il giorno dopo tor­nò a trovarle e cominciò ad accennare alle cose di Dio, dato che si era sotto le feste pasquali. Una delle due vecchie si inalberò: "Signora, ma lei ci parla in una maniera che, se fosse stata un altra persona, l’avremmo mandata via, perché noi non siamo mai andate in Chiesa e abbiamo vissuto lo stesso."

C'era di che scoraggiarsi, ma Elvira non si arrese. Il terzo giorno rinnovò la visita portando con sè il disco su cui era incisa la voce di Padre Pio che recitava il Rosario. Sperava di convincere le due sorelle a recitare il Rosario con lei. Esse non conoscevano questa preghiera, ma una di loro si mo­strò disposta ad impararla. L'altra era più dura e scorbutica. Dopo qualche giorno la vecchia di 83 anni si ammalò di una forte influenza ed Elvira si mise ad assisterla con la sua solita abnegazione. Passati quindici giorni dalla malattia, si fece coraggio e le disse: "Senta, signora, come sarebbe bello mettersi in grazia di Dio! Non le pare?"

Dopo la prima Comunione quella poveretta non aveva più visto il prete nemmeno per la Benedizione Pasquale, ma ora era decisa a farlo venire. Elvira, col cuore che le scoppiava dalla gioia, corse a chiamare Don Renzini, il santo Parroco del Duomo.

Confessata l'ammalata, il sacerdote se ne andò promettendo di tornare il giorno dopo con la Comunione. Elvira però non era tranquilla e insistè: "No, gliela porti subito! Se fosse troppo tardi domani?"

La sua ansia si comunicò anche al prete che, dopo mezz'ora ritornò col Viatico.

Ancora una volta Elvira aveva visto giusto: il giorno dopo la malata non avrebbe potuto più ingoiare la particola, perché colta da paralisi.

Cominciò cosi per Elvira un duro periodo di sacrifici, durante il quale dovette prodigarsi notte e giorno attorno all'inferma, rinunciando persino ai suoi viaggi a San Gio­vanni Rotondo. La vecchia non parlava più; tutte le sue facoltà erano affievolite. Elvira la lavava, la incipriava, la riordinava acconciandole i capelli con due nastrini celesti, tanto che i padroni del negozio di fronte venivano spesso a vedere queste meraviglie della carità cristiana.

Pur non potendo parlare, la malata riusciva, inspiegabilmente, a rispondere all'Ave Maria, quando Elvira intonava il Rosario e, coi gesti che le erano consentiti, indicava alla sorella la corona, per esortarla a fare altrettan­to. Questa, però, era incrollabile.

Il dottore aveva detto che la malattia si sarebbe protratta per un mese, invece andò avanti per un anno ed Elvira era sempre lì con la sua amorosa assistenza.

Un giorno, prima che la malata passasse a miglior vita, la sorella chiamò Elvira e le disse a bruciapelo: "Signora, voglio confessarmi anch’io"

Quando fu in Chiesa davanti al prete gli disse apertamente che si era convertita per aver visto quello che la signora aveva fatto a sua sorella.

Nessuno dei parenti, infatti, era stato capace di portare aiuto a quella disgraziata, nemmeno la figlia che si presentò solo alla fine a prendere i soldi, rispondendo con minacce alla zia che tentava di opporsi, mentre la moribonda vedeva e capiva.

Solo Elvira accompagnò la salma al Camposanto e un suo protetto che era capitato da lei quel giorno.

"Eh, sì, costano tanto le anime!" Ora commenta. Poi, con la sua solita modestia, per riportare a Dio ogni merito, ag­giunge: "Però se il Signore mi avesse fatto vedere tutte quelle scale, quel giorno, io non ci sarei andata davvero ad abitare in quell'ap­partamento!"

 

IL MARINAIO DEL PORTO

Per un certo periodo Elvira aveva assistito all'Ospedale una donna di nome Tullia che non aveva potuto nasconder­le la sua preoccupazione per il marito miscredente. Elvira lo raccomandò vivamente a Padre Pio e poi un giorno, armata di coraggio, si presentò alla sua casa per avere un colloquio con lui. Era un marinaio del porto.

Lo trovò che si era appena alzato dal letto e gli corse incontro con fare cordiale e disinvolto:

"Dado giù da Padre Pio - gli disse mettendogli una mano sulla spalla - Ha bisogno di niente? Che cosa gli devo dire?" "Io in Chiesa non ci vado. Non credo - rispose burbero lui - Dica quel che vuole. "

Al ritorno da San Giovanni Rotondo, Elvira si affrettò a portargli la benedizione del Padre:

"Sa ... però il Padre ha detto che deve mettersi a posto. Venga a Santa Chiara, se nella sua Parrocchia si vergogna. " Erano più di quarant'anni che egli non andava in Chie­sa, ma Elvira riuscì a farlo confessare e comunicare, convin­cendolo poi anche a fare i Primi Nove Venerdi del mese. Puntualmente lui si presentava all'appuntamento mensile nella Chiesa dei Paolotti e si metteva vicino a lei per farsi vedere, sorridendo con aria commossa:

"Signora, ho trovato la strada giusta" diceva.

L'ultimo venerdì Elvira andò a trovarlo a casa; lo vide molto contento. Nel pomeriggio di quello stesso giorno, mentre lei era all'Ospedale, qualcuno la chiamò: "Signora Elvira, venga, c'è un caso grave!" Precipitato da una scala a pioli, su cui era salito per imbian­care la facciata della sua casa, il marinaio del porto era ora lì. Il Signore, nella sua misericordia, era venuto a prenderlo allo scadere dei Nove Venerdì e aveva voluto che a conse­gnarglielo per l'eternità fosse proprio colei che gli aveva salvato l'anima.

 

CONCLUSIONE

Concluderemo dicendo come quest'ansia per la salvezza delle anime non si è per nulla spenta in Elvira, anzi, essa è tale che condiziona tutta la sua vita. Per queste anime che hanno bisogno ella non esita a sottoporsi ancora a sforzi e sacrifici che sarebbero deleteri per la sua età, se non fosse sostenuta dall'Alto. Oggi sono intere famiglie che, grazie a lei, si riaccostano ai Sacramenti e, prese dal suo ardore apostolico, si danno a loro volta a una meravigliosa opera di evangelizzazione.

 

CAP. III

AMARE CON LE OPERE

La carità verso il prossimo, per essere tale, deve essere soprattutto efficiente, cioè non deve consistere in sole espres­sioni del labbro, ma deve tradursi nelle opere e spingerci a fare realmente al nostro prossimo tutto il bene che possia­mo, quel bene che vorremmo fosse fatto a noi stessi. Non sono infatti le chiacchiere che provano il nostro amore, ma i fatti. Gesù ce lo ha fatto capire magnificamente nella famosa parabola del Buon Samaritano. Dobbiamo sempre andare incontro alle necessità del prossimo, che possono essere necessità di corpo e necessità di anima. Ecco qui, infatti, i grandi motivi su cui si fonderà la suprema sentenza finale: l'esercizio delle opere di misericordia.

Mamma Elvira ha sempre sentito fortemente quest'ob­bligo. Sospinta da una singolare fiamma di carità, che dal suo gran cuore divampa dovunque il bene le si presenti come possibile, ella ha sempre fatto della generosità il suo "modus vivendi": generosità materiale nelle opere di miseri­cordia corporale, generosità morale nelle opere di miseri­cordia spirituale.

Uno degli insegnamenti più importanti che Mamma Elvira impartisce a chi la segue è quello di non sprecar denaro in cose superflue, di conservarlo per poter fare del bene, `perché - dice - di là ci portiamo solo il bene che avremo fatto. "In assoluta opposizione al consumismo, ella insegna la semplicità del modo di vivere, la moderazione, lo spirito di economia, il distacco dal lusso e dalla cupidigia.

È chiaro che questo richiede il possesso di un ideale superio­re a quello terreno, e siccome lei ce l'ha, non è felice se non lo comunica agli altri. Sa infatti che non c'è pace nei cuori se la ricerca di una floridezza terrena va disgiunta dal santo timor di Dio e dal rispetto per la sua legge eterna, partico­larmente per quella che comanda: "Amerai il prossimo tuo come te stesso."

 

VISITARE GLI INFERMI

Data la sua lunga esperienza e la bontà del suo cuore, nessuno forse sa insegnare meglio di Elvira quale deve essere il comportamento con gli ammalati: come non ci si deve rammaricare dei sacrifici, delle veglie, delle privazioni per poterli aiutare; come si debba far tutto volentieri sopportan­do pazientemente le inquetudini, le tristezze, i lamenti che accompagnano di solito le dolorose infermità. E come questo si possa fare solo considerando nel prossimo sofferente la persona stessa di Gesù Cristo. Con questo spirito lei ha trascorso buona parte della sua esistenza tra i miasmi di un ospedale e il contatto ributtante di tutte le miserie umane.

Una volta avevano portato nella camera d'ospedale dove lei assisteva da qualche giorno una malata, un'altra donna a cui era stata amputata una gamba. Vedendola tanto biso­gnosa, Elvira le si dedicò con grande sollecitudine, suscitan­do, senza volerlo, la gelosia dell'altra che, a un dato punto, accecata dall'ira, le scagliò in viso le proprie feci. Come reagì Elvira? Andò semplicemente a lavarsi e a disinfettarsi e poi tornò in camera più bella e più sorridente di prima. "Ah, poverini ... !Ammonisce ancora oggi - bisogna compatir­li i malati, se diventano egoisti e gelosi. È la malattia che li rende così!"

Tra i tanti episodi riguardanti i malati da lei assistiti, Elvira ricorda con predilezione, per l'insegnamento che ne scaturisce, quello di una certa Giuseppina Gaudenzi. Elvira andava spesso a trovarla a casa sua e, pur essendo lei stessa in condizioni non certo agiate, le portava sempre qualche cosa. Un giorno capitarono da questa malata certe signore con dei cartocci: di zucchero, di carne o d'altro. Giuseppina però non si voltò neppure a parlare con loro e quando furono andate via, disse ad Elvira: "Mi dia quei cartocci!" E li scaraventò contro il muro. "Che cosa me ne importa a me della carne e dello zucchero? Io voglio quello che mi dà lei!"

Voleva dire: il calore umano, l'affetto, che era ciò che Elvira sapeva profondere con generosità.

Ancora oggi Mamma Elvira ammonisce: "È inutile andare dagli ammalati se si ha il cuore freddo, se non si sente trasporto! E un'offesa per loro!"

Tutti sappiamo quanto gli infermi abbiano bisogno di conforto in mezzo ai dolori e quanto giovi al loro morale la presenza di una persona amica che dica una buona parola e li incoraggi alla pazienza, alla rassegnazione cristiana.

Se poi qualche infermo è da molto tempo lontano da Dio o ha vincoli peccaminosi da sciogliere o obblighi gravi da compiere, allora quale opera preziosa può svolgere chi lo aiuta a mettere a posto le partite della coscienza, a santifica­re i suoi ultimi patimenti e disporsi così al gran passo dell'eternità!

Elvira in questo è insuperabile. Con poche parole, ma appropriate e ripiene dell'unzione della carità, riesce a ri­condurre a Dio anime che sembravano perdute e risolvere casi che sembravano insolubili.

C'è chi, prossimo ormai alla morte, cerca di lei solo per sentirla parlare di Dio e della Madonna e si prepara alla S. Comunione con l'impazienza di un innamorato. Elvira sa veramente trasfondere negli altri il suo sconfinato amore per Gesù e staccare le anime dal mondo. Tutte, indistinta­mente, sotto il benefico influsso di lei, arrivano all'accetta­zione serena della morte.

A questo proposito merita di essere ricordato il caso di Gioconda Bernardi di Pietracuta.

Era una ragazza di vent'anni che pareva nata per effondere intorno a se la gioia di vivere. Colpita da un male incurabile alla gamba sinistra, non sapeva rassegnarsi alla morte. Vole­va guarire ad ogni costo. La zia di lei, avendo saputo che la signora Elvira si recava spesso da Padre Pio, decise di andar­la a trovare per pregarla di far visita alla nipote e portarle un po' di conforto. Era preoccupata anche perché la povera ragazza non voleva chiamare il prete in casa, per un certo amor proprio, illudendosi sempre di potersi alzare per anda­re a confessarsi da sola.

Elvira accondiscese subito alla richiesta della signora Cleide e si recò a far visita alla malata, alla quale disse che sarebbe andata presto da Padre Pio e che gli avrebbe parlato di lei.

"Cosa vuole che gli dica?" Le chiese.

"Dica che faccia quello che vuole" fu la brusca risposta. Quando Padre Pio ebbe conosciuto il caso, disse ad Elvira: "Per lei c'è il Paradiso, ma io l'assisterò fino alla fine per le preghiere tue e per quelle di quelle anime sofferenti che tu hai fatto pregare. "

Infatti, quasi al sommo del Calvario, mentre si accen­tuava in Gioconda la trasparenza del volto e la lucentezza azzurra degli occhi, avendo il male ormai invaso anche tutto il polmone, si accentuava in lei, palesemente, anche una dolce rassegnazione alla volontà di Dio, finchè un giorno, sentendosi prossima a lasciare questa terra, volle radunare intorno al suo letto tutte le ragazze dell'Azione Cattolica per raccontar loro quanto sia bello morire. Alla madre che le stringeva la mano ormai fredda, disse:

"Non piangere, mamma, per me la morte è una carezza. Tu lo sai quanto ho sofferto. Non dobbiamo morire tutti?" Pregava precedendo con chiare parole la corale preghiera di tutti i presenti. Alla sorella Maria che le chiedeva quanto tempo era che non dormiva, rispose:

"Dormirò finalmente il sonno dei giusti. "

Poi, mentre il sacerdote le si accostava con la Santa Eucarestia, sussurrò con espressione raggiunte: "Grazie, Padre Pio, di avermi portato il Signore. "

"Ma dov'è, Gioconda, Padre Pio?" Chiese la sorella Maria. "Qui, vicino a me. Ora non ho più paura di niente. "

A chi le prometteva una successiva visita per quella stessa sera rispondeva:

"Questa sera non ci sono più." E, mostrando le cinque dita, aggiungeva: "Ancora così." Ed era mezzogiorno.

Alle cinque del pomeriggio, infatti, spirava col sorriso sulle labbra dicendo:

"Ecco là il Paradiso di Padre Pio!"

Elvira arrivò in tempo per i funerali e constatò come davvero sembrava che la defunta dormisse il più sereno dei sonni in quella bara inghirlandata di fiori.

Più tardi i genitori le scriveranno: "Gentile signora, il ricordo soavissimo della morte di Gioconda si associa nel nostro spirito alla sua dolce immagine e benediciamo il traspor­to veramente materno con cui compì la sua missione presso Padre Pio che consolò il trapasso così edificante della nostra figliuola. Lei sarà per noi la più grande amica e ci lusinghiamo di rimanere nel suo grande cuore come tanto desideriamo... "

 

CONSOLARE GLI AFFLITTI

Sappiamo purtroppo che afflizioni e patimenti ci circon­dano da ogni parte, poiché sono il retaggio nostro nella vita presente. Neppure le persone che all'apparenza si direbbero le più fortunate, ne vanno esenti. Ebbene, Gesù ci ha insegna­to che portare la parola di conforto a queste anime tribolate è un'opera di carità che non cadrà invano davanti a Dio.

Mamma Elvira ce ne dà l'esempio: ella sa veramente piangere con chi piange e partecipare con tutto il cuore alle amarezze del prossimo. Quanto sia grande il potere che ha di consolare gli afflitti può dirlo chiunque l'ha avvicinata, dato che, come lei dice, non c'è nessuno che non abbia qualche croce da scaricarle addosso.

Molto significativa è, a questo proposito, la testimonianza seguente:

"Ho incontrato la MAMMA, per la prima volta, il 13 dicembre del 1984. Non ero mai stata a Rimini, nè conoscevo nessuno. Rimini ... era per me solo un puntino segnato sulla carta geografica. Mi trovavo in un momento molto doloroso della mia vita, quando una signora mi ha parlato di `Elvira Gazzoni'; perché questo è il suo nome, come di qualcuno molto disponibile, sollecito nel venire in aiuto e soprattutto che sa ascoltare con squisita carità; mi ha chiesto se volessi incontrarla e siccome, dentro di me ho sentito subito un tuffo al cuore, naturalmente ho accettato.

Rimini... eccoci qua! Siamo davanti alla porta della Mamma, suoniamo il campanello, entriamo nella sua casa. Finalmente eccola! Mi colpiscono subito i suoi occhi dietro la montatura leggermente cerchiata di scuro, il suo sorriso, un sorriso dolce, accattivante, e quello sguardo profondo che sembra voler dire molte cose.

Subito un senso di calore mi avvolge, come un caldo mantello e il mio cuore dolorante e indurito dallo sforzo di sembrare indifferente, si scioglie in una emozione profonda.

Sono sola con la Mamma in un piccolo andito dove spicca, su un altarino in angolo, la statua della Madonna di Lourdes. Un drappo rosa con una cascata di fiori scende dal soffitto fino all’altare e le fa ala.

Tutto è pace! Pace! Quiete... !

La Mamma mi parla! Scaturisce da lei questa capacità di intuito e di ascolto del prossimo, comprovata da ben sperimen­tata sofferenza, che rende manifesta la sincerità dell’amore verso Dio, simile all’oro che viene purificato dal fuoco del crogiuolo.

Non è alta di statura, ma l'impressione è che lo sia, che la sua figura sia imponente, forte, tale da potercisi appoggiare; è dolce candida e sincera come il grembiule che indossa. Dice poche parole, tenere e sagge come solo una madre può fare e l’unico desiderio è di restare lì, assaporare fino all ultimo quella pace, ascoltare la Mamma e posare il capo sul suo cuore.

Il colloquio è finito. La Mamma saluta, ma non è un addio e fino ad ora non lo è mai stato.

Da allora ho avuto modo di conoscerla più da vicino, di constatare quanto bene fa, dimenticando se stessa, nel suo apostolato, nella cura delle anime e nelle sue visite agli infermi. Anima operosa e umilissima; grande nell’essere umile e nel­l’umiliarsi, silenziosamente nasconde nella sua letizia il sacri­ficio di una completa immolazione. Lei fa la parte della Veronica nell’asciugare il volto dei fratelli stanchi e del Cireneo quando aiuta a portare la croce... E tutto questo all’ombra della discrezione e del silenzio. Ovunque vada porta la luce: i volti si illuminano e i cuori palpitano di amore e di riconoscen­za per il bene che ricevono.

Figlia spirituale di Padre Pio, ha attinto da lui un’instan­cabile fermezza di carattere, uno spirito ardente che la spinge da un capo all’altro dell'Italia e non, per porgere la sua mano a chi ha bisogno di una parola di conforto, di essere riavvicinata al Signore, a cui ella ha offerto le sue sofferenze per la salvezza delle anime.

Alle parole della Mamma risuonano nell’anima verità dimenti­cate che colpiscono senza ferire, illuminano senza umiliare, senza spaventare. E mentre fa riflettere su una interiorità píù profonda, richiama ad una vita diversa, da vivere come una missione.

La Mamma non ha fretta, sa come trattare ognuno, lei va con i tempi del Signore, diversi dai nostri, e conduce fino infondo alla via chiunque si accosti a lei".

 

PERDONARE LE OFFESE

Non c'è niente che ferisca di più il cuore umano come il vedersi ripagati con l'ingratitudine e la calunnia da coloro che abbiamo beneficato. Mamma Elvira conosce fino in fondo l'amarezza di questo calice che è, del resto, lo stesso calice di Gesù, ma, ad imitazione del suo maestro, ella ha sempre saputo porgere la mano ai suoi nemici, pronta ad offrire il suo perdono e la sua amicizia a chi le ha fatto del male.

Una volta una sua seguace, per gelosia, si era staccata da lei e ne andava sparlando con tutti. Quando Elvira seppe che era finita all'ospedale con un tumore che stava portan­dola alla tomba, preparò una bottiglia di acqua di Lourdes e gliela mandò con un biglietto in cui le diceva che a Lourdes l'aveva tanto raccomandata alla Madonna, che non la dimenticava mai nelle sue preghiere, che le era sempre affezionata e che, se voleva, sarebbe andata a trovarla al­l'Ospedale.

Intanto diceva: "Alle volte, chissà, facendo un atto di umiltà, che non si riesca a recuperare quell’anima!"

Ad un'altra mandò una lettera affettuosa con un invito a venire un giorno da lei, a passare con lei almeno una mezza giornata, a stare a pranzo a casa sua. Diceva: "So che è andata sparlando di me e mi dispiace per lei, perché è una buona donna e voglio farle sapere che io le voglio sempre bene. "Povera Mam­ma! E sempre pronta ad aprire le braccia a chiunque ritorni, anche dopo vent'anni, anche dopo averle fatto tanto del male, memore come ella è delle parole di Gesù: "Se non perdonerete agli uomini i loro mancamenti, neppure il Padre celeste perdonerà a voi i vostri. "

 

SOPPORTARE PAZIENTEMENTE LE PERSONE MOLESTE

Fra tutte le opere di misericordia la più difficile, forse, da mettere in pratica è quella di sopportare pazientemente le persone moleste, ma Elvira sa compiere egregiamente anche questa.

A qual grado di eroismo sappia giungere in tale sopporta­zione lo dimostra chiaramente l'episodio seguente: Quando abitava vicino allo Stadio. Elvira aveva fatto la conoscenza di Giuseppina Galli, una povera ragazza di 26 anni uscita dal manicomio. Gliel'aveva raccomandata la maestra Frangipane e lei si era recata subito a farle visita. L'aveva trovata in casa tutta nuda, con un gran turbante in testa. Come si presentasse la casa è difficile dirlo. C'erano dovunque mucchi di immondizie: teste di pesci, ossa, reci­pienti colmi di urina, panni sudici sotto la tavola... La povera ragazza aveva la mania di accumulare e di conservare tutto. Elvira entrò subito nelle sue simpatie e dopo undici mesi che quella creatura non usciva di casa, potè indurla ad uscire per fare una passeggiata. La condusse lungo Viale Tripoli fino dai Salesiani per fare una visita a Gesù Sacra­mentato. Per la strada Giuseppina si fermava ad ogni passo e, sollevando ora un piede ora l'altro, mostrava ad Elvira la suola delle scarpe per chiederle se "si era attaccato niente". Come Dio volle arrivarono a destinazione e la gratitudi­ne della ragazza per quella passeggiata fu tale che, al ritorno, non volle più saperne di staccarsi dalla sua nuova amica e si diede ad insistere per essere condotta a vedere la sua casa. Elvira dovette accontentarla e ricorrere poi a tutta la sua forza persuasiva per ricondurla via.

Da quella volta Elvira si recò ogni giorno a trovarla per parlarle di Padre Pio e convincerla a riordinare la casa. Ottenne così di poter fare una buca nell'orto e di buttarci tutti quei rifiuti che da tempo avevano trasformato la casa in un porcile. Purtroppo però il giorno dopo, mentre Elvira ripensava con soddisfazione a questa vittoria che aveva otte­nuto, Giuseppina estraeva dalla buca i suoi rifiuti e riporta­va tutto amorosamente in casa.

Era proprio un caso disperato.

Non c'era che Padre Pio che potesse fare qualcosa per lei ed Elvira pensò di condurgliela. Si misero in treno per San Giovanni Rotondo. Giuseppina aveva due enormi sporte, piene di cartocci dal contenuto indefinibile, che si stringeva gelosamente al petto litigando con tutti i compagni di viaggio.

Come furono giunte a destinazione, Elvira corse subito dal Padre a dirgli chi aveva condotto con se e lui, per tutta risposta, disse: "E mandala a Messa!" Non era un'impresa facile, ma finalmente fu possibile convincere la povera ra­gazza che si piazzò nel mezzo della Chiesa sul suo seggiolino, senza più volerne sapere di confessarsi.

Elvira era disperata e non sapeva più che cosa fare. Domandò a Padre Pio:

"Devo portarla a casa o in manicomio?"

"Né a casa sua, né in manicomio - rispose il Padre - A casa tua".

Elvira non protestò: del resto sapeva di doversi aspettare ogni genere di prove. E non protestò nemmeno il marito quando si sentì proporre un'ospite che, a tavola, mangiava tutto lei, che, se si offriva di far le pulizie, ammucchiava l'immondizia negli angoli più impensati, quando non se la metteva in tasca, che si immergeva, con addosso vestiti e scarpe, nella vasca da bagno inondando tutta la casa.

Dopo quattro giorni Elvira, non potendone più, decise di riportarla a casa sua. Ebbene, la mattina dopo, al mo­mento di mandare ad effetto il suo proposito, venne colta da un così forte dolore che non potè alzarsi dal letto. Passò così venti giorni inchiodata a letto con l'assistenza di quella povera matta che non l'abbandonava un istante e parlava, parlava senza posa, interrompendosi soltanto per baciarle ogni tanto i piedi in segno di riconoscenza. Anche le spese del suo mantenimento gravavano tutte sulle spalle dei suoi benefattori, poiché i parenti di Giuseppina se ne disinteressavano completamente.

Finalmente Elvira ottenne di far accogliere quella povera ragazza dall'Istituto Maccolini. Ve la condusse e le mostrò la stanza che avrebbe dovuto occupare, della quale Giuseppina si mostrò entusiasta, ma quando fu il momento di dividersi dalla sua benefattrice, pregò tanto di poter restare ancora una settimana con lei che, pazientemente, Elvira se la riportò a casa. Dopo un po', ambientatasi nell'Istituto, la ragazza sem­brò riprendersi ed Elvira le trovò un lavoro presso una fabbrica di scatole di cartone. Era però destino che questa storia si concludesse tristemente. Qualche tempo dopo, infatti, la ragazza finì nuovamente in manicomio.

 

TUTTO QUELLO CHE AVRETE FATTO AL PIU’ PICCOLO...

Se le sofferenze degli adulti trovano sempre il cuore di Mamma Elvira aperto alla compassione, che dire di quelle dei bambini?

Per i piccoli ella ha sempre dimostrato una tenerezza parti­colare ed essi si sentono attratti da lei, affascinati dalla sua dolcezza. Le si mettono accanto felici di una sua carezza, fieri quando possono eseguire un suo ordine. Elvira offre loro spesso confetti e biscotti e gode nel vederli mangiare. Dice sempre che quando è coi bambini si sente rinascere e dimentica ogni amarezza.

Quando un bambino soffre ella ne è straziata ed è capace di sobbarcarsi a qualsiasi sacrificio pur di sottrarlo al male. Si è potuto vederla per ore ed ore reggere fra le braccia una povera bambina spastica che la madre le portava ogni estate da Napoli, perché soltanto fra le sue braccia la povera creatura trovava un po' di tranquillità. Per lei Elvira si rassegnava ogni anno allo spossante viaggio in treno fino a Napoli in piena calura estiva, per accompagnare poi mam­ma e figlia a Lourdes a implorare ostinatamente una grazia che il cielo sembrava non voler concedere.

Nel suo ricordo le piste di cemento degli aeroporti, battuti dal sole diventavano poi un incubo. Ciò nonostante era sempre pronta a ricominciare da capo.

Però se Elvira sente pietà per le miserie fisiche dei bam­bini, più ancora la commuovono le loro carenze affettive, lo stato di abbandono in cui molti di essi vengono a trovarsi.

È particolarmente sensibile alla sorte degli orfani e dei poveri bambini abbandonati; lo è sempre stata. Davanti a certi casi è davvero capace di smuovere cielo e terra. Quan­do era ancora vivo suo marito egli le era di validissimo aiuto nello svolgimento di ogni prassi burocratica e fu cosa che molte creature poterono trovare un'assistenza e un rifugio. Citeremo solo un episodio che illustra sufficientemente questo delicato settore dell'apostolato di Elvira.

 

ARGENTINA

Argentina era ammalata, all'Ospedale. Aveva quattro figli e il marito in America. Il marito le mandava abbastanza per mantenere la famiglia, ma lei era sempre in miseria perché non sapeva amministrare il denaro.

Elvira la curò finché la vide tornare a casa guarita, per quanto ancora sotto il controllo del Dottor Malatesta. Un bel giorno il Dottore mandò a chiamare la signora Elvira e le disse:

"Signora, vada a vedere di questa donna, perché ho saputo che vuol scappare via. "

Quando Elvira arrivò a casa sua, Argentina era già scappata abbandonando i quattro figli. C'erano, sì degli zii che abi­tavano vicino alla loro casa, ma non si curavano di loro. Elvira senti tanta compassione per questi poveri orfanelli che un giorno chiese a un loro zio il permesso di fare la domanda per metterli in collegio. Lo zio rifiutò.

Elvira però non si dette per vinta e, avendo avuto l'indi­rizzo della madre, le scrisse per avere il consenso. Come l'ebbe ottenuto, cominciò a bussare alle porte di tutti i collegi per sistemare quei quattro fratellini. La femmina, più grandicella, fu accolta dalle Stimmatine, gli altri dalla "Mater Dei". Anzi, le Suore, avendo saputo il caso, si disse­ro disposte ad accogliere anche la madre. Elvira corse allora a Bologna per rintracciarla all'indirizzo che aveva avuto, ma non la trovò. Quella sciagurata chiedeva, si, ogni tanto notizie dei figli, ma non si fece più vedere.

Elvira continuò a visitare regolarmente questi bambini, ai quali portava sempre qualche cosa, finché arrivò il mo­mento che Bruna, la bambina più grande, dovette passare alla Comunione.

Emozionata come se si trattasse di una sua figliuola. Elvira la portò a casa sua per farle fare la Confessione generale, ma dopo la Confessione la vide triste e pensierosa. Alle sue domande la bambina rispose che non si era confessata bene, perché aveva una cosa che non poteva dire. Sollecitata amorevolmente alla confidenza, raccontò poi come un suo zio l'avesse violentata. Elvira ne fu sconvolta e, avendole frattanto trovato un posto a servizio presso una signora, perché in collegio non potevano più tenerla, raccomandò vivamente alla signora di non mandarla fuori da sola, di aver cura di lei come si farebbe con una figlia, ma si ebbe come risposta: "Signora, io la prendo come donna di servizio, non come figlia!"

Allora, come solo il suo grande cuore poteva suggerirle, Elvira se la prese in casa con se, finchè la Madonna provvide a farla ricongiungere coi fratelli.

 

CAP. IV

ELVIRA OGGI

Col passare degli anni l'attività di Elvira non si è ferma­ta, anzi si direbbe che più diminuiscono le sue forze fisiche, più s'accentua in lei la capacità d'azione e il potere di conquistare anime.

Per giungere fin qui, però, quante difficoltà ha dovuto superare! L'incomprensione, la persecuzione, l'invidia, la gelosia le hanno ingombrato il cammino, ma lei è sempre stata sorretta da Dio che non poteva mancare in suo aiuto, perché lavorava per la sua gloria e cosi ha potuto farsi strada, tra maree altissime e voragini spaventose, passando di vittoria in vittoria.

Padre Pio aveva ben capito di che stoffa fosse quella "paesana": una donna spinta all'impegno sociale da profon­de motivazioni interiori, una donna dolce e combattiva, dotata di intuito e di sensibilità, di forza di volontà e di capacità operativa, ricca di comunicativa, disponibile alla donazione di se e al servizio.

L'ebbe cara come figlia spirituale sapendo che il chicco, gettato in quel terreno, avrebbe fruttato il cento per uno.

Oggi Elvira è, a sua volta, la MAMMA di una numerosa figliuolanza spirituale; è circondata da persone che la ama­no e confortata dalla stima di molti sacerdoti. Ispira in tutti una grande fiducia, perché è una donna di molto buon senso, ben illuminata dalla ragione, equilibrata, padrona di se. Quando deve prendere qualche decisione esamina con maturità le cose, soppesando bene il da farsi, circospetta, cauta, previdente. A questa sua prudenza, però, va congiun­ta una volontà ferrea che non la fa arrestare davanti a nessuna avversità e, senza lasciarsi smontare dalle obiezioni degli altri, quando vede che una iniziativa è conforme alla volontà di Dio, anche se appare difficile e rischiosa, vi si lancia decisa ad arrivare fino in fondo.. Nel sopportare le contraddizioni rivela una fortezza invincibile, una pazienza sovrumana. Sopporta ogni male sempre vedendo la sapiente mano di Dio che tutto dirige per il felice compimento della sua volontà.

Quello che incide soprattutto nelle anime, però, è la carità, da lei veramente vissuta ed espressa nelle forme più calde, in tutte le circostanze in cui è chiamata a trovarsi. E l'amore alla base di ogni sua azione: veramente la si direbbe nata per gli altri. Nessuno sa piegarsi sulle miserie dei fratelli con tanta sollecitudine, con così commossa parteci­pazione come sa fare Elvira. Chiunque l'abbia avvicinata ha sperimentato il balsamo di questa sua bontà, perché lei sa darsi tutta a tutti, sempre, completamente incurante di se stessa. Conosce le dimensioni reali delle cose e delle vicende umane e non si sconcerta dinanzi ai limiti delle persone e delle situazioni, per cui tutti si trovano a proprio agio davanti a lei.

Forse pochi sacerdoti al mondo ebbero le confidenze che Elvira ha dalle anime e lei, dal cuore veramente sacerdo­tale, convoglia ogni anima a Dio con saggezza, con fran­chezza e con carità sublime. È sempre pronta a coprire col velo pietoso dell'anonimato chiunque vada da lei per avere un colloquio a cuore aperto e questa precauzione raggiunge addirittura lo scrupolo quando si tratta di sacerdoti. Usa sempre una grande discrezione e non indaga più in là di quanto le si dice, estremamente rispettosa della libertà al­trui.

È categorica nel giudicare, ma altrettanto magnanima nel compatire.

È difficile che chi ha parlato con lei non se ne parta col serio proposito di emendare la propria vita. C'è chi, dopo aver fatto le prime conquiste spirituali, le scrive:

"Signora, volevo dirle questo: sapesse come sono cambiata! In quest'ultimo periodo, dopo la rivoluzione interiore, ho avuto tanti lumi di grazia ai quali, per quanto ho potuto, ho risposto. Tramite il suo aiuto, signora Elvira, sono riuscita a rinunciare a tutte le cose vane: sigarette, giornali, televisione. Ho usato il tempo, che impiegavo in queste stupidaggini, per pregare. Come mi sento più contenta! Quanta gioia provo dentro! Ogni soffe­renza la offro alla Madonna e così la sento più leggera. Avevo bisogno di dirgliele queste cose, perché, come non si può tenere per sé tanta tristezza, così non si può tenere neanche tanta gioia...

Quando ha preso un'anima a carico, Elvira non la lascia più per nessuna ragione al mondo e la segue, da vicino e da lontano, con puntigliosa fedeltà. Si sa di certi convertiti di Bologna che lei ha continuato a seguire dopo la conversio­ne, accompagnandoli per ben tre anni consecutivi a Lourdes. "perché - dice - certe anime non si possono abbandonare, altrimenti si perdono ancora".

Le sue periodiche visite alle pecorelle che ha ricondotto all'ovile, se hanno la parvenza di un normale "saluto ad amici" hanno però lo scopo recondito di spegnere i dubbi, di rafforzare nella fede, di additare nuove mete da raggiun­gere nel cammino spirituale.

Molte sono le persone che sollecitano una sua visita a domicilio, talvolta con insistenti pressioni, per i più svariati motivi. E lei va, portata dalla sua fedele autista, percorrendo anche mezza Italia, se occorre, naturalmente senza preten­dere nessun compenso. Va per portare nelle case, dove è accolta come un angelo venuto dal cielo, la preziosa conso­lazione della sua fede ardente e della sua preghiera serafica. Dice quel che le viene da dentro e i suoi consigli saggi sono seguiti e le sue parole ispirate scendono nei cuori e ne addolciscono le piaghe più crude.

Più spesso però sono gli altri che vengono da lei, anche da lontano, per sottoporle i loro problemi e chiederne la soluzione. Lei è pronta nel comprendere e meravigliosa nel confortare.

Chi l'ascolta, dopo averle confidato una pena, o un dubbio, o un errore, ha l'impressione di ricevere non delle parole soltanto, ma un aiuto effettivo, reale, grazie al quale ogni affanno scompare. Tutti sentono di poter contare su di lei e sulla forza impetratrice della sua preghiera.

Certi giorni la casa di Mamma Elvira è un porto di mare. Chi parte... chi arriva... Una sequela ininterrotta di visite, alcune preannunciate per telefono, altre impreviste, che mettono a dura prova la resistenza fisica di questa creatura già tanto provata da malanni e sofferenze di ogni genere. Lei accoglie i visitatori con largo senso di ospitalità, facendo di tutto per metterli a loro agio, preoccupata dei loro mali fisici e dei loro problemi, ma soprattutto della salute della loro anima.

Chi entra nella sua casa è subito pervaso da un ineffabile senso di pace interiore e non vorrebbe più andarsene via. Si sente che accanto a lei si respira un'aria particolare: di pace pur nella lotta, di gioia pur nella sofferenza, di coraggio anche fra tante difficoltà, di sicurezza e di fiducia e tanto più queste sensazioni dilatano il cuore quanto più si ha fede in lei e obbedienza.

Fedele al compito che le è stato assegnato da Padre Pio, quello di assistere i malati, Elvira dà a questo impegno la preminenza assoluta su ogni altro, senza tenere in alcun conto nemmeno la propria salute e si porta ancora da un ospedale all'altro, dovunque vi sia un malato che domanda di lei. Quando, in mezzo alle più grandi sofferenze, è im­possibilitata a muoversi, un sol pensiero l'assilla: "I miei malati! I miei malati!" E invece di gemere sui propri mali la si ode compassionare ora l'uno ora l'altro dei suoi pazienti rammaricandosi di non poter andare da loro a portare il suo aiuto e il suo conforto.

Naturalmente non è soltanto la preoccupazione per i mali fisici del prossimo che spinge Elvira a muoversi, ad andare dall'uno o dall'altro, ma è soprattutto l'ansia per la salvezza di queste anime, perché lei sa che spesso, ottenuta la guarigione del corpo, i suoi pazienti, per un senso di gratitudine, sollecitati da lei, si riaccostano a Dio. E questo è ciò che le sta a cuore più di ogni altra cosa al mondo. Ella è investita in tutto il suo essere dal dolore di vedere che tanti cristiani sono diventati spregiatori dei Sacramenti e della Grazia e, sentendo in tutta la sua drammaticità il male del tempo in cui le tocca vivere, si offre con commovente slancio a ogni sorta di sofferenza per il loro ravvedimento. Avverte fino in fondo la preziosità della sofferenza come mezzo di espiazione soddisfatoria per tutte le anime a lei congiunte attraverso il Corpo Mistico e la sua eroica abne­gazione è per tutti un insegnamento e un esempio. È parti­colarmente impressionante questo suo richiamo al valore della sofferenza e del patire per Cristo in tempi come sono i nostri, di decadenza religiosa e di ricerca del godere.

Per questo appunto abbiamo voluto tracciare la sua biografia: per dare un aiuto e una consolazione ai lettori i quali potranno rendersi conto della presenza di Dio in mezzo a noi. Mamma Elvira ne è una piena conferma. Ella è un richiamo ai valori dello spirito in un tempo in cui il materialismo tenta di soffocare e di strappare la fede al mondo; è, nella superbia e nella mollezza dell'età presente, una precisa lezione di umiltà e di osservanza cristiana. Que­sto solo ci interessa: che le anime sappiano cogliere questa lezione e farne frutto.

 

CAP. V

IL CENACOLO DELLA S.S. TRINITÀ

I GRUPPI DI PREGHIERA

Preoccupato per lo spegnersi dello spirito cristiano nel mondo, il Sommo Pontefice Pio XII, negli anni 40, aveva ripetutamente esortato i fedeli a costituire delle comunità che, libere dalla schiavitù del rispetto umano, dessero testi­monianza di fedeltà alla legge di Dio, frequentassero la Mensa Eucaristica e vi conducessero quanti più potessero amici e conoscenti.

Questo appello del Papa aveva trovato una risonanza immediata nel cuore di Padre Pio che già da tempo accarez­zava un progetto del genere. Egli infatti non solo pregava in continuazione, di notte e di giorno, recitando il Rosario anche mentre si spostava da un luogo all'altro del Conven­to, ma amava radunare settimanalmente dei giovani che trascorressero ore di preghiera con lui, ben convinto di ciò che Gesù aveva detto:

"Se due di voi sono concordi sulla terra intorno a qualunque cosa da chiedere, sarà loro concessa, perché dove sono due o tre radunati nel mio nome, là io sono in mezzo a loro. "

Disse dunque ai suoi collaboratori: "Figliuoli, diamoci da fare, rimbocchiamoci le maniche, ri­spondiamo per primi alt appello lanciato dal Pontefice. " Nacquero così i GRUPPI DI PREGHIERA che sono quan­to di più prezioso Padre Pio ci abbia lasciato: la sua eredità vivente.

Essi erano certamente voluti dalla Divina Provvidenza, perché qui era possibile ai cristiani caricarsi di nuove forze spirituali, mentre altrove ci si perdeva nell'intricata selva delle esperienze pluralistiche, dimenticando l'unica cosa che conti: il ricorso a Dio con la preghiera.

Ha ben detto il Signore: "Senza di me non potete far nulla" e oggi tocchiamo con mano quel che è capace di fare una società senza Dio.

"Ciò che manca all’ umanità - ripeteva tante volte Padre Pio - è la preghiera."

Ecco allora che egli dava come alito di vita ai Gruppi ideati da lui, la preghiera; una preghiera incessante, universale, ascetica, cioè tendente a salire nella via della perfezione, tale da portare a un rinnovamento interiore ed esteriore, dell'in­dividuo e della società. Questa carica di preghiere, fatte con fede viva, doveva essere l'esplosivo dirompente capace di liberarci dalle forze del male che, come piovra mostruosa, attanagliano uomini, famiglie, paesi, istituzioni.

E poiché "l'essere" più che "il dire" è la forza che trasfor­ma il mondo, i membri di questi Gruppi dovevano, prima di tutto, essere dei cristiani veri, integrali, capaci di portare avanti, cioè di vivere integralmente il Credo e il Decalogo, di essere fedeli, senza compromessi, alla Morale di sempre e di dare questa testimonianza dovunque si trovassero a vive­re, in ogni momento.

Era senz'altro l'attuazione di un disegno sapienziale di Dio fra gli uomini, del Padre amorosissimo che ci vorrebbe tutti salvi. "Un fiume di persone che pregano - erano stati definiti questi Gruppi - che nell'esempio di Padre Pio e nella speranza del suo aiuto spirituale, si dedicano alla vita cristiana e danno testimonianza di comunione nella preghiera, nella carità, nella povertà di spirito e nell’energia della professione cristiana".

Quelli che sapranno realizzare veramente questo program­ma tracciato da Padre Pio, un giorno, quando tutto sarà reso noto davanti a Dio, comprenderanno quale cammino di luce avranno percorso e quanto avranno contribuito, con la loro vita di preghiera, a preparare la rifioritura della cristianità tanto oggi devastata.

La nostra epoca, messa in scacco, si vede oramai sempre più costretta a sperare solo da queste forze nascoste la salvezza suprema.

 

IL CENACOLO DI ELVIRA

Nel 1950 Elvira Gazzoni ebbe da Padre Pio l'incarico di istituire e di dirigere a Rimini uno di questi Gruppi di Preghiera che verrà poi chiamato "I1 Cenacolo".

Furono dapprima poche donne quelle che, aderendo all'in­vito di Elvira, si riunivano in casa sua per pregare; creature umili e semplici che avevano però avuta chiara la percezione di quanto fosse importante il compito al quale venivano chiamate a collaborare: riparare i peccati degli uomini, consolare il cuore di Gesù, implorare luce per il mondo in­tero.

Cosi, nell'umiltà e nel nascondimento, questo piccolo Cenacolo, come un fiore delicato, spandeva il suo profumo senza che nessuna notizia trapelasse all'esterno di quanto avveniva in casa di Elvira. "Discrezione" era la parola d'or­dine, inconfondibile suggello di ogni opera divina.

Si andò avanti così per più di una decina d'anni, poi altre persone si aggiunsero al Gruppo, tanto che, a un dato momento, la casa di Mamma Elvira non fu più sufficiente a contenerle tutte e si dovette cercare un altro locale più ampio, e poi un altro più ampio ancora, per le riunioni di preghiera.

Con l'aiuto del cielo e il suo costante impegno Mamma Elvira era riuscita a stabilire fra se e la sua gente uno stretto rapporto di affetti e di intenti, a comunicare a tutti i carat­teri della sua religiosità semplice e attiva, tanto che ognuno dei suoi si era trasformato in apostolo.

Ella poi insegnava con l'esempio a stabilirsi in una dolce umiltà, a non opporre resistenza, a giungere all'uguaglianza nell'amore. Un compito non certo facile il suo, poiché doveva favorire l'armonia e l'unione tenendo conto dei caratteri, dei difetti, delle tentazioni cui ognuno era sotto­posto. Doveva richiamare senza imporsi, blandire senza solleticare la vanità, smorzare senza deprimere, incoraggiare gli sfiduciati quando lei stessa era nella prova. Doveva far sentire a tutti d'essere ugualmente importanti e nello stesso momento convincerli di essere un nulla; ammorbidire gli attriti con l'unzione del suo sorriso dando lei stessa l'esem­pio di perfetta accettazione e mansuetudine e mostrarsi sempre amabile con tutti, anche coi più difficili.

Certo, come per tutte le persone che battono le vie dello spirito, non mancavano anche per lei momenti in cui si sentiva avvolta da tenebre fitte, inaridita, scoraggiata e quasi con l'impressione di seguire un ideale poco meno che fan­tastico. Allora le contrarietà e le incomprensioni che incon­trava la buttavano a terra e non trovava più il contatto con l'ambiente che la circondava, fino a giungere a una vera agonia interiore.

Erano questi i momenti in cui il buon Padre Giacomo Mantegari, suo Direttore spirituale, interveniva esortandola ad andare avanti nella sua testimonianza che era tanto più preziosa quanto più sofferta. Le diceva di non impressionar­si se le sembrava di brancicare nel buio, perché questo era un inganno del demonio per distoglierla dal suo apostolato. Tenesse invece per certo che la sua anima era cara al Signo­re, che la grazia di Dio era con lei e che la sua opera era opera di Dio e dello Spirito Santo.

"Sia vigílante e attenta e combatta da forte che presto canterà vittoria e il demonio si ritirerà scornato. "

Così era infatti. A poco a poco la consapevolezza che il suo Cenacolo era un parafulmine per i peccati dell’umanità" riportava Elvira alla calma e le faceva trovare nuova forza per proseguire.

Tutti finivano per capire che era una grande grazia appartenere al Cenacolo e percorrevano volentieri la via della loro purificazione nella penitenza e nella preghiera consapevoli che la preghiera, era una colonna di luce e di forza per tutti coloro che cercano nelle tenebre la verità, ma hanno paura di conoscerla e per tutti quegli altri che, pur conoscendola, si sforzano di ignorarla.

 

MAMMA E MAESTRA

Oggi il Cenacolo di Elvira è un gruppo foltissimo in cui convengono persone di ogni categoria sociale, dall'umile operaio al professionista, e di ogni età. Quello che attira le anime non è tanto la speranza di essere esaudite dal cielo nella proprie richieste, quanto il desiderio di aiutare le anime nel ritrovare la via del cielo, secondo i richiami della Madonna.

Raffigurata in una stupenda statua di legno policromo, col Bambino in braccio, Ella guarda, con espressione dolcis­sima, i suoi figli che la venerano col titolo di "REGINA MATER SALVATORIS" e che, con confidenza veramente filiale, accorrono a deporre ansie, preoccupazioni, speranze, tutto ai suoi piedi, affidando a Lei la soluzione di ogni problema. Essi le offrono in cambio la loro preghiera "per le sue intenzioni", una preghiera che è colloquio confidenziale con Dio, nella vita del singolo, e implorazione corale di misericordia nelle riunioni. A queste riunioni, che si tengo­no normalmente due volte alla settimana, i figli del Cenacolo intervengono sempre in gran numero, giungendo anche da località lontane. Non mancano i bambini, da quelli più piccoli a quelli più grandicelli che prendono parte a tutte le preghiere con raccoglimento edificante, fieri, quando pos­sono, di guidare il Rosario. Lo fanno con consapevolezza e compunzione. Hanno capito a fondo il valore della preghie­ra, hanno accettato con semplicità il messaggio della peni­tenza. Non mancano neanche per loro le mortificazioni e le prove, poiché, appena i fanciulli hanno cominciato a sentire la loro personalità, bisogna insegnar loro a combattere e a vincere. E la battaglia si deve ingaggiare contro il mondo e contro i demoni interiori e bisogna, prima di tutto, vincere l'odioso "IO".

Sanno superare le prove con fermezza insegnando agli adul­ti che nello spirito d'infanzia è la vera forza.

Elvira è per tutti la MAESTRA e la MAMMA. Chiun­que prende a frequentarla avverte subito l'autenticità della sua missione e si sente baciato in fronte da Dio, dal mo­mento che può rifugiarsi sotto la sua ala materna. Ella è pronta ad accogliere quelli che Dio la manda, senza respin­gere nessuno; sa tollerare anche i duri di cuore, e i tardi di intelligenza nella speranza di un ravvedimento finale.

Ma quanto lavoro le ci vuole per plasmare le anime al bene! È un lavoro di cesello difficile e paziente, fatto con misura, gradatamente, come graduale è la penetrazione del­la luce divina nei cuori, secondo la capacità di intendere di ognuno. Prudente, attenta, delicata, come il medico si acco­sta al cuore piagato, all'anima macchiata, attende il primo cenno, il primo passo per poter poi fare insieme quelli successivi e ridestare così il desiderio della vita di grazia, il rimorso della coscienza, la paura del peccato, l'accettazione della sofferenza.

Proprio come faceva Padre Pio, ella attira dapprima le anime a se, accondiscendendo ai loro umani desideri, pur­ché non siano peccaminosi, poi, quando vede che le anime sono forti e provate, che le sono affezionate e hanno capito di quale amore soprannaturale ella le ami, le libera dai motivi umani e interessati e le fa correre nelle vie ascensio­nali, di sacrificio in sacrificio, dietro il suo esempio. A questo punto non le occorrono più tante parole: un'occhia­ta, un sospiro, una stretta di mano le bastano per farsi capire. Accade talvolta che, stando fra le sue figliuole, alzi a un tratto gli occhi e li fissi su qualcuna con tanta piacevo­lezza e affabilità, che quella si sente tutta consolare e solle­vare e altre volte, invece, volgendosi a un'altra, la guardi con tale severità da farla rientrare in se stessa e umiliarla profon­damente, inducendola a un serio esame di coscienza.

Le sue parole non sono mai pronunciate a caso e i suoi silenzi sono più eloquenti ed ammonitori di qualsiasi di­scorso.

Nelle conversazioni private non solo si interessa dei bisogni dell'anima, ma anche della salute dei suoi figli, del loro benessere, della loro serenità; si informa dei loro con­giunti, proprio come una mamma a cui preme sapere lo svolgimento di vita dei propri cari.

È sempre piacevole conservare con lei, perché possiede un vivace senso umoristico, un po' scanzonato e sbrigativo, che la fa uscire, non di rado, in allegre battute di spirito.

Ogni nuova vita che sboccia nel Cenacolo viene da lei consacrata, dopo il Battesimo, alla Madonna. È uno spetta­colo toccante vederla protendere quella creaturina di pochi mesi verso la Madre del cielo, invocando chissà quali bene­dizioni su di lei, mentre commosso si eleva dai fedeli il canto dell'AVE MARIA.

Elvira sente fortemente la responsabilità che hanno i genitori verso i loro figli e insegna ai giovani sposi che il loro primo dovere è quello di instillare, fin dalla prima età, nelle menti vergini dei loro bambini, le prime idee, i primi semi della fede e della pietà. E, a mano a mano che i figli crescono e si sviluppano nell'intelligenza, devono guidarli verso le verità fondamentali della Religione e incamminarli sulla via dei divini precetti, correggendoli ogni volta che ve ne sia bisogno, con fermezza e senza cedimenti. È categorica nell'affermare che, non adempiendo a questo dovere, i geni­tori tradiscono la loro missione e si rendono gravemente colpevoli in faccia a Dio. Poi sarà inutile piangere quando si vedranno i figli avviati verso la loro rovina...

Parole sante che tutti i genitori dovrebbero meditare in questi momenti tremendi in cui tanti di essi, stornati da mille interessi, sembrano ignorare che, se i figli prendono brutte strade, è perché non è stato spezzato loro, oltre al pane per il corpo, anche il pane spirituale dell'istruzione religiosa.

Come ogni creatura che nasce viene consacrata alla Ma­donna, così anche ogni fratello che parte per la casa del Padre, viene affidato alla protezione di lei.

Quando qualcuno dei suoi ammalati si approssima alla morte, Mamma Elvira legge per lui, sul suo libro degli "Ultimi Conforti" le preghiere che gli raccomandano l'ani­ma a Dio e, prima che egli chiuda gli occhi per sempre, si porta al suo capezzale per consolarlo e ridestargli la fiducia nella Mamma del cielo che non abbandona mai i suoi figli nel punto della morte.

Particolarmente significativa è, a questo riguardo, la testimonianza di Suor Maria Tarcisia Cremonini, dell'Isti­tuto S. Onofrio di Rimini, che morirà di cancro il 26 settembre del 1975.

Ne riportiamo solo una parte: "Voglio dire che sono molto grata alla Madonna di aver conosciuto il Cenacolo. Così l'ho conosciuto: ho visto queste care creature venire nella nostra Chiesa e pregare con tanta devozio­ne. Mi attirarono tanto; sentii proprio che cera Dio in loro. Mi avvicinai e chiesi loro di pregare con me per ottenermi rasse­gnazione nella malattia e abbandono alla volontà di Dio.

Io ero già molto malata, facevo fatica a camminare, mi trascinavo, però sentivo il desiderio di andare a pregare con loro e un giorno andai in casa della signora Elvira. Non mi ricordo quante altre volte vi potei andare, purtroppo non molte. Ne tanto felice. Poi andai al Cenacolo e ne fui tanto felice. Ora io chiedo alla Madonna che, nella sua infinita bontà, ascolti le preghiere che si fanno per me nel Cenacolo, perché io possa ottenere un perfetto abbandono.

Mero messa a dire: `Madonnina, fa presto, vieni a pren­dermi! E forse era viltà. Non cera solo il desiderio di andare ad immergermi in Dio Trinità, di vedere Gesù Redentore nel suo splendore e nella sua gloria, Maria nella sua bellezza e nella sua grandezza... C’era anche la stanchezza del patire. Ma ora ho promesso: non farò più fretta. Il più completo abbandono! Però, miei cari fratelli e sorelle del Cenacolo, aiutatemi voi! E quando saprete che sarà l ora, il minuto (e spero che sarà così, nel mio letto) venite a pregare, a dire il Rosario.

Avevo osato desiderare, non so perché, che il mio funerale fosse fatto di mattina presto, quando tutti dormono, coi Sacerdoti, con poche Suore, ma se questo non mi è concesso sia fatta la volontà di Dio. Però io desidero tanto il Cenacolo dietro, vicino alla mia bara, a dire il Rosario! Che accanto alla mia bara non si dicano parole inutili ... Recitate il Rosario, il Rosario, il Rosario in continuazione. E si dia a Maria, si offra a Maria, Mediatrice Universale, non solo a mio suffragio, che ne avrò bisogno, ma perché distribuisca Lei, come crede bene Lei, per il bene di tutti.

Ecco, io vi ringrazio molto, miei cari fratelli e sorelle del Cenacolo e vi amo tanto e se la Madonna, nella sua infinita bontà, mi accoglie tra le sue braccia (e io lo spero.) le chiederò

di venire con voi al Cenacolo, anche se invisibile e silenziosa. Io credo con tutta l’ anima alla Comunione dei Santi, questa ricchezza infinita che è Gesù Salvatore, Maria Corredentrice del genere umano e Mediatrice Universale e tutto il bene dei buoni, tutto il bene che è una ricchezza infinita! Quando la vedremo in cielo la Comunione dei Santi, che meraviglie vedremo! Ci siete anche voi, miei cari del Cenacolo benedetto, in questa Comunione dei Santi, con tutte le vostre preghiere di cui sento un bene grande. Ve ne sono grata e ve lo ricambierò con tutta l’anima. Adesso come so e posso, dopo... dopo... attingendo alla materna bontà di Maria, Attingendo ... attingendo...

Sono grata alla Madonna di tutto, non si ama mai la Madonna abbastanza. Mai la si ringrazia abbastanza! Dob­biamo aver fiducia nella sua mediazione Universale! Ci vedre­mo in Paradiso per la sua materna bontà. Oh, bello! Ci vedremo in Paradiso per la sua materna bontà. »

Naturalmente Suor Tarcisia è viva nel cuore di Mamma Elvira, come lo sono tutti i defunti del Cenacolo. Di tutti ella ha segnato la data di morte nel suo vecchio libro di meditazioni quotidiane e quel giorno non manca di pregare per loro. Ogni tanto fa celebrare una Messa per qualcuno di essi. Li ricorda spesso teneramente.

 

I GIOVANI

Tra i frequentatori del Cenacolo un discorso a parte meritano i giovani, perché ne sono la parte eletta. Elvira li ama di un appassionato amore materno, perciò parla con loro, li guida, li segue con un premura, con una generosità, con una competenza come neanche un bravo sacerdote potrebbe fare. Entra nelle più intime fibre delle loro co­scienze e ne dirige tutti i sentimenti verso l'ideale supremo. "Li voglio tutti santi!" Dice spesso e si prodiga fino all'inve­rosimile per far morire in loro il vecchio Adamo e spogliarli delle cattive inclinazioni e di ogni attaccamento nocivo. Lei avverte i mille ostacoli che si frappongono alla loro santificazione, ostacoli mossi dal nemico delle anime, ma anche dalle tante piccole resistenze che essi possono opporre alla volontà di Dio e, sentendo il peso della loro umanità, sospira: "Signore, quando non avranno più debolezze...?"

Il suo insegnamento è fatto non tanto di precetti e di massime, quanto di esempi, poiché in tutte le cose le piace di andare al concreto, di far toccare con mano che quello che il Signore vuole, si può fare. Memore di quanto diceva Padre Pio che asseriva essere la meditazione la chiave del progresso della propria conoscenza e di quella di Dio, Mam­ma Elvira stimola i suoi giovani alla meditazione quotidiana come a uno dei cardini più importanti del nostro edificio spirituale. Col suo esempio li educa alla preghiera e alla fiducia incrollabile nella forza della preghiera, li educa alla tenacia nel bene senza tentennamenti e senza ombra di rispetto umano. Li spinge a frequentare assiduamente i Sacramenti con particolare attenzione a quello della Peni­tenza e insegna loro quanto sia importante lottare per ripor­tare vittoria. Sa prenderli uno per uno con delicatezza sa­piente per educarli alla purezza. E pronta a sostenerli quan­do stanno per cadere, a rialzarli quando sono caduti, a rimproverarli quando ve ne sia bisogno, per farli ripartire ogni volta con rinnovato slancio. Raccomanda loro di acco­starsi alla S. Comunione con cuore umile, sincero, devoto, sapendo che quello è il momento più importante di tutta la giornata e li esorta a viverlo come se fosse ogni volta la prima Comunione e l'ultima della loro vita.

I giovani del Cenacolo accettano di lasciarsi plasmare per diventare dei portatori di Cristo. Sanno che se sapranno assimilare il prezioso patrimonio spirituale che Mamma Elvira sa loro trasmettere, potranno a loro volta conquistare altri giovani, sottrarli alla schiavitù del demonio e delle passioni e trasformare anche loro in banditori di verità e di luce evangelica.

Nel Cenacolo questi giovani hanno trovato tutto ciò a cui inconsciamente anelavano. Qui, aprendo il cuore alle eterne realtà dello Spirito, si sono staccati dalle cose del mondo e, riguardando alla loro vita passata, si avvedono quanto futile e deludente fosse tutto ciò che prima facevano quando, come tanti altri ragazzi, erano "vaganti nel deserto del mondo, senza una meta, senza uno scopo, sempre in cerca di quella felicità che il mondo non può dare". Ora essi, viven­do nella grazia di Dio, sanno compiere i loro doveri in modo molto positivo, sia in seno alla propria famiglia, come in mezzo alla società. La corona del Rosario è la loro arma nel duro combattimento quotidiano.

Accanto ai giovani sono le ragazze. Hanno capito quan­to sia proficuo lasciare le frivolezze e gli interessi mondani per guadagnarsi il cielo e non hanno desideri di evasione, anche se la rinuncia, per qualcuna di loro, è stata all'inizio dolorosa.

"Ho sofferto molto - confesserà una di esse - perché il mondo al quale ero sempre appartenuta mi teneva legata e il nuovo mondo mi attirava in un modo irresistibile. Ho fatto la mia scelta; ho lasciato tutto quello che avevo e ho cominciato una nuova vita. Ed ora sono felice. A volte mi chiedo come sarebbe la mia vita se non avessi conosciuto questa comunità che ora per me è la cosa più importante, perché, quando si è lì, ci si sente veramente trasformati. "

Per alcune di queste ragazze l'inserimento nel Cenacolo è avvenuto dopo una lunga maturazione. Una di loro rac­conta: "Quando anche per me accadde l'inevitabile e l'infanzia cominciò a lasciare il posto all’adolescenza, il mio cristianesimo divenne lentamente sempre più superficiale e la mia regolare partecipazione alle Messe domenicali assunse il carattere di una mera formalità. In un certo senso ero cristiana solo per tradizione ed anche se spesso sentivo l’esigenza di vivere il mio cattolicesimo in un modo più profondo e più coerente, non trovavo attorno a me chi mi aiutasse a farlo. Non riuscivo ad accettare le posizioni di certi gruppi che trasformavano Dio solo in un fatto politico o in un impegno sociale.

No, Dio non era questo, o per lo meno non era solo questo, ma allora chi era? Il Dio a cui donarsi, per cui sacrificarsi, il Dio d amore che avevo conosciuto ed amato durante la mia infanzia, dunque non esisteva?

Vennero le crisi esistenziali. Chi ero? Dove andavo? Perché vivevo? Giorni di dolore orgogliosamente taciuti a tutti, notti agitate di pianto in cui i peggiori pensieri mi passarono per la mente. Non ho conosciuto un momento più drammatico di quello, ma Iddio ebbe pietà di me, della mia confusione e mi venne in aiuto tramite una donna che frequentava un Gruppo di Preghiera denominato "Il Cenacolo". Per quello che questa donna mi disse, il nodo che si era formato nella mia anima si sciolse e mi ritrovai a piangere ai piedi della croce che c'è nella mia stanza, recitando il Rosario.

Nonostante questo, però, non pensavo di entrare a far parte del Cenacolo. Mi limitavo ad unirmi spiritualmente in pre­ghiera con le anime di quelle persone che in gran parte non conoscevo, ma che ammiravo per la testimonianza di vero cristianesimo che davano con il loro esempio. Forse non volevo neppure entrare a farne parte perché, nonostante il cambia­mento che stava avvenendo in me, continuavo a sentire come molto scomodo, per la mia pigrizia e per la mia vigliaccheria, vivere con completa coerenza la vita del Cenacolo, senza so­prattutto quel rispetto umano in cui io mi crogiolavo molto comodamente; e tuttavia era proprio quella fermezza, quella chiarezza che mi attirava.

In definitiva non fui io a scegliere, ma fu il cielo a disporre una serie di coincidenze che mi convinsero ad iniziare a fre­quentare il Cenacolo. Ora non ci sono parole per dire quanto mi sia stato dato in serenità e pace. "

Un'altra ragazza candidamente confessa: "Io ne sapevo poco di Dio, o è più esatto dire che i diverti­menti, le attrazioni, le esperienze mondane mi interessavano molto di più e cercavo in tutto e per tutto di assomigliare il più possibile alle mie compagne. Andavo la domenica alla Messa, ma con molta indifferenza e senza riflettere. Quando misi piede nel Cenacolo mi colpì subito quell’atmosfera tutta parti­colare, mi fece molta impressione il fervore con cui pregavano quelle persone, persone di tutte le età, molte delle quali avevano un volto da cui traspariva tanta serenità e tanta pace.

Nonostante questo la mia conversione vera non avvenne all'istante, ma gradualmente, giorno per giorno. Cominciai col sentire una certa ripugnanza per le cose che fino allora avevo fatto, per i luoghi che fino allora avevo frequentato in compa­gnia di tante mie amiche e a poco a poco mi misi a tralasciarli, sentendomi sempre più attratta a frequentare quelle persone, a respirare quell’aria sana di preghiere che mi dava tanta pace interiore.

Da allora sono passati cinque anni ed ora vorrei che tutti scoprissero, come me, che la vera gioia non è un tesoro da cercare nel mondo, ma è un tesoro che è dentro di noi e che solo l’unione con Dio ci aiuta a scoprire. "

Consapevoli del dono grande che hanno ricevuto con questa chiamata, le ragazze non possono non guardare in­dietro ai mille pericoli che si sono lasciate alle spalle e non trarre le loro conclusioni: "Se non ci fosse stata Mamma Elvira ad insegnarci questa strada, chissà dove saremmo ora! Ci saremmo sicuramente perse, come tante altre ragazze che non hanno avuto la grazia di conoscere il Cenacolo!"

Questi giovani avvertono la vastità della loro chiamata e l'importanza di restare uniti. Si è instaurato fra loro uno straordinario rapporto di affetto fraterno, di stima, di reci­proco rispetto, di vicendevole aiuto. Hanno scoperto cos'è l'amicizia vera.

"Qua dove sono io - scrive da Milano una di loro - sembra un mondo diverso. C'è quasi aria di ostilità ... Prima di farti un’amica vera, ma vera sul serio, ne passa del tempo! Qua di amici veri non ce ne sono. Alla minima cosa storta ti tradiscono subito e poi, appena le acque si sono calmate, tornano a guardarti in faccia come se nulla fosse successo. Di questi cambiamenti ne ho visti molti e mi hanno fatto molto male. Quante volte ho desiderato di essere là, nel Cenacolo, in mezzo ai miei amici veri!"

Non mancano certo, per i giovani del Cenacolo, mo­menti di sana allegria e giornate di svago. Particolarmente gradite sono quelle dei Pellegrinaggi che cominciano con la stagione primaverile e si protraggono per tutta l'estate. Hanno come meta i celebri Santuari Mariani disseminati per l'Italia o le Basiliche romane, con particolare attenzione per la Scala Santa, o la Porziuncola e il sacro monte di "LA VERNA" È bello avere per tutta la giornata la compagnia di Mamma Elvira che ha per tutti frasi scherzose e delicate attenzioni materne. Si prega, si canta, si gioca, si torna alla sera con tanta gioia nel cuore!

Questi giovani amano molto il canto e hanno dato vita a una apprezzata "schola cantorum".

Non li abbandona un istante la protezione della Madonna alla quale, ogni anno, nel corso di una commovente e solenne cerimonia, rinnovano la loro Consacrazione la­sciandole pieno diritto di disporre di loro a suo piacimento, per la maggior gloria di Dio.

Maria Santissima è là, con le braccia aperte, ad attendere quanti altri volessero affidarsi a Lei in un desiderio di elevazione e di rinnovamento. I giovani sono la pupilla dei suoi occhi e ne vuole tanti, ne vuole a schiere immense.

A voi, giovani, raccogliere questo invito materno che è anche un grido di guerra, guerra a tutto il male che c'è nel mondo, in ogni sua forma, poiché saranno i giovani, con la generosa donazione di se stessi all'Immacolata Sposa dello Spirito Santo, coloro che salveranno questa povera umanità oramai votata al suicidio. La Vergine li aspetta per essere la loro Condottiera "bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come esercito schierato".

Allora, come cantano i ragazzi del Cenacolo,

"Con l'arma potente del santo Rosario

il capo al serpente Maria schiaccerà

e il Regno di Cristo su tutta la terra cessata ogni guerra radioso verrà."

 

IL GIARDINO DELLA MADONNA

Da diversi anni il Cenacolo ha, come luogo di ritrovo estivo, un bellissimo giardino sul Colle di Covignano: un colle che si erge verso mezzogiorno a circa 4 Km. da Rimini e dalla cui sommità la vista spazia sull'Adriatico e sulla città che si adagia lungo la sua riva. Il panorama che si gusta di lassù ha sempre commosso poeti e artisti. Antonio Baldini in "Italia di Bonincontro" si esprime così: "Chi non ha visto Rimini dorarsi al tramonto e spiccare con le sue chiese e col verde dei giardini e dei viali sul fondo azzurro del mare, non può sapere quanto Rimini sia bella. "

Oggi il Colle di Covignano è punteggiato di ville e di ritrovi mondani, ma non ha perso, per questo, quel caratte­re sacro che deve avere avuto fin dal VI secolo avanti Cristo, come ci attestano una quarantina di idoletti di bronzo di quel periodo, rinvenuti qui nel 1980. Erano statuette di divinità che facevano supporre l'esistenza di un vero e pro­prio Santuario.

Quello che si ammira oggi sul Colle è invece il Santua­rio della "Madonna delle Grazie" in cui si venera una bellis­sima "Annunciazione" attribuita a Ottaviano Nelli da Gubbio (1450).

Un poco più in su di questo Santuario c'è la Chiesa di San Fortunato che, col nome di S. Maria di Scolca, fu una ricca Abbazia di Monaci Olivetani Bianchi, costruita su un castello donato da Carlo Malatesta. Gli Olivetani la tennero fino al luglio del 1797. Da allora è Parrocchia e vi si trova la "EPIFANIA" un grande dipinto di Giorgio Vasari, ese­guito apposta per questa Chiesa nel 1547.

Un Colle benedetto, dunque, questo di Covignano, votato da secoli al culto della Madonna e predisposto ad accogliere quelle espressioni di pietà mariana che oggi sono qui sbocciate in forme di seducente vitalità.

Proprio qui, al disopra del Santuario delle Grazie, Mam­ma Elvira ha voluto realizzare, con la partecipazione amoro­sa di tutti, un grande giardino che ha dedicato alla Madon­na. Un vasto appezzamento di terreno, mosso, aperto sul mare, tenuto con cura come un luogo consacrato a Lei, la Regina del Cielo. Chi vi entra avverte subito la sua presen­za, ha segni inequivocabili della sua protezione.

Due vasti pianori, nella parte alta, servono come zone di sosta, di conversazione, di ricreazione dei bambini. In basso è la zona riservata al silenzio e alla preghiera, col lungo sentiero pavimentato che si snoda intorno collegando le 14 Stazioni della Via Crucis, la Cappella invitante al raccogli­mento e un Tempietto, bianco tra il verde, inghirlandato di rose, custode di un piccolo altare sormontato dall'immagi­ne di Maria "Regina Mater Salvatoris".

Qualcuno gli ha dedicato un sonetto che comincia così: "Sorge sul Colle un piccol tempio tondo e ride alla riviera e alla vallata, l’anima giunge qui stanca del mondo, verrà poi nel suo nido confortata".

Infatti sono molte le persone che, nauseate del mondo, vi vengono in pio pellegrinaggio a ritrovare la pace del cuore, a riscoprire i valori autentici della vita.

Oggi, si sa, l'umanità è inquieta, scontenta, continua­mente alla ricerca di qualcosa che la soddisfi e non si accorge che questa è una ricerca inutile, avendo perso Dio che è il datore di ogni bene; Non c'è più fede e, non essendoci più Dio, non c'è più amore, non c'è più comprensione reciproca e trionfa l'egoismo più sfrenato. Le famiglie si dividono, si distruggono i focolari e ognuno si ritrova solo, sempre più amareggiato e ferito e col peso di tante colpe sul cuore. Nessuno sa come uscire da questo marasma, perché si è smarrito Cristo che è la sola strada giusta.

Ebbene qui, nel GIARDINO DELLA MADONNA, si attua questo miracolo: si rientra nelle giuste dimensioni riacquistando la coscienza delle proprie responsabilità e si finisce per ridare alle cose il loro giusto valore. Ognuno capisce qual'è il senso da dare alla propria vita terrena e, riscoprendo davanti a sé la vita eterna, può guardare al presente e al futuro con tranquillità; diventa cioè un realista che dà importanza alla vita nella sua interezza e non solo al breve cominciamento di essa su questa terra.

E tutto questo è merito di Mamma Elvira. È grazie a lei che poi i dissidi vengono ricomposti, le famiglie si ricostru­iscono su basi cristiane, i cuori ribelli si fanno mansueti e tante difficoltà vengono appianate. Ci sono uomini che, lontani dai Sacramenti per anni e anni, ricevono qui il dono di una fede ardente e operosa e sentono la necessità di unirsi e di lavorare insieme per il Signore. Tutti capiscono che la prima cosa da cercare è il Regno di Dio e la sua giustizia, perché ‘al resto ci sarà dato in sovrappiù’ Immaginiamo come potrebbe migliorare la società se ogni cristiano si comportasse così, se non avesse paura di affermare la propria fede in un mondo sempre più secolarizzato e materialista!

Nel Giardino della Madonna si trova questo coraggio; si sente che ci si deve impegnare sul serio, perché l'uomo ha bisogno di Dio, essendo creato da Lui e fatto per Lui. Non può farne a meno, perché solo Dio è la sua salvezza. E si ritorna ad ascoltare Dio, la sua voce che ci parla nella natura, in ognuno dei nostri simili e nel figlio suo Gesù Cristo.

In questo Giardino ogni domenica pomeriggio, nel pe­riodo estivo, i figli spirituali di Mamma Elvira (e sono intere famiglie) si danno convegno per onorare il Signore

col tributo di canti e di preghiere che gli sono dovuti in questo giorno della settimana, come nei bei tempi andati quando "santificare le feste" voleva dire astenersi dal lavoro ed elevare il proprio cuore a Dio.

Dopo le preghiere, mentre i bambini giocano festosi, gli adulti si soffermano in unione fraterna a conversare sul prato, in vista dell'azzurra distesa del mare, a parlare di ciò che sta loro a cuore, trovando conforto e aiuto nella com­prensione reciproca, ma soprattutto a parlare di cose spiri­tuali, mentre gli ultimi bagliori del sole calante cedono il posto alle prime ombre della sera e si accendono in basso le prime luci della città.

Si effonde allora un gran senso di pace e dai cuori sale spontanea una preghiera per il mondo intero.

"Dio onnipotente e misericordioso, Tu vedi la nostra condizione. Tu vedi come su questa terra quasi tutti si siano dimen­ticati di Te. Signore, aprici Tu gli occhi e fa cadere il velo dal nostro cuore, affinché possiamo di nuovo sentire i doveri che ci legano a Te. Signore, dacci la forza di non restare in silenzio di fronte all'ingiustizia, di non tacere nella nostra famiglia, di non tacere nel nostro lavoro, quando si tratta di difendere i tuoi diritti. Sia benedetto il tuo nome su tutta la terra, venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà!"

Quando l'ombra si fa più cupa, il faretto si accende e le famiglie si ricompongono per cenare. Qualche volta Mam­ma Elvira è presente e i suoi figli le sono grati, perché è tanto bello averla tra loro nel cerchio dei tavoli multicolori che sbocciano sul verde del prato in quel momento magico della sera! Momento magico, perché anche la funzione del mangiare ha, in quella cornice, un'aria di sacralità.

Finito il pasto serale c'è il momento dolcissimo dell'ul­timo Rosario del giorno, e sono i bambini a guidarlo, e infine il canto "Quando nell'ombra cade la sera che viene sempre eseguito con voci sommosse, dolci, in modo strug­gente. Forse è la Madonna che ispira così. Si sente veramen­te che quel Giardino è sacro, è un'oasi di pace dove la Madre del Cielo scende a benedire i suoi figli e a colloquiare con le loro anime, come Dio Padre scendeva, nella brezza del giorno, a passeggiare nel Giardino dell'Eden.

Qui il momento più bello, l'appuntamento più sentito, quello che tocca profondamente gli animi, è quello del 13 sera. Ogni mese, per quella data, nel periodo estivo conven­gono a Rimini persone anche da altre città d'Italia, per il grande incontro con la Madre del Cielo. La sera del 13, infatti, in onore della Madonna, si svolge una Processione che, partendo alle ore 21 dalla Grande Croce alla base del Colle, si snoda, su per un ripido percorso alberato, fino al Santuario delle Grazie, prosegue poi per Via G. Vasari e si immette, con un tripudio di canti, entro il Giardino, dove, nella Cappella, verrà poi celebrata la S. Messa dal Sacerdote incaricato dal Vescovo.

I viali rischiarati dalla luce discreta dei lampioni a sfera e il Tempietto illuminato come uno scrigno d'oro, sono di una suggestione indicibile, al punto che c'è chi confessa di non avere mai provato tanta emozione in vita sua. In verità gli animi sono pervasi da una pace e da una dolcezza indescrivibile.

Ognuno sente che le sue preghiere sono ascoltate, che le sue pene sono addolcite, stemperate nella materna accoglienza di Maria. Qui veramente la Mamma del Cielo profonde le sue grazie con magnificenza regale.

Particolarmente suggestiva è la serata del 15 agosto, quando si snoda la Processione con le fiaccole per i viali del Giardino, come in una piccola Lourdes, e ci si raduna poi nella piazzetta antistante il Tempietto per l'ascolto della S. Messa celebrata all'aperto. Viene allora spontaneo il raf­fronto tra questo raccoglimento devoto e la tumultuosa vita mondana della città, che si stende in basso sfavillante di luci, tra quella sfrenata ricerca del piacere, nella baraonda pagana del Ferragosto, e questo quieto possesso di pace nelle braccia della Mamma del Cielo.

Sappiamo che «è attraverso il suo corpo inviolato e il suo Cuore Immacolato che passano tutte le grazie. Lei è la porta chiusa che non si apri, ne si aprirà mai per violenza umana, ma che si apre al tocco d'amore di un figlio di Dio. Si apre benigna. Quanto più umile e semplice è quello spirito che a Lei si volge, tanto più Ella si apre e lo accoglie e lo presenta al Salvatore, Lei che da sempre è del SALVATORE la REGINA e la MADRE».

Per questo invitiamo quanti soffrono nel corpo e nello spirito a venire qui, particolarmente nella serata del 13, per sperimentare il potente aiuto di Maria. Ella vuol ridare alla povera umanità smarrita il suo Gesù che tanto ci ama ed è pronta ad aprire su tutti il suo manto colmo di grazie. Per tutta l'estate il Giardino è aperto a quanti vogliano entrarvi per pregare, così come il CENACOLO è aperto, nel segno della più fraterna accoglienza a chi volesse farne parte per intraprendere un cammino di perfezionamento cristiano.

Mamma Elvira prega per tutti, sempre disposta ad af­fiancarsi ad ogni anima che chieda il suo aiuto nel proprio cammino. Quanta strada ha percorso questa umilissima figlia di Padre Pio! Se Lui fosse vivo certamente le direbbe: "Brava, Paesana! Sei stata brava assai... ! È vero, figlia mia, che c'è stato il mio aiuto, ma tu ci hai messa la tua parte! Eccome se ce l'hai messa!"

Ora Padre Pio e 11, nella parte alta del Giardino, raffigu­rato in una bella statua che si staglia conto il cielo azzurro, umile e maestoso a un tempo, benedicente, sorridente...

vivo. È lì a segnare il punto d'incontro fra la terra e il cielo. Su quel lembo di terra anche gli uccelli sembrano felici, perché si lanciano a frotte, talvolta radendo il suolo in caroselli di voli festosi, alzandosi e abbassandosi e capovol­gendosi e facendo grandi cerchi come attorno a un centro d'attrazione.

Chi guarda stupisce di trovarsi in quel luogo paradisiaco, mentre fuori imperversa la tormenta del mondo e delle passioni. Quali espressioni troverà mai adeguate per espri­mere a Mamma Elvira la propria riconoscenza?

Oh, MAMMA ELVIRA, meravigliosa MAESTRA no­stra, non ti ringrazieremo mai abbastanza per tutto quello che hai fatto per noi, per tutto quello che ci hai insegnato

o che hai fatto rivivere nei nostri cuori dopo che l'avevamo sepolto nell'oblio!

Possa il tuo insegnamento giungere anche ad altri fratelli e beati coloro che ti daranno ascolto! Sicuramente troveran­no sulla loro strada la DONNA VESTITA DI SOLE che li attende. Fortezza e pace entrerà nel loro spirito sotto il tocco della mano di Lei, Madre della vita, sorgente della salute e risuonerà per sempre, nel loro cuore, il MAGNIFICAT della sua vittoria!