GLI
EFFETTI DEL PECCATO IMPURO SULL’ANIMA
Secondo
Pio XII, «il più grande peccato di oggi è che
gli uomini hanno perduto il senso del peccato». Perduto o
laicizzato: essi possono avere ancora il senso della colpa, un complesso di
colpevolezza, ma non più il vero senso del peccato. Perciò bisogna ritrovare
il vero senso di Dio e dell'uomo, della creatura davanti al suo Creatore; il
peccato non è una semplice mancanza, una contravvenzione, un mancamento: è una
ribellione a Dio stesso, è porre i beni transitori prima o al posto del Bene
ultimo, che è Dio; anche la contrizione è ben altra dal semplice dispetto di
aver compiuto qualcosa di irregolare. Bisogna tornare a concepire il peccato nel
suo senso teologico di offesa a Dio, il che suppone una retta conoscenza della
psicologia del peccatore e della sua vera responsabilità.
Effetti
del peccato impuro sull'anima, prima che sopraggiunga la morte
Colui
che pecca con piena consapevolezza e deliberato consenso contro la purezza,
assecondando lo spirito di lussuria compie un atto gravemente disordinato di
disaffezione nei confronti di Dio. Trattandosi di peccato mortale, l’anima
subisce una netta separazione da Dio. L’affezione al peccato anestetizza,
ammutolisce la voce della coscienza, la “voce di Dio” che costantemente
richiama l’uomo sulla retta via e pertanto conduce verso un progressivo
abbrutimento dell’anima, che si manifesta con la comparsa di comportamenti
istintuali e peccaminosi. “Il peccato genera
peccato”(cf Mc 4,25).
A
proposito di questa "anestesia della coscienza" si legga quanto
afferma S. Alfonso Maria de Liguori:
CONSIDERAZIONE XXII - DEL MAL'ABITO
Uno de' maggiori danni, che a noi cagionò il peccato di Adamo, fu la mala inclinazione al peccare. Ciò facea piangere l'Apostolo, in vedersi spinto dalla concupiscenza verso quegli stessi mali, ch'egli abborriva: «Video aliam legem in membris meis... captivantem me in lege peccati» (Rom. 7. 23). E quindi riesce a noi, infettati da questa concupiscenza, e con tanti nemici che ci spingono al male, sì difficile il giungere senza colpa alla patria beata. Or posta una tal fragilità che abbiamo, io dimando: Che direste voi d'un viandante, che dovesse passare il mare in una gran tempesta, con una barca mezza rotta, ed egli poi volesse caricarla di tal peso, che senza tempesta, e quantunque la barca fosse forte, anche basterebbe ad affondare? Che prognostico fareste della vita di costui? Or dite lo stesso d'un mal abituato che dovendo passare il mare di questa vita (mare in tempesta, dove tanti si perdono) con una barca debole e ruinata, qual'è la nostra carne, a cui stiamo uniti, questi volesse poi aggravarla di peccati abituati. Costui è molto difficile che si salvi, perché il mal'abito accieca la mente, indurisce il cuore, e con ciò facilmente lo rende ostinato sino alla morte.
Per
prima il mal'abito «accieca». E perché mai i santi sempre cercano lume a Dio,
e tremano di diventare i peggiori peccatori del mondo? perché sanno che se in
un punto perdon la luce, possono commettere qualunque scelleragine. Come mai
tanti cristiani ostinatamente han voluto vivere in peccato, sino che finalmente
si son dannati? «Excaecavit eos malitia eorum» (Sap. 2. 21). Il peccato ha
tolto loro la vista, e così si son perduti. Ogni peccato porta seco la cecità;
accrescendosi i peccati, si accresce l'accecazione. Dio è la nostra luce;
quanto più dunque l'anima si allontana da Dio, tanto resta più cieca. «Ossa
eius implebuntur vitiis» (Iob. 20. 11). Siccome in un vaso, ch'è pieno di
terra, non può entrarvi la luce del sole, così in un cuore pieno di vizi non
può entrarvi la luce divina.
E
perciò si vede poi che certi peccatori rilasciati perdono il lume, e vanno di
peccato in peccato, e neppure pensano più ad emendarsi. «In circuitu impii
ambulant» (Psal. 11.9). Caduti i miseri in quella fossa oscura, non sanno far
altro che peccati, non parlano che di peccati, non pensano se non a peccare, e
quasi non conoscono più che sia male il peccato. «Ipsa consuetudo mali (dice
S. Agostino) non sinit peccatores videre malum, quod faciunt». Sicché vivono
come non credessero più esservi Dio, paradiso, inferno, eternità.
Ed
ecco, che quel peccato che prima faceva orrore, col mal'abito non fa più
orrore. «Pone
illos, ut rotam et sicut stipulam ante faciem venti» (Psal. 82. 14).
Vedete, dice S. Gregorio, con che facilità una pagliuccia è mossa da ogni
vento anche leggiero; così vedrete ancora taluno che prima (avanti che cadesse)
resisteva almeno per qualche tempo, e combatteva colla tentazione; fatto poi il
mal'abito, subito cade ad ogni tentazione, ad ogni occasione che gli vien di
peccare. E perché? perché il mal'abito gli ha tolta la luce. Dice S. Anselmo9
che 'l demonio fa con certi peccatori, come fa taluno che tiene qualche uccello
ligato col filo, lo lascia volare, ma quando vuole torna a farlo cadere a terra;
tali sono (come dice il santo) i mal abituati: «Pravo usu irretiti ab hoste
tenentur, volantes in eadem vitia deiiciuntur» (Ap. Edinor. in Vita lib. 2). Taluni, aggiunge S. Bernardino
da Siena (tom. 4. Serm. 15), seguiranno a peccare anche senz'occasione. Dice il
santo che i mal abituati si fan simili a' molini a vento, i quali «rotantur
omni vento», girano ad ogni aura di vento; e di più voltano, ancorché non vi
stesse grano da macinare, e benché il padrone non volesse che voltino. Vedrai
un abituato che senz'occasione va facendo mali pensieri, senza gusto, e quasi
non volendo, tirato a forza dal mal'abito. S. Gio. Grisostomo: «Dura res est
consuetudo, quae nonnunquam nolentes committere cogit illicita». Sì, perché
(come dice S. Agostino) il mal'abito diventa poi una certa necessità: «Dum
consuetudini non resistitur, facta est necessitas». E come aggiunge S.
Bernardino, «usus vertitur in naturam»; ond'è che siccome all'uomo è
necessario il respirare, così a' mal abituati, fatti schiavi del peccato, par
che si renda necessario il peccare. Ho detto «schiavi»; vi sono i servi, che
servono a forza colla paga; gli schiavi poi servono a forza senza paga; a questo
giungono alcuni miserabili, giungono a peccare senza gusto.
«Impius,
cum in profundum venerit, contemnit» (Prov. 18. 3). Ciò lo spiega il
Grisostomo appunto del mal abituato, il quale posto in quella fossa di tenebre,
disprezza correzioni, prediche, censure, inferno, Dio, disprezza tutto, diventa
il misero quale avoltoio, che per non lasciare il cadavere, su di quello più
presto si contenta di farsi uccidere da' cacciatori. Narra il P. Recupito che un
condannato a morte mentre andava alla forca, alzò gli occhi, vide una giovane,
ed acconsentì ad un mal pensiero. Narra ancora il P. Gisolfo che un
bestemmiatore, anche condannato a morte, mentre fu buttato dalla scala proruppe
in una bestemmia. Giunge a dire S. Bernardo che per li mal'abituati non serve più
a pregare, ma bisogna piangerli per dannati. Ma come vogliono uscire dal loro
precipizio, se non ci vedono più? ci vuole un miracolo della grazia. Apriranno
gli occhi i miserabili nell'inferno, quando non servirà più l'aprirli, se non
per piangere più amaramente la loro pazzia.
In
oltre il mal'abito indurisce. «Cor durum efficit consuetudo peccandi»,
Cornelio a Lapide. E Dio giustamente il permette in pena delle resistenze fatte
alle sue chiamate. Dice l'Apostolo che 'l Signore «cuius vult miseretur, et
quem vult indurat» (Rom. 9. 18). Spiega S. Agostino: «Obduratio Dei est nolle
misereri». Non è già che Iddio indurisce il mal abituato, ma gli sottrae la
grazia, in pena dell'ingratitudine usata alle sue grazie; e così il di lui
cuore resta duro e fatto come di pietra. «Cor
eius indurabitur tanquam lapis, et stringetur quasi malleatoris incus» (Iob.
41. 15). Quindi avverrà che
dove gli altri s'inteneriscono e piangono in sentir predicar il rigore del
divino giudizio, le pene de' dannati, la passione di Gesu-Cristo, il mal
abituato niente ne resterà commosso; ne parlerà e sentirà parlare con
indifferenza, come fossero cose che a lui non appartenessero; e a tali colpi
egli diventerà più duro. «Et stringetur quasi malleatoris incus».
Anche
le morti improvvise, i tremuoti, i tuoni, i fulmini più non lo spaventeranno:
prima che svegliarlo e farlo ravvedere, più presto gli concilieranno quel sonno
di morte, in cui dorme perduto. «Ab increpatione tua, Deus Iacob, dormitaverunt»
(Ps. 75. 7). Il mal'abito a poco a poco fa perdere anche il rimorso della
coscienza. Al mal abituato i peccati più enormi gli sembrano niente. S.
Agostino: «Peccata quanvis horrenda, cum in consuetudinem veniunt, parva, aut
nulla esse videntur». Il far male porta seco naturalmente un certo rossore, ma
dice S. Girolamo che i mal abituati perdono anche il rossore peccando: «Qui ne
pudorem quidem habent in delictis». S. Pietro paragona il mal abituato al
porco, che si rivolta nel letame: «Sus lota in volutabro luti» (2. Petr. 2.
22). Siccome il porco, rivoltandosi nel loto, non ne sente egli il fetore; così
accade al mal abituato: quel fetore che si fa sentire da tutti gli altri, egli
solo non lo sente. E posto che il loto gli ha tolta anche la vista, che
meraviglia, è, dice S. Bernardino, che non si ravveda, neppure mentre Dio lo
flagella? «Populus immergit se in peccatis, sicut sus in volutabro luti; quid
mirum si Dei flagellantis futura iudicia non cognoscit?» (S.
Bern. Sen. p. 2. pag. 182). Onde
avviene che in vece di rattristarsi de' suoi peccati, se ne rallegra, se ne ride
e se ne vanta. «Laetantur, cum malefecerint»
(Prov. 2. 14). «Quasi per risum stultus operatur scelus» (Prov. 10.
23). Che segni sono questi di tal diabolica durezza? Dice S. Tommaso di
Villanova, sono segni tutti di dannazione: «Induratio, damnationis indicium».
Fratello mio, trema che non ti avvenga lo stesso. Se mai hai qualche mal'abito,
procura d'uscirne presto, ora che Dio ti chiama. E mentre ti morde la coscienza,
sta allegramente perché è segno che Dio non t'ha abbandonato ancora. Ma
emendati, ed esci presto; perché se no, la piaga si farà cancrena, e sarai
perduto.
Perduta
che sarà la luce, e indurito che sarà il cuore, moralmente ne nascerà che 'l
peccatore faccia mal fine, e muoia ostinato nel suo peccato. «Cor durum habebit
male in novissimo» (Eccli. 3. 27). I giusti sieguono a camminare per la via
dritta. «Rectus
callis iusti ad ambulandum» (Is. 26. 7).
All'incontro i mal abituati van sempre in giro. «In
circuitu impii ambulant» (Ps. 11. 9).
Lasciano il peccato per un poco, e poi vi tornano. A costoro S. Bernardo
annunzia la dannazione: «Vae homini qui sequitur hunc circuitum» (Serm. 12.
Sup. Psal. 90). Ma dirà quel tale: Io voglio emendarmi prima della morte. Ma
qui sta la diffìcoltà, che un mal abituato si emendi, ancorché giunga alla
vecchiaia; dice lo Spirito Santo: «Adolescens iuxta viam suam, etiam cum
senuerit, non recedet ab ea» (Prov. 22. 6). La ragione si è, come ci dice S.
Tommaso da Villanova (Conc. 4. Dom. Quadr. 4), perché la nostra forza è molto
debole. «Et erit fortitudo nostra ut favilla stupae» (Is. 1. 31). Dal che ne
nasce, secondo dice il santo che l'anima priva della grazia non può stare senza
nuovi peccati: «Quo fit, ut anima a gratia destituta diu evadere ulteriora
peccata non possit». Ma oltre ciò, che pazzia sarebbe di taluno, se volesse
giuocare e perdere volontariamente tutto il suo, sperando di rifarsi all'ultima
partita? Questa è la pazzia di chi siegue a vivere tra' peccati, e spera poi
nell'ultimo giorno della vita di rimediare al tutto. Può l'Etiope, o il pardo
mutare il color della sua pelle? e come potrà far buona vita, chi ha fatto un
lungo abito al male? «Si mutare potest Aethiops pellem suam, aut pardus
varietates suas, et vos poteritis benefacere, cum didiceritis malum» (Ier. 13.
23). Quindi avviene che il male abituato in fine si abbandona alla disperazione,
e così finisce la vita. «Qui vero mentis est durae, corruet in malum» (Prov.
28. 14).
S.
Gregorio su quel passo di Giobbe: «Concidit me vulnere super vulnus, irruit in
me quasi gigas» (Iob. 16. 15): dice il santo così: Se taluno è assalito dal
nemico, alla prima ferita che riceve resta forse anche abile a difendersi; ma
quante più ferite riceve, tanto più perde le forze, sino che finalmente resta
ucciso. Così fa il peccato; alla prima, alla seconda volta resta qualche forza
al peccatore (s'intende sempre per mezzo della grazia che gli assiste), ma se
poi egli seguita a peccare, il peccato si fa gigante, «irruit quasi gigas».
All'incontro il peccatore, trovandosi più debole e con tante ferite, come potrà
evitare la morte? Il peccato, al dire di Geremia, è come una gran pietra, che
opprime l'anima: «Et posuerunt lapidem super me» (Thren. 3. 53). Or dice S.
Bernardo esser sì difficile il risorgere ad un mal abituato, quando è
difficile ad uno che sia caduto sotto un gran sasso, e che non ha forza di
rimuoverlo per liberarsene: «Difficile surgit, quem moles malae consuetudinis
premit».
Dunque,
dirà quel mal abituato, io son disperato? No, non sei disperato, se vuoi
rimediare. Ma ben dice un autore che ne' mali gravissimi vi bisognano gravissimi
rimedi: «Praestat in magnis morbis a magnis auxiliis initium medendi sumere» (Cardin.
Meth. cap. 16). Se ad un infermo che sta in pericolo di morte e non vuol prender
rimedi, perché non sa la gravezza del suo male, gli dicesse il medico: Amico,
sei morto, se non prendi la tal medicina. Che risponderebbe l'infermo? Eccomi,
direbbe, pronto a prender tutto; si tratta di vita. Cristiano mio, lo stesso
dico a te, se sei abituato in qualche peccato: stai male, e sei di
quell'infermi, che «raro sanantur» (come dice S. Tommaso da Villanova); stai
vicino a dannarti. Se non però vuoi guarirti, vi è il rimedio; ma non hai
d'aspettare un miracolo della grazia; hai da farti forza dal canto tuo a toglier
le occasioni, a fuggire i mali compagni, a resistere con raccomandarti a Dio,
quando sei tentato; hai da prendere i mezzi, con confessarti spesso, leggere
ogni giorno un libretto spirituale, prendere la divozione a Maria SS.,
pregandola continuamente che t'impetri forza di non ricadere. Hai da farti
forza, altrimenti ti coglierà la minaccia del Signore contro gli ostinati: «In
peccato vestro moriemini» (Io. 8. 21). E se non rimedi, or che Dio ti dà
questa luce, difficilmente potrai rimediare appresso. Senti Dio che ti chiama:
«Lazare, exi foras». Povero peccatore già morto, esci da questa oscura fossa
della tua mala vita. Presto rispondi; e datti a Dio; e trema che questa non sia
l'ultima chiamata per te.
GLI EFFETTI
DEL PECCATO IMPURO SULL’ANIMA
Come
dice San Tommaso d’Aquino della Summa Theologica “
Niente impedisce che l'effetto di un peccato sia causa di un altro. Infatti dal
momento che l'anima viene disordinata da un peccato, più facilmente è
inclinata a peccare”.
Quando
un’anima commette un peccato si dice che questa viene macchiata. Cos’è
questa macchia?
Dice
San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologica,
Questione 86:
[…]In
senso proprio si parla di macchia per le cose materiali, quando un corpo nitido,
p. es., l'oro, l'argento, o una veste, perde la sua lucentezza a contatto con
altri corpi. Perciò nelle cose spirituali se ne deve parlare per analogia a
codesta macchia. Ora, l'anima umana può avere due tipi di lucentezza: l'una
dovuta allo splendore della luce naturale della ragione, che la dirige nei suoi
atti; l'altra dovuta allo splendore della luce divina, cioè della sapienza e
della grazia, che porta l'uomo a compiere il bene dovuto. Ma quando l'anima
aderisce con l'amore a una cosa, si ha come un contatto di essa. E quando pecca
aderisce a qualche cosa che è contraria alla luce della ragione e della legge
divina, com'è evidente da quanto sopra abbiamo detto. Ebbene, codesta perdita
di luminosità metaforicamente è chiamata macchia dell'anima.
SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTÀ:
1.
L'anima non viene macchiata dalle cose inferiori per la virtù di esse, come se
queste agissero su di essa: al contrario è l'anima che col suo agire si sporca,
aderendo ad esse disordinatamente, contro la luce della ragione e della legge
divina.
2. L'atto intellettivo si compie con la presenza delle cose
intelligibili nell'intelletto; perciò l'intelletto non può esserne macchiato,
ma piuttosto ne riceve un perfezionamento. Invece l'atto della volontà consiste
in un moto verso le cose, cosicché l'amore unisce l'anima alla cosa amata. Per
questo l'anima si macchia quando vi aderisce disordinatamente, secondo il detto
di Osea: "Diventarono abominevoli come le cose che amarono".
3. La macchia non è qualche cosa di positivo nell'anima, e non indica
una semplice privazione: indica invece una privazione della lucentezza
dell'anima in rapporto alla sua causa, cioè al peccato. Perciò peccati diversi
arrecano macchie diverse. Avviene qualche cosa di simile con l'ombra, privazione
della luce dovuta all'interposizione di un corpo: secondo la diversità dei
corpi le ombre cambiano. […]
la
macchia rimane nell’anima anche dopo l’attaccamento
[…]
RISPONDO: La macchia del peccato resta nell'anima anche dopo l'atto peccaminoso.
E la ragione si è che la macchia importa, come si è visto, un difetto di
luminosità dovuto a un rifiuto di fronte alla luce della ragione, o della legge
divina. Perciò finché uno rimane estraneo a codesta luce, resta in lui la
macchia del peccato: questa scompare soltanto col ritorno della luce di Dio e
della ragione, mediante la grazia. Infatti, pur cessando l'atto del peccato, col
quale si era allontanato dalla luce della ragione e della legge divina, l'uomo
non torna immediatamente al punto in cui era; ma si richiede un moto della
volontà contrario al precedente. Se uno, p. es., si allontana da una persona
con una camminata, non si ritrova subito vicino a lei appena smette di
camminare, ma deve riavvicinarsi tornando con un moto contrario.[...]
Il
peccato è una terribile forza disgregatrice, che provoca lentamente ed
inesorabilmente la rovina dell'anima. E' più che evidente la differenza tra una
persona che ha costruito la propria anima, attraverso decisioni e azioni, nella
propria libertà, seguendo un percorso tracciato nel bene, e un'altra persona
che con decisioni e azioni malvage, si è costruita nel male, acconsentendo al
male, piuttosto che combatterlo. In sintesi: tra bontà e perversione la
differenza è abissale! Il potere del peccato abbrutisce l'umanità,
degradandola attraverso una via discendente, che ci avvicina all'animalità,
privando per gradi dell'autentica dignità originaria: lo spirito si asservisce
alla carne, che prende il sopravvento senza alcun controllo. La via discendente,
la via del piacere, la via della carne, è quella che conduce a Satana. Questo
è il percorso nel quale la coscienza individuale perde la sua sensibilità,
dove è sempre più difficile distinguere tra il bene e il male:
progressivamente l'anima muore, nel senso che cade totalmente immersa nelle
tenebre del nulla; si vive solo per soddisfare l'istinto e l'egoismo. In questo
processo, ha la sua genesi il peccato mortale: totale separazione da Dio,
anticipazione della sofferenza eterna.
Se
non interviene la Grazia di Dio, se l’anima non ritorna a Dio, convertendo il
proprio cuore cambiando radicalmente strada, da un cammino discendente verso un
cammino ascendente, l’anima in stato di peccato mortale continuerà a vivere
nella separazione da Dio per tutta l’eternità!
Effetti del peccato impuro sull'anima, in
seguito alla morte
Come
abbiamo precedentemente accennato, l’anima che fino alla fine della propria
vita terrena rimane tenacemente legata alla propria situazione di peccato
mortale, morendo impenitente sarà necessariamente destinata all’inferno.
Qualcuno,
evidentemente poco addentrato nella s. teologia potrà ritenere eccessive queste
parole sui castighi che Dio infligge.
Per queste persone aggiungo il seguente testo di Paolo VI , Papa, tratto dalla
“Indulgentiarum doctrina”al n. 2
“
È dottrina divinamente rivelata che i peccati comportino pene inflitte dalla
santità e giustizia di Dio, da scontarsi sia in questa terra, con i dolori, le
miserie e le calamità di questa vita e soprattutto con la morte, sia
nell’aldilà anche con il fuoco e i tormenti o con le pene purificatrici.
Perciò i fedeli furono sempre persuasi che la via del male offre a chi la
intraprende molti ostacoli, amarezze e danni. Le quali pene sono imposte secondo
giustizia e misericordia da Dio per la purificazione delle anime, per la difesa
della santità dell’ordine morale e per ristabilire la gloria di Dio nella sua
piena maestà. Ogni peccato, infatti, causa una perturbazione nell’ordine
universale, che Dio ha disposto nella sua ineffabile sapienza ed infinita carità,
e la distruzione di beni immensi sia nei confronti dello stesso peccatore che
nei confronti della comunità umana. Il peccato, poi, è apparso sempre alla
coscienza di ogni cristiano non soltanto come trasgressione della legge divina,
ma anche, sebbene non sempre in maniera diretta ed aperta, come disprezzo e
misconoscenza dell’amicizia personale tra Dio e l’uomo. Così come è pure
apparso vera ed inestimabile offesa di Dio, anzi ingrata ripulsa dell’amore di
Dio offerto agli uomini in Cristo, che ha chiamato amici e non servi i suoi
discepoli.”
Come
dice la Scrittura: non c'è pace per gli empi!! Chi pecca non avrà mai la vera
pace, perché la pace viene dalla carità, è dono di Dio e non si potrà mai
trovare in chi è contro Dio!
Dunque
siamo nell’alveo della vera teologia cattolica si noti la distinzione che il
Papa fa tra le pene del fuoco e i tormenti che dicono la pena, e dunque la
punizione, che è propria dell’inferno, ed è eterna, e le pene purificatrici,
che sono proprie del Purgatorio, e che sono limitate nel tempo.
Questa falsa cultura di cui dicevo tende precisamente a nascondere la reale
gravità morale della lussuria e la pena terribile che ad essa segue,
presentando il peccato che è un grave male come un grande bene. Di questi tali,
paladini dell’inganno e del male, Dio, per bocca del profeta Isaia, afferma “Guai
a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in
luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro.”
(Isaia 5:20)
Circa il merito di una pena eterna per chi muore in condizione di peccato
mortale, afferma San Tommaso d’Aquino nella Summa
Theologica, Questione 87:
[…]un
peccato merita una punizione in quanto sconvolge un dato ordine. E finché
rimane la causa, rimane anche l'effetto. Quindi finché dura il sovvertimento
dell'ordine, deve rimanere l'obbligazione alla pena. Ora, uno può sconvolgere
l'ordine in modo riparabile, o in modo irreparabile. Ebbene, irreparabile è la
mancanza che ne elimina il principio stesso: invece se ne salva il principio, in
virtù di esso le deficenze si possono riparare. Se si corrompe, p. es., il
principio visivo, la vista non è più ricuperabile, se non per virtù divina:
se invece la vista soffre delle difficoltà, ma ne è salvo il principio, è
ancora riparabile per la natura o per l'arte. Ma ogni ordine ha un principio in
rapporto al quale le altre cose ne divengono partecipi. Se quindi il peccato
distrugge il principio dell'ordine, col quale la volontà umana è sottomessa a
Dio, si avrà un disordine di per sé irreparabile, sebbene possa essere
riparato dalla virtù di Dio. Ora, il principio di quest'ordine è il fine
ultimo, al quale l'uomo aderisce con la carità. Perciò tutti i peccati che ci
distaccano da Dio, col distruggere la carità, di per sé importano
un'obbligazione alla pena eterna.
[…]
come insegna S. Gregorio, è giusto che sia punito nell'eternità di Dio,
chi osò peccare contro Dio nell'eternità del proprio essere. E si dice che uno
ha peccato nell'eternità del proprio essere, non solo per la continuità
dell'atto peccaminoso durante tutta la sua vita: ma perché costituendo il
proprio fine nel peccato, mostra la volontà di voler peccare eternamente. Perciò
S. Gregorio afferma, che "gli iniqui avrebbero voluto vivere senza fine,
per poter rimanere senza fine nel peccato".