DOVE DIO PIANGE

Una strana vocazione

Sono sacerdote, religioso. Raramente nella mia ab­bazia. Poiché da ventidue anni vado peregrinando per il mondo, attraverso le contrade dove Iddio piange o alla ricerca di persone che vogliono aiutarmi ad asciu­gare le Sue lacrime. E' questa una strana vocazione. Ed anche i suoi antefatti sono insoliti e farraginosi. Ma quando volgo uno sguardo al passato, vedo nella mia vita una linea diritta che, attraverso tutto, va da Dio a Dio.

Quelli che meglio mi conoscono sanno quanti lati d'ombra ci sono nella mia vita e quante cose devo deplorare e correggere; ed è ciò che mi sforzo di fare, sia pure alla meglio. Tuttavia le cose sono andate come dovevano andare. Tutto il bene e tutto il male; tutto quello che Iddio mi ha dato o tolto; e collabo­ratori che si sono schierati intorno a me e coloro che da me si sono allontanati o che, per forza di cose, ho dovuto allontanare; tutto quello che ho edificato e che io stesso, o altri, hanno demolito; tutto quello che la tacita connivenza di Dio mi ha concesso e tutto quello ch'Egli mi ha imposto, quello che Egli mi ha donato in sovrabbondanza nella sua inesplicabile bontà e quello di cui mi sono segretamente appropriato; tutte le mie gioie e i miei dolori, le mie amicizie, le mie preoccupazioni, le mie collere sante e profane, il mio ottimismo e la mia grande fiducia negli uomini; ma anche i miei avversari e quanti mi tradirono, le mie croci, le mie lotte e i miei peccati, tutto, tutto ha avuto il suo sen­so nella mia vita tempestosa; tutto mi preparava al compito per il quale Iddio mi aveva predestinato; tutto era al servizio della vocazione che da Lui avevo rice­vuto e per la quale voglio esserGli grato in eterno.

Quando ero giovane, volevo diventare pittore. Mio padre, un maestro di scuola all'antica, decise che dovevo entrare nell'insegnamento. Per anni aveva dato lezioni private per potermi inviare all'università. Studiai lettere classiche, ma mi interessavo maggiormente ai problemi sociali. In tal modo non divenni insegnante ma redat­tore di un giornale studentesco, e cofondatore di un partito politico che fortunatamente ebbe vita breve. Ca­pitai in un movimento religioso che mirava ad una riforma all'interno della Chiesa, e che le autorità ec­clesiastiche di allora perseguitavano quale setta perico­losa. A questo movimento, guidato dal sacerdote fiam­mingo Raimondo van Sante, devo molto. Mi dette una visione nuova e tuttora valida del cristianesimo e un grande amore nei confronti di Cristo. Ma mi portò in conflitto con l'episcopato olandese che all'inizio degli anni trenta non si contraddistingueva certo per il suo progressismo. Fu cosí che ben presto divenni anticle­ricale. Non pochi fra i miei amici vivevano in discordia con la Chiesa. I miei due fratelli, che si preparavano al sacerdozio, dubitavano della mia ortodossia. Ero la preoccupazione della mia famiglia.

Grande fu la sorpresa di tutti quando nel 1934 Dio mi chiamò alla vita religiosa, nonostante il fatto che proprio in quel momento fossi perdutamente inna­morato. Il sacrificio chiestomi mi è costato piú di quanto possa dirvi. Probabilmente, se avessi riflettuto piú a lungo, avrei detto no. Ma riflettere a lungo non è mia consuetudine ed ebbi la temerarietà di dir sí. Ciò non ha niente a che vedere con la perfezione cristiana ma piuttosto con il mio ardire che, sovente, è piú gran­de delle mie forze. Nonostante i miei sacrosanti propo­siti, dopo trentacinque anni di vita monastica sono ri­masto un uomo debole e imperfetto, che non può van­tarsi delle proprie virtú ma unicamente della misericor­dia di Dio.

Decisi di farmi cappuccino poiché pensavo di dover porre la mia vita al servizio dei poveri. I cappuccini - l'unico ordine religioso veramente povero ch'io co­noscevo nell'Olanda imborghesita di quei tempi - mi respinsero per ragioni di salute. Per tre mesi vissi sulle spine. Poi lasciai l'Olanda ed entrai fra i premostratensi a Tongerlo, in Belgio, anche se, a giudizio di chi la sapeva lunga, non sembravo predestinato né per la li­turgia, né per la contemplazione e tanto meno per la vita regolare canonica. Ma Dio la sa piú lunga degli uomini.

All'inizio della mia vita claustrale vissi cosí austera mente che dopo tre anni la mia salute vacillò. Il me­dico mi dichiarò inadatto per le missioni, per il lavoro in parrocchia e per la predicazione. In pratica ciò si­gnificava che dovevo lasciare l'abbazia. Fortunatamente l'Abate non mi mandò via. Pur sapendo che cantavo troppo forte e talvolta fuori tono, mi ritenne adatto per la preghiera corale solenne, perché aveva un cuore grande e paterno. Potei cosí diventare sacerdote. Piú tardi mi nominò suo segretario. Ho imparato molte cose dall'abate Stalmans. Una volta mi disse: « Sono contento di averti, Werenfried, ma sono anche con­tento di avere un solo Werenfried ». Fu in quell'epoca

che scrissi un libro - « La Vita Bianca » - sui bianchi canonici premostratensi di Tongerlo. Era uno di quei libri poetici con molti fiori e molte stelle, come. . solevano scriverne giovani monaci negli anni fra le due guerre. Amo tuttora la « vita bianca », anche se in se­guito la mia è risultata alquanto piú scura.

Venne poi la seconda guerra mondiale con tutto il dolore che indelebilmente è rimasto inciso nella mia me­moria. Mi trovavo fra due fuochi poiché non mi riu­sciva d'interpretare l'orribile carneficina se non come una battaglia fra pagani per il possesso dei beni di questo mondo.

Non volli parteggiare se non per l'amore e contro l'odio. In un paese oppresso dall'occupazione nemica sostenevo che i cristiani sono tenuti ad amare i loro nemici e che il defraudarli sistematicamente delle nor­mali prove e manifestazioni dell'amore fraterno è pec­cato grave.

Avevo amici fra i comunisti e nell'esercito tedesco, fra i collaboratori, nella resistenza e fra i volontari che sul fronte orientale combattevano contro i russi. Ciò mi procurò spesso delle difficoltà. Poiché quasi tutti .coloro che si impegnavano personalmente erano convinti che la Patria, l'Europa, Dio, un Ordine Nuovo e tutti gli altri ideali potevano essere serviti in una sola ma­niera: la maniera che essi stessi ritenevano giusta. Ho deluso molti quando ho rifiutato di lasciarmi incorpo­rare da un determinato gruppo. Pochi comprendono quanto sia deleterio esigere che un sacerdote faccia par­te di una fazione, chiedendogli di avallare il tutto sotto l'egida della sua bandiera ecclesiastica. Ho fatto del mio meglio per comprendere quanti erano in buona fede, per porre l'amore al di sopra delle divergenze e per salvare il salvabile.

Dopo la guerra, molti fra i miei amici, morti in discordia e in contrasto fra loro, giacevano nelle fosse comuni e nei cimiteri militari che ricoprivano l'Europa distrutta. Alcuni erano caduti in uniforme tedesca, altri in divisa alleata. Altri ancora erano morti nelle camere a gas dei campi di concentramento hitleriani o erano periti come civili inermi sotto i bombardamenti anglo­sassoni. Taluni erano stati fucilati come esponenti della resistenza, altri come collaboratori. Non pochi furono vittime delle dure e inumane repressioni del dopoguerra le cui ferite non sono ancora del tutto sanate.

Fondai allora una piccola pubblicazione che di mese in mese, e in un mondo dilaniato dall'odio, perorava la restaurazione dell'amore. Condussi un'azione contro l'odio e per la riconciliazione. Posi la misericordia al disopra del diritto. Elemosinai amore per il nemico scon­fitto. Difesi gli inermi, i prigionieri, gli espulsi dalle loro case e dalle loro terre, i perseguitati, i poveri e gli oppressi.

Era questo l'inizio della mia vera vocazione alla quale, sin-da allora, ho cercato di rispondere come me­glio potevo. L'essenza di quella vocazione non è il di­stribuire del lardo ai tedeschi profughi o delle Volks­wagen ai sacerdoti con il sacco in spalla, non è il co­struire stazioni radio emittenti al servizio degli analfa­beti nei paesi in via di sviluppo o l'inviare libri ai perseguitati d'oltrecortina; non lo son le scuole-cappella nel Vietnam o i doni di carità per i condannati ai la­vori forzati in Siberia. L'essenza della mia vocazione consiste nell'asciugare le lacrime di Dio, dovunque Egli piange.

Naturalmente, Iddio non piange nei cieli dove di­mora in una luce inaccessibile e gode eternamente della sua felicità infinita. Dio piange in terra. Ininterrotta­mente le Sue lagrime scorrono sul volto divino di Gesú che pur essendo uno con il Padre Celeste, qui, in terra, sopravvive e soffre, è affamato e perseguitato nei mini­mi dei suoi. Le lacrime dei poveri sono le sue, poiché con essi Egli ha voluto totalmente identificarsi. E le lacrime di Gesú sono lacrime di Dio.

E' cosí che Iddio piange in tutti gli afflitti, in tutti i sofferenti, in tutti i ploranti della nostra epoca. Non possiamo amarLo se non asciughiamo le loro lacrime. Perciò iniziai il mio peregrinare attraverso i deserti di macerie e i campi di baracche della Germania scon­fitta, attraverso i territori dei profughi dell'Europa e dell'Asia, attraverso le repubbliche popolari comuniste, attraverso l'America Latina cristiano-feudale e attraverso tutti quei paesi e continenti dove Iddio piange. L'ho scritto per tutti coloro che mi hanno aiutato ad asciu­gare le lacrime di Dio.

 

Liberaci dal male

Prima che io iniziassi il mio itinerario, attraverso i territori piú bisognosi di questa terra, Dio mi ha fatto comprendere il senso piú profondo del male. Senza questa particolare perspicacia acquisita negli anni della guerra, nella solitudine della mia cella a Tongerlo, la mia fede sarebbe naufragata nell'oceano della miseria che ho dovuto incessantemente percorrere. Dopo tanti anni voglio cercare di raccogliere i pensieri che mi ven­nero allora, da giovane sacerdote, quando lottavo con il mistero del male.

Avvenne nella mia cella, in una sera d'estate. Tutti i rumori si erano spenti. Taceva il sordo tuono della furia bellica, lo snervante ronzio dei bombardieri, e il latrare rabbioso della contraerea. Era rimasto soltanto un tenue, fragile silenzio, teso di stella in stella, alto sopra la terra e sopra la muta abbazia. Mi parve allora che Dio, in quel silenzio, operasse. Che la sua Mano passasse a sfiorare il mondo, toccando l'essenza piú pro­fonda delle anime e delle cose. Una grande Mano dal tocco creatore e risanatore, dolce come la mano carez­zevole di una madre.

Era quella la stessa mano che d'un sol piglio aveva strappato mille sistemi solari dall'abisso del nulla? Che aveva scaraventato la via lattea su nello spazio e impastato le cime rocciose come cera molle traendone for­me di selvaggia bellezza? Sí, era la stessa mano. Al­trettanto possente e grande, ma ora lieve come la mano di una infermiera al capezzale di un malato.

Dio è incomprensibile. Presente al capezzale del­l'umanità malata, ne tasta con circospezione le piaghe doloranti e ne sostiene le membra spezzate. Perché nulla Egli può odiare di quanto Egli stesso ha creato e nulla può disprezzare di quanto è opera delle sue stesse mani. Perciò nel silenzio della Sua sera eterna, quando gli uomini dormono e soltanto le stelle tacite sono le testimoni del Suo amore, Egli ricrea e ringio­vanisce continuamente questa terra che si va frantu­mando.

La Mano di Dio carezza la terra. Il suo volto be­nigno si china pieno di premura sulle sue ferite. L'eterno Portatore e Restauratore delle cose percorre il paradiso violato per trarre qualche cosa di buono dalla perversità umana. Se ciò non fosse possibile, Egli infatti non lo permetterebbe. In tal caso Egli ci sbar­rerebbe i sentieri del male.

Chi potrebbe fare qualche cosa contro di lui? Per­sino il demonio sta al suo cospetto e svolge fedelmente il ruolo che gli è stato riservato nello spettacolo corale della creazione, rappresentato soltanto per la maggior gloria di Dio.

Dio non ha creato il male poiché Egli è amore e ad ogni sera della creazione trovò che tutto era buono. No, Egli non ha voluto il male, ma neppure lo impedisce, non volendo distruggere il sommo bene della libertà umana e perché anche il peccato è utilizzabile nella Sua Mano onnipotente. Egli è piú ingegnoso di noi. Ogni volta che noi facciamo a pezzi l'opera sua, i frantumi si ricongiungono per formare un mosaico in cui la Sua Saggezza riluce piú splendida di prima. Egli tollera il male, ma nelle notti della terra procede bene­fico per tramutarlo in bene.

Sereno e serio come un bimbo che gioca sulle spon­de, Egli lascia scorrere rivoli di dolore attraverso il palmo della sua mano, fino a che si tramutano in la­crime di rimorso e di penitenza. Con un rapido gesto Egli fa dei carnefici dell'umanità strumenti dell'eterna Salvezza. Li sceglie come carpentieri dell'immensa croce della Redenzione, alla quale Suo Figlio vuol rimanere appeso e sanguinare fino alla fine dei tempi, per attirare a sé tutte le genti. Egli benedice l'odio sterile e la diabolica ansia di distruzione dei tiranni e dei perse­cutori della Chiesa e, guardate, èccone i buoni frutti: la lieta rassegnazione e la dolce pazienza degli agnelli che vogliono seguire l'Agnello di eternità in eternità. Rottami umani segnati dalla Sua grazia, si fanno com­pagni di sorte del Figlio Suo sul Golgotha. E' cosí che l'umanità flagellata porta la corona trionfale dell'Uomo dei Dolori verso la gloriosa parata del giudizio uni­versale.

Dio va oltre e incorona le vittime della violenza bruta e della sopraffazione abbietta, quali martiri e santi. Il suo sguardo si posa sui solitari e sugli incom­presi, sui calpestati e sui reietti di questa terra, sugli « sgobbatori » anonimi, portatori dell'immensa croce e che piú di sette volte al dí soccombono sotto l'immane fardello.

Egli ne benedice la lotta e le sconfitte, e segue a lungo con lo sguardo la loro profonda caduta negli abissi dell'umiliazione; e sorride del loro terrore infan­tile conoscendo Egli anche la loro altissima esaltazione. Degli ultimi farà i primi. Egli sfama gli affamati con beni spirituali, tramutando ogni vita perduta in un pro­fitto eterno. A tutti i granelli caduti e morti nella buia terra Egli dà la crescenza e la fertilità del suo divino Amore.

Poi, grande e impetuoso, si rivolge ai grandi della terra e agli spudorati campioni dell'ingiustizia ai quali Egli ha concesso potere e libertà per crocifiggere i Suoi figli prediletti. Egli ha misurato il loro tempo. E quan­do vede colma la misura dei loro peccati, Egli rovescia i loro troni per saziarli a loro volta di tormenti. Ma il ripudio dovrà guarirli. Per questo con infinita pa­zienza egli attenderà fin tanto che potrà raccogliere fra i porci tutti i figli prodighi, per stringerli al suo cuore paterno che non ha mai cessato di amarli. Perché pur essendo i piú grandi ribaldi, geniali odiatori e veementi avversari del Suo Regno, essi lo hanno servito: ves­sando e uccidendo i Suoi figli inermi hanno popolato il Suo cielo di santi.

Con il loro male orrendo essi hanno accresciuto, senza volerlo, il trionfo di Cristo. E rimangono il ber­saglio della Sua misericordia, fino a che quel male non muore sulla croce della loro sofferenza facendoli degni di condividere l'eredità dei santi nella luce eterna.

Ma ci sono anche di quelli che nella loro oltraco­tante lotta contro l'amore di Dio persistono fino in fondo. E' la schiera nera dei dannati in eterno. Anche il loro male viene rigenerato dalla mano ora forte e ferrea di Dio il quale lo torce fino a trarne una cla­morosa testimonianza della Sua divina giustizia. Il di­grignare dei loro denti non si attenuerà mai e proclame­rà in eterno quanto fosse giusto che Iddio li castigasse...

Dio rinnova l'aspetto della terra. Egli sta al capez­zale dell'umanità sofferente e la guarisce. Con la Sua gloria Egli smantella l'opera mostruosa di stolte crea­ture. Là dove le sue dita luminose carezzano amorosa­mente, la creazione si distende splendida.

Meravigliato come un fanciullo scoprii quella sera qualche cosa del mistero del male. La mia bibbia era aperta sul testo « Ecco, io faccio nuove tutte le cose... ».

E quando Dio si avvicinò dalle lontananze del suo alto cielo stellato e riempí con la Sua presenza la mia cella, non ebbi paura poiché sapevo ch'io stesso e tutti gli altri eravamo portati e al sicuro nel palmo della Sua Mano.

 

In Europa e in Asia

Povera piccola Rosemarie

Al sicuro nel palmo della Mano di Dio anche Suor Rosemarie ha percorso la lunga strada che due volte ha incrociato la mia. La seconda volta la incontrai a bordo di una chiatta, in India. C'era posto per un auto­carro, due jeep e un numero incalcolabile di persone. La gente doveva tenersi tutta da un lato per mantenere in equilibrio il battello alla meno peggio. Dopo una lunga attesa potemmo mettere a bordo la nostra jeep, attorniati da una folla di uomini seminudi, appartenenti alla primitiva stirpe dei Bhil, di Siks barbuti, di mendi­canti storpi, di bambini scheletrici e di donne bronzee nei multicolori sari indiani, con lucidi anelli alle cavi­glie e ai polsi e una pāllina d'oro a sinistra del naso sottile. -­

Durò un quarto d'ora prima che da un boccaporto spuntasse un Sikh dal bianco turbante che con l'ausilio di una latta -cri petrolio cominciò a cavar l'acqua dal fondo del battello. Era questo il segno della partenza in seguito al quale l'intero equipaggio si vide obbligato a gettarsi nelle acque grigio-giallastre al fine di mante­nere a galla l'imbarcazione.

La traversata fu rischiosa. Dall'altra jeep scese una giovane suora tedesca, in viaggio per cercare viveri per il suo orfanotrofio. Entrammo in conversazione ed essa si presentò come Suor Rosemarie. Quando le feci il mio nome, nei suoi occhi apparve un bagliore che non seppi spiegarmi. Le promisi che l'indomani avrei visi­tato l'orfanotrofio.

Nell'immediato dopoguerra, durante un viaggio attra­verso la Germania, uno dei miei amici scattò una foto­grafia di una piccola bambina profuga in un campo di transito. Aveva anche parlato con la madre, una vedova di guerra esule da Breslavia. Dei suoi figli, questa bim­ba era l'unica che fosse sopravvissuta all'esodo dalla Germania orientale. Fu lui a mandarmi quella fotogra­fia, accompagnata dall'indirizzo della madre e con la preghiera di fare qualcosa per quella gente. Era l'epoca in cui, nelle Fiandre, andavo raccogliendo lardo per i tedeschi affamati.

L'espressione di quel volto di bambina mi commos­se a tal punto che scrissi un articolo intitolato: « Po­vera piccola Rosemarie ». Alla madre inviai un pacco contenente generi alimentari, indumenti, cioccolata e una bambola per la bambina. Vi aggiunsi inoltre la fo­tografia e la traduzione del mio articolo. Ricevetti una lettera di ringraziamento, dopodiché non seppi piú nulla di loro, finché, in India, visitai l'orfanotrofio e la gio­vane suora tedesca.

L'orfanotrofio mi si presentò come un ammasso di capanne e di baracche raccolte intorno ad una casa de­crepita. Del complesso fa parte anche una scuola dove i bambini, oltre a cucinare ed a cucire, imparano a scrivere almeno il loro nome e la loro data di nascita. Senza questo non potranno mai votare e rimarranno pri­vi di diritti per tutta la loro vita. L'ospedale che le suore hanno costruito accanto al loro orfanotrofio - « è stato pagato da Dio » dice Suor Rosemarie - serve non soltanto per i bambini ma per tutti. Nel corso di quest'ultimo anno, diciassettemila malati sono stati curati qui gratuitamente. Mancando quasi del tutto il per­sonale, sono gli stessi congiunti ad assistere i familiari malati. I loro bambini giocano sotto i letti.

La storia di questa impresa, densa di vero amore del prossimo, l'ho appresa da Suor Rosemarie. Arri­vando qui le suore trovarono nove bambini orfani, pro­fughi dal Pakistan. Adesso ce ne sono piú di cinque­cento « ma non abbiamo il tempo di contarli tutti i giorni ». Ieri c'erano cinque trovatelli davanti alla porta. Quest'oggi è venuto qualcuno che ha portato una bam­bina di sei anni. L'aveva trovata qualche tempo fa e se l'era portata a casa per darla in « affitto ». Ora la bambina si è ammalata ed ha perso per lui il suo va­lore. Perciò l'ha portata dalle suore. Probabilmente dopo la sua guarigione entrerà nel reparto per giovani massaie. Queste sono bambine dai sei ai nove anni, provenienti dalle famiglie piú povere. I genitori non sono in grado di nutrirle e - spesso in lacrime - le cedono ad un incettatore di bambini. In caso contrario morirebbero. Ma le sofferenze che le attendono sono peggiori della morte. Per lo piú vengono date in affitto come donne di servizio presso famiglie dove sono sfrut­tate e spesso maltrattate fintanto che non scappano via. Impellenti necessità le spingono su una strada sbagliata. Numerose sono quelle di cui il padrone di casa o suo figlio abusano. Rimaste incinte sono gettate sul lastrico. Altre vengono destinate alla prostituzione infantile, che qui fiorisce rigogliosamente, a causa di una diffusa cre­denza secondo la quale le malattie veneree guarirebbero in seguito a rapporti con una bimba integra...

Quando, distrutte nel corpo e nell'anima, queste bambine giungono infine nel reparto per giovani mas­saie dell'orfanotrofio, le suore si trovano di fronte a problemi che non possono essere risolti da dottori o da metodi educativi, ma che soltanto - e qui Suor Rosemarie fa un gesto in direzione dell'umile cappella - soltanto Lui può risolvere...

Essa ci accompagna attraverso i miseri « padiglioni » di questo toccante, e al contempo raccapricciante, pa­radiso per bambini. Passiamo davanti ad un pargoletto nero come la pece circondato da dieci bambini festosi. « Sa già bere! Sa già stare seduta! » gridano entusiasti. Con un sorriso la suora ci spiega che questa bambina è stata abbandonata in un treno e si trova qui soltanto da una settimana. 1 bambini le vogliono un gran bene.

Suor Rosemarie sembra conoscere personalmente ognuno di questi bambini. « Quella bambina cieca coi fiori nei capelli è una musulmana. Oggi è un giorno di festa per i musulmani e per questo gli altri bambini l'hanno ornata di fiori. Era come una massa di carne informe quando l'hanno portata qui. Ora è al centro dell'amore di tutti gli altri. Per questo sopravviverà... Quel neonato lí è stato trovato sulla spiaggia poco pri­ma che venisse l'alta marea... Quel -piccoletto ha qui anche due sorelline; la madre è affamata e il padre non lo conosciamo... Quella testolina ricciuta è figlio di due lebbrosi. La famiglia lo lasciò in un ospedale senza che nessuno se ne accorgesse... Questo neonato qui pe­sava soltanto un chilo quando un mese fa l'abbiamo trovato nel secchio delle immondizie. Ora pesa già due chili e mezzo. Rimarrà in vita... Quel piccoletto ha sei anni; è stato trovato mentre giocava col corpo della mamma morta di fame... ».

E cosí di seguito. Ogni bambino recita il ruolo principale dell'orribile dramma della sua propria giovane esistenza. Cinquecento drammi. E in ciascuno di essi sono coinvolte dieci, trenta, cinquanta altre persone. Migliaia di persone sofferenti, creature di Dio, predi­letti di Gesti, la cui miseria appare improvvisamente chiara e lampante ai miei occhi attraverso il sobrio commento di questa giovane suora. Si trova soltanto da due anni in India, mi ha detto la sua superiora, ma in un raggio, che si estende per chilometri, la chia­mano 1'« Angelo della carità ».

Quando vivamente impressionato mi congedai Suor Rosemarie chiese la mia benedizione e mi consegnò una busta. Dentro trovai piú tardi la fotografia da lun­go tempo dimenticata della bambina profuga di Bresla­via e l'articolo che diciannove anni prima avevo inviato a sua madre. Su un biglietto aveva scritto che la bam­bola e la cioccolata erano state per lei la prima prova della bontà di Dio e che doveva la sua vocazione al soccorso della nostra Opera e al mio racconto. Per que­sto, entrata in convento, aveva assunto il nome di Rosemarie.

Per la gloria di Dio, che volle servirsi delle mie povere parole per fare di una piccola bambina profuga un'eroina dell'amore del prossimo, segue qui il vecchio articolo della povera piccola Rosemarie: Rosemarie, non t'ho mai incontrata, ti conosco solo per la fotografia piena di tristezza che mi hanno man­dato. Ma io so che tu vivi in un « campo » e per que­sto capisco bene perché hai l'aria d'un piccolo fiore appassito che sarebbe meglio venisse colto al piú presto.

Sono stato anch'io in un campo, non come profugo e nemmeno per vivere delle settimane nelle baracche. No, ci sono stato solo per vedere. Per distribuire si­garette e dolci. Per cercare invano la parola che potes­se consolare. E per dare alla fine una stretta di mano e ritornarmene scoraggiato.

Ho cercato onestamente di fare del bene. Ho fatto ai profughi un discorso. Non so se questo li ha aiutati. E non ha aiutato neppure Friedhilde, sebbene avessi parlato con lei per un'ora. Sí, ho fatto quello che mi era possibile fare, ma non ho saputo convincerla. E' rimasta disperata come prima. Il mattino seguente fu trovata morta. Le vene tagliate. Suicidio.

Stavano cosí le cose quando ho visitato il campo e il resto me lo posso immaginare. 1 furti e le baruffe. E la brutale vita delle famiglie nelle baracche, di giorno e di notte. 1 letti uno sopra l'altro e accanto all'altro e dietro all'altro. Letti dappertutto. Con govani e ra­gazze e uomini e donne e bambini. Uomini alla deriva, strappati alle loro terre, senza patria e senza famiglia. Disumanizzati e degradati al punto d'esser ridotti a mandibole grugnanti che divorano tutto quello che ca­pita loro sotto le grinfie.

Annemarie, che età hai? Sette anni? Troppo giovane per l'inferno. E' logico che il lampo di meraviglia nei tuoi occhi sia spento, non c'è infatti nulla che tu già non sappia. Sei stata costretta a conoscere tutto, senza segreto, senza pudore, brutalmente.

Dov'è tuo padre? E' rimasto ucciso durante una rissa al campo come tanti papà (due ogni settimana) nel Valka-Lager di Norimberga? E' forse disperso in Russia? Caduto? Prigioniero in Siberia? Ha abbando­nato tua madre? E' morto tubercolotico?

Heidemarie, se tu avessi un padre coraggioso, forte e affettuoso non dovresti stare triste a quel modo sotto il portico di questa baracca di legno. Egli ti prende­rebbe certamente sulle sue spalle e a grandi passi, can­tando e galoppando ti porterebbe via di qui, lontano... Verso una bianca casetta col tetto rosso e col camino dal quale esce il fumo azzurro e con un lettino tutto bianco per dormire...

E tua madre O forse hai solo la nonna? O una vecchia zia? Ma forse tu hai ancora una madre per te, ma essa piange spesso ed è malata di nostalgia. Forse la sua voce s'è fatta rauca o forse bestemmia contro gli uomini? Oppure ti ha picchiato perché l'hai distur­bata dietro la vecchia coperta, in un angolo, accanto al suo amico che dovevi chiamare « zio »?

Marie-Luise, non arrabbiarti per lei, perché lei è ancora piú povera di te. Rosemarie, Marie-Luise, Anne­marie, Heidemarie... Non so nemmeno come ti chiami. T'ho chiamata cosí solo perché vorrei affidare tutte le Rose, le Hilde, le Anne e le altre giovanette dei campi­profughi alla Madre dei Dolori, la pura Vergine Maria che sa perché sei cosí triste. Anche Lei ha dovuto fug­gire col Suo Figlio e per questo Lei ama d'un amore materno, che tutto comprende, tutti i bambini profughi e anche te.

Santa Maria, Madre di Dio, prega per Rosemarie e per noi, poveri peccatori e per questo mondo crimi­nale che litiga per le zone d'influenza e per le materie prime a prezzo delle anime di questi piccoli innocenti. E non permetterci piú di scandalizzare questi fanciulli. E fa che con la giustizia e l'amore ripariamo al disastro il meglio possibile. Affinché Iddio, nella Sua giusta col­lera, non ci maledica. Amen.

Da Breslavia all'India e da Rosemarie a Rosemarie... cosí lontano e ancor piú lontano giunge la forza del­l'amore che vuole asciugare le lacrime di Dio.

 

Madre dei dolori

Madre, come asciugherò le tue lacrime? Ti ho in­contrata nel Congo e nel Viet-Nam, come già prima ti avevo vista a Hong-Kong e a Friedland e nei tristi lager della Germania del dopoguerra. Ti ho pure in­contrata mentre mi recavo a Budapest insorta e ti ho trovata sotto il telo da tenda sbattuto dai venti di una famiglia araba profuga dalla Palestina.

Non sei una madre tedesca e nemmeno una madre vietnamita o cinese o congolese, perché il dolore non ha nazionalità. Tu sei la madre dei dolori, e della croce dell'umanità porti il maggior peso.

Tu sei una fra milioni di madri cacciate, trascinate, perseguitate, violentate del nostro tempo. Tuo marito è stato ucciso, incarcerato, è disperso. La tua casa è stata distrutta o espropriata. L'hai persa o ti è stata rubata. Hai dovuto abbandonare quanto ti appartene­va. La chiesa del tuo villaggio è in rovina e la tua fede... sí, la tua fede, com'è ridotta?... Le tue mani sono diventate dure e ossute nei campi di lavoro for zato. I tuoi occhi sono stanchi di vedere il dolore. Il tuo volto è inciso dalla lama dell'angoscia. Il tuo corpo - e non sei anche tu una di quelle, fra le tante, che lo hanno dovuto sopportare? - il tuo corpo che vor­rebbe soltanto occultarsi pieno di vergogna nell'abito a lutto, è stato tante volte preda della soldataglia ebbra di vittoria. Madre, a te non è rimasto che il lacrimoso mare dei ricordi... e il tuo bambino.

Il tuo bambino! Il figlio del tuo amore e di quello dell'uomo che non è piú, il bambino che dà ancora un senso alla tua vita. Per questo bambino tu hai lottato, coi carnefici e coi burocrati, per questo bambino hai patito la fame. Questo bambino tu hai piú volte strap­pato alla morte con energia incrollabile; tu lo hai por­tato giorni e settimane sulle lunghe strade della fuga e dell'esilio. Tu hai venduto l'ultimo tuo gioiello; il tuo giaciglio, la tua coperta, la misera razione di pane gior­naliera, la legna da ardere rubata da qualche parte, e poi il pacco ricevuto da qualche lontano paese... tutto era per il tuo bambino. E questo bambino è tuo. E' la tua consolazione, la tua tenerezza, il tuo bene con tanta ansia protetto, la tua vita, il tuo tutto.

Madre della sofferenza, una fra milioni, noi non pos­siamo fare molto per te. Una stretta di mano, una buona parola e un involto di vestiti non bastano a sa­nare la tua vita spezzata. Con la nostra preghiera tie­plda, il nostro sacrificio dimezzato, il nostro cristianesi­mo senza splendore, non siamo in grado di asciugare le tue lacrime. Vogliamo fare ciò che possiamo, vo­gliamo vedere in te Maria, la Madre del Signore, Corre­dentrice sotto la croce insanguinata. Vogliamo esserti riconoscenti per il peso che tu porti anche per i nostri peccati, vogliamo imparare dal tuo esempio a soppor­tare i nostri dispiaceri per gli altri e vogliamo fare qualcosa per il tuo bambino nel quale vive Gesú. Ri­nunceremo a qualche cosa per dare al tuo bambino e a tutti gli altri bimbi, che soffrono per la cattiveria degli uomini, un po' di amore e di calore. Perché non abbiano a crescere amareggiati e nell'odio di Dio, poi­ché nessuno rivelò ad essi il Suo amore. Perché non diventino bambini per l'inferno.

 

Bambini per l'inferno

Prima che i comunisti salvaguardassero il loro para­diso dalle evasioni con il muro berlinese, l'isola Berlino occidentale era l'ultimo punto di sbarco per centinaia di migliaia di persone che volevano abbandonare la ros­sa nave della Repubblica Popolare Tedesca. Quando, una volta tappati tutti i fori nella cortina di ferro, ri­mase soltanto aperta la via di Berlino occidentale, que­sta città ebbe a smaltire una corrente annua di due­centocinquantamila profughi.

Ogni qualvolta nella zona sovietica veniva dato un ulteriore giro di vite alla pressione economica o alla persecuzione politica e religiosa, la corrente dei profughi si metteva in movimento ingrossando, premendo, apren­dosi un varco fra le distese di macerie, dirompendo come una fiumana dalle uscite della ferrovia sotterranea, dalle finestre degli scantinati, lungo i tetti che costeg­giavano la frontiera del settore di Berlino occidentale. A mezzo di aerei venivano poi convogliati verso Oc­cidente.

Era il 1950. Mi trovavo all'aeroporto di Tempelhof. Un ennesimo uccello d'argento sorvolava Berlino. Sor­volava i lussuosi e mondani quartieri del settore occi­dentale, il vanitoso corso Stalin e l'indigenza della me­tropoli che, dietro tali ingannevoli quinte, grida vendetta al Cielo. E sorvolava Elfriede, Edeltraut e Hedwig che accanto a me attendevano.

Tre piccole profughe. Nate nella sanguinosa via cru­cis della fuga o nella terra di nessuno d'un campo di transito. Non hanno né padre né patria. Nulla sanno della lontana Heimat, della casa natia, della fattoria o del piccolo villaggio nel Riesengebirge. La fotografia ingiallita del soldato che la madre affranta conserva nella valigia o nello zaino non ha per esse significato alcuno. Il padre è morto e la loro patria è la baracca.

Stavo a Tempelhof e osservavo queste bambine. Non sono troppo giovani per l'inferno? Eppure ne pro­venivano. Eppure erano condannate a vivere nell'inferno anche in futuro. Nell'inferno dei bunker metropolitani e dei mille campi di raccolta, di transito e di dimora che in quel tempo erano la lebbra della Germania.

Tre piccole profughe. Indossano gli abiti donati dal­l'Aiuto alla Chiesa che soffre. Ma a che prò? Cristo volle che non impedissimo a questi piccoli di giungere a Lui. Ed ora essi attendono il primo aereo per l'inferno.

Questa è Elfriede. Sua madre è la vedova di un medico, disperso a Stalingrado. Ha subíto tutti gli or­rori dell'avanzata russa. E' stata violentata, come decine di migliaia d'altre donne. Questa bambina, la bruna figlia del russo, nacque nel dicembre del 1945.

E questa è Hedwig. Suo padre giunse nel Warthe­land nel 1941, insieme ai contadini evacuati del Volga. Nel 1945 fu espulso. Capitò nella zona sovietica, nel Brandenburgo. Dopo fu messo al lavoro nelle miniere d'uranio. Quattro mesi or sono la famiglia ha ricevuto l'annuncio della sua morte.

E Edeltraut? Essa non ha piú genitori, poiché il loro matrimonio naufragò in una di quelle baracche dove non si possono osservare i comandamenti di Dio.

Che male hanno commesso questi bambini? Sento Gesú che dice: « Lasciate ch'essi vengano a me, poiché ad essi appartiene il Regno dei Cieli ». Sí, il Regno dei Cieli. Presto inizierà il loro volo attraverso l'azzurro.

L'uccello d'argento li condurrà al di là delle bianche montagne di nubi, simili a fiabeschi castelli e a valli nevose dalla purezza abbagliante. Con il naso schiacciato contro il piccolo oblò, si meraviglieranno della gloria del sole e delle nubi. Ad essi appartiene il Regno dei Cieli. Ma volano a quattrocento chilometri all'ora verso l'inferno...

Bambini per l'inferno. Elfriede, Hedwig e Edel­traut. Tre fra cento o duecentomila. Non conosco il loro numero. Forse le ritroverò piú tardi, anime de­vastate, come trovai Klaus nel lager di Valka a No­rimberga.

Credevo avesse diciott'anni, ma ne aveva soltanto quindici. Se ne stava solo come un cane in un angolo della baracca che fungeva da casa -a lui e a centodi­ciannove altri profughi. Aveva tappato le fessure del suo sgabuzzino con fotografie di ragazze in costume da bagno e immagini pornografiche. Queste nutrivano l'illu­sione di ciò che gli era rimasto come ideale di vita, dopo sei mesi trascorsi in quell'inferno.

Non era sempre stato cosí. Proveniva da una buona famiglia e l'idealismo lo aveva spinto a fuggire in Oc­cidente. Quando suo padre fu condannato ai lavori for­zati nelle miniere di uranio non volle raggiungere il convitto dove i figli dei nemici dello Stato venivano educati per diventare il fior fiore del comunismo. A suo padre aveva promesso che non sarebbe mai diventa­to comunista. E perciò, adesso, si trovava in Occidente.

Ma il fatto che l'Occidente si chiami ancora cristiano non ha giovato a Klaus. Non è valso che questa terra sia cosparsa di cattedrali, conventi, chiese e scuole cri­stiane, che milioni di cristiani la abitino. Non per que­sto si è fatta minore la sua miseria. E' qui invece che la sua rovina spirituale e morale si è compiuta a ritmo accellerato. Non pesa questa miseria come una colpa collettiva sulla coscienza della cristianità che cosí poco ha fatto per accogliere questo bambino nel nome di Gesú? Non si accolgono bambini all'inferno!

Non so cosa ne sia di Klaus. Sarà diventato comu­nista nonostante tutto? O avrà seguito fino in fondo la via della disperazione, come quei quattro ragazzi - suoi camerati e compagni di sventura nel lager di Val­ka - che si suicidarono tutti in una sola settimana? Non lo so. Non so neppure cosa ne sia di Edeltraut, Hedwig e Elfriede. Ma ho temuto che il giudizio di Dio sarebbe stato inesorabile verso di me, se non avessi fatto di tutto per rendere tangibile l'amore di Gesú nei confronti di questi piccoli.

Ad Anversa la torre della stazione Sud inalberava festosamente la sua luccicante banderuola sullo sfondo d'un cielo azzurro. Il verde chiosco delle patate fritte si appoggiava al cancello che cinge il giardino pubblico. Ogni dieci minuti il tram numero 24 girava ad arco intorno al giardino per sferragliare poi attraverso via Bruxelles. Al numero 27 di quella strada, in una grigia casa a tre piani, si trovava a quel tempo, molto demo­craticamente, il magazzino della nostra Opera. Fra case come tante altre e una vetrina dove pompelmi, cavoli rossi e piselli novelli si andavano alternando al ritmo delle stagioni, la sua porta sbadigliava a dismisura in­ghiottendo avidamente giorno per giorno quanto veniva scaricato sul selciato.

Sfiorando una pompa di benzina e una catasta di balle si raggiungeva il magazzino dove quattro solai sovrapposti si incurvavano sotto il fardello della carità. Al piano superiore si allungavano le tavole cosparse di bianchi sacchetti riempiti dalle agili mani delle ragazze - volontarie venute da tutte le Fiandre. Tutto ciò che i bambini possono sognare - i torroni e i man­dorlati, le caramelle, le multicolori tavolette di ciocco­lata, la liquirizia, le uova di Pasqua avvolte in carta argentata e le bizzarre figurine di cioccolato in lucido cellofane - tutto ciò che c'è di buono e di dolce era stato accantonato in tempo di quaresima dai bimbi di ben mille scuole e inviato a questo magazzino. Era l'obolo quaresimale della gioventú fiamminga per i po­veri fratellini nei campi di profughi, per i bambini nell'inferno.

La montagna dei dolciumi pesava centotrentamila chilogrammi, senza contare l'offerta della diocesi di Bru­ges che da sola raggiunse i novantamila chili che furono imballati nelle Fiandre Occidentali. Il lavoro fu svolto con amore e rapidità tempestosa. La dolce montagna venne dapprima smistata in quantitativi di cinquanta chili e poi confezionata in sacchetti. Nei giorni intorno alla Pasqua di questi sacchetti se ne colmarono quat­trocentomila. In ogni sacchetto veniva racchiuso un ami­chevole saluto in tedesco o in una lingua dell'Europa orientale: « A richiesta dell'Aiuto alla Chiesa che soffre un bimbo delle Fiandre ha rinunciato a questi dolciumi per apportarti un po' di gioia. Vuoi scrivere una lette­rina? Questo è l'indirizzo... ».

Confezionati in grandi cartoni da imballaggio, questi sacchetti furono affidati alle cappelle volanti, trasportati a mezzo di autocarri verso i settantatre campi di pro­fughi o inviati in piccoli quantitativi ai sacerdoti con il sacco in spalla, che li avevano ordinati per solenniz­zare le feste della prima comunione dei bambini esuli.

Grazie alla nostra Opera, quattrocentomila bambini nell'inferno provarono una piccola gioia. I loro genitori sorrisero. Da tutte le contrade dell'Europa devastata giunsero nelle Fiandre gaie cartoline postali con parole. E di affettuosa riconoscenza. Furono allacciati legami, pri­ma fra i bambini, poi fra i genitori, gli insegnanti, e fra religiosi e sacerdoti di tante nazioni. Migliaia di bambini furono invitati a recarsi nelle Fiandre, dove videro ed ebbero per la prima volta una chiesa vera, un tabernacolo, un letto per ciascuno e una normale vita di famiglia.

Cosí questi piccoli costruirono la vera ONU, fatta di nazioni veramente unite. Piú che gli sforzi di statisti e diplomatici le loro umili ma sincere offerte contri­buirono a far sí che si avverasse l'ultimo desiderio di Gesti « che tutti siano uno ». Cosí grande era il valore di un sacchetto di dolciumi, cosí grande era il valore di una lettera come questa, scritta da un bambino: « Caro amico sconosciuto, qui vi saluta Dietmar Seefeldt, da Eggebek nello Schleswig Holstein. Venne una cappella volante nel nostro villaggio e tutti i bam­bini ricevettero un sacchetto pieno di dolci. Erano molto buoni poiché dallo scorso Natale non avevamo ricevuto nulla. Mia mamma è povera e con l'assistenza che riceve può comprare soltanto del pane. Noi siamo profughi dalla Slesia e abitiamo in una baracca, insieme a due mie sorelline e un fratellino. Il papà è morto in Russia. Ci avete donato i vostri dolci. Noi siamo poveri e non possiamo darvi niente. Ma preghiamo per voi e man­diamo, anche ai vostri genitori, i nostri cari saluti pre­gandovi di scriverci ancora... ».

Dietmar Seefeldt conobbe il calore di una famiglia cristiana grande quanto il mondo attraverso una man­ciata di dolciumi. Grazie ad una bambola e ad una ta­voletta di cioccolata la povera piccola Rosemarie si in­namorò di Dio. Bastano un po' di bontà e un po' di talento organizzativo per dare a due bambini terra su cui posare i piedi e, sulle loro teste, un tetto spi­rituale.

Cosa è successo a Elfriede, Hedwig e Edeltraut? E perché non c'era posto per Klaus nell'albergo del­l'Occidente cristiano?

 

Non c'è posto all'albergo

Quando per la prima volta venne il Natale, le strade di Betlemme erano affollate di gente. Gente che si af­frettava verso la città di David per farsi iscrivere per via del censimento. Nella calca ognuno si dava da fare di piedi, di mani e di gomiti per aprirsi un varco. Sapevano infatti che soltanto i primi venuti avrebbero trovato alloggio per la notte. E avvenne anche allora quello che spesso avviene nella ressa: i ricchi e i potenti, quelli che andavano a cavallo o in groppa ai cammelli o in pesanti carrozze, scavalcavano i piccoli sui loro asinelli e profittavano degli spazi disponibili negli alber­ghi. E per Maria, che portava Gesú, non c'era piú po­sto. Essa sapeva che i suoi giorni si erano compiuti... Giuseppe era disperato. Ma non c'era niente da fare. Soli e trascurati camminavano fra la folla...

Non è cambiato molto. Non ci sarà mai posto per Cristo fintanto che gli uomini penseranno troppo a se stessi. Possiamo senz'altro star bene senza che nulla ci manchi. Possiamo rallegrarci di possedere una casa o della sicurezza di una camera, con finestre e vetri che tengono fuori il freddo. Possiamo essere lieti per il fatto che nulla ci manca. Ma pensiamo noi alle Marie e ai Giuseppe che fuori, a mille, peregrinano per il mondo? E al Cristo ch'essi portano e che piange nei profughi e negli indigenti, in quanti egli definí i minimi dei suoi e sotto la cui povertà Egli cela lo splendore della Sua statura?

Natale viene mille volte all'anno, e mille volte Gesú chiede d'essere ricevuto dai Suoi. Ma mille volte all'an­no si ripete anche la storia dei rapaci a Betlemme, degli osti indifferenti e dei pasciuti borghesi fra le mura della loro presunzione. E mille volte porte e cuori vengono chiusi dinnanzi alla grande indigenza che in verità è l'indigenza di Cristo.

L'indigenza di Cristo! Conosco un profugo dalla Bul­garia che nascosto in un vano fra le pareti di un va­gone letto, a bordo di un treno internazionale, è giunto in Occidente. Erano con lui sua moglie e i loro quattro bambini. Con delle iniezioni li aveva tramortiti per farli star buoni ventiquattr'ore. Amici in Bulgaria lo avevano aiutato perché era il messo di molti e la riu­scita della sua fuga era della piú grande importanza. Gli avevano affidato gioielli e quadri da vendere per pagare i 10.000 dollari chiestigli dal controllore del va­gone letto. Questi voleva fuggire a sua volta in Occi­dente e aveva bisogno di denaro per cominciare una nuova esistenza. I patti erano chiari e il rischio era grosso...

Diecimila dollari! Ho visto le ricevute del banco dei pegni e i risibili importi dati a questo profugo in cambio dei tesori d'arte da lui impegnati. Ha rimesso il suo messaggio. Ha scritto rapporti che sono stati letti fino in Vaticano. Per sei mesi non ha pensato alla pro­pria famiglia ma soltanto al suo impegno nei confronti del suo popolo incatenato. E allora si è ammalato di nervi. Perché non trovava lavoro e sua moglie doveva essere operata. Aveva preso due stanze in affitto e ave­va acquistato un po' di mobilia a rate. Non poteva certo abitare in istrada. Aveva ricevuto qua e là degli aiuti - l'ho aiutato anch'io - ma doveva diecimila dollari al controllore che a sua volta non aveva un soldo. Doveva pagare le rate dei mobili e, ogni mese, l'affitto. E dove prendere abiti per l'inverno? Conosco quest'uomo. E' diventato schivo e sfiduciato. Ha delle crisi di disperazione. E' irritato. E' diventato un peso per quanti lo circondano. Giorno per giorno sta diven­tando un caso asociale. Questa è l'indigenza di Cristo.

In un altro emisfero della terra le cose vanno an­cora peggio. A Seul, nel 1962, visitai i profughi della Corea del Nord. Le loro piccole capanne e i loro ma­leodoranti abitacoli si allineano lungo le strade, contro i fianchi delle montagne e nel largo letto del fiume. Là l'indigenza di Cristo grida vendetta al cielo. Ma quel cielo è invisibile nel tunnel sotto la ferrovia. Nella semioscurità conto cinquanta capanne. Nessuna di esse mi giunge all'altezza delle spalle. Sono fatte di latta, cartone, assi, stuoie e tela cerata... imballaggio di piú di quattrocento esseri viventi. Cinquanta famiglie acca­tastate a lume di candela nel fango. Si cibano dei rifiuti dei secchi d'immondizia e di uova in polvere americane. Devono campare con una razione giornaliera di 1500 calorie -- due terzi di quello che occorre per rimanere in salute senza lavorare. Si scaldano le mani a un mi­sero focherello di brace. Qui, quando viene un incendio, ci sono per lo meno cento morti. E non sono molti. Perché quando a Hong-kong si scatena un tifone affo­gano certamente mille persone che vivono in giunche sull'acqua fetida. E sono sempre pochi quando si pensa che a Hong-Kong di questi abitanti acquatici ce ne sono trecentomila.

Qui, nella galleria di Seul, non si tratta di cifre cosí enormi. In questa spelonca vivono, al massimo, trecento bambini. Se uno si ammala di tisi, si ammalano tutti. Non ricevono un solo raggio di sole. Invece di fragranza di fiori aspirano il lezzo delle proprie feci. Hanno dei fiori artificiali. Vengono fatti con infinita pazienza da donne anziane che per un po' di riso li vendono agli americani. Cosa potrebbe vendere altri­menti una donna anziana? Le donne giovani e le ra­gazze vendono se stesse e vengono vendute... Questa è l'indigenza di Cristo.

L'indigenza di Cristo l'ho vista anche a Hong-Kong. Era il 1962. A innumerevoli cinesi, la cui unica colpa è di dar seguito piú fedelmente dei popoli cristiani all'antico precetto « crescete e moltiplicatevi » manca il minimo spazio vitale.

Non c'era spazio per i neonati e tanto meno per i nuovi profughi che a centinaia di migliaia affluivano a Hong-Kong dalla Cina Rossa. Ma a nessuno era per­messo emigrare perché i popoli bianchi si sono abusi­vamente riservati i territori spopolati della terra. Non c'era posto all'albergo. Soltanto chi ha visto i bambini dell'Asia può immaginare la collera di Dio per questo scandalo.

Tutti i figli sono uguali per Dio, e i cinesi Gli sono cari quanto gli europei. Egli ama i vostri bambini ma ama altrettanto Annie Wong, che ho incontrata a Hong-Kong. Essa abita con i suoi genitori in Taiping Shan Street. La casa è incollata alla balza del monte e non è molto piú grande di una cassa in cui si im­balla un'automobile. La si raggiunge con una scalinata di granito che in effetti conduce ad una villa ma se a metà strada si svolta a sinistra e si passa sopra un'as­se si raggiunge la dimora dei Wong. Sul tetto giacciono una scopa, un secchio e tre paia di scarpe per le quali non c'è posto all'interno. La famiglia è cattolica, il padre è un coolie. Ci sono sette bambini, dei quali due maschi, chierichetti. Il piú piccolo ha un anno e mezzo e Annie, quindici anni, fa la prostituta. Altre possibilità - senza morire di fame - non ce ne sono. E' una famiglia esemplare. E io penso che Iddio voglia piú bene a Annie Wong, che sera dopo sera va a letto con marinai sconosciuti, che a noi, che crediamo tuttora di avere piú diritto al benessere di due miliardi di per­sone che devono vivere privi del minimo indispensabile. Questa è l'indigenza di Cristo.

Ci sono molte Annie Wong. Forse costituiscono per voi uno scandalo ma guai a coloro che di questo sono stati la causa. E guai a noi se non facciamo di tutto per eliminarlo. Un profugo cinese mi disse con un cor­tese sorriso: « Siete come un tranquillo specchio d'ac­qua, ma sotto c'è una corrente traditrice. Alla super­ficie vi dimostrate cristiani ma sotto c'è il vostro mate­rialismo che differisce dal comunismo soltanto per essere pervaso da una fede molto piú piccola... » Anche questa è l'indigenza di Cristo!

I bambini dell'Asia, i bambini affamati, i bambini morti di tisi, i bambini non nati e lo sterminato eser­cito dei bambini vivi - tutti questi bambini annunciano la nostra perdizione. Il secolare accumularsi di peccati e di negligenza nei cristiani sfocerà in una catastrofe. E il peggio che ne deriverà non sarà tanto il tramonto della cultura europea quanto il fatto che, a causa dei peccati dei nostri padri e del nostro egoismo, il cristia­nesimo e Cristo stesso veranno compromessi a un pun­to tale che si potrà parlare di vero miracolo se questo cristianesimo potrà essere ancora stimato dai popoli pro­letari. Questo è di nuovo l'indigenza di Cristo.

E' facile vituperare i profughi e sommare la lunga lista dei loro difetti. Sono anni che lavoro per essi e forse ho avuto piú delusioni di chiunque. Ma abbiamo fatto noi tutto quel che potevamo per dare loro calore, sicurezza, amore, comprensione, e un po' di compenso per il molto al quale hanno dovuto rinunciare?

C'è un detto tragico nella Sacra Scrittura: « Venne fra i suoi e i Suoi non lo riconobbero ». Non c'era posto per Lui all'albergo perché i « Suoi » non avevano amore. E noi sappiamo ch'Egli è il principe della pace che tutto il mondo attende e che ci è necessaria come il pane. Pratichiamo perciò l'amore che apre le porte e i cuori a coloro sotto le cui sembianze Egli si na­sconde.

Milioni di profughi sono malati di nostalgia e so­gnano una parola, una canzone, un barlume della loro patria lontana. Sono sfuggiti al terrore dei nemici di Dio ma corrono il rischio di soccombere a causa del disamore dei cristiani. Se non faremo posto per loro nel nostro albergo essi perderanno non soltanto il coraggio ma anche la fede in Dio. Per colpa nostra e a causa del nostro egoismo, essi Lo odieranno. A che serve allora la parola ch'Egli ha loro rivolto? La parola piena di speranza che tutto riconcilia: « Perché cosí parla il Signore Dio: Io vi prenderò tra le genti ove siete, vi richiamerò da ogni regione, e vi condurrò sul vostro suolo. Vi aspergerò d'acqua pura e sarete purificati da ogni vostra bruttura. Darò a voi un cuor nuovo e uno spirito nuovo; e farò sí che viviate secondo i miei statuti, osservando e mettendo in pratica le mie leggi. Allora voi abiterete nella terra che io detti ai vostri padri. Perché cosí parla il Signore Dio: ecco, io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pa­store passa in rassegna il gregge, quando si trova tra il suo gregge disperso, cosí passerò in rassegna le mie pecore e le trarrò in salvo da tutti i luoghi dove si erano disperse. E le ritrarrò di mezzo ai popoli e le radunerò da ogni paese e le ricondurrò nella loro terra ».

 

Sacerdoti con il sacco in spalla

I migliori aiutanti nel compito di dare ai senza patria una nuova patria erano, nei primi anni dopo lo sfacelo del reich hitleriano, i sacerdoti tedeschi con il sacco in spalla. Erano essi i primi protetti che mi affi­darono i miei superiori. Imparai a conoscerli attraverso molti incontri personali e centinaia di lettere.

Cosí mi scrisse una madre: « Mio figlio è sacerdote ed è tornato gravemente ammalato dalla Russia. Soffre di reni e lavora fra i profughi. Nella sua parrocchia, che comprende diciotto villaggi, non c'è nessuna chiesa cattolica. Celebra la messa in sale da ballo, granai, aule scolastiche e talvolta in una chiesa protestante. Due anni fa un sacerdote gli ha regalato una bicicletta vec­chia. Con questa va a visitare i cattolici che hanno tro­vato alloggio nelle soffitte dei contadini o in qualche sgabuzzino. Tutto ciò è al di sopra delle sue forze. Ogni domenica celebra quattro messe in località diverse. Ogni settimana impartisce ventotto ore di catechismo. Temo tanto che non vivrà piú a lungo. Potete forse aiutarlo?. Ha bisogno di un'automobile, e anche di un calice e di un paio di camicie. Io avevo in casa i suoi paramenti liturgici, il calice, i suoi abiti da sacerdote e la sua biancheria quando era in prigionia. Al momento dell'espulsione non ho potuto portare niente con me, tant'è che siamo poverissimi. Per l'amor di Dio vi prego di non respingere la supplica della madre di un sacerdote. Mio marito e gli altri due miei figli sono caduti in guerra. Aiutatemi al piú presto affinché l'ulti­mo figlio che Dio mi ha lasciato non soccomba nel suo compito di sacerdote ».

Un'altra lettera mi giunse da KSnigstein, la casa paterna degli esuli, dove l'allora prelato Kindermann (attualmente vescovo) aiutava, per quanto poteva, i suoi compagni di sorte. Fu lui che fece conoscere dapprima al mio abate generale e in seguito a me i bisogni degli esuli facendosi compartecipe delle origini dell'Aiuto alla Chiesa che soffre. Egli scrisse: « Il nostro amico Johan­nes Jenke, di anni quarantatré, che curava le anime recandosi in bicicletta in venticinque villaggi, è stato colpito da paralisi cardiaca domenica sera, mentre an­dava a celebrare la sua quarta messa ed è morto ab­bandonato in un fossato lungo la strada ».

A quell'epoca scrissi come testo per una fotografia: « Vedete qui una Nissenhut, una specie di scatolone metallico arrugginito fatto di lamine di ferro ondulate, come ce ne sono migliaia nei territori dei profughi. Questi mostri metallici, che irrompono dal suolo simili a gibbosità e bubboni pestilenziali, servono di dimora a centinaia di migliaia di persone. Nello scatolone qui raffigurato abita un sacerdote. Le pareti della sua stan­zetta sono curve, e il vento soffia attraverso le fessure. Centinaia di sacerdoti vivono ancora in tal modo in baracche, soffitte e granai. Ho saputo che uno allog­giava nel guardaroba di un cinema. Vivono con Cristo nello stesso spazio ristretto. Cucinano il loro sobrio pasto, si lavano e dormono in presenza del Santissimo. Il loro altare è al contempo la loro tavola e ripongono il Santissimo Sacramento nel cassetto. Patiscono il fred­do e la fame ma condividono i doni dell'Aiuto alla Chiesa che soffre con altri che sono ancora piú poveri di loro.

Questa era l'immagine tipo del sacerdote con il sac­co in spalla nei primi anni dopo l'esodo. Molti pensa­vano che si trattasse di sacerdoti fuggiti per paura e che, dopo alcuni mesi di preoccupazione e di miseria, avevano ripreso la loro normale attività. Non era cosí semplice. Dietro le parole « esule », « profugo » e « e spulso » si nasconde un abisso di sofferenze, di violenze e di ingiustizie che oggi non possiamo neanche imma­ginare.

Quando, dopo l'ingresso delle truppe sovietiche o lurante le orgie che abitualmente accompagnano dovun­que la liberazione da un giogo nemico, l'assassinio e gli stupri infierivano, questi sacerdoti rimasero quali buoni pastori con il loro gregge. Si comprende perciò che in occasione dell'occupazione di un villaggio o di una città i sovietici generalmente sfogassero innanzi tutto il loro odio sui sacerdoti. Da numerose informa­zioni sappiamo che centiania di essi furono abbattuti per avere difeso donne o ragazze che avevano cercato rifugio nelle loro canoniche. Spesso un parroco, da solo, doveva difendere suore, ragazze e persino bambine quan­do soldati ubriachi volevano violentarle. Molti, a prezzo della propria vita, hanno tentato di impedire la profa­nazione dei luoghi santi. Spesso i russi non si azzarda­vano ad assassinare il sacerdote in pubblico ma lo atti­ravano fuori del convento o della canonica in una lo­calità isolata. Il cadavere mutilato veniva poi ritrovato dopo settimane o mesi.

Fra i sacerdoti sfuggiti alla morte nei territori da evacuare ce ne sono ben pochi che non si sono trovati in pericolo di vita o non sono stati maltrattati. Questi sopravvissuti che già avevano vuotato il calice stracolmo dell'umana sofferenza rimasero con il loro gregge, quan do l'evacuazione di sedici milioni di tedeschi dalle loro patrie secolari, decretata a Potsdam dai russi, dai bri­tannici e dagli americani, venne messa in atto nel piú inumano dei modi. Spesso essi erano gli unici capi degli espulsi, che in lunghissimi convogli venivano sospinti verso l'occidente.

La preoccupazione di salvaguardare dalla dispera­zione, dall'estremismo e dall'apostasia i loro fedeli quan­do questi furono dispersi come pula al vento sui deserti di macerie e sui territori della diaspora della Germania del dopoguerra, fece di essi dei sacerdoti con il sacco in spalla. Preti che erano poveri fra i poveri e come tali vivevano nei sottotetti, nei granai, nelle cantine e nei bunker; che andavano di villaggio in villaggio con il calice, la pietra dell'altare, le ostie e la pianeta nello zaino; che quando l'indigenza spinse innumerevoli alla disperazione hanno salvato la fede del loro popolo. Eroi della carità, dell'abnegazione e della fiducia in Dio. Dob­biamo anche a loro se l'avanzata ideologica del comu­nismo si fermò nella Germania Occidenfale.

Sacerdoti con il sacco in spalla! Il loro nome sarà iscritto a caratteri d'oro nella storia della Chiesa. Ma resterà vivo anche il ricordo di centinaia di migliaia di fiamminghi e di olandesi che li hanno assistiti nelle ore piú amare della loro esistenza. Poiché lo sforzo di questi « sgobbatori » venne sostenuto e appoggiato per anni dall'amore dei nostri benefattori.

Lasciatemi prendere una manciata dalla montagna di lettere ricevute nei primi anni del dopoguerra da questi benefattori. Non di rado si trattava di persone che avevano profondamente sofferto personalmente delle ingiustizie commesse dai tedeschi. Son lettere che testi­moniano in maniera commovente dell'amore di cui il nostro popolo era capace.

Una coppia: « Abbiamo letto il vostro appello in un giornale e non esitiamo ad inviarvi il nostro con­tributo per un sacerdote con il sacco in spalla. Lo fac­ciamo di cuore anche se siamo stati duramente provati dalla guerra poiché avevamo soltanto due figli e il piú giovane è morto nel campo di Buchenvald. Aveva tren­tatre anni e ha lasciato moglie e un bambino di tre anni a nostro carico. E' stato per noi un grande dolore che non possiamo dimenticare. Ne abbiamo parlato con nostro figlio ed egli ci ha dato cento franchi. Del poco che possediamo ve ne diamo anche noi cento ».

Un giovane sposo: « Quando tre anni fa mi sposai e andai ad abitare nella casa dei miei genitori sognavo di poter trasformare e modernizzare un giorno questa casa vecchia ormai di duecento anni. Comprai delle ob­bligazioni del prestito della Ricostruzione nella tacita speranza di vincere il gran premio e realizzare cosí il mio sogno. Ora che dalla vostra predica ho appreso che ci sono ancora milioni di profughi che vivono in bunker e baracche ho compreso che posso ben contentarmi del la mia vecchia casa. Benché il fratello di mia moglie sia stato fucilato dai tedeschi, per essere conseguente vi mando queste obbligazioni per i vostri protetti ».

Un ragazzino: « Caro Padrelardo, i miei genitori sono andati ieri ad ascoltare la sua predica ma io sono ancora troppo piccolo perché ho soltanto nove anni.

Mi chiamo Norberto e mia madre mi ha detto che lei appartiene all'ordine di San Norberto e vogliamo man­darle qualche cosa. Abbiamo risparmiato duecentocin­quantatre franchi. In verità erano per un bambino pa­gano ma ricominceremo a risparmiare per un bambino pagano e costruiamo per questo un salvadanaio di paglia che sembra un tucul ».

Una dirigente della gioventú contadina: « Nella no­stra parrocchia con l'aiuto del parroco abbiamo portato a buon fine una campagna per i profughi tedeschi sotto il motto " Un chilo di burro o piú ". Benché nel nostro comune ci siano soltanto contoventitre famiglie contadi­ne abbiamo raccolto duecentottantacinque chili di burro.

Il direttore della latteria li ha arrotondati a trecento chili. Versiamo l'importo di ventiquattromila franchi sul vostro conto corrente. Qui. durante la guerra, molti uomini sono stati deportati. Dodici di essi non sono piú ritornati. Mio fratello maggiore è morto a Dachau. Ma io sono fiera di poter dire che nel nostro villaggio l'odio contro i tedeschi è stato sconfitto dall'amore cristiano ».

Grazie ad innumerevoli prove di uno stesso amore potemmo procurare a questi sacerdoti con il sacco in spalla e al loro gregge esule migliaia di tonnellate di viveri, indumenti, calici, ostensori, paramenti liturgici, libri, centinaia di Volkswagen, piú di cento chiesette, decine di cappelle volanti, diciassette conventi e semi­nari, centrali di apostolato, case per studenti e un ap­poggio morale incalcolabile.

Tutto ciò era anche accompagnato da grandi diffi­coltà. Perché abbiamo iniziato l'Aiuto alla Chiesa che soffre in giorni in cui l'odio aveva ancora diritto di cittadinanza e i samaritani venivano sospettati quali rei di alto tradimento. In alcune diocesi dei calunniatori hanno impedito per anni la nostra azione fornendo l'in­formazione confidenziale secondo la quale noi saremmo stati nazionalsocialisti o esponenti del nazionalismo fiam­mingo e la nostra azione ispirata da considerazioni pan­germaniche. Abbiamo lasciato i morti seppellire i loro morti. Ma giorno per giorno venivamo a sapere, attra­verso la posta, che la nostra azione soffiava per tutta l'Europa simile ad un vento fresco e liberatore; che l'angusto nazionalismo, l'odio e i malintesi venivano sconfitti dal generoso dare e dal riconoscente ricevere; l'eroismo rifioriva sotto la parola esorcizzante dei nostri predicatori; la cristianità lacerata trovava la sua unità in questo movimento.

Poiché la tempesta d'amore che infuriò sulle Fian­dre, sui Paesi Bassi e quindi in Vallonia, in Francia e in Svizzera mise in movimento anche i tedeschi e poi, un anno dopo, anche gli austriaci; scuotendo le loro coscienze e stimolando, sia pure ancora nella fame e nel bisogno, il loro desiderio di prendere parte attiva all'Aiuto alla Chiesa che soffre.

Già nel 1951 potevo tenere in un circo, a Colonia, la mia prima predica seguita da questua. Dopo di che l'azione crebbe con la rapidità del lampo. Nessun ve­scovo ci frenò. Nessun parroco ci rifiutò il pulpito. A Monaco di Baviera la gente buttò trecentosessanta­settemila marchi nel mio cappello dei miliardi e sessan­tacinque tonnellate di doni nella mia cappella volante. La piú grande colletta della mia vita (fino ad ora). Sul conto corrente tedesco dell'Opera riceviamo in media settantamila marchi alla settimana. I tedeschi sconfitti che nel piú profondo della loro indigenza avevano spe­rimentato il nostro amore coprono adesso il 30% del nostro bilancio internazionale.

Questo è un fatto commovente. Ma ancor piú com­moventi erano le lettere di ringraziamento che nelle buie giornate del dopoguerra ricevemmo a migliaia dalla Germania.

Una profuga dai Sudeti: « già da due anni ricevo dal nostro parroco una parte dei doni che regolarmente gli giungono dal Belgio. E' cominciato con il lardo e ieri ho ricevuto persino un magnifico paio di scarpe. Per quanto l'espulsione mi abbia reso poverissima e la malattia mi impedisca di lavorare penso che sia mio dovere fare anch'io un sacrificio. Cosí mi sono levata dal dito la fede nuziale e l'aggiungo a questa lettera. Aiutate se possibile i céchi che ci hanno espulsi, cosí come voi ci aiutate nonostante che il vostro popolo abbia tanto sofferto sotto i tedeschi. Mio marito è mor­to di fame nel 1946 nel campo di Troppau: voglio tuttavia rimanergli fedele, anche senza anello, e soppor­tare tutte le difficoltà per la maggior gloria di Dio ». Un sacerdote con il sacco in spalla che col nostro aiuto ha potuto trascorrere una vacanza nelle Fiandre: « La visita alle Fiandre rimane uno dei piú bei ricordi della mia vita. Ho incontrato tanto amore e tanta com­prensione che spesso ne ero profondamente commosso. Non c'erano risentimenti, non c'era inimicizia. Dapper­tutto sono stato ricevuto fraternamente. Numerose fami­glie mi hanno ospitato. Tutti erano felici di accogliere il sacerdote con il sacco in spalla. Sono riconoscente a quanti hanno reso possibile il mio soggiorno. Il mio piú grande ringraziamento va però all'Aiuto alla Chiesa che soffre, che ha realizzato quest'opera di solidarietà cristiana e di fratellanza fra i popoli ». Un dirigente giovanile in un villaggio della diaspora dove si è recata una delle trentacinque cappelle volanti dell'Aiuto alla Chiesa che soffre: « Il ricordo delle me­ravigliose giornate della missione a Dautzenberg mi spinge a scrivervi alcune righe. Tutto è ancora presente al nostro spirito, anche se già da tempo il padre mis­sionario ci ha lasciato e certo starà di nuovo dietro la sua cattedra in Olanda. Noi sappiamo che la vostra cappella volante viene da un paese che per colpa di noi tedeschi ha molto sofferto immeritatamente. Per questo la nostra gratitudine è tanto piú grande. Vorremmo tanto che la gente del vostro paese sapesse della nostra gratitudine e che la loro mano fraterna non si è tesa invano. Non è una vana parola la mia quando vi dico che alla partenza della cappella volante molti occhi si sono riempiti di lacrime. Per alcuni giorni Dio è stato tangibilmente presente in mezzo a noi. Adesso tutto è di nuovo triste, ma ci aggrappiamo al ricordo ».

Un sacerdote scacciato dalla Slesia e « adottato » da una famiglia fiamminga: « Con gratitudine ho rice­vuto il vostro prezioso pacchetto e l'ho diviso fra i piú poveri profughi della mia grande parrocchia. Ma la gioia piú grande mi è stata procurata dalla vostra lettera. Mi scrivete come mi scriveva mia madre quan­d'ero ancora studente e piú tardi giovane sacerdote. Quando ricevo una vostra lettera mi sembra che siano i miei genitori a scrivermi ».

Uno studente tedesco: « Caro Padrelardo, ieri, con i miei ultimi cinque marchi, avevo comprato un libro per la mia fidanzata. Ora, proprio in tempo, l'ho ven­duto ad un mio amico che ha anche lui una fidanzata. Cosí posso dare qualche cosa per il vostro lavoro. Sono soltanto un povero studente e spesso ho a malapena di che mangiare ma con un vasetto di yoghurt e un tozzo di pane si tira avanti lo stesso. Cinque anni fa, quando abitavo con i miei genitori in un campo, voi ci avete visitati e una settimana dopo ci avete mandato un camion intero di abiti e di scarpe che furono di­stribuiti dal cappellano del campo. Questo non lo dimen­ticherò mai e vi ringrazio per aver tramutato in fatti l'idea dell'amore verso il prossimo.

Una donna sola: « In due inflazioni ho perduto tut­te le mie economie. Ma la scorsa settimana sono diven­tata ricca e ho ricevuto duecento marchi per i miei quarant'anni di servizio. Come ringraziamento per tutto l'amore che lei dimostra al popolo tedesco offro questo denaro all'Aiuto alla Chiesa che soffre. Non potrei spen­derlo meglio.

Nella veemente opposizone che ho incontrato e fra le molte difficoltà che non mi sono state risparmiate, l'amore assolutorio dei miei compatrioti e il grato amo­re dei tedeschi esuli sono stati sempre per me la prova piú evidente della benedizione di Dio. A questo amore ho potuto misurare l'influenza di Dio nel mio lavoro. Il fatto che la gente d'oggi sia in grado di praticare questo amore mi ha dato non soltanto speranza per il futuro, ma anche la forza di estendere la mia azione di soccorso per i sacerdoti tedeschi con il sacco in spal­la a tutti i continenti dove donne e uomini coraggiosi si pongono al servizio dei fratelli profughi, perseguitati e oppressi.

 

II portinaio della Cina Rossa

Uno degli uomini piú coraggiosi che ho incontrato durante la mia vita è padre Poletti. Me lo vedo ancora dinnanzi, con tutte le pittoresche sfaccettature della sua personalità. E' il 1962. La baia di Hong-Kong si sten­de azzurra e placida sotto il cielo primaverile. Appro­diamo nei « New Territories » ceduti dalla Cina impe­riale all'Inghilterra nel 1898. Attraversiamo il « Terri­torio dei quattordici villaggi » ed arriviamo alla fron­tiera. Quando la jeep si ferma, vedo al di la del filo spinato due alberi e un fiumiciattolo. Qui incomincia il regno del comunismo che si estende fino al cuore dell'emisfero occidentale. Filo spinato, torrette di guar­dia, cani e poliziotti, uno spettacolo penoso qui come lungo la cortina di ferro, in Europa.

Immediatamente al di là della frontiera giace il villaggio di Lo-Fong, una comune popolare semideserta; a sinistra la città di Shum-Chun e sul fondo il profilo azzurro dei monti Nam-Tan. A destra e a sinistra terri­torio comunista: Hong-Kong è dietro le nostre spalle, a trenta chilometri; da tre lati siamo circondati da sol­dati rossi.

Ci accompagna Padre Poletti, un missionario italiano scarmigliato che i comunisti hanno espulso dalla Cina dieci anni fa. Ora è il cappellano dei profughi di Fan­Ling, proprio al confine. Cappello, barba, camicia aperta sul petto, calzoni color kaki e le sue grandi mani, tutto è color terra. Spesso giace per ore disteso in qualche fosso per soccorrere immediatamente coloro che, braccati come selvaggina, cercano scampo verso la libertà tra il fischiare delle pallottole e lo scoppio delle granate. Un bracconiere di Dio. Contrabbanda profughi e pro­cura loro i documenti per impedire che vengano ricon­segnati alla Cina Rossa.

Per istrada mi racconta le sue avventure: urla e grida come se dovesse tenere a, bada una banda di can­nibali; il suo aspetto incute paura. Arrivati in canonica, mi faceva pena il cane ogni volta che Padre Poletti gridava « Ah-Oi! », ma poi compresi che non si rivol­geva al cane, bensí alla donna di servizio! Perfino il capitano della polizia confinaria inglese ha paura di lui. Ma è l'uomo che ha salvato la vita a cinquemila pro­fughi. Sotto quella scorza ruvida nasconde la bontà del buon samaritano.

Lo chiamano il portinaio della Cina Rossa. Ha tro­vato il suo compito alle porte del regno di Mao. Su questa fascia angusta di confine e nelle acque costiere di Hong-Kong. Coloro che non possono piú sopportare il terrore rosso tentano qui la sorte. Attraverso questa porta sono già fuggiti tre milioni di persone, ma nessu­no può contare quanti milioni ne siano morte alle soglie della libertà.

Padre Poletti sa che proprio a Hong-Kong inco­mincia il dramma piú tragico dei sopravvissuti. Appena hanno oltrepassato la fascia della morte e s'illudono di trovarsi al sicuro, vengono arrestati e ricacciati nelle spire della milizia popolare sghignazzante. La polizia britannica dà loro la caccia, li arresta e li condanna a lunghe pene detentive sotto l'accusa di « immigra­zione illegale ». Non è raro il caso in cui vengono ri­consegnati ufficialmente ai carnefici rossi.

Il 4 aprile questa sorte toccò a quattro giovani e

due ragazze, tutti tra i quattordici e i diciannove anni, che avevano sfidato per cento ore la tempesta in una imbarcazione fradicia e che furono rinviati nella Cina Rossa. L'8 aprile subirono simile sventura tre giovani cinesi. Il 28 aprile la maestra Tsai-Fu-Yun, trentunenne, arrestata dalla polizia, si è suicidata. Ha preferito mo­rire piuttosto che ritornare in Cina. Lo stesso giorno una ragazza, un giovanotto, due uomini sessantenni, tutti fuggiti dalla Cina, si gettarono in un precipizio, disperati, quando vennero scoperti dalla polizia britan­nica.

La rabbia di Padre Poletti è pienamente giustificata. Egli fa quello che può fare un uomo solo contro un'ar­mata di burocrati. Nasconde i profughi, procura loro cibo, vestiario, medicinali, documenti, li fa sparire se è necessario. A dieci metri dalla frontiera cinese, nella località di Ta Kau-Ling, l'« Aiuto alla Chiesa che sof­fre » ha costruito un dispensario per i protetti di Padre Poletti, che grugní felice quando gliene feci promessa!

Ma da solo non può risolvere il problema, cosí come non lo possono risolvere gli inglesi che tuttavia cercano di fare quello che possono. Giorno e notte i bulldozer aggrediscono la montagna: si fa saltare la roc­cia e la si getta in mare. L'isola si allarga e dove prima c'erano il mare e la montagna, ora si costruiscono i « Resettlementbloks » ognuno dei quali porta una let­tera dell'alfabeto, un numero, e contiene quattromila persone. Ma anche questa impresa imponente non ri­solve il problema. Questi mostri in cemento armato riparano dai tifoni ma rovinano gli uomini; sono i mo­derni Moloch che divorano i figli della Cina.

L'unica soluzione sta in una emigrazione di pro­porzioni adeguate, ma questo è ciò che non vogliono i popoli dal cuore di pietra: essi preferiscono lasciare incolti vasti territori piuttosto che aprirli ai cinesi. I governanti di questi popoli sono ciechi o sono uno strumento del demonio che prepara il caos col loro aiuto? Ognuno sa che la produzione del cibo non avanza di pari passo coll'aumento della popolazione nel mondo. E' di urgente necessità rendere funzionali e sfruttare i territori incolti. A tale scopo, con ingenti spese, viene organizzato il « Corpo della Pace », costituito da ame­ricani. Ma costoro, a causa della loro pelle bianca e del loro alto tenore di vita, sono proprio i meno adatti ai lavori delle zone tropicali. Questi americani produr­rebbero di piú negli Stati Uniti d'America, mentre i cinesi di Hon-Kong, ora condannati alla disoccupazione, sono molto piú adatti a tale compito per costituzione fisica, sobrietà, capacità e diligenza. Un « Corpo della Pace » cinese sarebbe, a pari costo, almeno sette volte piú numeroso di quello americano... e, probabilmente, funzionerebbe meglio.

Ecco quel che pensavo tornando nella casa canonica con Padre Poletti. Qui ci attendeva un giovane cinese dodicenne. Suo padre, cristiano, era stato condannato per quattro anni ai lavori forzati in Manciuria e tor­nando disfatto nel suo villaggio aveva detto ai suoi due figli: « Fuggite dal paese dei nostri avi, perché qui non potete rimanere cristiani. Io sono troppo vec­chio, ma voi dovete tentare! ». I due giovani avevano con cura preparata la fuga. Ciascuno s'era munito di quattro palloni che s'era legato al collo e alla schiena. Il maggiore, un futuro ingegnere, aveva nuotato per quattordici ore. Una settimana prima che io arrivassi s'era presentato spossato a Padre Poletti che l'aveva subito sistemato a Hong-Kong. Adesso era giunto il dodicenne Wu e stava mangiando riso. Quando gli chie­si se non avesse avuto paura dei pescicaní mi rispose: « Meglio divorato dai pescicani che vivere coi comunisti ».

Il giorno dopo ho celebrato la messa per il giovane Wu, perché possa conservare il suo coraggio nei blocchi di cemento armato di Hong-Kong fino al giorno in cui il primo « Corpo della Pace » cinese prenderà il largo verso l'Australia, la Nuova Zelanda, l'Africa. Là andrà per dissodare le terre incolte e per far posto in Hong-Kong ad altri profughi, ad altri Wu che l'amore di Dio affiderà alla nostra carità. Ed ho pregato anche per il portinaio della Cina Rossa, che affronta i pro­blemi senza preoccuparsi delle leggi degli uomini e fa quel che può.

 

Fare quello che si può

Immaginatevi che siamo seduti a tavola in dieci tra fratelli e sorelle. Ciascuno di noi riceve un piatto di minestra. Che cosa facciamo? Voi, io e un altro ancora -tre dei dieci - vuotiamo in tre otto piatti e ne lasciamo due agli altri sette. E questo lo facciamo non soltanto con la minestra ma anche con la carne, le pa­tate, la verdura, il pane, il latte e tutto quello che viene in tavola per noi dieci. Questo lo fate voi, lo faccio io e lo facciamo tutti. Perché noi facciamo parte dei privilegiati, di quel trenta per cento della popola­zione della terra che assorbe tranquillamente l'ottanta per cento di tutti i generi di consumo, mentre l'altro settanta per cento dell'umanità deve contentarsi del resto.

Noi mangiamo la minestra e il pane di trentacinque milioni di persone che annualmente muoiono di fame e beviamo il latte che andrebbe di diritto a quel venti, trenta o persino quaranta per cento dei bambini che in alcuni paesi devono morire nel loro primo anno di vita perché non hanno latte. Su dieci neonati quattro non arrivano al primo anno di età perché noi stiamo troppo bene.

Forse voi non l'avete saputo ma io lo so da quando feci il mio primo viaggio attraverso l'Asia, quando vidi piangere Gesú nei piú piccoli e nei piú poveri dei suoi.

Alle 11 di sera atterrai a Bombay. L'aeroporto è situato a sessanta chilometri dal centro. Presi un tassí e per un'ora e mezza percorsi nella notte ardente gli infiniti deserti di pietra di questa città. Dappertutto, lungo i marciapiedi, contro le case e nei portici giace­vano sembianze informi. Non riesco a vedere se dormo­no o se sono già morti. In questa città, che è la piú civilizzata dell'India, centinaia di migliaia di bambini dormono e muoiono sui ciottoli.

Dopo percorriamo strade piene di case dalle fine­stre a volta attraverso le quali la luce traspare all'ester­no. Mi fanno pensare ai lati dei reliquiari medievali o ai bordi delle icone nelle chiese ortodosse, dove santi immobili se ne stanno ammonticchiati in file di tre o quattro gli uni sopra gli altri, in piccole nicchie scin­tillanti.

Qui non ci sono santi che di porta in porta e di finestra in finestra su fino al tetto risplendono nel chia­rore, ma le bronzee ragazze di Bombay, bambine ancora con occhi imperscrutabili e volti melanconici, vestite con sari multicolori. Hanno fame. Se ne stanno a mi­gliaia in mostra e si vendono per due rupie agli innu­merevoli uomini che in quest'ora notturna le passano in rivista osservandole minuziosamente.

Piú tardi sto sul balcone della mia camera d'albergo. Sotto di me un stretta striscia di terra battuta, dove dormono almeno venticinque bambini, alcuni sopra po­chi stracci, i piú per terra. Gatti e cani bigi si muo­vono fra i dormienti.

Là, dove una finestra illuminata disegna un chiaro quadrato sul suolo, compaiono all'improvviso grossi topi che spariscono nuovamente nell'oscurità. Penso alla let­tera di un medico nel Pakistan: « Non siamo riusciti ad arginare la piaga dei topi, il che era della massima urgenza perché spesso la lebbra rende i piedi e le mani insensibili cosicché i malati non si accorgono quando nottettempo i topi li rosicchiano ».

Una miseria chiama l'altra. Ho visto una bambina, piccola, la cui madre era morta di fame. Per ventiquat­tr'ore era rimasta avvinghiata al petto della mamma morta finché la trovarono per caso. Nel frattempo le formiche bianche le avevano divorato un occhio. Ora ha un occhio di vetro.

Una giovane madre abita in via delle Perle a Bom­bay. Là c'è un buco fangoso della superficie di un ettaro, pieno di capanne e vi abitano piú di duemila persone e almeno diecimila ratti. Durante i quattro mesi della stagione delle piogge questa gente può prendere in affitto per venticinque rupie (tremila lire) un pezzo di tela cerata per stenderla sul tetto. Ma la nostra gio­vane mamma non se lo può pagare; cosí il monsone le ha portato via già due dei suoi tre bambini. Anche l'ultimo è ammalato, ma non c'è denaro per il medico e le medicine. L'ospedale ha un ambulatorio gratuito, ma la ressa è tale, che lei non riesce mai ad arrivarvi. Non passerà molto tempo che anche il suo ultimo bam­bino sarà morto.

Per quattordici ore ho viaggiato in treno attraverso la Corea. Venuta la notte, ho trovato ancora un posto nel cosidetto vagone-letto che albergava ventotto tra barelle ed amache. Sopra e intorno a me russavano coreani. Lungo la linea ferroviaria il chiarore dei fo­cherelli accesi nelle basse capanne. So che vi dormono ammucchiati i profughi che abitano questo povero paese. Hanno deposto le loro vesti multicolori e giacciono sul duro terreno riscaldandosi n vicenda, malati e sani, leb­brosi e lattanti, spesso dieci persone su pochi metri quadrati, tra pareti di fango e sotto un tetto di paglia puzzolente.

Il treno si ferma di nuovo: su una cuccetta piú in là una donna cerca di acquietare il suo bambino. Il mio vicino dalla barbetta aguzza si volta dall'altra parte. La locomotiva esala l'ultimo respiro: stanno cercando acqua e legna per poter continuare il viaggio. L'uomo che dorme sopra di me si lascia scivolare a fatica dal­l'amaca. Improvvisamente noto che non ha le mani: è lebbroso. E vive fra i sani.

Non è cosí dappertutto. Nelle vicinanze di Saigon ho visto Perla Preziosa. Aveva diciotto anni quando le venne una macchiolina marrone sopra il gomito de­stro. Era il principio della lebbra. La sua prima rea­zione fu di annegarsi, ma piú forte era il desiderio di vivere. Ritornò alla sua casa, ma non riuscí a tenere nascoste a lungo le sue condizioni. I famigliari la schi­vavano. Il fidanzato di sua sorella ruppe il fidanzamento. Ci furono scenate terribili in famiglia: Perla Preziosa doveva andarsene. Si costruí una capanna di foglie di palma, ma i vicini la cacciarono. Capitò cosí fra i morti del cimitero alla periferia nord di Cholon, un tempo quartiere cinese di Saigen. Vive con dozzine di altri lebbrosi nell'obitorio. E' terribile a vedersi. Non ha piú volto... Invece della bocca e degli occhi, buchi neri. E' cieca. Dalla sua gola devastata esce un suono roco e due moncherini si tendono impotenti verso di me. Il suo nome è Perla Preziosa.

Ho visto persone che potevano procedere soltanto strisciando sulle braccia e sulle gambe monche.

Ho visto ammassi informi di carne, uomini come vermi, che mi hanno fatto pensare alle parole di Isaia: « Egli non ha bellezza né prestanza, guardateLo: Egli non possiede nulla che attiri, che Lo renda desiderabile. Egli è disprezzato, è l'ultimo fra gli uomini: l'Uomo dei dolori che conosce l'infermità. Il Suo aspetto è come velato e disprezzato, tanto che non Lo si può rimirare. Egli ha portato la nostra sofferenza e ha pre­so su di sé i nostri dolori. Lo abbiamo ritenuto un lebbroso, Uno che Dio ha colpito e umiliato. Ed Egli infatti è stato ferito a causa dei nostri misfatti ». Anche queste persone vengono frantumate a causa dei nostri misfatti. Perché potevano essere salvate con le poche iniezioni che possono guarire la malattia nel suo stadio iniziale. Ma soltanto il tre o il quattro per cento dei dodici milioni di lebbrosi riceve cure mediche. E lo stesso vale per molte altre malattie che da noi sono già state da tempo debellate e che nei paesi in via di sviluppo causano decine di milioni di vittime e paralizzano interi popoli. Mai come ai nostri giorni l'u­manità dispose di tante cognizioni, perizia e mezzi per combattere le malattie. Non è forse un misfatto che questi mezzi vengano impiegati soltanto su scala cosí ridotta?

Nessuno può ancora farmi credere che le potenze coloniali di un tempo abbiano compiuto il loro dovere Questo dovere l'hanno orribilmente trascurato. E tutti noi siamo responsabili dell'insuccesso di tanti eroici ten­tativi di missione, perché con la nostra carenza d'amore e di giustizia abbiamo reso non credibile l'evangelizza­zione dei nostri missionari. Questa macchia rimarrà su di noi finché con i piú gravi sacrifici personali non avre­mo restituito le ricchezze che illegittimamente - e a prezzo della vita e della salute dei nostri fratelli - sono in nostro possesso. E non mi venite ora armati dei mille ma e se dei moralisti con i quali pensate di potervi dispensare da oboli troppo onerosi. Non esiste dispensa per i precetti divini di amore e di giustizia. Chi di fronte alla fame e ai bisogni del mondo vuole esimersi dai piú elementari obblighi ricade sotto la ter­ribile sentenza: « Avevo fame e non mi avete dato da mangiare. Ero nudo e non mi avete vestito... va via da me, maledetto, nel fuoco eterno ».

Leon Bloy ha scritto da qualche parte: « Lo sdegno di Dio se ne va vestito di cenci e può appena coprire le sue nudità. Va a piedi nudi, è cosparso di sangue e non ha piú lacrime. Dove passa incute tale paura che la terra trema! »

Anche noi dobbiamo tremare di fronte allo sdegno di Dio per tutte le colpe e le omissioni dei popoli ricchi. In fin dei conti, perché noi stiamo cosí bene?... Questi esseri tormentati vivono con noi sotto lo stesso sole e le stesse stelle. Il sesto giorno Dio ha creato anche loro per essere, come noi, re' del creato. Dov'è la loro regalità? Questo è peccato mortale contro la natura, un'ingiustizia che grida al cielo. E di questa ingiustizia saremo corresponsabili anche noi personal­mente, se non faremo tutto quello che possiamo per eliminarla dal mondo. Tutto quello che possiamo. Non palliativi che lasciano il problema irrisolto, non il dare la lira, il bicchier d'acqua o il pezzo di pane. Non i sintomi dobbiamo combattere, ma le cause dell'indigen­za: formulare progetti finanziari attraverso i quali le situazioni economiche e sociali di questi territori possano essere radicalmente risanate. Formare personalità disinte­ressate, sante e capaci al punto di poter attuare le giu­ste soluzioni. Soluzioni su scala ridotta, forse, ma che possono servire di modello e di esempio per la solu­zione che forse è la vera.

Questa è una grande impresa, che va al di là delle nostre forze. Ma è un compito al quale dobbiamo par­tecipare nel settore dei profughi e della Chiesa minac­ciata. E' l'impegno del nostro tempo. Se non lo adem­piremo il cristianesimo sarà in difetto. Allora il sale della terra sarà insipido. Allora meriteremo di essere calpestati e rigettati. Allora non sarà grave se verranno i cinesi di Mao e faranno saltare in aria le nostre cat­tedrali. Perché la santa Chiesa non è una collezione di monumenti della cultura, ma il Cristo vivente che vuole vivere nei nostri cuori, che vuole donare con le nostre mani e che vuole essere buono nel nostro amore.

Soltanto se all'ultim'ora, nell'amore e nella giustizia romperemo con il nostro passato tiepido e fiacco, sol­tanto se a nostre spese ristabiliremo giustizia e amore nel mondo - e non per paura del comunismo, non per salvare la nostra pelle, ma perché sinceramente preoccupati per il retaggio cristiano che Iddio ci ha affidato -, soltanto allora ci sarà nel futuro un avve­nire migliore per la Chiesa e per il mondo.

No non possiamo risolvere per intero il problema dei popoli sottosviluppati ma ognuno di noi deve fare per lo meno quello che può. Come Padre Mc Glincey, il prete dei porci, rosso di capelli e con soltanto mezzo stomaco, incontrato durante il mio peregrinare a Cheju, un'isola del Mar Giallo a sud-ovest della corea. Nel mezzo dell'isola si inalza un vulcano spento alto due­mila metri. Dal 1947 al 1949, al tempo della guerra coreana, i comunisti avevano là un quartier generale. Tredici anni dopo c'erano ancora dei villaggi dove abi­tavano soltanto donne e bambini perché tutti gli uomini erano stati deportati o assassinati.

Quando padre Mc Glincey sbarcò in quest'isola, nel 1955, vi trovò soltanto fame, povertà e distru­zione, anche se il suolo era fertile e il clima favorevole. Ma i sistemi impiegati nell'agricoltura erano cosí primi­tivi che neppure l'allevamento del bestiame riusciva a prosperare. Per i piccoli maiali neri non c'era altro cibo se non le feci degli abitanti. La fame era di casa nelle capanne, la tubercolosi decimava la popolazione denutrita che sempre piú sprofondava nell'ignoranza e nella miseria morale.

Il nuovo sacerdote, figlio di contadini della verde Irlanda, sapeva che un cristiano deve vivere con i piedi in terra e con il cuore in cielo. Ma come si fa a inal­zare il proprio cuore in cielo quando ci si trova immersi nella mota fino al collo? Prima di tutto doveva solle­vare questo popolo dalla sua profonda miseria e si serví allo scopo dei talenti che Iddio gli aveva dato.

Riuscí a racimolare, elemosinando, un po' di denaro con il quale acquistò una scrofa gravida che sistemò nella sacrestia che, tanto, era troppo grande. 1 bambini di Cheju erano entusiasti del nuovo parrocchiano. Prima e dopo il catechismo - dove l'affluenza era considere­volmente aumentata - si affannavano per ore a pulire la stalla, a lavare la scrofa e a fissarla amorevolmente.

Questa scrofa fu il capitale iniziale della « banca dei porci » di padre Mc Glincey. Quando i primi maia­lini vennero al mondo furono messi a balia presso i volenterosi che si dichiararono disposti ad allevarli se­condo le direttive del prete dei porci. Tutti.gli alleva­tori vennero riuniti nel Club delle 4 H i cui soci ricevevano una solida formazione in materia di cuore, testa, mano e igiene. Se un membro del Club non cu­rava nella maniera dovuta il maialino affidatogli, questo gli veniva tolto e affidato ad un altro socio. Se una giovane scrofa diventava a sua volta madre rimaneva con tutta la sua prole proprietà del socio del Club ad eccezione di due maialini che dovevano essere dati alla banca. Alle stesse condizioni venivano poi affidati ad altri membri. E via di seguito. Sulle prime la popola­zione era diffidente come lo erano pure i confratelli del prete dei porci. Ma ben presto, quando i porci eccle­siastici vennero venduti dieci volte piú cari dei porci indigeni, la resistenza cadde.

In tal modo padre Mc Glincey poté procurare maiali a centinaia di famiglie, gettando cosí le basi di un sano allevamento di suini. Perché questa florida impresa po­tesse svilupparsi a ritmo accelerato, Misereor - l'azione quaresimale dei vescovi tedeschi - forní venti buone

scrofe da allevamento e i verri necessari allo scopo. Già si notano i risultati. Si produce piú concime e perciò - con l'aiuto di un consorzio per le sementi - miglior. verdura e miglior cibo per i suini. Perciò piú maiali, ancor piú letame e pascoli migliori. Perciò spazio per piú mucche, sempre piú concime e pascoli migliori. Allora piú pecore e piú lana, tanta di quella lana da poter essere lavorata e venduta in proprio. Ora, in quest'isola con i suoi trecentomila abitanti, Padre Mc Ghncey è indaffaratissimo a sviluppare un alleva­mento di dieci, quindici pecore per famiglia.

La prossima fase è ora l'installazione di filatoi e di tessitorie la cui produzione troverà un mercato pres­so i ventotto milioni di coreani del continente. Già è stata aperta una scuola di tessitura dove trentasei ra­gazze imparano a filare, tre si familiarizzano con la, tecnica della tintura, altre imparano a tessere. Dopo aver seguito con profitto il corso, le ragazze possono portare l'arcolaio a casa. Le rimpiazzano trentasei altre ragazze, a disposizione delle quali vengono messi nuovi arcolai. Nasce cosí una sana industria casalinga. Alla fine pecorai, tessitori e filatori si riuniranno in una coo­perativa con una propria sezione di compra-vendita.

Questo missionario che adesso è il re di Cheju e che ha ottenuto notevoli risultati anche come pastore d'anime, questo giovane prete dei porci, ha ricevuto da noi una grande sovvenzione e mi ha rubato il cuore. Non tanto perché come Padrelardo ho anch'io qualche cosa a che vedere con i maiali, ma perché egli dà un bell'esempio di quell'aiuto produttivo al quale si deve mirare in quelle regioni.

Non ha senso distribuire soltanto cibo e indumenti. Con una migliore suddivisione dei beni di consumo a disposizione non si risolve il problema. Un vero aiuto consiste in una produzione di nuovi generi di consumo nei paesi dove questi generi sono necessari. Ne conse­gue che una tale industria deve stabilirsi sul posto. Ciò può avvenire soltanto attraverso un enorme sforzo in materia di insegnamento e formazione tecnica, attra­verso la lotta contro l'analfabetismo, costruendo scuole professionali e università, insegnando ai popoli affamati di verità e di conoscenza ciò che necessariamente de­vono sapere per vivere un'esistenza ordinata, sensata, moderna, degna e felice in seno alla comunità della famiglia, del villaggio e del popolo.

La prova data dal prete dei porci di Cheju è stata per me una lezione pratica che mi ha liberato da molta zavorra teoretica. Fui cosí preparato ad incontrare altri sacerdoti all'opera in paesi in via di sviluppo che face­vano appello al mio aiuto. Incontrai uno dí.essi sette anni dopo, nelle Filippine.

 

Filippine minacciate

Il piccolo aereo curva a gomito al di sopra della regione dei guerriglieri di Pampanga. Non so se stiamo per cadere oppure se atterriamo. Il pilota sostiene che questo atterraggio ripido è una misura di sicurezza. Ma l'albero di cocco che si avvicina a noi ad una velocità vertiginosa, mi sembra altrettanto pericoloso, quanto i franchi tiratori che potrebbero prenderci come bersaglio, nel caso che l'atterraggio non avvenga abba­stanza rapidamente. Rasentiamo un tetto di bambú per scendere su un piccolo prato lungo quel tanto che basta da permettere all'aereo frenato violentemente di potersi arrestare davanti al bosco. Un colonnello, alcuni soldati armati fino ai denti e tre jeep ci attendono. Siamo nel territorio degli Huks, in qualità di invitati del Mini­stro della Difesa.

Durante l'ultima guerra il termine filippino « Huk » era il nome dei partigiani che lottavano contro i giap­ponesi. Attualmente è il terribile titolo d'onore dei ter­roristi - mezzi mafia, mezzi vietcong - che sono i padroni clandestini del Luzon Centrale. Ricevono le loro direttive dalla Cina rossa. Riscuotono imposte, eserci­tano una propria giustizia e trucidano in piena notte i loro avversari. Sabotano ogni tentativo per migliorare la sorte dei poveri e preparano una rivolta armata dei contadini. Gli abitanti di Pampanga, che devono intendersi sia con gli Huks che con il governo legale, sono presi tra l'incudine e il martello. E' questo il motivo per cui essi sono timorosi e chiusi.

La loro vita è dura. Il piantatore di riso Costancio Cruz, che ho visitato nella sua capanna su palafitte, vive senza speranza, sebbene abbia una bufala propria e soltanto quattro figli. Egli deve consegnare la metà del raccolto al latifondista che disgraziatamente è un grande benefattore della Chiesa. L'anno scorso a Costan­cio Cruz non restarono che venticinque sacchi di riso. Quando i figli non ebbero piú nulla da mangiare, il latifondista gliene imprestò due. Dovrà renderne tre al prossimo raccolto. Due anni fa egli poté salvare la sua famiglia vendendo un vitello. Ma la sua magra bufala non partorisce che una volta ogni quattro anni.

Se questa notte la bufala gli venisse rubata, Constan­cio probabilmente non esporrebbe denuncia alla polizia. Nella stessa metropoli di Manila il 15% dei furti non vengono denunciati. Infatti il ladro ha quasi sempre una nipote o una figlia che, nell'interesse della famiglia, si prostituisce a qualche poliziotto. In questo paese si comprano i funzionari superiori col denaro ed i subal­terni con una mezz'ora di miserabile amore. Per questo fatto non si arrestano che pochissimi ladri. Qualche con­tadino denuncia il furto agli Huks. Costoro uccidono i ladri senza parvenza di processo e la bufala viene re­stituita al contadino. Costui dovrà d'ora in poi esser tutt'uno con i comunisti e rischia la morte al minimo segno d'infedeltà. E' forse per questo che il 31 marzo, all'indomani della mia visita a Pampanga, Jap Sagun e Rogelio Pingol furono massacrati mentre trasportavano un ragazzino malato all'ospedale provinciale di San Fer­nando?

Per le piú grandi distanze, il governo ha messo a nostra disposizione un vecchio aereo merci americano. Per giorni interi zigzaghiamo sull'immenso arcipelago dalle 7000 isole, che galleggiano come cesti di fiori sull'oceano azzurro. Il nostro viaggio va da cesto a ce­sto, allo scopo di sapere che cosa è nascosto sotto i fiori. Ad ogni scalo abbiamo relazioni, visite, incontri che ci mostrano la spietata verità. Palme, spiagge asso­late o il triangolo immacolato di una vela sul mare, formano lo scenario dolce e sempre diverso, ma la mi­seria che vi si nasconde resta sempre la stessa.

Finché questa miseria viene descritta a parole o espressa in cifre, può lasciare indifferenti. Incarnata in uomini che portano un nome, con un volto umano che è un rimprovero -vivente, essa diviene allarmante. La sotto-alimentazione può essere oggetto di studio d'un congresso scientifico. Essa può anche fruttare del de­naro, però la piccola Dolores Joaquin che ha otto anni e ne dimostra tre, non è che causa di rimorsi e di tristezza. Dolores infatti, che ho rallegrato con un pu­gno di dolci nella sua capanna di bambú a Panay, po­trebbe chiamarsi Dolores Legione. Essa abita dovunque, anche all'ombra dei palazzi dei milionari, dove alcune migliaia di famiglie dilapidano il 90% del reddito na­zionale. La maggioranza dei ragazzi nelle Filippine sono denutriti a tal punto che, all'età di andare a scuola, arrivano a stento allo sviluppo fisico dei ragazzi di tre anni e mezzo.

Si sono già scritti molti libri ed encicliche riguardo alla giusta retribuzione del lavoro. Si può leggerli e lanciarsi nella politica per far carriera. Si può anche diventare comunista e sfruttare i popoli, non appena si arriva al potere in un qualsiasi Kremlino. Ci si può anche convertire ed esercitare la giustizia. Ma Benito Sakay, che porta una camicia rossa e si è fatto tatuare

sul ventre un Cristo coronato di spine, fino ad oggi non è ancora stato aiutato né dai comunisti né dalle encicliche. lo l'ho incontrato sull'isola di Negros in una capanna d'una piantagione di zucchero piena di uomini. Egli è una delle centoventi bestie da soma, riunite da assoldatori e dalla fame, per essere per sei mesi a ser­vizio del colono. Egli ha lasciato sua moglie e i suoi figli a Mindanao. Dopo aver sfacchinato per sei mesi, ritornerà a casa con 80 pesos (12.500 lire). Il resto di questo salario da fame scompare nelle tasche del­1'assoldatore o dietro il banco del Sari-Sari-Store, dove egli acquista il suo cibo.

Benito Sakay porta il volto di Cristo sofferente sul suo ventre, ma anche la Sua tristezza negli occhi. La tristezza di Dio per le innumerevoli ingiustizie. Infatti in questo arcipelago paradisiaco vi sono venticinque mi­lioni di Benitos (76,1% della popolazione) che devono vivere con meno di 300.000 lire l'anno per famiglia. Tra di loro centinaia di migliaia di famiglie dispongono di 300 lire al giorno. E i focolari piú poveri hanno ii maggior numero di figli. Essi non possono vivere, a meno che tutta la famiglia non rubi o mendichi, o le figlie vendano i loro piccoli corpi fin dalla pubertà. Come per la catena di ragazze-squillo recentemente sco­perta a Cebú. La padrona aveva tredici anni. Le ragazze che lavoravano per lei ne avevano nove o dieci. Senza eccezione esse dichiararono alla polizia che facevano que­sto mestiere perché avevano fame.

La fame serve i potenti e ammansisce gli oppressi. L'ho visto a Butuan, sull'isola di Mindanao, visitando la Green Valley Sawmill. La segheria è proprietà di un cinese, Mr. So. Gli operai devono lavorare 14 ore al giorno e spesso anche la domenica. Legalmente hanno diritto a 14 pesos al giorno. Il cinese ne paga quattro (620 lire) e trattiene ancora la quota per i contributi

sociali, benché nessuno sia assicurato. Da tre settimane i cinquantanove operai affamati sono in sciopero. Il sin­dacato li aiuta procurando loro il riso. Non vi è denaro. Mr. So ha tempo e non soffre la fame. Egli fa rimor­chiare tutti i tronchi d'albero all'imboccatura del fiume Agusan. Di là i tronchi partono per il Giappone. I giapponesi pagano su un conto bancario estero. Mr So non avrà fame quando verrà espulso dal governo. Cosí, economicamente, la regione si dissangua. A che cosa ser­ve l'aver dato agli scioperanti, oltre alla mia benedizione sacerdotale, tutto il mio denaro?

Questi scioperanti e i fittavoli sfruttati, gli stagio­nali mal pagati e i disoccupati di tutte le isole sognano Manila, la città magica, dove i problemi trovano una soluzione e le loro lacrime saranno asciugate. Inseguen­do questo sogno, abbandonano le loro foreste e pianta­gioni, i loro barrios e le loro risaie. Ve ne sono ogni anno centoventimila che approdano alla larga baia defi­nita il piú bel porto del mondo. E' la fine del sogno. Sono gettati sulla riva come rottami umani per risve­gliarsi in una città di tre milioni e mezzo di abitanti, dove il 63% delle famiglie non è decentemente alloggiato. Si risvegliano forse a Balic-Balic, la palude presso il quartiere portuale di Tondo. Essa brulica di mosche, gatti e bambini. Qui piú del 70% della popolazione è colpita dalla tubercolosi. Le catapecchie sorgono su pala­fitte costruite sul fango. Le strade si levano al di sopra del terreno. Sono delle strade volanti, larghe 40 centi­metri, fatte da tavole di legno marcio poste sopra al­l'acqua putrida.

Su una di queste tavole ho incontrato Agapito Qui­jano. Egli è proprietario di immobili e sempre indaffa­rato nel riscuotere il fitto delle novanta catapecchie che ha costruito su un terreno che non gli appartiene. L'in­casso gli permette di abitare in un appartamento confor­tevole. Piú confortevole degli appartamenti che ho visitato vicino al fiume San Juan. Là c'è una casa in legno con cinque camere, cucina, scala e pianerottolo. E' abi­tabile fino a che il fiume non esce dal suo letto, cosa che capita due volte all'anno. Vi abitano sei coppie, due suoceri, una cognata, quattro suocere, undici bam­bini e un nonno paralizzato. Non mi sono stupito che il nonno attendesse la morte con tanta impazienza quan­to gli altri coinquilini.

Ci sono anche dei quartieri di lusso: Forbes Park, San Lorenzo Village, Magellanes Village e ancora altri sei. Sono riserve destinate al cinque per mille della po­polazione che domina la politica e l'economia. Questi quartieri sono recintati e custoditi da una polizia privata. Per accedervi occorre essere vestiti bene e presentare i documenti alla sbarra. Vi sono delle ville come non ne ho mai viste altrove. I loro abitanti hanno un'enorme responsabilità. Il latifondista ospitante che mi riceveva in modo regale, non sa quel che fa. La sua piccola famiglia è composta di tre persone. Ho visto successi­vamente una vasta hall di ricevimento, un salotto pri­vato con tavolo da poker per il signore ed i suoi amici, tre appartamenti per gli ospiti con servizi al completo, una camera per bambini con bagno, bidet e W.C. in miniatura, un atrio con colonne e al centro una piscina, quattro cameriere, due servitori, una cucina, una camera per stirare, uno studio, una biblioteca, un salotto per la signora, una camera da letto matrimoniale con due sale da bagno, una sala da pranzo, ancora un soggiorno per gli ospiti, un bar e qualche altro locale di cui non ricordo piú la destinazione. Il tutto arredato da tappeti, bassorilievi in legno dorato, quadri, mobili antichi e tesori artistici raccolti nel mondo intero e attorniato da un giardino da favola da mille e una notte. L'amico che mi accompagnava raccontava che la signora va tutti i giorni a Messa. Nel vestibolo c'era un cero acceso davanti a una Madonna addolorata, una pregevole scultura del XV seeolo. La signora sa perché la Madonna piange?

Maria sicuramente piange perché ogni giorno ha davanti agli occhi la miseria di Pedro de Jesús. La sua casa è a cento metri dal quartiere dei palazzi. Una ca­bina rosso accesso, smontata da un vecchio autocarro serve da cucina. Attorno alla cabina Pedro de Jesús ha montato un sistema di cuccette e di amache protette da cartoni e vecchi stracci; vi abitano sua moglie, i suoi genitori e sei dei suoi bambini. Altri due, ancora in provincia presso i nonni, attendono un posto sotto il sole di Manila. Il nonno ha avuto fortuna ed è mor­to in tempo. Pedro è disoccupato. Sua moglie, Socorro, fa la lavandaia per le famiglie ricche che stanno dietro il recinto e guadagna quattro pesos al giorno. Non han­no né acqua né luce. Nessun bambino va a scuola. Essi abitano qui illegalmente da due settimane. Sono ormai tredici anni che vengono cacciati da un posto all'altro. Erano venuti a Manila nel 1956 per cercar lavoro...

Ecco un paese dal cattolicesimo secolare. Il paria Pedro de Jesús porta il nome del Figlio di Dio. La signora nella sua villa di sogno accende dei ceri davanti a Maria Vergine e va ogni giorno a Messa. Gli scio­peranti di Mindanao s'inginocchiano sotto la mia mano benedicente. Il nonno morente spera in una ricompensa eterna in cielo. Il comunista Benito Sakay porta un Ec­ce-Homo sul proprio ventre. Nella baracca su palafitte di Costancio Cruz, nella capanna della piccola Dolores denutrita, nell'appartamento del vampiro Agapito Qui­jano, nelle abitazioni di tutti gli sfruttatori e nei tuguri di tutti gli oppressi si vedono le immagini dei buoni santi di Dio. Malgrado questo è qui in gestazione una seconda Cuba. Ci sono tutti i requisiti: disoccupazione, criminalità, sotto-alimentazione, salari troppo bassi, mo­nopoli economici, ripartizione ingiusta delle ricchezze e delle terre, corruzione, una banda di dirigenti tanto pic­cola quanto potente ed un'armata di agitatori della Cina rossa che s'infiltrano nel paese da tutte le parti. Manca solo un Fidel Castro per scatenare la rivolta. Fino a quanto questi non sorge, abbiamo ancora il tempo di dare finalmente le prove del nostro cristianesimo, di so­stenerci scambievolmente da fratelli, di tradurre in opere il Vangelo professato a parole e di salvare la situazione. Esistono degli uomini chiaroveggenti che capiscono i segni dei tempi. Essi non solo hanno delle buone idee, ma anche la capacità di realizzarle se noi li aiutiamo.

Uno di questi è il padre Cornelio Lagerwey. Questo olandese di 44 anni, missionario ciel S. Cuore, in quin­dici anni ha realizzato delle meraviglie. E' un pioniere e, benché senza titoli accademici, è una delle autorità piú competenti nel campo socio-pastorale delle Filippine. Dal 1955 al 1959 ha lavorato come missionario a Lu­zon-Centrale: si rendeva personalmente conto della si­tuazione disastrosa nei barrios (villaggi) e nelle pian­tagioni, si rivelava come un geniale mendicante ed ha costruito una chiesa e numerose cappelle. Nel 1959 co­minciò a mendicare per un seminario che fece sorgere dal nulla con un mezzo milione di pesos. Nel 1961 lanciò l'edizione di periodici per il progresso sociale e religioso del popolo. Lo concepí come un completamen­to del suo lavoro sacerdotale. Nel 1963 fece conoscenza con me e lo aiutai ad approntare una tipografia in un vecchio deposito. Dal deposito traslocò in una capanna costruita da lui stesso, quindi di lí passò in uno stabili­mento vuoto. Nel 1965 fondò un centro di comunicazio­ne che vuol essere un ponte tra la teoria e la realtà, tra la ricerca scientifica e la miseria concreta. Tale ponte ser­ve per mettere alla portata del povero le soluzioni tro­vate da specialisti per risolvere i problemi sociali e pastorali. Questo centro di comunicazione con studio per film e radio, con due periodici in inglese e cinque in vari dialetti filippini (tiratura totale 650.000 esem­plari), con una équipe di redazione, disegnatori di fu­metti, servizi di traduzione, casa editrice e tipografia, è concepito con criteri strettamente commerciali.

Allo scopo di poter raggiungere anche i piú poveri, creò la Ang Tao Foundation (Fondazione per l'uomo della strada) che deve permettere di fornire pubblica­zioni, nastri magnetici e films ad un prezzo assai infe­riore a quello di costo, a otto canali televisivi, a cen­tosessanta emittenti radio, a milleduecentosettanta ci­nematografi di provincia e a innumerevoli uomini di buona volontà che si sforzano di educare il popolo e di aiutarlo a sollevarsi da sé dalla miseria.

Allo scopo di alloggiare razionalmente la sua opera in piena espansione (attualmente ha centosessanta colla­boratori), egli prese a prestito del denaro, costruí un edificio di otto piani e ne affitò la metà per rimbor­sare il prestito.

Allorché, nel 1968, venne a render conto di come avesse utilizzato i sussidi ricevuti dalla nostra Opera, parlò delle sue realizzazioni con tanta convinzione che gli promisi una visita a Manila. Fu un viaggio avventu­roso, pieno di incontri drammatici e di esperienze com­moventi. Ma la piú bella esperienza fu lo stesso padre Lagerwey, un allegro avventuriero di Dio, che serve la Chiesa con una volontà incrollabile, un talento diplo­matico, una fede infantile, una fantasia vivace, un rea­lismo inesorabile, un cuore grande, un senso umoristico inesauribile e nondimeno con una pietà sacerdotale a tutta prova. Gli ho promesso centomila dollari.

in vari dialetti filippini (tiratura totale 650.000 esem­plari), con una équipe di redazione, disegnatori di fu­metti, servizi di traduzione, casa editrice e tipografia, è concepito con criteri strettamente commerciali.

Allo scopo di poter raggiungere anche i piú poveri, creò la Ang Tao Foundation (Fondazione per l'uomo della strada) che deve permettere di fornire pubblica­zioni, nastri magnetici e films ad un prezzo assai infe­riore a quello di costo, a otto canali televisivi, a cen­tosessanta emittenti radio, a milleduecentosettanta ci­nematografi di provincia e a innumerevoli uomini di buona volontà che si sforzano di educare il popolo e di aiutarlo a sollevarsi da sé dalla miseria.

Allo scopo di alloggiare razionalmente la sua opera in piena espansione (attualmente ha centosessanta colla­boratori), egli prese a prestito del denaro, costruí un edificio di otto piani e ne affitò la metà per rimbor­sare il prestito.

Allorché, nel 1968, venne a render conto di come avesse utilizzato i sussidi ricevuti dalla nostra Opera, parlò delle sue realizzazioni con tanta convinzione che gli promisi una visita a Manila. Fu un viaggio avventu­roso, pieno di incontri drammatici e di esperienze com­moventi. Ma la piú bella esperienza fu lo stesso padre Lagerwey, un allegro avventuriero di Dio, che serve la Chiesa con una volontà incrollabile, un talento diplo­matico, una fede infantile, una fantasia vivace, un rea­lismo inesorabile, un cuore grande, un senso umoristico inesauribile e nondimeno con una pietà sacerdotale a tutta prova. Gli ho promesso centomila dollari.

 

Natale vietnamita

Vigilia di Natale 1965

Mi sono recato nel Vietnam per celebrare, in mezzo alla guerra, la festa della pace. Il mio viaggio è comin­caito ieri, sotto la gelida pioggia di Parigi. Oggi, al­l'aeroporto di Saigon, il torrido calore mi avvolge come un mantello. L'aeroporto, strettamente sorvegliato, bru­lica di apparecchi: leggiadre libellule e venefici scara­faggi; mostruosi insetti muniti di punteruoli che, simili a micidiali pungiglioni, emergono dalle teste anguste; bombardieri, caraboos, elicotteri ed enormi aerei cister­na dai grossi ventri in cui sciaborda il kerosene. L'im­peto veemente degli apparecchi che atterrano e spiccano il volo fa rimbombare il cemento armato. Il cielo è crivellato di reattori. Con i loro temibili razzi sotto l'ala gli aerei si arrampicano perpendicolarmente verso il cielo, esplodono un foro nella barriera del--suono per sparire, al di là della bianca vampa solare, in un ura­gano di ferro e di fuoco. Quanti esseri, ai quali la pace è stata promessa, dovranno ancora morire prima che a mezzanotte inizi la tregua natalizia?

 

Dov'è il Re della pace?

Lungo la strada che conduce a Saigon c'è un ingor­go. Migliaia di vietnamiti che lavorano presso l'aeroNatale vietnamita Vigilia di Natale 1965

Mi sono recato nel Vietnam per celebrare, in mezzo alla guerra, la festa della pace. Il mio viaggio è comin­caito ieri, sotto la gelida pioggia di Parigi. Oggi, al­l'aeroporto di Saigon, il torrido calore mi avvolge come un mantello. L'aeroporto, strettamente sorvegliato, bru­lica di apparecchi: leggiadre libellule e venefici scara­faggi; mostruosi insetti muniti di punteruoli che, simili a micidiali pungiglioni, emergono dalle teste anguste; bombardieri, caraboos, elicotteri ed enormi aerei cister­na dai grossi ventri in cui sciaborda il kerosene. L'im­peto veemente degli apparecchi che atterrano e spiccano il volo fa rimbombare il cemento armato. Il cielo è crivellato di reattori. Con i loro temibili razzi sotto l'ala gli aerei si arrampicano perpendicolarmente verso il cielo, esplodono un foro nella barriera del=-suono per sparire, al di là della bianca vampa solare, in un ura­gano di ferro e di fuoco. Quanti esseri, ai quali la pace è stata promessa, dovranno ancora morire prima che a mezzanotte inizi la tregua natalizia?

 

Dov'è il Re della pace?

Lungo la strada che conduce a Saigon c'è un ingor­go. Migliaia di vietnamiti che lavorano presso l'aeroporto vengono accuratamente perquisiti. Sui loro volti imperscrutabili non si muove un muscolo. Pazientemente alzano le braccia, mentre i poliziotti cercano esplosivi celati sotto i loro indumenti. Ieri quattro americani sono stati assassinati e si temono nuovi attentati. Tutta Sai­gon è inquieta, e, chissà perché, penso a Gerusalemme. Quando i Magi d'Oriente chiesero del neonato re dei Giudei, Erode si inquietò e con lui tutta la città. Qui nessuno ancora ha chiesto del re della pace. Per i mes­saggeri di pace itineranti per le vie del mondo Egli non esiste piú. Erode Lo cercava per farLo morire. La dif­ferenza non è grande. Ed è perciò che Saigon è in­quieta, come lo fu, a suo tempo, Gerusalemme.

 

La sera di Natale

La città è zeppa di nevrastenici. Sulle Jeeps i soldati hanno lo sguardo teso e i fucili puntati. Avvolti di filo spinato, gli edifici pubblici appaiono ispidi e sorvegliati da innumerevoli poliziotti che, dietro i loro trincera­menti, osservano, diffidenti, lo sgorgare del traffico. Le vie dove abitano ministri o generali sono sbarrate da cancelli d'acciaio. Ma quando il giorno s'imbruna, i bam­bini fanno ruzzare i loro aquiloni di carta alla brezza d'un cielo serotino color madreperla, finché il sole s'in­fiamma al tramonto. Allora si arroventano le luci della grande città. E' la sera di Natale. Tra le facciate pen­dono tremolanti ghirlande fatte di lampade e di carta multicolore; alle finestre, stelle luminose ondeggiano co­me strani fiori. Il Bimbo che reca la pace in terra è atteso anche a Saigon.

 

La notte di Natale

Ma la pace non è venuta. Ben ottantaquattro volte i vietcong hanno violato la tregua da essi stessi annunciata. Con colpi sordi, in direzione di Bien Hoa, ai margini della periferia occidentale di Saigon e nelle paludi che costeggiano il fiume, i mortai comunisti mar­tellano le posizioni vietnamite e americane. Subito dopo, un piccolo aereo striscia lungo il nero soffitto della notte seminando stelle al magnesio che, in bianchi grap­poli abbaglianti, rimangono appese al firmamento. Al­l'improvviso si è fatto giorno. I piloti svolgono il loro compito. In questa notte di Natale, sotto il cielo di Saigon, il canto degli angeli che glorificano Dio e an­nunciano pace agli uomini è sovrastato dal rombo dei reattori e dei cannoni a tiro rapido.

 

L'angelo non apparve

Il bimbo è nato ugualmente. Non a Betlemme, ma nel campo profughi di Nam Hai, lungo le rive del fiume Saigon. Là, in un vecchio magazzino, vive affa­stellata la popolazione di un intero villaggio. Un quarto delle duecentocinquantuno famiglie è privo di padre. Anche l'uomo la cui Maria stanotte ha messo al mondo un bambino era uno dei sessanta notabili del villaggio assassinati dai vietcong. La loro Nazareth si chiama Tri Tam e dista 150 chilometri. Essi non lasciarono il loro villaggio a causa del censimento indetto da Cesare Au­gusto, ma perché i comunisti esigevano i loro giovani ed il loro riso, abbattendo quanti rifiutavano di colla­borare. Non c'era asino che li portasse in groppa, quan­d'erano stanchi. Il loro parroco svolse il ruolo di San Giuseppe, guidandoli per le foreste inospitali e attra­verso i fiumi che varcarono a nuoto. Strada facendo ha perduto dieci parrocchiani. Taluni perirono acciden­talmente, altri morirono di stenti o furono abbattuti dai franchi tiratori. Dopo la fuga non trovarono altro alloggio che questo magazzino smesso, il cui tetto semicrollato non li ripara né dal sole né dalla pioggia. E mentre si trovavano là, si compirono i giorni in cui Maria Thoi doveva avere il bambino, e diede alla luce il suo primogenito. Lo avvolse in fasce e lo adagiò in una piccola scatola di cartone perché non c'era posto a Saigon.

 

Alba di Natale

Non ci furono dei pastori o re magi a dirsi a vi­cenda: « Andiamo dunque a Nam Hai a vedere che cosa è accaduto ». Casualmente, soltanto perché avevo fissato di celebrare la Messa all'aperto presso questi profughi, ho trovato Maria Thai ed il bambino adagiato nella scatola. 1 vicini che abitano in due famiglie negli « appartamenti » accanto; separati da una stuoia di bam­bú, erano indaffarati a confezionare un'amaca dove fu messo a giacere il bimbo piangente. Che altro potevo fare se non cullare premurosamente il bambino e depor­re il mio denaro nelle mani di Maria? Allora San Giu­seppe mi ha condotto nella sua misera canonica, im­provvisata in un angolo del magazzino.

San Giuseppe si chiama Nguyen-Duc-Khan

E' sacerdote dal 1944 ed ha cinquant'anni. Nel 1954, quando i comunisti si impadronirono del Nord­Vietnam, egli migrò verso il sud, alla testa dei suoi parrocchiani, portando con sé i vessilli, la campana del­la chiesa e le statue dei santi. Nel paese feudale e cor­rotto che i francesi lasciavano dietro di loro dopo il crollo del loro dominio coloniale, egli prestò la sua opera alla costruzione dell'edificio di una migliore con­vivenza. Era il falegname delle anime di Tri Tam, ma ci furono uomini malvagi a devastare l'opera sua. Un fiume di propaganda rossa, di armi, di partigiani, di commissari politici provenienti dal nord, dilagò nel paese. Con la violenza il popolo fu sottomesso alla ti­rannide. Quando i suoi insegnanti furono assassinati, il raccolto requisito, i suoi giovani rapiti, e le ragazze impiegate come bestie da soma per il trasporto delle munizioni dal Laos, egli implorò il soccorso di Dio. Ma quando il fuoco provocatorio dei Vietcong, assetati di vendetta, attirò il bombardamento americano su un vicino villaggio i cui abitanti avevano rifiutato di pa­gare le tasse, venne per l'Angelo di Dio il tempo di spronarlo alla fuga. Egli levatosi prese di notte le sue millecinquecentotrenta anime e si ritirò a Saigon. Il loro viaggio fu piú periglioso della fuga in Egitto.

 

Erode si irritò fortemente

I Vietcong, che sono ovunque invisibilmente pre­senti, non si rassegnano alla fuga da Tri Tam e cercano di impossessarsi nuovamente di quel popolo fuggito per la seconda volta. Essi mirano ad uccidere il parroco. Per questo, il piú delle volte, egli indossa abiti civili e dorme ogni notte in un posto diverso. Poiché il ma­gazzino conta molte dimore e lungo il fiume i profughi hanno costruito, con cartone, scatole di latta e legname trasportato dalle correnti, una cinquantina di capanne provvisorie. Ben volentieri essi dividono il duro suolo con il loro parroco braccato come fosse selvaggina. Non possono fare a meno di lui. Secondo il suo esempio essi mangiano una volta al giorno. Vendono la metà dei loro alimenti per procurarsi assi, paglia, cemento, bambú e lastre di metallo ondulato per la riparazione del tetto e per il nuovo villaggio che vogliono costruire. Con l'aiuto dello Stato il parroco è riuscito ad ottenere un terreno. Ora sta cercando i denari per accelerare l'acquisto del materiale edile. Ma prima deve sorgere

una scuola per ottocentosettantacinque bambini ch'egli ha strappato alle grinfie del feroce Erode, ad Hanoi. Questa scuola sarà, al contempo, il loro dormitorio. Durante la notte, il magazzino densamente affollato sarà cosí riservato agli adulti, poiché l'alito bruciante delle passioni lo rende inabitabile per i bambini. Ad una chiesa ancora non ci ha pensato e celebra la Messa nel magazzino o all'aperto. Ascolta le confessioni al ri­paro di una tenda, accanto al suo letto. Gesú Cristo, il primo Profugo della Chiesa cattolica, non considera affatto al di sotto della sua dignità l'abitare in una sca­tola di latta, in mezzo a questi reietti.

 

Gloria a Dio nell'alto dei Cieli

Quando, in mezzo al subbuglio di una scompigliata Messa solenne riuscii a stento a proferire il Gloria della prima notte di Natale, pensai che i nostri confortevoli omaggi al lontanissimo Iddio devono risuonare quali bestemmie alle orecchie del Suo divino Figlio se non Lo onoriamo nei piú poveri dei suoi, nelle cui sem­bianze Egli ci è cosí terribilmente vicino. Il Salvatore che nacque nella città di David è nauseato dalla nostra devozione, dalla nostra liturgia stilizzata e da tutte quel­le riforme che noi consideriamo indispensabili alla fiori­tura del Regno di Dio, se rifiuteremo alle vittime di un'ingiusta oppressione, ai pacifici che soffrono violenza, ai derelitti che sono calpestati nella lotta per le influenze politiche, ai parrocchiani di Tri Tam, al bimbo appena nato di Maria Thoi e a tutti i diseredati del mondo quell'amore che il Bambino nel presepio attende da due­mila anni.

 

Nell'America Latina

Il quarto compito

L'Aiuto alla Chiesa che soffre è nato in una tem­pesta di generosità. La sua forza motrice fu l'amore acceso in innumerevoli cuori e che si propagò come un incendio. Amore piú forte dell'odio, che operò miracoli di perdono e che non conosceva frontiere. Perché l'amo­re che da Dio proviene e che Egli stesso spinge di cuore in cuore è parte della divina smisuratezza e non pensa mai di avere fatto abbastanza. Per questo la ge­nerosità di innumerevoli amici ha colmato per anni le nostre mani sí che si ripeté di volta in volta - come in occasione della -moltiplicazione dei pani - il miracolo dei dodici canestri pieni di avanzi. Grazie a questi ca­nestri, che mai rimasero vuoti, non solo abbiamo potu­to aiutare i profughi ma anche elargire consolazione e fiducia alla Chiesa del Silenzio e istituire decine di se­minari e conventi per preparare la ricostruzione spiri­tuale dell'Europa Orientale. E' cosí che la nostra tripli­ce azione - soccorso ai profughi, aiuto alla Chiesa perseguitata e preparazione all'avvenire - crebbe spon­taneamente dall'amore di Dio nei cuori degli uomini. Questa santa avventura, che da tanti anni mi è dato di vivere insieme a Dio e a molti amici mi libera sem­pre di nuovo da ogni timore, quando un nuovo compito mi viene addossato.

Quel nuovo compito mi venne ingiunto nel 1962. Era appena uscita l'edizione italiana del mio libro « Mi chiamano Padrelardo ». Ne avevo inviato migliaia di co­pie indirizzate a tutti i vescovi e a tutti i monsignori di questo mondo che avevano studiato a Roma e che probabilmente capivano ancora un po' di italiano. Nu­trivo la segreta speranza di trovare nuovi benefattori nelle alte sfere ecclesiastiche. Ricevetti piú richieste di aiuto che denari. Un cardinale mi scrisse: « La ringrazio per il suo libro. Disgraziatamente non posso aiutarla, ma ho la piú grande ammirazione per il suo lavoro al servizio dei profughi e della Chiesa perseguitata. Noi, nell'America Latina, non siamo ancora una Chiesa per­seguitata ma siamo sul punto di perdere la nostra liber­tà. Quando apparterremo anche noi alla Chiesa perse­guitata dovrete aiutarci perché questo è il vostro com­pito. Se ci aiutate adesso ve la caverete a miglior prezzo! »

Essendo questa argomentazione convincente e il car­dinale simpatico decisi di recarmi nell'America Latina. Ho percorso decine di migliaia di chilometri in aereo e ho viaggiato intere giornate in jeep per visitare il Brasile, l'Argentina, il Cile, il Perú, la Bolivia, la Co­lombia, il Venezuela e il Messico. Ho visto, simili ad una maledizione fra sontuose dimore di ricchi, le favelas di Rio, le callampas di Santiago e i grigi ran­chos di Caracas. Ho incontrato gli schiavi che lavorano nelle miniere di stagno e che raggiungono, in media, l'età di ventisette anni, mentre l'ottanta per cento dei loro figli muore nel primo anno di età. Ho parlato con scioperanti e con affamati, con analfabeti, ribelli, vescovi, contadini, professori e missionari. Sul monte che sovrasta Rio de Janeiro ho visto l'enorme statua del Cristo che mestamente osserva la Sua città. Ho visitato una parrocchia di 150.000 anime dove i bam­bini non possono ricevere la Comunione perché ciascuna delle otto messe serali non può durare piú di mezz'ora. Ho visto un prete, le dita anchilosate dal registrar ma­trimoni e stanco morto dopo centoventi battesimi, co­stretto a mandar via centinaia di penitenti poiché essen­do l'unico sacerdote per 87.000 fedeli in un territorio di quattromila chilometri quadrati doveva recarsi in un'altra parrocchia dove migliaia lo stavano aspettando. Ho visto una Chiesa minacciata, sull'orlo della cata­strofe. Nell'inarginabile processo di mutamenti rivolu­zionari questa Chiesa minacciata diverrà una Chiesa per­seguitata qualora non sia essa stessa a prenderne la gui­da portandola a compimento. La Chiesa è l'unica forza che sia in grado di farlo, ma deve fare i conti con la classe abbiente che nel proprio interesse difende l'ordine costituito e con il comunismo che ha bisogno dell'indi­genza delle masse per impadronirsi del potere. Essa deve dunque combattere su due fronti e difendere l'immagine di Dio impressa in centotrenta milioni di affamati e in settanta milioni di analfabeti, contro la sinistra quanto contro la destra.

Si sentono molte critiche nei confronti della Chiesa latino-americana. Questo continente sta attraversando una crisi analoga a quella che da noi ebbe inizio un secolo e mezzo fa. E' svanito il ricordo delle terribili condizioni che regnavano in Europa agli inizi dell'era dell'industrializzazione e che si protrassero ancora per molti anni. Umilmente coscienti della nostra colpa, dob­biamo ricordarci le parole del Papa, quando affermò che per la Chiesa il piú grande scandalo del secolo XIX fu di aver perso la massa dei poveri.

I problemi contro i quali lotta adesso la Chiesa la­tino-americana sono simili - anche se di ben piú vaste dimensioni - a quelli che nel XIX secolo la Chiesa europea non ha saputo risolvere. Chi ci dà allora il diritto di lanciare delle pietre? Possiamo definirlo un merito se il vantaggio di centocinquant'anni ci ha inse­gnato qualche cosa dai nostri errori? D'altronde un con­fronto con la cristianità europea dell'era pre-industriale si risolve a tutto favore dell'America Latina dove la Chiesa affronta i problemi del momento presente con piú ardore, con piú profonda convinzione e maggiore generosità di quanta ne dimostrammo noi nel XIX secolo.

E' falso dichiarare che i vescovi e i sacerdoti del­l'America Latina sono responsabili della profonda mi­seria del loro popolo. Tanto varrebbe incolparli di un terremoto. Essi si trovano dinnanzi ad un'evoluzione storica che non hanno provocato e che non possono neppure arrestare. Durante un secolo di dittature e di governi massoni la loro influenza è stata totalmente eli­minata dal campo sociale, dall'economia e dalla politica. Già prima la spina dorsale della Chiesa era stata spez­zata mediante la soppressione dei Gesuiti e l'espulsione degli altri ordini religiosi. L'esodo dei vescovi e dei missionari iberici alla fine della dominazione coloniale ci appare piú comprensibile dopo gli avvenimenti veri­ficatisi in Africa e in Asia in seguito alla decolonizza­zione. Fu probabilmente un esodo inevitabile ma non perciò meno catastrofico per la Chiesa in questo conti­nente di battezzati, privati cosí del fondamento naturale della vita soprannaturale. Poiché l'inaccessibilità e le distanze insuperabili di queste regioni sconfinate hanno reso impossibile l'istruzione elementare su vasta scala. Di conseguenza, la povertà culturale e l'analfabetismo preclusero ai piú la via del sacerdozio. Ciò causò una carenza cronica di sacerdoti, senza che la Chiesa ne avesse colpa alcuna. I sacerdoti disponibili si videro costretti a limitarsi all'amministrazione dei sacramenti a spese della predicazione. Ne conseguirono ignoranza religiosa, decadenza dei costumi, superstizione, spiritismo e porte spalancate per ogni sorta di sètte.

La povertà intrinseca di queste popolazioni per na­tura pazienti le rese per giunta impotenti di fronte allo sfruttamento feudale e alle dittature politiche: rimasero schiavi anche dopo l'abolizione della schiavitú. A tut­t'oggi vengono sfruttati da latifondisti, piantatori, ma­gnati dello zucchero, proprietari di miniere e avventu­rieri della politica che li tengono prigionieri di una mi­seria senza via d'uscita. Questa miseria e il vertiginoso aumento della popolazione costringono milioni di esseri ad abbandonare l'interno del continente per le città, dove i problemi assumono proporzioni disperanti. La Paz, Rio, Caracas, Bogotà, città circondate da splendide montagne sono come scodelle e zuppiere colme di mi­seria, rimestate con zelo dai comunisti, dove i ricchi versano le loro elemosine e senatori corrotti le loro mezze soluzioni. Tutto gorgoglia e ribolle da ogni lato. La tensione si fa vulcanica, come in un cratere dove la lava è salita fino all'orlo.

In questo crogiuolo di rivoluzioni sociali e nel mez­zo di una evoluzione che scavalca a balzi giganteschi un secolo intero per bandire il tetro spettro della fame, delle malattie e della morte, si trova anche la Chiesa che segue con il fiato sospeso la corsa fra la tecnica e l'esplosione demografica. Una Chiesa di peccatori e di ignoranti che mai ricevono istruzione religiosa e di rado i sacramenti; che spinti dal bisogno spirituale si votano alle statue dei santi attorniate da chiaror di candele come agli esotici dèi dell'Africa nera; che tentano di porsi al riparo dalle sciagure per mezzo di talismani, feti di lama essiccati, acquasanta, erbe, devozione alla Santa Vergine e amuleti.

Ma la stessa Chiesa dispone di un nucleo di magni­fici vescovi, di sacerdoti eroici, di laici lungimiranti che con incomparabile dedizione e consapevolezza prendono in mano le redini di questa rivoluzione. In questa Chie­sa ho incontrato tante di quelle meravigliose personalità che mi sono profondamente vergognato delle disamore­voli critiche che in Europa ho udito nei suoi confronti. Questa Chiesa deve essere aiutata. Non in primo luogo con misure caritative. La carità può essere mor­fina che per un giorno anestetizza l'indigenza ma non risolve i problemi. Non ha senso dare un tozzo di pane ai nostri fratelli affamati accrescendo cosí la loro subor­dinazione. Dobbiamo aiutarli ad innalzarsi da sé dalla loro profonda decadenza, a farsi intimamente liberi e coscienti della dignità dei figli di Dio. Dobbiamo perciò assistere i dirigenti abilitati di questo popolo nel loro compito educativo. Non possiamo dettare soluzioni euro­pee ma dobbiamo mostrare vie, appoggiare iniziative e stimolare progetti che contribuiscano a maturare spiri­tualmente questa popolazione sí che presto possa essere autosufficiente.

Per contribuire a ciò - senza diminuire i nostri sforzi per l'apostolato dei profughi, la Chiesa persegui­tata e la preparazione ad un avvenire migliore nell'Eu­ropa Orientale - abbiamo incluso nel nostro program­ma anche il soccorso alla Chiesa minacciata. Non rientra in ciò l'aiuto puramente economico e sociale, per il quale sono già sorte altre organizzazioni ed attività. Ci limiteremo a quello che fin dagli inizi è stato il nostro compito specifico: l'aiuto nell'apostolato. Conosciamo i particolari bisogni e le possibilità di questo settore at­traverso l'esperienza dell'Aiuto alla Chiesa che soffre.

Da allora ci applichiamo per moltiplicare la forza e le possibilità operative dei sacerdoti dell'America La­tina attraverso motorizzazione, cappelle volanti, centri di evangelizzazione, formazione di diaconi e catechisti e l'estensione dell'apostolato laico. Alle conferenze epi­scopali forniamo i mezzi per realizzare un certo numero di progetti pastorali su vasta scala. Cerchiamo di assi­stere per quanto possiamo gli « sgobbatori » di Dio nelle foreste vergini del Brasile e gli eroi di Dio nelle cata­pecchie delle metropoli. Organizziamo la cura delle ani­me nelle università insidiate dal comunismo. Cerchiamo di impedire che la Chiesa latino-americana diventi una Chiesa perseguitata. Preferiamo prevenire che guarire.

Quando nel settembre del 1962 ritornai per la prima volta e nell'aprile del 1966 per la seconda volta dal­l'America Latina, dissi ai miei collaboratori che qui non si trattava di un piccolo aiuto ma di un soccorso di miliardi. Alcune fronti si corrugarono. Ma io sorrisi pensando all'amore di Dio nei cuori dei miei benefattori ed ho pregato perché questo amore si accrescesse.

 

Questo bambino è morto invano?

Ho ricevuto una lettera da un missionario. E que­sta lettera mi ha fatto nuovamente pensare ai bambini del Brasile. Bei bambini dagli occhi scuri, dai nomi principeschi e con una innata nobiltà in volto. Li ho visitati nelle loro tetre capanne di argilla e di foglie di palma lungo le strade color ruggine che le ruspe ululanti hanno tagliato nella foresta vergine. Li ho in­contrati con i loro genitori esausti nel Brasile nord-orien­tale. Autocarri carichi di gente che emigrava dalle re­gioni aride. Erano fuggiti dinnanzi alla fame e non possedevano altro che qualche indumento, un paio di amache, un cane e un pappagallo. Questo incontro av­veniva lungo i duemila chilometri della strada che da Sao Luiz mena alla nuova capitale Brasilia. 1 camion espettoravano i loro affamati fra i polverosi cespugli che costeggiano la via, per affrettarsi a cercarne altri.

Ho anche visto da dove vengono. Su un piccolo aereo ho sorvolato la loro povera patria, la regione della seca, la siccità. Un deserto grigio e verdastro dove non piove acqua ma stelle. Poiché dall'alto le cime dei palmizi paiono verdi stelle, cadute dal firmamento sulla terra screpolata. Sterminati campi di stelle che celano alla vista non un cielo pieno di angeli e di santi ma un inferno. Questo inferno l'ho visto a debita distanza, dall'aereo monomotore che poté decollare soltanto dopo che il pilota ebbe cacciato le mucche che pascolavano sulla pista. Sí, conosco la disperata esistenza di questi bambini denutriti e so che muoiono come le mosche. Ciononostante sono scosso dalla lettera che ho qui din­nanzi a me. La lettera di un missionario con l'orrenda relazione di quello a cui un confratello ha assistito.

Adesso se lo volete potete ancora chiudere questo libro. Perché in verità non è una lettera piacevole ed è possibile che ne sarete sgradevolmente impressionati. Sí, chiudete questo libro se non volete che la vostra pace sia turbata o se siete troppo egoisti per fare un sacrificio. Perché questa lettera esige una risposta e un sacrificio.

Questa è la lettera: « Il mio confratello ha assistito alla sepoltura di un bambino vivo la cui madre era morta poco prima durante il parto. Gli indiani erano quasi tutti malati. Non avevano latte per mantenere in vita il bimbo piangente. Anche il sacerdote, lontano dalla sua missione, non aveva piú niente. Egli poté sol­tanto impartirgli il battesimo. Poi gli indiani vollero riavere il bambino e lo posero nella fossa accanto al cadavere della madre. Il sacerdote non poté impedirlo. Tutti gettarono della terra nella fossa. Un ragazzo in­diano di tredici anni dovette calcare la terra con i piedi finché il vagito del bambino ammutolí e la buca fu piena ». Fin qui la lettera...

In realtà questo bambino è morto di fame. Sia pure con due giorni di anticipo, perché gli indiani sapevano che neppure l'indomani ci sarebbe stato latte e non potevano piú sopportare quel lamento. E vollero essere, a modo loro, pietosi. In fondo l'avevano sepolto vivo, il loro bambino, solo perché non avevano cibo.

A giusta ragione siete scossi dalle circostanze conco­mitanti. Siete scossi perché sentite quanto sia terribile far soffocare nella terra, mentre ancora piange e sussulta

sotto i piedi che lo calpestano, un bimbo che nella vo­stra immaginazione vedreste in una rosea culla, ornata di tulle e di seta. Questo è terribile. Ma è il gesto disperato di gente che non sapeva piú che cosa fare. E posso immaginarmi che le intenzioni di questi indiani primitivi erano buone e che Dio li comprende e li per­dona perché non sapevano come opporsi altrimenti alla fame di questo bimbo innocente.

Molto piú grave della maniera è la causa della morte di questo bambino. Perché morire due giorni prima o dopo, in un modo o in un altro, è cosa di secondaria importanza. Il punto piú importante è che questo bam­bino è morto di fame e che questa è la sorte della maggioranza assoluta di tutti i bambini che vengono adesso alla luce. La regola in questo nostro decantato ventesimo secolo, con la sua tecnica onnipotente, è che il 60% dei bambini muoiono di fame o di denutrizione prima di aver raggiunto l'età di quindici anni. Cito le cifre dell'Unesco. Dei novecento milioni di bambini di questa terra cinquecento milioni muoiono di fame prima del quindicesimo anno. E ognuna di queste morti è altrettanto terribile e altrettanto scandalosa e grida altrettanto vendetta al cielo quanto la morte di quel bambino indiano che piangente di fame venne sepolto vivo accanto alla salma di sua madre. Perché tutti questi decessi avrebbero potuto essere evitati se i po­poli benestanti - ai quali anche noi apparteniamo - avessero messo in tempo il loro superfluo e la loro esperienza al servizio della miseria nel mondo.

Questo noi non lo abbiamo fatto. Disgraziatamente i nostri denari e le nostre energie vengono usati per altri scopi. Non per la salvezza dell'umanità ma per il suo totale sterminio. Nella stratosfera, nella profon­dità degli oceani e in località irraggíungibili di lontani paesi la morte è in agguato e la belva della distruzione è pronta all'assalto. A tale scopo vengono utiliz­zate le ricchezze della terra e non per procurare il pane ai figli affamati del Re del Creato.

Per quanto tempo questo dovrà durare? Dio del cielo, mandaci finalmente un profeta che deponga fre­mente ai piedi dei grandi della terra questo bimbo sepolto vivo. Fa' scendere dal cielo gli angeli di que­sti piccoli che adesso stanno oranti al Tuo cospetto e fa' ch'essi portino le spoglie di quanti morirono di fame nelle case dei potenti finché questi, urlando di terrore, abbiano a ravvedersi. E se non vogliono pentirsi, ca­stigali, prima che sia troppo tardi. Manda quindi il Tuo Arcangelo Michele, principe delle schiere celesti, per difendere questi bambini dalla malvagità dei tuoi nemici. Perché i tuoi nemici sono coloro che non sfa­mano gli affamati ma investono il denaro destinato al pane in arsenali di distruzione, costringendo cosí altri a fare altrettanto...

Ma forse Dio, ch'è un Dio di pazienza, attende noi. Forse Egli si rassegna alla cattiva volontà o alla cecità dei grandi di questa terra perché non è vero che Egli li ha chiamati a risolvere il problema della fame e delle malattie. Forse Egli ha riservato questo compito alla Sua Chiesa il cui impegno è di predicare e rendere visibile l'amore del Signore. Questo fa parte del suo messaggio. Come Cristo stesso passò in mezzo alle genti beneficando, dando da mangiare agli affamati e guarendo gl'infermi, cosí anche la Chiesa deve sollevare la miseria umana. Il suo messaggio di salvezza non sarebbe credibile e rimarrebbe una pura questione acca­demica se essa non lo confermasse con i fatti. E se Dio vuole veramente restaurare tutto e riunirlo e com­pendiarlo sotto l'unico Capo che è Cristo, quanto avrem­mo contribuito alla realizzazione di questo grandioso

piano se noi risolvessimo il problema della fame in nome di Cristo.

Ci troviamo di fronte al fatto che le istituzioni di questo mondo o vengono meno al loro specifico dovere o commettono errori cosí grandi da non raggiungere lo scopo prefisso. Perché non tentare noi? Perché la cristianità non potrebbe diventare generosa al punto di dare alla Chiesa la possibilità di mostrare degli esem­pi che servano da modello per una soluzione di questo problema? Non crediate infatti che il problema non possa essere risolto!

Un tempo infatti gli uomini morivano di fame sen­za che vi si potesse apportare alcun rimedio. Si trattava allora di una specie di catastrofe naturale alla quale si doveva assistere impotenti. O non se ne era nemmeno al corrente. Non c'era nessuno nel mondo civile che mai ne avesse sentito parlare. O, quando si risapeva, le difficoltà che ostacolavano i soccorsi erano tali che soltanto alcuni santi potevano sentirsi chiamati a rim­boccarsi le maniche. Padre Damiano era di quella tem­pra e c'è da ammirarlo, certo, ma chi ce la fa ad imi­tarlo? Non c'è mai stato un pontefice che abbia voluto o potuto esigere un tale eroismo dai fedeli. Il problema non si poteva risolvere e non esisteva perciò alcun ob­bligo di sottoporsi ad uno sforzo straordinario.

Ma ora tutto è diverso. Questo non deve piú suc­cedere. Non si tratta di un terremoto o di un tifone che sfugge al nostro controllo. E' un peccato di omis­sione commesso da ciascuno di noi, incapaci di privarci di almeno una parte del superfluo per rendere possibile la soluzione di questo problema. Questo problema può essere risolto. Non con un po' di elemosina ma con tanti mezzi quanti sono necessari alle popolazioni po­vere per sollevarsi esse stesse dalla propria miseria. Vale a dire che la loro miseria non è una conseguenza della fame, ma la fame è una conseguenza della loro miseria intrinseca. La mancanza di istruzione e di cul­tura li ha degradati, ne ha fatto uomini di secondo ordine, che non possiedono la libertà dei figli di Dio e non rispecchiano il Suo volto. Rimangono cosí sog­getti alla natura e assoggettati ai tiranni e agli sfrut­tatori. La soluzione comincia quindi non con la bene­ficienza che anestetizza per un giorno il dolore della loro miseria, rendendo ancor piú grande la loro subor­dinazione. La soluzione comincia con l'istruzione, almeno elementare.

Secondo le statistiche dell'Unesco circa metà della popolazione del globo è analfabeta. Nel Brasile nord­orientale la percentuale è del 70%. In questo momento ci sono sulla terra seicento milioni di bambini che non potranno mai frequentare una scuola. E ciò nel mezzo di una esplosione demografica che nei prossimi venti­cinque anni porterà la popolazione della terra a sei miliardi. Questa cifra non è di per se stessa inquietante, poiché la terra può nutrire duecento miliardi di abi­tanti. Ma ciò sarà impossibile fintanto che milioni di contadini sottosviluppati continueranno a coltivare i loro campi con bastoni ricurvi e utensili di legno. La produzione rimane allora largamente al di sotto dei bisogni: questa è la ragione per cui un contadino bra­siliano produce soltanto il 5% di quello che produce il contadino canadese. Per ottenere il medesimo risul­tato di un canadese occorre il lavoro di venti brasiliani. Non perché i brasiliani siano pigri ma perché privi di mezzi tecnici. La tecnica deve perciò mantenere il pas­so con l'esplosione demografica. Condizione indispen­sabile è l'insegnamento.

Non sì possono inviare degli analfabeti alle scuole di agronomia e tanto meno farne degli ingegneri. D'altronde, senza ingegneri niente fabbriche. Senza fabbri­che niente macchine agricole e niente concime artificiale. Senza di ciò niente raccolti abbondanti, niente benes­sere, niente cibo Senza cibo niente calorie, niente salu­te, niente resistenza alle malattie e niente energia lavo­rativa. Senza energia lavorativa raccolti ancora più scar­si, ancor meno cibo, ancor meno energia lavorativa. E cosí via di seguito. Una miseria provoca l'altra fino a formare un circolo vizioso, un vortice di distruzione in cui questi infelici vengono ineluttabilmente trascinati fino allo sfacelo totale. A meno che noi interveniamo dall'esterno provvedendo all'insegnamento. Non abbiate paura. Non pensate al nostro complicatissimo sistema educativo con i suoi enormi investimenti e il suo per­sonale altamente remunerato. Ciò non servirebbe a nul­la nei paesi in via di sviluppo. Sarebbe denaro buttato via. Le cose devono andare differentemente. Ecco un esempio.

Nel Brasile nord-orientale ho visitato Natal. Una diocesi con seicentocinquantamila cattolici e sessantadue sacerdoti. Malgrado la carenza di sacerdoti, una delle diocesi piú fiorenti del mondo. L'allora vescovo Dom Eugenio de Araujo Sales - ora cardinale di Salvador - aveva fatto interrompere i lavori della nuova catte­drale iniziata dal suo predecessore. Attorno alle colonne rimaste a metà sono crollate le impalcature. Gli uccelli fanno il nido negli incavi delle finestre. L'erba e la gramigna conquistano frammenti di muro. Sembra una cosa triste ed è invece meravigliosa. Perché questo gio­vane vescovo non voleva una cattedrale di pietra ma una chiesa viva. Con i fondi destinati alla costruzione della cattedrale ha comprato una stazione radiotrasmit­tente per l'insegnamento, le cui spese correnti vengono pagate dalla pubblicità commerciale. Le lezioni vengono impartite da una squadra di trentanove persone, in par­te stipendiate, in parte volontari, infiammate da uno spirito apostolico di cui l'ispiratore è il vescovo stesso. Il programma non consiste soltanto nell'insegnare a leg­gere e scrivere e nell'istruzione religiosa, ma comprende moderni metodi agricoli e tutto ciò che occorre agli analfabeti per liberarsi dalla propria miseria.

All'interno del paese sono state installate piú di millecinquecento radio scuole. Ciascuna scuola consiste in un apparecchio a transistor, del valore di 12.500 lire, sintonizzato sull'emittente di Natal. Tutto il resto non costa niente. Di solito l'apparecchio è sistemato in una capanna che ogni sera è disponibile, gratuitamente, per due ore.

Ho visitato una di queste piccole scuole. Intorno ad un tavolo sedevano diciassette scolari dai sei ai sessant'anni. Un giovane di vent'anni, la lingua stretta fra i denti era tutto intento nello sforzo di imparare a scrivere la difficile lettera F. Accanto alla radio, con gessetto e lavagna, sta la monitora, una volontaria che ne sa un po' piú degli altri. Ha seguito un corso e ora serve da intermediaria fra l'insegnante nella sta­zione trasmittente e gli alunni nell'interno. Tre lampade a petrolio appese alle pareti. Sopra le teste il tetto di tegole. Lí accanto piange un neonato. La monitora è la padrona di casa. Suo marito fa il muratore. Lei ha ventinove anni e aspetta l'undicesimo figlio; sei ne sono morti. Si chiama Maria Anita de Mollo. La figlia mag­giore l'aiuta a distribuire i libri. Nella sua scuola ci sono tre corsi per complessivamente quarantatre allievi. Sulle pareti si leggono alcune scritte: K Piú igiene, me­no malattie - Lavatevi i denti - Non sputate ». Gli scolari pagano un uovo alla settimana poiché, per prin­cipio, nulla è gratis. Le uova vengono poi vendute sul posto e il ricavato serve a pagare le rate dei libri di testo.

E' cosí che con coraggio, fantasia e con lo Spirito Santo si può abbordare un problema. Una scuola per 12.500 lire. Una fonte di benedizioni ma anche una fonte di grazia. Infatti ogni domenica sera, alle 17, la radio trasmette la Messa del Vescovo. E in piú di mil­lecinquecento radioscuole i suoi fedeli dispersi si ritro­vano intorno all'apparecchio. Durante la loro vita la maggior parte di essi conosce ben raramente il conforto di un sacerdote. Ma di domenica in domenica essi dia­logano il sacrificio della Messa con il loro pastore e ascoltano la sua breve predica. E' un vescovo senza cattedrale ma ogni settimana egli è prete, padre e mae­stro di sessantamila cristiani poveri, ignoranti e affa­mati che lo venerano riconoscenti perché li aiuta a sol­levarsi dalla loro miseria.

Lasciatemi ora terminare questa storia con il suo inizio. Con il neonato indiano che venne sepolto vivo insieme alla sua mamma. Era un bimbo senza nome, ma venne battezzato ed ora è vicino a Dio. E Dio l'ha mandato da voi, a bussare con le sue piccole manine al vostro cuore e alla vostra coscienza. Il vostro cuore è ancora buona e la vostra coscienza è ancora sensibile?

Abbiamo tutti qualche cosa da riparare perché tutti abbiamo mancato di amore e di cuore nei confronti dei nostri fratelli nel bisogno, ai quali pensiamo cosí rara­mente. Una radioscuola costa 12.500 lire. Cosa potete fare voi? Cosa può fare la vostra famiglia? Cosa può fare la vostra ditta? Se tutti insieme donerete il denaro per ventimila radioscuole, un milione di poveri avranno la possibilità di sollevarsi dalla loro miseria. Allora il pic­colo indiano non sarà morto invano.

 

Meditazione nella notte

E' notte a Pindaré Mirim. Le palme, come ciuffi di piume, ondeggiano sotto la volta del cielo. Un vento tiepido scivola sussurando fra il ricamo delle foglie. Lontano nel bosco rulla un tamburo. Là i negri ballano la butacada e bevono l'acquavite di canna da zucchero. E' un'orgia notturna, residuo del tempo in cui i pian­tatori organizzavano baccanali per stimolare gli istinti sessuali degli schiavi esausti affinché non venisse a man­care il bestiame umano. Dopo l'abolizione della schia­vitú la miseria è rimasta cosí grande che nei vecchi centri dello schiavismo come Bahia, Rio Grande do Nor­te e Maranhao lo stimolo della butacada è rimasta la consolazione dei poveri...

Non riesco a dormire. Scivolo fuori dalla mia amaca e guardo le stelle che qui splendono molto piú inten­samente che nel nebbioso firmamento dei Paesi Bassi.

E' stata una dura giornata. In jeep, con l'arcive­scovo di Sào Luiz e due francescani tedeschi, abbiamo percorso questa terra del nord-est brasiliano fatta di argilla rossa e di verdi boschi. Mezzo milione di pro­fughi dall'arido inferno della siccità si sono acquartie­rati lungo la strada in costruzione che attraversando le foreste conduce alla nuova capitale Brasilia.

La strada non è ancora terminata ma la si può percorrere. La nostra jeep s'impenna come una nave nella tempesta. Per un'ora andiamo sobbalzando nella scia di una serpeggiante colonna di autocarri che ci è impossibile sorpassare. E' pieno giorno ma il traffico che ci viene incontro sbuca, fari abbaglianti accesi, dalla nube color ocra che ci avvolge come una bur­rasca. La polvere ha intriso di ruggine e cespugli. Aride capanne di argilla e rami di palma se ne stanno accovacciate nell'erba. Mezzo milione di emigranti vivo­no accatastati lungo questa striscia rossa che rampica lentamente verso il sud.

Qui la nostra Opera costruisce una nuova fortezza di Dio con chiese, canoniche, una scuola per catechisti, delle jeeps e una cappella volante che percorre conti­nuamente in su e in giú questa strada dritta come un fuso per visitare l'abbandonato gregge di Dio.

Qui, fino ad oggi, l'apostolato è stato stentatamente - esercitato dai francescani tedeschi che hanno il loro convento a Bacabal e dal quarantatreenne parroco bra­siliano di Pindaré Mirim, del quale siamo ospiti. Il suo nome è padre Francisco das Chagas Vasconcelles. A lui sono affidate quattro chiese e quarantacinque cap­pelle con ottantamila anime in un distretto di undici­mila chilometri quadrati. Durante l'anno percorre set­temila chilometri a cavallo. Nelle ultime tre settimane ha battezzato novencentonovantanove bambini e celebra­to centocinque matrimoni. La sua parrocchia è lunga duecento chilometri e in sei anni padre Francisco ne ha visitati centotrentacinque. Gli ultimi sessantacinque chilometri non sono raggiungibíli a cavallo. Là non c'è ancora mai stato un prete.

Il padre ha inarcato le spalle incredulo quando, a nome dei miei benefattori, gli ho promesso una jeep e una chiesa. Non saprei dirvi di chi abbia maggior­mente dubitato, se di me o dei miei benefattori... Ma l'arcivescovo, che conosce per esperienza la loro genero­sità, l'ha incoraggiato ad aver fede. Allora il padre ha sorriso. Adesso russa soddisfatto nella sua amaca accan­to alla mia e a quella dell'arcivescovo, sotto la veranda della sua povera casa.

Anche padre Celso ha sorrisò, ieri l'altro, a Bacabal, quando gli ho chiesto di portarmi con sé a visitare le sue parrocchie. E' un francescano quarantatreenne, ma­gro come un uscio, che ha ricevuto l'ordinazione sacer­dotale nel 1949, dopo quattro anni di guerra, cinque ferite, due anni di prigionia e un po' di teologia. Ora è parroco di un vasto territorio con due parrocchie che comprendono duecentocinquanta villaggi con un totale di centoventicinquemila anime. Gli sono affidate due chiese e ottantatre cappelle che visita almeno una volta all'anno.

Abbiamo viaggiato percorrendo strade impraticabili. Una schiera di fotografi, mercanti, pasticcieri, chiromanti e saltimbanchi ci seguiva a dorso di muli e di cavalli. Perché la desobrigo, il giorno in cui si può far Pasqua è allo stesso tempo giorno di fiera e di mercato. In­torno alla cappella piú di duemila persone accorse da vicino e da lontano ci danno il benvenuto con morta­retti e grida di giubilo.

In un bananeto ci portano una lucida latta di ben­zina piena d'acqua torbida. Ci spogliamo e con l'aiuto di una scatola di conserva versiamo il prezioso liquido sui nostri corpi surriscaldati e abbrunati di polvere. Dopodiché padre Celso sparisce nel confessionale. I pe­nitenti di K soli tre mesi » non può ascoltarli e sono gli altri ad avere la precedenza. Le confessioni si pro­teggono per otto ore, fino a notte tarda. Montiamo quindi le nostre amache nella sacristia: sonno intenso e breve. Quando mi sveglio alle sei il padre è già nel confessionale. Fino alle dieci. Poi celebra la Messa, fa la sua predica annuale e distribuisce con me la comu­nione. Alle undici fa colazione in sacristia. Fa un caldo torrido. Durante la colazione comincia a registrare i bat­tesimi. Centodiciassette. Con una velocità media di qua­ranta battesimi all'ora scrive fino alle quattordici meno cinque. Le sue dita si sono intorpidite e il sudore gli inonda il volto.

Quando tutti i battezzandi con padri e madri, pa­drini e madrine, paesi e date sono stati registrati in lunghe colonne, viene la volta dei matrimoni. Si pre­sentano ventisette coppie, non poche accompagnate da neonati. In questo clima tropicale chi oserebbe chiedere di attendere con l'amore finché non ci sia un prete per celebrare il matrimonio? Nonostante ciò il matrimonio è una cosa importante che richiede ricerche, istruzioni e amministrazione. Di nuovo, il padre riempie le sue tabelle. Alle sedici l'amministrazione è finita.

Allora comincia a battezzare. Nella cappella sette file di madri orgogliose con pargoli urlanti. Una fila attende fuori, all'ombra. Dopo i battesimi, alla luce fu­migante delle lampade a petrolio, tocca ai matrimoni. Alle otto di sera tutto è fatto.

Ma qui non si finisce mai: duecento persone, che arrendono da ieri, assediano i1 ronfessionole, Guardo il volto stanco di Padre Celso che stringendosi nelle spalle le rinvia con nient'altro che una magra consolazione: « Forse l'anno prossimo ». Perché non può rimanere.

E' già in ritarda di ore e a venti chilometri di distan­za millecinquecento altri parrocchiani attendono impa­zientemente il suo arrivo.

Duecento peccatori di buona volontà, appartenenti ben piú che questa Europa satolla alla Chiesa dei pove­ri, tornano sconfortati e sconsolati alle loro tristi ca­panne. Privi di cognizioni non credono all'efficacia di un'assoluzione generale. Vogliono confessare i loro pec­cati e vogliono parlare a cuore aperto con il sacerdote. Alcuni hanno percorso cento chilometri... Padre Celso, ormai in sella, mi stringe la mano avvilito e prosegue, esile ombra nella notte, verso la prossima cappella. Egli ascolta tredicimila confessioni all'anno. Questo non è che un terzo di quel che sarebbe necessario per far fare Pasqua a tutti. La jeep mi attende. E torno con il cuore adirato perché so che tutto ciò non è con­forme alla volontà di Dio.

Se Cristo ha istituito il sacerdozio per rimanere per sempre fra i poveri, qualche cosa deve cambiare nella Chiesa. Dobbiamo chiederci come la Chiesa possa me­glio suddividere quel dono di Dio che non le fa mai difetto. Nessun sacrificio dovrà sembrarci troppo oneroso per soccorrere Celso e i suoi confratelli.

Quella notte a Pindaré Mirim ho desiderato arden­temente di poter restare con Celso. Sotto le stelle e le palme ondeggianti ho conepito i piani per la fortezza di Dio nella regione di Bacabal. Ho pregato chiedendo sacerdoti e denaro. E ciò facendo ho pensato a voi...

 

Monsignore al fronte

Era nel 1962. Quando la jeep si fermò nel bel mezzo del villaggio ci venne incontro, di corsa, un mon­signore piccolo e trasandato. Doveva essere lui il famoso parroco di Sao Paolo do Potengi. Ha quarantacinque anni e si chiama monsignor Expedito Sobral de Medei­ros. Soltanto alcuni bottoni violetti penzolano solitari dalla talare semiaperta, le cui rifiniture porporine si sono fatte grigie ai raggi del sole. Quell'abito di gala dev'es­sere stato indossato da molti dignitari ecclesiastici prima di capitare, insieme al titolo monsignorile, in questo settore del fronte della Chiesa del nord-est brasiliano.

Monsignor Expedito è piccolo, smilzo, allampanato. Sopra il naso aquilino gli occhiali gli stanno a sghim­bescio sulla fronte. Gli zigomi sporgenti, le grandi orec­chie, una barba lunga otto millimetri e una bocca larga in cui la dentiera saltella continuamente costituisconc le piú singolari caratteristiche della sua spiccata per. sonalità.

E' dunque questo l'uomo che in diciannove ann ha battezzato ventottomila bambini. La sua parrocchie abbraccia una superficie di milleduecento chilometri qua drati e conta una chiesa, diciannove cappelle e trentun mila anime. La domenica celebra tre messe nella su-, chiesa parrocchiale fermatasi al primo stadio della costruzione. In questa diocesi, dove il vescovo non volle una cattedrale, anche i parroci pensano che Iddio non si senta a suo agio in chiese lussuose fintanto che la Sua vita divina viene soffocata dalla miseria nei cuori dei fedeli.

Monsignor Expedito visita mensilmente sei delle sue cappelle recandosi tre volte all'anno nelle altre tredici. Da cinque anni possiede una jeep ma per quattordici anni ha percorso a cavallo la sua parrocchia in lungo e in largo celebrando, predicando, battezzando e ascol­tando confessioni in cappelle e in remoti poderi. Ha fondato nel suo territorio centocinquataquattro radios­cuole, una scuola media, una maternità e tutta una serie di asili infantili. Ha organizzato non soltanto l'educa­zione religiosa ma anche la lotta contro l'analfabetismo, l'educazione sindacale, gli sport e la sana ricreazione, l'iniziazione alle tecniche agricole moderne, la stampa, la radio e la cura della sanità pubblica.

E' uno dei fondatori del Movimento di Natal che nel piú esteso fra i territori sottosviluppati dell'emisfero occidentale promuove, spinto dalla forza di propulsione della Chiesa, una riforma sociale che è l'espressione dell'amore cristiano e che ha per scopo la felicità degli uomini tutti.

Il nord-est del Brasile è cinque volte l'Italia e conta ventitré milioni di abitanti. Piú del 70% di questa po­polazione è analfabeta. Il reddito medio è inferiore alle sessantamila lire annue. Piú della metà dei neonati muo­iono durante il primo anno di vita.

Quasi tutto l'interno appartiene al territorio triste­mente noto per la siccità. Spesso la mancata caduta delle pioggie causa una catastrofe nazionale. Negli anni 1953 e 1958 non ci fu alcun raccolto: si dovette uccidere il bestiame, decine di migliaia di famiglie perirono di fame e di sete: milioni di persone cercarono scampo nella fuga. Negli anni migliori si tenta di vivere sostentan­dosi con l'allevamento e con il cotone, ma i campi e il magro bestiame sono proprietà dei latifondisti. I mez­zadri possono vendere a proprio beneficio la metà del raccolto del cotone, ma il ricavato non basta a soddi­sfare i loro piú elementari bisogni.

Lungo la fertile striscia costiera cresce la canna da zucchero, ma a causa di uno spietato sistema capita­listico che sfrutta ad oltranza il suolo e gli uomini, questi ultimi si ritrovano ancor piú a mal partito che ai tempi della schiavitú, quando, per ragioni di interesse, i padroni avevano una certa cura del loro bestiame umano.

La povertà della regione arida e lo sfruttamento capitalistico nelle zone fertili spingono innumerevoli schiere verso i grandi centri, dove vivono da sottopro­letariato disoccupato in tuguri inabitabili, e tirando avanti a forza di furti, di mendicità e di prostituzione. In questo territorio, minacciato da pericoli mortali, nacque il Movimento di Natal che, come un'esplosione, si è esteso attraverso tutto il Brasile. Il dinamismo, il talento d'improvvisazione, l'impareggiabile spirito di sacrificio dei suoi capi e dei suoi militanti hanno con­quistato la fiducia del popolo oppresso che viene siste­maticamente portato a conoscere la propria dignità na­turale e soprannaturale. Il movimento nacque sotto l'im­pulso del giovane vescovo di Natal, Dom Eugenio de Araujo Sales che un'ora dopo la mia discesa dall'aereo mi condusse in jeep attraverso le strade arroventate del Rio Grande do Norte alla parrocchia modello di Sao Paolo do Pontengi.

In questa parrocchia vengono sperimentati la mag­gior parte dei piani concepiti a Natal. E' una specie di laboratorio sperimentale del cristianesimo sociale, diret­to dall'esotico monsignore sopra descritto. E' un genio nell'arte di trasformare una teoria in un piano pra­tico viabile, in un prototipo che riesce a smerciare tanto che potrà essere applicato e moltiplicato per mille in tutto il nord-est del Brasile.

Monsignor Exposito sorride fino alle orecchie e, ac­compagnando con grandi gesti e il suo francese zoppi­cante, ci conduce all'interno della canonica. Decine di parrocchiani ci seguono. Occupano le sue sedie, bevono il suo caffè e vanno e vengono come persone di casa. « La mia canoníca è la casa di tutta la parrocchia », spiega Monsignore, mentre la sua gente fa ala alla tavola e ci guarda mangiare.

Quindi ci racconta del suo lavoro pastorale e della sua azione sociale. Non combatte contro il comunismo, ma contro la miseria che cancella i tratti di Dio dal volto dell'uomo e distrugge l'immagine del Re della Creazione. Nel suo linguaggio fiorito risponde alle mie domande, mi narra le sue esperienze, descrive le batta­glie che ha combattuto e le vittorie ottenute.

In tutta modestia ci elenca l'ordine del giorno delle sue visite alle cappelle: quattro ore di confessione, due ore per celebrare, predicare, distribuire la comu­nione e istruire, mezz'ora per i pasti, due ore per con­ferire con i militanti dell'azione sociale, due ore per visitare gli ammalati e i moribondi, un'ora di conferenza con diapositive e un'ora di strada fino alla cappella piú vicina, dove consuma la cena prima di appendere l'ama­ca per il riposo notturno.

Sotto il sole ardente ciel primo pomeriggio ci guida attraverso la sua parrocchia mostrandoci, alla porta della maternità, la lista delle madri di famiglia che volonta­riamente si prendono cura di una partoriente, Per ogni letto quattro madri di famiglia che a turno portano un pentolino con del cibo a una povera donna dell'interno venuta qui per mettere al mondo il suo bambino: Mena Gomes, Socorro Guilher, Josefa Pimentel, Didi Araujo... semplici donne che hanno capito piú del cristianesimo di tanti cristiani della ricca Europa. Visito la primitiva sala operatoria dove avvengono centinaia di parti e di operazioni all'anno, il gabinetto del medico (sei metri quadrati), le quattro misere stanze strapiene di letti e la piccola cucina.

Vedo indiani emaciati, fino a ieri soggetti agli umori e ai denari dei latifondisti che davano loro anticipi sul raccolto del cotone. La Chiesa voleva che diventassero indipendenti. Per questo ha insegnato loro ad aiutarsi a vicenda, ad organizzarsi, a liberarsi dall'oppressione e dalla miseria grazie all'impegno cooperativo. Vedo le scuole, il campo sportivo, l'istituto di agraria, la banca cooperativa. Tutto è nato in uno spirito di compattezza e di collaborazione. Tutto funziona grazie alla generosità dei volontari, senza aiuti economici dei latifondisti e senza l'ingerenza di politicanti corrotti. Qui i poveri sono padroni in casa propria. Qui si aiutano a vicenda senza dover chinare il capo dinnanzi a potenti senza coscienza. E la Chiesa marcia in testa a questa pacifica rivoluzione.

S'è fatta sera. Monsignor Expedito si prepara alla riunione nella Fazenda Sao Luis, una casa colonica a venticinque chilometri dalla chiesa. Carica di militanti la sua jeep, e si lancia a rompicollo nella notte. Lo seguiamo a stento. Di tanto in tanto si ferma per far salire qualcuno. Due giovani si reggono in bilico sul paraurti. Percorriamo strade impraticabili. Ai lati mon­tano la guardia cactus immobili e minacciosi. Sopra di noi sfavilla la via lattea. Attraversiamo il letto di un fiume in secca. Visitiamo una radioscuola dove trenta­due, fra adulti e bambini, imparano a leggere e a scrivere. Il viaggio continua attraverso la prateria. Non c'è piú strada. Passiamo dritti attraverso la porta di un campo di calcio. Poi c'è una sbarra per il bestiame. Alle otto raggiungiamo la casa colonica. Intorno alla fazenda c'è tutto un brulichio di asini, di ronzini, di autocarri e di gente. Sono venuti cantando nella notte, in seicento, perché hanno fiducia nella Chiesa che li chiama. L'organizzazione è eccellente.

Mentre il parroco parla in casa agli sposati i ragazzi e le ragazze siedono per terra e formano due cerchi intorno a ronzanti lampade a petrolio. Si canta e si ride. C'è uno spontaneo intrecciarsi di domande e di risposte. E ci sono giovani dagli occhi di brace che par­lano come tribuni. Vengono spiegati i princípi del sinda­calismo e dell'organizzazione cooperativistica. Vengono date istruzioni concernenti l'igiene e la coltivazione del cotone. Si spiega un brano del catechismo. Nel frattem­po una ragazza bruna dalla voce melodiosa si occupa dei bambini e insegna loro a pregare. La casa colonica è gremita di gente. Non entrerebbe neanche piú un topo. Davanti alla porta e alle finestre grappoli umani ascoltano attentamente le parole di monsignor Exposito. Si alternano silenzi di tomba e bordate di risa.

Dopo le riunioni di gruppo monsignore proietta dia­positive sul muro intonacato di bianco della casa colo­nica. Il proiettore è collegato alla batteria della sua jeep. Seicento anime semplici guardano riconoscenti.

La riunione si conclude con una preghiera. Alcuni capannelli continuano a discutere. Le coppiette spari­scono dietro il granaio. I grossi motori degli autocarri si avviano fragorosamente. Gli asinelli trotterellano nella notte. Si ode un canto in distanza. E la nostra jeep segue a fatica l'indistruttibile monsignore attraverso la prateria, attraverso il letto e attraverso la grande distesa arida che lotta ancora con i problemi del diciannove­simo secolo. In Europa i nostri antenati non hanno risolto questi problemi. Per questo la Chiesa perse la fiducia dei poveri. Qui ho trovato una Chiesa sulle bar­ricate, che sa qual è il suo dovere e che riconquista questa fiducia. Aiutarla non è forse un onore?

 

Visita a Nisia Fioresta

Sembrano essere tre ragazze come tante altre, quelle che abitano nella misera casa dirimpetto alla Chiesa. Ma nella stanza attigua ci sono dei fiori sul tavolo di­nanzi al tabernacolo e nell'armadio stanno appese le loro vesti monacali. La canonica in rovina, dovei per anni non ha abitato alcun sacerdote, è ora la dimora delle Suore Missionarie di Gesú Crocifisso, alle quali da due anni è stata affidata questa parrocchia.

Molta acqua è dovuta scorrere per il Rio Grande prima che lo Spirito Santo e il Vescovo Eugenio riuscis­sero ad avere le suore ed il permesso per tentare questo esperimento. Senza la comprensione della Curia romana le suore starebbero probabilmente ancora nella loro clas­se e i parrocchiani fuori della Chiesa.

La parrocchia di Nisia Floresta era fino a poco tem­po fa uno degli angoli piú sconsolati del nord-est Bra­siliano. Senza sacerdote, dottore o farmacista, con una sola maestra diplomata e 1'80 % di analfabeti, la comu­nità era in pieno sfacelo. Non c'era un governatore o un partito politico che si preoccupasse di questi undi­cimila abitanti, che come gregge di elettori rimanevano tanto piú docili quanto piú venivano mantenuti igno­ranti. Soltanto il vescovo, che destinava tutte le sue energie all'edificazione del popolo, non aveva abbando­nato la sua città. Non disponeva di sacerdoti e perciò inviò delle suore disposte a seguire Gesti nella Sua solitudine.

Grandi sacrifici furono richiesti alle suore. Rinun­ciarono non solamente alla loro scomoda veste e alle innumerevoli consuetudini che nei conventi femminili, talvolta con santa ostinazione, vengono mantenute come indispensabili mezzi di perfezionamento, ma si privano perfino della S. Messa e rinunciavano alla Comunione quotidiana fintanto che la S. Sede permetteva loro, solo di rado, di distribuire e ricevere con le proprie mani il Santissimo. Soltanto chi ha scorto le lacrime nel sor­riso di suor Iraci quando ci raccontava che fino al suo arrivo a Nisia Floresta non aveva mai trascorso un gior­no senza ricevere la S. Comunione, può intuire quanto sia stato penoso per le suore il condividere anche que­sta indigenza coi loro parrocchiani.

Cominciarono con il presentarsi personalmente a tut­ti i parrocchiani. Chiedendo informazioni a tutti raccol­sero non soltanto dati per la loro cartoteca parrocchiale, ma riuscirono ad implicare molti nella loro opera. Fon­darono un consiglio parrocchiale corresponsabile in tutte le iniziative. Non persero tempo esse stesse in classe, ma formarono dei catechisti, ai quali affidarono l'insegna­mento religioso. Fra le pecore nere della parrocchia re­clutarono un coro che adesso - con facce da prima comunione - dà il tono al santuario, fra il rispetto dei giovani e lo stupore degli anziani. Iniziarono corsi per ragazzi, ragazze e fidanzati, fondarono leghe per ma­dri e chierichetti e organizzarono squadre di lavoro per pulire la chiesa. Due volte alla settimana danno serate di svago con canti e chitarre in tutti gli angoli della parrocchia. In tali occasioni invitano i dirigenti del mo­vimento sindacale e cooperativistico che a loro volta educano e organizzano il popolo. Sono esse che pregando accompagnano i malati al termine della loro vita o li

conducono, in jeep, all'ospedale. Cantano la liturgia dei defunti in chiesa o, all'occasione, in una baracca, quando non hanno denaro a sufficienza per affittare la bara co­munale per la salma. Ogni sera, nella loro chiesa bianca e raggiante, suonano le campane e accendono le candele per il « lucernario », che è composto da passi delle com­piete, da una lettura della Sacra Scrittura, da una pre­dica fatta da una sorella, da canti e dalla benedizione che Madre Marlène implora da Dio su tutti questi suoi figli. Cosí esse suppliscono al sacerdote che soltanto di sabato - e neppure tutte le settimane - si reca in parrocchia per celebrare la Messa e confessare.

Tutto questo l'avevo appreso a Natal, dove, con l'aiuto di un interprete, avevo predicato per venticinque suore che operano nell'interno o nelle parrocchie orfane. E ben volentieri ho accettato di imparare a conoscere a Nisia Floresta questa nuova forma di apostolato che è stata resa possibile, finanziariamente, dai nostri benefattori.

Già si è fatto tardi nel pomeriggio quando bruciati dal sole e abbrunati dalla polvere facciamo il nostro ingresso in città. In mezzo all'ardente distesa di sabbia, la chiesa monumentale alza verso il cielo le sue torri mozze. Ci inginocchiamo dinanzi al Santissimo che qui è stato assente per cinquant'anni. Il pavimento è puli­tissimo e le pareti con i loro addobbi di gesso sono bianche immacolate con qua e là accenni d'oro. Gran parte dei novanta santi che un tempo affollavano questa casa di Dio in un celeste scompiglio hanno abbandonato i loro alti piedistalli scendendo democraticamente verso il popolo. Sparsi attraverso tutta la parrocchia essi ve­gliano ora su case, ponti, aule scolastiche, incroci, sale di riunione ed altre utili istituzioni che necessitano della loro protezione. Il tabellone sopra l'acquasantiera bru­lica di disegni e di ritagli multicolori che rendono le notizie parrocchiali comprensibili non soltanto agli anal­fabeti ma perfino a noi. Vedo una fotografia della Ma­ranatha, la jeep che un vescovo americano aveva donato alle suore e che deve le sue quattro gomme nuove alla generosità della parrocchia francese di Wasserbourg.

Le suore ci accolgono con grande gioia. Ci mostrano la cappellina domestica con il Santissimo, la segreteria parrocchiale con le statistiche e la cartoteca e la primi­tiva dimora con il tavolo, due sedie scricchiolanti, l'ar­madio che pende di sghimbescio, i letti arrugginiti e i vecchi materassi con i quali il popolo ha mobiliato la canonica. Il cibo per noi è stato portato dalla gente: biscotti di granoturco, pollo, riso, fagioli, un mezzo pesce e della manioca. La lega delle madri ha cucinato. La vicina, che possiede un frigorifero, ha portato una brocca d'acqua fresca. Le suore, avvezze a vivere della Provvidenza, non si meravigliano di nulla.

Una volta venne un parroco a visitarle. Le suore si trovarono in difficoltà poiché non avevano né carne né denaro. Ma verso mezzogiorno una donna bussò alla porta e portò un pollo arrosto cosicché le suore pote­rono mettersi a tavola pur senza aver preparato nulla. Un'altra volta si ritrovarono senza pane. Suor Any ave­va preso gli ultimi soldi dal cassetto del tavolo ma de­cise di far prima la sua meditazione. Terminata che fu, essa trovò davanti alla porta - come una premura della Provvidenza - un pane deposto da uno scono­sciuto. Appena una settimana fa, a colazione, avevano soltanto del caffè e una lettera scritta da una consorella. Invece di mangiare hanno letto insieme la lettera. Prima che l'avessero terminata un uomo portò del cibo per tutta la giornata.

Tutto questo non è affatto sorprendente per chi crede in Cristo e nel Suo Vangelo. Sarebbe invece sor­prendente se Iddio non facesse queste cose e piantasse in asso i suoi figli che si fanno in quattro per Lui.

Ma molti si sono fatti cosí saputi che, a forza di far calcoli, hanno fatto a pezzi non solo il Vangelo, ma anche la fede semplice e la fiducia nella Provvidenza. Essi non osano piú sperare nei miracoli promessi a co­loro che ripongono la loro fiducia in Dio e, lungi dal presumere che ci sia qualcosa che non va nella loro fede, preferiscono cercare un'altra spiegazione al Vangelo.

Queste suore vivono nella fede e in due anni hanno fatto di una parrocchia deserta un paradiso. Mancano loro molte cose che un tempo erano parse indispensa­bili. Quell'essere continuamente a disposizione che rende impossibile una vita religiosa tradizionale e il vuoto spi­rituale causato in esse dalla rinuncia all'Eucarestia, ren­dono difficile la loro esistenza. D'altra parte esse odono cosí chiara l'esigente voce del popolo che le chiama ad una vita sempre piú perfetta e ricevono al contempo una tale sovrabbondanza di consolazioni e di grazie, da considerare questa nuova forma di vita al servizio della Chiesa come una conquista. E sono raggianti di felicità.

A sera, quando suonarono la campana, il popolo si radunò. Contai piú di trecento persone in chiesa. Ed è cosí tutti i giorni. Cantarono con accompagna­mento di chitarre. Una giovane madre portò il suo bambino all'altare. Nel corridoio centrale un cane se ne stava immobile mentre Madre Marléne, vestita ora della sua azzurra veste, con il velo e lo scapolare ondeggiante, spiegava un brano di S. Paolo, fra i banchi. Con animo sospeso la moltitudine ascoltava la sua voce vibrante che penetrava il silenzio.

Alla fine del « lucernario » quando impartii la Co­munione, agli uomini bruni, alle vecchie madri, alle gio­vani donne e ai tanti bambini, la loro profonda pietà mi commosse. Dio, che per cinquant'anni non aveva avuto qui né un prete né un tabernacolo, aveva conti­nuato a dimorare nei loro cuori. E benché fossero sol­tanto discendenti di schiavi, Egli non li aveva stimati

da meno. Vale perciò la pena che queste suore abbiano abbandonato le loro scuole e pensionati per servire il Signore là dove, secondo le Sue stesse parole, Egli è presente nei piú poveri dei Suoi.

Le opere di carità, per le quali molte congregazioni furono fondate nel secolo scorso, non sono in parte piú tali e talvolta sono diventate perfino superflue. Ma in molti paesi i vecchi bisogni del passato, che invocano amore, sono ancora a portata di mano. Ed è lí che l'autentico spirito di molte congregazioni, in forma mo­derna, può essere nuovamente vissuto. Le suore di Ni­sia Floresta hanno indicato la via.

 

Alagados, pinguini e un cardinale

Le Alagados sono le fetide paludi che separano Sal­vador, la splendida capitale di Bahia, dall'oceano azzurro. Sull'acqua nera e oleosa la miseria ha costruito un quar­tiere per centomila profughi che non potevano piú sop­portare la povertà e lo sfruttamento dell'entroterra bra­siliano. La loro fuga verso la città, che trae il suo no­me dal Salvatore dell'umanità, è finita in ventimila fra­gili abitazioni lacustri piantate nel fango, poiché altrove non c'era terreno fabbricabile per loro. Essi vivono cosí in compagnia di topi e di uccelli rapaci. Le strade sono fatte di ponticelli traballanti che collegano fra loro i tuguri. I loro servizi igienici sono un buco praticato nel pavimento marcio. Ogni bimbo che cade nell'acqua infetta è irreparabilmente perduto. Dopo mezz'ora, chi non è avvezzo al puzzo vomita. Il carro dell'immondi­zia è la loro sola speranza. Porta i rimasugli alimentari e precipita nella palude i rifiuti di Salvador. E' cosí che lentamente la città si trascina verso il mare. Giorno verrà in cui non vivranno piú nella palude ma sulle immondizie. E già sognano la casetta di pietra che si costruiranno allora.

I tre pinguini sono originari della Patagonia. Erano approdati a Salvador sospinti dalla freda corrente del golfo, e furono amorevolmente accolti nel giardino zoo­logico. Giorno e notte una squadra di veterinari si adoperò per salvare gli animali profughi, che rischiavano di morire per il cambiamento di clima. Una grossa ditta offrí il piú moderno impianto di aria condizionata allo scopo di mantenerli in vita. I giornali pubblicarono quotidianamente un bollettino medico. La città intera seguí l'avvenimento. Non si lesinarono né cure né spese. Gli animali morirono ugualmente e da quel giorno i pinguini morti della Patagonia furono dimenticati, come i centomila esseri umani viventi nelle Alagados.

Il cardinale è Dom Eugenio Araujo Sales, che aiu­tammo nel passato come vescovo senza cattedrale a Na­tal e che adesso prosegue la sua opera a Salvador. Non sappiamo se si interessa di pinguini, ma sappiamo che per lui l'umanizzazione rappresenta l'inizio dell'apostola­to. Finché nell'uomo è distrutto il suo carattere di im­magine di Dio e di re dell'universo, fintanto che sarà spogliato della libertà e dell'indipendenza, fintanto che, come schiavo di sfruttatori e in balia delle forze della natura, sarà piú indifeso di un animale,-l'apostolato del cardinale Eugenio comincerà con la sua formazione del­l'uomo, con l'infrangere dei ceppi e con la riforma dei sistemi che invece di servire l'uomo lo opprimono.

A suo parere, negli stati primitivi, la Chiesa ha un altro compito che negli stati organizzati. In un paese cattolico come il Brasile i doveri educativi, igie­nici, economici e sociali che i governi trascurano per incompetenza o perché strumenti di classi dirigenti spie­tate ed egoiste, saranno adempiuti soltanto quando la Chiesa, maestra dei popoli, educherà a tal fine i suoi figli. Ciò significa che la Chiesa, soprattutto nei suoi laici militanti, deve assumere la guida non di una rivo­luzione distruttrice ma di un processo di emancipazione dell'umanità disumanizzata. Questa sollecitudine natura­le, che abbraccia tutto l'individuo non può sostituire la cura soprannaturale dell'anima dell'individuo, ma ne è fondamento indispensabile. L'apostolato tradizionale è privo di alcun valore in questo paese in fermento senza la sollecitudine, non meno tradizionale, che la Chiesa deve ora di nuovo rivolgere allo sviluppo di tutta la personalità umana.

Il nostro amico cardinale Eugenio ha dimostrato di essere in grado di realizzare le proprie idee con corag­gio, prudenza, tatto e perseveranza. Abbiamo promesso che continueremo ad aiutarlo.

 

Transistors e diaconi

E' domenica sera ed è già buio quando transitiamo sulla discreta strada federale cementata in direzione del sud. Giunti al palmeto imbocchiamo la strada statale che è assai peggiore. Dopo venti minuti le scosse più violente della jeep ci fanno sentire che abbiamo rag­giunto la strada comunale. « Descendit ad inferos » (e discese all'inferno) geme il parroco quando, dopo una curva mortalmente pericolosa, la quarta categoria della rete stradale brasiliana tortura la nostra spina dorsale: caracolliamo per una specie di sentiero, adatto ad ani­mali e pedoni spericolati, che segue in gran parte il letto d'un fiume in secca.

Dopo un'ora e mezza raggiungiamo una cappella solitaria nel bosco. E' una delle stazioni di questa par­rocchia che ha un solo sacerdote per centodiecimila ani­me, su di una superficie di milleseicento chilometri qua­drati. Mettiamo piede nella cappella a forma di T. Il tetto, fatto d'assi e di rozze travi coperte di tegole, è una temerarietà architettonica piuttosto minacciosa. Ma i fedeli - quasi trecento '- che affollano ronzan­do la cappella, apparentemente non si sentono minac­ciati dall'opera delle loro mani.

Sono fieri della loro cappella. Malgrado che il sa­cerdote venga soltanto due volte all'anno, essi si riuni­scono qui ogni domenica per pregare, anche se per alcuni questo esige una marcia di tre ore. Ci sono piú uomini che donne e molte madri portano un bimbo in braccio. Tutti si stringono intorno all'altare dove, fra due candele accese, c'è, soltanto una radiolina a transistor. Accanto all'altare sta appesa una lanterna da stalla. Sotto di essa c'è una dozzina di ragazze e di giovani capaci di leggere. Seguono la messa vesper­tina del vescovo, trasmessa da Radio Natal, sui quattro messalini in lingua volgare - unica ricchezza della par­rocchia - e intonano i canti e il dialogo.

Questa è la Chiesa dei poveri che sono affamati di Dio. E' uno spettacolo commovente. Uomini e donne, giovani, ragazze e bambini si inginocchiano e si alzano, pregano e cantano, ascoltano e rispondono all'unisono con i loro fratelli privilegiati che, nella lontana Natal, affollano la chiesa di fortuna del vescovo senza catte­drale. Pare che non vi sia distinzione fra i fedeli della residenza vescovile e quelli di quest'umile cappella fra i boschi.

L'omelia del vescovo s'indirizza a tutta la diocesi. Poiché ogni domenica sera almeno sessantamila fedeli privi di sacerdoti si riuniscono in centinaia di cappelle e di radioscuole, distanti, sí, ma a lui uniti nella cele­brazíone della Santa Eucarestia. E' impressionante il momento della consacrazione, quando la folla immobile ode attraverso l'altoparlante le sacre parole e si segna al tintinnio della campanella.

Mentre a Natal viene impartita la Comunione, il parroco, che oggi ha già celebrato quattro messe, ci sussurra la sua speranza di ottenere presto il permesso di conservare il Santissimo nelle sue cappelle. In tal modo, nel corso della messa radiofonica, i fedeli potran­no ricevere la Santa Comunione dalle mani di un laico. Sarà una soluzione transitoria. Poiché dopo i transistors che gli abbiamo donato e che ormai sono indispensabili al suo apostolato, egli attende impazientemente i primi diaconi.

Questi primi diaconi si stanno già formando con l'aiuto della nostra Opera nella piccola isola di Itapa­rica, nella Baia di Ognissanti, presso Salvador. Tre gior­ni dopo la nostra visita alla cappella nei boschi, il nostro itinerario ci conduce verso quella direzione. Azzurra e liscia sotto i raggi del sole cocente è la Baia de Todos os Santos. La vecchia fortezza porto­ghese che, nel mezzo del porto, affiora dalle acque sem­bra deserta. Solo due esili palmizi montano una muta guardia. Un bianco battello ci porta a Itaparica. Colà si tengono i corsi per i futuri diaconi in un seminario diruto, dal tetto rosso, dalle mura color salmone e dai pittoreschi pergolati, circondato da un paradiso terre­stre zeppo di palme di cocco e di mangueiras secolari. Qui troviamo i primi nove candidati, scelti dal loro vescovo per prepararsi al diaconato. Sonto tutti, senza eccezione, uomini maturi, coniugati, al di sopra dei trent'anni e per lo piú intorno ai quaranta, « riusciti » sia nella vita coniugale come nella professione. Hanno esperienza nell'apostolato, una certa stabilità economica e sufficiente tempo libero per dedicare al diaconato i weekend, o le domeniche e i giorni festivi. E' preve­dibile che tutti saranno bene accetti sia ai sacerdoti come ai fedeli. Le loro mogli sono ben disposte e in grado di appoggiare la loro vocazione.

E' una compagnia variopinta: due operai, un ispet­tore di polizia, un segretario comunale, un esattore delle imposte, un controllore dell'oleodotto, un usciere, un insegnante e un contabile. L'ispettore di polizia ha fatto votare la sua decisione da tutta la famiglia: la moglie e la maggior parte dei figli hanno votato per il diaconato a condizione che il papà consacri almeno una domenica al mese al suo focolare. La moglie del controllore dell'oleodotto - un negro nero come la pece già assai noto come predicatore nelle strade - è cosí entusiasta dell'elezione del marito da non versare una lacrima quando questi ha intrapreso il lungo viaggio per Itaparica. L'insegnante, padre di dieci figli, è al contempo un buon musico e cura il programma musi­cale dell'emittente radiofonica diocesana. Scrive su due quotidiani, suona l'organo nelle chiese prive d'organista ed è presidente di una formazione che prepara la crea­zione di una facoltà di filosofia. L'usciere, nel suo tempo libero, amministra i beni immobili della diocesi ed è il Giovanni Battista che spiana la via alle suore nelle parrocchie orfane. E cosí ognuno di essi ha dato effet­tiva prova del suo amore per la Chiesa.

I corsi vengono impartiti dai piú competenti pro­fessori ed esperti di tutto il Brasile: cinque sacerdoti, due religiose e quattro laici. Padre Antonio, un reden­torista olandese, è sorpreso della facilità con la quale i suoi allievi assimilano le difficili materie. Suor Maria da Cruz loda la loro attenzione e la loro umiltà. Tutti si sentono impreparati e desiderano essere aiutati ad interpretare fedelmente l'insegnamento della Chiesa. Non sopravvalutano le loro forze e sono coscienti della re­sponsabilità che pesa su di loro. Il loro zelo è ammi­revole. Nel corso del primo mese ricevono centootto lezioni concernenti sacra Scrittura, dogmatica, teologia pastorale e morale, storia della Chiesa, liturgia, musica sacra, dizione ed eloquenza, sociologia, psicopedagogia, istruzione sui mezzi di comunicazione nonché su proble­mi tipici dei paesi in fase di sviluppo.

La formazione completa dura venticinque mesi, dei quali il primo, il tredicesimo e il venticinquesimo ven­gono dedicati ad un intenso studio ad Itaparica. Essi sacrificano a tal fine le loro vacanze, mentre la nostra Opera sostiene le loro spese di viaggio e soggiorno nonché quelle degli insegnanti. Durante i rimanenti ven­tidue mesi la formazione viene proseguita per corrispon­denza una volta per settimana, mentre i candidati si dedicano al tirocinio del diaconato. Ogni mese si riuni­scono insieme alle loro spose per una giornata di rifles­sione in comune e per scambiarsi le loro esperienze. Un sacerdote e un laico, entrambi esperti in materia, vigilano su tutta la formazione e visitano regolarmente i candidati, le loro famiglie, il loro parroco e le loro parrocchie. Dopo il venticinquesimo mese (il terzo di una intensa formazione ad Itaparica) quelli che saranno giudicati idonei dal vescovo riceveranno la sacra ordina­zione diaconale.

Il loro ministero sarà triplice. Il servizio liturgico: somministrazione del battesimo, distribuzione della Santa Eucarestia, assistenza ai matrimoni, somministrazione del viatico ai morenti, direzione dei funerali e di tutti gli altri uffici in assenza del sacerdote. Il servizio della parola: la predicazione, il catechismo, la preparazione al battesimo e al matrimonio, l'assistenza ecclesiastica presso le organizzazioni laiche e la formazione dell'opi­nione pubblica. Il servizio ai poveri: esso non si limi­terà all'attività caritativa, ma comprenderà l'educazione­base e tutte le forme della promozione umana.

Originariamente il diaconato fu istituito per il ser­vizio ai poveri. Il suo ripristino è una chiara testimo­nianza della volontà della Chiesa d'essere chiesa dei po­veri. E' probabilmente il solo mezzo per organizzare la vita ecclesiastica nelle regioni sprovviste di sacerdoti. E' l'unica possibilità pratica per soddisfare l'inalienabile diritto dei fedeli di ricevere il pane della parola e del­l'Eucarestia. E' un elemento essenziale della gerarchia ecclesiastica. Ha un compito tutto suo e conferisce una grazia particolare, della quale la Chiesa non può fare a meno in questa nostra epoca di rinnovamento totale. Indubbiamente il celibato è un valore prezioso e indispensabile. Ma è un carisma che non è dato a tutti i figli di Dio adatti ad un compito apostolico. A costoro il diaconato degli sposati dischiude la via all'apostolato. Allo stesso tempo il matrimonio dei diaconi conferisce maggior lustro al celibato del sacerdote. E i due stati insieme testimoniano la libertà dei figli di Dio.

In quanto diaconi, i nove uomini di Itaparica non saranno né sacerdoti né laici. Occuperanno un loro posto nella gerarchia e nel popolo di Dio. Partecipi del sacer­dozio gerarchico, saranno inàissolubilmente legati al ve­scovo e al clero. Per la loro vita familiare e professio­nale staranno in mezzo al popolo. Serviranno entrambi.

A bordo del battello che, attraverso l'azzurra Baia di Ognissanti e lungo la trasognata fortezza portoghese, ci riconduce a Salvador, imploriamo la benedizione di Dio e la simpatia dei nostri benefattori per questa ini­ziativa. E noi attendiamo nuovi candidati, uno dei quali sarà destinato alla lontana cappella fra i boschi, dove trecento poveri sono affamati di Dio.

 

La Chiesa dei poveri

Oggi si parla molto della Chiesa dei poveri, ma nel mio peregrinare attraverso l'Oriente e l'Occidente ho constatato che sempre piú numerosi sono i poveri che dalla Chiesa si sentono abbandonati. Nelle innumerevoli vittime del capitalismo e del comunismo si ripete la tragedia del secolo scorso: molti oppressi perdono la fiducia nella Chiesa poiché questa non riesce a convin­cerli d'essere presente al loro fianco. Cosí nell'America Latina leaders sociali rimproverano i Padri conciliari di avere usato riguardi al capitalismo. Fedeli perseguitati dell'Europa Orientale sono delusi fino alla disperazione per la mancata condanna del comunismo. Questi fatti devono indurci a riflettere.

Noi che apparteniamo alla Chiesa prospera e ci van­tiamo di essere cattolici adulti, sappiamo che il tempo degli anatemi è passato e che, pur senza costrizione, dobbiamo mettere in pratica l'insegnamento sociale della Chiesa. Guai a noi, se sbagliamo. Perché siamo una minoranza. La maggioranza è quella composta dai poveri e dai piccoli. Chi li trascura fa della Chiesa un club esclusivo nel quale non c'è piú posto per coloro nel cui dolore ho visto le lacrime del Cristo.

Questo dolore, nell'America Latina come oltre cor­tina, grida al cielo e spinge talvolta gli uomini alla morte. E' il caso di Serverino Silva, un brasiliano sfrut­tato, di cui ho visitato la vedova e i bambini l'indo­mani della sua morte, a Macau. Lavorava nelle saline. Gli stipendi non erano stati pagati da parecchie setti­mane perché il capitale della Compagnia Commercio e Navegacāo, che sfrutta le saline e gli analfabeti del Nordest, rende di piú presso la banca di Rio che nelle buste-paga degli operai. Fu cosí che il 17 marzo 1.966 Severino si ritrovò senza un cruzerio per comprare il pane per i suoi bambini. Allora, sul terreno della Com­pagnia, si è cosparso di benzina e si è dato alle fiamme. Sperava che la sua morte fosse considerata come inci­dente di lavoro e che a sua moglie venisse riconosciuta una pensione. Piú tardi, a Rio, in Avenida Rio Branco, ho visto la lussuosa sede della Compagnia. Sul marcia­piedi, ho pregato per Severino e per i suoi. Ho im­plorato il Dio degli eserciti di estirpare infine i mo­struosi avanzi del capitalismo del XIX secolo e di af­francare gli schiavi in questo paese cattolico.

Ho pensato anche ad un altro schiavo. Si chiamava Francisco Velazques ed è sepolto a Potosi, in Bolivia. Quando morí aveva diciannove anni ed era padre di quattro figli. Dieci anni prima era entrato in miniera. L'ingresso s'apre a cinquemila metri d'altezza, dove re­gna una temperatura di 15° sotto sero; nel fondo di essa ci sono 35°. Francisco Velazques è morto di silicosi, cosí come muoiono tutti i minatori di questo paese...

Scendendo a nove anni per la prima volta in minie­ra, aveva sottoscritto un contratto, secondo il quale sa­rebbe stato pagato un tanto al metro cubo. La direzione gli aveva dato un anticipo per comprare la dinamite, il piccone e gli attrezzi necessari. Cosí Francisco fu le­gato alla miniera. Piccolo ed esile, non guadagnava ab­bastanza per rimborsare gli anticipi. Ma la miniera aveva pazienza e Francisco lavorava. Il suo carrello carico pesava novecento chili e le rotaie erano cosí consumate che spesso si rovesciava. Cosí Francisco perdeva tempo prezioso e guadagnava ancora meno. Ma la miniera ave­va pazienza e continuava a dargli anticipi per la dina­mite e le bombole di ossigeno. Dopo sei anni aveva preso la temuta malattia. Se avese potuto lasciare su­bito la miniera, sarebbe vissuto forse ancora dieci anni. Ma il debito non era pagato e perciò non poteva an­darsene. I suoi bambini pativano la fame e lui conti­nuò a lavorare. Sua moglie andava in città per vendere coca e frutta. Francisco a volte passava tre giorni interi in miniera per pagare i debiti e intanto il suo male peggiorava ed il rendimento del lavoro diminuiva. Ma la miniera continuava a dare anticipi...

Piú lavorava, piú aumentava il debito e Francisco non poté piú liberarsi dalla miniera. Tutti i figli mori­rono di fame nel primo anno di vita. E lui continuava

a lavorare, nudo, coi piedi nell'acqua. La miniera venne nazionalizzata, ma nulla cambiò per Francisco: solo il debito cresceva inesorabilmente. Quando morf era in ar­retrato di dieci mesi con la miniera. Venne sepolto con la bara comune di cui soltanto il fondo viene staccato e rimane nella fossa.

Questa storia triste me l'hanno raccontata a La Paz. Di fronte alla cattedrale ho visto il lampione al quale fu impiccato il Presidente della repubblica durante la rivoluzione del 1952: ora è monumento nazionale, e due soldati, notte e giorno, vi montano la guardia. Ma la morte del Presidente non ha giovato a Francisco come non gli ha giovato la rivoluzione. Anche i sindacati controllati dai comunisti non l'hanno aiutato, perché i loro capi sono venduti. Il loro potere non viene dagli operai ma dal governo e dai padroni. Ricevono stipendio triplo e grossi dividendi, vivono nel lusso, molto lontani

dal popolo sfruttato che si guardano dal liberare dalla miseria: la miseria deve restare, perché serve alla rivo­luzione mondiale. E' il dogma dei comunisti.

I comunisti odiano la Chiesa, che qui è l'unica auto­rità che difende i poveri. Essi minacciano i militanti che lottano per l'elevazione del proletariato, sparano sui preti e i dirigenti della Gioventú Operaia Cattolica che si industriano per educare gli analfabeti e farne attivisti coscienti, che conoscano la legislazione sociali e i diritti degli operai, capaci di denunziare la dittatura dei sinda­cati rossi. No, dai sindacati Francisco non poteva atten­dersi un aiuto.

Francisco Velazques giace sepolto a Potosí. Dio stes­so ha asciugato le sue lacrime perché egli era la vittima inerme di un sistema inumano. Accanto alla sua tomba sua madre piangeva. Non dite che sua madre era colpe­vole della sua morte. Perché sua madre è la santa Chie­sa, l'unica forza che in questo paese lotta onestamente per i poveri...

 

Un barone nella callampa

Ho conosciuto padre José van der Rest a Santiago, la capitale del Cile. Alto, biondo, la barba incolta, in­torno ai quarant'anni. Vedendo la sua tonaca lisa e le sue scarpe opache non lo si sarebbe detto nato in un castello delle Fiandre e perciò educato alla francese. Mi commosse l'amorevole caparbietà con la quale, a causa mia, si ostinava a parlare il pessimo fiammingo dei baroni belgi. In gioventú aveva stdudiato presso un collegio di gesuiti di lingua francese a Bruxelles, dal quale era stato mandato via. Piú tardi venne tuttavia accettato presso il noviziato. Ciò sembra essere possi­bile presso i gesuiti. Fu egli stesso il primo a restare sbalordito dal perseverare della sua vocazione. Pur es­sendo professore di università è certamente il gesuita dal piú grande cuore che abbia mai incontrato. Inoltre è parroco di due parrocchie con ottantamila anime, co­struttore di case e padre della negletta gioventú-callampa.

La parola callampa significa fungo: a Santiago chia­mano cosí gli agglomerati di catapecchie che in una sola notte scaturiscono dal suolo intorno agli immondezzai.

Quando venne inviato nel Cile, durante i primi due anni padre José ha abitato di propria volontà in una di queste callampa, cosí come i seicentomila che a San­tiago devono subire questa sorte. Pregava e meditava nella sua capanna fatta di assi e d'argilla, sotto le latte di benzina rugginose che costituivano il tetto. Da solo, in mutandine da bagno, si scavò il pozzo che gli ser­viva da gabinetto. Aiutava i piú poveri a costruirsi un tugurio e si prendeva cura dei giovani abbandonati nelle fangose strade dell'indigenza, alloggiandoli nel « Hogar de Cristo » (Casa di Cristo) del quale è cappellano. Centiania di bambini ripudiati e abbandonati vi trovano un tetto e vengono sottoposti a un test. I giovani che Rono ancora idonei vengono affidati, in gruppi di dodici, ad una coppia di sposi che li educano in un clima fa­miliare. In queste famiglie vige un'atmosfera di felicità e di pace, che ho raramente incontrato altrove. Padre van der Rest assiste spiritualmente diciotto di queste famiglie.

Per i ragazzi del grande centro di raccolta e per quelli delle diciotto piccole case di Cristo ha fondato una scuola professionale, dove imparano un mestiere e contemporaneamente si guadagnano da vivere. Produco­no scarpe da foot-ball, letti, articoli di ferramenta, cer­niere, strumenti musicali e casse da morto. Bare sem­plici, fatte di legno comune che donano gratuitamente ai poveri e bare lussuose di legno prezioso, guarnite con borchie cromate, rivestite di zinco, con bassorilievi e cristalli levigati. Queste vengono vendute a caro prez­zo ai ricchi. Con questo negozio di casse da morto padre van der Rest ha coperto per anni tutte le sue spese. Aveva il piú grande commercio di bare di tutta Santiago.

La sua vocazione speciale è la fabbricazione di ca­sette prefabbricate secondo un procedimento da lui stes­so inventato. Su piedi di ferro che vengono infissi nel suolo si collocano le intelaiature di acciaio e a queste si fissano le travi e le assi per il tetto e per le quattro pareti. Le aperture per le porte e le fineste sono state approntate in precedenza. Ragazzi segano il tutto su mi-

sura, facendo combaciare gli elementi del tetto e delle pareti. Prefabbricano cosí decine di casette al giorno. In seguito, nelle callampas, queste verranno montate a mezzo di viti. Il legname proviene dalle foreste del Cile meridionale e probabilmente, durante i primi anni, veni­va rubato. Una di queste casette prefabbricate costa soltanto dodicimila lire. Il denaro viene mendicato in maniera alquanto sfacciata.

Fino a pochi anni fa il padre celebrava ogni dome­nica tre messe in istrada - non aveva una chiesa - e, al termine di ogni messa, montava una casetta che veniva donata alla famiglia piú povera del quartiere. Poiché non voleva parlare di Dio senza dimostrare tan­gibilmente la Sua bontà.

Con questo sacerdote ho percorso le callampas di Santiago. La sua jeep era gravemente danneggiata, non in seguito ad un incidente, ma da comunisti furibondi che piú volte hanno tentato di distruggere questo vei­colo al servizio dei poveri. Invano! Ancor oggi questo automezzo serve quotidianamente per trasportare malati all'ospedale, latte in polvere alle colonie di vacanza, eminenti visitatori alle borgate dei tuguri e cadaveri al cimitero.

Visitiamo per primi i poveri che vivono sull'immon­dezzaio pubblico e che intorno ad un focherello raccol­gono ciarpame fra i rifiuti. Ci arrampichiamo su blocchi di basalto e muratura rotta, detriti di case e macerie di terremoti. Sembrava un bizzarro paesaggio lunare lun­go il fiume in secca. Fra queste silenti montagne di pietrame sono state costruite casupole e catapecchie fatte di ciottoli ammonticchiati, recintate e provviste di una tettoia, di un camino e di un cane.

Attraversiamo una sterminata callampas tra la ferrovia e una strada à metà terminata, con intorno alle bicocche un fetido fossato colmo di una poltiglia viscida e grigia in cui rampano grossi scarafaggi. Il fetore serra i polmoni. Molti bambini sono stati morsi dai topi. Ci siamo spinti in uno di questi tuguri. La porta è larga quaranta centimetri e alta un metro e sessanta. All'in­terno tre adulti e cinque bambini dormono su luridi cumuli di stracci coperti di mosche. Sul tetto un lettino da bambola e al muro un vasetto con dei poveri fiori sbiaditi. E i fiori stanno meglio degli uomini costretti a vivere all'interno. Depressi e silenziosi passeggiavamo attraverso questo campo di concentramento dell'indi­genza, zeppo di persone sfruttate e profanate. In città si festeggiava la festa nazionale, ma qui, nella callampa, non vedevamo né bandiere né vessilli, solo stracci ap­pesi al vento a fili rugginosi, brandelli per coprire le nudità.

Di tanto in tanto, il padre batteva amichevolmen­te una mano sulle spalle di uno di questi miserabili - scegliendo ogni volta il piú povero - dicendogli: « Se vuoi puoi partecipare sabato notte. Alle 11 presso la cattedrale ».

Dopo ch'ebbe fissato due o tre appuntamenti gli chiesi: « Ma padre, che cosa fate sabato notte presso la cattedrale? ».

« Una volta al mese ci riuniamo con una trentina di uomini che io stesso ho scelto. Scelgo in precedenza un terreno adatto e porto le case con me. Poi, not­tetempo, costruiamo una nuova callampa ».

« E dove prendete i soldi per pagare il terreno? ». « Quello non lo pago, ce lo prendiamo ».

« Ve lo prendete? Ed è permesso? ».

« Certo che è permesso. Non posso mica lasciare che questa gente crepi nella propria miseria ».

« E non avete delle noie? ».

« Certo, mi hanno messo in prigione tre volte ». « E che ne dicono i vostri superiori? ».

« Quelli sono d'accordo ». « Sono d'accordo? ».

« Sí, perché il cardinale è dalla mia parte ». « Il cardinale? ».

« Sí, non lo sapevate? ».

E mi raccontò allora l'incredibile storia de « La Victoria ».

Alcuni anni fa, in una delle callampas, divampò un furioso incendio in seguito al quale cinquantamila persone rimasero senza tetto. Un famoso gesuita - da poco deceduto - colse la palla al balzo per costruire una callampa modello. Cercò un terreno con condutture d'acqua e fognature. Perché proprio la mancanza di con­dutture d'acqua e fognature rende cosí cattive le condi­zioni sanitarie: il 70% dei bambini muore durante il primo anno di vita. Trovò finalmente un magnifico ter­reno di ben venti ettari con acqua e fogne. In verità, secondo i piani del governo, doveva servire alla costru­zione di un centro sportivo con stadio, piscine e terreni di calcio. Ma il padre pensò che si prestava meglio per la sua callampa-modello.

Nel piú assoluto segreto preparò il progetto. Cía­scuno doveva portare da sé il proprio materiale edile: assi, latta, paglia e fascine. Da un punto di vista orga­nizzativo si trattava di un primato. Nel corso di una notte cinquantamila persone trovarono alloggio sul ter­reno governativo.

La mattina dopo tutta Santiago era sottosopra. Il padre venne arrestato e il governo inviò truppe per far sgomberare le abitazioni e ruspe per radere al suolo tutte le costruzioni. Allora il cardinale dichiarò alla radio: Questo padre ha ragione ed anche i suoi pro­tetti. Perché Iddio ha creato la terra per l'uomo che è il re della creazione. Chi non dispone di spazio vitale ha il diritto di prendersi un pezzo di questa terra. Questa è la legge della natura ed è piú importante di uno stadio. Esigo perciò che questa gente possa rima­nere nelle sue casupole e che il padre venga scarcerato ».

Si giunse ad una prova di forza fra il cardinale e il governo la cui posta era il diritto dei poveri. Vinse il cardinale. Le bicocche rimassero e il padre venne ri­messo in libertà. I suoi protetti lo portarono in trionfo attraverso la nuova callampa che si chiama tuttora La Victoria ».

Mi interessava conoscere questo cardinale. Per ore ho parlato con lui dei suoi piani sociali e pastorali. Seppi in quell'occasione che aveva visitato recentemente gli scioperanti di Santiago. Avevo saputo qualcosa di questo sciopero e avevo visto il castello del proprieta­rio. Una costruzione lussuosa con terreni di golf, piscina e due mucche private per il latte del suo caffè. Non lo turbava il fatto che i suoi operai vivessero nell'indi­genza. Si sentiva infinitamente superiore a loro. Ma il cardinale è andato a trovarli, a piedi, quando a mezzo­giorno mangiavano le loro banane e le loro croste di pane sul marciapiede, davanti alla fabbrica chiusa. Si era portato dietro il pane anche lui e l'ha mangiato in istrada, con gli scioperanti. Voleva mostrare chiaramente da che parte sta la Chiesa. Sono riconoscente a Dio per avere conosciuto questo cardinale al quale ho pro­messo centosessanta milioni.

Quando mi accompagnò alla porta c'erano piú di venti poveri che lo aspettavano. Non dei poveri come da noi in Europa, ma dei poveri puzzolenti, sporchi, seminudi, pieni di piaghe e di pidocchi. Mi domandai che cosa avrebbe fatto il cardinale. Mi salutò amabil­mente e poi, con la stessa amabilità si rivolse a quei miserabili e li fece entrare. Con essi entrava in casa sua Cristo. Io so che Questi lo benedice e lo aiuterà nell'aspra battaglia ch'egli sta conducendo.

Padre van der Rest è diventato uno dei miei mi­gliori amici. Emerge improvvisamente a Roma o a Ton­gerloo, ridente, biondo e magro con macchie sopra, e un cuore riconoscente sotto il clergyman preso in pre­stito, peregrinante alla ricerca di autocarri, di seghe cir­colari o di benefattori, per far rapporto e per ringra­ziare. La nostra amicizia è della massima importanza per lui quanto per noi. In lui scoprimmo un apostolo del­l'azione e un partner ideale nell'opera di distribuire equamente il nostro aiuto alla Chiesa minacciata nel Cile. Il padre, d'altra parte in seguito alle notizie che pubblicarono su di lui divenne cosí popolare presso i nostri benefattori che la sua opera crebbe in maniera inaudita.

Egli compie tuttora una grande opera di apostolato con le sue mani. Sui terreni che confisca per la maggior gloria di Dio - ultimamente si è impadronito di un cimitero - fa sorgere come per incanto interminabili file di casette prefabbricate dove alloggia i suoi protetti. Per la prima volta hanno la possibilità di vivere come esseri umani. Egli coordina cosí la grigia e intrattabile massa del sottoproletariato in gruppi controllabili che, sotto la sferzata della sua parola, si uniscono in comu­nità di lavoro e di costruzione prendendo essi stessi in mano l'ulteriore miglioramento della propria sorte. Li desta flagellandoli nel loro stesso rude linguaggio e la domenica, dopo la messa a forza di lazzi e di parolacce, li spedisce al lavoro per costruire, insieme a molti compagni di sventura, la casa del loro avvenire.

I gesuiti di Santiago, sotto la guida del belga pa­dre Roger Vekemans, figlio di un comunista lo aiutano coll'opera e col consiglio. Il loro centro studi, parzial­mente finanziato dalla nostra Opera, è come un gigan­tesco cantiere navale, dove vengono varati i piú audaci progetti sociali e pastorali, ed è al contempo il cervello di un movimento cooperativistico che educa all'autono­mia il proletariato cileno. Padre van der Rest ne è il carismatico animatore. La direzione economica e giuri­dica è affidata ad un giovane avvocato dal nome famoso. Suo zio è presidente della camera. Suo padre è milio­nario e proprietario di quasi tutte le miniere cilene. Egli, a ventisette anni, ha abbandonato il suo lavoro di avvocato e hà convinto la sua fidanzata a rinviare di alcuni anni il matrimonio. E' il patrocinatore dei poveri e, per il riconoscimento dei loro diritti, combatte con ministri e magnati dell'industria.

Il buon van der Rest ci parla di tutti questi intre­pidi amici nel fiammingo storpiato che ancora ricorda dai tempi trascorsi nelle Fiandre. I suoi resoconti sono impressionanti. Si costruiscono casette di legno prefab­bricate a Santiago, a Concepciòn, a Valparaiso e in quat­tro altre località. La sua produzione di casette provvi­sorie ha già superato quota duecentomila. Ciò significa per un milione e mezzo di figli di Dio l'inizio di una vita dignitosa. Decine di sacerdoti vivono poveri con i poveri nei deserti di sabbia dove van der Rest ha mes­so le sue casette. Si costruiscono la propria piccola abi­tazione e non accettano denaro né per la messa né per i sacramenti. Molti laici si sono uniti a loro per porre la propria esistenza al servizio del Regno di Dio. Da anni appoggiamo questo apostolato.

Padre van der Rest è innanzi tutto un sacerdote e fa l'impossibile per non trascurare la cura delle anime. Ogni venerdí notte va con un camion carico di casse da morto da Santiago a Concepciòn dove arriva il sa­bato mattina, dopo un viaggio di cinquecentoventi chi­lometri e quattro ore di sonno. Le bare vengono scari­cate in magazzino. L'autocarro, carico di quattro ton­nellate di chiodi per la fabbricazione di casette, viene riportato a Santiago da un altro autista. E lui trascorre il sabato confessando, battezzando, visitando ammalati e ristabilendo la disciplina nel suo asilo per i senzatetto a Concepciòn. La domenica mattina celebra e predica in due cappelle da lui costruite per gli abitanti delle callampas e benedice matrimoni. Nel pomeriggio con sei dollari prende l'aereo per Santiago, dove la sera sarà di nuovo sacerdote dinnanzi all'altare.

Questo indomito gesuita dagli azzurri occhi di bam­bino e dal cuore apostolico è venuto alcuni anni fa, per un breve soggiorno in Europa. Aveva poco tempo per la sua vecchia mamma, a Bruxelles, perché aveva portato con sé tutte le sue preoccupazioni: il suo auto­carro era ormai in rovina, la sega meccanica s'era fatta sdentata e lui stava cercando una fonte di introiti per­manente per la sua « hogar de Cristo ». Gli abbiamo dato non soltanto alcuni camions e nuovi macchinari, ma anche due sciami di automobiline da autoscooter, per i quali il mio amico Staf Vermeulen ha girato in lungo e in largo tutti i parchi di divertimenti delle Fiandre. Queste sono le prime in Cile. Il loro lancio fu un avvenimento nazionale. Ragazzi del « Hogar de Cristo » gestiscono questa nuova forma di svago popo­lare. Gli incassi sono formidabili. In un mese erano rientrate tutte le spese d'acquisto. I guadagni servono come base finanziaria per le case dei giovani di padre van der Rest, che acquista cosí maggiori energie per im­porre la sua soluzione del problema degli alloggi anche al di là delle frontiere del Cile.

 

Colloquio con il Cristo di Rio

Grandi uccelli neri volteggiano in larghi cerchi in­torno al Suo capo. L'ampio mantello drappeggia le Sue spalle e le pieghe dell'orlo dell'abito Gli ricoprono i

piedi. Cosí ho visto il Cristo sull'alta montagna che domina Rio de Ja ro quando, durante il mio viaggio attraverso l'America Latina, visitai questa città. Scorag­giato e abbattuto dall'incredibile miseria che deturpa co­me una lebbra questo continente cattolico, mi sono ar­rampicato su quel monte per parlare con il Signore. La mia preghiera è stata la seguente:

Signore Gesú Cristo, sono venuto da lontano per parlarti a nome dei poveri. Strada facendo, sconvolto, ho racchiuso nel mio cuore la miseria di milioni di es­seri. Permettimi di dirti che quello che ho visto in questo continente è uno scandalo. Qui vigono condizioni che sono una vergogna per il cristianesimo. Qui la Tua Chiesa è vulnerabile come in nessun altro posto al mondo. Il campo di battaglia dove si decide attualmente dell'avvenire del Tuo Regno è situato nel cuore dei po­veri che qui da troppo tempo sono stati abbandonati alla loro sorte. Le armi decisive non sono le bombe atomiche ma l'amore e la giustizia. La fame, che forse un tempo era una disgrazia, è oggi un'ingiustizia. Ormai i ceti piú poveri della popolazione hanno preso coscienza del carattere anormale e mostruoso della loro miseria di fronte ai pochi privilegiati che vivono nella sovrab­bondanza. L'immediato confronto fra la piú nera mise­ria e la ricchezza piú dil pidatrice provoca il grande risveglio. Ho udito rum reggiare la rivoluzione nelle riserve della fame del norst, nelle piantagioni di caf­fè della Colombia, nelle miniere di stagno della Bolivia e in tutte le università di questo continente in fer­mento. E devo dirti, Signore, che questa rivoluzione è giusta, perché si scaglia contro la miseria, l'analfabeti­smo, l'ingiustizia sociale e la disperazione umana. Qui si è iniziato un processo che non dobbiamo arrestare ma portare a compimento con giustizia e coraggio.

E io sono giunto adesso in questa città meravi­gliosa dove Tu stai a braccia spalancate alto sul monte lambito dall'oceano. E' questa la nuova Gerusalemme sulla quale Tu piangi? Il Tuo sguardo è serio e triste. Tu vedi l'eburnea bellezza di Copacabana che nel capez­zale di smeraldo dei colli si adagia contro il seno pal­pitante del mare. Vedi i lussuosi quartieri orlati da spiaggie d'oro e arroventati di giallo e d'ocra. Su esili gambe i grattacieli stanno fra il mare delle case o pres­so i fianchi scoscesi del monte o in fila interminabile lungo la bianca risacca del mare. Una bella città, Signore.

Ma tu vedi anche le terribili favelas, quartieri di catapecchie che dappertutto, là dove il mante non si presta all'architettura moderna, pullulano su, verso le alture. Qui operano gli architetti della miseria e vee­menti si impossessano dei déclivi…

-Di qui; dove Tu . domini inscalfibile le cime, le fa­velas sembrano uno strano mosaico in grigio e nero. Ma ogni piccola casella di questo quadro minaccioso nasconde la miseria di una intera famiglia. Là vivono ottocentomila poveri. Sospinti dalla fame sono fuggiti

dall'interno del paese, verso la città d'oro... ma sono capitati all'inferno.

Ieri, fino a tardi, ho girovagato per le favelas. I tuguri della miseria stanno accatastati contro i pendii, fino a cento metri di altezza. Quelle piú basse riman­gono a dovuta distanza dalla magnifica strada cementata, ma scaglie di sporcizia scendono inesorabilmente verso il basso. Mi sono addentrato in viuzze larghe mezzo metro, dove dovevo stringermi fra le case. Tu lo sai come vivono là dentro i figli di Dio. Come sono sfi­gurati e deteriorati da un'indigenza insostenibile. Tu hai certamente visto che quella donna ubriaca - lavora in un bar e viene pagata in alcool - mi sputava in fac­cia perché non ero vestito di stracci. Conosci certamente anche quella piccola drogheria fatta di assi fradicie, dove non si vende a etti ma a cucchiai, perché la gente è troppo povera per pagare di piú. Di quassú vedi sicu­ramente anche l'albero che fra le fetide bicocche si iner­pica disperatamente su verso la luce e il limpido cielo. Ma che cosa devono fare gli uomini? Essi soffocano nella miseria.

Tu sai, Signore, che ieri sono fuggito disperato da quell'ammuffito bugigattolo di tre metri per quattro do­ve vivono dodici persone. Le pareti sono tappezzate di rotocalchi, ragazze in bikini, immagini di Santa Barbara e di Sophia Loren, del famoso carnevale di Rio e della Santa Vergine. Il tetto di bidoni di latta sventrati fa acqua. L'aria è densa di puzzo e di musica. Il suolo formicola di mosche e di bambini nudi. Una bambina malata giace coperta di stracci su un materasso consun­to. Soltanto una parete di cartone, piena di squarci e di buchi, divide la capanna da quella vicina. Dalle fi­nestre di fronte giovani donne semivestite guardano con occhi ardenti. I tuguri sono così vicini l'uno all'altro che non si distingue chi è dentro da chi è fuori.

Sí, Signore, dalla casupola di questa famiglia sono fuggito all'aperto dopo un quarto d'ora, per vomitare come un cane ammalato. Ma per i suoi dodici abitanti non ho potuto far niente. Ho dovuto lasciarli là dove già da sedici anni vivono accatastati. Tu li conosci, Signore. Il padre si chiama Miguel de Scusa Mendes e sua moglie Olivia Maria. Ho annotato per te anche i nomi dei bambini: Gracia-Maria, Oswaldo, Francisco, Vera-Lucia, Zilda, Pedro-Paulo, Vicenti, Belmira, Esme­ralda e Maria da Conceicao che significa Maria dell'im­macolata concezione. Nomi aristocratici di liberi figli di Dio, che Tu hai redento con la Tua crocifissione e che ciò nondimeno, già in terra, devono vivere all'in­ferno. Vennero partoriti per la miseria.

E' inevitabile allora, Signore, che, nell'amarezza, il piccolo Vicenti diventi un comunista quando piú tardi saprà che per sopravvivere la sua sorellina Esmeralda dovette vendere il regale splendore del suo corpo sulla mondana spiaggia di Copacabana!

Signore Gesú Cristo, cosa dobbiamo fare? Perché le piccole bambine della lontana Europa stanno tanto meglio di Esmeralda? Perché esse non devono sfilare come gazzelle dalle lunghe gambe davanti ai milionari che accanto alle favelas, nei loro club, nelle loro piscine e sale da gioco scialacquano il denaro ch'essi hanno ri­cavato dal sangue dei poveri?

« Lasciate che i bambini vengano a me » Tu ci dicesti una volta. Ma qui, sulla montagna di Rio, ven­gono soltanto turisti e marinai della nave da guerra americana che ha gettato l'ancora nel porto. Certo, an­che loro sono dei bambini e non ti scandalizzi dei loro giocattoli - apparecchi fotografici e cannocchiali - né delle loro domande concernenti l'altezza della Tua sta­tura e l'apertura delle Tue braccia spalancate. Sopporti

persino che Johnny Reefs dal Milwaukee incida il suo nome e quello della sua ragazza nel mezzo di un grande cuore, sulla porta della cappella che ti serve da piedi­stallo.

Sí, sono bambini che si stupiscono delle Tue colos­sali dimensioni per cercare poi frettolosamente nella guida un'altra curiosità e Gracia-Maria e tutti i bambini della miseria sud-americana hanno su di Te un diritto maggiore, perché maggiore è il loro bisogno.

Lo so, Signore, che non Ti posso rimproverare niente. Il rimprovero ricade su di noi. Qui, sulla mon­tagna, si erge soltanto la Tua immagine, un Cristo di pietra, portato quassú smontato, pezzo per pezzo, a dor­so di mulo. Il Cristo vivente dobbiamo esserlo noi. Non è colpa Tua se cosí di rado Ti diamo la possi­bilità di essere il cuore e la forza motrice della nostra vita. Prendi, Signore, finalmente possesso di noi e dac­ci la forza di irradiare la Tua bontà e il Tuo amore su questi fratelli poveri. Facci comprendere che il peri­colo piú grande non è il comunismo, ma bensí la mi­seria in cui essi si dibattono, mentre noi rimaniamo duri ed egoisti. Dacci la generosità di privarci di tutto il superfluo, non per paura del comunismo, ma per il senso del dovere cristiano. Constringici finalmente alla giustizia e all'amore verso tutti coloro che maledicono il Tuo nome perché non riconoscono in noi la Tua bontà. E dall'alto della Tua montagna di Rio guarda alla piccola Europa e benedicila perché possa farsi gran­de nell’amore.

 

In Africa

Equatore rosso-sangue

Aprile 1965. Voliamo ad un'altezza di dodici chilo­metri. Bizzarre costellazioni ingemmano il tenebroso manto della notte. Sotto di noi passa, scivolando, un fuoco. Forse un bivacco di cacciatori, forse un villaggio del Camerun. Un temporale martella fulmini dall'equa­tore. I bagliori che fiammeggiano all'orizzonte fanno impallidire il cielo. La notte avvolge l'Africa. E attra­verso questa notte io volo da Roma a Kinshasa. Il viaggio dura sei ore.

All'aeroporto di Kinshasa (un tempo Leopoldville) padre Jan Engelen mi attende. E' il procuratore delle missioni dell'abbazia di Tongerlo e dirige la nostra se­zione africana appena costituita. Per anni, come supe­riore regolare e vicario generale della diocesi di Buta, è stato l'uomo di fiducia dei confratelli e dei congolesi. Conosce il Congo attraverso un'esperienza trentennale. Conosce anche il gioco irresponsabile che qui hanno giocato impostori e dilettanti. Ha sofferto sotto deci­sioni di incompetenti. Perciò in Europa è diventato un taciturno.

Ma qui egli è nel suo elemento. Nonostante la di­sorganizzazione totale, che è un fenomeno che accom­pagna l'indipendenza congolese, con diplomazia, cocciu­taggine fiamminga e l'aiuto di alcuni amici americani è riuscito ad organizzare un itinerario di viaggio da mozzare il fiato. Per nove giorni di fila mi sottoporrà il menu della miseria. Autostoppisti a bordo dei C-130 percorreremo piú di diecimila chilometri, nei ventri par­simoniosamente rischiarati dei super-aerei da trasporto americani, tonando, fra fusti di benzina, latte in polvere e landrovers, lungo il cielo e sopra l'equator<~ rosso­sangue.

Kinshasa, Kivu, la terra della fame, e la deserta Kisangani sono le stazioni della via crucis lungo la quale mediteremo sconvolti su come un popolo innocente vie­ne venduto, tradito, sfruttato, calpestato e annientato. Tutti sono d'accordo sul fatto che la situazione nel Congo è infinitamente peggiore che nel passato. Il nu­mero dei bianchi è aumentato ma il loro livello morale è calato in maniera preoccupante. Un esperto asserisce che la percentuale « feccia » è quattro volte superiore che all'epoca del governo belga. Un prelato congolese mi ha assicurato che il Congo è vittima di un'indipen­denza dalla quale altri traggono profitto. Divelti, in no­me dell'indipendenza e con l'appoggio morale del comu­nismo, gli argini della cintura di salvaguardia economica e sociale con la quale l'amministrazione belga aveva circondato questo popolo sottosviluppato, un capitalismo spietato ha avuto mano libera. Indisturbati, i piú forti, i piú scaltri e i piú spudorati possono sfruttare le mas­se inermi. Il popolo cade nella schiavitú economica. I capitali in fuga ammontano a miliardi. Simili ad avvol­toi, profittatori e saccheggiatori sono calati a sciami su questa terra di paradiso, decisi ad arraffare e a portare al sicuro il bottino dell'undicesima ora. La maggior parte dei dirigenti neri non è da meno e quasi ogni mansione viene sfruttata per impinguarsi le tasche, fa­vorendo il piú possibile amici e compagni di tribú.

Non c'è autorità alcuna che difenda il popolo contro gli sfruttatori e contro se stesso. Interi aerei, carichi di Oro, diamanti e avorio, spariscono all'estero. Un Monsignore indigeno mi scongiurò di non dare denari a determinate istanze congolesi, perché in tal caso avrei potuto versarlo direttamente su un conto bancario con­golese in Svizzera.

Alte autorità investono i milioni da loro rubati, do­ve piazzano nei locali notturni da essi incettati in Ri­viera le loro segretarie e dozzine di concubine smesse. Fiorisce la tratta delle schiave. Per un paio di chili di riso, pur di mantenere le loro famiglie, le ragazze delle scuole medie vanno a letto con i soldati katanghesi e con i mercenari sud-africani. Bambine di dodici anni conoscono tutti i sintomi delle malattie veneree. L'e­semplare sistema medico-sociale dei belgi, considerato un lusso inaudito da indifferenti funzionari dell'ONU, è fuori uso. Medici operano senza medicinali e senza stipendio. Negli ospedali regna il caos. Lo scandalo so­ciale della poligamia è stato pubblicamente riabilitato dai ministri e dai dirigenti degli affari sociali.

Questa diviene una litania del bisogno, del dolore e del tradimento. E' la triste storia del povero popolo del Congo ed è un appello a quanti vogliono aiutarci a sollevarlo della sua indigenza.

 

Abbiamo visto l'inferno

Siamo seduti sulla veranda della casa del mio amico, padre Cristiano Sarre, insegnante di religione a Kinshasa. Mentre padre Engelen mi spiega il suo itinerario di nove giorni, preparandomi, con l'espressivo dondolio della sua ponderata barbetta, alle sorprese e agli osta­coli che nel Congo odierno sono all'ordine del giorno, si avvicinano lungo il grande viale due congolesi, evi­dentemente alla ricerca di qualcosa. Osservano con at­tenzione le case e ne decifrano i numeri. Si trascinano stanchi e spossati. La fame è impressa sui loro volti. Sono due profughi dai territori dei ribelli: due fra de­cine di migliaia che soffrono, attendono e tirano le cuoia fra le catapecchie di Kinshasa.

Quando vedono padre Engelen ballano di gioia. Sen­za troppa esitazione il padre riconosce in loro Ignace e Roger, un tempo suoi parrocchiani ad Aketi, la fio­rente missione della quale per undici anni è stato su­periore. Casualmente avevano letto sul giornale della sua venuta a Kinshasa. L'avevano cercato per una set­timana. L'incontro, dopo cinque anni di separazione, è commovente.

Vicino al padre, le loro ginocchia contro le sue, raccontano le loro vicissitudini. Appartengono alla rag­guardevole famiglia dei Bogula. Il loro nonno, il vecchio capo tribú, sulla cui testa i Simba avevano posto una grossa taglia, è stato tradito da gente della sua stessa tribú. Dopo indescrivibili torture un ragazzo di tredici anni venne costretto a finirlo a rivoltellate. Poi fu la volta del loro padre. Dei familiari lo avevano conse­gnato ai ribelli. Bambini ipnotizzati e storditi dal denso fumo della canapa lo hanno ucciso con le lance e ta­gliato a pezzi. Lo stesso è successo con loro zio.

Parlano anche del martirio di Leopold Monzika­tebe, amico di Jan Engelen, condannato a morte da un tribunale popolare a Buta. Prima dell'esecuzione i Simba pretesero ch'egli si inginocchiasse in onore di Patrice Lumumba, il dío dei neri. Leopold rifiutò dicendo che voleva morire soltanto per Gesú Cristo. Fra le inumane sofferenze del suo martirio perdonò i suoi car­nefici. Colpito da sette pallottole crollò al suolo pre­gando. Morí soltanto quando i Simba gli ebbero tolto il cuore. Mentre il suo cuore veniva spartito e man­giato, il suo corpo venne cosparso di benzina e bru­ciato. Si sono portati via le sue ceneri, come un amuleto.

Come selvaggina braccata, Ignace e Roger, insieme a migliaia di altri, hanno cercato riparo nella foresta vergine. Ora cercano di ricordarsi le donne e i bambini che sono morti di fame o di malattia. Fanno i nomi degli amici e dei congiunti che sono stati accoppati come bestie. Non sanno dove siano la loro madre o la sorella incinta che si smarrirono nel bosco. Raccapricciano an­cora narrando gli eccidi.

La legge dei ribelli era la legge del livellamento e della falciatrice. Quanti intellettualmente o socialmente emergevano sopra la massa furono falciati. Chi calzava

scarpe o indossava una camicia di bucato venne per­cosso a morte. Nessuna struttura naturale fu rispettata. Gli scolari dovettero uccidere i loro insegnanti, i figli i genitori. Ognuno temeva il suo prossimo. L'unità in seno alle tribú, base della convivenza africana, venne consapevolmente distrutta. Era il crollo di un mondo. C'è panico negli occhi di Ignace - a 'un anno e mez­zo dal terrore - e le parole gli escono di gola stroz­zate. « Credevamo che fosse giunta la fine del mondo ».

Questi orribili avvenimenti non possono essere can­cellati. Come un incubo, l'immagine dei martirizzati co­stretti, prima d'essere uccisi, a mangiare le proprie orec­chie e i propri organi genitali mozzati, infesterà il sonno dei sopravvissuti. Furono costretti, ballando ed applau­dendo, ad assistere all'esecuzione dei loro cari. Fino alla morte non scorderanno piú l'acre fetore dei tormentati che, dopo aver dovuto ingurgitare benzina, venivano squartati vivi e incendiati. Vanno incontro all'avvenire gravati psichicamente.

Soltanto degli indemoniati potevano riuscire a scon­volgere radicalmente la natura sí che le prossime gene­razioni, come contagiate da un nuovo peccato originale, saranno fatalmente obbligate a vivere in uno spirito di spietata vendetta e a continuare ad uccidere. Chi ci guadagnerà saranno i neo-imperialisti, per i quali sarà un gioco da ragazzi tiranneggiare questo popolo scisso e ricaduto nella barbarie. E' qui la radice della decolo­nizzazione ipocritamente propagandata. Qui appare la frode dell'indipendenza. Qui si scoprono, passo per pas­so, le tracce del comunismo cinese e della politica espan­sionistica araba.

Non è a caso che i ribelli abbiano armi e istruttori cinesi. Non è un caso che tutti gli stati arabi appog­gino la ribellione; che l'alfiere dell'insurrezione sia la tribú arabo-congolese dei Bakusu: e che la spedizione dei Simba segua la via tradizionale dei cacciatori di schiavi arabi. A spese di un popolo inerme, Pechino e gli arabi operano fianco a fianco per conquistare e sfruttare in maniera inaudita questo continente. Grande è la responsabilità dei dirigenti del mondo libero che non hanno compreso questo disegno o che volutamente hanno chiuso gli occhi.

L'unica forza che vede realisticamente questo pro­blema è forse la Chiesa. In materia di aiuto ai sotto­sviluppati non è certo una principiante. Con la ricca esperienza di decine di migliaia di missionari essa si pone, senza puerili illusioni ma disinteressata e umile, al servizio dei popoli giovani. Anche nel Congo spera di avere ancora la possibilità di formare nuovi quadri e nuovi dirigenti che, ispirati da un autentico cristia­nesimo, saranno in grado di creare sulle basi del senso comunitario africano forme di vita che siano al con­tempo moderne e tipicamente africane.

Qui c'è un compito per la nostra Opera che ha incluso anche la Chiesa minacciata del Congo nel suo programma di aiuti. Noi non vogliamo soltanto aiutare nella loro ricostruzione spirituale e materiale le diocesi funestate dai Simba, ma vogliamo soprattutto investire amore, denaro e idee nella formazione di dirigenti laici orientati in senso apostolico.

Nell'adempimento di questo compito il passato non può essere impunemente rinnegato. L'opera, per questo continente forse troppo maestosa, dei nostri missionari, può essere stata ridotta ad un cumulo di macerie, ma nel cuore di questo popolo fanciullo l'amore per il sa­cerdote bianco sopravvive indistruttibile. Questo fatto è di fondamentale importanza per l'avvenire. Apre la via per un rinnovato contributo dei missionari europei alla ricostruzione della Chiesa congolese che, senza di essi, è - umanamente parlando - condannata allo sfacelo.

Si sentono talvolta amare critiche sui metodi mis­sionari del passato. Critiche che giungono come il soc­corso di Pisa. Critiche che applicano gratuitamente i metodi attualmente vigenti a situazioni passate total­mente diverse. Critiche che traggono le loro origini dal complesso d'inferiorità cristiano che presso taluni è di­ventato costume. Critica che non corrisponde alla verità. Negli occhi riconoscenti di Ignace e Roger non ho tro­vato questa critica e neppure un'accusa contro il sacer­dote bianco che li ha istruiti, battezzati, ammoniti, ca­stigati e benvoluti. Lo onorano come un padre. Con sconfinata fiducia si aggrappano a lui. Egli è l'unico presso il quale si sentono sicuri e protetti. Ingenua­mente gli chiesero se non potevano rimanere per sem­pre con lui.

La spontanea reazione che questi due poveri pro­fughi e di decine di altri ebbero, rivedendo il vec­chio veterano Jan Engelen, prova che la gente semplice la pensa differentemente da coloro che giudicano alla leggera sulle colpe e sulle responsabilità della passata generazione missionaria. Perché ci sono migliaia di Jan Engelen che hanno servito la Chiesa nel Congo non con effimere teorie ma con l'azione e il sacrificio di tut­ta una vita. Imitiamoli piuttosto!

Non possiamo depennare il Congo. Quando tribú primitive, che in settant'anni non potevano certo per­correre la nostra strada piú che millenaria, ricadono nella barbarie nonostante le loro macchine e i loro abiti di fattura europea, ciò non avviene per intima predi sposizione, ma perché gente malvagia li ha traviati. Perciò non dobbiamo soffermarci sugli orrori del­l'insurrezione scatenata in parte dal caos sociale di una repubblica ingovernabile e in parte dagli agenti comu­nisti e arabi. Fiduciosi nella Provvidenza dobbiamo met­terci all'opera. Consci della nostra debolezza dobbiamo pregare fervidamente. Come un messaggio di Dio risuo­narono le parole che Roger mi rivolse al momento del­l'addio: « Abbiamo visto l'inferno e vi chiediamo di dire in Europa che la Chiesa deve pregare per il riposo delle anime degli innocenti che sono stati assassinati e affinché i vivi comprendano che il comunismo è ap­portatore di miseria e di morte ».

 

Fame a Kivu

Verde e sconfinata la carta geografica del Congo giace dischiusa sotto il logoro DC-4, che in cinque ore di tempo ci porta da Kinshasa a Bujumbura. Dal neo­ministro congolese, che per via di una riunione fece ritardare di due ore la partenza dell'aereo dell'Air Con­go, al vescovo profugo italiano di Uvira che ci attende duemila chilometri ad oriente attraversiamo il Congo in volo.

Il vecchio aereo beccheggia come una barca a remi in alto mare e sferraglia come se tutti i suoi bulloni fossero svitati. Come uno strano rampicante la sua om­bra esile ci segue frettolosa sul monotono paesaggio di nubi, boschi, steppe e sterpaglie. Il pilota ha traccia­to la rotta sull'atlante con l'ausilio di un regolo. A intervalli di cento o duecento chilometri sorvoliamo al­cuni campi accuratamente rasi della foresta vergine, con un assembramento di piccole capanne, incollate al suolo. La mano incerta di un bimbo ha disegnato un sentiero rosso che titubante si va a sperdere nel bosco. Chi si interessa a questo inferno verde? Ma nel sottosuolo sono celati tesori che stimolano la cupidigia.

Bujumbura è la capitale della repubblica Burundi. Dopo le formalità doganali proseguiamo il volo con un aereo piú piccolo verso il regno del Ruanda che, presso Shangungu, dispone dell'unico aeroporto con una libera via di accesso verso Kivu. Tutte le altre strade di que­sta provincia sono state tagliate dai ribelli.

Durante il pranzo presso il vescovo profugo di Uvi­ra, nei cui occhi permane ancora il riflesso degli orrori vissuti, parliamo della sua città natale, Pistoia, dove recentemente ho predicato e raccolto offerte e dei biso­gni della sua diocesi devastata.

Quando i Simba passarono per Kivu bruciando e uccidendo, cinquantamila si sono salvati fuggendo verso il Burundi. Sfuggirono alla sorte dei cristiani di Uvira che non riuscirono a scappare e i cui cadaveri orrenda­mente mutilati sono indelebilmente impressi nella me­moria del vescovo. Ne ho viste le fotografie e mi sono meravigliato del fatto che relativamente pochi, fra i testimoni oculari scampati a questa barbarie, abbiano perso la ragione.

Ora che i Simba si sono trincerati nelle montagne, i profughi ritornano lentamente ai loro campi incolti e alle loro capanne distrutte. La fame li ha costretti a mangiare le sementi. Quest'anno non ci sarà raccolto. Il vescovo ci mostra articoli di giornali sul bisogno in cui versa questa gente. La morte striscia fra i bananeti; i bambini non hanno latte; manca il sale; non c'è olio di palma. Si svolgono scene inaudite e ripugnanti. L'a­genzia di stampa D.I.A. comunica che gli affamati apro­no le tombe delle vittime e si cibano dei resti dei cadaveri.' Si temono epidemie. Non ci sono né medici­nali né medici. La mia descrizione diventa monotona, anche se l'indigenza ha varie dimensioni.

Questa è un'altra storia. Mi è stata raccontata da una suora missionaria. Mosse a compassione dalla sorte dei bambini affamati, insieme a ventuno altre suore ave­va progettato di mettersi a servizio, nei due giorni liberi che avevano, come raccoglitrici in una piantagione di tè. Con il denaro cosí guadagnato avrebbero acqui­stato del pesce per distribuirlo agli affamati. Perché il pesce è l'unico alimento contenente proteine che si pos­sa acquistare a Kivu. Senza pesce e senza il latte in polvere degli americani qui nessun bambino scamperebbe alla morte per inedia.

Le ventidue suore bianche e nere colsero per due giorni. Colsero dall'alba al tramonto. Fecero in tutto quarantaquattro giornate lavorative. Colsero con zelo e con amore, ben sapendo il perché del loro lavoro. Co­gliendo volevano vincere la morte. Ma quando venne corrisposta loro la paga, ogni suora non aveva guada­gnato neppure quaranta franchi in due giornate di la­voro. Tutte insieme ricevettero novecento franchi. Non franchi belgi, ma franchi congolesi svalutati: Ciò signi­fica che per quarantaquattro giornate lavorative i loro stipendi messi insieme raggiungevano appena il potere d'acquisto di mille e seicento lire. E il pesce è caro a Kivu. La morte poté mietere quel giorno.

Poco importa che il proprietario della piantagione desse alcune migliaia di franchi in piú alle suore a causa dello scopo caritatevole del loro lavoro. Il fatto è che si pagano salari di fame con i quali la gente non può vivere. Mi è stato inoltre assicurato che il té viene venduto all'estero a duecentocinquatamila franchi con­golesi a tonnellata. Gli alti funzionari che chiudono un occhio intascano ventimila franchi a tonnellata e il té lascia il paese esente da tasse. Lo stesso avviene con la china.

Questo è furto su vasta scala. Qui si è perso ogni senso della misura. Il té viene esportato a duecento­cinquanta franchi congolesi al chilo. Da qui vanno de­tratti venti franchi da dare sottobanco alla dogana. Il resto, duecentotrenta franchi, va al piantatore. La coglitrice guadagna settantacinque centesimi congolesi al chilo e può cogliere al massimo quaranta chilogrammi al giorno. Ciò significa per lei una paga quotidiana mas­sima di sessanta lire al giorno: il tre per mille del prezzo di vendita! Si capisce che il piantatore può per­mettersi di tanto in tanto una generosa stravaganza per acquietare la propria coscienza!

Indubbiamente nel Congo ogni impresa è diventata cosa rischiosa. La bancarotta è alle porte. I bianchi che qui hanno lavorato per anni - e non soltanto per il proprio profitto - hanno molto sofferto e perso molto. Non pochi sono amareggiati. Si può comprendere che da uomini d'affari spassionati vogliano salvare i capitali investiti prima del fallimento. Ma questo non dà loro il diritto di commettere delle ingiustizie. Quello che qui sta avvenendo è un crimine che grida vendetta al cielo, che in nessun modo può essere giustificato. Ai negri inermi, nati in questo paese e che, con il sudore della fronte, guadagnano miliardi per gli stranieri attra­verso una mostruosa congiura di sfruttatori bianchi e autorità congolesi corrotte, viene sottratta la possibilità di nutrire e mantenere i propri figli. Questo è sfrutta­mento ad oltranza di esseri viventi. Qui viene assassinato un popolo.

Questo popolo ha meritato qualche cosa di meglio. Poiché al suo eroismo si deve il fatto che a Kivu - per quanto circondata dai ribelli - si viva in libertà. Quando il poco glorioso esercito nazionale, pieno di paura e di superstizione, si mise in rotta dinnanzi ai Simba avanzanti, i capi tribú chiamarono alle armi gli uomini validi. Con lancie, archi e frecce si diressero verso le montagne. In sanguinosi combattimenti hanno sconfitto i ribelli e liberato il paese. Il prezzo della vit­toria è stato elevato. Il tributo piú caro che dovettero

pagare fu la distruzione del raccolto e l'impossibilità di coltivare i campi in tempo per l'anno successivo.

Per colmo di sventura, l'esercito nazionale fece ri-' torno. I soldati sono ben pagati ma privi di ogni di­sciplina. Come parassiti ben pasciuti succhiano dalla ter­ra l'ultima linfa vitale. Insieme ai profittatori dell'am­ministrazione divorano fino all'ultimo chilogrammo il cibo che viene importato per aereo via Shangugu. Sotto l'etichetta di requisizioni o per mezzo di brutali ladro­cini spogliano per di piú il popolo estenuato che con le sue ultime scorte perde anche la voglia di vivere, il suo coraggio, la sua forza di resistenza.

A causa di questo sistema, che dal giorno dell'in­dipendenza è stato applicato in quasi tutto il Congo, si è diffuso un clima di delusione, che avvantaggia al massimo la rivolta dei Simba e racchiude in sé i germi di nuovi disordini. Non c'è dunque da meravi­gliarsi se il giovane Mwami Mwesa III, che ho visitato a Walungu, è pessimista per quanto concerne il futuro. Egli non crede che sarà possibile chiamare una seconda volta il suo popolo a scendere in campo contro i Simba che al di là delle montagne si addestrano all'uso di nuove armi. Armi che vengono dalla Cina.

Il governo fa finta di non vedere. Qui, chi ha il potere in mano ne approfitta finché può. Successe cosí che per ricevere il ministro presidente a Bukavu venne indetto un pranzo per cinquecento invitati. Costò 8.400.000 Lire. Ma allo stesso tempo, sul mercato di Bukavu l'olio veniva venduto al cucchiaio e il riso a bicchiere, dato che le scorte erano esaurite. Per un chilo di riso si doveva dare l'equivalente di due giorni di paga.

Questo povero popolo è caduto vittima dell'utopia dell'indipendenza. Privato di tutti gli amici è stato tradito non soltanto da stranieri ma anche dai propri capi. Passivo e abbandonato si trova in balía di un conflitto di interessi che tiene conto dell'interesse di tutti fuor che del suo. La Chiesa, chiamata ad essere la Madre dei poveri, è il suo ultimo rifugio. In questo tormentato paese della fame essa deve innalzare la sua voce. Ta­cendo, avrà perso la fiducia dei calpestati e tradito la sua vocazione.

 

La storia della morte bionda

E venne allora Madre Hadewych del Santo Sepol­cro, la piccola suora di ferro dal cuore d'oro che a Walungu, in mezzo al caos dell'entroterra, dirige con mano ferma convento, ospedale, scuole, capi tribú, or­fani e un gregge di suore indigene.

Padre Jan Engelen la conosce da molti anni. Insie­me, dopo una quantità di contrasti, hanno fatto della gloriosa missione di Aketi una perla della corona di Tongerlo e di quella delle Canonichesse del Santo Se­polcro. Come superiori hanno lavorato e lottato fianco a fianco per undici anni. Due forti caratteri di una onestà a tutta prova, schietti e sinceri. Missionari di pura razza, che delle pie suppellettili degli anni della loro formazione spirituale hanno conservato soltanto l'utile e l'essenziale, ma che attraverso le tempeste di una dura vita hanno acquisito il vero spirito dei pre­cetti evangelici. Per questo sono rimasti religiosi fino al midollo, anche se il loro linguaggio vigoroso e il loro disinvolto giudizio sulle cose accessorie turbano talvolta la quiete senza rughe dell'atmosfera conventuale.

Con Madre Hadewych percorriamo strade incredi­bilmente sconquassate, diretti alla lontana missione dove le sue consorelle ci attendono impazienti. Al nostro passaggio si sollevano le sbarre e si socchiudono i ca­valli di frisia. Burberi soldati salutano rispettosamente la piccola suora che, impavida, insieme a due Padri europei e all'autista Philippe, lascia la regione occupata dall'esercito. Passiamo lungo carcasse di automezzi ince­neriti e bungalows devastati. Una pattuglia ci segue con lo sguardo. E ci inoltriamo nell'ampia natura vergine.

La brezza che spira dalla direzione del lago di Kivu ci rinfresca e al suo soffio, fra le pieghe delle monta­gne verdi e vellutate, sugli altipiani e nelle valli, i ba­nani inchinano le loro foglie dentellate. Benché le stra­de, dal colore della ruggine, siano gremite di gente, soprattutto di donne che, simili ad animali da soma, portano i loro pesanti fardelli, malgrado ciò non scor­giamo capanne. Queste, vergognose della miseria che celano in seno, si nascondono nei boschi di banani, per­ché la loro povertà non comprometta la gloria di questo paradiso.

Qui non c'è capanna dove l'angelo della morte non si accovacci silente, là dove il fuoco cova sotto le ce­neri. Nel cerchio dei viventi egli ha un suo posto fisso. Il suo nome è Mbwaki - che vuol dire denutrizione -e la sua veste ha il colore della canapa. Alla sua carezza ogni testina crespa si fa bionda e al suo bacio i volti dei bimbi, neri come la pece, si fanno pallidi.

L'angelo Mbwaki assolve il suo compito presso tutti quei bambini che, per far tacere la loro fame, altro non hanno che patate dolci o un morso di banana. Poi, quando la mancanza di proteine e di vitamine can­cella la loro bronzea pigmentazione, tristemente egli li accoglie nelle sue braccia nell'attesa che i piccoli ventri si gonfino e che i piedini tumefatti si mutino in tozzi di carne informe. L'angelo piange quando, nelle capigliature, i ricci si spianano e quando, simile a leb­bra, il goloso germe della dermatite assale i piccoli

corpi. Allora egli conta le piaghe ed i capelli cadenti finché una bianca schiuma si sparge sulle boccucce an­simanti ed i giorni del tormento si compiono. E quando tutto è passato, l'angelo chiude i loro occhi esangui e, singhiozzando, si volge ad altri bambini che sono lí ad attenderlo, piccoli fiori ch'egli è chiamato a cogliere per la morte.

Non crediate che io stia esagerando. Ciò che vi ho descritto è soltanto una pallida immagine della ve­rità. E quando me l'hanno narrata io stesso non ho voluto crederci. Ma quando Madre Hadewych insieme a Padre Engelen mi ha condotto di colle in colle nelle selve dei banani, dove si celano i tuguri; quando noi stessi, carponi, strisciando nelle fetide capanne, ab­biamo cercato cibo, trovando soltanto bimbi scheletrici dalle gambe esili come rami secchi; quando, con i no­stri occhi, abbiamo visto morire di fame un bimbo mentre già, dietro la capanna, suo padre intrecciava la stuoia, nella quale avrebbe sepolto la piccola salma; quando cinque minuti dopo - come animali impauriti - un uomo con un bimbo morto fra le braccia e una donna con una vanga in spalla andavano per il bosco per affidare il frutto del loro amore quale preda della fame al grembo della terra; quando ho assistito alla sfilata dei seicento piccoli rottami marchiati dal Mbwa­ki, che ogni giorno si trascinano da Madre Hadewych, per ricevere mezzo litro di latte; quando ho letto i no­mi dei quattromila bei bambini ricciuti, che in due anni sono morti di fame in questa regione: allora ho com­preso che Iddio ci maledirà se insieme non ci daremo da fare per eliminare lo scandalo che piaga il piú opu­lento giardino dell'Africa.

So che la nostra Opera non è un'organizzazione di beneficienza. Il nostro compito è la cura delle anime. Ma so anche che Cristo condannò un pastore d'anime che, lungo la via ché mena da Gerusalemme a Gerico, si sottrasse al dovere dell'amore del prossimo. E lo stesso Cristo moltiplicò i pani e saziò i convenuti, non volendo parlare di Dio ad una turba affamata.

La storia della morte bionda a Kivu non è ancora giunta al suo termine. Ma prima di continuare il nostro racconto dobbiamo chinare il capo dinnanzi ai bambini morti innocentemente come al cospetto dei miseri pic­coli superstiti che, quali creature di Dio, hanno diritto al rispetto della loro esistenza.

Essi hanno nomi strani: Cirhulwire, Mushangalusa, Nakatiya. E significano Dolcezza, Tenerezza, Fonte di Gioia. Stanno iscritti sulla lista delle quattromila vitti­me della fame, le cui anime gridano vendetta al cielo. O forse possiamo ancora placare l'infinita collera di Dio facendo un estremo sforzo per salvare le loro vite? Guai all'umanità se giungeremo in ritardo! Guai a noi se difetteremo in generosità. E guai a voi se non com­prenderete che la vita del piú povero bimbo negro vale piú dell'immeritato benessere del quale godete.

Per il Signore Iddio, Katalana, Cibubulanda e tutti quegli altri bambini, dei quali ho letto i nomi sull'elen­co dei morti di Walungu, valgono quanto i bambini

d'Europa e d'America. E le madri nere, ch'Egli bene­dice con la fecondità, provano la stessa gioia delle madri bianche quando il loro tempo si compie e per la prima volta stringono al cuore la loro creatura. Perché il co­lore della pelle non muta il cuore di una madre. E quella madre a Kivu, che con la vanga in spalla si reca nella foresta a seppellire Cirhulwire, prova lo stes­so dolore di quella madre di Torino che in automobile percorre la via che mena al cimitero. Perché il colore della pelle non smorza lo strazio di una madre. E la madre che, in preda a disperato terrore vede come il Mbwaki imbiondisse il suo Mushagalusa, ha gli stessi diritti nei confronti del figlio di quella madre di Roma, che ha latte e denari a sufficienza perché il suo piccolo cresca fino a diventare un uomo vigoroso. Perché il colore della pelle non intacca i diritti di una madre.

Pensate adesso al bambino che possedete o che vor­reste avere o che come un bianco ricordo vi accompa­gna nella vita. Il bimbo dalle piccole dita rosse e dagli occhioni raggianti. Il bimbo sotto il vostro cuore. Il bimbo al vostro seno o nelle vostre braccia. Il bimbo nella culla... Nel nome di questo bimbo e di tutti i bambini innocenti del mondo io chiedo giustizia ed amo­re per i bambini nella terra della morte bionda. Questa domanda vale per ognuno ed anche per voi. Qual'è la vostra risposta? Da questa risposta può dipendere se la piccola Nakatiya potrà continuare a vivere come una bimba giocosa sotto l'azzurro cielo di Kivu... o se ben presto il suo padre afflitto dovrà intrecciare la stuoia per il suo funerale.

 

Fra la gente del fango

Quando rientra nella stanza, il parroco congolese di Bukavu scuote la testa, scoraggiato. Un attimo prima è stato chiamato fuori da re parrocchiani che non osano andare a casa perché non hanno nulla da far mangiare ai loro bambini. Ma contro la fame il parroco è impo­tente quanto il Vicario generale, il quale ha fatto eri­gere un grande cancello intorno alla sua dimora dato che l'affluenza degli affamati era tale da impedirgli ogni attività. Cosí almeno non potranno piú bussare alla sua porta. Tanto non è possibile aiutarli.

Il parroco è giovane. Ha studiato a Roma ed è dottore in teologia. Prima di diventare professore al seminario vuole conoscere per esperienza i bisogni del suo popolo. E' uno dei migliori sacerdoti neri che ho incontrato. Con anima e cuore egli si dedica all'immensa parrocchia, che il suo vescovo gli ha affidato. Centomila anime, fra le quali innumerevoli profughi e miriadi di bambini, sono affidati alle sue cure. Molte famiglie han­no dieci, dodici e fino a diciassette bambini. Lui ne battezza una quarantina alla settimana.

La scuola costituisce uno dei suoi piú grandi pro­blemi. Molte classi ricevono l'insegnamento sotto la vol­ta del cielo. Il numero degli scolari varia da novanta a centotredici per classe. Il livello dell'insegnamento è in proporzione. Piú allievi vengono ammessi a frequen­tare e meno imparano. Ma meno ne vengono, piú grande si fa l'amarezza dei genitori e maggiore il numero degli analfabeti che compromettono l'avvenire del paese.

Scuole non se ne sono piú costruite dalla procla­mazione dell'indipendenza. D'altronde tutto il settore dell'edilizia è fermo. Per questo e poiché dalla partenza dei bianchi il personale domestico si è ritrovato sul la­strico, il novanta per cento della popolazione è senza lavoro. I disoccupati non ricevono alcun sussidio. Alcu­ni coltivano un campicello ma i profughi non possie­dono terra e non hanno quindi alcuna possibilità di mantenersi in vita in maniera legale. Ci sono famiglie dove si mangia un giorno sí e un giorno no e ancora senza potersi sfamare. E' cosí che non soltanto i bam­bini ma un numero crescente di bianchi cadono vittime dell'Mbwaki, diventando biondi a causa della denutri­zione. La prossima generazione è minacciata nella sua sostanza. Ieri, nell'ospedale di Bukavu, dodici bambini sono morti per denutrizione.

Insieme a questo parroco nero e alla dirigente belga del centro sociale affidato ad un eccellente gruppo AFI, visitiamo i profughi del quartiere di Nyamugo. A fatica scaliamo l'arduo pendio color piombo, al quale sono inspiegabilmente appese numerose catapecchie. Come macchie di sangue queste costruzioni informi, fatte di trucioli e di argilla rossa, sono incollate alla roccia. Piú grande degli altri un tugurio inospitale si aggrappa ad un albero e alle rocce sporgenti. « Hotel » sta scritto sopra la porta. Dappertutto, dove il pendio si spiega in una breve piana, gobbe di paglia affiorano come bubboni pestilenziali sulla pelle argillosa e scre­polata del monte. Le chiamano capanne. Sarebbero ina­bitabili per i maiali, ma formicolano di gente. Gente

nera, gentile e paziente, che nasconde la sua disperata indigenza dietro un sorriso. Figli del sole, che ben si guardano dallo sbandierare la loro fame. Ed è soltanto quando il parroco chiede cortesemente ad un negro ca­nuto dalle vesti lacere se vuole riceverci nella sua ca­panna, che questi gli sussurrerà all'orecchio di non avere nulla da mangiare. Non è un lamento il suo, ma una giustificazione per non potere adempiere alla legge del­l'ospitalità. Raramente ho incontrato degli esseri capaci di portare la loro miseria con una tale dignità.

Posso visitare la capanna. Entro carponi, strisciando sulle mani e sui piedi. Qui, oltre al grigio nonno, vi­vono figlio e nuora con i loro sei bambini. A sinistra dell'ingresso un fuoco cova sotto le ceneri. I piccoli paiono addormentati, ma sono svegli e ce lo rivela la spettrale lucentezza dei loro occhioni spalancati. Ormai non sono piú dei a debuttanti », come vengono chiamati all'ospedale i bambini che attraversano il primo stadio della sotto-alimentazione. Questi piccoli affamati si sono già inoltrati sulla via della morte. Mi fanno pensare a quell'uccellino silenzioso e indifeso che da bambino raccolsi nella neve e che morí nel palmo della mia mano. Nei suoi occhi c'era lo stesso terrore.

Sul suolo gibboso giacciono i resti metallici di un vecchio setaccio da cemento. Serve da letto per i piú piccini. Gli altri dormono sulla paglia o in una specie di amaca. Dietro i brandelli di un logoro telone scopro un giaciglio fatto d'erbe secche: è là che dormono i genitori. E su quel grigio straccio leggo una scritta dai caratteri consunti: RESTAURATION. Infatti qui molte cose devono essere restaurate. Forse fu questa la mise­ria che San Paolo ebbe sottocchio quando scrisse di quel piano di Dio rivolto a restaurare tutto in Cristo? Certo egli non ha pensato alla restaurazione dei monu­menti della cultura cristiana. A tale scopo vengono spesi miliardi. Ma noi non renderemo servizio a Dio restaurando affreschi e cattedrali finché il Suo volto sarà de­turpato e reso irriconoscibile dalla pietosa smorfia dei bambini affamati.

Quand'è che dinnanzi al gesto simbolico di Papa Paolo, che vende la sua tiara, comprenderemo finalmente che tutta la suppellettile delle ricchezze ecclesiastiche,

delle vesti di broccato e delle imponenti manifestazioni, tutti i tesori dell'arte cristiana, tutti i trionfi della cri­stiana civiltà, sí, anche la scienza, la fede, il dono della profezia e il martirio su1 rogo saranno -del-„ tutto imani finché rifiuteremo a Dio 'amore ch_Egli si attende nei piú. piccoli dei Suoi, quei minimi dei quali fanno parte anche i ,bambini nèlù fetida capanna di Bukavu.

Resisto soltanto pochi minuti in quest'antro, il cui diametro non supera i tre metri. Non c'è- camino. Par­ticelle di cenere aleggiano nell'aria e penetrano nel naso e nella gola. Il fumo mi riempie gli occhi di lacrime. O forse piango per quei sei bambini? Una volta uscito, voltandomi, vedo il fumo che si sprigiona attraverso il tetto. La capanna sembra una concimaia fumante. E in questa concimaia vivono nove esseri, creati da Dio e chiamati a sottomettere la terra, quali sovrani del creato.

Malgrado ciò, questa famiglia vive lussuosamente in confronto ai reietti che vivono sul pendio e che non possono costruire capanne. Questi si arrabattono ele­vando delle costruzioni che sfidano ogni immaginazione. Bisogna averli visti. Non esiste materiale che non possa essere rubato e usato per questi aborti architettonici. I tetti di latta arruginiti ricavati da latte di benzina e tenuti fermi da ciottoli sono rossi quanto il fango. Ma non proteggono né dal sole cocente che li fa incan­descenti, né contro il freddo-che nottetempo, a duemila metjj sul livello del mare, intirizzisce la gente. Tuguri aggrappati agli arbusti e;appoggiati alle balze del d~cli­vio, accatastati gli uni sugli altri - à- continuo rischio di scivolare a valle. Sono,, pericolosissimi. Ogni volta che la tempesta fa risuonare il suo infausto rullío sui tetti di latta, l'intera borgata attende indifesa quale sarà la « casa » che questa volta verrà portata via dalle acque. Due giorni or sono la pioggia ha causato uno smotta­mento del terreno. Insieme ai suoi abitanti un tugurio è crollato sopra ad un'altra catapecchia e, rotolando a valle, ha trascinato nella sua caduta altre due topaie. A fondo valle sotto un monte di detriti giunti con il flusso del fango furono trovati sette morti e dodici feriti.

Già cadono le prime gocce. Folate di vento scrol­lano le cime degli alberi. Il cielo è sopraffatto da un'in­vasione di nubi grigie e nerastre. Le donne ritirano gli

indumenti esposti ad asciugare sui tetti. Ospitale, un negoziante di generi alimentari con sette strappi nella sua camicia e che non ha altre scorte nel suo negozio se non una balla di manioca; ci invita ad entrare. Men­tre la pioggia scroscia a secchi dal cielo suonando la sua musica selvaggia sui coperchi di latta delle capanne, cerchiamo un posticino asciutto fra i rivoli d'acqua che in cinque punti contemporaneamente entrano dal tetto sfondato. Per un attimo penso allo smottamento di ter­reno di ieri l'altro, finché comincio ad ascoltare il sa­cerdote nero che mi parla della sua parrocchia.

La maniera in cui egli si reca in mezzo a questi poveri - come fratello e amico - mi ha profonda­mente impressionato. E' qui da poco tempo e già co­nosce tutti per nome. Sembra che la sua sola forma di apostolato sia quella di vivere in mezzo al suo popolo. E per giorni e per settimane deve aver vagato attraverso questa borgata del fango.

Osservo il suo volto intelligente. Ammiro le sfuma­ture del suo giudizio e la profondità del suo senso so­ciale. Qui si vive nel quinto secolo. I Romani se ne sono andati ed ora egli è uno dei capi di questo popolo. Farà le cose diversamente da noi, da come le hanno fatte i missionari bianchi; che, in un tempo sorprendentemente breve, hanno gettato qui le fondamenta del­la Chiesa. Poiché nonostante gli studi compiuti in Eu­ropa, egli è rimasto un congolese. Non è un organizza­tore o uno stratega che prevede e fa dei piani. Ciò non sarebbe africano. Ma è un uomo saggio che vive con il suo popolo e che, caso per caso, saprà indicare la via agli ignari. Io penso a Cristo che paragonò il Regno dei Cieli ad un lievito. Il lievito deve essere presente nell'impasto e non fuori. Io penso che questo sacerdote nero - ne esistono malauguratamente anche d'altro stampo - nobiliterà e santificherà il suo popolo come un lievito. E questa, nel quartiere del fango di Bukavu, è stata la mia consolazione.

Quando dopo mezz'ora cessò di piovere, la grassa crosta argillosa del colle si era fatta lucida e sdruccio­levole. Era impossibile scendere a piedi. Con scuri e picconi alcuni incisero nel suolo affinché potessimo tro­vare sostegno per i nostri piedi e scendere, passo per passo. Due negri mi aiutarono a reggermi in equlibrio. E rossi di melma ritornammo alla dimora del parroco. Avevamo trascorso tre ore sul monte. Poi venne l'auto­mobile per condurci altrove. Ma i quarantamila profughi di Bukavu rimangono là dove sono. E vivranno come gente del fango fintanto che la coscienza del mondo non si risveglierà.

 

Nella terra di nessuno fra Kisangani e i Simba

Dal cielo ardente il nostro C-130 sovraccarico di casse e di fusti accatastati e allacciati si tuffa nel pic­colo cerchio della libera Kisangani. Qui la libertà ha un diametro di dieci chilometri. Al di fuori regna il terrore dei Simba. Infondo alla pista d'atterraggio gia­ce un bombardiere che ieri, danneggiato da colpi d'arma da fuoco, ha compiuto un atterraggio sul ventre. Il no­stro pilota stringe i denti. Simili a fasci di nervi i cavi e le condutture elettriche che attraverso le mostruose viscere dell'aria condizionata serpeggiano nel corpo del­l'apparecchio, sono come il prolungamento del suo pro­prio sistema nervoso, dominato con volontà ferrea. Ap­pena in tempo, il sistema frenante entra in azione, ur­lando. Con un ululato. che infrange i timpani, l'aria compressa trova una via d'uscita mentre il velivolo ser­peggia pericolosamente. La cintura di salvataggio mi percuote le costole con la violenza di un pugno. Poi, con un sobbalzo e gemendo dallo sforzo, l'aereo si fer­ma a due metri dal bombardiere. Siamo giunti a Stanley­ville, l'attuale Kisangani.

Kisangani, che fu il cuore impetuosamente pulsante del Congo, è diventata una città morta. I suoi parchi opulenti soni incolti, i negozi chiusi, le ville in rovina, la popolazione dimezzata. Attraversiamo un'oasí della quale la giungla si sta impossessando a vista d'occhio. Tutto pare rievocare l'ora drammatica in cui i paraca­dutisti belgi - in gara col tempo - accorsero a sal­vare la vita degli ostaggi. A spron battuto, per questa medesima via e su questo stesso cemento riarso, cor­sero dall'aeroporto alla città. Salvarono duemila persone, ma per molti altri giunsero troppo tardi. Cosí fu per dieci-quindicimila congolesi, che fra agosto e novembre furono macellati come bestie.

Ammutoliti, ci soffermiamo dinnanzí ai sostegni in muratura che sorressero un grande ritratto di Lumumba davanti al quale, per mesi, il sangue di innumerevoli vittime intrise il selciato. Vediamo l'Hotel Vittoria, dove gli ostaggi trascorsero l'ultima notte, prima d'es­ser condotti per strada e fucilati. Sostiamo dove l'eroico medico missionario protestante Paul Carlson fu abbat­tuto da una grandine di proiettili. E scorgiamo i giar­dini, inselvatichiti e incolti, dove i feriti barcollanti o carponi cercavano un rifugio per morire in solitudine mentre c'era chi li cercava altrove. In silenzio varchiamo il ponte dello Tshopo, da dove i Simba gettarono mi­gliaia di congolesi, cuciti in sacchi o legati spalla a spal­la, nelle tonanti cateratte della diga. E ci fermiamo in preghiera nel cimitero lungo le correnti del fiume Congo dove, sotto i palmizi silenti e gli immobili tuya, suore e sacerdoti belgi e olandesi, lussemburghesi e spagnoli, un pastore, quattro missionari protestanti e un parroco negro, - trentatre martiri - attendono in una fossa comune, il giorno della loro gloriosa resurrezione. E per ore erriamo attraverso il campo militare dove le baracche di pietra ronzano di mille e mille profughi e dove anche le vedove e i bambini dei militari caduti hanno trovato un tetto.

Questo campo di profughi dista solamente due chi­lometri dai Simba. Si valuta che il numero delle persone ancora trattenute nella foresta che circonda Kisangani ammonti a cinquantamila. Chi dai Simba viene sorpreso in possesso di una scatoletta di conserva o di sigarette viene abbattuto sotto l'accusa di contatti con gli ame­ricani. I popolo terrorizzato vive soltanto di manioca e di erbacei. Chi conta i bambini che sono morti di pri­vazioni e di stenti? Ogni notte c'è chi cerca scampo dal bosco per sfuggire al terrore e alla miseria. Molte delle famiglie scampate hanno perduto piú della metà dei loro figli. Troviamo centoventi bambini della giun­gla che attendono una trasfusione di sangue. E il sangue viene ceduto dai lavoratori coatti dalle divise carcera­rie a striscie bianche e blu in cambio di due bottiglie di birra. Questi sono per lo piú soldati che furono co­stretti a scegliere fra l'adesione ai Simba e la morte e che in seguito sono ricaduti nelle mani delle truppe governative.

Padre Balleur, che, con le lacrime agli occhi, ha dato il benvenuto al suo vecchio amico Jan Engelen, ci ha dato un po' di dolciumi per questi bambini della giungla. Provengono dai pacchi postali giunti alla Procura dopo la liberazione di Kisangani. Erano destinati ai mis­sionari della provincia orientale che nel frattempo sono stati assassinati. Queste leccornie statunitensi provenienti da Hempstead nel Long Island e amorevolmente imbal­late per suor Mary Antoinette della missione di Isangi, proiettano un bagliore di gioia negli occhi della dodi­cenne Sophia Kavira - dodici anni e ne dimostra set­te - come sul volto di Josephine Assone, che nella foresta ha perduto sei fratellini. Ed è cosí che, dopo la sua crudele morte, suor Mary Antoinette si china ancora amorevolmente sui piccoli negretti innocenti per i quali visse e mori.

Ora che l'indicibile appartiene al passato e che Iddio stesso ha asciugato le sue lacrime di terrore e di pena, suor Mary Antoinette sa bene che questa stirpe nera non è piú malvagia di altri popoli. E che la viltà, l'egoismo e l'istinto di conservazione paralizzano tutti i popoli nella loro resistenza al terrore. E che, dinnanzi alla tirannide, il coraggio di operare una scelta che può mettere a repentaglio la vita è raro fra i popoli bian­chi quanto fra le genti di colore. E che non è soltanto nel Congo che la massa assiste passivamente a bestiali malvagità e che per lo piú ciò è dovuto meno alla cattiveria che al timore per la propria pelle...

Ci inoltriamo nella terra di nessuno, fra Kisangani e i Simba. Là si trova il quartiere di Kabondo, chiamato « Bruxelles », un tempo palpitante di attività e di vita africana. Qui, una volta, abitavano dagli ottanta ai cen­tomila congolesi. Adesso è troppo pericoloso abitarvi e non ci sta piú nessuno. I ribelli circondano questo vasto territorio ai tre lati e nottetempo saccheggiano le case di tutto ciò che può dare un minimo di conforto alla loro esistenza. Di giorno ci sono i soldati congolesi e la popolazione di Kisangani che saccheggiano a loro volta.

Il silenzio mortale è opprimente. Qui nulla vive, tranne la foresta vergine che ben presto sommergerà queste tristi spoglie dell'opera umana. Per Padre Enge­len che ha conosciuto « Bruxelles » nel pieno ritmo della sua spumeggiante attività, nessuna immagine del Congo odierno è piú deprimente di questa solitudine. Incon­triamo soltanto una pattuglia di katanghesi armati fino ai denti e un timido soldato in bicicletta che nonostante il suo minaccioso mitra a tracolla ci squadra col terrore negli occhi. Diventa un triste itinerario il nostro, lungo case e capanne semidistrutte. Pareti di argilla giacciono al suolo. Ovunque, già seminascoste dalla gramigna che cresce veloce, ci sono carcasse arrugginite di automobili incendiate. Nel bel mezzo della strada c'è una sedia rotta. Nei giardinetti incolti ci sono materassi e armadi messi a sacco che probabilmente stanotte i Simba por­teranno con sé come legna da ardere. Davanti ad una fila di case dalle finestre e dalle porte infrante scopria­mo, nel fossato, una poltrona di cuoio rosso e, sopra una gabbia vuota, una elegante scarpina di broccato d'oro, macchiata di sangue.

Dato che non possiamo raggiungere il Seminario, che si trova a undici chilometri da Kisangani, senza rischiare la vita, dobbiamo accontentarci di visitare la missione di St. Camille, saccheggiata da cima a fondo, la quale è al contempo la chiesa parrocchiale di Kabon­do. Attraverso cavalli di frisia raggiungiamo il comples­so di edifici che un tempo costituiva il centro spirituale di questa contrada. Dal giardino infestato di malerba e dalla veranda entriamo nella casa deserta dalle porte spalancate. Tutti i mobili sono stati trafugati. Il pavi­mento è cosparso di carte, libri strappati e lana di ma­terassi. Le condutture elettriche sono state strappate dalle pareti.

Raggiungiamo la chiesa sprangata. Per terra, davanti all'ingresso principale, c'è un Cheti cha Kualika, un biglietto per Zedda Maurice con l'invito a partecipare alla messa di domenica prossima della Lega del Sacro Cuore. Sul tabellone, accanto alla porta della chiesa, è affisso un foglio di carta ingiallita dai pallidi caratteri dattilografici: « 22.11.1964. Oggi è la ventisettesima domenica dopo Pentecoste, ultima domenica dell'anno liturgico. La prima messa è per Makaya Joseph, a ri­chiesta di suo figlio Kibibi Joseph ».

E fu pure l'ultima domenica per Kabondo, e al con­tempo l'ultima messa che Kibibi Joseph poté far cele­brare per il suo defunto padre poiché il 24 novembre del '64 i Simba lo assassinarono.

Quella notte, sotto la zanzariera, nella Procura di Kisangani, non riuscivo a dormire. Ho pensato all'av­venire. Perché dopo questa devastazione verrà il giorno della ricostruzione. Credo che le nuove missioni dovran­no essere piú semplici e modeste di quelle che sono state distrutte e che furono erette alte, al di sopra del tenore di vita del popolo. Non ha piú senso, in questo paese primitivo, organizzare cose a livello europeo. Dob­biamo rinunciare a molto e realizzare soltanto ciò che il popolo può avvertire come utile e necessario. Ogni parvenza di fastosità deve essere evitata. Non piú mis­sioni simili a fiere fortezze, che possono piacere a noi, ma che agli occhi degli africani appariranno eternamente strane ed insensate, alimentando il loro innato senso di inferiorità. Una cattedrale eretta sul pendio di Bu­kavu, dove la gente si trascina carponi nella mota, è un controsenso che finisce per estraniare la gente dalla Chiesa. L'orrore della devastazione, che nella terra di nessuno fra Kisangani e i Simba mi è balzato agli occhi come in nessun altro luogo, ci offre una possibilità nuova. Afferriamola a due mani per dare alla Chiesa, assieme ai congolesi, una nuova dimensione, che in que­sta terra e per questo popolo sia non piú deprimente, ma gradita. Allora il sacrificio di tanti non sarà stato vano.

 

Le Suore della Resurrezione

Nel Congo, il sacrificio dei martiri non è stato vano. Alla loro intercessione attribuisco la propizia fondazione e il miracoloso salvataggio dell'Istituto della Resurre­zione a Bukavu, che è diventato il piú bel frutto del mio primo viaggio nel Congo.

Durante la rivolta dei mercenari bianchi, Bukavu è stato per un certo tempo alla ribalta della stampa internazionale. Là c'era l'ultimo quartier generale del maggiore Scheramme e dei suoi rozzi avventurieri. Là vinsero la loro ultima battaglia. Là dovettero finalmente cedere di fronte all'armata congolese, che doveva la sua supremazia all'aiuto degli americani. Ma in quei giorni si svolgeva a Bukavu un altro dramma, di cui nessun giornalista informò il mondo. Fu la prova del fuoco dell'Istituto della Resurrezione, affiliato alla nostra Ope­ra, e che insieme a Madre Hadewych e a Padre Jan Engelen avevamo fondato a Roma, il 5 novembre 1966.

Avevo incontrato Madre Hadewych del Santo Se­polcro a Walungu, nel 1965, nel caos dell'entroterra congolese. Essa era il rifugio per decine di giovani don­ne congolesi che volevano consacrare la loro vita a Dio, ma che non trovavano posto nelle comunità religiose tradizionali, perché mai avevano imparato a leggere e a scrivere. Madre Hadewych pensava che questo non doveva essere un ostacolo per servire la Chiesa minac­ciata. Compiendo i normali doveri dei fedeli e vivendo i consigli evangelici, non potevano anche loro crescere nell'amore di Dio come le altre suore piú colte? Riunite in piccole comunità, non potevano forse vivere questo amore aiutando, nel grado infimo dello sviluppo religioso e materiale, il loro popolo?

Solo quelli che conoscono l'abisso profondo che già separa il popolo africano dagli « evoluti » i quali, a causa di una camicia e di una patina di civiltà, si cre­dono mille miglia al di sopra della massa, possono com­prendere fino a che punto è necessario formare « svilup­patori » indigeni che restino in stretto contatto con il loro popolo. Accanto alle congregazioni insegnanti, l'A­frica ha bisogno di umili religiose, magari analfabete, ma che abbiano buon senso e braccia solide, che non siano al servizio di un gruppetto di privilegiati, ma dei piú primitivi fra i loro fratelli che per lunghi anni an­cora costituiranno la maggioranza della popolazione.

E' vero che queste suore per la mancanza di una istruzione, ormai irrecuperabile, non possono essere adi­bite all'insegnamento, ma possono avere altre qualità ugualmente indispensabili alla Chiesa. Siccome sono ve­nute direttamente in convento dal tugurio paterno, co­noscono il loro popolo meglio di quelle religiose che, per lunga educazione scolastica, sono divenute straniere nella loro stessa famiglia. Restano unitissime alla loro gente cui possono partecipare le conoscenze empiriche acquisite, durante gli anni di formazione, sulla religione, la catechesi, l'igiene, la cura della casa e l'agricoltura. In piccoli gruppi possono servire le lontane cappelle delle missioni. Possono diventare un indispensabile braccio destro per il sacerdote indigeno e una benedi­zione per il loro Paese. Ecco il sogno di Madre Hade­wych. Per realizzarlo è stato necessario fondare un nuovo istituto religioso.

E' avvenuto nel novembre 1966. In settantadue ore la forza di volontà di Madre Hadewych, l'esperienza di Padre Engelen, la raccomandazione dell'Arcivescovo di Bukavu e la larghezza di vedute dei nostri amici della Curia romana, troppo spesso denigrata, hanno avuto ra­gione di tutti gli ostacoli. Dopo tre giorni d'intenso lavoro, la nuova comunità fu fondata ed approvata come pio sodalizio di donne legate da voti, con il compito di vivere nell'amore e nel servizio alla Chiesa minac­ciata. Questo sodalizio è affiliato alla nostra Opera, che nella maggioranza dei paesi si chiama « Aiuto alla Chiesa che soffre » e posta sotto l'autorità del Moderatore Ge­nerale. La direzione è affidata per il periodo di fonda­zione a Madre Hadewych, assistita da cinque religiose del S. Sepolcro. Quando Madre Hadewych partí per il Congo portò nel suo bagaglio la sicurezza del nostro appoggio finanziario e i piani per due case della nuova fondazione. Senza perder tempo ha acquistato un camion e materiali da costruzione. Un coltivatore italiano, . Franco Micheletti, diresse i lavori. La casa delle postu­lanti sorse sulle rive di un acquitrino a Miranga, nella parrocchia di Ciherano. Il noviziato fu costruito a Bu­kavu su un promontorio paradisiaco, accanto alla casa di ritiro dei gesuiti, anch'essa in costruzione, nella quale le novizie si occuperanno dei lavori domestici.

Tutto era quasi terminato e l'attrezzatura delle due case già acquistata, quando scoppiò il conflitto fra il governo congolese e i mercenari di Scheramme. Bukavu divenne zona di combattimento. Durante un mese le suore furono in pericolo di vita. Il 18 agosto Madre Hadewych scrisse dal Ruanda: « Abbiamo vissuto una bella avventura durante le ultime settimane: fucilate, uccisioni, saccheggi, finché non fu piú possibile rimanere a Bukavu. Il Vescovo ci intimò di partire. Siamo dun­que profughe e abbiamo dovuto abbandonare tutto. Sia­mo fuggite col camion e l'autista, stanco, ci ha portate fuori strada, in un crepaccio. Una nostra novizia è al­l'ospedale. Ci vogliono rimandare in Belgio. Noi ci rifiutiamo. Sono qui con quattro novizie, quattro postu­lanti e quattro suore europee. Le aspiranti sono a Wa­lungu, oppure hanno provvisoriamente raggiunto le loro famiglie. Noi siamo le folli di Dio e facciamo davvero parte della Chiesa che soffre, ma cerchiamo di non per­derci di coraggio. A considerare i sacrifici e le croci, la Resurrezione sarà magnifica! ».

Mentre i due conventi di Bukavu e di Miranga, quasi terminati, erano messi al sacco e privati di porte, finestre e tetti, Madre Hadewych, accompagnata dalle sue fedeli, proseguí la sua via crucis. Fu cacciata da un villaggio all'altro e finalmente obbligata a rifugiarsi nel Burundi. La croce fu la firma di Dio sulla carte di fon­dazione della giovane comunità. Non era prevedibile che dopo le trattative romane miracolosamente favorevoli, l'Istituto della Resurrezione dovesse essere insignito del sigillo del Cristo sofferente? Questo avvenne quando tutto il lavoro iniziato crollò nella tempestosa rivolta dei mercenari.

Madre Hadewych era stata l'ultima ad abbandonare Bukavu e fu la prima a ritornarci, malgrado l'odio del­l'esercito congolese vittorioso su tutti i bianchi. Ritornò fra un ammasso di rovine.

Sei mesi piú tardi, quando volai nuovamente in Con­go per una breve visita, mi fu possibile pernottare nel conventino di Bukavu già ricostruito a metà. Si fa pre­sto a raccontarlo, ma gli sforzi sovrumani che ciò è costato si leggono solo sul viso rugoso di Madre Hade­wych, che in un anno è invecchiata di dieci. Il regno dei cieli aveva sofferto violenza ma la sofferenza era stata fruttuosa. Con mia grande meraviglia ho consta­tato che tutte le aspiranti erano rientrate, appena si era diffusa la notizia del ritorno a Bukavu di Madre Hadewych. Avevano camminato per due, tre, quattro giorni. Le ultime giunte avevano percorso trecento chilo­metri, passando la frontiera clandestinamente.

Intanto le prime suore hanno pronunciato i voti temporanei. Con le novizie lavorano per il momento a completare la costruzione. Pregano, cucinano e al mo­mento della consacrazione della loro messa giornaliera battono il tam-tam nella loro cappella spoglia. Suor Siar­da e Suor Luca le accompagnano nei primi passi lungo il duro cammino della vita spirituale. Generosamente le novizie cercano di dominare la loro natura primitiva. Ma quando la notte i cani da guardia danno l'allarme, lasciano intrepide i loro giacigli e con le bianche cami­cie da notte e le cuffie svolazzanti, percorrono in lungo e in largo il cantiere. Sono il terrore dei ladri che quasi ogni notte attraversano in piroga il lago Kivu per ve­nire a rubacchiare i materiali da costruzione. Si sono già impadronite di una piroga ed hanno consegnato nelle mani della polizia tre ladri, tramortiti dal terrore di aver a che fare con dei fantasmi...

Abbiamo visitato anche Miranga. Sopra una collina boscosa vi abbiamo trovato un possedimento abbando­nato dai cercatori d'oro, che serve ora di alloggio prov­visorio a tre suore e quarantadue aspiranti. Nei dintorni della casa diroccata si trovano alcune piccole stalle di­sperse nel bosco. Ogni stalla ospita sei aspiranti. Ognu­na di loro ha disponibile mezzo materasso e un chiodo al muro al quale appende gli abiti e quel poco che pos­siede. Sotto una tettoia una pentola di fagioli e un te­game di manioca brontolano sul fuoco. Insieme al pe­sce secco è il menu quotidiano nell'Istituto della Resur­rezione. C'è pure un capannone dove un sacerdote della missione celebra ogni giorno e dove le aspiranti ricevono lezione.

Suor Orsola, suor Elfride e suor Carità abitano nel­la casa centrale, che un tempo doveva essere una villa ma che ora, con i muri semi-diroccati e le assi tarlate, è piuttosto un rudere pittoresco. Il « salone » serve da cappella. Lí Gesú abita in un tabernacolo semplice, per confortare queste donne che, alla ricerca del regno dei cieli, non hanno esitato a seguirlo in questo abbandono. Nella cucina - che allo stesso tempo serve da soggior­no, sartoria e magazzino - c'è una tavola e qualche sedia accanto al forno. Dei caprai girovaghi passano spesso la notte nella stalla attigua: La sera, attorno a un focherello, suonano il loro strumento a corde e can­ticchiano monotone canzoni, mentre in cucina, alla luce di una lampada a petrolio, le suore tentano di recitare il breviario. Cedri, eucalipti e agili querce argentate si levano come guardie d'onore attorno a questo convento nella foresta. La sua povertà mi fa pensare alla vita degli antichi padri del deserto. Sarà l'antidoto sopran­naturale alla vita facile, al timore del sacrificio ed al­l'umanizzazione che avvelenano la Chiesa dei nostri giorni?

Lungo le piantagioni di té e di chinchina giungiamo dopo due chilometri all'acquitrino, del quale diciotto ettari sono stati ceduti dal Mwami alle suore. Le aspi­ranti lavorano la terra sotto la direzione di suor Orsola che, nei giorni della sua vecchiaia, ha ritrovato con entusiasmo il mestiere di contadina della sua giovinezza. E' incredibile che ragazze senza istruzione siano riuscite; in pochissimo tempo e usando mezzi primitivi, a tra­sformare, con un sistema di drenaggio, parti di questa palude in fertile terreno. In qualche mese hanno fatto nascere carote, cavoli, patate dolci e turgidi pomodori che sono l'ammirazione di tutti. Questo stesso lavoro civilizzatore fu compiuto molti secoli fa in Europa dai monaci, con la differenza che qui si tratta di ragazze che non dispongono neppure di quei mezzi necessari a procurarsi un solo bue da traino e un aratro. Sul limite del campo vangato di fresco si trova la prima ala del piccolo convento quasi terminata. Bisognerebbe poterlo occupare prima della stagione delle piogge. Metà del tetto è ancora scoperta perché le lastre di eternit sono state rubate. Si attende il cemento che è per strada ormai da tre mesi. Franco Micheletti, sfuggito quasi miracolosamente alla morte, è tornato dopo essersi na­scosto per parecchie settimane in uno scantinato. E' con legittima fierezza che mostra i piani dei piccoli padiglio­ni, ciascuno dei quali potrà ospitare una decina di aspi­ranti. I lavori cominceranno appena ci saranno soldi e cemento. Mi ha promesso di non tornare in Italia, dove sua moglie e i suoi bimbi l'attendono, prima che tutti i locali siano terminati. Ha sessantatre anni.

Prima della partenza ho fatto l'inventario di ciò che manca ancora a questi pionieri della Resurrezione. Si tratta di una lunga lista sulla quale non mancano

né gli abiti per cambiarsi, l'aratro e neppure il bue da tiro e i cinquanta rosari che sono indispensabili al pro­gresso spirituale e materiale di questa impresa. Non vi sembra logico che io abbia dato a Madre Hadewych carta bianca affinché possa procurarsi tutto il necessario a spese nostre?

Venne allora una valanga di fatture che non pote­vamo pagare senza un aiuto straordinario. Perciò nel dicembre del 1968 scrissi ai miei benefattori: « Che ne pensate d'un dono speciale in occasione di Natale in favore delle Suore della Resurrezione, che vivono sem­pre nelle stalle a Miranga? Il Bambino che è nato in una stalla vi sarà riconoscente. E il vecchio asino We­renfried, che promette spesso piú di quello che ha, si sentirà meno solo accanto- alla mangiatoria, se voi non dimenticate il bue, che costa solo 63.000 lire e che egli vuole inviare a Madre Hadewych per Natale ».

Entro un mese ricevetti il denaro per acquistare una mandria di ben duemila buoi. Una maestra tedesca pensionata mi dette tutto il suo capitale risparmiato di 16.000.000 lire per l'ultimazione di Miranga. E una ragazza che mi mandò i soldi destinati alle sue vacanze mi scrisse una lettera con l'esordio: Caro asino renfried!

Questo povero asino che nel 1953 aveva fondato il sodalizio dei Soci Costruttori e nel 1956 l'Istituto secolare dei Fratelli Costruttori e che ha perso, con molte illusioni, ambedue queste fondazioni, era ferma­mente deciso a non cascarci di nuovo e a non fondare piú istituti religiosi. Ora che Iddio ha deciso diversa­mente egli attinge forza dalla considerazione che l'Isti­tuto delle suore della Resurrezione è nato dal sangue dei martiri congolesi e che viene sostenuto dalla carità di innumerevoli fedeli benefattori.

Ho fiducia nell'avvenire perché in questo Istituto ho incontrato gente di preghiera e di vita interiore che non si lascia sviare neppure dalle piú dure prove. Vi­vono forse in una notte spirituale. Vengono tormentati come Giobbe e a piú riprese hanno perduto tutto. Ma da Dio traggono la forza per ricominciare di nuovo ogni volta. Il loro spirito di totale dedizione è stato per me una lezione preziosa. Il loro senso dell'umorismo mi ha aiutato. Questo « humor » soprannaturale li preserva tan­to dall'autosopravvalutazione quanto dalla disperazione. Esso scaturisce dalla consapevolezza che il mondo è nelle mani di Dio e che non può venir loro torto un capello senza ch'Egli lo sappia.

In questo spirito ho osato per la terza volta in vita mia fondare una comunità religiosa, sapendo che l'avve­nire non dipende da noi ma da Dio onnipotente, di cui siamo gli inutili servitori.

 

Dietro la cortina di ferro

La cortina è rimasta

Quando Gesú mori sulla croce il sole si oscurò, la terra tremò e la cortina nel Tempio si lacerò in due parti.

Da allora molti sono stati crocifissi. Le potenze del­le tenebre e i potenti di questo mondo hanno congiu­rato innumerevoli volte contro Dio e il Suo Messia: Erode, Beria, Caifa, Hitler, Pilato, Stalin, Krusciof... Passato che fu il loro tempo, furono spazzati via come pula al vento. Ma dopo Pilato venne Nerone, dopo Cai­fa venne Alexis, dopo Krusciof venne Mao. Perciò torna sempre Venerdí Santo e mille volte la croce si erge sui patiboli, sulle camere a gas e sulle fosse comu­ni degli uccisi col colpo alla nuca. Il Venerdí Santo e la Croce sono rimasti ed anche la cortina è rimasta per occultare la sete di sangue degli assassini.

Non chiamateli Marescialli o Eccellenze se fanno visita al vostro paese col sorriso ed i guanti, perché i loro nascondono le grinfie dello strangolatore e dietro al loro sorriso essi tramano 1'eccidío di interi popoli. Le loro mani sono macchiate dal Sangue di Cristo. Chiamateli assassini! Fate rientrare in casa i vostri bam­bini e chiudete a chiave le vostre porte per tutto il tempo che si trattengono nella vostra città. Chiamateli assassini e non lasciatevi ingannare dalla cortina! Essi ne hanno fatto una cortina di ferro infrangibile e capace di contenere l'urto di qualsiasi ingiustizia. Non atten­dete, come i figli di Gersusalemme, finché la cortina si spezzi per piangere sulla morte del Giusto. La cortina non si spezzerà finché la misura della sofferenza non sarà piena.

Ma dietro alla cortina Giuda conta i suoi denari ed i testimoni mentono. Dietro alla cortina Gerusalem­me nel pianto fa risuonare le lamentazioni di Geremia. Là il duolo è grande quanto il mare. Là con bastoni e spade danno la caccia al bandito di Nazaret. Anche i piú fedeli provano ansia e paura come Pietro. Con Maria le madri piangono i loro figli incarcerati. I sacer­doti vengono abbeverati di fiele e di aceto. E con Gesú la Chiesa pende dalla croce e muore. E ancora rimane la cortina, tesa nel bel mezzo del Tempio di Dio e della Santa Chiesa perché ancora non si sono compiuti i giorni della prova.

Il Venerdí Santo perdura. Da Cristo attraverso Ste­fano, Giacomo, Pietro e Paolo, Clemente, Cosma e Da­miano, Ignazio di Alessandria e tutti i martiri fino al cardinale Stepinac (+ 1960) e i vescovi ucraini Chomy­syn (-}- Kiev 1945), Kocylowsky (+ 1947), Ronza (+ Mukavic 1947), Budka (+ Karaganda 1949), Hopko (arrestato e sparito senza lasciare tracce 1950), Lakota (+ Workuta 1950), Latysevskyj (-}- Siberia 1957), Werhun (+ Angarsk 1957), Czarneckyj (+ Siberia 1959), Gojdyc (+ Lemberg 1960) e gli innumerevoli altri che ancor oggi vengono torturati e crocifissi per il Regno dei cieli. Perché il Maestro in persona ha for­mulato la costituzione del cristianesimo, che il Cristo deve sopportare tutto questo per entrare nella Sua glo­ria. Questa legge si realizza ora nella Chiesa d'oltre cortina, nei nostri fratelli e sorelle che hanno dovuto dare a Gesti la loro anima, il loro corpo e il loro cuore perché Egli soffrendo e morendo nella loro umanità possa completare ciò che ancora manca alla Redenzione.

Il Venerdí Santo perdura e con esso l'angoscia, la derisione, le sevizie, l'umana cedevolezza, Nndescrivi­bile dolore, l'amara Via Crucis, la crocifissione e la morte infamante di nostro Signore Gesú Cristo. Ora non piú nel Suo proprio Corpo benedetto, ma in coloro che per la grazia partecipano alla Sua vita e sono Sue membra.

Anche la cortina perdura. E dietro ad essa Cristo di nuovo porta la croce al Golgota. Abbandonato da tutti, Egli viene sospinto al luogo dell'esecuzione. In­ finitamente stanco, Egli crolla sotto la pressione mate­riale e spirituale che su di lui viene esercitata. Essi hanno avvelenato la Sua ragione e la Sua volontà con arti diaboliche e droghe segrete. Lo hanno ridotto ad un folle che ripete meccanicamente ciò che gli è stato inculcato. Non è piú un uomo che inciampa, ma un verme che si trascina su per il Calvario. Non c'è un amico che lo assista: sono stati deportati in Siberia o nelle miniere di uranio... Adesso Lo si spoglia delle vesti. Adesso rintronano i colpi di martello per tutte le fibre del Suo Corpo martoriato. Adesso pende dalla croce. « Ho sete » - dice, e ancora: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ».

Il Venerdí Santo perdura, venerdí sanguinante della Chiesa che soffre. Ma allora perdura anche il compito assolto un tempo dall'angelo consolatore sul Monte de­gli Ulivi, dalle donne piangenti in Gerusalemme, dalla Veronica che deterse il Volto di Gesú, da Simone che Lo aiutò a portare la croce, dalla Madre Sua che Gli rimase accanto fino alla fine.

Proseguire questo compito di misericordia attraverso uno sguardo di intesa, un gesto di incoraggiamento, un tozzo di pane o un sorso ristoratore, attraverso olio e vino versati nelle brucianti ferite... proseguire questo alto compito di carità dietro la cortina di ferro è il nostro debito d'onore nei confronti della Chiesa perse­guitata che è Cristo.

 

Coesistenza pacifica?

I piú grandi ostacoli alla nostra azione per la Chiesa perseguitata non vengono posti dai comunisti ma da cat­tolici che ad ogni sorriso e ad ogni concessione tattica dei governanti rossi credono giunto il momento della fine della persecuzione. Essi sono intossicati dallo slo­gan della coesistenza pacifica. Dal giorno in cui l'astuto Krusciof lanciò questo slogan essi sottovalutano il pe­ricolo mortale del comunismo e flirtano con dubbi mo­vimenti per la pace, con concezioni progressiste e con lupi che penetrano nella Chiesa in veste di agnelli.

Non è da escludere, ci sembra, che questa cosiddetto progressismo derivi in parte da paura e da ricerca del comodo. Nella Chiesa si va sempre piú diffondendo un materialismo pratico che rifugge dal sacrificio. C'è una crescente carenza di combattività e soprattutto di quel coraggio che occorre per superare il proprio io e sob­barcarsi volontariamente le privazioni che questa svolta della storia esige. Molti fautori della coesistenza pacifica somigliano stranamente a certi cristiani-comunisti da sa­lotto, che tentano di salvare il proprio tenore di vita attraverso un accordo con i padroni di domani. Natu­ralmente devono far tacere la propria coscienza. Perciò si minimizza l'intrinseca malvagità del comunismo e le notizie sull'oppressione che esercita sulle coscienze ven­gono definite fanatiche e esagerate. Si tenta perciò, in nome della coesistenza e nell'interesse di una pace che non è pace, di ridurre anche la Chiesa del mondo libero ad una Chiesa del silenzio. Si cerca inoltre con molto zelo di propagare la teoria che il comunismo si è evoluto e trasformato.

Questa teoria è falsa. Non è affatto vero che i co­munisti convinti vogliano fare la pace con Dio e siano disposti a concedere libertà alla Chiesa. Quelli che affer­mano che la situazione della Chiesa perseguitata nei paesi retti dai comunisti è migliorata sono in errore. In Jugoslavia o nella Cecoslovacchia della prima­vera di Praga, dove la posizione della Chiesa è infatti temporaneamente migliorata, non si può o non si po­teva parlare di un autentico governo comunista. Per questo Mosca fa tutto quel che può per restaurare in quei paesi le condizioni di una volta. Nei paesi comu­nisti di osservanza russa nulla è cambiato. La libertà dell'insegnamento religioso è tutt'ora vincolata. Non so­no stati soppressi i controlli per appurare chi si reca in chiesa e le misure punitive nei confronti di cattolici praticanti. Non si è posto fine all'ingerenza del partito e del governo nella sfera della direzione e della giuri­sdizione prettamente ecclesiastiche. La formazione dei nuovi sacerdoti viene ridotta al minimo o totalmente ostacolata. Ai genitori è stato sottratto il diritto di educare i figli. Non, si sfugge alla coercizione dell'edu­cazione atea. Lo scandalo dei pastori-fantocci e dei pre­lati-quisling non accenna a' diminuire.

In questa persecuzione della Chiesa non si tratta dei litri di sangue che vengono versati, ma del sistema­tico strangolamento di tutti gli organi essenziali della Chiesa e della totale estirpazione di ogni forma di reli­gione. Ciò avviene cosí minuziosamente, cosí consape­volmente e con una logica cosí imperturbabile che a questa inaudita rivolta contro Dio si è ben -costretti ad attribuire una causa preter naturale. Facendo eco ad un padre conciliare dell'Europa Orientale, possiamo chia­mare il comunismo una ossessione diabolica collettiva.

Al Concilio erano presenti circa sessanta vescovi della Chiesa perseguitata. Non pochi di essi erano sotto­posti ad una pressione inumana. Ho visto vescovi star­

sene raggruppati come uccellini spauriti, timorosi di ogni scambio di parole e degli « accompagnatori » che il governo aveva loro assegnato come segretari. Le loro bocche rimasero chiuse ma il loro silenzio costituí un'ac­eusa schiacciante. Il nostro tacere equivarrebbe ad un tradimento. Ciò mi è stato confermato da molti. Mi hanno supplicato di continuare a predicare la passione della Chiesa perseguitata. Mi hanno assicurato che i loro fedeli disperati non capiscono perché non proclamiamo dai tetti la verità sul comunismo. Mi hanno implorato di avversare la pericolosa chimera di un compromesso col diavolo.

La tattica attuale dei persecutori è diretta a rispar­miare i pastori e a colpire il gregge. I cardinali Slipyi e Beran, il vescovo Schubert, Monsignor Menges e al­ cuni altri vennero messi in libertà e spediti in Occiden­te. Ma questi vescovi liberati non sono una prova della libertà della Chiesa. Fintanto che verrà loro impedito di ritornare nelle proprie diocesi e devono vivere in esilio, la loro libertà è un inganno comunista e la Chie­sa è vincolata quanto nel passato.

Indubbiamente è possibile che i comunisti abbiano delle ragioni per condurre una politica piú moderata nei confronti della Chiesa. Sarebbe irresponsabile esclu­dere questa possibilità. Ma altrettanto irresponsabile sa­rebbe dimenticare a cuor leggero cinquantadue anni di iniquità comunista per trattare con loro come con dei normali interlocutori. Dopo che tutti i negoziatori ec­clesiastici sono stati da essi ingannati dobbiamo giudi­care non le loro parole ma le loro azioni. E queste azioni mirano tuttora e in ugual misura ad un totale annientamento della Chiesa. Fintanto che ciò non cam­bierà in maniera palese, la Chiesa non potrà stringere un patto con Mosca senza perdere la fiducia degli op­pressi. E la fiducia degli oppressi è piú preziosa di un modus vivendi con gli oppressori. Ce lo insegna l'espe­rienza del secolo diciannovesimo.

Noi non siamo contrari ad un dialogo con Mosca se condotto da persone qualificate. Ma sarebbe falso da parte nostra preparare un tale colloquio mettendo

a tacere la persecuzione della Chiesa. Sarebbe come pugnalare alle spalle i nostri fratelli. Soltanto la verità ci renderà liberi.

Questa verità emerge fra l'altro dalla storia della Chiesa ortodossa nell'Unione Sovietica. E' la storia di una Chiesa che è stata successivamente colpita, ingan­nata, incarcerata, derisa e assoggettata al comunismo. Dopo che innumerevoli fedeli, sacerdoti e vescovi ebbero sigillato col sangue la loro fedeltà a Cristo venne tro­vato un debole disposto a fare delle concessioni. Egli fu il primo dei prelati che sono diventati servi dei comunisti. Onorò Stalin come la saggia Guida che Iddio stesso aveva posto alla testa del popolo russo. Ordinò collette per procurare aerei e carri armati all'Armata Rossa. Tacque sulla persecuzione. Mentre i lupi comu­nisti dilaniavano le sue stesse pecore li aiutò a ster­minare la Chiesa unita ucraina. E mentre i popoli slavi dell'Europa orientale gemevano sotto il terrore sovietico egli scrisse in una lettera pastorale: a Il Vaticano è il centro del fascismo e de11a congiura internazionale con­tro i popoli slavi. Esso è uno degli istigatori di due guerre imperialistiche e svolge ora un ruolo attivo nel­l'intento di scatenare una nuova guerra contro la demo­crazia mondiale N.

Ulteriori sue espressioni possono farci presumere che il patriarca Alessio, che fu del resto esplicitamente condannato da Pio XII, ha scritto queste accuse diffa­matorie non per malvagità ma per debolezza. Tuttavia nei rapporti con lui e con i suoi collaboratori è richie­sta la piú grande prudenza. Questi complici del comu­nismo hanno reso la Chiesa russa piú soggetta allo Stato di quanto mai lo fosse stata al tempo degli Zar. E un errore considerarli i capi indiscussi dell'ortodossia. La vera Chiesa ortodossa, rimasta fedele a Cristo, non li riconosce. Essa rifugge da ogni compromesso con l'atei­smo. Essa soffre della violenza nelle terre di deporta­zione in Siberia. I suoi sacerdoti sono incarcerati, de­gradati al rango di operai-ausiliari o vivono come no­madi di Dio. Invece di decorazioni comuniste essa porta l'ingiuria e l'onta dell'Uomo dei Dolori. Essa si è riti­rata in santa illegalità. Benché nell'Unione Sovietica in questi ultimi anni siano state ancora chiuse migliaia di chiese e quasi tutti i seminari, essa continua a vivere, santa e spiritualizzata, nelle catacombe. Piú che i pre­lati venduti a Mosca che si spacciano quali portavoce ufficiali dell'ortodossia, essi hanno diritto al nostro inte­ressamento e alla nostra simpatia.

Noi non siamo antiecumenici. Il nostro lavoro ecu­menico consiste nel fraterno aiuto che da molti anni accordiamo agli ortodossi perseguitati e nella nostra pre­ghiera per gli ortodossi collaborazionisti affinché Iddio possa guarirli della loro cecità.

La confusione spirituale è grande. Mentre si parla di una riunificazione delle Chiese la nostra unità interna è minacciata. La Chiesa cattolica è lacerata. La crisi dottrinale e discipliríare è cosí grande che molti vescovi non sono piú padroni della situazione. Riformatori fret­tolosi condannano già la Chiesa pre-giovannea. E' cosí che un pontefice, morto per la pace e per l'unità, viene annesso da un gruppo e si abusa del suo nome come termine di dissenso. Questo dissenso viene attizzato da Mosca. Per questo la Pravda scrisse nel 1963: « Ci sono oggi soltanto due grandi uomini di Stato, Krusciof che ha attuato la destalinizzazione e Papa Giovanni che ha attuato la depacellizzazione ». Molti cattolici hanno tran­gugiato questo veleno. Opponendo Giovanni a Pio op­pongono Cristo a Cristo invece di porre Cristo di fronte ad un mondo con il quale Egli non ha mai voluto riconciliarsi.

E' cosí che la bontà di Papa Giovanni viene falsa­mente interpretata. Cosí si distilla dalla « Pacem in terris » la teoria che la collabobrazione con il comunismo sarebbe opportuna anche se ciò non può essere de­sunto né dalla lettera né dallo spirito di questa enci­clica.

Ci rimproverano di chiamare il comunismo un sistema diabolico. Lo facciamo perché questa ideologia è ispirata dall'odio contro Dio ed è malvagia fin nel profondo del suo nocciolo. Noi crediamo all'esistenza del diavolo. Egli è l'infaticabile insidiatore della Chiesa. Lo stesso Satana che una volta è entrato in Giuda può anche adesso assoggettarsi uomini, organizzazioni e mo­vimenti mondiali per continuare .la sua inconciliabile lotta contro Dio. Nel comunismo non è forse ricono­ l'orgogliosa pretesa di Lucifero che senza Dio voleva fondare un paradiso in terra? E questo sistema non ha forse mentito a sufficienza tanto da giustificare il nostro timore ch'esso sia posseduto dal Mendace per eccellenza? E i suoi spaventosi successi non devono for­se essere attribuiti ad una mente satanica?

Noi non siamo fautori di una crociata contro il comunismo. Cristo amava la pace. Egli mangiava con i peccatori e non si è sottratto al bacio di Giuda. Perciò Papa Giovanni ritenne non cristiano rifiutare la stretta di mano di un comunista. I comunisti, anche se sono servi di Satana, hanno diritto a che noi rispondiamo al male col bene. Se ci colpiscono su una guancia possono attendersi, in virtú del vangelo, che noi porgiamo loro l'altra. Noi siamo loro debitori di una risposta cristiana perché solo attraverso la testimonianza di un cristiane­simo genuino essi potranno ritrovare quel Dio che han­no perduto.

E' tragico che essi stessi rendano impossibile que­sta testimonianza. Dove essi dominano, muore la Chiesa. Nel loro impero non è consentito predicare Cristo ai giovani. Essi distruggono le famiglie; nelle loro repub­bliche popolari costringono le madri a lavorare come uomini e ad affidare i loro figli agli « Istituti Sociali » dove imparano a odiare Dio. « Sarebbe meglio che non fossero nati » scrive una madre nell'Europa orientale parlando dei suoi quattro figli che crescono nelle scuole­internato comuniste. Essi condannano al silenzio i ve­scovi e i sacerdoti dimessi dalle carceri, sicché la loro libertà altro non è che un inganno. Essi ostacolano il sacro comando di Cristo di istruire tutti i popoli e di insegnare loro ad osservare quanto Egli ha comandato. Hanno in tal modo persino spento la luce di Dio e soffocato la Sua voce tanto che secondo la terribile pa­rola di Isaia corriamo i1_ rischio « di non vedere con gli occhi, di non sentire con le orecchie e di non intendere con il cuore perché non si convertano e Dio non li salvi... »

Questo deve riempirci di preoccupazione. Anche i comunisti appartengono a Dio e la Luce che viene nel mondo vuole risplendere anche nelle loro tenebre. Que­sto potrà accadere soltanto se noi stessi richiameremo alla vita l'autentico cristianesimo che, al di là della cor­tina di ferro, essi hanno condannato a morte. Ad ogni incontro esso deve risplendere e riscaldarli. Turisti e uomini di affari devono portarlo in Oriente.

Dappertutto, nell'Oriente, intellettuali e artisti sono affascinati dall'ideale della libertà. Una rivolta spirituale contro il comunismo dilaga e non potrà essere soffocata.

Si va delineando la possibilità che Dio non abbia biso­gno di una guerra per una distruzione apocalittica di questo sistema. E' forse conforme ai Suoi piani che questa onta cada da sé. Che la natura riprenda i suoi diritti. Che gli artefici dell'impero rosso comprendano quanto il loro paradiso sia un inferno, nel quale essi stessi vengono tormentati dalla paura, dalla disperazione, dalla diffidenza, dal terrore e dall'odio. Che essi stessi maledicano e annientino l'opera delle proprie mani. Que­sto processo è già cominciato. La rivolta dei giovani comunisti che hanno smascherato l'inganno del comu­nismo è già in marcia.

Siccome in un regime ateo Dio non ha diritto alla parola ed è quindi bandito dalla coscienza di molti, questa ribellione viene sostenuta non tanto da idee reli­giose quanto da idee umanistiche. Ciononostante, in va­sti strati della popolazione regna una spontanea fiducia nella Chiesa cattolica, che piú coraggiosamente ha resi­stito all'oppressione. Una collaborazione dell'ultim'ora con i comunisti farebbe crollare questa fiducia.

L'avvenire della Chiesa non è sicuro con i collabo­razionisti. I pastori deboli e i preti della pace che per qualsiasi motivo si sono posti al servizio dell'oppressore, mietono soltanto odio e disprezzo. Tutta la fiducia degli oppressi va a questi uomini inflessibili che, pur amando i peccatori, hanno denunciato impavidi il peccato del comunismo e che di conseguenza rifiutano di tradire i poveri per acquisire un passeggero vantaggio.

Si rimprovera alla Chiesa del diciannovesimo secolo di essersi troppo identificata con la classe dominante e di aver fatto sue troppo tardi le giuste esigenze del proletariato sfruttato. Per questo essa ha perduto la fiducia dei poveri. Oggi però, al di là della cortina di ferro, la Chiesa ha saputo riconquistarsela per aver in­flessibilmente rifiutato di riconciliarsi con un sistema che, tanto quanto il capitalismo, calpesta i diritti dell'uomo.

E' chiaro che la simpatia crescente verso Roma di­sturbi la campagna antireligiosa dei comunisti. Essi de­vono prendere delle misure. Dato che non ritengono opportuno creare dei martiri, mandano in Occidente i fastidiosi simboli della resistenza ecclesiastica. E' tutto a loro vantaggio che Mindszenty, Beran o Slipyi abban­donino le repubbliche popolari. Per la propaganda que­sta è una possibilità per presentarli come traditori e di sfruttare contro la Chiesa il senso di solitudine dei fedeli resi orfani. Inoltre, umanizzando le misure anti­religiose, vogliono destare l'impressione che queste mi­sure sono state abrogate. Questo è inganno. I vescovi liberati, pur stando meglio da un punto di vista umano, non sono dei vescovi liberi. Per la Chiesa, il fatto che ad un vescovo venga impedito di governare la sua dio­cesi dalle mura di un carcere, dal cancello di un giar­dino o dall'esilio a Roma, non costituisce differenza alcuna.

Non dobbiamo lasciarci trarre in inganno. Tutte le concessioni apparenti e tutte le leggende a proposito di una piú blanda politica del comunismo nei confronti della Chiesa, non sono in effetti altro che dei mezzi

raffinati per infrangere la sua resistenza, indurla ad una lenta capitolazione, carpirle la fiducia dei poveri e ri­stabilire l'autorità dei dirigenti comunisti.

In verità la situazione della Chiesa perseguitata non fa che peggiorare. Con angoscia e dolore dobbiamo con­statare che gli oppressori comunisti riescono, con successo sempre maggiore, a trasformare in un deserto l'ul­timo resto del paradiso terrestre nel quale il Signore poteva ancora muoversi indisturbato. Poiché non riesco­no mai a far sí che persone spiritualmente mature ed equilibrate rimangano a lungo convinte di questa tiran­nia, essi intraprendono un gigantesco sforzo per corrom­pere con la violenza e con l'astuzia milioni di bambini indifesi e sfruttarli al servizio del sistema.

Dio è l'amico di questi piccoli. La commozione che ci può assalire quando nei loro occhi scorgiamo un riflesso del paradiso perduto è ben poca cosa al con­fronto di ciò che il Signore prova quando vede rispec­chiarsi nelle loro anime innocenti la purezza del Suo proprio Essere. Essi sono freschi come germe di prima­vera e puri come la rugiada del mattino. In loro Egli si compiace.

Per questo Egli non vuole che si proibisca ai bam­bini, ai quali appartiene il Regno dei Cieli, di venire da Lui. La piú forte manifestazione di affetto che ci è stata tramandata sul Maestro si riferisce al bimbo sco­nosciuto che Egli « strinse fra le braccia » (Marco, 9, 36). Egli lo amava a tal punto che si identificò con lui nella commovente affermazione: « Chi accoglierà un fanciullo come questo in nome mio, accoglie me ». Per i bambini il Signore ci prescrive dunque lo stesso ri­spetto, la stessa cura e il medesimo amore al quale siamo tenuti nei Suoi confronti. Come Sua proprietà inalienabile, Egli vuole preservarli da ogni male e garantire Egli stesso che nessun male possa loro accadere. E prevedendo quello che corruttori senza coscienza avrebbero fatto ai Suoi protetti, Egli lanciò al mondo la tremenda parola: « Se qualcuno scandalizza uno di questi piccoli che credono in me, meglio sarebbe per lui che gli fosse appesa al collo una macina da mulino e che venisse sommerso nel fondo del mare ». I fatti giustificano il timore che questa maledizione possa rife­rirsi agli ideologi del comunismo i quali, con diabolica scaltrezza, allontanano da Dio milioni di bambini inno­centi e li aizzano contro di Lui.

E' tempo che si smetta di minimizzare il pericolo comunista. Il sistema educativo dei sovietici, arrogante dichiarazione di guerra all'Onnipotente, accettato e mes­so in atto da tutto il mondo comunista, dovrebbe aprir­ci gli occhi. Mentre si fanno sogni di pace e di ricon­ciliazione con coloro che si sollevano contro Dio, il demonio si adopera febbrilmente alla distruzione del Suo Regno, nei cuori dei piccoli. Il Signore ci maledirà se con il nostro silenzio ci faremo complici li questo de­litto. Infatti, Egli non può ammettere una coesistenza pacifica nella quale l'intera gioventú gli viene abusiva­mente sottratta.

La Chiesa può rinunciare ai beni temporali. Per evitare mali maggiori può tollerare in silenzio la vio­lazione dei suoi diritti terreni. Consapevole delle colpe e dei peccati dei suoi figli, essa può umiliarsi dinnanzi ai despoti le cui mani sono lorde del sangue di milioni di esseri: in loro riconosce il flagello del Dio adirato e si piega piangendo sotto la sua mano punitrice. Ma essa non può mai barattare gli inviolabili diritti del­l'eterno Iddio ad un tavolo di diplomatici. Mai può acconsentire a fare soltanto ciò che si degnano di per­metterle quelli che si sono ammutinati a Dio. La Chiesa ha infatti una propria dinamica divina, che il Signore stesso le ha dettato nell'ineluttabile esigenza che l'uomo Lo serva con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima e con tutte le sue forze.

Questa esigenza la Chiesa deve trasmetterla ad ogni essere umano, educando ogni generazione ad assolverla. A questo dovere essa non può venire meno in nome di una falsa pace. La Chiesa rimane Madre e Maestra dei figli di Dio che genera, non per il mondo, la cui figura passa, ma per l'eternità in cui Dio stesso asciu­gherà ogni lacrima e farà giustizia di ogni scandalo. Questo Dio immortale la aiuta a perseverare in una lotta dalla quale essa non può esimersi.

 

Croci sulle quali muoiono i nostri fratelli

Durante il tempo di passione nelle chiese si velano le croci ma dappertutto, nel vasto mondo, le croci ser­vono ancora a torturare e ad uccidere. Croci sulle quali muoiono i nostri fratelli. E in quei fratelli muore Cristo. Uno di questi fratelli è il cardinale Wyszynski. Egli non è in prigione, non è in ceppi, ma è spiritualmente crocifisso. Egli soffre della responsabilità di aver dovuto dire « no » al governo polacco, dando così il via a nuo­ve difficoltà. Egli conosce il rischio assunto. Egli sa quali fra i suoi sacerdoti si faranno forse deboli e vili. Egli può valutare la percentuale degli apostati. La sua mente è tormentata dal timore di ciò che può acca­dere, dal dubbio se dopotutto non sarebbe stato meglio fare una concessione, dal dolore nel quale tanti verranno immersi.

Gesú è risorto, ma nel giorno di Venerdí Santo l'orda dei Suoi nemici si recherà dal solitario cardinale di Varsavia. « Chi cercate voi » egli chiederà allora. « Gesú di Nazareth » gli risponderanno. « Sono io ». Sí, è lui, il cardinale dal volto di diplomatico. Alcuni anni fa, diplomatico sul filo del rasoio nella sua partita a fiato sospeso giocata con Gomulka. Ora, il solitario Wyszynski in cui Cristo soffre su di una croce a Var­savia.

E il cardinale Mindszenty. Sento ancora le sue mani fra le mie, in quel dí d'Ognissanti, a Budapest, quando mi trovai con lui tre ore dopo la sua liberazione. Quat­tro giorni dopo, come selvaggina braccata, dovette cer­care scampo nell'ambasciata americana da dove, da anni, deve assistere all'agonia della Chiesa ungherese.

Quest'uomo inflessibile che prima della guerra ve­niva chiamato il prelato rosso a causa delle sue idee sociali avanzate e che adesso viene insultato quale ve­scovo reazionario e barocco dai comunisti e dai catto­lici progressisti, questo cardinale incompreso, oltraggia­to, calunniato, è crocifisso a causa di Gesti Cristo. La sua croce è ben levigata e il suo carcere provvisto di comodità, ma egli è esautorato. Malgrado il suo impe­tuoso temperamento, non può difendersi, nulla può fare per lenire l'incommensurabile sofferenza del. suo popolo. E' sottoposto a censura tanto che le lettere che riceve per corriere diplomatico vengono rinviate quando contengono informazioni sulla persecuzione reli­giosa. La sua croce si erge nell'ambasciata americana a Budapest.

Un'altra croce viene portata dal dottor Hieronvmus Menges. Dopo che l'amministratore apostolico di Bu­carest, Mons. Schubert, era stato condannato a cinquan­t'anni di carcere, egli ne divenne il successore. Ben presto il governo romeno gli intimò di staccarsi da Roma. Quando si rifiutò, venne accusato di spionaggio. Nel cuore della notte lo prelevarono dal letto, lo am­manettarono e lo gettarono in prigione. Per costringerlo a firmare una falsa confessione, ogni notte lo facevano uscire tre o quattro volte dalla cella e lo picchiavano. Un uomo, ch'egli non aveva mai visto in vita sua, te­stimoniò che per suo incarico aveva ripetutamente im­postato lettere indirizzate al papa. In seguito lo rin­chiusero in una cella dove doveva camminare in su in giú giorno e notte. Ogni qualvolta si riposava entrava un secondino che lo picchiava in volto finché non gli rimase un solo dente. Dopo un giorno e mezzo crollò al suolo esausto. Per giorni giacque malato sul tavolac­cio. Soffriva di sinusite e non aveva un fazzoletto. Gli tolsero anche la carta di giornali della quale si serviva allo scopo. Cosí ha sofferto per anni in ventiquattro prigioni. Il 1° agosto 1964 dovette togliersi la sua di­visa a striscie da carcerato e raggiungere nudo, attra­verso il cortile interno, un altro edificio. Là c'era un mucchio di stracci fra i quali poté scegliersi alcuni in­dumenti. Con un paio di pantaloni troppo larghi, un giubbotto sbiadito, senza camicia né biancheria fu ri­messo in libertà. Povero e malato, visse ancora dicias­sette mesi in Romania. Poi, come suddito della repub­blica popolare tedesca, venne spedito in occidente. Ma in Germania ha portato con sé la croce dei suoi amari ricordi e dell'impossibilità di porgere aiuto.

Una croce che viene portata da innumerevoli è la pressione psichica della persecuzione. La paura e la diffi­denza sono come una malattia contagiosa che colpisce tutti. Alcuni perdono la ragione. E' successo ripetuta­mente che dei sacerdoti si siano suicidati.

Alcuni anni fa in Cecoslovacchia un sacerdote inter­ruppe la Santa Messa poco prima della consacrazione, si sedette sui gradini dell'altare e, piangendo, cominciò a strappare le pagine del messale. L'operaio metallurgico che è il suo vescovo, afferma che egli è crollato sotto il peso del conflitto di coscienza della Chiesa persegui­tata: o amministrare i sacramenti a scapito dalla verità, o predicare il vangelo a scapito dei sacramenti. Poiché chi predica la verità viene eliminato come sacerdote e chi vuole continuare ad amministrare i sacramenti deve rinunciare a predicare la verità.

In questo modo un sacerdote dopo l'altro viene condannato al carcere o ad un'esistenza senza influenza alcuna in una specie di riserva per cristiani vecchi e in via di estinzione. Può scegliere fra il campo di lavoro e il museo, ma non deve avere alcun contatto con la gioventú. Cosí egli diviene un uomo senza avvenire, un soldato in una posizione perduta. Ormai non gli resta che morire o capitolare. Molti, in questa notte dello spirito, alla quale pare che piú non debba succedere l'alba, perdono il coraggio e il senno. Quanti nostri fratelli sono già morti su questa croce?

Forse anche Joan Tautu è morto. Era un sacerdote romeno di rito greco-cattolico, sposato con un'insegnante a nome Silvia. Si volevano molto bene ed erano felici al servizio del Signore e nell'intimità del loro focolare. Ma la loro felicità si estinse alla fine del 1947, dopo tre anni e mezzo di matrimonio, quando Tautu venne arrestato a causa della sua fede e condannato a dieci anni di reclusione.

In una fredda notte di novembre egli fu costretto ad abbandonare la sua parrocchia, Silvia e Anina, la sua figlioletta di due anni. Per ben dieci anni non rice­vette notizia alcuna né dal suo vescovo che era stato assassinato, né dai due esseri che amava. Ma sopportò con perseveranza le umiliazioni, le torture e le priva­zioni, fiducioso che un giorno avrebbe rivisto Silvia e Anina. Per dieci anni non poté parlare di Dio. Per dieci anni parlava ai suoi compagni di pena solo di sua figlia e dell'ultimo compleanno di Silvia. In quel giorno le aveva donato il libro « La tunica del Signore ». Questo l'aveva resa cosí felice che i suoi occhi scintil­lavano come egli non aveva mai visto in nessuno. La presenza di Dio nel suo cuore e la luce di quegli occhi l'avevano accompagnato per dieci anni nelle miniere di piombo di Baia Sprie.

E venne per lui il giorno della liberazione. Era la vigilia di Natale del 1957. Joan uscí di carcere e se ne andò con un fagottello sotto il braccio, gli stracci che ormai portava da dieci anni e gli scarponi nei quali penetravano acqua e neve. Fece una visita in una chiesa sbrecciata per ringraziare il Signore che l'aveva aiutato a sopravvivere e che gli permetteva di riabbraccíare ben presto Silvia ed Anina. Per lui il tempo s'era arrestato nel 1947. Era vissuto con la convinzione che i suoi cari fossero rimasti gli stessi di allora, come quando li aveva lasciati, che il tempo non li avesse segnati, che gli occhi di Silvia avessero conservato la stessa luce di quell'ultimo giorno di festa. Sulla via del ritorno aveva l'impressione che il treno avanzasse a stento.

Nella tarda serata arrivò nella piccola città natale. Pensava anzitutto di cambiarsi l'abito e poi di andare alla Messa di mezzanotte con Silvia ed Anina. Fece un gran giro perché i suoi vecchi parrocchiani non lo ve­dessero cosí malridotto. Ecco la sua casa! L'emozione gli stringeva la gola quando gettò uno sguardo furtivo attraverso la finestra, nella cucina illuminata. Ma ciò che vide non erano i suoi mobili, non c'era nulla che gli fosse familiare. Accanto alla stufa, seduta su una cassa di legno, c'era una donna immobile, la testa fra le mani e i gomiti sulle ginocchia. Certamente la casa era stata espropriata e Silvia se n'era andata.

Joan Tautu bussò alla finestra per chiedere dove fosse Silvia. Una vecchia si alzò lentamente dalla cassa; era curva, i capelli bianchi e il viso raggrinzito. Lenta­mente aprí la porta. Joan s'affrettò a chiedere notizie di Silvia e lasciò intendere che era il vecchio proprie­tario della casa. La donna lo fece entrare, l'osservò attentamente e gli passò le mani callose sul viso quasi a rassicurarsi che non fosse un fantasma: « Tu, Joan, tu vivi, sei proprio tu? ». La luce dei suoi occhi era scomparsa e il lungo sogno di Joan svaniva. Ritrovava una Silvia distrutta dalla sofferenza. Nell'unica stanza che il governo le aveva lasciato, non c'era niente da mangiare e neppure la minima atmosfera di festa. Joan trovò solo la disperazione e la miseria di Baia Sprie.

Silvia andò a chiedere qualche cosa da mangiare ai vicini. Mangiarono in silenzio. Poi la donna raccontò che dopo il suo arresto era stata licenziata dal suo in­carico, che ora viveva facendo il bucato ai nuovi signori del paese e che nel 1947 aveva portato Anina nel lon­tano villaggio dei suoi genitori. In dieci anni aveva vi­sto la sua bambina solo due volte! Per Joan fu la festa di Natale piú buia della sua vita. In prigione c'era al­meno la speranza, ma ora la realtà l'aveva distrutta.

Due giorni dopo Natale andò al bosco per lavorare da taglialegna. Era il lavoro che gli era stato assegnato. Viveva di lardo e di pane e lavorava con tutte le sue forze dal mattino alla sera. Voleva gudagnare un po' piú del salario normale, per ricominciare una nuova vita ed avere Anina a casa sua. Lavorò per tre mesi com­perando ogni tanto qualche cosa per la casa o un abito per Silvia. Ma una notte era ritornato cosí stremato dal lavoro che non si svegliò neppure quando Silvia do­vette aprire la porta alla polizia segreta che veniva a riprenderlo. Il procuratore aveva fatto ricorso contro il suo rilascio ed aveva ottenuto per lui cinque anni di prigione supplementare.

Joan Tautu dovette lasciare di nuovo Silvia. Senza aver potuto celebrare una volta sola la liturgia e senza aver rivisto Affina, approdò di nuovo, moralmente e fisicamente distrutto, nella prigione di Jilava, un carcere sotterraneo dove la luce del sole non penetra mai. Nel 1961 ho saputo che soffriva di tubercolosi polmonare ed ossea. Se mai egli è stato liberato certamente non ha potuto piú fare il boscaiolo per salvare Silvia ed Anina. Forse è già morto sotto la sua croce insoppor­tabilmente pesante.

Ad Hong-Kong si erge la croce del vescovo Bian­chi. Abbiamo mangiato e bevuto insieme. Egli non parla del suo passato. Sembra un vescovo qualunque. Ma Hong-Kong non è che una piccola parte della sua dio­cesi. Il resto si trova nella Cina rossa. Là è stato pri­gioniero per anni. Là è stato torturato, picchiato e umi­liato. In ultimo ne avevano fatto uno coolie. Poi, a bastonate, l'hanno buttato fuori dal paese. Alla doman­da della polizia di frontiera britannica disse di essere il vescovo di Hong-Kong. Avrebbe anche potuto dire d'essere l'imperatore della Cina. La polizia lo trattenne alla frontiera, pensando d'avere a che fare con un pazzo. Venne rilasciato soltanto quando un sacerdote da lui consacrato cadde in ginocchio ai suoi piedi, riconoscendo in quel povero schiavo il suo vescovo.

Il vescovo Bianchi è un vescovo come tanti altri. Ma che cosa avviene nel suo cuore quando ad ogni convoglio di profughi gli giungono nuove infauste noti­zie sulla sua diocesi, i suoi sacerdoti, le sue suore, i suoi fedeli? Ad Hong-Kong c'è una croce sulla quale egli muore lentamente.

Questa è la via crucis di un convento di suore in Lettonia. Erano in trentadue, che si prodigavano per gli ammalati della città e dei paesi vicini. Ed erano amate in tutta la contrada a causa della loro dedizione e del loro altruismo. Quando nel 1939 i russi occupa­rono la Lettonia una ondata di terrore sommerse il paese. Le suore vennero espulse dal convento e costret­te a lasciare l'ospedale. Tutte fuggirono in Polonia tran­ne suor Laetitia e suor Teresita. Vestite da contadine si confusero fra la popolazione di un vicino villaggio e vennero di tanto in tanto in città per vedere ciò che avveniva del convento e dell'ospedale. Dalla finestra, crocifissi, libri e oggetti sacri vennero gettati in istrada e trasportati con dei camion al deposito delle immon­dizie per essere bruciati. L'ospedale venne requisito per i militari. Passarono sei mesi e i russi scoprirono che le due contadine, che di tanto in tanto venivano in città, erano due suore dell'ex-convento. Vennero arresta­te e fucilate contro il muro dell'ospedale.

Nel 1941 la Lettonia venne conquistata dai tedeschi. Ma non fu una vera liberazione. Le suore poterono ri­tornare dalla Polonia, ma le difficoltà rimasero grandi. Di trentadue suore, solo diciannove erano sopravvissute. Il convento era gravemente danneggiato. L'ospedale ri­mase ai militari. Dopo un anno le suore poterono pren­dere alloggio in un'ala del convento restaurata con gran­di sacrifici.

Nel 1944 i tedeschi si ritirarono. I russi rioccupa­rono il paese. Di nuovo convogli di lavoratori forzati partirono per la Siberia. Il terrore fu piú sanguinoso di quattro anni prima. La popolazione venne decimata. Le suore vennero nuovamente cacciate. Cinque di esse vennero uccise o morirono, strada facendo, di stenti.

Tre anni dopo le suore chiesero il permesso di ri­tornare. Nel frattempo l'ospedale era diventato proprietà dello Stato. Le suore furono autorizzate a tornare in qualità di donne di fatica e abitarono le rovine del loro convento. Nulla poteva essere riparato o rinnovato. Con cartone, assi e pezzi di vetro cercarono di porsi al riparo dai venti ma tutto rimase troppo caldo, troppo freddo e troppo bagnato.

Da piú di vent'anni le suore vivono ora sotto il regime comunista. Nove di esse sono morte. Le cinque sopravvissute fanno ancora ogni giorno il loro lavoro all'ospedale. Vengono pagate. Le tasse sono però così alte che riescono a malapena a vivere con il loro sti­pendio. Non possono portare l'abito religioso. Fanno il loro lavoro vestite di stracci. Portano la loro croce per consolare gli altri con la loro presenza.

Pesante è pure la croce che devono portare molte famiglie cristiane. Un esempio è quello della famiglia Nagy. E' composta di padre, madre e quattro figli, il maggiore dei quali ha diciassette anni. Avevano abitato Budapest e senza troppi danni erano sopravvissuti alla guerra e alla rivolta del 1956. Si rassegnavano alla loro sorte, non erano membri del partito e si recavano in chiesa ogni domenica. Talvolta erano stati minacciati di « misure » ma tutto era sempre andato per il meglio.

Alcuni anni or sono, la domenica di Pasqua tutti i giovani che frequentavano le scuole dovettero prendere parte ad un convegno organizzato dal partito. E' questo il metodo adottato dalle autorità per introdurre le fe­stività comuniste e per tenere la gioventú fuori dalla chiesa. I figli della famiglia Nagy giunsero in ritardo o trascurarono di recarsi al raduno, essendo andati a messa con i genitori. Convocato per giustificarsi, papà Nagy rivendicò il diritto di educare a proprio modo i suoi figli. Ciò bastò a segnare il destino della famiglia.

Quest'uomo, da anni contabile presso una fabbrica di macchinari, venne convocato dal commissario politi­co dal quale aveva già ricevuto ripetuti avvertimenti e minaccie. Gli fu detto ch'egli non era degno di cogliere i frutti della comunità socialista. E fu licenziato, reo di impartire ai propri figli un'educazione ostile allo Sta­to. Considerate le ragioni del suo licenziamento gli fu impossibile trovare altro lavoro nel suo ramo. Per una impresa di Stato egli non era idoneo. Piccole imprese, non ancora socializzate, avevano assunto tanto di quel personale in identiche condizioni da trovarsi nell'impos­sibilità di procurargli un lavoro. Altri ancora avevano paura di impiegare un uomo come lui. Fu cosí che pa­pà Nagy si ritrovò in mezzo alla strada senza inden­nità di disoccupazione, tanto che si vide costretto a vendere mobili e indumenti pur di sfamare la famiglia. Dopo tre settimane, stremato si è presentato come vo­lontario per un Campo di Lavoro della Repubblica Po­polare Ungherese. Entro due giorni tutto fu regolato. La famiglia partí per l'Oriente. Il poco che possedevano lo portarono con sé o lo affidarono a dei congiunti.

Il campo, abitato da circa duemila persone, è co­stituito da un certo numero di baracche in calcestruzzo. In una di queste baracche la famiglia Nagy si vide assegnare uno spazio di quattro metri per cinque. Il vitto viene distribuito tre volte al giorno dalla cucina centrale. Si lavora dalle otto alle dieci ore al giorno, sei giorni alla settimana. Gli uomini vengono addetti ai lavori di disboscamento, disterramento o in qualità di taglialegna. Questo vale nel caso di papà Nagy e del maggiore dei suoi figli. La madre lavora presso la lavanderia. I genitori non hanno il tempo di occuparsi dell'educazione dei tre piccoletti. Nella scuola e nei ranghi dell'associazione giovanile questi verranno for­mati da comunisti convinti. Ogni bambino indossa l'uni­forme della scuola. Dopo la dura giornata lavorativa i a volontari » che non frequentano la scuola assistono a conferenze aventi per tema tutto ciò che il comu­nismo ha da offrire. Giorno per giorno, i principi co­munisti vengono- ìnculcati nei loro cervelli, anche se sono troppo stanchi per riflettere.

Il trattamento è buono e il vitto è discreto. Mancano soltanto il caffè e la cioccolata e c'è scarsità di medi­cinali, di indumenti invernali e di coperte. Invece del denaro si riceve tutto in natura. In tal modo si propaga l'ideale della vita in comune e del lavoro elevato a supremo valore. In caso di malattia - se non si tratta di una infermità grave - la distribuzione dei beni in natura viene sistematicamente limitata.

Il campo non è una prigione e si può uscire libe­ramente. Il villaggio piú vicino dista piú di dieci chilo­metri e non ci sono collegamenti ad eccezione degli auto­carri, che non circolano di domenica. La gente è troppo stanca per fare venti chilometri a piedi. Ad un'ora de­terminata devono essere tutti presenti.

Per lo piú la storia di questi « volontari » è simile a quella vissuta dalla famiglia Nagy. Ma ci sono nel campo anche sacerdoti e suore che dopo la loro scar­cerazione non hanno ricevuto un permesso di residenza. Non sapendo piú a che santo votarsi e per non morire di fame, pur di non ritornare in carcere, si sono arruo­lati come volontari per i Campi di Lavoro. A mezzo di una speciale rieducazione il governo spera di conver­tirli al comunismo. Alcuni preti della pace si sono as­sunti questo compito.

Trascorsi due anni, si può lasciare il campo. Se non ci sono recriminazioni si riceve un certificato di licenziamento, con il quale si trova sempre un lavoro e sovente un alloggio. Alcuni se ne vanno senza certi­ficato e ritornano per lo piú entro una settimana. Ci sono famiglie che da piú di sei anni dimorano in uno di questi campi di ricostruzione. Con queste persone si possono mantenere normali contatti. Scrivono e possono ricevere lettere e pacchi. Ricevono visite dai loro fami­gliari. Le organizzazioni giovanili comuniste organizzano gite aventi come mèta questi campi. Qui infatti non abitano prigionieri ma volontari, gli operai volontari socialisti dei Campi di Ricostruzione della Repubblica

Popolare! Lo Stato è fiero di essi. E dopo il periodo trascorso nei campi - sempre se muniti del certificato di licenziamento - essi vengono trattati premurosamen­te e con tutti i riguardi dalle autorità. Questa è la croce della persecuzione religiosa moderna in Ungheria.

E che pensare del vescovo Ciú-Mang, morto recen­temente in Cina? Era uno dei migliori. Alcuni anni fa fece sapere che stavano tentando di ipnotizzarlo. Nella sua ultima lettera scriveva: « Vi imploro, pregate per la Chiesa in Cina. L'avvenire è molto preoccupante. Vogliono strappare la fede dal cuore dei fedeli e se­pararli dal papa ». Dieci mesi dopo, illegalmente, egli consacrava come vescovo un sacerdote comunista. Che cosa avrà sofferto in quell'oscura notte quando perse la padronanza della propria volontà? C'era anche lí una croce sulla quale doveva morire uno dei nostri fratelli.

Un'altra croce viene portata in Lituania. Là vive un cappuccino che per molti anni è stato ai lavori for­zati in Siberia. Seguendo l'esempio di San Francesco, il fondatore del suo ordine, egli pulisce e restaura le chiese abbandonate. Poi, di notte, vi si raccoglie, in preghiera, per celebrare la messa in assoluta solitudine. E' per questa ragione che le autorità gli assegnano con­tinuamente un nuovo domicilio coatto. Egli ci scrive: « E' già da un mese che mi trovo in questa mia nuova residenza. Abito in cantina. La Provvidenza ha fatto sí che anche qui ho trovato una chiesa abbandonata. C'è molto da pulire, da lustrare e da rimettere a posto. Ringrazio Iddio di potere in questo modo effettuare in piccola parte il testamento del nostro Santo padre Fran­cesco. Il lavoro piú pesante è ormai alle mie spalle. Vado di nuovo al mattutino e faccio l'adorazione not­turna. Allora sono solo con Dio in questa chiesetta deserta. Prego per voi e per quanti tramite voi mi hanno aiutato. Il breviario e i libri che ho ricevuto sono una grande consolazione e mi aiutano a portare la mi croce.

E qui segue la notizia della via crucis del sacerdote greco-cattolico Ghiorghiu Straja. Aveva sposato Marina e la loro figliola Tamara aveva quattro anni. Quando fu arrestato era parroco di un villaggio di montagna rumeno. Questo avvenne nel 1948, poco tempo dopo che i russi avevano aperto le miniere di uranio.

La notte i soldati russi ubriachi si aggiravano in­torno ai cascinali e violentavano le donne e le ragazze che cadevano loro tra le mani. In meno di due mesi sei donne furono assassinate. Parecchie si rifugiarono nei villaggi vicini. Quelle che restarono, passavano la notte nella soffitta della casa parrocchiale. Ma i comu­nisti scoprirono questo nascondiglio e una notte tutti vennero arrestati. Lasciarono solo la piccola Tamara. Ghiorghiu fu condannato al carcere e non ha avuto piú notizie della moglie e della figlia. -

Nella prigione di Aiud, Straja fu un esempio di discrezione e di bontà. Con la sua testimonianza, la sua preghiera e il suo insegnamento converti un gruppo di testimoni di Jehovah. Con la sua condotta conquistò persino la stima dei carcerieri. Il commissario politico trovò ciò talmente pericoloso che lo fece tradurre alla prigione di Dilava.

A Jilava, Straja spazzava ogni giorno la cella e fa­ceva il bucato per i vecchi e gli ammalati. Con i ser­vigi che rendeva a tutti indistintamente, dimostrava di essere prete per tutti. Con alcuni atei discusse di reli­gione cattolica. Qualcuno si converti. Interrogato dal comandante Stefan, il parroco Straja giunse a convin­cerlo dell'esistenza di Dio. Qualche giorno piú tardi Stefan fu licenziato e Straja trasferito alle miniere di piombo di Baia Sprie. Prima di partire affidò ad un altro prigioniero una lettera per sua figlia. Dato che questi sarebbe stato liberato tra poco, lo pregò di cer­care Tamara e di dargliela. Tamara fu introvabile e finalmente questa lettera capitò in Occidente. Eccola: « Mia cara piccola Tamara, è il tuo papà che ti scrive questa lettera. Sempre e dovunque i miei pen­sieri sono con te. Vedo la tua testolina bionda su ogni parete e sento la tua vocina nel mormorio della piog­gia. Se tu avessi ancora almeno la tua mammina, non saresti orfana in mezzo ad estranei, come un fiore tra le spine. Ora corri presto con questa lettera dal mae­stro e chiedigli di raccontarti tutto ciò che ti ho scrit­to, chiedigli pure di scrivere tutto quello che tu sai di mamma: devi firmare con la tua manina. Mia cara, non so quando tornerò a casa, ma tu promettimi di non raccontare le tue pene che alla Santa Vergine e alle tue bambole. Promettimi di essere brava e, prima di andare a letto, intreccia con le tue preghiere una bella corona per l'Angelo Custode ».

Il parroco Straja non è sopravvissuto a lungo al suo trasferimento a Baia Sprie. Là doveva fare i lavori piú duri e piú pericolosi. Un giorno fu incaricato di far brillare una carica di dinamite. Disparve sotto il crollo. Per una settimana il commissario proibí di sep­pellirne la salma. Disse che di certo Dio si sarebbe incaricato del seppellimento. Cosí Ghiorghiu Straja pa­gò con la vita la protezione delle ragazze e delle donne della sua parrocchia. La sua via crucis è durata dician­nove anni.

Agli inizi del 1967 un messo del papa si è recato ad Hanoi. Non giunse a mani. vuote perché nel Vit­nam del Nord la Chiesa desidera ardentemente lenire le piaghe della guerra. Venne ricevuto ufficialmente da Ho-chi-Minh ma nonostante le sue reiterate insistenze non gli fu accordato il permesso di visitare l'arcivescovo. Quanto grande sarà stata la disperazione di questo arcivescovo quando nei giornali avrà visto la foto del prelato straniero che visita Ho-chi-Minh e i sacerdoti della pace che trescano con i comunisti mentre egli stesso, da Roma, non ha ricevuto né un saluto né una parola di conforto. Lo sa che il prelato ha vagato per ore intorno alla cattedrale ma si è imbattuto in una barriera di timor panico ad oggi suo tentativo di giun­gere fino a lui? Ad Hanoi l'accesso all'orto degli ulivi fu interdetto all'angelo consolatore. Sconsolato, l'arci­vescovo deve continuare a portare la croce sulla quale tanti già sono morti.

E infine ancora una lettera dalla Bulgaria: « Nella mia stanza fa freddo e io faccio fatica a non tremare mentre vi scrivo. Le mie mani non sono ancora avvezze all'uso dell'accetta e talvolta il mio cuore si ribella contro la mia insostenibile sorte. Vorrei chiedervi un favore. Raccontate ai vostri amici in Occidente la sto­ria della mia vita perché comprendano cos'è il comu­nismo.

Prima che il mio paese cadesse sotto la domina­zione rossa abitavo insieme ai miei genitori e al mio fratello piú giovane. Il maggiore dei miei fratelli era sposato e aveva una bambina piccola. Nonostante la mia giovane età il vescovo mi aveva nominato parroco. Poco dopo vennero i russi. Subito vennero posti limiti alla nostra libertà. Era la vigilia di Natale e avevo tan­te cose da dire alla gente. Scrissi perciò una lettera che non firmai. Ne feci centoventi copie che i miei fra­telli recapitarono nella notte. La mia parte del « crimi­ne » rimase nascosta, ma i miei fratelli vennero sor­presi sul fatto: per entrambi sette anni di lavori forzati.

Dopo tre anni mio fratello maggiore fu graziato. Preparammo tutto per il suo ritorno. Tre settimane pri­ma della liberazione ricevemmo notizia della sua morte avvenuta sul lavoro. Da allora ci sforzammo per otte­nere la scarcerazione del fratello piú giovane. Non vi parlerò delle difficoltà incontrate. Tornò a casa, ed è questo quel che conta.

Nel frattempo fui chiamato alle armi. Dopo cinque mesi scoprirono che avevo un difetto al cuore e fui dichiarato inabile. Con i miei genitori mi trasferii in una nuova parrocchia dove ero stato nominato parroco. Le difficoltà aumentarono. Le mie prediche venivano stenografate. Si cercava un pretesto per colpirmi. Il popolo venne aizzato contro di me per mezzo di vo­lantini. L'indomani la statua barocca della Madonna gia­ceva in piazza, gravemente danneggiata. Mio fratello e alcuni amici la riportarono in chiesa e la ornarono di fiori. Una settimana piú tardi venne arrestato mio padre. Ben presto venne trasportato nel carcere-ospedale. I medici lo dichiararono inguaribile. Soffriva dolori strazianti.

In pieno inverno fui cacciato dalla canonica. Dove­vo lasciare la città su due piedi. Nessuno osava ospi­tare mia madre e me per piú di una notte. Finalmente trovammo ricovero in un villino diroccato fra i boschi. Faceva terribilmente freddo e la neve penetrava in casa attraverso tutte le fessure. La polizia segreta ci scopri ben presto. Essendo considerato pericoloso per la sicu­rezza dello Stato non posso piú esercitare il mio mini­stero. Ora lavoro come taglialegna nelle foreste statali. Mia madre è morta la settimana scorsa. Per quanto sia egli stesso molto povero, mio fratello mi manda tal­volta un po' di generi alimentari. Che posso fare per il mio popolo indifeso, senza sacerdoti e in balia di una propaganda raffinata? Pregate per i miei poveri fedeli... e anche per me, affinché Dio voglia darmi la forza di portare la mia croce fino all'ultimo.

Dietro queste notizie si cela un mondo di sofferenze e di tormenti. Dappertutto - in Polonia, in Ungheria, in Romania, in Cecoslovacchia, in Lituania, in Cina, in Lettonia, nel Vietnam del nord, in Bulgaria -, dap­pertutto croci sulle quali muoiono i nostri fratelli. Cri­sto sta con un piede nelle carceri comuniste e con l'al­tro nel lussuoso appartamento di Myndszenty. Egli è in ceppi, insieme a quanti sono privi della libertà. Egli soffre un'angoscia mortale insieme a sessantacinque mi­lioni di nostri fratelli dietro la cortina di ferro. Egli viene flagellato nei lavoratori coatti di tutte le dittature. Egli porta una corona intrecciata con il filo spinato di mille campi di concentramento. E dovunque nel mondo Egli è appeso alle croci dove i nostri fratelli muoiono. Sembra, che ciò sia necessario per la nostra salvezza.

Perché stiamo tanto meglio degli innumerevoli uo­mini nei quali il Maestro soffre e muore? Perché potete voi assistere alla Messa domenicale senza essere privati del pane quotidiano? Perché voi non vivete separati da quanti vi sono cari?

lo non lo so e neppure voi lo sapete. E' un mi­stero. Noi non siamo migliori degli altri e tuttavia stia­mo meglio. Noi, la piccola minoranza che vive in pace e in abbondanza, abbiamo una via verso il cielo total­mente diversa da quella stragrande maggioranza che soc­combe nel bisogno e nel timore, nella fame e nel do­lore. Ma io credo che tutti questi tribolati diverranno eternamente felici poiché, essendo i minimi dei Suoi, sono i figli prediletti di Dio. Dopo un breve lasso di dolore Iddio stesso asciugherà le loro lacrime, perché essi sono cosí simili all'Uomo dei Dolori.

Noi, che portiamo soltanto una piccola parte della croce di Cristo, non siamo tanto messi alla prova nella sofferenza. Per questo Dio ci mette alla prova nell'amo­re. Se non andiamo con le mani colme di bontà e di consolazione verso i fratelli ora crocifissi per i nostri peccati, se siamo avari con il nostro superfluo, se non diamo tutto quello di cui possiamo privarci per i poveri e i perseguitati, se nella nostra opera soccorritrice non diverremo molto piú eroici... allora dobbiamo temere per la nostra salvezza eterna.

 

Grido degli abbandonati

Nel 1966 ricevetti da un paese comunista una let­tera scritta da operai che, avidi di cibo spirituale, ascol­tano le radio dell'Europa occidentale. Fanno parte di quella crescente schiera di delusi che, avendo scoperto la frode comunista, attendono la salvezza dall'Occidente. A porte chiuse si raccolgono intorno ad un transistor per ascoltare la voce della Chiesa. Credono che il no­stro cattolicesimo fiorisca con vitale energia ed è da noi che vogliono attingere la forza per vivere eroica­mente. Fanno appello alla nostra ricchezza spirituale chiedendoci di porgere loro, attraverso l'etere, il fuoco dell'amore.

Questa lettera, che essi mi hanno fatto giungere correndo grossi rischi, era destinata agli speakers della Radio Vaticana e di Radio Europa Libera, che curano le trasmissioni per l'Europa orientale. E' uno schiac­ciante documento della fame spirituale dei nostri fra­telli, purificati nella fornace della persecuzione. E anche un'umiliante espressione delle illusioni che essi nutrono nei nostri confronti. Ecco quello che scrivono.

« Cari fratelli, queste righe sono state scritte in pri­gionia atea. Esse sono il grido dei vostri fratelli con­dannati a morte. Poiché in questo paese la Chiesa è destinata a perire. Tutti noi, affamati e assetati di Dio, ci sappiamo votati a soccombere nel deserto dell'irreligiosità. Il numero dei nostri sacerdoti si va sempre piú riducendo. Entro dieci o vent'anni saranno tutti estinti. Come potrà ancora appartenere a Cristo questa nostra gioventú che viene su senza Dio? E le anime, come possono vivere senza nutrimento spirituale? A vedere tutto ciò ci sarebbe da battere la testa contro il muro della disperazione. Non possediamo libri o pe­riodici religiosi ad eccezione dello stolto giornaletto cat­tolico che si presta a fare il gioco degli atei, suscitando l'impressione che qui, anziché un raffinato terrore, regni la piú grande libertà religiosa.

La vostra radio, che ascoltiamo avidamente, è la so­la sorgente che sia in grado di darci luce e forza spiri­tuale. Essa può fare le veci di un libro, di un perio­dico, di una predica o di un colloquio con un sacredote. Per molti la radio può costituire l'ultima àncora di sal­vezza ed è per questo che fiduciosamente vogliamo farvi sapere ciò che ci attendiamo da voi.

Inviateci, attraverso l'etere, il fuoco dell'amore. Un fuoco che tutti ci infiammi, rendendo intrepidi gli sco­raggiati e dando ardore agli affranti. Suscitate inquietu­dine nel cuore di quei tiepidi che si lasciano traviare dalla seduzione atea. Colmate i ferventi di un piú gran­de ardore. Rimanete strettamente uniti a noi, prigionieri e condannati a morte. Vivete, pregate e lavorate con noi. Battetevi tenacemente per noi presso il Signore Iddio, senza darGli tregua, come anche noi Lo tempe­stiamo ininterrottamente con le nostre preghiere .

Fate si che dal vostro amore e dal vostro sacrificio scaturiscano il fuoco che voi gettate nelle nostre anime al di là delle Alpi.

Vi supplichiamo di non comportarvi come dei fun­zionari. Siate dei combattenti che mettono in gioco la propria vita, procurandoci attraverso le vostre preghiere la forza dí offrire parimenti le nostre esistenze. Vivete santamente battendovi quotidianamente per la vostra santificazione. Fate tutto ciò che potete per santificarci. Poiché qui soltanto dei santi possono riuscire a spun­tarla. In queste tenebre soltanto dei santi saranno in grado di persistere fino all'ultimo respiro.

Scegliete con cura le notizie che ci trasmetterete. Date sempre la preferenza a ciò che può infonderci speranza e coraggio. Riferiteci gesta eroiche che ci spro­nino all'eroismo. Rinsaldateci nella nostra convinzione che il cattolicesimo fiorisce con vitalità nel vasto mondo, poiché da questa pienezza dobbiamo attingere il coraggio per essere pronti, anche noi, al sacrificio. Attraverso travolgenti esempi sappiateci infondere la consapevolezza che pure noi siamo in grado di fare qualcosa e che l'uomo - se colmo di Dio - è capace di compiere gesta sovrumane e di andare incontro al martirio. Vi scongiuriamo di cercare questi esempi in tutto il mondo cattolico. Siamo convinti che li troverete poiché l'eroi­smo non può mai difettare nella Chiesa di Dio. Por­geteci esempi tratti dalle vite di convertiti, di scien­ziati e di artisti, di giovani cristiani, di operai e intel­lettuali. Esempi tratti da vite di Santi contemporanei, alle quali potremo modellarci.

Insegnateci a pregare. Fateci ammirare la fiamma della preghiera moderna attraverso le parole con le qua­li i cristiani nostri contemporanei si rivolgono giorno per giorno al Signore. Salverete colui al quale avete insegnato a pregare! Propagate instancabilmente la recita del rosario, insegnandoci nel contempo a meditare. Per molti questa è l'unica forma di preghiera ancora prati­camente fattibile. Incitateci a pregare in comune. Non vi possono essere atei nelle case in cui si prega assieme. Da sola, se proferita in comune, la preghiera potrà sal­vare per anni ed anni le famiglie che piú non possono recarsi in chiesa.

Non seminate l'odio, ma insegnateci ad amare Cristo e le genti. Destate in noi un amore ardente per i nostri fratelli, cristiani e atei. Soltanto se ci insegne­rete ad amare i nostri nemici potremo essere al riparo dai loro assalti e capaci di riportare le vittorie che li ricondurranno a casa.

Convinceteci del fatto che Dio esiste e ch'Egli ci ama. Esigete da noi nei Suoi confronti una fedeltà co­stante, opponendovi dichiaratamente all'indifferenza reli­giosa, all'ignoranza, al timore e all'umana preoccupa­zione. Date a noi, costretti a vivere nel fango dell'atei­smo, cristiana consapevolezza e cristiana fierezza. Libe­rateci dai complessi d'inferiorità che ci vengono sistema­ticamente imposti.

Non ve ne abbiate a male se non firmiamo questa lettera. Dal suo contenuto potrete dedurre voi stessi se siamo dei provocatori o dei prigionieri che rischiano la vita per amore delle anime. Perdonateci se siamo troppo esigenti. Vi scriviamo spinti dall'istinto di conservazione come dal desiderio di salvare i nostri simili. Vi chiedamo l'obolo del vostro amore amandovi in quel Cristo che tenacemente vogliamo difendere in noi e negli altri. Inviateci nel Suo nome il fuoco dell'Amore, il grande e onnipresente Fuoco. Maranatha! Vieni Signore Gesú. Maranatha! Spirito di Dio, Fuoco onnipotente, vieni! ».

Leggendo queste loro grandi speranze ho tremato pensando al giorno in cui la piena verità sul nostro cri­stianesimo verrà alla luce. Le cose infatti non vanno bene nella Chiesa. Invece di adattare la predicazione delle immutabili verità alle esigenze dei tempi - se­condo le intenzioni di Papa Giovanni - il contenuto stesso della dottrina cattolica viene mutilato da un grup­po di caparbi. Sempre piú spesso si apprende che intel­lettuali cattolici - purtroppo anche sacerdoti - rinne­gano la divinità di Cristo, o la Sua presenza reale nel­l'Eucarestia, l'infallibilità del pontefice o la vincolante autorità della Chiesa' in materia di morale. Secondo loro, il miracolo pasquale della Resurrezione potrebbe essere benissimo una favola. Disapprovano la preghiera come una fiducia mal riposta che promuove l'ingiustizia sociale. La verginità di Maria viene fatta oggetto di discussione e via di seguito.

Questi sono sintomi sconcertanti di apostasia all'in­terno della Chiesa. Molti infatti, pur pregiudicando l'im­mutabile sostanza della fede, evitando un'aperta frattura con la Chiesa ma abusano del loro biglietto da visita cattolico per minare alle basi la fede dei semplici. Molti atteggiamenti che attualmente vengono presi sotto la bandiera dell'aggiornamento, altro non sono che un ten­tativo di relativizzare i dogmi, le leggi, le istituzioni e le tradizioni della Chiesa secondo lo spirito del mondo. Molto di quanto attualmente avviene non è un rifor­mare, ma un deformare, un tradire Cristo: è l'opposto di quella conversione che è la condizione indispensabile della nostra salvezza.

Noi abbiamo una grande responsabilità. Abbiamo il vangelo, i sacramenti e la voce ammonitrice della Chiesa. Grazie ad una secolare tradizione, conosciamo meglio degli altri la differenza fra il bene e il male e piú degli altri siamo obbligati ad una vita senza macchia, all'amore del prossimo, alla preghiera e allo zelo apo­stolico. Da noi infatti può dipendere se Cristo sarà benedetto o maledetto da uomini e popoli che Lo cono­sceranno soltanto attraverso il nostro esempio. Per tutti noi valgono le parole « voi siete il sale della terra », e il sale che perde il suo sapore, sarà gettato. Spesso ciò è già avvenuto, e potrà ripetersi anche con noi.

Malgrado il magnifico rinnovamento introdotto dal Concilio, sono profondamente allarmato dalla tendenza al libero pensiero che affligge il cattolicesimo. E ho paura di un cristianesimo che adatta le esigenze di Dio all'umana debolezza, invece di risollevarsi quotidiana­mente dal peccato con cuore contrito.

Purtroppo il nostro cristianesimo è meno perfetto di quanto se lo immaginano i nostri fratelli perseguitati. Se continueremo ad abusare della nostra libertà per con­

ciliare le esigenze di Cristo con lo spirito di questo mondo, annienteremo le loro ultime speranze. Cosí come venne annientata la speranza di un sacerdote cecoslovacco che durante la primavera di Praga avevo invitato a tra­scorrere due mesi nell'Europa occidentale. E' intelligen­te, pio, parla cinque lingue e ha passato dodici anni in carcere. Ha visitato sei paesi per conoscere la Chiesa del mondo libero. Ha ascoltato molto, letto molto e parlato poco. Ma prendendo congedo ha dato di noi il seguente giudizio: « Ho fatto dodici anni di prigione perché volevo restare fedele alla Chiesa di Roma. Mi hanno torturato perché non volevo rinnegare il Papa. Ho perso tutto per la fede. Ma questa fede mi ha dato una pace e una sicurezza che hanno fatto di quegli anni di pena gli anni piú preziosi della mia vita. Voi avete perso la pace in Dio. Voi avete scalzato la fede al punto che essa non dà piú sicurezza. Nella vostra libertà voi rinnegate il perché della nostra sofferenza sotto l'oppressione. L'Occidente mi ha deluso. Piuttosto che restare da voi, preferisco dodici nuovi anni in una prigione comunista ».

Questo giudizio è troppo duro nel suo generalizzare, ma deve farci riflettere. Perché traduce l'opinione di una importante parte della Chiesa che non è informata da dubbi commenti al Concilio, ma è purificata nelle lacri­me del martirio. E i cuori puri senza dubbio vedono meglio la verità di Dio, che molti professori presuntuosi...

 

La Chiesa asservita

Ho davanti a me quattro fogli grigiastri battuti a macchina fino all'orlo, in un tedesco approssimativo. Dappertutto vi si scorgono le tracce del mittente euro­peo orientale e della sua difettosa macchina da scrivere. Il documento mi è giunto direttamente dall'Ungheria e lo scrivente deve amare profondamente la Chiesa, per assumersi il rischio di scrivere cose tanto pericolose; con sincerità e dirittura egli martella sulla carta tutta l'ansia e l'amarezza che lo ricolma. La sua lettera as­surge cosí a testimonianza drammatica della persecu­zione della Chiesa, testimonianza cosí cristallina che io vi intravedo l'anima apostolica del teste.

Questo documento, che posso pubblicare solo in parte, dovrebbe piombare come un pugno tonante sul tavolo di quei topi di biblioteca che avvelenano l'opi­nione pubblica con le loro speculazioni fantastiche sulla Chiesa e il comunismo. Per colpa loro aumenta il nume­ro di quelli che non prendono sul serio la minaccia mortale contro la Chiesa. Essi credono possibile conci­liare l'ateismo con Dio e si ostinano a chiudere gli occhi davanti allo smantellamento spietato e continuo della Chiesa in tutti i paesi comunisti. Essi minimizzano i delitti dei senza-Dio e sparlano sulle debolezze dei loro stessi fratelli, che Cristo ha proclamato beati perché soffrono persecuzione per la giustizia. Essi onorano i traditori che consegnano la Madrechiesa agli atei e li proclamano modelli di cattolicesimo per il retrogrado occidente. Essi sono ciechi di fronte alla realtà.

Come implacabile documento di questa realtà oggi Dio ci manda dall'Ungheria questa lettera. Il testo ori­ginale, col suo groviglio di errori, supera tutto ciò che io ho letto sul carattere diabolico della rivolta atea contro Dio.

« Io scrivo queste righe al cospetto di Dio. Sono un ungherese, padre di una famiglia numerosa che si è rifiutata di lasciare il proprio paese ed è pronta a dare la vita per la Chiesa. Ho ragioni fondate per cre­dere che l'occidente libero non può farsi una giusta idea della nostra situazione tragica. Temo che nella Chiesa cattolica ci siano sacerdoti e vescovi non piena­mente coscienti dell'abisso Iella nostra umiliazione, e dubito che i nostri vescovi ungheresi possano essere pienamente sinceri con la S. Sede.

Nel mio paese non c'è libertà di esprimere la pro­pria opinione e nessuna possibilità di scrivere secondo coscienza sulla situazione della Chiesa. Sono venuto a sapere che da voi anche i laici discutono con grande libertà i problemi religiosi attuali e perciò vorrei an­ch'io valermi del diritto che da voi gode ogni cattolico, per far sentire la voce della Chiesa perseguitata prima che si pretenda pronunciare dei giudizi sui suoi problemi.

La Chiesa ungherese è diventata serva dello Stato comunista: in effetti non la governa quello che è rimasto della Gerarchia ecclesiastica, bensí i commissari mini­steriali e gli incaricati governativi nominati dal mini­stero della pubblica istruzione e che sono praticamente degli agenti della polizia segreta. L'apparato ammini­strativo diocesano da essi controllato è in realtà un ufficio esecutivo dell'autorità statale atea e serve alla politica comunista.

Sono gli impiegati comunisti a decidere nomine,

trasferimenti, promozioni e castighi per il clero, e le curie vescovili eseguono ogni loro ordine « per evitare il peggio ». Le curie vescovili sono diventate in Un­gheria organi statali che, contro ogni diritto, allontanano dall'attività pastorale sacerdoti pii e zelanti. E' vero che questi amministratori ecclesiastici, presi a quattr'oc­chi, riconoscono di essere forzati a farlo, ma chi è pu­nito ingiustamente si chiede con amarezza quale bene possa provenire alla Chiesa da una simile sottomissione servile.

Su vasta scala viene praticato il sistema, di provata efficacia, di mandare forzatamente in pensione, per di­sfarsene, i sacerdoti che non godono la fiducia degli atei. Per ordine della curia sacerdoti sani, nel pieno vigore degli anni, soprattutto se dotati di ascendente sui loro confratelli, devono uno dopo l'altro chiedere di essere messi a riposo.

Cosí in Ungheria la Chiesa è diventata schiava e zimbello dei negatori di Dio. I commissari governativi detengono tutte le leve del potere e i sacerdoti inermi sono in balía dei persecutori.

Non sarebbe giusto addossare unicamente ai vescovi ungheresi la responsabilità di questa dipendenza indegna. Alcuni di loro hanno da lungo tempo superato quell'età

che in genere permette a una persona di portare una responsabilità cosí pesante. Altri sono fisicamente e spi­ritualmente affranti. Non possono abbracciare i problemi e non sono capaci di resistere ai perversi collaboratori che vengono loro imposti dallo Stato. Altri sono sol­tanto troppo deboli e non c'è di che meravigliarci quan­do si sa che Roma può nominare soltanto candidati che siano anche fedeli al governo. La responsabilità piú grande ricade sui sacerdoti che li circondano, ser­vitori o amici dei comunisti.

In ogni curia vescovile si sono annidati traditori ed opportunisti che hanno accettato il posto dalle mani dei comunisti, per paura, avidità o sete di potere. E' raro trovarvi fedeltà incondizionata alla Chiesa. Senza il permesso dello Stato non può essere nominato nessun Vicario Generale, o altro dignitario. Tutte le posizioni­chiave ecclesiastiche sono occupate da persone accette ai comunisti o addirittura da essi ritenute amici fidati. Devo confessare con angoscia che talvolta l'amministra­zione delle diocesi è nelle mani di sacerdoti senza fede e senza morale, che hanno ridotto al silenzio la propria coscienza e scacciato dal cuore lo Spirito Santo.

Porto due esempi soltanto: a un vecchio vescovo che non era piú in grado di lottare venne imposto un Vicario Generale che si dice abbia frequentato i corsi dell'accademia Lenin e non dimentichi un solo istante d'essere al servizio del comunismo. Si racconta poi di un segretario vescovile che, accompagnando il suo ve­scovo per le Cresime, venne riconosciuto da un comu­nista col quale aveva fatto un corso per venire ammesso nella polizia segreta.

Nel corso degli anni i comunisti, servendosi della violenza, del ricatto, della corruzione o del tradimento, sono riusciti a sottomettere al loro controllo tutto l'ap­parato amministrativo della Chiesa, cosicché i vescovi, che hanno potuto conservare per grazia del regime le loro sedi vescovili, stanno completamente impotenti da­vanti ad esso.

In tutto questo processo sono i cosidetti « preti della pace » a fare la parte piú miserabile. Il loro mo­vimento non ha nulla a che fare con la pace: è un'asso­ciazione d'interessi creata artificialmente dal governo per servire al benessere materiale dei sacerdoti iscritti e rinsaldare la loro dipendenza dallo Stato comunista. E' un club esclusivo che monopolizza tutti i vantaggi e le preferenze che lo Stato ateo fornisce a quei preti che lo servono fedelmente.

Tutta l'amministrazione ecclesiastica è permeata dagli elementi piú attivi di questo movimento. Tra loro ci sono degli individui avidi e assetati di onori e distin­zioni, psicopatici pieni di risentimenti e di complessi d'inferiorità, deboli che non osservano il celibato eccle­siastico, vili adulatori dei potenti, abati, prepositi e canonici di fresca nomina. Questi parvenus che il popolo disprezza, il governo ce li presenta come modelli; essi poi si atteggiano ad avvocati della Chiesa e salvatori, come se fossero ispirati dallo Spirito Santo. Gli atei vogliono che Roma scelga tra loro i nuovi vescovi, anche se non sono buoni pastori ma mercenari che hanno abbandonato il gregge e venduto ai comunisti i loro fratelli nel sacerdozio.

Al cospetto di Dio e del Forum di tutta la Chiesa Cattolica io, cosciente della gravità delle mie afferma­zioni, testifico che da noi la Chiesa, Sposa di Cristo, Regina e Madre di tutti i popoli, è stata ridotta schiava dei negatori di Dio non soltanto da una persecuzione che ci fa onore, ma anche dal tradimento di una parte dei suoi figli eletti. Questa è la situazione effettiva della Chiesa Cattolica in Ungheria ».

Fin qui questa lettera. Fra le righe intravedo Cristo nel deserto. Dopo che Egli ebbe digiunato per quaranta giorni venne il Tentatore che lo condusse su di un'alta montagna e Gli chiese di prostrarsi e di adorarlo. Il Maestro respinse con sovrano disprezzo questa pretesa blasfema e l'Anticristo si ritirò per aspettare il suo giorno. Questo giorno è ora giunto. La sostanza della lettera dall'Ungheria fornisce la prova che, umiliata, la Chiesa di Dio è oggi costretta a piegare il ginocchio davanti al Tentatore. Satana si vendica della sconfitta inflittagli un giorno da Cristo, e abusa dei membri eletti e dei santi organi vitali del Suo Corpo Mistico per la sua rivolta contro Dio. La Chiesa è diventata cosí serva del demonio.

Ma tutto ancora non è perduto; finora non c'è stato mai un traditore tra i vescovi. Tutti gli indizi lasciano però presumere che, col sorriso della coesistenza paci­fica sulle labbra, i comunisti vogliono ad ogni costo penetrare nell'Episcopato, l'ultimo baluardo ecclesiastico intatto. Questo è lo scopo delle trattative che condu­cono con la Chiesa, la quale si reca come un agnello tra i lupi e tenta l'impossibile per alleviare l'intollera­bile sorte dei suoi figli. Soltanto per questo vengono proseguite le trattative con i comunisti. La Chiesa, che ha per norma suprema il comandamento dell'amore, non può permettersi di chiudere la porta in faccia a qual­cuno. Lo facciano gli altri, se vogliono. D'altra parte essa non può permettere che nella gloriosa Ungheria del cardinale Mindszenty gli atei salgano al trono epi­scopale; preferirà scegliere la vita delle catacombe e dell'illegalità, senza vescovi riconosciuti dallo Stato, piuttosto che godere una libertà apparente, in cui, col tacito benestare di ben remunerati príncipi della Chiesa, la vita del Cristo venga uccisa nei cuori dei suoi figli.

La Chiesa è in pericolo. Per questo dobbiamo stare in guardia e pregare fervidamente per ottenere la con­versione dei traditori, e forza per i deboli, luce per gli erranti, saggezza per i diplomatici vaticani, la benedi­zione di Dio sul testimone che ha osato scrivere quella lettera e una spada fiammeggiante per l'arcangelo Mi­chele, affinché protegga l'Ungheria e con la forza di Dio ricacci Satana nell'inferno.

 

Santa illegalità

Era il 27 febbraio 1964, giovedí pomeriggio. Il vil­laggio slovacco di Likavka brulicava di gente convenuta da tutta la regione. Alle tre in punto un corteo funebre lasciò la chiesa. La bara, portata a spalla da quattro operai in mezzo alla folla commossa, era coperta da un paramento viola e circondata da trentadue bambine vestite di bianco. Dietro di essa seguivano in preghiera il parroco, altri due sacerdoti e centinaia di fedeli. Li­kavka assisteva in questo giorno contemporaneamente ai funerali ed alla prima messa di un suo concittadino, che aveva perso la vita in seguito ad un incidente e la cui dignità sacerdotale era stata ignorata dalla popola­zione per quasi quindici anni.

Soltanto dopo la sua morte, quando il vecchio par­roco, con gli occhi umidi di pianto, era andato a pren­dere in sagrestia il suo paramento migliore per coprirne la bara, si era sparsa in un baleno la voce che Benjamin, il muratore vittima della disgrazia, era un prete clan­destino. Tutta la regione si era messa in movimento, e la notte precedente il funerale la chiesa era troppo piccola per contenere la folla che vegliava pregando attorno alla bara.

Nella loro chiesa Padre Benjamino non aveva potuto né offrire il Santo Sacrificio né celebrare la sua prima Messa. Era uno di quegli eroi sconosciuti che erano stati consacrati in tutta segretezza e senza alcuna pompa esteriore. Non l'avevano mai saputo; ma ora che non c'era piú niente da nascondere e che i pochi iniziati avevano rivelato il segreto, essi si ritenevano obbligati ad onorare pubblicamente la dignità del loro compae­sano. I suoi funerali divennero cosí, in pieno paese comunista, una manifestazione di fede, di profondo ri­spetto per il sacerdozio e di fedeltà alla Chiesa perse­guitata.

Quando in Cecoslovacchia i seminari erano stati chiusi, Benjamin era rimasto fedele alla sua vocazione. Rilasciato dal campo di concentramento, egli aveva pro­nunciato segretamente i voti. Di sera studiava sotto la quida di un fattorino del tram, che ogni giorno diceva il breviario alla stessa ora e nella stessa chiesa: era un professore di teologia destituito, il cui nome è ben noto anche in Occidente.

Benjamin voleva salire l'altare del Signore, sebbene probabilmente non gli sarebbe mai stato possibile offrire il Santo Sacrificio in una chiesa. Aspirava ad un sacer­dozio presso la Croce, senza alcun vantaggio od onore esteriore. Dopo che ebbe raggiunto questa mèta non gli fu mai concesso di tenere una predica o di insegnare il catechismo. Viveva il suo sacerdozio in incognita, come muratore, in mezzo al suo infelice popolo. Ser­vendosi soltanto della sua presenza, del suo ottimismo e della sua parola, consolava gli oppressi, dava forza ai deboli e rinsaldava la fede barcollante dei perseguitati. Che la silenziosa testimonianza di questa vita non era rimasta sterile lo dimostravano i compagni comunisti che lo portavano al cimitero sulle loro spalle.

Benjamin, il prete-muratore, era un luminoso esem­pio per tutti, non soltanto nel lavoro quotidiano, ma anche nella sua terribile sofferenza e nella sua morte serena. Un giorno egli faceva il suo turno in una co­struzione quasi terminata. Improvvisamente ci fu uno schianto e tutto il piano fu in fiamme. Tutti gli altri furono messi in salvo, ma egli fu l'ultimo a saltare dalla finestra. Cadde giú come una fiaccola ardente. Ave­va delle ustioni profonde sino alle ossa e visse ancora otto giorni. Ognuno si stupiva della sua pazienza e della sua allegria. Soffriva in modo disumano. Perché non si lamentava? Come era possibile che potesse ancora scherzare con la sua bocca ferita? I medici lo ammira­vano. Quando piú tardi seppero che era sacerdote, la loro ammirazione si trasformò in muta venerazione. E prima che gli potessero amputare entrambe le braccia egli andò raggiante a Dio. Aveva infatti seguito la sua vocazione ed aveva compiuto la sua missione sacerdotale. E' sepolto a Likavka, in un lontano paese comunista. Sulla sua tomba spuntano fiori. Egli è un esempio per noi tutti.

Là dove le strutture della Chiesa vengono distrutte con la violenza, Dio, eternamente giovane, risveglia nuo­ve forme di vita e di eroismo sacerdotale. Quando la fede è in pericolo di morte non basta che i ministri di Cristo impartiscano solo i Sacramenti. Forse per que­sto Dio ha permesso che migliaia di sacerdoti, di là della cortina di ferro, non possano esercitare che rara­mente, o addirittura mai, questa elevata funzione. Essi rimangono tuttavia sacerdoti per l'eternità e devono di­ventare segni viventi attraverso i quali Dio trasmette alle anime la Sua Grazia. Questo non è anche il nostro dovere? Mai e in nessun luogo la Chiesa potrà morire finché i suoi sacerdoti daranno una chiara e irresistibile testimonianza di una vita che può essere vissuta sol­tanto in Cristo e nella potenza di Dio.

Padre Benjamin lo ha fatto. Egli costruiva ponti verso Dio. A molti egli ha dato la forza e moltissimi animerà di un nuovo spirito. La vita sacerdotale di questo operaio slovacco, la cui prima Messa è stata nello stesso tempo il suo Requiem, è diventata, nel­l'oppressione, ancora piú feconda che se fosse stata vis­suta indisturbata al servizio della Chiesa.

Ma padre Benjamin non sarebbe mai diventato sa­cerdote se dietro la cortina di ferro non ci fosse una gerarchia segreta che, in santa illegalità, si è ritirata nelle catacombe. Una gerarchia che può sostenere la tempesta della persecuzione perché non dipende da vul­nerabili forme organizzative le quali, per quanto antiche e degne di rispetto, si fanno inutili e persino pericolose quando diventano strumenti nelle mani degli avversari di Dio. Mentre nei paesi comunisti i giovani seppelli­scono i loro ideali al ritmo di ballabili americani e mentre il sistema sovietico geme sotto la spinta di pres­sioni al quale il comunismo stesso non sa opporre ri­medi, milioni di esseri attendono il vangelo. Qui non giovano vescovi legati al regime da catene d'oro, ma occorrono apostoli, purificati nella fornace della prova, che proclamino un vangelo vissuto nel frastuono delle fabbriche o nel silenzio di quattro mura. Non il man­tenimento di strutture organizzative minate dal comuni­smo, ma l'incontrollabile penetrazione della forza vitale di Dio attraverso le arterie del Corpo Mistico, garantisce l'avvenire della Chiesa e fa di Essa il Sacro Segno al quale, alla lunga, i comunisti non sapranno resistere.

In alcuni paesi comunisti la Chiesa vive una du­plice esistenza. Per ragioni tattiche essa è ancora tolle­rata come Chiesa ufficiale, ma è completamente sotto il controllo dei comunisti. E' relegata nel ristretto do­minio del culto liturgico, impedita sistematicamente nella sua predicazione, resa sterile dalla limitazione arti­ficiale delle vocazioni sacerdotali e isolata dal popolo a causa della collaborazione forzata di una parte dei suoi dignitari. Ad onta delle chiese aperte e dei preti della pace, che fanno sfoggio di onorificenze civili, essa

non è libera. E' condannata a sparire e merita il nome di « Chiesa Morente ».

Ma poiché la Chiesa in virtú della sua vocazione divina, deve svolgerun'attività propria, essa non può accontentarsi di ciò che gli atei sono disposti a conce­derle. Obbedendo piuttosto a Dio che agli uomini, essa si ritira nelle catacombe per vivere la sua vita in una santa illegalità. Sulla fioritura e sull'attività di questa Chiesa delle catacombe, segue una relazione confidatami da un vescovo illegalmente consacrato.

« Comincio da uno dei colpi piú duri che la chiesa Perseguitata dovette subire: la soppressione degli ordini religiosi e l'arresto di tutti i loro membri. Io ero allora studente di teologia. A mezzanotte, la polizia fece irruzione nel seminario, ci stipò in alcuni autocarri e ci condusse verso una destinazione ignota. In quel mo­mento credetti che tutto il mio avvenire religioso fosse andato distrutto e che il mio ideale, il sacerdozio, fosse stato infranto. Mi era già costato molti sacrifici e stavo per raggiungere la mèta. Dopo tutto quanto avevamo già visto e vissuto, ora non sapevamo se ci avrebbero ucciso o deportato in Siberia. In ogni caso la nostra ordinazione non sembrava piú realizzabile. Tuttavia Dio mi tranquillizzò con le parole della Sacra Scrittura: « Non era forse necessario che Cristo soffrisse tutto questo per entrare nella Sua gloria? ». Il mistero della croce si rivelò bruscamente con un nuovo schianto: mistero che avremmo potuto approfondire di piú nel campo di concentramento.

Eravamo settecento sacerdoti e religiosi nello stesso campo. All'inizio i sacerdoti si sentivano come pesci fuor d'acqua. Era loro impossibile amministrare i sacra­menti o esercitare il loro ministero. Ma noi compren­demmo ben presto che eravamo semplicemente i servi­tori del solo Pontefice che celebrò la Sua Messa al Calvario per redimere il mondo. Fu cosí che comprendemmo la nostra vera vocazione. Ciò che all'inizio fu un inferno divenne un paradiso. Imparammo che il com­pito principale della Chiesa non consiste nella predica­zione, nell'insegnamento, nella costruzione di chiese o in altre attività, ma nella sofferenza. Ancora adesso infatti il Signore nel Suo Corpo Mistico vuole soffrire per la redenzione del mondo.

Liberato dal campo di concentramento cercai il modo di ricevere l'ordinazione sacerdotale. Non fu facile per­ché tutti i vescovi erano in prigione o confinati e stret­tamente sorvegliati. Dopo lunghe ricerche mi fu final­mente possibile ricevere l'ordinazione in un ospedale. Tutto avvenne in modo molto primitivo.

Se avessi compiuto i miei studi in un seminario normale la grazia del sacerdozio mi sarebbe venuta in­contro come se ne avessi avuto il diritto, dopo tanti anni di studio e di preparazione. Ora che ricevevo l'or­dinazione in circostanze umanamente inverosimili, sentivo quanto questa grazia fosse eccezionale e immeritata, come se non fosse il vescovo ad impormi le mani, ma Dio stesso.

Dopo la mia ordinazione spedii il telegramma se­guente: « Operazione riuscita, il malato può ricevere visite ». Era il segnale convenuto che altri candidati al sacerdozio potevano presentarsi. Il mio primo compito fu l'organizzazione delle ordinazioni sacerdotali nell'ospe­dale e piú tardi nelle montagne o nell'intimità di una famiglia fidata. Qualche mese piú tardi mi fu conferita segretamente la carica di vescovo. Dio mi ha sempre aiutato.

Era commovente vedere i candidati affluire da tutte le parti: quasi tutti operai, poiché quasi tutti gli intel­lettuali cattolici convinti venivano inviati nelle fabbriche. Come operai essi avevano il tempo e il modo di pre­pararsi all'ordinazione studiando privatamente. Ho unto le loro mani callose e ho letto nel loro sguardo raggiante che erano pronti a morire per il Signore. Dopo l'ordinazione ho detto sovente: « Carissimi fratelli, che cosa vi è successo? Dovete ritornare in fabbrica, dovete riprendere i vostri pesanti strumenti di lavoro. Da ora però le vostre mani sono benedette. Sono mani di sacerdote. Anche se non potrete mai salire l'altare, ii vostro lavoro sarà ugualmente un lavoro sacerdotale ». Che emozione sentir dire da uomini sposati: « La Chiesa ha bisogno di sacerdoti. Quelli ufficialmente ordínati sono in prigione, hanno il divieto di esercitare il loro ministero o sono sotto severo controllo. Noi siamo pron­ti a prenderne il posto. Siamo pronti a vivere in conti­nenza. Che cosa dobbiamo fare? ».

Quale gioia poter lavorare per Dio in circostanze simili. Che consolazione vedere quante famiglie accet­tano con gioia il rischio di soffrire la persecuzione e di vedersi distrutte dal potere civile a causa della loro collaborazione a questo apostolato clandestino. Che emo­zione sentire il padre di famiglia che dice, dopo la Messa celebrata in cucina o in una soffitta: « Questo è il piú bel giorno nella storia della nostra famiglia, poiché Gesú stesso è stato nostro ospite »!

Una delle esperienze piú promettenti, che abbiamo acquistato nell'Europa orientale, è l'incoraggiante cer­tezza che il sacerdozio della Chiesa possiede forza vitale sufficiente per superare in circostanze eccezionali l'ambito del culto e fare atto di presenza - sotto forme nuove - in un mondo alienato da Dio. L'esperimento è ine­quivocabilmente pericoloso. L'esperienza ha insegnato che nessun sacerdote deve azzardarsi ad affrontare, di propria iniziativa, questa maniera di vivere. Secondo le parole di Papa Paolo VI, soltanto coloro che pos­siedono la convinzione che il primo dovere del sacerdote sia non l'essere prete-operaio o il dialogare, ma bensí l'orientamento di tutta la vita sacerdotale sul divino sacrificio dell'Eucaristia, potranno contare sull'aiuto di Dio se chiamati all'amara vocazione del sacerdozio-ope­raio. Questo appare chiaramente dalla seguente lettera: « Sono prete-operaio in Cecoslovacchia: uno fra centinaia che furono costretti ad appendere la tonaca all'attaccapanni, poiché lo Stato ci aveva giudicati ina­datti all'apostolato. Noi non siamo degli sperimentatori o dei pionieri, partiti con l'intento di scoprire nuove forme di apostolato. Con molta pena portiamo la pe­sante croce che è stata posta sulle nostre spalle.

La nostra esistenza è scevra di ogni romanticismo. Da soli, di buon mattino, celebriamo la Santa Messa e la sera, stanchi morti, leggiamo il breviario. E' questo il nostro unico sostegno e, se non l'avessimo, saremmo perduti. Ci manca quella soddisfazione spirituale che solitamente è collegata al sacerdozio. Non siamo corro­borati dalla presenza di fedeli che, con noi, celebrino il Santo Sacrificio. Mai ci capita di battezzare un bam­bino e mai, nella confessione, possiamo riconciliare un peccatore con Dio. Ai giovani non possiamo parlare di Dio e non ci è dato di guidare anime nel loro itinerario verso la santità.

Grazie a Dio, quasi tutti abbiamo ancora le nostre madri. Sono esse i nostri angeli custodi in quelle tenta­zioni che, proprio a causa della solitudine e per la man­canza di successi umani, possono essere disumanamente gravose. Con esse condividiamo le nostre dimore e le nostre sofferenze e le loro preghiere ci accompagnano. Esse ci aiutano a rimanere fedeli agli impegni volonta­riamente assunti e dai quali potremmo essere dispensati, forse piú motivatamente di tanti confratelli dell'occi­dente, la cui apostasia ci viene trionfalmente citata come esempio dai comunisti. Che Dio ci aiuti a non seguire quest'esempio.

Dopo le nostre madri, i libri di teologia sono il nostro piú grande sostegno. Ce li prestiamo a vicenda e ne copiamo interi capitoli - anche se ciò è punibile quale reato di propaganda religiosa -e siamo felici come bambini quando i nostri amici nell'Occidente ce ne procurano alcune nuove edizioni. Questi libri ci pre­servano dall'ottusità e dalla demenza che si è imposses­sata dello spirito di taluni di noi.

Nelle fabbriche dove lavoriamo sanno che siamo sa­cerdoti. Accettando volontariamente una vita di igno­minia e di povertà, possiamo confutare la propaganda degli atei che dipinge il sacerdozio come un'attività « redditizia ». Non le nostre parole, ma la nostra vita, induce i colleghi a riflettere. Molti sono diventati favo­revoli alla Chiesa avendo incontrato sul lavoro un prete­operaio che hanno imparato a stimare. come un tipo in gamba.

Molti di noi, che considerano la loro vita fra gli operai come una grazia, si preparano fin da ora per un futuro in cui potranno predicare il Cristo, non solo con l'azione tacita ma anche, nuovamente, con la parola e con l'insegnamento. Essi dedicano allo studi le poche ore libere di cui dispongono. A prezzo di grandi sacri­fici seguono lo sviluppo teologico introdotto dal Concilio.

Un giorno la Chiesa avrà nuovamente bisogno di noi. In questa diocesi muoiono annualmente venti sa­cerdoti, mentre ne vengono ordinati soltanto due. In tutto il paese il numero delle ordinazioni sacerdotali diminuisce annualmente del 12%. Il nostro clero in fun­zione nelle parrocchie ha un'età media di sessantasei anni. Con un calcolo matematico si può stabilire quan­do i sacerdoti saranno estinti. Per questo preghiamo ogni giorno, affinché il Signore abbrevi il tempo della prova e doni libertà alla Chiesa, prima che si sia troppo vecchi.

Un nuovo rapporto si è stabilito fra i pochi che han­no potuto ritornare alla cura delle anime e i loro con­fratelli. Essi sono disposti a spartire la loro vita e il loro lavoro con altri. Sanno per esperienza che i laici devono santificarsi nel loro lavoro e che possono predi­care efficacemente il Cristo qualora la lo o vita sia tutta impregnata dal Suo amore. E' cosí che l'apostolato di questi confratelli è tutto sostenuto da un nuovo otti­mismo. Essi sono particolarmente sensibili alle esigenze pastorali che il Concilio ha posto ai sacerdoti moderni.

Ciò vale particolarmente per coloro che escono dalle carceri. Alcuni, con non comune dominio di se stessi e attraverso un severo programma, fatto di preghiera, meditazione, esercizio spirituale e lavoro manuale, hanno sfruttato il tempo, vincendo la noia e la disperazione. Un amico, che trascorse sei anni in cella, preparava ogni pomeriggio una predica che non sarebbe mai stata pronunciata. Come svago, soleva dedicare un'ora al gior­no ad immaginare delle commedie. Il resto del tempo lo ha trascorso pregando, amando i suoi secondini e dormendo. Si è saputo arricchire di una sicurezza inte­riore che dà ad ognuna delle sue parole una profondità particolare.

Come lui molti preti hanno iniziato un rapporto nuovo con i comunisti, avendo tentato di amarli since­ramente, con anima e cuore. E scoprirono la vittoriosa forza dell'amore che li faceva fratelli di coloro che li disprezzavano e li tormentavano. Essi sanno che l'inva­riabile domanda ironica dei comunisti che chiedono dove sia quell'amore che la Chiesa già da duemila anni va predicando, altro non è che una ricerca di Dio. Poiché Dio è amore. E nessun comunista in buona fede può resistere ad un incontro con l'amore. E non di rado è avvenuto che un comunista tornasse segretamente a Dio perché un prete-operaio lo aveva tacitamente amato ».

 

Con Dio in Russia

Nel 1967 ho visitato nuovamente il campo di tran­sito di Friedland, dove soprattutto negli anni dell'imme­diato dopoguerra la nostra Opera ha accolto con gene­rosa e ininterrotta carità profughi e rimpatriati dalla Germania orientale, dalla Polonia, dalla Russia e dalla Siberia. Piú di due milioni e quattrocentomila persone hanno fatto qui il loro primo passo verso la libertà. Negli anni a venire si attendono ancora piú di cinquecento­mila persone provenienti dai paesi comunisti. Sofferenze e privazioni sono incise sui loro volti. Soprattutto i volti di quanti provengono dalla Russia sterminata o dalle steppe della Siberia sono scialbi ed esangui. Soltanto nei loro occhi brilla la gioia della libertà riconquistata.

L'assistente del campo, Mons. Guglielmo Scheper­jans, già marinaio a bordo di un sottomarino, racconta di un uomo settantaduenne venuto dalla Siberia. Prima di ristorarsi, dopo il lunghissimo viaggio, si recò in Chiesa a pregare. Quando, dopo un'ora e mezza, l'as­sistente venne a cercarlo, quest'uomo disse: « Padre, durante vent'anni non ho potuto inginocchiarmi davanti al tabernacolo di Dio. In tutto questo periodo non mi è stato dato di assistere alla Messa né di ricevere la Comunione. Benché avessi una gran fame è da mez­zanotte che non ho piú mangiato né bevuto, poiché ciò che piú mi rallegrava era di ricevere la Comunione.

In Russia ho ben pregato ogni giorno, ma la Messa e la Comunione mi sono mancate piú di ogni altra cosa ».

Nei resoconti dei rimpatriati dalla Russia udiamo sovente delle inumane deportazioni e delle famiglie di­vise a viva forza, della morte di tanti giovani, del do­lore e della disperazione di coloro che vorrebbero ritor­nare in seno alle loro famiglie. Ben poco pero 'sap­piamo dell'intima vita religiosa dei nostri fratelli e delle nostre sorelle nell'Unione Sovietica, della loro forza so­prannaturale e del loro attaccamento alla fede, della loro fraterna unità, cosí radiosa nella lontana solitudine della Siberia, e del Kazakstan.

Davanti a noi, nell'asilo della Carítas di Friedland, sono sedute Frau Biicker (79 anni), sua figlia Anna (42) e la nipotina Elfriede (11) *. Sono tornate ieri "da Makalevka, nella regione del Karaganda. Già nel 1945 'suo marito fu deportato dai russi e morí durante il trasporto verso gli Urali. Il suo cadavere venne gettalo dal treno. I suoi figli Karl e Peter ermo al fronté. Lei stessa fu arrestata dai russi nei pressi di Schneidemúhl e condotta nell'Unione Sovietica assieme alle sue quattro figlie. Tre hanno dovuto rimanere lí. Dopo una lotta durata diciott'anni con la bruocrazia sovietica è riuscita ad ottenere un visto d'uscita validó soltanto per sé, per Anna e per la piccola Elfriede. Suo figlio Karl abita nella Germania meridionale, Peter in America.

Ma lei non pensa soltanto ai propri figli. ~ei si sente responsabile per tutta una comunità di persope che pregano in Russia. Malgrado il grande desiderio di ritornare finalmente in Germania rivedere i suoi figli Per non esporre nessuno, i nomi delle persone e delle località sono stati cambiati.

è partita a malincuore da Makalevka: « Chi si assumerà adesso il mio compito? Chi dirigerà i fedeli nella pre­ghiera? Chi battezzerà i bambini? Chi stringerà i matri­moni? ». Vedendo il nostro stupore ci spiega: « Il tempo trascorso in Russia era duro e spesso sovruma­namente arduo, ma Iddio è stato sempre con noi. Ogni domenica abbiamo celebrato una funzione religiosa al cimitero. Non avevamo né sacerdote né messa, ma il Santissimo era sempre in mezzo a noi ». E allora questa donna di settantanove anni ci racconta gli straordinari particolari della sua vita con Dio in Russia.

Pregare non è proibito dalle leggi sovietiche e un gruppo di persone può anche intrattenersi in un cimi­tero. E' cosí che tutte le domeniche i cattolici di Maka­levka si riuniscono al camposanto per pregare. Frau­Biicker soleva pregare ad alta voce. A Makalevka abita una donna cinquantacinquenne di nome Maria. Un sa­cerdote, che abita ad un migliaio di chilometri da Ma­kalevka, l'ha autorizzata a conservare il Santissimo e ad impartire la Comunione ai morenti che abbiano re­citato un atto di dolore. Il sacerdote può esercitare le sue funzioni soltanto in segreto. Una volta al mese Maria prende il treno da Makalevka per la lontana città, per andare a cercare ostie consacrate e ricevere istruzioni. Nulla avviene all'insaputa e senza il bene­stare del sacerdote. Dice Frau Bòcker: « Risparmiavamo tutti affinché Maria potesse viaggiare e portare Nostro Signore in mezzo a noi. Durante le nostre riunioni Maria portava il Santissimo in un sacchetto appeso al collo. Nella nostra comunità quasi nessuno è morto sen­za ricevere la santa Comunione ».

Alla nostra domanda se la polizia prendeva delle misure, Frau Bócker risponde che i funzionari compa­rivano spesso al cimitero " e che avevano anche inter­rogato molte persone. Ma nessuno mai aveva ammesso il fatto che Maria aveva letto la predica d'un sacerdote o riportato una lettera imparata a memoria. E gli agenti, che non compredevano il tedesco, dovevano accettare per vera la dichiarazione di Maria, quando lei affermava d'aver recitato soltanto delle preghiere.

In seguito Frau Bòcker racconta un triste fatto av­venuto nel 1962. A quel tempo c'era un sacerdote tedesco carcerato a Makalevka. Durante la giornata com­piva il suo lavoro come forzato, ma durante la notte celebrava la santa Messa presso cristiani fidati, ogni volta in un'altra baracca. Dai dieci ai quindici fedeli potevano assistere alla Messa, confessarsi e ricevere la Comunione. Ma dopo breve tempo la polizia lo sorpre­se durante la Messa e dopo quattro settimane il sacer­dote moriva in carcere in seguito ai maltrattamenti subiti. Da allora a Makalevka non hanno piú visto un sacerdote. Ma la polizia aveva sempre paura dell'influen­za che un sacerdote poteva avere sulla comunità degli oranti. Per questo soltanto le donne erano ammesse a pregare ad alta voce, ma senza fare dei discorsi.

La vecchia donna ci racconta ancora cose del suo apostolato. Il sacerdote non le aveva dato soltanto l'in­carico di pregare ad alta voce, ma anche quello di bat­tezzare i bambini e di insegnare loro, in seguito, il catechismo. Con la sua autorizzazione le era dato di impartire la benedizione agli sposi novelli, dopo la ceri­monia nuziale. Di nascosto tutte le madri cattoliche della regione si erano recate da lei per far battezzare i loro bambini. Aveva dato lezioni ai fidanzati, mostran­do loro i diritti e i doveri del loro stato. A questo scopo e tramite Maria, aveva continuamente ricevuto istruzioni dal sacerdote. Dopo aver suscitato, nei candi­dati al matrimonio e nei familiari presenti, un senti­mento di perfetta contrizione, chiedeva loro se deside­rassero sposarsi e in seguito alla loro risposta afferma­tiva li dichiarava uniti in matrimonio. Infine i testimoni presenti baciavano il crocifisso. Aveva cosí assistito ad almeno duecento matrimoni e battezzato piú di cinque­cento bambini, l'ultimo dei quali il giorno della sua partenza.

Alla nostra domanda se conoscesse altre comunità di preghiera, la sua risposta è stata: « Non avevo col­legamento con altri campi di punizione, ma sono con­vinta che i numerosi tedeschi ancora prigionieri in Rus­sia e i sopravvissuti a questi duri anni preghino molto. Chi non ha riposto le sue speranze in Dio non è certo in grado di sopportare la prova delle sofferenze di tutti questi anni. Quando tutto perde senso, altro non rima­ne che la disperazione. Soltanto per la grazia di Dio e con la preghiera si può sopportare fisicamente e spi­ritualmente quella ch'è la vita nei campi della Russia. La Chiesa non è morta in Russia. Essa soffre con Cri­sto, ma vive anche con Cristo ».

 

L'ora di Caino

Di nuovo Caino ha ucciso suo fratello. Prima an­cora di quanto avessimo potuto supporre la tempesta sovietica ha imperversato in terra cecoslovacca. Nel pie­no dell'estate la primavera di Praga si congelò, fino a diventare un glaciale inverno, in cui perirono molte illusioni in merito ad un comunismo piú umano, alla libertà e alla pace.

Quando nel 1968 apparve chiaramente che l'anelito di libertà nell'Europa orientale non poteva piú essere represso, i dirigenti sovietici decisero di salvare la loro posizione con metodi stalinisti. Quando in aprile Praga pubblicò un programma « comunista » nel quale di Marx era rimasto poco o niente, Mosca decretò una lotta senza quartiere contro gli intellettuali ribelli. 1 contrasti aumentarono. La revoca di innumerevoli sen­tenze, il ritorno dei condannati innocenti nella fallita società marxista e i drammi umani che emersero a mille, dai fascicoli degli atti dei processi di riabilitazione, mi­nacciarono di accelerare la decadenza dell'impero rosso. La rivolta della natura umana, che rivendicava i suoi secolari diritti, dilagò come un incendio. Vennero ri­scoperte incancellabili differenze di cultura e di nazio­nalità. Tradizioni religiose, reputate schiacciate dal rullo compressore della dittatura, rifiorirono. Sembrava che stesse per spuntare il giorno della libertà.

Fu allora che il colosso sovietico colpi. Mentre il crimine veniva commesso stavo alla frontiera, spettatore impotente e testimone del dolore arrecato ad un piccolo popolo innocente.

Al valico tra Berg e Peterzalka le bandiere ceco­slovacche sono a mezz'asta. I doganieri hanno tappezzato la loro garitta con motti patriottici, con i ritratti dei capi comunisti arrestati, e con manifesti scritti in russo e rivolti ai soldati sovietici. Mi lasciano passare a mio rischio e pericolo. In lontananza, la fortezza di Brati­slava si staglia nel cielo privo di nuvole. Piú vicino, all'incrocio delle strade verso Budapest e Praga, ci sono i carri armati sovietici. Un soldato, assai stanco, che probabilmente non sa né quello che fa né dove si trova, mi sbarra il passaggio. Chiedo di parlare con un uffi­ciale, e gli spiego in tedesco che sono un sacerdote, e che ho intrapreso il lungo viaggio da Roma fino qui per fare una visita al vescovo malato di Trnava. Quello, alzando le spalle, mi rimanda in Austria. Sono le tre e mezzo. A Bratislava, in questo stesso momento, stanno seppellendo Danka Kosanova, la ragazza di diciassette anni, uccisa ieri dagli occupanti all'ingresso dell'Uni­versità. Ogni tanto sento delle raffiche di mitra. La sera la radio annuncia che, dall'inizio dell'invasione sovietica, ci sono già stati ottantaquattro morti.

Trovo alloggio in un asilo pieno di Cèchi e di slo­vacchi sorpresi, durante il loro primo viaggio all'estero, dall'improvvisa fine del sogno della libertà di Praga. La sera, quando li vedo piangere di rabbia, di paura e di disperazione davanti al teleschermo, non riesco a trat­tenere le mie lacrime.

Il volto mostruoso del comunismo, che da 1917 rivela i tratti indelebili della violenza, del banditismo, della menzogna e del crimine, è riapparso. E' una prova di piú che il comunismo non tollera alcuna deviazione dogmatica e che deve reprimere con ogni mezzo qualsiasi apparenza di libertà. Ancora una volta, lo slogan secondo il quale l'Unione Sovietica non costituisce piú una minaccia per l'Europa libera, è confutato. Il comu­nismo non può essere liberalizzato senza cessare di es­sere comunismo.

I filmati autentici del servizio informazioni austriaco costituiscono una confutazione umiliante della propa­ganda sovietica. Il lupo rosso viene spogliato senza ambagi della pelle della innocente pecora: Mosca ha an­nunciato il ritiro delle sue truppe, ma nello stesso tempo preparava accuratamente l'attacco traditore contro un piccolo Paese che ha osato aprire una discussione circa il sistema di governo imposto per costrizione, e che si è permesso un'interpretazione del comunismo in cui non viene repressa la libertà umana.

Sento alla radio la drammatica fine di una stazione trasmittente libera, che sta per essere occupata e ridotta al silenzio dai sovietici: « State ascoltando per l'ultima volta la stazione libera slovacca di Banska Bystrica. In questo momento le truppe sovietiche stanno occupando il nostro edificio. Abbiamo cercato di discutere con il comandante, allo scopo di poter continuare le nostre trasmissioni. Niente da fare! Cari amici, restate cauti e calmi. La verità vincerà ». Poi un inno religioso inter­rotto bruscamente alla seconda strofa. Qui, come a Radio Praga dove tutte le trasmissioni iniziano con le prime note del canto ussita: « Voi, soldati di Dio », i neo­comunisti, nella loro resistenza a Mosca, mettono in luce i valori religiosi. Cinquanta minuti piú tardi, radio Banska Bystrica riprende il suo programma attraverso una stazione trasmittente clandestina.

Aiutato da un interprete, ho ascoltato per delle ore appelli, avvisi, comunicati e direttive con i quali viene organizzata la resistenza passiva tramite numerose sta­zioni radio trasmittenti mobili. Questo miracolo di coraggio, d'intelligenza e di capacità organizzativa supera i sovietici, che tentano febbrilmente, ma senza successo, di individuare e ridurre al silenzio queste stazioni tra­smittenti.

I servizi televisi sullo sciopero generale sono im­pressionanti. Le campane delle chiese, che per tanti anni non hanno potuto suonare, si uniscono ora alle sirene delle fabbriche per invitare il popolo a difendere la libertà che ha dato anche alla Chiesa una certa possi­bilità di vita. Lo sconforto comune di tutto un popo­lo, che aspirava soltanto a un po' di libertà e che per­ciò è stato calpestato nel giro di poche ore ha dato al paese una unità e una concordia che mai ha avuto nel passato. Non si tratta piú di una questione comu­nista ma di una rinascita nazionale.

E' un colpo duro per i sovietici il fatto che mol­tissimi turisti, forniti di macchina fotografica, siano te­stimoni dell'inimmaginabile crimine che qui si commette.

La verità trionferà. La versione secondo la quale le truppe straniere sono penetrate nel Paese su richiesta di alcuni funzionari del governo e del partito, non trova credito neppur piú tra i soldati sovietici. Il loro morale cala a vista d'occhio a causa dell'assenza totale di colla­borazione e di simpatia da parte della popolazione. Sono ormai cinque giorni che la resistenza passiva non ha lasciato loro un solo momento di respiro. Le intermi­nabili discussioni in russo con gli operai, e specialmente con i giovani li hanno eccitati e disorientati. Essi non hanno potuto togliersi l'uniforme neanche una notte. L'organismo che sovrintende ai rifornimenti è talmente inceppato che la fame spinge i soldati a fermare le don­ne senza difesa per confiscare loro la spesa appena fatta.

I sovietici hanno avuto una vittoria di Pirro, che affretterà il declino dell'impero rosso. Essi sono stati costretti a gettare la maschera di fronte a tutto il mondo. ora essi appaiono come una potenza imperialista che, con i metodi del diciannovesimo secolo, domina i territori coloniali mantenendo truppe sul posto. L'U­nione Sovietica non sarà mai piú il centro del comu­nismo mondiale. Sono stati gli uomini coraggiosi e intel­ligenti di un piccolo Stato industrializzato, nel cuore dell'Europa, che hanno inflitto a Mosca una sconfitta morale. In queste giornate di lotta aperta e clandestina contro l'occupante la loro dignità umana e la loro co­scienza nazionale sono state destate a nuova vita.

Questa nuova vita non potrà essere soffocata nep­pure dalla piú barbara delle violenze. Irresistibilmente, nei comunisti feriti nel piú profondo del loro essere, si fa strada la convinzione che per vent'anni, nel nome dell'ideologia in cui hanno creduto, si sono commesse ingiustizie. Questa convinzione viene espressa con sor­prendente sincerità. Ci sono voluti otto mesi ai sovietici per far tacere la stampa comunista in Cecoslovacchia e porre fine alla confessione pubblica con la quale innu­merevoli comunisti sgravavano la propria coscienza.

Non soltanto durante la primavera di Praga del 1968, ma anche sotto l'occupazione sovietica e fino alla primavera del 1969, i giornali comunisti hanno pubbli­cato schiaccianti relazioni sui crimini contro l'umanità commessi dai comunisti e che compredevano la coer­cizione delle coscienze e la persecuzione della Chiesa. Le nostre relazioni, sempre contestate dai cattolici pro­gressisti, venivano confermate appieno. Nella nostra azione a favore della Chiesa perseguitata abbiamo avuto alleati dei comunisti! Uno di questi è stato il giornalista comunista Milos Vetvicka. Sotto il titolo « Angeli fra di noi », egli pubblicò nella rivista cecoslovacca Re­porter, in data 20 febbraio 1969, una commovente ar­gomentazione per la riabilitazione di settemilaseicentoquarantasei suore sopravvissute e dei millecento sacer­doti e religiosi che in Cecoslovacchia vengono ancor oggi trattati come dei paria. A causa della pubblicazione di questo articolo, Reporter venne interdetto, ma la voce di Milos Vetvicka non tacerà. Ecco la sua testi­monianza: « Portano lunghi abiti e una grande croce sul petto. Di esse, fino a poco tempo fa, si taceva con tatto o si parlava male. Vivevano nell'oppressione e nella di­scriminazione, ma sopportavano la loro sorte con un sorriso, perché anche il Golgota fa parte della loro vocazione. Poiché qui esse non attendono da noi un compenso per la loro generosità e carità, e neppure per le umiliazioni e per le sofferenze alle quali devono sot­tostare. Esse sperano in un Altro Mondo, poiché da anni il nostro ha fatto loro comprendere che da noi, per esse, non esiste giustizia.

Ci sono determinate cose che noi non sappiamo o non vogliamo sapere e che, vedendole, vogliamo dimen­ticare al piú presto: è il mondo della follia e delle allucinazioni, il mondo dei bambini deformi senza volto e senza membra, l'inferno di Dante, l'inferno sulla terra. Se avete il coraggio di penetrare in questo inferno, incontrerete gli angeli fra di noi, le donne dall'abito scuro e con la croce sul petto. E' là che la nostra società le ha esiliate. Sono stato in questi luoghi del­l'orrore, e non dimenticherò né gli orrendi piccoli mo­stri, né suor Illuminata o suor Ambrosia che si china­vano su di essi con amore.

Di diecimila suore ne sono rimaste settemilaseicen­toquarantasei. Di queste, cinquemila esercitano una pro­fessione, le altre vivono di una misera pensione. Le troviamo a Slatinanech o a Vidnava, a Javornik o al­trove, negli asili della Caritas, in orfanatrofi e in altre istituzioni sociali. Chi ha deciso della sorte di queste paria? Chi le ha esiliate nei monasteri in rovina, alle estreme propaggini del nostro paese? Chi ha ordinato che devono essere sorvegliate da rozzi guardiani? Chi ha tolto loro il diritto di essere delle religiose? Chi le ha deportate dalla Slovacchia in Slesia? Chi le ha sottoposte a pressioni morali o fisiche, ridicolizzandole, offendendole e non di rado torturandole nelle carceri? E perché tutto ciò è stato loro arrecato in nome del socialismo, che è basato sull'amore del prossimo e sul­l'azione per un mondo migliore?

Possiamo dire che la responsabilità ricade sull'atmo­sfera degli anni cinquanta. Ma gli esecutori dell'ingiu­stizia, i trasgressori delle leggi, erano delle persone con­

crete. Nella notte dal 14 al 15 aprile e piú tardi in quella dal 27 al 28 aprile, gli autocarri si fermarono dinnanzi ai conventi e i pugni cominciarono a bussare sulle porte. Senza spiegazione, le suore furono costrette a prendere la lunga via dolorosa verso l'ignoto, la via illegale dell'ingiustizia e del tormento. Sotto scorta della polizia, furono trasferite in conventi in disuso e là internate come prigioniere. Dopo di che vennero asse­gnate al lavoro coatto nelle tessitorie, nelle foreste, nelle fattorie di Stato, per un compito totalmente estraneo alla loro formazione. Loro non facevano opposizione, lavoravano duro e quasi gratuitamente, pagate sempre meno degli altri. Infine vennero concentrate in vecchi asili cadenti, in luoghi isolati, dove non potevano avere contatti con i genitori, i parenti e le consorelle.

Molte non ce la fecero a sopportare tutte queste privazioni e morirono. Pochissime infransero i loro voti. Per lo piú provvedono, ancor oggi, al proprio sostenta­mento con un pesante lavoro manuale in condizioni inu­mane. Le piú fortunate sono quelle che lavorano nel campo ospedaliero, e anche lí sono poste dove comincia l'inferno, fra i pazzi, i morenti, i bambini anormali. E anche li fino a poco tempo fa ricevevano una paga infima, non potevano conseguire un diploma e neppure seguire dei corsi per corrispondenza.

Ma come è stato possibile tutto ciò? Avevamo la costituzione e alcuni diritti fondamentali, come la libertà di coscienza e la libertà di religione. E anche negli anni cinquanta eravamo convinti fautori della Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 10 dicembre 1948. Articolo 5: « Nessuno può essere sottoposto a torture o ad un trattamento o ad una pena inumana o disono­rante ». Ma diecimila suore e duemila religiosi sono stati sottoposti ad un trattamento brutale ed estremamente disonorante, che formalmente non era una punizione ma che in realtà era un attentato ai loro diritti umani. Articolo 9: « Nessuno può essere arbitrariamente arre­stato, privato della propria libertà o esiliato ». Ma la misura collettiva del 1950 contro dodicimila religiosi, era del tutto arbitraria, illegale e presa senza alcuna forma di processo. A nessuno di loro è stato comuni­cato ufficialmente perché e per quanto tempo sarebbero stati puniti ed esiliati. Articolo 18: « Ognuno ha dirit­to... alla libertà religiosa: questo diritto implica anche la professione esterna della religione, sia personalmente che collettivamente, sia pubblicamente che privatamen­te ». E' superfluo provare che la causa unica dell'inter­vento erano la convinzione religiosa e le sue manifesta­zioni esterne. Salvo alcune accuse ridicole, nessuno ha mai tentato di dare a queste misure un fondamento legale. E se fosse anche vera l'assurda affermazione che le suore di Ostrava si erano addestrate all'uso dei fucili mitragliatori per effettuare un colpo di Stato, nessuno, anche in tal caso, avrebbe avuto il diritto di generaliz­zare e di colpirle tutte, nello spirito medioevale della liquidazione di interi gruppi o popoli che la pensassero differentemente.

Nella primavera del 1968 le religiose speravano in una riabilitazione. Nella petizione firmata da settemila religiosi si ricordava al ministro degli affari culturali la dura sorte dei diseredati, si ripeteva la nota testi­monianza dell'alta qualità del loro lavoro e si assicurava che anche in futuro erano pronti « a collaborare leal. mente là dove avevano potuto rendere servizio all'unità e alla pacifica convivenza del genere umano ». Chiede­vano l'abolizione delle misure illegali degli anni cin­quanta che sono tuttora in vigore, e rinunciavano alla restituzione dei beni loro confiscati.

Ho parlato con molte religiose, con semplici suore, e con le loro superiore. Donne di una straordinaria erudizione e semplicità che invocano giustizia con silen­ziosa umiltà. Penso che in una società che fino ad oggi, per bocca dei suoi massimi rappresentanti, proclama la « politica di gennaio » e che fino a questo momento non ha detto che il socialismo dal volto umano appar­tiene al passato, penso che in questa repubblica chiunque abbia avuto a patire ingiustizie, abbia diritto alla ria­bilitazione. Se questo diritto non c'è, dobbiamo dire loro il perché, anche se sarà tardi, dopo vent'anni di ingiustizie. Forse che il nostro ordinamento, che poggia sull'immenso potere del partito comunista, sull'industria nazionalizzata, sui sindacati, su tante altre organizzazioni con milioni d'iscritti, ha paura di questi ottomilasette­cento membri di comunità religiose in via di estinzione? Costituivano essi, nella loro attività caritatevole e edu­cativa, veramente una minaccia per il nostro ordine socialista? Vogliono soltanto il diritto di poter vivere nella povertà e nella rinuncia, accanto a quelle che la pensano come loro per servire la società e Dio. Non c'è nulla di antisocialista in ciò. Si tratta di un lavoro negli ospedali, nelle istituzioni sociali e caritatevoli, negli istituti per 1'infanza e per la gioventú abbandonata. Vogliono lavorare anche manualmente al servizio della Chiesa, preparando le sacre particole e cucendo para­menti. Tutto ciò è forse antisocialista?

Esse non ci serbano rancore. Mi hanno ricevuto con amicizia, anche se potevano vedere in me, giornalista, uno dei rappresentanti di quelle forze che hanno fatto loro del male. Ho conosciuto i loro pensieri, il loro duro lavoro, il loro destino. Mi hanno invitato a pranzo. Ho potuto anche fotografarle, queste religiose, queste cittadine cecoslovacche. Nessuna faceva mistero del pro­prio amore per la nostra Patria, nessuna disse una sola parola contro il nostro ordine sociale. E non ci odiano nonostante le ingiustizie, che non posso descrivere senza vergogna. Alla mia domanda, poiché le interrogavo a proposito, ricevevo sempre la stessa risposta: « Abbiamo perdonato a tutti coloro che ci hanno fatto del male e, come insegna il Vangelo, preghiamo per loro! » Nel­l'asilo della Caritas a Javornik mi informai in merito al loro atteggiamento politico. La superiora mi assicurò: « Ieri abbiamo udito alla radio il signor Dubcek. Pre­ghiamo per lui ». E quando chiesi ad una suora incon­trata per strada, a Praga, quel che pensava di Jan Pa­lac, essa mi rispose: « Il suicidio è una cosa terribile, ma noi comprendiamo questo martire e preghiamo per lui, non solo per lui, ma per tutti i nostri concittadini e per il nostro Paese ».

Se ne andò nel suo abito scuro, gli occhi bassi. I bambini la guardarono al passaggio come un fanta­sma, una sopravvissuta del mondo di ieri. Ma io rividi nella mia memoria centinaia di donne umili e lavora­trici, che rinunziarono a tutte le gioie del mondo, a tutte le ricchezze, per servire i piú bisognosi. Mi ricor­dai di quanto fossero state sfruttate e ingiurate; di come, per i sacrifici di tutta una vita, avessero ricevuto duecento corone di pensione, insufficienti anche a pagare un ricovero in una casa di carità, tanto che le piú sane, la cui paga era stata fissata a sole seicento corone, dovevano lavorare per loro.

Di tutto questo mi ricordai. Anche degli occhi di un piccolo essere umano muto e paralitico, in uno degli istituti dove nessuna infermiera laica vuole impie­garsi. E gli occhi di quel ragazzo sedicenne, al quale la suora fece comprendere - non so come - che sedici anni di sofferenze in terra gli varranno una eter­na ricompensa in cielo. Ho visto gli occhi di questi sofferenti quando la bianca mano della suora carezzava la loro fronte dolorante. Perciò parlo a favore di questi ottomilasettecento paria cecoslovacchi. La loro riabilita­zione dovrebbe essere una cosa normale ».

La riabilitazione di queste paria non ha avuto luo­go, come non ha avuto luogo la riabilitazione dell'arci­vescovo di Praga Giuseppe Beran. Dopo essere stato segregato per diciannove anni, venne creato cardinale nel 1965 e il governo gli concesse il permesso di re­carsi a Roma. Era convinto che avrebbe potuto ritor­nare a Praga. Dato che ciò gli venne reso impossibile, visse ancora quattro anni in esilio, carezzando fino al­l'ultimo la speranza di poter morire a Praga.

Nel gennaio del 1969 i drammatici avvenimenti della sua Patria gli diedero un ultimo motivo di dimo­strare la sua sollecitudine pastorale. Dalla radio Vaticana parlò al suo popolo cosí duramente provato: « E' un'ora triste e grande! Ascoltate anche la mia voce piena di afflizione e di affetto! E' la voce del vostro vecchio arcivescovo di Praga, cardinale Giuseppe Beran, che vi parla da Roma. Per ora purtroppo non mi è possibile venirvi a trovare e rivedervi, dopo tanti anni di assenza, come sarebbe mio vivissimo desiderio! Ma il mio cuore è con voi; io condivido, come pastore e come cittadino di codesta terra cara e benedetta, la passione che adesso tutta l'affligge, e la rende, nel do­lore e nella speranza, piú grande e piú unita.

Piango con voi la morte di Jan Palac e degli altri che lo hanno seguito. Ammiro il loro eroismo, anche se non posso approvare il loro gesto disperato. Il suici­dio non è mai umano. Che nessuno piú lo ripeta: che tutti invece lo ricordino, per vivere l'ideale alla quale essi hanno cosí crudelmente immolato la loro giovane esistenza.

Chi vi parla ha pure sofferto tanto, voi lo sapete. Ma è venuto il momento di dimenticare il passato. Non consumiamo nell'odio le nostre energie spirituali; ma riversiamole nella concordia, nel lavoro, nel servizio ai nostri fratelli, nella nuova prosperità del nostro Pae­se. Siamo un popolo buono e forte. Apriamo ai giovani la via della speranza.

Voi mi domanderete come posso io, da lontano, parlarvi cosí. Vi rispondo: lo posso perché lo devo; io sono in Cristo vostro maestro, vostra guida, vostro ami­co, vostro padre. E lo devo perché io credo. La mia fede è la mia luce. Le mie mani sollevano questa luce davanti a voi per chiamarvi, per guidarvi, per salutarvi. Se questo dovesse essere il mio ultimo sforzo di fedeltà e di amore per voi, se non mi fosse dato, come desi­dero, di rivedervi, considerate questo come il mio testa­mento spirituale. Non lo rifiutate, non lo dimenticate. Sursum corda, figli e fratelli! Sursum corda, nel silenzio e nella speranza sarà la vostra forza ».

Il 17 maggio 1969 egli è morto a Roma. Lo abbia­mo conosciuto bene. Nel 1967 ci accompagnò in pelle­grinaggio a Fatima, nella speranza che da ciò sarebbe scaturita una giornata annuale di preghiera e di peni­tenza per la Chiesa Perseguitata. Era riconoscente per ogni aiuto che gli davamo e per ogni premura dimo­stratagli. Era un uomo buono e pacifico. Bastava incontrarlo per comprendere quanto doveva essere inumano e diabolico il sistema che per vent'anni e fino alla sua morte, lo aveva tormentato e perseguitato. Ci inchiniamo riverenti nel suo ricordo e ripetiamo dinnanzi alla sua tomba le parole che Papa Giovanni gli fece giungere indirettamente in carcere, in occasione del cinquanten­nio della sua ordinazione sacerdotale: « Vorremmo venire da te! E' cosa triste per il No­stro animo non poter festeggiare con te questa ricor­renza giubilare del tuo sacerdozio. Non Ci è permesso di rivolgerti la Nostra voce neppure per farti giungere, per via diretta, queste Nostre parole di conforto e di incoraggiamento. Nonostante tutto deve sostenerti la consapevolezza di aver agito bene. Non per colpa tua, ma a causa della tua virtú sei stato prostrato; né sterile e senza frutto sarà l'inoperoso silenzio a cui ti hanno costretto l'ingiustizia che soffri e la pena immeritata che ti è inflitta. Il grano di frumento che si disfa sotterra produrrà la spiga e darà un'aurea mèsse ».

 

Rimetti a noi i nostri debiti

In Olanda, alcuni anni fa, l'Aiuto alla Chiesa che soffre venne attaccato da un professore cattolico come un fenomeno preoccupante perché, da movimento in origine realistico e puramente religioso, sarebbe poi scon­finato in una direzione totalmente falsa. Egli rimpro­vera alla nostra Opera una degenerazione spaventosa, ci accusa di mancanza di cristianesimo perché nelle no­stre pubblicazioni noi faremmo esattamente ciò che il cristiano non deve fare: seminare paura e odio. D'altra parte non faremmo ciò che il cristiano deve fare: sve­lare alle coscienze gli aspetti sia positivi che negativi del comunismo, come anche gli aspetti negativi e posi­tivi del mondo occidentale. A seguito di una mia ri­sposta il professore fa l'ammissione seguente: « Padre van Straaten può pubblicare liberamente tutto sulla persecuzione della Chiesa, a patto di descrivere nel me­desimo tempo la colpa della Chiesa stessa nella perse­cuzione ».

Per quanto concerne questa colpa possiamo dire che Gesti si nasconde di preferenza in persone povere e deboli che Lui chiamò « i piú piccoli fra i miei ». Se noi ci siamo assunti il compito di consolarLo pro­prio là dove Egli viene di nuovo odiato, perseguitato, imprigionato, torturato e crocifisso, sappiamo in par­tenza che Gesú ormai non soffre e non muore nella irrepetibile e per ogni creatura irraggiungibile perfezione della Sua umanità, bensí nell'umanità inferma di coloro che rimangono peccatori, anche se, per il battesimo, sono stati a Lui incorporati.

La Chiesa sulla terra non è solo la comunione dei santi, ma egualmente una Chiesa di peccatori. Ogni sof­ferenza umana, eccetto quella di Cristo, sarà dunque, in un modo o nell'altro, affetta da colpa. E non sarà mai difficile col libro di storia alla mano dimostrare a posteriori che una persecuzione si è diretta contro una Chiesa effettivamente composta da papi, vescovi, sacer­doti e fedeli imperfetti. Ma si esagera veramente e non è d'altronde cristiano l'esigere che in base a ciò e per maggior tatto nei confronti dei comunisti, non si dovreb­be parlare della persecuzione della Chiesa se non com­misurandola alle colpe commesse dai perseguitati stessi. Nel vangelo non c'è scritto che dobbiamo aumentare le pene degli afflitti gravandoli di rimproveri. Non è bello gettare pietre ai fratelli in angustie, mantenendosi a sicura distanza. Se si deve parlare di colpe non si parla mai delle colpe degli altri che non possiamo e non dobbiamo giudicare, ma solo delle colpe e delle respon­sabilítà proprie.

Bisogna inoltre far notare cke già nel Vecchio Testamento Dio ha decisamente dichiarato che noi non siamo responsabili dei peccati dei nostri padri. Né la Chiesa di oggi, né noi personalmente siamo colpevoli del sorgere- del comunismo. Invece siamo noi responsa­bili del suo sopravvivere o del suo crollo. E' per questo che a Fatima la Santa Madre di Dio ha reso il pro­blema Russia un caso di coscienza per ognuno di noi. Secondo il giudizio da Lei espresso nel 1917 - a tutt'oggi l'unico giudizio realistico espresso in materia - la pace mondiale dipende dalla conversione della Russia. E la conversione della Russia dipende dalla nostra. La nostra colpa non risiede dunque nella zavorra storica del passato, ma nella nostra scristianizzazione odierna. La rivelazione di Fatima, che è soltanto una ripeti­zione per i nostri tempi di verità puramente evangeli­che, ci insegna che la radice di ogni male sta non nelle situazioni politiche, economiche o sociali, ma nei nostri cuori. Di conseguenza una rinascita spirituale è la condizione previa, indispensabile di ogni miglioramen­to politico e sociale. Fintanto che questo rinnovamento nei cuori e negli animi non avrà luogo rimarrà anche la minaccia di una terza guerra mondiale.

A Fatima la Santa Vergine rivelò il rimedio a questa minaccia. Essa lo fece quando in Russia il co­munismo non era ancora al potere, in quegli stessi mesi del 1917 in cui Lenin preparava la sua rivoluzione d'ottobre senza che anima viva presumesse quale peri­colo minacciasse il mondo. Questa rivoluzione, della quale innumerevoli cristiani sono complici, era nella sua essenza una rivolta totale contro Dio e tale è ri­masta. Essa può essere soltanto paragonata alla rivolta di Lucifero.

Il messaggio di Maria, che ci ha insegnato come questa rivolta poteva essere sedata e restaurata la pace, trovò poco ascolto. Scoppiò quindi la seconda guerra mondiale, come Lei aveva predetto. Questa terminò con una vittoria del comunismo, che si assoggettò una terza parte del mondo. Milioni di profughi e di oppres­si, una cortina di ferro attraverso l'Europa, un muro attraverso Berlino e una persecuzione religiosa mai vista fino ad allora ne furono le conseguenze. Per rispondere alle sofferenze che come un'ombra accompagnano il co­munismo, sorse allora l'Opera nostra a favore della Chiesa perseguitata.

La nostra Opera viene avversata da quanti credono che la Chiesa possa pacificamente convivere con il co­munismo. Essi mettono in dubbio la ragione stessa della nostra azione - che disturba il loro dialogo con i persecutori della Chiesa - asserendo che il co­munismo ha perduto il suo carattere ateo militante. Questa è un'illusione! Il comunismo che il Papa ha definito « inguaribile » modifica, sí, la sua tattica, ma giammai il suo satanico scopo finale: la negazione di Dio, il Suo forzato esilio dagli intelletti, dai cuori e dalle coscienze dei fedeli e l'annientamento di ogni reli­gione. E' per questo che nessun comunista può fare la pace con Dio senza cessare d'essere comunista ed è per­ciò che l'umanismo ateo è di nessun valore per « il mondo degli uomini veri, il quale non potrà mai essere tale senza il sole di Dio sul suo orizzonte » (Paolo VI). Per cambiare questa situazione a nulla varranno la pa­cifica coesistenza e i dialoghi, i contatti diplomatici, le trattative e gli accordi. E' per questo che Paolo VI - con la medesima chiarezza di Pio XI, Pio XII e Gio­vanni XXIII - ci parla dei « Paesi nei quali la libertà è praticamente oppressa e dove la negazione di Dio è promossa, quasi essa rappresenti la verità dei tempi nuovi e la liberazione dei popoli, mentre cosí non è... ».

Il 13 maggio 1967, nonostante le critiche di sacer­doti, intellettuali e giornalisti cattolici, il Papa ha com­piuto un viaggio a Fatima, onde pregare per la pace nella Chiesa e nel mondo, per i Paesi comunisti e le loro popolazioni defraudate della libertà. Questo può venire interpretato come un estremo tentativo per far penetrare finalmente nei cuori della cristianità minaccia­ta le parole di Maria, terribili, ma non prive di spe­ranza. Pur senza togliere il velo che cela parte del pro­fetico messaggio di Maria, Paolo VI ha confermato che non v'è altra salvezza che ascoltare l'appello di Maria alla preghiera e alla penitenza. Tre mesi prima della rivoluzione dell'ottobre 1917 Ella aggiunse: « Se mi si ascolterà la Russia si convertirà; altrimenti i suoi errori si diffonderanno nel mondo scatenando guerre e persecuzioni religiose, molti giusti saranno martoriati, il Santo Padre soffrirà molto, interi popoli saranno annientati... ». Le sciagure del passato e le catastrofi che ci minac­ciano confermano la credibilità di questo avvertimento, che d'altronde è stato riconosciuto da quattro pontefici. Nessuno è obbligato a condividere questo punto di vista. In nome della tolleranza e dell'amore del prossimo rite­niamo tuttavia di poter chiedere che gli spiriti « illu­minati » nella Chiesa cessino infine di offendere e ridi­colizzare, a causa di Fatima, il Papa e gli innumerevoli fedeli che stanno al suo fianco.

Il 13 maggio 1967, come un accorato grido d'allar­me rivolto ai pellegrini e ripetuto milioni di volte dalla stampa, dalla radio e dalla televisione, è risuonata la drammatica parola del vicario di Cristo: « Il mondo è in pericolo! ». Non è forse tanto più pauroso questo pericolo ora che in molte provincie ecclesiastiche il sale della terra si fa sempre piú scipito e sempre piú si fa violenza alla pace e all'unità nella Chiesa, per le quali il Papa ha pregato con tanto fervore a Fatima?

Non senza ragione il Santo Padre ha ripetuto - con tatto e in termini condizionali - i suoi troppo volutamente ignorati avvertimenti nei confronti dell'a­narchia spirituale che minaccia la Chiesa. Non senza ragione egli ha difeso il risveglio voluto dal Concilio contro le interpretazioni arbitrarie e non autorizzate dal Magistero della Chiesa. Non senza ragione egli si è opposto ai sobillatori, ai demolitori della struttura essen­ziale della Chiesa e a coloro che, lungi dall'avere l'ansia per la salvezza delle anime, cercano un accomodamento con le stolte ideologie moderne e con lo spirito pro­fano di questo mondo.

Non è forse da attribuirsi alla sempre piú profonda decadenza spirituale e morale in seno alla Chiesa post­conciliare, il fatto che il pericolo che minaccia l'uma­nità abbia assunto dimensioni cosí apocalittiche? Dov'è rimasto il sale della terra? Dov'è la luce del mondo? Se questa luce viene ad essere spenta dagli stessi figli di Dio, non è inevitabile allora che scienziati moralmen­te sottosviluppati abusino delle loro inaudite possibilità a scopo d'omicidio e di distruzione? Dice il Papa: « L'u­manità è carica di armi terribilmente micidiali ed essa non è moralmente cosí progredita come lo è nel campo scientifico e tecnico ». E conclude: « Vedete come il quadro del mondo e dei suoi destini qui (a Fatima) si presenta immenso e drammatico. E' il quadro che la Madonna ci apre davanti, il quadro che contempliamo con occhi esterrefatti ma sempre fidenti; il quadro al quale ci appresseremo sempre - e ne facciamo promes­sa - seguendo il monito che la Madonna stessa ci ha dato: quello della preghiera e della penitenza ».

Con queste ultime parole Paolo VI ha pubblicamen­te promesso di recitare ogni giorno il rosario e di far penitenza. Lo ha fatto per la pace. E' un triste segno che un importante quotidiano cattolico olandese abbia annunciato il pellegrinaggio del Papa con il titolo: « Da Nostra Signora della guerra fredda ». E' qui che il dia­volo in vesti cattoliche semina confusione. Qui il lupo in veste d'agnello si è intrufolato nella Chiesa di Dio. Chi vuole rimanere fedele volga le spalle a questi tra­ditori e segua il Papa.

La speranza non è ancora del tutto perduta. Avven­gono ancora dei miracoli. Il fatto che la gioventú d'ol­tre cortina si stacchi sempre piú dal marxismo è forse dovuto al rosario dei semplici e alla loro pratica della penitenza che viene derisa dai sapienti di questo mondo. E' questo il preludio alla riscoperta di Dio? Il batte­simo di Svetlana Stalin nel quartier generale dell'ateismo ne costituisce un sintomo. All'orizzonte albeggia la Spe­ranza che la promessa di Maria - « Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà » - si avveri piú presto di quanto avessimo pensato.

Potremo infrangere la superba opposizione al ruolo che Maria svolge nel piano di Dio, soltanto facendoci umili e implorando il Suo soccorso. Questo non signi­fica essere retrogradi e non è in contrasto con il vero rinnovamento della Chiesa. Leggete ciò che scrive in merito il cardinal Suenens, del quale non si possono mettere in dubbio né il progressismo né l'erudizione: « Al riparo dell'attività e degli intrighi di coloro che si pongono in primo piano, una gigantesca battaglia infuria; è la battaglia fra angeli e demoni per la sal­vezza o la perdizione dell'umanità. Satana è il capo degli spiriti infernali. La condottiera delle schiere celesti è la Regina degli Angeli, il cui alfiere è San Michele. Colui che disse di no a Dio è sceso in campo contro Colei che disse di sí. Questo è il vero senso degli at­tuali avvenimenti e la sola filosofia della storia che spie­ga le ultime cause ».

Noi cristiani lo sappiamo meglio di tutti e per que­sto siamo piú degli altri responsabili per l'attuale situa­zione del mondo. Il mondo non si cambierà finché noi non cambieremo. Dobbiamo capire una buona volta che due guerre mondiali nel corso di trenta anni significano una schiacciante condanna di Dio sulla vita che condu­ciamo. Il mondo sta davanti al tribunale di Dio e sol­tanto la penitenza ci può ancora aiutare. Questo è il messaggio della voce tonante di Dio che ci accusa nel­l'orrida pirotecnia delle esplosioni atomiche.

Non bisogna aver paura del comunismo perché com­batte Dio, ma perché noi dimentichiamo Dio, non per­ché è forte nell'odio, ma perché noi siamo deboli nel­l'amore; non perché fa morire i cristiani, ma perché noi non viviamo da cristiani.

In questo senso la Chiesa perseguitata dell'Est, pu­rificata nel sangue e nelle lacrime, è molto piú inno­cente della Chiesa non perseguitata dell'Occidente. Noi siamo ancora legati a questa terra da mille catene. Noi non perseguitiamo Cristo, ma lo compromettiamo. E finché oscureremo lo splendore di Cristo col peccato, col materialismo e l'egoismo, ci mancherà la forza di trascinare i comunisti a Colui che desidera ardentemente regnare anche nei loro cuori.

Sí, siamo colpevoli per il perdurare del comunismo e non abbiamo mai cessato di ripeterlo! Per questo, a partire dalla rivoluzione ungherese non abbiamo, mai pronunciato una predica senza un appello appassionato alla penitenza, alla riforma della vita, alla conversione. Per questo mai per il crollo del comunismo abbiamo posto la nostra speranza nei mezzi violenti di questo mondo ma soltanto in Dio, nella Sua santa Madre e nella preghiera assidua. Per questo lavoriamo febbril­mente per un avvenire migliore, fornendo ogni possibile aiuto per preparare il santo drappello di coloro che, uniti a Dio e con Gesú in mezzo a loro, dovranno instaurare il vero dialogo con Mosca, il dialogo del Cristo misericordioso che tutto comprende e tutto per­dona, con la pecorella smarrita e il figliol prodigo. Non si possono imparare le parole di questo dialogo dai libri, ma soltanto dallo Spirito Santo. Prima del dialogo però deve esserci la nostra conversione e soltanto allora Dio ci rimetterà i nostri debiti.

 

Conclusione

Lettera a Cristo

Signore Gesú Cristo, molti anni fa mi presi la li­bertà di scriverti una lettera. In mancanza di un servizio postale con il cielo, fui obbligato a indirizzarla a delle persone nel cui cuore tu abiti. Ti ringrazio ancora una volta per l'esito favorevole che desti allora alla mia lettera. Ed eccomi di nuovo alla tua porta e busso. Grido verso tutte le finestre della tua casa e chiedo. Nuovamente infatti mi hai posto in difficoltà con la tua sorprendente affermazione: « Ciò che avrai fatto ai piú piccoli dei miei, l'avrai fatto a me ». Ho preso ciò alla lettera. Perciò non oso respingere nessuno che mi chieda un aiuto nel tuo nome. Io penso sempre che sei tu stesso che vieni a sfogarti con me, che tu stesso scrivi le lettere in cui si ricorre al mio aiuto. Perciò rispondo di sí, ogni qualvolta tu vieni a chiedermi qual­cosa per te.

Ciò è riuscito per ventidue anni e non hai mai deluso la mia fiducia. Hai commosso sempre di nuovo i cuori di amici e benefattori, in modo che le mie mani si riempivano sempre ed io potevo mantenere le pro­messe fatte per amor tuo nell'Europa dell'Est, in Asia, in America Latina e in Africa. Sí, Signore, pur avendo fatto voto di povertà e benché abbia rinunciato a tutti i beni, mi hai dato la gioia di poter distribuire piú di cinquantasei miliardi di lire ai fratelli nei quali tu soffri

Ora però sei venuto troppo frequentemente a tro­varmi. Ora sei diventato troppo esigente. Con troppa testardaggine mi hai inseguito supplicando. Ora mi hai fatto promettere piú di quanto potrò mantenere. La grave crisi infatti che colpisce la Chiesa ha seminato lo smarrimento e l'infedeltà anche nelle file dei miei amici. Benefattori che prima mi aiutavano, si sono allon­tanati. Altri ne hanno abbastanza di sentirsi ricordare incessantemente le sofferenze dei perseguitati. L'amore di molti si è raffreddato o si è rivolto verso le cose di questo mondo. Per colmo di sventura debbo aggiun­gere che la stampa, la radio e la televisione, che nel passato dettero vasta eco ai miei appelli, tacciono ora le mie preoccupazioni e soffocano la mia voce, dato che la nostra azione non gode piú della simpatia di coloro che dittatorialmente amministrano i grandi mezzi di comunicazione.

Tu sapevi tutto questo mentre mi si sollecitava cosí smisuratamente. Io non lo sapevo. E ho acconsentito a tutte le tue richieste, senza tener conto dei contrat­tempi che mi obbligheranno a ridurre drasticamente i sussidi, a meno che tu non mi aiuti.

Tu sai, Signore, che io sono un uomo debole e limitato. Sai che, la notte, talvolta non riesco ad addor­mentarmi quando cerco nuovi mezzi per rimediare alla miseria che mi hai affidato. Sai che ho sfacchinato per te fino allo stremo delle mie forze e che ora non so piú a che santo votarmi. Controlla tu stesso la conta­bilità della nostra Opera e la lunga lista di promesse che non potrò mantenere. Calcola tu stesso quanti mi­lioni mi hai chiesto di troppo e di quanti milioni ho esagerato la mia fiducia verso di te. E dimmi che debbo fare.

In questi ultimi anni mi hai chiesto ogni volta circa 156 milioni di lire per finanziare l'assistenza spi­rituale ai profughi. Quali sacerdoti devo deludere? Posso economizzare 15 milioni di lire sopprimendo l'assistenza ai profughi albanesi, bulgari e cèchi. Vuoi questo? Il bilancio per la Chiesa perseguitata si eleva a 1 miliardo e settantacinque milioni di lire. Cessando l'invio di libri e sopprimendo la motorizzazione in favore dei preti dell'Europa dell'Est, possiamo economizzare 151 milioni di lire. E' questo che vuoi? E mi chiedi annualmente 200.000 dollari 125 milioni per la formazione di sacer­doti e intellettuali per l'Europa dell'Est e per i paesi dove la Chiesa è minacciata. Questi giovani non possono continuare i loro studi senza il nostro aiuto. Essi sono zelanti e generosi. Contano su di noi. Sopprimendo 25 borse di studio, economizzo 12 milioni e mezzo ma distruggo l'avvenire di 25 giovani. Sei d'accordo? E che cosa devo fare della Chiesa minacciata in America Latina, in Africa e in Asia, per la quale a tua richiesta, dal 1961, ho già dovuto spendere 6 miliardi e 250 milioni di lire.

Ti ricordi, Signore, come mi sei venuto incontro bisognoso in Suor Rosemarie, nei profughi per i quali non c'era posto all'albergo, in tante madri addolorate, in Annie Wong ad Hong-Kong, nelle bronzee ragazze di Bombay, nell'irsuto portiere della Cina rossa, nel piccolo Woe, nel padre dei porci a Cheju, in Perla Preziosa a Saigon, in Benito Sakay che porta il tuo volto piangente tatuato sul ventre, in padre Lagerwey che giace gravemente ammalato a Manila, e in Maria Thoi che nella notte di Natale mise al mondo il suo bimbo nel campo di Nam Hai? Non è forse piú necessario che io li soccorra? A chi di loro dovrò d'ora in poi negare il mio aiuto?

E ti ricordi di padre Celsiu a Bacabal, tuttora pere­grinante fra le sue due chiese e le ottantatre cappelle per assistere spiritualmente il popolo abbandonato? Ti dispiace d'essere stato presso di me il suo intercessore? Ti dispiace ch'io t'abbia riconosciuto in Monsignor Expedito, che sacrifica le sue ultime risorse per la Chiesa nel Brasile nord-orientale, nelle suore di Nisia Floresta, nei diaconi dell'isola di Itaparica, nella vedova in lacri­me di Severino Silva, in Padre van der Rest, nei saggi e intrepidi cardinali di Salvador e di Santiago, in Miguel de Scusa Mendes e nei suoi dieci figli nella favela di Rio? Non sono essi forse i minimi dei tuoi fratelli e quel che faccio per loro non l'ho forse fatto a te?

Non vivi piú nei bambini della morte bionda, nella gente del fango di Bukavu e nelle poverissime suore dell'Istituto della Resurrezione di Madre Hadewych? E non piangi piú nei bambini innocenti di oltrecortina ai quali appartiene il Regno dei cieli ma a cui si impe­disce di venire a te? Non devo piú curarmi dei settemila sacerdoti che subiscono la sorte di Joan Tautu, delle undicimila suore a cui in Lettonia, in Ucraina, in Un­gheria, in Cecoslovacchia e altrove si impedisce di seguire la loro vocazione? Vuoi che non spedisca piú pacchi alle settantamila famiglie che, come la famiglia Nagy, vengono trattate come schiave? Non ti interessano piú i giovani operai che con i loro transistors ascoltano la Radio Vaticana e il laico ungherese che non capisce piú la diplomazia vaticana? Non devo fare piú niente per il sacerdote che ci ha lasciati deluso e che prefe­risce trascorrere di nuovo dodici anni in una prigione comunista anziché rimanere piú a lungo con noi? Vuoi che abbandoni alla loro sorte i vescovi segreti e i preti­operai che in santa illegalità costruiscono la Chiesa delle catacombe? Vuoi che non mi curi piú dei cristiani che vivono soli con te in Russia, o dei nostri scoraggiati fratelli in Cecoslovacchia che, dopo aver sognato la li­bertà, hanno perduto ogni speranza? Vuoi che io respin­ga sia pure uno solo di questi protetti?

No, Signore, tu non lo vuoi. Tu non puoi contrad­dirti. Dopo essere venuto da me mille volte nelle sem­bianze di gente misera e disperata che mi ha mosso a

soccorrevole amore, Tu non puoi volere che io l'abban­doni. Per questo sto dinnanzi alla tua porta e busso. Grido verso tutte le finestre della tua casa e chiedo. Tu hai detto: « Chiedete e vi sarà dato, bussate e vi sarà aperto... ».

Tocca ora i cuori di tutti coloro che leggono questa lettera. Fa' loro comprendere quanto sarebbe spavento­so deludere migliaia di fratelli poveri che soffrono. Fa' in modo che confrontino lealmente la miseria degli altri con il loro proprio benessere. Fa' che siano mise­ricordiosi secondo le loro possibilità, affinché ottengano loro stessi la tua misericordia. Amen.

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“ Roma: 0669893911

 

DATI BIOCRAFICI

1913 Padre Werenfried nasce a Mijdrécht (Olanda) e viene battezzato con i nomi di Filippo, Giovanni ed Hendricus.

1932 Studia filologia classica a Utrecht.

1934 A 21 anni entra nell'ordine dei Premostratensi nell'abbazia di Tongerlo (Belgio).

1940 Viene ordinato sacerdote.

1942 Viene a sapere del messaggio di Fatima.

1947 Inizio dell'Opera «Ostpriesterhilfe» (Aiuto per i sacerdoti dell'Est). Padre Werenfried pubblica in «De Toren», la rivista dell'abbazia, «Non c'è po­sto in albergo». Chiede aiuto per 14 milioni di te­deschi espulsi dall'Est, dei quali 6 milioni cattoli­ci.

1948 Invio di aiuti dalle Fiandre ai tedeschi espulsi dal­la loro patria, attraverso i «sacerdoti con lo zaino in spalla».

1949 Stretta collaborazione con Mons. Kindermann, direttore della «Casa paterna degli espulsi» e del seminario di Koenigstein (Germania); motorizza­zione dei primi sacerdoti con lo zaino in spalla.

1950 Avvio dell'azione cappelle volanti.

1951 Costruzione di chiese nella diaspora tedesca. Fon­dazione della prima «fortezza di Dio», un con­vento presso la cortina di ferro.

1952 Inizio dell'attività di soccorso per la Chiesa perse­guitata. Prima serie di prediche di Padre Weren­fried in Germania, Austria e Svizzera.

1953 Fondazione dei «Compagni costruttori» allo sco­po di costruire case per i poveri e chiese per il Si­gnore. Nello stesso anno Padre Werenfried incon­tra il Papa Pio XII.

1954 L'Opera estende il suo interessamento ai profughi provenienti da tutti i paesi comunisti.

1954 Inizia la pubblicazione dell'«Eco dell'Amore» che presto appare in sei lingue.

1955 Aiuto agli arabi nei campi-profughi di Israele. 1956 Insurrezione in Ungheria. Padre Werenfried in­contra il cardinale Mindszenty a Budapest. Gran­de campagna di soccorsi a favore dell'Ungheria. Fondazione dell'Opera in Germania.

1957 Padre Werenfried incontra il cardinale Wyszyn­ski. L'Opera finanzia la formazione di seminaristi polacchi e il sostentamento delle suore contem­plative in Polonia.

1959 Visita i profughi in Asia ed incontra Madre Teresa di Calcutta.

1960 Visita di nascosto tutti i vescovi iugoslavi. Pubbli­ca il libro «Mi chiamano Padre Lardo».

1961 L'Opera aiuta i profughi provenienti dalla Cina, dalla Corea del Nord e dal Vietnam del Nord. 1962 Padre Werenfried prende parte come come con­sultore al Concilio Vaticano II ed incontra 60 ve­scovi provenienti dai Paesi di oltrecortina. Il Papa Giovanni XXIII chiede aiuti per l'America Latina. 1963 Padre Werenfried incontra il cardinale Slipyj e soccorre i cattolici ucraini.

1964 L'Opera viene riconosciuta come «Pium Sodali­tium» e posta alle dirette dipendenze della Santa Sede. Padre Werenfried viene nominato Modera­tore Generale. Il segretariato internazionale viene spostato da Tongerlo a Roma. Viene fonndato un segretariato nazionale italiano.

1965 Padre Werenfried visita il Congo (Zaire) dopo la rivolta Simba. Avvio della campagna di aiuti per la Chiesa in Africa e dell'operazione «Aiuto e Speranza» nel Cile. Incontra Papa Paolo VI.

1966 A Bukava (Zaire) Madre Hadewych fonda assie­me a Padre Werenfried l'Istituto «Figlie della Ri­surrezione», che viene affiliato all'Opera come «Pia Unio».

1967 Paolo VI riceve il Consiglio Generale e fa perve­nire all'Opera per mezzo del Cardinale Cicogna­ni, Segretario di Stato, la sua benedizione e un consistente sussidio.

1968 Padre Werenfried visita la Cecoslovacchia e orga­nizza aiuti durante e dopo la «primavera di Pra­ga».

1969 Padre Werenfried scrive «Dove Dio piange». Ini­zia la campagna di aiuti per la Chiesa minacciata nelle Filippine, in «Kirche in Not/Ostpriesterhil­fe» (Aiuto alla Chiesa che soffre/Aiuto ai sacerdo­ti dell'Est).

1970 Inizio della campagna di aiuti per la Chiesa mi­nacciata in Haiti. In collaborazione con il Papa Paolo VI aiuti per gli alluvionati in Romania. Pa­dre Werenfried visita la Chiesa perseguitata in quel paese.

1971 Nuovo viaggio in America Latina. Dopo il grande terremoto in Perù, soccorsi per la ricostruzione delle chiese danneggiate.

1972 Durante il genocidio nel Burundi Padre Weren­fried viene temporaneamente incarcerato. Fugge e trova riparo nella Nunziatura. Dopo alcuni gior­ni viene espulso dal paese.

1973 Inizio del progetto «AMA» l'«impresa trasporti per la buona novella» in Brasile: quaranta diocesi vengono aiutate con 300 autocarri.

1974 In occasione dell'assemblea generale a Roma 200 tra cardinali, vescovi e prelati prendono parte al ricevimento.

1975 Il Segretariato internazionale dell'Opera viene trasferito a Koenigstein.

1976 Campagna di aiuti per i terremotati nel Guatema­la, per gli esuli del Vietnam in vari campi profu­ghi dell'Asia e per i «boatpeople».

1978 Aiuti per i profughi dall'Angola e dalla Guinea. Fondazione del Servizio d'informazione interna­zionale in Koenigstein. Giovanni Paolo II riceve Padre Werenfried.

1979 Inizia la diffusione della «Bibbia del fanciullo» in America Latina. La pubblicazione viene salutata a Puebla da 181 cardinali e vescovi.

1980 Intensificazione dei soccorsi a favore dei cristiani nel Libano.

P. Werenfried si ritira come Moderatore Generale dell'Opera.

1981 Il Papa Giovanni Paolo II parla ai partecipanti dell'assemblea generale in Roma, che elegge Pre­sidente Mons. Lemaitre. Padre Werenfried viene nominato Assistente ecclesiastico.

1982 Azione «Una nave per la Polonia». Aiuti per la Polonia.

1984 L'Opera ottiene lo stato giuridico di una associa­zione universale pubblica di diritto pontificio. Gli statuti vengono conformati al nuovo Diritto cano­nico ed approvati dalla Santa Sede.

1985 Padre Roger Vekemans S.J. succede a Mons. Le­maitre quale Presidente ad interim.

1986 La «Bibbia del fanciullo» raggiunge la tiratura di 12 milioni di copie ed è tradotta in 43 lingue. 1987 Padre Vekemans viene eletto Presidente dall'as­semblea generale.

1989 Padre Roman Vanasse o.praem. succede a Padre Werenfried quale Assistente ecclesiastico dell'Ope­ra. Padre Werenfried continua a scrivere la lettera

ne «L'Eco dell'Amore» ed intensifica le sue azioni di predicazione.

Si verificano cambiamenti politici nell'Europa centro orientale. Padre Werenfried si reca in Un­gheria e Romania per avviare una campagna di aiuti.

1990 Congresso di Schónstatt, durante il quale la dire­zione dell'Opera, insieme ai vescovi dei paesi li­beratisi dal comunismo, analizza la situazione nell'Europa dell'Est e stabilisce i compiti da svol­gere nei confronti della Chiesa risorgente dalle rovine.

Padre Werenfried predica in Ungheria e in Cecoslovac­chia e viene accolto con entusiasmo. Il 25 luglio celebra nel silenzio il 50° anniversario della sua ordinazione sacerdotale. In ottobre sollecita la co­struzione di nuove cappelle volanti per la rievan­gelizzazione nell'Europa dell'Est.

1991 Padre Werenfried accompagna il cardinale Luba­chivski, arcivescovo maggiore e metropolita di Leopoli, durante il suo rientro in Ucraina e, in quell'occasione, predica davanti a una folla di di­verse centinaia di migliaia di ucraini greco-cattolici. Il 13 ottobre si realizza il primo collegamento ra­diotelevisivo tra Mosca e Fatima: in un colpo solo il messaggio di Fatima si diffonde su tutto il terri­torio nazionale. Padre Werenfried interviene du­rante il collegamento con un appello a tutti i fra­telli russi di pregare per la conversione della Rus­sia e dell'Occidente materialistico.

Dal 28 novembre al 14 dicembre, partecipa, quale membro di nomina pontificia, al Sinodo straordi­nario dei vescovi europei.

Nomina dell'arcivescovo Mons. Joseph Stimpfle come Delegato Apostolico dell'Opera.

1992 Nel mese di ottobre Padre Werenfried, accompa­gnato da alcuni collaboratori, si reca a Mosca, a Novgorod e San Pietroburgo per incontrare i

massimi rappresentanti locali delle Chiese cattoli­ca ed ortodossa. Durante questa visita, Padre We­renfried presenta il libricino "Sotto la tua prote­zione" che, stampato in migliaia di copie, guida la recita ecumenica del rosario dei fedeli cattolici ed ortodossi nello spirito del messaggio di Fatima.

1993 Padre De Smet viene eletto Presidente dall'As­semblea Generale.

1994 Con l'approvazione della Santa Sede e in collabo­razione con il Patriarcato di Mosca, Padre Weren­fried avvia il grande progetto ecumenico per fi­nanziare il sostentamento e l'apostolato dei 6.000 sacerdoti ortodossi e dei 60 sacerdoti cattolici in Russia. È la nuova dimensione dell'Opera che ri­sponde ai bisogni non più soltanto della Chiesa che soffre a causa delle persecuzioni o della mise­ria, ma anche di quella che soffre a causa delle di­visioni.

1997 Sulla tomba dell'Apostolo Pietro, Padre Weren­fried celebra la Santa Messa di solenne apertura del Giubileo dell'Opera.

1999 Padre Joaquin Alliende e Hans-Peter Róthlin ven­gono eletti, rispettivamente, Assistente Ecclesia­stico Internazionale e Presidente Internazionale dell'Opera.

2000 In maggio si tiene a Roma il Pellegrinaggio Giubi­lare dell'Opera. In luglio, padre Werenfried cele­bra in Olanda, il 60° anniversario di sacerdozio. 2001 Secondo le indicazioni di Giovanni Paolo II viene accentuato l'impegno nella pastorale familiare e nella formazione a servizio della nuova evangeliz­zazione.

2002 Il Santo Padre riceve in udienza gli Assistenti ec­clesiastici dei Segretariati Nazionali accompagnatí da padre Werenfried.

2003 Il 31 gennaio padre Werenfried torna alla Casa del Padre. Secondo le sue volontà, i 600.000 benefat­tori di "Aiuto alla Chiesa che Soffre" sono impe­gnati a continuare la sua missione.