LE STIMATE DELLA PASSIONE

Dottrina e Storia della Devozione alle Cinque Piaghe

di Don Ignazio Sonetti - Verona, 18 giugno 1952

PREFAZIONE

Sulla devozione alle Cinque Piaghe di Cristo si è scritto poco e quasi unicamente a scopo di edificazione. Nell'abbondante messe di studi sto­rici e teologici di spiritualità, fiorita nell'ultimo mezzo secolo, se ne cerca invano uno che tratti questo tema con un'ampiezza che superi il limi­tato interesse di un particolare ambiente. o di un determinato periodo. Il lavoro che qui presento vorrebbe tentare l'impresa.

In primo luogo esso intende recare un contri­buto alla storia della spiritualità in un settore sommamente interessante, anche se non vistoso, e sinora alquanto trascurato. Ho cercato perciò di condurlo innanzi con criterio scientifico, sulla ba­se di un materiale ampio quanto più possibile ed insieme rigorosamente vagliato, e con costante preoccupazione critica.

Tuttavia è ovvio che la devozione alle Cinque Piaghe non può essere trattata alla stregua della mitologia greca. Essa è una realtà viva nelle anime di oggi come lo era nel passato, e perciò lo studio della sua storia non deve rimanere fine a se stes­so. Ho creduto quindi opportuno inquadrare la narrazione delle vicende storiche della devozione, con l'esposizione dei principi teologici e ascetici da cui essa prende le mosse e delle conclusioni cui conduce. Per tal modo vorrei lusingarmi che il libro, pur non essendo stato scritto a scopo di let­tura spirituale, possa riuscire anche di una certa utilità pratica.

Non spenderò molte parole per scusarmi del­l'imperfezione del lavoro. So anch'io che di fron­te al piano discretamente ambizioso che mi sono proposto, l'esecuzione risulta inadeguata. Prego soltanto il lettore di tener presente che ho dovuto costruire dalle fondamenta, raccogliendo il mate­riale direttamente dalle fonti, nell'assenza quasi completa di sussidi bibliografici. Chi ha pratica di simili lavori saprà comprendere.

Desidero infine far sapere che se nel libro si troverà qualcosa di buono, il merito è solo in par­te mio. Ho potuto valermi infatti dell'aiuto di in­signi studiosi, e di valenti amici, che mi hanno for­nito prezioso materiale storico ed utili indicazio­ni. Nominarli tutti mi è impossibile: ma penso sa­ranno lieti di sapere che, io riconosco pienamente il debito che ho verso ciascuno di loro.

D. IGNAZIO BONETTI C. P. S.

 

INTRODUZIONE

LA DEVOZIONE ALLA PASSIONE IN GENERALE

1. - La devozione alla Passione, quanto è sem­plice ed immediata nella pratica, altrettanto pare difficile a descriversi. La sua nozione è assai com­plessa e risulta di svariati elementi che si sono venuti manifestando successivamente nelle diver­se forme della pietà cristiana, e la cui combina­zione non è costante, ma varia secondo gli svilup­pi di questa.

Ci studieremo tuttavia di tratteggiarne a gran­di linee la fisionomia e di indicarne insieme l'o­rigine storica e la funzione propria nella vita spi­rituale, per avere una visione generale dello sfon­do sul quale si stacca la devozione alle Cinque Piaghe.

 

A) Nozione generica della devozione alla Passione - Sua origine storica.

2. - Già nell'antica Liturgia troviamo qualche cosa della devozione alla Passione: ossia il culto della Passione.

Come è noto, il concetto di « devozione » è più ampio che non quello di « culto », giacchè comprende ol­tre a ciò che è proprio di questo, anche altri elementi: amore, imitazione, ecc. (V. BILLOT, De Verbo Incarnato, Th. 36, Coroll., n. 1).

Si afferma comunemente che il Cristo della Liturgia classica è il Mediatore vivente fra Dio e l'uomo, il Capo glorioso del Corpo mistico. Ma con ciò non si vuol negare che la Liturgia si occupi di Cristo paziente. Anche senza parlare del fatto che la S. Messa altro non è che la rinnovazione del Sacrificio della Croce, e che tutti i Sacramentai ne sono immagine e ricevono da quello ogni loro effi­cacia, si può affermare che la Passione entra per buona parte nella Liturgia come oggetto di culto diretto.

Nell'Ordinario della Messa il Sacerdote dice espressamente di offrire il S. Sacrificio « in memoriam Passionis », « memores tam beatae Passio­nis »: ov'è evidente che la «memoria » non si ri­solve nel semplice atto del ricordare, ma importa ancora venerazione, riconoscenza, fiducia verso il Crocifisso. Basta poi dare uno sguardo all'ufficia­tura della settimana santa (pur lasciando da parte quanto fu poi aggiunto in età più tardive) per ren­dersi conto che la Passione ha la sua parte nel­l'antica Liturgia.

3. - Pure è vero che con ciò siamo ancora lon­tani dalla devozione alla Passione quale si intende oggi comunemente.

Di sentimenti di compassione e di affetto per Gesù sofferente, di desiderio di partecipare alle sue pene, di imitare la sua pazienza ecc., non si ha traccia, si può dire, nella Liturgia classica. Questa vede nella Passione soprattutto il mistero di redenzione e di salvezza, lo strumento con il quale Cristo cancellò il peccato e ci ridonò la vita della grazia; per essa la Passione è beata, vitto­riosa, gloriosa, la Croce è vessillo del Re, trono da cui Dio regnò ecc. Ed è sotto tale aspetto che la Passione è oggetto di culto da parte della Li­turgia.

Era riservato alla pietà privata il compito di penetrare più addentro nel mistero della Passio­ne, di considerarlo, oltre che nella sua efficacia redentiva, anche nella sua realtà storica, e di va­lorîzzarlo così più ampiamente nella vita spiritua­le, attraverso la devozione propriamente detta al­la Passione.

4. - Per ben comprendere il significato di tale progresso, occorre tener presente che Passione e Redenzione esattamente parlando non sono la stessa cosa. Di fatto Gesù compì la Redenzione per mezzo della Passione. Ma ciò non era necessario. Un semplice atto della sua volontà umana sarebbe stato più che sufficiente a soddisfare la divina giu­stizia e ad ottenerci la salvezza, perchè atto di una persona divina, e perciò di infinito valore. Se egli scelse la Passione, lo fece di sua volontà, per dei motivi che rendevano più conveniente l'aspra via della sofferenza e dell'umiliazione, che non qual­siasi altra a lui possibile. La Passione quindi, dev'essere considerata anche in se stessa, facendo astrazione dalla sua efficacia redentiva, perchè dai motivi per i quali fu scelta da Cristo a preferenza di qualsiasi altro mezzo di redenzione, essa ac­quista un suo proprio e distinto significato.

Non è difficile intravedere quali fossero tali motivi, quando si consideri il piano generale se­guito dal Verbo Incarnato per attuare l'opera del­la Redenzione. Cristo intatti non s'accontentò di soddisfare per il peccato e di meritare la restitu­zione dei doni soprannaturali, ma volle insieme fornire all'uomo i mezzi morali più efficaci perchè egli potesse attuare in sè la Redenzione. Per que­sto si fece nostro maestro e modello, e si presentò inoltre sotto quelle forme che dovevano riuscire le più efficaci per attrarre a sè, e quindi a Dio, l'animo umano. Ciò spiega da un punto di vista ulteriore tutto il complesso della sua vita, che al­trimenti, trattandosi di un Uomo-Dio, sarebbe incomprensibile.

Ora, per quanto riguarda in particolare la Passione, la S. Scrittura indica alcuni motivi per i quali Cristo la volle soffrire. Dice infatti S. Paolo: «Conamendat suam caritatem Deus in no­bis, quoniam cum inimici essentus, Christus pro nobis niortuus est» (Rom. V, 8). Dal che appare che nella Passione Cristo volle darci una prova dell'amore di Dio per noi. E se è vero che non v'è maggior amore che dare la propria vita, dobbiamo concludere che nella Passione si ha la massima prova dell'amore di Dio per l'uomo, e con ciò stesso il più efficace stimolo per l'uomo all'amore di Dio.

S. Pietro dal canto suo scrive nella seconda Lettera: «Christus passus est pro nobis, vohis re­linquen.s exemplum, ut sequainini vestigia ejus» (II Petr., 21). Ov'è espresso con tutta chiarezza che nella Passione Cristo volle altresì offrirci un esempio eroico da imitare.

S. Tommaso, echeggiando la Tradizione, ag­giunge a questi un terzo motivo. Cristo, dice egli, volle soffrire la Passione affinchè l'uomo potesse misurare dal valore del prezzo sborsato - il San­gue preziosissimo - la malizia e gravità del pec­cato, e ne concepisse così una maggiore avversio­ne.

Questi tre motivi sono ben sufficienti ad indi­care il significato della Passione nel piano della Redenzione. Da essi infatti appare che la Passio­ne doveva essere lo stimolo più efficace per gli at­ti fondamentali della vita cristiana: quali sono ap­punto l'amore di Dio, che di quella vita è il costitutivo essenziale; la pratica delle virtù morali che ne integrano l'organismo; la purificazione dal pec­cato che ne è la condizione necessaria. In una parola, nella Passione Cristo volle darci come un libro, nel quale l'uomo potesse trovare, scritta con i caratteri più vivi ed impressionanti, tutta la scien­za pratica della vita spirituale. E «libro » appun­to fu chiamato dai Santi il Crocifisso: «il quale - dice S. Caterina da Siena - fu scritto in sul legno della Croce, non con inchiostro, ma con sangue, con capoversi delle dolcissime e sacratissime pia­ghe di Cristo ».

5. - Siamo ora in grado, dopo queste riflessio­ni, di valutare il progresso compiuto dalla pietà privata nella penetrazione del mistero della Pas­sione e nella sua valorizzazione per la vita spirituale.

Essa infatti cominciò a vedere in Gesù pazien­te appunto il «libro », e si diede a studiarlo assi­duamente, per comprenderne a fondo il significa­to. Si rivolse a Cristo non soltanto come al Reden­tore glorioso, ma anche come all'Uomo dei dolori prese a considerare la Passione oltre che nei suoi frutti di salvezza, anche in se stessa, nella sua realtà umana, nella molteplicità e asprezza delle sue sofferenze, per compatire il divino Paziente, per chiedergli perdono dei peccati che di quelle sofferenze erano stati la cagione, per ricambiargli l'amore, per imitarne gli esempi. E da ciò pro­priamente nacque quella che oggi chiamiamo de­vozione alla Passione.

6. - Quando, e sotto l'impulso di quali fatti ­ebbe inizio tale devozione?

La questione ha destato recentemente notevole interesse fra gli studiosi. Secondo il P. Rousselot: la devozione ai misteri della vita di Cri­sto, e in particolare alla Passione, costituisce la grande novità ed il merito incomparabile del Me­dio Evo, a cominciare da S. Bernardo e S. Fran­cesco. Prima d'allora la pietà cristiana era tutta orientata verso Cristo Dio, oppure verso il Re­dentore e Mediatore glorioso, ma ignorava quasi la vita terrena di lui e le sue sofferenze, ossia il Cristo storico.

Fu il movimento delle Crociate che diede un nuovo orientamento alla pietà. L'anima dell'Euro­pa cristiana, tutta protesa verso i Luoghi Santi, ove Gesù aveva trascorso la vita e sofferto la Pas­sione, provò allora un interesse nuovo per i mi­steri della vita terrena del Salvatore: e nacque così la nuova devozione.

7. - Le affermazioni del P. Rousselot furono accettate da molti come definitive.

Ma qualcuno osservò che la novità della de­vozione non doveva essere intesa in senso rigoroso. Già nei Padri siriaci del sec. IV, e particolarmen­te in S. EFREM, si trovano dei tratti sulla Passione, che si direbbero usciti dalla penna di un qualche francescano del Duecento. La pellegrina SILVIA, pure del sec. IV, che potè assistere a Gerusalemme alla celebrazione del Venerdì Santo, descrive con vivacità i pianti con i quali la folla accompagnava la lettura della Passione.

S. Agostino rivolgendosi alle Vergini racco­mandava loro: «Toto vobis figuratur in corde, qui pro vobis est fixus in truce ».

Degli antichi Monaci è detto che «giorno e notte tenevano innanzi agli occhi Cristo Croci­fisso »; e dell'Abate PEMENE è trasmesso que­sto tratto eloquente: « La mia anima è andata in un luogo ove ha visto Santa Maria madre di Dio piangere ai piedi della Croce. Come avrei voluto anch'io piangere sempre così ».

Sono queste testimonianze di vera e propria devozione alla Passione e non v'è dubbio che la serie potrebbe essere prolungata.

La novità della devozione nel Medio Evo va perciò intesa nel senso che mentre prima ci si im­batte soltanto in casi singoli e sparsi, per quanto numerosi, ora invece ci si trova di fronte ad un movimento di devozione vasto e duraturo.

8. - Ma di precisazioni anche più importanti furono trovate suscettibili le affermazioni del P. Rousselot circa l'origine del movimento stesso.

D. Wilmart O. S. B., potè dimostrare che la devozione ai misteri dell'Umanità di Cristo era familiare agli ambienti monastici già prima di S. Bernardo e S. Francesco, nel sec. XI.

E il suo confratello D. Berlière, mentre ad­duceva altri testi e fatti che costituivano altret­tante prove della stessa tesi, non dubitava di risa­lire fino al sec. IX, per rintracciare le radici di quella devozione in seno all'Ordine Benedettino. Noi crediamo sia questa la via giusta per riu­scire, a determinare le vere origini della devozio­ne alla Passione. Per conto nostro siamo stati col­piti dal fatto che alcune formule devozionali rela­tive alla Passione, assai diffuse nel Medioevo, era­no già in uso all'epoca carolingia. Anzi una ricer­ca in proposito ci ha portati alla constatazione che la loro origine risale ai tempi remoti del Monachi­smo irlandese. Si ritrovano infatti in antichi libri di devozione anglosassoni, come parti di lunghe preghiere di composizione certamente celtica, le quali risalgono - a giudizio degli Editori - ai sec. VII-VIII.

9. - Non è nostra intenzione affrontare, alla luce di tali indicazioni, uno studio esauriente sul­l'origine della devozione ai misteri dell'Umanità di Cristo; ma possiamo tuttavia già qui affermare che vi sono buone ragioni per ritenere che il limite fissato dal P. Rousselot all'origine della devozio­ne stessa, debba essere notevolmente spostato.

Le lunghe preghiere di composizione irlandese cui abbiamo accennato, sono delle complete rasse­gne dei misteri della vita di Cristo, dall'Incarna­zione all'Ascensione, con particolare rilievo ai mo­menti della Passione, nelle quali ad ogni mistero ci si sofferma per esprimere un sentimento o formu­lare un'invocazione. Ne daremo un saggio più avanti, quando riporteremo i tratti relativi alle Ferite del Crocifisso.

Insieme con queste, sono da ricordare pure numerose preghiere alla Croce e le invocazio­ni a Cristo contenute nelle celebri « Loricae », tanto caratteristiche per il tono di confidenza e di intimità con cui sono espresse. Tutto ciò testi­monia presso i Monaci irlandesi del primo Medio Evo una diffusa devozione ai misteri dell'Umanità di Cristo, ed in particolare alla Passione, che presenta già i caratteri essenziali della devozione dei secoli XII e XIII.

L'uso di formule devozionali irlandesi anche in Europa, dall'epoca carolingia in poi, dimostra la continuità fra quel movimento di devozione e quello che si venne man mano sviluppando sul continente. Ed è d'altronde già noto il vasto influsso esercitato dai Monaci celti - dagli « Scotti» com'erano chiamati allora - sulla vita cultu­rale e religiosa dell'Europa, attraverso la loro espansione missionaria. Sicchè è lecito pensare che essi abbiano avuto una parte preponderante anche nell'origine e nello sviluppo della devozione alla Passione.

10. - Comunque l'interesse di queste osserva­zioni, più che nell'assegnazione di un limite cro­nologico più esatte per l'inizio della devozione alla Passione, sta nel fatto che esse consentono di deter­minare con maggior verità per quali ragioni e sotto l'impulso di quali fattori la devozione abbia avuto origine.

Nessuno penserà di negare che il movimento grandioso delle Crociate abbia contribuito notevolmente allo sviluppo della devozione alla Passione. Ma sembra esagerato affermare che ad esso se ne debba ricondurre l'origine. Dalle circostanze di tempo e di ambiente in cui si vedono svolgersi i primi passi di questa devozione, appare che essa è frutto non tanto di particolari avvenimenti sto­rici, quanto piuttosto di una evoluzione spontanea della pietà cristiana.

Si ricordi che, come dicevamo sopra, quantunque la Liturgia fosse indirizzata prevalentemente verso Cristo vivente e glorioso, già l'antichità cri­stiana offre testimonianze eloquenti di un orienta­mento della pietà verso la persona storica di Cristo paziente.

Ma si tenga anche presente che nell'antichità non esisteva; accanto alla Liturgia, un culto privato organizzato con forme ed espressioni proprie. I più antichi libri di preghiere ad uso privato ed extraliturgico erano semplicemente dei Salteri, cui erano aggiunte alle volte altre formule, ma sempre tolte dalla Liturgia: come il «Gloria in excelsis », il «Credo », qualche Inno ecc.; e l'Autorità eccle­siastica si mostrava riluttante all'introduzione di pratiche di culto diverse da quelle liturgiche. E' soltanto più tardi, a Medio Evo già inoltrato, che la pietà privata si viene svincolando dalla Litur­gia e comincia a darsi fare con espressioni pro­prie.

Ora ciò avviene soprattutto ad opera del Mo­nachismo irlandese, com'è dimostrato dal fatto che le prime formule devozionali non liturgiche che compaiono negli antichi libri di preghiere, pre­sentano nella maggior parte ben netti i caratteri delle composizioni celtiche. Si vedano per es., oltre i già citati libri compilati in Inghilterra (che sono i più antichi (che si conoscano), il De Psal­morum usu e gli Officia per ferias di Alcuino (+804); il libro di preghiere detto di Fleury; il Martitale precum di S. Giovanni Gualberto (+1073).

Abbiamo così che l'origine della devozione al­la Passione coincide, sia per il limite cronologico che per l'ambiente, con l'origine della pietà pri­vata come forma distinta ed autonoma di culto. E la coincidenza non pare davvero fortuita, quan­do soprattutto si pensi che l'orientamento della pietà verso la Passione non era nuovo, ma si tro­vava soltanto impossibilitato a tradursi in un mo­vimento di devozione, per le circostanze che ab­biamo accennate.

Possiamo quindi concludere che l'origine della devozione alla Passione va spiegata con questo semplice fenomeno: la formazione e l'affermazione della pietà privata come forma di culto autonoma e distinta dalla Liturgia.

Per tal modo la devozione alla Passione - ed ai misteri dell'Umanità di Cristo in genere - appare non tanto come il prodotto della mentalità di un certo periodo storico o di un qualche avve­nimento particolare, ma come il frutto naturale e spontaneo della pietà cristiana, che si sente at­tratta verso Cristo suo centro, non meno nei fatti della sua vita terrena, che nella gloria della sua vita celeste.

 

B) Gli elementi della devozione alla passione.

11. - Vediamo ora più in particolare quali sia­no gli elementi della devozione alla Passione.

Un passo rimasto classico dello Stimulus amoris pseudo-bonaventuriano, raccoglie e fissa così. gli atti che la considerazione del grande mistero deve suscitare nell'animo del cristiano: «La con­siderazione della Passione di Gesù è atta a pro­durre in primo luogo l'imitazione, in secondo luo­go la compassione, quindi l'ammirazione, l'esul­tanza, poi ancora la trasformazione in Cristo, ed infine il dolce e quieto abbandono in lui ».

Troviamo qui indicato un buon numero di at­ti: dai quali appare, fra l'altro, che non è estraneo alla devozione l'atteggiamento della Liturgia, che nella Passione vede soprattutto il mistero di Re­denzione. Infatti l'ammirazione e l'esultanza ri­spondono precisamente a tale atteggiamento.

Tuttavia l'Autore non intendeva con questo testo - cui fa seguire uno svolgimento assai bello, con la spiegazione di tutti i sei atti - dare una descrizione compiuta e sistematica della devozione alla Passione: come appare dal fatto che l'enume­razione degli atti non segue perfettamente l'ordine logico e non è del tutto completa.

A questo scopo risponde meglio l'enumerazio­ne data da DIONIGI CERTOSINO: «Devi meditare ogni giorno, anzi di continuo, la Passione di Cristo: e lo puoi fare in vari modi e con molti atti. Primo: richiamandola alla mente; secondo: compatendo; terzo: imitando; quarto: compiacendotene; quin­to: ringraziando; sesto: ammirando; settimo: in­fiammandoti di amore; ottavo: sostando in con­templazione; nono: abbandonandoti in dolce quie­te.

Questa lista di atti manifesta evidentemente la preoccupazione dell'Autore di non ometterne alcuno ed insieme di seguire un ordine progressi­vo. Si può dire che, per quanto riguarda la devozione nel Medio Evo, la sua enumerazione sia completa.

Ma dopo di lui, e specialmente dal sec. XVII in qua, la devozione alla Passione ha progredito ed è venuta assumendo nuovi atteggiamenti. Cosic­ché neppure questa enumerazione così varia ed ab­bondante può ritenersi esauriente.

12. - Comunque non è da simili enumerazioni di atti che noi possiamo attenderci di conoscere l'indole propria della devozione alla Passione. A questo scopo è necessario determinare quali, fra tanti atti, siano i fondamentali e caratteristici, quelli che conferiscono alla devozione una nota distintiva ed un'efficace propria ricavata dal suo proprio oggetto.

Un altro testo, di LANSPERGIO CERTOSINO (1489­-1539), pare soddisfi a questa esigenza: «Devi sape­re, o figlia - così Gesù parla all'anima - che la mia Passione si può meditare in tre modi. In pri­mo luogo considera in me i dolori stessi, cioè tutto quello che ho sofferto, come se lo soffrissi attual­mente: la mia povertà, l'inedia, la fame, il freddo, il caldo, la fatica, la stanchezza, le persecuzioni, gli oltraggi, le ingiurie, le afflizioni, la croce e la morte. E questo consideralo per intenerire il tuo cuore e muoverti a compassione del tuo amante fedele che soffre per te, cioè per il tuo bene.

Considera poi in me la maniera di vivere e soffrire, cioè l'umiltà, la pazienza, la mansuetu­dine, la semplicità, l'amore: e ciò per imitarmi.

In terzo lungo, il motivo per cui ho abbrac­ciato la sofferenza: cioè l'immensa carità con la quale ti ho amata e ti ho lavata nel mio sangue. Giacchè fui colpito per i tuoi peccati, calpestato per i tuoi delitti, per ridonarti la salute con le mie piaghe. Il Padre pose sopra le mie spalle i peccati di tutti ed io spontaneamente li accettai... affinchè, commossa da un sì grande amore e fe­deltà, tu avessi a ricambiarmi l'amore ».

Noi crediamo siano qui indicati con perfetta penetrazione gli atti fondamentali e caratteristici della devozione alla Passione. Si vede infatti che gli atti son fatti corrispondere agli aspetti princi­pali sotto cui si può considerare la Passione.

Cristo volle darci nella Passione, nella molti­tudine ed asprezza dei suoi dolori, la misura della malizia del peccato. Di qui, per il cristiano, il dovere di considerare attentamente quel mare di amarezza, di compenetrarne profondamente l'ani­mo suo, di compatire e di lasciarsi ammollire il cuore nella penitenza.

Nella Passione Cristo ci ha dato ancora un esempio eroico di virtù e di sacrificio ed il pegno supremo del suo amore per noi; al che corrispon­dono, rispettivamente, gli altri due atti indicati da Lanspergio: l'imitazione e l'amore.

13. – Il nome stesso esprime a sufficienza la indole, di questi atti fondamentali, ma non sarà inopportuno aggiungere qualche osservazione che valga a chiarirla meglio.

La compassione è quel sentimento per cui l'animo partecipa vivamente ai dolori della Pas­sione, li penetra e li sente quasi come fossero pro­pri: e perciò, quando è più inteso, trova anche esso come il dolore la sua espressione nel pianto. La compassione ha dunque per oggetto i dolori di Gesù considerati in se stessi, nella loro semplice e cruda realtà: e come tale è l'inizio e, si può dire, anche la misura di ogni ulteriore penetrazio­ne de mistero della Passione.

Tuttavia una circostanza di quei dolori è par­ticolarmente efficace per destare il sentimento di compassione: il fatto cioè che essi furono sofferti per noi, per i nostri peccati. Ed è perciò che gli autori spirituali suggeriscono ordinariamente di trattenersi nella considerazione di questa circo­stanza per eccitare più viva e sentita la compas­sione.

Da ciò consegue naturalmente che la compassione abbia anche, come primo ed immediato frutto spirituale, le contrizione e la penitenza dei propri peccati. Ecco a proposito un passo di S. IGNAZIO Di LOJOLA. Egli formula così il terzo pre­ludio alle meditazioni sulla Passione:

«Terzo Preludio: Chiedere dolore, afflizione e confusione, pensando che il Signore andò alla Passione a causa dei miei peccati ».

E S. BONAVENTURA dà un ammonimento anche più espressivo: «Ogni qual volta ricordiamo la Passione di Cristo, dobbiamo piangere non per lui che già è stato glorificato, ma per i nostri peccati ».

Di qui si vede che la compassione segna il primo passo nella devozione alla Passione. Essa vuol portare certamente al perfetto amore del Crocifisso: ma comincia con lo spezzare la resistenza opposta nell'anima dal peccato e dalla tie­pidezza, ed è questa la sua propria e principale funzione.

14. - L'imitazione di Gesù paziente non esige naturalmente la riproduzione in se stessi delle sue sofferenze e della sua morte. Ad alcuni è concesso anche questo sommo privilegio: sono i Martiri, i quali fra tutti i Santi son quelli che hanno calcato più dappresso le orme del divino Modello.

Ma nel proporre se stesso ad esempio in forma di Crocifisso per tutti i cristiani, Cristo intese che essi riproducessero in sè lo spirito con il quale egli affrontò la Passione e la morte. Dice bene Lanspergio: «Considera in me il modo di vivere e di patire... per imitarmi». Ciò significa che dal divino Paziente noi dobbiamo imparare l'obbe­dienza, l'umiltà, la pazienza e tutte quelle virtù di cui egli diede esempio eroico: soprattutto poi l'a­more al sacrificio e alla rinuncia, che è condizione essenziale per la pratica di ogni virtù.

15. - Potrà forse recar meraviglia che l'amore sia posto da Lanspergio come atto conseguente alla compassione ed all'imitazione, mentre parreb­be che si debba intendere come presupposto ad esse, come primo principio e sostegno di tutta la devozione. Dice infatti anche lo Stimulus amoris: «Se sarai ben unito a Gesù con l'amore, allora sentirai compassione per i suoi dolori ».

Ma si noti che l'amore posto qui come ultimo elemento della devozione alla Passione, distinto dalla compassione e dall'imitazione e frutto di esse, non è l'amore presupposto ad ogni devozio­ne: ma è l'amore perfetto, quello che ha coscienza di rivolgersi all'Oggetto amabile per eccellenza, che è provocato dal desiderio di corrispondere al­l'amore sommo dimostratoci da Gesù nella sua Passione e che a quello vorrebbe essere in qualche modo proporzionato: è l'amore unitivo, trasfor­mante, che tende all'immedesimazione col suo Oggetto, è, in una parola, la trasformazione che anche lo Stimulus amoris mette al vertice della devozione alla Passione.

Udiamo allora la bella descrizione che ne dà quest'ultimo:

«Consideriamo la Passione di Cristo per ot­tenere che il nostro cuore si disciolga e si tra­sformi completamente in lui. Il che avviene quando l'uomo non solo imita, compatisce, ammira ed esulta, ma ancora si trasmuta in lui, nel Signor Nostro Gesù Cristo Crocifisso, al punto che quasi ovunque ed in ogni momento gli si pari dinanzi. Anzi allora si trasforma veramente in lui quando, uscendo di se stesso, dominando tutte le cose, più ancora dominando se stesso, sollevandosi al di so­pra di tutto, totalmente si è trasformato nel suo Signore sofferente a tal segno da non vedere nè sentire alcunchè, se non Cristo crocifisso, deriso, oltraggiato, sofferente per noi ».

Ecco dunque dove vuole arrivare la devozione alla Passione: all'immedesimazione con Gesù pa­ziente, a far sì che l'amore di lui occupi a tal punto l'animo umano da immergerlo totalmente in Cristo.

Ci si può chiedere quale altra devozione pos­sa pretendere a tanto. Certamente tutti i misteri dell'Umanità di Cristo attirano il nostro amore. Ma nessuno eguaglia in efficacia il mistero della Passione, nel quale l'amore di Gesù ha la sua più alta e viva manifestazione. La fonte stessa dell'a­more di Gesù, il suo S. Cuore, sarà scoperta ap­punto attraverso le Ferite del Crocifisso; e la de­vozione verso di esso, il cui atto essenziale è l'a­more, non sarà che il coronamento della devozione alla Passione.

16. - La pietà moderna, dal sec. XVII in qua, ha dato un grande sviluppo ad un altro atteggia­mento, che venne valorizzato specialmente nella devozione al S. Cuore ad opera di S. Margherita Maria Alacoque, ma che nella devozione alla Passione ha il suo terreno naturale: vogliamo dire lo spirito di riparazione.

Nella Passione, oltre il gran libro della san­tificazione propria, si torna a vedere il mistero di redenzione: ma non tanto per ammirarne la gloria e lo splendore, quanto piuttosto per con­statare l'incomprensione in cui è lasciato e la sua inefficacia rispetto a tanta parte dell'umanità.

Aprendo gli occhi sul mondo, le anime devote della Passione vedono che l'onda purificatrice e vivificatrice del Sangue di Cristo non scorre su tutte le anime, mentre gran parte degli uomini corrispondono con il peccato e con l'indifferenza all'amore del Redentore: ed a questa vista esse si sentono spinte ad intensificare il proprio amore e la propria generosità verso Gesù crocifisso, per compensare la ingratitudine degli uomini e per cooperare, nello stesso tempo, alla Redenzione, aggiungendo la propria parte di sacrificio alla Passione di Gesù. Estendendosi così oltre la sfera degli interessi individuali, la devozione diventa apostolica. E mentre si fa sempre più strada nella spiritualità moderna la comprensione dell'efficacia apostolica dell'amore e del sacrificio, la devozione alla Passione che appunto dell'amore e del sacri­ficio è lo stimolo più efficace, assume un aspetto nuovo che ne accresce l'attrattiva.

Da queste espressioni si vede che la riparazione ha due aspetti: secondo che la si intende in rapporto a Cristo (e a Dio stesso) offeso dal peccato, oppure in rapporto alle anime peccatrici. Aspetti però, diciamo subito, che vanno intesi non in senso disgiuntivo, ma copulativo, in quanto si completano, anzi si compenetrano a vicenda. - Es­senzialmente la riparazione consiste nel supplire, ossia prestare una compensazione col proprio amore e col pro­prio sacrificio, alla deficienza di tante anime che si abban­donano al peccato. Ora il peccato è insieme offesa di Dio.

Come si vede Però da questi cenni, non si tratta propriamente, di un nuovo elemento costi­tutivo della devozione, quanto piuttosto di un tono o di un orientamento nuovo, che la devo­zione sempre uguale nei suoi atti fondamentali ha accentuato, informandosi dello spirito aposto­lico tanto sentito nella pietà dei tempi moderni.

 

C) La devozione alla passione nella vita spirituale.

17. - Parlando della devozione ai misteri del­l'Umanità di Cristo, S. BERNARDO usa delle espres­sioni che a tutta prima sembrano poco lusinghiere. Egli la chiama « carnale », la paragona al latte che si dà ai bambini, la dice cosa adatta per l'a­nima debole ed inerte.

«Sebbene tale devozione verso l'umanità di Cristo sia un dono, e un grande dono dello Spi­rito Santo, tuttavia io chiamerei carnale questo amore, se lo raffronto con quello che ha per og­getto non già il Verbo fatto carne, ma il Verbo sapienza, giustizia, santità, verità, pietà, fortezza ecc... ». «All'anima ancor debole ed inerte vien mostrata la terra scavata [ossia l'Umanità trafitta di Cristo], perchè in essa possa nascondersi finchè non guarisca e si rafforzi tanto da poter scavare da sè i fori nella roccia, attraverso i quali entrare nell'intimità del Verbo, con l'energia e purezza dello spirito ».

Ma è chiaro che con tali espressioni, egli che fu il grande apostolo di questa devozione non intende tanto di insistere sulla sua inferiorità di fronte all'amore che ha per oggetto direttamente Dio, o, peggio, di deprezzarne il valore, quanto piuttosto di mettere in risalto il significato e la funzione provvidenziale che ad essa compete nella nostra vita spirituale.

Per noi uomini fatti di carne, e per giunta di carne viziata dal peccato, portati perciò natu­ralmente verso ciò che è carnale e sensibile, non è facile elevarsi a Dio invisibile e purissimo Spi­rito: ci occorre l'aiuto di qualche cosa che colpi­sca i sensi ed attiri il cuore.

Orbene Dio volle provvedere a questa fonda­mentale esigenza dell'animo umano, e vi provvide facendosi uomo egli stesso e presentandosi in quel­le forme che dovevano riuscire le più efficaci per attirare la nostra sensibilità e conquistare i nostri cuori. « Io penso - spiega il santo Dottore - che il motivo principale per cui Dio affatto invisibile volle farsi vedere rivestito di carne e trattare da uomo con gli uomini, sia stato quello di trarre ad un salutare amore della sua Umanità tutti i cuori di uomini carnali che non sapevano amare se non secondo la carne: e così di gradino in gra­dino condurli poi all'amore spirituale ».

Per farsi amare come Dio, Dio volle farsi pri­ma amare come uomo. Perciò l'amore dell'Uma­nità di Cristo, la devozione ai suoi misteri, non è certamente da equipararsi all'amore di Dio, nel quale consiste la perfezione della vita cristiana: ma è il gradino che ci occorre per salire a quello. Dando legittima soddisfazione alle innate esigenze dell'animo umano, essa vale a rintuzzarne le pre­tese smodate, a correggerne le deviazioni e ad attirarlo verso la sua meta, Dio. « Sia dolce e soave - raccomanda perciò il Dottore mellifluo - il Signore Gesù, per far fronte agli allettamenti falsamente dolci di una vita carnale: ed una dol­cezza vinca l'altra, così come un chiodo caccia l'altro ».

Amore carnale dunque, questa devozione ai misteri dell'Umanità di Cristo, latte per i bambi­ni. Sì certamente, dice S. Bernardo: ma «buono però quest'amore carnale che spegne la vita della carne, fa disprezzare e vincere il mondo ». Ed ancora: «Ecco intanto la mia più sublime filoso­fia: conoscere Gesù, e Gesù crocifisso. Non ricer­co, come la sposa, dove riposi sul meriggio, men­tre me lo stringo in gioioso amplesso sul petto. Non ricerco dove stia pascendosi, quando lo con­templo mio salvatore sulla croce. Quello è più sublime, questo più soave: quello è pane, questo è latte, adatto alle viscere dei bambini...». E sinchè siamo quaggiù, alle prese con questo corpo di carne, siamo certamente tutti bambini, biso­gnosi del latte.

Questa, in breve, la dottrina generale della devozione ai misteri dell'Umanità di Cristo, che esposta con singolare chiarezza e vivacità da San Bernardo, divenne tosto e rimase poi sempre pa­trimonio acquisito della spiritualità cristiana.

18. - Venendo più particolarmente alla devo­zione verso il mistero della Passione, è facile con­statare come attraverso i suoi atti fondamentali, essa accompagni e sorregga l'anima in tutte le tappe della sua salita verso l'unione con Dio. Nella prima tappa, quella della lotta contro il peccato e il vizio, l'anima trova un aiuto effi­cacissimo nella considerazione compassionante delle sofferenze di Gesù.

La difficoltà maggiore di questa lotta, più an­cora che dalla debolezza dell'uomo, deriva forse dalla sua incapacità a comprendere la gravità del peccato. Questo purtroppo si presenta anche con un lato attraente che impedisce spesso all'intel­ligenza di coglierne tutta la malizia, ed alla volontà di fuggirlo con decisione.

Ma quando l'anima si pone davanti al Cro­cifisso e si lascia compenetrare dell'immensità dei suoi dolori, allora sì comprende e sente cos'è il peccato, perchè ha trovato la giusta misura della sua gravità. La considerazione del Crocifisso e dei suoi dolori, è sempre stata ritenuta uno dei mezzi più efficaci per far cedere anche i cuori più indu­riti. Analogamente si dovrà dire che una devozione assidua alla Passione sarà un mezzo dei più efficaci per escludere totalmente dall'anima il peccato ed il vizio, ossia per percorrere con successo la via purgativa.

19. - Passando poi allo sforzo più positivo di acquistare le virtù, quale miglior sostegno troverà l'anima, della imitazione di Gesù paziente?

Certamente essa può ricevere ovunque inse­gnamenti di virtù, incitamento ed aiuto al suo progresso. E pur volgendosi al divino Modello, trova in tutti i misteri della sua vita una scuola di vita ascetica.

Ma quale maggior efficacia quella del mistero della Passione, dal quale si impara soprattutto l'amore al sacrificio ed alla mortificazione che della vita ascetica è come l'anima! Ogni passo in­nanzi nella via della virtù è segnato da un distac­co, da una rinuncia alla natura, e sarebbe semplicemente illusorio pensare di poter progredire nella vita spirituale senza l'amore alla mortificazione. In questo senso ogni anima che tende alla perfezione sa di dover affrontare una sua passione, di dover portare la sua croce. Ora non v'è che la Passione e la Croce di Gesù che possano dare all'ani­ma la forza morale ed il coraggio a ciò necessari. Là si impara ad accettare il sacrificio, ad amarlo anzi, ad abbracciare la croce con gioia. I Santi ricevettero di lì quello slancio sublime che li portava al trasporto estatico, allo spasimo per la croce, fino a ripetere: « O patire, o morire ».

20. - Finalmente, purificata da ogni macchia, adorna delle virtù, l'anima può abbandonarsi li­beramente all'unione con Dio nell'amore, meta ultima della vita spirituale.

Orbene, anche l'unione con Dio trova il suo miglior alimento ed il più efficace sostegno nella devozione alla Passione, in quanto questa importa l'unione intima, l'immedesimazione con Gesù paziente. E' qui anzi che splende in tutta la sua evidenza la verità della dottrina di S. Bernardo.

L'amore intimo e trasformante di Gesù croci­fisso è la leva più efficace per sollevare l'animo umano all'amore intimo e trasformatore di Dio.

Si senta quanto dice al proposito DIONIGI CERTO­SINO, in questo brano di rara chiarezza e praticità: «La mente umana nello stato miserabile in cui ora si trova, non riesce a rimanere a lungo fissa attualmente in Dio, nè a perseverare costantemente nella contemplazione delle cose celesti. Perciò se vuole abituarsi a riprendersi prontamente, a racco­gliersi in Dio ed a divenire sempre più ferma e costante nelle cose divine, necessario che s'abitui a imprimersi fortemente nel cuore qualcosa di utile e salutare, e ve lo scolpisca indelebil­mente... Ora non saprei che cosa vi possa essere di più utile e salutare che la Passione di Gesù Cristo.

Alcuni Santi si scelsero a questo scopo un versetto affettuoso dei Salmi, come: Deus in ad jutoriunt meum intende, o Cor mundum crea in me Deus ecc. - Ma a me sembra che non vi sia nulla di meglio da imprimere nella mente, che la rappresentazione della Passione del Signore. Dal ricordo quotidiano di essa infatti l'uomo si infiamma d'amore divino, impara ad umiliarsi, a sopportare con gioia le avversità, a rendere bene per male...

21. - Alcuni trattati di Teologia Mistica si pongono la questione se la considerazione dei mi­steri dell'Umanità di Cristo non sia di impedi­mento alla contemplazione infusa della Divinità, e non debba perciò essere abbandonata dall'anima che è entrata nello stato mistico.

La questione è stata occasionata principalmente da un passo dell'Autobiografia di S. Teresa d'Avila, in cui la Santa racconta di aver avuto tra mano dei libri spirituali, ov'era affermato che anche la considerazione dell'Umanità di Cristo, come di qualsiasi altro oggetto sensibile, è di im­pedimento alla contemplazione.

Contro tale sentenza S. Teresa prende posizio­ne con tanta chiarezza e così appassionatamente, che la discussione della questione è divenuta ora puramente accademica. Non è tuttavia inutile ri­chiamare il principio sul quale la Santa fonda la funzione della devozione all'Umanità di Cristo anche nella vita mistica, perchè esso completa il quadro dei rapporti fra tale devozione e la vita spirituale.

«Noi non siamo Angeli - scrive dunque la Santa - ma abbiamo un corpo. Volerla fare da Angeli, mentre siamo ancora sulla terra, è una vera pazzia, soprattutto poi quando si è così mi­seri come lo sono io.

In via ordinaria il pensiero ha bisogno di ap­poggio. E' vero: alcune volte l'anima esce da se stessa e si trova così piena di Dio, che per racco­gliersi non ha più bisogno di alcun oggetto creato. Ma questo non avviene tanto di frequente, per cui al sopraggiungere degli affari, dei travagli, delle persecuzioni, quando cioè non si può aver tanta quiete, o nel tempo dell'aridità, Cristo è sempre un buonissimo Amico.

Considerandolo infatti uomo come noi, e ve­dendolo soggetto alle nostre medesime debolezze e sofferenze, ci è come di compagnia... Avvenga ciò che vuole avvenire: stiamo abbracciati alla croce, che è sempre una gran cosa. Privo affatto di con­solazioni rimase anche questo nostro Signore, schiacciato e solo sotto il peso dei suoi dolori: guardiamoci almeno noi dall'abbandonarlo. Egli allora ci darà la mano e così saliremo più in alto di quanto avremmo potuto salire da noi stessi con tutte le nostre diligenze ».

Il pensiero è molto chiaro. La contemplazio­ne della Divinità non è continua. L'anima fatal­mente deve discendere da quella cima, trattane dalle ordinarie occupazioni e da altri svariati motivi. Per risalirvi deve accompagnarsi di nuovo a colui che solo è la via, a Gesù.

Altrove parlando di certe anime che «credo­no di non esser capaci di pensare alla Passione» e perciò ne fanno a meno, dice: «Non posso cre­dere che alcuni facciano così: essi senza dubbio non si devono intendere; ma intanto fan male a se stessi e dagli altri. Assicuro, se non altro, che in queste due ultime mansioni [sesta e settima] non entreranno mai, perchè perduta la guida, che è il buon Gesù, non ne troveranno la strada ».

E di quelli, in particolare, che già hanno raggiunta la settima mansione, soggiunge: «Non ces­sano neppur essi di mantenersi continuamente ed in una miniera tutta ammirabile, con Cristo Si­gno Nostro, il quale per essere insieme Dio e Uo­mo, è sempre con loro ».

22. - Dunque in tutte le tappe della vita spi­rituale, dalla prima purificazione fino alle vette dell’unione trasformante, la devozione alla Passione è il contributo più efficace al progresso dell'anima.

E' facile dedurre da ciò quale parte debba ad essa competere nell’esercizio concreto e quodiano della vita spirituale. Cediamo ancora una volta la parola ad un Maestro di autorità riconosciuta: «Vuoi sentire - scrive il Ven. LUIGI DI BLOIS (1506-1566) - in quali altri esercizi ti po­trai occupare con frutto? E' utile la salmodia; utile la devota meditazione della S. Scrittura; uti­le la contemplazione del creato, se questo sia visto alla luce del Creatore; utile ancora qualsiasi ora­zione di lode, di ringraziamento, di meditazione. Ma soprattutto utilissima e unicamente necessaria è da tutti stimata la memoria e la contemplazione dell'Umanità di Cristo e soprattutto della sua sacratissima Passione ».

Le chiare e ardite espressioni dell'Abate be­nedettino, pur esigendo delle precisazioni circa il senso degli apparenti confronti fra la devozione alla Passione e gli esercizi liturgici, offrirebbero, tra l'altro, un ottimo spunto per la difesa e la valutazione della devozione privata in generale, e della devozione alla Passione in specie: contro le insinuazioni di certi Liturgisti ad oltranza, i quali parrebbero pretendere che questa fosse bandita dalla pietà cristiana. Ma ora, dopo l'Enciclica Mediator Dei sulla Liturgia (20 novembre 1947), che sancisce la legittimità della devozione priva­ta e definisce con tanta precisione le rispettive competenze di ambedue le forme della pietà, non ve n'è bisogno. D'altronde ciò non entra nel qua­dro del nostro lavoro.

A noi basta aver dato qui alcuni cenni per il­lustrare in senso positivo e senza alcun intento polemico, la funzione della devozione alla Passione nella vita spirituale.

 

CAPITOLO I.

I PRESUPPOSTI TEOLOGICI DELLA DEVOZIONE ALLE CINQUE PIAGHE

A) Le cinque piaghe nella S. Scrittura.

23. - La S. Scrittura richiama direttamente la nostra attenzione sulle Cinque Piaghe, là dove dice che Gesù le mostrò presenti nel suo corpo risusci­tato, quando apparve agli Apostoli riuniti nel Ce­nacolo. Non mancano, è vero, altri passi scritturali che in qualche maniera si riferiscono alle Ferite di Cristo, ma sono molto meno chiari.

Isaia vedeva il Servo di Jahweh «trafitto per le nostre iniquità, schiacciato per i nostri peccati» (Is. 53, 5); ma la descrizione è generica e nulla indica che le trafitture vedute dal Profeta fossero quelle delle mani e dei piedi causate dalla cro­cifissione.

Altrettanto sembra doversi dire del famoso e tormentato Foderunt manus meas et pedes meos (Ps. 21,. 17), nel quale anche i sostenitori del senso messianico letterale del Salmo, preferiscono vedere indicato, oramai, soltanto lo stato di deperimento e di magrezza causato dalle grandi sof­ferenze.

Il tratto in cui gli Evangelisti raccontano che Gesù venne crocifisso, interpretato in base all'uso comune di allora, è ben sufficiente a farei ritenere con grandissima probabilità che il Salvatore ebbe le mani e i piedi trafitti da chiodi. E se a questo aggiungiamo il passo in cui S. Giovanni descrive il colpo di lancia vibrato al petto dopo la morte (Giov. 19, 31-37), saremmo già sufficientemente assicurati dalla S. Scrittura della presenza nel cor­po di Gesù delle Cinque Ferite.

Ma non si può tacere che accanto all'uso comu­ne di fissare il suppliziato alla croce con chiodi infissi nelle mani e nei piedi, non era raro il caso che ci si contentasse di inchiodare le sole mani, la­sciando i piedi liberi, o legati con funi. E di ciò si son fatti forti alcuni critici per negare che Cristo avesse avuto i piedi trafitti da chiodi.

Pertanto se vogliamo avere la certezza, non ci possiamo fermare a questi dati. I quali appaiono insufficienti anche per un altro motivo: perchè cioè non mettono in rilievo particolare le Cinque Ferite rispetto alle altre sofferenze di Gesù. Solo alla trafittura del costato viene attribuito uno spe­ciale significato, perchè in essa S. Giovanni vede una prova della messianità di Cristo. Ma nella nar­razione della crocifissione non pare che si possa trovare un fondamento sufficiente a quella devozione che ha scelto come oggetto particolare, tra le molte sofferenze del Salvatore, le Cinque Ferite.

24. - Tale fondamento invece sembra ben ri­trovarsi nel racconto dell'apparizione in cui Gesù mostrò ai discepoli le Cinque Ferite conservate nel suo corpo glorificato: sia perchè da esso si ricava la certezza che Gesù subì realmente tutte quelle trafitture, sia anche perchè qui esse acquistano quel significato particolare che le distingue fra tutte le altre sofferenze della Passione.

Veniamo all'analisi del testo. L'apparizione del Risorto ai discepoli riuniti nel Cenacolo è narrata da S. LUCA e S. GIOVANNI in due testi pa­ralleli che si integrano a vicenda.

Racconta S. Luca che mentre i discepoli, la sera del gran giorno, stavano intrattenendosi coi due pellegrini che avevano avuto la visione di Emmaus, comparve tra essi Gesù. «Divenuti sgo­menti e impauriti, [i discepoli] credevano di vedere uno spirito. Ed egli disse loro: « Perchè siete turbati e perchè pensieri (dubbiosi) sorgono nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi, giacchè sono proprio io! Palpatemi e vedete, giac­chè uno spirito non ha carne e ossa come vedete che ho io ». E detto ciò mostrò loro le mani e i piedi ».

S. Giovanni nota che l'apparizione di Gesù avvenne a porte chiuse (20, 19), e che egli mo­strò ai discepoli le mani ed il costato (20, 20). Aggiunge poi l'episodio di Tommaso. Questi, non si sa per qual motivo, non era presente all'appa­rizione. «Gli dissero dunque gli altri discepoli: Abbiamo veduto il Signore. Ma egli disse loro: «Se non vedrò nelle mani di lui l'impronta dei chiodi e non metterò il mio dito nel posto dei chiodi e la mia mano nel costato di lui, non cre­derò ». « E otto giorno dopo, nuovamente erano dentro i discepoli di lui [Gesù] e Tommaso con loro. Viene Gesù, essendo sbarrate le porte, e stette nel mezzo e disse: « Pace a voi! ». Poi dice a Tommaso: « Stendi il tuo dito qui e vedi le mie mani, e stendi la tua mano e mettila nel mio co­stato e non essere incredulo ma credente». Ri­spose Tommaso e gli disse: «Signore mio e Iddio mio! ». (Giov. 20, 25-29).

25. - A dire il vero nè Luca nè Giovanni di­cono espressamente che Gesù si sia mostrato ai discepoli con cinque ferite della Passione. Essi dicono solamente che Gesù mostrò le mani, i pie­di e il costato, non le ferite.

Ciò tuttavia risulta chiaramente dal contesto. Dall'episodio di Tommaso infatti, appare con evi­denza che Gesù ritenne le impronte dei chiodi e della lancia nelle mani e nel costato. E di qui pos­siamo capire in che senso vada inteso quel « mo­strò loro le mani e il costato » della prima appa­rizione: il motivo di tale ostensione non poteva essere altro che la presenza delle medesime impronte, le quali stavano ad indicare l'identità del corpo risorto con quello che aveva subito la Passione e la morte di croce.

Del resto, come poteva venire in mente a Tom­maso di voler toccare le trafitture delle mani e del costato, se non ne avesse sentito parlare dai discepoli che le avevano vedute? Ora S. Luca, narran­do lo stesso fatto, dice che Gesù invitò i discepoli a vedere e toccare «le mani ed i piedi »: eviden­temente per lo stesso motivo, cioè perchè potesse­ro constatarvi la presenza delle trafitture dei chiodi.

La diversa indicazione delle parti trafitte - S. Luca nomina le mani e i piedi, S. Giovanni le mani e il costato - si spiega facilmente quando si pensi che S. Giovanni aveva raccontato, e con molta enfasi, il colpo di lancia vibrato al costato di Gesù dopo la morte. Era ben naturale che egli - scrivendo dopo S. Luca - preferisse rilevare insieme con le ferite delle mani, quella del costa­to, anzichè quelle dei piedi. Ma ci pare ridicolo trarre argomento dal suo silenzio, per negare che i piedi siano stati trafitti da chiodi.

Per parte nostra troviamo ben più ragionevole combinare le due narrazioni e concludere con tut­ta la tradizione, cui si associa in questo l'esegesi moderna, che Gesù apparve ai discepoli con le trafitture dei chiodi e della lancia impresse nelle mani, nei piedi e nel costato.

26. - Siamo così assicurati dalla S. Scrittura che Gesù, oltre le innumerevoli percosse, lividure e punture, ebbe a soffrire anche cinque profonde ferite, che gli trapassarono le carni e segnarono i momenti più impressionanti della Passione.

Ricaviamo inoltre da questo testo che Gesù volle ritener nel suo corpo risuscitato le impronte dei chiodi e della lancia, e che nelle sue appari­zione le mostrò ai discepoli aflinchè essi, consta­tando l'identità del corpo che vedevano con quello che era morto sulla croce, si convincessero della verità della Risurrezione.

Questo secondo fatto appare a tutta prima sor­prendente e dà motivo a varie questioni. Che cosa erano infatti quei segni? Si trattava di un espe­diente momentaneo, o di una realtà permanente? E quale scopo ebbe Gesù nel ritenerli nel suo cor­po glorificato?

Di tali questioni gli Evangelisti non si cu­rano direttamente. Nell'ostensione delle ferite essi vedono semplicemente un argomento usato da Gesù per convincere i discepoli della verità della sua Risurrezione. Ed essi stessi nel riferire il fatto non hanno intento diverso.

Tutt'al più S. Giovanni nel descrivere con tan­to realismo l'episodio di S. Tommaso - come pri­ma nel raccontare il colpo di lancia vibrato al costato - è probabile avesse di mira l'incipiente Docetismo, che negava a Gesù un vero corpo di carne. Ma nulla possiamo rilevare nel racconto evangelico oltre quest'intento apologetico.

Ciò nonostante è innegabile la sua impor­tanza per la devozione alle Cinque Piaghe. E ta­le importanza sta nel fatto che esso mette in rilievo il valore delle Ferite delle mani, dei piedi e del costato nell'ambito della Passione. Qualun­que fosse infatti lo scopo per cui Gesù ritenne que­ste Cinque Ferite nel suo Corpo risuscitato, una cosa è evidente: che con ciò egli le scelse ed indicò quali Segni per eccellenza della Passione. Tutta la valorizzazione delle Ferite di Cristo nel pensie­ro e nella pietà cristiana, poggia su questo loro significato.

 

B) Le cinque piaghe nei Santi Padri.

27. - Non possiamo attenderci che l'appro­fondimento del significato delle Ferite del Signo­re cominci subito nella letteratura patristica. L'aderenza ai testi scritturali era, nei primi seco­li, tanto stretta che non permetteva ordinaria­mente di ricavarne elementi concettuali nuovi. E così, per lungo tempo, le Ferite di Cristo non eb­bero agli occhi dei Padri altro valore oltre quello indicato nel Vangelo: cioè un valore apologetico.

E' vero d'altra parte che tale valore era molto apprezzato, e ad esso soprattutto si deve se le Fe­rite di Cristo attirarono fin dall'inizio l'attenzione dei Padri.

Al Docetismo del suo tempo S. Ireneo op­poneva questo argomento: «Come poteva Gesù, se non era corpo vero ma solo apparente, essere crocifisso, e come poteva uscire dal suo fianco fe­rito sangue ed acqua? ».

E per provare la realtà della carne anche dopo la Risurrezione: «Risuscitò poi core il corpo, sì da poter anche mostrare ai discepoli le ferite dei chiodi: ed in tale stato ascese al Padre ».

Questi argomenti saranno poi ripetuti e adat­tati secondo le diverse forme sotto cui si presen­terà l'errore. Di essi si serviranno l'Autore del­l'Adamanzio (inizio IV sec.) e TITO DI BOSTRA (376) contro gli Gnostici orientali, S. EPIFANIO, S. GEROLAMO e comunemente gli antiorigenisti, per dimostrare, la realtà materiale e carnea del corpo di Cristo dopo la Risurrezione (da cui arguivano l'identità del nostro corpo risorto con quello mortale); se poi ancora S. ATANASIO e TEO­DORETO contro gli Gnostici, gli Apollinaristi e i Monofisiti, per dimostrare insieme dalle Ferite sanguinanti del Crocifisso la realtà corporea di Cristo prima della Risurrezione, e dai segni conservati nel corpo glorioso la distinzione di questo dalla natura divina anche dopo la Risurrezione.

Si può dire senz'altro che la testimonianza delle Ferite di Cristo in favore della sua realtà corporea fu ben valorizzata dai Padri nella lotta contro i negatori e i deformatori.

Tuttavia dobbiamo ripetere che per lungo tempo non appare traccia di una qualche penetra­zione più intima del loro significato.

28. - Un'eccezione va segnalata per la Ferita del costato, alla quale già nel Vangelo è dato tanto risalto.

La convinzione che l'uscita di sangue e ac­qua narrata da S. Giovanni fosse affatto miracolosa e la solennità stessa con cui l'Evangelista porta la sua testimonianza, indussero molti Padri ad attribuire a quel fatto un valore simbolico. TERTULLIANO (150-218) già adombra un rap­porto tipico tra Adamo, dal cui petto fu tratta Eva, e Cristo, dal cui costato ferito usci la Chiesa, vera madre dei fedeli; e nell'acqua e sangue che sgorgarono dalla Ferita, vede raffigurati rispettivamente il Battesimo sacramentale ed il Battesimo di sangue, cioè il martirio.

La sua interpretazione fu accolta da S. CIPRIANO, S. ATANASIO, S. CIRILLO DI GERUSALEMME, S. GEROLAMO, RUFINO ecc., e divenne assai diffusa. Venne poi modificata. da S. GIOVANNI CRISO­STOMO, il quale preferì vedere raffigurati nell'ac­qua e nel sangue il Battesimo e l'Eucarestia; dando per tal modo anche un senso più proprio all'idea della nascita della Chiesa - rappresentata dai due sommi Sacramenti - dal costato ferito di Cristo. Sotto questa forma fu divulgata soprattutto da S, AGOSTINO, e sotto l'influsso del grande Dottore e poi di S. BEDA VENERABILE e di S. GIOVANNI DA­MASCENO. divenne comune ai Medievali ed ai Mo­derni.

Non è facile interpretazione.

Senza entrare nella questione teorica quale sarà poi discussa dai teologi, ci sembra dover dire che i Padri comunemente non intendevano stabilire tra il sangue e l'acqua usciti dalla Ferita del co­stato ed i Sacramenti della Chiesa, altri rapporti oltre quelli di puro simbolismo. Di causalità si parlerà solo più tardi, da parte di alcuni teologi.

Ma anche precisata in questi termini, quale significato grandioso non conferisce alla Ferita del costato tale interpretazione! Non sarà da meravigliare che più tardi i Mistici si sentano attratti verso questa Porta donde usci la vita, per Fonte, al Cuore divino.

29. - A noi però si presenta anche più inte­ressante l'illustrazione che della Ferita del costato danno alcuni Padri sotto un altro aspetto.

Essi non sembrano curarsi del simbolismo del sangue e dell'acqua, ma si fermano al loro valore intrinseco, in quanto strumenti della nostra sal­vezza: con l'acqua Cristo ci purifica, con il sangue ci riscatta. Così S. IPPOLITO DI ROMA, S. AMBROGIO, S. PIER CRISOLOGO, e - già prima, in maniera molto simile - ORIGENE.

Davanti alla scena descritta da S. Giovanni il loro sguardo, non distratto dalla visione di altri oggetti simboleggiati, si concentra sulla realtà del fatto e sul suo concreto valore.

Essi mirano l'effetto di purificazione e di re­denzione prodotto da quel flusso di sangue e di acqua, e sembrano insieme rendersi maggiormente conto che quell'effetto felice fu ottenuto a prezzo di una profonda ed oltraggiosa ferita. « Questa pietra - dice Origene, il quale aveva già difeso la verità della Fede di Cristo contro gli attacchi di Celso - se non sarà percossa non darà acqua: percossa invece fa scaturire una fonte. Difatti Cri­sto percosso e innalzato in croce fece scaturire la fonte della Nuova Alleanza... Era necessario dunque che fosse colpito. Se non fosse stato col­pito, nè fosse uscita dal suo lato sangue ed acqua, noi tutti soffriremmo ancora la sete del Verbo di Dio ».

Testi di tal genere, ed anche più espressivi, ab­bondano poi specialmente in S. AMBROGIO, che a questo riguardo conferma la sua fama di Dottore della pietà cristiana.

Come dicevamo, questo indirizzo presenta per noi un grande interesse, perchè con l'attenzione rivolta direttamente alla Ferita del costato nella sua semplice e cruda realtà manifesta un sentimento più vivo della Passione. Ciò significa che siamo sulla via per intendere anche il significato delle altre Ferite del Signore.

E' vero che per ora il sentimento della Pas­sione rimane come polarizzato verso la Ferita del costato, che si direbbe sia considerata come il mo­mento più espressivo del grande dramma: ed essa sola è comunemente indicata come la fonte del Sangue redentore. Ma è pur questa la via per la quale si arriva alle Cinque Ferite.

30. - Lo conferma il fatto che appunto in S. AMBROGIO troviamo il primo testo importante, nel quale il significato delle Cinque Ferite viene pe­netrato profondamente, ed esse vengono indicate non soltanto come argomento di credibilità, ma anche come oggetto di devozione.

L'occasione, anche a S. Ambrogio, è data dal racconto evangelico dell'apparizione di Gesù agli Apostoli dopo la Risurrezione. Ma il confronto tra la sua interpretazione e quelle sin qui incontrate, dà bene la misura del progresso compiuto da lui nell'intelligenza dei Segni della Passione.

Ecco il suo commento a Luca 24, 40: « E co­me non sarebbe stato vero corpo di carne quello di Gesù, nel quale erano rimasti i segni delle Fe­rite, le orme delle trafitture, che egli diede anche a toccare agli Apostoli? Con questo non solo ras­soda la fede, ma eccita pure la devozione: giac­chè egli invece di cancellare dalle sue membra le Ferite che aveva ricevuto per noi, volle portarle in cielo, per mostrare al Padre il prezzo del nostro riscatto. Ed è in questo stato che il Padre lo col­loca alla sua destra, stringendo a sè il trofeo della nostra -salvezza. In tale stato ci si mostreranno an­che i Martiri, ricinti con la corona delle proprie ferite ».

Anche per S. Ambrogio dunque le Ferite sono argomenti che provano la realtà corporea di Cristo. Ma egli rileva espressamente in quei santi Segni un linguaggio più profondo. Per lui esse rappresen­tano il prezzo del nostro riscatto: « nostrae prae­tia libertatis ».

Ciò significa che ai suoi occhi esse sono come il compendio e l'espressione viva della Passione in tutta la sua asprezza e in tutto il suo valore. Dopo la Risurrezione Gesù, volendo perpetuare l'effetto della Passione, ne ritenne appunto que­sti segni, con i quali ora si presenta al Padre in figura di Crocifisso. Non solo dunque le Ferite presenti nel corpo glorificato fungono da testimoni della verità della Passione, ma ne sono ancora, come sulla Croce, l'espressione viva e piena e ne prolungano l'effetto sacerdotale presso Dio Padre.

31. - Questo bel risultato nella penetrazione del significato delle Cinque Ferite è dovuta evi­dentemente al più vivo sentimento della Passione da cui appare animato S. Ambrogio.

Un sentimento non meno vivo traspare dagli scritti del suo figlio spirituale S. AGOSTINO, il quale più di ogni altro Padre sembra attratto dai misteri della vita umana del Figlio di Dio e si sofferma volentieri sulle sue umiliazioni e sofferenze.

Le Ferite della Passione in particolare pano un posto notevole nel suo pensiero e sua pietà. Sarebbe lungo anche solo indicare tutti i passi nei quali egli tratta il nostro soggetto. Ec­cone uno caratteristico: «Cristo è la nostra sal­vezza. Cristo che fu trafitto per noi e confitto con i chiodi sulla Croce, quindi deposto dalla cro­ce e seppellito. Risuscitò poi dal sepolcro risana­to dalle ferite, ma ritenendo le cicatrici. Pensò infatti che giovasse ai suoi discepoli ritenere le sue cicatrici per guarire nei loro cuori le ferite dell'infedeltà ».

Abbiamo qui espressi in pochi tratti i punti principali della concezione delle Ferite di Cristo in S. Agostino. Anzitutto egli compendia la Pas­sione nella Ferita della lancia e nelle trafitture dei chiodi. Questo motivo che era piuttosto sottinteso in S. Ambrogio, diventa esplicito e costante in S. Agostino.

Ciò mentre da una parte rivela una visione assai realistica della Passione, dall'altra mette in luce il valore delle Ferite, che essendo la parte più cospicua e come una sintesi della Passione stessa, ne assommano e rappresentano in sè tutto il valore redentivo: « Cristo è la nostra salvezza: Cristo che fu trafitto per noi e confitto con i chio­di sulla Croce ».

Valore redentivo che i Segni della Passione ritengono anche dopo la Risurrezione. Cristo in­fatti li volle conservare nel suo corpo glorioso, allo scopo di attuare l'efficacia salutare della Passione: «per guarire le ferite del cuore».

Dobbiamo riconoscere che in questa formula - presso di lui quasi stereotipata - S. Agostino non raggiunge lo slancio di S. Ambrogio, che contemplava Cristo nell'atto di mostrare le sue Ferite al Padre, come a perpetuare l'atteggiamen­to sacerdotale del Calvario. Più aderente al testo evangelico, egli si accontenta di additarci Gesù che mostra i segni della Passione agli Apostoli per guarirli dalla ferita dell'incredulità. Ma nell'uno e nell'altro momento è pur sempre la stessa fun­zione che appare: quella di attuare e perpetuare l'efficacia della Passione dopo la Risurrezione.

Del resto nulla impedisce di estendere l'effetto salutare dei segni della Passione a tutte le ferite dell'anima. Ed è quanto avverrà ben presto nella letteratura patristica.

32. - L'insistenza con cui S. Agostino torna sui concetti ora esposti - specialmente nei discorsi al popolo - fa supporre che le Ferite di Cristo esercitassero una particolare attrattiva non soltanto sulla sua mente, ma anche sul suo cuore. Un passo del De sancta Virginitate - ove, rivolgendosi ad schiera eletta di anime fervorose, poteva espandersi più liberamente - ci fa ben intrave­dere gli intimi sentimenti dell'animo suo: «Os­servate bene la bellezza del vostro amante - dice egli alle vergini - pensatelo eguale al Padre ed insieme suddito di una madre, Signore nel cielo, creatura fra le creature. Mirate quanto è bello in liti ciò stesso che i superbi deridono. Con l'occhio dell'anima osservate le ferite del Crocifisso, le ci­catrici del Risorto, il sangue del Morente, prezzo della Redenzione. Tutto questo pensate un po' quanto valga, mettete tutto questo sulla bilancia dell'amore, e tutto l'affetto che pensavate di spie­gare nelle vostre nozze, rendetelo a lui. Si infigga nel vostro cuore chi per voi fu confitto alla croce ».

Troviamo qui già accennati dei sentimenti che animeranno poi la devozione alle Cinque Piaghe nelle sue espressioni più elevate; quelli che faran­no cantare all'Autore dello « Stabat Mater»: Cru­cifixi fige plagas tordi mea valide. Non senza un tantino di esuberanza, ma con ragione il P. DE GRANDMAISON diceva di questo testo: «Non tro­viamo noi consacrata in queste parole, come in una goccia di pura essenza, tutta la devozione, anzi tutte le devozioni dei secoli seguenti, quella del Crocifisso, della Via Crucis, del S. Cuore? ». E, poteva aggiungere con maggior ragione, «quella delle Cinque Piaghe »?

33. - E' nel rifiorito sentimento della Passione che abbiamo ravvisato la radice della più profonda penetrazione e valutazione delle Ferite di Cristo presso S. Ambrogio e S. Agostino. Dobbiamo ora aggiungere che questi due grandi Padri non sono che i maggiori esponenti di un atteggiamento assai diffuso, e del quale si incontrano testimonianze numerose ed eloquenti.

La tendenza a vedere nelle Ferite dei chiodi e della lancia la parte più significativa e come il compendio della Passione, diviene comune.

S. GEROLAMO dà questa interpretazione a Zach. 13, 3: «Farò ferire coi chiodi della croce e la lancia del soldato questa pietra, e con la sua Passione toglierò in un sol giorno l'iniquità della terra ». E circa due secoli più tardi, VENANZIO FORTU­NATO nel celebre Vexilla Regis così Gesù paziente: descrive ancora « Con fixa clavis viscera tendens manus, vestigia, Redemptionis gratia, hic immolata est hostia. Quo vulneratus mucrone diro lanceae, ut nos lavaret crimine, manavit unda et sanguine ».

In super Domina nei Padri e Scrittori di questo pe­riodo la concezione agostiniana che nelle Ferite di Cristo vede il rimedio alla ferita dell'incredu­lità. Così ad esempio S. LEONE MAGNO e S. GREGO­RIO riprendono alla lettera le formule del Dottore d'Ippona.

Ma già appare la tendenza ad intendere anche in senso più ampio l'efficacia salutare dei Segni della Passione.

S. EUCHERIO DI LIONE (+ 450) dice che « Gesù al giudizio comparirà con quel corpo che egli as­sunse per salvarci e consumò per i nostri falli: con quel corpo che fu condannato affinchè noi fossimo assolti, fu trafitto dalla lancia e confitto alla croce con i chiodi, perchè fossero risanate le nostre fe­rite ». E S. GIUSTO DI URGEL (+ 450) nella sua Explanatio mystica del Cantico dei Cantici, 2, 14: « La mia colomba è nella cavità della roccia. Non per altro la Chiesa è detta una colomba se non perchè è senza inganno ed è ripiena di Spirito Santo. Abita le cavità della roccia perchè ha sem­pre la sua dimora nelle Ferite di Cristo, per le quali fu risanata ».

Qui alla ferita dell'incredulità degli Apostoli, si sono sostituite «le nostre ferite», le ferite della Chiesa, senza restrizioni.

Fermiamo l'attenzione su quest'ultimo testo. La felice interpretazione allegorica delle «cavità della roccia» del Cantico ha portato l'autore a concepire le Ferite di Cristo non soltanto come me­dicina, ma anche come rifugio e dimora. Questa nuova immagine che viene qui appena abbozzata, riceverà in seguito i più ampi sviluppi e darà vita alle forme più elevate della devozione.

34. - Rileviamo infine un altro motivo che torna sovente nella predicazione dei Padri di que­sto periodo, e che presenta un certo interesse, benchè non abbia influito molto sullo sviluppo della devozione: vogliamo dire l'affermazione che Cristo mostrerà i Segni della Passione come trofei di vittoria quando comparirà al giudizio universale.

La prima testimonianza esplicita di tale con­cezione ci pare sia quella che dà S. GIOVANNI CRISOSTOMO nella seconda Omelia « De Croce et Latrone ». « Perchè mai ti meravigli che egli ven­ga quel giorno con la sua Croce? Anche le Ferite porterà seco in quella venuta. Odi la voce del Pro­feta: Fisseranno gli sguardi in colui che hanno crocifisso. Come infatti mostrò le ferite dei chiodi e le stesse cicatrici a Tommaso per emendare la sua incredulità e far vedere che veramente era ri­suscitato, così pure allora porterà le ferite e la Croce per far vedere ai peccatori che egli è quel­lo che han crocifisso ».

Presso gli Occidentali troviamo S. EUCHERIO DI LIONE, S. CESARIO DI ARWES, S. ELIGIO DI NOYON, che mettono soprattutto in rilievo il salutare ti­more che deve incutere quel pensiero: «…Che faremo, o direttissimi, in quel tremendo giorno del giudizio, quando alla fine del mondo Iddio comincerà a chiedere conto della vita e dirà: Ec­co i segni dei chiodi coi quali fui confitto alla Croce, ecco il mio fianco squarciato dalla ferita ». E lo stesso concetto viene espresso in vari altri scritti paranetici di incerto autore, che circo. lavano in questo tempo.

L'idea che Cristo mostrerà le Ferite della Pas­sione al giudizio universale ha per noi anzitutto un interesse teologico, in quanto dimostra che si credeva alla permanenza di esse nel corpo di Cristo anche dopo l'Ascensione.

Ma tale concezione rappresenta anche un nuo­vo indizio della considerazione in cui erano tenute le Ferite di Cristo quali segni della Passione. Già dall'antichità cristiana infatti era diffusa l'idea che Cristo sarebbe comparso al giudizio con la Croce, e in tal senso si interpretava giustamente il Signum Filii hominis di S. Matteo (24, 30). Ora l'aggiunta delle trafitture dei chiodi e della lancia impresse nel corpo stesso del Giudice di­vino manifesta l'intenzione evidente di rendere più viva, e come parlante, l'immagine della sua Pas­sione.

35. - Nel concludere questa breve indagine sui documenti dell'età patristica relativi alle Fe­rite di Cristo, ci piace rilevare il notevole pro­gresso compiuto nel penetrare il significato di esse in quanto segni della Passione.

Le Ferite dei chiodi e della lancia sono appar­se sempre più chiaramente come i momenti prin­cipali e quasi il compendio della Passione, ed in esse si è venuto assommando tutto il valore e tutta l'efficacia redentiva di essa. Perciò anche nell'ap­prezzamento delle Ferite conservate nel corpo glorioso, si è passati dall'iniziale valore apologe­tico e dall'uso che ne fece Gesù stesso con gli Apostoli, a comprenderne poi il valore sacerdotale rispetto a Dio Padre, e l'efficacia salutare ri­spetto alle ferite spirituali delle anime nostre.

Possiamo così renderci conto ben facilmente come all'apparire della devozione alla Passione le Ferite di Cristo attirino tosto la particolare at­tenzione delle anime. Anche per queste, come già per i Padri, le Ferite delle mani dei piedi e del costato saranno i segni per eccellenza della Pas­sione, e la devozione alle Cinque Piaghe sarà sempre la forma preferita per esprimere la devozione verso il grande mistero.

 

C) Le cinque piaghe nei Teologi.

36. - Ma prima di passare a parlare diretta­mente della devozione, soffermiamoci un istante a chiarire alcune difficoltà emerse dall'indagine sul pensiero dei Padri, ed a riassumere in pochi tratti i principali punti di dottrina riguardanti le Cin­que Piaghe. Lo faremo con la guida dei Teologi, i quali si occuparono ampiamente e con grande completezza di tutte le questioni relative.

Le Ferite dolorose e sanguinanti del Crocifis­so, prese nel loro insieme, non pongono alcun partitolare problema al teologo. Esse rientrano nel complesso dei dolori fisici voluti e sofferti da Gesù, e ad esse pure va applicata la dottrina teologica riguardante in generale i dolori della Passione.

Anch'esse perciò contribuirono - ed in mi­sura certo eminente, in proporzione dell'atrocità e della durata del dolore causato - a costituire l'immenso valore meritorio, soddisfattorio, cul­tuale e redentivo della Passione.

Il fatto che esse rappresentino il punto cul­minante del grande Dramma, se ha un significato notevole dal punto di vista della pietà, non ha particolare interesse per il teologo.

37. - Tuttavia la Ferita del costato fu oggetto di una questione che merita di essere qui accen­nata.

Secondo la narrazione evangelica, confermata dall'insegnamento della Chiesa, questa Ferita fu inflitta a Gesù già morto, e non farebbe quindi, a rigore, parte della Passione. Quale valore ha essa perciò in ordine alla Redenzione, e a qual diritto entra nella devozione, alla Passione?

Naturalmente non si può attribuire ad essa, in ordine alla Redenzione, una causalità efficiente quale i Tomisti riconoscono alla Passione.

Ma fra i teologi che hanno trattato la questio­ne alcuni pensano di poter estendere anche alla Ferita del costato la causalità meritoria che conviene agli altri dolori di Cristo.

E lo provano dicendo che, benchè essa sia sta­ta subita dopo la morte, e cioè oltre il limite del merito, pure dovette essere oggetto di un atto di accettazione e di offerta fatto da Cristo prima della morte. Per tal modo la Ferita del costato ebbe una causalità meritoria non soggettiva - quale può competere solo agli atti di un vivente e quale eb­be pure l'accettazione della Ferita fatta da Gesù prima della morte - bensì oggettiva.

Altri invece negano alla Ferita del costato qualsiasi causalità, anche meritoria, in ordine alla Redenzione: così per es. il Vasquez.

Secondo questi teologi le espressioni dei Pa­dri: « dal costato aperto nacque la Chiesa »; oppu­re: «dalla Ferita del costato sgorgarono i Sacra­menti del Battesimo e dell'Eucarestia» (V. so­pra) sono da intendersi in senso non reale ma sim­bolico: in quanto che l'uscita di sangue ed acqua dalla Ferita del costato rappresenta la derivazione della Chiesa e dei suoi Sacramenti dalla Passione di Gesù.

In merito a tale controversia, a noi pare ac­cettabile la posizione di F. A. Stentrup, il quale dopo un'ampia trattazione conclude che la prima sentenza, affermante una causalità meritoria og­gettiva, è probabile, ma poggia su ragioni unica. mente speculative e manca di un solido fonda­mento positivo. I Padri infatti intendono soltan­to in senso simbolico la derivazione della Chiesa e dei Sacramenti dalla Ferita del costato (V. so­pra p. 49-50). E perciò, alla fine dei conti, risulta più fondata la seconda sentenza, negativa.

Teologicamente parlando dunque, il valore della Ferita del costato in ordine alla Redenzione appare assai minore di quello delle Ferite delle mani e dei piedi. Ma per quanto concerne il suo diritto ad entrare fra gli oggetti della devozione alla Passione, si ricordi che a fondamento della devozione - almeno prossimamente - stanno non soltanto le verità teologiche, ma anche i motivi simbolici. Si pensi alla devozione al S. Cuore, che si fonda appunto - prossimamente - sul fatto che il cuore è simbolo dell'amore: fondamento saldissimo, anche se, scientificamente parlando, il cuore abbia con l'amore dei rapporti molto ridot­ti.

Ora i rapporti di simbolismo fra la Ferita del costato e la Passione sono dei più ricchi e fe­condi, come avremo agio di vedere nel corso del lavoro. E grazie a tale simbolismo essa non sol­tanto sarà venerata insieme con le altre Ferite del­la Passione, ma conserverà anche nella devozione dei fedeli quel primato che già aveva nel S. Van­gelo e nella letteratura patristica.

38. - Un interesse maggiore hanno suscitato fra i teologi i segni conservati nel corpo glorioso di Gesù dopo la Risurrezione. Le questioni che es­si fan sorgere riguardano la loro stessa esistenza, e poi la qualità e forma, il tempo della loro per­manenza, lo scopo per cui il Signore li volle ri­tenere.

Abbiamo visto come sino dai primi tempi del­la Chiesa i Padri si valessero della presenza dei segni della Passione nelle membra di Cristo, per dimostrare la verità della Risurrezione di lui. Ora era ben naturale che gli avversari del Cristianesi­mo tentassero di sbarazzarsi di un tale argomento.

Ed ecco Celso affermare che i Segni veduti dagli Apostoli non erano reali, ma apparenti, co­me non reale, ma apparente, era il corpo che li portava: «Gesù dopo la morte - a giudizio di Celso - mostrava un'apparenza delle ferite ri­cevute sulla Croce, e non le ferite, quasi che egli fosse veramente lo stesso ».

L'altro grande polemista anticristiano, Porfi­rio, cerca di volgere addirittura in argomento con­tro la Risurrezione la presenza delle Ferite attesta­ta dal Vangelo, con questo ingegnoso dilemma tra­mandatoci da S. Agostino, al quale era stato sottoposto, per averne la soluzione, dal presbitero Deo­gratias di Cartagine: « Se dopo la Risurrezione i corpi saranno gloriosi e beati, senza alcuna lesio­ne, come mai Cristo ebbe a mostrare le Ferite? Lo fece per gli increduli? Ma allora fu una finzio­ne. Mostrò invece la realtà delle cose? Allora do­po la Risurrezione rimarranno le ferite e le lesio­ni ricevute in vita ».

In altre parole: O il vostro Risorto non aveva ferite di sorta, ed allora ingannò gli Apostoli; o le aveva realmente, ed allora la sua non fu una vera Risurrezione, giacchè egli riteneva ancora le sue mortali ferite.

Non fu difficile ad ORIGENE difendere dagli at­tacchi di Celso la realtà fisica dei segni della Pas­sione, riferendosi alle espressioni così esplicite del Vangelo, ove è detto che Gesù invitò gli Apostoli, ed in particolare Tommaso, a toccare con le pro­prie mani le membra ferite, e dimostrando così affatto gratuita la spiegazione del polemista pagano.

S. Agostino a sua volta, per ribattere l'insi­nuazione che la presenza dei segni della Passione fosse indizio di impotenza a levarli, fece ricorso ad una distinzione ed asserì che Cristo ritenne non propriamente le Ferite della Passione, ma le cicatrici delle Ferite: «Sappia bene chi mi ha pro­posto tale questione, che Cristo dopo la Risurre­zione agli Apostoli increduli mostrò le cicatrici, non le ferite... ».

Le quali cicatrici poi non erano finte, ma assolutamente vere, giacchè erano i Segni delle Fe­rite realmente subite nella Passione, conservati allo scopo di dimostrare la reale identità del Ri­sorto con il Crocifisso: « Quelle cicatrici sarebbe­ro state finte soltanto se precedentemente non ci fossero state le ferite. E tuttavia neppure le cica­trici sarebbero rimaste se non l'avesse voluto. Ma volle elle rimanessero per mostrare agli Apostoli che il Risorto non era altri che il Crocifisso ».

39. - La soluzione del dilemma porfiriano da­ta qui da S. Agostino, è precisa ed esauriente, ma contiene un elemento nuovo che ci sorprende: la distinzione cioè tra «ferite» e «cicatrici». Di­stinzione che non è qui isolata, ma che torna abi­tualmente negli scritti del santo Dottore, ed anzi sotto il suo influsso diverrà usuale anche presso gli scrittori dell'Occidente ed i teologi medievali; tanto che « cicatrici » sarà d'ora in poi il termine, diremo tecnico, per indicare i segni della Passio­ne nel corpo glorioso di Cristo.

Ora qual'è il senso di tale distinzione? Perchè le Stimate del Risorto son dette «cicatrici »? Non sarebbe dunque esatto quanto diceva S. Ambrogio:

« Vulnera suscepta pro nobis retinere maluit, abolere noluit », ma dovremmo dire che Cristo can­cellò le trafitture e ne ritenne solo dei segni su­perficiali?

La filologia non fornisce elementi sufficienti per rispondere a queste domande, giacchè cica­trix ha un senso molto ampio, e non significa soltanto «ferita rimarginata» come nelle lingue neolatine, ma può indicare anche una ferita o tra­fittura aperta. Ciò appare per es. nello stesso te­sto di S. Ambrogio ora citato, ove le Stimate del Risorto sono anche dette vestigia cicalricum (e cicatrices sono qui, evidentemente, le trafitture del Crocifisso).

Non è perciò a far meraviglia se anche tra i teologi sorgesse una divergenza nella concezione delle «cicatrici» di Cristo risorto.

S. ALBERTO MAGNO intende nel senso più ri­goroso la distinzione di S. Agostino ed afferma che le « cicatrici » ritenute nel corpo glorioso nul­lam inducunt figurae varietatem, ma appaiono sicut lineae radiales, indivisibiles, ad moduni vul­neris protractae.

Però egli è rimasto quasi solo in tale senten­za; giacchè la stragrande maggioranza ammette che le «cicatrici» di Cristo glorioso siano dei veri fori aperti tuttora nella carne, che producono una reale discontinuità nei tessuti. Tanto che il GAETA­NO ammonisce senza esitazione di intendere il ter­mine «cicatrici» presso S. Tommaso, prout com­muniter ire Ecclesia cicatrices Christi intelleguntur, scilicet ut cum foralninibus sumuntur.

Questa sentenza è fondata comunemente dai teologi sul linguaggio del Vangelo. S. Giovanni in­fatti dice che Gesù invitò S. Tommaso a porre il dito « nel posto dei chiodi » e la mano « nel costa­to » (Giov. 20, 25): il che suppone la presenza non di semplici segni superficiali, ma di vere aperture. Anche i termini usati comunemente dai S. S. Padri forniscono un argomento a favore di questa tesi. Infatti le Stimate del Risorto son chiamate dal Crisostomo (scritto in greco), da S. Ambrogio vulne­ra, nella Volgata e nel testo latino di. S. Ireneo fixurae, da S. Cirillo Alessandrino e da Teodo­reto (scfritto in greco), ecc.,

Naturalmente le trafitture conservate nel cor­po glorioso non sono più dolorose e sanguinanti come sulla Croce; anzi neppure contrastano con lo splendore della gloria, ma piuttosto l'accresco­no: « Quantvis illa apertura vulnerum - scrive S. Tommaso - sit cum quaziam solutione conli_nui­tatis, tolunt tamen hoc recornpensatur per majorem

Cogliamo quest'occasione per far rilevare la varietà dei termini usati ad indicare le Cinque Piaghe. Oltre a quelli indicati verranno poi in uso anche Stigmata e Plugae. Ma si noti che per quanto diversi nell'etimolo­gia, tutti questi termini son divenuti affatto equivalenti nel significare le Ferite di Cristo: cioè nessuno è stato riservato ad indicare esclusivamente le Ferite del Risorto, o quelle del Crocifisso. Così ad esempio gli autori spirituali chia­mano costantemente vulnera - e non di rado plagae -­ anche i segni di Cristo glorioso; mentre il termine ci­catrices nei Medievali è passato ad indicare anche le Ferite del Crocifisso. Così pure la Messa che ordinariamente era intitolata Missa de Quinque Vulneribus o Missa Quinque Plugaruni, nell'edizione 1517 del Messale Domenicano, è chiamata Missa de Stigmatibus D. N. J. C.

Nelle lingue moderne si distinguono chiaramente due gruppi di nomi. Le lingue neolatine hanno tradotto il me­dievale plagae, e così abbiamo in italiano «piaghe», in francese « plaies », in spagnolo «Ilagas », in portoghese « chagas »; ecc.; mentre le lingue germaniche hanno pre­ferito la traduzione di vulnera: tedesco «Wonden », in­glese « Wounds », fiammingo « Wonden » ecc. Più rari, ma ancora vivi anche gli altri termini: « stimate », « cica­trici », « ferite » (blessures).

Non è infatti difficile ammettere che l'onni­potenza divina abbia trovato il modo di salvare il perfetto funzionamento di tutte le parti del corpo di Cristo, nonostante la presenza delle Ferite aper­te. Mentre si comprende facilmente di quale splen­dore debbano rifulgere questi trofei della più grande delle vittorie.

Cosicchè resta bene assodata la sentenza tradi­zionale secondo la quale Gesù volle ritenere nel suo corpo glorioso le Ferite vere e proprie della Passione, non soltanto dei segni superficiali di es­se. Sentenza che, probabilmente, non ha contra­rio neppure S. Agostino.

Il santo Dottore infatti, nel contrapporre le «cicatrici» del Risorto alle «ferite» del Croci­fisso non ebbe, a nostro giudizio, altro scopo che di eliminare da quelle tutto ciò che in queste vi era di doloroso, di ripugnante e di umiliante: egli non intendeva affatto di negare la sostanziale iden­tità dei segni della Passione nel Risorto e nel Cro­cifisso.

40. - Assai importante e fondamentale per noi, è la questione della permanenza delle Ferite nel corpo glorificato del Salvatore.

Calvino afferma recisamente che è ridicolo pensare che Cristo abbia ritenuto le Ferite dei chiodi e della lancia dopo la sua Ascensione al cielo, essendo certo che nel conservarle dopo la Risurre­zione, egli non ebbe altro scopo che di mostrare agli Apostoli la verità di questa.

A dire il vero la S. Scrittura non fornisce al­cun dato preciso; ed anche la profezia dell'Apo­calisse: Et videbit eum olnnis populus, et qui eum pupugerunt (Apoc. l, 7) da molti invocata, non prova affatto la presenza delle Stimate nelle membra del Giudice divino.

Ci soccorre però la Tradizione. Nessuno dei Padri nega la permanenza delle Ferite nella membra di Cristo dopo l'Ascensione, mentre non pochi la affermano positivamente.

I passi già sopra citati in cui S. Giovanni Crisostomo, S. Cesario di Arles, S. Eligio di Noyon S. Beda Venerabile, asseriscono che Cristo appa­rirà al giudizio finale mostrando le Stimate della Passione, sono altrettanti testi in favore della permanenza delle Stimate dopo l'Ascensione.

Lo stesso dicasi del passo ove S. Ambrogio afferma che Cristo presenta continuamente le sue Ferite al Padre. Ed aggiungiamo ora S. CIRILLO ALESSANDRINO, il quale descrive con le parole di Isaia e di Zaccaria la meraviglia degli Angeli al vedere entrare nel suo regno il Trionfatore ancora tinto del sangue delle Ferite ricevute: «Gli An­geli chiedono a Cristo che mostra loro i segni dei chiodi: Che sono queste ferite nelle tue mani? E il Signore: Sono ferite che mi fecero nella mia casa diletta. Infatti Israele pur essendo realmente la casa diletta, con i chiodi e con la lancia ferì il Signore ».

Alle testimonianze dei Padri va aggiunta la sentenza concorde di tutti i teologi cattolici, i quali non solo asserirono, ma all'occorrenza difese­ro la permanenza delle Stimate dopo l'Ascensione. Inoltre il sentimento degli autori spirituali e dei Mistici, Che in essa trovano sempre un argomento per la propria pietà. Ed infine, crediamo, la per­suasione dei fedeli, quale appare, tra l'altro, dal­le manifestazioni spontanee dell'arte religiosa.

Tutto ciò costituisce un argomento ben solido in favore della permanenza delle Stimate dopo l'Ascensione al cielo.

S. TOMMASO ne dà anche le ragioni teologi che trascriviamo qui letteralmente: « Cristo volle che rimanessero nel suo corpo i segni delle Ferite non solo per consolidare la fede dei di­scepoli, ma anche per altri motivi, dai quali ap­pare evidente che quei segni rimarranno per sem­pre nel suo carpo. Perchè come dice Sant'Ago­stino a Consenzio: « Credo che il corpo del Si­gnore in cielo sia tale qual'era allorchè ascese al cielo ». E S. Gregorio: « Se nel corpo di Cristo dopo la Risurrezione vi potesse essere qualche cam­biamento, contro l'affermazione di Paolo, il Signo­re dopo la Risurrezione sarebbe tornato mortale: cosa che solo uno stolto, negatore della vera ri­surrezione della carne, potrebbe appare evidente che le cicatrici dopo la Risurrezione, non sono celiate dal suo corpo ».

I passi qui riferiti di S. Agostino e di S. Gre­gorio - più chiaramente quest'ultimo - fondano la permanenza delle Stimate sulla immutabilità del corpo glorificato di Cristo: e con ciò sciolgono in antecedenza un dubbio che poteva ancora sus­sistere.

Infatti dopo la ragione data in primo luogo da S. Tommaso, che cioè Cristo ritenne le Ferite della Passione per altri scopi oltre a quello di confermare gli Apostoli nella fede della Risurre­zione, ci si poteva ancora chiedere se Cristo conserverà le sue Ferite anche dopo il Giudizio finale, quando tali scopi verranno a cessare.

Ora dal momento che lo stato glorioso di Cristo esclude ogni alterazione fisica nel suo cor­po, anche tale questione resta risolta in senso af­fermativo.

41. - La determinazione dei motivi per i quali il Signore volle ritenere le Ferite della Passione nel suo corpo glorificato è l'argomento del quale si sono maggiormente occupati i Teologi. E lo si comprende facilmente: sia per l'interesse di co­noscere le ragioni di un fatto così inatteso; sia perchè soprattutto, da questa considerazione risul­ta illustrato il significato ed il valore delle Ferite stesse. E' evidente infatti che i vari motivi per cui Gesù ritenne le Cinque Ferite equivalgono ad altrettanti aspetti sotto cui se ne può apprezzare l'importanza.

Non staremo qui a ripetere quanto già sopra avemmo occasione di dire a questo proposito. Ma dobbiamo ora illustrare più ampiamente, dal punto di vista teologico, il pensiero dei Padri ed indi­carne gli sviluppi ulteriori.

Il primo che abbia affrontato la questione con l'intento di dare una soluzione esauriente è S. BEDA VENERABILE (+ 735), il quale enumera i vari motivi per cui il Signore conservò le Ferite della Passione, in un testo rimasto poi classico per i Teologi: «Certamente per pura bontà - scrive egli - dopo aver fatto il più tralasciò di fare il meno: ossia dopo aver distrutto il regno della morte non volle cancellare i seni d'ella morte. E lo fece in primo luogo per rafforzare nei suoi discepoli la fede nella propria Risurre­zione. In secondo luogo per avvalorare la pro­pria intercessione presso il Padre, con il mostra­re quale morte egli abbia sofferto per la salvezza degli uomini. In terzo luogo affinchè coloro che egli aveva redenti con la propria morte, vedendo i segni di quella stessa morte comprendessero sem­pre meglio con quanta misericordia fossero stati salvati: e perciò non cessassero dal cantare in eterno le misericordie del Signore. Infine egli vuole mostrare i segni delle sue Ferite anche ai reprobi nel giudizio finale, per indicare quanto sia giusta la loro condanna ».

In questo testo non soltanto per la prima volta la questione è affrontata con un criterio sistema­tico, ma è data altresì una soluzione praticamente definitiva. Tutta la dottrina dei Padri in proposito è qui compendiata, come è facile vedere: e viene inoltre integrata in modo che ben poco restava da aggiungere. Anche i grandi teologi dei secoli posteriori non troveranno di meglio che riprodur­re alla lettera, o quasi, le espressioni del Dottore anglosassone. Ad un certo momento, è vero, verrà quasi di moda fra gli esegeti ed i teologi di secondo piano lo stendere lunghe liste di motivi; ma ad esaminarli dappresso si constata facilmente che non si tratta se non di variazioni dei temi fonda­mentali trasmessi da S. Beda alla teologia.

Dei quattro motivi indicati dal S. Dottore il primo ed il quarto si riferiscono a fatti determi­nati e contingenti, e non presentano nè difficoltà teologiche nè particolare interesse per la devozio­ne alle Cinque Piaghe.

Assai notevoli invece il secondo e terzo motivo.

42. - A tutta prima il fatto che Cristo abbia conservati i Segni della Passione per mostrarli al Padre quali argomenti della sua Mediazione, rie­sce difficile a comprendersi. Forse che Iddio aveva bisogno di un tale richiamo? I meriti della Pas­sione del Figlio non sono forse perpetuamente presenti al Padre?

Risponde SUAREZ che non a Dio, ma agli uomini serve un tale richiamo ai meriti della Pas­sione: affinchè vedendo impresse le Ferite della Croce anche nelle membra glorificate di Cristo, ricordino che egli ora in cielo non ha cessato di essere nostro Salvatore, ma prolunga in per­petuo l'opera compiuta sulla Croce.

Non v'è dubbio che è questo l'unico senso teologicamente esatto in cui si possa intendere la immagine tanto cara alla pietà e all'arte cristiana, di Cristo che interviene presso il Padre mostrando le sue Ferite.

Ma anche tradotta in questa interpretazione essa vale egualmente a proiettare sul mistero della Passione un raggio di luce che fa risaltare un nuo­vo aspetto del suo valore. Essa mostra infatti come la Passione - che già operò direttamente la Re­denzione del genere umano in universale ed è ora la causa che agisce nei Sacramenti e nel Sacrificio della Messa per applicare la Redenzione ai singoli uomini - sia pure la fonte perenne cui attinge la sua forza onnipotente la mediazione sacerdotale di Cristo in cielo .

I teologi discutono ancora se l'«interpellare» di Cristo si debba intendere come vera e propria preghiera e se si possa affermare che Cristo ora, come uomo, offra a Dio il sacrificio.

Ma per noi tali questioni non hanno qui interesse: in qualunque modo la mediazione di Cristo si eserciti ora in cielo, ci basti aver mo­strato che essa attinge la sua forza alla Passione, perpetuamente presente al Padre nelle Ferite del Figlio.

43. - Il motivo esposto in terzo luogo da San Beda è, evidentemente, quello che più da vicino interessa la devozione alle Cinque Piaghe.

Esso non si riscontra nei Padri e scrittori ante­riori, ma in compenso è stato variamente svilup­pato in seguito, specialmente dagli autori spiri­tuali.

In sostanza esso viene a dire che Cristo con­servò le sue Ferite affinchè i cristiani fossero eccitati al ricordo e alla considerazone della Passione, e quindi a ricambiare con la propria devozione l'amore ed il dolore di Gesù: «Vulnera suae Passionis - dirà molto esplicitamente UBERTINO DA CASALE - post gloriam suae resurrectionis Disci­pulis Christus ostendit et palpanda exhibuit: non solum ut seipsum eumdem qui in cruce pependerat demonstraret: sed ut eis imprimeret suae Passio. nis non interntittendani etiam signa circumferet tis ».

Naturalmente questo tema si presta a diversi svolgimenti, secondo le varie tendenze della pietà. E mentre il santo Dottore del sec. VIII, alla vista delle Ferite impresse nelle membra di Cristo glorioso si sente riempire l'animo di gioiosa gratitudine per l'immenso beneficio derivatone, S. BONAVENTURA ne riceverà anche uno stimolo all'a­more: « Cristo ritenne le Ferite per infiammare il nostro tiepido affetto ».

E come S. Bonaventura, anche un famoso pre­dicatore medievale, RODOLFO L'ARDENTE, già nel secolo XII diceva: «Il Signore conservò i segni delle Ferite nel suo corpo glorificato, affinchè i giusti, vedendo che egli le sofferse per loro, s'ac­cendano sempre più all'amore di lui ».

Mentre S. ANTONIO con sentimento tutto fran­cescano, si sentirà mosso addirittura alla compas­sione: «Cristo mostrò agli Apostoli i piedi ed il costato, per imprimere nei nostri cuori i segni del­la sua Passione. E sembra chiedere inoltre che, per compassione verso di lui, non lo abbiamo a crocifiggere ancora con i chiodi dei peccati ».

Ma pur nella varietà delle tendenze, tutti con­vengono nell'affermare che le Ferite presenti nelle membra glorificate di Cristo, sono incitamento e stimolo alla devozione verso la Passione.

44. - Con ciò abbiamo già indicata anche la soluzione di un'ultima questione che poteva pre­sentarsi a proposito delle Ferite di Cristo glorioso.

Ammesso che quanto alla realtà fisica esse siano semplicemente le Ferite del Crocifisso con­servate senza alterazione sostanziale, ci si poteva chiedere tuttavia se esse ritenessero ora anche lo stesso significato e lo stesso valore, o ne avessero assunta un altro di ordine diverso.

In concreto: sono esse ancora segni della Pas­sione e delle sofferenze di Gesù, o non piuttosto della sua Risurrezione e della sua gloria? L'importanza della questione, specialmente in ordine alla devozione, è evidente. Se infatti le Ferite del Risorto hanno un significato diverso da quello delle Ferite del Crocifisso, esse costituiranno un oggetto di devozione distinto, ed il culto rivolto ad esse non rientrerà nella sfera della de­vozione al mistero della Passione, bensì in quella della devozione ai misteri della vita gloriosa del Signore. Dovremmo di conseguenza parlare non di una, ma di due devozioni alle Cinque Piaghe: l'una avente per oggetto le Ferite del Crocifisso, l'altra quelle del Risorto.

Ora, come dicevamo, il testo di S. Beda e gli altri sopra riferiti contengono chiaramente la so­luzione del problema.

Da essi infatti appare che le Ferite di Cristo glorioso sono essenzialmente segni della Passione, qualcosa della Passione rimasto anche nello splen­dore della gloria, la cui presenza nel corpo risorto vuol essere un richiamo alle sofferenze del Cal­vario. Di conseguenza esse non costituiscono un oggetto di devozione distinto dalle Ferite del Cro­cifisso.

E' vero che le Ferite gloriose si prestano me­glio a significare la Passione come mistero di vittoria e di salvezza, mentre quelle dolorose la indicano piuttosto come mistero di dolore e di umi­liazione: sicchè la devozione troverà in quelle più facilmente motivo di compiacenza e di fiducia, e in queste motivo di dolore e di compassione.

Ma si tratta evidentemente di diversi atteggiamenti di una stessa devozione, il cui oggetto ri­mangono sempre le Ferite come segni della Passione.

In conclusione le Ferite del Risorto costitui­scono con quelle del Crocifisso un unico oggetto di devozione. Non v'è alcun fondamento teologico su cui costruire un culto delle Ferite gloriose distinto da quello rivolto alle Ferite dolorose: o, addirittura, per togliere il culto delle Cinque Piaghe dalla sfera della devozione alla Passione e portarlo in quella della devozione ai misteri della vita gloriosa.

La devozione alle Cinque Piaghe comprende egualmente nell'ambito del suo oggetto i due stati delle Ferite del Signore e vede sempre in esse i segni per eccellenza della Passione.

 

CAPITOLO II.

LE ORIGINI E I PRIMI SVILUPPI DELLA DEVOZIONE ALLE CINQUE PIAGHE

A) L'alto Medio Evo - Il Monachismo irlandese ed il suo influsso.

45. - Nell'Introduzione affermavamo che buone tracce di devozione alla Passione si riscontrano già nell'antico Monachiamo irlandese dei secoli VI-IX; e suggerivamo inoltre l'opinione che l'origine stessa del movimento devozionale che ebbe la sua grande fioritura dal secolo XII in poi, va probabilmente connessa con quelle prime manifestazioni di una pietà privata indipendente dalla Liturgia, che si ebbero in quel tempo ed in quell'ambiente.

Ora appunto queste prime tracce di devozione vera e propria alla Passione ci offrono insieme anche la testimonianza di un culto particolare ver­so le Ferite di Cristo.

In quelle lunghe preghiere cui sopra accen­navamo, aventi per oggetto le singole circostanze della vita e della Passione di Cristo, le Ferite della lancia e dei chiodi attirano in modo tutto parti­colare l'attenzione dell'anima devota.

« Signor mio Gesù Cristo - così una di esse - ti adoro steso sulla Croce, e coronato. di spine.

Ti prego che quella stessa croce mi scampi dall'An­gelo sterminatore.

Signor mio Gesù Cristo, ti adoro trafitto sulla croce, abbeverato con fiele ed aceto. Ti prego che le tue Ferite siano medicina all'anima mia ».

Ed un'altra: « Benignissimo Gesù, che sten­desti le mani sul legno della croce, stendimi la mano della tua misericordia. Con la lancia del ti­more e dell'amore trafiggi il mio cuore di pietra, tu che sulla croce ti lasciasti trapassare dai chiodi le sante e venerande mani. Togli dalle mie mani e dal mio cuore ogni piaga di vizio, o Signore Gesù Cristo che hai permesso che le tue mani in­nocenti venissero confitte alla croce... ».

Piú oltre, per la ferita del costato: « O Gesù che ti sei lasciato squarciare il petto dalla lancia, schiudimi la porta della vita, e una volta entrato per essa io canterò le tue lodi, Signore mio. E per la ferita del tuo costato risana colla medicina della tua misericordia le ferite di tutti i miei vizi ».

Il concetto cui si ispirano queste invocazioni è evidentemente quello di S. Agostino, che abbia­mo visto tanto diffuso nell'età patristica: ossia che le Ferite di Cristo sono medicina e rimedio alle in­fermità dell'anima. Ma la novità consiste in ciò, che i concetti han trovato ora la loro espressione de­vozionale.

Lo stesso pensiero è espresso pure nel tratto seguente: « Purifica, o Gesù, il corpo e l'anima mia da ogni sozzura di peccato e per la tua Passione, per la tua croce, per le sante Ferite del tuo corpo, liberami dal tormento dei demoni e dalle tenebre dell'inferno: e per il tuo Sangue, per la tua se­poltura, risanami dalle mie infermità e cura le mie ferite ».

Due rilievi si presentano spontanei alla lettu­ra di questi tratti. In primo luogo essi mostrano che le Ferite della lancia e dei chiodi come già nella letteratura patristica, così anche in questi primi balbettii emessi dalla devozione privata in un linguaggio suo proprio, occupano un posto distin­to ed assumono un significato particolare.

In secondo luogo appare da essi che l'atteg­giamento dominante nella pietà dei monaci irlandesi verso le Ferite del Signore è quello della compunzione e della penitenza.

Si potrà dire che tale atteggiamento è domi­nante in tutte le espressioni della pietà di quei monaci, e non soltanto in quelle dirette alle Ferite del Signore. Ma se ciò è vero, è vero altresì che nelle considerazioni di queste - viste costante­mente come medicina e rimedio alle ferite dell'a­nima nostra - lo spirito di compunzione ha tro­vato un nuovo ed appropriato alimento.

E a questo proposito si noti ancora la spon­taneità, la compostezza e la sobrietà di queste in­vocazioni. Se si abbia presente l'indole eccentrica, artificiosa ed alle volte addirittura scomposta di altre espressioni della pietà celtica, non si può non provare qui un vero senso di sollievo e di compiacenza. Si vede bene che nelle Ferite della Passione lo spirito di compunzione e l'anelito alla purificazione hanno trovato il loro motivo più naturale ed efficace.

46. - La presenza di questi testi in libri di preghiera di compilazione anglosassone, mentre fornisce un primo esempio dell'influsso esercitato sulla pietà cristiana dall'espansione missionaria dei monaci irlandesi - e ricordiamo al proposito che le regioni settentrionali del dominio anglo­sassone furono evangelizzate prevalentemente da loro - dimostra nello stesso tempo che la devo­zione alle Ferite di Cristo era diffusa anche in Inghilterra intorno al secolo VIII. Anzi è appunto in Inghilterra che essa produce i frutti più note­voli di questo periodo.

Al grande Dottore della Chiesa S. BEDA VENERABILE, (+735) del Monastero benedettino di Wearmouth nella Nortumbria siamo debitori di alcuni testi classici, dei quali si può dire senza esagera­zione che fanno epoca nella storia della devozione alle Ferite di Cristo.

Già nel capitolo precedente avemmo occasio­ne di riportare il santo commento a Luca 24, 40 e di metterne in evidenza l'eccezionale valore teo­logico. Si ricorderà come in esso il santo Dottore raccogliesse dalla Tradizione patristica i vari mo­tivi per cui Cristo volle ritenere i segni della Pas­sione dopo la Risurrezione.

Qui dobbiamo rilevare come fra quei motivi ve ne fosse uno che non si era riscontrato in altri Autori prima di lui: e precisamente quello che più da vicino tocca la devozione: « Affinchè co­loro che egli aveva redenti con la propria morte; vedendo i segni di quella stessa morte, compren­dessero sempre meglio con quanta misericordia fossero stati salvati».

Sarà forse semplice caso che proprio lui, il Dottore anglosassone del sec. VIII, trovasse come motivo della permanenza delle Ferite nel corpo glorioso di Cristo, quello di rinnovare nei fedeli il ricordo della Passione? O non sarà piuttosto da vedere in ciò un effetto dello sviluppo preso in quel tempo ed in quell'ambiente dalla devozione alla Passione? Il suo commento al Cantico dei Cantici, ove riprende l'interpretazione mistica delle «cavità della roccia» già accennata da S. Giusto di Urgel, dà una lucida conferma alla seconda supposizione.

« Se, stando all'interpretazione di S. Paolo, la roccia è Cristo, che altro potranno essere le cavità della roccia, se non le Ferite che Cristo ricevette per la nostra salvezza? Che poi in queste cavità abiti e nidifichi la colomba, significa che l'anima devota, o anche la Chiesa tutta, ripone l'unica fiducia della propria salvezza nella Passione del Signore. Nel mistero della morte di lui infatti confida di mettersi al sicuro dalle insidie dello sparviero: ed in esso ancora si adopera per parto­rire a Cristo una generazione spirituale sia di figli che di virtù ».

Il confronto tra questo commento e quello ana­logo del santo Vescovo spagnolo, del sec. VI, sia nel contenuto che nel tono dell'espressione, può ben fornirci un indizio del progresso compiuto.

Quell'elemento mistico infatti che là era in­dicato in senso generico, viene qui sviluppato ed applicato con molta finezza alla vita spirituale del­l'anima. Il cristiano deve riporre tutta la fiducia della propria salvezza nella Passione di Cristo e cercare nel ricordo della sua morte la forza di resistere alle tentazioni del nemico e di produrre frutti di virtù: allora le Ferite di Cristo saranno davvero il rifugio e la dimora dell'anima sua.

Vien così tracciato, nelle linee essenziali, tutto il quadro di una vita cristiana vissuta in unione con Cristo crocifisso. Quadro al quale si ispireranno poi i mistici medievali, a cominciare da S. Ber­nardo, che per esprimere la sua devozione alle Ferite del Signore non troverà di meglio che pa­rafrasare il testo di S. Beda.

47. - Meno solenne, ma non meno espressiva, è la testimonianza in favore della devozione alle Ferite di Cristo, che fornisce un antico poemetto in dialetto anglosassone: The Dream of the Rood, nel quale si canta l'epopea della Croce. Ne ripor­tiamo qui pochi tratti, nella traduzione di F. OLI­VERO:

«Mi sembrò di veder un albero meraviglioso nell'aere levarsi di luce avvolto degli alberi il più fulgido. Quel mistico segno era tutto d'aureo splendore; pietre preziose cospargevano bellissime il suolo; e così pure cinque gemme costellavano le braccia della Croce... Meravigliosamente bella era la vittoriosa Croce, e la mia anima, ahimè, era fosca dello squallor del peccato, ferita dalle mie iniquità. Io vedevo l'albero cele­stiale brillar di luce giocondo di preziosi palmi adorno, coperto d'oro, e pietre preziose avevano gloriosamente rinvestito la Croce del Signore; fulgore io potevo discerrtere le tracce dell'antica lotta, i segni delle ferite inflitte da uomini crudeli, posta scorgere il sangue stillar dal destro lato. Tutta l'anima mia era turbata di dolore profondo... »

Indi la Croce comincia a narrare la propria storia. Giunta alla Passione del Signore, racconta

«S'accinse allora al martirio il giovane Eroe,... quando l'Eroe m'abbracciò; ma non ardii a terra chinarmi... Con neri chiodi mi trafissero; visibili sono su di me le tracce delle ferite crudeli ».

L'ultimo tratto qui citato fu trovato inciso in antichi caratteri runici su una delle tante croci sparse nella Nortumbria. Ed anche questa circo­stanza, posta accanto al carattere popolare del poemetto, è un indice assai eloquente della diffu­sione della devozione alla Passione ed alle Ferite di Cristo nelle regioni evangelizzate dai monaci irlandesi.

48. - Purtroppo le tristi condizioni createsi in seguito alle invasioni dei Danesi pagani, dal sec. IX in poi, arrestarono lo splendido rigoglio che aveva fatto delle due grandi isole un asilo della cultura e un giardino di santità, e con esso arre­starono pure il progresso della pietà.

Il seme però era già stato trasportato sul continente, grazie all'espansione missionaria dei monaci e lì doveva tornare a germogliare per svilupparsi fino a raggiungere la fioritura dei secoli dopo il Mille.

Le tracce dell'influsso anglo-irlandese sono visibili soprattutto nella produzione letteraria del cosiddetto Rinascimento carolingio.

L'autorità di S. Beda - che fu il grande Maestro di quell'età - fece sì che le Ferite di Crisio attirassero in misura notevole l'attenzione degli scrittori. Le interpretazioni del santo Dottore sono riprodotte da ALCUINO (+804), da RABANO MAURO (+ 856), da AIMONE DI HALBERSTADT (+855), dalla GLOSSA ORDINARIA (sec. IX) nei rispettivi com­menti al Cantico o al Vangelo.

AMALAIUO DI METZ (+ 850) trovò modo dl mettere in luce il valore delle Ferite della Passione con le parole stesse di S. Beda, nella sua originale spiegazione della S. Messa, quando all'Ite Missa est presenta Cristo che sale al Padre come nostro ambasciatore

«Dice il Diacono: Ite Messa est. Cristo infatti è stato mandato (Missus) come ambasciatore per noi al Padre portando seco i segni della sua Pas­sione. In primo luogo per rafforzare nei suoi discepoli la fede nella propria risurrezione, ecc. ».

TEODOLFO DI ORLÉANS (+circa 821), il noto autore del Gloria, laus et honor, in un suo carme Quam ob reni cicatrices, quas Dominus in Passione suscepit, in Resurrectione obductae non sint, dà al testo del Dottore anglosassone una veste poetica. E la diffusa attenzione verso le Ferite della Passione è attestata da frequenti accenni inciden­tali, anche più eloquenti dei lunghi testi: come questo di Alcuino nell'iscrizione per una croce:

« Hic auctor vitae mortèm moriendo peremit, vulneribus sanans vulnera nostra suis »;

o da interpolazioni di testi antichi: come quando nel già amplificato testo dell'Epistola di S. Ignazio a quelli di Smirne, ove è descritta la venuta di Cristo al Giudizio, si aggiunge: «Nel suo corpo appariranno le trafitture dei chiodi e della lan­cia ».

49. - Passando al campo propriamente devo­zionale, va notato che le preghiere di composizione irlandese vengono accolte con favore sul continente ed appaiono già libri di devozione dal sec. VIII-1X, alternate ai Salmi e alle Collette di origine liturgica.

Più tardi anche nelle preghiere composte in Europa è facile riscontrare le tracce dell'influsso irlandese, sia nelle frequenti reminiscenze verbali, sia nello spirito che le informa.

A dire il vero ci troviamo qui ìn una zona ancora ìnesplorata; ma tuttavia possiamo presentare qualche dato istruttivo in rapporto al nostro soggetto. Per esempio il tratto sopra riferito «Signor mio Gesù Cristo, ti adoro steso sulla cro­ce... » si trova già nel Missale mixtum del Rito mozarabico, all'adorazione della Croce il Venerdì santo. D. Wilmart ne ha constatata la presenza in Francia nel sec. IX. Per conto nostro l'abbiamo visto poi nel Manuale precum usato da S. Giovanni Jualberto (+1073) a ed ancora nel libro di preghiere di S. Elisabetta di Schónau (+1164), come vedremo poi divenire popolarissimo nel secolo XV nella cosidetta Oratio S. Gregorii.

Come si vede, il suo successo è stato ben vasto e duraturo.

Frequente torna pure nelle preghiere di que­sto periodo l'invocazione a Cristo «qui innocentes ac gloriosas tuas palmas in crucis patibulo permi­sisti con figi », a chiara reminiscenza di testi irlan­desi.

E poi teme non riconoscere lo spirito della pietà di quei monaci in tratti come i seguenti:

« Ti prego per quelle salutari ferite che hai ricevuto sulla croce per la nostra salvezza, e dalle quali uscì il Sangue prezioso che ci redense, ferisci questa mia anima peccatrice, per la quale ti sei degnato morire: feriscila coll'infuocata ed ardentissima freccia della tua smisurata carità... O Signore, ti scongiuro percuoti questa mia mente dura come sasso, percuotila colla lancia gagliarda del suo amore ».

« ... Le tue mani furono stese sulla croce: le mie mani rattrappite si stenderanno verso il po­vero. I tuoi piedi furono trafitti dai chiodi: ed i miei piedi erranti si indirizzeranno per la retta via. Il tuo costato fu aperto dalla lancia: ed io aprirò la mia bocca per confessare il mio male ».

Ed ancora in questa bellissima invocazíone:

« Signor mio, ferma gli occhi della tua maestà sopra l'opera della tua pietà ineffabile. Vedi il dolce figlio stirato in tutto il corpo, guarda le mani innocenti stillanti sangue e rimetti benigno i pec­cati operati dalle mie mani. Ferma il tuo sguardo sul fianco inerme trafitto dal ferro crudele, e rin­novami in quel sacrosanto fonte che di là è sgor­gato. Vedi i piedi immacolati che non. conobbero le vie del male ma sempre camminarono nella tua legge, confitti con aspri chiodi, e guida i miei passi nella tua via e concedi benignamente che io abbia in odio ogni iniquità ».

E' lo spirito di compunzione e di penitenza caratteristico della pietà dei monaci irlandesi che si sente qui. Vi si ritrova inoltre duella stessa for­ma, diremo così, analitica, quel soffermarsi su cia­scuna delle Ferite in particolare, che già vedemmo nelle lunghe preghiere composte da quelli. Non di rado risuonano anche le medesime espressioni verbali, benchè la forma letteraria sia qui assai più elevata.

Ma questi testi appartengono già ai secoli XI e XII, e nel frattempo - come ne fanno fede essi stessi - un sensibile progresso è stato compiuto nella devozione alle Ferite di Cristo.

 

B) Il secolo XI: Rinascita della devo­zione - Le cinque piaghe nella Liturgia, nell'Arte, nella Teologia.

50. - La riforma monastica compiuta nei sec. X e XI a opera principalmente di S. Romualdo, e poi di S. Pier Damiani e S. Giovanni Gualberto, contribuì notevolmente allo sviluppo della devo­zione alla Passione.

In realtà prima di allora, se i dati testè riferiti testimoniano la diffusione in Europa della pietà dei monaci anglo-irlandesi, si prestano assai me­no ad attestarne la fecondità. I germi portati d'oltre mare e sparsi un po' dovunque sembrano essere rimasti per circa due secoli infecondi, e non si ha traccia ché essi abbiano suscitato movi­menti analoghi a quelli dei paesi di origine.

Ora la riforma monastica - preludio della generale riforma gregoriana - ispirandosi in pre­valenza al concetto della vita eremitica e mettendo perciò in onore l'ascetismo e la contemplazione, veniva a creare naturalmente un terreno più pro­pizio per lo sviluppo di quei germi.

E' su questo terreno che spuntano le opere ascetiche e le preghiere di S. PIER DAMIANI, di GIOVANNI Di FÉCAMP, di S. ANSELMO DI AOSTA, di EGBERTO DI SCHONAU, dei Cistercensi, e altre che vanno via via arricchendo il giardino della pietà privata.

51. - La prima forte impressione di un progres­so compiuto dalla devozione alla Passione ed alle Ferite di Cristo si riceve da S. PIER DAMIANI (+1072).

Scorrendo le sue lettere ed i suoi discorsi si rimane colpiti dalla frequenza del ricordo della Passione e dal tono con cui ne parla. Gli è fami­liare il concetto paolino che per entrare nella gloria di Cristo regnante è necessario passare prima per l'ignominia della Croce: e perciò egli richiama incessantemente alla contemplazione ed all'imita­zione del Crocifisso: «Guarda bene il tuo Dio, non solo nell'atto di regnare glorioso col Padre, ma mentre per tuo amore pende dalla croce... ».

« ...Teniamo ora costantemente fisso lo sguar­do a Gesù pendente dalla croce, affinchè poi ab­biamo la grazia di contemplarlo regnante nella maestà della gloria del Padre ».

La meditazione e l'imitazione delle sofferenze di Gesù è la cura più efficace contro la concupiscenza, lo stimolo alla penitenza, la via all'intimità di amore: «Niente di più efficace per estirpare la radice dei vizi quanto la memoria delle pene eterne - e delle ferite del mio Signore ».

«Chiunque con un amore sempre costante si stringa al seno Gesù, chiunque mediti sempre con nuova lena il mistero della Passione per imitarlo, questi certamente sentirà Cristo divenire per lui come un fascetto di mirra e, secondo il pensiero della Scrittura, abita nel suo seno ».

Le Ferite delle mani dei piedi e del costato attirano in particolar modo l'attenzione del santo: e lo si comprende facilmente, dal momento che per lui esse costituiscono il momento più doloroso della Passione, acerbiorem passionis partem.

Per illustrarne il significato ed il valore egli accumula le immagini e le allegorie, come appare dal testo seguente che, data la sua importanza, ci permettiamo di trascrivere integralmente:

« O medico di incomparabile e singolare cle­menza, che accumula su se stesso tutte le in­fermità, affinchè dalle sue infermità venga a noi malati la salute! «In verità egli portò i nostri dolori, fu ferito per i nostri peccati, fu schiacciato sotto il peso dei nostri misfatti. (Is. 53) ». Per far rimarginare le nostre ferite egli soffrì volentieri ferite gravissime nel suo corpo: che anzi non solo si offerse a curarci, ma si fece egli stesso nostra medicina. Entro il torchio della Croce fu spremuto il celeste unguento, e da esso uscì l'antidoto della salute eterna, in virtù del quale gli uomini hanno sputato fuori il veleno dell'antico serpente. Cin­que infatti sono le ferite nel corpo del Signore, e cinque sono i sensi per i quali, come per altrettante finestre, era entrata nell'uomo la morte. Ora ap­punto quelle cinque ferite son divenute la medi­cina dei nostri cinque sensi.

Ben a ragione di queste cinque ferite lo sposo dei Cantici sotto altro nome dice: «Sorgi, amica mia, mia sposa e vieni o mia colomba nelle cavità della roccia, nei fori della muraglia ». La roccia secondo S. Paolo, è Cristo, e quindi le cavità della roccia sono le ferite del Redentore. In queste ca­vità dimora l'anima fedele, perchè vede nella Pas­sione del Redentore tutta la ragione della propria salvezza, e riponendo in essa ogni sua fiducia confida con tranquilla sicurezza nella gloria eterna.

In questo modo si può forse anche spiegare ciò che dice l'Apostolo: « Preferisco dire nell'adunanza cinque sole parole che abbiano senso, per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila in glossolalia (I Cor., 14) ». Il che vuol dire: giudico più utile conoscere e insegnare agli altri la pas­sione del Signore, che fu consumata nelle cinque ferite, piuttosto che predicare vanamente, con mol­te parole e per ostentazione l'antica legge che è stata data nel Decalogo. Queste cinque parole senza dubbio aveva dette S. Paolo a quei Corinti, ai quali poi scriveva: «Null'altro credetti di sapere tra voi, se non Cristo Gesù e questo crocifisso» (I Cor., 2).

Inoltre, come nel Paradiso terrestre con i quat­tro fiumi nascenti da una fonte si hanno cinque rivi che bagnano il mondo in tutta la sua larghezza, così dal Paradiso del corpo del Signore uscì il sangue per cinque aperture, per toglier via le sozzure del genere umano. In quel Sangue furono lavati tutti coloro che conseguirono il perdono del­le proprie colpe. Egli infatti, come dice S. Gio­vanni, è il propiziatore per i nostri peccati: e, con­tinua l'Evangelista, non soltanto per i nostri, ma per tutti quelli di tutto il mondo (I Giov., 2) ».

Colpisce, fra l'altro, in questa che si potrebbe chiamare una piccola predica sulle Ferite di Cristo, l'insistenza con cui il Santo ne accentua il numero.

Anche altrove egli torna volentieri sul concetto che Cristo volle ricevere tante ferite quanti sono i sensi dell'uomo, affine di opporre alle cinque fonti del peccato altrettante fonti di grazia. E se è vero che ciò non aggiunge nulla di sostanzialmente nuovo alla concezione delle Ferite di Cristo - giacchè queste rimangono sempre medicina alle ferite dell'anima - pure si deve riconoscere che con la determinazione del numero esse acquistano maggior rilievo come oggetto distinto.

52. - Oltre a ciò, va notato in S. Pier Damiani - il che a nostro giudizio è l'indice più espressivo del progresso della devozione - un senso nuovo e più intimo delle Ferite di Gesù, per cui queste non soltanto sono contemplate come medicina e rimedio delle nostre infermità, come fonte di grazia e rifugio dell'anima, ma sono anche sentite nella asprezza dei dolori che dovettero causare al divino Paziente.

Già qualche espressione nei testi citati ce l'ha fatto percepire; ma esso appare anche più chiaro nelle preghiere composte dal Santo per l'adorazione della Croce. In alcuni tratti si sente che sta spuntando nella pietà medioevale il fiore delicato della compassione: «Voglio contemplarti, o Signore, sul patibolo della croce, appena spirato. Voglio raccogliere nella mia bocca il Sangue preziosissimo stillante a goccia a goccia. O prezzo del nostro ri­scatto sollevato sulla bilancia della croce, dal quale l'antico creditore vede con dispetto ridotta in pezzi la polizza del nostro debito. Con gli occhi dell'ani­ma mia ti contemplo, o mio Redentore, confitto coi chiodi alla croce. Ti contemplo trafitto da ferite ancora fresche. Ti prego per questo gran mistero della tua Passione e morte, ti scongiuro con le lagrime agli occhi per il mistero della nostra Re­denzione: non voler separarmi dalla compagnia dei tuoi eletti, come io meriterei, ma chiamami alla gloria del cielo insieme con il fortunato ladro­ne. Tu, o Signore, stampa nell'anima mia il segno della santa croce, aflinchè quando verrai al giudi­zio e risplenderà nel cielo il vessillo della divina potenza, io possa essere trovato contrasse­gnato da questo sigillo. Così fattomi simile al cro­cifisso nel dolore, potrò essere compagno del Risor­to nella gloria ».

E nella preghiera seguente:

« Tu piissimo Signore Gesù, spremuto nel tor­chio della Passione emani fragranza come la più squisita essenza odorosa, per poter essere medicina a noi iniseri e languenti nel peccato. Tu quale grap­polo della terra promessa, scorrente latte e miele, fosti pressato al torchio della croce per offrire la bevanda dell'eterna salute, per versare sull'arsura dei nostri cuori le acque abbondanti dello Spirito Santo. Tu, o Signore, per mezzo delle cinque Ferite del tuo Sacratissimo Corpo hai risanato tutte le Piaghe che ci furono inflitte attraverso i cinque sensi del nostro corpo... Adoro, o Signore, la tua croce, adoro la tua morte vivificatrice ».

Nella raccolta che va sotto il nome di S. Pier Damiani queste preghiere si trovano frammiste ad altre di origine irlandese, ed è possibile anzi ri­scontrare delle analogie fra i due gruppi. Ma si vede tosto di quanto siano superati i vecchi mo­delli. In quelli la contemplazione delle Ferite di Cristo era più occasione che causa della compun­zione e del dolore del peccato. Si vedeva in esse il rimedio approntato dal Medico divino per le nostre infermità e se ne chiedeva semplicemente l'applicazione. La compunzione come tale aveva ancora la sua radice più profonda nella considera­zione del peccato in se stesso.

Qui invece la compunzione è causata dalla vista delle Ferite della Passione. E' questa appunto che ammollisce il cuore e contribuisce a spremere il dolore: si sente dolore del peccato, perchè esso ha fatto soffrire Gesù. Sicchè, pur rimanendo ancora la compunzione l'atteggiamento principale della pietà di fronte alle Ferite del Signore, questa co­mincia già ad essere avvivata dal sentimento di compassione.

53. - Già lo stesso secolo XI che ha visto, la promettente rinascita ci offre dei bellissimi esempi del sentimento di compassione e di amore per le Ferite di Gesù.

S. ANSELMO D'AOSTA (+1109) così si rivolge al Salvatore, ricordando la sua Passione, gli schiaf­fi, i flagelli, la, croce, le Ferite:

«Misero me, che non ho potuto vedere il si­gnore degli Angeli che si è abbassato a vivere con gli uomini per innalzare l'uomo a vivere con gli Angeli, allorchè un Dio offeso moriva per salvare il suo offensore. Misero me che non ho avuto la grazia di essere presente stupefatto a sì ammirabile e inesprimibile pietà. O anima mia perchè non fosti là presente a lasciarti trafiggere dalla spada del più straziante dolore? Certamente non avresti potuto sopportare che fosse ferito il costato del tuo Salvatore, non avresti avuto il coraggio di ve­dere profanate con chiodi le mani del tuo Creatore. Come avrésti inorridito al veder uscire il San­gue del tuo Redentore! Perchè non hai potuto scioglierti in lagrime di compassione, mentre egli veniva abbeverato con amaro fiele? ».

GANDOLFO DI ROCHESTER (II metà sec..X1) che, a detta del suo biografo, aveva sempre presente alla mente il pensiero della passione, diceva ai suoi monaci: « Egli morendo sofferse per noi cinque ferite: e noi non piangeremo cinque volte ogni giorno i suoi dolori, richiamandoli dolcemente alla me­moria? Che se per la nostra debolezza, che tanto ci infiacchisce, non possiamo tanto, versiamo almeno ogni giorno, a ricordo del Crocifisso, cinque la­grime».

54. - Come si vede, la devozione alle Cinque Piaghe ci si presenta già in pieno sviluppo e ben diffusa, almeno negli ambienti monastici. Nè fini­remmo presto se volessimo riferire tutte le testi­monianze che indicano il crescente interessamento della pietà di questo periodo per le Ferite di Cristo.

I testi di S. Beda godono gran voga e trovano numerosi trascrittori ed espositori. Presso i liturgi­sti, tornato in onore il tanto contrastato sistema di interpretazione allegorica di Amalario, le Cin­que Ferite son viste simboleggiate nei segni di croce che il Celebrante traccia sulle Oblate dopo la Consacrazione; in quelli tracciati dal Vescovo nella consacrazione dell'altare, nelle orazioni del Canone ecc. Nell'arte comincia a diffondersi l'im­magine di Cristo che mostra le Cinque Ferite nel giudizio universale: immagine già rappresentata un secolo prima nel monastero di Reichenau e che ora compare a Tortello (fine set. XI), a Perugia (sec. XII), a Conques (sec. XII), a Laon (+1160) ecc.

Soprattutto notevole è la formazione e l'affer­mazione di una compiuta - e vorremmo quasi dire sistematica - dottrina delle Cinque Ferite, che mira a metterne in luce il significato nell'econo­mia della Redenzione. Tale fenomeno mentre da un lato è segno indubbio del progresso della devozio­ne alle Cinque Piaghe, non può, dall'altro, non essere causa di nuovi sviluppi.

Elementi vari di tale complesso dottrinale si ritrovano un po' in tutti gli autori e commen­tatori di questo periodo; ma nessuno ce ne pre­senta una sintesi così chiara e compiuta come RUPERTO DI DEUTZ (+1135). Pochi testi di questo che è forse il più grande dei teologi prescolastici, basteranno a darcene un'idea.

Egli presenta le Cinque Ferite anzitutto come segni del dolore e dell'umiliazione di Gesù. « Perchè mai mostrò Gesù le mani ed il costato e inoltre i piedi, come attesta S. Luca, se non Per mostrare in un corpo reale e in membra reali le reali ferite, fonti della nostra pace? Su di lui infatti s'abbattè il supplizio che portò a noi la pace, e per le sue piaghe noi siamo stati risanati. (Is. 63). Questo supplizio non solo era visibile nelle mani nei piedi e nel costato, ma altresì palpabile attraverso i segni dei chiodi e della lancia rimasti dopo la Risurrezione ».

A ciò poi ricollega direttamente la loro effi­cacia in cielo: «E' ben conveniente che egli, già uomo dell'obbedienza, canti ora vittoria: ed ecco che lo fa perpetuamente, incessantemente, con un linguaggio ben chiaro e sonoro, mostrando le Fe­rite che egli sofferse nel compimento appunto del­l'obbedienza. Le sue cinque Ferite sono come cin­que lingue, che parlano al Padre, agli Angeli, agli uomini, a tutti i Santi, a tutti gli eletti ».

La vita di Cristo in cielo viene per tal modo come incentrata nelle Cinque Ferite: davanti al Padre, davanti agli Angeli ed agli uomini, egli compare sempre con questi Segni, che ripetono incessantemente il linguaggio della Passione.

Ancora: non soltanto la Passione è, per così dire perpetuata nel corpo fisico di Cristo glorioso, ma viene pure impressa nelle membra del suo corpo mistico, per mezzo dei Sacramenti, ed in primo luogo del Battesimo, che secondo il profondo con­cetto paolino è un'immagine della morte di Gesù (Rom., 6, 3-5).

Ebbene, anche questo concetto viene espresso vivamente con il richiamo alle Ferite del Salvatore. Queste infatti sono altrettanti signacula jusliliae, impressi per il Battesimo nell'anima del cristiano, in luogo dell'antico signaculum della Circoncisio­ne: « Ecco già ora molti segni di santità e di fede: cioè le cinque Ferite che l'uomo obbediente, l'uomo giusto e fedele ricevette per la salvezza degli uomini. E sarà allora possibile che Dio giu­sto non conceda a noi suoi fratelli la palma della giustificazione e della salvezza, vedendo non più un solo segno, ossia una sola ferita segnacolo di giustizia, qual'era la circoncisione, ma ben cinque Ferite di un Giusto che sconta in se stesso tutte le pene meritate con i peccati dei nostri cinque sensi? Infatti questi segni di santità e di fede che a lui furono impressi con tanto dolore, noi li rice­veremo soavemente nel Battesimo. E come gli uomini aspettavano che Cristo venisse a redimerli, segnati con il solo sigillo della circoncisione, così ora noi attendiamo fiduciosi che egli venga al giu­dizio finale, muniti del sigillo delle cinque Piaghe, impresso sulla nostra fronte ».

 

C) Il secolo XII - La prima Mistica ger­manica - S. Bernardo.

55. - Dopo di ciò non vi sarà da rimaner sor­presi al vedere lo sviluppo assunto dalla devozione alle Cinque Piaghe nella pietà del secolo XII. En­triamo del resto nel secolo di S. Bernardo e della scuola cisterciense da una parte, e dell'incipiente ma già florida Mistica germanica dall'altra, che conta tra i maggiori esponenti S. ILDEGARDE DI BINGEN e S. ELISABETTA DI SCHONAU, con suo fra­tello l'ABATE EGBERTO (+1184).

Quest'ultimo appunto ci dà nelle sue compo­sizioni un esempio classico di devozione ispirata alla dottrina testè esposta e organicamente svilup­pata nei vari elementi.

Egli contempla il Salvatore ora sotto il peso delle umiliazioni, ora nello splendore della gloria alla destra del Padre: ma si vede bene che la Passione sta al centro, e nell'immagine che egli si rappresenta spiccano sempre le Cinque Piaghe. «Fissa il tuo sguardo anche più attenta­mente su Gesù crocifisso, poichè egli appare dav­vero degno della più grande ammirazione e della più tenera compassione. Miralo nudo, lacerato dai flagelli, confitto obbrobriosamente alla croce con ferrei chiodi, fra due ladroni, abbeverato con aceto, e perfino dopo la morte ferito dalla lancia nel costato: vedilo versare abbondanti rivi di san­gue dalle cinque ferite delle mani dei piedi e del costato. Versate lagrime, o occhi miei, struggiti anima mia di compassione per il tormento di quell'uomo tanto amabile, che con sì grande man­snetueline soffre un sì grande dolore ».

E in altra meditazione sulla Passione: « Uno dei presenti gli squarciò con una lancia il costa­to e tosto ne uscì sangue ad acqua, prezzo della nostra salvezza. Che cosa hai visto mai, o anima mia, di più compassionevole e di più cru­dele? Contempla quest'uomo innocente che non conobbe il peccato, le cui labbra ignorano l'ingan­no; vedilo avvilito ed esanime, che vien sepolto come un omicida, tutto intriso del proprio sangue scorrente dalle cinque ferite delle mani dei piedi e del virgineo costato ».

In questi tratti le Cinque Piaghe sono i segni del dolore di Gesù e come tali eccitano nell'ani­mo contemplante la compassione e la compunzio­ne. E si osservi pure il progresso compiuto dalla pietà nel culto di tale sentimento. Si sente che non è lontano S. Francesco.

Poi l'animo si eleva alla contemplazione di Cristo che, distrutta con la sua morte la potenza infernale, entra trionfante nel regno celeste e là, assiso alla destra del Padre, interviene continua­mente a nostro favore. Ed anche qui, ciò che tosto colpisce il suo sguardo sono le Ferite presenti in quel corpo glorioso, che, ricordandogli la Passio­ne ed il sangue versato, lo infiammano di amore e di gratitudine: «Orsù, anima mia, innalzati con tutte le tue energie ed unisciti alle migliaia di Santi che tripudiano nel Signore Gesù. Affrettati a giungere lassù per mezzo della fede e della spe­ranza, ed ivi trattienti per mezzo di un'ardente carità, insieme con Cristo che siede alla destra del Padre. Fissa l'occhio dell'anima nei suoi splen­dori. Esamina e bacia ad uno ad uno, con devo­zione e gratitudine, i segni delle sue gloriose fe­rite, da cui sono usciti quei preziosi rivi del san­gue santo con cui l'Unigenito di Dio ti riscattò e ti santificò per la vita eterna ».

Col sentimento di amore e di gratitudine, sente pure ravvivarsi la fiducia, alla vista di quei Santi Segni sempre parlanti per noi: ed ecco la bellissima invocazione che gli viene sul labbro: « Rimira, o Signore, il volto del tuo Cristo che ti fu obbediente fino alla morte, e non ritrarre mai il tuo sguardo dalle cicatrici delle sue ferite che ti ricordano quale soddisfazione egli abbia offerto per i nostri peccati. Metti, o Dio, sulla bi­lancia da una parte i peccati provocatori della tua ira, e dall'altra i dolori patiti per noi dall'inno­cente tuo Figlio. Certamente, o Signore, questi pe­seranno di più e avranno maggior potere di far spargere le tue misericordie su di noi, che non l'abbiamo quelli di fartele trattenere ».

56. - Le Cinque Piaghe stanno evidentemente in gran rilievo nell'immagine di Gesù che Egberto si rappresenta nelle sue contemplazioni e ad esse principalmente si dirige la sua attenzione. Non farà perciò meraviglia che anche nella visione di Cristo come supremo modello di perfezione e nello sforzo di conformarsi a lui, egli abbia ancora di mira principalmente Gesù trafitto dai chiodi e dal­la lancia.

A conclusione infatti dello Stimulus dilectio­nis chiede a Cristo: «Inchioda alla croce, o Gesù, i miei piedi. e le mie mani e fa che il tuo servo sia totalmente rivestito della tua Passione. Fa, o Signore, te ne prego, che mi astenga dalle opere della carne che tu hai in odio, e compia il bene che tu ami, e che nell'una e nell'altra cosa ricerchi sempre la tua gloria: ed allora mi sentirò anch'io confitto alla tua croce nella mano si­nistra col chiodo della temperanza e nella de­stra col chiodo della giustizia. Fa che la mia mente mediti costantemente i tuoi comanda­menti ed ogni mio pensiero sia rivolto sem­pre a te: ed inchioda così a quell'albero della vita il mio piede destro col chiodo della prudenza. Fa che i miei sensi, strumenti dello spirito, non si la­scino infiacchire dall'attrattiva della misera felicità di questa vita caduca, nè che la difficoltà di rag­giungere la vera felicità mi allontani dal premio eterno: ed allora anche il mio piede sinistro sarà fissato alla croce col chiodo della fortezza... Ed affinchè io possa avere il vanto di riprodurre in me intera l'immagine del Crocifisso, ti scongiuro, o Signore, fa che io possa assomigliarmi a te anche in ciò che per l'insaziabile crudeltà degli empi tu avesti a subire persino dopo la morte. Ferisca il mio cuore la tua parola palpitante ed efficace, più tagliente della lancia più acuta, si affondi sino nell'intimo dell'anima e ne faccia uscire come dal costato invece di sangue ed acqua, l'amore per te e per i miei fratelli ».

(Quest'ultimo testo presenta una novità. Per ciascuna delle Cinque Ferite considerate distinta­mente, si chiede l'acquisto di una particolare vir­tù: per la Ferita della mano sinistra la tempe­ranza, per quella della mano destra la giustizia; per le Ferite dei piedi, rispettivamente la fortezza e la prudenza; infine per quella del costato, la carità verso Dio e il prossimo.

Si accentua e si definisce con ciò, accanto a quello che potremmo chiamare l'aspetto «pietisti­co» o culturale della devozione, l'aspetto ascetico­pratico.

Le Cinque Piaghe come tali non possono na­turalmente essere considerate quali oggetti di imi­tazione; ma non per questo la devozione ha ri­nunciato a trarne uno stimolo alla virtù. E non soltanto in modo generico, ma proprio e specifico, facendo corrispondere alle singole Ferite deter­minate virtù.

Del resto, posto come fondamento che il cri­stiano nella sua vita deve conformarsi a Cristo paziente - «fa che il tuo servo sia totalmente ri­vestito della tua Passione» - era abbastanza na­turale che ai singoli momenti della Passione, e so­prattutto alle Cinque Piaghe già fatte oggetto di culto speciale, si applicassero particolari virtù: benchè il criterio di applicazione dovesse evidente­mente rimanere indeterminato e variabile. Vedre­mo in seguito il favore che incontrerà nella pietà questo modo di considerare le Cinque Piaghe.

57. - Lo storico che vorrà dare una descrizione compiuta della devozione alle Cinque Piaghe nella Germania del sec. XII dovrà aggiungere ai testi qui trascritti, molti altri che l'indole del pre­sente lavoro non consente a noi di riportare. Noi ci limitiamo qui ad alcune delle belle strofe che alle Cinque Piaghe dedica il B. ERMANNO GIUSEPPE (1150-1241) nella sua Rythmica Oratio de inembris Domini: frutto delizioso della prima Mistica germanica, che contiene, tra l'altro, quel­lo che il Richstaetter chiama giustamente il pri­mo Inno del S. Cuore.

« Ad pedes:

Plagas tuas rubicundas

et fixuras tam pro fundas

Cordi meo fac inscribi,

Ut con figar totus tibi, Te

modis amans omnibus.

Ad manus:

Manus sanctae, vos amplector

Et gemendo condelector;

Grates ago plagis tantis,

Clavis duris, guttis sanctis,

Dans lacrymas cum osculis.

Ad latus:

Salve mitìs apertura,

De qua manat vena pura,

Porta patens et profunda,

Super rosam rubicunda,

Medela salutifera.

Plaga rubens, aperire.

Fac cor nteum te sentire,

Sine me in te transire,

Vellem totus introire;

Pulsanti pande pauperi.

Ore nteo te contingo,

Et ardenter ad me stringo:

In te meum cor intingo,

Et ferventi corde lingo;

Me totum in te trajice.

In hac fossa me reconde,

Infer meum cor profunde,

Ubi laetus incalescat,

Et in pace conquiescat,

Nec prorsus qu.emquam timeat ».

58. - C'è qualche cosa nelle strofe del. B. Er­manno, che viene a completare la dottrina del­l'Abate Egberto: l'insistenza cioè sull'immagine delle Piaghe del Crocifisso come asilo, come fossa in cui l'anima vuole rifugiarsi.

E' da questa immagine che trae i suoi motivi dominanti la devozione di S. BERNARDO (1090-1153); e pare qui, specialmente nell'ultima delle strofe riferite, di percepire una chiara eco delle appas­sionate espressioni del Dottore mellifluo.

Il sec. XII è tutto dominato dalla figura di San Bernardo. Egli brilla come astro di prima grandezza, la cui irradiazione si estende a tutti i medievali: tanto che parecchi Autori, come abba­gliati da tanta luce, credettero di vedere in lui l'iniziatore della devozione ai misteri dell'Umanità di Cristo.

Se questa affermazione, presa alla lettera, è parecchio esagerata, è vero tuttavia che di tale devozione egli può dirsi il primo teologo ed il più appassionato apostolo. Da lui soprattutto essa ri­cevette quella ricchezza di motivi e quel dinami­smo interiore che la portò in breve tempo a con­quistare la posizione preminente che occupa nella pietà cristiana dal Medio Evo in qua.

Le Cinque Piaghe sono anzitutto, per S. Ber­nardo come per tutta la tradizione precedente, medicina alle ferite dell'anima: e ciò vuol dire che la considerazione di esse ha efficacia nell'ec­citare la compunzione ed il desiderio di purifica­zione

« Che si può trovare di più efficace - si chiede egli - per curare le piaghe della coscienza e per puríficare l'intelligenza, che la memoria assidua delle Ferite di Cristo? ».

Anche presso di lui questo spirito di com­punzione e penitenza è avvivato da un tenero sentimento di compassione per il dolore delle Fe­rite di Gesù: « O Signore, - esclama egli come già S. Anselmo - non posso darmi pace al pen­siero di non averti visto sospeso alla croce, coper­to di ferite, pallido del pallore della morte; al pensiero di non aver potuto seguire al sepolcro bagnando colle mie lagrime almeno le tracce delle tue Ferite! ».

Ed altra volta così richìama i cristiani alla considerazione dei dolori di Gesù, perchè di lì mi. sitrino la gravità del peccato ed il bisogno di rav­vedersi: «Siete ben duri ed ostinati e miserabili, o figli di Adamo, che non vi lasciate commuovere da tanta benignità, da sì ardente fiamma, da tale ardore d'amore, da un amante sì appassionato, che per un pugno di polvere sborsò un prezzo incalcolabile. Egli infatti ci riscattò non con ar­gento ed oro, che son cose corruttibili, ma col suo prezioso Sangue sparso interamente per noi. Dal corpo di Gesù infatti è uscito a onde piene il Sangue attraverso cinque aperture! ».

Oltre a ciò le Cinque Piaghe sono ancora ri­fugio dell'anima, caverne nella roccia, e perciò motivo di fiducia e di confidente abbandono: «Buoni davvero questi fori che rinsaldano la fede nella Risurrezio; e e nella divinità di Cristo. In essi il passero trova la sua casa e la tortora il nido dove riporre i suoi piccini. Qui la colomba si sente sicura e osserva senza timore lo sparviero che le gira attorno. Ed in realtà dove mai può il debole trovare ristoro e sicurezza imperturbabili se non nelle Ferite del Salvatore? In esse mi sento tanto più sicuro quanto egli è più potente nel venirmi in soccorso. Il mondo rugge, la carne mi opprime, il. demonio è in agguato; con tutto ciò non cedo, perchè tengo i piedi sopra la salda roccia. Se poi son caduto gravemente, la coscienza ne sarà turbata, ma non abbattuta, poichè il mio pensiero sarà fisso alle ferite del Salvatore. Egli infatti fu ferito per i nostri peccati. Vi è forse qualche pericolo tanto mortale che non possa es­sere sventato dalla morte di Cristo? Se dunque io terrò presente alla mia mente un sì potente ed efficace rimedio, non v'è morbo per quanto mali­gno che mi possa spaventare ».

59. - Tuttavia anche con quest'immagine delle cavità della roccia come rifugio nelle tentazioni e asilo contro il nemico, per quanto sviluppata con un lirismo ed un'efficacia insuperabili, siamo ancora semplicemente nella scia dei concetti tradi­zionali. Da S. Bernardo siamo in diritto di at­tenderci qualche cosa di nuovo.

Ed egli infatti si leva al volo ed entrando per davvero nelle profondità delle Ferite di Cristo, ne scopre il più intimo significato.

Queste cavità nella roccia non sono soltanto sicuri rifugi contro le incursioni del nemico, esse sono altresì la dimora regale dove l'anima può disporre dei tesori immensi della misericordia e dell'amore di Gesù:

« Quanta dolcezza in quelle tue ferite, o Signo­re, che rimangono chiuse sì, ma soltanto per i dannati... A noi invece Dio l'ha rivelata quella dolcezza per mezzo del suo Spirito ed attraverso le Ferite aperte ci ha fatti entrare nel Santuario. Che indicibile dolcezza, che pienezza di grazia, che perfezione di virtù si trova in esse! ».

Perciò il Santo può riprendere con il suo tono di sicura confidenza e di dolce intimità: «Quan­to a me io mi prendo tutto quello di cui ho bi­sogno dalle viscere del Signore, chè son ripiene di misericordia, nè mancano i fori da cui essa n'esca. Forarono infatti le sue mani ed i suoi piedi, gli squarciarono il costato: ed attraverso queste aperture io posso suggere il miele dalla pietra e l'olio dal sasso durissimo, cioè gustare e vedere con i miei occhi la soavità del Signore ».

Si sente ormai che ci si è avvicinati al simbolo per eccellenza dell'amore di Gesù, al suo S. Cuore. Il passo che lo divide dalle Ferite, fontane d'a­more, è breve e S. Bernardo lo compie con tutta naturalezza, quasi, si direbbe, senza avvedersi che con ciò apre un orizzonte nuovo alla pietà cri­stiana: «La spada trapassò l'anima di lui e s'avvicinò al suo Cuore, sicchè egli sa ben compatire alle nostre debolezze. Attraverso le ferite del corpo si manifesta il segreto del cuore, si rivela quel gran mistero di pietà, appaiono le viscere di misericor­dia del nostro Dio. E che, attraverso le Ferite si vedono le viscere? Certamente: e dove infatti più chiaramente che nelle tue Ferite si poteva vedere che tu, Signore, sei mite e soave e pieno di mise­ricordia? ».

Toccava grande scoperta, arrivare al Cuore di Gesù, simbo­lo supremo dell'amore. Non occorre indugiarci a sottolineare l'importanza di questo avvenimento. Basta riflettere un po' che cosa significhi nella pietà cristiana il Cuore di Gesù!

A noi interessa osservare soltanto che al Sacro Cuore si è arrivati attraverso le Ferite della Pas­sione. Anzi a beneficiare per prima di quella sco­perta, è appunto la devozione alle Cinque Piaghe, la quale ha trovato così segnata la via verso i suoi più fecondi sviluppi.

Non si può dire che già S. Bernardo abbia valorizzato la sua intuizione sul terreno pratico della devozione. Il Cuore di Gesù rimane per lui oggetto di contemplazione: non appare ancora co­me meta dei nostri cuori. Ma ciò non diminuisce l'importanza dì quell'intuizione, che figura davve­ro come una pietra miliare sul cammino della devozione alle Cinque Piaghe, anzi di tutta la pie­ta cristiana.

60. - Su quella del grande Maestro è model­laia la devozione dei Cisterciensi nel secolo XII. Con lui essi vedono nelle Ferite di Cristo so­prattutto il rifugio e la dimora dell'anima. L'ani­ma che vi entra e vi si trattiene per mezzo della meditazione, vi trova la forza di resistere agli as­salti del nemico, il freno agli appetiti della carne, il fervore della carità e la pienezza della gioia:

« Chi vuol mettersi al sicuro e stare come in una fortezza di fronte al nemico, abbia cura di trattenersi, in devota ed affettuosa meditazione, nelle Ferite del Signore e di difendere l'anima dalle passioni della carne, dalle procelle del mondo, e dagli attacchi del demonio, per mezzo della fede e dell'amore del Crocifisso. Là troverai sicuro ri­fugio finchè passi la tempesta, ivi non sentirai freddo, perchè nelle viscere di Cristo non vien me­no la carità; ivi abbonderai di delizie, sovrabbon­derai di gaudio... ».

Così parla il più noto fra i discepoli di San Bernardo, il B. GITERRICO D'IGNY (+1157).

Con altre immagini a lui fa eco AELREDO DI RIEVAULX (+1167): «Affrettati, non tardare, mangia il tuo favo di miele, bevi il tuo vino e il tuo latte. Per te il sangue si tramuta in vino per inebbriarti, l'acqua diventa latte per nutrirti. Per te dalla roccia sono sgorgati ruscelli, nelle mem­bra di Gesù sono state scavate le ferite e nel mu­ro del suo corpo una caverna. Rifugiati là dentro come la colomba e bacia quelle ferite ad una ad una: il suo sangue farà diventar rosse come por­pora le tue labbra e dolcissima la tua favella ».

Come si vede, l'affiato mistico del quale è ani­mata la devozione del Maestro è passato nei disce­poli. Tutti gli abati cisterciensi - come attesta D. A. LE BAIL - parlavano o scrivevano sul Cantico dei Cantici; e ciò spiega in buona parte il tono elevato che la devozione mantiene nella scuola cistercense.

Esso si ritrova pure in alcuni libri di pietà, compilati all'inizio del sec. XIII o alla fine del XII e molto diffusi nel Medio Evo: quali il Ma­nuale S. Augustini ed i Soliloquia, ove l'influs­so della pietà bernardina è assai sensibile.

Il primo, ai capitoli 23-24, riporta quasi alla lettera i brani sopra trascritti dal Sermone 61 sul Cantico di S. Bernardo, assicurando così a quei magnifici testi la meritata diffusione quali formule di preghiera.

Nei Soliloquia troviamo questa semplice e bellissima invocazione: « Le tue mani mi fecero e mi plasmarono, o Signore: quelle mani che per me furono confitte alla croce con duri chiodi. O Signore non voler disprezzare l'opera delle tue mani, ma guarda le ferite di quelle. Ivi trovi scrit­to il mio nome col tuo sangue. Leggi e salvami ».

Si legga ancora la Meditazione X fra quelle attribuite a S. Anselmo, di cui riportiamo qui i tratti salienti. Le Cinque Piaghe vi sono tutte con­siderate come segni dell'amore di Gesù, e vi è esplicita la menzione del Cuore: «Quanto mi ap­pare dolce Gesù allorcbè lo vedo inclinare il capo e morire; quanto è dolce nello stendere le brac­cia sulla croce, nel subire la ferita del costato, nel lasciarsi configgere i piedi con un chiodo. Dolce nella ferita del costato, perchè quello squarcio ci ha fatto conoscere i tesori della sua bontà, cioè l'amore del suo cuore verso di noi. Dolce nella confissione dei piedi, perchè con ciò sembra quasi direi: Se pensate che io debba fuggire ed indu­giate perciò a venire vicino a me ritenendomi troppo veloce, osservate come i miei piedi sono stati fissati alla croce con un chiodo perchè più non possa sfuggirvi: la misericordia mi tiene com pletamente legato, e v'assicuro che non fuggirò da voi, seppure peccatori, perchè le mie mani sono state inchiodate ».

Con queste espressioni chiudiamo quello che può chiamarsi il primo periodo della devozione alle Cinque piaghe.

Con movimento lento dapprima, ma poi sem­pre più rapido, la pietà cristiana si è venuta orien­tando verso questo oggetto particolare, nel quale ha intuito fecondi motivi al suo progresso. E' vero che il culto delle Cinque Piaghe appare ancora li­mitato agli ambienti monastici: ma possiamo an­che dire che esso è bene sviluppato e ampiamente diffuso, verso la fine del sec. XII, in tutte le re­gioni di Europa.

 

CAPITOLO III.

I PROGRESSI DELLA DEVOZIONE NEL MEDIO EVO

61. - Il periodo che va dall'inzio del sec. XIII all'Evo Moderno è forse il più interessante per lo studio della devozione alle Cinque Piaghe. Un fatto nuovo di grandissima importanza lo distin­gue dal periodo studiato sinora, cioè la comparsa degli Ordini mendicanti: i quali non soltanto col­tivano la spiritualità all'interno per santificare i propri membri, ma si dedicano pure ad una inten­sa attività apostolica, per mantenere desta la vita cristiana e per diffondere la pietà in mezzo ai fedeli. Dietro il loro esempio, altre Istituzioni re­ligiose, come i «Fratelli della vita comune» e gli stessi Ordini monastici, assumeranno poi questa missione di apostolato e di diffusione della pietà. Cosicchè assisteremo in questo periodo al formarsi di vaste correnti spirituali, che trascinano con sè gran numero di anime ed incidono profondamente sulla vita religiosa del popolo.

Tale fenomeno non poteva non influire sensi­bilmente sullo sviluppo della devozione alla Pas­sione ed alle Cinque Piaghe.

Sinora infatti si può dire che questa sia ri­masta, praticamente, appannaggio di un ristretto numero di anime elette, che in essa trovavano soddisfazione a particolari esigenze spirituali. Di qui un accentuato carattere personale nelle espressioni della devozione ed una grande varietà, quasi disordinata, di atteggiamenti.

Adesso invece la devozione alle Cinque Piaghe diviene diremo così, di dominio pubblico, ed entra come parte sempre più importante nell'organismo cella vita spirituale dei fedeli, assumendovi una propria funzione.

Sotto la spinta di questo processo, era naturale che la devozione venisse anche determinandosi ed organizzandosi meglio nei suoi elementi costitutivi, e trovasse delle espressioni più pratiche e meno soggettive, che ne agevolassero l'esercizio. Sorge così la devozione nel senso moderno della parola, coi suoi propri atti interni e con i suoi esercizi determinati.

Attraverso lo studio del contributo che le mag­giori correnti spirituali apportano al suo sviluppo noi assisteremo al delinearsi sempre più netto di una fisionomia propria e ben rilevata, al determi­narsi dei suoi elementi e delle sue espressioni. Ci indugeremo di preferenza nello studio di questo periodo, perchè in esso la devozione alle Cinque Piaghe raggiunge la pienezza del suo svi­luppo, e potremo così, anche meglio che nell'Evo Moderno, cogliere nella loro freschezza i suoi ele­menti fondamentali.

 

A) I Francescani

62. - Dire che S. FRANCESCO D'Assisi fu devoto della Passione e delle Cinque Piaghe è dire troppo poco. La devozione alla Passione ed alle Cinque Piaghe ha una parte talmente notevole nella spi­ritualità francescana, che non è esagerato affer­mare che essa ne costituisce l'elemento più caratte­ristico. « La contemplazione abituale della Croce - dice un autorevole studioso - l'amore di Gesù Crocifisso, sorgente di un ideale di imitazione per­fetta di Cristo, sono il pensiero dominante e il sentimento principale nella spiritualità di S. Francesco ».

Ciò che maggiormente colpisce in tale devozione è la vivissima compassione per le sofferenze di Gesù e lo sforzo intenso che l'accompagna, di conformarsi in tutto e per tutto al Crocifisso.

«Da quando ebbe la visione del Crocifisso a S. Damiano, non potè più trattenere il pianto - narra Tommaso da Celano - e piange anche ad alta voce la Passione di Cristo, che tiene sempre innanzi agli occhi. Con i suoi gemiti riempie le vie ed appare inconsolabile quando pensa alle pia­ghe del Signore ».

Il suo dolore appariva così intenso, che si co­municava a quanti lo vedevano e moveva essi pure al pianto.

Qui ci troviamo di fronte a qualche cosa di veramente nuovo. Mai sinora il mistero delle sof­ferenze dell'Uomo-Dio ci era apparso così pro­fondamente penetrato, così umanamente sentito nella sua cruda realtà.

Ma quale posto occupavano in questa straordi­naria devozione le Cinque Piaghe?

Non abbiamo testi scritti del Santo su questo punto. Sappiamo dal Celano che S. Chiara aveva appreso da S. Francesco un Ufficio della Passione, e, che inoltre era solita recitare assai di frequente una preghiera alle Cinque Piaghe. Il che, di ri­flesso, può farci supporre che anche nella devozio­ne del Santo queste avessero una parte notevole.

Tuttavia se fanno difetto le testimonianze scritte sulla carta, ne abbiamo una ben più elo­quente, scritta da Dio stesso sul corpo di France­sco. L'impressione delle Cinque Ferite di Cristo nelle carni del Santo non poteva essere che il suggello di una straordinaria devozione a quelle stesse Ferite, la manifestazione esteriore della spi­rituale impressione di esse nel cuore. I biografi sono concordi nell'affermarlo: «Da quel momento [cioè dopo la visione avuta a S. Damiano] - così la Legenda trium sociorum - il suo cuore fu ferito e come liquefatto dal ricor­do della Passione del Signore, e si può ben dire che portò poi sempre nel suo cuore fin che visse le Stimate di Gesù: come fu in seguito dimostrato con tutta evidenza dalla mirabile riproduzione di quelle stesse stimate fatta nel suo corpo ».

La stimmatizzazione di S. Francesco apparve allora un miracolo inaudito e destò uno stupore indescrívibile. Ma abbiam già detto che anche la devozione di S. Francesco alla Passione appare di una intensità nuova e sinora inaudita. D'ora in poi la sua via sarà battuta da uno stuolo nume­roso di anime: ed anche il miracolo della stimma­tizzazione si ripeterà con una certa frequenza, si­gillo divino della trasformazione in Cristo operata dalla devozione alla Passione ed alle Cinque Pia­glie.

63. - La devozione di S. Francesco verso la Passione si trasmise ai suoi Figli che ne fecero essi pure il distintivo della propria spiritualità.

Presso i Francescani non saremo più costretti a raccogliere qua e là qualche testimonianza di devozione alla Passione: oramai essa vi si è im­posta universalmente e viene coltivata di propo­sito. I documenti della sua vitalità: composizione letterarie, testi devozionali, opere d'arte ecc., non si contano più.

Ora compaiono opere le quali trattano per intero, o in gran parte, della Passione: come lo Stimulus amoris di F. GIACOMO DA MILANO (+1272), il Lignum vitae di S. BONAVENTURA, con la Vitis mystica attribuita allo stesso Santo; l'Arbor vitae Crucifixae Jesu di LIBERTINO DA CASALE (composto all'inizio del '300); le Meditationes vitae Christi di F. GIOVANNI DA CALVOLI (prima metà sec. XIV), opere queste che godettero larghissima diffusione per tutto il Medio Evo.

Accanto a questi libri, le prediche, le Laudi della Passione con le sacre rappresentazioni che ne derivarono, i Piani della Vergine in lingua volgare, diffusero anche tra il popolo, specie nelle regioni italiane, il culto della Passione.

64. - Chi ricerca quale parte abbiano le Cin­que Piaghe in questo grande movimento di devo­zione, non può trattenere a tutta prima un certo moto di delusione, perchè riceve l'impressione che, come oggetto distinto di culto, esse ví abbiano poco o nessun rilievo.

In verità sta il fatto che i Francescani ama­vano rappresentare la Passione al vivo, con la maggior concretezza possibile ed in tutta la tre­menda ricchezza dei suoi particolari. Il loro in­tento principale era quello di eccitare nelle anime il sentimento di compassione verso i dolori di Gesù, per muoverle così alla penitenza. Dai li­bri spirituali come dalle prediche e dalle stesse produzioni poetiche, appare tanto ardente il loro zelo per destare nei cuori il sentimento di com­passione, per farli piangere sulla Passione, che si direbbe sia stata questa l'arma nuova scelta dai Francescani per scuotere le anime ed operare quel rinnovamento di vita che si ammira nel Duecento.

Ma per raggiungere questo intento essi ave­vano appunto bisogno di grande vivacità e realismo nella rappresentazione della Passione. Ed eccoli perciò soffermarsi su tutti i particolari del Dram­ma, per metterne in luce l'asprezza; descrivere con colori vivacissimi le crudeltà dei carnefici, l'odio dei Giudei e l'atrocità dei tormenti; cogliere con cura e diligenza attentissime ogni più piccolo ele­mento che possa aver contribuito ad accrescere il dolore di Gesù. Anzi, non contenti di ciò che in proposito fornisce la narrazione evangelica, essi vi aggiungono una moltitudine di nuovi particolari, creando così quelle devote leggende sulla Passio­ne, di cui presentano un'interessante raccolta l'Ar­bor vitae di Ubertino e le Meditationes vitae Chri­sti, e che in parte rimangono ancora vive nella pietà dei fedeli.

65. - Ora, in questa viva e compiuta rappresen­tazione della Passione, le Cinque Piaghe hanno certamente una parte notevole. La descrizione della confissione delle mani e dei piedi di Gesù e della trafissione del costato è delle più raccapriccianti. Perchè si precisa ora che ì chiodi scelti per lui erano di smisurata grossezza, senza punta ed ar­rugginiti, tanto che i carnefici per la fatica nel­l'infiggerli dovevano alternarsi al lavoro; che i fori in cui i chiodi dovevano penetrare erano stati praticati in antecedenza a grande distanza sui bracci della croce, sicchè le membra di Gesù dovettero essere violentemente stiracchiate per esser­vi adattate; che la lancia fu scagliata con tanta violenza contro il costato, da uscirne con la punta dal lato opposto, ecc.

E gli autori francescani propongono spesso le Cinque Piaghe fra gli oggetti che maggiormente eccitano la compassione; come appare per esempio in questo bel tratto di UBERTINO, « O Sinagoga, che tremendo capo d'accusa sarà per te lo strazia che hai fatto della santa veste del corpo del mio amatissimo Gesù. Non ti sei contentata degli in­numerevoli piccoli strappi delle spine e dei flagelli, ma vi hai voluto fare anche le cinque grosse dolorosissime fenditure delle Ferite! ».

O ancora in questa strofa, in dialetto umbro, con cui comincia una Lauda del Venerdì santo (fine sec. XIII):

Levate gl'occhi a resguardate: Morto è Cristo ogge per noi.

La mano e i pie' en croce chiavate, operto el lato; o triste noie [= noi! piagnamo e feciamo lamento, e naramo del suo tormento ».

Ma bisogna pur riconoscere che, come oggetto distinto e specifico di devozione, le Cinque Piaghe non hanno, in questo primo atteggiamento della devozione francescana alla Passione (cioè della compassione), tutto quel rilievo che forse ci sarem­mo aspettati. Esse rimangono come confuse nella varietà delle sofferenze di Gesù.

Ed è ben comprensibile. Le Cinque Piaghe infatti non rappresentano, parlando esattamente, un singolo momento cronologico della Passione, ma accostando diversi momenti che sono i punti culminanti del Dramma, ne rappresentano come un compendio.

Inoltre, e in conseguenza di ciò, il loro parti­colare significato si è venuto arricchendo ed ele­vando grazie ad uno svariato e fecondo simboli­smo: per cui esse son divenute l'espressione più compiuta della Passione, non soltanto nella sua cruda realtà di dolore, ma altresì nella pienezza dei suoi valori quale mistero di amore, di salvezza e di vittoria. Anzi è appunto questo loro signifi­cato che maggiormente contribuisce a presentare le Cinque. Piaghe, entro il vario complesso della Pas­sione, come oggetto specifico e distinto di devo­zione.

Non farà quindi meraviglia che un movimento di devozione che si preoccupa di seguire passo passo la Passione nello svolgersi dei suoi particolari, allo scopo soprattutto di muovere le anime al pianto ed alla penitenza, non si sia curato di mettere in piena luce il significato più proprio delle Cinque Piaghe.

66. - Tuttavia, una volta fatta questa osserva­zione che vale particolarmente per le espressioni più popolari della devozione, ci affrettiamo a sog­giungere che la pietà francescana verso la Pas­sione non si esaurisce tutta qui. L'elemento, diremo così, mistico, ossia la tendenza all'unione d'amore ed alla trasformazione in Gesù Crocifis­so, vi ha una parte larghissima: e si constata visi­bilmente come, man mano che la devozione va elevandosi verso queste sfere più alte, le Cinque Piaghe acquistano sempre maggior rilievo. Anzi, l'aver coltivato con tanta intensità il sentimento di compassione, conferisce al culto francescano delle Cinque Piaghe un tono di particolare vivez­za ed affettuosità.

Il valore delle Cinque Piaghe per la vita spi­rituale è espresso anche presso i Mistici francescani con le immagini tradizionali. Le Ferite di Cristo sono medicina alle ferite dell'anima, sono caverne di rifugio, sono fonti di vita ecc.

Ma l'immagine coltivata di preferenza da essi, quella che si esprime anche in un più preciso indirizzo pratico della devozione, è l'immagine delle Cinque Piaghe come porte o finestre per cui si entra al Cuore di Gesù. Il che vuol dire che esse sono considerate soprattutto come segni dell'amore mostratoci da Gesù nella Passione.

Già S. Bernardo aveva intravisto e contem­plato, attraverso le Ferite aperte dall'amore, il Cuore di Gesù simbolo supremo di amore e di misericordia. Ma ora i Mistici francescani indicano in quel Cuore anche la meta dei nostri cuori, il termine ultimo cui deve tendere la compassione, l'imitazione e l'amore di Gesù Crocifisso. Dando per tal modo una valorizzazione pratica all'intui­zione del grande Dottore ed insieme il corona­mento supremo alla devozione verso la Passione.

« Appressati o figlia - raccomanda S. BONA­VENTURA - sulle ali dell'amore, a Gesù crocifisso, e con l'apostolo Tommaso non contentarti di guar­dare nelle sue mani le trafitture dei chiodi, di mettervi il dito o di porre la mano sul suo costato, ma entra tutta quanta per la porta aperta nel suo petto, sino al cuore stesso di Gesù. Là dentro lasciati configgere dai chiodi del timor di Dio, lasciati trafiggere dalla lancia dell'affetto, lasciati ferire dalla spada della più tenera compassione: e fa che tuo unico anelito, tuo unico desiderio, tua unica consolazione, sia il morire con Cristo sulla croce. Allora potrai dire con S. Paolo: Sono confitto con Cristo alla croce. Non son più io che vivo, ma è Cristo che vive in me ».

L'immagine dell'aníma elle entra per le Ferite fino al Cuore di Gesù, è tra le più care ai Mistici francescani. Lo Stimulus amoris la svolge ampia­incute e con efficacia, anche se, qua e là, si lascia prendere la mano da un'ingenuità un po' affettata. Ecco uno dei tratti migliori: « Credi a me: se acconsentirai ad entrare nell'intimo di Gesù per queste strette porte, non solo la tua anima, ma anche il tuo corpo troverà la quiete ed un'in­dicibile dolcezza... E se così è del corpo, chissà quale soavità gusterà l'anima, se attraverso quelle porte si congiungerà con il Cuore di Cristo. Certo io non te lo so dire, ma prova e lo saprai.

Eccoti aperto l'emporio pieno di tutti gli aro­mi e ricco di ogni sorta di medicine. Entra dunque attraverso le ferite, prenditi la medicina che ti darà salute e vigore, che ti preserverà dalle malattie e ti manterrà in forze. Ivi troverai anche le leccor­nie più squisite che tu possa desiderare, e se vor­rai pure i profumi più delicati, non hai che da entrare là dentro... Eccoti aperto il tesoro della divina sapienza e dell'eterna carità. Entra dunque attraverso le porte delle ferite e avrai scoperto la via per una più profonda conoscenza e per un più intimo gaudio. O beata quella lancia, beati quei chiodi che ebbero la ventura di aprire quelle porte».

Pure Ubertino da Casale svolge con passione questi stessi pensieri: « O buon Gesù, io voglio venir meno e lasciarmi schiacciare dalla forza del tuo amore, per poter così entrare nelle tue bene­dette ferite. Sì entrerò nel luogo ove sorge il mi­rabile tabernacolo, chè egli stesso il mio diletto, mi Ila invitato. Vieni dentro, mi disse, vieni o­ benedetto dal Signore, perchè te ne stai fuori? Ho preparato la casa ed il cibo della grazia non solo per la tua anima diletta, ma pure per il tuo corpo. Per nessuno di quelli che io amo restan chiuse le porte di questa santa Gerusalemme, nep­pur durante la notte del peccato: perchè anche allora si può alzarsi e rientrare ».

Altrove Ubertino invita l'anima ad entrare per le Ferite nel Cuore di Gesù insieme con la Ma­donna: « O devota figlia della Vergine Madre entra in sua compagnia nell'intimità del Cuore di Gesù... ed ivi sforzati per parte tua di dar compimento a ciò elle manca alla Passione di Cristo ».

Si vede ben chiaro in questi brani a che cosa miri la devozione alla Passione, quella che S. Ber­nardo non si peritava di chiamare « amore car­nale ».

Partendo dal sentimento di compassione essa mira a raggiungere la vetta dell'unione d'amore e della trasformazione in Cristo crocifisso.

La contemplazione delle Cinque Piaghe ha portato le anime all'intuizione del Cuore; ed è per questa via principalmente che si è compreso quale dovesse essere il termine ultimo della devo­zione alla Passione. Le Ferite aperte sul Cuore. indicano chiaramente elle la Passione è soprat­tutto la manifestazione dell'amore di Gesù per noi e, di conseguenza, il massimo invito all'a­more nostro per lui.

67. - Ora, dopo che le Cinque Piaghe hanno acquistato un tale significato nel pensiero dei Mi­stici francescani, non farà meraviglia il vedere quanta importanza essi vi attribuiscano anche nel­l'esercizio pratico della vita spirituale.

Essi insistono perchè le Ferite di Cristo di­ventino oggetto di assidua contemplazione, un ter­mine di orientamento dominante nella nostra vita.

«Vuoi tu sapere o cristiano - suggerisce lo Stimulus amoris - come devi indirizzare i tuoi pensieri? Pensa sempre che sei alla presenza del tuo Dio e procura di avere sempre lui in mente. Ma poi quasi sempre il tuo pensiero si rivolga a Cristo ferito per te: pensa che egli è il tuo Dio che ha sofferto per te quelle ferite ».

E S. Bonaventura: «Il fervore della devozio­ne viene alimentato e mantenuto soprattutto dal frequente ricordo della Passione di Cristo. Perciò chi vuol conservare in sè costantemente il fervore bisogna che di frequente, anzi di continuo, tenga innanzi agli occhi dello spirito Cristo morente in Croce. Proprio come dice il profeta Isaia: Attingerete nel gaudio le acque dalle ferite del Sal­vatore, cioè dalle cinque ferite di Cristo ».

Non solo dunque nelle tentazioni, non solo dopo il peccato, ma sempre l'anima deve essere rivolta alle Ferite della Passione, perchè oltre che il rifugio dell'anima debole e peccatrice, esse sono la via maestra che porta all'unione con Cristo. Da questo punto di vista possiamo compren­dere anche la profonda verità e la sublime bellezza della seguente invocazione di S. Bonaventura, che divenne poi una delle preghiere favorite alle Cin­que Piaghe:

« Signor mio Gesù Cristo, tu che per mio amore non hai perdonato a te stesso, ferisci, ti prego, il mio cuore con le tue ferite, inebbria l'anima mia con il tuo Sangue. Deh! fa che ovun­que io mi volga veda sempre te inchiodato per me sulla Croce e qualunque cosa io miri la veda sempre imporporata del tuo Sangue: affinchè pro­tendendomi così tutto verso di te non possa in­contrare altro che te, nè altro mirare che le tue ferite. Fa, o Signore, che mio vero ed unico con­forto sia di essere crocifisso con te e la mia pena maggiore pensare ad altro che a te ».

68. - L'aspirazione suprema divenne allora quella di aver impresse profondamente nel cuore le Ferite del Crocifisso, di patire come una mi­stica crocifissione, che non permettesse più al­l'anima di staccarsi dall'Oggetto del proprio amo­re. Ed ecco le strofe sublimi dello Stabat Mater:

«Sancta Mater istud agas,

Crucifixi fige plagas

Cordi meo valide.

Fac ut portem Christi mortem,

Passionis fac consortem

Et plagas recolere.

Fac me plagis vulnerari,

Fac me cruce inebriari

Et cruore Filii ».

La risposta divina a queste aspirazioni fu, come già per S. Francesco, assai generosa. Le Ferite della Passione vennero impresse a molti devoti noti soltanto nel cuore, ma altresì nelle membra.

Fra le anime francescane favorite della stimmatizzazione ricorderemo la B. Angela da Foli­gno, S. Chiara da Montefalco, S. Margherita da Cortona: primi anelli di una gloriosa catena che si prolunga sino ai nostri giorni, ad attestare la perenne vitalità ed insieme la prodigiosa efficacia della devozione alle Cinque Piaghe nell'Ordine Serafico.

 

B) I Domenicani.

69. - Mentre i Francescani fin dall'inizio die­dero un posto preminente alla produzione di in­dole spirituale ed alla diffusione della pietà, i Do­menicani si preoccuparono assai più della difesa della verità contro gli Eretici e dello studio della teologia. Scarsa è la produzione propriamente spi­rituale dei Domenicani nel Duecento, ed è solo all'aprirsi del Trecento che li vediamo affermarsi anche in questo campo, ad opera soprattutto dei grandi Mistici germanici Eckart, Tauler, Susone e, in Italia, di Domenico Cavalca, di S. Caterina da Siena e di altri minori.

La spiritualità domenicana si presenta con una fisionomia propria e distinta, intonata all'indole stessa dell'Ordine.

Se la spiritualità francescana, pur avendo co­me meta ultima l'unione con Dio, è caratterizzata dal culto dell'Umanità di Cristo ed in particolare della sua Passione: culto appassionato, nel quale la ricca emotività dell'anima medievale ha tutto l'agio di espandersi in slanci affettuosi e senti­menti sublimi; nella spiritualità domenicana in­vece spicca maggiormente la tendenza diretta al­l'unione con la Divinità, alla quale il culto del­l'Umanità di Cristo viene sempre esplicitamente subordinato. Di conseguenza l'elemento affettivo viene più chiaramente dominato da quello specu­lativo, e le sue espressioni sono più contenute e composte.[

Ma appunto per questo la presenza di una viva ed intensa devozione alla Passione nell'Or­dine di S. Domenico acquista tanto maggior si­gnificato, e conferma l'importanza di essa nella vita cristiana.

L'Eterna Sapienza diceva espressamente a Su­sone: «Se tu vuoi contemplarmi nella mia immutata deità, devi conoscermi ed imparare ad amarmi nella mia sofferente umanità: e questo è il cam­mino più rapido verso l'eterna beatitudine ».

E si può ben dire che la spiritualità dome­nicana si è sempre attenuta fedelmente a questa norma.

Già le « Vitae Fratrum O. P. » (sec. XIII) te­stimoniano numerosi esempi di devozione alla Passione, accompagnata anche da fenomeni mi­stici. Come di quel Fr. Gualtiero, «che trovan­dosi in Colmar, nel convento dei Frati Minori, du­rante la preghiera riandava in cuor suo l'acerbità della Passione del Signore. Quand'ecco sentì nel suo corpo, nei luoghi delle cinque ferite, un do­lore così grande da strappargli acute grida. Da quel momento cominciò a sentire spesso dolore in quelle cinque parti ».

E di un altro frate del convento di Metz, al quale «mentre una notte, dopo il mattutino, stava meditando la Passione di Gesù, parve di vedere in ispirito Cristo crocifisso lì presente, come se fosse stato di fresco deposto dalla croce. Si prostrò allora ad adorare le ferite dei piedi, poi quelle delle mani, pregando a lungo e meditando i bene­fici della Passione. Di poi si appressò alla ferita del costato, vi accostò la bocca e si mise a suc­chiare come fa il bambino al seno della madre: così si assopì alquanto e quando poi si risvegliò, si trovò con la bocca e la gola piene di sangue ».

Il P. Mandonnet può affermare senz'altro in modo generale che la meditazione dei dolori di Cristo era comune fra i Domenicani.

Ma nelle opere dei grandi Mistici ciò appare anche in luce più chiara. Il «Libro della Divina Sapienza» del B. SUSONE - libro che il Denifle definì il più bel frutto del Misticismo tedesco e che fu il più letto in Germania durante il Medio Evo - ebbe origine da una visione di Cristo cro­cifisso, ed è praticamente tutto un trattato sulla Passione, ispirato al concetto che la via obbligata per giungere alla divina Sapienza è la considera­zione di Cristo paziente.

Il ricordo della Passione torna pure assai fre­quente nei Sermoni di TAULER (1294-1361). Sotto il nome del quale furono divulgati gli Exercitia super vita et passione Jesu Christi che, pur non essendo autentici, riflettono tuttavia assai bene lo spirito del grande Mistico.

E in generale si può affermare che tutti gli Autori della Scuola spirituale domenicana, dal B. Giordano di Sassonia a S. Antonino di Firenze, da Gerolamo Savonarola al P. Ignazio del Nente, rendono testimonianza della vitalità della devo­zione alla Passione in seno all'Ordine.

70. - Della parte avuta dalle Cinque Piaghe in tale devozione abbiamo già dei documenti nei te­sti citati dalle Vitae fratrum.

Per S. CATERINA, se il Crocifisso è il Libro del cristiano, le Cinque Piaghe ne sono i capoversi. « E hacci dato il libro scritto, cioè il Verba del Figliol di Dio; il quale fu scritto in sul legno della Croce, non con l'inchiostro, ma con sangue, con capoversi delle dolcissime e sacratissime pia­ghe di Cristo. E quale sarà quello idiota grosso, di sì basso intendimento che non le sappia legge­re? Non ne so veruno, se non gli amatori propri di loro medesimi ».

Nelle piaghe del Crocifisso la Santa legge so­prattutto l'amore di Dio: «L'umanità sua fu uno muro che tenne in sè la deità eterna unita in essa umanità; traboccando il fuoco della divina carità per il muro aperto di Cristo Crocifisso: però che le piaghe sue dolcissime versavano sangue intriso col fuoco, perchè per fuoco d'amore fu sparto ».

Anche TAULER e SUSONE chiamavano le Cinque Piaghe Minnezeíchen, Segni dell'amore.

«Come il sigillo - così il Signore in un ser­mone attribuito a Tauler - imprime la sua figura nella cera, così la potenza dell'amore che ho por­tato all'uomo mi ha impresso l'immagine di questo nelle mani nei piedi e nel cuore, di modo che non mi è più possibile dimenticarmi di lui ».

Per Susone il Crocifisso è Minnebuch, Libro d'amore, e gli rivolge questa invocazione: «Rac­cogli nelle tue ferite tutto il mio sapere e nelle tue cicatrici la mia sapienza, affinchè d'ora in­nanzi sempre più io sia legato a te, vero libro d'amore, e perda il senso di tutte le cose pas­seggere, e che io non sia più io, ma uniti in un saldo vincolo d'amore, tu rimanga eternamente in me ed io in te ».

71. - Data questa insistenza nell'indicare le Cinque Piaghe quali segni dell'amore divino, è facile indovinare quale sarà l'atteggiamento do­minante della devozione domenicana. Anch'essa è tutta protesa verso l'unione d'amore col Cuore di Gesù, del quale le Cinque Piaghe sono l'ingres­so obbligato.

L'invito ad entrare attraverso le Ferite di Cristo fino al suo Cuore è frequente nei Mistici domeni­cani, non meno che in quelli francescani.

Dice la Divina Sapienza al Discepolo, nel Li­bro di Susone: « In quel mio fianco aperto tu deví cercare dimora durevole e là rinserrarti, mentre io ti purificherò con l'acqua vitale e ti colorirò di rosa con il mio roseo sangue, e mi unirò con te e unirò te a me in eterno ».

S. Caterina nelle sue lettere torna con insi­stenza sul pensiero che occorre entrare per le Pia­ghe di Cristo crocifisso, per comprendere il « se­greto del Cuore »: « Lévati su dunque da ogni tenerezza e amore proprio di te - scrive alla contessa Benedetta, figlia di Giovanni Salimbeni da Siena - e entra nelle piaghe di Cristo crocifisso, dove è perfetta e vera sicurtà. Egli è quel luogo dolce, dove la sposa empie la lampana del cuore suo... Il quale débbe essere siccome la lampana, ch'è stretta da piedi e larga da capo; che '1 deside­rio e affetto suo sia ristretto al mondo, e largo di sopra: cioè dilargare il cuore e l'affetto suo in Cristo crocifisso, amandolo e tenendolo con vera e santa sollecitudine. E allora empirai questa lam­pana al costato di Cristo crocifisso. Il costato ti mostra il segreto del cuore; chè quello ch'egli ha. fatto e dato per noi, ha fatto per proprio amore ». Quest'indirizzo dominante della devozione domenicana, si manifestò con particolare vivezza in quelle oasi di intensa vita spirituale che fu­rono i Monasteri femminili della Renania, sui quali si stendeva potente l'influsso di Susone. Le Cronache di quei Monasteri e le Biografie di alcune delle Suore più eminenti recano numerose testi­inonianze del fervore con cui vi era coltivata la devozione alle Cinque Piaghe: fervore che non di rado era coronato anche da fenomeni mistici straordinari.

Orbene questa devozione portò ovunque le anime, con piena naturalezza, verso il Cuore,. di Gesù: ed il culto di esso vi fiorì tanto universal­mente e con tale ricchezza di motivi, che la Pro­vincia Renana dell'Ordine di S. Domenico è con­siderata dagli storici della spiritualità come uno dei centri medievali più notevoli della devozione al S. Cuore.

72. - Sin qui siamo sostanzialmente sulla linea dei Francescani e dei Cisterciensi. Ma oltre a ciò è dato notare, nella devozione domenicana, alcuni elementi che la fanno apparire sensibilmente più sviluppata e progredita.

- In primo luogo essa mostra una spiccata tendenza alla valorizzazione ascetica delle Cinque Piaghe.

La contemplazione dei Segni dell'amore eser­citava una potente attrattiva sulle anime, ed il so­spiro più ardente dei levoti era quello di entrare nelle mistiche caverne, di passare attraverso quel­le porte per giungere al Cuore divino e consumarvisi nell'amore. Le opere dei Mistici, l'esempio dei Santi, i favori straordinari concessi da Dio, con­tribuivano a diffondere ovunque questa fiamma sublime di devozione. Ma era evidente il pericolo che molte anime, più fervorose che prudenti, si la­sciassero illudere da un malinteso misticismo a ten­tare un volo di cui non erano sufficientemente preparate: con le tristi conseguenze che tali rischi imprudenti sogliono arrecare.

Ecco allora farsi strada fra gli Autori domenicani una chiara coscienza della necessità di liberare le anime dalle facili illusioni e di prepa­rarle ai voli della via unitiva, con la pratica delle sode virtù. L'armoniosa fusione dello slancio mistico con le esigenze più pratiche dell'ascetica è la caratteristica forse più evidente della spiri­tualità domenicana: e ad essa è intonata pure per­fettamente la devozione alle Cinque Piaghe. L'at­trattiva verso le Ferite della Passione ed il Cuore di Gesù deve portare anzitutto alla pratica delle virtù cristiane, perchè questa è la via all'unione d'amore: ecco la direzione che seguirà d'ora in­nanzi la devozione.

« O eterna Sapienza - chiede il Discepolo nell'Horologrium Sapientiae di Susone - insegna­mi, ti prego, il modo di riprodurre in me le tue dolcissime e soavissime ferite, di ritenerle costan­temente nella mia memoria... ».

E l'Eterna Sapienza ali risponde: « Offrimi te stesso ed ogni tua cosa senza voler riprenderti più nulla, ed impara ad astenerti non solo da ciò che è superfluo, ma qualche volta anche da ciò che è lecito: con ciò avrai confitte alla mia croce le tue mani. Fa il bene e sopporta con pazienza i mali che ti possono capitare; tieni inoltre raccolto il tuo animo distratto, e così raccolto rassodalo in me Sommo Bene: e con ciò avrai in­chiodati alla Croce anche i tuoi piedi. Non lasciare che il vigore della tua anima e del tuo corpo abbia a rattiepidirsi nell'indolenza, ma sforzati di te­nerlo costantemente e con tutto lo slancio teso al mio servizio, così come io tenni tese sulla croce le mie braccia. Quando ti trovi stanco ed affaticato per il lavoro, ringrazia e sopporta con pazienza... Abbi un cuore sempre pronto a sostenere ogni av­versità per il mio nome: e per tal modo, da vero discepolo, crocifisso spiritualmente con il tuo Si­gnore, cosparso in certo qual modo del sangue della sua stessa passione, ti renderai amabile e si­mile a me ».

Anche S. Caterina vede nelle Ferite della Passione uno stimolo all'esercizio delle virtù: « ... noi troviamo nel capoverso dei piedi, che egli li ha confitti acciocchè conficchiamo l'affetto in lui spogliandolo d'ogni disordinata volontà, che non cerchi nè voglia altro che Cristo croci­fisso. Volendo giungere al Padre Eterno per mezzo di questa Parola incarnata, libro scritto, deside­rando di portare ogni pena senza colpa, e pene di corpo e pene di mente, quando Dio gli permette le molte cogitazioni e molestie del dimonio, o bat­taglie delle creature, ogni cosa portare per gloria e loda del nome suo... Giungendo al costato di Cristo crocifisso, trova la vita della grazia; peroc­chè spogliato l'affetto dell'uomo con odio santo, del vizio e della propria passione sensitiva.... egli trova l'amore cordiale delle vere e cordiali virtù nel Cuore aperto: la quale apritura mostrò a noi il cordiale e soffocato amore, facendosi bagno del sangue suo... Seguitando questa dolce e dritta via riceveremo il frutto di questa pace in questa vita; mangeremo le mollicole della grazia, e nella vita durabile, vivande compiute e perfette, le quali danno perfetta sazietà senza veruno difetto.. Di lunga è la pena della fame e il fastidio della sa­zietà; poichè gustato ha l'anima la pace, e giun. ta a tanto diletto, ella ha letto e legge continua­mente nelle mani chiavellate del Figliol di Dio, facendo tutte le sue operazioni spirituali e mentali confitte nella. volontà di Dio, facendole per gloria e loda del nome suo ».

Anzi presso la Santa senese la stessa imma­gine classica dell'anima che si nasconde nelle Fe­rite di Cristo scopre chiaramente, oltre il signifi­cato soave ed attraente col quale era presentata comunemente, quello più profondo e forte, se­condo il quale nascondersi nelle Ferite di Cristo vuol dire abbracciare la sua Croce e conformarsi a lui crocifisso: «L'arbor della Croce voglio che sia piantato nel cuore e nell'anima vostra. Conformatevi con Cristo crocifisso: nascondetevi nelle Piaghe di Cristo crocifisso: bagnatevi nel sangue di Cristo crocifisso: inebbriatevi e vestitevi di Cristo crocifisso; come dice Paolo, gloriatevi nella Croce di Cristo crocifisso: satollatevi d'obbrobrii, di ver. gogne, di. vituperii, sostenendo per amore di Cri­sto crocifisso. Conficcatevi il cuore e l'affetto in croce con Cristo, perocchè la Croce n'è fatta nave e porto, che vi conduce a porto di salute: e i chiodi vi sono fatti chiave per aprire il reame del cielo ».

73. - Di un altro elemento, non meno significa­tivo, troviamo arricchita la devozione alle Cinque Piaghe presso i Domenicani, particolarmente in Germania: cioè dell'uso di determinati esercizi di pietà.

Sinora la devozione ci è apparsa espressa in testi di carattere più ascetico-mistico, che propria­mente devozionale: oppure in testi anche devo­zionali, ma che non avevano per oggetto diretta­mente le Cinque Piaghe. Ora invece vediamo com­parire degli esercizi di devozione che hanno le Cinque Piaghe per oggetto proprio ed esclusivo.

Una Suora del Convento di Tóss recitava ogni mattina, prima di prendere cibo, cinquanta Pater Noster per ognuna delle Cinque Piaghe. Un'altra, Margherita di Klingenburg, dello stesso Convento, interrompeva di frequente l'orazione, per fare ad onore delle Cinque Piaghe cinque penose pro­strazioni (veniae). Adelaide Langmann racconta che una Suora del Convento di Engelthal, ad un cavaliere che era venuto a trovarla diede il con­siglio di recitare almeno una volta il giorno cinque Pater Noster alle Cinque Piaghe. A Katherinenthal Gesù insegna ad una Suora ima preghiera; nella quale ella deve chiedere di essere immersa nelle sue Ferite e nella sua morte. Del B. Susone rac­conta Elisabetta Stagel che era solito bere cinque volte il pasto, sorbendo la bevanda dalle Cinque Piaghe del suo Signore. E gli esempi si potreb­bero moltiplicare all'indefinito.

Si tratta ancora, evidentemente, di esercizi un po' semplici e quasi rudimentali, ma a nessuno può sfuggire l'importanza di questo fenomeno nella storia della devozione alle Cinque Piaghe. Per esso infatti la devozione diventa più concreta e più, oggettiva, quindi anche più accessibile alle anime e più facile a praticarsi. D'altra parte l'uso di tali esercizi, aventi per oggetto direttamente ed esclusivamente le Cinque Piaghe contribuisce più di ogni altro fattore a rendere anche autonoma la devozione ed a distinguerla dalle altre analoghe.

Per debito d'oggettività occorre tuttavia no­tare che l'uso di determinati esercizi in onore delle Cinque Piaghe non sembra essere stato in­trodotto dai Domenicani. Esso compare già prima nella storia della devozione: segnatamente presso le grandi Mistiche di Helfta, S. Metilde e S. Gertrude. Anzi è nostra convinzione che la presenza di un tale atteggiamento della pietà presso i Do­menicani, più che come un apporto proprio della spiritualità dell'Ordine, sia da considerarsi come un segno del grado di sviluppo raggiunto dalla de­vozione in Germania già nella seconda metà del. sec. XIII.

Ci conferma in questa convinzione il fatto che il più importante degli esercizi di devozione, la S. Messa votiva delle Cinque Piaghe, ha origine in Germania all'inizio del sec. XIV, e non in am­biente domenicano.

74. - Comunque rimane vero, che la devozio­ne alle Cinque Piaghe appare presso i Domeni­cani singolarmente ricca e progredita. Traendo profitto dagli elementi sviluppati nella spiritua­lità cisterciense e francescana e da quelli presenti nell'ambiente stesso in cui veniva a trovarsi, armonizzandoli poi tutti nell'indirizzo fondamentale proprio, ad un tempo altamente mi­stico e solidamente pratico, la spiritualità dome­nicana del sec. XIV ha saputo realizzare il tipo sostanzialmente compiuto della devozione alle Cinque Piaghe.

Ad essa non mancò neppure quel divino sug­gello che per la prima volta abbiamo riscontrato presso i Francescani. La stimmatizzazione appare con una certa frequenza nei Conventi domenicani femminili della Renania. Essa è pure attestata nel brano su riferito delle Vitae fratrurn nella forma di stimate interiori.

Ma il caso più noto è quello di S. Caterina da Siena. Anche le sue furono stimate interne ed in­visibili, ma non perciò meno vere, nè meno soli­damente attestate.

Sorvolando sulla poco edificante controversia cui le stimate dl S. Caterina diedero occasione, è bello notare come la Santa senese, per tanti ri­spetti assai diversa da S. Francesco d'Assisi, convenga perfettamente nello stesso appassionato amore per Gesù crocifisso, coronato divinamente dalla trasformazione anche fisica nell'immagine di lui.

S. Francesco e S. Caterina possono ben figu­rare come simboli delle due grandi correnti spi­rituali, francescana e domenicana: anche queste, per molti rispetti diverse, si trovano unite e con­cordi nella devozione alla Passione ed alle Ferite di Cristo.

 

C) La "Devotio moderna".

75. - Tra le grandi correnti che promossero e guidarono la vita spirituale nel Medio Evo, oc­cupa un posto a parte quella che fu designata con l'appellativo di Devotio moderna.

Essa non è propriamente una scuola di spiri­tualità nel senso dato comunemente a questa pa­rola, che si distingua per principi ed indirizzi propri; ma è piuttosto un movimento di reazione agli eccessi del misticismo, che, utilizzando con un sano eclettismo quanto di meglio era stato in­segnato nelle grandi scuole tradizionali, intendeva ricondurre la pratica della vita spirituale alle sue solide basi e renderla nello stesso tempo accessi­bile al maggior numero di. anime.

Tra i « Fratelli della vita comune » e i membri della Congregazione di Windesheim, che ne furono gli iniziatori ed i promotori, non troviamo i grandi mistici. che improntano un'epoca della propria personalità; ma sono numerosi i saggi di. rettori di spirito, che sanno assai bene quanto si esige per il progresso delle anime; i diligenti stu­diosi delle Opere dei Padri e dei grandi Maestri, che sanno essere al tempo stesso laboriosi copi­sti, per diffondere la conoscenza dei tesori di spi­ritualità ivi contenuti; gli uomini insomma pru­denti saggi ed apostolici, che vogliono condurre alla perfezione quante più anime sia possibile ed indicarne al tempo stesso le vie più semplici e sicure. Perciò essi sviluppano al massimo quella manie­ra di far orazione che si chiama «metodica» e moltiplicano ali exercitia, e gli exercitatoria (ossia raccolte di exercitia), allo scopo di.rendere facile e fruttuosa l'orazione.

Da questo ambiente, oltre alle trascrizioni di opere antiche uscì un'abbondante produzione spi­rituale di indole molto pratica, che esercitò un influsso notevolissimo nei sec. XV e XVI: in essa primeggia quel capolavoro di ogni tempo che è l'Imitazione di Cristo.

76. - A giudizio di uno studioso «la Devotio moderna è tutta concentrata su Cristo: ma non tanto sul Cristo paziente e morente, quanto piut­tosto sul Cristo modello perfetto delle virtù d'o­gni giorno, sul Cristo di Nazareth e della vita pubblica».

L'osservazione è giusta e definisce bene l'in­dole del movimento che è insieme fortemente cri­stocentrico e decisamente ascetico.

- Ma è vero altresì che nella Devotio moderna, sorta in un periodo - fine del sec. XIV - e in un ambiente - i Paesi Bassi - già saturi di devo­zione alla Passione, Cristo paziente e in particolar modo le sue Cinque Piaghe, hanno una parte tut­t'altro che trascurabile.

Lo riconosce espressamente un altro studioso, J. J. MAIC, quando afferma che il culto per le Fe­rite della Passione, pur non derivando dall'idea dell'imitazione di Cristo, tuttavia, per esser frutto di una tendenza «pietistica » comune a tutto il Me­dio Evo e molto sviluppata nell'ambiente della Devotio moderna, acquista in essa un nuovo splen­dore.

Basti ricordare che nelle Case dei Canonici della Congregazione di Windesheim la Passione non soltanto formava l'oggetto della meditazione nei tempi propri, ossia la Settimana santa ed il Venerdì di ogni settimana, ma ogni giorno ne oc­cupava un punto, il secondo, che veniva conside­rato durante la S. Messa.

Se poi si scorrono i vari Exercitatoria e le rac­colte di esercizi di pietà che pullulano con ricchezza insolita sul terreno della Devotio moderna, si vede tosto che gli esercizi in onore della Passione tengono il primo posto.

Ce ne dice chiaramente la ragione GIOVANNI DI MOMBAER (+1502) quando scrive: «Dopo aver trattato di Cristo e della sua opera redentrice in generale, dobbiamo ora trattare in modo spe­ciale della sua passione, che ha la prerogativa di commuovere l'anima con particolare efficacia. Il pensiero della passione e morte di Cristo in­fatti, come dice S. Bernardo, muove alla pietà più ancora che gli altri misteri della sua vita ».

77. - Per quanto concerne la parte avuta in questa vasta letteratura sulla Passione, dalle Cin­que Piaghe intese come oggetto distinto di devo­zione, si sarebbe tentati in un primo tempo di ripetere l'osservazione già fatta sopra a proposito dei Francescani: che cioè nella considerazione ana­litica dei singoli momenti della Passione le Cinque Piaghe sembrano quasi perdere il proprio partico­lare rilievo. E l'osservazione, in questo caso, è re­sa anche più giustificata dal marcato atteggiamento ascetico - vorremmo quasi dire moralistico - che assume presso molti «Devoti» la considerazione della Passione.

La stessa Imitazione di Cristo che parla così stupendamente di Cristo paziente e della necessi­tà di seguirlo sulla «Via regale della santa croce», non ha per le Cinque Piaghe che un accenno poco meno che insignificante: «Il tuo pensiero sia presso l'Altissimo e la tua preghiera si rivolga incessante­mente a Cristo - dice all'inizio del Libro secon­do - se non sai meditare cose alte e celesti, fermati sulla passione di Cristo e abita volentieri nelle sue sacre ferite. Poichè se ti rifugi devota­mente nelle preziose ferite di Gesù, sentirai gran conforto nelle tribolazioni, nè ti curerai dei dispiaceri che possono arrecarti gli uomini e soppor­terai in pace le maldicenze ».

Però tale impressione viene ben presto cor­retta, quando ciò accosti a quegli Autori che, co­me Tommaso da Kempis, Gerlac Peters, Giovanni Goossens, rappresentano una corrente, diremo così, affettiva in seno alla Devotio moderna: e più an­cora quando si scorrono i documenti della pietà popolare fino alla fine dei sec. XV e XVI, che deve in gran parte alla Devotio moderna tanto il pro­prio splendido rigoglio quanto l'impronta che la distingue.

TOMMASO, DA KEMPIS (1380-1471) nelle sue Orationes et Meditationes de vita Christi ha due Capitoli dedicati espressamente alle Cinque Piaghe.

Il primo è una meditazione De vulneribus Jesu et pretiosi sanguinis ejus effusione, che insieme con le Cinque Piaghe considera anche le Ferite minori, e si trova nel Primo Trattato: De vita et beneficiis Salvatoris, il quale edito a parte come opera a sè stante, godette larghissima diffusione e fu tradotto in quasi tutte le lingue europee. Da notarsi, tra parentesi, che nelle edizioni latine dei sec. XV e XVI il Trattato terminava con una Ora­tio devota de Quinque Vulneribus Jesu Christi.

L'altro Capitolo è una prolissa Oratio de quin­que sacris vulneribtts Jesu Christi che prende lo spunto dall'apparizione di Gesù risorto al l'Apo­stolo Tommaso, e si trova nel secondo Trattato, assai meno conosciuto del primo.

Ci serviremo soprattutto di questi due docu­menti per delineare in breve la fisionomia della devozione alle Cinque Piaghe nella Devotio mo­derna.

78. - Un carattere che balza tosto agli occhi è il tono di serena e dolce intimità, quasi di espan­sione festosa che vi domina. Il Da Kempis comincia i suoi due Capitoli sulle Ferite del Signore con una effusione di gratitudine e di gioia: « O Signor, mio Gesù Cristo, ti benedico e ti ringrazio per tutti i dolori e per tutte le sanguinose ferite che soffristi nel tuo tenerissimo corpo. Ti lodo e ti glorifico con il maggior trasporto e la più completa. dedizione, per la divina generosità con cui hai sparso il tuo preziosissimo sangue dalle cinque piaghe e da tutte le altre ferite piccole e grandi ».

E prosegue poco dopo: « O preziose cinque piaghe, supremi segni del più grande amore, ri­piene di dolcezza divina! Per esse il peccatore rinasce a ferma fiducia e non si dispera per il suo peccato. Qui si trova la medicina della vita, l'abbondanza della grazia, la pienezza della remissione, l'ampiezza della misericordia, l'ingresso alla gloria promessa. Se mi macchio di colpa, se i miei sensi sono trascinati al male, di tutto mi lavo e mi purifico e mi emendo in queste cinque fontane ».

Non mancano, tanta gioiosa effusione, ac­centi di tenera compassione per le Ferite di Cristo, e proprio là dove meno ce l'aspetteremmo, cioè nella « Oratio » del secondo Trattato, che consi­dera le Stimate del Risorto: «Scrivi, o Signore, nel mio cuore queste tue sante e preziose ferite col tuo sangue, affinchè io abbia a sentire un'intima compassione per te e ti ami sopra ogni cosa e impari a sopportare volentieri almeno qualche piccola avversità per il tuo amore... Dipingile con il colore del sangue dinanzi ai miei occhi distratti, affinchè non veda le vanità del mondo nè mi occupi di esse, nè abbia a badare alle voci che mi turbano o ad ascoltare chi mi parla d'altro che di te, Gesù Signor mio. Tutto è vano ciò che mi distoglie dal. pensare alle cose celesti e dal piangere sulle tue sante piaghe ».

79. - Ma il carattere dominante, il vero tema fondamentale della devozione quale viene qui presentata, è la valorizzazione delle Cinque Piaghe sul piano dell'ascetica, ossia della pratica delle virtù. Questo motivo accompagna l'espressione dei sentimenti più affettuosi e in esso si risolvono le immagini più elevate, come quella dell'anima che entra nelle Ferite: « Suvvia, entra senza timore, o anima mia, per l'infinita misericordia del tuo Dio crocifisso, entra nei fori profondi delle sue piaghe, e rifugiati dal serpente che t'insidia da ogni parte in modo aperto ed occulto. Rimani qui sicura nel silenzio, come la tortora che geme nel deserto, co­ine la colomba nascosta nei crepacci della roccia. Qui rimani disprezzando tutte le gioie mondane, meditando le sacre ferite del Signore, nella fidu­ciosa attesa del premio eterno, che ti sarà dato per i suoi meriti.»

Soprattutto esso trae alimento dalla considera­zione particolareggiata delle Cinque Piaghe prese, ad una ad una: «Configgi i tuoi sacri chiodi nei mici piedi, a guisa di pungenti calzari che mi aiutino a seguire le tue orme attraverso le amare vicende. della vita, affinchè non abbia ad insuper­bire nella prosperità nè ad abbattermi nelle avversità. Feriscimi in ambedue i piedi, affinchè non mi allontani mai da te. Nel piede sinistro configgi il chiodo del timore, perchè non accondiscenda alle tentazioni della carne, ma cerchi piuttosto di sfuggire le pene eterne dell'inferno. Nel destro configgi il chiodo dell'amore e di una fervente devozione, acciocchè possa correre veloce sulla via dei tuoi comandamenti. Inchiodami pure le mani, affinchè fuggendo l'ozio io impari ad operare il bene con tutto l'impegno sinchè ho tempo: ed ancora perchè abbia a striugermi con ambo le braccia, appassionatamente, a te inchiodato per amor mio sulla croce e tutto coperto di ferite ».

Le proporzioni assunte dall'elemento ascetico nell'insieme di questa devozione alle Cinque Pia­ghe appaiono tanto più notevoli, in quanto vi com­pare assai meno l'elemento che sopra abbiam chiamato mistico. Neppure un accenno, in questi due Capitoli, al Cuore di Gesù come meta dell'a­nima devota delle Cinque Piaghe.

Non che il Da Kempis e gli altri Autori della Devotio moderna, ignorino il Cuore di Gesù. Anzi neppur mancano testimonianze che il S. Cuore fosse concepito come termine naturale della devozio­ne alle Cinque Piaghe.

Ma quel costante riferimento al S. Cuore che era l'anima, si può dire, della devozione alle Cinque Piaghe presso i Francescani e i Domenicani e ne costituiva insieme il coronamento mistico, è meno sensibile presso gli Autori della Devotio moderna.

80. - Molto più che per lo sviluppo interiore, la devozione alle Cinque Piaghe va debitrice al movimento della Devotio moderna per la diffusione e la popolarità che da esso ricevette. Grazie soprattutto ai fautori di questo movimento, la devozione alle Cinque Piaghe raggiunge nei Paesi Bassi un grado di vitalità e di diffusione che non si riscontra forse in nessun'altra regione d'Europa.

Numerosi e svariati sono gli esercizi di pietà, sia in latino che in fiammingo: tanto che nei libri di devozione, alle Cinque Piaghe non è consacra­ta solo una qualche preghiera, ma intere sezioni. In uno di tali libri, edito recentemente da E. A. FLORIS PRIMS, la raccolta di preghiere Het vijf Wonden occupa venti pagine fitte.

L'arte, il folklore e la stessa letteratura pro­fana rendono testimonianza della diffusione del la devozione fra il popolo. E, fatto significativo più d'ogni altro, è appunto nei Paesi Bassi che compaiono per la prima volta, verso la fine del sec. XV, dei Libri scritti appositamente sulle Cin­que Piaghe.

Crediamo di poter concludere senz'altro che per quanto concerne la diffusione della devozione alle Cinque Piaghe e la sua, diciamo così, volga­rizzazione, il movimento della Devotio moderna è il più interessante nel Medio Evo.

 

D) La pietà monastica: Cisterciensi, Be­nedettini, Certosini.

81. - Col sec. XIII l'iniziativa nel promuovere la devozione alla Passione ed alle Cinque Piaghe sembra essere passata dagli Ordini monastici ai nuovi movimenti spirituali che da allora si sono­venuti affermando nella Chiesa.

Fra questi movimenti noi ne abbiamo studiato particolarmente tre, che sono certamente i più importanti e che sembrano anche aver avuto, suc­cessivamente, la principale nello sviluppo della devozione.

Ma sarebbe grave errore pensare per questo che in seno alla spiritualità monastica si fosse spen­ta o stesse languendo quella fiamma che ivi aveva trovato il suo primo alimento. Gli eredi di S. Pier Damiani, di S. Anselmo, di S. Bernardo, dell'A­bate Egberto, mantennero sempre viva la devozio­ne alla Passione, secondo lo spirito dei loro grandi Maestri. E per quanto riguarda in particolare il culto delle Cinque Piaghe, esso progredisce contemporaneamente, e per molti rispetti parallelamente, presso di essi é presso i movimenti or ora studiati.

E' vero tuttavia che di una corrente spiritua­le monastica, analoga a quelle formatesi per opera dei Francescani, dei Domenicani e dei Fratelli della vita comune, non si può parlare, almeno fino alla metà del sec. XV.

Dei vari scritti spirituali prodotti nell'ambien­te monastico prima di quel termine, uno solo go­dette di una vera popolarità: la Vita Christi del certosino ex - domenicano LUDOLFO DI SASSONIA (prima metà sec. XV). La quale poi per la sua indole eclettica di grande compilazione, non po­trebbe nemmeno essere invocata come rappresen­tante di una determinata tendenza spirituale.

Gli scritti tanto belli e sotto certi aspetti pre­corritori, delle Mistiche di Helfta, rimasero pres­sochè ignorati per circa tre secoli, fino a che Lan­spergio non li fece pubblicare a Colonia nel 1536.

Le opere dell'Abate GIOVANNI DI KASTL (pri­ma metà sec. XV) non ebbero molto miglior fortuna, se si eccettua il De adhaerendo Deo: il cui successo, del resto, non è paragonabile a quello de. gli scritti di S. Bonaventura, di Susone e di Tommaso da Kempis.

E' soltanto nella seconda metà del sec. XV che, al contatto specialmente con la Devatio moderna tanto dinamica e popolare, anche la produzione spirituale monastica prende un ritmo più intenso, ed insieme un tono più accessibile alle anime che non professano vita claustrale.

Compare in ultimo luogo il grande DIONIGI CER­TOSINO l'estatico (1401-1471), il quale oltre le note voluminose opere teologiche e filosofiche dà pure alla luce tin bel numero di Trattati ascetici, fra etti un De Passione Domini Salvatoris Dialogus.

Verso la fine del secolo poi inizia la sua pro­digiosa attività la Certosa di Colonia, grande cen­tro di irradiazione spirituale e teologica, nella quale uomini cmte Enrico di Kalltar, Pietro Bloe­menvenna, G. Giusto Lanspergio, Lorenzo Surio ed altri molti lavorano instancabilmente a pub­blicare i capolavori della letteratura spirituale del passato, ed insieme a comporre e diffondere opere originali di ogni genere: Meditazioni, Prediche, Vite di Santi, Manuali di devozione ecc. Il bisogno di arginare l'avanzata del Protestantesimo diede anche maggior impulso all'attività di questi mo­naci, i quali pensavano che la formazione alla vita spirituale fosse utile allo scopo, non meno della controversia dottrinale, che essi del resto non tra­scurarono.

In stretta connessione di pensiero e di attività con i Certosini di Colonia sta il riformatore del­l'Abbazia di Liessies, il benedettino fiammingo LUIGI DI BLOIS (Blosio, 1506-1566), negli scritti del duale confluisce, si può dire, tutta la tradizio­ne mistica del Medio Evo. Tauler e Susone come S. Gertrude, S. Bonaventura come Tommaso da Kempis, contribuiscono ad alimentare la sua spi­ritualità: che rimane sempre però profondamen­te benedettina. L'influsso che egli esercitò sulla vita devota dei secoli XVI e XVII gli conferisce una posizione di primo piano fra gli Autori che formano la corrente spirituale monastica.

82.. - Nella spiritualità monastica, tutta im­pregnata del pensiero e del sentimento di S. Bernardo, le Ferite di Cristo occupano un posto cen­trale.

In GIOVANNI DI KASTL tutta la dottrina tradi­zionale dell'Umanità di Cristo diventa una dottri­na della Passione, anzi più esattamente delle Fe­rite del Crocifisso. La via alla Divinità è l'Uma­nità di Cristo, ma l'Umanità ferita: «Chi vuol raggiungere lo stato di adesione a Dio bisogna che si raccolga in se stesso e non fissi la sua mente in altri oggetti all'infuori di Cristo ferito: ed in tal modo con tutto lo slancio tenda a lui Dio attraverso lui Uomo, ossia tenda al profondo della Divinità attraverso le ferite dell'Umanità».

Ed ancora: «Egli che è l'ultimo fine dell'uomo si è voluto fare nostra via e nostra porta per introdurci a sè. Il corpo della sua benedetta Uma­nità infatti è divenuto per noi come una tunica dalla duale, attraverso tante aperture quante sono le ferite, si riversano su di noi i torrenti dell'ac­qua della vita ».

Presso l'Abate benedettino l'Umanità di Cri­sto è ordinariamente presentata con le Ferite: laterna vulneratae humanitatis, laterita vulnerum. Si direbbe che egli voglia imprimere ben salda nel­la traente del lettore l'idea che l'Umanità di Cri­sto è per noi ciò che è, in grazia principalmente delle sue Ferite.

A S. NIETILDE e S. GERTRUDE il Signore appa­riva ordinariamente con le Cinque Piaghe ben visibili nelle sue membra. Talora erano le Ferite san­guinanti e dolorose del Crocifisso; altre volte era­no invece quelle gloriose e splendenti del Risorto. Insieme con il S. Cuore si può ben dire che esse occupino il posto centrale nella pietà delle due rnistiche: come appare, del resto, anche dal gran numero di esercizi di devozione praticati in loro onore.

Altrettanto può dirsi di LANSPERGIO e di LUIGI in BLOIS.

Quest'ultimo in particolare esprime in termini espliciti e con grande efficacia la preminenza delle Cinque Piaglie nel culto della Passione: « L'uomo che vuol essere veramente spirituale - dice egli riassumendo pensieri a lui familiari - tenga sem­pre nascosto nel tesoro del suo cuore come la perla più preziosa, l'amabile vita e passione del Signore. Si facci come un nido sulla croce, o meglio sul Crocifisso (che rappresenta la vera sintesi di tutta la vita e passione di Cristo). Nelle dolcissime piaghe di Gesù stabilisca la sua abituale dimora e cerchi il suo riposo. Quando ristora il corpo con il cibo e la bevanda, s'avvezzi ad in­tingere i bocconi che prende nel purissimo San­gue di lui, ed a sorbire la bevanda dalle sue rosee ferite. Un colloquio umile ed affettuoso con le ferite del Salvatore piace al Signore più che non le più soavi armonie di voci e di suoni.

Ben a ragione gli amici intimi di Dio dovreb­bero piangere a lacrime di sangue, vedendo che al giorno d'oggi in tutto il mondo le santissime fe­rite del Signore sono dimenticate. Mentre è vero che non si può leggere o pensare qualche cosa intorno alla passione del Signore (anche se lo si faccia forse con scarso fervore), senza ripor­tarne un eccellente frutto spirituale. Anche un sem. piace sguardo devoto all'immagine di Gesù croci­fisso, non sarà mai fatto invano ».

In altro luogo egli racconta di un monaco - che forse è egli stesso - il quale meditava ogni giorno della settimana una parte della Passione: per esempio un giorno l'agonia nell'orto del Get­semani, un altro il tradimento di Giuda e la cattu­ra, ecc. «Ma intorno a Cristo crocifisso si occupava non soltanto nel giorno e nell'ordine prescritto, ma almeno per un po' di tempo ogni giorno se­condo la sua devozione, meditando le angustie ed i dolori del Crocifisso, fermandosi a contemplare le sue ferite ed il sangue stillante da quelle fonti, e stimolando l'anima sua ad una sempre più assi­dua meditazione di questi oggetti ».

Queste chiare all'ermazioni di preminenza del culto delle Cinque Piaghe nella devozione alla Passione presso i rappresentanti della spiritualità monastica, non ci sembrano prive di significato. Nelle altre correnti ci si attarda di più a conside­rare la Passione nella sua cruda e semplice realtà di dolore, passandone in rassegna tutte le circo­stanze in modo dettagliato. Ora si sa che la cor­rente monastica si distingue fra tutte per la sua indole contemplativa. Sicchè il fatto che al culto delle Cinque Piaghe sia stata :fatta tanta parte nella sua devozione alla Passione, conferma stori­camente l'osservazione già sopra espressa, che cioè il culto delle Cinque Piaghe rappresenta l'elemento mistico della devozione stessa.

83. - Per illustrare i caratteri salienti del culto alle Cinque Piaghe nella pietà monastica, non oc­corre un lungo discorso; giacchè essi sono quegli stessi che una tradizione ormai ben formata ha fissati in modo, si può dire, definitivo.

Anche qui nelle Cinque Piaghe si vedono soprattutto i segni dell' amore di Gesù: « Guarda attentamente con gli occhi dello spirito - dice il Signore all'anima fedele in uno dei dialoghi di DIONIGI CERTOSINO - come io stia sulla croce. Me ne sto con le braccia aperte, per poterti strin­gere al mio amplesso ogni volta che tu voglia ve­nire a Me. Ho i piedi saldamente inchiodati, perchè tu comprenda che non voglio e non posso allontanarmi da te. Le mie mani sono traforate, perchè tu sappia che non voglio rifiutare nulla di ciò che mi si chiede, e possa comprendere inoltre che non sono i chiodi che mi tengono stretto alla croce, ma l'amore che ti porto da tutta l'eternità (purchè tu pure perseveri nel mio amore). Ecco dunque con quanta forza, con quale amoroso stu­dio ti ho scritta sulle mie inani e sui miei piedi, per non dimenticarmi mai più di te.

Non contento di ciò, ho fatto per te qualcosa di ancor più grande: ti ho fatto aprire da un sol­dato il mio petto, per darti libero accesso al mio cuore. Comprendi anche da ciò quanto sia grande l'amore che mi ha spinto a morire per te ».

Questo stesso spirito anima pure la preghiera preferita di S. GERTRUDE, quella che ottenne a lei la stimmatizzazione interiore, e che variata ed adat­tata in diverse maniere godette poi sempre un grande favore:

«Signor mio Gesù Cristo figlio di Dio vivo, fa che io sospiri a te con tutto il cuore, con brama ardente, con un animo assetato, e che sospiri nel tuo dolcissimo amore protendendo tutto il mio spirito a te che sei la vera beatitudine. Scrivi, o misericordioso Signore, scrivi col tuo prezioso Sangue le tue ferite nel mio cuore, affinchè io possa leggere in esse il tuo dolore ed il tuo amore, e si radichi sempre più nel mio cuore la memoria costante delle tue piaghe e s'accenda in me il dolore della compassione e l'ardore dell'amore per te. Fa', o Signore, che ogni creatura mi venga a nausea e io trovi in te solo le mie delizie ».

Potremmo citare altri numerosi testi per di­mostrare che le Cinque Piaghe nella pietà mona. stiva medievale erano considerate soprattutto come i segni supremi dell'amore di Cristo.

Ma non lo crediamo necessario. Più che tutti i testi, vale certamente il fatto che in questa cor­rente, anche con maggior evidenza che nelle. altre, le Cinque Piaglie sono la via che conduce al Cuo­re di Gesù. S. Gertrude prima, Lanspergio poi sulle sue tracce e con lui il Ven. Blosio presen­tano una devozione al S. Cuore così sentita, così comvinta e sviluppata nei suoi elementi, da poter essere considerata senz'altro come la forma più perfetta raggiuita dalla pietà medievale.

84. - Ma il tono mistico che domina la devo­zione monastica alle Cinque Piaghe, non impedi­sce affatto che essa assuma insieme anche un chia­ro indirizzo ascetico. Ciò appare specialmente negli Autori più recenti, ed è probabile che in ciò si debba riconoscere anche l'influsso della pietà do­menicana e della Devotio moderna.

Lo si veda in questi devoti suggerimenti di Lanspergio:

«Accostati dapprima alla ferita del piede de­stro di Gesù, e meditando la sua povertà offriti umilmente a sopportare in unione con lui la perdita anche di tutte le cose temporali ed a soffrire ogni sorta di privazioni. Se qualche volta poi ti accorgi di aver mancato su questo punto, ricorri a questa ferita chiedendo perdono, rinnova il buon proposito e domanda nuovamente al Signore la forza per ricominciar da capo.

Poi avvicinati alla ferita del piede sinistro di Gesù ringraziandolo per la vita purissima ed in­nocentissima da lui condotta nell'austerità della penitenza. In unione con questa sua virtù offriti a sopportare la privazione di ogni piacere e di ogni consolazione che non sia in Dio. E succhia da que­sta ferita e chiedi al Signore una purezza e castità sì perfetta, da detestare ogni piacere men che puro... ».

Così prosegue, considerando poi la pazienza, l'umiltà, e, nella ferita del cuore, l'obbedienza di Gesù. E conclude: «Chi ogni giorno si esercitasse in tal modo nella devozione alle ferite di Cristo, risorgerebbe certamente con lui alla vera vita in­teriore ».

85. - L'importanza acquistata dalla devozio­ne alle Cinque Piaghe per la pratica della vita spirituale nella corrente monastica appare poi dal­la cura che vi si ebbe sempre di renderla più facile ed accessibile, per mezzo di esercizi vari ed adatti alle diverse circostanze.

Già abbiam visto che le Mistiche di Helfta fu­rono tra le prime a praticare gli esercizi in onore delle Cinque Piaghe. Ora si veda a quali minuti particolari scendano il Lanspergio e il Blosio.

Il primo consiglia di tenere un'immagine del S. Cuore o delle Cinque Piaghe o di Gesù sangui­nante e ferito in un luogo ove si passi di frequente, perchè richiami alla mente il debito di amore verso Dio. Soggiunge poi un esercizio alle Cinque Piaghe da praticarsi «quando ci si senta oppressi dalla tribolazione o dell'angoscia».

Poi ancora raccomanda a chi si trova sul letto di morte di contemplare in modo particolare le Ferite del Salvatore: «Se ti immergi nelle mie piaghe - così parla Gesù all'anima - se ti rifu­gierai nel mio cuore, se ti abbandonerai total­mente a me, muori pur tranquillo, chè io non potrò non donarmi totalmente a te ».

Il Blosio propone di recitare di frequente questa giaculatoria: « Saluto ed adoro le tue rosee ferite immergimi in esse acciocchè ne esca puri­ficato e mi inebri del tuo amore ».

Egli vuole poi anche che si tenga presente il pensiero delle ferite e del sangue del Crocifisso, nell'atto di prender cibo: « Intingi spiritualmente il cibo che porti alla bocca nel prezioso sangue di Cristo e sorbisci la bevanda dalle sue rosee ferite ».

Siamo nel sec. XVI, quando la Devozione alle Cinque Piaghe ha raggiunto, si può dire, il mas­simo favore presso il popolo cristiano e la più am­pia diffusione. Ma da queste indicazioni si vede che essa ha raggiunto anche un alto grado di svi­luppo interiore. Nella pratica di essa le anime, in gran numero, trovano il mezzo facile ed effica­ce per vivere la vita spirituale in tutta la sua in­tegrità.

86. - Dovremmo ora volgere lo sguardo alla Spagna, dove una nuova aurora di vita spirituale s'accende, destinata a far risplendere con intensi­tà nuova il Misticismo nell'età moderna.

Anche qui la devozione alle Cinque Piaghe è coltivata con fervore e ricchezza di motivi. Il fran­cescano FRANCESCO DE OSUNA (1492-1540?), il pri­mo maestro di S. Teresa, consacra alle Cinque Pia­ghe uno dei suoi Abecedari, il sesto, scritto ad istanza di Teresa de Zuniga duchessa di Bejar. Della devozione poi della santa Riformatrice del Carmelo si hanno numerose e bellissime testirnonianze.

Ma non crediamo opportuno questo movimento, perchè non presenta caratteri di particolare originalità. Non ne ricaveremmo che una nuova illustrazione e conferma, oramai non necessaria, delle caratteristiche della devozione rnedíevale alle Cinque Piaghe, già fissate da una tradizione secolare.

Più interessante per il nostro scopo si presenta lo studio delle forme assunte dalla devozione nella pietà popolare del Medio Evo.

 

E) La devozione popolare alle Cinque Piaghe nel Medio Evo.

87. - Dai documenti della pietà popolare si rileva che almeno nella prima metà del sec. .XV, se non anche prima, la devozione alle Cinque Pia­ghe ha già conquistato la massa dei fedeli più o meno in tutta l'Europa, dall'Italia all'Inghilterra, dalla Germania al Portogallo.

Naturalmente la devozione popolare non è un altro tipo di devozione, diverso da quello di cui abbiamo seguito sinora gli sviluppi; esso non è che la sua estensione fra il popolo cristiano.

E in realtà vi si ritrovano quegli stessi atteg­giamenti che abbiamo riscontrato negli ambienti spirituali: compassione per le Ferite di Cristo e desiderio di averle spiritualmente impresse nel cuore; preghiera di ottenere, per i meriti di esse, la purificazione dal peccato e l'acquisto ili deter­minate virtù; infine l'aspirazione ad entrare at­traverso le Ferite sino al Cuore.

Gli epiteti più teneri, le immagini più espres­sive fiorite sulle labbra dei Padri e dei Mistici tornano frequenti nelle preghiere popolari. Le Cinque Piaghe sono « dolci », «melliflue », « odoro­se», «salutari»; sono «fontane di vita », «fonti di ogni tesoro e di ogni ricchezza», «pozzi di mi­sericordia » ecc.

88. - Ma era naturale altresì che con il dif­fondersi tra il popolo la devozione alle Cinque Piaghe, come qualsiasi altra devozione, dovesse veni­re a riflettere anche certi atteggiamenti e certe preoccupazioni che erano particolarmente vive nel­la massa dei fedeli.

In quei tempi di pestilenze e di carestie tanto frequenti la preoccupazione più sentita era quella della mala morte. Il pensiero di dover morire im­provvisamente e senza Sacramenti gravava, come un incubo anche troppo giustificato sulla vita spi­ritttale del Medio Evo.

Ed ecco allora che anche alle Cinque Piaghe, come alla Madonna, come ai Santi, si chiede insi­stentemente la grazia di non morire senza i Sacra­menti e gli altri conforti della Religione:

« Signor mio Gesù Cristo figlio di Dio vivo - è la preghiera aggiunta al De vita et beneficiis Salvatoris (v. sopra p. 155) - ti scongiuro per le santissime Cinque Piaghe che soffristi sulla croce per me miserabile peccatore, indirizza gli affetti del tuio cuore ed i sensi del mio corpo secondo il tuo beneplacito e non permettere che io abbia a mo­rire senza penitenza dei miei peccati, senza una sincera confessione ed una degna soddisfazione. Fa' che io mi accosti al gran passo con un corpo casto ed un cuore puro, saldo nella fede cattolica e munito dei sacramenti dell'Eucaristia e dell'E­strema Unzione, per i tuoi meriti, o Gesù, che solo mi puoi salvare... Concedimi la tua assistenza nel­le tribolazioni ed in ogni momento la forza ne­cessaria. Concedimi il perdono del male commesso in passato, la forza di correggermi dal presente e la difesa contro quello avvenire, e concedi infine che la mia vita termini felicemente ».

Era divenuta popolare l'invocazione: «Gesù per le tue Cinque Piaghe liberaci dalla morte improvvisa ».

A queste e simili preghiere erano aggiunte di solito delle indulgenze.

Ma si sa che spesso la quantità delle indulgen­ze serve più che non l'intrinseco valore a rendere apprezzata una preghiera; e perciò la pietà medie­vale non si accontentava della misura fissata dal­l'Autorità ecclesiastica, ma moltiplicava per suo conto la cifra degli anni e giorni d'indulgenza per le sue preghiere preferite.

ADOLF FRANZ osserva che le preghiere alla Passione andarono più di tutte le altre soggette a questo fenomeno: il che indica certamente la loro grande popolarità. La Oratio S. Gregorii per esempio che, stando a quanto dice Lanspergio era dotata inizialmente di 14000 anni, raggiunse con l'andar del tempo la bella cifra di 184.000 anni e 160 giorni.

Un altro carattere della pietà popolare nel Me­dio Evo è la sicurezza quasi incondizionata dell'efficacia di certe pratiche di devozione: sicurezza che si esprime nella promessa di raggiungere in­fallibilmente, per mezzo di quelle, un determina­to effetto.

La devozione alle Cinque Piaghe subì in misu­ra notevole gli effetti di questa mentalità. I Libri Horarum del sec. XV-XVI presentano frequente­mente, nelle rubriche aggiunte alle preghiere in onore delle Cinque Piaghe, insieme con l'imposi­zione di certe condizioni - come per esempio di recitare duella preghiera ogni giorno o in determi­nate circostanze - la promessa di scampare sicuramente da cattiva morte.

Ura efficacia tutta speciale veniva attribuita alla Messa delle Cinque Piaghe. Celebrata per cin­que giorni di seguito essa otteneva la liberazione da qualsiasi pena; e se applicata nello stesso modo per un'anima del Purgatorio, questa era tosto li­berata.

89. - Come si vede, qui siamo già ai confini della devozione con la superstizione. Nessuna me­raviglia che talora vi si sconfinasse addirittura.

Le Cinque Piaghe erano specialmente invoca­te in certe benedizioni e scongiuri che si facevano sopra le ferite allo scopo di affrettarne la guarigione. OTTO EBERMANN in un suo interessante stu­dio ha raccolto molte formule del genere, usate specialmente fra i popoli del Nord.

Pare che le più antiche risalgano alla seconda metà dei sec. XIV. In forme abbreviate, e spesso ritmiche, si diffusero poi rapidamente e se ne trova ancor oggi traccia qua e là. Eccone un esempio: « Cristo ebbe ferite; esse non furono fasciate, non suppurarono, non si gonfiarono neppure gli fecero male. Così avvenga anche di questa ferita ». Accanto a queste pratiche semisuperstiziose o superstiziose senz’altro può trovar posto un ac­cenno anche a certe manifestazioni che potremmo definire folkloristiche, ma che son pur sempre un riflesso della devozione.

Nei Paesi Bassi era comune il giuramento « biden vii f wonden Christi », «per le Cinque Pia­ghe di Cristo ». Ed il Ven. Blosio lamenta che il Signore torni a patire ed essere crocifisso ogni giorno « da molti che giurano per le sue ferite e la sua passione». La stessa usanza era pure diffusa in Inghilterra. dove ancora pochi decenni fa era viva l'esclamazione Zounds: la quale probabilmente non è che la contrazione di God's o Christ's Wo­unds.

In Portogallo invece era ed è tuttora comu­ne l'espressione «per le Cinque Piaghe», «per le Piaghe di Gesù Cristo », così come da noi si dice: per amor di Dio, per carità.

Inutile dire che tutta la bardatura di usan­ze superstiziose, di indulgenze fantastiche, di pro­messe miracolistiche di cui la devozione alle Cin­que Piaghe - che aveva mantenuto sempre un tono così elevato - venne man mano rivestita, non fece affatto un buon servizio alla sua causa.

Sia lecito tuttavia cogliere anche in ciò un lato positivo: ed è il grande favore che essa giunse a godere presso il popolo cristiano. Si pensi che siamo in un periodo in cui la formazione alla vita religiosa era deficiente e la pietà liturgica e sacramentale languiva: in cui perciò la devozione privata rappresentava praticamente la risorsa principale per la vita religiosa del popolo. Ed allora saremo indotti ad apprezzare meglio la parte notevolissima avuta dalla devozione alle Cinque Piaghe nel mantenere viva la pietà, e ad essere anche più indulgenti per le deviazioni cui essa, come tutte le devozioni popolari, dovette andare incontro.

 

CAPITOLO IV

ALCUNE PARTICOLARI ESPRESSIONI DELLA DEVOZIONE NEL MEDIO EVO

90. - Nei Capitoli precedenti abbiamo tentato di seguire la devozione alle Cinque Piaghe nel suo progresso interiore. Nelle diverse espressioni in cui ci siamo incontrati: testi ascetici, preghiere, esercizi vari, abbiamo cercato di cogliere soprattutto l'anima della devozione, ossia i suoi atteggiamenti fondamentali, il suo significato nell'ambito della devozione alla Passione e della vita spirituale. Non ci siamo soffermati su nessuna di tali espressioni per studiarne in particolare l'origine, la storia ed il significato, chè ciò avrebbe ingombrato il cam­mino.

Eppure è necessario conoscere almeno alcune fra le principali e più diffuse di esse. Poichè se è vero che gli esercizi di devozione non costitui­scono la devozione, è vero altresì che dalla qualità, dalla storia e dalla diffusione di essi si viene a conoscere meglio l'indole della devozione stessa. Ecco quindi la ragione di questo Capitolo.

 

A) Messa e Ufficio votivi delle Cinque Piaghe - La Festa.

91. - Fra i molti esercizi di devozione il più importante, e certamente anche il preferito dai fedeli, era la Messa votiva delle Cinque Piaghe, la celebre Messa Humiliavit.

Essa appare già in uso nella prima metà del sec. XIV: dapprima in Germania, sembra, poi in Francia, in Italia, nei Paesi Bassi ed ovunque. A Roma si trova per la prima volta in un Messale del 1505.

Il testo è quello stesso che si trova ora nel Messale Romano come Missa votiva de Passione Domini, ossia Introito Humiliavit; Colletta Domine Jesu Clariste qui de coelis ad terrain de sinu Patris descendisti; Epistola Effundam super domum Da­vid (Zach. 12, 10-11; 13, 6-7); Vangelo Sciens Jesus (Jo. 19, 28-35); Offertorio Insurrexerunt; Comu­nione Foderunt manus nteas.

V'era inoltre, secondo l'uso di allora, la Se­quenza. Di Sequenze della Messa Humiliavit se ne trovano anzi di diversi tipi secondo la diversità dei luoghi. La più diffusa era quella che comincia: Coenant cunt Discipulis Christus celebravit, che in realtà è un racconto ritmato della Passione e non s'occupa in particolare delle Cinque Ferite.

92. - La leggenda si impadronì ben presto di questa Messa per nobilitarne l'origine e magnifi­carne l'efficacia.

Essa sarebbe stata composta da S. Giovanni Evangelista e rivelata poi dall'Arcangelo Raffaele a Papa Bonifacio II, con larghe promesse di bene­fici spirituali e corporali e, da quest'ultimo, arricchita pure di copiose indulgenze.

Nei manoscritti dei sec. XV e XVI si trova anche il racconto circostanziato di tale origine, con particolari incredibilmente leggendari che non vale la pena di riferire.

Si noti soltanto che in base a tali leggende la Messa delle Cinque Piaghe venne dotata di un proprio apparato di prescrizioni di promesse e di indulgenze. Da rilevare, fra queste, la condizione di celebrarla per cinque giorni di seguito e la conseguente promessa di liberazione immediata dal Purgatorio di quell'anima per cui le cinque Messe fossero applicate.

Con l'andar del tempo quest'apparato si andò arricchendo. Vi si aggiunsero nuove prescrizioni, più ampie promesse, più ricche indulgenze.

Un messale domenicano del 1519 prescrive di celebrare la Messa con cinque candele. Lausper­gio, che dice di raccogliere da libri molto antichi, alle cinque Messe consecutive delle Cinque Piaghe vuole se ne aggiunga una sesta De Resurrectione Domini promettendo che l'anima purgante per la quale si sarà fatta l'applicazione, sarà liberata dal­la pena anche se dovesse restare in Purgatorio sino al giorno del Giudizio.

Fra le promesse si trova in un messale manoscritto anche quella di sfuggire certamente alla eterna dannazione, solo che si sia ascoltata una volta in vita, con sincera contrizione di cuore, la Messa delle Cinque Piaghe.

93. - Tutto ciò sta certamente a dimostrare l'immenso favore popolare goduto dalla Messa vo­tíva delle Cinque Piaghe per oltre due secoli. Ma fu anche causa della disgrazia in cui cadde la stessa Messa presso l'Autorità ecclesiastica, allorehè que­sta volle mettere un po' d'ordine nelle cose della Liturgia.

Già il Concilio di Trento ammoniva i Vescovi a togliere come superstizioso l'uso di un numero determinato di certe Messe e di candele nella loro celebrazione: con allusione evidente alla Messa delle Cinque Piaghe.

Ma un colpo più duro riceveva questa con la rilorma del Messale compiuta da S. Pio V. Il nuovo messale romano infatti, pur mantenendo immutato il testo della Messa Humiliavit (toltane soltanto la Sequenza), ne cancellava il titolo di Missa Quinque Plagarum, sostituendolo con quello di Missa de Passione Domini che ha tuttora. Nè d'allora am­metterà più una Messa propria per le Cinque Pia­ghe, di uso universale. Solo più tardi nella Ap­pendice pro aliquihus locis troverà posto una mes­sa festiva delle Cinque Piaghe, che sarà ancora la Humiliavit, con nuove Orazioni proprie.

Radiato così dal messale romano, il titolo delle Cinque Piaghe scomparve pure dai messali di tutte quelle Chiese che dovettero uniformarsi all'uso di Roma; sicchè la Messa votiva delle Cinque Piaghe rimase in uso soltanto presso i Certo­sini e i Domenicani, che avevano conservato il pro­prio rito.

Oltre alla Messa votiva votivo delle Cinque Piaghe v'era pure l'Ufficio.

Ma mentre la Messa si trova nella gran parte dei messali dei sec. XV e XVI, l'Ufficio è presente in pochissimi Breviari: sicchè dobbiamo conclu­dere che esso era assai meno divulgato.

94. - Sin qui abbiam parlato di Messa e d'Of­ficio votivi. Ma in alcuni luoghi si era consacrato determinato all'Ufficiatura delle ossia se ne celebrava anche la Festa.

Le prime testimonianze in proposito si hanno nel sec. XV, nei Conventi domenicani tedeschi, ove abbiamo già riscontrato una devozione tanto fioren­te. Di lì poi si estese altrove.

Di particolare interesse è la Festa delle Cinque Piaghe che si celebrava - e si celebra tuttora - in Portogallo, perchè connessa in qualche modo con le origini stesse della Nazione portoghese.

Racconta infatti un'antica tradizione popola­re che mentre il re Alfonso Henriquez stava accampato nella piana di Ourique di fronte a cin­que capi nnori coalizzati, gli apparve il Signore e lo incoraggiò a combattere gli infedeli, mostran­dogli le sue Ferite. Confortato da questa visione il Re scese in campo e sconfisse i Mori; e in ricordo dell'atto imemorabile pose le Cinque Piaghe nel suo stemma.

Si discute sulla verità di questa tradizione. Ma sta il fatto che essa risale ai primi tempi della Monarchia e, ciò che maggiormente interessa, ad essa si ricollega uno sviluppo affatto straordinario della devozione alle Cinque Piaghe nel Portogallo. In nessun Paese forse, come in questo, la devo­zione alle Cinque Piaghe si è così profondamente radicata nella pietà popolare. Essa qui divenne come una devozione nazionale.

La Festa fu introdotta probabilmente nel sec. XV o XVI e fu adottata da quasi tutte le Diocesi. Oltre alla Festa poi ed oltre le comuni ma­nifestazioni di devozione che si riscontrano anche altrove, troviamo che in Portogallo furono con­sacrate delle Chiese alle Cinque Piaghe. Una di queste fu edificata a Lisbona nel 1542 a spese della Confraternita delle Cinque Piaghe, ed otten­ne tutti i privilegi di parrocchia, essendo destinata ad uso della gente di mare; ma ci si assicura che ve vie sono parecchie altre nelle diverse città del Portogallo.

 

B) Preghiere in forma di Piccoli Uffici.

95. - Tornando agli esercizi di devozione, ci pare particolarmente degno di nota quel tipo di preghiera che consta di un'invocazione per ciascu­na delle Cinque Piaghe, seguita ordinariamente da un Pater o un Pater e Ave, oppure cinque Pater e un'Ave..., e che termina, il più delle volte, con qualche versetto ed un'Orazione. Fra gli svariati tipi di preghiera in onore delle Cinque Piaghe questo è certamente il più usato ed il più ricco di motivi devozionali.

Ne presentiamo qui, come modello classico, un esemplare molto diffuso già nel sec. XV e che è rimasto poi sempre in uso fino ai nostri giorni: la cosiddetta «Orazione di S. Chiara ».

Sia lode e gloria a te, Signor mio Gesù Cristo, per la ferita della tua mano destra. Per questa feri­ta perdona tutti i peccati che ho commessi verso di te in pensieri parole ed opere, con la mia negli­genza nel tuo servizio; con la mia condiscendenza ai perversi diletti della carne. Per la tua santa pas­sione concedimi di venerare con degno ricordo la tua morte e le tue santissime ferite, di mortificare il mio corpo e di mostrarti un'eterna riconoscenza. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Così sia. Pater noster, Ave Maria».

Con schema analogo seguono le invocazioni alla mano sinistra, al piede destro, al piede sinistro. Ecco la quinta:

«Alla ferita del costato:

Sia lode e gloria a te benignissimo Signor mio Gesù Cristo, per la ferita del tuo costato. Per que­sta sacra ferita e per l'immensa misericordia che per essa hai mostrato a Longino e poi a noi tutti, ti prego o buon Gesù, che dopo avermi pu­rificato dalla colpa originale nel battesimo, mi li­beri ora per la virtù del tuo preziosissimo sangue, da tutti i mali passati e futuri. Per la tua doloro­sissima morte concedimi una fede retta, una ferma speranza, una carità perfetta, acciocchè io t'ami con tutto il cuore e con tutta l'anima: confermami nel bene e fa che io perseveri nel tuo servizio co­stantemente per piacere sempre a te. Così sia. Pater, Ave.

 

Vulnera quinque Dei

Sint medicina mei.

Vulneribus quinis

Me eruas Christe ruinis.

Da pacern Christe

Vulneribus quinque.

Oremus.

Omnipotens sempiterne Deus, qui humanum genus in Filii tui Domini Nostri Jesu Christi quin­que Vulneribus redemisti: praesta supplicibus tuis ut qui eadem vulnera cotidie veneramur, per pre­tiosum ejus Sanguinem subitaneam mortem et ae­ternam evadere valeamus. Per eumdem Christum Dominum ».

96. - L'origine di questo tipo di preghiera è molto remota.

Si ricorderà quel tratto attribuito a S. Ansel­mo: «Le tue mani furono stese sulla croce: le mie mani rattrappite si stenderanno verso il povero, ecc.», ove si riscontra già una considerazione det­tagliata delle Cinque Piaghe, con delle applicazioni morali corrispondenti a ciascuna. Anche il tratto finale dello Stimultcs dilectioniis di Egberto di Schiinau e la Rythmica oratio de membris Christi, rivolgendosi in particolare a ciascun membro sof­ferente del corpo del Signore, considerano ad una ad una le Cinque Piaghe, con pensieri ed affetti appropriati.

Nelle Mistiche di Hetfta questo modo di con­siderare le Ferite di Cristo diventa un vero e pro­prio esercizio di devozione. S. Gertrude riferisce che S. Metilde usava baciare la Croce rivolgendosi alle Cinque Ferite con queste preghiere:

Alle ferite dei piedi: «Ecco, o mio Signore, io appunto tutti i miei desideri in te e voglio armonizzarli con i tuoi, affinchè d'ora innanzi piena­mente purificati e santificati, non abbiano ad im­mischiarsi nelle cose di questa terra ».

Alla ferita della mano destra il Signore la esor­ta: «In questa ferita nascondi tutti i tuoi interessi spirituali, afflnchè io abbia a riparare tutte le tue deficienze ».

Alla ferita della mano sinistra: «In questa fe­rita deponi tutte le tue pene ed avversità, affinchè unite ai miei dolori ti diventino dolci e salgano con soave fragranza al trono di Dio. Esse saranno come una veste che impregnata di sostanze odoro­se, ne esala il profumo, come il boccone di pane che inzuppato nel miele ne trae la stessa dolcezza ».

Infine alla ferita del cuore: «In questa ferita del cuore che è così grande da contenere il cielo e la terra con tutto ciò che essi racchiudono, deponi il tuo amore accanto al mio, acciocchè diventi più perfetto e divenga tutt'uno con esso, come il ferro incandescente con il fuoco ».

Di se stessa poi S. Gertrude, dopo aver narrato il favore della stimmatizzazione, afferma di aver ricevuto «un altro dono » dal Signore, cioè la promessa che «ogniqualvolta avessi voluto venerare i segni del suo amore recitando cinque versetti del salmo Benedic anima mea Domino, avrei sempre ricevuto un qualche speciale. favore ».

L'esercizio tanto efficace, che la Santa prati­cava quotidianamente, era così concepito:

Al primo versetto: Benedic anima mea Do­mino, deponeva nelle Ferite dei piedi ogni ruggine di peccato ed ogni bassezza di piacere mondano. Al secondo versetto: Benedic et noli oblivisci, la­vava ogni macchia di diletto carnale nell'acqua e sangue sgorgati dalle Ferite del Costato. Al terzo: Qui propitiatur, correva alla Ferita della mano si­nistra, per trovarvi riposo e pace. Al quarto: Qui redimit de interitu, si accostava alla Ferita della mano destra per appropriarsi tutto quanto le man­cava nella perfezione della virtù. Così purificata ed arricchita di ogni merito, nel quinto versetto: Qui, replet in bonis, si slanciava all'amplesso dello Sposo celeste.

In questi. Esercizi, che, Hanno carattere affatto personale e quasi occasionale, manca ancora l'ap­parato completo del piccolo ufficio, di cui abbiam visto sopra l'esempio. Ma vi si riscontra già la trama essenziale. V'è infatti una preghiera distribuita in cinque parti corrispondenti alle Cinque Ferite, in cui, insieme con il sentimento pietistico, viene espressa una chiara esigenza pratica della vita spi­rituale. Si venerano e si baciano con trasporto le Ferìte del Signore, ma si chiede anche per cia­scuna di esse un dono particolare: il perdono dei peccati, la purificazione dai difetti, l'acquisto delle virtù ecc. Trama felice questa, che consente di esprimere in un unico esercizio di devozione, ed in modo naturalissimo, le più svariate esigenze del­la vita spirituale.

97. - E' forse nella pietà dei secoli XV e XVI che questo tipo di preghiera raggiunge la forma definitiva sopra descritta. Specialmente nei libri di devozione tedeschi e fiamminghi - come poi presso Lanspergio e il Ven. Blosio, che ne seguono in ciò fedelmente le traccie - troviamo un numero di tali preghiere.

La formazione di esse presenta varietà. Talora si usano invocazioni queste del Ven. Blosio:

« O mio dolcissimo Gesù, saluto e con la più grande devozione bacio la rosea ferita del tuo piede destro e ti prego di concedermi per essa la piena remissione di tutti i peccati.

O mio benignissimo Gesù, saluto e con la mag­gior devozione bacio la ferita del tuo piede sinistro, e ti prego di riparare per essa le rovine della mia povera vita ».

Altre volte invece le invocazioni sono assai più lunghe ed esprimono vari sentimenti riconoscen­za, amore, compassione, o diverse domande, come nella citata Orazione di S. Chiara.

L'atto fondamentale che si esprime in quasi tutte queste preghiere rimane, naturalmente, la richiesta rivolta ad ogni Ferita di un qualche be­neficio spirituale. Ed è interessante notare come spesso si cerchi di adattare la richiesta alla pro­prietà della Ferita cui si rivolge: per esempio alle Ferite dei piedi si chiede la grazia di camminare sella retta via dei Comandamenti di Dio; alle Fe­rite delle mani di operare con diligenza il bene e di tenersi amorosamente abbracciati al Croci­fisso; alla Ferita del Costato quasi sempre si chiede l'amore.

Talora - specialmente nelle preghiere di Lan­spergio e del Ven. Blosio - si vede la cura di distribuire secondo un ordine logico le varie do­mande, in modo da includervi le esigenze fonda­mentali della vita spirituale nelle sue tappe suc­cessive. Si osservi, per esempio, questo esercizio del Ven. Blosio:

«Con la maggior umiltà e devozione bacio la rosea ferita del tuo piede destro, o Gesù, e qui chiedo la remissione di tutti i miei peccati, per così piacere a te, o Signore ».

Prosegue poi - con invocazioni fatte tutte sullo stesso schema - chiedendo alla Ferita del piede sinistro « la vera e perfetta innocenza »; a quella della mano destra «l'ornamento delle sante virtù »; a quella della mano sinistra «l'illumina­zione interiore »; alla Ferita del costato «un ine­stinguibile ardore di carità ».

Unzione e praticità si trovano congiunte in queste preghiere, che sono perciò insieme colloqui affettuosi e programmi concreti di vita.

98. - L'aggiunta del Pater Noster o di un Pa­ter e Ave al termine di ciascuna invocazione, è, si può dire, di regola, benché non appaia in tutti i casi. MEERTENs afferma che delle fonti da lei esaminate una sola non reca il Pater. Si ha in ciò una combinazione di due esercizi di devozione praticati già prima indipendentemen­te: cioè delle preghiere di cui ci siamo ora occu­pati, e dei cinque Pater, o Pater e Ave, in onore delle Cinque Piaghe.

Di questo secondo esercizio una testimonianza presso una Domenicana Engenthal del sec. XIV.

Ve n'è una più antica, per l'Inghilterra, nell'ANCREN RIWLE (c. )225. Il Sinodo di Lavaur, del 1368 prescrive che si suoni ogni giorno, al mattino, la campana per invitare i fedeli a recitare cinque Pater ad onore delle Cinque Piaghe e sette Ave in onore dei sette gaudii della Madonna, con­cedendo a chi compie la pia pratica trenta giorni di indulgenza. Più tardi s'introdusse l'uso, ancor vivo in molte regioni d'Europa, di suonare la cam­pana alle ore tre pomeridiane del Venerdì e di recitare allora cinque Pater e Ave.

Ora la congiunzione delle due pratiche era affatto naturale e se ne ha già l'esempio in Santa Gertrude.

La recita dei cinque Pater in onore delle Cinque Piaghe venne poi intrecciata con la recita del Rosario in onore della Madonna.

Già da lungo tempo, specialmente tra colo­ro che non erano in grado di leggere l'Ufficio Di­vino, era in uso il Rosario, Psalterium Mariae. Esso constava di 150 Ave Maria, ridotte anche alla terza parte, che venivano contate su una Corona di 50 grani. Dapprima non si ha alcuna traccia di Pater Noster nel Rosario. Ma nel corso del sec. XV ve ne furono introdotti uno per ogni decina di Ave allo scopo di venerare insieme anche le Cinque Piaghe.

Lanspergio, nella Pharetra, riporta un Rosa­rio in cui ogni Ave Maria è preceduta da una breve considerazione su un Mistero della vita e della Passione del Signore: i cinque Pater posti all'inizio di ogni decina sono preceduti da una preghiera ad una delle Cinque Piaghe.

 

C) Le Cinque Piaghe nell'arte figurativa.

99. - Ad una devozione così viva e diffusa come quella alle Cinque Piaghe non poteva mancare un'espressione anche nell'arte figurativa.

Abbiamo già rilevato più sopra quella inte­ressante raffigurazione che si connette con 1'immagine di Cristo al Giudizio Universale. E dicevamo che la comparsa delle Cinque Piaghe come par­ticolare nuovo in quell'immagine era indizio di una maggior attenzione rivolta alle Ferite conservate da Cristo dopo la sua Risurrezione: attenzione documentata, per quel periodo, anche da numerose testimonianze letterarie.

Ma si comprende che la via più diritta per la quale l'arte figurativa doveva venire ad incon­trarsi con le Cinque Piaghe, era l'immagine del Crocifisso.

Nel primo periodo dell'iconografia del Croci­fisso, quando si rifuggiva ancora dal rappresentare la scena del Calvario nella sua cruda realtà e Gesù appariva sulla Croce quasi come un re sul suo trono, rivestito del lungo colobium, è indizio di speciale considerazione per le Cinque Piaghe, il fatto che il colobium s'apriva al lato destro del petto per lasciare scoperta la ferita della lancia.

Fissata poi l'immagine del Crocifisso nei suoi tratti realistici definitivi, non v'era più bisogno di tale espediente per mettere in evidenza tutte le cinque Ferite: esse campeggiavano oramai ben vi­sibili nel corpo del Divino Paziente. Ma pure, quasi ciò non bastasse, gli Artisti immaginarono altri mezzi espressivi per mettere ancora in mostra i segni della Redenzione e farne risaltare il signifi­cato.

In alcune raffigurazioni del Crocifisso si ve­dono degli Angeli che raccolgono in un calice il Sangue che sgorga dalle mani dal costato e dai piedi.

Altre volte l'artista, con ardita ingenuità, di­segna cinque getti di Sangue che dalle Cinque Piaghe vanno a raccogliersi in un solo calice sor­retto da un Angelo o da un'anima devota ai piedi della Croce.

Quando nel corso del sec. XIV, come pare, con la leggenda della Visione di S. Gregorio, si diffuse in tutta l'Europa l'immagine del Christus pietatis, nella quale appariva Cristo paziente so­pra un altare con il santo Pontefice ai suoi piedi in atto di adorare l'Ostia consacrata, quella raffi­gurazione divenne anche più comune. Spesso in­fatti si vede sgorgare dalle Cinque Ferite del Chri­stus pietatis - talora solo da quella del costato - un getto di sangue che si raccoglie nel calice sor­reggente l'ostia.

Talora l'intenzione di attirare lo sguardo sulle Cinque Piaghe si manifesta con minor delicatezza e con tratti di crudo verismo. Come quando l'am­piezza delle Ferite dei chiodi è esagerata fino a comprendere quasi tutta l'estensione delle mani e déi piedi, oppure si fa penetrare così a fondo la lancia nel costato da farne uscire la punta dal lato opposto.

Il colmo del verismo nella rappresentazione delle Ferite di Cristo si ha forse in quelle raffigu­razioni plastiche di Cristo sepolto che si riscon­trano particolarmente numerose nelle regioni ger­maniche meridionali. Qui appare davvero in tutta la sua cruda potenza il trionfo del verismo che, specialmente in quelle regioni, trasformò l'arte religiosa del Medio Evo dal secolo XIV in poi. Le Cinque Piaghe sono qui degli squarci profondi anzi piuttosto delle vere fosse scavate nelle mani nei piedi e nel costato di Gesù: e tutto intorno allo squarcio si vede una densa poltiglia di carne e di grumi sanguigni. Difficilmente si riesce a rap­presentarsi un'immagine più raccapricciante.

100. - Un po' alla volta, quasi seguendo fedel­mente lo sviluppo della devozione verso una mag­giore autonomia, l'Arte venne a raffigurare le Cin­que Piaghe in se stesse, staccate dall'immagine del Crocifisso, come oggetto a sè stante. Ciò si nota dal sec. XV in poi, e dapprima presso i tedeschi e i fiamminghi.

In un primo tempo si rappresentano le mem­bra ferite: in alto le mani, in basso i piedi, al centro il cuore.

E' merito di questa raffigurazione l'aver messo in risalto il Cuore di Gesù, al centro delle membra ferite. Sicchè mentre in essa viene espres­so plasticamente l'orientamento caratteristico della devozione alle Cinque Piaghe verso il S. Cuore, si ha insieme la prima forma della iconografia di questo.

Poi si passò addirittura a raffigurare le sole Ferite senza le membra.

Secondo Mons. BARBIER DE MONTAULT, l'uso di rappresentare così le Cinque Piaghe sarebbe co­tuinciato nel sec. XVII; ma se ne trovano esempi già nel sec. XV.

Spesso tali raffigurazioni. delle Cinque Piaghe si trovano combinate con altre analoghe: con gli strumenti della Passione (nelle Arma Christi), o con la sola Croce, o con l'Ostia e il Calice, o an­che con Gesù Bambino, quasi ad indicare che « tut­ta 1a vita di Cristo fu croce e martirio ».

Nel frontespizio del De Quinque Plagis D. N. .1. C. (ed. latina del Sesto Abecedario di F. Da Osuna), stampato a Roma nel 1616, la Ferita del costato è rappresentata come la fonte del Paradiso terrestre, e le altre quattro come i quattro fiumi elle ne derivavano.

Notiamo ancora che tali immagini delle Cin­que Piaghe ebbero gran voga dal sec. XV al XVII e si trovano spesso assunte come stemma od em­blema: specialmente quelle delle sole Ferite stac­cate anche dalle membra.

Quando nel 1536 al tempo della persecuzione di Enrico VIII mosse dal Nord dell'Inghilterra il Pilgrimage of Grace per protestare contro la chiusura delle Case religiose e le altre misure anticat­toliche, i partecipanti, quasi nuovi Crociati, por­tavano sul, petto e sulle bandiere l'emblema delle Cinque Piaghe.

Lo stesso emblema poche Confraternite.

Ma in seguito tale raffigurazione delle Cinque Piaghe cadde in disuso. Oggi crediamo sia usata soltanto nella Coroncina dei Passionisti, nella quale, sulle medagliette che stanno al termine di cia­scuna posta, sono rappresentate le membra ferite: le mani, i piedi e il Cuore.

 

CAPITOLO V.

LA DEVOZIONE ALLE CINQUE PIAGHE NELL'ETA MODERNA

101. - Per i secoli seguenti al Medio Evo il no­stro studio potrà essere più spiccio. La devozione alle Cinque Piaghe ha già raggiunto la sua maturità e la pienezza del proprio sviluppo interiore. Nella età moderna essa mantiene essenzialmente immutata la propria fisionomia: sicchè potremo contentarci di pochi cenni, per mettere in rilievo alcuni fatti più significativi.

102. - Il primo fatto che attira la nostra at­tenzione è l'impulso dato alla devozione dalla Compagnia di Gesù nel sec. XVII. Esso è notevole soprattutto perchè dimostra come la devozione alle Cinque Piaghe, per merito dello spirito di iniziativa e di organizzazione caratteristico di quell'Ordine, cominciasse a servirsi di nuovi mezzi di diffusione e di sviluppo, come Associazioni religiose, pubbliche funzioni, libri spirituali ecc.

Nella Quaresima del 1609 i Padri del Col­legio di Venezia - e notiamo che a Venezia sei anni prima il P. LUCA PINELLI S. J. aveva pubblicato un libro di «Meditazioni delle cinque piaghe e del sangue sparso da Cristo negli altri misteri della sua Passione, » - istituirono delle pratiche spe­ciali per onorare le Cinque Piaghe. Ogni venerdi per cinque ore consecutive il SS. Sacramento era esposto in Chiesa all'adorazione dei fedeli. Un sa­cerdote stando all'altar maggiore proponeva a meditare ogni ora qualche circostanza della Pas­sione, e faceva una pia esortazione.

La pratica si diffuse anche in altre città e provincie.

A Roma si teneva nella chiesa del Gesù. Qui essa durava una sola ora e comprendeva anche esercizi in onore della Madonna.

103. - Ma a Roma l'attività della Compagnia di Gesù a favore della devozione alle Cinque Piaghe era destinata ad avere un ben più ampio sviluppo.

Quivi il P. Niccolò Pier Montorio del Col­legio Romano - sostituito più tardi dal P. Cara­vita - aveva organizzato nel 1610 la Missione urbana, la quale consisteva nel tenere ogni Domenica, in vari punti della città, un'istruzione al popolo sulla pubblica piazza, con lo scopo principale di promuovere la frequenza ai Sacramenti e disporre ad una Comunione generale che si faceva l'ultima Domenica di ogni mese.

Orbene, da un documento del Ven. VINCENZO CARAFA Preposito Generale della Compagnia dal 1646 al 1649 e particolarmente interessato nella cosa, veniamo a sapere che appunto in occasione di codesta comunione generale mensile, l'anno 1612, ebbe inizio la pratica di una Corona delle Cinque Piaghe.

Era questa una specie di Rosario formato di cinque poste, ma con cinque grani invece di dieci. Ogni posta comprendeva una breve preghiera ad una delle Ferite, un'Ave Maria e cinque Pater.

Aggiunge il Carafa che lo stesso anno 1612 il testo della Corona fu stampato a Roma e ristampato poi più volte anche in altre regioni d'Italia, sia in latino che in volgare. In breve la pia pra­tica prese tale incremento, da esser diffusa in ogni parte del mondo, persino nell'America e nell'In­dia. Lo stesso Sommo Pontefice Paolo, V ricevette la Corona delle Cinque Piaghe dai Padri della Compagnia, e se l'appese devotamente alla cin­ntola».

Sin qui il P. Carafa: e già da appare che ci troviamo di fronte a che ebbe allora vasta risonanza.

Ma il suo interesse risulta molto maggiore quando si pensi all'importanza assunta dalla Co­rona nella devozione moderna alle Cinque Piaghe.

La Corona noti conserverà sempre la forma primitiva datale dai Gesuiti nel Seicento, come vedremo in seguito; ma pur trasformata in vari modi essa diventerà l'esercizio preferito della devozione dal secolo XVII ai giorni nostri. Ci si permetterà quindi di trattenerci un istante ad illustrarne più am­piamente l'origine.

104. - Anzitutto è da notare che se la Corona delle Cinque Piaghe divenne di uso pubblico nel 1612, essa era già praticata da oltre un anno in una pia Associazione di Roma, ossia nell'Arcicon­fraternita del SS. Sacramento e delle Cinque Pia­ghe a S. Lorenzo in Damaso. Ciò appare da un Breve di Paolo V con il quale si concede l'indul­genza di cento giorni ai Confratelli che recitano la Corona delle Cinque Piaghe: Breve che reca la alata del 7 Gennaio 1611.

Anzi appunto questa Arciconfraternita che prese l'iniziativa della pubblicazione della Corona, com'è detto nel frontespizio stesso del libretto stamato l'anno seguente.

Ciò tuttavia non deve far credere ad un'iniziativa diversa da quella dei Gesuiti, di cui parla il P. Carafa. Chè anzi vi sono prove convincenti che la fioritura stessa di devozione alle Cinque Piaghe istituiti della Ven. Arciconfraternita del SS. Sacra­mento e delle Cinque Piaghe, in seno all'Arciconfraternita di S. Damaso, è dovuta a quei Padri.

L'Arciconfraternita infatti, sorta all'inizio del secolo XVI con il solo titolo del SS. Sacramento, e vissuta per oltre un secolo con questo solo titolo, dedita a quell'attività che esso comportava, non si era mai occupata specificamente della devozione alle Cinque Piaghe. E' solo con l'inizio dell'anno 1611 che vi appare introdotta questa devozione: ed il primo documento è appunto il Breve sopra citato, con il quale si concede l'indulgenza ai Con­fratelli che recitano la Corona delle Cinque Pia­ghe: Corona iniziata, secondo la testimoníanza del Carafa, dai Padri della Compagnia di Gesù.

Pochi giorni dopo la concessione del Breve, il 18 Gennaio, il Consiglio direttivo dell'Arcicon­fraternita decide di chiedere al Preposito Generale del Gesù, un Padre che tenga qualche sermone ai Confratelli sul periodo di praticare la Corona.

D'allora in poi l'Arciconfraternita aggiunse al suo titolo primitivo quello delle Cinque Piaghe, ed indirizzò la sua attività spirituale prevalente­mente all'incremento di questa devozione. Adottò come proprio stemma l'emblema delle Cinque Pia­ghe ed intraprese la celebrazione settimanale di un pio Esercizio in onore di esse.

Pare sia la prima di questo genere, benchè la prio­rità le sia contestata dall'Arciconfraternita omonima di S. Maria sopra Minerva.

Tale Esercizio, che si celebrava la sera del Giovedì a tarda ora con grande solennità e davanti al Santissimo esposto, comprendeva, oltre la recita della Corona, il canto di un Inno alle Cinque Piaghe, della Salve Regina, del Pange Lingua ecc. Da notare che la Corona termina con questo « Ore­mus »

«Signor mio Gesù Cristo, Dio del mio cuore, per quelle cinque ferite che sulla croce ti lasciasti infiggere dal tuo amore per noi, deh vieni in soc­corso dei tuoi servi. redenti dal tuo sangue prezio­sissimo » che è la preghiera detta di S. Francesco Saverio ed usata nella Compagnia di Gesù.

Tutto ciò, mentre pone in luce la collabora­zione prestata dall'Arciconfraternita di S. Lorenzo in Damaso all’iniziativa dei Padri, della Compa­gnia di Gesù, ci mostra pure, reciprocamente, la fecondità di quella iniziativa in una delle sue più pratiche e durature attuazioni.

105. - Non sappiamo con esattezza quale par­te avesse il Ven. Carafa stesso, che allora era a Roma studente, nello stabilire e diffondere la Corona. Egli attesta che vi cooperò «quanto gli fu possibile»? Ma è certo che in seguito egli divenne nella Compagnia di Gesù il principale promo­tore della devozione alle Cinque Piaghe.

A mostrarci la sua devozione personale ba­sterebbe questo particolare riferitoci dall'ANDRADE: « Il Venerabile portava un Crocifisso senza il legno della croce, con chiodi alle mani ed ai piedi, im­mediatamente aderente alla pelle, affinchè i chiodi imprimendosi nella carne gli permettessero di par­tecipare al dolore delle Ferite di Gesù ».

Ma soprattutto notevole è per noi l'attività da lui spiegata per dare impulso alla devozione tra i fedeli.

Poco dopo la sua ordinazione il Carafa fu destinato a Napoli, ed incaricato, fra l'altro, della direzione della Congregazione segreta dei Cavalieri di quella città. Per ridestare e tener vivo il fervore religioso di quella Associazione egli, introdusse tosto la Corona delle Cinque Piaghe. Di poi la divulgò per tuta la città, tanto che, come scrive il BARTOLI, « si rizzarono in onor d'esse - Cinque Piaghe - altari, e solenni e pubbliche feste si istituirono ».

E' appunto a Napoli che il Carata pubblicò, nel 1635, il Fascetto di Mirra, un libro di consi­derazioni sulle Cinque Piaghe, con un'Appendice ove sono raccolte preghiere, poesie ed inni, me­dievali e recenti, in onore della Passione.

In una lunga serie di brevi « Considerazioni distribuite in tre parti, il Carafa vi svolge i motivi tradizionali della devozione, attingendo a piene ma­ni agli Autori medievali, specialmente di tendenza mistica: S. Bernardo, S. Bonaventura, S. Metilde e S. Gertrude, Susone, i Certosini. Ed è ben l'a­spetto mistico della devozione che l'Autore coltiva di preferenza, come del resto è indicato dal titolo stesso del Libro. Lo slancio mistico però è sempre, contenuto nei termini di uno studiato equilibrio, che rende il libro molto pratico ed accessibile ad ogni categoria di anime.

Eletto Generale nel 1646, il Carafa volle impie­gare anche l'autorità conferitagli dall'altissima carica, al servizio di quella che poteva ben dirsi la situ causa.

Cominciò subito, rivolgendo ai Padri stessi della Congregazione che l'avevano eletto, una lun­ga esortazione nella quale, dopo aver richiamato l'esempio di S. Ignazio e di S. Francesco Saverio, incitava i membri della Compagnia a propagare con zelo la devozione alle Cinque Piaghe ed in­dicava loro come mezzo pratico la Corona istituita in Roma nel 1612.

Poco dopo, nel 1648, egli fondava nella Chiesa del Gesù la Confraternita della Buona Morte, il cui titolo completo dice assai chiaramente quale ne fosse lo spirito: «Confraternita di N. S. G. C morente in Croce e della Beatissima Vergine Ma­ria Sua Addolorata Madre ».

Era dunque un'Associazione diretta a promuo­vere il culto della Passione. E lo conferma il fatto che dai primi giorni ad oggi - quando vediamo la Confraternita, divenuta nel 1723 Arconfraterni­ta, sparsa in tutto il mondo - tra gli esercizi di pietà in uso presso i Confratelli ha sempre figurato la Corona delle Cinque Piaghe.

106. - Lo zelo del P. Carafa nel promuovere e propagare la devozione alle Cinque Piaghe, non fu spiegato invano. La fioritura di pietà nella Com­pagnia e, per mezzo di questa, nel popolo, provo­cata dal suo esempio e dalle sue esortazioni, è largamente testimoniata.

Anzitutto dal numero notevole di Libri sulle Cinque Piaghe che uscirono in questo periodo per mano di Autori gesuiti e dalla diffusione che essi godettero.

Il Fascetto di mirra del P. Carafa fu tradotto ben presto in latino e poi in diverse lingue.

Nel 1651 uscì a Napoli la Stanza delle anime nelle Piaghe di Gesù, del P. TOMMASO AURIEMMA, che per la sodezza della dottrina e la vastità dell'erudizione patristica, unite ad un'unzione pene­trante, può dirsi un classico modello di opera asce­tica.

Nel 1661 il P. I. M. MAZARA scrisse a Palermo un'operetta De Christi plagis, che rimase inedita. A Monaco di Baviera il P. G. PAULLINI, Profes­sore nel Collegio della Compagnia pubblicava nel 1668 un volumetto di Pia cum Jesu vulnerato col­loquia, in un classico latino. Più tardi, nel 1692, apparve, di nuovo a Napoli, il libro del P. C. CA­SALICCHIO: Gli Stimoli al S. Amor di Dio e delle SS.me Piaghe di Gesù. A Venezia il P. Livio PA­CEZLI pubblicava nel 1699: SS. Ritiri nelle Piaghe di Gesù. A Liegi, anonima e senza data, troviamo una « Pratique de dévotion aux cinq playes du Sau­veur, ozi, exanien de conscience rapporté aux cinq playes de Jésus crucifié. Par un Père de la Com­pagnie de Jésus ». Si noti parliamo, chè sarebbe troppo lungo, della parte fatta alle Cinque Piaghe nelle numero­sissinle opere sulla Passione composte da Autori gesuiti nei secoli XVII e XVIII, di cui dà un lungo elenco il Sonrmervogel.

Oltre che, con la pubblicazione di opere asce­tiche, i Gesuiti diedero impulso alla devozione delle Cinque Piaghe anche con l'introduzione di esser nel programma spirituale di varie Associa­zioni religiose.

Abbiamo già visto l'Arciconfraternita del SS. Sacramento e delle Cinque Piaghe, e quella della Buona Morte.

Il Carafa nel Fascetto di mirra dà notizia di una Associazione sui generis, sorta in Belgio e diffusa anche in altre regioni, con lo scopo spe­cifico di promuovere la devozione alle Cinque Piaghe. Essa era duramente spirituale e non aveva alcuna organizzazione esteriore. Si entrava a farne parte con il semplice atto di assumersi i seguenti tre impegni: fare ogni giorno un quarto d'ora di meditazione sulla Passione; recitare, al termine di questa, una breve preghiera alle Cinque Piaghe per i membri dell'Associazione; industriarsi di trarre altri a farne parte.

Uno spunto interessante per i rapporti fra la Compagnia di Gesù e la devozione alle Cinque Piaghe, pensiamo dovrebbe essere fornito dalla sto­ria delle Congregazioni Mariane. V'è infatti più di un indizio di culto particolare prestato alle Cinque Piaghe in seno a queste.

A Munster troviamo stampato nel 1664 un Exercitium devozioni ad recolendos sacros crucia­tus et adoranda Jesu Christi vulnera... Sodalibus Virginis Annuntiatae in strenam oblatum. Parimenti nel Collegio di Tyrnau in Ungheria, era in uso fra i membri della Congregazione Mariana questo Manuale di pietà: Annus Crucifixi Dei Jesu. Per singulas anni totius Ferias sextas brevibus Crucifi­xum solide pro felici morte colendoa of ficiis et exemplis explicatus. Sappiamo inoltre che le Confia­ternite della Buona Morte, nelle quali tanta parte aveva la devozione alla Passione ed alle Cinque Piaghe, dipendevano dalle Congregazioni Mariane e forse si componevano, almeno in parte, di loro membri.

Da tutti questi fatti, scritti e indizi, risulta chiaramente che la Compagnia di Gesù si fece promotrice, nel sec. XVII, di un movimento vasto e ben nutrito di devozione alle Cinque Piaghe. I mezzi da essa impiegati erano tali da assicurare pure la stabilità e la permanente efficacia di quel movimento. La Corona istituita dai Gesuiti, gli scritti da loro pubblicati e le Associazioni da essi promosse rappresentano i sostegni principali della vitalità della devozione alle Cinque Piaghe per almeno due secoli.

 

B) Altri aspetti della devozione alle Cin­que Piaghe nei secoli XVII e XVIII. - Ripresa della festa.

107. - Di altri movimenti di devozione alle Cinque Piaglie, che per consistenza, vastità e di­nainismo possano reggere il confronto con quello or ora descritto, non si ha traccia nei secoli XVII e XVIII. Tuttavia non si deve credere che fuori di lì la devozione languisse. Chè anzi vi sono nume­rosi indizi che ne attestano ovunque una crescente vitalità.

Senza parlare, delle espressioni di devozione personale, che sono innumerevoli e si riscontrano in tutte, si può dire, le raccolte di scritti spiri­tuali e le biografie di questo periodo, riferiremo qui soltanto alcuni fatti e testi che valgano ad illustrare il progresso della devozione nei fedeli.

108. - Prima ancora che avesse inizio la ricca serie delle operette ascetiche composte dai Gesuiti sulle Cinque Piaghe, era comparsa a Roma, nel 1616, un'edizione latina del Sesto Abecedario di FRANCESCO DA OSUNA, col titolo: De Quinque Phcgis D. N. J. C. Più. tardi, nel 1651, esce a Mi­lano una voluminosa opera dei P. FRANCESCO QUA­RESMI O. F. M., De Sacratissintis D.N.J.C. quinque vulneribus, in cinque Tomi: vera encielope­dia di tutto lo scibile scritturistico, patristico e teologico sulla Passione del Signore. Dello stesso periodo è pure l'opera del P. IGNAZIO DEL MENTE O. P.: Solitudini di sacri e pietosi. affetti intorno "ai misteri sanguinosi e gloriosi di Gesù Cristo e di Maria (Firenze 1645), nella quale è dedicato alle Cinque Piaghe un capitolo tutto animato dallo spirito della pietà classica domenicana.

E se queste produzioni rappresentano un con­tributo degli Ordini Mendicanti, nei quali non era venuta mai meno quella devozione alla Pas­sione che aveva già reso così viva ed efficace la loro spiritualità, le belle Preghiere composte e dif­fuse dal CARD. BONA (1609-1674) stanno a provare che pure l'antico Ordine Cisterciense aveva an­cora una sua parola da dire.

Nella Via compendii ad Deum il pio Cardinale raccoglie un buon numero di brevi invocazioni e di giaculatorie alle Cinque Piaghe, tutte spiranti ancora un delicato profumo monastico che sem­brava quasi scomparso col Medio Evo. Ripor­tiamo qui soltanto una preghiera contenuta nel Tractatus asceticus De Sacrificio Missae e indicata come Actus amoris post Missant:

« O corpo sacratissimo trafitto dalle cinque piaghe, resta come sigillo sul mio cuore e stampa in esso il tuo amore.

Segna i miei piedi acciocchè io abbia a segui­re le tue orme; segna le mie mani, acciocchè io compia sempre il bene; segna il mio cuore e ren­dimi capace di vivere in un continuo ferventissimo atto di carità.

O sangue preziosissimo che mondi e purifichi ogni uomo, lava la mia anima e poni il tuo sigillo sulla mia fronte, afinchè non abbia a pensare ad altri ansanti all'infuori di te. O Dolcezza del mio cuore, Vita della tuia vita, come tu sei nel Padre e il Padre in te, così voglio io, interamente croci­fisso al mondo, per la tua grazia essere tutt'uno con te nell'amore. Così sia ».

109. - Il gran devoto della Passione che fu S. ALFONSO M. DE LIGUORI (1696-1787) non po­teva non occuparsi del culto delle Cinque Piaghe. Egli diffuse assai la Corona delle Cinque Piaghe, che abbreviò e adattò alquanto, dandole il nome di Coronella delle Sante Piaghe di Gesù Crocifisso. Ecco in parte il suo testo.

«Signor mio Gesù Cristo, io adoro la piaga del vostro piede sinistro. Vi ringrazio di averla per me sofferta con tanto dolore e con tanto amo­re. Compatisco la pena vostra e della vostra af­llitta madre. E per li meriti di questa santa piaga vi prego a concedermi il perdono dei peccati miei, dei quali con tutto il cuore mi pento sopra ogni male, per essere state offese della vostra infinita bonià. Maria Addolorata, pregate Gesù per me. Parer, Ave, e Gloria.

Per le piaghe che soffristi

Gesù rnio con tanto amore

e con tanto tuo dolore

Abbi, o Dio, di me pietà ».

Con la stessa formula ci si rivolge poi alle al­tre Ferite, chiedendo per ordine, come nella Co­rona dei Gesuiti, l'acquisto delle virtù della per­severanza e della fortezza, la preservazione dal­l'Inferno, l'introduzione nel Paradiso, il dono del santo amore di Dio.

I cinque Pater e l'Ave Maria della Corona dei Gesuiti son qui ridotti a un Pater, Ave e Gloria. Ma in compenso sono più curate e sviluppate le preghiere. Queste sono veramente belle ed espri­rnono con rara unzione e sobrietà gli atteggia­menti fondamentali della devozione alle Cinque Piaghe. Anche la strofetta aggiunta, che verosi­milmente doveva essere cantata, contribuiva a rendere più attraente e popolare questa Coronella.

110. - Fenomeno assai importante e signifi­cativo è la ripresa e la crescente diffusione della Festa delle Cinque Piaghe, a cominciare dalla metà del sec. XVII.

La riforma di S. Pio V non soltanto aveva soppresso la Messa e l'Ufficio Divino sotto il titolo delle Cinque Piaglie, ma aveva altresì arrestata la diffusione della Festa, esigendo che la celebrazio­ne di essa - come di tutte le altre feste non inse­rite nel Calendario della Chiesa universale - fosse subordinata alla previa autorizzazione da parte della S. Sede.

Per parecchi decenni la Sede Apostolica si mostró alquanto restia alla concessione di feste particolari; ma nel corso del Seicento questo rigore venne man mano allentandosi, tanto che numerose feste furono introdotte qua e là nelle Diocesi e negli Ordini Religiosi. La Festa delle Cinque Pia­ghe fu tra quelle che maggiormente beneficiarono di tale larghezza.

Essa fu concessa dalla S. Sede alla Diocesi di Lamego (Portogallo) nel 1656, a quella di Parigi nel 1658, a quella di Mantova nel 1675, a quella di Firenze nel 1730. Più tardi, nella seconda me­tà del sec. XVIII, fu pure ottenuta dalla Repub­blica di Venezia per tutto il suo territorio.

Della Francia afferma il GUYET che già al suo tempo (prima metà sec. XVIII) la Festa delle Cin­que Piaghe era celebrata «nella maggior parte delle chiese ».

Il giorno fissato per la celebrazione non è dap­pertutto lo stesso. A Parigi era il Venerdì dopo le Ceneri; in altre Chiese di Francia, che segui­vano l'antico uso del Monastero di Fontevrault, il Venerdì dopo l'Ottava di Pasqua; a Lisbona il giorno 13 febbraio. A Venezia ed altrove, prima che fosse introdotta la festa del S. Cuore, era il Venerdì dopo l'Ottava del Corpus Domini: in se­guito, il primo Venerdì di marzo. A Clermont, il Venerdì fra l'Ottava stessa di Pasqua («quod val­de lleteroclitum est» nota il. Guyet), e a Tours, pure cosa singolare, nel mese di Luglio.

111. - L'Ufficio e la Messa sono quelli stessi usati già nel Medio Evo. Solo è da notare che

essendo passato il testo intero della Messa Humilia­vit, con la riforma di S. Pio V, sotto il titolo della Passione, viene ora assegnata alla Festa delle Cin­que Piaghe la stessa Messa Humiliavit, ma con tre Orazioni proprie: così come si vede anche oggi nell'Appendice del Messale Romano.

Verso la fine del sec. XVIII la diffusione della Festa delle Cinque Piaghe prese un impulso enorme, soprattutto per l'esempio e l'attività della nuova Congregazione dei P.P. Passionisti. Ma il merito di questo Istituto verso la devo­zione alle Cinque Piaghe non si limita alla diffu­sione della Festa liturgica: ragion per cui dobbia­mo soffermarci un istante per illustrare più ampia­mente il suo contributo.

 

C) I Passionisti - La devozione nel secolo XIX.

112. - Come appare dal suo stesso titolo, la Congregazione della Passione e della Croce del Signore - della quale Benedetto XIV ebbe a dire che pur essendo l'ultima sorta nella Chiesa, avreb­be dovuta essere la prima - ha lo scopo specifico di promuovere la devozione alla Passione: e per impegnarvi. più efficacemente i suoi membri ve li obbliga con voto particolare, aggiunto ai tre usua­li di Povertà, Castità e Obbedienza.

Per rendersi conto della vastità e dell'efficacia del contributo da essa arrecato allo sviluppo di questa devozione, si pensi all'indole della sua attività, che è squisitamente apostolica perchè consiste essenzialmente nel predicare le SS. Mis­sioni al popolo, ed inoltre al numero davvero impressionante di uomini insigni per santità e zelo, che in sì poco tempo uscirono dal suo seno.

113. - Nel 1773 S. Paolo della Croce chiese ed ottenne per la sua Congregazione la facoltà di ce­lebrare, nei giorni già stabiliti per i diversi luo­ghi, tutti gli Uffici della Passione allora in uso. Tra questi, in primo luogo, l'Ufficio delle Cinque Piaghe: che rimase così al primo Venerdì di mar­zo, giorno fissato per la Repubblica di Venezia e più comune.

Era però desiderio dei Passíonisti che la cele­brazione dei vari Uffici ottenuti fosse sistemata più razionalmente secondo lo spirito dell'anno liturgico. Chiesero quindi ed ottennero, nel 1795, di poter celebrare tutti quegli Uffici in tempo di Quaresima, che è certamente il più indicato per il ricordo della Passione.

Per tal modo la Festa delle Cinque Piaghe venne trasportata al Venerdì dopo la terza Do­menica di Quaresima: che è il giorno indicato tuttora nell'Appendice del Messale Romano.

Queste concessioni fatte ai Passionisti segna­rono l'inizio di una marcia trionfale per la festa delle Cinque Piaghe e per gli altri Uffici della Passione. Le Diocesi e gli Ordini religiosi andarono a gara nel chiederne la celebrazione: tanto che, a quanto afferma il NILLES, non rimase quasi alcuna Diocesi in cui questa non fosse introdotta.

A Roma cominciarono dapprima alcune Basili­che e chiese particolari, finchè nel 1831 un De­creto della S. Congregazione dei Riti estendeva a tutta la Diocesi la celebrazione degli Uffici della Passione.

La disposizione di essi rimase quale era stata fissata dalla concessione del 1795. Sicchè la Festa delle Cinque Piaghe venne ad occupare quasi ovunque il Venerdì dopo la terza Domenica di Quaresima. Solo in alcuni luoghi, dove era già prima celebrata, continuò in giorni diversi anti­camente fissati: così, per esempio, a Lisbona ri­mase, e rimane tuttora, al 13 febbraio.

114. - E' da osservare tuttavia che la Festa delle Cinque Piaghe, a differenza di quelle del S. Cuore e del Preziosissimo Sangue, non ebbe mai la sorte di essere estesa dalla S. Sede alla Chiesa universale. Per quanto essa sia antica e benchè, con costante progresso, fosse giunta nel secolo scorso ad essere adottata quasi universalmente, pure nel Breviario e nel Messale Romano rimase sem­pre in un posto molto modesto, nell'Appendíce pro aliduibus locis.

Anzi la riforma di Pio X, allo scopo di rimet­tere in onore gli Uffici feriali di quaresima, sopresse la celebrazione degli Uffici della Passione. E da allora la Festa delle Cinque Piaghe è rima­sta .soltanto in un ristretto numero di Diocesi e di Istituti religiosi che ne hanno ottenuto speciale facoltà dalla S. Sede.

115. - Tornando ai Passionisti, dobbiamo par­lare di un mezzo particolarmente efficace da essi adottato per promuovere la devozione alle Cinque Piaghe: ossia della loro Coroncina.

La prima menzione di una Corona delle Cin­que Piaghe propria dei Passionisti si ha nel 1821 a Boma.

Narra una Cronaca interna del tempo che « [il Generale] ottenuta la facoltà di benedire con l'ap­plicazione di molte indulgenze le Corone delle Cinque Piaghe, comprò i conii per le medaglie, elle va facendo imprimere, e fece inoltre stampare molte migliaia di foglietti che contengono alcune brevi ed affettuose orazioni alle medesime SS. Pia­gbc, e sia questi foglietti che le Corone e meda­glie, le va distribuendo, massime ai Missionari nostri, acciocchè le diano ai fedeli, e promuovano in tutte le maniere possibili questa salutevolissima devozione ».

Dapprima questa Corona consisteva di cinque poste di cinque Pater ed un'Ave ciascuna, oltre le preghiere: come quella introdotta dai Gesuiti nel Seicento e già largamente usata in Roma e fuori. Ma ben presto venne semplificata per renderne più agevole l'uso.

Nel Novembre 1823 il Papa Leone XII con­cesse che invece dei cinque Parer si recitassero soltanto cinque Gloria per ciascuna posta, e le preghiere furono dichiarate non necessarie, richie­dendosi soltanto, per l'acquisto delle indulgenze, di accompagnare la recita della Corona con la me­ditazione della Passione.

Ad aumentare il successo della Coroncina contribuirono non poco le numerosissime Confra­ternite della Passione dipendenti dai Passionisti. La prima fu fondata dallo stesso S. Paolo della Croce. Approvate dalla S. Sede nel 1861 esse si moltiplicarono ovunque, specialmente in Italia, Spagna, Irlanda e nelle due Americhe, diffondendo ovun­que la recita della Coroncina delle Cinque Piaghe, che è una delle loro pratiche fondamentali.

116. - Il risveglio della devozione alle Cinque Piaghe nei primi decenni del sec. XIX, attestato soprattutto dalla diffusione della Festa e dal suc­cesso della Coroncina, è confermato pure da al­tri episodi di portata più limitata, ma non meno significativi.

Anzitutto dalla rigogliosa rifioritura nomeno mistico della stimmatizzazione.

Già più volte abbiamo avuto occasione di sot­tolineare la connessione tra questo fenomeno e la devozione alle Cinque Piaghe. Ora il sec. XIX ci appare particolarmente fecondo di anime segnate col grande Sigillo della Passione. Sono famose, tra queste, Caterina Emmerich, (1774-1824), la B. Anna Maria Taigi (1769-1837), Maria de Moér (1812.1868), Luisa Lateau (1850-1883). Ma il Dott. IMBERT ha raccolto ben 29 casi di stimmatizzazione nel sec. XIX.

Da rilevare pure la comparsa di alcuni libri di devozione che trattano ex professo delle Cin­que Piaghe. Dopo l'abbondante produzione del Seicento non ne avevamo più incontrati..

Ora nel 1830 viene pubblicato a Roma: Le Piaghe di Gesù Cristo considerate in quindici Misteri di PASQUALE DE NARDIS. Nel 1843 esce a Regensburg una traduzione del Fascettto di mirra del VEN. CARAFA; e, a Bologna, nel 1876, una nuo­va edizione della classica opera dell'AURIEMMA, curata da un Francescano. Poca cosa, certamente, se si raffronti con la produzione ascetica svilup­ltata dalla devozione al S. Cuore; ma è un segno di. vita per nulla trascurabile.

117. - Un fatto nuovo poi è la fondazione di Istituti religiosi che si intitolano alle Cinque Pia­ghe.

Sin dal Medio Evo vari Ordini e Congregazioni avevano voluto esprimere con forme esteriori il proprio impegno a professare una devozione spe­ciale alle Cinque Piaghe, inserendo nella propria divisa un qualche simbolo di esse; ma nessuno ancora, per quanto ci consta, ne aveva preso il ti­tolo.

Nell’Ottocento invece abbiamo almeno due Istituti che si intitolano alle Cinque Piaghe: la Congregazione dei Preti delle SS. Stimate di N. S. G. C., fondata nel 1816 in Verona dal Ven. Ga­spare Bertoni, e le Canonichesse delle Cinque Piaghe, fondate a Lione dal Canonico De Gast nel 1867.

Ci si permetta di indugiare un istante sul ti­tolo del primo di questi due Istituti per narrarne brevemente la storia.

I Sacerdoti raccolti attorno al Bertoni officia­vano una chiesa dedicata alle Stimare di S. Fran­cesco ed abitavano il Convento che da quella prendeva il nome. Erano perciò chiamati comune­mente Preti delle Stimate.

Quando dopo la morte del Fondatore si trattò di fissare il titolo canonico del nuovo Istituto, il successore, P. Marani, credette opportuno che si ritenesse quello già consacrato dall'uso popolare. Chiese perciò alla S. Sede il titolo di «Preti delle S. Stimate», soggiungendo tuttavia la preghiera che per Stimate si intendessero le Cinque Piaghe del Signore. La S. Sede accondiscese e così la Congregazione fu detta delle Sacre Stimate di N. S. G. C., e queste furono poste pure nel suo Stemma sotto forma di cinque stelle.

Tutto ciò sembra un gioco di circostanze ca­suali. Ma la casualità è solo apparente. In realtà dietro quella preghiera rivolta alla S. Sede affin­chè concedesse il titolo delle Stimate del Signore, invece di quello apparentemente più ovvio delle Stimate di S. Francesco, c'era tutta una piccola storia, dalla quale la Congregazione aveva rice­vuta una propria fisionomia spirituale.

Il Ven. Bertoni era personalmente assai de­voto delle Cinque Piaghe, e quando nel 1822 in­sieme con i suoi compagni prese possesso del Con­vento delle Stimate e cominciò ad officiare la chiesa, vi istituì tosto un pio Esercizio in onore della Passione e delle Cinque Piaghe.

Questo si teneva ogni venerdì nel pomeriggio e comprendeva i Gradi della Passione, una pre­dica di circa mezz'ora e l'adorazione delle Cinque Piaghe. Per lungo tempo rimase questa l'unica funzione serale pubblica che si tenesse nella chiesa delle Stimate: e da questo fatto essa acquista cer­tamente un particolare valore rappresentativo.

Allo scopo di attirarvi i fedeli, il Bertoni chie­se ed ottenne dalla S. Sede ricche indulgenze: ple­naria ogni primo venerdì del mese - ridotta poi a soli quattro dei primi venerdì e fissata infine per sei - e di sette anni e sette quarantene in ogni altro venerdì dell'anno.

Si racconta poi che tale Esercizio gli mente caro, che volle sempre riservata predica; e, nonostante le sue continue infermità, vi durò fin quasi alla fine della vita, facendosi fin portare di peso in chiesa.

La Festa delle Cinque Piaghe, il Venerdì dopo la terza Domenica di Quaresima, era celebrata alle Stimate con particolare solennità, ed anche in questo giorno era concessa l'indulgenza plenaria a chi avesse assistito alla funzione serale. Attual­mente la Festa delle Cinque Piaghe è celebrata nelle chiese della Congregazione il Venerdì dopo la Domenica di Sessagesima, con rito doppio di prima classe ed Ottava privilegiata, quale si con­viene a Festa titolare.

Si vede da questi cenni che il titolo della Congregazione delle SS. Stimate di N.S.G.C. non è casuale, come poteva apparire dalle circostanze prossime che lo determinarono, ma si fonda su una tradizione di devozione che risale ai primi tempi dell'Istituto.

 

D) Suor Maria Marta Chambon.

118. - Siamo giunti così al più recente dei vari movimenti che contribuirono a promuovere la de­vozione alle Cinque Piaghe: quello che ha origine dalle visioni e rivelazioni di Suor M. M. CHAM­BON, Visitandina del Monastero di Chambéry (1841-1907).

Si legge nella Biografia pubblicata dalle Con­sorelle di lei, che nell'autunno del 1867 Suor Maria Marta ebbe una serie di visioni, dalle quali fu come investita di una particolare «missione» dall'alto: quella di far conoscere il valore delle Sante Piaghe: di Gesù e di diffonderne la devo­zione.

Perciò, dopo averle mostrato il valore im­menso delle Sante Piaghe, Gesù le dichiarò che aveva scelto lei per ravvivarne il culto: «Io ti ho scelta per risvegliare la devozione alla mia Santa Passione negli infelici tempi in cui vivi». E mo­strandole le sue Sante Piaghe, come un libro aper­to, soggiunse: «Non distogliere lo sguardo da que­sto libro, e tu sorpasserai in dottrina i più grandi sapienti. La preghiera alle Sante Piaghe com­prende tutto ».

Il compito, evidentemente, non era facile e perciò il Signore la sostenne con frequenti visioni, con il suggerire egli stesso particolari preghiere e pratiche, col farle promesse di speciali favori a chi avesse praticata la devozione.

Vedremo tosto in qual modo Suor M. Marta si industriò di corrispondere all'invito del cielo. Ma prima diamo brevemente uno sguardo alle ca­ratteristiche principali del nuovo movimento, per cogliere la sua propria fisionomia.

119. - Colpisce in primo luogo il fatto che le Sante Piaghe sono concepite in maniera alquanto diversa da quella tradizionale. Esse rimangono pur sempre in numero di cinque: ma vi è inclusa ora anche la Ferita della corona di spine al Capo, e di conseguenza le Ferite dei piedi contano per una sola.

In verità la cosa è molto meno nuova di quanto possa sembrare, perchè anche nella devozione tra­dizionale il Capo coronato di spine era assai di fre­quente considerato insieme con le membra ferite. Parecchi Inni medievali cantano insieme le Cinque Ferite e il Capo coronato; e nello stesso senso sono ispirate molte preghiere ed altri testi devo­zionali. La novità sta solo nel fatto che la Ferita del Capo viene ora intesa come una delle Cinque Piaghe.

Gli elementi tradizionali della devozione si ritrovano qui in gran parte, espressi anche con le medesime immagini.

Vi appare vivissima la compassione per le sof­ferenze causate dalle Ferite, accompagnata dal­l'aspirazione alla effettiva trasformazione in Cri­sto paziente. «Una volta il Salvatore le comparve con una corona intessuta con tre rami di grosse spine, per eccitare la compassione della sua Sposa. Lo spettacolo fu così doloroso e così commovente, che Suor M. Marta non potè trattenersi dal gri­dare: «Ah! Gesù mio, accordatemi di partecipare a questo atroce tormento! » La sua preghiera continua la Biografia - fu esaudita all'istante; la Serva di Dio fu colta da un sì violento mal di capo, che non poteva più reggersi in piedi ».

«Un altro giorno presentandosi a lei, come in un quadro, Gesù le disse con accento di inespri­mibile tenerezza e di vivo desiderio: « Bisogna co­piarmi!... i pittori fanno dei ritratti quasi simili all'originale, ma qui sono io il pittore, che ri­produce in voi la mia immagine, se voi mi con­template ».

Anche il richiamo delle Sante Piaghe all'unione intima e costante con Gesù, è sentito fortemente da Suor M. Marta. « Fa come la farfalla - le disse un giorno Gesù - vola qui nel mio cuore! Quando un'anima si è inabissata nella Piaga che essa ono­ra, vi resterà per sempre... ».

A cui la Serva di Dio: « Ah, mio Gesù, pote­vate forse assegnarmi un posto migliore? ». Un'altra volta ella disse al Signore: «Oh! mio Gesù, giacché Voi volete venire a riposarvi in me, purificatemi... io farò come la colomba: io mi na­sconderò dentro le vostre Piaghe ».

Nè è trascurato l'insegnamento ascetico delle Ferite. Mostrandole la Piaga del Costato, Gesù le diceva: « Qui dentro attingerai la dolcezza e l'u­miltà». Mostrando il Capo coronato di spine: « Figlia mia, qui tu apprenderai la sottomissione di giudizio ». A quella dei piedi: «Conduci qui tutte le mie creature... questi fori sono abbastan­za grandi per alloggiarle tutte... Le Piaghe dei miei sacri Piedi sono un oceano ». Alla mano si­nistra: «Figlia mia, prendi nella mia Mano sini­stra i miei meriti per le anime, affinchè esse siano alla mia destra per l'eternità ».

La stimmatizzazione, divino coronamento del­la devozione dei Santi, fu pure concessa alla Serva di Dio, benchè limitata, come fenomeno esteriore e visibile ai soli piedi, ed in forma transitorìa.

120. - E sin qui ci troviamo perfettamente in linea con la devozione tradizionale.

Ma l'elemento proprio e fondamentale della devozione della Chambon è un altro, ed è tale che trasporta in pieno la devozione alle Cinque Piaghe nello spirito e nelle esigenze più sentite della pietà moderna. Questo elemento proprio è il far valere i meriti delle Sante piaghe, con l'of­frirle all'Eterno Padre per la santa Chiesa, per la conversione dei peccatori e specialmente per le anime del Purgatorio.

Nelle Sante Piaghe la Serva di Dio riconosce soprattutto il tesoro di infinito valore col quale fu compiuta una volta e si attua tuttora la Reden­zione. «Figlia mia - le dice Gesù mostrando le sue Ferite - riconosci il tesoro del mondo! » «Chi è povero venga con fede e confidenza e prenda dal tesoro della mia Passione. Ecco di che pa­gare per tutti coloro che hanno dei debiti». «Con le mie Sante Piaghe - insiste ancora il Divino Maestro - voi potete compartire alla terra tutte le ricchezze del cielo: voi dovete far fruttare que­sti tesori delle mie Sante Piaghe. Non bisogna re­stare poveri, mentre il vostro Padre è così ricco. La vostra ricchezza è la mia Santa Passione ».

Appunto per far fruttificare questo incalcola­bile tesoro, per farne valere tutta la potenza, è necessario offrirlo incessantemente al Padre. Cri­sto lo offerse una volta sulla Croce, ottenendo dal Padre il perdono dei peccati e la salvezza per il genere umano. Ma quella offerta va rinnovata di continuo, affinchè il perdono e la salvezza siano ora applicati ad ogni singolo uomo. Perciò egli offre ancora e sempre i meriti della sua Passione in cielo, ove presenta al Padre le sue Ferite aper­te, ed in terra con il Sacrificio della S. Messa.

A tale offerta dobbiamo ora partecipare an­che noi. Per conto suo la Serva di Dio vi si im­pegnò con una promessa formale: «Prometto a Nostro Signore che ogni dieci minuti - col soc­corso della sua grazia e in ispirito di obbedienza - offrirò le sue Divine Piaghe all'Eterno Padre, e vi unirò tutte le mie azioni secondo le intenzioni del suo Sacro Cuore, per il trionfo della santa Chiesa, per i peccatori, per le anime del Purga­torio, per tutti i bisogni della mia Comunità... in espiazione delle mancanze che vi si commettono ».

La formula dell'offerta le fu suggerita da Gesù stesso: «Eterno Padre, vi offro le Piaghe di Nostro Signor Gesù Cristo per guarire quelle delle anime nostre ». Nello stesso tempo egli le ínse­gnò un'altra giaculatoria, la quale benchè non esprima direttamente l'atto di offerta al Padre, in quanto che è rivolta a Gesù stesso, pure concorda, nello spirito con la prima: giacchè tende essa pure a far valere i meriti della Passione: «Gesù mio, perdono e misericordia per i meriti delle vostre Sante Piaglie ».

In queste due Marta ripeteva non continuamente è per meriti invocazioni - che Suor M. soltanto ogni dieci minuti, ma compendiato tutto lo spirito proprio della devozione della Chambon, che è so­prattutto spirito di riparazione e di apostolato.

121. - Abbian detto che questo elemento pro­prio e specifico della devozione della Chambon

adatta la devozione tradizionale verso le Cinque Piaghe alle esigenze più sentite della pietà moderna.

E' di questa l'esigenza sociale ed apostolica, per cui la preghiera, la de­vozione, la pratica stessa della virtù e del sacrifi­cio è indirizzata, oltre che all'unione con Dio e al proprio perfezionamento spirituale, anche al­l'espiazione dei peccati altrui, all'impetrazione delle grazie necessarie per la Chiesa e per le ani­me, alla soddisfazione per le anime del Purgato­rio. Ad essa si intona il culto eucaristico, nello sviluppo che venne prendendo dal Cinquecento in poi; ad essa in particolar modo si ispira quel rin­novamento della devozione al S. Cuore, che fu iniziato a Paray-le-Monial.

Con il movimento di Paray appunto, la devo­zione della Chambon presenta notevoli analogie. Oltre quella sostanziale testè indicata, per cui pare che l'uno e l'altro movimento abbia l'iden­lico scopo di esprimere nel linguaggio dei tempi moderni le due grandi devozioni medievali, ab­biamo ancora in ambedue una determinazione più precisa dell'oggetto delle rispettive devozioni, l'introduzione di nuove pratiche, la scelta di un'anima privilegiata che viene come investita di una particolare missione, la formulazione di gran­di promesse per coloro che praticano la devo­zione, ecc.

Viene perciò spontaneo pensare che l'umile conversa visitandina di Chambéry fosse destinata dalla Provvidenza a compiere nei riguardi della devozione alle Cinque Piaghe, quello che la sua grande consorella, S. Margherita Maria, aveva fatto per la devozione al S. Cuore.

Abbiamo del resto anche dichiarazioni espli­cite in questo senso. «Dio ti ha scelta - le disse un giorno S. Francesco di Sales - per comple­tare la devozione al S. Cuore; il Cuore di Gesù è stato mostrato alla mia Figlia Margherita Maria, e le Sante Piaghe alla mia piccola Maria Mar­ta?... ». Ed altra volta la Madonna: « ... La Bea­ta Suor Margherita Maria ha ricopiato il S. Cuo­re del mio Figlio, per donarlo al mondo... e tu, figlia mia, tu sei prescelta per placare la Divina Giustizia, facendo valere i meriti della Passione e delle Sante Piaghe del mio unico e diletto Figlio Gesù ».

122. - Sarebbe oltremodo interessante, date queste premesse, svolgere ulteriormente il paral­lelo tra i due movimenti devozionali. Ma il tempo ci pare ancora immaturo per un simile compito.

Limitiamoci qui a rilevare, accanto alle ana­logie, anche le differenze, non meno significative. Soprattutto la portata e l'ampiezza delle ri­spettive «missioni » affidate alle due anime privi­legiate, ci pare notevolmente diversa.

A S. Margherita Maria il Signore chiedeva l'istituzione di una Festa speciale in onore del S. Cuore, la pratica di importanti esercizi di devo­zíone: quali l'Ora santa, la Comunione riparatrice nei primi venerdì d'ogni mese, l'ammenda onore­vole la diffusione del culto del S. Cuore, con l'invito rivolto al re stesso di costruire una Cap­pella nel suo palazzo e di porre l'Immagine del S. Cuore sugli stendardi reali, ecc.

Nulla di così grandioso nella missione di Suor Maria Marta. Fatta astrazione da ciò che era ri­chiesto a lei personalmente, le pratiche nuove che la Chambon ebbe l'incarico di istituire e diffon­dere, si riducono a due: l'Ora Santa e l'uso delle due giaculatorie sopra indicate.

Inoltre a S. Margherita Maria il Signore aveva assegnato un valido collaboratore nella persona del Padre de la Colombière, manifestando insieme chiaramente l'intenzione di impegnare nella dif­fusione del culto del. S. Cuore il grande Istituto cui quegli apparteneva, la Compagnia di Gesù: come già vi aveva impegnato l'intero Ordine della Visitazione.

La Chambon invece rimase sempre sola, e per­ciò anche la sua azione di umile conversa non oltrepassò mai il recinto della sua Comunità religiosa.

Di conseguenza anche i risultati delle due missioni - a quanto è dato giudicare attualmente e dall'esterno - sono stati notevolmente diversi.

Allo sviluppo grandioso della devozione di Paray, che ha portato alla Festa con ottava del S. Cuore di Gesù estesa a tutta la Chiesa, alla pratica universale e tanto confortante della Comu­nione dei primi venerdì, all'Apostolato della Pre­ghiera, alla Consacrazione del genere umano al S. Cuore, ad una imponente produzione teologico­ascetica ecc., non fa riscontro un successo analogo da parte del movimento della Chambon.

Evidentemente non tocca a noi indagare i mo­tivi a ciò: essi appartengono al segreto della Di­vina Volontà. Osserviamo soltanto che ciò non va imputato a Suon Maria Marta, quasi che essa fosse venuta meno al suo compito. Da parte sua essa fece tanto quanto era in suo potere per compiere la missione: di cui era stata investita. La devozione alle Sante Piaghe fu, per suo mezzo, solidamente stabilita nella Comunità di Chambéryl e la Co­munità a sua volta spiegò una grande attività nel diffondere la devozione fra le anime.

Oggi si può dire che la devozione alle Sante Piaghe secondo lo spirito della Chambon è cono­sciuta e praticata in tutto il mondo.

123. - Il movimento iniziato da Suor Maria Marta Chatnbon si inserisce in un nuovo e più ampio movimento di risveglio della devozione al­la Passione ed alle Cinque Piaghe, di cui non è difficile avvertire i sintomi.

I gravi avvenimenti che hanno turbato questi ultimi decenni, con i conseguenti rivolgimenti po­litici, sociali e morali, se da una parte hanno al­lontanato molte anime da Dio, ne hanno richiamate molte altre ad un sentimento più profondo della propria vocazione soprannaturale, ad una pratica più intensa e impegnativa della vita cristiana.

Si torna così a comprendere di più, ora, il posto che spetta a Gesù Crocifisso nella vita spiri­tuale.

Ma non è nostro compito dilungarci qui a de­scrivere tali sintomi di risveglio, perchè si tratta per lo più di manifestazioni particolari e spesso personali, che appartengono piuttosto alla crona­ca che alla storia. Termineremo perciò qui il no­stro rapido volo, confidando che i pochi cenni sto­rici con cui abbiamo cercato di illustrare quelle manifestazioni che contribuirono in modo positi­vo al progresso ed alla diffusione del culto delle Cinque Piaghe nell'età moderna, siano sufficienti a mostrarne la vitalità e la perenne attualità per la vita spirituale.

 

CONCLUSIONE

124. - Dall'indagine, per quanto sommaria, condotta sullo sviluppo della devozione alle Cin­que Piaghe, emergono con sufficiente chiarezza i lineamenti propri della sua fisionomia.

Non rimane ora che da raccogliere e sottolineare qui a modo di conclusione alcune osser­vazioni più importanti intorno alla sua natura e al suo significato, per completare così, riallaccian­doci a quanto scrivemmo nell'Introduzione circa la devozione alla Passione in generale, il quadro della nostra esposizione.

125. - E' chiaro anzitutto che la devozione alle Cinque Piaghe non è che una forma particola­re della devozione alla Passione e ne ripete gli atteggiamenti fondamentali.

Essa ha sì la sua prima origine nel racconto evangelico delle apparizioni di Gesù risorto, e si rivolge certamente, come a proprio oggetto, anche alle Ferite gloriose conservate dopo la Risurrezione. Ma non per questo si ispira al mistero della Risurrezione, bensì sempre a quello della Passione.

Le Cinque Piaghe, sia quelle sanguinanti e dolorose del Crocifisso, come quelle gloriose e splendenti del Risorto, sono essenzialmente segni della Passione e come tali sono considerate dai devoti.

Quindi esse; come tutti gli altri particolari della Passione, eccitano nell'animo sentimenti di compassione, volontà di partecipazione alle soffe­renze del Crocifisso. slancio verso l'amore e l'immedesimazione con lui: gli atti fondamentali in­somma della devozione alla Passione.

126. - Tuttavia fra tutte le varie forme di de­vozione alla Passione, il culto delle Cinque Piaghe si distingue per certe caratteristiche ben definite, che. gli conferiscono una sua fisionomia propria. Di tutti i particolari della Passione le Cinque Piagale sono il più cospicuo ed impressionante: acerbior Passionis pars, come diceva S. Pier Da­miani.

Per le Ferite delle mani e dei piedi Gesù fu confitto alla Croce: cosicchè fra tutte le sue sof­fereuze furono esse che causarono più direttamen­te la monte e diedero compimento al grande dram­ma. Ancora, attraverso queste Ferite, non super­ficiali ma profonde e penetranti, egli sparse la maggior copia del suo Sangue: del quale poi, con la Ferita del costato, completò l'effusione, quasi a suggellare la pienezza della sua immolazione.

In esse ben si può dire che si assómmi tutto il dolore, tutta l'umiliazione ed insieme tutto il valore e l'efficacia redentiva della Passione: sic­chè più che come un momento particolare di essa, possono essere considerate, e lo furono già dai Pa­dri, come un compendio ed una sintesi.

Il fatto poi che Gesù Risorto le abbia volute ritenere nel suo Corpo glorioso quali segni perpe­tui della Passione, è insieme conferma e manifesta­zione di tale loro particolare valore.

Già da ciò si comprende che le Cinque Piaghe non solo siano divenute oggetto di devozione, come altri particolari della Passione, ma che il culto ad esse rivolto si sia anche affermato nella storia della pietà cristiana come la forma principale del­la devozione verso il grande Mistero.

127. - Eppure tutto quanto esprimono le Cin­que Piaghe considerate così nella loro realtà, non rappresenta che in parte la potenza del loro lin­guaggio.

In parte assai notevole, infatti, tale potenza è dovuta al simbolismo di cui esse furono costantemente ed abbondantemente rivestite. Si deve anzi affermare che appunto dal simbolismo la devozio­ne alle Cinque Piaghe ha tratto i suoi motivi ori­ginali ed i lati caratteristici, come s'è potuto ve­dere dalla storia di essa.

Pochi oggetti di devozione, crediamo, furono rivestiti di un ammanto di simboli così ricco e svariato. Le Cinque Piaghe sono apparse via via come medicina alle ferite dell'anima, come caverne scavate nella roccia, rifugio contro lo sparviero, fontane o pozzi di misericordia, botteghe del San­gue redentore, porte o finestre del Cuore di Gesù, ecc.

Non tutti certamente i simboli sono egualmente felici ed espressivi. Ma comunque si vede sem­pre la cura di cogliere e manifestare per mezzo dell'espressione simbolica il significato ed il va­lore più intimo delle Cinque Piaghe, anzi della Passione stessa, di cui esse sono parte.

La Passione con tutte le sue sofferenze appa­re dato all'anima come un mistero immenso di dolore e di umiliazione che colpisce il sentimen­to. Ma il dolore di Gesù non mira soltanto a com­muovere: esso ha un profondo significato ed un valore che vuol essere compreso. Esso è prezzo della nostra Redenzione, dimostrazione incomparabile dell'amore di Gesù per noi, incitamento al­la pratica della virtù e del sacrificio, sostegno sal­dissimo della nostra fiducia. Nel dolore della Pas­sione si manifesta nel modo più pieno e più vivo tutto quello che Gesù è per noi: di tutto ciò quel dolore è come lo specchio.

Ora è appunto l'espressione sempre più chiara di tutto ciò che i devoti han voluto cercare nel simbolismo spesso ardito, talora anche sorpren­dente, delle Cinque Piaghe.

Quando esse sono indicate come «caverne nella roccia», si vuol significare - e lo dice chia­ramente S. Beda Venerabile - che la Passione del Signore è il miglior rifugio dell'anima contro le tentazioni del demonio.

Quando in esse si vedono altrettante fontane o pozzi di misericordia, la metafora indica che il dolore della Passione è la manifestazione e la pro­va massima dell'amore efficace di Dio verso l'uma­nità.

E quando ancora le Cinque Piaghe appaiono come porte aperte sul Cuore di Gesù, è lo stesso concetto che si vuol esprimere: indicandovisi inol­tre che la Passione è il massimo incitamento, per l'uomo, a corrispondere a quell'amore, la via ob­bligata per giungere all'unione e all'immedesima­zione con Cristo.

128. - Sotto questo punto di vista dei valori simbolici si presentano particolarmente interes­santi i rapporti fra le Cinque Piaghe ed il S. Cuo­re di Gesù.

La scoperta, diciamo così, del S. Cuore, e l'i­nizio del culto di esso segnano indubbiamente la tappa storicamente e spiritualmente più notevole di tutto il movimento della devozione all'Umanità di Cristo. Indirizzandosi infatti verso il Cuore in­teso quale simbolo dell'amore, questa devozione ha dato il massimo impulso a quello che è il suo elemento più importante e la meta cui mira in ogni sua forma: all'amore unitivo cioè di Gesù, allo slancio verso l'immedesimazione con lui. Nelle espressioni degli Autori spirituali, come nelle apparizioni stesse di Cristo a S. Gertrude e a S. Margherita Maria, la manifestazione del S. Cuo­re è costantemente indicata come il supremo in­vito alle anime, il mezzo più efficace per attirarle all'amore di Dio.

Ora tale splendida valorizzazione del Cuore di Gesù nella vita spirituale è legata appunto in­timamente al simbolismo delle Cinque Piaghe.

E' infatti attraverso le aperture delle Ferite che S. Bernardo scorse il S. Cuore: Patet arca­num cordis per foramina corporis.

Nè si pensi che ciò sia dovuto semplice­mente al caso o ad un geniale artificio di S. Bernardo. La connessione tra il S. Cuore e le Fe­rite della Passione è reale e strettissima.

Il Cuore è naturalmente simbolo dell'amore. Ma qual'è la massima manifestazione dell'amore di Gesù, se non la Passione? In essa più che in qualsiasi altro Mistero della sua vita, Cristo profu­se le misteriose ricchezze del suo amore. Era quin­di naturale che dalla Passione, e dalle Ferite in particolare, che di essa sono la acerbior pars si sa­lisse alla considerazione dell'amore di Gesù e si arrivasse alla scoperta della sua simbolica fonte, il S. Cuore.

Questa riflessione, mentre da una parte illu­stra l'origine e la vera indole del culto del S. Cuore, vale dall'altra a definire meglio di qualsiasi altra considerazione, quale sia la posizione che oc­cupa il culto delle Cinque Piaghe nella devozione all'Umanità di Cristo e in quella alla Passione in particolare. Mettendo, con un elevato simbolismo, le Cinque Piaghe in rapporto con il S. Cuore, tale culto mira a porre in luce il valore della Passione come mistero d'amore, a farla apparire come il frutto più squisito del. Cuore di Gesù.

S. Tommaso nel determinare i vari motivi per cui Cristo scelse la via della Passione a preferenza di qualsiasi altra per compiere la Redenzione, mette in primo luogo quello di dare, per mezzo della sofferenza e della morte, la manifestazione massima dell'amore. Ed è questo certamente, tra i vari aspetti sotto cui si può considerare il si­gnificato della Passione, il principale.

Ora esso è pure il più proprio e peculiare del­la devozione alle Cinque Piaghe: la quale perciò da esso ricava i tratti della sua fisionomia che mag­giormente la distinguono fra le altre forme particolari della devozione alla Passione. Si constata facilmente come nella devozione alle Cinque Pia­ghe abbia sempre avuto una parte preponderante lo slancio verso l'unione intima, verso l'amore trasformante per Gesù paziente. Di fronte all'impor­tanza assunta da questo atteggiamento, la parte avuta nel culto delle Cinque Piaghe dal sentimento di compassione e dallo stesso sforzo ascetico di imi. tazione, è di minor rilievo.

Si può ben dire che la devozione alle Cinque Piaghe sia essenzialmente una devozione all'amo­re di Gesù manifestato nella Passione.

129. - E' titolo di grande merito per la devo­zione alle Cinque Piaghe l'aver contribuito a met­tere sempre più in luce la Passione come mistero d'amore e di aver così preparato ed alimentato il culto di tale amore, concretato nella devozione al S. Cuore.

La devozione al S. Cuore si è poi man mano affermata, specialmente negli ultimi secoli, con un vigore potente ed ora è, senza confronti, la più sentita e la più diffusa forma di devozione al­l'Umanità di Cristo: tanto che all'osservatore su­perficiale parrebbe che essa abbia addiritura sop­piantato e sostituito nella pietà dei fedeli la de­vozione alle Cinque Piaghe.

Ma non si deve dimenticare che fu proprio questa devozione che preparò il trionfo di quella. E soprattutto va ricordato che come la devozione alle Cinque Piaghe fu storicamente il l preludio di quella al S. Cuore, così logicamente ne è il più efficace e sicuro sostegno.

Se infatti il Cuore di Gesù è visto come la fon­te del suo amore, la Passione ne è la manifestazio­ne massima, il frutto per eccellenza e quindi anche, per così dire, la misura più adeguata. Solo attra­verso di essa è possibile intendere il S. Cuore.

In verità non si può dire che la devozione alle Ferite della Passione abbia perduto la sua vitalità in seguito alla diffusione del culto del S. Cuore. Soltanto è vero che non sempre nè da tutti è posta nel dovuto risalto l'intima connessione fra le due devozioni.

Ora è appunto tale intima connessione, storica e logica, che dà insieme il senso vero del culto del S. Cuore e, definisce nel modo migliore la natura del culto delle Cinque Piaghe.

Considerando soprattutto sotto questa luce le Ferite della Passione, noi troviamo pienamente giustificate le seguenti espressioni del P. FABER, con le quali chiudiamo volentieri il nostro studio: « Se io dovessi scegliere una cosa sola la qua­le servisse di intiero e totale memoriale del mio Salvatore, sceglierei la conservazione delle sue Stimate. Essa significa tante cose, e le significa così teneramente! Quando uno che amiamo fa qualche cosa che ritrae più del solito la sua indole, il no­stro amore balza di gioia; e quando lo fa inaspet­tatamente, i nostri cuori ardono tanto più per tale sorpresa. In questo della conservazione delle Cicatrici delle sue sante piaghe, Gesù ritrasse, de­scrisse, espresse se stesso come in un conciso Van­gelo. Per mezzo di questa chiara affezione che serbasi intatta fra i fulgori di quella gloria pasquale, per mezzo di questa reliquia della passione conservata fra gli splendori della Risurrezione, mi pare di conoscere meglio Gesù e avere maggior certezza di conoscerlo rettamente».