DIO, L’UNIVERSO, CRISTO

ILDEBRANDO ANTONINO SANTANGELO - COMUNITÀ EDITRICE - ADRANO (CT) 2003

PREFAZIONE

È con grande gioia che questa Comunità Editrice prosegue nella pubbli­cazione dell'inedito Disegno Nascosto (di Dio), scritto dal suo compianto e venerato fondatore, Padre Ildebrando Antonino Santangelo, proclamato « Servo di Dio » dall'Arcivescovo emerito di Catania, mons. Luigi Bomma­rito, il 6 maggio 2002, in sede di apertura del relativo processo di beatifi­cazione e canonizzazione.

Quello presente, su Dio, l'Universo e Cristo, costituisce proprio il capito­lo iniziale del « Disegno Nascosto », da cui abbiamo già tratto e pubblicato « I doni dello Spirito Santo », « Tornerò da mio padre », « Il Paradiso », « La Messa fonte della Vita », « Cristo ieri, oggi sempre », e « Le tre età del­l'uomo ».

Nel libretto che avete tra le mani, il Servo di Dio si sofferma particolar­mente sull'immensità di Dio che si manifesta nella grande opera del creato: « Dio - scrive Padre Santangelo - infinitamente perfetto e felice in se stes­so, spinto dalla sua infinita bontà ha voluto partecipare ad altri le sue per­fezioni. E fin dall'eternità ha concepito ed ordinato un piano di infinita sa­pienza da attuarsi nel tempo ... Questo piano cominciò ad essere attuato con la Creazione ... ». Creazione dell'universo e creazione dell'uomo, come ben sottolinea il sempre attuale Concilio Ecumenico Vaticano II: « Questo progetto scaturisce dall'amore fontale, cioè dalla carità di Dio Padre il quale, essendo il principio senza principio, da cui il Figlio è generato e lo Spirito Santo attraverso il Figlio procede, per la sua grande e misericordio­sa benignità liberamente creandoci ed inoltre gratuitamente chiamandoci a partecipare con lui nella vita e nella gloria, ha effuso con liberalità e non cessa di effondere la divina bontà, sicché lui che di tutti è il creatore, alla fi­ne possa essere tutto in tutti (1 Cor. 15,28), procurando ad un tempo la sua gloria e la nostra felicità. E piacque a Dio chiamare gli uomini alla partecipazione della sua vita non solo ad uno ad uno, senza alcuna mutua connessione, ma farli diventare un popolo, nel quale i suoi figli, che erano dispersi, si raccogliessero in unità» (Ad Gentes, 2).

Ma l'amore di Dio Padre nei confronti dell'universo e di tutta quanta l'u­manità non si è limitato al solo atto creativo, bensí si è manifestato, soprat­tutto dopo il peccato originale, con un immenso atto redentivo. Come? Con l'Incarnazione di suo Figlio, Gesú Cristo. Ed è proprio questo il secondo aspetto approfondito dal Servo di Dio, Padre Santangelo, nel presente lavoro: Dio che si rivela pienamente in Cristo. « Lo stesso giorno della cadu­ta dei nostri progenitori - scrive il nostro fondatore -, Dio promette l'In­carnazione del Verbo che avrebbe tutto riparato. Giunta la pienezza dei tempi, la seconda persona della SS. Trinità, il Figlio Eterno di Dio, si fa uo­mo e diventa anche figlio di di Maria.

« Con l'Incarnazione di Gesú, Dio raggiunge tutti i suoi obiettivi ed attua il suo mirabile Disegno Nascosto, preparato dall'eternità ... ».

« Crediamo che il Padre ha tanto amato il mondo - scrivono dal canto loro anche i Padri Conciliari facendo proprio il pensiero dell'evangelista San Giovanni -, da dare il Figlio suo per salvarlo; e che ci ha liberati dal­la servitú del peccato per mezzo dello stesso Figlio suo, tutto riconciliando in lui e per lui, ristabilendo la pace col sangue della sua croce, affinché fos­simo chiamati e fossimo realmente suoi figli ... » (Cfr. Messaggio dei Pa­dri Conciliari al mondo, III congr. gen. - 20 ottobre 1962).

« Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesú Cristo, che ci ha be­nedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli, in Cristo - scrive San Pao­lo agli abitanti di Efeso -. In lui ci ha scelti prima della creazione del mon­do, per essere santi ed immacolati al suo cospetto nella carità, predestinan­doci ad essere suoi figli adottivi per opera di Gesú Cristo, secondo il bene­placito della sua volontà. E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio diletto nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia che ha abbondantemente riversata su di noi con ogni sapienza ed intelligen­za ... In lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano di Colui che tutto opera efficacemente, affinché noi fossimo a lode della sua gloria ... » (EL 1,3-12).

Ed ancora: « È lui, il Padre, che ci ha liberati dal potere delle tenebre e ci ha trasferiti nel regno del suo Figlio diletto, per opera del quale abbiamo la redenzione, la remissione dei peccati. Egli è immagine del Dio invisibile, ge­nerato prima di ogni creatura, poiché per mezzo di lui sono state create tut­te le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibi­li ... Tutte le cose sono state create per mezzo di lui ed in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui. Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa, il principio, il primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su tutte le cose; perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando col sangue della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle nei cieli ».

« E anche voi - scrive sempre l'Apostolo ai Colossesi, in cui metaforica­mente vede tutta l'umanità corrotta dal peccato -, un tempo eravate stra­nieri e nemici con la mente intenta alle opere cattive che facevate, ma ora egli vi ha riconciliati per mezzo della sua morte del suo corpo di carne, per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili al suo cospetto ... » (Col. 1,13-22).

Con l'Incarnazione del Verbo - fa osservare Padre Santangelo - Dio può finalmente manifestare il suo infinito amore per l'uomo: « Gesú - pre­cisa - prende su di sé i peccati dell'umanità e, scontandoli col suo sacrificio, soddisfa completamente la giustizia di Dio ».

Ma dopo l'Ascensione di Gesú al Cielo - si chiede lo stesso Servo di Dio - chi sta continuando la sua missione salvifica? La Chiesa: assisti­ta dallo Spirito Santo fino alla consumazione dei secoli. Ecco, dunque, l'importanza e la grandezza del sacerdozio ministeriale (quello dei con­sacrati mediante l'Ordine Sacro), e comune (quello di tutti i battezzati, i cosiddetti laici).

« Dovendo Gesú continuare la sua missione nel mondo - precisa Padre Santangelo - ha istituito il sacerdozio, ossia ha deputato degli uomini par­ticolarmente chiamati ad agire in suo nome ed in suo potere... Il sacerdote è continuatore di Cristo ... Un dono cosí grande Dio lo ha voluto allargare a tutti gli uomini. Tutti, infatti, possono partecipare al Sacerdozio di Cristo secondo le proprie possibilità ».

«L’apostolato dei laici - rileva a tal proposito sempre il Vaticano II -, derivando dalla loro stessa vocazione cristiana, non può mai venir meno nella Chiesa. La stessa Sacra Scrittura mostra abbondantemente quanto spontanea e fruttuosa sia stata tale attività agli inizi della Chiesa. I nostri tempi, poi, richiedono non minore zelo da parte dei laici; anzi le condizio­ni odierne richiedono che il loro apostolato sia assolutamente piú intenso e piú esteso. Infatti, l'aumento costante della popolazione, il progresso scien­tifico e tecnico, le relazioni sempre piú strette fra gli uomini, non solo han­no allargato straordinariamente i campi dell'apostolato dei laici, in gran parte accessibili solo ad essi, ma hanno anche suscitato nuovi problemi che richiedono il loro sollecito impegno e zelo. Tale apostolato si rende tanto piú urgente in quanto l'autonomia di molti settori della vita umana si è as­sai accresciuta, com'è giusto, talvolta però con un certo distacco dall'ordine etico e religioso, con grave pericolo della vita cristiana » (Apostolicam Ac­tuositatem, 1).

Sappiamo bene, inoltre, che nella Chiesa vi è diversità di ministero ma unità di missione. Gli Apostoli ed i loro successori hanno avuto da Cristo la funzione di insegnare, santificare e governare in suo nome e con la sua au­torità. Ma i laici, resi partecipi della funzione sacerdotale, profetica e rega­le di Cristo, nella missione di tutto il popolo di Dio assolvono compiti pro­pri nella Chiesa e nel mondo. In realtà esercitano l'apostolato con la loro azione per l'evangelizzazione e la santificazione degli uomini, animando e perfezionando con lo spirito evangelico l'ordine delle realtà temporali, in modo che la loro attività in questo ordine costituisca una chiara testimo­nianza a Cristo e serva alla salvezza degli altri fratelli.

Siccome, poi, è tipico dello stato dei laici che vivano nel mondo ed in mezzo agli affari secolari, essi sono chiamati da Dio affinché, ripieni di spirito cristiano, a modo di fermento esercitino nel mondo il loro aposto­lato. Cosa, questa, che ci viene sempre ricordata dai Padri Conciliari: « Pertanto - scrivono - noi aderenti a Cristo non ci estraniamo dalle preoccupazioni e dalle fatiche terrene; anzi la fede, la speranza e la carità di Cristo ci spingono a servire i nostri fratelli, conformi in questo all'esem­pio del divin Maestro, che non è venuto per essere servito ma per servire (Mt. 20,28). Cosí anche la Chiesa non è nata per dominare ma per ser­vire. Egli ha dato la sua vita per noi e noi dobbiamo dare la vita per i fra­telli » (1 Gv. 3,16), (Cfr. Messaggio dei Padri Conciliari al mondo, del 20 ottobre 1962).

In forza del precetto della Carità, che è il piú grande comandamento del Signore, tutti i fedeli cristiani vengono sollecitati a procurare la gloria di Dio con l'avvento del suo Regno e la Vita Eterna a tutti gli uomini, affinché conoscano l'unico vero Dio e Colui che Egli ha mandato: Gesú Cristo (Gv. 17,3). Le nostre premure, pertanto, si devono volgere verso tutti, i piú umi­li, i piú poveri, i piú deboli. E sull'esempio di Gesú, come veri cristiani, dob­biamo provare pietà per tutti coloro che soffrono la fame, la miseria, l'igno­ranza, il peccato, costantemente rivolti verso coloro che, sprovvisti degli aiu­ti necessari, non sono ancora pervenuti a un modo di vita degno dell'uomo.

A tutti i cristiani, quindi, è proposto il nobilissimo onere di lavorare af­finché il divino messaggio della salvezza sia conosciuto ed accettato da tut­ti gli uomini, su tutta la terra.

La carità di Dio, « riversata nei nostri cuori per mezzo dello Spirito San­to che ci è stato dato » (Rm. 5,5), rende i laici capaci di esprimere real­mente nella loro vita lo spirito delle beatitudini. Seguendo Gesti povero, non si abbattono per la mancanza di beni temporali né si inorgogliscono per l'abbondanza di essi; imitando Gesti umile, non diventano vanaglorio-

si ma cercano di piacere a Dio piú che agli uomini, sempre pronti a lascia­re tutto per Cristo (Lc. 14,26) e a patire persecuzioni per la giustizia, me­mori della parola del Signore: « Se qualcuno vuole venire dietro a me, rin­neghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt. 16,24). Coltivando l'amicizia cristiana tra loro, si offrono vicendevolmente aiuto in qualsiasi necessità. Questo stile di vita spirituale dei laici deve, poi, assumere una pe­culiare caratteristica dallo stato di matrimonio e di famiglia, di celibato o di vedovanza, dalla condizione di infermità, dalla condizione professionale e sociale.

E chi possiamo avere e prendere come esempio da imitare?

Il Servo di Dio, Padre Santangelo non ha alcun dubbio: « Il primo sa­cerdote dopo Gesú è Maria. Essa è, appunto, chiamata Virgo Sacerdos. È colei che dà al figlio di Dio non semplicemente le cose degli uomini, ma gli uomini stessi; e dà a Dio il suo stesso Figlio ».

E conclude, Padre Santangelo: « A Gesú per Maria ».

GIUSEPPE PORTALE

 

L'OPERA DELLA CREAZIONE

1. IMMENSITA DI DIO

Dio, infinitamente perfetto e felice in se stesso, spinto dalla sua infinita bontà ha voluto partecipare ad altri le sue perfezioni. Fin dall'eternità ha concepito ed ordinato un piano di infinita sapienza da attuarsi nel tempo. L'eternità è di Dio. Le creature, infatti, hanno un principio, un punto d'inizio o di lancio, ma possono durare eter­ne. Questo piano cominciò ad essere attuato con la creazione; ma essendo di una sapienza e di una perfezione suprema non poteva dall'uomo assolutamente essere intravisto né, tanto meno, capito. Dio, cominciando a realizzare il suo piano nel tempo, con la rivela­zione cominciò gradualmente a preparare l'uomo a poterlo conosce­re. Cosí questo piano che fu il movente di tutta l'opera divina della creazione restò un Disegno nascosto, che doveva poi nella pienezza dei tempi, a fine e a completamento della divina rivelazione, essere rivelato. Questo è il mistero nascosto fin dalla costituzione del mon­do (Col. 1,26).

In principio Dio creò il cielo e la terra, cioè la materia. Dalla ma­teria informe, detta caos, Dio trasse le varie nebulose, una delle qua­li è la Galattica, da cui fu tratto il nostro sistema planetario. Il cielo in cui si muove la nostra terra è costituito dal sistema solare il cui centro è il sole, grande 1.301.000 volte piú della terra; esso si muo­ve con tutto il suo sistema verso la costellazione della Lira alla velo­cità di km. 25 al secondo.

Attorno al sole girano nove grandi pianeti, di cui uno è la nostra terra che compie il suo giro attorno al sole in 365 giorni percorren­do km. 19 ad ogni secondo. I pianeti a loro volta hanno 29 satelliti: la terra ne ha uno solo, la luna, che è 50 volte piú piccola della terra e compie il suo giro intorno ad essa in 28 giorni.

Le distanze del cielo sono immense e si calcolano pigliando come unità di misura lo spazio che percorre la luce in un minuto secondo, cioè km. 300.000. Partendo con questa velocità, dalla terra in un se­condo si arriva alla luna, in otto minuti al sole, in 5 ore all'estremità del nostro sistema planetario, cioè al pianeta Plutone. Tutti i nostri pianeti, compresa la terra, non possono essere visti da nessuna stel­la perché sono oscuri, cioè non sono sorgenti di luce, ma riflettono la luce del sole. Tutte le stelle invece sono sorgenti di luce, cioè sono altrettanti soli incandescenti come il nostro. Per arrivare alla stella piú vicina a noi, la Proxima Centauri, occorrono 4 anni luce.

La famiglia di cui fa parte il sole è la Nebulosa Galattica, o via Lat­tea, comprendente tutte le stelle che vediamo, quel complesso di stelle tanto lontane e tanto numerose che vediamo nel cielo, nelle notti serene, come una lunga nuvoletta bianca. La Galassia è para­gonabile ad uno spazio dalla forma di una colossale macina da mu­lino occupato da stelle. La maggior parte di queste stelle sono mol­to piú grandi del nostro sole. La distanza di una stella dall'altra si computa in anni luce. Il sole dista dal centro della Galattica circa 40.000 anni luce. Le stelle piú lontane distano da tale centro circa 60.000 anni luce. Il diametro della Galassia è di circa 120.000 anni luce; la sua circonferenza circa 377.000 anni luce.

Dentro questo colossale spazio girano vertiginosamente circa 200 miliardi di stelle, l'una ad immensa distanza dall'altra, apparente­mente immobili e vicine per la loro immensa distanza dalla terra; e si trova una massa di materia di circa 600 miliardi di volte piú gran­de del sole. Tutte le stelle della Galassia sono come una modesta fa­migliuola di fronte al resto dell'Universo. In esso esistono diversi milioni di nebulose simili alla nostra galassia. La nebulosa piú vici­na è quella di Andromeda, distante da noi un milione di anni luce. Tale distanza è tanto grande che Andromeda appare a occhio nudo come una semplice stella, mentre invece contiene circa 300 miliardi di stelle che si muovono in uno spazio la cui circonferenza è di circa 188.500 anni luce.

La Nebulosa piú lontana finora scoperta, che si trova in direzione della Chioma di Berenice, dista da noi circa 260 milioni di anni lu­ce, ma certamente ancora piú lontano ci sono tante altre Nebulose. Complessivamente si calcola che le Nebulose dell'Universo siano due milioni; ciascuna di esse è in media della grandezza della Galat­tica, cioè ha una quantità di materia di circa 600 miliardi di volte piú grande del Sole. Tali Nebulose ad occhio nudo neppure si vedono: quelle pochissime che si vedono sembrano appena una piccola stel­la. Un aeroplano che percorresse km. 1.000 all'ora, dovrebbe impie­gare 16 anni per arrivare al sole, 126.000 anni alla stella piú vicina, la Proxima Centauri; 108 miliardi di anni alla Nebulosa piú vicina cioè ad Andromeda. Un simile apparecchio praticamente non arri­verebbe mai alla Nebulosa più lontana.

 

Oh immensità di Dio! Considerando l'opera creata ci sentiamo stringere, quasi annichilire. Cosa è il Sole rispetto all'Universo? Me­no che un granello di polvere. Cosa è allora in confronto la Terra? Un nulla. Cosa è l'uomo? Un nulla. Umiliati spesso guardando le stelle dinnanzi alla grandezza dell'Universo e più ancora dinanzi al Sommo Iddio. Raccogliti spesso contemplando la sua immensità e prostrati per terra in profonda adorazione: « O Sommo Iddio io ti adoro, ti lodo, ti benedico. Quanto sono grandi le opere tue, ma quanto più grande sei tu! Adoro la tua immensità, piú grande della immensità del mare, del cielo e dell'Universo intero ».

Cosa è allora tutto quello che può possedere il piú ricco uomo sulla terra? Un ridicolo nulla. Quanto è stupido l'uomo quando vuol fare il grande dinanzi a Dio, quando si insuperbisce per un pugno d'oro o per quattro palmi di terra.

Se vuoi gloriarti, gloriati di essere figlio di Dio (se infatti lo sei) perché tutti questi universi sono del Padre tuo che sta nei cieli, sono la tua eredità e saranno quindi la tua proprietà quando avrai la for­tuna di andare in cielo. Sii sempre fedele a Dio, amalo, obbediscilo; non esporti per un pugno di fango a perdere per sempre tutti questi beni e, soprattutto, Dio stesso.

 

2. POTENZA DI DIO

Restiamo sbalorditi dinanzi alla grandezza del cielo, ma non mi­nore meraviglia oggi siamo in grado di osservare nella terra che cal­pestiamo, nell'acqua che beviamo e nell'aria che respiriamo. Il gra­nello piú piccolo di polvere che vola in aria scopando una stanza o polverizzando un po' di zolfo, di carbone ecc. è un mondo piú com­plicato. Questo granello piú piccolo di polvere sembra non potersi piú dividere; invece si può ancora dividere milioni di volte fino ad arrivare all'atomo. L’atomo è la parte piú piccola della materia ed è talmente piccola che occorrono, per es., 10 milioni di atomi di idro­geno messi in fila l'uno accanto all'altro per formare la lunghezza di un millimetro. Per formare un grammo di materia (di ferro o di car­bone ecc.) occorrono miliardi di miliardi di atomi.

In un centimetro cubo di idrogeno entrano 54 miliardi di miliardi di atomi che, se fossero messi l'uno dopo l'altro come grani di rosa­rio, formerebbero una catena lunga 60 miliardi di km., cioè 400 vol­te piú lunga della distanza che c'è fra la terra e il sole.

L'atomo, a sua volta, può dividersi, e difatti è stato diviso.

Che cosa c'è nell'interno dell'atomo? Possiamo immaginare l'ato­mo come il nostro sistema solare: un sole attorno a cui, a grande di­stanza, girano la terra e gli altri pianeti. Al centro dell'atomo sta il nucleo, o protone, che non è un corpuscolo definito ma un centro di forza elettrica positiva. Attorno ad esso girano gli elettroni. La quan­tità di elettroni presenti in un atomo costituiscono gli elementi della materia. Cosí, se c'è un solo elettrone abbiamo l'idrogeno, se due l'ossigeno, se 92 l'uranio, se 100 il centurio. Il protone è 2.000 vol­te piú pesante dell'elettrone, ma l'elettrone a sua volta è circa 2.000 volte piú grande del protone. La distanza dall'elettrone al protone è in sé quasi nulla, ma relativamente alla loro grandezza è immensa: sono piú distanti l'uno dall'altro di quanto lo sia la terra dal sole.

Gli elettroni girano attorno al protone diverse centinaia di miliar­di di volte ogni secondo, dando cosí il senso della continuità della materia.

La loro immensa energia è controbilanciata e tenuta a freno dal protone. Se questi elettroni potessero essere liberati svilupperebbero una energia spaventosa. In una sola goccia d'acqua c'è tanta energia atomica da fornire per un anno intero ben 200 cavalli a vapore.

Ormai tutti sappiamo i tremendi danni di una piccola bomba ato­mica; in essa gli atomi si rompono e gli elettroni vengono sottratti alla forza di attrazione dei protoni e messi in libertà. I protoni e gli elettroni di un kg. di radio, messi in libertà, producono effetti im­mensamente superiori a quelli di tutti gli esplosivi impiegati nella guerra mondiale simultaneamente. Quanta energia atomica svilup­peranno gli atomi della materia che compongono una montagna? La fantasia si perde. Quanta energia atomica potranno sviluppare i protoni o gli elettroni contenuti nella materia di un Oceano o del mondo intero se venissero liberati? Quanta tutto il sole? Quale è al­lora la energia di tutta la materia sparsa nell'Universo che costituisce le diverse centinaia di miliardi di stelle di ogni Nebulosa? Qualun­que immaginazione si perde; ci sentiamo schiacciati ed annichiliti, dinanzi all'infinito. Eppure ci dev'essere una forza infinitamente an­cora piú potente, capace di imprigionare tutte queste energie e di fre­narle. È Dio. Egli gioca con tutte le colossali energie dell'Universo, dopo averle prodotte dal nulla, e con la massima facilità le dirige e le manovra, le compone e le equilibra, imbrigliandole nelle sue eterne leggi, secondo le quali formeranno, a suo piacimento, la materia ap­parentemente inerte, la foglia delicata, il fiore profumato e l'agnello mansueto. Che cosa è, al confronto, l'uomo e tutta la sua potenza? Nulla. Eppure ogni giorno l'uomo, supremamente stupido, si inor­goglisce dinanzi a Dio, osa misurarsi con Dio, osa sfidarlo e provo­carlo con i suoi peccati. Povero stolto!

Basterebbe a Dio sottrarre la sua onnipotenza con cui mantiene a posto tutti gli atomi che gli costituiscono il corpo, per farglielo ri­durre all'istante in polvere, o meglio nel nulla.

 

Umiliati dinanzi all'altissimo Iddio che tutta questa infinita ener­gia creata ha racchiuso in infiniti mondi, i quali, a loro volta, sono ciascuno un prodigio colossale di infinitamente piccolo racchiuden­te potenza immensamente grande; prostrato nella polvere e treman­do adora e loda l'infinita potenza di Dio.

Abbi sempre un grande timore di Lui e non ti venga mai la stolta idea di sfidarlo e di provocarne la collera con dei peccati.

Chi potrà mai sopportare il caso tremendo dell'infinita giustizia di Dio, di quel Dio che tiene in pugno tutta la infinita energia dell'Uni­verso intero?

 

3. PROVVIDENZA DI DIO

Dio prepara la terra

« In principio Dio creò il cielo e la terra » (Gen. 1,1). La terra do­veva essere il teatro del Disegno Nascosto e Dio la preparò colle cu­re piú amorevoli perché potesse ospitare i suoi figli.

A tale fine Dio le diede le dimensioni, l'ubicazione, il moto e l'o­scillazione piú adatti a mantenere la vita.

Se la Terra fosse stata parecchio piú piccola non avrebbe avuto la forza di mantenere l'atmosfera; se fosse stata parecchio piú grande la densità e la pressione dell'atmosfera sarebbero state piú alte: in ogni caso la vita non sarebbe stata possibile.

Se la forza centrifuga della Terra fosse stata parecchio piú piccola, la Terra sarebbe stata molto piú avvicinata al Sole; se parecchio piú grande ne sarebbe stata molto piú lontana: nel primo caso la vita non sarebbe stata possibile per il forte caldo, nel secondo caso non sarebbe stata possibile per il forte freddo.

Se la Terra non fosse stata dotata del moto di rotazione attorno a sé, che compie in 24 ore dando origine al giorno e alla notte, sarebbe stata metà sempre illuminata dal Sole e metà sempre al buio: la vita non sarebbe stata possibile né nella parte buia per il fortissimo fred­do, né nella parte illuminata per il fortissimo caldo. Se il moto di ro­tazione si compisse in tempo molto piú breve o in tempo molto piú lungo la vita terrestre sarebbe fortemente compromessa per gli stessi motivi. Il Sole, infatti, col suo perenne dardeggiare, o gli eterni ghiac­ciai, avrebbero in breve tempo bruciato ogni vita vegetale e animale.

Se la Terra non fosse dotata del moto di oscillazione attorno al­l'asse che ne varia continuamente l'esposizione delle parti al Sole non avremmo le quattro stagioni con la conseguente coltivabilità della massima superficie terrestre. Una continua estate o un conti­nuo inverno farebbero perire la maggior parte delle nostre culture.

« Oh Signore, ti lodo, ti benedico e ti ringrazio per il caldo e per il freddo, per i giorni e per le notti, per l'estate e per l'inverno, per l'au­tunno e per la primavera ».

 

In principio la Terra era una massa di lava, cioè di pietre e di altri minerali ridotti allo stato liquido per il forte calore.

Pian piano la crosta terrestre si raffreddò: tutto era sciara, cioè pie­tra viva. Come poteva quell'infuriato oceano di pietra cambiarsi in terra morbida e pastosa, madre degli infiniti esseri vegetali ed ani­mali che la dovevano popolare? La provvidenza di Dio rifulge nel­l'ottenere gli effetti piú meravigliosi con i mezzi piú semplici.

a) Innanzi tutto fa assalire le pietre da una invasione di licheni, quella specie di squame rossicce e verdastre che popolano le tegole vecchie. I licheni hanno poco o nulla bisogno di umidità e traggono il loro sostentamento dalle pietre che vanno pian piano sgretolando; morendo, costituiscono su di esse un leggero strato terroso. Quindi sopra i licheni sopraggiunge un'invasione di muschi, che vegetano su quel leggero strato terroso, affondano maggiormente le radichet­te nella pietra e la dissolvono aumentando il terriccio e attraendo un po' di umidità dall'aria.

Sullo stesso strato di terriccio lasciato per secoli da innumerevoli generazioni di licheni, e di muschi, Iddio fa sopraggiungere un'inva­sione di erbe e di felci che, con la cooperazione delle intemperie, preparano il terreno per gli alberi, di secoli in secoli sempre piú gi­ganteschi.

b) Per cause nascoste alla sapienza umana succede nella terra un abbassamento improvviso di temperatura che fa precipitare le nubi in colossali nevicate. Cosí la terra, e particolarmente i monti, vengo­no invasi da immensi ghiacciai. Siamo all'epoca glaciale. I ghiacciai sono soggetti a due operazioni; scioglimento e movimento.

Sciogliendosi producono e alimentano i fiumi, che trascinano con sé polvere e detriti terrestri, e con essi formano le pianure e le spiag­ge. Muovendosi per l'immane forza della loro mole, levigano i mas­si sottostanti, e particolarmente le asperità delle rocce, trasportando con sé tutti i detriti raschiati. Questi detriti vanno accatastandosi nelle valli e nelle pianure, dove, sciogliendosi, vanno a finire i ghiac­ciai e vi costituiscono nel volgere dei secoli, sopra le pietre, immen­si depositi di arena e ghiaia (morene). Quivi Dio, successivamente, manda un'invasione di vermi di terra (lombrichi), i quali per trova­re qualche residuo di sostanza vegetale ingeriscono immensa quan­tità di morena, la triturano e riducono in terra. Cosí viene preparato il fior di terra per le piú splendide vegetazioni.

La terra si va preparando per ricevere l'uomo; ma bisogna che la temperatura diventi piú mite, che le piogge diventino più regolari, che l'aria diventi piú respirabile. L'epoca glaciale passa; Iddio richia­ma i ghiacciai nelle alte montagne e le acque si vanno meglio siste­mando negli attuali oceani.

 

Dio prepara le acque

Create le acque, Dio le riunisce negli Oceani. Per meglio conser­varle le fa salate ed amare. Bisognava però che dai mari andassero sopra la terra perché vi facessero germinare le piante e vivere gli ani­mali. Nessuna forma di vita vegetale o animale è possibile senza ac­qua. Come portare le acque dai mari sulle terre?

Dio provvede con un mezzo semplicissimo: con l'evaporazione. Ma perché tutti questi mari che costituiscono tre parti della superfi­cie terrestre contro una parte appena di terra ferma? Quale maggio­re abbondanza di viveri se fosse stato al contrario! Ma se le acque fossero state di meno e le terre di piú, le evaporazioni non avrebbe­ro potuto produrre piogge sufficienti da mantenere la vita sulla ter­ra. Perché poi le nubi fossero attirate e trattenute dalla terra Dio creò i monti che, per la differente temperatura della loro altitudine, fecero precipitare le nubi in piogge. Le acque marine cadendo nei campi e nei boschi avrebbero coi loro sali fatto seccare ogni vegeta­zione. Iddio provvide facendo lasciare alle acque nell'evaporazione tutti i loro sali. Perché la vita si svolgesse meno stentata e le coltu­re potessero meglio svilupparsi era necessario che l'uomo avesse sempre a sua disposizione le acque. Erano necessari dei grandi ser­batoi che alimentassero le sorgenti e i fiumi. A questo scopo Dio accentua l'altezza dei monti, e con ciò la depressione di temperatu­ra, sí da formare i ghiacciai. Ma questi, per la temperatura costante­mente sotto zero, non si sarebbero mai sciolti e le successive nevi­cate avrebbero di anno in anno aumentato il loro spessore fino a costituire montagne spaventose di ghiaccio, che avrebbero provoca­to il ritorno dell'epoca glaciale con la morte di tutti gli esseri viven­ti. Anche a questo Dio provvide con un mezzo semplicissimo, fa­cendo cioè mantenere la temperatura delle rocce montuose costan­temente sopra zero, sicché i ghiacciai invece di sciogliersi al di sopra si sciolsero al di sotto.

Le acque dei ghiacciai sciogliendosi pian piano, penetrano nella terra ed alimentano le sorgenti e i fiumi, che danno agli uomini l'ac­qua potabile e la possibilità di irrigare immense estensioni di terreno con incalcolabili benefici per l'agricoltura.

Nel frattempo Iddio fa loro svolgere un altro lavoro utile all'uomo: penetrando nella terra ne sciolgono i sali calcarei contenuti, che poi gocciolando lasciano nelle caverne sotterranee formando nel corso dei secoli le stalattiti e le stalagmiti. Queste, con l'andare del tempo ingrossano, riempiono tutto il vuoto delle caverne e formano le mi­niere di alabastro.

Qualche volta l'uomo pensa: « Quanta terra inutilizzata in questa montagna. Se queste fossero pianure, quante messi e quanta frutta avrebbero prodotto ».

Falso. Senza i monti, sorgenti delle acque, le stesse pianure non avrebbero potuto avere la loro fertilità.

Le acque, partendo dai mari con l'evaporazione, dissetano la terra con le piogge e le nevicate; e quindi nel mare ritornano per mezzo dei fiumi.

Il mare è il cuore del mondo. Da esso parte l'acqua, che è il san­gue della terra, e, dopo aver fatta germinare ed alimentare la vita, ri­torna al mare per ripigliare ivi la sua circolazione.

Ma tornando al mare vi trasporta immense quantità di sali. Que­sti aumentano notevolmente di giorno in giorno e, non potendo fuoriuscire con l'evaporazione, nel giro di pochi anni renderebbero le acque marine talmente amare e pesanti da far perire gli eserciti sterminati dei pesci, che tanta parte hanno nell'alimentazione della vita umana.

Iddio provvide con la creazione delle numerose specie di mollu­schi (coralli, ostriche, ricci, ecc.). Questi stanno sempre inchiodati allo stesso fondo nel quale trovano la culla e la tomba. Assorbono l'acqua, la purificano dai calcari e dai sali che contiene, e con essi si formano il guscio; le innumerevoli generazioni di molluschi lungo i secoli depositano con i loro residui calcarei strati su strati e vanno pian piano sollevando il fondo marino, accidentato co­m'è, fino a sopraelevarlo dalle acque. Cosí i molluschi in fondo al mare continuamente purificano le acque e preparano le nuove ter­re. Nelle zone torride, dove l'evaporazione è molto piú forte e le acque conseguentemente si mantengono piú salate, i molluschi, specie i coralli, prosperano molto di piú, sí da costruire le innu­merevoli isole Coralline del Pacifico, molte delle quali sono di re­centissima formazione. Cosí hanno origine tutte le terre montane e calcaree. In compenso, dalle nuove terre emerse, Dio, per man­tenere costante il rapporto fra terra ed acque, necessario alla vita terrestre, fa sprofondare altrove delle terre ferme mediante i bradi­sismi, il logorio delle onde e le sistemazioni del sottosuolo. Que­ste ultime producono i terremoti, i quali sono dalla Divina Provvi­denza ordinati per un piú grande bene: la vita della terra.

Ma con tutti questi movimenti della superficie del globo, con con­seguente emersione di terre e sommersione di altre, un bene piú grande Dio ha voluto preparare lungo le epoche geologiche per l'u­manità; le miniere di sali, di carbone, di petrolio, ecc., dovute a di­stillazione di enormi banchi di pesci alla secca, a sommersione e successiva emersione di enormi foreste vergini, ed evaporazione di grandi conche d'acqua marina, ecc.

« Oh mio Dio, quanto è grande la tua Provvidenza! Io ti adoro e ti ringrazio della infinita e amorosa cura con cui da secoli hai prepara­to questa terra perché mi accogliesse e mi alimentasse durante la mia breve prova ».

 

4. SAPIENZA DI DIO

Tutto l'Universo è opera della sapienza di Dio, ma dove essa mag­giormente risplende è nella vita vegetale e animale.

 

1) Regno vegetale

Il regno vegetale è la necessaria preparazione e condizione per la Creazione è la conservazione del regno animale. Tutta la nostra vita dipende da un processo meraviglioso e misterioso che si compie sot­to le foglie: sotto l'azione della luce solare le foglie assorbono l'ani­dride carbonica dell'aria (rendendo cosí questa respirabile agli ani­mali), liberano l'ossigeno e pigliano il carbonio, e lo combinano con gli elementi assorbiti dalle radici (particolarmente idrogeno, ossige­no, azoto) e lo trasformano in amido, cioè in materia organica. Tutto questo processo si chiama processo clorofilliano. L’amido si trasfor­merà quindi in zucchero, in essenze, in fecola, in cellulosa, in legno, ecc. Mediante il processo clorofilliano: si preparano i boschi i quali immagazzinano attraverso i secoli il calore solare e ce lo danno quando ci giova mediante la legna, il carbone, il carbon fossile; cre­scono le messi, i legumi, i giardini, che ci restituiscono il calore im­magazzinato mediante i cibi e i frutti, coi quali il nostro corpo si nu­tre ed ottiene le necessarie calorie per vivere e lavorare; crescono i pa­scoli che nutrono gli animali, mediante i quali il calore del sole si tra­sforma in carne e latte per completare la nostra nutrizione, in pelli e in lana per vestirci e mantenere in noi il calore interno proteggendo­ci dal freddo. Finalmente, mediante il frumento, la luce e il calore del sole si trasforma nelle bianche Ostie; queste, consacrate, ci danno la luce e l'amore di Gesú, a cui ci uniscono corporalmente e mediante cui ci fanno tornare a Dio, Sole degli eletti, principio d'ogni creazio­ne. E cosí la luce che viene dalla Luce, cioè il Verbo per cui tutto fu fatto, riporta tutto alla Luce e per essa alla Sorgente che è Dio.

« E Iddio disse: "La terra germogli, l'erba verdeggiante che faccia il seme, e alberi fruttiferi che facciano frutti secondo il loro genere, ed abbiano in se stessi il proprio seme sopra la terra"» (Gen. I,II).

E la terra si riempí e si rallegrò di erbe verdeggianti, di bionde messi, di fiori dai mille colori e profumi, di alberi dalle piú svariate forme e dimensioni.

Tutto proviene da un seme. Il seme è un prodigio della Divina Sa­pienza. Esso è sempre piccolo, molti semi sono addirittura invisibili (come quelli dei funghi, delle felci ecc.); quelli stessi piú grossi, spo­gliati dagli accessori del guscio e dei cotiledoni, creati dalla Divina Sapienza principalmente per fornire il cibo agli uomini, si riducono ad un microscopico germe. Questo germe ha il potere Divino di dis­solvere la materia, di assorbirla, organizzarla, vivificarla.

Il seme immerso nel buio della terra sa verso dove deve mandare le radici e verso dove deve mandare le foglioline. Dirige le radici ver­so sotto e le foglioline verso sopra, anche s'è messo a rovescio e pur non potendo distinguere sottoterra né il sopra né il sotto. Se ogni contadino avesse dovuto pensare a disporre col giusto orientamento ogni seme di frumento, di legumi, ecc., sotto terra, non sarebbe sta­ta possibile alcuna agricoltura.

Ogni germe sa ciò che deve diventare; affonda le sue radichette nella terra, ogni filo di radice distingue nel buio sotterraneo le so­stanze che dovranno giovare alle sue foglie, ai suoi rami, ai suoi fio­ri e ai suoi frutti; le assorbe e con una tecnica infinitamente intelli­gente, quale nessun laboratorio scientifico può neppur lontanamen­te imitare, le elabora per farle divenire un fiore di quel colore e di quel profumo, un frutto di quella grossezza e di quel sapore. Mentre l'uomo con tutte le sostanze della terra e con tutti i ritrovati della scienza non riesce a fare la piú piccola fogliolina e neppure la piú minuta cellula, Dio sullo stesso palmo di terra ottiene mille fiori e mille frutti dal colore, dalla forma, dal profumo e dal sapore l'uno differente dall'altro. Dove non arrivano tutti gli scienziati messi as­sieme, con tutti i laboratori chimici piú perfetti, ci riesce un piccolo germe che si perde tra le dita. Il germe sa quando verrà la primavera o l'estate o l'autunno o l'inverno e dispone il suo sviluppo e la sua organizzazione interna in modo da poter affrontare le piogge, i ven­ti, il gelo e la canicola, e da poter ricevere del bene da ogni stagione.

Il germe sa se le sue gemme e i suoi rami potranno resistere al troppo freddo o no; nel secondo caso in autunno fa cadere tutte le fo­glie perché con la loro respirazione non abbassino ancor di più la temperatura invernale e non muoia la pianta. Il germe sa che le sue foglie hanno bisogno di aria e di luce per assorbire l'anidride carbo­nica, fissarla nei processi clorofilliani e nutrirsene; e sviluppa i suoi rami in altezza e larghezza secondo l'ambiente per avere la migliore esposizione; dispone le sue foglie e non una su l'altra ma tutte in modo da poter essere illuminate dal sole. Ogni germe sa che il suo compito è di produrre il suo seme e con sapienza ammirabile adope­ra tutti i mezzi per riuscirvi. Se mentre è in erba viene reciso ributta una prima, una seconda, una terza volta finché non avrà potuto pro­durre i suoi semi. Se i suoi fiori soffrono dell'umidità notturna, nella notte li chiude; se l'acqua può disturbare la loro impollinazione e la loro legatura, quando s'appressa il maltempo nasconde i fiori sotto le foglie o li capovolge o ne apre e chiude i petali come ciglia.

Gli ovuli dei fiori per potere produrre il frutto debbono essere fe­condati da un granellino microscopico di polline che si può trovare nello stesso fiore o in fiore diverso. Il germe sa dove si trova il polli­ne fecondatore: se nello stesso fiore, il germe sa se l'antera che lo produce è piú lunga o piú corta della bocca dell'ovario (stimma). Nel primo caso manterrà il fiore eretto, nel secondo lo manterrà pendente perché il polline, cadendo in basso, possa in ogni caso en­trare nello stimma; se il polline si trova in fiore diverso il germe sa chi glielo dovrà trasportare, se il vento o gli insetti. Nel primo caso non si preoccupa né del colore né del profumo né del contenuto dei suoi fiori e li produce alla buona.

Nel secondo caso invece dà ai suoi fiori le forme e i colori piú bel­li, i profumi piú delicati ed il nettare piú dolce, ché altrimenti gli in­setti non verrebbero, non passerebbero di fiore in fiore e non po­trebbero quindi far fecondare e maturare nessun frutto. Ogni germe sa quali sorta d'insetti dovranno trasportare il suo polline e dà ai suoi fiori i colori, i profumi e le forme da tali insetti preferiti. Ogni germe sa se potrà trovare subito nella terra le sostanze adatte alla sua germinazione o no.

Nel caso positivo prepara soltanto i semi microscopici; nel caso negativo vi aggiunge le sostanze adatte a farlo germogliare e nella quantità necessaria per arrivare al grado di sviluppo che gli consen­ta di utilizzare le sostanze della terra e quindi crescere. Questo è il motivo della maggiore o minore grossezza dei frutti e dei semi.

Il germe sa come dovranno difendersi i suoi semi: se dovranno essere trasportati dal vento li fa leggerissimi, e se dovessero essere un tantino piú pesanti vi mette le alette o i piumini.

Se dovranno essere trasportati dalle acque o debbono permanere per parecchio tempo in terreni umidi li copre con tessuti impermea­bili; se dovranno essere trasportati dagli uccelli li protegge con gusci di legno durissimi e li riveste con uno strato di polpa dolce e appeti­tosa. Spesso le piante hanno trovate meravigliose per potersi diffon­dere.

Il penisco, ad esempio, ha bisogno di terreni paludosi. Per trovar­li munisce i suoi semi di un piumino i cui peli, col vento, si fregano fra di loro, si caricano di elettricità, si rizzano e cosi navigano col se­me in aria. Quando incontrano l'aria piena di vapore acqueo, presso i fiumi, sopra le paludi o gli acquitrini, i peli scaricano la loro elettri­cità nel vapore acqueo, quindi si afflosciano e, cadendo, depongono il seme sul terreno adatto.

Ma in verità il seme non sa nulla di tutto questo. C'è Qualcuno, però, che lo sa e che tutto ha disposto per Lui.

 

2) Regno animale

Dio disse pure: « Produca la terra animali viventi » (Gen. 1,24).

E furono create le innumerevoli specie di pesci, uccelli e mammi­feri che popolano e rallegrano i mari, la terra, l'aria. In ultimo fu creato l'uomo. L’organismo animale è di una complessità meravi­gliosa, immensamente superiore al vegetale ma, come questo, pro­veniente da un'unica microscopica cellula, formata dal padre e dalla madre, e contenente in potenza tutte le cellule del nuovo organismo con tutti i caratteri ereditari.

Una cellula è composta da un nucleo dalla parete elastica traspa­rente che contiene due nucleoli, da un numero immenso di granuli quasi impercettibili, da lunghi filamenti simili a serpenti e dai geni. I geni sono invisibili sotto qualunque microscopio; rappresentano le tendenze ereditarie delle cellule dell'animale che ne deriva, e abitano nei cromosomi, specie di bastoncini che si trovano nel nucleo. Fila­menti, nucleoli e granuli continuamente si agitano dentro la cellula.

La prima cellula, moltiplicandosi, dà alle due figlie un compito specifico. Comincia col dividerli in due gruppi: cellule fisse e cellule mobili. Quindi suddivide le cellule fisse in connettivali ed epiteliali e le mobili in diversi tipi di leucociti. Il compito che la prima cellula, unica depositaria ed organizzatrice della vita e dello sviluppo dell'in­dividuo, va quindi assegnando ai vari tipi cellulari diviene di mano in mano sempre piú complicato, differenziato e meraviglioso.

Alle connettivali viene assegnato il compito di formare il corpo, alle epiteliali quello di mantenerlo in vita e dirigerlo, alle mobili quello di difenderlo. Le connettivali cominciano a moltiplicarsi, a differenziarsi e a lavorare febbrilmente per la formazione del corpo.

Un gruppo di cellule connettivali sa che una massa di carne e di organi non può reggersi e allora cominciano a solidificarsi lungo tutto il corpo per costituire lo scheletro di sostegno. Sanno dove debbono formare una scatola di protezione per il cervello; dove del­le vertebre per far passare il midollo spinale e rendere nello stesso tempo eretta e flessibile la persona; dove delle costole per protegge­re i polmoni, dove delle stecche per sostenere gli arti. Sanno dove debbono spezzarsi, qual è il miglior modo di congiungersi per il piú libero movimento di ciascuna parte del corpo, ecc. Veramente non sanno nulla, ma l'Architetto Divino sa tutto e provvede.

Un gruppo di cellule comincia a formare il cuore.

Questo è la centrale idraulica che mette tutti gli organi in attività; fermandosi lui, tutto si ferma. Il cuore, conoscendo l'importanza della sua funzione, dispone un complesso di misure tecniche di si­curezza per non fermarsi mai (dilatazione e contrazione delle arte­rie, regolamento delle sue e delle loro valvole, ecc.), per mandare in ognuna delle innumerevoli arterie e dei capillari la giusta quantità di sangue.

Un altro gruppo di cellule comincia a trasformarsi in arterie e in vene per collegare i vari organi col cuore e portare a ciascuna di es­se il sangue nutritivo. La prima cellula sa che il sangue di ritorno al cuore ha perso la sua forza di propulsione ed allora ordina alle sue vene di fabbricarsi internamente un immenso numero di valvole per spingere il sangue fino al cuore. Ma veramente la prima cellula non sa nulla e non ordina nulla; è la Sapienza di Dio che prevede e prov­vede. Un altro gruppo di cellule pensa ciò di cui dovrà alimentarsi il sangue e quindi tutto il corpo, e nei punti lasciati accuratamente li­beri dai muscoli della carne, nella loro crescita, sviluppa il tubo di­gerente che si apre per ricevere gli alimenti, ingrossa formando lo stomaco per digerirli, quindi si restringe, si allunga e si attrezza con innumerevoli mucose e papille per assorbire le sostanze e infine si riapre per mandar via i rifiuti.

Le cellule epiteliali a loro volta cominciano a moltiplicarsi e a dif­ferenziarsi per far vivere l'organismo e dirigerlo. Un gruppo si va a disseminare nei punti strategici del corpo e comincia a formare nel punto piú adatto per ogni organo e per ogni ghiandola i polmoni, la milza, il pancreas, la tiroide e tutte le altre ghiandole endocrine. Cia­scuna di queste sviluppa una sostanza, o umore, o altra operazione biochimica complicatissima e interessante la vita e il benessere di tutto l'organismo.

Un altro gruppo di cellule epiteliali costruisce il centro di coman­do, dentro la scatola cranica, e vi impianta una doppia rete di servi­zi: il sistema nervoso centrale, o cerebro-spinale cosciente e volonta­rio che comanda i muscoli; il sistema simpatico autonomo ed inco­sciente, che comanda gli organi.

Il sistema nervoso centrale presiede a tutte le operazioni esterne del corpo mediante le quali l'uomo dovrà mirare gli esseri del mon­do, trarne il massimo piacere, muoversi e dominare. Quindi provve­de a circondare il corpo e particolarmente la faccia per dare ai suoi occhi e alla sua fisionomia una potenza fascinatrice e la capacità di esprimere i sentimenti interni dell'anima e degli stati interni del cor­po, perché siano uno specchio dell'anima e del corpo (ogni malattia ed ogni passione lasciano una traccia di sé nell'occhio: una scienza, 1'iridologia, cerca dallo studio dell'occhio dell'uomo di fare la storia dell'uomo stesso, quella dei suoi dolori fisici passati e delle sue pas­sioni), si stende nelle braccia e nelle mani per dar loro tutte le possi­bilità di movimento per prendere i corpi, lavorarli, guidarli e domi­narli; si stende nelle gambe e nei piedi per dare loro la possibilità di muoversi in ogni senso e dominare il mondo.

Il sistema simpatico dipendente dal cerebro-spinale, presiede a tutte le operazioni interne degli organi. Un ramo di cellule nervose esce dal cervello e si dirige verso le occhiaie, lasciate appositamente vuote dalle cellule connettivali nel lavoro di costruzione dello sche­letro. Ivi formano un gabinetto cine-fotografico, di inimitabile perfe­zione: gli occhi. In essi si regola automaticamente l'obiettivo, si fab­brica ininterrottamente la pellicola per la presa delle immagini, si imprimono, sviluppano e si trasmettono al cervello le immagini.

Tutte queste operazioni si compiono in una frazione infinitesima­le di secondo e ininterrottamente si ripetono. Mediante gli occhi il cervello potrà aver trasmessi i colori, i rilievi e le forme degli esseri.

Un altro ramo di nervi parte verso i padiglioni appositamente preparati nelle tempie e vi dispone un gabinetto acustico perfettissi­mo che riceve i suoni e li trasmette al cervello e gli dà la possibilità misteriosa di poterli percepire.

Un altro ramo si dirige verso la bocca e vi dispone ed attrezza le proprie cellule in modo da poter percepire i sapori delle cose. Un al­tro ancora va a costruire nelle trombe d'aria del naso, appositamen­te preparate dalle cellule connettivali, un'attrezzatura di cellule capa­ci di far percepire le vibrazioni suscitate dalle percussioni di particel­le essenziali, cioè gli odori delle cose.

Un altro ramo si distende in tutta la superficie del corpo, ne for­ma la pelle per difenderlo dal freddo e dal caldo, dall'acqua e dalla polvere, dai gas e dalle infezioni; vi dispone le proprie cellule in mo­do da percepire la morbidezza e il calore dei corpi (tatto).

Ma c'è tutta la vita interna da regolare e se dovesse essere rego­lata dall'uomo richiederebbe un gran numero di meccanici, e di in­gegneri.

Un ramo del simpatico provvede al movimento dei polmoni per la respirazione, un altro a chiudere lo stomaco appena arrivano i ci­bi e a contrarlo in tutti i sensi per fare attaccare dai succhi gastrici tutte le particelle di cibo e digerirle; quando si accorge che tutti i ci­bi sono digeriti riapre lo stomaco, al piloro, per farli passare agli in­testini che dovranno assimilarli; altre ramificazioni provvedono a suscitare gli stimoli della fame e della sete, quando si accorgono che il corpo ha bisogno di acqua o di sostanze nutritive; un altro prov­vede agli stimoli dell simpatia per la conservazione della specie; un altro al senso dell'equilibrio e dell'orientamento; un altro invade tut­ti gli organi, vi fa da guardiano della salute, dando l'allarme a tutto il corpo col senso del malessere quando si accorge che qualcosa va male e c'è di bisogno l'intervento dell'uomo per ripararlo, ecc... Il germe assegna alle cellule mobili il compito di nutrire e difendere l'organismo. Le cellule mobili costituiscono il sangue che circola nelle vene e nelle arterie; un sottoprodotto del sangue è la linfa, for­mata dall'acqua e dai leucociti del sangue; essa attraverso i vasi ca­pillari penetra nell'interno dei tessuti e degli organi.

Il sangue di un uomo normale contiene 30 mila miliardi di glo­buli rossi e 50 miliardi di globuli bianchi. Il germe sa quanti globuli rossi e quanti bianchi deve formare; se il rapporto dei globuli bian­chi coi rossi non è questo, se i globuli rossi o bianchi sono di piú o di meno, il corpo cade gravemente ammalato e si avvia alla morte. Ma il germe sa tutto questo e fa le cose in regola a meno che una causa esterna non distrugga o turbi la sua opera. Ma veramente il germe non sa nulla di tutto questo. In sua vece lo sa l'infinita Sa­pienza di Dio che tutto ordina con precisione.

I globuli rossi sono sacchi di emoglobina: portano il nutrimento in ogni cellula e ne riportano via i rifiuti. L'ossigeno è necessario per l'attività cellulare, la quale a sua volta produce il calore necessario per il mantenimento della vita (basterebbe, ad es. che il cervello re­stasse un solo minuto senza l'ossigeno portato dal sangue per avve­nire subito la morte).

I globuli bianchi sono elementi unicellulari di diverse specie. Cor­rono nel sangue come pesci nel fiume, sfuggono dagl'interstizi capil­lari e si arrampicano sulle superfici delle cellule di tutti gli organi e di tutti i vasi: sono l'esercito territoriale dell'organismo. Loro compi­to è di vigilare per la salvezza di tutto il corpo e di combattere e di­struggere tutti i nemici che vogliono in esso entrare per rovinarlo. Appena si accorgono dell'ingresso di germi infettivi in un punto qualunque dell'organismo corrono ad assalirli: li imprigionano e se li divorano. Se i germi assalitori sono molti e l'infezione è grande i leucociti piú propinqui chiamano rinforzo: immediatamente accorre un gran numero di compagni ed in breve sgominano gli assalitori e li divorano. Se poi gli assalitori sono moltissimi e violentissimi, i leucociti danno l'allarme a tutto l'esercito immenso dei loro compa­gni e impegnano grandi battaglie: l'indice della violenza di queste battaglie è l'altezza della febbre. Quando questa passa è il momento in cui i leucociti cantano vittoria, ma una vittoria che spesso è costa­ta molto e lascia il corpo stanco. Quando gli assalitori pigliano il so­pravvento i leucociti si battono accanitamente fino alla morte e con loro muore l'organismo.

Il corpo umano è un abisso di meraviglie. Nel corpo umano è so­vranamente riverberata l'altissima sapienza divina. Un esercito di molte migliaia di miliardi di animaletti viventi (cellule), di cui nes­suno sa nulla e ciascuno è intento ciecamente per conto suo a man­giare e a gettar via i propri rifiuti e le proprie secrezioni, sono dalla infinita sapienza di Dio congiunti, coordinati, subordinati e, al mo­mento opportuno, modificati per formare un unico organismo, le cui meraviglie nessuna scienza potrà mai pienamente conoscere. Questo è uno dei motivi per cui Dio ha stabilito la resurrezione del­la carne. Se è immortale la materia e niente si crea e niente si di­strugge in natura, era ragionevole che il corpo umano, capolavoro materiale di Dio lo fosse pure. Con la resurrezione della carne Dio libererà il corpo da tutti i difetti cagionati dal peccato e lo lascerà im­mortale, quale monumento della sua infinita sapienza.

a) Istinto. - Quanto è stato detto del corpo umano vale, piú o me­no, per ogni animale. Negli animali, che nella lotta per la vita non hanno l'aiuto della intelligenza, Dio provvede direttamente a quanto è loro necessario per vivere e riprodursi mediante l'istinto. L’istinto è una cosa tanto semplice che si trova in qualunque animale o insetto o microbo; contemporaneamente è una cosa tanto misteriosa che nessuna scienza sa spiegare. Di esso una sola cosa sappiamo: è ciò che suggerisce da fare agli animali. Sulle operazioni meravigliose dell'istinto sono stati scritti molti volumi. Ecco qualche esempio: gli uccelli, che strappati da piccoli alla madre, senza aver mai migrato, né mai visto l'inverno, quando questo si avvicina migrano in regio­ni piú calde.

Le formiche nate in primavera, dopo morti loro i genitori, raccol­gono nell'estate i semi per l'inverno e vi mettono vicino le uova af­finché le loro larve, nascendo, abbiano l'alimento.

Gli erbivori che pure allevati sempre da soli, portati liberi a pa­scolare mangiano solo le erbe utili e lasciano quelle velenose e noci­ve. Il cerceride che, pur non avendo mai visto altri simili fare lo stes­so, giunto il tempo di far le uova cerca un altro insetto, il curculione; con un solo colpo di pungiglione gli paralizza i nervi motori delle membra esterne lasciando intatta l'attività delle membra vitali. Quindi gli depone nel ventre un uovo la cui larva, schiudendosi, tro­va subito la carne fresca e viva di cui ha bisogno per vivere.

b) L'Uomo. - Sopra tutte le meraviglie della materia, dei vegetali e degli animali, Iddio pose l'uomo e lo dotò dell'anima per cui lo rese somigliante a Sé « Facciamo l'uomo - Egli disse - a nostra immagine e somiglianza » (Gen. 1,26). L'uomo è l'unico essere al mondo dota­to di pensiero e di volontà. Egli è piú grande dell'universo intero; può fare quello che non può fare tutta la natura a lui inferiore. Questa non sa quello che fa, non conosce né se stessa né altri fuori di sé; è cieca e deve sempre e dovunque obbedire alle leggi datele da Dio. L'uomo invece sa quello che fa, conosce se stesso, conosce ciò che è posto fuori di sé stesso e conosce Dio autore di tutto. Può sempre dire "vo­glio" oppure "non voglio" e fare quello che gli piace. Solo Dio cono­sce, vuole ed è libero. Con la libertà l'uomo è quasi un piccolo Dio. La libertà nell'uomo consiste nel poter fare diversamente da quel che si sta facendo o che si pensa di fare. Essa non esiste nei tre regni del­la natura. Mentre le creature inanimate seguono necessariamente le leggi fisico-chimiche, e gli animali l'istinto, l'uomo non è necessitato da legge alcuna; può fare le cose piú opposte. Egli è l'unico che può dire: « o Dio o io - Dio vuole questo ma io faccio quello ».

Dio, creando un essere che come Lui conosce, vuole ed è libero, ha dato all'universo il suo capolavoro. Poteva allora riposare; e infat­ti ci dice la S. Scrittura che allora riposò. Solo con l'uomo libero, ca­pace di amarlo, di peccare e di essere redento, Dio poteva raggiunge­re la sua maggior gloria e manifestare completamente le sue divine perfezioni. Solo l'uomo può ammirare le divine perfezioni manife­state nella natura ed in se stesso e solo lui è quindi capace di adora­re Dio, di ammirarlo e lodarlo, di pregarlo, di ringraziarlo per tutte le sue opere e misericordie, di offrirgli in omaggio il fiore del creato.

L'uomo è a metà distanza tra l'immensamente piccolo (atomi) e l'immensamente grande (astri). L'uomo è a metà della scala degli es­seri per poterli tutti osservare, sintetizzare e concludere dando gloria a Dio. L’omo è al centro del creato: fisicamente per la sua grandez­za media; finalisticamente, in quanto tutta la natura converge al suo essere e benessere; ontologicamente in quanto tutto quello che esi­ste fu da Dio creato perché doveva creare l'uomo. Ma a sua volta l'uomo è di Cristo, Cristo è di Dio.

Un solo uomo col suo culto dà a Dio piú gloria di tutti i canti de­gli uccelli, di tutto il profumo dei fiori, di tutto l'ordine e l'immensi­tà dell'universo, di tutta l'energia della materia.

 

PREGHIERA

O mio Dio, adoro e glorifico la tua grandezza, immensamente piú grande degli oceani, degli astri, delle nebulose e degli spazi celesti.

Adoro e glorifico la tua potenza immensamente piú grande del fulmine, di tutta l'energia elettrica e magnetica, di tutta la forza ato­mica e nucleare dell'universo.

Adoro e glorifico la tua luce immensamente piú grande della luce del sole e di tutte le stelle.

Adoro e glorifico la tua sapienza, immensamente piú grande del­la sapienza con cui sono formati e governati gli atomi e le stelle, i vegetali e gli animali ...

Adoro e glorifico la tua Provvidenza, immensamente piú grande della provvidenza che mantiene la terra, la vita sulla terra, i vegetali e gli animali; con cui tutti sono diretti all'uomo e l'uomo a Te.

Adoro e glorifico la tua armonia, immensamente piú incantevole delle armonie e delle melodie della natura e degli uomini, degli stru­menti a corda e degli strumenti a fiato, dei canti degli uomini e degli Angeli.

Adoro e glorifico la tua bellezza, immensamente piú grande della bellezza delle aurore e dei tramonti, dei fiori e delle stelle, degli uo­mini e delle donne.

Adoro e glorifico la tua bontà e il tuo amore, immensamente piú grandi della bontà e dell'amore dei filantropi e dei santi, delle spose e degli sposi, delle madri e dei figli.

Adoro e glorifico la tua misericordia, immensamente piú grande di tutte le tue opere, per cui ci hai donato il tuo Cristo e ci hai attira­to a Te nel suo Corpo Mistico.

Sii adorato, amato e glorificato da tutte le tue creature per tutti i secoli dei secoli. Per Cristo Signor Nostro. Cosí sia.

 

INCARNAZIONE

I. SCOPO DELL'INCARNAZIONE

Da principio Dio creò gli Angeli, puri spiriti dotati di intelligenza e volontà: volle che gli rendessero un omaggio perfetto e meritasse­ro la loro eterna felicità mediante una prova. Probabilmente si rivelò loro la Incarnazione del Verbo, il quale avrebbe congiunto a sé tutto quello che era in cielo e in terra. Lucifero, seguito da miriadi di An­geli, rifiutò di sottomettersi a Dio, stimando umiliante il sottostare al Verbo Incarnato e disse: « Non serviam - non servirò ». In quel mo­mento stesso Dio creò l'Inferno per punire i ribelli. Lucifero divenne Satana, gli angeli ribelli divennero demoni. Al loro posto Dio creò gli uomini. Contro gli uomini Satana diresse la sua vendetta. L'uomo infatti è il capo ed il fine medio della creazione; solo dall'uomo Dio può ot­tenere quella gloria che ebbe di mira creando l'universo. Resa vana tale glo­ria di Dio viene resa vana tutta la sua opera. Questo Satana avrebbe raggiunto se avesse potuto far peccare l'uomo.

Quando Dio, dopo averli creati, sottopose pure Adamo ed Eva ad una prova, proibendo loro di mangiare i frutti di un albero, Satana persuase Eva a mangiare quei frutti, facendole credere che sarebbe divenuta come Dio. Eva acconsentí, peccò e fece peccare anche Ada­mo. Peccando perdettero ogni amicizia con Dio, il Paradiso Terreste e l'immortalità.

Il piano della creazione era rovinato. Satana credette cosí di essersi vendicato di Dio; la sua soddisfazione fu maggiore che se avesse po­tuto incenerire l'universo.

Dio però non solo non si fa vincere da Satana, ma di lui stesso si serve per meglio raggiungere i suoi fini e compiere il suo Disegno na­scosto.

Lo stesso giorno della caduta dei nostri progenitori Dio, infatti, promette l'Incarnazione del Verbo che avrebbe tutto riparato. Giun­ta la pienezza dei tempi la seconda persona della SS. Trinità, il Figlio Eterno di Dio si fa uomo e diventa figlio di Maria.

Con l'Incarnazione di Gesú, Dio raggiunge tutti i suoi obiettivi ed attua il suo mirabile Disegno nascosto, preparato dall'eternità.

Con l'Incarnazione Egli infatti:

1) Manifesta la sua infinita giustizia. Il peccato dell'uomo ha una malizia infinita. Dio non può dare al peccatore la giusta pena, perché il peccatore non può sopportare una pena infinita e neppure può da­re a Dio una riparazione infinita perché incapace di una azione di valore infinito. Con l'Incarnazione del Verbo Dio può finalmente manifestare la sua infinita giustizia, perché le azioni di Gesú, per vir­tú dell'unione ipostatica, hanno un valore infinito. Gesú piglia su di sé i peccati della umanità e, scontandoli, con il suo sacrificio soddi­sfa completamente la giustizia di Dio.

2) Manifesta la sua infinita misericordia. Dio con l'opera della crea­zione aveva dimostrato la sua bontà, non ancora la sua misericordia, cioè la sua compassione, il suo perdono ed il suo amore per il pec­catore.

Con l'Incarnazione « cosí Dio ha amato gli uomini da dar loro il suo Figliuolo Unigenito » (Ion. 3,16). Ha fatto perire il suo Figliuolo dilettissimo per non far perire gli uomini peccatori. Per noi è incon­cepibile che un padre per salvare un delinquente che gli abbia atten­tato la vita, carichi deliberatamente la colpa del delinquente al suo unico ed amatissimo figliuolo e lo faccia uccidere per salvare il de­linquente. Eppure Dio ha fatto cosí per noi.

O abisso dell'amore e della misericordia di Dio! Veramente la sua misericordia è piú grande di tutte le sue opere. Noi non potremo mai, neppure col sacrificio della nostra vita, compensare Dio di quanto ha fatto per noi.

 

2. CRISTO RE

« Dio manifestò la sua gloria e la sua potenza in Cristo risuscitan­dolo dai morti e facendolo sedere alla sua destra nei cieli, al di sopra di ogni Principato e Podestà, Virtú e Dominazione e al di sopra di ogni titolo che si possa dare non solo nell'età presente, ma anche nella futura. E tutto pose sotto i suoi piedi, e lui costituí capo supre­mo di tutta la Chiesa, che è il Corpo di Lui, il complemento di colui che tutto completa in tutti (Ef. 1,20).

Dio tutto creò per Cristo, tutto si manifesta in Cristo, tutto viene da Cristo, tutto glorifica con Cristo. Gesú è il Re dell'Universo, il punto di convergenza del creato, l'accentratore, il fine degli uomini, il Pontefice eterno. « Tutto ciò che è creato è vostro - dice S. Paolo ai cristiani - voi siete di Cristo, Cristo è di Dio » (1 Cor. 3,22).

Gesú venne al mondo per conquistarlo, per farvi il suo regno e consegnarlo al Padre. Ma il suo regno non è come i regni umani. Questi son troppo meschini, poco estesi, poco esigenti, poco dura­turi. Il regno di Cristo deve abbracciare tutte le genti, deve estender­si a tutti i tempi, deve impegnare tutti gli uomini, deve esigere tutto da tutti. A prima vista il regno di Cristo sembrerebbe un regno acca­demico, anzi un regno da burla.

Gesú non mette tasse, né servizio militare, non ha poliziotti né agenti con cui far rispettare la sua legge; non ha denari né altri privi­legi per assoldare e mandare a combattimento i suoi eserciti per la conquista. Gesú dice agli uomini di essere il loro re e la maggior par­te gli ride in faccia; dà loro le leggi ed essi se ne infischiano, doman­da loro rispetto ed essi lo bestemmiano. Gesú non ha esattori, né soldati, né poliziotti, né carceri. Il suo è un regno singolare: vera­mente il suo regno non è di questo mondo. Tuttavia ha le sue leggi e fa le sue richieste e con molta esigenza. Non adopera nessun mez­zo per farsi rispettare: non costringe, non castiga, non fulmina nes­suno. E tuttavia egli ottiene quello che nessuno ha mai potuto otte­nere, né osato sperare.

Egli ha impiantato nel mondo un regno, la Chiesa Cattolica, che non conosce limiti né di spazio, né di tempo. Ha un esercito formato tutto di volontari. I suoi soldati sono piú simili a pacifici coloni che a guerrieri. Egli non promette loro né denari, né onori, né piaceri, anzi assicura loro tribolazioni, stenti, morte; e tuttavia uomini e donne corrono numerosi dietro il suo vessillo, la Croce. Esige da loro che conquistino campagne, città e imperi vigilati da potenti eserciti e po­lizie, ma non permette loro di portare armi, anzi ordina loro di non reagire alla forza e di soccombere. La sua gerarchia, pur dovendo muoversi tra principi e nazioni, non può usare le arti e i ripieghi del­la politica, ma deve seguire una via lineare. I suoi nemici possono as­salire la sua Chiesa, tendere imboscate ai suoi ministri, sopprimere i suoi seguaci senza paura di ritorsioni, di rappresaglie, di sconfitte o di tribunali internazionali. Sembrerebbe che i suoi nemici debbano facilmente cantare vittoria, che la sua Chiesa debba al primo conflit­to perire. Invece quelli, per quanto potenti, cadono ad uno ad uno e scompaiono; questa sopravvive e da ogni lotta esce piú vittoriosa.

Veramente la Chiesa è l'opera piú grande e la manifestazione piú grande della potenza di Dio.

Gesú è il re nato, il polo dell'universo. Egli è il re per antonoma­sia, il re e il centro di tutti i cuori.

Egli vuole essere servito liberamente, vuole essere amato. Non vuole che gli uomini lo servano e lo temano come un tiranno, ma che lo riconoscano, lo obbediscano e lo amino come un re buono, il Re d'amore. Gesú vuole dagli uomini il loro denaro, non per sé, che non sa cosa farne, ma per la sua Chiesa, per i suoi ministri, per le lo­ro opere di apostolato e di beneficenza, e per i poveri.

Vuole il servizio e la vigilia: ordina agli uomini il riposo e la Mes­sa nei giorni festivi, l'astinenza e il digiuno nei giorni stabiliti. Vuole il rispetto e la preghiera sia in pubblico che in privato. Vuole l'obbe­dienza a tutti gli altri comandamenti: l'obbedienza ai genitori e su­periori, il rispetto del prossimo, la carità, la pazienza, la purezza di pensieri, di parole e di opere, il rispetto dei beni altrui, la sincerità, l'osservanza dei doveri del proprio stato.

Ma vuole ancora di piú: vuole l'amore. Gesú è venuto a chiedere agli uomini quello che nessuno mai ha loro chiesto, né sognato di chiedere. Egli chiede e pretende di essere amato piú di tutti e di es­sere preferito a tutti.

Dice alle spose: « Amate il vostro sposo, ma piú di lui dovete a­mare me. Tra voi e lui ci sono io. Non mi dovete dimenticare, e quando lui vi chiede ciò che io non voglio, voi non dovete accon­tentarlo a costo di venire scacciate ».

Dice agli sposi: « Amate la vostra sposa, ma piú di lei dovete ama­re me. Dovete amarla come io vi ordino di amarla; non dovete di­menticare me per pensare solo a lei; dovete accontentarla solo in quello che io vi permetto ».

Dice ai genitori: « Amate i vostri figli; dovete anzi desiderarli e cercarli, ma piú di loro dovete amare me. I vostri figli non apparten­gono a voi, ma a me. Dovete trattarli come io vi ordino. Dovete edu­carli soprattutto ad amare me e ad osservare la mia legge ».

Dice ai figli: « Amate i vostri genitori, ma piú di loro dovete ama­re me. Dovete obbedirli ma fino a quando i loro ordini non si op­pongono ai miei; se io vi chiamo voi dovete abbandonarli per veni­re al mio servizio. Se io chiamo loro a me, vi dovete rassegnare alla loro morte ».

Dice a tutti: « Amate il vostro prossimo, ma dopo di me e per me. Nessuno vi distragga da me, e se qualcuno vi è occasione di peccato scacciatelo e fuggitelo come vostro nemico: egli è allora per voi Satana.

« Non disprezzate né dimenticate il vostro prossimo se è brutto, povero o sofferente, ma soccorretelo come se fossi io in persona. Perdonatelo ed amatelo pur se è indegno o vi ha offeso, come io ho perdonato ed amato i miei crocifissori ».

Dice ai piú sensibili e generosi: « So che il vostro cuore è fatto per amare, ma lo voglio tutto io. Non pensate a cercarvi il compagno o la compagna ideale della vostra vita. Vi basti solo il ricordo di me per tutta la vostra vita. Sacrificate ogni speranza, ogni piacere, ogni amore terreno e seguitemi: vi darò la mia croce ».

Solo un Dio poteva pretendere ciò, e quel che piú importa, solo un Dio poteva ottenere tanto dagli uomini. Se anche solo un uomo o una donna l'avesse ascoltato, Gesú poteva dirsi piú fortunato di ogni monarca.

La voce di Gesú è ascoltata non da uno o da pochi, bensí da un numero immenso di uomini e donne. Ad ogni generazione sono milioni di giovani che per lui rinunziano al matrimonio, tutto sa­crificano e non hanno altro amore ed altro ideale che lui. Sono mi­lioni di martiri, uomini e donne, d'ogni età e condizione che han­no affrontato ed affrontano per lui volenterosamente sacrifici d'o­gni genere, tormenti e morte. Sono milioni e milioni di giovani, di genitori e di figli che ascoltano la sua voce, che lo amano sopra tutto, che si sforzano di piacergli e di osservare scrupolosamente la sua legge.

Sono milioni e milioni di persone che ogni anno, dopo aver pec­cato, ricorrono senza essere tradotti, né citati, umilmente al suo tri­bunale di penitenza, confessano i loro peccati e promettono sincera­mente di non piú ricadere.

Sono milioni e milioni di persone che ogni anno, senza nessuna attrazione di sensi, purificati ed abbelliti dalla sua grazia, vengono a dargli in ginocchio il bacio di pace e di amore e a riceverlo misterio­samente nel loro cuore con la comunione.

Certamente sono di piú quelli che l'offendono, ma nella maggio­ranza lo fanno per ignoranza e per fragilità e, pur meritando i suoi castighi, nella maggioranza finiscono per salvarsi e per riconoscerlo re buono e misericordioso a causa della sovrabbondanza dell'amore e della riparazione dei suoi eletti.

Restano sempre moltissimi i suoi nemici, i suoi persecutori, i ri­belli a tutti i suoi appelli e a tutti i suoi richiami; ma un giorno an­che loro lo riconosceranno: « Vedrete, dice Gesú ai suoi crocifissori, il Figlio dell'Uomo, seduto alla destra della Potenza di Dio venire sulle nubi del cielo » (Mt. 26,64).

Sarà quello il giorno meraviglioso in cui il Re divino splende­rà, dominatore incontrastato di tutti gli angeli e di tutti gli uomi­ni; in cui ogni ginocchio, volente o nolente, si piegherà dinanzi alla sua suprema potenza e onestà; in cui annienterà i suoi ne­mici, li giudicherà, li condannerà, li schiaccerà colla potenza del suo sguardo e della sua parola e li rotolerà nell'abisso dell'infer­no; giorno in cui chiamerà a sé i suoi eletti, li glorificherà e li consegnerà come un sol corpo al Padre perché eternamente lo glorifichino e siano felici. Quello sarà il giorno piú bello dalla creazione del mondo, la data d'inizio del totale dominio di Cri­sto, il cui regno non avrà fine.

Tutto questo Gesú l'ottiene col suo sacrificio.

« Quando sarò elevato da terra, egli dice, trarrò tutti a me » (Io. 12,32).

Dio, in Cristo, manifesta il mistero della sua vita intima, cioè del­la SS. Trinità.

Tutto quanto sappiamo della SS. Trinità non l'avremmo mai po­tuto conoscere con la nostra intelligenza: è Gesú che ce l'ha rivelato. Dopo la rivelazione noi possiamo solo vedere la convenienza del mistero. Quello che sul mistero della SS. Trinità dobbiamo credere è espresso concisamente nel Credo e piú diffusamente nel Simbolo Atanasiano.

Dio Padre ottiene con Cristo, costituito Re di tutta la creazione, la sua massima gloria e la massima felicità delle sue creature.

 

3. CRISTO FIGLIO DI DIO

Sulla divinità di Cristo non è mia intenzione fare qui uno studio, ma dare solo alcuni cenni; chi ne sente bisogno deve approfondirli su opere specifiche come il nostro Certezze su Gesú, pubblicato da questa Comunità Editrice.

 

1) Storicità di Cristo

La figura di Gesú Cristo è uno dei dati piú sicuri della storia. Ne fanno fede:

a) I Vangeli che risalgono a pochi anni dopo la sua morte, come si prova dalla testimonianza di Papia, Ireneo, Giustino, ecc., dalle nu­merosissime citazioni dei Vangeli in libri dei primi tre secoli; da ar­gomenti interni dei quattro Vangeli stessi.

b) La veloce diffusione del Cristianesimo e le numerosissime fon­ti dei primi secoli: apologie, libri pastorali, logia, lettere, atti di martiri. Tertulliano (+ 235) dice che ai suoi tempi poteva trovar­si iscritto il nome di Gesú nei libri del censimento di Senzio Sa­turnino.

c) Scrittori non cristiani: Tacito negli Annali, XV, 44; Svetonio in Vi­ta di Claudio, 25; Plinio il Giovane nelle Epistole, X, 96; Giuseppe Flavio in Antichità Giudaiche, XVIII, 63.

 

2) Autenticità della storia di Cristo

La storia di Gesú è giunta a noi integralmente, senza falsificazioni e senza ampliamenti.

Lo dimostra:

a) L’antichità dei Vangeli: il Vangelo di Matteo fu scritto verso l'an­no 42 o 45; quello di Marco verso il 50; quello di Luca verso il 60; quello di Giovanni verso il 90 dopo Cristo.

b) La concordanza sostanziale di tutti e quattro i Vangeli sebbene scritti in luoghi molto distanti: Matteo scrisse a Gerusalemme, Mar­co a Roma, Luca in Grecia, Giovanni ad Efeso.

c) Le leggere discordanze dei Vangeli su diversi particolari: esse di­mostrano che l'uno scrittore non aveva davanti gli altri Vangeli.

d) L'impossibilità degli Evangelisti di mentire perché scrivevano per contemporanei di Gesú e potevano essere smentiti se falsi.

e) La consequenzialità dei fatti narrati nei Vangeli. Tolti i miracoli dai Vangeli non si capisce piú nulla di essi: non la successione degli avvenimenti, moltissimi dei quali sono condizionati dai mi­racoli; non il ricorso del popolo a Gesú; non la conversione di buona parte di un popolo cosí radicato alla fede dei padri, come gli Ebrei; ecc.

f) La conferma di monumenti archeologici: la S. Sindone, in cui fu avvolto il Cristo morto, che rivela nella sua immagine tutti i partico­lari della dolorosissima passione di Cristo in perfetta corrisponden­za coi Vangeli; un frammento di un codice del Vangelo di S. Giovanni ri­salente all'inizio del II secolo ed il papiro di Egerton quasi dello stes­so tempo e tenore.

 

3) Umanità di Cristo

Cristo è uomo perfetto.

Gesú incarna l'ideale dell'uomo. Nessun uomo, nessun saggio è stato mai cosí perfetto come Cristo, né ha potuto neppure avvicinar­si alla sua perfezione. Senza di Cristo l'umanità non avrebbe avuto mai l'uomo perfetto. Tutto in Cristo è perfetto; nessun difetto è in lui. In lui c'è:

a) L'armonia perfetta. - Ha sempre il dominio di sé. Nessuna pas­sione lo spinge o gli lega il cuore o gli oscura l'intelligenza: non la superbia, non la lussuria, non l'avarizia, non l'ira, non la gola, non l'invidia, non l'accidia.

Non perde mai il controllo di sé, non dice mai una parola inutile, non fa mai un'azione senza scopo.

Tutte le virtú sono in lui in grado sommo.

b) L'equilibrio perfetto di tutte le virtú. - Una virtú in lui non è a sca­pito dell'altra, ma tutte sono armonizzate perfettamente. In lui c'è: l'umiltà profondissima ed il senso esatto della sua altissima perso­nalità, l'intelligenza acutissima e il sentimento delicatissimo; la dolcezza squisita e la fermezza intransigente; la carità suprema e la giustizia integerrima; l'amore supremo di Dio e l'amore supremo degli uomini.

c) La bontà perfetta. - Cristo vede e soccorre ogni bisogno, ascol­ta ed esaudisce ogni preghiera; è sensibile ad ogni dolore, si com­muove ad ogni sventura, asciuga ogni lagrima, compatisce ogni mancanza.

Moltiplica il pane per il popolo rimasto digiuno nel deserto; guari­sce i lebbrosi, i ciechi, i paralitici e tutti gli altri ammalati venuti a cercarlo; dice alla vedova di non piangere piú e le risuscita il figlio; altrettanto fa con Marta e Maria e risuscita Lazzaro; vede il deside­rio di Zaccheo e gli concede piú di quanto desidera andandogli a casa; rimprovera i discepoli che vorrebbero incenerisca le città della decapoli che non lo avevano voluto accogliere; tratta con bontà pec­catori, peccatrici e li converte; passa facendo del bene a tutti e sanan­do tutti; infine muore scusando e perdonando coloro che lo hanno messo in croce. Di lui i testimoni poterono dire: « Fece bene tutto ».

d) L'intelligenza piú acuta. - Gesú colla sua sapienza conquistava il popolo, sbalordiva i dottori della legge, metteva in imbarazzo i ne­mici che gli tendevano tranelli per farlo sbagliare e ucciderlo. Il Van­gelo è pieno della sua sapienza. Basti citare qualche episodio:

Un sabato gli portarono un ammalato. Volevano, se egli l'avesse guarito, accusarlo di trasgredire il riposo sabatico e diffamarlo; se no, dimostrare la sua insensibilità verso un sofferente. Gesú ritorce contro di essi le loro armi chiedendo: «È lecito guarire di sabato?». I Farisei ammutoliscono e Gesú guarisce l'ammalato.

Un altro giorno gli chiedono se sia lecito pagare il tributo a Cesa­re. Volevano, se egli avesse detto di no, accusarlo ai Romani di so­billazione e farlo liquidare; se avesse detto sí, accusarlo agli Ebrei di alleanza coi dominatori e scagliargli contro il popolo. Gesú dice lo­ro: « Di chi è questa moneta? ». Gli rispondono: « Di Cesare ». Gesú allora dice: « Date a Cesare quello che è di Cesare, date a Dio quello che è di Dio ».

Un altro giorno gli portano una donna colta in adulterio. La legge ordina la lapidazione. I Farisei dicono a Gesú: « Cosa dobbiamo fa­re? ». Volevano, se Gesú l'avesse assolta, accusarlo di violare e di­sprezzare la legge; se l'avesse condannata a morte, accusarlo di du­rezza di cuore e di crudeltà. Gesú dice loro: « Chi di voi è senza pec­cato scagli la prima pietra ». I Farisei se ne vanno via muti, l'uno do­po l'altro, e cosí Gesú salva l'adultera.

e) La dottrina piú perfetta. - La dottrina cristiana è la più perfetta fra le dottrine delle varie religioni e di tutti i saggi, anzi è l'unica perfetta. Quelli stessi che negano la divinità di Cristo lo riconoscono. Gesú è venuto a rivelare agli uomini la paternità di Dio, la fiducia nella Provvidenza, l'amore del prossimo, la fratellanza universale, la libertà e l'uguaglianza, il perdono dei nemici, i doveri naturali, socia­li e religiosi, la condanna della violenza, il distacco dalle varie cupi­digie, la rettitudine del cuore e del pensiero, ecc. Egli dà l'indirizzo alle attività umane, la norma alle azioni, la regola nelle controversie, il rimedio a tutti i mali.

Se gli uomini osservassero la dottrina di Cristo, la terra diverreb­be un Paradiso terrestre. La dottrina di Cristo non può essere che la dottrina di un Dio.

Per non amare Cristo non lo si deve conoscere; per odiarlo biso­gna essere pervertiti. Un uomo cosí perfetto come Cristo, non pote­va essere che colui stesso che ha fatto l'uomo, cioè Dio.

« Voi mi dite, scrive Dostojevski, che hanno distrutto in voi la fede in Cristo. Ma conoscono assai Cristo nel suo essere? Certa­mente no, giacché appena lo si conosce un po', ci si trova in pre­senza di un essere meraviglioso, rassomigliante a tutti gli uomini buoni, ma infinitamente migliore ». Ed aggiunge: « Se mi dimo­strassero che la verità è fuori di Cristo, preferirei essere con Cristo piuttosto che con la verità ».

Ma fortunatamente, o meglio necessariamente, la verità non è fuori di Cristo; ma è in Cristo, anzi è Cristo stesso: « Io sono la via, la verità e la vita » (Jo. 14,6).

 

4) Divinità di Cristo

Oltre i suddetti, altri argomenti espliciti provano la divinità di Gesú.

a) La coscienza di Gesú della sua divinità. - Nessun uomo assenna­to, nessun fondatore di religione ha detto mai di essere Dio: non Confucio, non Buddha, non Zarathustra, non Alessandro Magno non Cesare, ecc.

Gesú si proclama Dio; non nascostamente, ma pubblicamente e solennemente, non in qualche momento di euforia, ma misurando bene le parole; non una volta tanto, ma moltissime volte; non colla prospettiva di avere gloria, piaceri, dominio, ma colla prospettiva costante delle persecuzioni e della croce. Ora i casi possibili sono tre: o era un pazzo, o un impostore, o era veramente Dio.

Un pazzo non era, come dimostra tutta la sua vita e tutta la sua dottrina.

Un impostore non era. Per ingannare doveva avere dei motivi. Ora Gesú non mirò mai ad avere, né ebbe mai, gloria, piaceri, domi­nio, anzi si espose cosí all'odio, ai disprezzi, alle persecuzioni, alla morte. Se non avesse affermato la sua divinità sarebbe stato sicura­mente proclamato dagli Ebrei loro capo e loro re; affermandola sa­peva che sarebbe stato messo in croce; e fino al momento preciso in cui la sua affermazione significava la crocifissione, mentre la nega­zione significava la liberazione, egli solennemente si proclamò Dio. Ora, nessuno inganna unicamente per farsi ammazzare. Resta quin­di la terza ipotesi, che Gesú è veramente Dio.

b) Le Profezie. - La vita di Cristo è stata descritta in tutti i partico­lari moltissimi anni prima che egli nascesse. Ora tre sono le ipotesi: O le profezie sono state fabbricate dopo la morte di Gesú, o sono imprecise ed equivoche, o sono vere, e allora dimostrano la divinità di Gesú.

Ora, nessuno studioso ha dubitato mai, né può dubitare, che ve­ramente le profezie siano state scritte molti secoli prima di Gesú; ab­biamo financo codici che risalgono a prima di Cristo, come quello di Isaia scoperto in una grotta del deserto di Giuda in Palestina nel 1947.

Inoltre le profezie sono quanto mai chiare e precise. Resta, quindi, che sono vere.

Giacobbe profetizza a Giuda: « Lo scettro non verrà tolto a Giuda, né l'impero alla sua discendenza, sinché venga Colui che dev'essere mandato; ed Egli sarà l'aspettato delle nazioni» (Gen. 49,10). Ciò si verificò quando venne Gesú.

Natan profetizza a David che dalla sua discendenza nascerà il Fi­glio di Dio (1 Par. 17,11): Gesú è discendente di David.

Michea profetizza: « Dall'emanazione del decreto affinché sia riedificata Gerusalemme fino al Cristo Duce vi saranno settimane set­te e settimane sessantadue ... E dopo le sessantadue settimane Cristo sarà messo a morte e non sarà più per lui il suo popolo che lo rinne­gherà. E un popolo col suo duce che verrà distruggerà la città ed il Santuario; ed il suo termine sarà la devastazione. Salderà l'alleanza con molti in una settimana; e alla metà della settimana cesserà l'offer­ta ed il sacrificio e nel tempio vi sarà l'abominazione della desolazio­ne, e fino alla consumazione e al termine perdurerà la desolazione » (Dan. 9,25). È impressionante con quanta precisione tutte queste co­se si sono verificate con Cristo. Infatti i dati di Daniele danno 483 an­ni fino alla comparsa di Cristo (7 + 62 x 7); e 487 fino al compimen­to della redenzione (7 + 62 x 7 + mezza settimana, cioè + 4).

Ora, il decreto di Artaserse per la ricostruzione di Gerusalemme fu nel 458 a.C.; e cosí Cristo doveva comparire, cioè cominciare la sua vita pubblica, nel 25 d.C. e morire nel 29 d.C., come effettiva­mente fu (si sa infatti che il computo di Dionisio il piccolo sull'anno della nascita di Cristo, che diede origine alla nostra èra, è sbagliato di 4 anni in piú).

Dopo la morte di Cristo si verificò pure la riprovazione del popo­lo ebreo, la riprovazione e la cessazione dei sacrifici ebrei, la distru­zione di Gerusalemme e del tempio.

Isaia profetizza che il Figlio di Dio nascerà da una vergine: « Ecco la Vergine concepirà e darà alla luce un Figlio e lo chiameranno col nome di Emanuele » (Is. 7,14). Zaccaria profetizza che il Cristo sarà venduto per trenta monete d'argento, ma che il denaro sarà gettato nel tempio e sarà poi dato al vasaio (Zacch. 11,12). Ciò che fu com­piuto per opera di Giuda; col denaro poi i sommi sacerdoti ebrei comprano il campo di un vasaio per la sepoltura dei forestieri.

Isaia profetizza minutamente la passione di Gesú: « Non ha bel­lezza alcuna, né splendore; noi l'abbiamo visto e non aveva alcuna apparenza che attirasse i nostri sguardi. Abbietto, l'ultimo degli uo­mini, l'uomo dei dolori, che conosce la sofferenza, e quasi cerca di nascondere la faccia; cosí abbietto che non ne abbiamo fatto alcun conto. Veramente delle nostre infermità egli si è caricato e si è ad­dossati i nostri dolori; e noi l'abbiamo reputato come un lebbroso e percosso da Dio e umiliato. Ma egli è stato trafitto per le nostre ini­quità, è stato maltrattato per le nostre colpe; il castigo per la nostra rappacificazione fu addossato a lui e per le sue piaghe siamo stati ri­sanati ... Coi malfattori gli è destinata sepoltura e un ricco che prov­veda per la sua morte (Is. 53,2-9). (Il ricco fu poi Giuseppe d'Ari­matea). Altrove il profeta fa dire al Cristo: « Ho dato il mio corpo a quei che mi percuotevano e le mie guance a quei che mi strappava­no la barba, non nascosi il mio volto a quei che mi schernivano e che mi sputacchiavano » Us. 50,6).

David nel Salmo 21 descrive la crocifissione di Gesú: « Hanno trafitto le mie mani e i miei piedi, si contano tutte le mie ossa » (Ps. 21,17); il lamento di Gesú in Croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? »; il disprezzo di quelli che assistevano alla croci­fissione: « Quanti mi vedono, mi scherniscono, sussurrano con le labbra e scuotono il capo », (dicendo) « Ha sperato nel Signore; che egli lo liberi, che lo salvi se lo vuol bene » (Ps. 21,8); ed infine la spartizione delle vesti di Cristo ed il sorteggio della sua tunica per opera dei carnefici: « Si sono divisi i miei panni e sulla mia veste hanno gettato la sorte » (Ps. 21,19).

c) I miracoli. - Il miracolo è un fatto straordinario avvenuto al di sopra delle leggi bio-fisiche o psichiche, implicante l'interven­to di Dio.

Non è un fatto che potrebbe spiegarsi con forze naturali ancora conosciute; ma un fatto che si oppone a quelle leggi certamente co­nosciute, per es. la guarigione istantanea di un lebbroso, di un can­ceroso, di un tubercolotico, di un varicoso; la formazione istantanea di un grosso callo osseo; la chiusura istantanea delle fistole, ecc.

Di questi fatti la scienza può indagare soltanto l'autenticità, come va facendo a Lourdes, a Fatima, a Anaya in Siria, ecc., ma non può presumere di poter trovare in un giorno qualsiasi la spiegazione na­turale.

Questi miracoli li ha fatti Cristo, li hanno fatti tanti santi nel suo nome, si trovano generalmente nella Chiesa Cattolica; essi rappre­sentano la firma di Dio sulla divinità di Gesú e della Chiesa Cattoli­ca. Gli stolti negano tali miracoli, non dandosi neppure la briga di studiarli scientificamente; e vanno cercando ovunque dei falsi mira­coli, senza nessuna critica scientifica, per opporli a quelli della Chie­sa Cattolica.

d) La resurrezione di Gesú. - È il miracolo piú grande operato da Gesú. Dio dispone tutte le precauzioni perché la resurrezione di Ge­sú risulti nel modo piú ineccepibile. Fa trafiggere da un soldato il cuore di Gesú; fa chiudere Gesú morto nel sepolcro con abbondan­tissimi aromi; fa suggellare dai nemici di Gesú la grossissima pietra del sepolcro; vi fa da loro stessi mettere una scorta di soldati. Qua­lunque contestazione della resurrezione cade nell'assurdo e nel ridi­colo. Senza la resurrezione non si spiega la resurrezione morale de­gli apostoli e dei discepoli, né tanto meno la conversione di tutte quelle migliaia di ebrei a Gerusalemme stessa a 50 giorni dalla mor­te di Gesú, in occasione della prima predica di S. Pietro, e l'esistenza stessa del Cristianesimo.

 

GESU’ ETERNO SACERDOTE

Etimologicamente sacerdozio significa dare le cose sacre. Il Sacerdo­te è colui che dà le cose di Dio agli uomini e le cose degli uomini a Dio, è colui che fa discendere Dio agli uomini e fa salire gli uomini a Dio.

Il sacerdote è quindi il ponte fra Dio e gli uomini, per cui si chia­ma pontefice.

Ma chi può comandare Dio, pigliare le sue cose e far scendere lui stesso agli uomini se non Dio stesso?

Chi può degnamente presentarsi a Dio, offrirgli delle cose e degli uomini autoritativamente senza paura di rifiuti, con certezza d'esse­re gradito? Solo Dio stesso poteva far questo. Gesú è l'unico sacer­dote, l'unico pontefice.

Nessuno ha visto Dio; l'Unigenito che è nel seno del Padre, egli l'ha annunziato (Jo.1,18). Nessuno va al Padre se non per mezzo di lui (Jo. 1,12).

Senza di lui è impossibile piacere a Dio.

Per mezzo di Cristo viene all'umanità la rivelazione, la misericor­dia, la grazia; per mezzo di Cristo vanno al Padre le offerte, le pre­ghiere degli uomini e gli uomini stessi. Per mezzo di Cristo Dio di­venta placabile, accessibile, beatificante; per mezzo di Cristo l'uma­nità viene purificata, santificata, glorificata. Cristo è l'unico ponte tra il cielo e la terra, tra l'umanità e Dio; senza di lui cessa il commercio e l'unione tra le creature e Dio. Perciò il suo Sacerdozio è eterno. Ge­sú, come è re nato, cosí è sacerdote nato.

Il sacerdozio degli ebrei era solo il simbolo del sacerdozio di Gesú. Per questo, unico tra i sacerdozi di tutte le religioni contemporanee, era gradito a Dio; e per ciò stesso, venuto da Gesú, ha cessato di esistere.

Dovendo però Gesú continuare la sua missione nel mondo, ha istituito il Sacerdozio, ossia ha deputato degli uomini, particolar­mente chiamati ad agire in suo nome ed in suo potere.

Il Sacerdozio degli uomini pertanto non è proprio, ma è vicario. Il sacerdote opera in rappresentanza di Cristo; è sempre nelle funzioni di Cristo: « Sacerdos alter Christus ». Egli quindi può dire veramen­te, come infatti dice: « Io ti battezzo, io ti assolvo, questo è il mio corpo »; e le sue parole hanno lo stesso effetto come se fossero pro­nunziate da Cristo.

Il sacerdote è il continuatore di Cristo.

a) Nella missione. - Nessuna cosa viene da Dio agli uomini, se non per mezzo del sacerdote: il vangelo, il battesimo, il perdono, l'euca­ristia, ecc....

Nessuna cosa giunge dagli uomini a Dio se non per mezzo del sa­cerdote: le preghiere, i doni, i sacrifici, ecc., che dai sacerdoti vengo­no offerti nelle Messe, celebrate continuamente nel mondo. Il Sacer­dote, pertanto, deve badare a compiere questa missione; i fedeli deb­bono al suo sacrificio sempre unirsi.

b) Nel sacrificio. - Il sacerdote vero, quello cioè che è pastore, non il mercenario, soffre della miseria materiale e morale del popolo, dell'indifferenza, della malizia, dell'apostasia delle masse. Egli è da tutti guardato, spiato, affaticato. Tutti hanno delle pretese su di lui; tutti, piú o meno, lo fanno soffrire. Qualunque sconosciuto passi viene lasciato in pace; passa il sacerdote e, pur non essendo il piú delle volte conosciuto, viene ingiuriato. Il sacerdote è il primo a pa­gare di persona in ogni posto, in ogni fame, in ogni guerra; è il pri­mo a cadere in ogni rivoluzione. Egli deve continuare il sacrificio di Cristo.

c) Nella gloria. - Questa è la promessa di Cristo ai suoi sacerdoti: « Voi che avete abbandonato tutto per seguirmi, siederete con me a giudicare le tribú di Israele », cioè tutto il popolo di Dio (Mt. 19,28). I sacerdoti sono i giudici dell'umanità ed i principi del cielo.

Dinanzi alla gloria del sacerdote è nulla la gloria umana dei gene­rali, dei capi delle nazioni, degli imperatori. L’onore e il dono piú grande che Dio può fare a un uomo è di chiamarlo al sacerdozio.

L’onore ed il dono piú grande che Dio può fare ad un padre o ad una madre di famiglia è di chiamare il loro figlio al sacerdozio. Dinanzi a tutte le dignità umane che passano solo il sacerdozio resta.

Un dono tanto grande Dio lo ha voluto allargare a tutti gli uo­mini.

« Voi, dice S. Pietro ai fedeli, siete il regale sacerdozio » (1 Petr. 2,9). Tutti possono partecipare al Sacerdozio di Cristo; piú o meno, se­condo quanto piú danno agli uomini le cose di Dio: la sua parola, la sua fede, il suo amore, ecc.; e quanto più danno a Dio le cose degli uomini: le loro offerte, i loro sacrifici, le loro anime.

Per questo, il primo Sacerdote, dopo Gesú, è Maria. Essa è chia­mata Virgo Sacerdos: infatti ha dato agli uomini non semplicemen­te le cose di Dio ma il figlio stesso di Dio; e dà al figlio di Dio non semplicemente le cose degli uomini, ma gli uomini stessi; e dà a Dio il suo stesso Figlio. A Gesú per Maria.