DIO E LE MISERIE UMANE  scarica

Di Don Giuseppe Tomaselli

INTRODUZIONE

Il mondo è un ammasso di miserie mo­rali e fisiche; si può paragonare ad un mare in tempesta. Non tutti però sanno e possono dare il giusto valore agli avve­nimenti privati e pubblici e per conse­guenza non pochi arrivano a dire, quan­tunque senza convinzione: « Iddio non c'è!... Se Egli ci fosse, dovrebbe in qual­che modo interessarsi dell'umanità sof­ferente». Altri, pur ammettendo l'esi­stenza di Dio, davanti alle umane mise­rie imprecano contro Dio, ne criticano la condotta nel mondo e dicono: Iddio c'è; però fa i fatti suoi!... Ha creato il mondo e poi l'ha abbandonato!... In que­sta ed in quella circostanza il Signore non si è comportato bene!... Si dimostra ingiusto... dà troppa libertà ai cattivi... non tratta i buoni come meritano!... -

Il presente lavoro ha per iscopo di far vedere quali siano o quali possano esse­re i fini di Dio nel permettere i mali che nel mondo constatiamo e quali siano i doveri dell'umanità sofferente verso il Creatore.

 

LE MISERIE UMANE

Ecco in un quadro le principali mise­rie!

Quante malattie colpiscono il corpo umano! A quante pene si deve andare incontro nelle operazioni chirurgiche! Le corsie degli ospedali sono popolate di povere creature che spasimano per una infinità di malesseri corporali. Quanti infelici trascorrono la vita nei manico­mi, di peso a se stessi ed agli altri!

La scarsezza del cibo, ad un grande numero di poveri rende la vita insoppor­tabile e non raramente è causa di morte prematura. Quanti bambini chiedono pane e non possono averne!

Il lavoro indefesso degli operai, con paga non sempre sufficiente ai veri biso­gni della famiglia, inasprisce l'animo e fa concepire tristi disegni. A quanti pe­ricoli vanno incontro spesso i lavoratori e quante volte ne restano vittime!

Le perverse passioni dell'uomo spin­gono sino alla brutalità e dànno origine a risse, a percosse, a duelli, ad omicidi... apportando alle famiglie l'odio, il lutto e la disperazione.

I prepotenti opprimono i deboli. I ric­chi calpestano i poveri. I calunniatori troncano ad innocenti la vita morale e sociale.

Le carceri rigurgitano d'infelici. Quan­te anime sono tribolate spiritualmente e devono sostenere lotte terribili per resi­stere alle seduzioni del male! Quante al­tre nuotano nei dubbi spirituali trascor­rendo la vita in continua agonia!

A queste sofferenze, che possono dirsi ordinarie, si aggiungano quelle straordi­narie, come sarebbero le epidemie, i ter­remoti, le eruzioni vulcaniche, le guer­re, ecc...

Davanti a tali miserie c'è chi si rasse­gna, c'è invece chi si dispera sino ad accelerarsi la morte con il suicidio.

Ed Iddio, Creatore degli uomini, che cosa fa davanti a tanta miseria fisica e morale? Non se ne dà per inteso?... Non interviene?... Gode a vedere soffrire?... No! Egli vede tutto, tutto misura e tutto dispone con bontà e sapienza infinita.

 

Esistenza di Dio

Nessun ben pensante mette in dubbio l'esistenza di Dio. Basta dare uno sguar­do all'universo che ci circonda per affer­mare, solamente al lume della ragione, che è assolutamente necessaria l'esisten­za di un Essere Supremo, Fattore di tut­to, Ordinatore insuperabile, infinitamen­te buono.

Al lume della rivelazione divina, l'esi­stenza del Signore esclude ogni dubbio, poiché questo Dio si fece anche vero uo­mo, nascendo da una Madre Vergine, circa venti secoli or sono.

Come la storia prova, Iddio-Uomo, cioè Gesù Cristo, affermò la sua Divinità con la parola, con la sua dottrina sublime, con i miracoli di ogni genere, comandan­do a tutti gli elementi della natura, dan­do anche la vita ai morti e risorgendo Egli stesso dopo tre giorni dalla morte.

Mi limito a questo breve accenno ri­guardo all'esistenza di Dio, rimandando il lettore ad altri libri che trattano di proposito l'argomento.

Adunque, messa come punto di par­tenza l'esistenza di Dio Creatore, vedia­mo se Egli abbia cura delle sue creature.

 

Dio è provvidente

Un artista porta a compimento un la­voro; sarà il Mosè di Michelangelo, sarà la Trasfigurazione di Raffaello, o la Di­vina Commedia di Dante...

Si può mai pensare che questi artisti di fama mondiale, dopo avere ultimato il loro capolavoro, frutto di sacrifizi, lo la­scino in abbandono, in balìa del primo curioso, senza darsi pensiero se viene sfregiato, rotto o addirittura distrutto?

In tal caso l'artista sarebbe un pazzo. Quale capolavoro si può paragonare all'uomo, a questo essere dotato d'intel­ligenza, il quale può soggiogare le forze della natura, attraversando gli sperduti spazi intersiderali, solcando i mari con gigantesche navi, comunicando in un at­timo a migliaia di chilometri il suo pen­siero per mezzo della radio? Quale capo­lavoro è simile a questo uomo arricchito di una volontà ferrea, per cui è libero di agire, volontà che nessuna potenza uma­na può piegare? Quale capolavoro è pa­ragonabile al corpo umano, il quale è chiamato giustamente microcosmo, cioè piccolo mondo, in quanto racchiude in sé tante meraviglie da fare sbalordire i più grandi scienziati?

Iddio è l'artefice del corpo e dell'ani­ma, la quale è spirituale, immortale, fat­ta ad immagine di Lui stesso.

Si può mai ammettere che Iddio do­po aver creato l'uomo, re dell'universo, l'abbia poi abbandonato del tutto, la­sciandolo in balia del caso, non curan­dosi se egli goda o soffra? Affermare ciò, sarebbe fare un insulto a Dio, il quale sostiene un'infinità di astri nel firma­mento e ne regola il movimento; senza trascurare il più piccolo degli insetti e senza dimenticare l'ultimo pesciolino multicolore, che vive sperduto negli abis­si del mare.

 

Il bene spirituale

Come conciliare allora l'amore che Dio porta agli uomini e la cura che ne ha, con tutte le miserie che ci accompagna­no dalla culla al sepolcro?

Ordinariamente gli uomini ragionano umanamente, cioè riguardano la vita af­l'occhio della natura, come se la vita pre­sente fosse fine a se stessa. E' necessario invece guardare gli eventi umani all'oc­chio della fede.

Noi badiamo più al corpo ed ai beni temporali, anziché all'anima:; Iddio in­vece ha di mira più il bene spirituale, il quale in realtà è il vero bene.

Noi vediamo il presente e cerchiamo con avidità ciò che momentaneamente può dilettarci. Al contrario Iddio, veden­do come presente il futuro, dispone tut­to per noi in rapporto all'eternità, che ci attende.

Se non si ammettesse questo principio di capitale importanza, il quale scaturi­sce specialmente dalla rivelazione divi­na, non si potrebbe spiegare nessun even­to umano.

 

IL DOLORE

Il dolore è il compagno dell'uomo; si nasce piangendo e quando si muore una lacrima ancora esce dagli occhi; ben a ragione il mondo si chiama « valle di la­crime ». Ci sono nella vita anche delle rose, ma presto appassiscono e non sono mai senza spine.

Per colui che non ha la luce della fede divina, il dolore è un problema inespli­cabile. Noi consideriamolo alla luce so­prannaturale ed in tal modo non solo sa­premo spiegarlo, ma saremo anche in grado di apprezzarlo.

 

Origine del dolore

Iddio, sommo bene e felicità per es­senza, ha creato e continua a creare per amore, per rendere partecipi della sua felicità tutti gli esseri. Creò per primi gli Angeli, puri spiriti, a sua immagine e so­miglianza, per beatificarli della sua pre­senza. Però Egli mise alla prova la loro fedeltà; una parte rimase fedele, un'al­tra parte si ribellò con a capo Lucifero, l'Angelo più bello del Paradiso. Subito Iddio creò l'inferno, luogo dei tormenti, e vi precipitò tutti gli Angeli ribelli, che ora chiamiamo demoni. Per queste infe­lici creature alla gioia si sostituì l'eterno dolore.

In seguito il Signore creò altri esseri ragionevoli, di natura inferiore agli An­geli, per renderli felici su questa terra ed ammetterli poi nell'altra vita alla sua visione beatifica. Infatti, il primo uomo, Adamo, e la prima donna, Eva, furono posti nel Paradiso terrestre, luogo di de­lizie. Niente loro mancava per essere fe­lici naturalmente. Di più, avrebbero do­vuto trasmettere i beni di cui erano stati dotati ai loro figliuoli per naturale di­scendenza. Iddio mise alla prova le due prime creature, umane, esigendo da loro una testimonianza di amore e di fedeltà.­ Adamo ed Eva peccarono, mangiando il frutto proibito; il peccato fu molto gra­ve, poiché più che peccato di gola, quel­lo fu peccato di disubbidienza e di fine superbia, volendo diventare simili a Dio.

Commesso il male, il Creatore spogliò di molti doni i nostri progenitori e ne restarono privi essi e privi i loro discen­denti. Allora entrarono subito nel mon­do le sofferenze, la fatica del lavoro quo­tidiano, le malattie, la morte e tutto il cumulo di miserie che oggi riscontriamo in questa valle di pianto. Il dolore è dun­que conseguenza del primo peccato ed essendo realmente contro natura, o me­glio, contro la prima istituzione voluta da Dio, per questo esso ripugna a tutti.

 

Il dolore è un male?

Il male è la privazione del bene. Il do­lore, venendo dalla privazione di ciò che ci apporta godimento, come tale si dice che è male. Tuttavia se è male riguardo agli uomini, non è tale riguardo a Dio. Davanti alla Divinità è vero male sol­tanto il peccato.

 

L'Uomo dei dolori

Essendo il dolore l'eredità di ogni crea­tura, il Figlio di Dio, facendosi uomo, volle assoggettarvisi. Egli abbracciò ogni specie di sofferenza, sino a farsi chiama­re l' “Uomo dei dolori”.

Gesù Cristo durante la sua vita ter­rena volle soffrire innanzi tutto per scon­tare le iniquità umane e dimostrarci il suo amore e poi per nobilitare la sofferenza e per insegnare a tutti come si debba soffrire.

Non è qui il caso di ricordare i pati­menti particolari di Gesù Cristo. La sua vita fu un continuo patire, dal primo va­gito emesso nella squallida grotta di Bet­lemme, all'ultimo respiro emesso stando inchiodato sulla Croce in un mare di tormenti.

Gesù Cristo doveva essere il modello di tutti gli uomini; se Egli avesse trovata una via migliore di quella del patire, l'a­vrebbe abbracciata e l'avrebbe insegnata a noi. Giacché volle menare una vita do­lorosissima, è segno che la sofferenza è una condizione necessaria per entrare in Paradiso.

 

L'Addolorata

Chi è più elevato della Madonna? Essa è Vergine e Madre, ripiena di ogni grazia, Madre del Figlio di Dio in­carnato, superiore alle più nobili crea­ture angeliche. Eppure Iddio non le ri­sparmiò le sofferenze. Dal momento in cui la Madonna accettò di diventare Ma­dre del Redentore, cominciò ad assag­giare il calice del dolore. Quando Ella presentò al Tempio il Bambino Gesù, le fu predetto dal santo vecchio Simeone che la spada del dolore avrebbe trapas­sato il suo cuore. Tutte le sofferenze fisiche e morali di Gesù Cristo avevano ri­flesso nel cuore materno della Madonna. Sul monte Calvario, mentre il Redentore agonizzava, la Vergine SS. agonizzava ai piedi della Croce, prendendo viva parte ai dolori del Figlio. Giustamente Essa è chiamata l'Addolorata, cioè la Donna dei dolori.

Se il patire fosse stato un male, avreb­be il Signore permesso che la sua Madre diletta ne fosse colpita? No, certamente!

 

Le anime privilegiate

Non soltanto la Madonna, Correden­trice del genere umano, ma neppure gli Apostoli e gli altri Santi furono rispar­miati dal dolore, poichè più una persona si avanza nella santità e più cresce in es­sa la sofferenza. Se si riscontra infatti la vita dei più grandi Santi, subito si con­stata come la sofferena è in proporzione allo loro santità.

La storia della Chiesa enumera tanti Stimmatizzati. Sono costoro, uomini e donne, anime privilegiate da Dio e chia­mate ad un alto grado di perfezione. Co­me segno di predilezione, il Signore ha loro donato in parte i dolori della sua Passione; difatti gli Stimmatizzati han­no alle mani ed ai piedi le ferite sangui­nanti ed al costato una ferita nella dire­zione del cuore. Fra costoro troviamo S. Francesco d'Assisi, S. Caterina da Siena e S. Gemma Galgani.

 

TRE FINALITA' DEL PATIRE

Quanto è stato detto fin qui, può con­siderarsi come il preludio dell'argomen­to. Veniamo ora ai vari particolari, spi­golando dalla Sacra Scrittura e dalla vi­ta dei Santi quegli episodi e quegli argo­menti che fanno al caso nostro. Rileve­remo in tal mondo come Iddio permetta nel mondo il patire per la sua gloria, per la purificazione delle anime ed anche per il castigo dei peccati.

 

LA GLORIA DI DIO

Il cieco nato

Passando per una via Gesù vide un uomo cieco sin dalla nascita. I discepoli gli domandarono: Maestro, perchè questo uomo nascesse cieco, chi ha peccato, lui oppure i suoi genitori? - Gesù rispo­se: Né lui né i suoi genitori hanno pec­cato, ma è nato cieco affinché si manife­stino in lui le opere di Dio... - Detto questo, Gesù sputò a terra, fece con lo sputo del fango, spalmò il fango sugli occhi di quello e disse: Va' a lavarti alla vasca di Siloe. - Egli andò, si lavò e ri­tornò che ci vedeva.

Da questo racconto evangelico appare come Gesù abbia permessa la cecità in quest'uomo allo scopo di manifestare la sua potenza con un miracolo, provando così di essere il Figlio di Dio.

Ci sono dunque delle miserie umane, che Iddio permette per la sua gloria di­rettamente o anche per glorificare i suoi Santi e specialmente la sua SS. Madre Maria.

 

La Madonna

Nel 590 infieriva la peste a Roma, mentre era Sommo Pontefice S. Gregorio Magno. Le vittime erano numerosissime; il Papa indisse una devota processione, preparata con la preghiera e con la pe­nitenza; interpose l'aiuto della Madon­na. Quando il Papa, a capo della proces­sione, giunse lungo il corso del Tevere presso la Mole Adriana, gli apparve l'Ar­cangelo S. Michele con una spada fiam­meggiante in mano, dicendogli che la Madonna aveva ottenuto dal suo Divin Figlio la cessazione della peste. Dopo di ciò, l'Angelo mise nel fodero la spada della Divina Giustizia. La peste d'un trat­to cessò. A ricordo del miracolo, sulla Mo­le Adriana fu collocata una maestosa sta­tua raffigurante S. Michele in atto di ri­porre la spada nel fodero. D'allora in poi la Mole Adriana prese il nome di Castel Sant'Angelo.

E le guarigioni istantanee da malattie incurabili che avvengono ancor oggi a Lourdes per intercessione di Maria San­tissima? Ed i mille Santuari dedicati al­la Madre di Dio, meta di grandi pellegri­naggi?... Sono un inno alla gloria di Dio ed alla potenza dell'intercessione della Madonna.

Se non ci fossero malattie da cui gua­rire e pericoli da cui essere scampati, i popoli non potrebbero cantare alla Re­gina degli Angeli il magnifico inno di de­vozione che risuona in ogni angolo del­la terra.

 

I Santi

Si dicono Santi, o amici di Dio, coloro che in vita hanno praticato le virtù cri­stiane in grado eroico. Ogni Santo si dif­ferenzia da un altro Santo come fiore si differenzia da fiore. Iddio suole glorifi­care i suoi Santi, servendosi di loro per operare miracoli durante la vita terre­na, ovvero dopo la dipartita da questo mondo. Quanti morti sono stati risusci­tati! Basta ricordare i prodigi di S. Fran­cesco di Paola, di San Nicolò di Bari e di San Domenico. Quanti lebbrosi guariti! Quanti sordomuti risanati! E quanti, af­fetti da ulcere incurabili, in un attimo hanno ricuperata la salute! La vita di S. Elisabetta regina d'Ungheria, la vita di S. Caterina da Siena e quella di San Gerardo Maiella sono ricche di tali mi­racoli.

La Chiesa Cattolica non tiene conto dei miracoli che i Santi hanno operato in vita; prima di dichiarare Beato qual­cuno, esige che dopo la morte avvengano per sua intercessione due miracoli veri, cioè tali che la scienza non possa sfatare; altri due ne esige per la Canonizzazione. Ordinariamente questi miracoli sono gua­rigioni improvvise da malattie incurabili, oppure che richiederebbero molto tempo per sparire, come sarebbe la scomparsa subitanea di una piaga cancrenosa.

Le malattie dei miracolati possiamo affermare che siano permesse da Dio per far risplendere nel mondo la santità dei suoi servi fedeli.

 

FONTE DI MERITI

Il Signore permette che la sofferenza, come la malattia, la calunnia, la tenta­zione, l'ansietà di spirito, ecc... accompa­gni la vita di certe anime a Lui molto care, affinché possano santificarsi e re­stino di esempio all'umanità. Una tale anima infatti, durante lo stato di soffe­renza, vive staccata dalle cose terrene e sta unita solo con Dio, dal quale aspetta la forza e la consolazione. La vita di una anima privilegiata è un vero calice ama­ro, sorbito lentamente con il sorriso sul­le labbra.

 

L'Artefice Divino

Uno scultore ha dinanzi a sé un bloc­co di marmo informe; ne vuol ricavare una bella statua. Prende lo scalpello e batte e batte sul marmo; la figura non gli sembra perfetta e perciò non finisce di ritoccarla; solo allora è contento, quando la figura marmorea corrisponde a quella che ha ideato. Se il marmo po­tesse sentire e parlare, direbbe all'arti­sta: Ma perché mi batti?... Perché mi tor­menti?... Lasciami in pace! - Lo sculto­re potrebbe rispondere: Faccio tutto que­sto per la mia gloria e per il tuo bene! Tu saresti un blocco di marmo insignifi­cante; col mio lavoro ti rendo celebre. Verranno a visitarti uomini illustri! Tu passerai alla storia! Verrai custodito co­me un tesoro!... Il mio nome più che tut­to riceverà gloria e onore! -

In modo analogo, sotto certi aspetti, si comporta Iddio con tutti quelli che desi­dera innalzare a grande santità. L'im­magine che l'Artefice Divino vuole scol­pire in tali anime, è quella del Figlio suo Crocifisso; lo scalpello di cui Egli si ser­ve è la sofferenza corporale o spirituale, oppure l'una e l'altra.

S. Ludovina resta inchiodata sul letto per più di trent'anni. S. Rosa da Lima e S. Teresa d'Avila per più di un decennio soffrono gravi afflizioni di spirito senza alcun conforto, né umano né divino. San Camillo De' Lellis è provato da Dio con un'ulcera fetida alla tibia e con altre cin­que malattie molto durature; egli vede l'opera di Dio e non si lamenta, anzi chia­ma queste malattie « le misericordie del Signore ». San Giovanni Bosco, volendo attuare un'opera di bene a vantaggio della gioventù, è contrastato dal demo­nio, dai protestanti che più volte atten­tano alla sua vita, dagli amici che lo prendono per pazzo, dalle autorità civili e da qualche autorità ecclesiastica; ha croci sopra croci, ma tutto egli sopporta con fortezza eroica, pensando che tutto è permesso da Dio per provare la sua virtù.

 

Tobia

La seguente narrazione è presa dalla Sacra Scrittura.

Viveva al tempo di Salmanasar, re di Assiria, un certo Tobia, esiliato assieme ai suoi connazionali Ebrei.

Costui era molto timorato di Dio; os­servava con scrupolosa esattezza i pre­cetti divini ed esortava gli altri a fare altrettanto. Divideva con i bisognosi il suo cibo e si dava pensiero di seppellire i morti che trovava lungo le vie. Il sep­pellire i cadaveri degli Ebrei era proibito dal re, pena la morte.

Tobia, temendo più Iddio anziché il re, faceva ciò di nascosto.

Venuto a conoscenza di qualche mor­to, lasciava anche il pranzo, correva a prendere il cadavere, lo metteva sulle spalle e lo portava a casa, riservandosi di seppellirlo dopo il tramonto del sole.

Questi atti di carità, uniti alla preghie­ra ed all'osservanza esatta della legge di­vina, rendevano Tobia molto accetto al Signore; ed appunto perchè accetto a Dio, venne provato dal dolore.

Avvenne un giorno che, essendo Tobia stanco di seppellire i morti, ritornando a casa., Dio permise che una sostanza calda andasse a cadere sopra i suoi oc­chi; per la qual cosa rimase cieco.

Amici e parenti lo schernivano: Ecco la ricompensa del bene che fai! - Tobia si conformava al volere di Dio anche nel dolore. Ma il Signore che ve­glia sopra i suoi servi, che afflige e con­sola, mandò l'Arcangelo Raffaele in for­ma umana, perché facesse da compagno di viaggio al figlio suo. Al ritorno l'Ar­cangelo fece ungere gli occhi di Tobia col fiele d'un pesce che aveva fatto uc­cidere dal figlio di lui e subito sparì la cecità. Grande fu la gioia di Tobia! Egli allora disse al figlio: Che cosa possiamo dare a quest'uomo che ti ha accompa­gnato durante il viaggio?

- Padre mio, pregalo di accettare me­tà dei beni che ci ha apportato! Mi ha fatto riscuotere il denaro da Gabelo; mi ha procurato una sposa buona e ricca, dopo averle scacciato il demonio; mi ha liberato dal pesce che stava per divorar­mi; ti ha ridato la vista! -

Dopo di ciò, l'Arcangelo Raffaele si manifestò dicendo: Benedite il Signore del Cielo, perché vi ha usato misericordia! Vi manifesto dunque la verità. Quando tu, o Tobia, pregavi con le lacri­me e quando seppellivi i morti e quando interrompevi il pranzo per aver cura dei morti, allora io offrivo al Signore la tua preghiera. E poiché tu eri accetto a Dio, fu necessario che la tentazione ti pro­vasse. Sappi che è stato Iddio a mandarmi a curarti ed a liberare dal de­monio la sposa di tuo figlio; io infatti so­no l'Arcangelo Raffaele, uno dei sette che stanno al cospetto di Dio. -

Sentendo questo, padre e figlio si tur­barono e tremanti si gettarono faccia a terra. L'Arcangelo disse loro: La pace sia con voi; non abbiate timore! - Ciò det­to, sparì.

 

L'aiuto della grazia

E' evidente che Iddio volle provare To­bia e, avendolo visto fedele, gli tolse la prova e lo ricoprì di favori. E' anche que­sta la condotta di Dio con tante anime elette.

La vita è un continuo combattimento, ove è messo alla prova il coraggio dei soldati. La prova però non è mai supe­riore alle forze di ciascuno; la grazia di­vina infatti assiste continuamente per­chè non si abbia a restarne vittima.

Come si spiega allora che non pochi si abbattono nella prova e cadono misera­mente? Vuol dire che costoro non chie­dono al Signore la forza necessaria, la quale si ottiene con la preghiera, con le altre opere buone e specialmente con la frequenza ai Sacramenti.

 

Coraggio!

Dice Iddio per mezzo dell'Apostolo San Giacomo: Beato l'uomo che supera la prova, poichè dopo esser stato provato, riceverà la corona di vita, la quale è sta­ta promessa da Dio a coloro che lo ama­no (S. Giacomo, I, 12). -

La corona di vita di cui si parla, è il premio del Paradiso, cioè la felicità eterna.

Quando ci troviamo sotto il peso di gravi afflizioni, pensiamo che siamo sot­to lo sguardo amoroso di Dio, il quale desidera coronarci di gloria eterna. Il pensiero del grande premio ci sia di spro­ne a superare le grandi prove. E viene qui a proposito il detto di San Francesco d'Assisi: Tanto è il bene che mi aspetto, che ogni pena mi è diletto!

 

Merito per sé e per gli altri

Le miserie umane sono fonte di merito non soltanto per coloro che direttamente le sopportano, ma anche per tanti altri. Così ad esempio, l'esistenza dei poveri nei mondo costituisce una grande fonte di merito per loro stessi e per quelli che li beneficano.

Se non ci fossero sulla terra i bisogno­si, potrebbero i benestanti ed i ricchi esercitare la virtù della carità? Quanti in Paradiso godono il frutto della loro beneficenza! Quanti altri, ancor su que­sta terra, attirano sopra di sé e sulla famiglia le divine benedizioni per l'eserci­zio della carità!

L'esistenza di tanti esseri infelici, af­fetti da malattie ributtanti e privi di mezzi per curarsi, di tante persone cie­che e sordomute, di tanti orfani derelitti, ecc... è fonte di merito oltre che per loro, anche per quei Sacerdoti e per quelle Suore, che lasciano la vita comoda della famiglia e si dedicano esclusivamente al loro servizio, negli ospedali e negli ospizi.

 

La Casa del Cottolengo

Un Sacerdote, S. Giuseppe Benedetto Cottolengo, pregava un giorno nella Chiesa del Corpus Domini ed invocava l'assistenza della Madonna per dare principio ad un'opera di beneficenza. Da tempo desiderava mettere su un ospe­dale per raccogliere gratuitamente i bi­sognosi.

La Vergine SS. gli apparve e l'assicurò che l'avrebbe assistito.

Il Santo Sacerdote prese subito in af­fitto alcune camerette, le quali dopo qualche tempo non bastarono più. Co­minciò allora a fabbricare in Torino un ampio caseggiato.

Oggi la fabbrica è estesissima; circa tredici mila ricoverati vi stanno dentro e, senza pagare una lira, ricevono vitto, vestito ed assistenza amorosa. Sono po­veri ammalati, rachitici, sordo-muti, cie­chi, epilettici, mostri di natura, affetti da ogni sorta di mali. Un migliaio di Suo­re ed un buon numero di Sacerdoti sono dedicati al bene di questi infelici, venuti da diverse nazioni.

E' più di un secolo che la Casa del Cottolengo è in vita e non è mancato mai il necessario ai ricoverati. E' la Divina Provvidenza che assiste miracolosamen­te quest'opera di bene.

Se non ci fossero questi miseri soffe­renti, potrebbero i cuori farvi affluire la loro beneficenza? Potrebbero tante schie­re di Suore arricchirsi di si preziosi me­riti per l'altra vita?

 

La Conferenza di San Vincenzo

Non sono solamente le Suore ad aver cura degli infermi e dei bisognosi! Tro­viamo pure un grande numero di anime generose, dame di carità, studenti uni­versitari, professori, operai, ecc... che danno il loro nome alla così detta « Con­ferenza di San Vincenzo de' Paoli » e si recano a domicilio per sollevare i veri bisognosi, portando loro pane, indumen­ti, medicine, procurando lavoro.

Federico Ozanam, fondatore delle Con­ferenze, ha messo in mano a centinaia di migliaia di ascritti la chiave d'oro della carità per arricchire di gemme imperitu­re la loro corona celeste.

 

Il Giudizio Universale

Dice Gesù Cristo: Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tut­ti gli Angeli, allora siederà sul trono del­la sua gloria. Tutte le genti saranno adu­nate dinanzi a Lui e separerà gli uni da­gli altri, come il pastore separa le pecore dai capretti e metterà le pecore alla sua destra ed i capretti alla sinistra.

Allora il Re dirà a quanti saranno alla sua destra: Venite, o benedetti del Pa­dre mio; possedete il regno che vi è stato preparato fin dalla fondazione del mon­do. Perché io ebbi fame e voi mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi accoglieste; fui ignu­do e mi rivestiste; fui infermo e mi visi­taste; fui in prigione e mi veniste a tro­vare.

I giusti allora gli domanderanno: Si­gnore, e quando ti abbiamo visto aver fame e ti abbiamo dato da mangiare, aver sete e ti abbiamo dato da bere? E quando ti abbiamo veduto pellegrino e ti abbiamo accolto, ignudo e ti abbiamo rivestito? Quando mai ti abbiamo vedu­to infermo o in prigione e siamo venuti a trovarti? - E il Re risponderà loro: In verità vi dico che tutte le volte che avete fatto qualche cosa ad uno di questi mi­nimi tra i miei fratelli, l'avete fatta a me (S. Matteo, XXV, 31). -

Queste parole di Gesù Cristo non han­no bisogno di spiegazione; sono chiare. Il Giudizio Universale, pur riguardante tutti i precetti divini, si atterrà in modo particolare a quello dell'esercizio della carità verso il prossimo. In quel giorno solennissimo i buoni gioiranno immen­samente di aver approfittato delle mi­serie altrui per guadagnarsi il Paradiso; e tutti i poveri ed afflitti del mondo, che si troveranno nella schiera degli eletti, ringrazieranno la bontà di Dio che si è servita di essi per arricchire di gloria eterna gli alleviatori delle loro miserie.

In quel giorno supremo, dunque, com­prenderemo meglio il perchè Iddio abbia permesso tante afflizioni nel mondo.

 

Richiamo al bene

Si racconta che un grande pittore sta­va sopra un'alta impalcatura dentro una Chiesa, intento a ritoccare un bel qua­dro dipinto nell'abside. Altri operai era­no a suo fianco.

Ad un certo punto l'artista, tutto im­merso nel suo lavoro, tenendo gli occhi sulla pittura, camminava retrocedendo per vedere l'effetto del quadro. Era giun­to sull'orlo dell'impalcatura; ancora un passo indietro e sarebbe precipitato.

Si accorse dell'imminente grave peri­colo uno degli operai, il quale in un at­timo ragionò cosi: A chiamarlo per far­gli conoscere il pericolo, non farò in tem­po. Bisogna trovare un espediente per farlo venire subito in avanti.

In men che si dica, l'operaio afferrò un pennello inzuppato di colore e lo sca­gliò sulla bella pittura, deturpandola. L'artista, fuori di sé per la rabbia, ritor­nò sui suoi passi ed andò ad afferrare per il collo il povero operaio, che aveva osato fare quel gesto. L'operaio si svin­colò alla meglio e poi disse: Voi, caro si­gnore, a quest'ora sareste morto! Ho guastato il vostro quadro per salvare la vostra vita!

Conobbe il pittore il pericolo corso, ap­prezzò il gesto intelligente dell'operaio e sentì il bisogno di abbracciarlo.

Quello che avvenne a questo artista, avviene giornalmente agli uomini, i qua­li corrono pericolo di perdere l'anima e dannarsi eternamente. Il Signore, amo­roso operaio tutto intento al bene dei singoli, si serve del dolore per richiama­re sulla retta via i cattivi. Come quell'o­peraio guastò il quadro artistico, così Iddio in un momento opportuno, serven­dosi di un rovescio di fortuna, di una ma­lattia, di un amore fallito, di un lutto improvviso... guasta i piani di felicità effimera dei peccatori e provvidenzial­mente li fa rientrare in se stessi e li con­verte al bene.

 

La famiglia gaudente

Le stelle si vedono di notte, quando cioè la terra è al buio; quando splende il sole, è impossibile vederle. Dio, l'altra vita ed in generale tutte le grandi verità religiose, fanno capolino nell'anima uma­na specialmente nel tempo in cui si sof­fre. Chi nuota nell'abbondanza e gode ottima salute, difficilmente pensa ai beni spirituali.

Ecco una famiglia molto ricca: palaz­zi, ville, automobili, feste in casa e fuori, teatri, gite di piacere... niente manca per passare allegramente la vita. Genitori e figli godono florida salute. Battono alla porta i poveri, domandano pane e sento­no rispondersi: Andate via!... Non insu­diciate le scale!... Qui si ricevono i nobili e non i pezzenti! - Nelle feste suona la campana che invita i fedeli alla Santa Messa. Questi gaudenti non la sentono, o come se non la sentissero. - Che bi­sogno abbiamo di andare a pregare Dio?...

Non ci manca niente!

Poveretti! Continuando così, andreb­bero eternamente perduti nel fuoco del­l'inferno.

Ma Dio, sempre provvido, non dorme. Ecco il dolore penetrare in quella fami­glia. Il capo di casa, il padre, improvvi­samente si ammala. Dottori e specialisti sono al suo capezzale; ma ogni cura è inutile. Perduta la speranza negli uomi­ni, non resta che rivolgersi a Dio. I fa­miliari, non più avvezzi alla preghiera, accendono una lampada dinanzi all'im­magine del Signore o di qualche Santo. Qualcuno suggerisce di fare dei voti a beneficio dei poveri o di qualche Chiesa. C'è chi dice il Rosario alla Madonna. Nella famiglia è penetrata un po' di lu­ce spirituale.

Se Iddio crederà bene, darà la salute all'infermo, operando anche un miraco­lo; se invece nei decreti divini è stabilito il contrario, ecco la morte visitare la ric­ca famiglia.

Il lutto mette tutti in costernazione c'è chi bestemmia contro Dio, che ha messa la morte nel mondo; c'è chi si rassegna.

Ma quanta luce emana da quel cada­vere adagiato sul letto e poi deposto nel­la cassa! Quante pie riflessioni inondano l'anima dei parenti! Come appare la nul­lità dei beni terreni!

In tale stato di costernazione Iddio parla alle anime e queste sono disposte più che mai ad ascoltarlo.

Passa il tempo del lutto stretto; ma il dolore è domiciliato in casa.

La moglie del defunto fa celebrare del­le Messe in suffragio ed invita i figliuoli ad assistervi. Sono tanti anni che non ascoltano la Messa; qualche rara volta sono entrati nel Tempio non per prega­re, ma per curiosità o per fare sfoggio di vanità. Ora invece ascoltano la Messa, stanno raccolti nella preghiera, purifica­no la coscienza con la Santa Confessione e ricevono Gesù Sacramentato. Una goc­cia di balsamo scende su questi cuori af­flitti. Qualcuno singhiozza.

- Veramente, dice uno, sento che la Religione giova a qualcosa! Mi sento più rassegnato! Il mio dolore è temperato!... - Voglio ritornare, dice un altro, in questo sacro luogo! Voglio pensare di più all'anima mia. E' morto mio padre... un giorno morrò anch'io!... Se non faccio opere buone, cosa porterò all'altra vita?... Mio padre lasciò tutto. Pure io dovrò la­sciare ogni cosa!... Voglio cambiare vita!

Da quel giorno in poi, battono i poveri alla porta della ricca famiglia e sempre ricevono qualche cosa; sono trattati con rispetto: Vi facciamo questa elemosina; voi pregate per l'anima di papà nostro e anche per noi!...

All'occhio naturale la morte di questo uomo è stata una disgrazia; alla luce so­prannaturale è stata una fortuna, un tratto amoroso della Divina Provvidenza.

 

Un convertito

Era un bel giovane e molto intelligen­te; aspirava a grandi cose; maneggiava bene la penna e arricchiva vari periodici delle sue originali novelle. Giosuè Car­ducci lo scelse per figlioccio e lo incorag­giò a farsi strada nel campo dei roman­zieri.

Pieno d'orgoglio ed imbevuto d'idee malsane, poco si curava di Dio e dell'a­nima sua; ma il Signore presto venne in suo aiuto.

Prima una morte e poi un'altra, tol­sero dalla terra due giovanissime crea­ture, tanto amate dal nostro novelliere. I suoi sogni svanirono; il sole improvvi­samente si oscurò per lui, ma in com­penso apparvero le stelle. Col cuore in tempesta, non trovando conforto né pres­so gli amici né tra i divertimenti monda­ni, pensò di entrare in una Chiesa. Stet­te lì a meditare sulla sua sventura e sul­la fugacità dei piaceri terreni. Intanto che egli meditava, Gesù Sacramentato dal Tabernacolo mandava sprazzi di luce alla sua intelligenza e confortava il suo cuore.

Il giovane uscì dalla Chiesa consolato; non sapeva darsi ragione di quel muta­mento improvviso. In seguito volle ritor­nare più volte nel Tempio e sempre poté constatare che avvicinandosi alla Divi­nità le miserie della vita cambiavano aspetto.

Decise di cambiare condotta, aprì il cuore al Ministro di Dio in Confessione e ricevette la S. Comunione; da anni non si accostava più a Gesù Sacramentato. Provò grande gioia nel suo cuore; il do­lore della perdita delle persone amate si cambiò in dolce speranza di rivederle in Cielo presso il Creatore. Distrusse i suoi scritti cattivi e pensò di fare penitenza delle colpe commesse.

Dichiaratasi la guerra contro l'Austria nel Maggio del 1915, partì come volonta­rio con l'intento di dare la vita in espia­zione dei propri peccati. Da ufficiale, in ambienti corrotti, si mantenne come giglio, esempio luminoso agli indifferenti, ai cattivi ed anche ai buoni.

L'anima sua era ripiena di gaudio pu­ro e sentì il bisogno di mettere in iscrit­to i suoi sentimenti. Compilò alcuni qua­derni, intitolandoli « Colloqui ». L'ogget­to dello scritto era Gesù! Colloqui con Gesù! Quanta delicatezza di sentire! Quanto amore per il Signore! Quanto desiderio di sacrificio! Le lettere che dal fronte mandava alla madre, erano tra­boccanti di amor patrio e più che tutto di amor di Dio. Il suo desiderio fu sod­disfatto. Morì sul campo di battaglia, col nome di Gesù sulle labbra.

Il convertito è Giosuè Borsi.

 

CASTIGO DEI PECCATI

Il paralitico

C'era a Gerusalemme la piscina pro­batica o Vasca di Siloe, chiamata in e­braico Betsaida, che era munita di cin­que portici, sotto i quali giaceva una grande quantità di ammalati, ciechi, zop­pi e paralitici, in attesa del movimento dell'acqua, poiché l'Angelo del Signore discendeva di tempo in tempo nella pi­scina e l'acqua si agitava; allora il pri­mo che s'immergeva dopo il movimento dell'acqua, veniva guarito da qualsiasi infermità.

Trovavasi là un uomo infermo da 38 anni. Gesù che lo aveva visto giacere co­là, sapendo che già da molto tempo vi si trovava, gli disse: Vuoi essere guarito? - L'ammalato rispose: Signore, io non ho un uomo che m'immerga nella piscina al primo moto dell'acqua; mentre io vado, un altro vi discende prima di me. - Gesù gli soggiunse: Levati su, prendi il tuo giaciglio e cammina. - In quel medesimo istante l'uomo si trovò gua­rito.

In seguito Gesù trovò nel Tempio que­st'uomo e gli disse: Eccoti guarito; non peccare più, affinché non ti accada di peggio! (S. Giovanni, V, 2).

Queste ultime parole di Gesù Cristo: « Non peccare più, affinché non ti acca­da di peggio » meritano la nostra consi­derazione, in quanto dimostrano che tanti mali piombano sugli uomini come punizione dei peccati.

 

Dio è vendicativo?

Dio punisce i peccati. Per questo è forse Egli vendicativo? No! Egli è giu­sto! La giustizia esige che si dia a cia­scuno ciò che gli spetta; il Signore, giu­stizia infinita, non può non punire la col­pa, anche minima, come non lascia sen­za ricompensa una piccola opera buona, quale sarebbe dare un bicchiere di ac­qua ad un povero.

Tuttavia, quantunque giusto, il Signo­re manifesta a noi uomini più la sua bontà e misericordia, anziché la sua giu­stizia. Guai se non fosse così! L'umani­tà, che è tanto peccatrice, dovrebbe es­sere colpita giorno e notte dai divini ca­stighi, anzi meriterebbe di essere di­strutta.

Anche quando Iddio manda i suoi ca­stighi al peccatore, agisce sempre per amore, in quanto si propone il ravvedi­mento del colpevole. Ne abbiamo un e­sempio nel padre che punisce il figlio cattivo: lo rimprovera, lo minaccia e lo batte, per fargli riconoscere il male com­messo e farlo ravvedere.

I castighi di Dio sono in rapporto ai peccati; più gravi sono i peccati e più numerose le colpe, più forti sono le pu­nizioni. Tuttavia prima d'infliggere un castigo grave di ordine generale, il Si­gnore suole preavvisare. Il preavviso è certamente un atto di bontà divina, la quale, minacciando il castigo, dimostra di essere pronta a ritirarlo.

 

Il diluvio

Al tempo di Noè si viveva molto scan­dalosamente.

Iddio, giustamente sdegnato, voleva dare una solenne lezione all'umanità pervertita. Chiamò il giusto Noè e gli manifestò il piano di distruzione. - Da­vanti a me è giunta la fine d'ogni viven­te; siccome la terra per opera degli uo­mini è piena d'iniquità, io li sterminerò con la terra. Fatti un'arca di legni pial­lati... Manderò sulla terra le acque del diluvio. Però io stabilirò il mio patto con te; ed entrerai nell'arca tu, la tua moglie e le mogli dei tuoi figliuoli. Di tutti gli animali ne farai entrare nell'arca due di ciascuna specie... (Genesi, VI, 13). -

Da quel giorno fino all'attuazione di quel castigo passarono centoventi anni. Nel frattempo Noé annunziava a tutti il divino castigo e raccomandava di cam­biar vita e di fare penitenza. Ma ognu­no si rideva di lui e la vita scandalosa, continuava. Se l'umanità avesse allora lasciata la via dell'iniquità, Iddio avreb­be perdonato.

Alla bontà, dimostrata nel preavviso, ecco sottentrare la divina giustizia. E' cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente! All'ordine del Creatore eruppe­ro tutte le sorgenti del grande abisso, si aprirono le cateratte del cielo e piovve sopra la terra per quaranta giorni e qua­ranta notti; le acque crebbero oltremo­do sopra la terra, da rimanerne coperti tutti gli alti monti che sono sotto il cie­lo... E morì ogni vivente che si muoveva sulla terra, uccelli, animali, fiere, tutti i rettili e tutti gli uomini, tranne il giu­sto Noè e la sua famiglia.

Finito il diluvio ed asciugatasi la ter­ra, uscì dall'arca Noè e quanti con lui erano, compresi gli animali. Il gran pa­triarca eresse un altare ed offrì al Signo­re un olocausto. Iddio gradì questo sa­crificio e disse a Noè: Io non maledirò più la terra a causa degli uomini, perché i sensi ed i pensieri del cuore umano so­no inclinati al male sin dall'adolescenza; quindi non colpirò più ogni vivente, co­me ho fatto (Genesi, VIII, 21).

 

Il fuoco

Se Iddio promise di non colpire in mo­do cosi terribile tutta l'umanità, non vuol dire che parzialmente non avrebbe punito in seguito, individui, intere città ed intere nazioni.

I peccati provocano l'ira di Dio e spe­cialmente la provocano la bestemmia, l'omicidio e la disonestà. Quando questi peccati acquistano il carattere generale in qualche parte della terra e colmano la misura dell'iniquità, allora Iddio dà corso alla sua giustizia.

Al tempo di Abramo c'erano in Pale­stina fiorentissime città, tra cui Sodo­ma e Gomorra. La ricchezza stragrande aveva portato il lusso e l'ozio; essendo però l'ozio il padre dei vizi, ne venne per conseguenza un dilagare di disonestà mai vista.

Il Signore disse un giorno ad Abramo: Il grido contro Sodoma e Gomorra si è fatto più forte ed il loro peccato è diven­tato troppo enorme... - Abramo rispose:

Farai tu perire il giusto con l'empio? - Ed il Signore gli soggiunse: Se io trovo nella città di Sodoma cinquanta giusti, perdonerò a tutto il luogo per amore di essi. - Ed Abramo riprese a dire: Dac­ché ho incominciato, parlerò con ardire al mio Signore, quantunque io non sia che polvere e cenere. E se ci saranno me­no di cinquanta giusti... anche venti o dieci, perdonerai? - Ed il Signore a lui: Non distruggerò la città per amore di quei dieci! (Genesi, XVIII, 23).

Purtroppo i dieci giusti non c'erano a Sodoma ed allora il castigo di Dio si av­verò. Nell'ora in cui sorge il sole, il Si­gnore fece piovere dal cielo su Sodoma e Gomorra zolfo e fuoco e distrusse quel­le città con tutti i loro dintorni, con tut­ti gli abitanti e con tutto quello che cre­sceva sul suolo.

Abramo, levatosi la mattina per anda­re nel luogo dove era stato prima a par­lare con il Signore, guardando Sodoma e Gomorra e tutto il paese di quella re­gione, vide le faville che si alzavano dal la terra come il fumo d'una fornace. Dove prima sorgevano queste città, ora trovasi il Mar Morto, che contiene acque fetide ed è circondato da deserto. Pare che ancora continui la maledizione di Dio su questo lembo della Palestina.

 

La giustizia divina permane

Di questi castighi, per cosi dire solen­ni, che Iddio prima minacciava e poi ef­fettuava, la storia sacra ne registra pa­recchi, non ultima l'uccisione dei figli primogeniti degli Egiziani al tempo di Mosè.

Ma se il Signore in seguito non ha mandato il diluvio, né ha fatto più pio­vere dal cielo zolfo e fuoco, non vuol di­re per questo che Egli abbia cambiato condotta; la sua divina giustizia è sem­pre uguale; i suoi castighi si effettuano sulla terra, qua e là, secondo i suoi prov­videnziali disegni. Gli uomini non sem­pre si accorgono dell'ira divina ed attri­buiscono soltanto al caso od alle leggi naturali i grandi cataclismi.

Un terremoto distrugge una città, una alluvione devasta un paese, un'eruzione vulcanica brucia una contrada, una vio­lenta grandinata rovina un raccolto, una prolungata siccità rende inutile il lavoro dei contadini... Questi sono feno­meni che si possono spiegare in forza delle leggi naturali; però chi opera è sempre Iddio, il quale, servendosi delle cause seconde, dà libero corso alla sua giustizia e là punisce la bestemmia, qua la profanazione del giorno festivo, in quella città lo scandalo, altrove altri pec­cati.

 

Parigi

Chi non conosce le miserie morali di Parigi? Sono celebri in tutta l'Europa e nel mondo intero. Il Signore non resta indifferente davanti a tanta iniquità e alza la sua mano per colpire.

Il 5 gennaio del 1870 Iddio si manife­stò a San Giovanni Bosco nei riguardi di questa città. Ecco le testuali parole udite dal Santo nella visione « Le leggi di Francia non riconoscono il Creatore, ed il Creatore si farà cono­scere e la visiterà tre volte con la verga del suo furore.

« Nella prima abbatterà la sua super­bia, con le sconfitte, con il saccheggio e con la strage dei raccolti, degli animali e degli uomini.

« Nella seconda, la grande peccatrice di Babilonia, quella che i buoni sospi­rando chiamano il postribolo d'Europa, sarà privata del suo capo in preda al di­sordine.

Parigi... Parigi!... Invece di armarti del nome del Signore, ti circondi di cose d'immoralità. Esse saranno da te stessa distrutte; l'idolo tuo, il Pantheon, sarà incenerito. I tuoi nemici ti metteranno nelle angustie, nella fame, nello spaven­to e nell'abbominio delle nazioni. Ma guai a te se non riconoscerai la mano che ti percuote! Voglio punire l'immora­lità, l'abbandono e il disprezzo della mia legge.

«Nella terza cadrai in mano straniera; i tuoi nemici da lontano vedranno i tuoi palazzi in fiamme, le tue abitazioni di­venute un mucchio di rovine, bagnate del sangue dei tuoi prodi, che non son più».

La visione ebbe una seconda parte ri­guardante il Papa; la tralascio perché non fa per il caso nostro.

Che cosa significano le parole dette da Dio a San Giovanni Bosco? Che la Fran­cia e in modo particolare la sua Capita­le, Parigi, avrebbe avuto guerra, scon­fitta, fame e distruzione per castigo dei molti peccati.

Da quanto si è detto quindi si può ri­levare che i disastri rionali, cittadini e nazionali sogliono avvenire per permis­sione di Dio a punizione delle colpe.

 

Solidarietà e Collettività

A questo punto della trattazione il let­tore potrebbe domandare: Dio mandò il diluvio per punire i cattivi, fece piovere fuoco per distruggere gli scandalosi, col­pì Parigi;... ma in queste punizioni gene­rali non vengono coinvolti anche gl'in­nocenti, ad esempio, i bambini che sono incapaci di peccare?

La difficoltà è seria ed ha bisogno di schiarimento.

Noi siamo singoli, però facciamo parte di una famiglia, di una città e di una nazione. Davanti a Dio la collettività ha il suo valore. La collettività è rappresen­tata dai capi e dalla maggioranza dei sudditi. Quando una comunità osserva la legge di Dio, scendono su di essa le celesti benedizioni; se al contrario la co­munità si comporta male, sopra di essa cadono i castighi di Dio.

Così, se una famiglia composta dei genitori e di cinque figli, è premurosa di osservare i divini precetti, il Signore la benedice e la fa prosperare, anche quan­do vi fosse qualcuno dei figli troviato; costui facendo parte di una buona fami­glia, usufruisce della prosperità di essa. Un'altra famiglia invece ha i genitori scandalosi e bestemmiatori, un figlio la­dro ed un altro vendicativo; Iddio puni­sce presto o tardi questa piccola comu­nità e sono coinvolti indirettamente an­che i bambini.

Questa condotta del Creatore potreb­be sembrare ingiusta: Perché colpire chi non ha peccato? - Noi non possiamo tacciare d'ingiustizia la Divinità. L'er­rore sta proprio in noi, perchè in ogni dolore vediamo un castigo; noi invece dobbiamo pensare che l'afflizione che piomba su di una famiglia, su di una cit­tà o di una nazione, serve di castigo ai colpevoli e di fonte di merito agli inno­centi che possono meritare. La sofferen­za di quegli stessi che non possono me­ritare perché incapaci, suole essere un aumento di pena ai membri colpevoli; così il dolore del padre cattivo aumenta al vedere i bambini che soffrono per ca­gione sua.

 

DIFFICOLTA' POPOLARE

Nel mondo si fanno tanti peccati, cioè bestemmie, scandali, omicidi, furti ed in­giustizie di ogni sorta. Se è vero il detto « Non si muove foglia senza che Dio lo voglia », si potrebbe affermare che il Si­gnore vuole che si faccia tanto male; se egli non volesse, non capiterebbe niente di tutto ciò nel mondo.

Questa è una difficoltà popolare.

 

La libertà umana

Come si è detto innanzi, Iddio non vuo­le il male e non può giammai volerlo; af­fermare il contrario sarebbe un assurdo. Non dimentichiamo che il vero male, og­gettivamente parlando, è il solo peccato e non ciò che noi chiamiamo disgrazia o sofferenza.

Iddio non solo non vuole che si faccia il male, ma anzi lo proibisce assoluta­mente a tutti con la minaccia dei casti­ghi temporanei od eterni. Infatti nella legge divina troviamo: Non profanare il nome del Signore! Non uccidere! Non rubare! Ama il prossimo tuo come te stesso!

Non si può dunque ammettere che il Signore proibisca questo male e nello stesso tempo voglia che gli uomini lo fac­ciano. Se costoro bestemmiano, rubano, opprimono il debole, feriscono, uccidono, ecc... fanno ciò per loro malvagità.

Il Signore, quantunque non voglia il male, lo permette per lasciare libera la volontà umana.

La libertà è la facoltà per cui l'uomo può fare una cosa o non farla, oppure fra diverse cose sceglierne una.

La libertà differenzia gli uomini dagli animali ed è perciò un grande dono di Dio. Non si può negare che questo dono sia tremendo. Guai ad abusarne!

Iddio non forza mai la libertà di alcuno, né per fare il male, che sarebbe im­possibile, né per operare il bene; però Egli con i suoi lumi rischiara l'intelligen­za dell'uomo e ne muove la volontà al bene, lasciandolo sempre libero di fare o non fare una cosa. Se il Signore non ri­spettasse la libertà umana, farebbe una ingiustizia a condannare un'anima al­l'inferno.

 

Dio permette il male

Dal concetto di libertà sgorga il prin­cipio dommatico: Dio non vuole il male, ma semplicemente lo permette, e lo per­mette lasciando intatta la libertà del­l'uomo, sapendo poi ricavare il bene an­che dal male.

I cattivi sono dunque liberi di fare il male: il prepotente di schiacciare il de­bole, il ladro di assalire a mano armata e rubare, il disonesto di attuare i suoi perversi piani, ecc... Ma i cattivi possono fare tutto il male che vogliono? No! Il Signore mette loro un limite, come limita il potere dei demoni, ai quali permet­tendo ad esempio di tentare gli uomini, non permette in generale di togliere lo­ro la vita.

 

Ricava il bene dal male

Stando così le cose del mondo, l'infini­ta sapienza di Dio sa ricavare il bene an­che dal male e, non sfuggendo niente al suo sguardo, si serve anche delle minime circostanze per fare convergere tutto al­la sua gloria ed a vantaggio delle ani­me. Noi vediamo gli avvenimenti isolati; Dio non solo vede i singoli avvenimenti nei loro minimi particolari, ma li vede anche nel loro complesso, siano essi pas­sati, presenti o futuri. Moltissimi dei « perchè » degli umani eventi a noi sfug­gono e non saremo mai in grado di com­prenderli. Ma il Signore nel giorno del Giudizio Universale, quando tutte le ge­nerazioni saranno al suo cospetto per es­sere giudicate, allora farà comprendere il perché della sua condotta nel mondo riguardo ai singoli individui e riguardo ai popoli; non ci sarà niente di nascosto che non verrà messo alla luce.

 

Un paragone

Eccoci davanti ad un quadro artistico. Un profano di pittura osserva il lavoro ed esclama: Pare un bel quadro! - Ma se costui volesse andare più a fondo, non essendo competente in materia, potreb­be domandarsi: Perchè il pittore ha di­pinto il tale personaggio con questo co­lore?... Perchè ha messo un'ombra in quell'angolo?... Perchè ha messo in ma­no al guerriero quest'arma e non un'al­tra?... - E così tante altre domande.

Il profano non sa spiegarsi tanti « per­chè » riguardanti il quadro e perciò non ha il diritto di criticare il lavoro; l'arti­sta invece, conoscendo l'effetto dei colo­ri e delle ombre, il genere dei personag­gi, ecc... può dare spiegazione dei vari «perchè » e lasciare soddisfatti i visi­tatori.

Il mondo è un quadro meraviglioso e complesso; Dio che l'ha fatto dal nulla, lo conosce sino alle intime latebre; la­scia liberi gli uomini, i quali si agitano come meglio loro piace; ma è sempre Lui che li conduce dove vuole. In questo qua­dro del mondo noi scorgiamo tante om­bre; ci domandiamo: Ma perchè la tal cosa?... Perchè questo evento?... Perchè questa ingiustizia?... Perchè il Signore si comporta cosi?... - Dobbiamo confes­sare che noi siamo profani in proposito; la condotta di Dio, Sommo Artista, è in­censurabile e degna di venerazione, per­chè i minimi particolari a Lui sono ben noti e sono sempre frutto di amore e di giustizia.

 

Le persecuzioni

Per comprendere questo concetto, dia­mo uno sguardo ad un evento importan­te nel mondo, per esempio alle persecu­zioni dei primi secoli del Cristianesimo.

Gesù Cristo fondò la sua Chiesa e le diede un capo visibile, San Pietro; i po­chi Apostoli ebbero il compito di comin­ciare a diffondere il regno di Dio nel mondo. Predicavano il perdono delle of­fese, la purezza dei costumi, il distacco dalle ricchezze, la vita d'oltre tomba, ecc. I cattivi, mal soffrendo questa dottrina perchè contraria ai loro vizi, si schiera­rono contro gli Apostoli e contro i pri­mitivi Cristiani. Gl'imperatori di Roma, temendo che la nuova Religione minas­se l'edificio dell'impero, ingaggiarono aspra lotta contro tutti i seguaci di Ge­sù Cristo. Le persecuzioni in tutto l'im­pero furono terribili e durarono tre se­coli. Furono certo milioni e milioni i Martiri Cristiani; molti di essi finirono la vita tra le fiamme, tra le zanne delle fiere e sotto la spada, e gli altri compi­rono il glorioso martirio in fondo alle prigioni o annegati nel mare e nei fiumi.

Possiamo noi dire che Iddio abbia vo­luto le persecuzioni? Sarebbe stoltezza il pensarlo. Ma dunque perchè le permise? Per lasciare liberi gli uomini. E quale bene potè Iddio ricavare da tanta strage?

1°. Le persecuzioni servirono a far co­noscere meglio la Religione di Gesù Cri­sto, poichè tutto l'impero romano pren­deva parte viva al movimento religioso: i filosofi volevano approfondire le subli­mi verità, i buoni parlavano con entu­siasmo del Divin Nazareno morto in cro­ce e poi risuscitato, i cattivi escogitava­no argomenti per combattere il Vangelo di Dio e così erano costretti a studiare i detti ed i fatti di Gesù, gl'indifferenti ed i curiosi assistevano ai tormenti che si infliggevano ai Cristiani nelle piazze e negli anfiteatri e cosi poco per volta si avvicinavano alla luce della Fede.

2°. Iddio permise le persecuzioni per fare comprendere al mondo intiero che la sua Chiesa non è opera di uomo. Le opere umane infatti per affermarsi han­no bisogno di mezzi, come armi, denaro, uomini di alto ingegno, ecc... Gesù Cri­sto invece formò stabilmente la sua Chie­sa, servendosi di dodici uomini, poveri pescatori incolti, privi di armi materiali e di denaro. Questo piccolo nucleo di uo­mini poté disfare quell'impasto di super­stizioni e d'immoralità di cui era impre­gnato l'impero romano.

3°. Le persecuzioni servirono a far ri­splendere la potenza divina, la quale di continuo si manifestava coi miracoli: Cristiani che in mezzo alle fiamme can­tavano e ne uscivano illesi, come Santa Lucia; uomini e donne d'ogni ceto e con­dizione dati in pasto alle fiere affamate, che venivano lasciati incolumi; altri, get­tati nelle acque del mare con pesanti àn­core, ritornavano alla riva serenamen­te... Questi miracoli erano il germe di altri Martiri, cosicché mentre si uccide­vano centinaia di credenti in Cristo, ne sorgevano migliaia sempre più corag­giosi.

4°. La pianta s'innaffia e cresce con l'acqua; la Chiesa Cattolica col sangue dei Martiri. Il sangue sparso da questi eroi della Fede parla ancora e parlerà sempre nel corso dei secoli. Iddio si ser­ve dei suoi Martiri per dare al mondo l'esempio del sacrificio. Il regno dei Cieli si acquista con la forza e lo rapiscono i violenti. I Martiri sono quindi un rim­provero ai neghittosi ed a tutti coloro insomma che vorrebbero andare in Pa­radiso senza imporsi sacrifici.

5°. Furono le persecuzioni la palestra dei servi fedeli del Signore. Essi furono provati nella virtù e preferirono perdere le ricchezze materiali, gli onori ed i pia­eri mondani ed anche la vita, unicamen­te per amore di Gesù ed in vista del pre­mio eterno. Tanti milioni di Martiri oggi godono in Paradiso e risplendono nel­la gloria celeste come gli astri nel firma­mento. Avrebbe avuto la Chiesa di Gesù Cristo questo grande esercito di Santi, se non ci fossero state le persecuzioni?

Si conclude, quindi, che Iddio sa rica­vare il bene anche dal male.

 

La guerra mondiale

Mentre si scrivevano queste pagine, si combatteva la guerra mondiale; la sto­ria non ne registra una simile. Campi di battaglia rosseggiarono di sangue uma­no; cataste di cadaveri di soldati in pre­da alle fiamme; grandi navi cariche di militari calarono a picco nel profondo del mare; innumerevoli aeroplani preci­pitarono dall'alto del cielo in terra; pa­lazzi, villaggi e città in preda alla distru­zione; gente che gemette negli ospedali, altra che visse disperatamente nei rifu­gi; madri che piansero i figli morti o di­spersi; spose sconsolate che rimasero vedove in giovane età; orfani che restaro­no privi del bacio paterno; mancanza di pane e di elementi necessari alla vita; privazione di abiti; timori per il dopo­guerra; agitazioni popolari con spargi­rasento di sangue; imprecazioni contro gli autori della guerra; bestemmie con­tro la Divinità; e tante altre miserie...

In tale stato di cose Iddio si è mante­nuto estraneo? Vediamo!

 

La misura colma

Sant'Alfonso De' Liguori, Dottore di Santa Chiesa, asserisce che la misericor­dia di Dio è infinita riguardo a se stessa, ma che è limitata riguardo alle creatu­re; e come il Signore tiene fissato per ciascun uomo il numero dei giorni di vi­ta, così tiene determinato per ciascuno il numero dei peccati che vuol perdona­re. Come si comporta Dio coi singoli in­dividui, così si comporta anche con i po­poli. Ovunque e sempre si sono commes­si e si commetteranno dei peccati, ma quei alle volte colmano la misura fis­sata da Dio.

I peccati dei popoli in questi tempi so­no troppi: bestemmie orrende pronun­ciate da uomini e da donne; profanazio­ne abituale dei giorni festivi; disonestà private e pubbliche, in famiglia, nei tea­tri, nei salotti, nelle spiagge; moda ver­gognosa, stampa indecente; infedeltà co­niugale; impedimento di generazione; uccisioni di bambini prima che vedano la luce; Chiese deserte; lotta al Papa e disprezzo verso i Sacerdoti; attacco sfre­nato ai beni terreni e scherno dell'altra vita; ricerca di godimenti e fuga della penitenza; ingiustizia spudorata negli uffici, nelle amministrazioni e nel com­mercio; ed infine superbia sfrenata in certi reggitori di popoli, i quali fanno di tutto per togliere il sentimento religioso nei sudditi e pretendono di dominare nei mondo come divinità.

Questo è il doloroso quadro dell'attua­le società. Tanti e si gravi peccati del mondo colmarono la misura davanti a Dio. E come il Creatore disse ad Abramo: Il grido contro Sodoma e Gomorra si è fatto più forte ed il loro peccato è di­ventato enorme! - così Egli ripetè an­che nel nostro secolo, scorgendo tanta iniquità sulla terra.

Il Signore avverti il mondo 22 anni prima del castigo, per mezzo dell'appa­rizione della Madonna a Fatima, nel Por­togallo. Maria Santissima Immacolata apparve a tre fanciulli, presente una moltitudine di più di settantamila per­sone. E mentre prodigiose guarigioni av­venivano tra la folla, fenomeni mai visti si scorgevano nel sole e la Madonna così parlava: Se non si farà quello che vi dico, se non si cessa di offendere il Signo­re, sarà palese la giustizia divina con gravissimi castighi. Una propaganda em­pia diffonderà nel mondo i suoi errori, suscitando guerre e persecuzioni alla Chiesa; molti buoni saranno martirizza­ti; il Santo Padre avrà molto da soffri­re... Se non si cessa di offendere il Signo­re, sotto il Pontificato dell'altro Papa, comincerà una guerra terribile. Quando vedrete una notte illuminata da una lu­ce sconosciuta, sappiate che quello è il segno che vi dà Iddio; allora sarà pros­sima la punizione del mondo per i suoi grandi delitti mediante la guerra, la fa­me e la persecuzione contro la Chiesa e contro il S. Padre... Se si darà ascolto al­le mie domande, la Russia si convertirà e ci sarà la pace; altrimenti si diffonde­ranno grandi errori nel mondo, varie na­zioni saranno distrutte ed infine il mio Cuore Immacolato trionferà e sarà con­cesso alla umanità un periodo di pace.

Questo grande monito, che Iddio die­de al mondo per mezzo di Maria SS. a­vrebbe dovuto essere subito ascoltato. Invece la maggioranza dell'umanità fe­ce la sorda e non solo non cessarono i peccati, ma piuttosto si moltiplicarono. Ecco nella notte del 24 gennaio 1939 ap­parire la straordinaria aurora boreale. L'avviso era venuto ed il castigo doveva cominciare: si iniziò infatti la guerra nei paesi nordici.

Sei anni di guerra micidiale! Ed il Si­gnore e la sua Santissima Madre si sono forse eclissati? No! L'occhio vigile di Dio è sugli uomini, i quali poco pensano ai divini castighi.

 

UN'ALTRA DIFFICOLTA'

E' bene ora sciogliere un'altra difficol­tà, la quale spesso si porta avanti nelle traversie della vita: Dio fa prosperare i malvagi ed invece fa soffrire i buoni! - Oppure si dice: Più buono sono e più mi tocca soffrire! - Queste frasi sono con­formi a verità?... Sono del tutto false?...

S'intendono per cattivi coloro che, mettendo da parte ogni legge morale, vi­vono sfrenatamente col darsi in braccio ad ogni sorta di piacere.

Costoro non cercano altro nella vita che la soddisfazione delle loro malsane passioni, assecondando specialmente l’orgoglio e la sensualità. Vivono senza ti­more di Dio, preoccupati solo di conser­vare la vernice dell'onestà, per poter sta­re bene in società.

Questi cattivi, mirati con superficialità, suscitano l'invidia di molti. In realtà però non sono così felici come sembrano. Siccome hanno la coscienza anche i cat­tivi, non possono costoro di tanto in tan­to non sentire il forte pungolo del rimor­so per il male operato; cosicché hanno il sorriso sulle labbra, non di raro forzato, e nel cuore provano una profonda tri­stezza. Si domandi ai gaudenti del mon­do: Siete proprio felici con le vostre ric­chezze e con tutti i piaceri che vi procu­rate?... Se vogliono essere sinceri, devo­no confessare: Momentaneamente affer­riamo la felicità, ma ci sfugge ben pre­sto, lasciandoci l'amarezza.

 

I buoni

I buoni sono quelli che si studiano di osservare la legge di Dio e fanno quindi degli sforzi per resistere alle attrattive del male. Lo sforzo richiede sacrifizio e per conseguenza la vita dei buoni è co­sparsa di spine. Invero costa fatica tè­nere a freno l'innata superbia, moderare ì sensi del corpo in conformità alla retta ragione, mantenersi immacolati anche nei pensieri pur vivendo in una società corrotta, perdonare chi ci offende, anzi ricambiare il male con il bene, ecc...

All'occhio superficiale i buoni muovo­no quasi a compassione; ma in fondo al­l'anima essi godono la vera pace, che è testimonianza della buona coscienza. Al contrario dei cattivi, i buoni afferrano la vera felicità, cioè l'amicizia di Dio, e pos­sono esclamare con verità: Il nostro lab­bro pare abbeverato di assenzio, ma il nostro cuore è inebriato di miele!

 

Beati coloro che piangono!

Se dopo questa vita non ce ne fosse un'altra, ed eterna, sarebbe da preferirsi la vita gaudente dei cattivi a quella dei buoni.

Tuttavia, essendoci un'altra vita, l'u­nica via da scegliere è quella dei buoni. Ascoltiamo quello che ci insegna Gesù Cristo, nostro Redentore, e che un giorno sarà anche nostro Giudice.

Gesù, vista un giorno attorno a sé molta folla, salì sopra un monte e disse: Beati i poveri di spirito, perchè di loro è il regno dei Cieli! Beati i mansueti, per­chè essi possederanno la terra! Beati co­loro che piangono, perchè saranno con­solati! Beati quelli che hanno fame e se­te della giustizia, perchè saranno sa­ziati! Beati i misericordiosi, perchè tro­veranno misericordia! Beati i puri di cuore, perchè essi vedranno Dio! Beati i pacifici, perchè essi saranno chiamati fi­gli di Dio! Beati quelli che soffrono per­secuzioni per causa della giustizia, per­chè di loro è il regno dei Cieli! Beati voi, quando vi oltraggeranno e, mentendo, diranno di voi ogni male per causa mia; rallegratevi ed esultate, perchè grande sarà la vostra ricompensa nei Cieli!

Dunque Gesù chiama beati coloro che praticano la virtù della povertà, della pazienza, della misericordia, della purez­za, ecc... Chiama beati, cioè degni d'invidia, quelli che in questa vita soffrono e piangono, poiché per loro verrà il gior­no della consolazione.

Inoltre Gesù si rivolge ai suoi seguaci, invitandoli amorevolmente a patire: - Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua! -

E volendo il Divin Redentore persua­dere i buoni a soffrire generosamente e far loro comprendere le sue mire amo­rose, porta l'esempio del potatore. Quan­do un contadino ama una pianta e desi­dera che essa renda molto, allora fa la potatura dei suoi rami. Così si comporta il Padre Celeste con le anime che predi­lige le pota, cioè toglie loro quanto pos­sa impedire il bene spirituale, e fa sì che piangano, come pare che pianga la pian­ta dopo la potatura.

 

Cure premurose

Si legge nella Sacra Scrittura: Molte sono le tribolazioni dei giusti: ma da es­se il Signore li libererà (Salmo, XXXIII, 9). Iddio, pur mettendo alla prova i buo­ni, non li abbandona mai; li circonda anzi di amorevoli cure, come la madre è piena d'attenzione per il suo bambino. Dice Gesù: I capelli del vostro capo so­no contati e non ve ne cade uno senza che il Padre vostro Celeste lo sappia. Con queste parole il Signore vuol far com­prendere come Egli segua la vita dei buoni tribolati e come s'interessi anche dei loro minimi bisogni.

 

Scontare i peccati

Dopo quanto è stato detto, i buoni non dovrebbero mai lagnarsi delle sofferen­ze; dovrebbero piuttosto rassegnarsi al­la volontà di Dio ed anche gioirne.

Sei tu, o anima cristiana, sempre stata vicina a Dio? Non l'hai offeso mai gra­vemente?

Tuttavia avrai commesso nel corso della vita dei peccati leggeri, impazien­ze, vanità, risentimenti, pigrizia nel di­vino servizio...

Iddio, poiché ti ama, vuol purificarti con la sofferenza, mentre sei in questa vita, per risparmiarti il Purgatorio dopo la morte.

Hai invece tu, o anima cristiana, com­messi dei gravi peccati nella gioventù... in quell'altro periodo critico della tua vita?... E' vero che te ne sei pentita e che il Signore ti ha perdonato; però ti resta da scontare ancora la pena tem­poranea meritata peccando. Ti piacereb­be scontare tra le fiamme del Purgatorio, e chi sa per quanto tempo, il male fatto? No, certamene, se hai davvero Fede! Dunque, sii grata a Dio che ti fa scontare quaggiù i peccati con delle sofferenze di gran lunga inferiori a quelle del Purga­torio! Al Purgatorio ci pensiamo poco.

 

La ricompensa

Il mondo godrà, dice Gesù Cristo, e voi piangerete; ma il vostro pianto sarà cambiato in gaudio.

Come l'agricoltore getta il seme sospi­rando ed attende al lavoro campestre con sacrificio, sotto il gelo e sotto il sole co­cente, ma alla fine raccoglie cantando il frutto del suo sudore, cosi sarà anche per i buoni. Verrà giorno in cui essi dimenti­cheranno i gemiti ed i sospiri e saranno ripieni di gioia.

Quale sarà questo giorno fortunato di gaudio? E' l'ultimo della vita terrena.. I buoni, presso a chiudere gli occhi alla luce di questo mondo, pensando al bene compiuto in vita e pieni di fiducia nelle promesse di Gesù Cristo, cominciano a pregustare l'eterna felicità. Partito che sia da questa valle di pianto l'uomo giu­sto, vede il Signore ammantato di bontà e sente dirsi: Vieni, servo buono e fede­le! Poichè sei stato fedele nel poco, ti farò padrone di molto! Entra nel gaudio del tuo Signore!

E chi può esprimere la gioia dei buo­ni al primo entrare in Paradiso? Saran­no ripagati ad usura del bene fatto in vita! La ricompensa sarà abbondantissi­ma, secondo le parole del Signore: Io stesso sarò la vostra ricompensa molto grande!

 

Guai a voi, che ora ridete!

Abbiamo ascoltato la parola di Gesù Cristo riguardo ai buoni tribolati; ascol­tiamo ora quanto Egli stesso dice riguar­do ai cattivi gaudenti.

Quando il Signore ebbe pronunziato sul monte le beatitudini, aggiunse subi­to dopo dei « guai ».

- Ma guai a voi, o ricchi, perchè ave­te già la vostra consolazione! Guai a voi, che siete satolli, perchè patirete la fa­me! Guai a voi che ora ridete, perchè piangerete e gemerete!...

Quelli dunque, che godono sfrenata­mente, cioè i ricchi, i sazi e coloro che si procurano ogni sorta di piacere, sono mi­nacciati terribilmente da Dio. Parlando di costoro, il Signore dice ancora che li tratterà come il contadino tratta la pa­glia ed il fieno, saranno cioè gettati nel fuoco a bruciare.

 

L'abbandono di Dio

Perchè alle volte i cattivi prosperano nei loro affari, godono florida salute e nuotano tra i piaceri della vita?... Potrà darsi che fra tanto male che essi com­mettono, compiano anche qualche opera buona ed Iddio voglia ripagare su que­sta terra i loro atti di virtù. Non è raro infatti il caso di vedere, ad esempio un bestemmiatore, uno scandaloso, un la­dro... compiere un atto di carità.

Quando i cattivi si vedono prosperare, è proprio il caso di mettersi a piangere sulla loro sorte, perché sono già abbandonati da Dio. Bestemmie sopra bestem­mie, scandali su scandali, profanazione di giorni festivi, ecc... ed il Signore li la­scia fare, come se non se ne desse per inteso. Questi miseri peccatori sono si­mili alle piante di cui l'agricoltore non vuole più interessarsi. Quando un padre non rimprovera più il figlio e lo lascia libero di fare ciò che vuole, è segno che il figlio è perduto moralmente. Allorché il medico dice ad un ammalato: Mangia ciò che vuoi e bevi ciò che ti aggrada! - vuol dire che l'infermo è di già spac­ciato. La stessa cosa è da pensarsi di que­gli uomini malvagi, che Iddio lascia in abbandono; possono dirsi perduti.

 

Dio non paga il sabato

Non è però da credere che i cattivi se la facciano sempre franca in questa vi­ta! Si dice che Iddio non paga il sabato, cioè non punisce il male nell'atto stesso in cui si fa; la punizione divina, quando meno si pensa, ecco che piomba sul ca­po del malvagio.

Sono perciò da compiangersi coloro che invidiano la vita dei cattivi gauden­ti. Solo chi non ha fede può fare ciò!

Non si dimentichi il proverbio: Ride bene chi ride l'ultimo!

Che cosa vale una vita di piaceri, che dura venti, quaranta..., cento anni, se subito dopo dovrà aver principio una vi­ta d'eterno supplizio?

E' meglio dunque tribolare tempora­neamente in questa vita e meritarsi così un'eterna felicità.

 

COME SOFFRIRE

Poiché la sofferenza tocca tutti i figli di Adamo, o buoni o cattivi che siano, gli uni per purificarli, gli altri per punirli, conviene scendere alla pratica suggeren­do le norme sul modo di soffrire.

Si può soffrire o con disperazione o con rassegnazione o con amore. E' ne­cessario qualche schiarimento in propo­sito.

 

La disperazione

Chi non ha il lume della Fede, natu­ralmente davanti al dolore cede, special­mente se questo è duraturo e forte. Ecco allora venire l'impazienza, poi la rabbia ed infine la disperazione, la quale si manifesta con bestemmie e con propositi di suicidio.

Che cosa se ne guadagna a soffrire in questo modo? Niente! Anzi c'è tutto da perdere! Anche ad arrabbiarsi, la soffe­renza rimane lo stesso. Volere o no biso­gna fare la volontà di Dio, o per amore o per forza. Stando così la cosa, non si ha da fare altro che rassegnarsi nel do­lore e fare di necessità virtù.

 

La rassegnazione

Rassegnarsi vuol dire uniformarsi nel soffrire alla volontà di Dio.

Per tutti la vita è un intreccio di rose e di spine. Come non c'é Altare senza Croce, così non c'é uomo senza pena. Tutti perciò abbiamo la croce; c'è chi l'ha molto pesante e c'è chi l'ha legge­ra; alcuni l'hanno di oro, in apparenza leggera, ma in realtà più dura a portar­si, mentre altri l'hanno di legno. Ognu­no inoltre crede che la propria croce sia più pesante di quella degli altri; ma in questo giudizio spesso ci si sbaglia.

Il portare la croce dispiace ordinaria­mente a tutti; ma questo dispiacere non toglie il merito alla sofferenza, quando si sopporta tutto con rassegnazione. Ge­sù Cristo ci è maestro in tutto ed in mo­do particolare nella rassegnazione.

 

Padre, sia fatta la tua volontà!

Gesù, quantunque Dio, come uomo sentiva ripugnanza a patire. Osservia­molo al principio della sua Passione.

Finita l'ultima Cena ed istituita la SS. Eucaristia, Egli andò nell'Orto del Getsemani in compagnia dei discepoli. Ivi giunto, disse loro: Sedete qui, mentre io mi,allontano a pregare. -

Gesù vide in un quadro tutti i dolori della Passione e, sebbene disposto a sal­vare l'umanità col sacrifizio della pro­pria vita, tuttavia incominciò a provare grande tristezza ed angoscia, sino ad esclamare: L'anima mia è triste fino al­la morte!... Lo spirito è pronto, ma la carne è debole! Di poi si prostrò col vol­to a terra e pregò dicendo: Padre mio, se è possibile, si allontani da me questo ca­lice! Tuttavia sia fatta la tua volontà e non la mia! Per tre volte ripeté le me­desime parole. Allora gli apparve un An­gelo per confortarlo. Era così grande l'angoscia di Gesù, che il suo corpo in­cominciò a sudare ed il suo sudore era simile a gocce di sangue che cadevano per terra. Subito dopo ebbe principio la terribile Passione.

In questa scena di Gesù nell'Orto ap­pare tutta la debolezza della natura u­mana davanti al dolore. La carne è de­bole, dice il Redentore, però il mio spi­rito è pronto, cioè la mia volontà è di­sposta ad uniformarsi in tutto a quella dell'Eterno Padre!

Da Gesù Cristo dunque dobbiamo im­parare la rassegnazione nel patire. Più ci costa l'atto di rassegnazione e più me­rito acquista la nostra sofferenza. Vale più dire nel dolore: Signore, sia fatta la tua volontà - anziché recitare lunghi Rosari, o fare altre opere buone, quando va tutto bene.

 

I lamenti

Soffrire senza lamentarsi non è di tut­ti; la natura reclama i suoi diritti. An­che Gesù emise dei lamenti stando sulla Croce, poiché gli spasimi erano atrocis­simi. I chiodi alle mani ed ai piedi, il ca­po coronato di spine, la febbre tetanica che lo consumava, l'arsura in sommo grado, gl'insulti dei presenti, la vista del­la Madre afflittissima... tutto questo cu­mulo di dolori raggiunse il colmo dopo alcune ore. Gesù, raccolta con sforzo un poco di energia, aprì le labbra a que­sto lamento: Padre mio, perchè mi hai abbando­nato?

Queste parole di Gesù siano un con­forto a tutti i sofferenti. Se qualche lamento noi emettiamo durante le pene della vita, ciò non costituisce una colpa davanti a Dio, purchè la nostra volontà resti uniformata al divino volere.

 

Mai scoraggiarsi!

Quando il patire invade tutto il nostro essere, è facile perdere il coraggio. Il de­monio, nemico del genere umano, ap­profittando della nostra debolezza, fa di tutto per toglierci il coraggio. E' neces­sario quindi respingere le sue insidie.

- Come puoi tu, o uomo, suggerisce il demonio, sopportare questa croce così pesante per anni ed anni? Sempre sof­frire... sempre soffrire! Ah! te infelice! -

A tale insidia diabolica si risponda con le parole di Gesù Cristo: Basta a ciascun giorno il proprio affanno!

Perchè pensare alla croce da portare domani e poi domani l'altro? Pensiamo solo ad oggi e così non ci scoraggeremo. Del resto chi ci assicura il domani? La nostra vita terrena può cessare da un momento all'altro.

Per non perdersi di animo, durante la sofferenza è utile anche il pensare che tutto quaggiù ha fine; c'è il buio della notte e dopo verrà la luce del giorno; c'è la tempesta e dopo verrà la calma; è co­minciata la guerra, certamente verrà la pace; c'è un dolore... una malattia... una disgrazia... un rovescio di fortuna... una crisi nel cuore... coraggio, tutto ciò non potrà durare per sempre; presto o tardi spunterà la bonaccia.

 

Soffrire con gioia

Finché si tratta di rassegnazione nelle pene della vita, la cosa pare logica e per­ciò possibile. Ma si può ammettere che si possa soffrire anche con gioia? Sem­brerebbe strano, eppure è cosi! Ci sono delle anime nobili, tanto accese di amor di Dio, le quali abbracciano la sofferenza con entusiasmo, sino a desiderarla, a procurarsela. ed a porre in essa la pro­pria felicità.

Come spiegare questo fenomeno? Con l'amore di Dio. Quando infatti un'anima ha raggiunto un eminente grado di amor di Dio, alla luce di tale amore vede nella sofferenza la moneta per procurare il Pa­radiso a sé e ad altre anime; vede anche nel patire la sublimità dei fini che si pre­fisse Gesù Cristo nella sua Passione e cerca quindi di rendersi una copia più o meno somigliante al Redentore Croci­fisso.

Il patire per questa categoria di ani­me diventa una vera passione. Non do­vrebbe perciò fare meraviglia il sentire esclamare Santa Teresa d'Avila: O pati­re, o morire!... O meglio: Patire e non morire, ma vivere per soffrire!

 

Un paragone

Il limone è acre; come tale, disgusta ordinariamente il palato; ma se viene messo nello zucchero, sino ad impregnarcene completamente, diventa gustosissi­mo, da formare tra i bocconi dolci uno dei più prelibati.

La stessa cosa può dirsi della sofferen­za. Di per se stesso il patire è acre e di­spiace; ma, impregnato di amor di Dio, diviene così soave da formare l'attratti­va quotidiana delle anime elette.

 

Santa Teresina

Questa Santa Carmelitana ha lasciato a tutto il mondo il profumo della sua virtù, che esercitava nel nascondimento del chiostro, menando una vita del tutto semplice.

Entro nel convento per salvare le ani­me ed aiutare in modo particolare i Sa­cerdoti ed i peccatori. Comprese che con la sofferenza avrebbe raggiunto il suo ideale e chiese perciò al Signore il mar­tirio del corpo e del cuore. Iddio la esau­dì e la rese una vera vittima. Quante croci, quante tentazioni, quante incom­prensioni da parte della sua Superiora!

La Santa però si esercitò talmente nel patire, che non trovava altra felicità che nella sofferenza. Essa chiamava «gem­ma preziosa » ogni nuova croce che le piombava addosso e faceva di tutto per non lasciarsela sfuggire. Negli ultimi an­ni di vita diceva: «Quando ero bambina, appena svegliata al mattino, andavo col pensiero a quanto avrebbe potuto acca­dermi lungo il giorno. Se prevedevo gioie, regali e feste, mi alzavo da letto raggian­te di gioia; diversamente cominciavo la giornata triste. Ora invece è al contra­rio. Se al mattino prevedo dolori fisici, afflizioni di spirito, abbandoni, umilia­zioni, ecc... sento nell'anima mia una grande gioia e dò principio alla giornata con nuovo ardore... Avevo da fanciulla qualche attrattiva per la sofferenza, ma non credevo di arrivare al punto di tro­vare in essa la mia felicità... Oggi soffro quando nel cuore non ho alcuna pe­na!... -

Quanta sublimità! Ed il suo non era soltanto un pensare ed un parlare, ma era anche agire!

La Santa assaporava tutto il calice del dolore ed all'esterno non lasciava traspa­rire niente; il sorriso sul suo labbro non mancava mai; tanto che una sua Con­sorella un giorno le disse: « Suor Teresa, la vostra vita è stata un continuo sorri­so; sempre felice siete stata! » - La Santa rispose: « Guardate, o Consorella, quel bicchiere sul tavolo; contiene una emulsione. Sembra dal colore vermiglio che quella bibita sia gustosa ed inviti ad essere bevuta; eppure... mai ho preso una pozione così amara e nauseante. Co­sì la mia vita! All'esterno pare che sia stata cosparsa di fiori, ma in realtà è stata tra le spine; la sofferenza ha inva­so il « piccolo fiore » sin dal suo primo sbocciare! Tuttavia... sono felice! -

 

Utilità pratiche

Dall'esempio dei Santi dobbiamo an­che noi ricavare qualche profitto. Innanzitutto dobbiamo ammirare la loro virtù e lodare Iddio che sublima i suoi eletti a tanta perfezione.

In secondo luogo, dobbiamo pregare i Santi affinché ci ottengano dal Signore la forza di saper soffrire, almeno con ras­segnazione.

Inoltre dobbiamo sforzarci d'imitarli più che sia possibile, dicendo a noi stes­si: Se i Santi, fatti di carne e di ossa co­me siamo noi, hanno sofferto con tanta generosità, perchè non possiamo fare al­trettanto noi? Basta volerlo!

 

CHIEDERE SOFFERENZE A DIO

Tra i Santi ed i semplici fedeli c'è una categoria di anime pie che si sforza di tendere alla perfezione, dicendosi dispo­sta a soffrire qualche cosa per amor di Dio. Nei momenti di fervore spirituale queste anime chiedono a Gesù qualche sofferenza e quasi sempre vengono ac­contentate. Quando si domandano al Si­gnore beni materiali o consolazioni sen­sibili, non sempre si è esauditi; chieden­do delle croci, con facilità si ottengono.

Vorrei esortare le anime pie a chiede­re con frequenza a Gesù qualche tribo­lazione, specialmente nella Santa Qua­resima, nel tempo dell'Avvento, nel pe­riodo del carnevale... ed ogni venerdì.

 

La pagina degli ammalati

Dedico qualche pagina del lavoro ai poveri ammalati, la classe dell'umanità che muove tanto a compassione. Spero dare dei suggerimenti che possano aiu­tare a soffrire con più rassegnazione e con più merito.

Chi non ha provato nel corso della vi­ta la sofferenza fisica causata da qualche malattia? Chi non ha trascorso dei gior­ni e forse delle settimane e dei mesi in­chiodato sul letto, con l'amarezza nel cuore, con il peso della solitudine, con l'insonnia notturna? Come è triste la vi­ta in queste circostanze! L'esperienza da noi fatta in proposito, ci sproni a visitare gli ammalati, a compatirli, ad assisterli con amorevolezza ed a confortarli come meglio è possibile. Il dare qualche sollie­vo agli ammalati è una delle opere di mi­sericordia più accette a Dio. Facciamo agli altri ciò che vorremmo fosse fatto a noi. Quando le occupazioni ce lo permet­tono, teniamo un po' di compagnia a qualche infermo. La sola, presenza d'una persona amica è di conforto agli am­malati.

Durante la caritatevole visita si dica qualche buona parola al sofferente, fa­cendogli coraggio, aprendogli il cuore al­la speranza. Si procuri di indovinare i gusti dell'infermo e, se si può, gli si pro­curi qualche piacere: un frutto, un dolce, un fiore profumato... Anche una cosa di poco rilievo, fa dimenticare momenta­neamente la sofferenza ed è come un rag­gio di sole tra le nubi.

 

La giornata degli ammalati

Gli ammalati si convincano che nel periodo della loro sofferenza possono ar­ricchirsi di meriti davanti a Dio.

Presento qui la giornata di una perso­na inferma e suggerisco i mezzi per pas­sarla santamente.

Al cominciar del nuovo giorno dica l'ammalato: O Signore, vi offro tutte le mie sofferenze di questa giornata. Unisco il mio patire a quello da Voi avuto sulla croce; santificatelo Voi ed avvalo­ratelo con i vostri meriti! -

Non si può pretendere che colui il qua­le soffre, reciti lunghe preghiere; facil­mente la stanchezza vince la buona vo­lontà. Si supplisca allora con le giacula­torie: Signore, sia fatta la vostra volon­tà!... Gesù mio, misericordia!... O Dio, ac­cettate il mio patire a penitenza dei miei peccati!... Sollevate, o Signore, coloro che soffrono come me!... Gesù, Giuseppe e Maria, vi dono il cuore e l'anima mia!...

Sono dolorose, anzi dolorosissime cer­te medicazioni. Per sopportarle meglio, pensi l'infermo in quel momento a Gesù Cristo in atto di essere flagellato. Quan­te battiture su quel Corpo Divino! Quan­te lividure e quante nuove ferite si apri­vano! E' bene pensare anche alla crocifis­sione. Quanto dovette soffrire il Signore a sentirsi trapassare dai chiodi le mani ed i piedi! Pensando a ciò, l'infermo di­ca: O Signore, Voi tanto patiste per me. Accettate le sofferenze di questo momento in isconto dei miei peccati, spe­cialmente delle impurità! -

Le medicine sogliono essere disgusto­se. Poiché l'ammalato ha bisogno di es­se, conviene che le prenda sempre con spirito di mortificazione cristiana. Si vin­ca la naturale ripugnanza nel sumere le medicine, evitando i lamenti. Per me­glio riuscire giova pensare a Gesù abbe­verato di fiele e mirra. L'infermo potrà dire: O Signore, accettate questa morti­ficazione di gola! Serva essa a scontare le mie golosità! -

Con il lungo soffrire gli ammalati di­ventano nervosi e facilmente perdono la pazienza; non di raro si fanno troppo esigenti ed anche incontentabili. Ricor­di, chi è ammalato, di ben valutare i sa­crifizi dei familiari, i quali si assogget­tano a spese, a premure ed a veglie not­turne per alleggerirgli il peso della ma­lattia e per affrettargli la guarigione. Quindi l'infermo si mostri grato per le cure che riceve, non pretenda più del ne­cessario e preghi il Signore per tutti coloro che si prendono premure di lui. Le ore di solitudine per l'ammalato non mancano durante il giorno; sono le ore più lunghe. Come impiegarle? Se le for­ze lo permettono, l'ammalato legga qual­che buon libro, possibilmente la vita di qualche Santo. Mediti sulla vanità delle cose del mondo e sul tesoro dei beni spi­rituali. Trovi il tempo per recitare il san­to Rosario; se non può dirlo tutto di se­guito, reciti ad intervalli le cinque po­ste. Se dalla finestra o dal balcone di ca­sa si può scorgere il campanile di qual­che chiesa, l'ammalato durante la soli­tudine volga lo sguardo alla Casa di Dio e pensi a Gesù Sacramentato; parli a Ge­sù con la mente più che con la parola e siano questi i suoi sentimenti: - Non posso recarmi, o Gesù mio, ai Vostri pie­di; ma voi accettate i miei omaggi an­che a distanza. Mi unisco alle adorazioni che vi fanno in questo momento i fedeli in terra e gli Angeli ed i Santi in Cielo. Venite in spirito nel mio povero cuore afflitto!...

Anche durante la notte, quando c'è la insonnia e le ore sembrano interminabili, è tanto utile volgere il pensiero a Gesú Sacramentato, il Prigioniero d'amore, che veglia solitario in migliaia di Taber­nacoli. E' pure di conforto nelle veglie notturne pensare alle anime del Purga­torio. Si sa di certi Santi che venivano confortati durante lunghe e penose ma­lattie dalla presenza del loro Angelo Cu­stode; questo avveniva ad esempio a San­ta Ludovina. Nelle ore d'insonnia nottur­na gli ammalati si rivolgano con fede al proprio Angelo Custode e con lui conver­sino spiritualmente. La devozione all'An­gelo Custode giova a tutti, ma in parti­colare agl'infermi.

 

Ringraziare Iddio

Ordinariamente, allorché si è colpiti da malattie incurabili o da malori cro­nici, ci si indispettisce e si può arrivare sino all'abbattimento completo. Ci sono invece anime generose, le quali non solo non si abbattono sotto il peso di grave malattia, ma sentono il bisogno di rin­graziare Iddio. Nel numero di costoro ci fu il Venerabile Don Andrea Beltrami, Sacerdote Salesiano, il quale, colpito da tisi polmonare, festeggiava con preghie­re di ringraziamento a Dio ogni anniver­sario, in cui ricordava il principio della malattia.

Imparino gli ammalati a rispecchiarsi in questo esemplare di santità.

 

LE AFFLIZIONI DI SPIRITO

Se pesanti sono le sofferenze del cor­po, di gran lunga superiori sono quelle dell'anima, chiamate d'ordinario « affli­zioni di spirito».

L'anima suole soffrire a motivo delle tentazioni, dei dubbi di coscienza, degli scrupoli e delle aridità. Ci sarebbe mate­ria abbondante da trattare; per amore di brevità mi limito a qualche accenno.

 

Le tentazioni

Si chiama tentazione la prova a cui viene assoggettata l'anima, affinché pro­vi la sua fedeltà a Dio.

Iddio non tenta alcuno; però ciascuno è tentato dalle proprie passioni, attratto fortemente al male. Il demonio nella tentazione ha la sua parte, perchè ha il potere di sobillare le malvage tendenze. L'anima, essendo dotata di libertà, può assecondare la tentazione oppure resi­stere.

Quando la tentazione è cercata, allora si fa male, perchè ci si mette nel pericolo di cadervi; se invece la tentazione assale indipendentemente dalla propria volon­tà, in tal caso facilmente l'anima potrà uscirne vittoriosa, perché la grazia di Dio lo sosterrà.

Le anime molto tentate non si afflig­gano, pensando che la tentazione non voluta non dispiace a Dio. Persone di al­ta santità sono state molto tentate, ep­pure sono state tanto care, a Dio. San Paolo Apostolo, vaso di elezione, opera­tore di miracoli, ricreato da continue ri­velazioni, ammesso a vedere il Paradiso mentre era ancora in terra, era così for­temente tentato da esclamare: O Signo­re, liberatemi da questo corpo di mor­te!... L'Angelo di Satana mi prende a schiaffi! - Ma Gesù lo confortò dicen­dogli: Paolo, ti basta la mia grazia; im­peroché la virtù si perfeziona nella lot­ta! -

Serva dunque di conforto alle anime tentate di pensiero che Iddio, quantun­que non voglia, tuttavia permette le ten­tazioni per il bene delle sue anime e non lascia che esse siano tentate più di quan­to possano sopportare.

 

Come superare le tentazioni

Sono varie le tentazioni umane; le più forti sono quelle della superbia, dell'odio, dell'avarizia e dell'impurità. Secondo il genere della tentazione si devono adope­rare mezzi differenti per essere vittoriosi. Tuttavia suggerisco i mezzi generali di vittoria. La superbia si supera col fare atti interni di umiltà; l'odio si vince be­neficando e pregando per chi ci ha fat­to del male; l'avarizia si distrugge con l'esercizio delle opere di misericordia; la impurità si combatte con la mortifica­zione cristiana.

Data la debolezza della natura uma­na, essendo la tentazione dell'impurità una delle più terribili, per non restarne vittima è necessaria anche la vigilanza continua, la fuga delle occasioni e molta preghiera.

La preghiera è un rimedio potente, in quanto con essa otteniamo da Dio la gra­zia di non cedere alle insidie del male. Per questo Gesù Cristo nel Padre Nostro inserì questa domanda: « E non ci In­durre in tentazione! » Dobbiamo dunque sempre pregare Iddio, affinché nel mo­mento della tentazione ci dia la forza di non cadere. Finchè si prega, non si cade in peccato; il demonio sa questo e perciò quando tenta un'anima, fa di tut­to per impedire che preghi.

Nelle tentazioni impure è efficacissima questa preghiera, da dire attentamente e con fede: Scenda, o Signore, il tuo San­gue sopra di me per fortificarmi e sopra il demonio per abbatterlo! -

 

I dubbi di coscienza e gli scrupoli

Bisognerebbe aver provato le ansietà di spirito per comprendere quanto sto per dire. S'incontrano delle anime che vorrebbero amare il Signore davvero, di­sposte a far di tutto per evitare anche le piccole mancanze; a motivo di continui esami di coscienza e della minuziosa ri­cerca dei propri difetti, indeboliscono il sistema nervoso e non sono più capaci di vedere chiaramente lo stato della pro­pria coscienza. Da ciò nascono i dubbi nell'agire: Questa cosa è peccato?... A questo pensiero ho acconsentito?... Mi trovo in grazia di Dio?... -

Quando un'anima arriva a questo pun­to, è degna di compassione. Essa diviene triste; perde lo slancio nel fare il bene; rovina la salute corporale e potrebbe fi­nire al manicomio.

Iddio non vuole che le anime vivano in tale stato di angustia. Egli è il Signo­re della consolazione e della pace ed ama coloro che lo servono con ilarità e con generosità. Pur tuttavia permette que­sto tormento a tante anime, affinché scontino i peccati passati ed affinché vi­vano in maggior purezza di coscienza, poiché chi è scrupoloso suole essere guar­dingo per non cadere in mancanze vo­lontarie.

A chi soffrisse di questi tormenti spi­rituali si consiglia:

1. - Di ubbidire ciecamente al diretto­re spirituale.

2. - Di non fare l'esame di coscienza.

3. - Di rafforzare il sistema nervoso con la sana nutrizione, con il dormire sereno e con un sistema di vita movi­mentata.

 

Le aridità di spirito

Una grande sofferenza spirituale è pro­dotta nelle anime dalle aridità. Consiste l'aridità nel non provare alcuna soddi­sfazione spirituale. L'aridità non si con­fonda con la tiepidezza, la quale è un ri­lassamento nella vita spirituale, per cui l'anima si attacca troppo alle cose di questo mondo e non si dà tanto pensiero delle cose spirituali e inoltre commette molte mancanze leggere volontariamen­te e senza farne caso.

Le aridità sono una prova che Iddio manda alle anime a lui molto care, per distaccarle dalle consolazioni spirituali, affinchè queste anime cerchino il Dio delle consolazioni e non le consolazioni di Dio.

Le anime di cui parlo, sono ordinaria­mente molto avanti nella vita spiritua­le; portano odio ad ogni piccola mancan­za volontaria, si sforzano di fare il bene e, quantunque non sentano alcun piace­re spirituale, non tralasciano di pratica­re le virtù cristiane e religiose. Chi è ari­do soffre assai e prova momenti di vera agonia; ma tutto spera da Dio, al cui ser­vizio generosamente si è posto.

Un esemplare tipico di stato di aridi­tà lo troviamo in Santa Teresa del Bam­bino Gesù. Le fu domandato da una Con­sorella: Chi sa, Suor Teresa, quale gioia Proviate nel tempo della Comunione! – Rispose la Santa: “Per me non c’è tempo più noioso di quando vado a comunicarmi. …”Sento la sonnolenza, ho bisogno di sbadigliare, il mio cuore è completamente chiuso. Sono circa due anni che mi trovo in questo stato… Cammino al buio, mi pare di attraversare una lunga galleria buia buia, ove non penetra alcun raggio di sole. Eppure sento che Gesù è con me; Egli mi guida tenendomi per mano e sono sicura di andare avanti… Lo dico a Gesù: Date Voi, o Sigtnore, la luce a coloro che non vi conoscono; date le consolazioni a quelli che non vi amano, affinché vi possano amare”! – Però quando Gesù prova le anime in tal modo e le trova fedeli, di tratto in tratto li inonda di luce o di gioia celeste, sino a farle esclamare: Basta, o Signore! – Così avvenne alla Santa di cui parlo. Un giorno sentì nel cuore come una saetta celeste; fu ripiena di gaudio straordinario, andò quasi fuori di se e confessò che se quella gioia interna fos­se continuata ancora per poco, le si sa­rebbe spezzato il cuore e sarebbe morta.

Di questi esempi è ricca la vita dei Santi.

Imparino dunque le anime pie, quan­do soffrono le aridità di spirito, a non perdersi di coraggio, anzi ad offrire con generosità a Dio la loro sofferenza spiri­tuale per il bene proprio ed a vantaggio delle anime altrui.

 

Gesù ed i sofferenti

Durante la sua vita terrena, Gesù Cri­sto mostrò di aver compassione delle mi­serie umane; lo troviamo perciò in mez­zo ai sofferenti, pronto a beneficare chiunque a Lui si fosse presentato con fede. Il suo Cuore Divino s'immedesima­va delle sofferenze altrui.

La moltiitudine lo seguiva attratta dai miracoli che Egli operava e lo seguiva dimenticando anche di cibarsi. Gesù non restava indifferente a ciò e diceva: Ha compassione di questa turba... - Difat­ti operò il prodigio della moltiplicazione dei pani e sfamò tutti.

Vide piangere una vedova, la quale ac­compagnava l'unico suo figlio alla sepol­tura. Il suo Cuore restò intenerito e disse senz'altro alla vedova: Donna, non pian­gere!... Eccoti tuo figliol... - Prese la mano del giovane defunto, gli ridiede la vita e lo restituì alla madre.

Era morto Lazzaro di Betania e trova­vasi da quattro giorni nel sepolcro. Le sorelle di lui, Marta e Maria, si presen­tarono piangendo a Gesù: Se tu fossi stato qui, il nostro fratello non sarebbe morto!... - Gesù restò addoloratissimo e sentì il bisogno di piangere assieme al­le due donne; volle consolarle subito e, andato al sepolcro, risuscitò da morte l'amico Lazzaro.

Il Signore insomma profuse la bontà del suo Cuore sulle miserie umane e lan­ciò un invito agli uomini di tutti i seco­li, dicendo: « O voi tutti, che vi affaticate e siete sotto il peso dela tribolazione, venite a me ed io vi ristorerò!... ». Gesù Cristo non muta; quello che era venti secoli fa, è anche oggi. Egli desidera beneficarci e mettere l'olio sul­le nostre piaghe. Tutto sta che ci rivol­giamo a Lui e lo invochiamo nei nostri bisogni.

 

Conclusione

Gesù Cristo era montato in barca in compagnia degli Apostoli. Essendo stan­co, sentì il bisogno di addormentarsi. In­tanto si sollevò una grande tempesta, co­sicché le acque penetravano nella barca e questa minacciava di affondare. Gli Apostoli, avendo tentato di salvarsi in tutti i modi ed avendo poi visto l'inuti­lità degli sforzi, si accostarono a Gesù e lo svegliarono gridando: Signore, salvaci che siamo perduti!

Gesù si riscosse dal sonno, si mise in piedi e disse agli Apostoli: Uomini di poca fede, perchè temete? - E comandò al vento ed al mare e subito ritornò la cal­ma.

Noi ci troviamo nel mare burrascoso della vita. Le miserie di ogni genere ci assalgono e minacciano di abbattere la navicella della nostra esistenza. In un momento di sfiducia non sappiamo più come fare per vivere: il presente ci si mostra buio ed il futuro più buio anco­ra. Alcuni, prossimi alla disperazione, esclamano: O Signore, noi siamo perdu­ti!... Voi intanto dormite e non vi ren­dete conto di noi, che siamo vostre crea­ture! - Iddio però ha ragione di rim­proverare come rimproverò gli Apostoli: Uomini di poca fede, perchè temete?... Non sono io il vostro Padre? Non vi ho tratto dal nulla?... Rafforzate la vostra fede! Mirate gli uccelli dell'aria ed i fio­rellini del campo! Io ho cura di ciascuno di essi! E quale cura non dovrei avere di voi, miei figli, che siete da più degli uc­celli e dei fiorellini?... Non temete dun­que di niente; osservate soltanto la mia legge, cercando il regno di Dio e la sua giustizia, e tutto il resto che vi abbiso­gnerà vi sarà dato!

 

APPENDICE

I

VUOI CONFESSARTI BENE?

1. Non nascondere per vergogna o paura qualche peccato.

2. Vuoi sapere quali siano, d'ordinario, i peccati che il demonio fa nascondere in Confessione o confessare male? Sono le mancanze commesse contro il sesto coman­damento, cioè, i brutti pensieri, i discorsi vergognosi, le cattive azioni.

3. Credi tu che per confessarti bene si ri­chieda solo la sincerità? Oltre a ciò, è ne­cessario il dolore o il dispiacere interno dei peccati commessi, che fa proporre di non peccare più.

4. II termometro del dolore è il proponimento, cioè la volontà di fuggire le occa­sioni prossime di peccato. Perciò, se ti con­fessi e non hai la volontà di troncare una occasione prossima di grave peccato, in tal caso commetti un sacrilegio.

5. Hai nulla da rimproverarti riguardo al­le Confessioni?

6. Se ne sia il caso, che cosa aspetti per rimediarvi? Guai a te se rimandi sempre questa sistemazione! Potrebbe mancartene il tempo.

7. Se hai imbrogli di coscienza, presen­tati al Ministro di Dio e digli: Padre, aiuta­temi voi a mettere a posto i conti dell'ani­ma mia!

 

II

ONORIAMO LA MADONNA

Chi onora la Regina del Cielo, merita la sua materna assistenza in vita, sul letto di morte e al Giudizio Divino. Ecco come ren­derle omaggio:

1. Osservare bene la purezza secondo il proprio stato. Il cuore puro sta sotto il man­to della Madonna.

2. Recitare ogni giorno il S. Rosario, pos­sibilmente in comune. Nella famiglia, ove non c'è tale pratica, si metta. Il S. Rosario può recitarsi anche separando una posta dall'altra. Al sabato e nei giorni sacri alla Vergine si raccomanda di recitare 15 poste di Rosario o almeno 10.

3. II giorno consacrato alla Madonna è il sabato. Si faccia ogni sabato la S. Comunio­ne in riparazione degli oltraggi che riceve il Cuore Immacolato di Maria. Oh, come gradisce la Madonna questo atto di delica­tezza filiale e come lo ricompensa! Non si conosce da molti l'importanza di questa Co­munione Riparatrice.

4. Mattino, mezzogiorno e sera, al suono dell'Ave, recitare l'Angelus, ovvero tre Ave Maria e tre Gloria Patri, per ricordare l'An­nunzio dell'Angelo a Maria Vergine. Que­sta piccola preghiera si reciti in comune nel­la famiglia e nei laboratori.

5. Andando a riposo dire tre Ave Maria con la giaculatoria: « Cara Madre, Vergine Maria, fate ch'io salvi l'anima mia! ».

 

III

UN CONSIGLIO

E' tanto utile fare celebrare qualche Mes­sa, possibilmente mensile, per ottenere la grazia di morire con serenità e con i con­forti religiosi.

 

IV

PENSIERI MORALI

E' assai utile alle anime amanti di perfe­zione il prendere al principio di ogni mese un pensiero spirituale, che serva di orien­tamento personale e di apostolato.

Si abbia zelo a farlo conoscere, vicino e lontano, servendosi di tutti quei mezzi che suggerisce un'ardente carità. Si comunichi per corrispondenza, accludendo alle lettere un bigliettino; si faccia penetrare negli Isti­tuti Religiosi e si diffonda specialmente nei rami dell'Azione Cattolica. Chi pubblica gior­naletti, riviste o fogli religiosi, inserisca il Pensiero Mensile.

Per comodità, se ne presenta un elenco.

GENNAIO

Il nome di Dio, tre volte Santo, é di con­tinuo oltraggiato. E' dovere dei figli ripara­re l'onore del Padre.

Pratica: Ascoltare qualche S. Messa, du­rante la settimana, e possibilmente comuni­carsi, in riparazione delle bestemmie.

Giaculatoria: Gesù, ti benedico per quel­li che ti maledicono!

FEBBRAIO

La profanazione della festa ferisce il Cuo­re di Dio, il quale è geloso del suo giorno. Pratica: Badare che nelle feste nessuno dei familiari trascuri la Messa o compia la­vori materiali.

Giaculatoria: Gloria, omaggio, adorazione all'infinita ed augustissima Trinità!

MARZO

Chi si comunica in disgrazia di Dio dà a Gesù il bacio del tradimento, come Giuda. Pratica: Comunicarsi con frequenza e de­votamente, per riparare le Comunioni sacri­leghe, che si sono fatte e si faranno nel corso dei secoli.

Giaculatoria: Gesù, Vittima Eucaristica, perdona e converti le anime sacrileghe!

APRILE

Di ogni parola oziosa si darà conto a Dio nel giorno del giudizio. Quante parole si di­cono, non solo oziose, ma anche peccami­nose!

Pratica: Controllare ciò che si dice e spe­cialmente frenare la lingua nei momenti di impazienza.

Giaculatoria: Perdonami, o Dio, i peccati di lingua!

MAGGIO

La purezza di cuore e di corpo apporta gioia, dà gloria a Dio, attira lo sguardo e la benedizione di Gesù e della Vergine San­tissima ed è preludio di eterna gloria.

Pratica: Rispettare il corpo come vaso sa­cro; custodire la mente ed il cuore. Giaculatoria: Scenda, o Signore, il tuo Sangue sopra di me per fortificarmi e sopra il demonio impuro per abbatterlo!

GIUGNO

I tre quarti dell'umanìtà sono fuori della Chiesa Cattolica. E' dovere dei fedeli ripa­rare ed affrettare l'avvento del Regno di Dio nel mondo.

Pratica: Fare ogni giorno un'Ora di Guar­dia al Sacro Cuore per gli ebrei, gli eretici e gl'infedeli.

Giaculatoria: Cuore di Gesù, venga il tuo regno nel mondo!

LUGLIO

Gli scandali della moda e della libertà delle spiagge sono il fomite della concupi­scenza. Guai a chi dà scandalo, perché darà stretto conto a Dio dei suoi peccati e degli altrui!... Ah, che pena! Si preghi, si soffra, si ripari!

Pratica: Offrire ogni giorno cinque pic­coli sacrifici, per riparare gli scandali della moda e delle spiagge.

Giaculatoria: O Gesù, scenda il tuo San­gue a distruggere gli scandali del mondo! AGOSTO

Quanti peccatori, sul letto di morte, sfug­girebbero all'inferno, se si pregasse e si soffrisse per loro!

Pratica: Offrire delle S. Comunioni per i peccatori ostinati moribondi.

Giaculatoria: O Gesù, per la tua agonia sulla Croce, abbi pietà dei moribondi!

SETTEMBRE

Le lacrime della Madonna, versate sul Calvario, sono preziose davanti -a Dio. Poco si pensa ai Dolori della Beata Vergine.

Pratica: Offrire ogni giorno un piccolo sacrificio, in onore dei Dolori della Vergine. Giaculatoria: Eterno Padre, vi offro le la­crime della Madonna per me e per il mon­do intiero!

OTTOBRE

Il Santo Rosario è il parafulmine dell'ani­ma, della famiglia e della società.

Pratica: S'introduca la pratica del Rosa­rio ove non c'è; se ne faccia la recita con devozione e possibilmente in comune.

Giaculatoria: Angioletto mio, vai da Ma­ria e di' che saluti Gesù da parte mia! NOVEMBRE

Gli scandali della televisione e della stam­pa cattiva oltraggiano la Divinità, attirano maledizioni sul mondo, pòpolano l'inferno di dannati e preparano un lungo e terribile Purgatorio a molte anime, lente a distaccar­si da certi godimenti.

Pratica: Distruggere la stampa cattiva d'i cui si fosse in possesso e stendere quest'a­postolato nell'ambito delle conoscenze.

Giaculatoria: O Gesù, per il sudore di Sangue nel Getsemani, pietà di chi semina gli scandali!

DICEMBRE

Molti si rivolgono a Dio per il perdono dei peccati; non tutti però vogliono e san­no perdonare le offese. Chi non perdona, non avrà perdono!

Pratica: Troncare ogni odio e ricambiare il male con il bene.

Giaculatoria: Benedici, o Gesù, chi mi ha offeso e perdona i miei peccati!

 

V

G1OVEDI

Il giovedì ebbe principio la Passione di Gesù. Quando si compiva l'ultima Cena, il Sinedrio aveva già decretato l'arresto di Ge­sù Cristo, il quale tutto conosceva e soffriva nell'intimo del suo Cuore.

Nella serata del giovedì avvenne l'agonia nel Getsemani, con il sudore di Sangue. Le anime pie cerchino di compenetrarsi dello spirito di riparazione, unendosi in ispi­rito alle amarezze provate dal Figlio di Dio, proprio al giovedì, vigilia del suo supremo sacrificio sulla Croce!

Oh, se ci fosse un'Unione di anime fer­venti, fedeli alla Comunione Riparatrice dei giovedì!... Quale sollievo e corso azione sa­rebbe per Gesù! Chi coopererà a stabilire questa « Unione », sarà di certo ben ricom­pensato da Dio.

Pratica: 1) Trovare delle anime pie, di­sposte a ricevere la S. Comunione ogni gio­vedì, in onore dell'istituzione del SS. Sacramento dell'Eucaristia e per riparare i sacri­legi eucaristici.

2) Nella serata del giovedì fare un'Ora Santa, in Chiesa o in casa, da soli o meglio in compagnia, per unirsi alle sofferenze che ebbe Gesù nell'Orto dei Getsemani.

3) Organizzare questa Unione nelle Par­rocchie, nei gruppi di Azione Cattolica, ne­gli Istituti Religiosi ed anche in modo pri­vato.

I frutti di questa iniziativa saranno im­mensi!

 

VI

MESSA RIPARATRICE

Nei giorni festivi è prescritto assistere al­la Messa. Chi trascura questo dovere, senza un grave impedimento, commette un gra­ve peccato.

Quanti peccati si fanno per tale omis­sione!

Per riparare quest'oltraggio a Dio, si con­siglia:

L'anima fedele ascolti nel giorno festivo, oltre che la Messa prescritta, un'altra Mes­sa ancora, con l'intenzione di coprire il vuo­to di qualche persona, che per negligenza non abbia assistito al S. Sacrificio.

Non potendosi fare ciò nella festa, si con­siglia di farlo in un giorno qualsiasi della settimana, a propria scelta e di maggior co­modità.

Se ogni anima devota riparasse in tal mo­do, quante lacune spirituali si potrebbero riempire e quanta gloria si darebbe a Dio!

Si faccia propaganda di questa iniziativa, che tanto consola il Cuore di Gesù.