DIARIO DI UNA MIRACOLATA A LORETO

Cecilia Zeppa

Loreto - Congregazione Universale della Santa Casa 2007

Pubblicazione a cura di P Marcello - Montanari Edizioni Aniballi

Presentazione

Correva l'anno 1960...

Èsercitavo il mio ministero sacerdotale di formatore a Matelica presso il Probandato Sant'Ugo, dei Monaci Benedettini-Silvestrini. La domenica celebravo nell'attigua parrocchia di Santa Teresa. Con grande mia sorpresa nella distribuzione della Santa Comunione mi si presenta una signora nella quale rivedo tutte le sembianze della mamma di un probando, proveniente da Merano. Dopo la messa attendo che la signora Marsura si presenti, ma nessuno si fa avan­ti. Chiedo in portineria, ma niente. Domando al figlio Giovanni se aspettasse una eventuale visita da Merano. Egli, alquanto sorpreso, dice di non attendere nessuno dei suoi.

- Eppure vorrei conoscere l'identità di quella signora! - mi dico. Con discrezione, ma anche con determinazione, chiedo infor­mazioni, tanto più che lei continua a presentarsi altre volte, nelle domeniche successive, a ricevere la santissima eucaristia...

È Cecilia Zeppa, in Palmieri, la miracolata di Matelica, che abita nella Casa Cantoniera, all'ingresso di Matelica, in Viale Cesare Bat­tisti. Tutta la città ne parlava, ma non avevo ancora avuto la gioia di incontrarla, sempre intento nel mio lavoro di assistenza spiri­tuale e disciplinare dei probandi.

Ora è lei stessa che, nel suo racconto avvincente e commovente, mi narra le vicende dolorose della sua malattia e la guarigione miracolosa.

Le comunico anche la mia meraviglia quando per la prima volta la notai mentre riceveva la Santa Comunione e le parlo dei coniugi Marsura, esprimendo il desiderio di farle conoscere la signora che le rassomiglia tanto non solo nelle fattezze fisiche ma anche nei più profondi sentimenti.

L'occasione non si fa attendere. I coniugi Marsura vengono a far visita al figlio a Matelica. Sicuro di far loro e a Cecilia cosa gradita, li accompagno nella sua casa. Cecilia li accoglie con tanta gentilezza e cordialità e si stabilisce tra di loro una singolare empatia come se si conoscessero e fossero amici da sempre.

La signora Cecilia non si lascia pregare, e inizia subito la sua dolorosa storia conclusasi con un palese miracolo. La sua narrazio­ne è fatta con convinzione, con animo pieno di riconoscenza al Signore e con dovizie di particolari, tanto da incantare gli ascolta­tori che seguono il racconto versando abbondanti lacrime di com­mozione e di gioia.

Trascorrono così più di due ore come per incanto. I coniugi Marsura lasciano quella casa fortificati nella fede e rassodati nella fiducia nella divina Provvidenza che è sempre pronta ad ascoltare le richieste dei suoi figli. Inutile dire che tra le due famiglie si sta­biliscono relazioni di profonda amicizia.

A distanza di anni mi piace riportare questo episodio perché chiunque, credente o no, avrà la fortuna di leggerlo, ne trarrà un vantaggio spirituale immenso. Chi crede, si rallegrerà di avere avuto in dono la fede nelle realtà soprannaturali che si manifesta­no in modo prodigioso; chi non crede, si sentirà spinto da un impulso potente a rivedere, in fatto di fede, le proprie convinzioni, spesso frutto di superficialità e di diffidenza.

La guarigione miracolosa di Cecilia ha ridonato la fede a chi ne è stato testimone, come è attestato nella narrazione.

Vorremmo che questo prodigio spirituale si ripetesse innumere­voli volte.

Del resto Cecilia si augura che il suo lavoro possa giovare a:

- suscitare fiducia in Dio in quanti vivono nella malattia e nella sofferenza

- sollecitare sulla via del ritorno verso la Casa del Padre quanti se ne sono allontanati....

Sono queste attese che giustificano la pubblicazione di una espe­rienza di dolore e di fede che, anche a distanza di tempo, nel rac­conto della miracolata nulla ha perso in freschezza e spontaneità.

D. Domenico Grandoni Roma

Trasfigurazione del Signore

 

Breve premessa

La sorprendente guarigione della Sig.ra Cecilia Zeppa in Pal­mieri, avvenuta nella Santa Casa di Loreto il 18 giugno 1960, su­scitò vivo interesse non solo nella sua città di Matelica ma anche presso la stampa. Il giornalista Arnaldo Antonini ne parlò sul gior­nale Avvenire del 31 luglio 1960 dichiarando di "esporre l'eccezio­nalità del caso, resa ancor più evidente dalle dichiarazioni dei medici".

La sig.ra Cecilia Zeppa, nata a Camerino il 21 marzo 1926, spo­sata con Mario Palmieri e madre di tre figli, Rosanna, Sergio e Giambattista, nel 1960 aveva 34 anni ed era residente a Matelica (MC) presso la Casa Cantoniera.

Nel febbraio 1952 Cecilia fu ricoverata in Ospedale ove le fu riscontrata una nevralgia del trigemino destro che le procurava dolori molto sensibili. Verso la fine del 1953 ed ai primi del 1954 avvertì un peggioramento. Durante la gestazione e l'allattamento del secondogenito, nato il 21 novembre 1955, il dolore scomparve, per riapparire nuovamente con manifestazioni più accentuate e sempre più dolorose. Si sottopose perciò alla visita del primario dott. Aser Sestili. A guarigione avvenuta lo stesso dottore lasciò la seguente dichiarazione: "Essendo le crisi dolorose sempre più vio­lente e non traendo la paziente giovamento dai comuni antinevral­gici, somministrati anche a dosi elevate, nella seconda metà del mese di gennaio 1959 fu fatta ricoverare nell'ospedale di Camerino dove le furono praticate anche le punture lombari per esaminare il liquor. Dimessa dall'ospedale dopo tre mesi, il dolore è persi­stito sempre, più o meno forte. Nel dicembre 1959 e gennaio 1960 le riacutizzazioni furono di una violenza mai esistita in precedenza. Il dolore non era più solo a destra, ma anche a sini­stra. Gli antinevralgici di qualsiasi specie e la vitamina B12 a dosi d'urto non recarono alcun giovamento. Qualche volta, per dare un po' di sollievo alla paziente, ho dovuto farle iniezioni di stupefacenti. Era in uno stato di prostrazione gravissimo e pian­geva continuamente per il dolore.

Il 7 febbraio 1960 fu fatta ricoverare al reparto chirurgico del­l'Ospedale civile di Macerata, ove il primario chirurgo prof. dott. Benigno Baroni, trovato il male "ribelle ad ogni cura", trattò la Palmieri con iniezioni intranervose di alcool (alcooliz­zazione), dimettendola il 21 dello stesso mese in condizioni migliorate. Dopo circa due mesi di discreto benessere - prose­gue nella sua relazione il dott. Sestili - i dolori ricomparvero vio­lentissimi".

Infine, come ultima speranza, chiese ed ottenne di aggregarsi ai malati che il 17 giugno sarebbero stati condotti col "treno bianco" a Loreto. Trasportata in barella in uno stato pietoso, la paziente ripose le sue ultime speranze nell'aiuto della Divina Provvidenza.

Il giorno seguente venne trasportata in barella nella Santa Casa della Madonna...

La storia della mirabile guarigione vale la pena sentirla rac­contare dalla stessa interessata che in un Diario ha descritto gli avvenimenti, prima dolorosi e poi gaudiosi, a cominciare dal 29 gennaio 1959...

 

Storia di Cecilia Zeppa in Palmieri

guarita prodigiosamente al Santuario di Loreto

A distanza di anni dalla guarigione di Cecilia Zeppa suscita un certo interesse ascoltare la sua storia che ha dei contorni ricchi di grazia, anche perché nella vicenda si è trovato coinvolto un miscredente che ha riacqui­stato la fede e si è arreso all'amore del Padre.

Presentiamo la storia così come la stessa protagonista ce la offre...

Anno 1959

Devota a Sant'Antonio di Padova, ricorro con le mie preghiere al Santo dei miracoli. Ricevo ogni mese il giornalino: 'Il messagge­ro di Sant'Antonio', insieme a questa agenda.

Ecco, qui scrivo il Diario delle mie sofferenze.

Ricoverata a Camerino, operata all'apparato genitale, poi alla spina dorsale. La chirurgia falliva di nuovo. I miei genitori erano straziati nel vedermi soffrire così... Mandavano quasi a tempo pieno ora l'una ora l'altra delle mie sorelle per accudire la famiglia.

Ricordo che dopo non so quanto tempo mi riportarono a casa con un mezzo che non poteva andare più veloce di un passo d'uo­mo. Quando passai davanti a casa dei miei genitori volli girare la testa per vederla: mio Dio! ne ebbi tanto a soffrire.

Il mio medico curante Aser Sestili mi fece fare consulti medici. Tutti vani. La medicina falliva: avevo sempre forte mal di testa ac­compagnato da vomito e svenimenti che mi lasciavano senza cono­scenza.

Incomincio a scrivere il 29 gennaio (all'ospedale di Camerino).

29 gennaio 1959 - Seconda endovenosa. Giornata alquanto mo­notona.

Ore 13: visita dei miei bambini e di mia sorella: emozione e con­solazione.

30 gennaio 1959 - Terza endovenosa. Prima intramuscolare. De­cisione di conoscere il mio male e necessità di sapere se è necessa­ria l'operazione. La zia ha saputo qualche cosa. Il mio cuore spera ancora di salvarsi. Penso al viaggio che domani farà Mario a Ma­cerata per quelle cose che impensieriscono. Ho avuto la visita di Maria Zamperini e del Capo.

31 gennaio 1959 - Quarta endovenosa - intramuscolare - Ri­sveglio con mal di testa. Segno gli orari di Mario e l'aspetto. È venuto papà. Sono stata contenta dell'uscita di alcune colleghe di dolore e ho partecipato alla loro gioia. Aspetto sempre Mario... È venuta a trovarmi Marcella e mi ha chiesto di Mario. Notte inson­ne, pensiero instancabile....

1 febbraio 1959 - Quinta endovenosa - terza intramuscolare. Sono alquanto sollevata e felice al pensiero che oggi Mario mi sarà vicino. È venuto Rigo e poi zio Armando. Aspetto sempre Mario. Sono quasi le ore 15 e già mi sento avvilita. Penso che qualche cosa di nuovo nell'attività di Mario ci sia. Finalmente eccolo con mia sorella Rosina e Remo. Molti affari lo hanno costretto a stare fuori e per poco tempo è rimasto con me.

2 febbraio 1959 - Oggi sto meglio e sono felice. Mi trovo con Umberto e Dina. Sto meglio. È venuta mamma e mi ha portato noti­zie dei bambini. Penso a quando arriverà quel giorno che final­mente potrò scrivere: 'torno a casa!' - Sesta endovenosa - quarta in­tramuscolare.

3 febbraio 1959 - Settima endovenosa - quinta intramuscolare - Oggi forte mal di testa.

4 febbraio 1959 - Ottava endovenosa - sesta intramuscolare. Sono stata molto male, in compenso Mario è venuto con la cor­riera delle 4.

5 febbraio 1959 - Sono stata molto male. Fatta venire Rosina durante la notte. Il Dottore ha riflettuto. Il mattino mi consiglia di cambiare la cura.

7 febbraio 1959 - Ricoverata a Macerata. Forte peggioramento del mal di testa. Sono passate 48 ore terribilmente. Sono rimasta sola... penso a casa mia. Due punture di novalgina.

8 febbraio 1959 - Reparto di medicina. Pessima domenica. Ma­rio non è venuto. Ho detto al Dottore di operarmi, ma mi ha fatto una difficile dichiarazione. Io mi sono tanto avvilita con grande sfogo di lacrime. Poi mi hanno tranquillizzata.

9 febbraio 1959 - Il miglioramento e diverse visite mi hanno tenuta lontano da cattivi pensieri; sono così più tranquilla sul mio male. È venuta mamma e tutti i miei assistenti si sono felicitati del mio miglioramento. Diagnosi non precisa sul conto della cura. Iniziata la cura.

10 febbraio 1959 - Questa mattina seconda pillola di Follidiene e nuova decisione. Tre lastre al cranio. Nella visita di questa matti­na è stato deciso che prima di intervenire volevano essere assai sicuri.

11 febbraio 1959 - Endovenosa e pillola. Durante la notte attac­chi di cuore. Diagnosi sospetta. Intenzione di andare a casa. Il mio pensiero è per Mario e lo aspetto. È venuto. Sono stata molto felice. Ha parlato con il Dottore. Intenzione di andare a casa domenica.

12 febbraio 1959 - Endovenosa - pillola - Oggi ho avuto una cara visita: Rosina. Diagnosi assai cattiva. La maestra non mi ha voluto rivelare nulla. Il dottore con compassione mi dice di aver letto le lastre: sinusite frontale e mascellare... Notte terribile.

13 febbraio 1959 - Visita ginecologica... tutto bene... Risveglio cattivo e melanconico.

14 febbraio 1959 - Esame radiologico. L'indagine mostra una velatura ai seni mascellari e frontali per sinusite. Ispessimento del frontale interno e "nebulosa" per endocrinosi. Sella turgica norma­le per forma e grandezza. Decisione di fare la marconiterapia.

5 marzo 1959 - Ho migliorato. Incominciate nuove cure. Il Dot­tore spera molto in esse.

11 marzo 1959 - Puntura lombare, sbagliata: praticandomi l'esa­me del liquor cefalo-rachidiano, lo estraggono fino ad esaurimen­to. Vista la gravità dello sbaglio medico mi vengono praticate tera­pie intollerabili che riducono il mio fisico all'estremo. Molti sono i giorni in cui devo rimanere con la testa in giù.

13 marzo 1959 - Ancora senza cuscini.

15 marzo 1959 - Esame del liquor cefalo-rachidiano; si pratica la rachicentesi (in posizione seduta si estraggono circa cc. 40 di liquor, che fuoriesce e zampilla. Aspetto limpido.

 

RICOVERO A ROMA - (non viene riportata la data).

Reparto Infettivi - Entrata ore 10,30. Peso kg. 57,30 - Forte mal di testa. Venti dot­tori mi tormentano digiuna... mi torturano per prendere sangue. Scioperano le cucine. Settemila ricoverati, compresa me, senza pranzo, rimedio quel pane e quella mela che tu, Mario, mi mettesti nel borsone... di fame non si muore.

Scioperano i dottori. Notte dolorosa. Mi danno dei calmanti. Attendo visite... resto col mio pensiero a te, Mario. Prelievo meno doloroso... lastre al torace, alla colonna vertebrale, visita del dotto­rino al torace, al cuore, alla milza e alla tiroide... Consulto dei dot­tori... Rimandata visita ostetrica...

Sento finalmente la tua voce, Mario... Ti penso tanto. Lastre alla cistifellea.

Il dottore si preoccupa. Le risposte cominciano ad essere negati­ve. La febbre non cessa. Prima visita di un cappuccino: P Luigi. Poi visita ginecologica. Elettrocardiogramma. Telefonata di Mario e fi­gli... Ti ho sognato: tu dormivi in un letto in questo ospedale... Globuli rossi scarsi. Peso 57,200. Mi mettono 'er tavolaccio'... e altre vicende in ospedale... altri prelievi e ricerche.

Uscita con 37,7 di temperatura. Viaggio triste perché doloroso. Sono comunque felice.

 

Anno 1960

Avevamo un amico di famiglia. Aveva il servizio pubblico: si chiamava Dino Menichelli. Divenne poi mio cognato perché fre­quentava spesso la mia casa, dove tenevo con me la mia sorella più piccola, Ugolina. Lo si chiamava spesso perché aveva il taxi gran­de e era umano nel trattare la gente. Quel giorno, al ritorno da Ma­cerata, dopo quella triste notizia della visita di Baroni, consigliò ai miei di farmi mettere sdraiata nei sedili posteriori, così avrei sof­ferto di meno per il viaggio.

Così fecero. Io, aperti gli occhi, vidi lo sportello vicino al mio viso; così pregai: Signore, fa' che questo sportello si apra, fa' che io non possa tornare a casa... Cosa dirò ai miei figli quando mi corre­ranno appresso chiedendomi: "Cosa ti ha detto il Professore?".

Passò il tempo. In quello stato non si poteva andare avanti... Mario, rovistando un giorno tra le mie cose, trova un biglietto: que­sto zio di Cecilia, che le ha voluto tanto bene, ci può aiutare. Questo era il biglietto allegato ad un prezioso regalo di nozze...

Ricovero (all'ospedale di Macerata): Alcoolizzazione... si decise di tentare questa dolorosa operazione... era una speranza; quel breve tempo di miglioramento ce lo sognavamo tutti. Volevo sospendere per un momento le mie dolorose pene.

Quand'ero ragazza volevo studiare, volevo scrivere nei giorna­li, volevo studiare da ostetrica... ma guai in una famiglia così numerosa (12 in tutto... un nonno dittatore... questi discorsi non si potevano fare...).

Caddi malata di reumatismo; tre anni dolorosi. Alla mamma dicevo: non mi comprare più vestiti, voglio quello da Suora. No, mio nonno non accettava nessun discorso: "leggi pure, - mi diceva - tanto debbono studiare i maschi'.

La sera si recitava il rosario: "Conta la corona, sei la più grande; devi imparare ai tuoi fratelli". Si, imparare bene... mi piaceva. Mi fu chiesto in parrocchia di fare la Delegata della Gioventù Fem­minile di Azione Cattolica. Si, accettai. Per me fu un trionfo. Ecco delle lettere che il Centro mi scriveva.

(cfr. Lettere della figlia Rosanna alla mamma in ospedale e altre che verranno riportate in appendice).

Anno 1960 - mese di febbraio. Ecco un caro ricordo: si vede dal tempo che ha ingiallito questo librettino qui accanto. Quando ero ragazza mi dedicavo a fare catechismo alle bambine dell'Azione Cattolica; proponevo come esempio queste due figure: Anfrosina Berardi e la Beata Imelda.

Quando mi sposai portai con me le mie cose e anche questi pic­colissimi librettini che rimasero dimenticati in un cassetto. Ro­sanna, che si sentiva un po' la padroncina di casa, frugando e curio­sando dappertutto, scopre e legge la vita della Beata Imelda... Viene colpita da un episodio: amante dell'Eucaristia, ma ancora troppo piccola, non le era permesso di fare la comunione... ma l'Ostia santa parte dalla sacra Pisside e va a posarsi sul capo della piccola... Questo episodio forse faceva riflettere... forse faceva pre­gare di più.

7 febbraio 1960 - Il dott. Benigno Baroni decide di operarmi. Nessuna anestesia, neanche la più potente, poteva attenuare il dolore. L'anestesista diceva: non posso più iniettare... si risvegli. Il chirurgo sudava freddo e ripeteva: non opererò mai più un parente!

Io sapevo che nelle mie vene scorreva il sangue di tre figli. Misi tutto il mio coraggio per aiutare chi mi stava salvando, ma poi cedetti ...credevo di morire.

Intanto seppi da Mario che una sera, prima di coricarsi, passan­do nella camera dei figli più grandicelli per vedere se dormivano... che cosa trova? Rosanna era in ginocchio vicino al suo comodino con quei due librettini... le disse: "Alzati e vai a dormire", ma non si muoveva; allora la sollevò da terra... (sotto le ginocchia c'erano dei sassolini).

21 febbraio 1960 - Vengo dimessa dall'ospedale.

Le mie sofferenze avevano lasciato il segno, le molteplici ane­stesie per aver subito tante operazioni avevano debilitato il mio fisico. Cosa fare? Mia sorella Ugolina, che fin troppo tempo era stata a casa mia, veniva richiamata dai nostri genitori perché ave­vano tanto lavoro... Ora troviamo aiuto da tutte le vicine di casa che si davano il cambio ad orari a loro comodi. Avendo io un mi­glioramento, avrei voluto fare, ma fare tanto, spinta anche dalla necessità perché era venuto ad abitare con noi anche mio suocero dopo la morte di sua moglie. Con sei persone in una casa c'è da fare. Abitavamo nella Casa Cantoniera in Viale Cesare Battisti, una casa costruita da poco. Era un sogno potersela godere, con i ragaz­zi che giocavano all'aperto perché era recintata. Dietro, in econo­mia, mio marito costruì un piccolo capannone dove allevare i polli. Fummo allora risollevati economicamente. Dal più grandi­cello al più piccolo i figli davano aiuto al papà, naturalmente per quello che potevano fare. Un giorno nevicava e io ero dietro ai vetri della finestra che guardavo Giambattista con la carriola del letame. Lo doveva scaricare più lontano, ma forse per giocare o anche perché era pesante con la neve sopra, lo vedevo sempre più piccolo... chiamavo chiamavo, ma non mi sentiva: alzai lo sguardo sulla parete dove nella mia camera da letto era appeso il quadro della Madonna e la pregai tanto... Ogni mamma avrebbe fatto quello sforzo ma per me era impossibile... cercai i pochi frammen­ti della corona (erano frammenti perché li portavo sempre con me da un ospedale all'altro) e cercai l'immaginetta che una suora mi aveva messo addosso prima di operarmi a Camerino. Pregai e piansi.

18 maggio 1960 - Festa di san Venanzio, patrono di Camerino. Essendo nata a Camerino ricordavo sempre questa data. Ahimé! il mio forte mal di testa si risvegliava, forte, ma tanto forte che ebbi appena la forza di chiudermi in camera e così vestita sdraiarmi a letto. I miei mi cercavano, mi chiamavano, non potevo rispondere... Le soluzioni di alcool, procaina e cloroformio portate con un lungo ago in corrispondenza dei canali ossei dove passano le rami­ficazioni del trigemino, avevano finito il loro effetto... il risveglio del dolore era da morire. Allora mi curavano con forti dosi di mor­fina che io a un paziente non darei mai perché ti toglie la sensibi­lità: tu vedi, tu senti, ma non puoi parlare. Molte persone a Mate­lica sono venute a conoscenza della mia gravità: "Sta per morire Cecilia, quella della Casa Cantoniera".

Tenevamo un cagnolino. Una sera si mise ad abbaiare, anzi direi a urlare; i vicini corsero a casa Palmieri; si sente piangere... "è morta Cecilia!".

Nel nostro ospedale faceva l'infermiera una certa Gigetta; era molto abile, di quelle donne forti che in certi casi ci vogliono; ma forte era anche la sua voce... non sapeva parlare a voce bassa... Volle venire a farmi visita, la data non ricordo, ma forse i primi di giugno o forse verso il 10. Né io né la mia famiglia sapevamo il per­ché di questa visita così di corsa come se dovesse avere tanta fret­ta. Ma questo è niente... era il suo parlare così forte che alla mia famiglia, e tanto più a me, dava fastidio. Così mio marito fece per condurla fuori.

Io dovevo stare al buio: i miei figli potevano chiamarmi solo mamma e a bassa voce! Tutto silenzio, e la luce veniva solo dal qua­dro che avevo sopra il letto... A questo punto lei, guardando la situazione, abbassata un po' la voce, disse: Mario, la mandi a Loreto? Mario rispose: "S1! subito, subito". Così avrebbe taciuto. Poi rivolta a me: "Cecilia, vieni a Loreto?" Io dissi: "S1!".

Perché risposi 'sì'? Perché sarei stata contenta di morire in Santa Casa, lontano dai figli.

13 giugno: Festa del Santo.

Sono finite le iscrizioni: non c'era più posto per la mia barella, il treno era completo. Non so che cosa abbia fatto la dama Gigetta... ma il posto si è trovato: "È una mamma di tre figli e sta tanto male!". Nessuno voleva prendersi la responsabilità, tanto che mons. Adriano Tarulli, assistente spirituale, disse: "No, non dob­biamo mica portare i moribondi!".

Ora c'era da compilare il certificato medico. Il Dott. Sestili si rifiutava: non lo volle firmare: "Andate dal marito - disse - che lo firmi lui!".

Non conoscevo 1'UNITALSI. Sentivo dire: "Parte il treno dei malati!".

Viene a visitarmi il Dottore perché si era aggiunta una grande febbre. "Non la toccate, non la muovete - disse - ogni piccolo movi­mento può essergli fatale!".

Queste parole che scrivo dopo tanti anni, le ricordo tutte detta­gliatamente. Ricordo anche mia madre che col termometro in mano guardava silenziosa a mio marito... Mi vegliavano avvicendandosi. Prepararono il tovagliolo e il necessario per la partenza .

Il 17 giugno, alle 2 del pomeriggio, venivano a prendermi i ba­rellieri, ma sicuramente non avrei resistito: tutti i miei parenti era­no vicino al mio letto. Il viaggio era programmato così: con l'Am­bulanza fino alla Stazione di Matelica, poi col treno fino alla Stazione di Loreto; infine era la volta dell'autista Vincenzo che ci avrebbe portato al Santuario. Ma di fatto non mi potè portare, data la mia gravità.

[Nota: Vincenzo, dopo aver saputo della mia guarigione miracolosa, avrebbe voluto sapere chi era e da dove veniva quella malata che avrebbe dovuto trasportare... Dopo tanti anni a Tolentino, il 25 aprile 1995, alla chiusura della causa di beatificazione di Luigi Rocchi, io fui chiamata sul pulpito a dare la mia testimonianza su Luigi Rocchi col quale parlai a lungo subito dopo la mia guarigione a Loreto. Sentendo il mio racconto Vincenzo e Giannina sua moglie mi trovano: le date, gli episodi... tutto corrispondeva... ero la miracolata che Vincenzo voleva vedere e che con grande slancio stava ora parlando dell'accaduto. Immaginate un istante ciò che successe, perché poi quelli della Radio di Macerata mi prelevarono dal pulpito per una intervista. Finalmente ecco l'abbraccio!].

Il 17 sarei partita per il pellegrinaggio a Loreto. Io e i miei pre­gammo ancora il Santo di Padova, il santo dei miracoli che mi aves­se accompagnata...

Suonano alla porta. Era il personale dell'UNITALSI che con l'Ambulanza mi venivano a prendere. Io ero sudata, avevo gli occhi rossi e gonfi che mi permettevano di vedere poco: vedere i miei tre figli... Anche le mie orecchie mi permettevano di udire poco le loro voci di addio... ero stordita... lo sapevo... non li avrei più visti, le loro testoline che in fondo al letto seguivano tutti i movimenti delle dame e barellieri che con molta precauzione mi sollevavano dal mio letto per adagiarmi sulla barella per essere tra­sportata in ambulanza al vagone-letto del treno.

Forse quel movimento può avermi dato questa visione: le trec­cine di Rosanna erano fermate con due nastrini rosa. Ai miei occhi sembravano neri... ero fissa con il mio sguardo in quei due nastrini che in fondo al letto spuntavano con una cornice di tristezza. Ai miei occhi apparivano davvero neri. Mi chiesi: perché le hanno messo quei nastrini? Sono segno di lutto?

Le dame, con Gigetta, il barelliere Sandro, figlio di Lide Be­vilacqua, sono venuti a prendermi. Nessuno del personale si senti­va sicuro, ma questi due volontari si sono mostrati sicuri. Di­cevano: "È necessario portarla: è madre di famiglia!".

Ecco aprirsi la portiera dell'ambulanza, dove per il mio male ero salita altre volte. Ma questa mi parve così scassata che pensai subi­to al dolore che avrei sentito quando si sarebbe messa in moto per raggiungere la Stazione. Oh, il silenzio della mia camera, il silenzio dei miei figli che non potevano chiamare "mamma"...ora avrei chiuso gli occhi per sempre!

Non sapevo se vedevo o no, ma con tutte le poche forze che mi rimanevano tenevo lo sguardo fisso sulla tettoia dell'Ambulanza, dove c'erano delle crepe...

Stentavano i miei occhi a vedere... ma sì, al di sopra del tetto ecco uno sfondo incantevole... un cielo azzurro azzurro, ma no, assomigliava più a un manto dal quale spuntavano delle stelle sempre più grandi e lucenti e questo manto volteggiava: meravi­glia! Che cos'era? Avrei voluto chiamare chi mi stava vicino, ma non lo feci. Guardai ancora meglio: ora non sbagliavo, era così che era vestita la Madonna... sì, era il suo mantello che volteggiava sopra di me...

Non lo dissi a nessuno; volevo tenere solo per me questa visio­ne. Dovevo iniziare l'ultimo pellegrinaggio della mia vita e chiusi gli occhi per rimanere insieme alla Madonna, sì, perché era lei che mi avrebbe aiutato a non sentire tanto dolore in quello sballotta­mento che le ruote facevano in quel breve tragitto.

Ero ancora lucida di mente e intorno a me sentivo sussurrare e commentare. Poi distintamente sentii la voce di mons. Adriano Tarulli che quasi rimproverava il presidente Pietro Crescentini: "S1, ma non dovete mica portare i moribondi!". Avvicinandosi poi alla mia barella fece per parlarmi, ma poi rimase zitto. Guar­dandomi a lungo, mi diede la benedizione.

Lungo il percorso c'erano delle gallerie... La prima sosta fu a Ca­stelraimondo, dove salivano altri malati e pellegrini... Lì avevo una sorella la quale venne alla Stazione quando passava il "treno bian­co". Sari, mi cercò trovandomi così distesa e arsa dalla febbre: avevo 39! Ebbe un convulso di pianto... La portarono subito via sgridando­la: "È così che si fa coraggio ai malati?". E lei: "Ma è mia sorella!".

Intanto il treno continuava la sua lenta corsa anche perché dove­va dare la precedenza ai treni d'orario. Alla Stazione di San Severino, insieme ad altri malati sari anche un bravo infermiere dell'ospedale. Lo chiamano subito: "Giuseppe, vieni, questa malata ha legato al polso questo sacchetto; il marito ha detto che al momento di forti dolori accompagnati da vomito, le si devono dare questi calmanti...

Ma il peggio viene poi, quando incominciano le lunghe galle­rie... Con il caldo di giugno, i finestrini erano aperti; per evitare di respirare il fumo della locomotiva, nelle gallerie venivano chiusi. Si andava adagio, di tanto in tanto ci si fermava... Tutti avevano caldo e anch'io avevo tanta sete e tanta febbre. Il ferroviere di servizio abbassa completamente il finestrino vicino alla mia barella e nel fare questo servizio mi dà uno sguardo. Io ero con gli occhiali da sole e una sciarpa celeste in testa. Poco si vedeva il mio viso ma tanto bastò che riconobbe in me una certa somiglianza con sua moglie... Allontanandosi disse al personale: "Se io vedessi mia moglie così, cosa farei? Certo non la porterei a Loreto!".

Io peggioravo, non potevo respirare. Si stava percorrendo la gal­leria più lunga con il finestrino pienamente aperto... il fumo mi stava soffocando. Sento dire: "Chiudete i finestrini... Ecco che cosa avete fatto... fate morire questa povera signora!".

Arriva il ferroviere arrabbiato... non capivo più niente. Mi tol­gono gli occhiali, mi tolgono la sciarpa, mi sorreggono... Ero vesti­ta con la camicia da notte come ero partita da casa... portavo la coroncina tra le mani. Mi accomodano il cuscino, mi fanno una puntura... e mi assopii. Quando mi svegliai vicino a me c'era quel ferroviere che si era sentito colpevole... Non percepiva la mia gravità e si mise a parlare... Era un parlare così strano, che io mi feci subito un brutto concetto... Ma come, io vengo a Loreto, a un Santuario... mi preparo per andare in cielo e qui sento delle offese contro Dio e la Madonna! Non sapevo chi era: per me era un barel­liere... era con noi in quel treno... E poi riferendosi a me cercava di distrarmi dalla preghiera... Io che non avevo la forza né di scappare né di cacciarlo, rimasi ad ascoltare le offese a Dio e a chi lo seguiva...

Ecco, io mi ero preparata tanto bene, dovevo morire in Santa Casa vicino a Dio... minuti terribili per me!

"Chi è questo tentatore?" - mi chiesi. Forse piangere poteva es­sere una soluzione... le mie lacrime lo commossero... e non si fece più vivo. Forse non gli interessavano tanto le coperte, i finestrini... Ma era tanto curioso di sapere dove andassero a finire tutti questi fanatici!

Egli solo rimase in lontananza a guardare cosa accadeva. Ma per non destare sospetto andò in guardaroba e chiese delle bretelle da barelliere. La Suora, non avendo il diritto di chiedere i documenti e sapendo che era appena arrivato il treno, gliele consegna. Doveva rimanere per tutto il pellegrinaggio sempre addetto all'attrezzato (vagone-letto), che una volta chiuso, sarebbe stato riaperto al nostro ritorno. Poi venni a sapere che lui e il macchinista erano di Roma, mandati dal dipartimento con carrozze fuori servizio. Era la prima volta che gli capitava questo servizio.

Nulla so del macchinista, al quale tenne nascosto questo com­portamento.

Egli disse a qualcuno del personale: "Quando la signora fu un poco sollevata, senza occhiali e la sciarpa, trovai una certa somi­glianza con mia moglie: lei così buona... allora me la sono figurata così, in quello stato... io subito ho pensato: Se per caso la dovessi vedere così, cosa farei? Non so proprio se pregare o bestemmiare... Io non mi accosto più ai sacramenti dal giorno del mio matrimo­nio... poi feci la comunione per far contenta lei".

Intanto il viaggio continuava. Io pregavo a occhi chiusi. Una dama mi disse: "Cecilia, guarda, guarda, ora si vede il mare". Io non risposi, aprii per un poco gli occhi e con l'aiuto della dama che mi girò la testa verso il finestrino vidi questo mare. Si, era bello... ma immediatamente chiusi gli occhi e invocai Gesù che mi perdo­nasse perché non avevo saputo mortificare il mio sguardo.

Le bellezze di questo mondo non mi sarebbero servite. Strinsi più forte la corona... le mie mani sentivano i grani... capivo che ero ancora lucida, ma non potevo più muovere le gambe.

Pregavo, pregavo di arrivare presto in Santa Casa...

Erano ormai le 8 di sera del 17 giugno 1960. Il treno si ferma alla stazione di Loreto. Tutto il personale era ad attenderci. Gran vocio! Qualcuno grida forte: "Qua, un dottore!".

Era per me? non so spiegare, ma ebbi l'impressione che mi aves­sero condotta immediatamente a casa... le voci erano sconnesse. Il dottore scuoteva la testa e mi fece delle domande tenendomi sem­pre il polso. Poi: "Presto! Presto! - disse - vorrei saperne di più". Io avevo capito che forse stavano pensando di riportarmi a casa... Ecco, essere giunta vicino al santuario e non poterci arrivare!!! Le mie gambe non mi portavano più e quando potevo camminare non avevo sufficientemente ringraziato il Signore di avermi concesso tale grazia.

Allora presi tutte le mie forze e chiesi: "Dove andiamo?". "Al santuario di Maria" - mi fu risposto. "Ecco - dissi dentro di me - questa è una grazia, morire vicino alla casa della Madonna!".

Ho visto l'ingresso della piazza, ma non la porta della camera... ho notato solo il cartellino che mi feci attaccare addosso. Poi mi portarono attraverso il porticato, piano terra, al reparto chiamato "Angeli Custodi". Ricordo di aver dato uno sguardo intorno per vedere chi c'era vicino a me. Molte dame e malate assegnate vicino al mio letto. Io ero in mezzo a tre letti nel lato sinistro. Le due mala­te che erano al mio fianco, conoscendomi, si fecero cambiare di posto perché non avrebbero resistito al dolore di vedermi morire: "Cecilia non fa giorno" - dicevano.

La notte, vegliata premurosamente da due dame e dal dottore, fu lunga, con dolori atroci che i calmanti non riuscivano ad atte­nuare. La trascorsi chiedendo acqua. Mi bagnavano le labbra per­ché non potevo ingoiare.

Tutti i partecipanti al treno parlavano di questa donna tanto grave e continuamente venivano a curiosare. Il dottore disse: "Con­tinuate a vegliarla, ma non c'è da fare niente e domani mattina non la portate fuori, lasciatela in camera".

Io capii appena le sue parole; non volevo credere...

Poi sentii un pianto accorato. Era una donna che mi si buttava addosso e gridava: "Cecilia, Cecilia, Cecilia". Era mia cugina Ma­ria, sorella di Don Egidio che partecipava al "treno bianco" come dama con la Sezione di Tolentino, dove abitava. Da tanto tempo non ci vedevamo, e nessuno delle due sapeva che partecipavamo al pellegrinaggio. Avendo saputo della gravità della mia malattia venne anche lei agli "Angeli Custodi" per vedermi... e mi riconob­be. Rimase tutta la notte insieme con le altre due dame.

È inutile commentare l'attesa di una fine imminente; è assai tri­ste, ma era triste solo per me che ero ancora lucida. Ricordo bene ciò che pensavo: "Ero a due passi dalla Santa Casa... Io che deside­ravo morire in Santa Casa, ora non potevo... Non dovevano por­tarmï, secondo l'ordine del Dottore: "Non muovetela!".

La notte non posso descriverla... Ricordo che sopra il comodino c'era un bicchiere pieno d'acqua con la quale con una garza imbe­vuta mi bagnavano le labbra..

Mi sembrava di sentire la sete della morte...

Il chiarore del mattino mi batteva sul viso perché le imposte e gli sportelli erano aperti; le dame erano stanche, sonnecchiavano in­freddolite. Alle sei del mattino avveniva il cambio delle dame. Commentavano: "Questa è grave, ma è stata buona, non ci ha dato da fare".

 

18 giugno 1960 - Sento tanto rumore nelle corsie vicine. Erano forse le 8,30; poi in lontananza mi è sembrato di sentire dei canti. Sembrava che tutti corressero... nessuno era più vicino a me... Io non mi lamenta­vo... Dovevano portare i malati in Basilica, per il primo passaggio in Santa Casa.

Allora feci per chiamare la Madonna e, forse perché ero sola, la chiamai forte.

Dio mio, forse qualcuno mi ha sentito! Vedo in fondo alla porta affacciarsi un vecchio barelliere. Era Fazio Ferranti di Tolentino. Era sempre col solito giubbetto, con la croce al merito, ed era tanto preciso che difficilmente gli sarebbe sfuggito qualcosa. Era lui che si interessava che nessuno fosse rimasto in camera o in bagno. Aveva anche il compito di portare la croce nelle processioni.

Era tardi per l'avvio della processione; Fazio consegna la croce a un barelliere vicino e come per incanto entra nella stanza degli "Angeli Custodi" e con voce alta dice: "C'è più nessuno da portare!"

Grande la volontà, ma esile la mia voce... Risposi: "Ci sarei io!". Ma forse la mia voce non gli sarà giunta... Esce, trova un barelliere davanti al portoncino, che stava lì a guardare. Lo chiama con tanta agitazione; ... la processione si stava muovendo. "Forza - gli dice - c'è una malata da portare... cosa fai? vieni!". Poi: "Forza, prendi dietro". Così Fazio mi prese dalla parte dei piedi e l'altro dalla parte della testa.

Avevo ancora la sciarpa celeste del viaggio, avevo gli occhiali scuri per proteggermi dalla luce. Il barelliere si china per mettere nelle sue bretelle le assi della mia barella; ...non sapeva come fare, ma gli bastò poco perché avanti c'era un esperto (40 treni in tutto!). Al barelliere che stava lì fuori a osservare costò molto quel gesto. Osservò e riconobbe la malata vista nel treno la sera precedente. Io non vidi chi mi sollevava dalla parte della testa.

Era l'incredulo, il beffeggiatore. Doveva fare ciò che non avreb­be mai voluto fare...

Era tardi per potersi mettere in colonna nella processione; ma dato che Fazio aveva il compito della croce e dell'avvio della pro­cessione, fece largo e fui portata, guarda caso, nella prima fila dove erano i bambini barellati... Si muove la processione in modo solen­ne con canti mariani.

Aprii gli occhi... ero in processione. Guardando in alto notai un dipinto che rappresentava Gesù deposto dalla croce. Quella immagi­ne mi è rimasta in mente per tutto il percorso in Basilica, benché tenes­si gli occhi chiusi: la Madonna che regge suo figlio morto per me in barella era un immagine consolante. (Ora quel dipinto non c’é più). Entrando in Basilica, mi fecero il segno della croce con l'acqua benedetta, che io accettai con grande devozione. Tutti conoscevano la solennità della Basilica e la disposizione dei malati. Per me era tutta una novità, era la prima volta che partecipavo al "treno bianco".

Ora eccomi qui... Mi sollevano da terra e con grande gioia intra­vedo l'ingresso della Santa Casa... Era vero... mi portavano dentro per il passaggio in Santa Casa!

Sento la voce accorata di Pietro Crescentini, il Presidente della sezione UNITALSI di Matelica che ripeteva con fervente ardore: "Fa' che io veda... Fa' che io cammini"...

Mi appoggiano finalmente a terra... Si, la mia barella poggiava sul pavimento della Santa Casa. Ma immediatamente sento che il mio respiro si ferma. Non c'è più aria. Rimango con gli occhi quasi sbarrati... avrei voluto gridare... ma la voce non c'era. Ecco... ad un tratto sento come se mi piombasse addosso un grande macigno... era come un rastrello le cui punte si conficcavano nella mia testa... sento il cuore spezzarsi... un dolore così acuto da non potersi de­scrivere...

Non sentivo più la potente voce di Pietro... lo sguardo era fisso su quella statua nera della Madonna e dico con il cuore spezzato dal dolore: "Eccomi, o Madonna, io sono pronta... Ecco, i miei tre figli, mio marito, i miei genitori, li affido a te, aiutali!".

Nel fare questa accorata preghiera feci un gesto simile a quello di chi riceve la comunione sulle mani. Non potendo allungare la mano sinistra, feci il gesto di allungare il palmo e su di esso elen­care e donare a Gesù i miei cari.

Prima di terminare queste parole, passate come un baleno, av­verto una cosa inspiegabile... Non c'è penna, non c'è parola che possa esprimere quello che ho provato: un male indescrivibile e improvviso... e anche un bene indescrivibile!

Il mio essere all'improvviso sembra scoppiare come le tubatu­re... Era troppo forte... Non reggevo più... Preferivo il mio coma!... Non capivo... ma il mio istinto fu quello di saltare giù dalla barel­la... era così bassa! Non so da dove mi era venuta la forza di pren­dere con una mano le coperte che mi coprivano e sollevarle forte. Stavo per scendere... Si, sono sicura che l'avrei fatto... in quel momento però le preghiere erano finite e si doveva fare spazio ad altri malati.

Fui sollevata da terra. Guardai giù e mi rifiutai di saltare: avevo paura di farmi male. Misi a posto le coperte: nessuno si accorse del mio gesto (il personale a volte è troppo preso dalle cose da fare per cui tanti dettagli sfuggono all'attenzione).

Durante il passaggio in Santa Casa vengono commentati brani del vangelo...

Mentre la mia barella veniva riportata al suo posto nella navata centrale, attraversando l'altare maggiore, il sacerdote che commen­tava notò le mie mani giunte con una corona intrecciata tra le dita (la stessa corona celeste che mi accompagnò durante il viaggio) con un anello e la fede nuziale. Stava parlando della volontà del Si­gnore e additando me, disse: "E voi direte: Che cosa ha fatto que­sta mamma?". Udii bene queste sue parole... i rumori e le voci non mi disturbavano più, i barellieri erano già sullo scivolo... lo pensai di saltare giù e gridare: "Miracolo! miracolo!". Questa volta non fu la paura di farmi male, ma una grande riflessione mi trattenne: "S1, è vero, che cosa ha fatto questa mamma per meritare questo?". Poi tutto questo svanì. Era ora di riflettere bene: era autosuggestione? era la mia mente malata? era una cosa momentanea? Si doveva per prima cosa dire: Grazie!... grazie!... grazie!... Rimasi così fissa e tesa che non udivo più nulla perché non volevo udire... Sentivo il biso­gno di parlare solo con Dio, un bisogno così grande che nessuno in quel momento mi avrebbe potuto distrarre.

Passò poco tempo. Si avvicina alla mia barella una signora, che non era né dama né Suora; mi scosse molto forte e mi disse: "Si­gnora, io le ho fatto una foto: Ho visto nel suo viso qualcosa di diverso da quello degli altri... mi dia il suo indirizzo". (Lettera che poi mi scrisse).

Dal suo scritto sembra che fosse una pellegrina. Ho solo la sua lettera. Io intanto non pensavo ad altro che alle sue parole: "Ho visto nel suo viso qualcosa di diverso". Pensai subito che anche qualcun altro avesse visto qualcosa... Io, certo, non accettai subito la cosa e mi rinchiusi in me stessa a pensare e a pregare. Avrei avuto bisogno di parlare con qualcuno... Mi guardai intorno... c'e­rano solo barelle... la signora della foto non c'era più: La funzione intanto volgeva al termine e c'era solo da aspettare l'uscita. Dove mi avrebbero portato? In camera o sotto il portico? Non sapevo.

Si avvicinava l'ora del pranzo.

È ora di mettere le mensole, per il pasto di mezzogiorno, nelle carrozzelle, e di mettere le sponde sopra le barelle, per appoggiare le posate e il tovagliolo. Una dama legge il mio cartellino, va nella mia valigia, trova posate e tovagliolo, dal momento che a quei tempi si mangiava sotto il portico, non essendoci il refettorio. Una benefattrice molto ricca consegnava a ogni pasto il pane con le sue mani. Una piccola rosetta a forma di maritozzo. lo la guardai. Quel pane... da tanto tempo non ne mangiavo... Allora lo presi tra le mani e pensai: come farò... ho tanta voglia di mangiarne un po', ma è tutta crosta. In quel momento un vecchio e rauco altoparlante ini­zia molto forte l'Ave Maria di Schubert.

"O Dio! con questo assordante rumore non sento più dolore! O Dio! provo questo pane così duro... la mandibola mi scricchiola, ma non mi fa più male. O Dio! mi tolgo la sciarpa, mi tolgo gli occhiali, e faccio la prova: il sole mi batte sul viso... ma come? non potevo vedere una minima luce! Ma come? Quand'ero a casa per un mese continuo ero dovuta stare al buio! Feci una prova ancora: chiesi di essere portata al bagno... il mio corpo aveva ripreso a funzionare.

Sotto il portico cominciavano a distribuire il pasto. Sento gli odori... anche le narici si erano aperte! Noi barellati eravamo l'uno accanto all'altro. Io non volevo più esitare. Ora dico: "Miracolo!". Non resistevo più, anche se avrei deluso chi mi stava accanto con la sua sofferenza. Avrebbero detto: "Perché a te sì e a noi no?". Però io ero sicura: stavo bene e dovevo gridare. "Miracolo!".

Mentre attendevo, davanti alla mia barella si ferma un barellie­re e mi fissa.

"O Dio! è il ferroviere che nel treno badava all'Attrezzato!". Pensai: ora, se parla male, avrei gridato! Ma non faccio in tempo a pensare: quell'uomo mi fissa con lo sguardo di chi vuol dare una grande notizia, poi con voce diversa, rivolgendosi a me dice: "Si­gnora, non sa che cosa è successo?". Ero impaurita, temendo una notizia non troppo buona riguardo ai miei. Ma egli, con voce sem­pre più calda e tranquilla, che stentavo a capire per il canto e i rumori, ripeté: "Signora, lei non sa che cosa è successo in Santa Casa oggi? Io ero là che la portavo. Lei voleva la sua grazia, ma c'ero io... tra la Madonna e lei... c'ero io... peccatore, signora! Allora sono scappato, ho preso un confessore, mi sono scaricato dei miei peccati e ho fatto la comunione per lei, signora!".

Io, in un attimo di lucidità, ho risposo: "Grazie, grazie infinite... Continui ancora... vede quanta sofferenza?".

Se ne andò subito... A me bastarono quelle parole: era un'anima convertita!

Non sapevo nulla di lui, nemmeno il suo nome; so però che era più guarito di me.

Continuai così il pellegrinaggio da finta malata.

Il personale dell'UNITALSI di Matelica non sapeva niente di tutto questo perché io non parlavo. Aspettavano qualcosa e cerca­vano di sapere... Erano delusi ... Ma ora non potevo gridare: "mira­colo"! Ce n’era uno più grande e da conservare.

Se avessi detto: "Miracolo?!".

19 giugno 1960 - Continuo a stare meglio. Non potevo più fin­gere, ma pensavo sempre che forse avrei fatto male a far sapere cose che solo Dio può conoscere. Non avrei fatto altro che guastare tutto: il ferroviere non avrebbe accettato che la sua storia diventas­se palese... aveva il suo amico. Al ritorno si sarebbero parlati... era lui che doveva raccontare l'accaduto!

C'era un'anima salvata, non volevo guastare una grazia così bella.

Per il ritorno ricordo che furono distribuite ad ognuno di noi un'immagine della Madonna e un lauro. Quel ferroviere la prese con devozione, la baciò e disse: "Se mia moglie vedesse cosa ho io nel portafogli, morirebbe dalla gioia!". Per me fu sufficiente udire questo. Dovevo dare una prova di fede! Chiesi un altro cuscino, chiesi un pettine, mi tolsi definitivamente il fazzoletto dalla testa, mi preparai per farmi vedere così da mio marito, ma non esagerai. Qualcuno mi disse: "Perché non lo dici che sei guarita?".

Alla stazione di Castelraimondo sale mia sorella: "Cecilia, come stai?". Si avvicina il ferroviere e le dice: "È guarita!", e lei: "Magari!" La stazione di Matelica era vicina: io pensavo ai miei. Final­mente potevo tener in braccio il più piccolo. Potevo preparare il cibo per i miei. Potevo fare tutto in casa come sa fare una mamma senza convalescenza. Sarebbe stato troppo se fossi scesa dal treno senza aiuto! Ad aspettarmi alla stazione c'era Mario, mio marito, che subito chiese: "Com'è stata?". Il ferroviere si avvicina e per primo risponde: "Sua moglie è guarita!". "Parole sue sante!" - rispose.

Lo sguardo di Mario su di me era talmente incerto che non sa­peva se credere o no a quello che aveva sentito. Voleva vederci chiaro... però il mio stato in un certo senso lo rassicurava. Di mi­glioramenti nel corso della malattia ne avevo avuti molti. Si tran­quillizzò pensando che forse era uno di quelli.

Quando Sandro e altri del personale mi portarono in casa e con la barella entrarono nella mia camera da letto, sento mio marito che dice: "Ora date a me, ora so io come muoverla!". Dame e barellieri si guardarono, quasi offesi; mi lasciarono dicendo: "A presto, Cecilia! ti verremo a trovare!".

Sento chiudere la porta: i miei erano lì in camera insieme con mia sorella Ugolina. Tutti chiedevano: "Come sei stata? Ora come stai?". Io risposi subito: "Miracolo! Sto bene, guardate!". Scesi dal letto e via di corsa lungo il corridoio. I ragazzi accolgono la notizia tutti raggianti; Mario era sempre più meravigliato. Ugolina fu la prima a parlare: "Mario, ora io non ci sto più, non vedi come corre per il corridoio?".

"Il dottore lo diceva: potrebbe perdere la memoria a qualsiasi momento! Ora questa è pazzia... vuol mangiare con noi, abbiamo per cena pasta e fagioli! È andata al bagno e si è lavata il viso con l'acqua fredda..., parla, parla... poi abbraccia i suoi figli, ora l'uno ora l'altro!".

Io allora con calma mi sedetti a tavola con loro, li rassicurai che non sarebbe successo niente... ma mi ascoltassero...

La notte la passai riposando molto bene. Mio marito faceva il cantoniere. Si alzava presto e appena sveglio: "Come stai?". Sapete da quanto tempo mi ripeteva questa frase? Da tanto, tanto tempo; ogni mattina: "Come stai? Allora io presi l'abitudine di essere sve­glia prima di lui e subito rispondevo: "Sto bene!".

Però questo stare bene non potevo comunicarlo ai miei genitori che erano a Mergnano di Camerino. Il telefono in casa ancora non c'era e bisognava andare al centralino.

Mia madre però non regge... sale in treno e viene. Viene molto presto, perché in casa avevano gli operai per la mietitura. Lei non poteva trattenersi molto. Mio marito era andato al lavoro, Ugolina stava preparando Giambattista per la scuola, Sergio era a letto con la febbre alta. Mamma entra di corsa e subito si mette a sedere accanto al mio letto... mi chiede tante cose... Io con sincerità rac­conto tutto, ma lei: "Figlia mia, non avere suggestioni... stiamo a vedere... tu spesso mi dicevi: sto meglio! per non farmi soffrire, poi... Voglio vedere. Dov'è il termometro?".

Me lo mette lei... Il termometro non sale. Chiama la bambina Rosanna: "Vai a imprestarti un termometro dal vicino, questo non sale, forse è rotto". Ma io dico: "Guarda, mamma, che è stato messo a Sergio, il piccolo, e la febbre è salita e di molto".

20 giugno 1960 - I miei genitori avevano la mietitura e non pos­sedevano ancora mezzi meccanici. Il lavoro manuale c'era per tutti, ma specialmente per le donne. Mia madre dovette ritornare subito a casa e pensò di far sostituire la presenza di mia sorella con quel­la di una signorina che spesso veniva per faccende domestiche. Così anche Ugolina fece la sua valigetta, un bacio forte forte e disse a Giambattista: "Appena torni dalla scuola vai subito a chiamare Bice. Voi da soli non potete stare".

Io allora cosa feci? Chiamai mio suocero, che abitava con noi, e gli dissi: "Babbo, tu vai a Matelica in chiesa, alla messa, va a pre­gare. Io, come vedi, sono guarita... la Madonna di Loreto mi ha fatto un miracolo!".

Mio suocero che non aspettava altro che quello, anche perché si sarebbe ritrovato con amici presso qualche osteria, corse subito e vi restò fino a mezzogiorno. Mario dovette recarsi a Roma. Sergio era a letto. In casa avevo solo Rosanna, alla quale dissi: "Ora devo fare le prove... Preparami tutta la biancheria sporca da lavare". E lavai anche ciò che avevo portato a Loreto: camicia da notte, tovagliolo, e anche le lenzuola del mio letto.

Stesi il bucato al sole. Lavavo sotto la tettoia, di fronte alla stra­da provinciale. Fui vista da più persone a lavare con gli stivali di mio marito... Non credevo a me stessa... Pensavo: "Ora basta, que­ste prove sono più che sufficienti". Raccolsi la biancheria e la lasciai in disordine sopra il tavolo della sala.

Si era già nel pomeriggio. Giambattista, che sarebbe dovuto an­dare a chiamare Bice, lo mandai a chiamare il dott. Aser Sestili per­ché Sergio aveva un gran febbrone. Gli tenevo il ghiaccio in fronte, avevo tanta pena. Giambattista dice al medico: "Dottore, venga!".

Ed egli: "Figliuolo, che vuoi che faccia più per tua madre? E Giam­battista: "Ma Dottore, è per mio fratello... sta tanto male".

Io intanto avevo fatto bollire una siringa, nella previsione che fosse servita.

Suona il campanello, apro la porta per salire al portoncino. Era il dottore che era già sulla porta. Mi vede, lo saluto... non risponde. Indietreggia i tre gradini e esclama: "Signora! Signora! Ma Cecilia che c'è?". Io senza dar peso alla sue parole risposi: "Venga, dotto­re, il mio bambino sta tanto male!".

Era tremante quanto me. Ora che la mia vita era salvata forse ce n'era un'altra in pericolo. Allora entrammo tutti e due nella stanza del bambino. Sopra il comò c'era il contenitore con la siringa steri­le. Il dottore la guardò, la prese, prese il laccio di gomma e mi disse: "Mi dia il braccio, le devo prendere il sangue!". Me lo ripeté anco­ra, poi disse: "Cecilia, voglio andare in laboratorio" - parlava sem­pre poco ma rifletteva e studiava il mio caso. Volle conoscere subi­to la verità.

Anemia e altri fattori inerenti al mio caso erano scomparsi. Con il passare dei giorni, la stampa assillava il dottore. Egli allo­ra scrisse questa testimonianza da dare in fotocopia a chiunque la richiedesse:

"Il sottoscritto certifica di avere avuto in cura da circa 5 anni Zeppa Cecilia affetta da una nevralgia del trigemino destro. Sono state praticate più volte radiografie del cranio per sospetta neoplasia ma non sono risul­tate lesioni di tal genere.

Essendo le crisi dolorose sempre più violente e non traendo la paziente giovamento dai comuni antinevralgici anche a dosi elevate, nel 1959 è stata fatta ricoverare nell'Ospedale di Camerino dove le furono praticate anche delle punture lombari per esaminare il liquor. Dimessa dall'ospeda­le dopo tre mesi, il dolore è persistito sempre, più o meno forte. Nel dicem­bre del 1959 e in gennaio 1960 le crisi furono di una violenza mai esistite in precedenza, il dolore non era più solo a destra ma anche a sinistra.

Gli antinevralgici di qualsiasi specie e la vitamina B12 a dosi d'urto non recarono alcun giovamento. Qualche volta per dare un po' di sollievo alla paziente ho dovuto farle iniezioni di stupefacenti.

Era in uno stato di prostrazione gravissimo e piangeva continuamen­te per il dolore.

Il 2 febbraio 1960 fu fatta ricoverare nell'ospedale di Macerata dove il Prof. Baroni le praticò l'alcoolizzazione del nervo. Dopo due settimane fu dimessa in condizioni migliorate.

Dopo circa due mesi di discreto benessere i dolori sono ricomparsi vio­lentissimi tanto da doverle praticare di nuovo iniezioni di stupefacenti. La signora era notevolmente dimagrita e fortemente anemizzata anche con le cure ricostituenti fatte.

Dopo una visita al Santuario di Loreto la paziente è ritornata comple­tamente trasformata, nel suo volto non c'è più quell'espressione di dolore e essa non dimostra più quella sfiducia nella guarigione.

Il dolore è completamente scomparso, la signora è allegra e sorridente, accudisce a qualsiasi lavoro anche superiore alle sue forze e ciò fa per vede­re se lo strapazzo le fa ritornare il dolore.

Si è ingrassata, l'anemia è scomparsa e a distanza di due mesi dimo­stra un benessere fisico mai avuto in precedenza

firmato Dr. Sestili Aser

 

Era sera. Mario doveva ritornare da Roma: era andato per moti­vi di lavoro dovendo la strada passare da provinciale a statale. C'era pericolo di qualche trasferimento. La situazione finanziaria della famiglia era preoccupante con conti aperti con la farmacia. Non avevo più l'assistenza I.N.A.D.E.L., e inoltre tre figli...

Ora però rifioriva la speranza con il mio miglioramento. Il viag­gio a Roma di mio marito faceva bene sperare. Rientrato Mario da Roma, chiese a Rosanna: "Tua madre?". "Ecco, vieni, papà.... guar­da tutti questi panni... li ha lavati mamma!". Mario non rispose...

La mattina seguente tutto bene. Io stavo fuori e all'inizio della stradina di Mistriano si ferma il Veterinario Dr. Bruno Pannelli, che aveva una sorella malata al trigemino. Vede me fuori di casa e mi dice: "Che cura hai fatto? Vedo che stai meglio".

Non me la sentivo di raccontare tutto: la stampa mi avrebbe assalita. Nel pomeriggio viene a fare una passeggiata una signora un po' devota... si ferma vicino alla recinzione: "Ma non eri tu che eri in barella?".

La signora era con il "treno bianco" come pellegrina, aveva visto il mio stato, ma non sapeva niente; perciò stentò a riconoscermi... se non fossi stata io a dirle: "SI, sono proprio io... siamo state nello stesso pellegrinaggio".

Allora lei mi guardò severa dicendomi: "Non vi capisco, voi cri­stiani... Lei prima si finge malata, poi dice di essere guarita... Tra poco ci saranno le elezioni... a che scopo lo fa?".

Io rimasi tanto turbata e le risposi: "Non posso spiegare con poche parole, ma mi creda; la aspetto, venga a trovarmi, conto sulla sua visita".

In seguito venne, non da sola, ma con due sue amiche. Comin­ciai a raccontare...

In un baleno la nostra Matelica ebbe una grande notizia. Tutti ne parlavano, anche quelli lontani dalla fede. Tutti da questa notizia ritrovavano la via della verità e della grazia.

Volevano però la prova. Gli operai che lavoravano lungo la stra­da con mio marito non credevano tanto alle sue parole... volevano vedermi. Con delle scuse, venivano nella casa cantoniera di buon mattino con il pretesto di prendere una pala o una zappa, e mi tro­vavano in giro per la casa. Mi sono rimaste impresse le parole di uno di loro: "Quando mi esce una bestemmia contro la Madonna, subito mi viene da pensare a te!".

Intanto anche dei sacerdoti venivano a casa mia. Ero impegnata nelle faccende domestiche ma anche nell'aiutare mio suocero che si dedicava all'orto. Un pomeriggio ero nell'orto con lui quando vedo due macchine che si fermano e bussano alla porta di casa. Erano dei laici, dei sacerdoti e un Vescovo. Io, ritenendo che non era con­veniente presentarmi con le braccia sporche di verde, infilai un grembiule e mi presentai a loro. Immaginavo lo scopo della loro visita perché tra essi vi era anche un dottore e una dottoressa. Mi dissero che cercavano un certa Cecilia della Casa Cantoniera e che volevano visitarla prima che la stampa si impossessasse del caso. Io risposi che bastava solo che mi fossi tolto il grembiule per mo­strare i segni del lavoro che stavo facendo... Rimasero tutti meravi­gliati e stettero ad ascoltarmi per tre ore.

Ora in casa si cominciava a fare progetti... sollevati tutti dalla sofferenza.

I miei genitori stavano terminando la mietitura. Mio padre non mi aveva vista da molto tempo e io morivo dal desiderio di anda­re a trovarlo nel suo lavoro.

In un pomeriggio presi i miei figli e Mario, feci dei ciambelloni, prendemmo la macchina di Dino Bartolozzi, e ci recammo nel campo per offrire questa merenda.

C'era da fare tanta salita a piedi. Da lontano vedevamo mio padre e gli operai che stavano radunando i covoni. Ci fermammo un attimo, a una certa distanza.

Sentivamo le voci degli operai che dicevano: "Chi sono quelli che vengono su, Peppì?". Così chiamavano mio padre Giuseppe. I miei figli cominciarono a chiamare forte: "Nonno!... Nonno! siamo noi... c'è anche la mamma!". Ci eravamo avvicinati al babbo che faceva l'ultimo sforzo per metter sul cavalletto l'ultimo covone e... si accasciò a terra gridando: "O Madonna, non sono degno!".

Troppo improvvisa questa sorpresa. Continuava a ruzzolare per terra come se stesse male. Poi si alzò, mi toccò con cautela come se non fosse vero che fossi io lì. Tutti, commossi, piangevano.

Intanto la speranza cresceva di giorno in giorno.

In famiglia si parlava delle cose più imminenti da fare. Anzitutto, la prima Comunione di Rosanna. Si confezionò il vestito e nello stesso tempo si sentì D. Egidio per la celebrazione da farsi a Loreto.

Fu fissato il 13 agosto. Tra le persone che si volevano invitare c'era Angelo Sampaolo da Roma, amico intimo di mio marito. Preparazione per la Prima Comunione di Rosanna. Vestito, ri­cordino, doni, foto, accordi con il Santuario di Loreto: prima Comunione - Per grazia ricevuta!

 

Varie lettere e testimonianze

Lettera di don Egidio

Cara Cecilia, trovo ottima l'idea della Prima Comunione di Rosanna il 13 agosto p.v.

Spero proprio di essere presente, celebrare la S. Messa e dare con le mie mani la Comunione alla cara bambina. Mi necessita per ora conoscere l'o­rario in cui dovrei trovarmi a Loreto.

Ti ringrazio delle belle parole: "sono sicura che ne riceverai Grazia". E chiedo solo l'efficace aiuto della Madonna affinché la mia veramente diffi­cile e altissima missione del ministero sacerdotale salvi le anime affidate alla mia cura. Prega tu ora per queste intenzioni, perché la salute delle anime è immensamente più importante della salute del corpo.

Vi saluto e vi benedico

D. Egidio Di Luca

Ho visto l'Avvenire - bene ... ma non ti insuperbire...

 

Lettera di Mario (da una brutta copia)

Matelica, 20 luglio 1960

Caro Angelo,

è da molto tempo che dovevo scriverti; sono stato in questi giorni molto impegnato, ma molto felice; mia moglie era ricaduta dopo fatta l'alcooliz­zazione al nervo del trigemino, dopo la mia venuta a Roma, ed era ridot­ta quasi afin di vita. Come sapete, tutti gli anni a Matelica e Provincia si forma "il treno bianco" degli ammalati per Loreto, e così il 17 giugno anche Cecilia, piena di speranze, ha partecipato a questo pellegrinaggio. Caro Angelo, la Madonna ha voluto miracolare proprio mia moglie... potrete immaginare quale contentezza e quale felicità ha donato ai figli e naturalmente a me.

Caro Angelo, a descrivere tutto ci vorrebbero due fogli protocollo, ma speriamo che il 15 agosto parteciperete alla cerimonia dei sacramenti della mia bambina Rosanna e faccio proprio conto con voi e famiglia... così po­tremo raccontare la gioia che abbiamo provato.

Ti raccomando di non mancare. Tanti cari saluti a voi tutti

Palmieri Mario

 

Lettere di Rosanna

Matelica, gennaio 1960

Carissima Mamma, siamo piangenti e dolenti tutti e tre: spero che il tuo desiderio sarà appagato dalla tua amica Santa Berardi Anfrosina, io lo spero con il mio cuore...

Anche quest'anno ce la passiamo molto male, spero ancora che quel giorno 15 agosto starai bene perché altrimenti dovremo mandare a monte tutte le decisioni.

Per me questa notizia è stata un colpo al cuore e quasi mi metterei a piangere. Però, adesso, su, coraggio, non pensare alle sciocchezze, che ti faranno qualche cosa brutta. Io, mamma, ho fatto tutto il possibile per mettere da parte qualche soldo... ti dono queste tre caramelle...

In questi giorni farò la brava, e pregherò molto per te che sei la mia più cara mamma del mondo, perché tu mi vesti, mi dai da mangiare, tutto... Quanto è brutto quando uno sta male, perché si spreca molto denaro. I miei fratelli non stanno avviliti perché una bambina lo sa quello che è la sofferenza e sacrificio e tribolazione.

Questa lettera spero che ti piacerà e ti farà passare un po' di tempo. Ecco la nostra fotografia, mamma, te la diamo perché almeno ci possa ricordare...

Addio, mamma, ti offro tutti i miei auguri.

Saluti da Palmieri Rosanna, Palmieri Sergio, Palmieri G. Battista Saluti e bacetti, mamma... ciao... ciao... ciao

 

Matelica, 10 febbraio 1960

Carissima mamma,

ti ringrazio di quello che hai mandato lunedì perché ne siamo molto ghiotti tutti e tre.

Oggi la maestra mi ha mandato per la prima volta alla lavagna a con­tare la divisione e mi ha domandato di te e le ho risposto che eri all'ospe­dale di Macerata. Pareva che le dispiaceva, ma non era da piangere.

Come va, mamma? Spero bene! Ieri sera eravamo in pensiero. Credo che la mia lettera di sabato ti sia piaciuta. Questa sera volevo venire a tro­varti... e sarebbe stato meglio che non ci vengo... voglio dire che se vieni presto non occorre che venga.

Gradisci questi quattro fazzoletti e questa fotografia perché in quella precedente noi siamo troppo piccoli e ti mando questa con tutta la fami­glia.

Salutami la mia zia Rosina perché ho saputo che fa molto ridere quan­do si mette a sedere sul divano, che si legge un giornale, fa ridere, è meglio perché almeno passate le ore a ridere un po'.

Saluti e bacetti, e auguri da

Rosanna Sergio e Giambattista

 

Lettera del Prof. Dott. Benigno Baroni (21.1.1960)

Caro Sestili, la paziente che ho visto e studiata nel suo complesso e nel suo lato specifico presenta una netta nevralgia trigemino a D su base neu­ritica, in soggetto anemico (3.200.000 globuli rossi).

Ho prescritto Calealtan 5000 da fare intramuscolare a giorni alterni; nel giorno che non fa il Cobaltan, sarebbe necessario tu facessi Benerva Redaxan endovenosa (per 5-6). Caso mai insistesse, allora tornerà e farò Relax terapia oppure Alcoolizzazione dei nervi emergenti.

Tante grazie, carissimi saluti

Prof. Benigno Baroni

 

Dichiarazione del 12.8.1960.

Io sottoscritto attesto e certifico ad ogni effetto di legge che la Sig.ra Cecilia Zeppa in Palmieri venne ricoverata in questo ospedale Reparto Chirurgico il 7.2.1960 per "grave nevralgia trigemino a D, ribelle ad ogni cura medica".

Venne trattata con iniezioni intranervose di alcool (alcoolizzazione). Venne dimessa il 21.2.1960 migliorata.

Uso legge

prof. Benigno Baroni

 

Lettera di Adelaide

Gennaio 1960?

Cecilia Carissima,

avrei dovuto rispondere non appena ricevuta la tua carissima lettera, scritta purtroppo dalla piccola Rosanna.

Ho provato tanto dispiacere nel leggerla, non avrei voluto credere ai miei occhi... saperti di nuovo con i soliti dolori mi piange il cuore. Avrei voluto sentire da te che tutto proseguiva per il meglio... Ma non dispera­re, cara Cecilia, vedrai che tutto passerà e presto, sei giovane, hai una famiglia, hai dei piccoli che attendono le tue cure affettuose, e per questo devi guarire... Coraggio dunque e speriamo che tutto si risolverà. Dunque, cara, ti chiedo tante scuse per non averti risposto a tempo debito, ma quando lavoro in Ufficio... e poi a dire il vero non mi sono sen­tita tanto bene neppure io, tanto che a Jolanda non ho fatto sapere nulla per non impressionarla, perché quando le scrivo e le dico che non sto bene si allarma subito. Dunque ho fatto silenzio. Ho avuto dei forti giramenti di testa, accompagnati da fortissimo dolore... Pensavo che fosse stata la pressione, oppure, niente di tutto questo... Ora sto facendo una cura e spe­riamo che mi senta meglio. Un grandissimo lavoro in Ufficio, una grande occupazione, e continuamente a battere a macchina mi ha fatto sentire male...

Ora, cara, parliamo di te... Sono contenta che il vestitino è stato di tuo gusto. Attendo quindi istruzioni, ma penso anche che Flavia ha tanto gusto; affidarsi a lei non è male, non ti pare?

Piuttosto scrivimi che stai bene, che sei guarita; questo desidero arden­temente da te. Per tutto il resto si farà come si potrà, capisci cara? Attendo sapere presto tue buone notizie e ti auguro che ci siano.

Baci tanto cari a te e tanti auguri di ogni bene. Bacio tanto affettuosa­mente la piccola Rosanna per la cara letterina che ha scritta.

Un caro abbraccio

Aff.ma Adelaide

 

Lettera di Jolanda

Carissima Cecilia,

non so descriverti quanta gioia abbiamo avuto, tanto mia come pure Mariano! Non ti nascondo, abbiamo pianto vedere la tua lettera, scritta dalle tue mani, sentire con grande gioia la tua guarigione.

Cara Cecilia, le persone buone il Signore le protegge, non le abbando­na mai. Dopo tanto soffrire Dio e la Madonnina hanno voluto coronare il miracolo come premio della tua bontà. Credimi, mia cara, sono felicissima; almeno potrai goderti i tuoi bambini, allietare insieme con il tuo sposo la tua famiglia.

Ora passiamo ad un altro argomento, riguardo Rosanna; come già ti ho mandato a dire, l'acconciatura l'ho presa, e speriamo che sia del tuo gusto, per me è molto fine; speriamo anche a te piacerà.

Per la mia venuta forse sarà per il 13 agosto; prima Mariano non può avere le ferie, io non potrei lasciarlo, sarei contenta di venire qualche gior­no prima, ma penso non sarà possibile.

Sono lieta di trovarmi a questa grande festa, in occasione della Cre­sima, così tutti insieme potremo pregare e ringraziare la Madonna; lei feli­ce dal cielo ci guarderà, sarà vicina a te.

Per la spesa è mio dovere pensarci: quel poco che posso fare, sono con­tenta di farlo; anch'io non dimentico quello che voi tutti avete fatto per me, quando io ero ammalata, come pure la povera mamma.

Dunque, cara Cecilia, per il vestito e l'acconciatura ho pensato io, e te

Milano 14.7.60

non devi pensare nulla per la spesa...

Invio tanti cari saluti affettuosi da me e Mariano, a voi tutti, bacetti cari a Rosanna, in particolare a te, e la tua famiglia, al piccolo Sergio, a Giovan Battista che sempre ricordo.

Aff.ma Jolanda

 

Lettera di Adelaide

Milano 29.7.1960

Cecilia carissima,

abbiamo ricevuto la tua lettera carissima e le parole così care e affezio­nate ci hanno commossi tutti. Continuamente si rilegge la tua lettera; non possiamo trattenere le lacrime che rigano il nostro volto al pensiero di una così grande grazia.

Ci siamo commossi perché la Madonnina, avendoti prescelta, ha senza dubbio confermato il tuo merito. Quindi essere degna di tanta grazia è dono immenso e soprannaturale. Ho visto Mariano commosso... commos­si, ti dico, siamo tuttora tutti... ed è per questo che non vediamo l'ora di rivederti, abbracciarti e stringerti affettuosamente al nostro cuore.

Noi saremo a Matelica il giorno 13 mattina o diversamente nel pome­riggio, per la data più precisa ti avvertiremo. Prima, come già detto, non ci sarà possibile venire per gli impegni di Mariano.

Non ti preoccupare per la stanza per noi perché c e zia Maria Petrucci che insiste di averci con lei. Abbiamo pensato che in quei giorni tu avrai i tuoi di casa, le tue sorelle, i parenti e quindi non fare complimenti per noi. Il tempo sarà tanto breve che senza meno si dovrà ripartire il 16 agosto, a voce poi parleremo.

Siamo contenti di questa venuta... e non vediamo l'ora che passino que­sti giorni di attesa. Cosa fa la piccola Rosanna? La vediamo pronta e feli­ce, consapevole nello stesso tempo del grande giorno che si avvicina... e poi con tanta letizia nel cuore.

A presto dunque, cara Cecilia; ti salutiamo con infinita gioia e ti ab­bracciamo con affetto insieme ai tuoi cari.

Aff.ma Adelaide

PS. Cara Cecilia, dimenticavo dirti che per quanto riguarda i capelli di Rosanna, essendo l'acconciatura in perfetto stile col vestitino, occorre che i capelli siano non troppo lunghi, né troppo corti, anzi sarebbe carino che le facessi fare dei boccoli lunghi che arrivino oltre la base del collo che le arrotonda il viso; mi pare poi che la frangettina già l'ha e quella va bene ;così. In ogni modo questo si potrà decidere anche alla nostra venuta. Con affetto.

Adelaide

 

Camerino 3.8.1960

Carissima Cecilia,

ho letto su l'Avvenire di domenica l'articolo sulla sua straordinaria guarigione e permetta che le faccia i più vivi rallegramenti anche a nome delle altre Assistenti. Siamo proprio felici per questa grande grazia che ha ricevuto. La preghiamo di dire un'Ave Maria per noi e una particolare per i miei figli. Lei che è stata così bene esaudita, è segno che è vicina al Si­gnore e sarà ascoltata. Mi pare ancora vedere il suo sguardo sempre sorri­dente e rassegnato nella sofferenza.

Ora ricordo benissimo le sue risposte quando le domandavo come sta­va. Il suo sguardo contento e la sua risposta "sto bene" ora l'ho proprio chiara avanti a me. Mi rammarico di non aver dato il giusto valore alla sua risposta, che ora è ben chiara. Pensavo a un sollievo momentaneo e mi dispiace proprio tanto di non essermi fermata di più con lei. Spero veder­la un altro anno. Sicuramente verrà per ringraziare la Madonna per tanto favore.

Le auguro ogni bene e la saluto insieme alla mia famiglia e alle altre en

Elvira Cingolani

 

Lettera di D. Colombano Barcatta

Fabriano - S. Silvestro 2.8.1960

Gentilissima Signora Cecilia,

ho appreso a voce e ho letto dal giornale della grazia ricevuta dalla Madonna di Loreto per la vostra fede viva nell'aiuto della Madre Celeste. Mi congratulo proprio di cuore e mi felicito con voi: mi riprometto di venirvi a trovare quanto prima, e così sentire da voi stessa narrare per filo e per segno quello che il Signore ha operato a vostra salute e a gioia non solo vostra e dei famigliari, ma di tutti coloro che vi conoscono e vi stimano.

Ringraziate il Signore che è stato con voi così buono da esaudirvi men­tre altri non hanno la fortuna di toccare con mano quanto potente e buono è Dio con chi lo invoca con fede, ricorrendo alla Madonna.

Salutatemi Mario e tutti di famiglia. Il Signore vi benedica.

D. Colombano Barcatta

 

P Alberto da Ostra - cappuccino Redattore "Annali della S. Casa";

5 agosto 1960

Gent.ma Signora,

abbiamo appreso dal giornale "L'Avvenire d'Italia" le notizie riguar­danti la sua guarigione a Loreto e ne abbiamo tanto gioito e ringraziato la Madonna che è sempre così maternamente buona.

Ora vorremmo pregarla vivamente di mandarci con molta sollecitudi­ne, possibilmente ESPRESSO, una sua fotografia (se ne avesse tanto da ammalata quanto da guarita) per pubblicarla sul nostro Bollettino. Se poi, oltre a quanto narrato nel giornale, avesse qualche altro particolare da segnalarci a riguardo della sua guarigione, in modo da essere il più possi­bile precisi nella relazione della grazia, noi le saremo vivamente grati.

Ringraziandola fin d'ora, la salutiamo cordialmente insieme a tutta la sua famiglia e per tutti inviamo una particolare benedizione della Ma­donna.

P. Alberto da Ostra - Cappuccino

 

CONGREGAZIONE UNIVERSALE DELLA SANTA CASA

Loreto, 26 agosto 1960

Gent.ma Signora,

A mezzo Stampa Raccomandata le spediamo una serie di fotografie ese­guita a Loreto in occasione della Prima Comunione della sua bambina. Con le fotografie accludiamo anche le negative per eventuali ristampe che lei volesse fare. Tenga presente che le fotografie sono venute molto bene e che è possibile farci qualunque ingrandimento.

Ci vorrà perdonare del ritardo, dovuto in parte a noi e in parte al foto­grafo: il lavoro di questo periodo è stato molto per tutti e due e allora siamo rimasti indietro...

Della sua guarigione parleremo su "Annali della Santa Casa" di otto­bre, mentre nel numero che si sta stampando (agosto-settembre) vi è un accenno con rimando al numero successivo.

Avrei voluto mandare una copia di tutte le fotografie anche a suo cugi­no Sacerdote, tanto che ne avevo stampate una copia apposta per lui, ma in questo momento non ho presente con esattezza il suo indirizzo, così avrà la bontà di inviargliele lei.

Sempre in esultanza di spirito per la grande bontà della Madonna! Anche noi la ringraziamo ogni giorno per il grande amore che le ha voluto dimostrare.

Gradisca il nostro saluto e la nostra benedizione, per lei e per la sua famiglia e i suoi parenti.

Congregazione Universale P. Alberto da Ostra

 

Lettera di Adelaide

Roma, 20 agosto 1960

Cecilia carissima,

ringraziarti di tanta ospitalità e di squisita gentilezza da parte di voi tutti è ben poca cosa. Vorrei dirti tante cose care, fare per te tanto bene, insomma esserti utile in ogni cosa bella... Cara Cecilia!! quanta gioia ho  provato nel passare insieme a voi tutti quei giorni di letizia! Ti dico sin­ceramente che sono stati i migliori della mia vita. Ti dico, cara, che esser­ti vicina è una grande fortuna, tu mi intendi... le parole sfuggono attra­verso questo umile mezzo; a voce, a tu per tu, tutto è più bello e gentile. Il tuo animo saprà comprendere quanto è racchiuso nel mio cuore, e soprat­tutto quanto io ti voglia bene.

Al dunque, cara Cecilia, tutto ora è passato, ma il ricordo non passerà. Da parte mia ti sarò tanto vicina e molto spesso ti farò avere notizie, per­ché desidero così essere informata come prosegue la tua preziosa esistenza, prima di tutto per te, per i tuoi bambini e per Mario che tanto ha sofferto in silenzio per non aggravare ancora di più lo stato tanto precario della tua salute.

Un pensiero alla cara Rosanna, ché prosegua ad essere sempre così il gioiello della tua casa e di tutti, il Signore la mantenga sempre così cara e buona... le voglio tanto bene e non vedo il momento di rivedervi. Vi ho lasciati con uno schianto nel cuore, sembra esagerato, ma non lo è.

Sempre con l'aiuto del Signore, a novembre sarò senz'altro a Matelica. Mi tratterrò circa una settimana perché ho ancora cinque giorni di conge­do annuale e poi la ricorrenza dei defunti mi servirà per arrotondare una settimana; allora saremo ancor più vicine e parleremo di tante cose.

Alla mia partenza, tra una cosa e l'altra, non abbiamo parlato per nulla del famoso capo-treno che dovevo rintracciare qui a Roma.

Ti prego, cara Cecilia, di farlo subito e inviami con precisione i dati riguardanti alla tua questione. Subito farò quanto sarà possibile. Attendo quindi un tuo scritto e di sapere sempre tue buone notizie e della tua famiglia.

Con affetto ti abbraccio

Adelaide

 

Monastero S. Stefano Protomartire Via S. Stefano del Cacco 26

00186 Roma

Roma, 18.11.2005

Cara Cecilia e caro Mario,

invio il testo del racconto della guarigione tua, Cecilia...

Riporto alcune lettere che mi sembrano importanti per voi tutti ma anche come testimonianza di malattia grave, prima, e di miracolosa gua­rigione avvenuta poi.

Riporto soltanto in nota il nome dei giornali che si sono interessati del caso prodigioso (vedi sotto).

Mi sembra che a questo punto sia necessario fermarsi per pensare che cosa si vuol fare... Una pubblicazione che riporti il fatto?

Quale lo scopo che si vuole raggiungere? Certamente suscitare fede nel lettore...

Intanto rileggete e ricordate i fatti, trascritti nel computer e stampati... per ringraziare, naturalmente. L'inno di lode non dovrebbe mai cessare. In seguito, con la luce dello Spirito Santo, si vedrà che cosa fare per la gloria del Signore e della Madonna e per utilità dei credenti e no.

Vi spero tutti in buona salute, ora che avete raggiunto la bella meta del vostro 60° anniversario di matrimonio... vissuto sempre nella giovinezza dello spirito.

Auguro tanta pace e tanta grazia del Signore a voi, a Gian Battista, a Rosanna e a Sergio con relative famiglie.

Una preghiera per me e per i giovani professi che sono incaricato di seguire nella loro formazione.

Vi saluto con affetto e con tanta amicizia

D. Domenico Grandoni

 

La Stampa.

Arnaldo Antonini pubblica il fatto su l'Avvenire d'Italia del 31 luglio 1960.

Il dott. Pierluigi Cavatorti ne fa una puntuale descrizione sul ` libro "Le guarigioni a Loreto", ed. Congregazione Univ. S. Casa, Loreto 2001, pp. 115-118.

La notizia viene riportata:

da L'Azione in 'Cronaca di Matelicâ il 2 settembre 1960; da "Voce Adriatica" del 13 ottobre 1960;

da "Il Messaggero di Macerata" il 3 agosto 1960; da "Il Resto del Carlino" dell'8 luglio 1961.