DEL
GRAN MEZZO DELLA PREGHIERA
(di
sant'Alfonso Maria dè Liguori)
INDICE
Dedica a Gesù ed a
Maria
INTRODUZIONE
CAPO I DELLA
NECESSITA DELLA PREGHIERA
I. - LA PREGHIERA
E' NECESSARIA ALLA SALUTE, DI NECESSITA DI MEZZO.
II. - SENZA LA
PREGHIERA E' IMPOSSIBILE RESISTERE ALLE TENTAZIONI E PRATICARE I COMANDAMENTI.
III. - DELLA
INVOCAZIONE DEI SANTI.
E' utile ricorrere
alla intercessione dei Santi?
E' conveniente
ricorrere alle anime del Purgatorio?
Dell'obbligo di
pregare per le anime del Purgatorio.
L'invocazione dei
Santi è necessaria.
Della intercessione
della Madonna.
Conclusione.
CAPO II DEL VALORE
DELLA PREGHIERA
I. -
DELL'ECCELLENZA DELLA PREGHIERA E DEL SUO POTERE PRESSO DIO.
II. - DELLA FORZA
DELLA PREGHIERA CONTRO LE TENTAZIONI.
III. - DIO E'
SEMPRE PRONTO AD ESAUDIRCI.
IV. - DOMANDIAMO A
DIO COSE GRANDI.
E' meglio pregare
che meditare.
Conclusione.
CAPO III DELLE
CONDIZIONI DELLA PREGHIERA
I. - PREGARE PER SE
STESSO.
Ha Dio promesso di
esaudire la preghiera fatta per gli altri?
Dobbiamo pregare
per i peccatori.
II. - CHIEDERE COSE
NECESSARIE ALLA SALUTE ETERNA.
III. - PREGARE CON
UMILTÀ.
Quanto l'umiltà
sia necessaria alla preghiera
Dobbiamo preferire
la via comune alla via straordinaria
IV. - PREGARE CON
FIDUCIA.
Eccellenza e
necessità della fiducia.
Fondamento della
nostra fiducia.
Anche i peccatori
debbono aver fiducia.
V. - PREGARE CON
PERSEVERANZA.
Necessità della
perseveranza.
Occorre chiedere di
continuo la perseveranza finale.
Motivi per cui Dio
differisce di concederci la perseveranza finale.
Conclusione: che
non dobbiamo mai cessare di pregare.
Per
conseguire la salute eterna e tutte le grazie che desideriamo
Al
Verbo Incarnato Gesù Cristo diletto dall'eterno Padre benedetto del Signore,
autore della vita, re della gloria, Salvatore del mondo, aspettato dalle genti,
desiderio dei colli eterni, Padre celeste, giudice universale, mediatore tra Dio
e gli uomini, maestro delle virtù, agnello senza macchia, uomo dei dolori,
sacerdote eterno e vittima d'amore, speranza dei peccatori, fonte delle grazie,
pastore buono, innamorato delle anime, ALFONSO peccatore quest'opera consacra.
Dedica a Gesù ed a
Maria
O Verbo Incarnato,
voi avete dato il sangue e la vita per ottenere alle nostre preghiere (come già
avete promesso) tanto di valore, che impetrano quanto chiedono; e noi, oh Dio!
siamo così negligenti della nostra salute che neppure vogliamo domandare le
grazie che ci abbisognano per salvarci! Voi, con tal mezzo di pregare, ci avete
data la chiave di tutti i vostri divini tesori, e noi per non pregare vogliamo
restare miseri quali siamo! Deh, Signore, illuminateci e fateci conoscere quanto
valgono appresso il vostro Eterno Padre le suppliche fatte in nome di Voi e per
i vostri meriti. Io vi consacro questo mio libretto, beneditelo Voi, e fate che
tutti quelli che l'avranno nelle mani s'invoglino a sempre pregare, e si
adoprino ad infiammare anche gli altri affinché si valgano di questo gran mezzo
della loro salute. A Voi anche raccomando questa mia operetta, o gran madre di
Dio Maria: Voi proteggetela con ottenere a tutti coloro, che la leggeranno, lo
spirito di pregare con ricorrere sempre in tutti i loro bisogni al vostro
Figlio, ed a Voi, che siete la dispensatrice delle grazie, e siete la Madre
della misericordia, che non sapete lasciare scontento alcuno che a Voi si
raccomanda, e siete all'incontro la Vergine potente, che ottenete da Dio ai
vostri servi, quanto chiedete.
INTRODUZIONE
Io ho dato alla
luce diverse operette spirituali, ma stimo di non aver fatta opera più utile di
questo libretto, in cui parlo della preghiera, per essere ella un mezzo
necessario e sicuro, al fine di ottenere la salute, e tutte le grazie che per
quella ci bisognano. Io non ho questa possibilità, ma se potessi, vorrei di
questo libretto stamparne molte copie, quanti sono tutti i fedeli che vivono
sulla terra, e dispensarle ad ognuno, affinché ognuno intendesse la necessità,
che abbiamo tutti di pregare per salvarci. Dico ciò, perché vedo da una parte
quest'assoluta necessità della preghiera, tanto per altro inculcata da tutte le
Sacre Scritture, e da tutti i Santi Padri; ed al contrario vedo, che i cristiani
poco attendono a praticare questo gran mezzo della loro salute. E quel che più
mi affligge, vedo che i predicatori e confessori poco attendono a parlarne ai
loro uditori e penitenti; e vedo che anche i libri spirituali, che oggidì
corrono per le mani, neppure ne parlano abbastanza. Mentre invece tutti i
predicatori, confessori e tutti i libri, non dovrebbero insinuare altra cosa con
maggior premura e calore, che questa del pregare. Essi infatti inculcano tanti
buoni mezzi alle anime per conservarsi in grazia di Dio: la fuga delle
occasioni, la frequenza dei Sacramenti, la resistenza alle tentazioni, il sentir
la divina parola, il meditare le Massime eterne, ed altri mezzi (non lo nego)
utilissimi: ma a che servono, io dico, le prediche e meditazioni e tutti gli
altri mezzi che danno i maestri spirituali senza la preghiera, quando il Signore
si è dichiarato che non vuol concedere le grazie se non a chi prega? Chiedete
ed otterrete (Gv 16,24). Senza la preghiera (parlando secondo la Provvidenza
ordinaria) resteranno inutili tutte le meditazioni fatte, tutti i nostri
propositi, e tutte le nostre promesse. Se non preghiamo saremo sempre infedeli a
tutti i lumi ricevuti da Dio, ed a tutte le promesse da noi fatte. La ragione
sta qui: che a fare attualmente il bene, a vincere le tentazioni, ad esercitare
le virtù, insomma ad osservare i divini precetti non bastano i lumi da noi
ricevuti, e le considerazioni e i propositi da noi fatti, ma vi è bisogno di
una grazia attuale di Dio; e il Signore questo aiuto attuale (come appresso
vedremo) non lo concede, se non a chi prega. I lumi ricevuti, le considerazioni
ed i buoni propositi concepiti, servono a stimolarci a pregare nei pericoli e
nelle tentazioni per ottenere il divino soccorso, che ci preservi poi dal
peccato. Ma se allora non preghiamo, saremo perduti. Ho voluto, lettore mio,
premettere questo mio sentimento a tutto quello che appresso scriverò, affinché
ringraziate il Signore, che, per mezzo di questo mio libretto, vi dona la grazia
di riflettere maggiormente sull'importanza di questo gran mezzo della preghiera;
poiché tutti quelli che si salvano (parlando degli adulti), ordinariamente per
questo unico mezzo si salvano. E perciò dico, ringraziatene Dio; perché è una
misericordia troppo grande quella che Egli fa a coloro ai quali dà la luce e la
grazia di pregare. Io spero che voi, amato mio fratello, dopo aver letta questa
breve operetta, non sarete più trascurato d'ora innanzi a ricorrere sempre a
Dio coll'orazione, quando sarete tentato ad offenderlo. Se mai per il passato vi
trovaste aggravata la coscienza di molti peccati, intendiate che questa n'è
stata la cagione: la trascuratezza di pregare e di cercare a Dio l'aiuto per
resistere alle tentazioni, che vi hanno assalito. Vi prego intanto di leggerlo e
rileggerlo e con tutta l'attenzione, non già perché è frutto del mio ingegno,
ma perché egli è mezzo che il Signore vi porge per bene della vostra eterna
salute: dandovi con ciò ad intendere in modo particolare, che vi vuol salvo. E
dopo averlo letto; vi prego di farlo leggere ad altri (come potrete) amici o
paesani, con cui converserete. Or cominciamo in nome del Signore. Scrisse
l'Apostolo a Timoteo: Raccomando adunque prima di tutto, che si facciano
suppliche, orazioni, voti, ringraziamenti (1 Tm 2,1). Spiega l'Angelico san
Tommaso (2, 2.ae, q. 83, art. 17), che l'orazione è propriamente il sollevare
la mente a Dio. La postulazione poi è propriamente la preghiera; la quale,
quando la domanda contiene cose determinate, come quando diciamo: Muoviti, o
Dio, in mio soccorso... si chiama supplica. La obsecrazione è una pia
adiurazione, ossia contestazione, per impetrare la grazia, come quando diciamo:
Per la tua croce e passione, liberaci, o Signore. Finalmente l'azione di grazie
è il ringraziamento per i benefici ricevuti, col quale, dice san Tommaso, che
noi meritiamo di ricevere benefici maggiori: Rendendo grazie meritiamo beni
maggiori. L'orazione presa in particolare, dice il santo Dottore, significa il
ricorso a Dio; ma presa in generale, contiene tutte le altre parti di sopra
nominate; e tale noi l'intenderemo nominandola da qui in avanti col nome di
orazione o di preghiera. Per affezionarci poi a questo gran mezzo della nostra
salute quale è la preghiera, bisogna considerare, quanto sia ella a noi
necessaria, e quanto valga ad ottenerci tutte le grazie che da Dio desideriamo,
se sappiamo domandarle come si deve. Quindi parleremo prima della necessità e
del valore della preghiera, e poi delle condizioni della medesima, affinché
ella riesca efficace appresso Dio.
CAPO I DELLA
NECESSITA DELLA PREGHIERA
I.- LA PREGHIERA E'
NECESSARIA ALLA SALUTE, DI NECESSITA DI MEZZO.
Fu già errore dei
pelagiani il dire, che l'orazione non è necessaria a conseguire la salute.
Diceva l'empio loro maestro Pelagio, che l'uomo in tanto solamente si perde, in
quanto trascura di riconoscere le verità necessarie a sapersi. Ma gran cosa!
diceva Santo Agostino: “Pelagio d'ogni altra cosa voleva trattare, fuorché
dell'orazione” (De natura et orat. c. XVII), ch'è l'unico mezzo, come teneva
ed insegnava il santo, per acquistare la scienza dei santi, secondo quel che
scrisse già S. Giacomo: “Se alcuno di voi è bisognoso di sapienza, la chieda
a Dio, che dà a tutti abbondantemente e non lo rimprovera, e gli sarà
concesso” (Gc 1,5). Sono troppo chiare le Scritture, che ci fan vedere la
necessità che abbiamo di pregare, se vogliamo salvarci. Bisogna sempre pregare,
né mai stancarsi (Lc 18,1). Vegliate ed orate per non cadere in tentazione (Mt
26,41). Chiedete ed otterrete (Mt 7,7). Le suddette parole bisogna, chiedete,
orate, come vogliono comunemente i teologi, significano ed importano precetto e
necessità. Vicleffo diceva, che questi testi s'intendevano non già
dell'orazione, ma solamente della necessità delle buone opere, sicché il
pregare in suo senso non era altro che il bene operare: ma questo fu suo errore
e fu condannato espressamente dalla Chiesa. Onde scrisse il dotto Leonardo
Lessio, “non potersi negare senza errare nella fede, che la preghiera agli
adulti è necessaria per salvarsi; constando evidentemente dalle Scritture,
essere l'orazione l'unico mezzo per conseguire gli aiuti necessari alla
salute” (De Iust. 1, 2, c. 37, dub. 3, n. 9). La ragione è chiara. Senza il
soccorso della grazia, noi non possiamo fare alcun bene. Senza di me non potete
far nulla (Gv 15,5). Nota S. Agostino su queste parole, che Gesù Cristo non
disse: niente potete compire, ma niente potete fare. Per darci con ciò ad
intendere il nostro Salvatore, che noi senza la grazia, neppure possiamo
cominciare a fare il bene. Anzi scrisse l'Apostolo: Da per noi neppure possiamo
avere desiderio di farlo (2 Cr 3,5). Se dunque non possiamo neanche pensare al
bene, tanto meno possiamo desiderarlo. Lo stesso ci significano tante altre
Scritture. Lo stesso Dio è quegli che fa in tutti tutte le cose (1 Cr 12,6).
Farò che camminiate nei miei precetti, ed osserviate le mie leggi, e le
pratichiate (Ez 36,27). In modo che, siccome scrisse san Leone I: “Noi non
facciamo alcun bene, fuori di quello che Dio con la sua grazia ci fa operare”.
Onde il Concilio di Trento nella Sess. 6, can. 3, disse: “Se alcuno avrà
detto, che senza una preventiva ispirazione, ed aiuto dello Spirito Santo,
l'uomo può credere, sperare, amare o pentirsi, come bisogna, per ottenere la
grazia della giustificazione, sia scomunicato” (Sess. 6, can. 3). L'autore
dell'Opera imperfetta, parlando dei bruti ci dice che il Signore altri ha
provveduto di corso, altri di unghie, altri di penne, affinché possano così
conservare il loro essere; ma l'uomo poi l'ha formato in tal stato, che esso
solo, Dio, fosse tutta la di lui virtù (Hom. 18). Sicché l'uomo è affatto
impotente a procurarsi la sua salute, poiché ha voluto Iddio, che quanto ha, e
può avere, tutto lo riceva dal solo aiuto della sua grazia. Ma questo aiuto
della grazia, il Signore per provvidenza ordinaria, non lo concede se non a chi
prega, secondo la celebre sentenza di Gennadio: “Crediamo che niuno giunga a
salute, se Dio non lo invita; niuno invitato operi la salute, se non è da Dio
aiutato; niuno meriti aiuto, se non per mezzo della preghiera” (De Eccl. dogm.
cap. 26). Posto dunque da una parte, che senza il soccorso della grazia niente
noi possiamo; e posto dall'altra che tale soccorso ordinariamente non si dona da
Dio se non a chi prega, chi non vede dedursi per conseguenza, che la preghiera
ci è assolutamente necessaria alla salute? E' vero che le prime grazie, le
quali vengono a noi senza alcuna nostra cooperazione, come sono la vocazione
alla fede, alla penitenza, dice S. Agostino, che Dio le concede anche a coloro
che non pregano; tuttavia il santo tiene poi per certo che le altre grazie (e
specialmente il dono della perseveranza) non si concedono se non a chi prega (De
Dono pers. c. 16). Ond'è che i teologi comunemente con san Basilio, san
Giovanni Crisostomo, Clemente Alessandrino, ed altri col medesimo S. Agostino,
insegnano che la preghiera agli adulti è necessaria non solo di necessità di
precetto, come abbiamo veduto, ma anche di mezzo. Vale a dire che di provvidenza
ordinaria, un fedele senza raccomandarsi a Dio, con cercargli le grazie
necessarie alla salute, è impossibile che si salvi. Lo stesso insegna san
Tommaso dicendo: “Dopo il battesimo poi è necessaria all'uomo una continua
orazione, affine di entrare in cielo; poiché quantunque per mezzo del battesimo
si rimettano i peccati, ciò nondimeno rimane il fomite del peccato che ci fa
guerra internamente e il mondo e i demoni, che ci guerreggiano esternamente”
(3 p. q. 39, art. 5). La ragione dunque, che ci fa certi, secondo l'Angelico,
della necessità che abbiamo della preghiera, eccola in breve: Noi per salvarci
dobbiamo combattere e vincere: Colui che combatte nell'agone non è coronato, se
non ha combattuto secondo le leggi (1 Tm 2,5). All'incontro senza l'aiuto divino
non possiamo resistere alle forze di tanti e tali nemici: or questo aiuto divino
solo per l'orazione si concede; dunque senza orazione non v'è salute. Che poi
l'orazione sia l'unico ordinario mezzo per ricevere i divini doni, lo conferma
più distintamente il medesimo santo dottore in altro luogo dicendo che il
Signore tutte le grazie che ab aeterno ha determinato di donare a noi, vuol
donarcele non per altro mezzo che per l'orazione (2, 2.ae, q. 83, 2). E lo
stesso scrisse S. Gregorio: “Gli uomini pregando meritano di ricevere ciò che
Dio avanti i secoli dispone loro di dare” (Lib. i. Dial. cap. 8). Non già,
dice S. Tommaso, è necessario di pregare, affinché Iddio intenda i nostri
bisogni, ma affinché noi intendiamo la necessità, che abbiamo di ricorrere a
Dio, per ricevere i soccorsi opportuni per salvarci, e con ciò riconoscerlo per
unico autore di tutti i nostri beni (Ibid. ad 1 et 2). Siccome dunque ha
stabilito il Signore che noi fossimo provveduti di pane col seminare il grano, e
del vino col piantare le viti; così ha voluto che riceviamo le grazie
necessarie i alla salute per mezzo della preghiera, dicendo: "Chiedete ed
otterrete, cercate, e troverete" (Matth. 7,7). Noi insomma, altro non siamo
che poveri mendicanti, i quali tanto abbiamo, quanto ci dona Dio per elemosina.
Io per me sono mendico e senza aiuto (Ps. 39,18). Il Signore, dice S. Agostino,
bene desidera e vuole dispensare le sue grazie, ma non vuol dispensarle se non a
chi le domanda (In Ps. 102). Egli si protesta con dire: “Chiedete ed
otterrete”. Cercate, e vi sarà dato; dunque dice santa Teresa, chi non cerca,
non riceve. Siccome l'umore è necessario alle piante per vivere e non seccare,
così dice il Crisostomo, è necessaria a noi l'orazione per salvarci. In altro
luogo, dice il medesimo santo, che: “siccome il corpo senza dell'anima non può
vivere, così l'anima senza l'orazione è morta, e manda cattivo odore” (De
or. D. l. i.). Dice, manda cattivo odore, perché chi lascia di raccomandarsi a
Dio, subito comincia a puzzare di peccati. Si chiama anche l'orazione cibo
dell'anima perché “senza cibo non può sostentarsi il corpo, e senza
l'orazione, dice S. Agostino, non può conservarsi in vita l'anima” (De sal.
doc. c. 28). Tutte queste similitudini che adducono questi santi Padri, denotano
l'assoluta necessità, ch'essi insegnano d'esservi in pregare per conseguire la
salute.
II. - SENZA LA
PREGHIERA E' IMPOSSIBILE RESISTERE ALLE TENTAZIONI E PRATICARE I COMANDAMENTI.
L'orazione inoltre
è l'arma più necessaria per difenderci dai nemici: chi di questa non s'avvale,
dice S. Tommaso, è perduto. Non dubita il Santo di ritenere che Adamo cadde
perché non si raccomandò a Dio allora che fu tentato (P. I. q. 94, a. 4). E lo
stesso scrisse S. Gelasio parlando degli angeli ribelli: “Che cioè ricevendo
invano la grazia di Dio, senza pregare non seppero rimanere fedeli” (Epist.
adversus Pelag. haeret.). San Carlo Borromeo in una lettera Pastorale (Litt.
pastor. De or. in com.) avverte, che tra tutti i mezzi che Gesù Cristo ci ha
raccomandati nel Vangelo, ha dato il primo luogo alla preghiera: ed in ciò ha
voluto che si distinguesse la sua Chiesa e Religione dalle altre sette, volendo
che ella si chiamasse specialmente casa d'orazione. La casa mia sarà chiamata
casa d'orazione (Mt 21,13). Conclude S. Carlo nella suddetta lettera, che la
preghiera è il principio, il progresso e il complemento di tutte le virtù.
Sicché nelle tenebre, nelle miserie e nei pericoli, in cui ci troviamo (diceva
re Giosafat) non abbiamo in che altro fondare le nostre speranze, che in
sollevare gli occhi a Dio e dalla sua misericordia impetrare colle preghiere la
nostra salvezza (2 Cron 20,12). E così anche praticava Davide; non trovando
altro mezzo per non esser preda dei nemici, che pregare continuamente il Signore
a liberarlo dalle loro insidie: “Gli occhi miei sono sempre rivolti al Signore
perché Egli trarrà dal laccio i miei piedi (Sal 24,15). Sicché altro egli non
faceva che pregare dicendo: “A me volgi il tuo sguardo, e abbi pietà di me,
perché io son solo e son povero” (Ibid. 24,16). “Gridai a te: dammi salute
affinché osservi i tuoi precetti” (Sal 118,146). Signore, volgete a me gli
occhi, abbiate pietà di me, e salvatemi: mentre io non posso niente, e fuori di
Voi non ho chi possa aiutarmi. Ed infatti come potremmo noi resistere alle forze
dei nostri nemici, ed osservare i divini precetti, specialmente dopo il peccato
di Adamo, che ci ha resi così deboli ed infermi, se non avessimo il mezzo
dell'orazione, per cui possiamo già dal Signore impetrare la luce e la forza
bastante per osservarli? Fu già bestemmia quella che disse Lutero, cioè che
dopo il peccato di Adamo sia assolutamente impossibile agli uomini l'osservanza
della divina legge. Giansenio ancora disse che alcuni precetti ai giusti erano
impossibili secondo le presenti forze che hanno. E sin qui la sua proposizione
avrebbe potuto spiegarsi in buon senso; ma ella fu giustamente condannata dalla
Chiesa per quello che poi vi aggiunse, dicendo che mancava ancora la grazia
divina a renderli possibili. E' vero, dice S. Agostino, che l'uomo per la sua
debolezza non può già adempiere alcuni precetti con le presenti forze e con la
grazia ordinaria, ossia comune a tutti; ma ben può con la preghiera ottenere
l'aiuto maggiore, che vi bisogna per osservarli: “Iddio non comanda cose
impossibili, ma nel comandare ti avvisa di fare quel che puoi, e chiedere quel
che non puoi, ed aiuta affinché tu lo possa” (De nat. et grat. cap. XLIII).
E' celebre questo testo del Santo, che poi fu adottato e fatto dogma di fede dal
Concilio di Trento (Sess. VI, cap. II). Ed ivi immediatamente soggiunse il santo
Dottore: “Vediamo in che modo... (cioè, come l'uomo può fare quel che non può).
Per mezzo della medicina potrà quello che non può per la sua infermità” (Ibid.
cap. LXIX). E vuol dire che con la preghiera otteniamo il rimedio alla nostra
debolezza; poiché pregando noi, Iddio ci dona la forza a far quel che noi non
possiamo. Non possiamo già credere, segue a parlare S. Agostino, che il
Signore, abbia voluto imporci l'osservanza della legge, e che poi ci abbia
imposto una legge impossibile; e perciò dice il Santo, che allorché Dio ci fa
conoscere impotenti ad osservare tutti i suoi precetti, egli ci ammonisce a far
le cose difficili con l'aiuto maggiore che possiamo impetrare per mezzo della
preghiera (Sess. VI, cap. LXIX). Ma perché, dirà taluno, ci ha comandato Dio
cose impossibili alle nostre forze? Appunto per questo, dice il Santo, affinché
noi attendiamo ad ottenere con l'orazione l'aiuto per fare ciò che non possiamo
(De gr. et lib. arb. c. 16). E in altro luogo: “La legge fu data affinché
domandassimo la grazia; la grazia fu donata, affinché fosse adempita la
legge” (De sp. et lit. c. 19). La legge non può osservarsi senza la grazia; e
Dio a questo fine ha dato la legge, affinché noi sempre lo supplicassimo a
donarci la grazia per osservarla. In altro luogo dice: “La legge è buona per
chi ne usa legittimamente. Che vuol dire dunque servirsi legittimamente della
legge?” (Serm. 156). E risponde: “riconoscere per mezzo della legge la
propria infermità e domandare il divino aiuto onde conseguire la salute” (Serm.
156). Dice dunque S. Agostino, che noi dobbiamo servirci della legge, ma a che
cosa? a conoscere per mezzo della legge (a noi impossibile) la nostra impotenza
ad osservarla, affinché poi impetriamo, col pregare, l'aiuto divino che sana la
nostra debolezza. Lo stesso scrisse S. Bernardo, dicendo: “Chi siamo noi, e
qual è la nostra forza che possiamo resistere a tante tentazioni? Questo
certamente ricercava Iddio che, vedendo noi la nostra debolezza, e che non
abbiamo in pronto altro aiuto, ricorressimo con tutta umiltà alla sua
misericordia” (Serm. v. De Quadrag.). Conosce il Signore, quanto utile sia a
noi la necessità di pregare, per conservarci umili e per esercitarci alla
confidenza: e perciò permette che ci assaltino nemici insuperabili dalle nostre
forze, affinché noi con la preghiera otteniamo dalla sua misericordia l'aiuto a
resistere. Specialmente, si avverta che niuno può resistere alle tentazioni
impure della carne, se non si raccomanda a Dio quando è tentato. Questa nemica
è sì terribile, che quando ci combatte, quasi ci toglie ogni luce: ci fa
scordare di tutte le meditazioni e buoni propositi fatti e ci fa vilipendere
ancora le verità della fede, quasi perdere anche il timore dei castighi divini:
poiché ella si congiura con l'inclinazione naturale, che con somma violenza ne
spinge ai piaceri sensuali. Chi allora non ricorre a Dio, è perduto. L'unica
difesa contro questa tentazione è la preghiera; dice S. Gregorio Nisseno:
“L'orazione è il presidio della pudicizia” (De or. Dom. I.). E lo disse
prima Salomone: 'Tosto ch'io seppi come non poteva essere continente se Dio non
mel concedeva, io mi presentai al Signore, e lo pregai" (Sap 8,21). La
castità è una virtù che non abbiamo forza di osservare se Dio non ce la
concede, e Dio non concede questa forza, se non a chi la domanda. Ma chi la
domanda certamente l'otterrà. Pertanto dice S. Tommaso contro Giansenio, che
non dobbiamo dire essere a noi impossibile il precetto, poiché quantunque non
possiamo noi osservarlo con le nostre forze, lo possiamo nondimeno con l'aiuto
divino (1, 2, q. 109, a. 4, ad 2). Né dicasi, che sembra un'ingiustizia il
comandare ad uno zoppo che cammini diritto; no, dice S. Agostino, non è
ingiustizia, sempre che gli sia dato il modo di trovare rimedio al suo difetto;
onde se egli poi segue a zoppicare, la colpa è sua (De perfect. iust. c. III).
Insomma, dice lo stesso santo Dottore, che non saprà mai vivere bene chi non
saprà ben pregare (S. 55. in app.). Ed all'incontro, dice S. Francesco
d'Assisi, che senza orazione non può sperarsi mai alcun buon frutto in
un'anima. A torto dunque si scusano quei peccatori che dicono di non aver forza
di resistere alla tentazione. Ma se voi, li rimprovera S. Giacomo, non avete
questa forza, perché non la domandate? Voi non l'avete, perché non la cercate
(Gc 4,2). Non vi è dubbio, che noi siamo troppo deboli per resistere agli
assalti dei nostri nemici, ma è certo ancora, che Dio è fedele, come dice
l'Apostolo, e non permette che noi siamo tentati oltre le nostre forze: "Ma
fedele è Dio, il quale non permetterà che voi siate tentati oltre il vostro
potere, ma darà con la tentazione il profitto, affinché possiate
sostenere" (1 Cr 10,13). Commenta Primasio: “Con l'aiuto della grazia farà
provenire questo, che possiate sopportare la tentazione”. Noi siamo deboli, ma
Iddio è forte: quando noi gli domandiamo l'aiuto, allora egli ci comunica la
sua fortezza, e potremo tutto, come giustamente vi prometteva lo stesso Apostolo
dicendo: "Tutte le cose mi sono possibili in Colui che è mio
conforto" (Fil 4,13). “Non ha scusa dunque, dice S. Giovanni Crisostomo,
chi cade perché trascura di pregare, poiché se avesse pregato, non sarebbe
restato vinto dai nemici” (Serm. De Moyse).
III. - DELLA
INVOCAZIONE DEI SANTI.
E' utile ricorrere
alla intercessione dei Santi?
Qui cade poi il
dubbio, se sia necessario il ricorrere ancora all'intercessione dei Santi, per
ottenere le divine grazie. In quanto al dire che sia cosa lecita ed utile
l'invocare i Santi, come intercessori ad impetrarci per i meriti di Gesù
Cristo, quel che noi per nostri demeriti non siamo degni di ottenere; questa è
dottrina già della Chiesa, come ha dichiarato il Concilio di Trento (In Decr.
de invoc. Ss.). Tale invocazione era condannata dall'empio Calvino, ma troppo
ingiustamente. Se è lecito e profittevole l'invocare in nostro soccorso i santi
viventi, e pregarli che ci assistano con le loro azioni, come faceva il profeta
Baruch che diceva: E per noi pure pregate il Dio nostro... (Bar 1,13). E S.
Paolo: '"Fratelli, pregate per noi" (1 Ts 1,25). E Dio medesimo volle,
che gli amici di Giobbe si raccomandassero alle di lui orazioni, acciocché per
i meriti di Giobbe egli li favorisse: Andate a trovare Giobbe mio servo... e
Giobbe mio servo farà orazioni per voi, e in grazia di lui non sarà imputata
in voi la vostra stoltezza (Gb 42,8). Se è lecito dunque raccomandarsi ai vivi,
perché non ha da esser lecito l'invocare i Santi, che in cielo più da vicino
godono Dio? Ciò non è derogare all'onore che a Dio si deve, ma duplicarlo,
com'è l'onorare il re non solo nella sua persona, ma ancora nei suoi servi. Che
perciò dice S. Tommaso, essere bene che si ricorra a molti Santi, “perché
con le orazioni di molti alle volte si ottiene ciò che non si consegue per
l'orazione di un solo”. Che se poi dicesse taluno: ma che serve ricorrere ai
Santi affinché preghino per noi, quando essi già pregano per tutti coloro che
ne sono degni? Risponde lo stesso santo Dottore, che alcuno non sarebbe già
degno che i Santi preghino per lui, ma ne è appunto fatto degno, perché
ricorre con devozione al Santo medesimo (In 4 Sent. d. 45, q. 3 a. S.).
E' conveniente
ricorrere alle anime del Purgatorio?
Si controverte poi,
se giovi il raccomandarsi alle anime del Purgatorio. Alcuni dicono che le anime
purganti non possono pregare per noi, indotti dell'autorità di S. Tommaso, il
quale dice che quelle anime stando a purgarsi tra le pene, sono a noi inferiori,
e perciò, non sono in stato di pregare, ma bensì che si preghi per esse (2,
2.ae, q. 83, a. 2). Ma molti altri Dottori, come il Bellarmino, Silvio, il
Cardinale Gotti ecc., molto probabilmente l'affermano, dovendosi piamente
credere, che Dio manifesta loro le nostre orazioni, affinché quelle sante anime
preghino per noi, e così tra noi e loro si conservi questo bel commercio di
carità, cioè che noi preghiamo per esse, ed esse per noi. Né osta, come
dicono Silvio e Gotti, quel che ha detto l'Angelico, di non essere le anime
purganti in stato di pregare: perché altro è il non essere in stato di
pregare, altro il non poter pregare. E' vero, che quelle anime sante non sono in
stato di pregare, perché, come dice S. Tommaso, stando a patire sono inferiori
a noi, e più presto bisognose delle nostre orazioni; nulladimeno in tale stato
ben possono pregare, perché sono anime amiche di Dio. Se mai un padre ama
teneramente un figlio, ma lo tiene carcerato, affine di punirlo di qualche
difetto commesso, il figlio allora non è in stato di pregare per sé, ma perché
egli non può pregare per gli altri? E non sperare di ottenere ciò che chiede,
sapendo l'affetto che gli porta il padre? Così essendo le anime del Purgatorio
molto amate da Dio, e confermate in grazia, non v'è impedimento che possa loro
vietare di pregarlo per noi. La Chiesa per altro non suole invocarle, ed
implorare la loro intercessione, perché ordinariamente esse non conoscono le
nostre orazioni. Ma piamente si crede, come si è detto, che il Signore faccia
loro note le nostre preghiere, ed allora esse che sono piene di carità, non
lasciano certamente di pregare per noi. Santa Caterina di Bologna, quando
desiderava qualche grazia, ricorreva alle anime del Purgatorio, e ben presto si
vedeva esaudita. Anzi attestava, che molte grazie che non aveva ottenute per
intercessione dei Santi, le aveva poi conseguite per mezzo delle anime del
Purgatorio.
Dell'obbligo di
pregare per le anime del Purgatorio
Ma qui mi si
permetta di fare una digressione a beneficio di quelle sante anime! Se vogliamo
noi il soccorso delle loro orazioni, è bene che ancora noi attendiamo a
soccorrerle con le nostre orazioni ed opere. Dissi, è bene, ma anche deve dirsi
essere questo uno dei doveri cristiani, poiché richiede la carità, che noi
sovveniamo il prossimo quando il prossimo sta in necessità del nostro aiuto, e
noi possiamo aiutarlo senza grave incomodo. Or è certo che i nostri prossimi
sono ancora le anime del Purgatorio, le quali benché non siano più in questa
vita, nulladimeno non lasciano d'essere nella comunione dei Santi, dice S.
Agostino. E più distintamente lo dichiara S. Tommaso a nostro proposito,
dicendo che la carità dovuta verso i defunti, i quali sono passati all'altra
vita in grazia, è un'estensione di quella stessa carità, che dobbiamo verso i
nostri prossimi viventi (In Ps. 37). Ond'è che noi dobbiamo soccorrere secondo
possiamo quelle sante anime come nostri prossimi. Ed essendo le loro necessità
maggiori di quelle degli altri prossimi, maggiore ancora per questo riguardo par
che sia il nostro dovere di sovvenirle. Ora in quali necessità si ritrovano
quelle sante prigioniere? E' certo, che le loro pene sono immense. “Il fuoco
che le cruccia, dice S. Agostino, è più tormentoso di qualunque pena, che
possa affliggere l'uomo in questa vita” (In 4 Sent. d. 45, q. 2, s. 2). E lo
stesso stima S. Tommaso, aggiungendo essere quello il medesimo fuoco
dell'inferno. E ciò è in quanto alla pena del senso, ma assai più grande è
poi la pena del danno, cioè la privazione di Dio, che affligge quelle sue sante
spose; mentre quelle anime, non solo dal naturale, ma anche dal soprannaturale
amore, di cui ardono verso Dio, sono tirate con tal impeto ad unirsi col loro
Bene, che vedendosi poi impedite dalle loro colpe, provano una pena sì acerba
che se esse fossero capaci di morte, morirebbero in ogni momento. Sicché,
secondo dice il Crisostomo, questa pena della privazione di Dio tormenta
immensamente più che la pena del senso. Ond'è che quelle sante spose
vorrebbero patire tutte le altre pene, anziché esser private d'un sol momento
di quella sospirata unione con Dio. Dice pertanto il maestro Angelico, che la
pena del Purgatorio eccede ogni dolore che può patirsi in questa vita. E
riferisce Dionisio Cartusiano, che un certo defunto, poi risorto per
intercessione di S. Girolamo, disse a S. Cirillo Gerosolimitano, che tutti i
tormenti di questa terra sono sollievi e delizie a rispetto della minor pena,
che v'è nel Purgatorio. E soggiunse, che se un uomo avesse provato quelle pene,
vorrebbe più presto soffrire tutti i dolori di questa vita che hanno patito gli
uomini fino al giorno del giudizio, che patire per un giorno solo la minor pena
del Purgatorio. Onde scrisse il nominato S. Cirillo, che quelle pene, in quanto
all'asprezza, sono le stesse che quelle dell'Inferno; in questo solo
differiscono, che non sono eterne. Le pene dunque di quelle anime sono troppo
grandi; dall'altra parte non possono aiutarsi da sé; esse, secondo quel che
dice Giobbe, sono in catena ed annodate dai lacci di povertà (Gb 36,8). Sono già
destinate al regno quelle sante regine, ma sono trattenute sin tanto che non
giunge il termine della loro purga; sicché non possono aiutarsi (almeno a
sufficienza, se vogliamo credere a quei Dottori, i quali vogliono che quelle
anime ben possano anche con le loro orazioni impetrare qualche sollievo) per
sciogliersi da quelle catene, finché non soddisfano interamente la divina
giustizia. Così appunto disse dal Purgatorio un monaco Cistercense al
sacrestano del suo monastero: “Aiutatemi, vi prego, con le vostre orazioni,
perché io da per me niente posso ottenere”. E ciò è secondo quel che dice
S. Bonaventura, cioè che quelle anime sono sì povere, che non hanno come
soddisfare. All'incontro essendo certo, anzi di fede, che noi possiamo coi
nostri suffragi, e principalmente con le orazioni approvate od anche praticate
dalla Chiesa, sollevare quelle sante anime; io non so come possa essere scusato
da colpa, chi trascura di porgere loro qualche aiuto, almeno con le sue
orazioni. Ci muova almeno a soccorrerle, se non ci muove il dovere, il gusto che
si dà a Gesù Cristo, in vedere che noi ci applichiamo a sprigionare quelle sue
dilette spose, acciocché le abbia seco in Paradiso. Ci muova almeno finalmente
l'acquisto dei gran meriti che possiamo fare, con usare questo grande atto di
carità verso di quelle sante anime, le quali all'incontro sono gratissime, e
ben conoscono il gran beneficio che noi loro facciamo, sollevandole da quelle
pene, e ottenendo con le nostre orazioni l'anticipo della loro entrata alla
gloria; onde non lasceranno, allorché elle saranno ivi giunte, di pregare per
noi. E se il Signore promette la sua misericordia a chi usa misericordia al suo
prossimo: beati i misericordiosi, perché questi troveranno misericordia (Mt
5,7), con molta ragione può sperare la sua salute chi attende a sovvenire
quelle sante anime così afflitte, e così care a Dio. Gionata, dopo aver
procurata la salute degli Ebrei con la vittoria che ottenne dei nemici, fu
condannato a morte da Saul suo padre per essersi cibato del miele, contro
l'ordine da lui dato. Ma il popolo si presentò al re, e disse: E dovrà adunque
morire Gionata, il quale ha salvato Israele (1 Re 14,45). Or così appunto
dobbiamo sperare che se mai alcuno di noi ottiene con le sue orazioni, che
un'anima esca dal Purgatorio e vada in Paradiso, quell'anima dirà a Dio:
Signore, non permettere che si perda colui che mi ha liberato dalle pene. E se
Saul concesse la vita a Gionata per le suppliche del popolo, non negherà Iddio
la salute eterna a quel fedele per le preghiere di un'anima che gli è sposa.
Inoltre, dice S. Agostino, che coloro che in questa vita avranno più soccorso
quelle sante anime, nell'altra, stando nel Purgatorio, farà Dio che siano più
soccorsi degli altri. Si avverta che il più gran suffragio per le anime
purganti è il sentir la Messa per esse, ed in quella raccomandarle a Dio per i
meriti della Passione di Gesù Cristo, dicendo così: Eterno Padre, io vi offro
questo sacrificio del Corpo e Sangue di Gesù Cristo, con tutti i dolori ch'egli
patì nella sua vita e morte; e per i meriti della sua Passione vi raccomando le
anime del Purgatorio e specialmente... ecc. Ed è atto di molta carità
raccomandare nello stesso tempo anche le anime di tutti gli agonizzanti.
L'invocazione dei
Santi è necessaria
Quanto si è detto
delle anime purganti circa il punto, se esse possono o no pregare per noi, e se
pertanto a noi giovi o no il raccomandarci alle loro orazioni, non corre
certamente a rispetto dei Santi. Poiché in quanto ai Santi non può dubitarsi
essere utilissimo il ricorrere alla loro intercessione, parlando dei Santi già
canonizzati dalla Chiesa, che già godono la vista di Dio. Nel che il credere
fallibile la Chiesa, non può scusarsi da colpa o da eresia, come vogliono S.
Bonaventura, il Bellarmino, ed altri, o almeno prossima all'eresia, come tengono
il Suarez, l'Azorio, il Gotti ecc., poiché il sommo Pontefice nel canonizzare i
Santi, principalmente come insegna l'Angelico (Quodlib. 9, art. 16, ad. l), è
guidato dall'istinto infallibile dello Spirito Santo. Ma ritorniamo al dubbio di
sopra proposto, se vi sia anche obbligo di ricorrere all'intercessione dei
Santi. lo non voglio entrare a decidere questo punto, ma non posso lasciare di
esporre una dottrina dell'Angelico. Egli primieramente in più luoghi rapportati
di sopra, e specialmente nel libro delle Sentenze, suppone per certo esser
tenuto ciascuno a pregare; poiché in altro modo non possono, come asserisce,
ottenersi da Dio le grazie necessarie alla salute, se non si domandano (in 4
sent. d. 15, q. 4, a. l). In altro luogo poi dello stesso libro, il Santo
propone appunto il dubbio: Se dobbiamo pregare i Santi, affinché interpellino
per noi (in 4 sent. dist. q. 3, a. 2). E risponde così (per far bene capire il
sentimento del santo bisogna riferire l'intero suo testo): “E' l'ordine
divinamente istituito nelle cose (secondo Dionisio), che per via dei mezzi
ultimi si riconducano a Dio. “E però i Santi che sono nella Patria, essendo
vicinissimi a Dio, l'ordine della divina legge richiede questo, che noi, i quali
rimanendo nel corpo pellegriniamo lungi dal Signore, veniamo ricondotti a Lui
per la mediazione dei Santi. Il che appunto avviene, quando per mezzo di essi la
divina bontà diffonde gli effetti suoi. E perché il nostro ritorno a Dio deve
corrispondere al procedimento della bontà di lui verso di noi; (Siccome i
benefici di Dio ci provengono mediante i suffragi dei Santi), così fa d'uopo
che noi siamo ricondotti a Dio, affinché di nuovo riceviamo i benefici di Lui
per la mediazione dei Santi. E quindi è che noi li stabiliamo nostri
intercessori appresso Dio e quasi mediatori quando loro domandiamo che preghino
per noi”. Si notino quelle parole: l'ordine della divina legge richiede
questo; e specialmente poi si notino le ultime: siccome per intercessione dei
Santi provengono in noi i benefici del Signore; così fa d'uopo che noi ci
riconduciamo a Dio affinché dì nuovo riceviamo benefici per la mediazione dei
Santi. Sicché secondo S. Tommaso, l'ordine della divina legge richiede, che noi
mortali per mezzo dei Santi ci salviamo, col ricevere per mezzo loro gli aiuti
necessari alla salute. Ed all'opposizione che si fa l'Angelico, cioè: che par
superfluo ricorrere ai Santi, mentre Iddio è infinitamente più di loro
misericordioso e propenso ad esaudirci, risponde, che ciò ha disposto il
Signore, non già per difetto della sua clemenza, ma per conservare l'ordine
retto, ed universalmente stabilito di operare per mezzo delle cause seconde. E
secondo quest'autorità di S. Tommaso, scrive il continuatore di Tournely con
Silvio, che sebbene solo Dio deve pregarsi come autore delle grazie, nulladimeno
noi siamo tenuti di ricorrere anche all'intercessione dei Santi, per osservare
l'ordine che circa la nostra salute il Signore ha stabilito, cioè che
gl'inferiori si salvino implorando aiuto dai superiori.
Della intercessione
della Madonna
E se così corre
parlando dei Santi, similmente deve dirsi dell'intercessione della divina Madre,
le cui preghiere appresso Dio valgono certamente più che quelle di tutto il
Paradiso. Dice infatti S. Tommaso, che i Santi a proporzione del merito con cui
si guadagnarono le grazie, possono salvare molti altri; ma Gesù Cristo e Maria
SS. si sono meritati tanta grazia, che possono salvare tutti gli uomini (Expos.
in salut. Ang.). E S. Bernardo parlando di Maria SS. scrisse: “Per te abbiamo
accesso al Figlio, o inventrice di grazia, madre di salute, affinché per tuo
mezzo ci riceva Colui, che per tuo mezzo fu dato a noi” (In adv. Dom. 1, 2).
Col che volle dire: siccome noi non abbiamo l'accesso al Padre se non per mezzo
del Figlio che è mediatore di giustizia; così non abbiamo l'accesso al Figlio
se non per mezzo della Madre, ch'è mediatrice di grazia, e che ci ottiene con
la sua intercessione i beni che Gesù Cristo ci ha meritati. E in conseguenza di
ciò il medesimo S. Bernardo in altro luogo dice, che Maria ha ricevuto da Dio
due pienezze di grazia. La prima è stata l'Incarnazione nel suo seno del Verbo
eterno fatto Uomo. La seconda è stata la pienezza delle grazie, che per mezzo
delle preghiere d'essa divina Madre noi riceviamo da Dio. Quindi soggiunse il
Santo: “Iddio pose in Maria la pienezza di ogni bene in guisa che se in noi è
qualche speranza, qualche grazia' qualche salute, riconosciamo ridondare da Lei,
che ascende dal deserto ricolma di delizie. Orto di delizie, affinché d'ogni
parte si spargano e si dilatino gli aromi di Lei, i carismi, cioè, delle
grazie” (Serm. De Aquaed.). Sicché quanto noi abbiamo di bene dal Signore,
tutto lo riceviamo per mezzo dell'intercessione di Maria. E perché mai ciò?
perché (risponde lo stesso S. Bernardo) così vuole Dio. Ma la ragione più
specifica si ricava da ciò che dice S. Agostino. Egli scrisse, che Maria
giustamente si dice nostra madre, perché ella ha cooperato con la sua carità,
affinché nascessimo alla vita della grazia nei fedeli, come membri del nostro
capo Gesù Cristo (De S. Virginit. e. 6). Ond'è che siccome Maria ha cooperato
con la sua carità alla nascita spirituale dei fedeli, così vuole Dio, ch'ella
cooperi anche alla sua intercessione a far loro conseguire la vita della grazia
in questo mondo, e la vita della gloria nell'altro. E perciò la Santa Chiesa ce
la fa chiamare e salutare con termini assoluti: la vita, la dolcezza, e la
speranza nostra. Quindi S. Bernardo ci esorta di ricorrere sempre a questa
divina Madre, perché le sue preghiere sono certamente esaudite dal Figlio:
“Fa' ricorso a Maria; lo dico francamente, certo il Figlio esaudirà la
Madre”. E poi soggiunse: “Questa, o figlioli, è la scala dei peccatori,
questa la mia massima fiducia, questa tutta la ragione di mia speranza” (Serm.
De Aquaed.). La chiama scala il Santo, perché siccome nella scala non si
ascende al terzo gradino, se prima non si mette il piede al secondo; e non si
giunge al secondo, se non si mette piede al primo, così non si giunge a Dio che
per mezzo di Gesù Cristo, e non si giunge a Gesù Cristo che per mezzo di Maria.
La chiama poi la massima sua fiducia, e tutta la ragione di sua speranza, perché
Iddio, come suppone, tutte le grazie che a noi dispensa, vuol che passino per
mano di Maria. E conclude finalmente dicendo, che tutte le grazie che
desideriamo, dobbiamo domandarle per mezzo di Maria, perché ella ottiene quando
cerca, e le sue preghiere non possono essere respinte. E con sentimento conforme
a san Bernardo parlano anche sant'Efrem: “Noi non abbiamo altra fiducia se non
quella che è da te, o Vergine sincerissima” (De Laud. B. M. V.). San
Ildefonso: “Tutti i beni che la divina Maestà decretò di loro compartire,
stabilì di consegnarli nelle tue mani. Perciocché a te sono affidati i tesori
e gli ornamenti delle grazie” (De Cor. Virg. c. 15). S. Germano: “Se tu ci
abbandoni, che sarà di noi, o vita dei Cristiani?” (De Zon. B. V.). S. Pier
Damiani: “Nelle tue mani sono tutti i tesori delle divine commiserazioni”
(De Nat. S. I.). S. Antonio: “Chi domanda senza di essa tenta di volare senza
ali” (P. 4 tit. 15. c. 22). San Bernardino da Siena in un luogo dice: “Tu
sei la dispensatrice di tutte le grazie; la nostra salute è in tua mano”. In
altro luogo non solo dice, che per mezzo di Maria si trasmettono a noi tutte le
grazie, ma anche asserisce, che la Beata Vergine, da che fu fatta madre di Dio,
acquistò una certa giurisdizione sopra tutte le grazie, che a noi si dispensano
(Serm. De Nativ. B. M. V. c. 8). E poi conchiude: “Perciò si è che tutti i
doni, le virtù, le grazie si dispensano per le mani della medesima a chi vuole,
e come vuole”. Lo stesso scrisse S. Bonaventura: “Tutta la divina natura
essendo stata nell'utero della Vergine, ardisco dire, che questa Vergine dal cui
seno come da un oceano della divinità derivano i fiumi di tutte le grazie,
acquistò una tal quale giurisdizione sopra tutte le effusioni delle grazie”.
Onde poi molti teologi fondati sulle autorità di questi santi piamente e
giustamente hanno difesa la sentenza, che non vi è grazia che a noi si
dispensa, se non per mezzo dell'intercessione di Maria; così il Vega, il
Mendozza, il Paciucchelli, il Segneri, il Poirè, il Crasset, e molti altri
autori col dotto Padre Natale di Alessandro, il quale scrisse: “Dio vuole che
tutti i beni aspettiamo da Lui, mediante la potentissima intercessione della
Vergine Madre, quando la invochiamo come conviene” (Epist. 76 in calce, t. 4,
Moral.). E ne adduce in conferma il riferito passo di S. Bernardo: “Questo è
il volere di Colui che il tutto volle darci per Maria” (Serm. De Aquaed.). E
lo stesso dice il P. Contensone, il quale sulle parole di Gesù in croce dette a
S. Giovanni: Ecco la tua madre, così soggiunse: “Quasi dicesse, niuno sarà
partecipe del mio sangue se non per intercessione di mia madre. Le piaghe sono
fonti di grazie, ma a nessuno deriveranno i rigagnoli, se non per il canale di
Maria. O Giovanni discepolo, tanto sarai da me amato, quanto avrai amato Lei”
(Theol. ment. et cord. t. 2, 1. 10. d. 4. C. l.). Del resto è certo, che se Dio
gradisce, che noi ricorriamo ai Santi, tanto più gli piacerà che ci avvaliamo
dell'intercessione di Maria, acciocché ella supplisca col suo merito la nostra
indegnità, secondo parla S. Anselmo. Parlando poi S. Tommaso della dignità di
Maria, la chiama quasi infinita (1 part. q. 25. a. 6. ad 4.). Onde a ragione
dicesi, che le preghiere di Maria sono più potenti appresso a Dio, che le
preghiere di tutto il Paradiso insieme.
Conclusione
Terminiamo questo
primo punto, concludendo insomma da tutto quel che si è detto, che chi prega,
certamente si salva; chi non prega certamente si danna. Tutti i beati,
eccettuati i bambini, si sono salvati col pregare. Tutti i dannati si sono
perduti per non pregare; se pregavano non si sarebbero perduti. E questa è, e
sarà la loro maggiore disperazione nell'inferno, l'aversi potuto salvare con
tanta facilità, quant'era il domandare a Dio le di lui grazie, ed ora non
essere i miseri più a tempo di domandarle.
CAPO II DEL VALORE
DELLA PREGHIERA
I. -
DELL'ECCELLENZA DELLA PREGHIERA E DEL SUO POTERE PRESSO DIO
Sono sì care a Dio
le nostre preghiere, che Egli ha destinati gli Angeli a presentargli subito
quelle che da noi gli vengono fatte: "Gli Angeli, dice S. Ilario,
soprintendono alle orazioni dei fedeli, e ogni giorno le offrono a Dio"
(Cap. 18, in Matth.). Questo appunto è quel sacro fumo d'incenso, cioè le
orazioni dei Santi, che S. Giovanni vide ascendere al Signore, offertogli per
mano degli Angeli (Ap c. 8). Ed altrove (Ibid. c. 5), scrive il medesimo santo
Apostolo, che le preghiere dei Santi sono come certi vasetti d'oro pieni di
odori soavi, e molto graditi a Dio. Ma per meglio intendere quanto valgano
presso Dio le orazioni, basta leggere nelle divine scritture le innumerabili
promesse che fa Dio a chi prega, così nell'antico come nel nuovo Testamento:
Alza a me le tue grida, ed io ti esaudirò (Ger 33,3). Invocami, ed io ti
libererò (Sal 49,15). Chiedete; ed otterrete: cercate, e troverete: picchiate,
e vi sarà aperto (Mt 7,7). Concederà il bene a coloro che glielo domandano (Mt
7,11). Imperciocché chi chiede riceve, e chi cerca trova (Lc 11,10). Qualsiasi
cosa domanderanno, sarà loro concessa dal Padre mio (Mt 18,19). Qualunque cosa
domandiate nell'orazione, abbiate fede di conseguirla, e la otterrete (Mr
11,24). Se alcuna cosa domanderete nel nome mio, io la darò (Gv 14,14).
Qualunque cosa vorrete, la chiederete, e vi sarà conceduta (Gv 15,7). In verità,
in verità vi dico, che qualunque cosa domandiate al Padre nel nome mio, ve la
concederà (Gv 16,23). E vi sono mille altri testi consimili, che per brevità
si tralasciano. Iddio ci vuol salvi, ma per nostro maggior bene ci vuol salvi da
vincitori. Stando adunque in questa vita, abbiamo da vivere in una continua
guerra, e per salvarci abbiamo da combattere e vincere. "Nessuno, dice S.
Giovanni Crisostomo, potrà essere coronato senza vittoria" (Serm. I De
Martyr.). Noi siamo molto deboli, ed i nemici sono molti, ed assai potenti: come
potremmo loro far fronte, e superarli? Animiamoci, e dica ciascuno, come diceva
l'Apostolo: Tutte le cose mi sono possibili, in Colui che è mio conforto (Fil
4,13). Tutto potremo con l'orazione, per mezzo della quale il Signore ci darà
quella forza che noi non abbiamo. Scrisse Teodoreto, che l'orazione è
onnipotente; ella è una, ma può ottenere tutte le cose. E S. Bonaventura asserì
che per la preghiera si ottiene l'acquisto di ogni bene, e lo scampo da ogni
male (In Luc. 2). Diceva san Lorenzo Giustiniani, che noi per mezzo della
preghiera ci fabbrichiamo una torre fortissima dove saremo difesi e sicuri da
tutte le insidie e violenze dei nemici (De cast. connub. c. XXII). Sono forti le
potenze dell'inferno, ma la preghiera è più forte di tutti i demoni, dice san
Bernardo (Serm. 49, De modo bene viv. 5). Sì, perché con l'orazione l'anima
acquista l'aiuto divino, che supera ogni potenza creata. Così si animava Davide
nei suoi timori: Io, diceva, chiamerò il mio Signore in aiuto, e sarò liberato
da tutti i nemici (Sal 17,4). Insomma, dice S. Giovanni Crisostomo, l'orazione
è un'arma valevole a vincere ogni assalto dei demoni, è una difesa, che ci
conserva in qualunque pericolo; è un porto, che ci salva da ogni tempesta; ed
è un tesoro insieme, che ci provvede d'ogni bene (In Ps. 145).
II. - DELLA FORZA
DELLA PREGHIERA CONTRO LE TENTAZIONI.
Dio, conoscendo il
gran bene che apporta a noi la necessità di pregare, a questo fine, (come si
dice nel capo I) permette, che siamo assaliti dai nemici, affinché gli
domandiamo l'aiuto che egli ci offre, e ci promette. Ma quanto si compiace
allorché noi ricorriamo a Lui nei pericoli, altrettanto gli dispiace vederci
trascurati nel pregare. Come il re, dice S. Bonaventura, stimerebbe infedele
quel capitano, che trovandosi assediato nella piazza, non gli chiede soccorso;
così Dio si stima come tradito da colui, che vedendosi insidiato dalle
tentazioni, non ricorre a Lui per aiuto: mentre Egli desidera, e sta aspettando,
che gli si domandi, per soccorrere abbondantemente. Ben lo dichiarò Isaia,
allorché da parte di Dio disse al re Achaz, che gli avesse domandato qualche
segno affine di accertarsi del soccorso, che il Signore voleva dargli: Domanda a
tua posta un segno al Signore tuo Dio (Is 7). L'empio re rispose: Io non voglio
cercarlo, perché non voglio tentare Dio (Ibid. 12). E ciò disse perché
confidava nelle sue forze di vincere i nemici senza l'aiuto divino. Ma il
profeta indi lo rimproverò con dire: Udite dunque, casa di Davide: E' egli
adunque poco per voi il far torto agli uomini, che fate torto anche al mio Dio?
(Ibid. 13). Significandoci con ciò, che si rende molesto ed ingiurioso a Dio,
chi lascia di domandargli le grazie che il Signore gli offre. Poveri figli miei,
dice il Salvatore, che vi trovate combattuti dai nemici, e oppressi dal peso dei
vostri peccati, non vi perdete d'animo, ricorrete a me con l'orazione, ed io vi
darò la forza di resistere, e darò riparo a tutte le vostre disgrazie (Mt
11,28). In altro luogo dice per bocca d'Isaia: "Uomini, ricorrete a me, e
benché abbiate le coscienze assai macchiate, non lasciate di venire: e vi do
licenza anche di riprendermi, per così dire, se mai dopo che sarete a me
ricorsi, io non farò con la mia grazia, che diventiate candidi come la
neve" (Is 1,18). Che cos'è la preghiera? "La preghiera, dice il
Crisostomo, è un'ancora sicura a chi sta in pericolo di naufragare; è un
tesoro immenso di ricchezze a chi è povero; è una medicina efficacissima a chi
è infermo; ed è una custodia certa a chi vuol conservarsi in santità" (Hom.
De Consubst. cont. Anon.). Che fa la preghiera? La preghiera, dice S. Lorenzo
Giustiniani, placa lo sdegno di Dio, che perdona a chi con umiltà lo prega;
ottiene la grazia di tutto ciò che si domanda; supera tutte le forze dei
nemici: insomma muta gli uomini da ciechi in illuminati, da deboli in forti, da
peccatori in santi (De Perfect., c. 12). Chi ha bisogno di luce, la domandi a
Dio, e gli sarà data: subito ch'io sono ricorso a Dio, disse Salomone, egli mi
ha concesso la sapienza (Sap 7,7). Chi ha bisogno di fortezza, la chieda a Dio,
e gli sarà donata: subito ch'io ho aperta bocca a pregare, disse Davide, ho
ricevuto da Dio l'aiuto (Sal 118,131). E come mai i santi Martiri acquistarono
tanta fortezza da resistere ai tiranni, se non con l'orazione, che ottenne loro
il vigore da superare i tormenti, e la morte? Chi si serve insomma di questa
grande arma dell'orazione, dice san Pier Crisologo, non cade in peccato; perde
affetto alla terra, entra a dimorare nel Cielo, e comincia sin da questa vita a
godere la conversazione di Dio (Serm. 45). Che serve dunque angustiarsi col
dire: Chi sa se io sono scritto o no nel libro della vita? Chi sa se Dio mi darà
la grazia efficace e la perseveranza? Non vi affannate per niente, dice
l'Apostolo, ma in ogni cosa siano manifestate a Dio le vostre richieste per
mezzo dell'orazione e delle suppliche unite al rendimento di grazie (Fil 4,6).
Che serve, dice l'Apostolo, confondervi in queste angustie e timori? Via,
discacciate da voi tutte queste sollecitudini, che ad altro non valgono che a
scemarvi la confidenza, e a rendervi più tiepidi e pigri a camminare per la via
della salute. Pregate, e cercate sempre, e fate sentire le vostre preghiere a
Dio, e ringraziatelo sempre delle promesse che v'ha fatte, di concedervi i doni
che bramate, sempre che glieli cerchiate: la grazia efficace, la perseveranza,
la salute e tutto quello che desiderate. Il Signore ci ha posti nella battaglia
a combattere con nemici potenti, ma Egli è fedele nelle sue promesse, né
sopporta che noi siamo combattuti più di quel che valiamo a resistere (1 Cr
10,13). E' fedele perché subito soccorre chi l'invoca. Scrive il dotto
eminentissimo cardinale Gotti, che il Signore non è già tenuto per altro a
darci sempre una grazia che sia uguale alla tentazione, ma è obbligato, quando
siamo tentati, e a Lui ricorriamo, di somministrarci per mezzo della grazia che
a tutti tiene apparecchiata, ed offre la forza bastante con cui possiamo
attualmente resistere alla tentazione (De div. grat. q. 2 d. 5, par. 3). Tutto
possiamo col divino aiuto, che si dona a ciascuno che umilmente lo chiede, onde
non abbiamo scusa, allorché noi ci lasciamo vincere dalla tentazione. Restiamo
vinti solo per nostra colpa, perché non preghiamo. Con l'orazione, scrive S.
Agostino, ben si superano tutte le insidie e forze dei nemici (De sal. doc. c,
28).
III. - DIO E'
SEMPRE PRONTO AD ESAUDIRCI.
Dice S. Bernardino
da Siena, che la preghiera è un'ambasciatrice fedele, ben nota al Re del Cielo,
e solita d'entrare fin dentro al suo cuore, e di piegare con la sua importunità
l'animo pietoso del Re a concedere ogni soccorso a noi miserabili, che gemiamo
fra tanti combattimenti e miserie in questa valle di lacrime (I. 4 in Dom. 5 p.
Pasc.). Ci assicura ben anche Isaia, che quando il Signore sente le nostre
preghiere, subito si muove a compassione di noi e non ci lascia molto piangere,
ma nello stesso punto ci risponde e concede quanto domandiamo (Is 30,19). Ed in
altro luogo parla il Signore per bocca di Geremia, e di noi lagnandosi, dice:
Perché voi dite che non volete più ricorrere a me, forse la mia misericordia
è terra sterile per voi, che non sappia darvi alcun frutto di grazie? o terra
tardiva che renda il frutto molto tardi? (Ger 2,31). Con ciò il nostro amoroso
Signore volle darci ad intendere ch'egli non lascia mai d'esaudire, e subito, le
nostre preghiere; e con ciò vuol anche rimproverare coloro che lasciano di
pregarlo per diffidenza di non essere esauditi. Se Dio ci ammettesse ad esporgli
le nostre suppliche una volta al mese, sarebbe pur un gran favore. I re della
terra danno udienza poche volte all'anno, ma Dio dà sempre udienza. Scrive il
Crisostomo, che sta continuamente apparecchiato a sentire le nostre orazioni né
si dà mai caso, che egli essendo pregato come si deve, non esaudisca chi lo
prega (Hom. 52 in Matth.). E altrove dice, che quando noi preghiamo Dio, prima
che terminiamo di esporgli le nostre suppliche, egli già n'esaudisce. Anzi di
ciò ne abbiamo la promessa da Dio medesimo. Prima che abbiano finito di dire,
li avrò uditi (Is 65,24). Il Signore, dice Davide, sta dappresso a tutti coloro
che lo invocano con cuor verace. Egli farà la volontà di coloro che lo temono,
ed esaudirà la loro preghiera, e li salverà (Sal 144,18). Ciò era quello di
cui si gloriava Mosé dicendo: Non v'ha certo altra nazione, per grande che ella
sia, la quale abbia tanto vicini a sé i suoi dei, come il Dio nostro è
presente a tutte le nostre preghiere (Dt 4,7). Gli dei dei Gentili erano sordi a
chi li invocava, perché erano misere creature che niente potevano; ma il nostro
Dio, che può tutto non è già sordo alle nostre preghiere, ma sta sempre
vicino a chi lo prega, e pronto a concedere tutte le grazie che gli si
domandano. Signore (diceva il Salmista), ho conosciuto che Voi siete il mio Dio
tutto bontà e misericordia, perché ogni volta che a Voi ricorro, subito mi
soccorrete (Sal 55,10).
IV. - DOMANDIAMO A
DIO COSE GRANDI
E' meglio pregare
che meditare
Noi siamo poveri di
tutto, ma se domandiamo non siamo più poveri. Se noi siamo poveri, Dio è
ricco, e Dio è tutto liberale, dice l'Apostolo, con chi lo chiama in aiuto (Rm
12). Giacché dunque, ci esorta S. Agostino, abbiamo a che fare con un Signore
d'infinita potenza, e d'infinita ricchezza; non gli cerchiamo cose piccole e
vili, ma domandiamogli qualche cosa di grande (In Ps. 62). Se uno cercasse al re
una vile moneta, un quattrino, mi pare che costui farebbe al re un disonore.
All'incontro noi onoriamo Dio, onoriamo la sua misericordia e la sua liberalità,
allorché vedendoci miseri come siamo, ed indegni di ogni beneficio, gli
cerchiamo nondimeno grazie grandi, affidati alla bontà di Dio, ed alla sua
fedeltà per la promessa fatta di concedere a chi lo prega qualunque grazia che
gli domanda: qualunque cosa vorrete, la chiederete e vi sarà concessa (Gv
15,7). Diceva S. Maria Maddalena de' Pazzi, che il Signore si sente così
onorato, e tanto si consola quando gli cerchiamo le grazie, che in certo modo
egli ci ringrazia, poiché così allora par che noi gli apriamo la via a
beneficarci ed a contentare il suo genio, ch'è di fare bene a tutti. E
persuadiamoci, che quando noi cerchiamo le grazie a Dio, egli ci dà sempre più
dì quello che domandiamo: Che se alcuno di voi è bisognoso di sapienza, la
chieda a Dio, che dà a tutti abbondantemente e non lo rimprovera (Gc 1,5). Così
dice S. Giacomo, per dimostrarci che Dio non è come gli uomini, avaro dei suoi
beni. Gli uomini ancorché ricchi, ancorché pii e liberali, quando dispensano
elemosine, sono sempre stretti di mano, e per lo più donano meno di ciò che
loro si domanda, perché la loro ricchezza, per quanto sia grande, è sempre
ricchezza finita, onde quanto più danno, tanto più loro viene a mancare. Ma
Dio dona i suoi beni, quando è pregato, abbondantemente, cioè, con la mano
larga, dando sempre più di quello che gli si cerca, perché la sua ricchezza è
infinita; quanto più dà, più gli resta da dare. Perché soave sei tu, o
Signore, e benigno e di molta misericordia per quei che t'invocano (Sal 85,4).
Voi, mio Dio, diceva Davide, siete troppo liberale e cortese con chi v'invoca.
Le misericordie che voi gli usate sono tanto abbondanti, che superano le sue
domande. In questo adunque, dice il Crisostomo, ha da consistere tutta la nostra
attenzione, in pregare con confidenza, sicuri che pregando si apriranno a nostro
favore tutti i tesori del Cielo. L'orazione è un tesoro: chi più prega, più
ne riceve. Dice S. Bonaventura, che ogni volta che l'uomo ricorre devotamente a
Dio con la preghiera, guadagna beni che valgono più che tutto il mondo (De perf.
vitae, c. S). Alcune anime devote impiegano gran tempo nel leggere e in
meditare, ma poco attendono a pregare. Non v'ha dubbio, che la lettura
spirituale, e la meditazione delle verità eterne siano cose molto utili, ma
assai più utile, dice S. Agostino, è il pregare. Nel leggere e meditare noi
intendiamo i nostri obblighi, ma con l'orazione otteniamo la grazia di adempirli
(In Ps. 75). Che serve conoscere ciò che siamo obbligati a fare, e poi non
farlo, se non renderci più rei innanzi a Dio? Leggiamo e meditiamo quanto
vogliamo, non soddisferemo mai le nostre obbligazioni, se non chiediamo a Dio
l'aiuto per adempirle. E perciò, riflette S. Isidoro, che in nessun altro tempo
il demonio più s'affatica a distoglierci col pensiero delle cure temporali, che
quando si accorge, che noi stiamo pregando, e cercando le grazie a Dio (Lib. 3,
Sent. e. 7). E perché? perché vede il nemico che in nessun altro tempo noi
guadagniamo più tesori di beni celesti che quando preghiamo. Il frutto più
grande dell'orazione mentale è questo: il domandare a Dio le grazie che ci
abbisognano per la perseveranza, e per la salute eterna. Per questo
principalmente l'orazione mentale è moralmente necessaria all'anima per
conservarsi in grazia di Dio, se la persona non si raccoglie in tempo della
meditazione a domandare gli aiuti che gli sono necessari per la perseveranza,
non lo farà in altro tempo. Infatti senza meditare, non penserà al bisogno che
ha di chiederli. All'incontro chi ogni giorno fa la sua meditazione ben vedrà i
bisogni dell'anima, i pericoli in cui si trova, la necessità che ha di pregare;
e così pregherà ed otterrà le grazie che lo faranno poi perseverare e
salvarsi. Diceva parlando di sé Padre Segneri, che a principio della
meditazione egli più si tratteneva in fare affetti, che in preghiere; ma
conoscendo poi la necessità, e l'immenso utile della preghiera, d'indi in poi
per lo più, nella molta orazione mentale ch'egli faceva, si applicava a
pregare. Io strideva come un tenero rondinino, diceva il devoto re Ezechia (Is
38,14). I pulcini delle rondini non fanno altro che gridare, cercando con ciò
l'aiuto e l'alimento alle loro madri. Così dobbiamo sempre gridare, chiedendo a
Dio soccorso per evitare la morte del peccato, e per avanzarci nel suo santo
amore. Riferisce il padre Rodriguez, che i padri antichi, i quali furono i
nostri primi maestri di spirito, fecero consiglio fra di loro, per vedere qual
fosse l'esercizio più utile e più necessario per la salute eterna, e risolsero
esser il replicare spesso la breve orazione di Davide: Muoviti, o Dio, in mio
soccorso (Sal 69,1). Lo stesso (scrive Cassiano) deve fare chi vuol salvarsi,
dicendo sempre: Dio mio, aiutatemi, Dio mio, aiutatemi. Questo dobbiamo fare dal
principio che ci svegliamo la mattina, poi seguitarlo a fare in tutti i nostri
bisogni e in tutte le applicazioni in cui ci troviamo, così spirituali, come
temporali; e più specialmente poi quando ci vediamo molestati da qualche
tentazione o passione. Dice S. Bonaventura, che alle volte più presto si
ottiene la grazia con una breve preghiera, che con molte altre opere buone (De
prof. rel. 1. 2. c. 65). Soggiunge S. Ambrogio, che chi prega, già ottiene,
poiché lo stesso pregare è ricevere. Quindi scrisse S. Crisostomo che non vi
è uomo più potente di un uomo che prega; perché costui si rende partecipe
della potenza di Dio. Per salire alla perfezione, diceva S. Bernardo, vi bisogna
la meditazione e la preghiera; con la meditazione vediamo quel che ci manca, con
la preghiera riceviamo quel che ci bisogna (De S. Andr. Serm. I).
Conclusione
Il salvarsi insomma
senza pregare è difficilissimo, anzi impossibile, come abbiamo veduto, secondo
la divina Provvidenza ordinaria, ma pregando, il salvarsi è cosa sicura e
facilissima. Non è necessario per salvarsi andare tra gli infedeli e dar la
vita; non è necessario ritirarsi nei deserti a cibarsi di erbe. Che ci vuole a
dire: Dio mio, aiutami, assistimi, abbi pietà di me? Vi è cosa più facile di
questa? e questo poco basterà a salvarci, se saremo attenti a farlo.
Specialmente esorta S. Lorenzo Giustiniani, a sforzarci di fare orazione almeno
in principio di qualunque azione (Lig. vit. de or. e. 16). Attesta Cassiano, che
i Padri esortavano sommamente a ricorrere a Dio con brevi ma frequenti
preghiere. "Niuno faccia, diceva S. Bernardo, poco conto della sua
orazione, giacché ne fa conto Iddio il quale, o ci dona allora ciò che
cerchiamo, o ciò che è più utile per noi" (Serm. v, De Quadrag.). Ed
intendiamo, che se non preghiamo, per noi non v'è scusa, perché la grazia di
pregare è data a ognuno: in mano nostra sta l'orare, sempre che vogliamo, come
di sé parlando, diceva Davide: Meco avrò l'orazione a Dio, che è mia vita;
dirò a Dio: tu sei mio aiuto (Sal 41,9-10). Dio dona a tutti la grazia di
pregare, acciocché pregando possiamo poi ottenere tutti gli aiuti, anche
abbondanti, per osservare la divina Legge, e perseverare sino alla morte; se non
ci salveremo, tutta la colpa sarà nostra, perché non avremo pregato.
CAPO III DELLE
CONDIZIONI DELLA PREGHIERA
I. - PREGARE PER SE
STESSO
In verità, in
verità vi dico, che qualunque cosa domandiate al Padre nel nome mio, ve la
concederà (Gv 16,23). E' promessa adunque di Gesù Cristo, che, quando, in nome
suo, domanderemo al Padre, tutto il Padre ci concederà; ma sempre si intende
quando domanderemo con le dovute condizioni. Molti, dice S. Giacomo, cercano e
non ottengono, perché malamente cercano (Gc 4,3). Onde S. Basilio, seguendo il
detto dell'Apostolo, dice: "Appunto talvolta chiedi, e non ottieni, perché
malamente hai domandato, o infedelmente, o con leggerezza, o chiedesti cose non
convenienti, o hai desistito" (Const. mon. e. i, vers. fin.). Infedelmente,
cioè con poca fede, ossia poca confidenza: con leggerezza; con poco desiderio
di avere la grazia: cose non convenienti, cercando beni non giovevoli alla
salute: hai desistito, senza perseveranza. Pertanto S. Tommaso riduce a quattro
le condizioni richieste nella preghiera, acciocché si ottenga il suo effetto;
cioè che l'uomo domandi: per se stesso, le cose necessarie alla salute,
devotamente e con perseveranza (Qu. 83, a. 7, ad 2).
Ha Dio promesso di
esaudire la preghiera fatta per gli altri?
La prima condizione
dunque della preghiera è che si faccia per sé; poiché l'Angelico tiene che un
uomo non può impetrare agli altri ex condigno (a titolo di giustizia) la vita
eterna, e per conseguenza neppure quelle grazie che appartengono alla loro
salute; mentre la promessa, come dice, sta fatta non per gli altri ma solamente
a coloro che pregano: Ve la concederà (Gv 16,23). Ma ciò nonostante, vi sono
molti dottori (CORN. A LAPID., Sylvest., Tolet., Habert et alii) che tengono
l'opposto, appoggiati all'autorità di san Basilio, il quale insegna che
l'orazione in virtù della divina promessa, ha infallibilmente il suo effetto,
anche per gli altri per cui si prega, purché gli altri non vi mettano positivo
impedimento. E si fondano sulle Scritture: Orate l'un per l'altro per essere
salvati; imperciocché molto può l'assidua preghiera del giusto (Gc 5,16).
Orate per coloro che vi perseguitano e vi calunniano (Mt 5,44). E meglio sul
testo di S. Giovanni: Chi sa che il proprio fratello pecca di peccato, che non
mena a morte, chieda, e sarà data la vita a quello che pecca non a morte (Gv
5,16). Spiegano quel che pecca non a morte, S. Agostino, Beda, sant'Ambrogio ed
altri, purché quel peccatore non sia tale che intenda di vivere ostinato sino
alla morte; poiché per costui si richiederebbe una grazia molto straordinaria.
Del resto per gli altri peccatori non rei di tanta malizia, l'apostolo promette
a chi per essi prega, la loro conversione: chieda, sarà data la vita a quello
che pecca (Mt 5,44).
Dobbiamo pregare
per i peccatori
Per altro non si
mette in dubbio, che le orazioni degli altri molto giovano ai peccatori, e sono
molto gradite a Dio; e Dio si lamenta dei servi suoi che non gli raccomandano i
peccatori, come se ne lamentò con S. Maria Maddalena de' Pazzi; onde le disse
un giorno: "Vedi, figlia mia, come i cristiani stanno nelle mani del
demonio; se i miei diletti con le loro orazioni non li liberassero, resterebbero
divorati". Ma specialmente ciò lo desidera il Signore dai sacerdoti e dai
religiosi. Diceva la suddetta Santa alle sue monache: "Sorelle, Iddio non
ci ha separate dal mondo perché facciamo bene solo per noi, ma ancora perché
noi lo plachiamo a favore dei peccatori". E il Signore stesso un giorno
disse alla medesima: "Io ho dato a voi, elette spose, la città di rifugio,
cioè la Passione di Gesù Cristo, acciocché abbiate dove ricorrere per aiutare
le mie creature: perciò ricorrete ad essa, ed ivi porgete aiuto alle mie
creature, che periscono, e mettete la vita per esse". Quindi la Santa
infiammata di santo zelo, cinquanta volte al giorno offriva a Dio il Sangue del
Redentore per i peccatori, e si consumava per desiderio della loro conversione,
dicendo: "Oh che pena è, o Signore, il vedere di poter giovare alle tue
creature, con mettere la vita per esse, e non poterlo fare!". Del resto
ella in ogni esercizio raccomandava i peccatori a Dio, e si scrive nella sua
vita, che quasi non passava ora del giorno, che la Santa non pregasse per essi;
frequentemente anche si levava di notte, e andava al SS. Sacramento a pregare
per i peccatori: e con tutto ciò una volta fu ritrovata a piangere dirottamente,
ed interrogata perché, rispose: "Perché mi pare di non far niente per la
salute dei peccatori". Giungeva ad offrirsi per la loro conversione patire
anche le pene dell'inferno, purché ivi non avesse a odiare Dio; e più volte fu
compiaciuta da Dio d'esser afflitta con gravi dolori ed infermità per la salute
dei peccatori. Specialmente pregava per i sacerdoti, vedendo che la loro buona
vita era cagione della salute degli altri, e la mala vita cagione della rovina
di molti; e perciò pregava il Signore, che punisse le colpe sopra di lei,
dicendo: "Signore, fammi tante volte morire, e tornare a vivere, sino ch'io
soddisfaccia per essi alla tua giustizia". E narrasi nella sua Vita, che la
Santa con le sue orazioni liberò molte anime dalle mani di Lucifero. Ho voluto
dire qualche cosa più particolare dello zelo di questa santa. Del resto tutte
le anime, che sono veramente innamorate di Dio, non cessano di pregare per i
poveri peccatori. E com'è possìbile, che una persona che ama Dio, vedendo
l'amore che porta alle anime, e quel che ha fatto e patito Gesù Cristo per la
loro salute, e il desiderio che ha questo Salvatore, che noi preghiamo per i
peccatori; com'è possibile, dico, che possa poi vedere con indifferenza tante
povere anime, che, vivono senza Dio, schiave dell'inferno, e non muoversi ed
affaticarsi a pregare frequentemente il Signore a dar luce e forza a quelle
infelici per uscire dallo stato miserabile in cui dormono, e vivono perdute? E'
vero, che Dio non ha promesso di esaudirci, quando coloro, per cui preghiamo,
mettono positivo impedimento alla loro conversione; ma molte volte il Signore
per sua bontà, a riguardo delle orazioni dei suoi servi, con grazie
straordinarie si è compiaciuto di ridurre a stato di salute i peccatori più
accecati e ostinati. Pertanto non lasciamo mai, nel dire o sentir la Messa, nel
far la Comunione, la Meditazione, o la visita del Santissimo Sacramento, di
raccomandare sempre a Dio i poveri peccatori. E dice un dotto autore, che chi
prega per gli altri, tanto più presto vedrà esaudite le preghiere che per se
stesso. Sia detto ciò di passaggio, ma ritorniamo a vedere le altre condizioni
che richiede S. Tommaso, affinché la preghiera abbia effetto.
II. - CHIEDERE COSE
NECESSARIE ALLA SALUTE ETERNA.
L'altra condizione
che il Santo assegna è che si domandino quelle grazie, che bisognano alla
salute: cose necessarie alla salute; poiché la promessa alla preghiera non è
fatta per le grazie temporali, che non sono necessarie alla salute dell'anima.
Dice S. Agostino spiegando le parole del Vangelo, nel nome mio, riferite di
sopra, che "non si chiede nel nome del Salvatore, tutto ciò che si chiede
contro l'affare della salute" (Tract., 102 in Joan.). Alle volte noi
cerchiamo alcune grazie temporali, e Dio non ci esaudisce; ma non ci esaudisce,
dice lo stesso S. Dottore, perché ci ama, e vuole usarci misericordia (Ap. S.
Prosp. Sent. 212). Il medico che ama l'infermo, non gli concede quelle cose, le
quali vede che gli farebbero nocumento. Oh quanti se fossero infermi o poveri,
non cadrebbero nei peccati, in cui cadono essendo sani o ricchi! E perciò il
Signore taluni che gli cercano la sanità del corpo, o i beni di fortuna, glieli
nega, perché li ama, vedendo che quelli sarebbero loro occasione di perdere la
sua grazia, o almeno d'intiepidirsi nella vita spirituale. Del resto con ciò
non intendo dire, essere difetto il chiedere a Dio le cose necessarie alla vita
presente, per quanto convengono alla salute eterna, come lo chiedeva il Savio,
dicendo: Concedimi quel che è necessario al mio vivere (Pro 30,8). Né è
-difetto, dice S. Tommaso (2.a, 2.ae, q. 83. a. XVI) l'avere per tali beni una
sollecitudine ordinata. Il difetto sta nel desiderare e cercare questi beni
temporali, e l'aver per essi una sollecitudine disordinata; come in essi
consistesse tutto il nostro bene. Perciò quando noi domandiamo a Dio queste
grazie temporali, dobbiamo domandarle sempre con rassegnazione, e colla
condizione se sono per giovarci all'anima. E quando vediamo che il Signore non
ce le concede, teniamo per certo ch'egli ce le nega per l'amore che ci porta, e
perché vede che ci sarebbero dannose alla salute spirituale. Molte volte noi
chiediamo a Dio che ci liberi da qualche tentazione pericolosa, e Dio neppure ci
esaudisce, e permette che la tentazione seguiti a molestarci. Intendiamo che
allora Dio ciò permette anche per nostro maggior bene. Non sono le tentazioni
ed i mali pensieri, che ci allontanano da Dio, ma i mali consensi. Quando
l'anima nella tentazione si raccomanda a Dio, e col suo aiuto resiste, oh, come
avanza allora nella perfezione, e viene a stringersi di più con Dio! e perciò
il Signore non l'esaudisce. Pregava san Paolo istantemente per essere liberato
dalle tentazioni d'impurità: Mi è stato dato lo stimolo della carne, un angelo
di Satana che mi schiaffeggia. Sopra di che tre volte pregai il Signore, che me
ne fosse tolto (2Cr 12,7-8). Ma il Signore gli rispose: Basta a te la mia
grazia. Sicché anche nelle tentazioni dobbiamo pregare Dio con rassegnazione,
dicendo: Signore, liberatemi da questa molestia, se è espediente il
liberarmene: e se no, almeno datemi l'aiuto per resistere. E qui fa quel che
dice S. Bernardo, che quando noi cerchiamo a Dio qualche grazia, Egli o ci dona
quella, o qualche cosa più utile di quella. Dio molte volte ci lascia a patire
nella tempesta, al fine di provare la nostra fedeltà, e per nostro maggior
profitto. Sembra, che allora Egli sia sordo alle nostre preghiere; ma no, stiamo
sicuri, che Dio allora ben ci sente e ci aiuta di nascosto, fortificandoci con
la sua grazia a resistere ad ogni insulto dei nemici. Ecco come Egli stesso ce
ne assicura per bocca del Salmista: M'invocasti nella tribolazione, ed io ti
liberai: ti esaudii nella cupa tempesta: feci prova di te alle acque di
contraddizione (Sal 80,7). Le altre condizioni finalmente, che assegna S.
Tommaso alla preghiera, sono che si preghi devotamente, e con perseveranza.
Devotamente, s'intende con umiltà e confidenza; con perseveranza, senza lasciar
di pregare sino al la morte. Or di queste condizioni, cioè dell'umiltà,
confidenza e perseveranza, che sono le più necessarie alla preghiera, bisogna
qui di ciascuna distintamente parlare.
III. - PREGARE CON
UMILTÀ.
Quanto l'umiltà
sia necessaria alla preghiera.
Il Signore ben
guarda le preghiere dei suoi servi, ma dei servi umili (Sal 101,18). Altrimenti
non le riguarda, ma le ributta. Dio resiste ai superbi, e agli umili dà la
grazia (Gc 6,6). Dio non sente le orazioni dei superbi, che confidano nelle loro
forze, e perciò li lascia nella loro propria miseria; ed in tale stato essi,
privi del divino soccorso senza dubbio si perderanno. Ciò piangeva Davide: Io,
diceva, ho peccato, perché non sono stato umile (Sal 118,67). E lo stesso
avvenne a S. Pietro, il quale quantunque fosse stato avvisato da Gesù Cristo,
che in quella notte tutti essi discepoli dovevano abbandonarlo: Tutti voi
patirete scandalo per me in questa notte (Mt 26,31), egli nondimeno invece di
conoscere la sua debolezza, e di domandare aiuto al Signore per non essergli
infedele, troppo fidando nelle sue forze, disse, che se tutti l'avessero
abbandonato, egli non l'avrebbe mai lasciato: Quando anche tutti fossero per
patire scandalo per te, non sarà mai che io sia scandalizzato (Mt 26,33). E
ancorché il Redentore nuovamente gli predicesse, che in quella notte prima di
cantare il gallo l'avrebbe negato tre volte, pure fidando nel suo animo si vantò
dicendo: Quand'anche dovessi morire teco, non ti negherò (Ibid. 35). Ma che
avvenne? Appena il miserabile entrò nella casa del Pontefice e fu rimproverato
per discepolo di Gesù Cristo, egli tre volte infatti lo negò con giuramento,
dicendo di non averlo mai conosciuto (Ibid. 72). Se Pietro si fosse umiliato, e
avesse domandata al Signore la grazia della costanza, non lo avrebbe negato.
Dobbiamo tutti persuaderci, che noi stiamo come sulla cima di un monte sospesi
sull'abisso di tutti i peccati, e sostenuti dal solo filo della grazia; se
questo filo ci lascia, noi certamente cadiamo in tale abisso, e commetteremo le
scelleratezze più orrende: Se Dio non mi avesse soccorso, sarei caduto in mille
peccati, ed ora starei nell'inferno (Sal 93,17); così diceva il Salmista, e così
deve dire ognuno di noi. Questo intendeva ancora san Francesco di Assisi, quando
diceva, ch'esso era il peggiore peccatore del mondo. Ma, padre mio, gli disse il
compagno, questo che dite, non è vero; vi sono molti nel mondo che certamente
sono peggiori di voi. Sì che è troppo vero quel che dico, rispose il Santo,
perché se Dio non mi tenesse le mani sopra, io commetterei tutti i peccati. E'
di fede che senza l'aiuto della grazia non possiamo noi fare alcuna opera buona,
e neppure avere un buon pensiero. “Gli uomini, dice S. Agostino, senza la
grazia, nulla possono fare di bene o col pensare, o con l'operare” (De correct.
et grat. c. II). Come l'occhio non può vedere senza la luce, così diceva il
Santo, l'uomo non può fare alcun bene senza la grazia. E prima già lo disse
l'Apostolo: Non perché noi siamo idonei a pensare alcuna cosa da noi come da
noi, ma la nostra idoneità è da Dio (2 Cr 3,5). E prima dell'Apostolo lo disse
già Davide: Se il Signore non edifica egli la casa, invano si affaticano quelli
che la edificano (Sal 126,1). Indarno si affatica l'uomo a farsi santo, se Dio
non vi mette la sua mano: Se il Signore non sarà egli il custode della città,
indarno vigila colui che la custodisce (Ibid.). Se Dio non custodisce l'anima
dai peccati, invano attenderà ella a custodirsi con le sue forze. E perciò si
protestava poi il santo Profeta: Dunque non voglio sperare nelle mie armi ma
solo in Dio che può salvarmi (Sal 42,7). Onde chi ritrovasi fatta qualche cosa
di bene, o non si trova caduto in maggiori peccati di quelli che ha commessi,
dica con san Paolo: Per la grazia del Signore, sono quel che sono (1 Cr 15,10).
E per la stessa ragione non deve lasciar di tremare e temere di cadere in ogni
occasione: Per la qual cosa chi si crede di stare in piedi, badi di non cadere
(1 Cr 10,12). E con ciò il santo Apostolo vuole avvertirci, che sta in gran
pericolo di caduta, chi si tiene sicuro di non cadere. E ne assegna la ragione
in altro luogo dove dice: Imperocché se alcuno si tiene di esser qualche cosa,
mentre non è nulla, questi seduce se stesso (Gal 6,3). Onde scrisse saggiamente
sant'Ambrogio “che in molti la presunzione di esser fermi è di ostacolo alla
loro fermezza; nessuno certamente sarà fermo, se non chi si crede infermo” (Serm.
76, n. 6. E. Bn.). Se taluno dice di non aver timore, è segno che costui fida
in se stesso, e nei suoi propositi fatti; ma questi con tal confidenza
perniciosa da sé medesimo viene sedotto, perché fidando nelle proprie forze,
lascia di temere, e non temendo, lascia di raccomandarsi a Dio ed allora
certamente cadrà. E così parimenti bisogna che ciascuno si guardi di ammirarsi
con qualche vanagloria dei peccati degli altri; deve allora più presto tenersi
in quanto a sé, per peggiore degli altri e dire: Signore, se voi non mi aveste
aiutato avrei fatto peggio. Altrimenti permetterà il Signore, in castigo della
sua superbia, che cada in colpe maggiori e più orrende. Pertanto ci avvisa
l'Apostolo a procurarci l'eterna salute; ma come? sempre temendo e tremando (Fil
2,12). Sì, perché quegli che molto teme di cadere, diffida delle sue forze,
perciò riponendo la sua confidenza in Dio, a Lui ricorrerà nei pericoli; Dio
lo soccorrerà, e così vincerà le tentazioni, e si salverà. S. Filippo Neri,
camminando un giorno per Roma, andava dicendo: “Sono disperato”. Un certo
religioso lo corresse: ma il Santo allora disse: “Padre mio, sono disperato di
me, ma confido in Dio”. Così bisogna che facciamo noi, se vogliamo salvarci;
bisogna che viviamo sempre disperati delle nostre forze; poiché così facendo,
imiteremo S. Filippo, il quale, dal primo momento in cui si svegliava la
mattina, diceva a Dio: “Signore, tenete oggi le mani sopra Filippo, perché se
no, Filippo vi tradisce”. Questa dunque per concludere, è tutta la grande
scienza di un cristiano, dice sant'Agostino, il conoscere che niente egli è,
niente può (In Ps. 70). Perciò così non cesserà di procurarsi da Dio con le
preghiere quella forza che non ha, e che gli bisogna per resistere alle
tentazioni e per fare il bene, ed allora farà tutto col soccorso di quel
Signore, che non sa negare niente a chi lo prega con umiltà. La preghiera di
un'anima umile penetra i cieli, e presentandosi al trono divino, di là non
parte senza che Dio la guardi e l'esaudisca (Ecli 35). E siasi quest'anima resa
rea di quanti peccati si voglia, Dio non sa disprezzare il cuore che si umilia (Sal
50,19). Quando il Signore è severo con i superbi e resiste alle loro domande,
altrettanto è benigno e liberale con gli umili (Gc 4,6). Questo appunto disse
un giorno Gesù a S. Caterina da Siena: “Sappi o figlia, che chi umilmente
persevera a chiedermi le grazie, farà acquisto di tutte le virtù" (Ap.
Blos in concl. c. 3).
Dobbiamo preferire
la via comune alla via straordinaria
Giova qui addurre
un bell'avvertimento, che fa alle anime spirituali che desiderano di farsi
sante, il dotto e piissimo mons. Palafox vescovo d'Osma, nell'annotazione che fa
sulla lettera XVIII di S. Teresa. Ivi la Santa scrive al suo confessore, e gli dà
conto di tutti i gradi d'orazione soprannaturale, con cui il Signore l'aveva
favorita. All'incontro il citato prelato scrive che queste grazie
soprannaturali, che Dio si degnò di fare a S. Teresa, ed ha fatte ad altri
santi, non sono necessarie per giungere alla santità, poiché molte anime senza
di esse vi sono giunte: e per contrario molte vi sono giunte, e poi si sono
dannate. Pertanto dice di esser cosa superflua anzi presuntuosa, il desiderare e
cercare tali doni soprannaturali, mentre la vera ed unica strada per diventare
un'anima santa è l'esercitarsi nelle virtù, nell'amare Dio; al che si arriva
per mezzo dell'orazione, e col corrispondere ai lumi ed aiuti di Dio, il quale
altro non vuole che vederci santi (1 Ts 4,3). Quindi il suddetto pio scrittore,
parlando dei gradi dell'orazione soprannaturale, di cui scriveva la Santa, cioè
dell'orazione di quiete, del sonno e sospensione delle potenze, dell'estasi, del
ratto, del volo ed impeto di spirito e della ferita spirituale; saggiamente
scrive e dice, che in quanto all'orazione di quiete, ciò che noi dobbiamo
desiderare e domandare a Dio è, che ci liberi dall'attacco e dal desiderio dei
beni mondani, che non danno pace, ma apportano inquietudine ed afflizione allo
spirito: vanità delle vanità, ben li chiamò Salomone, afflizione di spirito (Ecli
1,2.14). Il cuore dell'uomo non troverà mai vera pace, se non si vuota di tutto
ciò che non è Dio, per lasciare luogo al di Lui santo amore, affinché egli
solo tutto lo possieda. Ma ciò l'anima da sé non può farlo; bisogna che
l'ottenga dal Signore con replicate preghiere. In quanto al sonno e sospensione
delle potenze, dobbiamo chiedere a Dio la grazia di tenerle sopite per tutto il
temporale, e solamente svegliate per considerare la divina bontà e per ambire
l'amor divino, ed i beni eterni. In quanto all'unione delle potenze, preghiamo
che ci doni la grazia di non pensare, di non cercare, e di non volere se non
quello che vuole Iddio; poiché tutta la santità e la perfezione dell'amore
consiste nell'unire la nostra volontà con la volontà del Signore. In quanto
all'estasi e ratto, preghiamo Dio, che ci tragga fuori dall'amor disordinato di
noi stessi e delle creature per tirarci tutti a sé. In quanto al volo di
spirito, preghiamolo a darci la grazia di vivere tutti staccati da questo mondo,
e far come fanno le rondini che anche per alimentarsi non si fermano sulla
terra, ma volando prendono il loro alimento: viene a dire che ci serviamo di
questi beni temporali per quanto bisogna a sostenere la vita, ma sempre volando,
senza fermarci sulla terra a cercare i gusti mondani. In quanto all'impeto di
spirito, preghiamo Dio, che ci doni il coraggio e la fortezza di farci violenza
quanto bisogna per resistere agli assalti dei nemici, per superare le passioni,
per abbracciare il patire anche in mezzo alle desolazioni e tedii spirituali. In
quanto finalmente alla ferita d'amore, siccome la ferita con il suo dolore
rinnova sempre la memoria del suo male, così dobbiamo pregare Iddio di ferirci
talmente il cuore col suo santo amore, che abbiamo sempre a ricordarci della sua
bontà, e dell'affetto che ci ha portato; e con ciò viviamo continuamente
amandolo e compiacendolo con le nostre opere ed affetti. Ma tutte queste grazie
non si ottengono senza l'orazione; e con l'orazione, purché ella sia umile,
confidente e perseverante, tutto si ottiene.
IV. - PREGARE CON
FIDUCIA.
Eccellenza e
necessità della fiducia
L'avvertimento
principale che ci fa l'Apostolo S. Giacomo, se vogliamo con la preghiera
ottenere da Dio le grazie, è che preghiamo con confidenza sicura di essere
esauditi se preghiamo, come si deve, senza esitare: Ma chieda con fede senza
niente esitare (Gc 1,6). Insegna S. Tommaso, che l'orazione, siccome prende la
forza di meritare dalla carità, così all'incontro ha efficacia di impetrare
dalla fede e dalla confidenza (2, 2.ae, q. 83, a. 15). Lo stesso insegna S.
Bernardo, dicendo che la sola nostra confidenza è quella che ci ottiene le
divine misericordie (Serm. III, De annunt.). Troppo si compiace il Signore della
nostra confidenza nella sua misericordia perché allora noi veniamo ad onorarlo
ed esaltare quella sua infinita bontà, che egli col crearci ha inteso di
manifestare al mondo. Si rallegrino pure, o mio Dio, dice il profeta regale,
tutti quelli che sperano in voi, poiché essi saranno eternamente beati, e voi
sempre abiterete in essi (Sal 5,11). Iddio protegge e salva tutti coloro che in
Lui confidano (Sal 17,31; Sal 16,7). Oh, le gran promesse che sono fatte nelle
divine Scritture a coloro che sperano in Dio! Chi spera in Dio non cadrà in
peccato (Sal 33,22). Sì, perché dice David: il Signore tiene gli occhi rivolti
a tutti coloro che lo temono e confidano nella sua bontà per liberarli col suo
aiuto dalla morte del peccato (Sal 32,18-19). Ed in altro luogo dice il medesimo
Dio: Perché egli ha sperato in me, lo libererò, lo proteggerò... lo trarrò
(dalla tribolazione), e lo glorificherò (Sal 90,14-15). Si noti la parola perché
egli ha confidato in me, io lo proteggerò, lo libererò dai suoi nemici, e dal
pericolo di cadere; e finalmente gli darò la gloria eterna. Parlando Isaia di
coloro che ripongono la loro speranza in Dio dice: Questi lasceranno di esser
deboli come sono, ed acquisteranno in Dio una gran fortezza; non mancheranno,
anzi neppure proveranno fatica nel camminare la via della salute, ma correranno
e voleranno come aquile (Is 40,31). Tutta insomma la nostra fortezza, ci avvisa
lo stesso Profeta, consiste nel mettere tutta la nostra confidenza in Dio, e nel
tacere, cioè nel riposare nelle braccia della sua misericordia, senza fidare
alle nostre industrie, ed ai mezzi umani (Is 30,15). E dove mai s'è dato il
caso che alcuno abbia confidato in Dio, e si sia perduto? (Ecli 2,11). Questa
confidenza era quella che teneva sicuro Davide di non aversi mai a perdere: In
te ho posta la mia speranza, non resti io confuso giammai (Sal 30,1). E che
forse, dice sant'Agostino, Iddio può essere ingannatore, mentre egli si offre a
sostenerci nei pericoli, se a lui ci appoggiamo, e poi vorrà da noi sottrarsi,
quando ad esso ricorriamo? David chiama beato chi confida nel Signore (Sal
33,13). E perché? Perché, dice lo stesso profeta, chi confida in Dio, si
troverà sempre circondato dalla divina misericordia (Sal 31,10). Sicché costui
sarà talmente d'ogni intorno cinto e guardato da Dio, che resterà sicuro dai
nemici e dal pericolo di perdersi. Perciò l'Apostolo tanto raccomanda di
conservare in noi la confidenza in Dio, la quale (ci avvisa) certamente riporta
da Lui una gran mercede (Eb 10,35). Quale sarà la nostra fiducia, tali saranno
le grazie che riceveremo da Dio; se sarà grande la fiducia, grandi saranno
ancora le grazie. Scrive S. Bernardo, che la divina misericordia è una fonte
immensa; chi vi porta il vaso più grande di confidenza, quegli ne riporta
maggior abbondanza di beni (Serm. 3, De annunt.). E già prima lo espresse il
Profeta dicendo: Sia sopra di noi, o Signore, la tua misericordia conforme noi
in te abbiamo sperato (Sal 32,22). Ciò ben si avverò nel Centurione, a cui
disse il Redentore, lodando la sua confidenza: Va', e ti sia fatto conforme hai
creduto (Mt 8,13). E rivelò il Signore a S. Geltrude che chi lo prega con
confidenza, gli fa in certo modo tanta violenza, che egli non può non esaudirlo
in tutto ciò che gli cerca. La preghiera, dice S. Giovanni Climaco, fa violenza
a Dio, ma violenza che gli è cara e gradita (Scal. gr. 28). Accostiamoci
adunque, ci avvisa san Paolo, con fiducia al trono di grazia, a fine di ottenere
misericordia, e trovare grazia per opportuno sovvenimento (Eb 4,16). Il trono
della grazia è Gesù Cristo, che al presente siede alla destra del Padre, non
in trono di giustizia, ma di grazia, per ottenerci il perdono, se ci ritroviamo
in peccato, e l'aiuto a perseverare, se godiamo la sua amicizia. A questo trono
bisogna che ricorriamo sempre con fiducia, cioè con quella confidenza che ci dà
la fede nella bontà e fedeltà di Dio, il quale ha promesso di esaudire chi lo
prega con confidenza, ma con confidenza stabile e sicura. Chi all'incontro lo
prega con esitazione, dice S. Giacomo, che costui non pensi di ricevere niente:
Imperocché chi esita è simile al flutto del mare mosso e agitato dal vento.
Non si pensi dunque un tal uomo di ottenere cosa alcuna dal Signore (Gc 1,6-7).
Niente riceverà perché la sua ingiusta diffidenza, da cui viene agitato,
impedirà alla divina misericordia di esaudire le sue domande. “Non hai
ricevuto la grazia, dice S. Basilio, perché l'hai domandata senza confidenza”
(Const. Monac. c. 2). Disse Davide, che la nostra confidenza in Dio dev'essere
ferma come un monte, che non si muove a qualunque urto di vento: Coloro che
confidano nel Signore, sono come il monte Sion; non sarà vacillante in eterno
chi abita in Gerusalemme (Sal 124,1). E ciò è quello di cui ci ammonì il
Redentore, se vogliamo ottenere la grazia che cerchiamo. Qualsivoglia grazia che
domandiate, state sicuri di averla e così l'otterrete (Mr 11,24).
Fondamento della
nostra fiducia
Ma dove, dirà
taluno, io miserabile debbo fondare questa confidenza certa di ottenere quel che
domando? dove? sulla promessa fatta da Gesù Cristo Cercate ed avrete (Gv
16,24). Come possiamo dubitare, dice sant'Agostino, di non essere esauditi,
quando Iddio che è la stessa verità promette di concederci ciò che pregando
gli domandiamo? Certamente il Signore non ci esorterebbe a chiedergli le grazie,
se non ce le volesse concedere (Serm. 105). Ma questo è quello a cui Egli tanto
ci esorta, e tante volte ce lo replica nelle sacre Scritture: pregate,
domandate, cercate ecc., ed otterrete quanto desiderate. E perché noi lo
preghiamo con la confidenza dovuta, il Salvatore ci ha insegnato nell'orazione
del Pater noster, che noi ricorrendo a Dio per ricevere le grazie necessarie
alla nostra salute (che già nel Pater noster tutte si contengono), lo chiamiamo
non Signore, ma Padre, Pater noster. Mentre vuole, che noi chiediamo a Dio le
grazie con quella confidenza, con la quale il figlio povero o infermo cerca il
sostentamento o la medicina al suo proprio padre. Se un figlio sta per morire di
fame, basta che lo palesi al padre, e questi subito lo provvederà di cibo. E se
ha ricevuto qualche morso di serpe velenoso, basterà che presenti al padre la
ferita ricevuta, perché il padre applichi il rimedio che già tiene. Fidati
dunque alle divine promesse, domandiamo sempre con confidenza, non vacillanti,
ma stabili e fermi, come dice l'Apostolo (Eb 10,23). Come è certo intanto, che
Dio è fedele nelle sue promesse, così deve essere certa ancora la nostra
confidenza, che egli ci esaudisca quando lo preghiamo. E se qualche volta,
ritrovandoci forse noi in stato di aridità, o disturbati da qualche difetto
commesso, non proviamo nel pregare quella confidenza sensibile che vorremmo
sentire, sforziamoci ugualmente a pregare, perché Dio non lascerà di
esaudirci. Anzi allora meglio ci esaudirà, poiché allora pregheremo più
diffidati da noi, e solo confidati nella bontà e fedeltà di Dio, il quale ha
promesso di esaudire chi lo prega. Oh, come piace al Signore in tempo di
tribolazioni, di timori e di tentazioni il nostro sperare, anche contro la
speranza, cioè contro quel sentimento di diffidenza che proviamo allora per
causa della nostra desolazione. Di ciò l'Apostolo loda il patriarca Abramo: il
quale contro alla speranza credette (Rm 4,18). Dice S. Giovanni, che chi ripone
una ferma confidenza in Dio, certamente si santifica come egli pure è santo (1
Gv 3,3). Perché Dio fa abbondare le grazie in tutti coloro che in lui
confidano. Con questa confidenza tanti martiri, tante verginelle, tanti
fanciulli, nonostante lo spavento dei tormenti che loro preparavano i tiranni,
hanno superato i tormenti e le sofferenze. Talvolta, dico, noi preghiamo, ma ci
sembra che Dio non voglia ascoltarci; deh, non lasciamo allora di perseverare a
pregare ed a sperare! Diciamo allora con Giobbe: Quand'anche mi desse la morte,
in lui spererò (Gb 13,15). Quasi dicesse: Dio mio, ancorché mi discacciaste
dalla vostra faccia, io non lascerò di pregarvi, e di sperare nella vostra
misericordia. Facciamo così, e ne avremo quel che vorremo dal Signore. Così
fece la donna Cananea, ed essa ottenne tutto ciò che volle da Gesù Cristo.
Questa donna, avendo la sua figlia invasata dal demonio, pregò il Redentore che
ne la liberasse: Abbi pietà di me, Signore, figlio di Davide: mia figlia è
malamente tormentata dal demonio (Mt 15,22). Il Signore le rispose ch'egli non
era stato mandato per i Gentili, come ella era, ma per i Giudei. Ma quella non
si perdette d'animo, e ritornò a pregare con confidenza: Signore, voi potete
consolarmi, mi avete da consolare. Replicò Gesù Cristo: Ma il pane dei figli
non è bene darlo ai cani. Ma, Signor mio, ella soggiunse, anche ai cagnolini si
dispensano le briciole di pane che cadono dalla mensa. Allora il Salvatore,
vedendo la grande confidenza di questa donna, la lodò, e le fece la grazia,
dicendo: O donna, grande è la tua fede: ti sia fatto, come desideri. E chi mai,
dice l'Ecclesiastico, ha chiamato Dio in suo aiuto, e Dio l'ha disprezzato e non
l'ha soccorso? (Ecli 2,12). Dice S. Agostino, che la preghiera è una chiave, la
quale apre il cielo a nostro bene: nello stesso punto in cui la nostra preghiera
sale a Dio, discende a noi la grazia che domandiamo (Serm. 47). Scrisse il
profeta regale, che vanno unite insieme le nostre suppliche con la misericordia
di Dio: Benedetto Dio, il quale non ha allontanato da me né la mia orazione, né
la sua misericordia (Sal 65,19). E dice il medesimo S. Agostino, che quando noi
ci troviamo pregando il Signore, dobbiamo star sicuri, che egli già ci
esaudisce (In Ps. 45). Ed io, dico la verità, non mai mi sento più consolato
nello spirito, e con maggior confidenza di salvarmi, che quando mi trovo
pregando Dio, ed a lui mi raccomando. E lo stesso penso, che avvenga a tutti gli
altri fedeli, poiché gli altri segni della nostra salvezza sono tutti incerti e
fallibili; ma che Dio esaudisca chi lo prega con confidenza, è verità certa ed
infallibile, com'è infallibile, che Dio non può mancare alle sue promesse.
Quando ci vediamo deboli ed impotenti a superare qualche passione o qualche
difficoltà, per eseguire ciò che il Signore da noi domanda, diciamo animosi
con l'Apostolo: Tutte le cose mi sono possibili in Colui che è mio conforto (Fil
4,13). Non diciamo, come dicono alcuni: Non posso, non mi fido. Con le forze
nostre non possiamo certamente niente, ma col divino aiuto possiamo tutto. Se
Dio dicesse ad uno: prendi questo monte sulle tue spalle, e portalo, perché io
ti aiuto; non sarebbe colui uno sciocco, un infedele, se rispondesse: io non lo
voglio prendere, perché non ho forza di portarlo? E così, quando noi ci
conosciamo miseri ed infermi quali siamo, e ci troviamo più combattuti dalle
tentazioni, non ci perdiamo d'animo, alziamo gli occhi a Dio, e diciamo con
David: Con l'aiuto del mio Signore io vincerò, e disprezzerò tutti gli assalti
dei miei nemici (Sal 117,7). E quando ci troviamo in qualche pericolo di
offendere Dio, o in altro affare di conseguenza, e confusi non sappiamo che
dobbiamo fare, raccomandiamoci a Dio dicendo: Il Signore è la mia luce e mia
salute: che ho io da temere? (Sal 26,1). E siamo sicuri, che Iddio allora ben ci
illuminerà, e ci salverà da ogni danno.
Anche i peccatori
debbono aver fiducia
Ma io sono
peccatore, dice taluno, e nella Scrittura si legge: Iddio non esaudisce i
peccatori (Gv 9,31). Risponde S. Tommaso con Sant'Agostino che ciò fu detto dal
cieco, il quale parlava allorché non era stato illuminato ancora perfettamente,
e perciò non fa autorità (2, 2.ae, q. 83, art. 16. ad 1). Per altro, soggiunge
l'Angelico, che ciò sta ben detto, parlando della domanda che fa il peccatore,
in quanto è peccatore, cioè quando egli domanda per desiderio di seguitare a
peccare: per esempio, si chiedesse aiuto per vendicarsi del suo nemico, o per
seguire altra sua prava intenzione. E lo stesso dicesi di quel peccatore che
prega Dio a salvarlo, senza avere alcun desiderio di uscire dallo stato di
peccato... Vi sono alcuni infelici che amano le catene, con le quali il demonio
li tiene legati da schiavi. Le preghiere di costoro non sono esaudite da Dio,
perché sono preghiere temerarie e abominevoli. E qual maggior temerità di
colui che domanda grazia ad un principe, che non solo ha più volte offeso, ma
che pensa di seguitare ad offendere? E così s'intende quel che dice lo Spirito
Santo, esser detestabile e odiosa a Dio, la preghiera di colui che volta le
orecchie per non ascoltare ciò che Dio comanda (Pro 28,9). A questi tali dice
il Signore: Non occorre che voi mi preghiate, perché io volterò gli occhi da
voi, e non vi esaudirò (Is 1,15). Tale era appunto l'orazione dell'empio re
Antioco, che pregava Dio, e prometteva grandi cose, ma fintamente, e col cuore
ostinato nella colpa, pregando solo per sfuggire il castigo che lo sovrastava:
perciò il Signore non diede orecchio alle sue preghiere, ma lo fece morire roso
dai vermi (2 Mc 9,13). Altri poi che peccano per fragilità, o per impeto di
qualche gran passione, o gemono sotto il giogo del nemico e desiderano di
rompere quelle catene di morte ed uscire da quella misera schiavitù, e perciò
domandano aiuto a Dio; l'orazione di costoro, se ella è costante, ben sarà
esaudita dal Signore il quale dice, che ognuno che domanda, riceve, e chi cerca
la grazia, la ritrova (Mt 7,8). Ognuno, spiega l'autore dell'opera imperfetta, o
giusto sia o peccatore (Homil. XVIII). Ed in san Luca, parlando Gesù Cristo di
colui che chiede tutti i pani che aveva all'amico, non tanto per l'amicizia,
quanto per la di lui importunità disse: Vi dico che quando anche non si levasse
a darglieli per la ragione che quegli è un suo amico, si leverà almeno a
motivo della sua importunità, e gliene darà quanti gliene bisogna (Lc 11,8).
Sicché la preghiera perseverante ottiene da Dio la misericordia anche a coloro
che non sono suoi amici. “Quel che non si ottiene per l'amicizia, dice il
Crisostomo, si ottiene per la preghiera”. Anzi dice lo stesso Santo che
“vale più appresso a Dio l'orazione, che l'amicizia; e che l'orazione compie
ciò che l'amicizia non aveva compiuta” (Hom. Non esse desp.). E S. Basilio
non dubita, che “anche i peccatori ottengono quel che chiedono, se sono
perseveranti in pregare” (Const. Monast. c. i.). Lo stesso dice S. Gregorio:
“Alzi le grida anche il peccatore, e la sua orazione giungerà a Dio” (In Ps.
6, Paenitent.). Lo stesso scrive san Girolamo, dicendo che anche il peccatore può
chiamare Iddio suo Padre, se lo prega ad accettarlo di nuovo per figlio, con
l'esempio del figlio prodigo, che lo chiamava padre. Padre, ho peccato, ancorché
non fosse stato ancora perdonato (Epist. ad Damas. De filio prod.). “Se Dio
non esaudisse i peccatori, disse sant'Agostino, invano il Pubblicano avrebbe
domandato il perdono (In Io. tract.). Ma ci attesta il Vangelo, che il
Pubblicano col pregare, ben ottenne il perdono (Lc 18,15). Ma sopra tutti
esamina più a minuto questo punto il Dottore Angelico (2, 2.ae, q. 83, c. 16),
e non dubita di asserire, che anche il peccatore è esaudito, se prega; dicendo,
che sebbene la sua orazione non è meritoria, ha nondimeno la forza d'impetrare;
poiché l'impetrazione non si appoggia alla giustizia, ma alla divina bontà.
Così appunto pregava Daniele: Porgi, Dìo mio, il tuo orecchio e ascolta...
poiché sulla fidanza non della nostra giustizia, ma delle molte tue
misericordie, queste preci umiliamo davanti alla tua faccia (Dn 9,18). Allorché
dunque preghiamo, dice S. Tommaso, non è necessario l'essere amici di Dio, per
impetrarne le grazie che cerchiamo; la stessa preghiera ci rende suoi amici (Comp.
Theol. p. 2, c. 2). Inoltre aggiunge S. Bernardo una bella ragione, dicendo che
tal preghiera del peccatore di uscire dal peccato, nasce dal desiderio di
tornare in grazia di Dio; or questo desiderio è un dono che, certamente non gli
viene dato da altri, che da Dio medesimo. A che dunque, dice poi il Santo,
darebbe Iddio al peccatore un tal desiderio, se non volesse esaudirlo? E ben di
ciò ve ne sono tanti esempi nelle stesse divine Scritture, di peccatori che
pregando sono stati liberati dal peccato. Così fu liberato il re Acab (1 Re
21). Così il re Manasse (1 Sam 33). Così il re Nabucco (Dn 6). Così il buon
ladrone. Gran cosa e gran valore della preghiera! Due peccatori muoiono sul
Calvario accanto a Gesù Cristo, uno perché prega (ricordati di me) (Lc 23,42),
si salva; l'altro perché non prega, si danna! Insomma dice il Crisostomo (Hom.
De Moyse): “Nessun peccatore pentito ha pregato il Signore e non ha ottenuto
quanto ha desiderato”. Ma che servono più autorità e ragioni a ciò
dimostrare, mentre Gesù medesimo dice: Venite a me tutti voi che siete
affaticati e aggravati, e io vi ristorerò'? (Mt 11,28). Per aggravati,
s'intendono comunemente, secondo S. Gìrolamo, S. Agostino ed altri, i peccatori
che gemono sotto il peso delle loro colpe, i quali ricorrendo a Dio ben saranno
da lui, giusta tal promessa, ristorati e salvati colla sua grazia. Ah! che non
tanto noi, dice S. Giovanni Crisostomo, desideriamo d'esser perdonati, quanto
anela Dio di perdonarci! (In act., Hom. 36). Non vi è grazia, soggiunge il
Santo, che non si ottenga colla preghiera, ancorché questa si faccia da un
peccatore il più perduto che sia, se ella è perseverante (Hom. 33 in Matth.).
E notiamo quel che dice San Giacomo: Se alcuno è bisognoso di sapienza, la
chieda a Dio, che dà a tutti abbondantemente, e nol rimprovera (Gc 1,5). Tutti
coloro adunque che ricorrono coll'orazione a Dio, egli non lascia d'esaudirli e
di colmarli di grazie: dà a tutti abbondantemente. Ma si faccia special
riflessione alla parola che segue: e nol rimprovera. Ciò significa che non fa
Iddio come fanno gli uomini, che quando viene a domandare loro qualche favore,
taluno, che prima in qualche occasione li ha offesi, subito gli rimproverano
l'oltraggio da lui ricevuto. Non fa così il Signore con chi lo prega, fosse
anche il maggior peccatore del mondo, quando gli domanda qualche grazia utile
alla sua eterna salute, non gli rimprovera già i disgusti che ha dati, ma come
se non l'avesse mai offeso, subito l'accoglie, lo consola, l'esaudisce, e
abbondantemente l'arricchisce dei suoi doni. Sopra tutto per animarci a pregare,
il Redentore dice: In verità, in verità vi dico, che qualunque cosa voi
domandiate al Padre nel nome mio, ve la concederà (Gv 16,23). Come dicesse: Orsù
peccatori, non vi disanimate, non fate che i vostri peccati vi trattengano di
ricorrere al mio Padre, e di sperare da esso la vostra salute, se la desiderate.
Voi non avete già i meriti di ottenere le grazie che chiedete, ma solo avete
demeriti per ricevere castighi; fate così, andate al Padre in nome mio, per i
meriti miei chiedete le grazie che volete, ed io vi prometto e vi giuro, in
verità, in verità vi dico (dice sant'Agostino esser questa una specie di
giuramento), che quanto domanderete, il mio Padre vi concederà. O Dio! e qual
maggior consolazione può avere un peccatore dopo le sue rovine, che sapere con
certezza che quanto chiederà a Dio in nome di Gesù Cristo, tutto riceverà?
Dico, tutto, circa la salute eterna, perché intorno ai beni temporali già
abbiamo detto di sopra che il Signore, anche pregato, alle volte non ce li
concede, vedendo che tali beni ci nuocerebbero all'anima. Ma in quanto ai beni
spirituali la sua promessa di esaudirci non è condizionata, ma assoluta; e
perciò esorta S. Agostino che quelle cose che Dio assolutamente promette, noi
dobbiamo domandarle con sicurezza di riceverle (Serm. 354, E. B.). E come mai,
scrive il Santo, può negarci qualcosa il Signore, allorché noi lo preghiamo
con confidenza, quando desidera più esso di dispensarci le sue grazie, che noi
di averle? (Serm. 105). Dice il Crisostomo che il Signore si adira con noi solo
quando noi trascuriamo di cercargli i suoi doni (In Matth., Hom. 23). E come mai
può succedere che Iddio non voglia esaudire un'anima, che gli cerca cose tutte
di suo gusto? Quando l'anima gli dice: Signore, io non vi cerco beni di questa
terra, ricchezze, piaceri, onori; ma solo vi domando la grazia vostra,
liberatemi dal peccato, datemi una buona morte, datemi il Paradiso, datemi il
Santo amor vostro (ch'è quella grazia, come dice san Francesco di Sales, che
deve chiedersi a Dio sopra tutte le altre), datemi rassegnazione nella vostra
volontà; com'è possibile che Dio non voglia esaudirla? E quali domande mai,
dice sant'Agostino, esaudirete voi, mio Dio, se non esaudirete queste che sono
tutte secondo il vostro cuore? (De Civ. Dei, LXXII. c. 8). Ma sopra tutto deve
ravvivarsi la nostra confidenza, allorché chiediamo a Dio le grazie spirituali,
ciò che disse Gesù Cristo. Se voi, dice il Redentore (Lc 11,13), che siete così
cattivi, così attaccati ai vostri interessi, perché pieni d'amor proprio, non
sapete negare ai vostri figli ciò che vi domandano; quanto più il vostro Padre
celeste, che vi ama più d'ogni padre terreno, vi concederà i beni spirituali,
allorché voi lo pregherete?
V. - PREGARE CON
PERSEVERANZA
Necessità della
perseveranza
E' necessario
dunque che le nostre preghiere siano umili e confidenti; ma ciò non basta per
conseguire la perseveranza finale e con quella la salute eterna. Le preghiere
particolari otterranno bensì le particolari grazie che a Dio si chiederanno, ma
se non sono perseveranti, non otterranno la perseveranza finale, la quale, perché
contiene il cumulo di molte grazie insieme, richiede moltiplicate preghiere, e
continuate sino alla morte. La grazia della salute non è una sola grazia, ma
una catena di grazie, le quali tutte poi si uniscono con la grazia della
perseveranza finale. Ora a questa catena di grazie deve corrispondere un'altra
catena, per così dire, delle nostre preghiere. Se noi trascurando di pregare
spezziamo la catena delle nostre preghiere, si spezzerà ancora la catena delle
grazie che ci devono ottenere la salute e non ci salveremo. E' vero che la
perseveranza finale non si può da noi meritare, come insegna il Concilio di
Trento, dicendo: “Non può ottenersi da nessun altro, se non da Colui che ha
la potenza di rendere stabile quello che sta, acciocché perseverantemente
stia” (Sess. VI. c. 13). Nulladimeno, dice S. Agostino, che questo gran dono
della perseveranza in qualche modo ben può meritarsi con le preghiere, cioè
pregando impetrarsi (De dono persev. e. 6). E soggiunge il P. Suarez, che chi
prega infallibilmente l'ottiene. Ma per ottenerlo e salvarsi, dice san Tommaso,
è necessaria una perseverante e continua preghiera (P. 3. q. 39, a. 5). E prima
lo disse più volte il nostro medesimo Salvatore: Bisogna sempre orare, né mai
stancarsi (Lc 18,1). Vegliate adunque in ogni tempo, pregando di essere fatti
degni di schivare tutte queste cose che debbono avvenire; e di star con fiducia
dinanzi al Figliolo dell'Uomo (Lc 21,36). Lo stesso sta detto prima nel Vecchio
Testamento: Nessuna cosa ti ritenga dal sempre orare (Ecli 18,22). Benedici Dio
in ogni tempo e pregalo, che regga i tuoi andamenti (Tb 4,20). Quindi l'Apostolo
inculcava ai suoi discepoli, che non lasciassero mai di pregare: Orate senza
interruzione (1 Ts 5,17). Siate perseveranti nell'orazione, vegliando in essa
(Col 4,2). Bramo adunque che gli uomini preghino in ogni luogo (1 Tm 2,8). Il
Signore certamente vuole dare la perseveranza, e la vita eterna. Ma dice S.
Nilo, non vuol concederla se non a chi perseverantemente gliela domanda (De orat.,
c. XXXII). Molti peccatori con l'aiuto della grazia giungono a convertirsi a
Dio, ed a ricevere il perdono; ma poi perché lasciano di cercare la
perseveranza, tornano a cadere e perdono tutto.
Occorre chiedere di
continuo la perseveranza finale
Né basta, dice il
Bellarmino, chieder la grazia della perseveranza una volta o poche volte;
dobbiamo cercarla sempre, in ogni giorno sino alla morte, se vogliamo ottenerla.
Chi la cerca in un giorno, per quel giorno l'otterrà; ma se non la cerca nel
domani, domani cadrà. E ciò è quel che vuole darci ad intendere il Signore
nella parabola di quell'amico, che non volle dare i pani a colui che glieli
domandava, se non dopo molte ed importune richieste, dicendo: Quando anche non
si levasse a darglieli per la ragione, che quegli è suo amico, si leverà
almeno a motivo della sua importunità, e gliene darà quanti gliene bisogna (Lc
11,8). Ora se un tale amico, dice S. Agostino, solo per liberarsi
dell'importunità di lui, gli darebbe anche contro sua voglia i pani che chiede;
quanto più Dio, ch'essendo bontà infinita ha tanto desiderio di comunicarci i
suoi beni, ci donerà le sue grazie, quando gliene cerchiamo? (Serm. 61). Tanto
più che Egli stesso ci esorta a chiederle, e gli dispiace se non le domandiamo.
Ben vuole dunque il Signore concederci la salute e tutte le grazie per quella,
ma vuole che noi non lasciamo di continuamente domandargliele sino
all'importunità. Dice Cornelio a Lapide sul citato Evangelo: Dio vuole che
perseveriamo nell'orazione sino a renderci importuni. Gli uomini della terra non
possono sopportare gli importuni, ma Dio non solo ci sopporta, ma ci desidera
importuni in cercargli le grazie, e specialmente la santa perseveranza. Dice S.
Gregorio, che Dio vuole che gli si faccia violenza con le preghiere, poiché una
tal violenza non già lo sdegna, ma lo placa (In Ps. 6, Poenit.). Sicché per
ottenere la perseveranza, bisogna che ci raccomandiamo sempre a Dio, la mattina,
la sera, nella Meditazione, nella Messa e nella Comunione. E specialmente in
tempo di tentazione, con dire, e replicare: Signore, aiutami, tienimi le mani
sopra, non mi abbandonare, abbi pietà di me. Vi è cosa più facile di questa,
che dire: Signore, aiutami, assistimi? Sulle parole del Salmista: Meco avrò
l'orazione a Dio, che è mia vita (Sal 41,8), dice la Glossa: Taluno dirà: non
posso digiunare. fare elemosina. Ove gli si dica, prega; non può similmente
rispondere; perché non v'è cosa più facile che il pregare. Ma bisogna che non
lasciamo mai di pregare, bisogna che continuamente facciamo, per così dire,
forza a Dio, affinché ci soccorra, ma forza che gli è cara e gradita. Questa
violenza è grata a Dio (Apol. c. 29), scrisse Tertulliano. E S. Girolamo disse,
che le nostre preghiere, quanto sono più perseveranti ed importune tanto più
sono accette a Dio (Hom. in Matth.). Beato quell'uomo, dice Dio, che mi ascolta,
e vigila continuamente alle porte della mia misericordia (Pro 7,34). Ed Isaia
dice: Beati coloro che sino alla fine aspettano pregando, la loro salute dal
Signore (Is 30, 18). Perciò nel Vangelo ci esorta Gesù Cristo a pregare, ma in
qual modo? Chiedete, e vi sarà dato: cercate, e troverete: picchiate, e vi sarà
aperto (Lc 11,9). Bastava aver detto chiedete: che serviva aggiungere quel
cercate, e picchiate? Ma no, che non fu superfluo l'aggiungerli; con ciò ha
voluto il Redentore insinuarci, che noi dobbiamo fare, come fanno i poveri che
vanno mendicando: questi se non ricevono l'elemosina che chiedono e sono
licenziati, non lasciano di domandarla, e di tornarla a chiedere, e se più non
comparisse il padrone della casa, si mettono a bussare le porte, sino a rendersi
molto importuni e molesti. Ciò vuole Dio che facciamo ancor noi: che preghiamo,
e torniamo a pregare, e non lasciamo mai di pregare che ci assista, che ci
soccorra, che ci dia luce, ci dia forza, e non permetta che mai abbiamo a
perdere la sua grazia. Dice il dotto Lessio che non può esser scusato da colpa
grave chi non prega stando in peccato, o in pericolo di morte; o pure chi per
notabile tempo trascura di pregare, cioè (come dice) per uno o due mesi. Ma ciò
s'intende fuori del tempo di tentazioni; poiché chi si ritrova combattuto da
qualche grave tentazione egli senza dubbio pecca, gravemente, se non ricorre per
resistere a quella, vedendo che altrimenti si mette a prossimo, anzi certo
pericolo di cadere.
Motivi per cui Dio
differisce di concederci la perseveranza finale
Ma dirà taluno:
giacché il Signore può e vuole darmi la santa perseveranza, perché non me la
concede tutta in una volta, quando gliela domando? Sono molte le ragioni che ne
assegnano i santi Padri. Iddio non la concede in una volta, e la differisce:
primieramente per meglio provare la nostra confidenza; inoltre, dice S.
Agostino, acciocché maggiormente noi la sospiriamo. Scrive il Santo che i doni
grandi richiedono gran desiderio giacché i beni presto ricevuti non si tengono
poi in quel pregio, che si tengono quelli che per lungo tempo sono stati
desiderati (Serm. 61). Inoltre lo fa, acciocché noi non ci scordiamo di Lui: se
noi stessimo sicuri già della perseveranza e della nostra salute, e non
avessimo continuo bisogno dell'aiuto di Dio, per conservarci nella sua grazia e
salvarci, facilmente ci scorderemmo di Dio. Il bisogno fa che i poveri
frequentino le case dei ricchi. Onde il Signore per tirarci a sé, come dice S.
Giovanni Crisostomo, per vederci spesso ai piedi suoi, affinché possa così
maggiormente beneficarci, a questo fine si trattiene di darci la grazia compita
della salute sino al tempo della nostra morte (Hom. XXX in Gen.). Inoltre lo fa,
secondo lo stesso Crisostomo, affinché noi col proseguire nella preghiera ci
stringiamo maggiormente a Lui con dolci legami d'amore (In Ps. 4). Quel continuo
nostro ricorrere a Dio con le preghiere, e quell'aspettare con confidenza da Lui
le grazie che desideriamo, oh, che grande incentivo e vincolo d'amore egli è,
per infiammarci e legarci più strettamente con Dio! Ma sino a quando si ha da
pregare? Sempre, risponde il medesimo Santo, sino che riceviamo la sentenza
favorevole della salute eterna, vale a dire sino alla morte: “Non cessare (di
pregare), finché non ottieni” (Hom. XXIV in Matth.). E soggiunge che colui il
quale dice: Io non lascerò di pregare fintanto che non mi salvo, quegli
certamente si salverà. Se dirai: se non otterrò, non cesserò (dal pregare),
certamente otterrai. Scrive l'Apostolo, che molti corrono al pallio, ma quell'uomo
solamente lo riceve, che giunge a prenderlo: Non sapete voi che quelli che
corrono nello stadio, corrono veramente tutti, ma uno solo riporta la palma?
Correte in guisa da far vostro il premio (1 Cr 9,24). Non basta dunque il
pregare per salvarci, bisogna che preghiamo sempre, finché arriviamo a ricevere
la corona che Dio promette, ma promette solamente a coloro che sono costanti a
pregarlo sino alla fine.
Conclusione: che
non dobbiamo mai cessare di pregare
Sicché se vogliamo
salvarci, dobbiamo fare come faceva Davide, che teneva sempre gli occhi rivolti
al Signore, per implorare il suo soccorso, e non restare vinto dai suoi nemici:
Gli occhi miei sono sempre rivolti al Signore: perché egli trarrà dai lacci i
miei piedi (Sal 24,15). Siccome il demonio, non lascia di tenderci continue
insidie per divorarci, secondo quel che scrive san Pietro (1 Pt 5,8), così
dobbiamo noi continuamente star con le armi alla mano, per difenderci da un tal
nemico, e dire col Profeta regale: Io non lascerò mai di combattere, sino a
tanto che non vedrò sconfitti i miei avversari (Sal 17,37). Ma come potremo noi
ottenere questa vittoria, così per noi importante e così difficile? Solo con
le preghiere, ci risponde sant'Agostino, ma preghiere perseverantissime. E sino
a quando? Sino che durerà il combattimento. Siccome di continuo dobbiamo
combattere, così, dice S. Bonaventura, di continuo dobbiamo chiedere a Dio
l'aiuto per non essere vinti (De uno conf. Serm. 5). Guai, dice il Savio, a chi
in questa battaglia lascia di pregare! (Ecli 2,16). Noi ci salveremo, ci avvisa
l'Apostolo, ma con questa condizione: se saremo costanti a pregare sempre con
confidenza sino alla morte (Eb 3,6). Diciamo dunque con lo stesso Apostolo,
animati dalla misericordia di Dio, e dalle sue promesse: chi avrà da dividerci
dall'amore di Gesù Cristo? Forse la tribolazione, il pericolo di perdere i beni
di questa terra? le persecuzioni dei demoni o degli uomini? i tormenti dei
tiranni? (Rm 8,35). No, egli diceva, niuna tribolazione, niuna angustia,
pericolo, persecuzione o tormento potrà mai separarci dall'amore di Cristo:
perché vinceremo tutto col divino aiuto, e combattendo per amore di quel
Signore che ha data la vita per noi (Rm 8,37). Il P. Ippolito Denazzo in quel
giorno in cui risolse di lasciar la prelatura di Roma, e di darsi tutto a Dio,
con l'entrare nella Compagnia di Gesù, temendo della sua infedeltà per causa
della debolezza, diceva a Dio: “Signore, or che mi sono dato tutto a voi, per
pietà non mi abbandonate”. Ma sentì dirsi da Dio nel suo cuore: “Tu non mi
abbandonare”. Più presto, gli diceva Iddio, io dico a te che non mi lasci. E
così finalmente il servo di Dio, confidato nella divina bontà e nel suo aiuto,
concluse dicendo: Dunque, mio Dio, voi non lascerete me, ed io non lascerò voi.
Se vogliamo in conclusione che Dio non ci lasci, non dobbiamo lasciar noi di
pregarlo sempre a non abbandonarci. Facendo così certamente egli sempre ci
assisterà, e non permetterà mai che lo perdiamo, e ci separiamo dal suo amore.
Ed a questo fine non solamente procuriamo di chiedere sempre la perseveranza
finale, e le grazie necessarie per ottenerla, ma cerchiamo nello stesso tempo la
grazia di seguire a pregare. Questo fu appunto quel gran dono che egli promise
ai suoi eletti per bocca del Profeta: E spanderò sopra la casa di Davide, sopra
Gerusalemme lo spirito di grazia e di orazione (Zc 12,10). Oh che grazia grande
è lo spirito delle preci, cioè la grazia che Dio concede ad un'anima di sempre
pregare! Non lasciamo adunque di chiedere sempre a Dio questa grazia, e questo
spirito di preghiera, perché se pregheremo sempre, otterremo certamente dal
Signore la perseveranza, ed ogni altro dono che desideriamo, poiché non può
mancare la sua promessa di esaudire chi lo prega. Con questa speranza di sempre
pregare, possiamo tenerci per salvi (Rm 8,24). “Questa speranza, diceva il
Venerabile Beda, ci darà l'entrata sicura nella Città del Paradiso” (In
Solemn. omn. Ss. Hom. 2).
Viva Gesù nostro
Amore e Maria nostra Speranza.