DAMMI IL TUO CUORE

COME TE STESSO

Un uomo scendeva da Gerusalemme sulla strada di Gerico. Era stato in città in visita al tempio, aveva fatto affari col suo commercio, tornava a casa cavalcando una giumenta. Rimunginava come mettere a profitto i guadagni fatti.

Piuttosto audace quest'uomo che col suo gruzzolo si affida alla prontézza di un asinello e alla saldezza dei suoi muscoli, per una strada tutta curve ricca di insidie. Ma tutti si pensa e anche il nostro uomo pensò che non tutto quanto capita deve necessariamente deve capitare a noi. Può, ma chi non si crede più furbo, più agile, più pronto di un altro?

E inoltre, per quanto malfamata quella strada, non ad ogni curva c'era un agguato.

Ma il nostro commerciante si vedeva da lontano che procedeva con gli occhi ben aperti, sospettosi e guardinghi. Disgraziatamente per lui era già stato addocchiato, seguito e pedinato.

Ad una curva, sei, otto braccia di malandrini armati lo fermarono con grida e minacce. Il poveretto tentò una difesa, spronò la sua bestia, estrasse il suo coltellaccio. Non riuscì a nulla. Fu anzi peggio, gettato a terra, non si vide soltanto derubato del gruzzolo, ma picchiato, ferito, gettato al bordo e lasciato che perdeva sangue dalle molte ferite.

Sarebbe certamente morto, se di lì non fosse passata un'anima buona. Era uno che veniva di Samaria, un paese stimato di gente sottosviluppata. Era un forestiero, lo si riconosceva subito dall'abito e dalla parola. Un forestiero odiato dai giudei, che, se passava oltre e lasciava che il ferito morisse, sarebbe stato lodato dai suoi. Invece si fermò.

Quelle ferite, quel sangue, quel respiro che somigliava tanto a un rantolo gli parlarono al cuore più fortemente dell'odio di classe praticato selvaggiamente dai giudei e dai samaritani.

Il buon samaritano vide nel ferito un uomo, non un giudeo, un uomo creato come lui da Dio. Scese da cavallo, staccò dalla sella la fiaschetta di vino, tolse la tonda boccia dell'olio e si mise a disinfettare le ferite, a lenirle come poteva con l'olio refrigeratore.

Erano i soccorsi di urgenza che si praticavano al tempo. Non fu contento. Non gli resse l'animo di lasciarlo sulla strada in attesa di nessuno. L'aiutò ad alzarsi, l'aiutò a montare a cavallo, a tenersi appoggiato alla criniera e lo portò all'albergo.

Ha bisogno di cure, disse al direttore dell'albergoospedale. Non fargliene mancare e non badare alle spese. Per ora ti lascio questa, e gli diede una buona somma; se non basta, al mio ritorno ti darò il resto.

 

DISCESE DAL CIELO

Chi è il buon Samaritano? E chi può essere, se non Gesù per primo?

Per capire il suo pensiero bisogna ricordare la presenza del sacerdote e del levita. L'uno e l'altro passano per la strada, al lato opposto dove giace il ferito. L'uno e l'altro vedono il misero, scorgono il suo sangue, ma girano la testa. Non se la sentono di portare il minimo aiuto. Passano oltre. Chi sa se hanno avuto un moto di compassione per quella vittima? Forse sì, ma è stato inefficace. è rimasto chiuso nella loro mente gelida. Sono passati oltre. Ma perché Gesù mette in evidenza quei due personaggi nel rispondere al dottore della legge che si è fatto avanti per tentarlo?

Maestro che devo fare per ereditare la vita eterna?

Nella legge che sta scritto?

Ama Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza, con tutta la mente tua. Ama il tuo prossimo come te stesso.

Hai risposto rettamente, fa questo e vivrai.

E chi è il mio prossimo?

Gesù narra la parabola e sottolinea al dottore della legge: «Ora, per caso, un sacerdote scendeva per quella stessa via; e veduto il ferito passò oltre dal lato opposto. Così pure un levita, giunto a quel luogo e vedutolo, passò oltre dal lato opposto».

Perché queste due figure così poco affascinanti nel racconto? Che voleva Gesù? Mettere in cattiva luce le istituzioni religiose giudaiche ed esaltare quelle dei samaritani?

Un giorno Gesù si fermò al pozzo di Giacobbe in Samaria e alla donna che venne ad attingere l'acqua confermò che il centro del culto scelto da Dio era Gerusalemme. La salvezza viene dai giudei, affermò, ma presto Dio sarebbe adorato in spirito e verità non solo in Giudea e a Samaria, ma in tutto il mondo.

Gesù non ha avuto in mente di affliggere nessuna casta sacerdotale. Ha voluto scolpire il carattere universale dell'amore del prossimo come scaturiente di sua natura dell'amore di Dio.

C'era nell'ambiente giudaico una corrente di pensiero che limitava l'amore solo a Dio e ce n'era un'altra che rigorosamente vietava di toccare un morto sotto pena di contrarre l'impurità legale. Impurità che si contraeva egualmente se nel soccorrere un ferito questi moriva tra le braccia della persona che gli aveva dato aiuto.

Gesù rifiuta queste posizioni. L'amore del prossimo che insegna le supera tutte.

Prossimo non è soltanto il parente, l'amico, il correligionario, il connazionale. Prossimo è lo straniero, l'incirconciso, l'idolatra, tutti gli uomini, perfino i nemici.

Il pensiero di Gesù va oltre ancora. La parabola che nel suo linguaggio ordinario è dominata dalla carità verso il prossimo, nel suo concetto pieno supera questa carità.

Il viandante pesto e lasciato semivivo ai margini della strada è l'intera umanità ferita dal peccato.

La sua salvezza  non è più opera dell'uomo, solo può venire in suo soccorso, e Dio non l'abbandona alla sua ribellione.

Nella sua infinita bontà e condiscendenza si mette in cammino. Scende dal Cielo sulla terra, s'incontra con l'umanità che gronda sangue, si piega sulle sue ferite, versa senza risparmio l'olio della sua misericordia e il vino del suo amore.

Ma non è contento, non si rassegna. La prende per mano e la conduce alla Chiesa che è l'albergo dei popoli sulla strada dei secoli.

Sborsa il prezzo del suo sangue, promette di tornare all'ultimo giorno per il compenso finale, nella gloria che non vedrà più furfanti, né temerà sorprese.

Tutto questo lo può fare solo Gesù. Il sacerdozio giudaico no. è composto di uomini, di impotenti. Il sacerdozio giudaico offre tori, capri espiatori, agnelli e colombe per il sacrificio. Animali tutti prescritti già da Dio, animali che sono scomparsi col patto della nuova alleanza stabilita da Cristo nel suo sangue.

Il sangue di Cristo, presente nel calice all'ultima cena, è versato nella notte al Getsemani, nella giornata alla flagellazione, alla via della croce fino all'apertura del costato, allo squarcio del cuore con le sue ultime gocce. Le dà tutte senza risparmio, tutte con una generosità unica, con una passione unica. Dona il suo sangue agli uomini, a ciascun uomo, a tutti gli uomini.

Ora sa che può mostrare il suo cuore, rivelarlo come la sorgente sempre viva e sempre nuova del suo amore. Lo può Gesù e lo fa, A santa Margherita Maria Alacoque dice «Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini». Sono la traduzione moderna delle parole rivelate a Nicodemo: «Sic Deus dilexit mundum ut Filium suum Unigenitum daret. Dio ha tanto amato gli uomini da dare il suo Figlio Unigenito».

 

ALMENO TU

La devozione al Sacro Cuore è la devozione di questo uno e molteplice amore di Dio per noi, del nostro amore per lui.

Dio ci ha dato il suo Unigenito perché noi ci dessimo al Padre in lui. Senza questo ricambio non esiste devozione al Sacro Cuore. Cristo continuerebbe a ripetere: «Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini e che dalla maggior parte di essi non riceve che ingratitudini e oltraggi». Cristo continuerebbe a stendere la mano e a dirci: «Almeno tu, amami». Si ha devozione al Sacro . Cuore, quando si ha amore per Dio.

E per me, nella vita dell'uomo, questo è essenziale, basilare, insostituibile. Il mondo va male, dicono alcuni, per colpa del comunismo. Il mondo va male, asseriscono altri, per colpa del capitalismo. C'è.chi si accanisce contro le strutture troppo arruginite, e chi le trova soddisfacenti e da conservare. C'è chi vede bianco e chi nero, chi rosso e chi turchino, nessuno di essi dice come il figliol prodigo:. «Ho peccato; mi alzerò e andrò dal Padre mio». Nessuno, cioè, fa l'autocritica dei suoi rapporti con Dio, della sua vita con l'amore di Dio. Il mondo va male per colpa degli altri, non per responsabilità nostra. E Gesù rivolge a loro e a noi, a me che scrivo, a te che mi leggi, quello che disse a Margherita Maria: «Se gli uomini mi rendessero un qualche ricambio di amore, stimerei come un nulla tutto ciò che ho fatto per essi e vorrei fare anche di più se fosse possibile, ma gli uomini rispondono con freddezza e rifiuto a tutte le mie premure di voler far loro del bene».

«Questo rattrista il mio cuore più di quanto ho sofferto durante la passione».

«Almeno tu, per quanto ti è possibile, cerca di supplire alle loro ingratitudini».

E poiché la santa confessa la propria incapacità, il Signore le trasforma il cuore e le chiede la comunione frequente, specie nei primi venerdì del mese, e il pio esercizio della Ora Santa.

Nel giugno del 1675, nell'ottava del Corpus Domini, in un'altra visione, comunemente detta «grande apparizione», Gesù le dice: «Tu non mi potrai dimostrare amore più grande che facendo quanto più volte ti ho domandato». E scoprendosi il cuore ripete che ha tanto amato gli uomini da non risparmiare nulla per testimoniare il suo amore per essi. Per ricompensa non riceve dalla maggior parte di essi che ingratitudini e irriverenze, sacrilegi, freddezze e dimenticanze nel ss. Sacramento.

 

I SIMBOLI DEL S. CUORE

Le parole di Gesù a Santa Margherita Maria sono l'indicazione precisa di che cosa bisogna intendere per devozione al Sacro Cuore.

Sono parole che hanno riscontro nel Vangelo e in tutta la Scrittura, sono parole che ricevono il commento più autorevole ed efficace nei simboli con i quali Gesù mostra il suo cuore.

Nell'apparizione del giugno 1675 è la persona di Cristo che scopre il suo petto e mostra il suo cuore; ma in genere è il cuore solo che Margherita Maria vede e contempla. è un cuore luminoso, ella dice, più brillante del sole. Irraggia fiamme, fuoco e calore. è sormontato da una croce, circondato di spine, squarciato dalla lancia. Gocce di sangue scendono dalla ferita e la lancia sembra pronta a penetrare più profondamente nel cuore di Cristo. Sono evidentemente simboli significativi di una realtà che si incentra nella passione di Cristo, UomoDio, nella testimonianza, paradossale per noi, del suo amore per l'umanità. «Predichiamo Cristo Crocifisso, scandalo per i giudei, pazzia per i gentili, ma per noi che crediamo forza e salvezza» (S. Paolo).

La luce

La luce ci ricorda l'amore di Dio. "Dio è luce", dice san Giovanni. «Sono venuto al mondo come luce del mondo», ci ricorda Gesù stesso. La luce è Dio, il Cuore di Gesù è Dio. Dio che ci ha creati, che si è incarnato e che ci ha redenti e santificati.

Le fiamme

Le fiamme sono l'amore umano di Gesù, fatto di compassione e di tenerezza. è l'amore rappresentato dalla risurrezione del giovanetto, figlio della vedova di Naim, dal pastore che si carica sulle spalle la pecorella smarrita e ritrovata, dall'amico che piange dinnanzi alla tomba di Lazzaro, dell'invitato che partecipa alla gioia dei due giovani sposi di Cana e vi compie il primo miracolo. Chi ama, si attrista del male e gode del bene della persona amata. Chi ama cerca la compagnia della persona amata. «Il mio cuore è appassionato d'amore per tutti gli uomini», dice a Margherita Maria. Il Cuore di Gesù non è freddo, non soffre apatia, non è indifferente alle cose nostre. è caldo di affetto come è il nostro.

Il simbolo della croce

Il simbolo della croce ci presenta l'amore di Cristo, fatto non di sole parole o di sterili affetti «Dilexit me et tradidit semetipsum pro me. Mi ha amato e si è offerto per me», scrive san Paolo ai Galati. E san Giovanni Maiorem hac dilectionem nemo habet, ut animam suam ponat quis pro amicis suis. Nessuno ha maggiore amore di colui che dà la vita per la persona amata» (Gv 15, 13). Croce piantata sul Cuore di Cristo, croce che è presente a Lui in tutta la sua vita, che è il motivo della sua vita.

E le Spine?

«Improperium expectavit cor meum et miseriam, il mio Cuore è stato fatto bersaglio allo scherno e all'insulto», dice di Gesù il salmo. Le spine sono la misconoscenza degli uomini, sono le bestemmie che si lanciano contro Dio, le ribellioni contro di Lui, le profanazioni delle feste; sono le ingiustizie verso il prossimo; sono in una parola i peccati che si continuano a commettere. In ricambio dell'amore che ci porta, il Cuore di Cristo non riceve che ingratitudini ed oltraggi.

La ferita del cuore

La ferita del cuore è l'amore di Gesù per noi. Amore misericordioso pronto ad accoglierci, ad essere nostro rifugio, nostra abitazione. La ferita del cuore è il segno visibile del suo amore invisibile

Dal Cuore di Cristo squarciato sgorgano i sacramenti: il battesimo con l'acqua, l'Eucaristia col sangue. Dal Cuore di Cristo nasce la chiesa, amministratrice dei sacramenti. Il Cuore trafitto di Cristo ci fa comprendere la larghezza del suo amore che abbraccia tutti i popoli e tutti gli individui di ogni tempo e di ogni epoca. Quelli venuti prima, quelli che lo seguiranno dopo. Gesù dunque può dire a tutta ragione: Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini. Ecco quel Cuore che porta i simboli della passione, perché non ci ha amati e non ci ama per burla. E se oggi ci ricorda questo suo amore, se ci propone la devozione al suo Cuore, che cosa deve attendersi da noi, fatti amici e fratelli suoi, se non amore che risponda al suo amore? Amore che non resta indifferente dinanzi agli insulti che feriscono Gesù, che ripara le offese di cui è fatto bersaglio, sforzandosi di consolarlo per le amarezze che riceve?

Chi ama sente prepotente il bisogno di risarcire l'amore offeso, di amare per chi non ama. Chi ama sente il bisogno di diffondere il bene, di strappare quante più anime può alla colpa, di partecipare ad essi i frutti della redenzione, perché il Cuore di Cristo sia anche per essi rifugio e riposo.

 

INNANZI TUTTO CREDERE

Noi parliamo di amore, di ricambio di amore. Ma questo suppone una fede, e una fede profonda nell'amore di Cristo Salvatore. Come possiamo amare Colui nel quale non crediamo, Colui che non ci dice nulla? Che non conosciamo?

La devozione al Sacro Cuore esige la fede in Dio e nelle verità rivelate da Dio. Suppone una speranza viva nella misericordia di Dio in questa e nell'altra vita.

CHIAMATI AL BANCHETTO

Un giorno, ricorda Gesù, un uomo fece una gran cena e invitò molti a casa sua. Gli invitati chi per un motivo, chi per un altro si schermirono tutti. Allora il padre di famiglia disse ai servi di correre per le piazze e i vicoli della città e condurre a cena quanti poveri, storpi, ciechi e zoppi vi trovassero.

I servi obbedirono, ma a tavola c'era ancora posto. «Andate a cercare altra gente per i sentieri della campagna e lungo le siepi nascoste. I servi fecero e la sala si riempì.

Comparve il padrone di casa, Gesù. «Venite, mangiate il mio pane, bevete il vino che vi ho preparato». Tutti sedettero alla tavola del suo cuore e del suo amore misericordioso.

In quei disgraziati noi dobbiamo riconoscere i senza fede, i senza speranza, i senza amore, tutti quelli che, vicini a noi, nelle nostre case, nelle nostre strade, nelle nostre piazze vivono lontani da Dio.

E noi non siamo di loro? Non ci hanno tolto i servi lungo i sentieri della campagna, appoggiati a qualche siepe? E se fossimo noi i ricchi infelici, con tutte le nostre ricchezze terrene, i malati nello spirito con tutte le nostre membra sane, i ciechi nell'anima con gli occhi splendidi che vedono la luce del giorno e non guardano mai la luce di Dio? Il Cuore di Gesù avrebbe un titolo in più ad aspettarsi da noi, una fede incondizionata e un amore senza riserve.

Siamo stati chiamati al banchetto dell'amore di Dio, siamo stati invitati a prendere posto nel Cuore di di Dio. Abbiamo creduto alle parole dei servi, ci siamo alzati, siamo venuti.

Il devoto del Sacro Cuore si preoccupa di approfondire la fede che gli viene proposta dai sacerdoti, dai vescovi, i servi mandati dal Signore nelle piazze del mondo e nelle campagne della terra.

Il devoto del Sacro Cuore si studia di conoscere non il servo ma il Padrone divino, il Signore che lo ha creato, sollevato dalla miseria del peccato, redento col suo sangue, santificato con la sua grazia.

Il devoto del Sacro Cuore si guarda bene di abbandonare il banchetto del pane e del vino di Dio per ritornare alle ghiande delle querce e alle more delle siepi.

Ciò avverrebbe se riprendesse la via del peccato.

Nei comandamenti è espressa la volonta di Dio. E se io lo voglio onorare, se io gli voglio far piacere, se io mi propongo di amarlo, non mi posso permettere di essere sgarbato con Lui, puntiglioso, villano; non posso rifiutarmi di fare la sua volontà. Io non amo Colui che contrario, non sono amico di Colui che calpesto.

 

LOTTA AL PECCATO

Se il Signore nel propormi la devozione al suo Cuore, mi mostra questo cuore con gli emblemi della passione, vuol dire che è suo intendimento richiamarmi la strada da Lui percorsa per salvarmi. è strada irta di ostacoli, chiusa sulla terra con la flagellazione degli schiavi, la porpora della burla, la croce dell'infamia.

Gesù mi vuole richiamare la triste storia del peccato, la gratitudine che dovrei avere e che non ho. «Ti ho amato fino a morire per te, mi dice, e tu continui ad offendermi, e tu mi crocifiggi di nuovo?».

"Rursus crucifigentes", è la parola forte di san Paolo.

Il peccato è misconoscimento di Dio e del suo amore. è tradimento, offesa, ingiuria, negazione, odio, ricrocifissione di Gesù.

Un devoto del Sacro Cuore deve osservare almeno i comandamenti di Dio e i precetti della chiesa che ne determina alcuni aspetti.

Un devoto del Sacro Cuore deve come minimo fuggire il peccato mortale.

Con la lotta al peccato mortale siamo soltanto ai primi passi delle devozione del S. Cuore.

Nessuno infatti oserebbe ritenere devoto un figlio che dicesse a suo padre: Ti voglio tanto bene che ti risparmio i chiodi, ti lascio in vita, non ti uccido. E se, a parte la vita, si permettesse tutto su tutto, sarebbe figlio degno di questo nome? Un figlio che insulta suo padre non è un figlio snaturato? E se poi ammalato non lo cura, bisognoso non lo soccorre, incanutito l'abbandona?

La lotta al peccato è condizione di vita per un devoto del Sacro Cuore.

 

CONSACRAZIONE

Due persone che si amano sono due persone che uniscono le loro due volontà per raggiungere un unico scopo.

La volontà di Dio e la volonta dell'uomo si uniscono per il raggiungimento della felicità eterna dell'uomo, in definitiva solo beneficiario di questa unione perché Dio ci vuole bene per il nostro bene.

Il Signore, fa di tutto per tenere la volontà dell'uomo orientata verso questo suo bene. Egli sa che l'uomo ha bisogno di segni sensibili per avvicinare il suo spirito "lento a credere" alla realtà soprannaturale. Per questo e per renderlo più facilmente capace di comprendere il suo amore divino, Gesù gli ha proposto come simbolo, lo stesso simbolo degli uomini, il cuore. Il cuore che gli pulsava in petto negli anni di sua vita sulla terra.

Il cuore di Cristo simbolo dell'amore di Cristo. Gesù non può avere altro intendimento nel proporre il suo cuore di carne alla venerazione dei cristiani. Attraverso il suo cuore visibile ci vuole portare al suo cuore invisibile.

Gesù gradisce tanto questa venerazione della sua immagine da legarvi una sua benedizione speciale con grazie di vita divina e di salvezza.

L'immagine del Sacro Cuore ci deve portare alla nostra consacrazione a Lui, al suo amore misericordioso, come un tempo fece santa Teresa di Lisieux.

Con la consacrazione noi manifestiamo il nostro attaccamento al Cuore del Salvatore, il nostro impegno di fedeltà ad agire secondo i suoi precetti.

S. Margherita Maria ne mostra tutta l'eccellenza: «Mi sembra, scrive, che non ci sia cammino più breve per giungere alla perfezione, né mezzo di salvezza più sicuro che consacrarsi interamente al Cuore di Gesù e rendergli tutti gli omaggi di amore, di onore e di lode di cui siamo capaci».

«Vi confesso, dice ancora, che non riesco a credere che persone consacrate al Sacro Cuore possano perire o cadere in peccato mortale. Purché, naturalmente, dopo essersi donati a lui interamente, si cerchi di onorarlo, amarlo e glorificarlo per quanto sta in noi».

Con queste parole la santa ci fa comprendere che la consacrazione non è e non può essere la semplice recita di una formula. La consacrazione è qualcosa di vivo; di operante. Solo in questo senso noi possiamo accogliere le parole di papa Pio XI nell'Enciclica "Miserentissimus Redemptor": «è certo che tra le pratiche che propriamente spettano al culto del Sacro Cuore, primeggia la pia consacrazione con la quale offriamo al Cuore di Gesù noi e tutte le cose nostre, riconoscendole ricevute dall'eterna carità di Dio».

Dio è padrone del tempo, padrone dello spazio, padrone delle cose, padrone delle persone. Tutto è di Dio, ma per il tempo, si è riservato un giorno; per lo spazio, chiese e conventi; per le cose, i vasi sacri; per le persone, sacerdoti e religiosi.

Sono cose e persone che Dio ha voluto eclusivamente per sé, ma non si può accontentare di questo.

Come Dio e Redentore Gesù ha dei diritti inalienabili su gli uomini e su tutte le cose degli uomini. «Egli però, scrive Leone XIII, lascia benignamente che a questo duplice titolo si aggiunga da parte nostra il titolo di consacrazione volontaria. Egli è infinitamente ricco, mentre noi siamo poveri e di veramente nostro non abbiamo nulla da offrirgli. Non di meno, nella sua infinita bontà e amore, non ricusa che gli presentiamo come nostro ciò che è suo. Anzi non solo non lo ricusa ma lo chiede, lo prega: Praebe, fili mi, cor tuum mihi: o figliolo, dammi il tuo cuore. Dunque gli facciamo cosa grata. Dunque offrendoci a lui non solo riconosciamo ed accettiamo sinceramente e volentieri la sua sovranità, ma col fatto attestiamo che se il dono che facciamo fosse realmente nostro noi volentieri l'offriremmo a lui, e lo pregheremmo che non gli dispiaccia di accettare da noi ciò che pure gli appartiene».

Questa è la consacrazione: fare di noi e delle cose nostre persone e oggetti sacri a Dio in riconoscimento dei suoi diritti, nell'accettazione della nostra dipendenza da Lui.

Sant'Ignazio di Loyola ha una formula stupenda di questa consacrazione: «Prendi o Signore la mia libertà. Ricevi la mia memoria, il mio intelletto e intera la mia volontà. Tutto ciò che ho è dono tuo. Tu me lo hai dato e a te lo restituisco. Disponi di me e delle cose mie secondo il tuo beneplacito. Dammi solo il tuo amore e la tua grazia e sono ricco abbastanza».

Ho parlato di noi, perché si è trattato di consacrazione individuale. Ma i sentimenti, i princìpi che regolano tutte le consacrazioni: quelle delle famiglie, delle città, delle nazioni e del mondo intero, rimangono gli stessi: riconoscimento dei diritti di Dio, accettazione della nostra dipendenza da Dio, impegno nostro e di chi promuove la consacrazione di regolare la vita della famiglia, della città, della nazione secondo la legge di Dio e l'amore di Gesù Cristo.

Questa consacrazione, parlo della individuale che ci tocca più da vicino, può avere origine da tante cause: apparizioni, inviti, zelo, celebrazioni. Anche da un sentimento di espiazione per una vita trascorsa nel disordine e nel peccato.

LA MADDALENA

Prendo il vangelo e leggo.

Gesù ha accettato di sedere a tavola con Simone il fariseo, per quanto conosca i sentimenti dell'uomo a suo riguardo, punto benevoli. E anche se non li conoscesse, dal modo con cui è ricevuto se ne può facilmente accorgere. Ma Gesù è lì per un'altra persona. Certo anche per il fariseo, perché nessuno è escluso dal suo amore e dalla salvezza che ha portato in terra, neppure il nemico più acerrimo.

Non è importante sapere se la donna, poiché si tratta di donna, sia entrata di prepotenza nella sala del convito a pranzo iniziato o a pranzo inoltrato. Il fatto è che si presenta coraggiosamente, non badando a servi e serve che la volevano fermare.

Era di casa la Maddalena? Si è incontrata lì nello sguardo di Gesù? Le ha letto e le ha fatto leggere in quella casa di ricco signore la sua miseria e la sua disperazione?

Lo sguardo di Gesù, avvenuto in piazza tra la folla o in casa di un fariseo, la penetra e la sconvolge. Ma Gesù non è un psichiatra che viviseziona lo spirito e lo lascia com'era con parole generiche di direttiva. Gesù guarda e sana, penetra in un cuore e lo ricostruisce.

La Maddalena si riconosce per la povera creatura sbandata, e grida dal profondo al Signore: Maestro liberami dai demoni che mi posseggono, dammi la pace al cuore, la gioia all'anima. Gesù guarisce e la donna scoppia a piangere per la felicità che non si ricorda di aver mai posseduta. Piange e stringe fra le mani il vasetto del profumo più prezioso. Con quello entra nella sala del convito, unge i piedi del Signore, con le lacrime li lava, con i capelli li asciuga.

Simone, il fariseo, è indispettito, scandalizzato. Conosce la donna, non conosce Gesù.

Pensa: «Se questi fosse un profeta saprebbe chi è quella».

Gesù risponde al pensiero del fariseo, e prova ch'è profeta, e più che profeta, Dio.

Simone, ho qualcosa da dirti.

Maestro, dì pure.

Ci fu una volta un creditore che aveva due debitori. Dal primo doveva riscuotere cinque talenti, (diciamo oggi cinquanta milioni di lire), dal secondo cinquanta denari, cinquecentomila lire. Nessuno dei due aveva di che assolvere il proprio debito.

Il signore li condonò tutti e due.

Secondo te, chi dovrebbe essere più grato e affezionato dei due al generoso creditore?

Simone che non immaginava dove Gesù lo volesse condurre, rispose:

Penso, colui al quale è stato cancellato il debito più grosso.

Esatto! Vedi questa donna? Sono entrato in casa tua e tu non mi hai dato l'acqua per lavarmi i piedi, cosa che tutti fanno con gli ospiti ai quali vogliono mostrare un certo riguardo. Costei mi ha bagnato i piedi con le sue lacrime e me li ha asciugati con i suoi capelli.

Tu non mi hai salutato col bacio di pace, costei non cessa di baciarmi i piedi.

Tu non mi hai spruzzato i capelli con nessun profumo, cosa che persone brave fanno agli amici, lei mi ha cosparso i piedi di nardo prezioso.

Per questo ti dico: le sono perdonati i molti peccati, perché grande è il suo amore. A chi poco si rimette, poco ama.

Gesù disse alla donna: Ti perdono i tuoi peccati.

Come? Chi è costui che osa rimettere anche i peccati? Solo Dio lo può fare.

E Gesù alla donna: La tua fede ti ha salvata. Va in pace.

E la donna uscì con la pace nel cuore, nell'anima e in tutto il suo essere. Offrì tutto a Dio, si consacrò a Dio. La sua casa divenne la casa dell'amicizia per Gesù.

La Maddalena sarà sul Calvario, sempre coraggiosa. Sarà per prima al sepolcro il giorno di Pasqua, per prima vedrà il Maestro risorto. Il suo amore umano era diventato l'amore di Dio per tutta la vita, l'esempio classico di una consacrazione perfettamente raggiunta.

 

RISARCIRE GLI OLTRAGGI

Gesù ci mostra il suo cuore avvolto nelle fiamme e grondante sangue, coi simboli del suo amore e con gli emblemi della sua passione. Ci parla della bontà di Dio nei nostri riguardi, della cattiveria nostra nei riguardi suoi: Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e che dalla maggior parte di essi non riceve che scherno, insulti e ingratitudini. Tu, almeno, amami e consolami.

Gesù vuole delle anime che comprendano il mistero del suo amore oltreggiato e gli offrono omaggi di riparazione. Il Sacro Cuore va in cerca di anime riparatrici (S. Margherita Maria).

Alla santa fa eco Pio XI nella citata Enciclica "Miserentissimus Redemptor": Alla fruttuosa consacrazione si aggiunga l'atto di espiazione e di riparazione da prestarsi al Cuore Sacratissimo di Gesù. Nella consacrazione primeggia l'intento di ricambiare l'amore del creatore con l'amore della creatura; ma se questo amore viene o dimenticato o amareggiato e offeso dalla malvagità degli uomini ne consegue naturalmente il dovere di risarcire gli oltraggi. Questo dovere è chiamato comunemente riparazione.

La consacrazione è una dedizione completa all'amore di Gesù. è la fusione della nostra vita con quella di Gesù. Segue spontaneo il desiderio di versare un po' di balsamo nelle ferite di quel Cuore, di amare per chi non ama, di compensarlo della ingratitudine altrui. La devozione al S. Cuore è tutta pervasa di questo spirito di riparazione.

Riparare, che cosa vuol dire? Rimettere allo stato primitivo. Un edificio, fatiscente lo si ripara restaurandolo; un oggetto guasto aggiustandolo, un'ingiustizia arrecata compensandola. Chi rompe paga, dice il proverbio. Anche questa è riparazione.

Ma vi sono cose, cui è difficile dare un valore. Una gravissima calunnia inflitta ad un innocente, come si ripara? L'onore non si compensa con le cose materiali. La calunnia si ripara con la ritrattazione della volontà che l'ha pronunciata. Ogni disordine morale ha origine dalla volontà cattiva che ha preferito il capriccio al dovere, il piacere alla legge. La riparazione si avrà facendo il cammino a ritroso, al piacere la rinunzia, al capriccio l'accettazione della volontà di Dio.

ZACCHEO

Zaccheo era un uomo basso di statura. Chi sa quante volte si sarà rammaricato di esserlo. Ma era troppo intelligente per farne una tragedia. Tuttavia fu la sua fortuna.

Zaccheo, publicano, esattore di tasse, da tempo desiderava di vedere Gesù. Seppe che doveva passare dal suo borgo, anzi che già vi era entrato e si avvicinava con l'immensa folla che lo circondava. Se usciva fuori dell'uffitio e si fermava sulla soglia non avrebbe visto nulla. Pensò bene di correre avanti, di salire su di un albero e lì rimanere appollaiato.

Zaccheo, lassù, che ci sta a fare? Quante maledizioni avrà ricevuto il povero uomo dalla gente che passava e se lo additava.

Zaccheo, volere o no, a Gerico era un personaggio. E come tale destava meraviglia e curiosità il suo gesto. Tutti guardavano in sù e quando arriva il Signore, anche lui guarda in sù.

è uno scandalo. Quei di Gerico riferiscono a Gesù chi è quell'uomo: un peccatore, una sanguisuga, un capo sanguisughe. Il Maestro non deve degnarsi neppure di uno sguardo fuggente verso quell'uomo, quel mostro che per ironia della sorte si chiama addirittura Zaccheo, puro.

Ma Gesù non solo si ferma. Non solo guarda. Parla: Zaccheo, scendi in fretta. Oggi voglio fermarmi in casa tua. Inaudito! Il Maestro in casa di un bastardo? Si è mai visto sproposito più grande?

Gesù non bada alle parole, non cura le mormorazioni che si fanno attorno a lui, Gesù, medico, è venuto a guarire i malati. E Zaccheo è un malato canceroso. Un malato che guarisce subito e vuol onorare l'ospite, facendo piena ammenda del proprio passato.

Signore, dice, ecco la metà delle mie sostanze. Le dò ai poveri. Se poi ho frodato qualcuno, gli restituisco il quadruplo.

Oggi è entrata la salvezza in questa casa, commenta soddisfatto Gesù. Anche questi è figlio di Abramo, e il Figlio dell'Uomo è venuto a cercare e a salvare chi era perduto.

A Gerico Gesù aveva guarito il cieco Bartimeo, e la guarigione aveva creato scalpore ed entusiasmo tra la folla. Probabilmente l'ammenda di Zaccheo non meravigliò nessuno. Eppure, anche quello era un miracolo e non inferiore a tutte le guarigioni operate da Gesù. Se nel caso di Bartimeo un cieco aveva ricevuto la vista, nel caso di Zaccheo un cammello era passato attraverso la cruna di un ago, impossibile agli uomini, non impossibile a Dio.

GESU' CI UNISCE ALLA SUA RIPARAZIONE

La riparazione è sempre un atto di giustizia verso la persona offesa. Se poi questa riparazione è fatta da una persona diversa dal colpevole, alla giustizia è sempre unito l'amore.

Gesù è venuto su questa terra a riparare i peccati degli uomini. Lo ha fatto perché ci ha amati. «Tanto Dio amò il mondo da darci il suo Unigenito per salvarci» (S. Giovanni). «Dio prova il suo amore col fatto che, quando eravamo ancora peccatori. Cristo mori per noi» (S. Paolo). Cristo soffre e si immola per amore del Padre e della umanità. Unendo a sé la natura umana, Cristo come figlio di Dio ci ha resi solidali con lui di modo che in Lui e per Lui l'intera umanità espia e ripara, merita e soddisfa, accetta di morire al mondo per non essere che di Dio.

Gesù si è degnato di unirci a sé in modo meraviglioso. «Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in Lui porterà frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me, sarà cacciato fuori come il tralcio ad ardere». Vite tralci, capo corpo. Noi siamo le membra di Cristo. E come Cristo, capo, è stato il grande riparatore della gloria del Padre, anche noi, cristiani, anche noi, membra, dobbiamo essere riparatori con Lui ed in Lui. «Cristo ha sofferto per voi, dice san Pietro, lasciandovi l'esempio; camminate anche voi sullé sue tracce. Come Cristo, pietra viva, anche voi dovete essere pietre vive, sacerdozio santo per offrire ostie spirituali che Dio gradisce in Cristo Gesù». In Cristo Gesù, perché la nostra riparazione deriva da quella di Cristo, ottiene valore dalla sua.

La sua ha valore infinito, la nostra no. La sua basta da sola a riparare le offese del mondo, la nostra è insufficiente a riparare le nostre se ci manca la grazia e la partecipazione alla virtù di Cristo. Uniti a questa virtù noi amiamo come Cristo ama, espiamo come Cristo espia, meritiamo e soddisfiamo come Cristo merita ed espia, salviamo e redimiamo come Cristo salva e redime. «Multi unum corpus sumus in Christo», dice san Paolo, scrivendo ai Romani.

Cristo è riparatore in quanto capo, noi, lo siamo in quanto membra. Incorporati alla sua persona adorabile, noi dobbiamo cooperare alla salvezza degli altri, essere riparatori con Lui riparatore.

Esserlo nella vita religiosa, esserlo nel mondo, se vogliamo professare la vera devozione al Sacro Cuore. Quante lacrime in tante famiglie, quanti dolori e contrasti che tolgono ogni sorriso alla vita. Sarà la consorte che vedrà il marito scettico e irreligioso; sarà il padre che vedrà il figlio precipitare per la china del vizio; sarà una sorella che piangerà per gli scandali di un fratello; ecco la sublime missione riservata a queste anime, il conforto nella solitudine della vita: immolarsi per il bene dei propri cari, riparare per le loro iniquità, attirare la misericordia di Dio con la propria bontà.

Questo nell'ambito della propria famiglia, della famiglia più ampia della società.

Ricordiamo?

L'INTERCESSIONE DI ABRAMO

Dio ha stabilito di punire Sodoma e Gomorra. "è assai grande il loro peccato", riferisce la Sacra Scrittura. Abramo si mette in preghiera.

Ha molta fiducia nella bontà del Signore, ma sa che le città e le nazioni non compaiono davanti a Dio come le anime dei singoli, e hanno le loro colpe punite nel tempo. Abramo dice al Signore: Farai tu perire, o Dio, il giusto con l'empio? Non può essere. Se nella città si trovano cinquanta giusti, tu perdonerai a tutti?

Il Signore risponde: Si, se in città vi sono cinquanta giusti, io perdonerò a tutti.

Cinquanta non sono un gran numero, ma ad Abramo viene in mente che forse cinquanta sono un po' troppi. E azzarda: Ecco, benché io sia polvere e cenere, mi permetto di insistere presso il mio Signore.

Cinquanta, va bene. Ma se invece di cinquanta fossero quarantacinque? Farai perire tutta la città per cinque?

Anche con quarantacinque perdonerò.

E se fossero quaranta?

Anche con quaranta.

Abramo dubita sui quaranta. E se fossero solo trenta?

Mi accontento di trenta.

Mi permetto di insistere presso il mio Signore. Forse se ne troveranno soltanto venti.

Per riguardo ai venti non distruggerò la città, perdonerò.

Signore, perdonami, facciamo dieci. Dieci giusti li troviamo di sicuro.

Per riguardo ai dieci non distruggerò la città, perdonerò.

Abramo, giunto a dieci, si fermò. Gli parve un tentar Dio scendere più oltre.

Ma in città non si trovarono neppure quei dieci e lo zolfo scese dal cielo e distrusse Sodoma, distrusse Gomorra e l'intera Pentapoli. Venne il Mar Morto e la sua depressione a testimoniare, ancor oggi, l'estrema misericordia di Dio, la virulenta malvagità umana.

La preghiera di Abramo rimane sempre a testimoniare la benevole influenza dei santi e la potenza della loro

 

HO CERCATO CHI MI CONSOLASSE

Il Padre Dehon scrive: Amare e consolare Gesù: ecco l'ideale più bello e più sublime. Durante l'agonia del Getsemani un angelo è apparso a Gesu per portargli il calice della consolazione; durante l'agonia della croce i suoi consolatori furono la santa Vergine, san Giovanni e in loro i santi di tutti i tempi e in particolare gli amici del S. Cuore».

Questo scrisse P. Dehon, questo visse P. Dehon. è stata fantasia la sua?

Non è stata fantasia il diluvio universale sul genere umano, quando «tactus dolore cordis intrinsecus, poenit me fecisse eos: toccò dal profondo del cuore il Signore si pente di aver creato l'uomo e manda il castigo».

Quando parla a Mosé, Dio si definisce così: «Jahvé, è Dio di tenerezza e di pietà, tardo all'ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato».

La tenerezza indica un amore che si sente fin nelle viscere. è un amore che richiama quello di una madre. Di questo amore parla Dio al popolo afflitto: «Perché dice Sion: Jahvé mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato? Si dimentica una madre del bambino che essa ha nutrito, cessa forse di amare il figlio delle sue viscere? Anche se ce ne fosse una che dimenticasse, io non lo dimenticherò mai! (Is 49, 1415).

Qui non si tratta evidentemente di attribuire a Dio viscere materne. Ma deve essere attribuito a Dio ciò che l'immagine esprime, l'amore profondo pieno di tenerezza e pronto alla compassione, amore che scaturisce dal più profondo del suo essere.

Dio ama in un modo da assomigliare all'amore di una madre per il suo bambino.

E la madre è meno madre quando si china sul letto del figlio malato? è meno madre, ama di meno quando soffre per il suo figlio sofferente?

Dio è sempre Dio, quando usa misericordia all'uomo e quando è offeso dall'uomo e soffre per l'uomo. L'impassibilità è una proprietà della natura divina, dice il p. Galot, professore all'Università Gregoriana di Roma, la. sofferenza riguarda soltanto l'amore libero delle tre divine persone per gli uomini.

L'amore tra il Padre e il Figlio nell'unità dello Spirito Santo, è soltanto armonia e beatitudine.

L'amore di Dio per l'umanità comporta il rischio della sofferenza. Sarebbe impossibile concepire un amore divino che avesse rispettato la libertà umana e non si fosse esposto a soffrire del peccato. Dio ha scelto la strada della sofferenza per salvare gli uomini e l'ha scelta per un mistero di amore ch'è insondabile per noi. La sofferenza non è peccato, né espressione di peccato. è la via dell'amore e dell'amore più completo. «Nessuno ha amore piu grande di Colui che dà la vita per i suoi amici». Chi dà questa vita è Gesù che si fece uomo in tutto simile a noi, eccetto il peccato.

LI GUARDO' CON IRA

Tolto il peccato ch'è il vero male, e che fa soffrire Dio; tolto il peccato assolutamente incompatibile con Dio, la via della sofferenza è aperta per Gesù come è aperta la via della consolazione. San Marco ricorda l'episodio degli apostoli che di sabato si trovano a passare per i campi seminati e cominciano a raccogliere le spighe per sfamarsi. Sono visti dai farisei, i soliti pedinatori di Gesù, che non si lasciano perdere occasione per denigrare e colpire il Maestro.

Ecco cosa fanno i tuoi discepoli. Colgono il frumento e se lo mangiano, cosa proibita il sabato.

Gesù risponde: Nord avete mai letto quello che fece Davide stretto dalla necessità? Aveva fame, lui e il suo seguito, chiese e mangiò i pani offerti nel tempio che solo ai sacerdoti era lecito mangiare? Il sabato è fatto per l'uomo non l'uomo per il sabato. Il Figlio dell'uomo è padrone anche del sabato». Ed entrò nella sinagoga dove c'era un uomo dalla mano inaridita.

1 farisei, sempre loro, lo spiavano per accusarlo.

Gesù dice all'uomo della mano inaridita: «Alzati e mettiti nel mezzo». Gli si pone a fianco e interroga l'assemblea. è lecito di sabato fare il bene o fare il male, salvare una vita o perderla?». .

I farisei a cui era particolarmente diretta la domanda tacevano di un silenzio cospiratore. Quel silenzio afflisse Gesù. Quell'indurimento lo mosse a sdegno. San Marco aggiunge che volse con ira lo sguardo attorno, gettò su quegli uomini induriti e incalliti il suo sguardo di riprovazione e disse all'uomo: "Stendi la mano". L'uomo la stese. Era guarito.

I farisei usciti tennero una riunione con gli erodiani, contro Gesù. Discussero sul come farlo perire.

Gesù guardò con ira. Non è modo di dire. è l'ira del Figlio di Dio.

VUOI ACCORDARMI IL TUO CUORE?

Un altro giorno è il centurione che strappa l'ammirazione dal Cuore di Cristo.

Verrò e guarirò.

Signore, non sono degno che tu entri nella mia casa. è sufficiente che tu dica una parola e la malattia scomparirà.

Non ho trovato tanta fede in Israele.

Così alla Cananea che perora la guarigione della figlia. Così in mille e mille altri episodi. Gli atti di misconoscenza lo attristano, le parole di fiducia e di amore lo fanno gioire.

E questo ieri, e questo oggi.

«E così anche ora in modo mirabile ma vero, noi possiamo e dobbiamo consolare quel Cuore sacratissimo che viene continuamente ferito dai peccati degli uomini sconoscenti. Gesù stesso si duole per bocca del salmista: «Il mio cuore si è colmato di obbrobri e di miserie. Ho aspettato chi prendesse parte alla mia tristezza e nessuno si è avvicinato. Ho cercato qualchuno che mi consolasse e non l'ho trovato (Salmo 68, 21).

E il Papa aggiunge che la passione di Gesù Cristo si rinnova e in certo qual modo continua nel suo Corpo Mistico, che è la Chiesa. Ciò che Gesù stesso dichiarò a Saulo spirante ancora minacce e stragi contro i discepoli sulla via di Damasco: «Io sono Gesù che tu perseguiti». Le persecuzioni contro la Chiesa vanno a colpire gravemente lo stesso suo Capo divino. A buon diritto, dunque, Cristo sofferente nel suo Corpo Mistico desidera averci compagni nell'opera della redenzione e della salvezza delle anime.

Un giorno Gesù disse a S. Margherita Maria: Vuoi tu accordarmi il tuo cuore, come un luogo di riposo al mio amore penante che tutti disprezzano?

La santa rispose: «O Signore, tu sai.che io sono tutta tua. Fa di me quello che più ti piace».

Il Signore rivolge a noi le stesse parole: «Vuoi accordarmi il tuo cuore come luogo di riposo al mio amore penante che tutti disprezzano?».

La nostra risposta non può essere diversa da quella di santa Margherita Maria Alacoque: Signore, fa' di me quello che più ti piace.

Questa disposizione di animo è la più indicata, la più accetta. è quella che il Signore chiederà a noi, destinati nella scena del mondo a fare da comparse, ad imitare il silenzio e il riserbo di quell'uomo che certamente egli ha amato di più al mondo: san Giuseppe.

SAN GIUSEPPE DEVOTO DEL CUORE DI GESU'

Di san Giuseppe neppure una parola è riportata nel vangelo. Neppure il semplice "fiat" pronunciato dalla Vergine Santissima.

Eppure ne aveva dei titoli. Era discendente di stirpe regale, di Davide, il più grande dei re di Giuda. Come figlio, sia pure adottivo, aveva il Messia, il Figlio di Dio. Ma Dio non voleva che lui diventasse re, non voleva che lui svelasse l'arcano mistero della concezione e della nascita di Gesù. Gli chiedeva di essere povero artigiano di paese ed egli passò tra gli uomini senza lasciare traccia di sé. Neppure la sua morte, la più invidiabile e santa delle morti è ricordata dagli autori sacri. Ma nessuno può mettere in dubbio che accanto alla Vergine Santissima, a custode della sua immacoletezza, accanto a Gesù, Messia e Figlio di Dio, egli è campione della santità, e perché no?, il primo e più grande devoto del Cuore di Gesù e del Cuore Immacolato di Maria.

Ma se prendiamo le diverse fasi della devozione che abbiamo semplicemente tracciato, vediamo che san Giuseppe è l'uomo semplice, umile e casto che ha consacrato la sua vita totalmente a Gesù. Con un amore assoluto e indiscusso lo ha portato in Egitto, fuggendo dalla persecuzione di Erode, lo ha riportato a Nazaret in una bottega in compagnia di pialle, assi e seghe. Lavorando ad un bancone con colla, chiodi e martelli, Egli è diventato redentore con Gesù redentore, primo riparatore delle offese recate al Cristo, primo consolatore dalle amarezze procurate al suo Cuore dai peccati degli uomini del suo tempo e dei nostri tempi.

Mi piace san Giuseppe che nella scena del mondo ha reppresentato la parte della comparsa come la mia, come quella di molti dei miei lettori. San Giuseppe, primo adoratore del Cuore di Cristo ci insegni ad amare, servire ed essere fedeli al Cuore di Cristo.

 

LE PRATICHE DELLA DEVOZIONE

è evidente che non ci si deve accontentare di sole pratiche che non hanno nessuna influenza su di noi e non ci conducono alla conversione. Ma se c'è questo sforzo, «oh! allora quanto è dolce morire, dopo aver praticato una tenera e costante devozione al Sacro Cuore di Gesù».

Le pratiche sono l'ossatura, lo scheletro della devozione al Sacro Cuore. Servono a mantenere in piedi il corpo, l'anima. Non sono l'essenziale, ma aiutano a promuovere, perseguire, vivere lo spirito della devozione. La devozione al Sacro Cuore mira a trasformare la nostra vita nella sua, a rendere consono il nostro cuore col suo, di modo che pensiamo come Gesù pensa, amiam come Gesù ama, vogliamo ciò che Gesù vuole.

ATTO DI CONSACRAZIONE

L'atto che si presenta subito alla mente, e col quale, se vissuto, si realizza in pieno la devozione al Sacro Cuore è la consacrazione all'amore di Dio, da farsi tutti i giorni.

Con la consacrazione abbiamo visto noi riconosciamo il suo potere regale; accettiamo il suo regno, facciamo donazione volontaria e assoluta di quanto siamo e di quanto abbiamo.

Con la consacrazione riconosciamo i diritti del S. Cuore sugli uomini, sulla famiglia, sulla società, il diritto di permeare tutto col suo amore.

Non si raccomanderà mai abbastanza la consacrazione delle famiglie al Sacro Cuore. La famiglia è e rimane sempre la base della società. Anche della nostra società, soprattutto della nostra, esposta alla violenza e al terrorismo.

Ai tempi di Cristo non mancavano gli uomini che avevano la violenza e il terrorismo come sistema di lotta. C'erano i sicari, c'erano gli zeloti, c'erano gli avventurieri che si ritenevano messia e ricorrevano alle armi.

Gesù non scelse questa strada. Se fosse stata la buona certamente l'avrebbe seguita, e moltiplicate le spade come moltiplicò i pani.

La strada che Gesù scelse fu la strada dell'amore, buona ai suoi tempi e buona in tutti i tempi, compresi i nostri.

Gesù vuole rifare il mondo, rifacendo l'uomo, trasformando il suo cuore. «Dall'interno del cuore, dice Gesù, escono le intenzioni cattive, gli assassini, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze e le ingiurie».

Gesù va alla fonte dell'oppressione, all'origine delle violenze. La lotta; come è intesa dal marxismo aggiusta semmai la facciata dell'edificio, ma lascia intaccate le sue fondamenta, non muta gli interni che sono le idee, le intenzioni, il comportamento dell'uomo.

A richiamarci questo amore Gesù chiede il culto dell'Immagine del S. Cuore.

L'IMMAGINE DEL S. CUORE

è voluta espressamente da Gesù.

Lo scrisse esplicitamente santa Margherita Maria alla Madre da Somaise: «Il mio divin Maestro mi ha chiesto che si faccia l'immagine del suo Cuore affinché quanti vorranno rendergli omaggio possano averla in casa, dove vuole che rimanga esposta e venerata. Gesù vuole che l'immagine del suo Cuore sia esposta in pubblico, che se ne facciano delle piccole, affinché chi vuole onorarlo la possa portare addosso.

Al culto dell'immagine del Sacro Cuore vi è unita una promessa. «Gesù vuole che l'immagine sia pubblicamente esposta allo scopo di toccare i cuori insensibili degli uomini, promettendo che spanderà con abbondanza nel cuore di tutti quelli che l'onoreranno i tesori di grazie di cui è pieno, e che dovunque questa immagine sarà esposta per esservi particolarmente onorata, attirerà ogni specie di benedizione».

AMMENDA ONOREVOLE COMUNIONE RIPARATRICE

Si tratta dell'offerta di Cristo, vittima di amore al suo divin Padre e nello stesso tempo offerta nostra assieme a Cristo.

Tu devi offrirmi all'Eterno Padre come l'unico oggetto delle sue compiacenze in ringraziamento per la misericordia che esercita verso i peccatori.

Questa offerta di Gesù è raccomandata nella santa comunione.

«Quando ti farò conoscere che la Divina giustizia è irritata contro i peccatori, tu verrai a ricevermi nella santa comunione. E dopo avermi posto sul trono del tuo Cuore mi offrirai al mio eterno Padre per placare la sua giusta collera e indurre la sua misericordia a concedere ad essi perdono».

Ancora: «Gesù mi ha comandato di accostarmi alla comunione tutti i primi venerdì del mese per riparare gli oltraggi che ha ricevuto, durante il mese, nel SS. Sacramento».

«Io non cessavo di domandare a Dio una sincera conversione di tutte quelle anime contro le quali la sua giustizia era irritata, offrendogli i meriti della vita, passione e morte del suo Figlio, e offrendo me stessa alla sua divina bontà per essere unita all'opera della redenzione secondo il suo beneplacito».

FESTA DEL S. CUORE

Non tutte le pratiche chieste da Gesù a santa Margherita Maria sono domandate a noi, anche se sono approvate dalla chiesa. Una di queste ad esempio è l'Ora Santa.

Le litanie del Sacro Cuore, le novene sono pratiche che la santa faceva come espressione della sua devozione e che anche noi facciamo, ma non sono esplicitamente richieste da Gesù.

Gesù chiede esplicitamente la festa del S. Cuore. La chiede per il venerdì seguente l'ottava del Corpus Domini.

«Ero ai piedi dell'altare, scrive santa Margherita, e il mio Dio mi aveva colmata di grazie eccelse. Egli mi disse: «Non puoi mostrarmi più caldo amore che facendo quanto io, più volte, ti ho domandato. Quanti sacrilegi e freddezze mi affliggono nel sacramento dell'Eucaristia! Perciò ti chiedo che nel venerdì dopo l'ottava della festa del Corpus Domini si celebri una festa speciale in onore del mio Cuore per riparare le ingratitudini e le irriverenze che riceve nel sacramento dell'Eucaristia.

In quel giorno si onorerà il mio Cuore con la comunione riparatrice e l'ammenda onorevole».

L'atto essenziale della nostra riparazione consisterà, come sempre, nell'offrire Gesù, vittima d'amore al Padre e noi assieme a Lui.

Il testo ufficiale dell'atto di riparazione prescritto da Pio XI per la festa del S. Cuore contiene questa formula. «Per riparare il vostro onore divino oltraggiato, noi vi presentiamo quella stessa soddisfazione che voi avete offerto al Padre sulla croce e di cui voi rinnovate tutti i giorni l'offerta sull'altare».

Dopo aver chiesto la festa Gesù conclude «Ti prometto che il mio cuore di dilaterà per versare con l'abbondanza del mio amore le grazie su tutti coloro che gli renderanno questo onore e che si sforzeranno gli sia reso dagli altri».

LA SANTA MESSA

L'onore è suggerito e richiesto dalla fede nell'amore del Cuore di Cristo per noi, seguito dal culto della sua immagine e dalla nostra consacrazione come risposta a questo amore. La riparazione ne segue naturalmente. L'autentica riparazione, scrive il Ladame, è la nostra stessa devozione, è il dono della nostra persona al Cuore di Gesù nella fede nella sua misericordia e nella pace dell'anima che si abbandona a lui. è soprattutto il Cuore di Gesù stesso, vittima per i nostri peccati e soddisfazione per essi. Lui e lui solo può riparare per noi. è dunque attraverso il sacrificio della messa che si compirà soprattutto questa riparazione. Cristo si offre al Padre, noi pure l'offriamo e con lui offriamo noi stessi.

L'ascolto della santa Messa sarà l'atto gradito da Cristo del devoto del suo cuore. Questi non vi mancherà mai nelle domeniche e nelle feste e nei giorni feriali le ascolterà di frequente, anche tutti i giorni.

Pratica bella e degna è l'offerta nella giornata delle messe che si celebrano nel mondo. Ad ogni ora, ad ogni minuto c'è un sacerdote che celebra nei cinque continenti.

 

LA GRANDE PROMESSA

San Giovanni Evangelista entra nella devozione al Sacro Cuore in modo diretto. Egli è l'apostolo che all'Ultima Cena pone con grande confidenza e amore il capo sul petto di Gesù. Si definisce il "discepolo che Gesù amava". Gesù amava tutti gli apostoli, come ama tutti gli uomini. Ma nessuna meraviglia che abbia delle predilezioni per gli innocenti. Predilezioni che si tramutano in illuminazioni della mente e grazie peculiari all'animo.

Apparendo a santa Geltrude, san Giovanni confessa che il suo gesto di posare il capo sul petto di Gesù fu di una esperienza unica. Quello che colse dell'amore di Gesù per gli uomini fu la rivelazione più bella e più ricca della sua vita, che pure ebbe momenti di profonda emozione. Avanzato negli anni san Giovanni continuò a ripetere ai discepoli che si amassero gli uni gli altri, perché quello era il comandamento del Signore, quella era la sintesi di quanto lui, san Giovanni, aveva imparato dall'ora decima del primo incontro, col Maestro divino.

Anche noi abbiamo avuto la nostra decima ora, l'inizio dei nostri rapporti con Gesù, con Dio. Questi rapporti si concluderanno un giorno su questa terra per aprirsi nella vita futura.

A che cosa mira la devozione al Sacro Cuore se non ad assicurarci la vita che non ha termine? A questo ci conduce la fede nell'amore di Cristo, la certezza del suo perdono, la speranza di raggiungerlo in cielo. Raggiungerlo per la gloria sua e per la nostra felicità

Gesù, diverse volte, ha parlato e promesso di voler essere rifugio sicuro in vita e specialmente in punto di morte. Egli mi ha confermato, scrive Margherita Maria che il compiacimento che prova nell'essere amato, conosciuto e onorato dalle creature è così grande che ha promesso ai devoti e consacrati al suo Cuore di accoglierli amorosamente nell'ora della morte, mettendo al sicuro la loro salvezza.

Questa promessa è esplicita in quella che è chiamata la "Grande Promessa". Tra le pratiche di devozione in onore del Cuore di Gesù, la comunione riparatrice dei primi nove venerdì del mese, beneficia di una promessa tutta speciale in quanto non si parla solo di assistenza nel momento della morte, ma addirittura della perseveranza finale.

«Io ti prometto nell'eccessiva misericordia del mio cuore, che il suo amore onnipotente accorderà a tutti coloro che si comunicheranno per nove primi venerdì del mese di seguito, la grazia della penitenza finale: non morranno nella mia disgrazia e senza ricevere i sacramenti, il mio cuore sarà per essi, asilo sicuro in quell'ultimo momento».

Sono l'applicazione pratica delle parole pronunciate dal divin Maestro nel discorso in cui promise l'istituzione della Santissima Eucaristia, dopo la prima moltiplicazione dei pani: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna».

Allora molti si scandalizzarono in Lui e lo abbandonarono. Oggi c'è chi ritiene la grande promessa un assurdo. Non hanno fede, non hanno amore. Chi ama risponde come Pietro: «Maestro, dove andremo noi? Tu solo hai parole di vita eterna».

I "nove primi venerdì del mese" suppongono un amore e una perseveranza degna di merito: I sacramenti significano grazie tutte particolari di luce e di forza per non morire in disgrazia di Dio. Ma queste luci e questa forza non toglieranno mai la libertà. Noi dovremo sempre dire di sì a Dio. Se gli dicessimo di no, se lo rifiutassimo in quel momento, malgrado le grazie, Dio non ci costringerebbe ad accettarle.

Non abbiamo la certezza assoluta, abbiamo la certezza morale, ma per noi è sufficiente.

Non crediamo noi nella parola di Gesù?

I primi venerdì non li prendiamo staccati dalla devozione al Sacro Cuore, devozione che ci deve occupare è preoccupare e formare l'anima della nostra anima, la vita della nostra vita. Va bene la grande promessa, vanno bene le altre promesse, sono il segno e il pegno della tenerezza di Dio.

Chi ama accetta sempre i doni della persona amata, ma più che alla mano che porge si ri rivolge alla persona che dona.

Noi accettiamo i doni di Dio con riconoscenza, come testimonianza del suo affetto, ma vogliamo soprattutto Dio, vogliamo Lui, il suo regno, la sua gloria. Ripariamo le offese che egli riceve, il disprezzo di cui è fatto oggetto. Ci preoccupiamo dei suoi interessi, lasciando a lui la cura dei nostri.

Non sono in buone mani?

 

NELLA CONCA DI IRIA

Lasciatemi ora rivolgere un pensiero alla Madonna, la prima e più grande devota del Sacro Cuore, Colei che ha amato in modo unico il Cuore di suo Figlio.

è apparsa piangente a La Salette, ha versato lacrime umane a Siracusa. A Lourdes e a Fatima ha parlato agli uomini di cessare di offendere Dio, di pregare per la conversione dei peccatori. «Molti si incamminano per la via larga che conduce alla perdizione dice il Vangelo, e molti sono quelli che vi entrano». Gesù non dice espressamente che quelli che vi entrano, scendono tutti nell'abisso, si perdono.

Molti si incamminano e dove vanno a finire?

A Fatima la Madonna spalancò la bocca dell'inferno ai tre fanciulli veggenti, e mostrò loro le anime che numerose venivano avvolte tra le fiamme.

Sono venti secoli che Gesù è morto sulla croce. Sono venti secoli che la chiesa esiste, che compie la sua missione sulla terra. Venti secoli di lotte, di lacrime, di sangue, e l'umanità a che punto si trova?

La Madonna è venuta a mostrarci il suo cuore immacolato anch'esso circondato di spine, anch'esso trafitto da una spada. Ci mostra il suo cuore afflitto di mamma perché si spezzi il cuore dell'umanità diventato di pietra.

Ci mostra il suo cuore di mamma perché ci sia di modello nell'amore al Cuore di Cristo.

Avendo compresa la volontà di Dio, la Madonna acconsenti subito generosamente con il fiat dell'adesione più perfetta al piano di Dio. Adesione che era amore, amore totale. L'amore, dicevano gli antichi, è idem velle, idem nolle, volere e non volere la stessa cosa. E la Madonna volle col Figlio la fuga in Egitto, volle i trent'anni di oscurità e di nascondimento a Nazaret, volle rimanere vedova, accompagnare discretamente Gesù nel suo ministero apostolico, seguirlo sul Calvario, rimanere in terra a custodire la chiesa nascente.

Questo amore la Madonna vuole accendere nel nostro cuore. Come ai servi di Cana ella ci dice: fate tutto quello che vi dirà. La preghiera della Vergine ci ottenga che l'acqua fredda dell'anima nostra, diventi vino e del più buono col quale amare Dio e amarlo nei nostri fratelli, specie se sono stati colpiti dai ladroni e abbandonati semi morti ai bordi delle strade del mondo.

 

E ADESSO VA' E FA' LO STESSO

Gesù ha parlato ed esposto la parabola. L'interlocutore ha ascoltato senza dir parola. Forse vi aspettava un lungo discorso, forse semplicemente una sentenza, un filo da unire al gomitolo degli oppositori per allungare il dissidio; ma mentre Gesù parlava, mentre veniva introdotto il samaritano qualcosa cambiava nell'animo suo. Si trovò uomo, egli che poco prima avrebbe tirato diritto come il sacerdote giudaico e come il levita. Ora si vergogna al confronto del samaritano. Non c'è" più la casta, c'è l'uomo.

Gesù non gli ha ancora rivolto la parola. Ora gli fa una domanda:

Quale di questi tre ti pare che sia stato prossimo di colui che si imbatté nei ladroni?

Colui che gli usò misericordia. E Gesù gli disse: Va' e fa' anche tu lo stesso.

Il dottore aveva chiesto chi doveva considerare suo prossimo, Gesù risponde, tu sii prossimo. Prossimo come Dio, si è fatto prossimo all'uomo nel suo Figlio Unigenito fatto carne.

«E il Verbo si è fatto carne ed abitò fra noi pieno di grazia e di verità. Comunque sia l'uomo, a qualunque razza, nazione, classe sociale appartenga, qualunque sia la sua vita e i suoi torti, è mio prossimo chiunque ha bisogno di me». Chiunque si intende degli uomini. Ma solo di loro? Se Dio si è fatto mio prossimo non debbo io farmi prossimo di Diò?

Non trovo Dio affaticato per la strada, non lo trovo ferito, insultato, vilipeso degli uomini, rifiutato, bestemmiato, cancellato dai cuori?

E Lui ritorna sulla terra, e Lui parla ai suoi amici fa sentire il suo dolore, chiede amicizia, chiede consolazione, chiede riparazione, chiede anime devote, consacrate al suo cuore. Imiteremo noi il levita passante al lato opposto della strada, o il samaritano che si ferma, scende, soccorre il ferito?

Io indifferente alle sofferenze di mio Padre o interessato a dare onore al suo nome, consolazione al suo cuore? Ecco: la devozione al Sacro Cuore io la vedo così: voler bene a mio Padre, perché mio padre. Mi verrà il premio, mi verrà l'eredità? Me l'ha promessa. L'accetto perché so di fargli piacere. Ma anche se non mi venisse nulla, lo amerai lo stesso. E' mio Padre.

(Da: "Papa Giovanni XXIII" Collegio Missionario Sacro Cuore Andria Bari.