CUORI UNITI di Gesù, Maria e Giuseppe

Tratto dal libro: “Cuori uniti di Gesù, Maria e Giuseppe”.

Per richieste rivolgersi a: Don Renzo Del fante – Via Cavour 21 - 20077 Melegnano - MI. 

UNA UNICA FIAMMA

Con la certezza di trovare ascolto, ci rivolgia­mo a Voi, o Cuori Uniti nella Famiglia santa di Gesù, di Maria e Giuseppe.

Ancor meglio di noi, che trasciniamo la vita tra le vicende quotidiane, immersi nella polvere e nella nebbia, Voi conoscete, rilucenti dello splen­dore del Padre, le nostre sofferenze e gli errori, e prevedete i pericoli.

I vostri Cuori, o Gesù, o Maria e Giuseppe, si uniscono in una unica Fiamma, divina e umana, capace di illuminare le tenebre che avvolgono il mondo e di riscaldare i nostri cuori sfiduciati. E ci ridarete speranza per riprendere con lena il giusto cammino.

Mentre sfoglieremo queste pagine, vi preghia­mo di voler leggere tra le pieghe dei nostri giorni e ascoltare i battiti dei nostri cuori a volte gioio­si e riconoscenti, più spesso affaticati e dolenti, ma sempre desiderosi di Voi che non li potete abbandonare.

 

PREGA MEGLIO CHI AMA DI PIÙ

PREGHEREMO INSIEME

A chi vorrei giungesse fra le mani questo scritto? Un umile libretto di devozioni, per più di uno potrà essere un prezioso aggancio a una visione più otti­mistica della vita, di nuovo illuminata dalla Fede e spronata dalla fiducia in «Quei di Lassù», invisibili ai nostri occhi, ma pur tanto e costantemente vicini.

Mentre compongo queste pagine, io vado pre­gando per tutti coloro che un giorno se ne serviran­no. Senza trascurare nessuno, vorrei però invitare anche te a pregare insieme:

- Per le famiglie compatte e felici, tanto benedet­te da Dio, perché non si lascino sedurre dall'orgoglio di sentir­si «le migliori», suscitando l'invidia dei vicini e la gelosia di Satana.

- Per le famiglie devastate, anche solo in uno dei suoi membri, sotto antiche e moderne forme di prepotenza, di avi­dità, di disamore.

- Per le famiglie angustiate dai gravi problemi del pane quotidiano, del lavoro, dell'abitazione... che la Paterna Provvidenza muova mani generose a venire in soccorso.

- Per le famiglie in cui l'infermità è di casa e sorella morte bussa con una certa insistenza,

che la preghiera costante e l'aiuto dei buoni tenga lontana l'amara disperazione.

- Per le Famiglie Religiose, affinché l'esempio e l'aiuto della santa Famiglia ricrei in essa quella fraternità serena e operosa, nutrita di preghiera e d'infinita pazienza.

- Per le persone, giovani e anziane, che soffrono la solitudine, sentendosi disprezzate ed emargi­nate, evitate o sfruttate, che la nostra benevola attenzione le aiuti a superare quel loro - spesso esasperato - pessimismo.

- Per i giovani sposi, affinché le prime delusioni non compromettano il santo entusiasmo degli inizi, ma li maturino a una Fede più robusta.

- Per queste e molte altre intenzioni che ciascuno ha in cuore, io invito a ripetere: «Gesù, Giuseppe e Maria, siate sempre in nostra compagnia!»

 

INVOCAZIONI LITANICHE ALLA SACRA FAMIGLIA

Gesù, Figlio del Dio vivente ascolta e benedici

Gesù, Figlio della Vergine Maria ascolta e benedici

Gesù, della stirpe di Davide ascolta e benedici

Gesù, obbediente ai genitori ascolta e benedici

Gesù, onesto lavoratore ascolta e benedici

Gesù, Maestro di Sapienza ascolta e benedici

Gesù, Salvezza del mondo intero ascolta e benedici

O Maria, Madre del Dio vivente prega con noi

Madre e intatta Vergine prega con noi

O Maria, Sposa fedelissima prega con noi

O Maria, vedova sempre memore prega con noi

Mediatrice di ogni grazia prega con noi

Custode dei focolari prega con noi

Giuseppe, Sposo premuroso prega con noi

Giuseppe, padre verginale prega con noi

Uomo umile e coraggioso prega con noi

Esempio di Fede viva prega con noi

Patrono della Santa Chiesa prega con noi

Nell'ora di nostra morte prega con noi

O Famiglia, legata da amor sincero prega con noi

O Famiglia, unita nelle prove prega con noi

O Famiglia aperta ai bisogni altrui prega con noi

O Famiglia santa, gioiosa e laboriosa prega con noi

O Famiglia degna, povera e generosa prega con noi

E per le famiglie più tribolate Gesù, Maria e Giuseppe, vi amiamo: salvate le famiglie, salvate i Consacrati!

 

CASA ACCOGLIENTE

O Maria, Madre di Dio e dei poveri, ti chiediamo di benedire questa Casa:

custodiscila nel tuo Cuore Immacolato.

Fa' di noi e di questa casa un vero focolare.

Sia un rifugio per i poveri e i ciechi nello spirito, affinché vi trovino risorse per tutta una vita; sia un rifugio per gli sfiduciati affinché siano infinitamente consolati. O Maria, Regina delle vittorie sugli egoismi umani e le perfidie diaboliche, donaci cuori umili e dolci

per accogliere con tenerezza e compassione quelli che tu indirizzi verso di noi.

Donaci dei cuori pieni di misericordia per amarli, per servirli, e spegnere ogni discordia,

per vedere nei nostri fratleli sofferenti la presenza di Gesù vivente.

Forte e generosa famiglia di Nazareth, unita nella sofferenza e nella pace, benediteci oggi con la mano dei poveri, e ricevete un giorno anche noi nell'eterna Famiglia degli umili di cuore.

 

L'AMORE FIORISCE DAL DOLORE

LA STORIA PIÙ BELLA

Mi permetto ora di presentarvi, in modo sempli­ce e vivace, alcuni momenti di vita della santa Famiglia di Nazareth. Faccio riferimento soprattutto ai Vangeli scritti da San Matteo e da San Luca, nello spirito di tutta la Sacra Scrittura e della buona Tradizione. Mi permetto pure (e non certo per comoda pigri­zia) di riportare qui alcune pagine (dalla 18' alla 80a) stralciate dall'ultima edizione di Maria, Mamma bellissima, uno dei libri più amati dai miei quattro lettori. Essi non sanno compilare giudizi critici; solo mi assicurano di averne tratto luce e sollievo. Ed io che posso pretendere di meglio?

 

Un misterioso destino

A Nazareth, sepolta Anna, la mamma della Vergine Santissima, mani amiche chiusero quella casa benedetta e conservarono la chiave per l'unica erede, quando essa sarebbe tornata dal Tempio per rimanere in paese.

A consolare il suo dolore di orfana, oltre alla sua fede senza ombre e l'affetto delle maestre e delle compagne, si unì Elisabetta, una carissima cugina, assai più avanti di lei in età, moglie di uno dei sacer­doti più precisi e devoti.

Anche Zaccaria, lo sposo di Elisabetta, quando veniva a Gerusalemme per il turno di servizio nel Tempio, trovava modo di vedere Maria che cresce­va in statura, ma ancor più in saggezza e bontà.

Che qualche misterioso destino fosse celato in questa ragazza, tanto umile ma insieme di stirpe e portamento regale?

Zaccaria ed Elisabetta amavano Maria col loro affetto di vecchi sposi, buoni e fedeli, ma amareg­giati e delusi per essere senza figli.

 

Studiando la Bibbia

Intelligenza aperta, costanza di carattere e un continuo e gioioso spirito di preghiera che attirava la luce dello Spirito Santo, permisero alla Madonna di conoscere e comprendere in profondità la Parola di Dio.

Certamente la consolarono la promessa fatta da Dio ai Progenitori, cioè la sconfitta di Satana: « Una Donna ti schiaccerà il capo!», e la promessa fatta ad Abramo, a Giacobbe e a Davide che fra i loro discendenti sarebbe nato il Messia. Maria dovette piangere di anticipata compassione leggendo i sal­mi del Re Davide e le profezie di Isaia che descri­vevano le sofferenze morali e fisiche del futuro Redentore.

Sentendo le profezie di Michea e di Daniele, si era resa conto che tutta questa lunga e misericordio­sa preparazione della venuta al mondo di Dio Salvatore, era giunta al suo compimento. Ancora pochi anni e sarebbe spuntato questo virgulto dal­l'antico ceppo di Davide, nativo di Betlemme.

È in questa amorosa attesa del Messia, del Santo di Dio, che la Madonna emette il suo voto di Verginità. Non è certo per paura della vita (che Ella anzi ama nella sua bellezza e nei suoi sacrifici) che Maria rinuncia al pensiero di formarsi un giorno la propria famiglia. Rinuncia al matrimonio perché si sente attratta da Dio, fin dalla sua infanzia, fin dal­l'inizio della sua esistenza, con un amore assoluto.

 

Tutta di Dio!

Tutta e soltanto di Dio, per sempre!

Ma l'amore di Dio ha come conseguenza neces­saria l'amore del prossimo. Lei avrebbe incontrato Dio, che si sarebbe fatto ancor più prossimo nel Figlio, fattosi uomo tra gli uomini: «Ecco la Vergine che dà alla luce il Figlio e il suo nome è: Emma­nuele (Dio con noi)!»

Maria presentiva, pur non sapendo in quale modo, che avrebbe certamente incontrato il Cristo. Subito si sarebbe messa, come l'ultima ancella, a sua disposizione per aiutarlo - da lontano o da vici­no - nella sua missione.

Consacrata a Dio, per il suo Messia, per il bene di tutti, nella purezza e nella preghiera, avrebbe con­sumato la sua vita nell'esercizio della più grande carità materiale e spirituale.

La Madonna, che era così distaccata dalle cose di questa Terra e che non ebbe mai un pensiero egoi­sta, fu colei che più desiderò il Signore, senza immaginare che proprio lei, fra tutte le donne, dove­va essergli madre per donarlo a questo mondo nella grotta di Betlemme e presso la Croce del Calvario.

In quegli anni trascorsi presso il Tempio, Maria fu davvero la calamita di Dio, che ne affrettò la venuta.

 

Sposa a Giuseppe

Maria era rimasta orfana. Gli anni passavano e, siccome si era ormai fatta grande, bisognava pensa­re al suo avvenire.

Lasciarla, come maestra ed educatrice, nel Tempio? Ma era della stirpe di Davide, era erede della casa paterna, era così saggia e così buona che avrebbe fatto felice certamente il suo sposo!...

E poi in Palestina a quel tempo non si era mai sentito parlare di ragazze che avessero fatto voto di non sposarsi e la Madonna, così riservata, non era certo il tipo da raccontare a tutti il suo fermo pro­posito.

Così un giorno il Sacerdote, responsabile di quella comunità, chiama Maria e le espone il suo progetto, che è quasi un comando: - È tempo che ti formi una tua famiglia.

Maria soffre, ma non si ribella. È sicura che Dio provvederà!

Ma la ragazza non ha né conoscenze né amicizie ed è bene, se si decide per il matrimonio, che si scel­ga, secondo la legge ebraica, uno della sua stirpe.

Il Sacerdote perciò, ispirato dal Signore, manda a invitare i pochi giovani, della stirpe di Davide, di­sposti a farvi un pensierino.

Passavano i giorni e la pena di Maria sarebbe diventata angoscia nella prospettiva di dover poi mancare al suo voto, se la fiducia nella Provvidenza non l'avesse sorretta.

Chi con cuore puro guarda il Signore vestire ogni primavera la terra di miliardi di fiori, non fa fatica a credere come antica tradizione, e non come pura leggenda, la vicenda del bastone fiorito di San Giuseppe.

Il miracolo, già compiuto per iniziativa di Mosè a favore di Aronne, il Signore lo ripeté su iniziativa del Sacerdote che aveva raccolto i bastoni dei gio­vani pretendenti.

Queste verghe ben lavorate erano, insieme a un pugnaletto appeso a una ricca cintura, parte dell'ab­bigliamento festivo dei giovanotti di allora.

Il Sacerdote li aveva raccolti dai presenti, porta­ti nel luogo santo del Tempio e infine, dopo una pre­ghiera, riportati indietro tali e quali, eccetto il basto­ne dello stupito San Giuseppe che, alla sua verga, vedeva spuntare foglie e fiorellini.

È stata così la Provvidenza a guidare l'incontro della Donna immacolata con il più giusto fra gli uomini.

 

Il santo sposalizio

La Madonna amava le sue maestre, e tra queste ci piace ricordare una certa Anna di Fanuel. Di essa parla il Vangelo, dandoci notizie assai dettagliate, che non si spiegherebbero se non si trattasse di una persona ben conosciuta e molto amata dalla giovane Maria.

Le sue educatrici, felici, accompagnarono Maria a colui che, per volontà umana e per scelta divina, le veniva proposto quale sposo.

A quei tempi l'iniziativa lasciata alle figliole nella scelta dello sposo, era assai limitata: chi deci­deva il loro destino erano o il padre, o chi ne teneva le veci.

Ma bastò uno sguardo, che fu un incontro di anime, perché rifiorisse sul volto virgineo di Maria il sorriso più bello.

Di San Giuseppe poteva fidarsi, di questo giova­ne maturo, quasi vicino alla trentina, così onesto e buono.

Lo vide come un forte, nel corpo ben piantato e nello sguardo umile e nobile a un tempo. Dopo Dio e con Dio, sarebbe stato per lei, non un ostacolo, ma il più valido aiuto nel vivere la sua consacrazione al Signore.

Senza bisogno di tanti preamboli, Maria e Giuseppe si compresero pienamente. A lui non rimaneva che continuare, fino a renderlo definitivo, quel voto di Nazireato che già da tempo andava mantenendo.

Si sarebbero amati come nessun altro al mondo, e insieme sarebbero vissuti nella stessa casa, ma come fratello e sorella, in una felice e angelica ver­ginità.

Vennero così celebrati, con la decorazione delle compagne e delle educatrici, di Sacerdoti amici di Zaccaria ed Elisabetta, e di qualche altro parente, gli sponsali. Era una promessa solenne di fidanzamen­to che, praticamente, equivaleva alle vere e proprie nozze, anticipandone tutti i diritti.

E poi il ritorno a Nazareth, dopo tanti anni...

 

È tornata Maria!

I genitori non c'erano più ad attendere la loro bambina, fattasi ormai giovane sposa. L'accoglienza del paese, non fu malvagia: i santi vecchi avevano lasciato non solo la casa con la grotticella e l'orto attorno come eredità, ma anche tanto buon esempio e un ricordo che attirava simpatia sull'unica figlia, rimasta sola.

Giuseppe poi non era un estraneo a Nazareth. Quando i suoi parenti avevano lasciato Betlemme, lui era andato a vivere presso il fratello Alfeo (detto anche Cleofa) di qualche anno maggiore di lui. Alfeo, a Nazareth, aveva sposato una donna umile e laboriosa di nome Maria, dalla quale ebbe, secondo il Vangelo, quattro figli: Giuseppe e Simone, Gia­como e Giuda, che vien detto appunto di Alfeo (o Taddeo) per distinguerlo da Giuda il traditore.

L'affiatamento tra Maria Santissima e la sua cognata - che il Vangelo chiama sorella per la povertà di vocaboli della lingua ebraica - avviene presto e durerà sempre più stretto. 1 piccoli nipoti cominciarono presto a frequentare la casa dello zio Giuseppe e della giovane zia Maria, venuta da Ge­rusalemme. Cresceranno così alla scuola di Maria e fra loro Gesù sceglierà poi i due più piccoli, Gia­como e Giuda, come suoi Apostoli.

Nei primi mesi, dopo il ritorno di Maria a Nazareth, San Giuseppe era ancora alloggiato pres­so il fratello Alfeo, anche se ogni giorno veniva a trovare la sua sposa. Lentamente la casa, rimasta a lungo disabitata, veniva rimessa a nuovo nelle mura, nelle pareti e nell'arredamento. La povertà dei due sposi donava alla casa il sorriso, nel buon gusto di Maria e nella laboriosità del falegname Giuseppe.

 

L'annunciazione

Giuseppe stava ormai per trasferirsi definitiva­mente nella casa paterna di Maria, quando avvenne il fatto più bello e importante della storia del mondo intero.

San Giuseppe era in paese per il suo lavoro di carpentiere. Maria era al suo piccolo telaio, in un lavoro che si faceva quel giorno sempre più pre­ghiera e desiderio di Dio, quando, senza aprir porta o finestra, le si presenta l'Angelo Gabriele.

È uno dei Serafini più belli del Paradiso che, per primo, saluta la Madonna:

- Ave, o Maria! - E prosegue: - Tu sei piena di Grazia, il Signore è con Te!

La Madonna rimane stupita della visita dell'Angelo, ancor più del saluto che, pieno di vene­razione, egli le ha rivolto.

L'Angelo la tranquillizza: - Non temere, o Maria, tu hai trovato grazia presso Dio. Ecco, tu concepirai e darai alla luce un figlio. Lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande, sarà chiamato il Figlio di Dio, che gli darà il trono di Davide, suo antenato; regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno; il suo regno non avrà mai fine.

La Madonna si ricordò del suo voto, di cui anche Giuseppe era a conoscenza, e rispose:

- In che modo avverrà questo, poiché io non conosco uomo?

L'Angelo le spiegò: - Lo Spirito Santo scenderà su di te, e la poten­za dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Per questo quel bimbo santo che nascerà sarà chiamato il Figlio di Dio.

Poi Gabriele parlò a Maria di una cugina, che Ella ormai da parecchi mesi non vedeva più.

- Ecco, la tua parente Elisabetta, pur essendo anziana, aspetta anche lei un bambino. Essa, che era chiamata la sterile, è già al sesto mese della sua attesa, poiché a Dio niente è impossibile.

La Madonna allora pronunciò il «sì» più bello e importante della storia dell'universo, compiendo un atto di fede, di umiltà e di ubbidienza che diede gioia e gloria a Dio e agli Angeli e fece tanta rabbia ai demoni.

Rispose a Gabriele: - Io sono la serva del Signore; che avvenga di me come tu hai detto!

E l'Angelo si partì da lei.

In quell'istante, per opera dello Spirito Santo, il Figlio dell'Eterno Padre cominciò a essere anche il piccolo Figlio della Santissima Vergine Maria. Dio diventò nostro fratello, come uno di noi.

Nella casa della Madonna, che adesso per mira­colo della onnipotente Provvidenza si trova qui in Italia, nel bel Santuario di Loreto (mentre a Nazareth, sotto la splendida basilica, si venera la grotticella e il luogo su cui la casa sorgeva) ci sono scritte queste parole:

QUI IL VERBO SI È FATTO CARNE E VENNE AD ABITARE IN MEZZO A NOI.

 

Sei mesi prima

La Madonna aveva da poco lasciato Geru­salemme, per venire ad abitare a Nazareth con Giu­seppe, quando, proprio nel luogo più sacro del Tem­pio, avvenne un fatto piuttosto insolito.

Come tutte le sere (in quei giorni era lui di tur­no), il Sacerdote Zaccaria entra nel Santuario per offrire l'incenso al Signore.

Il popolo doveva rimaner fuori e un grande e spesso velo impediva di vederlo.

Zaccaria entra dunque in questo luogo santo e trova presso l'altare dell'incenso, nientemeno che un Angelo: è lo stesso Gabriele che poi si presente­rà alla Madonna nella sua casetta di Nazareth.

Zaccaria ne prova paura, tanto che l'Angelo gli fa subito coraggio: - Ho una bella notizia: la tua preghiera è stata esaudita! Tua moglie Elisabetta diverrà mamma di un figlio a cui darai il nome di Giovanni. Questo tuo bambino darà gioia a te e a molti altri. Sarà gran­de davanti a Dio; vivrà una vita di penitenza e, pie­no di Spirito Santo ancor prima di nascere, dovrà preparare al Signore un popolo ben disposto a rice­verlo.

Al vecchio Sacerdote passa la paura, ma non riesce a credere a quanto gli ha annunciato Gabriele. È vero che avevano tanto desiderato di avere un figlio e tanto pregato.

Ma la grazia non era mai venuta e ora era trop­po tardi...

Tanto lui quanto Elisabetta, erano troppo avanti negli anni, per sperar di aver ancora un figliolo.

Dopo il rifiuto di credere, l'Angelo risponde a Zaccaria: - Io sono Gabriele, che sto davanti a Dio, e sono stato mandato per parlarti e annunziarti questa bel­la notizia. Ma poiché tu non hai creduto alle mie parole, che a suo tempo verranno adempiute, ecco: sarai sordo e resterai muto! Non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose si compiranno.

Intanto il popolo aspettava Zaccaria, meraviglia­to che si trattenesse così a lungo davanti all'altare dell'incenso. Quando il velo si scostò, e Zaccaria riapparve, capirono dai segni che doveva avere avu­to una visione; ma non poteva spiegarsi a parole, essendo rimasto muto.

Finito il suo turno di servizio sacerdotale, se ne tornò alla sua casa, sui monti della Giudea. Dopo quei giorni, Elisabetta divenne madre, ma non rac­contò in giro il suo gioioso segreto. Se ne stava riti­rata in casa e diceva: - Come è stato buono il Signore, quando ha rivolto il suo sguardo verso di me, concedendomi la grazia di diventare anch'io mamma!

Questa grazia speciale del Signore lasciava però alla anziana Elisabetta, insieme con la consolazione, tutto il peso di una maternità piuttosto difficile. I disturbi, di mese in mese, crescevano.

A questi si aggiungeva anche la sofferenza morale di avere in casa il marito punito da Dio, il Sacerdote scoraggiato e diffidente, che aveva rifiu­tato di credere all'Angelo e per questo era rimasto muto.

Ma la Provvidenza aveva in serbo una lietissima sorpresa per la madre di quel bimbo che sarebbe sta­to ricolmo di Spirito Santo prima ancora di nascere, e che tutto il mondo venera col nome di San Gio­vanni Battista.

 

La Madonna va da Elisabetta

«Tua cugina Elisabetta aspetta anche lei un bambino ed è già al sesto mese», aveva detto a Ma­ria l'Angelo Gabriele.

Quando, alla sera, Giuseppe venne a farle la so­lita visita, Maria gli accennò il suo desiderio di re­carsi per qualche mese presso la cugina.

Però non disse parola del suo incontro con l'An­gelo, né del suo annuncio, né di avere accettato di diventare la Madre di Gesù, il Figlio di Dio.

Giuseppe amava veramente la Madonna. Per farla contenta, permettendole di passare qualche mese in compagnia e in aiuto alla sua cugina, accet­tò il sacrificio della sua lontananza; anzi volle accompagnarla per buona parte del lungo viaggio. E Maria, in quella stupenda primavera che rico­priva di fiori e di canti i monti della Galilea, della Samaria e della Giudea, poteva dire soltanto agli Angeli e agli uccelli la sua gioia di Madre, di Mamma di un Bimbo che avrebbe chiamato col nome santo e dolcissimo di Gesù.

Al termine di questo viaggio, fatto senza perder tempo, eccola finalmente a Ain Karim davanti alla casa di Zaccaria, circondata di giardino e di orto.

Maria chiama la sua parente e mentre Elisabetta scende con tutta quella premura che l'età e le sue condizioni di prossima mamma le permettono, la giovane cugina la saluta: - La pace sia con te, Elisabetta!

La donna si ferma, quasi impallidendo: il bimbo le sussulta nel grembo.

Ma non è un malessere: il suo volto rugoso si illumina di una gioia sovrumana e, ispirata dallo Spirito Santo, che era sceso in lei e nel nascituro Giovanni, esclama: - Benedetta, o Maria, fra tutte le donne e bene­detto è il frutto del tuo seno! Come mai mi è con­cesso che la Madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena mi è giunta la voce del tuo saluto, il mio bimbo ha esultato di gioia nel mio grembo... Elisabetta guarda con pena il suo Zaccaria che, avvisato, viene a dare il benvenuto alla inattesa parente, senza però poterle rivolgere neppure una parola, perché muto. E, rivolta a Maria, aggiunge dolorosa: - Beata te che hai creduto! Certamente si com­piranno le cose che ti son state dette da parte del Signore!

 

Magnificat!

Maria, la Vergine prudente e silenziosa, aveva creduto suo dovere stendere il velo del silenzio con tutti su quanto l'Angelo le aveva annunciato.

Aveva taciuto persino con Giuseppe nel quale pure aveva perfetta fiducia e che al fatto poteva essere interessato, essendo egli ormai lo sposo legit­timo della Madre di questo Gesù nascituro.

Invece, la Madonna ora vede il suo segreto sve­lato direttamente da Dio alla sua parente, la quale subito riconosce e venera Maria come Madre del Signore, come portatrice di Dio e della sua Grazia. La commozione si fa incontenibile e dal cuore della più religiosa fra le creature, più ancora che dal­la sua limpida intelligenza e dalla sua voce celestia­le, sgorga l'inno del Magnificat.

Ecco come l'Evangelista San Luca, che queste notizie le ha apprese dalla bocca stessa di Maria, ce lo riporta:

L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome: di generazione in generazione la sua misericordia si stende su quelli che lo temono.

Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili;

ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia, come aveva promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.

Poi, Maria, accolta con amore come il più bel dono della Provvidenza, entrò in quella casa ove doveva nascere, dopo alcuni mesi, San Giovanni Battista, quello che doveva preparare la via a Gesù, il Salvatore.

 

Chi sarà questo bambino?

Essendo donna esperta, attenta a ogni necessità particolare e laboriosa, Maria Santissima badava alle faccende di casa, risparmiando ogni possibile fatica alla cugina che soffriva maggiormente con l'avvicinarsi del parto.

Faceva a Elisabetta e al vecchio Zaccaria santa e gioiosa compagnia, spronandoli alla fiducia nel Signore, nella certezza che avrebbe portato felice­mente a termine ciò che per sua grazia era iniziato. Giunto il suo tempo, Elisabetta diede alla luce un bel maschietto, robusto e vivace. Da quella casa la gioia, per il lieto evento, fluiva alle case dei parenti e dei vicini.

Otto giorni dopo la nascita, il rito della circonci­sione fu motivo di festa e di nuova allegrezza per quanti conoscevano quella famiglia.

Come da noi per il Battesimo, così gli Ebrei nel­la circoncisione davano ufficialmente il nome al bambino.

Siccome Zaccaria taceva, i parenti pensarono di dargli il nome del padre, tanto l'ormai vecchio Sacerdote non sarebbe campato molto e poi, a quei tempi, non c'erano tanti problemi di anagrafe.

Forse avvisata dalla Madonna, la proposta ven­ne all'orecchio di Elisabetta, la quale si oppose energicamente: - Si chiamerà Giovanni!

Le fecero osservare che nel loro parentado quel­lo era un nome nuovo. Ma non cambiando essa parere; chiesero con dei segni a Zaccaria cosa egli ne pensasse; in fondo toccava proprio al padre dare il nome.

Zaccaria chiese una tavoletta; con lo stilo, senza esitazione scrisse: «Giovanni è il suo nome!» ricor­dando ciò che l'Angelo Gabriele gli aveva predetto e constatando che tutto si era fatto ormai gioiosa realtà.

In quello stesso momento il bravo vecchio riac­quistò l'udito e la parola ed esclamò:

Benedetto il Signore Dio d'Israele perché ha visitato e redento il suo popolo, e ha suscitato per noi una salvezza potente nella casa di Davide, suo servo, come aveva promesso per bocca dei suoi santi profeti d'un tempo: salvezza dai nostri nemici, e dalle mani di quanti ci odiano. Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, di concederci, liberati dalle mani dei nemici, di servirlo senza timore, in santità e giustizia al suo cospetto, per tutti i nostri giorni. Quando si trovò col bambino fra le braccia disse: E tu, bambino sarai chiamato profeta dell'Altissimo perché andrai innanzi al Signore, a preparargli le strade, per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza nella remissione dei peccati, grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, per cui verrà a visitarci dall'alto un Sole che sorge, per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte e dirigere i nostri passi sulla via della pace.

Zaccaria non immaginava certamente che la «Presenza del Signore», che suo figlio avrebbe un giorno annunziato e testimoniato, aveva già in quei mesi riempito la sua casa e portato benedizioni in tutti, Giovannino compreso.

Ormai il bimbo cresceva avido di latte e di mo­vimento.

Elisabetta, contenta anche per la riacquistata parola del marito, si riprendeva bene in forze no­nostante l'età avanzata.

Maria SS. poteva quindi considerare ormai chiu­sa la sua missione di carità e far ritorno alla sua Nazareth.

A questo pensiero però una nube sfiorava la sua fronte: «Che avrebbe pensato ora di lei il suo Giu­seppe?»

 

Il tormento di San Giuseppe

Erano passati più di tre mesi da quel mattino di fine marzo quando, per opera dello Spirito Santo e in modo unico nella storia della generazione umana, Maria Santissima era diventata Madre, pur restando Vergine.

Ora il silenzio non bastava più a nascondere il suo divino segreto. L'attesa era ormai evidente in quella giovane sposa e nessuno ne avrebbe fatto meraviglia, eccetto la persona più cara a Maria, il suo sposo Giuseppe, con il quale si era fatto, di per­fetto accordo, il voto di vivere come fratello e sorella.

Ed è appunto nel viaggio di ritorno da Ain Karim (San Giuseppe, avvisato, le era andato incon­tro) che lo sposo si accorge di un fatto umanamente inspiegabile: Maria attendeva un bimbo! ma come? Per San Giuseppe fu una constatazione così sconcertante che meno grave sarebbe stato il veder distrutta la casa appena arredata, il veder la bottega in fiamme, la clientela dispersa.

Egli amava immensamente Maria; aveva per lei una stima senza incrinature. Anche di ritorno da Elisabetta la Madonna conservava un volto più sereno del cielo e più puro di un fiore, anche se si era fatta ancor più matura e pensosa.

Che cosa mai poteva essere successo alla sua carissima sposa?

Che la sua Maria avesse potuto tradirlo gli sem­brava una cosa tanto assurda che non meritava di essere presa in considerazione. Che avesse subito violenza, da parte di qualche malvagio? Ciò era pos­sibile, ma perché allora Maria non gliene parlava?

Giuseppe avrebbe condiviso con lei l'umiliazione e con lei avrebbe perdonato il colpevole.

Noi, che già conosciamo il Vangelo, gli avrem­mo suggerito di pensare a un miracolo... Ma Giuseppe non aveva mai sentito dire che una donna fosse diventata madre senza conoscere uomo: era una legge di natura tanto universale...

Col passare delle ore e dei giorni la sofferenza cresceva nel povero sposo che, almeno in apparen­za, guardando i fatti, anche senza volerli giudicare, si vedeva come un uomo tradito.

 

L'eroico silenzio di Maria

E la Madonna taceva.

Un altro mistero per Giuseppe e un po' anche per noi. Non sappiamo quanto questo silenzio eroi­co sia costato alla Madonna che soffriva di esser motivo, anche se involontario, di tanta angoscia per lo sposo suo che amava verginalmente, ma appunto per questo tenerissimamente.

Si aggiungeva in Maria il timore per la decisio­ne che Giuseppe avrebbe potuto prendere, se avesse voluto agire secondo la Legge: denunciare la pre­sunta colpevole, farla condannare alla lapidazione.

Sotto le violenti sassate avrebbe trovato la morte, con la mamma, anche il piccolo Gesù che le cresce­va in grembo.

Ma la Madonna, grande nella sua fiducia nella Provvidenza, soffrì, ma non si disperò. Ragionava press'a poco così: «Dio mi ha mandato l'Angelo Gabriele quando il mio Giuseppe era fuori di casa. Se quindi avesse preferito che fosse messo al corrente dei suoi dise­gni di Redenzione anche il mio sposo, avrebbe scel­to un altro momento, con lui presente.

E poi, come la luce dello Spirito Santo svelò il mistero della mia divina maternità alla cugina Elisabetta, quando era ancor umanamente impossi­bile sospettare che io fossi madre e, tanto meno che io fossi la Madre di Dio, così lo stesso Spirito Santo, se è suo volere, illuminerà a tempo giusto anche il mio sposo, togliendolo finalmente dal suo incubo».

La Madonna non si sentiva perciò in diritto di violare il segreto di Dio, anche se il tacere causava tanta sofferenza e l'avrebbe potuta portare a tragi­che conclusioni.

In quei giorni a Giuseppe, che fu il più buono e il più puro, ma anche il più leale e appassionato nei suoi sentimenti di uomo e di sposo, sembrava di impazzire.

Una sera salutò malinconicamente Maria, chiu­dendo stancamente la porta di quella casetta ormai perfettamente riordinata, nella quale aveva sognato di trascorrere una vita laboriosa, piena di amore e di santità con la sua dolcissima Maria.

Tutto, invece, crollava e così amaramente...

La Madonna intuì che il suo sposo se ne andava, così, in silenzio, col cuore spezzato dal dolore e roso dal dubbio. Forse non sarebbe più tornato, avendo egli difatti pensato e deciso, in cuor suo, di lasciare Maria. Se ne andava così, senza rumore, senza far scenate né esporre denunzie.

 

Gli porrai nome Gesù

La Vergine Santissima di certo non dormì quel­la notte e nella preghiera strappò a Dio la luce per il suo sposo.

Ancor meno Giuseppe poté prender sonno. Si chiedeva perché mai Dio li avesse uniti in modo tan­to profondo e provvidenziale per poi permettere che tutto finisse così presto, in una angoscia che rasen­tava la disperazione.

Ma Dio non prova i suoi figli al di sopra delle loro forze. Mandò un Angelo, che apparve a Giuseppe durante la notte, e gli disse: - Giuseppe, ricordati che sei discendente della stirpe di Davide! Non temere di prendere Maria come tua sposa. Infatti, quella creatura che porta in grembo, è opera dello Spirito Santo! Maria darà alla luce un figlio e tu gli porrai nome Gesù; perché sarà Lui che salverà il popolo dai suoi peccati.

Ora Giuseppe, come se tutti quei giorni fossero stati un lungo sogno pauroso, attendeva con impa­zienza l'alba per correre a quella casa, bussare di nuovo a quella porta, chiamare la sua Maria e but­tarsele davanti in ginocchio e chiederle perdono, supplicarla di dimenticare tutto!

Certo Lei lo avrebbe capito e carezzato con quel suo sorriso che uguale non hanno neanche gli Angeli in Cielo...

E io penso commosso alla cara Madonna, quan­do con ansia sì, ma senza paura, va a socchiuder la porta, e nella prima luce del giorno rivede il suo Giuseppe smagrito dal grande patire ma ora rag­giante per aver conosciuto la Verità.

Adorando in lei Gesù nascituro, lo sposo le si inginocchia dinnanzi, prendendo nelle sue robuste mani di artigiano le bianche, fini mani di lei, bagnandole con i goccioloni che gli scivolano dagli occhi.

Con la fede dei Patriarchi e l'ansia dei Profeti riconosce ed accetta come fosse suo figlio, in quel tempio vivo e purissimo, la «Presenza del Signore che viene».

E la vita riprende felice.

 

L'editto di Roma

A Nazareth nessuno si stupiva che Maria, una sposa tanto bella e tanto buona, attendesse un bim­bo. Quel galantuomo di Giuseppe, così laborioso e devoto, che non mancava mai di pazienza e che era tanto fedele ai suoi doveri di bravo Israelita, si meritava davvero una donna così!

A nessuno però veniva in mente che quell'arti­giano, la sua sposa e l'atteso bambino, avrebbero fatto famosa Nazareth in tutto il mondo e sino alla fine dei secoli.

Anche la cara Maria, sposa di Alfeo e che, uno dopo l'altro, aveva messo al mondo già quattro maschietti, guardava con simpatia la sua giovane cognata, Maria di Giuseppe, senza poter lontana­mente immaginare quanto ella stessa avrebbe poi amato quel suo bambino.

Mentre San Giuseppe pensava alla culla - e con quale passione se la lavorarava in quelle lunghe sere autunnali! - la previdente Mamma preparava il necessario corredo.

Di mese in mese, con una gravidanza nient'af­fatto penosa, il gran giorno si avvicinava. A volte un pensiero le veniva, ma non aveva forza di turbarla. Quando era al Tempio, nelle profezie di Michea aveva letto che il Messia sarebbe nato a Betlemme. Ora Lei, che portava in seno questo Bambino, vive­va a Nazareth, e i giorni passavano... Come si sarebbero adempiute le Sacre Scritture?

Un giorno Giuseppe, contrariamente al solito, tornò dal lavoro in anticipo e con una grave preoc­cupazione dipinta sul volto. I messi di Roma aveva­no proclamato l'editto di Cesare Ottaviano Augusto. E a Roma si ubbidisce e non si scherza!

Era bandito il censimento: ogni famiglia avreb­be dovuto recarsi alla città di origine e la segnare sui registri nome e cognome.

Maria e Giuseppe, della stirpe di Davide, avreb­bero quindi dovuto recarsi a Betlemme, il paese presso Gerusalemme, dove il profeta Samuele ave­va scelto e consacrato re, per volere di Dio, il corag­gioso e generoso figlio di lesse: Davide.

Ma si era in pieno inverno, quando gli sbalzi di temperatura sono fortissimi, specie dal giorno alla notte. Un viaggio tanto lungo e disagiato non era una prospettiva rosea nemmeno per gente in condi­zioni normali.

Rifiutare il censimento? Troppo rischioso. Aspettare a dopo la nascita del bambino? Forse sarebbe stato troppo tardi. Partire subito? Si sarebbe poi fatto in tempo a tornare?...

 

Verso Betlemme

San Giuseppe restò colpito dalla tranquillità, da cui affiorava un senso di sollievo, con cui la sua sposa aveva accolto la notizia dell'editto.

Maria lasciava parlare il suo sposo, leggendo nelle sue ansietà tutto l'amore e il rispetto che egli portava al Nascituro e a lei. Poi, come se si trattasse di andare al pozzo ad attingere acqua, disse che il suo pensiero era quello di vedere in quell'ordine dell'Imperatore romano la Volontà di Dio.

Bisognava quindi partire e presto. Non conveni­va forse illudersi troppo che avrebbero fatto in tem­po a tornare. In un piccolo cofano avrebbero posto l'indispensabile per un neonato. E la Provvidenza li avrebbe accompagnati.

Fatti i preparativi, a ora opportuna, Maria a dor­so di un asinello e Giuseppe a piedi, lasciarono Nazareth.

Come deve essere dispiaciuto a tutti e due dover richiudere quella loro casetta, che già aveva visto qualche giorno di pena e poi tanti giorni felici. In essa, non potendo raccontare il segreto agli estranei, avean cercato di preparare la più dignitosa e affet­tuosa accoglienza al Figlio di Dio!

Tutto, lì, era pronto, e tutto lasciavano. Per for­tuna Dio teneva loro nascosto che quella casetta sarebbe rimasta chiusa non per pochi giorni o even­tualmente per qualche mese, ma per alcuni anni!

Sulle strade principali, alcune già sistemate a scopo militare dai Romani e vigilate dai loro solda­ti, era un crescente andare e venire di gente mossa, più o meno volentieri, dallo stesso editto, il che ren­deva ancor più difficile trovare un alloggio o, alme­no, un riparo durante le soste della notte.

Questo problema che, per amore alla sposa madre, assillava sempre più Giuseppe, si manifestò in tutta la sua gravità proprio alla fine del viaggio, quando giunsero a Betlemme.

Non c'era posto nel grande e rudimentale alber­go pubblico presso il quale stavano anche le varie carovane.

E non si trovò un locale, un buco almeno, ma riparato, in nessuna delle case a cui Giuseppe sem­pre più amareggiato andò a bussare.

Non era tanto la povertà di questi sposini, che non eran certo dei mendicanti, e qualche denaro cer­tamente l'avevano, ma era il fatto fin troppo eviden­te della avanzata gravidanza di Maria a impressio­nare la gente.

Non si sa mai come va a finire in casi di questo genere...

Se nascesse il bambino, come si farebbe poi a sbatterli fuori?

E le porte, con più o meno garbate scuse, si richiudevano.

Proprio come scrisse poi San Giovanni Evan­gelista: «... è venuto nella sua casa, e i suoi non lo vollero accogliere».

Rifiutando ospitalità a Maria e a Giuseppe, Betlemme anticipa Gerusalemme che rifiuterà il suo Salvatore.

Gesù nascerà fuori del paese, in una povera grot­ta; e morirà fuori della Città santa di Gerusalemme, sopra una croce.

«Regnerà sul trono di Davide, suo padre, e il suo regno non avrà mai fine... ».

«Non vogliamo che costui regni sopra di noi. Il suo sangue cada pure su noi tutti... ».

 

La notte santa

Ma qualche buon'anima la si trova dappertutto. Un pastore, che tornava alla sua tenda, aveva notato quella giovane sposa e l'uomo tanto in pensiero, mentre già faceva notte:

- Più avanti troverete una grotta, la cantina di una casa diroccata; la usa, chi capita, come stalla. Non è né bella né comoda, ma almeno è un riparo...

Vanno fiduciosi che la Provvidenza Divina non li abbandonerà.

Giuseppe è attento perché l'asino non inciampi per i sentieri aspri e scuri dei campi gelati di quella notte di dicembre e trovano la grotta.

Entrando, noi ci saremmo scoraggiati. Invece il sorriso di sollievo della Madonna, sebbene stanca, rianima ancor più Giuseppe, che aiuta Maria a scen­dere dall'asino. Dopo aver preso dalla greppia un poco di fieno, lo distende a tappeto e fa accomoda­re la sua Sposa Santissima.

Poi si dà da fare, al lume della sua lucerna, per compiere una pulizia almeno sommaria. Con legni e avanzi di fascine riesce, presso un angolo - dove il fumo trova un buco per uscire - ad accendere un focherello che dà più allegria che calore.

Sistema l'asino alla greppia, dopo aver trovato modo di abbeverarlo, poi prepara di nuovo un meno scomodo giaciglio con la paglia, con del fieno e con il suo mantello, alla sposa.

Maria si siede, ringraziando, lì, proprio tra l'asi­nello stanco e un grosso pacifico bue che si era sve­gliato e aveva guardato bonariamente. Quegli intru­si non sembravano avere nessuna intenzione di far­gli del male.

Prendendolo dalle loro bisacce, mangiano un boccone: un poco di pane e formaggio. L'appetito, specie allo sposo, non doveva mancare.

Poi Giuseppe si siede presso il focherello, col proposito di vincere il sonno e la stanchezza, per mantenerlo acceso.

La Madonna, dopo essere rimasta alquanto seduta, si pone in ginocchio e si raccoglie in intensa preghiera.

Ha il presentimento che Gesù sta per nascere; ma non si preoccupa affatto di mancare di qualun­que assistenza, lei che si era data tanto da fare per Elisabetta perché venisse ben assistita. Non avvisa neppure Giuseppe che pure, ogni tanto, la chiama, invitandola a riposare un po'.

La mole calda e quieta del bue fa da velo alla tenuissima luce del focherello che lo stanco Giuseppe, pur dormicchiando, riesce a non lasciar morire. E nel silenzio di questa notte santissima, da Maria viene al mondo Gesù.

Il Figlio di Dio, concepito per opera dello Spirito Santo, veniva al mondo, senza procurare alla Madonna la benché minima pena, come un bel rag­gio di sole attraversa un terso cristallo, lasciandolo intatto.

La Vergine Madre, con l'animo inondato da una beatitudine che nessuno può misurare, accoglie il suo Bimbo sul cuore e, prima ancora di avvolgerlo in fasce, chiama festosa il suo Giuseppe.

Il povero sposo, che pure immaginava quanto sarebbe potuto accadere (ma non immaginava così presto, così miracolosamente facile, già avvenuto ormai!) si scuote e va verso Maria. Quasi non osa prendere in braccio quell'Infante, che egli sa essere figlio della sua Maria e Figlio di Dio!

Vedere e toccare Dio! Dio che nasce bambino, che strilla, che pare mendichi subito latte e calore e protezione! Ma Giuseppe si fa animo e lo accoglie, timoroso quasi di fargli male con le sue mani callo­se e le vesti pesanti.

La Madonna leva dal cofano le piccole fasce e i pannicelli e, come aveva visto fare col piccolo Giovannino, avvolge delicatamente il suo Gesù. Il piccolo però continua a vagire e solo si acquieta quando, dopo alcun tempo, la Madonna riesce a dargli qualche goccia di latte e poi a posarlo nella man­giatoia.

Scostando le bestie, Giuseppe aveva intanto pre­parato il fieno più asciutto e più soffice, scaldando­lo manciata per manciata al fuoco che aveva gene­rosamente ravvivato.

Se Betlemme dormiva, se nella vicina Gerusa­lemme i Sacerdoti avevano ben altri pensieri che accogliere il Messia, il Cielo stesso si era mosso ed esprimeva il proprio osanna a Dio Bambino; a migliaia gli Angeli cantarono il loro augurio agli uomini, tanto amati da Dio.

 

Arrivano i pastori

Alcuni Angeli scesero fin sui prati, presso gli ovili. Le pecore si misero a belare per l'improvvisa luce e i pastori, svegliati, uscirono dalle loro tende rimanendo come abbagliati più che dallo splendore degli Angeli, dalla grandiosità dell'annuncio.

Un angelo diceva: - Non abbiate timore: vi porto una notizia bel­lissima: oggi, nella città di Davide, vi è nato il Salvatore, il Messia, Nostro Signore! Ecco il segno: troverete un bambino con la Mamma. È avvolto in fasce, deposto in una mangiatoia.

Col freddo della notte, arrivano pure melodie celestiali: un canto spiegato e beato di schiere di spi­riti angelici che cantavano: «Gloria a Dio nel più alto dei Cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà!».

Bisogna andare!

Ma da che parte iniziare le ricerche?

Un pastore ha un lampo nella mente: che non sia il bambino di quella sposa a cui aveva indicato, in mancanza di altro, come alloggio una stalla?...

- Su, venite tutti con me: corriamo fin verso Betlemme, e vedremo quanto l'Angelo del Signore ci ha annunciato!

E lo seguirono, uomini e giovanotti e anche qualche ragazzino, incespicando nei sassi e fregan­dosi gli occhi ancor pieni di sonno.

È santo e benefico e non sentimentale, vedere la Madonna che accoglie la prima adorazione del suo Gesù. Ella vede entrare quei poveri pastori, timidi e venerabondi più che non fossero i Sacerdoti davan­ti al Santuario.

Chiedono di poter vedere il volto di quel picci­no e restano estasiati, davanti al gesto di Maria di prenderlo dalla mangiatoia, perché lo vedano meglio.

Qualche bambino osa mandargli un bacio e un anziano si liscia la barba per non fargli male, perché lui vuole proprio baciargli almeno la rosea manina.

Giuseppe si tira ancor più su di morale quando sente raccontare dell'annuncio angelico e vede i doni presi in fretta e furia: qualche morbido vello di pecora, assai migliore del fieno, del latte ancor spu­moso munto in fretta per portarlo alla Madre. Più ancora si rasserena quando quei buoni gli garanti­scono che, fatto giorno, si sarebbero dati da fare per trovare in affitto una casetta, una stanza almeno per il Bambino e sua Madre.

Che triste, per questo popolo prediletto da Dio, aspettare per secoli il Messia e poi, quando arriva, neanche accorgersi di Lui; peggio, lasciarlo fuori casa!

Sono i pastori, i primi a essere avvisati dagli Angeli in persona, i primi a vederlo, a potersi inte­ressare di Lui! La loro allegrezza era incontenibile e nel giro di pochi giorni non c'era paese o casolare che non sapesse del santo Natale di Gesù e del pri­vilegio loro toccato.

Solo pochi, però, vollero credere... Dalla vicina Gerusalemme, la Città santa, nessuno si mosse.

 

Il primo sangue

La Madonna fu ben felice, quando vennero ad annunziarle che la casa finalmente era stata trovata. Vivere a lungo in quella grotta e, d'inverno poi, non era certo sano, per il Bambino soprattutto. Sarebbe stato anche un segno troppo chiaro della durezza di cuore dei Betlemmiti.

In quella casetta, ottenuta in affitto, mancava praticamente tutto, ma c'era il Signore! Qualcosa avevano portato, qualcosa avevano ricevuto in dono; intanto si viveva.

Giuseppe aveva il suo mestiere e la voglia di lavorare certo non gli mancava: si sarebbe guada­gnato qualcosa, poi si sarebbe visto.

Otto giorni dopo la nascita, Giuseppe, ricono­scendo il Bambino giuridicamente come suo figlio, fece compiere su Gesù il rito antichissimo della cir­concisione col quale il bambino veniva accolto nel popolo di Abramo e di Israele.

Ricordò quella notte di angoscia di alcuni mesi prima, e quanto poi l'Angelo gli aveva detto. E chia­mò il Bimbo col nome di Gesù.

La Madonna dovette soffrire molto nel vedere molte gocce di sangue sgorgare da quel corpicino vispo e fragilissimo, non tanto per il dolore che que­sto rito poteva procurare al piccino, quanto perché pensava a tutto quel Sangue che il Figlio avrebbe poi sparso per la Redenzione del mondo.

Nonostante i disagi, che però a Lui venivano risparmiati il più possibile, il piccino cresceva sem­pre più bello.

Non era forse il frutto della Bellezza Increata, di Dio stesso che aveva reso fecondo il grembo della «Benedetta fra tutte le donne», della Regina dell'Universo, la nostra bellissima Mamma del Cielo?

 

La presentazione al Tempio

Le settimane passavano, e bisognava pensare alla grande cerimonia della presentazione di Gesù al Tempio e della purificazione della Mamma.

San Giuseppe, ascoltando il cuore, avrebbe comperato assai volontieri un bell'agnellino da lasciare come offerta; facendo però i conti col bor­sellino, si dovette accontentare di un paio di torto­relle per il sacrificio e dei cinque sicli per il riscatto. In quell'andirivieni di genitori con i loro bambi­ni presso l'altare (su cui venivano deposti e offerti al Signore, per essere poi restituiti ai genitori) sembrava che proprio nessuno si fosse accorto della ecce­zionale importanza del rito che in quel giorno si compiva.

Insieme con gli altri, era il Figlio di Dio, fattosi uomo, che veniva offerto al Padre. Giuseppe e Maria, umili e discreti, non erano certo i tipi da atti­rare su di loro l'attenzione, nemmeno del Sacerdote che, al massimo, avrà notato la bellezza straordina­ria di quell'Infante.

La Madonna, benché fosse l'Immacolata e fosse la Madre-Vergine, si sottomise come tutte le altre mamme al rito della purificazione, una benedizione simile a quella che viene data anche presso noi cri­stiani alle partorienti, dopo il Battesimo del figlio. E i due, felici con il loro Bambino, dopo aver pregato insieme, già si apprestavano a uscire dal Tempio, quando videro accorrere ansante, verso di loro, un simpatico e sorridente vecchietto.

Era un uomo virtuoso e saggio che, in quella religione ebraica, per molti versi deragliata, sapeva dare ancora importanza più alle cose spirituali che non alle materiali. Egli attendeva, come la più gran­de fortuna, di poter vedere il Messia.

Quel mattino, una irresistibile ispirazione dello Spirito Santo l'aveva fatto accorrere al Tempio. Fra tanta gente che andava e veniva, a colpo sicuro indovinò chi lui cercava e, preso un po' di fiato per la corsa e per l'emozione, si rivolse alla Madonna, chiedendole che le cedesse un minuto il piccolino. La Mamma accondiscese sorridendo, e il vec­chietto, tenendo con cura e rispetto fra le sue brac­cia Gesù Bambino, disse, beato:

“O Signore, lascia pure che il tuo servo se ne vada in pace da questo mondo, perché i miei occhi hanno veduto il Salvatore che ci hai mandato. Ecco la Salvezza che tu hai preparato al cospetto di tutti i popoli! Ecco la Luce che illumina tutte le genti, ecco la tua Gloria, o Israele!”

Anche Giuseppe era visibilmente commosso.

Il vecchio Simeone invocò sopra di loro la benedizione di Dio, poi volgendosi a Maria, la Mamma, continuò dicendo: - Questo bambino è posto a salvezza di alcuni e a rovina di altri, in Israele. Sarà un segno di con­traddizione, e per questo anche a Te una spada tra­passerà l'anima.

La Madonna impallidì, non tanto per la spada del dolore che già, poco per volta, stava penetrando nel suo cuore di madre, ma per i chiodi e la lancia che i profeti avevano già predetto, e che avrebbero ferito i piedi, le mani e il cuore di quel suo Bambino. E queste cinque piaghe sarebbero state i segni visibili di una ben più profonda trafittura che avreb­be squarciato quel Cuore: l'immensa stoltezza, cat­tiveria e ingratitudine degli uomini.

Ma ecco ancora un altro incontro, questa volta felicissimo. La sua cara vecchia maestra, Anna di Fanuel della tribù di Aser, che non soltanto portava lo stesso nome della mamma defunta della Madon­na, ma le aveva fatto anche un po' da mamma, le veniva incontro festosa...

Poco più di un anno prima, Anna aveva visto partire Maria che a lei sembrava ancora quasi una bambina, e ora la rivedeva, accanto al suo sposo, già madre felice, col suo Bimbo fra le braccia.

Ma essendo Anna di Fanuel, come ci attesta il Vangelo, una donna piena di fede, come il vecchio Simeone, è lei pure illuminata dallo Spirito Santo: sa Chi le sta di fronte!

E poi col cuore colmo di riconoscenza parlerà del Bambino Gesù a tutti quelli che aspettavano il Liberatore.

 

La visita dei Magi

San Giuseppe e la Madonna avrebbero, dopo la Presentazione del Bambino al Tempio, fatto volen­tieri ritorno a Nazareth, appena il clima, passate le piogge primaverili, si fosse messo al bello.

Attendevano però un cenno dal Signore, dal momento che Zaccaria, il loro parente Sacerdote che la sapeva lunga, sosteneva che il Messia non solo doveva nascere a Betlemme, ma di lì doveva uscire per incominciare la sua missione.

Della Galilea si parlava infatti tanto poco nella Bibbia e di Nazareth poi neanche un accenno... Giuseppe credette quindi suo dovere rimboccare bene le maniche, per procurare il necessario per il vitto, i vestiti, le suppellettili indispensabili, i soldi per l'affitto e gli attrezzi stessi di lavoro. A Nazareth aveva lasciato, con la sua bottega in ordine, anche una clientela che andava già infoltendo e rinsaldan­dosi. A Betlemme partiva da zero.

Era trascorso poco più di un anno, quando a Betlemme arriva una carovana sfarzosa. Non eran mercanti, ma principi e studiosi orientali che, poco prima, erano passati da Gerusalemme.

Pur venendo da regioni lontane e diverse, ave­vano finito per ritrovarsi sullo stesso cammino per un unico scopo: cercare il nuovo Re dei Giudei, annunciato loro da una stella non naturale. Secondo la Bibbia, che essi pure conoscevano, doveva essere un Re universale, divino.

Essendo scomparsa la stella, proprio quando si ritenevano giunti alla mèta, con un gran atto di fede, si avviarono verso Gerusalemme per chiedere infor­mazioni.

Il loro grado sociale permise di avere udienza presso lo stesso Erode, il re grande nella ferocia e nella malizia.

Costui passò dallo stupore alla beffa e, infine, a una certa paura superstiziosa.

Se ci fosse stato qualcosa di vero i suoi consi­glieri del Tempio glielo avrebbero indicato. Difatti, interrogati i capi dei Sacerdoti, ebbe la risposta: - Se dovesse nascere questo Messia, Betlemme è la sua patria.

E l'astuta volpe congedò quegli onesti con la proposta: - Se per caso riusciste a trovare questo fanciul­lo, fatemelo sapere perché anch'io vorrei andarci per adorarlo!

Usciti da Gerusalemme, guidati di nuovo dalla luce paradisiaca di quell'astro, che si era abbassato e rendeva fantasmagorica quella carovana, già variopinta dei bei colori d'Oriente, i santi Magi si diressero sicuri verso la casa dove alloggiava la Santa Famiglia.

Non si impressionarono della povertà e picco­lezza dell'edificio, pure abituati come erano alle regge fastose.

Chiesero udienza e subito la ebbero.

In quella piccola stanza semibuia, seduta su uno sgabello stava la Vergine Maria, col suo Piccino in braccio che guardava attonito e divertito tutto quel­lo splendore di vesti e di monili.

Chinandosi sulla pietra e sulla terra battuta di quel lindo ma poverissimo locale, fecero atto di ado­razione al Re divino e universale.

Alla sua fortunatissima Madre espressero, più con l'anima che non le parole, la loro consolazione di aver raggiunto la mèta di un lunghissimo e trava­gliato viaggio.

I santi Re si fecero consegnare dai loro accom­pagnatori i doni simbolici che avevano portato: un cofanetto con dell'oro, quasi fosse un tributo che spontaneamente pagavano a quel Bimbo indicato loro dal Cielo, e degli aromi, come la mirra e l'in­censo, quasi a riconoscere la sua divinità.

Anche noi cristiani usiamo ancora l'incenso e ne offriamo il profumo a Gesù Eucaristico.

Il piccolo Gesù, che pure aveva presente anche in quel momento tutto quanto c'è e si svolge nell'u­niverso, si comportava da bambino di un anno circa.

Toccò quindi alla Madonna far gli onori di casa, ad accogliere e congedare quegli ospiti eccezionali. Lo fece con tanta umile semplicità e con tale regale smezza che i Magi non dimenticarono più quel vol­to di donna, più luminoso dell'astro che li aveva guidati.

E si disposero a far ritorno al proprio paese.

La tappa a Gerusalemme, per riferire a Erode, venne cancellata dal loro programma per l'interven­to di un Angelo che apparve loro nel sonno, coman­dando di prendere invece un'altra strada.

 

Fuggi in Egitto!

Erode non aveva dimenticato la strana visita dei Magi il timore che ci fosse qualcosa di vero, che potesse turbare subito la sua sporca coscienza e a lungo andare, minare la sicurezza del suo trono, si faceva più forte.

Attese il loro ritorno e quando si accorse di esse­re stato beffato, accecato dalla rabbia e dalla paura, diede un ordine feroce: che si sgozzassero in Betlemme e nei dintorni tutti i bambini dai due anni in giù. Così sarebbe perito, con gli altri, anche que­sto bambino presunto Messia.

San Giuseppe aveva invece in mente ben altri pensieri. Qualcuno anche materiale, lui che doveva pensare anche a quello!

Quell'oro che i santi Magi avevano portato, poteva almeno in parte servire a pagare qualche conticino, ad acquistare qualche attrezzo migliore, a sistemare un po' meglio la casetta.

Era tutta provvidenza, non richiesta e quindi ancor molto più gradita, che veniva a dargli un po' di respiro.

Ma proprio in quella notte tranquilla, il sonno gli venne bruscamente interrotto dal richiamo di un Angelo: - Presto, alzati! Prendi il Bambino e sua Madre e fuggi in Egitto. Non perdere tempo perché voglio­no ammazzare il Bambino!

Giuseppe, se gli fosse caduto un fulmine a pochi passi, sarebbe rimasto meno stordito. Comunque si alza, va da Maria, la desta dal suo sonno leggero. Le dice dell'Angelo, dell'ordine avuto, e Maria tosto gli crede.

Alla luce della lucerna raccolgono nella casa l'indispensabile. Ma stavolta c'è anche il Bambino.

Giuseppe allora, oltre alla sua cavalcatura, noleggia un altro asino che porterà le poche masserizie. Senza avvisar nessun altro, senza neppure attendere l'alba, si mettono in cammino.

La Madonna, oltre al timore per il pericolo che incombe sul Bambino, ha il suo da fare con lo stes­so Gesù che, svegliato in pieno sonno, sembra non capire nulla di quel trambusto, di quella premura, di quel viaggio di notte, e frigna e piange, attirando l'attenzione dei cani che abbaiano lungo le strade deserte.

 

La vita da esuli

Fu un viaggio estremamente disagevole, con quel Bambino ancor tanto piccolo, verso l'ignoto, seguendo non le strade comuni o, almeno, le piste carovaniere.

Evitavano il più possibile l'incontro con altre persone, nel timore di imbattersi negli emissari di Erode. Chiunque incontrassero poteva divenire, anche senza volerlo, un informatore della loro fuga e del loro itinerario.

Nessun miracolo addolcì quella fuga, durata parecchi giorni, durante la quale la sete, la fame e la stanchezza che si accumulavano di ora in ora, erano poco compensate dal sonno inquieto delle notti.

Tutto questo pesava assai meno alla Madonna e a San Giuseppe che non il timore di venire raggiunti e che Gesù fosse loro strappato e ucciso.

Quando finalmente si accorsero di essere pene­trati profondamente nella zona del Delta del Nilo, ormai ben lontani dai confini con la Palestina, si die­dero a cercare una abitazione e riuscirono a pren­dersi una minuscola casetta. L'oro donato dai Magi cominciava a rivelarsi prezioso.

E lì, in terra straniera, di cui non conoscevano né lingua né usanze, dovettero ricominciare tutto da capo.

Con i doni ricevuti prima della fortunosa parten­za, poterono prendersi l'indispensabile per la casa e per il lavoro; ma la vita consuma ogni giorno e anche a far miracoli di risparmio il sacchetto si svuota.

Rimboccarono subito di nuovo le maniche.

La Madonna badava al Bambino e alla casa e coltivava un po' di terra attorno alla casetta rurale. San Giuseppe mendicava un po' di lavoro che eseguiva a puntino e del cui prezzo doveva, pur­troppo, sempre accontentarsi per non crearsi perico­losi contrasti in quel paese straniero.

Infatti, nonostante la faccia di perfetti galantuomini che avevano quei due sposi e il loro splendido Bambino, venivano considerati dagli Egiziani come dei profughi, scappati per chissà quali debiti con la giustizia, o almeno dei poveri immigrati con delle grosse noie al loro paese di origine.

Fin quando sarebbe durata questa vita? Dei mesi o addirittura degli anni? E quando e come avrebbe­ro fatto ritorno in Patria?

Intanto Gesù cresceva meravigliosamente bello nell'aspetto e nel carattere che rifletteva, subliman­dolo, il volto e il carattere della sua Mamma dolcis­sima.

Lì, su quel suolo straniero, Gesù aveva mosso i primi passi, ripetute le prime parole, imparato dalla Madonna e dal Padre putativo le espressioni più semplici di buona educazione. Lui, Unico e Vero Dio, nella sua natura di uomo, da Giuseppe e da Maria aveva imparato a pregare.

I suoi giochi, le sue risate, le sue battute e le sue carezze, riempivano di autentica felicità i santi geni­tori, scacciando dal cuore le nubi che si affollavano a volte sul loro e specialmente sul Suo avvenire.

Avrei pagato un mondo per bussare ed entrare una sera in quell'umile casetta di profughi, per godere un istante di quella pace ultraterrena, per unirmi alla quieta preghiera dell'uomo più santo, della Madre di Dio, del Verbo di Dio fattosi Carne.

Finalmente, ancora di notte, Giuseppe riceve una notizia e un ordine: - Erode, che cercava a morte il Bambino, è mor­to. Ritorna quindi nella tua terra!

 

Il ritorno a Nazareth

Sulla contentezza del ritorno in Patria, ancora la spina di un interrogativo: la mèta sarà Betlemme o addirittura si doveva puntare direttamente su Nazareth?

Rifatti ancora una volta i bagagli, la santa Famiglia lascia, con passo più tranquillo, l'Egitto. Gesù si annoia sempre seduto sulla cavalcatura e a volte vuol scendere a sgambettare, mettendo la sua manina in quella del Padre o in quella della Mamma.

Siccome Betlemme è, press'a poco, sulla via per Gerusalemme e poi per la Galilea, decidono di fer­marsi a Betlemme, tenendo conto anche delle idee di Zaccaria riguardo alla città del Messia.

Cambiano però ben presto parere, oltre che per una nuova illuminazione avuta dal Cielo, per due motivi: il primo perché vengono a sapere che a Erode, detto il grande, era successo Archelao, il figlio che aveva imparato fin troppo malizia e cru­deltà dal padre; e il secondo, per avere udito la descrizione della strage dei bambini innocenti.

Quel gesto, tanto efferato, aveva commosso e indignato persino il governo di Roma, e il ricordo continuava a essere vivissimo nelle famiglie di Betlemme.. .

Come allora poteva tornare a viverci quel Bambino che era stato la causa, anche se inconsape­vole, di un bagno di sangue?

Lui, il ricercato, era ancor in vita mentre decine di infanti erano stati strappati nella notte dalle brac­cia delle madri atterrite e dei padri sorti in disperata difesa, ed erano stati sgozzati come capretti per il sacrificio pasquale, per la ferocia di Erode.

Non restava loro che tirar diritto, verso casa, fino alla ancor lontana Nazareth, dove l'eco di tutto questo era giunto assai affievolito e con gli anni si era poi praticamente spento.

 

Madre e maestra

Bisogna essere donna ed essere mamma per comprendere un pochino con quali sentimenti la Vergine Santissima abbia riaperto, dopo tanti anni e tante traversie, la porta di casa sua e baciato quelle pareti, mute testimoni del grandioso miracolo avve­nuto in Lei.

Il tempo vi aveva lasciato la sua polvere e fatto i suoi danni; non eccessivi però, perché qualcuno dei vicini e dei parenti vi dava ogni tanto un'oc­chiata, anche se le speranze che quella famiglia tor­nasse si andavano affievolendo.

Si temeva che forse quel loro Bambino fosse perito sotto il pugnale dei sicari e i genitori fossero pure stati massacrati con lui, o dispersi o fatti pri­gionieri chissà dove...

Finalmente tornati al paese, si apriva un avveni­re tranquillo: il lavoro, incerto dapprima, si faceva più continuo con il rinsaldarsi dei vecchi clienti.

La Madonna, donna esperta e operosa, pur nella sua imperturbabile calma e dolcezza, frutto di un completo dominio sui propri gesti e sentimenti, sapeva impiegare bene le ore della sua giornata e provvedere quanto era necessario alla famiglia. Gesù Bambino, al quale tutto era nuovo a Nazareth, mostrava capacità di adattamento e di apprendimento sorprendenti.

Era davvero l'amore di Giuseppe e di Maria, che adoravano in Lui, senza minimamente manifestarlo ad altri, il loro Dio fattosi uomo.

Ma a voler bene a Gesù erano anche i suoi cuginetti, alcuni più grandicelli, altri coetanei come Giacomo e Giuda (nome tanto comune nel popolo ebreo e profanato poi dal traditore Giuda Iscariota) che giocavano assai volentieri col piccolo Gesù.

Le due mamme, la Madonna e Maria di Alfeo, andavano perfettamente d'accordo perché al mon­do, con un poco di buona volontà, è possibile voler­si un gran bene anche tra cognate.

La casa, l'officina e 1'orticello di San Giuseppe risuonavano spesso delle grida gioiose di quei fru­goli pieni di vita.

A quei tempi la scuola era facoltativa e organiz­zata in modo assai rudimentale: un pedagogo per villaggio tirava avanti la sua truppa di scolaretti ser­vendosi di non molti strumenti didattici, tra cui spic­cavano lunghe filastrocche da impararsi a memoria e frequenti bastonate che si facevano ricordare da sole.

La Madonna non volle che Gesù frequentasse una simile scuola, dove il bene da imparare era pochino e l'esempio dei compagni non sempre edi­ficante.

Quel suo bambino, che del resto si mostrava assai intelligente, aveva una origine e un destino eccezionale: meritava quindi una eccezione.

Si aggiungeva il fatto che la Madonna sapeva trovare il tempo per compiere questo dovere e che, anche da un punto di vista scolastico, era in grado di assolverlo, essendosi fatta una buona cultura duran­te gli anni trascorsi presso il Tempio.

Così l'onnisciente Creatore del Cielo e della Terra volle farsi attento scolaro e imparare da Maria a leggere e a comprendere la sua stessa Parola, con­tenuta nel Libro Sacro.

Compierla per uno o compierla per tre, la fatica di insegnante non sarebbe stata più grave.

Così la Madonna, con il consenso di Giuseppe e di Alfeo, di far scuola anche ai piccoli Giuda e Giacomo, acconsentì di far scuola ai cuginetti, feli­cissimi di trascorrere qualche ora del giorno con la carissima zia e il loro cuginetto Gesù.

Non solo per la povertà di termini della lingua ebraica, ma anche perché erano cresciuti quasi sem­pre in casa della Madonna, i due futuri Apostoli e Martiri Giacomo e Giuda, soprannominato Taddeo, verranno detti nel Vangelo più volte «i fratelli di Gesù».

 

Gli esami di... maturità

Quando Gesù ebbe compiuto i dodici anni, dice il Vangelo, venne accompagnato al Tempio. L' età di Gesù aveva tutta la sua importanza e spiega assai bene il grave... inconveniente, successo nel viaggio di ritorno.

Fino a dodici anni, anche i maschietti erano un po' considerati quanto le donne, umanità di secondo ordine.

Sarà proprio Gesù a riconoscere ai piccoli e alle donne la loro completa dignità in tutto uguale, in quanto a valori fondamentali, a quella degli adulti maschi.

Come da noi occorre una certa età per guidare una moto o per porre una firma, così, allora, si veni­va dichiarati «adulti», responsabili cioè delle pro­prie azioni e omissioni dopo aver superato un certo esame di cultura, soprattutto religiosa, che poteva essere affrontato dopo i dodici anni.

A Gerusalemme, presso il Tempio, c'erano sale destinate allo scopo e i famosi «Dottori della Legge», di cui nel Vangelo spesso si parla, erano insegnanti di religione e avevano, tra gli altri, anche questo compito di esaminatori.

Gesù si presentò ben preparato.

Non c'era neppure bisogno di ricorrere alla sua Onniscienza divina e alle Scienze speciali di cui parlano i teologi. Era bastata la sua lodevole appli­cazione a quanto gli era stato insegnato dalla Mamma.

Maria era una maestra non diplomata, ma che aveva capito la «Legge», la «Parola di Dio», meglio di qualunque professorone, ricolma come aveva il cuore e la mente di Spirito Santo.

E Gesù anche in questo senso spirituale, e subli­mandolo, cioè rendendolo ancor più egregio, porta­va il volto di sua Madre. Davvero nell'abisso della sua amorosa umiltà, il Signore Gesù voleva essere il frutto non solo del grembo, ma pure del cuore e del­la mente di Maria Santissima!

Gli esami, era da prevederlo, per il dodicenne Gesù furono un trionfo. I Dottori rimasero sbalordi­ti di questo fanciullo che non solo non aveva incer­tezze nel rispondere, ma mostrava di capire assai bene le loro domande e obiezioni.

Anzi, con una dolcezza e una semplicità che li disarmava, questo fanciullo di Nazareth passava al contrattacco e poneva lui stesso dei quesiti e aiutava quei vecchi studiosi nella ricerca delle soluzioni.

Era, insomma, qualcosa di più di un fanciullo prodigio!

Era diventato, già da ragazzo, ciò che Simeone aveva predetto: un segno di contraddizione. E i Dottori si accaloravano, dividendosi tra i freddi e pomposi maestri di casistica e di giuridismo senz'a­nima, e tra i seguaci di questo Fanciullo che spazza­va via, come il fuoco, tante sovrastrutture umane, e ridonava alla Parola del Signore la luce e il calore delle origini.

Dio Padre voleva che, almeno negli onesti, fos­se sparso con abbondanza quel seme di vera Sapienza.

Il Padre Celeste perciò permise che le cose andassero in modo che, passati i giorni delle feste, quando le comitive dei pellegrini ripresero cantando la via del ritorno, il fanciullo Gesù non si trovasse in alcuna di esse.

 

Il doloroso smarrimento

Portiamoci con il pensiero alle città orientali di quei tempi, dove ogni casa e ogni piazza formicola­va di bambini e nelle quali nei giorni di festa, come succedeva a Gerusalemme tre, quattro volte all'an­no, si avanzava a fatica nelle strade strette e ingom­bre di merci e di rifiuti.

I servizi di polizia e di vigilanza erano assoluta­mente insufficienti in mezzo a quell'andare e venire di gente allegra e rissosa, ricchissima e povera, nel­la quale i cittadini di Gerusalemme sparivano nel caleidoscopio dei pellegrini provenienti da tutte le regioni dell'Impero.

C'è un altro fattore da tenere presente: essendo Gesù dodicenne e avendo superato gli esami... di maturità è in pieno diritto di prendere posto nella comitiva degli uomini. La Madonna non vedendo­selo vicino, può benissimo pensare che si sia messo con San Giuseppe e gli altri compaesani.

Giuseppe, a sua volta, pensa che Gesù, no­nostante la promozione legale, è ancora un ragazzo che può star benissimo - come nella venuta da Nazareth - insieme a sua Madre.

Fatto sta che a sera, quando le comitive degli uomini e delle donne si ricompongono, perché le singole famiglie possano consumare il loro pasto e provvedere al riposo della notte, Gesù non si trova né presso la Madonna né presso gli uomini.

Altro che pensare alla cena!

Appena riavutisi dal doloroso stupore, Maria SS. e San Giuseppe rifanno nella notte il cammino percorso.

Che il fanciullo Gesù sia rimasto a Gerusalem­me in casa di conoscenti?

Il giorno che segue lo dedicano alla ricerca, e l'ansia cresce col passare delle ore. Viene notte e non ne possono più: le gambe non reggono allo spossante cammino e gli occhi arrossati dolgono per il pianto e il continuo scrutare in mezzo alla gente. Gesù è smarrito! Di Lui neppure un indizio.

Solo la più o meno superficiale compassione di tut­ti coloro ai quali avevano chiesto, se mai avessero visto, sentito...

La notte, tristissima e insonne come quelle del dubbio di Giuseppe e della fuga verso l'Egitto, por­tò però buon consiglio.

E se Gesù avesse fatto ritorno al Tempio, dove aveva subito l'esame e dove essi stessi l'avevano riaccompagnato altre volte?

Maria, pratica di quei locali che nella sua adole­scenza aveva forse più volte riordinato, quando entra in una di quelle sale, affollata di Dottori eppur silenziosa da parere vuota, si trova davanti a una visione incredibile!

Il suo Gesù è lì, in mezzo a quei vecchi barbuti, che tiene cattedra. Bello e fresco come una rosa, risponde, interroga, corregge come fossero quelli i discepoli e Lui il maestro.

 

«Perché mi cercavate?»

La Madonna non riesce a trattenere l'emozione. Trascinandosi dietro Giuseppe, lui pure trasecolato, si avvicina a Gesù e, baciandolo con gli occhi rossi di pianto, gli domanda:

- Figlio mio, perché ci hai fatto questo?

Gesù pare non capire neppure la domanda e la Madonna prosegue:

- Non sapevi che tuo padre ed io, pieni di ango­scia, andavamo in cerca di te?

La risposta del Fanciullo deve aver avuto l'ef­fetto di un nuovo acquazzone sulle spalle di chi è già madido di pioggia. Disse Gesù, anche se in tono veramente affettuoso:

- Ma perché mi cercavate? Non pensavate che Io sono obbligato a fare, per prima, la Volontà del Padre mio, a interessarmi anzitutto delle cose sue?

Lasciatemi dire che ho meditato per delle ore su queste parole, tra le più preziose del Vangelo. Esse emancipano la iniziativa di ogni persona, fosse anche di un ragazzino, da qualunque autorità, anche dalla più alta, che è quella dei genitori.

Quando è in gioco non un capriccio o un'azione qualsiasi, ma l'obbedienza alla voce di Dio, cioè alla propria vocazione, non c'è legge o vincolo uma­no che prevalga.

Nello stesso tempo notiamo come Gesù, pur amando San Giuseppe da figlio devoto e ubbidien­tissimo, sapesse bene che il suo vero padre era solo Dio Padre.

Egli era venuto nel mondo per fare la volontà di Colui che lo aveva mandato, anche quando la volon­tà di Dio lasciava in momentanea sofferenza le due persone che al mondo aveva più care: la Mamma e il Padre legale.

Ma la Madonna e San Giuseppe erano troppo felici di aver ritrovato - e sano come un pesce - il loro Gesù, che ne accettarono la risposta... come una scheggia di tegola sulla testa: così, senza discu­terla, certo senza comprenderla.

Quanto vorrei convincere come siano in errore coloro che si illudono che la Madonna abbia tra­scorso una vita beata, quasi insensibile ai drammi di ogni esistenza, di ogni famiglia, come fosse cullata dai sorrisi degli Angeli e sospinta da dolci sospiri d'amore...

No!

La Madonna se l'è guadagnato più di tutte e più di tutti il suo pane, il suo Paradiso e il suo posto di Corredentrice, seconda solo al Figlio Gesù nell'a­more e nel dolore.

Il Vangelo è limpido: «I suoi genitori, al momento, non compresero quella risposta», che sembrava poi anche in contrasto con la dolcezza con cui veniva pronunciata e con quanto Gesù fece subi­to dopo.

Gesù infatti presentò, senza vergognarsi del loro abito dimesso e polveroso, i suoi genitori ai Dottori. Si scusò di non poter più restare a discutere cose pur tanto interessanti. Disse che un giorno si sarebbero rivisti.

E senza oltre indugiare, infondendo loro energia e letizia, prese con Giuseppe e Maria la strada per la Galilea.

 

Gesù cresceva

Il tempo è buon medico, e poi è bene ciò che finisce bene. Così la Santa Famiglia riprese la sua vita di ordinaria e gioiosa operosità, fatta di attesa del tempo di Dio.

Il gioco con i cuginetti e la scuola lasciavano sempre più posto al lavoro, appreso rudimentalmen­te fin da bambino come divertimento e mezzo per far contenta la Mamma, e poi raffinatosi in vero e proprio mestiere.

Giuseppe sapeva il fatto suo nel rude lavoro di carpentiere e falegname, e a Gesù non mancò né la forza, né l'occhio attento per imparare, né il buon gusto per accontentare i clienti anche oltre i diritti delle scarse dramme pattuite.

Maria appariva la donna più felice: il pane, pur sudato, non mancava mai in casa, come invece era successo ai tempi di Betlemme e dell'esilio in Egitto.

La casa era ordinata, funzionale.

Uno sposo così, che continuava a rispettarla come se ella fosse sua sorella e che nello stesso tem­po la amava tenerissimamente, solo Dio aveva potu­to prepararglielo!

E il Figlio?

Oh, Gesù cominciava a essere, in misura sempre più ampia, fonte delle più pure consolazioni mater­ne e motivo di un segreto martirio. Perché?

La Madonna infatti non poteva illudersi.

Era segnato il destino a quel Figlio che adorava la sua Mamma e che un giorno le sarebbe stato tol­to e poi restituito, dopo dolorosa passione, tremen­da flagellazione e morte, schiodato da una croce.

Quando, pregando in casa, cantavano insieme i salmi di Davide o, nella Sinagoga sentivano leggere di sabato le pagine di Isaia, alla Madonna mancava la voce e gli occhi le si riempivano di pianto.

Faceva il tirocinio per saper non piangere, sul Calvario, il giorno in cui si sarebbero realizzate quelle profetiche parole: «Hanno scavato con i chiodi le mie mani e i miei piedi, potrebbero contare le mie ossa... Non sembrava più un essere umano, sembrava un verme...

Un uomo che fa ribrezzo, da cui si torce lo sguardo, un percosso da Dio, proprio umiliato...».

E che cosa si poteva fare per risparmiare tanto dolore, per cambiare tale destino che la cattiveria degli uomini, aizzati da Satana, avrebbero preparato al suo Gesù?

Nulla, perché Maria ricordava il suo «sì» all'Angelo Gabriele, che comprendeva anche que­sto. In tutto sentiva di essere l'umile ancella del Signore. Avrebbe quindi non solo non distolto, ma aiutato Gesù a salire il lungo Calvario, già iniziato a Betlemme.

Questo era un dolore dell'anima, che la Madonna, con la sua fede e il suo carattere, sapeva però nascondere quasi a se stessa.

La vita in famiglia, in paese, nella Palestina pro­cedeva tranquilla. Sorgeva sì qualche effimera som­mossa, con a capo qualcuno che si autoproclamava messia e che i Romani, senza troppo scomporsi, sof­focavano nel sangue.

La gente però lavorava e pensava ai fatti suoi, anche in quella provincia in cui soltanto i dominato­ri di Roma erano riusciti a metter un po' d'ordine e avviare anzi un certo progresso.

 

La morte di San Giuseppe

Per Gesù erano passati gli anni della fanciullez­za e della adolescenza. Si era fatto un robusto gio­vanotto, di una bontà e serietà di cui a Nazareth non s'era mai visto l' eguale.

Un giovane così bello, onesto e forte faceva stu­pire molti che si andavano chiedendo come mai anche Gesù, da buon Israelita, non si guardasse in giro per trovarsi una ragazza e formarsi lui pure una famiglia.

E gli anni passavano ancora. Venti, venticinque, ventotto. Tutto tranquillo in quella casa, dove gli ospiti venivano trattati con finezza e amore.

Giuseppe, Maria e Gesù erano persone che vive­vano quanto mai riservate ma erano sempre pronte se c'era un consiglio o una mano da dare, una pena da consolare, e senza mai chiedere in cambio nem­meno un bel grazie.

Giuseppe però - la Madonna e Gesù se ne avve­devano con pena - invecchiava troppo in fretta. Era sì e no appena sulla sessantina ma le forze gli venivano a mancare di giorno in giorno, finché fu necessario costringerlo a letto.

Forse chi è abituato a vedere un Gesù dal mira­colo facile (anche se a Lui non costa certo fatica), si meraviglia che Egli non abbia fatto nulla per guari­re e prolungare la vita a quel Santo che, se anche non gli aveva dato la vita, gli era stato più che un ottimo papà.

Invece Gesù soffre, ma non fa nulla di miraco­loso; solo allevia con tutte le arti dell'amore filiale la sofferenza di San Giuseppe e l'apprensione cre­scente della Mamma.

Passano le settimane, i giorni, le ore: Giuseppe si aggrava.

La Madonna, che chiederà un miracolo per con­servare l'allegria a un banchetto alle nozze di Cana, non dice parola a Gesù per ottenere la grazia allo Sposo, neanche davanti al Figlio che prega e frena a stento i singhiozzi mentre assiste e conforta il padre morente.

 

Rimasta vedova

E Giuseppe muore. La santa casa di Nazareth, che aveva raccolto i rantoli di Sant'Anna e San Gioacchino morenti, è ora in lutto per la morte del più grande Santo del Paradiso.

«Un Santo tutto da scoprire» pare ci dica Gesù che papà l'ha chiamato allora. E lo chiama e lo considera ancora adesso il suo caro papà. «Un Santo la cui bontà e potenza dovete scoprire», pare ci suppli­chi Maria, sua vera e fedelissima Sposa. Mi viene un pensiero.

Nella nostra conoscenza così imprecisa della vita della Madonna (e queste pagine non si illudono certo di colmare una lacuna; rappresentano soltanto un gesto di amore verso di Lei e verso chi, in umil­tà, la sente sua Madre), diamo giustamente rilievo alla sua condizione di Vergine illibata, di Madre amorosa, di Sposa fedelissima.

Ma non accenniamo però quasi mai alla sua con­dizione di Vedova, in cui ha pure trascorso tanti anni della sua vita.

La Madonna, pur rassegnatissima alla Volontà di Dio, non ha mai dimenticato il suo Giuseppe. Quelli che hanno fatto del sesso l'altissimo e pesante idolo che ora li schiaccia, non possono comprendere que­sto discorso.

Quelli che amano ancora, di tutto cuore nella purezza e nel sacrificio, a qualunque stato di vita appartengano, sposati o celibi, maritate o nubili che siano, ne intuiscono l'arcana bellezza.

Modello di sposo, di capo famiglia, di padre (pur essendolo solo di adozione), di cittadino ossequioso e di lavoratore capace, San Giuseppe, come Maria, potrebbe essere ora additato a modello per­fetto anche a chi si consacra interamente a Dio con i voti di castità, di povertà e di ubbidienza. Chi più di San Giuseppe ha ubbidito, con pron­tezza e amore?

Che ha meglio vissuto in santa e lieta povertà unendo al suo sudore una illimitata fiducia nella Provvidenza di Dio?

Chi ha più onestamente praticato la purezza, rimanendo sempre vergine, pur vivendo in famiglia, accanto a una Sposa che amava e dalla quale era riamato?

Giuseppe non solo fu casto, ma vergine, pur essendo un uomo di carne e ossa lui pure.

Non pensiamolo un povero vecchio di cartape­sta, come si ostinano a presentarlo quelli che non credono nella grazia di Dio e nella virtù di un uomo forte e leale.

È bello ricordare questo tanto più che, se la Madonna e San Giuseppe fecero voto a Dio di per­fetta e perpetua verginità, non fu certo perché a pro­posito delle leggi della vita avessero sentimenti gretti o idee sbagliate.

Non per mancanza di coraggio e di amore, ma per l'amore più sublime, che si elevava direttamente fino a Dio, ripiovendo poi benefico su tutta l'u­manità, avevano scelto di vivere così.

 

La lunga attesa

Davanti al piccolo tavolo di fronte la Madonna e il suo Gesù.

Il posto di Giuseppe ora è vuoto. Il suo corpo è sepolto non lontano, l'anima è tanto vicina: eppure come si sente la sua scomparsa!

A Nazareth i giorni, i mesi riprendono la loro corsa. La Madonna passa lunghe ore sola, quando Gesù è in paese per il suo lavoro di carpentiere. Lavora, prega e medita in cuor suo.

Aveva tanto desiderato la venuta del Salvatore. Le preghiere infocate della sua adolescenza al Tempio e di Lei, giovane sposa, ne avevano affret­tato l'ora.

Ed erano poi passati circa trent'anni da quel mattino di primavera in cui il Verbo di Dio si era fat­to Carne viva nel suo grembo verginale. Ma perché ancora nulla di nuovo?

Gesù ormai è uomo nella pienezza del suo vigo­re fisico e spirituale; eppure continua, giorno dopo giorno, la vita comune di un qualunque onesto arti­giano.

Eppure è il Figlio di Dio, annunciato da Gabriele, il Salvatore indicato ai pastori, il Re uni­versale adorato dai Magi, il Maestro ammirato dai Dottori, il Messia atteso da Israele...

Era sembrato che la sua missione si chiudesse - troppo presto - all'età di dodici anni; e Maria ripen­sava all'angoscia dello smarrimento e alla sorpresa del suo ritrovamento. Ma ora?

Nel cuore di Lei si scontravano due sentimenti. La madre avrebbe voluto sempre con sé il Figlio amatissimo, avrebbe desiderato che quella santa, perfetta unità...

Oh, non avrebbe mai detto a Gesù di lasciare la casa, ma non avrebbe neppure fatto alcuna resisten­za alla sua partenza, il giorno che il Padre lo avesse chiamato.

L'UNITÀ DEI CUORI

Chiudiamo qui la lunga citazione dal libro Maria, Madre bellissima, nel quale ho tentato non solo di descrivere, ma di rivivere - in milionesima parte - le esperienze gioiose e dolorose della Santa Famiglia. La morte di San Giuseppe non ha spezzato la irripetibile unità che legava la Santa Famiglia. Pur con il carico di sofferenza, dovuta alla esteriore separazione - il sepolcro con un corpo senza vita è pure una ben triste realtà! - l'unità dei Cuori di Maria, Giuseppe e il loro Gesù non ha subìto inter­ruzione o rallentamento. E questo vivere la Fede, in Maria, e la perfetta ubbidienza a Dio Padre, in Gesù, illumini i pensieri e riscaldi i cuori dei familiari specialmente nei momenti di angoscia, quando si vorrebbe stringere fra le braccia ancora una volta chi, pur sapendo che vive ancora, ma non è più visibilmente tra noi.