COSÌ LONTANI COSÌ VICINI

Gli angeli nella vita e negli scritti di Gemma Galgani

PARTE PRIMA

I

UNA RAGAZZA DI BUONA FAMIGLIA

PROFILO BIOGRAFICO

Le origini

Gemma è nata martedì, 12 marzo 1878 (alle ore diciotto e trenta), dal dottor Enrico Galgani e da Aurelia Landi, quinta di otto figli, nella frazione di Borgo Nuovo, comune di Capànnori, parrocchia di Camiglíano, diocesi di Lucca. Questa la scheda anagrafica redatta nei suoi primi dettagli burocratici.

C'è da aggiungere che il giorno seguente la neonata vie­ne battezzata da don Pietro Quilici, parroco di San Michele a Camigliano, e riceve i nomi di Gemma, Umberta, Pia. Del­la piccola, don Olivo Dinelli, parroco di Gragnano, ebbe a dire: «Le gemme sono in paradiso. Speriamo che anche que­sta bambina sia una Gemma di paradiso».

Ma Gemma resta pochissimo a Camigliano, che oggi porta anche il suo nome. Nell'aprile successivo, infatti, la fa­miglia Galgani si trasferisce a Lucca (via de' Borghi), perché i bambini abbiano una adeguata educazione. Enrico Galga­ni esercitava la professione di farmacista.

All'età di due anni Gemma comincia a frequentare l'asi­lo-scuola delle sorelle Vallini, in piazza San Francesco.

 

«Fui costretta a rispondere di sì»

Il 26 maggio 1885, nella chiesa di San Michele in Foro, monsignor Nicola Ghilardi, arcivescovo di Lucca, sommini­stra a Gemma la cresima. Durante la messa, « a un tratto », racconterà più tardi Gemma, «una voce al cuore mi disse: "Mi vuoi dare a me la mamma? Me la dai volentieri?". Fui costretta a rispondere di sì ». Mamma Aurelia morirà nel set­tembre dell'anno successivo. La piccola Gemma entra pre­cocemente nella scuola del dolore.

Nel 1887, il 17 giugno, festa del Sacro Cuore, Gemma si accosta per la prima volta alla mensa eucaristica, nella cap­pella delle Oblate dello Spirito Santo. Si era preparata a que­sto importante appuntamento con un lungo ritiro presso le stesse suore chiamate anche Zitine. È profondamente colpi­ta dal racconto della Passione di Gesù, fattole da suor Ca­milla Vagliensi. Il suo confessore è monsignor Giovanni Vol­pi, che dal 1897 sarà vescovo ausiliare di Lucca.

 

A scuola

Dal 1889 al 1893 Gemma frequenta regolarmente la scuola delle Zitine. Fra le altre, ha per maestra la beata Ele­na Guerra, fondatrice dello stesso istituto religioso. Interrot­ti per motivi di salute gli studi formali, nei quali riusciva egregiamente, frequenta le scuole notturne della dottrina cristiana, conseguendo un anno la medaglia d'argento e l'an­no successivo il diploma e la medaglia d'oro (madrina la contessa Guinigi).

 

La prova del dolore

Un altro grande dolore fu per la giovane la morte del fra­tello Gíno, seminarista, avvenuta nel 1894, ad appena di­ciotto anni. La famiglia, l'anno precedente, si era trasferita in via Streghi 6. Gemma soffre acutamente per la morte del fra­tello. Tra il '95 e il '97 altro trasloco: la famiglia si trasferisce in via San Giorgio 10.

Durante il 1895 e l'anno seguente, Gemma riceve varie ispirazioni a seguire con più impegno e decisione la via della croce, itinerario di ogni autentico discepolo di Cristo. «In me», scriverà nell'Autobiografia, «sentivo crescere una bra­ma di amare tanto Gesù crocifisso, e insieme a questo una brama di patire e aiutare Gesù nei suoi dolori».

Per la prima volta le appare un angelo, che in seguito ri­conosce come il suo angelo custode: le ricorda quali sono i veri monili «che abbellano una sposa di un Re crocifisso», ossia le spine e la croce.

Nel 1896, per una incidentale carie ossea, Gemma subi­sce una grave operazione al piede, affrontata per necessità senza anestesia. Il coraggio dimostrato dalla ragazza in que­sta occasione stupisce i chirurghi.

Collabora all'asilo tenuto dalle sorelle Baccheretti (tra piazza Scalpellini e corte Compagni). Nel Natale di que­st'anno, consultato monsignor Volpi, fa il voto di castità.

Nel 1897 (11 novembre) muore, ad appena cinquanta­sette anni, per tumore alla gola, il dottor Enrico Galgani. La­scia la famiglia in un gravissimo frangente finanziario. Gem­ma prova che cosa siano la miseria e l'emarginazione sociale. Abitava ancora in via San Giorgio. Sia la farmacia paterna sia la casa vengono poste sotto sequestro. I creditori seque­strano tutto di casa Galgani. «Mi misero le mani in tasca», confidò Gemma a Cecilia Giannini anni dopo, « e mi levaro­no quei cinque o sei soldi che avevo ».

Anche per aiutare la famiglia, lavora nella scuola di ta­glio delle signorine Sbaraglia, in via Nuova. Il 12 novembre viene accolta a Camaiore dalla zia paterna, Carolina Galga­ni, che insieme con il marito Domenico Lencioni gestiva un negozio di mercerie, e dà una mano in negozio.

« Tutta di Gesù »

Siamo nel 1898. Gemma ha vent'anni. Viene chiesta in sposa da diversi giovani. Rifiuta perfino l'idea, perché sente di essere «tutta di Gesù». Per questo, per eludere qualsiasi richiesta, da Camaiore ritorna a Lucca, nonostante i gravi disagi familiari. Abita in via del Biscione 13 (l'attuale via San­ta Gemma Galgani). L'8 dicembre dello stesso anno fa il vo­to di verginità. Sente sempre più forte la vocazione alla vita religiosa claustrale. Ai familiari risponde decisa: «Voglio es­sere tutta di Gesù».

 

La malattia

Nell'inverno 1898-1899 la giovane si ammala di osteite alle vertebre lombari e di otite mastoidea. Riceve il viatico, ma le appare san Gabriele dell'Addolorata, passionista, che la chiama con affetto «sorella mia! ». Ispirata dal giovane santo passionista non ancora canonizzato, invoca la beata Margherita Maria Alacoque e il 2 marzo, vigilia del primo venerdì del mese, guarisce istantaneamente. In aprile, con­templando il Crocifisso, vuole «patire qualcosa per lui, ve­dendo che aveva patito tanto per me». Nel maggio resta qualche settimana nel monastero delle Visitandine. Ma non vi viene accolta.

Seguono mesi di profonda vita mistica. L'8 giugno 1899 (è l'ottava del Corpus Domini e vigilia della festa del Sacro Cuore) riceve la «grandissima grazia» delle stimmate, in via del Biscione. L'arcano fenomeno si ripeterà periodicamente ogni giovedì dalle ore venti fino alle quindici del venerdì successivo. Le stimmate si manifesteranno quasi tutti i gior­ni negli anni 1901-1903, sia di giorno che di notte. Gemma pensa seriamente a entrare in una comunità religiosa, ma le difficoltà sono enormi. Deve abbandonare definitivamen­te il progetto di adesione alla comunità delle Visitandine di Lucca.

 

La missione popolare per l'Anno Santo 1900

Nel 1899, fine giugno - primi di luglio, Gemma conosce per la prima volta i missionari passionisti al termine della missione popolare predicata con grande frutto in San Marti­no in preparazione alla celebrazione dell'Anno Santo 1900. In realtà, le erano già noti per celeste cognizione tramite le apparizioni di san Gabriele dell'Addolorata. «Un'affezione speciale mi prese per essi», scriverà nell'Autobiografia. Durante la messa di chiusura della missione sente dirsi ínteriormente: «Tu sarai una figlia della mia Passione, e una figlia prediletta». Comincia così quel legame con i Passioni­sti e la loro spiritualità che non sarà più troncato. Pur re­stando fedele laica, fa i voti privati di castità, povertà, obbe­dienza e il voto di promuovere la grata memoria della Passione di Gesù, secondo la spiritualità passionista.

In casa Giannini

Sempre in occasione della missione per l'Anno Santo, Gemma conosce la signora Cecilia, sorella del cavalier Mat­teo Giannini, farmacista, grande amico e benefattore dei Passionisti del ritiro de «L'Angelo» di Ponte a Moriano (Lucca). Viene invitata in casa Giannini in via del Seminario. L'invito, conosciute le precarie condizioni della famiglia Galgani e la singolarità di vita della giovane, si cambia ben presto in generosa ospitalità.

Si stabilisce così una profonda amicizia spirituale tra Gemma, zia Cecilia, Eufemia (nipote di Cecilia) e i Passioni­sti. Il suo confessore è molto dubbioso sui fenomeni mistici straordinari della giovane. Suggestionato da qualche perso­na a lui vicina, dopo una frettolosa visita medica, mentre la giovane riviveva i dolori della Passione, si conferma nei suoi dubbi a questo riguardo e riguardo alla vera vocazione della santa (il chiostro passionista da fondare in Lucca).

Padre Germano Ruoppolo

In casa Giannini, Gemma sente parlare di padre Germa­no Ruoppolo, amico di famiglia, residente a Roma. A questo insigne Passionista viene indirizzata anche da monsignor Volpi. Padre Germano la seguirà nelle vie dello spirito, con grande saggezza e discernimento. Tra la giovane e padre Germano si svilupperà un fitto epistolario, in gran parte conservatoci, fonte primaria, insieme con i colloqui estatici,

per la conoscenza della spiritualità della santa lucchese. Per volere di padre Germano, Gemma scriverà anche l'Autobio­grafia (composta tra il febbraio e il maggio del 1901), conti­nuazione del Diario (luglio-settembre del 1900), redatto per ordine di monsignor Volpi.

Le estasi, i colloqui mistici e i fenomeni cristopatici si susseguono con frequenza impressionante. Il giudizio su questi ultimi non è unanime da parte di chi conosce i segre­ti della giovane mistica. Preoccupazione costante di padre Germano era che «Gemma doveva essere nascosta a Gem­ma», ossia la giovane doveva vivere con serenità la chiamata mistica straordinaria, senza il continuo assillo del dubbio e del rischio della menzogna, seppure involontaria. Sorgono gravi divergenze di giudizio tra monsignor Volpi e padre Germano che dilacerano lo spirito della giovane stimmatiz­zata. Gemma, inoltre, patisce impressionanti vessazioni dia­boliche.

 

La missione speciale affidata a Gemma

Nell'ottobre del 1901 Gemma si offre vittima al Signore per una missione speciale di riparazione al Sacro Cuore di Gesù. Anche papa Leone XIII doveva essere interessato perché richiamasse tutta la Chiesa all'urgenza della ripara­zione dei peccati, alla conversione dei peccatori, alla santifi­cazione del clero e dei consacrati. Nel 1902 Gemma rinnova la sua offerta al Signore per la salvezza dei peccatori. Molti­plica anche le richieste per poter entrare nel monastero di clausura delle Passioniste di Tarquinia, l'unico allora esi­stente in Italia. Richieste più volte reiterate perché espres­sione di precise indicazioni mistiche da parte del Signore, della Vergine, di san Gabriele dell'Addolorata. Non viene ri­cevuta in monastero per la scarsa salute e per cattive infor­mazioni ricevute da persone non proprio benevole sulla cau­sa dei suoi fenomeni mistici straordinari. A poco a poco Gemma comprenderà che la rinunzia forzata alla vita clau­strale faceva parte di un misterioso progetto di fecondità apostolica oltre la morte.

Si adopererà, già gravemente inferma, per far erigere in Lucca un monastero di claustrali passioniste per rispondere agli appelli del Sacro Cuore di Gesù. Appelli che resteranno purtroppo inascoltati finché sarà lei in vita. La fondazione del monastero passionista sarà decisa (2 ottobre 1903) da pa­pa Pio X solo alcuni mesi dopo la morte di Gemma. Le pri­me monache passioniste arriveranno il 16 marzo 1905.

 

«Di' a Gesù che mi usi misericordia»

Nel maggio del 1902 Gemma si ammala, poi si riprende (9 settembre). Si aggrava di nuovo il 21 ottobre (la sorella Giulia muore il 19 agosto; il fratello Tonino si spegne il 21 ottobre dello stesso anno). Il 24 gennaio 1903, per ordine dei medici, la famiglia Giannini deve trasferire Gemma in un appartamento in via della Rosa 17, affittato dalla zia Elisa Galgani. La santa vive l'esperienza dell'abbandono di Gesù in croce e del silenzio di Dio. È fortemente vessata dal de­monio, ma non smarrisce mai la fede, non perde mai la pa­zienza ed è sempre piena di amore e di riconoscenza verso chi la assiste nell'ultima malattia. Sperimenta fino in fondo, nella sua carne, l'abbandono di Gesù sulla croce per il bene della Chiesa.

L'assenza forzata di padre Germano negli ultimi giorni di agonia e le troppo rapide visite di monsignor Volpi accen­tuano l'ultima desolazione dello spirito. Ma anche la loro presenza non avrebbe certo distolto Gemma dalla suprema conformazione all'abbandono in Gesù «solo solo».

 

La Pasqua eterna

L'11 aprile del 1903, alle ore tredici e quarantacinque, Gemma si addormenta nel bacio del Signore, assistita amo­revolmente dai Giannini, da due religiose della Barbantini e dal francescano padre Giuseppe Angeli; è presente la zia Eli­sa. Gemma si è incontrata, nella suprema povertà della mor­te, con lo Sposo crocifisso risorto. Quell'11 aprile era Saba­to santo. Come usava allora, da un'ora e tre quarti le campane di Lucca e del mondo avevano annunziato la risur­rezione del Signore.

Nei giorni precedenti non avevano mancato di visitarla il canonico don Stefano Antoni, don Roberto Andreuccetti (co-rettore della Rosa), don Luigi Carnícelli (vicecurato di Santa Maria Bianca), che le avevano anche amministrato il sacramento degli infermi e il viatico. Padre Germano po­trà giungere a Lucca solo quindici giorni dopo la morte di Gemma.

Il giorno di Pasqua, 12 aprile 1903, Gemma viene sepol­ta nel cimitero di Lucca in una tomba privilegiata a cielo aperto. Sul piccolo monumento fatto costruire da padre Germano campeggiano un angioletto e una scritta nella qua­le si legge, fra l'altro: «Te in pace cum angelis» («Riposa in pace insieme con gli angeli»).

Dieci anni dopo, sarà compiuta la prima traslazione nel­l'ambito dello stesso cimitero. Il 4 settembre 1923 si effet­tuerà la seconda traslazione nell'oratorio del monastero pas­sionista di Fuori Porta Elisa (attuale via di Tiglio 271).

 

«La povera Gemma» nella gloria

Quattro anni dopo la morte di Gemma, padre Germano pubblicherà la sua prima biografia, ricca esposizione della breve ma intensissima vita della giovane lucchese; testimo­nianza unica di chi tanto da vicino ne aveva seguito i pro­gressi spirituali. La biografia ebbe rapida diffusione e ampi consensi. Nel 1909 furono pubblicate le Lettere e i colloqui estatici (registrati a insaputa della santa).

Due anni prima si erano aperti a Lucca i processi cano­nici per il riconoscimento della santità eroica di Gemma, che saranno continuati a Pisa negli anni successivi. La consueta severità degli esami sulla santità in grado eroico sarà ancora più accentuata dal serrato dibattito cui verranno sottoposti i numerosi fenomeni mistici straordinari della giovane luc­chese. Esamineranno il caso, fra gli altri, il cardinal Ildefon­so Schuster, padre Marco Sales, padre Luigi Besi, monsígnor G. Antonelli. La risposta sarà positiva.

Dopo aver esaminato a lungo e di persona la «causa» di Gemma Galgani, Pio XI annovera la stimmatizzata lucchese nell'elenco dei beati (14 maggio 1933). L'8 settembre dello stesso anno l'urna della nuova beata viene trasportata trion­falmente nel duomo di San Martino, dove, umile e sconosciu­ta, Gemma aveva tante volte pregato ai piedi del Volto Santo.

Nel settembre del 1935 si ha la posa della prima pietra del monastero-santuario. I lavori si concluderanno nel 1953 con la consacrazione dell'altare e la benedizione della nuova urna, opera superba di Francesco Nagni, contenente i resti mortali della beata.

Il 2 maggio del 1940 papa Pio XII l'inserisce «la povera Gemma» nell'elenco dei santi e le affida il proprio pontifi­cato e la sorte dei popoli e delle nazioni per l'immane con­flitto mondiale che si era aperto già da diversi mesi.

 

PROFILO INTERIORE

 

Gemma fu provata nel corpo e nello spirito per la morte prematura dei genitori, dei fratelli e delle sorelle. Soffrì di gravi malattie e subì operazioni molto dolorose (come il ra­schiamento della carie ossea). Guarì miracolosamente dal morbo di Pott. «A ventiquattro anni, nonostante i "travagli dello spirito", i "frequenti spargimenti di sangue", la "man­canza del necessario alimento", tuttavia "era vegeta assai in carne, d'un bel colorito e robusta nelle forze (...). Nessuna malattia s'era mai affacciata a disturbarla dopo la prodigiosa guarigione dalla spinite. E durò questo stato di floridezza fi­no alla Pentecoste dell'anno 1902"», scrive Zoffoli, sulla te­stimonianza di padre Germano.

Dall'insieme delle testimonianze e delle ricerche storiche su Gemma Galgani, si può leggere con sicurezza l'afferma­zione che la giovane lucchese era di sana costituzione. Perfi­no sulla diagnosi dell'ultima malattia il parere dei medici fu discorde. I dottori Nerici e Tadini, in base all'autopsia effet­tuata quindici giorni dopo la morte, diagnosticarono un ini­zio di tubercolosi polmonare; una diagnosi meno certa, in­vece, fu emessa dal professor Bianchini, primario dell'o­spedale di Lucca, che visitò Gemma ancora malata. Dubita­va fortemente che si trattasse di tubercolosi; propendeva in­fatti per l'ipotesi di una forma di diabete e asseriva che gli spurghi di sangue derivavano da una infiammazione della la­ringe. «Gli domandai poi che malattia fosse, ed egli mi ri­spose: "È un'estatica" ». Asserzione piuttosto insolita sulla bocca di un medico e che la dice lunga sull'anamnesi medi­ca dell'epoca su uno stato interiore. Gemma stessa diceva di non essere «tisica».

Per questo, a conclusione di una serie di analisi che sa­rebbe troppo lungo elencare, il biografo citato può conclu­dere: « Dai documenti che abbiamo, risulta che Gemma vis­se lunghi anni in discreta salute, mentre le malattie che la afflissero poterono derivare da cause tutt'altro che endoge­ne. Pur riconoscendo l'estrema sensibilità della santa, la sua costituzione non era né gracile né tarata: qualunque altro, nei suoi panni, avrebbe dovuto cedere alla violenza irresisti­bile di fattori esterni, naturali e soprannaturali, che mai però turbarono l'equilibrio della sua mente né la mortificarono al punto da scalfire la solida tempra della sua figura morale ».

Per questi riferimenti e tanti altri che si potrebbero ad­durre a convalida del più che sostanziale equilibrio psicofisi­co di Gemma Galgani, sorprendono, ma non più di tanto, certe letture e affermazioni alquanto sbrigative sulle sue vi­cende e sulle sue malattie, che invece si inquadrano in una successione e in un contesto ben definiti e documentati.

 

L'isterismo: una moda fin de siècle

La grande evoluzione scientifica sul concetto di isteri­smo è nota a tutti. Da una identificazione quasi meccanica con le caratteristiche fisiologiche femminili si è arrivati a una comprensione dell'isteria come una fenomenologia che va ben oltre il sesso e lo stretto riferimento somatico. E una ma­lattia psichica di tipo nevrotico che turba le facoltà conosci­tive con sintomi specifici ben conosciuti. Sembra che l'iste­ria porti a uno stabile atteggiamento, esplicito o meno, di simulazione, senza che vi sia una colpa morale da addebita­re alla persona affetta da questa sindrome.

Ora, in Gemma Galgani vi è la mancanza assoluta di menzogna e di vanità. È stato riscontrato da tutti i testimoni il grande equilibrio della giovane. Nella vita di ogni giorno come pure nelle profonde esperienze interiori, vissute in for­ma pressoché quotidiana dal 1899 alla morte, avvenuta nel­l'aprile del 1903, Gemma è sempre uniforme, di carattere e di comportamento. Viene considerata « giovane ingenua, sincera, modesta e incapace di illudersi e di illudere», come testimonia padre Andrea della Madre del Buon Consiglio. «Era di una grande semplicità e schiettezza. Fu anche per prudenza che cercava di tenere nascosti i suoi doni sopran­naturali e soltanto li comunicava a mia zia Cecilia per obbe­dienza avutane da monsignor Volpi», ricorderà Eufemia Giannini. La semplicità di Gemma impressionava chiunque la avvicinasse senza pregiudizi, tanto da essere addirittura considerata da più di un biografo la sua caratteristica psico­spirituale predominante.

 

Trasparente come un cristallo

La sua schiettezza e ingenuità, la mancanza assoluta di doppiezza, simulazione e spirito di inganno, si manifestano in modo straordinario nelle relazioni con il soprannaturale, e in modo particolare nei rapporti con Gesù, con la Vergine Maria, con l'angelo custode e con san Gabriele dell'Addolo­rata. Leggendo i suoi scritti, specialmente il diario, balza in modo evidente questa genuinità di un'anima tersa e limpida come il cristallo. Incapace di inventare e di mentire.

Ne fa fede, fra le altre testimonianze che si potrebbero addurre, una lettera che Gemma scrisse da Lucca a una sua amica, Albertina Petri, il 6 febbraio 1898 (pubblicata per la

prima volta dallo Zoffoli). È un periodo davvero difficile nella vita di Gemma: è rimasta orfana del padre da pochi mesi e da poco è tornata da Camaiore. Il carattere adaman­tino della ragazza appena ventenne viene fuori tutto da que­sta lettera. Per questo, anche se un po' lunga, merita di esse­re letta con attenzione e per intero.

Lucca 6.2.'98

Albertina...

Ah! Sì, è proprio vero. Devo credere assolutamente alle voci di che il mio cuore già da qualche tempo mi suggeriva. Sai, come mi diceva? Credi forse che Albertina ti voglia be­ne, non ci credere, essa t'inganna, quel bene che esterna­mente ti addimostra è tutto dall'inganno. Cuor mio, devo credere a te? E, se invece di Albertina, fossi tu che mi ingan­nassi, allora chi potrebbe eguagliare il mio dolore?

Col tempo si conoscerà quale dei due cuori è innocente, e quale ingannatore. Rispondi alle mie interrogazioni. Dunque, perché non sono potuta venire a desinare con te, cesserai dal volermi bene? (...) Te lo giuro per quanto ho di più sacro sopra la terra, lo scopo per il quale non sono ve­nuta a desinare con te, sono assolutamente le prescrizioni del medico e prova ne avrai nella settimana, e conoscerai al­lora che Gemma non ha mentito, e mai sarà capace di men­tire. Mi lascerei prima bruciare la lingua che pronunciare l'i­dea della bugia.

Dunque per questo cesserai dal volermi bene e privarmi della tua compagnia che mi lasciava scorrere i giorni e le ore liete e tranquille?

Se è vero che tu nascondi un cuore in petto, non resisti più; voli subito da Gemma. Albertina, te ne prego, rientra in te stessa, anche tu come me non sei più bambina, l'infanzia è già stata trascorsa, pensa che anche tu hai un cuore come tutti gli altri che ha provato dei momenti di piacere e di do­lore, in questo caso di piacere nel conoscermi, di dolore nel lasciarmi.

E non ti sei anche resa, cuore di tigre? E resisti ancora al­le mie istanze? Cessa una volta di lasciarti illudere dalla tua fantasia alterata in modo che ti fa vedere le cose diverse da quelle che sono, rientra in te stessa.

E ancora dici di non voler venire più? O bambina! La­scia che dica! Non fare più capricci, vai da Gemma che lei ti divertirà coi suoi trastulli! Se tu hai cuore di tigre, non vieni, ma se hai un cuore un tantino tenero, non indugiar più oltre, e presto sarai da me.

Addio. Se le mie deboli parole sono scese nel tuo cuore a produrre quell'effetto che bramavo, ne sia ringraziato Dio, se poi è sempre indurito, non sto più a supplicarti, solo ti raccomando che tu tenga cara questa lettera, di nasconderla a qualsiasi persona, di tenerla sempre presso di te, la quale, giunta la tua età avanzata, ti ricorderà che nella tua gioventù hai avuta per compagna Gemma; il nome stesso ti ricorderà alla memoria quello che oggi vuoi sepolto per sempre. Ad­dio».

È una lettera, si vede bene, molto risentita per via della bella amicizia con la Petri che rischiava di finire a causa dei soliti pettegolezzi e delle insinuazioni di falsità, intollerabili per una «sensitiva» come Gemma. A queste malevole insi­nuazioni Gemma ha reagito con straordinaria energia e ha usato espressioni che ritroveremo nei suoi scritti solo nella rarissima corrispondenza con i familiari più stretti. È evi­dente che la giovane è profondamente ferita anche dal per­benismo classista che inesorabilmente andava emarginando­la dalle frequentazioni precedenti alla caduta in miseria della sua famiglia. L'umile fierezza di una coscienza perfettamente a posto non viene affatto scalfita da qualsiasi reazione pos­sa derivare da questa lettera di fuoco. Certo, come poche al­tre cose, questa lettera rivela il carattere, l'essenza di Gemma Galgani alla vigilia delle grandi prove e a poco più di anno dalla «grandissima grazia » delle stimmate.

 

La sua cultura

Già da bambina Gemma viene introdotta alla lettura del latino nella recita delle preghiere. Da grande è in grado di leggere sant'Agostino e di tradurlo. Sa dipingere, conosce il disegno, il canto, la musica, il ricamo. Ama verseggiare e ha una più che discreta conoscenza del francese, tale da per­metterle di dare qualche ripetizione alle figlie dei Gianniní. Dalla tradizione familiare ha appreso una buona conoscenza dei prodotti farmaceutici. Vince una medaglia d'argento nel 1893 e una d'oro nel 1894 alla gara di catechismo alla quale concorrevano tutti i ragazzi e le ragazze della città di Lucca.

Sa stare in compagnia e più di una compagna di scuola ricorderà gli scherzi e i giochi fatti insieme.

 

«Cerco nuove parole»

La sua scrittura e i suoi colloqui estatici sembrano ripe­titivi, un po' affettati, con pochi vocaboli a disposizione e un fraseggio tedioso, come argutamente annotava Piero Bargel­lini nella prefazione alla biografia di Gemma scritta da Athos Carrara. Ma, come più volte affermano Divo Barsotti, Cornelio Fabro, Enrico Zoffoli e altri, ciò è vero solo in ap­parenza.

Il linguaggio dei mistici è un genere proprio. Sempre più si comprende questa diversità formale e contenutistica che non può assimilarsi al linguaggio tecnico del teologo di pro­fessione. Anche quando usa termini e concetti comuni, il mi­stico li rende nuovi, con timbro e colorature specifiche. Il linguaggio mistico di Gemma non ha certo le asperità di quello di una Caterina Fieschi Adorno da Genova o le ardi­tezze e l'inventiva di una Angela da Foligno. Gemma ha avuto una buona formazione culturale. Si fa leggere e leggere con piacere. Ma, sotto il lessico comune, quelle parole, spe­cialmente nei colloqui estatici, bruciano e illuminano; la loro lettura si rivela quasi inesauribile. Le sue parole, scritte o dette - perché Gemma usa sempre un linguaggio parlato di­retto, senza artifici letterari, anche quando scrive -, le sue parole, dunque, rivelano straordinarie profondità di conte­nuti e sono apprezzabili anche per lo stile, nonché per l'uso di alcune immagini di grande efficacia.

Giustamente Massimo Baldini ha scritto: «Essi (i misti­ci) non furono scrittori di mestiere, scrissero controvoglia, con riluttanza, quando proprio non potevano farne a meno. Inoltre, sovente, le loro sono parole più dette che scritte. Es­se, infatti, presentano vuoti e trascuratezze, discontinuità e tortuosità, in breve un incedere talora precipitoso che è pro­prio delle parole parlate ». In Gemma tutto questo risulta ben chiaro ed evidente, specialmente se si confrontano le pa­role dette nelle estasi con quanto ha scritto in lettere di cir­costanza o per conto di altri.

Gemma non riflette sulle sue esperienze per universaliz­zarle, è vero. Anche se non manca di respiro universale nel­le aspirazioni e nei desideri, in relazione con quanto dice o compie. Non spazia in considerazioni ad ampio raggio, sullo stile della contemporanea Teresa Martin del Carmelo di Li­sieux, la grande maestra della «piccola via» della santità in­trisa dell'Amore misericordioso. Gemma, sposa di sangue del Crocifisso, vive il divino in modo profondamente esi­stenziale, « per direttissima», come afferma, con una formu­la molto felice, Cornelio Fabro.

Ma anche la sua è una «piccola via», come quella della dolce carmelitana, percorsa però come partecipazione di amore e di sangue alla mistica della Passione sul tipo di quel­la già vissuta da santa Maria Maddalena de' Pazzi alla fine del Cinquecento, o due secoli prima da santa Veronica Giuliani. È chiamata, nella mistica e cruenta effusione del san­gue, alla salvezza dei peccatori e per il bene della Chiesa. So­lo così, come di riflesso, inteso in senso strettissimo, Gemma è maestra di vita spirituale, attraverso i suoi scritti e le tra­scrizioni degli straordinari colloqui estatici, come la stimma­tizzata carmelitana e quella umbra. « La sua poesia è tutta in­teriore», asserisce Zoffoli, «il suo mondo è principalmente quello delle anime, i valori che più l'attraggono appartengo­no alla sfera dell'eterno». Scritti, è bene dirlo, che a quasi cento anni dalla morte attendono ancora uno studio ap­profondito e una edizione critica e integrale.

 

Il volto e l'anima

Nell'epistolario con padre Germano colpisce, e non sempre favorevolmente, l'uso continuativo del termine «babbo». Germano stesso ne era alquanto infastidito. E non perde occasione per rimproverare a Gemma i vezzi e le pue­rilità nei quali sembra indugiare troppo.

Il lessico familiare di Gemma, al quale lei non rinuncerà mai, fino alla fine, rivela la sua psicologia più profonda e nel­lo stesso tempo più palesata e anche più indifesa. Con la morte dei genitori, di due fratelli e di una sorella, Gemma è una vera espropriata, come l'ha ben definita il compianto monsignor Agresti. Nel suo profondo resterà sempre come un velo, un'ombra. Il velo e l'ombra di un bene perduto di cui è stata espropriata, e che ha ritrovato solo nel possesso e nelle certezze della fede che l'ha fatta povera sposa dell'A­more crocifisso.

«Nel profondo di sé, lei è psicologicamente un'orfana segnata da una insondabile "solitudine", che nessun affetto umano può colmare abbastanza. Il suo mondo, quindi, è quello celeste e lì si è come connaturata la sua esistenza, vi­vendo con Gesù, la Vergine, gli angeli, Gabriele, e non cer­tamente perché vuole sfuggire alla morsa del vivere quoti­diano, che affanna i poveri uomini, ma perché, nell'arditezza propria delle anime grandi, vuole purificarne lo stesso cam­mino, liberandolo dal caduco e dal mortale, offrendosi a Dio in "sicurtà" per tutti».

 

Un volto, uno scatto

«Non era alta: un metro e sessanta circa; ma piuttosto piena e dall'aspetto floridissimo»: così la descrive Zoffoli in base a testimonianze sicure. «Aveva una carnagione rosea, un volto più largo che ovale, occhi grandi e azzurri, bocca ben tagliata, mascelle robuste, volitive, naso retto, fronte ampia, capelli castani non abbondanti, divisi irregolarmente sul capo, tirati e raccolti indietro, sulla nuca. L'insieme, non ostante l'abituale sorriso, era perennemente soffuso di me­stizia, inconfondibile, quella di cui solo la sventura o la pas­sione velano il viso di una giovane donna».

Le foto in bianco e nero, fattele scattare da un fotografo lucchese per ordine di padre Germano tra il 1900 e il 1902, sono straordinarie. La più toccante è quella che la ritrae di profilo, in atteggiamento orante, immagine tanto cara ai suoi devoti; è il suo modo di pregare, certo, vi traspare tutto il suo slancio mistico, ma è molto convenzionale. La foto che la ritrae in estasi dolorosa è mal riuscita per la cattiva esposi­zione alla luce, ma è impressionante nella riproduzione pit­torica di G. Francisi. È un volto totalmente trasfigurato, as­sorbito in pieno dal mistero che le si rivelava. La foto più suggestiva sembra quella che la ritrae a poco più di ventidue anni. Per i Giannini è quella più fedele. «Il fotografo l'aveva pregata di non muoversi e di fissare l'obiettivo »; per que­sto, sempre a dire dei Giannini, appare come preoccupata. Oltre il motivo del disagio per l'insolita richiesta e il velo del­la innegabile mestizia che vi traspare, non vi è infatti nem­meno l'ombra di quel sorriso che le fioriva in permanenza sul volto; quello sguardo ha uno charme indicíbile. Parla del­le insondabili vie del mistero che ella va percorrendo; narra del dolore e dell'amore che sono penetrati fin nel profondo delle sue ossa ma non l'hanno fiaccata. È un volto già trasfi­gurato e parla di trasfigurazione.

Persino il già citato Pierre Jovanovic, fra i tanti altri, ne è molto colpito, anche se gli sembra soltanto il ritratto di « una aristocratica dal lusso discreto », buono al più per illustrare il romanzo L'angelo di fuoco del russo Valerij Brjusov, con­temporaneo di Gemma, o per ispirare le note dell'omonima composizione di Prokofiev.

L'aristocrazia della «povera Gemma» deriva tutta dal­l'essere sposa di un Re crocifisso e il suo lusso sono le pia­ghe, unica ricchezza di cui l'ha rivestita il suo Sposo di san­gue e d'amore.

È un volto angelico? Certo che sì, richiamando Mt 22,30 («Alla risurrezione... si è come angeli nel cielo»), ma... Gemma non è ancora risorta. Il suo cammino verso la gloria è ancora lungo e doloroso, ma la trasparenza del divino è straordinaria.

È il volto di una donna, ancora legata alla povera misura del tempo, ma che alla luce della fede vive oltre il tempo, e lo spazio.

E il volto, lo sguardo di un'anima umile e regale, del tut­to immersa nel mistero di una Presenza amorosa e dolorosa, per la quale pregustava già l'eternità, oltre le apparenze e l'effimero delle immagini di questo mondo.

 

PADRE GERMANO RUOPPOLO E «IL CASO GEMMA»

Il nome di padre Germano Ruoppolo (morto nel 1909) ritorna di continuo nella vicenda storica di santa Gemma Galgani. È il Passionista che dal settembre del 1900 si vedrà affidare dalle misteriose vie della Provvidenza «il caso Gem­ma Galgani ». È bene spendere qualche parola su questa presenza risolutiva nella storia della giovane lucchese.

L'evento della stimmatizzazione, avvenuto nel giugno del 1899, sul quale in questa sede non è il caso di dilungarsi, prendendolo per quello che è, ossia un «evento di grazia», e non certo un « fenomeno » di tipo scientifico, segna una svol­ta in tutti i sensi nella vita della mistica lucchese. La «grazia grandissima» delle stimmate, come la chiamerà nell'Auto­biografia, coglie Gemma non ímpreparata ma del tutto indi­fesa, per via dell'ambiente familiare pieno di preoccupazioni e ignaro di quanto era accaduto tra quelle povere mura di via del Biscione a Lucca.

« Il fratello Guido era soldato; Ettore era emigrato in Brasile per migliorare la sua condizione: non vi restavano più in casa che le vecchie zie, Tonino e le due sorelle mino­ri. L'unica che la comprendeva era Giulia, mentre Angelina al contrario, per leggerezza, frutto dell'età, spesso la deri­deva».

In una lettera del 10 agosto 1900 a monsignor Volpi leg­giamo tutto il dramma e l'imbarazzo che Gemma avvertiva in una situazione familiare tanto precaria. La ragazza ha già conosciuto i Passionisti nel giugno dello stesso anno e, loro tramite, la signora Cecilia Giannini.

« Monsignore, stia a sentire: io sono quasi sgomenta. An­gelina [la sorella minore] sa ogni cosa di me. Stamattina par­lava delle cose mie come se niente fosse; e il mio fratello [To­nino] insieme con lei ci scherzava. Io non ho mica paura dei loro scherzi, sa? Ho paura di tante altre cose. Angelina dalle undici di stamani fino ad ora che sono le tre, mai mi ha la­sciata sola; dice che vuol vedere ogni cosa, quasi quasi sem­bra un diavoletto. Le zie ci ridono, e io ho una voglia di pian­gere, e piangere tanto, sa? (... ) ».

La lettera prosegue parlando dell'angelo custode: «La signora Cecilia, prima di andare via, pregò tanto tanto l'an­gelo custode che non mi lasciasse sola. È stato vero. Dalla se­ra avanti che lei parti, è stato sempre con me. Ma mi lascia fare veli, lui! E quando mi inquieto e piango, allora (proprio che non ne posso più) mi dice qualche cosa, e presto torno in calma. Io ho paura che quest'angelo custode lo vedano in casa. Se lo vedesse Angelina, chi sa? Stamani ho dimandato all'angelo mio in che maniera, quando non c'è la signora Ce­cilia, ci sta sempre lui con me (tante volte, sa, quando lei non c'è, mi lascia lui! E allora si fa vedere; ma quando c'è lei, al­lora mi sparisce). Sa che cosa ha risposto? "Nissuno, figlia mia, come lei sa far bene le mie veci". E poi mi diceva: "Po­vera bambina, ha sempre bisogno di una continua guida! ". Ma rideva nel dir così. Eppure, se sapesse, anche in presen­za dell'angelo mio, quanti peccati, quante mancanze! Lui stesso si vergogna. Ma le persone lo vedranno? Se mai, ci pensi lei a dirgli di stare nascosto».

È evidente in questa lettera il prezioso servizio dell'ange­lo custode nei confronti della cara ragazza e l'altrettanto pre­zioso ruolo, quasi un ministero angelico, prestato dalla si­gnora Cecilia, e non si può non sottolineare la deliziosa ingenuità, la confidenza e la fiducia della ragazza nei con­fronti dell'angelo custode.

Gemma dunque fa fatica ad aprirsi con il suo confesso­re. E, come abbiamo visto, solo in casi estremi riesce a vin­cere l'innata riservatezza. «L'angelo più volte mi avvisava, dicendomi che se ne sarebbe partito per non farsi più vede­re, se avessi continuato in quel modo; io non obbedii ed es­so se ne andò, ovvero si nascose per più tempo ».

Una circostanza provvidenziale, come già sappiamo, to­glie Gemma dalle angustie.

In preparazione al Giubileo del 1900 si tenne in San Martino di Lucca un corso particolare di predicazione: «le sante missioni al popolo », tenute da un gruppo di Passioni­sti. È il Signore stesso che indica a Gemma il missionario al quale deve palesare tutto. «Con gran fatica di questo sacer­dote, padre Gaetano Guidi, e con mia gran vergogna», rac­conta Gemma, «palesai ogni cosa: di tutte le grazie particolari che il Signore mi aveva fatte, delle visite spesse dell'an­gelo custode, della presenza di Gesù e di alcune penitenze, che senza permesso di nessuno e solo di mia testa facevo ogni giorno ».

L'incontro con i Passionisti è un passaggio importante nella vicenda di Gemma, perché il Signore le promette che sarà «una figlia prediletta della Passione» e anche perché, per loro tramite, Gemma farà la conoscenza della famiglia Giannini. Per più mesi resterà quasi tutto il giorno in casa Giannini e infine sarà loro ospite stabile fino agli ultimi me­si prima della morte.

Cecilia Giannini, la zia, sarà l'angelo visibile della giova­ne Galgani: resterà sempre accanto a lei nelle quiete stanze di via del Seminario, testimone attonita e partecipe dei pro­digi della Grazia nella «povera Gemma».

Dal giorno della stimmatizzazione Gemma partecipa in modo mistico ma cruento, specialmente tra il giovedi e il ve­nerdì, ai dolori della Passione. Monsignor Volpi nutre forti dubbi sulla natura soprannaturale dei fenomeni cristopatici di Gemma. Prende l'iniziativa di farli verificare da un medi­co, il dottor Pietro Pfanner, ma l'esame è frettoloso e il giu­dizio è negativo. Gemma lo aveva avvertito in precedenza che la visita medica non era gradita al Signore. Da quel gior­no monsignor Volpi, i Giannini insieme con i Galgani, Gem­ma stessa, vedono allungarsi l'ombra della diffidenza e il ri­schio dell'inganno, sia pure inconsapevole, su quanto accadeva.

Scrive Bonardi: «La santa soffriva non solo per la sua umiltà e innata ritrosia; ma soprattutto perché il confessore, l'angelo custode e Gesù stesso non volevano che lasciasse ca­pire nulla da nessuno ».

Sempre Bonardi ci informa che un giorno l'amica Palmi­ra vide Gemma per strada « tutta intrisa di sangue, sulla fronte e nelle tempie, e dovette invitarla in casa sua perché si lavasse. Suor Maria Giulia delle Mantellate riferisce che Gemma un giorno fu trovata fuori dei sensi e portata in ca­mera sua dall'uomo della farmacia Galgani».

In base a queste testimonianze è molto più facile com­prendere le insistenze di Gemma presso monsignor Volpi a potersi ritirare in una comunità religiosa.

Durante un'estasi, Gemma si trova davanti a Gesù che ha accanto «un uomo coi capelli bianchi; all'abito conobbi essere un sacerdote passionista; aveva le mani giunte e pre­gava, pregava caldamente. Lo guardai, e Gesù mi pronunziò queste parole: "Figlia, lo conosci?". Risposi di no, come era vero. "Vedi", soggiunse, "quel sacerdote sarà il tuo diretto­re, e sarà quello che conoscerà in te, misera creatura, l'opera infinita della mia misericordia" ». Per caso, nel salotto buo­no dei Giannini, Gemma vede una piccola foto e vi ricono­sce il sacerdote della visione: è padre Germano Ruoppolo, amico di vecchia data dei Giannini.

E il principio del '900. Lunedì 29 gennaio, Gemma scri­ve una lunga lettera al religioso passionista che dimorava nella casa generalizia dei santi Giovanni e Paolo al Celio, in Roma. Sarà la prima di un lungo e spesso drammatico scam­bio epistolare. La giovane si incontrerà con padre Germano soltanto ai primi di settembre dello stesso anno, dietro espli­cito invito di monsignor Volpi. Tra il visibile e l'invisibile, quindi, Gemma può finalmente incontrare la persona giusta in una situazione di estrema precarietà. Più di un biografo definirà padre Germano «una guida dal cielo» (suor Ge­sualda), «l'angelo della mistica ascesa» (G. Bardi). Per con­siglio e con l'approvazione del suo confessore ordinario, Gemma si pone sotto la direzione spirituale di padre Ger­mano e vi rimane fino al giorno della morte.

Il Passionista affiancherà dunque fino alla fine monsi­gnor Volpi nella guida della mistica del Calvario. Non man­cheranno tensioni, incomprensioni e notevoli differenze di valutazione sulla Galgani ma, tutto sommato, ambedue pre­steranno un prezioso e insostituibile servizio alla «povera Gemma».

Padre Germano affermerà nel processo lucchese per la canonízzazione di Gemma: «Difficile come sono, per princi­pio e lunga esperienza del ministero, a prestar fede a cose straordinarie in donne, consigliai [Cecilia Gíannini] che non ne tenesse conto. Più tardi fui invitato da monsignor Volpi, confessore della Galgani, di venire a Lucca a esplorare lo spirito della medesima da vicino, e io vi andai nel settembre dell'anno stesso ». Aveva cominciato « col disprezzo e col dubbio»; poi, in base a un «profondo studio», si convinse che « si trattava di opera del dito di Dio ».

Una delle prime prove della credibilità di Gemma e, di conseguenza, della più che sostanziale santità di vita sarà la verifica dell'asserita presenza visibile ed educatrice dell'an­gelo nei suoi confronti.

 

Il «quadrato di Gemma»

L'opera di discernimento del «caso Gemma» non fu cosa facile. Nella storia del­l'agiografia contemporanea Gemma Galgani occupa un posto di tutto rilievo per la complessità del personaggio e per gli elementi in gioco. Questi elementi potrebbero es­sere resi in modo grafico con il «quadrato di Gemma»:

1. sul lato destro, in verticale, si muove il rapporto di Gemma con l'aspetto isti­tuzionale-ecclesiale, rappresentato principalmente da monsignor Volpi e da padre Germano Ruoppolo (lato terrestre orizzontale) come simbolo, riflesso e garanzia di Gesù (autore e perfezionatore della fede, sposo di sangue di Gemma) e della Vergine Maria (madre della Chiesa nell'ordine della grazia, «madre degli orfani», come ama­va chiamarla la santa);

2. sul lato sinistro, sempre in verticale, si muove l'aspetto spiccatamente cari­smatico, che si esplicita nel rapporto tutto particolare di Gemma con gli angeli (spe­cialmente con l'angelo custode) e i santi (particolarmente san Gabriele dell'Addolo­rata), i quali agiscono in stretto riferimento al Signore Gesù e alla Vergine Maria (lato celeste orizzontale).

 

II

LE FONTI DELLA PIETA’ ANGELICA

Non si può certo ricostruire un'angelologia galganiana in base alle cose dette e scritte dalla santa. Gemma Galgani ha accettato il dato rivelato e l'insegnamento del Magistero sugli angeli così come le sono stati presentati soprattutto dalla pietà familiare e dall'ambiente educativo e religioso che frequentava. Alle affermazioni dottrinali che trovava nei catechismi o nei libri di pietà, alle esortazioni che ascoltava dagli ecclesiastici e dalle educatrici non oppone il minimo dubbio né lo scarto di una riflessione critica e tanto meno dubitativa. Crede alla presenza diuturna dell'angelo custode secondo l'insegnamento perenne della Chiesa: perché mai avrebbe dovuto dubitarne?

 

DAL LASPERGIO AL RIVA...

Ma da dove Gemma ha attinto e ha alimentato la sua pietà verso gli angeli, e verso l'angelo custode in particolare? Sappiamo di alcuni libri di pietà usati da Gemma. Leggeva la Lettera ovvero Colloquio di Cristo nostro Redentore all'a­nima devota, di Giovanni Laspergio, nell'edizione lucchese i Pellegrino Frediani del 1710. Ebbe poi carissimi, fino al termine della vita, Apparecchio alla morte, di sant'Alfonso Maria de' Liguori e, dello stesso autore, La monaca santa. In­fine lesse e rilesse, di san Gabriele dell'Addolorata, le Lette­re, raccolte da padre Germano, e la biografia del giovane passionista scritta da Germano stesso.

Gemma, dunque, non usava molti libri di devozione. Ce lo conferma la testimonianza di Eufemia Giannini: «Ella po­co leggeva i libri devoti perché molto occupata, e data la sua cultura più che meglio amava elevarsi con l'anima a Dio, ri­concentrandosi seco stessa. Quando venne da noi aveva un solo libro di devozione [quale?], ma poi cominciò a farne a meno, parendole meglio formulare da sé le preghiere nel suo raccoglimento. Nel periodo di aridità poi, che fu l'ultimo della sua vita, leggeva con sommo trasporto un volume dei Libri santi contenente i Salmi e il Vangelo, e l'Apparecchio al­la morte di sant'Alfonso Maria de' Liguori ».

 

IL MANUALE DI FILOTEA

Vi è anche un altro libro di devozione molto diffuso al tempo di Gemma e da lei molto usato. È il Manuale di Filo­tea del canonico milanese Giuseppe Riva (giunto nel 1876, anno della sua morte, alla ventiduesima edizione). Di que­sto manuale Gemma sapeva molte cose a memoria, come ri­sulta dalla trascrizione delle Giaculatorie per ogni circostanza da lei fatta currenti calamo per suor Maria Bianchini. Da questo ricco manuale di pietà Gemma senza dubbio ha at­tinto a larghe mani i motivi ispiratori per la meditazione e la preghiera in riferimento all'angelo custode.

 

«Istruzione sopra l'angelo custode»

Nell'edizione del 1901 il capitolo dedicato agli angeli, e in particolare agli angeli custodi, occupa una ventina di pa­gine.

« Dopo Dio e Maria, non v'ha né in cielo né in terra chi più si interessi per la nostra salute; e chi, per conseguenza, noi dobbiamo riverir maggiormente dell'angelo custode? ». Egli è nostra guida, viene detto, è nostro compagno, nostra difesa fin dal principio dell'esistenza. Non ci abbandona mai finché «non abbia ritornata l'anima nostra alle mani del Creatore». Non si può dire in poche parole la sollecitudine che egli ha della nostra sicurezza sia temporale sia eterna. «Dappertutto egli è con noi», in città come in campagna, quando siamo soli o «nei tumulti», nelle occupazioni e nel riposo. « Ci consola nelle afflizioni, ci difende nei pericoli, ci illumina nei dubbj, ci soccorre in tutti i bisogni ».

Dopo aver richiamato per rapidi cenni la storia biblica dell'arcangelo Raffaele e Tobia, l'autore afferma che l'antica vicenda era data come immagine « di ciò che fa per ciascuno in particolare l'angelo custode». Ci precede e previene tutti i pericoli. Da vero amico non ci abbandona mai anche quan­do «offendiamo la maestà di sua presenza» commettendo qualche peccato, anzi ci stimola al rimorso e al pentimento. «Perora la sospensione di quei flagelli che la giustizia divina potrebbe scaricare su di noi».

Se lo preghiamo, subito ci esaudisce. Basta avergli un po' di devozione sincera « per essere da lui sovvenuti, non sola­mente a norma delle nostre speranze, ma anche al di là di tutti i nostri desideri ».

 

Alcuni esempi di santi devoti agli angeli

L'autore del Manuale presenta poi alcuni esempi di assi­stenza angelica, fra i quali quello di san Pietro liberato dall'angelo dal carcere di Erode, come leggiamo negli Atti. Quindi cita la storia di sant'Onofrio, che fu accompagnato dall'angelo nella grotta dove voleva ritirarsi in solitudine, e nei sessant'anni che trascorse nel deserto fu più volte comu­nicato dallo stesso angelo. Santa Susanna difese la propria verginità grazie all'intervento dell'angelo. Così santa Quin­teria fu avvisata dall'angelo su quello che doveva fare. Santa Brigida non solo vide tante volte il proprio angelo custode, ma lo udì cantare ínní soavissimi di paradiso. San Raimondo di Penafort era svegliato all'alba dal suo angelo custode. Santa Francesca Romana «ne godeva continua la compagnia e la conversazione, né le spariva dagli occhi se non quando essa era ricaduta in qualche fallo; il che faceva per avvertirla di ritornare subito col pentimento al primitivo suo stato ». E cita anche l'esempio di sant'Isidoro: mentre lui si tratteneva in chiesa, l'angelo custode proseguiva i lavori dei campi, «af­finché non avessero i mal devoti padroni a lagnarsi di sua tardanza». E ancora si legge che santa Balbina e santa Co­stanza furono assistite dagli angeli nelle loro malattie. San Stanislao Kostka ricevette la comunione dalle mani dell'an­gelo. San Fermo e san Rustico furono sfamati dagli angeli mentre erano in prigione a motivo della loro fede. « Tante in­somma e tali sono le grazie che fanno gli angeli ai loro clien­ti, che è cosa impossibile il numerarle distintamente ».

Di fronte a tanti esempi, deve scaturire nel devoto la confidenza e la fiducia nell'angelo custode. Egli è testimone delle nostre azioni, occorre ascoltarlo come maestro, va amato come amico, ringraziato come benefattore e riverito come angelo. Viva deve essere la consapevolezza che è no­stro protettore, ricorrendo a lui con fiducia in ogni necessità. «Salutiamolo senza mai dimenticarcene» la mattina, tra il dì e la sera, perché « ci difenda contro le insidie notturne ». Va invocato nell'uscire di casa perché ci difenda contro le va­nità; pure ritornando a casa va invocato «perché ci ajuti in tutte le domestiche faccende»; nell'andare in chiesa perché «tenga raccolte tutte le potenze dell'anima, nonché i sensi del corpo, alla presenza di Dio». Azioni e preghiere vanno messe nelle mani dell'angelo perché diventino meritorie e siano offerte « come un incenso di grato odore al cospetto dell'Altissimo». Nessuna azione va fatta che possa dispiace­re all'angelo, perché egli le registra tutte nel suo libro « a ca­ratteri indelebili » e diventerà al momento del giudizio « sen­za dubbio il nostro più terribile accusatore presso il divin tribunale ».

È stata una pratica di molti santi», continua il Riva, «l'im­plorare il soccorso degli angeli custodi delle persone con le quali dovevano trattare. Così un vescovo può utilissimamen­te implorare il soccorso dell'angelo della sua diocesi, un cu­rato quello della sua parrocchia, un confessore quello del suo penitente, un predicatore quello del suo uditorio, un amico quello del suo amico». Facendo così si coopera alla salvezza delle persone che sono affidate alla cura degli ange­li, occupandosi delle opere di Dio con spirito di unità insie­me con i «ministri invisibili che vi impiega egli stesso».

 

Indulgenze e devozione all'angelo custode

Secondo la sensibilità dell'epoca, si faceva un grande conto delle indulgenze annesse alla devozione all'angelo cu­stode. Così, sempre nel Manuale di Filotea, si elencano le in­dulgenze concesse dai sommi pontefici Pio VI (nel 1795) e Pio VII (nel 1821) per la recita quotidiana, e in altri giorni particolari, dell'Angelo di Dio.

Per la novena in preparazione alla festa dell'Angelo cu­stode (2 ottobre), il Riva presenta tre preghiere: una più lun­ga, divisa in nove parti, con riferimento ai nove cori angelici, e altre due più brevi (in nove e in tre parti). Poi elenca una Orazione all'angelo custode e l'Inno della Chiesa ambrosiana all'angelo custode, che comincia con il verso: «Custos preces mortalium... ». Gli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele vengono ricordati con specifiche novene e preghiere nella data della loro festa (29 settembre; 18 marzo e 5 dicembre; 24 ottobre). Infine, l'ultima preghiera del devoto è rivolta ai nove cori degli angeli, «la cui festa affatto distinta da quella degli angeli custodi si celebra al 9 di luglio nella chiesa di San Raffaele in Milano, ove è eretta un'apposita piissima Confraternita ».

 

La vita quotidiana e gli angeli

Oltre a questi riferimenti espliciti alla devozione da pro­fessare verso gli angeli, e in modo specifico verso l'angelo custode, vi sono altri richiami nella vita quotidiana che han­no un riferimento angelologico.

Così nelle Massime di vita divota si ricorda che « bene spesso noi ci fermiamo tanto nel desiderio di essere angeli del paradiso, che trascuriamo di essere uomini dabbene in questa terra ». L'arcangelo Raffaele fece trovare a Sara il «miglior dei giovani de' tempi suoi» (Ricordi di vita cristiana alle giovani). Una preghiera all'angelo custode viene inseri­ta tra gli Esercizi cristiani alle Orazioni per la mattina. In una lunga Istruzione sull'Angelus Domini si spiega l'impor­tanza del ricordo quotidiano del mistero dell'incarnazione. Il santo angelo custode viene ricordato con san Michele, san Giuseppe, sant'Anna e tutti gli altri santi nell'Alfabeto di pie aspirazioni. Nelle Giaculatorie per ogni circostanza, gli an­geli vengono menzionati varie volte: Nell'entrare in chiesa («Fate, o Signor, / che innanzi a Voi m'inchini / coll'umil fervor dei Serafini»); Vedendo l'immagine degli angeli («An­geli santi, il vostro braccio forte / mi salvi in vita e mi difen­da in morte»).

Parlando poi delle Orazioni della sera, il Riva racco­manda di «implorare l'assistenza di Dio, di Maria Vergine, dell'angelo vostro custode » per essere difesi da « quei ne­mici che combattono fra le tenebre». Dopo la preghiera al­la Vergine Maria, il devoto che sta per addormentarsi deve rivolgersi all'angelo custode per ringraziarlo « di tutt'i bene­fizi che m'avete fatto finora», chiedendo perdono «per tutti disgusti», promettendo di corrispondere maggior­mente al suo amore. Così facendo, « raccomando in questa notte l'anima mia e il corpo mio. Voi difendetemi da ogni male e impetratemi una vita sempre conforme ai vostri san­ti suggerimenti». Prima di addormentarsi, poi, il devoto fa un'ultíma offerta perché «il mio cuor, unito agli angeli e a tutti i giusti, mai non cessi di glorificarvi». Viene anche ri­cordato che il martedì è la «divozione particolare» all'an­gelo custode.

Nell'invito alla santa messa e nel «modo pratico» per ben ascoltarla, il Riva raccomanda, fra l'altro, di compren­dere la grandezza anche di una sola messa che sorpassa «le lodi più fervorose espresse dai santi e dagli angeli nel para­diso». Secondo l'uso dell'epoca, poiché la liturgia veniva ce­lebrata in latino, il devoto doveva accompagnare i vari riti meditando la Passione di Gesù e recitando preghiere appro­priate. Così all'inizio si implorava l'aiuto degli angeli al mo­mento del Confiteor, poi si lodava il Signore al Gloria («Vi lodo e vi adoro cogli angeli del cielo; fate che io viva da an­gelo in terra e che abbia un giorno a partecipare al loro giu­bilo in paradiso»); analoghi sentimenti venivano suggeriti al momento del Prefazio.

 

Vita, liturgia e angeli

Una menzione particolare viene fatta degli angeli nella messa per i defunti, quando, dopo la celebrazione, si invoca Maria Santissima, «affinché per l'efficacia di così santo sa­crificio, per mano dei loro angeli tutelari, [le anime del pur­gatorio] vengano tosto condotte a godere insieme con Voi la beatifica contemplazione della Santissima Trinità». Nella spiegazione del significato degli abiti liturgici, infine, si dice che il colore bianco si indossa per imitazione delle vesti can­dide degli angeli.

Anche quando ci si prepara alla confessione bisogna rac­comandarsi all'aiuto dell'angelo custode. All'angelo custode viene ricordato che il devoto fu affidato « alla paterna vostra premura». Nello specchio delle perfezioni divine egli vede tutte le azioni dell'uomo, perciò: «Leggete ora in questo specchio divino e infallibile tutta la serie de' miei disordini per suggerirmeli fedelmente alla memoria. E siccome foste, vostro malgrado, il testimonio delle mie cadute, così aiutate­mi adesso a rialzarmi e a ottenere per mezzo di questo sacra­mento la grazia di non più ricadere ». Anche nel ringrazia­mento si fa menzione degli angeli.

 

Alla mensa eucaristica in compagnia degli angeli

Anche il tempo di comunione, nella preparazione come nel ringraziamento, è speso dal devoto in compagnia degli angeli, specialmente 1'« offerta della comunione per vari fini a cui può essere indirizzata ». Così si parla dell'eucaristia come di « mensa degli angioli », che va adorata con loro; si invoca l'aiuto dei Serafini per amarla e gustarla « come ca­parra sicura di passare un giorno a possedere cogli angeli e coi santi il regno della gloria » e si chiede la loro interces­sione. Si adora il Santissimo Sacramento con umiltà per 1'«infinita maestà avanti la quale tremano gli angeli più su­blimi ». Una lunga preghiera, infine, viene dedicata agli angeli, « ministri fedelissimi di quel Signore che io sono per ricevere ».

Anche in un Apparecchio alla santa messa a comodo dei sacerdoti si includono due preghiere «agli angioli e ai santi» tolte dal messale.

In ben sette Ringraziamenti diversi dopo la comunione non mancano menzioni e richiami agli angeli per lo spirito di umiltà e di adorazione nei confronti dell'augusto Sacramen­to. Fra l'altro, si legge: «Santi angeli, degni ministri dell'Al­tissimo, fedeli esecutori di tutti i suoi ordini, adorate adesso e ringraziate per me quel Primogenito del Padre eterno di cui cantaste le lodi sulla grotta di Betlemme, saziaste la fame nel deserto, consolaste la tristezza nell'orto, annunciaste la risurrezione nel sepolcro; e ottenetemi di poterlo servire in ispirito e verità con quel fervore con cui lo servite voi nella patria celeste ».

 

In compagnia degli angeli ora e sempre...

In altre preghiere rivolte all'angelo custode per lucrare qualsiasi indulgenza e per l'ora di adorazione al Santissimo Sacramento, si mette in evidenza il ministero angelico di correzione, di vigilanza per i rischi che si possono correre o di perdono per i difetti e le colpe commesse dal devoto. In particolare si chiede all'angelo che ottenga al devoto «lo spi­rito dell'orazione, dell'umiltà, della pazienza e della mortifi­cazione ». Infine, si raccomanda l'anima devota all'angelo custode perché, nel momento del trapasso, «voi stesso pos­siate con compiacenza presentarla al trono di quel Dio che senza interrompimento adorate; e così le sia assicurata la bella sorte di godere per tutti i secoli la vostra dolcissima compagnia insieme a quella di tutti i santi che regnano con Cristo su in cielo ».

In conclusione, si può dire che il Manuale di Filotea del Riva utilizzato dalla santa sia stato un ottimo sussidio per ali­mentare la sua pietà e permetterle di espandere, nella libertà dei figli di Dio, la sua vita interiore sulle ali dello Spirito. Il Manuale ha sostenuto Gemma nelle terribili aridità e desola­zioni degli ultimi giorni.

 

III

UN ANGELO SOTTO ESAME

 

« INNI DAL SILENZIO DI MONDI INSOSPETTATI »

Con l'esperienza mistica di Gemma Galgani, «testimone per direttissima del soprannaturale», come afferma Corne­lio Fabro, viene ripreso e ribadito un tema sempre presente nella vita spirituale della Chiesa: noi non siamo le sole crea­ture che hanno il privilegio di conoscere, amare, servire e lo­dare Dio.

« Gli angeli sono un elemento dell'armonia della creazio­ne. Riflessi spirituali dell'Essere divino, essi popolano l'invi­sibile perché l'invisibile testimoni la gloria di Dio. Gli ange­li sono là perché si sprigionino inni dal silenzio di mondi insospettati.

«All'alba di questo ventesimo secolo, che pretende di aver conquistato l'universo, il Signore risponde presentando la povera Gemma Galgani, semplice, nascosta, ma immersa in questo mondo invisibile guidato dall'Amore divino. A noi, così lenti a credere, la giovane mistica viene a ricordare la presenza provvidenziale dell'angelo custode in ogni even­to umano e spirituale».

Il processo per la canonizzazione di Gemma Galgani ab­bonda di testimonianze sulla presenza visibile, sensibile, del suo angelo custode. E questo processo, svoltosi in più fasi e in varie sedi, non è stato affatto inferiore per rigore agli altri. Il «caso Gemma Galgani», l'abbiamo già detto, è passato per un crivello rigorosissimo. Quando tutto sembrava av­viarsi a conclusione, ha subìto battute di arresto e ripensa­menti decisi in prima persona dalla Superiore Autorità. Uno degli ostacoli più consistenti alla beatificazione era rappre­sentato, a dire del Promotore della Fede (1'« avvocato del diavolo»), dalla «sovrabbondanza di soprannaturale» pre­sente nella vita e negli scritti di Gemma; non ultima, faceva obiezione la presenza diuturna dell'angelo custode. Tutto ciò aveva messo in sospetto più di un censore. Basti leggere quanto ha scritto al riguardo Flavio Di Bernardo sulle tra­versie del processo canonico.

La familiarità di Gemma con gli angeli e di questi con lei è davvero grande e sorprendente. Fu ritenuta «eccessiva» e quasi fuor di luogo anche per alcuni particolari a prima vista risibili e censurabili. Ma, annota Zoffoli dopo aver sottoli­neato l'intimità che regnava tra il Signore, la Vergine Maria e la giovane lucchese, «le visite e i moniti dell'angelo sono ri­feriti con la medesima serenità e disinvoltura (...), con sem­plicità degna dei fioretti». E tutto è ben finalizzato alla cre­scita spirituale della ragazza.

 

« MA IO HO SONNO »

Per renderci conto della familiarità tra Gemma e l'ange­lo custode, leggiamo qualche brano del Diario (che riportia­mo per intero nella seconda parte di questo volume) redatto tra il 19 luglio e il 3 settembre del 1900.

« Ma quanto è buono Gesù! », esclama Gemma. « Appe­na si parte lui, mi lascia l'angelo custode, che con la sua con­tinua carità, vigilanza e pazienza mi assiste» (venerdì, 201u­glio).

Il giorno dopo soffre per agitazioni e inquietudini ed è molto disturbata dal diavolo. Finalmente la notte le appare l'angelo e tra i due si svolge un delizioso dialogo più che fra­terno:

« Appena mi si presentò lo pregai tanto che non mi la­sciasse sola. Mi domandò che avessi; gli feci vedere il diavo­lo, che si era assai allontanato, ma mi minacciava sempre. Lo pregai che stesse con me tutta la notte, e lui mi diceva: "Ma io ho sonno". "Ma no", gli ripetevo, "gli angeli di Gesù non dormono". "Ma pure", soggiungeva, "devo riposarmi" (ma mi accorsi che faceva per ridere); "dove mi farai stare?". Io volevo dirgli che lui si mettesse sul letto, e io stavo lì a pre­gare; ma allora avrei disobbedito. Gli dissi che stesse vicino a me; me lo promise. Io andai a letto; dopo lui mi parve che allargasse le sue ali e mi venisse sopra il capo. Mi addormen­tai e stamani pure era al solito suo posto di ieri sera. Io ce l'ho lasciato; quando sono tornata dalla messa, non ci era più» (sabato, 21 luglio).

L'angelo la rimprovera a tavola perché si distrae e la ra­gazza teme che anche altri possano aver sentito i rimbrotti angelici; in chiesa, l'angelo non manca di richiamarla perché per un attimo ha « alzato gli occhi per guardare due bambi­ne come erano vestite»; vuole che stia più composta a letto (domenica, 22 luglio).

La domenica successiva Gemma annota: «Il mio ange­lo custode non mi manca: mi fa forza, e devo dire anche che domenica non avevo fame, e lui stesso mi obbligò a mangiare; e così ha fatto pure stamani. Ogni sera », aggiun­ge, «non manca di benedirmi e anche di castigarmi e di gri­darmi» (domenica, 29 luglio; si veda anche lunedì, 30 ago­sto).

Il giorno dopo l'angelo la conforta per il dispiacere avu­to dalla solita sorella Angelina: la fa «tornare quieta»; quindi « si mise a sedere accanto a me e mi diceva ammodino am­modino... » (lunedì, 30 luglio).

E ancora, nei mesi successivi:

«Stasera l'angelo custode, mentre facevo le preghiere della sera, mi si è avvicinato e battendomi sopra una spalla mi ha detto: "Gemma, come mai tanta svogliatezza per la preghiera?" » (lunedì, 6 agosto).

«L'angelo custode non mi lascia mai; se devo parlare, pregare, fare qualche cosa, me l'accenna lui» (venerdì, 10 agosto).

«Stanotte ho dormito col mio angelo custode accanto; nello svegliarmi, l'ho veduto vicino a me; mi ha dimandato dove andassi. "Da Gesù", ho risposto» (domenica, 2 set­tembre).

Una pagina incomparabile per fascinosa schiettezza è quella della domenica, 26 agosto (per la quale rimandiamo alla seconda parte di questo volume), quando l'angelo, dal­l'ora di pranzo fino a notte fonda, non lascia di guardare Gemma con occhio severo. Soltanto il giorno dopo la ragaz­za viene a sapere da lui che il motivo di tanta severità deriva­va dalla sua solita ritrosia in confessione a manifestare anche i fatti straordinari che le succedevano. Questa nota di diario del 26 agosto ci rivela in modo compiuto il rapporto educa­tivo dell'angelo con Gemma.

Dovremmo citare tutto l'epistolario e gli altri scritti di Gemma per rilevare quanta familiarità avesse l'angelo con lei e lei con l'angelo. Queste indicazioni servano soltanto a rimarcare gli aspetti più evidenti.

 

UNA VOCAZIONE PARTICOLARE

Il primo testimone della singolare familiarità della mi­stica lucchese con gli angeli, e in particolare con l'angelo custode, è stato padre Germano Ruoppolo. Egli dedica il capitolo ventitreesimo della sua biografia di Gemma alla «singolarissima assistenza dell'angelo custode». Nei proces­si asserisce: «La devozione della serva di Dio verso il suo angelo custode ha dell'ammirabile e, sarei per dire, dell'incre­dibile ».

Padre Germano passa in rassegna tutti i riferimenti fon­damentali e cerca di individuare le motivazioni profonde di questa « assistenza », la cui singolarità è da lui messa in rela­zione con l'importanza della vocazione e della missione di Gemma. Dice fra l'altro: «Se Dio ama tutti gli uomini, e a ognuno di essi provvede il necessario, assai maggior cura si prende degli eletti, i quali dice d'aver cari come la pupilla degli occhi suoi; e fra gli eletti stessi, a seconda dei meriti, vuole che vi siano gradi di preferenza. Donde avviene che diversa in ciascuno è l'importanza della pietosa missione de­gli angeli. Ora essendo la nostra Gemma, nei consigli della divina provvidenza, ordinata a occupare un posto assai su­periore a quello del comune degli eletti, ne viene di conse­guenza che l'angelo assegnatole dal cielo si dovesse prende­re di lei una cura tutta particolare. E fu così; anzi, poiché la Grazia volle manifestarsi in questa fortunata creatura con di­mostrazioni straordinarie da ogni altra parte, straordinaria volle apparire altresì da questa; perché fosse noto a ognuno quanto veramente questo gran Dio l'amasse ».

Germano si richiama alla vicenda biblica di Tobia e del­l'arcangelo Raffaele e accenna pure all'agiografia cristiana che abbonda di presenze angeliche, per fugare l'impressione che quanto si riferisce a Gemma sia frutto di esaltazione, di mitomanie, di riferimenti esoterici.

Così risponde agli obiettori: «Il Signore ha fatto e fa tan­to più di questo, con le sue povere creature, e nessuno vorrà dirgli: perché vi mostrate così buono? Per parte poi di que­sta sua serva, le disposizioni non potevano essere migliori: innocenza, purezza, candore, semplicità infantile e al tempo stesso fede vivissima, che le faceva vedere quasi a nudo le più sublimi cose del cielo». E conclude: «In verità il santo custode doveva trovare nella felice sua protetta alcunché di simile agli angeli; onde senza troppo abbassarsi, poteva en­trare con lei in familiare commercio ».

Il biografo, dunque, definisce «semplice, spontanea, ma piena di profonda umiltà» la familiarità di Gemma con il suo angelo. Ed è questo il ritornello che attraversa le varie fa­si del processo di canonizzazíone della Galgani, ripetuto dal coro dei testimoni come risposta a tutte le obiezioni di una eccessiva e quindi poco credibile presenza del soprannatu­rale nella vita della giovane lucchese.

 

UN MAZZETTO DI TESTIMONI DI PRIMA MANO

Afferma il parroco, don Federico Ghilardi: «Aveva una grande particolare devozione al suo angelo custode». «Aveva sempre in bocca il suo angelo custode», asseri­sce Marianna Bianchini come teste ai processi, «e sempre a lui mi sono rivolta dietro 1'esempío di Gemma e ho ricevuto dal Signore per mezzo di lui grazie spirituali particolari e grandi».

« So che con questo parlava come fosse vivente in conti­nua sua compagnia», conferma la teste Isolina Serafini. Suor Maria Agnese delle Serve di Maria di Lucca ricor­da, con tutti i dettagli, il giorno nel quale Gemma entrò in convento accompagnata dall'angelo custode, che le «stava con le ali spiegate sopra la testa in atto di protezione»:

« Monsignor Volpi non voleva che Gemma venisse da so­la o ritornasse a casa sua, sola. Un giorno (...) vidi Gemma che era sola. "Oh! oh! ", dissi, "non ha l'obbedienza da mon­signor Volpi di venir sempre accompagnata qui al convento? È così dunque che si fa l'obbedienza?", e la sgridai. Gemma rispose: "Non mi sgridi, madre priora, ché non sono sola". "Ebbene", dissi io, "chi ci ha per compagnia?". E Gemma:

"L'angelo custode", e io: "Ma l'abbiamo tutti, per grazia di Dio, l'angelo custode: ebbene dove l'ha lasciato? Me lo fac­cia vedere". E Gemma: "È rimasto fuori". E io: "Fammelo vedere; chiamalo qui". E Gemma apri la porta, fece cenno con la mano come per chiamare e poi tutta ilare disse: "Ec­colo qui, madre priora! ". E io: "Bene, sono contenta assai, perché hai fatto l'obbedienza". E sebbene non vedessi nulla feci capire a Gemma che l'avevo veduto anch'io, e allora le dissi: "Dimmi sinceramente: come hai veduto l'angelo cu­stode quando ti accompagnava?". E Gemma rispose: "Mi stava con le ali spiegate sopra la testa in atto di protezione". E io osservai: "Sta bene, perché se fosse venuto in forma di un giovane che ti accompagnasse non sarebbe stato bene"; e tutto finì qui».

Secondo Cecilia Giannini, Gemma era convinta che tut­ti vedessero l'angelo custode: « Con i bambini, con le ragaz­ze parlava della devozione alla Madonna e anche all'angelo

custode. Credeva che tutti lo vedessero e ci parlassero, come lo vedeva lei, e alle mie nipotine qualche volta diceva se que­sta cosa o quest'altra l'angelo custode gliel'aveva detto, o se l'avessero veduto ».

E Anna Giannini, l'amica del cuore, riporta le parole di Gemma: « "Non ci si sta in chiesa come si dovrebbe stare; vedeste come ci stanno gli angeli! (...)". Mi ricordo che sui primi tempi, quando era in casa nostra, mi parlava spesso e molto dell'angelo custode dicendomi come essa lo vedeva, che cosa dicevano fra loro... E poi domandava a me se an­che io lo vedevo... »

Isabella Bastiani ricorderà compiaciuta che era stata lei a insegnare alla piccola Gemma a pensare alla passione di Ge­sù e a rivolgersi all'angelo custode nei pericoli e nelle angu­stie.

Il primo biografo, dunque, sulla scorta della sua perso­nale esperienza e sulla testimonianza di tante persone, non esagera nel definire «singolarissimo» questo rapporto tra Gemma e l'angelo custode, fatto di una presenza sensibile e continua, tutto riferito alla preghiera di lode e alla coltiva­zione della vita interiore.

E in effetti, leggendo le lettere e altri scritti, come pure i colloqui estatici, si rimane sbalorditi di tanta fraternità tra Gemma e lo spirito celeste. È tanto intima e confidenziale che deve essere frenata dai direttori spirituali. Gemma, per esempio, è obbligata a non usare il «tu» con gli angeli, ma un più rispettoso «voi». Ed è simpatico leggere, special­mente nei colloqui estatici, la fatica della santa per stare al galateo impostole d'autorità.

«Gemma lo vedeva con gli occhi del corpo, lo toccava con la mano come se fosse persona vivente di questo mondo, si tratteneva con lui a ragionare in quella stessa guisa che un amico fa col suo amico. Quindi poteva scrivere: "Gesù non mi ha mica lasciata sola sola: mi fa stare con me sempre l'an­gelo custode". Di questo beneficio essa ne ringraziava il suo Dio con gran sentimento, e all'angelo stesso si dichiara­va debitrice di somma riconoscenza. "Se qualche volta sono cattiva", gli diceva, "caro angelo, non ti adirare; voglio es­serti grata". E l'angelo a lei: "Sì, io sarò tua guida sicura, sarò il tuo compagno indissolubile. Non sai chi mi ha dato te in custodia? Il pietoso Gesù" ». E la gioia di Gemma era in­contenibile «e rimaneva estatica in compagnia dell'angelo suo. Che cosa poi facessero allora, lo dice la Gemma stessa, con queste semplici parole: "E qui tutti e due restammo con Gesù. Oh! se ci fosse stato, padre mio! "». Restare con Ge­sù insieme con l'angelo, spiega il biografo, per Gemma signi­ficava «ingolfarsi, con la mente e col cuore, in quel pelago immenso della divinità per vedervi e sentirvi arcane cose ».

 

LA SOSTANZIALE VERIDICITA’ DELLA PRESENZA ANGELICA

È tuttavia impossibile affermare che tutto quanto è acca­duto di straordinario sia opera soprannaturale.

Un teologo domenicano, padre Marco Sales, chiamato da papa Pio XI a dare un giudizio autorevole, insieme con il beato Ildefonso Schuster, sulla fenomenologia mistica di Gemma Galgani, dice, fra l'altro: «Tali apparizioni sono possibili e non vi è alcuna ragione per rigettarle nel loro complesso, benché l'una o l'altra possa in particolare pre­starsi a dubbi seri sulla sua realtà come sono alcune che si ri­feriscono ad angeli che avrebbero recapitato lettere all'uno o all'altro, e delle quali la stessa Serva di Dio si mostra titu­bante nelle sue affermazioni. In tutto questo però essa si mo­stra aliena da ogni sentimento men che puro e onestissimo, come appare dal fatto narrato nel Sommario, pagina 646, do­ve si dice che rifiutò un bacio che voleva darle l'angelo cu­stode, "perché non ho altro da offrire a Dio che la mia ver­ginità" ».

L'episodio al quale si riferisce il Sales è riportato dalla te­stimone Carla Puccinelli, amica intima di Cecilia Giannini, dalla quale l'aveva appreso: «Le era apparso l'angelo custo­de, il quale era solito conversarci, e voleva darle un bacio. Essa rispose: "No". E l'angelo: "E perché?". "Perché", ri­spose Gemma, "non ho altro da offrire a Dio che la mia ver­ginità". Allora l'angelo si inginocchiò accanto, anzi innanzi a lei, accoppiando le mani ».

Comunque Gemma non è rigorista - come poteva esser­lo? - con l'amico celeste. Sappiamo da lei stessa che all'an­gelo di padre Germano ha permesso più di una volta lo stes­so segno innocente di amore fraterno.

In fondo Gemma, con questa «severità », dimostra di avere ben appreso la lezione del suo esigente maestro celeste.

Ma soprattutto per Gemma l'angelo custode «era come un secondo Gesù». Infatti «essa gli esponeva i propri biso­gni e quelli degli altri; nei suoi affari lo aveva sempre presso di sé, e in particolar modo allorché trovavasi a lottare col ne­mico. Lo incaricava di diverse faccende presso il Signore, la Vergine Maria e i suoi santi patroni ». Era il suo alter ego, e lei era vincolata da un legame d'amore soprannaturale per un amore tutto soprannaturale.

Di fronte agli effetti positivi derivati alla santa dal magi­stero dell'angelo custode, effetti tante volte sperimentati da padre Germano, validamente aiutato da persone di indub­bia onestà e serietà, caddero tutti i dubbi e i possibili rischi di una così straordinaria frequentazione. Comunque Gem­ma fu sempre messa sull'avviso e munita di misure pruden­ziali dal suo direttore perché non cadesse vittima di illusioni e suggestioni.

 

IV

LE ALI E LA STELLA

 

«ANGELO MIO, QUANTO BENE TI VOGLIO! »

Verso la fine del mese di luglio del 1902, a pochi mesi dalla morte, Gemma scrive una lunga lettera a padre Ger­mano, nella quale tocca diversi argomenti. Fra l'altro, gli narra anche una particolare apparizione del suo angelo cu­stode:

« Già lo saprà, è vero, che per due giorni in filo, il 14 e il 15, ebbi una visítina del mio caro angelo. O chi ce l'avrebbe fatto? Mi sopraggiunse inaspettato; mi riposavo insieme a Gesù. Nel vederlo mi turbò un po', fui presa da un po' di ti­more. Gli dissi: "Se sei mandato da Dio, vieni che ti accetto; se sei un mandato dal diavolo, ti sputo in faccia". Esso allo­ra sorridendo adorò la maestà di Dio, poi fece un saluto alla Santissima Trinità. Caro babbo, ma come si rimane quando vengono siffatte visite! Si rimane... non si sa che dire ».

Come si vede, Gemma è turbata per questa inaspettata presenza e mette subito in campo gli antidoti per le false apparizioni che le erano stati prescritti dal confessore. L'ange­lo sorride e loda la Trinità.

Gemma prosegue:

«Alla sua presenza mi vergognai di avere avuto verso di lui nessuna riverenza, nessuna devozione; mi feci coraggio e gli chiesi perdono dicendogli che mi perdonasse, perché al­la sua presenza avevo peccato, perché al suo tenero amore avevo preferito l'amor proprio. Quante volte esso mi aveva suggerito di mutar vita, e io senza mai dargli ascolto! Quan­te volte mi aveva suggerito di non offendere quell'Infinita Bontà, che voleva comunicarsi alla anima mia, e io invece continuavo! O Dio! Alla presenza del mio buon angelo feci quasi tutta (dirò così) la confessione. Quanto bene mi dimo­strò di volermi! Mi guardava sì affettuosamente! E quando fu per partire (ché mi accorsi, perché mi si avvicinò e mi ba­ciò in fronte), lo pregai a non lasciarmi ancora, ed esso: "Bi­sogna che vada". "Va' pure", gli dissi, "saluta Gesù". Mi det­te un ultimo sguardo dicendomi: "Non voglio più che tu intraprenda discorsi con le creature: quando vuoi parlare, parla con Gesù e con l'angelo tuo" ».

Gemma ha di fronte una presenza abituale e fraterna. Eppure le sembra come se fosse la prima volta. In varie altre circostanze l'angelo aveva adottato con lei uno stile molto severo; ora invece è pieno di premure e di affetto. Vi è una specie di familiare solennità in questo colloquio, che ha qua­si il sapore di un congedo. L'abituale coscienza del peccato si acutizza: Gemma si esamina di nuovo di fronte allo spirito celeste. L'angelo la ascolta, le manifesta il suo amore con uno sguardo prolungato pieno di affetto ma... deve andarsene. Lo scopo della visita è raggiunto. Però Gemma desiderereb­be che restasse ancora un po': ne ha veramente bisogno. La malattia che la porterà alla tomba prosegue inesorabile il proprio cammino e lei si sente debilitata.

Ma l'angelo la conforta anche nel fisico. Dopo la firma, nella stessa lettera, Gemma aggiunge: «L'angelo dette a be­vermi alcune gocce di un liquido bianco in un bicchierino dorato, dicendomi che era la medicina colla quale il medico del paradiso guariva i suoi infermi ».

Quando l'angelo si congeda, la bacia sulla fronte. Questa volta però Gemma non si schermisce per il gesto affettuoso che altre volte aveva rifiutato.

Di nuovo la celeste presenza si manifesta a Gemma al­l'improvviso e con altri gesti affettuosi il giorno successivo. L'angelo le promette che sarà sempre per lei «guida sicura», «compagno indissolubile».

« Il giorno dopo, alla medesima ora, neppure ci pensavo, eccolo di nuovo. Mio Dio! Da' lume al mio babbo, e io cre­derò a lui solo. Mi si avvicinò, mi accarezzò, e mi venne fat­to di dirgli con tutto l'affetto: "Angelo mio, quanto bene ti voglio! ". "E perché mi vuoi bene?", mi chiese. "Ti amo, per­ché m'insegni l'umiltà, e perché mantieni la pace interna del mio cuore. Se qualche volta sono cattiva, caro angelo, non ti adirare; voglio esserti grata, sai, prima a Gesù, poi a te". "Sì… soggiunse, "io sarò tua guida sicura; sarò il tuo com­pagno indissolubile" ».

Questa lettera è davvero una piccola sintesi dei rapporti intercorsi tra Gemma e il suo angelo. Sul loro significato torneremo più avanti. Ora ci interessa soffermarci sulle mo­dalità della presenza angelica nei confronti della mistica luc­chese.

 

LE ESTASI

Interrogarsi sulle modalità delle apparizioni angeliche non è semplice curiosità. Padre Germano, da attento osser­vatore quale era, nella sua biografia di Gemma ci offre pre­ziose indicazioni:

« Notai che ogni qual volta ella alzava gli occhi per mira­re l'angelo, ascoltarlo o parlargli, fosse pure fuori di tempo di meditazione o preghiera, perdeva l'uso dei sensi; e in quel momento la si poteva scuotere, pungere, che non l'avrebbe sentito. Come poi ritirava da lui lo sguardo, o cessava il col­loquio, nel momento stesso ritornava in sé; e se cento volte vi si fosse provata, anche in brevissimo spazio di tempo, al­trettante si ripeteva il fenomeno anzidetto, della perdita to­tale dei sensi».

Ogni volta, quindi, che Gemma parlava all'angelo o que­sti con lei, si verificava, secondo padre Germano, una meta­morfosi cognitiva a un livello esperienziale diverso e più profondo di un comune sentire relazionale. Padre Germano, al riguardo, parla a lungo di tre livelli di estasi. Le piccole, meno perfette, erano le più frequenti, più spontanee e sem­plici, e potevano accaderle parecchie volte al giorno. Vi era­no poi le grandi, meno frequenti ma più profonde e alte, che le accadevano solitamente la mattina in chiesa al momento di fare la comunione o nelle visite eucaristiche. Infine c'era­no le estasi straordinarie, che si producevano in genere il giovedì sera e il venerdì verso le tre del pomeriggio oppure in altre particolari circostanze. Padre Germano le chiama straordinarie per la loro « peculiare intensità » e per gli effet­ti straordinari che si generavano.

Nella lunga lettera del 9-13 maggio del 1901 a padre Germano, Gemma scrive quanto le accadde la mattina dell'8 maggio, festa della Madonna di Pompei: «L'angelo mio cu­stode mi sembrò che mi accompagnasse da Gesù, quando andai a riceverlo. Fu per me un giorno di paradiso quello ». E qualche riga più avanti, con la stessa naturalezza, racconta che «dopo tanto, infine, oggi è comparso pure il suo caro angelo. Quanto era più bello! La stella lucente che sempre posa sul suo capo, quanto risplendeva di più! Si figuri, è ve­nuto in cucina mentre Mea faceva le polpette! Io ero lì a ve­derle fare, e pensavo... pensavo (...) a Gesù e lo ringraziavo (...); ho sentito allora posarmi una mano sulla fronte e alzarmi il capo. Era l'angelo suo (...). Terminate queste parole, mi ha baciata, e se n'è andato via, e mi ha lasciata contenta contenta. Io dico che proprio Mea non se ne sia avveduta, perché dopo non mi ha accennato nulla. Era così bello, bab­bo mio, e aveva tanta luce intorno a sé, che mi oscurava la vi­sta ».

L'angelo custode si prende cura della salute della sua protetta; lo abbiamo già visto darle da bere un liquido bian­co in un bicchierino dorato, e non sarà l'unica volta. E anco­ra leggiamo nel diario: «L'angelo custode non cessa di vigi­larmi, d'istruirmi e darmi dei savi consigli. Più volte al giorno mi si fa vedere e mi parla. Ieri mi tenne compagnia mentre mangiavo, però non mi forzava, come fanno gli altri. Dopo che ebbi mangiato, non mi sentivo per niente bene; allora lui mi porse una tazzina di caffè sì buono che guarii subito, e poi mi fece anche un po' riposare. Tante volte gli faccio chie­dere a Gesù se lo lascia tutta la notte con me; va a dirglielo, poi torna e non mi lascia fino alla mattina, se Gesù glielo permette ».

Gemma gode di una assistenza pressoché continua da parte degli spiriti celesti: «L'angelo custode non un minuto secondo mi abbandona. Ieri ne vidi più degli angeli; il mio mi assisté continuamente, e ne vidi un altro pure di un'altra persona, e qui non occorre certo che descriva i più minuti particolari ».

Per Zoffoli «è chiaro che la santa, mentre l'angelo l'assi­steva, non era in estasi, come invece suole premettere par­lando di altre visioni».

Nella lettera del 13 settembre 1899 a monsignor Volpi, Gemma parla di una visione di Gesù Bambino che le viene in braccio; negli ultimi di settembre, sempre del 1899, allo stesso monsignor Volpi scrive di aver avuto una visione di san Gabriele dell'Addolorata; nell'ottobre dello stesso anno, parla di una visione di Gesù visto con la croce sulle spalle; lo stesso ripete nella lettera successiva del novembre 1899. « La descrizione dei particolari», asserisce sempre Zoffoli, «ob­bliga a ritenere che Gemma effettivamente vedeva, sentiva, gustava. Lo stesso timore che altri si accorgessero della pre­senza dell'angelo (cfr. lettera a monsignor Volpi del 10 ago­sto 1900) e il desiderio che anche Cecilia udisse la sua voce inducono a credere che i sensi esterni della Galgani fossero realmente impressionati ».

Padre Germano, invece, è più incline a parlare di estasi sempre e comunque, anche se non molto profonde: «Le pic­cole estasi, che erano ancora le più frequenti, anche di pa­recchie volte al giorno, erano insieme le più spontanee e semplici. Per poco che nella sua mente scendesse un lume infuso men che comune, ovvero le si rappresentasse una ce­leste visione, fosse pure delle più ordinarie, di tratto il mon­do sensibile le scompariva dinanzi, un profondo raccogli­mento la comprendeva tutta, e in un attimo ella era in cielo con tutta se stessa, senza che alcuno scuotimento precedesse o accompagnasse quel volo, che era unicamente dello spiri­to. Per avvedersene conveniva guardarla negli occhi scintil­lanti che in quel momento erano fissi al cielo, ovvero al pun­to della visione ».

Sempre padre Germano asserisce che notava Gemma astratta dai sensi e profondamente partecipe anche quando, per esempio, recitavano insieme la liturgia delle ore. Parlan­do delle visioni dell'angelo, Germano scrive: «Quante volte ancora, trovandomi con essa a discorrere, e domandandole se il caro angiolo custode fosse sempre al suo posto a farle d'intorno la guardia, Gemma volgeva con incantevole disin­voltura lo sguardo verso quella parte, e mirandolo rimaneva estatica e alienata dai sensi, per tutto quel tempo che si trat­teneva a contemplarlo! »

Leggiamo ancora che, per padre Germano, le «piccole estasi» erano «meno perfette, di breve durata e puramente sensibili per lo più. Erano inoltre pochissimo profonde, in quanto che in esse, ad eccezione del senso del tatto, la per­dita degli altri sensi non era totale; quindi accadeva non di rado che, stando in tale stato di astrazione, potesse nondi­meno jtrattenersi non solo a leggere, ma anche a scriver lette­re, ovvero a conferire col suo padre spirituale».

Più avanti, parlando delle apparizioni di cui Gemma fu favorita quasi di continuo dal 1899 fino a pochi giorni dalla morte, Germano richiama quelle dell'angelo custode, la cui «dolce, familiare e proficua presenza poteva dirsi continua di giorno e di notte ».

Germano è perentorio: « Gemma in estasi mostrava tut­te le qualità di persona sanissima, e in stato perfettamente normale a regola di fisiologia; non pallore cadaverico, non gesti concitati, non inusitati atteggiamenti, non contrazione di muscoli. I soli sensi esterni non agivano più»`. Insomma, le estasi, le visioni, le locuzioni di Gemma non avevano nulla a che fare con l'ipnotismo o lo spiritismo.

 

UNA BELLEZZA CELESTIALE

Un angelologo di formazione tomistica, Giovanni Mon­gelli, scrive: «Gli angeli sono esenti dal legame e dalla pe­santezza della materia; sono persone individuali essenzial­mente diverse dalla materia e dagli esseri che si uniscono sostanzialmente alla materia, come sono, in quest'ultimo ca­so, le anime nostre, create per informare un corpo e vivifi­carlo».

Gli angeli, quindi, non hanno corpo e sfuggono a ogni raffigurazione adeguata. Sono esseri misteriosi e potenti. Ir­rompendo dal mondo soprannaturale, solitamente incutono timore, stupore, meraviglia.

La figura angelica che si presenta in forme sensibili a Gemma Galgani sembra corrispondere, nei dati fondamen­tali, all'iconografia tradizionale cristiana con cui vengono rappresentati gli spiriti celesti. Nelle case e nelle chiese di Lucca non mancavano certo rappresentazioni iconografiche degli angeli sia popolari sia artistiche.

La fisionomia è, dunque, quella umana; sembra ovvio che l'angelo sia di aspetto giovanile, nell'apparenza maschi­le, anche se Gemma non accenna mai all'età o all'aspetto «sessuato» degli angeli. Vede l'angelo come un essere uma­no alato. Lo scorge volare per portare le lettere ai vari desti­natari; con le ali spiegate e le mani tese lo ha davanti agli oc­chi sopra il capezzale; in segno di protezione l'angelo le distende planando su di lei, quando esce di casa, a meno che non si accompagni al suo fianco.

Sulla fronte degli angeli Gemma vede una stella risplen­dente, che brilla in varia misura, secondo i diversi personag­gi e secondo particolari circostanze di tempo e di luogo. Sul­l'aspetto sensibile degli angeli che le appaiono, Gemma non dice altro. Non si perde in dettagli fisionomici. Non descri­ve mai il volto degli angeli, non dice quale sia il colore dei ca­pelli o la qualità, la foggia e il colore degli abiti che indossa­no. Non li chiama mai per nome e non ci dice se avessero nomi propri. Solo le ali e la stella. Forse non sente il bisogno di entrare in particolari descrittivi perché... nessuno glielo ha chiesto. E’ tale e tanta la familiarità con gli angeli, che re­puta superfluo attardarsi a descrivere particolari per lei tan­to consueti e che, nella sua semplicità evangelica, suppone conosciuti anche dagli altri.

Gemma è rapita dalla loro sovrumana bellezza, questo sì. Quale riverbero sensibile promanasse da questa celestiale bellezza, non pensa a descriverlo. Se indugia in qualche det­taglio, ciò è sempre funzionale a una particolare circostanza che l'ha colpita e di cui deve riferire. 1 testimoni che hanno assistito alle sue estasi vedevano riflessi sul suo volto trasfi­gurato i raggi della luce arcana che la illuminava.

 

«VEDO (MA NON MAI COGLI OCCHI) UNA LUCE, UN BENE IMMENSO..»

Rispondendo a un quesito di padre Germano su « come veda e senta Gesù», il 7 settembre del 1900 Gemma scrive: «Vedo Gesù non cogli occhi del corpo, ma lo conosco distintamente, perché mi fa cadere in un dolce abbandono, e in quest'abbandono riconosco lui; la sua voce mi si fa sen­tire sì forte, che più volte ho detto che mi ferisce più la voce di Gesù che una spada a molti tagli, tanto mi penetra fino al­l'anima; le sue parole sono parole di vita eterna. Quando ve­do Gesù e lo sento, non mi sembra di vedere né bellezza di corpo, né figura, né un suono dolce, né un canto soave; ma quando vedo e sento Gesù, vedo (ma non mai cogli occhi) una luce, un bene immenso; una luce infinita, che da nessu­ni occhi mortali può essere veduta; una voce che nessun può udirla: non è voce articolata, ma è più forte e si fa più senti­re al mio spirito, che se udissi parole pronunziate ».

Può essere questo un barlume significativo sulla impres­sione che la mistica aveva pure degli altri spiriti beati? Sem­bra di no.

Per gli angeli si deve parlare di apparizioni che toccava­no particolarmente la sfera sensibile della percezione, in maggiore o minore misura, come ben spiega padre Germa­no. Gemma, nel testo citato, accenna a «bellezza di corpo », «figura», «suono dolce», «canto soave». Sembra che de­scriva esperienze avute in prima persona, percezioni sensibi­li che deve avere sperimentato in altre apparizioni, quelle degli angeli, appunto, e che esclude in modo esplicito come riferimento diretto alle visioni cristologiche. Del volto di Gesù, Gemma nulla ci dice, e nemmeno del volto della Ver­gine Maria. Ciò che più la colpisce è la voce dei personaggi celesti che le si manifestano. Per lei la voce è tutto. Soprat­tutto le visioni cristologiche sembrano rientrare nel novero delle visioni cosiddette « intellettuali ». Esse sono le più al­te, meno supportate da impressioni sensibili. Illuminano l'intelletto su una determinata verità. Per loro tramite, i mi­stici sperimentano una profonda comprensione della realtà divina e godono di grazie molto più efficaci e durevoli nei lo­ro effetti.

 

V

TRA PENTOLE E FORNELLI

« La realtà delle apparizioni sensibili degli angeli sembra che non si possa mettere in dubbio », asseriva giustamente Zoffolil riprendendo, per concluderla, la vivace querelle du­rata per tutto il corso dei processi di canonizzazione della Galgani. Dopo lui, altri autori galganiani hanno toccato l'ar­gomento delle apparizioni e delle loro modalità, ma non hanno approfondito questo elemento, dandolo per scontato. Vale la pena soffermarcisi ancora un po'.

 

UNA GRANDE UMILTÀ CONTRO LE ILLUSIONI

Il titolo sintetizza quanto rilevato con chiarezza dai revi­sori degli scritti di Gemma Galgani: « Gemma si rivela nei suoi scritti anima ingenua e sincera che certamente non vuo­le ingannare nessuno (...); teme invece molto di essere in­gannata sia dalla sua immaginazione, sia dalle illusioni del diavolo, di cui ha gran paura (...). Ma queste sue precauzio­ni mi sembrano provenire innanzi tutto da una grande umiltà (...); si meraviglia come la Madonna Santissima e l'angelo custode la possano trattare così famigliarmente». Il brano di una lettera di Gemma a conferma: «Giovedì sera venne quest'angelo suo; mi baciò più volte, e poi io mi sentivo un po' male: non potevo muovermi, e lui, poverino, mi voltava quando da una parte e quando dall'altra. (...) Ve­nerdì verso la una e mezzo ritornò; come sono contenta quando lo vedo! Lui parlava piano come Gesù; allora io lo pregai se diceva più forte, perché diceva tante cose, che poi io me le scordavo, e volevo che le sentisse anche la signora Cecilia che era vicina a me; allora sentì pure lei. Diceva così: "In verità ti giuro che tutto quello che accade in te non è il­lusione, né altra parte, ma tutta opera di Dio" (...). Mi be­nedì e scappò».

Cecilia Giannini, in fondo alla lettera, sentì il dovere di aggiungere: «Dissi a Gemma che avevo sentito l'angelo ciò che diceva, ma non è mica vero. Feci così per dire a Gemma, ma io poi non sentii nulla. Ma le pare che possa sentire io?... »

Il segno di questa presenza angelica si percepiva solo dal fatto che la ragazza restava immobile e aveva una lucentezza particolare negli occhi. «Conveniva toccarla per avvedersi che ella era in conversazione coi celesti spiriti, fuori di que­sto mondo ».

Non soltanto Gemma godeva della compagnia dell'an­gelo nel tempo della preghiera ma, come abbiamo visto, l'es­sere celeste la accompagnava per strada, la osservava atten­tamente quando sedeva a tavola; le si rendeva presente in cucina.

Le raccomandazioni dell'angelo a Gemma erano conti­nue, perché imparasse a evitare pericoli e a prendere le op­portune cautele in tutte le circostanze della vita. Anche quando Gemma non lo invocava direttamente ma ne aveva urgente bisogno, asserisce padre Germano, l'angelo la aiuta­va in qualche situazione particolarmente imbarazzante: quando si sentì mancare nell'ascoltare un bestemmiatore, l'angelo la sostenne e confortò. Così una sera, avendo fatto tardi in una chiesa, fu riaccompagnata a casa in modo visibi­le dall'angelo.

«Dopo di essere stata crudelmente battuta dal demonio, in tempo della preghiera della sera, sentendosi la povera fi­glia impotente a muoversi, l'angelo viene ad aiutarla, perché possa adagiarsi sul letto, e poi le si pone di guardia al capez­zale. In altri pericoli della vita si fa a premunirla, ad ammo­nirla; (...) una volta glielo disse graziosamente egli medesi­mo: "Povera bambina! Ha sempre bisogno di una continua guida" ».

Maestro e guida fondamentale l'angelo custode lo è sta­to soprattutto nell'insegnare a Gemma a meditare, a pregare e lodare il Signore. «Il buon angelo le somministrava lumi altissimi », spiega padre Germano, « davale forti impulsi al cuore, perché l'esercizio della meditazione riuscisse perfet­to. E, poiché il tema di queste meditazioni era per lo più la Passione del Signore, l'angelo da buon maestro gliene veni­va discoprendo i profondi misteri». Le spiegava quanto Ge­sù aveva sofferto presentandole nei dettagli le sofferenze della Passione; le spiegava il loro intimo significato, ossia l'a­more di Gesù per l'uomo; faceva riflettere Gemma sull'orri­bilità del peccato che aveva portato a tanto dolore, « e altret­tanti bellissimi pensieri, che come raggi di luce e di fuoco andavano a ferire il tenero cuore della fanciulla».

Padre Germano ha l'imbarazzo della scelta nel riportare i tanti colloqui, le tante richieste fatte da Gemma all'angelo, per dimostrare la profonda familiarità tra i due. «L'angelo, con ineffabile condiscendenza accomodandosi a quella sconfinata ingenuità, rispondeva ad ognuna di esse; e l'even­to veniva poi a dimostrare che la risposta era stata data da uno spirito celeste ». È tanta la materia « sopra questo argo­mento », asserisce il biografo, « che mi ci vorrebbe un volu­me a riprodurla tutta, e poi un altro di polemica a rendere credibili cose sì straordinarie, le quali al chiarore dell'odier­no razionalismo con molta difficoltà si accettano».

«D'ordinario, buona parte di quegli intimi trattenimenti li passava a pregare insieme e a porgere lodi all'Altissimo», spiega padre Germano. « Ora, se la nostra Gemma, da mane a sera e durante buona parte della notte, era intesa a pregare senza mai intermettere, e con ardore di fede e di pietà affat­to straordinario, poteva non compiacersene oltremodo l'an­gelo del Signore? Le si faceva vedere ora sospeso nell'aria con le ali spiegate e le mani distese sopra di lei, ovvero giun­te in atto di preghiera; ora accanto ad essa inginocchiato. Se erano orazioni vocali o salmi, li recitavano alternativamente; se aspirazioni o giaculatorie, "si fa a chi più forte ripete: Vi­va Gesù! "».

 

GEMMA FA LA SPIA ALL'ANGELO CUSTODE...

Nel Diario, il venerdì 24 agosto, Gemma annota che ha «fatto la spia», ossia ha riferito inavvertitamente a Gesù quello che aveva sentito dall'angelo custode intorno a padre Germano: « ... Riferii, senza pensare, la cosa a Gesù, e Gesù non sapeva nulla che l'angelo custode me l'avesse detto; si fece un po' serio e mi disse che non vorrebbe che l'angelo custode mi facesse le spie».

E’ evidente che Gesù non poteva non sapere tutto quello che intercorreva tra l'angelo custode e Gemma. Il revisore degli scritti infatti annota: « Che Gesù veramente non sapes­se nulla di quello che l'angelo custode aveva detto a Gemma non può assolutamente né pensarsi né dirsi senza offesa della fede e della verità; ma credo che Gesù abbia piuttosto fat­to sembiante, nel trattare con l'ingenua fanciulla, di meravi­gliarsi di quello che essa gli diceva dell'angelo custode », e cita l'esempio stesso di Gesù e come fece con i due discepo­li di Emmaus (cfr. Lc 24,28). A tali sfumature di confidenza e di semplicità Gemma era giunta con il mondo soprannatu­rale. La sua è l'ingenuità e semplicità di cuore dell'apostolo Filippo (cfr. Gv 6,5-7; 14,8-10).

 

UN ANGELO UN PO' TROPPO SEVERO

Non era un maestro indulgente l'angelo custode di Gemma.

«Mentre da un lato le fu vigile custode», asserisce sem­pre padre Germano, « dall'altro le fece da eccellente maestro di cristiana perfezione. Da ogni cosa prendeva occasione di ammonirla, d'istruirla, d'indirizzarla con documenti pieni di celeste sapienza, che Gemma stessa ci ha in parte conserva­to nelle relazioni che, a quando a quando, ne dava al suo pa­dre spirituale. Anzi una volta, perché sillaba non se ne per­desse, volle il santo angelo che sotto la sua dettatura ella ne scrivesse alcuni; e ordinatole di prendere carta e penna, lui in piedi, e Gemma a sedere, davanti allo scrittoio, come una bambina che a scuola scrive sotto la dettatura della maestra, così prese a dire: "Ricordati, figlia mia, che chi ama vera­mente Gesù parla poco e sopporta tutto. Ti comando per parte di Gesù di non dire mai il tuo parere, se non ne sei di­mandata; di mai non sostenere il tuo sentimento, ma subito cedere. (...) Quando hai commesso qualche mancanza, ac­cusati subito senza aspettare che te lo dimandino. Infine ri­cordati di custodire gli occhi, e pensa che l'occhio mortifica­to vedrà le bellezze del cielo". Al bisogno sapeva il santo angelo mostrarsi duro con la sua discepola nel correggerla dei suoi piccoli difetti, tuttoché involontari, non perdonan­dogliene pur uno; di che ella stessa ebbe a scrivermi: "E un po' severo [l'angelo mio]; ma io ne ho piacere. Nei giorni passati mi contendeva fino tre o quattro volte al giorno" ». Perfino Germano deve ammettere che l'angelo «alle vol­te pareva che uscisse dai limiti del giusto». D'altra parte, ba­sterebbe leggere la deliziosa pagina del diario di Gemma al­la data di domenica, 26 agosto 1900: «(...) Alzo gli occhi e vedo l'angelo custode, che mi guardò con un viso così seve­ro da spaventare; non parlava. Più tardi, quando andai un momento a letto, Dio mio! Mi comandò di guardarlo in fac­cia; lo guardai, abbassai quasi subito lo sguardo. Ma lui insi­steva. (...) Mi lanciava certi sguardi sì severi... Non feci che piangere: mi raccomandavo al mio Dio, alla Mamma nostra, affinché mi togliesse di lì, ché non potevo più a lungo resi­stere. (...) Soffrii una giornata intera; e sempre quando alza­vo gli occhi, mi guardava sempre severo.(...) Infine, dopo sonate le tre, ho veduto l'angelo custode avvicinarsi, posar­mi una mano sulla fronte, e mi ha dette queste parole: "Dor­mi, cattiva". Non l'ho più veduto».

Perché l'angelo custode è tanto severo con la ragazza da non farsi più vedere per mesi interi? A volte Gemma se ne lamenta perfino con la Madonna... La spiegazione più ím­

mediata si trova nell'arduo cammino di Gemma, ossia di una ragazza chiamata a essere la sposa perfetta di un Re crocifis­so. Nessuna indulgenza era ammessa, neppure l'ombra del­l'infedeltà e del cedimento a qualcosa che non fosse «Gesù e Gesù solo ».

Il carteggio del Ruoppolo, soprattutto con la fidatissima Cecilia Giannini, ci assicura della bontà delle prove fatte per verificare l'autenticità di quanto Gemma diceva e scriveva e del rigorosissimo regime di vita interiore al quale la giovane veniva incessantemente richiamata.

 

TANTI ANGELI...

Oltre che il proprio, Gemma vede anche l'angelo custo­de di padre Germano, lo abbiamo detto. Ma vede anche gli angeli di altre persone, perfino l'angelo custode di san Ga­briele dell'Addolorata. Spesso ne osserva molti intorno al­l'altare e si meraviglia che i presenti non si accorgano di quel che avviene tra lei e loro. «Noi in chiesa non ci si sta come ci si dovrebbe stare. Se vedesse come ci stanno gli angeli e i se­rafini intorno all'altare, non si farebbe così! »

«È venuto l'angelo suo», scrive a padre Germano il Ve­nerdì santo del 1901. «Io non l'ho accolto mica bene; l'ho pregato che se ne andasse, perché io avevo avuto il castigo da Gesù e dall'angelo mio... ed esso rideva...; e, benché ne avessi ricevuto il castigo da Gesù, pure mi sono messa a par­lare con lui. Mi vergognavo pure alla sua presenza! Io gli chiedevo con istanza di Gesù, gli ripetevo: "Dov'è Gesù?". E lui: "Nel tuo cuore!! ". Sentii un po'... Ci ho avvicinato la mano, e Gesù stava racchiuso nel mio miserabile cuore. Po­vero Gesù! »

L'angelo custode di padre Germano è intervenuto nel momento culminante della partecipazione da parte della giovane ai dolori della Passione e le dà come una conferma che tutto quello che sta soffrendo deriva dalla presenza di Gesù nel suo cuore.

« Ogni sera... il suo angelo custode viene per benedirmi, e la mattina per svegliarmi; stamani ho aperto gli occhi, ma non ci era, mi veniva quasi da piangere », non può fare a me­no di scrivere a padre Germano che è appena ripartito da Lucca.

I due angeli (il suo e quello di padre Germano) si intrat­tengono con lei come amici fraterni. Sembrano fare a gara nel guidare la giovane e nel lodare il Signore con lei. Soprat­tutto ricordano di continuo a Gemma la sua vocazione, sen­za mai deflettere.

L'angelo di Germano le presenta la croce esortandola a portarla con amore. Gemma glielo promette e abbraccia la croce «con mano tremante»: «Quasi piangendo, mi ha det­to: "Figlia, figlia mia, tu eri, poco fa, circondata da rose, ma non t'avvedi che ora ognuna di quelle rose spunta fuori del­le spine pungenti al tuo cuore? Fino ad ora tu hai gustato il dolce che è intorno alla tua vita, ma ricordati che in fondo vi è del fiele. Vedi", soggiungeva, "questa croce? È la croce che ti presenta il babbo tuo: è un libro questa croce che ogni giorno leggerai. Promettimi, figlia, promettimi che questa croce la porterai con amore, e l'avrai cara più di tutte le gioie del mondo". Gli ho tutto promesso e con mano tremante ho abbracciato la croce»".

 

UN ANGELO TRA I FORNELLI

Un giorno Gemma stava pensando a Gesù, mentre os­servava la cuoca Mea che preparava le sue celebri polpette in cucina. All'improvviso vede entrare l'angelo di padre Ger­mano, con la stella che gli brillava sul capo anche più ri­splendente del solito. «Ho sentito allora posarmi una mano sulla fronte e alzarmi il capo. Era l'angelo suo, e mi ha detto: "Dunque, figlia" », le dice senza preamboli, come se volesse portare a conclusione un pensiero a lungo elaborato, « "se hai la dolce speranza di regnare un giorno con Gesù e Maria in cielo, perché non soffri e fatichi con un po' più di forza e coraggio? " »

L'angelo irrompe pure tra i fornelli, ma è sempre fedele al suo ministero e richiama la sua protetta al grande compi­to che deve svolgere, senza soste e senza cedimenti.

C'è da stupirsi di tutto ciò? Lo stupore deriva dalla straordinarietà delle manifestazioni, ma la familiarità di Gemma con l'angelo custode e con gli altri spiriti celesti, per quanto sorprendente, non è una novità assoluta nella storia dei santi.

«La familiarità, con cui entrambi solevano conversare, stupisce e ricorda pochi altri casi dell'agiografia cristiana», asserisce Zoffoli, che riporta vari esempi di santi favoriti dal ministero angelico già ampiamente utilizzati nei processi re­lativi a Gemma in risposta alle incalzanti obiezioni presenta­te dal Promotore della fede su questo argomento.

Mentre san Vittore monaco mangiava, gli angeli erano presenti e lo ricreavano musica iucundissima (con musica giocondissima).

L'arcangelo Raffaele una volta tagliò il pane alla beata Maria Francesca delle Cinque Piaghe «togliendole il coltel­lo di mano e dicendole che quello non poteva farsi da lei, re­sa da una vena dilatata in petto nell'impossibilità di fare qua­lunque sforzo ».

San Filippo Neri, essendo infermo e dovendo addolcire una bevanda, «vide in un subito comparirsi avanti un giovi­netto, da lui non più veduto, con un pan di zuccaro in ma­no... »

A santa Rosa da Lima, un giorno, per comando dell'an­gelo fu portato «un vaso d'argento pieno di ben composta cioccolata ».

Bastava che la beata Crescenzia Hóss invocasse il suo an­gelo che «egli correva tosto in aiuto: sollevava qualunque peso in cucina; riaccendeva subitamente il fuoco; manteneva il fuoco stesso nel tempo che essa se ne andava ad adorare il Santissimo Sacramento; al ritorno, dopo qualche tempo, trovò questo celeste spirito occupato intorno al fornello a cuocere i piselli».

Molto più noto è il caso di santa Francesca Romana, alla quale l'angelo custode si manifestava di continuo.

Per l'assistenza prodigiosa ricevuta dagli angeli, Gemma rassomiglia anche a san Paolo Dànei della Croce, il fondato­re dei Passionisti e del quale la santa si sentiva figlia spiritua­le, perché aggregata alla stessa famiglia religiosa, pur restando laica secolare per tutta la vita, e unita per una vocazione mistica straordinaria alla stessa spiritualità passiocentrica. Molte volte san Paolo fu assistito dagli angeli nelle fatiche apostoliche e nella vita di ogni giorno. « Venerava con singo­lare devozione l'angelo custode», asserisce il suo primo bio­grafo, san Vincenzo M. Strambi. «Ovunque andava salutava gli angeli custodi del luogo. Quando saliva sul palco per pre­dicare, salutava gli angeli custodi di quel popolo e li pregava ad assistere quell'udienza e diceva che si vedeva ben corri­sposto da questi beati spiriti, che cooperavano assai al bene degli uditori »'.

La Vergine Santissima conferma le esortazioni e i consi­gli dei due angeli. Lo si deduce dal contesto delle relazioni epistolari della giovane. «Più volte», scrive Gemma, «la Ma­donna mi ha chiesto dei sacrifici, e sapesse ciò che gli ho ri­sposto! ... Ieri mattina me ne chiese uno di questi sacrifici, e nel dire di sì mi vennero le lacrime agli occhi... Ed essa, ab­bracciandomi: "Non sai che, dopo il sacrificio della croce, i sacrifici tuoi ti devono aprire le porte del cielo?" »

 

... MA NON VEDE L'ANGELO DI CARLINO

Ma la frequentazione angelica non è a tutto campo. Gemma non vede l'angelo di Carlino Giannini, il figlioletto di cinque anni del cavalier Matteo, prediletto di Gemma. Lo rivela lei stessa in una lettera inedita. È scritta a padre Ger­mano in data 22 dicembre 1901: «Addio e domenica aspet­to una lettera; quando manda la benedizione a tutti, in fon­do ci deve dire: "in particolare a Carlino", lo faccia veli!, perché a Carlino vo' tanto bene io, lo farò tutto di Gesù; sen­tisse che discorsini tutti di giudizio; ogni sera prima di dormire vuole che l'angelo suo custode abbia riso, se no piange e non dorme; io, anche non lo veda, li dico che ride, ma non lo vedo mai. Addio, babbo mio, contenti Gesù Bambino e poi Gemma. Addio a domenica».

Questo particolare, ossia che Gemma non veda l'angelo custode di Carlino, milita a favore dell'affermazione che l'in­timità spirituale con gli angeli era tutto in lei meno che « al­lucinazione di fantasia», per usare l'espressione tipica di pa­dre Germano. La sincerità totale della giovane non può essere messa in dubbio anche per questo particolare molto significativo. Inoltre non leggiamo mai di stranezze visiona­rie e di messaggi peregrini nei suoi scritti e nei suoi colloqui estatici. Tutto è spontaneo, fluente, in profonda armonia con l'insieme della vita spirituale vissuta alla luce della fede, in queste relazioni degli spiriti beati con la mistica lucchese.

Per Gemma, senza nessuna ragione predeterminata, si è aperta una finestra sul mondo soprannaturale. Ma tutto quello che ascolta, vede, dice (e poi compie) da questo mi­sterioso varco, rifluisce nella concretezza dell'«ordinaria» vita di fede e delle «ordinarie» opere della stessa. Tutto è in funzione del cammino di Gemma verso la croce e la confor­mazione al Crocifisso. Gli angeli «amici dello Sposo» si de­dicano alla preparazione della sposa di sangue.

 

VI

L'ANGELO PORTALETTERE

 

« IL BABBO MIO ACCANTO A GESÙ »

L'incontro con padre Germano avvenuto a Lucca in ca­sa Giannini ai primi di settembre del 1900 dilata il cuore di Gemma. Lo si rileva con evidenza dalle lettere inviate al pa­dre spirituale dalla seconda metà dello stesso mese. Gemma si abbandona a una grande confidenza filiale. Come abbia­mo già sottolineato, giunge a chiamare il Passionista «babbo mio », aggiungendo in varie altre missive pure « accanto a Gesù nel mio povero cuore».

Non solo, ma, sia per la fretta di avere la risposta sia, so­prattutto, per la mancanza assoluta di denaro per l'affranca­tura («Non ho mica nessuni quattrini io»), incarica con tut­ta naturalezza l'angelo custode di recapitare le lettere a padre Germano a Roma o a Tarquinia. E l'angelo si presta all'ufficio di portalettere. I riscontri di padre Germano, dei suoi familiari e della famiglia Giannini su questa singolare prestazione angelica, furono tali e tanti da lasciare ben pochi dubbi.

 

LE LETTERE A PADRE GERMANO

Già la prima lettera spedita a padre Germano in data 14 settembre 1900 viene recapitata dall'angelo custode. Gem­ma ne è persuasa. L'angelo, il più delle volte, si limitava a prelevare le lettere, custodite o addirittura nascoste in un cassettone, e le imbucava nella buca delle lettere debitamen­te affrancate. Le missive giungevano a destinazione per la via ordinaria delle poste. Qualche volta, invece, le lettere furono direttamente recapitate dall'angelo a padre Germano o alla conoscente di Roma Giuseppina Imperiali.

Nella biografia di Gemma, padre Germano tocca anche questo argomento, inserendolo nel tema della grande confi­denza che Gemma aveva con l'angelo, « affidandogli altresì lettere chiuse e sigillate..., con preghiera che gliene portasse a suo tempo la risposta; e le lettere venivano infatti portate via ». Germano avverte e spiega: « Quante prove non furo­no da me tentate per accertarmi che un fatto così singolare accadesse veramente per virtù soprannaturale! Eppure nes­suna mi fallì mai e sempre dovetti rimaner convinto che, co­me in questa, così in altre cose straordinarie non poche il cie­lo voleva, per dir così, scherzare con questa vergine sì semplice e a lui tanto cara. Quando poi ella spediva il suo santo angelo con qualche particolare ambasciata ad alcuno di quaggiù, e accadeva spesso, grande era la sua meraviglia se non si vedeva rispondere. "Eppure", scriveva, "sono tan­ti giorni che gliel'ho mandato a dir dall'angelo; com'è che non ha fatto nulla? Almeno poteva mandarmelo a dire dal­l'angelo stesso che non intendeva occuparsi dell'affare. A ogni modo, non si adiri, se torno a insistere con lettera: si tratta di cosa assai seria" ».

Cerchiamo di seguire quanto fu messo in atto per verifi­care questo singolare scambio epistolare per via angelica, se­condo la ricostruzione fattane dallo Zoffoli, in base anche a documenti inediti.

Dopo la prima visita a Lucca, padre Germano era stato informato da Gemma che le lettere spedite erano state por­tate tramite l'angelo. Volle quindi accertarsi di questo feno­meno. Il 27 ottobre 1900 così scrisse alla signora Cecilia Giannini: «Io non ho mai proibito di affidare le lettere al­l'angelo. Ho detto solo che, temendo qualche illusione del nemico, si prendessero le precauzioni e si pregasse Gesù che, se è lui che manda l'angelo suo ad abbassarsi fino al no­stro letame (sic), mi desse qualche segno rassicurante. In queste cose insolite non è mai errore il dubitare... »

Aveva suggerito alla buona signora le prove da mettere in atto:

«Riguardo al portalettere angelico, si potrebbe fare que­st'altra prova. Quando Gemma avrà preparato il suo fascet­to... lo ponga in busta chiusa, faccia la soprascritta e lo con­segni a Lei. Lei lo prenda e lo riponga in luogo appartato, collocandovi sopra un'immagine del venerabile Gabriele e pregando il Signore che si glorifichi in codesta sua serva e non permetta al nemico di ingannare nessuno. Se poi, passa­ti tre giorni, la busta rimanesse ancora al posto, Lei avrebbe la bontà di impostarla. A Gemma poi dirà quanto segue:

«Io sono dubbioso sul fatto del portalettere, essendo consapevole dei demeriti di Gemma; tanto più che Dio non suole intervenire soprannaturalmente se non quando i mez­zi naturali e ordinari mancano. Perciò, se ella mi vuol fare contento, deve pregare Gesù e l'angelo che mi rassicuri con tal segno, certo ed evidente, da escludere ogni dubbio. Al­trimenti son costretto a proibire tal modo di spedizione... »

E in un'altra lettera, sempre di padre Germano, dell'1 ottobre 1900, si legge: «Riguardo al portalettere vi può be­nissimo essere inganno..

Quasi un anno dopo, Cecilia Giannini riceveva una let­tera dal cappuccino Paolo Tei, nella quale la prudenza e la circospezione sull'argomento delle lettere spedite dall'angelo erano ancora più accentuate rispetto alle cautele di padre Germano. Contemporaneamente sembra grande la fiducia del padre cappuccino sull'efficienza del servizio postale agli albori del secolo della tecnica, rispetto alla «concorrenza» angelica:

«Le lettere poi che l'angelo porta talvolta all'indirizzo di qualche persona, siccome vi potrebb'essere inganno del de­monio, io terrei che Gemma protestasse di non voler condi­scendere a questo mezzo di trasmissione letterale per veruna maniera; finché la volontà di Dio non le si rivela chiara ed evidente. Gli dica pure: "Angelo, non ti prendere quest'in­commodo, vi sono i mezzi naturali per mandar lettere e di questi mi voglio servire; né intendo di aprire alcuna lettera se non viene per questi mezzi. Se poi fosse volontà di Dio, l'ac­cetto, col patto di farl'aprire al confessore. Maledico ogni in­gerenza dello spirito maligno; e te solo, o Signore, voglio se­guire, ascoltare". Dica a Gemma che preghi anche per me; stia in umiltà e segua Gesù per la via del Calvario».

 

LE AFFERMAZIONI DI GEMMA

Eppure Gemma è certa, senza capricci e impuntature, che l'angelo custode si presti fraternamente a servirla per questo come per altri incarichi: «Venerdì mattina gli mandai una lettera per mezzo del suo angelo custode. Mi promise di portargliela, io spero che già l'abbia avuta: la prese da sé con le sue proprie mani ».

E, sempre scrivendo a padre Germano:

«Questo foglio lo do all'angelo suo, che glielo porti; non lo sa nessuno che ho scritto».

«La signora Cecilia ha saputo che gli mandai una lettera dall'angelo e dice che può essere stato il diavolo. Lei deve averlo conosciuto, me lo dica; e se è lui allora non le man­do più; anche ora sono incerta se devo o no mandarla dal­l'angelo. È qui che aspetta; come devo fare a non darglie­la?... »

«Dall'angelo mio avrà ricevuto un mucchio di lettere, ma poi le distrugga... »

«L'angelo suo non vuole più le lettere: ce ne avevo due, ma me le lascia dove le metto. Non le vuole più Lei? È sem­pre inquietato? Sarò buona, me le faccia riprendere; se no come faccio? Non ho mica nessuni quattrini io. Se crede, di­ca all'angelo suo che le prenda, ci pensa lui a far andare tut­to bene. Perché ha paura? »

« Se io fossi più buona, e non facessi tanto ripetere le co­se all'angelo custode, le lettere gliele avrebbe consegnate più presto; ma siccome sono disobbediente anche a lui, allora esso per castigo, fino che non ho obbedito perfettamente, non consegna a Lei le lettere. Non è forse vero, tanto quella spedita il 12, che parlava della volontà di Dio, quanto quella consegnata a Monsignore, che parlava del cuore di Gesù, le ha ricevute assai tardi? Ma ora son certa che le avrà tutte e due nelle sue mani e io così imparerò a obbedire»".

«L'angelo gli consegnerà questa riga oggi, 3 settem­bre »1`'.

«L'angelo mio, quasi fedele interprete dei voleri di Ge­sù, gli dirà tutto, consegnandole la lettera»".

« Ora pure ho da dirgli tante cosette, anzi cose grosse, ma se Lei non vuole per l'angelo, io non gliele dico, per­ché... »

«Monsignore, faccia come crede. Ma questa sarebbe meglio per posta; per l'angelo ne scrivo una oggi, dove par­lerò del mistero che l'angelo mi spiegò»".

« Tra poco riceverà una lettera dall'angelo e gli parle­rò... »

«Nessuno sa che ho scritto questa lettera; se dovrà aver­la, l'angelo ci penserà; io stasera martedì la metto sotto il guanciale, non ho punti quattrini, e non vo' che nessuno la legga ».

« Se vuole le lettere mie, le mando sempre dall'angelo, se no la signora Cecilia me le legge ».

Abbiamo visto che Gemma è favorita dall'angelo in tan­te circostanze della vita quotidiana. La veglia di notte, la se­gue per le strade di Lucca, resta al suo capezzale quando è malata, addirittura le prepara il caffè e un misterioso bic­chierino di cordiale liquoroso. La ragazza vive realmente queste esperienze, non è trasognata e affabulatrice.

« Se non è permesso diffidare della sincerità della "pove­ra Gemma", si potrà almeno dubitare del suo equilibrio mentale, data l'insistenza con cui torna sul fatto piuttosto singolare, naturalmente inspiegabile? », si domanda Zof­foliz.

Basta citare qualche brano della fitta corrispondenza in­tercorsa tra padre Germano e Cecilia Giannini per arrivare a conclusioni sorprendenti.

 

LE LETTERE NASCOSTE NEL CASSETTO...

Scrive la signora Cecilia a padre Germano: «Il giorno 12 (giugno 1901) le fu spedita una lettera. L'ha ricevuta? Que­sta fu spedita così. La detti al signor Lorenzo, ed esso la mise sotto chiave, la sera del giorno 12. Il giorno 13, circa le tre dopo mezzogiorno, stavo a fare i lucignoli, e Gemma nel­l'orto col bimbo in braccio; quando tutto a un tratto mi dice che l'angelo è passato dalla finestra del signor Lorenzo con la lettera in mano. Io corro subito a chiamare il signor Lo­renzo che teneva la chiave in tasca, e gli dissi: "Andiamo su­bito a vedere". Si guardò, ma la lettera non ci era più. Dun­que, mi dica subito se l'ha ricevuta ».

Padre Germano risponde alla signora Cecilia il 21 dello stesso mese segnando perfino l'ora:

«Corneto, venerdì 21 giugno, ore 6.30 pom.

«Egregia signora Cecilia, ricevo in questo momento le due lettere, di cui mi parlava nella sua ultima pregiatissima. Una porta la data del 12 e l'altra è senza data; mi sono giun­te ambedue insieme. Iddio è carità infinita. Che meraviglia di vederlo abbassarsi così verso le sue povere creature! » « Ieri », scrive la signora Cecilia, « Gemma scrisse a Lei, mi dette la lettera e io la misi sotto chiave. Stamani, 4 agosto, circa le nove, nel tempo che si prendeva il caffè, Gemma mi ha detto: "La lettera è partita". Subito sono andata a vedere, e non vi era più. La prego a dirmi quando l'ha ricevuta. Dun­que, è stata scritta il 3 e presa il 4 ».

Padre Germano risponde: « Ieri sera ebbi due lettere, una di Lei e l'altra di Gemma, impostate amendue il 4, e por­tate prima a Corneto, poi a Isola, poi di nuovo a Corneto, e finalmente qui ».

Ma già verso la fine di gennaio del 1901, la signora luc­chese parla della lettera spedita da Gemma a padre Germa­no il 26 gennaio e di una prova fatta:

«La quarta lettera che riceverà di Gemma è stata spedita nel modo seguente: sabato Gemma si andò a confessare e chiese il permesso di spedire una lettera a Lei per mezzo del­l'angelo, perché temeva che per la posta non le pervenissero, e si temeva che le altre tre spedite per la posta si fossero per­dute. Venuta a casa, scrisse subito, ed io gli dissi: "Dammela a me ché penso io, tu raccomandala all'angelo". La presi e ci mísi un'immagine del venerabile Gabriele sopra, e poi la im­piattai che nessuno sapesse nulla. La mattina dopo, quando tornai a casa dopo aver fatto la santissima comunione, andai a vedere, ma la lettera non ci era: ci trovai solo l'immagine. Allora lo dissi a Gemma, e lei mi rispose che già lo sapeva che la lettera era stata presa. Anzi di questa lettera me ne dia un cenno se l'ha ricevuta; dico così perché nel tempo che scrisse quella lettera, Gemma andò tre o quattro volte in estasi... »

 

UNA LETTERA IN DOPPIA COPIA...

Altra prova fu quella fatta per la lettera del 22 maggio 1901: « È stata spedita per l'angelo, e dentro ci sono tre let­tere: due per M. Giuseppa e una per Lei. Questa fu impiat­tata da me e dal signor Lorenzo il giorno 22 la sera, e fu mes­sa nel mezzo a due immagini, una di san Paolo e l'altra del venerabile Gabriele. Il giorno 23, circa alle due, io stavo con Beppino nel salotto da desinare, e Gemma sul sofà nella stanza accanto. Mi chiama con fretta e mi dice: "È passato l'angelo con la lettera in mano". Allora io andai subito in ca­mera del signor Lorenzo, ché lì era dove stava nascosta la let­tera; andai a vedere insieme ad esso, ma qual fu la nostra sor­presa quando ci si trovò le sole due immagini. Creda che fu un momento di tenerezza, e si pregò e si pianse di consola­zione. Viva Gesù! »

La signora Cecilia, pregata da monsignor Volpi, che vo­leva sperimentare la realtà del prodigio, gli portò la lettera scritta a padre Germano il 15 giugno del 1901. Il 21, padre Germano ricevette quella del 12 e l'ultima del 15. Tutto re­golare, dunque. Gemma non ingannava. L'angelo serviva an­cora la sua piccola sorella. Ma non tutto filò liscio. «Chiap­pino» giocò d'astuzia e redasse una falsa lettera che restò nelle mani del vescovo. Mise così in dubbio sia la credibilità di Gemma sia la serietà di padre Germano e della signora Cecilia. Un bel colpo davvero...

«La sera del 25, entrambe ebbero la poco gradita sor­presa di vedere la lettera del 15 nelle mani del vescovo che, scettico anche in quella circostanza, credette di poter inter­pretare tutto il singolare servizio postale dell'angelo con l'i­potesi di un continuo inganno diabolico. La povera signora restò scossa, ma notò nella santa una profonda e inspiegabi­le calma... »

Cecilia, tornata a casa, scrisse a padre Germano, infor­mandolo dell'accaduto e dandone una spiegazione: «Adesso le farò la spiegazione di questa lettera: questa è quella che portai a Monsignore; la portai di sabato e gli dissi che Gem­ma non ci aveva fatta la data, ce la facesse lui. Mi disse di sì, come infatti ci è la data che esso ci fece. Era il giorno 16 che consegnai la lettera, martedì giorno 18 Gemma mi disse che l'angelo aveva preso la lettera di Monsignore, ed io ne fui tutta contenta. Giovedì, giorno 20, Gemma mi disse che l'angelo non le aveva ancora portate; la sera poi mi disse che Lei le avrebbe ricevute fra il giovedì e venerdì; ed infatti è stato così, come ho sentito dalle sue lettere, che ho ricevute, l'ultima la cartolina. Cosa ne dice Lei?...»

A stretto giro di posta padre Germano risponde: « Sento dalla sua pregiatissima, giunta in questo momento, il bel gio­chetto di Chiappino, ma non me ne meraviglio, perché co­nosco abbastanza questo astuto nemico. E certo il giochetto ci è stato, perché di una lettera se ne sono vedute due. E di­co giochetto di Chiappíno, perché niuno mi persuaderà mai che cotesta povera animuccia sia capace di concepire ed ese­guire un'impostura di tal genere ».

E poco dopo, in un'altra lettera:

«O non glielo dissi io [a monsignor Volpi, forse istigato dal suo segretario] che quel tentativo che si voleva fare della lettera non era secondo il cuor di Gesù, perché ispirato da soverchia leggerezza? Così il Signore ha permesso a Chiap­pino di farci le corna. Io ritengo che la lettera scritta da Gemma sia una sola, e l'altra l'ha scritta Chiappino. No, non faccia torto a cotesta innocente animuccia, credendola capa­ce di siffatte imposture».

« E l'impostura ci sarebbe stata », rileva Zoffoli, « se Gemma, all'insaputa della signora Cecilia, avesse scritto e normalmente spedito una copia perfetta della lettera conse­gnata al Volpi. Ma nulla avrebbe potuto sperare dallo stupi­do tentativo, perché sarebbe stato facilissimo scoprire l'in­ganno... Bisognerebbe spiegare inoltre le varianti piuttosto sensibili fra le due lettere: in quella restata in possesso del confessore, possiamo ancora notare inesattezze teologiche, modi insoliti di esprimersi, errori di cronologia e di ortogra­fia... Gemma non avrebbe saputo scrivere correttamente neppure la sua firma...

«Dunque, l'ipotesi del padre Germano è l'unica plausi­bile... E sarebbe davvero assurdo supporre che la Galgani abbia pensato di scrivere la copia data a Monsignore, così differente dall'altra spedita al padre Germano, perché poi, anche se si fosse sventato il trucco, si potesse ricorrere alla spiegazione del "buon babbo" ».

Come riceveva le lettere padre Germano? Nei processi di canonizzazione non se ne fa cenno; nessun biografo si di­lunga su questo particolare. Per Zoffoli, «non sappiamo in qual modo, esattamente, il Padre ricevesse le lettere dall'an­gelo; ma ciò interessa poco ». Sembra che l'angelo avvertis­se padre Germano con un piccolo busso sul tavolo. Tut­to qui.

Persino nelle piccole cose un angelo è grande. Lo con­statava anche R.M. Rilke, con un sussulto che voleva essere di attesa piena di indicibile speranza:

« Ogni angelo è immane. Ma guai a me se io vi cantassi, uccelli quasi mortali dell'anima, sapendo di voi. Dove sparvero i giorni dell'antico Tobia quando dei più irradianti uno stava alla semplice porta, travestito un poco da viaggio e non più terribile ormai; (giovane al giovane, quando questo curioso guardò fuo­ri di casa).

Se qui ora si calasse l'arcangelo, il pericoloso, e solo di un passo scendesse da dietro le stelle: improvviso un maroso schianterebbe le fibre del cuore. Chi siete?» Per la mistica lucchese, contemporanea dell'autore di questi versi, il punto di domanda era una quotidiana e letifi­cante certezza.

 

VII

I VERI GIOIELLI DI UNA GIOVANE SPOSA

 

Ora che abbiamo visto quanta parte l'angelo custode ab­bia avuto nella vita di Gemma; vale la pena ripercorrere un po' più approfonditamente, alla luce di tali manifestazioni soprannaturali, gli eventi che l'hanno caratterizzata.

I primi ricordi di Gemma sono legati alla dolce figura materna. È una bambina di appena sette anni e si rende con­to, sebbene confusamente, che la mamma, gravemente am­malata, deve lasciarla. È spontaneo in lei il desiderio di se­guirla per stare sempre insieme:

«Una voce al cuore mi disse: "Me la vuoi dare a me la mamma?". "Sì", risposi, "ma se mi prendete anche me". "No", mi ripeté la solita voce, "dammela volentieri la mam­ma tua. Tu per ora devi rimanere col babbo. Te la condurrò in cielo, sai? Me la dai volentieri?". Fui costretta a risponde­re di sì; finita la messa, corsi a casa. Mio Dio! Guardavo la mamma e piangevo; non potevo trattenermi ».

Era il 26 maggio del 1885, giorno di Pentecoste, ed era il giorno nel quale Gemma riceveva il sacramento della confermazione nella chiesa lucchese di San Michele in Foro. Con questa precoce locuzione interiore nel giorno dell'effu­sione sacramentale dello Spirito santo la bambina veniva chiamata a un cammino senza soste di espropriazione e di conformazione al Cristo crocifisso. Ed è lo Spirito che la spinge risolutamente alla risposta («Fui costretta a rispon­dere di sì »).

La morte della mamma segna per Gemma l'inizio di una partecipazione sempre più avvertita alla Passione di Gesù. Infatti scrive nell'Autobiografia: «Posso ben dire con verità che, appena morta la mamma mia, non ho mai passato un giorno senza aver patito qualche piccola cosa per Gesù». Due anni dopo la confermazione, ossia il 19 giugno 1887, Gemma si accosta alla mensa eucaristica. Nel ritiro di preparazione alla prima comunione, trascorso presso le suo­re Oblate dello Spirito Santo, sotto la guida di suor Camilla Vagliensi, Gemma è profondamente colpita dalla narrazione della Passione di Gesù. «Una sera che mi spiegò qualche co­sa della crocifissione, della coronazione, dei patimenti tutti di Gesù », ricorda la giovane, « me li aveva sì ben spiegati, sì al vivo, che ne provai tanto dolore e compassione, che mi venne all'istante una febbre sì forte, che per tutto il giorno dopo dovetti stare a letto. La maestra da quel giorno troncò ogni spiegazione ».

Gemma ascolta anche le parole di don Raffaele Cianetti: « Chi si ciba di Gesù vivrà della sua vita » e ricorda che « que­ste parole mi riempivano di tanta consolazione, e così ragio­navo tra me: "Dunque, quando Gesù sarà con me, io non vi­vrò più in me, perché in me vivrà Gesù". E morivo dal desiderio di arrivare presto a poter dire queste parole. Alle volte, nel meditare queste parole, passavo intere le notti, consumandomi dal desiderio ».

Il giorno della prima comunione «Gesù si fece sentire forte forte alla misera anima mia. Capii in quel momento che le delizie del cielo non sono come quelle della terra. Mi sen­tii presa dal desiderio di rendere continua quell'unione col mio Dio. Mi sentivo sempre più staccata dal mondo, e sem­pre più disposta al raccoglimento. Fu in quella mattina stes­sa che Gesù mi dette il desiderio grande di essere religio­sa ». Anni dopo, nel marzo del 1899, Gemma scriverà che Gesù aveva un infinito desiderio di unirsi a lei. « "Smanio", mi ripeteva Gesù, "di unirmi a te; corri ogni mattina. Ma sai", mi diceva, "io sono un padre, uno sposo geloso; mi sa­rai tu figlia e sposa fedele?" ».

Già dal giorno della prima comunione, dunque, il Signo­re mostra a Gemma con segni visibili l'efficacia dell'eucari­stia, del pane degli angeli.

Anni dopo, un'amichetta di Gemma, vicina di banco nel giorno della prima comunione, ricorderà che la ragazza le domandò se anche lei sentiva nel cuore come un fuoco mi­sterioso.

La vita di Gemma prosegue senza scosse rilevanti fino al 1894.

Frequenta la scuola delle Oblate dello Spirito Santo, col­tiva una intensa vita di pietà sotto la guida di monsignor Giovanni Volpi. Nei suoi ricordi, Gemma parla con compia­cimento del suo amore per i poveri, anche se in casa creava qualche problema; ha ancora presenti i consigli spirituali ri­cevuti dalle maestre in quegli anni ormai lontani e le racco­mandazioni a meditare sempre la Passione di Gesù.

Il 1894 segna il tempo della svolta nella vita spirituale di Gemma. È l'anno di un grande dolore ed è l'anno nel quale l'angelo custode irrompe visibilmente nella sua vita, la spin­ge a non chiudersi in se stessa, la stimola a non fermarsi alle «piccole cose di pessimo gusto» che potevano invischiar­la nell'effimero e spingerla verso la banalità dei valori mon­dani, nel tentativo di dimenticare le persone perdute per sempre.

La morte, a soli diciotto anni, del fratello seminarista Gi­no, avvenuta nel settembre del 1894, apre in Gemma un vuoto incolmabile. Si ammala gravemente. Lo stato di pro­strazione dura lunghissimi mesi; la ragazza deve addirittura sospendere gli studi. A fatica si riprende. Babbo Enrico e tutta la famiglia si industriano di farla svagare. Le regalano perfino un orologio d'oro. « Io, ambiziosa come ero», ricor­da, «non vidi il momento di mettermelo e uscire fuori (...). Uscii infatti; quando ritornai e andai per spogliarmi, vidi un angelo (che ora ho riconosciuto per l'angelo mio), che serio serio mi disse: "Ricordati che i monili preziosi che abbellano una sposa di un Re crocifisso altri non possono essere che le spine e la croce" ».

Ecco dunque entrare in campo l'angelo di Gemma. Co­sì, senza premesse mirabolanti, con la più grande naturalez­za di questo mondo. Gemma narra che se lo è trovato da­vanti «serio serio» e che l'aveva toccata nella sua ingenua ambizione di mostrarsi con un oggetto prezioso. Era in fon­do un piccolo espediente per uscire dal guscio del dolore che l'aveva irretita, voleva essere a suo modo una ripresa dei contatti con gli altri e il loro mondo. L'angelo, però, in que­sta prima «irruzione» esplicita nella vita della ragazza, senza tanti preamboli, le formula già il programma di tutta la sua vita, le indica il suo straordinario destino: quello di essere «sposa di un Re crocifisso».

È passato un anno dalla morte di Gino; siamo infatti alla fine del 1895. Gli otto anni che separano Gemma dall'ulti­mo traguardo delle nozze eterne, attraverso «le spine e la croce», trascorreranno tutti sotto la guida fraterna, ma per nulla indulgente, dell'angelo custode, in una corsa da gigan­te che ha pochi paragoni nella storia della santità cristiana.

 

VIII

« DAL PROFONDO A TE GRIDO »

 

UN AMORE INCONDIZIONATO

Nel biennio 1896-1897, mentre la famiglia Galgani è sot­toposta a gravissime angustie morali e finanziarie, Gemma, piano piano, si apre sempre più all'amore del Crocifisso e desidera corrispondere allo stesso modo a tanto amore del Figlio di Dio. La sua vita spirituale si affina e si concentra con sempre maggiore intensità attorno all'eucaristia.

« In me sentivo crescere una brama di amare tanto Gesù crocifisso, e insieme a questo una brama di patire e aiutare Gesù nei suoi dolori». E continua: «Un giorno fui presa da tanto dolore nel guardare, cioè fissare cogli occhi il Crocifis­so, che caddi in terra svenuta».

« A me mi fa male a stare lontana da Gesù sacramenta­to », risponde al babbo che si preoccupa per la sua salute e non la vuole troppo presa dalla devozione. Corre in camera e per la prima volta sfoga il suo dolore con Gesù solo.

La preghiera che le sgorgò dal profondo del cuore è questa:

«Ti vo' seguire a costo di qualsiasi dolore, e ti vo' segui­re fervorosamente; no, Gesù, non vo' più darti nausea con operare tiepidamente, come ho fatto fino a ora: sarebbe ve­nire da te e recarti disgusto. Dunque propongo: orazione più devota, comunione più frequente. Gesù, io voglio patire e patire tanto per te. La preghiera sempre sulle labbra. Cade spesso colui che spesso propone: che sarà di quello che pro­pone di rado? »

Gemma ama teneramente il babbo, ma non può soppor­tare interferenze e proibizioni nei confronti di Colui che è già l'unico ed esclusivo amore della sua vita.

L'amore al Crocifisso viene sottoposto a una prova atro­ce. Gemma deve subire un'operazione chirurgica a un piede a causa di una pericolosa forma di carie ossea e per rimuo­vere, sempre dallo stesso piede, residui di una tumefazione manifestatasi dopo che un banco gli era caduto addosso nel­la chiesa delle Oblate dello Spirito Santo.

Ma il cammino di purificazione è ancora molto lungo. Gesù stesso non manca di rimproverarla per i suoi difetti. I rimproveri del Signore provocano un grande dolore nell'a­nimo della ragazza: «Desidererei soffrire le pene dell'infer­no in vita, che trovarmi davanti a Gesù inquietato e pormi davanti agli occhi il quadro orribile dell'anima mia, come fe­ce in quel tempo che poi dirò ».

A diciannove anni, la notte di Natale del 1896, Gemma ottiene dal confessore il permesso di emettere il voto di ca­stità. E gusta l'ineffabile gioia del gradimento di Gesù per questa consacrazione.

« Non sapevo che cosa fosse », scrive ingenuamente; « però alla mia idea mi sembrava il regalo più bello che po­tesse esser caro a Gesù (...)». E infatti «mi ricordo», continua, « che Gesù lo gradì tanto, che da se stesso, dopo la co­munione, mi disse che a questo voto ci unissi l'offerta di me stessa, dei miei sentimenti, e la rassegnazione al volere suo. Lo feci con tanta gioia, che passai la notte e il giorno di poi in paradiso ».

Dunque, il Signore si fa sentire sensibilmente a Gemma, che nello slancio della sua giovinezza in fiore gli ha offerto la virtù degli angeli per antonomasia, ossia la castità. Ed è Gesù stesso che la istruisce sul significato profondo del voto da lei pronunciato la notte di Natale. Gemma comprende che esse­re sposa di un Re crocifisso comporta la rinunzia a qualsiasi altro amore e l'offerta di tutta se stessa «come sacrificio di soave odore». Ma non basta offrire la propria integrità fisica e affettiva; il Signore chiede tutto a Gemma: deve offrire tut­ta se stessa e abbandonarsi nelle amorose braccia del Padre.

 

ORFANA PER LA SECONDA VOLTA

Ancora Gesù, direttamente, regge il cuore di Gemma per le grandi sofferenze che bussano alla porta di casa. Bab­bo Enrico scompare prematuramente a causa di un tumore alla gola. Questa morte, avvenuta 1'11 novembre del 1897, è la causa diretta del tracollo economico dell'intera famiglia, che cade nella più nera miseria.

« Il giorno che morì », narra Gemma, « Gesù mi proibì di perdermi in urli e pianti inutili, e lo passai pregando e rasse­gnata assai al volere di Dio, che in quell'istante prendeva lui le veci di Padre celeste e padre terreno».

Con la morte del capofamiglia, i figli restano privi del ne­cessario sostegno e comincia un lento e inesorabile disgrega­mento della compagine familiare. Per Gemma comincia il tempo forte delle «espropriazioni ». Soltanto tra la fine del 1899 e l'estate dell'anno successivo troverà una nuova fami­glia nella casa ospitale dei Giannini.

Gemma impara a distaccarsi da tutto e da tutti per ab­bandonarsi sola in Gesù solo.

«Vedevo bene che Gesù mi aveva tolto i genitori, e alle volte mi disperavo, perché credevo di essere abbandonata. Quella mattina me ne lamentai con Gesù, e Gesù sempre più buono, sempre più tenero mi ripeteva: "Io, figlia, sarò sem­pre con te. Sono io tuo padre, la mamma tua sarà quella..." e m'indicò Maria Santissima Addolorata. "Mai può mancare la paterna assistenza a chi sta nelle mie mani; niente dunque mancherà a te, quantunque ti abbia tolta ogni consolazione e appoggio su questa terra. Vieni, avvicinati... sei mia fi­glia... Non sei felice di essere figlia di Gesù e Maria?" ».

C'è da tenere in grande considerazione la psicologia da orfana della ragazza lucchese. I suoi modi di esprimersi, il parlato, gli scritti, le reazioni della gente al suo modo di fare, i richiami delle sue guide spirituali (angeli e santi!), tutto questo diventa molto chiaro, più comprensibile, al di là del detto e dei silenzi che si intuiscono, se viene riferito al suo stato di ragazza orfana, privata da bambina della madre e da adolescente del padre. Lo sradicamento profondo che ciò ha comportato per la sua raffinata sensibilità, l'espropriazione più radicale che abbia potuto sperimentare nella vita, perché toccava le radici stesse del suo essere nel mondo, ha portato Gemma a una ancora più radicale elaborazione del lutto, ri­solta nella stupenda risposta alla gratuita chiamata dell'A­more Crocifisso. Sull'orlo della disperazione, durante la ma­lattia, Gemma grida dal profondo: «Prima l'anima e poi il corpo! ». In questo grido dilacerante c'è l'impostazione dei futuri risolvimenti mistici. E la chiave di comprensione del suo cammino ascensionale.

 

NIENTE DI CHE VIVERE E ALLE SOGLIE DELLA MORTE

«Dopo la morte [del babbo], ci trovammo senza niente; non avevamo più di che vivere. Una zia, saputa la cosa, ci aiutò in tutto, e non volle più che mi trattenessi in famiglia; e il giorno dopo la morte del babbo mandò a prendermi, e mi tenne con sé per più mesi ».

Dalla fine del '97 fino all'autunno del '98, Gemma è ospite della zia Carolina residente a Camaiore. Ma la ritro­vata serenità familiare è di breve durata. A Camaiore si tro­va a disagio a causa di vari giovani che le fanno la corte e non può pregare con tutta la libertà che aveva a Lucca. E nella città del Volto Santo ritorna pur sapendo i disagi ai quali an­dava incontro ancora una volta. Si ammala: viene colpita da osteite delle vertebre lombari con successivo ascesso freddo agli inguini; perde l'uso delle gambe e in seguito viene colpi­ta da una otite media purulenta acuta con partecipazione della mastoide.

In mezzo a tanti dolori, chiede aiuto al Signore: «Una se­ra, inquieta più del solito, mi lamentavo con Gesù, dicendo che non avrei più pregato, se non mi faceva guarire, e chie­devo a lui in che modo mi faceva stare così malata. L'angelo mi rispose così: "Se Gesù ti affligge nel corpo, fa per sempre più purificarti nello spirito. Sii buona" ». E aggiunge: « O quante volte nella mia lunga malattia mi faceva sentire al cuore parole consolanti! Ma mai ne facevo conto ».

E giunta agli estremi, ma è rassegnata.

Racconterà in seguito: « ... Il giorno 2 febbraio [siamo nel 18991 feci la santa comunione per viatico. Mi confessai e aspettavo il momento di andare con Gesù. Ma adagio! I me­dici, credendo che io non capissi, dissero tra loro che non sa­rei arrivata alla mezzanotte. Viva Gesù».

La ragazza guarisce, e in modo miracoloso. Due santi in­tervengono nella sua guarigione: Margherita Maria Alaco­que e Gabriele dell'Addolorata. L'aiutano a non perdere la speranza, le insegnano a pregare suggerendole anche le for­mule, pregano con lei, la confortano, le tengono compagnia giorno e notte nelle interminabili ore di immobilità assoluta. Hanno nei suoi confronti gesti di squisita tenerezza. In que­sta circostanza Gemma pronuncia il voto di verginità.

 

A VITA NUOVA CON L'ANGELO PER MAESTRO

Guarita dalla malattia mortale, Gemma entra decisa­mente nel periodo più intenso della sua ascesa mistica. Ed entra in scena l'angelo custode, che d'ora in poi sarà la gui­da tutta speciale nel suo cammino spirituale. Un cammino ancora lungo, un itinerario di purificazione e di conforma­zione allo Sposo crocifisso intenso e senza pause e rallenta­menti.

«L'angelo custode, dal momento che mi alzai, cominciò a farmi da maestro e guida: mi riprendeva ogni volta che avessi fatto qualche cosa di male, m'insegnava a parlar poco e solo quando venivo interrogata. Una volta che quelli di ca­sa parlavano di una persona e non ne dicevano tanto bene, io volli metterci bocca, e l'angelo bello forte mi fece un gran rimprovero. M'insegnava a tener gli occhi bassi, e fino in chiesa bello forte mi rimproverava, dicendomi: "Si sta così alla presenza di Dio?". E altre volte mi gridava in questo mo­do: "Se tu non sei buona, io non mi farò più vedere da te". M'insegnò più volte come dovessi stare alla presenza di Dio: ad adorarlo nella sua infinita bontà, nella sua infinita maestà, nella sua misericordia e in tutti i suoi attributi».

Insomma, l'angelo custode le indica il tipo di rapporto più prudente da tenere in casa, evitando di immischiarsi in inutili polemiche. Vigila sul suo raccoglimento durante le ce­lebrazioni liturgiche e infine la orienta decisamente a vivere alla presenza di Dio con la devota considerazione dell'infini­ta bontà di Dio, della sua maestà e misericordia. Svolge in pieno la funzione del consiglio e dell'ammaestramento. Durante la settimana santa del 1899, Gemma vive totalmente immersa nella contemplazione della Passione del Si­gnore. La considerazione del mistero d'amore e di dolore sofferto dal Cristo le genera «un orrore grande per il pecca­to (la grazia più grande che mi ha fatto Gesù). Le piaghe di Gesù rimasero sì bene nella mia mente, che non si sono più cancellate ».

L'angelo custode la guida, la conforta, non manca di ri­chiamarla per i quasi inevitabili difetti. Indirettamente la prepara al grande appuntamento dell'8 giugno, quando Gemma diventerà una copia vivente del Crocifisso e vera fi­glia della Passione.

Gemma prova inutilmente a entrare in una comunità di suore. La recente malattia alimenta forti dubbi per l'accet­tazione. Ma la giovane non si rassegna. Percepisce sempre più estraneo l'ambiente familiare, dove l'indigenza, seppu­re accuratamente dissimulata, e le malattie rendevano tesi i rapporti tra i vari componenti (fratelli, sorelle e zie anzia­ne). Non tutti i Galgani, poi, erano devoti e praticanti; per questo Gemma desidera con tutta l'anima di poter entrare in una comunità di persone consacrate. Sarà la più grande prova della sua vita e la sua più profonda amarezza. Per lei non ci sarà posto in nessun monastero o casa religiosa. Ca­sa Giannini, appartata tra la cattedrale e le mura lucchesi, sarà il suo monastero segreto, nel quale con tutta libertà potrà dispiegare l'onda d'amore verso lo Sposo crocifisso e adempiere la grande missione alla quale il Signore la chia­mava.

«Molti», ha scritto monsignor Giuliano Agresti, «si so­no scombinati di fronte a questo passo felpato di angeli sul calvario della "sposa crocifissa", ma a me pare, nella sua mi­steriosa realtà, come una fiaba luminosa. Al tempo dei "por­ci con le ali" che vivono nel buio dell`estasi della droga" è un messaggio ristoratore quello degli angeli "senza ali", ma messaggeri del lume di Dio ».

Sembra una risposta a tono, quella del compianto mon­signor Agresti, a quanti liquidano con una battuta perfino la possibilità che «tali cose possano esistere davvero». Gesù ha detto di credere alle sue opere se non si riesce a credere alle sue parole (cfr. Gv 10,25). Gemma Galgani è una di que­ste «opere», e opera eccellente.

Opera che si conclude nell'abbandono alla croce.

 

IX

UNA «GRAZIA GRANDISSIMA»

 

LA SPOSA È PRONTA

Dalla fine di marzo alla prima decade del mese di giu­gno dell'ultimo anno dell'800, la vita spirituale di Gemma registra un crescendo di grazie e illuminazioni che culmi­nano nella «grazia grandissima» delle stimmate, ricevute 1'8 giugno, vigilia della festa del Sacro Cuore di Gesù. In questo intenso cammino interiore, attraverso il quale la mi­stica lucchese è chiamata a essere una viva immagine del Crocifisso, per il bene della Chiesa, il suo angelo custode le funge da guida fraterna e affettuosa, spesso molto esigente e ferma.

Durante la settimana santa, in particolare dal mercoledì, il dolore per i suoi peccati le invade sempre più la coscienza fino a culminare nell'«orrore grande per il peccato», orrore che Gemma reputa essere la grazia più grande che le abbia fatto il Signore.

« Mi misi dunque a fare l'Ora Santa; ma mi sentivo così ripiena di dolore dei miei peccati, che passai giorni di marti­rio continuo. In mezzo però a questo dolore infinito, mi rimaneva un conforto: quello di piangere: conforto insieme e sollievo ».

È stanca, si siede, ma il dolore dei peccati le rimane sem­pre presente. E la notte del 30 marzo, Giovedì santo, quan­do si sente particolarmente raccolta e senza un briciolo di forze, ma il Signore le appare all'improvviso: « Mi trovai di­nanzi a Gesù crocifisso allora allora. Versava sangue da tutte le parti». Il primo turbamento lascia il posto a una grande tranquillità. Il Signore le fa capire che le piaghe gli erano sta­te aperte dai suoi peccati, ma che ora le stava chiudendo con il suo dolore. Più volte le ripete: « Non mi offendere più. Amami, come io ti ho sempre amato. Amami ».

La mattina del Venerdì santo Gemma non può uscire di casa per recarsi alle celebrazioni liturgiche, ma riceve la co­munione da Gesù stesso: «Benché non ricevessi, perché era impossibile, dalle mani del sacerdote Gesù vero, pure Gesù venne da sé e si comunicò a me. Ma fu così forte quella no­stra unione, che io rimanevo come stupida... Fu questa la prima volta, e anche il primo venerdì, che Gesù si fece senti­re all'anima mia così forte».

Diverse altre volte Gemma farà la comunione in modo prodigioso, come attesta padre Germano affermando che al­meno tre volte Gemma ricevette la comunione per mano an­gelica.

L'angelo le rivolge un dolce rimprovero dicendo, ricorda Gemma stessa, che «non piangessi quando avevo da fare qualche sacrificio a Gesù, ma ringraziassi quelli che mi da­vano occasione di farmeli fare ». Si trattava sempre di ri­nunciare a frequentare le chiese per contentare i familiari e restare in casa.

Gemma sente vivissima la distanza nei confronti di Colui che la chiama figlia e sposa e che la desidera «figlia e sposa fedele ».

Cresce sempre più l'orrore per il peccato, ma « Gesù non era contento; mi consolava sempre, mandava l'angelo custo­de a farmi guida in tutto ». I consigli e i dolci attraimenti del Signore si intrecciano con quelli dell'angelo.

 

IL SACRIFICIO DELL'OBBEDIENZA

A tale serie di grazie mistiche straordinarie la giovane, anche se molto ingenua e semplice, vive un profondo turba­mento interiore. È colta da una sorta di pudore dell'anima e non osa parlare con nessuno, neppure con il suo confessore abituale, monsignor Giovanni Volpi, di quanto sperimenta ormai tutti i giorni. Ma anche di questo è rimproverata dal­l'angelo. Le grazie mistiche che il Signore dona senza nessu­na ragione apparente devono essere sottoposte al vaglio e al carisma del discernimento della Chiesa e nella Chiesa di chi ha il carisma del magistero di santificazione.

«Andai a casa», racconta, «e nell'entrare in camera mi accorsi che l'angelo mio piangeva; non ebbi ardire di do­mandargli nulla, da se stesso mi rivolse queste parole: "Dun­que tu non mi vuoi più vedere? Sei cattiva: nascondi le cose al confessore. Ricordati", mi disse, "questo, te lo ripeto per l'ultima volta: se tu taci qualche cosa al confessore un'altra volta, io non mi farò più vedere da te. Più, più". Mi misi in ginocchio, e mi comandò di dire l'atto di contrizione, e mi fece promettere che gli avrei palesato tutto [al confessore], e mi perdonò a nome di Gesù ».

Dunque è l'angelo custode che spinge Gemma a manife­stare al confessore quanto le sta accadendo. L'angelo piange. Non la rimprovera con lo sguardo duro, come accadrà in se­guito. Le lacrime dello spirito celeste toccano il cuore della ragazza: si decide a parlare con monsignor Volpi. Non era certo facile. Il rischio di essere presa per una visionaria non era solo teorico, come puntualmente accadrà in seguito.

Gemma comunque obbedirà docilmente all'angelo. Non poteva essere altrimenti. Ma sarà l'inizio di una lunga trafila di « obbedienze » che metteranno a dura prova la virtù, la docilità e la credibilità della ragazza. Passerà al crivello solo il grano autentico. Il pregio dell'obbedienza coprirà tutti gli scompensi e le incomprensioni.

La contemplazione del Crocifisso e la coscienza delle proprie miserie portano Gemma al desiderio bruciante di «patire qualche cosa per lui, vedendo che aveva patito tanto per me ». Per questo si provvede di una grossa fune, vi inse­risce parecchi chiodi e se la stringe alla vita. L'esercizio asce­tico, però, dura appena lo spazio di un quarto d'ora: « L'an­gelo custode rimproverandomi me la fece togliere, perché non avevo chiesto il permesso al confessore; glielo chiesi po­co dopo, e ottenni il permesso ». Anche l'ardente aspirazio­ne a imitare Gesù nella Passione deve passare per il vaglio dell'obbedienza.

Per la seconda volta, in data imprecisata, ma certo prima del mese di giugno, Gemma è chiamata alla contemplazio­ne del Crocifisso grondante sangue. Sente queste parole: «Guarda, figlia, e impara come si ama. Vedi questa croce, queste spine, questo sangue? Sono tutte opere di amore e di amore infinito. Vedi fino a qual segno io ti ho amato? Mi vuoi amare davvero? Impara prima a soffrire. Il soffrire in­segna ad amare».

La giovane avverte, in modo particolare nell'Ora Santa praticata ogni giovedi, il dolore del Signore nel Getsemani, al quale viene chiamata a partecipare per i suoi peccati e per quelli di tutto il mondo. Quella di Gesù è « una tristezza ta­le che può ben paragonarsi all'agonia della morte». Cresce in lei il desiderio di amare Gesù e di patire per lui.

Nel mese di maggio del 1899 Gemma può restare per due settimane nel monastero lucchese delle suore Visitandine. Il progetto di entrare in convento però non giunge a ma­turazione. Durante il soggiorno in monastero soffre molto per un banale contrattempo, «ma Gesù mi mandò di nuovo l'angelo mio custode e mi disse: "Felice tu, o figlia, che me­riti sì giusto castigo!...". Non capii nessuna di quelle paro­le», conclude candidamente, «ma sentii che consolarono il mio cuore ».

 

SONO GIUNTE LE NOZZE DELL'AGNELLO

Con molta tristezza, la giovane deve tornare nella pove­ra casa di via del Biscione, ma qui l'attende una «grazia grandissima », come lei stessa la chiamerà, ossia il dono del­le stimmate.

Con questa «grazia grandissima» Gemma divenne «fi­glia della Passione e della Risurrezione, vale a dire figlia pre­diletta della Chiesa, da lei teneramente amata».

Gesù stesso, insieme alla Madre sua e all'angelo custode prepara la giovane a questa esperienza. Attraverso di essa, Gemma diverrà segno e strumento di grazia e di perdono.

È giovedì, 8 giugno 1899, ottava del Corpus Domini e vi­gilia della festa del Sacro Cuore. La domenica successiva (la terza dopo Pentecoste), Leone XIII avrebbe proclamato so­lennemente il grande giubileo per l'Anno santo del 1900, consacrando il mondo intero al Sacro Cuore di Gesù, nel nuovo secolo che si apriva.

La sera, come Gemma stessa narra, ritirata in camera sua, ha un profondo dolore alla considerazione dei propri peccati; è un atteggiamento che ormai le è abituale: «Quel dolore mi ridusse quasi direi lì lì per morire». «L'intelletto non conosceva che i miei peccati e l'offesa di Dio; la memo­ria tutti me li ricordava, e mi faceva vedere tutti i tormenti che Gesù aveva patito per salvarmi; la volontà me li faceva tutti detestare e promettere di voler tutto soffrire per espiar­li. Un mucchio di pensieri di dolore, di amore, di timore, di speranza e di conforto».

La Madonna e l'angelo custode la confortano e la di­spongono alla « grandissima grazia ». La presenza di Maria e dell'angelo evidenzia una caratteristica «ecclesiale» che va tenuta sempre presente quando si parla di fenomeni mistici passiopatici in Gemma, come in tanti altri mistici, ad esem­pio in santa Veronica Giuliani.

Ascoltiamo Gemma stessa:

« In quell'istante comparve Gesù, che aveva tutte le feri­te aperte; ma da quelle ferite non usciva più sangue, usciva­no come fiamme di fuoco, che in un momento solo quelle fiamme vennero a toccare le mie mani e i miei piedi e il cuo­re. Mi sentii morire, sarei caduta in terra; ma la Mamma mi sorresse, ricoperta sempre col suo manto. Per parecchie ore mi convenne rimanere in quella posizione. Dopo, la Mamma mia mi baciò nella fronte, e tutto disparve, e mi trovai in gi­nocchio in terra; ma mi sentivo ancora un dolore forte alle mani, ai piedi e al cuore. Mi alzai per mettermi sul letto, e mi accorsi che da quelle parti, dove mi sentiva [faceva male], usciva del sangue. Mi coprii alla meglio quelle parti, e poi, aiutata dall'angelo mio, potei montare sul letto. Quei dolori, quelle pene, anziché affliggermi, mi recavano una pace per­fetta».

Giova ricordare quanto ha scritto l'Antonelli al riguar­do: «In questa relazione è evidente che non vi ha alcuna par­te l'immaginazione; si tratta di dolore dei peccati, dell'offesa di Dio, della Passione, in genere, di Gesù Cristo per causa dei peccati, della promessa di soffrire tutto per espiare e de­testare i peccati; quindi dolore, amore, timore, speranza, sol­lievo. Gemma ignorava completamente quale sarebbe stata la grazia singolare promessale da Gesù Cristo (...). Lo stato psicologico di Gemma era del tutto normale (in nessun modo esaltato), quale fu sempre in tutta la sua vita e in tutte le sue azioni; né cominciò a pensare o immaginare quale sareb­be stata la grazia promessale da Nostro Signore; semplice­mente aspettava ».

Una ragazza «normale», colpita sì da grandi sventure fa­miliari e da gravi malattie, ma come tante altre, viene chia­mata dalla Grazia a rivivere la Passione del Redentore. E questo perché, misteriosamente, per le ferite d'amore della povera Gemma, la Chiesa e il mondo ne traessero beneficio (cfr. Is 53,5; Zc 13,6).

«Quanto è accaduto a Gemma», abbiamo scritto altro­ve, «ha una trasparente e concreta finalità personale ed ec­clesiale. Finalità chiaramente riconosciuta dal magistero del­la Chiesa nella sua canonizzazione. Ed è quello che conta, su qualsiasi scenario si sia consumato il dramma della sua doci­lità alla Grazia».

Paolo VI, nel 1978, anno del centenario della nascita di Gemma, ebbe a scrivere: «Al di là dei fenomeni straordina­ri, che tanta parte ebbero nella sua breve esistenza, oggi col­pisce soprattutto l'attenzione del cristiano quel senso vivo e doloroso del peccato che ella, pur nella sua intemerata inno­cenza, esperimentò in drammatica solidarietà con gli uomi­ni, addossandosene liberamente le colpe, fino a percepire una gioia profonda nella sofferenza per il "peccato del mon­do" (Gv 1,29) e a ripetere con l'apostolo Paolo: "Sono pieno di consolazione, pervaso di gioia in ogni tribolazione" (cfr. 2Cor 7,4) »18.

San Bonaventura da Bagnoregio, parlando delle stimma­te di san Francesco, metteva in guardia da qualsiasi tentazio­ne scientísta e fenomenologica: « E questo un dono mistico e segretissimo "che nessuno conosce se non chi lo riceve" (Ap 2,17), che nessuno riceve se non chi lo desidera, e nessuno poi lo desidera se non è infiammato profondamente dal fuoco dello Spirito santo, che Gesù Cristo mandò sulla terra. Ecco perché l'apostolo dice che questa mistica sapienza è stata rivelata dallo Spirito santo (cfr. 1Cor 2,10). Siccome, a ottenere questo, nulla può la natura e poco la scienza, biso­gna dare poca importanza all'indagine, molta all'unzione; poca alla lingua e molta alla gioia interiore; poca alla parola e ai libri e tutta al dono di Dio, cioè allo Spirito santo; poca o niente alla creatura e tutta al creatore: al Padre, al Figliuo­lo e allo Spirito santo».

«Nessuno lo desidera se non è infiammato profonda­mente dal fuoco dello Spirito santo», dice il Dottore Serafi­co. In Gemma questo desiderio non era certo esplicito. Per lei la grazia delle stimmate giunse assolutamente impensata e insperata; fu fonte per lei di grande imbarazzo poiché non sapeva giustificarsi davanti ai familiari e al confessore. Ma il desiderio profondo c'era, quello sì. Nel suo cuore, immersa nella consapevolezza dei propri peccati, era già crocifissa con Cristo.

« Quei dolori, quelle pene, anziché affliggermi, mi reca­vano una pace perfetta». È questo l'indizio, la garanzia più rassicurante che quanto le era accaduto derivava dalla Gra­zia e non da uno scompenso della natura.

 

MINISTRO E TESTIMONE

Divo Barsotti definisce la mistica di Gemma Galgani « mistica della Passione »:

« L'uomo non vive una sua unione con Dio che in Cristo Gesù. In lui, e in lui solo, Dio effettivamente si è fatto pre­sente e si è comunicato al mondo. Questa presenza non si fa reale agli uomini che in una loro partecipazione al mistero di Cristo. Gli orientali possono conoscere questa presenza in una partecipazione di trasfigurazione del Cristo, gli occiden­tali la conoscono soprattutto nella partecipazione alla Passione di Gesù. La mistica di Gemma è mistica della Passio­ne: essa vive l'unione con Dio in quanto si trasforma in Ge­sù crocifisso. I fenomeni straordinari, che accompagnarono la sua ascensione alla santità, vollero forse più chiaramente dimostrare la sua partecipazione al mistero della Passione per il quale Dio in Cristo ha compiuto la redenzione degli uomini assumendoli nella unità del suo corpo nell'atto della sua morte. Pochi mistici come santa Gemma ripropongono ai cristiani l'esempio e l'insegnamento di una mistica che non può essere mistica di Dio che in quanto è mistica della Passione. La sua povertà apparente è tutta a favore della es­senzialità del messaggio ».

L'angelo custode, in questo evento centrale nella vita della giovane mistica, divenuta nel fuoco dello Spirito viva immagine del Crocifisso, si pone a suo servizio, un servizio assegnatogli «dal pietoso Gesù », e, testimone fraterno di quanto era accaduto, svolge con discrezione il suo ministero di amore, conforto e sostegno.

« Quando noi ci abbandoniamo all'influsso di questo es­sere tenero e caro », scrive S. Bulgakov ne La scala di Gia­cobbe, «mai egli c'insegna qualche cosa direttamente, ma, per la sua esistenza stessa e per la sua presenza vicino a noi, egli c'infonde, per cosi dire, il meglio delle nostre forze che altrimenti noi avremmo ignorato. Questo "influsso" non sia­mo del tutto capaci d'intenderlo, non perché esso sia debo­le, ma a causa della sua profondità e della sua "intimità". Es­so è simile all'ispirazione che permette all'uomo di scoprire la propria profondità».

A Gemma, fatta viva immagine del Crocifisso, chiamata a seguire la kenosis del Figlio di Dio, è stata data la grazia di intendere e di godere sensibilmente di questo influsso.

 

X

LE LACRIME DI UN ANGELO

 

UN AIUTO COSTANTE

Anche nel difficile campo dell'obbedienza Gemma è sta­ta aiutata dagli angeli.

Lo stato mistico particolare, per il quale veniva chiamata a una vocazione tutta speciale nella Chiesa, non poteva non esigere un'obbedienza pronta, libera e cordiale verso le per­sone costituite in autorità, autorità che esercitavano nei suoi confronti.

Pure in questo, anzi, soprattutto nel campo dell'obbe­dienza, Gemma è stata vera figlia della Passione e partecipe in pieno dell'obbedienza del Crocifisso, della sua kenosis (cfr. Fil 2,8), con un'agonia dello spirito durata fino alla fine.

La Vergine Maria, la «Mamma sua», come usava chia­marla, richiama continuamente Gemma a una vita e a uno stile di obbedienza. La Madonna la educa alla scuola del sa­crificio. Soprattutto nell'abbandono alla volontà di Dio, sen­za tener conto dei dubbi degli altri. Gemma racconta che, nel dire di sì alla Madonna, una mattina, le vennero le lacri­me agli occhi: «Le lacrime venivano da loro, io non le vole­vo». E la Vergine abbracciandola le disse: «Non sai che dopo il sacrificio della croce i sacrifici tuoi ti devono aprire le porte del cielo? »

 

PURO AMORE OBLATIVO

Anche l'angelo custode è stato educatore di Gemma nel­l'obbedienza eroica.

S. Bulgakov ha scritto una pagina estremamente sugge­stiva, da leggere con molta attenzione, sulla kenosis dell'an­gelo custode nei nostri confronti, sul suo amore sacrificale, che esercita senza perdere nulla della sua beatitudine e del­l'attenzione a Dio e alla sua gloria. Questo testo è illuminan­te per comprendere il motivo di tanti richiami, anche molto duri, dell'angelo custode di Gemma e della sua diuturna af­fezione e cura verso la giovane mistica:

« Questo amore [l'amore sacrificale] implica una rinun­cia alla beatitudine celeste in vista dell'unione con la vita e il destino della natura corporea, grossolana, carnale. Si attua, nello spirito incorporeo, uno svuotamento metafisico, un ab­bassamento ontologico per unirsi con amore alla vita di un essere di carne. Questa kenosis ha come somiglianza (e fon­damento) quella di Dio, il Verbo incarnato, che si è impove­rito per noi divenendo uomo. Alla sequela di lui e insieme a lui, senza tuttavia umanizzarsi, l'essere angelico diviene co­umano, s'unisce all'umanità attraverso i legami dell'amore».

Qualche affermazione può sembrare paradossale. In ef­fetti non sembra necessario lo «svuotamento metafisico» e F« abbassamento ontologico» nell'angelo, per dargli la pos­sibilità di amare «un essere di carne». È invece molto con­vincente l'analogia della kenosis dell'angelo, che «illumina, custodisce, regge e governa» l'uomo, con la kenosis del Ver­bo incarnato. Ogni servizio implica un « impoverimento » di sé, una perdita, per arricchire l'altro. E quello dell'angelo custode è davvero puro amore oblativo che non chiede nulla per sé, ma tutto riferisce al proprio assistito e alla «pietà celeste » che glielo ha affidato.

 

«TUTTO EFFETTO DELL'OBBEDIENZA»

Ecco un saggio di quanto Gemma apprezzasse l'obbe­dienza nella lettera del 3 marzo 1901 a padre Germano. Si tratta di una lettera molto importante, che raggiunge padre Germano in un momento molto delicato dei rapporti tra la santa e il confessore abituale, monsignor Volpi:

«Babbo mio, accanto a Gesù nel mio povero cuore, che consolazione si prova, babbo mio, nel fare sempre l'obbe­dienza! Mi trovo così calma, che non so spiegarmi, e questo mi avvedo che è tutto effetto dell'obbedienza. Ma a chi devo ogni cosa? Al povero babbo mio. Grazie infinite di avermi insegnate tante cose, dati tanti consigli, e liberata ancora da molti pericoli! Coll'aiuto di Gesù voglio ogni cosa sua met­tere in pratica, affinché Gesù sia contento, e Lei non abbia mai occasione di arrabbiarsi. Viva Gesù! Ma Lei, babbo mio, conosce a fondo la mia fragilità; è anche la mia testa tanto dura; e però se qualche volta ricado nelle solite man­canze, non s'inquieterà, è vero? Chiederò perdono a Gesù, e farò di nuovo proponimento di non farlo più ».

Pur avendo un carattere molto forte e portato all'indi­pendenza di giudizio, Gemma è stata sempre docilissima nei confronti dei familiari e dei superiori, specialmente verso co­loro che la dirigevano sulle vie dello spirito. Monsignor Vol­pi l'aveva autorizzata a emettere il voto privato di obbedien­za, insieme a quello di castità già dal 1896, e questo voto in Gemma non è stato mai un semplice gesto di devozione.

 

« QUEL BENEDETTO ANGELO SUO... »

Quando si profilò, fino a cronicizzarsi, il doloroso con­flitto di valutazione tra monsignor Volpi e padre Germano a proposito dello stato mistico di Gemma, la dilacerazione in­teriore della ragazza fu fortissima. Il dubbio e soprattutto la sfiducia in se stessa e nelle sue guide spirituali potevano aprire il varco a una reazione di rigetto incontrollabile e fa­tale della vocazione e missione alla quale era stata chiamata con segni mistici straordinari inequivocabili. E questa era la conclusione alla quale «Chiappino» voleva far giungere «la povera Gemma».

L'epistolario della santa trabocca di riferimenti a questo conflitto che divenne particolarmente acuto nel 1901 e che non conobbe tregua fino alla fine. In questa sede non pos­siamo ricostruirne tutti i passaggi.

Con una forma di buonumore tutta particolare, che ri­sulta ben evidente dalle lettere, Gemma fa coraggio innanzi tutto a se stessa e al suo direttore lontano per quello che le

sta succedendo. È un sottile umorismo che attesta il profon­do equilibrio interiore della giovane.

In questa situazione aspra, rischiosa e tanto prolungata nel tempo, il ministero angelico svolge la sua parte in modo davvero stupendo. L'angelo custode di Gemma ma soprat­tutto quello di padre Germano, autentico alter ego del padre lontano, intervengono come strumenti provvidenziali per sostenere la ragazza nella bufera.

Nella già citata lettera del 3 marzo 1901, Gemma spiega a padre Germano che le è apparso il suo angelo, ma lei ha fatto resistenza, proprio per obbedire agli ordini ricevuti:

«Sa, babbo mio? Venerdì sera quel benedetto angelo suo mi fece inquietare: io non ce lo volevo per niente, e lui volle dirmi tante cose. Mi disse appena venne: "Dio ti bene­dica, o anima affidata alla mia custodia". S'immagini, babbo mio, io gli risposi così: "Angelo santo, state a sentire: non vi sporcate le mani con me; andate via, andate da qualche altra anima, che sappia far conto dei doni di Dio: io non so fare". Insomma mi feci capire; ma lui mi rispondeva: "O di che te­mi?". "Di disobbedire", risposi. "No, ché mi manda il bab­bo tuo". Allora lasciai dire, ma io lo disprezzavo. "Tu temi, perché credi di sciupare i grandi doni che Dio ti ha fatto? Ma non temere. Questa grazia la chiederò io a Gesù per te; basta che tu mi prometta di corrispondere a tutti gli aiuti che ti darà il babbo tuo. E poi, figlia, non aver tanta paura del patire". Io gli feci una bella promessa, ma... Mi benedi più volte, gridando forte: "Viva Gesù!" ».

Gemma spiega al direttore lontano che lei ha cercato di obbedire. La preoccupazione maggiore è che Gemma rischi di sciupare i doni ricevuti, in altre parole, di perdersi e di confondersi. L'angelo le raccomanda di non aver paura di patire soprattutto (è implicito ma evidente) per vivere l'ob­bedienza nella situazione concreta in cui si trovava.

E poi, con la solita bonomia mescolata alla sua tipica in­genuità, Gemma si scusa se gli scrive «tutte queste scioc­chezze ». Ma, se Germano non vuole inquietarsi - anticipa -, neanche mandi più l'angelo a farle «belle predichine»:

« Mi pare già di vederlo inquietato, perché ho scritto tut­te queste sciocchezze, ma mi perdoni: l'angelo non lo ascol­terò più, e Lei non lo mandi più allora. Poi l'angelo mi dice­va serio serio: "O figlia, quanto era più perfetta l'obbedienza di Gesù da quella tua! Vedi: egli obbedì sempre con pron­tezza e volentieri, e tu invece le cose te le fai dire tre o quat­tro volte. Questa non è l'obbedienza che ti ha insegnata Ge­sù! A obbedire in questo modo non hai nessun merito. Vuoi un aiuto per far l'obbedienza con merito e con perfezione? Falla sempre per amor di Gesù". Mi fece una bella predichi­na, poi se ne andò via.

«Che paura che ho che Lei s'inquieti, ma io mi davo da fare a dire: "Non vi sporcate le mani", ma lui allora ripeteva: "Viva Gesù!". Viva dunque Gesù! Viva Gesù solo ».

Ed ecco che Gemma, alla conclusione, riconferma la motivazione profonda della sua vita; ribadisce la sua fedeltà allo Sposo crocifisso; vuole essere obbediente come lui. Ha imparato dall'angelo la lezione in questa situazione non idil­liaca, e per questo grida con lui: « Viva Gesù solo ».

 

«AVEVA GROSSE LACRIME AGLI OCCHI... »

A pochi giorni di distanza, Gemma scrive di nuovo a pa­dre Germano. L'angelo di questi le ha presentato la croce, animandola a portarla con amore. Piange perfino con lei. Gemma soffre molto per quanto sta accadendo fra le perso­ne che ama con amore filiale, giunge a farsene una colpa.

« Oggi stesso prima di mettermi a scrivere questa lettera ho veduto, mi è parso, l'angelo suo custode; l'aveva manda­to forse Lei? Quasi piangendo mi ha detto: "Figlia, figlia mia, tu eri poco fa circondata da rose, ma non t'avvedi che ora ognuna di quelle rose spunta fuori delle spine pungenti al tuo cuore? Fino ad ora tu hai gustato il dolce che è intor­no alla tua vita, ma ricordati che in fondo vi è del fiele. Ve­di", soggiungeva, "questa croce? È la croce che ti presenta il babbo tuo: è un libro questa croce, che ogni giorno leggerai. Promettimi, figlia, promettimi che questa croce la porterai con amore, e l'avrai cara più di tutte le gioie del mondo" ».

Naturalmente Gemma promette quanto l'angelo le chie­de e si associa alle sue lacrime. Gemma teme per i suoi pec­cati e per il rischio di perdersi. Ma di fronte all'angelo si riac­cende la fiamma del desiderio per il paradiso, dove è sicura che tutti i conflitti spariranno nella viva fiamma dell'unico amore.

«Gli ho tutto promesso, e con mano tremante ho ab­bracciato la croce. Mentre l'angelo così mi parlava, aveva grosse lacrime agli occhi, e più volte me l'ha fatte venire an­che a me; e mi guardava con tanta attenzione, che sembrava volesse indagare i segreti nascondigli del mio cuore e rim­proverarmi. Sì, aveva ben ragione di rimproverarmi: ogni giorno vado di male in peggio, a peccati aggiungo peccati, e forse mi perderò. Viva Gesù! Vorrei che altri non fossero af­flitti per cagione mia, e invece sono a tutti occasione di di­spiacere. Ma non vorrei, no, non vorrei; io godo soltanto quando [la zia] è vicina a me che soffro; Gesù allora mi riem­pie di felicità. Venerdì sera poco mancò che non morissi.

Preghi molto Gesù che presto mi porti in paradiso; mi ha promesso l'angelo che, quando sono buona, mi ci porta su­bito: ora io mi ci vo' mettere, e così ci vado presto ».

E la lettera si chiude con un grido di dolore che non po­teva non scuotere il padre lontano. Monsignor Volpi infatti, come sappiamo, aveva messo alla prova anche la veridicità delle lettere spedite dall'angelo e la prova non era riuscita, con la conseguenza di un giudizio negativo sulla povera Gemma e sulla linea ascetica adottata da padre Germano.

« Babbo mio, preghi tanto tanto, e poi scriva, risponda, specialmente a questa zia. Vedesse, babbo mio, che burra­sca ha nel cuore, non so il perché. Ma, e so tutto che cosa è e di che dubita, forse della lettera? Ma se Gesù non vuole, che ci ho a fare io? Soffro tanto, babbo mio, non mica per quei colpetti che mi dà Gesù, ma per altre cose; non per me, soffro per gli altri. Io non voglio più stare in nessun posto: a stare nel mondo mi affligge troppo il dolore di vedere of­fendere tanto Gesù; le offese mie sempre nuove: è troppo dolore, babbo mio. In paradiso, in paradiso! E presto. Ve­nerdì poco mancò che non ci andassi, o bene! Babbo mio, lo prego: preghi tanto Gesù e poi risponda; qualunque cosa sia di me, io sono contenta. Gesù è quello che mi sostiene. Viva Gesù! »

Padre Germano, in effetti, risponde a Cecilia Giannini, e in modo molto esplicito: «Riguardo alla lettera non voluta prendere dall'angelo, io stesso scrissi a Monsignore che quella prova che egli intendeva fare, non era secondo Dio, e però la smettesse. Quando il Signore ha dato sufficienti pro­ve per accreditare il suo intervento, il dubitare e cercare nuovi argomenti è un affronto che gli si fa. La curiosità biso­gna metterla da banda. Ed ecco perché la lettera non fu pre­sa dall'angelo ».

L'esperimento epistolare richiesto dal Volpi non sembra­va opportuno e neppure necessario. Germano si limita a parlare di "curiosità", ma la prova sembrava toccare in mo­do diretto una delle parti in causa, cioè lui stesso, la sua au­torevolezza e la sua credibilità. Voleva essere una convalida del metodo ascetico adottato dal Passionista o l'intento, sia pure inconscio, di una sua squalifica? Forse da qui il silenzio del segno dell'angelo «portalettere».

«Curiosare» nelle cose di Dio non solo è superfluo e controproducente: è anche rischioso.

 

« IO SARÒ TUA GUIDA SICURA »

Gemma, comunque, conosce soprattutto gli abbandoni dell'obbedienza e gode per essa una profonda pace dell'a­nima.

Sempre padre Germano ci racconta un episodio delizio­so: «Quando era in letto la sera, benché attorniata da più persone a parlare tra di loro, se l'anzidetta signora le diceva: "Gemma, hai bisogno di riposarti, dormi", subito chiudeva gli occhi e ponevasi a dormire saporitamente. Io stesso volli farne la prova una volta e, trovandomi in quella casa presso il letto di lei inferma, con altri familiari, le dissi: "Prendetevi la mia benedizione, dormite, e noi ci ritireremo". Non avevo finito di proferire il comando, che Gemma, voltatasi dall'al­tra parte, era in profondo sonno. Allora mi posi in ginocchio e, alzando commosso gli occhi al cielo, volli fare un precetto mentale, che si destasse. Mirabil cosa! Come se fosse stata disturbata da voce articolata e sonora, si sveglia e, al suo so­lito, sorride. Io la rimprovero: "Ma così si fa l'ubbidienza? Vi ho detto di dormire". Ed essa tutta umile: "Non s'inquie­ti, padre: mi son sentita picchiare sulla spalla, ed una voce forte mi ha gridato: Su, che il padre ti chiama". Era il suo an­gelo custode che le vegliava d'accanto».

Sembra un episodio da fioretti. In parte lo è. È soprat­tutto estremamente significativo per due aspetti. Nel primo, e più in evidenza, vi risulta la perfetta obbedienza di Gem-

ma anche nelle cose più minute e banali. In effetti, si può dormire a comando? Per il secondo aspetto, che riguarda l'angelo custode, balza con chiarezza la quasi impossibilità morale, per la mistica lucchese, di distinguere tra le voci di questo mondo e le voci celesti, tanto la barriera tra le due era stata abbattuta, non certo per una sua fantasia. È l'angelo che la sveglia, al precetto mentale formulato da padre Ger­mano, picchiandole sulla spalla e gridando con voce forte. Che l'angelo vegliasse accanto a Gemma già lo sapevamo.

Sempre Bulgakovll annota che l'angelo ama colui che gli è affiancato con amore personale e vivo, stabilendo un rapporto di amicizia tipicamente interpersonale, con una profondità che oltrepassa l'amore umano per la sua pie­nezza e assolutezza. Egli vive con l'essere umano, condivi­de il suo destino, ricerca la sua corrispondenza nell'amore. Questo determina tutta l'azione dell'angelo verso l'essere umano, con attenzione e inquietudine, con gioia e con tri­stezza.

L'obbedienza, in Gemma, richiese un duplice sforzo per giungere alla perfezione. Già da bambina fu « costretta a ri­spondere di sì » alle voci celesti; in secondo luogo, la mistica lucchese fu totalmente obbediente a chi aveva nei suoi con­fronti il carisma del discernimento e le traduceva, nell'opa­cità del contingente, i segni interiori. Con l'aiuto degli ange­li, Gemma ha cantato vittoria (cfr. Pr 21,28).

« Solo se ci liberiamo dagli allettamenti del male », ha scritto Gregorio di Nissa, «e se fissiamo la nostra mente verso le mete più alte, lasciando ogni atto cattivo e metten­doci davanti come uno specchio la speranza dei beni eterni, potremo riflettere nella limpidezza della nostra anima l'im­magine delle cose celesti e sentiremo vicino l'aiuto di un fra­tello. L'uomo infatti, considerando la parte spirituale e ra­zionale del suo essere, è come un fratello dell'angelo mandato ad assisterci quando stiamo per avvicinarci al fa­raone ».

Gemma era straordinariamente affascinata dall'angelo, soprattutto perché le insegnava senza posa l'umiltà". Gem­ma vedeva bene che non si trattava solo di un insegnamento teorico. La presenza stessa dell'angelo, i suoi atti in riferi­mento all'Infinito Dio e alla sua assistita erano per la giova­ne un costante richiamo alla kenosis, all'umile e docile as­senso al volere di Dio. L'angelo per Gemma è stato uno straordinario modello di comportamento. Alla dichiarazio­ne di amore della mistica, questa fu la risposta dell'angelo: « Sì, io sarò tua guida sicura; sarò il tuo compagno indissolu­bile ».

 

XI

LE DUE CORONE

 

O GLI UOMINI O GLI ANGELI

La conformazione di Gemma allo Sposo crocifisso, cul­minata con le sommate, è entrata nella fase decisiva. Ma un lungo cammino resta ancora da fare prima che la consuma­zione sponsale possa attingere alla visione eterna e beatifi­cante dello Sposo.

«Nella sua partecipazione alla Passione del Cristo», scrive Barsotti, «Gemma vive una mistica di purificazione passiva e di corredenzione umana, vive in modo veramente drammatico il senso del peccato dal quale sente di esser tutta contaminata, vive la solitudine del Cristo nella lonta­nanza dei suoi familiari, nel disprezzo dei suoi concittadini, nella diffidenza dei medici e dei confessori, nell'abbando­no di Dio. Ma la sua non sarebbe partecipazione alla Pas­sione del Cristo, se in questa sua solitudine Gemma non vi­vesse un amore fedele che le prove fecero ogni giorno più puro e più universale. Di questo amore, segno commovente è la sua preghiera, è la sua comunione con la Vergine e i santi».

E gli angeli, «ministri della grazia», seguono passo pas­so Gemma nel grande cammino.

«Un giorno che discorrevo insieme agli altri di casa (era più volte che sentivo Gesù che mi diceva che uscissi con lo­ro) sento la solita voce: "Quanto più tu ti trattieni coi tuoi, Gesù si allontana da te coi suoi angeli" ».

Non è la prima volta che l'angelo la ammonisce. È una delle tantissime esortazioni dell'angelo di cui sovrabbonda­no l'epistolario, gli altri scritti e i colloqui estatici. Sono fra­terni e fermi richiami che attraversano tutta la giornata della giovane mistica.

 

L'ANGELO CUSTODE, MESSAGGERO DI PASSIONE

« Siamo al compito più alto esercitato dall'angelo custo­de di Gemma: quello di elevare la discepola all'unione inti­ma con Dio, alla contemplazione, alla mistica crocifissione con Gesù. Già una volta una celeste voce le aveva additato la strada con le famose parole: "Gemma, coraggio! Ti aspetto al Calvario: è verso quel monte che sei diretta". E Gemma vi si incammina con cuore semplice e forte. Padre Germano stesso sottolinea che assieme al suo angelo ascese ai più alti gradi di orazione ».

Con l'angelo adorava la Santissima Trinità, come sappia­mo da un'estasi: «Adoriamo e preghiamo Gesù... Adoriamo il Dio immenso, immortale, infinito. Adoriamo l'infinita maestà del nostro Dio. Sia lode a te, o Padre, che ci hai sal­vati; a te, Figlio, che ci hai redenti; a te, o Spirito santo, che ci hai santificati ».

Una volta l'angelo le raccomandò la meditazione sulla Passione: «Perché dai questo dispiacere a Gesù, di lasciare ogni giorno la meditazione sopra la Passione? ». « Era vero », annota candidamente la giovane. «Mi ricordai che la medi­tazione sulla Passione la faccio solo il venerdì e giovedì». «Devi farla ogni giorno, ricordatelo», insiste 1'angelo.

«Era necessario guidarla nella via dell'orazione, perché solo nella contemplazione della Passione ella avrebbe potu­to elevarsi alle mistiche altezze assegnatele dal Signore, vin­cendo il nemico, superando la natura, abbracciandosi nell'a­gonia allo Sposo crocifisso».

«Par di sentire», osserva il cardinal Ermenegildo Pelle­grinetti, «la descrizione delle tremende purificazioni passi­ve, della notte oscura dello spirito in san Giovanni della Cro­ce. Or chi udiva l'annunzio di sì terribili prove era una povera fanciulla di ventidue anni ».

 

« IL CIELO DIVERRÀ PER TE DI BRONZO »

Sui vari momenti e fasi della sua vita spirituale, la giova­ne mistica lucchese riceve illustrazioni dettagliate da far rab­brividire. In un giovedì imprecisato del 1899 riceve una par­ticolarissima locuzione interiore sul destino e le prove che la attendono.

Gemma ascolta il Signore, piange calde lacrime nel diso­rientamento causato da una rivelazione tanto dettagliata quanto dura da realizzarsi, ma si dispone, confortata dagli angeli, a rispondere generosamente.

«Dopo l'Ora Santa, Gesù mi fece conoscere tutto quello che devo soffrire nel corso della mia vita; mi disse che presto metterebbe a prova la mia virtù, se veramente lo ami e se l'offerta che gli ho fatta sia vera. Mi ha detto che lo cono­scerà quando il mio cuore mi parrà diventato un macigno; quando mi troverò arida, afflitta, tentata; quando tutti i sen­si si ribelleranno, e saranno come tante bestie affamate: "Sa­rai", soggiungeva, "sempre inclinata al male; ti torneranno in mente i piaceri della terra; la memoria ti porterà in mente tutto ciò che non vorresti; sempre avrai davanti tutto quello che è contrario a Dio; tutto ciò che è di Dio, più non lo sen­tirai; non permetterò mai che il tuo cuore abbia nessun conforto. I demoni con la licenza mia faranno continui sfor­zi per abbatterti l'anima; ti metteranno in mente cattivi pen­sieri, un odio grande contro l'orazione; terrori e timori ne avrai sempre tanti, e mai ti mancheranno.

« "Non ti mancheranno oltraggi e ingiurie, nessuno poi ti crederà. Da nessuno avrai mai alcun conforto, neppure dai tuoi superiori; anzi tutti ti mortificheranno, e sempre ti tro­verai in gran confusione; quello che ti darà maggior pena sarà che il cielo diverrà per te di bronzo, Gesù comparirà ai tuoi occhi tanto severo; andrai a fare orazione, e ti sembrerà non poterla fare; quando cercherai Gesù, mai lo troverai; an­zi ti parrà che ti scacci e si allontani da te; vorrai raccoglier­ti, e ti distrarrai; chiamerai Maria Santissima, i santi; ma nes­suno avrà pietà di te: ti parrà di essere da tutti abbandonata.

« "Quando poi andrai per ricevere Gesù, ovvero per confessarti, non sentirai niente e diverranno cose tutte noio­se; praticherai tutti gli esercizi di devozione, ma tutto per necessità, quasi fuori di te, e ti sembrerà tutto tempo per­duto; non di meno crederai, ma come tu non credessi; sem­pre spererai, ma come tu non sperassi; amerai Gesù, ma co­me tu non lo amassi, perché in questo tempo mai si farà sentire; di più ti verrà a noia la vita, e avrai paura della mor­te, e ti mancherà perfino lo sfogo di poter piangere". Quan­do poi ero per terminare l'Ora Santa, Gesù mi ha detto che vuol trattarmi nella stessa maniera che trattò lui il suo Padre celeste ».

Gemma è sgomenta di fronte a una prospettiva così po­co attraente. Il panorama presentato è la derelizione assolu­ta, l'abbandono più oscuro. La conformità al Crocifisso pone la ragazza nelle mani di un Dio dall'amore terribilmente geloso (cfr. Eb 10,31). Gemma non può non scoppiare a piangere, si sente confusa «a pensare a tutte queste cose, ché non ci capisco nulla», ed ecco l'angelo che la sostiene e la conforta: «Allora il mio angelo custode mi ha detto che mi faccia coraggio, ché dopo la tempesta torna la calma; che il gran patire è necessario all'anima mia; per ora non lo cono­sco, ma un giorno verrò a scoprire il gran segreto. "Per ora", soggiungeva, "sappi che è vicino il tempo della tua visitazio­ne, e sappi approfittarne. Se il calice è amaro, ricordati che Gesù l'ha consumato fino all'ultima stilla; rassegnati intanto al patire, e rallegrati e ringrazia Gesù, che solo per amore ti dà la sua croce" ».

Gesù chiede innanzi tutto a Gemma il pieno abbandono in lui, e la mistica ricorderà tutte queste cose nel colloquio estatico di venerdi 20 aprile 1900. Quindi Gemma aveva preso tutto sul serio e tutto ricordava, cercando di preparar­si nel migliore dei modi alla grande prova fatta di aridità e desolazioni ínteriori ed esteriori.

L'angelo la esorta a prepararsi « al tempo della Sua visi­tazione», richiamando il testo del Vangelo di Luca (cfr. Lc 19,44), ossia il tempo in cui Gesù la visiterà con le prove e le tribolazioni che egli stesso le ha annunziato.

Il calice è amaro, afferma sempre l'angelo, riecheggiando le espressioni di Gesù nel Getsemani (cfr. Mc 14,36), ma la conformazione a Gesù deve spingere a berlo fino all'ultima goccia (cfr. Mt 20,22). E in lei non deve mancare la letizia, pure in mezzo alle lacrime, perché tutto quello che Gesù compie in lei è opera d'amore. L'angelo, anche in questo ca­so, manifesta a Gemma tutto il suo sostegno in un cammino che ha però una meta di vita e non di morte. Nel suo cuore non devono mai venir meno la letizia e la speranza.

 

LA «NOTTE SCURA SCURA»

Verso la fine del 1900, ancora una volta Gesù, in forma più stringata, prepara Gemma al suo destino di amore, di dolore e di gloria. E la giovane si affretta a farne partecipe il suo confessore, monsignor Volpi.

«Una mattina, dopo ricevuta la santissima comunione, mi sembrò che Gesù mi dicesse queste parole: "Già il tuo confessore se ne deve essere avveduto, che io ti voglio far passare da tutta la fila della via mistica. Già la prima parte della tua vita è trascorsa; presentemente siamo alla fine del dolore amoroso, sopraggiungerà il dolore doloroso e infine notte scura scura: e questa sarà la seconda e l'ultima parte della tua vita; e al termine di questa, o mia figlia, ti con­durrò... in cielo". Viva Gesù! »

 

UNA CORONA DI SPINE E UNA DI GIGLI

Giovedì 7 febbraio 1901 Gemma, come tutti i giovedì, è particolarmente immersa nel mistero cruento della Passione, che rivive anche fisicamente. Il Signore aggiunge un altro «segno»: la flagellazione. Poi l'angelo custode le presenta due corone, l'una fatta di gigli e l'altra composta di spine, e la esorta a scegliere. L'aspetto cruento della flagellazione prepara la mistica ad abbracciare anche la corona di spine, segno della dolorosa e amorosa regalítà di Gesù. L'angelo presenta a Gemma le due corone e la spinge a occuparsi so­lo dei peccatori:

« Era tanto tempo che pregavo Gesù affinché mi toglies­se ogni segno esterno, ma Gesù invece ecco che me ne ag­giunge un altro: mi fece provare qualche piccolo colpo della sua flagellazione; ai dolori delle mani, piedi, testa e cuore vi aggiunse pure qualche altro di detti colpi. Sia sempre ringra­ziato.

«Infatti circa le ore cinque fui presa da un dolore tanto grande dei miei peccati, che mi sembrava di essere fuori di me: ma a questo spavento mi successe ben presto la speran­za nella misericordia di Dio, che ben presto mi calmai. Non provavo ancora nessun dolore; dopo circa un'ora mi sembrò di vedere l'angelo mio custode, che teneva in mano due co­rone: una di spine, fatta a guisa di cappello, e l'altra di gigli bianchissimi. Al primo vedere, quest'angelo mi cagionò, co­me sempre, un po' di paura, ma poi mi cagionò allegrezza; insieme adorammo la maestà di Dio, gridammo "viva Ge­sù!" forte forte e poi, mostrandomi le due corone, mi chiese quale volessi. Non volevo rispondere, perché padre Germa­no me lo aveva proibito; ma insisté, dicendomi che era lui che lo mandava e, per darmene un segno che veramente era lui che lo mandava, mi benedì nella maniera che era solito benedirmi lui, e fece l'offerta di me all'eterno Padre, dicen­domi che dimenticassi in quella notte me stessa e pensassi ai peccatori ».

Quest'ultima esortazione dell'angelo stimola Gemma ad aderire alla richiesta.

«Fui persuasa di queste parole, e risposi all'angelo che avrei scelta quella di Gesù; mi mostrò quella di spine, e me la porse; la baciai più volte, e l'angelo sparì, dopo averla po­sta sulla mia testa. Cominciai allora a soffrire, nelle mani, piedi, e il capo; più tardi poi per tutto il corpo, e sentivo dei forti colpi ».

Trascorre la notte immersa nei dolori della Passione fi­no alle due del pomeriggio. Poi l'angelo torna e la conforta: «Tornò l'angelo (e, per dire il vero, quasi non potevo più reggere) e mi fece star bene, dicendomi che Gesù aveva avuta compassione di me, perché sono piccina e ero incapa­ce di arrivare a soffrire fino all'ora che Gesù spirò. Dopo stetti bene; mi sentivano però tutti gli ossi, e appena potevo reggermi in piedi. Ma una cosa mi affliggeva: vedevo che i segni non erano spariti; anzi nelle braccia e in qualche altra parte del corpo (mi avvidi mentre mi vestivo) ci avevo del sangue e qualche segno dei colpi. La mattina quando feci la comunione, pregai con più forza Gesù, che mi togliesse i se­gni».

Qualche giorno dopo, la ragazza informa di quanto le è accaduto padre Germano, aggiungendo particolari estre­mamente interessanti. È «l'angelo benedetto» che le ha in­fuso un grande dolore e vergogna per i peccati; poi le ha mostrato una spada che Gesù « avrebbe messa attraverso la croce nel mio povero cuore» e quindi le ha offerto le due corone:

«L'angelo benedetto... giovedì sera, avanti che comin­ciassi a patire un po', venne di nuovo. Gridammo, appena ci vedemmo: "Viva Gesù!". Adorammo insieme la maestà grande di Dio; mi dette poi un dolore sì vivo dei miei pecca­ti e ne provai tanta pena che mi vergognavo a trovarmi alla sua presenza; cercavo nascondermi, sfuggirlo, e sfuggire alla vista di tutti. Durai assai in questo tormento, ma poi lui stes­so mi fece coraggio; si tolse allora una spada dal suo seno e me la fece vedere e mi disse che Gesù presto me l'avrebbe messa attraverso la croce nel mio povero cuore. Aveva poi due corone bellissime: una di spine assai lunghe; ... e l'altra era una ghirlanda di gigli. Mi chiese quale volessi..., me lo ri­peté, gridando: "Viva Gesù! ". Quelle cose che, al primo ve­derle, mi avevano assai turbata, mi fecero tutto a un tratto infinita consolazione, e risposi...: "Quella di Gesù". Mi alzò quella di spine, la baciai più volte ridendo e piangendo, e l'angelo se ne andò... »

Gemma ha scelto «ridendo e piangendo» la corona di Gesù, gridando con l'angelo la lode del suo nome.

«Mi dice tante volte l'angelo il giovedì sera poco prima di patire», scrive a padre Germano il 23 febbraio dello stes­so 1901, « che per mezzo dei patimenti posso divenire simí­le a Gesù, dimostrargli il mio amore e assicurarmi quello di Gesù». E, in un'altra lettera, il medesimo le domanda: « "Qual è la cosa che più piace a Gesù?" ... "Di patire", ho risposto. "E tu vuoi piacergli? Vuoi patire e quanto?".

"Tanto", ha risposto lo spirito, mentre la carne si ribella­va... »

« Una scelta di Passione », commenta Naselli, « è un cor­rere verso l'infinito dell'Amore crocifisso (...). Gemma im­parava davvero. Aveva sete di croce e di Passione. Il suo an­gelo era il suo compagno indivisibile ». Le era sempre accanto la sera del giovedì, quando Gemma praticava l'Ora Santa, in compagnia di Gesù agonizzante nel Getsemani, e il venerdì, nel tempo della partecipazione alla Passione. Scrive Gemma nell'Autobiografia: « Venne con me l'angelo mio cu­stode e pregammo insieme, assistemmo Gesù in tutte le sue pene, compatimmo la Mamma nostra nei suoi dolori ».

 

XII

L'EUCARISTIA, PANE DEGLI ANGELI

 

«Il nostro santo Macario, che era pre­ sbitero, ci raccontò: "Ho notato, nel mo­mento in cui viene distribuita la comunione, che non sono mai stato io a dare la sacra spe­cie a Marco l'Asceta, ma un angelo gliela of­friva dall'altare; di colui che dava, io vedevo soltanto la struttura della mano". Questo Marco era abbastanza giovane; recitava a memoria l'Antico e il Nuovo Testamento, era straordinariamente mite e assennato più di ogni altro». Palladio, La storia lausiaca, 18, 25

 

« NOI CHE MISTICAMENTE RAPPRESENTIAMO I CHERUBINI... »

È questo l'inno cherubikon che, nella liturgia orientale, il coro intona mentre il sacerdote apre la porta regale:

« Noi che misticamente rappresentiamo i cherubini e cantiamo l'inno tre volte santo alla vivificante Trinità, deponiamo tutte le preoccupazioni mondane, per accogliere il re dell'universo, invisibilmente scortato dagli eserciti angelici. Alleluia, alleluia, alleluia».

Con questo stupendo inno della tradizione cristiana orientale vogliamo presentare la spiritualità eucaristica di Gemma Galgani. Spiritualità che non è esagerato dire ange­lica, anzi serafica. Spiritualità eucaristica che impregna di sé tutto il suo cammino mistico. Gemma rivive infatti lo sta­to di vittima nella sua carne stimmatizzata. L'eucaristia è il «luogo» della Passione di cui è memoriale perenne. La mi­stica lucchese è diventata un'ostia immolata nella realtà del­la sua stessa condizione quotidiana con una espressione visi­bile, tangibile: le stimmate. Si effettua in lei, quindi, una circolarità di causa-effetto: dall'eucaristia come sacrificio in­cruento alla sua fisicità esposta ai segni dell'amore.

 

«LA FESTA DELL'AMORE»

Con l'eucaristia Gemma ha avuto un rapporto singolare e privilegiato. La chiamava «la festa dell'amore». La sua sin­golare vocazione di stimmatizzata, ossia di «figlia della Pas­sione», chiamata a riprodurre in sé, per il bene della Chiesa, i dolori del Crocifisso, trovava nell'eucaristia il suo centro unificante, l'oggetto costante della sua contemplazione ado­rante, il motore di tutte le sue azioni.

Padre Germano, quando giunge al tema della spiritualità eucaristica di Gemma, usa, è ovvio, una terminologia di stampo devozionale. Il suo intento scoperto nello scrivere la biografia della Galgani è quello della «edificazione» del «pio lettore». Lo schema agiografico tardo-ottocentesco ripartiva i riferimenti teologico-spirituali secondo le particolari devo­zioni verso le quali inclinavano le anime pie. Le sue esposi­zioni della spiritualità eucaristica di Gemma, comunque, so­no sempre molto utili per introdurci nel tema; anzi, il tema eucaristico è proprio la chiave di lettura del misticismo tipico della stimmatizzata di Lucca. I colloqui estatici, l'epistolario, gli altri scritti rappresentano per la mente, il cuore e la penna di Gemma una incessante melodia rivolta al dono eucaristi­co, cuore della Chiesa. A questo canto spesso invitava o si as­sociavano in modo visibile gli angeli e i santi a lei più cari; qualche volta si rendeva visibile anche la Vergine Maria.

Per questo Germano non ha dubbi sul fatto che il Si­gnore abbia suscitato Gemma come esempio e modello di amore all'eucaristia.

 

PERCHÉ L'EUCARISTIA È PANE DEGLI ANGELI

Sembrerebbe un semplice riferimento alla manna dell'e­sodo (cfr. Sal 77,25; Sap 16,20) parlare dell'eucaristia come di cibo angelico, ossia celeste, venuto dall'alto (cfr. Gv 6,31.49).

«Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli: non dev'essere gettato. Con i simboli è annunziato (...) nella manna data ai padri».

(Sequenza del santissimo Corpo e Sangue di Cristo) Il già citato teologo orientale S. Bulgakov, nella sua ope­ra La scala di Giacobbe, ripropone questo tema, il cibo degli angeli e lo collega strettamente all'eucaristia, cibo dei pelle­grini. E certo una visione liturgica molto legata alla tradizio­ne orientale, che dà ampio spazio al servizio angelico attor­no alla liturgia stessa, vista e vissuta come un riflesso della liturgia celeste. All'altare liturgico terrestre dunque corri­sponde un « misterioso altare del cielo » attorno al quale of­ficiano gli angeli.

Questo altare viene richiamato anche nella Preghiera eu­caristica I (Canone romano), quando si dice:

« Ti supplichiamo, Dio onnipotente: fa' che questa offerta, per le mani del tuo angelo santo, sia portata sull'altare del cielo davanti alla tua maestà divina, perché su tutti noi che partecipiamo di questo altare, comunicando al santo mistero del corpo e sangue del tuo Figlio, scenda la pienezza di ogni grazia e benedizione del cielo ». (Invocazione dello Spirito per la comunione, dopo la consacrazione) È dunque di grande interesse e apre altri spazi di com­prensione del mistero eucaristico questo riferimento al «pa­ne degli angeli», che ci aiuta a penetrare il mistero della straordinaria attrazione di una mistica come santa Gemma verso l'eucaristia.

«Gli angeli», asserisce S. Bulgakov, «godono anche di un nutrimento spirituale, "il pane degli angeli", l'eucaristia divina, nella quale da tutta l'eternità per amore delle creatu­re l'Agnello di Dio, per cui tutto è stato creato, viene immo­lato. Per questo la Chiesa afferma il ruolo attivo degli angeli nella liturgia terrena, la quale porta a compimento l'eucari­stia celeste ed eterna. Anche la Scrittura parla di un cibo de­gli angeli (Gdc 6,20-21; Tb 12,19), che non è certamente un pane materiale, estraneo alla loro natura, ma un nutrimento spirituale, una comunicazione personale con la potenza ce­leste, che gli angeli ricevono stando davanti all'altare di Dio e che costituisce il loro vero cibo, fonte di vita e d'immorta­lità. Si tratta dell'unico pane di Dio, che dona la vita per il mondo (Gv 6,33), "il pane di vita", che si è fatto carne ed è il nutrimento per gli angeli e per gli uomini ».

 

«ALIMENTAVA TUTTA L'ANIMA SUA... »

Nei capitoli dedicati all'eucaristia nella Vita di Gemma, padre Germano si dilunga a enumerare le varie «devozioni» che formavano l'oggetto della pietà di Gemma. Ma ci tiene ad affermare che la giovane lucchese «ne volle alcune poche soltanto, le quali meglio si confacessero al suo spirito e que­ste erano: la devozione all'umanità santissima del Verbo in­carnato, e alla sua Passione; la devozione alla Madre di Dio, e ai suoi dolori; la devozione al mistero dell'eucaristia».

Se la prima «le inteneriva il cuore e la stimolava al sacri­ficio; la seconda la confortava, ispirandole fiducia filiale; la terza alimentava tutta l'anima sua, e saziandola la rendeva capace di vivere in terra vita celeste ».

Il biografo non esita ad asserire che il Signore ha suscita­to « con speciale provvidenza questa sua fedele serva nei pre­senti tempi di tanto raffreddamento nella pietà, perché fosse di esempio e di stimolo ai cristiani a venerare e ad amare il Santissimo Sacramento. L'eucaristia è per eccellenza mistero di fede: mysterium fidei. In tutti gli altri, per quanto siano ar­cani, vi è pur qualche cosa in cui l'umana ragione trova un appoggio; in questo, nessuna: e la fede sola ci può scoprire il tesoro che in esso si racchiude ».

 

« CHI SI CIBA DI GESÙ VIVRA’ DELLA SUA VITA »

Durante il periodo in cui si preparava alla prima comu­nione (1887), Gemma rimase profondamente colpita da una frase pronunciata dal sacerdote che dettava le meditazioni del ritiro spirituale: «Chi si ciba di Gesù vivrà della sua vi­ta». Abbiamo già avuto occasione di riportare le parole con le quali Gemma, riflettendoci sopra, commentava: «Dun­que, quando Gesù sarà con me, io non vivrò più in me, per­ché in me vivrà Gesù. E morivo dal desiderio di arrivare a poter dire queste parole... Alle volte, nel meditare queste parole, passavo intere le notti, consumandomi dal desiderio».

Quella della prima comunione è una delle date che re­steranno segnate a caratteri di fuoco nella vita spirituale di Gemma: «Gesù si fece sentire forte forte alla misera anima mia». Gemma comprende in modo chiaro e netto in questa circostanza che le delizie del cielo sono infinitamente più de­siderabili di quelle della terra; desidera inoltre rimanere sempre raccolta e unita al Signore e, infine, nasce in lei, nel primo incontro con Gesù sacramentato, la vocazione alla vi­ta di speciale consacrazione. Diventare religiosa diventa il suo « chiodo fisso », la sua dolce ossessione fino alla fine del­la vita.

Tutto questo non fu un semplice entusiasmo passeggero, una emozione effimera, come purtroppo accade a tanti ra­gazzi e ragazze che si accostano per la prima volta alla men­sa eucaristica: l'amore all'eucaristia crebbe in Gemma a ma­no a mano che maturava in età e grazia.

 

LA STESSA PACE DEL CUORE

Anni dopo, ripensando al « bel giorno della prima co­munione», ricevuta nella festa del Sacro Cuore, Gemma è tutta un fremito. Nota che da allora nulla è cambiato: «Pa­ragonai allora la pace del cuore, che provai il giorno della prima comunione, con la pace del cuore d'ora, e non ci tro­vai nulla di diverso».

« Ora Gemma non solo aveva vivissima la fede, ma sem­brava che questa si fosse in lei mutata in evidenza. Ella ave­va puro il cuore, e il Signore ha detto che "da quelli che hanno il cuore puro e mondo, egli si lascia vedere"; era umile e semplice qual piccola bambina, e il Signore ha det­to che "a tali anime egli manifesta gli arcani della sua sa­pienza e bontà". Così dunque con lo sguardo acuto e pe­netrante della verginità, della semplicità, della purezza immacolata, era così viva la luce che nelle sue alte contem­plazioni le infondeva il Signore, che si sarebbe detto ch'ella potesse veder chiaro in questo sacramento, e misurasse, per dir così, la larghezza e profondità dei misteri che in esso si contengono ».

Conosciamo già le reazioni di sconcerto quando babbo Enrico, preoccupato per la salute della figlia, non voleva che uscisse troppo presto per andare a messa: «A me mi fa male a stare lontana da Gesù sacramentato! ». Ed è proprio per l'ardente amore all'eucaristia che Gemma si distacca sempre più affettivamente dai familiari e dalle loro preoccupazio­ni troppo terrene. Al vertice della sua fame di amore pone per sempre Gesù eucaristico e il desiderio di patire qualcosa per lui.

 

« TU ARDI, SIGNORE, IO BRUCIO »

Cecilia Giannini testimonierà: «La comunione era tutto per lei ». Le testimonianze si potrebbero moltiplicare e tut­te sarebbero concordi su questo amore serafico di Gemma per il mistero eucaristíco. «Tu ardi, Signore, io brucio»: era il ritornello di ogni giorno davanti al tabernacolo. Tanto era l'amore eucaristico divorante che anche in modo sensibile la invadeva tutta, da non permetterle di accostarsi troppo al­l'altare. A volte era costretta a partecipare alla santa messa dall'ultimo banco della chiesa, proprio vicino alla porta.

«Cominciava questo ringraziamento in chiesa, e durava tutto il tempo che alla devota vergine era consentito dalla compagna di trattenervisi, e si continuava dipoi per tutto il corso della giornata in mezzo alle occupazioni domestiche. Dalla comunione il cuore di Gemma era rimasto pieno, e aveva bisogno di sfogarsi, mentre il corpo, impotente a reg­gersi contro tanti impeti, perdeva a quando a quando l'uso dei sensi. E con ciò s'intende il come e il perché di tante esta­si dal suo ritorno di chiesa fino a sera; nelle quali le impres­sioni avute la mattina alla sacra mensa ritornavano incessan­temente a stimolarla».

Tutta la giornata di Gemma era scandita tra il ringrazia­mento all'eucaristia già ricevuta e la comunione da fare il giorno dopo. I colloqui estatici ruotavano attorno alla pre­senza sacramentale di Gesù nel suo cuore. La giovane avrebbe anche voluto vegliare tutta la notte per prepararsi all'in­contro con il Signore sacramentato. Dovette farsi forza in­numerevoli volte per ubbidire agli ordini perentori del diret­tore di prendere sonno per tempo per non arrecare no­cumento alla salute. Ma non sempre ci riusciva. Complici l'angelo custode e gli altri spiriti beati.

«Oh! Che preziosi momenti sono quelli della santa co­munione. È una felicità la comunione, babbo mio, che mi pare che non possa paragonarsi che alla beatitudine dei san­ti e degli angeli. Essi mirano in faccia Gesù, e son certi di non peccare e di non perderlo più; ed io l'invidio in queste due cose, e vorrei essere loro compagna; ma nel resto avrei motivo di esultare, perché Gesù entra ogni giorno nel mio cuore... Non è vero, babbo mio, che a star sempre uniti a Gesù direi di gustare una gioia del paradiso? »

Insomma, « a Gemma bastava solo che se lo richiamasse alla memoria, se pure avea bisogno di richiamarlo, poiché a lui pensava di continuo, che tosto lo vedeva svelato sull'alta­re, dove col suo pensiero era corsa; lo sentiva quivi presente, e con tutta sé medesima, con la mente, col cuore e, direi qua­si, con gli stessi sensi del corpo giubilava davanti a quella dolce maestà. A farsi una giusta idea di questo ardore di de­vozione, bisognerebbe aver sentito tutto quello che la beata giovane ne diceva, leggere quel che ne scrisse nelle sue lette­re e quel che altri raccolse dalle labbra di lei, durante i suoi colloqui estatici».

 

COME UNA FARFALLA INTORNO AL LUME...

Vediamo come Gemma si preparava ad andare a messa, sempre tramite le parole di padre Germano, testimone ocu­lare, commosso e stupefatto:

«La mattina a punta di giorno, già ella non ne poteva più, balzava di letto, si acconciava in pochi minuti, ed era pronta ad uscire per andare in chiesa. Quante volte, trovan­domi io ad alloggiare in quella pia casa di benefattori del mio istituto, non ebbi occasione di commuovermi fino alle lacri­me, a vedere la Gemma ritta in piedi, col cappello in capo, e tutta riconcentrata in se stessa, ad aspettare alla porta della sua compagna, che uscisse per andare insieme alla chiesa. "E, dove si va, figliuola?", le dicevo allora. "Da Gesù, pa­dre". "E a che fare?". Ed ella con un modesto sorriso mi la­sciava intendere la risposta: "Lei lo sa". "A vederla", dice pure la suddetta compagna, "pareva che ogni mattina si alle­stisse per andare a nozze" e, per servirmi della frase stessa di Gemma, "per andare alla festa dell'amor di Gesù". Affetta­zione di modi non ne mostrava davvero esternamente, e l'ho fatto notare più volte; non di meno chi l'aveva in pratica si accorgeva benissimo che la mente e il cuore della cara fan­ciulla erano in quel tempo in una attività straordinaria. Im­possibile allora tornava di farla parlare, quando la conve­nienza o la necessità non ve la obbligasse; (...) con lo stesso suo angelo custode, allorché le appariva visibile, faceva a meno d'intrattenersi, dicendogli confidenzialmente che la lasciasse pur libera, "avendo tanto di meglio in capo" ».

Giunta in chiesa, modesta e disinvolta, senza affettazioni pietistiche, si rivolgeva, con gli occhi e con tutta la persona, verso il tabernacolo, senza curarsi di altro, come se fosse sta­ta sola e inosservata. In chiesa per lei non esisteva altro che il Santissimo Sacramento. Non era attratta e tanto meno di­stratta da qualsiasi altra immagine, persona o azione. Si ingi­nocchiava sempre con gli occhi fissi al tabernacolo e restava immobile.

Chissà quante volte padre Germano l'avrà osservata in questo modo: « I suoi occhi non si distaccavano mai di là do­ve entrando li aveva fissati. Oltre di questo, e dell'accendi­mento del volto, e di qualche lacrima che dolcemente le scorreva per le gote, non l'avresti distinta da ogni altra per­sona che devotamente si tratteneva in orazione. Tuttavia se avessi potuto vederle l'interno, certo che l'avresti presa per un serafino celeste».

 

LA CENA IMMENSA

Nessuna singolarità, dunque, o smania di farsi notare, in Gemma. Solo una grande concentrazione nella presenza eu­caristica. E un crescendo inarrestabile, che non conosceva più tempo e scansione di ore, dilatava anche lo spazio:

«Ieri notte e stanotte, pensando a prepararmi alla comu­nione, mi sono sentita venire meno e muoversi il cuore. Ieri sera poi, avanti di andare a cena feci alcune preghiere, tra le quali questa giaculatoria: "Fate, o Signore, che da questa parca mensa passi a goder la vostra cena immensa". Mi fer­mai pochi minuti a considerarla, e lì pure mi sentii spinta a Gesù e il cuore mi si mosse. E così mi accade ogni volta che penso a Gesù, in particolare quando mi sembra o che Gesù mi inviti a riceverlo, o quando mi pare che mi dica che esso viene per riposarsi nel mio cuore».

Gemma, poi, non era mai soddisfatta della preparazione alla comunione: «Si tratta di congiungere due estremi: Dio che è tutto e la creatura che è niente, Dio che è la luce e la creatura che è tenebre, Dio che è santità e la creatura che è peccato. Si tratta di partecipare alla mensa del Signore; e vi può essere apparecchio che basti? »

Con Simeone Metafraste, agiografo del secolo X, Gem­ma poteva ripetere:

« Ecco mi accosto alla divina comunione. O mio Creatore, non mi consumare per questa partecipazione.

Perché tu sei un fuoco che consuma gli indegni; purificami dunque da ogni macchia.

O uomo, trema nel vedere il Sangue divino: è carbone ardente che consuma gli indegni; il Corpo di Dio mi divinizza e mi nutre; divinizza lo spirito e nutre l'anima in modo misterioso ».

A differenza del mistico orientale, però, Gemma sente bruciarsi d'amore, più che per il timore di accostarsi al San­to dei santi «che consuma gli indegni».

Ma ascoltiamo qualche brano di questo incessante canto d'amore di Gemma rivolto al pane degli angeli.

In un colloquio estatico del lunedì 18 agosto 1902, del quale fu annotata anche l'ora, ossia «verso le dieci antimeri­diane circa», Gemma dice al Signore:

«È meglio riceverti che guardarti? È meglio davvero... sì, sì! ... Mi affliggo, o Signore, perché penso che, se anche per anni ed anni come gli angeli mi preparassi, non sarei mai degna di riceverti. (...) O Gesù, mi è dolce confessare le mie miserie davanti a te. (...) Aiutami, o Signore! Ch'io possa an­cora buttarmi ai tuoi piedi ! Amo ancora la fede, e mille vol­te ripeto e ripeterò sempre: meglio riceverti che guardar­ti (...). Oh, che ragione hanno gli angeli di non saziarsi mai di cantarti quel bell'inno! ... Così dovrei fare io, e lo dovreb­bero fare tutte le creature; invece...

«Io t'amerò, t'amerò sempre; e quando spunta il giorno, quando fa notte la sera, e a tutte l'ore, a tutti i momenti, t'a­merò sempre, sempre, sempre... »

«Ciò che mi dà un po' pensiero», scrive a padre Germa­no verso il 20 luglio del 1902, « è che la comunione continua, quell'angelico pane, non ha comunicato nel mio interno tut­ti quei beni che in tante anime ha conferito con abbondan­za. (...) Delle volte, lo crede, padre mio, tremo e divengo rossa rossa, se penso che così impura vado a ricevere Gesù, che è purità per essenza. (...) Ma Gesù, il caro Gesù, mi ama anche in questo modo, e continuamente si fa sentire all'ani­ma mia ».

 

L'EUCARISTIA PER MANO ANGELICA

Anche Gemma Galgani, come la francescana santa Ma­ria Francesca delle Cinque Piaghe e altre mistiche, ha potu­to ricevere l'eucaristia per mano angelica. Ne parla Gemma stessa; padre Germano lo testimonia insieme con altri, per esempio Cecilia Giannini.

Scrive Gemma: «Ieri era il giorno della Purificazione. (...) Dopo la comunione, mi sentii tutta la bocca piena di Sangue: come era buono! come mi faceva bene! Pigiai forte lo stomaco, affinché tutto mi scendesse nel cuore. Sentisse, padre mio, come fa bene a consumare Gesù! Io questo lo provai (la prima volta) nel mese di ottobre da venerdì a mez­zogiorno fino al venerdì dopo (e cioè per otto giorni conti­nui); poi mi passò. Di nuovo stamattina mi è ripreso, ma mi consuma, mi sento finire continuamente. Gesù mi strugge; ma come sto bene! Ha mai provato Lei a sentirsi consuma­re? Come è dolce! Il fuoco del cuore stamattina è cresciuto fino alla gola. Viva Gesù! Veda, padre, se Gesù mi facesse continuare a sentirmi come ora, non camperei che qualche mese, e chi sa? »

Anche Maria Santissima qualche volta si è unita agli an­geli dell'eucaristia nel momento in cui Gemma si accostava all'altare.

Padre Germano asserisce che almeno due volte Gemma ricevette la comunione direttamente dal Signore: « Di parec­chi santi si legge, nella lor vita, che, non potendo andare in chiesa a comunicarsi, Iddio si servì talvolta di un angelo, il quale ad appagare la loro fame dell'eucaristia fece le veci del sacerdote, e portò loro in casa le specie consacrate. A Gem­ma sembra che lo stesso divin Salvatore volesse portare il bel regalo, e fu per ben due volte. Ecco come ce lo riferisce un testimonio di vista: "La mattina del venerdì, in cui per la pri­ma volta la nostra cara Gemma fu sottoposta allo strazio del­la flagellazione, vedendola io tutta orribilmente piagata, non volli che si alzasse. Ubbidì la poverina e, raccogliendosi in sé medesima, si pose a fare la sua preparazione alla comunione spirituale, che soleva compiere al modo stesso come quando era in chiesa a comunicarsi sacramentalmente. Entrò in esta­si; a un dato momento la vidi giungere le mani, ritornare ai sensi, scintillare gli occhi, e infiammarsele improvvisamente il viso, come le accadeva quando aveva qualche straordinaria visione. In quel momento stesso cavò la lingua, e poco dopo la ritirò e ritornò in estasi per fare il consueto ringraziamen­to. La stessa cosa accadde il venerdì seguente, e può creder­si che altre volte pure le accadesse; ma io non ne fui testimo­ne. Che poi fosse realmente Gesù e non un angelo, che venne a comunicarla, lo seppi da Gemma stessa, che inge­nuamente me lo confidò" ».

 

INESAURIBILE NEL RINGRAZIAMENTO

Gemma era inesauribile nel ringraziare il Signore per il dono immenso dell'eucaristia: «Si rivolgeva agli angeli, alla sua Mamma celeste, ai santi avvocati, che l'aiutassero a be­nedire, lodare, ringraziare l'amore di Gesù eucaristia. E così ancora si spiega il come e il perché di quelle lettere tutte di fuoco, che soleva scrivere con qualche frequenza ai suoi di­rettori e ad altri. Qualunque ne fosse l'argomento, il pensie­ro dell'eucaristia doveva sempre avervi il suo posto, se pure non dominarvi. E, toccando materia sì dolce e sensibile al suo cuore, il più delle volte perdeva i sensi; e pure così in estasi continuava a scrivere. Essa era piena di Gesù, e la boc­ca parla, e la mano scrive dalla pienezza del cuore: ex abun­dantia cordis ».

« ( ... ) Ma dunque non verrai in sacramento?... Vi è una forza che purifica, una virtù che distrugge tutti i peccati... O sì, vieni, vieni, Gesù sacramentato... », esclama in estasi.

O Gesù, se non ci fosse un po' la santa comunione, co­me farei?... Se tu non ci fossi, se non ci fosse più l'oggetto che mi eccita, come sarebbe languido il mio amore! ... E se tu abitassi solo in cielo, il mio cuore sta pur certo che ca­drebbe... Ma che grandi cose sa operare la tua pietà ». «Mio Gesù, io struggo... io muoio... io muoio per te... Gesù, cibo delle anime forti, fortificami, purificami, diviniz­zami... »

« (... ) Nel Verbo sacramentale apritemi... Piuttosto che rimaner priva del pane di vita... A un amante appassionato, o Signore, non occorron tante suppliche: alla prima doman­da intende subito... »

Sembra che in quest'ultima preghiera Gemma si rivolga agli angeli perché le aprano la porticina del tabernacolo e le diano Gesù in sacramento.

E qui ci fermiamo ponendoci la stessa domanda e ri­spondendo con la stessa esclamazione di Gemma: «Se non ci fosse la santa comunione, come farei? Che grandi cose sa operare la tua pietà ».

 

XIII

COSÌ LONTANI, COSI VICINI

 

UN'AMOROSA SOLLECITUDINE

Gemma - abbiamo visto con quanta ricchezza di riferi­menti - amava l'angelo custode di un amore profondo, fra­terno, schietto. Ed era teneramente riamata dal suo maestro e guida celeste. Ma sappiamo anche che l'angelo non le ri­sparmiava nulla, neanche penitenze e rimproveri.

« Stava attenta a ogni più minuta parola che le si dicesse, e di gran cuore faceva le penitenze che dall'angelo le veniva­no non di rado imposte, pur di riuscire a farlo contento», scrive padre Germano nella Vita. « Così ebbe a scrivermi un giorno: "Mi ripugnava tanto l'ordine che per penitenza egli mi aveva imposto, d'andare a dire certe cose al confessore; ma ubbidii, sa, padre; mi feci violenza e corsi di buon matti­no a dirgliele e così mi son vinta, e l'angelo è rimasto tanto contento, ed è tornato buono con me". Per questa gran ca­rità che vedeva usarsi, Gemma amava assai il suo buon cu­stode, e ne aveva sempre il nome sul labbro come l'aveva nel cuore».

Gemma stessa annota nel Diario le sollecitudini anche sensibili e improvvise del suo angelo per spingerla a pregare: « Quando ebbe avuto da Gesù il permesso di venire, ritornò; mi dimandò: "Quanto tempo è che non hai pregato per l'a­nime del purgatorio? O figlia mia, ci pensi così poco! ". Era dalla mattina che non avevo pregato per loro. Mi disse che avrebbe piacere che ogni cosetta piccola che soffro la rega­lassi alle anime del purgatorio. (... ) "Sì", mi disse, "sì, fi­glia: ogni più piccolo patimento le solleva". Gli promisi al­lora che da quel momento ogni cosa avrei offerto per esse. (...) Mi ha lasciata dormire. Stamattina, quando mi sono svegliata, era sempre presso di me; mi ha benedetto ed è an­dato via ».

Ma la cosa che aveva colpito subito padre Germano era stata la confidenza - come abbiamo visto -, anzi l'intimità di Gemma con l'angelo custode. La stessa familiarità, del resto, era riscontrata nei confronti del Signore, della Vergine Ma­ria e dei santi. Ma con l'angelo questa intimità ha un sapore tutto particolare, quasi da sorella minore nei riguardi del fra­tello maggiore, più maturo e autorevole.

«A sentirla parlare col suo caro angelo, pareva che trat­tasse poco meno che con un suo pari, andando fino a con­tenderlo con vivacità di parole, perché egli si piegasse a fare a modo suo. Io stesso, a dir vero, ne feci qualche meraviglia da principio, e l'avvertii che così non istava bene; anzi la trat­tai da superba, che, invece di tremare innanzi a quel celeste spirito, andasse con lui tanto a fidanza, fino a dargli del tu; e per far prova della virtù di lei, finii con proibirle di tratte­nersi con lui oltre certi limiti che le assegnai. Gemma abbas­sò il capo e tutta umile rispose: "Purtroppo ha ragione, pa­dre; non lo farò più. D'oggi innanzi darò sempre del voi all'angelo, e gli farò ogni riverenza, tenendomi cento passi indietro, quando mi vien dato di vederlo". E mantenne la promessa finché fu mantenuta la proibizione; sebbene, per quel che spetta il tu e il voi, le accadeva assai spesso d'im­brogliarsi e di correggersi, anche stando in estasi. Come prima ebbe a rivedere il suo santo angelo, gli fece con tutta li­bertà la sua protesta: "Ci vuol pazienza, caro angelo; il padre non vuole e mi conviene cambiare registro" ».

Un'altra apparizione dell'angelo, del tutto inaspettata, è narrata da Gemma stessa con il medesimo candore in una lettera al suo direttore spirituale: «Alla sua presenza mi ver­gognai di avere avuto verso di lui nessuna riverenza, nessuna devozione; mi feci coraggio e gli chiesi perdono dicendogli che mi perdonasse, perché alla sua presenza avevo peccato, perché al suo tenero amore avevo preferito l'amor proprio. Quante volte esso mi aveva suggerito di mutar vita, e io sen­za mai dargli ascolto! Quante volte mi aveva suggerito di non offendere quell'Infinita Bontà, che voleva comunicarsi all'anima mia, e io invece continuavo! O Dio! Alla presenza del mio buon angelo feci quasi tutta (dirò così) la confessio­ne. Quanto bene mi dimostrò di volermi! »

 

LA SCALA DI GIACOBBE

Abbiamo visto che pure altri spiriti beati sono entrati nella vita di Gemma per farle da guida, per confortarla e per lodare il Signore insieme con lei.

« Accadde pure qualche volta che il santo custode non le comparisse solo, ma con altri angeli per tenere insieme gio­conda compagnia a quella loro, dirò così, angelica sorella», testimonia sempre padre Germano. «Come io lo seppi feci mostra di disapprovare dicendole che sarebbe tempo di far­la finita. Ed or ecco la sua risposta: "Veramente, padre, ci capisco poco. Gli altri che si mettono a pregare, veggono l'angelo loro. Se poi lo vedo io il mio, Lei grida e s'inquieta. Ma ieri che era il giorno della loro festa, li licenziai tutti. Il mio però non è voluto partire, e neppure il suo. Ora non si adiri un'altra volta; sarò buona e l'obbedirò, e Lei non s'in­quieti più ».

Questa speciale partecipazione degli altri spiriti beati al­la cura e custodia di Gemma si spiega per varie ragioni. Non ultime quelle che espone S. Bulgakov ne La scala di Giacob­be b. Egli asserisce che tutti gli uomini, non solo i battezzatí, hanno il loro angelo custode al momento della nascita. Per chi ha la sorte di essere battezzato, questo vincolo fraterno si rafforza e si rinnova. La distruzione del peccato, infatti, abo­lisce un formidabile ostacolo per una profonda comunione tra l'angelo e il suo assistito. Tutti gli angeli poi partecipano a questa custodia perché l'angelo custode è collegato con es­si e fa parte dell'insieme degli angeli, dato che il mondo an­gelico costituisce un tutto organico e vitale. Perciò ogni uo­mo, tramite il proprio angelo, comunica con gli angeli che stanno più vicini a Dio. Si stabilisce così un mirabile scam­bio di comunione fra i due mondi, come viene descritto nel­l'episodio biblico della scala di Giacobbe.

 

«AFFIDATO DALLA PIETA’ CELESTE... »

Ecco perché padre Germano non esita a dire: «Eppure noi non avremmo nulla da invidiarle; poiché noi altresì ab­biamo un angelo, dal medesimo celeste Padre assegnatoci a custode. Se fossimo, come Gemma, innocenti, puri, umili di cuore, pieni di fede e di santi desiderii di perfezione, certo egli ci vorrebbe altrettanto bene, quanto ad essa ne voleva il suo ».

Certo, padre Germano ha ragione. Noi non siamo nean­che lontanamente come Gemma, «innocenti, puri, umili di cuore, pieni di fede e di santi desiderii di perfezione». Ha cento e una ragione il suo buon «babbo» spirituale. Anche lui, come la giovane lucchese, ha goduto della presenza visi­bile dell'angelo custode. E ne ha tratto grande profitto per­ché è giunto anche lui molto vicino alla meta della canoniz­zazione, emulo anche in questo della privilegiata figlia spirituale.

Non è necessario, però, che il nostro angelo custode si manifesti visibilmente per sostenerci nell'arduo cammino della fede. Pretendere che lo faccia sarebbe tentare Dio. E oggi sembra che sia diventata una moda... La vicenda cari­smatica straordinaria di Gemma Galgani con l'angelo custo­de e con gli angeli in genere rappresenta un segno eccezio­nale di quello che abitualmente ci viene donato alla luce della fede, velata ma sempre luminosa. È un segno e anche una provocazione per un'epoca che adora le macchine e di­sprezza o strumentalizza gli angeli. Li riduce a «generi lette­rari» o li appiattisce a richiami pubblicitari.

Il già citato Bulgakov scrive al riguardo che l'angelo cu­stode è l'essere più vicino, ma anche il più lontano, perché invisibile, inudibile, inaccessibile a ogni percezione corporea e psichica. Il suo contatto spirituale è così dolce e delicato che la sua stessa presenza è impercettibile. La sua attività verso di noi è incessante e intensa, tuttavia non s'impone né vuole mai contraddire il suo amico terrestre. Guida l'anima, la illumina e la ispira, ma senza suggestionarla o costringer­la. L'angelo custode parla in silenzio.

Il nostro angelo custode ha per noi lo stesso amore che ebbero o, meglio, hanno gli angeli di Gemma e di padre Germano.

Anche se siamo persi troppo spesso nelle nebbie di un incerto presente, il nostro angelo custode «ci vuole altret­tanto bene », forse ancora di più. Come si vuole bene ad ami­ci bisognosi di tutto.

 

« CHI SIETE? »

« Chi siete?

Opera prima felice, beniaminí voi del creato, cime, crinali di monti all'aurora dell'intera creazione, polline di fioritura divina, articolazioni della luce, varchi, scale, troni, spazi di essenza, scudi di delizia, tumulti d'un sentire turbinoso, rapito, e singolari, d'un tratto specchi: che la loro bellezza effluita riattingono in sé, nel volto ch'è proprio ».

Sembra questo il grido di angoscia, la nostalgia dell'an­gelo vero, troppo bello per essere vero!, richiamata, anche se in mezzo a incertezze e contraddizioni, dalla poetica di R.M. Rilke, contemporaneo di Gemma, che racchiude in pochi densi versi lo spirito di un'epoca.

« Chi, s'io gridassi, m'udrebbe mai dalle sfere degli angeli? E se pure d'un tratto uno mi stringesse al suo cuore: perirei della sua più forte esistenza. Poiché del terribile il bello non è che il principio, che ancora noi sopportiamo, e lo ammiriamo così, ché quieto disdegna di dissolvere noi. Ogni angelo è immane».

Ma la potenza «immane» di un angelo si è piegata da sempre verso di noi, per la «pietà celeste». L'angelo ci cam­mina accanto. È lui che sopporta noi, non il contrario. Se gli dessimo la possibilità di stringerci a sé, cominceremmo dav­vero a vivere più sereni, più in pace.

«Ogni angelo è immane», ma nell'amore fraterno, nell'u­miltà, nella pazienza, nella compagnia silenziosa e partecipe. « Gli angeli sono impegnati pienamente nella grande opera della salvezza. Essi si interessano agli uomini e deside­rano aiutarli a realizzare il destino offerto loro da Cristo. Ap­plicando questo principio generale, i cristiani venerano gli angeli custodi, angeli assegnati a ciascuno di noi per proteg­gerci»

Sopra il cielo di Lucca, e sopra tutti gli altri cieli, volteg­giano miriadi di angeli: così lontani, così vicini.

 

PARTE SECONDA

 

In questa seconda parte del volume offriamo al lettore una nutrita antologia tratta dagli scritti e dai colloqui estatici di santa Gemma Galgani attinenti al tema degli angeli.

Occupa un posto di rilievo il Diario della santa. Lo pre­sentiamo per intero, nella già citata edizione della Postulazio­ne dei Passionisti (da cui sono tratti anche i testi degli altri scritti galganiani). C'è una ragione precisa: in ogni pagina del Diario ritornano le presenze soprannaturali, e in particolare quella dell'angelo custode. La sola citazione delle frasi, avulse dal contesto, ne avrebbe reso difficoltosa la comprensione.

I riferimenti angelici presenti nell'Autobiografia, nelle Lettere e negli altri scritti sono stati già ampiamente utilizzati nella prima parte di questo volume.

In questa sede, riportiamo per intero le estasi 43, 45, 54, 121, oltre ad alcuni brani dei Colloqui estatici che si riferisco­no direttamente agli angeli.

Occupa un posto a sé l'Istruzione/meditazione angelica sull'annunciazione alla Vergine Maria. Anche questa singola­re pagina galganiana merita di essere attentamente considera­ta. Nonostante sia stata redatta in prosa, ha un andamento ie­ratico, solenne, richiama da vicino lo stile degli inni acatistoi della tradizione ecclesiale d'Oriente. Gemma trascrive, a pochi giorni di distanza per il suo direttore lontano, come può e co­me intende, il canto d'amore del proprio angelo custode per la comune Regina.

Viene riportata anche la relazione La flagellazione - Le

due corone, di giovedì 7 febbraio 1901. È il drammatico do­cumento della partecipazione di Gemma alla Passione e della scelta che attraverso l'angelo la mistica compie, quasi costret­ta, per obbedienza alle direttive che le chiedevano di farsi to­gliere dal Signore «ogni segno esterno».

 

I

DIARIO

(19 luglio - 3 settembre 1900)

Giovedì, 19 luglio

Esperienza della Passione insieme con Gesù.

 

19 1uglio

+ Stasera finalmente, dopo sei giorni di patire per la lon­tananza di Gesù, mi sono un po' raccolta. Mi sono messa a pregare, come sono solita ogni giovedì; sarei voluta stare in ginocchio, ma l'obbedienza voleva che stassi nel letto, e così feci; mi misi a pensare alla crocifissione di Gesù. Sul primo non sentivo nulla, dopo qualche minuto mi sentii un po' di raccoglimento: Gesù era vicino. Al raccoglimento mi successe come altre volte: mi andò via il capo e mi trovai con Ge­sù, che soffriva pene terribili.

Come fare, veder soffrire Gesù e non aiutarlo? Mi sentii allora tutta in un gran desiderio di patire, e chiesi a Gesù di farmi questa grazia. Mi contentò subito, e fece come aveva fatto altre volte: mi si avvicinò, si tolse dal suo capo la coro­na di spine e la posò sul mio, e poi mi lasciava stare. Vedeva poi che io lo guardavo zitta zitta, capì subito un pensiero che in quel momento mi venne; pensai: "Forse Gesù non mi ama più, perché è solito Gesù che, quando mi vuol fare co­noscere che mi vuol bene, mi pigia bene bene quella corona sulla testa oppure dalle parti alla testa". Gesù capì e con le sue mani me la pigiò nelle tempie. Sono momenti dolorosi, ma momenti felici. E così mi trattenni un'ora a soffrire con Gesù. Avrei voluto starci sempre tutta la notte ma, siccome Gesù ama tanto l'obbedienza, lui stesso si sottomise a ob­bedire al confessore e dopo un'ora mi lasciò: voglio dire che lui non si fece più vedere da me, ma accadde una cosa che non era mai successa. Gesù è solito, ogni volta che mi pone in capo la sua corona, quando mi lascia, me la leva e se la ri­mette sul suo capo; ieri invece me la lasciò fino alle quattro circa.

Per dire il vero, soffrii un po', ma pure mi riuscì di la­mentarmi una sola volta. Gesù mi perdonerà se alle volte mi esce qualche lamento, perché è proprio involontario. Soffri­vo poi tanto a ogni movimento che facevo: che poi era tutta mia fantasia.

 

Venerdì, 20 luglio

Gesù le toglie la corona di spine e si trattiene amabilmente con lei, di­cendole che l'ama tanto perché simile a lui. Con il tempo, le dice, l'avrebbe fatta santa.

Ieri? poi, alle quattro circa, mi venne un desiderio di unirmi un altro po' con Gesù; mi provai e mi unii subito con lui. Per dire il vero, sentivo tanta ripugnanza, perché mi sen­tivo stanca, e senza forza; mi trovai di nuovo davanti a Gesù. Si mise accanto a me, ma non era più triste come la not­te, era più allegro; mi accarezzò un po', poi contento con­tento mi levò la corona dalla mia testa (un po' soffrii anche allora, ma meno) e se la ripose sul suo capo, e non sentii più nessun male; ritornai anzi subito in forze, e stavo meglio al­lora che avanti di soffrire.

Gesù poi mi domandò diverse cose; io pure gli dissi che non mi mandasse a confessare dal padre Vallini, ché non ci vado volentieri; Gesù allora si fece serio e un po' arrabbiato mi disse che, subito che ne avessi bisogno, ci andassi. Glielo promisi e ci vado volentieri.

Avevo sempre tante cose da dire a Gesù e lui sentivo che a poco per volta mi veniva a mancare; allora mi promise che più tardi, alle preghiere della sera, sarebbe tornato; ma allo­ra era anche più contento: mi aprì il suo cuore, che vidi scrit­te due parole che non capivo. Glielo chiesi di saperle; mi ri­spose Gesù: « Io ti amo tanto, perché molto mi somigli ». « In che cosa, o Gesù », gli dissi, « ché mi vedo tanto dissimile a te? ». « Nell'essere umiliata », mi rispose.

Capii allora bene ogni cosa, mi tornò alla mente la mia vita passata. Un grosso difetto è stata sempre la mia passione, la superbia. Quando ero piccola, in ogni posto ove an­davo, da tutti si sentiva dire che ero una gran superba. Ma Gesù, che mezzi ha usato per umiliarmi, specialmente in quest'anno! Infine ho capito chi sono veramente. Sia sempre ringraziato Gesù.

Mi aggiunse poi il mio Dio che col tempo egli mi avreb­be fatta santa" (qui non dico nulla perché è impossibile che accada di me quel che disse lui).

Mi dette alcuni avvertimenti da dare al confessore e mi benedì. Capii, come sempre, che si allontanava per qualche giorno. Ma quanto è buono Gesù! Appena si parte lui, mi la­scia l'angelo custode, che con la sua continua carità, vigilan­za e pazienza mi assiste.

O Gesù, ti ho promesso che sempre obbedirò, e di nuo­vo lo affermo. Sia pure tutta la mia fantasia, sia pure lavoro del diavolo, in ogni modo voglio obbedire.

 

Sabato, 21 luglio

Maria Santissima Addolorata la fa riposare sul suo seno. Gemma è per­cossa dal demonio e soccorsa dall'angelo custode.

Oggi, sabato 21 luglio, credevo proprio in nessun modo raccogliermi. Ma appena ho potuto esser sola, mi sono pro­vata a dire la corona dei dolori; non so a che punto mi sono sentita portar via la testa. La mia carissima mamma Maria Santissima Addolorata mi ha voluto fare una visitina (non mi ricordavo però che era sabato, e il sabato è solita farsi ve­dere).

Era pure afflitta; non so, ma mi sembrava che piangesse. L'ho chiamata più volte col dolce nome di mamma; non mi rispondeva, ma quando sentiva dire «mamma», sorrideva; glielo ho ripetuto più volte, fino che ho potuto, e lei sempre sorrideva. Infine mi ha detto: « Gemma, vuoi venire a ripo­sarti un po' sul mio seno? ». Ho fatto come per alzarmi, e in­ginocchiarmi e avvicinarmi a lei; lei pure si è alzata, mi ha ba­ciato nella fronte, e mi è sparita.

Sono di nuovo sola, ma sicura che la Mamma mia mi ama ancora, ma che è tanto offesa. Dopo tutte queste cose, mi sento, sì, sempre afflitta, ma assai più rassegnata.

Stasera, come avevo promesso a Gesù, sono andata da padre Vallini a confessarmi. Ma chi sa, dopo uscita di con­fessionario, mi sono sentita subito agitata e inquieta: era se­gno che il diavolo era vicino.

Purtroppo se era vicino! Ben me ne avvidi più tardi, quando mi misi a dire le mie preghiere. Già, come ho detto, internamente e anche esternamente ero tutta in tempesta; avrei preferito entrare nel letto e addormentarmi anziché pregare; ma no, volli provare. Incominciai a dire tre invoca­zioni, che sono solita ogni sera dire al Sacro Cuor di Maria; appena mi fui messa in ginocchio, il nemico, che già da qual­che ora stava nascosto, si fece vedere nella forma di un uomo piccino piccino; ma così brutto, che fui presa tutta da spa­vento.

La mia mente era tutta rivolta a Gesù e nulla mi curavo di lui; continuavo a pregare, ma tutto ad un tempo cominciò a darmi dei colpi nelle spalle e più giù ancora: me ne dette assai. + Sarò stata circa una mezz'ora in quella tempesta; mi sono bene avveduta però che la cosa che più gli dispiaccia a lui è il raccoglimento, che Gesù spesso spesso mi fa provare. Mi raccomandavo a Gesù, ma che! Intanto si avvicinava l'o­ra che dovevo obbedire, cioè di andare a letto; andarci in quel modo mi dispiaceva: non avevo ancora fatto l'esame di coscienza. Pregai il mio angelo custode, e mi aiutò davvero, in un modo devo dire al tutto curioso.

Appena mi si presentò, lo pregai tanto che non mi la­sciasse sola. Mi domandò che avessi; gli feci vedere il diavo­lo, che si era assai allontanato, ma mi minacciava sempre. Lo pregai che stasse con me tutta la notte, e lui mi diceva: « Ma io ho sonno ». « Ma no », gli ripetevo, « gli angeli di Gesù non dormono ». « Ma pure », soggiungeva, « devo riposarmi »

(ma mi accorsi che faceva per ridere); « dove mi farai sta­re? ». Io volevo dirgli che lui si mettesse sul letto, e io stavo lì a pregare; ma allora avrei disobbedito. Gli dissi che stasse vicino a me; me lo promise.

Io andai a letto; dopo lui mi parve che allargasse le sue ali e mi venisse sopra il capo. Mi addormentai, e stamani pu­re era al solito suo posto di ieri sera. Io ce l'ho lasciato; quan­do sono tornata dalla messa, non ci era più.

 

Domenica, 22 luglio

È battuta nuovamente dal demonio. Aspri rimproveri dall'angelo per aver commesso alcune mancanze.

Ho fatto la santissima comunione, ma Gesù non mi si è fatto sentire nulla nulla; ora però mi trovo assai quieta. Oggi poi, che credevo di essere affatto libera da quella brutta bestia, invece mi ha bussato assai. Io era andata pro­prío coll'intenzione di dormire, tutt'altro invece: ha comin­ciato in certi colpi, che temevo proprio mi facesse morire. Era in forma di un grosso cane tutto nero, e mi metteva le gambe sulle mie spalle; ma mi ha fatto assai male, perché mi ha fatto sentire tutti gli ossi. Alle volte perfino credo che me li tronchi; anzi una volta, tempo indietro, nel prender l'acqua santa, mi dette una torta tanto forte al braccio, che cascai in terra dal gran dolore, e allora mi levò l'osso proprio dal posto; ma mi ci tornò ben presto, perché me lo toccò Ge­sù, e fu fatto tutto.

Dopo del tempo, mi ricordai che al collo ci avevo il legno della santa croce; potei con quello segnarmi, e tornai subi­to in calma. Mi mísi subito a ringraziare Gesù, che mi si fece vedere, ma ben poco: mi rianimò di nuovo a soffrire e a combattere, e mi lasciò. Da allora in poi non mi sono potuta più raccogliere; sia benedetto Dio in ogni modo.

Nel corso del giorno, ieri, però bisogna che dica alcuni avvertimenti, che mi dette il mio santo angelo. Il primo fu in tempo di desinare; mi si accostò. Devo dire ancora che in quel momento mi era venuto un pensiero... Lui si vede lo capì, mi disse: « Figliuola, vuoi proprio che me ne vada e non farmi più vedere? ». Mi vergognai e rientraí in me stessa. Queste parole le pronunziò assai forte, e non so se possono aver sentito anche gli altri.

Un'altra volta fu ieri il giorno, mentre ero in chiesa; mi si accostò anche allora e mi disse: « La grandezza di Gesù e il luogo ove tu sei meritano altra maniera di operare». In quel tempo avevo alzato gli occhi per guardare due bambine co­me erano vestite.

L'ultimo stanotte: ero nel letto in una maniera non tanto ammodo; mi ha rimproverato dicendomi che invece di pro­gredire ne' suoi insegnamenti divento sempre peggiore, e continuamente mi rallento nel bene.

Tutte queste cose, poi, sono svegliata sempre quando mi accadono.

A quel che mi pare, invece di esser buona e prepararmi alla visita di Maria Santissima Addolorata con confratel Ga­briele, per quanto faccia, non mi riuscirà.

 

Lunedì, 23 luglio

Gesù le dà forza di vincere il demonio e di burlarsi di lui. Apparizione di san Gabriele dell'Addolorata.

Oggi poi Gesù mi ha mostrato di nuovo che sempre con­tinua a volermi bene, non nella maniera di prima, di unirmi con lui o raccogliermi, ma in un'altra. Sono andata a letto, mi sono addormentata, e come dormivo bene; dopo circa un quarto (perché i miei sonni son sempre brevi), ho veduto in fondo al letto, ma per terra, il solito omino, nero nero, picci­no piccino. Ho capito chi era e mi sono subito risentita per bene; ho detto: « Ma che ora hai ricominciato la storia di non farmi neppur dormire? ». « Come! Dormire? », mi ha rispo­sto. « Perché non preghi? »

«Pregherò più tardi», ho detto. «Ora dormo». «Sono due giorni, veh!, che non ti puoi più raccogliere; bene, lascia fare che ci penso io». Principiava a darmi qualche colpetto; ho preso il crocifisso in mano, ma sì era inutile. Stava per montarmi addosso e darmene quante poteva. Non so quel che sia successo; l'ho veduto montar sulle furie e rotolarsi per terra.

Io ridevo: oggi mi pareva di non aver paura; mi ha detto: «Oggi non ti posso far nulla, ma te le asserbo un'altra vol­ta ». Gli ho dimandato: « Ma perché non puoi? Se altre vol­te hai potuto, puoi benissimo ancora: io sono la stessa, ho soltanto Gesù al collo».

Allora mi ha detto: «Quella... che è in questa stanza, che ti ha fatto? Fatti levare quella roba da dosso, e poi vedrai ». Io insistevo che non ci avevo nulla, perché dormivo, ma capivo di chi voleva parlare. Dopo queste parole me ne stavo contenta nel letto e ridevo, guardando i brutti versi che faceva e la rabbia che lo divorava.

Mi diceva che se prego ancora mi fa soffrire di più. « Non m'importa », dicevo. « Soffrirò per Gesù ». Insomma, oggi mi ci sono divertita assai: lo vedevo tanto arrabbiato; mi ha promesso però di asserbarmele.

Ha aspettato a stasera, ma grazie a Dio non ha potuto durare tanto a lungo: mi ha dato tre stritolate forti assai, che dopo, per andare a letto, mi ci è voluto del tempo tanto. In certi momenti corre lontano e con tanto spavento che non so quel che abbia. Mi ridusse proprio che appena mi potevo muovere.

Quanto chiamai Gesù! Ma che, non venne mai; pregai pure il mio angelo custode che mi conducesse da Gesù, ma mi fu ogni cosa inutile. Si trattenne un po' lui con me e mi disse: « Stasera Gesù non viene neppure a benedirti, neppu­re io stasera ti benedico».

Mi sgomentai allora, perché, se Gesù non mi benediva con forza, io non potevo alzarmi: non avevo più niente al mio posto. Si avvide allora che ero per piangere e disse: « Ma ci manda, sai, Gesù. E se tu sapessi chi ti manda stasera, quanto saresti contenta».

La mia mente allora volò subito a confratel Gabriele. Lo dimandai, ma non mi dette nessuna risposta; mi fece stare un po' di tempo così sossopra e piena di curiosità. Infine mi dis­se: « Ma se Gesù manda davvero confratel Gabriele a bene­dirti, tu che farai? Non parlargli, se no disobbedisci al con­fessore ». + « No, non parlo », risposi impaziente; « ma come può benedirmi confratel Gabriele? ». « Ma è Gesù che lo manda; eppure lo ha mandato altre volte Gesù per benedir­ti. Ma ti riuscirà stare zitta e obbedire? ». « Sì sì, obbedirò; fallo venire ».

Dopo qualche minuto venne. Che smania mi prese allo­ra! Avrei voluto... ma fui buona, mi trattenni. Mi benedì con certe parole latine, che mi sono rimaste bene in mente, e do­po subito si avviò per andare via.

O allora non potei fare a meno di dire: « Confratel Ga­briele, prega la nostra Mamma che sabato ti porti da me, e ti ci faccia stare tanto ». Si voltò e mi disse ridendo: « Tu sia buona », e nel dire così si tolse dalla vita una cintola nera e mi disse: « La vuoi? ». Allora sì che la volevo davvero: « Mi fa tanto bene quella lì; dammela ora». Mi fece cenno di no, che me l'avrebbe data sabato, e mi lasciò. Mi disse che quella cintola era quella che la notte avanti mi aveva liberata dal diavolo.

 

Martedì, 24 luglio

Tentata dal demonio, è rassicurata dall'angelo custode. Le appare Gesù, che le rivolge un dolce rimprovero e le parla del monastero delle Passioniste da fondarsi in Lucca.

Ieri accadde al solito: ero andata per dormire, infatti mi addormentai, ma il demonio no, parve che non volesse. Mi si fece vedere in una maniera assai sudicia, mi tentava, ma fui forte. Mi raccomandavo dentro me stessa a Gesù che mi to­gliesse la vita [piuttosto] che offenderlo.

Che tentazioni orribili che sono quelle lì! Tutte mi di­spiacciono, ma quelle contro la santa purità quanto mi fan­no male!

Dopo poi per rimettermi in pace venne l'angelo custode e mi assicurò che non avevo fatto alcun male. Mi ci lamento alle volte, perché vorrei che mi venisse a aiutare in certi mo­menti, e mi dice, o che lo veda o no, sta sempre sopra il mio capo; anzi ieri, perché M. SS. A. [Maria Santissima Addolo­rata] mi aiutò davvero, e fui forte assai, mi promise che la se­ra sarebbe venuto Gesù a vedermi.

Arrivata a ieri sera, aspettavo con impazienza il momen­to di andare in camera, presi il crocifisso e andai a letto. Fu contento anche il mio angelo che andassi a letto, perché... Sentii che ero per raccogliermi, venne il mio Gesù, ma stava assai scostato da me. Che bei momenti che sono quelli!

Gli dimandai subito se mi amasse sempre, e mi rispose queste parole: «+ Figlia mia, ti ho arricchito di tante belle cose, senza nessun tuo merito, e mi domandi se ti amo? Te­mo tanto per te ». « Perché? », gli dissi. « O Figlia, nei giorni che più volte godevi della mia presenza, eri tutta fervore, non ti costava fatica il pregare; ora invece ti noia la preghiera; qualche negligenza nei tuoi doveri comincia a insinuarti­si nel cuore. O Figlia, perché ti avvilisci così? Dimmi: nei giorni passati, ti sembrava lunga l'orazione come ora? Qual­che piccola penitenza la fai, ma quanto stai per risolverti!»

Come restassi a quel dolce rimprovero non lo so, restai senza parlare. Continuai poi a parlargli del convento; in quanto a quello assai mi consolò. Gli dissi che se mi amava mi facesse la grazia di andare in convento; lo pregai ancora che mi dicesse qualche cosa del nuovo convento, e mi ríspo­se: «Presto le parole di confratel Gabriele saranno effettua­te». « Tutte tutte? », gli dimandai, quasi fuor di me stessa. «Ogni cosa, non temere: tra poco. Quando tornerà il con­fessore, ti dirò le cose anche meglio ».

In ultimo gli raccomandai il mio povero peccatore. Mi benedì e nell'andar via mi disse: «Ricordati che ti ho creato per il cielo: non hai che far nulla con la terra ».

 

Mercoledì, 25 luglio

Gemma si accusa di alcune mancanze, per le quali l'angelo la rimpro­vera, ordinandole di umiliarsi.

E di oggi? Oggi che dirò?

Non trovo pace; la superbia oggi mi predomina più che in altri tempi. Per dover fare un piccolo atto di umiliazione, ho sofferto assai.

 

25 luglio26.

Di quello che mi accadde ieri, ne parlerò ben poco; la mia lingua è troppo lunga e per questo anche altre persone soffrono per causa mia.

Ho per obbedienza del mio confessore che parli assai poco e mai con persone che sappiano le mie cose. Giorni so­no, venne padre Norberto, scappai subito; un'altra volta pure venne e feci lo stesso; fui pronta, per dire il vero, a far l'obbedienza, ma dopo che mi avvenne? Dopo qualche gior­no ebbi occasione di parlare con un altro frate di questa co­sa, e inventai anche una bella bugia, dicendogli che era stata la signora Cecilia che mi aveva fatto nascondere; invece no, feci da me stessa questa cosa.

Non so come mai il detto padre Norberto lo venne a sa­pere, e subito venne a riferire la cosa alla signora Cecilia, che gli dispiacque assai; non meno però fece dispiacere a me. Lei mi interrogava se veramente io avessi parlato; rispondevo di no, perché non mi ricordavo di nulla; ci fu però chi mi fece ricordare ogni cosa; venne da me l'angelo custode e mi disse rimproverandomi: «Gemma, come! Anche la bugia? Non ti ricordi, giorni sono, quando per castigo di aver riportato la cosa a fratel Famiano ti feci stare una mezz'ora...?»

Mi ricordai bene ogni cosa (devo dire anche che l'ange­lo custode, ogni volta che faccio male una cosa, mi castiga: non passa sera che non ne abbia), e mi comandò che andas­si dalla signora Cecilia, le raccontassi ogni cosa e la pregassi in nome suo a perdonarmi.

Promisi di farlo, ma sì! Passò la giornata, venne la sera, ma mai feci quel piccolo atto di umiliazione. Mi riavvisò di nuovo l'angelo dicendomi che, se non fossi andata da lei a dire ogni cosa, la notte sarebbe venuto il diavolo.

Allora a quella minaccia non potei resistere e andai in ca­mera sua. Era a letto, e il lume spento; non mi parve vero, così non mi avrebbe veduta. Alla meglio gli dissi ogni cosa; ma forzata; era una vera vergogna, non esser capace di umi­liarmi. Finalmente, dopo avermi detto che ogni cosa avreb­be dimenticata, andai in camera. Ma sì! Diceva lei di averla dimenticata, ma era impossibile. Chiesi più volte perdono anche a Gesù, al mio caro angelo, e andai a letto. Che brutta nottata! L'angelo mio, per la gran resistenza che avevo fatta per fare quell'umiliazione, mi lasciò sola, e con qualche visi­ta del nemico. Dormire non potevo, perché non ero quieta di coscienza; come stavo male!

 

Giovedì, 26 luglio

Nuovi rimproveri dell'angelo. Durante l'Ora Santa del giovedì, Gesù le mette in capo la corona di spine.

Venne la mattina, e finalmente venne l'angelo custode, che mi rimproverò tanto tanto, e mi lasciò di nuovo sola ed afflitta. Feci la santissima comunione, ma, Dio mio, in quale stato! Gesù non mi si fece sentire. Quando poi dopo tanto potei esser sola, allora poi mi sfogai tanto: ero colpevole, me ne avvedo; ma, se debbo dire una cosa, certi dispiaceri a cer­te persone io non li vorrei dare, ma la mia cattiva inclinazio­ne è tanto al male, che spesso cado in queste cose. Per un'o­ra e più mi fece stare Gesù in quello stato; piangevo, ero afflitta. Gesù però ora ebbe pietà e venne; mi accarezzò, si fece promettere che non lo avrei più fatto, e mi benedì.

Devo dire che nell'accaduto di ieri dissi tre bugie, ebbi pensieri di rabbia, e nell'idea di vendicarmi con chi aveva fatto la spia, ma Gesù mi proibì affatto di parlarne con FF. [Fra Famianol e con altri. Ritornai presto in calma, e per es­servi anche di più, corsi a confessarmi.

La sera poi, dopo che ebbi fatto le mie preghiere, mi mi­si a fare la solita ora. Gesù stette sempre con me; ero nel let­to, come al solito, perché dopo non sarei più stata capace di trattenermi col mio caro Gesù a soffrire con lui. Soffrii assai; mi riprovò di nuovo il suo amore verso di me, col regalarmi fino al giorno dopo la sua corona di spine; mi ama di più Ge­sù in venerdì. La sera poi mi ritolse la corona, dicendomi che era contento di me, e mi disse ancora accarezzandomi: «Fi­glia, se ti aggiungo altre croci, non te ne affliggere ». Glielo promisi, e mi lasciò.

 

Venerdì, 27 luglio

Questo venerdì soffre più del solito, specialmente per la corona di spine.

Questo venerdì soffrii assai di più, perché fui obbligata a fare altre piccole faccende, ed a ogni movimento credevo di morire. Anzi la zia mi aveva comandato di tirare su del­l'acqua: durai tanta fatica, mi pareva (ma era tutta mia idea) che le spine mi andassero nel cervello, e mi cominciò a ve­nire una goccia di sangue dalle tempie. Mi pulii in fretta e se ne avvide poco. Mi dimandò se fossi cascata e rotta il ca­po; gli dissi che mi ero graffiata con la catena del pozzo. Dopo andai dalle monache; erano le dieci e stetti con loro fino alle cinque. Dopo tornai a casa, ma Gesù me l'aveva già tolta.

 

Sabato, 28 luglio

Dall'angelo custode riceve santi ammaestramenti. Gesù, nella santa co­munione, le si fa sentire; la Madonna non le fa la solita visitina.

La notte la passai benissimo; la mattina mi venne l'ange­lo custode: era contento, mi disse che prendessi della carta e scrivessi quello che lui mi dettava.

Ecco tutto:

«Ricordati, figlia mia, che chi veramente ama Gesù, par­la poco e sopporta tutto.

«Ti comando, per parte di Gesù, di non dire mai il tuo parere, se non sei dimandata; di mai non sostenere il tuo sen­timento, ma subito cedere.

« Ubbidire puntualmente al confessore e a chi lui vuole, e senza replica; e nelle cose che tu devi, farai una replica so­la, ed essere sincera con l'uno e colle altre.

« Quando hai commesso qualche mancanza, accusati su­bito, senza aspettare che te lo dimandino.

«Infine ricordati di custodire gli occhi, e pensa che l'oc­chio mortificato vedrà le bellezze del cielo ».

Dopo dette queste cose mi benedì, e mi disse che andas­si pure a fare la santa comunione. Ci corsi subito: fu la prima volta, dopo quasi un mese, che Gesù si fece sentire.

Gli dissi tutte le mie cose, mi trattenni con lui assai, per­ché mi comunicai alle otto e mezza e, quando ritornai in me, era assai tardi. Corsi a casa, e per la strada sonarono le dieci e un quarto; ma fui buona: mi trovai sempre nella solita po­sizione di quando mi ero comunicata, e vidi nell'alzarmi che l'angelo custode era sopra il mio capo con le ali spiegate. Mi accompagnò lui stesso a casa e mi avvisò di non pregare nel corso del giorno, fino alla notte, perché non ero sicura. In­fatti me ne avvidi: per gli altri di casa più che sicura, ma per la mia sorella no, perché mi aveva tappato il buco della ser­ratura e mi fu impossibile chiudere; allora ci si misero le zie, e la sera potei chiudere.

Verso sera andai ai Quindici Sabati in S.M. [Santa Ma­ria]; la Madonna mi disse che non mi avrebbe fatta la soli­ta visitina, perché nei giorni passati avevo disgustato Gesù. Gli dissi che Gesù mi aveva perdonato, ma lei: « Io non per­dono tanto facilmente alle mie figlie; io voglio assolutamen­te che tu diventi perfetta: vedremo se sabato potrò venire a condurti confratel Gabriele»; non di meno mi benedì, e io mi rassegnai.

Non mi manca però qualche tentazione; una un po' for­te l'ebbi ieri sera sabato: venne il demonio e mi disse: «Bra­va, brava! Scrivi pure ogni cosa: non sai che quelle cose lì è tutta opera mia, e se tu vieni scoperta, figurati che vergogna! Dove andrai a nasconderti? Ti faccio passare per santa, e in­vece sei un'illusa».

Stetti così male, che dalla disperazione giurai che, quando fosse tornata la signora Cecilia, avrei distrutto quel­lo scritto. Intanto feci per rompere questo, ma non mi riu­scì; non ebbi forza, oppure non lo so come andasse.

 

Domenica, 29 luglio

L'angelo custode la assiste; Gesù la rimprovera di aver lasciato la santa comunione e la invita a sé.

Durai in questo stato fino a ieri mattina domenica senza potermi più raccogliere; il mio angelo custode però non mi manca: mi fa forza, e devo dire anche che domenica non ave­vo fame, e lui stesso mi obbligò a mangiare; e così ha fatto pure stamani. Ogni sera non manca di benedirmi, e anche di castigarmi e di gridarmi.

Oggi domenica sento un gran bisogno di Gesù, ma è già tardi, e non ho ancora nessuna speranza [di vederlo]; aspet­to stanotte di essere libera e sola.

È venuto, veh!, Gesù; quanti rimproveri perché non ho fatto la santa comunione! Ecco in che modo Gesù mi rim­proverava: «Perché, o figlia, così spesso devo essere privo delle tue visite? E sai quanto bramo che tu venga da me, quando sei buona».

M'inginocchiai davanti a Gesù, e piangendo gli dissi: «Ma come, Gesù mio, non sei ancora stanco di soffrirmi con tutta la mia freddezza? ». «Figlia», mi rispose, «fa' che d'o­ra in poi non passi giorno senza che tu venga da me, procu­ra di tenere il cuore purificato e ornato con ogni cura possi­bile. Allontana pure dal tuo cuore ogni amore a te stessa, e qualunque cosa che non sia interamente mia, e poi vieni pu­re e non temere ».

Mi benedì, insieme a tutti i membri del Sacro Collegio, e andò via; anzi in ultimo mi raccomandò di avere un po' più di forza contro il nemico, dicendomi che non facessi conto delle sue parole, perché è un vero bugiardo e cerca ogni mezzo per farmi cadere specialmente con l'obbedienza. «Obbedisci, figlia mia», mi ripeteva, «obbedisci subito e al­legramente, e per meglio riuscire e vincere [in] questa bella virtù, prega la Mamma mia, che ti ama tanto». Avrei voluto dirgli che ieri la sua Mamma non volle venire, ma scappò.

 

Lunedì, 30 luglio

Afflitta per alcune contraddizioni, è confortata dall'angelo, che la ani­ma a patire e a meditare ogni giorno la Passione di Gesù.

Stamani, lunedì 30 1uglio, sono andata per fare la san­tissima comunione. Non la volevo fare, non ero quieta di co­scienza; ma pure mi sono gingillata fino alle nove, sempre se dovevo o no farla; poi ha vinto Gesù, e l'ho fatta, ma come? Che freddezza! Gesù non l'ho sentito per niente.

Oggi poi non ho potuto mai raccogliermi; sono stata cat­tiva, mi sono inquietata, ma da me sola, nessuno mi ha ve­duta; ho pianto tanto tanto, perché la mia sorella non mi vo­leva uscir di camera. Ieri sera domenica, per dispetto, fino alle undici stette in camera mia, dicendomi, per canzonare, che mi voleva vedere andare in estasi; oggi poi era lo stesso. Scrisse una lettera ieri ai B.S.G. [Bagni di San Giuliano] e parlava assai di me e delle cose mie. Queste cose, che dovrei accogliere bene e ringraziare Gesù, invece m'inquieto, e quasi quasi ho dei momenti di disperazione.

Mentre ero in quello stato, l'angelo custode, che mi stava a vedere, mi disse: «Perché t'inquieti così, figlia mia? Bi­sogna soffrire qualche cosa, veh, per Gesù» (veramente la cosa che più mi era dispiaciuta a me erano certe parole che [mia sorella] aveva detto forte), e per questo l'angelo mi dis­se: «Tu sei degna solo di essere disprezzata, perché hai offe­so Gesù ».

Poi mi fece tornare quieta; si mise a sedere accanto a me, e mi diceva ammodino ammodino: « O figlia, ma non sai che tu devi essere in tutto conforme alla vita di Gesù? Egli patì tanto per te, e tu non sai che devi in ogni occasione patire per lui? E poi perché dai questo dispiacere a Gesù, di lascia­re ogni giorno la meditazione sopra la Passione? ». Era vero: mi ricordai che la meditazione sulla Passione la faccio solo il venerdì e giovedì. « Devi farla ogni giorno, rícordatelo ». In­fine mi diceva: «Coraggio, coraggio! Questo mondo non è mica il luogo del riposo: il riposo sarà dopo morte; ora tu de­vi patire, e patire ogni cosa, per impedire a qualche anima la morte eterna». Lo pregai tanto che dicesse alla Mamma mia di venire un po' da me, ché avrei tante cose da dirgli; mi dis­se di sì. Stasera però non è venuta.

 

Martedì, 31 luglio

Chiede a Gesù che le mandi la Mamma celeste, di cui ha gran bisogno.

Siamo a martedì; corro a far la santissima comunione, ma in quale stato! Ho promesso a Gesù di esser buona e cambiar vita; gliel'ho detto, ma lui non mi ha risposto nulla; gli ho detto pure che mi mandi la Mamma sua, e anche mia, e mi ha risposto: « Ne sei degna? ». Mi sono vergognata, e non ho detto altro. Ha aggiunto poi: « Sii buona, e verrà pre­sto con confratel Gabriele ».

È da domenica che non mi sono potuta più raccogliere; in ogni modo ho ringraziato Gesù. Quando viene l'angelo cu­stode, sono svegliata, e non via con la testa; Gesù, la Mamma mia e qualche volta confratel Gabriele, loro mi fanno andar via il capo; ma io resto sempre dove mi metto, mi trovo sempre al solito posto, ma la testa parte. Che gran bisogno che ho della Mamma mia! Se Gesù mi volesse contentare, dopo sa­rei più buona. Come devo fare a star tanto senza la Mamma?

 

Mercoledì, 1 - giovedì, 2 agosto

Teme d'ingannarsi, ma l'angelo la rassicura. La corona di spine al capo. Gesù le raccomanda di pregare per madre Marta Teresa, monaca passionista defunta.

Mercoledì non mi potei mai raccogliere, giovedì pure; di quando in quando il mio angelo custode mi diceva qualche cosa, ma sempre però svegliata; anzi mercoledì sera, dentro di me pensavo che potrei essere ingannata dal diavolo; mi quietava, dicendomi solo: « Obbedienza ».

Eccoci infatti a stasera. Al solito per obbedienza andai a letto; mi misi per pregare, mi raccolsi subito. Era già un po' che mi sentivo maletto. Stetti sola sola: quando pativo, Gesù non c'era, e patii solo nel capo.

Il confessore stamani mi ha dimandato se avessi anche avuti i segni; ho risposto di no. Sieno pure forti anche quel­li, ma non mai a paragone del capo.

Povero Gesù! Mi fece stare circa un'ora sola, ma poi venne e si presentò in questo modo, tutto sangue, dicendo­mi: « Sono il Gesù di padre Germano». Non ci credevo, e perché? Temo sempre sempre. Pronunziò quelle parole: «Benedetto Gesù e Maria », e allora capii. Mi dette un po' di forza, e poi io internamente avevo paura, e lui diceva: «Non temere: sono Gesù di padre Germano». Mi raccomandò poi da sé, senza che io ci pensassi neppure, di pregare per madre Maria Teresa di Gesù Bambino, perché è in purgatorio e sof­fre tanto. Gesù la vuole presto con sé, mi pare.

 

Venerdì, 3 agosto

Preparata da Gesù, sostiene una battaglia con il demonio; l'angelo cor­re in suo soccorso.

+ Oggi ho un po' dormito, poi mi sono sentita racco­gliere internamente; dopo il raccoglimento mi sono sentita andar via il capo: ero con Gesù. Come ero contenta! Ho sof­ferto, sì, tanto nel capo; mi sono un po' lamentata, perché mi lascia sola. L'ho pregato ancora di farmi sapere di M.M.T. [madre Maria Teresa] quando sarà in cielo. Mi ha detto: «Non anche; soffre sempre». Gli ho raccomandato il mio povero peccatore, e ha dato la benedizione a tutti i membri del Sacro Collegio e mi ha lasciata contenta.

Stasera sentivo di non potermi raccogliere; ho fatto le poche preghiere vocali della sera e sono andata a letto. Per dire il vero, prevedevo un po' di burrasca, perché Gesù mi aveva avvisata già qualche giorno fa, dicendomi: «Ancora un'ultima battaglia il nemico ti tenterà, ma sarà l'ultima, per­ché ora è assai». Non potei fare a meno di ringraziarlo della forza che mi aveva sempre data, e lo pregai che mi volesse darla anche nell'ultimo momento, vale a dire ieri sera'.

Andai a letto, si sa bene, coll'intenzione di dormire; il sonno non tardò a venire, e mi comparve quasi subito un omino piccino piccino, coperto tutto di pelo nero. Che spa­vento! Mi posò le mani sul letto, credevo che volesse pic­chiarmi. «No no», disse, «non ti posso picchiare, non aver paura», e nel dire così si era allungato.

Chiamai Gesù in aiuto, ma non venne; non per questo mi lasciò: dopo invocato il suo nome, mi sentii subito libera, ma fu tutto ad un tratto.

+ Altre volte avevo chiamato Gesù, ma mai fu pronto co­me ieri sera. Averlo veduto il demonio dopo: quanto si ar­rabbiò! S'avvoltolava' per terra, bestemmiava; fece infine un ultimo sforzo per riuscire a portarmi via il crocifisso che avevo con me, ma ricadde subito indietro.

Quanto fu buono ieri sera Gesù con me! Il diavolo, do­po quell'ultimo sforzo, si voltò verso di me e mi disse che, già che non aveva potuto far nulla, voleva tormentarmi tutta la notte. « No », gli dissi; chiamai l'angelo custode, aprì le sue ali, si posò accanto a me, mi benedì e berliffo scappò. Sia rin­graziato Gesù.

Stamattina poi ho saputo che nel momento che il diavo­lo montò sulle furie, mi era stato posto addosso lo scapolare di Maria Santissima dei Dolori, e allora ho capito che, quan­do fece per togliermi da dosso la roba, non poteva essere al­tro che quello. Sia ringraziata pure la mia Mamma Addolo­rata.

 

Sabato, 4 agosto

Apparizione di Maria Santissima Addolorata.

Eccomi a sabato: è il giorno a me destinato per vedere la Mamma mia, ma che dovrò sperare?

Infine son giunta anche a stasera. Mi metto per recita­re la corona dei dolori; sul primo mi ero abbandonata, vale a dire ero rimessa al volere di Dio, di passare anche quel saba­to senza vedere la Madonna dei Dolori; ma [al Gesù gli ba­stò l'offerta del sacrifizio e mi contentò. Non so a che punto della corona, mi sentii raccogliere internamente; al raccogli­mento, come sempre, successe ben presto che mi andò via il capo, e senza avvedermene mi trovai dinanzi (a me mi parve) alla Madonna dei Dolori.

Al primo vederla, mi fece un po' di paura; feci di tutto per assicurarmi se veramente era la Mamma di Gesù: mi det­te ogni segno per accertarmi. Dopo qualche momento, mi sentii tutta contenta; ma fu tanta la commozione che mi pre­se nel vedermi così piccola davanti a lei, e tanta la conten­tezza, che non potei pronunziare parola, altro che ripetuta­mente il nome di « mamma ».

Lei mi guardava fissa fissa, rideva, si avvicinò per acca­rezzarmi, e mi diceva che mi calmassi. Ma sì, la contentezza e la commozione mi crescevano e lei, forse temendo che mi facesse male (come altre volte mi è accaduto; anzi una volta, e non l'ho anche notato, per la gran consolazione che provai nel rivedere Gesù, il cuore mi cominciò a battere con tanta forza, che fui costretta, per ordine del confessore, a metter­mi in quel punto una fascia strinta strinta), mi lasciò, di­cendomi che mi andassi a riposare. Obbedii prontamente: in un secondo fui a letto e non tardò a venire; allora mi quietai.

+ Bisogna ancora che dica che, al primo veder queste co­se, queste figure (che certamente potrei essere ingannata), mi sento presa subito da paura; alla paura succede ben pre­sto la gioia. In ogni modo che sia questo, è ciò che provo io. Gli parlai di alcune mie cose, la principale però fu quella che mi conducesse con lei in paradiso; questa più volte glie­la dissi. Mi rispose: «Figlia, devi ancora soffrire». «Soffrirò lassù», volevo dire, «in paradiso». « E no», soggiungeva, «in paradiso non si soffre più; ma ti condurrò ben presto», mi diceva.

Era presso al letto, era tanto bella, non potevo saziarmi di contemplarla. Le raccomandai il mio peccatore; allora sorrise: fu buon segno... Le raccomandai ancora parecchie persone a me tanto care, in particolare quelle con le quali ho un grosso dovere di riconoscenza. E questo dovevo farlo an­cora per ordine del confessore, che l'ultima volta mi pregò di raccomandarle caldamente a Maria Santissima dei Dolori, dicendomi che io non posso far niente per esse, ma la Ma­donna supplisca per me, conceda loro ogni grazia.

Temevo che da un momento all'altro mi lasciasse, e per questo la chiamavo più volte, e dicevo che mi conducesse con lei. La sua presenza mi fece dimenticare il mio protetto­re confratel Gabriele. Gli chiesi di lui, come mai non l'aveva portato; mi disse: «Perché confratel Gabriele esige da te ob­bedienza più esatta». Aveva da dirmi una cosa per padre Germano; a quest'ultime parole non mi rispose.

Mentre parlavamo insieme, che mi teneva sempre per la mano, me la lasciò; io non volevo che andasse, ero quasi per piangere, e allora mi disse: « Figlia mia, ora basta; Gesù vuo­le questo sacrifizio da te, per ora conviene che ti lasci». Le sue parole mi misero in quiete; risposi tranquillamente: «Ebbene, il sacrifizio è fatto». Mi lasciò. Chi potrebbe de­scrivere al minuto quanto sia bella, quanto cara la Madre ce­leste? No, non vi è paragone al certo. Quando avrò la fortu­na di rivederla di nuovo?

 

Domenica, 5 agosto

Gesù le fa intendere esser sua volontà che ella mediti sempre sulla Pas­sione.

Oggi, domenica, ho pregato l'angelo custode, se mi face­va la grazia di andare (a dire a Gesù) che allora la medita­zione non l'avrei potuta fare, perché non mi sentivo bene; l'avrei fatta la sera. Alla sera poi, non ne avevo nessuna vo­glia; andai a letto, feci la preparazione alla meditazione e ri­masi raccolta soltanto internamente. Il capo non mi andò via; mi trattenni un'ora. Anzi devo dire ancora che la medi­tazione della domenica è sempre sopra la risurrezione ovve­ro il paradiso; ma Gesù mi fa chiaramente conoscere che quella meditazione da me non la vuole ancora, perché la mente mi corre subito a qualche punto principale della sua Passione. Sia fatta la sua volontà.

 

Lunedì, 6 agosto

L'angelo custode si trattiene con lei tutta la notte e la esorta a offrire ogni patimento al Signore per le anime del purgatorio.

Eccomi giunta al 6 agosto. I giorni passano, e io eccomi sempre nell'abisso del mondo.

Stasera, l'angelo custode, mentre facevo le preghiere del­la sera, mi si è avvicinato, e battendomi sopra una spalla mi ha detto: « Gemma, come mai tanta svogliatezza per la pre­ghiera? A Gesù gli dispiace». «No», ho risposto, «non è svogliatezza: sono due giorni che non mi sento bene». Ha soggiunto: « Fai il tuo dovere con applicazione, e vedrai che Gesù ti amerà ancora di più ». È stato un momento zitto, poi mi ha dimandato: « E confratel Gabriele? ». « E non lo so ». « Quanto tempo è che non l'hai veduto? ». « È tanto tanto tanto ». « Ma stanotte Gesù te lo manda ». « Come? Stanotte no, disubbidirei: di notte non vuole il confessore». O con quanto desiderio l'avrei voluto! Ma volevo obbedire. Lo pregai che me lo mandasse di giorno e presto, affinché po­tessi scrivere quella lettera a P.G. [Padre Germano]. Mi rac­comandai all'angelo custode che andasse da Gesù a dirgli se gli permetteva di passare la notte insieme con me. Sparì subito.

Avevo terminato le preghiere: andai a letto. Quando eb­be avuto da Gesù il permesso di venire, ritornò; mi di­mandò: «Quanto tempo è che non hai pregato per 1'anime del purgatorio? O figlia mia, ci pensi così poco! Madre Ma­ria Teresa soffre sempre, sai?». Era dalla mattina che non avevo pregato per loro. Mi disse che avrebbe piacere che ogni cosetta piccola che soffro la regalassi alle anime del pur­gatorio. « Ogní piccola pena, loro le solleva; anche ieri e og­gi, se tu avevi offerto per loro quel poco ». Ma risposi un po' meravigliata: «Mi sentiva il corpo; e che i dolori di corpo sollevano le anime del purgatorio? ». « Sì », mi disse; « sì, fi­glia: ogni più piccolo patimento le solleva». Gli promisi al­lora che da quel momento ogni cosa avrei offerto per esse. Soggiungeva: «Quanto soffrono quelle anime! Vuoi fare qualche cosa stanotte per esse? Vuoi soffrire?». «E che co­sa? », gli dissi; « è lo stesso soffrire di Gesù nel giorno di ve­nerdì? ». « No », rispose. « Di Gesù non sono; saranno dolo­ri corporali». Io dissi di no, perché fuori di giovedì e di venerdì Gesù non vuole; le altre notti vuole che dorma. Ma siccome le anime del purgatorio, e in particolare madre Ma­ria Teresa, mi sta molto a cuore, gli dissi che un'ora volentie­ri avrei patito.

Gli bastarono queste parole, ma vedeva bene che facen­do questo avrei disobbedito; mi ha lasciata dormire. Stamattina, quando mi sono svegliata, era sempre presso di me; mi ha benedetto ed è andato via.

 

Martedì, 7 agosto

Le appare san Gabriele dell'Addolorata, che le parla della fondazio­ne del monastero di Lucca e invoca per questo l'intercessione di Maria San­tissima.

Ieri il giorno l'angelo custode mi promise che alla sera avrei potuto parlare con confratel Gabriele. Venne la tanto sospirata sera; prima di tutto il sonno voleva vincermi, poi un'agitazione tale mi prese, che fui presa da spavento. Ma siccome Gesù era vicino a darmi quella consolazione, e allo­ra, o prima o dopo la consolazione, mi dà qualche dolore. Sia sempre benedetto +.

Però nel provare questa agitazione non vedevo nessuno, voglio dire il diavolo; solo stavo assai male, ma durò poco. Mi calmai ben presto, sentii ad un tratto che mi veniva il rac­coglimento, e quasi subito mi successe al solito: il capo se ne partì, ed io mi trovai con confratel Gabriele. Che consola­zione fu quella! Ma l'obbedienza voleva che non mi avvici­nassi per baciargli la veste, e ristetti. La prima cosa fu quella di domandargli perché stava tanto senza venire. Mi rispose che è per colpa mia. Di questo ne sono persuasa, perché so­no assai cattiva.

Quante belle cose mi disse del convento, e le diceva con tanta forza, che mi sembrò che gli occhi gli sfavillassero. Da se stesso, senza che io l'interrogassi: «Figlia, tra pochi mesi, tra l'esultanza di quasi tutti i cattolici si farà la fonda­zione del nuovo convento ». « Come, tra pochi mesi? », gli dissi. «Ne mancano ancora tredici». «E son pochi», sog­giungeva. E poi sorridendo si voltò da una parte e s'inginoc­chiò, giunse le mani e diceva così: «Vergine benedetta, vedi: qui in terra si gareggia per la propagazione del nuovo istitu­to; via, te ne prego, fa' che sovrabbondi sopra tutti quelli che ne faranno parte la copia dei doni e favori celesti. Accresci a loro la forza, accresci altresì lo zelo. Sarà tutto vostro dono, o Vergine benedetta ».

Parlava come se avesse presso di sé la M. [Madonna] dei Dolori; io non vedevo nulla, ma con quanta forza, con quan­ta espressione diceva queste parole, che io ne rimasi meravi­gliata; sembrava anche lui fuori di se stesso.

Ora poi dovrei parlare di padre Germano, ma il confes­sore ha detto che qui sopra no, perché...

Parlai anche del povero mio peccatore; sorrise anche lui: tutto buon segno. Infine mi lasciò piena di consolazione.

 

Mercoledì, 8 agosto

L'angelo la tranquillizza sulla coscienza che ha dei suoi peccati dicendo­le di rimettersi al giudizio del confessore.

Ora veniamo a stamani. Poco dopo che sono uscita dal confessionario, mi è venuto qualche pensiero, dicendo dentro di me che il confessore diminuisce troppo i miei peccati, ed ero inquieta. Per calmarmi mi si è avvicinato l'angelo custode; ero in chiesa, e pronunziava forte queste parole: « Ma dimmi, a chi vuoi credere: al confessore o alla tua testa? Al confesso­re che ha continui lumi e assistenza, che ha molta capacità, oppure a te che non hai nulla, nulla, nulla di tutto ciò? O la superba! », mi diceva, «vuol farsi maestra, guida e direttrice del confessore! ». Non ho pensato ad altro; ho fatto un atto di contrizione, ed ho fatto la santissima comunione.

 

Giovedì, 9 agosto

L'angelo custode le raccomanda l'obbedienza al confessore. In questo giovedì Gemma deve soffrire più del solito, per suffragare la defunta madre Maria Teresa.

Anche oggi, dopo aver sostenuto con l'aiuto di Dio una battaglia del nemico, assai forte, è venuto l'angelo custode, che rimproverandomi e assai severo mi ha detto: «Figlia, ricordati che, mancando a qualsiasi obbedienza, commetti sempre peccato. Perché così resela a obbedire al confessore? Ricordati ancora che non vi è strada più corta e più vera, quanto quella dell'obbedienza».

Ma perché oggi tutto questo? Per colpa mia. Meriterei forse anche peggio, ma Gesù mi usa sempre misericordia. Oimè, che ripugnanza che provo stasera! Fin da stamani mi sento così stanca; ma è tutta svogliatezza, cattiva volontà; ma pure mi voglio vincere coll'aiuto di Dio.

E giovedì, è per questo che mi sento sì curiosa; al so­praggiungere di questa sera, mi accade sempre lo stesso. Sì, patire, patire per i peccatori, e in modo particolare per le po­vere anime del purgatorio, e in particolare per... E ben lo so perché questa svogliatezza così presto. Le altre sere mi ve­niva poche ore prima. Perché oggi l'angelo custode mi ha detto che Gesù stasera voleva farmi soffrire qualche ora di più, cioè due ore: alle nove incomincerebbe, e questo per un'anima del purgatorio, e questo senza il permesso del con­fessore; ma è solito però che non mi grida, anzi vuole, e lo posso fare benissimo.

Ieri sera, verso le nove circa, cominciai a sentirmi un po' male; feci presto a andare a letto, ma soffrivo già tanto anche avanti: il capo mi sentiva fuor di modo, ogni movimento che facevo, mi cagionava pene terribili. Soffrii due ore, come Gesù voleva, per madre Maria Teresa; poi con gran dolore mi spogliai ed entrai nel letto, e cominciò l'ora. Fu assai dolorosa, ma in compagnia di Gesù che cosa non si farebbe!

 

Venerdì, 10 agosto

Gesù la riempie di consolazioni. In presenza della signora Cecilia, l'an­gelo custode le si fa sempre vedere e la dirige in ogni cosa; le dice che nessu­no, all'infuori della signora Cecilia, sa fare le sue veci con lei.

Mi disse la sera avanti l'angelo custode che mi avrebbe fatto tenere le spine nel capo fino alle cinque del venerdì: fu vero, poiché verso quell'ora cominciai un po' a raccogliermi; mi nascosi in chiesa dei Francescani e lì Gesù me la venne di nuovo a togliere; fui sempre sola. Quanto mi mostrò di vo­lermi bene! Mi animò di nuovo a soffrire e mi lasciò in un mare di consolazione.

Bisogna però che dica che tante volte, ma in particolare il giovedì sera, mi prende tanta una tristezza tale, al pensiero di aver commessi tanti peccati, tutti mi ritornano alla mente, che mi vergogno di me stessa, e mi affligge tanto tanto. Ieri sera pure, poche ore prima, mi venne questa vergogna, que­sto dispiacere, e trovo solo un po' di quiete in quel po' di pa­tire che Gesù mi manda, offrendolo prima per i peccatori, e in particolare per me, e poi per le anime del purgatorio.

Quante consolazioni che mi dà Gesù! In quanti modi mi mostra di volermi bene! Son già tutte cose della mia testa; ma se obbedisco, Gesù non permetterà che mi abbia ad in­gannare. Giovedì sera mi promise che in questi giorni, che la signora Cecilia non c'era non mi avrebbe mai fatta lasciare dall'angelo custode. Me lo dette ieri sera, e non mi ha più la­sciato un momento.

Questa cosa l'ho osservata parecchie volte, e non ne ho parlato neppure col confessore, ma oggi glielo dico subito. Se sono con altre persone, l'angelo custode non mi lascia mai; quando sono con lei invece, subito mi lascia (voglio di­re che non mi si fa più vedere, se non che per darmi qual­che avvertimento); così pure è accaduto oggi: non mai un minuto si è partito d'accanto a me; se devo parlare, pregare, fare qualche cosa, me l'accenna lui. Gesù voglia che non mi abbia ad ingannare.

Questa cosa mi meraviglia assai, e mi ha costrinta a di­mandargli: «In che maniera, quando c'è con me la signora Cecilia, non ci stai mai? ». Mi ha risposto così: « Nissuna per­sona, al di fuori di lei, sa fare le mie veci. Povera bambina», soggiungeva, « sei così piccina, che ti abbisogna sempre la guida! Ora te la farò io, non temere; ma obbedisci, veh, per­ché faccio presto...

Sono andata a confessarmi; ho detto la cosa al confesso­re (glielo avevo [anche] scritto); mi ha spiegato ciò che io non capivo, ma ora ho capito tutto.

 

Sabato, 11 agosto

Desidera ardentemente una visita della Mamma celeste; l'esserne pri­vata è per lei un grande castigo.

È sabato; vado a fare la santissima comunione. Che farò? In ogni modo obbedisco. Se potessi ottenere una vísitina dalla Mamma mia! Ma no, mi ricordo del peccato commes­so ieri sera. È vero che stamani me ne sono subito confessa­ta, ma che, la Madonna in particolare a me non mi perdona sì facilmente. Mi vuole perfetta.

È sabato sera; Dio mio! Che castigo! È il maggior casti­go che tu possa darmi, di privarmi della visita di Maria San­tissima, è appunto vicina il sabato che sempre cado in tante mancanze...

 

Domenica, 12 agosto

Aridità di spirito.

Sono giunta a domenica. Che svogliatezza, che aridità! Ma pure non voglio lasciare le mie solite preghiere.

 

Mercoledì, 15 agosto

Alle aridità succedono le consolazioni. Le appare madre Marza Teresa, che le chiede ancora preghiere. Maria Santissima prende il cuore di Gemma per conservarlo in cielo.

Sono arrivata in questo stato di aridità e di mancanza di Gesù fino a oggi, mercoledì. Da venerdì più non l'ho senti­to. Il confessore mi accerta che sarà per castigo dei miei pec­cati o per vedere se posso stare senza Gesù, e per stimolarmi ad amarlo di più. Sono stata sempre sola, voglio dire senza Gesù. L'angelo custode non mi ha lasciata neppure un se­condo; eppure quante mancanze, quanti difetti, anche in presenza sua! Dio mio, tu abbi misericordia di me! Ho fatto sempre la comunione, ma Gesù come se più non ci fosse. Ma Gesù voglia lasciarmi sola anche oggi in una solennità sì grande? La comunione l'ho fatta con assai più consolazione, ma senza sentir Gesù. Ho pregato parecchio in questi gior­ni, perché voglio una grazia da Gesù.

Oggi M.M.T. [madre Maria Teresa] deve andare in para­diso: io lo spero. Ma come fare a saperlo? Raccogliermi non posso, se non sono in un luogo sicuro. Il mio angelo custode oggi farà anche da guardia alla mia porta.

Eccomi alle nove e un quarto di questo gran giorno. Mi sento al solito un interno raccoglimento; ho pregato l'angelo custode di sorvegliarmi e che nessuno veda; mi sono nasco­sta nella stanza delle monache.

O non è passato gran tempo, che al raccoglimento è giunto il rapimento (non creda chi legge queste cose a nulla, perché posso benissimo ingannarmi; che Gesù mai non lo permetta! Lo faccio per obbedienza, e mi sottometto a scri­vere con gran ripugnanza).

Erano circa le nove e mezza, leggevo: tutto ad un tratto sono scossa da una mano che leggermente mi posava sulla spalla sinistra. Mi volto impaurita; ebbi paura, feci per chia­mare, ma mi trattenne. Mi voltai e vidi una persona vestita di bianco: conobbi una donna; la guardai, il suo sguardo mi as­sicurò che non temessi di nulla: «Gemma», mi disse dopo qualche minuto, «mi conosci?». Dissi di no, perché ben po­tevo dirlo; soggiunse: «Io sono madre Maria Teresa del Bam­bin Gesù; ti ringrazio tanto tanto che tu ti dia tanta premura, perché presto possa raggiungere la mia eterna felicità».

Tutto questo accadeva, mentre io ero propriamente sve­gliata e in pieno conoscimento di me stessa.

Soggiunse: « Seguita ancora, ché ho ancora qualche giorno da soffrire». E nel dirmi così mi fece una carezza, e andò via. Quei suoi sguardi, devo dirlo, m'ispirarono molta fidu­cia. Da quell'ora raddoppiai le mie preghiere per quell'ani­ma, affinché presto possa raggiungere il suo fine; ma le mie preghiere son troppo deboli; o vorrei che presso le anime del purgatorio dovessero aver la forza delle preghiere dei santi! Da quel momento soffrii sempre, fino alle undici circa che non potei esser sola. Sentivo dentro di me un certo rac­coglímento, una voglia di andare a pregare, ma come fare? Non potevo. Quante volte mi toccò a insistere! Finalmente l'ebbi il sospirato permesso, e me ne andai con la Mamma mia, ma ben pochi momenti; ma furono momenti preziosi! Per i miei cattivi portamenti, Gesù non permise che la Madonna venisse come sempre sorridente, ma invece assai mesta (ed io ne ero la cagione). Mi rimproverò un po', ma si rallegrò anche di una cosa (che qui credo bene di non nota­re), e quella cosa fece tanta consolazione anche a Gesù! È per premiarmi di quella fu appunto che venne (la Madonna), ma, come ho detto, seria; mi disse alcune parole, tra le quali disse: «Figlia, quando io andrò in cielo, stamattina porterò con me il tuo cuore ».

In quel momento allora mi sembrò che mi si avvicinasse... me lo tolse, lo prese con sé, nelle sue mani, e mi disse: «Non temere di nulla, sii buona; io terrò il tuo cuore sempre lassù con me, sempre in queste mie mani». Mi benedì in fretta, e nell'andar via pronunziò ancora queste parole: «A me mi hai dato il cuore, ma Gesù vuole ancora un'altra cosa». «Che co­sa? », gli dissi. «La volontà», mi rispose, e sparì.

Mi trovai per terra, ma quello so benissimo quando ac­cadde: quando fece cenno di avvicinarsi e di levarmi il cuore. Benché queste cose al primo apparire mi impauriscono, pure alla fine finisco coll'essere sempre in infinite consolazioni.

 

Giovedì, 16 agosto

Presa da grave timore di dannarsi alla vista dei propri peccati, è anima­ta dall'angelo a confidare nella misericordia di Dio. Soffre con Gesù, che le parla della prossima liberazione di madre Marza Teresa dalle pene del pur­gatorio e le promette nuove dolcezze nella santa comunione.

Eccomi a giovedì. La solita ripugnanza mi giunge; il ti­more di perdere l'anima mi viene; il numero dei peccati e l'e­normità di essi, tutto mi si spalanca davanti. Che agitazione!

In quei momenti l'angelo custode mi suggerì all'orecchio: « Ma la misericordia di Dio è infinita ». Mi quietai. Cominciai presto assai a patire nel capo: saranno state circa le dieci. Quando fui sola, mi buttai sul letto; soffrii un po', ma Gesù non tardò a comparire, mostrandosi anch'esso che soffriva tanto. Gli ricordai i peccatori, pei quali lui pure mi animò a offrir tutti i miei piccoli patimenti all'eterno Pa­dre, per essi.

Nel mentre che ero con Gesù e soffrivo, e soffriva lui pu­re, mi venne un forte desiderio, quasi da non poter resistere. Gesù se ne avvide e mi domandò: «Che vuoi che faccia?». Ed io subito: « Gesù, per pietà, alleggerisci i tormenti a ma­dre Maria Teresa ». E Gesù: « Già l'ho fatto. Vuoi altro? », mi diceva. Allora mi feci animo e gli dissi: « Gesù, salvala, salva­la». E Gesù così mi rispose: «Il terzo giorno dopo l'Assun­zione della mia santissima Madre, verrà anch'essa sprigiona­ta dal purgatorio, e la condurrò con me nel cielo».

+ Quelle parole mi ricolmarono di una gioia tale, che non saprei esprimere. Parecchie altre cose mi disse Gesù; io gli chiesi ancora perché dopo la santissima comunione non mi faceva più gustare quelle dolcezze di paradiso. Mi rispo­se prontamente: «Non ne sei degna, o figliuola»; ma mi pro­mise però che la mattina dopo l'avrebbe fatto.

Come fare a arrivare alla mattina? È vero, rimanevano poche ore, ma per me erano anni; non ho chiuso mai gli oc­chi al sonno; mi consumavo, avrei voluto che fosse subito ve­nuta la mattina: in una parola, stanotte mi è sembrata lun­ghissima, ma è giunta finalmente [la mattina].

 

Venerdì, 17 agosto

La felicità di stare con Gesù! Nel toglierle la corona di spine, Gesù la benedice versando sopra di lei abbondanti grazie divine. L'angelo le racco­manda l'obbedienza e le dà alcuni avvisi per il confessore. Ripugnanza nello scrivere.

Gesù, appena è arrivato sulla mia lingua (cagione tante volte di tanti peccati), mi si è fatto sentire. Non ero più in me, ma dentro di me Gesù, mi è sceso nel seno (dico nel se­no, perché il cuore non l'ho più: lo ho dato alla Mamma di Gesù). Che istanti felici si passano con Gesù! Come ricam­biare i suoi affetti? Con quali parole esprimere il suo amore, con questa povera creatura? Ma pure si è degnato venire. È proprio impossibile, sì, è impossibile non amar Gesù. Quan­te volte me lo dimanda se lo amo e lo amo davvero. E ne du­biti ancora, Gesù mio? Allora lui si unisce sempre più a me, mi parla, mi dice che mi vuole perfetta, che mi ama assai an­che lui e che lo contraccambi.

Dio mio, come fare per rendermi degna di tante grazie? Dove non arrivo io, supplirà per me il mio caro angelo cu­stode. Dio voglia che mai mi abbia ad ingannare per me, e non abbia neppure ad ingannare gli altri.

Ho passato il resto della giornata unita con Gesù; soffro un po', ma nessuno del mio patire se ne avvede; solo di quando in quando mi esce qualche lamento; ma, Dio mio, è proprio involontario.

Oggi poi poco, anzi nulla ci è voluto per farmi raccoglie­re: la mia mente già era con Gesù, e ci sono subito andata an­che con lo spirito. Quanto si è mostrato affettuoso oggi con me Gesù! Ma quanto soffre! Faccio tanto per diminuirglie­lo, e vorrei fare, se mi fosse permesso. Mi si è avvicinato og­gi, mi ha levata la corona dalla mia testa, e poi non ho vedu­to come sempre riporla sul suo capo; la teneva nelle sue mani, tutte le piaghe aveva aperte, ma non buttavano sangue come sempre, erano belle. È solito benedirmi prima di lasciarmi; infatti ha alzato la sua mano destra; da quella mano allora ho veduto uscire una luce più assai più forte che deldttrrre. Esso teneva quella ma­no alzata; io restavo fissa a guardarlo, non mi potevo saziare di contemplarlo. O se potessi farlo conoscere, vedere a tutti quanto è bello il mio Gesù! Mi ha benedetta con quella stes­sa mano, che aveva alzata, e mi ha lasciata.

Dopo questo che mi era accaduto, avrei saputo volentie­ri che cosa volesse dire quella luce che usciva dalle piaghe, in particolare dalla mano destra, con la quale mi ha benedetta. L'angelo custode mi ha dette queste parole: « Fígliuola, in questo giorno la benedizione di Gesù ha versato sopra di te un'abbondanza di grazie».

Ora mentre scrivo, si è avvicinato e mi ha detto: « Mi rac­comando, figlia mia, obbedisci sempre, e in tutto. Palesa ogni cosa al confessore; digli che non ti trascuri, ma ti na­sconda». E poi ha soggiunto: «Digli che Gesù vuole che ab­bia assai più premura verso di te, se ne dia più pensiero: se no tu sei troppo inesperta».

Queste cose me le ha ripetute anche ora che ho già scrit­to; me le ha dette più volte, sono svegliata, e mi è sembra­to proprio di vederlo e di udirlo parlare. Gesù, sia sempre fatta la tua santissima volontà.

Ma quanto soffro nel dovere scrivere certe cose! La ri­pugnanza che provavo sul principio, anziché diminuirmi, as­sai più si va a crescere, ed io provo una pena da morire. Quante volte oggi ho tentato di cercarli e bruciarli tutti [i miei scritti] ! E poi? Tu forse, o Dio mio, vorresti che scri­vessi anche quelle cose occulte, che mi fai conoscere per tua bontà, per sempre più tenermi bassa e umiliarmi? Se lo vuoi, o Gesù, son pronta a fare anche quello: fa' conoscere la tua volontà. Ma questi scritti a che gioveranno poi? Per tua mag­gior gloria, o Gesù, o per farmi sempre più cadere nei pec­cati? Tu che hai voluto che faccia così, io l'ho fatto. Tu pen­saci; nella piaga del tuo santo costato, o Gesù, nascondo ogni mia parola.

 

Sabato 18 - domenica 19 agosto

Madre Maria Teresa, accompagnata da Gesù e dal suo angelo custode, viene a ringraziare Gemma e se ne vola al cielo.

Nella santa comunione stamattina Gesù mi ha fatto co­noscere che stanotte a mezzanotte madre Maria Teresa vo­lerà in paradiso. Nient'altro per ora.

Gesù mi aveva promesso di darmi un segno. Son giunta a mezzanotte: ancora nulla; eccomi al tocco: neppure; verso il tocco e mezzo mi sembrò che la Madonna venisse a darmi avviso, che l'ora si avvicinava.

Dopo un po' di tempo infatti mi è parso vedermi venire innanzi madre Teresa vestita da Passionista, accompagnata dal suo angelo custode e da Gesù. Quanto era cambiata dal giorno che la vidi per la prima volta. Ridendo si avvicinò a me, e disse che era veramente felice e andava a godere il suo Gesù eternamente; di nuovo mi ringraziò, e soggiunse: «Av­visa madre Giuseppa che io sono felice e si metta in quie­te ». Mi fece più volte cenno con la mano di dirmi addio, e insieme con Gesù e il suo angelo custode volò al cielo circa le due e mezza.

In quella notte soffrii assai, perché io pure volevo anda­re in paradiso, ma nessuno fece atto di portarmici.

Il desiderio che da tanto tempo Gesù aveva fatto nasce­re in me alfine mi è stato soddisfatto: madre Teresa è in pa­radiso; ma anche dal paradiso mi promise di tornarmi a ve­dere.

 

Lunedì, 20 agosto

I rimproveri dell'angelo. Terribile assalto diabolico, che la santa supera bene invocando la virtù del sangue preziosissimo di Gesù Cristo. Dolore dei peccati: assistenza fraterna e insegnamenti dell'angelo.

Ieri il giorno ebbi di nuovo da parlare coll'angelo custo­de; mi rimproverò anzitutto la mia svogliatezza nella pre­ghiera; parecchie altre cose mi ricordò: tutto sempre riguar­do agli occhi, minacciandomi severamente. Ieri sera in chiesa di nuovo mi ricordò ciò che mi aveva detto il giorno, dicendomi che dovevo poi renderne conto a Gesù. Infine, prima di andare a letto, nell'atto di chiedergli la benedizio­ne, mi avvisò che Gesù oggi, 20 agosto, voleva farmi dare un assalto dal demonio, e questo perché ero stata per qualche giorno trascurata nella preghiera. Mi avvisò che il demonio avrebbe fatto ogni sforzo per impedirmi di pregare, massime con la mente per tutt'oggi, e mi avrebbe privata anche delle sue visite (voglio dire dell'angelo custode), ma solo per oggi.

Ho fatto la santissima comunione, ma chi sa in quale sta­to! Tanto distratta, e la mente l'avevo a stanotte, cioè a un brutto sogno, che ho riconosciuto preparato dal diavolo.

O Dio, il momento dell'assalto è venuto; ma è stato for­te, anzi direi quasi terribile. Nessuna benedizione, nessuno scapolare bastava a frenare la tentazione più brutta che si possa immaginare; era così orrendo [il demonio], che ho chiuso gli occhi, e non l'ho mai aperti, se non quando ero as­solutamente libera.

Dio mio, se sono senza nessun peccato, lo devo a te solo, tu sia ringraziato. Che dire in quei momenti? Cercar Gesù e non trovarlo è una pena più grossa che la tentazione stessa. Quello che provo, lo sa solo Gesù, che di nascosto mi guar­da e se ne compiace. Ad un certo punto che la tentazione pa­reva che prendesse più forza, mi è venuto in mente di invo­care il S.P. [Santo Papà] di Gesù, ho gridato: «Eterno Padre, per il sangue di Gesù, liberami ».

Non so quello che è accaduto: quel cosaccio di diavolo mi ha dato una spinta sì forte, mi ha tirato giù dal letto, mi ha fatto battere il capo con tanto impeto in terra, che ho sen­tito gran dolore; ho perduto i sensi e son rimasta per terra, fi­no a tanto che non mi sono riavuta, dopo assai tempo.

Sia ringraziato Gesù, che oggi pure è passato nel miglior modo che a lui è piaciuto.

Il resto del giorno l'ho passato benissimo. Stasera, come è solito accadermi spesse volte, mi sono venuti alla mente tutti i miei gran peccati, ma con tanta enormità, che ho do­vuto farmi forza per non piangere forte: ne sentivo un dolo­re sì vivo, che mai avevo provato. Il numero di essi oltrepas­sa mille volte la mia età e la mia capacità: però, ciò che mi consola, ne ho provato grandissimo dolore, che vorrei che questo dolore mai si cancellasse dalla mia mente, e mai mi diminuisse. Dio mio! Fino a che è giunta la mia malizia!

Stasera, per dire la verità, aspettavo Gesù, ma che! Non è comparito nessuno; solo l'angelo custode non cessa di vi­gilarmi, di istruirmi e darmi dei savi consigli. Più volte al giorno mi si fa vedere e mi parla. Ieri mi tenne compagnia mentre mangiavo, però non mi forzava, come fanno gli altri. Dopo che ebbi mangiato, non mi sentivo niente bene; allora lui mi porse una tazzina di caffè sì buono, che guarii subi­to, e poi mi fece anche un po' riposare.

Tante volte gli faccio chiedere a Gesù se lo lascia tutta la notte con me; va a dirglielo, poi torna e non mi lascia fino al­la mattina, se Gesù glielo permette.

 

Martedì, 21 agosto

Aspetta una visita di san Gabriele dell'Addolorata.

Forse m'ingannerò, ma oggi aspetto una visitina di C.G. [Confratel Gabriele], e se fosse vero, devo parlargli di molte cose. Gesù, lume, lume non a me, ma a P .G. [Padre Germa­no] e al confessore.

 

Mercoledì, 22 agosto

Rimproveri dell'angelo e visita di Gesù, che le parla della signora Giu­seppina Imperiali. Il suo angelo custode non l'abbandona mai; altri angeli le si fanno vedere.

Ieri l'angelo custode mi avvisò che nel corso della gior­nata doveva venire Gesù; mi gridò, mi chiamò superba, ma poi ci rimettemmo ben presto. Non ci pensai più alla visita di Gesù, perché non ci credevo; ma nel mettermi a fare le preghiere della sera mi sentii raccogliere con Gesù, che mi fece subito un dolce rimprovero, dicendomi: « Gemma, non mi vuoi più? ». « O Dio mio, Dio mio », gli risposi, « come non ti cerco? Ti desidero da per tutto, ti voglio, ti cerco sem­pre, bramo te solo».

Ma mi venne in mente subito di dimandargli: «Ma, Ge­sù, sei venuto stasera, e allora non verrai dimani sera». Mi promise di sì. Ma il confessore mi ha detto che ne sarà re­sponsabile la mia coscienza, se soffrissi e non mi sentissi be­ne; se mi sento bene, la stessa ora posso soffrire con Gesù; se no Gesù venga pure, ma senza farmi soffrire; mi trattenga con lui e lo compatisca, e faccia parte con lui a quella morta­le tristezza che patì nell'Orto degli olivi. In ogni modo ob­bedirò.

Mi parlò pure Gesù, senza che io ne parlassi, dell'anima santa della signora Giuseppina Imperiali. «O quanto mi è cara! », ripeteva Gesù. «Vedi», soggiungeva, «essa soffre tanto, non ha un minuto di tregua. Felice lei! ». Mi lasciò, co­me è solito, in una consolazione inesprimibile.

Per grazia di Gesù e per sua infinita misericordia l'ange­lo custode non un minuto secondo mi abbandona. Ieri ne vi­di più degli angeli: il mio mi assisté continuamente, e ne vidi un altro pure di un'altra persona, e qui non occorre certo che descriva i più minuti particolari: se l'obbedienza lo vo­lesse, sarei pronta, ma per ora... basta... A un caso me ne ri­corderò.

 

Giovedì, 23 agosto

Aridità e ripugnanze; la corona di spine; amorosa gara con Gesù. Oimè! La sera viene, e il solito raffreddamento, la solita ripugnanza mi assale; la stanchezza vorrebbe vincermi, ma con un po' di fatica non mai voglio tralasciare di fare il mio dovere.

Gesù stasera mi ha posata la sua corona sul mio capo cir­ca le dieci, dopo essermi un po' raccolta. Il mio patire, che non eguaglia per niente quello di Gesù, è stato forte: persino tutti i denti mi sentivano; a ogni movimento era un forte do­lore; credevo di non resistere, ma sì, va tutto bene invece. Ho offerto per i peccatori quelle poche pene, ma in partico­lare per la povera anima mia. Lo pregavo che tornasse pre­sto. Quando fu per lasciarmi, allora nacque una gara tra me e Gesù: chi di noi sarebbe andato a far visita prima (e sono andata io, vo' dire a far la santa comunione), e insieme ci di­cemmo e restammo combinati che io andrò da lui e lui ver­rà da me. Mi promise l'assistenza del mio santo angelo e mi lasciò.

 

Venerdì, 24 agosto

Gesù le toglie la corona di spine e le parla di padre Germano. Assisten­za e ammaestramenti dell'angelo: le insegna pure il modo di ottenere da Ge­sù una visita di san Gabriele dell'Addolorata.

Più tardi poi tornò Gesù a rítogliermi la corona, ma ven­ne assai presto dicendomi che avevo fatto assai, e perché io non volevo, ché non erano ancora le ore compite, mi rispose che sono sempre piccola e faccio assai così.

Soffrii continuamente per parecchie ore; mi accarezzò tanto Gesù. A un certo punto del nostro ragionamento, gli chiesi lume per il confessore; allora mi venne fatta una spia all'angelo custode. Mi aveva detto alla mattina avanti che padre Germano ha assai lume sopra di me, e mi vuole bene. Riferii senza pensare la cosa a Gesù, e Gesù non sapeva nul­la che l'angelo custode me l'avesse detto; si fece un po' se­rio e mi disse che non vorrebbe che l'angelo custode mi fa­cesse le spie.

Ma mentre così parlava, anziché confondermi, come mi accade quando Gesù si fa serio e severo, fui presa, al contra­rio, da più confidenza verso di lui, e gli dimandai: « Gesù, non potresti... »; mi chetai, credendo di farmi capire senza parlare, e Gesù capì subito e soggiunse: «Non ti affliggere, figlia mia: padre Germano presto ci occorrerà. Hai capito? », mi dimandò. « Sì », risposi. E per ultimo mi ripeté queste pa­role: «Non temere, ché presto ci occorrerà». Mi fece cenno con la mano che si allontanava, e mi sparì.

Più tardi ancora poi andai in chiesa per avere al solito la benedizione, ma mi pareva di essere stanca; infatti ero dav­vero, ma non è, come ho detto più volte, stanchezza propria, è svogliatezza e poca voglia di pregare; l'angelo custode mi disse in un orecchio che pregassi pure anche stando a sede­re. Sulle prime non potevo cedere, ma insísté due volte, e al­lora obbedii e stetti sempre a sedere. Certo che ne ebbi pia­cere, perché non potevo starci in ginocchio.

Ieri sera pure mi fece capire che, quando Gesù si lamen­ta con me perché non faccio la meditazione, non vuol dire del giovedì e venerdì, intende parlare degli altri giorni: ed è vero infatti, perché in quei due giorni mai la dimentico. Gli promisi di essere più esatta nel farla, e mi comandò di anda­re a letto, dicendomi che ero stanca e badassi bene di dor­mire. Mi raccomandai che stasse con me, ma non me lo pro­mise: è vero, non ci è mai stato.

«Ora poi», gli dissi, «corri da Gesù e pregalo tanto, per­ché dimani sera devo tornare a confessarmi e bisogna che lo veda »; e lui subito pronto: « E se venisse confratel Gabrie­le?». «Sarebbe lo stesso», risposi; «ma o Gesù o lui, confra­tel Gabriele, bisogna che in ogni modo li veda; pregalo che me la conceda questa grazia: mi è necessario». «Puoi dirlo a me?», mi disse. «Tu pure», risposi, «va' da Gesù e fatti dire ogni cosa, e poi torna a dirmele». Mi fece cenno di sì.

Mi aveva parlato pochi momenti fa di confratel Gabriele e, come sempre al sentirlo anche solo ricordare mi sento tut­ta rallegrare, non potei fare a meno di esclamare: «Confratel Gabriele, quanto è che l'aspetto, quanto lo desidererei! ». «E appunto per questo, perché hai questo desiderio sì forte, Gesù non vuole contentarti». Allora ridendo m'insegnò che, quando veniva Gesù, non mi facessi conoscere di aver la smania di vedere confratel Gabriele, ché allora mi contente­rebbe facilmente.

Intesi che scherzava, poiché so che a Gesù non si può na­sconder nulla.

« Sii índifferente », mi ripeté, « e vedrai che Gesù te lo manda più spesso ». « E non mi riesce esserlo », gli dissi. «T'insegno io; devi dirgli così a Gesù: Se viene, bene; se no, è lo stesso», e nel dire così rideva forte forte.

Allora lo ripetei pure anch'io; ma lui capii che si diverti­va. Mi comandò di andare a letto, dicendomi che per quella notte dovevo esser sola, perché, se ci fosse stato lui, non avrei mai dormito, e se ne andò.

È vero, perché quando ci è lui, non dormo: m'insegna tante cose che si fanno in paradiso, e passa presto presto la notte. Ma stanotte non è stato così: mi ha lasciata sola e ho dormito: più volte però mi sono svegliata, e allora mi diceva subito: « Dormi, se no scappo davvero ».

Ho sentito tuonare forte forte e avevo paura, e allora è venuto e si è fatto vedere; mi ha benedetta di nuovo e mi ri­sono addormentata.

 

Sabato, 25 agosto

Il demonio, sotto le apparenze dell'angelo custode, la tenta e la percuo­te,- l'angelo vero poi le dà avvisi e sostegno. Visione di Maria Santissima.

Nella comunione stamattina nessuna consolazione, ogni cosa con freddezza. Sia fatta la santissima volontà del mio Dio. Oggi che avverrà? Gesù non viene, e neppure me lo sento vicino. Vado per riposarmi, mi vedo venir davanti l'an­gelo custode, che riconobbi per il mio; ma fui presa da un po' di paura e da turbamento anche nell'interno.

Tante volte mi assale la paura, quando vedo comparire qualcuno; ma a poco a poco mi passa e termina in consolazione. Ieri invece il turbamento cresceva e perfino, se mi toccava, scuotevo: cosa che mai mi accade, quando vera­mente è il mio caro angelo. Stavo insomma incerta su questo, quando mi domandò: « Quando vai a confessarti? ». «Stase­ra», risposi. « E perché? Che ci vai a fare tanto spesso? Non sai che è un imbroglione il tuo confessore? ». E mi rinvenni di che cosa si trattava, e mi segnai più volte; allora colpi da farmi scuotere. Il mio angelo non mi parla mai in simile guisa.

Durai per più tempo combattendo in quel modo, e pro­misi che a suo dispetto sarei andata a confessarmi; e ci andai infatti. Chiamavo Gesù, la mia Mamma, ma che! Nessuno. Dopo del tempo si fece vedere un po' l'angelo custode vero, obbligandomi a confessarmi di ogni cosa, e mi parlò di due cose da dirgli [al confessore].

Il turbamento e la paura del nemico presto sparì, e ritor­nai in calma, fino che non fu il tempo di andare a confessar­mi: non volevo andarci a nessun patto. Con forza" vi andai, ma pochissimo potei parlare. Ma pure ogni cosa voglio dire, scriverò'.

La mia carissima Mamma ieri sera non mancò, ma fu co­sì breve la sua visita; ma mi consolò tanto. La pregai più che potei per me, affinché mi conducesse in paradiso; per al­tro ancora pregai caldamente. Come mi sorrideva quando ri­petutamente la chiamavo mamma! Si avvicinò, mi fece una carezza e mi lasciò in compagnia dell'angelo custode, che si è mantenuto affabile e allegro fino alla mattina.

 

Domenica, 26 agosto

Forti rimproveri e volto severo dell'angelo.

Alla mattina mi ha lasciata [l'angelo custode], dopo che sono uscita di camera. Ho fatto la santissima comunione senza saper nulla di Gesù; nel corso della mattinata mi senti­vo una voglia sì forte di piangere, che bisognava che mi na­scondessi agli sguardi degli altri per non farmene avvedere: mi sentivo inquieta di coscienza e non sapevo a che appi­gliarmi. Dio mio, che mi accingo a descrivere! Ma sarà bene, perché, se a qualche persona capitasse nelle mani questo mio libro, riconoscerà in me se non altro che una disobbedíente e una cattiva.

Ieri, in tempo che mangiavo, alzo gli occhi e vedo l'an­gelo custode che mi guardò con un viso così severo da spa­ventare; non parlava. Più tardi, quando andai un momento a letto, Dio mio! Mi comandò di guardarlo in faccia; lo guar­dai, abbassai quasi subito poi lo sguardo, ma lui insisteva e disse: «Non hai vergogna di commettere mancanze in pre­senza mia; dopo commesse poi la senti la vergogna!». Insi­steva che lo guardassi; per più di mezz'ora circa mi fece sta­re in presenza sua sempre a guardarlo in faccia: mi lanciava certi sguardi sì severi...

Non feci che piangere. Mi raccomandavo al mio Dio, al­la Mamma nostra, affinché mi togliesse di lì, ché non potevo più a lungo resistere. Di quando in quando mi ripeteva: «Mí vergogno di te ». Pregavo pure che altri non lo vedessero co­sì in quello stato, perché neppure più una persona si sareb­be a me avvicinata; non so se altri lo videro.

Soffrii una giornata intera e, sempre quando alzavo gli occhi, mi guardava sempre severo; non potei raccogliermi un minuto. Alla sera pure feci le mie preghiere, e sempre sta­va a guardarmi nella stessa maniera; mi lasciò andare a letto, mi benedì però; ma non mi abbandonò: è stato per più ore con me, senza parlare e sempre severo.

Io mai non ho avuto coraggio di rivolgergli una parola, solo dicevo: «Dio mio, che vergogna se altri vedessero il mio angelo così arrabbiato! »

In nessun modo ieri sera non mi riusciva prender sonno; sono stata svegliata fino alle due passate: lo so, perché ho sentito sonar l'orologio. Stavo ferma nel letto, la mente ri­volta a Dio, ma senza pregare. Infine, dopo sonate le tre, ho veduto l'angelo custode avvicinarsi, posarmi una mano sulla fronte, e mi ha dette queste parole: «Dormi, cattiva! ». Non l'ho più veduto.

 

Lunedì, 27 agosto

Nella santa comunione Gesù le spiega il motivo per cui l'angelo le si mostra così severo.

Stamani ho fatto la santa comunione: non avevo corag­gio di farla. Gesù mi è parso che mi abbia data un po' di co­noscenza della cagione per la quale l'angelo custode è così: l'ultima confessione fatta male. Purtroppo è stato vero.

 

Martedì, 28 agosto

Dopo la confessione l'angelo torna a esserle sorridente e amabile, e la assicura del perdono di Gesù.

L'angelo custode si è mantenuto così severo fino a sta­mani, che non ho palesato ogni cosa al confessore. Subito uscita di confessionario, mi ha guardato ridendo, con un'a­ria di compiacenza: sono ritornata da morte a vita. Più tardi poi mi ha parlato da se stesso (io non avevo coraggio d'in­terrogarlo): mi ha domandato come stavo, perché non mi sentivo bene la notte innanzi. Gli ho risposto che solo lui poteva guarirmi; si è avvicinato, mi accarezzava tanto tanto e mi diceva che fossi buona.

Ripetutamente gli dimandavo se mi volesse bene come prima, e se mi amasse egualmente; mi rispondeva in questo modo: « Oggi non mi vergogno di te, ieri sì ». Gli demandavo più volte perdono, e faceva cenno di essere [stato perdona­to] ogni trascorso. Infine l'ho mandato da Gesù per tre cose:

1) Se fosse ora contento di me?

2) Se mi avesse perdonato ogni cosa?

3) E che mi levasse una certa vergogna da dosso per far l'obbedienza al confessore...

È andato subito via, ed è tornato assai tardi: mi ha detto che Gesù è assai contento; che mi ha perdonato, ma per l'ul­tima volta; in quanto alla vergogna disse che Gesù gli aveva risposto queste precise parole: «Digli che obbedisca perfet­tamente ».

Più tardi poi andai a letto, ma sentii poco dopo un po' di rimorso. Pensavo, è vero, al soggetto della meditazione della Passione, ma nel letto. Mi ha demandato a che cosa pensassi il mio angelo. «Alla Passione», ho risposto. «Che dirà di me Gesù che faccio questa vita sì comoda, prego po­co, e nel letto; insomma tutto il tempo della preghiera lo passo nel letto? ». Questo purtroppo è ogni cosa vero. Mi ri­spose che ne pensavo io di questa cosa. « È svogliatezza», soggiunsi. Ma gli promisi che, da quella sera in poi, mai più avrei pregato nel letto; altro che il giorno a me destinato per obbedienza. Da ieri sera e per tutta la notte mai si è allonta­nato da me, ma con un patto però: di stare zitta e dormire. L'ho fatto.

 

Mercoledì, 29 agosto

Scrive una lettera a san Gabriele dell'Addolorata e la raccomanda al­l'angelo custode.

+ Ora poi oggi faccio una cosa: voglio scrivere a confra­tel Gabriele un biglietto; dopo lo consegno all'angelo custo­de, e ne aspetterò la risposta. E questa cosa si fa senza che

Gesù lo sappia; lui pure mi ha detto che a Gesù non si dirà nulla.

E l'ho fatto: ho scritto una lettera assai lunga, ho parlato di tutte le mie cose senza tralasciarne alcuna; poi ho avvisato l'angelo custode che era in punto, e se la voleva... L'ho po­sta stasera, mercoledì, sotto il guanciale, e stamani84, quando mi sono alzata, non ho pensato a guardarci, perché avevo di meglio in mente: andavo da Gesù.

 

Giovedì, 30 agosto

Presa la lettera, l'angelo le dice che sabato prossimo avrà la risposta. Dolore dei peccati e corona di spine. Per obbedire, «manda via» Gesù.

Subito tornata, ho guardato e, curiosa!, la lettera non ci era più. Dico curiosa, perché lo sento dire da altri che è una cosa strana; a me non mi sembra però. L'angelo custode poi mi ha dimandato se ci occorresse risposta. Io ho riso. « E al­tro », gli ho detto, « se ci occorre! ». « Ebbene », ha soggiun­to, «fino a sabato non puoi averla». Pazienza dunque fino a sabato.

Intanto eccomi al giovedì sera. O Dio! Tutti i miei pec­cati mi si presentano davanti. Che enormità! Sì, sappiatelo tutti: la mia vita fino ad ora è stata una continua serie di pec­cati. Sempre la vedo la gran quantità di essi, e la malizia ri­conosco con cui li ho commessi, ma specialmente nell'avvi­cinarsi del giovedì sera: in una maniera sì spaventosa mi compariscono davanti, che divento vergognosa a me stessa e insoffribile a me medesima.

Allora, massime in quella sera, proponimenti, pentimen­ti, sono di continuo; ma tutte cose che poi non mantengo e torno al solito. Un po' di forza, un po' di coraggio mi viene quando sento che Gesù in quell'ora mi mette la corona del­le spine e mi fa soffrire fino alla sera del venerdì; perché ciò

offerisco per le anime peccatrici, in modo particolare per la mia.

Così avvenne ieri sera giovedì; mi sembrò che Gesù fa­cesse, come era solito in quella sera: mi posò le spine sul mio capo, cagione di tante pene al mio caro Gesù, e me la lasciò per più ore. Mi fece un po' soffrire, ma che dico soffrire, go­dere. È un godere quel soffrire. Quanto era afflitto! E la ca­gione: per tanti peccati che si commettono, e per tante ani­me ingrate, che lui tanto benefica, e poi riceve tutto al contrario. Di questa ingratitudine quanto mi sento colpevo­le io stessa! Al certo Gesù avrà detto di me.

Finita l'ora dell'obbedienza, il mio angelo custode mi av­visò; che fare? Gesù si tratteneva ancora, ma ben vedeva l'imbarazzo in cui mi trovava. Mi ricordò l'obbedienza, e per obbedire dovevo mandar via Gesù, perché l'ora era trascor­sa. « Via », mi disse Gesù, « dammi un segno fin da ora che sempre obbedirai». Allora esclamai: «Gesù, va' pure, ch'ora più non ti voglio». E Gesù sorridendo mi benedì, insieme a tutti i membri del Sacro Collegio, e raccomandandomi al­l'angelo custode, mi lasciò sì contenta da non potermi espri­mere.

Son solita in quella notte di non poter dormire, perché sto unita con Gesù, in unione più stretta del solito, e poi an­che perché mi sembra che mi dolga un po' il capo; vegliai in­sieme al mio caro angelo.

 

Venerdì, 31 agosto

Soffre assai per il dolore al capo, ma gode di patire con Gesù.

Corsi alla mattina a fare la santa comunione, ma non po­tei parlare nulla, stetti sempre in silenzio: il dolor del capo me lo impediva. Dio mio, quanto manco in questa cosa! Ge­sù per me non risparmiò nulla, ed io invece per non patire non faccio, se mi riesce, il più piccolo movimento. Che ne dirii, mio Gesù, di questa svogliatezza e cattiva volontà? Tutta la mattina non feci che riposarmi. Venne il giorno, e nessuna fatica provai a volarmene con Gesù: mi levò le spine, mi di­mandò se avessi sofferto tanto. « O mio Gesù », esclamai, «il soffrire mi comincia ora, poiché tu ti allontani. Ieri e og­gi, ho sempre goduto tanto, perché mi sentivo vicina a te; ma da ora, fino che tu non ritornerai, sì davvero che sarà soffri­re continuo». Mi raccomandavo: «Vieni, mio Gesù, vieni più spesso: sarò buona, obbedirò sempre a tutti. Contenta­mi, Gesù». Soffrivo, mentre così parlavo, perché Gesù a po­co a poco mi veniva a mancare.

Infine dopo breve tempo, mi lasciò sola, e di nuovo nel solito abbandono. Verso sera andai a confessarmi, e il con­fessore, credendo che non mi sentissi bene, perché avevo un po' sofferto, mi comandò di andare a letto, subito che fossi andata in camera, e mi comandò pure di dormire, senza par­lare col mio angelo custode (perché alle volte si parla ore in­tere), e che dormissi.

Ci andai al letto, ma non potevo prender sonno, dalla cu­riosità che avevo: volevo dimandare all'angelo custode tante cose, e aspettavo che lui stesso me lo dicesse, ma che! ... Mi disse più volte che dormissi. Alla fine mi addormentai.

 

Sabato, 1 settembre

Apparizione di Maria Santissima Addolorata, alla quale la santa, con fi­liale confidenza e semplicità, manifesta quanto ami Gesù.

Stamattina per tempo poi da se stesso mi ha svegliata e mi ha detto che oggi avrò risposta. « In che modo? », ho di­mandato. « E lo vedrai », mi ha detto ridendo.

Per tutto oggi sono stata senza nessuna tentazione; verso sera me n'è sopraggiunta una all'improvviso, nella manie­ra più brutta. E qui non credo bene di narrare, perché troppo...

Chi mai si sarebbe immaginato che la mia cara Mamma venisse a vedermi? Neppure ci pensavo, perché la mia cattiva condotta credevo che non glielo permettesse; pure di me ebbe compassione, e in breve tempo mi sentii un raccogli­mento interno; all'interno successe come spesse volte, il ca­po se ne partì. Mi trovai (mi parve) con la Mamma Addolo­rata. Che felicità in quei momenti! Quanto è caro poter proferire il nome di mamma! Che dolcezza sentii nel cuore in quegli istanti! Lo spieghi chi può. Mi parve, dopo qualche momento di commozione, che mi prendesse in grembo e mi facesse posare il capo sulla sua spalla, che mi fece tenere per un po' di tempo. Il mio cuore in quel momento era appieno felice e contento: altro [non] aveva da desiderare.

«Non ami che me?», mi dimandava di quando in quan­do. «O no! », gli rispondevo. «Prima di te amo un'altra per­sona ». « E chi è? », fingendo di non saperlo mi dimandava. È una persona a me tanto cara, più di ogni altra cosa; l'amo tanto, che darei la vita anche in quest'istante; per lui non cu­ro più neppure il corpo ». « Ma dimmi chi è », impaziente mi dimandava. «Se tu fossi venuta ieri l'altro sera, l'avresti ve­duto starsene con me. Vedi, però lui viene così di rado da me, io invece da lui vado ogni giorno, e più volte ancora an­drei, se potessi. Ma sai, Mamma mia», ripigliavo, «perché fa così? Perché vuole stare a vedere se così lontano io fossi ca­pace di non amarlo più; ma invece quanto più è lontano, tan­to più mi sento trasporto maggiore con lui ». Mi ripeteva: « Dimmi chi è ». « No, non te lo dico », soggiungevo. « Tu ve­dessi, Mamma mia: ti somiglia te per bellezza, i tuoi capelli hanno il colore dei suoi». E la Mamma mia mi pareva che accarezzandomi mi dicesse: «Ma, figlia mia, di chi intendi parlare?». Esclamai forte: «Non mi capisci? Intendo parla­re di Gesù. Di Gesù», ripetei ancora più forte. Mi guardò sorridendo e mi strinse fortemente a sé: «Amalo pure, ama­lo tanto, ma ama lui solo ». « Non temere », gli dissi, « nessu­no al mondo potrà gustare gli affetti miei, solo Gesù».

Di nuovo mi strinse a sé, mi sembrò che mi baciasse nel­la fronte, e mi svegliai e mi trovai stesa per terra, col croci­fisso vicino.

Chi legge, di nuovo lo ripeto, non creda a queste cose, perché tutta mia fantasia; mi sottometto non di meno a descrivere ogni cosa, perché legata dall'obbedienza, altrimenti vorrei fare altro. Credo che di giorno in giorno la ripugnan­za che provo nello scrivere certe cose infine cessi, ma si fa sempre maggiore: è una pena tale da non poter resistere, e quasi da morirne.

 

Domenica, 2 settembre

Tenerezza, severità e rimproveri dell'angelo custode.

Stanotte ho dormito, col mio angelo custode accanto; nello svegliarmi l'ho veduto vicino a me; mi ha dimandato dove andassi. « Da Gesù », ho risposto.

Tutto il resto del giorno è corso benissimo. Dio mio, ma verso sera che è mai avvenuto! L'angelo custode si è fatto se­rio e severo; io non sapevo indovinarne la cagione, ma lui, ché nulla posso celargli, in tuono severo (nel momento che mi ero messa a recitare le solite preghiere) mi ha demandato che facessi. «Prego». «Chi aspetti?» (facendosi sempre più serio). lo non pensavo a nulla. «Confratel Gabriele» [rispo­si]. A sentir pronunziare quelle parole, ha cominciato a gri­darmi, dicendomi che invano aspettassi, come pure aspet­tassi invano la risposta, poiché...

E qui mi ricordò due peccati fatti nel corso del giorno. Dio mio, che severità! Pronunziò queste parole più volte: «Mi vergogno di te. Finirò col non farmi più vedere, e for­se... chi sa se neppure demani ».

E mi lasciò in quello stato. Mi fece pure piangere tanto. Ho voglia di chiedere perdono, ma, quando è così inquieta­to, non ci è caso che mi voglia perdonare.

 

Lunedì, 3 settembre

L'angelo le manifesta la sua benevolenza. Avvertimenti di vita spiri­tuale.

Non l'ho più riveduto stanotte, neppure stamattina; og­gi mi ha detto che adorassi Gesù, che si trovava solo, e poi è risparito. Stasera poi era assai meglio della sera innanzi; gli

ho chiesto più volte perdono, e pareva disposto a perdonar­mi. Stanotte è stato sempre con me: mi ripeteva che fossi buona e non disgusti più il nostro Gesù e, quando sono alla sua presenza, stia meglio e più buona.

 

II

COLLOQUI ESTATICI

 

Angelo mio, ora quando smetto di pregare io, pregalo te (Estasi 4, martedì 12 settembre 1899, mattino, p. 10).

Passione di Gesù!... Angeli del cielo, inchinatevi tutti con me, per la Passione di Gesù. Raccogliamo insieme il san­gue di Gesù... (Estasi 15, venerdì 30 marzo 1900, p. 23).

O Passione di Gesù, io ti amo! Angeli del cielo, venite, venite tutti: adoriamo tutti la Passione di Gesù (...). O an­geli santi, venite tutti, ma tutti, a compatire Gesù. Passione, Passione di Gesù! ...Tutti adoriamo la Passione di Gesù, tut­ti! (Estasi 21, martedì santo 10 aprile 1900, p. 31).

O angeli del cielo, venite tutti: adoriamo la Passione di Gesù... (Estasi 28, domenica 29 aprile 1900, p. 42).

Cattivo il mio angelo custode! ... Perché castigarmi? Che ho fatto? Una curiosità?... Non me ne ricordo. Cerca di ve­nir te [alla Madonna]; è troppo severo quell'angelo lì. Anzi, dammelo stanotte [l'angelo custode], e non mi lasciar... (Estasi 46, sabato 25 agosto 1900, pp. 72-73).

Angelo bello, va' a dire a Gesù che non ne ho punti dei cuori... Il cuore mio lo ha la Mamma mia. (...) Angelo bel­lo, Gesù a certe cose si nasconde, pensaci te... Che vuole

Gesù? Angelo bello, mi assisti... Angelo mio, ho scritto tan­te cose... pensaci te, angelo mio, angelo bello, Gesù a certe cose si nasconde, pensaci te... Che vuole Gesù? Angelo bel­lo, mi assisti... Angelo mio, ho scritto tante cose... pensaci te, angelo mio, angelo mio (Estasi 49, verso la fine di settem­bre del 1900, pp. 77-78).

(...) Dice che non ho forza; sentimi [a Gesù] un po' il polso... Mandaci l'angelo... Che dici, Gesù? (Estasi 51, pri­mi di dicembre del 1900, p. 80).

Poi fuor di me dalla consolazione e piena di timore, mi rivolsi agli angeli: «Angeli miei del paradiso, testimoni di tutte le meraviglie che Iddio opera, dite: non sono questi tratti d'infinita potenza maneggiati da un amore infinito?» (Estasi 68, giovedì 19 dicembre 1901, circa le dieci e mezza antimeridiane, narrata dalla santa stessa, pp. 93-94).

Gli angeli soli, Signore, son testimoni dei tratti del tuo amore nell'anima. Gesù, paradiso mio qui in terra, quando, quando, quando, Gesù... (Estasi 69, sabato 21 dicembre 1901, p. 95).

Angelo mio!... O angelo mio, aiutami, non mi fa' star così oziosa in mezzo a tante grazie, tu che hai avuto tanta pa­zienza nel sopportarmi (Estasi 71; verso la fine di dicembre del 1901, pp. 96-97).

O Gesù, quando il mio cuore non sarà più della terra sarà tutto del cielo, che gloria per te! Gli angeli come faran­no festa! (Estasi 75, venerdì 17 gennaio 1902, p. 100).

O Mamma, Mamma, perché non stai più al mio fianco, come faceva il mio buon angelo? Quanto temerei meno! ... (Estasi 81, venerdì 31 gennaio 1902, p. 107).

O angeli, angeli, io non posso far nulla... Applaudite voi all'amor di Gesù! Ecco, Gesù, mi arrendo al tuo santo amo­re... (Estasi 83, venerdì 14 febbraio 1902, p. 108).

Manifesta tutto a gloria tua e a vergogna mia. E, poi, ti ricordi, Gesù, tre anni sono quando tu imponesti agli angeli che facessero festa del mio ritorno a te? ... (Estasi 88, lunedì 14 aprile 1902, p. 111).

Mio Gesù, io struggo... io muoio... io muoio per te... Gesù, cibo delle anime forti, fortificami, purificami, divi­nizzami... (Estasi 93, martedì 17 giugno 1902, pp. 116­117).

A te i santi, o Gesù, e gli umili di cuore; non io, o Signo­re. A te tutti gli spiriti e le anime di tutti i giusti; non io, Si­gnore. A te tutti gli abitatori del cielo; io no... Ti rendano tutti infinite lodi e ringraziamenti. Ma anch'io, anch'io, o Gesù... (Estasi 97, venerdì 27 giugno 1902, p. 119).

Come volentieri mi unirei agli angeli tuoi! Come volen­tieri tutta mi disfarei nelle tue lodi! Come volentieri rimarrei sempre dinanzi a te! (Estasi 105, giovedì 3 luglio 1902, ver­so le nove antimeridiane, p. 128).

Che consolazione, anima mia, essere circondata dagli an­geli, dai tuoi prediletti! Il merito di tutti non è uguale, ma l'allegrezza è propria di ciascuno. O anima mia! ... O para­diso! ... Vedrai quando sarò con te, sarò sazia, non avrò più bisogno né di...

O Dio... lascia che io m'ingolfi nella carità dell'amor tuo... O paradiso! ... Ma sarò fatta degna di vedere le tue sante mura?... Sarò fatta degna di vedere le tue fondamen­ta? di vedere i tuoi abitatori, il tuo Re? Mi raccomando a voi, angeli santi; a te, angelo mio: aprimi la porta... lasciami en­trare... (Estasi 106, giovedì 3 luglio 1902, ore undici antime­ridiane, p. 129).

Io vorrei avere in quest'istante, o eterno Padre, il cuore di tutti gli angeli, il cuore di tutti i santi, di tutti gli eletti, e persino della mia Madre celeste; anzi vorrei aver quello del tuo Figlio, per offrirteli tutti in tua gloria ed onore.

Caro Gesù! ... Mettiamo il caso, o Signore, che tu fossi la mia persona ed io fossi Gesù... Come che farei? Lascerei di essere io, perché tu fossi, o Dio (Estasi 112, giovedì 7 agosto 1902, circa le nove antimeridiane, pp. 134-135)

Nel Verbo sacramentale apritemi... Piuttosto che rima­ner priva del pane di vita.. . A un amante appassionato, o Si­gnore, non occorron tante suppliche: alla prima domanda intende subito... (Estasi 117, sabato 9 agosto 1902, ore un­dici e mezza antimeridiane, p. 139; sembra che la santa ri­volga una preghiera agli angeli, perché le aprano la porticina del tabernacolo e le diano Gesù in sacramento).

Angelo mio, custodiscimi... A quest'ora tu te ne sei già tornato in paradiso... Adopra verso Gesù le tue efficaci pa­role, vieni spesso in mio aiuto, tu... (Estasi 122, venerdì 15 agosto 1902, circa le nove antimeridiane, pp. 144-145).

Mi affliggo, o Signore, perché penso... che se anche per anni ed anni come gli angeli mi preparassi non sarei mai de­gna di riceverti... Eppoi, lo vedi, vengo così mal disposta! (...) Quanto saresti degno d'essere amato!... Oh, che ragio­ne hanno gli angeli di non saziarsi mai di cantarti quel bel­l'inno! ... Così dovrei fare io, e lo dovrebbero fare tutte le creature; invece... (Estasi 125, lunedì 18 agosto 1902, circa le dieci antimeridiane, pp. 147-148).

Angelo mio, se tu vuoi che mi sogni la notte, fallo pure; ma mostrami il paradiso e Gesù, Gesù amato, Gesù amabi­le, e... Quanto sono contenta, o Gesù, del pensiero che m'i­spiri la sera! Se tu me lo facessi conoscere, anche la mattina! (Estasi 129, settembre-ottobre 1902, p. 151).

Io lascio agli angeli e a tutti gli spiriti del cielo [che] a mi­gliaia e a migliaia di lodi ti diano. Ebbene, di tutti questi mo­menti di pace che mi dai, che gli angeli e i santi ti commen­dino per me (Estasi 138, giovedì 20 novembre 1902, circa le otto di sera, p. 160).

Estasi 43

Si trattiene in amabile colloquio con l'angelo custode, pregandolo di di­re a Gesù che presto le mandi san Gabriele dell'Addolorata.

Martedì, 7 agosto 1900

... Allora perché sta tanto? O perché stasera, ora no? Ci è troppo ancora...

E sì, ho tutto in mente quel che gli devo dire... Ma io lo volevo ora; l'ho desiderato tanto questo momento! ...

Oh sì, confratel Gabriele ha delle cose grandi da racco­mandarmi a me? Anche io ci ho tante cose da dirgli. Ma che ho da fare per prepararmi?

Ma anche lui vuol venire? O allora perché Gesù non lo contenta? Digli a Gesù che si soffre tanto ad aspettare.

Ma allora perché, se lo desidera anche lui, Gesù non me lo manda?... .

Ma devo crederci? Ma davvero davvero verrà? Verrà e mi condurrà con sé, mi leverà di qui?

O quanto dovrò aspettare sempre?

Che mi domandi?... se lo amo?... Ma come si deve fare a non amar confratel Gabriele?...

Non m'inganni, è vero?... Ma quando?... O dimmela ora... Ma presto!... Ma quando?...

Proprio, Gesù... mi vuoi ricompensare... O Gesù, di te che dirò, poiché ti nascondi?...

Oh sì, che l'obbedirò! Ma come si fa a non obbedire a confratel Gabriele? ... Ma se ha da comunicarmi cose gran­di, Gesù mi aiuterà...

Ma via, fa' presto: ci arriverò io a stasera?

Oh sì, me lo hai promesso stasera; ripetimelo...

Ma se lui lo desidera, perché Gesù non lo contenta? Di' a Gesù che mi è di mortificazione, mi è di peso il privarmi di confratel Gabriele.

Oh sì, che l'amo tanto! E prima di Gesù fu lui che mi si fece vedere, e poi venne Gesù...

No, più amo Gesù, e poi la Mamma di Gesù, e poi lui... E m'inginocchierò ai suoi piedi, e poi gli dirò tante co­se... ma che sia presto. Ma che non gli dispiace a Gesù di ve­dermi morire così dal desiderio? Diglielo un po' a Gesù: se non gli dispiace, mi contenti...

O che devo fare per prepararmi? Ma, come dice tante volte Gesù, ho tante cose che gli fanno compassione...

Ma che già mi lasci?... Ripetimi le parole di ieri sera e anche di stamani... Allora ti lascio andare.

Non ti ricordi? Hai detto: « Gemma, sta' buona, tornerò presto ». Di' a confratel Gabriele che secchi tanto Gesù, che lo lasci venire presto presto... Di' che venga presto.

No, prima amo Gesù, e poi la Mamma sua, e poi confra­tel Gabriele... (pp. 68-69).

Estasi 45

Altro colloquio con l'angelo custode, che le dà alcuni consigli per il con­fessore.

[Sabato, 25 agosto 1900]

Ho paura... O perché lasciarmi sola in questi momen­ti?... Non è vero, sai, che tu ci fossi: mi sono voltata tante volte, e non ti ho mai veduto.

Se sarò sincera? E sì, dirò tutto.

Lo so, lo so: la prima so qual è, è quella di ieri.

Non [è] vero; è quella la prima... Non mi ingannare.

Sì, capisco bene: la prima, quella di ieri parla di P .G. [Padre Germano].

Ma come faccio?... Non me lo far dire così... Ma ti pa­re! Oh, digli a Gesù che non è vero, non è vero che [il con­fessore] mi trascuri... Ma perché dirgli così? Oh, lui lo co­nosce quanto... [fa per me].

Che vergogna a dirgli così! ... Ma ti pare che io vada a dirgli così! ... Non lo ripeto nemmeno a te: io mi vergogno... Gli dirò così: « Ha detto Gesù » o che l'hai detto tu?

Sì, gli dirò così, che tante volte non si è voluto approfit­tare... Ma tu mandagli l'ispirazione subito; se no, non mi ca­pisce.

E ora che ho da dirgli ho capito, ho capito: dirò così che di nessun mezzo lui si vuole approfittare... Ma come fare? A lui gli dispiace...

Oh, quello sì! Preferirei di disgustare il confessore, piut­tosto che dispiacere a Gesù.

Sincera e obbediente? Ho capito tutto. Oh! Ci vado, sì. Non davo mica retta a lui; ma era proprio vestito come te... Non glielo dar più il tuo vestito, eh! ... Fallo venire ve­stito da diavolo; se no, a momenti ci credevo... Vuole altro Gesù?

Quando mi sarò confessata, mi torni a dire se sei conten­to? (pp. 71-72).

Estasi 54

Fraterno colloquio con l'angelo di padre Germano.

Venerdì santo, 5 aprile 1901, ore due e mezza pomeridiane E... ma, se il babbo mio avesse saputo il castigo che ave­vo avuto da Gesù, non vi avrebbe mandato mica.

Ma sì, sono contenta... Ma vi manda proprio il babbo mio? Se no...

O bene!... Ma quando voi tornate da lui, baciategli il cuore, la veste e la mano.

Sì, sì, farò tutto per ascoltare i suoi consigli... Farò di tutto per fare quello che mi comanda.

Io glielo mando a dir subito dopo... Ma Gesù?... Parla­te con Gesù... È più serio con me?... Ditegli che gli doman­do perdono.

Ma Gesù del mio cuore dov'è?

Sì, lo sento [e qui si mise la mano al cuore. E poi diceva]: ma voi siete venuto via senza dir niente a Gesù? Ma ora pre­paratevi a una bella sgridatina; perché Gesù mi aveva casti­gato... (pp. 83-84).

Estasi 121

Con l'angelo custode adora la santissima Trinità e si trattiene a parlare dell'amore immenso che le porta Gesù.

Martedì 12 agosto 1902, ore nove antimeridiane

[Sembrava che combattesse con il demonio: voleva segni di croce e acqua benedetta; invece era l'angelo! Forse vede che l'angelo s'inginocchia e dice.]

Adoriamo e preghiamo Gesù... Adoriamo il Dio im­menso, immortale, infinito. Adoriamo l'infinita maestà del nostro Dio. Sia lode a te, o Padre, che ci hai salvati; a te, Figlio, che ci hai redenti; a te, o Spirito santo, che ci hai santi­ficati...

E che grazia vuoi che chieda al mio Gesù, fuori di quel­la che lui mi fa tanto volentieri e che tanto mi giova?... l'ac­crescimento del suo amore santo... O amore, o amore infi­nito del mio Gesù! ...

[Adora Dio coll'angelo; pare che si rivolga all'angelo e che abbia paura che sia il diavolo] Se sei il mandato da Dio, la­sciati da me abbracciare; se sei un mandato dal diavolo, av­vicinati che ti sputo in faccia...

Ti manda Gesù?... E che ho fatto per meritarmi tanto? Sì, lo vedo Gesù che mi ama e sembra di me innamora­to, ma non so né il fine né la causa perché fa questo. Sento che mi ha preso il cuore; sento che me l'ha ornato col suo sangue prezioso, ma neanche di questo so il fine...

Esso è il Signore, è il padrone... faccia tutto. Ma come faccio?...

No, non voglio... Non voglio preferire la mia volontà a quella di Gesù.

Sì, veramente l'ho il desiderio, ma se Gesù non voles­se?...

Sì, di sostenere, di tollerare un po' di cibo solo, solo. Non posso, perché lo stomaco mio non lo vuole.

No, non mi toccare, perché il mio babbo non vuole che nessuno mi tocchi...

Eppure hai le sembianze di uomo!... No, non vo' che tu mi tocchi!. Di' solo una sola parola ed io ci credo.

Sarà conforme poi a quello che vuole Gesù?...

Tu sia benedetto in qualunque modo tu tratti, mio Gesù, o amore infinito! Del tuo amore mai mi spropríerò; non lo cederò mai a nessuno. O amore, o amore infinito!...

Angelo... angelo!... Il mio Gesù mi ama, è vero?...

Io pure amo lui... Digli che lo ringrazio di quel che fa per me...

Ti vedo... ti vedo... Non mi lasciare! ... Se mi ami non mi lasciare. .. non mi lasciare... non mi lasciare! ...

Addio, addio, sì! In paradiso! ... (pp. 142-144).

 

III

SUL MISTERO DELL’INCARNAZIONE

(Spiegazione avuta dall'angelo custode il 25 marzo 1901)

Babbo mio,

non so se l'avessi mai detto a Lei, babbo mio, che Gesù tempo indietro mi promise di farmi spiegare il mistero del­l'incarnazione, se però fossi stata buona; buona non stetti, non di meno Gesù mandò il mio caro angelo custode a spie­garmelo, e me lo fece capire in questi termini, e accadde in questo modo.

La mattina del 25 marzo, Gesù si fece sentire all'anima mia più del solito: mi sentivo un interno raccoglimento, che per grazia di Dio non mi distraeva nessuna cosa al mondo; verso mezzogiorno sento che l'angelo mio mi batte sopra una spalla e mi dice: «Gemma, vengo per parte di Gesù ad adempire la sua promessa». Non sapevo che pensare; mi meravigliai all'udire quelle parole. «Figlia», soggiunse, «io sono il tuo custode, mandato da Dio; io vengo per farti capire un mistero, maggiore a tutti gli altri misteri». La mia me­raviglia si fece più grande, ancora non capivo... L'angelo mio se ne accorse e mi disse: « Ti ricordi, dodici giorni in­dietro, quel che ti promisi? ». Pensai e presto mi rinvenni. «Sappi, o mia figlia, che io ti parlerò di Maria Santissima, di una giovinetta tanto umile dinanzi al mondo, ma d'infinita grandezza davanti a Dio; ti parlerò della più bella, della più santa di tutte le creature; della figlia prediletta dell'Altissi­mo, di colei che veniva destinata all'impareggiabile dignità di madre di Dio ».

Mi preparai ad ascoltare le sue parole, come meglio po­tei, ed esso soggiunse: « Sappi, dunque, che erano già tra­scorsi quattromila anni di lutto e questi pesavano tutti sopra il genere umano, e Maria Santissima doveva col frutto del­le sue santissime viscere recare a tutti la liberazione e la sal­vezza.

«Appena, o figlia mia», mi ripeteva spesso l'angelo mio, « dal divin Padre fu decretata l'imbasciata grandissima da in­viarsi all'umile Maria, doveva decretarsi ancora il portatore di tanto annunzio. E per questo ne fu scelto uno, che stava più vicino al trono dell'Altissimo, e questo fu l'arcangelo Gabriele (che significa Fortezza di Dio). Maria dunque sta­va per divenire la donna forte, donna terribile alle potestà delle tenebre. O quanto doveva essere contento l'arcangelo di essere stato scelto ad un mistero così sublime, e di pre­sentarsi messaggero di sì lieto annunzio a quella Vergine, che più tardi salutò poi Regina del paradiso! Era già notte inol­trata, e Maria Santissima se ne stava sola nella sua camera: pregava, era tutta rapita in Dio. All'improvviso si fa una gran luce in quella misera stanza, e l'arcangelo, prendendo uma­ne sembianze e circondato da un numero infinito di angeli, va vicino a Maria, riverente e insieme maestoso. La inchina come Signora, le sorride come annunziatore di una lieta no­tizia, e con dolci parole così le dice: "Ave, o Maria, il Signo­re è con te. La benedetta tu sei fra tutte le donne" ».

O bello, o grande e sublime saluto, che in terra non s'e­ra mai udito, né si udirà mai! Solo un arcangelo, che annun­ziava alla più eccelsa di tutte le creature la sublimità di un sì grande mistero, poteva esser degno di proferire sì magnifico encomio e sì sublimi parole. Sola era degna di essere saluta­ta con sì sublimi e sovrumani accenti l'augusta madre del Fi­glio di Dio.

«Appena l'arcangelo celeste ebbe pronunziate queste parole, tacque, quasi aspettando il cenno di lei per spiegare la sua divina ambasciata. Maria però, udito il sorprendente saluto, si turbò; taceva e pensava. Ma forse credi, o figlia mia, che a Maria non fossero mai discesi gli angeli del para­diso? Essa ogni momento ne godeva la visita e i loro dolci colloqui. Poteva essa forse temer d'illusione? No non mai, perché troppo chiari erano i segni che il messaggero divino portava di Lui che lo aveva inviato. Sì, questo era vero, che i messaggeri della corte celeste mai le erano apparsi con tanto splendore e in sì nobile corteggio, ma però non era questa la ragione [per] la quale la Verginella si turba. Essa non va ad investigare nella sua mente il senso misterioso, ma si turba perché si crede indegna dell'Angelico saluto. Ah! figlia mia», mi ripeteva, «se Maria avesse saputo quanto la sua umiltà fosse piaciuta al Signore, non si sarebbe stimata indegna del­l'ossequio di un angelo. "Come mai", diceva tra sé, "un an­gelo di Dio mi chiama piena di grazia, mentre io mi rico­nosco immeritevole di ogni divino favore? Come mai", ragionava tra sé Maria, "un angelo del paradiso mi chiama benedetta fra le donne, mentre sono tra le femmine la più inutile, la più vile, la più abbietta? Qual mistero mai si na­sconde sotto il velo di sì eccelso saluto?..."

«Al saluto dell'angelo, Maria nessuna risposta aveva da­ta; allora Gabriele per cessarle il timore così ripete: "Non te­mere, o Maria, tu sei l'unica che hai trovato grazia dinanzi al­l'Altissimo. Da questo istante concepirai nel tuo seno un figlio, gli porrai nome Gesù, e da tutti sarà chiamato Figlio dell'Altissimo: ad esso sarà dato il trono di David, regnerà in eterno, e il suo regno mai avrà fine". Con queste sublimi pa­role l'arcangelo spiegava tutta intera la sua ambasciata a Ma­ria. Evviva!, gridiamo: Maria ormai è dichiarata Madre del promesso liberatore, del Redentore del mondo, del Figlio di Dio. Sì, Maria fu la gran Vergine aspettata da tanto tempo. Quel figlio doveva essere grande, e però doveva essere ec­celsa anche la madre. Quel figlio doveva esser Figlio dell'Al­tissimo, e però Maria doveva essere sollevata alla più intima relazione con la santissima Trinità...

«L'angelo ormai aveva manifestato alla Vergine l'arcano della grande missione, cioè che essa era per divenir madre del Figliuol dell'Altissimo. Ma essa, rivoltasi all'angelo, così gli parlò: "E in che modo potrà questo avvenire, serbando io illibato il mio candore verginale?" (Già era stato predetto nel vaticinio d'Isaia, che diceva che il Cristo doveva nascer da madre vergine). Maria Santissima questo già lo sapeva, e sapeva ancora che Gesù era giglio, e il giglio trova il suo pa­scolo solo tra i gigli; e ben capiva che il Figlio di Dio, pren­dendo da lei umana natura, e da lei nascendo, non ne avreb­be nella più piccola parte lesa l'integrità verginale. Solo in cosa di sì grave momento Maria Santissima interroga l'ange­lo santo, e lo prega che le riveli il modo misterioso, per cui a lei sarebbe toccato, con la gloria di vergine, il vanto di ma­dre. Già tu avrai capito », mi ripeteva, « si trattava di un mistero e di un privilegio singolare, inaudito, e Maria non si ab­batte; giustamente chiede all'angelo che glielo spieghi. Si trattava di un gran prodigio, e Maria chiede all'angelo che glielo dichiari. Sappi », qui mi disse l'angelo mio, « che Ma­ria Santissima, con un esempio non mai udito, fino da' suoi teneri anni aveva consacrato al celeste sposo delle anime ca­ste il verginale suo fiore e, sebbene non fosse soggetta al sen­so della concupiscenza ribelle, non aveva però mancato di custodire i suoi gigli tra le spine della mortificazione.

«Rifletti », mi diceva, «come Maria Santissima tacque a tutte le cose che riguardavano il grande mistero, solo parlò e si fece sollecita, quando udi trattare del suo puro e inteme­rato candore, e si fece intorno a quell'angelo di Dio con pre­murosa richiesta... Hai ancor capito, o figlia, quanto Maria amasse questa bella, angelica, celeste virtù? Ma chi credi tu che l'amasse maggiormente? Gesù o Maria? Certamente Gesù che mai si sarebbe scelta una madre, se non vergine pura, immacolata.

«La purità di Maria trasse dal cielo quell'esemplare, che in terra avrebbe imitato; quella virtù fu quella che trapassò le nubi, tutte le regioni dell'aria, trapassò fino gli angeli e le stelle del firmamento; ma infine trovò nel seno stesso del Pa­dre il Verbo di Dio, e in un baleno lo fece tutto suo... «Alla sola, alla unica domanda di Maria riguardo al mi­stero dell'incarnazione del Verbo divino, l'angelo Gabriele rispose: "Maria, lo Spirito santo scenderà sopra di te, la virtù sublime dell'Altissimo ti adombrerà; e però quello che na­scerà di te santo sarà il vero Figliuol di Dio. A questo punto pure ti avverto che Elisabetta, tua parente, nella sua vec­chiezza ha concepito un figlio, ed è già nel sesto mese colei che si diceva sterile; perché ricordati che a Dio nulla è im­possibile". L'angelo Gabriele continuò a Maria Santissima con queste parole: "Rassicurati e consolati, o vergine bene­detta: il divino spirito sarà quello che scenderà a fecondare le tue viscere immacolate. L'onnipotente virtù dell'Altissimo opererà in te un nuovo prodigio che, serbandoti al tempo stesso l'onore di vergine, ti darà il gaudio di madre. Il santo, che concepirai nel tuo seno, non sarà che il Figlio di Dio". Con queste parole l'arcangelo Gabriele svelava l'arcano, spiegava il mistero, rassicurava Maria.

«Ormai tutto era precisato, non mancava che l'ultima parola di Maria, perché la vergine fosse madre di Dio. Il Ver­bo divino, generato dal Padre nello splendore dei santi, non doveva aver padre in terra, siccome madre non ebbe in cie­lo. E Maria, essendo eletta genitrice dell'Unigenito del di­vin Padre, diveniva del Padre stesso l'unigenita figlia. Essendo colei, che della verginale sua sostanza doveva som­ministrare le umane membra al Verbo divino, era sollevata all'ineffabile dignità di madre del Figlio di Dio. Essendo Maria quella, sulla quale sarebbe disceso lo Spirito santo, che adombratala con la sua virtù onnipotente l'avrebbe fatta madre vergine di un figlio Dio, era perciò innalzata all'eccel­so onore di sposa allo Spirito santo.

« Spiegato l'arcano, rassicurata pienamente la vergine, il messaggero divino taceva, ansioso aspettando la risposta di lei, cioè il consenso di Maria all'incarnazione del Verbo eter­no. Angeli del paradiso, uomini della terra, creature tutte, ascoltate! Maria proferisce finalmente il grande assenso al nunzio divino e risponde: "Ecco l'ancella del Signore, si fac­cia di me secondo la tua parola". Il grande accento è pro­ferito, Maria è la madre del Figlio dell'Altissimo. A queste parole esulta il cielo, si consola il mondo intero. L'angelo ri­verente si prostra innanzi alla sua signora, e poi spiega il vo­lo e se ne ritorna in paradiso.

«Maria proferì quelle parole, e Dio pure aggiunse: "Si faccia"; ed ecco che, [come a questa parola] dal seno del nulla uscirono ad esistere tutte le opere della creazione, [co­sì, non appena] disse Maria "si faccia", ebbe principio l'am­mirabile opera della redenzione del mondo. Maria, nell'atto di accettare l'altissima dignità di madre di Dio, si dichiarava umilmente serva del Signore. Quell'umiltà profondissima, in che la trovò raccolta e quasi annientata l'angelo del Signore, non le venne meno al glorioso saluto e alla più gloriosa pro­posta di divenire la genitrice del Verbo divino.

« Maria aveva allora allora proferito il prodigioso fiat, e in un istante, formato dal divino Spirito nel seno di lei, della purissima verginal sua sostanza, un tenero e perfetto corpic­ciuolo, ed unitavi un'anima umana, a questa e a quello si congiunse, con istrettissima e ipostatica unione, la divina Persona del Verbo. O miracolo! Quel Dio, che non può es­sere contenuto nell'ampiezza dei cieli, sta racchiuso nel grembo di Maria. Quel Dio, che sostiene con un dito la gran macchina dell'universo, è sostenuto dal puro seno di una vergine. Chi può ridire pertanto qual pienezza di gaudio inondò e incendiò l'anima di Maria in quel felice momento, in cui divenne madre del Figliuol di Dio? Il Re dei Regi, il gran Signore dei dominanti ha posto il suo trono nell'inte­merato seno di Maria. Un infinito gaudio inondò Maria, quando si fissò nella infinita luce e poté mirare gli arcani splendori della divinità. Come la sua mente non dové vede­re quel Dio, che fino a lei discendeva a farsi suo figlio? Co­me il suo cuore non doveva inebriarsi delle più pure gioie del divino amore? Ma se tanto gaudio riempie Maria, men­tre accoglie nelle viscere immacolate il Verbo di Dio, che sarà allora, quando lo vedrà bambino sorridere soavemente tra le sue braccia, potrà dargli tenerissimi baci e nutrire al suo seno il Figliuol dell'Altissimo?

«Accettando Maria l'incomparabile dignità di madre di Dio, accettava intanto il generoso ufficio di madre dell'uma­no genere. Rallegriamoci: Maria, prestando all'angelo il ve­recondo suo assenso, vi ha adottati per figli, divenuta la ma­dre di tutti ».

 

IV

LA FLAGELLAZIONE LE DUE CORONE1 (Giovedì, 7 febbraio 1901)

Era tanto tempo che pregavo Gesù affinché mi togliesse ogni segno esterno, ma Gesù invece ecco che me ne aggiunge un altro: mi fece provare qualche piccolo colpo della sua fla­gellazione; ai dolori delle mani, piedi, testa e cuore vi aggiun­se pure qualche altro di detti colpi. Sia sempre ringraziato. Infatti circa le ore cinque fui presa da un dolore tanto grande dei miei peccati, che mi sembrava di essere fuori di me: ma a questo spavento mi successe ben presto la speran­za nella misericordia di Dio, che ben presto mi calmai. Non provavo ancora nessun dolore; dopo circa un'ora mi sembrò di vedere l'angelo mio custode, che teneva in mano due co­rone: una di spine, fatta a guisa di cappello, e l'altra di gigli bianchissimi. Al primo vedere, quest'angelo mi cagionò, co­me sempre, un po' di paura, ma poi mi cagionò allegrezza; insieme adorammo la maestà di Dio, gridammo: «Viva Ge­sù! » forte forte, e poi, mostrandomi le due corone, mi chie­se quale volessi. Non volevo rispondere, perché padre Ger­mano me lo aveva proibito; ma insisté, dicendomi che era lui che lo mandava, e per darmene un segno che veramente era lui che lo mandava, mi benedì nella maniera che era solito benedirmi lui (PG.), e fece l'offerta di me all'eterno Padre, dicendomi che dimenticassi in quella notte me stessa e pen­sassi ai peccatori.

Fui persuasa di queste parole, e risposi all'angelo che avrei scelta quella di Gesù; mi mostrò quella di spine, e me la porse; la baciai più volte, e l'angelo spari, dopo averla po­sta sulla mia testa. Cominciai allora a soffrire, nelle mani, piedi, e il capo; più tardi poi per tutto il corpo, e sentivo dei forti colpi. Passai la notte in quel modo; a forza la mattina mi alzai, tanto per non far conoscere le cose tanto grosse; i col­pi e i dolori li sentii fino circa le due; verso quest'ora tornò l'angelo (e per dire il vero, quasi non potevo più reggere), e mi fece star bene, dicendomi che Gesù aveva avuta compas­sione di me, perché sono piccina, e ero incapace di arrivare a soffrire fino all'ora che Gesù spirò. Dopo stetti bene; mi sentivano però tutti gli ossi, e appena potevo reggermi in piedi. Ma una cosa mi affliggeva: vedevo che i segni non era­no spariti; anzi nelle braccia e in qualche altra parte del cor­po (mi avvidi mentre mi vestivo) ci avevo del sangue e qual­che segno dei colpi. La mattina, quando feci la comunione, pregai con più forza Gesù, che mi togliesse i segni, e mi pro­mise che il giorno della sua Passione me li avrebbe tolti. Sep­pi che la Passione era martedi3, e dei venerdi non ne dove­vano più passare.

Venerdì poi ultimo, dei segni nel capo, nelle mani, nei piedi e nel cuore non ce ne era; ma Gesù per la seconda vol­ta mi fece sentire di nuovo qualche colpetto: mi venne un po' di sangue per qualche parte del corpo, ma spero che Ge­sù presto mi toglierà pure questo. La povera GEMMA

 

QUASI UN CONGEDO

 

« SE NON DIVENTATE COME BAMBINI... »

In modo tutto singolare nel rapporto di Gemma con l'angelo custode si evidenzia lo spirito evangelico dell'infan­zia. Gemma nei confronti dell'angelo si sente come una so­rella minore. L'angelo non manca, lo abbiamo visto con ab­bondanza, di richiamarla e «punírla» per ogni piccolo difetto o rallentamento nell'esercizio della virtù, per ogni minima esitazione nel cammino verso il Calvario e la confor­mazione al Crocifisso.

Gemma è restata sempre una ragazza, anzi una «bam­bina», e l'angelo stesso glielo ripeteva. Bambina, si in­tende, nello spirito interiore, nella libera dipendenza dalla voce dello Spirito, ma bisognosa in effetti di aiuto e di so­stegno.

«Questa "infanzia spirituale" ella la percorse e la fece sua, fino a confondersi con essa, proprio perché debitrice al suo angelo custode di un magistero unico al mondo. Dire quindi infanzia spirituale e amicizia angelica potrebbe essere lo stesso che l'attuazione più genuina della verità evangelica, che pone sullo stesso piano "piccoli" e angeli, che vedono sempre la faccia del Padre ».

Richiamare oggi la presenza angelica nella vita concreta di una giovane santa come Gemma Galgani significa, dun­que, fare provocazione. È un richiamo a rompere il muro di bronzo del tecnicismo e dei determinismi di ogni tipo. Dio è il creatore di tutte le cose, «visibili e invisibili». Andare oltre quello che si vede, si sente, si tocca, si sperimenta, è la pro­vocazione angelica attualissima.

Scriveva già nel 1959 W Farell che «le macchine e gli an­geli hanno poco da fare assieme»; non per colpa degli an­geli o delle macchine, c'è da dire, ma a causa di quelli che hanno alzato le mura dei laboratori oltre le stelle, riempien­doli del loro nichilismo materialista, e che ignorano con pre­sunzione i primi e usano male le seconde. 1 disastri ecologici che sono sotto gli occhi di tutti ne sono una triste riprova.

Parafrasando la celebre riflessione di Pascal sull'uomo che non deve fare l'angelo per non diventare bestia3, si può ben dire che quando l'uomo dimentica l'angelo, creatura in­visibile superiore, e percuote la bestia, creatura visibile infe­riore, perde pure se stesso. E anche questa tragica perdita è sotto gli occhi di tutti. Basti ricordare quei ragazzi che, in­tenti ai loro videogiochi, non distinguono più sangue e mor­te virtuali da sangue e morte reali. Non riconoscono più dov'è la vita vera. In un vuoto cielo notturno virtuale c'è po­sto solo per i giochi di morte.

« Aprirsi agli angeli » è vedere finalmente la terra « come immersa nel cielo, tutta la nostra vita guidata da felici pre­senze, tutte le gradazioni dell'essere percorse da moltitudini di angeli, quegli angeli che Giacobbe vide salire e scendere, scendere e salire sulla scala simbolica».

 

LA PECORA E LA CASSETTA

All'inizio del primo capitolo di questa affascinante e straordinaria vicenda tra il visibile e l'invisibile, costituita da Gemma Galgani e il suo angelo custode, abbiamo messo co­me motto ispiratore una frase tratta dal Piccolo principe di Antoine de Saint-Exupéry. È la strana richiesta che il picco­lo principe aveva fatto all'adulto trasvolatore di mari, rima­sto in panne nel cuore del deserto del Sahara: «Disegnami una pecora». Il pilota, dopo diversi tentativi, rinuncia a di­segnare la pecora e riesce a fare felice il piccolo principe ab­bozzando sulla carta una cassetta con qualche buco per l'a­ria. « Questa è soltanto la sua cassetta. La pecora che volevi sta dentro», dice un po' imbarazzato. «Fui molto sorpreso di vedere il viso del mio piccolo giudice illuminarsi: "Questo è proprio quello che volevo" ».

Quel motto non era fuori posto e fuori contesto.

Tutto quello che abbiamo scritto su Gemma Galgani e il mistero profondo della sua santità, rallegrata e sostenuta dalle presenze angeliche per una vocazione e missione tutta particolare nella Chiesa, rappresenta il tentativo di disegna­re qualcosa di simile alla cassetta del pilota smarritosi nel Sahara.

Scriveva Goethe: «Dovremmo parlare di meno e dise­gnare di più. Personalmente io vorrei rinunciare del tutto al­la parola e, come la natura organica, comunicare tutto quel­lo che ho da dire disegnando».

Parole come segni, come tracciato di un Altrove che si manifesta. Le parole dei mistici, e di riflesso le parole sui mi­stici, non possono non essere questa registrazione che ri­manda ad altro e lascia appagato, e ancora pieno di deside­rio, il lettore.

La speranza, dunque, alla fine di questa affascinante fa­tica, è questa: nonostante l'imperizia del «disegnatore», il viso del «piccolo giudice» possa comunque illuminarsi, per­ché ha ritrovato quello che voleva, del volto, degli occhi del­la « povera Gemma » e di colui che gli era stato donato dal «pietoso Gesù»: l'angelo custode.