COSI E’

STORIA ED ELEVAZIONI SPIRITUALI SUL "MIRACOLO EUCARISTICO DI SIENA"

ENRICO MEDI

A CURA DEI FRATI MINORI CONVENTUALI CUSTODI DEL SANTUATIO DELLE SACRE PARTICOLE SIENA - PIAZZA SAN FRANCESCO, 6 TEL. 0577 289081 - FAX 0577 289458

EDIZIONI «IL TESORO EUCARISTICO»

Enrico Medi nasce a Porto Re­canati il 26 aprile 1911: suo pa­dre esercita nel paese la profes­sione di medico chirurgo. Fre­quenta le elementari nella scuola dell'allora Corso Vittorio Emanue­le III (oggi Corso Matteotti). Me­di è ancora giovanissimo quando lascia le sponde dell'Adriatico per approdare a Roma, dove, appena diciassettenne, entra nell'università laureandosi a 21 anni in fisica pura con Enrico Fermi.

Libero docente di Fisica terrestre nel 1937, è chia­mato nel 1942 alla cattedra di fisica sperimentale del­l'Università di Palermo. La prima tesi al mondo sul neutrone è opera sua, così come le prime esperienze sul radar che raccolsero però l'ignorante supponenza delle autorità pubbliche del tempo. Anche i suoi studi sulle fasce ionizzanti dell'alta atmosfera subirono la stessa sorte.

Nel 1946 Medi è eletto nell'Assemblea Costituente e successivamente è deputato al parlamento nella prima legislatura della Repubblica. Ma, come ricorda Federi­co Alessandrini, egli era un uomo che "mal si adattava al compromesso, alla concessione sistematica, alla reti­cenza.... preferì, dunque, ritirarsi per continuare un'a­zione volta a formare gli uomini... ".

Già dal 1949 è direttore dell'Istituto Nazionale di Geofisica e titolare della cattedra di Fisica terrestre presso l'Università di Roma: nel 1958 è nominato Vice­Presidente dell'Euratom. Il suo nome divenne noto al grande pubblico soprattutto per i suoi interventi alla televisione. Con chiarezza e semplicità di espressione svolse un ruolo importante nel campo della divulgazio­ne scientifica e con grande successo personale il 21 Luglio 1969 commentò a tutti gli italiani lo sbarco sul­la Luna dell'astronauta Armstrong.

Scienziato credente, offrì tutte le sue energie per l'avvento di una umanità migliore. Rivolse la sua opera soprattutto ai giovani, visti nella luce di un superiore modello: il Cristo.

Ebbene, quest'uomo così impegnato fu a Siena nella spaziossisima (4000 mq.) Basilica di San Francesco, gremitissima, per parlare del Miracolo eucaristico, ver­so la fine del 1972. Nel Marzo 1973 la conferenza fu pubblicata con il titolo preso dall'omelia di Paolo VI al congresso eucaristico di Pisa Così è. Con essa il Tesoro eucaristico iniziò una nuova serie di quaderni di Spiritualità Eucaristica. Del Medi furono pubblicati postumi altri due quaderni della collana: Inno all'A­more 1975 e Punti di Luce 1976. La presente è la quinta edizione che pubblichiamo in occasione dell'an­no Eucaristico indetto dal Santo Padre Papa Giovanni Paolo II (7 Ottobre2004-7 Ottobre 2005) per aiutare le persone ad acquisire un amore forte alla SS. Euca­restia e far conoscere anche l'amore lineare e tutto cattolico, non privo di slanci poetici, di un fratello che ha vissuto e testimoniato la sua fede nell'Eucarestia in modo subblime al punto che quando passava davanti a una chiesa, e trovatala aperta, non poteva fare a meno di entrarvi per intratenersi a parlare con Gesù e quan­do invece passava con la macchina di corsa, vi man­dava l'angelo custode, pregandolo di tornare presto per non adare a sbattere (Così è, p. 46).

Enrico Medi concluse la sua giornata terrena sul tramonto della domenica del 26 maggio 1974. Riposa nella tomba di famiglia, nel cimitero di Belvedere Ostrense.

Il 26 maggio 1996 viene introdotta la causa di bea­tificazione. 

LA STORIA

Siena, che persino sulle sue monete d'oro si proclamava «vetus civitas Trtginis»;

Siena, che dedicava lo splendido palazzo muni­cipale alla Madonna e lo chiamava «Palazzo di Maria»;

Siena, che sulla soglia dell'incantevole duomo ha scritto: «Castissimum Virginis templum caste memento ingredi»...

da Maria, primo tabernacolo vivente di Cristo, Figlio di Dio e Figlio suo, Siena ha ricevuto il do­no di un miracolo unico nella storia della Chiesa: miracolo che riguarda il più grande mistero di amore di Dio verso gli uomini: l'Eucaristia.

Quel 15 agosto 1730, fu una tra le poche volte nella storia di Siena, che non si corse il Palio in Piazza del Campo.

Si sarebbe dovuto fare onore alla Regina del Cielo e Patrona della Città, celebrando la sua As­sunzione al Cielo, ma troppo grave era stata l'of­fesa arrecata a Gesù con il rapimento delle SS. Particole e, per questo, era stato sospeso il festoso avvenimento.

La vigilia dell'Assunta, infatti, nella tarda sera, ignoti malfattori avevano scassinato il tabernacolo della basilica di S. Francesco e asportato la pisside con 351 ostie consacrate.

Nulla era stato più trovato.

L'arcivescovo Alessandro Zondadari, colto da immensa tristezza, aveva offerto sé stesso in ripa­razione al Signore e indetto preghiere e penitenze.

Solo la mattina del 17 agosto 1730, per puro caso, vennero rinvenute le Sacre Particole in una vecchia cassetta per elemosine nella chiesa di S. Maria in Provenzano.

Con infinita cautela, alla presenza di autorevoli testimoni religiosi e civili, vennero raccolte e ac­curatamente esaminate provando in modo irrefu­tabile che si trattava di quelle rubate alla chiesa di S. Francesco.

Il giorno 18, con solennissima processione, per mano stessa dell'arcivescovo vennero riportate nel­la basilica di S. Francesco alla presenza di tutto il popolo.

La città di Siena innalzò al Signore la fervente preghiera, che si doveva rivelare poi quasi un vati­cinio, per «supplicarLo di non volerci più mai né in altra maniera lasciarci privi di Sé che è il No­stro Sommo Eterno Infinito Bene».

Per circostanze che non ci sono note, quelle ostie consacrate non vennero consumate: una forza misteriosa trattenne i Religiosi Minori Conventuali dal distribuirle ai fedeli e dal consumarle essi stessi.

Forse il pensiero del prodigio del ritrovamento, il fatto che sotto quelle apparenze specifiche tutto il popolo senese aveva adorato commosso il Signore, forse l'intensa commozione che provaro­no nel vederle tutte così raccolte insieme, spinse i Religiosi, figli di S. Francesco, a conservare intat­to quel Tesoro.

Passati così circa cinquant'anni di quasi nascon­dimento, si cominciò a parlare di miracolo e co­minciarono le prime ricognizioni delle ostie sante.

Esse si susseguono nel corso dei decenni, sem­pre compiute con infinito rispetto e assoluta scru­polosità, per garantire l'autenticità di esse e il loro perfetto stato di conservazione dal punto di vista fisico e organolettico.

Troppo numerose sono state, in più di due se­coli, le ricognizioni effettuate sulle Sacre Particole. Quello che importa è la conoscenza esatta e scru­polosa del modo con cui hanno proceduto coloro che avevano tanto delicato incarico. Si tratta delle personalità più eminenti, ecclesiastiche e civili, che si mettevano al rischio di compiere un peccato gravissimo alterando in qualsiasi senso la verità oggettiva e controllata.

I rapporti riguardanti le modalità di apertura della sacra pisside, la numerazione delle ostie, il numero di esse spezzate, il colore, l'odore ecc., sono stati fatti con una ricchezza di dettagli quasi esasperante.

Ogni volta veniva data la S. Comunione a qual­che testimone particolarmente responsabile ed esperto per saggiarne il sapore o il minimo segno di corruzione.

Per disposizione di S. Pio X fu fatto un accu­ratissimo esame fisico-chimico nel 1914, con i più sicuri criteri della scienza. D'altra parte, il consta­tare dal punto di vista dei sensi e delle indagini sensibili che si tratta ancora di vero pane non cor­rotto e non alterato, non è un arduo problema di scienza.

Ritengo che le parole dell'insigne Professor Grimaldi possano bene riassumere tutto l'insieme delle analisi compiute. «Le SS. Particole non sono composte di pergamena animale o vegetale, di cel­luloide, di avorio o di carta; sono, invece, cialde o ostie di ordinarie dimensioni: di un color bianco paglierino, con disseminati alcuni evidenti frustoli cruscali, come se composte di farina di frumento grossolanamente stacciata. Sono lucide e liscie per la presenza di amido e di glutine, consistenti, con bordi netti, non sfrangiati, né smussati. Prive di tarli, di acari, di ragnateli, di muffe e di qualsiasi altro parassita animale e vegetale proprio della fa­rina di frumento e dei prodotti farinacei.

«Niente perciò di più fragile e suscettibile di alterazione del tenue velo delle ostie di pane azzi­mo. Per loro natura sono indiscutibilmente il mas­simo, il non plus ultra dell'alterabilità. Infatti, la farina di frumento che - per la chimica sua com­posizione - assomma, in mirabile armonia, tutti i quattro principi alimentari: idrati di carbonio, so­stanze azotate, sostanze grasse e sostanze minerali, nonché il 10-12 per cento di acqua, sono per ec­cellenza il migliore terreno di coltura dei micror­ganismi, dei parassiti animali e vegetali, della fer­mentazione mentazione lattica e della fermentazione putrida, ed anche causa inevitabile di corruzione.

Le SS. Particole di Siena pertanto sono in per­fetto stato di conservazione contro ogni legge fisi­ca e chimica, e nonostante le condizioni del tutto sfavorevoli in cui si sono venute a trovare. Un fe­nomeno eccezionale e straordinario.

È strano, è sorprendente, è anormale: le leggi della natura si sono invertite: il vetro è diventato sede di muffe, il pane azzimo è stato invece più refrattario del cristallo».

Scientificamente è certo che queste Particole a tutte le analisi si comportano come pane di grano; non manifestano in alcun modo il tempo in cui fu­rono confezionate; sono intatte esternamente e strutturalmente sia dal punto di vista chimico che fisico.

In secondo luogo è certo, con la certezza della scienza sperimentale, che è impossibile la conser­vazione di pane a distanza di secoli e, particolar­mente, alle condizioni nelle quali sono venute a trovarsi le ostie sante di Siena.

La tenuta dei vari ostensori e pissidi non era affatto stagna e tanto meno i contenitori non erano in condizioni di vuoto, cosa allora inimmaginabile. Quindi le ostie sono state sottoposte a tutte le azioni che potevano provenire dall'umidità e dagli altri agenti chimico-fisico-biologici.

Dal punto di vista meccanico, con l'andare del tempo e con i continui spostamenti ed urti, come nel caso delle numerose processioni, e in dolorosi tentativi di profanazione, si sarebbero dovute fran­tumare e ridurre in minutissimi frammenti.

Il fatto di essere in un numero così grande a contatto parziale le une con le altre, in taluni casi le superfici aderenti tanto da creare difficoltà per separarle, avrebbe dovuto facilitare la corruzione, la muffa, la dissoluzione dei tessuti organici.

La storia garantisce la continuità assoluta del miracolo: sono sempre le stesse Particole del 14 agosto 1730.

La conoscenza umana rimane in silenzio dinan­zi a questo fatto moltiplicato 223 volte, che si prolunga da oltre due secoli e mezzo, passato sot­to gli occhi di milioni di testimoni di ogni parte del mondo attraverso tutto questo tempo.

E non solo non lo sa spiegare, ma sa con cer­tezza che non è possibile spiegarlo perché tutto si pone contro le leggi più note e semplici della na­tura. Quindi interviene una Causa che non è og­getto di esame della Scienza. Una Causa padrona della natura e dell'intimo operare delle cose, pa­drona dell'essere e della sostanza di esse: il Crea­tore.

Questo intervento diretto di Dio, manifesta­mente da lui voluto, è il miracolo.

Questa breve introduzione dovrebbe far com­prendere l'altezza, l'ampiezza e la profondità di tanto Prodigio.

Non ne sono capace, ma prego con voi il Si­gnore che la sua grazia entri in ciascuno di noi anche servendosi di un mezzo tanto inefficace, lui che dalle cose misere sa trarre misteriosi e prezio­si doni.

Volendo questa introduzione essere come una guida a meditare, ho pensato utile fissare prima l'attenzione sulla realtà e bellezza del mistero e del miracolo.

Proprio per sgombrare le nostre menti da fan­tasmi di errori che oggi, in forma violenta e con­fusa, tendono a turbare l'intelligenza e la Fede. 

MISTERO

Il mistero dell'Amore trascende le formule del­la ragione. L'intelletto nostro, per sua natura, pro­cede per gradi: sale per la scala della logica passo per passo, gradino per gradino, deducendo dalle verità più immediatamente evidenti quelle più na­scoste, per via di successivi collegamenti.

Una delle qualità dell'intelligenza, maggiormen­te esaltate nei tempi moderni, è quella di poter di­mostrare. Così, un'affermazione viene ritenuta va­lida solo quando è possibile darne la prova per via di dimostrazione razionale.

È questo un primo punto sul quale è bene ri­flettere per poter capire il valore intrinseco della dimostrazione. Essa si manifesta necessaria quando ciò che si vuol comprendere non è evidente di per sé. Dimostrare significa, infatti, mettere in luce, cioè mostrare quello che non è direttamente visibi­le e, per illuminare, è necessaria una sorgente di luce diretta, avanti alla quale scoprire ciò che si trova allo scuro.

Nel regno del pensiero, questa luce è data dai princìpi stessi del ragionare, talmente immediati

per loro natura, che hanno senso dimostrarli. Se cosi non fosse, si dovrebbe applicare ad essi lo stesso procedimento razionale e andare alla ricerca di nuove sorgenti prime.

La capacità dimostrativa è un grande dono della ragione umana, ma è anche un indice della sua li­mitatezza. Più è elevato il grado dell'intelligenza degli esseri, tanto minore è per essi la necessità di provare. Chi vede direttamente non ha bisogno di prove; la prova è necessaria per chi vede parzial­mente e con incertezza.

Quindi, concludendo questa prima riflessione, la via della certezza non è solo quella del dimostrare, ma quella del mostrare. Il raggiungimento della verità è perfetto quando si ha la diretta visione di essa; solo quando questa manca si percorre la lun­ga e umile via della prova o delle prove. Queste, a loro volta, debbono sempre basarsi su verità evi­denti per sé, altrimenti si compiono giri viziosi senza fondamento.

La metodicità della ricerca secondo gli schemi di una certa logica parziale, è preziosa per avan­zare su una certa strada di indagine, ma raramente ha la potenza creatrice delle strade nuove, delle vi­sioni che hanno fatto compiere al pensiero umano balzi prodigiosi in avanti.

Le conquiste della scienza sono dovute, molte volte, ai genii che, prima di dimostrare, hanno ve­duto. Essi hanno ricevuto il dono di vedere quello che gli altri non vedono e non li preoccupa di sa­pere il perché vedono, ma piuttosto di esaminare e intendere chiaramente quello che vedono. Dopo, se si preoccupano di applicare alla loro visione i nessi della logica e la strada della dimostrazione, lo fanno esclusivamente per gli altri o per tranquilliz­zare del tutto la propria coscienza di ricercatori, non perché ne abbiano veramente bisogno. Chi ve­de bene con gli occhi non ha bisogno di calcoli o di carte geografiche o di binocoli che gli confer­mino l'esito di ciò che vede.

Queste due brevi riflessioni hanno lo scopo di aiutare la nostra mente a liberarsi da certi fantasmi pseudorazionali che si sono venuti ingigantendo nel secolo scorso e nella prima metà di questo.

È nato un fanatismo per la razionalità dimo­strante, a tutto danno della libertà e della chia­rezza della visione intellettuale. Sembra una specie di materialismo del pensiero, un meccanicismo di­struttore dello spirito e della libertà. Il modo di procedere dei miopi e di coloro che vivono nelle nebbie, è quello di camminare assicurandosi prima con le mani e con i piedi di ciò che li attende al nuovo passo. Vogliono provare, sentire, constatare, logicizzare, dimostrare perché sono incapaci di ve­dere.

Questa mentalità pesante del razionalismo ha condotto, nei nostri tempi, a reazioni violente, spesso incontrollate, di rinuncia ai valori del pen­siero, di rinnegamento della stessa ragione; dall'al­tare su cui, come dea, l'aveva posta la rivoluzione francese, alla cantina dove si buttano gli oggetti ingombranti della casa.

L'orgoglio della ragione è diventato cenere cal­da e sporca della passione. Oggi, in tanti di noi, è nata la frenesia delle affermazioni assolute, impre­cise, sentimentali, che non vengono mai dimostra­te, ma solo imposte. Una fase della storia domina­ta dal volitilismo al posto del razionalismo. Si prendono decisioni senza ragioni; se si discute, lo si fa per giustificare ciò che si vuole o quel che si pensa, senza preoccuparci di chiarirlo almeno a sé stessi. I motivi sono quelli del desiderio e dell'in­teresse, non quelli dell'amore alla verità. La cosid­detta discussione o colloquio non è un incontro di intelligenze che cercano insieme quello che è vero, giusto, buono, ma uno scontro di volontà che reci­tano teatralmente un insieme di frasi aventi solo un valore scenico, già registrate sul nastro magne­tico della propria bandiera, corrente o partito. Lo scopo è solo di ottenere la resa dell'avversario e le conclusioni che tornano al proprio interesse. Con ironia tragica chiamano prove di forza e gruppi di potere quelle che sono invece totale debilitazione del pensiero e violazione della giustizia.

Questi sbandamenti del pensiero umano, spesso aventi direzioni ed esagerazioni opposte, sono molto frequenti nella storia, ma da quando il Cri­stianesimo ha segnato l'inizio dell' éra nuova per l'umanità, essi sono facilmente valutabili alla luce che da esso promana. Direttamente o indi­rettamente, questi modi esasperati di cultura hanno come punto finale di attacco il messaggio di Cri­sto, il magistero della sua Chiesa.

Nella passionalità della lotta delle tenebre con­tro la luce, i nemici di Dio si servono di ogni mezzo, anche del suicidio della propria ragione e della distruzione delle proprie speranze, pur di tra­volgere nella rovina la Sposa di Cristo, pur di por­tare confusione fra i suoi figli e tardare l'avvento del Regno.

La conoscenza di queste deviazioni fa emergere con maggiore nettezza la posizione del magistero di verità. Esso riconosce alla ragione umana la ca­pacità di avere la chiarezza di verità indubitabili e direttamente percepibili, di possedere lo strumento della logica con la certezza dei procedimenti e delle loro conseguenze per conoscere ciò che di­rettamente non appare, di essere cosciente dei pro­pri limiti e delle proprie debolezze.

È condannata la superba vanità che attribuisce alla ragione umana un potere illimitato, infallibile, arbitro del conoscere, è condannato lo scetticismo, figlio della paura e dell'egoismo, che preferisce la fantasia dei sentimenti alla luce del pensiero.

Umiltà e speranza sono le ali per il volo verso la luce. Amore e sacrificio sono i motori che di­staccano l'uomo dalla terra delle tenebre. Su que­ste strade ha camminato, per esempio, la ricerca scientifica, provando e riprovando, con la fiducia nella realtà delle cose sensibili, con la serenità co­sciente che il pensiero è fatto per la verità e che, sia pure parzialmente, la può raggiungere con chiarezza.

Su queste vie poggia la Fede: la consapevolezza della sorgente infallibile delle verità rivelate e l'abbandono senza timori, perché si è certi di non essere mai ingannati.

Scienza e Fede: due luci emananti dalla mede­sima fonte, mai in contraddizione fra loro, distinte ma non opposte, che per vie diverse raggiungono la creatura umana, completandosi e armonizzan­dosi.

È difficile comprendere come per certe persone sia stato e sia ancora possibile vedere fra Scienza e Fede contrasti insanabili. Ciò forse è dovuto a conoscenze parziali, a cattiva disposizione di cuori distorti da una malcelata passionalità, alla paura che hanno occhi malati di ricevere troppa luce.

Due parole gettano lo sgomento in questi spiriti e, di conseguenza, in una certa cultura: il mistero e il miracolo.

L'altezza di una montagna non dipende dal me­todo con il quale è stata misurata: se con vari me­todi, diversi sperimentatori hanno operato nel mo­do dovuto, i risultati devono essere gli stessi. Così, anche nelle verità morali o puramente speculative. Non importa per quale mezzo si sia giunti ad una data conoscenza della realtà: essendo essa una, non vi possono essere due soluzioni entrambe vere e contraddittorie.

La conoscenza umana dà la certezza, ma non sempre la totale soluzione di un problema, la sua visione nella completa profondità, la sintesi di ogni suo aspetto. Esistono, anche nei rami del sa­pere puramente umano e scientifico, limiti nella conoscenza, di fronte ai quali talvolta bisogna ar­restarsi, per poi procedere ulteriormente, mentre altre volte essi si presentano come invalicabili. Non possiamo sapere tutto, non possiamo inten­dere tutto, non possiamo penetrare in tutti gli abissi.

La creatura più affascinante per le nostre ricer­che, la più radiosa, è quella che ancora non sap­piamo dire che cosa è. Questa creatura si chiama luce. Si conoscono le leggi che ne regolano il cammino, se ne misura la lunghezza d'onda e la velocità, si sa che ha una natura corpuscolare e in­sieme ondulatoria, ma nessuno oggi può ancora di­re: ecco, questa è la luce!

Se poi volessimo addentrarci in altri esempi, potremmo egualmente chiederci che cosa sia l'e­lettricità, il campo gravitazionale, che cosa sia in­timamente la materia nel suo generare lo spazio e col suo segnare il tempo, l'intima essenza delle forze... E chi sa rispondere alla domanda: che co­s'è veramente la vita?

Più la ricerca e il sapere scientifico procedono e più vedono aprirsi gli abissi del mistero. Solo chi studia in modo superficiale, scolastico, crede di poter rispondere e può dire di conoscere la ve­rità; coloro che realmente portano avanti la fiaccola del sapere, sanno bene, e lo dicono, quanto essa sia debole e quanto difficile sia il cammino che conduce ad essa.

Se tutto ciò si può immediatamente constatare nel campo del mondo sensibile, oggetto della scienza, immaginiamoci che cosa avviene nel mondo spirituale!

I1 mistero, se mi si permette di dirlo, è una realtà assolutamente naturale. Se non ci fosse, ci sarebbe veramente da dubitare di tutto il valore della conoscenza umana.

Il mistero si deve considerare sotto un duplice aspetto. In primo luogo, come una verità alla qua­le la mente umana, con il sussidio di tutti i suoi mezzi sperimentali e intellettivi, non può giungere da sola. Secondariamente, come una verità che, anche conosciuta nel suo contenuto, non è com­prensibile e spiegabile nella sua profondità e nella sua essenza.

Dovremmo qui dilungarci nell'esaminare questa frase: che cosa vuol dire conoscere? Non è questo il momento di farlo, ma è bene dare una preci­sazione di un'altra parola magica: la definizione.

Ci sembra di aver ottenuto il massimo risultato quando possiamo dare la definizione di qualche cosa. Vorremmo definire tutto!

Quando si definisce un oggetto o un'idea, se ne stabiliscono i confini, in un certo senso la si rende finita entro limiti di altri oggetti o altre idee che supponiamo ben note. Se definissimo tutto, dovremmo definire i definenti e non avremmo mai raggiunto un confine di stabilità, un fondamento sul quale costruire una qualsiasi conoscenza.

Come per il dimostrare, il definire può diven­tare una specie di mania distruttiva, anatomica, che finisce col distruggere colui che l'adopera senza criterio.

Dal punto di vista ontologico, nella gerarchia degli esseri, sono quelli superiori che definiscono quelli inferiori: la maggiore partecipazione all'es­sere è quella che fissa i limiti della partecipazione inferiore.

Colui che non può essere definito, è colui che è l'Essere. Egli definisce ogni altro essere. Non può esser definito mediante ciò che parzialmente esiste, colui che è l'esistenza.

Dal punto di vista della mente umana si usa procedere all'inverso: si definiscono le idee e gli esseri superiori mediante quelli inferiori e lo si fa, spesso, per via negativa.

È quindi perfettamente razionale, naturale, lo­gico, necessario, che nel regno dello spirito e, a più forte ragione, in ciò che riguarda direttamente Colui che è la Verità, ci sia il mistero, l'incapacità della nostra piccola limitata mente di intendere la profondità del vero. Se questo non fosse, saremmo davvero nell'assurdo.

Quindi, il mistero è la luce del pensiero. Felici noi che, non solo abbiamo avuto il dono inesti­mabile di conoscere che il mistero esiste, ma anche la possibilità di sapere il contenuto obiettivo di certe verità che riguardano Dio stesso!

È lui e lui solo che poteva comunicarcele per elevare in stupenda abbagliante luce la nostra ani­ma, il nostro pensiero, conforto al cuore, gioia di speranza, gaudio che consuma e dona la vita.

La grandezza dell'uomo raggiunge il suo verti­ce nel mistero rivelato da Dio. La sua paternità in questa sublime e arcana confidenza verso i figli, raggiunge i vertici dell'ineffabile amore. 

MIRACOLO

L’altra parola, abbiamo detto, è il miracolo. La distinzione fra miracolo e non miracolo, è so­stanzialmente teologica. Non sono un teologo e mi limito, perciò, ad alcune considerazioni.

Vorrei solo dire, se mi è permesso, che non so­no ancora riuscito a trovare una sola creatura o un fatto di natura che non sia un miracolo.

Il difficile è trovare dove non sta il miracolo e non dove sta.

Il solo veder muovere la mia mano, scintillare una stella, sorridere un bambino, sbocciare un fio­re, stupisce, incanta, manda il cuore nell'estasi della contemplazione.

Bisogna sforzarsi ad essere distratti, altrimenti si diventa pazzi; pregare il Signore di non farci meditare troppo, altrimenti è impossibile vivere in mezzo alle stupefacenti meraviglie in cui siamo immersi in ogni istante, in ogni luogo, in ogni so­spiro e battito di cuore.

Credere che da una cellula di pochi milligram­mi possa venire un essere fantastico come l'uomo, con cervello, cuore, muscoli, arti, occhi che vedo­no per davvero, orecchie che per davvero sentono, tutto armonico, unitario, vivente: questo è impossi­bile eppure è vero!

Che ci possa essere un pianeta con tanta gra­vità, radiazione solare, durata del giorno, alternarsi delle stagioni, composizione dell'atmosfera, conte­nuto di vapore acqueo, radiazione cosmica, carbo­nati e silicati, mari e continenti, sul quale possa vivere e moltiplicarsi una macchina così paurosa­mente delicata come è l'uomo: questo non si può credere eppure è!

Quanto è più facile credere che il Signore, Creatore dell'universo, possa trasformare in un istante una gamba di legno in una gamba viva, che non pensare ad una porzione di cromosomi di decimo di milligrammo la quale, attraverso i pro­cessi dell'acido ribossinucleico e i messaggi duali ereditati da millenni, sia capace di dare alla quarta generazione l'azzurro degli occhi dell'antenato!

Non c'è davvero bisogno del miracolo per di­mostrare l'esistenza di Dio. Soprattutto ai giorni nostri, con l'avanzare del pensiero scientifico nei meandri più profondi della natura, la sua mano si manifesta in un modo così prepotente e la sua pre­senza è tanto terribilmente tangibile che, se per andare in paradiso fosse necessario non credere in Lui, andremmo tutti all'inferno.

Credo che ognuno abbia capito cosa voglio di­re. Quelli che dicono di non credere in Dio, ci credono tanto che hanno una paura tremenda di accorgersi di credere. Per questo urlano che sono atei: per coprire con il rumore delle bocche la vo­ce dell'anima.

Il miracolo, nel senso teologico, ha un altro si­gnificato. La natura é il riflesso della volontà e della sapienza creatrice di Dio, quindi è ordinata con leggi. Legge vuol dire che tutti i fatti che in essa si svolgono sono collegati fra loro da una successione di cause ed effetti, rispondenti alla chiarezza di alcuni principi che sono insiti nella realtà e che sono chiari alla nostra intelligenza co­me principi primi o dimostrabili.

Le cose naturali operano in un certo modo per­ché Dio ha voluto che, una per una, in quel certo modo operassero. Nella sua infinita potenza avreb­be potuto creare ogni atomo diverso dall'altro e leggi tutte differenti da un punto all'altro dell'uni­verso. La sua sapienza e bontà hanno invece crea­to leggi fisse e modo di operare delle cose natura­li in maniera stabile, ordinata e accessibile alla no­stra mente.

Quindi, esiste un ordine, che noi chiamiamo na­turale, così voluto da Dio. È immediatamente evi­dente che quel Dio che ha stabilito tali leggi, è as­soluto padrone di modificarle quando vuole, come vuole e solo perché lo vuole e per i fini che lui si propone. È ridicolo da parte dell'uomo voler porre limiti alla sua potenza e infinita libertà, porre li­miti da parte di noi, limitatissimi esseri, di così piccola scienza e tanto poca sapienza.

Questa mutazione delle leggi naturali, che non è mutazione del disegno di Dio, fisso ed eterno, ma cambiamento del nostro modo di vedere, è da lui voluta e resa evidente per fini di bontà e di misericordia.

Nel fatto straordinario egli interviene non per la strada comune delle cause seconde, naturalmente operanti, ma per intervento diretto della sua poten­za.

Il miracolo, quindi, è un fatto visibile e consta­tabile che avviene per diretta volontà di Dio, al di fuori e al disopra delle cause seconde naturali e assolutamente incompatibile con i legami della causalità fisica e del potere delle forze naturali.

In altre parole, è evidente la mano di Dio che opera in modo diretto, così come operò quando con il suo Fiat dette l'essere alle cose che creava. Il miracolo rende, per così dire, visibile la presen­za di Dio, per fini, talvolta, da noi non conosciuti. Spesso serve per provare con i fatti la veridicità di chi egli manda a portare la sua parola, per con­fermare con un segno la sua volontà, per confor­tare i suoi figli, per vincere il male.

Quindi, il miracolo non serve a dimostrare l'e­sistenza di Dio, ma a dimostrare la sua presenza operante in una particolare circostanza, per fini a lui noti e da lui voluti.

Ci sono atteggiamenti dello spirito assolutamen­te incomprensibili. Ci sono stati di quelli che han­no negato la possibilità del miracolo. Tanto vale essere più espliciti e negare l'esistenza di Dio. Al­cuni hanno portato come pretesto l'armonia intan­gibile dell'universo. L'unica vera armonia è la realizzazione della volontà di Dio: se Dio vuole che in un dato istante, in un qualsiasi punto del­l'universo, si cambino le leggi che lui ha stabilito, questa è la sola vera armonia: la sua volontà!

Iddio conosce da tutta l'eternità che il giorno 11 febbraio 1858, a Lourdes, un bambino è guarito prodigiosamente da acqua scaturita da una roc­cia arida, guarito perché lui vuole che sia guarito. Scusate la frase: Dio non rimane sorpreso di un miracolo che lui stesso ha stabilito prima che i tempi fossero!

Che poi nella nostra realtà umana, il miracolo conduca alla fede molti di noi che l'avevano per­duta o mai posseduta, è un aspetto meraviglioso ma tutto diverso dall'ordine della pura razionalità.

Noi siamo poveri esseri, complessi, carichi di miserie, passioni, peccati; la nostra ragione vive nelle incertezze e nelle nebbie, non è una calcola­trice elettronica di razionalità pura; non è, la no­stra, una natura angelica dalle visioni perfette. Id­dio lo abbiamo dimenticato, forse dalla nostra gio­vinezza; gli errori della mente e del cuore, ce lo hanno fatto perdere di vista e abbiamo imparato a disamarlo. La natura e la sua provvidenza parlano, ma le nostre orecchie non comprendono più il lin­guaggio del Padre che sta nei cieli. Ecco, allora, un miracolo a cui siamo chiamati come involontari testimoni. Esso ci scuote; ci sgomenta, risveglia nel più profondo del nostro essere la voce di Dio e, assistiti dalla sua grazia, con grido di amore e di dolore ci gettiamo in ginocchio esclamando: «Mio Signore e mio Dio!». La ragione umana tro­va il suo Creatore, ma ha bisogno della sua grazia per incontrarlo: grazia, ragione e cuore in miste­riosa e ineffabile azione, doverosa da parte del­l'uomo, necessaria da parte della grazia, meritoria da parte della creatura, cooperano per la salvezza dei figli di Dio. 

MIRACOLO E MISTERO

A Siena, miracolo e mistero, mistero e mira­colo si sono congiunti.

Il mistero che racchiude l'universo, il miracolo intrinseco vertice d'amore, il miracolo visibile fra i più stupefacenti della storia, sono qui nel tuo grembo, o gentile città della poesia, dell'arte, dei santi e della fede: città di Cristo innamorato, città delle sacre Particole immacolate, o Siena!

Ma perché proprio tu, Siena?

Forse lo sanno le rondini bianche e nere come i tuoi gonfaloni e la tua cattedrale, come gli angeli che vegliano ai tuoi tabernacoli, come le vesti del­la tua Caterina, che, a primavera, cantano il segre­to di Dio sui tetti delle tue case.

Quando i concetti diventano più alti, le verità più profonde, il sentire più bruciante, le parole so­no incapaci ad esprimere un senso vero.

Solo il silenzio è l'interprete fedele della con­templazione. Noi, poveretti, non sappiamo neppure pregare un poco bene, tanto meno meditare, mai contemplare. Dobbiamo quindi affidarci alla musi­ca stonata delle nostre povere parole per dar modo di aprire una finestra sugli orizzonti più splendenti della vita.

Iddio è Amore, ha detto S. Giovanni; l'Amore è Dio: lo Spirito Santo, dono totale del Padre al Fi­glio, dono totale del Figlio al Padre, unità di Amore nel mistero della Trinità. Dio che dona Dio a Dio, Dio che a Dio Dio dona! E Dio, per virtù di Dio, agli uomini Dio dona.

Lo dona agli uomini per Maria: «Et Verbum ca­ro factum est in sinu Virginis Matris per Spiritum Sanctum».

Iddio ci ama con il suo Amore, con lo Spirito Santo, quindi, con amore divino, infinito, e ci do­na un dono infinito: Dio, l'Unigenito, il Figlio suo.

Perché fa questo?

Iddio non ha perché, egli è il Perché. Se ci fos­se un perché che muove Dio, quel perché sarebbe più grande di Dio stesso. Noi diciamo perché, per­ché, perché: Iddio non ha perché!

Nella nostra povertà, abbiamo anche noi una ricchezza simile, c'è un mistero in noi che non ha perché: questo mistero si chiama «amore». Se l'a­more avesse un suo perché, vuoi nella bellezza o nella ricchezza, vuoi nella convenienza o nella santità, non sarebbe più amore. L'amore non ha nessun perché. Egli è il perché di sé stesso, della gioia, della felicità, della pazzia, dell'eroismo, del­la morte, della vita: l'amore è la vita, 1a vita è amore. Egli è il riflesso di Dio, l'anima calore di tutto il creato, la fiamma che alimenta ogni sospiro.

Lo Spirito di Dio aleggiava sopra le acque, nel­le profondità degli abissi, comunicando il fuoco dell'operare all'essere delle cose create. Perché il Divino Spirito ha prescelto Te, prediletta fra tutte le creature? Perché prima che le stelle splendes­sero nelle profondità degli abissi, prima che il sole bruciasse e la terra cominciasse la sua danza nei miliardi di anni, ha guardato Te, ha amato Te, o benedetta fra tutte le donne, o eletta sopra ogni creatura, o splendore della terra e dei cieli, o Ma­dre, Signora e Regina? Perché di Te ha fatto la sua Sposa?

Perché Tu sei l'amore creato e, l'amore creante in Te immerso, di sé ti ha fatto ripiena: «Ave, Ma­ria, gratia plena»!

Maria, primo tabernacolo del Figlio del Dio vi­vente, Gesù; in lei, natura divina, natura umana, divina persona.

Quasi ostia bianca immacolata, tu nascondi sot­to il tuo splendore la reale presenza di Cristo. Il suo sangue è il tuo sangue, la sua carne è la tua carne.

L'unione della creatura con il Creatore in Maria è perfetta: lei, con il suo Gesù, dà al Padre gloria perfetta, compie il disegno di tutta la creazione.

A questa unione, centinaia di milioni, miliardi di altri figli sono chiamati.

Attraverso la morte del Salvatore si riunisce a Dio l'umanità separata dalla colpa: le vie del cielo si riaprono ai figli degli uomini. Ritorna l'unione dell'umanità con il suo Creatore attraverso le vie della grazia.

L'amore non vuole solamente redenzione e per­dono; l'amore esige la fusione totale degli esseri che si amano, sempre e ovunque.

Colui che è l'Amore non poteva sognare un do­no inferiore ai sogni degli uomini. La fantasia del­l'amore supera ogni realtà e rimane per noi una inafferrabile mèta.

Per chi è Padrone e Signore di tutte le cose, non vi sono limiti per la realtà del suo Amore: la natura è stata creata così com'è, proprio per ac­cendere la fiamma della sua carità ed essa è mira­bilmente congegnata per servire al vertice più alto dei suoi desideri.

La struttura degli atomi, la vita delle cellule, le reazioni nucleari delle stelle, il messaggio della lu­ce, le armonie dei cristalli, i battiti del cuore, sono note di una sola sinfonia, sono i tasti sui quali gli esseri intelligenti ed amanti compongono la loro musica di adorazione e di ringraziamento.

Nel mistero dell'essere, l'intelligenza umana scopre alcune realtà che non comprende ma sa che ci sono; altre realtà che intende meglio ma che so­no «essere» di meno, partecipano cioè all'esistenza in una gerarchia inferiore. La sostanza appartiene alle prime realtà; gli aspetti, le forme che cadono sotto i sensi, sono realtà minori. La sostanza è quel quid per cui l'essere è quello che è: senza sostanza non esiste l'essere. Per comprendere con parole non adeguate, ma un poco chiarificatrici: la sostanza è la realtà oggetto immediato dell'opera creatrice di Dio. Anche il resto viene da lui, ma ha un senso se si applica alla sostanza.

Qualunque sia il progresso della scienza, la più moderna o quella del futuro, queste verità restano.

Cambia soltanto il confine a cui si applicano, le frontiere che le delimitano.

In natura, le operazioni dell'essere ne rivelano la sostanza; le medesime sostanze agiscono in mo­di analoghi: la scienza e la conoscenza umana procedono proprio in questa fiducia nella corrispondenza fra i fenomeni esterni e le cause più profonde che li producono.

Nell'antica filosofia si distingue sostanza e accidente: gli uomini di mezza scienza e di nessu­na sapienza sorridono dallo scanno della loro superiore ignoranza. I nostri padri hanno detto co­se grandi con le parole che avevano. La fisica del­le frontiere verso il domani, sta riportando alla lu­ce queste sublimi intuizioni della verità: forse chiama con nomi diversi le stesse entità, ma si ri­scopre un mondo che razionalismo e meccanici­smo avevano soffocato.

Dio, creatore della sostanza e suo padrone può distruggerla, ridurla al niente da dove l'aveva trat­ta, può alterare o conservare i fenomeni esterni, gli «accidenta» che l'accompagnavano, può sosti­tuirla con una sostanza diversa, può piegarla con infinita potenza creatrice e transustanziatrice, ob­bligarla a mutare sé stessa in un'altra, lasciando immutate le apparenze.

Per il suo disegno di amore Cristo, Figlio di Dio, Sapienza increata, Verbo incarnato, con la sua Parola questo compie; questo compie per noi.

Lui, la Parola, il Verbo del Padre, con la sua parola opera quello che essa significa: «Questo è il mio corpo»: quello che appare pane e pane era, appare pane e suo corpo è. «Questo è il mio san­gue»: quello che appare vino e vino era, appare vino e sangue suo è.

Ed è tutto!

«Adoremus in aetemum sanctissimum Sacra­mentum!»

«State contenti, umana gente, al quia; ché se possuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria». (Purg. III, 37.40)

Teologicamente si precisano i termini della no­stra fede, si chiarisce che non è sostituzione di so­stanza, ma mutazione della sostanza in un'altra; che tutto il pane e tutto il vino consacrato non so­no più; che le apparenze rimangono identiche sot­to ogni punto di vista e di analisi, ma non signifi­cano più la sostanza del pane e del vino, bensì la sostanza di tutto il corpo di Cristo e del suo san­gue da esso inseparabile.

La scienza umana sa che non può cogliere altro che le apparenze, quelle che colpiscono i sensi. Solo su esse può dare il suo giudizio. Nulla essa può dire sul profondo essere delle cose, che di­pende solo dalla volontà onnipotente del Creatore. L'uomo vero, totale, filosofo, teologo, scienzia­to, credente, sa che la Parola di Dio è quella che vale, è quella che fa sì che le cose siano quelle che sono. Non è la nostra conoscenza che crea l'essere e la verità, ma l'essere e la verità illumi­nano il nostro pensiero.

Ogni realtà che la scienza scruta è espressione di Dio, è una sua parola indiretta, è vera nella mi­sura da lui stesso stabilita. Nessuna parola creata può sostituirsi alla sua Parola diretta, argomento assoluto e primo di ogni vero, perché lui è la Ve­rità. Domandare l'opinione della Scienza è come chiedere all'orecchio di vedere, alla mano di sentire.

Ecco il sublime mistero dell'amore: il più alto in tutta la creazione, il centro della storia, la prova ineffabile della divina bontà, il pegno della gloria futura, il dono consumante della Redenzione, il pane della vita, la gioia dell'esistenza, il possesso di Dio, di Dio fatto uomo, di Gesù totale che ci divora e in lui ci insustanzia; Mysterium Fidei: mistero di fede, luce vivissima, luce soavissima, luce certissima!

Pieghiamo le ginocchia adorando, offriamo il cuore amando, abbandoniamo la mente estasiata nel contemplare.

Poi, per sostenere la nostra debolezza, andremo meditando tanto mistero, con poveri passi e pic­cole parole che nulla aggiungono, ma fanno solo da cornice riposante alla luce che stordisce nel suo splendore.

Tanta luce emana da quell'ostia bianca, che il mistero è nella nostra piccolezza: se lo intendessi­mo, non potremmo più vivere quaggiù.

Quando penso a tutto il travaglio compiuto dal­la natura per arrivare ad un'ostia bianca di pane...! Il germe gettato a marcire nel solco scompare, ed è come morto sotto la terra impregnata dalle piogge d'autunno, coperta dalle bianche nevi invernali. Ma lui ha la vita e, al sole di marzo, apre la sua verdeggiante speranza ai fotoni che dai cieli ven­gono a compiere la sintesi della vita, la funzione della clorofilla.

Ai raggi del sole cresce e si trasforma; biondeggiano le mèssi al caldo soffio dell'estate. Viene l'uomo; sembra uccidere, recidendole, le spighe, le spoglia dei grani e i grani tritura in can­dida farina. Una delicata mano, con l'acqua, la impasta e candide ostie compone.

Così, voi, o grappoli splendenti nelle vigne sui nostri colli, anche voi gemerete nello stritolio che vi spezza e muta in rosso bianco scorrere, ma il fermento vi muterà in vino per le nostre mense.

Benedetti voi grani che, dopo questo travaglio preparato nello spazio e nel tempo, sarete prescelti a posarvi nell'ostia sopra una tovaglia d'altare per scomparire nel vostro essere e donare la vostra so­stanza alla sostanza di Cristo!

Benedetti voi grappoli che darete quel vino che, posto nel calice, diventa sangue del Signore!

Voi siete le benedette fra tutte le benedette creature dell'intero universo. Le più splendenti stelle darebbero il loro essere per avere il destino che voi avete.

La mèta, il sogno di ogni cosa creata, sarebbe di potersi immolare un giorno per diventare Gesù! Benedetto tu, figlio degli uomini, che sei stato prescelto a salire l'altare e pronunciare le parole di Dio, con la potenza di Dio, perché sei sacerdote di Cristo e lui rappresenti!

Benedetti noi tutti che, dalle tue mani consa­crate, riceviamo il corpo e il sangue di Gesù, lo divoriamo mentre lui ci divora, lo facciamo prigio­niero mentre lui ci afferra dal di dentro, ci faccia­mo consumare carne e sangue dal suo sangue. e dalla sua carne e siamo con lui una cosa sola!

E benedetta tu, città di Siena, che sei stata pre­scelta, da un miracolo tangibile e visibile, a testi­moniare il miracolo reale e infinito del mistero eucaristico!

È una prova di bontà del Signore verso la no­stra debolezza, per nostro conforto: sia benedetto! Questo, di Siena, ritengo sia il miracolo eucari­stico più grande di quanti ne sono avvenuti nella storia della Chiesa.

La scienza ha detto ripetutamente la sua parola con certezza scientifica assoluta. Quelle Ostie so­no lì, da secoli, e sono, all'apparenza delle analisi chimiche e fisiche, vero pane.

In nessun modo, in quelle condizioni, il pane avrebbe potuto conservarsi inalterato. Il fatto tra­scende qualsiasi possibilità di agenti naturali: anzi, le condizioni in cui si sono trovate e il tempo, avrebbero distrutto qualsiasi sostanza organica.

Quindi, razionalmente parlando, siamo in pre­senza di un'azione superiore alle forze della natu­ra; un'azione che supera, cambiandole nel loro in­timo operare, le forze e le leggi della natura. Que­sta forza, date le circostanze e l'oggetto, non può venire che dall'autore della natura stessa, per sua diretta volontà e non per cause seconde.

Quindi, è vero miracolo nel senso stretto della parola, compiuto e mantenuto tale miracolosamen­te per secoli, a testimoniare la realtà permanente di Cristo nel sacramento eucaristico.

In questi momenti, tanto difficili per la cristia­nità e per la Chiesa, in cui affiorano dottrine false che vorrebbero incrinare la nostra fede, la città di Siena alza il suo segno e mostra al mondo il suo Miracolo.

Perché l'ostia consacrata non sia più Gesù, ci vorrebbe la stessa divina potenza che distrugga quello che ha operato nella transustanziazione. Questo non può più avvenire. Perché cessi la pre­senza della sostanza di Cristo, è necessario che le apparenze sensibili cessino di essere quelle del pa­ne e del vino. Il Signore ha stabilito che quelle apparenze, per l'uomo di fede, rivelino a lui la sua reale presenza; non possono quindi mai ingannarci dopo che il Signore ha stabilito così. Quindi, quando le apparenze non sono più del pane e del vino, non possono più indicarci la presenza di Cri­sto e la presenza di Cristo non vi è più.

Sentiamo ancora, con commozione, le parole che il Santo Padre pronunciò sulla Piazza dei Mi­racoli, gremita di folla, in quel pomeriggio denso di vivida luce, in terra toscana.

«Così è. Ripetiamo: Noi sappiamo di enunciare un mistero. Ma così è. Questa è la Nostra testimo­nianza, che coincide con quella di questo Con­gresso, e vi apporta la piena conferma, che il No­stro magistero apostolico Ci autorizza a professa­re, a ciò qui Ci obbloiga: così è.

Cristo realmente presente nel sacramento eucaristico. Diciamo questo per godere con voi, fi­gli fedeli, che dell'Eucaristia fate vostro spirituale alimento, e per confortare la vostra pietà a quel culto autentico, nutrito di Vangelo e di dottrina teologica, al quale la recente Costituzione conci­liare sulla sacra Liturgia, ci esorta e ci appiana la via. Diciamo questo anche per dissipare alcune incertezze sorte in questi ultimi anni dal tentativo di dare interpretazioni elusive alla dottrina tradi­zionale e autorevole della Chiesa in oggetto di tanta importanza. Diciamo poi questo per invitare voi tutti, uomini del nostro secolo, a fissare la vo­stra attenzione su questo antico e sempre nuovo messaggio, che la Chiesa tuttora ripete: Cristo, vi­vo, e celato nel segno sacramentale che a noi lo offre, è realmente presente. Non è parola vana, non è suggestione superstiziosa, o fantasia mitica; è la verità, non meno reale, sebbene collocata su piano diverso di quelle che noi tutti, educati dalla cultura moderna, andiamo esplorando, conquistan­do e affermando circa le cose che ci circondano, e che, conosciute, danno il senso delle verità sicure, positive, e, per di più, utili; le verità scientifiche». (Dall'omelia di Paolo VI, detta nella «Giornata sa­cerdotale» al Congresso Euc. Naz. di Pisa, il 10 giugno 1965). 

LUCE VIVISSIMA

Quando il sacerdote, nelle sue mani adoranti, innalza l'ostia consacrata per mostrarla ai fedeli, in quel momento culminante della santa Messa mostra ad essi il Crocifisso vivente. Il supremo sacrificio della Croce, che si rinnova nella sua realtà sostanziale e valore totale, è lì fra quelle mani e in quel calice.

Nel sacrificio della Messa Gesù compie il suo prodigio di amore rinnovando la realtà dell'ultima Cena fino alla fine dei secoli.

La luce della verità rivelata si concentra e si riassume tutta in quell'ostia che è Gesù.

Se ci fosse una mente capace di comprendere il Mistero eucaristico, questa mente sarebbe capace di comprendere tutti i misteri dell'Universo: dalle creature materiali, terrene e astrali, alle creature viventi, al mondo degli spiriti su su fino al miste­ro di Dio.

Nell'Eucaristia è la realtà della sostanza, l'ap­parenza degli «accidentia», una presenza fisica di corpo e sangue creati, uniti nell'unità della natura umana vivente, totale, completa, in cui abita la so­la persona divina, il Figlio di Dio fatto uomo.

La Messa rinnova il ricordo della prima colpa e di tutte le colpe degli uomini, dona la remissione totale e la soddisfazione infinita al Padre, alla sua Giustizia, chiude l'inferno, spalanca le porte del Paradiso e, ad essa, intervengono gli angeli ado­ranti.

Il sacerdote ha sulla sua bocca la Parola di Dio e opera realmente in modo onnipotente, il più po­tente che a noi sia dato di concepire. Maria è lì accanto come sul Golgota, presentandosi al Figlio e a noi come madre e corredentrice.

Nulla vi è di più grande sotto l'arco dell'universo, o Luce vivissima che ogni verità compendi, ogni splendore diffondi, ogni ardore ac­cendi!

Noi, genuflessi, adoriamo!

Il Crocifisso è l'immagine che i nostri occhi vedono sull'altare, levato in alto: segno del nostro conforto, della nostra speranza, della vittoria sul dolore e sulla morte.

Nel Crocifisso il problema del dolore, che tanto affanna le menti e i cuori, diventa luce di certezza e sorgente di vita.

Gesù ha raggiunto il suo disegno d'amore: gli è costato la morte, la morte di croce, ma l'ha rag­giunto. Sublime romanzo di Dio e dell'anima!

Il nostro cuore è in silenzio, la preghiera vien meno, le parole tacciono, parla solo lui, respira so­lo lui, vive solo lui. Non si vorrebbe mai più tor­nare sulla terra, aprire gli occhi alla flebile luce di questo squallido sole.

Se vogliamo, può venire ogni giorno: lui lo de­sidera! Farsi desiderare dal Dio di ogni bellezza e ogni conforto…!

Beati voi, sacerdoti, che potete goderne anche più volte in una giornata; beati voi che, ogni volta che lo date a uno di noi, distribuite il Paradiso, l'autore e la sostanza del Paradiso!

Grazie a te, Chiesa, madre dei viventi; grazie a te, o somma Gerarchia, che in questi tempi di paura e indifferenza, hai spalancato le porte dei ta­bernacoli, per troppo tempo troppo gelosamente custodite!

La via dell'amore senza limiti è spalancata. Il digiuno eucaristico ridotto ad estrema semplicità, la santa Messa e la Comunione possibili mattino e sera, a tutte le ore, i tabernacoli pronti in ogni momento a darci lui, il Signore.

La Comunione è la luce e la sostanza della no­stra giornata. Senza Comunione è un triste venerdì delle tenebre e della morte che si perpetua. Senza la Comunione, la terra diventerebbe arida e vuota, non avrebbe più cibo. Nell'aridità scheletrica della sua esistenza, diventerebbe un cimitero di dispera­zione.

È strano che la Chiesa debba fare addirittura un precetto che obblighi alla Comunione i fedeli al­meno una volta l'anno, quando l'unico precetto concepibile sarebbe quello di non permettere che ci si comunichi più volte al giorno.

La Prima Comunione, dolce ricordo del primo volo, e ogni Comunione è sempre la più bella fin­ché arriva l'ultima, la più bella e dolce di tutte: quella che, nelle braccia di Maria, ci unisce in modo indissolubile a lui, nostro sposo per i secoli eterni.

E tu, amatissimo corpo, hai in te l'impronta in­delebile della sua carne e del suo sangue e, per questa carne sua e sangue suo, ti risusciterà nel­l'ultimo giorno.

Chi mangia di questa carne e beve di questo sangue, non morrà in eterno.

Sembri agli occhi nostri corromperti, in realtà l'unione che hai avuto con Gesù Eucaristia fino all'ultimo istante, non può permetterlo. La tua cor­ruzione visibile non è altro che la preparazione al tuo reale risorgere con lo splendore e la veste bianca del giorno delle Nozze. 

LUCE CERTISSIMA

Gesù resta con noi.

La fermezza della Fede, solennemente riaffer­mata da Paolo VI, in nome di tutta la Chiesa pre­sente, passata e per i secoli futuri, si alza nelle sue mani di Pastore come spada invincibile, come muraglia incrollabile.

Se alcuni, presi da una follia senza senso, vo­gliono avanzare dubbi blasfemi, sono condanna­ti. Gesù Cristo resta presente nel santissimo Sacra­mento in Corpo Sangue Anima e Divinità.

Per questo morì Tarcisio; per questo moriranno, fino all'ultimo giorno, i martiri dell'Eucaristia. Come potrebbe andarsene lontano da noi colui che è salito sulla Croce per stare sempre con noi, festa dei nostri tabernacoli?

Una chiesa senza tabernacolo e senza Gesù è una fredda sala adatta a conferenze, esibizioni: freddezza e noia a non finire. Perché andarci? Non c'è l'amico, non c'è lui, non è la sua casa che per ragioni giuridiche.

Noi, nel cristianesimo, vogliamo tutto reale, ver­o.

Se è la casa di Gesù, Gesù deve stare nella sua casa!

E, noi, vogliamo fargliela bella, bella perché è Re. Vogliamo fargli i tabernacoli più splendenti, portare a lui i fiori più profumati, circondarlo del­le gemme più preziose, delle luci più festanti.

Ma, soprattutto, vogliamo portargli noi stessi. Gente di Siena, vuoi esser degna di tanto onore che Gesù ti ha fatto dandoti il privilegio di testi­moniare, con un miracolo che supera ogni stupore, la sua Presenza Reale e permanente nel santissimo Sacramento?

Fai la promessa che i tuoi figli non lasceranno mai il Signore senza compagnia.

Date questo esempio al mondo per salvare il mondo. Alternatevi avanti al tabernacolo, ai vostri stupendi tabernacoli, nelle vostre meravigliose chiese.

Credo che Gesù ci stia bene in Italia: gli abbia­mo fatto le case più belle del mondo!

Vogliamo dargli i cuori più amanti della terra! È qui che l'amore di Cristo per ciascuno di noi e per tutti noi, raggiunge i vertici della divina follia.

Quell'Ostia, ripetiamo, è il Crocifisso vivente. Non potendo portarla sul nostro cuore sempre, noi portiamo un'immagine, un crocifisso con noi, nel­le nostre case, nei nostri posti di lavoro, nella gioia, nel dolore, nella preghiera, nella solitudine, nella sofferenza, nel gaudio.

Esso ci ricorda il Sacramento, l'altare, il sacri­ficio, la redenzione, la risurrezione e la vita, la fe­licità e il paradiso.

Raffaello ha raccolto intorno all'Ostia splenden­te, la gloria della Trinità, l'antico e nuovo Testa­mento, i profeti, i martiri, i patriarchi, gli apostoli, l'antica sapienza e la sublime poesia dei tempi nuovi, l'eroismo e la santità, la terra e il cielo, gli uomini e gli angeli. 

LUCE DOLCISSIMA

Se ci fosse stato dato di contemplare solamen­te l'Ostia senza poterla possedere, sarebbe stato un tormento. Avere Gesù così a portata di mano e non poterlo stringere al proprio cuore, quale soffe­renza!

Sapere che è lì, proprio lui: il Gesù del prese­pio, il Gesù di Nazareth, il Gesù del Golgota, lui il trionfatore sulla morte, la gioia dei cieli...!

Ma anche se ce l'avessero dato da tenere per pochi istanti sulle palme delle nostre mani, non ci sarebbe bastato.

Quando una mamma stringe al suo petto il bambino, figlio delle sue viscere, e presa dallo strano sentimento di divorarlo e farlo ridiventare sua carne e suo sangue. Quell'abbraccio stretto stretto, quei baci soavissimi vogliono significare questo.

Ora, questo, a noi per consumarci in amore, è stato dato.

Gesù entra dentro di noi: la Comunione! Entra tutto, totale, dentro dentro al mio essere fisico, bruciando la mia anima e il mio cuore. Il mio or­ganismo lo possiede e a contatto diretto, intimo, direi sostanziale, con lui.

Non sono più io che vivo, è lui che vive sotto le mie apparenze.

Non sono io che mangio lui, è lui che divora me: divento un altro Cristo, divento Dio come lui, consumato dal fuoco del Divino Spirito.

Partecipo della vita del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo.

Ho in me quel corpo nato da Maria Vergine; posso anche dire che ho in me, in certo qual sen­so, la carne e il sangue di Maria, perché possiedo la carne e il sangue da lei nati, formati, generati, nutriti.

Vogliamo non lasciarti mai solo!

Sarà una visita fuggente fra un'ora di ufficio e un'altra. Sarà un attimo in cui il gioco sul campo si ferma, in cui la scuola dà ricreazione, in cui il tram non arriva. Sarà quando i miei occhi son pie­ni di lacrime che nessuno comprende, quando il mio cuore esulta nell'amore conquistato, quando la persona cara ritorna, la speranza rinasce, la diffi­coltà opprime, la battaglia è violenta, la grazia è ottenuta.

Sarà, Gesù, quando non c'è nulla di nuovo nel­la mia vita: io vengo a te, mi metto in silenzio in un angolino della tua casa, guardo la porta del tuo tabernacolo e parli tu; poi, me ne vado e tu mi mandi un sorriso.

Quando passo di corsa con la mia macchina, dico all'angelo custode di fare un salto da te nella chiesa a cui passo davanti e lo prego di tornare presto se no vado a sbattere!

Questa è la nostra vita con Gesù che vive inti­mamente, familiarmente, innamoratamente in mez­zo a noi.

Potesse entrare un giorno in modo stabile in tante case, come per i nostri padri.

Il fuoco di tutti questi tabernacoli, terrebbe lon­tani i figli delle tenebre e l'urlo dei demoni; la terra diventerebbe davvero una sola cattedrale del Dio vivente.

È notte profonda: le case degli uomini hanno spento le loro luci, gli angeli custodi piegate le lo­ro ali, le lampade dei tabernacoli tremano nel ros­so fuoco di una silenziosa preghiera.

In alto, sulla città e sul mondo, una bianca im­macolata figura, in ginocchio, prega per tutti i suoi figli, credenti e non credenti, in ogni angolo della terra.

Dalle sue mani di Sacerdote, Vescovo e Padre comune, Cristo in terra, sale l'offerta di tutta l'u­manità al divin Prigioniero d'Amore.

Maria, vivissima dolcissima certissima speranza, a lui sorride.

Con te, Padre Santo, il nostro riposo diventa preghiera.

A te, e in te, ai tuoi Vescovi, ai tuoi Sacerdoti, noi diciamo grazie di darci ogni giorno Gesù. Prega Lui che, come in Siena quelle Ostie con­sacrate non hanno mai conosciuto la corruzione e sempre Gesù sono restate, anche noi rimaniamo sempre immacolate ostie biancheggianti nella sua Grazia.