LA CONSACRAZIONE A MARIA

Un cammino di fede per il mese di maggio

P. Antonio M. Di Monda OT.M.Conv. - Casa Mariana Regina della Pace Benevento 1994

LA PAROLA DELL'ARCIVESCOVO Carissimi,

L'Anno mariano ha ripetutamente proposto ai fedeli, e segnatamente alle famiglie, la consacra­zione a Maria. Non ci si poteva limitare a fare so­lenne memoria dell'intronizzazione del simulacro dolcissimo della Vergine delle Grazie, solo ricor­dando il pio gesto dei nostri antenati; ma piuttosto ci si è proposti di rivivere in senso teologico, ciò che fu fatto da essi con immenso giubilo. Cioè, cen­to anni fa la venerata statua fu collocata sul trono di un Tempio di pietra; oggi invece occorre che Maria sia stabilmente accolta nel nostro cuore, tro­no al quale ella tiene maggiormente. È una consta­tazione ovvia da cui scaturisce l'esortazione a rati­ficare, mediante Maria, la nostra alleanza col Si­gnore, alleanza stipulata da lui con ciascuno di noi nel battesimo: ecco allora la consacrazione!

Consacrazione è una parola che viene da lon­tano, carica dei riverberi della storia religiosa. Sin da quando Dio volle scegliersi un popolo col quale preparare l'umanità ad accogliere il Messia, Israe­le fu chiamato ad appartenere a Dio totalmente, con la legge della santità: «Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo!» (Lv 19,2). Anche nel Nuovo Testamento la consacrazione è azione salvifica di Dio, che predestina, chiama, giustifica e glorifica (Rm 8,30). Col battesimo diveniamo pro­prietà della Trinità beatissima: siamo consegnati al Signore risorto, perché nello Spirito partecipia­mo alla sua relazione filiale con il Padre. Il battesi­mo è perciò la nostra prima consacrazione. Il Bé­rulle afferma che la consacrazione battesimale è «voto di una religione solenne primigenia e supre­ma, di fronte alla quale tutte le professioni religio­se sono posteriori e subalterne». Ma tale consacra­zione «ontologica» deve tradursi in una consacra­zione vitale. Non deve rimanere germoglio inerte, ma pervadere tutta la vita, rendendola offerta gra­dita al Signore: «Vi esorto, fratelli, per la miseri­cordia di Dio ad offrire i vostri corpi come sacrifi­cio vivente, santo e gradito a Dio; è il vostro culto spirituale» (Rm 12,1).

Se la consacrazione nella linea discendente è opera di Dio e se in quella ascendente è la nostra risposta personale che, accettando liberamente l'a­zione consacratoria di Dio, Lo riconosce quale uni­co Assoluto, ne deriva che tale concetto, riferito a Maria, viene usato in senso analogico. La nostra consacrazione a Lei equivale a vedere in Maria l'Arca dell'Alleanza, colei nelle cui viscere il Dio­-con-noi inaugura la presenza salvifica nel mondo; a riconoscere nella Vergine la vera offerente, che nel Tempio di Gerusalemme, ha consacrato Gesù al Padre, secondo la Legge (Es 13,1). Equivale an­che a discernere in Maria il tipo della donazione di sé (Lc 1,38) e ad accettarla quale operatrice per­suasiva della alleanza con Dio, esortando anche noi a «fare tutto quello che Gesù ci dirà» (Gv 2,5).

È legittimo perciò parlare di consacrazione a Maria. La storia bimillenaria della Chiesa testimo­nia questo salutare valore subalterno della pia pra­tica, regalandoci in proposito innumeri suggestio­ni, a cominciare dal solenne proemio dell'Akathi­stos: «All'invitta Stratega l'inno di vittoria! - Sot­tratta ad immane sventura, il canto di grazie - a Te dedico, io tua Città, o Madre di Dio!» Più espli­cito S. Giovanni Damasceno: «Attacchiamo le no­stre anime a Te, nostra speranza, come ad un'ànco­ra del tutto salda ed infrangibile, consacrando a Te mente, anima, corpo, tutto il nostro essere» (Ome­lia per la Dormizione).

Nel Medio Evo l'offerta di sé a Maria si tinge del vassallaggio tipico del feudalesimo e sfocia nel­l'amore cavalleresco: Maria allora divenne «la Ma­donna»! Chi non ricorda - lo riporta in un esem­pio anche questo libretto - come nel 1522 S. Igna­zio di Loyola sigillò la sua conversione con la fa­mosa «veglia delle armi», culminata con l'offerta della sua spada, deciso ormai a combattere le bat­taglie dello spirito «ad majorem Dei gloriam»? Nel secolo successivo in Spagna si diffuse la consacra­zione come una sorta di volontaria schiavitù, «una santa transazione con la Regina del cielo e della terra, con cui si consacra a Lei la propria libertà per passare nel novero dei suoi schiavi, costituen­doLa padrona assoluta del proprio cuore».

Ma il progetto della consacrazione a Maria tro­vò il suo interprete più luminoso ed il suo più con­vinto profeta in S. Luigi Grignion de Montfort. In lui i dati molteplici della tradizione si riequilibra­no, perché la consacrazione viene ricentrata in Ge­sù: la vera consacrazione è quella battesimale, per­ciò cristocentrica; ma comporta, nel versante della risposta, una sorta di mariaformità, per cui risulta che la consacrazione a Maria consiste in sostanza in una perfetta rinnovazione dei voti e delle pro­messe battesimali! Proprio questo filone dottrinale giunge a noi arricchito dall'intuizione di S. Massi­miliano Kolbe, che la riferisce alla Immacolata «per guadagnarLe il mondo», ideali che struttura­no la Milizia dell'Immacolata.

Il Kolbe è sintonizzato con la Madonna di Fa­tima. Come tutti sanno la Vergine, trepidante per la salvezza dei suoi figli, proprio a noi, uomini del XX Secolo, ha rivolto un pressante appello. Ha chiesto che si preghi di più e si faccia penitenza, per la salvezza dei peccatori; ed ha anche doman­dato la consacrazione al suo Cuore Immacolato, quale via per giungere ad una pace durevole.

Come si sa, l'ultima solenne consacrazione del mondo alla Madonna è stata fatta dal Papa e da tutti i Vescovi nelle proprie Diocesi, dieci anni fa, il 25 marzo del 1984. Giovanni Paolo II affidò allora l'umanità a Maria, esortando ad una «mobilita­zione» che postula il rinnovamento della vita cri­stiana. Dopo di allora non c'è grande incontro ma­riano (si ricordino Czestokowa e Denver) senza che il Papa non ritorni su tale progetto.

La parola affidamento richiama il bel ritiro dell'ottobre 1993, propostoci dal P. Tullio Ossanna sulla pericope di Giovanni 19,25-27, quando ci ri­cordò la volontà di Gesù di affidarci alla sua Mam­ma, commentandoci l'accoglienza, da parte del di­scepolo prediletto, di Maria nella fede, atto che im­plica apertura e disponibilità verso di Lei nella sua maternità. Affidamento, quindi, non nel senso di declinare le responsabilità, ma di abbandono atti­vo e cosciente a Lei, introducendola nella propria intimità spirituale.

Tutto questo ora giunge al traguardo per molti di noi. L'Anno mariano è stato finalizzato alla con­sacrazione a Maria; ma, nell'anno della famiglia, era più che naturale che si pensasse a queste cellu­le nodali della Chiesa e della società: consacrarle a Maria equivale a bonificare le nostre case, secon­do lo spirito di Nazaret. Ma significa soprattutto suggellare di sacro il laboratorio in cui si prepara il futuro. Se il seno della mamma è la prima casa dell'uomo, la famiglia è il suo secondo «grembo», nella cui intimità la psiche del nuovo essere uma­no si inzuppa dei valori che l'accompagneranno per tutta la vita. E quando i valori evangelici sa­ranno nuovamente testimoniati tra le pareti domestiche, allora albeggerà la nuova «primavera» del mondo.

La consacrazione è - come si vede - un atto fecondo di magnifiche prospettive personali e so­ciali. È una cosa seria, dunque, e va preparata ac­curatamente, facendone comprendere la natura, i fondamenti, i motivi, gli effetti, le sue espressioni nella vita quotidiana e familiare. Da ciò l'idea di programmare il Mese di Maggio con temi che pos­sano aiutare i fedeli e le famiglie a fare un vero iti­nerario di fede, che porti ad approfondire il nesso tra consacrazione e battesimo, e poi stimoli alla conversione del cuore ed alla conformazione della vita a Cristo ed a Maria ed infine si concluda con l'impegno d'apostolato in casa, in parrocchia e nel territorio.

Il presente Sussidio doveva nascere da un'équi­pe di religiosi, e sarebbe stato più lineare e perfet­to. Ma l'équipe - per contingenze imprevedibili - non sé potuto mai incontrare! Il lavoro conse­guentemente è pesato interamente su di un «cire­neo», per questo più encomiabile: il P. Antonio Di Monda. Egli non s'è tirato indietro; ma lo ha rea­lizzato, cavando dal cuore il dettato delle medita­zioni, sostanzioso e ricco di provocazioni e di sti­moli, sia spirituali che pastorali, puntualmente ar­ricchito di «esempi» e di «fioretti» e «giaculatorie». Così quest'anno esso diventa il testo per un mese di maggio comune.

Nel complesso il libretto è valido e può essere persino valorizzato in casa, dai nostri fedeli anche con una cultura elementare. Tuttavia, onde garan­tire frutti più abbondanti, è assai meglio che venga mediato dal Sacerdote che - riteniamo - non fa­rà fatica ad arricchire con interventi sobri qua e là la pista delle riflessioni - come si usava con il Muzzarella - perché sia meglio compresa e so­prattutto al fine di vincere le resistenze della catti­va volontà, che procrastina e minimizza le cose di Dio.

La consacrazione non è una rete - sia pure di salvezza - buttata a forza sulla gente. Essa viene fatta sempre sottoforma di preghiera. Quindi è aperta alla libertà personale di ognuno. Certamen­te aiuta l'uomo a salvarsi, nel senso che gli fa porre decisioni influenti sul suo futuro; ma ognuna di es­se è un piccolo importante «sì». Il P. De Fiores giu­stamente scrive che la consacrazione non è «il pro­nunciamento d'una formula, ma il pronunciamen­to di sé»! Non è la bocca che deve ampliare pro­messe, come se si giocasse al rialzo, ma è la vita che deve abbandonare le angustie del «minimali­smo» e lanciarsi in prospettive più spaziose. Si tratta, cioè, vivendo il battesimo, di dire «sì» a Dio come Maria; di respingere con il suo aiuto il pecca­to e di collaborare al trionfo del Regno di Dio nel mondo d'oggi; di operare come lievito e sale della storia, aiutando i fratelli a leggere i segni nel no­stro tempo.

Sono i cardini di svolta che attendiamo, per la nuova «primavera» che introduca alla grande pa­ce. «La verità più profonda dell'uomo è il suo rap­porto con gli altri» - scrisse Lévinas. Bisogna escludere sia la conflittualità (marxismo) che l'in­differenza (borghesismo), perché il vero amore è benevolenza, «promozione di tutto l'uomo e di tut­ti gli uomini». Questo esige lo svuotamento dell'io (solipsismo nihilista) e l'aprirsi alla solidarietà (es­sere con gli altri) ed alla sussidiarietà (essere per gli altri).

La consacrazione, intesa così, arride davanti a noi come una stella. Ancora una volta esortiamo tutti a prepararvisi con il grande cuore che caratte­rizza la gente del Sud, ringraziando i Sacerdoti che vi si impegneranno con lo zelo che il progetto me­rita, affidando ogni cosa al Cuore Immacolato di Maria.

Benevento, 11 febbraio 1994

Serafino, Arcivescovo

 

INTRODUZIONE

Perché un mese di maggio, impostato tutto sulla consacrazione?... Quest'anno 1994 è l'anno centenario dell'intronizzazione della Madonna delle Grazie a Benevento. Ed è pure l'Anno Inter­nazionale della Famiglia, per il quale il Papa inten­de mobilitare le forze migliori della Chiesa. Ciò, af­finché si ritrovino soprattutto i fondamentali valo­ri spirituali e morali, sui quali si costruisce l'au­tentica famiglia, chiesa domestica e cellula di ogni nazione. A festeggiare e vivere degnamente questi due eventi, non c'è di meglio che accogliere, in pie­na generosità e disponibilità, i desideri stessi della Mamma celeste. La consacrazione è, senza dubbio, un suo desiderio, ed è voluta da Lei per il risana­mento anche e specialmente della famiglia.

Il volumetto, perciò, incentrato sulla consa­crazione, vuole aiutare ad accogliere e vivere detto desiderio della Madonna, soprattutto nel mese di maggio, a Lei dedicato da secoli.

Esso propone 31 considerazioni con esempio, fioretto e giaculatoria, secondo il metodo muzza­relliano. Gli esempi sono, nella quasi totalità, mariani.

I pochi altri che non lo sono chiaramente si inseri­scono, però, abbastanza facilmente, nella stessa ottica.

Due cose, tra le tante, si vorrebbero far notare: con maggior tempo a disposizione e con più lenta maturazione e riflessione, si sarebbe potuto ottene­re un lavoro molto più rifinito e anche con argo­mentazioni più semplici e stringate.

Ma purtroppo, anche nella produzione lettera­ria e teologica e pastorale, le circostanze possono condizionare non poco.

Nella stesura, poi, delle considerazioni si tro­veranno concetti ripetuti più volte. La cosa, - ol­tre tutto quasi inevitabile, per la connessione e l'in­treccio di certi temi - non dovrebbe dispiacere del tutto, soprattutto tenuto conto dell'utilità pastora­le e pedagogica.

Certi della benevolenza e comprensione di quanti vorranno scorrere e presentare queste pagi­ne, auguriamo ad esse, col potente patrocinio di Maria, la massima diffusione e frutti abbondanti. Ma, soprattutto, deponiamo queste pagine, maturate e stese non senza sacrifici e fatica, come un piccolo modesto fiore di un immenso amore, ai piedi della celeste nostra Mamma e Regina, perché le voglia gradire e benedire, nella sua sconfinata bontà e misericordia!

 

PRIMA SETTIMANA - TEOLOGIA DELLA CONSACRAZIONE

Primo giorno - LA MADONNA CHIEDE LA CONSACRAZIONE

Fatima, in Portogallo, 1917, e precisamente alla cosiddetta Cova da Iria: un luogo, fino allora, del tutto sconosciuto alla gran parte degli uomini e degli stessi abitanti del Portogallo. È qui, e nel suddetto anno, che avviene qualcosa che scuote il mondo intero.

1. La Madonna appare a tre bambini

I tempi sono tristi! Impazza la prima grande guerra mondiale, nella quale sono coinvolti, assie­me all'Europa, gli Stati Uniti di America e Nazioni dell'Asia. I morti, i caduti, i mutilati e i feriti non si con­tano più. Il dolore, la sofferenza attanaglia popoli e nazioni, famiglie e individui. La pace è sospiro inascoltato dei popoli. Inoltre, fermenti di rivoluzione e di rivalsa ser­peggiano un po' dovunque, aizzando gli spiriti più bollenti. Intanto, la fame, il freddo, le epidemie, as­sieme alle bombe, infieriscono, quasi senza tregua. È in questo torbido orizzonte che inizia l'av­ventura della Madonna di Fatima. Preceduta da misteriose apparizioni di Ange­li, Ella si fa vedere, alla Cova da Iria, il 13 maggio 1917, da Lucia de Jesus dos Santos di 10 anni, e dai due fratellini Francisco di 9 anni e Giacinta di sette anni, cugini di Lucia. Le apparizioni continueranno, tra vicende, anche, drammatiche, fino al 13 ottobre dello stes­so anno, quando avverrà il grandioso miracolo nel sole, alla vista di diecine e diecine di migliaia di persone di ogni ceto e cultura.

2. Cosa voleva la Madonna?...

«Sono venuta a chiedervi, disse la prima vol­ta, di venire qui per sei mesi consecutivi... Poi vi dirò chi sono e che cosa voglio. Poi ritornerò anco­ra qui una settima volta». Nell'apparizione del 13 luglio 1917, disse: «Voglio che veniate qui il gior­no 13 del mese prossimo, che continuiate a recita­re tutti i giorni il rosario in onore della Madonna del Rosario, per ottenere la pace del mondo e la fine della guerra, perché soltanto lei ve la potrà meritare». Disse pure: «Sacrificatevi per i pecca­tori e dite molte volte e in modo speciale quando fate qualche sacrificio: 0 Gesù, è per amore vostro, per la conversione dei peccatori e in ripara­zione dei peccati commessi contro il Cuore Imma­colato di Maria». Fece quindi vedere loro l'infer­no: «un grande mare di fuoco e immersi in questo fuoco i demoni e le anime... » dannate. La Madon­na aggiunse: «Avete visto l'inferno, dove vanno le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Im­macolato. Se farete quello che vi dirò, molte ani­me si salveranno e avranno pace. La guerra sta per finire, ma se non smetteranno di offendere Dio, nel regno di Pio XI ne comincerà un'altra peggiore. Quando vedrete una notte illuminata da una luce sconosciuta, sappiate che è il grande se­gnale che Dio vi dà del fatto che si appresta a pu­nire il mondo per i suoi delitti, per mezzo della guerra, della fame e di persecuzioni alla Chiesa e al Santo Padre. Per impedire tutto questo, verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la comunione riparatrice nei primi sabati. Se si ascolteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e si avrà pace; diversamen­te, diffonderà i suoi errori nel mondo, promuo­vendo guerre e persecuzioni alla Chiesa; i buoni saranno martirizzati, il Santo Padre dovrà soffri­re molto, diverse nazioni saranno annientate; infi­ne, il mio Cuore Immacolato trionferà. Il Santo Padre mi consacrerà la Russia, che si convertirà, e sarà concesso al mondo qualche tempo di pace». Il Portogallo si salverà dal pericolo rosso, dilagante già nella vicina Spagna solo per la consa­crazione effettuata dai Vescovi.

3. Il messaggio non è stato accolto

Purtroppo, quanto è accaduto nel mondo e nella Chiesa, dopo il 1917, dice chiaramente che la richiesta della Madonna non è stata accolta. Si so­no, infatti, rovesciati sul mondo mali spaventosi, a non finire. La stessa Sr. Lucia rivelerà che, in una comu­nicazione interiore, Gesù si era lamentato perché non era stato fatto quanto richiesto dalla Madon­na. «Non hanno voluto la mia richiesta!... Come il re di Francia, se ne pentiranno, e la faranno (= la consacrazione), ma sarà tardi. La Russia avrà già sparso i suoi errori nel mondo, provocando guer­re, persecuzioni alla Chiesa: il Santo Padre dovrà soffrire molto».

C'è da riflettere non poco, per l'interesse pro­prio e di tutte le anime!

Il richiamo di Maria, l'invito alla consacrazio­ne era, in fondo, un invito di salvezza per tutti: per i popoli e le nazioni, per le famiglie e gli individui. Lo è tuttora, come vedremo mano mano.

Esempio. I tre pastorelli Lucia, Francesco e Giacinta sono un ottimo esempio di docilità all'in­vito della grazia. Sono fondamentalmente buoni e innocenti, sia pure con i difetti dell'età. Andando a pascolare il loro gregge sui monti, non dimenticano di reci­tare il santo Rosario. Ma per fare più presto e dar­si al gioco, invece di recitare per intero l'Ave Ma­ria, si fermano, solo, alle parole Ave Maria, e così il Rosario è finito in baleno. Essendo semplici, si divertono con un nonnulla. Così, per es. amano far echeggiare il nome di Maria sui monti e nelle valli e ne sentono divertiti l'eco che ripeteva il dolce Nome. Essi giocavano, appunto, quando, il 13 maggio ebbero la prima apparizione. Notarono due luci come lampi, dopo i quali apparve la Ma­dre di Gesù. Era «una Signora tutta vestita di bianco, più splendente del sole, che diffondeva una luce più chiara e intensa di un bicchiere di cri­stallo pieno di acqua pura, attraversato dai raggi del sole ardente ». Il suo volto, indescrivibilmente bello non era «né triste, né allegro, ma serio». Le apparizioni e le parole della Madonna li cam­bieranno totalmente. Diventeranno più seri, preghe­ranno di più, si daranno a mortificazioni a non fini­re. Un piccolo grande poema di santità, sgorgato dal contatto e dalla consacrazione alla madonna!'

Fioretto. Proponi di fare, in tutta serietà, il mese di maggio, privandoti magari, a questo sco­po, anche di qualche lecito svago.

Giaculatoria. Nostra Signora del cammino, sii Tu la nostra guida e la nostra luce!

 

Secondo giorno - COS’E’ LA CONSACRAZIONE

La Madonna chiede la consacrazione. Di essa hanno parlato e sono stati grandi apostoli, santi come S. Luigi Grignion de Montfort e S. Massimi­liano Kolbe: deve trattarsi, evidentemente, di un grande segno di amore, dato dal cielo. Che vuol dire consacrarsi e come lo si fa?

1. La consacrazione

Consacrare è rendere, fare «sacro» qualcuno o qualcosa. Il «sacro» si oppone al «profano» e, cioè, a ciò o a chi è fuori del «fanum» o tempio. Il «sacro», perciò, dice relazione a Dio e al culto di Lui. Esistono: le sacre liturgie, gli arredi sacri, i riti sacri, le persone sacre, ecc.. Spesso si rende «sacro» qualcuno (o qualco­sa), e lo si mette a disposizione di Dio, con un ri­tuale o insieme di cerimonie suggestive. Così, la donna che si consacra a Dio, prende il velo, si ve­ste come una sposa. Vengono consacrati a Dio uomini e donne (sa­cerdoti, vergini, addetti al culto, ecc.), cose (arre­di, calici ecc.), luoghi (chiese, oratori, ecc.). Ciò che è sacro è riservato solo a Dio o a chi ne può fare legittimamente uso. Una chiesa deve servire solo al culto di Dio; un altare deve servire solo per i sacrifici sacri; una persona consacrata può e deve occuparsi solo di certe cose. Ogni altro uso e il semplice esser toccati da persone non sa­cre potrebbe essere «sacrilegio» (quasi come una rottura del sacro) e profanazione.

2. Consacrare è, anche, affidamento o dono di sé

In senso più largo, si chiama consacrazione anche l'affidamento che si fa della persona e dei beni ecc, ad un altro. Nella consacrazione, cioè, l'anima offre o dona quello che è e quello che ha di buono al Signore, rinunziando, in qualche mo­do, ai propri diritti. La consacrazione, intesa come affidamento dei beni a Chi deve divenirne come il Custode, è soprattutto del Montfort, il grande santo e aposto­lo francese del Settecento. Ci si potrà domandare subito: che senso può avere questo «affidare» o donare ad un altro, fos­se pure Dio o la Madonna?... È questo che vera­mente vuole Dio o si tratta di una delle tante espressioni di fanatismo religioso, che non sa quello che fa, rispondendo solo a cieche e, spesso, assurde emozioni?... Questo donare tutto non sa­rà, magari, un rinunciare vigliacco alla propria personalità e alle proprie responsabilità?... Obiezioni del genere sono, spesso, avanzate e purtroppo si avanzano da nemici della Chiesa e, anche, da cristiani critici per certe forme di de­vozioni. Tali difficoltà, però, non dovrebbero più sus­sistere, dopo la richiesta fatta dalla Madonna stessa, a Fatima. E ad esse verrà data risposta, praticamente, dalle considerazioni stesse che, via via, verremo facendo. Per il momento diremo che tale donarsi o of­frirsi non è senza grandi benefiche conseguenze in campo morale e spirituale e, indirettamente, an­che in campo materiale, di qualsiasi genere. Lo si vedrà man mano che si procederà nelle rflessioni.

3. L'affidamento è una specie di consacrazione

Si diceva che sacro è tutto ciò che si riserva a Dio e viene come sottratto ad altri usi. Il dono o l'affidamento è, appunto come un riservare a Dio e solo per Dio, il proprio essere e il proprio operare. Non è un sottrarre materialmente: e cioè, chi fa la consacrazione, di cui parliamo, non deve uscire dal mondo e rintanarsi, supponiamo, nel deserto o in un convento. Si resta al proprio posto di vita e di responsabilità, continuando ad impegnarsi nei propri doveri quotidiani, nella so­cietà, nella famiglia, nell'ufficio, ecc. Un rimanere al proprio posto, materialmente, come prima, ma con una volontà e intendimenti diversi, di tutto cioè orientare all'eterno. Un cambiamento che, se è sempre visto da Dio che scruta nei cuori, non è meno avvertito - se esso è profondo e radicale - dagli uomini, che ne vedono, come i riflessi e le conseguenze, nel modo di vivere e di operare.

Giova veramente la consacrazione?... Giova come ogni ripetizione che ribadisce nella mente quando si vuole fissato in essa; come ogni risolu­zione di compiere il proprio dovere, chiamando, così, come a raccolta le proprie forze, per non la­sciarsi scoraggiare dalla fatica o dalla stanchezza e dalle difficoltà insorgenti.

Esempio. Elkana, un uomo di Efraim della Palestina, aveva due mogli, l'una chiamata Anna, l'altra Peninna. Peninna aveva figli, Anna non ne aveva. Il non aver prole, per gli Ebrei, era una grande vergogna. Per giunta, Peninna affliggeva Anna con durezza, perché era sterile. E questa piangeva ed era triste. Un giorno andò a presentarsi al Signore e, piangendo amaramente, così pregò: « Signore degli eserciti, se vorrai considera­re la miseria della tua schiava e ricordarti di me e le darai un figlio maschio, io lo offrirò al Signo­re per tutti i giorni della sua vita e il rasoio non passerà sul suo capo» (il voto di non tagliarsi i ca­pelli, per amore del Signore: era uno dei segni di chi si era consacrato o del cosiddetto nazireato). Mentre essa prolungava la preghiera davanti al Signore, Eli, il Sommo Sacerdote, stava osservan­do la sua bocca. Anna pregava in cuor suo e si muovevano soltanto le labbra. Ma la voce non si udiva, perciò Eli la ritenne ubriaca. Le disse Eli: «Fino a quando rimarrai ubriaca? Lìberati dal vi­no che hai bevuto! ». Anna rispose: «No, mio signo­re, io sono una donna affranta e non ho bevuto né vino né altra bevanda inebriante, ma sto solo sfo­gandomi davanti al Signore. Non considerare la tua serva una donna iniqua, poiché finora mi ha fatto parlare l'eccesso del mio dolore e della mia amarezza». Allora Eli le rispose: «Va' in pace e il Dio di Israele ascolti la domanda che gli hai fatto». Al finir dell'anno Anna concepì e partorì un fi­glio e lo chiamò Samuele. «Perché - diceva - dal Signore l'ho impetrato». Quando Samuele fu in grado di essere portato al tempio, Anna, rivolgendosi al sommo Sacerdote Eli, disse: «Ti prego, mio Signore. Per la tua vita, signore mio, io sono quella donna che era stata qui presso di te a pregare il Signore. Per questo fanciullo ho pregato e il Signore mi ha concesso la grazia che gli ho chiesto. Perciò anch'io lo dò in cambio al Signore: per tutti i giorni della sua vita egli è ceduto al Signore». E Samuele visse al servizio del tempio, per divenire ben presto il grande. sommo sacerdote, tutto di Dio.

Fioretto. Se non l'hai fatto ancora, disponiti alla consacrazione a Maria, con una buona confes­sione e una sufficiente preparazione.

Giaculatoria. Credo nel tuo amore, Signore. Credo nella tua materna bontà, Vergine San­tissima.

 

Terzo giorno CONSACRAZIONE O RI-CONSACRAZIONE?...

Si può rendere «sacro» ciò che è profano. Ma esiste veramente il «profano»?...

1. Il «sigillo» di Dio su tutto

La domanda o difficoltà non è fuori posto, an­che se da tanti si tende a negare, addirittura, l'esi­stenza del sacro; o almeno a creare una netta irri­ducibile opposizione tra sacro e profano. In verità, chi ammette che tutto è stato creato da Dio e tutto viene conservato da Lui, deve am­mettere pure che su tutto il creato e su le singole creature c'è come il «sigillo» di Dio. Per questo, le creature sono, tutte, delle sue «voci» e sue orme. Non afferma S. Paolo che le proprietà invisibili di Dio sono rese visibili proprio dalle creature che si vedono (Rom 1,20)?... Non si vede, d'altronde, in ogni cosa fatta, in qualche modo, il marchio del suo fattore? Le tele, per es., dei grandi artisti si riconoscono, si direbbe, a chilometri di distanza. Che se tutto porta il «sigillo» del Creatore, esiste, allora, veramente, qualcosa di profano, e cioè, qualcosa che sia come, «fuori» o «estraneo» a Dio?... Impossibile. I santi parlano così soprat­tutto dopo l'incarnazione del Verbo, e cioè con la presenza e l'azione di Gesù Cristo redentore. «Non c'è nulla che sia estraneo alle attenzioni di Cristo, dice il B. Escrivà Balaguar. Parlando con rigore teologico (...) non si può dire che ci siano realtà - buone, nobili, e anche indifferenti - esclusivamente profane: perché il Verbo di Dio ha stabilito la sua dimora in mezzo ai figli degli uo­mini, ha avuto fame e sete, ha lavorato con le sue mani, ha conosciuto l'amicizia e l'obbedienza, ha sperimentato il dolore e la morte». Così dicendo, ovviamente, non si vuole affatto negare quella legittima autonomia delle cose crea­te, per cui, ogni arte e scienza, per es., ha le sue leggi e la sua autonomia, pur se rigorosamente ri­stretta nel suo ambito. La legittima autonomia, però, non dice autonomia totale e assoluta dal Pri­mo Essere.

2. L'uomo immagine e somiglianza di Dio

Che se su tutta la creazione è «visibile» l'orma di Dio, questa splende soprattutto nell'uomo. Egli è un essere quasi consacrato, nel senso che, in lui, tutto parla di Dio e tutto spinge a Dio. Risplende su di lui la luce del Suo Volto (Sal 4,7), prima di tutto, perché creato a sua immagine e somiglianza. Dio, cioè, è presente nell'uomo, in un modo tutto proprio e specialissimo, essendo egli come una specie di fotocopia, ripresa sul Verbo, la vera e sostanziale immagine del Padre. L'uomo ne riflette qualcosa, soprattutto, nell'infinità delle sue facoltà mentali e nel potere fisico di potersi dare, col generare i figli, una specie di eternità. Egli è stato, poi, redento dal sangue di Cristo, che ha lavato e riscattato tutti: «Siete stati com­prati a caro prezzo» (1 Cor 6,20). «Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l'argento e l'oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza mac­chia» (1 Pietro 1,18 s.).

Vera e propria consacrazione che viene radi­cata e allargata, nel tempo, con l'uso dei sacra­menti. Per tale uso il cristiano non fa che immer­gersi, continuamente, nel Sangue di Cristo, e ali­mentarsi del suo Corpo e del suo Sangue, appro­priandosi, così, per quanto gli è dato, di tutti i do­ni e virtualità che Esso presenta. Che senso allora dare alla consacrazione, se non di una riconsacrazione consapevole e amorosa?

3. Riscoperta della propria grandezza

Consacrazione, dunque, è come un riscoprire e riaffermare la propria origine e grandezza. L'uo­mo viene da Dio, appartiene a Dio e tende a ritor­nare a Lui. E Dio è il suo Padre, il suo amico, il suo grande benefattore. Non solo. Ma la rivelazione ci assicura che, per la grazia santificante, l'uomo è addirittura abitacolo della SS. Trinità: «Se uno mi ama, - af­ferma Gesù - osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo di­mora in lui» (Crv 14,23). Di tutto questo, l'uomo dovrebbe andar santa­mente fiero. Si tratta, infatti, di dignità e nobiltà, davanti alla quale impallidisce ogni umana gran­dezza. Capita, che tanti vanno fieri, oltre che di realtà e valori effimeri, anche della loro affermata discendenza dalla scimmia o da altre simili nobili (!?) progenie. Stando così le cose, tutto, in certo qual modo, è sacro; e il laicismo è solo grossa e grassa menzogna. Non si deve, però, nascondere che, purtroppo, molti ignorano o dimenticano del tutto questi se­gni di gloria del cristiano. Di qui gli sforzi di Dio, attraverso la sua Chiesa e anche, attraverso inter­venti straordinari, perché soprattutto l'uomo prenda coscienza della sua dignità. «Mettimi - sembra ripetere misteriosamente Dio all'anima - come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio» (Cant 8,6). Tutto di Dio e tutto per Dio: ecco il senso più profondo della consacrazione.

Non sarebbe gran che riscoprire la propria di­gnità, se non si accompagnasse a questo, anche, la spinta a conformare ad essa tutta la vita e azione. Come sarebbe estremamente indecoroso, per un figlio di re, vivere come il «lazzarone» della stra­da; così non è meno indecoroso per l'uomo, di­mentico della propria grandezza e dignità, vivere nel fango dei propri istinti perversi. Noblesse oblige, la nobiltà obbliga, dicono i francesi. Per tutti! E allora: «Riconosci, o cristiano la tua digni­tà! Dignità di figlio di Dio. Agnosce christiane di­gnitatem tuam!

Esempio. S. Edmondo d'Inghilterra, quando era ancora bambino, si era allontanato un giorno dai suoi compagni per non partecipare ad una conversazione indecente. Camminava solo per la strada, immerso nei suoi pensieri, quando gli apparve un bambino di meravigliosa bellezza, che gli disse: «Buongiorno, mio diletto!». Sorpresa di Edmondo, che non conosceva affatto il bambino. «Non mi conosci?», gli chiese il bambino. E Ed­mondo a rispondere: «Non ti conosco affatto, e credo che tu non mi conosca più di quanto io ti conosco! ». Il meraviglioso Bambino: «Mi stupisco di esserti tanto sconosciuto, a più forte ragione che sono accanto a te a scuola, e sono insepara­bilmente unito a te, ovunque tu vada. Guarda il mio viso - aggiunse - osserva attentamente quello che sta scritto sulla mia fronte, e ricorda­tene con tutto il cuore». Edmondo vi lesse chiara­mente il nome di Gesù. Lo pronunciò con fervore, ad alta voce e ricevette questa risposta: «Sono Gesù Nazareno, questo è il mio nome, che deve essere un ricordo carissimo per la tua anima; ab­bi cura di imprimerlo esattamente sulla tua fron­te ogni notte... ». Il Fanciullo scomparve. Edmon­do farà come gli è stato detto. Senza dubbio, a rendersi più fedele e perseverante, e soprattutto a conservare una purezza perfetta, fatto più gran­dicello si consacra totalmente alla Vergine SS. Davanti ad una statua di Lei, fece voto di perpe­tua castità. Al dito di Lei infilò un anello sul qua­le era inciso l'«Ave Maria», e lui stesso ne portò uno simile, fino alla morte. Alla fine della vita, confidò che mai aveva invocato Maria senza rice­verne soccorso e aiuto.

Fioretto. Rifletti un pochino sulla tua origine e su quanto Dio ha fatto per te.

Giaculatoria. Sede della sapienza, ottienici che, sempre, irradii su di noi la luce della divina sapienza.

 

Quarto giorno - IL FINE DELLA CONSACRAZIONE

Abbiamo detto che consacrarsi o ri-consa­crarsi giova molto, perché è come un riscoprire la propria dignità e grandezza, e come un chiamare a raccolta le proprie forze per qualche grande compito. Il più importante e più grave compito dell'uo­mo è il servizio di Dio. È a questo fine, soprattut­to, che ci consacra. Vediamo in che senso.

1. Il fine dell'uomo

L'uomo è stato creato, prima di tutto, e sopra tutto, per conoscere, amare e servire Dio in que­sta vita, e per goderlo poi nell'altra in paradiso.

Questo «servizio» a Dio è quanto di più legitti­mo e, anche, di più onorifico si possa immaginare. Dio, infatti, è la pienezza dell'essere: in Lui ogni perfezione, ogni bellezza, ogni valore. Egli è Essere davanti al Quale tutto è come oscurato e annientato: una piccola fiammella è ben insignifi­cante davanti allo splendore accecante del sole. Davanti a Dio, l'universo intero, dice il salmista, è come la polvere su di una bilancia. Da aggiungere, che tutto il nostro essere, tut­to il nostro bene e tutta la nostra felicità dipendo­no da Lui e da Lui solo. Siamo mantenuti, da Lui, nell'essere e continuamente provveduti, E siamo fatti in modo che troviamo quiete solo in Lui, co­me affermava S. Agostino. Solo Dio, perciò, è veramente degno di essere conosciuto, amato e servito. Tutto il resto, per quanto bello e utile per una determinata situazio­ne e circostanza, in definitiva è vanità.

2. La consacrazione è presa di coscienza di un gra­ve dovere

Il grande male degli uomini è vivere, spesso, nell'incoscienza totale della propria dignità e dei propri doveri. Succede che l'uomo, privato dello slancio che lo spinge in alto, tende a scendere sempre più, fino ad allivellarsi alle bestie senza ragione e, anche, al di sotto di esse. Che gli animali, infatti, vivano la loro vita sen­za alcuna prospettiva eterna è conseguenza della loro natura, che non supera la conoscenza sensibi­le. Ma che l'uomo, dotato di ragione e di libero ar­bitrio, viva e operi come le bestie, è degradazione e misconoscimento, appunto, della grandezza del­la ragione e della libertà. È come se l'aquila, nata per i voli robusti nell'immensità dei cieli, poltris­se nella melma di valli affocate. La consacrazione è un gesto di riconoscimen­to. È un colpo d'ala che tende a rilanciare l'uomo nell'orizzonte infinito. Che significa, infatti, con­sacrarsi e donarsi a Dio, se non strapparsi, in qualche modo, ai legami schiavizzanti della mate­ria?... Che significa donarsi a Dio, se non ricono­scere la «capacità» di aprirsi all'Essere supremo che dà senso a tutto?... Da aggiungere pure che il servizio di Dio è l'u­nico che rende grande l'uomo. Dio non ha biso­gno, certo, di niente e di nessuno. Se chiede all'uo­mo di servirlo, è perché vuole la sua felicità e la sua eterna salvezza.

3. La consacrazione è scelta amorosa di Dio

La consacrazione è scelta amorosa di Dio e di tutto ciò che porta a Lui.

Il servizio di Dio, soprattutto a causa della de­bolezza dell'uomo, ferito dal peccato originale, presenta le sue difficoltà. La legge, i doveri quoti­diani possono pesare e scoraggiare. I richiami del piacere possono essere e sono, spesso, più convin­centi delle promesse di vita eterna. E la «concre­tezza» materiale delle cose può facilmente indurre a ritenere «lontane e come inesistenti» le realtà della fede. Di qui la necessità di comprendere e di decidere, e di trovare ausili per sorreggere la de­bolezza della volontà. Ed è chiaro che una consa­crazione, fatta in piena consapevolezza e libertà di scelta, se è ancora un peso, lo è come il voto che porta in alto, come l'ala dell'uccello, come dice S. Bonaventura. Anche l'ala è un peso, guai però se l'uccello non l'avesse, non potrebbe più avere l'eb­brezza dell'azzurro! La consacrazione ha senso se è scelta di amo­re, anche se di un amore non sùbito sentito, ma di un amore di volontà. Ma come tutte le grandi real­tà, per scoprirla e amarla anche con la pienezza di sentimenti, c'è bisogno di un atto di volontà li­bera, a lungo ripetuto e fatto abito. Chi studia, a forza, una materia non gradita, finisce, spesso, per amarla fino all'entusiasmo, proprio con rinno­vati atti liberi di buona volontà.

Il Signore che, nella sua infinita misericordia e bontà, si prende cura particolarmente dell'uo­mo, gli offre, volta a volta, mezzi e accorgimenti preziosi. Come una mamma che, spesso, non vista, moltiplica le sue attenzioni a sostenere la sua creatura. La consacrazione - lo si vedrà sempre meglio - è un dono squisito dell'amore di Dio, per la salvezza e la santificazione dell'uomo.

Esempio. S. Ignazio, già capitano di ventura e ferito all'assedio della città di Pamplona, ritrova la sua fede e ritorna a Cristo, mentre è sofferente all'ospedale. A superare la noia dell'immobilità a letto, egli chiede dei libri di avventure amorose. Non ne esistono all'ospedale. Gli danno in cam­bio, due libri, che gli parlano di Cristo. Dapprima è il rigetto, poi, piano piano, riflettendo sotto l'im­pulso della grazia di Dio, Ignazio ritrova se stesso. Riacquistata la fede, si ritirerà nella grotta di Manresa a riflettere e a far penitenza. Sarà lì che concepirà il famoso libretto degli Esercizi Spiri­tuali. Andrà in Francia a studiare, attorno a lui convergono giovani che saranno tra i primi a con­dividere il suo ideale. Si mette in viaggio con essi per andare dal Papa in Italia, e mettersi a sua di­sposizione. Sarà un poema di ardimento e di amo­re. Ma tutto questo viene preparato da un gesto profondamente significativo. Uscito dall'ospeda­le, si porterà al famoso santuario mariano di Montserrat. Egli è ora ai piedi della celeste Regi­na: alla statua di Lei appende la tunica e la spada. Egli è ormai cavaliere di Cristo, consacrato dalla mano materna di Maria!

Fioretto. Oggi userai più diligenza in tutto, per fare bene il bene.

Giaculatoria. Sono tuo schiavo, Signora, sono tuo figlio. Mi salvi il tuo amore di Mamma.

 

Quinto giorno CONSACRAZIONE A DIO PER MARIA

Questa presa di coscienza della propria digni­tà e del proprio eterno destino può farsi, in modo facile e adatto a tutti, proprio attraverso la consa­crazione a Maria. Il Signore stesso ha inviato Ma­ria a Fatima, a chiederla a tutti gli uomini. Ma perché questa presenza di Maria nella consacrazione?

1. La consacrazione si fa solo a Dio

La consacrazione si fa a Dio solo, perché è Lui il Signore al quale tutto appartiene; e Lui solo, perciò, va riconosciuto e adorato come l'Essere supremo; ed è a Lui, sorgente vera ed unica di vita e di felicità, che bisogna tornare per vivere. Analogamente, anche il santo sacrificio della Messa si offre solo all'infinita Maestà di Dio; e, se mai, ad onore della Madonna e dei Santi: in essi, infatti si onora Dio stesso che, in loro e attraverso loro, ha operato e continua ad operare le grandi meraviglie del suo amore misericordioso. Se così stanno le cose, perché, allora, ci si consacra a Maria?... Non è certamente per negare, nella pratica della vita, quanto si afferma limpida­mente nella teoria. Esistono molti e profondi mo­tivi teologici: non ultimo, l'espresso volere di Dio. Motivi teologici che, se non sempre e non da tutti còlti nella loro essenza, hanno però sempre pre­sieduto e guidato - a prescindere dalla riforma protestante, iniziata solo nel sec. XVI - la pietà di tutta la Chiesa verso Maria. A Cristo si affianca Maria, nella pietà della Chiesa, per il ruolo unico e specialissimo, che Ella ha avuto ed ha nel piano della salvezza, come pure nell'opera della personale salvezza e santificazio­ne di ogni anima. La salvezza, e cioè la redenzione, la grazia, ecc., tutto ha come autore Cristo Gesù. È Lui che si è incarnato e ha versato il suo sangue per la salvezza del mondo. Salvezza che, d'altra par­te, solo Lui era in grado di fare, in quanto, es­sendo Dio e uomo, ha potuto offrire una ripara­zione del peccato, allo stesso tempo, umana e di valore infinito. Umana, perché fatta nella natura umana; divina perché quanto avveniva nel suo corpo o nella sua anima, era fatto dall'unico Io, e cioè la Persona divina. Tutto questo, però, Dio ha voluto farlo attraverso Maria, prendendo car­ne da Lei e chiamandola a compartecipare, in maniera unica ed eccezionale, a tutta l'opera re­dentiva. Così si è operata da Cristo la salvezza, e così, pure, si attuerà per ogni anima. E cioè la grazia, meritata da Gesù, è distribuita e passa per le mani di Maria. E tutto avviene così, per espresso volere di Dio, non per necessità di cose. Quest'opera di mediazione di Maria, tuttavia, lungi dal togliere qualcosa all'unica ed essenziale mediazione di Gesù, la esalta, essendone, essa, di­pendenza e derivazione. «La funzione materna di Maria verso gli uomini - insegna il Concilio Vati­cano II - in nessun modo oscura o diminuisce questa unica mediazione di Cristo, ma ne mostra l'efficacia. Ogni salutare influsso verso gli uomini non nasce da una necessità oggettiva, ma da una disposizione puramente gratuita di Cristo; pertan­to si fonda sulla mediazione di questi, da essa as­solutamente dipende e attinge tutta la sua effica­cia, e non impedisce minimamente l'unione imme­diata dei credenti in Cristo, anzi la facilita».

2. Perché questa mediazione di Maria

Ma perché il Signore vuole servirsi della me­diazione di Maria?... Molto probabilmente:

perché l'uomo non venga oppresso dalla Mae­stà di Dio. Nessuno può fissare il sole ad occhio nudo, senza accecarsi. E nessuno potrebbe vedere Dio senza morire. Già l'Umanità di Cristo Dio, cer­to, avendo come «velato» Dio, permette di poterlo, in qualche modo rimirarlo. Ma Cristo stesso è Dio e potrebbe, in qualche momento, far paura. Ed ec­co la Madonna, che è come il riflesso dolcissimo di Lui e che mai fa paura. Per questo, anche, Ma­ria è simboleggiata nella luna, che «indebolisce» e vela il sole; per alimentare nell'uomo l'umiltà. È vero che Gesù è il Fratello maggiore, l'Ami­co incomparabile, ma egli non cessa di essere Dio. Voler andare direttamente da lui, si corre rischio di essere rigettati da Lui, come colpevoli di pre­sunzione. Chi può, infatti, impunemente, acco­starsi a Dio, senza tremare per la sua infinita mae­stà, soprattutto trattandosi di peccatori, come è, ordinariamente, l'uomo?... Coperti, per così dire, dall'ombra di Maria, a Gesù ci si va con centupli­cata fiducia e familiarità; per umiliare di più satana, che avendo trionfa­to dell'uomo, a mezzo della donna, viene sconfitto e umiliato, proprio attraverso la Donna.

3. La consacrazione a Maria

In particolare, quale mediazione svolge Maria nella consacrazione? Essa è chiarita soprattuto dai santi che più si sono occupati di consa­crazione. Maria purifica e abbellisce, aumenta e con­serva i beni offerti e che si donano affinché serva­no solo il Signore. Purtroppo, la maggior parte delle opere del­l'uomo sono inquinate di vanità, di presunzione, di limiti di ogni genere. Affinché, allora, Dio si de­gni di accettare i poveri suoi doni, è sommamente conveniente che li purifichi lei da ogni scoria e bruttura. «Essa (tutte le nostre buone opere) questa buona Padrona, le purifica, le abbellisce e fa che suo Figlio le accetti. Essa le purifica togliendo loro tutta la sozzura dell'amor proprio e dell'attaccamento impercetti­bile che si insinua insensibilmente nelle migliori azioni. Essa le abbellisce ornandole dei suoi meri­ti e delle sue virtù. È come se un contadino, volen­do ottenere l'amicizia e la benevolenza di un re, andasse dalla regina e le porgesse una mela, tutto il suo bene, affinché essa la presentasse al re. E la regina, accettato il povero piccolo dono del conta­dino, lo mettesse su un gran bel piatto d'oro, e lo presentasse al re a nome del contadino. In questo modo la mela, quantunque indegna se stessa di es­sere presentata ad un re, diverrebbe un dono de­gno di sua maestà, per via del piatto d'oro in cui si trova e della persona che lo presenta».

Consacrarsi a Dio, per le Mani e il Cuore Im­macolato di Maria, rinnova, un po', il mistero del­la Presentazione al Tempio di Gesù, facendo asso­migliare a Lui. Anche Lui ha voluto essere presen­tato e offerto al Padre, attraverso Maria. Eviden­temente si tratta, una volta di più, di grazia e di benevolenza di Dio nei riguardi dell'uomo, di cui bisogna essere grati!

Esempio. Si chiamava Raimondo. Era un ra­gazzo obbediente, ma vivace ed intraprendente. La sua santa mamma, che voleva fare del suo fi­glio un perfetto servitore di Dio e un uomo perfet­to, gli disse un giorno, forse dopo qualche piccola biricchinata: «Figlio mio, che sarà di te, un gior­no?». Queste parole lo fecero riflettere. Andò a prostrarsi davanti alla madonna di Chestockova, presente in quasi tutte le case polacche. Quando si rialzò, era pieno di emozione e aveva gli occhi lucidi di pianto. Ciò non sfuggì alla mamma che gli disse: «Che hai? ...». «Niente». «Ricordati che alla mamma non si nasconde nulla». Allora il pic­colo raccontò: Quando mi hai detto quelle parole: Che sarà di te, un giorno, sono andato a pregare la Madonna. Mi è apparsa bellissima, con due co­rone in mano: una bianca e una rossa. «Quale vuoi », mi ha detto. « E tu ... ?». « Voglio tutte e due ». Era un invito e un destino di chi ormai era già tut­to di Maria. Avrà un giorno la corona della purez­za e la corona del martirio. È S. Massimiliano Kol­be, l'apostolo della consacrazione dei nostri diffi­cili tempi.

Fioretto. Nella giornata, offri, spesso, al Si­gnore, per le mani di Maria, le tue azioni e sof­ferenze.

Giaculatoria. Per Te, Vergine Immacolata, ab­biamo ritrovato la vita.

 

Sesto giorno CONSACRARSI A MARIA È DONARSI TUTTO A DIO

Con la consacrazione a Maria, in pratica, si fa offerta completa e incondizionata di sè a Dio. Una realtà da comprendere bene, nella autentica sua dimensione.

1. Si dona l'anima e il corpo

Ecco come si esprime il Montfort: «Questa de­vozione consiste... nel darsi interamente alla San­tissima Vergine, per appartenere completamente a Gesù. Bisogna darle: 1. il nostro corpo, coi suoi sensi e le sue membra; 2. l'anima nostra con tutti i suoi poteri».

Che significa donare l'anima e il corpo?... In pratica si dona ciò che dirige e guida l'anima e il

corpo, e cioè la volontà, la libertà. La volontà è l'u­nica facoltà, nell'uomo, ad essere libera, e perciò è l'unica facoltà sovrana. Talmente sovrana da co­mandare a tutte le altre: «La volontà ha la supre­mazia su tutti gli atti umani, dato che in quanto liberissima inclina tutte le potenze verso i suoi at­ti (...). Infatti l'intelletto può studiare o non studia­re, a seconda che vi sia indotto o no dalla volontà; altrettanto dicasi per l'appetito concupiscibile; lo stesso vale per gli stessi atti esterni del movimen­to, come parlare e non parlare, camminare e non camminare, ecc.».

2. Si donano tutti i nostri beni

«Bisogna darLe (...)3. i nostri beni esteriori che noi chiamiamo di fortuna, presenti e futuri; 4. i nostri beni interiori e spirituali, che sono i nostri meriti, le nostre virtù e le nostre opere buone pas­sate, presenti e future: in poche parole: tutto ciò che abbiamo nell'ordine della natura e nell'ordine della grazia, e tutto ciò che potremo avere in avve­nire, nell'ordine naturale e nell'ordine della gra­zia o della gloria; tutto questo senza la minima ri­serva, nemmeno di un centesimo o di un capello o della più piccola buona azione, e per tutta l'eternità; senza pretendere né sperare altra ricompen­sa per la propria offerta e per il proprio servizio, se non l'onore di appartenere a Gesù Cristo per mezzo di Lei e in Lei, anche se questa amabile Pa­drona non fosse, come lo è sempre, la più liberale e la più riconoscente delle creature». S. Massimiliano Kolbe aggiunge che all'Im­macolata vanno offerti addirittura i nostri peccati commessi, non per quello che hanno di offesa a Dio, ma per quello che di buono e. di grande ha operato il Signore, perdonandoli. A voler chiarire un pò: i beni dell'ordine della natura sono, per es., l'acutezza d'ingegno, la forza di volontà, la sanità, le tendenze naturali buone come la pietà, la com­passione, ecc. i beni della grazia: gli abiti e gli atti di virtù, le opere buone meritorie, fatte con e sotto l'impul­so della grazia, ecc. Ma che significa dare le azioni meritorie? Da notare che queste hanno un doppio valore: soddi­sfattorio o impetratorio e meritorio. Con le opere buone, cioè, si soddisfa alla pena dovuta per i peccati commessi (ecco il valore sod­disfattorio), e si ottengono le grazie necessarie ad operare il bene e a salvarsi e santificarsi (ecco il valore impetratorio). Quanto si ottiene con le ope­re buone è detto, in genere, valore meritorio. Nella consacrazione a Maria, dice il Montfort: «Noi Le diamo tutto il valore soddisfattorio, impe­tratorio e meritorio, cioè le soddisfazioni e i meri­ti di tutte le nostre opere buone. Le diamo i nostri meriti, le nostre grazie, le nostre virtù, non per co­municarli ad altri, poiché i nostri meriti, le nostre grazie e le nostre virtù sono, a vero dire, incomu­nicabili, ma glieli diamo per conservarli, aumen­tarli ed abbellirli (...). Invece Le diamo le nostre soddisfazioni per comunicarle a chi vorrà, per la maggior gloria di Dio». Nella consacrazione della famiglia Le diamo i nostri genitori e figli, non solo perché tutti pro­tegga e difenda dai pericoli, e tutti illumini e so­stenga nei doveri da compiere; ma anche affinché tutti, sorretti dalla sua materna protezione, - cia­scuno nel proprio ruolo e nelle proprie condizioni - diventi, nelle sue mani, strumento di salvezza e operatore di pace e di concordia per tutti.

3. Dono totale e incondizionato

In pratica, è tutto l'uomo, con i suoi beni e le sue speranze e progetti che si affida a Maria. Nulla più gli resta. Un dono che, se fatto con sincerità di cuore e mantenuto con fedeltà e coerenza lungo tut­to l'arco della vita, può rivoluzionare tutto in meglio. Ma, per essere tale, il dono deve essere pure assoluto, e cioè nulla e nessuno deve condizionar­lo. Il dono verrebbe svuotato, praticamente, da ri­serve o diritti che, sempre possono accamparsi da una volontà non più fedele e generosa. S. Massimiliano insisterà fino alla noia che la consacrazione più è illimitata e incondizionata, e più dice amore.

Come si vede, la consacrazione è un invito a porsi al servizio di Dio e della Madonna, in manie­ra più radicale, più coerente e più feconda. L'esse­re chiamati a un servizio del genere, è, di per sé, già, un grandissimo onore e bene per l'anima. La cosa dovrebbe essere valutata, con molta oggettività e serenità, traendone le dovute conse­guenze, soprattutto dalla famiglia, pensosa del be­ne dei figli.

Esempio. Arturo De Matteis. Tempra di apo­stolo era tutto dedito a far del bene in mezzo ai suoi giovani, fino a trascurare anche i suoi propri affa­ri. La moglie, donna esemplare, diceva ridendo che avrebbe dovuto farsi prete e non ammogliarsi. Una sera, di ritorno da una sua fatica, si mette a letto con febbre altissima. Il medico, chiamato d'urgen­za, non può che dire alla sconsolata moglie che non c'è nulla da fare più. Ella piange... Arturo le dice: «Perché piangi? Vado in paradiso. Da lassù potrò meglio pensare a te e ai due teneri bambini (l'uno aveva qualche anno, l'altro solo pochi mesi), vi pre­parerò un posto... ». Le cose si aggravano, Arturo quasi non può più parlare. Davanti al suo letto, passano in commossa mestizia ben sedicimila gio­vani di Azione Cattolica, e a tutti dà il suo addio. Poi resta solo con la moglie, il medico e il confesso­re. Vuole concentrarsi al grande passo. Si assopi­sce un po', nel sonno canta: «Andrò a vederla un dì ... ». Meravigliati gli astanti gli dicono al suo sve­gliarsi: «Ma, come, canti?». «Sì, in sogno ho visto una meravigliosa Signora che mi ha sorriso e mi ha chiamato. Perciò ho cantato». Poi dà l'ultimo ab­braccio ai suoi due figli. Tenendo in braccio l'uno, si rivolge alla moglie: «Ti raccomando, fanne un santo». Le stesse parole, nell'abbracciare il secon­do. Poi con un filo di voce, comincia ancora a can­tare: «Andrò a vederla un ... ». Non arrivò a pronun­ziare la parola «dì» e spirò. Era arrivato il giorno di andare a vedere la Madonna!...

Fioretto. Fai, oggi, un bell'atto di rinunzia, per riaffermare il dominio di Dio su di te. Giaculatoria. Voglio essere, Vergine SS., tut­to tuo e sempre tuo, per meglio dare gloria all'On­nipotente.

 

Settimo giorno - LA CONSACRAZIONE A MARIA: DEVOZIONE PERFETTA

La consacrazione non è una devozione come le altre. Essa, anzi, sembra riassumerle e compren­derle tutte. Per questo essa è di sommo onore a Dio ed esalta massimamente la stessa Vergine SS.

l. La consacrazione glorifica sommamente il Signore

Chi dona tutto a Dio, in pratica, Lo riconosce quale vero ed unico Signore e Padrone. È il caso della consacrazione: «Con questa devozione tutto è dato e consacrato, fino al diritto di disporre dei propri beni interiori e delle soddisfazioni che si guadagnano con le opere buone giornaliere: que­sto non si fa nemmeno in nessun ordine religioso. Negli Ordini religiosi si danno a Dio i beni materia­li col voto di povertà, i beni del corpo col voto di castità, la propria volontà col voto di obbedienza e talvolta la libertà del corpo col voto di clausura; ma non si dà la libertà o il diritto che abbiamo di disporre del valore delle nostre opere buone, e non ci spogliamo, per quanto possiamo, di ciò che l'uo­mo cristiano ha di più prezioso e di più caro, e cioè dei nostri meriti e delle nostre soddisfazioni». «Questa devozione, se fedelmente praticata, è un mezzo eccellente per fare in modo che il valore di tutte le nostre buone opere sia impegnato per la più grande gloria di Dio. Quasi nessuno agisce per questo nobile fine - benché noi vi siamo ob­bligati, - sia perché non conosciamo in che consi­ste la più grande gloria, sia perché non la voglia­mo. Ma siccome la Santissima Vergine, alla Quale cediamo il valore e il merito delle nostre opere buone, conosce perfettissimamente dove sia la più grande gloria di Dio, ne consegue che un per­fetto servitore di questa buona Padrona (...) può dire arditamente che il valore di tutte le proprie azioni e delle proprie parole, è impiegato alla maggior gloria di Dio, a meno che egli non revochi esplicitamente la propria offerta. Possiamo forse trovare qualcosa di più consolante per un'anima che ama Dio di un amore puro e senza interessi, e che apprezza più la gloria di Dio e i suoi interes­si, che i propri?».

2. Sull'esempio del Cristo

Che la consacrazione a Maria glorifichi al massimo il Signore è provato anche dal fatto che, con tale consacrazione, l'anima è più perfetta­mente consacrata a Gesù Cristo. Diamo ancora una volta la parola al Montfort: «(Gesù) Questa Sapienza infinita che aveva un immenso desiderio di glorificare suo Padre e di salvare gli uomini non ha trovato un mezzo più perfetto e più spedi­to all'infuori di quello di sottomettersi in ogni co­sa alla Santissima Vergine, non soltanto durante gli otto, dieci o quindici primi anni della sua vita, come gli altri fanciulli, ma durante trent'anni. Questa infinita Sapienza ha dato più gloria a Dio suo Padre, durante tutto questo periodo di sotto­missione e di dipendenza alla Santissima Vergine, di quella che gli avrebbe dato, per ipotesi, impie­gando quasi trent'anni a fare dei prodigi, a predi­care su tutta la terra, a convertire tutti gli uomini. Quanto altamente si glorifica Dio sottomettendosi a Maria sull'esempio di Gesù! ». Lo si comprende: ciò che più glorifica Dio è l'umiltà della sottomissione e l'accettazione della sua santissima volontà.

3. La più perfetta devozione mariana

Ogni devozione è bella: si tratta, infatti, sem­pre di espressione di amore. E, tuttavia, ci sono espressioni ed espressioni. Ebbene, tra le tante devozioni mariane, solo nella consacrazione Ma­ria è veramente la Padrona del cuore e della vo­lontà. Ecco, in merito, come si esprime il Mont­fort: «Tutta la nostra perfezione consiste nell'es­sere conformi a Gesù Cristo, uniti e consacrati a lui solo, e la devozione più perfetta è certamente quella che più perfettamente ci conforma, unisce e consacra a Gesù Cristo. Ma poiché Maria è, fra tutte le creature, la più conforme a Gesù Cristo, ne consegue che, fra tutte le devozioni, quella che consacra e conforma maggiormente un'anima a Nostro Signore è la devozione alla Santissima Ver­gine, sua Santa Madre, e che tanto più un'anima sarà consacrata a Maria, tanto più sarà consacra­ta a Gesù Cristo. Perciò la più perfetta consacra­zione a Gesù Cristo non è altro che una perfetta e completa consacrazione di se stesso a Maria»

Si dubiterà, allora, che sia questa la devozio­ne più gradita alla Madonna?

Eppure - scrive il Montfort - congregazioni, associazioni ecc., in onore di Gesù e di Maria, «che pur fanno tanto bene nel mondo cristiano, non chiedono di dare tutto senza riserva: prescri­vono ai loro associati solamente certe pratiche e azioni per soddisfare ai loro obblighi; li lasciano liberi per tutte le altre azioni e circostanze della vita. Invece questa devozione fa dare senza riser­va a Gesù e a Maria, tutti i propri pensieri, parole, azioni e sofferenze e tutte le circostanze della vita: in modo che, sia che il devoto vegli o dorma, beva o mangi, compia delle grandi azioni o delle azioni insignificanti, noi possiamo affermare veramente che tutto ciò che fa, anche senza pensarci, è per Gesù e per Maria, in virtù della sua offerta, a me­no che egli non l'abbia ritrattata. Che consola­zione! ».

Una via facilissima, come si vede, per fare il massimo bene a gloria di Dio e soddisfare le esi­genze di amore filiale a Maria. Come negare - co­me già si diceva - di trovarsi di fronte, con la consacrazione, ad un grande dono del cielo? Esempio. È un vecchio bretone, paralizzato da oltre cinque anni. Anima forte e credente. Biso­gna sentirlo pregare per capirlo: «Fate, Signore, quel che volete della mia carcassa. Voi sapete me­glio di me a che può servire, non sarò io a metter­vi intralcio». Gli sta vicino Anna Maria, la figlia che, per lui, ha rinunziato a tutto. Un giorno gli di­ce: «Papà, vuoi andare a Lourdes? La Mamma, sai, può tutto sul cuore di Dio». Il vecchio sorrise. «È un bel rischio, alla mia età, fare un viaggio simile. Ma poiché ti fa piacere, non dico di no! Però ricor­da: non voglio tornare a casa nello stato in cui sto. Vengo a Lourdes, ma sarà o per morire o per gua­rire! Intesi?». Un sorriso e un abbraccio suggella­rono il patto. Durante il viaggio, padre e figlia non fecero che pregare. Giunsero a Lourdes. «Dove mi conducete?». «All'ospedale», rispose il barelliere che spingeva la sua carrozzella. « Non sono venuto per andare all'ospedale e non voglio andarvi». Ogni ragionamento fu inutile. Fu portato, secondo suo desiderio, alla Grotta. «Grazie, figlia mia. An­cora una gentilezza: giungi le mie mani e tra le di­ta mettimi la corona del Rosario, da solo non sono capace... Grazie! Ed ora - disse con voce che non ammetteva replica - lasciami, qui sto bene, non occuparti di me». Chiuse gli occhi ed elevò la sua anima verso Colei che è sempre china sulle mise­rie umane. E pregò: « Madonna santa, non mi muo­vo più di qui, se non morto o guarito. Non voglio scegliere, a voi di vedere ciò che è meglio. Aspetto, voi lo sapete, vi amerò tanto coricato in una tom­ba, che in piedi». E questa preghiera ripetè senza stancarsi. Verso mezzogiorno, Anna Maria venne a dirgli: «È tempo che tu venga con me a prendere un po' di cibo, che avrai fame! ». Il vecchio aperse gli occhi e fissandola rispose: «Ecché? credi tu ch'io sia venuto qui per mangiare?». Chiuse di nuovo gli occhi e continuò la sua preghiera. A nul­la valse l'insistenza della figlia. Anna Maria si ras­segnò, s'inginocchiò vicino al suo buon vecchio e pregò con lui. Ogni tanto udiva il misterioso collo­quio: «Qui son venuto e di qui non mi muovo che morto o guarito! ». I pellegrini che passavano, os­servavano quella scena, e vedendo il vecchio con gli occhi chiusi, le labbra serrate, dicevano tra lo­ro: « Ha ben poco da vivere il poverino! ». Ma era vivo, e l'anima parlava: «Vergine Santa, ch'io muoia o viva, tanto, sarà sempre bene, perché sa­rà quello che volete voi! ». All'ora della processio­ne, si lasciò condurre con gli altri ammalati, ma appena terminato, volle essere ricondotto alla Grotta. Anna Maria morta di stanchezza, ubbidì, ma non poté fare a meno di lasciarsi sfuggire un lamento: «Diamine! che testardo d'un uomo!». Quando le prime ombre già avvolgevano la Grotta, la figlia gli disse: «È ora di prendere qualcosa». Non ricevendo nessuna risposta insistè: «Bisogna ben andare a dormire, è tardi, e la notte è fresca, ti può far del male! ». «Non sono venuto qui per dormire! », rispose il vecchio. Esasperata la figlia non ne potè più: «Non vuoi né dormire né mangia­re, né riposare? Che vuoi allora? vecchio testardo d'un uomo! ». Egli comprese la figlia. Aprì gli occhi e le disse: «Anna Maria, lo sai il patto? Non so­no venuto qui per mangiare e fare come gli altri, ho i miei affari io. Tu, figliola, lasciami, non preoccuparti, lasciami solo. Buona notte! ». Gli oc­chi pieni di lacrime, Anna Maria pensò che il vec­chio padre diventasse matto. Si allontanò. Spenti gli ultimi canti della fiaccolata, il silenzio della notte si faceva sempre più profondo... Solo, avvolto dalle ombre della notte, e illumi­nato dalle candele della Grotta, il vecchio era là, immobile come una statua. La figlia non aveva avuto il coraggio di prendere qualcosa. Si era riti­rata sotto il viale e seduta su una panchina, pian­geva e pregava, finché stanca, si assopì. La scosse il fresco della notte; e allora corse veloce da suo padre. Il cuore le batteva: come l'avrebbe trovato, vivo o morto? Ed era inquieta, perché l'aveva trat­tato male. Quando scorse la carrozzella, che le sembrò vuota, fu presa da indicibile spavento: for­se era caduto ed era morto. Ma no, suo padre era in ginocchio, le braccia in croce, estatico. «Papà, che fai?», esclamò premendosi le mani sul cuore. Egli, calmo, si alzò, aperse le braccia e strinse a sé la figlia. Anna Maria comprese quello che era avvenuto, non resse all'emozione e svenne tra le braccia di colui che amava, il suo vecchio padre. Quando si riebbe, volle chiedere perdono, ma egli la prevenne: «Non pensare... Dimentica tutto... Hai sofferto, ma era il patto, lo ricordi? Io aspet­tavo il suo ordine - dice indicando alla Madonna - quando mi disse: Alzati!, l'ho fatto: Ed ora di­mentica tutto, cara figliola, cantiamo insieme il cantico di gioia alla nostra buona Mamma». Stret­ta sul cuore del padre guarito, Anna Maria non poteva dire nulla, piangeva... Lui, sempre testar­do, cantava per tutti e due: «L'anima mia magnifi­ca il Signore! ».

Fioretto. Prepara un programma di vita cri­stiana più esigente, e più coerente al Vangelo. Giaculatoria. Tutto a gloria di Dio, e tutto per la tua lode, o Vergine Santa.

 

SECONDA SETTIMANA: LA CONVERSIONE

Ottavo giorno - CONSACRAZIONE E CONVERSIONE

La Chiesa o il tempio consacrato, con solenne rito liturgico, tra l'altro, è preannunzio e profezia. E cioè questa parziale consacrazione, con cui un pezzo di terra viene sottratto all'uso comune e ri­servato a Dio, vuole ricordare e annunziare che un giorno, tutto l'universo sarà solo e sempre di Dio. E, come in un tempio grandioso, vi risuonerà solo la sua lode. Anche la consacrazione alla Madonna vuol po­ter essere profezia e annunzio. È voluta, infatti, nella segreta speranza che, non solo l'anima o la famiglia, ma tutta la società si converta e sia tutta di Dio. La conversione, comunque, diviene un pas­so necessario per una effettiva consacrazione.

1. La conversione

S. Agostino definisce il peccato aversio a Deo, conversio ad creaturas, e cioè un allontanarsi da Dio e un rivolgersi alle creature, quasi come a dii, obbedendo solo al proprio volere e ai propri ca­pricci. È questo il peccato di qualsiasi genere, che si configura, perciò, come somma offesa a Dio, es­sendo, in pratica, un preferire delle creature al Creatore che le ha fatte. Un po' come il preferire un vile pezzo di vetro, sia pur splendente, all'oro purissimo, il niente al tutto.

Certo, così operando, per lo più, l'uomo non s'avvede di tutto questo; crede anzi di essere sag­gio scegliendo e volendo quello che a lui sembra un bene più concreto e immediato, che lo soddisfa e gli dà piacere. È l'illusione di ogni peccato. La realtà, pur­troppo, è ben diversa. E, perciò, il peccato è, og­gettivamente, vera e propria pazzia, dalla quale, se si vuole veramente il proprio interesse tempo­rale ed eterno, bisogna sapersi liberare, costi quello che costi.

2. Convertirsi è uscire dal peccato

La conversione è pentimento che, se è sincero, è, allo stesso momento, volontà ferma di rompere con esso. Pentimento e proponimento sono le due facce di una stessa realtà. Da notare, tuttavia, che il pentirsi non è ne­cessariamente sensibile, da sentirlo cioè quasi come realtà o dolore che fa soffrire. Se è anche sen­sibile, e cioè se coinvolge anche la parte inferiore dell'uomo, tanto di guadagnato. Si ha, quasi, co­me la prova tangibile, del rammarico e della ver­gogna di aver fatto qualcosa che assolutamente non andava fatta. Ma il pentimento è sempre e so­prattutto atto di volontà, da aversi, per lo meno, per tre ragioni principali. E, cioè, perché il peccato è offesa dell'infinita Maestà di Dio. È come se un vilissimo verme della terra tentasse di sputare la sua immonda bava sull'Essere perfettissimo, creatore del cielo e della terra; è causa della morte di Gesù. Materialmente Gesù fu condannato a morte e ucciso dai Giudei suoi nemici e dalle Autorità Romane. Ma quella morte, misteriosamente, è collegata a tutti i pec­cati degli uomini, di tutti i tempi e di tutti i luo­ghi. Sono i peccati degli uomini - oltre a quello gravissimo, commesso dai suoi uccisori materiali - la vera e più radicale causa della morte del Signore; è spirituale rovina dell'anima. In effetti, tutti i guai dell'uomo, direttamente o indirettamente, si rifanno, in ultima istanza, al peccato, il vero e irriducibile suo nemico. Se l'uomo potesse vedere il peccato, anche solo come vede la malattia del corpo, molto probabilmente lotterebbe con tutte le forze per non commetterlo. Così come fa di tutto per non contrarre malattia alcuna. L'altra fac­cia del pentimento, si diceva, è il proponimento. Non ci si pente del peccato, non lo si odia vera­mente, se non si spezzano, effettivamente, tutti i rapporti con esso. È questa la ragione per cui un divorziato mai potrà essere riammesso ai sacra­menti: perché, in pratica, nonostante il desiderio di riaccostarsi al Signore, continua ad essere pri­gioniero del peccato e, perciò, in potere di satana. Pentirsi è infinitamente più di una vana parola o di un «sentimento» anche buono, che però lascia il tempo che trova. Credere di essere «pentito» così è come un prendere in giro il Signore! Assolvere perciò un divorziato o strappare, comunque, un «perdono» da un sacerdote, è un gesto - oltre che illegittimo e sacrilego - senza alcuna conseguen­za pratica. Con tutta l'assoluzione ricevuta, cioè, l'anima continua a rimanere senza la grazia di Dio, in peccato, e in pericolo di dannarsi eternamente.

3. La conversione è pratico ed effettivo ritorno a Dio

Convertirsi, dunque, è il movimento inverso al peccato: e cioè un allontanarsi o uno spezzare dei vincoli illeciti per ritornare all'amore e all'ob­bedienza a Dio. La conversione, pertanto, se è iniziata subito con il dolore e il proponimento, e il perdono e la riconciliazione, accordati dalla confessione, è realtà di tutta la vita. Ci si converte, ogni giorno, tutti, vecchi e giovani, santi e peccatori, allonta­nandosi sempre più dal peccato, e crescendo sem­pre più nell'amore santo e nell'adesione al Signo­re, al bene, alla legge. Da aggiungere ancora, quindi, che la conver­sione è un fatto squisitamente personale, ma an­che, sotto certi aspetti,, sociale. La famiglia, dove i membri sentono il bisogno della conversione, di­viene più attenta ai bisogni di ciascun membro, agli estranei... Ci si apre alla realtà della Chiesa, dello Stato, della Parrocchia ecc.

La consacrazione tende a ridare l'uomo a Dio e Dio all'anima. È chiaro, allora, che la conversio­ne, non solo non è estranea ad essa, ma di essa ne è il presupposto e la conseguenza. Una consacra­zione autentica sarà sempre, logicamente, conver­sione del cuore a Dio e lotta al peccato. In linea con questi pensieri, si comprenderan­no, per es., certe affermazioni della piccola Gia­cinta, prima di morire: «La Madonna - essa dirà - non può più trattenere il braccio del suo amato Figliuolo sul mondo. Bisogna far penitenza. Se non si emendano verrà il castigo. (...) Se gli uomini non si emenderanno, la Madonna invierà al mon­do un castigo quale non si vide mai... ». E parlando dei peccati più comuni, aggiungeva: «I peccati che portano più anime all'inferno sono i peccati della carne. Verranno certe mode che offenderanno molto Gesù. Le persone che servono Dio non devo­no seguire la moda. La Chiesa non ha mode. Gesù è sempre lo stesso. I peccati del mondo sono mol­to grandi».

Esempio. O conversione a Dio Amore o... infer­no! Ecco un impressionante sogno di D. Bosco, ap­preso dalle labbra stesse del santo. Un giorno, egli, stanco, si era addormentato, quando gli apparve, in sogno, la solita guida, che gli disse: «Alzati e vie­ni con me». «Dove mi vuoi condurre?». «Vieni e ve­drai ». Dopo aver percorso un immenso deserto ari­do e secco, si apre dinanzi una strada larga, bella interminabile: correva tra due magnifiche siepi verdi, tutte coperte dei più vaghi fiori. Pareva pia­na, e invece proseguendo, D. Bosco si accorse che discendeva insensibilmente. Mentre, tutto pieno di stupore, stava a contemplare, vede incamminarsi dietro a lui, per quella via incantevole, una molti­tudine di giovani, che egli in gran parte, conosce­va; ma ecco che, di quando in quando, qualcuno improvvisamente cadeva e veniva trascinato da una forza sconosciuta verso un'immensa voragine. «Chi è che fa cadere questi giovani e li trascina ver­so il precipizio?», disse rivolto alla sua guida. «Avvicinati e vedrai». E allora vede, abilmente dissi­mulati, molti lacci, che la guida gli dice essere i lacci del rispetto umano, della superbia, dell'ira, della gola, della disubbdienza, della impurità, ecc. Il laccio in cui cadevano più vittime era quello del­l'impurità. Esamina meglio e vede che i lacci anda­vano a riunirsi tutti insieme, in una grossa fune av­volta fra gli unghioni di orribile mostro, che stava accovacciato in fondo a una tetra voragine. Chi re­stava legato pel collo, chi per mano, chi per un braccio, chi per una gamba o per un piede e il mo­stro li travolgeva tutti in quell'abisso. Si accorse però che, disseminati in mezzo ai lacci, c'erano qua e là, dei ferri taglienti e delle spade ben affilate che molti sapevano afferrare a tempo e così potevano tagliare i lacci insidiosi. Questi ferri portavano varie scritte: meditazione, preghiera, lettura spirituale, confessione, santa Comunione, devozione alla Madonna. Intanto più si andava avanti e più le rose diventavano rare, fi­no a scomparire del tutto: si vedevano solo spine pungentissime. La strada ora andava declinando fortemente, sempre più ripida, tanto che si stenta­va a stare in piedi e si snodava sull'orlo di precipi­zi spaventosi. Dopo una interminabile discesa, D. Bosco si trova in una valle buia e tetra che metteva paura. Nel mezzo di essa, illuminata da guizzi sanguigni di fiamme, un immenso edificio sulla cui porta si leggeva: Dove non c'è più salvezza! In quel momento egli vede cadere un giovane in quell'abisso, e la porta si spalanca con immen­so fragore. E dietro quella prima altre due, dieci, cento, mille porte con un boato assordante. Il di­sgraziato giovane sprofonda in quella voragine di fuoco e tutte le porte si rinchiudono dietro di lui. La stessa scena si ripete per altri e altri giovani, che precipitano alla loro volta. D. Bosco è terro­rizzato. «Ma allora, egli dice alla guida, è tutto inutile quello che io faccio per loro?»... «No», ri­sponde la guida e conduce D. Bosco al centro del­l'inferno. D. Bosco è in preda a un terrore inde­scrivibile. Non vede che fuoco, fuoco, fuoco e i dannati erano carboni roventi. Urla, gemiti, pian­ti, imprecazioni, bestemmie, maledizioni echeg­giavano sinistramente, e scene indescrivibili, spa­ventose. E la guida gli faceva notare che la causa principale della loro rovina era l'impurità. «Ma non si sono confessati? ...». «Sì, ma si sono confes­sati male, magari dicendone solo alcuni. Altri non avevano un vero pentimento, altri ebbero vergo­gna e non li dissero al confessore...». «E adesso, disse la guida, dopo aver visto i tormenti degli altri, devi tu stesso provare un po­chino l'inferno». «No, no», gridò inorridito D. Bo­sco. «Tocca almeno quest'ultima muraglia per comprendere che cosa sarà quella che è a contatto delle fiamme». Il muro era di una grossezza colos­sale e la guida gli dice: «Vedi tu questo muro? È il millesimo prima di giungere dov'è il vero fuoco dell'inferno. Sono mille i muri che lo circondano. Ognuno è di mille misure di spessore di distanza l'uno dall'altro; e ciascuna misura è lunga mille miglia; questo è distante un milione di miglia dal vero fuoco dell'inferno». Ciò detto gli prese la ma­no, l'aperse e gliela fece battere sul millesimo mu­ro. In quell'istante sentì un bruciore spaventoso, emise un altissimo grido e... si svegliò! Un sogno..., ma tanto vicino alla visione fatta vedere dalla Madonna a Fatima. È soprattutto la devozione a Lei che salva da sì immane disgrazia!

Fioretto. Se sei in peccato mortale per non aver ascoltato la messa tutte le domeniche o per bestemmie e peccati impuri ecc., confessati subito.

Giaculatoria. Donami Signore, per interces­sione di Maria, un cuore nuovo, infondi in me il tuo Spirito.

 

Nono giorno - LOTTA AL PECCATO

La consacrazione esige lotta totale e radicale al peccato, dal momento che l'opposto di Dio è, appunto, il peccato. Quale commistione può, in­fatti, aversi tra luce e tenebra, tra essere e nega­zione di essere, tra vita e morte?

1. Lotta a qualsiasi peccato

Non è raro, ascoltando sfoghi e filippiche di persone, che ci si scagli, per lo più, e si condanni solo, per es. il furto e l'uccisione. «Non rubo, non uccido»..., «che peccati faccio?»... Purtroppo i peccati sono quasi senza fine, come quasi senza fi­ne sono le malattie che potrebbero colpire il cor­po umano. Poiché si può peccare coi pensieri, i desideri, le parole, le opere, è chiaro che, parlando di lotta, questa va estesa a qualsiasi peccato di pensiero, di parole, di opere, di omissioni... Poiché il peccato è offesa all'amore e tra­sgressione di legge, la lotta deve colpire qualsiasi atteggiamento contrario all'amore e alla santità della legge. Il che significa che se si offende Dio, quando si viola uno qualsiasi dei suoi comanda­menti, Lo si offende pure quando non si tiene con­to dei suoi desideri e non si hanno quelle attenzio­ni e delicatezze proprie dell'amore. Così, a parte anche i precetti formali, è certamente desiderio di Dio che in chiesa ci si comporti con serietà, mode­stia, attenzione... Non comportarsi così, anche se non si violassero particolari precetti, certo si mancherebbe all'amore. Poiché le leggi che regolano la vita e l'azione dell'uomo sono contenuti nei comandamenti, nei doveri del proprio stato, nei doveri derivanti dalla propria particolare vocazione o ufficio, è chiaro che la lotta al peccato deve tener conto di tutte le possibili infrazioni contro i comandamenti di Dio, i precetti della Chiesa, i doveri del proprio stato ecc. Una vasta gamma, di cui potrebbe non tenersi conto, proprio perché colpevolmente la si ignora. Non è un mistero per nessuno che tanti cristiani non sanno quali sono i comandamenti e, tanto me­no, ciò che ognuno di essi comporta in positivo e in negativo.

2. La lotta va fatta soprattutto al peccato mortale

I peccati sono di diversa gravità e conseguen­ze. Ce ne sono di quelli che, per la materia o per la particolare malizia con cui si commettono, son detti «mortali». Sono i peccati che danno la morte alla vita soprannaturale dell'anima. La vita so­prannaturale dell'anima è la grazia santificante che è partecipazione alla vita stessa di Dio. Una realtà così eccelsa e dalle conseguenze così impor­tanti (solo con la grazia, per es., si guadagna la vi­ta eterna e solo la grazia è «biglietto» valido di en­trata in paradiso), che basta a giustificare quanto ha fatto Gesù per noi. In pratica, Egli ha sofferto, è morto per ridare tale vita all'uomo. Tutta l'ope­ra della redenzione, come pure quella della Chiesa e dei Sacramenti è finalizzata a che gli uomini «abbiano la vita (= della grazia) e l'abbiano in ab­bondanza». Ci sono anche i cosiddetti peccati veniali, e cioè quei peccati che, o per la tenuità della mate­ria (una bugietta, uno sgarbo, un'impazienza ecc.) o per insufficiente conoscenza e libertà (un pecca­to commesso, per es., tra veglia e sonno, o sotto una grave minaccia e simili) non arrivano ad ucci­dere l'anima, e perciò sono facilmente perdonabi­li (venia = perdono). Perdonabili, oltre che con la confessione, con l'esercizio di opere buone, con atti di fede e di amore, ecc. Anche questi peccati vanno energicamente lottati, così come si lottano non solo le malattie gravi, ma anche semplici raffreddori, distonie ecc. E ciò, sia perché anche tali peccati offendono infinitamente il Signore, e sia, anche, perché pro­curano danni enormi all'anima. È vero, con tali peccati, non si perde la grazia, la vita, ma è come se si intaccasse la sanità e ci si rendesse sempre meno capaci di fare il bene.

3. Come va fatta la lotta Le vie e i mezzi di lotta sono tanti. Ecco alcuni suggerimenti. La lotta va fatta: aumentando la conoscenza del peccato: cono­scendolo un po' di più, nella sua realtà e nei suoi effetti, se ne avrebbe letteralmente orrore; riflettendo sull'immenso amore di Dio e di Gesù Cristo. Se ci si convincesse dell'amore di Dio per noi, si finirebbe con l'evitare anche le più pic­cole indelicatezze, così come avviene tra amici. E si capirebbe che, proprio tra amici, anche il più piccolo sgarbo assume una gravità enorme; fuggendo le occasioni che spingono a cadere. Chi è incline alla lussuria, deve, lui soprattutto, fuggire certi spettacoli o gesti eccitanti, ecc. Chi inclina al giudizio e alla critica, deve evitare le oc­casioni di parlare specialmente con certe persone, ecc., lottando subito pensieri e tentazioni che inva­dono l'anima. I peccati iniziano dal pensiero trat­tenuto e compiaciuto, si passi o no, anche all'azio­ne. Il peccato che ha dannato gli angeli è stato un pensiero gravissimo e volontario di orgoglio.

La lotta al peccato deve essere uno dei con­trassegni del cristiano autentico e di chi intende o si è consacrato alla Madonna. E la famiglia cri­stiana dovrebbe veramente sbarrare le porte a tutto ciò che la degrada e la insidia nella sua real­tà di amore. Certe indulgenze colpevoli, l'ostinar­si a non ritenere peccato quando si ama violando i comandamenti, ecc. non sono segni di buona volontà. Non si può, a proposito di peccati, ragionare alla maniera del mondo, per il quale sono peccati solo certi delitti. La logica della verità è ben diver­sa. Chi dicesse che è malattia solo il cancro, solo la polmonite e simili, non ragionerebbe certamen­te bene. Non dice nulla all'anima che Maria è la Donna senza alcuna ombra di peccato?... E la Ma­donna non vuole i figli suoi belli e puri come lo è Lei?

Esempio. La lotta al peccato mortale e essen­ziale e, tuttavia, essa spesso è fallimentare pro-

prio perché non si dà importanza alle piccole tra­sgressioni o alle necessarie piccole vittorie. Come, al contrario, non esiste santità eroica che non pas­si, prima, per le piccole vittorie. Nei dintorni di Madrid c'era un monastero di vita molto austera. Il priore, artista pittore, espri­meva anche sulle tele la sua fede sincera. Tra l'al­tro, aveva dipinto un bellissimo quadro dell'Addo­lorata ai piedi della Croce, appeso alla parete del coro. Ma il monaco, esaminandosi bene, gli sem­brò di portare troppo affetto ai suoi lavori. Inna­morato di Dio, al Quale tutto voleva donare, vole­va emendarsi del piccolo difetto e pregava la Ver­gine benedetta di aiutarlo ad aver vittoria su di sè, a costo di qualunque sacrificio. Un giorno il celebre pittore Rubens, assieme ai suoi allievi, fece visita al Monastero. Trovatosi nel Coro, davanti al quadro dell'Addolorata, espresse il suo stupore per la bellezza della fattu­ra, mostrandolo ai suoi allievi. Cerca di leggere il nome dell'autore, ma era cancellato. Si rivolse al Priore (l'autore della tela) che lo accompagnava: «Padre, gli disse, di chi è questo quadro meravi­glioso?». «Il pittore non è più di questo mondo», rispose lento, commosso il monaco. «Morto, escla­mò Rubens, morto! ». «Ma ditemi almeno dov'è la sua tomba, perché io possa deporvi un fiore, il fio­re della mia stima profonda. Io sono Paolo Ru­bens! ». Il monaco ebbe un sussulto, le sue labbra si contrassero, un freddo sudore gli grondava dalla fronte. Fu cosa di un momento. Abbassò gli oc­chi, incrociò le braccia sul petto, ripeté: «L'artista non è più di questo mondo!» Rubens e gli allievi a supplicarlo di rivelare il nome dell'artista. Il monaco tremava tutto, si scorgeva in lui una lotta terribile, ma poi con gesto solenne, disse: «Voi non avete compreso. L'autore del quadro non è più di questo mondo, ma non è morto! ». «Ah, egli vive, vive. Ebbene fatecelo conoscere». «È mona­co e non vuole più saperne delle cose terrene... ». «Monaco! Ma quale monastero nasconde questo genio? Quale che sia, io andrò dal S. Padre - dis­se Rubens -. Egli gli ordinerà di uscire e di ri­prendere i pennelli. Ditemi, qual è il monastero dove si nasconde questa gemma? ...». «No, disse ri­soluto il monaco, non vi dirò né il nome né il chio­stro. Rispettate, vi prego, il segreto di chi, dopo lunghe lotte e amari disinganni, ha compreso che qui, sulla terra, tutto è vanità». Rubens e i suoi al­lievi ritornarono a Madrid. Il priore entrò nella sua cella, si prostrò ai piedi dell'immagine della Vergine Immacolata. S'alzò, raccolse pennelli, co­lori e quanto occorreva alla sua arte diletta, e con uno sforzo supremo gettò tutto nell'onda fuggen­te del ruscelletto, che mormorava sotto la cella. Per un istante mirò melanconicamente l'acqua, che trascinava oggetti a lui sacri... Poi si ritirò. Chiuse la finestra, si prostrò ancora ai piedi della Vergine, ed esclamò felice: «Ti ringrazio, ho vinto».

Fioretto. Fa' un buon esame di coscienza, pas­sando in rassegna, soprattutto, i comandamenti di Dio e i tuoi doveri di stato. E poi domanderai per­dono al Signore.

Giaculatoria. Per intercessione di Maria, lava­mi, Signore, da ogni colpa, purificami da ogni peccato.

 

Decimo giorno - OBBEDIENZA ALLA LEGGE

La consacrazione, donando tutto a Dio, inten­de donare, naturalmente, anche, e soprattutto, di­cevamo, quello che è il più grande bene dell'uomo, la libertà. E, perciò, la conversione, a cui porta, è conversione principalmente della volontà, che de­ve saper accettare e amare la legge del Signore.

1. Legge e libertà

A proposito di legge e libertà esiste grande confusione, non senza gravi conseguenze. Si crede che la libertà dia diritto a fare tutto quello che si vuole, per cui ogni legge, limitando o impedendo tale diritto, debba ritenersi un male. Un male ne­cessario, da accettarsi come un male minore, per­ché nessuna società potrebbe sopravvivere a lun­go senza leggi. E invece no. La libertà è semplice­mente il potere di accogliere o no, liberamente, - con tutte le conseguenze che derivano da tale scelta - ciò che deve necessariamente farsi. Le parole vogliono dire che ogni essere ha la sua leg­ge, dalla quale dipende nella sua struttura e nel suo agire. Io sono libero, per es., - per andare a Roma - di scegliere la macchina o il treno. Ma una volta fatta la scelta, io devo stare alle leggi della macchina o del treno. Se, abusando della mia libertà, volessi pure, avendo scelto di servir­mi della macchina, non tener conto delle leggi che la fanno funzionare (volessi, per es., marciare sen­za carburante, o a motore spento, ecc.) a Roma non ci arriverei mai. La legge è la struttura stessa dell'essere o è l'espressione concreta di tale struttura. Essa per­ciò è un bene, da accettare ed amare, dipendendo da tale accettazione e osservanza la vita e il suo buon funzionamento e il benessere.

2. La volontà di Dio e l'obbedienza

La legge, in quanto espressione della natura creata da Dio, è dono del suo amore. La stessa au­torità legittima, posta a salvaguardia dei valori e delle leggi, è espressione della sua volontà. Ne consegue, allora, che l'atteggiamento più logico dell'uomo è quello dell'obbedienza. La consacrazione, che vuole portare tutti a Dio e alla felicità eterna, è soprattutto obbedienza e dono della propria volontà e libertà. Infatti, si dona tutto alla Madonna perché disponga Lei per i progetti di Dio, per la salvezza delle anime; e co­mandi Lei, orientando tutto e tutti al suo Figlio Gesù: «Fate quello che vi dirà Lui». Che se la consacrazione è, essenzialmente, obbedienza, è chiaro allora, che vanno accettate, con gioia, la santa legge di Dio, le ispirazioni del­la grazia, e tutte le prescrizioni della legittima Autorità. Né ci si può appellare a diritti di sorta: chi ha tutto donato, ha rinunziato a tutto, per amore. E chi ha donato sul serio, per amore, è felice solo quando «serve» e obbedisce. «Chi mi ama, osserva i miei comandamenti; e chi fa la volontà del Padre è amato dal Padre mio». In merito, ecco delle belle parole di santa Co­letta alle sue Suore, ma valide, non meno, per tut­te le anime consacrate alla Madonna: «Il vero sa­piente si sottomette a Gesù e alla sua dolce Ma­dre. Il vero obbediente porta a termine quello che compie, unicamente per Dio, e non ad altro pensa che ad obbedire e con tanta reverenza come se avesse ricevuto l'obbedienza dalla stessa bocca di Gesù, anche perché il comandare è più facile se­condo l'intendimento umano, e dinanzi a Dio è più preziosa l'umile obbedienza, poiché dalla disobbe­dienza provengono molti mali. Vale più una sola preghiera di chi è obbediente, che cento preghiere di uno che è disobbediente... ».

3. Soprattutto l'obbedienza fa appartenere a Maria

Con la consacrazione si vuole che Maria sia veramente la Padrona della propria anima. Ma co­me potrebbe esserlo, se l'anima si riservasse la li­bertà di fare quello che desidera? Poiché la volon­tà è la vera regina dell'anima, in quanto è lei che tutto guida e tutto muove, è chiaro che donando questa, si dona il meglio dell'uomo. E chi non do­na la volontà, anche se offre i miliardi, non offre niente o quasi. E che sia così, lo vediamo da tanti indizi. L'uomo è pronto a dare, ad immolare tutto, ma non la volontà. E il dono della volontà si concretizza, - lo ab­biamo appena detto - nell'accettazione della leg­ge, della legittima autorità, ecc. Ed è solo il dono della volontà, che fa veramente gioire la Madon­na: più dei fiori materiali e delle devozioni come il rosario, pur sempre così eccellenti! E ciò, oltre tutto perché il dono totale della li­bertà, espresso nell'obbedienza totale, realizza la conformazione perfetta a Dio, alla Madonna. «Tutta la nostra perfezione - dice il Montfort - consiste nell'essere conformi a Gesù Cristo, uniti e consacrati a lui solo...» ,.

4. Chi mi ama osserva i miei comandamenti

Chi ama, fa la volontà dell'amato, ne interpre­ta il volere e ne soddisfa perfettamente i desideri. Non esiste amore senza accettazione. Né si può sostituire l'obbedienza alla legge con il «credere». «Che giova se uno dice di avere la fede ma non ha le opere... Tu credi che c'è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano! Ma vuoi sa­pere, o insensato, come la fede senza le opere è senza valore?»... (Giac 2,14.19 s.). A che cosa si cre­de, d'altra parte, se non si tiene conto di un Dio, d'infinita maestà e che, essendo d'infinita giusti­zia, oltre che infinitamente misericordioso, chie­derà conto di tutto e a tutto darà la dovuta ri­compensa?

Maria SS. che crede e ama, risponde all'an­nuncio dell'Angelo: Ecco l'Ancella del Signore, si faccia di me, secondo la tua parola. Satana che non ama, perché ama solo se stesso, pur creden­do, risponde a Dio: Non serviam... Non servirò, non mi piegherò. È più che chiaro da che parte sta la verità e la saggezza!

Esempio. Consacrarsi, in fondo, è piegare a Dio la propria volontà. Ecco come vi è arrivato il

celebre medico, l'inventore del polmone d'acciaio, Alexis Carrel. Lo racconta lui stesso nel suo «Pèlè­rinage à Lourdes», nella veste del Dott. Luigi Ler­rac. Era agnostico, incredulo, si era sempre rifiu­tato di prendere in considerazione ciò che avveni­va a Lourdes: credeva solo alla scienza. Ma un giorno accettò di accompagnare come medico, un treno di ammalati. Tra questi Maria Ferrand, af­fetta da gravissima peritonite tubercolare, già guarita da tubercolosi polmonare. Un viaggio di­sastroso per lei, che arrivò a Lourdes in fin di vi­ta. Era tanto grave che le Suore non vollero im­mergerla nella piscina. Ma, dopo qualche lavaggio all'addome, la portano alla Grotta. Il dott. Carrel non la perde di vista. A un tratto gli parve che il viso di lei non avesse più lo stesso aspetto, che i riflessi lividi fossero scomparsi, che fosse meno pallida. È una allucinazione, disse a se stesso, il dottore. Si avvicinò all'ammalata, contò le pulsa­zioni e disse a un collega presente: «La respirazio­ne è rallentata». L'altro concluse: «Sta per mori­re». Carrel non rispose, ma sotto gli occhi aveva un miglioramento evidente e rapido delle condi­zioni generali. Qualcosa stava per accadere. Si ir­rigidì per difendersi da una leggera emozione. Acuisce l'attenzione sull'ammalata: il di lei viso continuava a modificarsi, gli occhi erano volti ver­so la Grotta. D'un tratto Carrel si sentì impallidi­re. Vedeva verso la cintura la coperta abbassarsi a poco a poco. Dopo qualche minuto la tumefazione dell'addome sembrava completamente scom­parsa. Le si avvicinò, ne osservò la respirazione, ne guardò il collo. Il cuore batteva regolarmente benché affrettato. «Come vi sentite?». «Benissi­mo; non sono molto in forze, ma mi sento guari­ta». L'infermiere le porse una tazza di latte ed es­sa la bevette d'un fiato. Dopo qualche minuto, sol­levò la testa, si guardò intorno, si agitò un poco e si coricò su un fianco senza dare il minimo se­gno di dolore. Verso sera Carrel andò a rivederla all'ospedale. Era seduta sul letto. I suoi occhi bril­lavano nel viso. Da tutta la persona emanava un senso di calma. Il dottore le prese il polso, tutto regolare. Anche la respirazione. Le tolse la coltre, l'addome era quella normale di una giovane di 20 anni. Egli premette con le dita senza provocare il minimo dolore. La tumefazione e le masse dure erano scomparse.

Carrel è profondamente turbato: si trovava di fronte a un fatto umanamente inspiegabile. Un grande miracolo. Salì sconvolto i gradini d'acces­so alla basilica. Nello sfavillìo di luci e di ori si al­zava il canto dell'organo e di mille voci spiegate. Sedette accanto ad un contadino, restò a lungo con la testa tra le mani, immobile, finché dal fon­do della sua anima salì questa preghiera: «Vergi­ne dolce, che soccorrete gli infelici che vi implora­no umilmente, proteggetemi. Io credo in voi. Voi avete voluto rispondere al mio dubbio con un mi­racolo manifesto. Io non so vederlo, io dubito ancora. Ma il mio desiderio più vivo, il fine più alto di tutte le mie aspirazioni è di credere, perduta­mente, ciecamente credere, senza più discute­re... ». E sarà così. Il grande rn edico vivrà e morrà da cattolico convintissimo. L'Immacolata aveva piegato a Gesù un'altra volontà!

Fioretto. Compi un'opera di riparazione in quel campo dove più hai trasgredito la santa legge di Dio.

Giaculatoria. Giuste sono le vie del Signore: fammele comprendere, o Vergine Santa, e avrò la vita.

 

Undicesimo giorno - CONSACRAZIONE E USO DELLE CREATURE

La consacrazione vuole l'uomo nella pienezza della sua dignità e, perciò, lo invita, in pratica, a donare tutto a Dio, per liberarsi da ogni soggezio­ne degradante alle creature.

1. L'uomo e le creature

L'uomo, dotato di ragione e di libertà, è im­mensamente superiore a tutto il creato visibile. A lui solo, fatto ad immagine e somiglianza di Dio, è stato detto di dominare «sui pesci del mare e su­gli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra» (Gen 1,26). E solo all'uomo e alla donna fu detto: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate...» (Ge n 1,28). Dono di Dio, le creature devono servire all'uo­mo, per aiutarlo a crescere e a divenire sempre più aperto alla vera felicità. Di esse, perciò, l'uomo può usare e gioire con sano godimento, voluto e permesso da Dio stesso. Tale uso e godimento è sano quando è fatto nei limiti e nelle circostanze, voluti o manifestati dalla legge. Così l'uso degli alimenti, del sesso ecc. Purtroppo, però, le creature esercitano, co­munque, su l'uomo un fascino pericoloso, che spinge ad usarle, anche al di là di ogni limite e prescrizione. La S. Scrittura parla del «fascino del vizio che deturpa anche il bene» (Cfr. Sap 4,12). Cedendo, l'uomo invece di servire e di ade­guarsi alla verità e alla realtà, si serve e si sotto­mette alle apparenze, ai colori, all'inganno.

La verità è che la creatura è «mezzo», non «fi­ne». È questa la schiavitù: le creature finiscono per essere al centro dei desideri, e tutta la vita è orientata a possederle e sfruttarle per il massimo godimento possibile. È così che si sciupa il tempo e si rischia di giocarsi la vita eterna, perché, mai, le creature possono costituirsi come fine dell'uomo.

2. I lacci mortali

Ma i beni della terra e le creature, non solo non possono dare la felicità all'uomo, ma si rivela­no come catene di pesante schiavitù morale e di degradazione. Esse non possono saziare chi ha sete di infinito e di eterno. Per conseguenza, la sensazione di felicità che si prova è solo sbornia e ubriacatura, sbollita la quale ci si ritrova con l'amaro in bocca. È questa l'esperienza universale, inoppugnabile. E le creature, così sfruttate, sono catene, an­che, di pesante schiavitù. Perché?... Perché, alla fi­ne, pur deludendo su tutto, non se ne può più fare a meno. Quanti vorrebbero liberarsi dalla schiavi­tù della sigaretta, della droga, del sesso! Ma... non possono! Schiavitù e degradazione: si diviene, infatti, e ci si assimila a quanto si ama. Chi ama la terra, diviene terreno; chi ama il danaro, diviene, a poco a poco, gelido e senza anima, come il danaro; chi ama la carne diviene carnale. Chi ama Dio diviene divino!...

3. Parola d'ordine: liberarsi...

L'uomo, creato per dominare, non può che soffrire atrocemente di questa schiavitù. È per questo che, con la grazia di Dio, deve saper accet­tare la legge che gli indica il cammino e la via. All'ammalato il medico dice: Se vuoi guarire, non devi bere vino, non devi mangiare carne, ecc. All'uomo malato Dio, medico supremo e pietoso, dice: Se vuoi guarire, se vuoi assicurarti la vita eter­na, devi mantenere un saggio distacco da tutto. Di tutto ciò che non è proibito, puoi usare con discrezione e nell'ordine. Ogni disordine significa per te schiavitù e morte e rischio di dannazione eterna. Ecco la provvidenzialità della consacrazione. Prospettando essa i beni di vita eterna, e invitan­do a donare tutto, essa spinge, praticamente, a li­berarsi da qualsiasi legame schiavizzante. «Con il senso corporeo della vista - esorta S. Leone Ma­gno, in perfetta sintonia con la consacrazione - accogli pure la luce materiale, ma insieme ab­braccia, con tutto l'ardore del tuo cuore, quella vera luce che illumina ogni uomo che viene in que­sto mondo (...). Non vogliamo con questo, o caris­simi, incitarvi o persuadervi a disprezzare le ope­re di Dio, o a vedere qualcosa di contrario alla vo­stra fede nelle cose che il Dio della bontà ha crea­to buone, ma vogliamo solo esortarvi, perché sap­piate solo servirvi di ogni creatura e di tutta la bellezza di questo mondo in modo saggio ed equi­librato» I.

«Anelavo a cariche, a guadagni, a sponsali, e tu (Signore) ridevi di me. Volendo soddisfare quel­le passioni, urtavo contro difficoltà piene di ama­rezza, e questo faceva la tua benevolenza, tanto maggiore, quanto meno permettevi ch'io trovassi dolcezza in ciò che non era te. (...) Perciò tu spez­zavi le mie ossa col bastone della disciplina». La Madonna, invitando con la consacrazione al retto uso delle creature, mostra, come si vede, un grande amore alla nostra anima, riportandola all'equilibrio, alla vita, da cui nascono pace e feli­cità dell'anima.

Esempio. È necessario, spesso, spezzare ogni legame alle creature, fare terra bruciata per ritro­vare Dio. Il Signore lo ha fatto con innumerevoli creature, tra queste Alessandra di Rudinì, figlia del marchese Antonio di Rudinì, Presidente del Consiglio Italiano. Era una ragazza di una vivaci­tà eccezionale, con una vera passione per i cavalli. Col progredire degli studi, la pia madre vedeva crollare, con grande tristezza e apprensione, l'edi­ficio morale che aveva cercato di edificare in lei. E, infatti, a sedici anni, immersa in un clima mon­dano, tra cavalcate, trattenimenti, serate, balli... si ritrovò senza più fede. Di fascinosa bellezza, - D'Annunzio la chia­merà più tardi il «miracolo biondo» -, Alessandra destò l'ammirazione del bel mondo delle capitali di mezza Europa. Il suo primo ammiratore era suo padre che non perdeva occasione di portarsela dietro, nei frequenti viaggi e incontri politici. Dopo aver rifiutato partiti favolosi di matri­monio, si donò in sposa a un giovane gentiluomo veronese Marcello Carlotti da Garda. Vita, per po­chi anni, piena di soddisfazioni, quasi felice. Nasce il figlio Antonio, al quale seguirà, più tardi Andrea. Poi vennero le prime avvisaglie della grave malat­tia che colpirà e porterà alla tomba Marcello. Ore di angoscia, notti insonni, poi la tragedia amara. Seguirono anni di tormento, di incertezza, di ricerca disperata della luce. Alessandra passerà dai viaggi alla solitudine, dalla lettura dei Padri della Chiesa a quella di epigoni come Harnak, He­gel, Loisy. Una ricerca - le farà notare qualcuno - fatta senza umiltà di cuore, e che, perciò, non poteva approdare a nulla. Intanto, il mondo non cessava di esercitare il suo fascino. Un giorno del 1903 incontra Gabriele D'Annunzio. Incontro che, ripetuto, finì per scatenare in lei qualcosa. Cor­teggiata, accerchiata come da una volontà più for­te di lei, alla fine capitolò. In una notte afosa var­cò la soglia della Capponcina, e fu tutta del poeta. Uno scandalo enorme, data la notorietà dei due, ma che non valse a fermare Alessandra sulla chi­na. A fermarla fu, più tardi, la gelosia, che si sca­tenò davanti ad un altro amore del poeta. Pianse disperatamente, fu l'addio. Da allora comincia la sua ascesa. Un pomeriggio, dopo un temporale tremendo, vide nell'oscurità profonda del bosco, in cui si trovava, un raggio di sole che scendeva dall'alto a illuminare un grande portale di foggia antica. E la porta, lenta, si apriva, e, nello spazio, una parola ripetuta tre volte: nulla, nulla, nulla... Le si svelava l'avvenire e il luogo dove avrebbe compiuta la sua purificazione.

Piano piano la luce della fede si impossessava della sua anima. Lourdes le diede il colpo di gra­zia ed ella potrà esclamare: «Ora la tua verità mi è stata rivelata. Credo in Te. Credo. Credo. Credo. Ti ho raggiunto. Mi hai raggiunta. Certezza, amo­re, gioia: pace in Te! ». Mutò decisamente vita, che divenne quasi monacale. Poi venne il grande gior­no. Sulla collina di Paray-le-Monial, un raggio di sole improvviso tra la pioggia, come nella visione dimenticata, le illuminò il portale del Carmelo della Trinità: lo stesso portale!... Entrò tra le Carmelitane. Si chiamerà Suor Maria di Gesù. Qui espierà, soffrirà, si santifiche­rà. Quando sentì, finalmente, che era arrivata l'o­ra del transito dalla terra al cielo, disse: «Non ho più nulla, non ho più nulla: ma se Tu vedi ch'io an­cora possegga qualcosa, prendila, è Tua! ». Sulla soglia: «Conducimi Tu... Signore! Siamo a casa! ». Era l'alba del 2 gennaio 1931.

Fioretto. Guarda in casa, nel tuo guardaroba, nei tuoi ripostigli: togli qualcosa che è superfluo, e benefica qualche famiglia in necessità.

Giaculatoria. Che io viva come Te, Maria, nel distacco di tutte le cose.

 

Dodicesimo giorno - LOTTA ALLA TENTAZIONE E AL DIAVOLO

La consacrazione vuole salvare l'uomo, inse­gnandogli come vincere e liberarsi dai nemici che, numerosi, gli insidiano il cammino. E, prima di tutto, lo rende vigile contro satana e le sue ten­tazioni.

1. Le tentazioni

Essere messo alla prova, essere tentato e cioè sentire attrattive e spinte al male o al proibito dal­la legge e dalla morale, è la cosa più ordinaria di questo mondo. La tentazione è spinta al male, attrattiva del frutto proibito. Essa è bilanciata dall'attrazione che si sente al bene: infatti, lo si ammira il bene, lo si esalta, si vorrebbe farlo... Ogni uomo è tra il bene e il male: attratto da Dio e dalla sua parola; ma anche dai beni sensibili e dal piacere dei sensi. Ma qui c'è subito da chiedersi: se i desideri e le inclinazioni buone vengono da Dio, può dirsi al­trettanto dei desideri ai piaceri sensibili anche il­leciti e proibiti?... No. La natura che ha l'uomo, fi­glio di Adamo peccatore, è quella che, pur creata da Dio, è stata deformata da Adamo.

L'origine, allora, della tentazione diviene mol­to più manifesta.

2. La tentazione viene da...

La tentazione viene: a) Dalla natura stessa, creata dell'uomo, che, in quanto finita e non ancora fissata nel sommo Bene, si muove tra il richiamo delle creature e quello del Creatore. Un richiamo che non lo «co­stringe» all'assenso, come avverrebbe invece se vedesse e sperimentasse il bene infinito. Non lo costringe perché il bene che lo attira è bene per un verso, male per un altro. Lo stesso Dio, Bene infinito, gli appare bene in quanto promessa della vita eterna, male in quanto rinunzia a quanto pur gli piace e lo attira. Sta a lui - tirato o sollecitato dal Bene infinito e dai beni finiti - saper sceglie­re con saggezza e prudenza; b) Dalla natura stessa dell'uomo, ma malata per il peccato originale. Il peccato originale, ere­ditato da Adamo, facendo nascere l'uomo senza la grazia santificante, è come se avesse decapitato un esercito del suo comandante. Nell'uomo, il co­mandante non è tanto la ragione, quanto la grazia che fa sì che la ragione abbia sotto dominio tutte le sue forze (passioni, istinti). Senza la grazia, es­sa, indebolita, non riesce più ad avere in pugno le parti inferiori. Di qui una tendenza esasperata al bene sensibile, di qui desideri violenti che trasci­nano, spesso, anche la ragione. Tendenza che i teologi chiamano concupiscenza e che permane nell'uomo, nonostante il recupero della grazia con il battesimo. La concupiscenza, tuttavia, è rimasta nell'uomo, non per farlo dannare, ma affinché, con la grazia possa vincere e meritare di più. c) Dal diavolo. Il diavolo esiste e come! De­moni o diavoli sono tutti spiriti decaduti che, pre­si dalla loro bellezza e ubriachi di orgoglio, non avendo riconosciuto la verità di un Dio loro crea­tore e a loro immensamente superiore, si sono vo­tati alla dannazione eterna. Gli angeli, decaduti e dannati, conservano, tuttavia, la loro natura, che è immensamente superiore a quella dell'uomo, fatta di spirito e materia, di anima e corpo. Dannati, per sempre, essi odiano spaventosa­mente Dio, che è la verità e la luce. E odiano, non meno, l'uomo, perché destinato ad avere quella fe­licità, da essi perduta per sempre. E perciò fanno di tutto per dannarlo. Di qui gli attacchi, le tenta­zioni, le suggestioni per farlo cadere in peccato e perderlo eternamente.

3. La lotta al diavolo e alla tentazione

Lottare e vincere la tentazione significa non acconsentire, non accettare il male, che si presen­ta sotto fascinose forme di piacere e di bene.

La tentazione, che può scatenarsi, senza che lo si voglia e senza che la si sia cercata, se non la si accetta con la volontà, pur sconvolgendo maga­ri la parte sensibile o esterna dell'uomo, non ne tocca l'anima. L'uomo, con la grazia, che Dio concede sem­pre a chi la invoca e in Lui confida, deve saper vin­cere satana e la tentazione, opponendosi ad essi già nel pensiero appena avvertito, ricacciarlo con tutti i mezzi; mai acconsentendo alla suggestione. S. Francesco, per vincere una tentazione di carne, si rotolò nudo tra le spine, ferendosi e insangui­nandosi tutto, fino a quando non si estinse il calo­re dei sensi e tornò la serenità di spirito.

Per vivere coerentemente la vita cristiana, bi­sogna non cedere, ma vincere satana e le sue sug­gestioni. «Sottomettevi a Dio; - dice S. Giacomo - resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi» (Giac 4,7). Eva cedette alle sue lusinghe e rovinò l'umani­tà intera. Maria SS. vinse satana con la sua fedeltà e umiltà, salvando se stessa e l'umanità intera. Da Lei, infatti, è venuto ogni bene e ogni benedizione.

Esempio. I due fratelli Burner, Teobaldo e Giuseppe, di Illfurt, presso Mulhouse, in Francia, alla rispettiva età di 9 e 7 anni, nel 1864, comincia­rono a presentare strani fenomeni: sollevamenti (levitazioni) con le sedie su cui erano seduti, cam­biamenti di tonalità di voce. Essi che, a stento sa­pevano leggere e scrivere, spesso parlavano con al­tri il francese, il latino, l'inglese e vari dialetti. Teobaldo divenne sordo; ambedue si sformarono in viso e divennero gonfi e irriconoscibili, vedeva­no eventi lontani, spostavano oggetti senza toccar­li (telecinesi), specialmente oggetti sacri, che veni­vano buttati via. E molti altri fenomeni prodigiosi. I ragazzi odiavano i sacerdoti, le persone pie, mentre dimostravano vivissima simpatia per ebrei, protestanti e massoni. Chiamavano la Ma­donna: «La grande Signora». Una sera annunzia­rono che un giovanetto, che andava ogni sera in una sala in via..., non sarebbe scappato ai demoni. Da una inchiesta, si seppe che all'ora in cui fu da­ta la notizia, quel giovanetto, colpito da apoples­sia, mentre ballava, era morto subito. Nella loro stanza, spesso, anche in pieno in­verno, i ragazzi erano tormentati da atroce calore. A chi se ne stupiva, essi con voce, come al solito, alterata, rauca, grave, rispondevano: «Sono un buon fuochista, non è vero? Se verrete in casa mia non vi lascerò soffrire il freddo, siatene certi». Soltanto con l'aspersione di acqua benedetta, la temperatura della stanza diveniva normale. Il medico Kraft (protestante e incredulo), e Meyer, Szertecki di Mulhouse non seppero dia­gnosticare né curare questi sintomi; neppure con l'ipnotismo i fenomeni scomparvero. Finalmente si decise di esorcizzarli, e ne fu dato l'incarico pietoso agli Eremiti di Einsiedeln. Il che avvenne il 22 maggio 1868, ma non si riuscì. Il Vescovo della diocesi (Strasburgo), Mons. Raess, rimasto sempre scettico, nominò una com­missione di tre ecclesiastici che, dopo aver assisti­to a vari fenomeni, si ritirarono convinti della possessione e ne riferirono al Vescovo. I due ra­gazzi vennero separati. Nel settembre 1869 Teo­baldo fu condotto all'orfanotrofio di S. Carlo a Schiltigheim, e qui santi sacerdoti cominciarono le preghiere del Rituale Romano. Si pregò per più ore, finalmente Teobaldo cadde a terra, come morto. Era libero e salvo, dopo cinque anni di sof­ferenze.

Venne la volta di Giuseppe. Fu esorcizzato nella cappella del villaggio, il 27 ottobre 1869. Do­po molte preghiere, anche lui fu liberato nel pro­nunziare il nome di Maria Immacolata!

Fioretto. Nella tua vita ci sono, forse, molte occasioni di peccato: eliminale con generosità. Giaculatoria. Sotto il tuo manto Maria, vince­rò i miei nemici.

 

Tredicesimo giorno - LOTTA AL MONDO

Satana ha un alleato potente nel mondo. Il profano è fuori del tempio, perciò tra tempio con tutto ciò che vi è dentro e ciò che è fuori vi è sepa­razione netta. Il consacrato alla Madonna dev'es­sere «separato» dal mondo, pur vivendo e operan­do nel mondo. O, per lo meno, la consacrazione in­vita l'anima a valutare bene il mondo, con l'occhio di Dio, per non cadere nelle sue insidie.

1. Cos'è il mondo

Cosa si vuol significare con la parola «mon­do»?... Non si tratta del mondo materiale fatto di monti, di colli, di fiumi, di alberi ecc. Tale mondo è creatura di Dio ed è «buono» (cfr. Gen 1,3-31); ed esso, nel suo essere e operare, loda Dio, anche senza esserne consapevole. «Benedite opere tutte del Signore, il Signore». Neanche si vuol significare - con la parola «mondo» - gli uomini che abitano questo univer­so; o tutti coloro che non vivono nei chiostri, o conventi e seminari, ecc. Non si tratta neppure di quei valori che fiori­scono, di prevalenza nel mondo, come letteratura, ricchezze materiali ecc. perché anche tali beni, so­stanzialmente - e prescindendo dal loro uso o abuso - sono beni che, direttamente o indiretta­mente, vengono da Dio.

2. Mentalità non evangelica

Parliamo del «mondo» in quanto mentalità diffusa, accolta e vissuta, in tutto o in parte, dagli uomini. Trattandosi di «mentalità», il «mondo» può trovarsi dappertutto, anche tra i cristiani, più o meno coerenti alla loro fede; e nelle stesse chie­se e case religiose. Il mondo, in questo senso, può inquinare qualsiasi realtà, nel senso che nessuno è definitivamente immune dal possibile contagio, esercitato da tale mentalità. Il mondo o la mentalità mondana si esprime: con determinati principi e massime di vita, condivisi quasi pacificamente dalle masse: così, per es., che l'uomo non può fare a meno del sesso; che desideri e tendenze vanno soddisfatti perché sono realtà di natura; che danaro, successo, affer­mazione di sé sono i valori fondamentali della vita; che, bisogna stare alla moda, perché la moda è... la moda!, e simili; con atteggiamenti di completo conformismo e assoggettamento ad usi _e costumi, senza quasi nessuna attenzione alla morale: così, per es., che determinate celebrazioni vanno fatte con abiti di sera, con organizzazione di balli ecc. ecc.; che non ha nulla di illecito l'accettazione e la pratica di rapporti prematrimoniali, o l'adozione di mode scandalose, e simili.

3. Il «nemico» del Vangelo

Un mondo così inteso è nemico giurato del Vangelo e di ogni comportamento che sia con­trocorrente. Non si esita, infatti, a definire ne­vrotici, pazzi coloro che non si uniformano alla mentalità corrente; o anormali perché non senti­rebbero come gli altri certe esigenze di «natu­ra» (!). Essendo nemico giurato del Vangelo e della morale cristiana, il mondo, non solo non va né se­guito né amato, ma decisamente lottato. «Non amate il mondo né le cose del mondo. Se uno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui, perché tutto quello che è nel mondo è concupi­scenza della carne, concupiscenza degli occhi e superbia della vita» (1 Gv 2,15-16). E va lottato con tutte le forze. In che modo e in che senso? Ecco qualche sug­gerimento: non curarsi del giudizio del mondo, che non vale nulla. Temere solo il giudizio di Dio che non può fallire e al quale nessuno si sottrarrà; non conformarsi in gesti e comportamenti, che sono in chiaro contrasto con la morale e le di­sposizioni della Chiesa e dei Santi. La morale, in­fatti, nonostante le chiacchiere del mondo, non muta, derivando dalla natura immutabile e dalla rivelazione di Dio, che è eterna verità; persuadere, inculcare, spingere, come e dove si può, anche con la parola e lo scritto, a compor­tarsi al contrario di quanto comunemente viene insegnato e adottato dal mondo; condannare coraggiosamente e apertamente quanto, in contrasto col Vangelo, è osannato dalla gente.

S. Agostino - anche lui vittima, in un primo tempo, del mondo e delle sue mode di pensiero (era stato costretto, per es., a conoscere e ad impa­rare tutte le sciocchezze e le scelleratezze com­messe dagli dèi) e di costumi, così scriveva da con­vertito: «... guai a te, o flutto della moda umana! Chi ti resisterà? Quanto tempo passerà prima che tu ti secchi? Fino a quando travolgerai i figli d'E­va nel mare vasto e pauroso, che a stento riescono a passare coloro che si trovano imbarcati sul le­gno (e cioè che sono nella barca della Chiesa)? Non ho io letto che Giove tuonava e commetteva adultèri? È vero, era impossibile che egli facesse queste due cose: ma si ottenne col lenocinio di un falso tuono che fosse autorizzata l'imitazione di un adulterio reale». La consacrazione pone facilmente l'anima di fronte ad una alternativa: o si crede e si accettano le parole di Dio e si rigetta il mondo, che è menzo­gna e peccato; o ci si pone fuori del Vangelo: pos­sibilità tutt'altro che ipotetica, nonostante anche la frequenza dei sacramenti e una parvenza este­riore di devozione! «Chi vuol essere amico del mondo, si rende nemico di Dio» (Giac 4,4).

Esempio. Eva Lavallière, grande attrice, aveva conosciuto le attrattive e le glorie del mondo. Ma ciò fu per lei come un morir di fame in mezzo al­l'abbondanza. Ella sentì la tristezza indicibile nell'ora dei massimi trionfi. Quella sera in Miguette et sa mère di Caillavet e De Flers era stata più che mai affa­scinante. Tutto il teatro, in piedi, applaudiva fre­neticamente, e la chiamava e richiamava al proscenio, lanciando fiori e grida di ammirazione. Eva, quasi oppressa dal trionfo, ringraziò più vol­te e poi, calato il sipario, fuggì nel suo camerino. Si svestì, lasciò il teatro per un passaggio segreto e fu nella strada. Soffriva terribilmente. Mai co­me in quell'ora le era apparsa la vanità e la sterili­tà della sua fatica. Cosa le importavano applausi, ovazioni, ricchezze, lussi, se il suo cuore era vuo­to?... Aveva desiderato di divenire una stella, c'era riuscita, ma quanta delusione! Ancora un poco e anche per lei ci sarebbe stato il buio, il silenzio, il nulla. Non era meglio arrivarci subito, troncando la beffa della vita?... Un oscuro istinto l'attirò verso la Senna. Su un ponte si fermò ad ascoltare la voce dell'acqua. Quasi accettando l'invito del fiume, prese le scale che dal ponte discendono all'argine. Scrutò da vi­cino la corrente, pensò alla dolcezza di lasciarsi travolgere, di finire l'inutile vita. Lasciò cadere la pelliccia e si protese verso il fiume. Una mano di ferro le piombò sulle spalle: «Che fate?». Era la mano di un operaio. Rudemente, in dia­letto, l'uomo le rimproverò la bestialità che stava per fare. La donna taceva. Quando fece per rimet­terle il mantello, si accorse della sua eleganza. «Accidenti che pelliccia! », esclamò. «Dunque, non vi volete uccidere per fame. Allora perché? ...». Le fece risalire le scale. «Su su, coraggio. Siete giova­ne, bella, ricca, non vi manca nulla per la felicità... ». Eva scoppiò in singhiozzi: «Sono la donna più infelice del mondo». «Ricominciamo?», si in­quietò l'uomo che, come tutti i forti, aveva paura delle lacrime. E in un concitato dialogo si dissero tante cose. «Se avete famiglia - disse alla fine Eva - non potete capirmi. Voi siete un uomo feli­ce, voi». A quelle parole, l'uomo trasalì, aveva ri­conosciuto la donna: «Eva Lavallière! Voi siete Eva Lavallière, la stella delle "Variétés"»! Eva ar­rossì, la sua voce l'aveva tradita. «Datemi la vo­stra parola d'onore che non direte a nessuno l'in­contro di questa notte». L'operaio promise, poi credette di aver sognato. Era l'inizio di un altro cammino. La profonda crisi che attanaglia Eva, avrà la sua catarsi a Lourdes... Ai piedi della Vergine capì, e del mondo non volle più saperne. Aveva trovato Dio, fonte dell'amore vero e della vita sovrabbondante.

Fioretto. Spògliati coraggiosamente di quelle vanità, che sono più in contrasto con la vita cri­stiana.

Giaculatoria. Distogli, o Madre buona, i miei occhi dalle cose vane, fammi vivere nella via del Signore.

 

Quattordicesimo giorno - LOTTA ALLA CARNE

Purtroppo consacrare l'uomo non è la stessa cosa come consacrare un luogo o un cosa. Qui la consacrazione vi resta come appiccicata, sicché essa vi perdura per sempre, almeno che non venga a distruggerla qualche causa esterna. Nell'uomo, invece, dotato di vita e di libertà, le passioni ope­rano, reagiscono, si oppongono, trascinano, spes­so, nonostante le decisioni della volontà. Di qui la necessità di vivere la consacrazione, combattendo su tutti i fronti. L'uomo deve combattere anche contro la car­ne. Che significa?

1. Cos'è la carne

La carne non è tanto il corpo o la parte meno nobile dell'uomo. Bisogna sempre tener presente che l'uomo è, costituzionalmente, un unico essere, uno spirito informato, un corpo animato da un'a­nima razionale. Per «carne», allora, si intende quanto, in lui, si oppone alla ragione e alla legge di Dio. Questa opposizione, come già abbiamo altrove accennato, è conseguenza del peccato originale. Privato della grazia santificante, la ragione e la volontà non rie­scono più a tenerle soggette del tutto. Da una par­te, cioè, la parte superiore si è come indebolita, e dall'altra parte, si sono come esasperate le ten­denze al bene sensibile, sicché riesce molto diffici­le, tenerle in pugno e nell'ordine. Avviene così, per esperienza universale, che in noi ci sono desideri contrari. Desideri che ten­dono ai valori superiori e desideri che tendono al basso. S. Paolo ne parla, a varie riprese: «La carne ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha de­sideri contrari alla carne; queste cose si oppongo­no a vicenda, sicché voi non fate quello che vorre­ste» (Gal 5,17).

2. Bisogna mortificare i desideri della carne

Mortificare i desideri della carne, è questo il lavoro di ascesi. Mortificare è dare la morte, è raf­frenare con sforzo e superamento della volontà. Non si tratta, tanto, di reprimere e di soffoca­re - si rischierebbe di cadere nella nevrosi -; si tratta, piuttosto, di assoggettare, orientare, acco­gliendo quanto di buono può esserci nel desiderio delle cose sensibili, incanalando il resto tra gli ar­gini della legge e dell'ordine. Così, il desiderio di mangiare deve essere regolato secondo le esigen­ze generali dell'organismo; il desiderio del piace­re sessuale sarà accolto, ma solo nel matrimonio, finalizzandolo al bene personale e della specie. Volersi abbandonare, senza regole e senza freni, alle sollecitazioni inferiori, sarebbe ucci­dersi, in tutti i sensi. «Camminate secondo lo Spi­rito, dice ancora l'Apostolo, e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne. (...) Le opere del­la carne sono ben note: fornicazione, impurità, li­bertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, di­scordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invi­die, ubriachezze, orgie e cose del genere» (Gal 5,16.19-21). «Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla legge e neanche lo potrebbero» (Rom 8,6-8). La lotta consisterà nel costringere con la vo­lontà ogni movimento ed ogni sensazione in con­trasto con la legge e la verità. E ciò, senza tema di essere insinceri e non spontanei con se stesso. Perché l'uomo è sincero sempre che opera in pie­na libertà, fosse pure in contrasto col sentimento. E, in effetti, è la volontà libera che caratterizza l'uomo, non il sentimento cieco! «Questa è la volontà di Dio, la vostra santifi­cazione; che stiate lontani dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passio­ni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio» (1 Tess 4,4-5).

3. La lotta va portata avanti con grandi motiva­zioni

La repressione pura e semplice - dicevamo - porterebbe alla nevrosi e a una vera scissione interiore. Bisogna assoggettare e frenare le pas­sioni per: unirsi a Cristo, che ha dato incomparabili esempi di dominio delle cose e di mortificazioni del proprio essere; per assicurarsi la gioia vera del cuore e la sal­vezza eterna. «Il frutto dello Spirito... è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). E chi ha esperi­mentato sa che non sono chiacchiere.

E poi ricordare che, favorendo tutte le ten­denze, anche le più sregolate, si rischia di dannar­si l'anima. Ancora una volta l'Apostolo afferma categoricamente: che chi compie le opere della carne «non erediterà il regno di Dio» (Gal 5,21). «Sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro - che è roba da idolatri - avrà parte al re­gno di Cristo e di Dio» (Ef 5,5). delle cose sensibili, incanalando il resto tra gli ar­gini della legge e dell'ordine. Così, il desiderio di mangiare deve essere regolato secondo le esigen­ze generali dell'organismo; il desiderio del piace­re sessuale sarà accolto, ma solo nel matrimonio, finalizzandolo al bene personale e della specie. Volersi abbandonare, senza regole e senza freni, alle sollecitazioni inferiori, sarebbe ucci­dersi, in tutti i sensi. «Camminate secondo lo Spi­rito, dice ancora l'Apostolo, e non sarete portati a soddisfare i desideri della carne. (...) Le opere del­la carne sono ben note: fornicazione, impurità, li­bertinaggio, idolatria, stregonerie, inimicizie, di­scordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invi­die, ubriachezze, orgie e cose del genere» (Gal 5,16.19-21). «Ma i desideri della carne portano alla morte, mentre i desideri dello Spirito portano alla vita e alla pace. Infatti i desideri della carne sono in rivolta contro Dio, perché non si sottomettono alla legge e neanche lo potrebbero» (Rom 8,6-8). La lotta consisterà nel costringere con la vo­lontà ogni movimento ed ogni sensazione in con­trasto con la legge e la verità. E ciò, senza tema di essere insinceri e non spontanei con se stesso. Perché l'uomo è sincero sempre che opera in pie­na libertà, fosse pure in contrasto col sentimento. E, in effetti, è la volontà libera che caratterizza l'uomo, non il sentimento cieco! «Questa è la volontà di Dio, la vostra santifi­cazione; che stiate lontani dalla fornicazione, che ciascuno di voi sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passio­ni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio» (1 Tess 4,4-5).

3. La lotta va portata avanti con grandi motiva­zioni

La repressione pura e semplice - dicevamo - porterebbe alla nevrosi e a una vera scissione interiore. Bisogna assoggettare e frenare le pas­sioni per: unirsi a Cristo, che ha dato incomparabili esempi di dominio delle cose e di mortificazioni del proprio essere; per assicurarsi la gioia vera del cuore e la sal­vezza eterna. «Il frutto dello Spirito... è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). E chi ha esperi­mentato sa che non sono chiacchiere. E poi ricordare che, favorendo tutte le ten­denze, anche le più sregolate, si rischia di dannar­si l'anima. Ancora una volta l'Apostolo afferma categoricamente: che chi compie le opere della carne «non erediterà il regno di Dio» (Gal 5,21). «Sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro - che è roba da idolatri - avrà parte al re­gno di Cristo e di Dio» (Ef 5,5). Salvando l'anima, si salva anche il corpo. Dannando il corpo, si danna anche l'anima!

Con la consacrazione la Madonna esorta alla necessaria mortificazione delle passioni. Bisogna persuadersi che la messe e il futuro eterno dipen­dono dalle scelte che si fanno nel tempo: «Chi se­mina nella sua carne, dalla carne raccoglierà cor­ruzione; chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna» (Gal 6,8). E «Chi semina scarsamente, scarsamente raccoglierà e chi semi­na con larghezza, con larghezza raccoglierà» (2 Co r 9,6). Preoccuparsi poco o niente del proprio futuro è da pazzi. Come è da pazzi ripetere: «Meglio l'uo­vo oggi, che la gallina domani».

Esempio. Con la lotta decisa e costante, anche l'uomo più pieno di peccati di carne può rifarsi il candore del cuore. Zosimo, un monaco, si era inoltrato nel deser­to siriano, per trovarvi Dio nella solitudine. Un giorno gli sembra di scorgere da lontano la forma di un corpo umano. Temendo un tranello del dia­volo, fa lentamente il segno della croce. Volgendo lo sguardo dalla stessa parte, vede qualcuno il cui corpo è annerito dal sole, con i capelli bianchi: era una donna che si mise immediatamente a fuggire. Zosimo, scambiandola per un santo anacoreta, le corse dietro per raggiungerla. Essa gli gridò da lontano: «Zosimo, sono una donna. Non posso par­larti perché sono senza veste. Buttami il tuo man­tello, affinché possa avvicinarmi a te». Zosimo, sorpreso di sentir pronunziare il suo nome, riten­ne che Dio l'avesse rivelato a quella donna a causa della di lei santità. Le gettò il mantello e la donna vi si avvolse. Dopo aver pregato insieme con fer­vore, Zosimo le chiese da quanto tempo vivesse nel deserto e in che modo vi si fosse sostentata. «Devo morire di vergogna, dicendoti quel che sono», gli rispose. All'età di dodici anni, ho lascia­to mio padre e mia madre per andare a vivere, lo­ro malgrado, nella grande città di Alessandria d'Egitto. Ivi, sono vissuta per diciassette anni nel disordine, cercando solo di contentare la foga di una passione sfrenata. Un giorno, mi imbarcai con un gruppo di pellegrini che si recavano a Ge­rusalemme, per venerarvi la Santa Croce di Cri­sto. Il mio progetto era quello di continuare i miei atti impudichi durante il viaggio. Mi recai con gli altri alla Chiesa in cui veniva esposta la Croce del Salvatore. Ma non mi fu possibile entrarci. Una forza segreta ed invisibile mi respingeva. Essen­domi ciò successo tre o quattro volte, mi misi a cercare quale potesse essere la causa di un simile fenomeno. Dopo qualche seria riflessione, non eb­bi alcun dubbio: era l'abominio della mia vita che mi precludeva l'entrata nella chiesa. A questo pensiero, mi sciolsi in lacrime. Poi, scorsi un'im­magine della Madre di Dio. La supplicai di aver pietà di me e di rendere gradito a Dio il mio penti­mento. Le promisi di consacrarmi al Signore con una vita di penitenza. Allora, nel mio dolore, pro­vai una grande consolazione. Con mia grande sor­presa, entrai facilmente nella chiesa. Lì, ebbi la fe­licità di adorare il Sacro Legno della Croce che dà la vita agli uomini. Colpita dall'incomprensibile misericordia di Dio e dalla prontezza con cui ac­coglie i peccatori a penitenza, mi prosternai a ter­ra e bagnai il pavimento di lacrime. Poi, tornai da­vanti all'immagine della Santa Vergine e la sup­plicai di servirmi quale protettrice e guida. Sentii una voce che mi diceva: «Se attraversi il Giorda­no, troverai un riposo perfetto. Fu ciò che feci senza por tempo in mezzo, dopo essermi racco­mandata alla Santissima Vergine, e da allora ho evitato con la massima cura di incontrare uomi­ni... Se non vado errata, sono in questo deserto da quarantasette anni. Ci sono vissuta grazie alle er­be che vi crescono. 1 miei vestiti si sono logorati e sono caduti a pezzi: ho sofferto molto dell'ardo­re del sole e del rigore dell'inverno. Talvolta, sta­vo tanto male che non avevo la forza di tenermi in piedi. Per diciassette anni, ho provato tentazioni violente e continue. Mi raccomandavo alla Madre di Dio e la calma tornava nel mio spirito. Spesso, la tirannide delle mie trascorse passioni sembra­va trascinarmi fuori del deserto: elevavo conti­nuamente il cuore verso la Santissima Vergine, e mai essa mancava di assistermi». Poi si separò da Zosimo per inoltrarsi nel deserto. Durante la quaresima seguente, Zosimo entrò nuovamente in quel deserto con altri confratelli. La sua prima preoccupazione fu quella di cercare la santa donna per chiederle il suo nome, cosa che aveva fin lì dimenticato di fare. Ma quando fu giunto nel luogo in cui l'aveva incontrata per la prima volta, la trovò morta. C'era, accanto al cor­po steso per terra, un'iscrizione che indicava che essa si chiamava Maria e precisava il giorno in cui Dio l'aveva tolta al mondo. La Chiesa venera que­sta mirabile penitente con il nome di Santa Maria Egiziaca!

Fioretto. Prìvati oggi di qualcosa e proponi di digiunare, ogni tanto, per riparare i peccati di car­ne da te commessi. Se puoi, digiuna con tutta la famiglia.

Giaculatoria. Ottienimi, Vergine purissima, la castità del corpo e la purezza del cuore.

 

TERZA SETTIMANA: SEQUELA E IMITAZIONE DI CRISTO

Quindicesimo giorno - VIVERE LA CONSACRAZIONE

La consacrazione a Dio per le Mani Immacola­te di Maria, in fondo, è uno degli aspetti di quella sequela o imitazione che tutti i cristiani devono praticare. E, cioè, per la propria santificazione, bisogna imitare sempre e in tutto Gesù. Gesù tutto ha fatto con Maria e da Lei ha vo­luto nascere ed essere educato e crescere nelle sue mani. È questo che deve fare ogni anima. Ed è questo che si può fare a mezzo della consa­crazione.

1. La necessità di vivere

La consacrazione non può essere solo un rito o una recita, anche molto fervorosa, di una formu­la. Il Signore che stipula l'Alleanza con il Popolo Ebreo, gli ricorda non solo gli innumerevoli bene­fizi ricevuti, ma gli chiede anche un corrispettivo nella vita. Io sarò il tuo Dio, che ti protegge, che ti libera dai nemici: «Oggi voi state tutti davanti al Signore vostro Dio per entrare nell'alleanza del Signore tuo e nell'imprecazione che il Signore Dio tuo sancisce oggi con te, per costituirti suo popolo e per essere egli il tuo Dio». Ed ecco cosa vuole il Signore in cambio: «Non vi sia tra voi uomo o donna o famiglia o tribù che volga oggi il cuore lungi dal Signore nostro Dio, per andare a servire gli dèi di quelle nazioni. Non vi sia tra voi radice alcuna che produca veleno e assenzio. Se qualcu­no, udendo le parole di questa imprecazione, si lu­singa in cuor suo dicendo: Avrò benessere, anche se mi regolerò secondo l'ostinazione del mio cuo­re, con il pensiero che il terreno irrigato faccia sparire quello arido, il Signore non consentirà a perdonarlo...» (Deuteron 29,9-12.17-19).

Vivere la consacrazione, allora, cosa impor­ta?...

2. Vivere è sforzarsi di comprendere e di praticare Il cristiano, con il battesimo e gli altri sacra­menti, ha ricevuto una dignità incomparabile, è stato fatto figlio di Dio. Per la grazia santificante è fatto degno di essere l'abitacolo della SS. Trini­tà. Come mercede e premio di fedeltà, gli è stata promessa la vita eterna. Riflettere, comprendere tutto questo potreb­be già dare una svolta alla propria vita. La grandezza del cristiano, proprio per la grazia, supera quella dei re e di ogni più alta dignità della terra. Anche l'uomo più miserabile o ricoperto di strac­ci, per la grazia, è più grande dell'universo in­tero. Purtroppo, se si è tanto sensibili al potere del danaro, al fascino di una bellezza che può sfiorire dalla sera al mattino, ad un titolo che non aggiun­ge assolutamente nulla al proprio essere; lo si è tanto poco per le realtà spirituali. Il degrado è all'angolo già quando non si ri­flette abbastanza su certe grandi verità; e quindi non si hanno convinzioni profonde. Ma come si fa a comprendere?... Riflettendo sui gesti e le parole e le formule che si recitano; dando un tono più serio alla propria vita; facendo tesoro della parola di Dio; ricorrendo a letture, in­contri ecc. che possano aiutare a crescere anche nella conoscenza. Nello stesso momento, sforzarsi di praticare quanto promesso. Nessuno al mondo si contenta di vuote parole. Così, andare ripetendo di credere e poi fare esattamente il contrario di ciò che esige la fede, è un illudersi, oltre che offendere Dio. E così se la consacrazione è un voler essere e vivere con Maria, è chiaro che qui bisogna cercare il vero ideale di vita, da amare, imitare, ed incar­nare nella propria persona. Consacrarsi al Cuore Immacolato di Maria e poi degradarsi in mille amori e amorazzi, più o

meno illeciti e fatui, non è certo vivere la propria consacrazione.

3. Vivere la consacrazione è soprattutto imparare ad amare

Non è facile amare per davvero. Nel mondo non si fa che parlare di amore, ma si tratta, per lo più, di passione di sensi che, in definitiva, è so­prattutto egoismo e ricerca di piacere. L'amore invece è dono di sè senza interesse; è immolarsi anche senza che si sappia del proprio sacrificio; e donare anche quando si trova rigetto, ingratitudi­ne e ricambio di odio. La consacrazione insegna ad amare come ama Dio, e cioè per l'unica ricompensa di... amare. Se si pensa che il mondo è sorretto spiritualmente da anime consacrate, che si immolano e si sacrifica­no, senza che nessuno vede e comprende, si avrà un'idea dell'altezza alla quale la Madonna vuole innalzare le anime.

Vivere la consacrazione, dunque, è, in pratica, amare nel senso più puro e radicale della parola. È questo amore che rende possibili sacrifici e do­nazioni, anche fino all'eroismo. Un amare che, quindi, è pure prodigiosa crescita e maturazione interiore. Vissuta - o meglio nella volontà di vivere - in pienissima coerenza di vita, la consacrazione è capace di portare l'anima ai fastigi della santità.

Esempio. Nel «Processo a Gesù» di Diego Fab­bri, il vecchio Elia, in rappresentanza degli Ebrei, chiede al sacerdote: «Perché non siete riusciti fi­nora a cambiare il mondo?» Ed ecco l'umile, ve­rissima risposta: «Noi, forse, non abbiamo imita­to Cristo a sufficienza. Non ci comportiamo nella realtà, nella pratica di tutti i giorni, negli avveni­menti grandi e piccoli..., come si sarebbe compor­tato Gesù». Ma non mancano quelli che cercano di vivere, come si deve, di testimoniare. Ecco un magnifico gesto del grande maestro Dimitri Mitropulos. Quella sera - scrive il famoso scrittore converti­to Pitigrilli - la massima stazione radio d'Ameri­ca, la N.B.C., emette i concerti dalla Carnegie Hall. Il teatro è più affollato del solito, perché a dirigere c'è lui, il maestro Mitropulos. Nella sala si son dati convegno le massime autorità della musica, le vedettes del cinema, l'alta finanza, la politica. Gli esecutori sono tutti al loro posto, i tecnici verificano per un'ultima volta i microfoni, gli elettricisti danno un ritocco alle luci, perché il sensibilissimo ed esigente Maestro reagisce a cinque candele di più o di meno. Le porte d'entrata vengono chiuse, e non c'è forza umana che conce­da il passaggio a un ritardatario. Nessun esecuto­re oserebbe fare una fuggevole revisione del suo strumento o delle proprie dita; il Maestro non vuole che si rompa con suoni parassiti l'incantesi­mo. Sulla sua apparizione nella sala si potrebbero caricare i cronometri di un osservatorio. Eccolo. Nessun applauso; è nella prassi del teatro. Il Mae­stro Dimitri Mitropulos entrò. Tutti gli orchestra­li lo salutarono levandosi, secondo l'uso. Spentisi i lumi della sala, il maestro levò la bacchetta per attaccare la prima battuta della Settima Sinfonia di Beethoven, ma non l'abbassò. Rimase con la bacchetta a mezz'aria. Il momento era angoscioso. Qualcosa di grave e di inspiegabile stava succe­dendo. Si pensò a un malessere, a un vuoto di me­moria. Improvvisamente il Maestro scese dal po­dio ed entrò nelle quinte. Mai la Carnegie Hall aveva visto un fatto simile. Stupore generale che, però, durò poco. Si riaccesero le luci della sala e si spensero. Il maestro riapparve sul podio in tut­ta la sua gloria e diresse la settima sinfonia in mi­stico raccoglimento. Finito il concerto, ricevette nel suo camerino giornalisti, fotografi... Tutti si aspettavano che a un certo punto il Maestro dices­se: «Ma avete visto che cosa mi è successo?». E in­vece, niente. Nella sala attigua dove era giunta tanta gente, si domandavano: «Ma cosa è succes­so?... Mah!...». Un grande musicista, suo nemico, che non sa­peva dirigere a memoria nemmeno l'Inno Nazio­nale, sentenziò: «Sono i piccoli infortuni ai quali si espongono quelli che hanno la vanità di dirigere senza spartito». Si parlò di tutto, il Maestro narrò aneddoti giovanili, accennò ad impegni, ma nulla disse di quanto era accaduto. Una giovane corrispondente ruppe il ghiaccio: «Maestro, perché al momento di attaccare la sinfonia siete sceso dal podio, avete attraversato il palco con la bacchetta levata come se vi ci foste aggrappato, e siete scomparso? Il Maestro trasse di tasca la corona del Rosario e ri­spose: «Senza questo non so dirigere!».

Fioretto. Sono anni che fai promesse e propo­siti, senza mantenere la parola. Comincia oggi, puntando immediatamente su qualche difetto più vistoso. E se ti ritrovi di nuovo infedele, impòniti una salutare penitenza.

Giaculatoria. Con Te, Maria, canterò un canto nuovo al Signore, che dà vittoria al tuo con­sacrato.

 

Sedicesimo giorno - LA VITA BATTESIMALE

La consacrazione può essere detta - ha scrit­to il Montfort - «una perfetta rinnovazione dei voti e delle promesse del santo Battesimo» l: un pratico ritorno dunque a quella che dovrebbe es­sere la vita di ogni battezzato.

1. La nuova creatura

Il battesimo crea l'uomo nuovo con un nuovo principio vitale. Il principio vitale, e cioè il principio da cui di­pende la vita del corpo, è l'anima; quello dal quale deriva la vita nuova, partecipazione della vita di­vina, è la grazia santificante. Per la grazia santifi­cante tutto, nell'uomo, assume spessore e splen­dore divino, tutto diventa oro di vita eterna, accet­to a Dio e degno di meritare il premio eterno. Tra la vita e l'operato di chi vive in grazia e chi non lo è, sembrerebbe non esservi differenza alcuna, e invece la differenza è abissale, come abissale è la differenza e la distanza tra finito e infinito, tra creatura e Creatore. È importantissimo, perciò, conservare la grazia e viverla, gustandone sempre più l'ineffabile grandezza, in attesa di viverla, in pienezza, nella vita eterna, che sarà come il mez­zogiorno rispetto all'alba. Qui sulla terra, infatti, la vita di grazia è come l'alba, un pregustamento appena e un annuncio; lassù ci sarà il mezzogior­no, e cioè lo spiegamento pieno e la meravigliosa fioritura di tutte le potenzialità di questo «seme» divino, ricevuto nel Battesimo. Ma che significa vivere la vita di grazia?

2. Vita di amore e fioritura di opere

Questa vita di grazia è sintetizzata, per quello che riguarda il battezzato, nelle promesse batte­simali. « Nel battesimo, con la sua bocca o con quella del padrino e della madrina, egli ha rinunciato so­lennemente a satana, alle sue pompe ed alle sue opere, ed ha preso Gesù Cristo per Padrone e so­vrano Signore, per dipendere da lui come schiavo d'amore ». Ciò significa che se, da una parte, è un rifug­gire sempre più la vita di peccato e di vanità terre­ne, dall'altra parte, è sforzo di vivere in intimità con Dio, in un clima come di dialogo, di preghiera incessante, di nostalgia del cielo, e in un amore operoso per tutti, in tutte le cose. Il battezzato, che vive la sua vita di grazia, è «come albero pian­tato lungo corsi d'acqua, che darà frutto a suo tempo e le sue foglie non cadranno mai; riusciran­no tutte le sue opere» (Sal 1,3). E «non teme quan­do viene il caldo» e «nell'anno della siccità non in­tristisce, non smette di produrre i suoi frutti» (Ge­rem 17,8). Egli, cioè, anche nei periodi di prova, continuerà ad amare e ad operare per la vita eterna. La vita battesimale è, quindi, allo stesso tem­po, un purificarsi e un bruciare sempre più di amore superno, così come capita ad un legno ver­de che, cacciando fumo e liberandosi da tutti i va­pori, alla fine, diviene tutto pieno e fuoco esso stesso. Un lento divinizzarsi e riempirsi di luce. In merito, gli esempi più convincenti ci vengono dai santi. Uomini come tutti gli altri, con le loro soffe­renze e croci e miserie, che rivelano, nei loro gesti e comportamenti, qualcosa di divino e di unico che affascina il mondo intero.

3. Il voto di vivere la vita battesimale

Ogni battezzato ha promesso di vivere questa vita di grazia e di conservare intatta la veste can­dida ricevuta, che ne è simbolo ed espressione. E il «voto più grande, dice S. Agostino, e da esso non si danno dispense: Votum maximum nostrum quo vovimus nos in Christo esse mansuros (Epist. 59 ad Paulinum). È quanto dicono anche i canonisti: Il voto principale è quello che noi facciamo nel Battesimo. Cionostante chi mantiene questo gran­de voto? chi mantiene fedelmente le promesse del santo battesimo? non è vero che quasi tutti i cri­stiani tradiscono la fedeltà che hanno promessa a Gesù Cristo nel loro Battesimo? Da dove proviene questo disordine universale, se non dal fatto che si vive nell'oblìo delle promesse e degli impegni del santo Battesimo e che quasi nessuno ratifica per proprio conto il contratto di alleanza che ha stipulato con Dio per mezzo dei padrini e delle madrine? » 3.

La consacrazione viene a rinverdire, a rinno­vare i propositi santi, con l'aiuto soprattutto della Vergine SS.

Il Battesimo è, senza dubbio, il più grande evento nella vita del cristiano, perché fa rinasce­re, e cioè fa nascere di nuovo e a una vita divina, sia pure nel mistero. I Santi, ancora essi, i veri sapienti, stimavano enormemente il battesimo e avevano un amore particolare per la Chiesa dove erano stati battez­zati e consacrati. Luigi re di Francia amava fir­marsi Luigi di Poissy, il luogo del suo battesimo. La riscoperta della propria dignità, a cui vuol condurre la consacrazione, risolverebbe innume­revoli problemi, anche a livello psicologico!

Esempio. Al tempo della terribile rivoluzione francese, quando si commisero orrendi crimini contro Dio e contro tanti uomini innocenti. Un uo­mo, a cui era stato tanto familiare il delitto e che conosceva solo il diritto della forza, aveva una fi­glia di nome Lucrezia, che adorava. Egli non ave­va permesso che fosse stata battezzata, anzi aveva giurato, nel suo odio satanico, di uccidere chiun­que ne avesse fatto anche solo il tentativo. Lucre­zia, oltre al padre, era sola al mondo. La madre era morta, dandola alla luce. Nella sua infanzia aveva sentito pronunziare il nome di Dio solo in orrende bestemmie. Educata al più puro naturali­smo, sapeva che non era stata battezzata. Anzi aveva più volte udito ripetere dal padre che egli, nel giorno della nascita di lei, col pugnale mac­chiato del sangue delle vittime da lui uccise nel Convento del Carmine, aveva detto: «Giuro di uc­cidere sull'istante chiunque mi parlasse di battez­zare mia figlia Lucrezia! ». Quel giuramento, quell'idea sconosciuta del battesimo, quell'odio del padre contro una religio­ne che non conosceva, avevano prodotto nell'ani­mo della ragazza un sentimento di curiosità, oltre che di paura e di turbamento. Un sentimento che finì per divenire desiderio di conoscere la religio­ne. Gli anni passavano. Ed ella supplicava la SS. Vergine - chi le aveva parlato della Vergine?... Era avvenuto forse in qualche fortuito incontro, di cui si serve spesso la divina Provvidenza?... - che le venisse in aiuto in quello stato di irreligio­ne, in cui la teneva l'empietà del padre. La invoca­va tutti i giorni... Questa devozione alla Madonna le fece conservare l'innocenza del cuore, cosa tan­to più stupefacente in quanto la ragazza viveva in un clima di grande corruzione. Era il 1813 e Lu­crezia contava i 20 anni di età, quando una terribi­le malattia la colpì a morte. La scienza medica di­sperò di salvarla. Il padre ne è desolatissimo, ma non per questo rinunzia alla sua abituale ferocia. A chi ha fatto un fugacissimo cenno di far battez­zare la ragazza, urlò: «Battezzarla?... Mai, mai. Sono pronto ad ammazzare chiunque osasse far­lo». A Lucrezia, atterrita e rintronata dalle terribili bestemmie di suo padre, non resta che rivolger­si a Colei che sa ammollire i cuori. Il tempo scorre veloce, i sintomi precursori della morte si manife­stano rapidamente: resta solo qualche giorno di vita. Fu allora che un santo sacerdote volle tenta­re l'impossibile: battezzare Lucrezia, anche a co­sto della propria vita. Si presenta in casa, in abiti civili, come medico valente, che avendo saputo del caso, offriva i suoi servigi per un estremo tentati­vo di salvezza. Il padre accoglie l'uomo come una provvidenza insperata, pronto a fare qualunque cosa, pur di salvare la figlia. Il presunto medico visita la ragazza e prescrive una medicina che il padre, precipitosamente, corre a prendere. Rima­sto solo, l'uomo si rivela per quello che era e lo scopo della sua venuta. Lucrezia è raggiante. «Pa­dre, gli dice, Padre, salvatemi. È la Madonna che vi manda. Voglio essere battezzata. Imponetemi il dolce nome di Maria». E il lavacro rigeneratore piovve sulla testa della giovane. Lucrezia, ormai Maria, tra le strette della morte, prova una delizia di paradiso. Intanto arriva il padre con la medicina da cui spera la salvezza. Ma la ragazza, si rizza a sedere sul letto, gli butta le braccia al collo e, piangendo di gioia, gli dice: «O padre mio, dammi il bacio dell'estremo addio. Chiamami Maria e non più Lucrezia. Io sono cristiana, vado al cielo a prega­re per te». Il vecchio, furibondo, ha compreso l'arcano, è ardente d'odio e di vendetta, fa per slanciarsi sullo sconosciuto presunto medico, ma non può. Le braccia della figlia lo allacciano, lo stringono quasi siano di ferro. «Padre, che fai? Lasciami morire contenta. Io sono felice; possa anche tu essere felice! Addio! ». E i suoi occhi si fissano su di lui, con uno sguardo penetrante... e poi le braccia si allentano, si distendono, la testa ricade sul guanciale: è spirata! Le pupille sono ancora aperte, il padre la guarda e, come neve che si scioglie sotto l'ardente raggio di sole, il suo cuore si scioglie nella tenerezza e nel pentimento. La belva si ammansisce... Scoppia a piangere di­rottamente. Era forse la prima volta che piangeva in vita sua. Piange! Ma, accanto a lui, c'è un altro che piange: è il prete che prega e gli insegna a pregare.

Fioretto. Rivedi e ripeti, con tutta sincerità e decisione, le tue promesse battesimali. Giaculatoria. Che io ritrovi nel tuo fulgore, Vergine purissima, il candore della mia veste bat­tesimale.

 

Diciassettesimo giorno - LA LEGGE DELL'AMORE

Il popolo dei battezzati «ha per capo Cristo (...) per condizione la dignità e libertà dei figli di Dio, nel cuore dei quali dimora lo Spirito Santo come in un tempio. Ha per legge il nuovo precetto di amore come lo stesso Cristo ci ha amati (...). E finalmente, ha per fine il regno di Dio, incomin­ciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato... ». La consacrazione vissuta è, tra l'altro, anche e soprattutto, accettazione ed esercizio di amore.

1. La legge dell'amore

Fu chiesto a Gesù: Qual è il precetto più gran­de della legge. Rispose: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutte le tue forze. Il secondo è simile a questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Nell'economia del Vangelo, non si parla tanto di legge, quanto di legge nuova, di amore. E cioè con l'avvento di Gesù è, quindi, venuta la pienezza della grazia; chi guida l'uomo non è tanto la legge, quanto l'amore diffuso nei cuori dallo Spirito Santo, donato all'anima. Il principio motore e ispiratore, quindi, è inte­riore e soprannaturale. La consacrazione richiama a questa nuova splendida realtà. Donandosi tutto, il consacrato vuole seguire lo Spirito e non essere come oppres­so dalla legge. Che significa seguire lo Spirito?... Significa dare prevalenza all'amore più che al diritto, pren­dendo a metro la generosità più che la pignoleria del diritto. È l'operare da figli più che da merce­nari e salariati e schiavi, e cioè non tanto per inte­resse, sia pure superiore, quanto per compiacere Dio, la Persona amata.

2. Lo Spirito e la legge

E, tuttavia, seguire e operare nello Spirito e nel­l'amore, non significa fare a meno della legge. Nes­sun santo, che ha sempre operato nell'amore, ha mai tralasciato il minimo precetto. La libertà dello spi­rito non deve, non può sconfinare nell'anarchia. Significa solo che la legge è osservata, come esigenza di amore, più che come dovere. Non solo, ma proprio perché si parte e ci si fa guidare dall'amore vero, non ci si limita alla pura e stretta osservanza dei precetti, ma si dà e si fa di più, perché l'amore, immensamente più esigen­te della legge e del diritto, non ha misura. La legge potrà dire ad un infermiere che è suo dovere ve­gliare una o due notti accanto ad un infermo. L'a­more, invece, spingerà la madre a vegliare accan­to alla sua creatura, anche fino all'esaurimento completo. Ecco perché il Signore afferma: Chi mi ama, osserva i miei comandamenti. Proprio e anche l'osservanza piena, fedelissima della legge, è la prova dell'amore.

3. La consacrazione è amore a Dio e ai fratelli

Chi, come il consacrato, è tutto di Dio e tutto per Dio, evidentemente ha fatto di Lui il fine ulti­mo della vita e la sorgente e l'ispirazione suprema di tutto il suo operato. Ma la consacrazione è anche amore ai fratelli. Infatti, donando e affidando tutto alla Vergine SS. «si esercita in modo eminente la carità verso il prossimo, poiché gli viene dato, attraverso le ma­ni di Maria, tutto ciò che abbiamo di più caro, e cioè il valore soddisfattorio ed impetratorio di tutte le nostre opere buone, senza eccettuare la benché minima sofferenza o il minimo pensiero buono; come pure acconsentiamo a che tutto ciò che abbiamo acquistato o che acquisteremo fino alla morte (...) sia, secondo la volontà della Santa Vergine, adoperato per la conversione dei pecca­tori o per la liberazione delle anime del Purgato­rio. (...) Questo è il mezzo di convertire i peccatori, senza tema di vanità, e di liberare le anime dal Purgatorio... ». È chiaro, allora, che la consacra­zione, se è vita vissuta, è amore e solo amore. Ed è questo a cui bisogna tendere. Donarsi e immo­larsi, comprendere e perdonare, servire e umiliar­si... tutto per amore.

«Questo comando (= comandamento dell'a­more) che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Non è di là dal mare, perché tu dica: Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire sì che lo possiamo eseguire? Anzi, questa parola è molto vicino a te, è nella tua bocca e nel tuo cuo­re, perché tu la metta in pratica» (Deuteronom 30,11-14). E allora, direbbe S. Agostino: «Lui si cerchi, là dove tutto è sicuro; a Lui si miri, dove tutto è certo; Lui si ami, dove tutto è buono»'. E insieme: «Non fate nulla per spirito di riva­lità o per vanagloria, ma ognuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Non cerchi ciascuno il proprio interesse, ma piut­tosto quello degli altri» (Fil 2,3-4). La consacrazione vissuta nell'amore cambia la faccia della terra: ce ne danno splendida con­ferma i santi. L'amore rinnova tutto, purifica tut­to, abbellisce tutto!

Esempio. La legge dell'amore, senza condan­nare nulla e pur rispettando ogni vocazione, può far innamorare di Dio, fino a donargli in pieno il cuore, con il dono della verginità. Quella verginità, oggetto, tra l'altro, dell'enci­clica «Sacra Virginitas» di Papa Pio XII, e della cui validità dà conferma sempre più la scienza stessa. Non si scappa - dice Frankl - o la vita ha un significato, ed allora lo mantiene indipenden­temente dal fatto di essere breve o lunga; oppure non ne ha alcuno, ed allora non ne avra mai, per quanto lunga possa essere e per quanto indefinita­mente possa riprodursi... Chi si proietta nei figli non risolve il problema centrale, lo differisce semplicemente, lasciandolo insoluto... La nostra vita ha senso per altri motivi, non biologici... e sono motivi, questi, che la trascendono». «La (donna) vergine si trova nel limite del mistero di quanto è apparentemente sprecato o incompiuto e, come i morti precoci che non riuscirono a sviluppare la pienezza dei loro splendidi doni, si trova pure al limite di quanto è apparentemente non riuscito. La sua purezza, che quando è virtù è anche pro­fondamente dolorosa, significa il sacrificio al va­lore infinito della personalità. Perciò si spiega perché la liturgia metta sempre la vergine accan­to al martire; perché riconoscendo il valore asso­luto dell'anima ad essa sacrifica la propria vita terrena» (G. Von Le Fort). Nel libro «Perché sono entrata in convento», una zia dice alla nipote: «Mi sembra che il risulta­to della vita religiosa possa essere unicamente un esaurimento nervoso». La nipote risponde: «Cara zia: dopo un anno di noviziato ti dico sicura: inna­morarsi di Dio è il più affascinante dei romanzi, la più bella delle avventure; trovarlo, la più gran­de delle imprese». E qui basta anche solo un esem­pio, tra tanti che esistono. Suor Caterina Brown, in India, per curare i lebbrosi, diviene essa stessa lebbrosa. Lebbrosa, ma non infelice. «Voi non cre­dete, ma pure è la verità. Io ho conosciuto la felici­tà soltanto dal giorno che sono diventata lebbrosa. Desidero vivere a lungo il più possibile, se il buon Dio me ne concederà la grazia». Sono i prodigi di amore, che fioriscono sui passi di Gesù Amore, della Vergine SS., Madre del bell'amore.

Fioretto. Fa' un proposito sincero: di tendere sempre all'ottimo, di donarti e di fare più di quan­to ti è richiesto dalle prescrizioni ordinarie.

Giaculatoria. Madre del bell'amore, innamo­rami delle vette!

 

Diciottesimo giorno - ANSIA DI PERFEZIONE

La crescita e la tendenza a camminare è fon­damentale, nell'uomo. In fondo ogni seme vitale, ogni vita tende ad espandersi, in tutte le sue capa­cità e potenzialità. La consacrazione non è estra­nea a tale realtà.

I. Cos'è la perfezione

Perfetto è chi arriva al termine: un albero che arriva a portare frutto, un edificio rifinito in tutti i dettagli, ecc. Si dice perfetto anche tutto ciò che risponde al fine per cui è stato fatto: un coltello che taglia, una macchina che funziona bene, ecc. Come si vede, la perfezione è collegata con il raggiungimento del proprio fine. Arrivare allo scopo... Per il cristiano, la perfezione consiste nel raggiungimento dello scopo per cui è stato creato e redento. Ne abbiamo già detto qualcosa. Egli è perfetto se conosce, ama e serve su questa terra il Signore, e se riesce a possederlo, un giorno, nel­la vita eterna. Qualsiasi altra perfezione è relativa ad un tem­po o ad un settore particolare, e, comunque, non può rappresentare lo scopo supremo della vita. Non raggiungere detto fine supremo costitui­sce il vero e proprio fallimento. Cosa fare allora, perché non si verifichi tanta tragedia?...

2. Tendere alla perfezione

Bisogna tendere continuamente ed efficace­mente al raggiungimento dell'ultimo fine, orien­tandovi, concretamente, tutta la vita. È quanto si vuole dire, affermando che bisogna tendere alla perfezione. Tendere alla perfezione è dovere di ogni cristia­no. Gesù lo ha detto chiarissimamente: «Siate per­fetti come è perfetto il vostro Padre celeste». Poi­ché nessuno può essere perfetto come Dio, eviden­temente, con tale comando, Gesù intendeva spin­gere a camminare sulla via della perfezione, senza mai arrestarsi. Non essendo, infatti, mai arrivati alla cima, mai si può dire di essere arrivati. Non ci si può fermare: ci si fermerà solo con la morte. Per tutta la vita, allora, bisogna camminare, cercando di rendere sempre più pure ed ordinate le proprie azioni, di crescere nell'equilibrio e nell'amore. Crescere, protesi al futuro e dimentichi del passato. Questo tendere continuamente importa, come è ovvio, sforzo, impegno sincero e ricorso a tutti i mezzi più efficaci. Uno sforzo che non dovrebbe essere inferiore a quello che, da tutti o dai più qualificati, è attua­to per la sanità del corpo e la formazione cultura­le. E che mai dovrebbe venir meno, pur con tutte le cadute e sconfitte che si possono registrare, per quali che siano o potrebbero essere le contingenze della vita. È questo che rende accetto a Dio, essendo espressione di umile e confidente amore nel Si­gnore. Si può cadere anche mille volte, perché è Dio che salva l'uomo. Ma a chi cade e non si arren­de è promesso il perdono. È il Signore, infatti, che ha comandato di perdonare settanta volte sette... La santità o perfezione è essenzialmente unio­ne e comunione con Dio, pur nei limiti e nella mi­seria della propria condizione.

3. La consacrazione è impegno di perfezione

Il matrimonio, per essere valido e buono, im­pegna la donna e l'uomo ad amarsi nel senso più bello della parola, a sopportarsi, ad essere l'uno per l'altra. La consacrazione, se veramente la si vive, volendo essere sempre di Gesù e di Maria, non può essere che pratico sforzo per eliminare ogni impedimento alla comunione con Loro, a sopprimere tutto ciò che Loro dispiace, a compie­re fedelmente i Loro desideri e voleri. Ritorna, una volta di più, la lotta al peccato di qualsiasi specie e ad ogni legame con creature, che comun­que, dovessero frapporsi fra la creatura e Dio, e l'osservanza fedele e gioiosa della legge.

Finché si è su questa terra, nessuno può dirsi veramente santo. Si può e si deve parlare solo di tendenza alla santità. Alla stessa maniera, Pitago­ra, interrogato sulla sua professione, non volle dirsi sapiente, come venivano detti coloro che ap­parivano migliori degli altri per la loro scienza. Rispose che era filosofo e cioè studioso o amante della sapienza, «giudicando arroganza il procla­marsi sapiente». L'essenziale, allora, per ogni anima consacra­ta di buona volontà: camminare con l'occhio e il cuore fissi in Colei, che è guida nel cammino. La crescita ci sarà, e sarà gioia e sorpresa purissima, quando si rivelerà in cielo.

Esempio. Man mano che l'anima è presa dalla fame di santità, è come se si accostasse sempre

più al cielo: tutto è trasformato e illuminato, e quasi più niente della terra fa soffrire. Ecco una vecchietta, raggomitolata su una sedia, come un pacco, con una mano fasciata da cenci insangui­nati, la testa curva in modo che il mento sembrava incollato al petto, le gambe ripiegate sotto di lei. Non può fare alcun movimento senza l'aiuto degli altri... « È molto tempo che siete in questo stato? ». Non ho mai avuto delle gambe come tutti. Da bambina e da ragazzina camminavo con le stam­pelle, ma tra i venti e i ventidue anni il braccio si­nistro è diventato inerte e la mano destra si è co­me corrosa da sola: è questa mano che mi fa più soffrire». «Avete delle risorse economiche?». «Non manco di nulla, grazie alla carità dei buo­ni... La mia abitazione non è un palazzo, ma è un riparo... ». Quale abitazione! il pavimento in terra battuta ineguale e umido... L'unica finestra aveva soltanto tre vetri; il quarto era stato sostituito da un fazzoletto che si gonfiava al soffiare del vento, malgrado i chiodi che lo tenevano attaccato agli angoli. «E per mangiare?». «Oh! sto molto bene... I vicini mi portano una grande scodella di mine­stra 'quasi' tutti i giorni; ne ho per due pasti». «E quando non ve la portano?» «È perché se ne di­menticano - essa rispose - e l'indomani ne sono molto dispiaciuti... Dovete capire come io sia "fa­stidiosa": occorre che qualcuno mi dia da mangia­re, che mi faccia alzare, altrimenti io resto a letto; che mi metta a dormire, altrimenti io resto alla finestra tutta la notte». «E questo vi càpita spes­so?». «Quasi mai due volte di seguito, ho dei vicini così buoni! ». «Povera donna come siete sfortuna­ta! ». «Sfortunata, io? Oh no... Sfortunata, ma per­ché, grande Dio! ». «Ma voi soffrite?». «Non come Lui», ella disse; e alzando gli occhi fissava un Cro­cifisso, collocato molto in basso sulla parete affin­ché ella potesse vederlo senza raddrizzare la te­sta. I suoi tratti si illuminarono di una pace cele­ste mentre mormorava: «Io sono inchiodata alla mia sedia o al mio letto; Lui ha avuto mani e piedi forati e attraversati dai chiodi. Io ho fame, ho se­te; Lui ha sofferto un'orrenda agonia, era Santo e ha sofferto tutto questo perché mi amava... Oh! non è difficile soffrire per ringraziarlo. In certi momenti mi sembra che mi dica in fondo al cuore: "Tu sarai con me in paradiso!". Allora io sono contenta di soffrire tutto questo per ripagarlo del mio posto che non vorrei perdere affatto... E poi tanta gente ha tante altre cose da fare che soffrire e non ha il tempo di pregare; allora io offro le mie sofferenze per gli agitati, gli occupati, gli ignoran­ti, gli indifferenti che si lamentano dei mille fasti­di della vita, dimenticando che una sola cosa è ne­cessaria... La salvezza eterna della nostra anima. Gli è costata abbastanza cara perché ci si dia la pena di pensarci... ». «Voi leggete?». Essa scoppiò a ridere: «Mi ci vorrebbe un aiutante per voltarmi le pagine!... No, io non leggo che in quel libro là». Il suo sguardo fissò ancora il Crocifisso: «Quel libro là spiega tutto, insegna tutto, consola di tut­to». Un'immagine e una «riproduzione» di Colei, di Maria che, ai piedi della croce, non ha cessato di avere il paradiso in sé e che insegna, per prima, dove bisogna attingere il segreto della felicità.

Fioretto. Accetta con serenità, oggi, tutte le contrarietà, che incontrerai sul tuo cammino. E metti grande diligenza in tutto quello che fai.

Giaculatoria. Sotto il tuo manto, Maria, e alla tua scuola, apprenderò a camminare nella via del­la perfezione.

 

Diciannovesimo giorno - VIVERE CON MARIA

Il Montfort volendo dare una formula che compendiasse, per così dire, il modo di vivere la consacrazione, l'ha espressa così: «compiere ogni azione per mezzo di Maria, con Maria, vivere in Maria, e per Maria».

1. Avere come costante modello Maria

Vivere con Maria significa, prima di tutto, avere come modello costante da imitare Maria. Poiché Maria è come la fotocopia di Gesù. Imitare Lei è come imitare Gesù. Con questo di particola­re che Gesù, essendo Dio-Uomo, potrebbe facil­mente sgomentare la debolezza umana. In Maria, invece, l'ideale di santità e di perfezione è come reso più accessibile, dalla sua tenerezza materna. Pura creatura - anche se di altissimo e irraggiungibile rango - Ella sembra un po' più vicina al­l'uomo, debole e peccatore. «Bisogna compiere le proprie azioni con Ma­ria, vale a dire che, nelle proprie azioni, si deve considerare Maria come modello perfetto di per­fezione, formato dallo Spirito Santo in una pura creatura, affinché lo imitiamo secondo le nostre possibilità. In ogni azione si deve dunque conside­rare il come Maria l'ha compiuta o la compirebbe se fosse al nostro posto».

2. Perfetta comunione di intenti

Vivere con Maria significa, pure, stabilire con Essa sì profonda comunione di affetti, di senti­menti e di volontà da risultarne come un'unica vo­lontà, con gli stessi ideali, le stesse aspirazioni. Così operando, l'anima finisce, per es., per ag­grapparsi follemente a quella umiltà che ha reso tanto grande Maria, davanti al Signore. Si inna­morerà di quella purezza di intenti e di corpo da camminare, come Lei, come in un alone di niveo splendore, o come su vette immacolate di monti. E con Lei, l'anima sarà felice di essere «ancella del Signore», obbedendo e conformandosi, in pie­no, ai voleri del Padre. Comunione di affetti e comunione di azione: tutto facendo con Lei, semplicemente e solamente per la gloria di Dio e del suo Gesù. E come Lei che tutto crede, tutto accetta, tut­to santifica, anche l'anima tutto crede, tutto ac­cetta, tutto santifica. E qui, perché non dirlo?... Se ci si sforzasse di vivere veramente con Maria, ci sarebbero tanti grilli per la testa degli uomini e soprattuto dei giovani e delle ragazze?...

3. Grande intimità

Nella famiglia i figli si rivolgono, di preferen­za, alla mamma, che è il cuore della casa, quella che dà calore e sostegno a tutti, sempre. «Mam­ma! » è la parola che, più spesso, fiorisce sulle lab­bra di tutti, tanto essa incide sulla vita di tutti. Vivere e operare con Maria è stabilire una sempre più profonda intimità di affetto, di devo­zione, di attaccamento a Lei, come a Mamma dol­cissima, incomparabile. È averla talmente nel cuore, da invocarla in tutte le contingenze, tristi o liete, della vita, e un ricorrere fiducioso a Lei, come di bimbi che tendono le braccia, per averne sostegno e protezione. Una intimità che non è, né deve essere puro sentimentalismo, se - come abbiamo detto -, Maria è anche il grande e unico modello di perfezione. Una vita di intimità che, naturalmente, è tutta tesa a trovare Gesù, il fine della vita. Già, perché dove trovare Gesù se non, soprattutto, in Maria?... S. Massimiliano Kolbe amava dire che Maria è il palazzo regale, al centro del quale vi è Lui, Gesù. Impossibile, perciò, trovare Maria sen­za trovare Gesù. I Fratelli Protestanti e tutti colo­ro che hanno da ridire contro la devozione alla Madonna, non hanno capito un grande mistero che «Noi non onoriamo mai tanto Gesù Cristo co­me quando onoriamo la Santissima Vergine, giac­ché non si onora Maria che per onorare più per­fettamente Gesù Cristo». Perché tu, Signore «sei sempre con Maria e Maria è sempre con te e non può essere senza di te: altrimenti essa cesserebbe di essere ciò che è. (...) Essa ti è unita in modo così intimo che sarebbe più facile separare la luce dal sole, il calore dal fuoco; dico anche più, si separe­rebbero da te piuttosto gli angeli e i santi che non la divina Maria: poiché essa ti ama più ardente­mente, ti glorifica in modo più perfetto di quel che non facciano tutte le altre creature insieme».

1 «modelli» offerti, oggi, all'uomo non sempre lo elevano, non sempre gli indicano il modo di essere «uomo» e «cristiano». Divi, attricette, foto­modelle e simili, per lo più, insegnano ben altro che la via della perfezione. Lo stesso degrado mo­rale di oggi, perciò, dovrebbe far pensare e riflet­tere. A seguire Cristo, ad imitare Maria si diviene uomini perfetti, donne dalla finissima sensibilità!

Esempio. La comunione con Maria è sempre vivificante. Ciò è provato dal fatto che, a volte, an­che il semplice contatto con qualche sua immagi­ne o medaglia produce meraviglie. È quanto si no­ta nella celebre conversione di Alfonso Ratisbon­ne. Era un ebreo ateo, venuto in Italia dalla Ger­mania, per ammirarvi i tesori d'arte. Persone buo­ne pregavano per la sua conversione, ma lui era tetragono nella sua incredulità. Si era lasciato in­durre solo - dopo reiterate insistenze -, a veder pendere dal suo collo una Medaglia miracolosa (quella data dalla Madonna stessa a S. Caterina Labouré). Nella sua mente, si trattava di un gingil­lo come altri. Un giorno, per le vie di Roma, incon­tra la carrozza del signor Bussières che lo invita a fare una passeggiata con lui. Accetta. Davanti al­la Chiesa di S. Andrea delle Fratte, l'amico chiede il permesso di sostare pochi minuti, per una com­missione da fare al curato. Il Ratisbonne scende anche lui, nei pochi minuti di attesa potrà dare uno sguardo alla Chiesa, per ammirarvi le opere d'arte. Ma di ritorno dalla commissione, l'amico trova il Ratisbonne, steso per terra, bagnato di la­grime, senza conoscenza. Fatto rinvenire, egli non riesce a rispondere alle molteplici concitate do­mande. Ma in fine tira fuori dal petto la Medaglia miracolosa e riesce a dire: «Sono cattolico». Co­s'era successo? Camminava per la chiesa, quando un lampo di vivissima luce, gli abbaglia la vista, e una visione celestiale si rivela ai suoi occhi. È una meravigliosa figura di Donna, coronata di stelle e con le mani che riflettevano miriadi di raggi di luce, spirante bontà e misericordia. Era Lei, quella della Medaglia... Davanti a Lei si rivide nella realtà della sua anima: di una spaventosa de­formità e bruttezza. Ma la dolcissima figura era garanzia di perdono. Ratisbonne era profonda­mente cambiato. Fu istruito nella religione catto­lica, fu battezzato, divenne sacerdote e fondatore della Congregazione di N. Signora di Sion per la conversione degli Ebrei.

Fioretto. Ogni qualvolta ti imbatti in qualche immagine o ricordo di Maria, fa' un ardente atto di amore per Lei, Mamma dolcissima.

Giaculatoria. Con te Maria voglio vivere e mo­rire, perché in Te troverò il mio Gesù.

 

Ventesimo giorno - VIVERE IN MARIA

I pesci vivono nell'acqua, l'uomo e gli animali della terra vivono come immersi nell'atmosfera..., il bambino, appena concepito, si sviluppa e si so­stenta nel seno di sua madre. Cosa significa, allo­ra, per l'anima consacrata, vivere in Maria?

l. Ogni essere vive in Dio

S. Paolo, parlando all'areopago di Atene, dis­se: «In Lui (= Dio) viviamo, ci muoviamo ed esi­stiamo» (Atti 17,28). Voleva dire che sia la vita, sia il movimento e l'azione e sia il permanere nell'es­sere, tutto è opera di Dio. In Dio siamo come la spugna nel mare, che la impregna e la sostenta. Qualcosa del genere per ogni essere, anche se Dio, pur più intimo a noi di noi stessi', tutto trascende e con niente e nessuno si identifica. Nessun panteismo, perciò. Ciò significa solo che il legame con Dio è così stretto, così vitale, così necessario che è impossibile esistere ed essere senza di Lui. Un legame meraviglioso che non trova riscontro neanche nell'unione di amore, più stretta e pro­fonda, che si possa immaginare: l'unione coniuga­le, l'unione dell'amicizia più profonda ne sono so­lo pallidi e sbiaditi riflessi! Questa unione con Dio è stata come ribadita, evidenziata e misteriosa­mente potenziata in quella realizzata da Gesù con le anime. Queste, da lui redente e battezzate e pie­ne di fede e di amore, sono in lui in unione profon­dissima: «Io sono la vite, voi i tralci... Rimanete in me». Nell'ultima cena poi, egli, parlando ancora di tale unione, ha pregato il Padre «perché tutti sia­no una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una sola cosa, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). L'Apostolo allude a questa stupenda unione, quando, ripetute volte, usa l'espressione: «In Cri­sto Gesù». È vivendo in Cristo che si scoprono e si parte­cipa ai suoi tesori.

2. Nel paradiso di Maria

Analogamente, è la stessa cosa, quasi, vivere e operare in Maria. Lasciamo qui, ancora una volta, la parola al Montfort: «La Santa Vergine è il vero paradiso terrestre del nuovo Adamo (Gesù) (...). In questo paradiso terrestre ci sono dunque ricchezze, bellezze, rarità e dolcezze ineffabili, che il nuovo Adamo, G.Cr., vi ha lasciate. In que­sto paradiso si è compiaciuto durante nove mesi, ha operato le sue meraviglie, ha spiegato le sue ricchezze con la magnificenza di Dio... (...) In que­sto paradiso terrestre c'è il vero albero della vita (...) ci sono alberi piantati dalla mano di Dio (...) ci sono aiuole smaltate di fiori di virtù (...) Ci sono praterie verdi di speranza, torri inespugnabili di forza, case incantevoli e accoglienti ecc. Solamen­te lo Spirito Santo può far conoscere la verità na­scosta sotto queste immagini di cose materiali. In questo luogo c'è un'aria pura, non graveolente, un'aria di purezza; un bel giorno, senza notte, del­la santa umanità; un bel sole, senza ombre, della Divinità; una fornace ardente e continua di carità, in cui tutto il ferro che viene gettato, si fonde e di­venta oro... ». Vivere in Maria, in pratica, allora, è un entra­re e un intrattenersi a considerare meraviglie di Dio; è un gettarsi come in una fornace dove ogni ferro e cioè la nostra natura grezza e grossolana, diviene oro di vita eterna. O, in altre parole, il vi­vere in continua familiarità - quasi come immersi in un oceano di meraviglie - assicura la com­pleta trasformazione del cuore e la scoperta della vera poesia della vita.

3. Nello stampo... e nelle braccia della Mamma

Vivere in Maria, allora, è come radicarsi, met­tere radici in Lei. L'amore e l'imitazione non sono come un mettere le proprie radici nell'amato e nel modello? Così si esprime l'Apostolo, a proposito di Cristo: «Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati, nella carità, siate in grado di comprendere (...) l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza... » (E fes 3,17-19). Radi­cati in Maria, nel suo amore, nella sua umiltà, nel­la sua purezza verginale, nelle sue splendide vir­tù, facendole cioè oggetto costante della propria riflessione e imitazione, è impossibile che non si cresca interiormente; è impossibile che si conti­nui a vivere nella dimenticanza di Dio e dei doveri del proprio stato. Vivere in Maria è, quindi, come porsi nello stampo, di cui già si faceva cenno, nel quale Cristo stesso si è formato. E vivere in Maria significa anche vivere nel più totale abbandono nelle sue braccia. Forse non esiste, al mondo, immagine più bella del bimbo che, sereno, dorme tra le braccia della mamma. La forza del bimbo sta proprio nella sua debolezza e nel suo abbandono a chi l'ama. Dio vuole che sia­mo così nelle braccia di Maria. È quanto vuol dire la consacrazione, spingendo a vivere in Maria. La vita presenta, per tutti, lotte e disagi e pe­ricoli e sofferenze a non finire. Ci si aiuta con gli amici, con gli accorgimenti della ragione e della scienza, con le precauzioni e l'esperienza... Trop­po poco per risolvere... C'è bisogno di una certez­za assoluta, di una garanzia che faccia dormire sonni tranquilli. È qui, soprattutto, che ha buon gioco, l'amore di mamma. Chi può dubitare di questo amore? E, tuttavia, anche la mamma è una povera creatura e le sue possibilità sono impari al suo amore sconfinato. Maria è invece l'onnipoten­te Madre di Gesù, che ama i suoi figli con un amo­re infuso in Lei da Dio stesso. Abbandonarsi a Lei, dormire tra le sue braccia senza tralasciare, affat­to, gli impegni o quanto doverosamente è da farsi: è questo il grande segreto della serenità dei santi, che, anche squassati dall'uragano, riuscivano a conservare calma e serenità interiore. Logico: era­no, appunto, nelle braccia della Migliore delle mamme!

La medicina è nella continua ricerca di lenire e vincere il dolore e la morte: una impresa che non riuscirà mai del tutto, perché né il dolore né la morte saranno vinti completamente, prima della fine del mondo. Nel mondo dello spirito, invece, la ricetta per vincere tutto, esiste: radicarsi sem­pre più nell'amore e nell'abbandono alla Mamma celeste.

Esempio. Il S. Rosario, recitato da solo e so­prattutto in comune, in famiglia, potrebbe essere la preghiera ideale che crea il clima di Maria in cui ritrovarsi continuamente. Il Rosario, infatti, aborrito da satana, è stato sempre la gioia e il segreto di innumerevoli uomi­ni piccoli e grandi. Già anche i grandi!... Federico Ozanam, ancora studente universi­tario, entrato un giorno nella chiesa di S. Stefano, a Parigi, vi trovò un uomo in ginocchio che, tutto raccolto, recitava il Rosario. Lo guardò bene e con sua grande meraviglia, vi riconobbe uno dei suoi professori dell'Università, il grande matematico e fisico francese Andrea Ampère, noto in tutto il mondo. Quel Rosario di Ampère - dirà poi Oza­nam - mi ha commosso e convinto più di mille prediche ». Un altro celebre uomo, devoto del Rosario, fu Daniele O'Connel, il difensore e liberatore dell'Ir­landa. Un giorno si discuteva in Parlamento una legge contro la libertà d'Irlanda. Urgeva una pron­ta e abile risposta, perché il voto era imminente. Gli occhi si volsero, tutti, al seggio di O'Connel, ma lui non c'era. Corsero a cercarlo. Lo trovarono in una sala, intento a recitare il Rosario. «Veni­te! », gli grida un amico e gli spiega in breve la si­tuazione, cercando di trascinarlo subito alla tri­buna. O'Connel, calmo e sereno, risponde: «La­sciatemi finire questo Rosario. Esso vale di più per la causa dell'Irlanda che ogni eloquente di­scorso». Ancora. Garcia Moreno, il grande Presidente della Repubblica dell'Equador, assassinato dalla massoneria in odio alla religione nel 1875, era de­votissimo della Madonna. Trovandosi un giorno in mezzo a degli operai irlandesi chiese loro: «Amate molto la Madonna in Irlanda?». «Oh sì, con tutto il cuore». «Ebbene, figliuoli - disse il Presidente - inginocchiamoci e recitiamo il Rosario, affin­ché possiate perseverare nell'amore e nel servizio di Dio». E tutti in ginocchio, attorno al Presiden­te, a recitare con gran fervore e con gli occhi umi­di di pianto la corona di Maria. Un quarto grande. Ferdinando Foch, Mare­sciallo di Francia, colui che durante la prima guerra mondiale assunse il comando dell'esercito alleato e lo condusse alla vittoria, lasciò scritto: «Conservo preziosamente l'atto di consacrazione alla Madonna da me pronunciato al Collegio di Saint-Clément di Metz: tengo ad esso come alla pupilla dei miei occhi ». Un giorno, il canonico Bel­leney gli chiese: «Maresciallo, ha una devozione profonda alla Madonna di Lourdes?». «Ho recitato il Rosario tutti i giorni della mia vita». «Anche nelle ore delle maggiori battaglie?». «Anche al­lora».

Fioretto. Fatti promotore della recita quoti­diana del santo Rosario alla Madonna. Soprattut­to della recita comunitaria in famiglia.

Giaculatoria. È bello, o Maria, in Te dar lode, al Signore e cantare al suo Nome.

 

Ventunesimo giorno - VIVERE PER MARIA

Il fine è quello che fa operare. Il miraggio di una laurea, di un posto desiderato e simili, metto­no in moto le forze operative per arrivarvi. Il Montfort, invitando il consacrato a vivere per Maria, intende proporla come il fine stesso della vita?...

1. Fine supremo di tutto è solo Dio

Il fine supremo di tutto non può essere che Dio solo, essere supremo, felicità totale ed eterna bellezza. Ogni altro fine è transitorio e inadeguato all'uomo. Si può infatti lavorare e perseguire il bene dei figli, il successo nel mondo, la soddisfa­zione del cuore e qualunque altra cosa: ma tutto questo non è, né può essere il fine supremo del­l'uomo. Tutto infatti finisce, mentre in ogni cuore c'è la sete dell'eterno e dell'infinito. L'inanità di tali fini appare soprattutto a chi crede che non tutto finisce con la morte. Abbiamo già, a più riprese, accennato a que­sto fine supremo della vita. Aggiungiamo e riba­diamo qui che, pur senza condannare l'aspirazio­ne e il conseguimento di fini temporali - (si può e, spesso, si deve, aspirare al matrimonio o alla realizzazione della propria persona; si può aspira­re ad un benessere che consente di vivere dignito­samente; si può aspirare al successo in politica o in arte, ecc.) -, essi mai dovranno costituirsi co­me fine supremo della vita, sostituendosi, pratica­mente, al fine essenziale.

2. Per meglio raggiungere detto fine

A meglio raggiungere detto fine, i santi esor­tano a vivere ed operare per Maria. Non sono gio­chi di parole o sotterfugi per porre Maria al posto di Dio. Si tratta, piuttosto, tenuto conto special­mente della psicologia dell'uomo, di una scorcia­toia o di una via più facile per raggiungere la me­ta suddetta. Abbiamo accennato alla psicologia. Infatti, Dio può apparire, spesso, troppo astratto e lontano alla povera mente umana, che non rie­sce a formarsene un'idea. Anche la sua Maestà può far paura, specie ai più deboli e peccatori. Ge­sù stesso, pur essendo pienezza di bontà e di mise­ricordia - lo ripetiamo -, è sempre Dio, e maga­ri, anche riflettendo sulla sua tremenda passione, si è quasi tentati di pensare che lui poteva soffrire così, perché era... Dio! Sono concezioni erronee, d'accordo, ma che possono far capire perché, più frequentemente, ci si rifugi in Maria, come aduna realtà protettiva, sotto tutti i punti di vista. Proba­bilmente per questo anche, Gesù stesso volle dare sua Madre agli uomini. Vivere, allora, per Maria vorrà significare che si opererà, ci si mortificherà, si vorrà camminare ecc. per far piacere alla Mamma, per avvicinarsi, più che possibile, ad un modello così radioso. Per­ché operare così può sembrare più facile, più im­mediato e concreto, senza nulla togliere a Dio, a Gesù, dal momento che tra Maria e Gesù c'è iden­tificazione quasi completa, e tra la volontà di Dio e quella di Maria c'è assoluta consonanza. S. Mas­similiano Kolbe diceva che fare la volontà dell'Im­macolata è lo stesso che fare la volontà di Dio.

3. L'onore di essere agli ordini della gran Regina

Ma vivere e operare per Maria può e deve si­gnificare, anche, combattere ed essere alle dipen­denze di Lei. Lo si sa. Dio ha scelto Maria come la condottiera suprema delle grandi battaglie con­tro il male e il peccato. Maria combatte, come nes­suna altra creatura, per la gloria di Dio, per l'av­vento del regno del suo Figlio sulla terra e nei cuori. «Porrò inimicizia tra te (serpe infernale) e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gen 3,15). Combattere per Maria, in pratica, è far parte della sua stirpe; è stare ai suoi ordini, e combattere le sue battaglie, facendo uso delle ar­mi da Lei suggerite, per arrivare alla vittoria. È schierarsi, incondizionatamente con Lei, per la vittoria di Cristo. Una possibilità che è grandissima degnazione: è sempre grandemente onorifico, infatti, poter es­sere agli ordini di un grande capitano, per condi­viderne rischi e dolori, ma anche gioie e vittorie sicure.

Vivere per Maria è anche vivere per onorare e celebrare Dio nella più stupenda creatura, usci­ta dalle Sue mani. Tutto in Maria è di Dio e tutto è alla di Lui gloria. Tutte le genti mi chiameranno beata... È feli­cità poter far parte di questo coro, voluto e prepa­rato da Dio stesso!

Esempio. P. Massimiliano M. Kolbe! Aveva gi­rato il mondo intero, aveva costruito due «Città dell'Immacolata», centri pulsanti di uomini e di macchine, aveva inondato il mondo di stampa buona per la gloria della sua Regina, l'Immacola­ta. Ora, preso dai nazisti, è nel campo della morte di Auschwiz, ridotto a un numero: 16670. Attorno a lui c'è l'odio, la disperazione, la morte. Un gior­no un prigioniero scappa. Non ritrovato, la rap­presaglia arriva, spaventosa: dieci prigionieri mo­riranno di fame. Era la morte che più faceva tre­mare. 1 dieci furono scelti, alla cieca: «questo... quello... quell'altro... ». Era il destino - avrà detto più di qualcuno - che, implacabile, si abbatteva su povere vittime indifese. Tra queste c'è chi ge­me, chi si dispera, chi pensa ai suoi lontani. «Oh mia povera moglie, miei poveri figli che non rive­drò mai più» esclama nei singhiozzi il sergente po­lacco Francesco Gajowniczek. Chi accoglierà que­sti gemiti disperati?... Ma ecco, il prigioniero n. 16670, non chiamato, si azzarda ad uscire dai ran­ghi, e tra lo stupore generale, chiede al comandan­te di «morire al posto del suddetto condannato». « E perché?...». «Sono vecchio e buono a niente... mentre questo povero uomo - e accennava al suddetto sergente - ha figli e certamente può es­sere più utile di me alla società...». «Chi sei tu?»... «Prete cattolico». Un lungo silenzio, poi: «Sia». E P. Kolbe scende, con gli altri sventurati, nel bun­ker della fame. L'amore è più forte della morte. Egli fu la luce che illuminò a giorno l'antro della morte. Mentre le viscere si accendono del fuoco della febbre e della follia, si prega, si canta. È lui che intona, è lui che guida. Si muore... cantando! L'ultimo a presentare il braccio alla puntura di acido muriatico - mezzo per disfarsi dei pochi superstiti che, occorrendo la cella per altri sven­turati, non si sbrigavano a morire - fu lui, P. Kol­be. Un minuto dopo, seduto in un angolo, col cor­po stranamente netto, lo si vide con gli occhi rag­gianti, fissi nella sua ultima visione di pace... di Maria, la sua Dama, la sua gloria! Forse la più splendida vittoria dell'amore sul­l'odio, ottenuta da Maria, in questi ultimi tempi, sul serpe infernale!

Fioretto. Se vuoi divenire più esplicitamente «soldato» di Maria, iscriviti alla Milizia dell'Im­macolata, ideata, appunto, per combattere le for­ze del male, dice l'Immacolata.

Giaculatoria. Concedimi, o Maria, di lodarti, dammi forza contro i tuoi nemici.

 

QUARTA SETTIMANA: LA «MISSIO»

Ventiduesimo giorno - STRUMENTI DI AMORE E DI MISERICORDIA

In una bella preghiera, vergata nello spirito di S. Francesco d'Assisi, si dice: «Oh Signore fa' di me uno strumento della tua pace. (...) Dove è dubbio, che io porti la Fede. Dove è errore, ch'io porti la Ve­rità. (...) Dove sono le tenebre, ch'io porti la luce». La consacrazione, specie quella ideata da S. Massimiliano M. Kolbe, è anche un esplicito impe­gno di voler partecipare alla missione dell'Imma­colata. Così egli si esprime nella formula di consa­crazione quotidiana: «Solo ti chiedo, o mia augu­sta Regina, di cooperare fedelmente alla tua mis­sione per l'avvento del regno di Gesù nel mondo». Il consacrato intende divenire «strumento» di gra­zia e di salvezza per tutti.

l. Essere strumento

Che significa essere strumento?... Strumento, praticamente, è chi collabora con la causa principale o produrre un effetto. Così lo scrittore si ser­ve, come strumento, nella sua opera, della penna; l'artista si serve, per esprimere le sue creazioni, del pennello o dello scalpello o delle note musica­li, ecc. In tutte le cose prodotte dalla creatura, la causa principale di tutto è sempre Dio, che dà l'es­sere e l'atto. Coloro che, immediatamente, produ­cono qualcosa sono strumenti e cause secondarie. Così la vita è dono di Dio, che viene elargita attra­verso i genitori, strumenti di Lui. Anche nel mondo spirituale ci sono cause principali e cause secondarie o strumentali. Il perdono che salva, la grazia che divinizza l'anima, la conversione che strappa l'anima dalle mani di satana, ecc. sono tutte opere di Dio. Ma Dio le compie, ordinariamente, attraverso la sua Chiesa, servendosi di anime, come di strumenti. Le mera­viglie di Dio, che, appieno, si conosceranno solo in cielo, si realizzano quasi sempre così, e cioè attra­verso la mediazione di anime, di strumenti, scelti da Lui. Perché Dio si serve di strumenti?... Non certa­mente per impotenza, Lui che è l'onnipotente e tutto può. E neanche per umiliare l'uomo, ma piuttosto proprio per elevarlo ad una dignità altis­sima. Egli, infatti, è così ammesso a collaborare con Dio. Degnazione altissima, per povere creatu­re, limitate e carenti!

2. Strumenti di amore e di grazia

La consacrazione vuol fare dell'anima uno strumento di amore e di misericordia, per il bene di tutti. Si offrono, infatti, i poveri beni propri e tutto ciò che si possiede alla Madonna, perché Es­sa possa servirsene per ottenere da Dio quante più grazie e misericordia possibile, e distribuirle a tutti coloro che ne hanno più bisogno. Bisogna qui notare che, se il mondo non viene sommerso e distrutto dagli stessi suoi innumere­voli peccati e scandali, molto probabilmente lo si deve alle preghiere e sofferenze e lagrime di ani­me nascoste. Dieci giusti sarebbero stati suffi­cienti per salvare Sodoma e Gomorra: sarebbero stati strumenti, anche se inconsapevoli, della gra­zia del perdono e della misericordia. In verità, questa cooperazione misteriosa di salvezza, avviene già, per la realtà del Corpo Mi­stico. Anche qui, come nel corpo fisico, ogni cellu­la o membro non vive solo per sè, ma dà e riceve. E così il bene da chiunque operato si partecipa e si effonde come la luce, a benefizio di tutti. Ciò si­gnifica che ogni anima, già solo che vive la sua vi­ta di grazia, è strumento di vita per tutti, strumen­to di grazia e di amore per tutto il Corpo Mistico. Ma c'è ancora di meglio di questa condizione comune delle anime in grazia. L'essere strumento di misericordia e di grazia, per vera e propria vo­cazione di amore.

3. La consacrazione, vocazione ad essere strumen­ti di grazia

Così l'ha concepita - certamente per ispira­zione superna - S. Massimiliano Kolbe. Ci si con­sacra all'Immacolata, affinché come Lei è stata ed è strumento impareggiabile di grazia e di miseri­cordia per il mondo intero; così si divenga, nelle Sue Mani, strumenti di grazia e di misericordia per quante più anime è possibile. La consacrazione, così intesa, si richiama, quindi, non solo alle promesse battesimali, ma, chiaramente, anche alla vocazione che viene al cristiano soprattutto dalla Cresima, a cui già si è accennato. È questa una prova di più di come la consacrazione sia, in pratica, un nuovo e decisivo ritorno alla realtà cristiana, alla quale sono ordi­nati, così particolarmente, i sacramenti del Batte­simo e della Cresima.

L'essere strumento significherà non solo una vita spesa per la salvezza dei fratelli; ma questa salvezza sarà perseguìta soprattutto - attraverso la donazione e l'obbedienza più totale - col dive­nire strumenti docilissimi, nelle mani della Ma­donna. Più infatti lo strumento obbedisce docil­mente alla causa principale, più è adatto a rag­giungere lo scopo. Più si lascia maneggiare in pie­no dall'artista, più compirà, assieme alla causa principale, meraviglie.

Gli strumenti di cui si serve il male, il diavolo, sono tanti. Meravigliose invenzioni come la stam­pa, la televisione e scoperte scientifiche, che po­trebbero essere strumenti incomparabili di benes­sere e di crescita dell'uomo, sono, spesso, diabolici mezzi di perversione e di offesa a Dio e all'uomo. Come è urgente, allora, che ci siano tanti tanti strumenti docili, agli ordini della gran Regina, per l'elevazione morale e spirituale di tante anime!

Esempio. Gabriele Friseau, uomo coltissimo, noto negli ambienti letterari ed artistici di Fran­cia, scrisse, un giorno, una lettera accorata al grande poeta Paul Claudel. Gli confidava di essere uno smarrito, di non saper in chi credere e spera­re. E gli chiedeva lumi e consiglio: «Non posso do­mandarli che a voi, perché i vostri libri hanno scosso fino al fondo il mio spirito e il mio cuore». Claudel così rispose all'amico: «Anch'io ho avuto una giovinezza del tutto simile alla vostra, un'in­fanzia devota, una giovinezza collo studio avvele­nato dalla filosofia di Kant e di Rénan. Fu que­st'ultimo miserabile che ha pronunciato la più or­ribile bestemmia che sia mai uscita da labbro umano: 'Forse la Verità è triste". A quell'epoca credevo che non vi fossero misteri nel mondo, che tutto si spiegasse con le "leggi scientifiche" e che la macchina dell'universo potesse essere smonta­ta come un congegno meccanico. Nel Natale del 1886, assistendo ai Vespri in Notre-Dame e ascol­tando il Magnificat, ebbi la rivelazione di un Dio che mi tendeva le braccia. Dopo quattro anni di studio e di lotta interna mi confessai e comunicai, e da quel momento tutti i dubbi disparvero e non ho cessato di credere, fino al più umile jota, tutto quello che insegna la Santa Chiesa Cattolica, uni­ca infallibile depositaria della verità. Ho potuto peccare, ma non ho mai cessato di credere nell'a­more che il mio Dio ha per me e nell'indefettibile tesoro che Egli ha posto nelle mani dei Suoi Sa­cerdoti... Credetemi, non esitate più. Çonfessatevi e fate la Comunione il più spesso possibile. Pren­dete e mangiate. Bevete la vita alla sorgente, e tut­ti i vostri dubbi vi appariranno cose ben vuote e miserevoli. Umiliatevi; praticate le devozioni più umili, la Via Crucis, lo scapolare, e soprattutto il Rosarion che è una invenzione meravigliosa. Nu­tritevi tutti i giorni di quel dramma sublime che è la Messa. Infine costringetevi con viva forza - questa è la cosa più penosa senza dubbio per uomini come voi e come me - alle opere di carità. Partecipate per esempio ad una Conferenza di S. Vincenzo de' Paoli. Questo è il segreto di una vita interiore abbondante... Siamo fatti per la gioia; l'uomo non ha che un dovere al mondo, che è di possederla; e tale gioia non la si trova che nell'u­nione con la sua sorgente» (Paul Claudel).

Fioretto. Impegnati a obbedire, in tutto e per tutto, ai genitori, alle leggi, ecc. È così che il gran­de Artista può disporre di te, per i suoi progetti di amore.

Giaculatoria. Fa' di me, Vergine SS., uno stru­mento della tua bontà e della misericordia di Dio.

 

Ventitreesimo giorno - POSTOLI DI CRISTO

La consacrazione, che è una pratica rinnova­zione delle promesse battesimali e della vocazione avuta nella cresima, dà come un mandato, quello di essere cristiani coerenti e ferventi apostoli di Cristo.

1. Evangelizzazione e apostolato

Il Signore si scelse dei discepoli, che, dopo averli formati al suo spirito, inviò a predicare, ad annunciare l'avvento del regno di Dio. Evangelizzare significa far conoscere il Van­gelo per trasformare gli uomini in una nuova umanità, adoperandosi a creare una nuova co­scienza.

Il mandato di evangelizzare è un mandato per tutti, in forza soprattutto della Cresima: «Per mandato divino alla Chiesa incombe di andare nel mondo universo a predicare il Vangelo ad ogni creatura». «Tutta la Chiesa è missionaria, e l'o­pera evangelizzatrice è un dovere fondamentale del Popolo di Dio ». L'evangelizzazione la si fa con tutti i mezzi le­citi: con la predicazione, la testimonianza di vita, la catechesi, l'amministrazione dei sacramenti, con la lotta all'errore e al peccato. La si fa soprat­tutto col sacrificio, la preghiera, la sofferenza.

2. I vari fronti dell'apostolato

Se tutti sono coinvolti nell'apostolato, quali sono i fronti nei quali operare? Sono due i princi­pali - come si esprimeva P. Kolbe - e cioè il fronte dell'io, quello dell'ambiente in cui si vive e si opera. Il fronte dell'io. Il primo a dover essere con­quistato a Cristo è la propria volontà e il proprio cuore, con la lotta sincera al peccato, con la di­struzione dell'amor proprio, con l'acquisto di tut­te le virtù, specialmente dell'umiltà dell'obbe­dienza, della purezza di costumi. Il fronte del pro­prio io: il fronte più importante, perché è quasi impossibile operare il bene, se lo strumento non risponde alle sollecitazioni di Dio e della grazia. Il fronte dell'ambiente. Bisogna evangelizzare e conquistare a Cristo il luogo dove si vive e si opera: l'officina, la scuola, la redazione, ecc., e so­prattutto la famiglia, il primo e più importante luogo dove ci si apre, per prima, alla vita e alla so­cietà. Bonificare la famiglia, farvi regnare la pre­ghiera, la parola di Dio, preservarla da l'inquina­mento di false dottrine e false morali. Opera im­portantissima dal momento che, oltre tutto, la fa­miglia è, per ogni uomo, o il trampolino di lancio a buone conquiste nella vita o, anche, purtroppo, la tomba dove si soffocano semi preziosi.

3. L'apostolato sgorga dalla fede e dall'amore Ma la vera azione apostolica può sgorgare so­lo da fede ardente e da vivo amore. Chi, infatti, credendo nella verità della reli­gione, si rende conto di quali ineffabili beni è por­tatrice la fede, è consapevole pure quale immensa disgrazia sia, per l'anima, il non credere e il non vivere in grazia.

Per le anime, che non trovano la luce della ve­rità, e che, magari, continuamente vengono ingan­nate dal maligno, egli sentirà una immensa pietà, e farà di tutto per aiutarle.

Ma sarà, soprattutto, il cristiano consacrato

alla Madonna, a dover capire, che non può vivere la propria fede in maniera intimistica e solitaria. E pregherà, soffrirà, metterà a disposizione il suo essere e le sue risorse, susciterà energie... In una parola, sentirà come nella carne viva, il dramma dei lontani e dei peccatori, e tutto tenterà per sal­vare i fratelli. L'apostolato è azione di fede e di amore. Di amore ai fratelli e di amore, non meno, al Signore. Chi ama, infatti, non può non condividere, fino in fondo, gli interessi della persona amata. E come può non soffrire e non impegnarsi, vedendo che Cristo è ancora tanto misconosciuto e rifiutato?... Sono considerazioni così ovvie, eppure, trop­po spesso, i cristiani si mostrano apatici, indiffe­renti a problemi così seri. Non è, anche questo, un inquietante segno dell'intiepidimento della fede e della scarsezza di amore?... Ci si commuove, sì, per i bambini che muoiono di fame e simili, ma per le anime che rischiano il fallimento finale, quasi non ci si accorge!

La consacrazione a Maria dovrebbe spazzare via quello che sembra, oggi, prevalere, anche in larghi strati cristiani, l'egoismo. Anche se, così frequentemente, si parla di fraternità, di comu­nione, di solidarietà e simili. Troppo spesso gli al­tri sono riguardati come estranei, con i problemi dei quali, nulla si ha da spartire. Ritrovare il senso dell'apostolato potrebbe e dovrebbe essere un ottimo frutto della consacra­zione. Come si apparterrebbe, veramente, a Ma­ria, se si rimanesse insensibili e indifferenti al dramma dei fratelli? «Avete visto l'inferno, disse la Madonna ai tre bambini di Fatima, il luogo dove vanno le anime dei poveri peccatori, perché non ci sono anime sufficienti che si sacrifichino per loro»! Parole da meditare, per trarne tutte le conse­guenze!

Esempio. Si può e si deve essere apostoli in qualunque stato e con qualunque professione. Un esempio, tra gli altri, è dato dal grande scrittore toscano Domenico Giuliotti. Nel periodo scolasti­co universitario, era rimasto contagiato dai veleni del laicismo e dell'ateismo, divenendo un vessilli­fero del verbo socialista, repubblicano, laicista e anarchico. Ma per lui e su di lui vegliavano due Madri, quella della terra che non cessava di prega­re per lui, e quella Celeste, che egli mai aveva scacciato dal cuore. E così - come egli racconta: «Ritornai lentamente, a tappe, trattenuto da dub­bi, sospinto da speranze, rischiarato da luci im­provvise, attirato da richiami angelici, ma ritor­nai infine, pentito e redento, tra le braccia di mia madre che m'aspettava, da anni, senza aver mai disperato. Ritornai a Dio». Divenne un cristiano tutto di un pezzo, viven­do del proposito di «divenire tutto di Gesù Cristo, facendosi trasformare dalla rigenerazione mistica nel seno materno di Maria, in tutto e contro tut­to». E, in effetti, Giuliotti ebbe per Maria una de­vozione commovente. Ne scrisse in prosa e in poe­sia. Soprattutto in «Canne d'organo» ne rilevò e cantò i momenti più significativi della sua vita. Nella composizione «Rosa autunnale» del 1914, Giuliotti si rivolge alla Vergine, a invocarne, ancora una volta, la protezione, in vista special­mente del vicino approdo all'eternità. Tornato, ca­rico di miserie, dalla regione del peccato, egli con­fessa che «schiava del corpo, l'anima ha paura, sotto il flagello, di non essere forte» e grida, gioio­so, per la riconquistata felicità entro la culla della Vergine Maria: «Trentasett'anni, Vergine, è che vo - stanco e cencioso come un vagabondo, - lungo il torto viottolo del mondo; - e quando e dove passerò non so. - Ma tu, che d'ogni sconsolato er­rante - segui, dall'alto, le intricate piste, - volti i begli occhi dal tuo Figliol celeste, - digli che m'apra le sue braccia sante... ». Tornato alla fede, ritrovata la gioia della Mamma, Giuliotti sarà un autentico apostolo e tanti ritroveranno la fede per lui, tra questi, il grande scrittore Giovanni Papini!

Fioretto. Sérviti, specialmente in questo mese di maggio, della testimonianza di una vita castigata e seria, di una buona parola, della preghiera per influire positivamente su quanti, attorno a te, sembrano lontani dalla vita autenticamente cri­stiana.

Giaculatoria. Vergine SS. fa che il mio lavoro sempre glorifichi il Signore e sempre illumini e santifichi i nostri fratelli.

 

Ventiquattresimo giorno - PASSIONE PER LE ANIME

La consacrazione è un atto grande di amore. Vissuta fino in fondo, alla maniera dei santi, non solo porta all'apostolato, come esigenza generica, ma facilmente diviene passione per le anime. In effetti, è questo uno dei grandi frutti che da essa si spera.

1. Passione per le anime

Si prova facilmente che le anime, create da Dio, redente dal Sangue di Cristo e santificate dal­lo Spirito Santo, sono una delle realtà più prezio­se dell'universo. Possiamo dire che il prezzo di un'anima è il sangue stesso di Cristo. Se, infatti, un Dio ha rite­nuto di dover rinunziare alla sua gloria e sotto­porsi a tutte le umiliazioni e sofferenze per salva­re anche un'anima sola, vuol dire che essa è di una preziosità senza fine. Deduzione confermata, in pieno, dal diavolo stesso. Egli, infatti, darebbe, volentieri, il mondo intero, in cambio di un'anima sola. Non disse egli, tentando Cristo, dopo avergli fatto passare, da­vanti agli occhi, la potenza e la gloria dei regni della terra: «Tutto io ti darò, se, prostrato, mi adorerai»? Quello che è certo, è che questo parlare rispon­de a verità. E, in effetti, - fa eco il Vangelo -: «A che vale guadagnare il mondo intero, se dovessi perdere l'anima tua?»... I santi hanno lo stesso linguaggio: anche per un'anima sola darebbero volentieri la vita e si sot­toporrebbero a tutte le sofferenze.

Si comprende, allora, che se la consacrazione vuol fare dei cristiani dei ferventi apostoli, è ap­punto per la grandezza della posta messa in gioco.

2. Conquistare con tutti i mezzi le anime

Se le anime sono più grandi dell'universo e se Dio stesso si è sobbarcato a tutto per salvarle, vuol dire che l'apostolato è dovere grande, che va fatto con tutti i mezzi leciti, a disposizione dell'uo­mo. Cosa non fa un uomo che ha la passione del danaro!... Cosa non fanno gli ambiziosi per arriva­re ai loro scopi... Cosa non si fa per lenire il dolore e salvare un corpo dalla morte! Cosa non si dovrebbe fare, allora, per le ani­me!... Ma come fare per aversi o per accendere, nei cuori, la passione delle anime? Ecco, se il cristiano, poco a poco, proprio a mezzo della consacrazione, cominciasse a risco­prire i grandi valori dello spirito; se riflettesse se­riamente su l'opera della salvezza, voluta da Dio, a costo di inaudite umiliazioni e sofferenze; se si lasciasse riempire dello spirito di Maria, la tene­rissima Madre avvocata dei peccatori, sarebbe quasi impossibile non rimanere contagiati dello stesso ardore dei grandi apostoli. Anzi, tenuta presente la situazione spirituale delle anime, oggi, quando cioè i valori materiali sembra abbiano preso il sopravvento su tutto; e considerato che si va affievolenìo, sempre più, il senso del peccato e la credenza della vita eterna, con la conseguente facile dannazione di tanti, la consacrazione dovrebbe essere un'arma e un se­greto di riconquista meravigliosa.

3. In contrapposizione a satana

Essere tutto di Dio, come vuole la consacra­zione, significa pure essere contro i nemici di Dio e delle anime. L'opera del demonio, tutta rivolta alla danna­zione delle anime, è, oggi, di una intensità forse mai vista nella storia. Urgono, perciò, per la salvezza del mondo, grandi santi e ferventi apostoli, con una vera pas­sione delle anime. Ce ne sono?... Ma sappiamo che il Signore può suscitarli quando vuole e come vuole. La consacrazione a Maria, che è una specie di mobilitazione generale degli spiriti, potrebbe es­sere anche come un invito a svegliarsi dal letargo, e una dolce sollecitazione a combattere le batta­glie di Dio, addirittura fino all'eroismo! Prima che sia troppo tardi!

Hai salvato un'anima?, dice S. Agostino, hai predestinato la tua. Sono parole di grande confor­to e incitamento. L'affaticarsi per le anime è quanto di più meritorio si possa immaginare. In effetti, la più grande carità non e quella che solle­va i corpi, pur così meritoria e necessaria. La grande carità si rivolge soprattutto all'ani­ma dove tutto ha riflessi eterni, e dove malattie e aspirazioni hanno gravità da vertigini!

Esempio. La passione per le anime!... Il Clau­del l'ha incarnata in Violaine, la protagonista del­l'Annuncio a Maria. Il dramma si svolge in un ca­stello. «Sono Violaine, ho diciotto anni, mio padre si chiama Anna Vercors e mia madre Elisabetta. Mia sorella si chiama Mara, il mio fidanzato si chiama Giacomo». Una giovane donna, dunque promessa sposa al ragazzo che ama. È felice nel suo amore. Chi invidia il suo amore e la sua felici­tà è Mara, che già nel nome significa «amara». Violaine, assieme a suo padre Anna Vercors e Pietro di Craon sono i tre personaggi cristiani del poema. Anna Vercors, il proprietario del castello, che ha mirabilmente fecondato la terra col suo lavoro, che regge cristianamente la sua famiglia e mantie­ne, a sue spese, un monastero di suore, non riesce più a vivere in una Francia sbandata, smarrita. Decide di andare in pellegrinaggio in Terra Santa per implorare da Cristo l'unità del suo popolo. Parte, tornerà, vivo, alla fine della storia descritta nel dramma. Ma quello che andava cercando in Terra Santa, era lì, accanto a lui e non se n'era ac­corto. L'avvenimento di grazia brillava, è presente sul volto di sua figlia Violaine. «Io ho avuto scan­dalo - dirà -, come un Giudeo perché la faccia della Chiesa s'è oscurata ed essa procede barcol­lando nell'abbandono universale. E ho voluto ab­bracciare il sepolcro vuoto e mettere la mano nel­la buca della croce. Ma la mia piccola Violaine è stata più saggia. O Violaine! fanciulla di grazia! carne della mia carne! Che vale il mondo rispetto alla vita? E che vale la vita se non per essere data? E perché tormentarsi quando è così semplice ob­bedire?». Pietro di Craon, un giorno aveva ceduto alla tentazione davanti alla bellissima Violaine cer­cando di possederla. Lei si ribella e riesce a sot­trarsi alla violenza. Dio castiga Pietro rendendolo lebbroso. Il progetto che Pietro aveva su Violaine era quello di uno qualunque: «Una piccola casa, un forno, una stanza per i bimbi». Ma lui era de­stinato ad una fecondità immensamente più gran­de. Glielo ricorda Violaine: «Non dovevo io pren­dere per me sola ciò che era di tutti... Cosa è me­glio Pietro? Che vi faccia parte della mia gioia o che divida il vostro dolore?». Violaine gli indica la sua via, il suo destino: «Costruttore di porte, la­sciate che vi apra questa». Pietro accetta la situa­zione creata dal suo sbaglio: dedicherà la sua vita a costruire la cattedrale, il segno dell'ideale a cui tutti tendono, «l'opera mia che Dio abita». Alla fi­ne della storia, egli benedirà il Signore «che ha fatto di me un padre di chiese». Ma all'inizio l'ac­cettazione era stata difficile. Il dolore del suo pec­cato e la sua lebbra contrastano con la gioia di Violaine. Ma è una gioia che abbraccia tutto l'uni­verso. Così sussurra la ragazza: «Perdonatemi, perché sono troppo felice». E in un impeto di com­passione lo abbraccia, lo bacia e gli regala l'anello che aveva avuto dal suo promesso sposo. La scena è vista da Mara. Al giorno del fidanzamento, Gia­como non vede l'anello al dito di Violaine. Mara, invidiosa della sorella e da tempo piena di passio­ne per Giacomo, davanti a questi l'accusa di tradimento. Violaine spiega, vuol far capire cos'è l'a­more gratuito. Ma Giacomo non intende... l'accu­sa di adulterio, le volta le spalle e la caccia dalla casa di suo padre. Sposerà Mara, complice la ma­dre di questa. Violaine, cacciata vivrà sola, ramin­ga. La lebbra, alla fine, la rende cieca. Offre tutto per la salvezza del mondo. Mara e Giacomo avran­no una figlia che però un giorno muore. Della morte Mara accusa Violaine, che si sarebbe così vendicata. Decide di andare da lei, le scaglia ad­dosso quel corpicino accusandola di uccidere i bambini. Violaine abbraccia la bambina morta, la ca­rezza e mentre la liturgia degli Angeli celebra - è Natale! - la nascita del Signore, una stilla di latte dal seno di Violaine tocca la bocca della bambina e le ridà la vita. Torna a vivere, ma la bambina non ha più gli occhi scuri di Mara, ma gli occhi az­zurri di Violaine. Mara sembra impazzita di gioia. Ma, a casa, Giacomo non riesce a distogliere lo sguardo da quegli occhi della bambina. Allora Mara, coerente nella sua gelosia criminale, torna dalla sorella e la ferisce mortalmente. Il corpo agonizzante di Violaine è raccolto da Pietro di Craon, ormai gua­rito per sempre dalla lebbra. Lo porta da Giacomo che, ormai, resosi conto di tutto, esige vendetta contro sua moglie Mara. Violaine gli chiede di perdonare, e prima di spirare gli dice: «Come è bello vivere e come immensa è la gloria di Dio!... Ma che buona cosa anche morire!...». Adesso il suo corpo è, sul tavolo, come ostia che dà fecondi­tà alla vita di tutti. Anche a quella di Pietro di Craon, per il quale l'anima delle sue cattedrali è il volto di Violaine: «Ora ho tutto - dice Pietro - tutto possiedo sotto le mie mani, come chi, salito con la scala sull'albero carico di frutti, sente che al peso del suo corpo cedono i rami folti. La grati­tudine dissugella la pietra del mio cuore. Oh, così io viva! Così io cresca unito al mio Dio». Il padre Anna Vercors, tornato a casa dal suo pellegrinare, riconosce anche lui il mistero che costituisce tut­te le cose. In breve l'immolazione di Violaine diviene lu­ce per tutti, fecondità per tutti. È questa un po' la passione per le anime degli apostoli di Cristo e di Maria!

Fioretto. Riflettendo che la sorte eterna delle anime dipende anche da te, accetta di fare i tuoi doveri quotidiani e di obbedire in tutto alle dispo­

sizioni della Chiesa, almeno per pietà di tanti fra­telli, in pericolo di perdersi eternamente. Giaculatoria. Regina degli Apostoli infiamma il mio cuore di zelo per le anime.

 

Venticinquesimo giorno - A SERVIZIO DELLA CHIESA

Maria SS. è la madre della Chiesa. Generando Gesù, Ella ha pure generato, in qualche modo, il suo Corpo mistico, e cioè la Chiesa. Della Chiesa, Ella è Madre e membro nobilis­simo, il collo che collega la testa alle altre mem­bra, o, secondo gli Ortodossi, il cuore che a tutto dà calore e vita.

1. La Chiesa di Cristo

La Chiesa di Cristo non si identifica col Vati­cano, né col singolo credente o vescovo ecc., avul­so dal Corpo. Sulla Chiesa ci sono, purtroppo, confusioni, errori, equivoci, fraintesi nei quali c'è, molto probabilmente, anche lo zampino di satana. Col discredito, infatti, gettato a larghe mani, è tanto più facile allontanare da essa le anime. La Chiesa è il Corpo Mistico di Gesù. E, cioè, Cristo non è solo Colui che, venti secoli fa, è apparso per le vie della Palestina in corpo e anima e divinità. Egli è anche il Capo di tutti coloro che, per la fede e il battesimo di acqua o di sangue o di desiderio (implicito o esplicito) sono a Lui uniti, misteriosamente inseriti nella sua Umanità. Lo ha detto Lui con il simbolo della vite: «lo sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano» (Gv 15,5 s.). Nella vite il succo è comune al tronco e ai tralci. Dunque, come un unico corpo, dove circola lo stesso sangue e dove ci sono, oltre alla testa, le altre membra, ognuno con il suo ruolo e la sua funzione. La Chiesa è una realtà visibile ed invisibile, temporale e metastorica, giuridica e carismatica: per comprenderne qualcosa, bisogna saperla ve­dere, perciò, in questa molteplice prospettiva e di­mensione.

2. La vocazione di ogni membro

Chi inserisce nella Chiesa è il sacramento del battesimo; chi vi assegna il posto e il ruolo, è la Cresima. Nella Chiesa, infatti, avviene un po', come nel corpo umano, dove nessun membro o cellula è inerte o solo passiva. La vita di tutti e il benessere dell'organismo sta proprio nell'armonica coope­razione e subordinazione reciproca. Anche nella Chiesa, benché operi soprattutto il Cristo, a mez­zo del suo Spirito, ogni membro è chiamato a dare il suo contributo di fede e di amore, di lavoro e di sofferenza. Si dona e, soprattutto, si riceve, ma la cooperazione è indispensabile. Prendere coscienza di questa realtà è urgente, soprattutto, per scuotere l'inerzia di tanti cristia­ni che tutto si aspettano dalla Chiesa (= il Papa e i Pastori e Sacerdoti), e restano a guardare, pas­sivi davanti al dilagare delle forze del male.

3. A servizio della Chiesa

Lavorare nella e per la Chiesa è, dunque, ob­bligo preciso di tutti i cristiani. In che modo si può e si deve lavorare?... Ecco­ne qualche esemplificazione: Con 1a santificazione di se stesso. Un membro guasto o inattivo è danno per tutto l'organismo. Con la partecipazione, ad ogni livello possibi­le, ai problemi e preoccupazioni che emergono, comunque, nella Chiesa. Partecipazione ad ogni li­vello: sentendo e soffrendo con essa, preoccupan­dosi e dando il proprio contributo a iniziative be­nefiche e coraggiose, evangelizzando e catechiz­zando, sotto la guida dei Pastori, partecipando a riti, funzioni sacre, ad Associazioni ecc., adope­randosi con tutti i modi possibili per il ritorno al­l'unico ovile delle pecorelle smarrite... Isolando il male e opponendosi alla sua diffu­sione, e favorendo tutto ciò che si fa per il bene delle anime.

Affievolitasi la fede, si è affievolito anche il senso della Chiesa che, spesso, viene criticata e contestata dagli stessi suoi figli, come una nemica da mettere alla gogna. E magari si crede a tutte le insinuazioni e calunnie sul suo conto. Ma nessuno può odiare la propria madre, sen­za macchiarsi di grave delitto. La Madonna vuole, con la consacrazione, che si ritorni ad un servizio umile e generoso alla Chiesa, come espressione del proprio amore filiale.

Esempio. Takayuki è il quinto dei sei fratelli che abitano una modesta casa alla periferia di To­kio. Cresciuto al culto buddista, a scuola si fa ono­re e si dedica allo studio delle lingue tedesca, in­glese, cinese. Come tutti i giapponesi, anche Takayuki fa tutte le mattine un profondo inchino, rivolto al palazzo dell'imperatore. A sedici anni si arruola volontario, nella seconda guerra mondiale, sce­gliendo l'arma aerea. Ottenuto il brevetto di pilo­ta chiede ed ottiene d'essere arruolato tra i kami­kaze, i volontari votati a sicura morte. Per il gio­vane educato nel culto dell'imperatore-dio che co­sa c'è di più bello che d'immolare la propria vita alla causa di Hiro Hito? «Non piangeva sua madre, allorché la vide partire?», le chiede una ragazza. «Oh, se piange­va! Se piangeva», ammette, mentre il suo volto si oscura di tristezza. Ciò nonostante, Takayuki Mat­suo parte, si arruola nel corpo dei volontari della morte, scrive il suo testamento, in attesa di essere sorteggiato per piombare, come un siluro umano, contro un aereo o una nave nemica. Più di duemi­la suoi compagni sono scomparsi, così, nel cielo degli eroi, ed egli attende, sempre più impaziente, il proprio giorno. Ma le bombe sganciate su Hiro­shima e Nagasaki pongono fine alla guerra, man­dando in frantumi anche il mito dell'imperatore­dio. Deluso nei suoi sogni e miti patriottici, torna alla periferia di Tokio senza speranza e senza de­sideri. Per colmare il vuoto interiore, si iscrive al­l'università, comincia ad insegnare matematica in una scuola media. Ma certi vuoti dell'anima non si riempiono facilmente. Comincia ad affacciarsi alla mente il pensie­ro: a che serve la vita?... perché non farla finita? E, un mattino s'avvia veramente verso il fiume, deciso a scomparire per sempre tra i flutti. Ma lungo il cammino un suono dolce di campane gli fa rallentare il passo. Lo guida anzi sulle soglie di una chiesa dove un sacerdote cattolico sta cele­brando la messa... «Non so perché - confesserà poi - sono entrato in quella chiesa. Ricordo solo che ci sono entrato: era la prima volta, da quando ero al mondo. Un uomo, al centro, compiva dei ge­sti e pronunciava delle parole per me incompren­sibili. Ma i fedeli rispondevano in giapponese e io capivo. Non ebbi alcuna impressione profonda, o almeno mi sembrò di provare soltanto curiosità. Tuttavia mi accorsi in quel momento che uscire per andare ad uccidermi sarebbe stato insensa­to». Torna a casa, scrive una lettera al parroco di quella chiesa, dicendogli che ha bisogno di aiuto. Gli viene indicato il Convento francescano di Na­gasaki, la «Città dell'Immacolata», fondata, anni prima dal P. Massimiliano Kolbe. Vi andò, vi in­contrò il famoso Fra Zeno, apostolo anche lui del­l'Immacolata e padre dei poveri conosciuto in tut­to il Giappone. Il giovane samurai resta affascina­to da questa figura di Frate. Gli incontri si molti­plicano. Sotto l'influsso materno di Maria, Ta­kayuki impara, piano piano, la lezione del perdo­no e dell'amore, conosce Cristo, diviene cattolico, chiede di divenire francescano... Il 14 marzo 1964, ad Assisi, sulla tomba di S. Francesco, tra il giubi­lo di amici, benefattori e parenti, si poneva a ser­vizio della Chiesa e delle anime, divenendo sacer­dote di Cristo. Presto sarà lui stesso ad amministrare il battesimo a sua mamma, illuminata an­ch'essa dalla luce di Gesù e di Maria!

Fioretto. La Chiesa ha bisogno di anime che si impegnino a lavorare nei vari campi dove essa la­vora. Vedi dove e come puoi collaborare, e prendi il tuo posto.

Giaculatoria. Madre della Chiesa, Maria, che tutta la mia vita sia sul tuo esempio - un servizio di amore nella e per la Chiesa.

 

Ventiseiesimo giorno - MPEGNO NELLA E PER LA FAMIGLIA

L'impegno dell'anima consacrata a Maria, proprio perché si rifà all'amore, non ha limiti, co­me, appunto, non ne hanno la fede e l'amore. Fede e amore che devono incarnarsi e divenire cultura, e cioè espressione di vita, nei singoli come nella famiglia, la prima e più importante cellula socia­le. Tanto più che proprio per la Famiglia Dio ha dato il sublime Modello della Sacra Famiglia di Nazaret.

1. La famiglia

La famiglia è creazione di Dio. Luomo fu crea­to maschio e femmina per la procreazione, che dà luogo, tutto naturalmente, alla famiglia. Essa è una immagine della Trinità dove c'è Padre (nella persona, in qualche modo, del padre o capo di casa), Figlio (nella persona, in qualche modo, del o dei figli) e Spirito Santo (nella persona, in qualche modo, della madre, cuore e anima di tutto). La famiglia è la prima società, nella quale vie­ne a trovarsi l'uomo, ed è anche la prima scuola dove deve apprendere a divenire uomo e cristiano figlio di Dio. Prima cellula della società, la famiglia è, per­ciò, Chiesa domestica dove si prepara la futura Società celeste. Grandissima, perciò, è la dignità della fami­glia. E grandissima la responsabilità dei genitori dai quali dipende non solo la vita fisica, intellet­tuale e morale dei figli, ma anche il loro eterno de­stino, almeno in qualche modo.

2. I compiti della famiglia

I compiti, nella famiglia, spettano, in modo diverso, al padre, alla madre e ai figli stessi, appe­na sono in grado di rendersene conto. a) 1 compiti dei genitori, tra gli altri, sono: nu­trire e conservare, al meglio, la vita fisica; istruire ed educare, aiutando, cioè, a far uscire l'uomo (educazione dal latino «educere» = trarre fuori) dalla notte degli istinti e delle passioni. 1 genitori sono gravemente impegnati, non meno, ad aprire ed educare alla religione, alla fe­de, e ad ogni più nobile valore etico e spirituale. Devono testimoniare, soprattutto con la vita,

la fede e l'amore. Genitori che non osservano la santa legge di Dio, che. cercano e vivono avventure amorose, ecc. scandalizzano e assassinano moral­mente i figli. 1 genitori hanno pure il compito di rendere la casa accogliente, calda di affetto e di comprensio­ne. Di qui, per es., la necessità di intrattenersi, sufficientemente, in casa, per stabilire e vivere la comunione degli affetti; di preoccuparsi dei pro­blemi dei figli, ecc. b) Compiti dei figli... Dei tanti, eccone alcuni: rispondere alle premure dei genitori con il rispet­to profondo, con l'obbedienza alle loro direttive e prescrizioni; col prevenire i loro desideri; col ri­cambiare con affetto sincero e gratitudine i loro sacrifici, le loro ansie e preoccupazioni; con l'as­solvere i doveri dello studio o della professione, ecc.

3. Come costruire la famiglia secondo il progetto di Dio

Una famiglia secondo il cuore di Dio deve fon­darsi e costruirsi: mettendo a base e a centro di tutto Dio, la sua santa legge, la religione, l'amore vero. Il dovere, perciò, della preghiera comunitaria e personale, l'ascolto e la pratica della parola di Dio, impeden­do dissacrazioni e profanazioni con letture, spettacoli ecc. non confacenti alla santità della fami­glia; puntando alla comunione dell'amore, accet­tando per questo anche i più grandi sacrifici e ri­nunce, tanto essa è importante. Senza amore, in­fatti, né si vive né si può costruire. È l'amore che fa accettare e superare le fatiche, i difetti recipro­ci, le prove della vita, il peso del monotono e gri­gio quotidiano; rispettando i ruoli e i compiti di ciascuno. I genitori devono saper conservare ed esercitare la necessaria autorità e amore grande tra di loro e per i figli. I figli non devono mai dimenticare di essere figli e perciò, al limite, essi devono saper rinunziare anche a legittimi desideri ed atteggia­menti, se essi fossero in contrasto con quelli dei genitori. Certo non si può, non si deve rinunziare ad un legittimo dialogo, ma è pur vero che, soprat­tutto, quando si tratta di norme superiori, i figli devono imparare a comportarsi nell'obbedienza totale.

Se la famiglia si ricompone secondo i canoni della Chiesa, di Dio, si potrà guardare con minori preoccupazioni al futuro dell'umanità. Troppo importante è la famiglia perché la si lasci in balìa di tutte le forze laiciste e paganeggianti. Vivere la consacrazione è anche dare, in famiglia, la dovuta importanza a tutto ciò che, nei dise­gni di Dio, ha preminenza.

Esempio. Un sacerdote è chiamato d'urgenza al capezzale di una moribonda. Arrivato, questa gli dice: «Padre, può darmi tutto il tempo che mi occorre? So che un religioso come Lei è sottoposo ad un orario. Rassicurata, la signora, aiutata dal Padre, cominciò la sua confessione. Per la sera stessa, chiese il santo viatico e la santa comunio­ne. Prima di ricevere gli ultimi sacramenti, l'infer­ma volle parlare di nuovo, a sola a sola col Padre. Gli consegnò un plico che il religioso non ricevet­te senza esitazione». «Non abbia paura, Padre, si tratta solo di cose che mi hanno accorciata la vita, non vorrei che a tante mamme capitasse altrettan­to... Lei, con tutte le debite cautele, pubblicherà queste cose a dieci anni dalla mia morte!,. Ricevette gli ultimi sacramenti e ringraziò commossa il Padre: «Vada pure, Padre... Mi pare di essere in pace con Dio». «Perchè dubitare? Ora io le dò ancora la mia benedizione, e con questo le auguro la buona notte. Se domani mattina avrà bisogno di me, io sono a sua disposizione... ».

Il Sacerdote aveva appena varcato la soglia e attendeva alla fermata del tramvai. Questo era già apparso, quando la portinaia corse a dirgli: «Re­verendo, quei signori di sopra la chiamano d'urgenza, la pregano di risalire... ». Egli ritorna e s'ac­corge che tutto era cambiato. L'inferma gridava come una ossessa; in una camera vicina i due suoi nipotini gridavano terrorizzati... La Suora e il ge­nero facevano sforzi disperati per tener ferma l'inferma sul letto, sul quale si dibatteva, e diceva di voler lasciare, perché bruciava in modo orren­do. La vista del sacerdote, invece di rabbonire l'in­ferma, la rese ancora più furiosa. I suoi occhi ri­velavano un odio implacabile: «Eccolo lì, mi ha parlato di misericordia. Mi ha detto che non dove­vo più pensare al mio passato. E ora non vede che il mio passato mi viene incontro. Essi sono lì, mi fissano uno per uno. Mi guardano con odio. Nes­suno di voi li vede. Ma io li vedo. Li vedo io quei volti, quegli occhi, quegli sguardi freddi, duri, co­me sempre »... Il sacerdote tenta di parlarle di con­fidenza in Dio. Poi asperge il letto di acqua san­ta... «Che crede che siano diavoli? Ma essi non so­no diavoli. A loro non fa paura l'acqua santa... ». «Le allucinazioni di una volta...», ripete il genero. «Allucinato sei tu. Le mie non sono allucina­zioni». Seguì un collasso. Il sacerdote riprende il libro per pregare... Ad un certo momento, l'infer­ma che sembrava ebete, strappa il libro dalle ma­ni del sacerdote e lo butta via: «A che serve ciò?... Non vede che io sono dannata? ... ». I presenti pre­gano. La Suora sgrana lentamente il Rosario della Madonna. Il Sacerdote s'avvicina ancora: «Gesù mio misericordia». La povera donna ripetè come poteva. Poi prese la corona, voleva farle baciare il crocifisso. Tese le mani, aprì la bocca come per baciare, ma poi le labbra si contrassero di nuovo: non si capì se quello era un bacio o un supremo gesto di disprezzo... E cadde immobile... Il povero Sacerdote terrorizzato, si domandava se quell'ul­timo gesto era stato la di lei salvezza o la di lei dannazione. Durante la Messa sentì una voce: «Uomo di poca fede perché dubiti?». In realtà, sotto il patrocinio della Vergine, la povera donna si era salvata ma a quale prezzo!... Ma perché tutto questo?... Ed ecco la storia che spiega tutto, storia che il sacerdote ha pubbli­cato esattamente dieci anni dopo, e cioè nel 1955. La donna, sposata, aveva avuto la prima bam­bina in un parto difficilissimo. Ora temeva di ave­re bambini. Il marito le aveva detto: «Cara, nes­sun limite alla Provvidenza». Ma la donna non era dello stesso parere. Suggestionata anche da un'a­mica mondana, cominciò ad avere un vero orrore per la maternità. E così avvenne la tragedia. Ebbe sette gravidanze e di tutte e sette si disfece; e lo fece così accortamente da non far sospettare di nulla. Intanto le cose precipitano. Il marito, ingiu­stamente accusato, viene spedito al confino: è il tempo del fascismo. Un giorno, lei, con l'unica fi­glia, prende parte ad una conferenza. Si parla del delitto dell'aborto. Lei non ne fu tocca. Le sem­brava ridicolo che un pugno di carne potesse ave­re un'anima. Ma quella sera cenò male. Con un sonnifero dormì fino a giorno inoltrato. Ma ecco che è svegliata da una voce: «Mamma». Sua figlia non era in casa, chi poteva essere? Cercò di riad­dormentarsi, ma dopo un quarto d'ora: «Mam­ma»! Erano più voci, ma fuse come in una sola: voci tristi, ovattate. La donna, questa volta, non accese la luce, non s'alzò: era paralizzata dal ter­rore. Cercò ancora di riaddormentarsi, ma ancora una volta la voce: «Mamma». La povera donna sal­ta dal letto, corre dalla domestica: «Non hai inte­so nulla?». «No, nulla... Saranno gli spiriti». Alla notte seguente, si buttò sul letto con una grande voglia di dormire, ma le voci, questa volta si fece­ro udire non una, ma due, tre volte: «Mamma!... Mamma!... Mamma!». Ebbe la forza di gridare: «Ma chi è che mi chiama così?». «Siamo noi, mam­ma, i figli che non hai fatto nascere...». E vide set­te figure che passavano davanti al suo sguardo al­lucinato dal terrore. La povera donna credette di impazzire: «No, mamma, è tutto vero quello che vedi. Tu non sei folle. Sei soltanto colpevole di averci uccisi nel tuo seno». La donna credette di morire. I sette bambini erano lì, tristi, severi. «Siamo una realtà, mamma, non ombre soltanto. Se vuoi te ne diamo un segno: pochi minuti fa il povero babbo è morto, ma non è con noi». La povera signora, superato lo spavento, si al­za, va da un sacerdote: «Mi dica, Padre, esistono gli spiriti?». «Sì che esistono, ma bisogna stare at­tenti alle allucinazioni». Andò ad un bar, per un cappuccino. Incontra un uomo che ha conosciuto suo marito. È lui che le farà sapere, il giorno dopo, che egli era morto la scorsa notte di angina pecto­ris... ». «A che ora? ... ». La donna cadde fulminata. La notizia corrispondeva in pieno a quanto le ave­vano detto quegli esseri misteriosi. Si sveglierà nel suo letto, con la figlia e la Suora che la veglia­no. Appena può, si alza, va dal sacerdote, gli rac­conta tutto. Cosa fare?... Il sacerdote le consiglia di fare una buona confessione, forse Dio ha per­messo tutto questo per salvarle l'anima. Le parla di misericordia e di perdono. Confidasse sempre qualunque cosa dovesse accadere. Le parole del sacerdote la rinfrancano, le danno speranza. Dopo qualche mese, ricominciarono le appari­zioni. La trattarono come pazza. Venne ricoverata in una clinica. Scrisse a un santo sacerdote: «Sono certo che il Signore per intercessione della Ma­donna non mancherà di farle la grazia, e anche presto». Di lì a poco, dimessa, moriva a quella ma­niera che abbiamo vista. Una salvezza di un'anima peccatrice, ottenuta a prezzo di un giudizio tre­mendo e nel quale, se rifulge la giustizia di Dio, non manca la misericordia di Dio e della Vergine.

Fioretto. Se ci sono disordini morali in casa, di qualsiasi genere, toglili subito e rappacìficati con Dio.

Giaculatoria. Gesù, Giuseppe e Maria proteg­gete e difendete la mia famiglia.

 

Ventisettesimo giorno - ELL'AGONE POLITICO-SOCIALE

La società è composta di uomini che ne sono come le cellule costitutive ed operanti. E come le cellule in un corpo, tutti i componenti della società, essendo direttamente toccati dal benes­sere comune, sono pure tutti cointeressati, più o meno direttamente, alla soluzione dei suoi pro­blemi. Ma, come nella famiglia, le responsabilità principali ricadono soprattutto su coloro che, per mandato del popolo, sono gli operatori di po­litica.

1. L'arte o scienza della politica

La politica è la «scienza del governo». Scienza o arte nobilissima. Posto infatti il criterio che «ha più valore quell'azione che ha un oggetto più nobi­le e più elevato, bisogna ammettere - dice S. Tommaso - che tra tutte le scienze pratiche la politica occupa il primo posto, e ha una funzione ordinatrice che mira al conseguimento del bene ultimo e perfetto delle realtà umane». Si parla della politica, nella sua essenza. La nobiltà di tale scienza o arte non viene intaccata dagli abusi che, da tutte le parti, se ne fanno, né dalla proliferazione di slogan da questi occasiona­ti, come, per es.: «La politica è sporca», o l'altro: «La politica è solo esercizio di potere sugli altri»; e simili.

2. L'impegno politico

Si potrebbe parlare di un impegno politico ge­nerale, per tutti i componenti la società. Ogni cit­tadino, cioè, è chiamato alla collaborazione al be­ne comune, con la sanità della condotta, con il vo­tare secondo coscienza, con i contributi al mante­nimento dello Stato, ecc. Un contributo che deve darlo soprattutto chi, come il consacrato alla Madonna, è più cosciente della inanità dei beni della terra, della necessità di aiutare soprattutto i poveri e gli indigenti, ecc. E sa che è, praticamente, furto qualsiasi inadem­pienza dei propri doveri, o il far convergere leggi e disposizioni ai propri interessi personali, più che al bene pubblico. Ma, parlando dell'impegno politico in senso più proprio, bisogna dire che chi può assumersi delle responsabilità di governo, per il bene comu­ne, non può, non deve tirarsi indietro. L'evadere, l'isolarsi, il boicottare qualsiasi azione politica è atteggiamento riprovevole davanti agli uomini e davanti a Dio. Come non è meno riprovevole su­bordinare il bene comune al proprio partito o alla propria ideologia.

3. Come far politica

Come far politica?... La consacrazione totale, dono di sè al Signore, ricorda soprattutto che: la politica è un servizio da rendere, più che un profitto da realizzare. Un servizio, perciò, da ren­dere con purezza di intenzione, con totale disponi­bilità delle proprie forze e del proprio tempo, fon­dando tutto su Dio e i valori eterni. E che per con­seguenza, la politica

è un modo di amare, come gli altri e, forse, meglio e più degli altri. E perciò anche con la poli­tica ci si può guadagnare la vita eterna, se ci si at­tiene, appunto, alla coscienza e alle regole del di­ritto e dell'amore autentico. Un ritratto di politico illuminato, tra i tanti, ce lo dà S. Agostino parlando dell'imperatore Teo­dosio. Dopo aver rivendicato e ristabiliti i diritti

del giovane Valentiniano, contro l'usurpatore Massimo, egli «Tornando vincitore (...) fece abbat­tere le statue di Giove (...) innalzate sulle Alpi, con­tro di lui (...), e con molta bontà, regalò i fulmini d'oro di queste ai corrieri (...). Non privò dei loro averi, anzi amò con carità cristiana e colmò di onori i figli dei suoi nemici (...). Dopo la vittoria non volle che si conservassero inimicizie private contro alcuno. Contrariamene a Cinna, Mario, Sil­la ed altri, che continuarono ad odiare i nemici an­che dopo le guerre, egli, quando queste scoppiava­no, si doleva di più di quanto desiderasse poi nuo­cere ai vinti dopo la vittoria. Nonostante tutte que­ste guerre, egli non cessò fin dal principio del suo Impero, di soccorrere, con leggi piene di miseri­cordia e di giustizia, la Chiesa militante che l'ere­tico Valente per favorire gli Ariani, aveva molto afflitta; e si compiaceva assai più di essere mem­bro di questa Chiesa che di regnare sulla terra. Co­mandò che dappertutto si abbattessero gli idoli dei gentili, ben sapendo che i beni della terra non sono in potere dei demoni, ma del vero Dio». Am­mirabile poi la sua umiltà, nel sottomettersi alla pubblica penitenza, impostagli dalla Chiesa, dopo un suo grave fallo. « Punito (...) ne fece tale peniten­za, che il popolo intercedette per lui, e piangeva af­flitto nel vedere afflitta la maestà imperiale... ».

Siamo in tempi nei quali - è stato scritto - «I nostri Stati hanno pervertito i fini escludendo Dio dall'orizzonte umano. Hanno decapitato l'uo­mo nel fine per cui è creato, ed esercitano una pressione enorme per disumanizzarlo». La consacrazione può aiutare moltissimo an­che a riparare sì grandi trascorsi e a collaborare per il risanamento della società e ad ottenere go­vernanti, che non siano come dei bambini inesper­ti. Un impegno, anche questo, di vita e di coe­renza!

Esempio. L'amore a Maria, l'attaccamento al­la fede porta, spesso, anche l'amore alla patria ai fastigi dell'eroismo. Siamo nel 1936. Mosca aveva mandato le sue truppe per capeggiare la rivoluzione, occupare la Spagna, per invadere quindi tutta l'Europa e far sparire la religione cattolica dalla faccia della ter­ra. Ma sulla Spagna vegliava Maria, amatissima dagli Spagnuoli. La rivoluzione rossa trionfava, in gran parte della Spagna, contrastata solo dalle truppe del ge­nerale Franco. Uno degli episodi più gloriosi della resistenza, avvenne nella famosa fortezza di Alca­zar, presso Toledo. Circondata da tutte le parti, continuamente sotto il fuoco dell'artiglieria, su di essa si rovesciavano dalla terra e dal cielo tonnel­late di esplosivi ad alto potenziale. I difensori re­sistevano, ma fino a quando avrebbero potuto far­lo?... Si trattava di arrendersi o di immolarsi del tutto. La decisione: arrendersi mai e poi mai! Mo­rire se era il caso, per arrestare la marcia degli in­vasori. Perché, se umanamente non c'erano spe­ranze, restava sempre la fiducia in Maria. Nell'in­fermeria della fortezza c'era, appunto, una statua della Vergine, proclamata solennemente dal co­mandamte la loro «Capitana» e alla quale si era­no, tutti, votati. Davanti a Lei recitavano le loro preghiere; mai era lasciata sola, essendosi stabili­to un servizio di onore e recandosi ai suoi piedi, ogni quarto d'ora, a recitare il santo Rosario. Ma ecco, un giorno, squilla il telefono. Si pre­senta a rispondere il comandante in persona, il co­lonnello Moscardò. «Con chi parlo»? «Col capo dei militi rossi. Esigo la capitolazione immediata. Vostro figlio è nelle mie mani e sta per essere fu­cilato, se voi non vi arrendete». «Voi potete ucci­dere mio figlio, tutta la mia famiglia, ma io non verrò meno al mio dovere». «Forse credete che le mie siano solo delle vane minacce. Ecco qui vo­stro figlio che vi parla...». «Addio, papà!». «Che c'è, figlio mio?». «Niente di particolare, papà. I rossi dicono che mi vogliono fucilare, se tu non ti arrendi». «Tu conosci il mio pensiero, e se sei si­curo che ti vogliono fucilare, raccomanda la tua anima a Dio; grida: Viva la Spagna! e tu sarai un martire». «Ti mando un bacio affettuoso, babbo! ». «Anch'io, figlio mio, ti bacio col cuore». E il figlio diciottenne, morì gridando: «Viva la Spagna! Viva Cristo Re! ». Un giorno un raggio di sole, un sorriso del­l'Immacolata venne a rallegrare gli assediati del­l'Alcazar. Un aeroplano dai colori nazionali, lasciò cadere un involto e si dileguò. Fu aperto: ne uscì la bandiera rossa e gialla dei nazionali con un messaggio di Franco che incoraggiava la loro resi­stenza e giurava di liberarli: Fu una esplosione di entusiasmo: «Non siamo più soli. Viva la Spagna! Viva l'Immacolata! Essa ci salverà! ». Intanto gli assedianti avevano scavato un tun­nel che, riempito di dinamite, doveva far saltare la fortezza e seppellire gli eroici difensori in un cumulo di rovine. La notizia che l'Alcazar stava per saltare in aria, fu data per radio. Lo seppero così anche gli assediati. Comprendono che solo un grande miracolo potrà salvarli. Stringendosi ai piedi della loro celeste Patrona, implorano: «San­ta Maria, Madre di Dio, prega per noi adesso e nel­l'ora della nostra morte. Maria SS. noi confidiamo in Te! » Il 17 settembre 1936 avviene la formidabile esplosione. Le torri gigantesche sono crollate; tut­ti sono gettati a terra dalla violenza dello scoppio. Ma sono tutti salvi, neppure un morto, neppure un ferito. La statua dell'Immacolata è lì ritta sulle rovine e sembra sorridere ai suoi figli. I rossi, pensando che tutti gli assediati erano periti, ir­rompono tra le rovine, ma sono falciati dalle mi­tragliatrici dei difensori. Non contenti, i rossi scavano una seconda gal­leria. Un'altra spaventosa esplosione che scaglia in aria muraglioni di tre metri di spessore. I rossi avanzano con i carri armati, ma ancora una volta devono ritirarsi con molte perdite. Intanto, il 22 settembre arrivavano i soldati di Franco e i rossi, presi tra due fuochi, sono completamente sbara­gliati. Gli eroici difensori dell'Alcazar, nell'eb­brezza della vittoria, cadono in ginocchio sulle ro­vine fumanti, e cantano a Dio e alla loro celeste Li­beratrice l'inno della riconoscenza: «In Te, o Regi­na, abbiamo posto la nostra speranza e siamo sta­ti esauditi! ».

Fioretto. Metti, tra le tue preghiere abituali, anche la patria e offri qualche sacrificio perché il Signore illumini i responsabili della cosa pub­blica.

Giaculatoria. Maria, Madre e Regina della no­stra patria, salvala e proteggila, soprattutto in quest'ora.

 

Ventottesimo giorno - PER UNA CIVILTÀ DI AMORE

Con la consacrazione, Maria SS. intende pure far carico ai suoi figli di operare per l'avvento del regno di Gesù Cristo, sulla terra, che è il vero ed unico regno della civiltà dell'amore.

1. Civiltà e progresso

Queste parole: civiltà, progresso, ecc. sono sulla bocca di tutti, ma con una confusione enor­me, che non giova, certo, all'interesse soprattutto delle anime. Si ritiene progresso e civiltà ogni scoperta scientifica, una sempre più larga permissività in fatto di costumi e di morale, una sempre più gran­de abbondanza di beni di consumo. Errore fatale. Il progresso autentico - progresso significa an­dare avanti, camminare - lo si ha quando l'uomo diviene più autenticamente uomo, e cioè più equi­librato nella sua vita e nei suoi comportamenti, quando si dà sempre più spazio ai valori eterni: al­la ragione, alla virtù, alla giustizia per tutti, all'a­more inteso nel senso più nobile della parola di donazione e di immolazione per i più deboli. Pro­gresso in questo senso è anche civiltà, e cioè ordi­ne e benessere nella società e nella famiglia, nello Stato e negl'individui. Il progredire, invece, solo nella scienza, nel­l'abbondanza dei beni materiali senza un corri­spettivo avanzamento spirituale, se può dirsi, in qualche modo, progresso materiale, non è certo civiltà vera, perché proprio chi dovrebbe benefi­ciarne di più, e cioè l'uomo, proprio lui finirà col divenire meno uomo, travolto e ucciso dagli istin­ti bestiali carezzati contro ogni legge. È questa, un po', si direbbe, la situazione del mondo di oggi che, per es., pur tra tante conqui­ste, dimostra, con episodi mostruosi, quanto l'uo­mo si sia degradato.

2. La civiltà dell'amore

L'uomo può convivere e crescere solo con una civiltà dove regni, sovrano, l'amore. L'amore inteso come suprema espressione di virtù umana e cristiana. Nell'amore, l'individuo è protetto e garantito nei suoi più fondamentali diritti. Nell'amore pro­spera e gioisce la famiglia che, nella comunione totale, trova tutte le risorse per far fronte alle difficoltà della vita e dare a ciascun membro quanto gli occorre per essere umanamente felice e realiz­zarsi nella sua vocazione all'eterno. Nell'amore, lo Stato riesce a trovare tutti i correttivi di una giu­stizia che, quasi necessariamente, non bada a tut­ti, diventando spesso somma ingiustiza. È l'amore che dà alla legge un'anima, per cui l'uomo viene trattato, con grande rispetto della sua dignità di persona, e non come una «cosa», con fredda e spietata burocrazia. Nell'amore, lo Stato riesce a soddisfare, per quanto possibile, le esigenze di tutti e soprattut­to a dare corpo e alimento a quelle profonde esi­genze dello spirito (come quella della religiosità, della libertà illuminata, ecc.), che sono alla base di ogni educazione e crescita integrale del cit­tadino.

3. Costruire la nuova civiltà

Nessuno più e meglio del consacrato può e de­ve collaborare alla costruzione alla civiltà dell'a­more. Non è egli, infatti, una creatura dell'amore di Dio?... Non ha egli ricevuto nel cuore la Carità di Dio, diffuso per lo Spirito Santo?... E la consa­crazione non è un rinnovato invito a porre e a vi­vere una vita di amore autentico?... Con la consa­crazione, infatti, «si esercita in modo eminente la carità verso il prossimo, poiché gli viene dato, attraverso le mani di Maria, tutto ciò che abbiamo di più caro, e cioè il valore soddisfattorio ed impe­tratorio di tutte le nostre opere buone, senza ec­cettuare la benché minima sofferenza o il minimo pensiero buono; come pure acconsentiamo a che tutto ciò che abbiamo acquistato o che acquistere­mo fino alla morte (...) sia, secondo la volontà del­la Santa Vergine, adoperato per la conversione dei peccatori o per la liberazione delle anime del Purgatorio. (...) Questo è il mezzo di convertire i peccatori, senza tema di vanità, e di liberare le anime dal Purgatorio...

Ma come, in pratica, si costruisce la civiltà dell'amore?...

Si potrebbe forse riassumere il tutto dicendo che il consacrato alla Madonna è impegnato ad imparare e ad insegnare a tutti come si ama. In realtà, per amare passionalmente, e commettere pazzie a non finire non ci vuole molto. Basta che si scateni un certo istinto e si sia colpiti dal classi­co «colpo di fulmine» o «ferita» del cuore per una creatura. Non ci vuole niente amare le proprie tendenze e i propri gusti. Basta lasciarsi andare e, una volta di più, l'amore diviene egoismo, cini­smo, brutalità. Il difficile è amare nell'ordine e nella legge, e rispettando ogni giustizia verso Dio, gli altri, verso se stessi. Un amore che va appreso, lentamente, facendo sacrifici e rinuncie, mortificando l'istinto per far trionfare la ragione e la legge, e per orien­tare tutto l'essere e l'agire, a Dio, sommo Amore e degno di ogni amore. Imparando ad amare così... si finisce con l'a­mare la virtù, qualsiasi virtù; col trovare Dio e la giustizia e riscoprire il fratello; col riavere la pas­sione delle cose belle, irraggiando così attorno a se il fascino dell'ideale concreto, dell'armonia e della pace, derivanti dall'ordine e dalla giustizia. Imparare ad amare, significherà, pure, pratica estromissione di odi, risentimenti, gelosie, discri­minazioni, razzismi, egoismi che sono alla base di tutte le sofferenze che affliggono l'umana società.

La civiltà dell'amore è un riflesso della Città di Dio in cielo dove tutto è pace e felicità, e dove trionfa, appunto, l'amore. Instaurare anche sulla terra, per quanto è possibile, questa stupenda realtà celeste è compi­to, tra i più prestigiosi, del consacrato a Maria. Compito da perseguìre con gioioso entusia­smo e coerenza di vita.

Esempio. Da nove anni, ogni sera, Rosina Lo Conte di Ariano Irpino, ma residente a Saluzzo,

saluta il padre ergastolano che si affaccia alle in­ferriate del penitenziario di Saluzzo. Padre e figlia sventolano un fazzoletto e si mandano un bacio da lontano. «Ogni sera - confida al sacerdote - non manco all'appuntamento. Ogni sera io lascio che il mio cuore rimanga accanto a lui. Ogni sera gli ac­cendo la lampada della speranza. Qualche volta penso che la vita sia finita. Ma una voce mi incorag­gia: «Nulla è veramente finito quando tutto può es­sere ricominciato». Ha avanzato domanda di gra­zia al Presidente della Repubblica. Purtroppo, non si è ricevuto ancora risposta. «Mio padre, in carce­re da 28 anni - ella dice ancora - mi ha lasciato quando io ne avevo quattro. Ho sempre sofferto in silenzio, rivolgendomi alla Madonna di Fatima, al­la bianca Madonna dei tre orfanelli, alla Madonna dei poveri, degli oppressi, dei dimenticati». Ha seguito il padre nelle diverse tappe della redenzione: Avellino, Porto Azzurro e Pianosa. Ha 32 anni. Non ha mai voluto sposarsi per rimanere fedele a papà. Ora non riesce neppure più a pian­gere. Il delitto di cui si macchiò il padre - ucci­sione della moglie per un rimprovero di vita dis­soluta - avvenne nel 1936. Rosina aveva quattro anni. Venne accolta in casa di parenti: Due anni dopo finì nell'Istituto «Sacro Cuore» di Pompei, dove rimase fino alla maggiore età. Conobbe la sua triste storia. La madre uccisa, il padre in gale­ra. Rosina comprese che la pietà cristiana non è solo un sentimento, ma un dovere evangelico. Perdonò al padre e gli scrisse una lettera traboccante di affetto. Aveva dodici anni. «Papà, so che tu sei lontano. Ma io ti penso e prego per te ogni sera». Le lacrime suggellavano la firma. Rosina si senti­va sola, terribilmente sola. Un giorno arrivò una lettera dal carcere. Era il padre, Giovanni che per la prima volta, entrava in comunicazione con la fi­glia. Rosina cominciò a capire che bisognava cam­minare a due. Il padre non le aveva detto addio. Iniziò il suo calvario. Uscì dall'Istituto. Si recò a Napoli, fece la ricamatrice e si fece voler bene da tutti. Nel 1952 il padre, racimolando lira su lira nel suo lavoro di barbiere nel carcere, le inviò i soldi per il viaggio fino a Saluzzo. «Accettali, le scrisse, voglio abbracciarti di persona». Rosina partì e si fermò tre giorni, ospite dell'Istituto «Ca­sa e Famiglia». Per caso, la sera, alzò gli occhi al penitenziario e si accorse che dinanzi a lei vi era la grata della cella in cui dormiva il padre. Da al­lora - ella dichiara - non ho avuto altri pensieri che venire qui, a vivere accanto a lui. E, infatti, tre anni dopo, ella può stabilirsi a Saluzzo. Da no­ve anni, ogni sera, padre e figlia si salutano e ogni giorno si abbracciano. Nella sua cameretta, Rosi­na ha un quadro della Madonna di Fatima, in cal­ce al quale ha scritto: «Madonna cara, fa che ogni sera guardandoti tu illumini la mia mente ed i miei pensieri. Fa che io possa alleviare gli anni che ancora rimangono a mio padre e che poi tutti possiamo riunirci in Paradiso».

Fioretto. Fa' un gesto di carità o di delicata attenzione a chi ti è nemico o ti è antipatico. Usa verso tutti carità e amore.

Giaculatoria. Mamma del cielo fa' che io porti amore là dove c'è odio.

 

Ventinovesimo giorno - PER SALVARE E SANTIFICARE FACILMENTE

Dio chiama tutti alla salvezza, perché vuole tutti salvi. E tutti sono pure chiamati alla santifi­cazione: «Il Signore Gesù, maestro e modello divi­no di ogni perfezione, a tutti e a ciascuno dei suoi discepoli di qualsiasi condizione ha predicato quella santità di vita, di cui egli stesso è autore e perfezionatore: "Siate dunque perfetti come è perfetto il vostro Padre celeste" (Mt 5, 48). (...) È dunque evidente per tutti, che tutti coloro che cre­dono nel Cristo di qualsiasi stato o rango, sono chiamati alla pienezza della vita cristiana e alla perfezione della carità». Questo mandato se, con la consacrazione, di­viene più impellente, diviene, soprattutto, anche, più facile e alla mano.

1. Un mezzo facile di santificazione per sè e per gli altri

Vincere i propri istinti, conservare sempre perfetto dominio delle passioni, santificare ogni circostanza anche dolorosa, orientare tutto a Dio fino a stabilire una profonda comunione di amore con Lui, è difficile. Chiunque è impegnato a lotta­re le proprie tendenze sa, per esperienza amara, quante volte i propositi buoni restano lettera mor­ta; quante volte, pur con tutta la buona volontà di questo mondo, ci si ritrova impigliati nei lacci del peccato. Impegnati a dare testimonianza al mondo, si resta spesso sgomenti e mortificati, davanti alla propria impotenza. Ma non c'è da perdersi d'animo. Alla santità si arriva soprattutto portati in braccio. È quanto avviene con la consacrazione, ben compresa e ben vissuta. Il Montfort ha parlato dello stampo, argo­mento più che persuasivo.

2. In senso la consacrazione è mezzo facile...

In Montfort parla di un mezzo «pronto, facile e dolce e anche sicuro», purché però la materia sia maneggevole e non resistente alla mano del­l'artista. La consacrazione, - che fa donare tutto a Maria perché disponga, come vuole, di tutto, o per­ché nelle sue mani si sia strumenti di misericor­dia -, insegna a salvare e a santificare se stessi e gli altri - vera e propria grande missione! - in modo semplicissimo con l'obbedienza incondizio­nata ai suoi voleri. Non ci si può, certo, illudere, pensando che esistano vie per andare o portare anime in paradi­so, in carrozza, come si suol dire. Lo sforzo, la cro­ce, la mortificazione entrano sempre nell'opera di salvezza e di santificazione. Ma il tutto è fatto nel­l'obbedienza amorosa a chi ci vuole salvi e santi, senza altri problemi di organizzazione o di ricerca e simili. È questo, in fondo, il vero abbandono, la certezza cioè di essere nelle braccia di chi ci ama e vuole sinceramente il bene delle anime.

3. Una via aperta da Cristo stesso

Senza dubbio, le anime vanno aiutate nelle lo­ro quotidiane necessità. Le difficoltà, nel cammino spirituale, di cui si parlava, non sono da sottovalu­tarsi, specialmente se - come abbiamo accennato - si pensa ai grandi nemici che ostacolano o vo­gliono impedire del tutto la nostra salvezza. Ma la consacrazione, come via di salvezza propria e degli altri, è via facile e sicura, oltre tut­to perché «è una via aperta da Gesù Cristo, la Sa­pienza incarnata, nostro unico capo: il membro, percorrendola, non può ingannarsi. È una strada facile, a causa della pienezza della grazia e del­l'unzione dello Spirito Santo che la riempie; nes­suno può stancarsi, né indietreggiare camminan­dovi. È una strada breve che, in poco tempo, ci conduce a Gesù Cristo. È una strada perfetta, nel­la quale non c'è fango, né polvere, né alcuna lor­dura di peccato. È infine una strada sicura, che ci conduce a Gesù Cristo ed alla vita eterna in ma­niera retta e sicura, senza sbandamenti né a de­stra né a sinistra. Entriamo dunque in questa via, e camminiamo giorno e note, fino alla pienezza dell'età di Gesù Cristo (Ef 4, 13)».

La consacrazione è veramente un grande do­no dell'amore di Dio e di Maria. Bisogna accettar­lo con gratitudine, servirsene con rendimento di grazie, accettandone le richieste o esigenze con immensa apertura e generosità di cuore. All'amore non si può dare altra risposta che quella di un amore fattivo e concreto.

Esempio. La «via» della Madonna è apparsa sempre la più agevole. Il Signore si «vendica» così del diavolo che si è servito della donna, per rovi­nare tutto. La storia delle anime è piena di questi episodi. Eccone alcuni recentissimi. Don Giusep­pe Chiot, sacerdote di Verona, dovette assistere un giorno cinque comunisti romagnoli, condanna­ti a morte dai nazisti. Quattro di essi dichiararono di voler morire con i conforti della religione. Il quinto, invece, cortesemente ma fermamente, ri­fiutò ogni assistenza. «Non ho mai creduto in al­tro che al mio partito - disse - non sarei capace ora di credere in un Dio nel quale non ho mai ripo­sto alcuna fede». I cinque furono condotti al luogo dell'esecuzione. Don Chiot andò insieme a loro. Qui il sacerdote offrì loro la santa Comunione, che quelli accettarono. Dispiaceva però al suo cuore sacerdotale privare di questo estremo con­forto il quinto. Ma questi sembrava irremovibile. Ad un tratto D. Chiot gli disse: «Senta, non vorrei che il suo atteggiamento mi influenzasse anche gli altri quattro compagni. Provi a pregare, lo faccia per loro almeno! ». Il fatto si è, padre, che io non ricordo alcuna preghiera». Ma, almeno, l'Ave Ma­ria. Non ricorda l'Ave Maria? Io credo che la sua mamma, da piccino, le avrà insegnato questa pre­ghiera». «Sì, mia mamma mi prendeva sulle gi­nocchia e mi faceva recitare con lei l'Ave Maria. Ma è passato tanto tempo...». «Non importa. Vuo­le provare con me?». D. Chiot cominciò frase per frase a recitare: Ave Maria... piena di grazia... e l'altro ripeteva quasi meccanicamente. Quando giunse all'ultima frase: «Adesso e nell'ora della nostra morte», s'interruppe. «Vede - gli disse dolcemente - la sua mamma, fin da piccino la fa­ceva pregare per l'ora della sua morte, per que­st'ora. Vorrà negare proprio in quest'ora alla Ma­donna la preghiera che per tanti anni le ha rivolto da piccolo?». Il comunista rimase colpito. Si ritirò in un angolo, poi tornò d'improvviso dal sacerdo­te: «Comunichi anche me». Grande la gioia del sa­cerdote. Ora tutti e cinque sarebbero arrivati dal­la Mamma. E pregò così: «Io ti consegno, Signore queste cinque vite, perché tu le benedica e le ac­colga nel tuo bacio di giustizia e di amore». La scarica del mitra coprì le sue ultime parole. Peter Koch, «il terrore di Roma», era in carce­re, nel reparto condannati a morte, quando venne a visitarlo Mons. Nasalli Rocca. A servizio delle S.S. tedesche, Koch aveva commesso ogni sorta di crimini e di atrocità» «Pregate per me, Padre - disse Koch - ho la coscienza carica di delitti... ho fatto piangere molte madri. La sentenza è ancora troppo mite in confronto di quel che ho fatto». L'indomani Pio XII fece chiamare Nasalli Rocca. Gli disse di aver ricevuto una lettera di Koch, in cui il criminale gli chiedeva perdono per aver at­taccato la Basilica di S. Paolo, violando i diritti della S. Sede. «Fate presto - gli disse il Papa - andate subito a vedere Koch e ditegli che io lo per­dono. E come prova della mia benedizione, porta­tegli questo Rosario». Mons. Nasalli Rocca andò comunicando quanto gli aveva detto il Papa. Koch, che fino a quel momento aveva conservato la maschera dell'indifferenza, si commuove pro­fondamente ed esclama: «La patria mi maledice, ed ha ragione. Il tribunale mi condanna a morte, ed ha ragione. Il santo Padre mi perdona e mi dà la lezione più nobile. Se io avessi sempre pensato a perdonare - dice rivolto agli ufficiali presenti - voi, signori, non dovreste perdere il vostro tem­po qui e soprattutto io non sarei qui ad attendere il plotone d'esecuzione». Koch perde completa­mente la sua sicurezza abituale, i suoi occhi si riempiono di lacrime e scoppia in singhiozzi quan­do Mons. Nasalli Rocca gli porge il Rosario del Papa. «Padre, - gli dice tra le lacrime - non sono degno di toccare il Rosario del S. Padre con que­ste mani sporche di sangue; me lo metta Lei stesso al collo... ». Cadde sotto il piombo, pregando sere­no la Madonna!

Fioretto. Impegnati, in famiglia e fuori, a farti apostolo della consacrazione e del Rosario per la salvezza dell'anima tua e dei fratelli.

Giaculatoria. Mater mea fiducia. Madre mia, fiducia e speranza mia!

 

Trentesimo giorno - CONSACRATEVI TUTTI

«Vedi, io pongo oggi davanti a te - sembra che ripeta la Madonna, a nome del Signore - la vi­ta e il bene, la morte e il male; poiché io oggi ti co­mando di amare il Signore tuo Dio, di camminare per le sue vie, di osservare i suoi comandi, le sue leggi e le sue norme, perché tu viva...» (Deutero­nom 30, 15 s.). «Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua vo­ce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità...» (Deuteronom 30, 19 s.).

1. Un invito alla vita

La legge che il Signore dà, e soprattutto l'invi­to a consacrarsi non sono tranelli e insidie alla li­bertà e al bene autentico dell'uomo. Se la legge è sempre un grande dono - essa infatti indica la via, e perciò preserva dall'errore - lo è tanto di più la consacrazione che, per raggiungere la vetta desiderata, si presenta come una agevole scorcia­toia. Non si tratta, quindi, di porre un nuovo far­dello sulle spalle, tanto più che gli obblighi della consacrazione, anche se disattesi, non comporta­no obbligo di peccato... D'altra parte, si sa che Dio, incomparabile be­nefattore, è pure la fonte inesauribile di tutto il nostro essere, di tutti i nostri beni. Cos'hai - dice S. Paolo - che non hai ricevuto? (1 Cor 4, 7). Perfi­no le conquiste più sudate, quei traguardi che co­stituiscono il nostro orgoglio..., in fondo, si devo­no a Dio. Si sarebbe potuto operare, se Lui non avesse concesso la salute, il tempo e gli aiuti ne­cessari?... Somma verità e somma bontà, Lui solo può insegnare la via della felicità autentica, del nostro bene. E perciò Lui solo sa dirci qual'è la legge della vita. La conclusione, semplicissima, - quella a cui invita, appunto, la consacrazione - si impone con evidenza solare: Nessuno al mondo - neanche i propri genitori o i propri figli e gli esseri più cari al mondo - può essere anteposto a Lui. Solo a Lui, perciò, si può e si deve offrire la propria vita e la propria attività. A Lui va dato il primo posto, in assoluto. A Lui, e a Lui solo va data ogni gloria, ogni lode e ogni obbedienza. Coloro, perciò, che, guidati da tali principi, si mettono animosamente al suo servizio, non sono né pazzi né esagerati: sono semplicemente gli es­seri più coerenti, che praticano, al massimo, la giustizia. E, da saggi, sanno provvedere, come nessuno al mondo, al proprio bene temporale ed eterno.

2. Arbitro del proprio destino

Di fronte agli innumerevoli mali che affliggo­no gli uomini di oggi, facilmente si è tentati di ac­cusare Dio, perché non interviene e permette tanti orrori. La realtà è un'altra. Avendo Dio concesso libertà all'uomo, è l'uo­mo che deve scegliere e assumere le sue responsa­bilità; mentre Dio, dal canto suo, è sempre dispo­nibile ad offrire ogni sorta di aiuti e di grazie. E, in effetti, noi sappiamo, dalla Rivelazione, che Dio si è sempre preso cura delle sorti del'uomo: «Do­po la loro (= dei Progenitori) caduta, con la pro­messa della redenzione, li risollevò alla speranza della salvezza (...), ed ebbe assidua cura del genere umano, per dare la vita eterna a tutti coloro i qua­li cercano la salvezza con la perseveranza nella pratica del bene... ». Ogni uomo, se e sincero con se stesso, deve ammettere che Dio non ha mai cessato di parlar­gli, di esortarlo. Grazie e sacramenti, ecc. sono sempre a sua disposizione. Oltre questo, cosa può e deve fare Dio, se non rispettare la libertà, salvo poi a fare i conti quan­do sarà?

3. Consacratevi tutti

Il Vangelo è stato annunciato quasi con uno slogan: «Convertitevi! ». Così, per la ricostruzione della società, della famiglia, della dignità persona­le, si può ripetere: Convertitevi, consacratevi. Per­ché, in fondo, la consacrazione è una forma di conversione, di pentimento. Convertitevi - sembra ripetere la Madonna - uomini e donne, vecchi e giovani, piccoli e gran­di... Consacratevi e convertitevi al Signore: è il ri­torno alla vita, alla vita cristiana autentica, alla pratica dei sacramenti, all'osservanza dei coman­damenti, alla riscoperta del pudore e della gene­rosità. Consacratevi, e cioè, tornate a riporre fiducia totale in Dio, nella SS. Vergine, e non negli idoli della scienza o della politica ambigua o della tec­nologia anche avanzatissima, che mai potranno ri­solvere appieno i problemi dell'uomo. Consacratevi tutti e, perciò, ritornate alla preghiera intensa, alla preghiera in famiglia, alla comunione d'amore, ottenuta nell'obbedienza umile, nella disponibilità reciproca.

Il grande amoroso invito della Mamma celeste è nient'altro che quello stesso di Dio, attraverso il suo Profeta: «Lavatevi, purificatevi, togliete dalla mia vista il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, ricercate la giusti­zia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'or­fano, difendete la causa della vedova... Anche se i vostri peccati fossero come scarlatto, diventeran­no bianchi come la neve. Se fossero rossi come por­pora diventeranno come lana...» (Isaia 1, 16-18). Possibile che si stenta tanto a credere a chi in­dica la via e la vita?...

Esempio. Stiamo al tempo della tremenda persecuzione alla Chiesa nel Messico, nel primo quarto del secolo XX. Gioacchino Silva, di 27 anni e Manuel Melgarejo di 17: i due protomartiri. Gioacchino aveva uno zelo ardente, un coraggio e una serenità straordinaria. Al valore univa una grande cultura in scienze sociali, teologia, storia, letteratura. Manuel Melgarejo fu sempre suo indi­visibile compagno. La domenica 12 settembre 1926, i due viaggiavano diretti a Zamora, dove erano attesi dagli amici della Gioventù Cattolica. Nella stessa vettura c'era una spia di Calles, che li fece arrestare all'arrivo in stazione. «Fate di me quel che volete, uccidetemi pure; ma lasciate an­dare questo ragazzo di soli 17 anni». Invece il gio­vanetto soggiunse immediatamente: «No, Gioac­chino, io voglio morire con te; non farmi questo torto; sono stato sempre tuo compagno in vita, vo­glio accompagnarti anche in Paradiso». Avvisato Calles dell'importante cattura, rispose laconica­mente per telegrafo: «Fucilateli subito». Camminavano le due vittime tra una scorta di soldati al luogo del supplizio recitando il Rosario. Spettacolo commovente. Un ufficiale tentò di strappare loro la corona, ma Silva rispose con fie­rezza: «No, finché saremo in vita, nessuno potrà privarci della corona». Ci fu un altro che chiese lo­ro: «Andate al patibolo?». «No, rispose Silva, an­diamo al Calvario aspettando la risurrezione no­stra e vostra». Giunti al luogo fissato per l'esecu­zione vollero bendarli, ma essi rifiutarono cortese­mente dicendo: «Non siamo dei criminali, né ab­biamo paura della morte. Io stesso vi darò il segna­le di sparare. Quando griderò: «Viva Cristo Re, Vi­va la Vergine di Guadalupe», sparate. Poi di fronte al plotone di esecuzione Gioacchino Silva tenne un discorso toccante per nobili sentimenti religiosi e patriottici. Vari soldati erano commossi, alcuni si erano ritirati. Ci fu uno anzi che buttò a terra il fu­cile, dicendo: «Io non sparo più, sono cattolico anch'io e la penso come voi. Viva Cristo Re! ». E si mi­se a fianco del Martire abbracciandolo. Silva, con­tento di aver conquistato un'anima sul campo del­l'onore, disse ai compagni: «Inginocchiamoci, le­viamoci il cappello, perché stiamo per presentarci al Tribunale di Dio». Pregarono un istante, e poi ritti in piedi i tre lanciarono il grido della vittoria: «Viva Cristo Re! Viva la Vergine di Guadalupe!». Altro plotone fu chiamato. Si udì una scarica, e i tre giovani caddero morti. I corpi degli eroi furono esposti al pubblico cimitero. Avevano ancora fra le mani i rosari. Alcuni pietosi li vestirono di bianco facendo a pezzetti i loro abiti intrisi di sangue. Sul loro sepolcro fiorirono i miracoli. I genitori dei tre martiri si scambiarono visite non di condoglianze, ma di congratulazioni. « Rallegratevi meco - dice­va la mamma di Gioacchino Silva a chi voleva com­piangerla - pensate che sono la mamma di un Martire. Ora sì che ho un posto sicuro in Paradiso. Per la cronaca è bene ricordare che la spia che ave­va tradito i due giovani, il generale Cepeda, il gior­no stesso dell'assassinio dei protomartiri veniva ucciso sotto le zampe del suo cavallo, e l'ufficiale del plotone di esecuzione morì il giorno dopo sof­focato da un vomito di sangue.

Fioretto. Rinnova assieme ai tuoi familiari l'atto di consacrazione battesimale.

Giaculatoria. Che tutto il mondo, assieme a Te, Vergine Santa, lodi e glorifichi il Signore.

 

Trentunesimo giorno - NELLA GIOIA DELLA FAMIGLIA, CHIESA DOMESTICA

Quanto proposto in questo cammino di fede è rivolto soprattutto alla famiglia, in quest'anno in­ternazionale della Famiglia. È per questo che lo si vuol concludere, dedicando più particolarmente ad essa, quest'ultima meditazione del mese di maggio. La famiglia è stata sempre, per sua natura, il primo terreno di cultura dell'educazione, della virtù, dei sentimenti più belli. La consacrazione si rifà, nei suoi ideali ed at­tese, soprattutto alla famiglia. È qui, infatti - a parte quanto singolarmente, si possa sentire - che bisogna puntare con tutte le forze.

1. La famiglia distrutta

Oggi la famiglia è in abbandono totale e in dissoluzione progressiva. Divorzi, adulteri, legge-

rezze, televisione galeotta, latitanza - se non ad­dirittura sfacciata opera di demolizione - dello Stato e di responsabili, hanno completamente sfa­sciata la famiglia. I genitori non sanno e non vo­gliono più educare: i loro frequenti contrasti da­vanti ai figli, le separazioni e i divorzi, l'assoluta impreparazione e l'ignoranza del loro ruolo e do­veri, la perdita e l'ignoranza della fede hanno reso molti genitori più «assassini» che strumento di vi­ta e di rifondazione. I figli, in un ambiente inquinato e permissivo al massimo, ignorano la loro doverosa sottomis­sione e docilità, tutti presi dalla brama di godere la vita, di fruire di una libertà totale.

2. Famiglia, chiesa domestica

È necessario, per il bene di tutti, ritornare al­la famiglia, e cioè: a) alla santità della famiglia. La famiglia, isti­tuita da Dio, non può non essere a favore dell'uo­mo. In effetti, essa è fatta per «custodire, rivelare e comunicare l'amore». Tornare alla santità della famiglia significa riconoscerne i valori e le responsabilità; rispettar­ne, fino in fondo, le leggi e le aspirazioni: la legge, per es. che spinge ad un amore sopratutto di vo­lontà, più che di sentimento, che vuole la condan­na dell'adulterio e dell'avventura, ecc.. Tornare alla santità della famiglia significa ritenerla, in teoria e in pratica, chiesa domestica. Nella chiesa si adora Dio, si prega, ci si eleva all'e­terno, ci si ama in genuina fraternità. È così che bisogna vivere in famiglia; b) all'accettazione di una realtà composita che comporta, necessariamente, gioie e dolori, intimi­tà e aperture discrete, sopportazione e compren­sione, unione di corpi ma soprattutto di spiriti e di ideali; c) ai fondamenti, oltre che materiali e giuridi­ci, spirituali e religiosi. La famiglia non può esple­tare, appieno, la sua missione, se non vista nell'ot­tica del soprannaturale e del mistero di Cristo e della sua Chiesa. In qualsiasi altra concezione, la famiglia è abbassata, se non snaturata e falsi­ficata.

Il risanamento della famiglia è risanamento dei fondamenti stessi dalla società. La consacra­zione deve interessare la famiglia in modo tutto particolare. La Madonna deve entrare nelle case come Madre e Regina, affinché ci sia in ogni casa un po' di quel tepore e clima che caratterizzò la Famiglia di Nazaret: un evento che ha reso «cielo» e paradiso questa povera terra di peccato e di miseria.

Esempio. Una famiglia sana ha una incidenza enorme, decisiva sul destino dell'uomo. Ecco qualche episodio che conferma tutto ciò. Una notte, il piccolo Giovanni Bosco, a nove anni, ha un misterioso sogno: un cortile spazioso con una moltitudine di fanciulli, tra i quali parec­chi che bestemmiano. Una Signora vestita di ful­gore chiama Giovannino: «Ecco il tuo campo», gli dice, «ecco dove devi lavorare». L'indomani il fan­ciullo racconta il suo sogno un po' esitante. «Chis­sà, forse diventerai prete! », gli dice Mamma Mar­gherita. All'alba della vocazione di Don Bosco sta dunque un sogno e una famiglia. Alba del 6 giugno 1945. Il capitano pilota del­l'esercito americano Roberto Lewis, col suo po­tente apparecchio «Ercole Gay» da nove ore sor­vola l'oceano ad altissima quota. L'aereo scintilla di luci, mentre sguscia tra i raggi del sole. Alle ore 11 un ordine secco: raggiungere la vicina Hiroshi­ma. Il capitano dirige immediatamente l'apparec­chio verso la zona indicata, la raggiunge, preme la leva di sgancio. Quindi l'aereo inverte la rotta co­me se nulla fosse accaduto. La città giapponese era nel pieno della sua attività: bimbi che saltella­vano nei parchi, donne che cucinavano, giovani che studiavano, operai intenti al loro lavoro. Su questa umanità così varia e così uguale, scende fulmineo l'ordigno infernale. Una nube orrenda e strana si eleva come un fungo velenoso, masto­dontico, copre tutto, travolge tutto. In pochi istan­ti una città fiorente è sterminata: una distesa di rottami su cui languiscono oltre centomila morti. Roberto Lewis al suo atterraggio è accolto co­me un eroe, circondato di onori e decorato della più alta onorificenza americana. Ma col passar dei giorni il sorriso non fiorisce più sul suo volto. I giornali riferiscono con particolari sempre più raccapriccianti le distruzioni e le morti provocate dalla bomba che egli ha sganciato. Nel cuore del giovane pilota si scatena una crisi terribile. Nelle notti insonni si vede venire incontro frotte di bim­bi con le membra mutilate, ode grida di feriti, pianti disperati. Lewis apre gli occhi di soprassal­to, terrorizzato: «Pietà! Pietà! ». Di giorno lo si ve­de che gira vagando come un ubriaco. Una sera si ferma davanti a un crocifisso in una chiesa catto­lica di Filadelfia; prega a lungo, or fissando il Cri­sto inchiodato, ora rivolto ad un'immagine di Ma­ria Santissima. Alla fine si presenta al Parroco: «Ho ucciso centomila fratelli; ma tornerò ad Hiro­shima, sarò il sacerdote di Hiroshima». E, in effet­ti, presto i giornali daranno la notizia che egli era stato ordinato sacerdote e che, al più presto, avrebbe raggiunto il campo di lavoro, Hiroshima, per ricomporre società e famiglie nell'amore che crea!

Fioretto. Togli da casa tua tutto ciò che offen­de il suo carattere di «Chiesa domestica». Giaculatoria. A Te Gesù, Giuseppe e Maria af­fidiamo il cuore del mondo intero.

 

CONCLUSIONE

Il richiamo della Madonna a Fatima, se accol­to, avrebbe risparmiato le spaventose tragedie vissute dall'umanità, in questo secolo, così trava­gliato e sporco di sangue!

A tanti anni dall'arrivo della Madonna delle Grazie in questa nostra Città di Benevento, si rin­verdiscono le speranze, ritornano le luci di ideali mai del tutto appassiti. Ritroverà il Popolo di Dio il coraggio e la forza di tornare, per davvero, alla sua Mamma e dirLe, con l'ambascia del cuore, so­prattutto il desiderio ardente della rinascita e di una nuova primavera?... Ma più che i figli, lo spe­ra e se lo augura Lei, la Mamma: la Mamma che è felice solo quando può arricchire i suoi figli dei suoi tesori di grazia, solo quando è sicura di averli con sè, nella gioia dell'eterna felicità.

 

CONSACRAZIONE A MARIA SS.

«Tu rimarrai nelle tenebre, fino a quando non avrai donato il tuo cuore a Maria.'» (Léon Bloy)

Quanti han seguito l'itinerario spirituale proposto in questo «mese di maggio» hanno preso coscienza del proprio battesimo, sacramento che ci ha fatti diventare proprietà del Risorto: siamo «stirpe eletta, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le sue opere meravigliose» (cfr. 1 Pt 2,9).

La parola di Dio ha motivato la saggia decisione di vivere la vocazione battesimale: «Fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato» (1 Gv 3,2). L'essere di Cristo deve manifestarsi in com­portamento cristiano: «Anche voi dovete diventare san­ti in tutta la vostra condotta» (1 Pt 1,15). È necessario convertirsi, seguire il Signore ed impegnarsi a promuo­vere e diffondere il bene.

E s'è fatta più chiara la convinzione, che il modo più semplice per vivere ciò, è amare filialmente Maria. La vita cristiana è un processo lungo e paziente. È la gestazione alla vita eterna. Il compito di Maria è sem­pre quello materno, prima nei confronti del Cristo «storico» ed ora del Cristo «totale». Davvero c'è biso­gno di filiale abbandono in lei!

Come si vive

La consacrazione a Maria si vive in due modi:

a) facendoci alunni di Maria, «prima cristiana». Dio ha fatto l'opera sua, santificandoci germinalmente nel battesimo. Ora dobbiamo fare la parte nostra, ri­spondendo «sì» al suo piano di salvezza, come ha fatto Maria. Il Rosario è «compendio del Vangelo» ed è in maniera semplice e valida «la scuola di Maria». Chi vuole imparare una nuova lingua, dedica ogni giorno un pò del suo tempo a studiarla. Così chi vuole appren­dere il comportamento cristiano: deve contemplare quotidianamente il mistero di Cristo con gli occhi di Maria, alla sua scuola.

b) aiutandola a costruire la pace nel mondo d'oggi. A Fatima la Madonna s'è mostrata vivamente preoccu­pata del dilagare del male nel mondo in questo XX Se­

colo; ed ha invitato tutti a pregare, a fare penitenza per la conversione dei peccatori ed a consacrarsi al suo Cuore immacolato. C'è una misteriosa ma reale «soli­darietà» di tutti gli uomini di fronte al peccato, che si è stratificato nella storia contemporanea. Dobbiamo sentirci mobilitati a riplasmare il mondo secondo il cuore di Dio. E si sa che questa operazione richiede che i valori sani si radichino nella struttura personale an­cora «fluida», curando amorosamente l'educazione cri­stiana delle nuove generazioni.

Come si fa

La Famiglia che si vuole consacrare a Maria segua questi sperimentati consigli:

a) ne intronizzi l'Immagine in un posto della casa, dove tutti possano vedere. L'immagine ha forte presa sull'uomo. Esercita un fascino specie sui piccoli e pos­siede un misterioso «potere evocatore di memorie e di propositi» nei tempi più impensati della vita. Non si di­mentichi che tappezzare le pareti delle stanze dei bam­bini di «topolini» e di «anatroccoli» è un grave errore educativo, perché le coscienze dei piccoli, come pellico­le sensibilissime, restano maculate da tali baggianate a volte in modo irreparabile! Che dire, allora di tanti spettacoli televisivi?!

b) sia fedele ad un insieme di piccoli «impegni», che rappresentano i «passi» d'un itinerario spirituale. Non basta che l'intelletto capisca; ci vogliono motivi caldi, che stimolino la volontà di agire. E non è sufficiente che la volontà faccia una cosa buona; occorre una strategia che formi il nostro carattere. Solitamente ci lasciamo vivere dalle situazioni, perché siamo tutti impigriti per il «facilismo» diffuso nella nostra società. La volontà si comporta come un arto rimasto a lungo ingessato, che ha bisogno di essere rieducato. Perciò è importante che la Famiglia si proponga alcune «regole» e rispetti alcu­ni «ritmi», sia pure con flessibilità. Ed il campo in cui questa novità comincia a viversi è la preghiera.

«Chi prega si salva» (S. Alfonso) e «salva il mon­do» (Chautar). La vita è ritmata da giorno e notte. Il giorno è la parte di vita «consapevole», nella notte la coscienza morale si addormenta. Aprire la giornata con la preghiera, significa consacrare al Signore il no­stro lavoro, «gioie e sofferenze», «pensieri ed azioni», «progetti e speranze», tutto. Così dedicare alla pre­ghiera gli ultimi minuti della giornata, significa riconciliarci col Padre e chiudere gli occhi al riposo, con la pace nel cuore.

c) comunichi ad altre famiglie la gioia di essere se­gnati dalla benedizione di Maria. Le esperienze spiri­tuali devono essere gustate; perciò bisogna farle con calma. Ma appunto perché spirituali, esse non si impo­veriscono, quando vengono partecipate; anzi diventano più robuste e capaci di trasformare la vita, proprio fa­cendole conoscere e diffondendole tra gli altri.

Dunque: fare la consacrazione della propria Fami­glia al Cuore immacolato di Maria; e poi farsi apostoli della consacrazione di altre Famiglie nel Quartiere, perché la benedizione di Dio dilaghi e rinnovi il mondo.

Ora cerca di meditare la formula di consacrazione che proponiamo. Essa è ricavata dalla preghiera di affi­damento, suggerita dal Papa nell'anno millenario della Russia (il testo a carattere tondo) dentro cui è stato in­serito il richiamo specifico all'Anno Mariano Beneven­tano (il testo in corsivo). È una formula che va proclamata con serietà dai componenti la Famiglia il giorno della Consacrazione; ma poi va ripetuta opportunamente molte volte (per es. ogni sabato, nelle feste della Madonna, in occasione di qualche pellegrinaggio al Santuario della nostra Ma­donna delle Grazie). È un atto importante e serio. Dev'essere un impegno onorato con la vita. Allora il sorriso di Maria accompagnerà certamente ogni passo della nostra esistenza, per allietarlo e per confortarlo con le divine benedizioni. Amen.

Serafino, Arciv.

 

FORMULA DELLA CONSACRAZIONE DELLE FAMIGLIE AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA

(dalla preghiera di affidamento di Giovanni Paolo II)

1. Madre del Redentore - in quest'anno a te dedica­to - esultanti ti proclamiamo beata.

Dio Padre ti ha scelta - prima della creazione del mondo - per attuare il suo provvidenziale disegno di salvezza. - Tu hai creduto al suo amore - e obbedito alla sua parola. -

Il Figlio di Dio ti ha voluta sua Madre - quando si fece uomo per salvare l'uomo. - Tu l'hai accolto - con pronta obbedienza e cuore indiviso.

Lo Spirito Santo ti ha amata - come sua mistica sposa - e ti ha colmata di doni singolari. - Tu ti sei la­sciata docilmente plasmare - dalla sua azione nascosta e potente.

2. Alla vigilia del terzo Millennio cristiano - a te af­fidiamo la Chiesa - che ti riconosce e ti invoca come Madre.

Tu, che sulla terra l'hai preceduta - nella peregri­nazione della fede, - confortala nelle difficoltà e nelle prove - e fa' che nel mondo - sia sempre più efficace­mente - segno e strumento dell'intima unione con Dio - e dell'unità di tutto il genere umano.

3. A te, Madre della grazia e delle grazie - affidiamo la nostra famiglia - che in quest'Anno mariano - si è pre­parata a vivere - la consacrazione battesimale - perché nel tuo Cuore Immacolato - ritrovi il gusto di Dio - la santità degli affetti - la trasparenza delle buone opere - la poesia della vita.

Siano tuoi i nostri corpi e le nostre anime - le nostre preghiere - il lavoro, le gioie e le sofferenze - tutto ciò che siamo e possediamo.

Con cuore ardente ti proclamiamo - nostra augusta Regina - ponendoci sotto il tuo patrocinio - nel mentre ci dichiariamo - sinceramente disponibili ai disegni di­vini - per la rinascita della nostra Terra, - docili e pronti - a fare la volontà del Figlio tuo Gesù.

4. Volgi a noi, o Madre tenerissima, - il tuo sguardo amorevole - e tienici uniti nell'amore. - Insegnaci a cu­stodire l'innocenza dei nostri bambini - ed aiutaci ad ac­compagnare nella fede i giovani. - Sii la nostra Maestra sicura - nelle svolte della vita - ed il conforto di quanti soffrono. - Il tuo materno sorriso - sia la stella del nostro quotidiano cammino.

E noi, come persone singole - come membri d'una famiglia consacrata - e come appartenenti alla Chiesa ed alla società - vogliamo comportarci quali tuoi veri fi­gli - collegati al tuo cuore dal S. Rosario - ed impegnati a viverne gli evangelici insegnamenti.

5. A te, Madre degli uomini e delle nazioni - fidu­ciosi affidiamo l'umanità intera - con i suoi timori e le sue speranze.

Non lasciarle mancare la luce della vera sapienza.

Guidala nella ricerca della libertà - e della giustizia per tutti.

Indirizza i suoi passi sulle vie della pace.

Fa' che tutti incontrino Cristo - via, verità e vita. Sostieni, o Vergine Maria - il nostro cammino di fe­de - e ottienici la grazia della salvezza eterna.

O clemente, o pia, o dolce Madre di Dio - e Madre nostra, Maria!