CON MARIA LA VITA E’ BELLA

(alla fine del libro: PREGHIERE PER MARIA)

PROGETTATO DA DIO

Bisogno di emergere

Due adolescenti discutono animatamente. Il pri­mo sostiene di avere viaggiato in lungo e in largo tutta l'Italia, e di conoscere anche i luoghi più re­conditi della penisola. Il secondo, non potendo so­stenere la medesima tesi, dichiara solennemente che suo padre, la prossima estate, lo condurrà a vi­sitare la Spagna.

L'amico, a corto d'argomenti per controbattere, cambia discorso e dice che durante le vacanze in­vernali ha incontrato un famoso calciatore e si è fatto rilasciare un autografo. L'altro, con un sorrisino beffardo, controbatte che già da tre anni nella sua camera da letto troneggia la foto di quel calcia­tore con tanto di firma autentica.

Il primo interlocutore, quasi disperato, spara l'ultima cartuccia: afferma che, dal prossimo anno, frequenterà il liceo scientifico e diventerà farmaci­sta. L'altro, mentre s'allontana con lo stile di un pu­gile vincitore dell'incontro per ko, grida d'essersi iscritto al liceo classico, per diventare avvocato.

La discussione, a prima vista, potrebbe sembra­re puerile e sciocca; a ben guardare, invece, manife­sta una profonda esigenza insita nell'intimo d'ogni creatura umana: navigare ed emergere in spazi sem­pre più ampi.

I due contendenti sostanzialmente sono guidati da una naturale esigenza di emergere; sbagliano il modo di proiettarsi in alto. Essi corrono il rischio di gonfiarsi come la rana della favola di Esopo e di scoppiare; dovrebbero, invece, accettarsi come so­no, poiché Dio li ha forgiati come capolavori, pro­gettati a Sua immagine e somiglianza.

 

Maria emerge in Dio

Ogni uomo è un progetto divino, presente nella mente di Dio da tutta l'eternità; di fatto, però, egli comincia a esistere nel tempo. Maria appare una creatura del tutto eccezionale, poiché di Lei si par­la già nelle pagine dell'Antico Testamento.

Nelle promesse veterotestamentarie, assieme alla figura del Redentore, appare sempre, in modo più o meno esplicito, anche una «Donna», sua ma­dre. Recita il primo libro della Scrittura: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insi­dierai il calcagno» (Gn 3,15). Non si direbbe, con­tinuando a leggere le Scritture, che la vittoria pro­messa da Dio si manifesti in modo convincente. In­vece, fra le rovine materiali e spirituali Dio, per mezzo dei profeti, continua a tenere viva nel popo­lo la speranza messianica che si realizzerà con il concorso della «Donna» promessa.

Sempre nelle profezie che parlano del Messia, si accenna a una donna unita a lui non in modo giu­stapposto ma inscindibile. «Ecco: la vergine con­cepirà e partorirà un figlio, che chiamerà Emanue­le» (Is 7,14). E’ un testo che orienta verso un lonta­no punto d'arrivo e che serve a tenere viva una spe­ranza in un momento particolarmente difficile per il popolo d'Israele. L'oracolo d'Isaia raggiunge il suo pieno splendore quando la fede cristiana, alla scuola dell'evangelista Matteo, ne vede il compi­mento nella maternità verginale di Maria.

 

Come Maria

Molti conoscono «La Pietà», il capolavoro di Michelangelo che troneggia nella prima cappella a destra, nella basilica di San Pietro a Roma. Imma­giniamo, per assurdo, che l'operaio che ha estratto quel blocco di marmo dalle cave di Carrara, avesse avuto la presunzione di lavorarlo lui stesso per far­ne una statua; il risultato finale, anziché divenire «La Pietà», avrebbe semplicemente «fatto pietà».

Una lieta notizia pervade l'Antico Testamento. Gli ebrei erano un «blocco» informe, invischiato nella cava della schiavitù egiziana. Dio desidera al­learsi con questo gruppo di schiavi per farne un po­polo capolavoro, che s'innalzi agli occhi delle gen­ti pagane. Sembrerebbe impossibile, eppure Israele ha ripetutamente rifiutato la proposta di Dio; dopo alcuni anni di rapporto idealistico con il Signore, ha tentato di costruirsi la propria storia in modo au­tonomo.

Gli Israeliti non hanno voluto accettare Jahvè come re; hanno preferito eleggersene uno scelto fra gli uomini. Hanno smesso di porre la fiducia nel Si­gnore, dal momento in cui Gerusalemme appare come capitale potente e fortificata. Il tempio divie­ne la reggia fredda e anonima di Dio, dove lo han­no relegato e gli offrono sacrifici propiziatori, per non ascoltare più la sua voce nelle vicende perso­nali, sociali, politiche quotidiane.

Una presunzione del genere la nutri anche tu quando pretendi di toglierti dalle mani di Dio, arti­sta insuperato e insuperabile, per plasmarti secondo i tuoi progetti e realizzarti con le sole forze umane. Il rischio è forte, poiché il peccato originale ha por­tato nella tua vita un forte squilibrio che ti spinge a scimmiottare Dio, anziché lasciarti forgiare da Lui come capolavoro per il regno.

Rifletti. Sei in grado di realizzarti da solo come opera degna dell'eternità? Oppure corri il rischio di fare dite stesso uno sgorbio, meritevole d'essere gettato nei rifiuti? Chi parlerebbe oggi di Maria di Nazaret se, nella sua libertà, avesse anteposto il suo progetto a quello di Dio? La Vergine è immagine e segno di quello che Dio è capace di operare in te se non ti opporrai al suo progetto di artista ma colla­borerai con Lui.

 

CHIAMATO PER NOME DA DIO

 

L'anonimato avvilisce

Il Papa parla dalla finestra del suo studio priva­to e osserva paternamente la folla. È’ tutto uno sven­tolio di fazzoletti; ciascuno avrebbe la pretesa che il Santo Padre lo vedesse, prendesse atto della sua presenza; invece il Pontefice vede semplicemente una folla confusa e anonima.

Molti fedeli scattano fotografie che, una volta sviluppate e stampate, riprodurranno una piccola chiazza bianca, lassù in alto, appiccicata a un deter­minato punto del palazzo apostolico. Una cartolina, delle tante in vendita, mostrerebbe il Papa più niti­do, grande e attraente; eppure il fotografo dilettante mostrerà a parenti e amici la foto e, con orgoglio, commenterà che la scattò proprio lui quel giorno a Roma.

Ogni persona porta in sé, in maniera più o meno forte, il desiderio di imporre la sua personalità e di vederla riconosciuta e valorizzata. Il rimanere a lungo in un grigio anonimato avvilisce e fa perdere mordente al proprio lavoro e alla propria esistenza.

 

Maria esce dall'anonimato

«Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Naza­ret, a una vergine, promessa sposa di un uomo del­la casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria» (Lc 1,26-27). Dio chiama una donna sconosciuta, abitante nella regione di Gali­lea, considerata patria dei pagani; la sceglie a Na­zaret, la città disprezzata per antonomasia. La chia­mata avviene non nella sontuosità del tempio, ma nell'umiltà di una povera casa; non dinanzi ad una folla, ma nel segreto e nel silenzio più assoluto.

Fra tutte le donne, Dio sceglie proprio Lei; infat­ti, la chiama per nome. «Entrando da lei, disse: "Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28). Dio, per mezzo dell'arcangelo, prima ancora di manifestare alla Vergine la specificità della voca­zione, l'assicura che interviene, in primo luogo, per la sua felicità personale. Dio ha plasmato Maria fin dal seno materno; il Signore la conosce alla perfe­zione e la chiama a quella particolare vocazione perché sa che in quella Lei potrà realizzare in modo ottimale le attitudini che le ha donato in germe.

 

Come Maria

Dio adotta il medesimo comportamento anche con te. Egli ti ha pensato, da tutta l'eternità, con un progetto personale. A un certo punto del tempo, chiamandoti all'esistenza, ti ha fornito di caratteri­stiche irripetibili; per questo nessuno mai è stato e sarà come te.

In altre parole, il Signore ti ha chiamato e conti­nua a chiamarti per nome affinché con i tuoi pregi e limiti tu collabori con Lui a un progetto di salvezza personale e universale.

Un detto popolare afferma che uno stolto si van­ta persino di avere sfondato una porta aperta. Una persona normale, invece, prende atto con gratitudi­ne che qualcuno gli ha gentilmente spalancato i battenti e varca con gioia la soglia. E’ quello che do­vrebbe fare ogni credente nei riguardi di Dio. Da sempre l'uomo ha desiderato di essere con Dio; fi­no al punto di allungare la mano verso il frutto proibito e d'innalzare la torre di Babele per scalare il cielo. Ora non c'è più bisogno d'immani e inutili tentativi umani; Dio è sceso fino all'uomo per spa­lancargli la porta del paradiso, dove potrà vedere direttamente il volto del Signore.

Dice un autore moderno: «Volete fare un ottimo affare? Comprate gli uomini per quel che valgono; poi, vendeteli, per quello che credono di valere». Le persone quanto più sono vuote tanto più sono piene di sé. Un altro autore scrive: «Un gallo crede­va che il sole si fosse alzato, per sentirlo cantare». Tu, per uscire dall'anonimato, non hai bisogno d'essere sciocco come questo gallo; nemmeno di sopravalutare le tue attitudini e qualità. Credi, inve­ce, che Dio ha su di te un progetto, forse umile e non eccessivamente gratificante, ma unico, irripeti­bile e utilissimo per la tua salvezza, e quella di tan­te altre persone.

Ti sarà capitato spesso di osservare un mosaico:

è composto di tessere di ogni colore che messe assieme formano figure stupende e preziosissime. Una tessera, se si sentisse umiliata perché di colore sbiadito e si ritirasse dal mosaico, rovinerebbe il capolavoro.

Prendi nel mosaico di Dio il posto che il Signo­re ti affida con amore; collaborerai efficacemente a comporre il misterioso quadro della salvezza uni­versale. Dirai che la missione appare difficile e, a volte, addirittura impossibile.

Il Signore è con Maria, con te, con ogni uomo che si sente chiamato per nome ad una missione stupenda. L'espressione «Il Signore è con te» è ga­ranzia per un compito che supera le capacità uma­ne. Tu, a volte, ti lamenti della lontananza di Dio, della tentazione opprimente; chiediti onestamente se veramente il Signore è lontano da te, oppure se sei tu a non recepire la sua continua e paterna pre­senza.

 

VALORIZZATO DA DIO

 

La valorizzazione appaga

La maestra comunica agli scolari di avere scelto il capoclasse e lo presenta ufficialmente. Uno è contento; ventiquattro si sentono sottovalutati.

Il commissario tecnico della nazionale di calcio comunica i nominativi degli undici che scenderan­no in campo per disputare la finalissima del cam­pionato del mondo. Undici si sentono valorizzati; alcuni siedono rassegnati in panchina mentre altri si recano immusoniti e critici in tribuna.

A tutte le età e in ogni ambiente la storia si ripe­te. Gli scolari, cresciuti in età e sapienza, non nutri­ranno più il sogno di essere eletti come capoclasse; ma l'esigenza di essere valorizzati non li abbando­nerà mai. L'ambizione puerile si trasformerà in de­siderio di fare carriera, di mettersi in mostra in qualche campo della società o della Chiesa, poiché, in modo cosciente o anonimo, ogni uomo sente che è fatto per qualcosa di grande, anzi d'immenso.

Un rischio è reale: pretendere di essere valoriz­zati in settori nei quali non si è competenti, in am­biti impossibili da realizzarsi. Un condannato alla

pena dell'ergastolo sogna di uscire dal carcere e di divenire ministro della giustizia. Egli è contro la verità: non prende atto d'essere un ergastolano. E comprensibile che ognuno senta in sé una prepo­tente esigenza di valorizzazione; questa, però, deve aggirarsi negli ambiti del reale e delle effettive competenze. Altrimenti, il soggetto vive non un'e­sperienza di libertà ma di libertinaggio. Gesù ha pronunciato una frase, che Giovanni ha consegnato al suo Vangelo: «La verità vi farà liberi» (8,32). La verità è che ogni persona è figlia di Dio e solamen­te in Lui trova la risposta vera e ultima alle sue esi­genze di valorizzazione.

 

Maria è valorizzata nella verità

«A queste parole ella rimase turbata e si do­mandava che senso avesse un tale saluto» (Lc 1,29). Maria prende atto che il Signore desidera va­lorizzarla in un modo sommo; le propone di diven­tare la Madre di Dio. La Vergine s'interroga e chie­de all'angelo se il progetto divino ha un solido fon­damento nella verità: «Allora Maria disse all 'ange­lo: come è possibile?» (Lc 1,34). L'arcangelo Ga­briele la rassicura che ciò che Dio intende fare di Lei, è fondato addirittura sullo Spirito Santo, verità assoluta. Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio» (Lc 1,35).

L'antica alleanza era naufragata per un susse­guirsi ininterrotto di no da parte dell'uomo, partner infedele, al Dio fedelissimo.

La nuova alleanza è eterna poiché Cristo sarà per sempre fedele al Padre. Maria anticipa la fe­deltà del Figlio: se Cristo è la nuova alleanza, Ma­ria è l'arca. «Allora Maria disse: "Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto "» (Lc 1,38). Luca, per descrivere il sì di Ma­ria, usa l'ottativo del verbo, che esprime non rasse­gnazione, ma gioiosa accettazione del progetto di Dio. E’ evidente il parallelo con il «Rallegrati» ini­ziale del brano dell'annunciazione.

 

Come Maria

L'arcangelo Gabriele annuncia a Maria il conte­nuto del messaggio che Dio gli ha comandato di ri­ferire; ma il mistero rimane impenetrabile: Lei sarà madre, pur rimanendo intatta la sua verginità. Ma­ria non comprende, perché non può comprendere. Il messaggio si realizzerà esclusivamente perché lo Spirito Santo interverrà con tutta la sua potenza. Quella che apparentemente sembrerebbe una diffi­coltà insuperabile, è l'unica condizione che per­mette al Signore di realizzare il suo progetto: non madre nonostante la verginità, ma Madre di Dio so­lo perché vergine. Proprio perché Maria è vergine, non solo dal punto di vista fisico ma anche da quel­lo spirituale, Dio può operare in Lei la meraviglia di una maternità divina.

Dio ti ha creato un capolavoro, ti chiama a col­laborare con Lui, ti valorizza nella verità. L'effica­cia del progetto divino dipende dalla tua «vergi­nità». Tu hai la possibilità di mettere da parte Dio;

in questo caso generi esclusivamente azioni umane, che non reggeranno alla prova dell'infinito. Tu puoi anche scendere al compromesso: un occhio a Dio e uno al mondo; generi un miscuglio non ben defini­to. Infine, sei in grado di dare il primato al Signore; allora, essendo «vergine», come Maria, generi «ro­ba da Dio» e diverrai un sacramento di salvezza, per te e per tanti altri fratelli e sorelle.

L'usura del quotidiano è una lima sorda che ten­de a indebolire la volontà e ad appiattire gli ideali più sublimi. Pensa all'entusiasmo con il quale tu iniziavi il nuovo anno scolastico; poi, dopo qualche giorno ti ritrovavi immerso nella monotonia delle lezioni e dei compiti.

Maria è modello, incoraggiamento e forza, per superare anche questa difficoltà. «E l'angelo partì da lei» (Lc 1,38). Si spengono le luci dell'appari­zione; Maria si ritrova nel suo ambiente quotidia­no, alle prese con una missione più divina che uma­na, ma in una situazione umile e feriale. Gli angeli, poi, li rivedrà solamente al termine della sua vita terrena, quando la porteranno in Cielo.

Gli insegnamenti, anche per te, sono evidenti:

successo, carriera, riconoscimento del proprio la­voro sono sogni creati dalla tua fantasia; non hanno come fondamento una promessa specifica di Dio.

Nelle sentenze che seguono troverai spunti per riflettere e adeguare sempre maggiormente il tuo comportamento a quello di Maria.

«Molti cristiani professano di essere pronti a morire per la loro fede. Io preferirei che si sforzas­sero di vivere per la fede».

«È molto più facile essere un eroe, che un ga­lantuomo. Eroi si può essere una volta tanto; galan­tuomini si deve essere tutti i giorni».

«Le grandi idee, oltre che le ali, hanno bisogno di un carrello d'atterraggio».

«Ieri è un assegno annullato, domani è soltanto una cambiale. Soltanto l'oggi è denaro contante».

 

INVIATO IN MISSIONE

 

Privatismo avvilente

Antonio ha il papà in cassa integrazione e la mamma gli suggerisce di pregare affinché sia rias­sunto; dopo pochi giorni, il padre viene definitiva­mente licenziato.

In famiglia si ammala la nonna di novant'anni, alla quale sono particolarmente affezionati. Il gio­vane riceve la solita raccomandazione: pregare per la guarigione della vecchia congiunta; la nonna muore.

Antonio a scuola va molto male, anche perché ha pochissima voglia di studiare. Verso la fine di maggio si tuffa in orazioni e fa anche la Comunio­ne ma a giugno è respinto.

Il giovane agisce nella convinzione che Dio non abbia altro da fare che soddisfare le sue richieste, quasi fosse lui il centro dell'universo.

Antonio crede che la preghiera sia un alibi per scaldarsi pigramente alle stufe di Dio; giudica i sa­cramenti come una specie di assicurazione stretta­mente personale contro gli infortuni della vita.

Chi si chiude in un privatismo spirituale non ha capito nulla del dogma gratificante del corpo misti­co e della comunione dei santi, che apre la vita del credente a dimensioni stupende.

La notizia si sparge fulminea in paese: una schedina, giocata nella locale ricevitoria, ha vinto un premio di oltre cinque miliardi di lire. I cronisti si precipitano sul luogo, per cercare d'individuare il fortunato scommettitore. La schedina, natural­mente, è anonima e il vincitore si guarda bene dal­l'uscire allo scoperto: vuole godersi in pace il resto della vita, senza obblighi di beneficenze e di aiuti a parenti e amici.

La fortunata persona si renderà conto di essere diventata improvvisamente ricca, ma anche di esse­re ben lontana dal potersi considerare un signore. Tale è esclusivamente chi, sulle orme del «Signo­re» per antonomasia, sa mettersi al servizio degli altri, specialmente dei più poveri, ammalati e biso­gnosi di tutto.

 

Maria si apre alla missione

«In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giu­da. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabet­ta» (Lc 1,39-40). Uno scrittore avrebbe chiuso il primo capitolo, dopo avere annunciato che l'angelo era partito da Maria. L'evangelista, invece, al quale interessa lanciare un importante messaggio, dopo la narrazione della vocazione della Vergine e senza interruzioni di sorta riporta immediatamente il rac­conto della visita della Madonna alla cugina Elisa­betta.

Luca intende richiamare una costante biblica. Dio non eleva mai una persona, se non per affidarle una missione da compiere; più grande è il dono di­vino e maggiore è il compito da espletare. La Ver­gine è la più grande fra tutte le creature; per questo comprende che deve mettersi in atteggiamento di missione senza alcuna incertezza e indugio.

Nel Vangelo di Luca Gesù è sempre in viaggio per portare la salvezza. Forse il bimbo divino appe­na concepito ha sollecitato la madre; e Lei ha pron­tamente obbedito.

«Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Ma­ria, il bambino le sussultò nel grembo ... ed esclamò a gran voce: ... ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,4lss). Lu­ca richiama due volte che il bambino le sussultò nel grembo; deve trattarsi di un particolare di una certa importanza.

L'efficacia della missione cristiana presuppone due fattori fondamentali. Il primo: il fatto dell'an­nuncio e della testimonianza da parte del credente. Il secondo: il riconoscimento da parte del destina­tario del messaggio. Maria annuncia l'inizio della redenzione attraverso un saluto di fede; Elisabetta riconosce il segno.

Il bambino sussulta nel grembo di Elisabetta, al semplice saluto di Maria: non è la grandezza delle azioni apostoliche del credente che produce la sal­vezza, ma la quantità di grazia che egli possiede. Maria era piena di grazia e di Spirito Santo; per

questo la sua missione ottiene effetti così straordi­nari.

Elisabetta, anche lei sotto la luce dello Spirito Santo, riconosce come grazia straordinaria la visita della Madre del Signore.

 

Come Maria

Rifletti su te stesso. Renditi conto dei doni in­numerevoli ricevuti da Dio: la vita, il corpo, l'intel­ligenza, la volontà, la Parola, l'Eucaristia...

Credi di poter tenere solamente per te questi re­gali? Non ricordi che cosa è accaduto al ricco Epu­lone, che al povero Lazzaro non offriva nemmeno le briciole della sua lauta mensa? E stato sepolto nell’inferno.

Impegnati a spendere la tua vita al servizio di Dio e dei fratelli. Non fare progetti troppo vaghi e a scadenza molto lontana; chiediti che cosa puoi fare, iniziando da oggi stesso.

I santi sono autentici doni per i fratelli che han­no la fortuna di avvicinarli. Gli aborti di santità so­no delusione, impoverimento, occasione mancata per coloro che li accostano. Maria ed Elisabetta so­no piene di grazia, perché abituate alla contempla­zione. Mosè, dopo avere visto l'ebreo angariato dall'egiziano oppressore, aveva avuto un moto di rivolta e aveva tentato d'innescare una scintilla per salvare il suo popolo ma, poi, aveva preferito fuggi­re al sicuro nella Terra di Madian. Solamente dopo avere visto, contemplato e attinto forza e coraggio dal roveto ardente ritorna sui suoi passi, si mette a

capo del popolo di Dio e lo porta libero nella terra promessa.

Anche tu puoi scegliere di fare qualcosa di con­creto per gli altri, come dedicare, ogni giorno, uno spazio alla preghiera e alla contemplazione, per at­tingere forza e costanza al fine di condurre a termi­ne la missione che Dio ti ha affidato.

 

INVIATO AD AMARE

 

Contrabbandieri dell'amore

La signora Teresa riceve la notizia che una vec­chia zia è ricoverata in ospedale in condizioni preoccupanti; prova quasi un senso d'irritazione poiché quello è davvero il momento meno opportu­no per andarle a fare visita. La prima cosa che le viene in mente è che la zia ha dei figli e che tocca loro seguire la mamma e accudirla in ospedale. E’ logico osservare una certa gerarchia di valori, an­che nei rapporti parentali. Lei è alla vigilia della partenza per le vacanze al mare e deve preparare una quantità di cose; d'altra parte si rende conto che non può nemmeno fare finta di nulla.

Sceglie l'inconveniente minore: una visita fret­tolosa che «salvi capra e cavoli». Si ferma presso il letto dell'inferma qualche minuto; poi, dopo avere più volte guardato l'orologio, si congeda dalla vec­chia zia affermando, con fare apparentemente di-spiaciuto, che i malati hanno bisogno di riposo. La signora Teresa, mentre scende con l'ascensore, tira un sospiro di sollievo: anche questa è fatta! La vec­chia zia era gravemente ammalata nel corpo; ma non condizionata nella mente al punto da non com­prendere come la visita della nipote sia stata di pu­ra convenienza.

La parola «amore» e il verbo «amare» sono, og­gi più che mai, oggetto di contrabbando. Un ragaz­zo e una ragazza lasciano libero sfogo alla passione sensuale; anziché ammettere lealmente di avere ce­duto al loro egoismo, preferiscono dire che «hanno fatto l'amore».

Una persona non conosce nemmeno chi abita nella porta accanto, poiché è pigra e non vuole in­staurare rapporti impegnativi; si scusa, affermando che non incontra nessuno «per amore», in altre pa­role per non cadere nel difetto della mormorazione e del pettegolezzo. Un certo numero di credenti evangelizza che bisogna amare gli extra comunitari rispedendoli a casa loro per non farli soffrire di sra­dicamento culturale e religioso. Non hanno il co­raggio di confessare che sotto quest'apparente no­bile motivazione vi è la paura di dovere consegnare loro un appartamento sfitto.

 

Maria ama in modo autentico

«Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile» (Lc 1,36). Maria poteva prendere atto delle meraviglie opera­te da Dio nella cugina e starsene tranquillamente a casa sua, nell'attesa dell'evento divino che l'angelo le aveva comunicato. Invece, rompe ogni ordine ge­rarchico e di convenienza e si mette subito in viag­gio verso la montagna, con l'unica preoccupazione di essere di aiuto all' anziana parente.

Il bimbo, che porta nel grembo, un giorno affer­merà che chi si crede il primo, deve farsi ultimo e servo di tutti; la madre si mostra all'altezza ditale figlio. «Maria rimase con lei circa tre mesi; poi tornò a casa sua» (Lc 1,56). L'evangelista si preoc­cupa di farci sapere che la Vergine si fermò circa tre mesi al servizio della cugina. Il numero «tre» nella Bibbia significa qualcosa di completo e di perfetto. Maria, allora, si è fermata da Elisabetta fino al mas­simo delle sue possibilità. Non si è trattato di una visita di semplice cortesia o di convenienza, ma di un servizio delicato, cordiale e arricchente.

 

Come Maria

Tu forse, se fossi stato al posto di Maria, avresti ragionato pressappoco in questo modo: «Porto in grembo il figlio di Dio; mettermi in un viaggio così lungo e faticoso, può mettere a rischio la sua inco­lumità. Giovanni, in fin dei conti, dovrà mettersi al servizio di mio figlio; allora, toccherà a Elisabetta, una volta ristabilita dopo il parto, venire a trovare me. Manderò a mia cugina un bel biglietto di con­gratulazioni». Per fortuna che al posto di Maria, c'era Maria!

I rapporti interpersonali spesso sono formali e quasi ridicoli. Alcune persone si sono viste per la prima volta in uno scompartimento ferroviario e hanno trascorso assieme appena una manciata di minuti. Mentre scendono dal treno, si danno robu­ste strette di mano e proclamano la loro somma fe­licità, per avere fatto reciproca conoscenza. Dopo un'ora, naturalmente, non si ricordano nemmeno più i nomi e sperano con tutto il cuore che a nessu­no di loro verrà in mente di prendere sul serio l'in­vito di una visita a domicilio.

Rileggi e medita con calma il brano evangelico di Luca. Ti renderai conto di come Maria è autenti­camente contenta di conoscere, amare e servire la cugina Elisabetta. Tu potresti obiettare che la cosa è comprensibile, poiché in fondo si tratta di una pa­rente e della madre del precursore di suo figlio Ge­sù. Ti assicuro che la Madonna mette tutto il suo cuore grandissimo anche nel pensare, cercare, ama­re, aiutare te e gli uomini e donne della terra. Da Lei si può imparare che cosa significa esercitare una carità autentica.

 

RESO GRANDE NELL’UMILTA’

 

Orgoglio e umiltà

Antonio a scuola va molto male perché ha intra­preso un genere di studi verso i quali non è per nul­la portato. Nonostante il parere contrario dei pro­fessori delle scuole medie, si è iscritto al liceo clas­sico, per potersi vantare con gli amici del rione, tut­ti approdati a un istituto tecnico. Il giovane, al ter­mine dell' anno scolastico, è bocciato ma non rico­nosce i suoi limiti; accusa i professori di averlo pre­so di traverso.

I genitori, naturalmente, proteggono il figlio e il loro orgoglio ferito dicendo peste e corna della scuola moderna e dei docenti non all' altezza della professione.

Il comportamento di Antonio suona come pessi­mo preludio per il resto della sua esistenza.

Un ragazzo eccelle in tutte le materie, tranne che in educazione artistica; lo studente, nonostante la buona volontà, è veramente negato per il dise­gno. Il professore, durante la prova d'esame, si ren­de conto che gli scarabocchi tracciati sul foglio sanno di tutto fuorché di un vaso di fiori come da copione. Impietosito, prende la mano dello studen­te e la guida, nell'intento di delineare qualcosa di passabile.

Il ragazzo, in un primo momento, ha uno scatto di superba ribellione poi, per sua fortuna, lascia fa­re al professore e supera la prova.

Lo studente, se continuerà a reprimere il pro­prio orgoglio e a lasciarsi guidare nei settori nei quali è poco competente, riuscirà a farsi largo nella vita e a godere la stima di molti.

 

Maria fra umillà e ricchezza

«Allora Maria disse: "Eccomi, sono la serva del Signore"» (Lc 1,38). Maria è una ragazza sco­nosciuta, che abita nel paese più disprezzato della Galilea, chiamata a sua volta dagli ebrei terra delle «genti», vale a dire dei pagani.

Dio volge il suo sguardo proprio sulla Palestina, la nazione meno stimata di tutto l'impero romano, sulla Galilea, su Nazaret, su Maria. Attraverso l'an­gelo, dice: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te» (Lc 1,28). La Vergine riconosce la povertà della sua condizione sociale e non reagisce in mo­do orgoglioso davanti al misterioso progetto divi­no; preferisce lasciarsi prendere per mano dall'On­nipotente: «D 'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente» (Lc 1,48-49). L'umiltà di Maria di­viene, per lei e per l'umanità intera, una ricchezza incomparabile, unica e irrepetibile.

 

Come Maria

Tu non devi giudicare la virtù dell'umiltà cri­stiana un atteggiamento da deboli che accettano di essere sopraffatti dai prepotenti. Non devi accettare in modo meccanico le proposte di Dio, poiché lo consideri un padre padrone, al quale non si deve opporre la minima resistenza.

Il pennello di cui si è servito Michelangelo per decorare la cappella Sistina, se avesse potuto ragio­nare, sarebbe stato ben lieto di essere docile nella mano del gran genio; questa docilità l'avrebbe ono­rato e non umiliato.

Così deve essere il tuo comportamento con il Signore, artista che intende fare di te un capolavoro per il regno.

L'orgoglio è una mancanza morale, perché pre­tende di mettere il proprio io al posto di Dio; è an­che un disordine naturale, perché rende una perso­na antipatica anche a livello puramente umano. Gli sbruffoni di professione incantano il prossimo per un istante e lo deludono per il resto della loro esi­stenza.

Rifletti su un'altra immagine, poiché è impor­tante che ti convinca che quando Dio ti propone delle norme morali, lo fa unicamente perché ti ama e desidera la tua eterna incolumità. Un campione automobilistico ti invita a provare l'ebbrezza di un'auto potente lanciata a tutta velocità sulla pista di Monza. Tu che fai? Pretendi di prendere la gui­da, o te ne stai rannicchiato accanto all'esperto pi­lota? La risposta è scontata.

Esistono credenti che, pur sapendo che la vita è una gara da correre a velocità pazzesca sulle strade del bene, nutrono la presunzione di giocarsi la cor­sa con le proprie forze e intuizioni. Essi dimentica­no che Dio li ha creati come bolidi e che certamen­te vale la pena di affidarne la guida a un pilota esperto come il Creatore. Con un simile pilota, il credente può godere l'ebbrezza della corsa e nutri­re la certezza di tagliare vittoriosamente il traguar­do della vita eterna.

Un vecchietto si scusava con un sacerdote per­ché, a suo dire, non sapeva pregare.

Affermava di conoscere una sola orazione, che gli aveva insegnato la mamma: «Signore, tu sai che io ci sono; fai tu!». Molti teologi sarebbero disposti a cedere parte dei loro scritti, per la sapienza del cuore di quel vecchietto. Fai tua quella preghiera e ripetila spesso.

 

FONDATO SULLA FEDE

 

Paura del rischio

Due fratelli, alla morte del padre, divengono eredi di una considerevole somma di denaro. Anto­nio tenta giudiziosamente la sorte, investendo il suo capitale; dopo una ventina d'anni, è divenuto ricco.

Il fratello Michele, sempre timoroso di sbaglia­re e nell'attesa di sicurezze assolute, trascorso il medesimo tempo si ritrova con un pugno di denaro svalutato, nemmeno sufficiente a pagarsi una va­canza al mare.

Stefania ha partecipato a un corso d'esercizi spirituali. Intuisce con chiarezza che Dio l'attende al varco, per fare di lei e della sua vita autentici ca­polavori. La ragazza discute con il predicatore e pretende certezze assolute, prima di accogliere il progetto divino. Il sacerdote le spiega che la sicu­rezza totale non farebbe che annullare la fede, virtù indispensabile per un autentico rapporto con Dio. Stefania lascia delusa gli esercizi e si rituffa nelle effimere e banali certezze quotidiane. La paura del giusto rischio può paralizzare il progresso sia nel campo umano che in quello spirituale.

 

Maria scommette su Dio

«Allora Maria disse: "L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salva­tore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e Santo è il suo nome» (Lc 1,46-49). Molti credenti, anche quando pregano, non se la sentono di scom­mettere tutto su Dio, ma preferiscono puntare sulle loro certezze; per questo chiedono la salute, la ric­chezza, la realizzazione dei progetti personali.

Maria si fida a tal punto di Dio, da prendere ad­dirittura le sue parole e trasformarle in preghiera personale. Alcune espressioni che compongono il cantico di Maria, infatti, non sono completamente originali, poiché mutuate da brani dell'Antico Te­stamento, quale ad esempio il Cantico di Anna (cfr. 1 Sam 2,1-11). Maria si è ispirata a testi veterote­stamentari, facendoli suoi e personalizzandoli in modo encomiabile. L'angelo si era servito di sche­mi e parole veterotestamentari, per portarle l'an­nuncio di Dio. Maria risponde a sua volta con paro­le e sentimenti biblici che le sono familiari.

San Tommaso invita il credente a pregare bibli­camente. In altre parole, lo sollecita a contemplare la Parola che Dio gli offre, poi a restituirgliela non nuda e cruda ma con qualcosa di se stesso. Maria mutua i sentimenti dalla Bibbia; poi li personalizza e li restituisce a Dio con attaccato tutto il suo cuore orante. La Vergine scommette sulla preghiera di Dio: non ha nulla da chiedere per sé; chiede unica­mente quello che Dio chiede e desidera.

«Ha spiegato la potenza del suo braccio, ha di­sperso i superbi nei pensieri del loro cuore; ha ro­vesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote. Ha soccorso Israele, suo ser­vo, ricordandosi della sua misericordia, come ave­va promesso ai nostri padri, ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre» (Lc 1,51-55). Le profe­zie, in genere, fanno riferimento a ciò che Dio ope­rerà in un futuro più o meno prossimo. Il presente, in cui vive la Vergine, è oscuro e non lascia presa­gire mutamenti di sorta; eppure Maria è così certa che le promesse divine si realizzeranno che usa tut­ti i verbi al passato; per la sua fede, quello che Dio farà, è già avvenuto.

 

Come Maria

Molti sarebbero disposti a gettarsi fra le braccia di Dio se potessero avere una certezza fisica o ma­tematica che Lui esiste davvero, che è buono, che ripaga bene e subito. Pretesa assurda perché se Dio è Dio, deve trascendere infinitamente le capacità razionali dell'uomo, che rimane pur sempre una creatura. L'uomo, se afferrasse tutto dell'Onnipo­tente e dell'Onnisciente, sarebbe alla medesima al­tezza, oppure Dio sarebbe piccolo come lui. In un caso o nell'altro non varrebbe la pena che l'uomo si prostrasse per adorarlo: fra pari, uguali onori.

Impara da Maria a scommettere con fiducia su Dio e i suoi progetti stupendi, proprio perché mi­steriosi. Su Dio scommetti la tua preghiera, l'esi­stenza e tutto te stesso. Alla Vergine chiedi la grazia di una visione oggettiva ma cristiana del mondo e delle vicende umane.

Osservando il mondo in dimensione puramente orizzontale, potrebbe sorgere in te il dubbio che non si stia realizzando ciò che Maria attribuisce a Dio; infatti, i poveri soffrono e i ricchi trionfano, dominano i potenti e gli umili sono schiacciati.

Il Magnificat non è una descrizione di come va il mondo; il cantico è una lettura di fede del proget­to di Dio, che si realizzerà certamente, in parte a scadenze umane e in parte oltre il tempo e lo spa­zio. Maria ti offre un incoraggiamento a non inter­pretare le vicende umane esclusivamente come le presenta il giornale o il bollettino della Borsa, ma secondo la logica salvifica di Dio.

IMMERSO NEL MISTERO

Fra limite e infinito

Un tale non riesce a comprendere il «mistero» di Internet si sforza di capire come sia possibile collegarsi con tutti i computer, anche a migliaia di chilometri di distanza. Ci riflette per molto tempo, poi conclude che è semplice autosuggestione; pren­de il computer e lo getta dalla finestra.

Un giorno sant'Agostino passeggia sulla spiag­gia, meditando sul mistero della Santissima Trinità. Non si dà pace, poiché non riesce ad afferrare i li­miti del dogma: un Dio unica natura in tre persone uguali e distinte. A un tratto, vede un bambino che dopo aver fatto una buca nella sabbia, si ostina a immettervi acqua, anche quando questa comincia a fuoriuscire e a ritornare in mare.

Il santo l'osserva per un certo tempo poi, veden­do che non si arrende, gli chiede: «Che cosa stai fa­cendo?». Il ragazzo risponde: «Voglio mettere tut­ta l'acqua del mare entro questa buca». Agostino sorride di commiserazione e replica: «Ma sei pro­prio sciocco!». Il bimbo, che era un angelo del Signore, gli risponde prontamente: «Sei più sciocco tu, poiché pretendi di fare stare entro la tua testa, che è più piccola di una buca, Dio, che è più grande del mare».

I due episodi, pur diversi tra loro, offrono una immagine di comportamenti non perfettamente ra­zionali. Esistono persone che soffrono di clau­strofobia. Questi pazienti, quando si trovano chiusi in ambienti troppo ristretti e bui, provano la sensa­zione di non riuscire più a respirare.

Altri soggetti soffrono del disturbo contrario: l'agorafobia. Essi hanno paura di luoghi troppo ampi, poiché provano l'esigenza di appoggiarsi a qualche sostegno a portata di mano.

Molti credenti in campo spirituale soffrono o dell'una o dell'altra di queste malattie. L'uomo, fi­nito, ha paura dell'infinito e pretenderebbe co­struirsi dei limiti chiari e precisi entro i quali co­stringere Dio e i suoi progetti, in modo tale da po­terli toccare, verificare, modificare a piacimento. La creatura umana, d'altro canto, essendo creata a immagine di Dio infinito, rifiutando l'immenso progetto del suo Signore, finisce per soffrire anche di claustrofobia.

 

Maria naviga in Dio

«In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra (...). Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla lu­ce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c 'era posto per loro nell 'albergo» (Lc 2,1.6-7). Dopo il servi­zio a Elisabetta, Maria ritorna a Nazaret, per prepa­rare la nascita del figlio. Pensava: «Nascerà in una casa povera ma accogliente». Nasce, invece, a Be­tlemme, in una stalla, fuori d'ogni schema previsto. Maria, allora, si chiede: «Perché Dio si comporta in modo tanto misterioso?». E comprende.

Il Padre, fin dalla nascita di Gesù, vuol fare comprendere alla Vergine che solamente dove c'è la volontà divina, là c'è la sua famiglia e la sua ca­sa. La Madonna impara bene la lezione: non si me­raviglierà più di un Gesù che sarà sempre «fuori» in senso fisico e spirituale.

Cristo nasce fuori della sua casa, va fuori in Egitto; vive la vita pubblica sempre fuori, muore fuori delle mura di Gerusalemme; lo mettono dentro un sepolcro, dopo la sua morte, ma quando le donne vanno a trovarlo, è già fuori, risorto. Maria, ogni volta che desidera incontrare suo figlio, va a cercar­lo là dove Egli è; non pretende di approdare a porti sicuri ma si accontenta di navigare nel mare aperto di Dio, sospinta dal soffio dello Spirito Santo.

 

Come Maria

A volte, ti capita di fare progetti che tu giudichi buoni e Dio li cambia. Il Signore, in genere, non sta dentro i tuoi schemi; te lo dice con la massima chiarezza: «Le mie vie non sono le vostre vie; i miei pensieri non sono i vostri pensieri». Non andare in crisi di fede - anzi! - sappi che Dio si comporta in questo modo per il tuo bene.

Nel periodo della gestazione ti trovavi a tuo agio nel ventre della mamma; tanto è vero che, ap­pena nato, ti sei messo a piangere, poiché hai co­minciato a sentire il freddo e il caldo e il mondo esterno ti disturbava. Ma se non ti avessero fatto uscire? Quando i genitori ti hanno strappato dai giochi infantili, per obbligarti a frequentare la scuola, hai provato disagio e, forse, nei primi gior­ni hai anche pianto. Ma se non l'avessero fatto?

Se il Signore approvasse sempre e solamente i tuoi angusti progetti, farebbe il tuo male, poiché appiattirebbe la tua esistenza dentro confini limita­tissimi. Il Signore rompe gli schemi e t'invita a se­guirlo per vie ardue e misteriose. Sono vie faticose, che ti permettono però, di realizzarti in pienezza come figlio di Dio e ti proiettano oltre i confini del tempo e dello spazio. Di Dio ti puoi fidare!

 

PELLEGRINO NEL MONDO

 

Fuori della patria

Un turista quando varca il confine di uno Stato estero, prova quasi un senso di ebbrezza, di libertà, di soddisfatta novità. A mano a mano che i giorni trascorrono comincia a provare una certa nostalgia per la patria lontana; nostalgia e non angoscia, poi­ché sa di potere rimettere piede nella sua nazione quando vuole. Ben diversa è la condizione di un esule, spinto per forza fuori del suolo nativo dalla prepotenza politica, economica, sociale.

L'esule sogna giorno e notte la patria, i cibi, i costumi della sua gente. In questo caso non si tratta di semplice nostalgia ma di profonda angoscia, poi­ché l'esule non sa quando e se potrà rientrare fra la sua gente.

In una situazione di mezzo fra il turista e l'esule si trova il pellegrino.

Il pellegrino, anche se si reca in terra straniera, ha l'animo sereno perché è rivolto a confini tra­scendenti. Le preghiere, le celebrazioni e i santuari gli richiamano non tanto la patria terrena ma quella celeste, nella quale dopo un breve esilio potrà stabi­lire la sua dimora eterna. L' anelito fondamentale del pellegrino non è quello di tornare fra la sua gen­te ma di accelerare il passo per raggiungere, nel tempo stabilito dal Signore, il paradiso.

 

Maria esule in terra egiziana

« Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: "Alzati, prendi con te il bam­bino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bam­bino per ucciderlo". Giuseppe, destatosi, prese con sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto, dove rimase fino alla morte d'Erode» (Mt 2,13-15). Maria, in terra d'Egitto, non si comporta né da turista né da esule, ma da pellegrina. La sacra Famiglia è costretta a vivere in suolo straniero dal­la malvagità di Erode, che cerca di mettere a morte Gesù. L'angelo ha avvertito Giuseppe di fuggire in fretta, ma non ha accennato a una data per il ritor­no. Nel cuore di Maria è viva la fede del pellegrino. Lei sa benissimo che Gesù si è fatto uomo ed esule, affinché nel cuore dei figli di Adamo ed Eva s'ac­cendesse sempre più potente il desiderio della pa­tria celeste.

Maria vede gente pagana, ma la guarda con oc­chio di madre; ode preghiere e canti innalzati agli idoli, ma li trasforma in lodi all'unico vero Dio; of­fre le vicende quotidiane all' Onnipotente come riti di una liturgia salvifica a Lui gradita.

 

Un dubbio accompagnava la dura vita quotidia­na: il Signore onnisciente e onnipotente era o no in grado di difendere suo Figlio dalla ferocia di un piccolo tiranno di provincia? Maria, giorno dopo giorno, anche in terra straniera non trascina stenta­tamente il suo fardello ma lo porta con dignità e fortezza, poiché la fede che ha posto in Dio è supe­riore a ogni dubbio e difficoltà.

Questa esperienza dell'esilio sarà provvidenzia­le anche per i figli di Maria di ogni tempo, luogo e condizione. Gesù, prendendo da Maria la natura umana, diviene prototipo dell'uomo nuovo, pelle­grino sulla terra e in cammino verso la patria cele­ste. Cristo, prima di morire, ha affidato agli uomini Maria come madre e sostegno nel pellegrinaggio terreno; è provvidenziale che Lei pure abbia speri­mentato la durezza di percorrere una terra infida e provvisoria.

 

Come Maria

Un esiliato politico apprende che è caduta la dittatura che lo costringeva a rimanere lontano dal­la sua patria. L'uomo si reca alla frontiera e chiede di rimettere immediatamente piede sul suolo nazio­nale. Le guardie confinarie, costatando che è privo di documenti, l'invitano ad attendere pazientemen­te qualche giorno, nell'attesa dei dovuti accerta­menti. L'esule, esasperato da tanti anni d'esilio for­zato, esce in escandescenze di ogni genere. Il suo comportamento è irrazionale.

Tu pure sei esule su questa terra, nell'attesa di varcare il confine della patria celeste. Dio ha stabi­lito che tu sfrutti il tempo in modo tale da procurar­ti i documenti necessari per il paradiso. E assurda la pretesa di volere passare il confine, prima del tempo e, soprattutto, senza i documenti in regola.

Tu nel corso della vita, mentre sei pellegrino per le strade del mondo, attingi luce e forza da Maria. Lei pure pellegrina nel mondo ed esule in terra egi­ziana, terrà rivolti su dite i suoi «occhi misericor­diosi». Prega la Madonna affinché, «dopo quest'e­silio», nella patria del paradiso ti mostri «il frutto benedetto del suo grembo», Gesù. Lei esaudirà la tua preghiera, poiché è per sempre «clemente» e «pia».

 

DISPOSTO A SOFFRIRE

 

Apertura alla gioia

Tutto iniziò il giorno in cui Andrea si trovò con un braccio bloccato, a causa di una strana e im­provvisa emorragia. Il medico pronunciò una terri­bile sentenza: forma grave di emofilia. Aveva appe­na compiuto nove anni!

Gli fu imposto di non compiere il minimo sfor­zo. A lui non dissero nulla della gravità della situa­zione; di conseguenza, non comprese perché gli comandassero di non muoversi. Dalla finestra della clinica poteva osservare gli altri bimbi che giocava­no nel campetto parrocchiale.

Un giorno, quando la mamma meno se l'aspet­tava, il ragazzo uscì in questa terribile domanda: «Se Dio è buono, perché mi fa soffrire tanto; che cosa gli ho fatto di male?». La mamma stette a lun­go in silenzio; il figlio continuava a tenere gli occhi fissi su di lei. Allora balbettò: «Che Dio è buono, lo so; che tu non gli abbia fatto nulla di male, anche. Perché ti fa soffrire e non ti guarisce, io non lo so; t'assicuro, però, che un giorno correrai come gli al­tri, anzi, più degli altri». Andrea sentiva di peggiorare e guardando con quegli occhi innocenti che non perdonano, disse: «Mamma, perché mi raccon­ti delle bugie?». La donna ebbe la forza di mormo­rare: «Le mamme ai figli che amano non dicono bugie!».

Un giorno, il ragazzo ebbe l'impressione di sen­tirsi meglio e chiese al medico di poter fare una corsettina, una sola per il corridoio. Gli rispose dol­cemente di no. Peggiorò rapidamente. La mamma non si staccò dal letto e lui non staccò più la mano da quella della madre. Ebbe, a un tratto, come un sussulto, fissò gli occhi in quelli di lei e riuscì, con un filo di voce, a chiedere: «Mamma, era una bu­gia?». «No, te l'assicuro!». Il ragazzo sorrise fidu­cioso e quel sorriso gli rimase impresso sul volto, nonostante la morte lo avesse già preso con sé.

La cosa che fece maggiormente impressione ad Andrea, appena arrivò in paradiso, fu un lunghissi­mo viale costeggiato da alberi meravigliosi, che si perdeva a vista d'occhio. Il ragazzo chiese, con un certo timore a un angelo di passaggio: «Posso fare una corsettina, una sola?». «Ma certo; e non una sola, ma quante ne vuoi; e non una corsettina ma una corsettona, poiché quel viale porta a una lonta­nissima galassia. Ora è tutta roba tua».

Andrea, prima di partire a razzo, fece in tempo a urlare all'angelo che lo guardava divertito: «E proprio vero, le mamme non dicono mai bugie!».

 

Maria accetta la sofferenza

«Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: "Egli è qui per la rovi­na e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'a­nima "» (Lc 2,33-35). Il brano evangelico ci pre­senta Maria ad appena quaranta giorni della nascita di Gesù; che cambiamento di situazione!

Fino a qualche tempo prima: «Darai alla luce un bimbo; sarà chiamato figlio dell 'Altissimo». «Benedetta tu fra le donne». «Gloria a Dio nell'al­to dei cieli». Ora: «Donna, anche a te una spada trafiggerà l'anima». Maria è sempre quella dell'an­nunciazione: continua a pronunciare il suo «Sì, pa­dre, non come voglio io, ma come vuoi tu». La do­cilità nella sofferenza è segno dell'autenticità di Maria nel giorno della gloria, quando le apparve l'angelo del Signore. Cristo dirà: «Chi vuole essere mio discepolo, prenda la sua croce e mi segua»; Maria, con il suo esempio, ha aperto la strada al Fi­glio e infuso speranza a tutti gli uomini, travagliati dalla sofferenza.

 

Come Maria

L'uomo prova una naturale avversione per la sofferenza di qualsiasi tipo: materiale, spirituale, psicologica. Il credente non fa eccezione; quando incontra la sofferenza, interpella Dio. Il dolore rela­tivo, pur con qualche difficoltà, può essere superato dall'uomo; quello assoluto chiama in causa l'Onni­potente, che diviene l'unica soluzione. L'uomo, quando pensa di superare, con le sue sole forze e con il denaro, la staccionata verticale della morte, ragiona in modo assurdo e nutre speranze infonda­te. Moltmann afferma: «Gli uomini si distinguono gli uni dagli altri nel possesso, ma si ritrovano soli­dali nel dolore».

Sei uomo, sei discepolo di Cristo: preparati a incontrare la sofferenza nella tua vita, ma soprattut­to ad affrontarla con cristiano coraggio. Un saggio proverbio recita: «Dio dà i panni secondo il fred­do». Questo significa che, al momento opportuno, il Signore darà la sua grazia per superare le prove. Da parte tua, però, ti devi allenare, per essere pron­to a collaborare con Dio anche nel giorno del dolo­re: gli atleti non s'improvvisano.

Sforzati di superare le difficoltà quotidiane, che incontri nello studio, nel lavoro, nella tua vita mo­rale e sociale. Infine, sforzati di crearti una menta­lità di fede, in base a quanto afferma il Manzoni: «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande».

 

TENACE NEL QUOTIDIANO

 

Tentazione dell'eccezionale

Tommaso Moro, gran cancelliere d'Inghilterra e amico intimo di re Enrico VIII, era un uomo di rettitudine e integrità eccezionali. Fra coloro che lo circuivano per ottenere favori a corte vi era un cer­to Richard, giovane di grandissime ambizioni ma di limitate capacità. Tommaso gli offrì un incarico di maestro presso una scuola di provincia, poiché era convinto che quella professione fosse di sua competenza. Il giovane non accettò: le sue ambi­zioni miravano ben più in alto.

Il gran cancelliere cadde in disgrazia del re, poi­ché non volle a nessun costo approvare il divorzio del sovrano e lo scisma della Chiesa d'Inghilterra. Fu privato della carica, dei beni, della libertà e fu rinchiuso nella torre di Londra. Bisognava trovare prove contro di lui, ma nessuno riusciva ad addurne una che avesse l'apparenza della credibilità. Alla fi­ne, Richard accettò di testimoniare il falso.

Il suo intervento in tribunale fu decisivo e Tom­maso Moro fu condannato a morte. Mentre il falso testimone usciva a testa bassa dall'aula, l'ex can­celliere chiese di vedere il vistoso medaglione che portava al collo; era il segno di una carica: governa­tore del Galles. Tommaso sussurrò al giovane: «Ri­chard, è già un cattivo affare perdere l'anima per guadagnare tutto il mondo... ma per il Galles ! ».

Tommaso Moro, uomo per tutte le stagioni, fe­dele a Dio e al re nella ricchezza e nel potere come nella povertà e nella morte, è stato proclamato san­to. Il giovane Richard, incapace di sopportare una vita quotidiana nella semplicità e nella modestia, è passato alla storia come un insignificante traditore.

 

Maria vive il quotidiano

«Quando ebbero tutto compiuto secondo la leg­ge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. Sua madre serbava tutte que­ste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapien­za, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,39.51-52). E utile, ancora una volta, ripensare al­le parole dell' angelo nel giorno della annunciazio­ne: «Piena di grazia, il Signore è con te». La fanta­sia, se il Vangelo non ci avesse narrato il seguito, avrebbe potuto sbizzarrirsi nell'immaginare cose meravigliose vissute e operate da questa creatura sublime. Invece, Maria non compie nulla di straor­dinario. La Vergine, a Nazaret per trent' anni con e come il figlio, sgrana ogni giorno un' apparente monotonia, accettando un disegno divino incom­prensibile e quasi esasperante.

La Chiesa, non per nulla, ha inserito la contem­plazione di questa vita nascosta nel rosario, elevan­dola alla dignità di quinto mistero gaudioso. Alcuni «vangeli», per ovviare a tanta monotonia e appa­rente insignificanza, attribuiscono a Gesù e alla Madre azioni straordinarie e miracolose. La Chiesa non ha riconosciuto questi vangeli come autentici ma li ha relegati fra gli scritti apocrifi. La grandez­za di Maria si manifesta nell'eseguire, in modo ec­cezionale, le azioni ordinarie che Dio le chiede di compiere giorno dopo giorno.

 

Come Maria

Un bimbo desidera ardentemente di possedere un determinato gioco. Dopo qualche ora il giocat­tolo tanto sognato giace dimenticato in un angolo della cantina. Un adolescente sogna di terminare gli impegni scolastici, per sperimentare piena li­bertà e iniziare a godersi la vita; dopo qualche tem­po, rimpiange gli anni di scuola come i migliori della sua vita.

Un adulto, assillato dagli impegni quotidiani, pensa con nostalgia al giorno della pensione, quan­do finalmente potrà godersi in pace i frutti del suo lavoro; dopo qualche mese, avrà la chiara impres­sione d'essere inutile in casa, nella società e, so­prattutto, presso i giovani. Molti, proprio per que­sto, corrono il rischio di parlare frequentemente del loro passato, al punto da annoiare gli ascoltatori. Si potrebbe affermare che la visione della vita sopra descritta abbia un sapore leopardiano; dipende dal­lo spirito con il quale s'interpreta. Un lago è sem­pre il medesimo, ma è diverso il suo aspetto quando lo sovrasta la nebbia e quando lo illumina la luce limpida del sole. La vita, generalmente, scorre con una certa monotonia e uguaglianza; ma si trasfigu­ra, se l'illumina il fulgore di Dio.

Ogni persona sente una forte esigenza di novità; la monotonia della vita quotidiana logora e avvili­sce. Il motivo di questo comportamento affonda le radici nella natura stessa dell'uomo, creato ad im­magine e somiglianza di Dio. Dio è movimento, novità, amore, gioia, pace; l'uomo non riuscendo a soddisfare pienamente queste esigenze divine che sono in lui, guarda continuamente ad un possibile futuro diverso.

La creatura non rimarrà delusa in questa sua at­tesa; deve solamente accettare i tempi di Dio. Il Si­gnore ha stabilito che l'uomo si realizzi in due tem­pi: sulla terra deve iniziare un cammino parziale e imperfetto; in paradiso, Dio porterà a compimento ciò che l'uomo ha iniziato.

 

PROFETA DEL SIGNORE

 

Profetismo come esigenza

Il Manzoni, nel suo romanzo, ci presenta una figura minore ma ben delineata: quella di Bettina. Renzo le affida un incarico misterioso: annunciare a Lucia che lui ha bisogno di parlarle con urgenza e in segreto. La bimba porta a termine la missione con la serietà e l'importanza di un profeta.

Un giovanotto, che madre natura ha dotato di pochissimo cervello, si vanta con i compaesani di avere conoscenze altolocate e di godere la fiducia di personaggi importanti; inoltre fa ambascerie in loro nome. Molti sorridono e fingono di stare al gioco; altri, più ingenui, cadono nel tranello susci­tando le risa degli amici e acquistandosi il titolo della dabbenaggine. Dopo qualche tempo la gente non crede più alle vanterie del giovane e nemmeno si diverte; eppure lui continua imperterrito nel ten­tativo di dare spazio al bisogno di illuminare una povera esistenza con la luce riflessa di persone im­portanti.

Il comportamento di Bettina fa sorridere bene­volmente il lettore, giacché la bimba aveva real­mente ricevuto un mandato da portare a termine. L'agire del povero giovane provoca una smorfia di compassione, poiché l'esercizio maniacale del suo profetismo è del tutto gratuito e immaginario.

 

 

Maria profetizza in nome di Dio

«Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c'era la madre di Gesù. ~...) La madre di­ce ai servi: "Fate quello che vi dirà"... Così Gesù diede inizio ai suoi miracoli in Cana di Gali­lea» (Gv 2,lss). Maria, alle nozze di Cana, emerge non di sua iniziativa, ma perché Dio le chiede di esercitare il carisma di un autentico profetismo, che lo Spirito ha posto in Lei. Ella chiede a Gesù di provvedere al bisogno. Il Figlio le risponde che non intende farlo, poiché non è ancora venuta l'ora di iniziare i miracoli; sembrerebbe trattarsi di un no chiarissimo. Nel cuore della Madre, invece, c'è la certezza che bisogna affidarsi a Dio; per questo, di­ce ai servitori: «Qualunque cosa abbia a dirvi, fatela». Maria è vera profetessa: sa comprendere la realtà di là dalle apparenze; e questo le è possibile solamente perché vive in continua intimità con lo Spirito Santo.

Maria, fin dal momento del concepimento di Gesù, è sempre rimasta in perfetta sintonia con lo Spirito. Proprio per questo, a Cana, riesce a perce­pire la verità divina, oltre il segno apparentemente negativo. Giovanni afferma che, a Cana, Gesù operò il suo primo miracolo, segno che permise ai discepoli di credere in Lui. L'evangelista Marco, a sua volta, annuncia che il primo miracolo del Signore fu la cacciata di un demonio dal corpo di un invasato. Potrebbe essere stata Maria a suggerire a Giovanni di qualificare come «primo» il miracolo di Cana; primo in ordine non cronologico ma d'im­portanza. Il vino è un simbolo biblico della massi­ma importanza: designa e realizza la promessa del regno messianico escatologico.

La Vergine ha intuito che Gesù, operando la tra­sformazione dell'acqua in vino, annunciava in mo­do efficace che le porte del regno di Dio erano di nuovo aperte; che i discepoli di suo Figlio avrebbe­ro bevuto di nuovo con Lui il vino alla mensa del Padre. Maria, avendo intuito tutto questo, ha dimo­strato di essere un'autentica profetessa, piena di Spirito Santo.

 

Come Maria

La vita potrebbe riservarti compiti importanti, nei quali soddisfare la giusta esigenza di emergere, di annunciare ad altri messaggi gratificanti. Dio, però, viene incontro a questo tuo esistenziale desi­derio in modo insuperabile. Il Signore ti affida l'in­carico di essere suo profeta e di proclamare, a tutti quelli che puoi avvicinare, lo strabiliante messag­gio della salvezza totale ed eterna per tutti gli uo­mini di buona volontà. Profeta è colui che parla a nome di Dio; quale incarico potrebbe essere più gratificante di questo?

Il profeta di Dio proclama i messaggi che il Si­gnore gli comanda di trasmettere e, soprattutto, parla con la testimonianza della vita. Egli non può

contrabbandare, come fosse suo, ciò che Dio gli trasmette. La profezia e la sua autentica interpreta­zione sono doni dello Spirito Santo. Tu non puoi pretendere che la terza Persona della Santissima Trinità t'illumini, se ricorri a lei esclusivamente quando sei nel bisogno e nell'urgenza d'interpreta­re un segno del cielo. Questo sarebbe un comporta­mento pretenzioso e superstizioso. Devi, invece, cercare di rimanere in permanente contatto con la terza Persona della Trinità e ricorrere a lei nel mo­mento del bisogno. Questo è un atteggiamento di fede autentica.

Ti rendi conto che non è facile captare la voce di Dio in mezzo a molteplici interferenze, quali so­no i messaggi trasmessi da tante parti, dalla televi­sione, dalle riviste. E compito arduo testimoniare con la vita, quando le passioni sono forti e sarebbe così facile assecondarle. E vero: anche Maria ha fatto fatica a comprendere quello che Gesù le ha detto dopo il ritrovamento nel tempio di Gerusa­lemme, a Cana, sul Calvario. Sforzati di vivere uni­to allo Spirito Santo; Lui ti darà la forza e il corag­gio di essere un vero profeta del Signore.

 

CHIAMATO ALLA SANTITA’

Professione santità

È’ un bravo giovane; fin dalla fanciullezza si è sforzato d'osservare tutti i comandamenti della Legge. Sente che Dio ha posto in lui un germe, che tenta di svilupparsi in modo straordinario. Prende il coraggio a due mani e si rivolge direttamente a Ge­sù, chiedendogli che cosa deve fare per essere al­l'altezza del regno di Dio.

Il Maestro prova tenerezza per questo giovane generoso, e l'invita alla sua sequela: «Va', vendi quello che hai, il ricavato dallo ai poveri e poi vie­ni e seguimi; avrai un tesoro in cielo». Il giovane, ora, ha chiara davanti a sé la strada della santità da percorrere; però, non se la sente di lasciare quanto possiede. Rifiuta la «Via», e s'incammina per sen­tieri che giudica meno impegnativi. Il racconto è ri­portato dal Vangelo di Marco (cfr. 10, l7ss).

Ha pressappoco dodici anni, quando scopre che Dio lo chiama alla santità. Non presenta obiezioni e siccome intuisce che da solo non riuscirà mai a rea­lizzare un progetto tanto impegnativo si rivolge a un sacerdote amico e gli comunica con chiarezza e decisione: «Don Bosco, io sono come un pezzo di stoffa; lei faccia di me un abito degno del Signore». Ambedue, illuminati da Dio, si rendono conto che il tempo a disposizione non è molto; si mettono a lavorare alacremente e di comune accordo.

Ha quindici anni quando la morte lo coglie; ègià un abito degno di fare mostra di sé nelle «lus­suose vetrine» del paradiso. Si tratta di san Dome­nico Savio.

 

Santità di Maria

« Un giorno andarono a trovarlo la madre e i fratelli, ma non potevano avvicinarlo a causa della folla. Gli fu annunziato: "Tua madre e i tuoi fratel­li sono qui fuori e desiderano vederti". Ma egli ri­spose: "Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in prati­ca"» (Lc 8,19-21).

Il brano, letto in modo superficiale, potrebbe la­sciare l'impressione che Gesù quel giorno non fos­se ben disposto a ricevere sua Madre; affrontato, invece, nella giusta lettura offre il massimo elogio per la Vergine poiché le parole di Gesù vanno alla radice della grandezza di sua Madre.

L'espressione estatica degli ascoltatori di Gesù mette esclusivamente in risalto la santità d'elezione di Maria. In altre parole, evidenziano i doni gratui­ti che il Signore le ha fatto: concepita senza pecca­to originale, Madre di Dio, assunta in cielo in ani­ma e corpo. Gesù vuole che siano tenute in debito conto anche altre due forme di santità, presenti in sua Madre. Nella Vergine spicca la santità etica o di risposta; Lei è grande e ammirevole anche perché ha ascoltato la Parola e l'ha incarnata in sé. In Ma­ria è presente pure la santità di ministero; Lei, pie­na di grazia, visitando la cugina Elisabetta e Gio­vanni Battista, li santifica perché essendo piena di Spirito Santo diviene per i fratelli un mezzo effica­ce di santificazione.

 

Come Maria

Come reagiresti, se un conoscente ti dicesse:

«Tu sei santo»? Forse penseresti a una presa in gi­ro; eppure sei realmente «santo». Tre forme princi­pali di santità fanno parte del tuo corredo «geneti­co». Un figlio possiede necessariamente qualcosa che i genitori gli hanno trasmesso.

Dio è tuo Padre, poiché ti ha creato a sua imma­gine e somiglianza; Lui, come dice la rivelazione, è santo per natura e fonte di ogni santificazione. Di conseguenza, ha senz'altro trasmesso in te, come in ogni creatura umana, parte della sua santità. Il bat­tesimo, poi, ha reso la tua struttura genetica spiri­tuale maggiormente conforme al Dio santissimo. Questa prima forma può essere qualificata come santità d'elezione o d'appartenenza.

Per un pesce è normale vivere e guizzare nel­l'acqua, poiché la sua natura esige un simile com­portamento. Una persona, se fosse costretta a rima­nere immersa nell'acqua, morirebbe annegata; que­sto avverrebbe perché la natura l'ha dotata dell'esi­genza di respirare aria pura e ossigenata. Tu, poiché

Dio ti ha «fatto» santo, per vivere in pienezza in senso spirituale, devi respirare in un clima di san­tità; in un clima animalesco ti troveresti a disagio e, poco alla volta, «moriresti» avvelenato.

La proposta di osservare la legge divina non èun'imposizione di un Dio padrone e tiranno; è il consiglio di un padre amoroso che ti offre le norme d'uso, adatte per vivere in pienezza. Questa secon­da forma è la santità etica o di risposta, che Dio ha posto in te e che ti sollecita attraverso una profonda aspirazione alla perfezione.

Infine, possiedi anche la santità di ministero poiché sperimentando in te la gioia che nasce dallo sforzo di collaborare al progetto santificante di Dio, tu senti il desiderio di comunicare anche ad al­tri la meravigliosa realtà che vivi.

La parentela con Gesù non è un dato anagrafico, che si acquisisce di diritto con il battesimo, ma piuttosto una conquista. Nei Vangeli, i «parenti» di Gesù hanno poca importanza; molta ne hanno i «discepoli» del Signore, che la parentela se la sono guadagnata seguendo il Maestro e imitando i suoi esempi. Maria è «parente» di Gesù due volte: per la maternità divina e per la sequela evangelica.

 

TENACE NELLA LOTTA

 

Logorìo dell'incostanza

Una signora ha molti chili da smaltire; proprio per questo ogni volta che legge un annuncio pubblicitario sul giornale, che promette risultati strabi­lianti, manda a prendere il portentoso prodotto. Al­legato al prodotto sistematicamente trova indica­zioni per una dieta di accompagnamento; comincia con zelo, ma dopo pochi giorni rinuncia a tutto nel­l'attesa di un altro annuncio meno impegnativo. Si tratta di una donna incostante.

I carabinieri lo conoscono e lo «pizzicano» tutte le volte che in paese avviene un furto; il pretore lo condanna ad alcuni mesi di carcere. Quando esce dalla prigione, il maresciallo l'ammonisce a cam­biare vita; qualche buona persona gli offre un pic­colo lavoretto, affinché si guadagni onestamente da vivere. Rifiuta e, sistematicamente, dopo poco tem­po finisce di nuovo in carcere. Ha deciso di vivere di piccoli e comodi espedienti e si mantiene fedele a questa sua linea di condotta. Si tratta di un uomo costante nel male.

San Francesco di Sales sa che le persone si con­quistano più con la bontà che con la rudezza. Egli afferma che si prendono più mosche con una goc­cia di miele che con un barile d'aceto. Lui, però, ha un carattere rude e impulsivo. Si impegna costante­mente, senza avvilirsi degli insuccessi; ha sistema­ticamente il coraggio di ricominciare sempre dac­capo e diviene un modello di dolcezza. Si tratta di una persona costante nel bene.

 

Maria e il coraggio di ricominciare

«Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre:

"Donna, ecco il tuo figlio!". Poi disse al discepolo:

"Ecco la tua madre!"» (Gv 19,26-27).

Molti anni prima Dio, per il tramite di un ange­lo, aveva chiesto a Maria di essere madre, di alleva­re, d'educare il suo Figlio. Era un compito miste­rioso; Maria disse il suo sì pieno di fede e di gene­rosità.

Ora, sotto la croce, pensa di avere terminato il compito affidatole ed è pronta a pronunciare il suo «tutto è compiuto» come Gesù. Invece suo Figlio le affida una nuova maternità: allevare e crescere ed educare Giovanni, e in lui gli uomini e le donne di tutti i tempi e luoghi.

È un cambio misterioso: al posto del Figlio di Dio il discepolo, e in lui tutti gli omicidi, gli adulte­ri, i peccatori d'ogni specie. Maria, come il solito, accetta e dice il suo sì alla nuova missione, che avrà termine solamente quando sulla terra non vi sarà più nessuno da salvare.

 

Come Maria

Sperimenti quotidianamente com'è difficile, specialmente in alcuni settori, osservare fedelmen­te la legge di Dio; ti può pure accadere di trasgre­dirla con una certa frequenza. Il cristianesimo non è per dilettanti ma per professionisti. Il rischio più grande che corri è quello di lasciarti afferrare dal­l'avvilimento di fronte agli insuccessi e trasportare dalla tua istintività. Non farlo. Il segreto della riu­scita finale consiste nel riprovare senza stancarti mai. Pensa ai campioni: se si fossero arresi alle pri­me difficoltà o insuccessi, non sarebbero alla ribal­ta dello sport.

L'esercito nemico ha posto l'assedio e con una sortita improvvisa, riesce a praticare un vasto squarcio nelle mura. Gli assediati avvertono il gra­ve pericolo e concentrano in quel punto tutte le for­ze, per tentare di tamponare la falla.

Uno sciocco potrebbe dire: «C'è da prendersela tanto per un buco?».

I nemici hanno praticato quel varco per arrivare alla «cittadella», nella quale sono custoditi i rifor­nimenti e i tesori della comunità.

Il demonio, con sortite improvvise, può riuscire a praticare qualche falla nella difesa delle tue virtù; il suo scopo finale è quello di saccheggiare la «cit­tadella». Nella cittadella tu custodisci i tesori spiri­tuali: le virtù teologali (fede, speranza e carità).

Quando non preghi più e smetti di frequentare i sacramenti, è già intaccata la fede; quando ti rasse­gni a essere sconfitto, il diavolo ha iniziato a depre­dare la speranza.

Quando cerchi la tentazione, ti affezioni al tuo peccato e lo giustifichi, la cittadella sta per crollare perché è in forte crisi la carità.

Non permettere a Satana di compiere tanto scempio. Ogni volta che ti fa una breccia nelle mu­ra, riparala il prima possibile con una buona con­fessione e rimettiti in attenta difesa. Invoca Maria, la Vergine potente che ha avuto il coraggio di rico­minciare tutto daccapo.

Le persone anziane, in pensione, obbligate a un letto per malattia tendono ad avvilirsi e a conside­rarsi di peso ai familiari e alla società. Maria, quan­do salì il Calvario era già avanzata in età e avendo compiuto la missione affidatale da Dio tanti anni prima, aveva il diritto, umanamente parlando, di «godersi la meritata pensione». Dio, invece, le co­munica che continua ad avere bisogno di Lei, anche se in modo diverso da quando abitava, giovane fi­danzata, nella casetta di Nazaret. Il Signore vuole avere bisogno di tutti, non manda nessuno in pen­sione poiché tutti sono utilissimi per il lavoro nella sua vigna, anche se con mansioni diverse.

Una persona, da giovane, lavora in famiglia, nella società, nella Chiesa come attivista; divenuta anziana o malata, potrà dare un contributo formida­bile con la preghiera, l'offerta della sofferenza, il sorriso, la parola occasionale. La «non pensionata» Maria ti mette una mano sulla spalla e ti incoraggia a lavorare per il regno di Dio fino all'ultimo istante della tua esistenza.

 

FORTE NEL DOLORE

 

Esperienza del dolore

Esistono persone relativamente fortunate che nel corso della vita godono ottima salute, possiedo­no abbondanti mezzi finanziari, conseguono con­sensi e amore; alla fine, però, devono anche loro fa­re i conti con la malattia terminale e la morte. Altre persone sono bersagliate dalla sofferenza molto presto e la devono accettare come costante compa­gna di percorso fino all'ultimo giorno della loro esistenza.

In ogni caso, il dolore è sempre un fatto trauma­tico. Alcuni messaggi di fede cercano di offrire una risposta che riesca in qualche modo a placare la tra­gicità della sofferenza e della morte. Afferma Paul Claudel: «Non siamo a questo mondo per piallare la croce, ma per salirvi sopra»; «Rassegnarsi, vuol dire mettere Dio fra sé e il dolore». Un proverbio cinese recita: «Mi sono lamentato di non avere scarpe, fino al momento in cui ho incontrato un uo­mo senza piedi». Aggiunge Luigi Veuillot: «Ci so­no benedizioni di Dio, che entrano rompendo i ve­tri». E Nimier: «Sappiamo benissimo che senza gli scogli le onde non arriverebbero tanto in alto». Ta­gore precisa: «Guardi le spine solo colui che ha oc­chi per vedere la rosa».

 

Maria forte e fedele

«Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala» (Gv 19,25).

Uno studioso del Vangelo di Giovanni afferma che la dizione sopra usata è quella più aderente al testo originale. Il noto biblista annota ancora che il verbo «stava» è praticamente intraducibile.

Inoltre sostiene che Giovanni lo avrebbe usato due volte nel suo Vangelo. La prima, per cercare di fare comprendere qualcosa dell'intimità profonda fra il Padre e il Figlio Gesù: «Il Verbo era (stava) presso Dio» (Gv 1,1). La seconda volta per espri­mere il modo con cui Maria «stava» presso la croce del Figlio: per quanto lo può una creatura, con la medesima intensità e disponibilità, con la quale il Verbo da tutta l'eternità sta presso il Padre.

Maria stava sotto la croce non solamente in sen­so fisico e geografico, ma anche e soprattutto in modo spirituale. Era unita alla croce di Gesù; era dentro la medesima sofferenza. Soffriva con Lui nel cuore, quello che il Figlio soffriva nella carne. Gli avversari di Gesù lo tentarono con un'ultima terribile provocazione: «Se sei il Figlio di Dio, scendi dalla croce e ti crederemo» (cfr. Mt 27,40-43); provocazione, in quanto la divinità di Cristo si manifesta in pienezza proprio perché non accetta la sfida e rimane a soffrire sino alla morte.

Così anche Maria è credibile e vera madre del­l'umanità sofferente, perché «sta» presso la croce di Gesù. Gesù nel corso della vita pubblica opera segni che indicano l'inizio del tempo voluto dal Pa­dre: risurrezioni, guarigioni prodigiose; il culmine dell'ora e della manifestazione è sul Calvario. An­che l'ora di Maria è sul Calvario, accanto alla croce di Cristo; quello è il massimo della manifestazione del suo amore per l'umanità.

Maria, sotto la croce, per volere stesso di Gesù inizia un parto spirituale che terminerà solamente alla fine del mondo. Il parto della Vergine avviene nel dolore: «La donna quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora» (Gv 16,21); «Era incin­ta e gridava per le doglie e il travaglio del parto» (Ap 12,2).

Il primo parto fu verginale e indolore, questo verginale ma nella sofferenza. Maria è davvero la donna sradicata e povera che dall'inizio alla fine la­scia decidere della sua vita a Dio.

 

Come Maria

Stare presso la croce di Gesù, non significa sop­portare qualche generica sofferenza in modo stoi­co, ma immedesimarsi nel dolore stesso di Cristo e appropriarsi della sua sofferenza. La grandezza di Maria sotto la croce è nella sua fede, maggiore an­cora della sua sofferenza. La croce sola, cioè il do­lore in sé e per sé, è una mostruosità deprecabile. La croce di Gesù non annulla il mistero ma getta una luce che lo illumina.

Preparati anche tu alla sofferenza; essa costi­tuirà anche per te la prova massima della fedeltà a Dio. Non barare con il Signore.

Sul far della sera, una gallina e un porcellino fa­cevano due passi sull'aia; dalla cucina della fattoria usciva un buon profumo: la massaia stava prepa­rando la cena a base di uova fritte e prosciutto. La gallina, dopo avere annusato, disse al porcellino: «Il nostro destino è comune: tu offri il prosciutto e io le uova». Il maialino, dopo avere riflettuto un at­timo, replicò: «Direi proprio di no, poiché la tua è una semplice oblazione; il mio è autentico sacrifi­cio». Il Signore ti chiede spesso delle oblazioni: preghiere, offerte di tempo e denaro, impegno ge­neroso nel tuo lavoro. Dio, però, ti chiede anche il sacrificio: superamento delle tentazioni quando ri­chiedono il tormento del cuore, la malattia che sconvolge la persona, la morte che squarcia il tuo corpo nella sua totalità. Lasciati prendere per mano da Maria e non temere: dopo la tribolazione del tuo venerdì santo, spunterà anche per te l'alba di risur­rezione.

 

FEDELE NELLA COMUNITA’

 

Bisogno di comunità

Alcuni ammalati fanno impazzire gli infermieri, i parenti e il personale sanitario suonando conti­nuamente il campanello per futili motivi. Sono realmente esigenti e insopportabili; però, è da per­sona intelligente chiedersi perché essi lo facciano. Una risposta è che il malato soffre la solitudine fino ad averne terrore; suona, per vedere il volto di qual­cuno, anche se contrariato o adirato. La vista di un essere umano lo fa sentire meno solo per qualche minuto.

Una persona seriamente ammalata ricorda con profonda nostalgia i momenti trascorsi in compa­gnia nei tempi di buona salute. Si rammarica di avere tenuto lontano persone antipatiche che ora gradirebbe tanto avere presso il letto della sua sof­ferenza.

Dio, ancora una volta, offre un'esauriente spie­gazione a questa profonda ed esistenziale esigenza di vita comunitaria. Thomas Merton, monaco trap­pista, a un suo libro ha dato questo titolo: Nessun uomo è un'isola. Dio ha creato l'uomo e la donna con una profonda esigenza di socialità e aggrega­zione. La vocazione di clausura non fa eccezione a questa regola; un monaco e una suora possono iso­larsi fisicamente in una cella di convento, ma devo­no essere uniti spiritualmente al Corpo mistico di Cristo attraverso la preghiera per tutti e l'offerta espiatoria per il mondo intero.

Dio, fin dall'inizio della storia della salvezza, ha scelto di salvare un popolo, non tanti individui presi singolarmente. Cristo ha proseguito per que­sta strada quando ha fondato la Chiesa, comunità che cammina assieme verso il paradiso. Il coman­damento della carità prima di essere un precetto èuna presa d'atto che nessuno riesce a realizzarsi in pienezza se vive come fosse un'isola. Una infinità di altre isole formano con lui un immenso arcipela­go sempre e costantemente illuminato dalla luce e dall'amore del Creatore.

 

Maria serva nella comunità

«Tutti questi erano assidui e concordi nella pre­ghiera, insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù» (At 1,14). Chi ha l'incarico del protocollo presso enti pubblici, sia civili sia eccle­siastici, sa per esperienza quanto è difficile stabilire le precedenze fra le autorità nelle manifestazioni solenni. Il brano degli Atti degli Apostoli sopra ri­portato descrive la prima «riunione ufficiale e so­lenne» della Chiesa, alla quale erano presenti tutte le persone costituite in autorità. Il cerimoniere non ha avuto difficoltà a «sistemare» Maria Santissima; la colloca al posto giusto, quello affidatole da Dio: luogo apparentemente umile e nascosto.

La Madre di Gesù nella comunità primitiva non vanta alcun primato; non pretende di comandare e nemmeno di mettersi in mostra con la predicazione o gesti miracolosi. Maria ha compreso una cosa fondamentale: agli occhi del Signore non è grande chi compie imprese sublimi od occupa mansioni di prestigio, ma chi si sforza di operare bene al posto assegnatoli da Dio.

 

Come Maria

Maria, per volere di Dio, non solamente è il membro più eminente della comunità cristiana, ma è anche segno e Madre della Chiesa. Impara da Lei a servire in modo umile e gioioso, anche sull'esem­pio di Cristo. Origene, a proposito delle parole di Gesù sulla croce, afferma: «Non c'è alcun figlio di Maria, se non Gesù. Egli dice alla madre: "Ecco tuo figlio" e non "Ecco un altro tuo figlio". Le pa­role significano: "Giovanni, ed in lui ogni persona umana, è lo stesso Gesù, che tu hai partorito"». Il credente, per essere vero figlio di Maria e membro della Chiesa, deve sforzarsi il più possibile di assu­mere gli atteggiamenti di Gesù e di identificarsi con Lui.

Cristo ti tiene in somma considerazione. Egli ti ammette all'assemblea eucaristica, t'invita a lavo­rare nella sua vigna, ti sollecita a dare una mano per la crescita del suo Corpo mistico. Vuole avere bisogno dite e per questo ogni giorno ti affida un compito e un ambito specifico. Non devi accettare o rifiutare il progetto del Signore in base a quello che maggiormente ti piace o ti rende importante agli occhi degli uomini. Reagisci al clima culturale che ti circonda, impregnato di arrivismo, utilitari­smo e gratificazione immediata.

Michel Quoist afferma in una sua preghiera che ogni uomo è un mattone, che Dio impiega per la costruzione del suo regno. Il Signore pone alcune pietre nelle fondamenta e nessuno le vede; altre le pone in bellavista sulla facciata principale. Le une o le altre non fanno differenza agli occhi di Dio, poiché tutte sono ammirate con pari amore da Dio perché ugualmente importanti per la consistenza del suo edificio.

 

PROTESO VERSO L’INFINITO

 

Paura della morte

Al banco di una compagnia aerea un signore chiede un biglietto. Alla domanda: «Per dove?», ri­sponde: «Non me lo chieda, non voglio pensare al termine!». Una signora si presenta anche lei alla bi­glietteria; le è chiesto dove vuole fare scalo. L'in­terpellata urla terrorizzata: «Lei non mi deve parla­re di scali!». Il funzionario, dopo un attimo di sgo­mento, si chiede se per caso nei paraggi abbiano spalancato le porte di un manicomio. Un altro cliente, per fortuna, si presenta subito dopo, chiede un biglietto per una destinazione ben precisa, paga e tranquillamente si avvia all'imbarco. Situazioni del genere si ripetono in continuità per quanto ri­guarda lo scalo della morte.

La morte è una certezza per tutti. Afferma Pascal in modo molto crudo: «Per quanto bella sia stata la commedia in tutto il resto, l'ultimo atto è sempre sanguinoso. Alla fine con una vanga si getta terra sulla testa; ed ecco fatto, per sempre». Il non pensa­re alla morte è comportamento non intelligente.

Afferma Jung, il padre della psicanalisi: «Un uomo che non si pone il problema della morte e non n'avverte il dramma, ha urgente bisogno di es­sere curato». Il dramma della morte pone agli uo­mini degli interrogativi, che vanno ben oltre il limi­te umano.

Dino Buzzati, colpito dal cancro, agli amici marxisti che lo consolano con le idee politiche di sopravvivenza nel pensiero dei posteri, scrive un ultimo biglietto: «E io dovrei interessarmi del Me­dio Oriente? Ma crepate tutti a torcicollo. Non me ne frega niente di niente. Non fatemi ridere che ho le labbra screpolate».

Feuerbach: «Da giovane affermavo che la morte non è che un fantasma, una chimera, un nulla ed esaltai la morte. Da vecchio esalto la vita».

Pascal pone il problema della morte in termini obiettivi e intelligenti: «Gli uomini, non avendo po­tuto vincere la morte, per essere felici si sono mes­si d'accordo di non pensarci. E tutto quello che hanno potuto fare per consolarsi. Capisco che non s'approfondisca la teoria di Copernico; ma è essen­ziale per ogni vita il sapere se l'anima è mortale o immortale».

 

Maria luce di speranza eterna

«Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul syo capo una corona di dodici stelle» (Ap 12,1). E uno squarcio biblico, che descrive la gloria eterna di Maria in cielo dopo la morte. La Vergine non si è trovata in paradiso per caso e senza sapere il motivo; illuminata dallo Spirito Santo, ha com­preso che Gesù è stato costituito dal Padre come unico Salvatore dell'umanità e, per questo, è rima­sta ancorata a Lui nel corso di tutta la sua esistenza. Cristo, di conseguenza, l'ha accolta in cielo in cor­po e anima, affinché partecipasse al suo trionfo eterno.

 

Come Maria

Maria getta luce e speranza sul tragico e inelut­tabile termine, che è la morte. Alcuni pensano alla morte come a un avvenimento senza sbocco. «Ahi tristi case dove tu innanzi ai volti dei padri pallida, muta diva, spegni le vite nuove!» (G. Carducci). «Vagar mi fai co' miei pensier sull'orme che vanno al nulla eterno... Questo di tanta speme oggi mi re­sta!» (U. Foscolo). «...infin ch'arriva colà dove la via e il tanto faticar fu volto: abisso orrido, immen­so, ove ei precipitando, il tutto oblia» (G. Leopar­di). «Avanti a noi nel buio la morte è senza face; gloria morremo invano! » (D' Annunzio).

Il credente, invece, vede la morte come qualco­sa che spaventa, ma non terrorizza, poiché è la por­ta che conduce per sempre a Dio: «Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta ma trasformata e, men­tre si distrugge la dimora di quest'esilio terreno, viene preparata una dimora eterna nel cielo» (Li­turgia). Questa certa speranza è fortemente soste­nuta dalla Sacra Scrittura. «Le anime dei giusti in­vece sono nelle mani di Dio; nessun tormento le

toccherà. Agli occhi degli stolti parve che morisse­ro, la loro fine fu ritenuta una sciagura, la loro dipartita da noi una rovina, ma essi sono nella pace» (Sap 3,1-3).

«Dopo che la mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio! Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno e non da straniero!» (Gb 19,26-27).

«E si dirà in quel giorno: "Ecco il nostro Dio; in lui abbiamo sperato perché ci salvasse; questi èil Signore in cui abbiamo sperato: rallegriamoci, esultiamo per la sua salvezza» (Is 25,9).

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini. Egli di­morerà tra di loro ed essi saranno suo popolo ed egli sarà il "Dio con loro". E tergerà ogni lacrima dai loro occhi; non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno perché le cose di prima sono passate» (Ap 21,3-4).

L'assunzione e la glorificazione della Vergine sono avvenimenti che riguardano tutta l'umanità.

Maria apre alla speranza il cuore di coloro che, come Lei, durante la vita s'impegnano a vivere in Cristo.

 

PREGHIERE

A MARIA CAPOLAVORO DI DIO

L'uomo, da sempre, ha corso in modo frenetico verso traguardi attraenti e gratificanti, nel tentati­vo di superarsi, di rinnovarsi, di divinizzarsi.

La creatura prediletta di Dio ha audacemente allungato la mano per afferrare il frutto proibito nel paradiso dell'Eden. Ha preteso, gettando pie­tra su pietra, di dare la scalata al cielo con la torre di Babele.

Nella Babele odierna l'uomo continua la sua lotta a volte sacrilega, per strappare a Dio, con ef­fimero orgoglio, sempre nuove scintille di progres­so nella illusione di annullare la distanza fra crea­tura e Creatore.

Vergine Maria, vieni in mio aiuto. Io pure, a volte, cerco la realizzazione in contrade lontane, in latitudini dove non è presente il soffio amorevole del Signore. Cerco lontano e dimentico che Dio è presente in me; desidero surrogati e mi scordo che sono il re del creato. Maria, capolavoro di Dio, aiutami a trovare nel Signore quello che non posso trovare da nessun 'altra parte. Amen.

 

A MARIA SERVA PER AMORE

Signore, mi piace enormemente essere servito. Per raggiungere questo scopo, quando è necessa­rio, so anche far valere i miei diritti. Mi delizia il brano evangelico nel quale Tu affermi che, nel re­gno dei cieli, mi metterai a sedere alla tua tavola e passerai a servirmi; arrivo anche a pensare che gli angeli saranno al mio servizio.

Forse, nella mia illusoria euforia, ho dimentica­to qualcosa che Tu hai annunciato con uguale chiarezza: che per essere serviti da Te nel regno dei cieli, è indispensabile, su questa terra, mettersi al servizio dei fratelli e delle sorelle. I due aspetti, presi nella loro complementarità, costituiscono una reale certezza.

Maria, serva per amore di Dio e dei fratelli, in­segnami a dare con generosità, per raccogliere con abbondanza.

 

A MARIA CREDENTE NEL MISTERO

O Dio, infinitamente grande, quand'ero bambi­no smontavo tutto quello che mi capitava fra le ma­ni, per vedere com'era fatto dentro. Questa pretesa l'avrei anche oggi nei tuoi riguardi. Il tuo mistero mi sconcerta: il non riuscire a vedere la logicità dei tuoi percorsi mette in crisi la mia fede.

Fa' che accetti i miei limiti creaturali, nell'atte­sa di vederti «dentro», quando sarò con Te per tut­ta l'eternità. Maria, modello insuperabile di fede nel mistero, intercedi per me presso il Padre.

Signore, amore infinito e misterioso, non sono un eroe e ho terribilmente paura del dolore. Tu, nel Vangelo, parli spesso delle montagne come luogo privilegiato per incontrarti. Questo non mi fa ec­cessiva difficoltà, purché i monti siano, ad esem­pio, quello delle beatitudini, il Tabor. Tu inviti il di­scepolo a stare con te. Questo pure mi può andare bene, purché Tu ti fermi a Cana, a Betania, sul lago di Tiberiade.

Quando, invece, il monte è il Calvario, quando i luoghi ove Tu mi attendi si chiamano «Orto degli ulivi», «Via dolorosa», «Pretorio di Pilato», allora ho una voglia matta di disertare.

Maria, Vergine addolorata, se verrà anche per me qualche sprazzo di venerdì santo, aiutami ad accettarlo con fede, poiché, dopo, spunterà un 'al­ba di risurrezione.

 

A MARIA VERGINE ADDOLORATA

Maria, Tu hai proclamato e vissuto in pienezza la disponibilità offerta al Signore, fin dal giorno dell'annunciazione. Io sono convinto dell 'impor­tanza di tante vocazioni, anche di speciale consa­crazione. Prego anche il padrone della messe, af­finché invii tanti operai. Però non ho il coraggio di pregare così: «Manda me!», oppure: «Se credi, chiama mia figlia!».

Vergine del coraggio vocazionale, aiutami a es­sere coerente sino in fondo.

 

A MARIA MADRE DELLE VOCAZIONI

Mi accorgo che sono cresciuto negli anni, ma troppo poco nella sapienza del cuore. Quando ero bambino, non riuscivo a comprendere perché i po­veri non andassero a prelevare il denaro occorren­te in banca, dal momento che là ce n 'era in abbon­danza. Oggi sorrido nel ripensare a una tale inge­nuità. Eppure ne commetto una simile: non ho an­cora assimilato la convinzione che non potrò prele­vare la vita eterna, se prima non deposito, giorno dopo giorno, opere buone nel mio conto corrente spirituale.

Maria, Gesù ti ha accolta festosamente in para­diso e ti ha incoronata Regina del cielo e della ter­ra. Il rosario, però, inizia con i misteri gaudiosi e prosegue con i dolorosi; solamente alla fine si par­la di gloria. Mamma buona, aiutami a provvedere in tempo, con quotidiani e generosi versamenti che, settimanalmente, consegnerò a Dio al momento dell'offertorio della Messa festiva.