CILLA 1961/1976

Qualcosa di più grande nella vita di tutti i giorni

A cura di Nicoletta Grattapaglia, Adriano Moraglio e Carola Rainero

Il cuore dell'uomo è desiderio di verità e di pienezza e questo desiderio segna un cammino drammatico per ciascuno quando, cosciente del proprio niente, non vuole arrendersi alla menzogna, ma sceglie di vivere quella tensione al proprio destino che diventa misura ed espressione della statura umana.

Aiuto in questo cammino è contemplare il volto dei santi, cioè di coloro che ci hanno preceduti.

A trent’anni dalla morte di Cilla, siamo grati a chi ci permette di fare memoria di una ragazza che a quindici anni «ha capito che c’éra qualcosa di più grande nella sua vita di tutti i giorni» e che questo «qualcosa di più grande» attende di essere riconosciuto e accolto perché il desiderio del cuore si compia.

È ancora più significativo che tale memoria ci venga proposta attraverso la contemplazione del volto di Cilla che ci ha testimoniato don Giussaní perché, nel riascoltare gli interventi e le meditazioni che egli ha svolto in questi anni, non si può non rimanere sorpresi dalla capacità che un cuore attento e aperto ha di trarre conforto, per sé e per tutti, dallo stare di fronte a un "esempio" che lo Spirito di Cristo ci ha donato.

La lettura di questa raccolta sia occasione per chiedere quella semplicità e quella apertura di cuore che Cilla e don Giussani ci hanno testimoniato.

Antonio Giavini

 

Chi è Cilla

di Adriano Moraglio

Cilla è una ragazza vissuta tra Montemagno e Asti e il cui vero nome era Maria Letizia Galeazzi. Nata il 18 agosto 1961, mori in un incidente stradale il 5 luglio 1976 lungo la strada per Montemagno: non aveva, perciò, nemmeno compiuto quindici anni. Apparteneva da alcuni mesi (esattamente nove) al movimento studentesco di Comunione e Liberazione che aveva incontrato nella sua scuola, l'allora Istituto Magistrale "Augusto Monti" di Asti, tramite alcune amicizie destinate a cambiare l'intero corso della sua vita.

La sua biografia è tutta qui, in queste poche righe.

Eppure, proprio la sua tragica morte - una repentina e umanamente ingiusta conclusione dell'esistenza di un'adolescente bella, calorosa nel­l'amicizia ed entusiasta della fede cristiana che aveva riscoperto, appassio­nata alla gente che le stava intorno - è stata paradossalmente il tratto più eclatante e più significativo della sua vita. Che lì si è compiuta. Quella sua morte, infatti, ha reso evidente davvero a tutti la svolta, positiva e impre­vista, che era accaduta nella sua esistenza. E che fino a quel momento era solo sotto gli occhi del suo, pur largo, giro di amici, infinitamente più ristretto, però, rispetto al "popolo" che sarebbe nato dal suo dies natalis. Sono stati scritti libri su di lei, sono comparse decine di articoli, ci sono enti che portano il suo nome, c'è un'associazione che, nel suo nome (Associazione Cilla), porta, in tutt'Italia, aiuto alle famiglie di chi è costretto a sottoporsi a interventi e cure in ospedali lontano da casa. «Profeta lieto di un popolo», l'aveva definita don Luigi Giussani.

Trent'anni fa accadeva in terra astigiana che la morte aprisse la porta nuovamente alla vita, secondo una misura che si sarebbe rivelata solo dopo e che gli amici di Cilla non potevano immaginare minimamente mentre correvano a darle l'ultimo saluto. Come non lo potevano immagi­nare soprattutto i suoi genitori, veri protagonisti del prosieguo della sto­ria di Cilla. Genitori, eredi di una figlia che, a poco più che quattordici anni, durante una tre giorni di Pasqua, insieme con i suoi amici del movi­mento di Cl, aveva fatto esperienza di uno sconvolgimento che aveva compiuto tutta la sua ricerca di adolescente. «Cosa è successo in quei tre giorni, ormai passati - raccontava in una lettera a un amico - ma che in me sono presenti e che prego il Signore lo siano sempre? La felicità che era e che è in me nel sentirmi così vicino il Signore, nell'udire dal Berna (il sacerdote, don Bernardino Reinero che aveva predicato gli esercizi spiri­tuali, ndr) la Sua grandezza e il vedermelo ugualmente così buono, così grande nel Suo chinarsi verso me è stato uno sconvolgimento, e lo è anco­ra di più quando ogni mattina Lo sento nella mia felicità d'iniziare un nuovo giorno. Il cambiamento radicale viene da Dio, pensa quanto è vero questo, pensa come solo il Signore sia artefice della mia contentezza per questo essere nullità». «Un giorno io dissi - proseguiva Cilla nella sua let­tera - che non avrei più amato nulla, neanche la vita, e ora io prego il Signore perché il mio amore così piccolo sia sempre di più come il Suo così grande, sempre più limpido, sempre più libero, sempre più aperto al mondo intero. Sapessi quanto amo la vita adesso, anche proprio solo per­ché il Signore me l'ha data e spero di essere un giorno tanto fedele a Lui da poterlo rivelare nel corso della mia esistenza. Cosa che è il mio scopo. Non penso proprio più che potrei vivere senza la comunità per quanto scalcagnata essa possa essere, e la cosa più fantastica è quando uno ci sta anche proprio solo col pianto perché la comunità stessa ogni giorno si fa testimonianza della sua meschinità».

 

Interventi e scritti di don Luigi Giussani

Il dominio di Dio è amore

Don Luigi Giussani non ha incontrato personalmente Cilla, ma, a solo un anno dalla sua morte, dice di averla conosciuta dal cambiamento che ha notato nella comunità di Comunione e Liberazione di Torino. In pochi mesi don Giussani ha stretto un’amicizia profonda con il papà Rino, la mamma Elsa, i fratelli Alessandro e Maria Ludovica, con gli amici delle comunità di Torino e Asti. Queste le ripercussioni più immediate che ha avuto leggendo la prima biografa di Cilla.

Cilla è una ragazza che in pochi mesi è andata "al cuore della vita", tanto che vi trascina dentro tutti quelli che l'hanno conosciuta o che ne ven­gono oggi a conoscenza.

Prima ancora che dai suoi scritti, prima ancora che dal cambiamento che ha reso possibile nei suoi cari, io l'ho conosciuta dal riverbero che ho nota­to nella comunità di Comunione e Liberazione di Torino.

Ciò che maggiormente colpisce, leggendo la biografia di Cilla, è la gra­tuità del gesto con cui Dio prende, "fissa" la creatura e la rende significati­va per il popolo che la circonda.

Ci sono premesse umane di temperamento, di potenza di sensibilità, di acutezza e intelligenza; ma esse sono sproporzionate all'esito della vita di Cilla. È realmente il porsi della mano di Dio su di essa che uno percepisce, scelta di Dio che non elude la dialettica dei sentimenti umani (fatica, incer­tezza, esaltazione) determinati anche dalle circostanze. Così Cilla è pur "spiegata" dalle circostanze in cui ha vissuto e prima ancora da un tempe­ramento così ricco, così intuitivo, così colmo di affezione.

Che in nove mesi una giovane quindicenne abbia realizzato un cambia­mento così profondo, così motivato e quindi così cosciente degli ostacoli e del gioco delle contraddizioni è realmente un miracolo che appare ai nostri occhi.

Il dominio di Dio sulla sua vita è come riconosciuto in una frase che ha scritto sul frigorifero di casa sua: «Cilla = niente». Non è una frase triste, disperata o delusa, ma una intuizione, una trasparenza metafisica.

Questi nove mesi di vita rinnovata, che Cilla ha da un certo incontro in poi, sono come il percorso, la storia di una scintilla che scatta tra questi due poli: la coscienza del proprio niente è una presenza che la sovrasta penetrandola. Eppure, la modalità con cui Dio compie questa penetrazione nella sua vita ha un volto per sé molto solido: un incontro umano che veicola den­tro di sé un annuncio e una promessa che vengono percepiti in modo inso­lito o l'invasione entusiastica attraverso il richiamo della parola di Dio che altrimenti non avrebbe detto nulla e invece fa scattare un'esperienza vera. Non è una perfezione acquisita di colpo; è un cammino veramente intra­preso, è una dinamica nuova che si è liberata: «Pur vivendo nella carne, vive nella fede» (cfr. Gal 2,20) attraverso le contraddizioni che rimangono, i vuoti d'aria di momenti di delusione che riemergono, di tristezze, di attac­camenti e di ribellioni. Tutta la reattività della sua naturalità è sempre regi­strabile, ma è percossa da una vibrazione che la spinge verso uno scopo e in un modo nuovo. Così mi pare un sintomo acuto dell'autenticità di que­sto avvenimento che converte, che cambia radicalmente il volto, il signifi­cato del vivere di questa ragazza, il densificarsi e l'appassionarsi del rappor­to con suo padre e sua madre, con i suoi fratelli.

Non salta le prossimità; anzi, è in esse che innanzitutto desidera, esaltan­do l'affezione naturale, che la visione nuova che le infuoca il cuore possa essere fatta passare. Non è proiettata altrove a prescindere dai legami che l'hanno costituita nella vita. Questo apre a notare ancora meglio l'incarnar­si di ciò che l'ha fatta sussultare in modo sublime dentro le circostanze della vita quotidiana: i compagni e la scuola sono per una studentessa di quindici anni, con la famiglia, parte della vita, tutta la vita.

Un sentimento di fede che non tenda appassionatamente a comunicarsi alla prossimità naturale che Dio ha dato nella famiglia e a incarnarsi nei rapporti quotidiani - come i compagni, la scuola, l'ambiente in cui uno è mandato a lavorare - è realmente equivoco.

Questo è impressionante: l'autenticità solida e luminosa dell'esperienza di Cilla. E questa dimensione nuova del cuore, questo senso della presenza non lo sente in opposizione ai suoi hobbies, ai cavalli, al "suo" cavallo, anzi si dila­ta a tutte le componenti della vita, compresi gli amici che aveva prima, nono­stante li debba "ridurre" perché un certo impegno che assume nella compa­gnia nuova del movimento a cui si dedica non la lascia più totalmente libera. lo vorrei sottolineare l'autenticità religiosa di questa esperienza. L'autenticità religiosa è sentire che Dio è tutto.

Questa intuizione scatta, è vera quando contemporaneamente uno capisce di essere niente. La concretezza di questa intuizione nuova - una carat­teristica dell'autenticità di questa esperienza - consiste anche nel fatto che Cilla nota perfettamente i limiti della sua comunità, «piccola, cara, scalca­gnata, santa comunità».

Come raramente è dato trovare, Cilla fa un'autocritica ed è cosciente dei limiti della sua comunità; ma - essa non lo dice - questo è il segno contin­gente del Mistero e di un rapporto nuovo con Cristo che l'ha raggiunta, che la sta facendo crescere, che la chiama.

Il dominio di Dio nella coscienza della propria nullità diventa positività di vita attraverso la percezione del proprio essere e quindi della propria vita come vocazione.

Il dominio di Dio è amore. Perciò il nostro ambiente è amato. Qui sta la meraviglia e l'inizio di una gratitudine che tende a investire tutta la pro­pria persona come un abisso. Ogni nulla che si riconosce come tale è amato da Dio e perciò è chiamato a vivere una consistenza di utilità, una funzione: una propria "vocazione".

La vita è chiamata a partecipare al valore eterno di Dio già nel tempo e in questo senso costruisce il tempo. La vocazione è a una funzione che è quella di comunicare agli altri e di vivere con gli altri questa scoperta grande che la vita è «essere amati da Dio». Ma essere amati non è un sentimento astratto, l'indicazione di un fenomeno etereo: questo essere amati vuol dire essere chiamati all'impegno con Lui nella costruzione del Suo Regno.

E’ nel percepirsi amati e nel percepire la finalità a cui questo amore desti­na il tempo che sta realmente l'esperienza della libertà, la capacità che ha l'uomo di aderire all'essere, di realizzare la propria consistenza, di realizza­re se stesso. E’ l'amore di Dio la propria consistenza, e questa si esprime nel­l'esistenza come pensieri, affezioni, gesti e azioni, progetti concepiti come l'edificazione dell'opera di Dio.

La libertà nell'uomo è nell'esperienza della realizzazione di sé che è il lavoro. Cilla l'ha intuito e vissuto alla sua età: la libertà dell'essere amati da cui sprigiona quello che cristianamente si chiama "missione": Cilla ha vera­mente suscitato un popolo, è stata il profeta «lieto» di un popolo.

E’ in tale letizia che s'impone intensa e semplice la maturità che fa parlare in questo modo: «Sono felice! Come vorrei dare a tutti questa felicità che scon­fina in spensieratezza, proprio io che la spensieratezza l'ho sempre detestata. Sento di nuovo il fantastico gusto delle microscopiche cose».

Unità piena di equilibrio tra spensieratezza e attenzione al minuscolo, alle piccole cose! Ecco le ripercussioni più immediate che ho avuto leggendo la biografia di Cilla, una lettura che inonda veramente di luce e comunica un calore di cui è difficile che si abbia un paragone nella propria esperienza, per­ché è un calore umano illuminato dalle cose vere.

È una testimonianza, questo libro, in cui uno s'immerge come in un'on­da viva e l'attraversa. Onda che lo ristora in tutti i "pezzi" del suo essere affaticati dall'arsura del tipo di vita che si vive, e uno esce da questa immersione con una freschezza che non resta soltanto nel ricordo, ma lascia una traccia permanente. Chiunque legga questo libro cambia.

È inutile dire che questo libro è un'offerta discreta e vibrante soprattut­to per i giovani, per tutti i giovani: per chi naviga nel buio e per chi pren­de già in mano con chiarezza la propria vita per offrirla a Dio; per chi vive una pace lieta e per chi è tentato di scandalizzarsi delle proprie contrad­dizioni, anzi ne è "bruciato"

:

La gratitudine a Dio è la sorgente pubblica della novità

L’amicizia con la famiglia Galeazzi diventa, a poco a poco, come un rapporto di parentela che si documenta in incontri continui fino a condividere anniversari, circostanze gioiose e dolorose della stessa vita familiare.

piccoli Santi Innocenti di cui oggi, come abbiamo intuito dal Vangelo, è la festa, i piccoli Santi Innocenti sono collocati, nella storia dell'anno liturgico, proprio vicino al Natale, come i più grandi testimoni di Cristo. Notiamo che essere testimoni di Cristo è ciò da cui sarà misurata la nostra vita: lo ha detto il Signore. Perché il valore della terra e del cielo, della vita nostra e della vita di tutti, il valore del singolo e di tutta l'uma­nità sta in questa presenza di Dio fatto uomo. I piccoli Santi Innocenti sono stati resi i testimoni più grandi insieme a santo Stefano, il primo martire, e a san Giovanni, il più grande discepolo e apostolo.

Ma sapevano questi bambini che cosa accadesse in loro, attraverso di loro? Chi avrebbe potuto pensare in quel frangente così disumano nella sua fattispecie, così contraddittorio a ogni norma del cuore, così oscuro nella sua parlata e senza luce, chi avrebbe potuto pensare, immaginare che dopo tanti secoli noi stretti insieme ci saremmo trovati uniti a invocare quei bambini, ma più profondamente a capire come in quelle piccole menti un grande mistero si adempisse?

Il valore della loro vita è grazia di un Altro. Così il valore della nostra vita attraverso quel valore, attraverso quella disumanità, quella barbarie, attra­verso quello che indica la parola del brano dell'epistola che è la più signifi­cativa di tutte, attraverso quelle tenebre senza luce, senza significato, senza senso, assurde, attraverso quelle tenebre, una grande luce passa nel mondo e arriva secondo un disegno provvidenziale all'uomo a suo tempo. Noi dob­biamo rispettare i tempi dell'uomo, della nostra vita, con la stessa adorazio­ne con cui rispettiamo Dio. I tempi della nostra vita e i tempi della vita degli uomini sono la volontà di Dio. Attraverso quelle tenebre si è immessa nella vita dell'uomo. Ciò che essi sarebbero stati si è esaltato infinitamente senza alcun paragone; chi avrebbe mai pensato a quelle persone? Tutto è grazia che attraverso l'errore più doloroso della morte, l'errore e il dolore, investe il mondo e la storia così come la nostra vita.

Avrebbero pensato, nella fanciullezza del loro "sì", nell'infanzia del loro "sì"; Elsa e Rino, quando si sono sposati, quello che ne sarebbe nato? Io credo che quando nasce un figlio è realmente qualcosa di incommensurabile con l'im­maginazione che se ne ha prima, perché è una realtà imponente, concreta. Avrebbero pensato alla ricchezza umana che avrebbero creato in Chicca, in Cicco, in Cilla? Avrebbero potuto pensarlo perché questo è ancora un livello normale, ma già la misura dell'incommensurabile entra, penetra, dimostra nell'avvenimento umano di una paternità e di una maternità la novità assolu­ta che diventa concreta e irreversibile. Chi avrebbe potuto pensare a ciò che avrebbero generato attraverso il sacrificio di Cilla? Una maternità e una pater­nità di cui tutti sentiamo la presenza, la forza, di cui tutti conosciamo la spe­ranza. È il segno che non esiste altro segno più grande di questo: l'amore materno e paterno. Non esiste un segno più grande di quella ineffabile prov­videnza, di quell'ineffabile Padre di cui la Bibbia dice Tam Pater nemo (nessu­no è così padre), di cui la Bibbia dice: «Anche se tuo padre e tua madre si dimenticassero io non ti dimenticherò mai» (cfr. Is 49,15). Questo segno si impone laddove esorbita dalla misura puramente carnale, perché i primi a beneficiare, in questo caso percependo una verità senza paragone più grande di quella che sentivano e subivano quando piccoli abbracciavano le gambe del papà o le sottane della mamma, sono i figli.

Ma se l'umano non esorbita dalla misura carnale muore, nel senso che viene meno, si inaridisce, e laddove non si inaridisca resta triste, perché il senso della propria impotenza governa ormai l'uomo di fronte alla grande prospettiva del destino e del nesso con la totalità delle cose. Non è possibi­le che uno non lo intuisca, anche se non ci riflette molto guardando alla pro­pria vita e guardando a se stessi quando il tempo passa.

Quando poi sono persone come Elsa e Rino, allora quale tristezza vi sarebbe nel non comprendere, perché quanto più una potenzialità umana è grande tanto più è destinata a esigere per sé la verità. Infatti, se essa non è colta, allora è come se la morte fosse prima della morte. Chi avrebbe pen­sato in quel "sì" (ho usato i termini infanzia, istinto, fanciullezza di cuore, perché quando si sposano sono tutti così), chi avrebbe mai pensato alla pro­fondità, alla prospettiva, alla esorbitanza di quell'umanità e di quella matu­rità? Poiché la caratteristica della maturità è generare, è comunicare se stes­si; è come una gratitudine, il più grande miracolo della storia.

Non esiste a mio avviso un miracolo più grande nella storia del generare, perché è Dio tra di noi, è una dimostrazione della divinità di Cristo che diven­ta contenuto di gratitudine. Non esiste un miracolo più grande del dolore e del­l'errore che diventano gratitudine, che diventano grazia, che si comunica, che si contagia nella misura della semplicità di cuore. Di ciò che Lui ha fatto den­tro la carne e le ossa di Elsa e Rino e quindi anche di Cicco e di Chicca siamo grati a Dio, ma anche a loro perché c'è una cosa che permette alla grazia di rin­novare la faccia della terra ed è la semplicità del cuore anche se nascosta, o magari sotterrata. La semplicità del cuore, se non è rinnegata laddove essa lanci la sua parola, diciamo pure il suo vagito, si muove, fa sentire la sua eco di invito pur piena di tenerezza, di discrezione, di timidezza. La Bibbia chiama questa semplicità del cuore umiltà, il senso dell'essere quel che siamo, poveri ma destinati all'origine a una vicenda senza fine, a una felicità che già si river­bera in questo mondo. La prova dell'aldilà è che nella sua visione e nella fede in esso la vita di qua diventa più umana, cioè più vera. Noi non abbiamo altro criterio dimostrativo del vero che la nostra umanità. Leggendo il libro di Péguy, Il mistero dei santi innocenti, saremo costretti a ripensare a queste cose e a Cilla, a Rino, a Elsa, a Chicca e al nostro grande Cicco. Finora non ho trovato, nella mia storia personale, un paragone più impressionante.

Perciò il gesto di oggi è una gratitudine. Il sentimento che più ci identifi­ca è quello che domina Cilla, perché il nostro destino è la gratitudine a Cristo e a Dio. La gratitudine è la sorgente pubblica della novità; è solo per la gratitudine che tutto diventa buono, gratuito, cioè nuovo. La felicità è una sorgente continua di novità, una gratitudine che oggi chiediamo a Dio, per intercessione dei piccoli Santi Innocenti e di Cilla, perché questo è il senso della vita consapevole e carica di affezione. Questa gratitudine a Dio renda nuove le nostre giornate, comunque siano, nel dolore e nell'errore, e attra­verso il dolore e l'errore costruiscano l'umano che è l'affezione tra noi. Preghiamo il Signore perché ciò avvenga per tutti noi.

 

La promessa del centuplo,

Il 4 ottobre 1980 don Luigi Giussani partecipa a un’altra festa della famiglia di Cilla: a Roma si celebra, nella chiesa di Santa Maria in Domnica, il matrimonio di Cicco. Nel corso dell’omelia Giussani parla del centuplo che è di fronte ai loro occhi.

I1 Signore della vostra vita ha promesso cento volte più intenso l'amore umano e la capacità di gratuità; e la percezione della bellezza; e l'intensità dell’esperienza d'una continua novità impossibile al di fuori del grande rapporto con Dio - impossibile -; e la redenzione dalla banalità; e la capacità sterminata del perdono; la capacità, inconcepibile umanamente, della misericordia vicen­devole e quindi come proiezione su tutto ciò che vi circonderà. Quale grande esempio proprio di una simile esperienza e di un simile centuplo avete imme­diatamente davanti, nei tuoi genitori, Cicco - perché quelli conosco fino in fondo all'anima -, e sai che la mia affermazione non ha neanche lontanamente (ombra dell'adulazione, non può averla perché non è menzogna, è verità. Sarei tentato di terminare con questo augurio: che voi siate come loro, come i geni­tori che così vi hanno cresciuti; perché, come apparite ai nostri occhi, grande è nel nostro cuore - molto grande nel nostro cuore - la stima e l’ammirazione per i vostri genitori, anche quelli che ancora non conosco.

 

Qualcosa di più grande nella vita di tutti i giorni

Dal 1977 in poi - e quasi regolarmente anno per anno - gli amici di Cilla e le comunità di Comunione e Liberazione si riuniscono a Montemagno (Asti) per ricordare la loro grande amica. Ad alcune di queste "feste" interviene personalmente don Giussani, confermando la sua predilezione verso colei che «ha veramente suscitato un popolo».

Cilla è ormai per tutti noi e per tutta la nostra vita un esempio, un punto di riferimento, un appoggio, una speranza, una compagnia nella gioia e nella tribolazione.

Ma perché? Che cosa ha fatto di questa ragazza - una ragazza più fan­ciulla che giovane - che cosa ha fatto di lei questa grande cosa che ci muove tutti? Lei che, come dice Gesù agli apostoli «era restata nella sua città» (cfr. Lc 24,49) che ora ci muove tutti da tante città e che commuo­ve e fa agire persone in tutto il mondo?

Prima di tutto, a quindici anni, ha capito che c’era qualcosa di più gran­de nella sua vita di tutti i giorni. Qualcosa di più grande per cui si alzava, mangiava, andava a scuola, studiava, viveva l'amicizia, viveva i rapporti della sua famiglia... qualcosa di più grande, quello a cui, come riporta la bellissima frase che è stata fissata sulla tomba dove essa giace in attesa della resurrezione, quello a cui essa si rivolge dicendo: «Grazie, Dio...».

Ma non solo ha capito che c’era qualcosa di più grande per cui la vita dove­va svolgersi ed essere offerta, concepita e donata in tutto quello che faceva. Ha capito una cosa ancora più grande, se fosse possibile, ed è che questo qualcosa di più grande, Dio, l'amava. Che l'origine e il destino della vita, Dio, ama l'uomo e quindi il senso della vita e del tempo è buono, che tutto è per il bene, come la morte che ha consacrato questa intuizione di fanciulla di animo intelligente, libero, spalancato e generoso: che Dio l'amava.

Ma non solo: questi due sentimenti la rendevano operativa, si traducevano in un impegno. La sua vita incominciava a essere realmente, fisicamente dedi­cata, anche là dove il limite proprio e altrui balzava al suo sguardo, alla sua sen­sibilità acuta, balzava in tutta la sua pesantezza. Ma la «scalcagnata» comuni­tà essa l'amava come il luogo dove il suo primo impegno di fronte all'Ideale si sviluppava. Operativa, intensa... nel suo cuore sviluppava tutto ciò che biso­gnava fare, tutto ciò che si sarebbe dovuto fare, perché è nel fare che si tradu­ce l'intendimento vero dell'animo e l'autenticità della bellezza del cuore.

Oggi nel brano della lettera di san Paolo agli Efesini abbiamo sentito l'elogio di questa fanciulla. A lei Dio ha dato «uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di Lui. Possa Egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farci comprendere a quale speranza ci ha chiama­ti, quale tesoro di gloria [cioè quale umanità più vera] racchiude la sua eredità tra i santi [cioè il seguirLo, il camminare con Lui] e quale sia la straordinaria grandezza della sua potenza» (cfr. Ef 1,17-19), che in Cina è come esplosa.

Ma è sempre questa l'economia di Dio, il metodo di Dio: far esplodere in una persona in modo cosi chiaro la sua straordinaria potenza, perché ognuno di noi capisca che anche nella sua vita, nella quotidianità della sua vita, questa potenza vuole trovare strada ed espressione. Occorre soltanto che il cuore si dilati. Che se l'intelligenza o la sapienza, la generosità e la sensibilità non sono così originalmente impetuosi ed evidenti come nella grande figura di Cilla, la vita ci è data per farla crescere in noi questa intelligenza, per farla crescere in noi questa sensibilità del cuore, a qualunque età e in qualunque condizione, affinché abbiamo come lei a operare, quello che possiamo, certi in quello che possiamo, ma a operare perché la salvezza che Cristo ha portato nel mondo, attraverso noi, si diffonda e si comunichi là dove siamo: «Voi restate in città» (Lc 24,49). Che la sua salvezza che esploderà e si manifesterà nell'ultimo gior­no, quando tutti saranno costretti nella gioia a riconoscerlo, che questa salvez­za, redenzione, sia, dal maggior numero di persone possibile, utilizzata e godu­ta anche quaggiù, perché la salvezza e già incominciata dalla Sua Resurrezione e Ascensione al Cielo. Che cosa vuol dire, infatti, che Cristo è asceso al cielo? Vuol dire che il dominio che Dio ha su tutte le cose, la signoria che il Signore possiede su tutte le cose, perciò su ognuno di noi, ma su tutti gli uomini e su tutte le cose, dal profondo, dal profondo del nostro essere, questa signoria cerca, vuole, urge di essere manifestata. Che Cristo è asceso al cielo significa che ormai è incominciato il cammino che finirà nell'ultimo giorno dei giorni, in cui la sua padronanza sugli uomini - la felicità e l'ordine buono, l'armonia e la felicità dell'uomo - ha incominciato ad agire nel mondo e nessuno più lo ferma. Per questo il Papa in una sua poesia dice che «la Redenzione ha biso­gno della nostra forma per entrare nell'inquietudine di tutti» (cfr. K. Wojtyla, «Redenzione», in Tutte le opere letterarie, Bompiani, Milano 2001, p. 159), ha bisogno cioè del nostro corpo, delle nostre azioni quotidiane.

La redenzione di Cristo (Cristo che è asceso al cielo, cioè che sta nel profon­do del nostro essere, alla radice del nostro essere, perché il cielo è la verità della terra), questo suo potere ha bisogno del nostro corpo e del nostro agire quoti­diano perché lo testimoni, perché lo manifesti; pone le cose di tutti i giorni nella coscienza della Sua Presenza, nella accettazione profonda e umile, since­ra e semplice della Sua padronanza sulla nostra vita. Questo lo manifesta per­ché fa cambiare modo di agire, ci fa cambiare il modo dei rapporti, cioè rende più umana la nostra vita e la vita attorno a noi, in chi ci sta attorno e nelle stes­se cose che usiamo, perché diventino più buone, più ordinate. Non è stato forse così per Cilla? La figura di Cilla, la realtà di Cilla è una grande testimonianza dell'Ascensione di Cristo al cielo, cioè della profonda signoria e padronanza che Cristo esercita su di noi, chiede di esercitare su noi. Allora che il nostro cuore imiti, quanto gli è possibile, imiti il cuore di colei che, fra noi, più di tutti noi, Lo ha riconosciuto e accolto. E la prima grazia che dobbiamo chiedere a Cilla è che ci spalanchi il cuore come si e spalancato il suo.

 

«Piccola, cara, scalcagnata, santa comunità»

Il 28 maggio 1983, nel corso di un dialogo con un gruppo di universitari di Comunione e Liberazione (Clu), don Giussani cita la consapevolezza che Cilla aveva avuto, a soli quindici anni, del valore della comunità cristiana che lei chiamava «piccola, cara, scalcagnata, santa comunità». Aveva scritto nel suo diario: «Prima non esistevo. Sono nata nel momento in cui ho capito cos’ë la comunità: il mezzo che mi ha portato a Cristo». «La comunità, e quanto essa vuole significare, è il destino del mondo». E in una lettera: «Davvero mi rendo conto di come il dare tutto alla comunità sia sostanzialmente la risoluzione di tutti i problemi».

Siccome l'annunciare Cristo coincide con l'affermarsi, l'affermare la propria adesione alla compagnia - perché la Sua Presenza è in questo segno -, stare in questa compagnia, prendere parte a questa compagnia, stare dalla parte di questa compagnia ci fa entrare sempre più profondamente in essa.

Soltanto che questa parola "compagnia" è altamente equivoca, ma non nel senso cattivo: in senso obiettivo del termine. Perché è verissimo che l'incon­tro con Cristo è l'incontro con un pezzo di realtà umana esistenziale, storica, che è una compagnia. Perché l'incontro anche con la Chiesa (se si chiama "Chiesa" la presenza di Cristo totale), l'incontro con la Chiesa è l'incontro con una realtà, con una realtà che te lo fa percepire persuasivamente e che te lo fa cogliere come visibile.

La compagnia è equivoca nel senso che ha un valore oggettivo, da una parte, ed è in quanto valore oggettivo, perché la presenza di Cristo, l'incontro con Cristo è in questa compagnia, vale a dire è in una realtà di gente che si riconosce insieme perché c'è Cristo; e si riconosce insieme come vita, si rico­nosce insieme non come gesto rituale, si riconosce insieme come vita, perché c'è Cristo. Dall'altra parte, è equivoco nel senso che non è la bravura della compagnia, non è l'effetto soggettivo che la gente della compagnia realizza; quando Cilla parlava della «scalcagnata» comunità, a quindici anni, intuiva la verità di quello che stiamo dicendo, affermava il valore oggettivo dentro la delusione soggettiva che la comunità tante volte realizza.

 

Una folla di amici nuovi

Otto anni dopo la morte di Cilla, compare un nuovo libro su di lei pubblicato sotto la spinta del desiderio di testimoniare quanto è accaduto in quegli anni nell’esistenza del suo papà e in quella dell’amico autore del volumetto. Ma anche i frutti della memoria di chi «direttamente o indirettamente» ha conosciuto Cilla. Nel libro le lettere di Cilla vengono accostate al magistero di Giovanni Paolo II attraverso le parole dell’enciclica Redemptor hominis.

Otto anni dopo la sua morte, Cilla riverbera la sua vita in Dio dentro uno straordinario numero di esperienze di conversione, di rianima­zione della fede, di impeti e imprese di carità.

Come ripete la Liturgia: « È sembrato che fosse morta...»: ma quale distrazione (insipientia) occorre per arrestarsi a quell'esperienza amara! Non è solo la memoria responsabile e vigile dei suoi impareggiabili genitori la sorgente di questo libro. È la testimonianza semplice e commovente d'una eccezionale folla di amici nuovi: lei, così sensibile e tena­ce nell'amicizia, la vive sulla terra ora cento e cento volte più di prima! Il metodo del testo che viene presentato è altamente significativo. Una esperienza di "movimento" è utile alla persona e alla compagnia umana solo nella misura della sua autenticità ecclesiale. Da parte degli autori è questo valore che vuole illuminare l'umile e appassionato tentativo di mostrare la corrispondenza fra i temi e gli accenti prediletti della quin­dicenne Cilla nel suo breve, ma intenso impegno dentro un itinerario di fede e di comunità, con i temi e gli accenti con cui la grande figura di questo Papa sfida la confusione angosciosa del mondo e l'inerzia incom­prensibile di tanta cristianità.

Nel deserto, percorso da tante parole vane, una sorgente d'acqua viva. Vi si abbeverino gli uomini, giovani e vecchi, in folla.

 

La misericordia di Dio attraverso l'intercessione di Cilla

«Come Cristo è morto per il mondo, così Cilla è morta per noi... perché il santo è colui che il Signore sceglie e protegge perché diventi segno efficace, cioè sacramento della Sua misericordia operativa nel mondo, perché cambi il mondo. Il santo è uno strumento perché cambia il mondo». Con questi occhi don Giussani aveva guardato alla storia di Cilla e lo disse in modo mirabile in occasione del decennale della morte di quella ragazza.

I1 Signore chi ha amato più di tutti? Qual è l'uomo che Dio ha amato più di tutti? Cristo, il figlio Suo nato da Maria Vergine. Uomo, fatto di carne e ossa come tutti gli altri.

E questo uomo, che il mistero di Dio ha amato sopra ogni cosa, lo ha sacrificato.

La festa del Corpus Domini ci ricorda questo mistero che sta alla radi­ce della nostra vita, perché la nostra vita ci è stata data: la vita ci è stata data perché ognuno di noi raggiungesse il suo destino, ché il nostro destino è Dio. Allora il mistero del Corpus Domini, il mistero della messa, il mistero dell'Eucaristia è quello che ci ricorda la morte e la Resurrezione di Cristo. Il mistero della messa, dell'Eucaristia, è il miste­ro della morte e della Resurrezione di Cristo che in modo arcano - enig­matico per noi, nascosto alla immediatezza dei nostri occhi - raggiunge la nostra vita e la sostiene, la fermenta, la spinge, perché abbia a rag­giungere quella felicità, quel traguardo, quel segno ultimo per cui Iddio ha reso madre nostra madre.

Sarebbe inutile, come ha detto Gesù di Giuda, sarebbe inutile nascere se non fosse per quello. Allora il Signore Gesù è stato sacrificato dal Mistero che fa tutte le cose, dal mistero del Padre, perché tutti noi fossimo dalla Sua morte e dalla Sua Resurrezione salvati; perché nella Sua presenza che continua nel mondo attraverso l'Eucaristia le nostre vite così distratte, così fragili e anche, possiamo dirlo, così cattive - «Tutti voi siete cattivi» ha esclamato una volta Gesù (cfr. Mt7,11; Lc 11,13) -, fossero nonostante tutto nella misericordia liberate, salvate: perché la misericordia è l'attribu­to più grande di Dio nei confronti dell'uomo, perché indica che la poten­za di Dio è più grande di tutta la miseria degli uomini.

Ma la misericordia di Dio è proprio questo uomo morto e risorto, que­st'uomo che è figlio di Dio, è figlio di una donna, figlio del Padre e uomo in carne e ossa che è morto per tutti. La misericordia di Dio è Gesù.

Ma in un altro brano della Bibbia - il brano della Bibbia che si recita durante la messa da morto - a un certo punto si dice così: «Proprio per­ché Iddio Lo ha amato, Lo ha portato a sé» - cioè lo ha fatto morire - «affinché la corruzione non Lo toccasse».

Questo in un modo profondo e grande vale innanzitutto per Gesù: avendoLo Iddio amato e prediletto ha fatto della Sua vita un sacrificio tale per cui nessuna ombra di male vi potesse penetrare.

Ma, come in questa parola della Scrittura, ogni tanto lungo il cammi­no del popolo di Dio, mentre tutti camminiamo insieme distratti, debo­li e anche cattivi - ma in fondo col cuore che ci rimane dentro; è il cuore, è il senso religioso, vale a dire il senso del nostro destino -, ogni tanto vediamo uno fra noi, un compagno di cammino, che il Signore proprio ci sottrae. Vediamo un compagno di cammino che è come fissato dal Signore per la sua intelligenza, per la sua impetuosa generosità, per la sua nettezza ultima - pur nella sua umanità, carne fatta di carne e ossa come noi - il Signore ce lo porta via proprio come dice la Scrittura: aven­do avuto amore per lui, avendolo prediletto, lo portò via prima che la corruzione del mondo lo toccasse.

Per questo dal mistero della morte, della croce di Cristo - che è il Corpus Domini, vale a dire ciò che il mistero eucaristico ci ricorda - il passaggio alla figura di Cilla, della nostra Cilla è come di schianto, velo­ce, immediato: il Signore avendole voluto bene, avendola prediletta, l'ha presa con sé affinché il male del mondo non la toccasse.

Ma come Gesù - dobbiamo ben ricordarcelo questo - coloro che il mistero di Dio sceglie per un sacrificio, li sceglie per tutti noi. Cioè come Cristo è morto per il mondo, così Cilla è morta per noi.

Chiunque è scelto - prescelto - come olocausto, come vittima, è scel­to proprio come vittima per gli uomini, per tutti noi.

E infatti la grandezza del mistero del Signore nella vita di Cilla come nella vita dei santi, di tutti gli altri santi... Perché il santo è colui che il Signore sceglie e protegge perché diventi segno efficace, cioè sacra­mento della Sua misericordia, perché diventi strumento della Sua misericordia operativa nel mondo, perché cambi il mondo. Il santo è uno strumento perché cambia il mondo.

E infatti si capisce questa scelta di Dio, questa scelta che Dio fa dei santi, dai miracoli che compie. E il miracolo che cosa è, se non un cam­biamento della vita nostra? Il miracolo è che la vita dell'uomo cambi. Certo, anche quando si drizzano le gambe storte o si aprono gli occhi dei ciechi!

Ma che cos'è un cieco che veda o uno storpio che cammini di fronte all'uomo che diventi più buono? È una distanza infinita. Come Gesù ha detto: «Se avrete fede come un grano di senape potrete dire a questa montagna: "Spostati!" e la montagna si sposterà» (cfr. Mt 17,20).

Che la propria vita diventi buona o che la vita del suo compagno di viaggio diventi buona - buona, cioè più uguale a Dio, più simile a Dio; buona, perciò carica di amore e di misericordia - è impossibile. Questo è proprio un miracolo di Dio e quando noi ci imbattiamo in esso sentiamo una commozione e una forza persuasiva come di fronte a nient'altro.

Ecco allora i due miracoli, il duplice miracolo che Cilla già compie e che compirà sempre di più.

Innanzitutto la strada normale che Dio ha per rendere migliori gli uomini, per renderli puri e non "attravolti" dal male e dalla corruzione, lo strumento normale non è farli morire: lo strumento normale è la grande cosa che si realizza attraverso l'educazione, la passione educati­va di gente che vuol bene agli altri. La passione educativa di un padre e di una madre è parte di questo strumento normale con cui il Signore cerca di preservare dalla corruzione la creatura nuova che cresce.

E quando padre e madre non ci pensano o quando padre e madre non ce la fanno e non sono capaci, ecco che il Signore ha creato questa cosa grande - grande come il Suo cuore, perché è la creatura del Suo cuore - che si chiama la Chiesa. Ma la Chiesa è vissuta - vissuta! La Chiesa vissu­ta, non la Chiesa formale, non la Chiesa istituzionale, ma là dove la Chiesa, che è anche istituzionale, viene vissuta proprio! -, è fatta di gente che, con lo sforzo e la fatica di tutte quante le proprie energie, prosegue nella sua vita la passione con cui una madre e un padre cercano di creare bene, di far crescere bene i loro figli. Anzi, la Chiesa è fatta di gente, la vera Chiesa è fatta di persone che più ancora che padre e madre amano il desti­no e la purità, il destino e la verità dei loro compagni uomini, piccoli o grandi che siano, perché davanti a Dio siamo tutti come bambini.

Allora il sacrificio di Cilla come il sacrificio di Cristo; il sacrificio di Cilla che rende presente più concretamente - non solo per il suo papà e la sua mamma, ma per ognuno di noi che l'ha conosciuta, o direttamen­te o indirettamente - alla nostra vita pratica, alla nostra vita fisica, il mistero della morte di Cristo. Deve rendere ognuno di noi preoccupato, preoccupato che la propria vita e la vita dei piccoli che incontra - ma anche dei grandi, perché sono tutti piccoli! -, che la vita dell'uomo che incontra - come la propria vita - si svolga nella verità, nella giustizia, cioè, per dire un termine più adatto alla figura di Cilla, nella purità.

Ma la purità che è intelligenza del destino, è amore al destino; perché è questo senso sia pure confuso e misterioso del destino che ha qualifi­cato l'intelligenza e l'affettività di Cilla.

Il primo miracolo è che ci faccia diventare buoni e la bontà, cioè la partecipazione a quella misericordia che è l'essenza del Padre - cioè Cristo -, questa bontà che ci fa imitare la misericordia di Dio - che è Cristo - deve tradursi innanzitutto attraverso i nostri errori, attraverso la nostra debolezza; perché noi rimaniamo deboli, fragili e anche catti­vi, ma la bontà si deve tradurre nella passione che la fede, che riassume tutto quello che abbiamo detto, entri nel cuore della gente così che sia più buona - la corruzione, cioè la menzogna, come la chiama il Vangelo, perché il Vangelo chiama il peccato la menzogna, è contro l'uomo. La menzogna è contro il bene della vita -, così che la gente che incontria­mo abbia a essere non corrotta, non trapassata, non distrutta dalla cor­ruzione del mondo, che è così grande e che ha degli strumenti per entra­re nel cuore di ognuno così potenti che sembrano imbattibili e infatti sono strumenti che penetrano nel cuore di tutte le famiglie e sono stru­menti che penetrano nel cuore di tutte le strutture educative - la scuo­la! -. E sono strumenti che penetrano nell'aria che uno respira.

Ma la forza di Dio attraverso l'intercessione dei santi, la misericordia di Dio attraverso l'intercessione di Cilla nella nostra vita, ci deve rende­re capaci nella nostra fragilità di combattere questo, di renderci sorgen­te di bene: che la vita sia bene nella fragilità, nella dispersione, nella distrazione e anche nella cattiveria, ma la corrente principale - quella del cuore - vinca e le intenzioni - segrete, se non espresse - di nostra madre e di Iddio creatore in essa vincano.

E poi c'è un secondo miracolo che Cilla compie, così come c'è un secondo tipo di miracolo per cui Cristo è morto e risorto, è diventato uomo - Lui che era Dio è diventato uomo ed è vissuto come un vaga­bondo, un povero e un vagabondo! - ed è un miracolo che fa diventa­re visibile e che fa diventare proprio carnale - visibile e carnale - quel­l'altro di cui abbiamo parlato prima e lo sostiene. Sono i miracoli fisi­ci che Cristo compiva: la gente che ci vedeva, gli storpi che cammina­vano, i poveri che avevano da mangiare - come abbiamo sentito nel vangelo di oggi - perché il mondo direbbe: «Poveretti... guarda, questo qui ha bisogno di quello, quello ha bisogno di quest'altro... poveretti, facciano quel che possono, vadano in giro e cerchino l'aiuto, cerchino l'aiuto dalla società», come ha fatto finta di dire Gesù: «Rimandateli nei paesi vicini perché mangino, perché sono dei giorni che mi seguo­no e trovino riposo per la notte» (cfr. Mt 15,32; Mc 8,2-3). Ma il Signore aveva provocato a questo, perché sapeva quel che voleva fare e li ha sfamati senza mandarli dentro il rischio di una elemosina, che magari non avrebbero ottenuto.

Ma che cos'è - io lo penso tutte le volte che vedo il papà di Cilla o la mamma di Cilla - ma che cos'è l’Associazione Cilla se non un miracolo fisico, visibile ai nostri occhi? Per cui la gente, tanta gente che ha avuto bisogno, che ha bisogno, che avrà bisogno, non troverà soltanto - come sempre accade - degli amici che con commozione, proprio con ansia, partecipando al dolore dicono: «Cerca aiuto, cerca aiuto negli ospedali, cerca aiuto dagli strumenti, dalle associazioni pubbliche»... no, no, no! Ma si sono sentiti già dire, si sentono dire, si sentiranno dire: «Ti aiuto io, ti aiutiamo noi» e quello che è impossibile anche alla opulenta e gras­sa società diventa possibile per l'invisibile flusso della carità.

Anche l'Associazione Cilla per quante persone, per quante famiglie è già stato un grande documento di miracolo? Perché il Signore - come dice la Liturgia, come diceva la Liturgia un po' di tempo fa - il Signore è pronto a dare i beni anche su questa terra perché noi abbiamo a com­prendere che il nostro vero destino è il cielo.

Come Gesù non è che abbia guarito tutti i sordi, abbia guarito tutti i ciechi, abbia guarito tutti gli storpi, perché non è venuto per quello! È venuto per gridare a tutti che se non teniamo presente il nostro destino allora la vita diventa non solo inutile, ma guai a noi perché siamo vissuti. È venuto per quello e per far comprendere questo gran­de scopo ha detto: «Vedete, sono anche capace, laddove c'è la fede, sono anche capace di rendervi un dono in questo mondo, di compie­re miracoli in questo mondo» (cfr. Mt 9,5-6; Mc 2,9-11; Lc 5,22-24). Così se Cilla fosse qui, avesse il permesso del Signore di venire al mio posto e di concludere queste parole, direbbe: «Guardate, c'è una sola cosa, solo una cosa è necessaria ed è il pensiero del Signore. Perché la nostra vita non è una vita di cani, ma è una vita di gente cosciente; abbiamo un'intelligenza e la libertà ci è data per un destino e quanto più avrete presente questo destino tanto più saprete fare miracoli anche su questa terra».

Perché come disse Gesù e abbiamo tante volte ricordato: «Chi mi segue avrà la vita eterna e il centuplo quaggiù» (cfr. Mt 19,29; Mc 10,29­30). Perché papà e mamma di Cilla non avrebbero mai pensato di poter sentire una profondità di vita e di risposta alla loro paternità e materni­tà come quella che hanno avuto dalla loro partecipazione al sacrificio della Madonna, cioè il sacrificio della morte e della Resurrezione di Cristo, al sacrificio della morte e della resurrezione continua - che non cesserà più - di Cilla nella vita della nostra compagnia umana.

 

II Signore non ci ha creati per la morte, ma per la vita

Il 26 settembre 1988 il papà di Cilla muore di tumore presso la Clinica La Madonnina di Milano. Don Giussani si reca al suo capezzale alcune ore prima per portargli il sacramento dell'unzione degli infermi. Rino Galeazzi, già in coma, si risveglia poco dopo aver ricevuto il sacramento e dice al figlio Alessandro di avere avvertito «un senso profondo di pace e di benessere». Allora don Giussani viene richiamato in camera; parlano e pregano per alcuni minuti. È ancora don Giussani a dare a Rino l'ultimo saluto durante i funerali il 27 settembre con queste parole pronunciate durante l'omelia.

E’ stata una persona grande, così grande che molti fra noi, non solo Elsa e i suoi figli, pensano come si faccia adesso senza di lui, senza quella sua grandezza che arrivava dappertutto, che calmava tutto, che riparava tutto. È stata una persona grande!

È proprio questo che ci lascia in eredità come prima parola: vivere. Bisogna vivere: la vita è dono e dovere, così come lui ha vissuto. Preghiamo Iddio che ci faccia imparare a vivere con quella intensità che non sembrava avere confini, e nello stesso tempo con quella pazienza che valorizzava tutte le condizioni. E così ha saputo vivere una vita operosa, intensamente operosa, fervida e nello stesso tempo pacata: una pacatezza ultima era nel suo cuore!

Ma questa sua vita - come ha ricordato il Rino Galeazzi. suo parroco all'inizio della messa - l'ha pro­prio data per gli altri. Perché lui non aveva nessuna distanza con qualun­que uomo incontrasse, piccolo o grande, ricco o povero, malato o non malato, sofferente o non sofferente; non aveva nessuna distanza, tutto era come parte di sé, tutti coloro che incontrava erano parte di sé. E così tutto quello che aveva, in un certo senso reale, tutto quello che aveva incomin­ciava a darsi. Per questo l'Associazione Cilla (non per nulla la sua vita è incominciata a esplodere proprio nel momento più tragico del suo cammi­no d'uomo) è diventata un simbolo di questa volontà di vita, di questa ope­rosità che salva la vita e di questa generosità che collabora con l'altrimenti impotenza dei più. Saremmo così impotenti da soli!

L'Associazione Cilla perciò è un'altra grande eredità, è l'eredità che ci lascia da continuare, perché è in essa l'esempio che abbiamo avuto da lui. Il cuore umano suo possa animare e far muovere ora voi.

Ma tutto questo è come abbracciato e raccolto in un seno materno, tutto quanto è abbracciato e raccolto dentro una matrice. Questo seno materno, questa matrice, che si è rivelata in tutta la sua capacità generativa con la morte di Cilla, si chiama FEDE! Questo, soprattutto, ci lascia in eredità: che abbiamo a vivere quell'esperienza di fede così come l'ha vissuta lui.

L’altro ieri, quando sono andato a portargli l'estrema unzione, gli ho detto: «Diciamo qualche "Gloria" alla Cilla, perché il miracolo è sempre possibile». «E’ vero - mi ha risposto - è vero, ma questo è secondario, la cosa principale è che sia fatta la volontà di Dio». Proprio quel che dice il primo brano che abbiamo sentito leggere: «L’uomo che si rivolge a Dio senza paura», che guarda in faccia la vita senza paura. Non siamo più schiavi, così da dover avere paura, ma siamo figli e per questo siamo senza paura.

E questo lo spirito di Rino che adesso ci penetra come un'onda che noi non possiamo più perdere. E’ stato una persona grande, è una persona grande, perché il Signore non ci ha creati per la morte, ci ha creati per la vita. E’ proprio davanti alla provvisoria scomparsa della tangibilità della sua presenza che la sua grandezza deve dilatare la sua forza nel nostro animo, perché la morte redime i limiti della nostra povertà, redime i limiti della nostra carnalità. Egli resta nella sua verità compiuta; perciò nella sua inten­sità grande, nella sua generosità senza fine, nel suo esempio di fede - egli è una persona grande - la nostra vita ha una compagnia che non aveva prima, neanche con lui.

A lui rivolgiamoci con quella confidenza che egli aveva senza alcun arti­ficio, quella confidenza che lui aveva con Dio e con «l'Uomo» Figlio di Dio. La Madonna aiuti Elsa e i suoi figli, perché abbiano a essere i primi tra noi a vivere sempre questa presenza che rivedremo ancora carnalmente alla fine della nostra vita.

 

Un fiore di Dio

È l'11 giugno 1996: in prossimità della grande festa popolare che si sarebbe svolta di lì a poco per il 20° anniversario della morte di Cilla, don Primo Soldi scrive questo biglietto per Elsa, la mamma della ragazza: «Ieri ho visto don Giussani, l'ho abbracciato anche per te e gli ho chiesto di darmi un messaggio per la festa del 23 giugno. Ti trascrivo, parola per parola, quello che mi ha detto».

La grandezza dell'essere umano è nella potenza misericordiosa e purissima di Dio; è nella purità e nella misericordia di Dio.

Cilla è un fiore bello nel prato comune; Dio trae un fiore da mettere sull'altare.

La grandezza è Dio che opera.

Onorare chi Lui tocca, come ha toccato Cilla, onorare la Cilla è onorare Dio. La più grande cosa della vita è amare Dio.

 

Una passione per l'uomo: l'Associazione Cilla

A un mese dalla morte di Rino Galeazzi don Giussani intervenne ad Asti a un Corso di bioetica al quale aveva lavorato il papà di Cilla prima di morire.

L’amicizia profonda - come raramente può accadere in una vita - che ho avuto con Rino, e anche la stima profonda che ho per don Pietro, mi hanno persuaso ad accettare. [...]

"L’uomo, l'avvenimento, l'opera" è un titolo che vuol farci puntare gli occhi sul contesto ultimo della questione. Tutto quello che è stato detto ha un con­testo ultimo, una radice ultima da cui proviene. Ecco, questa sera siamo come forzatamente ricondotti a cercare di comprendere meglio come mai questa bioetica abbia avuto attenzioni e soluzioni quali vi sono state testimoniate. Ringrazio anche particolarmente Elsa, che ha voluto essere presente questa sera.

Sull'ultimo numero de Il Sabato mi ha colpito profondamente una frase di Emanuele Severino. Dice: «Agli amici marxisti che mi domanda­no da che parte sto rispondo: voi e i vostri avversari e, naturalmente, io stesso, stiamo tutti dalla stessa parte: la parte dove il deserto cresce: [...] Ma lo sguardo che vede crescere il deserto [...] non appartiene al deser­to. Sta "dall'altra parte"» (R. Bonacina, «La verità non è un cachet», in Il Sabato, 29 ottobre-4 novembre 1988, p. 31).

Raramente ho trovato un'espressione così viva e drammatica di quello che noi definiamo "senso religioso"; questa inesorabile capacità di autotrascenden­za, che si esprime esistenzialmente in una esigenza di assoluto, in una esigen­za di totalità, di significato globale che qualifica il cuore dell'uomo. L'uomo è quel livello della natura in cui il fenomeno della realtà coincide con questa esi­genza di significato ultimo e totale. Questo sguardo chiama deserto il deser­to, perciò giudica; e se giudica è perché ha dentro di sé un criterio che supe­ra il meccanismo in cui è immerso, coinvolto. Non è, come diceva un medi­co stamattina - peraltro un bravissimo internista svizzero - non è che l'uomo abbia come sua interiorità quello che attraverso la colonscopia si può vedere. Lui dice che la colonscopia è un vero vedere interiore dell'uomo. Evidentemente non è così. È piuttosto questo pungolo dello sguardo che appartiene a un'altra parte, come diceva il grande filosofo Ricoeur, ancora vivente, in una frase perfetta: «Quello che io sono è incommensurabile con quello che io so» (cfr. P Ricoeur, Gabriel Marcel et Karl Jaspers, Éditions du Temps Présent, Paris 1947, p. 49). Gli antichi dicevano: Non omnis moriar, «non muoio tutto»; e lo dicevano un po' enfaticamente, e soprattutto metafo­ricamente. C'è invece la frase reale, nel senso fisico del termine, ontologico del termine: il fenomeno della morte è fenomeno tragicamente sperimentale nella vita perché, diceva Huizinga: «Ricordiamoci che la morte è un fatto della vita» (cfr. J. Huizinga, Autunno del Medioevo, Bur, Milano 1995, p. XXXIII). Questo fenomeno non esaurisce l'uomo. C'è un aspetto, una dimensione del­l'uomo, che non può essere definito e andar soggetto al fenomeno morte.

Ora vediamo il fatto che caratterizza più immediatamente il cristianesimo riguardo a queste cose. Dobbiamo cercare di leggere il Vangelo esistenzializ­zandolo, immaginandoci in modo esistenziale quello che accadeva: perché Cristo ha fatto colpo? Mi sono accorto di questo quando facevo teologia, a vent'anni. Da allora credo che vi ripenso tutti i giorni con utilità e gusto sem­pre maggiori. Quello che ha attirato a Cristo la gente non era perché parlava della Trinità, e non era perché istituiva l'Eucarestia, e non era perché parlava della sua Chiesa. Non era per quei contenuti, che sono i contenuti della nostra fede. Sono stati accettati questi contenuti perché prima cera un'altra cosa: una passione per l'uomo. Dio è entrato nel mondo come una ricostituita, una rin­novata, una nuova passione per l'uomo. Per questo i vangeli registrano discre­tamente questo sentimento della gente: «Nessuno ha mai parlato come que­st'uomo» (cfr. Gv7,46). Oppure: «Questo si che parla con autorità» (cfr. Mc 1,27; Lc4,32). Entrambe le frasi dicono e testimoniano il fatto che, immedia­tamente, vedere quell'uomo, sentir parlare quell'uomo faceva, ricostituiva se stessi. Paradossalmente si può dire: la prima passione di Dio rivelandosi all'uo­mo è stato l'uomo. Non si può capire il cristianesimo se non si capisce questo.

Il cristianesimo insorge come passione per l'uomo. Quando ripenso a Rino rinnovo la meraviglia che ho avuto sin dal principio. In lui questa scoperta è stata palese. Leggerò più avanti uno scritto che lui ha lasciato come direttiva per l'Associazione Cilla. La parola che ricorre spesso negli ultimi brani è la parola stupore. È lo stupore che desta la fede. Essa innanzitutto è come una madre, un'amante che abbraccia l'uomo. Dico che non possiamo capire il cri­stianesimo se non comprendiamo questo, se non sentiamo, se non sperimen­tiamo questo. Dio è diventato uomo come risposta a un’esigenza drammati­ca, tragica, profonda dell'uomo. Cristo è la risposta inconcepibile a un biso­gno dell'uomo. Per questo dicevo, tanti anni fa, quando incominciavo con i ragazzini del liceo, che la cosa più importante per essere cristiani è essere umani. Uno, se è uomo, sentendo tutti gli interrogativi che lo costituiscono, capisce che la risposta che vi dà Cristo è una risposta eccezionale come cor­rispondenza, come completezza. Non c'è altri. «Se andiamo via da te dove andiamo? Tu solo hai parole che danno senso al vivere» (cfr. Gv 6,68). Perciò il cristianesimo è la possibilità nuova di impegno con la propria umanità. [...]

Perché Gesù ha usato il miracolo? Cos'era il miracolo? Era un cambia­mento impressionante; e la gente era tutta attenta per il cambiamento impressionante. Che non era soltanto quello della gamba raddrizzata, o degli occhi ciechi che vedevano, o del morto che risorgeva. Il primo grande miracolo di Cristo era l'eco della sua parola, il tono della sua paro­la: «Questo sì che parla con autorità».

La traduzione della fede, nel tentativo che sempre tale rimane nell'uomo che risponde ai propri bisogni, l'applicazione della fede a questo produce, tende a produrre un miracolo, cioè una risposta più interamente umana. Così che, se cambia la vita quaggiù, una famiglia veramente cristiana è più una famiglia, è una famiglia più interamente umana; e un amore tra l'uomo e la donna cristiani, illuminato dalla fede, è senza nessun paragone più intenso amore, è un amore più interamente umano.

Ma, al di là di questi esempi, l'esempio più grande è che per il cristiano non esiste l'estraneo. Vi dico questo perché è la cosa che più mi ha impres­sionato nella vita. Per il cristiano non esiste l’estraneo: la persona che vede per la prima volta ottiene al suo animo un'attenzione, anche se per pudore o per mancanza di occasioni inespressa, che lo rende fratello come se l'aves­se visto da sempre. Lo dico perché (come narro ai ragazzi) non vado in tram, o sul treno o dentro la folla senza che questo non mi ritorni alla mente.

Avrei anche da leggere altri brani di Giovanni Paolo Il su questa idea fondamentale di ciò che chiamiamo "opera"; che non è nient'altro che il sistematico perseguire, da parte dell'uomo, di una risposta a un suo biso­gno; così che, essendo appunto sistematico il perseguire la risposta al bisogno, l'uomo stesso cerca di creare una struttura cui appoggiare il suo bisogno, ricerca stabile della risposta a esso. In questo senso senza opere la fede muore: nel senso che diventa astratta. L'opera è un tentativo che l'uomo compie, illuminato e animato dalla fede, per sovvenire al bisogno di una realtà umana da lui sofferta o sofferta da altri.

E’ un'opera quella che - riconquistata la fede in un modo così semplice, intelligente, intenso, affettuoso - ha creato Rino. E’ un'applicazione pun­tuale di quello che (anche se l'ho appena accennato) è la dottrina sociale della Chiesa, che dà le direttive per tutto l'affronto che l'uomo deve com­piere della realtà, spinto dai suoi bisogni, alla luce della fede. Rino con l'Associazione Cilla ha dato un esempio mirabile di tutta questa conside­razione nuova dell'uomo, questo amore profondo dell'uomo, ispirato e sostenuto dalla memoria di Cristo e nella fedeltà della Chiesa. Amore concreto, perché un'opera deve essere concreta, se è risposta a un biso­gno; la concretezza deve essere risposta a un bisogno reale.

Mi permetto, quasi come conclusione, di leggere questa memoria che Rino mi ha mandato pochi giorni prima che stesse male. Dice: «L'Associazione Cilla non è nata e non vive per creare una organizzazione di volontariato che, inserendosi in un settore del sociale, svolga in esso un servizio utile e complementare a quello delle istituzioni carenti». Non è un attivismo sociale, non è stata dettata dalla volontà di attivismo socia­le quest'opera; l'attivismo stanca e rarissimamente può porre rimedio alle istituzioni carenti. «La ragione che si pone al di sopra delle altre e che deve essere continuamente recuperata è più profonda; nasce infatti dal­l'esperienza della fede: questo è ciò che spinge al - dice testualmente - dogma dell'abnegazione, della carità». Anche per chi non crede questo è vero, perché c'è un implicito che sempre sottende, normalmente almeno, l'animo anche di chi non crede, perché «l'intento di penetrare nel profon­do del cuore dell'uomo nel momento più vero, che è quello del dolore, e a tutti comune». Così che «chi si riconosce nello spirito dell'Associazione cammina verso la persona che soffre», e questa è la radicale differenza rispetto al radiologo che analizza, e il suo cammino è in tutti i suoi conte­nuti operativi sempre e comunque sequela a Cristo, che ci ha fatto capire chi è l'uomo: imitazione della sua carità.

Questa è la coscienza stabile da cui traggono significato ed energia tutte le azioni che si compiono. Ma ognuno vive nella società accanto ad altri uomini, perciò da questa coscienza non può che prendere vita una modalità d'incontro e di rapporto diversa.

Nasce una vicinanza nuova che si esprime in volontà di aiuto, in condivisio­ne, per cui tutti insieme facciamo qualche cosa per ricostruire una civiltà rin­novata. Ma alla radice di tutto ci deve essere il senso del Mistero, la fede in Dio, Padre che sta all’origine di tutto. Bisogna custodire questo senso di Mistero che è nell'animo di chiunque, anche del non credente, e che permet­te di riconoscere che cosa sia l'uomo, vero soggetto del dolore. «Il soggetto del dolore non è una parte ammalata, ma è l'io dell'altro, il "tu" : Per questo gli ade­renti all'Associazione Cilla sentiranno come fattore di unità non solo il lavoro comune, ma soprattutto l'impegno all'aiuto reciproco, per alimentare la pro­pria fede nel Signore. Non le parole che esortano, ma la presenza, la puntua­lità e la precisione nei gesti comuni, la disponibilità a offrire il proprio tempo e il proprio lavoro saranno un richiamo costante ed efficace a questa dimen­sione». Il primo dovere in chi vuol collaborare è di richiamarsi alla fede. Ma ci si richiama alla fede attraverso la precisione del proprio apporto e della propria dedizione, e attraverso la preghiera comune. Una preghiera comu­ne di cui Rino dettaglia gli aspetti in tutti i punti seguenti di questa cosa bellissima che egli chiama "regola",  sia pur con un punto interrogativo che io toglierei. È una vera regola creata da un uomo in cui la fede è diventata intelligente e verificata nella vita, così che l'ha fatto seme e suscitatore di un'opera grande, grandissima. «La preghiera comune deve essere fatta con sincerità, autenticità, con rispetto di chi non la vuol fare, con discrezione verso chi ha altri sentimenti, ma con un unico scopo: la mendicanza della grazia di Dio, che sola può rendere il nostro lavoro segno minimo, ma segno della sua Presenza nel mondo». È questo infatti l'ultimo significato di tutte le opere che la fede può illuminare, cioè di tutte le opere che il cri­stiano compie alla luce della sua fede. Lo scopo di tutte le opere è, per usare un termine semplice come l'ha usato Cristo prima di morire, nell'ultima sua preghiera: «Padre, è venuta l'ora, glorifica il Figlio tuo» (Gv 17,1). L’ora è venuta ed è in ogni momento della nostra vita, in ogni giornata della nostra vita. Lo scopo del nostro vivere è quello di dire: gloria a Cristo! Vuol dire: che tutti, il più possibile, lo riconoscano. E tutti, il più possibile, cer­chino di determinare la loro vita in base a questo riconoscimento, perché Egli è il Salvatore dell'uomo: l'uomo non si trova più senza di Lui. «Senza una rivelazione - diceva un grande filosofo moderno non credente - l'uo­mo non può più raccapezzarsi su se stesso» (cfr. M. Horkheimer, Rivoluzione o libertà 2, Rusconi, Milano 1972, p. 56). Perché Egli ci ha fatto e ci fa ritrovare, Egli è quella Presenza senza la quale tutto diventerebbe (non solo quando s'abbassa la vista per la vecchiaia) nebuloso. Nella neb­bia, o nella stanchezza ultima che invade il giovane come l'adulto e il vec­chio, c'è una sola cosa che sembra far vivere: la violenza.

Che alternativa grandiosa tra la carità sviluppata, sostenuta, comunica­ta, suscitata nell'Associazione Cilla da Rino, e la violenza, anche quella sottilissima che decide dei nostri rapporti. Perché è violenza quella per cui accosto un'altra persona, accosto te, non in funzione del tuo destino, ma della reazione mia presente, della mia convenienza di qualunque natura sia. Come è commovente che Rino, non prete, abbia ricordato che lo scopo supremo della preghiera che accompagna con discrezione verso la coscienza di tutti, che accompagna e alimenta un'opera così grande, dettata da emozione, da commozione per l'uomo, per ogni figlio di donna - così come Cristo ci ha dato l'esempio, ci ha reso possibile - sia la gloria di Cristo. Perché gloria di Cristo vuol dire il benessere più gran­de per l'uomo; vuol dire una umanità migliore. È per questo che noi per­seguiamo Cristo e non lo abbandoniamo, anche se ripetiamo senza accorgercene quello che disse Pietro: «Cristo, se andiamo via da Te, dove andiamo? Tu solo hai parole di vita eterna» (cfr. Gv 6,68). Questo resta proprio fisso nel nostro cuore se, in qualche modo, la fede in noi tende a diventare opera, tende a illuminare uno sforzo umano per rispondere a un bisogno umano. [...]

L'uomo d'oggi, ma l'uomo di tutti i tempi crede a ciò che lo tocca nel presente, a ciò che incide sul suo bisogno presente. È per questo che la fede è ragionevole. Ma bisogna sperimentarla così capace; ma per speri­mentarla bisogna provarla, bisogna usarla dentro i nostri sforzi, altrimen­ti Cristo rimane un’entità astratta, rispettabile, ma impossibile a essere amata da un cuore d'uomo, a essere seguita con fedeltà umana.

Dobbiamo ringraziare Rino che ci ha dato l'esempio dell'una e dell'altra.

 

Che cos'è l'Associazione Cilla

Fondata da Rino Galeazzi

La "popolarità" di Cilla, se così si può dire, fu un crescendo continuo. Furono la memoria vissuta dalla sua famiglia e dai suoi amici e il succes­so del libro di Primo Soldi Cilla La libertà di sentirsi amati, a diffondere l'eco della sua vita. Da allora decine di migliaia di persone da tutt'Italia rag­giunsero Montemagno per pregare sulla sua tomba e per incontrare la sua famiglia e la comunità di Cl di Asti. Il papà Rino e la mamma Elsa furono chiamati da Nord a Sud a parlare della loro figlia.

Ma, nel frattempo, tre anni dopo la morte di Cilla, accadde un fatto da cui sarebbe nata un'altra storia. Una giovane di Asti, Maria Grazia Contu, che doveva recarsi a Parigi per un grave problema di salute, si rivolse a Rino. Il quale, per tutta risposta, organizzò una raccolta di fondi e accompagnò personalmente la donna. Fu una circostanza del tutto particolare che portò però Rino, sua moglie e tanti loro amici, a farsi prossimi alle difficoltà dei malati che si trovano costretti a lasciare la propria casa per interventi chirurgici difficili o per gravi malattie negli ospedali in Italia e all'estero, lontano dalla propria terra, dai propri affet­ti. Nacque così un'amicizia tra persone che cominciarono a prendersi a cuore il bisogno degli altri e a partecipare al dolore di chi soffre.

Ora quella storia è rappresentata da numerosi volontari e da una ven­tina di case di accoglienza sparse per l'Italia, di punti informativi negli ospedali, nei luoghi del dolore. "Cilla" è il nome di questa amicizia nuova tra persone, nata da una predilezione percepita su di sé da una ragazzi­na sui banchi di scuola.

L'Associazione Cilla Onlus realizza ciò che profeticamente lei aveva scritto in due diversi periodi della sua vita. A poco più di dodici anni, riflettendo su un suo grande amore adolescenziale, aveva scritto sul suo diario: «Ma prima devo riuscire a fare qualcosa per il mondo, il mondo che soffre, piange, continua...». E qualche giorno prima di morire, nella sua ultima lettera, a quasi quindici anni, aveva scritto: «Mi viene da amare la gente solo perché Lui me l'ha messa intorno. E davvero in que­sto amore mi sento profondamente libera perché la nostra libertà inizia quando ci si sente amati». È la stessa Cilla che a dodici anni scriveva: «Addio e amare, le due più belle parole che io conosca».

Nasce da qui il "metodo Cilla"; un modo di vivere l'avventura della carità che è l'anima dell'Associazione che si rifà all'esperienza di quella ragazzina. E c'è il desiderio, in quest'opera, di vivere il carisma di don Giussani, che aveva risvegliato la potente e delicata umanità di Cilla e di suo padre. "Cilla" è fatta da donne e uomini per i quali l'accoglienza dei malati e dei loro parenti è resa possibile dall'educazione e dalla bellezza sperimentata ogni giorno nel pro­prio incontro con Gesù Cristo, presente qui e ora. Questo è ciò che muove l'Associazione Cilla a essere presente in ospedale con i centri di accoglienza, realizzati in collaborazione con le aziende ospedaliere, e a costituire case di accoglienza. Luoghi dove si ricrea l'ambiente familiare, dove è favorito il reci­proco sostegno, che diventano anche esperienza di preghiera e di amicizia con i volontari della casa. La carità che diventa cultura.

In occasione del Meeting di Rimini del 2005, è stata realizzata dall'Associazione Cilla la mostra "Cilla, liberi perché amati", a cura di Mauro Pianta, Ivana Mulatero e Adriano Moraglio, con relativo catalogo con foto e testi sull'Associazione, su Cilla e sulla sua famiglia. È possibile richiedere il catalogo e affittare la mostra per eventuali esposizioni prenotandola pres­so gli uffici dell'Associazione, a Padova.

L'Associazione Cilla Onlus ha la sua sede nazionale a Padova (via Forcefni 170/a, cap 35128). Telefono: 049-8033878, fax 049­8033876. e_mial cilla@cilla.it sito Web: www.cilla.it  Il presidente è Salvatore Albanese.

Le case di accoglienza sono 25: a Bari, Bologna, Catania, Correggio, Genova (4), Modena (2), Monza, Nuoro, Padova, Parma, Pavia, Pisa, Reggio Emilia, Roma (2), Torino, Verona (3), Varese (2). I posti letto sono 311 in totale. I centri di accoglienza in ospedale sono 6: a Pisa, Padova, Varese, Monza, Genova e Modena.

Gli ospiti nel 2005 sono stati 7.823 e sono stati 50.034 i pernottamenti totali. Nello stesso anno sono stati 6.203 i contatti negli uffici presso gli ospedali.