CHIAMAMI PADRE
L’incontro con il volto paterno e materno di Dio.
(Maria, Regina della Pace,
presenta questo libretto al Padre, attraverso le tue mani candide e pure,
acquisterà più valore, da parte di tutti i figli, Pino.)
Presentazione
"Chiamami Padre" nasce
dopo i due precedenti libretti dedicati a Gesù Cristo (Riscopriamo
i 'Eucaristia, 1998) e allo Spirito Santo (Lo Spirito Santo,
ospite dolce dell'anima, dolcissimo sollievo, 1998). Come dice il titolo,
questo volumetto tratta dell'ultimo tema proposto dal Papa Giovanni Paolo Il in
preparazione al Giubileo del 2000: il Padre.
Il
libro si compone di due parti e di una appendice:
- la prima parte (capp. 1-8)
contiene alcuni dati rivelati sulla Persona del Padre e sui suoi rapporti con le
altre divine Persone, e, soprattutto, con noi;
- la seconda parte (capp. 9-11)
cerca di portare sul piano della vita pratica i principi prima esposti,
attraverso un colloquio che si fa intimo e personale.
L'appendice riporta la parte
della Lettera apostolica Tertio millennio adveniente del 10 novembre
1994, riguardante il Padre, con la descrizione degli obiettivi proposti dal
Pontefice per una degna celebrazione dell'anno giubilare.
Ogni capitolo si apre con una
preghiera liturgica, tratta dal Messale, per mettere in evidenza lo stretto
legame fra ciò che si annuncia e ciò che è oggetto di preghiera nella Chiesa.
Il volumetto non pretende di esaurire
l'ampia tematica legata all'argomento: vuole solo essere uno strumento
pastorale che, partendo da sicure basi bibliche, cerca di avviare e
sostenere un cammino incontro al "Padre che è nei cieli", il quale,
rivelandoci il suo infinito amore paterno e materno, ci invita a riscoprire
e a vivere, in pienezza, la nostra originale vocazione, che è quella dell'amore
e della gioia.
DON NOVELLO PEDERZINI
L'amore
paterno di Dio è l'unico punto fermo sul quale il mondo può ancora far leva.
SÒREN KIERKEGAARD
Io
non ho paura di Dio perché lo amo; e, soprattutto, perché so che Lui è un
Padre dolcissimo che ama me.
S. GIOVANNI
EUDES
La
fede è sapere che c'è un Padre che ci ha tratti dal nulla, per amore. È la
ersuasione
che
non siamo venuti al mondo per sbaglio, ma per un sapiente progetto d'amore.
La
fede è aprirsi alla gioia di appartenenza alla Chiesa, che è la famiglia dei
figli di Dio e il luogo dell 'incontro anticipato con il Padre.
GIACOMO BIFFI
Dio,
fonte di ogni bene, principio del nostro essere e del nostro agire, fa che
comprendiamo i benefici della tua bontà, e, chiamandoti e riconoscendoti Padre,
ti amiamo con tutto il cuore e con tutte le forze.
(Cf. Colletta della Messa di Ringraziamento)
Chiamami
Padre
IO
PAURA? PAURA DI CHE? SONO COL MIO PAPÀ!

Un
acrobata, un giorno, si esibì in un esercizio particolarmente difficile.
Salì
su un grattacielo, si sporse dal cornicione, e tenendo in braccio il suo
bambino, compì alcuni volteggi molto pericolosi. Quando scesero, gli
spettatori, esterrefatti, chiesero al bimbo:
«ma
non avevi paura di cadere nel vuoto e di morire?».
E lui,
stupito della domanda, rispose: «io paura? paura di che? Io ero al sicuro,
perché ero fra le braccia di papà !».
Per
lui, nessun dubbio e nessun rischio. Bastava una sicurezza: quella di avere
vicino il suo papà!
Ed era
contento così, sia che lo tenesse tranquillamente per mano, sia che lo portasse
in alto e lo sospendesse nel vuoto.
L'unica
cosa importante era la presenza di papà!
NOI,
INVECE, ABBIAMO PAURA E CERCHIAMO UN PADRE
Il
bimbo non si pone problemi, perché non li conosce, e perché sa che a tutto
pensa papà.
È
toccante la scena, abbastanza comune, del papà che, giocando, alza in alto il
suo figlioletto e lo fa volteggiare sopra di sé. In questo momento il bimbo è
la creatura
-
più libera,
-
più felice,
-
più sicura del mondo.
C'è in
lui una sicurezza pari alla sua ingenuità.
È ben
lontano dal pensare che gli possa capitare qualcosa di spiacevole e che il papà
possa cambiare sentimenti nei suoi confronti!
Il
papà è il suo punto di riferimento incrollabile e sicuro!
Nessuno
può rubargli un tesoro così prezioso!
Noi,
uomini cresciuti, siamo ancora quei bimbi, con tanta nostalgia e con tanto bisogno di sicurezza, di affetti
autentici e sinceri.
Abbiamo
bisogno di riscoprire il volto di un Padre che ci richiami le caratteristiche
di quel padre, che, forse, non abbiamo più, ma che continuiamo a rimpiangere.
Abbiamo
bisogno di sapere se il Padre celeste può essere per noi
-
una roccia,
-
un baluardo,
-
una sicura difesa,
-
un dolce rifugio (cf. Sai 61),
sul
quale riversare le nostre insicurezze, le nostre paure, le nostre necessità,
e, soprattutto, il nostro amore...
Abbiamo
bisogno, in una parola, di riscoprire il volto di Dio-Padre!
Abbiamo
bisogno di credere che, per dirla con Kierkegaard, «l'amore paterno di Dio è l'unico
punto fermo sul quale il mondo può ancora far leva».
OGGI
SEMBRA PIÙ DIFFICILE CHIAMARE DIO COL NOME DI PADRE
È
arduo, per molti, accostare il nome di Dio al nome di Padre, per le tristi
esperienze di cui si va riempiendo la loro vita. Non è raro incontrare
fanciulli che alla parola padre associano l'idea di violenza, di
conflitti familiari, di alcolismo, oppure di assenza totale.
È
difficile credere all'amore del Padre celeste per chi non ha vissuto
l'esperienza di essere amato da un padre terreno, e di non aver avuto la sua
dolce presenza nei momenti più sofferti e significativi della vita.
Una
serie di fattori sociali e culturali ha gettato il discredito sulla figura
paterna, un tempo autorevole e simpatica.
Le
varie forme
-
di paternalismo,
-
di autoritarismo,
-
di maschilismo
hanno
finito per associare l'idea di padre a quella di padrone. E quindi
hanno portato a considerare la figura paterna come un qualcosa di lontano, di
scostante, di antipatico.
DI DIO,
QUANTE FALSE CONCEZIONI!
E
alle concezioni correnti si aggiungono
multiformi concezioni che, accumulatesi nei secoli, sono divenute quasi
vere caricature di Dio.
Una
certa iconografia ha dato man forte a fare del Padre un vecchio dalla barba
bianca, emergente da una nube pure bianca, con tutti i segni di una vecchiezza
decrepita.
Sono
largamente diffuse diverse concezioni che fanno di Lui:
-
un Dio invidioso dell'uomo e suo antagonista;
-
un Dio esigente e "fiscalista";
-
un Dio amico solo dei ricchi;
-
un Dio che spia l'uomo e si compiace di castigarlo;
-
un Dio-carabiniere, che ti aspetta al varco solo per
"arrestarti";
-
un Dio nevrotico e vendicativo;
-
un Dio assente, distaccato e muto;
-
un Dio inutile.
Oppure,
volendolo accogliere con simpatia,
-
un Dio bonaccione, innocuo e remissivo, quasi un Babbo Natale, un nonno
tenero che sa solo commuoversi e che finisce per perdonare e abbracciare
tutti.
PADRE:
UNA PAROLA-CHIAVE TUTTA DA RISCOPRIRE
A
fronte di queste contraffazioni, urge riscoprire la figura del
Padre celeste.
Abbiamo
bisogno di riscoprire il senso di questa parola quasi magica e
insopprimibile.
Abbiamo
bisogno di accostarci alla fonte di quell'energia vitale che sola può
sostenerci, proteggerci, guidarci, farci vivere nel senso più pieno e più
fecondo.
Abbiamo
bisogno di scoprire l'amore sorgivo da cui sgorga la pienezza della vita.
Abbiamo
bisogno di riscoprire la Paternità di Dio per poter cogliere ancora, fra le
cose e le persone che ci circondano, l'inconfondibile voce che dall' intimo
dolcemente ci sussurra: tu sei il mio figlio diletto: in te mi sono compiaciuto!
(Cf. Mt 3, 17).
LA PAROLA "PADRE" NON
È SOLO BIBLICA
La
parola Padre non è nota solo all'interno dell'antico popolo ebraico e
non è fiorita solo dal labbro di Gesù.
Molti
popoli antichi l'hanno usata.
Nelle
religioni indiane, era usata la parola padre per indicare il cielo, e la
parola madre per indicare la terra: due principi che, secondo la
concezione di quelle religioni, danno origine all'universo. Nella civiltà
greco-romana spesso Zeus, Giove, è chiamato "padre degli dèi e degli
uomini".
Platone
chiama col nome di padre l'idea del bene, che, a suo dire, è la suprema
realtà.
L'uomo,
con le sue sole forze naturali, ha
sempre intuito, più o meno chiaramente, che l'idea di Dio doveva essere
associata a quella di padre, perché alla figura del padre è naturalmente collegata
l'idea della fecondità e della bontà.
Sono
solo intuizioni, ma tutte convergono
nel delineare il volto del Creatore come quello di un Padre buono.
NEL
CAMMINO INCONTRO AL PADRE, QUALE DIFFERENZA FRA LA NOSTRA E LE ALTRE RELIGIONI?
Vi è
una differenza abissale, quanto alle origini e quanto ai contenuti:
-
le altre religioni nascono dal basso, cioè dalle ricerche umane protese
a scoprire l'origine dell'universo e le caratteristiche proprie del Creatore.
Sono
ricerche che hanno soluzioni diverse e discutibili, senza un riscontro oggettivo
e sicuro.
la
nostra religione nasce invece dall'alto, come
risposta
all'iniziativa
di Dio di rivelarsi e di donarsi all'uomo.
La
nostra religione nasce nel momento in cui la Rivelazione viene accolta. Anzi, la
religione cristiana non è una religione propriamente detta: è una fede.
E per
fede si intende l'accoglienza delle verità rivelate non per la loro intrinseca
evidenza, ma per i 'Autorità infallibile di Dio che le rivela.
Queste
verità sono oggettivamente valide e sicure.
Chi le
accetta ha la certezza di ciò che crede, anche se le comprende in
minima parte.
Fede
e ragione non si escludono, ma si completano (come riafferma Giovanni Paolo lI nella recentissima enciclica Fides
etratio del 16 ottobre 1998).
L'accettazione
della verità rivelata non dispensa l'uomo dal cercare Dio per vie naturali; ma
la sola ragione non può arrivare a scoprire ciò che Dio ha voluto
rivelare.
Tre
sono i modi per giungere a conoscere Dio:
-
la via del cuore: io sento!
-
la via della ragione: io so!
-
la via della fede: io credo!
La
fede, da sola, giunge là dove non
arrivano il sentimento e la ragione; il sentimento e la ragione non possono
sostituire in nessun modo la fede!
LA RIVELAZIONE,
L'UNICA STRADA PER ARRIVARE A CAPIRE
Solo
accostandoci alla Rivelazione possiamo
quindi conoscere l'identità di Dio.
Solo
accogliendo le notizie che lo stesso
Padre ci ha voluto trasmettere possiamo entrare nel suo mistero!
È
quindi solo aderendo a Lui, nella fede, che possiamo metterci
sulla via sicura.
Non c'è
dunque che una via: questa!
Non la
via della pura ragione o dell'istintivo sentimento, ma la via dell'adesione
nella fede.
Solo il
Padre può darci risposte adeguate e definitive; e, per questo, non ci
resta che ascoltare la sua Parola, che è contenuta nella Bibbia.
CHIAMAMI
PADRE
Ed
ecco, in sintesi, il contenuto dell'intero messaggio racchiuso nella
Bibbia: è rivolto a tutti gli uomini e quindi personalmente
anche a te:
"Sappi
che hai in cielo un Padre che ti ama, e che nel suo infinito amore ti ha donato
il suo unico Figlio, Gesù Cristo.
Questi
si è fatto uomo come te e per te.
Con
la sua Morte e Risurrezione ti ha salvato dal peccato e ti ha elevato ad essere,
come Lui, figlio ed erede dei beni divini ed eterni
Ecco
dunque il mistero, ecco il dono: "io
sono tuo Padre, e con questo
nome mi cercherai, mi chiamerai, mi accoglierai".
SONO
TUO PADRE!
"Di
più e di meglio non potevo annunciarti!
Questo
annuncio aleggia su tutta la creazione, risponde a tutti i quesiti, placa ogni
sete, riempie ogni speranza, giustifica ogni attesa, illumina tutte le oscurità:
dice chi sei tu e chi sono Io!". È straordinario tutto questo!
Dunque:
-
se Tu sei mio Padre, posso stare tranquillo e vivere in pace,
perché sono assicurato per la vita e per la morte, per il tempo e per l'eternità;
-
se Tu sei mio Padre, anch'io conto qualcosa e trovo in Te la mia
vera dignità;
-
se Tu sei mio Padre, non continuerò a ripetere fino alla noia:
'perché?... perché?... perché?', ma dirò con realismo e fiducia: 'Tu sai! Tu
sai! Tu sai!
-
se Tu sei mio Padre, non attribuirò solo al terreno e alla qualità del
seme l'abbondanza del raccolto, ma mi abituerò a ripetere ciò che Tu stesso
mi hai suggerito di dire:
'dacci
il nostro pane quotidiano', affidandomi con coraggio e serenità alle avversità
delle stagioni e al divenire della storia;
-
se Tu sei mio Padre, non attribuirò al caso gli eventi della
giornata, ma li considererò indicazioni del Tuo amore;
-
se Tu sei mio Padre, non diventerò improvvisamente incredulo
davanti a un cataclisma della natura, non riuscendo più a trovare il legame
tra l'amore e le avversità, tra l'esistenza di Dio e il dolore che mi colpisce;
-
se Tu sei mio Padre, io non tremerò anche se la terra tremerà
e i fiumi strariperanno; anche se il freddo mi gelerà le mani o un incidente mi
costringerà a star fermo su una carrozzella per tutta la vita;
-
se Tu
sei mio Padre, io sono certo che
saprai trasformare in bene quello che io chiamo male, e saprai dirigere con
misteriosa sapienza tutti gli avvenimenti della mia vita e quelli del mondo.
TUTTO
VIENE DA ME!
"Sono
tuo Padre, non in senso metaforico e
poetico, ma in senso vero, autentico, profondo, vitale.
E in
questa mia paternità hai la fonte di tutti i doni:
-
il dono della vita,
-
il dono della verità,
-
il dono dell'amore,
-
il dono della "casa
Sì,
il dono della casa, come rifugio,
intimità, stabilità, riposo... perché sei fatto per condividere con me quella
dimora eterna... ove non vi saranno più né lacrime, né lutti, né morte (cf. Ap
21, 2-4).
E se
sono tuo Padre, ti amo, ti seguo, ti guardo, ti voglio con me.
Tu puoi
metterti sempre in comunicazione con me. Puoi ascoltarmi, parlarmi, chiedermi
ogni cosa.
Puoi
dirmi, dolcemente, in ogni momento: Padre mio e Dio mio!".
2.
DIO, UN PADRE PER ISRAELE
O
Padre, Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, Dio della vita e delle
generazioni, Dio della salvezza, compi ancor oggi le tue meraviglie, perché nel
deserto del mondo, camminiamo con la forza del tuo Spirito verso il regno che
deve venire.
(25° Colletta per le
ferie del Tempo ordinario)
Dio,
un Padre per Israele
DIO SI
È RIVELATO ALL'UMANITÀ

Se Dio
non si fosse fatto conoscere, l'uomo non avrebbe potuto incontrarlo e penetrare
nel suo intimo.
Avrebbe
potuto tutt' al più giungere a percepire l'esistenza di un Essere
superiore e di qualche suo attributo, ma l'intimità di Dio gli sarebbe
rimasta nascosta ed estranea.
Dio si
è scelto un popolo, Israele, e, all'interno di questo popolo, ha
aperto un dialogo destinato a tutta l'umanità. Questa Rivelazione, espressa con
parole e fatti intimamente collegati, è stata lunga e progressiva, ed è
principalmente contenuta nella Bibbia.
Essa è
stata scritta da alcuni uomini, che "nel pieno possesso delle loro facoltà"
sono stati gli ispirati strumenti di Dio nella comunicazione del suo pensiero.
UNA
RIVELAZIONE LENTA E PROGRESSIVA
Dio,
rivelandosi, non ha usato forzature e violenze, ma si è adeguato al lento
e progressivo sviluppo dell'uomo.
Ha
usato per lui
-
benevolenza,
-
discrezione,
-
rispetto,
aspettando
la sua maturazione e adeguandosi alla sua capacità di comprensione.
Non ha
parlato di sé usando formule teologiche astratte e in-comprensibili, ma
esprimendone il contenuto con fatti concreti e comprensibili da tutti.
Ed è
da questo susseguirsi di eventi collegati con parole che possiamo risalire al
pensiero e alla natura di Dio.
La
vicenda dell'antico popolo di Dio, Israele, è divenuta così una singolare
storia: la storia di ciò che Dio ha detto e fatto per rivelarsi all'umanità.
DIO
RIVELA IL SUO NOME
Nella
Bibbia il nome di una persona è sempre indicativo dell'identità o della missione
di chi lo porta.
Il nome
di Dio per eccellenza e più usato è JAHVÉ, ed è quello comunicato da Dio
stesso a Mosè sul Sinai nel momento in cui ebbe inizio la liberazione dalla
schiavitù dell'Egitto (cf. Es 3, 7 ss.). Alla luce del significato
letterale del nome e del contesto storico in cui venne rivelato, il termine ha
vari significati fra loro complementari:2
1.
Io sono Colui che è, cioè
l'Esistente, l'Essere per eccellenza;
2.
Io sono Colui che
fa essere, cioè Colui che dona
l'esistenza alle creature;
3.
Io sono Colui che sono, cioè l'Essere
inconoscibile, davanti al quale Israele dovrà mettersi in atteggiamento di fede
e di obbedienza;
4.
Io sono Colui che è qui, che
è qui per essere benèfico; colui che è in grado di esserci sempre,
-
di essere sempre disponibile,
-
di essere aiuto e sostegno,
-
di essere punto di riferimento sicuro.
JAHVÉ
non è solo quindi il nome che definisce la natura di Dio, ma anche la
garanzia di una presenza e di una salvezza continuata, riservata al popolo
che Lui si è scelto.
RIVELA
I SUOI ATTRIBUTI
Nell'Antico
Testamento, unitamente al nome, Dio rivela i suoi connotati o attributi
inconfondibili. Dice di sé:
1.
sono il Dio unico e vero: non sono uno
dei tanti, sono 1' unico, e mi dovete amare sopra ogni cosa: «Ascolta,
Israele:
il
Signore è il nostro Dio. Il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore
tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze» (Dt 6,
4-5);
2.
sono il Creatore dell'universo e dell'uomo; tutto
ho creato per libera scelta e per amore. E siccome la creazione continua nel
tempo, nulla mi è estraneo. Tutto "porto nel grembo con l'amore con cui
una donna attende un bambino";
3.
sono il Dio trascendente, cioè Colui che possiede una qualità
di vita diversa e superiore a quella delle creature;
4.
sono immenso e
onnipresente, e quindi non circoscrivibile o legato a questo o a quel luogo:
«dove andare lontano dal tuo spirito, dove fuggire dalla tua presenza? Se salgo
in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti» (Sai 139, 7-8);
5.
sono eterno,
senza limiti di tempo; senza inizio e senza fine, senza essere
"segnato" dentro, come noi: «da sempre e per sempre tu sei»! (Sai
90, 2);
6.
sono onnisciente, cioè conosco
tutto, tutto vedo e prevedo: «prima di formarti nel grembo materno, ti
conoscevo» (Ger 1, 5);
7.
sono onnipotente, cioè non
condizionato da nessuno e da nessuna cosa. Tutto, nei cieli e sulla terra, è a
me sottoposto;
8.
sono immutabile:
-
nell 'essere: «Tu
resti lo stesso, e i tuoi anni non hanno fine» (cf. Gb 10, 5);
-
nella volontà: sono fedele alle promesse!
Quando
sembro mutevole, perché mostro sentimenti di ira, di odio, di pentimento ecc.
mi servo di concetti a te familiari per esprimere la mia personale vitalità
e la mia partecipazione sentita in maniera "non indifferente"
alla storia del mio popolo;
9.
sono una Persona concreta, e non un essere
indefinibile e vago col quale non è possibile entrare in rapporto:
-
sono un Qualcuno che entra in dialogo;
-
sono un Io che si rivolge a un Tu;
-
sono una Persona che chiama gli uomini ad ascoltarla;
-
sono il Vivente per eccellenza;
10.
sono il Santo, cioè il totalmente diverso e l'inaccessibile, ripieno
di una superiore potenza, che suscita fascino e insieme timore. Mosè, davanti
a me che mi manifesto nel roveto ardente, deve togliersi i calzari; il popolo
non può avvicinarsi; i sacerdoti devono tenersi in stato di purità prima di
accostarsi a me (cf. Es 19, 16-25).
Dio è
il Santo e trascende tutte le cose; eppure "tutta la terra è
piena della sua gloria".
Non è
quindi separato dalle cose e dal suo popolo; anzi, abita in mezzo ad
esso.
Israele
diventa così "il Santo di Israele", "il popolo Santo", il
"popolo visitato dal Dio Santo" dal quale riceve forza e sicurezza.
Il
Profeta Isaia contempla Dio nella sua gloria e ode i Serafini che
proclamano: "Santo, Santo, Santo è il Signore Dio dell'universo"
(cf. Is 6, 2 ss.).
Il
termine "Santo", ripetuto tre volte, indica "Santissimo,
infinitamente Santo" e inneggia alla santità ontologica e morale
di Dio, cioè alla sua superiorità e all' assenza in Lui di ogni imperfezione
e limite.
DIO
SI RIVELA COME L'ALLEATO DI ISRAELE
Il Dio
Santo, completamente diverso e trascendente, è un Dio sorprendentemente
vicino.
Dio è,
insieme, trascendente e immanente; è addirittura un Dio che "si
costruisce" un popolo "su misura" per avere un amico, un
confidente, un interlocutore, un mediatore per trasmettere il suo messaggio a
tutta l'umanità.
Elegge
Abramo, e, dopo avergli chiesto un
generoso atto di fede, costruisce, con la sua discendenza, un popolo speciale e
consacrato a Lui.
Gli
dice: "Israele, il Signore Dio tuo ti ha scelto per essere il suo popolo
privilegiato fra tutti i popoli... Il Signore si è legato a te e
ti ha scelto" (cf. Dt 7, 6-7).
Sul
Sinai conclude con esso un'Alleanza, in
questi termini precisi: Israele, io
-
ti offro: aiuto, sostegno, protezione, una terra, una discendenza,
una Legge da osservare (i Comandamenti);
-
ti chiedo: riconoscimento del mio ruolo, obbedienza, fedeltà, osservanza
della Legge, astensione da ogni mescolanza con inconsistenti divinità
straniere, fiducia e collaborazione. Se sarai fedele, avrai prosperità e sarai
felice.
Questa
alleanza è sancita da una solenne Liturgia ed è sigillata nel sangue di
vittime offerte come sacrificio di lode e di comunione.
È un'
alleanza atipica, singolare nel suo genere, perché è stipulata fra
due contraenti che non sono alla pari, ma è il frutto di una libera
scelta di Jahve.
È,
comunque, un'alleanza che impegna le due parti, imponendo reciproci
diritti e doveri.
Ma come
si comporteranno questi due alleati?
La
storia di Israele, che è divenuta "la storia dell'antica Alleanza",
e una storia segnata da molte infedeltà: non da parte di Dio, ma da parte
del suo popolo.
Dio
resta l'alleato fedele.
Israele
è l'alleato infedele, che però Dio,
con sorprendente bontà, continua ad amare e a perdonare, ogni volta
che sa riconoscere le sue infedeltà e i suoi errori.
È UN
ALLEATO CHE SI FA SPOSO
I
contenuti dell' alleanza, col passar del tempo, si fanno più elevati ed
esaltanti.
I
Profeti, e in particolare Osea, Isaia e Geremia, scoprono e annunciano che Jahvé
non è solo un alleato che promette doni materiali, ma uno Sposo che ama la
sua sposa con un amore tenerissimo, indissolubile e fedele.
Il
tradire questo amore non è solo peccato di idolatria, ma anche e soprattutto
peccato di adulterio.
Israele
alterna momenti di amore dolce a momenti di adulterio degradante.
L'amore
dolce trova nel Cantico dei Cantici espressioni di alta e toccante
poesia; l'adulterio degradante è presentato in termini drammatici soprattutto
nel profeta Osea.
DIO SI
RIVELA COME PADRE
Il
titolo di "Padre" dato a Jahvé si sviluppa parallelamente con quello
dell'elezione e dell'alleanza.
Come
abbiamo detto, la denominazione di "Dio come Padre", era comune a
molte altre Religioni, perché il termine "Padre" si presta
ottimamente a qualificare Dio come principio fecondo di tutto ciò che esiste.
L'Antico
Testamento è però molto prudente nell'assumere questo termine, perché
presso molte Religioni esso era inteso in senso materiale e fisico, e le divinità
erano concepite in termini maschili e femminili.
Le
attenzioni di Jahvé per il suo alleato sono tali e tante da far dire, in più
parti della Sacra Scrittura, che Egli lo ama "come un padre".
Occorre
però precisare che nell'Antico Testamento il termine "Padre" non
viene normalmente riferito alle singole persone.
Dio ama
Israele "con amore di Padre", ma lo ama "nel suo insieme",
"in modo collettivo".
Israele
è sì "il popolo di Jahvé", ma esso è tale non perché sia
stato da Lui generato, ma perché è stato scelto.
Non è
il frutto di una generazione, ma di una elezione.
Tra
Dio e Israele c'è quindi un rapporto che ha tutte le caratteristiche dell'amore
paterno, ma esso non è tale in senso proprio e personale.
I
Profeti celebrano Dio come "un
pastore che custodisce il suo gregge", come "un vignaiolo che ha cura
della sua vigna", ma, soprattutto, "come un Padre amorevole che ama
Israele come figlio".
Sono
toccanti e significative espressioni come queste:
«Io
sono un Padre per Israele, Efraim è il mio primogenito... Le mie viscere si
commuovono per lui, provo per lui profonda tenerezza» (Ger 31, 9.20).
«Quando
Israele era giovanetto, io l'ho amato... A Efraim io insegnavo a camminare
tenendolo per mano...» (Os 11, 1-4).
«Tu,
Signore, sei nostro Padre... Padre del tuo popolo e di ogni generazione» (Is
63, 16).
SI
RIVELA COME MADRE
Parlando
di Jahvé come "Padre di Israele", i Profeti mettono in rilievo
la tenerezza del Dio dell'Alleanza, presentandola con caratteristiche paterne
e materne insieme.
«Ecco,
io farò scorrere verso Gerusalemme come un fiume, la prosperità. I suoi bimbi
saranno portati in braccio, sulle ginocchia saranno accarezzati. Come una
madre consola un figlio, così io vi consolerò» (Is 66,12-13).
«Sion
ha detto: il Signore mi ha dimenticato. Si dimentica forse una donna del suo
bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se
questa donna ti dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai...
Ecco,
io ti ho disegnato sulle palme delle mie mani» (Is 49, 14-16).
Alcuni
Profeti, specialmente Isaia e Geremia,
parlano di "viscere di Dio".
Il
termine originale ebraico è rahamim, che «nella sua radice
denota "l'amore
della madre", perché viene da rehem che è il grembo
materno, e sta a indicare una gamma di sentimenti, quali la bontà e la
tenerezza, la pazienza e la comprensione, cioè la prontezza a perdonare».
I
Salmi contengono elevazioni di grande
tenerezza, esprimendo una religiosità che si fa via via più intima e
personale, specie nei "poveri di Jahvé" che hanno scelto Dio
come unico rifugio e unica speranza.
Sono
significative le parole del Salmo 13 1: «io sono tranquillo e sereno come bimbo
svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia» (Sai
131, 2-3).
3
DIO, IL PADRE DI GESÙ
Donaci,
o Padre, di non avere nulla di più caro del tuo Figlio, che rivela al mondo il
mistero del tuo amore e la vera dignità dell'uomo. Colmaci del tuo Spirito,
perché lo annunziamo ai fratelli, con la fede e con le opere.
(Colletta della 15° Domenica del
Tempo ordinario)
Dio,
il Padre di Gesù
DIO,
"IL PADRE DEL SIGNORE NOSTRO GESU’ CRISTO"

La
Rivelazione di Dio-Padre, iniziata nell'Antico Testamento, continua e raggiunge
il suo vertice nel Nuovo, attraverso Gesù.
Il Dio
unico, trascendente e vicino, dell'Antico Testamento, il Dio di Abramo, di
Isacco, di Mosè, dei Profeti, si rivela come «Il Padre del Signore nostro
Gesù Cristo» (Ef 1, 3) e come il Padre che, in Lui, vuole
salvare tutti gli uomini e farli partecipi della sua stessa vita.
Gesù
è la chiave per entrare nel mistero
intimo e impenetrabile della vita divina, per comprendere:
-
ciò che il Padre ha fatto per noi,
-
ciò che continua a fare,
-
ciò che vuole che noi facciamo per Lui.
L'Antico
e il Nuovo Testamento non sono estranei l'uno all'altro, non sono opposti e
neppure distanti, ma sono l'uno lo sviluppo dell'altro, l'uno la
continuità e il perfezionamento dell'altro. Dice S. Agostino: «nell'Antico
è nascosto il Nuovo, e nel Nuovo si rende palese l'Antico».'
DIO SI
RIVELA COME UNO E TRINO
La
ricchezza viene ora pienamente rivelata.
Dio si
rivela come uno nella natura e trino nelle Persone, realtà
sconosciuta nell' Antico Testamento.
La
novità nel Nuovo Testamento sta
proprio in questo incredibile e originale mistero: il Dio antico,
trascendente, inaccessibile e Santo, è un Dio in sé misteriosamente
"composito": e un Dio solo, ma in tre Persone uguali e distinte, che
si chiamano Padre, Figlio e Spirito Santo.
Come
comprenderlo?
Non
certamente con gli strumenti della ragione e del sentimento, ma unicamente con
quelli della fede.
I dati
essenziali della Rivelazione sono: nell'unico Dio una è la natura e tre
le Persone. Esse hanno in comune la natura, ma sono Persone diverse, con
diversa identità e ruoli diversi:
-
il Padre è detto
"padre" perché "genera" il Figlio;
-
il Figlio è detto
"figlio" perché "è generato" dal Padre;
-
lo Spirito Santo è detto
"spirito" perché "è spirato" cioè "procede dal Padre
e dal Figlio".
I
ruoli diversi emergono sul piano della
creazione e della salvezza così come ci sono descritti nell' intera Bibbia.
Le tre
divine Persone però, condividendo la stessa natura, sono un solo Dio e un solo
Signore.
IL
FIGLIO RIVELA L'ESISTENZA DEL PADRE
Nell'
Antico Testamento Dio si è rivelato attraverso una lunga storia (18 secoli!)
che è stata via via illustrata e interpretata dalle parole dei Profeti.
Poi,
"nella pienezza dei tempi e venuto Gesù: «Dio, che aveva parlato, in
tempi antichi, molte volte e in molti modi, per mezzo dei Profeti, ultimamente,
in questi giorni, ci ha parlato per mezzo del Figlio» (Eb 1, 1-2).
Gesù
non è soltanto uno dei Profeti,
l'ultimo o il più grande, ma
-
è il Profeta per eccellenza,
-
è il Figlio del Padre,
-
è Dio come il Padre,
-
è l'unico portavoce autentico del Padre perché, essendo
da Lui generato, è il solo a conoscerlo e a sapere tutto di Lui.
Dice
Giovanni: «Dio nessuno l'ha mai visto: proprio il Figlio Unigenito, che è
nel seno del Padre, Lui lo ha rivelato» (Gv 1, 18).
Lui
solo può quindi infallibilmente farci conoscere il Padre;
Lui
che, pur essendo Dio come il Padre, facendosi uomo, può
far uso
del nostro comune linguaggio umano.
Ovviamente,
parlandoci attraverso l'umanità del Figlio, Dio si comunica attraverso un
velo; e questo velo non consente un'esperienza immediata della divinità.
Il Dio
rivelato in Gesù rimane quindi "un Dio nascosto e misterioso" (cf. Is
45, 15), per accogliere il quale occorre la fede.
Ecco
perché all' apostolo Filippo che chiede di vedere il Padre Gesù dice: «chi
vede me, vede il Padre» (Gv 14, 8), come per dire: io ti rivelo il
volto del Padre, ma insieme te lo nascondo, perché non puoi vedere ora
quello che per ora non puoi vedere:
per
adesso ti basti vedere me! E in me tu vedi soltanto l'uomo e non vedi Dio!
La
trascendente e misteriosa identità di Dio ci viene così rivelata e
comunicata, in modo pieno, attraverso l'unica Persona che, condividendo col
Padre la natura divina, è in grado di rivelarci tutta la verità.
Ora, secondo
la Parola di Gesù, vediamo Dio «in modo confuso e come in uno specchio»;
e solo alla fine lo contempleremo «faccia a faccia» (J Cor 13, 12),
verificando la perfetta identità:
-
fra ciò che ci ha detto e ciò che è nella realtà;
-
fra ciò che abbiamo creduto e
ciò che vedremo;
-
fra l'oggetto della fede e
l'oggetto della gloria e della visione.
Delle
tre divine Persone della SS. Trinità rivelate nel Nuovo Testamento, una sola
si è resa visibile agli occhi dei contemporanei; le altre due si
sono rivelate attraverso segni e parole.
IL
PADRE PRESENTA E ACCREDITA IL FIGLIO
Racconta
Matteo: «In quel tempo Gesù dalla Galilea andò al Giordano da Giovanni per
farsi battezzare da lui. Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: "io
ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me?", ma Gesù gli
disse: "lascia fare per ora, perché conviene che così adempiamo ogni
giustizia. Allora Giovanni acconsentì. Appena battezzato, Gesù usci dalle
acque, ed ecco si aprirono i cieli, ed egli vide lo Spirito Santo scendere come
una colomba, e venne su di lui. Ed ecco una voce dal cielo che disse. "Questi
è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto"» (Mt 3,
13-17).
L'episodio
ha un'importanza fondamentale, perché il Padre, alla presenza dello Spirito
Santo, presenta Gesù con il termine inequivocabile di Figlio.
IL
FIGLIO RIVELA L'IDENTITÀ DEL PADRE
Non vi
sono dubbi sull'identità della Persona che viene presentata: quel Gesù,
che, fra gli altri, si china per ricevere il Battesimo; è il Figlio amato
del Padre ed è Dio come Lui!
Ma
non vi sono dubbi nemmeno sull'identità
della Persona che presenta il Figlio: è il Padre! E Dio che si rivela come
il Padre di Gesù! Sono ambedue legati da quella comune natura che
li fa
essere Padre e Figlio!
Gesù,
dunque, non è lì per caso: è fl
per dare inizio alla sua missione di salvezza; è lì per presentarsi come il
dono che il Padre vuol fare e presentare all'umanità.
E presentando
Gesù come "Figlio" vuole annunciare la sua vera e inconfondibile
identità di Padre!
L'apostolo
Giovanni dirà: «Dio ha tanto amato il mondo, da dare il suo Figlio unigenito»
(Gv 3, 16).
E
Paolo: «Dio non ha risparmiato il suo Figlio, ma lo ha dato per tutti noi» (cf.
Rm 8, 32).
Il Dio
dell'Antico Testamento è quindi divenuto "il Padre di Gesù",
e come tale sarà considerato anche quando continuerà a essere chiamato
semplicemente "Dio".
CHE SIGNIFICA L'ESPRESSIONE:
"DIO È IL PADRE"?
L'espressione
ha due fondamentali significati:
1.
I termini "Dio" e "Padre" si identificano: il
Padre, come ci è rivelato nel Nuovo Testamento, è veramente Dio. Quel Padre
che Gesù ha annunciato nell'intero Nuovo Testamento è lo stesso Dio, l'unico
vero Dio che si è rivelato nell'Antico.
2. Il Padre rivelato da Gesù ha un carattere di "primarietà"
rispetto alle altre due Persone. E la Fonte assolutamente prima, perché,
mentre il Figlio e lo Spirito Santo scaturiscono da Lui, Egli non ha origine
da nessuno.
La
fede monoteista dell'Antico Testamento culmina così nella fede nel «Dio Padre
del Signore nostro Gesù Cristo» (Col
1, 3).
Padre
è il nome proprio di Dio nel Nuovo Testamento, ed è un annuncio così carico
di conseguenze ideali e pratiche da doverlo considerare il vertice di tutta la
Rivelazione.
E
proprio per questo, Filippo, chiedendo a Gesù di fargli vedere il Padre,
si esprime così: «Signore, mostraci il Padre, e ci basta!» (Gv 14, 8).
Evidentemente
aveva capito che, una volta compreso il ruolo del Padre, tutto viene a cambiare
e ad acquistare un senso nuovo, una dimensione nuova.
COL PADRE GESÙ HA UN
RAPPORTO UNICO E IRRIPETIBILE
Il
rapporto fra Gesù e il Padre riveste un carattere di assoluta unicità e
irripetibilità.
Il modo
di comportarsi, le parole e le preghiere al Padre, sono quelle tipiche di uno
che si sente figlio; di un figlio che ha la consapevolezza di essere stato da
Lui generato alla vita divina; e Gesù, col Padre, ha
-
un rapporto unico, esclusivo, non
confondibile con altri.
Quando
invita i discepoli a mettersi in rapporto col Padre, non dice mai: "nostro
Padre", ma "il Padre vostro", "il Padre loro",
"il Padre tuo"... E apparendo a Maria Maddalena, dopo la
risurrezione: «non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre. Ma
va' dai miei fratelli e dì loro: "io salgo al Padre mio e Padre vostro,
Dio mio e Dio vostro"» (Gv 20, 17-18);
- un
rapporto irripetibile, perché Gesù
è l'unico figlio che procede dal Padre per via di naturale
generazione: Dio da Dio, luce da luce, Dio vero da Dio vero.3
Tutti
gli altri, come vedremo, diventeranno figli per partecipazione, Lui per
naturale generazione.
UN
RAPPORTO DOLCE CHE LO PORTA A DIRE "ABBÀ"
Gli
ebrei dell'Antico Testamento usarono
il nome di Padre applicandolo a Dio in senso metaforico e collettivo.
Spetta
a Gesù il merito di aver portato
sulla terra la nozione vera di Dio-Padre, e di averla accostata a una
persona singola.
Anzi,
Gesù va oltre.
Rivolgendosi
al Padre, spesso usa il termine aramaico "Abbà", che era la
parola usata dal bambino ebreo quando chiamava il suo papà.
Il
Talmud afferma che un bimbo si doveva slattare solo quando era capace di dire immà
(mamma) e abbà (papà).
L'evangelista
Marco dice che Gesù, nel Getsemani, pregava così: «Abbà... tutto è
possibile a te, allontana da me questo calice» (Mc 14, 36).
Se non
fosse stata un'espressione abituale sulla bocca di Gesù, Marco non l'avrebbe
usata in un momento tanto solenne e tragico!
Il
rivolgersi a Dio con la parola abbà era impensabile per gli ebrei, ma
Gesù sapeva di poterla usare, perché il Padre era per lui intimo e
familiare.
Lui solo
poteva dire: «Tutto mi è stato dato dal Padre mio, nessuno conosce il Figlio
se non il Padre e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare» (Mt 11, 27).
«Io e
il Padre siamo una cosa sola» (Gv 10, 30).
IL PADRE
DI GESÙ
Il Padre
descrittoci da Gesù, il Padre del Nuovo Testamento, il Padre, soprattutto,
rivelato nel Vangelo di Giovanni, ha le seguenti caratteristiche:
-
è la Fonte prima della vita divina:
il Figlio e lo Spirito
Santo
procedono da Lui, hanno origine da Lui, pur essendo eterni come Lui;
-
è l'Autore del Piano divino della Creazione e della Redenzione, piano che scaturisce
dalla "Fonte d'amore" che è la carità di Dio Padre;
-
è il vero Signore dell'universo e dell'uomo, perché è la fonte
prima di ogni cosa, e per questo è detto Dio per eccellenza;
-
è l'Amore infinito, eterno, onnicomprensivo. È l'Amore dal quale e nel quale
ogni altro essere trae origine e fondamento (cf.] Gv 4, 8.16).
GESÙ,
FIGLIO DI DIO, FIGLIO DEL PADRE
Nei
confronti del Padre, Gesù di Nazaret è ciò che di più alto si può
immaginare:
-
è, in senso proprio, Figlio di Dio;
-
è l'Unigenito, cioè il Figlio unico
nel suo genere;
-
è eterno come il Padre (in principio era il Verbo);
- è perfettamente unito al Padre (e il Verbo era presso Dio);
-
è della stessa natura del Padre (e il
Verbo era Dio) (cf. Gv 1, 1);
-
è uno col Padre nell'agire: «le opere che io compio nel
nome del
Padre mio, queste mi danno testimonianza... Io e il Padre siamo una cosa sola» (Gv
10, 25-30).
4.
DIO, NOSTRO PADRE
Dio
onnipotente ed eterno, che ci dai il privilegio di chiamarti Padre, fa crescere
in noi lo spirito di figli adottivi, perché possiamo entrare nell 'eredità che
ci hai promesso.
(Colletta della 19° Domenica del Tempo ordinario)
Dio,
nostro Padre
FIN
D'ORA SIAMO FIGLI DI DIO!
Due
testi fondamentali per comprendere.
1.
Il Verbo «venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però
lo hanno accolto, ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che
credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da
volere di uomo, ma da Dio sono stati generati» (Gv 1, 11 - 13).
2.
«Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e
lo siamo realmente! La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché
non ha conosciuto lui. Carissimi, fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che
saremo non èstato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà
manifestato, noi saremo simili a Lui, perché lo vedremo così come egli è» (1
Gv 3, 1-2).
CON SENSO DI STUPORE, QUASI DI ESTASI!
L'Amore
del Padre ha fatto di noi dei figli: è incredibile, ma vero!
E
l'Apostolo Giovanni, testimone attento e fedele, scrivendo queste cose è preso
da un senso di stupore, quasi di estasi!
Non è
possibile non commuoversi di fronte a un annuncio come questo!
Non si
tratta di una comunicazione ordinaria e scontata, ma di un messaggio che
trascende:
-
ogni pensiero,
-
ogni immaginazione,
-
ogni aspettativa.
È un
annuncio che innalza l'uomo dalla sua normale condizione limitata alla
vertiginosa altezza di una vita superiore e divina.
È un
salto di qualità senza precedenti e senza confronti!
È ben
comprensibile lo stupore dell' Apostolo! Egli ci dice che il Padre, nel suo
amore per noi,
-
ci unisce realmente al suo Figlio, così da farci una sola cosa con
Lui;
-
ci genera, sia pure in maniera diversa, nella stessa generazione del
suo medesimo Figlio;
-
si dona a noi nel suo Figlio, facendosi una sola cosa con Lui;
-
ci fa suoi figli, nel Figlio suo;
-
ci fa partecipi della sua stessa vita divina.
SIAMO
CHIAMATI FIGLI
Quando
nasciamo non siamo figli di Dio, ma semplicemente sue creature.
Dio
è Creatore perché, nel seme generato
dai genitori, Egli infonde l'anima, che è il principio dinamico
della vita.
Per
diventare suoi figli, occorre un ulteriore intervento soprannaturale,
una seconda generazione.
Cerchiamo
di capire.
Figlio
è colui che procede da un altro per
via di naturale generazione.
La
generazione è l'origine di un vivente
da un altro vivente della stessa specie.
Noi
siamo figli dei nostri genitori perché
ci hanno generato nella loro identica specie. Un tavolo non può dirsi generato
dal falegname, perché il tavolo non è un essere vivente e non proviene dal
falegname per via di naturale generazione.
Siamo
figli dei nostri genitori e, insieme, creature di Dio, perché Dio ha
infuso in noi quell'anima intelligente che ci fa vivere e ci fa comprendere.
L'essere
uomini, sia maschio che femmina, significa
già possedere una grande dignità.
Nella
"scala degli esseri" l'uomo è al vertice di una scala che
parte dai minerali e prosegue con le piante e gli animali. E anzi, di essi, il signore
e il sacerdote, perché tutto è stato creato per lui, e di essi egli
è l'interprete intelligente e cosciente per dar lode al Creatore.
È già
tanto così!
Ma
qui nasce lo stupore: nell'apprendere
che il Padre ha voluto per l'uomo un ulteriore salto di dignità e di
qualità, un ulteriore intervento creativo, una seconda generazione.
Questa
rigenerazione, ci dice Giovanni,
-
non è dovuta al volere di uomo,
-
non si realizza attraverso i canali della carne e del sangue,
-
non è imposta a nessuno, ma è liberamente offerta a quanti
accolgono il Figlio di Dio e credono in Lui.
Tutto
si opera nel Battesimo, che ci immerge
nel mistero della Morte e Risurrezione di Cristo Salvatore e opera quella
realtà per la quale diventiamo
-
figli di Dio,
-
figli nel Figlio,
- figli come il Figlio,
con una
sola differenza: Gesù è figlio per natura; noi lo diventiamo per
partecipazione.
LO SIAMO
REALMENTE!
L'amore
di Dio verso l'uomo era già motivo di stupore per gli uomini dell'Antico
Testamento:
Esclama
il Salmista: «che cosa è l'uomo perché te ne ricordi...?»(Sal8,5).
Il Dio
onnipotente e trascendente aveva scelto Israele e aveva stretto con lui
un'alleanza sponsale, ma non aveva ancora fatto dell'uomo un suo figlio.
Anche se
Dio nell'Antico Testamento veniva, a volte, chiamato Padre, la paternità
divina si estendeva a tutto il popolo "nel suo insieme" e in senso
metaforico.
È
nel Nuovo Testamento che l'uomo:
-
entra nel mistero della vita intima divina,
-
diviene partecipe di questa vita divina,
-
diventa personalmente figlio di Dio. Diviene figlio:
-
il singolo uomo,
-
il singolo credente,
-
il singolo battezzato,
e non
l'umanità nel suo complesso, il "popolo di Dio" nel suo insieme, la
Chiesa come realtà mistica.
È
COLMATO L'ABISSO!
Siamo
figli di Dio!
E
diventando tali, veniamo in un certo senso a colmare l'abisso, per sé
invalicabile, che separa l'uomo finito dal Dio infinito.
Padre è
colui che comunica a qualcuno la sua stessa natura. Dio Padre comunica la
sua stessa natura al Figlio, che è tale perché è "della stessa sostanza
del Padre".
Ma
questo unico Figlio, incarnandosi, è divenuto una cosa sola con noi, e noi, in
un certo modo, diveniamo "figli nel Figlio".
NELL'UNICO
FIGLIO DIVENTIAMO TUTTI FRATELLI
Nell'unico
Figlio diventiamo, dunque, tutti fratelli.
Tutti:
cioè gli uomini che, senza alcuna distinzione, liberamente accettano di
diventare partecipi dell'unica natura divina.
E
diventando figli, diventano fratelli, perché acquistano la generazione dal
Padre e la comunione col suo unico Figlio.
È
dunque questo l'autentico fondamento della cristiana fraternità: la comune
dignità di figli.
Siamo
tutti fratelli perché diciamo "Padre" alla stessa Persona, e
perché il Primogenito, Gesù, ci unisce in Lui in un unico Corpo, in
un'unica realtà divina.
"CIO’
CHE SAREMO NON È ANCORA RIVELATO"
Ma non
tutto è ancora stato rivelato, e quindi non tutto è ancora evidente.
Occorre fare
un arduo passaggio da ciò che è visibile a ciò che è invisibile.
Ogni
realtà sensibile è segno di una realtà sopra-sensibile. Occorre fare un
balzo nella fede per riuscire a immaginare ciò che è ancora nascosto.
Il Regno
di Dio sulla terra, la Chiesa, racchiude realtà divine, ma agli occhi
terreni, queste realtà sono ben poca cosa~ Basta pensare all'Eucaristia:
che cosa c'è di più umile di quella piccola ostia? Eppure è segno e presenza
del Corpo di Gesù!
Noi
siamo una realtà fragile e mortale, ma già possediamo una tale dignità che
ci farà esplodere di gioia nel momento nel
quale
essa ci sarà pienamente e definitivamente rivelata. È celebre la frase di J.
H. Newman: «Grace is glory in exile. Glory is grace at home» (La grazia è la
gloria in esilio. La gloria è la grazia giunta a casa).
"GIÀ"
E "NON ANCORA"
Il Padre
fa di noi dei figli.
Nati da
un padre e da una madre che ci hanno trasmesso le realtà terrene, nel
Battesimo siamo rinati a figli delle realtà celesti.
Ora
siamo come un feto immaturo, a mezza strada:
-
fra il passato e il futuro,
-
fra le cose che vediamo e quelle che non vediamo,
-
fra il bene e il male,
-
fra il rischio di accogliere il dono divino o di rifiutarlo,
in
una lotta perenne con le nostre
cattive tendenze e con l'azione di Satana che ci ostacola, con ogni mezzo, nel
nostro cammino incontro alla piena e perfetta figliolanza divina.
Non
siamo in una posizione né facile né comoda, e per questo soffriamo:
- di
incompletezza, perché non abbiamo ancora la maturità definitiva;
di
cecità, perché siamo chiusi nelle
cose, non vediamo ancora con chiarezza;
di
nostalgia, perché abbiamo già nelle
vene il sangue di Dio e siamo costretti a sopportare il sangue turbolento e
malato di uomini.'
L'UNICO
PROGETTO DEL PADRE: FARCI SUOI FIGLI COMPLETI
Farci
suoi figli: non in senso ontologico,
perché col Battesimo lo siamo già, ma in senso morale, cioè
nel senso di una maturità che ci porta a essere figli in senso completo.
La
nostra storia terrena non è che la storia della nostra gestazione come figli
di Dio.
Siamo
come il feto nel seno della mamma.
Noi
amiamo il ventre della mamma, ma ne siamo usciti appena abbiamo potuto.
Non
basta essere concepiti: bisogna uscire dal seno materno, crescere,
svilupparsi in piena autonomia personale.
Il
cosmo e la storia sono come il seno
immenso e molteplice dove si compie questa nostra gestazione, e tutto è
predisposto per questo.
E se
l'unico progetto divino è quello di farci pienamente figli, è bello pensare
alla presenza di un Padre che lavora per noi e con noi per realizzare il suo
progetto.
Il
progetto non è finito e il lavoro non è ancora compiuto: se
fosse finito, sarebbe già la fine del mondo!
E
infatti "tutta la creazione, anelando alla gloriosa manifestazione dei
figli di Dio, geme e soffre nei dolori del parto" (cf. Rm 8,
19-22). Chi vive nella fede, è consapevole di stare realizzando in se stesso un
piano superiore e a lieto fine.
- Sa di dover
andare oltre le realtà contingenti e sensibili.
- Sa che
il meglio per lui è nel futuro.
- Sa che
il domani sarà meglio dell'oggi.
- Sa che
il Padre lo sta attirando, attraverso vie misteriose e spesso dolorose,
verso una maturità che sarà piena solo quando riuscirà a vivere totalmente la
sua realtà di figlio.
E
quando, divenuto pienamente figlio, lascerà questa terra nella quale è stato
generato, potrà dire con entusiasmo: finalmente! Finalmente sono giunto a casa,
da mio Padre!
5
DIO, UN PADRE PROVVIDENTE
Padre
santo, che vedi e provvedi a tutte le creature, sostienici con la forza del tuo
Spirito, perché in mezzo alle fatiche e alle preoccupazioni di ogni giorno...
operiamo con piena fiducia per la libertà e la giustizia del tuo regno.
(Colletta dell' 8° Domenica del Tempo ordinario)
Dio,
un Padre provvidente
IL
PADRE HA "CURA E PROVVIDENZA"
DELLE COSE CREATE

Dio ha
creato l'uomo e lo ha posto al centro della creazione. Ha fatto di lui
l'oggetto:
- delle
sue attenzioni,
- del
suo amore,
- della
sua tenerezza paterna e materna.
L'uomo
è il suo vero e insuperabile capolavoro.
Su di
lui ha un solo grande progetto: farlo suo alleato e suo figlio in senso pieno
e definitivo.
Nel
momento nel quale lo ha creato, non ha cessato la sua opera, ma la continua
ininterrottamente, perché l'uomo, che èuna causa seconda, nulla può
fare senza l'intervento della Causa prima.
È come
il raggio di luce che si fa presente e agisce solo se, all'origine, sussiste
il sole dal quale proviene.
Che
significa che Dio è provvidente?
Significa
che il Creatore «ha cura e provvidenza delle cose create e le conserva e dirige
tutte al proprio fine, con sapienza, bontà e giustizia infinita».'
La
Provvidenza è quindi la continuazione e lo sviluppo della creazione. È l'amorevole
presenza e l'efficace sostegno che il Padre dona all'uomo perché possa
raggiungere lo scopo per cui è stato creato.
L'ANTICO
TESTAMENTO RIVELA APERTAMENTE LA VIGILE PROVVIDENZA DEL PADRE
-
A livello cosmico.
Jahvé
è il Signore della natura. Tutto è
diretto da lui: il sole, la luna, le stelle, il mare, le piogge, le stagioni
ecc.
È un
dominio esercitato sempre per il bene del suo popolo: «Se seguirete le
mie leggi, se osserverete i miei comandi e li metterete in pratica, io vi darò
le piogge alla loro stagione, la terra darà prodotti, e gli alberi della
campagna daranno frutti» (Lv 26, 3-4).
-
A livello personale.
Giuseppe
è venduto dai fratelli e deve molto
soffrire, ma tutto si risolverà per il bene suo e degli stessi fratelli che
l'hanno perseguitato. Esclama: «non siete stati voi a mandarmi qui, ma Dio» (Gen45,8).
Tobia
deve sottostare a molte vicende
dolorose, ma deve constatare il trionfo della Provvidenza che interviene a
premiare il giusto (cf. Tb 11, 14-15).
Giobbe
sopravvive alle prove perché è sorretto e guidato dalla Provvidenza. Afferma:
«Vita e benevolenza tu mi hai concesso e la tua premura ha custodito il mio
spirito» (Gb 10, 12).
Il
Libro della Sapienza inneggia sovente
alla Provvidenza con espressioni significative come queste: «In suo potere
siamo noi e le nostre parole» (Sap 7, 16); "la tua Provvidenza, o
Padre, guida la barca perché tu hai predisposto una strada anche nel mare"
(cf. Sap 14, 3).2
-
A livello sociale e storico.
Tutta la
storia del popolo di Dio è contrassegnata da interventi prodigiosi, a
cominciare dalla liberazione dalla schiavitù dell'Egitto e di Babilonia e
dall'assistenza nel deserto.
Jahvé
non abbandona un istante il suo popolo, ed è sempre pronto a sostenerlo,
a difenderlo, a nutrirlo, a proteggerlo.3
Dio
interviene anche sui popoli stranieri: dirige i destini degli Etiopi, dei
Filistei, degli Aramei (cf. Am 9, 7), degli Egiziani (cf. Is 19,
21-25).
E si
serve di Ciro, re dei Persiani, per ricondurre il suo popolo da Babilonia a
Gerusalemme. Di lui dice: «Io l'ho preso per la destra, per abbattere davanti a
lui le nazioni» (Is 45, 1).
I SALMI
CANTANO LA PROVVIDENZA
Alcune
espressioni fra le più note:
- «non
abbandoni chi ti cerca, Signore» (Sal 9, 10-lì).
- «il
Signore è il mio pastore: non manco di nulla» (Sal 23, 1).
- «mio
padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto» (Sal 27,
10).
- «Signore,
tu mi scruti e mi conosci, ... dove andare lontano dal tuo spirito... Sei tu che
hai creato le mie viscere, e mi hai tessuto nel seno di mia madre» (Sal 139,
1.7.13).
- «tutti
da te aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno. Tu lo provvedi,
essi lo raccolgono, tu apri la mano, si saziano di beni» (Sal 104,
27-28).
- «Egli
copre il cielo di nubi, prepara la pioggia per la terra, fa germogliare l'erba
sui monti. Provvede il cibo al bestiame... Manda una sua parola ed ecco si
scioglie, fa soffiare il vento e scorrono le acque» (Sal 147, 8-9.18);
«Il Signore si compiace di chi lo teme, di chi spera nella sua grazia» (Sal
147, 11).
Poche
verità sono rivelate in termini così espliciti e rassicuranti, come quella
della Provvidenza.
Non per
nulla il Dio dell'Antico Testamento si rivela con un nome, Jahvé, il
cui significato, fra gli altri, è quello di "Io sono Colui che è
qui": e quindi un Padre che è sempre disponibile ed è l'unico punto
di riferimento sicuro per qualsiasi necessità.
NUOVO
TESTAMENTO: GESÙ RIVELA CHIARAMENTE LA DOLCE PROVVIDENZA DEL PADRE
Lo fa
principalmente in questi due testi immediati e comprensibili:
1.
«Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché
siate figli del Padre vostro celeste che fa sorgere il suo sole sopra
i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti» (Mt
5, 44-45).
2.
«Per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e
neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete: la vita forse non vale
più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del
cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai, eppure il Padre
vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro?
E
chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un'ora sola alla sua
vita?
E
perché vi affannate per il vestito?
Osservate
come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico
che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
Ora
se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani sarà gettata nel
forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?
Non
affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo?
Che
cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte
queste cose si preoccupano i pagani, il Padre vostro celeste infatti sa
che ne avete bisogno.
Cercate
prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte
queste
cose vi saranno date in aggiunta.
Non
affannatevi dunque per il domani, perché
il domani
avrà
già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,
25-34).
FIDUCIA
E ABBANDONO
Gesù
usa parole semplici e comprensibili, partendo dalla considerazione di
ciò che tutti vedono e sentono.
Egli
conosce i problemi della gente comune in mezzo alla quale vive, e che è in
continuo assillo:
-
per il cibo,
-
per le bevande,
-
per il vestito,
-
per la sofferenza personale e familiare,
-
per le miserie fisiche della vecchiaia,
-
per la morte,
-
per le ingiustizie a tutti i livelli...
Gesù
conduce la sua vita terrena in mezzo a persone inquiete, preoccupate, ribelli,
polemiche, protese al raggiungimento di un futuro migliore. Ed è continuamente
interpellato e contestato.
Come
si comporta?
Con un
atteggiamento di grande fiducia e di pieno abbandono alla volontà del Padre.
Gesù è
forte e sereno perché è consapevole di fare la volontà del Padre e perché è
certo che nulla gli può accadere senza che lo sappia Lui!
Poi
dice: avete problemi? siete
preoccupati per il futuro? volete spiegazioni?
Non
cercate risposte o soluzioni, ma semplicemente: guardate! Guardate come il Padre
si comporta con gli esseri più umili e insignificanti, e state certi che farà
altrettanto con voi, che valete ben più di loro!
Di
conseguenza:
-
niente paura: a voi pensa il Padre!;
-
vivete alla giornata: basta a ciascun giorno il suo affanno!;
-
non fate confronti: sforzatevi di amare i nemici, perché
anch'essi sono amati e assistiti dal Padre!;
-
preoccupatevi di cercare come prima cosa il regno di
Dio,
e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta!
La
Provvidenza quindi, secondo Gesù, non la si insegna, ma la si vede nel
tessuto ordinario e straordinario delle cose che sono disegnate dalla mano
sapiente e amorevole del Padre.
È un
disegno di amore che solo chi ha l'occhio puro e il cuore buono riesce a capire!
PROVVIDENZA
SÌ, MA CON IMPEGNO PERSONALE
La
Provvidenza è l'aiuto che il Padre dona a ogni uomo per aiutarlo a raggiungere
lo scopo che Egli ha fissato per lui.
Dio non
si sostituisce all 'uomo, ma lo invita
a collaborare, lasciandogli:
-
la sua libertà,
-
la sua responsabilità,
-
la sua personalità;
lo pone
nelle condizioni di dare il suo personale e insostituibile apporto.
A
ciascuno la sua parte:
-
la Provvidenza non può fare tutto senza
l'uomo;
-
l'uomo non può far nulla senza
la Provvidenza.
Madre
Teresa di Calcutta scrive: «se a volte
i nostri poveri arrivano a morire di fame, non dipende dal fatto che Dio non
si prende cura di loro. Dipende piuttosto dal fatto che né voi, né io siamo
abbastanza generosi. Dal fatto che non siamo strumenti impegnati nelle mani di
Dio per dare loro cibo e vestito».
UNITÀ
E VARIETÀ DELLA PROVVIDENZA
Il Padre
ama tutti con un amore personale, originale, unico e diverso.
È il
Padre di tutti e di ciascuno, e la sua Provvidenza raggiunge ogni
singola persona.
Il
suo primo e grande scopo è quello di
"salvare tutti gli uomini e di farli arrivare alla conoscenza della verità".
E
siccome la salvezza si attua attraverso Cristo, tutto Egli dispone in modo che
ogni uomo, prima o poi, si possa incontrare con Lui.
Cristo
è l'unico Salvatore del mondo: l'azione della Provvidenza è quindi rivolta a
condurre, direttamente o indirettamente, a Lui. Le vie per arrivare sono
tante, e tutte sono predisposte per questo incontro, che resta il più
importante e decisivo nella vita di ciascuno.
La
Provvidenza, che è unica per tutti, acquista aspetti diversi a seconda delle
diverse persone e dei loro diversi ruoli.
Dio accetta
il rischio di sembrare ingiusto.
Non
rifiuta l'indispensabile a nessuno, ma a certe persone sembra dare con più
abbondanza...
Sembra
ingiusto ma non lo è, perché a chi
ha dato di più chiede di più; chi riceve di più, riceve per gli altri. Deve
servire di più. Deve vivere per servire.
RESTA IL
MISTERO
Scrive
Rosmini: «stimo necessario dare alla gioventù una grande idea della divina
Provvidenza, e infonderle il rispetto per tutte le disposizioni divine, senza
mai prendere scandalo dagli avvenimenti, siano quali si vogliano»!
"Senza
prendere scandalo": sì, perché
è assai difficile non restare sconcertati e addirittura scandalizzati di fronte
a tante situazioni complesse, sconvolgenti, assurde e insolubili.
Non
resta che dire: le vie della Provvidenza sono avvolte da oscurità misteriose. E
non è in nostro potere la facoltà di comprendere e di comporre ogni
cosa.
«Solo
in certi speciali istanti ci è permesso gettare uno sguardo
fugace in tale mistero, per averne un presentimento e percepirne una minima
traccia».
Il
credente, il figlio consapevole della bontà del Padre, non
ha che una possibilità intelligente e valida: attendere, riflettere,
pregare, e, soprattutto, abbandonarsi con filiale confidenza fra le
braccia di Colui che tutto volge per il suo vero bene, anche se non lo
comprende.
6
DIO, UN PADRE MISERICORDIOSO
O
Padre, sempre pronto ad accogliere pubblicani e peccatori appena si dispongono a
pentirsi di cuore, tu prometti vita e salvezza ad ogni uomo che desiste dal
male:
il
tuo Spirito ci renda docili alla tua parola, e ci doni gli stessi sentimenti che
sono in Cristo Gesù.
(Colletta della 26° Domenica del Tempo ordinario)
Dio,
un Padre misericordioso
IL
DIO DELL'ANTICA ALLEANZA È UN DIO "RICCO DI MISERICORDIA"

La
storia dell' antico popolo di Dio si può definire una peculiare esperienza
della misericordia di Dio, a livello individuale e sociale.
Israele
è il popolo dell'Alleanza.
Si è
alleato con Dio, con solenni giuramenti, con tante promesse vicendevoli e
sacrifici a non finire:
Ma
quante infedeltà! Quanti tradimenti!
Ma Dio
non si dà per vinto, e per questo suo alleato fragile e imprevedibile riserva
solo:
-
comprensione,
-
compassione,
-
perdono.
È un
Dio
-
ricco di misericordia,
-
pieno di tenerezza e di grazia,
-
lento all'ira,
-
sempre in attesa di un pentimento e di un ritorno.
L'Antico
Testamento, per esprimere la misericordia, usa diversi
termini
con alcune sfumature, che si completano a vicenda.
I due
principali sono:
- hesed,
che significa bontà e fedeltà. Viene spesso usato unito all' altro termine
we-emet, che significa grazia e fedeltà;
-
rahamin, che ha una sfumatura materna, perché rehem è il grembo materno.
Indica
il particolare rapporto di amore che si instaura fra la madre e il suo bambino.
È un
amore gratuito, un'esigenza del cuore, che genera una gamma di sentimenti, fra i
quali la tenerezza, la pazienza, l'attesa, il perdono facile e generoso.'
Nella
predicazione dei Profeti, la misericordia è una speciale potenza dell'amore,
che prevale sempre sul peccato e sull'infedeltà.
Per
quanto grande sia il peccato, la misericordia divina lo supera
infinitamente, "quanto l'Oriente dista dall'Occidente".
Sarebbe
lunga e interessante l'elencazione dei numerosi testi dei Profeti e dei Salmi
che parlano della misericordia, ma è forse preferibile concentrare l'attenzione
su ciò che ha detto e fatto Gesù.
GESÙ
RIVELA E TESTIMONIA L'INFINITA MISERICORDIA DEL PADRE
È ascoltando
e guardando Gesù che possiamo riuscire a comprendere l'infinito amore e
la sorprendente misericordia del Padre!
Si può
dire che il tema della misericordia è stato al centro di tutta la sua vita
terrena: una vita segnata dall' amore, dal perdono, dal dono di sé fino alla
morte, per cancellare e riparare il peccato di tutta l'umanità.
Gesù
è «la vera incarnazione della misericordia».2
Dice la
Preghiera eucaristica quinta: «il Padre misericordioso ci ha donato il suo
Figlio, come fratello e redentore.
In Lui
ha manifestato il suo amore per i piccoli e per i poveri, per gli ammalati e gli
esclusi.
Mai Egli
si chiuse alle necessità e alle sofferenze dei fratelli.
Con la
vita e la parola, ha annunziato al mondo che Tu sei Padre e che hai cura dei
tuoi figli».
Dunque:
il Padre, per dimostrarci la sua infinita misericordia, ci ha fatto un
incomparabile dono: il Figlio!
Gesù
rende presente, quindi, fra gli
uomini, il suo Padre; èanzi lo stesso Padre che, in Lui, agisce e parla, dimostrando,
con la sua vita e con la sua parola, che
-
Dio è Padre,
-
Dio è Amore (cf. 1 Gv 4,
8.16),
-
Dio è ricco di misericordia (cf.
Ef 2, 4).
Anzi:
Gesù fa della misericordia non solo il centro della sua predicazione, ma anche la
verifica dell'autenticità della sua missione!
Infatti:
- a
Nazaret, nella Sinagoga Gesù aveva detto che lo Spirito era su di lui e che
lo aveva consacrato e inviato ai poveri, ai ciechi, ai prigionieri, agli
oppressi ecc. (cf. Lc 4, 14-27);
-
agli inviati di Giovanni Battista dice
di essere il vero Messia perché sta attuando tutta questa misericordia: i
ciechi vedono, gli zoppi camminano ecc. (cf. Lc 7, 22).
CON LA
VITA
Tutta la
vita pubblica di Gesù è dono di sé, è accoglienza, ècura di
malati e sofferenti, è ascolto, è compatimento, è aiuto, è conforto,
è gesto di amore, è, soprattutto, perdono.
Sono
così numerosi i peccatori che a Lui
ricorrono, da farlo definire amico dei peccatori (cf. Mt 11, 19).
Lui
stesso ripetutamente dirà «non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori»
(Mt 9, 13).
E
qual è, in particolare, il suo rapporto
con essi?
Un
atteggiamento:
-
di estrema comprensione,
-
di grande compassione,
-
di attenta distinzione per il peccato in sé e il peccatore che lo
compie.
Gesù è
sempre disponibile a perdonare e a scusare. Una sola cosa lo trattiene: "il
peccato contro lo Spirito Santo" che è l'accettazione a occhi aperti
della menzogna, il capire cosa sia male e volerlo fare ugualmente, la mancanza
di pentimento (cf. Mt 12, 31). Al paralitico Gesù dice: «Figliolo,
ti sono rimessi i tuoi peccati» (Mc2, 5).
Il
malato chiede la guarigione, e Lui gli dà la guarigione del corpo e dello
spirito. E una fede grande quella del paralitico, una fede che lo salva; ma è
grande l'amore del medico divino! All'adultera dice: «Neanch'io ti
condanno, va' e d'ora in poi non peccare più» (Gv 8, 11).
Gesù
non approva il suo peccato, ma dona il suo perdono a lei, peccatrice da tutti
rifiutata.
Anche
a Zaccheo, usuraio e imbroglione, Gesù
perdona: «Oggi la salvezza è entrata in questa casa» (Lc 19, 9).
Motivo
di questo perdono? «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri, e se
ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19, 8).
Alla peccatrice,
in casa di Simone, Gesù dice: «Ti sono perdonati i tuoi peccati... la tua
fede ti ha salvata, va' in pace!» (Lc 7, 48-50).
Il perché
di tanto perdono? «Le sono perdonati i suoi molti peccati, poiché ha molto
amato (Lc 7, 47).
Al
buon ladrone sulla croce, che grida a
Gesù: «ricordati di me quando entrerai nel tuo regno», Gesù risponde con
prontezza: «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,
42-43).
La
schiettezza e la fede fanno breccia nel cuore di Gesù.
Il
perdono per Gesù è
una festa!
Afferma:
«ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove
giusti che non hanno bisogno di conversione» (Le 15, 7).
Dio si
rallegra della pecorella ritrovata «più che per le novanta-nove che non si
erano smarrite» perché «il Padre vostro celeste non vuole che si perda
neanche uno solo di questi piccoli»
(Mt 18,
12-13).
CON LA
PAROLA: "LE PARABOLE DELLA MISERICORDIA"
Quante
volte Gesù si è dilungato a illustrare la misericordia e il perdono con
parole, con esempi, con parabole ricavate dal comune modo di vivere dei suoi
contemporanei!
Soprattutto
le parabole, che vengono appunto chiamate "le parabole della
misericordia".
Sono
tre:
-
la pecorella smarrita e ritrovata (Le
15, 4-7);
-
la dramma perduta e ritrovata (Le
15, 8-10);
-
il figlio (o figliol prodigo) perduto e ritrovato (Le 15, 11-32).
Esse
furono pronunciate davanti a un pubblico eterogeneo, composto in prevalenza da
persone che "si credevano giuste", ma che in realtà erano ben lontane
dall'atteggiamento di umiltà e di disponibilità richiesto per accogliere il
dono della misericordia e del perdono... e dal comprendere il vero senso della
parola del Salvatore!
LA
PARABOLA DEL FIGLIOL PRODIGO, O DEL FIGLIO PERDUTO E RITROVATO
È la
parabola che, pur non usando la parola "misencordia", ne esprime il
contenuto in modo particolarmente limpido.
La si può
dividere in tre parti:
-
il dramma del figlio che abbandona il padre (cf. Le 15, 12-19);
-
la festa e il perdono accordato dal padre al suo ritorno (cf. Le 15,
25-31);
-
il rifiuto del fratello di perdonare e accogliere il fratello (cf.
ibid.).
1.
Voglio andarmene di casa!
È il
dramma di un figlio che ha la fortuna di avere una casa e un padre, e quindi ciò
che di meglio si possa desiderare, ma che se ne vuole andare, forse
suggestionato e traviato dagli amici.
Vuole
lasciare la sua casa, perché?
Perché
vuole essere pienamente libero, senza controllo alcuno; perché vuole divertirsi
senza alcun freno;
perché
vuole disporre dei beni "che gli spettano" senza dover rendere conto a
nessuno;
perché
non può più sopportare l'ambiente di casa!
2. Il
padre lo guarda angosciato, ma non
lo maledice, non lo maltratta, e neppure gli impedisce con la forza di
realizzare il suo folle disegno.
Soffre
in silenzio e piange lacrime amare!
L'amore
è tolleranza, resistenza, pazienza infinita.
Dio
è tutto questo... e non per un solo
figlio insensato, ma per ogni uomo che decide di voltargli le spalle.
3. Il
figlio non si lascia commuovere e
mette in atto la sua decisione; "parte per un paese lontano e là
sperpera, le sue ricchezze, vivendo da dissoluto".
È
inizialmente "felice", perché ha raggiunto il suo scopo.
Poveretto!
Non sa che sta distruggendo la sua fortuna, e, soprattutto, la propria
persona!
4. Scoppia
il dramma.
Il
denaro finisce, gli amici si dileguano, e si profila la disperazione. E
avviene l'inevitabile: la fame, la solitudine, il tradimento dei compagni di
baldoria, il disastro!
-
Lui, l'indipendente che rifiutava il padre, è obbligato a guadagnarsi il
pane;
-
Lui, non abituato a "contare i soldi", deve umiliarsi a fare il
garzone;
Lui, il
sensuale, il gaudente, lo sprecone, vorrebbe saziarsi con il cibo per i porci,
ma non gli è concesso.
Dio
conduce dolcemente l'errante a "toccare con mano" la sua povertà e lo
fa con infinita pazienza, rispettando i tempi e la libertà di ciascuno.
5.
Incominciano i ripensamenti e i pentimenti.
"Ma
come posso continuare a vivere così?
Non ho più mezzi per tirare avanti e non ho più alcuna dignità
per presentarmi a nessuno!... Com'era bella la mia casa! Come mi sentivo
amato, rispettato, servito!... Quanta nostalgia, quanto rimpianto!".
E
affiora un pensiero di speranza, anzi una certezza: "tutti mi hanno
abbandonato, tutti mi possono abbandonare... ma mio padre no! Non è possibile
che lui mi abbia dimenticato! Non è possibile che lui non mi aspetti ancora!...
Io l'ho tradito e abbandonato, ma lui non può tradirmi e abbandonarmi! Non è
possibile... perché lui è mio padre!"
L'amore
di Dio, creativo e inesauribile, aiuta
a riflettere e a prendere decisioni fino ad allora impensabili!
6.
Decide di tornare a casa!
La
decisione avviene dopo molti ripensamenti ed è determinata dalla nostalgia di
casa e dalla certezza di ritrovarvi un padre buono, accondiscendente,
comprensivo oltre ogni limite.
È
umiliante ripercorrere quella strada che ha conosciuto la sua fuga! Mille timori
lo assalgono: mio padre riconoscerà in questa larva di uomo suo figlio? Mi
accoglierà, mi aprirà la porta (almeno quella di servizio!)? Mi perdonerà?
Eccolo:
è già sulla porta! Lo attende l'esperienza di un perdono che non avrebbe mai
potuto immaginare!
Il
perdono, nel cuore del Padre celeste, è presente
fin dall'inizio di ogni traviamento, ma non può raggiungere il figlio se
questi non decide, in piena libertà, di ritornare a casa!
7. Il
padre lo attende con impazienza.
Il padre
non ha mai perduto la speranza! Era sicuro che le tristi esperienze della
lontananza lo avrebbero maturato! E "commosso gli corre incontro e lo
bacia". Nulla si frappone a questo abbraccio tanto atteso! Nulla di più
bello di questo bacio tanto amorevole!
Dio
è sempre in attesa del peccatore. Conta
i passi del suo ritorno.
E
quando arriva, non si comporta come un
papà offeso e ferito, desideroso di rivalsa, e non è vendicativo, perché
ama soltanto.
Il
peccato ha già in sé la sua
punizione; perché infierire ancora? Il padre bacia il figlio: il bacio è
il segno del perdono pieno, soprattutto se scambiato in silenzio, senza
disturbare l'intima e traboccante effusione del cuore!
8. Il
figlio si confessa: "Padre, ho
peccato contro il Cielo e contro dite...". Mette Dio prima del Padre! Ha già
capito che il tradimento nei confronti del padre è una cosa orribile davanti
a Dio! Non si sente degno davanti al Padre celeste e a quello terreno.
9. Il
padre lo perdona senza esitazione e senza attese.
Non vuol
perdere tempo! Vuole fare festa! Vuole rivestire il figlio degli abiti belli,
degli abiti festivi. Vuole gli abiti della Pasqua, quello delle nozze. Vuole una
festa bella, ricca, con la presenza di tutti i componenti della famiglia.
Occorre che tutto sia come prima, figlio come prima, erede come
prima, responsabile come prima.
È un
padre impazzito per la felicità, come il protagonista della Parabola parallela
del pastore che ha ritrovato la pecora smarrita. È pazzo di gioia perché
"ci sarà più festa in cielo per un peccatore pentito che per
novantanove giusti".
10.
Incominciano a far festa.
È una
festa grande, anche se rattristata dal rifiuto del fratello maggiore.
La festa
è tanto più sentita quanto meno immaginata prima: chi poteva pensarla?
È la
festa della vita: il figlio era morto ed è tornato in vita.
È la
festa del grande ritorno: era perduto ed è stato ritrovato. Era morto, dato
per morto da tutti.
Ma non
per il cuore del Padre, che non si dava pace per lui e lo inseguiva
ostinatamente, con coraggio e con fiducia.
Dio, nonostante
tutto, è il Padre insostituibile e l'amico fedele.
Nella
parabola del Padre è celebrata la vittoria dell'amore misericordioso. La
vittoria di un Padre che è anche Madre, perché, ovviamente,
quella figura è onnicomprensiva di un infinito amore paterno e materno
insieme.5
Scrive
il Card. Biffi: «il Padre è l'unico che resta alla fine. Prima vogliamo
provare tutto, ci rivolgiamo a tutti, tentando di sfuggirgli in qualche modo;
poi cadiamo fra le sue braccia... Lo lasciamo per ultimo, perché possediamo la
certezza di ritrovarlo, quando ogni altra speranza sarà andata in fumo».6
7.
DIO, IL PADRE DEI POVERI E DEI SOFFERENTI
O
Padre, che scegli i piccoli e i poveri per farli ricchi nella fede ed eredi del
tuo regno, aiutaci a dire la tua parola di coraggio a tutti gli smarriti di
cuore, perché si sciolgano le loro lingue, e tanta umanità malata, incapace
perfino di pregarti, canti con noi le tue meraviglie.
(Colletta della 23° Domenica del Tempo ordinario)
Dio,
il Padre dei poveri e dei sofferenti
COME
CONCILIARE LA PROVVIDENZA DEL PADRE CON LA SOFFERENZA DELL'UOMO?

Domanda: se Dio è onnisciente e onnipotente, come conciliare la sua
Paternità, con la triste realtà della sofferenza, soprattutto quella nei
piccoli e negli innocenti?
Come
conciliare la Provvidenza con la sofferenza?
Cosa pensare di un Padre che si definisce onnipresente e provvidente e
che sembra
-
tanto lontano,
-
tanto assente,
-
tanto indifferente,
-
tanto muto,
-
tanto distaccato dalla realtà di un mondo nel quale sembrano trionfare
solo il male, il peccato, l'ingiustizia, l'arroganza, la morte?
Il
problema angoscia tutti, e proprio
perché «il mondo è radicato nella sofferenza», urge dare una risposta, «se
non si vuole che la fede si tramuti in una droga consolatoria o in una
superstizione paurosa e infantile».
QUANTI MALI!
È difficile compilare un elenco dei molti mali che, da sempre,
affliggono gli uomini, anche perché le sofferenze, specie quelle morali,
acquistano diverse forme a seconda del carattere e della sensibilità di
ciascuno.
S. Agostino afferma che, nell'antichità, i termini usati per indicare
la felicità erano 288; ma quelli usati per indicare le varie forme di
sofferenza erano oltre 400!
E commenta: «la vita presente è un pellegrinaggio faticoso, di incerta
durata, pieno di miserie e intessuto di errori. Tutti i mali vi si danno
convegno fino alla morte, e se la felicità vi appare, è solo per far sentire
la sua assenza».
E stando così le cose, è davvero fallimentare la condizione
dell'uomo, perché:
-
è creato per la vita e sa che deve morire,
-
è alla ricerca della gioia e non trova che sofferenza,
-
cerca l'amore e deve vivere in un mondo di odi e di divisioni,
-
aspira alla giustizia ed è circondato da tante ingiustizie,
-
vuole la pace ed è oppresso dalla guerra.
Come dunque conciliare questi opposti? Come ammirare la sapiente
Provvidenza del Padre? Come continuare a dare credibilità a un Dio che
sentiamo tanto lontano dai nostri problemi?
ALCUNI TENTATIVI DI SOLUZIONE
Lungo il corso della storia sono state tentate tante risposte e tante
soluzioni ma esse sono risultate tutte parziali, provvisorie, inutili, e
incapaci di dare senso e scopo al dramma della vita.
Nonostante le mille interpretazioni filosofiche e le mille scoperte
mediche e scientifiche, il dolore resta il compagno fedele e il denominatore
comune di ogni esistenza umana.
Il problema non ha che due alternative:
-
o ammettere che tutto è assurdo;
-
o accettare la presenza del mistero.
Alcuni
affermano: il dolore è un assurdo, è cioè
una realtà inspiegabile, che non ha alcun fondamento razionale. E inammissibile
l'esistenza di un Dio creatore e provvidente, perché se esistesse, avrebbe già
eliminato tutto ciò che si oppone alla sua bontà.
L'uomo non ha che una strada: soggiacere a un destino crudele e
trascinare, con sofferta rassegnazione, un'esistenza che non ha senso e scopo.
Altri
dicono: il dolore non è un
assurdo, ma semplicemente un mistero.
L'assurdo
è una contraddizione in termini
(come ad es. un cerchio quadrato).
Il
mistero è una verità del tutto superiore, ma non contraria alla nostra mente,
e che noi accettiamo non per l'evidenza della cosa rivelata, ma per l'autorità
infallibile di colui che ce la rivela.
Il dolore, dicono, non è un assurdo, ma un mistero. Non esclude
Dio, ma lo interpella perché dia una risposta accettabile all'uomo
che, da solo, non sa rendersi conto della presenza del male e del dolore.
L'UNICA SOLUZIONE RAGIONEVOLE VIENE DALLA FEDE
Noi ci accostiamo al mistero della sofferenza attraverso la via della
Fede, perché essa è la sola che può garantirci l'assoluta verità
di ciò che propone.
È troppo arduo il problema per accontentarci di opinioni umane sempre
parziali e contraddittorie!
Abbiamo bisogno di sapere con certezza assoluta che cosa si nasconde dietro
il buio dell'immenso dolore dell'umanità. Abbiamo bisogno di sapere chi è l'invisibile
Regista che guida, dietro la scena, il susseguirsi delle vicende umane.
Abbiamo bisogno di sapere i criteri che ispirano i suoi interventi
spesso per noi tanto strani e incomprensibili.
Ci
accostiamo così all'unica fonte del nostro sapere.
Ovviamente, con l'umiltà dovuta e con quel senso dei nostri limiti che
allontana ogni atteggiamento di meschina arroganza.
Affidiamo
alla divina Rivelazione la soluzione
del mistero.
GIOBBE E TOBIA
La Bibbia, che nel suo insieme è stata definita "un grande libro
sulla sofferenza", già nell'Antico Testamento presenta molte descrizioni
impressionanti di vicende, situazioni e persone immerse nelle sofferenze più
varie e sconvolgenti.
Due casi-limite molto significativi: Giobbe e Tobia.~ Giobbe è
un uomo giusto che soffre atrocemente. Senza sua colpa, perde i figli e tutti i
suoi beni; e infine viene colpito egli stesso da una grave e ripugnante
malattia.
Gli amici lo ritengono colpevole. Ai loro occhi, la sofferenza può
avere un solo senso: è una giusta pena per i suoi peccati!
Interviene
Dio, ma non dà la soluzione del problema. Solo afferma che l'uomo non ha
diritto di chiedergli il perché dei mali
che lo colpiscono.
Giobbe accetta con umiltà, ovviamente senza capire. Riesce a capire che
deve accettare le sue sofferenze e che non può pretendere di avere una risposta
definitiva.
Tobia, in forma più semplice, propone lo stesso tema. Egli è divenuto
cieco, e la moglie gli dice: "dove sono le tue elemosine? Dove sono le tue
opere buone? Ecco... lo si vede bene da come ti sei ridotto!".
Più oltre però si dice che, appunto perché era giusto, era necessario
che subisse una grande prova!
Non c'è dunque ancora una chiara rivelazione sul perché della
sofferenza, e di una sua ricompensa nella vita futura.
Nei
Salmi si susseguono considerazioni
diverse e alterne, ma in essi già si accentua la certezza:
-
che la sorte del giusto sarà diversa da
quella del malvagio,
- che è meglio soffrire con Dio che
contro di Lui,
-
che un giorno Dio "potrà riscattare il giusto e strapparlo dalla
mano della morte" (cf. Salì; 49, 15-16; 53; 37; 73). La prima luce
del Nuovo Testamento non è lontana!
IN GESÙ LA SOFFERENZA È VINTA DALL'AMORE
È con Gesù che il mistero viene ad assumere una sua luce piena e
convincente.
È Lui a rivelarci l'infinito amore del Padre che proprio nella
sofferenza e attraverso la sofferenza, realizza i suoi
progetti.
Seguiamo Gesù nel suo incontro col mondo della sofferenza.
1.
Gesù è sempre circondato da sofferenti e da malati.
Matteo: «Gesù
andava intorno per tutta la Galilea... predicando la buona novella del regno e
curando ogni sorta di malattie e di infermità del popolo» (Mt 4, 23). Luca:
«Tutta la folla cercava di toccarlo perché usciva da lui una forza che
sanava tutti»; «Al calar del sole tutti quelli che avevano infermi colpiti da
mali di ogni genere li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani,
li guariva» (Le 6, 19; 4,40).
Dunque:
un mondo di malati circonda ovunque Gesù. Sono tanti e non danno
tregua: lebbrosi, paralitici, zoppi, idropici, ciechi, sordi, muti, storpi,
indemoniati... Malati nel corpo e nello spirito.
Sono
insistenti, petulanti, ossessivi. Non lasciano in pace Gesù. Ciascuno
vuole poterlo avere per sé, per interessarlo al suo particolare problema.
2. Come
si comporta con essi?
-
Con un grande senso di pietà e di compassione;
-
con atteggiamento di simpatia, e non di rifiuto;
-
con un trattamento uguale per tutti, senza distinzioni;
-
con un tocco personale di amore, che si traduceva in gesti
di tenerezza;
-
a volte, con interventi straordinari miracolosi.
Mai
reazioni nervose, mai parole meno che dolci e gradevoli; mai processi alle
intenzioni, mai ricerche di colpe e responsabilità...; ma per tutti:
interessamento, rispetto, disponibilità.
A Pietro
che domanda: «chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse
cieco?», Gesù, con una risposta che preclude la via a ogni discussione,
risponde: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si
manifestassero in lui le opere di Dio» (Gv 9, 2-3).
3. A
volte compie miracoli.
E perché
non sempre e per tutti?
Evidentemente
perché non era questo lo scopo della sua missione! I veri miracoli compiuti,
(pochi in confronto alle richieste!) non sono direttamente finalizzati soltanto
a guarire qualche malato, anche per questo, ma soprattutto per dare
autorevolezza e sostegno alla sua Persona e al suo messaggio.
Attraverso
i miracoli Gesù vuol dimostrare di
essere venuto per salvare gli uomini e non per guarirli dai loro
malanni.
Gesù si
presenta come il Salvatore dell'uomo: dell'uomo tutto intero, anima e
corpo, dell'uomo bisognoso di essere liberato dal peccato e di essere reso
partecipe della vita divina; dell'uomo destinato alla vita eterna.
La
salute fisica può entrare nel piano
della salvezza globale dell'uomo, ma resta un aspetto limitato e transitorio.
Ecco
perché
4. a tutti, indistintamente, dà una "cura su misura Ed è la cura
dello spirito.
L'espressione "li curava tutti" va presa quindi in
senso spirituale e morale: una cura su misura per tutti e per ciascuno, comunicata
attraverso quel tocco personale rivolto alla persona che lo cercava.
Una cura che aiutava il sofferente a comprendere il significato e il
valore del dolore e a sollevarlo nel suo arduo compito di portare la croce.
Una cura che doveva aiutare il malato ad accogliere e a valorizzare
il suo dono: quello appunto del soffrire!
GESÙ NON ABOLISCE MA PRENDE SU DI SÉ LA SOFFERENZA UMANA
Gesù è l'immagine del Padre che in Lui si fa visibile. Facendosi
uomo, avrebbe potuto eliminare ogni sofferenza in sé e negli altri, attraverso
tanti modi, non esclusi i miracoli.
E invece, proprio per realizzare il suo piano di salvezza, ha scelto
la via della sofferenza fisica e del dolore morale.
Non fu solo in mezzo ai malati per lenire le loro sofferenze e
per confortarli, ma
-
fu addolorato,
-
fu messo alla prova,
-
fu tentato,
-
fu tribolato Lui stesso.
E
apparve fra gli uomini come "l'Uomo dei dolori", come Colui che
assommava in sé tutto ciò che nel mondo si può soffrire, così che nessuna
sofferenza gli si potesse dire estranea o incompresa.
E la sua Croce divenne il simbolo e la sintesi delle infinite piccole
e grandi croci disseminate in tutte le vie e in tutti i cuori della terra.
Lui,
innocente, soffrì come e più di tutti, non per espiare
i peccati che non aveva, ma per operare, con l'altissimo valore della
sua sofferenza, la salvezza attesa.
Si fece esempio e punto di riferimento di tutti gli afflitti, promettendo
loro aiuto, consolazione, autorevole presenza:
«Beati gli afflitti perché saranno consolati» (Mt 5, 4); «Venite
a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò... Il mio
giogo infatti è dolce e il mio carico leggero» (Mt 11, 28.30).
NELLA SOFFERENZA RISPLENDONO LA SAPIENZA E L'AMORE DEL PADRE
Ed ecco il mistero!
Ma perché Dio, che aveva tante possibilità di scelta, ha voluto
scegliere proprio il dolore come mezzo di salvezza e di vita? Perché ha scelto
uno strumento tanto scomodo non solo per noi ma anche e soprattutto per il suo
Figlio divino?
Come
conciliare dunque sofferenza e Provvidenza?
Risponde S. Agostino: «tutto ciò che quaggiù ci accade contro la
nostra volontà, non accade che per volontà di Dio, per disposizione della
Provvidenza, per i suoi decreti e sotto la sua direzione.
E se, considerata la debolezza della nostra mente, non possiamo cogliere
la ragione di questo o di quell'avvenimento, attribuiamolo alla Divina
Provvidenza, facendole l'onore di riceverlo dalle sue mani.
E crediamo che non è senza ragione che essa ce lo manda!».
E il Manzoni aggiunge: «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli se
non per procurarne loro una più certa e più grande». Ecco allora l'unica
soluzione possibile e ragionevole: accettare la volontà divina, comunque
essa si manifesti, facendole credito, nella sicura convinzione che ciò che
proviene da essa è sempre e solo per il nostro bene.
Un giorno vedremo come e perché!
L'IMMENSO BENE CHE NASCE DALLA SOFFERENZA ACCOLTA CON AMORE
Sul
piano soprannaturale, tutti i
battezzati formano, con Cristo, un corpo solo.
In ciascuno palpita la vita della grazia, che viene trasmessa dal Capo.
Tutto quello che appartiene a uno, entrando nel circuito divino
del Corpo, viene comunicato all 'intero Corpo, nel bene e nel male.
Tutti però devono vivere in sé il mistero del Capo, che sarà
veramente completo solo quando tutti avranno dato il loro contributo di amore
e di sofferenza.
Ciascuno quindi, con la sua sofferenza, "completa la passione di
Cristo" (cf. Col 1, 24), e rende perfetto e maturo l'intero
Corpo.
La sua sofferenza diviene indispensabile e preziosa per la salvezza e
la crescita del Corpo di Cristo, che è la Chiesa.
Sul
piano naturale, nulla come la sofferenza agisce sull'uomo con insostituibili effetti che
potremmo chiamare "le beatitudini del dolore".
Il
dolore:
-
conduce alla scoperta di noi stessi;
-
ci matura;
-
affina ed eleva lo spirito;
-
abilita alla comprensione degli altri;
-
espia i nostri errori e peccati;
-
è il messaggero e l'alleato di Dio.
Sono
"beatitudini" naturali che
ci aiutano a capire la razionalità e l'utilità del dolore, ma non ci
danno quella piena luce alla quale aspiriamo.
E per
questo il Concilio Vaticano Il dice: «solo per Cristo e in Cristo riceve
luce quell'enigma del dolore e della morte, che al di fuori del Vangelo ci
opprime».
«Gesù
di Nazaret rischiara per noi il senso del mondo, non istruendoci sulla
sua legge e sui suoi misteri, ma dandoci fiducia sul suo fondamento,
quella fiducia che i credenti affermano dicendo "Padre nostro"».
«Questo
dunque è il senso vera mente soprannaturale e insieme umano della sofferenza. E
soprannaturale perché ci radica nel mistero divino della Redenzione del mondo;
ed è altresì umano perché in esso l'uomo ritrova se stesso, la propria
umanità, la propria dignità, la propria missione».
8
LA PREGHIERA DEI FIGLI: IL PADRE NOSTRO
Rivelaci,
o Padre, il mistero della preghiera filiale di Cristo, nostro fratello e
salvatore, e donaci il tuo Spirito, perché invocandoti con fiducia e
perseveranza, come ci hai insegnato, cresciamo nell 'esperienza del tuo amore.
(Colletta della 27~ Domenica del Tempo ordinario)
La
preghiera dei figli: il Padre nostro
UN NUOVO MODO DI PREGARE
Gesù,
figlio del Padre, divenuto uomo per
mezzo di Maria ha imparato a pregare con cuore di uomo.
Da chi ha imparato a pregare Gesù-uomo?
Anzitutto da sua madre, che serbava e meditava nel suo cuore le grandi
cose che il Signore operava in lei (cf. Le 1, 49; 2, 19; 2, 51). E poi dalle
parole e dai ritmi della preghiera del suo popolo. Ma la sorgente principale era
il suo cuore, per quell'unione intima che, fin da bambino, sentiva col Padre.
A 12 anni, smarrito e poi ritrovato nel tempio, Gesù afferma di
"doversi occupare delle cose del Padre suo", dimostrando di avere con
Lui un rapporto profondo e personale (cf. Le 2, 49).
È con Lui che rinasce il modo nuovo di pregare.
Quella preghiera filiale che il Padre attendeva dai suoi figli viene
finalmente espressa dallo stesso Figlio unigenito, nella sua umanità, con gli
uomini e per gli uomini.

GESÙ PREGA
La preghiera accompagna Gesù sempre e ovunque, lungo tutto il suo
cammino terreno.
Si ritira spesso in disparte, specie di notte, interrompendo talune
conversazioni pur ritenute urgenti e importanti.
Prega a lungo, nella solitudine, solo col Padre (cf. Mc 1, 35; 6,
46; Le 5, 16).
Prega,
pubblicamente, prima di compiere
azioni salvifiche, nei momenti più decisivi della sua missione (cf. Le 5, 12;
22, 32; 9, 18-20).
A volte prega a voce alta, sia per chiedere al Padre determinate
cose, sia per ringraziarlo anticipatamente per ciò che sta per ricevere (cf. Gv
11, 41-42).
Usa spesso brevi parole, ma talvolta prolunga la sua
preghiera, per far comprendere il senso di ciò che sta facendo. Quando prega,
usa spesso espressioni tolte dai Salmi, e che quindi erano note alle persone
che lo ascoltavano.
E prega con un tale trasporto da far pensare non solo di essere
profondamente unito al Padre, ma di essere perennemente con Lui, in un dialogo
che non si interrompe mai.
La preghiera pubblica più lunga e più densa di significato èquella
pronunciata da Gesù nel Cenacolo, nella cena di addio, e che è considerata
come il suo testamento (cf. Gv 17).
GESÙ INSEGNA A PREGARE
Quando Gesù prega, già ci insegna a pregare.
Ma come un perfetto pedagogo, guida i suoi discepoli nella scoperta e
nella pratica della preghiera, partendo dai contenuti dell'Antico Testamento e
giungendo a perfezionarla alla luce della Rivelazione nuova.
Fin dal "Discorso della Montagna" insiste sulla conversione del
cuore, come premessa per un'autentica preghiera. Essa consiste in
determinati atteggiamenti, prima poco considerati:
-
riconciliati col fratello, prima di presentare la tua offerta (cf. Mt 5,
23-24);
-
ama i nemici e prega per i tuoi persecutori (cf. Mt 5, 44-45);
-
prega il Padre "nel segreto", senza sprecare parole (cf. Mt 6,
6-7);
-
perdona dal profondo del cuore (cf. Mt 6, 14-15); purifica il tuo
cuore, nella ricerca del Regno (cf. Mt 6, 21. 25.33).
«Questa conversione è orientata al Padre: è filiale».
Il cuore, deciso a convertirsi e in questo atteggiamento filiale,
incomincia a pregare:
-
con fede, cioè con adesione filiale a Dio, al di là di ciò che sentiamo e
comprendiamo.
Diventa possibile perché il Figlio ci ha aperto l'accesso al Padre, e
ci permette di "cercare" e di "bussare", perché egli stesso
è la porta e il cammino (cf. Mt 7, 7-11);
-
con audacia, nella certezza di
ottenere: «tutto è possibile per chi crede» (Me 9, 23);
-
con piena adesione alla volontà divina: «Non
chiunque mi dice Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa
la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7, 21).
E con la determinazione di collaborare al disegno divino, che si attua
con l'apporto di tutti e di ciascuno (cf. Mt 9, 38; Le 10, 2;
Gv4,34);
-
in comunione con Gesù, e anzi in suo nome: «Finora
non avete chiesto nulla nel mio nome. Chiedete e otterrete, perché la vostra
gioia sia piena» (Gv 16, 24).
E per una preghiera fatta così, il Padre dona "l'altro
Consolatore, lo Spirito di verità", che "rimane con noi" per
illuminarci e sostenerci nella nostra preghiera e nella nostra vita filiale
(cf. Gv 14, 16-17).
LE TRE PARABOLE DELLA PREGHIERA
1.
L'amico importuno (cf. Le lì,
5-13), che insegna 1' insistenza con cui dobbiamo pregare. A chi
prega così il Padre assicura di dare "tutto ciò di cui ha
bisogno", e specialmente "il dono dello Spirito Santo".
2.
La vedova importuna, che insegna la pazienza
della fede, anche quando essa sembra inascoltata e inutile (cf. Le 18,
1-8).
3.
Il fariseo e il pubblicano, che insegna
l'umiltà del cuore, che spesso porta l'orante a dire semplicemente:
"O Dio, abbi pietà di me" (cf. Le 18, 9-14).
GESÙ CI ASSICURA CHE LA PREGHIERA È SEMPRE ESAUDITA
La parabola dell'amico importuno non ammette dubbi: «Chiedete e vi
sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto...
Quale padre tra voi se il figlio gli chiede un pesce, gli darà al posto
del pesce una serpe?
O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?
Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri
figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che
glielo chiedono» (Le 11, 9-13).
Gesù ci dice sostanzialmente tre cose:
-
ogni preghiera, espressa con fede, con fiducia, con perseveranza, è certamente
esaudita.
-
Dio, che è Padre infinitamente buono, accoglie sicuramente la preghiera dei
figli: se essi, "che sono cattivi", sono sensibili alle
richieste degli importuni, come non potrà esserlo Lui con i figli suoi, che
Egli ama?
Egli
però non sempre accorda ciò che i figli domandano: perché?
Evidentemente le richieste
non sono per il loro vero bene. È certo comunque che non dà loro le cose che
chiedono ma quelle che sono loro realmente necessarie.
Dice P. Pio: «se Dio ti concede la grazia richiesta, digli grazie; se
non te la concede, digli ugualmente grazie: è tutto un gioco d'amore!».
COME
CONCILIARE PREGHIERA E PROVVIDENZA?
Ora
ci chiediamo:
-
che senso ha pregare, quando tutto è stato deciso?
- qual
è il compito della preghiera nello svolgimento di un disegno, che è già
stato previsto dall'eternità?
a che serve pregare quando il Padre "già sa quello di cui abbiamo
bisogno"?
Risposta:
la preghiera non è
-
un chiedere a Dio di cambiare la sua volontà nei nostri confronti;
e neppure il mezzo per informare il Padre delle nostre necessità,
perché le conosce già (cf. Mt 6, 8);
- o un alibi per
dispensare dall 'agire, e per assumere un atteggiamento di passività e di
distacco: «sarebbe uno scambiare la fede per superstizione».
È anzi dalla fede che si attinge la forza per compiere azioni
impegnative e costruttive. Come quelle dei Santi!
La
preghiera invece è:
-
un chiedere al Padre l'aiuto per corrispondere con amore al
suo piano provvidenziale su di noi: "sia fatta la tua volontà e non la
mia" (cf. Me 14, 36);
-
un uniformarci intimamente alla volontà divina; con
una collaborazione rispettosa verso la sua decisione di volerci salvare e
aiutare anche in dipendenza della preghiera.
Dio
ha voluto far dipendere la realizzazione di determinate cose dal nostro
desiderio e quindi dalla nostra preghiera.
Ed
è per questo che lo Spirito Santo
prega' in noi, suggerendoci ciò che è meglio chiedere per il
nostro vero bene.
La preghiera diventa così una risposta alla grazia divina:
preghiamo
perché Dio ci dà la grazia di pregare!
Con essa diventiamo corresponsabili del Progetto del Padre che ci
vuole protagonisti liberi e attivi.
È un progetto:
-
che onora Dio, e non lede i suoi diritti;
-
che onora noi, che ci adeguiamo liberamente con la preghiera ai suoi voleri.
LA PREGHIERA DEI FIGLI: IL "PADRE NOSTRO"
«Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito
uno dei discepoli gli disse: "Signore, insegnaci a pregare, come anche
Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli". Ed egli disse loro: Quando
pregate, dite:
Padre nostro
che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno; sia fatta la
tua volontà, come in cielo così in terra. Dacci oggi il nostro pane
quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri
debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male» (cf. Le 11,
1-4; Mt 6, 9-13)4
Dice Tertulliano: «l'orazione domenicale è veramente la sintesi
di tutto il Vangelo.
Dopo che
il Signore ebbe trasmesso questa formula di preghiera, aggiunse:
"chiedete e vi sarà dato". Ognuno può dunque innalzare al cielo
preghiere secondo i propri bisogni, però incominciando sempre con la
Preghiera del Signore, la quale resta la preghiera fondamentale».
OSIAMO
DIRE: PADRE
Nella
Messa, prima della Comunione, la Liturgia ci invita alla recita del "Padre
nostro", premettendo una significativa precisazione: "osiamo"!
Osiamo,
perché?
Perché
entrando nel mistero trascendente di Dio, siamo consapevoli dell'infinita
distanza che ci separa da Lui.
Non
avremmo il coraggio di chiamarlo Padre e di avvicinarci confidenzialmente a Lui
se non ci avesse promossi alla dignità di figli e non ci avesse invitati a
entrare nel suo dolce e consolante mistero!
Se
osiamo è perché siamo divenuti figli, e, a pregare con noi, c'è il suo Figlio unigenito, col quale siamo divenuti
una sola cosa!
Se
osiamo, è perché lo Spirito Santo grida in noi: "Abbà, Padre",
sostenendo e illuminando il nostro incontro col Padre!
Solo Gesù
poteva superare la soglia della Santità divina!
Solo
Lui, che, avendo "compiuto la purificazione dei peccati", poteva
introdurci davanti al Volto del Padre e dirgli: "eccoci, ci sono Io e ci
sono i figli che tu mi hai dato".
Il
"Padre nostro" è così "la Preghiera dei figli di Dio"; la
preghiera di coloro che, nel Figlio e col Figlio, hanno un audace,
confidenziale, gioioso, filiale rapporto, sostenuto dalla certezza di essere
amati.
IL
PADRE NOSTRO: UNA PREGHIERA DA DIRE E DA FARE
Gesù, dandoci il "Padre nostro", ha tracciato la via della
preghiera.
Il "Padre nostro" non e una preghiera "finita", ma
uno schema per pregare.
Più che una preghiera già "confezionata", e una preghiera
da sviluppare.
Più che una preghiera da "dire", è una preghiera da
"fare". Il "Padre nostro" non lo si può solo recitare: bisogna
pensarlo, penetrarlo, assimilarlo, perché è tutto un programma di vita.
Gesù, insegnandocelo, non ci ha messo solo delle parole sulle labbra,
ma ci ha dato dei concetti da sviluppare con le nostre parole.
Il "Padre nostro" è la preghiera riservata ai discepoli: "insegnaci
a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli".
È il distintivo di appartenenza a Lui.
Per questo la Chiesa lo consegna solennemente al battezzato. Per questo
possiamo dire che è la preghiera del nostro Battesimo!
È la preghiera dell"'uomo nuovo", che è rinato, in
Cristo, alla vita divina, alla vita eterna.
9.
SONO TUO PADRE: NON AVERE PAURA!
O Padre, presente nel cuore
di ogni uomo, rivèlati a quanti sono nelle tenebre e nell'ombra di morte, perché
nella tua luce riconoscano l'altissima dignità di tuoi figli, da te eternamente
scelti, chiamati alla grazia e destinati alla gloria.
(19° Colletta per le ferie del Tempo ordinario)
Sono
tuo Padre: non avere paura!
NON
AVERE PAURA DI ME
Tutto è
stato detto fin qui per illustrare la mia identità: sono il tuo Creatore e
il tuo Signore, ma soprattutto sono tuo Padre.
Ora
ti dico: avvicinati e chiamami col mio
vero nome; dimmi con amore la parola che attendo: Papà!
Non
avere paura, perché non sono estraneo
alla tua vita, non sono un "padrone" cattivo, non sono vendicativo,
non sono un giudice impietoso e senza cuore: sono semplicemente tuo Padre; e
ti amo con un amore dolce, tenero, attento, misericordioso, forte... anche se
divinamente esigente (cf. Sal 62, 1-10; Sal 16, 11).
Se tu
sapessi fino a che punto ti amo, non avresti paura!
Ti
getteresti perdutamente nelle mie braccia. Vivresti nel fiducioso abbandono
alla mia immensa tenerezza, e non mi lasceresti un momento.
Cercami
nel silenzio e nella preghiera.
Cercami
"nel segreto della tua camera" (cf. Mt 6, 6), nell'intimità del tuo cuore.
E dopo
aver fatto tacere le voci dispersive dell'orgoglio, della ribellione, dell'
aggressività, degli affanni indebiti, delle evasioni sterili, della
superficialità... concentrati su questa parola: Padre.
Ripeti
più volte, dolcemente: Padre mio, Dio mio!...
E poi
apri la Bibbia e leggi quel che ti dico attraverso Parole scritte tanti
secoli fa, ma che sono vive e attuali: per te, oggi, e qui!
Non
avere paura!
Accostati
con fiducia e parlami. Raccontami la
tua giornata, esponimi i tuoi progetti, i tuoi fastidi, le tue difficoltà...
Chi più di tuo Padre può capirti e aiutarti a risolverli?
Avvicinati
con l'anima semplice con cui il tuo bimbo si
avvicina a te. È commovente il suo slancio, perché è sicuro di
essere amato dal suo papà!

NON AVERE PAURA DEL PASSATO
La vita è breve e, nel suo rapido scorrere, si trascina dietro le cose
belle, con tanti nostalgici rimpianti.
Tu pensi: poter tornare indietro!
Il
passato ti affligge per due motivi:
-
perché vorresti rivivere una
felicità perduta che non torna più;
-
perché vorresti cancellare tutta
una serie di errori e scelte sbagliate che, al momento, ti danno solo
tormento.
Non
avere paura del tuo passato, qualunque
esso sia!
Anche se ti sei macchiato di colpe gravi, nulla è irreparabile ai miei
occhi, perché sono Bontà e Misericordia infinita!
Io non amo il tuo peccato, ma amo te; e tutta la mia attenzione
non è rivolta a calcolare l'entità del peccato, ma a suscitare in te un
salutare ravvedimento.
Mi
bastano due cose: l'umile accettazione e il Sacramento della Confessione... Dopo
di che, stanne certo, tutto ritorna come prima.
Io dimentico sul serio, ti rinnovo la mia piena fiducia, ti faccio
completamente nuovo (cf. Ez 11, 19-20).
Non avere paura, perché «il mio cuore si commuove dentro di me, il mio
intimo freme di compassione» (Os 11, 8).
Nel
perdonare e nel dimenticare io ripongo
il sommo trionfo del mio amore,' perché il mio Figlio "non è venuto per
cercare e salvare i giusti, ma i peccatori" (cf. Le 5, 32). Che
cosa vuoi di più?
NON
AVERE PAURA DEL FUTURO
So
benissimo che la tua fantasia è tutta protesa verso il futuro... e che
non ti dà pace!
Quanta
paura, quante angosce!
Invece
di vivere in serenità il momento presente, non fai che tormentarti per
ciò che sarà domani.
E tutto
diventa un problema: la salute, la casa, il lavoro, la vecchiaia, i figli, i
parenti, la politica...
Rifletti:
ma perché vuoi fasciarti la testa
prima ancora che si sia rotta?
Come fai
a sapere quello che sarà domani, quando ogni evento sarà determinato da
fattori oggi imprevedibili e inconoscibili? Non perdere tempo cercando di
inoltrarti nel labirinto delle varie combinazioni possibili: il futuro è nelle
mie mani.
Tu
pensa all'oggi.
Vivi con
impegno e pace ogni ora, come fosse la prima, come fosse l'unica, come fosse
l'ultima.
Per
l'affanno di oggi ti sono vicino con
una Provvidenza adatta e proporzionata al bisogno.
Per
l'affanno di domani ti sarò vicino
con una Provvidenza ugualmente adatta e proporzionata al bisogno.
Il
Vangelo ti garantisce questa mia presenza provvidenziale e ti invita a
confidare soprattutto in me, che sono tuo Padre (cf. Lc 12, 22-34).
E ti
assicura che nulla ti potrà mancare se saprai cercare, prima di ogni cosa,
"le cose mie" e l'attuazione della mia volontà (cf. Lc 12,
31).
NON AVERE PAURA NELL'ORA DELLA PROVA
Chiamami
Padre soprattutto nell'ora del dolore, nel quale non hai che due vie da
percorrere:
-
una in discesa, che porta alla disperazione e al rifiuto;
-
una in salita, che faticosamente ti conduce a me.
Nulla è più importante, nulla è più prezioso nella tua vita della
sofferenza accettata con umiltà, sopportata con pazienza, offerta con amore.
Io
ti sono vicino specialmente in questo duro momento, ma tu forse non lo sai ancora.
Ricorda che nella tua vita nulla avviene per caso: tutto è da me
personalmente voluto o permesso, e solo per il tuo bene (cf.
Rm 8, 28).
Non
sono quindi estraneo al tuo dolore, che
è da me previsto e sapientemente sostenuto da una Provvidenza adatta al
momento.
Poi,
sèntiti personalmente invitato a questa
o a quella prova, dal mio Figlio Gesù. È Lui che, staccando la
mano insanguinata, sceglie un pezzetto della sua croce, e te lo porge,
dicendo:
"non temere, te lo offro io! Ho bisogno del tuo apporto per
completare il mio sacrificio" (cf. Coli, 24-25). "Ho scelto la
croce adatta per te e ti aiuterò a portarla. Tutto ti sarà più facile
se starai con me!".
Chi
soffre con me vince sempre. Chi soffre
senza di me è solo da compiangere. Quando sei nella prova, non dire più:
"come mai, come mai?", ma piuttosto "Padre, tu lo sai!". E
ne avrai tanta pace!
NON AVERE PAURA DELLA MORTE
Chiamami
Padre soprattutto quando pensi alla morte, e hai l'impressione che essa
si stia avvicinando.
Non pensare al come essa verrà e a ciò che ti attende oltre
i confini della vita.
Tutto
sarà più semplice e bello di quanto tu possa pensare!
In
quel momento importante ti sarò vicino come non mai: ti accoglierò con
l'amore di un Padre che attende da lungo tempo il figlio e per il quale ha già
preparato la casa (cf. Gv 14, 2). Allora capirai che ti ho amato
con un'intensità di amore che ora non sei in grado di immaginare.
Allora
capirai perché e a chi saranno
servite le tue sofferenze, le tue battaglie, le tue conquiste, la tua complessa
vita.
E allora
mi ringrazierai per averti condotto, fra rischi e pericoli, all'ambito
premio promesso ai figli.
Pensa
al nostro incontro nella luce!
Per
questo incontro sei stato creato, hai lavorato, hai sofferto. Verrà il giorno
nel quale ti accoglierò, per un abbraccio di gioia, di festa e di amore che non
avrà fine.
Pensaci
con serenità, e offrimi in anticipo l'accettazione della tua morte, unendola
fin d'ora a quella del mio Figlio Gesù.
Preparati
-
con fede, accettando senza la pretesa di pre-vedere il dopo;
-
con fiducia, credendo che tutto sarà più semplice di ciò che
pensi;
-
con amore, pregustando nella pace i doni che ti darò!
Non
avere paura!
Con la
mia Provvidenza ti ho aiutato e ti aiuto a ben vivere.
Con
uguale Provvidenza, ti assisterò e ti aiuterò a ben morire.
Se non
facessi questo, che Padre sarei?
10.
SONO TUO PADRE: ABBANDÒNATI A ME!
O
Padre, tu sei l'unico Signore, e non c'è altro Dio all 'infuori di te: donaci
la grazia dell 'abbandono totale e del docile ascolto alla tua parola, perché i
cuori, i sensi e le menti si aprano al Vangelo del tuo Figlio, unico nostro
Salvatore.
(Colletta della 31 a Domenica del Tempo ordinario)
Sono
tuo Padre: abbandénati a me!
HO UN
PROGETTO PER TE
Credilo:
nonostante che tu sia un piccolo granello di sabbia disperso nel grande
universo, sei oggetto del mio amore personale. Ti conosco e ti chiamo per
nome (cf. ] Sam 3, 1-18; Is 48, 1.5; Ger 1,4-10;
Mc 1, 16-10; Lc 5, 27).
Ti amo
come se al mondo non ci fossi che tu solo.
Come il
piccolo fiore del campo ha tutto il sole per sé, così tu hai tutto e indiviso
il mio amore infinito.
Se
esisti, è perché ti ho pensato, ti ho voluto, ti ho realizzato e conservato
con amore e per amore.
Ho un
progetto su dite, e, per questo, non
sei venuto al mondo per caso.
È un
progetto che si inquadra nel grande progetto del mondo, e nel quale tu
hai una parte ben definita che è tua e soltanto tua (cf. Rm 12, 3-8; 1 Cor
12, 13-14).
Sei come
il piccolo tassello del grande mosaico di cui scopri l'importanza solo se
malauguratamente viene a cadere.
Il
progetto ha un solo scopo: la salvezza
e la felicità tua e dell'intero universo (cf. Rm 8, 14-30; Gal
3, 6-7.15-18; 4, 1-7; 5, 16). Io conosco
l'intero progetto e conosco anche il tuo, e ho predisposto ogni cosa per la
sua realizzazione.
A
te non chiedo di sapere e di giudicare: chiedo
solo dì collaborare, in uno spirito di fiducia e di amore.
Non
avere paura!
Sii anzi felice di essere una pietra insostituibile e preziosa per
la costruzione di una grande "cattedrale".
ACCÈTTATI
PER QUELLO CHE SEI
Dunque
sei una realtà unica, distinta, irripetibile.
Non
esisterà più nel mondo una persona come la tua, e nessuno ti potrà sostituire
nella realizzazione del tuo personale progetto. Ti ho voluto così,
esattamente come sei!
A
volerti così, sono stato io, e per motivi che conosco soltanto io!
Non
invidiare nessuno: tu sei quello che
sei e la tua persona corrisponde a quel progetto che ho predisposto per te.
Accetta
con gioia la tua persona, il tuo
corpo, il tuo carattere, la tua sensibilità... tutto ciò che è positivo in
te.
E
accetta serenamente anche ciò che, ovviamente, positivo non è.
La
tua realtà è meravigliosa: "ti
ho fatto come un prodigio"
(cf SaI
139, 14); e sarai il mio vero capolavoro se accetterai di collaborare con
me.
Devi
lavorare sul materiale che sei tu, e che ti ritrovi non per scelta, ma
per mia volontà.
Non
perdere tempo a cercare altro materiale, altri modelli, altre strade.
Realizzati
con ciò che già sei e per le vie che
ti sto indicando.
Non
avere paura di te stesso!
Forse
non hai ancora compreso il potenziale che racchiudi e che non lasci esplodere
perché sei complessato e trattenuto da mille timori.
Fa'
leva sul positivo e dimentica il
negativo.
Vivi
nella persuasione di essere una realtà interessante e insostituibile di cui
io, tuo Padre, continuo a essere innamorato.
ABBANDÒNATI
A ME
Voglio
fare di te la mia immagine vivente, modellata sulla Persona più amata e
perfetta: il mio Figlio Gesù.
Non
intralciare un così prezioso disegno: lasciami fare, lasciami piena libertà, perché
sono come lo scultore che deve modellare una statua artistica da un blocco di
marmo informe.
Lasciami
fare, lasciati fare.
Lascia
decidere a me, lascia che scelga gli strumenti più opportuni per costruirti e
per realizzarti secondo il progetto preparato per te.
Tu
abbandònati
- ciecamente,
-
serenamente,
-
incondizionatamente.
Fai come
quel bimbo nelle mani dell'acrobata sul cornicione del grattacielo: non si pone
problemi, perché ai problemi pensa papà.
Torna
bambino anche tu!
L'
"infanzia spirituale" è quella indicata da Gesù come la via più
completa e più sicura (cf. Lc 18, 17).
È
l'atteggiamento del bimbo che rinuncia a discutere, e giunge direttamente al
Padre per la via diretta del cuore.
In ogni
circostanza, specie se dolorosa, sappi raccogliere tutte le tue forze e
gridarmi, anche se con fatica: l'hai detto
tu, l'hai deciso tu, l'hai permesso tu... e questo mi basta! Impara a dire
con S. Francesca Cabrini: «Ti ringrazio, o Dio, perché le cose non vanno come
voglio io!».
È
l'atteggiamento dell'abbandono pieno e incondizionato.
Non ti dà
le spiegazioni che vorresti, ma ti dà l'assoluta garanzia che nel mio
abbraccio c'è tutta la forza di cui hai bisogno!
SONO UN
PADRE-AMICO
Si può
essere padre senza essere amico, ed essere amico senza essere padre.
Io
sono e voglio essere per te un Padre-amico.
Voglio
essere il tuo confidente: voglio
confidarmi con te e voglio che tu ti confidi con me... Voglio uno scambio
sincero e profondo perché nessuno mi può superare nella lealtà e nella fedeltà
(cf. Rm 9, 6).
È bello
avere amici e amiche; è anzi indispensabile!
Non puoi
isolarti e "chiudere con tutti" perché hai avuto quel torto e
quella delusione. La prima condizione per mantenere l'amicizia è la
consapevolezza che, fra amici, tutto è relativo e perché tutti sono
limitati, egoisti, imperfetti... e quindi deludenti. E allora?
E
allora... eccomi! Mi propongo come l'Amico perfetto in assoluto (cf. Gv
15, 15).
Gli altri ti deludono? Io non ti
deludo!
Ti tradiscono? Io non ti tradisco!
Ti abbandonano? Io non ti abbandono!
Si stancano? Io non mi stanco!
Sono
e resto un Padre-Amico, e ti assicuro che
ti sarò vicino e ti rincorrerò quando tenderai ad abbandonarmi e a fuggire da
me. Vivi di me: nutriti dei miei pensieri e della mia volontà. Vivi
con me: chiedimi pareri, consigli, aiuto e vedrai quanta importanza io
attribuisca al fatto che mi tratti da amico.
Vivi
per me: dai valore a ogni ora,
riempendola di me. Tutto è sottratto alla banalità e alla inconsistenza quando
si vive con e per un Amico quale sono io!
CONDIVIDIAMO
GLI AMICI
Ti
sembrerà strano questo mio modo di presentarti i miei primi e veri amici, gli
"amici del cuore", ma essi formano un tutt'uno con me e, pur nella
distinzione, formiamo insieme la più esaltante "Comunità".
Siamo
originariamente in tre: Padre, Figlio e Spirito Santo. Inoltre, da due millenni,
un ruolo speciale lo ha assunto una donna: Maria di Nazaret.
1.
Gesù è Dio come me e uomo come te.
Vive col
suo corpo glorioso con me nel Paradiso.
Si fa
presente nella Messa e continua la sua
presenza nel Tabernacolo.
Qui
ti attende per una visita "di calore", per un dialogo personale, per
un colloquio confidenziale.
Dal
Tabernacolo ti fissa con i suoi occhi
meravigliosi e con intensa amicizia pronuncia il tuo nome: chi più di Lui può
comprenderti?
Ricorda
che io vengo a te per mezzo di Lui, e tu vieni a me attraverso di
Lui... e nello Spirito Santo.
2.
Lo Spirito Santo: è Dio come me e
come Gesù. È l'Amore fatto Persona; è il datore di ogni dono; è il Dono per
eccellenza.
È con
me e con Gesù l'ospite dolce del tuo cuore e "la vita della tua
vita".
3.
Maria di Nazaret non è una dea, ma
una donna elevata alla dignità di Madre della natura umana di Gesù.
Nel suo
cuore materno "batte il mio cuore" e, attraverso questo cuore, giunge
a te tutto il calore del mio cuore di Padre.
In lei
ti amo con amore umano! Ti amo con amore di mamma!
RECITA
SPESSO LA "PREGHIERA DELL'ABBANDONO"
Ti
propongo una preghiera a me particolarmente gradita. Recitala spesso e ne avrai
una grande pace e una grande forza.
"Padre
mio, mi abbandono a Te. Fa' di me quello che ti piace. Sono pronto a tutto,
accetto tutto, perché la tua volontà si compia in me, e in tutte le creature.
Non
desidero niente altro, mio Dio. Rimetto la mia anima nelle tue mani, te la dono,
mio Dio, con tutto l'amore del mio cuore, perché ti amo.
Ed
è per me un'esigenza d'amore il donarmi, il rimettermi nelle tue mani senza
misura con una confidenza infinita, poiché tu sei il Padre mio".'
11.
SONO TUO PADRE, SAPPIMI ACCOGLIERE NEI TUOI
FRATELLI
La parola che risuona nella tua
Chiesa, o Padre, come fonte di saggezza e norma di vita, ci aiuti a comprendere
e ad amare i nostri fratelli, perché non diventiamo giudici presuntuosi e
cattivi, ma operatori di bontà e di pace.
(Colletta della 8° Domenica del
Tempo ordinario)
Sono
tuo Padre, sappimi accogliere nei tuoi fratelli
SEI
CREATO PER AMARMI
Ti ho
creato perché ti amo; ti ho quindi creato per amore.
E,
ovviamente, ti ho dato come legge l'amore.
Sei
in questo mondo con un solo scopo: quello di amare.
Amare
chi?
-
il Signore, tuo Dio e Padre,
-
te stesso,
-
il tuo prossimo.
A
me il primato assoluto.
Al
dottore della legge che lo ha interpellato, Gesù dice: "amerai il
Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con
tutta la mente... e il prossimo tuo come te stesso" (cf. Mt 22,
37-39).
E a chi
gli domanda il modo "per entrare nella vita eterna": "ama il
Signore, Dio tuo, e il prossimo come te stesso" (cf. Lc 10, 25-28). Non
ci sono dubbi: creandoti per amore, non potevo assegnarti che un solo scopo
degno della tua nobile natura: me stesso!
L'unica
cosa importante e seria per te è quella
"di conoscermi, di amarmi, di servirmi in questa vita per godermi nell'
altra in Paradiso".' "Mi devi amare in ogni cosa e sopra ogni
cosa".2 E se così stanno le cose, non hai che due alternative:
-
o ti apri liberamente a me col dono dell'amore,
-
o snaturi la tua esistenza, rendendola inquieta e vuota.
Se sei
costruito per accogliere l'Amore assoluto, non puoi appagarti di sole
realtà terrene, anche se buone e valide. Sei pienamente libero; ma non
lasciarti ingannare da facili illusioni. Ti ho creato per me, tutto per
me, soprattutto per me!

PER
AMARE ME, DEVI AMARE I FRATELLI
Per
amare me hai due vie diverse e complementari.
La
prima consiste nel creare un rapporto
diretto attraverso le forme di comunicazione proprie delle persone umane.
Mi ami
pregandomi, parlandomi, invocandomi, offrendomi le tue gioie e le tue
sofferenze, adeguandoti con fede alla mia volontà...
La
seconda consiste nel riconoscermi
presente nella persona dei fratelli e amarmi in essi.
Se Gesù
ha detto: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei
fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Mt 25, 40; cf. Rm 13,
8-10), ciò significa che ogni fratello, chiunque esso sia, è la mia
immagine terrena, l'involucro dentro al quale io mi nascondo, il segno più
evidente e parlante della mia presenza. Io e il fratello siamo due termini che
si richiamano e si completano.
E
per questo motivo, arrivi a me, attraverso il fratello, servi me, servendo il
fratello, ami me, amando il fratello.
E
reciprocamente:
se
vuoi aprirti a me, devi aprirti al fratello, se vuoi incontrare me, devi
incontrare il fratello, se vuoi camminare con me, devi camminare col fratello.
La
celebre espressione di Tertulliano: "hai visto il fratello: hai visto
Dio!" richiama efficacemente il comandamento evangelico che può essere
espresso così: "amerai il Signore Dio tuo amando il tuo
prossimo".
TU E GLI
ALTRI
Quali
sono i fratelli da amare?
Semplicissimo: tutti!
Fratello
da amare è quello che io, nella mia Provvidenza, di attimo in attimo, ti
metto accanto, cioè ti faccio prossimo. Mettendotelo accanto, non ti chiedo di
farlo oggetto di giudizi, di lodi o di condanne, ma solo di amarlo, ricordando
che qualunque sia la persona che tu incontri è dono mio, è mio rappresentante,
è ponte di collegamento fra me e te (cf. Mt 7, 1-6; cf. Col 3, 12-15).
Ogni
fratello ha un titolo divino al tuo amore, perché è mio figlio.
Per lui
rispondo io, perché mi appartiene.
Non ti
illudere di potermi amare senza di lui; ma anche di poterlo amare senza
di me, perché non puoi accogliere lui come fratello, se non accogli
me come padre!
Ti ho
creato come realtà unica e distinta, ma ti ho collocato in una comunità di
fratelli:
-
come uomo, appartieni alla comunità civile;
-
come figlio di Dio, cioè
cristiano, fai parte di un Corpo visibile che è la Chiesa, e di un Corpo
invisibile che è il Corpo Mistico di Gesù (cf.] Cor 12, 12-27).
Non
puoi isolarti! Non puoi credere di
bastare a te stesso e di non aver bisogno di confrontarti e di integrarti col
tuo prossimo.
Non
avere paura degli altri!
Vinci le
tue timidezze e le tue riserve e sappi far tuo l'inestimabile patrimonio delle
loro ricchezze!
IO PERDONO: PERDONA ANCHE TU!
Io sono buono, l'unico buono, il buono in assoluto (cf. Lc 18, 19). Ed
è per questo che io perdono:
-
sempre,
-
tutti,
-
tutto,
a
una sola condizione: che tu riconosca
i tuoi errori, e, avvicinandoti al Sacramento della Confessione, decida
di cambiare.
Il
mio perdono è sicuro: ne è garanzia l'assoluzione che, nel Sacramento,
rimuove, in mio nome, ogni peccato (cf. Gv 20, 22-23).
Mio
Figlio, col suo sacrificio, ha pagato per tutti: in Lui avete «la redenzione,
la remissione dei peccati» (Col 1, 14; cf. Ef 1, 7). E durante la
sua vita terrena ha offerto il suo perdono con tale comprensione da suscitare
stupore e perplessità (cf. Mt 9, 4).
Tu,
come Lui, sei invitato a riconciliarti con me e con i fratelli; e
a perdonare, come io ho perdonato e perdono a te.
Devi
perdonare non sette volte, ma "settanta volte sette" (cf. Mt 18,
22).
Devi
perdonare come condizione indispensabile per
avere il mio perdono (cf. Mt 6, 14).
So bene quanto sia difficile perdonare!
È così innaturale che non riuscirai a perdonare:
-
senza guardare all'esempio di Gesù, che
è morto perdonando (cf. Lc 23, 34); e soprattutto,
-
senza una particolare grazia che ti viene attraverso la preghiera e i
Sacramenti (Confessione e Comunione) (cf. Gv 15, 1-12).
Una vera riconciliazione incomincia sempre da un gesto di umiltà e di
perdono.
VIVI
IN PACE, DIFFONDI LA PACE
1.
Vivi in pace: in te stesso, con te
stesso.
È la
tua suprema aspirazione, ma quanta fatica per raggiungerla!
Richiede:
-
equilibrio fisico e psichico,
-
ordine interiore,
-
rispetto della gerarchia dei valori,
-
volontà di amare tutti e di perdonare sempre,
-
riconoscimento del valore altrui,
-
accettazione serena del proprio posto e della propria persona,
-
rinuncia a ogni forma di invidia, di rivalità e di critica,
-
adesione serena alla volontà del Padre, nella fede e con ottimismo.
La
pace è conquista, ma soprattutto, dono: è il dono del mio Figlio
risorto! E il dono di Gesù nello Spirito Santo! (cf. Gv 14, 1; 20,
19.26).
2.
Diffondi la pace: in ogni ambiente e con tutti i mezzi possibili. La pace
esterna non dipende solo da te; ma tu impegnati per la tua parte e con tutte le
tue forze.
Esercitati
nella pratica delle quattro virtù che sono il fondamento di una pace
autentica e duratura:
-
la verità: nel parlare, nel
giudicare, nel riferire;
-
la libertà: nell'agire tuo e nel
rispetto dell'agire altrui;
-
la giustizia: nel dare a ciascuno ciò che gli spetta;
-
l'amore: quel tocco di bontà e di cortesia che rende più ricco ogni
rapporto e gradito ogni servizio.
Madre
Teresa di Calcutta ha detto: «Grazie, Signore, perché ci hai dato l'amore che
è capace di cambiare la sostanza delle cose». La pace è l'impegno e il
distintivo dell"'uomo nuovo" che sa di avere un Padre da amare
e tanti fratelli da accogliere nel suo nome.
Appendice
IL
"GRANDE GIUBILEO"
Oggi
non abbiamo più neppure il tempo per guardarci, per parlarci. Per questo, siamo
affamati d'amore.
MADRE TERESA DI CALCUTTA
ANNO
1999: L'ANNO DEL "PADRE CHE È NEI CIELI"
Il
Papa Giovanni Paolo Il, nella Lettera apostolica Tertio millennio
adveniente, scrive:' «Il 1999... avrà la funzione di dilatare gli
orizzonti del credente secondo la prospettiva stessa di Cristo: la prospettiva
del "Padre che è nei cieli"» (cf. Mt 5, 45), dal quale
è mandato e al quale è ritornato.
Tutta
la vita cristiana è come un grande pellegrinaggio verso la casa del Padre, di
cui si scopre ogni giorno l'amore incondizionato per ogni creatura umana, e in
particolare per "il figlio perduto" (cf. Lc 15, 11-32).
Tale
pellegrinaggio coinvolge l'intimo della persona, allargandosi poi alla
comunità credente per raggiungere l'intera umanità.
Il
Giubileo, centrato sulla figura di Cristo, diventa così un grande inno di
lode al Padre...
In questo terzo anno il senso del "cammino verso il Padre, dovrà
spingere tutti a intraprendere, nell'adesione a Cristo Redentore dell'uomo, un
cammino di autentica conversione".
È
questo il contesto adatto per la riscoperta e la intensa celebrazione del
Sacramento della Penitenza.
Mettendo
in risalto la virtù teologale della Carità, ricordando che Dio è Amore, si
dovrà giungere all'amore per Dio e per i fratelli.
Si
dovrà affrontare la vasta tematica della crisi di civiltà, soprattutto nell'
Occidente tecnologicamente più sviluppato, ma interiormente impoverito dalla
dimenticanza o dall'emarginazione di Dio.
Alla crisi di civiltà occorrerà rispondere con la civiltà dell'amore,
fondata sui valori universali di pace, solidarietà, giustizia e libertà, che
trovano in Cristo la loro piena attuazione.
Maria, figlia prescelta dal Padre, sarà presente allo sguardo dei
credenti, come esempio perfetto di amore.
E perché possiamo fare ritorno alla casa del Padre, ascoltiamo la sua
voce materna: «fate quello che (Cristo) vi dirà» (Gv 2, 5).
ANNO 2000: L'ANNO DEL GRANDE GIUBILEO
Le riflessioni sulle tre divine Persone, e in particolare sul Padre,
sono rivolte dunque a celebrare degnamente il Giubileo, che èla festa del
compleanno di Gesù, una data questa eccezionalmente importante perché
coincide con la fine e l'inizio di due millenni.
L'anno
sarà scandito da un succedersi di manifestazioni varie e solenni, già
programmate e attese da tutto il mondo.
Ma
tutto dovrà convergere al raggiungimento dei traguardi proposti dal Papa
alla cristianità e al mondo intero.
I
TRAGUARDI DEL GIUBILEO
Il Giubileo, secondo il pensiero del Papa, dovrà essere:
1.
"Un grande atto di lode al Padre", secondo
quanto dice l'Apostolo Paolo: «Benedetto sia Dio, Padre del Signore nostro Gesù
Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e
immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli
adottivi per opera di Gesù Cristo» (Ef 1, 3-5).
Al
Padre si deve il ringraziamento e la lode perché Egli:
èl'origine e la fonte di tutto ciò che esiste, dentro e fuori la vita
trinitaria; e perché ci ha amati dall'eternità. Essere cristiani «non
è solo amare, ma prima di tutto scoprire di essere amati».
2.
L'avvio di un cammino di autentica conversione, a livello
personale
e sociale, reagendo a due tristi primati:
-
il primato del fare sul contemplare;
-
il primato della tecnica sull'etica, per cui si afferma che
quanto è tecnicamente possibile è anche moralmente lecito. Convertirsi
è riprendere la strada che ogni uomo deve percorrere per potersi riconoscere come
uomo.
La
strada è una sola, e si chiama Cristo, che ha detto di sé: «Io sono la
via, la verità e la vita» (Gv 14, 6).
3.
La riscoperta del Sacramento della Penitenza.
Il Padre
che "ci ha riconciliati in Cristo" (cf. 2 Cor 5, 18.20), ha
affidato alla Chiesa il compito di annunciare e di attuare la
riconciliazione, attraverso il Sacramento della Penitenza o Confessione.
Occorre
riscoprire la Confessione:
-
come ringraziamento al Padre, che nella sua infinita misericordia, non conosce
limiti nel dispensare il perdono (Confessio laudis);
-
come revisione di vita, nel
riconoscimento dei propri peccati (Confessio vitae);
-
come certezza che
Dio ci accoglie e ci risana (Confessiofidei).
Il
Giubileo deve divenire così l'atteso momento di una grande riconciliazione,
e di un sincero abbraccio col Padre comune per una universale festa
del perdono.

4.
Il rilancio della civiltà dell'amore, attraverso
l'esercizio della virtù teologale della carità.
Il
Padre comune, riscoperto e celebrato nell' anno del Giubileo, invita gli
uomini di buona volontà a un impegno di amore e di solidarietà, imitando
l'esempio del buon Samaritano del Vangelo.
Occorre
realizzare una civiltà fondata sui valori universali di pace, di solidarietà,
di giustizia e di libertà, che trovano in Cristo la loro piena attuazione.
Maria,
"la figlia prediletta del
Padre" e la madre del Salvatore, sarà presente all'evento giubilare
col suo vigile amore di mamma.
Sarà
guida ed esempio per tutti coloro che vorranno mettersi in ascolto
del Padre, che, con infinito amore, dolcemente continua a ripeterci
l'irresistibile invito:
VIENI!