CERTEZZE SU GESU’
Padre Idelbrando A. Santangelo – Comunità Editrice 95031 Adrano - Catania
Christian
Chabanis nel suo libro Dio esiste? No... (Mondadori) intervistando gli uomini
moderni piú illustri della Scienza e della Cultura francese che si dichiarano
atei fa vedere come infondo la maggioranza di essi sono agnostici piú che atei
e hanno una certa nostalgia di Dio; quelli poi che si dichiarano atei dicono
onestamente che il loro ateismo è una scelta, ma non ne hanno alcuna prova.
Ionesco
confessa candidamente quello che forse la maggioranza degli atei dovrebbero
confessare se ne avessero il coraggio, e cioè che il suo ateismo è dovuto a
una caduta, ossia al suo peccato.
Da quel momento, egli dice, posso dire
di avere abbandonato il cielo e ho l'impressione che il cielo mi abbia
abbandonato. Mi sono sempre più immerso nella vita: avido, vorace. Piú
invecchio, piú nutro un folle desiderio di vivere, una enorme golosità, una
sensualità: il vino, la vita, che è il contrario della "vera vita
", la gloria letteraria: tutto questo. E sento che all'origine di tutti
questi enormi desideri vi è, come prima causa, il mio primo errore: cioè la
mia caduta personale (Dio esiste? No..., p. - 255). Ma aggiunge di non essere
sicuro del suo ateismo, come dell'ateismo della maggioranza di quanti si dicono
atei.
L'economista
Georges Elgozy più che dall'idea di Dio è colpito dall'idea dell'immortalità,
perché in fondo è quella che ci riguarda. E dell'immortalità dice con
amarezza: Non ne so nulla, non ho alcuna prova.
Nello
scrivere Les damnés de 1'opulence, mi ero detto: sono duemila anni che non è
giunto nessuno di grande levatura a dirci qualcosa che ci stupisca e che
potrebbe cambiare la nostra vita. Abbiamo una marea di abitudini che sono
inverosimili e delle quali la gente peraltro non vuole piú sentire parlare e ha
ragione di non volerle piú. Forse qualcuno che sarebbe piú grande degli altri
non potrebbe cambiare tutto ciò?
E
rileggendo quel che avevo scritto, mi sono chiesto se per caso non stessi
auspicando un Cristo! E non comprendevo piú me stesso. Considero il Cristo
venuto se non da un altro mondo, da un'altra dimensione, comunque. Gli uomini
non hanno uguali capacità di intelligenza, di comprensione, di carità. Un uomo
che merita l'ammirazione di tutti gli altri per la totalità di carità che ha
assunto, è unico nella storia. Che poi sia di origine divina, non saprei dire.
Onestamente, non lo posso dire. Ma vorrei che ve ne fossero altri come lui;
vorrei peraltro che tutti gli uomini fossero simili a lui. È qualcosa di
straordinario. Io stesso vorrei possedere certe qualità che egli aveva. E non
smetto di lottare contro il mio egoismo, contro tutto ciò che disgraziatamente
ho in comune con tutti gli uomini, per tentare di uscire dalla mia mediocrità
di uomo egoista » (Dio esiste? No..., p. I I4).
Potremmo
ricordare all'Elgozy quanto dice Platone nell'Apologo della Caverna: “Vi
parlo di un mondo della luce che ignoriamo nel nostro universo di ombre e di
tenebre e, come voi, non posseggo il mezzo per essere certo di esso.
Bisognerebbe quindi che qualcuno venisse da quel mondo per farci certi di quel
che io non faccio che cogliere”. E, se questo qualcuno è venuto a rivelarci
tale mondo di luce, non è la cosa piú importante e piú interessante per
l'uomo andare a vedere se è vero?
Dall'illuminismo
a oggi si è ampiamente predicato che il Cristianesimo è superato dai tempi e
che può vivere e proliferare soltanto dove regna una mentalità infantile e
magica, mentre basta una solida cultura storica e scientifica per eliminarlo.
Se
leggi questo libro senza pregiudizi, con mentalità critica, potrai vedere che
le cose stanno esattamente al contrario. L'incredulità può esistere e
proliferare soltanto dove c'è l'ignoranza dei motivi di credibilità, dove c'è
il pregiudizio accompagnato da una mentalità antistorica e antiscientifica.
Basta
una ricerca onesta su Gesú con seri criteri storici e scientifici per vedere
l'inconsistenza e la puerilità dell'incredulità.
In
tutta questa ondata anticristiana una cosa resta inspiegabile: quale interesse
può avere l'uomo ad eliminare Gesú?
Se
Gesú fosse una favola, non sarebbe la piú bella favola del mondo?
Gli
interessi dell'uomo sono nella storicità e nella divinità di Gesú o nella sua
eliminazione?
È
meglio per l'uomo che Gesù sia ancora vivo, o è meglio che sia scom arso, come
tutti gli uomini vissuti prima di noi?
È
vero che non sono gli interessi dell'uomo a stabilire la verità o la falsità
di un fatto storico, ma è altrettanto vero che se da un fatto passato dipende
la mia fortuna, come ad es. da un testamento di molti miliardi a mio favore, io
non vado cercando prove che distruggano quel testamento, ma documentazioni
serie e non contestabili che ne provino l'autenticità dinanzi alla legge.
Se
Gesú ha detto, come ha detto, che non ti annienterai con la morte, che non si
annientano le persone che ami, che risorgeremo insieme e vivremo insieme felici
eternamente, perché non vedi se Gesú ha detto veramente tali parole, se queste
sue parole sono attendibili, se tutto questo che umanamente è inconcepibile ha
in effetti garanzie sicure?
E
se questa tua fortuna dipendesse, come dipende, da questa tua ricerca storica e
scientifica su Gesú, perché non farla? Questo libro ti aiuterà in ciò.
1.
CON GESÚ È NATA LA SPERANZA
L'uomo
fin dall'origine ha avuto l'intuizione di un creatore ed ha cercato di mettersi
in contatto con lui.
Per
questo Plutarco poté asserire: « Puoi percorrere la terra e interrogare
tutti gli uomini: non troverai un popolo ateo ». L'ateismo è un prodotto di
alienazione.
Per tale motivo siamo convinti che tutte le religioni sono buone in quanto rappresentano lo sforzo dell'uomo per arrivare a Dio; sebbene tutte siano incomplete o imperfette, perché miste ad errori, e perché « nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo ha voluto rivelare » (Mt. 11,27). Ci sono poi delle religioni cosiddette rivelate.
Sono
le grandi religioni antiche: l'induismo, il buddismo, l'islamismo. Ad esse si
aggiunge, quasi in ogni secolo, qualche nuova piccola religione, frutto di
qualche esaltato, dalla vita effimera.
Negli
ultimi cento anni c'è stata una vera fioritura di presunti profeti. I
principali sono:
Nel
secolo scorso Husam Alí Nuri che fondò il Baha'ismo; Joseph Smith che fondò i
Mormoni.
In
questo secolo Russel che fondò i Testimoni di Geova; Moon che fondò la
Religione dei principii universali, ossia la Nuova Era.
I
seguaci di tali religioni hanno tutti una mentalità acritica e prescientifica.
Nessuna
di tali religioni ha basi storiche: nessuna può far resistere i suoi fondatori
e i suoi Libri presunti rivelati all'assalto della Storia delle Forme, della
Storia della Redazione, della Storia della Tradizione; nessuna ha
documentazione scientifica dei suoi presunti fatti soprannaturali. Nessuno dei
fondatori di tali religioni dà altre prove all'infuori della sua personale
affermazione; ma nessuno è testimonio di se stesso.
Ci
sono molti che restano dubbiosi e incerti su quale sia la vera religione, quale
scegliere, se tutte sono vere, se tutte sono false.
Ci
sono poi quelli che dal cattolicesimo passano all'una o all'altra setta
cristiana o addirittura a una religione pagana.
Tutti
costoro partono da un cristianesimo mal conosciuto o totalmente sconosciuto.
Oggi
c'è tutta una crociata contro Gesú.
Non
è solo una crociata ingiustificata, ma è un vero kara-kiri. Di Gesú non hanno
nulla da temere né i poveri, i diseredati, gli oppressi, né coloro che
vogliono il bene di tutti costoro.
Per
questo i marxisti E. Bloch, V. Gardavsky, R. Garaudy, M. Machovec, L. Kolakowsky,
i quali manifestano un coraggioso interesse per la figura di Gesú e per il suo
messaggio, concordano nel ritenere Gesú un uomo coerente, portatore di un
messaggio di alto potenziale rivoluzionario, che ha molte cose interessanti da
dire anche oggi. Per essi Gesú è il « grande modello di libertà » (R.
Garaudy); « un esempio di coraggio senza compromessi » (L. Kolakowsky); «
colui che con le sue azioni ci mostra che l'uomo può fare miracoli » (V.
Gardarvsky).
E
addirittura Machovec giunge a dire: « Non sarò io a deplorare la scomparsa
della religione in quanto tale. Ma nel caso che dovessi vivere in un mondo che
abbia potuto dimenticare totalmente la "causa di Gesú" allora io
preferirei non vivere piú... A me sembra che in un simile mondo... sarebbe
impossibile anche la vittoria, rettamente intesa, della "causa di Karl Marx
" ».
Gesú
è il grande amico e difensore dei poveri, degli umili e degli oppressi, e si
proclama il giustiziere supremo di quanti li hanno oppressi o anche solo non
aiutati: è il grande premiatore di tutti quelli che li soccorrono.
È
stato lui che ha iniziato una vera rivoluzione a favore dei poveri. Di Gesú non
hanno nulla da temere né le persone oneste e buone che vivono secondo natura e
cercano nella vita di fare del bene; né i peccatori desiderosi di salvezza,
perché proprio per essi egli è venuto in terra ed è morto in croce.
Di
Gesú non hanno ancora nulla da temere coloro che non si contentano della
terra, ma desiderano vivere felici eternamente: per far loro conoscere la strada
per raggiungere tale felicità eterna egli si è fatto uomo.
Forse
tu pensi che sono una favola i miracoli e la resurrezione di Gesú. Questo libro
ti farà vedere che non c'è niente di piú storico di essi, e ti accenderà una
speranza.
Infatti
se Gesú è risorto risorgeremo anche noi, incorruttibili, belli e immortali,
come lui l'ha promesso; e insieme a noi risorgeranno i nostri cari per essere
con noi eternamente felici. Perché combattere questa meravigliosa speranza?
In
definitiva il problema si riduce a questo: se Gesú è ancora vivo, anch'io vivrò
eternamente; se Gesú è scomparso, anch'io mi annienterò. Ogni salvezza fuori
di Gesú è una favola.
Di
Gesú hanno da temere solo gli egoisti, gl'imbroglioni, i violenti, coloro che
non amano e sono vissuti solo per sé, coloro che non hanno esaurito tutti i
possibili godimenti della terra e solo per godere sono vissuti, o che, peggio
ancora, per ottenere questo hanno oppresso o strumentalizzato gli altri; essi
infatti, saranno puniti col fuoco eterno.
Tutti
coloro che amano la luce, la bellezza, la bontà, la sapienza, la dolcezza le
troveranno in Gesú, come nella sorgente.
Tutti
quelli che vogliono un mondo piú pulito, piú giusto, piú pacifico, piú
fraterno troveranno in Gesú il piú grande aiuto e alleato, anzi l'unico mezzo
per attuarlo.
Tutti
quelli che vogliono vivere eternamente troveranno in Gesú il pegno della
resurrezione.
Dopo
il fallimento dei miti umani di questi ultimi secoli, finiti tutti in un bagno
di lagrime e di sangue, Gesú e il suo messaggio restano l'ultima speranza
dell'uomo e dell'umanità.
Per
questo a un amico che non provava alcuno interesse per Gesú Dostoevskij ebbe a
dire queste parole di fuoco: « Voi mi dite che hanno distrutto in voi la fede
di Gesú. Ma conoscono essi Gesú nel suo essere? Certamente no, perché non
appena lo si conosce un po', ci si trova in presenza di un essere meraviglioso,
rassomigliante a tutti gli uomini buoni, ma infinitamente migliore. Io credo che
non c'è nulla di piú bello, di piú profondo, di piú simpatico, di piú
ragionevole, di piú virile, di piú perfetto di Gesú. Me lo dico con amore
geloso che di simile non solo non esiste nulla, ma neppure può esistere. Voglio
dire di piú. Se qualcuno mi provasse che Cristo è fuori della verità e che la
verità stesse realmente fuori di Cristo, preferirei essere con Cristo e non con
la verità ».
Ma
fortunatamente la verità è con Cristo; anzi la verità è Cristo. Per persone
psichicamente normali e intellettualmente oneste il cammino verso la verità è
semplice e facile: basta studiare criticamente la storia e osservare
scientificamente le fonti e i fatti che propone la Chiesa Cattolica.
A
chi ha in partenza giudizi belli e fatti, ossia pregiudizi, tale cammino è
impossibile.
Una
persona che studia serenamente tali fonti e tali fatti non può non vedere la
verità. « Chi cerca trova, a chi bussa sarà aperto » ha detto Gesú (Mt.
7,8).
Chi
studia bene il Cattolicesimo scopre che è l'unica religione che resiste agli
assalti congiunti di tutti coloro che lo combattono in nome della filosofia o
della psicologia, o della sociologia, o della storia o della scienza.
Questo
libro è appena una traccia. Sui singoli capitoli di esso c'è una immensa mole
di opere specializzate, che tolgono ogni minimo dubbio residuo a chi ancora ne
avesse e allargano smisuratamente la panoramica. Tuttavia il presente, per chi
legge senza ostilità e senza pregiudizio, forse è una traccia sufficiente per
vedere la grandezza del problema di Gesú e la bellezza e la verità della fede
cristiana.
2.
BREVE STORIA DELLA CRITICA AI VANGELI
Fa
stupore come per libri scritti 30-40 anni dopo la morte di Gesú sia stato
possibile concepire tutte le critiche che saranno menzionate nel presente
capitolo. Le esponiamo e per dovere storico e per far vedere come da un lato
esse si distruggano l'una l'altra, e come dall'altro esse abbiano dato piú luce
sulla composizione dei Vangeli (Gesú, comunità cristiana, evangelista),
sull'attribuzione delle singole parti all'una o all'altra fonte e, in
definitiva, sulla storicità dei Vangeli stessi.
Passiamo
in rassegna le principali teorie sulla formazione dei Vangeli, principalmente
sulla scorta del Latourelle (A Gesú attraverso i Vangeli, Assisi); di S. Zedda
(I Vangeli e la critica oggi, Treviso); di Lambiasi (L'autenticità storica dei
Vangeli, EDB).
Fino
al secolo XVII i Vangeli vennero pacificamente accettati da tutti come libri
storici, anche se nell'interpretazione eretici e protestanti in molte cose
divergevano.
Gli
attacchi della storicità dei Vangeli cominciarono nel mondo protestante. Il
primo a negarli fu H.S. Reimarus (1694-1768); lo fece in un manoscritto di 4.000
pagine pubblicato dal Lessing nel 1774; però limitatamente al loro contenuto
soprannaturale. Per lui Gesú fu un messia politico fallito che i discepoli, non
rassegnati, divinizzarono; e di lui storicamente sappiamo quasi nulla. D.F.
Strauss (1808-1874) radicalizza la teoria di Reimarus scrivendo nella sua Vita
di Gesú nel 1837 che nei Vangeli non c'è nulla di storico, e che anzi è
impossibile approdare da essi alla vita e alla personalizzazione di Gesú. «
Sono stati i cristiani, egli dice, che hanno costruito il mito di Gesú; di essi
l'interprete principale è il Vangelo di Giovanni; l'unico, che parla con
chiarezza della divinità di Gesú e che fu scritto, a conclusione della
formazione del mito di Gesú-Dio, nel 2° secolo ».
Contro
di lui insorge la Scuola Liberale, i cui esponenti piú noti sono Harnack e
Renan. Essa sostiene che è possibile ricostruire storicamente la vita e
l'autocoscienza di Cristo, basandosi sul Vangelo di Marco e su una fonte
perduta, chiamata Quelle.
«
Queste due fonti, essa dice, vanno spogliate dagli elementi soprannaturali
creati in seguito dalla predicazione cristiana ».
La
Scuola Liberale nega il soprannaturale, ma sostiene che la persona storica di
Gesú è il fondamento del cristianesimo e che per conoscere Gesú bisogna
percorrere la via della storia. Infine sostiene che Gesú non ha detto mai di
essere Dio, ma che rappresenta l'aspirazione universale alla liberazione, alla
redenzione da ogni schiavitú, a un mondo migliore, alla vittoria attraverso la
lotta, alla trasfigurazione attraverso la corruzione, e che, in definitiva, Gesú
è il liberatore spirituale etico.
W.
Wrede nel 1901 nel suo libro sulla Genesi del Messianismo nei Vangeli sostiene
che Marco non è uno storico, ma un teologo; che il segreto messianico è una
creazione della chiesa primitiva.
Dopo
i suoi attacchi alla Scuola Liberale, questa viene abbandonata e soppiantata,
tra la ta e la 2a guerra mondiale, dalla Storia delle Forme (Formgeschichte) e,
nel dopoguerra 1945, dalla Storia della Redazione (Redaktionsgeschichte), dalla
nuova Ermeneutica, e dalla Scuola della Tradizione.
Indicheremo
la Storia delle Forme o Formgeschichte con la sigla FG. I principali esponenti
della FG sono R. Bultmann e Dibelius.
La
FG vuole ricercare la preistoria del Vangelo e ricostruire la storia della
tradizione pre-evangelica con l'esame delle forme letterarie. Si studiano i
caratteri della «piccola letteratura», e li si trovano nei Vangeli:
presentazione anonima, negligenza completa della topografia e della cronologia,
dipendenza del compilatore alla tradizione, tendenza all'edificazione e al
meraviglioso, ecc.
Dibelius
enumera sei forme per i Vangeli: la storia della passione, i paradigma (racconti
molto brevi), i detti sapienziali di Gesú, le novelle (i miracoli), le
leggende, le raccolte di sentenze.
Bultmann
invece distingue: apoftegmi (detti di Gesú con involucro scenico) detti del
Signore, narrazioni meravigliose, narrazioni storiche con tratti leggendari (Zedda:
1 vangeli e la critica oggi, Treviso, I, pag. I7).
Dibelius,
decomponendo tutti i brani dei Vangeli, riconosce come storici solo un po' di
detti di Gesú, mutilandoli tutti dalle presunte aggiunte fatte dalle comunità
primitive.
Bultmann
non riconosce detti da Gesú neanche quelli; per lui furono tutti creati dalle
comunità cristiane primitive.
Già
nel 1926 nel suo libro Gesú il Bultmann aveva insegnato che gli evangelisti
mescolano elementi storici e elementi mitici, dei quali è impossibile
rintracciare il nucleo storico. Le parole di Gesú furono inventate dalle
comunità cristiane; altre rielaborate da esse.
I
Vangeli sono nati dalla fede; non si può dare un fondamento storico al Kerigma
cioè alla Predicazione; né un sostegno umano alla fede. Non si può neanche
dimostrare che Cristo si sia ritenuto il Messia.
Nel
1960 nel suo libro Das Verhaltnis Bultmann ancora scrive che c'è una rottura
tra il Cristo storico e il Kerigma; che è impossibile e illegittimo uno studio
storiografico su Gesú; e che la fede cristiana inizia col Kerigma, che si
sostituisce al Gesú della storia.
Infine,
nel suo libro Nuovo Testamento e Mitologia precisa che per mito non intende
leggenda; che Cristo non è il Salvatore, ma il luogo scelto da Dio per farci
conoscere la salvezza; che la resurrezione non è un fatto storico, ma un
annuncio di salvezza.
a)
Riabilita la Tradizione contro il principio protestante della sola Scrittura.
Insegna che la Tradizione precede la Scrittura e poi la segue e che per un
periodo di 25 30 anni prima che i Vangeli fossero scritti, il loro materiale è
stato l'oggetto della predicazione della Chiesa primitiva; e ciò è vero.
b)
Applica il principio dei generi letterari ai Vangeli: un'arringa, un dramma, un
poema, un testo legislativo, un capitolo di storia esigono commenti diversi. La
FG applica il principio dei generi letterari non solo ai Vangeli, ma anche alle
unità minori e addirittura alle singole pericopi di esse, per cercare di
arrivare alla formulazione di esse da parte delle primitive comunità cristiane.
Senza volerlo né prevederlo, ci ha indicato il mezzo con cui gli insegnamenti
di Gesú si trasmisero fedelmente.
c)
Cerca di conoscere attraverso l'analisi delle forme la vita della chiesa
primitiva, di ricostruirne l'ambiente e di conoscere meglio il testo attraverso
la conoscenza dell'ambiente, in quanto c'è un'interazione tra testo e ambiente.
Così
attraverso i continui riferimenti al Vecchio Testamento si vede che Matteo
scrive il suo Vangelo per gli ebrei; mentre attraverso la noncuranza del VT e
l'accentuazione dei fatti che fanno vedere la potenza di Cristo e i suoi
miracoli si vede che Luca scrive per i pagani.
2.
La FG ha gravi difetti
a)
Non ha interesse per la conoscenza del rapporto fra Gesú e la primitiva
comunità cristiana.
b)
Esagera la potenza creatrice della primitiva comunità cristiana, al punto di
crederla capace di inventare quanto di piú grande e di piú originale esiste
sulla terra, il Vangelo.
La
storia dimostra che all'origine di ogni movimento ideologico c'è una fortissima
personalità: Platone, Aristotele, Maometto, Marx, ecc.
c)
Ha sottovalutato, fin quasi ad ignorarlo, il ruolo degli evangelisti riducendoli
a semplici raccoglitori.
d)
Classifica per principio come leggendari i fatti che naturalmente non si possono
spiegare, quali i miracoli e la resurrezione di Cristo, per non essere costretta
a confessare che Cristo è Dio, se dovesse ammettere come storici quei fatti.
Per
tali motivi Bultmann è stato attaccato dai suoi stessi discepoli. Il Kasemann,
discepolo di Bultmann, insorge nel 1964 contro il suo maestro dimostrando che il
Kerigma era contenuto in sostanza nei detti e nei fatti di Gesú; che Paolo nel
suo Kerigma si riferisce al Gesú storico che ha sofferto, è morto, è
risuscitato; che i Vangeli non predicano, ma raccontano, che fanno ricorso al
genere letterario della storia, che si appoggiano nella storia, che il Kerigma
vi è contenuto in germe.
«
E precisamente perché hanno fatto l'esperienza di Gesú come Signore, egli
ancora dice, che i primi cristiani dopo Pasqua non hanno messo da parte la
storia di Gesú e hanno scritto i Vangeli ». (Das problem des historischem
Jesus, p. 139): « Per proteggere la purezza del Kerigma la Chiesa ha fatto
riferimento alle parole e ai fatti di Gesú (ib., pag. 64): essa rifiuta un
cristianesimo che non passi per la storia; essa rinnova il ricordo del passato,
proteggendo la predicazione con il ritorno alla storia di ciò che è successo
una volta per tutte. La signoria attuale di Gesú è inseparabile da ciò che
è accaduto: la salvezza ha visto la sua realizzazione prima di noi e fuori di
noi. È in questo modo che il Vangelo degli evangelisti impedisce al Vangelo
predicato di trasformarsi in mito, gnosi, ideologia » (NT Questions, p. 40).
Un
altro attacco contro Bultmann viene recentemente da un altro suo discepolo,
Gunter Bornkamm. Egli nel suo libro Jesus von Nazareth dice che i Vangeli
proclamano che la fede non comincia con essi, ma vive di una storia che li
precede e che la presentazione che fa il primo cristianesimo di Gesú è colma
fino all'orlo di storia (p. 22).
L'attacco
più violento a Bultmann, tale da demolirlo completamente, viene da un altro
protestante, J. Jeremias, specialista di lingua aramaica e di ambiente ebraico.
Egli nel suo libro Il problema di Gesú storico (Brescia, 1973) accusa
Bultmann di avere eliminato l'incarnazione, di avere sostituito Paolo a Gesú,
di avere destoricizzato il Nuovo Testamento. L'origine del cristianesimo, egli
dice, è la comparsa di Gesú, crocifisso da Ponzio Pilato, e il suo messaggio.
Oggi
il Bultmann è ricordato ed è ancora di attualità per l'introduzione nello
studio dei Vangeli della Scuola delle Forme; ma è da tutti abbandonato per i
presupposti razionalisti e fideisti che l'hanno ispirato.
La
redaktiongeschichte (che per brevità indicheremo con la sigla RG) è sorta nel
1956 con lo studio di Marxsen Der Evangelist Markus. Mentre la FG si è occupata
soprattutto delle piccole unità dei Vangeli e dell'ambiente dove essi nacquero,
la RG si occupa piuttosto dei grandi insiemi e cerca di individuare le cause che
hanno dato loro la vita. Così mentre Bultmann e Dibelius con la loro FG avevano
completamente trascurato gli evangelisti, riducendoli a semplici compilatori di
quelle forme e pericopi dei detti e fatti di Gesú che le comunità cristiane
primitive andavano inventando e predicando, il Marxsen pose giustamente la sua
attenzione su di essi, li considerò degli autori veri e propri, indagò sul
modo come essi giunsero a redigere i Vangeli e quale fu il contributo personale
di ognuno di essi nello scrivere il suo Vangelo.
La
RG dimostra che il redattore dei Vangeli non si limita a prendere dalla comunità
cristiana le varie forme e pericopi degli insegnamenti di Gesú, ma vi aggiunge
i propri ricordi diretti o indiretti, il proprio piano, il proprio punto di
vista teologico, un suo proprio linguaggio e un personale procedimento
redazionale che 1'esegesi può evidenziare. Già si conoscevano le
caratteristiche di ogni evangelista, ma la RG arriva a distinguere in maniera
netta ciò che in ogni vangelo proviene dal lavoro redazionale e ciò che
proviene dalla tradizione primitiva. La RG prende in esame soprattutto Luca e
Matteo che attingono alle stesse fonti: il Vangelo di Marco e la fonte scomparsa
indicata con il termine « Quelle N; ma anche Giovanni è stato preso da essa in
esame.
L'oggetto
delle ricerche della RG è: far rilevare le precisazioni a un fatto o a un
discorso fatte da un evangelista, le frasi volontariamente omesse, 1'attualizzazione
di una pericope o di una parabola, l'aggiunta di un racconto proveniente da
un'altra fonte, le indicazioni geografiche, i riferimenti al Vecchio Testamento,
la drammatizzazione di una scena, l'interpretazione teologica della tradizione,
ecc.
La
RG ha il difetto di disinteressarsi dei particolari della vita di Gesú, che
pure attenzionava molto la predicazione cristiana primitiva. La RG ci permette
di vedere il grado di libertà e di fedeltà degli evangelisti nei confronti
delle fonti; ma ci mette contemporaneamente in grado di constatare che tale
libertà di interpretazione è controllabile e non distorce mai i fatti o i
detti verso una personale visione delle cose: in realtà si tratta piú di
fedeltà che di libertà. Così ci troviamo in grado di distinguere gli strati
piú antichi della tradizione da quelli più recenti, quello che risale a Gesú,
quello che è un'attualizzazione dei suoi insegnamenti alla comunità cristiana
primitiva, e quello che è proprio dell'evangelista.
In
pratica per mezzo del contributo della FG, della NE e della RG è stato fatto un
esame ad altissimo livello scientifico dei contenuti dei singoli vangeli e
addirittura di ogni versetto di essi, tale che ci permette, integrandoli, di
risalire a quello che ha detto e fatto Gesú, alle sue attualizzazioni nelle
comunità cristiane primitive, al contributo e alla interpretazione dei singoli
evangelisti.
Indicheremo
la Nuova Ermeneutica con la sigla NE.
La
2a ondata di reazione a Bultmann è venuta dalla NE, che è una scienza
dell'interpretazione della Sacra Scrittura.
Essa
parte dalla teoria del filosofo esistenziale Heidegger, secondo cui l'uomo,
quando è sincero, è come un altoparlante dalla voce silenziosa del suo essere.
Lo sforzo nostro non deve essere di capire il suo linguaggio, ma di capirlo
attraverso il suo linguaggio.
D'altro
lato, aggiunge Heidegger, non si potrebbe capire quanto egli in un testo dice,
senza avere una qualche idea del suo valore esistenziale. Come si può capire
l'amicizia, l'amore, la sofferenza, la solitudine se non si avesse una qualche
esperienza di queste realtà?
Bultmann
alla scuola di Heidegger elabora delle regole per la interpretazione di un
testo: vedere il suo genere letterario; attenzionarne la grammatica e la
sintassi; vedere quale significato abbia ogni parola per l'autore; conoscere la
personalità e la cultura dell'autore; conoscere attraverso i documenti
l'ambiente dell'autore.
E precisamente applicando questi principi di Bultmann che gli esponenti della NE sono andati contro Bultmann.
I
principali esponenti della NE sono:
a)
James Robinson.
Egli dice che ora è possibile
fare una Nuova Ricerca su Gesú; che la comunità primitiva ha mantenuto intatti
i loghia, o « detti », di Gesú; che i Vangeli ci danno un'immagine
kerigmatica della storia di Gesú; che il Gesú umiliato e il Gesú esaltato si
identificano; che tra la predicazione di Gesú e il Kerigma di Paolo c'è la
stessa dialettica e la medesima comprensione di sé: la vita nella morte, la
gloria nella croce, l'esaltazione nell'umiliarzione.
b)
G. Ebeling, ricalcando
Heidegger, dice: « Essere e linguaggio sono strettamente collegati; il
linguaggio permette all'essere di essere »; e aggiunge « Non si coglie
l'essenza della parola cercando di vedere il suo contenuto, ma vedendo che cosa
opera, a che cosa dà vita, che genere di avvenire dischiude (amore, odio,
speranza, durezza, cattiveria). Soltanto la parola di Dio può promettere
all'uomo un vero avvenire, cioè la salvezza ».
c)
Fuchs dice: « Se prima si
interpretava Gesú storico con l'aiuto del Kerigma cristiano primitivo, ora si
interpreta codesto Kerigma con l'aiuto del Gesú storico.
La
storia di Gesú è quella del suo linguaggio. Il dono di Gesú è il dono di se
stesso e della sua parola.
Robinson,
Ebeling e Fuchs rovesciano la posizione di Bultmann: « Non siamo noi, essi
dicono, a interpretare il testo, ma è il testo che ci interpreta, cioè che
illumina e giudica la nostra esistenza. Le parabole di Gesú sono un modo nuovo
di concepire la vita: vanno lette non da spettatori, ma da attori; esse ci
chiamano in causa, ci costringono a prendere decisioni esistenziali, ci invitano
a scegliere tra la visione del mondo proposta da Gesú e quella proposta dal
mondo ».
A
questo punto si forma la Traditionsgeschicte (TG) o Scuola della Tradizione la
quale, utilizzando le ricerche della FG e della RG, rileva i tre tempi della
formazione dei Vangeli.
-
Il 1° tempo è la scoperta dell'ambiente di Gesú; e quindi dell'insegnamento
di Gesú, delle sue opere, della sua vita e le reazioni varie e contrastanti
dell'ambiente verso di lui.
-
Il 2° tempo è la scoperta delle comunità cristiane primitive che rapidamente
si diversificano, fanno distinguere un ambiente ebraico, uno greco e uno romano,
e danno una coloritura propria all'identico messaggio di Gesú.
-
Il 3° tempo è quello della redazione. L'evangelista raccoglie il materiale, lo
seleziona, sceglie il genere letterario da adottare, che è quello di « Vangelo
» o lieto annuncio, con lo scopo di suscitare la fede in Gesú Messia e Figlio
di Dio, pur restando fedele alla verità di Gesú.
Così
la RG attraverso la critica testuale giunge a stabilire con la maggiore fedeltà
possibile il testo originale dei Vangeli; scopre il ruolo e il piano proprio di
ogni evangelista e quindi passa allo studio del Vangelo nella sua forma attuale
(struttura, unità, teologia); la FG cerca di scoprire gli ambienti di vita dei
primi racconti o « forme » dei Vangeli, i loro interessi; la mediazione della
tradizione orale; e quindi ordina i contenuti in forme, limitando il ruolo degli
evangelisti e compilatori.
Infine
la NE cerca di scoprire quello che è avvenuto e non solo ciò che dice il
testo; così arriva a conoscere la persona di Gesú, le comunità primitive,
l'evangelista; fa vedere la continuità organica che va da Gesú al testo
attuale; fa vedere l'attualizzazione dei testi al tempo della loro redazione e
per tutti i tempi; ciò che sorpassa la mente stessa dell'evangelista, ma che
certamente era nella mente di Cristo.
Attraverso
tutti questi studi si arriva a scoprire che i Vangeli, pur non essendo del
genere storico, sono i migliori libri storici. Infatti oggi la concezione
positivista della storia come pura obiettività è finita. Gli avvenimenti
arrivano alla nostra conoscenza attraverso almeno due interpreti: il
testimonio e lo storico.
La
storia della rivoluzione sovietica o della 2a guerra mondiale, ad es., risulta
diversa se scritta da un marxista o da un fascista o da un democratico. In
questo senso gli evangelisti sono gli interpreti piú fedeli, perché ebrei e
quindi naturalmente ostili alla Trinità. « Per questo, dice il Latourelle,
essi nel tentativo di esprimere il significato ultimo della vita di Gesú, cioè
il dono della sua vita per la salvezza di tutti, si mettono al centro degli
interessi della storia, cosí come oggi la si concepisce. Nonostante la loro
libertà nei confronti dei dati concernenti tempo e luogo, restano maggiormente
fedeli a Gesú della cronaca piú completa » (Latourelle: A Gesú attraverso i
Vangeli, Cittadella, p. 112).
Alla
generazione dei critici succede presso i protestanti, negli ultimi 15 anni, la
Scuola dei Teologi.
Essi,
ormai convinti attraverso gli studi della RG e della stessa FG di essere giunti
al Gesú storico, costruiscono sui Vangeli una cristologia critica. E’
sintomatico come l'onesta e intelligente critica interna fa arrivare cattolici e
protestanti a identiche conclusioni.
W.
Pannenberg nel libro Rivelazione come storia (Bologna 1969) e, dopo, in
Cristologia (Brescia 1974) sostiene: « Il Gesú che oggi è annunziato non è
altri che il Gesú che visse in Palestina, fu crocifisso sotto Ponzio Pilato e
risuscitò.
D'altronde,
poiché la resurrezione di Gesú, è l'espressione anticipata del termine della
storia, è proprio essa che ci permette di afferrare fin da ora il senso della
storia universale.
Cristo
cosí diventa la spiegazione della storia come rivelazione di Dio. I libri del
NT sono fonte storica e non semplicemente un testo di predicazione; non
esprimono solo ciò che fu creduto, ma fanno conoscere quel Gesú che il
cristiano crede ». J. Moltmann nel suo libro Il Dio crocifisso (Brescia 1973)
fa l'autocritica della fede in Cristo. « Questa, egli s'interroga, proviene
dalla persona e dalla storia di Gesú o è frutto di giudizi personali di
valore? ». E risponde: « Il compito della cristologia è di verificare
storicamente la fede fino alle sue ultime conseguenze per il presente e il
futuro.
Un'ermeneutica,
egli aggiunge, ristretta all'origine è sterile; un'ermeneutica che si
interessi solo agli effetti della cristologia del cristianesimo nella storia del
mondo perde di vista la giustificazione e l'autorità interne nella fede ».
Kasper,
cattolico, in Gesú il Cristo (Brescia) afferma: « L'opposizione tra Gesú di
Nazareth e il Cristo predicato non regge piú. Bisogna vedere Gesú alla luce
della fede ecclesiale, e interpretare la fede ecclesiale alla luce di Gesù ».
Duquoc,
insieme con Pannenberg e Moltmann e contro Bultmann, afferma che dal Kerigma si
può risalire al Gesú della storia e che i testi del NT non sono soltanto i
testimoni della fede della Chiesa primitiva, ma sono delle memorie fedeli, che
gettano una luce reciproca tra le espressioni di fede e gli elementi che hanno
agito nella loro elaborazione.
Quello
che Pietro proclama risorto e donatore dello Spirito, non è altri che il
profeta seguito dalle folle, e, a motivo della sua libertà di parola e di
comportamento, respinto e condannato dai rappresentanti dell'ordine religioso
stabilito (Christologie 2,14).
La
volontà degli evangelisti è quella di non separare mai l'annuncio del Risorto
dalla sua esistenza storica, perché è l'uomo Gesú che è il Signore (ib.,
2,17).
Schillebeckc,
anche lui cattolico, nel suo libro Gesú, la storia di un vivente (Brescia)
dice: « Il ricorso al metodo storico è per il cristianesimo questione di vita
o di morte. C'è continuità tra il Gesú storico e il Gesú dell'annuncio della
catechetica, della parenesi e della liturgia delle Chiese primitive. C'è una
continua interazione tra il ricordo di Gesú e l'esperienza post-pasquale,
perché solo dopo che la resurrezione illuminò i ricordi del passato i
discepoli penetrarono il senso della sua vita, quale realtà definitiva di
salvezza e l'identificarono quale Messia e figlio di Dio ».
Cosí,
dopo due secoli di storia della critica, il cerchio si chiude e, dopo prove
critiche laboriosamente conquistate, gli studiosi cattolici e protestanti
convengono a queste conclusioni che il Latourelle cosí riassume:
a)
I redattori dei Vangeli si ricollegano alla Chiesa primitiva e a Gesú tramite
una tradizione orale e scritta di cui essi sono i portavoci e gli interpreti.
b)
I primi e qualificati annunciatori del Kerigma, gli apostoli, sono testimoni
oculari e auricolari non solo dei fatti, ma insieme dei loro significati cioè
della salvezza inaugurata dalla morte e resurrezione di Gesú (Atti 10,42).
c)
Per 3 0 4 decenni dai fatti la Buona Novella è stata predicata, commentata,
attualizzata secondo gli ambienti e i loro problemi: da questi gli evangelisti
ereditano i tratti che li caratterizzano.
d)
Gli evangelisti nel redigere i loro Vangeli, selezionano, coordinano il
materiale raccolto, aggiungendovi loro ricordi, loro personali ricerche e,
soprattutto, un loro progetto e una loro interpretazione.
3.
GESÚ STORICO
Non
c'è, né ci può essere cosa più interessante che scoprire se Gesú è storico
e che cosa c'è di storico nei Vangeli. Il motivo di questo interesse è
evidente: se tutto è storico quanto essi dicono di lui, deve cambiare il nostro
atteggiamento verso di lui, sia perché egli promette una salvezza reale,
totale, eterna a coloro che lo accettano, sia perché egli predice un giudizio
terribile a coloro che lo rifiutano o lo emarginano.
Prima
o dopo, egli proclama, tutti gli uomini dovranno rendergli conto delle loro
opere.
È
questa pretesa di Gesú che ha fatto insorgere milioni di uomini contro di lui,
mentre nessuno è insorto contro Zarathustra, né contro Budda, né contro
Maometto nonostante le dottrine e i precetti da loro dati.
Ma
dall'altro lato è questa stessa pretesa di Gesú che suscita fino ad oggi
l'interesse e l'entusiasmo di milioni di altri uomini. Cosa c'è di storico su
Gesú?
Dice
Renan: « Che i Vangeli siano in gran parte leggendari è evidente, perché sono
pieni di miracoli e di soprannaturale».
Gli
fanno eco tutti i seguaci della Scuola Razionalista o Critica, i quali tanto
poco razionalmente e criticamente hanno rovesciato il metodo scientifico; e cioè,
invece di fare prima le ricerche storiche e poi trarne le conclusioni, prima
hanno formulato la loro tesi mitologica e poi hanno cercato di trovarne i
sostegni storici o, in mancanza, li hanno inventati, affermando che tutte le
parti miracolistiche dei Vangeli sono state inserite in essi molto piú tardi.
Uno
dei cosiddetti grandi maestri della Scuola Critica, Ernest Havet dice: « Il
primo dovere che ci ha imposto il principio razionalista, che è il fondamento
di ogni critica, è di scartare dalla vita di Gesú il soprannaturale. Ciò
porta via di colpo tutti i miracoli del Vangelo. Quando la critica rifiuta di
credere alle narrazioni miracolose, essa non ha bisogno di addurre delle prove
per suffragare la sua negazione: ciò che si racconta non è potuto accadere ».
Però
di tutte queste affermazioni i razionalisti non hanno dato mai una prova. Dal
canto suo la Pravda nell'edizione di Mosca del 7.4.1972, per dare una doccia
fredda al crescente entusiasmo dei giovani alla persona di Gesú, fu piú
radicale e scrisse: « Il Cristo non è mai morto e non è mai risuscitato; non
è mai esistito ».
La
grande Enciclopedia Sovietica, sintesi della cultura moderna sovietica e
rispettabilissima per il suo contenuto scientifico, alla voce « Gesú Cristo »
si sbriga in due parole: « personaggio mai esistito ». La prima a protestare
è stata nel mondo occidentale la stampa laica, perché tale affermazione
gettava il discredito e il ridicolo su tutta la cultura laicista e sull'intero
ateismo.
Tanta
propaganda idiota non ha fatto altro che accrescere l'interesse del popolo russo
per Gesú, per cui poco tempo dopo un rappresentante della cultura ufficiale
sovietica (M. Koublanov) ebbe a dire che il problema non era se Dio s'era
fatto uomo, ma come mai dell'uomo Cristo, certamente esistito, i suoi discepoli
ne avessero potuto fare un Dio; ed egli per conto suo lo risolve con
l'aspirazione degli schiavi ad affrancarsi.
Frattanto
nel mondo occidentale compaiono molti libri marxisti, tra i quali Das Prinzip
Hoffnung (Francoforte) del filosofo comunista ebreo ateo E. Bloch (+ 1977) che
ebbe a dire: « La stalla, il figlio del falegname, il sognatore fra la gente
semplice, la forca dell'ultimo giorno, tutto questo si fonda su un materiale
storico, non su quello indorato che la leggenda predilige».
Gesú
non era, secondo Bloch, il mite agnello di certe rappresentazioni cristiane. «
Era un lottatore, venuto a portare il fuoco e la spada » (Ardusso, pag. 25).
E
ha ben ragione Bloch di affermare la storicità di Cristo quando gli stessi
storici pagani ne parlano.
Tacito:
« Cristo viene condannato a morte da Ponzio Pilato sotto il regno di Tiberio »
(Annali, 15,44)
Svetonio:
« Claudio espulse da Roma gli ebrei i quali, richiamandosi a un certo Cristo,
creavano disordini » (Vita di Claudio, 25,4).
Svetonio
non distingue gli ebrei dai cristiani, che nel primo tempo furono in maggioranza
di razza ebraica. Gli ebrei, arrabbiati verso i loro connazionali che si
convertivano al cristianesimo, cominciarono a fare tumulti contro di loro.
Claudio, per togliere da Roma quei disordini, nell'anno 50 con un decreto cacciò da Roma tutti gli ebrei, compresi quelli diventati cristiani. Questa espulsione è la stessa di cui parla Luca al capitolo 18 degli Atti. Plinio il Giovane, proconsole nell'Asia Minore nella sua lettera (10, 96) a Traiano chiede se doveva perseguire i cristiani che trovava innocui e che « in un determinato giorno della settimana si radunavano e cantavano inni in onore di Cristo come per un Dio ».
Uno
storico siriano, Mara bar Serapione, intorno all'anno 73 scrisse una
lettera al figlio che studiava a Edessa nel Mar Nero; ivi fra l'altro gli dice:
« Che è giovato agli Ateniesi uccidere Socrate... o agli abitanti di Samo
bruciare Pitagora... o ai Giudei giustiziare il loro saggio Re, se da allora è
stato loro tolto il regno? (evidentemente la catastrofe del 70)... Gli Ateniesi
morirono di fame, gli abitanti di Samo furono sommersi dal mare. i Giudei
trucidati e scacciati dal loro paese; essi vivono da per tutto nella diaspora.
Socrate non è morto grazie a Platone, né Pitagora a causa della statua di Hera,
e neppure il Re saggio in virtú delle nuove leggi date da lui » (Cureton,
Spicilegium Syriacum, 43 ss).
Le
prime fonti storiche che ci parlano di Gesú sono i libri di otto suoi
contemporanei: le Lettere di Paolo, di Pietro, di Giacomo, di Giuda, i Vangeli
di Marco, di Matteo, di Luca e di Giovanni, oltre agli Atti di Luca e alle
Lettere di Giovanni.
Siccome
i libri che narrano diffusamente gli insegnamenti e i tratti principali della
vita di Gesú sono i Vangeli, contro di essi si è particolarmente accanita la
critica dei razionalisti, ossia dei negatori del soprannaturale.
Per
vedere la faziosità di tale critica basta fare un confronto tra il tempo che
intercorre fra i personaggi storici anteriori, contemporanei e posteriori a
Gesú, gli scritti che parlano di loro e i manoscritti che li riportano e il
tempo che intercorre tra Gesú, gli scritti che parlano di lui e i manoscritti
che li riportano.
Si
vedrà come, mentre nessuno dubita della storicità di tali personaggi
immensamente meno documentati di Gesú, è assolutamente ingiusto dubitare della
storicità e autenticità di quanto narrano di Gesú gli otto scrittori suoi
contemporanei e i molti scrittori cristiani del 1° e 2° secolo (per non
parlare di quelli posteriori).
1.
Per i personaggi storici
Diamo
uno sguardo al tempo che intercorre:
a)
tra tali personaggi e la stesura del libro che parla di loro. Di Socrate abbiamo
tre discepoli che scrissero di lui: Platone, Aristotele, Senofonte;
-
di Cicerone scrisse Plutarco 70 anni dopo;
-
di Aristotele scrisse Apollodoro 3 secoli dopo;
-
di Budda sappiamo qualcosa da Massa Kassapa che scrisse tre secoli dopo;
-
di Confucio scrisse Mencio un secolo dopo;
-
di Maometto, pur venuto 600 anni dopo Cristo, scrisse la vita Ibn Ishaq 100 anni
dopo;
-
conosciamo Augusto da Plutarco che scrisse 80 anni dopo, da Tacito che scrisse
102 anni dopo, da Svetonio che scrisse 105 anni dopo. Tiberio ebbe tre biografi:
un contemporaneo, Velleio Patercolo, Tacito che scrisse 79 anni dopo, Svetonio
82 anni dopo.
b)
Tra la stesura dei libri e i manoscritti piú antichi che abbiamo di essi. Per i
grandi poeti e filosofi greci (Eschilo, Euripide, Sofocle, Platone, Aristotele)
intercorrono non meno di 1.200 anni. Per i grandi poeti e scrittori latini
(Ovidio, Orazio, Cesare, Cicerone, Tacito) intercorrono da 800 ai 1000 anni.
Unica
eccezione rappresentano le opere di Virgilio per le quali intercorrono 350
anni, perché continuamente scritte, quali libri di testo nell'antica Roma.
2.
Per Gesú
a)
Tempo che intercorre tra Gesú e il numero e l'età degli scrittori che parlano
di lui:
Abbiamo
testimonianze su di lui da 8 suoi contemporanei i cui scritti formano i libri
del Nuovo Testamento: Matteo, Marco, Luca, Giovanni, Pietro, Paolo, Giacomo,
Giuda. Quindi abbiamo tutti gli scrittori cristiani dei primi secoli. Essi nelle
loro opere parlano di Gesú e citano i Vangeli e gli altri scritti apostolici.
Le
loro citazioni stabiliscono che i Vangeli furono scritti nella 2a metà del
secolo I; e sono tante che con esse si potrebbero ricostruire i Vangeli stessi
se essi fossero stati perduti.
Citiamo
i principali scrittori dei primi 150 anni dalla morte di Gesú. Essi sono 15 e
precisamente:
1) Didaché o dottrina dei 12 apostoli sulla vita cristiana, sui sacramenti, sull'ordinamento della Chiesa (I secolo).
2)
Lettera di Barnaba sull'originalità del Nuovo Testamento (I secolo).
3)
Lettera di Clemente, 3° successore di S. Pietro, contenente un ricco quadro
dell'ideale della vita cristiana (I secolo).
4)
Ignazio, vescovo di Antiochia, scrisse sette lettere verso l'anno 110 mentre
veniva trasportato a Roma per essere dato in pasto alle belve: sono una
inarrivabile testimonianza di amore a Cristo.
5)
Policarpo, vescovo di Smirne, martire, scrisse probabilmente nello stesso anno
110 una lettera ai Filippesi per esortarli a restare fedeli a Gesú.
6)
Ireneo, vescovo di Lione, discepolo di Policarpo, è il piú grande teologo del
2° secolo. Scrisse molte e chiarissime opere per esporre la fede cristiana e
confutare gli eretici.
7)
La lettera a Diogneto, scritta probabilmente nel 124 da Quadrato, discepolo
degli apostoli, per l'imperatore Adriano; contiene un quadro meraviglioso della
vita dei primi cristiani (Bhilmeyer - Tuechle: L'antichità cristiana,
Morcelliana).
8)
Papia, vescovo di Gerapoli, in Frigia, scrisse verso l'anno 130 cinque libri
intitolati Spiegazioni di detti del Signore.
9)
Aristide, filosofo cristiano di Atene, scrisse verso il 130 un'apologia del
cristianesimo per l'imperatore Adriano.
10)
Erma scrisse a Roma tra il 12o e il 140 il Pastore sulle concezioni e sulla
pratica del cristianesimo.
11)
Giustino, filosofo palestinese, scrisse un'Apologia del cristianesimo e della
divinità di Cristo per l'imperatore Antonino Pio.
12)
Taziano, discepolo di Giustino, scrisse verso il 160 la famosa concordanza dei
Vangeli, chiamata Diatessaron.
13)
Teofilo, vescovo di Antiochia, scrisse verso l'anno 180 tre libri ad Autolico
sulla stoltezza dell'idolatria, sulla creazione e sulla Bibbia e altri libri di
commento ai Vangeli e contro gli eretici.
14)
Tito Flavio Clemente, ateniese coltissimo, scrisse alla fine del 2° secolo
l'Esortazione ai pagani, il Pedagogo, l'Ipotiposi sulla morale, sulla gnosi
cristiana e sulla Bibbia.
15)
Verso la fine del secolo 2° nascono molti scrittori cristiani dei quali il più
grande è Origene (18 5), un vero genio del cristianesimo e per le molte opere
e per la profondità del suo pensiero.
b)
Tempo che intercorre tra la stesura dei Vangeli e i manoscritti piú antichi che
li riportano.
I manoscritti antichi dei libri antichi si chiamano codici. Erano scritti in pergamena, ossia in pelle di agnello macerata con la calce e levigata con pomice, e chiamata così preché confezionata a Pergamo, antica città dell'Asia Minore, e di là esportata sotto gli Attalidi fin dal 2° secolo a. C., in tutte le città del mondo civile.
Abbiamo
due codici dei Vangeli che risalgono a appena 300 anni dopo che i Vangeli furono
scritti: il Codice Vaticano e il Codice Sinaitico. Quest'ultimo fu venduto ad
altissimo prezzo da Lenin al British Museum.
Abbiamo
3 codici pure in pergamena che risalgono a 400 anni dalla stesura dei Vangeli:
-
il codice Alessandrino;
-
il codice di Efrem rescritto;
-
il codice di Beza.
Se
poi vogliamo confrontare il numero dei codici esistenti per lo stesso periodo di
anni delle opere pagane greche o latìne e quelle del Nuovo Testamento (Vangeli
e lettere) la sproporzione diventa enorme: andiamo da uno o due manoscritti
delle opere di Sofocle, di Euripide, di Tacito, al massimo di cento o 200 per le
opere di Omero o di Orazio; mentre dei soli 8 scrittori cristiani contemporanei
di Cristo abbiamo ben 34.086 codici.
Tutti
questi codici riportano i Vangeli originali; ce lo provano in maniera categorica
i papiri scoperti tutti in questo secolo e riportanti brani dei Vangeli piú o
meno lunghi, fino a molti capitoli. I papiri che possediamo sono fino ad oggi
70.
I
piú celebri sono quelli del Rylands che riporta Gv. 18,31-33 e 37 ss. e risale
al 125 (quindi ad appena 35 da quando fu scritto il Vangelo di Giovanni); il
papiro Bodmer II che riporta Gv. 1, r - r4-26 e risale al 15 o; il papiro
Chester Beatty II che riporta gran parte dei Vangeli e degli Atti e risale al
200; ecc. (Lapple: La Bíbbía oggi, EP).
A
questo punto interessa sapere: esisteva una comunità pre-pasquale attorno alla
persona di Cristo, o la comunità cristiana è sorta dopo Pasqua?
E,
nel caso positivo, ìn quale rapporto si trovò la comunità prepasquale con
la comunità pasquale?
Per
Bultmann il problema non ha interesse, perché parte del preconcetto del mito
formato dalla comunità pasquale.
Per
noi, invece, ha un grande interesse perché l'esistenza di una comunità
pre-pasquale esclude categoricamente il mito.
Qui
giustamente lo Schurmann fa osservare: Attorno a Gesú c'è un gruppo stabile. I
discepoli devono abbandonare famiglia, beni, lavoro per unirsi in lui in una
vita randagia e oltremodo scomoda, perché Gesú non è come un rabbino che
insegna in una sinagoga, ma va passando continuamente da un paese e da un
villaggio all'altro. Gesú vuole con sé uomini che si debbono totalmente
dedicare alla predicazione del Vangelo.
Se
un gruppo di persone (gli apostoli) avevano lasciato tutto per seguirlo, è
segno che la fede c'era prima di Pasqua, perché tale comunità non è naturale,
come la famiglia, e postula una causa. In una comunità simile che per 3 anni
seguí e ascoltò Gesú era non solo possibile, ma logico che si formasse una
tradizione che continuò dopo Pasqua.
E
Gesú, quando vede che i suoi discepoli hanno assorbito i suoi insegnamenti, fa
fare loro il rodaggio mandandoli a due a due a predicare il Vangelo del regno di
villaggio in villaggio, conferendo loro, per renderli credibili, i suoi stessi
poteri di guarire e di cacciare i demoni.
Ai
discepoli interessava trasmettere il messaggio di Gesú piú che la vita, come
si rileva chiaramente dalla predicazione degli apostoli, riportata dagli Atti,
e dalle loro lettere.
I
loghia (detti) di Gesú non sono anonimi come quelli dei rabbini, e vengono
trasmessi da loro accuratamente; questo è indice dell'immenso rispetto che
avevano per Gesú.
Tra
la comunità pre-pasquale e quella pasquale non c'è rottura di continuità.
Gli
apostoli, sebbene interiormente distrutti dalla morte di Gesú, non pensano
minimamente di tornare alle loro case, ma dopo lo sbandamento del Venerdí Santo
si riuniscono di nuovo nel cenacolo senza nessuno scopo preciso: erano troppo
legati a Gesú, la loro vita aveva subito una svolta per la sua sequela: il
comune dolore, la comune disperazione (Lc. 24,2 t) e il comune disorientamento
li riuniva.
Ma
fino a quando ciò sarebbe durato?
La
resurrezione di Gesú arriva al momento giusto per rianimarli e ricomporli.
Ricevuto
il giorno dell'Ascensione il mandato di Cristo di predicare in tutto il mondo, e
fortificati dallo Spirito Santo il giorno di Pentecoste, cominciano quel giorno
stesso a predicare. La loro predicazione è un Kerigma, ossia un annuncio. A
loro non interessava narrare la vita di Gesú, sia perché gli ascoltatori
avevano conosciuto quasi tutti Gesú, sia perché essi avevano cose piú urgenti
da annunziare, e cioè che quel Gesú che i giudei avevano crocifisso era
risuscitato ed era quindi il Kirios, ossia il Signore. Tutta la predicazione di
primo impatto era Kerigmatica, cioè andava ai fatti piú importanti della vita
e della missione di Gesú per suscitare la fede in lui. Solo in un secondo
momento, quando gli ascoltatori si erano convertiti a Cristo, cominciava la
didaché, ossia l'istruzione o catechesi. I cristiani si andavano riunendo in
ogni comune e, quando erano assai, in tante case nello stesso comune, e venivano
istruiti dagli apostoli o dai presbiteri.
Il
libro degli Atti (2,43) ci dice: « erano assidui nell'ascoltare l'insegnamento
degli apostoli e nell'unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere
».
Era
allora che si andavano trasmettendo i detti e i fatti di Gesú. Tali detti e
fatti, o loghia, venivano memorizzati secondo l'uso rabbinico nelle sinagoghe,
soprattutto perché la grande maggioranza della popolazione era analfabeta. È
nella comunità pasquale l'origine e la fonte dei Vangeli.
Attraverso
i Vangeli arriviamo ai discorsi fatti da Gesú?
Col
Gerhardsson (Memory and Manuscript, Uppsala 1961) rispondiamo di sí per i
seguenti motivi: Gesú fin dal suo apparire viene da tutti riconosciuto e
chiamato Rabbi. Per essere possibile ciò era necessario che Gesù si
comportasse come i rabbini ebrei.
Costoro
leggevano in ogni discorso un brano più o meno lungo della Legge (o Torah, cioè
il Pentateuco); lo ripetevano perché gli ascoltatori lo imparassero a memoria e
poi, spesso, lo spiegavano.
I
princípi della pedagogia rabbinica erano due: far ripetere ai discepoli il
testo a memoria; conservare inalterato il testo imparato a memoria. Naturalmente
Gesú non si fermava alla Torah, ma la completava, come egli stesso afferma (Mt.
5,17) con i suoi insegnamenti.
Tali
nuovi insegnamenti li dava con autorità (Mc. 1,22) e pretendeva che ad essi non
venisse cambiata né una parola, né una virgola (Mt. 5,19). Per far ciò,
seguendo l'uso rabbinico, Gesú doveva ripetere i suoi insegnamenti.
Non
si poteva inventare da anonimi una tecnica e un contenuto cosí perfetti di tali
insegnamenti. Occorreva una grande intelligenza e un grande maestro e questi non
poteva passare inosservato. E questa persona infatti si impose fin dal suo primo
apparire e subito fu chiamata Rabbi, cioè Maestro.
Gesú
si è mostrato subito un rabbi perfetto, e per il contenuto altamente
religioso del suo insegnamento e per la tecnica consumata con cui lo impostava,
fatta da antitesi, da parallelismi, da proverbi, da parabole che subito venivano
imparate a memoria.
Per
esempio: « Se il tuo occhio ti scandalizza, cavatelo; è meglio andare in
paradiso con un occhio solo, anziché all'inferno con tutti e due » (Mt. 18,9).
«
Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero se poi perde la vita? » (Mt.
16,26).
«
Chi vuol guadagnare la sua vita la perderà, chi perde la sua vita per me e per
il Vangelo la troverà » (Mc. 8,3 5) ecc.
«
Se il grano di frumento prima cadendo in terra non muore, rimane solo; se invece
muore, produce molto frutto » (Gv. 12,24).
Tutto
l'insegnamento di Gesú e la sua vita sono direttamente collegati con la Torah e
coi profeti, come egli stesso e gli evangelisti ripetutamente riferiscono.
Non
c'è soluzione di continuità tra il VT e il NT, come non c'è soluzione di
continuità tra il Vangelo predicato da Gesú e quello predicato dagli apostoli
e dai discepoli.
Perciò
il cristianesimo non comincia con la predicazione degli apostoli, ma con la
predicazione di Gesú, di cui quella degli apostoli fu per primo una ripetizione
e quindi lo sviluppo.
Gli
apostoli erano in grado di trasmettere fedelmente tali insegnamenti perché
avevano visto e ascoltato Gesú (Atti 4,20: I Gv. 1,1-3), perché erano vissuti
nella sua intimità (Atti 1,21-22), perché avevano mangiato e bevuto con lui
(Atti 10,41). In conseguenza avevano sentito ripetere nei tre anni di vita
pubblica tante volte quegli insegnamenti, per cui li avevano imparati a memoria,
come i discepoli dei rabbini. S. Giovanni dà forza alla sua testimonianza: «
Quello che era fin da principio, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo
veduto coi nostri occhi, quello che abbiamo contemplato e le nostre mani hanno
toccato, del Verbo di vita-quello che abbiamo visto e udito lo annunziamo anche
a voi, affinché voi pure siate in comunione con noi » (I Gv. 1,1 e 3).
Però
tutti quegli insegnamenti dovevano essere calati nella realtà e nelle
situazioni delle varie chiese nelle quali gli apostoli predicavano, perché si
trattava di insegnamenti vitali per la salvezza. Per tal motivo potevano sorgere
delle piccole varianti e nei discorsi e nei racconti. Per i racconti dei
miracoli creavano una forma quasi stereotipata che rispecchiava i loro
ricordi.
Sia
i detti (o loghia) sia i racconti venivano memorizzati dai discepoli e trasmessi
fedelmente agli altri.
Su
tali tradizioni vigilavano attentamente gli apostoli perché restassero fedeli,
come possiamo ampiamente vedere.
S.
Pietro dice: « Non possiamo non parlare di quelle cose che abbiamo vedute e
udite » (Atti 4,20); noi siamo testimoni di tutto quello che (Gesú) ha fatto
nella regione dei Giudei e a Gerusalemme » (Atti 10, 39); « il Gesú che gli
ebrei hanno crocifisso è risuscitato ed è apparso, e noi ne siamo i testimoni»
(Atti 5,32).
S.
Paolo dice: « Sapete bene quali sono le istruzioni che noi vi abbiamo dato da
parte del Signore Gesú » (I Ts. 4,2); orsú dunque, fratelli, state saldi e
conservate le tradizioni che avete ricevute sia a viva voce, sia per mezzo della
nostra lettera » (2 Ts. 2, r S e 3,6); « Se uno vi annuncia un Vangelo diverso
da quello che avete ricevuto sia scomunicato » (Gal. I,9). Ed egli loda Luca
per il suo fedelissimo Vangelo. S. Paolo sa bene quale sia la sua missione: «
Noi siamo ambasciatori di Cristo, in modo che Dio stesso esorta per mezzo nostro»
(2 Cor. 5,20); e giacché l'ambasciatore deve trasmettere fedelmente quanto il
suo governo gli dice, S. Paolo va due volte a Gerusalemme per confrontare il suo
Vangelo con quello degli altri apostoli « affinché non corra o non abbia corso
invano » (Gal. i e 2,1-6).
Il
Latourelle fa vedere l'accuratissima vigilanza degli apostoli e della Chiesa
sulla fedeltà della tradizione: essa ci dà l'assoluta garanzia che, se non
arriviamo alle identiche parole pronunciate da Gesú, certamente arriviamo a
precise formulazioni del suo pensiero e dei suoi « loghia » o detti (A Gesú
attraverso i Vangeli, Cittadella, Assisi).
4.
AUTORI E ETA’ DEI VANGELI
1.
Autori
La
parola Vangelo, dal greco eu-anghelion, significa lieto annuncio; fu usata fin
da principio, da Gesú e dagli apostoli, per significare la gioia del messaggio
di Gesú: la redenzione da lui compiuta, l'avvento del regno di Dio, il
compimento delle promesse messianiche, la nostra elezione a figli di Dio ed
eredi del Paradiso, la nostra resurrezione finale e la vita e la felicità
eterna a cui siamo chiamati.
Nel
linguaggio corrente la parola Vangelo significa il libro che ci parla di tutto
questo.
Dopo
tutte le critiche fatte ai Vangeli in questi ultimi duecento anni si può
legittimamente ancora ritenere che la tesi trasmessaci da Papia, da Giustino, da
Teofilo, vescovo di Antiochia, da Ireneo, dal Canone Muratoriano (tutti del 20
secolo) e da tutti gli scrittori cristiani posteriori, sia la giusta, e che cioè
gli autori dei Vangeli sono Matteo, Marco, Luca e Giovanni.
Non
potendo, per brevità, elencare le citazioni dei Padri sugli autori dei Vangeli
citiamo le testimonianze di Papia e del Canone Muratoriano. Papia nella sua
opera « Esposizione dei loghia del Signore » scrive nel I 10 « Se in qualche
luogo veniva uno che avesse seguito gli Anziani (come discepolo), (da lui) mi
informavo delle parole degli Anziani, che cosa avesse detto Andrea, o Pietro, o
che cosa Filippo o Tommaso o Giacomo o Giovanni o Matteo o qualche altro dei
discepoli del Signore, e ciò che dicono Aristone e Giovanni l'Anziano discepolo
del Signore. Infatti pensavo che le cose che provengono dai libri non fossero
cosí utili come quelle udite dalla voce viva e duratura ».
Sul
Vangelo di Matteo Papia cosí si esprime: « Matteo dunque compilò in aramaico
i loghia (del Signore), e ciascuno li tradusse come ne era capace».
Nel
passo su Marco, Papia, riportando le parole del « presbitero », dice che
Marco, essendo interprete (hermeneutés) di Pietro, scrisse accuratamente per
quanto si ricordava, non però in ordine, le cose dette o fatte dal Signore (tà
ypò toíì Kyríou e lechthénta è prachthénta). Egli infatti non udí il
Signore né lo accompagnò: fu discepolo di Pietro, come dicevo; costui (Pietro)
secondo la necessità faceva le sue istruzioni, ma senza l'intenzione di fare
una esposizione ordinata dei racconti del Signore (tón Kyriakón logíon),
cosicché Marco non ha commesso errore scrivendo cosí alcuni loghia come si
ricordava. Di una cosa infatti si preoccupò, di non tralasciare nulla di ciò
che aveva udito, né di dire in questo alcuna menzogna » (Eusebio: Hist. Eccl.,
III, 39,15) .
Il
frammento muratoriano (scoperto dal Muratori nel 1740) risale al Zoo. Di esso fu
perduta la prima parte che parla dei Vangeli di Matteo e di Marco. La parte
ritrovata dice: « Il 3° libro del Vangelo lo scrisse Luca... il 4° libro dei
Vangeli lo scrisse Giovanni, uno dei discepoli ».
Dalla
critica interna dei testi ci si accorge subito che gli autori dei Vangeli sono
tutti ebrei, che hanno utilizzato delle fonti comuni, i loghia del Signore, cioè
raccolte scritte di insegnamenti e di fatti di Gesú, e ci si accorge pure che
Matteo scrive per gli Ebrei, perché non spiega le parole e le feste ebraiche,
mentre gli altri evangelisti, scrivendo per pagani, li spiegano; che Marco
scrive per i Romani forse a Roma, e dà spicco ai miracoli che fanno vedere di
piú la potenza di Gesú; che Luca scrive in una città greca per i pagani; che
Giovanni scrive per gli ellenisti, forse ad Efeso, e imposta la speculazione
filosofica-teologica cristiana. Tutti i Vangeli sono scritti in greco.
2.
Il Vangelo di Matteo
L'autore
del I° Vangelo è l'apostolo Matteo, il pubblicano; sia perché è lui solo che
per umiltà si nomina col nome con cui tutti lo conoscevano (Matteo il
pubblicano), mentre gli altri evangelisti per salvargli l'onore lo chiamano col
nome poco conosciuto « Levi »; sia perché il tono particolarmente
antifarisaico del suo Vangelo rivela in lui il pubblicano fortemente odiato
dagli scribi e dai farisei.
S.
Matteo scrisse il suo Vangelo in greco poco dopo Marco, perché riporta molti
passi di Marco.
Il
testo originale aramaico del Vangelo di Matteo, molto piú antico, andò
perduto; la traduzione in greco è fatta tra il 70 e l'80.
Matteo
scrive per i Giudei, come dimostrano le frequenti citazioni delle profezie del
VT, delle quali fa vedere la realizzazione in Gesú. Matteo greco utilizza Marco
e qualche altra fonte perduta, quella chiamata « Quelle »; però Matteo
aramaico fu certamente scritto prima, tra il 50 e il 60. Ciò si vede pure dal
fatto che Luca riporta 235 versi di Matteo.
3.
Il Vangelo di Marco
L'autore
del II° Vangelo è Marco. Dal suo Vangelo si deduce quanto fosse legato a
Pietro e come egli fosse un giudeo, che però non scriveva per i Giudei. Ora
sappiamo che Pietro lo chiama figlio suo (I Pt. 5,13) che egli era cittadino di
Gerusalemme (Atti 13,12) che visse molto tempo a Roma assieme a S. Paolo negli
anni 61-62 (Col. 4,io) e a S. Pietro negli anni 63-64 (I Pt. 5,13).
Egli
scrive per i pagani e a Roma, come si vede dalla traduzione che fa di tutte le
parole ebraiche e dai suoi latinismi.
Egli,
infine, stende il suo Vangelo sullo schema della predicazione di Pietro, come
risulta dal discorso di Pietro a Cesarea (Atti 10,37-42). Sebbene il suo Vangelo
sia il più breve, è il piú ricco di particolari, quali solo un testimonio
oculare gli poteva riferire (Es. 1,20; 3,5; 3,34; 4,35; 5,43; 8,22; 9,14-29;
10,17; ecc.); è quello che piú riporta i fatti di S. Pietro (1,19-31; 8,29-33
11,21; 13,3; (4,37; 16,7); non riporta i fatti che danno onore a Pietro (Mt.
14,29; 16-15; Lc. 22,8; 22,31; 24,34).
Dato
che Marco è la fonte di Matteo e di Luca e che in Marco non ci sono molte cose
che si trovano in Mt. e Lc., è evidente che Marco scrisse prima, verso il 63,
durante la predicazione di Pietro a Roma.
Lo
conferma Clemente di Alessandria (nato nel 145 a Cesarea di Cappadocia) dicendo
che Marco scrisse il suo Vangelo per venire incontro a suoi ascoltatori romani
(Eusebio: Storia Eccl., 6,14).
4.
Il Vangelo di Luca
L'autore
del III° Vangelo è Luca, medico antiocheno, discepolo di Paolo, come risulta
dal suo stile molto curato, dalla sua conoscenza della medicina e dai suoi
tecnicismi uguali a quelli di Ippocrate, Dioscoride e Galeno, e dalla sua
teologia uguale a quella di S. Paolo (istituzione dell'Eucaristia, Gesú il
Signore, universalità della salvezza, apparizione di Gesú a Pietro, ecc.).
La
data del Vangelo di Luca è stata assegnata dagli uni dopo 1170, dagli altri
prima del 6o. Il motivo addotto dai primi è il discorso escatologico (Lc.
21,24) in cui sembrano esservi espressioni che rispecchiano i fatti del 70. Ma
giustamente, osserva lo Zedda (I Vangeli e la critica oggi, Treviso), Luca dice
solo piú chiaramente quanto ha già detto Marco, usa espressioni di Daniele,
sconosce la fuga dei cristiani nel 70 a Pella.
Il
motivo addotto dai secondi (tra i quali il Ricciotti) è questo: Luca è
l'autore degli Atti.
Se
Luca avesse scritto gli Atti dopo 1170 sarebbe stato logico che, dopo aver
scritto la vita e le sofferenze di Paolo per Cristo, ne avesse pure scritto il
martirio, avvenuto precisamente nel 67. Ora nel prologo degli Atti Luca dice di
avere già scritto il suo Vangelo. A noi sembra piú probabile che Luca abbia
scritto il suo Vangelo prima del 65.
5.
Il Vangelo di Giovanni
Giovanni
l'apostolo è l'autore del IV° Vangelo.
Lo
si deduce chiaramente sia dal fatto che egli, parlando di sé, non si nomina
mai, ma dice soltanto: « il discepolo che Gesú amava », e chiama Giovanni
Battista semplicemente Giovanni; mentre gli altri 3 evangelisti lo nominano
sempre e chiamano il precursore « Giovanni Battista » per distinguerlo da lui;
sia perché presenta se stesso come testimonio oculare (Gv. 1,14; 19,35)
Dall'analisi
del testo risulta che il suo autore fu un ebreo convissuto con Gesú, sia per
l'interesse particolare che dimostra per le feste ebraiche e per la conoscenza
perfetta delle usanze ebraiche, sia per le indicazioni topografiche e
geografiche numerose e precise, per la molteplicità di particolari che dà, e
che importano un testimonio oculare; l'indicazione delle date e anche delle ore,
interventi di singoli apostoli, la loro presenza nell'ultima cena, la lavanda
dei piedi, il tradimento di Giuda, ecc.
Giovanni
scrisse dopo la distruzione di Gerusalemme tra l'8o e il 9o; non scrisse per
ebrei, ma per pagani catecumeni e già cristiani.
6.
Genesi dei Vangeli
I
Vangeli sono uno dei massimi libri di letteratura per la loro semplicità,
chiarezza, immediatezza, facilità di memorizzazione, ma non sono libri
letterari; sono libri che narrano e documentano fatti tutti realmente avvenuti,
ma non sono libri storici, nel senso che non sono la biografia di Gesú; sono
libri di altissimo contenuto teologico, filosofico, morale, ma non sono libri di
teologia, né di filosofia, né di morale.
I
Vangeli sono un genere assolutamente unico e originale, da non potersi
confondere né con i libri storici del tempo, né con i Veda indú, né con i
poemi greco-latini.
Essi
narrano l'intervento di Dio in Gesú Cristo. Ormai non può avverarsi niente di
piú importante nella storia sia personale che collettiva. Dinanzi a lui tutti
debbono prendere una decisione o di accettazione o di rifiuto; ma tutti sono
chiamati alla conversione e alla salvezza. La struttura e i temi essenziali
del Vangelo dipendono dal Kerigma che li precede; il Kerigma è direttamente
collegato a Gesú.
L'annuncio
prende la forma di un'esposizione storica, perché la salvezza annunziata è
un evento che si riallaccia all'esistenza storica di Gesú.
7.
Scopo degli evangelisti
Gli
evangelisti non hanno intenzione di scrivere la vita di Gesú, ma vogliono solo
annunziare che Gesú è il Salvatore e il Signore, e vogliono insegnare ciò che
gli uomini debbono fare per beneficiare della salvezza portata da lui.
Per
questo in generale non mostrano molto interesse alla cronologia e alla
topografia; designano i luoghi quasi incidentalmente. Il loro interesse è per
il messaggio di Gesú.
I
Vangeli hanno un carattere compilatorio come si può vedere dal Discorso della
Montagna (Mt. s,6-7), dai cinque conflitti di Gesú coi Farisei (Mc. 2) dalle
cinque dispute di Gesú coi capi dei Giudei (Mc. i i e 12), dal discorso delle
parabole (Mt. 13), ecc.
Tuttavia
or l'uno, or l'altro evangelista riporta varie volte il momento storico in cui
un discorso fu pronunciato.
Se
i Vangeli non ci danno una biografia di Gesú nel senso odierno, ci danno però
un quadro identico della sua vita: inizio del ministero in Galilea, dopo
l'incarcerazione del Battista, viaggio al Nord della Palestina, istruzione dei
discepoli, viaggio a Gerusalemme, l'Eucarestia, la passione e resurrezione.
Questo
quadro è del tutto naturale ed è tanto piú storico, quanto meno intenzionale:
lo aveva già fatto per conto suo molti anni prima Pietro nel suo discorso a
Cesarea (Atti, 10).
Questa
schematizzazione della primitiva predicazione degli apostoli, risalente all'anno
stesso della morte e della resurrezione di Gesú e priva totalmente dei
miracoli, dei discorsi e delle parabole di Gesú si spiega col motivo che fu
fatta nella Giudea e nella Palestina, dove tutti avevano visto Gesú o ne
avevano sentito parlare. In conseguenza la prima necessità degli apostoli non
fu quella di raccontare la vita, ma di annunciare che quel Gesú che era stato
crocifisso era il figlio di Dio, perché era stato accreditato da Dio con i
miracoli, e dopo morto era risuscitato (Atti 2,22); e parlando essi a Giudei,
facevano vedere come in Gesú si erano verificate le cose predette dai profeti
(Atti 13,47).
La
estrema semplicità di tale dichiarazione, ridotta ai dati essenziali della vita
di Gesú, insieme alla sua arcaicità, è la conferma massima della storicità
dei Vangeli.
5.
PROVE INTERNE DELLA STORICITA’ DEI VANGELI
Gesú
è un ebreo osservante: osserva il sabato, va al tempio, paga le tasse, invia al
tempio i lebbrosi che guarisce perché si facciano fare dai sacerdoti il
certificato di guarigione, limita la sua predicazione agli ebrei, cosí come
avevano fatto i profeti; si collega alla legge di Mosé e alla predicazione dei
profeti; ne è uno zelatore instancabile, ne è la continuazione e il perfezionamento.
La
missione di Gesú diverrebbe inspiegabile tolta dall'ambiente ebraico, al
punto che tanti ebrei contemporanei sono arrivati a rivendicare Gesú come una
gloria di Israele: J. Klausner dice di lui che è il piú ebreo degli ebrei. Il
filosofo M. Buber dice che Gesú è il fratello al quale appartiene un grande
posto nella storia di Israele, un posto che non può essere descritto con
nessuna delle categorie abituali (Zwei Glaubenweisen, pag. II).
a)
Conoscenza perfetta del quadro politico del tempo
Gli evangelisti conoscono perfettamente la situazione politica della Palestina degli anni della vita di Gesú.
Il
quadro politico dato dai Vangeli corrisponde minutamente alla realtà storica di
quel tempo.
Per
quanto riguarda le date c'è soltanto da notare che vanno tutte arretrate di 5 o
6 anni per uno sbaglio di calcolo di Dionigi il Piccolo. Questi, saltando
involontariamente alcuni consolati romani, aveva posto la nascita di Gesú
nell'anno 754 dalla fondazione di Roma; per cui Gesú nacque 5 o 6 anni prima
dell'anno attuale.
-
Erode fu re della Palestina dal 37 al 4 a.C.
-
Augusto fu imperatore romano dal 30 a.C. al 14 d.C.
-
Tiberio fu imperatore dal 14 al 37 d.C.
-
Morto Erode il Grande il 4 a.C., la Giudea venne direttamente governata da
Roma con dei procuratori.
-
Ponzio Pilato fu procuratore della Giudea dal 26 al 36 d.C.
-
Giuseppe Caifa fu sommo sacerdote dal 18 al 36 d.C.
-
L'Idumea, la Giudea, la Samaria sono sotto Archelao, figlio di Erode, dal 4 a.
C. al 6 d. C.
-
Erode Antipa, anche lui figlio di Erode, fu tetrarca della Galilea e della Perea
dal 4 al 39 d.C.
-
Filippo, altro figlio di Erode, fu tetrarca della Traconitide, dell'Iturea e
dell'Abilene dal 4 al 34 d.C.
I
Vangeli conoscono perfettamente i gruppi religiosi e politici del tempo:
farisei, sadducei, zeloti, erodiani; conoscono i pubblicani, ossia gli esattori
delle imposte, tanto odiati dal popolo perché collaborazionisti dei Romani;
conoscono le rivalità tra Giudei e Samaritani, la differenza di mentalità tra
Giudei e Galilei.
Questi
sono tutti particolari confermati da Giuseppe Flavio e che solo dei
contemporanei di Cristo potevano cosí bene conoscere. All'epoca di Gesú
circolavano in Palestina tanti tipi di monete, soprattutto monete ebraiche e
monete romane.
Quelle
ebraiche erano le uniche che si potevano offrire al tempio, perché non
contenevano immagini umane; e per questo si mettevano nell'atrio del tempio i
cambiavalute che Gesú scacciò.
Le
monete romane erano quelle che dovevano usare ogni anno gli ebrei per il tributo
a Cesare.
Tali
monete al tempo di Gesú erano d'argento e portavano l'immagine del Cesare
Tiberio; per cui Gesú disse: « Date a Dio quel che è di Dio, date a Cesare
quel che è di Cesare (Mc. 12,17).
b)
Conoscenza perfetta della geografia e della topografia
Gli
evangelisti conoscono perfettamente la geografia e la topografia della Palestina
dei tempi di Gesú.
Della
maggioranza di tali luoghi, in seguito alle invasioni e alle devastazioni
operate dai Romani nel 70, dai Persiani nel 600 e dai maomettani nel 1000, non
era rimasta piú traccia e si era perduta anche la memoria.
Gli
scavi archeologici degli ultimi 100 anni hanno confermato l'esattezza dei
racconti e delle ubicazioni dei Vangeli. Citiamo alcuni esempi:
1)
Il pozzo di Giacobbe in Samaria, ai piedi del monte Garizim, vicino Sichem, i
cui ruderi furono scoperti nel 1913 dall'archeologo tedesco Ernst Sellin: in
esso si svolse il dialogo di Gesú con la Samaritana (Gv. 4,3); sopra di esso
sorge una chiesa greco-ortodossa.
2)
Betania con la casa di Lazzaro e delle sue sorelle sulle quali nel sec. IV era
stata costruita una chiesa.
3)
La piscina delle pecore di Bethesda a Gerusalemme, presso la quale Gesú guarí
il paralitico da 38 anni (Gv. 5,2) scoperta negli scavi archeologici del 1871
4)
Emmaus, a 13 Km da Gerusalemme, scomparsa totalmente senza lasciare tracce,
identificata oggi col villaggio El-Kubebe, dove nel 1873 furono ritrovati i
resti di una chiesa dei crociati con dentro le mura di una casa che non può che
essere che la casa di Cleofa (Lc. 24,13) come un'antica tradizione dice.
5)
Magdala, patria di Maria Maddalena, risorta poi col nome ElMedshdel.
6)
Cafarnao (Kefer Nahum=villaggio di Naum), dove Gesú guarí il servo del
centurione romano (Mt. 8,5-13), ha potuto solo recentemente venire
identificata in base ai risultati degli scavi nella collina di rovine di Tell
Hum.
7)
Betsaida che solo nel 1978 ha potuto essere identificata mediante gli scavi che
hanno fatto scoprire la casa di S. Pietro, il quale nacque e visse appunto a
Betsaida.
8)
Gerasa, oggi El-Kursi, presso cui Gesú guarí un indemoniato (Lc. 8,26).
9)
Corozain, a Km 3 a NO del lago di Genezaret, distrutta come Gesú aveva
profetizzato (Mt. I I, 21) e dopo tanti secoli risorta col nome di Chirbert
Keraze.
10)
La sinagoga di Cafarnao, dove Gesú predicò, fu scoperta soltanto nel 1981 da
Virgilio Corbo e da Loffredo; cosí pure nel 198o il Corbo scoprí a Cafarnao la
casa di S. Pietro.
c)
Aramaismi
Nei
Vangeli vi è una grande quantità di parole e di figure aramaiche che fanno
vedere con chiarezza di essere stati scritti da ebrei.
Portiamo
alcuni esempi: Abba=Padre, Rabbi=Maestro,; equivalenza tra debito e peccato;
talita-qum=fanciulla alzati; parasceve=vigilia del sabato; Eli, Eli, lamma
sabactani=Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato; il cammello per il buco
di un ago; la porta stretta; le porte dell'inferno che non prevarranno; corban=offerta
sacra; ephpheta=apriti; Golgotha=teschio; ecc.
Se
Gesú è Dio, come è Dio, deve totalmente trascendere, come trascende, la
mentalità ebraica.
In
Cristo ci sono dei tratti che rendono la sua persona e la sua dottrina
assolutamente originali e impensabili per un giudeo: amore per i peccatori,
misericordia per le prostitute, pietà per gli ammalati e per tutti i bisognosi,
durezza verso gli ipocriti e verso i ricchi;
egli
non tiene conto dei 613 precetti rabbinici e li riduce tutti all'unico precetto
dell'amore;
all'ideale
politico comune di una liberazione dai Romani e di uno splendido regno ebraico
terreno sostituisce l'ideale di un regno spirituale, universale, esteso a
tutti i popoli;
all'amore
esclusivistico razziale e restrittivo agli amici oppone l'amore ai Samaritani,
ai Romani e a tutti gli altri popoli, inconcepibile per un ebreo;
alle
offerte del tempio e ai sacrifici oppone le opere di misericordia verso i
poveri;
al
disprezzo verso i pubblicani e le prostitute oppone la compassione e l'amore per
redimerli;
alla
purità legale da ottenersi mediante le abluzioni e i bagni oppone la
purificazione del cuore mediante il pentimento e la conversione; alla legge del
taglione (occhio per occhio, dente per dente) oppone la legge dell'amore e del
perdono;
al
concetto di popolo eletto da Dio per discendenza carnale e all'orgoglio
razziale oppone il concetto che tutti i popoli e tutti gli uomini sono uguali
dinanzi a Dio, e che tutti possono far parte del suo popolo e divenire suoi
figli, se si convertono e lo amano.
La
testimonianza concorde di tante persone è la garanzia sicura della verità.
Le
testimonianze sui fatti della vita di Gesú sono quattro: esse sono la copiatura
di un unico racconto, ma provengono da quattro fonti diverse. Due provengono da
testimoni oculari: Matteo e Giovanni; Marco, discepolo di Pietro, narra la
predicazione di Pietro; Luca, discepolo di Paolo, è medico: dice espressamente
di aver fatto diligenti ricerche (Lc. 1,3)
Se
si fossero rifatti a un'unica fonte non ci sarebbero le discrepanze esistenti
tra loro, quali risultano da un'attenta lettura.
Scegliendoli
a caso riportiamo tre esempi:
1)
1° moltiplicazione dei pani:
Mt. 14 e Mc. 6 dicono soltanto che le folle seguivano Gesú, mentre Gv. 6 e Lc.
9 aggiungono il perché le folle lo seguivano;
-
Mt. dice che Gesú s'impietosí della folla, Mc. Ne dice il motivo, Lc. e Gv.
non ne accennano neanche;
-
in Mc. i discepoli chiedono se debbono comprare 200 denari di pane; in Gv. i
discepoli dicono che non bastano 200 denari di pane; Mt. e Lc. omettono questo
particolare.
2)
La resurrezione di Gesú;
-
Mc. e Lc. parlano di tre donne al sepolcro, Mt. di due, Gv. di una. Mc., Lc., Gv.
parlano della pietra tombale levata, mentre Mt. dice che fu un angelo a
toglierla;
-
Mt. dice che quell'angelo parlò alle donne; Mc. dice che le donne trovarono un
giovane bianco-vestito seduto sul sepolcro; Lc. parla invece di due angeli.
3)
L'unzione di Gesú;
Tutti
gli evangelisti sono d'accordo che avvenne a Betania.
-
Mt. (26,7) e Mc. (14,3) dicono che avvenne nella casa di Simone il lebbroso; Lc.
(IO,4o) dice che avvenne nella casa di Lazzaro che Gesú aveva risuscitato dai
morti.
-
Mt. e Lc. dicono che fu una donna; Gv. dice che fu Maria, sorella di Lazzaro.
-
Mt. e Mc. dicono che la donna versò l'unguento sul capo di Gesú; Lc. e Gv.
dicono che lo versò sui piedi.
Da
questi esempi si conclude rigorosamente:
a)
che il nocciolo del racconto è identico ed è sicuro;
b)
che le fonti evangeliche,
ossia le testimonianze, sono 4 e non una, pur ammettendo che Mt. E Mc. si siano
serviti molto di una fonte comune;
c)
che ogni evangelista racconta i fatti
cosí come li ricorda a distanza di tanti anni, o come la fonte da cui attinge
li ricorda; e che Mt. e Lc., pur utilizando Mc., e tutti insieme forse un
primitivo Mt., aggiungono o vi correggono dei particolari e degli altri fatti e
discorsi che essi conoscono.
Il
metodo fondamentale per la scoperta della verità su un fatto storico
controverso o su un delitto o sulla origine di un qualunque fenomeno è quello
della causa sufficiente.
È
il metodo seguito da tutti i tribunali di questo mondo, da tutti gli storici
seri, da tutti gli scienziati.
Applichiamo
tale metodo per spiegare i fatti della vita di Gesú sui quali nessuno studioso
dubita e sui quali praticamente tutti (credenti e increduli) concordano.
1)
Gesú suscitò grande entusiasmo e grandi speranze nelle folle.
Esse
diverse volte addirittura vollero farlo re fino a portarlo, la domenica delle
Palme, in trionfo proclamandolo Messia.
Dato
che Gesú non indisse mai riscosse, né promise mai beni terreni l'unico motivo
che poté esaltare quelle folle dovettero essere i suoi miracoli: in essi le
folle vedevano la garanzia che Gesú era l'inviato del Signore e che Dio era con
lui. Infatti lo vogliono proclamare re dopo il miracolo dei pani e dei pesci,
quando con 5 pani e 2 pesci saziò 5.000 persone; ma egli scomparve; e lo
proclamano Messia la domenica delle Palme, dopo la resurrezione di Lazzaro,
quando da Betania arriva a Gerusalemme, preceduto da quella fama.
2)
La sequela degli apostoli.
Questi
uomini avevano un lavoro che permetteva loro di vivere sicuri; e quasi tutti
erano sposati.
Come
si può spiegare che hanno lasciato tutto per seguire Gesú che nulla aveva e
nulla aveva promesso?
Gesú
addirittura aveva fatto tutto per scoraggiarli. « Le volpi hanno le loro tane,
egli aveva detto, gli uccelli i loro nidi, ma il figlio dell'Uomo non ha dove
posare il capo » (Mt. 8,20). Anzi, ripetutamente, aveva loro promesso disagi,
sofferenze e persecuzioni: « Chi mi vuol seguire prenda ogni giorno la sua
croce e mi segua » (Mc. 8,24). « Hanno perseguitato me, perseguiteranno anche
voi » (Gv. 15,20); « Voi piangerete e gemerete e il mondo godrà» (Gv.
16,20); ecc. Non c'è altra spiegazione che questa: dovettero convincersi,
vedendo i suoi miracoli, che egli era il figlio di Dio; come d'altronde
esplicitamente lo dichiarò S. Pietro (Mt. 16,16).
3)
L'ostilità dei sommi sacerdoti e delle classi dominanti (farisei, sadducei,
scribi).
Tale
ostilità non poté essere una semplice gelosia per l'immensa popolarità di
Gesú perché anzi i capi degli Ebrei cercavano e, dove potevano, formavano
tali persone; come fanno ancora oggi, sia per l'orgoglio e il prestigio
nazionale, sia per il loro inestinguibile desiderio di dominio mondiale.
Se
Gesú avesse voluto proclamarsi Messia, secondo la loro concezione politica,
essi, vedendo tutti quei miracoli che faceva, invece di attribuirli a un'opera
diabolica, sarebbero stati lietissimi di vedere che Dio era con lui, e con tutta
la loro influenza e la loro opera l'avrebbero proclamato Messia e l'avrebbero
messo a capo di tutti gli Ebrei.
I
motivi di tale ostilità poterono essere soltanto la concezione di Gesú di un
Messia, Servo e Unto di Javhé, destinato alla sofferenza e alla morte, la sua
predicazione di un regno di Dio puramente spirituale, la sua denunzia per nulla
politica, anzi antipolitica di ogni ipocrisia e di ogni peccato in chiunque si
trovasse, e soprattutto in quelli che stavano a capo, che avrebbero dovuto dare
il buon esempio e invece « non andavano essi in cielo e non permettevano che
altri ci andassero » (Mt. 23,13).
4)
La morte di Gesú.
Storicamente
è sicuro che Gesú è stato crocifisso, che è stato crocifisso dai Romani e
che i colpi di flagello gli furono dati da fermo e non mentre andava al luogo
dell'esecuzione; questi infatti sono ordinati e quasi asimmetrici, e sono 121 e
non 40, quanti ne prescriveva la legge ebraica.
Per
tale esecuzione non c'è altra spiegazione che il titolo della croce. Ora ai
Giudei non importava nulla una motivazione politica.
Anzi
i loro capi non solo vedevano di buon occhio i torbidi contro Roma, ma, quando
vedevano in un leader la capacità e la possibilità di scuotere il giogo
romano, lo appoggiavano in pieno, come fece il celebre Rabbi Aqiba, capo
spirituale degli Ebrei, che nel 131 proclamò Messia Simone Bav Kocheba.
Per
tal motivo, se i sommi sacerdoti Anna e Caifa condannarono a morte Gesú, non
poterono che farlo per motivi religiosi (perché Gesú esplicitamente dinanzi a
Caifa si era proclamato il figlio di Dio); ma, portandolo ai Romani perché
eseguissero la condanna, non poterono che dargli una motivazione politica «
Egli si dichiara il re dei Giudei ». Esattamente come dicono i Vangeli.
La
resurrezione morale degli apostoli dopo la crocifissione e la diffusione
rapidissima del cristianesimo.
Di
questa parleremo in seguito.
6.
CONFERME ESTERNE ALLA STORICITA’ DEL NUOVO TESTAMENTO
Questo
argomento richiede una lunghissima trattazione perché riguarda la vita della
Chiesa primitiva, diffusa già nel I secolo in tutto l'impero romano; ciò che
è inconcepibile senza i Vangeli e senza Gesú Dio. Non potendola fare per i
limiti di questo libro diamo solo alcuni accenni.
1.
Scavi archeologici
Tra
i racconti evangelici il piú circostanziato è quello della passione di Gesú e
della sua resurrezione, al punto da divenire una vera cronistoria; e gli scavi
archeologici lo confermano pienamente.
La
celebrazione della Pasqua, fatta da Gesú nell'ultima cena, si svolge secondo il
preciso rito giudaico.
Le
tappe delle ultime 24 ore della vita di Gesú sono tutte archeologicamente
confermate da antichissime chiese costruite su ruderi di chiese ancora piú
antiche distrutte o dal tempo, o dai Persiani nel 614, o dal sultano Hakim nel
1009.
Le
principali sono: 1) Il Cenacolo nel monte Sion, dove Gesú fece l'ultima cena e
dove anche avvenne la Pentecoste.
2)
La Chiesa dell'Agonia nell'orto del Getsemani (in ebraico gatsemanin=Frantoio
delle ulive) che è nel pendio del monte degli Ulivi dove Gesú pregò, sudò
sangue, fu tradito da Giuda e catturato dai soldati.
3)
La Chiesa del Santo Sepolcro costruita da Costantino nel 33 o, distrutta dai
Persiani nel 614, ricostruita dopo dai cristiani e quindi distrutta di nuovo dal
sultano Hakim nel 1009, e ricostruita, infine, dai crociati nel 1149
4)
La cappella dell'Ascensione a mezza costa del monte degli Ulivi a un Km da
Gerusalemme, dove avvenne l'ascensione di Gesú (Lc. 24,50) è attestata fin dal
376, e fu trasformata dai mussulmani in Moschea.
2.
La proclamazione della divinità di Gesú
Per
gli increduli la vera difficoltà ad accettare la storicità dei Vangeli è la
proclamazione da essi fatta della divinità di Gesú e della sua resurrezione.
E
invece è precisamente questa il sigillo della loro storicità. Infatti, anche
se fosse stato possibile per 8 scrittori pagani proclamare Dio un uomo loro
contemporaneo, ciò era assolutamente impossibile per 8 scrittori ebrei: non
lo avevano fatto neanche con Mosè. Ma nessun uomo fu proclamato Dio neanche dai
pagani.
Nessun
personaggio storico è stato proclamato Dio dai suoi storici:
a)
Nessun uomo politico, nonostante i suoi successi:
-
non Hammurabi re di Babilonia, vissuto 18 secoli prima di Cristo, famosissimo
per le sue conquiste militari, per la costruzione di canali irrigatori e di
templi e per il suo Codice;
-
non Ramses I né il 11, vissuti 13 secoli prima Cristo, nonostante le loro
grandi imprese militari e le imponenti costruzioni fatte;
-
non qualunque altro faraone;
-
non Ciro il Grande, vissuto sei secoli prima di Cristo, nonostante le sue
immense e fortunate imprese militari, la sua mitezza e religiosità;
-
non i troppo famosi Augusto e Tiberio, vissuti al tempo di Cristo.
b)
Nessun filosofo né riformatore religioso:
-
non Apollonio di Tiatia, quasi contemporaneo di Cristo, nonostante i suoi
famosi prodigi, di cui il filosofo Flavio Filostrato, suo grande ammiratore,
circa 100 anni dopo scrisse la vita;
-
non Maometto, nonostante Ibn Ishaq, suo primo biografo, abbia scritto ben 100
anni dopo la morte di lui;
-
non Confucio, nonostante Mencio, suo primo biografo, abbia scritto oltre 100
anni dopo la sua morte;
-
neanche Budda, nonostante Maha Kassapa, suo primo biografo, abbia scritto ben
300 anni dopo la morte di lui.
E
per costoro, vissuti tutti tra gli idolatri sempre pronti ad accettare altri
dei, era facile proclamarsi o venire proclamati Dio.
3.
La tomba di S. Pietro
Per
non parlare di tutti gli altri scavi che confermano le « Lettere degli apostoli
» e la vita delle primitive comunità cristiane, citiamo quelli riguardanti
la tomba di S. Pietro. Moltissimi protestanti e agnostici hanno addirittura
negato la venuta a Roma di S. Pietro e quindi il fondamento storico della Chiesa
Cattolica.
Noi,
invece, sappiamo dalla stessa Bibbia che S. Pietro fu a Roma, dove scrisse la
sua prima lettera. Infatti la Babilonia della cui comunità cristiana invia i
saluti (1 Petr. 5,13) non può che essere Roma, come tutti i commentatori
ammettono, e per la sua vita cosmopolita e le numerosissime lingue che vi si
parlavano, e per la sua corruzione, e perché l'antico regno babilonese era
stato distrutto da Ciro nel 589 a. C. e ridotto a un'oscura provincia persiana,
mentre la sua capitale Babele era stata pure completamente distrutta dai Parti.
Dalla
tradizione e da notizie degli antichi scrittori cristiani sappiamo pure che
Pietro morí nel 67 sotto la persecuzione di Nerone a Roma, dove era andato
nell'anno 42, dimorandovi cosí 25 anni. Fu seppellito nel colle Vaticano dove
era stato ucciso.
Il
presbitero Gaio nell'anno 200 scriveva che si potevano vedere nel colle Vaticano
la tomba dell'apostolo Pietro e quella di Paolo sulla via Ostiense.
Confermano
tale fatto gli scavi archeologici.
A
7 metri di profondità, esattamente sotto il centro della Basilica Vaticana e
quello sottostante della Basilica Costantiniana, furono trovati dal Dott. Kaas
durante la 2a guerra mondiale dei mosaici rappresentanti un pescatore con la
lenza (S. Pietro), il buon Pastore, Giona e la balena, molte monete provenienti
da tutte le parti dell'impero romano (offerte dai pellegrini alla tomba di S.
Pietro), una colonnina del trofeo, ossia della tomba di cui parla il presbitero
Gaio, con l'iscrizione greca « Petros eni » nel muro rosso sovrastante,
risalente all'anno 160, che l'archeologa Margherita Guarducci completa e
dimostra significare « Pietro è qui » (cioè in questo sepolcro).
Cosí
abbiamo la certezza della tomba di S. Pietro: e cosí si spiega perché
Costantino fece erigere la basilica vaticana in quel luogo, proprio sul pendio
del Colle Vaticano, dovendo ricorrere a imponenti lavori di sterro e a muri di
sostegno a sud, per ricavare la grande area della basilica: voleva che la tomba
di S. Pietro ne fosse il cuore.
7.
LA PERSONA DI GESÚ
1.
L'amico Gesú
Quanti
non conoscono Gesú possono anche parlare contro di lui. Ma quanti lo conoscono,
sia pure superficialmente, non possono che parlarne bene.
Il
motivo è semplice: Gesú è il grande amico dei deboli, dei poveri, dei malati,
dei peccatori, il difensore degli oppressi, il fustigatore degli ipocriti e
degli sfruttatori, l'esempio e il rivelatore dell'amore puro; il primo e il piú
grande predicatore della giustizia, della libertà, della fraternità, dell'uguaglianza;
il lottatore strenuo contro gli egoismi e i vizi umani che tutti questi ideali
insidiano e distruggono, il giusto che però comprende, compatisce, perdona,
redime i deboli, i peccatori, le prostitute; il consolatore di quelli che
piangono; il medico e il guaritore di quelli che soffrono: tutti costoro
guardano a lui e vanno a lui come all'ultima speranza.
Bisogna
mettersi contro tutta l'umanità che piange, che soffre e cade; bisogna
schierarsi con gli sfruttatori, con gli oppressori, con i tiranni per mettersi
contro Gesú.
Per
questo tutte le dittature e tutti i tiranni sono contro di lui e contro la sua
Chiesa che ne ripete la dottrina.
2.
Gesú è povero e umile
Nasce
in una capanna; ha per culla una mangiatoia, vive in una misera casetta fino a
;o anni; quando comincia a predicare per primo dice: « Beati i poveri »; pur
essendo seguito da immense folle e riconosciuto da tutti un maestro, non cerca
mai denari anzi non ne tiene affatto; dice senza tema di essere smentito: « Le
volpi hanno le loro tane, gli uccelli i loro nidi; il figlio dell'uomo non ha
dove posare il capo» (Mt. 8,zo); muore nudo sulla croce.
L'umiltà
va insieme con la povertà.
La
povertà è il distacco da ciò che c'è fuori di noi; l'umiltà è il distacco
da noi stessi.
Gesú
non vuole essere servito, ma serve umilmente gli altri; non cerca né accetta
lodi; non vuole suscitare entusiasmi verso la sua persona; raccomanda ai malati
che guarisce di non dirlo a nessuno; fugge quando lo vogliono fare re; non cerca
mai la sua gloria, ma soltanto la gloria del Padre.
3.
Gesú è obbediente
Gesú
visse solo per fare la volontà del Padre e la fece fino in fondo; poté con
verità dire: « Il mio cibo è di fare la volontà del Padre mio » (Gv. 4,34).
Gesú,
pur non essendo soggetto a nessuno, obbedí sempre alle leggi; rispettò sempre
le autorità; non trasgredí mai il minimo comandamento del Padre, né la minima
disposizione dell'autorità, al punto da poter sfidare i suoi nemici, dicendo:
« Chi di voi potrà accusarmi di peccato? » (Gv. 8,46).
4.
Gesú è dolce e misericordioso
Non
rimprovera né pubblicani, né peccatori, né prostitute.
Egli
si mette contro tutti sfidando l'impopolarità per sollevare e redimere i
peccatori. A coloro che di questo l'accusano dice: « Non hanno bisogno del
medico i sani, ma gli ammalati » (Mt. 9,12).
Rischia
di venire lapidato mettendosi contro la legge di Mosè per salvare dalla
lapidazione l'adultera; e approfitta di ogni minimo sentimento buono di ogni
peccatore per redimerlo.
5.
Gesú è sensibilissimo
Gesú
è come noi, con un cuore come il nostro, ma immensamente piú comprensivo, e piú
sensibile.
Si
commuove dinanzi alle folle che vede sbandate come pecore senza pastore (Mt.
9,36).
Si
commuove dinanzi alle folle affamate nel deserto che sarebbero venute meno nel
viaggio di ritorno e, per sfamarle, moltiplica i 7 pani e i 2 pesci (Mt. 7,32).
Si
commuove dinanzi alla vedova di Naim piangente dietro il cadavere del figlio, e
glielo restituisce risuscitato.
Si
commuove sino a piangere dinanzi al sordomuto e lo guarisce (Mc. 7,34)
Piange
dinanzi alla tomba dell'amico Lazzaro e lo risuscita (Gv. 1I,35)
Non
può vedere un bisognoso senza soccorrerlo, né una sofferenza lenza lenirla.
Di
lui la folla poté dire: « Passò facendo del bene a tutti e sanando tutti
(Atti 10,38).
6.
Gesú è il normotipo umano
Da
quando è comparso l'uomo l'evoluzione non è piú nel corpo, ma in ciò in cui
l'uomo è superiore all'animale, cioè nello spirito, cioè nell'intelligenza
e nell'amore.
Gesú
è venuto a mostrarci in sé la suprema saggezza e il supremo amore.
Lo
scienziato evoluzionista ateo Le Compte du Nouy, studiando Gesú, ne restò
colpito e conquistato al punto da proclamarlo nel suo libro « L'uomo e il suo
destino » (Garzanti) l'essere piú perfetto che sia comparso sulla terra, la
punta evolutiva dell'umanità, colui che trascina l'umanità a evolversi, il
normotipo umano; il modello che ogni uomo deve imitare per migliorarsi e
superarsi. In lui non c'è nulla di eccezionale e di inimitabile.
Ha
un corpo e un cuore come i nostri: soffre la fame, la sete, la stanchezza, il
dolore, le ingratitudini.
Digiuna,
ma non è un digiunatore; non rifiuta gli inviti a pranzo né a nozze; come
tutti lavora per vivere; gioisce delle cose semplici; piange sugli amici e sulla
prossima rovina di Gerusalemme.
Egli
non volle praticare l'ascetismo di Giovanni Battista e dei grandi monaci
penitenti perché a nessuno sorgesse l'idea che la santità è impossibile
alla massa degli uomini.
Egli
ha tutte le virtú; le ha in sommo grado, ma le pratica come qualunque uomo di
buona volontà le potrebbe praticare. Ogni virtú in lui è come se fosse
naturale.
La
sua dolcezza è senza sdolcinature; la sua povertà senza disprezzo dei beni
terreni; la sua castità senza misoginismo; la sua ubbidienza senza
meccanicismo; la sua pazienza senza insensibilità e senza limiti; la sua carità
senza particolarità e senza limiti.
Giustamente
il filosofo russo Bardiaev dice: « Gesú incarna l'ideale perfetto dell'uomo;
d'altro lato lui solo, essendo Dio, poteva realizzarlo perfettamente ».
Egli
è l'essere al quale deve adattarsi ogni uomo che vuole evolversi. Ogni virtú
che si ammira negli altri uomini in lui si trova perfetta e priva di ogni
difetto.
In
lui c'è la sapienza di Socrate, la povertà di Diogene; il distacco di Budda,
la saggezza di Confucio, la prudenza dei Patres Conscripti, la modestia di
Cincinnato, il sacrificio di Attilio Regolo. Egli muore in croce perché vuole
morire, e vuole morire per salvare gli uomini.
In
lui sono riunite tutte le virtú che si trovano disseminate negli uomini, ma
sono portate alla perfezione massima possibile.
In
lui le virtú sono in armonia tra loro; non c'è predominio di una sull'altra o
la diminuzione di una a causa dell'altra.
Egli
è giusto e misericordioso; perfettamente attivo e perfettamente contemplativo;
è l'uomo del pensiero e l'uomo dell'azione; è il maestro e il modello di
quanto insegna.
In
lui ci sono un'umiltà profondissima ed il senso esatto della sua altissima
personalità; l'intelligenza acutissima ed il sentimento piú intransigente;
l'amore supremo di Dio e l'amore supremo degli uomini.
Gesú
resta nel mezzo tra gli estremi opposti che insidiano la virtú, quello per
eccesso e quello per difetto, e armonizza in sè virtú apparentemente
opposte. Egli è la perfezione vivente. Solo Dio poteva realizzare il modello
perfetto dell'uomo; e Gesú lo ha realizzato perché era Dio.
I
saggi cinesi o indiani, greci o romani, ebbero i loro difetti inerenti o a
ristrettezza e a imperfezione delle loro idee, o ad incoerenza e a debolezza
della loro natura, come Budda, Confucio, Zarathustra, Cratete, Diogene,
Cicerone, Seneca, Marco Aurelio, ecc.
Altri
uomini sono stati molto piú perfetti di costoro: Paolo, Antonio, Ignazio di
Antiochia, Benedetto, Gregorio Magno, Francesco d'Assisi, Vincenzo de' Paoli; ma
essi erano seguaci di Gesú, ispirati da Gesú e modellati su Gesú. Colui a cui
fa capo ogni perfezione è Cristo.
7.
Il carattere di Gesú
Nessuna
passione lo spinge o gli lega il cuore o gli offusca l'intelligenza.
Non
perde mai il dominio di sé, non fa mai un'azione senza scopo. E lo scopo di
tutte le sue opere e di tutta la sua vita è sempre e solo questo: glorificare
Dio e beneficare gli uomini. Egli ascolta ed esaudisce ogni preghiera, soccorre
ogni bisognoso, è sensibile ad ogni dolore, si commuove ad ogni sventura,
asciuga ogni lacrima, compatisce ogni mancanza.
Moltiplica
il pane per il popolo rimasto digiuno nel deserto; guarisce i lebbrosi, i
ciechi, i paralitici e tutti gli altri ammalati; tratta con bontà i peccatori e
le peccatrici; passa sanando tutti e facendo del bene a tutti; infine muore
scusando e perdonando coloro che lo hanno messo in croce. Di lui il popolo poté
dire: « Fece bene tutto » (Mc. 7,37).
Egli
giustamente poté definirsi il figlio dell'uomo, cioè il tipo perfetto
dell'uomo, l'uomo integrale e l'uomo ideale, il massimo vertice dell'umanità
e la massima opera di Dio, perché niente di piú grande Dio poteva fare
dell'opera dell'Incarnazione del suo Figlio unigenito e niente di piú grande
di Gesú poteva spuntare sulla terra.
Senza
di Gesú agli uomini sarebbe mancato il modello per umanizzarsi e la leva per
divinizzarsi. Gesú non è né lento, né precipitoso; sa che ogni uomo che
opera diligentemente e intelligentemente ha da Dio il tempo e i mezzi per
compiere la sua missione nel mondo. Non è esaltato né depresso; egli sa che
nessuno può ostacolare i piani di Dio su di noi, eccetto noi stessi; che
nessuno può toglierci un capello senza la volontà di Dio; che nessuno può
aggiungere o togliere qualcosa alla nostra personalità, alla nostra perfezione
e alla nostra felicità eterna, eccetto noi stessi. Egli è il primo a mettere
in pratica quanto dice.
Non
è loquace come colui che non sa contenere i suoi istinti o i suoi desideri; né
lapidario, come chi aspetta che ogni sua parola venga incisa sulle pietre. Non
è digiunatore: egli sa che il lavoratore, qual è l'uomo comune, di cui egli è
l'esempio, non può esserlo; né goloso, anzi è continuamente mortificato ed
insegna che non l'uomo deve essere per il cibo (cioè dedicato a mangiare), ma
il cibo deve essere per l'uomo (cioè per sostenerlo).
Non
è rigorista, pur essendo santissimo: egli comprende la fragilità umana, la
compatisce e la solleva, mentre gli altri, sebbene correi, l'affossano; né è
lassista: egli esige tutto il possibile dalla volontà dell'uomo; sa che la
minima indulgenza alle passioni o all'accidia trascina l'uomo all'abisso.
Tutti
i suoi insegnamenti, mentre non deprimono nessuno, tendono a sollevare, a far
sperare e a far redimere tutti. Egli non condanna alcuna cosa naturale; sa che
ogni cosa creata è buona e che non quello che entra nell'uomo lo contamina, ma
quello che esce da lui. Egli conosce perfettamente le esigenze, le tendenze,
le forze ed il fine della natura umana; non impone pratiche né pesi superiori
alle forze umane e condanna i farisei che le imponevano; non dispensa da alcun
obbligo naturale, perché egli è venuto non a distruggere, ma a perfezionare la
legge.
Egli
sa ciò che la natura umana può sopportare senza schiantarsi nella
sublimazione, e segna la meta fin dove l'uomo, evolvendosi e sforzandosi, può
giungere (Chi è il Cristo, Comunità Editrice).
8.
Gesú è l'ideale dell'uomo
Chiunque
si mette contro Gesú si mette contro la verità, contro la giustizia, contro la
bontà, contro l'amore. Bisognava che sorgessero uomini ispirati dall'odio e
dalla cupidigia per mettersi contro Gesú. C'è una equivalenza tra Gesú e la
bontà.
C'è
una equivalenza tra i buoni e Gesú. Chiunque è nel peccato non si sente né può
sentirsi a posto con Gesú. Chiunque ama il peccato sente di doversi allontanare
da lui o, per lo meno, di doverlo coscientemente ignorare. Chiunque è abbrutito
nel male sente di dover negare Gesú e di odiarlo. C'è una equivalenza tra la
perfezione e Gesú.
Chiunque
è desideroso di redenzione e di elevazione si sente attratto verso Gesú, e,
andando a Gesú, da lui le ottiene. Gesú è il saggio. Tutti i suoi discorsi,
hanno un filo conduttore; tutte le sue parole, pur essendo spontanee, sono
misurate e precise, come le parole di un poema: non vi si trova un'incoerenza,
un retorismo, un'imprecisazione. La sua dottrina è la piú perfetta di tutte le
dottrine, anzi l'unica perfetta. Egli assomma e completa quanto di bello hanno
detto gli uomini e lo sovrasta infinitamente.
Viene
a rivelare la paternità di Dio, la provvidenza, la carità, la fratellanza
universale, la libertà, l'uguaglianza, il perdono dei nemici, la condanna della
violenza, il distacco dalle varie cupidige, la rettitudine del cuore e del
pensiero, ecc.
Egli
dà l'indirizzo alle varie attività umane, la norma alle azioni, la regola
nelle controversie, il rimedio a tutti i mali. Se gli uomini osservassero la
sua dottrina, la terra diventerebbe un paradiso terrestre. C'è da concludere
con l'Adam: « Non v'ha dubbio che, nel caso che si avveri la possibilità che
Iddio appaia sulla terra nel Figlio suo, solo l'umanità di Gesú può essere
considerata come la sede giusta, appropriata e unica di tale teofania» (Gesú
il Cristo, Morcelliana, p. i;6).
8.
GESÚ FIGLIO DI DIO
1.
Insidie della logica
Con
la logica si può dimostrare tutto e si può fare tutto. Di fatto tutte le
filosofie, anche le piú opposte, per la loro logica trovano tanti discepoli.
Con la logica si possono fare e cose belle e cose inutili e cose mostruose,
come i forni crematori di Hitler e gli ospedali psichiatrici dell'URSS. Ben a
ragione disse Clemente di Metternich: « Datemi una frase qualunque di un uomo
qualunque ed io ve lo farò legalmente impiccare ». Quasi c'è da diffidare
della logica, almeno quando è astratta dai fatti. Bisogna avere i piedi a terra
per non sbagliare, ossia vedere la conferma dei fatti, cosí come ogni ipotesi e
ogni teoria scientifica diventa valida soltanto quando è convalidata dalle
osservazioni e dagli esperimenti.
Per
ogni problema che riguarda Dio e eventuali interventi di Dio nella storia si può
aggiungere la certezza soltanto quando ci imbattiamo in fatti confermativi di
cui solo Dio può essere l'autore.
Fino
a quando non ci imbattiamo su tali fatti brancoliamo nel buio, e quindi tutte le
concezioni di Dio e tutte le religioni possono essere vere, come possono essere
false, sia parzialmente che totalmente.
Le
cose che solo Dio può fare sono la creazione dal nulla, l'annientamento e la
profezia. Nel miracolo ci sono una creazione, un annientamento o entrambe le
cose: ciò che avviene, ad es., nella guarigione di un cieco senza nervo ottico.
In scienza vige il principio: nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si
trasforma.
La
profezia è la predizione di un avvenimento che dipende dalla libera
determinazione di persone inconsapevoli o che ancora non sono nate. Tale
conoscenza importa una scienza infinita che solo Dio può avere.
2.
Gesú si proclama Dio
In
tutta la storia umana non abbiamo avuto una sola persona psichicamente sana
che si sia proclamata Dio, all'infuori di Gesú. Essendo l'autoproclamazione
di essere Dio un fatto completamente fuori dell'ordinario, gli avversari del
cristianesimo, non potendo ricorrere all'ipotesi di una megalomania o di una
schizofrenia di Cristo, perché i suoi insegnamenti sono di una lucidità e di
un'armonia meravigliosa e la sua vita è stata contrassegnata dall'umiltà, sono
ricorsi alla tesi che Gesù mai si è proclamato Dio.
A
tal fine rimandano a tempi tardivi simili affermazioni contenute nei Vangeli,
quali sopraggiunte interpolazioni, o spiegano diversamente, con artifici
acrobatici, il senso delle affermazioni di Gesú. Ma le parole di Gesú sono
talmente chiare che non si possono in nessun modo equivocare.
Molte
volte Gesú affermò la sua divinità, ben sapendo di imbattersi per questo
nello sdegno e nell'odio degli Ebrei e di dover affrontare per questo la morte.
Riportiamo
soltanto due affermazioni: Quando alla festa della Dedicazione del Tempio gli
Ebrei gli chiedono di dir loro apertamente se è il Cristo, Gesú risponde: «
Io e il Padre siamo una cosa sola ». Gli Ebrei allora lo vogliono lapidare. Gesú
dice loro: « Vi ho mostrato molte opere buone in virtú del Padre mio. Per
quale di queste opere mi volete lapidare? I Giudei rispondono: "Non ti
lapidiamo per nessuna opera buona, ma per la bestemmia, perché tu che sei uomo
ti fai Dio"» (Gv. 10,33).
E
tentarono di lapidarlo. Ma, non essendo giunta ancora l'ora sua, Gesú si
sottrasse ad essi.
Quando
poi egli fu dinanzi a Caifa, questi andò subito al nocciolo della questione per
cui lo aveva fatto arrestare e gli chiese: « Ti scongiuro per il Dio vivente,
di dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio ». Gesú gli rispose: « Tu
l'hai detto; anzi, io vi dico: d'ora in avanti vedrete il Figlio dell'uomo
assiso alla destra dell'Onnipotente, e venire sulle nubi del cielo ». Allora il
Sommo Sacerdote si stracciò le vesti dicendo: « Ha bestemmiato! Che bisogno
abbiamo di testimoni? Ecco, avete sentito la sua bestemmia! Che ve ne pare? ».
Quelli risposero: « È reo di morte! » (Mt. 26,63-66).
A
Gesú non fu contestato alcun delitto né alcun peccato. Egli è morto
unicamente perché affermava di essere Dio.
3.
Coscienza della sua divinità in Gesú
Se
le parole di Gesú lasciassero un margine di incertezza sulle sue intenzioni, in
nessun modo si potrebbe dire altrettanto sulla coscienza che Gesú aveva di sé
e sulle sue pretese.
Tutto
il Vangelo è consequenziale. Gesú parte dal presupposto di essere Dio.
Gesú
chiede delle cose che, se egli non fosse Dio, sarebbero assurde: chiede di
essere amato piú del padre, della madre, dei fratelli, delle sorelle, dei figli
(Mt. 10, 37); e a chi vuol seguirlo dice di lasciare tutti costoro (Lc. 14,26);
si arroga il diritto di perdonare i peccati; cosa che può fare solo Dio, come
egli stesso riconosce (Mc. 2,7); si proclama padrone del sabato (Mc. 2,28);
raccomanda di non giudicare il prossimo, ma attribuisce a sé quello che può
fare solo Dio: e cioè che egli sarà l'unico giudice degli uomini (Mt. 16,27 e
25, 31 - 46).
Mette
allo stesso livello la legge del Vecchio Testamento e quella che dà lui: «
Avete inteso che fu detto (da Dio)... ma io vi dico » (Mt. 5); egli non
abolisce la legge del Vecchio Testamento, ma la completa (Mt. 5,17) superandola
quando occorre perfezionarla (Mt. 5,21 SS).
Al
contrario dei profeti che parlano in nome del Signore e lo specificano
aggiungendo « Oracolo del Signore », Gesú parla sempre in nome proprio: «
Infatti, io vi dico in verità: molti profeti e molti giusti desiderarono
vedere quello che vedete e non lo videro; udire quello che voi udite e non lo
udirono » (Mt. 13,17).
Giunge
a pronunciare parole inaudite dagli uomini: « I cieli e la terra passeranno, ma
le mie parole non passeranno» (Mt. 24,35)
Non
ammette che venga tolta o cambiata neanche una sola parola a quanto dice (Lc.
16,17); viene ad insegnare una dottrina nuova (Mt. 1, 27). Parla con autorità
inappellabile e si proclama l'unico Maestro e l'unico Dottore (Mt. 23,8-10).
Il
Vangelo avrebbe dovuto essere un capolavoro di schizofrenia, di ingegnosità, di
megalomanie, di contraddizioni; invece è un capolavoro letterario, un
capolavoro di consequenzialità dalla nascita alla croce, un capolavoro di
semplicità, di equilibrio, di saggezza, di modestia, al punto che sotto questi
aspetti viene universalmente da tutti ammirato. Soprattutto il Vangelo è il
capolavoro assoluto della moralità, della religiosità, della umanità, al
punto che i suoi principi hanno reso possibile l'umanizzazione dell'umanità e
quindi il suo vero progresso. Senza il Vangelo sarebbero ancora sconosciuti
dagli uomini la libertà, l'uguaglianza, la fraternità.
La
sua stessa esistenza e i suoi contenuti non potevano venire che da Dio.
4.
Concezione messianica di Gesú
Nell'ambiente
giudaico del I secolo era viva l'attesa del Messia. Però su di lui erano divise
le concezioni.
Dai
manoscritti scoperti nelle grotte di Qumran nel 1935 risulta che i Giudei
aspettavano almeno due Messia, quello di Aronne e quello di Israele (IQS IX,11);
il I un Messia-Sacerdote, il II un Messia-Re.
Il
Messia Re viene chiamato Eletto di Dio, Luce delle Nazioni (I Henoch 39,6; 48,5)
Figlio di David, Figlio dell'uomo (Dan. 7,13), che preesiste presso il Signore
degli spiriti, che lo tiene nascosto e lo rivelerà all'ultimo giorno al tempo
del giudizio escatologico (I Henoch 46,1-2; 48,2-10; 49,2; 62,7; 70,1).
Nella
mentalità ebraica era estraneo completamente il titolo messianico del Servo
sofferente di Jahvé, pur tuttavia cosí esplicitamente profetizzato da Isaia.
Era per gli Ebrei inconcepibile che il re della gloria di Israele potesse essere
cosí umiliato, maltrattato, torturato.
Presso
i Giudei contemporanei di Gesú era viva l'attesa del Messia. Ne fanno eco in
moltissimi punti i Vangeli. Ne citiamo solo alcuni.
I
discepoli di Giovanni chiedono a Gesú: « Sei tu colui che deve venire, o
dobbiamo aspettare un altro? » (Mt. I1,3).
La
gente, gli ammalati lo chiamano figlio di David (Mc. 10,48). Dopo la
moltiplicazione dei pani le folle vogliono proclamare Gesú re (Gv. 6,14-15).
La
domenica delle palme le folle credono giunto il momento della proclamazione del
Messia e portano Gesú in trionfo gridando: « Osanna! Benedetto colui che viene
nel nome del Signore, il re di Israele » (Gv. 12,13).
Gesú,
per spiegare il mistero della sua persona, utilizza i concetti messianici
diffusi nel popolo, accetta i titoli messianici con cui viene chiamato, ma li
trascende e pian piano prepara il popolo e particolarmente i discepoli a
comprendere la sua missione.
Sí,
egli è figlio di Dio riconosciuto da Pietro; è il figlio dell'uomo di Daniele,
è il figlio di David; ma egli è soprattutto il Servo di Jahvé, l'Unto del
Signore di Isaia, mandato con la missione profetica di predicare il Vangelo
della salvezza e destinato a una morte di espiazione, e sgrida Pietro che lo
vuole distogliere dall'andarle incontro.
Il
suo regno non è di questo mondo.
«
Egli entrerà nella sua gloria di Messia regale con la sua resurrezione e tornerà
dalle nubi glorioso come figlio dell'uomo alla fine del mondo per giudicare i
vivi e i morti » (Zedda: I Vangeli e la critica oggi, II, pag. 59).
Gesú,
ben sapendo che la manifestazione completa della sua identità e della sua
missione lo avrebbe portato allo scontro frontale e definitivo coi capi dei
Giudei e alla morte, dosò sapientemente tale manifestazione lungo i tre anni
della sua predicazione, attutendo l'entusiasmo delle folle dinanzi ai suoi primi
discorsi e ai primi miracoli, raccomandando di non andare diffondendo la notizia
dei suoi miracoli per completare la sua missione profetica, imponendo ai demoni
di non proclamare la sua identità; e, quando chiese agli apostoli chi secondo
loro egli fosse e Pietro rispose: « Tu sei il Cristo di Dio » (ossia l'Unto di
Dio, il Messia), Gesú ordinò loro severamente di non dirlo a nessuno e, per
non lasciar dubbi sulla sua missione non politica, ma spirituale ed espiatrice,
aggiunse apertamente: « È necessario che il Figlio dell'uomo soffra molto,
venga rigettato dagli Anziani, dai gran Sacerdoti e dagli Scribi, sia messo a
morte e risorga il terzo giorno » (Lc. 9,22).
E,
giunto il momento definitivo, quando Caifa gli disse: « Ti scongiuro per il
Dio vivente, dimmi se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio », nel momento quando
tacere la sua identità significava venire liberato, Gesú manifestò
apertamente la sua identità sapendo di venire condannato per questo a morte.
La
concezione messianica di Gesú era totalmente opposta a quella degli Ebrei; e
quella degli Ebrei totalmente opposta a quella di Gesú. Quando Gesú moltiplica
i pani gli Ebrei lo vogliono fare re perché vedono in lui la loro gloria e il
loro benessere; quando lo vedono arrestato e impotente lo vogliono crocifisso.
La
concezione di un regno messianico terreno era cosí radicata presso tutti gli
Ebrei, che gli stessi apostoli, dopo aver seguito e ascoltato Gesú per tre
anni, dopo la tremenda delusione della sua morte, quando lo vedono risuscitato,
gli chiedono: « Signore, è questo il tempo in cui ristabilirai il regno di
Israele?» (Atti f1,6).
La
concezione messianica spirituale ed espiatrice di Gesú è la prova della
veridicità dei Vangeli. La veridicità dei Vangeli ci fa trovare dinanzi al
figlio di Dio.
5.
Le credenziali di Dio
Quando
Dio parla deve garantire che è lui che parla, altrimenti si presenterebbero
innumerevoli falsi profeti a dire in suo nome le cose piú assurde e a imporre i
precetti piú mostruosi.
Le
credenziali di Dio sono, come abbiamo detto, le cose che può fare Dio solo: le
profezie e i miracoli.
Sebbene
1'autoaffermazione di Gesú di essere Dio sia un fatto assolutamente unico
nella storia, tuttavia non ne consegue necessariamente che Gesú sia veramente
Dio. Bisogna provarlo.
I
miracoli e le profezie, li troviamo soltanto lungo il filone della storia del
popolo ebreo e della Chiesa Cattolica, ossia del Vecchio Testamento (da Mosè
alla venuta di Gesú) e del Nuovo Testamento (da Gesú a noi).
In
questo filone abbiamo una progressiva rivelazione di Dio, nella quale i concetti
e le luci successive mai contraddicono i precedenti, ma li vanno sempre piú
chiarendo e sviluppando.
Tutta
questa progressiva rivelazione viene man mano garantita da Dio con segni,
prodigi, miracoli e profezie. E gli uomini vanno credendo soltanto alla vista di
essi.
La
Vecchia Alleanza comincia con i prodigi grandiosi che Dio operò per mezzo di
Mosè: le 10 piaghe dell'Egitto, il passaggio del Mar Rosso, la colonna di nube,
la manna del deserto, il serpente di bronzo; si conclude con la venuta di Gesú
e col suo rifiuto, fatto dal popolo ebreo. Da quel giorno cessano presso gli
Ebrei i miracoli e le profezie e passano al popolo della Nuova Alleanza, al
popolo cristiano.
Dio
stesso volle dare un segno di ciò agli Ebrei facendo distruggere il tempio di
Gerusalemme, che egli si era fatto costruire a segno tangibile della sua
Alleanza, dove di tanto in tanto, per far vedere la sua presenza in mezzo al suo
popolo, si rendeva visibile sotto forma di una nuvoletta bianca, luminosissima,
sopra le ali dei cherubini d'oro dell'arca santa.
Durante
la distruzione di Gerusalemme fatta da Tito, narra il loro stesso libro del
Talmud, il Sommo Sacerdote Pinha di Habhta, vedendo il Tempio in fiamme, salí
sul tetto con i leviti più coraggiosi e, tenendo in mano le chiavi del Tempio,
gridò fra le lacrime: « Santissimo e benedetto Creatore dell'universo, poiché
non meritiamo piú di essere custodi della tua casa, trasferiamo a te le chiavi
che abbiamo ricevuto dai nostri padri ». Dette queste parole gettò le chiavi
verso l'alto.
E
allora, conclude il Talmud, qualcosa avente la forma di una mano discese dal
cielo ed afferrò le chiavi del Tempio Santo.
Un
ebreo, Goldstein, amaramente dice: « Forse quelle chiavi non servivano piú ».
E
difatti quelle chiavi non servivano più, perché Gesú aveva consegnate altre
chiavi a Pietro per aprire e chiudere le porte di quell'altro tempio di cui
parla l'Apocalisse (Ap. 21,22), di cui l'antico Tempio era la figura, e dei
nuovi Templi, nei quali la nuova vittima, discesa dal cielo, si sarebbe offerta
in sacrificio, e Pietro e i suoi successori avrebbero sancito coi sacramenti la
Nuova Alleanza con gli uomini del nuovo Popolo Eletto.
9.
TESTIMONIANZE NON SOSPETTE
1.
Un testimonio non sospetto
Circa
nel 1400 a. C. compare in Palestina un popolo che vanta i suoi natali da Abramo
vissuto verso il 1950 a. C. Non ha legami etnici né culturali con nessun
popolo. La sua religione è radicalmente diversa da quella degli altri popoli
vicini. Sembra un isolotto nell'oceano.
È
ancora un rozzo popolo nomade di pastori ed ha già, contrariamente a tutte le
leggi dell'evoluzione e le regole della formazione dei miti, una religione
perfetta.
Il
suo concetto purissimo di un Dio unico, increato, infinito, provvido, fu, e
molto imperfettamente, appena raggiunto 900 anni dopo dalla raffinatissima
civiltà e speculazione filosofica greca. Scientificamente parlando l'origine
della religione ebraica resta un mistero per tutti gli studiosi di religione,
perché non ci sono tracce di religioni similari in nessun altro popolo di quel
tempo. E come trovare un apparecchio TV in mezzo a un popolo primitivo disperso
in mezzo alle foreste: l'unica spiegazione possibile è che qualche turista ve
lo abbia portato. Mentre poi il fattore territoriale è determinante non solo
per un popolo, ma anche per una razza, per gli Ebrei tale fattore non solo non
è determinante, ma semplicemente non esiste.
Dovunque
vanno e con chiunque stanno gli Ebrei si mantengono sempre ebrei.
Mentre
tutti i popoli, nominati nella Bibbia, sono scomparsi, gli Ebrei, varie volte
deportati dai Caldei, sottoposti a feroci acculturazioni dai Seleucidi,
distrutti dai Romani e quindi dispersi per il mondo, non si sono mai integrati
nelle nazioni ospitanti, ma si sono sempre mantenuti distinti pur senza capi,
senza lingua propria, senza leggi.
Abbiamo
assistito al miracolo unico nella storia di veder risorgere dopo 1900 anni la
loro lingua parlata, ad opera di Teodoro Wuzmann ed il loro stato, su proposta
di Lord Arthur Balfour con la sua dichiarazione del 2.11.1917
2.
Missione degli Ebrei
Chi
li ha tenuti vivi? Un libro: la Bibbia; ed una promessa: il Messia. Tale libro
è in effetti la raccolta di numerosi libri scritti in ebraico da pii ebrei, da
profeti nell'arco di 1000 anni; l'ultimo fu scritto nel 2° secolo I. C.
La
Bibbia fu tradotta in greco attorno al 200 a.C. dai cosí detti « Settanta »,
per richiesta del re Tolomeo Filadelfo, che volle arricchire la celebre
biblioteca di Alessandria con tutti gli scritti antichi allora conosciuti nel
mondo.
La
fedeltà del testo agli originali è stata di recente confermata dagli antichi
codici risalenti a 100 anni a. C., scoperti nel 1935 nelle grotte del Qunram nel
1935.
La
Bibbia non è, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, il racconto delle
gesta e delle glorie degli Ebrei, ma il racconto delle innumerevoli loro
ignominie e prevaricazioni e di tutti i castighi che Dio, « giustamente », (Is.
42,24) vien detto, ha loro inflitto. Piú che un libro scritto da Ebrei, sembra
un libro scritto contro gli Ebrei. Basta leggere il cap. 9 del Deuteronomio.
Tale
libro non risparmia nessuno, eccetto i loro giustizieri: i profeti; e narra con
fredda obiettività le ignominie anche dei loro personaggi piú cari, quali
Aronne (Es. 32,2), David (2 Sam. 3 e 11), Salomone (I Re 1 i). Non risparmia
nessuna vergogna, non tace nessun misfatto. Basta ricordare Acab, Jeu,
Manasse, Atalia, ecc.
Si
può dire che essi sono costretti da una forza superiore a mantenerlo integro e
intatto, perché è la religione da esso propugnata che fa la guardia alla loro
nazione, nonostante esso parli continuamente contro di loro. Citiamo ad es.
alcuni brani.
Mosé
rinfaccia ad essi i loro misfatti e conclude: « Siete stati ribelli al Signore
da quando vi ho conosciuti » (Deut. 9, 5-24).
«
Sordi, sentite, ciechi, aprite gli occhi per vedere. Chi è cieco se non il mio
servo? Chi è sordo come colui al quale mandavo il mio messaggero? Chi è cieco
al pari del mio favorito, e sordo come il servo del Signore? Hai vedute molte
cose, ma senza badarci, avevi le orecchie aperte, ma senza udire! » (Is.
42,18-20).
«
Chi mi darà nel deserto un ricovero per i viandanti? Abbandonerei il mio popolo
e mi allontanerei da lui, poiché sono tutti adulteri, un'accolta di traditori.
Tendono la loro lingua come un arco; è la frode e non la verità che prevale in
questo paese, perché a delitto aggiungono delitto, ma noi conoscono il Signore.
Ognuno diffidi del suo amico e non abbia fiduci nel fratello, perché ogni
fratello tende tranelli e ogni amico sparge calunnie. S'ingannano l'un l'altro,
non c'è piú verità nei loro discorsi, hanno abituato le loro lingue a
mentire, sono perversi e incapaci di rinsavire. Frode su frode! Inganno su
inganno! Essi si rifiutano di conoscere il Signore. Per questo cosí parla il
Signore degli eserciti: « Ecco li proverò nel crogiuolo: ma come trattare la
loro cattiveria? La loro lingua è una freccia micidiale e dalla loro bocca non
esce che inganno; augurano al prossimo la pace, ma nel loro cuore gli preparano
l'insidia ».
«
Ecco a questo popolo io darò un cibo dell'assenzio e farò bere loro dell'acqua
avvelenata. Li disperderò fra nazioni sconosciute da essi e dai loro padri; e
manderò contro di essi la spada, fino a che io non li abbia distrutti» (Ger.
9,1-7 e 14-15).
«
E ora cosí parla il Signore degli eserciti, Dio d'Israele: perché operate
contro voi stessi tanto male? Voi finite col far distruggere in Giuda i vostri
uomini, le donne, i fanciulli e i bambini lattanti, al punto che non rimarrà piú
nulla di voi, perché mi avete irritato con le opere delle vostre mani, offrendo
incenso a dei stranieri nella terra d'Egitto. Voi siete entrati in questo paese
per abitarvi; invece vi sarete sterminati e diventerete oggetto di maledizione e
di obbrobrio per tutte le nazioni della terra! Avete forse dimenticato la
malvagità dei vostri padri, le iniquità dei re di Giuda, le colpe delle loro
donne, i peccati vostri e delle vostre mogli, commessi nella terra di Giuda,
nelle vie di Gerusalemme?
E
tuttavia fino a questo giorno non si sono pentiti, non hanno timore, non hanno
agito secondo la legge mia e i miei precetti, che io ho dato a voi e ai vostri
padri. Per questo, così parla il Signore degli eserciti, Dio d'Israele:
"Ecco io volgerò la mia faccia contro di voi per vostra rovina, e
sterminerò tutto Giuda ».
Non
è stato forse l'incenso che avete offerto nelle città di Giuda e nelle piazze
di Gerusalemme, voi, i vostri padri, i vostri re, i vostri principi e il popolo
del paese, che il Signore ha ricordato, e che ha suscitato lo sdegno nel suo
cuore? Il Signore non poteva piú sopportare la malizia delle vostre
inclinazioni e le abominazioni da voi commesse. Ecco perché la vostra terra è
stata ridotta a un deserto, trasformata in oggetto di orrore e di esacrazione, e
non c'è chi vi abiti, come si avvera oggi » (Ger. 44,7 - I i e 21-22).
Ma
è superfluo moltiplicare i passi.
Tutta
la Bibbia non è altro che la storia delle infedeltà del popolo ebreo, dei
castighi spaventosi avuti da Dio a causa di esse ed infine delle misericordie di
Dio che salva un piccolo resto di esso (Is. 64, 8) in funzione della Promessa,
ossia del Messia. Basta leggere i profeti sia maggiori che minori.
Ed
è veramente curioso il fatto che, nonostante un miliardo di persone provino con
la Bibbia che la storia degli Ebrei sia in funzione di Gesú Cristo che essi
dovevano generare, ascoltare, portare in trionfo, rinnegare, torturare,
uccidere per la salvezza dell'umanità intera, come ebbe a dichiarare il loro
stesso sommo sacerdote Caifa (Gv. 18,14); nonostante provino con la Bibbia che
per questo essi sarebbero stati rinnegati, distrutti, dispersi per il mondo,
gli Ebrei non hanno mai neanche tentato di cambiarne una sola parola,
contentandosi di interpretarla diversamente dai cristiani o di annotare che
quella dizione deve essere uno sbaglio di copisti; come ad es. nel salmo 21 dove
David profetizza la crocifissione del Messia con queste parole: « Hanno
trapassato le mie mani e i miei piedi ».
Alla
parola ebraica « caharí » = « hanno trapassato », essi annotano che deve
leggersi « caharú » = « come un leone ».
Cosí
stando l'autenticità della Bibbia, da nessuno contestata, non ci resta che
citarla per vedere come tutte le sue innumerevoli profezie messianiche si sono
verificate in Gesú.
Se
non ci fosse stato Gesú-essa sarebbe stata falsa.
Secondo
i profeti questa è la missione da Dio destinata agli Ebrei: di custodire
gelosamente la rivelazione avuta da Dio, di trasmettere fedelmente la loro
storia narrata dalla Bibbia, sebbene quasi tutta contro di loro; di far vedere
continuamente la misericordia di Dio e la sua fedeltà alle sue promesse; il suo
sforzo e lo sforzo dei profeti per mantenere il monoteismo; le decimazioni
continue a cui sono stati sottoposti ed il risparmio di un loro piccolo resto
erede della Promessa per dare i natali al Messia, per dare per mezzo suo la luce
e la salvezza al mondo intero.
3.
La prova piú grande della divinità di Gesú
La
prima prova della divinità di Gesú sono le profezie. Per esse non si può
invocare nessun pretesto:
a)
Né che non siano vere, perché si possono leggere in qualunque Bibbia cristiana
o ebraica.
b)
Né che siano state scritte dopo gli avvenimenti, perché furono scritte nel
corso di 1300 anni prima della venuta di Gesú, e vengono custodite da quegli
stessi Ebrei che uccisero Gesú e avrebbero avuto tutto l'interesse di
sopprimerle.
c)
Né che siano frutto di suggestione o spiegabili con mezzi che la scienza potrà
trovare domani, come si tenta di fare per demolire i miracoli.
Lungo il corso di 1300 anni tanti profeti, ignari l'uno dell'altro, depongono ognuno un pezzo di mosaico e insieme stagliano netta la figura e la missione di Cristo. Ora nessuno al mondo può descrivere minutamente la missione e le circostanze della vita di un uomo tante centinaia di anni prima che egli nasca.
Lí
c'è la prova che quegli uomini furono ispirati da Dio e che Gesú è veramente
Dio.
Giustamente
dice Pascal: « La piú grande tra le prove di Gesú Cristo sono le profezie.
Sono anche ciò a cui Dio ha maggiormente provveduto; poiché l'avvenimento
che le ha adempiute, è un miracolo permanente dalla nascita della Chiesa fino
alla fine. Inoltre Dio, durante mille e seicento anni ha suscitato profeti, e
per quattrocento anni, poi, ha disperso tutte queste profezie, con tutti gli
Ebrei che le portavano, in tutti i luoghi del mondo. Ecco qual è stata la
preparazione alla nascita di Gesú Cristo, il cui Vangelo doveva essere creduto
da tutto il mondo; bisognò non soltanto che ci fossero delle profezie per far
credere in esso, ma altresí che queste profezie fossero sparse in tutto il
mondo, per farlo abbracciare da tutto il mondo ».
E
difatti con la dispersione degli Ebrei nel mondo l'eco di tali profezie giunse
anche a Roma, sebbene giusta l'interpretazione politica data dagli Ebrei
all'attesa messianica, Virgilio nella IV egloga parla dell'Età d'oro che dovrà
venire.
Tacito
scrisse: « In molti c'era la persuasione che si trovasse scritto nei libri di
antichi sacerdoti che in quello stesso tempo sarebbe diventato potente l'Oriente
e che emigrati dalla Giudea si sarebbero impadroniti del sommo potere » (Hist.
5,13). E Svetonio aggiunge: « In tutto l'Oriente era diffusa l'antica e
costante convinzione che era scritto nel libro del destino che in quel tempo gli
emigrati dalla Giudea si sarebbero impadroniti del potere » (Vesp. 4).
4.
Le piú antiche profezie
Dio
predice nel Paradiso terrestre l'inimicizia totale tra Satana, la donna (che non
può essere che Maria) e il figlio di lei (Gen. 3,1 S). Dio predice ad Abramo
che nella sua discendenza saranno benedette tutte le nazioni della terra (Gen.
22,18); a Isacco che la sua discendenza sarà numerosa come le stelle (Gen.
26,4); a Giacobbe che la sua progenie sarà come la polvere della terra e si
estenderà in tutto il mondo e tutte le nazioni della terra saranno benedette
(Gen. 28,14); ciò che si è avverato solo in Gesú e nella discendenza di Gesú,
cioè nel popolo cristiano e per il popolo cristiano, mentre gli Ebrei sono
rimasti chiusi nella loro razza. Quando Mosé vide nell'Oreb quel gran fuoco dal
quale udí la voce di Dio e pregò Dio di non udire piú quella voce e di non
vedere piú quel fuoco per non morire, Dio gli disse: « Susciterò un profeta,
come te, in mezzo ai loro fratelli e metterò le mie parole sulla sua bocca ed
egli annunzierà tutto quello che gli avrò comandato. Se uno non ascolterà le
parole che egli dirà in nome mio, io stesso gliene domanderò conto ». E per
segno di riconoscimento di tale profeta, diede questo: che la parola di tale
profeta avrebbe avuto effetto (Deut. 18).
Ora
l'unico profeta che abbia osato comandare ai venti e alle acque di calmarsi, ai
ciechi di vedere, agli storpi di camminare, ai lebbrosi di guarire, ai demoni di
lasciare gli ossessi, ai morti di risuscitare è stato Gesú; e la sua parola ha
avuto sempre effetto.
Gesú,
facendosi uomo, oscurò completamente la sua infinita luce e gloria e tutti gli
uomini potevano ascoltarlo e parlargli senza difficoltà. Da Mosé in poi questo
grande profeta che sarebbe stato mandato da Dio fu chiamato il Messia, ossia
l'Inviato.
5.
Tutto il Vecchio Testamento è un simbolo del Nuovo Testamento
Dio
rivela a Giacobbe in un sogno misterioso come per mezzo suo sarebbero state
benedette tutte le nazioni della terra. Gli fa vedere una scala che congiunge il
cielo e la terra e gli angeli che per essa salgono e scendono (Gen. 28,12).
Quella scala è figura del figlio di Dio, che, facendosi uomo, congiunge il
cielo colla terra, diventa il ponte tra il cielo e la terra, il ponte per mezzo
del quale tutte le grazie di Dio scendono sugli uomini e gli uomini possono
andare in Paradiso. Limitiamo ora il nostro esame all'Esodo.
Tutta
la storia dell'Esodo degli Ebrei dall'Egitto e del loro arrivo in Palestina è
una figura di Gesú e della sua missione, come S. Paolo ebbe a dire: « Tutte
queste cose accaddero a loro in forma di esempio, e sono state scritte per
avvertimento a noi, sui quali è giunta la fine dei tempi » (1 Cor. I0,II).
L'Egitto
è figura del regno di Satana (l'inferno); la Palestina o Terra Promessa è
figura del regno di Dio (il Paradiso).
L'agnello
pasquale che col suo sangue liberò gli Ebrei dalla morte e che, mangiato da
essi, diede loro la forza di arrivare al mar Rosso e di liberarsi dalla schiavitú
del Faraone, è figura di Gesú che col suo corpo e col suo sangue libera dalla
morte eterna coloro che lo mangiano con la comunione.
Il
passaggio del mar Rosso, che libera dalla schiavitú del Faraone gli Ebrei, è
figura del battesimo che ci libera dal peccato, ci rende figli di Dio e ci fa
arrivare in Paradiso.
La
colonna di fuoco che precede gli Ebrei e li guida, li illumina la notte e,
trasformandosi in nube, li protegge dai raggi cocenti del sole e dagli assalti
dei nemici, è figura di Gesú che ci indica la strada del Paradiso, ci illumina
sul senso, sulla condotta e sullo scopo della vita, ci protegge dall'ardore
delle passioni e dagli assalti di Satana.
Il
serpente di bronzo, issato da Mosé sul palo perché tutti quelli, che, morsi
dai serpenti velenosi, lo guardassero, guarissero, è figura di Gesú Crocifisso
che salva dalla morte eterna tutti coloro che lo invocano.
La
manna del deserto che, mangiata ogni giorno, diede agli Ebrei la possibilità di
giungere alla terra promessa è figura della comunione che, fatta spesso, dà ai
cristiani la possibilità di arrivare in Paradiso.
La
morte nel deserto di tutti coloro che si stancarono e si nausearono di mangiare
la manna è figura della morte eterna di tutti coloro che si stancano di Gesú e
della comunione.
Senza
riferimento a Gesú e alla sua missione universale non avrebbero nessun senso i
fatti dell'Esodo e tanto meno potrebbero spiegarsi con la paternità di Dio di
tutti gli uomini. Dio è il creatore e il Padre di tutti gli uomini e non
soltanto degli Ebrei, e tale si dimostra soltanti in Gesú.
6.
I profeti degli ultimi 1000 anni
I
profeti Nathan (2 Re 7, r6), David (Ps. 88,36), Isaia (11, 1) Geremia (Ger.
23,14) predicono che il Messia nascerà dalla stirpe di David. David aggiunge
che il Messia sarà Dio (PS. 2,7).
L'ultimo
profeta, Malachia, profetizza 400 anni a.C. che ormai era prossima la venuta del
Figlio di Dio e che sarebbe stata preceduta da un precursore.
«
Ecco, io manderò il mio messaggero a preparare la via innanzi a me e presto
verrà al suo Tempio il Signore, che voi ricercate; l'Angelo dell'alleanza,
che voi sospirate, ecco, viene, dice il Signore degli eserciti » (Mal. 3,1).
Michea
predice che il Messia, di origine eterna, sarebbe nato a Betlem. « E tu,
Betlem-Efrata, tu sei la minima tra le migliaia di Giuda; ma da te uscirà Colui
che deve regnare in Israele; la sua origine risale ai tempi antichi, ai giorni
lontani » (Michea, s, r).
Osea
predice che il Messia sarebbe stato richiamato dall'Egitto (Os. 11, 1); ciò che
avvenne dopo la morte di Erode.
Zaccaria
predice l'ingresso trionfale di Gesú a Gerusalemme nella domenica delle palme:
« Esulta con tutte le tue forze, figlia di Sion, effondi il tuo giubilo, figlia
di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re: egli è giusto e vittorioso, è
umile e cavalca un asinello, giovane puledro d'una giumenta » (Zacc. 9,9).
Quindi
predice che egli sarebbe stato venduto per 30 denari e che quel denaro sarebbe
stato gettato nel tesoro del Tempio (Zacc. 11, 12); Ciò che avvenne il venerdí
santo.
Isaia
(768 a.C.) predice l'Immacolata Madre e la natura divina del Messia: « Ecco una
Vergine concepirà e darà alla luce un figlio che avrà nome Emanuele cioè Dio
che abita in mezzo a noi » (Isaia 7,14);
-
la sua missione: « Lo Spirito del Signore è sopra di me, poiché il Signore mi
ha eletto e mi ha mandato a proclamare la buona novella ai poveri, a curare i
cuori stanchi, ad annunziare la libertà agli schiavi, la liberazione ai
prigionieri, a proclamare l'anno di grazia del Signore e un giorno di vendetta
per il nostro Dio, a consolare tutti gli afflitti » (Isaia 61,1);
-
i suoi miracoli: « Egli stesso, il Messia, viene a salvarvi. Allora si
apriranno gli occhi ai ciechi, e si apriranno le orecchie ai sordi, lo zoppo
salterà come un cervo, la lingua dei muti canterà canti di trionfo » (Is.
35,5); «Gesú, dopo aver letto ai suoi compaesani (Isaia 61,1-2), disse loro:
"Oggi si è compiuta questa Scrittura in mezzo a voi» (Luc. 14,21); e ai
discepoli di Giovanni disse come egli compiva i miracoli messianici profetizzati
da Isaia» (35,5);
-
la sua missione universale: « È poca cosa che tu sia mio servitore per
ristabilire le tribú di Giacobbe, per ricondurre i superstiti d'Israele. Ecco
io ti pongo a luce delle genti e per portare la mia salvezza fino agli ultimi
confini del mondo » (Is. 49,6);
-
predice che la persona del Messia sarà l'alleanza e che tale alleanza sarà
eterna e universale: « Ti ho formato e stabilito come alleanza del popolo e
luce delle nazioni perché apra gli occhi ai ciechi e faccia uscire i
prigionieri » (Is. 42,7), « Io stabilirò con voi un'alleanza eterna, i favori
assicurati a Davide. Ecco l'ho costituito testimone fra i popoli, principe e
sovrano sulle nazioni» (Is. 55,3).
Geremia
precisa che tale alleanza sarà nuova, diversa da quella fatta coi padri e che
la legge cesserà di essere un codice esterno per diventare un'ispirazione che
tocca il cuore» (Ger. 31,31-33).
Quindi
Isaia descrive la passione del Messia: « Presentai il mio dorso alle percosse,
le mie guance agli strappi, non nascosi la mia faccia alle ignominie e agli
sputi» (Is. 50,6).
E
dopo ne descrive l'aspetto e la causa: « Egli è cresciuto davanti a lui come
un germoglio, come una radice da un suolo arido, senza grazia, senza beltà da
attrarre lo sguardo, senza aspetto da doversene compiacere. Disprezzato,
rifiutato dall'umanità, uomo dei dolori, assuefatto alla sofferenza, come uno
davanti al quale ci si copre il volto, disprezzato cosí che non l'abbiamo
stimato. Veramente egli si è addossato i nostri mali, si è caricato dei nostri
dolori. Noi lo credevamo trafitto, percosso da Dio e umiliato, mentre egli fu
piagato per le nostre iniquità, fu calpestato per i nostri peccati. Il castigo,
che è pace per noi, pesò su di lui e le sue piaghe ci hanno guarito.
Tutti
noi andavamo errando come pecore, ciascuno deviava per la sua strada, ma il
Signore ha fatto ricadere sopra di lui l'iniquità di tutti noi. Maltrattato, si
è umiliato e non ha detto una parola; quale agnello che si porta ad uccidere,
come pecora muta dinanzi a chi la tosa, egli non ha aperto bocca. Con iniqua
sentenza fu condannato. Chi pensa alla sua sorte, come egli è tolto dalla terra
dei vivi e messo a morte per l'iniquità del suo popolo? Gli fu preparata una
tomba fra gli empi, lo si uní nella morte con i malfattori. Eppure egli non
commise ingiustizia e non fu trovata menzogna nella sua bocca. Ma piacque al
Signore consumarlo con la sofferenza. S'egli offre la sua vita in espiazione,
avrà una discendenza, moltiplicherà i suoi giorni e ciò che vuole il Signore
riuscirà per mezzo suo» (Is. 53,1-10).
Davide
predice che il Messia avrà trafitti le mani e i piedi, che sarà schernito (PS.
21,17-18), che i suoi nemici si sarebbero divise le sue vesti e avrebbero
sorteggiato la sua tunica (Ps. 30,19) che nella sua sete gli avrebbero dato
aceto (Ps. 68,22), che egli avrebbe gridato sulla croce: « Dio mio, Dio mio,
perché mi hai abbandonato? » (PS. 21,1); ciò che puntualmente avvenne nella
sua Passione.
Davide
predice la resurrezione del Messia: « Tu non mi abbandonerai nell'averno, né
permetterai che il tuo servo provi la corruzione » (Ps. 15,10).
Isaia
predice la sua gloria: « Dopo le sofferenze dell'anima sua egli vedrà la luce
e tale visione lo ricolmerà di gioia » (Is. 53,11-12); e predice, infine, il
regno universale del Messia (Is. 55,5), la conversione di tutti i popoli, la
consacrazione di suoi sacerdoti tratti dai popoli pagani (Is. 66,18-21).
Zaccaria
dice: « (Il Messia) annunzierà la pace alle genti: il suo regno s'estenderà
dall'uno all'altro mare, e dal fiume fino ai confini della terra » (Zacc. 9,
io). Lo stesso dice David (PS. 2,8).
Tutto
ciò è avvenuto solo con Cristo e nel cristianesimo, mentre non è avvenuto né
potrà avvenire nel popolo ebreo.
Zaccaria
predice che nell'era messianica scompariranno i profeti in mezzo al popolo
ebreo: « Se poi qualcuno oserà ancora profetare, il padre e la madre che
l'hanno generato, gli diranno: "Tu morrai perché hai proferito menzogne
nel nome del Signore! ». E mentre profeterà, i suoi genitori stessi lo
trafiggeranno. In quel giorno arrossiranno tutti i profeti, ciascuno della
propria visione che avrà annunziato, né indosseranno piú il manto di pelo per
poter mentire» (Zacc. 13,3-4). E Israele non ha piú profeti.
Infine
Gioele annunzia che il profetismo riprenderà con la discesa dello Spirito
Santo.
«
E dopo tali cose io diffonderò il mio Spirito su ogni mortale. I figli vostri e
le vostre figlie profeteranno, i vostri anziani avranno dei sogni, e i vostri
giovani delle visioni. Anzi in quei giorni anche sui servi e sulle serve
effonderò lo Spirito mio» (Joele 3,1-2).
Ciò
avvenne nella Pentecoste; sicché il profetismo passò e continuò nella Chiesa
Cattolica, come rilevò S. Pietro nel discorso tenuto subito dopo.
«
Negli ultimi giorni, dice il Signore, io spanderò il mio spirito sopra ogni
carne, e profeteranno i vostri figli e le vostre figlie, i giovani vostri
avranno visioni e i vostri vegliardi sogneranno dei sogni. Sí, anche sopra i
miei servi e sulle mie ancelle in quei giorni spanderò il mio spirito e
profeteranno» (Atti, z,17-r8).
L'ultimo
atto che segnò la fine dell'alleanza di Dio col popolo ebreo fu l'abolizione
della loro Pasqua.
Il
popolo ebreo divenne un popolo soltanto dopo la liberazione dal faraone, ossia
dopo la Pasqua. La Pasqua era il centro del culto del popolo ebreo e la
celebrazione della sua alleanza con Dio. Ma tale Pasqua era solo il simbolo
della Pasqua di Gesú, e l'agnello pasquale era il simbolo di Gesú che con la
sua immolazione avrebbe liberato e salvato il mondo. Quando la Pasqua di Gesú
fu compiuta divenne inutile il simbolo e Dio lo distrusse. A tal fine aveva già
cosí detto a Mosé: « Non potrai immolare la Pasqua in una qualsiasi città
che il Signore tuo Dio sta per dirti, ma immolerai la Pasqua soltanto nel luogo
che il Signore tuo Dio avrà scelto per fissarvi il suo nome» (Dt. 16,5). In
seguito, fatto costruire il Tempio a Gerusalemme, Dio prescrisse che tutti i
sacrifici fossero fatti lí.
Avvenuta
la Pasqua di Gesú, Dio fece distruggere il Tempio di Gerusalemme da Tito in
maniera da rendere impossibile agli Ebrei celebrare la Pasqua. In seguito Dio
dispose che nella spianata del tempio fosse costruita la moschea di Omar in
maniera che agli Ebrei fosse reso impossibile ricostruire il Tempio.
L'ebreo
Fritz Friedmann dopo avere a lungo meditato su tutte queste profezie, rifletté
che esse non si sono verificate in nessun personaggio né prima Gesú, né dopo
Gesú; rifletté ancora che non si potranno mai verificare in nessun'altra
persona, e che l'unico nel quale si sono verificate è Gesú.
Allora
concluse: « O tutte le profezie sono false e tutta la Bibbia non è parola di
Dio ed è falsa; o sono vere, e allora Gesú è veramente il Messia, il Figlio
di Dio.
Non
mi resta che o rinnegare il mio ebraismo o farmi cattolico ». E si fece
cattolico: Tutte queste cose le espone nel suo libro La Croce e la Stella di
David (Vita e Pensiero, Milano), specificando dettagliatamente tutte le profezie
bibliche e la loro attuazione in Gesú.
7.
Concezione messianica degli Ebrei
Gli
Ebrei hanno del Messia una concezione puramente politica. Essi non avrebbero mai
accettato, come non accettarono, una salvezza puramente spirituale.
Per
essi il favore di Dio, che segue all'osservanza della sua legge, si manifesta
unicamente con la prosperità economica e politica; mentre il castigo di Dio,
che segue alla disobbedienza alle sue leggi, sono la carestia, le pesti, le
guerre.
E
tutta la loro storia, in effetti, non è altro che l'attuazione delle
benedizioni e delle maledizioni loro profetizzate da Mosé.
«
Or dunque, se tu ubbidisci diligentemente alla voce del Signore, Iddio tuo,
procurando di mettere in pratica tutti i suoi Comandamenti, che oggi ti
prescrivo, il Signore, Iddio tuo, ti eleverà al di sopra di tutte le nazioni
della terra. Tutte queste benedizioni verranno su di te e ti raggiungeranno,
se darai ascolto alla voce del Signore, Iddio tuo.
Sarai
benedetto in città e benedetto nei campi. Benedetto sarà il frutto delle tue
viscere, il frutto della tua terra e il frutto del tuo bestiame; i nati delle
tue mucche e quelle del tuo gregge. Benedetto sarà il tuo paniere e la tua
madia. Sarai benedetto in tutte le tue imprese. Il Signore metterà in rotta i
tuoi nemici, che si leveranno contro di te: per una via si muoveranno contro
di te e per sette vie fuggiranno dinanzi a te.
Ma
se tu non ubbidirai alla voce del Signore, Iddio tuo, non curandoti di praticare
tutti i suoi Comandamenti e tutte le sue leggi che oggi io ti do, tutte le
seguenti maledizioni cadranno su di te e ti raggiungeranno. Tu sarai maledetto
in città e maledetto nei campi. Maledetto sarà il tuo paniere e la tua madia.
Maledetto sarà il frutto del tuo ventre e il frutto della tua terra; maledetti
i nati delle tue mucche e quelli del tuo gregge. Sarai maledetto quando entri e
maledetto quando esci.
Il
Signore manderà contro di te la maledizione, lo scompiglio e la minaccia, in
ogni cosa a cui tu metterai mano e che farai, finché tu sia distrutto, e ben
presto annientato, per la malvagità delle tue azioni, per avermi abbandonato.
Il Signore farà sí che la peste s'attacchi a te, fino a che ti abbia consunto,
nel paese nel quale stai per andare a prendere possesso. Il Signore ti colpirà
di consunzione, di febbre, d'infiammazione, di bruciore; di siccità, di
carbonchio e di ruggine, che ti perseguiteranno finché tu sia perito. II tuo
cielo, che sarà sopra il tuo capo, diventerà di rame, e la terra sotto di te
come ferro. Il Signore manderà pioggia sulla tua terra, ma pioggia di sabbia e
di polvere, che cadrà su di te dal cielo, finché tu sia distrutto.
Il
Signore ti metterà in rotta di fronte ai tuoi nemici: per una via uscirai
contro di loro e per sette vie fuggirai dinanzi a loro e sarai oggetto di orrore
per tutti i regni della terra. I tuoi cadaveri saranno pasto di tutti gli
uccelli del cielo e delle bestie della terra, senza che vi sia chi li spaventi
» (Deut. 28,1-7 e 15-26).
Per
tali motivi gli Ebrei pensavano che quando sarebbe venuto il Messia avrebbe
stabilito un'era di religiosità e di giustizia e, in conseguenza, avrebbe
instaurato un grandioso regno messianico; e per questo prima portarono Gesú in
trionfo la domenica delle palme gridando l'osanna messianico al Figlio di David
e poi lo crocifissero quando si videro delusi nella loro aspettativa.
In
tutta la storia del regno di Israele non c'è nessun tentativo universalistico
e neppure alcuna aspirazione universalistica.
Presso
gli Ebrei, come dice il rabbino Eugenio Zolli dell'università di Roma, « la
religione è a servizio della nazione e la nazione a servizio della religione.
Israele è un nazionalismo religioso. Religione e nazione sono ambedue di
tendenze esclusiviste.
Israele
è il popolo eletto da Dio. I popoli seguiranno ciascuno il suo dio, Israele
seguirà Iddio. Dopo la caduta dello Stato il monoteismo si ergerà come uno
schieramento bellico a difesa della patria dello spirito. La Religione fa la
guardia alla nazione » (Zolli, Christus, AVE.
L'universalismo
profetico supera la mentalità ebraica. E stato loro consegnato e, loro
malgrado, debbono custodirlo.
Per
gli Ebrei Israele non è a servizio di Javhé e non è in funzione dell'umanità,
ma è Javhé, come pure l'umanità, a servizio di Israele. Basta che Israele
osservi il Patto, Dio ne diverrà il custode e la forza; allora la nazione
grandeggerà (Zolli).
Per
loro il Messia è l'instauratore dell'impero universale di Israele. I protocolli
dei Saggi di Sion, pubblicati nel 1905 da Sergej Nilus, rivelano un piano
elaborato da lungo tempo dai saggi ebrei e da loro aggiornato di volta in volta
per giungere al dominio universale.
Il
progetto di cui essi parlano riguarda la creazione di sistemi universalistici
adatti a distruggere i vari nazionalismi e la formazione di organizzazioni, di
intese politiche, di guerre e di rivoluzioni che dovrebbero portarli al dominio
universale.
Autentici
o no I protocolli dei Saggi di Sion, sta di fatto che il capitalismo mondiale
è dominato dagli Ebrei, che gli Ebrei hanno avuto ed hanno enorme influenza
nella massoneria, che Ebrei sono stati i fondatori del liberalismo e del
comunismo e che Ebrei furono quasi tutti i compagni di Lenin che con lui fecero
la rivoluzione bolscevica ed il Primo Comitato Politico Rivoluzionario.
Pare
che gli autori di quelle feroci scritte antisemitiche e di tutti quei volantini
che comparvero negli anni '50 simultaneamente in tutte le città d'Europa e
d'America siano stati gli Ebrei stessi, per saggiare l'opinione pubblica
mondiale nei loro riguardi.
Dalla
reazione di tutta la stampa internazionale contro gli ipotetici autori fascisti
gli Ebrei poterono capire di godere le simpatie mondiali. Può darsi che non si
sentano lontani dal realizzare il loro sogno, perché in effetti sono nei posti
chiave dell'economia e della politica mondiale.
L'alta
finanza, la grande politica, i mass-media mondiali sono da loro influenzati.
Tutte
le profezie che parlano dell'universalità del regno del Messia essi le
interpretano in senso politico. L'universale regno spirituale profetizzato dai
loro profeti per Cristo, per essi deve intendersi un impero politico mondiale
ebraico.
Quando
Isaia nel capitolo 60 parla della nuova Gerusalemme, la Chiesa di Gesú, e della
sua diffusione mondiale, per gli Ebrei non ci possono essere dubbi che parli del
loro futuro governo mondiale.
Se
questo dovesse avvenire con una presidenza ebraica di una futura federazione
mondiale degli stati, quel presidente potrebbe essere l'anticristo.
Può
darsi che, quando svanirà il loro sogno politico, apriranno gli occhi alla
reale missione loro affidata da Dio e si convertiranno a Gesú: forse solo
allora si avvererà la profezia per loro fatta da S. Paolo. « E quando i Giudei
si convertiranno si concluderà la Storia e avverrà la resurrezione dei morti
» (Rom. r t,1 S).
10.
I MIRACOLI
1.
Attendibilità dei miracoli di Gesú
Che
i miracoli dei Vangeli siano aggiunte postume, come vogliono certi critici
moderni, è:
a)
Un'affermazione non solo gratuita, ma contro la verità storica, perché essi
sono contenuti e in tutti i codici antichi dei Vangeli e anche nei papiri.
b)
Un'affermazione contro la logica.
Senza
i miracoli non si spiegherebbero i fatti dei Vangeli:
-
né come tutti i malati cercavano Gesú;
-
né come le folle lo seguivano;
-
né come i discepoli avevano abbandonato il lavoro e le famiglie per seguirlo;
-
né come fu possibile il trionfo di Gesú la domenica delle palme;
-
né come migliaia di Ebrei lo credettero Dio e si fecero ammazzare per lui,
insieme con centinaia di migliaia di pagani. Giustamente Dante dice che, se i
popoli si fossero convertiti a Gesú senza i miracoli, questo sarebbe stato un
miracolo cento volte superiore. Ora nei miracoli operati da Gesú c'è un
annientamento o una creazione di materia:
-
un annientamento delle cellule necrotiche e una creazione di cellule vive nei
lebbrosi guariti;
-
la creazione del nervo ottico o della retina nei ciechi guariti;
-
la creazione di migliaia di pani nella moltiplicazione dei pani;
-
la resurrezione di tutte le cellule nel corpo di Lazzaro morto da 4 giorni, ecc.
Quanti
per negare il miracolo ricorrono all'affermazione che ciò che ieri era ritenuto
miracolo oggi non lo è, non conoscono il meccanismo attraverso il quale la
Chiesa arriva a dichiarare miracolo una guarigione.
2.
Gesú continua oggi a operare miracoli
La
causa e l'opera di Cristo non sono finite con la sua morte. Egli è l'unico che
continua a operare dopo morto.
Nel
suo nome i suoi discepoli, giusta la sua promessa, vanno operando i miracoli:
guariscono malati di ogni specie, risuscitano i morti.
Il
libro degli Atti (1,4) dice:
«
Il numero degli uomini e delle donne che credevano nel Signore andava aumentando
sempre piú, e perfino portavano sulle strade gli ammalati, su letti e giacigli,
affinché, quando passava Pietro, almeno la sua ombra ricoprisse qualcuno di
loro. La moltitudine accorreva anche dalle città vicine a Gerusalemme, portando
malati e posseduti da spiriti immondi; e tutti venivano guariti (Atti
5,14-16).
Paolo
a Listri, nella Licaonia, guarisce uno storpio dalla nascita, suscitando tale
entusiasmo nella folla che essa si prostra in adorazine dinanzi a lui e al suo
compagno Barnaba, credendoli Giove e Mercurio; e a stento egli la trattiene
dall'offrire loro un sacrificio (Atti 14,8-20); a Troade risuscita il giovane
Eutico (Atti Io,7).
I
miracoli continuano nella Chiesa Cattolica dai tempi apostolici a oggi.
3.
Nozione del miracolo
È
quasi di moda negare i miracoli di Gesú e degli apostoli, dicendo che sono
avvenuti in epoca pre-scientifica e che, quindi, oltre alla possibilità di
trovarci dinanzi a narrazioni leggendarie, c'è l'impossibilità di una documentazione
scientifica.
A
costoro ricordiamo che i miracoli ci sono stati e ci sono sempre e solo nella
Chiesa Cattolica, depositaria dell'integra dottrina di Cristo, a garanzia della
sua divina istituzione; e che, quindi, i miracoli di oggi sono la prova della
realtà dei miracoli di ieri, di Gesú e dell'età apostolica.
Gli
increduli, particolarmente se uomini di scienza, accusano la Chiesa di
leggerezza e di arretratezza nell'ammettere i miracoli, e, dal canto loro,
ricorrono a tutte le ipotesi e a tutte le spiegazioni possibili per negarli:
risorse occulte della natura, suggestione, isteria singola o collettiva, ecc.
Costoro
non sanno come la Chiesa sia all'avanguardia della Scienza e quale estremo
rigore scientifico adoperi per accertare che una guarigione sia clinicamente
inspiegabile, naturalmente impossibile ed esiga l'intervento esterno di Dio.
Basta
vedere quali criteri di accertamento per i miracoli ha stabilito il famoso uomo
di scienza che fu Papa Lambertini, ossia Benedetto XIV, nel Trattato dei
Servitori di Dio e della Canonizzazione dei Santi.
«
Bisogna che la malattia sia stata grave e, se non incurabile, almeno
difficilmente guaribile; che la guarigione non abbia coinciso con la normale
evoluzione della malattia verso il recupero della salute; che non sia stata
usata alcuna medicina o che le medicine usate siano risultate inefficaci; che la
guarigione sia stata improvvisa e istantanea; che la guarigione sia stata
perfetta, e non incompleta o parziale; che la guarigione non sia stata preceduta
da un miglioramento sensibile di ordine naturale; infine che essa sia
definitiva, cioè senza alcun ripetersi della malattia. Bisogna che la
guarigione improvvisa, cioè il passaggio rapidissimo da uno stato di malattia
ben definito e grave, senza tendenza al miglioramento, ad uno stato di salute
perfetto, certo e durevole, non trovi alcuna spiegazione medica o scientifica
naturale o abituale ».
Dopo
di che Benedetto XIV stabilisce che un Tribunale ecclesiastico prenda in esame
tali guarigioni; stabilisce i criteri per distinguere dai falsi miracoli i veri
miracoli, quelli cioè sicuramente provenienti da Dio: l'efficacia, la maniera,
l'utilità, il fine, l'esame della persona del miracolato, l'occasione, cioè
il legame tra il miracolo e il santo.
«
Non si deve trovare in tutto questo nulla di frivolo, di ridicolo, di disonesto,
di vergognoso, di violento, di empio, di orgoglioso, di menzognero, di
difettoso, in maniera che si arrivi alla certezza che il fatto preternaturale
non può essere diabolico, ma deve essere attribuito all'azione onnipotente di
Dio ».
Quindi
stabilisce: « Perché un servo di Dio sia proclamato beato occorre che Dio lo
abbia garantito almeno con due miracoli operati per intercessione del medesimo
».
Non
per nulla lo stesso Voltaire lodò Benedetto XIV per la sua cultura e per la sua
larghezza di vedute nel proprio libro Maometto. Ugualmente la Chiesa, per
riconoscere la realtà e l'origine divina di un'apparizione di Gesú e della
Madonna, esige che Dio l'abbia garantita con dei miracoli. Per vedere come il
miracolo sia la prova dell'esistenza e dell'intervento di Dio, diamo uno sguardo
ai miracoli di Lourdes, da tutti controllabili.
4.
I miracoli di Lourdes
Siccome
avvengono a Lourdes ogni anno una grande quantità di miracoli, la Chiesa per
criticarli scientificamente e quindi riconoscerli vi ha fondato fin dal 1882 un
Bureau Medical (o Ufficio Medico), servendosi del dott. Saint-Maclou.
S.
Pio X inviò al successore di Saint-Maclou, dott. Boissaire, nel 1905, il suo
medico personale, dott. Lapponi, con istruzioni precise e rigorose per fare un
regolare processo scientifico ad ogni guarigione piú spettacolare.
Il
dott. Boissaire, coadiuvato da molti medici famosi, fra i quali Alexis Carrel,
premio Nobel per la medicina, esaminò dal 1905 al 1913 quattromila casi di
guarigioni e ne dichiarò « certe, definitive e inspiegabili » soltanto 33,
che furono proclamate miracoli con ordinanze dei rispettivi vescovi dei
miracolati.
Dopo
fu costituita l'Associazione Medica Internazionale di Lourdes (AMIL), composta
attualmente da 15.000 medici di tutto il mondo e di tutte le religioni. Essa
pubblica un bollettino scientifico trimestrale in quattro lingue e
l'accertamento delle guarigioni piú spettacolari.
Nel
1947 fu costituito a Parigi un Comitato Medico Internazionale composto da 32
medici, per lo piú specialisti, con la funzione di Corte d'Appello rispetto al
Bureau Medical di Lourdes.
Infine
un Tribunale Ecclesiastico prende in esame le guarigioni dichiarate dal
Comitato di Parigi « certe, definitive e inspiegabili » e dichiara « miracoli
»quelle che tali risultano al vaglio dei criteri propri.
L'attuale
presidente del Bureau Medical di Lourdes, dott. Théodor Mangiapan, già
titolare di Chirurgia Infantile dell'Università di Marsiglia, coordina il
lavoro dei 1800 medici, membri del Bureau Medical di Lourdes sparsi in tutto
il mondo, titolari di un dossier presso il Bureau Medical, per informazioni
cliniche e accertamenti supplementari sui miracolati.
I
miracoli che ogni anno avvengono a Lourdes sono moltissimi; ma la maggior parte
non vengono segnalati al Bureau Medical dagli interessati o per non essere
importunati dai giornalisti o per non avere noie burocratiche; oppure vengono
denunziate parecchi anni dopo, quando è impossibile raccogliere la
documentazione.
Le
guarigioni denunziate e corredate da regolari documentazioni sono dall'inizio a
oggi 280.000.
L'estremo
rigore scientifico di questi tre Istituti preposti all'esame delle guarigioni
miracolose di Lourdes si può vedere da questa prassi. Appena si ha nel Bureau
Medical notizia di un miracolo avvenuto a Lourdes, il presidente convoca tutti i
medici presenti in quel momento a Lourdes, siano credenti o no: in media vanno a
Lourdes ogni giorno da 20 a 30 medici.
Costoro
sottopongono il miracolato a un esame collettivo. Ma, perché l'ammalato venga
preso in esame, si richiede che la guarigione riguardi una malattia organica e
non funzionale e sia, come abbiamo detto, comprovata da diagnosi mediche,
cartelle cliniche, radiografie, analisi cliniche, biopsie. Si ricerca quindi
se la malattia ivi descritta esisteva al momento dell'arrivo a Lourdes, se è
scomparsa improvvisamnete senza uso di medicine, se è possibile una spiegazione
scientifica, se sfugge alle leggi naturali.
Si
comincia allora un dossier che verrà completato dopo parecchi anni, quando si
è sicuri che la guarigione è stata definitiva.
Solo
allora si trasmette il dossier completo al Comitato Medico Internazionale di
Parigi.
Sopra
le 280.000 guarigioni ritenute miracoli dagli interessati, solo un esiguo numero
viene preso in considerazione, ed esattamente uno su 40 per l'impossibilità di
fare uno studio serio su tutte.
Dal
1947 a oggi il Bureau Medical di Lourdes ha esaminato solo 1.200 guarigioni «
certe, definitive, inspiegabili »; ma ne ha presentate al Comitato Medico
Internazionale di Parigi solo 37.
Questo
ne ha accettato e presentato al Tribunale Ecclesiastico solo 28. Il Tribunale
Ecclesiastico ne ha dichiarate miracoli solo 19. Complessivamente dal 1858 a
oggi tra le centinaia di migliaia di guarigioni miracolose esso ne ha
riconosciuti soltanto 64.
Coloro
che negano il miracolo farebbero bene a essere piú prudenti e, soprattutto, piú
modesti.
Per
rilevare l'inconsistenza scientifica dell'ipotesi della suggestione e
dell'isterismo collettivo con cui si vorrebbero da alcuni spiegare i miracoli
basta ricordare:
-
che nessuna suggestione al mondo può fare scomparire improvvisamente un
tumore maligno o un lupus, come in tantissimi miracoli; o può far comparire
d'un colpo quattro centimetri di osso, come nella gamba di Pierre Rudder; o
guarire una peritonite tubercolare insieme al morbo di Pott, come in Margherita
Deschamps, ecc.;
-
che i miracoli avuti per intercessione della Madonna di Lourdes avvengono
anche a persone in coma, come nel celebre caso di Maria Bailly, la tubercolotica
di Alexis Carrel; o sul treno di ritorno, come a Lydia Brosse, o a casa propria,
come a Ginetta Nouvel, ecc.
Uno
degli ultimi miracoli riconosciuti tali dalle commissioni di Lourdes è la
guarigione di Maddalena Carini nata nel 1917 e vivente a Sanremo (Imperia).
A
13 anni Maddalena cadde ammalata del morbo di Pott. Si aggiunsero presto una
carie ossea al femore destro, un'anemia perniciosa (meno di 2.500.000 di globuli
rossi), una peritonite tubercolare e uno stato di «cachessia» che la ridusse a
32 chili.
Cosí
per 20 anni, passando da un sanatorio all'altro e uscendone quasi sempre « in
pericolo imminente di morte », per essere ricoverata d'urgenza in Ospedale per
sopraggiunti gravissimi attacchi di angina pectoris.
La
prognosi era sempre una previsione di morte a breve scadenza. Infine nel 1948 fu
mandata dall'Ospedale perché « morisse a casa ».
In
quello stato chiese di andare a Lourdes. I medici si opposero per non farla
morire in treno. Uno specialista di Milano, comunista e ateo militante, il prof.
Trevisan le disse: « A Lourdes ci vanno i sani e poi i preti dicono che sono
guariti. Se ci vai tu che hai vere lesioni organiche e guarisci, sarà un vero
miracolo. E allora io crederò ». Tuttavia non volle darle neanche lui il
permesso di partire per non farla morire in treno.
Finalmente
la Maddalena ottenne la firma di un medico e partí. Giunta a Lourdes il 15.8.
1948, durante la benedizione fattale col SS. Sacramento, improvvisamente le
scomparvero i dolori che l'accompagnavano da 20 anni e guarí completamente.
Tornata
a casa, il prof. Trevisan visitandola restò sbalordito e spaventato e si
convertí; lasciò il partito, l'amante, si accostò ai sacramenti e divenne
buon cristiano. La Carini da quel giorno ha intrapreso un'intensissima attività
apostolica, che continua tuttora.
L'ultimo
dei 64 miracoli riconosciuti dalla Chiesa è la guarigione di Delizia Cirolli di
Paternò (Catania). A 11 anni si era ammalata di osteocarcinoma nella gamba
destra. Questo aveva già prodotto metastasi in tutto il corpo.
I
medici ospedalieri e gli specialisti che l'avevano esaminata avevano dichiarato
inutile l'amputazione della gamba e le avevano dato pochissima vita.
Era
ridotta una larva. I suoi parenti erano riusciti a non farle sapere il male che
aveva: come ultima speranza la portarono, all'età di 13 anni, nel 1977 a
Lourdes.
La
Delizia, stando imbarellata e ignorante del suo male, avanti la Grotta, pure
soffrendo dolori lancinanti, non pregava per sé, ma per gli ammalati che le
stavano attorno. Mentre ancora pregava, improvvisamente si sentí scomparire
ogni dolore e disse alla mamma di essere guarita. Era guarita davvero. Se i
miracoli riconosciuti dalla Chiesa sono pochissimi, quelli non presi da essa in
considerazione sono moltissimi.
5.
I miracoli nella Chiesa Cattolica
Basta
ricordare i 280.000 miracoli di Lourdes e gli innumerevoli miracoli operati da
Dio nelle tante centinaia di Santuari della Chiesa Cattolica e per intercessione
dei santi, sia in vita che in morte.
Il
racconto dei soli miracoli operati in vita da S. Antonio di Padova, da S.
Vincenzo Ferreri, da S. Francesco di Paola, da Padre Pio potrebbe riempire una
biblioteca.
Ma
i miracoli operati da uomini di Dio viventi non vengono, per principio, mai
presi in considerazione dalla Chiesa, anche se questi uomini susseguentemente
sono stati o saranno santificati.
E,
per vedere che si tratta di cose serie, accenniamo a uno dei miracoli di
Giovanni Paolo II, esattamente alla guarigione della signora Kay Kelly; di cui
ha parlato la stampa italiana e specialmente quella inglese.
La
Kay fu ricoverata all'ospedale di Clatterbridge e poi in quello di Liverpool. La
sua cartella clinica di Liverpool porta questa diagnosi: cancro diffuso nelle
ghiandole linfatiche e nel midollo spinale.
Spacciata
dai medici, dietro forti preghiere ottenne con l'aiuto del suo parroco, di venir
trasportata in barella a Roma per vedere il Papa. Giovanni Paolo II, vedendola,
si commosse, la sollevò, la baciò in fronte e le poggiò le mani in testa. In
quello stesso istante la Kay si sentí guarita.
Era
il 14.3.1979 - Il medico che l'aveva in cura, sebbene scettico, fece onestamente
questa diagnosi: « Le cellule cancerose attive sono scomparse e c'è stata una
completa regressione del male ».
Il
miracolo fece tale scalpore in Inghilterra che ne parlò pure la TV inglese: e
la Kay, divenuta popolare, fece una sottoscrizione pubblica presso la BBC per
ricerche sul cancro, raccogliendo poco meno di un miliardo. Con tale miracolo
Dio ha voluto accreditare Giovanni Paolo II quale suo apostolo a tutto il mondo.
11.
RESURREZIONE DI GESÚ
Gli
evangelisti parlano tutti e 4 della resurrezione di Gesú, ma si riferiscono a
tradizioni diverse, le quali a loro volta si rifacevano a diverse apparizioni. I
piú laconici sono Matteo e Marco.
Matteo
salta le apparizioni di Gesú a Gerusalemme, parla solo di quelle avvenute in
Galilea, Marco non dice con esattezza dove Gesú comparve agli apostoli, ma fa
capire che comparve a Gerusalemme e non parla delle apparizione avvenute in
Galilea, sebbene le supponga (Mc. 16,7).
Luca
parla soltanto delle apparizioni avvenute a Gerusalemme. Giovanni è il piú
completo: parla delle apparizioni avvenute a Gerusalemme e di quelle avvenute
in Galilea.
I
piú circostanziati sono Luca e Giovanni. Praticamente ci troviamo dinanzi a 4
fonti, e quindi a 4 testimonianze, e non dinanzi a una sola. Concordano tutte:
-
sulla testimonianza delle pie donne che trovano il sepolcro vuoto e che ricevono
dall'Angelo l'annuncio della resurrezione di Gesú e la raccomandazione di
andarlo a dire ai discepoli di Gesú;
-
sull'apparizione di Gesú agli apostoli;
-
sull'incredulità iniziale degli apostoli;
-
sulla missione data da Gesú agli apostoli.
Dato
che non si può dubitare della storicità dei Vangeli, sono state studiate tutte
le ipotesi possibili per negare la resurrezione di Gesú.
a)
Prima ipotesi: Il corpo rubato
Fu
la prima spiegazione al sepolcro vuoto di Gesú, messa in giro dai suoi nemici.
«
Mentre esse erano per via, alcuni della guardia giunsero in città e
annunziarono ai sommi sacerdoti quanto era accaduto. Questi si riunirono
allora con gli anziani e deliberarono di dare una buona somma di denaro ai
soldati dicendo: "Dichiarate: i suoi discepoli sono venuti di notte e
l'hanno rubato, mentre noi dormivamo».
E
se mai la cosa verrà all'orecchio del governatore noi lo persuaderemo e vi
libereremo da ogni noia. « Quelli, preso il denaro fecero secondo le istruzioni
ricevute. Cosí questa diceria si è divulgata fra i Giudei fino ad Oggi» (Mt.
28,11-15)
I
sommi sacerdoti non potevano negare che Gesú era morto ed era stato seppellito.
Non potevano in nessun'altra maniera giustificare la scomparsa del cadavere di
Gesú; non restava loro che dare tale spiegazione che è stata riesumata in
questi ultimi due secoli da Reimarus (gli Apostoli), da Renan (Maria Maddalena),
da Holzmann (Giuseppe d'Arimatea).
Tale
ipotesi è cosí assurda sia a causa delle guardie messe dai capi degli Ebrei
nel sepolcro di Gesú precisamente per impedire questo, sia a causa della
distruzione psichica dei discepoli, che alcuni razionalisti addirittura pensano
che abbiano rubato il corpo di Gesú i principi stessi dei sacerdoti (Reville) o
Pilato (Le Roy).
b)
Seconda ipotesi: Gesú non morí
Alcuni
affermano che Gesú era morto solo apparentemente e che, rianimatosi, apparve ai
discepoli. Questi, essi dicono, rimasero sconcertati e persuasero Gesú a
scomparire e andare lontano, perché la sua missione era finita. Gesú allora
sarebbe andato a finire i suoi giorni in Persia.
È
assurdo pensare che i soldati romani non avessero saputo ammazzare un
condannato. Un soldato per maggiore sicurezza diede un colpo di lancia al cuore
di Gesú.
La
Sindone, poi, è la conferma archeologica della morte di Cristo, con l'impronta
del sangue cadaverico di Gesú sgorgato dal suo cuore.
c)
Terza ipotesi: l'allucinazione dei discepoli
È
la tesi cara dei razionalisti. Tale ipotesi s'imbatte in un cumulo di assurdi:
che si possa avere una visione di ciò che non si aspetta e non si crede; che
l'oggetto di una simile allucinazione possa essere toccato e possa anche
mangiare; che una moltitudine di discepoli siano stati tutti allucinati; che
tutti questi allucinati si siano fatti ammazzare per affermare che Gesú era
veramente risorto; che un fenomeno grandioso, quale il cristianesimo con i suoi
milioni di martiri, sia fondato su una semplice allucinazione di alcuni
discepoli.
Nell'insieme
le 4 narrazioni si completano; per cui coordinandole possiamo ricostruire gli
avvenimenti del giorno di Pasqua: « Passato il sabato, all'alba del primo
giorno della settimana, Maria di Magdala e l'altra Maria andarono a visitare il
sepolcro. Ed ecco che vi fu un gran terremoto: un angelo del Signore, sceso dal
cielo, si accostò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo
aspetto era come la folgore e il suo vestito bianco come la neve. Per lo
spavento che ebbero di lui le guardie caddero tramortite. Ma l'angelo disse alle
donne: "Non abbiate paura, voi! So che cercate Gesú il crocifisso. Non è
qui. È risorto, come aveva detto; venite a vedere il luogo dove era deposto.
Presto, andate a dire ai suoi-discepoli: È risuscitato dai morti, e ora vi
precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l'ho detto ". Abbandonato
in fretta il sepolcro, con timore e gioia grande, le donne corsero a dare
l'annunzio ai suoi discepoli.
Ed
ecco Gesú venne loro incontro dicendo: "Salute a voi". Ed esse
avvicinatesi, gli presero i piedi e lo adorarono. Allora Gesú disse loro:
" Non temete; andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e
là mi vedranno" » (Mt. 28, 1-10).
«
Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon
mattino, quand'era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal
sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello
che Gesú amava, e disse loro: "Hanno portato via il Signore dal sepolcro e
non sappiamo dove l'hanno posto! ". Uscí allora Simon Pietro insieme con
tutti e due, ma l'altro discepolo corse piú veloce di Pietro e giunse per primo
al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto
anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per
terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le
bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo che
era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora
compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. I discepoli
intanto se ne tornarono di nuovo a casa.
Maria
invece stava all'esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò
verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l'uno dalla parte
del capo e l'altro dai piedi, dove era stato posto il corpo di Gesú. Ed essi le
dissero: " Donna, perché piangi? ". Rispose loro: " Hanno
portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto ". Detto questo, si
voltò indietro e vide Gesú che stava lí in piedi; ma non sapeva che era Gesú.
Le disse Gesú: " Donna perché piangi? Chi cerchi? ". Essa, pensando
che fosse il custode del giardino, gli disse: "Signore, se l'hai portato
via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo".
Gesú
le disse: "Maria! ". Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in
ebraico: "Rabbuni", che significa: "Maestro"! Gesú le
disse: "Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va'
dai miei fratelli e di' loro: `Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e
Dio vostro'». Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: "
Ho visto il Signore ", e anche ciò che le aveva detto » (Gv. 20,1-18).
«
Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio
distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, e conversavano di
tutto quello che era accaduto.
Mentre
discorrevano e discutevano insieme, Gesú in persona si accostò e camminava
con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. Ed egli disse loro:
"Che sono questi discorsi che state facendo tra voi durante il cammino?
". Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli disse:
"Tu solo sei cosí forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è
accaduto in questi giorni? ". Domandò: " Che cosa? ". Gli
risposero: "Tutto ciò che riguarda Gesú Nazareno, che fu profeta potente
in opere e parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i sommi sacerdoti e i
nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno
crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son
passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle
nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro e non avendo trovato
il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto una visione di angeli, i quali
affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno
trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto" ».
Ed
egli disse loro: "Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei
profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare
nella sua gloria? ". E, cominciando da Mosé e da tutti i profeti, spiegò
loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. Quando furono vicini al
villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma
essi insistettero: "Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge
al declino ".
Egli
entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse
la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e
lo riconobbero. Ma lui sparí dalla loro vista. Ed essi si dissero l'un l'altro:
" Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo
il cammino, quando ci spiegava le Scritture? ". E partirono senz'indugio e
fecero ritorno a Gerusalemme dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che
erano con loro, i quali dicevano: "Davvero il Signore è risorto ed è
apparso a Simone ". Essi, poi, riferirono ciò che era accaduto loro lungo
la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
Mentre
essi parlavano di queste cose, Gesú in persona apparve in mezzo a loro e disse:
"Pace a voi!". Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma.
Ma egli disse: " Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro
cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e
guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho ". Dicendo
questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma, poiché per la grande gioia ancora
non credevano ed erano stupefatti, disse: "Avete qui qualche cosa da
mangiare? ". Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese
e lo mangiò davanti a loro.
Poi
disse: " Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi:
bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosé, nei
Profeti e nei Salmi ". Allora aprí loro la mente all'intelligenza delle
Scritture e disse: " Cosí sta scritto: Il Cristo dovrà patire e
risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte
le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di
questo voi siete testimoni "" (Lc. 24,13-48).
«
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesú.
Gli dissero allora gli altri discepoli: "Abbiamo visto il Signore! ".
Ma egli disse loro: "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non
metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non
crederò ".
Otto
giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso.
Venne Gesú, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: "Pace a
voi! ". Poi disse a Tommaso: "Metti qua il dito e guarda le mie mani;
stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere piú incredulo ma
credente! ". Rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio! ". Gesú
gli disse: "Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che, pur non
avendo visto, crederanno! "" (Gv. 20,24-29).
Come
si vede, nessuna tradizione ha trasmesso l'atto della resurrezione di Gesú e
nessun evangelista la descrive. Se la comunità cristiana avesse inventato la
resurrezione, per primo avrebbe descritto quella.
Gli
evangelisti sono fedeli redattori dei fatti come avvennero.
Gli
apostoli furono duri a credere alla resurrezione, nonostante la testimonianza
loro data dalle pie donne (Mt. 28, 1-11 ); nonostante uno di loro, Giovanni,
vedendo nel sepolcro il lenzuolo e le bende, dov'era avvolto Gesú, afflosciate,
si fosse convinto che Gesú era risorto (Gv. 20,2-35); nonostante la
testimonianza loro portata dai due discepoli di Emmaus (Lc. 24,13-35);
nonostante fosse loro apparso nel cenacolo quella sera di Pasqua.
Essi
neanche credettero ai loro occhi; si piegarono e credettero solo quando
toccarono Gesú con le loro mani e quando lo videro mangiare e mangiarono con
lui (Lc. 24,36-49).
Per
tal motivo Gesú li rimproverò della durezza del loro cuore a credere alla sua
resurrezione (Mc. 16,14).
C'è
chi fa la distinzione tra " storico " e " reale ", dicendo
che non tutto ciò che è realmente accaduto è storico, perché non tutto è
documentabile; per cui la resurrezione di Cristo sarebbe reale, ma non sarebbe
storica.
Che
Gesú non sia stato visto uscire dal sepolcro siamo d'accordo; e in tal senso la
resurrezione di Gesú è reale, ma non documentabile e quindi non storica.
Ma
che non siano documentabili e quindi non storiche le molteplici apparizioni
gloriose del Cristo sicuramente morto in croce è sbagliato. Recentemente è
stato rivisto il verso 7 di Gv. 20: « (Giovanni) vide i panni per terra e il
sudario che era sul capo di Gesú non per terra con le bende, ma ripiegato e
messo a parte ». Tale traduzione è sbagliata.
Il
testo greco dice: « Vide i panni giacenti e il sudario arrotolato al suo posto
».
Gesú
ne era uscito senza scomporlo, come quando entrò nel cenacolo a porte chiuse.
Per
tal motivo Giovanni, vedendo la Sindone non manomessa ma afflosciata, credette
subito.
Per
questo è impressionante vedere come, mentre tanti cattolici vanno dubitando
della storicità della resurrezione di Cristo, un ebreo moderno specializzato in
studi storici e titolare della cattedra di religioni comparate all'università
ebraica di Gerusalemme, il prof. David Flusser, nel suo libro Jesus ammette
indiscussa la storicità dei Vangeli e delle lettere del N.T. e dice: « Non
abbiamo alcun motivo di dubitare che il crocifisso sia veramente apparso a
Pietro, poi ai Dodici, e a tutti gli apostoli. Da ultimo apparve pure a Paolo
sulla via di Damasco ».
«
La resurrezione di Gesú non è un avvenimento che si può inserire o togliere a
piacere dal tessuto dei Vangeli e del cristianesimo » (Locatelli: Cristo è
veramente risorto, Apes); è l'avvenimento centrale da cui tutto parte, a cui
tutto converge, che tutto spiega e che di tutto è causa.
Senza
la resurrezione di Cristo non si spiega il cristianesimo, né la resurrezione
morale degli apostoli, né tanto meno la loro predicazione. Gesú si era
proclamato Dio. Bisognava che lo provasse. Egli lo provò con i miracoli, ma
aggiunse che la massima prova sarebbe stata la sua resurrezione.
Lo
promise agli Ebrei che cercavano un segno del suo divino potere legislativo.
«
Una generazione perversa e adultera pretende un segno! Ma nessun segno le sarà
dato, se non il segno di Giona profeta. Come, infatti, Giona rimase tre giorni e
tre notti nel ventre del pesce, cosí il Figlio dell'uomo resterà tre giorni e
tre notti nel cuore della terra » (Mt. 12,39-40).
Data
tale promessa, se Gesú non fosse risorto, la sua storia si sarebbe chiusa nel
sepolcro.
Gli
stessi suoi miracoli si sarebbero dimenticati, come già li avevano dimenticati
gli apostoli ad appena due giorni dalla sua morte.
Gli
apostoli già si erano rassegnati e consideravano definitivamente chiusa la
vicenda di Gesú. Tanto meno avrebbero piú pensato a Gesú gli ammiratori che
non avevano abbandonato tutto come gli apostoli per seguire Gesú, e che a Gesú
erano molto meno affezionati degli apostoli. Ed è importantissimo vedere come
l'iniziativa per farsi conoscere la prende sempre Gesú: sia con la Maddalena,
sia con i discepoli di Emmaus, sia con gli apostoli. Gli apostoli e i discepoli,
non solo non attendevano la resurrezione, ma non sognavano neanche che Gesú
fosse potuto risorgere; erano rimasti troppo impressionati e demoralizzati nel
vedere Gesú torturato in quella maniera orribile, crocifisso, dissanguato,
trafitto al cuore.
Come
mai questi uomini cosí paurosi, che nella passione di Gesú se ne erano
scappati, improvvisamente divengono coraggiosi, aggressivi, pronti ad affrontare
il carcere, i flagelli, la morte? Bisogna cercarne una causa sufficiente.
Tale
causa non può che essere la reale resurrezione di Gesú, che essi personalmente
constatarono. Se la resurrezione non fosse avvenuta, sarebbe stato impossibile
inventarla.
Gli
apostoli erano pochi, poveri, disarmati, scoraggiati; non avevano prospettive né
di denari, né di potere, né di piaceri; anzi, al contrario, sapevano di andare
incontro a povertà estrema, a privazioni di ogni genere, a persecuzioni, a
morte sicura.
Non
c'è nessun motivo che abbia potuto spingere gli apostoli a predicare la
resurrezione di Gesú. Qui non si attuano le leggi di Marx.
L'unica
spiegazione possibile è che la resurrezione di Cristo è avvenuta davvero.
Giustamente
Franco Ardusso dice: « A chi nega la resurrezione, rifiutando come "non
storiche" le testimonianze del N.T., spetta di provare, storicamente e
psicologicamente, come sia stato possibile che dopo la morte di Gesú abbia
potuto risuonare l'annuncio della sua resurrezione. Tra la conclusione infamante
della vita di Gesú e la nascita del Cristianesimo c'è un vuoto da colmare.
Un sentimento dovette essere comune fra i discepoli all'indomani della
crocifissione di Gesú: "Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele!'
» (Lc. 24,21).
«
Delusi e frustrati, i discepoli tornarono alle loro case e ripresero il lavoro
che un giorno avevano abbandonato per seguire il Maestro. Ma ben presto i
discepoli dispersi tornarono a riunirsi; si formò una comunità dinamica e
coraggiosa.
Bisogna
spiegare in modo plausibile questo straordinario dinamismo del Cristianesimo
delle origini. E, per spiegarlo, bisogna risolvere l'enigma della morte di Gesú,
avvertita non solo come insuccesso personale, ma come catastrofe pubblica della
sua opera, e come sconfessione divina del suo programma.
Anche
se non avessimo alcuna testimonianza sulla resurrezione, dovremmo supporre che
tra la morte di Gesú e la nascita del Cristianesimo dev'essere intervenuto un
avvenimento capace di trasfigurare la storia tragica della sua fine sulla croce.
Dev'essere intervenuto qualcosa capace di far sí che il "fallimento»
della croce non solo non costituisse un ostacolo alla propaganda della nuova
fede, ma diventasse addirittura un elemento basilare di questa fede e del suo
annuncio » (Gesú di Nazareth, pag. 122, Marietti).
Luca
riferisce le ultime parole di Gesú risorto nel congedarsi dagli apostoli prima
di salire in cielo: « Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi
e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli
estremi confini della terra» (Atti 1,8).
Per
essere apostoli occorreva essere testimoni della resurrezione di Gesú (Atti
1,22); e S. Paolo rivendica a sé il diritto di essere un apostolo perché anche
a lui è apparso Gesú risorto (I Cor. 9,1).
L'oggetto
primo della predicazione degli apostoli era quello che li aveva impressionati,
scossi, elettrizzati: la resurrezione di Gesú.
Solo
dopo aver testimoniato la sua morte e la sua resurrezione e avere cosí disposto
l'uditorio, parlavano della vita e degli insegnamenti di Gesú.
Per
essi la resurrezione di Gesú è l'argomento essenziale e irrefutabile per
dimostrare che egli è il Messia e il Salvatore che bisogna accettare e seguire
per essere salvi.
Con
la resurrezione Gesú è divenuto agli occhi degli Apostoli e di tutti i
discepoli il Kirios, il Signore, il Padrone dell'Universo, il Giudice supremo
dei vivi e dei morti (Atti 2,36; 10,42; 13,38; 17,31; 26,23).
S.
Marco riferisce la grande missione data da Gesú risorto agli Apostoli prima
di salire in cielo. « Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e
li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano
creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Gesú disse loro:
"Andate in tutto il mondo e predicate il Vangelo ad ogni creatura. Chi
crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato.
E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome
scacceranno i demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano i serpenti
e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno, imporranno le mani ai
malati e questi guariranno " (Mc. 16,14-18).
Gli
apostoli, ricevuto lo Spirito Santo, cominciarono a predicare il giorno stesso
di Pentecoste agli Ebrei che Gesú era risorto, che era divenuto il Signore del
cielo e della terra e che, solo credendolo, convertendosi a lui e
battezzandosi, si poteva ottenere la salvezza.
E’
umanamente impossibile che una massa di Ebrei (5.000 nei primi otto giorni)
avesse potuto convertirsi al cristianesimo senza la resurrezione di Gesú,
testimoniata da quella moltitudine di discepoli (oltre 500), che era impossibile
non credere degni di fede.
Tale
testimonianza dei discepoli unita ai miracoli che Gesú andava operando, come
aveva promesso, per mezzo di loro, fece sí che nel giro di pochi decenni il
cristianesimo si diffondesse in tutto l'impero romano. Resta una domanda alla
quale rispondere: « Perché il cristianesimo aveva ed ha tutto questo mordente
in coloro che fermamente lo credono fino al punto da fare per Gesú reali
sacrifici, anche gravi e spesso quello della vita? ".
Il
motivo è uno solo: la resurrezione di Gesú è il tipo della nostra
resurrezione. Se non ne seguisse la nostra resurrezione, per noi non avrebbe
interesse alcuno la resurrezione di Gesú. Da che cosa ci avrebbe salvati? Ora
se egli è risorto, è veramente Dio: e quindi è vero che risorgeremo come egli
esplicitamente ci ha annunziato (Gv. 5,28).
Per
il cristianesimo la resurrezione di Gesú non si riduce a una sua sopravvivenza
spirituale: Gesú risuscitando ha preso un corpo reale, solido, sebbene
misteriosamente spiritualizzato; e cosí saremo noi. La glorificazione di Gesù
è essenziale non solo quale prova finale della sua divinità, non solo perché
è segno del suo trionfo sulla morte, ma anche perché costituisce la primizia
della glorificazione di tutta l'umanità.
S.
Paolo illustra questo punto basilare della nostra fede.
«
Ora se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni
di voi che non esiste resurrezione dei morti? Se non esiste resurrezione dei
morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è
vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. Noi, poi,
risultiamo falsi testimoni di Dio, perché contro Dio abbiamo testimoniato che
egli ha risuscitato Cristo, mentre non lo ha risuscitato, se è vero che i morti
non risorgono. Se infatti i morti non risorgono, neanche Cristo è risorto, ma
se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri
peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti. Se poi noi
abbiamo avuto speranza in Cristo soltanto in questa vita, siamo da compiangere
piú di tutti gli uomini.
Ora,
invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti » (1
Cor. 15, 12-20).
La
semplice presenza nel mondo del Cristianesimo con i suoi apostoli, con le sue
vergini, con i suoi filantropi, con i suoi martiri è una testimonianza
continua della resurrezione di Cristo. Bisogna aver già deciso di non credere a
nessun argomento e a nessuna prova o di non volerne cercare per negare la
resurrezione di Cristo. Ciò significa togliersi ogni speranza.
12. SALDATURA TRA IL GESÚ STORICO E LA FEDE NELLA SUA RESURREZIONE
E’
un luogo comune di tutti gli increduli affermare che la resurrezione di Gesú
sia stata un mito creato dai cristiani.
Il
kerigma, essi dicono, ossia la predicazione della comunità cristiana, non
dipende dalla resurrezione di Gesú, ma la resurrezione dipende dal kerigma
della comunità cristiana.
Questa
tesi dei razionalisti è stata fatta propria da molta teologia protestante,
specialmente da quella liberale.
Notiamo
che un mito non si forma in un anno, né in dieci anni; ma occorrono centinaia
di anni. Su questo tutti gli studiosi seri sono d'accordo.
A
questo punto vediamo a quale epoca risalga la fede della comunità cristiana
nella resurrezione di Gesú. Per stabilire la storicità della resurrezione di
Gesú, dopo avere già stabilito l'età dei Vangeli, è importantissimo vedere
fin da quale anno abbiamo prove che i primi cristiani credevano che Gesú era
risorto.
S.
Paolo parla esplicitamente della resurrezione di Gesú fin dalla sua prima
lettera che è la I ai Tessalonicesi, scritta nel 51 (1Ts 1,9-10). Tuttavia un
racconto scritto molto circostanziato delle apparizioni di Gesú risorto lo
troviamo nella sua I lettera ai Corinti, scritta nel 56 a Efeso.
In
essa dice: « Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi
avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza,
se lo mantenete in quella forma in cui ve l'ho annunziato. Altrimenti, avrete
creduto invano!
Vi
ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch'io ho ricevuto: che cioè Cristo
morí per i nostri peccati, secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato
il terzo giorno, secondo le Scritture, e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici.
In seguito apparve a piú di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior
parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo,
e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me, come a un
aborto » (I Cor. 15,1-8).
Da
queste parole si rileva che:
a)
S. Paolo aveva già parlato ai Corinti della resurrezione quando era andato a
predicare da loro nel 51.
b)
S. Paolo afferma che tale dottrina egli l'aveva ricevuta e che cioè era comune
nei cristiani.
c)
Nel 56 vivevano ancora la maggior parte dei cinquecento discepoli che avevano
visto Gesú risorto, e che quindi chiunque avrebbe potuto da loro accertarsi.
d)
S. Paolo stesso aveva visto Gesú risuscitato; ciò che era avvenuto sulla via
di Damasco al momento della sua conversione, poco dopo il martirio di S.
Stefano; quindi nel 36.
S.
Paolo fa esplicito riferimento a tale avvenimento nella lettera ai Galati,
scritta verso l'anno 54, nella quale dice di aver ricevuto il suo Vangelo non
dagli uomini, ma direttamente da Gesú (Gal. 1, 11), di essersi messo subito a
predicare che Gesú era risorto ed era il figlio di Dio (Atti, 9,20), di essere
andato tre anni dopo a Gerusalemme ove stette 15 giorni con Pietro e con Giacomo
(Gal. 1,18) per verificare l'identità della sua e della loro predicazione. Cosí
arriviamo alla documentazione che già ad alcuni anni dalla morte di Gesú i
cristiani erano convinti della sua resurrezione e la predicavano.
Qui
sorge l'affermazione apodittica di tanti razionalisti secondo la quale fu
precisamente S. Paolo a creare il mito della resurrezione di Gesú e del
cristianesimo.
Tale
affermazione non solo è gratuita, ma è anche assurda:
1)
Perché S. Paolo non poteva far tutto questo ad alcuni anni dalla morte di Gesú.
Difatti subito dopo la sua conversione, nel 36 d. C., si mise a predicare a
Damasco, in Arabia e, tre anni dopo, a Gerusalemme, in Siria e Cilicia che Gesú
era risorto; fece numerose conversioni, ma si attirò insieme infiniti odii e
persecuzioni dagli Ebrei.
2)
Perché, senza l'apparizione sulla via di Damasco di Gesù risorto, non si
spiega la conversione repentina e totale di S. Paolo.
Si
potrebbe spiegare solo se avesse guadagnato qualcosa di grandioso per questa
vita. Ma ecco cosa guadagnò a predicare Cristo: « Cinque volte dai Giudei ho
ricevuto i trentanove colpi; tre volte sono stato battuto con le verghe, una
volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno
e una notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi,
pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani,
pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da
parte di falsi fratelli; fatica e travaglio, veglie senza numero, fame e sete,
frequenti digiuni, freddo e nudità. E oltre a tutto questo il mio assillo
quotidiano, la preoccupazione per tutte le chiese » (2 Cor. 11,24-28).
E
dopo tutto questo si guadagnò la decapitazione a Roma, all'età di 57 anni.
Perché
la predicazione di S. Paolo coincide perfettamente coi Vangeli e con la
predicazione degli Apostoli.
Il
libro degli Atti degli Apostoli, scritto verso il 65 dal medico Luca, ci
permette di stabilire con assoluta certezza che la fede nella resurrezione di
Gesú nei cristiani risale all'anno 33, l'anno stesso della morte di Gesú; e,
precisamente, negli apostoli a tre giorni dopo la sua morte, e nella massa alla
Pentecoste.
a)
Per la diffusione immediata del cristianesimo
Già
alcune settimane dopo la Pentecoste il numero dei cristiani era salito a 5.000
(Atti 4,4).
Sotto
la predicazione-testimonianza irresistibile degli apostoli e dei 500 discepoli
che avevano visto il Risorto, le conversioni si estesero con lo stesso ritmo in
tutta la Palestina, la Fenicia e la Siria, al punto che allarmarono i capi degli
Ebrei. Questi, per correre ai ripari, scatenarono nel 36 una violenta
persecuzione contro i cristiani, nella quale morí il diacono Stefano, e nello
stesso tempo diedero mandato a tanti zeloti di imprigionare nelle varie regioni
i cristiani. Fu in quell'occasione, nel 36, che Saulo ricevette il mandato di
andare a imprigionare i cristiani a Damasco. Ma a nulla valsero tali misure, e
in un batter d'occhio il cristianesimo si diffuse nell'Asia Minore e nella
stessa Roma, al punto che Claudio nel 49, a causa dei tumulti degli Ebrei contro
i cristiani, espulse da Roma Ebrei e cristiani di razza ebraica. (Svetonio, Vita
di Claudio, 25; Atti 18,2).
b)
Per il contenuto del kerigma
La
predicazione degli apostoli, delle comunità cristiane e dei singoli cristiani
ha sempre questo schema centrale: « Gesú è il figlio di Dio, nacque, visse
facendo del bene a tutti, insegnando la via della salvezza, guarendo i malati,
risuscitando i morti; morí per noi, il terzo giorno risuscitò e salva quanti
lo accolgono ». Tale schema lo si vede chiaramente nei discorsi di Pietro
riportati negli Atti: è tutto lí il kerigma della Chiesa primitiva.
Cosí
raggiungiamo la certezza che la convinzione della resurrezione di Gesú nei
cristiani è addirittura saldata con la sua stessa morte. Non c'è soluzione di
continuità tra il Gesú storico e il Gesú risorto della fede. D'altronde senza
l'effettiva resurrezione di Gesú è impossibile spiegare la conversione
fulminea di tante migliaia di Ebrei e di centinaia di migliaia di pagani.
c)
Per il rigido monoteismo degli Ebrei
Gli
Ebrei avevano, come tuttora hanno, l'ostacolo insormontabile del rigido
monoteismo che rendeva e rende loro impossibile accettare il mistero della
Trinità; i pagani avevano l'ostacolo e della loro corruzione morale e del culto
dei loro dei che dovevano abbandonare; per cui presto i cristiani, sotto
l'accusa di esser atei, furono sottoposti a crudelissime persecuzioni, della
prima delle quali, fatta da Nerone, fa una orribile descrizione Tacito.
Nessuno
di tutti costoro si sarebbe fatto cristiano se non fosse stato certo, dalle
testimonianze udite, della resurrezione di Gesú.
Che
il riassunto dei discorsi di Pietro sia fedele ai fatti lo si desume dalle
diligenti ricerche fatte da Luca (Lc. 1,1-3) e dall'arcaicità dei discorsi
stessi. Si vede Pietro che ha davanti a sé degli Ebrei, quegli Ebrei che hanno
ucciso Gesú, che conoscono le scritture, il sepolcro di David, ecc. e,
rinvigorito dallo Spirito Santo, ad essi predica con coraggio che Gesú è
risorto: lo predica con tale convinzione e risolutezza che tutti si convertono.
Già
abbiamo visto che Giovanni scrisse il Vangelo tra 1'80 e il 90; che Luca scrisse
il suo Vangelo verso il 63; che Matteo scrisse il suo Vangelo in aramaico tra il
50 e il 60 e Marco verso il 63. Non si sentí subito il bisogno di scrivere i
Vangeli, perché c'erano i ricordi freschissimi e gli innumerevoli testimoni
della vita di Gesú e della sua resurrezione.
Alle
predicazioni evangeliche della resurrezione di Gesú, fatte dagli apostoli e dai
primi cristiani, fa riferimento esplicito S. Paolo nella 1 lettera Cor. 15,6
quando parla di ciò che ha avuto trasmesso e cita gli apostoli e i piú di 500
discepoli ai quali apparve Gesú risorto, per la maggior parte allora viventi.
La
necessità di fissare per scritto quanto essi avevano visto e raccontavano
cominciò a sentirsi quando tanti di essi cominciarono a morire. Fu allora che
cominciarono a scriversi i Vangeli. I quattro Vangeli ci presentano come nel
tempo in cui furono scritti venivano raccontate la resurrezione di Gesú e le
sue apparizioni in quattro chiese differenti di luogo, di tempo e di mentalità.
Ogni evangelista, oltre ai suoi ricordi personali, aveva raccolto le tradizioni
di altri testimoni e della propria comunità cristiana. Per tal motivo tra i
loro racconti ci sono leggere discrepanze che essi coscientemente scrissero per
fedeltà alle tradizioni ricevute. Mentre tali discrepanze, come abbiamo già
detto, rimandano a quattro testimonianze diverse, l'identità fondamentale del
racconto in ciascuno dei quattro evangelisti è la prova della loro verità.
In
Palestina e particolarmente nella zona di Gerusalemme sono stati trovati in
questo secolo molti ossari, ossia vani contenenti ciascuno tante cassette di
pietra bianca, chiamate ossuari con ossa di morti. Ne sono stati trovati un
migliaio.
Ogni
ossuario reca il nome del defunto ivi sepolto, scritto in ebraico, in aramaico e
in greco e sculture di rosette, di palme, di onde. Gli Ebrei credettero che
quegli ossuari fossero del I secolo prima Cristo; studi accurati recenti hanno
appurato che sono dello stesso secolo di Cristo e del II secolo d. C.
Queste
tombe sono certamente cristiane:
1.
perché gli Ebrei avevano in orrore il toccare le ossa, perché ciò li rendeva
impuri;
2.
perché i cristiani ebbero fin da principio il culto delle ossa e delle
reliquie;
3.
perché il secondo seppellimento era in funzione della fede nella resurrezione
della carne: fede squisitamente cristiana, derivante dalla fede nella
resurrezione di Cristo;
4.
perché tante cassette portano iscritti i nomi di « proseliti e Ebrei; e ciò
è possibile solo se quegli Ebrei erano divenuti cristiani, perché i proseliti
degli ebrei erano tutti di origine pagana;
5.
perché quelle sculture ornamentali si ritrovano nei reliquiari e nei capitelli
delle chiese cristiane dell'Asia Minore.
Le
rosette erano simbolo degli angeli che custodivano le tombe; le onde e la palma
erano simbolo della vita (Enciclopedia della Bibbia, LDC, vol. 5,320).
Nel
1945 fu fatta a Gerusalemme una scoperta che non solo tolse ogni residuo dubbio,
ma diede una prova esplicita nella fede dei primissimi cristiani nella
resurrezione di Gesú.
In
una periferia di Gerusalemme, denominata Talpiot, fu trovata una camera
mortuaria con molti « ossuaria » aventi ciascuno l'iscrizione del nome del
defunto.
Dagli
archeologi si convenne che quelle cassette risalivano agli anni 40 e alcune al
50 dopo Cristo.
In
alcune cassette che risalgono all'anno 45 dopo Cristo, si trovarono scritte in
caratteri greci queste parole « Jesus Alòt ».
L'archeologo
ebreo prof. Sukenik pensò che si trattasse del nome e del cognome di un
defunto.
Forse
questo sbaglio fu provvidenziale, perché, se avesse capito di che si fosse
trattato, forse qualche ebreo avrebbe fatto sparire quelle cassette. Il primo a
interpretare rettamente tale iscrizione fu lo studioso americano Gustafson.
Egli
fece rilevare che « Alót » deriva dal verbo ebraico « alah » che significa
« risorgere » « salire »; fece notare che in una di tali cassette c'erano
scolpite 4 croci; che l'iscrizione, ripetuta in varie cassette, non poteva
riferirsi a diverse persone con lo stesso nome e cognome; concluse che si
trattava di tombe cristiane e che « Jesus Alòt » significava « Gesú fa
risorgere questo defunto ».
Ormai
l'interpretazione del Gustafson è condivisa da tutti.
Cosí
abbiamo una testimonianza incontestabile sulla fede dei cristiani nella
resurrezione di Gesú, risalente ad appena dieci anni dalla morte di Gesú.
13.
IL MISTERO PASQUALE
1.
Il senso della Pasqua
Tutti
i popoli hanno sentito il bisogno della religione, ossia di mettersi in contatto
con la divinità per ringraziarla dei benefici loro elargiti e soprattutto per
propiziarsela con sacrifici e ottenerne dei maggiori. Per questo, da che esiste
l'uomo sulla terra, non c'è stato un popolo ateo.
Il
fenomeno dell'ateismo di massa è esclusivo di questo secolo, ed è dovuto
all'alienazione prodotta dalla tecnica, dai mass-media, e dal consumismo.
Il
culto dei patriarchi consisteva nel lodare, nel ringraziare Dio per la creazione
e mettersi a suo servizio quali sue creature.
Il
culto di Israele era nel celebrare i grandi portenti operati da Dio (magnalia
Dei) nella sua liberazione, e nel mettersi a suo servizio quale suo popolo.
Il
culto di Gesú è quello perfettissimo: egli prega durante il giorno e passa le
intere notti a lodare e ringraziare Dio per gli innumerevoli benefici fatti agli
uomini; supplisce tutti i doveri di quanti dimenticano Dio, e valorizza,
facendoli suoi, le lodi, i ringraziamenti, le preghiere, il servizio, i
sacrifici degli uomini.
Dalla
sua infanzia alla morte egli è il Servo di Javhé e impiega tutte le sue forze,
tutto il suo tempo, tutto il suo sangue per compiere l'opera che Javhé gli ha
affidato: cercare, evangelizzare, salvare, riunire in uno gli uomini per
renderli felici.
Con
la sua passione e morte espia tutte le negligenze e tutti i peccati degli
uomini, e soprattutto dà al Padre e agli uomini la massima prova di amore.
Tutto
questo egli attua nella Pasqua, lasciandosi nell'Eucarestia e morendo sulla
croce.
La
Pasqua di Gesú è l'immolazione della vittima offertasi e consacratasi al
Padre fin dalla nascita; è la conclusione di una vita riservata e spesa tutta
per il Padre; ed è il supremo atto di culto verso il Padre.
Il
culto del popolo cristiano consiste nel perpetuare e vivere il mistero pasquale,
lasciandosi purificare con la contrizione e con la confessione dal sangue di
Cristo: nutrendosi del suo corpo durante la Messa, rinnovazione del mistero
pasquale; divenendo servo di Dio.
Diveniamo
servi di Dio con l'osservare i suoi comandamenti e col cooperare con Gesú nel
completare la sua opera, la salvezza del mondo, pregando, soffrendo, morendo
come lui. Allora la nostra morte sarà il nostro supremo atto di culto al Padre.
Con la morte anche per il singolo cristiano « tutto sarà compiuto », il
mistero Pasquale sarà da lui attualizzato; e alla morte sua seguirà la sua
resurrezione e la sua glorificazione.
2.
Gesú ci salva da Satana
Il
mistero pasquale è intimamente connesso col mistero della creazione e ne è
la spiegazione. Perché Dio ha creato? Perché l'uomo sulla terra? Perché il
male? Perché il dolore? Perché la morte?
Queste
domande tornano insistenti ricordando:
-
la lavina di sangue che, durante il Terrore, a Parigi partiva dalla ghigliottina,
dove a ritmo serrato venivano decapitati i cosiddetti nemici del popolo;
-
Hitler con i 6 milioni di Ebrei uccisi nei campi di sterminio e in parte
trasformati in « puro sapone ebreo »;
-
Stalin con i 20 milioni di nemici veri o presunti eliminati durante la sua
dittatura;
-
Mao con i 100 milioni di cinesi sterminati nella sua rivoluzione, come ebbe a
rilevare recentemente il Partito Comunista Cinese;
-
Komeini con le fucilazioni quotidiane di quanti non condividono il suo
integralismo e la sua ostilità alla civiltà; ultimamente di un'intera classe
di signorine di un Istituto Superiore, per reato ideologico e per non aver
voluto portare il velo in capo.
Questo
è un solo particolare dell'immenso problema del male che è grande quanto è
grande la terra.
Non
è il caso di far vedere l'insufficienza di tutte le spiegazioni umane del
problema del dolore.
Bisogna
ricorrere alla spiegazione del Vangelo nella parabola della zizzania: « il
nemico ha fatto questo » (Mt. 13,i8).
Ma
chi è questo nemico? Quando Paolo VI lo nominò, la stampa laica italiana lo
ridicolizzò e lo prese per rimbambito.
Baudelaire,
il celebre e spregiudicato poeta francese, autore di « Fleurs du mal »,
scrisse: « Il capolavoro di Satana è d'aver fatto perdere le sue tracce ».
Non c'è altra spiegazione al problema del male che la presenza di Satana nel
mondo, a meno che si preferisca restarne senza. Com'è possibile che l'uomo
arrivi ad essere tanto feroce, tanto corrotto, tanto chiuso alla verità
nonostante la resurrezione di Cristo, nonostante i miracoli di ogni tempo
perfettamente controllati dalla scienza e controllabili da tutti, nonostante il
prodigio del sole a Fatima visto da 70.000 persone, delle quali alcune migliaia
ancora viventi, nonostante il sipario di ferro e il muro di Berlino, nonostante
i 100.000.000 di morti fatti da Mao?
La
spiegazione è un sola, quella data dall'Apocalisse: «Il quinto Angelo versò
la coppa sul trono della bestia e il suo regno fu immerso nelle tenebre » (Ap.
16,10).
Satana
appare nella storia dell'umanità fin dal primo giorno. Ottenuta, col miraggio
dell'autoaffermazione, del titanismo e della felicità, una collaborazione a
oltranza dagli uomini, ha seminato la terra di ribellioni, di corruzione, di
odii, di devastazioni, di guerre, di sangue. Tutti i mali del mondo hanno in
Satana la loro prima origine.
Satana
è il principe di questo mondo (Gv. 14,30).
Gesú
non venne per lottare le tirannie, i governi oppressivi, la schiavitú, le
guerre, ma per lottare Satana, che di tutti questi ne è l'ispiratore e la
causa; non venne neanche per lottare la fame, le malattie, e tutti gli altri
mali che affliggono l'umanità, ma per eliminarne la causa, il peccato, e il suo
ispiratore, Satana.
Il
nemico suo è uno solo, Satana il principe di ogni male.
Satana
solo indirettamente odia l'uomo; lo vuole rovinare per invidia e per dispetto a
Gesú, perché sa che egli lo ama.
Gesú
non è venuto neanche per rendere felice l'uomo sulla terra perché sa che
l'uomo per la sua condizione e per la presenza del peccato non potrà mai
esserlo; è venuto per renderlo felice in Paradiso.
Però,
lottando Satana e il peccato, Gesú non solo dà all'uomo la salvezza eterna, ma
gli dà pure l'unico mezzo per creare una società piú giusta e piú felice,
perché lo ammansisce, lo apre all'amore del prossimo, ed elimina, nella misura
in cui il suo messaggio è accettato, le cause di sofferenza nella terra. Il
faraone egiziano oppressore del popolo ebraico è figura di Satana, nemico e
oppressore dell'umanità.
Mosé
è la figura dell'unico liberatore temporale e escatologico che è Gesú.
3.
L'avvenimento piú grande della Storia
Satana
raggiunge il suo massimo trionfo quando riesce a far mettere in croce lo stesso
Dio fatto uomo, come dichiarò Gesú stesso quando i suoi nemici vennero ad
arrestarlo: « Questa è l'ora vostra e del principe delle tenebre» (Lc.
22,53). Quell'ora che era stata preparata da secoli, fino a quel momento non era
ancora giunta; quell'ora era stata tanto attesa che aveva fatto dire a Gesú: «
Ho da essere battezzato con un battesimo (di sangue) e come sono angosciato
finché non sia compiuto! » (Lc. 12, 50); e nell'ultima cena:« Ho desiderato
ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima della mia passione » (Lc.
22,1 s).
Quello
è il momento piú solenne della storia dell'universo, come giustamente ebbe a
dire Bossuet: « Niente di piú grande di Gesú in tutto l'universo; niente di
piú grande nella vita di Gesú della sua passione; niente di piú grande nella
passione di Gesú della sua morte ». Questo sacrificio di Gesú è cosí
sublime da non potersi immaginare qualcosa di piú grande; è cosí grandioso da
essere il centro, il sostegno e la spiegazione della creazione e della storia.
Non
restava alla Chiesa che ritualizzarlo per ricordarlo continuamente, per
attualizzarlo, per applicarne i meriti infiniti e perpetuare la somma lode di
Dio; ciò che essa fa ogni giorno, come dice S. Paolo (I Cor. 11,26), sino al
ritorno di Gesú nella santa Messa.
La
Messa non è semplicemente la Cena del Signore, nella quale la sacra assemblea o
riunione del popolo di Dio, sotto la presidenza del sacerdote, celebra il
memoriale del Signore, come ha detto Louis-Marie Chauvet nella relazione
ufficiale del Congresso Eucaristico di Lourdes del 1981, ripetendo un'eresia che
oggi si va diffondendo tra i cattolici.
«
La Messa, come dice Paolo VI nel suo Credo, celebrata dal sacerdote, che
rappresenta la persona di Cristo in virtú del potere ricevuto col sacramento
dell'Ordine, e offerta da lui nel nome di Cristo e dei membri del suo Corpo
Mistico, è il sacrificio del Calvario, reso sacramentalmente presente sui
nostri altari ».
La
Messa è la perpetuazione del mistero Pasquale nella Chiesa: mistero di
espiazione, di redenzione, di salvezza, di elevazione, di trasformazione del
mondo.
Per
questo oggi niente di piú grande della Messa avviene nel mondo; e niente di piú
meritorio per sé e di piú utile per sé e per il mondo può fare l'uomo che
parteciparvi per offrire al Padre in un unico sacrificio con quello di Gesú,
dal quale tutte le cose umane acquistano un valore, le sue opere buone, le sue
fatiche e le sue sofferenze insieme a quelle di tutti gli uomini.
Nel
sacrificio della croce Gesú che è lo scopo e la sintesi dell'universo e di
tutta l'umanità; Gesú, che è il fiore piú bello di tutta la terra,
sacrificando se stesso con la rinuncia ad ogni piacere della vita e con la piú
straziante delle morti, dà al Padre una lode, una glorificazione e una prova
d'amore infinito; sconfigge Satana che spinge tutti a godersi la vita, restaura
l'ordine universale sconvolto dal peccato dell'uomo; dà una riparazione
sovrabbondante per tutti i peccati degli uomini e ristabilisce l'equilibrio
universale; dà agli uomini la massima prova d'amore, cosí da attirarli a sé e
salvarli.
Cosí
quell'ora del massimo trionfo di Satana si trasmuta nell'ora della sua
sconfitta, come Gesú stesso aveva detto la sera precedente la sua morte: « Ora
si fa il giudizio di questo mondo, ora il Principe di questo mondo sarà
cacciato fuori (Gv. 12,31).
Quell'ora
del massimo trionfo di Satana, si ripete oggi nella Chiesa abbandonata e tradita
da tanti suoi figli; schernita, perseguitata, torturata e crocifissa in
innumerevoli altri suoi figli. E quanto il Signore stesso ha rivelato a Teresa
Musco morta nel 1976 e a quasi tutti gli altri mistici contemporanei: « Questa
è l'ora del piú grande trionfo di Satana sulla terra ». Alla passione e morte
della chiesa, che forse ha avuto il suo apice nell'attentato a Giovanni Paolo II,
non può che seguire la sua resurrezione, la sconfitta di Satana e la
evangelizzazione del mondo.
4.
La Pasqua di Gesú
La
Pasqua di Gesú è il suo passaggio dalla morte alla vita: è la sua
resurrezione.
La
resurrezione di Gesú non è la rianimazione di un cadavere, ma è l'avvento
nella gloria del figlio di Dio fatto uomo, e cioè l'esaltazione di Cristo alla
destra di Dio fino nel suo essere corporeo-storico.
Egli
diviene cosí il nuovo Adamo, il padre del futuro secolo ossia di tutti quelli
che vivranno nell'eternità, il Kirios, ossia il Signore della Storia, in quanto
dirige la storia alla formazione degli eletti.
Gesú
risorgendo non ritorna come era nella sua vita terrena; quindi non ha piú alcun
bisogno fisiologico; né diviene un semplice spirito. Egli ha un corpo solido,
fatto di carne, conserva i suoi organi corporei e tutte le sue membra cosí come
li aveva in terra, ma resi incorruttibili, immortali, solidi e nello stesso
tempo leggeri.
La
resurrezione di Gesú è il primo avvenimento escatologico e l'anticipo degli
ultimi.
La
resurrezione di Gesú prepara e anticipa la « parusia », in quanto Dio ha
fatto abitare in Gesú tutta la pienezza di essere e di potenza creatrice
salvifica e glorificante.
Con
essa ha inizio una nuova forma di esistenza che sfugge totalmente alle attuali
leggi fisiche, biologiche. Il corpo di Gesú risuscitato è formato di materia,
ma di una materia che è governata con leggi diverse. Dio è onnipotente, e a
lui nulla è impossibile.
Con
la resurrezione di Gesú inizia il regno di Dio, ossia il mondo in cui regna
solo Dio, ossia solo l'amore e non l'odio, solo il bene e non il male.
«
La resurrezione di Cristo non è un dogma fra i tanti, né un fatto passato
senza conseguenze presenti, né soltanto la prova della divinità di Cristo e
nemmeno solo il termine gioioso della sua vita. In tutta realtà e pienezza, è
il cuore della nostra fede, l'avvenimento unico e totale:
-
nel quale Dio stesso ama e salva l'umanità nella gloria di Cristo;
-
che conferisce tutto il suo significato all'esistenza cristiana e umana, nel
tempo stesso nel quale la trasforma per l'eternità.
È
per questo che la resurrezione di Cristo è al centro di tutta la rivelazione
cristiana e della fede della Chiesa».
«
È infatti, Gesú, il Signore risorto, che, per mezzo del suo mistero personale,
fonda e porta a compimento sia il mistero personale di ciascun individuo e il
progetto umano universale della loro vocazione propriamente divina, sia il
mistero della Chiesa e di ciascun cittadino al servizio dell'umanità, nella
stessa e unica storia della salvezza.
Il
Cristo risorto fonda e illumina tutte queste relazioni fra la grazia e la
natura, Dio e l'uomo, la chiesa e il mondo » (Hitz: La resurrezione di Cristo,
EDB).
5.
Gesú morendo e risuscitandoci salva pienamente
La
croce non è la fine di Gesú; ed il sepolcro non è la conclusione della sua
vita. La morte fu in effetti il passaggio alla vita gloriosa; il sepolcro fu il
luogo dove il corpo di Gesú germogliò, ossia risucitò.
Tutta
la vita di Gesú fu una preparazione alla sua glorificazione, tutta la sua
passione fu il necessario passaggio per giungere alla resurrezione. Pasqua
precisamente significa passaggio, e ricorda la Pasqua, ossia il passaggio degli
Ebrei dalla schiavitú del Faraone alla libertà attraverso il Mar Rosso,
simbolo della morte.
«
Era necessario, disse Gesú ai discepoli di Emmaus, che tutto ciò avvenisse
perché il Figlio dell'uomo entrasse nella sua gloria » (Lc. 24,26). Con la
morte Gesú depone il suo corpo mortale; con la resurrezione lo riprende, dopo
averlo trasformato e reso incorruttibile, leggero, perfettissimo, bellissimo,
immortale, incantevole, luminoso, tale da essere in cielo il rapimento e
l'estasi degli angeli e dei Santi e la luce del Paradiso.
Per
questo S. Paolo dice: « Egli, possedendo la natura divina, non pensò di
valersi della sua eguaglianza con Dio, ma annientò se stesso, prendendo la
natura di schiavo e diventando simile agli uomini; e dopo che ebbe rivestito la
natura umana, umiliò se stesso ancor piú, facendosi obbediente fino alla
morte, e alla morte di croce. Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che
è sopra ogni altro nome, affinché nel nome di Gesú si pieghi ogni ginocchio
in cielo, in terra e negli inferi, ed ogni lingua confessi che Cristo Gesú è
il Signore, a gloria di Dio Padre » (Filipp. 2,6- 11).
Tutto
questo Gesú lo ha fatto per noi. Morendo e risuscitando egli ci salva.
La
salvezza di Gesú significa: la salvezza dell'uomo intero: cuore, intelligenza,
corpo, sensi.
Quando
si dice che Gesú ci salva tutte queste componenti del nostro essere non
significa che farà durare per l'eternità questa vita terrena, perché
significherebbe divenire vecchi piú di Matusalem, acciaccarsi,
incartapecorirsi: e la vita diverrebbe una morte vivente.
Salvezza
significa risuscitare e restare giovani, incorruttibili, impassibili,
immortali come Gesú, nella pienezza del nostro vigore corporeo, intellettuale e
psichico.
Solo
allora sono capace di godere e di essere felice. Infatti non riesco a pensarmi né
a godere senza il mio corpo. Che salvezza sarebbe la mia se io non riprendessi
il mio corpo e non risuscitassi come Gesú? La morte rompe l'unità del mio
essere, separa l'anima dal corpo. La salvezza non può essere che la
ricomposizione di questa unità. Questa salvezza ci viene meritata dalla
passione e morte di Gesù; ma ci viene comunicata dalla resurrezione di Gesú.
Solo
perché lui è risuscitato io potrò risuscitare. Egli è il primogenito dei
morti risuscitati.
«
In fondo il Cristo morto e risuscitato non interessa gli apostoli e i loro
ascoltatori perché è veramente morto e risuscitato, né perché è il Messia,
né - potremmo dire - perché è il Figlio di Dio, ma perché è il Verbo della
vita (I Gv. 1, 1), colui che illumina ogni uomo che viene in questo mondo (Gv.
I,9).
Se
Cristo Figlio di Dio si fosse incarnato per ragioni misteriose che nulla hanno a
che fare con noi uomini, quel fatto avrebbe potuto suscitare la nostra
ammirazione e il nostro rispetto, sapendo che Dio agisce con sapienza, ma nulla
di piú. Potremmo dire che, in fondo, quel fatto non ci interessa, dal momento
che non ha cambiato nulla nei nostri rapporti con Dio » (Stramare, Risorti con
Cristo, p. 71).
Però
se Gesú non fosse risuscitato neanche noi saremo potuti risuscitare.
Gesú
è risuscitato per noi (2 Cor. 5,15), per la nostra giustificazione (Rom. 4,25).
In lui abita tutta la pienezza della divinità e della sua pienezza noi
partecipiamo (Col. 2,9); dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto, grazia
su grazia (Gv. 1,16).
Pienezza
significa pienezza di vita, di intelligenza, di bellezza, di sensibilità, di
potenza, di scienza, di amore, di gioia, di felicità.
In
altri termini la pienezza della vita umana è quella sopra-umana; è nella vita
divina-trinitaria: redenti e incorporati da Cristo, vivificati e divinizzati
dallo Spirito Santo, ammessi e immersi nella vita intima del Padre.
Tutto
questo Gesú ce lo dà con la sua resurrezione.
Per
mezzo di essa e con la conseguente sua ascensione al cielo, Gesú diventa il
ponte tra il cielo e la terra, ossia il Pontefice massimo, l'unico e sommo
sacerdote, che vive continuamente per intercedere per gli uomini presso il Padre
e per comunicare se stesso agli uomini per mezzo del dono dello Spirito Santo.
In
altri termini vi è una presenza salvifica-universale, proveniente dal Cristo
glorioso, in tutti i tempi e in tutte le epoche della storia, come pure nella
esistenza personale di tutti gli uomini (Col. 2,9 con i,14-2o e Ef. 1,3,22).
«
Gesú risorto è già il cuore glorioso del mondo, il principio esistente
trascendente di tutti gli esseri; e quindi l'umanità intera si incammina
infallibilmente verso "la redenzione del nostro corpo e la libertà della
gloria dei figli di Dio", alla quale parteciperà a suo modo l'intero
universo, trascinato, a sua volta, nella resurrezione del Signore (Rom.
8,18-23; Fil. 3,20 SS).
E
infatti nel Cristo risorto (" in lui ") che Dio Padre "ci ha
eletto da prima della creazione del mondo, predestinandoci ad essere suoi figli
adottivi per mezzo di Gesú Cristo" (Ef. 1,4 ss) affinché
"riproduciamo l'immagine del figlio suo, in modo che egli sia il
primogenito di una moltitudine di fratelli " (Rom. 8,29).
Il
Cristo risorto è dunque il fondamento ontologico dell'esistenza degli uomini,
come soggetti personali, chiamati alla vita eterna di Dio: egli è la loro
"vocazione eterna".
La
vocazione degli uomini e di tutta l'umanità è dunque radicalmente cristica e
trinitaria: ogni uomo è nell'intimo del suo essere, desiderio di Dio e
nostalgia del Cristo glorioso.
Tutta
la storia del mondo, la grande e la piccola storia degli uomini, pur essendo
distinta dalla storia della salvezza, serve e attualizza di fatto questa storia
della salvezza che Dio opera con tutti gli uomini in tutte le situazioni per
mezzo della mediazione unica e universale del Cristo risorto » (Hitz, La
resurrezione di Cristo, EDB).
Il
mistero dell'incarnazione-morte-resurrezione di Gesú sta alla base del mistero
stesso dell'uomo. Giustamente canta la Chiesa nella notte di Pasqua: « Non
sarebbe valsa la pena di nascere se non avessimo potuto venire redenti da Gesú
», cioè portati nella sua stessa condizione di risuscitato.
Il
destino degli uomini e della nostra miserabile condizione umana di
insoddisfatti, di sofferenti e di condannati a morte non è l'invecchiamento,
ma la gioventú perenne; non è la morte ma la resurrezione; non è il sepolcro,
ma il Paradiso; non è l'insoddisfazione e il dolore, ma l'appagamento di
tutti i nostri desideri e la felicità eterna.
Per
la felicità dei risorti Dio creerà una cornice adatta, ossia farà i nuovi
cieli e la nuova terra, con meraviglie naturali di fiori, di luci, di suoni, di
animali smisuratamente piú belli di quanto di piú bello esiste oggi sulla
terra e nell'universo. Questa ultima opera di Dio viene chiamata palingenesi,
ossia nuova creazione.
La
resurrezione di Gesú è la soluzione anticipata della storia universale,
l'anticipo e la certezza della resurrezione gloriosa di tutti quelli che hanno
sofferto ed hanno amato Dio e gli uomini. La Pasqua di Gesú è la preparazione
della Pasqua dell'umanità e della Palingenesi universale.
La
costituzione Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II dice: « Ignoriamo il
tempo in cui avranno fine la terra e l'umanità, e non sappiamo il modo con cui
sarà trasformato l'universo. Passa certamente l'aspetto di questo mondo,
deformato dal peccato. Sappiamo, però, dalla rivelazione che Dio prepara nuova
abitazione e una nuova terra, in cui abita la giustizia, e la cui felicità
sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore
degli uomini. Allora, vinta la morte, i figli di Dio saranno risuscitati in
Cristo, e ciò che fu seminato in infermità e corruzione rivestirà 1'incorruzione;
e restando la carità con i suoi frutti, sarà liberata dalla schiavitú della
vanità tutta quella realtà, che Dio ha creato appunto per l'uomo » (n.
39/1439).
6.
Il nostro mistero pasquale
La
sua parte per la nostra salvezza Gesú l'ha fatta per intero: ora resta a noi di
fare la nostra. La nostra trasformazione gloriosa non avviene senza il nostro
volere, per costrizione, ma avviene dietro la nostra libera scelta di Gesú.
Per
poter risorgere con Gesú bisogna accogliere lui e morire come lui. Per questo
dice S. Paolo: « Tutti che fummo battezzati in Gesú Cristo, fummo battezzati
nella sua morte. Fummo, col Battesimo, sepolti con lui nella morte, affinché
come Cristo fu risuscitato da morte, anche noi vivessimo una vita nuova. Se
infatti siamo diventati un essere solo nella somiglianza della sua morte, lo
diventeremo pure nella somiglianza della resurrezione» (Rom. 6,1-5). La Chiesa
antica per meglio imprimere queste verità nei cristiani usava il battesimo di
immersione. Il catecumeno al momento del battesimo si immergeva completamente
nell'acqua del fiume o, in seguito, della vasca fatta in chiesa, fino a
scomparire per un momento. Quindi emergeva e veniva rivestito di una veste
bianca.
L'immersione
significava che il cristiano era morto al mondo, ad ogni godimento peccaminoso e
a tutte le opere della carne, che S. Paolo enumera nella sua lettera ai Galati:
«
Si conoscono le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza,
idolatria, magia, inimicizie, contese, gelosie, ire, risse, discordie,
divisioni, invidie, ubriachezze, gozzoviglie e cose simili» (Gal. 5,19-21).
L'emersione
significava che il cristiano doveva ormai vivere staccato dal mondo, da
risuscitato, e praticare le opere dello spirito che S. Paolo enumera nella
stessa lettera: «Invece frutti dello Spirito sono: carità, gioia, pace,
pazienza, benignità, bontà, fedeltà, dolcezza, temperanza; in tutto ciò la
legge non ha nulla a che fare. Or, quelli che sono di Cristo Gesú, hanno
crocifisso la carne con le sue passioni e concupiscenze»(Gal. 5,22-24).
Il
sacerdote rivestendo il neo-cristiano con una veste bianca gli diceva, come dice
ancora oggi: « Ricevi la veste candida e portala candida al tribunale di Cristo
»; cioè non sporcare piú la tua anima col peccato, perché solo presentandoti
al tribunale di Dio con l'anima pura potrai vedere e godere Dio per l'eternità.
L'uomo
è misteriosamente e continuativamente sospinto a superare se stesso.
C'è
in lui un destino che lo supera, lo trascende, lo trascina: il suo traguardo sarà
1'attualizzazione del suo desiderio infinito di vita, di libertà, di
prosperità, di amore, di comunione personale-universale, in una parola, di
felicità. Tale desiderio glielo attualizza Gesú mediante la sua
incarnazione-morte-resurrezione.
L'uomo
può perseguire questo suo istinto in due maniere opposte tra di loro: o con
l'egoismo, l'orgoglio, l'autosufficienza, senza, o peggio contro Gesú; o con
l'amore e l'umiltà.
Nel
primo caso è portato a essere indipendente e autonomo, a ribellarsi a ogni
legge umana e divina, al suo destino di sofferenza e di morte. Vuole godersi la
vita infischiandosi degli altri; scalare il cielo ed essere come Dio. Non sa che
in tal maniera prepara la sua rovina.
Nel
secondo caso accetta per amore di seguire e imitare Gesú in tutte le sue virtú;
accetta umilmente la sua condizione di servo obbediente e sofferente di Javhé,
di umile operaio del Vangelo e di servire, morire e scomparire come Gesú.
L'accettazione
della morte è l'ultimo atto che precede e dà la glorificazione e la
resurrezione. Per questo la maggiore fortuna degli uomini è nascere e morire;
la maggiore disgrazia degli uomini è sprecare la vita: la massima e
irreparabile loro disgrazia è sprecare la morte.
7.
La partecipazione dei pagani al mistero pasquale
La
salvezza ce la dà solo Gesú incarnato-morto-risorto.
Chi
lo rifiuta, rifiuta la propria salvezza, perché è proprio lui la nostra
salvezza.
Quando
però l'uomo non conosce Gesú si può salvare:
a)
Amando Dio cosí come lo conosce e amando il prossimo, perché ricevendo il
prossimo riceve Gesú.
Infatti:
« Qualunque cosa fate al piú piccolo dei miei fratelli lo fate a me » (Mt.
23,40). Ma per chi rifiuta Dio o il prossimo, specialmente se bisognoso, non c'è
salvezza.
La
costituzione Lumen Gentium dice: « Dio non è neppure lontano dagli altri che
cercano il Dio ignoto nei fantasmi e negli idoli, poiché egli dà a tutti la
vita e il respiro e ogni cosa (Atti 17,25-28), e come Salvatore vuole che tutti
gli uomini si salvino (I Tlm. 2,4). Infatti, quelli che senza colpa ignorano il
Vangelo di Cristo e la sua chiesa, e che tuttavia cercano sinceramente Dio, e
con l'aiuto della grazia si sforzano di compiere con le opere della sua volontà,
conosciuta attraverso il dettame della coscienza, possono conseguire la salute
eterna. Né la divina provviddenza nega gli aiuti necessari alla salvezza a
coloro che non sono ancora arrivati alla chiara cognizione e riconoscimento di
Dio e si sforzano, non senza la grazia divina, di raggiungere la via retta.
Poiché tutto ciò che di buono e di vero si trova in loro, è ritenuto dalla
Chiesa come una preparazione ad accogliere il Vangelo, e come dato da colui che
illumina ogni uomo, affinché abbia finalmente la vita» (N. 16/326).
b)
Accettando la sua condizione kenotica, cioè di rinuncia, di sofferenza, di
annientamento, di morte. «Se patiamo con Cristo, saremo glorificati con
Cristo» (Rom. 8,17). È cosí che si salvano tutte quelle centinaia di milioni
di affamati, di lebbrosi, di cancerosi, ecc. che nel mondo e particolarmente in
India e in tutto il 3° mondo soffrono e muoiono rassegnati. « Beati quelli che
piangono perché saranno consolati » (Mt. 5, 5). Tutti quelli che soffrono,
piangono e gemono senza disperarsi. La piú grande fortuna degli uomini è la
sofferenza, è la morte.
8.
Gli esclusi dal mistero pasquale
«
Se patiamo con Cristo, saremo glorificati con Cristo » (Rom. 8,17). Chi non
muore non risorge. « Se il grano di frumento prima, cadendo in terra, non
muore, non può portare frutto » (Gv. 12,24). « E chi non porta frutto sarà
tagliato e gettato nel fuoco » (Gv. 15,2). Per questo Gesú dice: « Ma guai a
voi, o ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione! Guai a voi,
che ora siete sazi, perché patirete la fame! Guai a voi, che ora ridete, perché
sarete nel dolore e nel pianto! Guai a voi, quando tutti gli uomini diranno bene
di voi, perché in tal modo agivano i vostri padri verso i falsi profeti! » (Lc.
6,24-26).
L'unico
filo di speranza dei ricchi, dei benestanti e dei gaudenti è di fare molte
opere di carità. Ai gaudenti e a tutti i peccatori la salvezza può giungere
solo per mezzo delle preghiere e delle sofferenze dei giusti.
«
Senza effusione di sangue non c'è perdono » (Ebr. 9,22).
Per
questo giustamente dice Leon Bloy: « Nessuna grazia viene a un peccatore se un
giusto non la paga per lui ». Il numero dei peccatori che si salvano è
proporzionato alle preghiere e alle sofferenze dei giusti.
Per
questo la Madonna disse ai bambini di Fatima: « Se voi pregherete e farete
sacrifici molti di quelli che debbono andare all'inferno si salveranno. Molti
peccatori vanno all'inferno perché non c'è chi preghi e chi si sacrifichi per
loro ».
Quanto,
poi, meglio riproduciamo in noi il mistero pasquale di Gesú sacrificandoci per
gli uomini tanto piú parteciperemo della sua gloria. L'ultima grazia che Dio dà
a un peccatore per mezzo delle preghiere e dei sacrifici dei giusti è di farlo
partecipare con una morte dolorosa al suo mistero pasquale. Il maresciallo Frank,
cattolico di origine, poi gauletier nazista della Polonia, condannato
all'impiccagione al processo di Norimberga, chiamato il sacerdote e
confessatosi prima dell'esecuzione, disse: « Ringrazio Dio che muoio impiccato;
solo cosí sto salvandomi ». La peggiore disgrazia che possa capitare a un
peccatore è di non soffrire piú, perché non avrà piú occasione di
rivolgersi a Dio e salvarsi.
14.
IL SUPER TESTIMONE DELLA STORICITA’ DI CRISTO E DEI VANGELI
1.
QUELLO CHE SI SAPEVA PRIMA
Matteo
nel suo Vangelo dice: « Giuseppe d'Arimatea si presentò a Pilato e gli chiese
il corpo di Gesú. Allora Pilato comandò che gli fosse consegnato. E Giuseppe
preso il corpo, lo avvolse in un bianco lenzuolo e lo depose nel sepolcro nuovo
che egli si era fatto scavare nella roccia » (Mt. 27, 58-60).
Giovanni
nel suo Vangelo dice: « Pietro entrò nella tomba e vide le bende per terra e
il sudario che era sul capo di Gesú, non per terra con le bende, ma ripiegato
in un luogo a parte. Allora entrò anche l'altro discepolo (Giovanni) che era
giunto prima nel sepolcro, e vide e credette (Gv. 20,6-8).
Poi
c'è buio per mille anni, rotto di tanto in tanto da qualche notizia, come da
lampi in una notte di tempesta.
Di
questo lenzuolo, chiamato da Giovanni anche sudario e che in greco si chiama
Sindone, ne parlano nel 2° secolo il Vangelo apocrifo degli Ebrei e nel 340 S.
Cirillo di Gerusalemme che ricorda i testimoni silenziosi, della resurrezione:
la rupe rossa venata di bianco e la Sindone. Gli antichi apologisti ne parlano
solo indirettamente, dicendo, per provare che il corpo di Gesú non era stato
rubato, che eventualmente sarebbe stato piú comodo ai ladri trasportarlo col
lenzuolo, invece di lasciare il lenzuolo.
Nella
vita di Santa Nina, che portò il cristianesimo in Georgia verso il 320 d.C., si
legge che, chieste notizie sulla Sindone all'uomo piú dotto di Gerusalemme,
Niafori, questi le rispose che si sapeva solo che l'aveva custodita S. Pietro.
Ma
dov'era la Sindone? La prima notizia storica su di essa risale al 1201, come
vedremo.
2.
QUELLO CHE SI SA OGGI
E
prima dov'era? Si sa con certezza che a Edessa (oggi Urfa) sul
centro-meridionale della Turchia esisteva da tempo immemorabile una tela con
l'immagine creduta da sempre « del vero volto di Gesú ». Quella tela veniva
chiamata con parola araba « il sacro Mantilion ».
Il
Mantilion era la Sindone piegata in quattro, cosí da far apparire poco piú del
volto di Gesú? Jean Wilson dopo lunghissime ricerche fatte è decisamente per
questa opinione. (The
Shroud of Turin).
E’
certo che quando la Sindone apparve in Francia era piegata cosí, e cosí era
piegata durante l'incendio del 1532, cosicché la gocciolatura di argento fuso
la bucò in quattro punti; e cosí ancora restò anche quando fu portata a
Torino, finché, fatta la Cappella, fu arrotolata e messa in una nuova custodia
di sicurezza.
L'origine
della presenza del Mantilion a Edessa è oscura.
Narra
la leggenda che Abgar V, re (storico) di Edessa, contemporaneo di Gesú, colpito
dalla lebbra avesse mandato a pregare Gesú di andare da lui a guarirlo e che
Gesú gli avesse promesso che dopo morto gli avrebbe mandato un discepolo.
L'apostolo Giuda Taddeo dopo un po' di anni andò da lui e gli portò il sacro
Mantilion. Abgar appena toccatolo guarí, divenne cristiano e, per riconoscenza,
fece scolpire un cammeo con l'immagine del volto di Gesú nel Mantilion, e lo
donò a S. Giuda. Sta di fatto che questo apostolo è stato sempre rappresentato
con un grosso medaglione al collo nel quale c'è raffigurato il volto di Gesú.
Man'nu,
figlio di Abgar, reintrodusse il paganesimo a Edessa, e allora i cristiani
nascosero il Mantilion in una nicchia sopra la porta Ovest di Edessa. Nel 525 il
Mantilion fu ritrovato e da allora cominciò ad essere esposto nella settimana
santa.
Da
quel tempo tutte le immagini di Gesú cominciarono ad avere una certa
rassomiglianza tra loro e ispirate al volto del Mantilion-Sindone, mentre le
precedenti davano un volto molto giovanile di Gesú.
Verso
il 935 l'imperatore bizantino Romano Lacapeno fece una spedizione in Asia
Minore per recuperare il Sacro Mantilion. Tale spedizione si giustifica solo con
la convinzione generale e dell'imperatore che nel Mantilion c'era riprodotto
miracolosamente il vero volto di Gesú.
Giunto
un suo generale vittorioso a Edessa, la circondò e promise all'Emiro di
risparmiare allora e per sempre la città, di rilasciargli 200 prigionieri
mussulmani e fargli anche una regalia in cambio del Sacro Mantilion. L'Emiro fu
ben lieto dell'offerta e gli diede il Mantilion che fu portato a Costantinopoli.
Da allora non si parlò più del Mantilion e si cominciò a parlare della
Sindone, che è la parola greca indicante il lenzuolo. Sembra a questo punto
dover identificare il Mantilion con la Sindone.
Si
sa che nel 1.000 la Sindone si trovava a Costantinopoli, perché menzionata nel
catalogo delle reliquie conservate nel locale palazzo imperiale.
Nel
1201 Nicola Mesarites, patriarca di Costantinopoli esaminò la Sindone e nella
sua relazione dice: « Essa ha sfidato il deperimento perché avvolse la salma
ineffabile, nuda, coperta di mirra, dopo la Passione ».
Nel
1204 Robert de Clery, cronista della 4a crociata, scrisse che prima della caduta
di Costantinopoli in mano ai crociati la Sindone veniva esposta ogni venerdí
nella Chiesa di S. Maria di Blachernae.
Dopo,
non si sa nulla della Sindone per i 50 anni, alla fine dei quali la si ritrova
in Francia in possesso di Goffredo di Charny, morto nel 1356. Dove fu la Sindone
in quei i 50 anni, dal 1204 al 1356? Pare che se ne siano impossessati nella
caduta di Costantinopoli i Templari, potente ordine cavalleresco-monastico,
allora nell'apogeo delle sue gloriose gesta militari. E verosimile che i
templari, per non suscitare le gelosie e le sicure contese dei grandi
condottieri della crociata per il possesso di una cosí grande reliquia,
l'abbiano tenuta nascosta piegata in 4, cosí com'era.
Sta
di fatto che i Templari facevano delle cerimonie segrete dinanzi a una «Sacra
Testa» misteriosa che non facevano vedere a nessuno, e che di essa ne
riproducevano una copia per ogni loro convento. Nel 1951, facendosi degli scavi
nel villaggio dei Templari, Templecombe, in Inghilterra fu trovata un'immagine
simile alle antiche immagini bizantine del volto di Cristo, rassomiglianti a
loro volta a quello della Sindone.
Filippo
il Bello perseguitò i Templari perché troppo potenti e il 19.3.1314 fece
bruciare il loro Maestro di Normandia, Goffredo de Charny, dal quale
probabilmente ebbe la Sindone il suo pronipote Goffredo di Charny, conte di
Lirey, marito di Giovanna di Vergy.
Goffredo
di Charny fece una chiesa a Lirey, vi depose la Sindone e vi creò un canonicato
con ufficiatura per il culto della Sindone.
Morto
Goffredo nello stesso 1356, sua moglie l'anno dopo espose per la prima volta al
pubblico la Sindone attirandosi subito l'ostilità del vescovo di Troyes, Enrico
di Poitiers da cui dipendeva Lirey.
Suo
figlio Goffredo II de Charny, morto nel 1398, lasciò la Sindone alla figlia
Margherita. Questa, essendo senza eredi e prevedendo che con la sua morte la
Sindone sarebbe andata in rovina per la lotta accanita contro di essa del nuovo
vescovo di Troyes, Pierre d'Arcis, la donò il 22.3.1452 al potente duca Luigi
di Savoia.
Il
duca di Savoia collocò la Sindone nella Sainte Chapelle di Chambery.
Il
4. 12. 1532 vi fu un incendio nella Sainte Chapelle e due laici, Filippo Lambert
e Guglielmo Pussod, con due monaci, rischiando la vita, salvarono la Sindone,
che però piegata com'era in quattro, fu forata in 4 punti dalla gocciolatura
dell'argento fuso di un angolo della custodia. Il duca di Savoia allora portò
la Sindone nel Monastero di S. Chiara per farla rattoppare dalle suore. Infine
nel 1578 il duca Emanuele Filiberto di Savoia la portò a Torino, dove ora si
trova. Proprietaria ne è sempre la famiglia Savoia; il custode, per incarico di
essa, ne è l'Arcivescovo di Torino.
3.
INIZIO DELL'INTERESSE SCIENTIFICO DELLA SINDONE
Sino
alla fine del secolo scorso la Sindone, pur venendo venerata, non suscitò
grosse polemiche e seri interessi.
L'interesse
cominciò con la prima foto fattale, su richiesta del card. Agostino Richelmy,
dall'Avo. Secondo Pia il 25.5.1898.
Questi,
con immenso stupore e con vera commozione, scoprí cosí che l'immagine della
Sindone è un negativo fotografico. Ciò eliminava l'ipotesi che la Sindone
fosse stata artefatta 1800 anni addietro o anche solo da Goffredo de Charny. A
questo punto, al posto delle scaramucce che per il passato c'erano state pro e
contro la Sindone, subentra una battaglia tra il pregiudizio e la scienza. Il
fatto estremamente curioso è che si schiera con implacabile ardore contro
l'autenticità della Sindone un ecclesiastico, Ulysse Chevalier, professore di
storia all'università di Lione e uno degli uomini piú colti di Francia.
Contro
di lui insorge un ateo, Yves Delage, zoologo di fama mondiale, membro
autorevolissimo di quell'Academie des Sciences che rappresentava il piú alto
consenso scientifico e culturale del mondo e che aveva avuto l'onore di
annoverare tra i suoi membri, tra i tantissimi, Daguerre e Pasteur: l'uno da lí
aveva in un'assemblea generale rivelato al mondo l'invenzione della fotografia,
il 1° quella del vaccino antirabbico.
Delage
vista la fotografia del Pia ne restò estremamente turbato, vi si mise a lungo a
studiare con la collaborazione di un altro scienziato Paul Joseph Vignon, pure
professore alla Sorbonne.
Il
Delage, alla fine, in una affollatissima assemblea della Academie des Sciences,
diede relazioni degli studi fatti, dimostrò che la Sindone era autentica e
concluse che l'uomo che vi era avvolto era Cristo, perché il tempo minimo per
formarsi un'immagine vaporigrafa era un giorno e e il tempo massimo che vi
poteva restare un cadavere senza cancellare 1'immagine formata o almeno senza
lasciarvi tracce di putrefazione era 40 ore: ciò che corrispondeva
perfettamente ai Vangeli.
Enorme
fu l'impressione di una dichiarazione simile, fatta da un uomo simile in un
ambiente simile, notoriamente agnostico e in gran parte anticlericale e ateo.
Ne
seguirono un immenso scalpore e acerbe polemiche a causa delle quali il Delage,
imperturbabile nelle sue convinzioni, fece un fermo memoriale che pubblicò
nella Revue Scientifique de l'Academie des Sciences. Nel memoriale fra l'altro
dice: « Riconosco di buon grado che nessuno di questi argomenti presenta in sé
il carattere di una dimostrazione irrefutabile; bisogna anche riconoscere, però,
che la loro somma costituisce un insieme imponente di probabilità, alcune delle
quali molto vicine a essere provate... Si è introdotta senza necessità una
questione religiosa in un problema che, in sé, è puramente scientifico, col
risultato che le passioni si sono scaldate e la ragione è stata fuorviata. Se
si trattasse, anziché di Cristo, di un Sargon, di un Achille o di un faraone,
nessuno avrebbe pensato a fare obiezioni... Nel trattare questa materia sono
stato fedele al vero spirito della scienza, alla ricerca solo della verità e
senza minimamente preoccuparmi se avrebbe toccato gli interessi di alcun
gruppo religioso... Io riconosco Cristo come personaggio storico e non capisco
che possa esserci qualcuno che trovi scandaloso se tuttora esistono tracce
materiali della sua vita terrena ».
Per
conoscere la sua preparazione e la sua serietà scientifica basta sapere che
egli nel 1904, con anticipo di quasi 80 anni, disse che la certezza
dell'autenticità della Sindone era tale, che c'era soltanto una probabilità
contro 83.000.000 che essa fosse falsa; risultato che proclamarono nell'ottobre
1981 i 40 scienziati dello STURP.
Il
Delage e il Vignon diedero cosí il via a un'infinità di ricerche scientifiche
su quello che oggi è uno dei piú suggestivi misteri della scienza moderna, la
Sindone.
4.
RIPRESA DELLE RICERCHE
La
foto del Pia, la relazione del Delage e un libro del Vignon scatenarono
un'asprissima polemica contro la Sindone e nel campo laico e, ciò che stupisce,
specialmente nel campo ecclesiastico, per cui il re d'Italia, essendo il
proprietario della Sindone, non permise piú che essa fosse esposta. Il re
d'Italia finalmente autorizzò l'esposizione della Sindone nel 1931 per
contribuire ai festeggiamenti nazionali per il matrimonio del principe Umberto.
In quella occasione milioni di persone visitarono la Sindone e il re permise
pure si facessero delle foto.
Il
Card. Maurilio Fossati scelse a tale scopo Giuseppe Enrie, stimato il migliore
fotografo d'Italia. Queste nuove foto, perfettissime, suscitarono un'immenso
interesse nel mondo scientifico. Si inizia un nuovo capitolo nella storia e
nello studio della Sindone.
Ci
limitiamo a notare che da allora incominciarono a interessarsi della Sindone una
moltitudine di chirurghi, di medici, di chimici, di periti di vario genere e si
stabilirono delle commissioni di studio.
Fra
i tanti studiosi della Sindone di quel primo tempo il piú importante fu senza
dubbio il chirurgo prof. Pierre Barbet, direttore dell'Ospedale St. Joseph di
Parigi. Egli, oltre alle foto, poté studiare, per un particolar permesso del re
d'Italia, la Sindone da vicino.
Fece
15 anni di studio e molti esperimenti: fra l'altro inchiodò diversi cadaveri in
una croce per vedere l'angolatura delle braccia inchiodate rispetto al torace
per il peso del corpo, e l'angolatura dei rivoli di sangue scorrenti dai polsi
trafitti rispetto all'asse del braccio: trovò tutto corrispondente alle
impronte delle ferite e dei rivoli di sangue dai polsi dell'uomo della
Sindone. Ciò che esclude assolutamente la possibilità di una contraffazione
della Sindone, anche se non ci fossero i numerosissimi altri argomenti (Barbet:
la Passion de N.S. Jésus Christ selon le chirurgien).
Le
numerose pubblicazioni strettamente scientifiche del Barbet sulla Sindone
accrebbero l'attenzione e lo studio di una vera moltitudine di scienziati.
I
principali altri risultati di tali ricerche furono questi:
a)
Il tessuto è di lino di circa 2.000 anni addietro.
b)
La Sindone è un negativo fotografico.
c)
Le impronte sono di 2 generi: quelle del corpo al negativo, quelle del sangue al
positivo.
d)
Vi appare sangue vivo e sangue cadaverico.
«La
morfologia del sangue sulla Sindone ci documenta due tipi di sangue: sangue
vivo, sgorgato "intra vitam", caratterizzato dal tipico sangue di
fibrina ai margini e dalla parte chiara, plasmatica, al centro; e sangue "post-mortem"
uscito dopo la morte, come quello della ferita del costato, caratterizzato dalla
disposizione inversa: alone plasmatico in periferia, fibrina al centro.
Il
fenomeno della coagulazione e conseguente decalco su stoffa rispetta
perfettamente la morfologia del sangue coagulato (per un processo chimico del
sangue in cui il fibrinogeno forma un reticolo spugnoso di fibrina che rammenda
e ostruisce una ferita, impedendo l'ulteriore perdita di globuli rossi e
provvedendo a raccoglierne di nuovi cosí da formare una crosta), uscito
intra-vitam e del sangue rappreso o disseccato all'aria, cioè il sangue dopo
la morte.
Queste
due caratteristiche morfologiche del sangue rivelano che le impronte sindoniche
non sono opera di un falsario, il quale non poteva conoscere, secoli fa, questo
aspetto della coagulazione, né il processo fibronolitico che ha favorito il
decalco della sostanza ematica sul tessuto in circa 36 ore di contatto col corpo
» (Ricci).
e)
Le macchie del sangue sono di 4 tipi: di sangue arterioso (piú chiaro), di
sangue venoso (piú scuro), di sangue misto (misto), di sangue cadaverico (piú
scuro ancora).
Da
notare che la circolazione del sangue (e quindi la conoscenza di questi 4 tipi
di sangue) fu scoperta dal medico italiano Andrea Cisalpino nell'anno 1593:
solo dopo di allora si potevano distinguere questi tipi di sangue.
f)
Il tipo di sangue corrisponde anatomicamente al tipo di vasi sanguigni feriti
corrispondenti alle macchie: piú chiaro dove è ferita un'arteria, piú scuro
dove è ferita una vena, misto dove c'è un groviglio di vene e arterie (nella
nuca), cadaverico nel cuore.
g)
Le ferite dei chiodi sono nei polsi invece che nelle mani, come si era sempre e
creduto e come avrebbe dipinto un ipotetico pittore. Il Barbet provò che in un
cadavere inchiodato alle mani in una croce i tessuti cedono e il corpo cade a
terra.
h)
Mancano nella Sindone le impronte dei pollici perché i chiodi ai polsi
feriscono il nervo mediano che fa contrarre «l'eminentia tenar» e quindi
ripiegano i pollici: ciò che non poteva conoscersi allora.
i)
La rilevazione di impronte invisibili. Esse furono rese visibili da una foto a
raggi ultravioletti semplici e con lampada di R. William Wood a gas di
tungsteno. Tale foto fa vedere le colature di sangue da ogni colpo di flagello,
invisibili a occhio nudo; colature che quindi sono un altro sigillo di
autenticità in quanto scendendo dai lombi verso il collo, fanno vedere la
posizione del condannato, che, legato con le mani a un basso cippo, era
costretto a stare con la testa in giú e a fare un arco col dorso.
È
assolutamente impossibile che mano umana avesse dipinto 20 secoli addietro o
anche 7 secoli addietro ciò che non si vede e con tanta precisione.
1)
La scoperta dell'itinerario della Sindone.
Tale
scoperta fu fatta dal prof. Max Frei, uno dei piú famosi criminologi del
mondo, direttore del Laboratorio di Polizia Scientifica di Zurigo. Egli,
debitamente autorizzato, applicò dei suoi speciali nastri adesivi in vari punti
bianchi della Sindone e, toltili, vi trovò del polline fossile di 48 piante che
in essa man mano veniva depositato dal vento nelle annuali ostensioni pasquali.
Esaminato tale polline risultò che apparteneva a piante comuni nell'Asia
Minore, in Francia e in Italia, a piante esclusive della Palestina, del bacino
del Mar Morto, dell'Asia Minore o della Francia e dell'Italia, a piante estinte
in Palestina pochi secoli dopo Cristo.
Resta
cosí provato che la Sindone stette un po' di tempo dopo Cristo in Palestina,
quindi fu portata in Asia Minore, di là in Francia e infine in Italia.
m)
Età del tessuto. Gilbert Raes professore di tecnologia tessile all'Università
di Gand nel 1873 esaminando il telo della Sindone concluse che quel tipo di
tessitura della stoffa era comune nel Medio Oriente nel I secolo e che tra le
fibre di lino c'erano tracce di cotone: segno che la Sindone fu tessuta in
telaio che veniva adoperato anche per tessere il cotone. Ora il cotone è comune
nel Medio Oriente mentre non si coltiva in Europa. Analoghe conclusioni trasse
Silvio Curto professore di Egittologia all'università di Torino.
5.
NUOVE RICERCHE SULLA SINDONE
In
questi ultimi anni gli studi sulla Sindone sono stati fortissimamente
intensificati.
L'ultimo
e certamente il piú bello e il piú completo è quello recentissimo
dell'ingegnere Kenneth Stevenson e del filosofo Gary Habermas dello STURP,
intitolato «Verdetto sulla Sindone», pubblicato nel 1982 in italiano dalla
Queriniana (Brescia), dal quale abbiamo appreso molte informazioni. Ciò che è
strano in tutta la storia della Sindone è che è stato sempre il popolo
cristiano a custodirla, e che la Chiesa non ha preso mai posizione a sua difesa,
tanto meno sulla sua origine miracolosa, e che anzi persone autorevoli
ecclesiastiche si sono schierate contro la sua autenticità o contro la sua
origine miracolosa; sono stati sempre uomini di scienza, spesso atei o
agnostici, a difenderla e a demolire tutte le teorie naturalistiche, come
meglio vedremo.
6.
TEORIA DELLA FRODE
I
sostenitori di essa dicono che l'immagine della Sindone è un dipinto, spacciato
come impronta miracolosa. Quando nel 1357 la Sindone apparve la prima volta in
Occidente, a Lirey, il vescovo Enrico di Poitiers si mostrò apertamente
scettico e fece interrompere l'esposizione di essa al pubblico. Il suo
successore, Pierre d'Arcis, vescovo di Troyes, si mise apertamente in lotta
contro la famiglia di Charny, proprietaria della Sindone, e nel 1389 fece un
celebre Memorandum contro l'autenticità della Sindone affermando che essa era
stata dipinta « astutamente ».
Ultimamente,
all'inizio di questo secolo due altri ecclesiastici, col peso della loro cultura
e della loro celebrità, misero l'opinione pubblica contro la Sindone.
Il
canonico Ulysse Chevalier, professore di Storia Ecclesiastica all'Università
di Lione e storico fra i piú rispettati e temuti del sec. XX, fece una vera e
aspra battaglia contro l'autenticità della Sindone dichiarandola un falso.
Il
Gesuita Herbert Thurston con un articolo inserito nella Catholic Enciclopedia
fece sua la tesi dello Chevalier. Per ultimo cercò di risuscitare la teoria
della pittura il microscopista Mac Crone, dicendo d'aver trovato in alcuni
nastrini dell'immagine della Sindone, passatigli da un membro dello STURP,
dell'ossido di ferro.
1.
Abbiamo visto che la Sindone è un negativo fotografico.
È
impossibile che un pittore abbia potuto riprodurlo nel 1357; ma è impossibile
anche oggi.
2.
È impossibile che un pittore abbia potuto fare o possa fare anche oggi
un'immagine senza contorni precisi, ma evanescente come la Sindone e che,
soprattutto, non vi abbia lasciato striature di pennello, le quali al
microscopio si osserverebbero.
3.
È impossibile che un pittore nel 1357 abbia avuto una conoscenza anatomica cosí
perfetta del corpo umano da indovinare le proporzioni perfette di ogni membro,
le contrazioni del corpo nella croce tali da provocare nella colatura del sangue
dai polsi un doppio rivolo, uno nell'espirazione, uno nell'inspirazione, la
localizzazione perfetta delle arterie e delle vene ferite, il relativo sangue
venoso o arterioso o misto o cadaverico.
4.
I pigmenti avrebbero penetrato le fibre e le avrebbero incollate le une alle
altre. Nella Sindone invece le fibre sono sciolte, il loro ingiallimento è
solo superficiale, limitato alla loro superficie esterna e a sole 2 0 3 fibre.
5.
Gli esami microscopici, le analisi micro-chimiche, le riflessioni della luce, la
fluorescenza ai raggi ultravioletti e ai raggi X non hanno trovato nella Sindone
pigmenti, coloranti, polveri, vernici e nessun'altra sostanza usata per
dipingere, e neanche acidi, i quali ultimi avrebbero deteriorato la stoffa. Il
fisico John Jackson e con lui gli altri scienziati dello STURP contro la teoria
di Mac Crone fanno rilevare che l'ossido di ferro nella Sindone è in quantità
estremamente minima e che non solo non può spiegare l'origine dell'impronta, ma
è presente nella stessa quantità anche in tutti i punti bianchi fuori
dell'immagine e un po' di piú solo nelle macchie di sangue.
Tali
tracce infinitesimali di ossido di ferro hanno una doppia origine: una dalle
macchie di sangue e dalle annuali ripiegature della Sindone; l'altra dall'acqua
della fermentazione del lino, come diremo.
6.
Il calore dell'incendio del 1532 e l'acqua gettatavi sopra per spegnerla
avrebbero alterato i pigmenti se ce ne fossero stati; invece l'immagine non ebbe
alcuna alterazione, neanche nei punti accanto alle bruciature.
7.
Le macchie di sangue della Sindone sono di vero sangue; ciò che a un pittore
non sarebbe mai venuto in testa di fare.
8.
La tridimensionalità e la non direzionalità dell'immagine della Sindone
escludono, infine, tassativamente la fattura a mano di essa.
7.
TEORIA VAPORIGRAFICA
Essa
fu elaborata dal Vignon. Secondo il Vignon l'immagine della Sindone si sarebbe
formata per la reazione chimica dell'urea e dell'ammoniaca del sudore della
morte con il sangue, la mirra, l'aloe e l'olio con i quali fu bagnato, secondo
lui, il lenzuolo in cui fu seppellito Gesú. I gas o vapori sprigionatisi da
tali reazioni avrebbero formato l'immagine.
Per
provare la sua teoria il Vignon fece un'infinità di ricerche archeologiche e
di esperimenti, su oggetti e sul suo corpo stesso, cosparso di fine gesso rosso
e coperto con lenzuolo inumidito di aloe e mirra.
I
risultati dei suoi studi, ben miseri in verità, li pubblicò nel libro Le saint
Suaire de Turin.
1.
Non ci sono prove che la Sindone sia stata cosí bagnata. E vero che Giovanni
dice: « Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo presero il corpo di Gesú e lo
avvolsero in bende insieme con olii aromatici, com'è in uso seppellire per gli
ebrei » (Gv. 19,40); ma è anche vero quanto aggiunge Luca: «Le donne che
erano venute con Gesú dalla Galilea seguivano Giuseppe; esse osservarono la
tomba e come era stato deposto il corpo di Gesú, poi tornarono indietro e
prepararono aromi e olii profumati. Il giorno di sabato osservarono il riposo,
secondo il comandamento. Il primo giorno dopo il sabato, di buon mattino, si
recarono alla tomba, portando con sé gli aromi che avevano preparato » (Lc.
23,55 ; 24,1). Si vede che esse avendo osservato come gli olii aromatici
preparati da Giuseppe per l'imbalsamazione del corpo di Gesú (che non si poté
subito fare per il sopraggiungere del sabato) erano insufficienti, andarono a
comprarne degli altri prima di procedere all'imbalsamazione. Se la Sindone fosse
stata bagnata con aromi, in molti punti essa si sarebbe incollata col cadavere e
avrebbe dato un'immagine distorta. I gas non vanno verticalmente e
parallelamente, ma si espandono in tutte le direzioni; avrebbero dato
un'immagine distorta e non avrebbero lasciato nella Sindone le zone d'ombra in
essa esistenti.
Non
avremmo avuto l'immagine tri-dimensionale dell'Uomo della Sindone.
Nessuna
traccia di olio e di aromi si osserva nella Sindone.
Da
un processo vaporigrafico non avremmo potuto avere l'impronta dei capelli e
quella delle monete sugli occhi.
Il
fuoco e l'acqua dell'incendio del 15 32 avrebbero danneggiato l'immagine.
8.
TEORIA DELL'IMMAGINE LATENTE
Autore
ne è uno scienziato del centro di ricerche di S. Barbara, Samuel Pellicori.
Il
Pellicori mise per 7 ore in un forno riscaldato a 150° dei pezzi di tela per
simulare l'invecchiamento; poi spalmò su diverse zone di essi leggerissimi
strati di urea, di ammoniaca, di mirra e di olio di oliva, li rimise nel forno
per altre 3 ore e ottenne degli ingiallimenti nelle zone trattate. Quindi formulò
la teoria che la Sindone a contatto del corpo si sarebbe impregnata di quelle
sostanze, le quali, poi col tempo avrebbero dato ad essa l'immagine esistente.
Questa
teoria è simile alla precedente e viene confutata cogli stessi argomenti
portati contro la teoria precedente.
Si
aggiunge:
1.
Il sepolcro di Gesú non era un laboratorio di scienziato e non vi poterono
essere eseguite tutte quelle tecniche, che, fra l'altro, la scienza soltanto ora
sa mettere in opera. Nonostante i grandi mezzi a sua disposizione il Pellicori
ottenne immagini distorte, mentre quella della Sindone è perfettissima.
2.
Gli agenti sensibilizzanti avrebbero potuto agire solo per contatto diretto,
come osserva lo Stevenson (pag. 100). Come allora avrebbero potuto fermare
l'immagine anche nei punti nei quali il lenzuolo non toccava il corpo? Né vale
l'ipotesi di un altro scienziato dello STURP, John German, secondo cui la
Sindone nell'umidità del sepolcro sarebbe diventata soffice, perché essa è un
tessuto rigido di lino e neanche se fosse stato un sottilissimo velo avrebbe
toccato tutti i punti del corpo. C'è la difficoltà tecnica del tempo.
Non
c'era motivo di sottrarre subito dalla Sindone il corpo. Se l'avessero rubato
sarebbe stato piú facile trasportarlo con la Sindone. In ogni caso non ci
sarebbe stato il tempo per la Sindone di sagomarsi sul cadavere, né di
impregnarsi di quegli agenti sensibilizzanti.
Se
il corpo fosse stato sottratto dopo molti giorni l'immagine avrebbe riportato
segni di putrefazione.
Non
si sarebbe potuta formare l'immagine tri-dimensionale nella Sindone, come ora
diremo. Lo stesso Pellicori riconosce che la tridimensionalità dell'immagine
della Sindone è un'obiezione troppo grave contro la sua teoria.
9.
TEORIA DEL CONTATTO
Per
spiegare un'origine naturale dell'immagine sindonica un vero stuolo di studiosi
ha formulato e cercato di provare un'altra teoria, quella del contatto diretto e
della reazione chimica.
Il
dott. Judica-Cordiglia, bagnato un cadavere con sangue e avvoltolo con tela
inzuppata di olio d'oliva, trementina e aloe, ed espostolo di giorno al calore
del vapore, ottenne un'impronta imperfetta e con caratteristiche negative.
Analoghi
esperimenti con l'aggiunta di sale fisiologico o di urea e con analoghi
risultati condussero i dottori Scotti e Rodante; per cui la teoria del contatto
diretto fu quasi universalmente accettata dagli studiosi, fra gli altri dal
Ricci.
Anche
questa ipotesi è inammissibile:
1.
Perché nel lenzuolo non si vedono tracce di sostanze organiche né di prodotti
risultanti da reazioni chimiche.
2.
Perché il contatto dà un'immagine deformata, come può vedere chiunque
spalmandosi con un colorante la faccia e la comprime con un panno bianco.
3.
Per l'assenza nell'immagine di placche e di punti di saturazione.
4.
Per l'uniformità del colore dell'immagine sia davanti che nel dorso, mentre la
densità del colore in un'immagine per contatto è in proporzione alla
pressione che fa il corpo nella stoffa.
Ora
nella Sindone il lenzuolo posto di sotto subiva tutta la pressione del corpo,
mentre quello di sopra non aveva nessuna pressione, eccetto quella
imponderabile di se stesso.
Per
le sfumature dell'immagine.
Perché
non si sarebbe potuta formare l'immagine dei capelli e quella delle monetine
negli occhi, né, tanto meno, l'immagine tridimensionale, come ora diremo.
10.
ULTIMO ASSALTO ALLA SINDONE
I
pionieri di tali studi furono due scienziati americani, John Jackson e Eric
Dumper della NASA, addetti alla rilevazione delle immagini spaziali da Don Devan
(specialista anche lui di elaboratori e di lavorazione elettronica sulle
immagini) e da un gruppo di altri scienziati. Non è possibile qui seguire le
loro ricerche ad altissima specializzazione con i computers che avevano a loro
disposizione.
Nel
1976 fece scalpore una prima loro comunicazione sulla persona fisica di Gesú:
era alto mt. 1,79 e pesava Kg. 79,320. Successivamente sbalordirono il mondo con
la foto tridimensionale di Gesú ottenuta dalla Sindone; cosa fisicamente
impossibile.
Per
primo rilevarono che l'impronta dell'immagine della Sindone è più scura dove
il corpo era piú distante dalla Sindone, piú sbiadita dove era a contatto.
Conclusero logicamente che ciò che aveva prodotto l'immagine aveva agito a
distanza, anziché per contatto.
Questo
primo rilievo diede un grosso colpo alla teoria vaporigrafica del Vignon, e fece
sorgere l'idea di una radiazione sprigionatasi dal corpo di Gesú alla
resurrezione.
Quindi
Jackson e Dumper dal rapporto corpo-tessuto e dall'intensità dell'impronta
intuirono che poteva trattarsi di un'impronta tridimensionale. Fatta una prova
con il micro densitometro ottennero un profilo deformato del corpo di Gesú.
Correlando tale profilo con i dati già acquisiti della distanza corpo-tessuto
riuscirono a correggere in buona parte le deformazioni dell'immagine.
Quindi
con l'ausilio del VP-8 image Analyze dell'Interpretation System, che converte
le sfumature d'intensità iconografica in rilievi verticali, ottennero
un'immagine tridimensionale della Sindone.
Jackson
e Dumper videro ancora dei rigonfiamenti inspiegabili sulle palpebre di Gesú.
Parlandone ad amici vennero a sapere che gli Ebrei avevano l'uso di mettere due
monetine sopra le palpebre dei defunti. Allora pensarono che era logico che
Giuseppe d'Arimatea, essendo fra l'altro ricco, avesse messo due monetine sulle
palpebre di Gesú appena seppellito, e aggiunsero che se in seguito con
computers piú perfetti si fossero potute rilevare nelle palpebre di Gesú le
impronte, si sarebbe potuto stabilire con certezza scientifica la data di
formazione dell'immagine sindonica.
Cosa
che, come diremo, già è stata fatta.
Quindi
l'archeologo e termochimico Ray Rogers in una sua circostanziata relazione
esclude, motivandola, l'ipotesi di una fattura a mano dell'immagine sindonica e
dichiara che le ombreggiature dell'immagine dipendono da variazione di intensità,
non da colori.
Infine,
stimolato dalla foto dello Jackson e dello Jumber, decise di occuparsi della
Sindone uno scienziato italiano, l'ing. elettronico Giovanni Tamburelli,
professore dell'Università di Torino e direttore delle ricerche al Centro
Studi e laboratori telecomunicazioni della STET.
Egli
esplorò con un sottilissimo raggio laser una diapositiva della Sindone,
assegnando un valore di luminosità a ciascun punto dell'immagine, e ottenne
un'immagine tridimensionale meravigliosa, inaspettata e commovente, che ci
rivela le inaudite sofferenze di Cristo e che è impossibile qui elencare.
Ci
basta questo suo accenno: « Il risultato è stato anche per me inaspettato e
commovente. La scabrosità dell'immagine tridimensionale non dipende da difetti
fotografici o, per esempio, dalle caratteristiche del tessuto del sudario. Le
rugosità, le ombre che vi si vedono, sono altrettanti segni della passione:
rivoli di sangue, ferite, tumefazioni. Ci sono almeno una ventina di
particolari, mai rilevati prima, che confermano punto per punto il racconto
evangelico» (Gente, 30-10-81).
Finalmente
arriviamo alle ultime ricerche scientifiche sulla Sindone che, se ancora
lasciano qualche punto scoperto, da tutti gli altri danno risultati definitivi.
L'origine
di tutto è stata la foto tridimensionale della Sindone, ottenuta da Jackson e
Jumber e pubblicata dalla rivista degli scienziati americani Science.
Il
prof. John Heller, fondatore di un prestigioso Istituto Interdisciplinare per
lauree in fisica, ma aperto solo a persone già laureate in fisica, vedendo
quelle foto ebbe come una terribile martellata in testa e disse: « Non è
possibile ».
Insieme
a lui numerosissimi altri scienziati americani ebbero la stessa sensazione e
dissero la stessa cosa, e fecero individualmente delle ricerche per poter dire
che quella foto era inventata. Studiando l'argomento della Sindone, che neanche
conoscevano, e la relazione di Jackson e Jumber si accorsero che si trattava di
una cosa seria. Allora in 40 (di varie specializzazioni scientifiche e di
estrazione diversa: protestanti, atei, agnostici, ebrei, e alcuni cattolici)
sentirono il bisogno di unirsi in un organismo per fare accuratissime ricerche,
lo STURP (Shround of Turing Research Project).
Quindi
approfittando della ostensione della Sindone a Torino dell'ottobre 1978, vi
andarono in massa per aggredire la Sindone, convinti quasi tutti di poter
dimostrare il falso piú riuscito della storia. Erano, tutti 40, membri di
celebri istituzioni, dalla NASA al Laboratorio di Los Alamos, dal Brooks
Istitute of Photography alla S. Barbara Research Center, ecc. Guardarono la
Sindone con microscopi a scansione, con spettrometri ultravioletti e infrarossi,
con onde elettromagnetiche, con microsonde elettroniche e con centinaia di altri
strumenti.
Fecero
tutti i rilievi possibili e furono anche autorizzati a fare dei prelievi, sia
pure quasi invisibili. Quindi si lasciarono con l'impegno di fare ciascuno le
sue ricerche specializzate e di ritrovarsi dopo 3 anni per dare ognuno i propri
risultati.
Allo
scadere dei 3 anni i 40 scienziati dello STURP si ritrovarono in un Simposio a
New London dal io all'U ottobre 1981: 25 scienziati si successero nel podio per
dare le loro relazioni su 3 anni di studio e oltre 1.000 esperimenti eseguiti:
una massa di lavoro scientifico veramente imponente e sbalorditivo che è
impossibile sunteggiare.
Il
prof. Heller 113 novembre 1981, per incarico dello STURP, venne in Italia a
darne relazione nell'Aula Magna affollatissima del Politecnico di Torino. Lo
Stevenson descrisse tali lavori nel suo recentissimo libro intitolato Verdetto
sulla Sindone. Ne dà ampia relazione II nostro tempo di Torino il 15-11-1981.
Prima
di accennare le principali cose e le definitive conclusioni dello STURP rivelate
dal Prof. Heller in tale conferenza, è opportuno notare che tutte le relazioni
dei 40 scienziati americani sulla Sindone da lui sintetizzate, pubblicate nel
massimo organo scientifico americano Science, sono state studiate e approvate
dai « referes », ossia dagli esperti che controllano il rigore metodologico
degli scienziati di tutto il mondo delle tante branchie della cultura moderna:
fisica, chimica, medicina, biologia, ecc.
Bisogna
dire a loro onore che furono estremamente obiettivi nelle loro ricerche e che
dinanzi alla verità si arresero.
a)
Le immagini della Sindone sono di due specie nettamente diverse. L'impronta
corporea e le macchie sanguigne. L'immagine di Adler e Heller sulle fibrille
raccolte da Rogers sul nastro adesivo, le microanalisi di raggi sulle polveri
prelevate nel retro della Sindone, la fluorescenza da raggi X misurata da Norris
direttamente nella Sindone, escludono la presenza di coloranti organici sia
sulle fibrille dell'immagine corporea, sia sulle fibrille delle impronte
sanguigne che erano state prelevate dalla Sindone con gli speciali nastri
adesivi. Il colore giallo delle fibrille dell'immagine non è asportato né
alterato da alcuno dei 21 reagenti o solventi che invece hanno effetto, l'uno o
l'altro, su tutti i coloranti.
Tutto
ciò esclude tassativamente che l'immagine sia stata prodotta da materiali
coloranti (aromi, ossido di ferro, pigmenti, liquidi fisiologici, ecc.)
depositati sul tessuto sia per processo naturale, sia per processo
artificiale. Cosí cadono definitivamente le teorie del Vignon, dello
Judica-Cordiglia, del Ricci, ecc. Quindi, conclude lo STURP, l'immagine corporea
della Sindone è costituita da un'ossidazione disidratante della cellulosa delle
fibrille superficiali del lino, che può avvenire per effetto di radiazione (il
caso delle immagini su pietra a Hiroshima) o di calore.
b)
Le impronte distinte dall'immagine corporea sono realmente di sangue.
I
metodi classici di analisi furono, naturalmente, inutilizzabili.
Lo
STURP mise a punto un metodo nuovo basato su un apposito trattamento chimico che
rende fluorescenti le porfirine ematiche e con test specifici sensibili a un
miliardesimo di grammo.
Cosí
fu evidenziata la presenza del sangue nella Sindone.
Fu
quindi preparato il materiale dei nastri applicati sulle impronte sanguigne e,
analizzandolo con tecniche microchimiche, si poterono identificare gli altri
componenti del sangue, compresa l'albumina che rivela la presenza di siero.
Cosí
si è definitivamente accertato che le macchie « sanguigne » sono state
effettivamente formate da « sangue intero coagulato ».
Desta
fortissima impressione il fatto che queste particolari indagini e conclusioni
furono fatte da Adler, ebreo e uno dei maggiori esperti di porfirine nel mondo.
Un
altro fatto molto interessante è l'esperimento fatto sulle fibrille impregnate
di sangue dentro l'immagine corporea: sciolto il loro rivestimento sanguigno, le
fibrille restano del colore pallido del lino originale, non di quello giallo
delle fibrille delle immagini.
Resta
cosí provato che il sangue si è depositato sul tessuto prima che si fosse
formata l'immagine e l'ha protetto dal processo di formazione di quest'ultima.
Resta
ancora cosí provato che quando il corpo di Gesú fu tolto dalla croce non ci fu
il tempo di lavarlo e ungerlo di profumi, come allora si usava con tutti i
cadaveri, e che il suo sangue macchiò la Sindone dove fu avvolto. Se il suo
corpo fosse stato unto le macchie di sangue non sarebbero rimaste cosí nitide e
circoscritte. La mirra e l'aloe di Nicodemo furono conservati per ungerlo la
domenica; tutt'al piú fu con essi spruzzato il lenzuolo e gli spruzzi svanirono
senza lasciare tracce. L'immagine della Sindone invece fu prodotta
successivamente nel sepolcro.
c)
Robert Bucklin, direttore del laboratorio di patologia di Los Angeles, notò che
una gamba era leggermente sollevata rispetto all'altra. Ciò si spiega con la
rigidità tetanica sopravvenuta subito alla morte di Cristo a causa delle
atrocissime sofferenze delle ferite; rigidità che, essendo un piede crocifisso
sull'altro, mantenne tesa e leggermente sollevata tutta la gamba quando Gesú fu
deposto dalla croce e seppellito.
d)
Mancano completamente nella Sindone segni di putrefazione.
e)
I due scienziati Alan Adler, chimico, e John Heller, biofisico, provarono
contro Mac Crone che le deboli tracce di ossido di ferro non si trovano soltanto
nell'immagine della Sindone ma si trovano ugualmente in tutto il resto della
Sindone e sono dovute alla fermentazione in acqua delle fibre per produrre il
lino; le quali, ossidandosi, formano legami con il ferro e il calcio contenuti
nell'acqua.
f)
Rivelazione delle monete sugli occhi.
La
scoperta di tracce di impronte di probabili monetine sugli occhi dell'uomo della
Sindone fatta da Jackson e Dumper fece appuntare gli strumenti di ricerca su
quegli occhi. Si poté cosí scoprire non solo che si trattava veramente di monètine
romane, ma si riuscí a leggerne l'iscrizione greca: « Tiberiu Caisaros ». Si
sa che Ponzio Pilato fece coniare tali monete tra l'anno 29 e il 32. La scoperta
di tali monetine invisibili, la loro iscrizione, l'errore nell'iscrizione (Tiberiu
Caisaros invece di Tiberiou Kaisaros) escludono, a loro volta, categoricamente
la possibilità di un falso nella Sindone e comprovano che la crocifissione
avvenne sotto Ponzio Pilato.
11.
CORRISPONDENZA COI VANGELI
La
corrispondenza tra le sofferenze che si vedono subite dall'Uomo della Sindone e
quelle che i Vangeli ci narrano subite da Gesú è perfetta.
a)
Luca narra come Gesú nell'orto del Getsemani cominciò a sudare sangue e le
gocce cadevano a terra (Lc. 27,44). L'elaborazione elettronica fa apparire in
rilievo i rivoli e i grumi di sangue, e che il sangue è presente piú o meno in
tutta la faccia.
b)
Giovanni narra come un soldato « schiaffeggiò » Gesú dinanzi a Caifa (Gv.
18,22).
La
traduzione italiana « schiaffeggiò » è sbagliata. L'originale greco dice: «
lo percosse »; ora si percuote col bastone.
La
Sindone mostra che Gesú ebbe un colpo di bastone in faccia, che gli tumefece la
guancia e gli ruppe il setto nasale, facendogli uscire molto sangue dal naso.
c)
Matteo (27,26) narra che Pilato fece flagellare dai suoi soldati Gesú e che
questi per scherno lo incoronarono di spine e poi si diedero a percuoterlo (Mt.
27,29). La tortura di Gesú fu un caso probabilmente unico nel suo genere.
Mentre i condannati venivano flagellati quando andavano verso il supplizio, Gesú
invece fu flagellato a pié fermo. Questo si vede chiaramente dalla Sindone: i
flagellanti furono soldati romani. Le ferite dei colpi di flagelli sono quasi
simmetriche e non alla rinfusa come sarebbero state se Gesú e i soldati fossero
stati in cammino. La Sindone ci mostra ancora che i flagelli terminavano con
coppie di piccoli pesi di piombo a forma di manubrio; inoltre i colpi che si
contano nella Sindone sono rei e non 39 0 40, quanti sarebbero stati, per la
legge ebraica, se i flagellatori fossero stati ebrei; ci mostra infine che Gesú
durante la flagellazione fu legato a un basso cippo, secondo l'uso romano, per
presentare col dorso una superficie piana ai flagellatori.
d)
Nessun condannato fu mai incoronato di spine. Solo Gesú lo è stato. La Sindone
fa vedere come Gesú fu coronato di spine e variamente percosso in tutto il
corpo.
e)
Giovanni (19,17) narra come Gesú portando la croce si avviò al Calvario.
La
Sindone fa vedere una piaga sulla spalla di Gesú e una contusione sulla
scapola, evidentemente causate dalla croce portata sulla spalla e abbattuta
sulla scapola quando Gesú cadeva.
f)
Luca narra (23,26) come i soldati costrinsero un uomo di Cirene ad aiutare Gesú
a portare la croce. La spiegazione di questo singolare fatto completamente
inusitato per i condannati a morte si trova nel fatto che Gesú, esausto per il
tremendo supplizio dei 121 colpi della flagellazione, andava cadendo ripetutamente
sotto la croce e non ce la faceva neanche a rialzarsi. Queste ripetute cadute
spiegano le sue contusioni ai ginocchi, nella guancia destra e sulla fronte per
lo sbattimento nel pietrisco della strada.
g)
Gli evangelisti narrano come Gesú giunto al Calvario fu crocifisso. Le ferite
dei chiodi nelle mani e nei piedi sono le piú evidenti nella Sindone, insieme a
quella del colpo di lancia al cuore di Cristo già morto di cui parla Giovanni
(19,34). All'agnello pasquale, figura di Gesú, Dio ordina di non rompere nessun
osso (Ex. 12,46); S. Giovanni raccontando la crocifissione dice come tale
profezia si era verificata nella morte di Gesú: « Non gli sarà spezzato alcun
osso » (Gv. 19,6). Perché si verificasse pienamente tale profezia c'era un
solo piccolo punto nei polsi per dove potevano passare i chiodi senza spezzare
alcun osso, il « punto di Destot ».
Lí
il chiodo allarga le ossa e trova il sostegno perché il peso del corpo non
laceri i tessuti e cada a terra. Lí, contemporaneamente, il chiodo
automaticamente ferisce il nervo mediano e fa contrarre automaticamente il
pollice verso il palmo della mano. Questi particolari non potevano essere
conosciuti da un falsario antico perché furono scoperti dagli anatomisti nel
XIX secolo.
Tutto
questo avvenne in Gesú come si può osservare nella Sindone. h)
Giovanni narra: « Gesú disse: " Ho sete ". E i soldati,
inzuppata una spugna nell'aceto, la posero in cima a una canna d'issopo e
gliel'accostarono alla bocca» (Gv. 19,29).
«
È forse la scoperta piú impressionante che ho fatto con la foto
tridimensionale », dice Tamburelli. « Sullo zigomo sinistro, a lato del naso,
la foto rivela un'incisione diritta e, appena sotto, un'altra incisione curva.
Potrebbe essere l'impronta di una canna tagliata in punta con un falcetto. Il
soldato che diede da bere a Cristo, probabilmente lo ferí ».
i)
Infine la crocifissione e le conseguenti difficoltà respiratorie di Gesú nel
dover pendere tre ore dalla croce risultano nella Sindone dai due rivoletti di
sangue che scorrono dai polsi: per l'uno scorreva il sangue nell'inspirazione,
quando Gesú per allargare il torace e respirare si sollevava sulle ferite dei
piedi; per l'altro scorreva il sangue nell'espirazione, quando si rilasciava e
pendeva dalle ferite dei polsi comprimendo il torace e alleggerendo
minimamente il tormento delle ferite dei piedi.
12.
CONCLUSIONI DELLO STURP
a)
Supertestimonianza storica. Da tutti questi dati si deve concludere che non c'è
nulla di piú storico e di piú documentato di Cristo e dei Vangeli.
b)
Origine dell'immagine sindonica. Sembra che non ci sia alternativa sull'origine
delle impronte della Sindone oltre quella che dà Kenneth Stevenson. Egli è
membro dello STURP e specialista di computers. Nel suo tempestivo libro Verdetto
sulla Sindone comparso in questi giorni, dopo l'esposizione delle ricerche dei
40 scienziati americani sulla Sindone dice: « Sarà confermato con prove
definitive che il corpo avvolto nella Sindone risuscitò. La traccia del corpo
umano che vi appare è stata impressa da un fenomeno sconosciuto, un irraggiamento
di calore di natura inspiegabile ».
Per
conto suo, precedendo le prove definitive della resurrezione di Cristo che gli
scienziati ormai sperano di dare rilevandole dalla Sindone, lo Stevenson
conclude: « L'unica spiegazione possibile delle impronte sindoniche è che
dal corpo di Cristo al momento della resurrezione esplose una luce calda che
bruciacchiò leggerissimamente la Sindone lasciandovi le impronte ».
Conclusione
che aveva già intuita parecchi anni addietro lo Exteandia Carreno e pubblicata
nel suo libro La Sindone, ultimo reporter. Tale intuizione egli l'aveva avuta
sia osservando l'assenza totale di segni di putrefazione nella Sindone, sia
osservando che il colore delle impronte è simile all'alone visibile attorno ai
fori fatti nella Sindone dalla gocciolatura dell'argento fuso della custodia
nell'incendio del 4.12. 1532 nella Sainte Chapelle di Chambery. Conclusione alla
quale erano pervenuti per conto loro, come diremo, il dott. David Willis e il
dott. Ashe.
c)
L'immagine sindonica resta un mistero e un miracolo.
Questa
è la conclusione implicita del prof. Heller fatta a un'intervista di Il nostro
tempo: « Jackson e Dumper avevano individuato nella foto del volto 700 punti:
digitalizzandoli in un computer avevano ottenuto in ognuno di essi la distanza
del corpo dal telo. Il risultato è stato un modello matematico e da esso è
venuta l'immagine tridimensionale. Un'immagine sconvolgente non solo nel piano
estetico, ma anche sul piano scientifico. Perché essa è una cosa impossibile.
Impossibile, mi ha capito bene? Tutte le fotografie sono di albedo, di luce
riflessa e hanno solo due dimensioni. E questa ne ha tre.
L'ha
vista cosí il computer, che non vede le tre dimensioni. Ho incominciato a
telefonare a fisici, ingegneri, esperti di computers e di fibre ottiche, e tutti
mi confermavano quello che già pensavo: "John, sei pazzo, è impossibile!
". È cominciata da allora l'avventura incredibile di quaranta scienziati
positivisti che in tre anni di ricerche hanno scoperto che la Sindone è
impossibile. Scientificamente non esiste ».
d)
L'ultimo mistero, almeno per ora insolubile, è come sia stato possibile che nel
lenzuolo, avvolto e sagomato sul cadavere, l'impronta della Sindone non presenti
nessuna distorsione, ma è perfetta come se il lenzuolo fosse stato una lastra
rigida a due dimensioni. Crediamo che Gesú, come in tutti i suoi miracoli ha
impresso nella Sindone la sua immagine in maniera da lasciare un margine alla
libertà dell'uomo per credere, o no, cosicché la persona retta, studiandola,
arrivi alla fede, e ne abbia il merito, mentre quella amante del peccato potrà
trovare sempre cavilli per perdersi.
Per
questo il prof. Heller ha detto: «Questo studio ha sconvolto completamente la
mia vita». E con lui milioni di altre persone colte e agnostiche, specialmente
in America hanno raggiunto la fede. L'uomo della Sindone non può che essere Gesú
e il racconto dei Vangeli non può che essere la cronistoria perfetta della sua
passione. Questa garanzia di fedeltà storica degli evangelisti che ci viene
dalla Sindone è la garanzia della loro fedeltà storica in tutto il resto dei
Vangeli.
13.
TEORIA DELLE BRUCIATURE
1.
Nel 1966 un altro scienziato, Geoffrey Ashe, ebbe l'intuizione dell'unica
spiegazione possibile sulla formazione dell'immagine della Sindone, quella
termica, oggi già accertata.
L'Ashe
riscaldando un cavallo di ottone e coprendolo con una tela, trovò nella tela
un'immagine del cavallo in negativo, formatasi per combinazione di contatto
diretto e radiazione di calore. Quindi scrisse sulla rivista specializzata
Sindon: « La Sindone si può spiegare se una volta avvolse un corpo umano al
quale accadde qualcosa di straordinario. Altrimenti non si spiega. La fede
cristiana ha sempre affermato che nostro Signore subí nella tomba una
trasformazione senza eguali. Il suo caso è eccezionale, e forse la chiave sta
qui. È se non altro pensabile (ed è stato suggerito piú volte), che il
cambiamento fisico del corpo della Resurrezione può avere emesso un breve e
violento scoppio di qualche altra radiazione diversa dal calore, forse
identificabile scientificamente e forse no, che bruciacchiò il tessuto. In tal
caso, l'immagine della Sindone è la quasi-fotografia del Cristo ritornante in
vita, prodotta da una specie di radiosità o " incandescenza ",
parzialmente analoga, come effetti, al calore... Inoltre, il fatto che le
macchie di sangue sulla Sindone sono positive si spiega subito a questo punto.
Il
sangue era una materia che aveva cessato di far parte del corpo, che non subí
cambiamento al momento della Risurrezione, e che perciò non produsse
bruciatura, bensí segnò il tessuto diversamente » (Humbert: La S. Sindone,
Mursia).
Il
medico inglese David Willis a comprova della teoria dell'Ashe riporta il fatto
di immagini impresse nelle pietre a Hiroshima dalle radiazioni della bomba
atomica ivi esplosa. Il fisico John Jackson, membro dello STURP, già nel 1977
aveva osservato col microdensitometro la somiglianza di colore tra l'immagine
della Sindone e la bruciatura.
Gli
scienziati dello STURP nel 1978 fecero, come abbiamo visto, ricerche
estremamente minuziose e precise per mezzo degli spettri dei raggi infrarossi,
della luce, visibile, della fluorescenza ai raggi X e ai raggi ultravioletti.
Riepiloghiamo
le conclusioni che diedero alla fine dei tre anni di studi: L'immagine della
Sindone è uno scolorimento giallo, uguale da per tutto e riguarda solo i o 3
fibre.
Le
parti scure non sono piú gialle delle altre, ma contengono piú fibre
scolorite.
L'immagine
si è formata anche nelle parti che non toccano il corpo ed ha queste
caratteristiche in comune con una bruciatura:
a.
ossidazione, disidratazione, coniugazione delle fibrille dell'immagine;
b.
superficialità;
c.
assenza di placche e di punti di saturazione;
d.
stabilità termica e all'acqua;
e.
colorazione (Stevenson, Verdetto sulla Sindone, pag. 224).
2.
Tuttavia è da escludere una bruciatura naturale della Sindone, sia spontanea
che artefatta, per i seguenti motivi:
a.
le zone della Sindone bruciate nel 1532 danno fluorescenza ai raggi
ultravioletti, mentre l'immagine non ne dà.
b.
nelle immagini da bruciature le fibre restano ingiallite per intero, mentre
nella Sindone 1'ingiallitura nelle fibre è solo superficiale.
c.
Le immagini da bruciature, come quelle del cavallo di ferro surriscaldato
dall'Ashe, non hanno sfumature e sono distorte, mentre quella della Sindone è
perfettissima e addirittura evanescente.
d.
Non si poteva surriscaldare il cadavere ne tanto meno i capelli cosí da poter
dare un'immagine.
Non
si poteva fare una statua in metallo cosí perfetta anatomicamente e
storicamente da riprodurre alla perfezione il corpo di Gesú e la sua passione,
né tanto meno disporvi le macchie di sangue e surriscaldare tutto.
L'immagine
della Sindone, come dice Heller, resta un mistero chiuso a qualsiasi
spiegazione. L'unica spiegazione logica resta la sua formazione miracolosa.
In
altri tempi ricorrere al miracolo diventava puerile, dommatico e irrazionale.
Con
gli studi moderni lo diventa negare il miracolo.
La
Sindone fu tolta dal cadavere prima di 40 ore, altrimenti ne avrebbe riportato
segni di putrefazione; non fu srotolata da esso, altrimenti si sarebbero
strappati grumi di sangue e le macchie di sangue si sarebbero difformate.
Il
corpo di Gesú uscí dalla Sindone senza scomporla, attraversandola come quando
comparve agli apostoli nel cenacolo la domenica di Pasqua a porte chiuse.
Il
corpo di Gesú al momento della resurrezione esplose un flash di luce calda, la
luce della gloria, temperandola in maniera da imprimere nella Sindone l'immagine
esistente e da non danneggiare neanche minimamente il tessuto.
Robert
Bucklin, dello STURP, poté affermare: i dati medici della Sindone suffragano la
tesi della resurrezione. Se questa informazione medica la aggiungiamo ai fatti
chimici, fisici e storici, abbiamo una solida prova della resurrezione di Gesú
(Verdetto sulla Sindone pag. 178).
Per
tal motivo lo storico Robert Wilcox ebbe a dire che le persone che incontrò
durante le sue ricerche sulla Sindone lo liberarono dal suo scetticismo
agnostico e lo indussero ad accettare il cristianesimo ortodosso (J. Wilson,
The Shoud of Turin, pag. 7).
Giustamente
la National Review ebbe a scrivere il 7-7- 1978 (pag. 821) « Quanto a noi non
riusciamo a capire l'ostilità di alcuni cristiani contro la Sindone. Di fronte
a un ritratto di Serse o di Alessandro Magno, si mostrerebbero ugualmente
interessati o sarebbero ostentatamente indifferenti? È possibile che i
particolari della Sindone siano semplicemente troppo prosaici per una sensibilità
liberale illuminata? Sarebbe cattivo gusto ammettere che ciò che i cristiani
professano di Gesú è, di fatto, vero? ».
Per
questo lo storico critico William Wand dice: « Tutti i dati storici che abbiamo
a nostra disposizione sono a favore della resurrezione e gli esegeti che la
negano dovrebbero riconoscere che lo fanno non per la storia intesa
scientificamente, ma per altri motivi ». (Christianity,
A Historical Religion?, Judson press p. 93)
E
concludiamo anche a proposito della Sindone col dilemma di Pascal: o la fede
nella resurrezione di Gesú che spiega tutto e dà una grande speranza; o
l'incredulità che non spiega nulla e toglie all'incredulo l'ultima speranza.
15.
GESÚ SPIEGA IL MISTERO DELL'UNIVERSO
Una
prova scientifica della creazione non esiste, perché la scienza è fatta di
esperimenti ripetibili. Per lo stesso motivo non ci sono, né ci potranno mai
essere prove scientifiche dell'ateismo. Però uno sguardo nell'universo ci fa
vedere la necessità di un Dio creatore. Le particelle di cui la materia è
formata preesistevano alla formazione dell'universo. La materia di cui siamo
formati è, nei suoi componenti, identica per tutto ciò che esiste. Un Kg di
qualunque materia, sia piombo che acqua, siano fiori che spaghetti o carne,
contiene circa Kg 1/2 di protoni, Kg 1/2 di neutroni, grammi 0,25 di elettroni.
A parte il mistero della comparsa delle particelle sub-atomiche, si vede già
all'inizio un genio divino che con alcune particelle, combinandole diversamente,
è riuscito a formare e tutti gli elementi del regno minerale e tutte le varietà
infinite dei vegetali e degli animali. Dice lo scienziato sub-atomico A.
Zichichi: « La presunta inconciliabilità tra scienza e fede è una delle
grandi mistificazioni della cultura dominante, cioè della cultura dei filosofi,
dei letterati e dei falsi scienziati murati nel loro orgoglio intellettuale
(Grieco: Il bisogno di Dio, pag. I 18). La scienza è arrivata a concludere con
Einstein e con gli astrofisici e i biologi contemporanei (attraverso la
curvatura della luce e quindi dello spazio, attraverso la topografia e la
velocità delle galassie e dei quasars, e attraverso l'effetto ottico
Doppler-Fizeau) che l'universo è finito;
-
che esso ha avuto origine circa 15 miliardi di anni addietro con un'esplosione
di luce, la quale lanciò la materia in tutte le direzioni formando gli
immensi banchi che sarebbero divenute galassie;
-
che la terra ha circa 5 miliardi di anni (attraverso la percentuale di uranio
trasmutato in isotopi di piombo);
-
che la vita ha avuto origine dai mari;
-
che gli organismi semplici cellulari risalgono a quasi 3 miliardi e mezzo di
anni;
-
che gli organismi multicellulari esistono da circa 700 milioni di anni;
-
che i vertebrati esistono da 400 milioni di anni;
-
che i mammiferi esistono da 200 milioni di anni;
-
che « l'Homo sapiens-sapiens » esiste da circa 20.000 anni.
Ma
come ciò sia avvenuto la scienza non è in grado e non sarà mai in grado di
dircelo.
Jacques
Monod ha tentato di dare una prova scientifica del suo ateismo nel suo libro Il
caso e la necessità; ma il suo libro è stato criticato per l'inconsistenza dei
suoi argomenti, oltre che dai credenti, da quasi tutti gli scienziati agnostici
e atei, in particolare dai premi Nobel Kastler, Jacob, Rostand.
Frangois
Rostand nel suo libro La logique du vivant dice: «Alla concezione che
l'evoluzione sia dovuta esclusivamente a una successione di micro-eventi, a
mutazioni, ciascuna delle quali sopraggiunge in modo casuale, si oppongono il
tempo e l'aritmetica.
Per
estrarre da una roulette, passo per passo, sottounità per sottounità, ognuna
delle quasi centomila catene proteiche che possono costituire il corpo di un
mammifero, è necessario un tempo che supera, e di gran lunga, la durata
attribuita al sistema solare ».
Jean
Rostand dice del libro di Monod: « È un libro che sul piano filosofico non
porta nulla di nuovo. Esso riprende la vecchia tesi scientista cui aderivo
quando avevo dodici anni, solo rivista attraverso la biologia molecolare, poiché
si tratta del caso delle molecole. C'è un po' di Democrito, un po' di Darwin, e
chi piú ne ha piú ne metta: niente di nuovo » (Grieco: Il bisogno di Dio,
Rusconi).
E
aggiunge, citando Huxley, che col suo meccanicismo fa il gioco dei teologi.
Alfred
Kastler dice del Monod: « Per non parlare di finalità, si inventa la parola
teleonomia. Monod è costretto ad accettare l'esistenza di una teleonomia, cioè
di un progetto, di un programma svolto dall'evoluzione degli esseri viventi ».
Dal
canto suo il Kastler parlando del progetto dei viventi dice: « Se un astronauta
andando nell'altra faccia della luna trovasse una fabbrica automatizzata che
estraesse dal suolo il minerale, es. l'allumina, e desse il prodotto finito, non
direbbe: "uarda che fabbrica hanno combinato gli atomi!"; ma
penserebbe: "Da dove son venuti gli uomini a costruire questa fabbrica?
" ».
Per
questo il Kastler piú che ateo si dichiara agnostico: « A mio avviso è
assurdo pensare che l'universo si sia determinato per puro caso: non posso
ammetterlo. Penso che vi sia una finalità, ma non vedo cosa sia. Ma la finalità
esiste ».
Gesú
ci dà la risposta al mistero dell'origine e della finalità dell'universo.
Attualizzando
tutte le profezie dei libri del Vecchio Testamento ce ne fa vedere la verità e
la divina ispirazione, perché l'uomo di 3.000 anni addietro non poteva intuire
la risposta al problema delle origini.
È
impressionante la descrizione e la successione che il 1° libro della Bibbia, la
Genesi, nel 1° capitolo ci fa della creazione e la sua corrispondenza con la
scienza moderna.
Si
deve soltanto ricordare che la parole ebraica jom significa sia «giorno»,
sia «periodo».
A
principio Dio disse: « Sia fatta la luce ».
Quindi,
dice la Genesi, comparvero il firmamento, il sole, la luna, la terra, e le acque
si divisero dalla terra formando i mari.
Quindi
Dio disse: « Brulichino le acque di una moltitudine di esseri viventi »; e creò
i pesci, i cetacei, gli uccelli.
Quindi
Dio disse: « Produca la terra animali viventi secondo la loro specie »; e creò
tutti gli animali della terra. Infine Dio creò l'uomo dalla terra ispirandogli
il suo Spirito.
Per
oltre un secolo ha dominato, quasi incontrastata, nel mondo la teoria della
evoluzione di Darwin. Essa è stata usata per abolire l'idea della creazione e
quindi dell'esistenza di Dio, sebbene ciò non fosse nella mente di Darwin.
Antonio
Zichichi, presidente della Società Europea di Fisica, attacca questa specie di
dogma dell'Evoluzione. Egli scrive in Presenza cristiana (Andria) del
23.10.1981: « Si arriva ai Primati: 70 milioni di anni. La famiglia ominoidea
inizia con la scimmia primitiva Dryopithecus: circa 20 milioni di anni fa. E si
sdoppia in un ramo che porta agli scimpanzé, ai gorilla, agli orangutanghi da
una parte, e a noi dall'altra; attraverso l'uomo dell'età della pietra, l'uomo
che scopre il fuoco, l'uomo di Neandertal che comincia a ragionare, fino
alll’Homo Sapiens Sapiens » che siamo noi.
Questo
dicono gli evoluzionisti; ma questa catena, ha molti "anelli mancanti » e
ha bisogno di ricorrere a uno "sviluppo miracoloso" del cervello,
occorso circa due milioni di anni fa. Arrivati all'Homo Sapiens Neanderthalis,
centomila anni fa circa, con un cervello di volume superiore al nostro, la
teoria dell'evoluzione ci dice che, 40 mila anni fa circa, l'Homo Sapiens
Neanderthalis si estingue in modo inspiegabile. E compare infine, in modo
altrettanto inspiegabile, 20 mila anni fa circa, l'Homo Sapiens Sapiens, cioè
noi. Una teoria con "anelli mancanti", sviluppi miracolosi,
inspiegabili estinzioni, improvvise scomparse, non è Scienza Galileana. Essa è
un interessante tentativo di stabilire una correlazione temporale diretta tra
osservazioni di fatti ovviamente non riproducibili, obiettivamente frammentari e
necessariamente bisognosi di ulteriori ricerche ».
Quindi
lo Zichichi osservando i vari livelli di credibilità scientifica (eventi
riproducibili, eventi analoghi, catene di eventi senza anelli mancanti)
conclude che l'evoluzione non è una scienza. L'evoluzione e il conseguente
trasformismo di una specie nell'altra vengono attaccati nel loro stesso terreno,
la paleontologia: si vanno scoprendo fossili di animali piú evoluti in epoche
sempre piú remote. Lo riconoscono anche evoluzionisti qualificati. Ad es. il
Caullery dice: «Nel periodo cambriano, il primo che ci dia dei fossili in una
certa abbondanza, il regno animale ha già una fisionomia che non differisce
essenzialmente da quella del mondo attuale... In effetti, ogni tipo è potuto
esistere durante lunghi periodi anteriori a quelli in cui lo troviamo per la
prima volta ». « Le grandi linee del regno animale sono già tracciate nelle
epoche piú antiche, e i diversi gruppi sono già separati gli uni dagli altri
con discontinuità uguali a quelle che possiamo constatare oggi ».
Il
Depéret dice: « Le epoche d'apparizione di ogni grande gruppo d'animali
fossili, anche dei piú evoluti nella scala zoologica, retrocedono via via nel
tempo, a misura che si accumulano le scoperte paleontologiche ».
«
La maggior parte dei tipi fondamentali del regno animale si presentano a noi
senza alcun legame tra loro dal punto di vista paleontologico ». Il famoso
biologo materialista Rostand dice: « I fatti impediscono di credere all'eredità
delle modificazioni corporali ».
E
l'altrettanto famoso paleontologo Yves Delage: « Sono convinto che si è o non
si è trasformisti, non per ragioni desunte dalla storia naturale, ma in ragione
delle proprie opinioni filosofiche ». Il prof. Lemoine, Conservatore del Museo
paleontologico di Parigi conclude: « Se poi si guarda il finalismo nei vegetali
e negli animali e negli organi degli animali, l'evoluzione deve dirsi
impossibile a meno che sia guidata man mano da Dio: ciò che in fondo è il
ritorno alla creazione ». « La formazione di ogni organo cosí complesso com'è
l'occhio avrebbe richiesto, se avesse dovuto essere sorto per una successione di
selezioni fortuite, come vuole il darwinismo, un concorso cosí straordinario
del caso, da ritenersi pressoché inconcepibile. Sarebbe dovuto accadere che un
grande numero di organi, la cornea, il cristallino, la retina, ecc... nessuno
dei quali avrebbe reso il minimo servizio senza l'intervento degli altri,
fossero divenuti, per caso, simultaneamente e indipendentemente gli uni dagli
altri, ciò che sono. « Anche Darwin diceva - scrive Cuénot – che il
problema della formazione di un organo complesso, quale l'occhio, gli dava la
febbre ogni volta che ci pensava ». Per questo il prof. Lemoine conclude: «
L'evoluzione è una specie di dogma, al quale i suoi preti piú non credono, ma
che conservano per il loro popolo. E necessario avere il coraggio di dirlo ».
Ma
cosa cambia nei confronti della fede se l'evoluzione è vera? Niente. Anzi si
deve ricorrere a un intervento piú massiccio, o meglio inconcepibile di Dio,
a meno che si preferisca pensare che Dio abbia guidato passo passo l'evoluzione
dei viventi.
C'è
solo un dilemma: o Dio ha creato una volta sola, facendo scattare di volta in
volta il programma creativo dei viventi impresso nella prima materia (cosa
contraria all'economia divina, perché implica l'immissione nella materia di una
sapienza e di una potenza infinita, e quindi filosoficamente impossibile); o
Dio ha creato con interventi successivi, piú conformemente al racconto
biblico.
In
una maniera o nell'altra niente può scalfire il racconto biblico della
creazione e quindi dell'ispirazione biblica e del compimento di essa che è Gesú.
Com'è
comparso « il protone primordiale » che, esplodendo, formò l'universo?
E
in quale punto della sua materia fu possibile mettere il DNA dal quale esplose
la vita?
E
quale spaventosa sapienza e potenza doveva essere racchiusa nel 1° DNA
terrestre che avrebbe dato origine a tutti i vegetali e a tutti gli animali!
Un
evoluzionista convinto, il filosofo liberale, Raymond Aron, rimane stupefatto
come sia possibile che degli evoluzionisti credano assurda l'idea di Dio
creatore. Egli dice: « La teoria dell'evoluzione si accorda bene, come
qualsiasi altra, con la teoria del Dio creatore perché, proprio il fatto che
tutte le materie viventi, tutta la natura organica abbiano la medesima struttura
fondamentale composta di un piccolo numero di elementi, costituirebbe una prova
del genio divino. Aver creato tante specie e tante diversità di esseri umani
sulla base del gioco di un piccolo numero di elementi! » (Chabanis: Dio esiste?
No..., Mondadori).
In
definitiva, evoluzione o no, chi dice programma dice programmatore, osserva
Kastler.
Per
cui qualunque DNA, anche quello di un insetto e di un filo d'erba, rivela Dio.
Anzi quanto piú è complicato e perfetto il programma di un DNA, come nel caso
ipotetico che tutti i viventi fossero stati programmati nel I° DNA, tanto piú
perfettamente testimonia la stupenda sapienza e potenza di Dio, come osserva
Aron. Per questo, dice giustamente il Concilio Vaticano I, le perfezioni delle
creature rivelano le perfezioni infinite di Dio.
Senza
una potenza divina creatrice avremmo l'assurdo del nulla creatore. In
definitiva senza la creazione non si spiega l'origine dell'universo e della
vita.
Senza
l'umanità non si spiega né avrebbe senso la creazione.
Senza
Gesú non si spiega né avrebbe senso l'umanità e la vita di ciascuno di noi.
Non si può pensare un Dio che dopo aver creato una natura cosí immensa, varia,
complessa, meravigliosa come quella esistente; dopo aver creato l'uomo i cui
organi sono ciascuno una somma di perfezioni da capogiro; dopo aver creato
un'umanità così numerosa e ingegnosa da saper cambiare e anche distruggere la
faccia della terra; dopo aver impiegato tutto il suo genio, tutta la sua potenza
e tutto il suo amore, avesse potuto dire: « E ora non mi interessa più di voi
». L'incarnazione rientra nella logica di Dio. Gesú risponde al problema
dell'origine e a quello della fine.
Dice
S. Giovanni Crisostomo: In tutti i momenti della creazione, in tutti gli
avvenimenti che precedettero Cristo, in tutte le vicende del popolo ebreo Dio
aveva di mira il Cristo futuro. « In omnibus cogitabatur Christus futurus ».
Dice
S. Giovanni: «In Principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo
era Dio». «Tutto è stato fatto per lui, e senza di lui niente è stato fatto
di ciò che è stato fatto» (Gv. 1,3). Lui era a principio: egli è la Parola
creatrice del Padre, e tutto è stato fatto per mezzo di lui; per lui e per
l'Opera che lui doveva compiere. Egli si doveva fare uomo e doveva formare il
Corpo Mistico, cioè far felici tutti gli uomini che a lui si sarebbero uniti.
Senza
di Cristo non sarebbe esistito nulla; se noi non avessimo potuto divenire felici
Dio non avrebbe creato nulla.
Tutti
quelli che viviamo dobbiamo a Cristo la nostra esistenza: e la bellezza delle
nostre esperienze terrene e la bellezza della nostra felicità futura; e quelli
venuti prima di Cristo, e quelli venuti dopo.
Per
questo Gesú disse: « Io sono la via, la verità, la vita » (Gv. 14,6). Senza
Cristo gli ultimi perché della creazione e i grandi perché dell'uomo e
dell'umanità intera restano senza risposta.
16.
GESÚ SALVA IL MONDO
1.
Tutti i sistemi, senza Gesú rovinano l'uomo
Ecco
per essi cosa è l'uomo:
-
per i capitalisti l'uomo è un semplice strumento per conservare e aumentare il
loro capitale.
-
Per i liberali l'uomo è il dio della terra, la norma della morale e deve essere
quindi lasciato libero in tutte le sue attività; conseguenze: il capitalismo,
la pornografia, la pornocinematografia, la droga, il divorzio, l'aborto, il
terrorismo.
-
Per i socialisti l'uomo è il fine della società. Essi sono molto vicini alla
concezione cristiana, ma non accettando Gesú rifiutano il suo insegnamento e
la sua morale che in fondo è la morale naturale; e con il rifiuto di Gesú e
dei 10 Comandamenti finiscono per togliere ogni freno all'uomo e quindi per
introdurre, in combutta coi liberali, gli stessi mali portati da loro, ad
eccezione del capitalismo.
-
Per il marxismo l'uomo è lo strumento per l'edificazione della società
socialista.
Per
esso non esiste l'uomo ma la società, piú precisamente la società da rendere
felice domani. Cosí la società diventa un mito a cui debbono sacrificarsi gli
uomini di oggi.
Per
il marxismo non esiste neanche la verità; esiste solo il comunismo.
Coerentemente i marxisti hanno chiamato il loro giornale la Pravda, cioè la «
Verità », cioè il comunismo.
Nel
Manifesto del Partito Comunista Marx ed Hengels nel 1848 scrivono:
«
Vi sono verità eterne, come la libertà, la giustizia e cosí via, che sono
comuni a tutti gli stati della società. Ma il comunismo abolisce la religione e
la morale, invece di trasformarli; quindi il comunismo si mette in
contraddizione con tutti gli svolgimenti storici avuti sinora».
Non
esistendo agganci superiori all'uomo ai quali risalire per stabilire il vero e
il falso, questo vero e questo falso si creano di giorno in giorno, a seconda
che servono.
Il
marxismo-leninismo non mente mai, perché per esso il sí e il no sono due
momenti della storia, ossia la dialettica.
Cosí
ieri non convenivano le idee scientifiche del grande genetista Vavilov, e Stalin
inviò Vavilov in Siberia, facendolo ivi morire, e sostituendolo col
mediocrissimo genetista Lysenko. Oggi i sovietici si vergognano di Lysenko e
riabilitano Vavilov per le sue stesse idee scientifiche. Basta confrontare le
varie edizioni dell'Enciclopedia Sovietica per vedere questi continui cambi di
valutazione dei vari uomini, secondo la convenienza del momento. E cosí ieri
conveniva riconoscere la carta di Helsinki, e la Russia l'ha firmata; oggi
conviene abrogarla per stroncare il dissenso interno, e la abroga arrestando
clamorosamente Sacharov, Padre Dudko, Padre J achunin, Regel'son e quanti
altri si appellano ad essa. Marx diceva: il giudizio della massa è infallibile.
Lenin
disse la stessa cosa, sostituendo semplicemente alla parola « massa » « il
partito », e al Partito i dirigenti del Partito, che egli chiama l'Avanguardia
del proletariato. La conseguenza è logica: « la verità è ciò che il Partito
dice, e nel modo e nel momento in cui lo dice, o meglio ancora, ciò che dicono
i dirigenti del Partito ».
«
Se Dio non c'è, se la classe operaia è tutto, se solo il marxismo è la classe
operaia, se il marxismo si identifica col partito, il gioco è fatto ». In
altre parole, quello che dice il governo, sia esso rappresentato da un solo
tiranno sia da un'oligarchia, è l'unica verità e rappresenta l'unica cosa che
tutta la massa del popolo deve pensare, deve credere e a cui deve obbedire.
Le
dittature si rassomigliano tutte. « Credere, obbedire, combattere », già
diceva il duce.
Per
tutte le dittature gli uomini non hanno alcun valore per se stessi; ma o sono
gli strumenti dell'oppressione o i pacifici oppressi o i nemici da distruggere.
Cambiano
i nomi, si chiameranno fascismo o comunismo; cambiano i metodi, ma la sostanza
è uguale. Si chiameranno campi di sterminio o lager, fosse di Katin, arcipelago
Gulag, ospedali psichiatrici o lavori forzati, ma lo scopo è identico:
intimidire tutti gli uomini perché divengano servi docili, sterminare chiunque
osa ribellarsi contro il dittatore o semplicemente osa pensare diverso dal
dittatore.
2.
La civiltà senza Gesú corre verso l'auto-distruzione
Tutti
i sistemi, sia capitalisti che socialisti, volenti o nolenti, arrivano alla
dissoluzione e alla distruzione della società mediante la pornografia, la
pornocinematografia, la droga, il libero amore, il divorzio e l'aborto. Basta
osservare il calo spaventoso delle nascite nel mondo occidentale e l'aumento
vertiginoso degli aborti.
Le
statistiche sono agghiaccianti: nel 1978 si ebbero: in Italia circa 400.000
aborti; altrettanti circa in Francia; in U.S.A. 1.000.000; in Giappone si
arrivò nel 1875 a 1.170.000. Possono queste sembrare cifre esagerate. Basta
vedere le statistiche. Gli aborti legali in Italia nel 1978 furono 158.000.
Secondo
una fonte non sospetta (il Coordinamento per l'applicazione della legge 194,
formato da politici, medici, avvocati, femministe), in una relazione del marzo
1979 tenuta dal dott. D'Ambrosio, ginecologo della clinica Mangiagalli di
Milano, gli aborti illegali nello stesso 1978 furono almeno altri 200.000.
Ciò
significa che ogni anno silenziosamente vengono uccisi in Italia piú bambini
degli uomini uccisi dalle due bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki.
Se
si tiene conto dell'uso universale dei contraccettivi, si vede che il mondo
civile corre verso l'auto-distruzione. Già in Italia, tenuto conto che i nati
vivi in un anno sono poco meno di 800.000, gli aborti sono il 50%; cioè per
ogni due nati c'è un aborto. Nel 1981 la natalità ha raggiunto il tasso zero.
Proseguendo cosí, prestissimo arriveremo in Italia ad avere in un anno piú
morti che nascite.
In
Russia le cose stanno molto peggio. Non ci sono statistiche ufficiali; ma
secondo il principale ginecologo moscovita, dott. Bolshanski, per ogni nato vivo
ci sono due aborti.
Quali
sono i motivi di questa mentalità abortista? Da una statistica relativa al
Lazio per il 1978, ma applicabile un po' dovunque (Il Tempo 31.12.1978), solo
1'1% degli aborti è per ragioni mediche; il 25% delle donne abortiste non
avevano figli; il 25% ne avevano un solo; il 40% solo due.
Il
motivo è uno solo: si vive solo per il piacere; si rifiuta qualunque peso,
qualunque missione umana, qualunque collaborazione con Dio. Perché siamo
arrivati a tanto?
Perché
gli uomini rifiutano Dio e la sua legge. Dove va il mondo occidentale?
Le
pratiche contraccettive e abortiste andranno sicuramente aumentando; le
nascite andranno sempre piú diminuendo; la società andrà sempre piú
invecchiando e spopolandosi. Se il mondo occidentale non si autodistruggerà con
una guerra nucleare, verrà invaso dai prolifici e affamati popoli asiatici.
La
salvezza potrà venire ad esso solo dal cristianesimo, se tale salvezza vorrà o
sarà costretto a cercare. Solo il cristianesimo infatti potrà ringiovanire e
rinvigorire il mondo occidentale, farlo uscire dal suo egoismo e aprirlo al 3°
mondo.
3.
Solo Gesú salva l'uomo
Gesú
significa Salvatore. Egli solo salva l'uomo. Non c'è che Gesú a salvare la
società e l'umanità, a valorizzare l'uomo, a difenderlo, a preservarlo dalla
rovina fisica e morale, individuale, familiare, sociale. Gesú difende l'uomo:
si mette al posto di chiunque l'opprime o lo affama, o lo perseguita o l'uccide,
e si erge a giudice terribile contro tutti costoro, condannando tutti coloro che
fanno del male agli uomini, anche ai piú piccoli e quindi anche ai non nati.
Gesú valorizza l'uomo mettendolo al di sopra della legge: - la legge (del
sabato) è per l'uomo, non l'uomo per la legge; - valorizza i poveri, spendendo
tutta la sua vita per essi, per guarirli, per consolarli, per evangelizzarli,
per salvarli;
-
valorizza anche i piú piccoli: « chi scandalizza anche uno solo di questi
piccoli, sarebbe meglio per lui che si legasse una macina da mulino al collo e
si gettasse a mare » (Mt. 18,6);
-
valorizza tutti i bisognosi dando loro la sua stessa dignità, mettendosi al
loro posto e condannando tutti quelli che non hanno sfamato gli affamati, che
non hanno dissetato gli assetati, che non hanno curato gli ammalati, che non
hanno vestito gli ignudi, e portando in paradiso quanti lo hanno soccorso in
tutte quelle necessità (Mt. 25).
Rispetta
scrupolosamente la libertà degli uomini, giungendo fino a consentire ai suoi
nemici di ingiuriarlo, flagellarlo e metterlo in croce. E per potere salvare
l'uomo arriva fino a morire sulla croce. Non poteva né fare né pensare di piú
per elevare l'uomo.
Giustamente
Giovanni Paolo II nel 1979 nella piazza della Vittoria a Varsavia disse: « Non
si può escludere Cristo dalla storia dell'uomo in qualsiasi parte del globo e
su qualsiasi longitudine e latitudine. L'esclusione di Cristo dalla storia
dell'uomo è un atto contro l'uomo ». Se poi si aggiunge che i vizi degli
uomini, assommati in ogni nazione, hanno preso dimensioni colossali tali da
spingerle le une contro le altre e ad avviarle alla terza guerra mondiale, che
ormai sembra inevitabile, si deve concludere che per essi non c'è altra
possibilità per sopravvivere che ritornare al Vangelo.
Per
tal motivo Giovanni Paolo II ha detto ancora che non c'è per i cristiani
compito piú importante e piú urgente che predicare il Vangelo a tutto il
mondo, cominciando dall'Europa e da tutto il mondo occidentale che non lo
conosce piú.
Ogni
uomo vede con grande tristezza il progressivo decadimento delle sue forze, della
sua bellezza, della sua agilità e della sua animosità; vede con grande
tristezza l'avanzare della vecchiaia, l'avvicinarsi della morte e lo sfacelo del
corpo di quanti sono morti prima di lui.
Cosa
non darebbe l'uomo e cosa non farebbe per non morire mai e restare sempre
giovane?
Giustamente
disse Guido Piovene in una tavola rotonda alla TV, rivolgendosi a quei teologi
che riducono il Vangelo a un messaggio sociale e ne privilegiano il positivo
aspetto terreno: « Perché voi credenti nell'al di là parlate cosí poco del
senso finale della vita? Vi vedo molto impegnati per l'uomo di tutti i giorni:
non avete piú nulla da dirgli sul dopo? Non mancate alla vostra missione? Non
vorrei che vi riduceste come "noi laici" ad accompagnarlo solo verso
una "soglia della vita", senza ulteriore speranza. Se la certezza
dell'aldilà è in voi, dovete proclamarlo piú coraggiosamente ».
Già
aveva risposto a nome della scienza Raymond Moody nel suo libro ‘La vita oltre
la vita’, riferendo che i morti rianimati, da lui intervistati, alla domanda
loro fatta se ora che avevano provato la morte avessero maggior paura di morire,
risposero: « Al contrario, ora che sappiamo con certezza che dopo la morte
continuiamo a vivere non abbiamo piú paura di morire ».
Ma
Gesú ci ha donato una liberazione dalla paura molto superiore. Egli ci ha dato
la certezza che morendo nel suo amore avremo la felicità di vedere e possedere
Dio, la sua umanità, gli angeli e i santi, e, insieme, che ci farà risorgere
giovani, immortali, agili, perfetti come lui quando è risorto (Gv. 5,28).
3.
Gesù salva la psiche dell’uomo
Col
progressivo abbandono della pratica e della fede cristiana gli uomini sono
andati cadendo sempre piú in basso moralmente, con conseguenze psichiche
allarmanti, tali da costituire vere malattie sociali: nevrosi, incubi,
insoddisfazioni, alienazioni.
Il
primo a scandagliare la psiche umana fu l'ebreo ateo Sigmund Freud. Egli,
analizzando la sua psiche ammalata, vi scoprí il complesso di Edipo, un
attaccamento quasi morboso alla madre e una gelosia verso il padre. Cosí fondò
la psicanalisi.
Fra
l'altro egli dice: « I traumi psichici subiti si depositano nel nostro
inconscio e turbano e ammalano la nostra psiche. Lo psicanalista deve arrivare
fino all'inconscio del paziente. Quando riesce a rilevarlo lo libera ».
Praticamente
Freud istituí la confessione laica, ma con scarsi risultati, perché il
paziente conserva la convinzione che il suo peccato non viene distrutto.
Non
si sa per quale occulto meccanismo del suo animo inquieto e introverso egli vide
in Gesú, in colui che venne a liberare l'uomo, il suo nemico; come 2000 anni
addietro i suoi antenati.
Nel
1935 René Laforgue lo esortò vivamente a lasciare Vienna, dove insegnava
all'Università e a espatriare per timore dei nazisti. Freud rispose: « I
nazisti? Non li temo. Piuttosto aiutatemi a combattere la mia grande nemica ».
Laforgue, stupito, gli chiese di quale nemica si trattasse. Freud rispose: « La
religione. La Chiesa Cattolica ».
Egli
era nemico della Chiesa Cattolica; ebbe la disgrazia di vedere le cose al
contrario. Ma era diventato nemico di quasi tutti i suoi amici. Ogni volta, dopo
uno o due anni di collaborazione scientifica, li aveva abbandonati: prima
Breuer, poi Fliess, poi Jung, poi Adler, ecc., perché essi avevano visto
l'insufficienza delle sue teorie psico-analitiche; mentre altri li aveva
abbandonati per il suo carattere scontroso. Non per nulla egli aveva detto: «
Non c'è niente di piú assurdo del precetto: ama il prossimo tuo come te stesso
».
Tuttavia
la Chiesa Cattolica non era sua nemica, come non fu nemica degli altri Ebrei,
che anzi salvò in gran numero dalla persecuzione nazista; e se non fossero
venuti a Vienna i nazisti, egli, col governo austriaco cattolico, vi avrebbe
potuto continuare a insegnare; mentre con l'avvento del nazismo, se non fosse
scappato in tempo, sarebbe finito nei forni crematori.
Un
discepolo di Freud, E. Fromm, corresse la teoria del maestro insegnando che non
il passato turba la nostra psiche, ma l'avvenire: questo con le sue incertezze,
le sue prospettive e le sue paure (malattie, disoccupazione, vecchiaia,
delusioni) è la vera fonte di tutte le malattie psichiche e mentali. Fromm,
essendo anch'egli ateo, non sa suggerire per rimendio che lo stoicismo. Ma lo
stoicismo è una forza naturale molto rara; e allora gli uomini, particolarmente
i giovani, in mancanza di una fede viva, per annegare le loro preoccupazioni, i
loro problemi e le loro frustrazioni, e per riempire le loro insoddisfazioni
ricorrono in massa alla droga, con le disastrose conseguenze che tutti
conosciamo.
Non
parliamo della droga perché, come tutti sappiamo, essa non risolve nessun
problema, ma tutti irreparabilmente li aggrava.
Né
serve a sbloccare la psiche il metodo di Freud o il consiglio di Fromm.
Soluzione
ce n'è una sola: quella che ha dato Gesú, dicendo, per quanto riguarda il
passato, alla peccatrice piangente per il rimorso: «Ti sono rimessi i tuoi
peccati » (Lc. 7,48); e al paralitico dopo averlo guarito: « Và e non peccare
piú, affinché non ti capiti qualcosa di peggio » (Gv. 5,14); e dicendo per
quanto riguarda l'avvenire: « Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né
mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non
contate voi forse piú di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può
aggiungere un'ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito?
Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure vi
dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
Ora se Dio veste cosí l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata
nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede?» (Mt. 6,26-30)
In tal maniera Gesú elimina completamente ogni causa di turbamento e riguardo
al passato con la confessione-conversione, e riguardo al presente e
all'avvenire con la fiducia filiale in Dio nostro Padre. Tanti ex-drogati mi
hanno confessato che non avevano potuto guarire con nessuna cura anche
costosissima, ma che si sono guariti innamorandosi di Gesú; molti altri li ho
visti guarire con la confessione-conversione. Come sempre Gesú è l'unico
Salvatore.
6.
Gesú salva l'uomo restituendogli l'immagine di Dio
Quando
Dio creò l'uomo, lo creò a sua immagine e somiglianza (Gen. 1,26).
Quando
poi l'uomo perde col peccato l'immagine di Dio, si crea a sua volta un dio o
degli dei a sua immagine e somiglianza per legittimare o addirittura divinizzare
le sue passioni.
Limitandoci
alla civiltà greco-romana vediamo che l'uomo divinizzò la potenza in Giove, la
guerra e la sete di dominio in Marte, il commercio e il guadagno in Mercurio, la
lussuria in Venere, ecc.
Dio
ebbe pietà degli uomini e mandò il suo figlio Gesú, immagine sua visibile per
ridare ad essi la sua immagine e salvarlo. Ma nonostante l'incarnazione e la
redenzione di Gesú l'uomo ha perduto lungo i secoli di nuovo l'immagine di Dio,
e si è andato creando i suoi dei, che poi, in fondo, sono quelli antichi. Oggi
però l'uomo, divenuto evoluto, non ricorre piú a finzioni; divinizza
direttamente, facendone degli assoluti, le sue passioni e finisce per crearsi
dei tiranni.
a)
La materia, alla quale tutto riduce e subordina (vita, pensiero, amore), e alla
quale attribuisce le proprietà di Dio: infinita, eterna, intelligente,
creatrice.
b)
Lo Stato, facendolo divenire principio etico, e chiamando quindi buono tutto ciò
che ad esso giova (anche la menzogna, l'oppressione, la guerra), male tutto ciò
che gli nuoce, soprattutto la libertà; e finendo cosí per creare le dittature
a cui vanno sacrificati i deboli, i poveri, i lavoratori: ieri quelle fasciste
della Germania, dell'Italia; oggi quelle di destra dell'America e quelle di
sinistra dell'URSS.
c)
Il proprio corpo, di cui l'uomo si proclama padrone assoluto, per godere il
massimo possibile, col disprezzo di ogni legge morale, fino a proclamare con le
femministe: « il padrone del mio corpo sono io e ne faccio quello che voglio »;
slogan che divenuto prassi in tutto il mondo uccide annualmente non meno di 10
milioni di bambini.
d)
La libertà assoluta, che predicata dai marxisti per arrivare a distruggere la
libertà e dai miopi partiti laicisti, diviene la tirannia del piú forte, del
piú ricco e del piú immorale fino a rovinare tutta l'umanità con l'industria
dei pornofilms grandi e in cassetta, della pornografia, della droga, della
prostituzione, e con le scuole del terrorismo.
Dopo
le infinite rovine abbattutesi sulla terra per la predicazione e la sequela di
tutti questi miti, prima o dopo gli uomini dovranno accorgersi che « non c'è
salvezza in alcun altro che in Gesú, perché non vi è altro nome dato agli
uomini sotto il cielo nel quale sia stabilito che possiamo essere salvi » (Atti
4,12). Piú presto se ne accorgerà, minori saranno le sventure della terra e di
tutti i suoi abitanti. Solo riproducendo in sé l'immagine di Cristo-Dio l'uomo
potrà salvare la sua anima e la terra, perché « la pietà è utile a tutto ed
ha le promesse della vita eterna e della vita presente» (I Tim. 4,8).
Oggi
sembra vedere Gesù piangente sulla terra come un giorno su Gerusalemme, e
ripeterle quanto a quella disse profetizzandone la rovina: « Oh, se
comprendessi quello che giova alla tua pace! Ma purtroppo questo è nascosto ai
tuoi occhi! » (Lc. 19,42). Si cercano, ma inutilmente, tutti i rimedi per
conservare la pace nel mondo; si trascura l'unico che ce la può dare:
conoscere, amare, imitare Gesú.
7.
L'ultima speranza per la terra
Gesú
ha impostato tutta la sua missione nella predicazione del regno di Dio, che
Matteo chiama il regno dei cieli per indicare la stessa cosa. Ma allora a Gesú
non interessa nulla questa terra, che è il regno degli uomini?
Il
cristianesimo è, come dice Marx, una alienazione da questa terra, una
consolazione chimerica data agli schiavi e a tutti gli oppressi? Può sembrare
un paradosso: è solo il regno di Dio che può rendere giusto e felice il regno
degli uomini; è la conquista del regno dei cieli, che rende possibile a tutti
gli uomini conquistare la terra. L'economista-filosofo Jacques Attali, che tanta
parte ebbe, particolarmente col suo libro I tre mondi, nella vittoria
di Mitterand ed è oggi all'Eliseo consigliere del medesimo, in Gente (1981-37)
fa una diagnosi lucidissima della situazione odierna dell'Europa.
Dice
che l'Europa è in declino, che i primi segni di questo declino sono l'apologia
del pacifismo, l'avanzata del neutralismo, lo sfaldamento delle nazioni e una
specie di sonno generale. Quindi aggiunge che la vocazione dell'Europa non è
quella dello sviluppo di una mentalità puramente mercantilistica, ma quella
della creazione di un nuovo modello culturale fondato sulla non-violenza, sulla
comunicazione piuttosto che sull'accumulo degli oggetti, sulla creazione e non
già sul consumo; di un modello non piú fondato sulla distruzione del tempo
attraverso la distruzione degli oggetti.
«
L'uomo, egli dice, deve arrivare a liberarsi interamente della logica infernale
del consumismo che fa della sua stessa esistenza una merce ». Che ci sia oggi
una crisi paurosa di proporzioni mai esistite finora, che investe tutto il
mondo, non c'è chi non lo veda. Da un lato il mondo occidentale con la spinta
irresistibile data dalla demagogia verso gli aumenti e il consumismo e quindi
verso l'inflazione, la disoccupazione, 1'assistenzialismo, la violenza e il
crollo economico e politico.
Dall'altro
lato il mondo orientale col suo fallimento economico e la corsa inarrestabile
agli armamenti e alla guerra, solo mezzo per salvare il proprio potere e per
giungere alla leadership mondiale.
Infine
il 3° mondo, divenuto per il suo sottosviluppo intellettuale succube al mito
marxista e terreno fertile della violenza. C'è tutta una situazione esplosiva,
che da un giorno all'altro potrebbe ridurre in cenere tutta la civiltà.
Ma
il mondo non potrà perire, come non è perito in tutte le catastrofi passate;
si riprenderà, e riprenderà la sua ascesa fatale fino al traguardo e fino al
tempo destinatole.
Chi
sarà la sua guida? Chi gli segnerà le mete? Chi gli fornirà le energie
necessarie?
Quindi
1'Attali fa una critica del marxismo, che ha creato un modello della società
unico, piramidale e definito per tutti, e perciò falso, senza tener conto
dell'evoluzione della civiltà (ad es. della tecnologia: TV, satelliti,
computers, bioindustria, ecc.); della necessità della decentralizzazione,
delle attualizzazioni locali, ecc.; evoluzione che lo stesso Marx aveva forse
intuito quando ebbe a dire: « Ma io non sono per niente marxista! ».
E
allora, conclude 1'Attali, se l'Europa non scopre e non persegue questa sua
vocazione mondiale, il ruolo di leadership passerà al Pacifico. La diagnosi
dell'Attali è perfetta, le mete di questo progetto sono pure giuste. A lui
sfugge soltanto il rimedio; e siccome egli vede solo nella violenza l'ostacolo
al pacifico sviluppo sociale e la causa della precipitazione della società nel
caos, suggerisce quale rimedio: la cultura.
«
La cultura, egli dice, è l'unico rimedio che abbiamo per salvarci dalla
violenza ».
Noi
rispondiamo: la cultura da sola fa soltanto dei delinquenti piú scaltri, come
vediamo dall'estrazione sociale dei terroristi e dei loro capi. L'uomo ha
l'anima ammalata, e non c'è nessuno al mondo che lo può guarire, eccetto il
cristianesimo.
A
Celso, che imputava al cristianesimo lo sfacelo dell'impero romano, S. Agostino
rispose: « Dateci patrizi, plebei, soldati, magistrati, governatori che siano
veri discepoli di Gesú, e vedremo se l'impero ci perde o ci guadagna».
Gesú,
proclamando che dovremo dare a lui minuto conto delle nostre azioni, ci spinge a
moderare le nostre passioni e frenare la corsa al male; Gesú, dando il
comandamento nuovo, quello dell'amore al prossimo, sconosciuto ai pagani, fa
sorgere legami di fraternità fra i popoli; dicendo di reputare fatto a sé
tutto il bene e tutto il male che ad esso facciamo, ci stimola a non far male a
nessuno e a fare del bene a tutti; insegnandoci che il Paradiso non è una
favola, che non è in terra, ma nell'altra vita e che la felicità che lí
avremo supera l'insieme di tutti i godimenti possibili in terra, ci stimola a
non attaccarci alla carne, al denaro e ai beni terreni, ci spinge a fare del
bene nella vita, ci dà speranza quando tutte le speranze sono perdute o per
malattie o per fallimento o per la vecchiaia.
Gesú,
insegnandoci che nell'altra vita saremo ricompensati di tutto il bene fatto,
anche di un semplice bicchiere d'acqua dato per amor suo, ci stimola a fare del
bene a tutti; insegnandoci che saremo castigati di tutto il male fatto, anche di
una sola cattiva parola detta a un altro uomo, ci fa guardare da ogni minimo
peccato e da ogni minima offesa agli altri; insegnandoci che l'inferno non è
una favola; che non è in questa vita terrestre, ma nell'inferno e che tutti i
tormenti che ivi si soffrono superano l'insieme di tutte le sofferenze della
terra, ci dà la forza di guardarci da ogni male.
Tutto
questo potrebbe sembrare inutile al mondo.
Bisognerebbe
ricordare quanto ha detto Dostoevskij nei Demoni: « Se Dio non c'è tutto è
lecito ».
E
all'insegna di tali insegnamenti che S. Benedetto evangelizzò l'Europa; che
S. Francesco portò un'ondata di fraternità e di elevazione in tutto il mondo
cristiano; che i Gesuiti fecero quel regno felice delle Riduzioni nell'America
del Sud, tanto ammirato anche da Diderot e da Voltaire e distrutto dopo 120 anni
dalle potenze coloniali; che la Chiesa fece le Università; che S. Giovanni di
Dio fondò gli ospedali; che S. Vincenzo de' Paoli fondò le opere assistenziali
e caritative; che S. Giovanni Bosco fondò le Scuole di Arti e Mestieri, le
Scuole per tutti, e gli oratori; che il Cottolengo iniziò l'assistenza agli
handicappati, recepita oggi dagli Stati; che Madre Teresa va raccogliendo
centinaia di migliaia di affamati, lebbrosi, orfanelli e sfama ogni giorno
circa un milione di persone; che altrettanto vanno facendo nel mondo migliaia di
missionari; che Chiara Lubich ha fondato il bellissimo Movimento dei Focolari
per la fratenizzazione universale e le varie Città-pilota in Italia
(Loppiano) Africa (Fonten) in Germania (Ottmaring) in Brasile (Recife); che Don
Zeno Saltini con la fondazione della felice Nomadelfia ha realizzato e
immensamente superato il mito comunista con la comunione totale di tutti i
beni fra i suoi abitanti; cose impossibili, nonostante tutti i programmi e le
costrizioni, dove non c'è l'amore cristiano, come l'esperienza ci dimostra, pur
con la creazione di una classe privilegiata di dirigenti e di poliziotti; cose
possibili solo dove tale amore esiste, come vediamo solo nel Cristianesimo.
Finito
il consumismo occidentale nella migliore delle ipotesi con l'inflazione totale;
finito il mito marxista che, ormai svuotato di contenuto, viene tenuto in
piedi da uno stato poliziesco e dall'esercito piú potente del mondo, il mondo
si riprenderà all'insegna dell'ultima speranza che resta: il Cristianesimo.
La
nazione che inalbererà quest'ultima bandiera sarà alla leadership mondiale.
L'Attali
pensa che l'Italia avrà questo ruolo per il capitale immenso della sua cultura
e delle sue iniziative, se saprà farsi un vero Governo. L'Italia nella presente
sua abdicazione alla sua vocazione cristiana e nella sua conseguente crisi
morale-religiosa non potrà mai assurgere a vera potenza con ruolo di leadership
mondiale.
Se
l'Italia vuole arrivare a questo dovrà rimontare la sua crisi morale e
religiosa, ripristinare la vita cristiana individuale e sociale e riformarsi una
cultura cristiana.
Altrimenti
questo ruolo passerà a un'altra nazione, che saprà meglio afferrare il
vessillo di Cristo, e innalzarlo suoi popoli.
«
In hoc signo vinces » aveva detto la visione a Costantino; e Costantino,
fatta appuntare una croce di stoffa sul petto a tutti i suoi soldati, vinse
l'impero pagano di Massenzio.
Sul
mondo, ritornato pagano e squassato dal confronto OrienteOccidente, riporterà
la vittoria e la pace quel popolo che saprà mettersi sul cuore e sulla mente la
croce di Gesú.
17.
IL MISTERO DI DIO IL MISTERO DELL'UOMO
1.
GESU’ IMMAGINE DI DIO
Un
giorno Dionigi, tiranno di Siracusa, chiamò il filosofo Simonide di Ceo e gli
disse: « Dimmi, cosa è Dio? ». Simonide rispose che a una domanda cosí
imbarazzante non poteva rispondere su due piedi e chiese un giorno di tempo.
L'indomani Dionigi gli rifece la domanda. Simonide rispose: « Vi ho pensato
tutto il giorno e tutta la notte, ma il tempo è stato troppo poco ». Dionigi
gli concesse altri 8 giorni per pensarci. Dopo 8 giorni Simonide gli si presentò
e gli disse: « Se io comprendessi Dio sarei come lui ».
È
inutile tentare di farsi un concetto di Dio. Sappiamo solo che le perfezioni di
tutto il creato sono deboli riflessi delle sue perfezioni infinite; e che
quindi Dio è grandezza, potenza, bellezza, verità, bontà infinita. Ma con ciò
non possiamo farci nessuna immagine di Dio. Se vogliamo farcene un'immagine
vera, abbiamo la fortuna di averla.
Superiormente
a tutte le aspettative dell'uomo, in armonia col suo amore e con la sua
misericordia, che sono pure infiniti, Iddio si è fatto uomo in Gesú.
La
fortuna è tanto grande che i filosofi non avevano mai neanche ipotizzato di
poterla avere. È supremo interesse dell'uomo verificarla. Non ci resta che
guardare Gesú.
«
Egli è l'immagine dell'invisibile Dio, il primogenito di tutta la creazione,
perché in lui sono state create tutte le cose nei cieli e sulla terra, le
visibili e le invisibili, i Troni, le Dominazioni, i Principati, le Potestà:
tutto è stato creato da lui e per lui. Egli è prima di tutte le cose e tutto
sussiste in lui » (Col. 1,1517).
Scoperto
Gesú, risolviamo tutti i problemi.
2.
GESÚ CI RIVELA DIO UNO E TRINO
Ci
sono due modi di conoscere Dio: o mediante la ragione o mediante la rivelazione.
La
ragione facilmente ci fa arrivare alla conoscenza dell'esistenza di un Dio
creatore e reggitore dell'universo; ma il piú delle volte ci dà di lui
immagini distorte.
Soltanto
la speculazione della filosofia greca arrivò a farsi un concetto puro di Dio.
Puro ma incompleto.
Una
conoscenza immensamente migliore di Dio ce la dà il popolo ebreo 600 anni
prima, con Mosé. Egli ci rivela che Dio è l'Essere, colui che esiste, colui
che ha creato tutto quello che esiste e che gli altri dei sono nulla. Ci rivela
ancora che Dio è onnipotente, che non si è staccato dalla creazione, che
interviene in essa per amore degli uomini, che non solo è giusto, ma è anche
misericordioso.
Questi
concetti cosí sublimi ai quali non arrivò neanche la speculazione greca
molti secoli dopo, non potevano, giusta la teoria e la storia dell'evoluzione
delle religioni, venire prodotti da un popolo rozzo e analfabeta di pastori. La
causa sufficiente della loro comparsa non può essere che la rivelazione fatta
da Dio stesso ai Patriarchi e a Mosé, come narrano i due primi libri della
Bibbia, la Genesi e l'Esodo.
Ma
ancora questi concetti su Dio sono incompleti.
Una
conoscenza completa di Dio ce la dà soltanto Gesú: ce la dà nella pienezza
dei tempi, in epoca completamente storica, quando tutto è documentabile e
documentato.
Innanzi
tutto egli ci dà cosí la certezza assoluta della esistenza di Dio. Ce la dà
con i miracoli. Guarisce con una sola parola ciechi, lebbrosi, zoppi; si fa
obbedire dai venti e dalle acque, risuscita i morti. Ciò importa una potenza
infinita, intelligente e buona, e dimostra quindi l'esistenza di un Dio
infinito, onnipotente e buono. Quindi Gesú ci rivela quanto l'intelligenza
umana non avrebbe potuto mai conoscere: il mistero della SS. Trinità.
Dio,
pur essendo uno, è formato da 3 persone, Padre, Figlio e Spirito Santo: ognuna
di esse è Dio, ma tutte e tre formano un solo Dio. Se Gesú non avesse rivelato
questo mistero, noi non avremmo mai saputo nulla dell'intima costituzione di
Dio.
I
Testimoni di Geova negano la Trinità, dicendo che mai la si nomina del Nuovo
Testamento. È vero che la parola « Trinità » è stata coniata dalla Chiesa
per brevità; ma è altrettanto vero che Gesú dichiara di sé in tutto il
Vangelo di essere Dio e di essere una sola cosa col Padre (Gv.10o,3o) e che
molte volte parla agli apostoli dello Spirito Santo che procede dal Padre (Gv.
15,26), promettendo che lo invierà loro.
Infine
il giorno dell'ascensione, prima di salire al cielo, dice agli Apostoli: «
Andate in tutto il mondo, predicate il Vangelo a tutte le creature,
battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo » (Mt.
28,19).
3.
GESÚ CI RIVELA LE PERFEZIONI DI DIO
Un
giorno Filippo chiese a Gesú: « Mostraci il Padre ». Ma Gesú gli rispose: «
Filippo, Filippo, tanto tempo che sono con voi e ignori questo: chi vede me,
vede anche il Padre » (Gv. 14,9). Vedendo Gesú vediamo com'è Dio.
a)
Dio è immanente e trascendente
Gesú
ama tutti gli esseri creati ed è staccato da tutte le cose create. Egli ama i
gigli dei campi, gli uccelli dell'aria e tutti gli uomini: i bambini, i poveri,
i bisognosi, gli ammalati, sù, sù, fino ai meno amabili, quali i peccatori, i
pubblicani, le prostitute; anzi sembra avere per essi una debolezza fino a dire:
non hanno bisogno del medico i sani, ma gli ammalati (Mt. 9,12). Egli li ama
tanto da immedesimarsi con loro: con gli affamati e per essi moltiplica i pani;
coi ciechi, con gli storpi, coi lebbrosi e con tutti i generi di ammalati e li
guarisce tutti; con le mamme dei morti e per esse risuscita i loro figli. Ama
tanto tutti gli uomini da vivere e da morire per essi; ma nello stesso tempo è
totalmente staccato da tutti gli uomini e da tutte le cose: nasce in una grotta,
non possiede nulla, neanche una stanza dove poggiare il capo, non si forma una
famiglia e muore nudo sulla croce.
b)
Dio è onnisciente
Gesú
vede chi è lontano (Natanaele), vede gli occulti pensieri degli uomini,
risponde sapientemente a tutte le domande-trappola dei suoi nemici, non solo
sfuggendo alle loro insidie, ma prendendo occasione da esse per dare
meravigliosi insegnamenti (la donna dai 6 mariti, il tributo di Cesare,
l'adultera, con quale autorità scaccia i profanatori del tempio, il battesimo
di Giovanni: da Dio o dagli uomini?) ecc.
c)
Dio è onnipotente
Per
Gesú nulla è impossibile. Egli cammina sulle acque, seda istantaneamente la
tempesta sul mare, moltiplica i pani, cambia l'acqua in vino, guarisce tutti gli
ammalati, risuscita i morti, infine risuscita se stesso, e lasciandosi
nell'Eucarestia, resta presente in corpo, sangue, anima e divinità in tutti
gli angoli del mondo.
d)
Dio è sapientissimo
Gesú
ci dà nel suo Vangelo le norme piú sagge che esistono per una pacifica e
armoniosa convivenza nelle famiglie, nei comuni, nelle nazioni e fra tutti i
popoli della terra.
Per
lui tutti gli uomini sono fratelli, figli dello stesso Padre celeste, e tutti i
problemi si possono risolvere per via pacifica. Dice Gesú: Se uno ti percuote
in una guancia porgigli l'altra; a chi ti vuol togliere la tunica, dà anche il
mantello (Lc. 6,29); e S. Paolo ricalcando gli insegnamenti del maestro dice: «
Non ti fare vincere dal male, ma vinci il male col bene » (Rom. 12,21). Ci
voleva un pagano, Gandhi, per provare questo al nostro secolo scettico. Egli,
come tutti sappiamo, ottenne l'indipendenza dell'India senza sparare un solo
colpo di fucile, né uccidere o ferire un solo uomo; ed egli espressamente disse
di avere ricevuto dal Vangelo la sua dottrina della non violenza, con la quale
gli fu possibile tutto questo.
e)
Dio è infinitamente bello, saggio e buono
Gesú
ne è la manifestazione. Egli è cosí bello, cosí saggio, cosí buono che le
folle lo seguono entusiaste; gli apostoli lasciano le loro case e le loro
famiglie per seguirlo; i peccatori e le peccatrici lasciano i loro vizi; mentre
gli erodiani, andati per catturarlo, lo lasciano stare, e ai rimproveri dei loro
mandanti rispondono: « Nessun uomo ha mai parlato come questo uomo » (Gv.
7,46). Eppure a nessuno Gesú promette denari, potenza, gloria, piaceri, anzi
promette croci e tribolazioni. « Chi mi vuol seguire, egli proclama, prenda
ogni giorno la sua croce e mi segua » (Lc. 9,23). « Hanno perseguitato me,
perseguiteranno anche voi» (Gv. 15,20). E, quando nel Tabor manifesta tutta la
sua reale bellezza e la sua gloria a Pietro, Giacomo e Giovanni, questi svengono
per la felicità provata e, rinvenuti, vorrebbero restare lí per sempre.
f)
Dio è umile e paziente
Dio
potrebbe manifestare tutta la sua potenza e la sua gloria, ma si nasconde.
Egli
è umile ossia è vero, e ama gli umili cioè quelli che stanno nella verità,
ossia si riconoscono poveri, ignoranti. I grandi, i superbi, gli autosufficienti
sono lontani dal regno di Dio. « Ti ringrazio, o Padre, Signore del cielo e
della terra, perché tu hai nascosto queste cose ai saggi e agli intelligenti e
le hai rivelate ai piccoli» (Lc. 10,21). Per farsi conoscere Dio vuol essere
cercato, perché il merito non è nel vedere una verità o un bisogno, ma
nell'interessarsi a essi. E si interessano di Dio solo gli umili, gli assetati
di verità e di giustizia, non i delinquenti, i superbi, i viziosi e i gaudenti.
Per questo Gesú parla in parabole affinché i cattivi vedendo non vedano e
ascoltando non intendano e si salvino (Mt. 13,15).
Costoro infatti si allontanano da Gesú senza chiedere spiegazioni,
mentre gli umili e i poveri gli chiedono la spiegazione e l'hanno. Dio
pazientemente sopporta e umilmente aspetta tutta una vita i peccatori, i
bestemmiatori e tutti i suoi nemici, come se ne avesse bisogno, sperando che si
convertano e si salvino; mentre potrebbe subito annientarli. Gesú manifesta
tutta l'umiltà e la pazienza di Dio nascendo in una grotta, mescolandosi coi
peccatori e facendosi battezzare da Giovanni Battista, facendo l'umile operaio,
nascondendosi quando lo vogliono fare re, sopportando le calunnie, le insidie e
le persecuzioni dei suoi nemici e i tormenti della sua passione. La sua umiltà
e la sua pazienza sono infinite come quelle di Dio, o meglio sono quelle stesse
di Dio.
4.
DIO È AMORE
Nel
VT Dio era chiamato Adonai (Il Signore), Eloim (l'Altissimo) El Shaddai
(l'Onnipotente) El Na'am (Dio è dolcezza).
Quando
Mosé gli chiese quale fosse il suo nome per dichiararlo agli Ebrei Dio rispose:
« Io sono » ossia « Javhé ».
Volle
cosí Dio che gli uomini sapessero che egli solo è, che tutti gli altri dei non
esistono, e che tutte le cose esistenti sono perché lui le ha create e le
sostiene. Ma quando venne la pienezza dei tempi e dopo averlo pienamente
dimostrato, egli rivelò la sua vera natura: « Dio è amore ».
-
Perché è amore egli ha creato l'universo, la vita sulla terra, l'uomo;
-
perché è amore egli si è voluto fare uomo per essere l'Emanuele, cioè Dio
con noi, per stare anche fisicamente tra noi;
-
perché è amore egli ha sofferto la sua terribile passione, ci ha dato tutto il
suo sangue morendo sulla croce;
-
perché è amore egli è voluto restare nell'eucarestia per stare sempre con noi
e divenire una sola cosa con noi.
Per
questo Gesú nell'ultima cena, a conclusione di una vita passata per gli uomini
e alla vigilia della sua passione, disse al Padre: « Ho fatto conoscere il tuo
nome agli uomini » (Gv. 17,6), cioè il tuo amore. Viene da chiedere: ma quale
motivo aveva Dio di creare gli uomini, visto che essi lo avrebbero ricompensato
trattandolo come il peggiore delinquente, disprezzandolo, bestemmiandolo
continuamente e inchiodandolo sulla croce?
La
risposta è una sola: meno male che Dio è fatto cosí, che è amore, cosí come
il sole è luce e calore; altrimenti non esisteremmo nessuno e non sarebbe
esistito neanche l'universo, perché senza dell'uomo l'universo non avrebbe
avuto senso.
Perché
Dio ha fatto questo? Per spingerci e quasi costringerci ad amarlo. Ma Dio aveva
bisogno dell'amore degli uomini? Sarebbe come dire che il sole ha bisogno degli
uomini. Sono soltanto gli uomini ad avere bisogno di Dio. Infatti Dio è amore e
il Paradiso è il regno dell'amore; e solo quelli che amano Dio lo raggiungono e
saranno in lui felici.
5.
IL CRISTIANESIMO È AMORE
Gli
Ebrei, come d'altro lato ancora oggi la maggioranza dei cristiani, avevano della
religione una concezione prevalentemente utilitaristica. Vedevano nella salute e
nella ricchezza la benedizione di Dio, nella malattia e nella povertà il
castigo di Dio.
Neanche
gli apostoli erano esenti da questa mentalità, e quando videro il cieco nato
chiesero a Gesú: « Maestro chi ha peccato: lui o i suoi parenti? ». E Gesú
rispose: « Né lui, né i suoi parenti, ma perché sia manifestata in lui la
gloria di Dio» (Gv. 9,3).
Similmente
interpretavano tutte le profezie e le benedizioni messianiche in senso
politico ed economico, ed erano convinti che il Messia che aspettavano avrebbe
costituito un grande e prospero impero di Israele.
Quando
videro Gesú che operava tanti miracoli le loro speranze si accesero; quando
poi lo videro moltiplicare i pani, e con 5 pani e 2 pesci sfamare 1.000 persone,
le loro speranze esplosero; cominciarono ad agitarsi per farlo loro re; e se Gesú
non si fosse eclissato, quel giorno lo avrebbero proclamato re.
Quando
poi lo videro legato, e impotente, flagellato e coronato con le spine re di
scherno lo vollero crocifisso.
Cosí
il piú delle volte gli uomini si aspettano da Dio, in cambio della loro
religiosità, la prosperità; quando non l'ottengono non ne vedono l'utilità e
l'abbandonano.
«
Iddio che ama l'uomo e che vuol concludere con l'uomo un patto d'amore » è una
rivelazione specifica della religione ebraica-cristiana; Iddio che per amore
dell'uomo si fa uomo, si rende impotente e si fa mettere in croce è la grande,
inconcepibile ed esclusiva rivelazione della religione cristiana.
Se
Dio ha fatto realmente questo, ciò è una cosa cosí grande, cosí importante,
cosí interessante che niente di piú grande, di piú importante, di piú
interessante può esistere per l'uomo che concludere con Dio questo patto
d'amore.
Gesú
viene a rivelarci che il Paradiso non è uno spettacolo, né un cenone, dove
basta portare occhi e stomaco per passare felicemente alcune ore. Egli dice: «
Se qualcuno mi ama osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e verremo
in lui e dimoreremo in lui » (Gv. 14,23).
Il
Paradiso è il regno dell'amore dove gli eletti diverranno una cosa sola con Gesú
e, spinti irresistibilmente dall'amore, saranno consumati nella felicità
dell'unità.
Per
questo nell'Apocalisse la Chiesa viene chiamata « la Sposa » e Gesú « lo
Sposo ». Dio è amore, il suo regno è amore. Egli regna in coloro che lo amano
(Lc. 17,21).
Per
questo,i primi cristiani si riconoscevano da come si amavano, e le primitive
chiese si chiamavano anche « Carità », perché vi regnava l'amore, come ce
lo testimonia S. Ignazio, martire del 2° secolo, nelle sue lettere.
Solo
chi ama può raggiungere Dio e può essere consumato nell'unità del Corpo
Mistico.
Gesú
è venuto a combattere la concezione utilitaristica, miope ed egoistica della
religione, e a rivelarci che la vera religione è amore, perché solo l'amore ci
renderà felici in Paradiso.
Per
questo egli esplicitamente disse a Pilato: «Il mio regno non è di questo mondo
» (Gv. 18,36). Ai due discepoli che si aspettavano di essere i primi del suo
regno egli rispose: « Potete bere il calice che io sto per bere? » (quellò
della sua passione: Mt. 20,22).
E
quando i farisei chiedono a Gesú quale è il massimo e il primo comandamento
egli risponde: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la
tua anima, con tutta la tua mente, con tutto te stesso; amerai il prossimo tuo
come te stesso » (Mc. 12,3 0); e aggiunge: « Io vi do un comandamento nuovo;
che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi! Da ciò si conoscerà che
siete miei discepoli, se vi amate gli uni gli altri» (Gv. 13,34).
E
quindi conclude il discorso dell'ultima cena: « Questa è la vita eterna:
conoscere te e colui che hai mandato, Gesú Cristo » (Gv. 17,3). Conoscere in
linguaggio biblico equivale possedere; e chi possiede Gesú possiede il suo
Corpo Mistico, cioè tutti gli esseri belli e buoni usciti dalle sue mani. La
felicità eterna quindi consiste in questo amore universale: amore
perfettissimo a Dio e a tutti gli eletti; essere amati totalmente da Dio e da
tutti gli eletti.
Per
questo dice S. Giovanni: « Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita
perché amiamo i nostri fratelli » (I Gv. 3,14).
6.
IL REGNO DÌ DIO È L'AMORE PURO E UNIVERSALE
Per
attuarlo bisogna che l'uomo si spogli da ogni egoismo; bisogna che ami Dio con
tutto il cuore, cosí da essere amato e illuminato totalmente da lui, senza piú
zone d'ombra di peccati e di difetti che intercettino il suo amore e la sua
luce; bisogna che arrivi ad amare tutti gli uomini senza esclusione di alcuno
per quanto antipatico e peccatore, e che divenga totalmente umile, puro,
affettuoso, dolce, da rendersi simpatico a tutti e amabile da tutti.
Per
spogliare i suoi discepoli da ogni egoismo Gesú fa quel meraviglioso discorso
della montagna (che è come la magna charta del cristianesimo), col quale toglie
loro fin da principio ogni illusione e ogni speranza terrena di benessere e di
felicità, e promette loro la felicità soltanto nel futuro, in Paradiso. «
Allora, dice il Vangelo, egli aprí la bocca e disse:
-
Beati i poveri di spirito perché di essi è il regno dei cieli; cioè di coloro
che hanno il cuore distaccato dai beni di questo mondo, che non vivono, almeno
prevalentemente, per diventare ricchi e che partecipano ai poveri, come a
fratelli, quello che hanno.
-
Beati quelli che piangono; che sono afflitti per le loro sofferenze e per i loro
peccati, per le sofferenze e i peccati dell'umanità e non si chiudono nella
torre d'avorio del loro benessere e della loro felicità: essi saranno
consolati.
-
Beati i miti, i mansueti, quelli che non fanno soprusi, ma li ricevono dagli
altri; i pazienti; quelli dolci e umili di cuore come Gesú: essi erediteranno
la terra promessa, il Paradiso, e in questa terra conquisteranno gli uomini.
-
Beati quelli che hanno fame e sete di giustizia, che nel linguaggio biblico
significa di santità, cioè di Dio, di amore di Dio, di preghiera, del regno di
Dio nel proprio cuore e in tutti gli uomini: essi saranno saziati, e saranno
tanto piú saziati, ossia tanto piú felici, quanto maggiore fame e sete ne
avranno avuto in terra. Beati i misericordiosi, coloro che compatiscono, che
perdonano, che dimenticano, che danno generosamente il loro denaro, la loro
opera, le loro energie per i poveri, i bisognosi, gli affamati, gli ammalati;
essi troveranno misericordia, ossia il perdono dei loro peccati; e la troveranno
in proporzione alla misericordia avuta per gli altri.
«Ma
io dico a voi che mi ascoltate: Amate i vostri nemici, fate del bene a quelli
che vi odiano; benedite quelli che vi maledicono; pregate per i vostri
calunniatori. A chi ti percuote su una guancia, porgi anche l'altra. A chi ti
porta via il mantello, non impedire di prenderti anche la veste. Da' a chiunque
chiede; anzi, a chi ti toglie il tuo, non lo richiedere. E come volete che gli
uomini facciano a voi, cosí fate voi a loro. Se voi amate quelli che vi amano,
che merito ne avete? Anche i peccatori amano quelli che li amano. O se voi fate
del bene a quelli che lo fanno a voi, qual merito ne avete? Anche i peccatori
fanno lo stesso. E se prestate a coloro dai quali sperate di ricevere, quale
merito ne avete? Anche i peccatori danno in prestito ai peccatori per avere
altrettanto. Amate, invece, i vostri nemici, fate del bene, prestate senza
sperare niente; allora la vostra ricompensa sarà grande; e voi sarete figli
dell'Altissimo, che è buono con gl'ingrati e con i cattivi. Siate dunque
misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.
Non
giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati;
perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato; vi sarà versata in seno una
buona misura, pigiata, scossa e traboccante; poiché sarà usata verso di voi la
stessa misura di cui vi siete serviti (Lc. 6,27-38).
Beati
i puri di cuore, quelli che non vivono per il sesso, quelli che conservano il
loro primo amore per Dio, quelli che purificano il loro cuore, quelli che
mantengono puliti i loro occhi e la loro mente, quelli che non si fanno
sopraffare dai loro istinti, ma li dirigono secondo i fini voluti da Dio: essi e
solo essi vedranno Dio.
Beati
i pacificatori, gli uomini di pace, coloro che vanno nascondendo ed eliminando
le cause di liti e di rancori, quelli che vanno mettendo pace fra gli uomini tra
loro e fra gli uomini con Dio: essi saranno chiamati figli di Dio.
Beati
quelli che sono perseguitati per causa della giustizia perché di essi è il
regno dei cieli. Beati sarete voi quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno
per causa mia, perché siete religiosi, perché siete puri, perché siete fedeli
alla Chiesa e al Papa, perché fate apostolato. Rallegratevi ed esultate perché
grande è la vostra ricompensa nei cieli » (Mt. 5,3-11)
7.
GESÚ È LA SPIEGAZIONE DELLA CREAZIONE
Fuori
di Gesú la storia resta incompiuta: non si può riuscire a vedere uno scopo
nella creazione. Fino all'uomo riusciamo a scoprirlo.
Perché
c'è questa quantità sconfinata di materia?
Perché
vi potessero esistere la forza della gravitazione e la forza di inerzia che
rendono possibili l'esistenza delle nebulose, dei sistemi stellari, della
terra.
Perché
la terra ha questa grandezza, questa distanza dal sole, questi moti di rotazione
e di rivoluzione; questa quantità di mari, questo magnetismo, questa
ionosfera, queste fasce di Van Allen, ecc.? Perché vi potesse essere la vita.
Perché
tutti questi vegetali e questi animali? Perché vi potesse vivere l'uomo.
Giunti
all'uomo ci si domanda: perché esisto? Perché vivo? Perché tutti questi
uomini, tutti questi popoli, tutte queste civiltà, tutte queste guerre?
Forse
perché l'evoluzione continui e si producano i superuomini? Allora avrebbe
ragione Hitler con i suoi forni crematori per le razze inferiori e con i suoi
infiniti spaventosi esperimenti sui corpi di bambini, di uomini, di donne, di
gemelli per tentare di perfezionare la razza tedesca. Forse per godere?
Allora
bisogna eliminare oltre metà di umanità sotto alimentata, affamata, ammalata
o handicappata.
E
dato che anche tutti quelli che godono s'imbatteranno prima o dopo
infallibilmente nel dolore, negli acciacchi della vecchiaia e nella morte,
bisogna sviluppare l'eutanasia: e al momento giusto bisognerà che ognuno si
ammazzi o, se non ha coraggio, venga ammazzato. E allora non sarebbe meglio
eliminare completamente le nascite? Forse per lavorare o per soffrire? Allora
non sarebbe valsa la pena nascere. E perché la morte?
Perché
vivo, perché penso, perché amo, perché debbo avere coscienza di morire?
Non
mi resta che questa angoscia metafisica, cantata dal Montale fronte all'abisso
del nulla? E perché questa esigenza di una speranza salvifica che non può
dall'uomo e dalla storia? A queste domande non è possibile dare una risposta né
prima Gesú, né fuori Gesú.
Solo
in Gesú c'è la risposta a tutto.
Se
Gesú è il Figlio di Dio, nell'universo non ci può essere niente di piú
grande di lui, e la sua venuta è l'avvenimento piú grande di tutti i tempi. La
sua persona è il centro di tutta la creazione, la sua opera lo scopo
dell'evoluzione dell'universo, della vita di tutta la terra e di tutta la
storia. La parola Universo, di origine latina, significa: verso Uno. Quest'Uno a
cui tutto è diretto e per cui tutto fu fatto è Gesú, in cui tutti siamo
contenuti, come l'albero è contenuto nel seme.
È
un mistero l'inizio dell'esistenza della materia; un mistero la sua
conservazione; un mistero l'inizio della vita; un mistero la sua conservazione,
il suo sviluppo, la sua finalità.
Dio
solo è; e tale si è rivelato a Mosé e quando si è fatto uomo (Es. 3,14; Gv.
8,58)
Quando
Gesú si è fatto uomo è venuto a darci luce su tutto. Dice S. Paolo:
« Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui » (Col.
1,17). « Questo figlio, che è irradiazione della gloria di Dio e impronta
della sua sostanza, sostiene tutto con la potenza della sua parola» (Ebr. 1,3).
Dice Gesú: «Io sono la via, la verità, la vita» (Gv. 14,6).
E
S. Paolo spiega questa verità, ossia lo scopo della creazione, sconosciuto
fino alla venuta di Gesú: « Egli ci ha predestinati ad essere figli adottivi
per mezzo di Gesú Cristo, secondo il beneplacito del suo volere, a lode della
gloria della sua grazia, di cui ci ha favoriti nel suo Figlio diletto. In lui
abbiamo la redenzione per mezzo del suo sangue, la remissione dei peccati,
secondo la ricchezza della sua grazia, che Dio ha effuso in abbondanza su di noi
con ogni sapienza e prudenza, facendoci conoscere il mistero della propria
volontà che, a suo beneplacito, egli aveva prestabilito in se stesso, e che
doveva compiersi nella pienezza dei tempi: riunire tutte le cose, quelle dei
cieli e quelle della terra sotto un unico Capo, Cristo. In lui noi pure siamo
stati costituiti eredi, predestinati per disposizione di Colui che tutto opera
secondo il consiglio del suo volere, affinché fossimo strumenti di lode della
sua gloria, noi che abbiamo sperato in Cristo per primi » (Ef. 1, f-12).
Gesú
è l'Alfa e l'Omega (Ap. 1,8) il principio che diede inizio a tutte le cose e il
fine per cui furono create tutte le cose (Gv. 1,3).
Egli
è il solo che può aprire il libro dei sette sigilli (Apoc. 5,9) cioè la
storia, il solo che la può spiegare. Senza di lui tale libro resta ermeticamente
chiuso a tutte le spiegazioni umane, e la storia rimane un perpetuo divenire
senza senso.
Con
la sua venuta si manifesta il mistero nascosto dai secoli che si dovrà attuare
lungo tutta la storia: la formazione del Corpo Mistico che riunirà in uno e
renderà felici tutti i figli di Dio.
Con
la sua resurrezione Gesú dà la risposta anticipata della conclusione della
Storia e indica il senso della storia universale: la Palingenesi. In conseguenza
l'uomo mentisce quando si crede indipendente da Dio nella sua origine, nella sua
vita, nel suo fine; e diventa come una stellina errante che, pure originata
dalla sua nebulosa, si stacca dal suo sistema e va ad annientarsi in un buco
nero.
Tutta
la vita diventa una menzogna e un suicidio, quando non è in Dio e per Dio: una
menzogna la sua ricchezza, la sua bellezza, la sua potenza, la sua felicità,
come quelle di un sogno.
Al
risveglio, ossia alla morte, se ne accorgerà; ma troppo tardi. Come quando
debbo andare in un posto e vado in un altro, tutti i passi fatti deviando sono
sprecati; cosí riescono utili al mio sviluppo e alla mia condizione eterna
soltanto l'intelligenza, le energie, il denaro, il tempo impiegati per la
costruzione del regno di Dio.
Tutta
la vita dell'uomo è sprecata se non è ordinata ad amare Dio e ad attuare il
suo progetto nel mondo, cioè il Corpo Mistico.
E
quando gli uomini vogliono costruire una famiglia o una società o uno stato
senza Dio, costruiscono una piccola o una media o una grande menzogna-trappola,
come la Grande Menzogna-trappola di questo nostro tempo, in cui l'egoismo è
chiamato amore, la dittatura è chiamata democrazia, la schiavitù è chiamata
libertà e in cui tutto sta correndo al suicidio temporale e eterno.
È
Gesú che dà la luce sulle origini della vita, il senso della vita presente, la
speranza della vita futura. Per questo Pascal ebbe a dire: « Dopo tutto
all'uomo resta questo dilemma: O la fede che dà la spiegazione a tutto e dà
una grande speranza; o l'incredulità che toglie ogni spiegazione a tutto e
toglie ogni speranza ».
8.
GESÚ RISPONDE AL PROBLEMA DEL DOLORE
Uno
dei massimi problemi che assilla l'uomo è quello del male. C'è il male fisico
che è il dolore; c'è il male morale che è il peccato. Per dolore intendiamo
tutto ciò che fa soffrire l'uomo: malattie, fame, sete, ferite, sofferenze
morali, morte.
Per
peccato intendiamo qualunque trasgressione di qualsiasi legge di Dio.
Ora
il dolore è la conseguenza del peccato.
S.
Paolo dice che il male fisico (il dolore) è frutto del male morale (il
peccato).
«
Per il peccato venne la morte » (Rom. S,12).
E
Gesú prima aveva detto che tante volte il dolore è frutto dei nostri peccati
(Gv. S, 14) ma non sempre (Gv. 9,3)
In
quest'ultimo caso il dolore è frutto di peccati di altri, di persone che quasi
sempre non si conoscono neppure.
E
Gesú stesso ce ne ha dato l'esempio, morendo innocente per i peccati del mondo.
Verrebbe
da ribellarsi alla divina economia per la quale tanti innocenti debbono morire
di fame, soffrire la lebbra, il cancro, le persecuzioni, le torture, la morte
per tanti gaudenti e viziosi che guazzano nel peccato.
Ma
S. Paolo ci dice che chi patisce con Gesú sarà glorificato con Gesú; per cui
soffrire innocenti è un privilegio che non si può misurare, come non si può
misurare la gloria e la felicità di Gesú della quale, soffrendo innocenti, si
diventa partecipi. Per tal motivo le maggiori sofferenze le subiscono gli uomini
migliori.
E
quando non si è fatto nulla per meritare di soffrire innocenti, tale croce
diventa un atto di bontà e un privilegio gratuito dato da Dio. Quando poi si
soffre da peccatori la sofferenza è una vera misericordia di Dio. Senza il
dolore non si salverebbe nessun peccatore.
E
infatti se è vero, come è vero, che nessuna grazia viene al peccatore se un
giusto non la paga per lui (Leon Bloy); è altrettanto vero che è precisamente
la sofferenza propria che dispone il peccatore a ricevere la grazia della
conversione. Sono le disgrazie, le malattie, le sofferenze, particolarmente
quelle della morte, che dispongono il peccatore al ricorso a Dio, al pentimento
dei propri peccati, alla grazia e alla salvezza.
-
Se Dio ci fosse e fosse il padre degli uomini, mi disse poco addietro un uomo,
non dovrebbe farli soffrire; come me che mi contento di soffrire io per non fare
soffrire i miei figli.
-
« Esattamente cosí ha fatto Dio, gli risposi; anzi ha fatto molto di piú.
Egli si è fatto uomo ed è morto in croce per non farci soffrire.
Ma
quando un suo figlio cade ammalato e c'è speranza di salvarlo dalla morte
soltanto con un'operazione chirurgica, lei gliela fa subito.
Il
dolore è l'estremo tentativo di Dio, l'operazione chirurgica che fa il Signore
per tentare di salvare dall'inferno coloro che stanno per precipitarvi.
E
tale tentativo, se non sempre, però nella maggioranza dei casi riesce ».
9.
GESU’ RISPONDE AL PROBLEMA DEL MALE
Viene
spontaneo dire: Ma allora, dato che il dolore è frutto del peccato, perché il
Signore non toglie di mezzo i cattivi e cosí non ci saranno piú tutti questi
mali spaventosi che affliggono l'umanità? Gesú ha dato la risposta con la
parabola della zizzania.
«
Il regno dei cieli è simile a un uomo che seminò buon seme nel suo campo. Però,
mentre gli uomini dormivano, venne il nemico e seminò zizzania in mezzo al
grano e se ne andò. Quando poi la messe fiorí e fece frutto, ecco apparve
anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero:
Padrone, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene dunque la
zizzania? Ed egli rispose loro: Un nemico ha fatto questo. E i servi gli
dissero: Vuoi dunque che andiamo a raccoglierla? No, rispose, perché non
succeda che cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate
che l'una e l'altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della
mietitura dirò ai mietitori: Cogliete prima la zizzania e legatela in fuscelli
per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio» (Mt. 13,24-30).
Se
Dio avesse dovuto togliere di mezzo subito i peccatori quanti giusti, figli,
nipoti e pronipoti di peccatori non sarebbero nati! E quanti buoni non avrebbero
avuto il tempo e le occasioni di vivere e santificarsi! Chi non ha avuto tra i
suoi antenati qualche peccatore? Gesú stesso ne ebbe parecchi e di quelli
grossi. Frattanto con tale pazienza e tale aspettativa di Dio molta zizzania
diviene frumento, ossia innumerevoli peccatori si convertono e canteranno in
eterno le misericordie di Dio. Alla fine, e non tarderà molto, giustizia sarà
fatta e tutti i cattivi incorreggibili e ostinati saranno gettati nel fuoco
eterno e i buoni andranno in Paradiso. Praticamente Dio, per eliminare il male
dalla terra, non avrebbe dovuto creare, né formare nulla: né gli angeli, né
gli uomini, né i santi, né la Madonna e neanche la terra e le galassie, che
senza l'uomo non avrebbero avuto senso. Privare gli innumerevoli buoni della
vita e della felicità eterna per causa dei cattivi Dio giustamente non l'ha
voluto; e allora ha preferito sopportare lui stesso le brutte conseguenze del
cattivo uso della libertà, facendosi uomo e facendosi crocifiggere dai cattivi
pur di renderci felici.
18.
GESÚ IL SALVATORE
1.
Gesú è l'unico Salvatore
C'è
una salvezza visibile dal disordine, dalla paura, dalla morte. C'è pure una
salvezza eterna dalle tenebre, dal dolore, dallo sfacelo del corpo; c'è infine
la felicità eterna. Chi ci dà tutte queste salvezze è Gesú. Per questo si
chiama Gesú, parola ebraica che significa Salvatore.
Teilhard
de Chardin nella sua visione evoluzionistica del mondo vede uno slancio comune
in tutta la creazione che tende a salire, e negli uomini diventa amore che parte
dalla terra, li unifica, li convoglia irresistibilmente verso il punto finale
che chiama punto Omega, che è Cristo, per la conquista del cielo.
Questa
visione è certamente affascinante perché fa giustamente vedere Gesú come fine
di tutta l'evoluzione, ma porta all'idea di una salvezza universale contraria
all'insegnamento del Vangelo. Inoltre il Boublik vi vede una pretesa di scalare
il cielo con le proprie forze, un latente titanismo (Boublik, L'uomo
nell'attesa).
La
salvezza prima di essere una conquista dell'uomo, prima di essere un amore che
sale dalla terra, è un dono gratuito di Dio, è un Amore infinito che scende
dal cielo, si fa uomo e muore nella croce per meritarcela.
La
vita eterna, come ogni vita, è frutto di una concezione. Qui è Dio che scende
col suo amore nella persona di Gesú verso l'uomo ed è l'uomo che sollecitato
da Dio stesso si volge verso di lui e lo accoglie.
Le
religioni rappresentano lo sforzo dell'uomo di arrivare a Dio, e in ciò sono
inserite nel piano provvidenziale universale di salvezza. Non lo sono però per
una specie di virtú sacramentaria dei loro riti, ma nella misura in cui sono
obiettivazione della coscienza personale. Quando l'uomo onora Dio come lo
conosce e come sa onorarlo e osserva quei precetti che la sua intelligenza e la
sua coscienza gli rivelano, Dio lo salva perché a colui che fa quanto è in sé
Dio non nega la sua grazia. Quella stessa coscienza che segue, se egli
conoscesse Gesú e la sua legge, lo spingerebbe ad accettarlo e a seguirlo. In
definitiva è sempre e solo per Gesú, accettato e amato esplicitamente o
implicitamente, che l'uomo può raggiungere la salvezza. Senza Gesú nessuno si
salverebbe né dei fedeli, né, tanto meno, degli infedeli perché « nessuno va
al Padre, dice Gesú, se non per mezzo mio » (Gv. 14,6).
Gesú
è l'unico ponte tra la terra e il cielo. Per questo dice S. Giovanni: « A
tutti coloro che lo accolsero, a quelli che credono nel suo nome, egli diede il
potere di diventare figli di Dio » (Gv. 1,12).
Gesú
salva soltanto coloro che lo accolgono; non può salvare coloro che lo rifiutano
o che non vogliono essere salvati. Per questo il vecchio Simeone, quando vide
Gesú bambino presentato al tempio, disse: « Questo bambino è posto per la
salvezza e per la perdizione di molti e come segno di contraddizione» (Lc.
2,34).
Ma
ora si pone il problema oggi tanto sentito dai teologi cristiani. E qual è la
sorte di coloro che non conoscono Gesú e che appartengono ad altre religioni?
Qui non si parla di coloro che rifiutano di conoscere Gesú, ma di coloro che
semplicemente non lo conoscono perché non hanno mai sentito parlare di lui, o
che non hanno neanche avuto il sospetto che egli potesse essere Dio. È
ammissibile che i 3 miliardi di pagani viventi oggi nel mondo abbiano a
perdersi? Oggi tutti i teologi respingono tale ipotesi, ma le motivazioni sono
diverse. Parecchi di essi, come Rahner, definiscono le varie religioni «vie di
salvezza» (Rahner: Uditori della Parola, Torino). Volere equiparare le altre
religioni al cristianesimo è introdurre il relativismo teologico e un
vanificare la missionarietà della Chiesa. Vladimir Boublik vede piú
giustamente negli elementi piú genuini delle varie religioni una provvidenziale
preparazione a Cristo (Teologia delle Religioni, Roma).
2.
Gesú partecipa all'uomo la sua vita divina
L'uomo
è quello che è; senza dubbio il capolavoro della creazione. Mentre però la
sua perfezione biologica è immensa, la sua bellezza fisica è delle volte
meravigliosa, ma piú spesso molto limitata; soprattutto è destinata a sfiorire
e a scomparire a breve scadenza. La Bibbia la paragona al fiore del campo che
oggi è splendido e domani è appassito. Gesú viene a deporre nell'uomo un seme
di immortalità e di una bellezza stupenda ed eterna. Vuole renderlo partecipe
della sua vita e della sua bellezza infinita. Vuole farne quasi un dio.Egli
infatti ai farisei ricorda quanto dice Dio nei salmi: « Io ho detto: voi siete
dei» (Ps. 81,6). Tale vita divina Dio non la dà all'uomo automaticamente. Come
ogni vita è frutto di due amori, cosí la vita soprannaturale o divina (che è
la piú perfetta possibile) è frutto dell'amore di Dio per l'uomo e dell'amore
dell'uomo per Dio; è il frutto dell'amore di Dio che sceglie l'uomo e lo adotta
per figlio, e dell'amore dell'uomo che sceglie Dio per Padre.
Mancando
l'amore di Dio o l'amore dell'uomo non c'è affiliazione. Tale affiliazione non
è dovuta all'uomo, ma è un dono gratuito di Dio per cui si chiama grazia.
«
Non voi avete scelto me, dice Gesú, ma io ho scelto voi » (Gv. 15, 16). Ma
l'uomo non può vedere direttamente la scelta fatta da Dio. La può vedere solo
indirettamente, ma infallibilmente dal suo amore verso Dio, perché esso è una
grazia di Dio. Per questo si dice che chi ama Dio è in grazia di Dio, ossia è
stato scelto da Dio ed è gradito a Dio. Questo è tanto bello e confortante
perché chiunque in qualunque momento può scegliere Dio e cominciare ad amarlo.
La verità è che la grazia di Dio è come il sole che illumina tutti e come la
pioggia che cade su tutti (Mt. 5,45). La grazia ha un senso e un valore in
quanto è congiunta alla gloria eterna ossia ad una trasformazione e a un
potenziamento eterno delle nostre facoltà, della nostra sensibilità, delle
nostre capacità, della nostra bellezza e della nostra felicità. La bellezza di
un'anima in grazia di Dio è inimmaginabile, sebbene sia proporzionata all'amore
che l'uomo ha per Dio.
Un
giorno S. Teresa d'Avila in visione vide una persona cosí straordinariamente
bella che cadde in ginocchio per adorarla credendola Dio. Una voce le disse: «
Alzati, Teresa, non è Dio, ma è un'anima in grazia di Dio ».
3.
Gesú dà all'uomo la gloria
La
grazia è il pegno della gloria. Cosa è la gloria: è la partecipazione della
grandezza, della luce, della bellezza, della sapienza, della potenza, della
felicità di Dio. Dice S. Giovanni: « Ancora non è apparso ciò che saremo.
Sappiamo che quando apparirà saremo simili a lui, perché lo vedremo quale egli
è» (Gv. 3,2). Non possiamo farci un'idea delle perfezioni di Dio. Possiamo
solo farcene una pallida idea attraverso le perfezioni esistenti nelle creature.
Quanto Dio dà agli uomini che sono peccatori è molto poco rispetto a quanto dà
ai giusti e ai santi che sono i suoi figli. Ne è appena un segno. Metti insieme
tutte le perfezioni dei sensi e di tutti i sensitivi; un giusto è immensamente
piú sensibile.
Metti
insieme le intelligenze di un Pico della Mirandola, di un Michelangelo, di un
Einstein, di un Plank, di tutti gli scienziati; un giusto è immensamente piú
intelligente.
Metti
insieme la bellezza di tutti gli uomini e di tutte le donne piú belle del
mondo; un giusto è immensamente piú bello.
Quale
sarà la bellezza di Maria, del corpo di Gesú, di Dio? Una lontanissima e
pallidissima idea ce la possiamo fare da questi fatti: - S. Bernardetta
Soubirous, la veggente di Lourdes, piú volte arrivata a morire e guarita
miracolosamente appena ricevuti il viatico e l'unzione dei malati, subito dopo
scoppiava a piangere. Chiesta del perché rispondeva: « Voi non capite. Voi
non avete visto la Madonna e non potete avere nessuna idea di quanto è bella.
Io che l'ho vista non posso stare lontano da lei e piango per il dolore di non
poterla ancora vedere e stare con lei ».
-
S. Geltrude, vedendo Gesú, a un suo sguardo dolcissimo perdette i sensi per
qualche ora. Riavutasi disse: « A quella bellezza e a quello sguardo mi son
sentita sciogliere i nervi e le ossa per la felicità, come cera al fuoco ».
-
La Beata Angela da Foligno, rimasta vedova ancora giovanissima e subito
convertitasi, non volle più sposarsi per consacrarsi a Dio. Ebbe il privilegio
estremamente raro di vedere Dio. Dopo una di queste visioni disse: « Se sommate
tutti i piaceri e tutte le gioie del corpo e dello spirito che hanno gustato,
gustano e gusteranno, sia lecitamente che illecitamente tutti gli uomini e tutte
le donne che ci sono stati, ci sono e ci saranno nel mondo, non potete ancora
avere l'idea di quanto piú ancora ho goduto in quell'istante della visione di
Dio ».
4.
Gesú redime il nostro corpo
«
Nessuno, dice S. Paolo, ha mai odiato il suo corpo » (Ef. 5,z9). Esso fa parte
del nostro io. Nessuno vorrebbe lasciarlo. Solo ci rassegniamo a morire. Alle
volte anche desideriamo morire, ma è solo quando la vita ci diventa
insopportabile per la gravità dei dolori fisici o morali. Ma se potessimo
vivere sempre bene saremmo felici. Il sogno del dott. Faust di restare sempre
giovane resta il sogno di ogni uomo. Gesú ce lo fa realizzare con la
resurrezione e ce ne ha dato il pegno e il mezzo: la Comunione (Gv. 6,5 5).
La
piú grande gioia dell'uomo è di riprendere il proprio corpo. E la piú grande
speranza che si può dare all'uomo è dargli la certezza che lo riprenderà e lo
riprenderà giovane, incorruttibile, immortale. È tutta lí la fortuna che ci
viene a dare il cristianesimo, al punto che se non ci fosse la resurrezione noi
cristiani, dice S. Paolo, saremmo i piú miserabili degli uomini » (I Cor. 15,
19).
Come
è possibile la resurrezione? Negli Atti dei Martiri di Lione leggiamo che il
prefetto, fatti uccidere i cristiani, fece bruciare i loro corpi e gettare le
loro ceneri nel Rodano dicendo: « Non dobbiamo lasciare ai cristiani la
speranza della resurrezione. A causa di questa credenza essi introducono tra noi
una nuova religione straniera, disprezzano i supplizi e sono pronti ad
affrontare gioiosamente la morte ».
Ma
alla nostra carne e alla nostra polvere può succedere peggio. La nostra carne
può venire divorata da animali o da pesci; la nostra polvere può venire
assorbita da vegetali, trasformarsi in foglie, in fiori, in frutti, divenire
carne degli animali, di uccelli, di altri uomini.
Com'è
possibile risuscitare? Un ragazzo di 5a elementare a una simile obiezione un
giorno mi rispose: « Dio per fare le stelle cosa ha preso? Nulla. Se dal nulla
ha fatto le stelle, con la polvere che comunque resta in terra può formare di
nuovo i nostri corpi ».
Il
problema è tutto lí: Se Dio c'è, se Gesú è il Figlio di Dio, se Gesú ha
detto che risorgeremo, risorgeremo di fatto, perché a Dio nulla è impossibile.
5.
Il piano divino della salvezza totale
La
persona saggia ogni qual volta fa una cosa, prima di farla la pensa: sia un
viaggio, sia una casa, sia un orto. Non c'è che lo stolto a far le cose a
casaccio, senza prima pensarle.
Chi
meglio programma quello che deve fare è il saggio.
Dio,
infinitamente sapiente, ha programmato dall'eternità fin nei minimi particolari
tutto quello che ha fatto e che farà.
Ha
programmato la quantità critica della materia da creare e l'evoluzione delle
galassie, delle stelle, della terra.
Ha
programmato nel DNA tutti i vegetali e tutti gli animali; ogni singolo albero e
ogni singolo filo d'erba, ogni animale e ogni singolo uomo.
Con
la resurrezione ha programmato tutto il mondo nuovo.
In
Gesú risorto c'è programmato tutto il Corpo Mistico, che non è altro che il
Gesú pienamente sviluppato; quindi ci sono programmati tutti gli eletti, la
loro resurrezione gloriosa e, in conseguenza, i cieli nuovi e la terra nuova.
Egli è come il DNA della nuova creazione. La sua resurrezione, storicamente
sicura, è la garanzia di questo mondo nuovo che verrà, di cui parla S. Pietro.
Questa
vita umana per un verso è un nulla, come il fiore che oggi c'è e domani è
appassito; per l'altro è preziosa in quanto programma la vita eterna.
L'uomo,
illuminato e guidato da Gesú col suo Vangelo e sostenuto da lui con i suoi
sacramenti, costruisce col suo amore e con le sue opere il disegno di ciò che
sarà; costruisce, per cosí dire, una sagoma che Gesú riempirà delle ossa,
della carne e organi nel giorno della resurrezione dei morti.
Le
anime dei morti quando appaiono hanno la forma umana del corpo che avevano in
terra; perfettamente riconoscibile.
Quando
appaiono dei Santi sono bellissimi.
È
Gesú stesso che ci ha meritato la resurrezione con la sua morte e la sua
resurrezione. Egli è il Salvatore delle nostre anime e dei nostri corpi. Mentre
questa vita di pochi anni ce l'ha creata Dio in collaborazione coi nostri
genitori, la vita eterna ce la crea Dio con la nostra diretta collaborazione.
Noi
siamo i costruttori della nostra persona. Saremo quello che vogliamo essere.
È
come se esistessimo prima di nascere, fossimo dei grandi artisti e una fata ci
dicesse: « Fatti il corpo che vuoi. Sarai bello o brutto, intelligente o
stupido, cosí come ti vuoi fare ».
Sembra
una favola, ma è una realtà.
Dio
ci dice: « Dal giorno della resurrezione sarai eternamente come ora ti
programmi: sarai bellissimo vivendo nel mio amore; bruttissimo vivendo nel
peccato ».
Saremo
eternamente tanto piú intelligenti, belli, luminosi, sensibili e felici quanti
piú sacrifici avremo fatto per Dio e per il prossimo, ossia quanto piú avremo
pregato, lavorato, offerto e sofferto per la gloria di Dio, per il bene del
prossimo e per la salvezza delle anime.
Con
tutte queste opere buone andiamo accumulando grazia su grazia, bellezza su
bellezza. Come una boccia tanto è luminosa quanto piú forte è la lampada che
ha dentro; cosí alla resurrezione il nostro corpo sarà tanto piú bello quanto
piú grande in terra sarà stato il nostro amore a Dio e al prossimo.
Allora
ogni eletto sarà in comunione perfetta, superiore a qualunque unione umana, con
tutti gli altri eletti; sarà reso felice da tutti gli altri e renderà felice
tutti gli altri; e tutti insieme, come una galassia vivente o la rosa candida
dantesca, immersi nell'oceano infinito della bellezza e della felicità che è
Dio, faranno vibrare e risuonare della loro felicità e del loro canto i cieli
nuovi e la terra nuova dell'universo, divenuto come il loro giardino incantato.
19.
LA GRANDE OPERA DI GESÚ
1.
Lo scopo dell'universo
Se
il Creatore dell'Universo ha deciso di congiungersi a un dato momento
intimamente con la creazione facendosi uomo, tale avvenimento non può restare
in sordina e non può che essere il punto centrale dell'evoluzione cosmica e
della storia.
Per
questo Gesú non ha voluto incarnarsi nei millenni passati della pre-istoria,
per non essere confuso con un mito, ma ha voluto attendere la pienezza dei
tempi, ossia delle civiltà e della storia, per farsi uomo (Gal. 4,4).
E
i tempi della storia si dividono in prima Cristo e dopo Cristo.
Il
figlio di Dio si è fatto uomo per congregare in uno tutti i figli di Dio (Gv.
11, 52) in quella meravigliosa opera che è il Corpo Mistico, ossia la chiesa.
Il
Corpo Mistico risulta dall'unione organica misteriosa di Cristo con tutti gli
esseri intelligenti, buoni e belli usciti dalle mani di Dio.
Il
mezzo con cui Gesú riesce a formare il Corpo Mistico è l'Eucarestia, che ne è
come il seme. La potenza divina che anima e sviluppa questo corpo è lo Spirito
Santo.
Se
Gesú è venuto per formare il Corpo Mistico, tale opera non può essere che
l'obiettivo di tutta la creazione.
Per
tal motivo mentre tutti gli avvenimenti prima Cristo erano ordinati in una
maniera o nell'altra alla sua venuta, tutti gli avvenimenti dopo Cristo sono
ordinati alla formazione della sua Opera, ossia del Corpo Mistico.
Tutti
gli avvenimenti: gli individui e i popoli, la formazione delle civiltà, la loro
comparsa, la loro floridezza, la loro estinzione; le evoluzioni dei popoli, i
loro imperi, le loro migrazioni, la loro scomparsa; la pace e la guerra, la
verità e gli errori, l'amore e l'odio, la prosperità della Chiesa e le
persecuzioni, l'abbondanza e la carestia, la salute e le malattie, la vita e la
morte.
Dio
mentre creava le galassie e le stelle, mentre formava la terra e la riempiva di
alberi e di animali, mentre formava gli uomini e guidava i popoli aveva di mira
Gesú che doveva venire; oggi nel dirigere gli avvenimenti della Storia, ha di
mira il Corpo Mistico che si deve completare. Tutta l'umanità è come un uovo
dal quale deve nascere il pulcino. Tutto nell'uovo è necessario per la
formazione del pulcino: dal seme fino alla scorza che l'opprime; ma non tutto ciò
che c'è nell'uovo si trasforma in pulcino.
Quello
che in esso si trasforma in pulcino verrà in esso; la scorza e le altre parti
che non si trasformano in pulcino vanno a finire nella spazzatura.
Gesú
è il seme immerso nell'umanità che, assorbendo i buoni, si sviluppa e forma il
Corpo Mistico.
Tutta
l'umanità e tutto ciò che in essa avviene giova in una maniera o nell'altra
alla formazione del Corpo Mistico:
-
anche le persecuzioni, perché formano i martiri;
-
anche i peccatori, perché formano gli apostoli;
-
anche le tentazioni, perché provano i buoni;
-
anche i pagani, perché formano i missionari;
-
anche gli oppressori perché purificano i buoni;
-
anche i bisognosi, perché provano il nostro amore di Dio e formano gli eroi
della carità.
Quando
il Corpo Mistico sarà pienamente formato, cioè appena l'ultimo uomo avrà
completato il numero degli eletti, verrà la fine del mondo, usciranno dalla
terra gloriosi i corpi risuscitati degli eletti, il Corpo Mistico comparirà in
tutta la sua meravigliosa bellezza per volare con Gesú nella beatitudine eterna
dei cieli, mentre tutti i cattivi saranno gettati nel fuoco eterno; cosí come
la scorza, quando il pulcino è nato, viene gettata nella spazzatura. Allora le
meraviglie dei cieli, delle stelle e delle galassie saranno come il giardino
degli eletti, dal quale contempleranno la bellezza infinita di Dio, mentre i
dannati saranno gettati nel carcere infernale tenebroso (Mt. S,12) del fuoco
(Mt. 25,41) forse nell'interno di qualche pianeta per non appestare e non
rattristare gli eletti.
2.
Istituzione dell'Eucarestia
Dice
l'evangelista Giovanni: Gesú avendo amato i suoi, li amò sino alla fine (Gv.
13, i).
Gli
estremi limiti, oltre i quali a nessuno, neanche a Dio, è possibile andare
sono:
-
la croce, mediante la quale Gesú per dimostrarci il suo amore infinito e per
scontare i nostri peccati ha sofferto i dolori piú grandi che un uomo possa
soffrire;
-
l'Eucarestia, mediante la quale raggiunge il sogno di ogni amante: divenire una
cosa sola, quasi fondersi, con la persona amata. Trattandosi di una cosa
incredibile, che cioè Gesú si rende realmente presente in corpo, sangue, anima
e divinità nel pane consacrato, i Vangeli ne parlano chiaramente:
«
Mentre (i dodici) mangiavano Gesú prese il pane, lo spezzò lo diede ai suoi
discepoli e disse: " Prendete e mangiate questo è il mio corpo". Poi
preso il calice, rese grazie e lo diede loro dicendo: « Bevetene tutti, perché
questo è il mio sangue della nuova alleanza, il quale sarà sparso per molti in
remissione dei peccati» » (Mt. 26,24; Mc. 14,22; Lc. 22,19).
E
perché non restasse il minimo dubbio sul significato di queste parole Giovanni,
che scrisse per ultimo il suo Vangelo, riporta il discorso con cui Gesú aveva
annunziato con parole inequivocabili la sua intenzione di istituire
l'Eucarestia.
«
Io sono il pane di vita. I padri vostri mangiarono la manna nel deserto e
morirono. Questo è il pane disceso dal cielo, affinché chi ne mangia non
muoia. Sono io il pane disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà
in eterno; e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
Discutevano perciò fra di loro i Giudei dicendo: Come può darci a mangiare la
sua carne? Gesú disse loro: In verità, in verità vi dico: se non mangerete la
carne del Figlio dell'uomo e non berrete il suo sangue, non avrete in voi la
vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna, ed io lo
risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è veramente cibo, e il
mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue,
rimane in me ed io in lui » (Gv. 6,48-56).
Gesú
mediante l'Eucarestia si incarna in noi; muore in noi quando accettiamo la
nostra condizione precaria, affaticata, tribolata quale continuo omaggio a
Dio, e quando accettiamo la nostra morte, quale nostro supremo atto di culto e
di adorazione a Dio; e quindi, essendo seme e pegno della nostra futura gloria,
Gesú germoglia, ossia risorge in noi nel giorno del giudizio universale. Chi
rifiuta tale seme e tale pegno, ossia chi rifiuta la comunione, non potrà
risorgere glorioso.
3.
Gesú conferma la sua presenza eucaristica
In
altre parole Gesú ha inteso dirci che, quando una persona da lui autorizzata
(cioè un sacerdote) ripete sul pane e sul vino le sue parole, egli diviene
realmente presente in corpo, sangue, anima e divinità in quel pane e in quel
vino, e che quindi è presente in tutte le ostie consacrate del mondo.
Una
realtà cosí misteriosa e inimmaginabile oggi è contestata da tanti cattolici,
e da tanti pseudo-teologi, particolarmente olandesi e francesi; Gesú, come se
le sue parole cosí chiare non bastassero, ha voluto confermarla con
innumerevoli miracoli eucaristici.
Molte
persone lungo i secoli sono vissute in totale digiuno sia di solidi che di
liquidi, sostenute soltanto dalla comunione quotidiana.
Ne
citiamo solo due contemporanee ben documentate, morte dopo la 2' guerra
mondiale: Teresa Neumann, tedesca, e Alexandrina da Costa, portoghese.
La
1a stette 32 anni senza mangiare né bere; la 2a 12 anni.
Sulla
1a ha fatto un ottimo studio il dott. Johannes Steiner (Teresa Neumann di
Konnersreuth, EP); sulla 2a Umberto Pasquali (Alexandrina da Costa, ELLE DI CI).
Di
miracoli eucaristici scientificamente documentati ne citiamo pure due: quello
delle ostie consacrate di Siena che, recuperate dopo un furto sacrilego, si
mantengono intatte e incorrotte da i 50 anni; e quello di Lanciano.
Di
questo ultimo, essendo sorprendente, ne facciamo una breve storia.
Una
tradizione millenaria dice che un monaco basiliano nel secolo VIII, celebrando
ivi la Messa nella Chiesa di S. Legonziano annessa al convento dei basiliani,
dubitò della presenza reale di Gesú nell'Ostia e nel Vino consacrati; ma che
appena pronunciò le parole della consacrazione l'Ostia si trasformò in carne e
il Vino in sangue, al cospetto di tutto il popolo che assisteva.
Successero
nella Chiesa ai basiliani per 50 anni i benedettini, e ad essi i francescani.
Questi
presero in consegna tali preziose reliquie e ricostruirono nel 1258 sopra
l'antica chiesa l'attuale chiesa-santuario di S. Francesco e il loro convento.
Il
Fella all'inizio del i 500 scrive nella sua Cronologia civitatis Lancianensis
(a p. 156) quanto due francescani gli avevano raccontato: 70 anni prima due
basiliani avevano trafugato l'antichissima pergamena che narrava in greco e
latino le circostanze del miracolo, per far perdere le tracce del peccato
d'incredulità del loro compagno.
Le
reliquie nel 1566 furono nascoste in una piccola cappella murata per proteggerle
dalle incursioni dei turchi. Finito il pericolo dei turchi, fu costruita nel
1636 una degna cappella da Antonio Valsecca, sostituita nel 1902 dall'attuale
artistico e sontuoso altare.
Nel
1713 fu fatto l'attuale ostensorio-reliquiario in vetro e argento, che
custodisce l'ostia divenuta carne e il vino divenuto sangue, raggrumato in 5
globuli di diversa grandezza.
L'ostia-carne
è un disco di mm 5 5 x 60, di colore giallo-bruno marrone, con al centro una
chiazza bianca di mm 3 5 x 17; i globuli pesano gr 15,8 5 e sono di colorito
giallo-marrone. Sono state fatte 5 ricognizioni sulle reliquie
(1574-1637-1770-18861970).
L'ultima
fu fatta con criteri scientifici eccezionali e fu affidata al prof. Odoardo
Linoli, primario dell'Ospedale di Arezzo.
I
suoi risultati, riesaminati dal professore Ruggero Bertelli, ordinario di
anatomia umana normale dell'Università di Siena, furono da lui riconfermati.
Ed
ecco i risultati dello studio macroscopico-microchimicocromatografico-immunologico-elettroforetico
sui campioni della carne e del sangue prelevati: « Nella carne sono presenti
muffe ed altri corpi estranei, perché la teca dove è conservata non era
ermeticamente chiusa. Sia nella carne che nel sangue sono totalmente assenti
sostanze conservanti, e tuttavia sia l'una che l'altro sono perfettamente
conservati. La carne è veramente carne e il sangue è veramente sangue.
Entrambi appartengono a persona umana e allo stesso gruppo sanguigno AB. La
carne è una fetta uniforme del cuore, che solo una mano esperta di dissezione
anatomica avrebbe potuto ottenere da un viscere cavo; ciò che è impossibile
sia avvenuto oltre 1.000 anni addietro.
Nel
sangue sono state ritrovate le proteine normalmente frazionate con i rapporti
percentuali, quali si hanno nel quadro siero-proteico dal sangue fresco normale.
Nel
sangue sono stati anche ritrovati i minerali normali ».
Il
Signore ha confermato lungo i secoli il miracolo eucaristico con altri miracoli.
Il
9.7. 1868, dopo 45 giorni di pioggia che aveva allagato le campagne, il popolo
volle fare una processione con queste Sante Reliquie sotto la pioggia, per
ottenerne la cessazione. Appena giunti in piazza sorse un vento impetuoso che
dissipò tutte le nuvole.
4.
Termine dell'evoluzione
Nella
terra assistiamo a una trasformazione progressiva in meglio, ossia a
un'evoluzione.
I
minerali si trasformano in vegetali; i vegetali in animali; gli animali
nell'uomo.
Questa
trasformazione avviene a 3 condizioni:
a)
L'essere superiore preesiste e assorbe l'inferiore.
Non è l'inferiore che si trascende nel superiore; ma il superiore che eleva
l'inferiore: i vegetali elevano i minerali, gli animali i vegetali. Ugualmente
non è l'uomo che diventa Dio, e in questo senso ogni suo sforzo è un titanismo
destinato all'insuccesso e alla morte; ma è Dio che scende nell'uomo per amore
e lo divinizza.
b)
L'inferiore si deve sciogliere nei suoi componenti per essere assorbito dal
superiore.
I
minerali solo quando vengono disciolti dall'acqua vengono assorbiti dai
vegetali; i vegetali solo quando vengono disciolti dai succhi gastrici vengono
assorbiti dagli animali; altrettanto i vegetali e gli animali dall'uomo.
c)
L'inferiore morendo a se stesso viene assimilato dal superiore.
Cosí i minerali perdendo la loro identità divengono foglie, fiori, frutti; i
vegetali soltanto perdendo la loro identità vengono assimilati dagli animali e
divengono loro carne.
I minerali, i vegetali, gli animali solo perdendo la loro identità vengono assimilati dall'uomo e diventano sua carne e sue energie.
Quei
minerali, vegetali e animali che non si disciolgono e non vengono digeriti dallo
stomaco dell'uomo, non vengono da lui assimilati e vanno a finire nella fogna.
C'è
però nell'evoluzione una differenza fondamentale tra gli animali e l'uomo.
Mentre nell'animale l'evoluzione consiste nel divenire un altro; nell'uomo
consiste nel restare se stesso e nel divenire di piú, nel superare se stesso,
nell'arrivare a Dio, nel divenire simile a Dio. Il mezzo è Gesú, gli uomini
ricevendo Gesú nella comunione vengono da lui assorbiti e divengono suo corpo,
ossia membri del suo Corpo Mistico, e quindi vengono divinizzati.
Perché
questo avvenga è però necessario che l'uomo si sciolga dai suoi peccati, muoia
ai suoi istinti cattivi e cominci ad assimilarsi cioè a rendersi simile a Gesú
imitando le sue virtú e vivendo secondo il suo Vangelo.
Quanti
non abbandonano i loro peccati e non si convertono a Gesú, ossia non si
sforzano di rendersi simili a lui, vengono da lui eliminati e vanno a finire
nella fogna dell'universo, che è l'inferno. Per questo S. Paolo dopo aver
raccontato l'istituzione dell'Eucarestia dice:
«
Perciò, chiunque mangia questo pane o beve il calice del Signore indegnamente,
sarà reo del Corpo e del Sangue del Signore. Ognuno, dunque, esamini se stesso,
e cosí mangi di quel pane e beva del calice; perché chi mangia e beve, senza
discernere il Corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (I Cor.
II,2]-29).
5.
La vite e i tralci
Gesú
paragona se stesso all'albero e i suoi discepoli ai rami. Egli è il Seminatore
che seminò il suo seme, ossia il suo corpo sotto terra, nel sepolcro.
Risuscitando
questo seme germogliò e cominciò a fare le prime foglie che presto, nella
Pentecoste, divennero un albero.
Mise
in terra le radici, ossia le centrali di assorbimento che sono l'Eucarestia e i
tabernacoli dove egli abita in terra.
«
Io sono la vera vite e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non
porta frutto, lo taglia, e quello che porta frutto, lo pota, affinché frutti di
piú. Già voi siete puri, in virtú della parola che vi ho annunziato. Rimanete
in me ed io in voi. Come il tralcio non può da sé portare frutto se non rimane
unito alla vite, cosí nemmeno voi, se non rimanete in me. Io sono la vite, voi
i tralci; chi rimane in me ed io in lui, questi porta molto frutto; perché
senza di me non potete far niente. Se uno non rimane in me, è gettato via come
il sarmento e si secca; poi viene raccolto e gettato nel fuoco a bruciare (Gv.
15, 1-6).
Non
basta essere assorbiti da Gesú con la fede, col battesimo, con l'Eucarestia.
Bisogna
restare uniti a lui con l'amore e imitarlo, facendo a tutti del bene materiale e
spirituale, cosí come faceva lui. Per questo il cristiano deve impegnarsi a
compiere le sette opere di misericordia corporale e le sette opere di
misericordia spirituale.
Tali
opere si riesce a farle nella misura in cui si viene alimentati da Gesú con la
preghiera e con la comunione, come il ramo fa i frutti quando è alimentato
dalla linfa e nella misura in cui viene alimentato dalla linfa. Come ogni ramo
che si stacca dall'albero, o che secca nell'albero, o che non produce frutti
viene tagliato e gettato nel fuoco, cosí ogni uomo che si stacca dalla Chiesa o
dall'amore di Cristo o che non fa opere buone viene gettato nell'inferno. In
questa similitudine e in molti altri punti Gesú parla chiaramente dell'inferno.
Es. Mt. 1;,42; 18,8; 25,41; non comprendiamo come oggi tanti teologi lo negano.
Che Salvatore sarebbe stato Gesú se non ci avesse salvato da nulla? E che
motivo avrebbe allora egli avuto di morire in croce?
6.
Struttura del Corpo Mistico
S.
Paolo nella I Cor. 12 chiama i cristiani il Corpo di Cristo.
Di
tale corpo misterioso Gesú è il capo e i cristiani le membra. « Infatti,
anche il nostro corpo non è un membro solo, ma è composto di molte membra. Se
il piede dicesse: Siccome non sono mano, io non sono del corpo, forse per questo
non apparterrebbe al corpo? E se l'orecchio dicesse: Siccome non sono occhio, io
non sono del corpo, forse per questo non apparterrebbe al corpo? Se tutto il
corpo fosse occhio, dove sarebbe l'udito? Se fosse invece tutto udito, dove
sarebbe l'odorato? Ora, invece, Dio ha posto le membra come ha voluto,
distribuendo ciascuna di esse nel corpo. Difatti, se tutte le membra fossero un
membro solo, dove sarebbe il corpo? » (I Cor. 12,1419).
Come
il corpo è tale soltanto perché ci sono tanti organi e tante membra, cosí,
egli dice, nel Corpo Mistico vi sono una grande quantità di doni o carismi,
tutti in funzione dell'intero corpo.
L'uomo
è l'opera piú bella e meravigliosa della creazione perché è la sintesi del
mondo materiale, del mondo vegetale, del mondo animale, del mondo spirituale, e
perché in esso vi sono l'anima, gli occhi che la riflettono, il cervello che né
lo strumento, il cuore che ne è il rivelatore e l'espressione, e tutti gli
altri organi.
Il
Corpo Mistico è il capolavoro assoluto di Dio, oltre il quale Dio stesso non può
andare, perché è l'unione di tutta la creazione con Dio stesso. In esso il
Figlio si è unito all'umanità nella maniera massima possibile, facendosi uomo
e divenendo una sola persona con l'uomo, per mezzo dell'unione ipostatica, e
come una super-persona con tutti gli eletti.
In
esso vi abita la stessa Trinità che lo anima e insieme lo trascende e lo rende
beato: Il Padre ne è il Padre; il Figlio ne è il Capo che gli dà tutta la sua
bellezza, e ne è la luce; lo Spirito Santo ne è l'anima. In esso vi è la
meravigliosa Madre di Dio alla quale Gesú ha dato tutta la grandezza e tutta la
bellezza possibile; vi sono gli apostoli, i martiri, le vergini, i confessori,
le anime vittime, i consacrati, i padri e le madri di famiglia, gli umili
lavoratori, ecc.
Ognuno
di essi accresce la bellezza sconfinata del Corpo Mistico. La accresce nella
misura in cui, facendosi guidare dallo Spirito Santo, si santifica nel suo ruolo
e si sacrifica per la Chiesa.
Tutti
gli eletti insieme in Paradiso certamente avranno una forma, a noi oggi
sconosciuta e da Dante intuita come una candida luminosa rosa; una forma che sarà
quanto di piú spettacolare, di piú suggestivo, di piú incantevole, di piú
armonioso avrà potuto fare l'infinita sapienza, l'infinita potenza,
l'infinito amore di Dio.
7.
La missione della Chiesa
Gesú
ha fondato la Chiesa, che è il suo Corpo Mistico, per il mondo e cioè per
salvare tutti gli uomini. Egli la paragona a un granello di senape che,
germogliando, diventa albero, nel quale vanno a posarsi gli uccelli del cielo.
Possiamo
paragonare la Chiesa anche a una nave carica di passeggeri (i cristiani), che va
raccogliendo lungo la traversata tutti i naufraghi (i pagani buoni) di un
diluvio universale, che ha fatto colare a picco tutte le navi (le altre
religioni) che erano nell'oceano.
Le
altre religioni sono via di salvezza, ma soltanto parziale e preparatoria. Si
fermano e periscono nell'oceano del mondo. I loro adepti fedeli che non muoiono
nei vizi, né nel rifiuto del prossimo e della loro divinità conosciuta,
vengono raccolti e portati in Paradiso dalla Chiesa che pure sconoscono. Senza
della Chiesa nessuno si può salvare, perché fuori della Chiesa non c'è
nessuna salvezza (S. Agostino).
Dice
S. Paolo: «Dio è salvatore di tutti gli uomini, particolarmente dei fedeli (I
Tim. 4, 10)». Li salva mediante Gesú. Gesú li salva inserendoli nel suo corpo
che è la Chiesa.
«
La Chiesa è un segno piú espresso della grazia di Gesú per mezzo del quale il
genere umano è santificato » (Summa Teologica, III, 60, S ad 3) « La Chiesa
è in Cristo come un sacramento o segno e strumento dell'intima unione con Dio e
dell'unità di tutto il genere umano » (LG 1,284).
«
Gesú quando fu elevato in alto da terra, attirò tutto a sé » (Gv. 12,32);
risorgendo dai morti (Rom. 6,9) immise negli apostoli il suo Spirito
vivificatore, e per mezzo di lui costituí il corpo, che è la chiesa, quale
universale sacramento della salvezza; sedendo alla destra del Padre opera
continuamente nel mondo per condurre gli uomini alla chiesa e attraverso di essa
congiungerli piú strettamente a sé e, col nutrimento del proprio corpo e del
proprio sangue, renderli partecipi della sua vita gloriosa (Lumen gentium, n.
48/416) ».
La
Chiesa è il nuovo popolo di Dio, continuazione storica del popolo eletto del VT
(l'ebreo). L'appartenenza ad esso non è però piú per eredità di sangue, né
per volontà di uomo (Gv. 1,13) ma per singola scelta di Dio accettata e
corrisposta dall'uomo.
La
Chiesa è mistero di salvezza e comunione di vita.
La
sua intima organizzazione, ossia la unione dei singoli membri col capo (Gesú) e
tra di loro, e la loro reciproca interazione sono cosí perfette da avere un
riscontro soltanto nell'organizzazione perfettissima del corpo umano.
Questo
nuovo popolo eletto è in marcia verso la palingenesi, ossia verso la
resurrezione universale, che lo porterà alla conquista dei nuovi cieli e della
nuova terra dove regna la giustizia, ossia il perfettissimo amore e reciproco e
verso Dio, e dove quindi sarà assente il dolore, l'invecchiamento e la morte.
Lungo
questa marcia nei secoli la Chiesa va crescendo per l'opera delle sue membra,
come crescono i rami in un albero e le membra in un corpo. E come l'antico
popolo eletto del VT portò con sé alla Terra Promessa i forestieri e i
proseliti, ossia i pagani che si univano a lui, cosí il nuovo popolo di Dio
porta con sé verso la definitiva Terra Promessa i cristiani anonimi, ossia
coloro che sono uniti inconsapevolmente ad esso amando e servendo Dio cosí come
lo conoscono, amando il prossimo e soffrendo con pazienza.
Per
conseguenza la Chiesa è, e deve essere missionaria: aperta a tutto il mondo,
cercante tutto il mondo, lievitante tutto il mondo, beneficante tutto il mondo e
materialmente e spiritualmente. Se cosí non fosse sarebbe infedele e inutile,
distruggerebbe se stessa.
Ma
la Chiesa cosí sempre è stata nel suo insieme, e se anche la maggioranza dei
suoi membri non sono coinvolti in questo suo sforzo, i suoi principi hanno già
lievitato il mondo e sono divenuti universali: il senso della libertà, della
fraternità, dell'uguaglianza, la promozione della donna, del lavoro,
dell'istruzione, la cura degli ammalati, la ricerca del necessario per tutti, la
sicurezza sociale, ecc.
Il
mondo ormai cammina alla luce del cristianesimo, anche se non lo conosce o non
lo vuol riconoscere. Tuttavia la missione della Chiesa è ben lungi dall'essere
finita.
Essa
deve adeguarsi ai tempi, camminare al passo accelerato della marcia della civiltà
moderna, intensificare e potenziare al massimo i suoi sforzi per evangelizzare
il mondo intero, prima che Satana definitivamente lo perda.
Dire
Chiesa è dire tutti i suoi componenti; è dire, quindi che ogni cristiano deve
acquistare una dimensione missionaria, che tutti insieme dobbiamo unirci per
questa estrema battaglia missionaria.
Gesú
ci insegna come si salva il mondo: non dal di fuori, ma dal di dentro. Egli lo
ha salvato scendendoci dentro, cioè facendosi uomo e facendosi in tutto simile
a noi tranne che nel peccato; non attendendo, ma cercando di città in città la
gente da evangelizzare; aiutando tutti i bisognosi, guarendo i malati.
Ugualmente la Chiesa salva ogni popolo nella misura in cui si incarna in esso e
in cui lo benefica.
Per
questo nella Chiesa Cattolica le opere di carità hanno avuto sempre un posto di
primo piano, fin dalle origini, quando ogni Chiesa si prodigava per tutti i
poveri e i bisognosi. Cosí pure ogni Chiesa locale salva i quartieri, i
condomini, gli operai, ecc. nella misura in cui scende in essi, li evangelizza,
li soccorre materialmente se ne hanno bisogno, vi diffonde, sia pure
regalandoli, libri di evangelizzazione.
Ogni
cristiano salva i peccatori e i lontani nella misura in cui entra nel loro cuore
e s'incarna in essi, li evangelizza, li soccorre spiritualmente e, se ne hanno
bisogno, anche materialmente. Per questo Gesú disse: « Andate... » «
Salutate per primi... ».
8.
Ruolo di ogni cristiano
Nel
corpo ogni organo e ogni membro vive nel servire tutto il corpo. Non ci sono
organi né membri fatti per se stessi. Nel corpo ogni cellula è differenziata
e, unita ad altre cellule simili, forma un organo o un membro del corpo: o
l'occhio, o la lingua, o i denti, o il cuore, o i reni, o i nervi, ecc.; e ogni
organo è in funzione dell'intero corpo.
Cosí
ogni cristiano è fatto per una comunità cristiana e ogni comunità cristiana
è fatta per l'intera Chiesa, come la Chiesa è fatta per il mondo. Il cristiano
che non sa o non vuol inserirsi in nessuna comunità cristiana, o insoddisfatto
di essa, non riesce a farne una migliore, è ammalato, cosí come è ammalata
una comunità che non si mette in servizio della Chiesa.
Come
nel corpo ogni organo, ogni membro e ogni capillare, che si chiude in sé, non
fa circolare il sangue del corpo e non serve il corpo, non solo è inutile, ma
fa male al corpo e a sé stesso; cosí ogni cristiano, ogni comunità, ogni
movimento, ogni istituto che si chiudono in sé e non si mettono in servizio
della Chiesa fanno male a sè e alla Chiesa. Il ruolo missionario è intrinseco
nella vocazione cristiana. Ogni cristiano e ogni gruppo cristiano per essere
tali debbono servire la Chiesa, inserirsi nella parrocchia, interessarsi dei
bisognosi, dei lontani, delle Missioni; debbono catechizzare i rudi e
annunciare il Cristo, a quanti piú possono. La perfezione è in rapporto
all'universalità, come dice S. Agostino: « La perfezione consiste nel passare
dal particolre all'universale ».
Il
nostro destino e il nostro ruolo sono intimamente legati e connessi a quelli
della Chiesa, come quelli delle membra del corpo.
Ogni
cristiano deve essere un operaio della vigna, un annunziatore del Vangelo, un
testimonio di Gesú, un veicolo della grazia. Per questo Gesú ci dice che
vengono premiati soltanto gli operai che lavorano nella vigna del re (Mt. 20) e
che viene severamente punito il servo che non fa fruttificare per il re il
talento da lui ricevuto (Mt. 25)
Negli
organi del corpo vivere è servire; e quanto meglio l'organo serve il corpo,
tanto piú è forte e perfetto; anzi la sua stessa crescita è determinata dal
suo servizio al corpo.
Nella
Chiesa vivere è amare tutti, rendersi disponibili a tutti; e quanto piú si fa
del bene agli altri, ci si rende disponibili a tutti e si è utili alla Chiesa e
all'umanità, tanto piú si cresce e si diventa perfetti. Tuttavia non siamo noi
a convertire gli uomini, ma lo Spirito Santo con la sua grazia. Dice S. Paolo:
« lo ho piantato, Apollo ha irrigato, Dio ha dato l'incremento (I Cor. 3,6).
Per questo egli completava il suo lavoro apostolico implorando con fervide
preghiere e lacrime Dio di mandare lo Spirito Santo per fecondare tutti i semi
deposti nei cuori degli uomini con la sua parola.
9.
La vita del Corpo Mistico
Nel
corpo ogni organo serve l'intero corpo silenziosamente, potremmo dire nella
dimenticanza di sé e nell'umiltà.
Non
c'è nessun organo che dica: « Guardate quanto bene faccio al corpo! », anche
se in effetti è esso che lo fa vivere.
Nessuno
sente i suoi organi quando sono sani. Quando cominci a sentire un tuo organo è
perché esso ha cominciato a star male; e quanto piú sta male tanto piú lo
senti. Gesú, che tutto opera e alimenta nella Chiesa e nel mondo, va operando
nel totale silenzio, nascosto nell'Eucarestia. La vita del Corpo Mistico è
l'amore.
I
suoi membri sono sani quando amano.
Il
cristiano buono ama Dio e il prossimo, lavora per il regno di Dio e per il bene
materiale e spirituale degli uomini silenziosamente e non per interesse suo o
per superbia, ma nella dimenticanza di sé e nell'umiltà.
Quanto
piú il cristiano è buono tanto piú è disinteressato e umile. Chi nella
Chiesa lavora per ricavarne un'utilità o per orgoglio è ammalato; e tanto piú
è ammalato quanto piú è interessato o superbo; allora diventa totalmente
inutile a sé e agli altri e non ha alcun merito in ciò che fa.
Nel
cristiano progredito l'interesse scompare totalmente: anche quello
esclusivamente spirituale: egli non lavora piú neanche per il paradiso, ma
tutto quello che fa lo fa per amore di Dio e per amore degli uomini.
Egli
assomiglia all'organo del corpo perfettamente sano: non si sente piú.
Per
questo se il movente della conversione e della prima vita cristiana è la
salvezza eterna (e in questo non c'è alcun peccato), il movente della crescita,
dello sviluppo perfetto della propria personalità ossia della santità è
sempre e solo l'amore.
I
santi sono i grandi del cielo, coloro che piú partecipano delle perfezioni e
delle felicità di Dio, perché piú di tutti rassomigliano a lui che è amore e
che tutto ha creato e fatto senza suo interesse, ma solo per amore. Gesú
raggiunge questa purificazione totale dei suoi eletti mediante l'oscurità della
fede e mediante quella che S. Giovanni della Croce chiama « la notte oscura ».
10.
L'azione dello Spirito
Gesú,
venuto per salvare tutti gli uomini, prima annunziò il Vangelo, poi istituí
l'Eucarestia, quindi si sacrificò sulla croce e infine, risorto e asceso al
cielo, mandò lo Spirito Santo. Egli promise agli apostoli: « Con la discesa
dello Spirito Santo riceverete dentro di voi la forza di essermi testimoni in
Gerusalemme, in tutta la Giudea, nella Samaria e fino all'estremità della
terra» (Atti, 1,8). Solo cosí poté fondare la Chiesa.
Se la Chiesa è, come è, il Grande Gesú, ossia il Corpo Mistico di Gesú, ossia il Gesú cresciuto fino alla pienezza mediante la congregazione e organizzazione in uno di tutti i figli di Dio (Gv. 11, 53), lo Spirito Santo è colui che l'anima, cosí animò il corpo fisico di Gesú nel seno di Maria. Per tal motivo è impossibile che ci sia la Chiesa senza il Gesú, ossia senza l'Eucarestia, e senza lo Spirito Santo, ossia senza i suoi carismi. Gesú edifica la Chiesa col suo corpo; lo Spirito Santo la va animando coi suoi carismi.
Come
ogni uomo, cosí ogni Chiesa particolare e ognuna delle comunità che la
compongono divengono Chiesa solo:
a)
quando sono arrivate all'Eucarestia; e crescono nella misura in cui si nutrono
dell'Eucarestia e in cui si assimilano a Gesú nel modo di pensare, di parlare,
di guardare, di agire.
b)
Quando sono animate dallo Spirito mediante la Parola e mediante i suoi carismi.
11.
L'azione della Parola di Dio
Dal
libro degli Atti vediamo come la Chiesa cresceva mediante la Parola fino al
punto da identificarsi con la Parola.
«
Tutti furono ripieni di Spirito Santo e incominciarono a parlare diverse lingue
secondo che lo Spirito Santo dava ad essi di esprimersi » (Atti 2,4).
«
E la Parola di Dio si diffondeva, il numero dei discepoli andava sempre piú
aumentando in Gerusalemme e una gran folla di sacerdoti ubbidiva alla fede »
(Atti, 6.7).
«
Intanto la Parola di Dio si diffondeva sempre piú e aumentava il numero dei
credenti » (Atti 12,24). « Cosí la Parola di Dio cresceva e si consolidava »
(Atti 19,20).
Non
c'è crescita della Chiesa senza predicatori del Vangelo e senza ascoltatori.
Da
un lato c'è la predicazione della Parola, dall'altro l'ascolto. L'ascolto deve
essere in atteggiamento non di studio o di critica, o peggio, di contestazione,
ma di povertà, di recezione, di disponibilità e quindi di implorazione.
L'ascolto
quotidiano della Parola di Dio, la preghiera comune e l'Eucarestia facevano
divenire i primi cristiani un cuor solo e un'anima sola, li rendevano idonei
all'azione dello Spirito Santo e li trasmutavano da ascoltatori in predicatori.
12.
Dio guida il suo popolo nel nuovo Esodo
Con
la Pasqua cominciò l'Esodo del nuovo popolo di Dio da questa terra, verso il
Paradiso. Esso fa il suo passaggio attraverso il Mar Rosso per mezzo del
battesimo, e riceve lo Spirito Santo che lo illumina lungo il corso dei secoli,
cosí come nel primo Esodo la nube illuminò gli Ebrei nel viaggio del deserto.
Gesú,
promettendo ai discepoli lo Spirito Santo, infatti aveva detto: « Egli resterà
con voi sempre. Molte cose avrei ancora da dirvi, ma per ora non ne siete
capaci. Ma quando verrà lui, lo Spirito di verità, egli vi guiderà verso
tutta la verità » (Gv. 14, 16 e 16, 1 s).
Lo
Spirito Santo illumina il nuovo Popolo di Dio ispirando Papi, santi, dottori,
carismatici.
Molti
sono ostili a tutti i loro messaggi e a tutte le apparizioni di Gesú e della
Madonna, comprese quelle di Fatima e di Suor Faustina Kowalska, e a tutto ciò
che sa di soprannaturale o di preternaturale; e per convalidare la loro ostilità
portano l'esempio di falsi messaggi, di falsi carismatici, di false apparizioni,
di falsi prodigi.
Bisogna
però ricordare che non ci sarebbero falsi messaggi, falsi carismatici, falsi
prodigi e false apparizioni se non ci fossero quelli veri; come non si farebbero
biglietti falsi da L. ioo.ooo, se non ci fossero quelli veri. Però bisogna
stare attenti perché c'è un'immensa quantità di apparizioni, di carismi, di
messaggi e anche di prodigi falsi.
Il
cristiano umile e religioso non nega a priori, ma non è neanche credulone; sta
attento dove Dio si manifesta e vede cosa vuole, come Samuele: « Parla, o
Signore, che il tuo servo ti ascolta » (I Sam. 3, 10).
S.
Paolo dice: « Non estinguete lo Spirito; non disprezzate le profezie »; ma,
ben sapendo che l'accettazione imponderata di esse getta il discredito sul
soprannaturale e su tutta la religione, aggiunge: « Esaminate tutto e ritenete
ciò che è buono » (I Ts. - 5, 19).
Il
cristiano ragionevole esamina senza pregiudizi e con serietà e le persone e i
messaggi e i testimoni dei prodigi e delle apparizioni, per discernere quelli
veri da quelli falsi e vedere cosa Dio vuole oggi da noi. Chi li scarta a priori
si impoverisce, può addirittura mettersi contro Dio e peccare di superbia,
volendo suggerire a Dio come comportarsi. Tanti addirittura vorrebbero
proibirgli di parlare anche oggi ai suoi figli, di rendersi ad essi visibile, di
guidarli come un giorno guidò il popolo ebreo nel deserto e di metterli in
guardia contro i gravissimi pericoli che vanno sorgendo.
Per
questo Paolo VI il 10.10.1973 ricordando le suddette parole di S. Paolo disse
che era necessaria un'opera di discernimento sui carismi, da esercitarsi
particolarmente da quelli che hanno la responsabilità nella Chiesa.
Cosí
progredisce il bene comune della Chiesa, al quale sono ordinati i doni dello
Spirito: I Cor. 12,7 (D. Grasso: Vescovi e R. C., EP pag. 47). S. Paolo enumera
i carismi elargiti dallo Spirito Santo: « E Dio ne ha stabilito diversi nella
Chiesa: in primo luogo gli Apostoli, in secondo luogo i profeti, in terzo i
maestri, poi il dono dei miracoli, il dono di guarire, di assistere, di
governare, di parlare diverse lingue » (I Cor. 12,28). Ad essi si debbono
aggiungere oggi i carismi dello scrittore, del giornalista, del regista, del
sindacalista, del politico, dell'assistente sociale, del medico, ecc. che,
attualizzaci cattolicamente, costruiscono la Chiesa. Basta ricordare Toniolo,
Sturzo, La Pira, Chesterton, Bernanos, Maritain, Cecil de Mille, Herder Camara,
Madre Teresa, Follereau, ecc.
Senza
l'amore il ministero della parola resta vuoto, come ogni altro carisma, perché
dice Gesú: « Senza di me non potete far nulla » (Gv. 15, S); cioè senza
l'amore a lui, senza l'amore e la grazia che viene da lui. Gesú, simboleggiato
da Mosé, è 1'Emmanuele, cioè « Dio che sta col suo popolo » come ha
promesso, sino alla fine del mondo (Mt. 28,20); lo nutre e lo fortifica col suo
corpo, lo illumina e lo guida con la grazia e coi carismi del suo Spirito Santo
nel suo esodo dalla terra verso il Paradiso.
13.
I carismi non sono per utilità propria
I
carismi non costituiscono la santità di una persona, ma sono doni gratuiti
dello Spirito Santo in funzione della Chiesa. Bisogna guardarsi dai due pericoli
denunciati dai Vescovi Canadesi: « L'elitismo è un certo tipo di
fondamentalismo biblico, che si oppone sia alle norme autentiche della Sacra
Scrittura, sia alle dichiarazioni della Chiesa, costituiscono questi due
pericoli. L'elitismo crea un ambiente chiuso e dà origine a divisioni piuttosto
che all'unità e alla carità; mentre il fondamentalismo biblico non tiene conto
della missione dello Spirito Santo, che consiste nel testimoniare « tutto ciò
che ha insegnato ». Ogni carisma, ogni gruppo, ogni Movimento, infine, deve
essere in servizio e comunione della Chiesa universale.
Chi
si arroga il monopolio dei carismi o disprezza gli insegnamenti dei santi e le
devozioni inculcate dai Papi (all'Eucarestia, alla passione di Gesú, al S.
Cuore, allo Spirito Santo, alla Madonna) o si crede autosufficiente e non
vuole ricevere dagli altri o non vuole dare agli altri, ossia rifiuta la
comunione con gli altri, diventa un pericolo per la Chiesa.
Il
Signore fa passare la sua grazia solo attraverso le persone che hanno l'umiltà
e la carità; e per mantenerci nell'umiltà e nella carità ci ha fatto tutti
interdipendenti.
Per
tal motivo Paolo VI nel citato discorso del 10.10.1973 ricevendo i dirigenti del
Rinnovamento Carismatico, disse: « Noi ci rallegriamo con voi, cari amici, del
rinnovamento spirituale che si manifesta oggi nella Chiesa sotto forme
differenti e in ambienti diversi. In questo rinnovamento appaiono alcune note
comuni: il gusto di una preghiera profonda, personale e comunitaria, un ritorno
alla contemplazione e un accento posto sulla lode di Dio, il desiderio di
darsi totalmente al Cristo, una grande disponibilità ai richiami dello
Spirito Santo, un contatto piú assiduo con la Scrittura, una grande dedizione
agli altri, la volontà di recare un contributo ai servizi della Chiesa. In
tutto questo possiamo riconoscere l'opera misteriosa e discreta dello Spirito
Santo che è l'anima della Chiesa».
La
perfezione di una persona, di un gruppo, di un istituto, di un Movimento viene
data dalla maniera in cui si aprono e si sacrificano per la Chiesa particolare
nella quale si trovano e per la Chiesa universale. Dice S. Agostino: « Noi
possediamo lo Spirito nella misura in cui amiamo la Chiesa» (Gv. 23,8).
14.
Ognuno ha un carisma
Nella
comunità cristiana non esistono di diritto membri passivi. Dice S. Paolo: « A
ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità
comune » (1 Cor. 127).
Non
c'è cristiano che sia privo di qualsiasi funzione e di qualsiasi ministero,
perché Dio nulla ha creato di inutile nell'universo, particolarmente nella
Chiesa. E quando ti sembra di non aver nessun carisma perché non vedi in te
nessun talento o nessuna attitudine all'azione, ti resta il carisma dell'amore,
cioè della preghiera, della sofferenza, del sacrificio, che compendia e
sorpassa tutti i carismi, come disse S. Paolo. Lo intuí e attuò S. Teresa del
Bambino Gesú, divenendo uno dei piú grandi apostoli della Chiesa pur restando
sempre rinchiusa nel suo convento.
Ogni
cristiano deve scoprire il suo carisma o i suoi carismi e attualizzarli per la
Chiesa.
«
Tutti insieme, e ognuno per la sua parte devono alimentare il mondo con i frutti
spirituali» (Lumen Gentium, IV,38).
Lo
Spirito Santo è sceso in tutti col battesimo e la cresima e non resta in
nessuno inoperoso, ma dà a tutti dei carismi in funzione della Chiesa, cioè
per la salvezza temporale e eterna di tutti gli uomini.
Giustamente
dice Madre Teresa: « Quello che tu puoi fare, io non lo posso fare; e quello
che io posso fare tu non lo puoi fare. Tutti nel Corpo Mistico hanno il loro
compito e devono essere fedeli a quello ».
Niente
è piú pericoloso che non vedere i propri carismi, o per accidia non
attualizzarli: ciò significa fallire, diventare un essere inutile, sprecare la
propria vita.
L'umile
e fervorosa preghiera allo Spirito Santo ci ottiene da lui la luce per vedere i
nostri carismi e la forza di attualizzarli. Chi ha la guida di una comunità
grande o piccola ha il compito di aiutare i fratelli a scoprire e ad
attualizzare i loro carismi per edificare insieme a loro la Chiesa.
15.
Il ruolo di Maria nella Chiesa
Un
ruolo particolarissimo nella Chiesa ha Maria, che, essendo la madre di Gesú è
insieme madre delle sue membra, « perché come dice il Vaticano II, ella cooperò
con la carità alla nascita dei fedeli della Chiesa stessa, i quali di quel capo
ne sono le membra» (LG VII,S3).
E
Madre della Chiesa la proclamò solennemente Paolo VI a chiusura del Concilio.
Per
la Madonna la Chiesa Cattolica ha nutrito sempre una grande devozione e le ha
dato innumerevoli titoli che illustrano la sua funzione: Corredentrice del
genere umano, Porta del Cielo, Madre della Divina Grazia, Aiuto dei Cristiani,
ecc.
S.
Bernardo dice che Dio ha voluto che noi ricevessimo tutte le grazie per mezzo di
Maria. E Dante a lei canta: «Vergine sei tanto grande e tanto vali che chi vuol
grazia e a te non ricorre sua disianza vuol volar senz'ali ».
Per
questo quasi tutti i Papi hanno raccomandato la devozione a Maria. Giovanni
Paolo II prese Maria per suo stemma, e la devozione a lei come suo programma per
salvare la Chiesa e l'umanità: in un'intervista, nel suo viaggio in Germania,
parlando della pericolosissima situazione politica mondiale disse mostrando e
raccomandando il rosario: «Non ci resta che questa speranza, Maria ».
Tutta
la Chiesa viva prega Maria perché dopo gli avvenimenti profetizzati nel 3°
segreto di Fatima, essa trionfi nel mondo, come a Fatima ha promesso, e faccia
venire in esso il regno di Gesú per la salvezza temporale e eterna dei popoli.
16.
La gloria del Corpo Mistico
C'è
una particella infra-atomica (il mesone) che lega tutte le altre ed è chiamata
la colla dell'universo. C'è qualcosa che lega perfettamente tutti gli eletti:
è l'amore: l'amore di Gesú, il cui vertice è la croce e l'eucarestia, e
l'amore degli eletti a Gesú e fra di loro. Il punto d'incontro e di fusione di
tutti in uno è l'Eucarestia. Il prodotto di tale fusione è il Corpo Mistico la
cui immagine migliore in terra è il corpo umano.
Nel
corpo umano vige il principio: uno per tutti, tutti per uno; ogni organo è per
tutto il corpo, tutto il corpo è per ogni organo.
In
una comunità cristiana sana ognuno ama e serve tutti gli altri, e tutti gli
altri a loro volta lo amano e lo attenzionano.
È
difficile in terra trovarsi una comunità perfetta perché ognuno abbiamo i
nostri difetti; per cui la convivenza importa dei sacrifici per sopportarci
vicendevolmente e soprattutto per nascondere tale sopportazione.
La
convivenza sarà fonte di felicità in Paradiso perché li ogni eletto trova gli
altri tutti belli, simpatici, amabili, affettuosi, e, a sua volta, è bello,
simpatico, amabile, affettuoso verso tutti.
Questo
Gesú l'ottiene mediante il suo ospedale, il purgatorio, e mediante la
resurrezione.
Nel
purgatorio tutti quelli che si salvano vengono purificati con la sofferenza da
tutti i loro difetti.
Alla
resurrezione tutti gli eletti riprenderanno il loro corpo che sarà senza alcun
difetto, bellissimo, giovane, immortale e quindi saranno totalmente attraenti.
Come
uno stormo di uccelli volano al mattino cantando tutti insieme verso il sole,
cosí nella resurrezione tutti gli eletti voleranno cantando la gloria di Dio
incontro al Cristo.
È
già una meraviglia vedere in un'orchestra centinaia di musicisti pendere dallo
stesso direttore e suonare perfettamente una sinfonia; quale sarà l'incanto nel
vedere migliaia di miliardi di eletti riflettenti in colori e toni diversi, come
prismi di cristalli di minerali diversi, la luce e la bellezza meravigliosa di
Gesú, andare tutti irresistibilmente a lui come il sangue di tutto il corpo
verso il cuore, esplodere tutti nello stesso inno di gloria a Dio e cantare
tutti con infiniti accordi, ma senza la minima stonatura di qualcuno, le stesse
melodie divine! Questa è solo una piccola immagine delle meraviglie del Corpo
Mistico e della felicità del Paradiso. Ciò che in effetti sarà lo potremo
vedere soltanto in Paradiso.
20.
PALINGENESI
1.
La glorificazione di Gesú
Gesú
è l'immagine dell'invisibile e infinito Dio: è la causa, il mezzo, il sostegno
per cui e su cui tutto esiste. « Egli è immagine del Dio invisibile, generato
prima di ogni creatura; poiché per mezzo di lui sono state create tutte le
cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle
invisibili: Troni, Dominazioni, Principati e Potestà. Tutte le cose sono state
create per mezzo di lui e in vista di lui. Egli è prima di tutte le cose e
tutte sussistono in lui » (Col. 15 -17).
«
Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza
di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste» (Gv. 1,2-3). Senza di
lui non esisteremmo nessuno, anzi non esisterebbe niente. Essendo Gesú il
figlio di Dio, è logico che tutta la creazione è ordinata alla sua opera e
alla sua gloria.
«
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e
immacolati al suo cospetto nella carità, predestinandoci a essere suoi figli
adottivi per opera di Gesú Cristo, secondo il beneplacito della sua volontà.
E questo a lode e gloria della sua grazia, che ci ha dato nel suo Figlio
diletto; nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue, la remissione
dei peccati secondo la ricchezza della sua grazia. Egli l'ha abbondantemente
riversata su di noi con ogni sapienza e intelligenza, secondo quanto nella sua
benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi;
il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come
quelle della terra.
In
lui siamo stati fatti anche eredi, essendo stati predestinati secondo il piano
di colui che tutto opera efficacemente conforme alla sua volontà, perché noi
fossimo a lode della sua gloria, noi che per primi abbiamo sperato in Cristo. In
lui anche voi, dopo aver ascoltato la parola della verità, il vangelo della
vostra salvezza e avere in esso creduto, avete ricevuto il suggello dello
Spirito Santo che era stato promesso, il quale è caparra della nostra eredità,
in attesa della completa redenzione di coloro che Dio si è acquistato, a lode
della sua gloria.
Possa
Dio davvero illuminare gli occhi della vostra mente per farvi comprendere a
quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità
fra i santi e qual'è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi
credenti secondo l'efficacia della sua forza che egli manifestò in Cristo,
quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli, al di
sopra di ogni principato e autorità, di ogni potenza e dominazione e di ogni
nome che si possa nominare non solo nel secolo presente, ma anche in quello
futuro. Tutto infatti ha sottomesso ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le
cose a capo della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di colui che si
realizza interamente in tutte le cose » (Ef. 1,4-23)
Ora
è avvenuto l'incredibile, l'assurdo: l'infinito Iddio fatto uomo viene dagli
uomini rinnegato perché non possono credere a tanto suo amore; e per di piú
viene umiliato, legato, schernito, flagellato, crocifisso; ed egli tutto questo
silenziosamente sopporta per riunire in uno, salvare e rendere felice l'umanità.
«
Egli è anche il capo del corpo, cioè della Chiesa; il principio, il
primogenito di coloro che risuscitano dai morti, per ottenere il primato su
tutte le cose. Perché piacque a Dio di fare abitare in lui ogni pienezza e per
mezzo di lui riconciliare a sé tutte le cose, rappacificando con il sangue
della sua croce, cioè per mezzo di lui, le cose che stanno sulla terra e quelle
dei cieli.
E
anche a voi che un tempo eravate stranieri e nemici con la mente intenta alle
opere cattive che facevate, ora egli vi ha riconciliati per mezzo della morte
del suo corpo di carne, per presentarvi santi, immacolati e irreprensibili al
suo cospetto: purché restiate fondati e fermi nella fede e non vi lasciate
allontanare dalla speranza promessa nel Vangelo che avete ascoltato, il quale è
stato annunziato ad ogni creatura sotto il cielo e di cui io, Paolo, sono
diventato ministro.
Perciò
sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne
quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la
Chiesa. Di essa sono diventato ministro, secondo la missione affidatami da Dio
presso di voi di realizzare la sua parola, cioè il mistero nascosto da secoli e
da generazioni, ma ora manifestato ai suoi santi» (Col. 1,16-26).
Ora
Gesú è risuscitato, è vero; ma gli uomini nonostante le prove sovrabbondanti
che egli ha dato e va continuamente dando della sua divinità e, quel che è
peggio, nonostante nella massima parte non abbiano dubbi solidi sulla sua
divinità, continuano a disprezzarlo, a bestemmiarlo, a emarginarlo, e, per
quanto sta a loro, a crocifiggerlo. Quanti insulti si danno a lui non si danno
neanche ai peggiori assassini del mondo.
È
giusto ed è necessario che tutti i suoi nemici vengano distrutti e che egli
appaia qual è, il Signore della gloria. Ciò avverrà al suo ritorno glorioso,
nella palingenesi.
2.
La nostra condizione attuale
In
questa vita prima o dopo si affaccia ineluttabile per tutti gli uomini la realtà
delle malattie, del dolore, dell'invecchiamento, degli acciacchi, della morte;
problema che per un miliardo di affamati e forse altrettanto di sofferenti
(lebbrosi, handicappati, cancerosi, ecc.) è una realtà fin dalla gioventú.
E
allora sorge la domanda: Valeva la pena a queste condizioni di vivere?
E
tante volte sono i migliori degli uomini a soffrire di piú. Ogni uomo ha il
desiderio di vivere sempre. Ognuno di noi è affezionato al proprio corpo perché
è il nostro mezzo di conoscere, di lavorare, di godere, e non lo vorremmo
lasciare mai.
Si
vuol morire solo quando si diventa sicuri che non si potrà piú godere in
nessuna maniera, quando le sofferenze diventano insopportabili o si vede che non
passeranno piú.
Vorremmo
restare sempre giovani. Vorremmo essere piú belli, piú intelligenti, piú
potenti. Non vorremmo piú nulla soffrire, nè vedere qualcuno soffrire.
Vorremmo
conoscere tutto ciò che è vero e tutto ciò che esiste; vorremmo possedere
tutto ciò che è bello e buono; vorremmo amare tutti e essere amati da tutti;
non vorremmo venir disturbati da nessuna persona molesta e da nessuna vista di
brutture o di difetti propri o altrui. Nessun animale ha queste aspirazioni.
La
natura che è cosí perfetta negli esseri inferiori all'uomo, è poi totalmente
fallita nell'uomo?
Gesú
ci chiarisce questo mistero. Egli ci dice: « In verità, in verità vi dico:
voi piangerete e gemerete e il mondo godrà; voi sarete nell'afflizione, ma la
vostra tristezza sarà mutata in letizia. La donna, quando dà alla luce, è nel
dolore perché è giunta la sua ora; ma quando il bambino è nato, non ricorda
piú l'angoscia per la gioia che è venuto al mondo un uomo » (Mt. 16,20-21).
Questa vita è solo una preparazione alla vera vita del Paradiso.
Qui
siamo come il pulcino nella scorza per formarci dentro l'oscurità della fede e
l'oppressione del mondo, degli istinti, dei cattivi.
Se
l'esistenza del pulcino avesse dovuto chiudersi dentro la scorza non sarebbe
valsa la pena di vivere. Cosí è per noi. Vale la pena di vivere solo perché
andremo in Paradiso; e ne vale tanto la pena che S. Paolo dice: « Stimo che le
sofferenze del tempo presente non possono essere paragonate alla gloria futura
che si rivelerà in noi. Poiché la creazione attende con gran desiderio la
manifestazione dei figli di Dio. La creazione, infatti, fu sottoposta alla vanità,
non di sua volontà, ma a causa di colui che ve la sottopose, con la speranza
che la creazione stessa un giorno sarà liberata dalla servitú della
corruzione, per aver parte alla libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo
infatti, che fino ad ora la creazione tutta geme e soffre le doglie del parto;
anzi non solo essa, ma anche noi, che abbiamo le primizie dello Spirito, noi
pure gemiamo in noi stessi, in attesa dell'adozione, del riscatto del nostro
corpo » (Rom. 8,18-23).
3.
La resurrezione degli eletti
Essendo
Dio Amore ed essendo quindi Gesú l'Amore infinito fatto uomo, è logico che la
nostra esistenza e la nostra apparizione sulla terra non potevano concludersi
col sepolcro.
Dio
ha tutto fatto per la glorificazione del suo Figlio e per la glorificazione e
la felicità dei figli che ha a lui dato (Gv. 17,6).
Gesú
nella sua sapienza e nel suo amore infinito fa coincidere la sua gloria con la
gloria degli eletti, la sua felicità con la felicità degli eletti: e tutto
questo avverrà contemporaneamente nella resurrezione dei nostri corpi.
Dice
Gesú: « Non vi meravigliate di questo, perché viene l'ora in cui tutti quelli
che sono nei sepolcri udranno la sua voce, e quelli che hanno operato il bene ne
usciranno per la resurrezione della vita; quelli invece, che fecero il male, per
la resurrezione della condanna» (Gv. 5,28).
«
E vidi i morti, grandi e piccoli, in piedi davanti al trono; poi furono aperti i
libri; infine fu aperto un altro libro, che è quello della vita, e i morti
furono giudicati su ciò che stava scritto nei libri, secondo le loro opere. Il
mare dette i morti che conteneva, mentre la morte e l'inferno restituirono i
loro e furono giudicati ciascuno secondo le loro opere » (Ap. 20,12-13). «
Subito dopo la tribolazione di quei giorni, il sole si oscurerà, la luna non
darà piú la sua luce, gli astri cadranno dal cielo e le potenze dei cieli
saranno sconvolte. Allora comparirà nel cielo il segno del Figlio dell'uomo e
allora si batteranno il petto tutte le tribú della terra, e vedranno il Figlio
dell'uomo venire sopra le nubi del cielo con grande potenza e gloria. Egli
manderà i suoi angeli con una grande tromba e raduneranno tutti i suoi eletti
dai quattro venti, da un estremo all'altro dei cieli » (Mt. 24,29-31)
4
- Il giudizio universale
Il
profeta Isaia annunzia come in quel giorno per primo sarà annientata tutta la
potenza e l'arroganza dei potenti, dei superbi, dei ribelli. « Entra nelle
caverne, nasconditi nella polvere per timore del Signore e per la sua imponente
maestà, quando si leverà a far tremare la terra.
L'orgoglio
umano abbasserà gli occhi, la boria dei mortali cadrà: il Signore solo sarà
esaltato in quel giorno. Quello sarà il giorno del Signore degli eserciti
contro ogni orgoglio e superbia, contro chiunque s'innalza, per abbassarlo;
contro tutti gli alti monti e contro tutte le colline elevate; contro tutte le
torri eccelse, contro tutte le mura fortificate; contro tutte le navi di Tarsis,
contro ogni naviglio prezioso. L'arroganza umana sarà umiliata, l'orgoglio
dell'uomo sarà abbassato: il Signore solo sarà esaltato in quel giorno.
Gl'idoli
spariranno completamente. Entrate nelle caverne delle rocce, nelle voragini
della terra per timore del Signore e della sua onnipotente maestà, quand'egli
sorgerà a far tremare la terra» (Is. 5, 10-19).
Gesú
dice come avverrà il giudizio finale: « Quando verrà il Figlio dell'uomo
nella sua maestà con tutti gli angeli, si assiderà sul trono della sua gloria.
E tutte le nazioni saranno radunate davanti a lui, ma egli separerà gli uni
dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri; e metterà le pecore
alla sua destra e i capri alla sua sinistra. Allora il re dirà a quelli che
sono alla sua destra: " Venite, benedetti del Padre mio, prendete possesso
del regno preparato per voi sin dalla creazione del mondo. Perché ebbi fame e
mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui pellegrino e mi
albergaste; ero nudo e mi rivestiste; carcerato e veniste a trovarmi".
Allora i giusti gli risponderanno: "Signore, quando mai ti vedemmo affamato
e ti demmo ristoro? Assetato e ti demmo da bere? Quando ti vedemmo pellegrino e
ti alloggiammo, o nudo e ti rivestimmo? Quando ti vedemmo infermo o carcerato e
siamo venuti a visitarti?". E il re risponderà loro: "In verità vi
dico: ogni volta che avete fatto questo a uno dei piú piccoli di questi miei
fratelli, l'avete fatto a me". Infine dirà anche a quelli che saranno alla
sua sinistra: "Andate lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato
per il diavolo e per gli angeli suoi. Perché ebbi fame e non mi deste da
mangiare; ebbi sete e non mi deste da bere; fui pellegrino e non mi albergaste;
nudo e non mi rivestiste; infermo e carcerato e non mi visitaste ". Allora
anche questi gli risponderanno: " Signore, quando mai ti abbiamo visto
affamato o assetato, o pellegrino, o nudo, o infermo, o carcerato, o non
t'abbiamo assistito? ".
Ma
egli risponderà loro: "In verità vi dico: ogni qualvolta che non lo avete
fatto a uno di questi piú piccoli, non l'avete fatto a me ". E costoro
andranno all'eterno supplizio, i giusti invece alla vita eterna» (Mt. 25,31
46).
5.
Il canto della vittoria finale
Quindi
S. Paolo canta l'inno della vittoria finale: « Ecco io svelo un mistero: noi
non morremo tutti, ma tutti saremo trasformati, in un attimo, in un batter
d'occhio, al suono dell'ultima tromba. Squillerà, infatti, la tromba e i morti
risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati; perché è necessario che
questo corpo corruttibile si rivesta d'incorruzione e che il nostro corpo
mortale si rivesta d'immortalità. Quando questo corpo corruttibile avrà
rivestito l'incorruzione e questo corpo mortale avrà rivestito l'immortalità,
allora avrà compimento la parola che fu scritta: "La morte è stata
assorbita nella vittoria. O morte, dov'è il tuo pungiglione?". Il
pungiglione della morte è il peccato, e la forza del peccato è la legge. Ma
sia ringraziato Iddio, che ci dà la vittoria mediante il Signor nostro Gesú
Cristo » (I Cor. 15, S I-57).
6.
La nostra condizione futura
Come
saremo domani? La glorificazione degli eletti e di tutto il Corpo Mistico avverrà
nella Palingenesi, quando si apriranno i sepolcri e dalla crosta terrestre,
spappolata come la scorza di un uovo, uscirà glorificato il Corpo Mistico,
ossia usciranno risuscitati tutti gli eletti, resi simili a Dio. Tutti saremo
simili a Dio, tutti rifletteremo Dio; ma non tutti alla stessa manera.
Ce
lo dice S. Paolo: « Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della
luna e altro lo splendore delle stelle: anzi, una stella differisce in splendore
da un'altra. Cosí sarà pure della resurrezione dei corpi » (I Cor. 15,4
1-42).
La
grandezza del nostro desiderio e del nostro amore a Dio e l'estensione e
l'intensità del nostro amore agli uomini, espressi dai sacrifici che per essi
facciamo, amplificano, potenziano, perfezionano tutto il nostro essere: anima e
corpo.
7.
La palingenesi
Palingenesi
significa nuova creazione. Per esserci la nuova creazione prima, dice S. Pietro,
verrà distrutta col fuoco la vecchia creazione, contaminata dagli infiniti
peccati degli uomini e rimasta, per questo, in potere di Satana, principe delle
tenebre (2 Pt. 3). Quindi apparirà la nuova creazione. Già sono affascinanti
le bellezze dei quasars, delle galassie, delle stelle; mentre nella terra vi
sono panorami di monti, di valli, di laghi, di ville che sono un incanto; vi
sono bellezze di micro-organismi, di coralli, di fiori, di alberi, di animali,
di uomini, di donne, di musiche, di melodie che sbalordiscono.
Se
tutte queste cose Dio ha fatto per gli uomini che sono quasi sempre peccatori, e
se quasi sempre quelli che piú se le godono sono i piú peccatori; Dio
certamente farà cose smisuratamente piú belle e piú incantevoli per i suoi
eletti: e nei panorami, e nei colori, e nell'armonia universale, e nelle
melodie, e nei fiori e negli animali e soprattutto nei nostri corpi; mentre
tutti i piaceri e tutte le gioie del corpo e dello spirito sono un piccolissimo
assaggio delle gioie del Paradiso. Per questo S. Paolo dice: « Quello che
l'occhio non ha mai visto, né l'orecchio ha sentito, né il cuore dell'uomo è
riuscito a desiderare Dio lo ha preparato per coloro che lo amano » (I Cor.
2,9).
Dice
S. Giovanni: « Poi vidi un cielo nuovo e una terra nuova, perché il primo
cielo e la prima terra erano spariti e il mare non esiste piú. Allora vidi la
città santa, la nuova Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da presso Dio,
pronta come una sposa abbigliata per il suo sposo. E udii venire dal trono una
gran voce che diceva: "Ecco il tabernacolo di Dio fra gli uomini! Egli
abiterà con loro; essi saranno suo popolo e Dio stesso dimorerà con gli
uomini. Egli asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà piú morte,
né lutto, né grido, né pena esisterà piú, perché il primo mondo è sparito
". E colui che sedeva sul trono disse: "Ecco, io faccio nuove tutte le
cose ". Poi mi disse: " Scrivi, perché queste parole sono fedeli e
veraci ". Quindi continuò: "Sono compiute! Io sono l'Alfa e l'Omega,
il principio e la fine. A chi ha sete io darò gratuitamente del fonte
dell'acqua della vita. Il vincitore erediterà queste cose: io gli sarò Dio ed
egli mi sarà figlio ". Ma per i vili, i rinnegati, i depravati, gli
omicidi, i fornicatori, i venefici, gl'idolatri e tutti i bugiardi, la loro
sorte è lo stagno ardente di fuoco e di zolfo, cioè la seconda morte » (Ap.
21,1-8).
La
nuova Gerusalemme di cui parla S. Giovanni non è altro che il Corpo Mistico
dopo la resurrezione dei morti.
8.
La felicità degli eletti
Che
forma avrà il Corpo Mistico? Dante nel 31° canto del Paradiso l'immagina
meravigliosamente come una candida rosa, molto piú bianca della neve con al
centro Cristo suo sposo, come un sole che la illumina e la beatifica; mentre gli
angeli come sciami di api posandosi sugli eletti come su dei fiori, fanno un
andirivieni fra loro e Dio. Certamente il Corpo Mistico glorificato sarà la
sintesi di tutte le meraviglie create e creabili, di tutte le luci, di tutti i
colori, di tutte le bellezze, di tutte le melodie, di tutte le armonie, di tutte
le dolcezze.
Un
giorno, verso la fine della sua vita a S. Francesco, afflitto da malattie, dalle
stimmate, e da una quasi cecità, Gesú disse: «Francesco, figlio mio, oggi ti
voglio consolare », e gli fece sentire un suono di una melodia angelica. S.
Francesco fu pervaso da un senso di felicità cosí grande che svenne. Riavutosi
disse ai suoi frati: « Frati miei, frati miei, tanto è il bene che mi aspetto
che ogni pena mi è diletto ».
Nel
paradiso avremo la perfetta comunione con Gesú e con gli eletti, tanto da
venire consumati tutti nell'unità, come Gesú ha chiesto al Padre (Gv. 17,23).
Allora
ameremo perfettamente tutti gli altri e saremo amati perfettamente da tutti
gli altri, cosí da divenire tutti una cosa sola per l'amore, conservando però
la nostra personalità; e la nostra felicità sarà perfetta.
È
il sogno di tutti gli amanti: divenire una cosa sola con la persona amata.
Questo
sogno Gesú ce lo farà realizzare con tutti gli esseri belli e buoni usciti
dalle mani di Dio, perché tutti quelli che non si saranno corretti dai loro
difetti in terra, saranno purificati da essi nel fuoco del purgatorio, dove
vanno a guarire nel dolore tutti quelli recuperabili all'amore di Dio e del
prossimo.
Allora
sarà finito il purgatorio; i cattivi scompariranno dalla faccia dell'universo
come rinchiusi in un grande buco nero; e negli infiniti cieli brilleranno come
altrettante stelle gli eletti (Dan. 12,3) eredi di tutti i beni di Dio.
Tutti
gli eletti come immersi in un mare di luce, di armonie, di amore, di dolcezze
saranno rapiti nell'amore e nella contemplazione di Maria e, al di sopra di ogni
immaginazione di possibile felicità, del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo.
9.
Avvertimento di S. Pietro
Dice
San Pietro: « Anzitutto sappiate che negli ultimi giorni verranno uomini
beffardi, schernitori, che vivono secondo le loro passioni. Essi diranno:
"Dov'è la promessa della sua venuta? Dopo che i padri sono morti tutto è
rimasto com'era fin da principio della creazione ". Ma essi ignorano
volontariamente come in principio vi erano i cieli e una terra che, dalle
acque, per mezzo delle acque, sorse alla parola di Dio, e che, mediante queste
stesse cause, il mondo d'allora perí sommerso nel diluvio.
Ma
i cieli e la terra di ora sono mantenuti dalla medesima parola e riserbati per
il fuoco nel giorno del giudizio e della rovina degli empi. Ma vi è una cosa, o
miei cari, che voi non dovete ignorare, e cioè che, davanti al Signore un
giorno è come mille anni, e mille anni come un giorno. Il Signore non tarda nel
compiere la sua promessa, come qualcuno pensa; ma è paziente verso di voi,
perché non vuole che alcuno perisca, ma che tutti giungano al pentimento. Il
giorno del Signore verrà come un ladro: in quel giorno i cieli spariranno con
grande fragore, gli elementi infuocati si dissolveranno e la terra sarà
consumata insieme con tutte le opere che contiene.
Poiché,
dunque, tutte queste cose dovranno essere disciolte, quali non dovete esser voi
nella santità della vostra condotta e per la vostra pietà, nell'attendere e
nell'affrettare la venuta del giorno di Dio, in cui i cieli infuocati si
dissolveranno e gli elementi incendiati si fonderanno? Ma noi attendiamo,
secondo la sua promessa, "i cieli nuovi e la terra nuova", in cui
abiterà la giustizia. Per questo, miei cari, mentre vivete nell'attesa di tutte
queste cose, procurate di esser trovati da Dio senza macchia, senza colpa e
nella pace» (2 Pt. 3,3-14).