BEATA CHIARA BOSATTA

Presa in parola

Albeggia. Placidamente adagiato sulla sponda occidentale del Lario, tra Cremia e Dongo, il paese si anima, ve­nendo fuori dalla quiete notturna. È Pianello: ridente località che, per le diverse strade che qui convergono, allaccia selve e valli con il Lago di Como. Per la felice posizione, il terreno è ab­bastanza fertile, ricco di pascoli, castagneti, gelsi, vi­gne e frutteti. Paese di circa un migliaio di anime. Ca­se modeste ma decorose, riflesse dalle acque lacustri e difese alle spalle da alti e pittoreschi monti: il panora­ma è stupendo! Paese di gente onesta, laboriosa, sobria, dedita quasi esclusivamente all'agricoltura e al piccolo com­mercio; gente mattiniera che prima dell'alba si avvia al lavoro, raggiungendo le varie frazioni che compon­gono Pianello. In una di queste frazioni, in Via Caloz­zo, un'abitazione spicca col suo portale di marmo su cui campeggiano un'aquila e un cinghiale: lo stemma dei BOSATTA. Una famiglia residente nel bel paesino comasco già dal secolo XVI, che si distingne per antico casato, che ha dato alla terra lombarda e alla Chiesa uomini di cultura, amministratori comunali, sacerdoti, e che, dopo alterne vicende, è rimasta una famiglia di medie possibilità economiche ma di gran decoro: i Bosatta si distingnono soprattutto per la moralità, la coerenza, la fede, l'esempio dato al paese dal signor Alessandro e dalla signora Rosa: genitori di numerosa prole. Proprio oggi, i Bosatta hanno gioiosamente accol­to un'altra creatura: i figli son diventati undici! E il 27 maggio 1858: anno in cui a Lourdes appare all'umi­le Bernadette la Vergine Immacolata. Sarà anche que­sta bambina appena venuta alla luce destinata a gran­di cose? - Tu sei l'ultima - le dice la mamma, vedendola per la prima volta; - ma non mi sei meno cara, anzi mi sei più diletta! Come d'uso in famiglia, la neonata deve diventare «subito» figlia di Dio. Il giorno dopo la nascita, il bat­tesimo. I padrini - Giuseppe Di Lorenzo e Martina Alietti - sono già pronti; il parroco - don Carlo Fer­rario - in San Martino già attende. Il breve corteo si avvia nel primo sole. Segnendo col pensiero e col cuore il rito battesi­male che si svolge nella chiesa parrocchiale per la sua undicesima creatura, mamma Rosa, il cuore colmo di gratitudine, pensa al giorno del suo matrimonio, dav­vero benedetto e fecondo, ch'è stato e sarà sempre alla base di tutta la sua vita. Più di vent'anni son passati da quando, appena ventunenne, il 21 marzo 1836 lei ha affidato ad Ales­sandro, di un sol anno meno giovane di lei, la sua vita e tutti i suoi giovanili ideali. Secondogenita tra due fratelli e due sorelle, Rosa appartiene - così come il suo Sandro - a una delle più distinte e antiche famiglie di Pianello Lario: la fa­miglia Mazzucchi, che vanta importanti antenati e splendide tradizioni. Verso i diciassette anni, la Rosina desiderava sce­gliere lo stato religioso; ma ragioni familiari e diffi­coltà varie, dovute anche ai tempi così avversi alla Chiesa e alle istituzioni ecclesiastiche, glielo impediro­no. Anziché rattristarsi e perdere la serenità e lo smalto giovanile, la saggia ragazza sa vedere in queste circostanze la volontà divina e capisce che può egual­mente realizzare se stessa, servire il Signore facendo della sua modesta vita un piccolo capolavoro proprio col formare una magnifica famiglia. Le sue doti fisiche e morali sono tali da attrarre l'attenzione di molti fra i migliori giovani pianellesi: lei preferisce a tutti Alessandro Bosatta. Ultimo di ben dodici fratelli, è simpatico, istruito, fine, di ottima famiglia; molto buono, anche se di ca­rattere «sanguigno», sicché si mostra «di prima im­pressione facile agli affetti di amore e di ira». Le due pennellate del ritratto sono del Beato Luigi Guanella; il quale della Rosina dice invece: «donna semplice, educata alla patriarcale... imperturbabile sempre... ogni sua parola è quasi una sentenza... ha il cuore grande ma sa mostrarlo e nasconderlo all'uopo... è una pianta di scorza ruvida che annida un midollo prezio­so». Rosa Mazzucchi è cara a tutti per il suo carattere conciliante e per la sua virtù. Una delle frasi che suole pronunciare: «Facciamo un po' di bene come ci è pos­sibile farlo, perché il mondo ci sfugge e la morte si av­vicina». Una donna in gamba, senza dubbio. Ma la Rosina è anche una piacente ragazza di carattere fermo e dol­ce, tutta casa e chiesa. Ci sono dunque, nonostante le diversità, molti punti di coincidenza fra i due giovani: l'affetto sincero cementerà il resto. Sandro e Rosa si completano a meraviglia: quello che non ha l'uno, lo ha l'altro. Se lui è adatto a essere capo della famiglia, lei sembra fatta per esserne il car­dine. Decidendo di unire le loro esistenze, Alessandro Bosatta e Rosa Mazzucchi hanno avuto l'occhio lungo. Il loro legame è arrivato già al ventennio, si è sempre più solidificato ed è stato allietato da tanti bei figlioli: Tranquillo, Luigi, Alessandro, Adelaide, Sofia, Marcellina, Quirino, Carisio, Primo, Seconda... e ora la piccola Dina, appena nata alla vita e alla grazia.

 

Una bella famiglia.

Certo, pensieri e ansie una famiglia così numero­sa ne dà; se vi aggiungiamo le inevitabili debolezze della natura umana, la somma dei piccoli difetti e le mancanze quotidiane di tutti i membri, in più l'indole particolarmente impetuosa e forte che talvolta, nono­stante la calma della Rosa, porta Sandro all'irascibilità... Ma è un gran brav'uomo, ed è pronto sempre a placarsi, a chiedere scusa e a perdonare; in fondo, sembra lui viva «per far del bene a tutti». E questo, in casa e fuori è risaputo. Il signor Bosatta è noto a tutta Pianello e nei din­torni; ed è stimato come piccolo possidente terriero e proprietario d'un modesto ma attivo opificio per la la­vorazione dei bachi da seta; gode la fiducia dei concit­tadini per la sua abilità di agrimensore, per cui è spes­so chiamato per dar dei consigli anche nei paesi vicini, e per la lealtà, la coscienza, la generosità, la giustizia con cui ricopre la carica di segretario comunale. Ma ciò che maggiormente colpisce ed edifica i Pia­nellesi è la sua coerenza di cristiano praticante. Tutte le sere, recita del rosario in famiglia e lettura del Van­gelo; frequenza alla Messa festiva; gran cura dei figlioli perché vengan su ben educati, istruiti, onesti: ottimi cristiani e cittadini esemplari. Con la grazia di Dio, e la buona volontà di ognu­no, in casa Bosatta le cose procedono bene. Ogni mattina mamma Rosa ringrazia il Signore e prega la Madonna, particolarmente onorata in questo bel mese a lei dedicato che sta per finire, anche per la ragione che la famiglia è stata accresciuta da una creaturina. Eccola di ritorno dalla chiesa col nome di Dina e la grazia di Dio nell'anima. La mamma l'accoglie con grande commozione, la stringe fra le braccia, poi la le­va in alto, offrendola al Signore e affidandola alla Ma­dre di Dio; la segna in fronte e per la prima volta la bacia. Mamma Rosa ha ripetuto dieci volte questo gesto; ma non è diventata un'abitudine; ha bensì grande va­lore e suggestione quasi da scena biblica: per mamma Rosa è sempre come la prima volta. Saranno tredici, ora, le anime in famiglia: nella « piccola chiesa domestica» ci sarà un membro in più al servizio del Signore. Lo sguardo della madre cerca qualcuno in mezzo al gruppetto or ora rientrato dalla chiesa parrocchiale; e appena colei sulla quale si son posati gli occhi ma­terni si avvicina, riceve la neonata tra le braccia. E Marcellina, la sesta della numerosa prole. E tra le fi­glie è quella che maggiormente assomiglia alla mam­ma. La ragazza stringe al petto la neonata, la culla, la vezzeggia, se la guarda proprio come fosse sua. Non sa ancora che, nella vita, saranno proprio loro due a non separarsi mai. Forse mamma Rosa lo intuisce, per questo sorri­de tranquilla: sarà un legame meraviglioso, che il suo cuore materno immagina forte e saldissimo. Marcelli­na ha tutte le doti che la rendono idonea a sostituire una madre. Affidando alla sesta figlia la minore dei Bosatta, la mamma sa che non è un gesto casuale. Le mamme certe cose le sentono dentro, istintivamente. Sicura delle proprie sensazioni, la signora Rosa può riprendere presto la sua vita, tutta spesa per la famiglia e per il buon Dio che gliel'ha donata. Quanto da fare per lei, che negli ultimi giorni ha dovuto ac­cantonare impegni importanti per via del lieto evento! Non è più una ragazzina - ha già quarantatrè anni - e le continue maternità avrebbero dovuto fiac­carla un bel po'. Invece, grazie al cielo, eccola qui: for­te, sana e serena. Di nuovo in piedi, pronta a ripren­dere le sue laboriosissime giornate. A sostegno, la Messa e la Comunione quasi quotidiana. Grande animazione a tutte l'ore, in casa Bosatta! Si prega, si fatica, si ride, si piange, si studia, si gioca... come in tutte le famiglie. Certo l'allegria non manca. Ma principalmente non manca il da fare. Ce n'è per tutti. Badare alla casa e alla cucina, ai polli e alle piante, ai campi e all'incannatoio. Papà arriva stanco, ed esige che tutto a tavola sia pronto e a pun­tino. E i fratelli maggiori non scherzano col loro ga­gliardo appetito. I piccoli non ne parliamo... Hanno bi­sogno proprio di tutto: vogliono essere nutriti, ripuliti, assistiti negli svaghi, educati. E in tanta diversità di età e di caratteri non è cosa da poco. Mamma Rosa può contare sulle figlie maggiori per l'andamento della casa, dei campi e dell'incanna­toio; ma poggia sulla collaborazione di Marcellina per quanto riguarda la cura delle due piccole sorelle. Ci conta proprio. E Marcellina, ragazza molto seria e capace, ha as­sunto il compito affidatole come un'autentica missio­ne. E che da fare le danno Seconda e Dina! Anzitutto, presentano diversissima indole tra lo­ro. Ciò consente a Marcellina di specializzarsi precoce­mente in pedagogia e psicologia infantile. Che tipetti, queste due! vivace, piuttosto impulsiva (come papà) e anche un po' birichina, Seconda sa già farsi valere e sostiene le sue ragioni anche quando ha torto: di riffa o di raf­fa, lei la spunta; grazie anche alla sua parlantina, al suo brio, alla sua non comune comunicativa. Dina, viceversa, è più calma, meno esigente; ri­fugge dagli svaghi chiassosi; gioca volentieri, ma è ca­pace di divertirsi da sola per delle ore con un nonnul­la. Dina preoccupa Marcellina perché mangia poco, parla pochissimo ed è docile anche troppo, ha il sorri­so facile, ma ancor più facili le lacrime e ha anche i suoi piccoli difetti: è capricciosa, qualche volta si rive­la anche vanitosa, e molto spesso puntigliosa. Ma la sorella sa bene come prenderla. Marcellina comincia già a imparare l'arte di educare: niente casti­ghi, niente rimproveri; piuttosto convizione, dolce fer­mezza, e prima di tutto buon esempio. Dina ama moltissimo la sorella-mamma; ha sensi­bile cuore e, pur essendo la beniamina dei genitori e dei fratelli maggiori, non ne approfitta; va bene, in qualità di ultima nata è piuttosto coccolata da tutti; ma ha sempre sotto gli occhi il comportamento di una ragazza energica che non le dà tutte vinte né a se stessa né agli altri. La piccola Dina, inoltre, impara presto la dura le­zione della vita anche perché, purtroppo, il 21 ottobre 1861, arriva quanto mai crudo il dolore in casa Bosat­ta. Papà Sandro, nel fior della vita, in prospera salute sino allora, di ritorno dai monti di Rezzonico, dove ha svolto per un cliente il suo lavoro di agrimensore, vie­ne colpito da trombosi; la morte lo stronca prematura­mente: ha solo quarantasette anni. Grandissimo il dolore, e gravissime le conseguen­ze in casa Bosatta. Con tante bocche da sfamare! Con tante creature da coltivare, educare, tirar su come si deve! Proprio nel momento delicato, quando i figli adolescenti ne hanno maggior bisogno, viene a manca­re il sostegno principale. Per mamma Rosa la vita si fa difficile e dura. Ma è coraggiosa e ha fede nel Signore. Decisa a seguire le orme del suo Sandro, si adatterà ora a sosti­tuirlo: farà anche da padre. Alutata dai figli maggiori, facendo tacere il suo cuore, si affretta a riorganizzare la nuova vita di fatica e di sacrificio nel miglior modo possibile, purché il necessario non manchi. Affida l'amministrazione dell'azienda al figlio maggiore, Tranquillo, baldo giovane ventenne, ma non certo preparato come papà. Per affiancarlo nella con­duzione dell'opificio, mamma Rosa riserba in gran parte la cura della casa a Sofia e Adelaide; ma sa che a Sandro importa soprattutto l'educazione dei loro ra­gazzi: hanno bisogno dunque di assidue cure; lei affida i più piccoli a Marcellina. Dina ha solo tre anni, quan­do il babbo muore. Tuttavia, il tristissimo evento ha avuto su di lei una notevole ripercussione, che minac­cia di gravare come ombra sulla sua infanzia. Proprio negli occhi innocenti e tristi di Dina sem­brano ampliarsi la pena e lo smarrimento di tutta la famiglia. - Dov'è papà? Perché non c'è più? Perché lo hanno chiuso in quella cassa? Perché non torna a gio­care con me? Ma il tempo passa e, da un anno all'altro, la ra­gazzina vien modellandosi in una creatura che già ama molto il Signore. È impressionante come, precocemente, Dina ab­bia capito l'importanza della preghiera, del sacrificio fatto per amore e, in specie, dell'Eucarestia: convin­zioni e atteggiamenti che caratterizzeranno poi tutta la sua vita. Quando Marcellina, dopo essersi comunicata, tor­na dalla Messa e comincia a darsi da fare per casa, prima di ogni altra cosa si occupa della sorellina, che sente proprio come una figlia; allora la piccola le ap­poggia la testa sul petto con la speranza di «sentire» Gesù. - Oh, - esclama - quando potrò riceverlo an­ch'io? Quando, Marcellina? È troppo presto, secondo l'uso del tempo. La Dina deve aspettare. A meno che qualcuno capisca e venga incontro al suo desiderio, che è davvero grande e sin­cero.

 

 

 

Un prete colto, povero e santo.

È così forte in Dina il desiderio di ricevere Gesù, che un giorno Marcellina davvero ne parla al parroco: è un sant'uomo di Dio, e la famiglia Bosatta ha già sperimentato che tipo egli sia. Figura singolare di sacerdote, esperto in cura d'a­nime, prudente, tutto dedito alla carità e al bene dei suoi fedeli, don Carlo capirà anche la grande aspira­zione di una bimba. Don Carlo Coppini è il nuovo parroco. È arrivato alcuni anni fa da Montemezzo, dove era stato pastore amatissimo della piccola popolazione montanara, in mezzo alla quale era riuscito a riaccendere lo spirito religioso ormai del tutto spento, a rieducare ed (essen­do anche maestro elementare) istruire i ragazzi ab­bandonati a se stessi e gli adulti analfabeti. Don Coppini era riuscito in pochi anni a riportare le anime di quei montanari al gusto del divino e al senso del peccato: in parole povere, aveva operato nel piccolo centro alpestre, arretrato e trascurato, una specie di prodigio. Poi, per ragioni di salute - nono­stante il dispiacere suo e del piccolo gregge - don Coppini ha dovuto lasciare. Alla morte di don Carlo Ferrario, è stato chiama­to per sostituirlo nella parrocchia di Pianello, paese natio di sua madre. Ma lui è nato a Domaso, uno dei paesi del Lago, il 7 ottobre 1827. Rimasto presto orfano di padre, Carlo Coppini ha conosciuto la vera miseria; ma è così intelligente, vo­lenteroso e pio che il canonico don Paolo Taroni ne ha fatto il suo pupillo: gli ha ottenuto un posto gratuito al Collegio Gallio di Como, dove il giovinetto di Doma­so si distinguerà sempre per profitto nello studio e per comportamento. Carlo Coppini ha una vocazione davvero profon­da; invogliata da don Taroni, tutta la popolazione do­macense è lieta di concorrere in tutti i modi al corona­mento di questo sogno sacerdotale. Il giovane entra nel Seminario diocesano e diventa il «chierichetto di tutti». È una vocazione forte, che non riesce a essere smorzata nemmeno da una breve parentesi - per ra­gioni politiche - al di fuori del Seminario, durante la quale il seminarista di Domaso ha la singolare sorte di fare da segretario a Giuseppe Mazzini, esule in Svizze­ra. Chetatesi le acque inquiete della politica italiana, il grande sogno di Carlo Coppini riprende vigore. «Vo­glio essere prete e col divino aiuto buon prete», si è sempre detto il bravo giovane domacense. E non se n'è dimenticato un solo momento. Non tradirà mai l'i­deale di tutta una vita. Di poca salute, privo di mezzi, ma di grande vo­lontà e diligenza, sempre distinguendosi negli studi e nella pietà, il 5 giugno 1852 il Coppini diventa sacer­dote. Le prime cure pastorali a Colico (per 6 anni) e poi a Montemezzo, sempre spendendoci tutto se stesso. E se le autorità ecclesiastiche, preoccupate della sua pre­caria salute, non glielo avessero imposto, tra le sue umilissime anime montanare lui sarebbe rimasto. Nel luglio del 1862 (a un anno dalla morte del si­gnor Alessandro Bosatta) approda al ridente paese che si specchia nelle chiare acque del Lario; accolto entu­siasticamente dai buoni cristiani pianellesi, che già hanno avuto sentore della sua buona fama, e assai rimpianto da quelli di Montemezzo. Molto colto, soprattutto assai zelante, prima cura di don Coppini è quella di far visita alle singole fami­glie locali, per conoscerle, studiarne i reali bisogni, va­lutarne il pregio, le lacune, studiare la possibilità d'in­tervenire in loro soccorso, tempestivamente, a domici­lio. Don Coppini sa cos'è la povertà, l'ha sperimenta­ta sulla propria pelle. Povero, si fa povero con i poveri. E subito è amato. Preghiera fervorosa, vita da eremita penitente, studio, pastorale e... visite quotidiane, a turno, a tutte le famiglie. Tra quanti - edificati dal suo comportamento - apprezzano e seguono il nuovo parroco, i Bosatta: nel­la loro casa, don Coppini è accolto con particolare fi­ducia e con sincera cordialità. E così che lui può am­mirare la fede, il coraggio e la fermezza della signora Rosa, rimasta dopo la vedovanza alla testa di una così numerosa famiglia. Don Carlo resta colpito principalmente dalla per­sonalità e dal comportamento di una delle figliole: Marcellina. E ancora adolescente, ma sembra una donna matura. Marcellina, al contrario delle sorelle maggiori che si sono formate una bella famiglia, sente profonda­mente la «voce» che la chiama verso altri orizzonti, che la destina a una vita di totale dedizione a Dio e al­le anime. Il suo ruolo di guida e di madre si estenderà dal campo familiare a quello parrocchiale, quando sor­gerà in parrocchia la Pia Unione delle Figlie di Maria. Arrivando a Pianello, don Coppini ha trovato una popolazione che trascura la chiesa, non frequenta i Sa­cramenti; la gioventù maschile, in particolare, si è sbrigliata un po' troppo e gruppi ostili hanno messo in opera un' azione disturbatrice alla pastorale di un par­roco così zelante. Tante iniziative don Carlo prende, tante i malintenzionati si prefiggono di mandare a pal­lino. Ma don Coppini è di quelli che non demordono. Visite alle famiglie, assistenza ai poveri, ai malati. Carità verso tutti. Una particolare cura per l'infanzia e la gioventù. Istituzione di oratorio festivo. Scuola se­rale per i giovani. Poiché questi non corrispondono, ci prova con la scuola domenicale femminile. E qui don Carlo ha successo. Conscio che solleverà le sorti di Pianello quanto a religiosità e morale solo mediante la collaborazione di questo gruppetto di ragazze, nel 1871 istituisce l'Asso­ciazione Figlie di Maria, e ne affida la direzione pro­prio a Marcellina. Ella spicca tra le altre giovani per pietà, cultura, capacità organizzativa. Evidentemente, il parroco ha intravisto proprio nel tirocinio svolto in famiglia le qualità di madre e di dirigente nascoste nella persona­lità della giovane Bosatta, e ha chiesto al cielo la gra­zia di poterla avere accanto nella nuova forma di apo­stolato che gli cresce nella mente e nel cuore. «Figlie di Maria». Non basta più. Ci vuole una vera opera benefica per la gente bisognosa e abbando­nata. Ci vuole, per cominciare, un piccolo Istituto, un Ospizio. Per far questo, don Carlo ha bisogno di cuori ge­nerosi e di braccia forti. Si tratta di scegliere tra que­ste giovani devote alla Madonna alcune capaci di com­portarsi come la Vergine nazaretana che va in visita alla cugina Elisabetta... per rimboccarsi le maniche ed aiutare. Non solo preghiera e contemplazione, anche attività e dedizione concreta. Si tratta di autentica vocazione; si tratta di con­sacrazione al Signore. Una più adatta di Marcellina Bosatta, don Coppini dove l'avrebbe trovata? La voca­zione alla carità ce l'ha, le doti pure. Se davvero sogna di essere anima tutta di Dio, sposa di Cristo... lui, don Coppini, che se ne sta a gingillare? Quando il parroco le fa la proposta, Marcellina si accende di entusiasmo; esplode tutto il suo segreto de­siderio di votarsi al bene. Magari sorgesse presto que­sto istituto Marcellina ha sempre presentito di essere una «prescelta». Il Signore l'ha già chiamata a prepararsi, incominciando dalla propria casa, diventando educa­trice e madre della sorella minore. In famiglia, lei ha trovato le radici per la futura opera voluta da Dio. Si, si metterà a disposizione di don Carlo, convin­ta ch'è proprio questa e nessun'altra la volontà divina su di lei. Di una sola cosa si preoccupa Marcellina. La so­rella minore! Ma subito pensa che anche Dina ha un sogno: diventare maestra. Forse proprio questa sarà la via che porterà alla realizzazione delle due sorelle, cia­scuna col proprio sogno? Marcellina si è fatta carico della sorella minore: logico che, ora, sia grande la preoccupazione di poter­sene distaccare. Si scervella, le pensa tutte, infine le viene in mente Gravedona. Gravedona, importante e illustre per storia e mo­numenti medioevali, è una bella cittadina che si allun­ga quasi di fronte alla foce dell'Adda, sulla sponda oc­cidentale del Lario, a Nord di Pianello, da cui dista circa 7 chilometri. Nel 1860, le Madri Canossiane vi hanno aperto un buon Collegio per giovinette di famiglie distinte con annesso oratorio festivo per le ragazze del popolo. Ritenendo di fare il bene di Dina e di alleggerire di una preoccupazione la mamma, Marcellina decide che la sorella, ormai preadolescente, in nessun posto po­trebbe trovarsi meglio, con le sue abitudini e con la sua voglia di studiare. E punta l'occhio sulle Canossia­ne.

 

Quanto a Dina fa' tu!

Marcellina ha deciso di seguire la sua via. L'entusiasmo è alquanto offuscato dal dispiacere di dover lasciare sulle spalle della mamma il peso della famiglia: dovrebbe almeno alleviarla della preoccupa­zione più grande: Dina. Lungimirante e tempestiva, la giovane capisce che, prima di accettare l'impegno offertole da don Coppini, deve assicurare l'avvenire della sorellina. En­trerà in collegio. Studierà. Già, ma i quattrini? Co­munque, è lei che deve pensare all'avvenire di Dina. E questo non si presenta del tutto sicuro. Che cosa farà questa ragazzina appena uscita dal­l'infanzia? Cosa aspetta, cosa desidera? Sceglierà, co­me le sue coetanee, la via più consueta? No, non sem­bra affatto portata per la formazione di una sua pro­pria famiglia. Lavorerà ancora nell'incannatoio, con la sua amica Candida Morelli come assistente? No, per quel lavoro Dina non ha le attitudini né le energie fisi­che. Mamma Rosa è preoccupata; Marcellina lo è an­cora di più. Ci vuole subito qualcosa per la Dina! Marcellina non è tipo da perdersi in un bicchier d'acqua. Già un'idea le frulla per il capo. E se riuscirà a realizzarla, sarà un bene per tutti. Marcellina ha cervello fino e occhio lungo (come dirà più tardi «qualcuno», che saprà affiancarsela in una missione molto più importante di quella vagheg­giata da don Coppini); inoltre sa sempre quel che fa. Preghiera, riflessione, ma quando capisce sul serio co­sa c'è da fare non si ferma a segnare il passo, vola... Anche se non è di quei tipi che partono in quarta sen­za precisi riferimenti e senza mete possibili, se non proprio sicure. Le Madri Canossiane lei le conosce bene, perché di quando in quando va a trovarle; e le suore hanno di lei tanta stima che, sottaciutamente, sperano di averla un giorno tra loro. Lei, invece, si rivolgerà a esse per risol­vere il caso di Dina. L'assumeranno volentieri. Però... C'è un grosso «però»: Dina non ha dote, come normalmente si richiede. Allora Marcellina escogita un espediente: proprio in quel periodo la superiora, suor Rosa Castoldi, l'ha incaricata di cercarle qualche picco­la inserviente; prendendo la palla al balzo, la ragazza propone la propria sorellina, purché possa contare, co­me retribuzione, su alcune ore al giorno di frequenza scolastica. Il ripiego, secondo lei, è proprio quel che ci vuole. Ne parla a Dina, la quale subito sorride interessata: sta­re tra le Canossiane? imparare molte cose sui libri? di­ventare maestra? apprendere a cucire e ricamare? Ma c'è da pensarci su? Andiamo! - Ti piacerebbe, eh? Però... i mezzi non li abbia­mo. Ma io, sai... ho avuto un'idea. Ascolta, Dina: non importa che tu ci vada come convittrice, nè come aspi­rante suora: ché sei ancora una bambina! Potrai essere accolta come inserviente; intanto frequenterai la scuola e... Dina abbassa le ali, si affioscia, serra le labbra, ha quasi voglia di piangere. Ah, è così ? Marcellina intuisce la delusione della sorella e tenta d'indorare la pillola. Ma Dina non è poi così arrendevole come si vorrebbe credere: ha una volontà, ha dei desideri, dei sogni suoi. In altri termini, deve aver fatto delle difficoltà quel gior­no se la sorella, dolce e ferma, è costretta a dirle: - Dina, sii pur ubbidiente! È una frase rivelatrice. È chiaro che la sorella minore è invitata a fare un sacrificio e che la sorella maggiore sente di potere e do­verglielo chiedere. L'esperienza accanto a mamma Rosa è servita a darle fine intuito, forza di persuasione e sot­tile senso psicologico per poter impostare la vita di Dina in maniera da ottenere il massimo rendimento. Conscia della responsabilità e sentendosi all'altezza del compi­to, Marcellina può decidere. E del Signore saper dispor­re tutto al bene di coloro che ha scelto per sé e per le anime. Ma il sacrificio alla ragazzina costa troppo. E ciò la­scia sottintendere che, fin dal principio, la vita di Dina Bosatta è un impegnò a «rompere la propria volontà». Lei ne ha coscienza e comincia a farlo fin da questo mo­mento. - Aiuterai nei lavori domestici, ma studierai. Sa­rai un po' dell'uno e un po' dell'altro, Dina! E chissà che un giorno tu non possa davvero diventare maestra? Ecco, ora Marcellina ha toccato il tasto giusto: per questa speranza, il cuore della sorella si apre, si rassere­na. Diventare maestra è il suo unico sogno. Se il suo sa­crificio lo renderà possibile, allora sì. Dina sospira e poi sorride; infine si dimostra addi­rittura contenta. Capisce benissimo che Marcellina è premurosa solo del suo avvenire; che - come sempre - pensa solo al suo bene. Conviene dunque accettare di buon grado. E Dina accetta: con gran sollievo della sorella­mamma; che diversamente non saprebbe proprio come risolvere il problema. Tira fuori un sospiro di sollievo anche mamma Rosa. Si dimostrano contente pure Ade­laide, Sofia e Seconda. Non invece i fratelli! In convento a far la serva? Lei! Una Bosatta! È il colmo, via! Ci scappa il piccolo tentativo di mettere i bastoni fra le ruote. Ma essendo i fratelli di poche parole e occupatissimi nei loro impegni, e fidandosi come sempre di Marcellina, tutto si conclude semplicemente. Si nicchia un po', ma poi si lascia fare. Poiché la mamma è d'accordo, conviene dare carta bianca alla saggia sorella. E questa, sostenuta dall'arci­prete di Gravedona, don Francesco Borghini, contatta le Madri Canossiane. Accordi presi, tutto concordato co­me si conviene, il 31 agosto 1871 le due sorelle - le ali ai piedi - si dirigono verso Gravedona.

 

Rompere la propria volontà.

Ed ecco Dina Bosatta in convento. Superato il di­stacco dalla famiglia e la nostalgia del paese natìo, si tro­va a suo agio. Anche perché qui trova la pianellese Can­dida Morelli, anche lei assunta per studiare senza paga­re la retta né portare dote: solo prestando servizio. Dina, contenta e serena, si piazza coraggiosamente lì dove l'hanno assegnata: in cucina, applicandosi subito con docilità allo studio e al lavoro. Attende serena ai suoi molteplici doveri in maniera da destare l'interesse e la benevolenza di suor Adelaide Molinari, religiosa di grande fervore, di buon senso e di materno cuore che, specie come cuciniera, infermiera e sagrestana sa il fatto suo. Avendo notato le qualità della Bosatta, la guida nel­le faccende domestiche e contemporaneamente nell'e­sercizio delle più belle virtù. Dina ha trovato in conven­to una nuova madre, essendole venuta meno la quotidia­na presenza di Marcellina. La quale, meno oberata dall'impegno familiare, li­bera di seguire la sua via, viene da don Coppini scelta - insieme con Maddalena Minatta - per dare vita concre­ta al piccolo Ospizio. Don Coppini, con la sua fervorosa vita eucaristica e con la sua pastorale intensissima è riuscito ad alimenta­re una fiamma nuova nella parrocchia e nelle famiglie, e anche a infondere generosi slanci di apostolato nelle gio­vani che coltivano segretamente una vocazione religio­sa. Per queste poche, si piantano in Pianello le radici di un piccolo Istituto. A dirigere l'Ospizio, così come a fare da superiora al neonato istituto è, naturalmente, Marcellina Bosatta: ingegno acuto, intelligenza brillante. Non è altrettanto acuta e brillante sua sorella; a ogni modo, a Gravedona si dà da fare, riuscendo a conse­guire anche nello studio un notevole progresso, corri­spondendo con affetto e gratitudine alle premure di suor Adelaide, per la quale è diventata quasi una figlia. Suor Adelaide è una continua lezione vivente per la ragazza di Pianello, la quale corrisponde a tante atten­zioni e ricambia stima e affetto. Intanto scoprono le grandi doti spirituali di Dina anche i santi sacerdoti che diventeranno suoi direttori spirituali: don Francesco Borghini, che l'ha agevolata nell'entrata dalle Canossiane; e soprammodo il gesuita Padre Gaetano Vinelli. Questi segue paternamente, gui­da e sostiene nella difficile via la giovinetta di Pianello, che tiene sempre gli occhi bassi e di cui tutti ammirano il candore. Da lui indirizzata, Dina Bosatta raggiungerà presto mete spirituali davvero d'eccezione. In qualità di padre spirituale e di direttore di co­scienza, Padre Vinelli sa che la ragazza «ha in grande orrore anche l'ombra del peccato» e nella sua condotta già si regola sul programma dei santi: «Tutto per amor di Dio! Tutto per Gesù! ». Padre Vinelli suole dire: «L'abbiamo una buona maestra di virtù se la vogliamo imitare! Per trovare un difetto in quest'anima ce ne vorrebbero di occhiali fini, finissimi». A Gravedona, Dina impara molto. Sarà una vera provvidenza per la missione di carità alla quale Dio la sta preparando. Alterna il lavoro allo studio e alle prati­che di pietà e conquista i cuori. Piccola di statura; molto sottile; fine. Due begli oc­chi chiari. Il volto da « madonnina bruna», come dicono taluni, sembra quasi trasparente, ma è avvivato alle go­te da un tocco di vermiglio, indice di gioia, di meraviglia, di timidezza. Sorride costantemente la giovane pianelle­se; ma di nascosto piange: piange assai e di cuore. Sì, ha il pianto facile. Che pianto è il suo? Neppure lei sa bene perché piange. Non ne può fare a meno. Piange per timi­dezza, per ipersensibilità, per timore, per gioia? Chis­sà? Lei sa soltanto che vorrebbe fare cose grandi e belle, e teme di non potervi riuscire come vorrebbe. Dina Bosatta ama il Signore, è felice di stare co­stantemente con Lui; eppure ha come il presentimento di non avere il tempo e la possibilità di realizzare quanto le fermenta nella mente e nell'anima: la sua anima che nessuno aveva scoperto del tutto, tranne Marcellina; e forse un pochino sua madre. Ora il Signore sta preparando la Dina - per i fini suoi più alti - tra scuola e cucina, tra orto e lavanderia, tra sacrestia e laboratorio di cucito e ricamo. E nulla Egli tralascia di quanto è opportuno alla coltivazione di questa umile anima bianca. «Questo duplice ufficio di serva e di studente a un tempo - scriverà poi don Luigi Guanella - serviva in modo mirabile a rompere la sua volontà, a tenerla più profonda nella virtù di umiltà e di lavoro». In collegio, Dina Bosatta diventa abile un po' in tutto: le piace specialmente leggere e scrivere. E brava. «Rischia» di diventare davvero maestra diplomata, questa modesta e mite ragazzina! A scuola dimostra il suo profitto e la sua condotta esemplare, corrispondendo alle cure e alle speranze degli insegnanti e dei superiori, che le vogliono davvero un gran bene. Ma in collegio non son tutte rose. Grande sacrificio è per Dina, ad esempio, alzarsi presto ogni mattina. Una volta, ancora bisognosa di sonno, le accade di svegliarsi alle otto ! Figurarsi: poltrire in collegio ? Per dippiù, una che deve darsi da fare in cucina e servire la colazione... Vergogna, grande vergogna! La Bosatta l'ha fatta gros­sa, stavolta! Un po' per celia, un po' sul serio - comunque più ironica che severa - una suora viene incontro alla Dina col lume acceso; lei diventa rossa come un gambero, e giura a se stessa che la cosa non si ripeterà più. A ogni eosto. - Candida - prega la carissima amica pianellese, - per piacere, svegliami sempre di buon mattino, appe­na ti svegli tu. Che non succeda più una cosa tanto spia­cevole per me. Lo farai? Certo, Dina Bosatta non ha la forza, la grinta, l'in­telligenza e l'acutezza di mente della sorella Marcellina; non è come lei vivace, forte e capace. Ma la buona vo­lontà supplisce a tutto. E Dina fa leva proprio su questa sua buona qualità: la sviluppa, la rassoda giorno dopo giorno, sì che riesce a edificare le compagne per la con­dotta e la pietà. Mentre le Madri Canossiane e i direttori spirituali si rendono conto di aver a che fare con un' ani­ma particolarmente lanciata verso la conquista delle più rare virtù. Però Dina ha anche dei momenti di scoraggiamento e di tristezza. In questi casi, sono per lei di grande aiuto e conforto le visite della mamma, di Marcellina e di Se­conda; talora anche di qualche parente o amica del suo paese. Marcellina, in special modo, continua a tenerla d'occhio e ad esserle accanto, pur stando lontana, pur essendo impegnatissima nella sua missione. Il seme sparso da don Coppini ha attecchito in Pianello: l'istitu­to è sorto: Marcellina e Maddalena Minatta, con le po­che orfane, prendono possesso dell'alloggio di Camlago, ove ha sede anche l'Ospizio. Intanto che Marcellina procede, contenta, sulla sua strada, Dina a Gravedona va avanti così, tra sorrisi e la­crime. Ma con tante speranze belle. Ciascuna col suo so­gno. Ciascuna con la sua gioia e la sua croce.

 

Un «no» che brucia forte.

Studio, lavoro, pratiche religiose. E inoltre letture, conversazioni, ricreazioni. Tutto questo solleva la giovinetta dal lavoro materiale, che frena il suo desiderio di cose nobili e ideali ma non riesce, per fortuna, a spegnere la necessità di vivere per cose sublimi. Sì, ci sta bene Dina Bosatta tra le Canossiane. Madre Rosa Castoldi, la superiora, la scruta, maternamente la studia, l'apprezza, le vuole bene. Già la vede «una di loro»: donata a Dio e alle opere caritative ed educative dell'Istituto. Le Canossiane non sperano invano: la vocazione di Dina Bosatta è evidente. Lei ha sentito ben presto nel cuore il desiderio di consacrarsi tutta al Signore; e ciò forma tuttora l'oggetto e il movente di tutte le sue azioni. Dotata di spirito di incessante contemplazione, sembra adatta solo a vivere in un convento. Dina «conversa più col cielo che con la terra »: gli anni pas­sano e a lei sempre meno importa del mondo; ormai è profondamente tuffata in Dio. Verso i diciannove anni (dei quali sei trascorsi a Gravedona, tranne un breve periodo di vacanze a Pia­nello), col consenso di mamma Rosa e di Marcellina, decide di diventare suora Canossiana. Ha tutti i nu­meri per essere un'ottima suora, e poiché si accorge che la vocazione della Bosatta è sentita e sicura, Ma­dre Rosa Castoldi l'appoggia ben volentieri. Nell'esta­te del 1877 fa la richiesta perché sia ammessa nel Noviziato di Como, presso il Consiglio della Madre Pro­vinciale. L'accettazione non tarda a venire e Dina la­scia Gravedona per Como: determinata a restare per sempre nell'amata Congregazione. Tutta contenta, lei sale sul vapore Lariano e, giunta nella città dello splendido lago, fa il suo ingres­so nella Casa di Noviziato, in fondo a un vicoletto che si stacca dalla Via di Giovio. A Dina sembra più acco­gliente della casa di Betania, ove Gesù era sovente ospitato dai suoi amici prediletti. Ha l'impressione di entrare in un vero «Cenacolo» di raccoglimento e di pietà. Come può sapere che sarà invece il suo purgato­rio senza fiamme? Come può prevedere che ne uscirà con una profonda delusione? Dina Bosatta comincia la sua vita di novizia nel desiderio di servire solo il Signore, a tempo pieno, do­nandosi per la salvezza delle anime e per il raggiungi­mento della perfezione religiosa. È diligente, modesta, laboriosa, pia. Viene giudi­cata subito un ottimo elemento. Incaricata, tra l'altro, di collaborare con le suore addette all'oratorio tra le ragazze esterne, la Pianellese s'impegna docilmente in questo sacrificio impostole. Accetta per obbedienza; ma un tipo come lei - timida, silenziosa, più contemplativa che attiva - vi si trova disorientata; non si dimostra all'altezza del compito principalmente a causa del suo carattere chiu­so e della sua inclinazione alla preghiera e alla medi­tazione più che all'azione. Animata da granitica volontà, ardente di fede e di speranza, lei impressiona tutti per il totale distacco dalle cose terrene, per la cura che mette in ogni azio­ne, anche la più banale, per il fervore che traspare dalla sua vita di pietà. Al punto di porsi, inconsapevol­mente, anche qui, come esempio tra le compagne, che l’ammirano e le vogliono bene, e da meritarsi la stima delle Madri superiore. Allora cos'è che non va? Perché la Maestra delle Novizie aggrotta sempre più spesso la fronte e serra le labbra, assumendo nei confronti della giovane pianel­lese un atteggiamento di sempre più palese malcon­tento? Dina Bosatta, ormai si sa, per indole è piuttosto schiva, e questo la fa apparire poco estroversa, poco cordiale e poco aperta a quante le vivono accanto, co­me invece dovrebbe essere una suora che deve stare anche all'esterno dell'Istituto con le giovani. Delicatezza di coscienza che, per eccesso, rischia di sconfinare nello scrupolo e nella meticolosità; persi­no l'impegno nel servire il Signore e il tendere alla perfezione appare eccessivo. La difficoltà delle difficoltà: aprire l'animo alla Madre Maestra, suor Marietta Novati, cui spetta il compito di studiare il comportamento delle postulanti e approvarle per la professione religiosa. Suor Mariet­ta finisce per ritenere la Bosatta di spirito chiuso, pi­gnola, ipersensibile e piagnucolosa. E a causa di questa apparente incomunicabilità, Dina viene giudicata inadatta alla vita di una Canos­siana che deve alternare la spiritualità a una intensa attività, in particolare tra la gioventù da istruire ed educare. In parole povere, nonostante la Bosatta si dimo­stri diligente, piena di buona volontà, il giudizio che la Maestra - nel suo modo di vedere le cose - esprime in seduta di Consiglio viene condivisa dal Comitato, all'unanimità. Ne provano grande dispiacere le Canossiane di Gravedona, specie la superiora, Madre Castoldi; la quale avendo intuito nella giovane di Pianello una profonda e sincera vocazione già la vedeva come una di loro. Tuttavia, delicatamente ma con decisione, da Como viene comunicato alla Bosatta il parere negati­vo. Alla brutta notizia, angosciata, Dina capisce che solo immergendosi nel cuore immenso del suo Gesù potrà assorbire in pace la mortificazione e lo smarri­mento. Non è facile abbandonarsi completamente al volere dei superiori in certe circostanze e in certi mo­menti; ma lei lo fa subito, convinta che la loro volontà è l'espressione della volontà di Dio e che Lui sa trarre il bene anche da quel che ai nostri occhi - che non sanno vedere lontano, oltre gl'interessi umani - ap­pare male. Comunque, nel cuore dell'inesperta giovane, già tanto timida e ora totalmente disorientata, non ancora fortificata dalle prove che un po' a tutti riserba la vita, s’insinua anche un filino di pericoloso pessimismo: vuoi vedere che, buona a nulla come sono, non me ne andrà bene una? Ma allora, che farò? Perché potremmo pur trovare un altro termine meno amaro e meno crudo, la realtà però resta la stes­sa: Dina Bosatta a Como non è stata accettata. Dina Bosatta è stata respinta. E può sembrare un autentico fallimento, se non ci si sforza di collocarlo subito nell'ottica divina: che, cioè, la Dina viene restituita, come si suol dire, al se­colo, perché il Signore la vuole altrove, per il bene suo e di tutti coloro che contano su lei. Il Signore spesso ci guida per altre strade, perché sa quello che noi ancora non conosciamo. Ma Lui, che ha le sue vie, non sbaglia mai. Dina finirà dove certo non pensava di giungere, anzi dove non avrebbe volu­to arrivare. Perché quello doveva essere il posto suo. Quello e nessun altro.

 

 

 

Intuizione o speranza?

C'è sempre stato uno, a Pianello, che ha avuto questo presentimento (oppure era una speranza?). E l'intuizione di don Carlo Coppini. Egli ha sempre avuto la certezza che Dina Bosatta deve stare accanto alla so­rella Marcellina e con lei collaborare mediante la dona­zione della sua anima eletta. Perché il Signore ha in mente per lei cose grandi. Ma questo la giovane Bosatta non lo sa; e in que­sto momento si sente una suora mancata e nulla più. Ne ha grande umiliazione, si riconosce indegna di una vocazione alla quale si sente tuttavia chiamata e for­temente attratta. Malgrado la sofferenza, la sua fede e la sua fiducia non vacillano: china la testa e torna a casa. Fallita la prova dell'ammissione al noviziato, lei non ha molto da scegliere. Alcuni giorni dopo il «gran rifiu­to», accompagnata da due Canossiane dirette a Gravedona risale sul battello da Como e scende a Cremia, dove l'aspettano la sorella Marcellina e Maddalena Minatta. Unico conforto per Dina: a Pianello c'è ad attender­la anche Candida Morelli, la sua buona amica dei primi entusiastici anni trascorsi da preadolescente a Gravedo­na, la quale ora fa parte delle giovani pianellesi che han­no seguito don Carlo e Marcellina. Marcellina, già da cinque anni sta alla direzione del­l'esiguo Ospizio, e lì accoglierà momentaneamente la so­rella, non sapendo ancora cosa fare per lei. La trattiene per alcuni giorni a Camlago, dove Dina sarebbe accettata per sempre da tutti a braccia aperte. Marcellina, così come don Carlo, da sempre sperava di avere Dina tra loro; e più volte, direttamente o tramite Candida Morelli, gliene aveva fatto l'invito. Ma Dina si era vivacemente schermita; provava tanta avversione per l'Opera iniziata da don Coppini e sua sorella al punto che una volta, seccamente e quasi con crudezza, aveva ri­sposto alla Morelli: «Piuttosto che entrare tra le suore dell'Ospizio, preferisco raggiungere i miei fratelli in America». È degno di considerazione, in questa circostanza, il comportamento di Marcellina, che non ci si aspetterebbe da una donna di modesta cultura, che non ha certo stu­diato dai libri la psicologia: a meno che non si vogliano considerare pagine spalancate e sincere gli occhi di tutti quei fratellini che ha dovuto guidare. Marcellina non desidera altro che avere la piccola sorella al suo fianco; spera, presagisce che questo presto o tardi avverrà. Ma capisce di doverla lasciare libera libe­rissima. Sa attendere con pazienza, in silenzio; non in­fluenza la Dina, tanto meno si sogna di irrompere in un' anima afflitta che trema nel dubbio e nel timore di fa­re scelte sbagliate. Marcellina prega. Il Signore scioglierà la nebbia e farà tutto chiaro. Al suo momento. Dina non ha dimostrato mai simpatia verso l'Ospi­zio di Camlago; tutto all'opposto. Ora, poi, chiusa nel suo patema d'animo, seppure abbandonata alla volontà divi­na, la giovane è rimasta ancorata alle mura del convento di Gravedona, del quale conserverà sempre nostalgia. Se la sorella premesse, forse, chissà... Ma se Dina rimanesse, lo farebbe solo per aderire alla volontà di Dio e adeguarsi alle circostanze, non certo per vocazione. Per l'Ospizio di Camlago non prova più l'avversione di un tempo ma neppure un briciolo d'incli­nazione. Lei vede solo un tenore di vita, una sola spiri­tualità: quella delle Canossiane. D’altra parte, sua sorella non giudica opportuno che Dina rientri definitivamente in famiglia, dove non troverebbe più un ambiente favorevole e tranquillo co­me quando ne è uscita. L'opificio serico dà ormai poco guadagno e poche speranze di successo, sicché l'uno dopo l'altro i fratelli Bosatta sono emigrati in Argentina; è rimasto a Pianello soltanto Primo, che continua a portare avanti l'incanna­toio: e le sorelle Adelaide, Sofia, Seconda, intanto si son formate la loro famiglia. Sì, Marcellina è preoccupata. Sente che deve tener­sela accanto questa amatissima sorella, che per lei è sta­ta sempre come una figlia. Tanto più che ora, avendola le Canossiane gentilmente dimessa, Dina è assai scoraggia­ta, addirittura spenta. Che farà? Deve essere lei, la sorella maggiore, a infonderle fi­ducia e speranza, perché è impressione di tutti che la ra­gazza stia per sommergere in un pericoloso stato di abu­ha e di sfiducia in se stessa, ritenendosi fallita senza ri­medio. Marcellina decide che provvisoriamente Dina deve restare a Camlago: con lei. Però non interviene. Anche se è convinta che l'aiuto e l'assistenza ai ricoverati da parte di Dina, «la meglio istruita in lettere e molto fine nello spirito», sarebbe una risorsa non piccola. Ma Marcellina comprende che non deve far pressio­ni. Lasciata del tutto libera, Dina appare smarrita e diso­rientata, senza entusiasmo e senza volontà; però non fa che pregare. Prega e riflette continuamente. Soffre e sop­porta la sua grande crisi. E nella crisi che Dina attraversa, quando la tormen­ta il pensiero di una vocazione perfetta che non potrebbe soddisfare nel genere di vita che si conduce a Camlago -secondo lei troppo dispersiva e non consone alla sua in­clinazione contemplativa - la sorella maggiore tace e prega anche lei. Ma è sempre in attesa... Dina ha deciso di leggere la volontà di Dio nelle cir­costanze. Dopo sceglierà, deciderà... L'Ospizio ? Forse, fra le altre cose, Dina teme un al­tro rifiuto, che davvero per lei sarebbe uno schianto. Non è adatta a niente di buono, lei ! Forse nemmeno don Car­lo la vorrà più, ora... Quando, anziché associarsi all'Opera iniziata dalla sorella Marcellina, lei si era voluta fare Canossiana, don Carlo aveva detto: «Costei ha voluto portarsi dalle Ca­nossiane di Gravedona e crede di farsi monaca, ma s'in­ganna, non è quello il suo posto; il suo posto è qui, e qui e non altrove deve spiegare l'opera sua». Don Carlo era stato profeta. Riecco Dina Bosatta al paese natio. E a che fare? «No, don Carlo, non mi acco­glierà più», pensa la Dina; non sa che, in cuor suo, don Coppini esulta per il suo ritorno a Pianello. Quanto bene farà questa ragazza nell'Ospizio di Camlago, non appena il Signore la illuminerà! Dina prega e riflette molto. E la sorella, accanto alla sua anima, a pregare, a trepidare, a tacere, a soffrire, ad aspettare, a sperare. Insieme. Certo, sarebbe bello se Dina si decidesse! Però con libertà e con serenità. Diventare sorelle anche di spirito. Vivere per le stesse cose, agire per lo stesso ideale. In due, sarebbe tutto molto meglio! Quello che non ha l'u­na, l'altra lo possiede. Che collaborazione! Tra loro due, il Padre fondatore, e intorno tutta quella povera gente senza nulla e senza nessuno. Poter dire loro: «Ecco noi, le sorelle Bosatta! Non siete soli! Siamo qui, tutte per voi!». Dina comincia a capire. Passa tutti i momenti della sua preghiera a chiedere: - Signore, cosa volete, dove mi volete? - Il vostro posto è qui! - le risponde l'autorevole voce di don Coppini.

 

Il coraggio di dire «sì»

Dina Bosatta esita molto prima di accettare il consiglio di don Coppini. Perché dovremmo meravi­gliarci? È segno di serietà e di maturità interiore, anzi. La storia di ogni vera vocazione raramente scorre li­scia come l'olio, e non vi si arriva ridendo e cantando. Quasi sempre, tremando e talvolta anche piangendo, dopo aver trascorso giorni inquieti, sofferto dubbi, sca­valcato ostacoli, aggirato mene anche da parte estra­nea e soffocato egoismi nostri e altrui. Ma si arriva sempre con gli occhi umidi e lucidi e col sole nell'anima; che ha vissuto un'avventura mera­vigliosa, ha vinto e può cantare vittoria. A Dina Bosat­ta, la vocazione costa molto. E proprio per questo vale. Lei arriva a Dio per sentieri aspri e non per viali asso­lati e senza ombre. - Il vostro posto è qui! - continua a suggerire don Carlo. E riconoscendo nella voce del parroco la vo­ce di Dio, Dina non lascia ancora l'Ospizio. Vi resta solamente in spirito di obbedienza e per studiare me­glio la volontà di Dio a suo riguardo. Ma il ricordo di Gravedona arriva sovente a scom­pigliare le nuove decisioni ancora inespresse. Non che abbia qualcosa contro la fondazione di don Coppini, che venera come un santo: la verità è che si è troppo affezionata alle Canossiane di Gravedona e ammira la loro Congregazione tanto bene organizzata, con fina­lità educative, e al tempo stesso la loro vita intessuta di preghiera e di lavoro. Basterebbe togliersi dalla me­moria questi ricordi... Crescono di giorno in giorno, in Dina, il desiderio di aiutare Marcellina e anche l'ammirazione e la stima per don Coppini. Riflette su quanto questo zelantissi­mo e umile prete ha fatto. Arrivato a Pianello, don Coppini si era accorto di quanto bisogno ci fosse di spirito nuovo, e si era butta­to a tutt'uomo nell'impresa. I risultati si erano visti subito: associazioni religiose, istruzione per mezzo del­l'apertura di una scuola popolare anche per le ragaz­ze; le quali devono proprio al parroco il primo passo verso la via dell'emancipazione. Le autorità civili, sobillate dai miscredenti, hanno fatto di tutto per far chiudere a don Coppini le scuole e a impedirgli di coltivare la gioventù almeno in par­rocchia. Ma lui ha fatto di tutto per non arrendersi. Difficoltà, persecuzioni, ostacoli. Ma nessuno è riuscito a impedirgli di formare un gruppo di giovani che, sot­to la protezione della Madonna, crescano in spiritua­lità e progrediscano nella virtù, donando la loro vergi­nità al bene delle anime; ma anche al soccorso concre­to e materiale dei bisognosi. Ed ecco che don Carlo, prete poverissimo e perse­guitato, riesce a metter su in una povera casa di Cam­lago il suo povero Ospizio. Questo gracile prete che ha avuto la forza di lottare, ha avuto anche il coraggio di fondare. Dal nulla! Il 18 ottobre 1872 Marcellina Bosatta e Maddale­na Minatta hanno preso posto nell'Ospizio con alcune orfanelle e qualche vecchio infermo; altre giovani don­ne si sentono di offrire cuore e braccia. Dina è ormai piena di ammirazione per quello che il Fondatore e le sue poche seguaci hanno avuto il co­raggio di realizzare; lottando contro tutto e contro tutti. E comprende finalmente che il Signore vuole an­che lei lì, che deve lavorare con la sorella, diventando, insieme, due solide colonne dell'Ospizio che, da poco nato, si regge appena in piedi. Sì, Dina Bosatta entrerà a far parte della nuova famiglia di cui sua sorella si è fatta guida e madre. Ha tardato un bel po' a riconoscere le vie del Signore. Ma ognuno arriva alla sua ora: quella stabilità da Lassù. Quando Dina riconosce la «voce», non ha più al­cun dubbio e sente che saprà adeguarsi alla nuova re­gola, si avvierà sicura e disinvolta sul sentiero per lei tracciato e «ne avrà grazie pari al suo sacrificio». È accaduto che nel cuore di Dina Bosatta si è ope­rato quasi un prodigio. Totale cambiamento di senti­menti verso la piccolissima Comunità. Totale fiducia in don Coppini. Amore sincero per l'Opera. Solo dopo aver maturato e dopo aver già pagato, Dina sceglie. Ma sceglie sul serio e per sempre. E si butta nel rogo. Superate le non poche difficoltà, Dio la prepara ad essere, più tardi, pietra fondamentale di un grande Istituto sorto per operare e spandersi con­cretamente e universalmente per il prossimo. Per il momento, l'orizzonte è ristretto e il campo modestissi­mo. Ma sicura di quello che fa, la giovane Bosatta en­tra e diventa doppiamente sorella di Marcellina: come da sempre di sangue, così ora anche di spirito. A Marcellina e Maddalena, si sono aggiunte Elisa­betta Minatta, cugina di Maddalena, e Candida Morel­li, amica carissima di Dina: un motivo di gioia e d'in­coraggiamento per l'esitante... Canossiana mancata. Don Coppini è valido maestro di spirito. Marcelli­na è accorta madre: il sogno canossiano sfuma, anche se rimane fisso nelle radici del perenne ricordo. Ora, Dina Bosatta sarà tutta per il suo dovere nella Pia Ca­sa di Camlago. Si ambienta gradatamente, rendendosi conto giorno dopo giorno che il Signore la vuole proprio qui, che deve essere forte anche lei, come lo sono il Fonda­tore e le prime sue «figlie»; che deve diventare il braccio destro di Marcellina, seguendo docilmente il Signore. Le due sorelle hanno l'una bisogno dell'altra. Per questo il buon Dio le ha messe insieme. Dina è docile e serena, fino a trovarsi più che bene. Allora decide di sigillare il suo volontario sacrificio con la Professione. E quando, superate le non lievi difficoltà, dopo aver subfto le contraddizioni che sono il segno delle opere di Dio, la piccola Comunità è pronta a trasfor­marsi in un Istituto, quando il 28 giugno 1878, festa del Sacro Cuore, il primo gruppo di suore formato da don Coppini fa la vestizione, muore Dina Bosatta. E nasce... Suor Chiara. Nel primo gruppo di suore che don Coppini ha chiamato Orsoline e che in quel giorno di giugno gene­rosamente fanno la vestizione, c'è anche lei, la Dina. La sua offerta, più che dalla spontaneità iniziale è sostenuta dalla consapevolezza del sacrificio. Eppure lei ricorderà questa data come uno dei più bei giorni della sua vita: simile al giorno della sua Prima Comu­nione: ed è tutto dire... È un giorno di festa grande, di intima letizia quello in cui le sorelle Marcellina e Dina Bosatta, e le cugine Maddalena ed Elisabetta Minatta assumono i nomi di suor Angela, suor Chiara, suor Rosa e suor Giacinta. Pronuncierà i voti, più tardi, anche Candida Morelli, diventando suor Agnese. La cappellina tutta adorna. Le parole di don Car­lo commosse e penetranti. Le novelle suore, tutte felici nel loro abito color caffè, si guardano con occhi lucidi: sono diventate «sorelle!». Il 27 ottobre prossimo fa­ranno la Professione. Alla loro direzione, «per lo speciale acume di mente e attitudine particolare pel governo morale ed economico dell'Istituto», è riconfermata Marcellina Bosatta, ormai suor Angela. Suor Angela! È l'angelo custode di tutte. Ma anche sua sorella non scherza: che splendido nome di religione si è scelta! Chiara: in memoria della grande Chiara, che con Francesco il Poverello condivi­se la povertà, le pene e le glorie del francescanesimo. Come Chiara d'Assisi che, sposando la povertà di colui del quale si era messa al seguito e annegandosi nella volontà di Dio divenne lampada al servizio del Signo­re, così questa piccola Chiara lombarda sarà casta, lu­minosa, povera, mistica, attiva, docile, ubbidiente a don Carlo e a suor Angela, nella stessa maniera in cui la santa assisiate lo fu a Francesco. In una esistenza di semplicità e di nascondimen­to, anche in questa umile suora lombarda il Signore opererà presto le sue meraviglie. Chi lavora il campo prezioso di quest'anima gio­vane è conscio di non farlo per mire personali o per ambizioni qualsiasi. Don Carlo Coppini è uno che pensa solo a Dio. Ha davanti agli occhi la presenza invisibile del Cristo nel­la persona fisica di ogni fratello. In particolare se sof­ferente e bisognoso. Segue sollecito la vita dell'Ospi­zio, ma ha molti altri impegni, anche perché, per il suo ben noto zelo pastorale, è richiesto nei paesi cir­convicini come confessore e predicatore. La sua attenzione più gravosa è quella di dover far fronte alle continue calunnie che vengono mosse al suo operato da coloro che invidiano il suo pur modesto successo ottenuto mettendo su il piccolo ospizio. Solo la sua prudenza riesce ad evitare alquanto le critiche: don Carlo infatti si reca a Camlago solo quando è indi­spensabile; per il resto si fida di Marcellina. Comunque, sostegno nelle imprese più ardue e si­curezza nei dubbi è sempre lui, il Fondatore, il Padre. E sarà fondamentale e importante anche per suor Chiara la direzione spirituale di questo ministro di Dio umile, buono e saggio. Sarà per lei un noviziato ricco di preghiere, di sacrifici, di sforzi generosi, quali sono richiesti da una comunità appena nata, ai primi passi.

 

Per obbedienza e per amore

L'Istituto sorto a Pianello, nella frazione di Cam­lago, è ormai qualcosa di decoroso e stabile. Chi segue il buon parroco si sente quasi fiero di appoggiarlo, an­che se non è assiduo nella vita di pietà e in chiesa ci mette appena piede. Don Carlo Coppini è un modestissimo prete. Non occupa posti importanti, perché di proposito non ha scelto lustro per sé ma solamente gloria per il Signore e bene per le anime. A Pianello, la parrocchia che egli considera «sua» perché vi opera ormai da anni, lascerà tracce indelebili del suo passaggio: fede e formazione cristia­na si sono radicate nel popolo e cominciano a uscirne anime generose. Al gruppetto di giovani donne che ha avuto il co­raggio di seguirlo, don Carlo fa sperare lo stesso com­penso che lui si aspetta dal Signore: fatica, pene, con­traddizioni, croci. Prima di tutto, povertà e fatica: di contro alla molta volontà e ai pochi mezzi. Queste giovani saran­no suore, apostole, benefattrici; ma il parroco ha for­mato anche giovani che saranno sacerdoti e padri e madri di famiglia come si deve. Tuttavia, il sogno di don Coppini - prete povero - è stato sempre un Ospizio per i poveri e una comu­nità di volenterose che se ne occupi. Ora queste e quello ci sono. È vero, l'Ospizio è ben misera cosa: una cameret­ta «a uso cucina» con soffitto di legno e un piccolo fi­nestrino; una cameretta attigua capace 4i tre letti. Ma siccome sono state concesse gratis da un parente di Marcellina, per don Coppini è un chiaro segno della Provvidenza. Egli aveva letto nella vita di santa Teresa che nelle Opere bisogna imitare la serpe, la quale ficca la testa nel buco e poi a poco a poco vi introduce tutto il corpo. Per cominciare, dunque, l'Ospizio va bene. Ba­sta accontentarsi. Verrà poi anche il più. C'era in quella casa anche una vecchietta sopran­nominata la Tona. Quando questa muore, Francesco Bosatta offre alle giovani dell'Istituto anche il locale rimasto vuoto, capace di sei letti. Così viene a stabilir­si regolarmente l'Ospizio. Ben presto la «famiglia» si arricchisce di due vecchioni: uno fastidioso, l'altro spassosissimo. Poiché il papà della Minatta non lega con la nuora né col fi­glio, suor Rosa dovrebbe tornare a casa per assisterlo: si pensa bene di sistemarlo nel corridoio dell'Ospizio. Solo che l'ottantenne è così alto e grosso che occupa tutto il corridoio; e non fa che borbottare: ma la figlia lo cura tanto affettuosamente che il vecchio Giuseppe muore sereno e riconciliato con tutti i figli. C'è poi Bigè. È tutt'altra cosa che il signor Giu­seppe. Di antico stampo e di antichi costumi patriarcali anche lui, passa però le giornate col rosario in ma­no; ma tenendosi accanto (perché no?) un buon fiasco di vinello. Un po' per effetto del vino, un po' per il suo ca­rattere gioviale, Bigè è sempre allegro e tiene di buon umore le giovani benefattrici e anche i beneficati, rac­contando fiabe e storie vere, giocando a tutti scherzet­ti innocenti e qualche tiro mancino. Sentiranno molto la sua mancanza quando, nel 1880, il buon Bigè si spe­gnerà nella pace del Signore. Del Fondatore, suor Chiara ammira sempre più la grande carità e lo spirito di povertà. E particolar­mente il suo spirito di preghiera: davanti all'altare don Carlo aveva lungamente maturato la sua idea; e aveva sempre idee e principi chiari, riuscendo a incul­care i fini essenziali di santificazione personale e di ca­rità verso il prossimo in coloro che avevano avuto fi­ducia in lui. Ora anche suor Chiara è testimone del fiorire dell'umile Ospizio. Suor Chiara sa per esperienza che a nulla si può riuscire, se non si parte dal Signore e non si fa uso della preghiera. Don Carlo aveva pregato e sollecitato comuni preghiere (e aveva fatto dura penitenza) per meritare l'aiuto di Dio, confidando nella Madonna e forte del patrocinio di sant'Orsola; e al nome di questa aveva dedicato la piccola Congregazione. La Curia di Como aveva avuto per don Coppini parole di larga approvazione. Incoraggiato, egli sogna­va di muovere i passi da Pianello, a poco a poco, anche più lontano. Intanto la prima pietra era stata fissata quel giugno 1878, vigilia degli apostoli Pietro e Paolo, festa liturgica del Sacro Cuore: e Lui doveva essere il Re della Comunità. La Madonna, Regina. Diverse giovani pianellesi avevano presentato la loro domanda, ma don Carlo, prudente e solito a pro­cedere a passi lenti, ma sicuri, aveva accolto solo quat­tro domande. E ora suor Angela, suor Chiara, suor Rosa e suor Giacinta, nella loro divisa color caffè ani­mano il caro Istituto, in cui già compiono tanto bene. Chi, al di fuori di quelle anguste mura, avrebbe potuto capire la gioia di quelle umili vergini? Più contente, fra tutte, erano le sorelle Bosatta, naturalmente. Marcellina perché il suo voto di avere accanto per sempre la sua sorellina era stato esaudito; Dina perché sentiva ormai con certezza che, per obbe­dienza e per amore, si trovava nel posto che il Signore le aveva destinato.

 

Formare una santa armonia

Ma la mansueta suor Chiara, così delicata di salu­te, così scrupolosa di coscienza, così timida, che cosa potrà fare di concreto e di valido per l'Istituto del suo paese? Vedendo la povertà di cui è circondata, e ripen­sando alla vita serena di Gravedona, si sente pervadere di malinconia. Lo scoraggiamento è sempre lì in ag­guato, per tentare di aver ragione di lei. Suor Chiara ha frequenti crisi, è tormentata dal desiderio di una vocazione più perfetta e più consona al suo carattere e ai suoi ideali. Come vorrebbe essere certa di sapere che don Carlo e suor Angela son con­tenti di lei Suor Angela non interviene, né come sorella né come superiora. Attende lo sviluppo dei fatti. Sa che ogni cosa andrà a posto da sola, nell'ora voluta da Dio, e solo allora sua sorella sarà contenta. Intanto suor Chiara non fa che pensare: «Mi fermerò dove il Signo­re mi vuole! ». Ed eccola a disposizione del Fondatore e della Su­periora, decisa a farcela! A ogni costo! E vince se stessa, ostacolo dopo ostacolo, finché la sua obbedien­za sarà premiata e sarà questo Ospizio la prima pale­stra della sua sahtità. Suor Chiara si dispone non solo a saper accettare il suo posto nell'Istituto, ma a saperlo amare. Sempre meglio comprende che l'apostolato autentico, nelle sue molteplici forme, non può essere d'intralcio alla vita interiore: lei sperimenta, anzi, che contemplazione e azione nel servizio di Dio è delle anime devono soste­nersi e aiutarsi reciprocamente: fondersi fino a forma­re una santa armonia. Forse basta imitare la Superiora e seguire don Carlo. Che donna, Marcellina! È stata sempre così. Da quando la conosce, la sorellina l'ha vista sempre calma e risoluta, mite e forte, materna e severa, pronta ad aiutare ma soprattutto a stimolare, a spingere, a sor­vegliare. Spesso proprio col silenzio e col rispetto per la personalità altrui. Indubbiamente, suor Angela è fatta per guidare il singolo, o un'intera comunità, proprio nelle ore incer­te e nelle decisioni difficili. Senza la sua silenziosa pre­senza, suor Chiara sente che non avrebbe superato la prova, non sarebbe qui. Ora, accanto alla sorella, suor Chiara si muove con la coscienza di essere una privilegiata. Attinge dall'intimo del cuore i ricordi cari della formazione avuta presso le Canossiane e sa trarne profitto per giornate di merito nella sua nuova condizione. Non ha sbagliato, Marcellina, nell'aver intuito in sua sorella la sua futura collaboratrice più valida e si­cura, in quanto è convinta che la volontà di Dio ha de­stinato Dina a Camlago, perché la sua presenza «buo­na» e il suo aiuto saranno provvidenziali. Suor Angela non fallisce mai i suoi calcoli e sa sempre quel che fa, quando il Signore la ispira. Allo stesso modo la pensa don Coppini. Pur do­lente per la pena che la giovane Bosatta ha dovuto sof­frire per l'estromissione dal Noviziato delle Canossia­ne, dove si trovava tanto bene, egli è assai contento che la ragazza sia rientrata a Pianello. «Certo quelle suore di Como non hanno inteso bene lo spirito suo - commenta. - Se l'avessero co­nosciuto... Si vede proprio che la Dina sarà un piccolo tesoro, un bel gioiello per la Casa nostra ». Fondatore e Superiora hanno sguardo lungimi­rante: suor Chiara diventerà presto la punta di dia­mante dell'Istituto. Suor Angela la vuole sempre più coraggiosa e più decisa; e poiché nessuno la conosce meglio di lei, e poi­ché sa che ne ha le capacità, la stimola, la sprona. Suor Angela sente che sarà il suo «capolavoro», que­sta sorella diventata consorella. E suor Chiara non si risparmia, corrisponde alle attese. Dentro l'Istituto, ha il suo bel da fare tra le or­fanelle da addestrare nel lavoro femminile (una dozzi­na lavorano al piccolo incannatoio messo su da un fra­tello delle Bosatta, industriale serico: così non c'è più bisogno di accompagnarle allo stabilimento Pogliani) ma anche ad altre incombenze alle quali lei non si sente portata. Suor Chiara ha accettato dapprima con difficoltà - per obbedienza e per amore - ma poi ci si appas­siona fino a diventare specialista, nel ricamo in specie. Del Fondatore ammira la grande carità e della Superiora l'instancabile dinamismo; e si mette sulla loro scia. Assistere anziani e malati è diventata la sua occupazione preferita; ha soprattutto due vecchietti a riempirle il cuore: il paralitico Raimondo Masanti, ve­ro Giobbe di pazienza e di abbandono in Dio, e Marti­na Galperti, la vecchia domestica di don Coppini, ani­ma bella per il candore e la pietà, ma testa con poco cervello e poco sale. Ma suor Chiara, umile com'è, non sa di quali doni naturali e soprannaturali lei sia stata arricchita dalla natura e dalla Provvidenza. Proprio perché lei non se ne rende conto, queste sue doti valgono assai. E suor Angela a capire che anima rara sia sua sorella e che spetta a lei saperla valorizzare. Non che suor Angela abbia bisogno di suor Chia­ra per il governo dell'Ospizio. Non che suor Chiara senza suor Angela non possa progredire nella sua via di perfezione. Hanno entrambe una personalità spicca­ta; si somigliano nell'ideale e nel rendersi conto che, unite - nello spirito e nelle attitudini - le cose delle loro anime avranno maggior sviluppo e più consisten­za. L'opera di carità, principalmente, andrà a gonfie vele. Suor Angela ci sa fare come superiora; fa di tutto per non aver preferenze; ma ovviamente di sua sorella continua a essere, come già in famiglia, il vigile angelo custode; suor Chiara, a sua volta, le sta vicina come il suo angelo fedele. Suor Angela influisce col suo carattere e la sua autorità; suor Chiara, senza saperlo, edifica la maggio­re sorella col suo eroismo, parla a tutti con il suo esempio.

 

Quella sì è una vera monaca!

Oltre l'Istituto, anche la parrocchia di Pianello offre un magnifico campo di apostolato. Suor Angela dirige con occhio sereno e polso fermo l'Ospizio e la Comunità, ma anche il gruppetto attivista dell'amore divino, prezioso per ogni opera di bene nel campo par­rocchiale. Con entusiasmo, suor Chiara aiuta la sorella nel­la formazione delle Figlie di Maria; ha cura della loro pietà, della loro istruzione religiosa, della loro forma­zione morale: le prepara nel migliore dei modi alla fu­tura missione di madri di famiglia, o di fedeli spose del Signore. Suor Chiara si accorge di aver trovato proprio la sua via. Principalmente insegnare il catechismo alle ragazze e prepararle alla Prima Comunione dà gioia immensa, a lei che del suo giorno più importante e più bello conserva un ricordo straordinario. Così (una vita piena piena tra preghiera e azione) suor Chiara non si accorge delle giornate che volano. È serena e lieta. Il suo sorriso, la sua mitezza conquistano gli animi. Vederla spuntare è per tutti una gioia per gli occhi e per il cuore. Fin da ragazza, in famiglia, era sua specialità evi­tare discordie, conciliare anime, sanare incrinature, far sparire malumori e rancori. Al punto che una sua cognata soleva dire: - Quando compare la Dina, cessano i litigi! Sì, suor Chiara ha un dono particolare: quello di portare con sé la pace e di diffondere attorno a sé la serenità. E stimata ed apprezzata persino dagli anti­clericali. Anche gli sfaccendati, che la vedono passare per la via modesta e furtiva, la seguono a lungo con lo sguardo ammirato e il cuore pieno di rispetto, sussur­randosi fra loro: - Se le donne fossero tutte così! Quella, sì, è una vera monaca! Suor Chiara, anima candida, è diventata anche anima di fede e di obbedienza: per questo può essere irradiazione di bene e soffio di letizia dentro e fuori Istituto. Suor Chiara crede, obbedisce e ama; di conse­guenza, alacremente lavora. Anche perché vede in suor Angela colei che le rappresenta Dio, la maestra nella via della virtù, la vera madre della sua anima. Suor Chiara si appassiona alla sua missione. E cominciano per lei le grazie speciali. Si delinea già chiaramente il rapporto straordina­rio che accompagnerà le due sorelle per tutta la vita: rapporto di appartenenza sul piano educativo della mi­nore verso la maggiore, da sempre. Ora, però, si in­staura da parte di suor Chiara anche un rapporto di riverenza sempre più grande e più spontaneo per la sorella maggiore. Suor Chiara vede in suor Angela la superiora, la madre. Come in don Carlo Coppini vede il fondatore e il padre. A cui totalmente si affida. Don Carlo è un santo parroco. Ma è un santo parroco scomodo a molti. E si sca­tena sempre più la guerra contro di lui e coloro che lo seguono nella via della carità. Commenti salaci e au­tentiche calunnie. Don Coppini ha esultato per la sua Opera ormai diventata realtà; così soddisfatto che, se Dio vorrà chiamarlo a sé, ora, lietamente lui canterà il «Nunc dimittis ». Gli animi a lui ostili, i cattivi, ridacchiano di lui e delle sue seguaci. I nemici non si limitano a ridere, passano agli attacchi più crudeli e alle offese pesanti; senza risparmiare coloro che affiancano e sostengono l'istituzione di don Coppini; per citarne uno, il prezio­so don Leone Ostinelli che viene spesso da Cremia per collaborare in Comunità e nell'Ospizio. Il grande conforto di don Carlo sono le sue ottime Orsoline. In modo speciale le sorelle Bosatta, sulle quali poggiano in gran parte le sorti dell'Istituto e del­l'Ospizio. Sempre uguale a se stessa, suor Angela è la Ma­dre buona, sempre sollecita più a servire che ad esige­re; e quando deve farsi «sentire», il suo solo scopo èdi giovare a tutti e a ciascuno; ma lei è sempre la pri­ma nel sacrificio e nella disponibilità. Fin dai primi anni di vita comunitaria, ben ferma nella sua posizione di responsabilità e di guida, si èformato in Marcellina Bosatta quel suo atteggiamento mai smentito di materna premura per cui tutti di lei si possono fidare. Semplice, genuina, aliena da ogni posa di superio­rità, da ogni ricerca di ossequio, segue con affettuosa premura le sue figlie, prevenendone i bisogni e persino gl'intimi desideri. Riesce così a recare conforto e solle­vare gli animi, a cominciare proprio dal Padre, la cui salute comincia a preoccupare. Don Carlo si preoccupa, invece, della sua Opera. Ma vede lavorare e pregare le due sorelle Bosatta, e si sente sicuro... anche per dopo: quando, prematu­ramente forse, lui se ne andrà, dove nessuno può più farci del male, dove si vive sempre nella pace del Si­gnore. Ormai, le due sorelle camminano insieme alla vol­ta di una comune meta verso la quale sono spinte dal grande amore al Signore, e da un singolare stampo di fraternità spirituale che lega due anime autonome ep­pure inscindibili, intrecciando i fili quotidiani di due ruoli che più unisce le due sorelle più le distingue. Quella di suor Angela non è un'intuizione roman­tica; quella di suor Chiara non è un'intenzione in su­perficie. Intuizione e intenzione scorrono costante­mente nel profondo, la cui scaturigine è Dio; si scrivo­no su un fondale azzurro come il cielo, ma i caratteri del loro programma sono interpretati e letti da occhi umani, per fini che concernono il cielo ma hanno per teatro d'azione la terra, così tristemente popolata di creature sofferenti. Per questo la loro intuizione e la loro intenzione non resteranno un presagio nell'una e un'utopia nell'altra. Sarà una grande realtà! Fra poche e squallide pareti di un severo Ospizio si va svolgendo un gioco stupendo e silenzioso dove una piccola suora mite e una grande suora forte si in­fluenzano e si perfezionano a vicenda: suor Chiara ap­pare nei riguardi di suor Angela quasi il complemento mistico e suor Angela nei riguardi di suor Chiara l'ele­mento concreto.

 

Il Padre se ne va

Don Coppini è un santo. Ma i santi non sempre sono ben visti, quando sono ancora sulla terra. Don Coppini è un prete scomodo; ed è anche invi­diato perché, così umile, così povero, così ostacolato da tutti è riuscito a mettere su Ospizio e Istituto: cosetta da poco, se si vuole, ma sempre un buon risultato. A lui per il momento basta e, sognando un po' più in grande, attende il momento buono. Invece, la sua vita si complica e si appesantisce oltre misura. Cattiverie, calunnie, lui va avanti per la sua strada, sereno e sicuro di sé (o meglio sicuro della Provvidenza). Finché la faccenda si fa molto grave. Don Carlo è sempre più avversato, finché i suoi nemici non vengono a vie di fatto, decidendo di passa­re dalla violenza morale alla violenza fisica. Gli verrà data una tale lezione da metterlo una buona volta fuo­ri combattimento. Una sera del 1880, molto tardi, don Carlo si trova davanti alcuni giovinastri, incaricati di rimpiattarsi sulla strada che da Musso mena a Pianello: di qua don Carlo deve passare, ritornando da Dongo, dove si è re­cato per i suoi consueti uffici ministeriali. È buio. C'è assoluta solitudine. Ed ecco che, nulla sospettando, lentamente e tranquillamente l'uomo di Dio spunta. Quei giovinastri, di cui non si saprà mai il nome né la provenienza, sbucano fuori dal nascondi­glio e in un battibaleno sono addosso al malcapitato prete. Don Carlo sgrana gli occhi spaventato, tace. Ma quei figuri lo assalgono, lo percuotono selvaggiamente: ai fianchi, alle spalle e al petto, servendosi di sacchetti pieni di sabbia. Don Coppini geme: poveretti i suoi polmoni! Vedendolo ridotto così malconcio, gli aggressori si danno alla fuga; e il misero parroco di Pianello, solo come Cristo nel Getsemani, a stento si rialza; lenta­mente si riprende, si trascina come Dio vuole sino alla canonica. Don Carlo incassa e tace. Si rifiuta di dare pubbli­cità al fatto: ormai sa che ogni caso increscioso si tra­sforma in grane sempre più grosse per lui, per l'Istitu­to, per l'Ospizio e per quanti lo seguono. Don Carlo non fa alcuna denuncia: soffre nel cor­po e nell'anima e tace, fino a diventare «martire del dovere sacerdotale». La sua sopravvivenza è ormai ir­rimediabilmente compromessa. Da quella terribile sera del 1880, don Carlo Cop­pini non starà mai più bene. E stato dato il colpo di grazia alla sua persona e alla sua azione pastorale. La sua salute, già così poca e così minata, s'inde­bolisce senza rimedio; i polmoni sono stati talmente danneggiati che il poveretto prova difficoltà a proferir parola e persino a respirare. L'indebolimento generale costringe don Carlo, in età non ancora avanzata, a far uso del bastone. Lo ze­lante pastore d'anime non si dà per vinto: finché può, si spende per il suo gregge. Ma ormai si sente alle spalle la bianca e silenziosa ombra che reciderà il filo dei suoi giorni; e lui si prepara serenamente a lascia­re... Dio dà, Dio toglie. Fiat! Più puro e più intenso si fa in don Carlo l'amore per le anime, per le sue Figlie e i suoi protetti. Totale è il suo distacco dalle cose e da se stesso. Egli pensa solo a lasciare ogni cosa in ordine, in parrocchia e nel­l'Ospizio; poi si racchiude in sé, in attesa della «chia­mata». Grande è la preoccupazione nell'Istituto. Ma, fedeli al Padre e Fondatore, le Orsoline gli restano an­cora più vicine, in questi momenti durissimi. Suor Angela e suor Chiara in specie, preoccupate, chiuse nel silenzio eloquente, osservano col cuore stretto il penoso declino del loro amato Padre. Ma è proprio ora che si stringe più che mai il loro rapporto di complementarietà sul piano spirituale: pregano, operano, patiscono quasi un solo cuore. E so­prattutto trepidano. Restano poche speranze: il Padre presto se ne andrà. - Che ne sarà di noi e dell'Istituto, nato da così poco e ancora vacillante? Che ne sarà dell'Ospizio e anche di noi, suor Angela? - domanda, angosciata, la piccola sorella. E la grandsorella, afflitta ma forte, risponde: - Preghiamo e confidiamo in Dio, suor Chiara! Il 10 Luglio 1881, logoro dalla fatica e spezzato dalla penitenza, immobilizzato dalla paresi progressi­va, ferito da dispiaceri, vessazioni, calunnie scagliate da un gruppo di settari e giovinastri irresponsabili, messo k.o. dalla brutale aggressione sopportata in as­soluto silenzio (e di cui si saprà solo dopo la sua morte per lo scrupolo di un testimone oculare), ma carico di meriti e compianto da tutta Pianello e anche dei din­torni, don Coppini spira serenamente, dicendo alle sue carissime figlie, che lo assistono amorevolmente e tre­pidano per il futuro loro e dell'Istituto: - Non abbiate a temere... Siate sicure... Dopo di me verrà un altro... Un altro che farà molto più di me. Non temete, state sicure...

 

Verrà un altro

Gli ultimi tempi, dopo l'aggressione e la malattia, erano stati vissuti da don Carlo come un vero marti­rio. Alle sofferenze, al logorio continuo causato dalle esterne persecuzioni, egli aveva aggiunto la sua auste­rità, la privazione di cibo e di bevande - come lungo tutta la sua esistenza - ma la sua sofferenza maggio­re era stata quella di non poter più celebrare la messa, poiché le sue mani non potevano nemmeno sostenere il calice. Ma, operaio fedele e umile, sapeva da sempre che l'Ospizio e l'Istituto non erano frutto suo ma della Provvidenza e, mentre il 1° Luglio saliva al cielo, ave­va la certezza che la sua piccola Opera non sarebbe morta. Era morto lui, si, ed era stata un'offerta al Signo­re per il maggior bene delle anime, per il ravvedimen­to dei peccatori, per la vita dell'Istituto. Le sue Figlie non avevano nascosto i loro timori, e i loro volti atteggiati a tristezza, i loro sguardi ansiosi chiedevano: «Perché ci lascia? A chi ci affida? Che faremo... sole?». E lui non si era stancato di ripetere «Abbiate fi­ducia! L'Opera è di Dio!». Poi, morendo, a titolo di supremo conforto e sorretto da una sorta di intuizione profetica, aveva aggiunto: «Dopo di me verrà un altro che farà più di me». Sapeva chi doveva essere questo «altro »? Lo co­nosceva? Le buone suore non potevano saperlo. Erano sicure, tuttavia, che don Carlo non avrebbe abbando­nato mai le sue Figlie, che Dio non avrebbe permesso la disgregazione di un'Opera che era costata tanta fa­tica e tante lacrime. Arriverà un altro! Don Carlo ha ripetuto più volte questa frase, con convinzione, anzi con assoluta certezza: quasi con to­no da profezia. Le sue Figlie credono, sì, alle sue paro­le; ma si sentono smarrite. Sono desolate ma hanno fi­ducia in lui, come sempre ne avevano avuto mentre egli era in vita. Intanto, però, son rimaste sole! Le due sorelle Bosatta si guardano sempre più spesso negli occhi, quasi a infondersi l'un l'altro fidu­cia: devono averne più che mai, ora. L'opera non deve morire! E non morirà: loro due, soprattutto ora che il Fondatore non c e più, si faranno sostegno dell'Istitu­to; più che mai loro due s'integreranno e, insieme, at­tenderanno colui che la Provvidenza invierà in sosti­tuzione dell'indimenticabile don Carlo. Ma quando? Ma come, e da dove... verrà questo «altro »? Lo sa solo Iddio, ma certamente un giorno arrive­rà. Più che mai solidali, le due sorelle si dispongono a far da fulcro all'Istituto e a incoraggiare le altre. Tut­te unite, resisteranno, aspetteranno, non lasceranno l'Ospizio, nonostante i consigli dei prudenti suggeri­scano di tornarsene nelle loro case. Arriverà... l'altro! La pianticella spuntata dal mi­nuscolo seme piantato da don Coppini sopravviverà: suor Angela n e sicura e si erge a custode e se ne fa garante. E talmente convinta che sua sorella è troppo importante per l'Istituto che, consigliatasi con gli assistenti don Rizzola e don Ostinelli, a cui le autorità ec­Iclesiastiche hanno affidato la cura provvisoria dell'Ospizio, decide che sua sorella, avendone le attitudini e e capacità, debba conseguire la patente di insegnante di grado inferiore. Poiché la direzione dell'Ospizio giudica tale pa­tente di grande vantaggio per la scuola e per le orfa­nelle, e poiché lei si fida ciecamente di sua sorella, suor Chiara docilmente obbedisce. Questa è la volontà di Dio. Suor Chiara, con parecchio dispiacere, depone provvisoriamente il suo abito religioso, perché è giocoforza uniformarsi alle altre studentesse e, alla fine dell'ottobre 1881, dopo tre anni che n'era uscita con l'a­nimo pieno di pena e di confusione, rientra nel Colle­gio di Gravedona per frequentare un corso di prepara­zione immediata agli esami magistrali. Naturalmente, viene accolta con gioia dalle Madri Canossiane, che ancora l'hanno cara e che lei non ha dimenticato; e inizia un anno scolastico di studio in­tenso e di grandi speranze. Nonostante ora suor Chia­ra la nostalgia la nutra per Pianello! Ma lei si è ormai collaudata nell'arte di «annullare» se stessa per il be­ne altrui; e da Gravedona scrive a suor Angela: «Tut­to facciamo per un solo fine: per piacere a Dio solo e per la nostra santificazione» Il profitto che suor Chiara ricava da questo corso di cultura umanistica è rilevante; si fa, principalmen­te, una sensibilità pedagogica di primo piano. E tutto fa presagire un felice coronamento dei gravi sacrifici suoi e dell'Istituto, per il quale non diminuisce nel cuore di suor Chiara l'interesse e l'affetto, così come inalterata resta in lei la fedeltà agli obblighi religiosi. Superfluo dire che il pensiero di suor Chiara è fis­so alla cara sorella, alle orfanelle, all'Ospizio. Proprio per essi, lei s'impegna al massimo. Riuscirà! Sarà Sapeva chi doveva essere questo «altro »? Lo co­nosceva? Le buone suore non potevano saperlo. Erano sicure, tuttavia, che don Carlo non avrebbe abbando­nato mai le sue Figlie, che Dio non avrebbe permesso la disgregazione di un'Opera che era costata tanta fa­tica e tante lacrime. Arriverà un altro! Don Carlo ha ripetuto più volte questa frase, con convinzione, anzi con assoluta certezza: quasi con to­no da profezia. Le sue Figlie credono, sì, alle sue paro­le; ma si sentono smarrite. Sono desolate ma hanno fi­ducia in lui, come sempre ne avevano avuto mentre egli era in vita. Intanto, però, son rimaste sole! Le due sorelle Bosatta si guardano sempre più spesso negli occhi, quasi a infondersi l'un l'altro fidu­cia: devono averne più che mai, ora. L'opera non deve morire! E non morirà: loro due, soprattutto ora che il Fondatore non c'è più, si faranno sostegno dell'Istitu­to; più che mai loro due s'integreranno e, insieme, at­tenderanno colui che la Provvidenza invierà in sosti­tuzione dell'indimenticabile don Carlo. Ma quando? Ma come, e da dove... verrà questo «altro » ? Lo sa solo Iddio, ma certamente un giorno arrive­rà. Più che mai solidali, le due sorelle si dispongono a far da fulcro all'Istituto e a incoraggiare le altre. Tut­te unite, resisteranno, aspetteranno, non lasceranno l'Ospizio, nonostante i consigli dei prudenti suggeri­scano di tornarsene nelle loro case. Arriverà... l'altro! La pianticella spuntata dal mi­nuscolo seme piantato da don Coppini sopravviverà: suor Angela n'è sicura e si erge a custode e se ne fa garante. E talmente convinta che sua sorella è troppo maestra! Sì, questa volta uscirà dal convento di Gra­vedona a fronte alta e col sorriso sulle labbra. Tutto per il Signore, però! No, la volontà di Dio è un'altra. E suor Chiara, dopo aver già subito la delusione di essere stata di­messa dalle Canossiane di Como come inadatta a di­ventare suora, ora lascerà Gravedona con un'altra profonda delusione; ma non per colpa sua né per deci­sione delle Suore. Dina Bosatta sembra chiamata a un cammino di obbedienza contrastata di continuo dall'insuccesso. Ora si dà gran da fare, si sacrifica per prendere la pa­tente di maestra: insegnare è la cosa che le sta mag­giormente a cuore, perché sente che è questa la via in­dicatale dal Signore. Ma anche il suo secondo sogno muore. Tutto per un contrattempo davvero inspiegabi­le, che arriva come un fulmine a ciel sereno. Il gruppo di esaminande è pronto ed è sul punto di partire per Sondrio onde sostenere gli esami, quan­do da Como giunge al collegio di Gravedona la comu­nicazione che il Ministero dell'Istruzione ha abrogato la legge relativa alla patente di maestra di grado infe­riore potendosi fare solo gli esami di grado superiore. Immaginarsi il dispiacere di Dina Bosatta! Lei da sempre ha coltivato questo sogno, forse l'unico che le sta a cuore oltre alla gloria di Dio e la salvezza della sua anima. E non riesce a raggiungerlo solo per un esame sospeso. Stupore, dispiacere, amara delusione per le giovani studenti e per le maestre. Le Madri Ca­nossiane ricorrono a tutti i tentativi perché non venga applicato tale decreto abrogativo, almeno per que­st'anno, ma niente da fare. Sfumate tutte le speranze. Afflitta più di tutte, la Bosatta ha tanta voglia di piangere: non è facile neppure per una giovane docile e umile come lei inghiottire certi bocconi amari. Ma china la testa e dentro il suo cuore mormora: «Sia fat­ta la volontà di Dio. Sempre!». La cosa strana è che, quasi sentendosi lei colpevo­le dell'increscioso impedimento, chiede perdono a tut­te, con logica meraviglia delle compagne. Perché chie­de perdono, la Pianellese? Lei, nella sua straordinaria umiltà, teme che il Si­gnore abbia impedito che lei diventasse maestra per­ché poco preparata, perché immeritevole; fors'anche perché troppo attaccata al suo sogno, in cui, nonostan­te lo scopo lodevole di farsi strumento di bene della Congregazione, c'è troppo di umano. Autorizzata da suor Angela di trattenersi a Gra­vedona fino a metà luglio per concludere il corso, a metà agosto 1882 suor Chiara ritorna a Pianello, dove è ansiosamente attesa dalle ragazze del paese, che tanto le sono affezionate; e torna a Camlago, attesa a braccia aperte dalla sorella, dalle consorelle, dalle or­fanelle e dalle anziane, che hanno sentito molto la sua mancanza.

 

 

 

L'altro è già arrivato

Suor Chiara riprende il proprio posto nella picco­la Comunità di Camlago, dove - senza la presenza di don Carlo - tutto le appare freddo e triste. Ma fa di tutto per essere lieta. Più volte le Canossiane di Gravedona le scrive­ranno di averla con loro, ma lei sa ormai che è volere della Provvidenza che resti nell'Ospizio: accanto a suor Angela; particolarmente ora ch'è rimasta sola col peso dell'Opera. Guidata, sia pure per pochi anni, da un padre spi­rituale come don Coppini, il quale è riuscito a impri­mere nella sua anima come un sigillo e a trasfonderle una grande sete di perfezione e di carità, nell'ansia di un apostolato a tempo pieno la candida suora vorreb­be salvare tutte le anime, se potesse! Quando rientra a Pianello, ci trova una novità: il nuovo parroco! E ar­rivato nel novembre 1881, solo un mese dopo che lei era partita per Gravedona. Si chiama don Luigi Guanella. È un prete sulla quarantina, e prima di lui sono arrivate molte notizie sul suo conto, e anche alcune dicerie. Nei dintorni era già conosciuto per fama. Ma chi è, chi è? E com’è in realtà, questo don Guanella? Di proprio sicuro, i Pianellesi sanno che è un montanaro. E sceso dai monti, vien fuori dai boschi della Valtellina; ed è diverso da don Coppini come il bianco è diverso dal nero. Certo, non è facile cancella­re il ricordo di un santo prete che è stato per vent'an­ni parroco di una parrocchia che per merito suo è del tutto rifiorita. Don Luigi Guanella è nato nel dicembre 1842 a Fraciscio, un nucleo alpino lungo la ripida valle del Rabbiosa, che non si può neppur chiamare paese: è una frazioncina di Campodolcino, piccolo comune al confine tra le provincie di Como e di Sondrio, sotto il valico dello Spluga; alle spalle dei monti severi, da tre lati c'è la Svizzera e solo il fondo valle si apre verso l'azzurrità del lago di Como. Lo stesso giorno della nascita, il neonato, portato a braccio da suo padre, dopo una non breve marcia sulla neve arriva a Campodolcino per essere battezza­to. L'incontro con la rude bellezza della montagna fra le braccia di un padre austero e solido come le rocce e l'incontro con la grazia divina fra le braccia del padri­no che lo tiene a battesimo sono il primo impatto con la vita; e sono come il timbro di una genuina persona­lità, che sarà appunto forte e sincera. La fortuna di questo bambino è quella di essere nato in una famiglia come ce ne sono poche a Fraci­scio. Pa' Lorenzo è un uomo sui quarant'anni, tutto d'un pezzo e onesto fino al rigore. Oltre a badare al proprio gregge e alla propria terra, è noto nei dintorni come abilissimo distillatore di acquavite. Ma questo schietto e saggio montanaro è guarda­to con rispetto e ha la fiducia della gente - ogni sua frase è un oracolo in famiglia e fuori - anche perché da anni è stato designato rappresentante della Valle sotto il governo austriaco, ed è in atto l'accorto sinda­co di Campodolcino. Mamma Maria è una donna analfabeta (come un po' tutte nella zona) ma è assai preziosa. E c'è in casa Guanella la formidabile figura del nonno, chiamato Pa' Tommaso: forse l'unico davanti al quale si mitiga persino la rigidità del figlio Lorenzo, cresciuto alla sua scuola sul filo di una rettitudine cristallina, secondo una frase che lo caratterizza e che in casa ha il valore di un precetto sacro: «Bisogna aver coscienza in tutto e salvar l'anima». Frase alla quale restano fedeli il figlio e la nuora, e anche i nipotini; in particolar modo il nono di essi, Luigi, che spicca fra gli altri dodici fratelli per la viva­cità e le birichinate: ama arrampicarsi su per le rocce, attraversare a guado i torrenti, saltare sui cavalli delle carrozze postali, rischiare innocentemente la vita in simili prodezze. Ma il piccolo Luigi spicca anche e soprattutto per laboriosità e spirito d'iniziativa, nonché per un'incli­ nazione davvero eccezionale verso tutti i sofferenti. Il gioco che gli piace fare con la sorella Caterina è impastare terra e acqua per farne porzioncine e panet­ti: - Caterina, quando saremo grandi, lo faremo dav­vero per i poveri! Non è solo un gioco, dunque. No, non è un gioco! È questa l'inclinazione pecu­liare di Luigino Guanella. E capisce che sarà la sua missione quando, il gior­no della sua Prima Comunione, conducendo il gregge sul Gualdera, mentre sta pregando, una voce dolce lo chiama: «Luigi! Luigi!». La Madonna! E l'eco di quella voce e di quelle parole gli resta nell'anima, per sempre. Su, a 1350 metri, dove lo sguardo di Dio sembra posarsi più immediato e compiaciuto sulla rude bellez­za montana e su chi la abita, nella casona alpina rive­stita di solido legno, tra pascoli e boschi, nell'odore di erba e di fieno, fra tanta pulizia materiale e morale, si sgranano i verdi anni del ragazzo sognatore che - volto lo sguardo all'avvenire - fremendo d'impazien­za, cresce in età e grazia, seguendo il mutare delle sta­gioni scandite dai tempi liturgici che si adeguano ai colori della natura: e matura un grande ideale. Ideale che «lega» magnificamente con l'inclina­zione di donarsi al prossimo e con la voce mariana che il giorno della Prima Comunione gli chiedeva «qualco­sa» di grande per il futuro; l'ideale è: diventare pre­te! Il sogno si fa realtà. Il pastorello valtellinese rie­sce a studiare a Como: nel Collegio Gallio e gratis, proprio come - prima di lui - il ragazzo povero del Lago: Carlo Coppini. L'adolescente Luigi soffre per il distacco dai suoi monti; gli manca troppo la sua famiglia; ma ne cono­sce una più grande: quella dei Padri Somaschi, i quali, valutatolo, lo vorrebbero sempre con loro. A Luigi non dispiacerebbe; ma sente che la sua vocazione è sempre quella: aiutare coloro che soffrono.

 

Andare per le strade

Non una pacifica parrocchia, dunque, bensì un itinerario da percorrere per amore (un amore che va per primo incontro al fratello). Un andare senza posa per le strade dei poveri e dei sofferenti, per toglierli dall'abbandono, dall'ignoranza, dal male, dalla mise­ria: da ogni sofferenza umana. Ordinato sacerdote nel 1866, pretino tutto entu­siasmo e zelo, don Luigi esercita la missione a Prosto, poi a Savogno, riuscendo a rinnovare del tutto, spiri­tualmente e anche materialmente, parrocchia e par­rocchiani. Bellissimo periodo, quello di Savogno! Ma don Luigi non è un prete di mezze misure, tende anzi a conquistare ampi spazi per arrivare a molte più anime e porre rimedio anche ai mali mate­riali dei fratelli bisognosi. Educazione, insegnamento (prende persino la pa­tente di maestro), assistenza di handicappati, pubbli­cazione di libri coraggiosi, scoperta di buone vocazioni religiose, apertura - a proprie spese - di un pre-se­minario per ragazzi poveri, fondazione di una specie di Mutuo Soccorso per i lavoratori, costruzione di chiesa, cimitero, lavatoio pubblico; e altre iniziative ancora. E predicazione a tutto spiano! Ma comincia la persecuzione dei nemici della religione per la fran­chezza di questo prete nello smascherare gli errori contro la fede e nel difendere i diritti della Chiesa e del Papa, nonché per l'intuito e l'ardimento nel porta­re avanti la promozione umana secondo uno stile e un metodo del tutto personali. Il momento forte per questo dinamicissimo mon­tanaro è stato l'incontro con don Bosco. Perseguitato dagli avversari, autorizzato dai superiori, don Guanel­la si ritira a Torino e rimane per tre anni presso il grande apostolo della gioventù per studiarne il meto­do. Lui, ch'era nato nello stesso anno in cui saliva al­la patria celeste il Cottolengo, quasi quel campione della carità volesse affidare a un altro ardito lottatore la fiaccola inestinguibile dell'amore divino, si sente da sempre chiamato a «fondare». Sicché ora segue entu­siasticamente il formidabile don Bosco. Questi vorrebbe per sempre con sé un prete così in gamba: gli affida una scuola con molte centinaia di ragazzi, gli sciorina davanti agli occhi il miraggio di una missione in Santo Domingo. Viceversa, nel 1878, don Guanella è richiamato nella sua diocesi. Ma lui sa che il Signore vuole la rea­lizzazione del suo lontano sogno infantile: lo vuole po­vero tra i poveri. Da quando a Prosto, prima sua sede pastorale, aveva raccolto un poveretto abbandonato, talmente privo d'intelligenza da non parere un essere umano, la sua idea fissa è fondare un'Opera con lo spirito del Cottolengo: quante povere vite lui stesso, don Luigi, ha convogliato verso la «Piccola Provvidenza» torine­se! Ben altra cosa sarebbe, se lui stesso ne potesse fondare una nella sua valle montana! Ma come? E quando?

 

Là comincerai la tua opera!

Un giorno, proprio mentre trasporta a Torino dei bagagli destinati alla «Piccola Provvidenza», sul bat­tello incontra il suo amico don Leone Ostinelli, il qua­le gli presenta don Carlo Coppini, parroco di Pianello. Un incontro di predestinazione. Unico incontro ma determinante. Rapidi momenti che valgono un'e­ternità. Lo sguardo dell'anziano e sofferente don Coppini rimarrà nel ricordo e nell'anima del giovane don Gua­nella. Non si rivedranno più, ma quello sguardo, quel ricordo... Perché quel ricordo gli è sempre presente? Attra­versando altre volte il lago, il prete dei monti sente sempre come una voce misteriosa: «Là comincerai la tua opera!». Al contrario, dopo aver dovuto lasciare don Bosco, la vita di don Guanella diventa sempre più difficile. E così perseguitato, così criticato persino dai confratelli, che le autorità trovano opportuno trasferirlo da una sede all'altra. Sino ad essere definito «il prete erran­ta ». Ramingo di parrocchia in parrocchia sino al « confino» nel villaggio alpestre di Olmo Chiavenna­sco. E il periodo più buio e più penoso per il prete val­tellinese. Si trova nel tunnel. Non sa più cosa lo atten­de e cosa farà. Quando nel luglio 1881 sente parlare della morte di don Coppini, il suo animo ha un moto misterioso di speranza: non ha mai dimenticato quello sguardo... E quando il vescovo di Como davvero gli propone la sede di Pianello, don Guanella esulta: finalmente la luce! Finalmente la stabilità, la possibilità di realizza­re sul serio qualcosa di buono. Perché questo fiotto di luce e di speranza? Lui sa bene che a Pianello qualcosa di concreto c’è già: l'Ospizio fondato da don Coppini e una mini-comunità. Su quella manciata di suore si agganciano il pensiero e il cuore del «prete errante». Ma speranze ed euforia riceveranno un fiero col­po. Il Valtellinese arriva a Pianello la vigilia di san Martino, festa del Patrono; alle undici di notte, sotto silenzio, così alla buona, spingendo da sé un carrettino in cui sta tutto il suo mobilio - una specie dilettino, un tavolo che si gloria del nome scrivania, una sedia, - alcuni libri, pochissima biancheria. Arriva... don Luigi. E crede di trovare sorrisi cor­diali e braccia spalancate? Illusione! Purtroppo, è stato preceduto dalla sua fama di uomo irrequieto ed effervescente, di prete errante, di fondatore fallito, di individuo, in altri termini, che co­minciate tante cose non è riuscito a portarne una a buon fine. Chi non gli è del tutto ostile, si dimostra quanto meno cauto e diffidente. A cominciare da quelli dell'O­spizio. E pensare che don Guanella, sapendo che don Coppini era riuscito a fondare un rudimentale Istitu­to, contava d'innestare proprio su quelle piccole radici qualcosa di meraviglioso! Si era rallegrato fuori tempo e fuori luogo, dun­que, per essere stato autorizzato, in qualità di parro­co, a prendersi cura, sia pure non ufficialmente, del­l'Ospizio di Camlago? Luigi Guanella ha già quarant'anni e l'angoscia paurosa di aver sprecato proprio i suoi giorni migliori e le sue fresche energie in nulla di concreto. Alle spal­le, esperienze pastorali e benefiche troncate sul nasce­re, per ubbidienza e per forza maggiore. E ora qui... Qui lo aspetta ancora una lunga sosta forzata e l'incertezza del domani. Il nuovo parroco affronta sguardi ostili, capta commenti e pettegolezzi, soffre per la diffidenza, ma ricambia con tanta magnanimità e tanta dedizione. Capiranno... E don Luigi va avanti indefesso, compiendo il suo lavoro in parrocchia e visitando l'Ospizio nelle ore sta­bilite, solo per fare il proprio dovere e tenervi le dovu­te conferenze, punto e basta. Però, come gli duole la freddezza e la sfiducia del­le suore! Tanto più che ne intuisce subito le buone qualità personali e l'ottima formazione ottenuta da don Coppini, specie nelle sorelle Bosatta! Ma deve stare al suo posto, da parte. E poiché egli ha la certezza che a Pianello si fer­merà la sua inquietudine (arriverà proprio qui «l'ora della misericordia»), e poiché sente che saranno pro­prio queste umili suore le radici del suo sognato albero grande grande, non è facile per lui segnare così a lun­go il passo. Se almeno le Orsoline capissero... Se alme­no suor Angela... Suor Angela, nonostante i reiterati consigli di piantar tutto e tornarsene a casa tutte quante, non molla. Convinta del suo dovere, fiduciosa nella Provvi­denza e nella promessa del Fondatore («Verrà un al­tro, verrà un altro! »), illuminata e saggia, e quasi ereditaria del carisma di don Coppini, aspetta e con­vince ad aspettare. Sa che l'Opera non morrà. E sicu­ra che l'altro verrà. Ma può essere il nuovo parroco « l'altro »? Suor Angela è troppo prudente per sentirsi sicu­ra. Pregare e aspettare... Fortezza nell'umiltà, è la prima dote di suor An­gela Bosatta. Virtù soprannaturale, virtù che tempra l'anima nell'intraprendere e perseverare per la con­quista d'un bene, che esige anche coraggio nelle cose difficili; ma senza temerarietà né presunzione, fidando in Dio e nelle sue promesse.

 

Quella suorina sarà la base!

Per la stessa ragione e con le stesse disposizioni, don Luigi, forte e paziente, attende e spera. Il Signore lo ha condotto a Pianello facendogli comprendere che ve lo ha condotto perché si prenda cura di questo debole e fragile germe che è l'Opera di don Coppini, e ne curi lo sviluppo in robusta pianta. Il misero Ospizio di Camlago costituirà una sicu­ra base sulla quale uno che, come lui, si sente chiama­to a grandi realizzazioni vi edifichi il suo programma. Queste Orsoline così sole e disorientate dopo la morte di don Carlo, e agitate sempre più da consigli opposti, saranno le sue prime Figlie. Ma le suore sembrano proprio prevenute verso il nuovo arrivato: perché si raccontano di lui troppe cose strane. E c'è chi lo mostra come un uomo imprudente e un prete di zelo intempestivo. A chi credere? Insieme, prudentemente, le Orsoline attendono di conoscere bene il nuovo parroco, prima di pronunciar­si. Potrebbe essere don Luigi Guanella colui che, se­condo il loro compianto don Carlo, farà più di lui e meglio di lui? Suor Angela esita prima di rispondere: neanche lei ha le idee chiare. Tuttavia, il suo animo comincia ad aprirsi, spera di potersi fidare. Se non dovesse ascoltare troppe voci... A lei, che lo studia attentamente tra speranza e timore, don Guanella appare un prete di tempra ecce­zionale, d'ingegno vivace, di idee larghe, di grande cuore; ardente e di finissimo sentire. Sotto modeste apparenze, in lui suor Angela scopre preziose e rare qualità. In altri termini, don Guanella è uno che lavo­ra sodo, vive tuffato nella preghiera, nel dovere pasto­rale e nei suoi scritti. In questo periodo, che avrebbe potuto essere una pausa pericolosa e sterile, don Luigi scrive infatti con fervore quasi febbrile: molte delle operette morali per il popolo da lui preparate sono proprio frutto di questi anni sofferti e mortificati. Marcellina Bosatta, donna acuta e pensosa, sem­bra valutare anche la sofferenza che pervade l'anima del nuovo parroco in questo clima di tensione, di fred­dezza, di aspettazione e di rassegnazione che lo attor­nia; e in cuor suo attende un' occasione che possa esse­re per lei illuminante. Una sera, le capita di assistere a una cena del parroco, e ne rimane impressionata. Rientrando in Ospizio racconta alle consorelle: - Sapete, egli aveva accanto una ciotola piena d'insalata, e a foglia a foglia tutta se la mangiò, senza infondere né olio né aceto... - E fu tutto come cena? Dunque, pur se all'ap­parenza è assai diverso da don Coppini, è proprio co­me lui?! - realizzano a volo le suore. Com’è vero che anche un episodio da nulla, talo­ra, può essere significativo e determinante. A dire la verità, i malintesi che si erano diffusi fra il nuovo parroco e l'Ospizio a Marcellina Bosatta non avevano mai fatto molto effetto: notava come don Guanella assolveva il suo dovere, come non s’ingerisse se non richiesto, come fosse caritatevole, misericordio­so, umile. Ancora un periodo di prova e di attesa. Ora a pre­gare c'è anche suor Chiara. Arrivato a Pianello, don Guanella era sotto tono. Si consolava guardando con speranza a Camlago, pic­colo «embrione» di un'opera com'era vagheggiata dal suo pensiero e dal suo cuore; seguiva attentamente quella ventina di persone «di varia età e di varia con­dizione» che vivevano serenamente ma poveramente, attendendo ognuno al proprio lavoro. In questo fondale di aspettative balza la figura di suor Chiara: anima dell'Ospizio. Secondo don Guanel­la, «aveva come un prospetto tutto presente a sé: era l'occhio della casa che vedeva tutto ed era presente a tutto. Monachella sì debole, eppur sì industriosa. Che spettacolo dolce! ». Dal canto suo, don Guanella scriverà in seguito: «Quando la nube dell'equivoco si squarciò, io mi ap­plicai adagio con qualche ardore. Per cinque anni aiu­tava regolarmente l'Ospizio tenendo una conferenza alle Maestre, altra alla sera del dì festivo alle orfanel­le... e intanto si pregava e si attendeva. Suor Chiara ascoltava con brama viva, avrebbe voluto correre e cooperò non poco perché le sorelle si risolvessero ad atti generosi di confidenza in Dio, di abnegazione di sé. Si pregava spesso e di cuore e questo conferì non poco al progresso di quel pio ricovero». Tra tutte, infatti... sembra farsi largo, proprio in forza del suo silenzio e in virtù della sua umiltà, la presenza di suor Chiara. Suor Chiara - come diceva don Attilio Beria, sa­cerdote guanelliano di primo piano, recentemente scomparso - è una primizia, lo specchio nel quale don Guanella vede come riflesso il suo insegnamento spirituale e il modello della santità religiosa che desi­dera infondere alle sue suore. Non v'è dubbio che in questa tenera suora don Luigi Guanella sente di aver trovato la sua prima grande alleata. Come don Coppini aveva fissato le sue speranze sulle capacità di Marcellina (e non si era sbagliato), ora don Guanella pone l'occhio sapiente sulla dolce e timida suor Chiara; intuisce subito che saranno le sue straordinarie doti il basamento della futura opera. Ed ha l'assoluta certezza che ciò avverrà. Perché il nuovo parroco di Pianello è ormai deci­so ad assumere l'eredità e l'esperienza di don Coppini. Uso a cogliere le situazioni con un rapido colpo d'oc­chio, lui sa che la sua famiglia religiosa nascerà sul modello della famiglia di Nazareth. Nel 1885, non appena viene autorizzato dalle suo­re di prendere in pieno la direzione dell'Ospizio, pensa subito a perfezionare lo spirito dell'Opera, a darle un'organizzazione più consona alle leggi ecclesiasti­che, a stendere una regola più appropriata, a trasferi­re l'Ospizio in una sede più ampia e più adatta, in un'altra proprietà dei Bosatta. Tutto si avvererà. Ma puntando su entrambe le sorelle Bosatta: suor Angela, che don Luigi paragona ad «acqua placida che piove sulla terra dal cuore di Dio», è per lui ragione di grande garanzia principal­mente per il governo dell'Istituto e dell'Ospizio. Tanto diverse sono, queste due sorelle, che sem­brano messe insieme apposta per dare l'una risalto all'altra. Ecco, il fondatore nato ha già deciso: l'una può essere sua confondatrice nella pratica, l'altra nello spi­rito. Due temperamenti; due ruoli. Suor Angela, che dell'Istituto rappresenta la mente e le braccia, sarà la colonna della nuova fonda­zione; suor Chiara, che della Congregazione è il cuore, sarà la base. Già nel lungo periodo di attesa, don Guanella considerava suor Chiara come la calamita che attrae sull'Opera le grazie del cielo. E infatti suor Chiara a pregare perché il buon Dio faccia capire se è don Gua­nella «l'altro», che doveva arrivare. E lei che ora in­tensifica preghiere e offre sofferenze perché il Signore benedica e faccia risorgere e poi espandersi l'Istituto; perché illumini e regga colui che si è messo alla loro guida. Don Guanella nota tutto: suor Chiara raccoglie attorno a sé sorelle e beneficati, è l'angelo della Casa, tutti in lei trovano conforto, ricevono esempio e forza per andare avanti. In prima fila lui, che di preghiere e incoraggiamenti ha maggior bisogno. Don Guanella vede le due sorelle animarsi a vi­cenda a forti propositi, incontrarsi nelle vedute, scam­biarsi l'anima. Suor Chiara non ha dimenticato le Canossiane (non le dimenticherà mai), ma la volontà divina l'ha voluta qui, e lei si dispone ad amare il suo dovere con tutte le relative gioie e pene. Maturata dalla delusione per il fallimento del suo secondo sogno, senza che ne sia stata lei responsabile, suor Chiara ha imparato il distacco dalle persone, dai sentimenti e dalle cose. Sopportando contrattempi, contraddizioni e an­che persecuzioni, questa delicata giovane, dopo un'in­fanzia serena in famiglia, è ora esattissima nell'osser­vanza delle Regole, persino nelle inezie; «sebbene sia di temperamento sanguigno e malinconico a un tempo per le sue pene interiori, dissimulando si applica con allegrezza ai suoi uffici». Ed è, continua a dire don Guanella: «Un'ape industriosa, che silenziosamente opera da ogni parte, senza per nulla disturbare». Anche se le costa fare certe cose, suor Chiara non mostra di soffrirne; però non mentisce, solo obbedisce. E don Guanella più tardi non potè scrivere di lei mi­gliore elogio quando afferma: «Suor Chiara, senza essere superiora, era nella Casa la vita di tutte, la ruota dell'edificio che muoveva tante altre senza voler apparire. Guardava alla supe­riora: scorgeva ciò che poteva piacerle e poi era tutta a tutte».

 

Figlia dell'obbedienza

La grazia trionfa: suor Chiara obbedisce in ma­niera eroica al nuovo Padre e alla superiora e ne è ogni giorno premiata. Cominciano le grazie speciali. Già ha posto il piede sui primi gradini della scala che conduce alla santità. La prima virtù da praticare è l'obbedienza; la se­conda la pazienza; la terza l'umiltà; la castità l'è sem­pre stata congeniale, quasi insita. In cima, l'Amore e il Sacrificio. A corona di tutto la inesauribile Carità. Già preparata dalla direzione di un santo sacerdo­te, affidandosi adesso a un altro potenziale santo, suor Chiara avanzerà a passi rapidi, da gigante... Vedremo che ci sarà nella sua vita un mistero di stretta relazione tra l'esercizio eroico dell'obbedienza e le grazie che il Signore le fa in cambio. Don Luigi, che, in qualità di direttore spirituale, seguirà passo passo i momenti di crescita nei gradi sempre più alti di annullamento di sé, di abnegazione e di sacrificio, già la considera «figlia dell'obbedienza». Lui è talmente convinto che sarà suor Chiara, la più fragile, a reggere la sua Opera che, dolcemente, la costringe quasi a restare a Camlago e ad abbandonare per sempre il sogno di tornare un giorno o l'altro tra le Canossiane. E lei «obbedisce». Forse don Luigi già valuta i frutti di questa obbe­dienza, perché sa quanto valore ha una rinuncia fatta per amore: lui aveva altre idee nella mente e altre aspirazioni dentro di sé, ma aveva sempre obbedito ai superiori. Ora è venuto a Pianello per obbedire al ve­scovo, e proprio qui è maturato il frutto del suo lungo sognare. L'uomo si agita, ma è Dio che lo conduce. Suor Chiara è per la Comunità una grazia celeste; il suo campo prediletto è sempre quello delle ragazze: studio, catechismo, giochi, recite, canti; ma in primo luogo preghiera e lavoro: cucito e ricamo in particola­re, nei quali lei è abile assai. Suor Chiara dev'essere davvero laboriosa e in­stancabile, se don Guanella potè, in seguito, scrivere di lei: «Poca di forza, ma snella; tutta spirito e agilità, saltellava, come un augello, di ramo in ramo, alla cuci­na, all'orto, al ricamare, allo stirare, a far le ostie, al prestino, al rifare i letti, a rappezzare abiti. Altresì sa­grestana nella piccola Casa e maestra nella scuola». Ma ciò che impressiona è la sua virtù. Suor Chia­ra è tanto in crescita spirituale che don Guanella, «non sapendo più come meglio dirigerla e assisterla», si applica più volte a compilare e pubblicare, come estratti o prontuari di perfezione, varie operette, tra esse qualcuna ricavata dalla vita di S. Teresa. È tanto stimata, suor Chiara, che un suo sguardo, un cenno del capo, un sorriso bastano talora ad accen­dere nei cuori la fede, la commozione, veri sentimenti di gioia. Anche le giovani del paese si sentono attratte, fanno a gara per incontrarsi con suor Chiara Bosatta; contentissime quando tocca a lei di assisterle in par­rocchia. «Quando ci faremo grandi - dicono - ci faremo suore anche noi, come lei». Infatti proprio dal suo silenzioso richiamo una dozzina di esse si avvieranno alla vita religiosa. La gioia di suor Chiara è illuminare le giovani menti con la dottrina cristiana e innamorarle della Vergine Ma­ria. «La Madonna ci è più delle nostre mamme», spesso dice alle ragazze e alle suore. Già dentro e fuori Istituto è giudicata «una san­ta». É detta «Agnello di virtù», «Sorella di san Lui­gi ». Ella ha, infatti, orrore anche dei peccati veniali. Tiene occupata la mente solo in buoni pensieri, assor­ta in Dio e nei suoi doveri religiosi. Si guarda bene dal coltivare affetti sensibili. La purezza di suor Chiara, così innata, trae nutrimento dalla prudenza e dalla temperanza. La prudenza: prima virtù cardinale, è la più im­portante delle virtù morali perché, come ebbe a dire san Bernardo, è «moderatrice e guida delle altre». Suor Chiara si affida in maniera assoluta ai diret­tori spirituali e alla Superiora, riconoscendo in essa non tanto la sorella che ama, quanto la superiora che ossequia. Per rispetto le dà del «lei», come fanno le altre suore. Vigila assiduamente per evitare i pericoli che si possono incontrare nella vita in comunità e sa guar­darsi dai tipi invadenti e poco fidati. Non dimostra le sue antipatie e le sue simpatie. Fa di tutto per non at­taccarsi sensibilmente alle persone. Attenta anche alla modestia degli sguardi, specie per le strade. La castità di suor Chiara nasce anche dalla tem­peranza: virtù morale che modera nell'uomo il deside­rio disordinato del godimento sensibile e ha il compito di frenare la innata concupiscenza, così da permettere, a chi sa costantemente vigilare, l'uso dei sensi in per­fetta armonia con le esigenze dello spirito. La mortifi­cazione del cuore, della fantasia, dei sensi porta a ri­stabilire l'ordine sconvolto dal peccato originale. Malgrado ciò, la tentazione non risparmia nem­meno la creatura più santa. Anche suor Chiara, ogni tanto, deve patire di suggestioni non volute, di insi­stenti richiami. «O Padre - scrive una volta al diret­tore spirituale - e quelle brutte figure che di tanto in tanto mi si presentano davanti?». Ciò le accade quando è avvolta nella notte dello spirito e il maligno cerca di sconvolgerla con tali im­maginazioni, onde scoraggiarla e bloccarla a mezzo del cammino.

 

Sincerità e giustizia

È superfluo dire che, proprio perché lanciata sulla via della perfezione, il diavolo sta da presso a questa suorina. E la insidia nei più vari modi. Servendosi per­sino di gente malevola e di calunniatori. Circospezio­ne, sincerità e schiettezza allora non sono mai troppe. Come don Guanella, così suor Marcellina intuisce che sua sorella sarà il basamento su cui il Signore in­tende far sorgere ed elevare il loro istituto. Ma è con­vinta anche di quanto don Luigi dice continuamente: « Per fare il bene, bisogna salire il Calvario». Difatti, non c'è altra via. Alle suore, e a suor Chiara in particolare, prove e mortificazioni ne toccheranno un bel numero. Non resta che farsi un anima trasparente - di cristallo - e insieme resistente - di granito. Di questa tempra so­no (e sempre più lo diventeranno) suor Angela e suor Chiara, chiamate ad edificare e cementare le poche consorelle. Terse, duttili, e tuttavia compatte e tenaci, nonostante l'umana fragilità che è inevitabilmente in tutti, le giovani Orsoline sono tali da uscire più limpi­de che mai anche da circostanze spiacevoli: perché le suore dell'Ospizio - che lavorano, pregano, sgobbano, patiscono - sono «guardate». Le «guarda» chi in­tende dirne bene, e forse più chi si ostina a dirne male. Si mormora... Il parroco sale ai monti in pellegri­naggio, e loro dietro. Le ragazze dell'Ospizio si fanno lavorare come negre, si pretende che facciano peniten­ze. Insomma, dicerie e persino denuncie presso le au­torità. Dal ritratto psicologico che don Guanella farà di suor Chiara, dopo morte, possiamo cogliere in lei una squisita sensibilità e una timidezza piuttosto accen­tuata, ma anche la forza della volontà e una certa im­petuosità nelle reazioni primarie. Sotto questo aspet­to, ritroviamo in suor Chiara un pizzico del carattere paterno; che ben si accordava con quello calmo della mamma. L'impetuosità di suor Chiara sfocia da due virtù cardinali di somma importanza: la fortezza e la giusti­zia, le quali inclinano l'uomo a dare a ciascuno quanto è dovuto. A Dio, a se stessi, al prossimo. Questa capacità d'indignarsi e di reagire salta fuori, nella vita di suor Chiara, in maniera evidente, soprattutto in un'incresciosa circostanza che le dà un grosso dispiacere e le procura una grande umiliazione. Suor Chiara ha anche l'incombenza di vigilare nell'incannatoio un gruppetto di orfane formato dalle più grandicelle perché apprendano il mestiere. Un giorno giunge all'Ospizio una citazione: una grave ac­cusa presso la pretura di Dongo contro suor Chiara per difendersi da un «reato» che né lei né i superiori hanno mai commesso né immaginato di poter compiere. Lei, la mite suor Chiara, incolpata di percuotere le orfanelle, di sfruttarle nell'incannatoio, addirittura di infliggere punizioni tali da lasciare il segno. Persino di aprire, per «bigottismo», piaghe nelle loro mani. Essendo assenti don Guanella e suor Marcellina, tocca a suor Chiara presentarsi per difendere la Co­munità da questa voce estremamente calunniosa. Per l'occasione, la timida suora diventa energica, coraggio­sa e sicura; e con serenità e veemenza, riesce a sman­tellare l'indegna denuncia. Qualche ragazzina si era fatta di proposito delle scottature nelle mani, durante la lavorazione dei bachi da seta, solo perché aveva sentito don Guanella parlare delle stimmate di san Francesco. Cose di ragazzine... Ma punizioni corporali, soprusi eccetera c'entra­vano come i cavoli a merenda. Fattasi animosa, suor Chiara, senza smorzare il suo mite sorriso, comincia a spiegare che le piaghe alle fanciulle, semmai, le Orsoli­ne le rimarginano, ché ne hanno «tutto di le meschi­nelle, ne hanno delle desolate non di rado». Il giudice, pur essendo ebreo e dovendo quindi « proferire e riferir in senso di religione cattolica», ri­mane non poco sorpreso: suor Chiara sa difendere la causa della sua Comunità con tale schietta fermezza che egli si rende conto della verità, così da poter di­chiarare il «non luogo a procedere», finendo col fare le doverose scuse. Suor Chiara viene a sapere anche chi è stato il ca­lunniatore, ma non ne fa il nome; eludendo le richie­ste delle consorelle, le invita semplicemente a pregare per lui. Ogni volta che in Istituto si fa cenno allo sgrade­vole episodio, pur essendo di carattere emotivo lei non si lascia sfuggire una sillaba di recriminazione, si limi­ta a pregare e a consigliar di pregare e compatire. An-che questa prova ha accettato come volontà di Dio; e poiché si è risolta come uno di quei nuvoloni primave­rili «che minacciano uragani spaventosi e lasciano ca­dere spruzzi d'acqua che ristorano la terra dalla sua siccità», ella ringrazia il Signore, raddoppia preghiere e compatimento per coloro che non sanno quel che fanno né riescono a misurare il male che compiono. Nonostante la sua fragilità e la sua delicatezza, pur di compiere il suo dovere non di rado suor Chiara fa, se occore, violenza a se stessa. Si occupa persino del pronto soccorso in infermeria e dell'igiene. Teste di orfanelle da liberare dai parassiti o medicare ferite a causa della tigna, per esempio. E lei, per carattere schizzinosa, lo fa e lo fa bene. Vi sono anche casi di congiuntivite, e suor Chiara cura le ragazze af­flitte secondo le indicazioni mediche, ma ne resta lei stessa contagiata tanto da doversi sottoporre più volte a dolorosissimi interventi alle palpebre presso speciali­sti di Menaggio e di Como, a causa di questo fastidioso male. Suor Chiara si presta come una mamma premu­rosa ad educare ed assistere le orfanelle senza alcuna mira umana, unicamente per fare il loro bene e per servire Dio. Lo dice anche il suo direttore di spirito che lei è «timida di carattere, ma ardita nelle cose dell'anima» ed è così forte da osare di scegliere «ciò che è nulla davanti agli uomini», perché sa che di queste cose non avrà mai rimpianto: per lei ha sempre contato solo Dio. Senza suscitare alcun rumore attorno a sé, suor Chiara studia le situazioni, ascolta e vaglia i desideri, li previene, se può, procurando sollievo al corpo e all'anima. Quando deve correggere qualche orfanella, la prende da parte, adoperando buone maniere; all'occor­renza sa essere anche energica, lo abbiamo visto; sen­za però recare offesa ad alcuno, pur quando deve fare correzioni: al punto che più le ragazze ricevono rim­proveri, più le si affezionano. Suor Chiara mette pace dappertutto. Sa perdona­re le offese, giustificando le intenzioni e ricambiando con la preghiera. Suole dire: «E noi siamo forse senza peccati?». E non si limita alla cura delle orfanelle: scende da Camlago per visitare poveri e malati con la ferma convinzione che «è un dovere di cristiana, di religiosa, di Figlia di Maria esercitare quanto bene po­tesse compiere e quante virtù potesse esercitare». Suor Chiara ha massimo rispetto per i ricoverati; e più sono di carattere difficile, più si dimostra solleci­ta. Vuole che anche gli altri usino loro tutti i riguardi possibili perché «i poveri sono i nostri padroni, nei poveri abbiamo la persona di Gesù Cristo». Pur ripugnandole assistere uomini, si prodiga nel soccorrere in modo speciale.proprio un infermo settua­genario, che tra l'altro è un ossicino duro. Nel 1884 si offre persino di andare a Napoli per l'assistenza ai colerosi; ma don Guanella non ne vede l'opportunità: a Napoli accorrono molte suore e infer­miere, in Ospizio non ci sono che poche braccia e po­chi cuori.

 

Ricca nella povertà

«Il primo passo alla vita della perfezione è il di­stacco dalle cose terrene - cito letteralmente il Beato Guanella - distacco necessario per amare Iddio di ve­ro cuore, per vivere in pace con se stesso e in carità col prossimo». Distacco dalle cose materiali, dai beni esterni ha sempre dimostrato, fin da bambina, Dina Bosatta. Non si è quasi mai curata della stima degli uomini, né lei stima gli uomini se non come creature del Signore e compagni di viaggio, mezzi l'un l'altro di santifica­zione (o, per contro, di perdizione). Ora, suor Chiara dimostra distacco anche dal pae­se natio, dalla famiglia, dalle sue cose personali: cede capi di biancheria, frutta e dolci che le vengono donati alle orfanelle e alle anziane dell'Ospizio e anche del paese. Suor Chiara, nata in una famiglia moderatamen­te agiata, si adatta a vivere in assoluta povertà nella piccola Comunità di Camlago, e prova come tutte le altre consorelle le quattro famose effe: fame, freddo, fumo, fastidi. Povertà vissuta in perfetta letizia. Suor Marcellina costata che sua sorella, quando le manca qualcosa di cui ha bisogno, anziché lamen­tarsene è contenta. E ricorda che quando si trattò di dividere la paterna eredità, la Dina non manifestò nessun interessamento per avere una cosa piuttosto che l'altra, come avevano fatto gli altri fratelli e sorel­le, e accettò senza dir nulla quello che, dietro proposta di Marcellina e dei fratelli, si decise di assegnarle. Ora, suor Dina vive tutta serena nella sua camera piccola, spoglia di tutto (un letto, una sedia, l'inginoc­chiatoio e il Crocifisso) e si serve del puro necessario: non usa nemmeno il materasso, ma un pagliericcio du­ro come un tavolaccio. Vesti ben pulite e rammendate finché conviene; sempre quelle e sempre in ordine; questo sì. Suor Chiara «vuole l'ordine e la pulizia nelle persone, nelle cose, nella casa, nella cucina, ovunque; e ne dà in sé l'esempio». Sono parole di don Luigi Guanella, il qua­le aggiunge che suor Chiara è «povera, ma tersa come l'acqua cristallina del monte: nulla fuori posto nella sua persona». Suor Chiara tiene conto di tutto, anche del tem­po; non ne sciupa neanche un minuto; tanto più che ha l'intuizione di dover compiere più che un lungo cammino un volo breve dalla terra al cielo. Nel 1884 lei si propone distacco assoluto da se stessa: anche dalla propria volontà, dal propri affetti, persino dalle cose sacre, dagli oggetti personali di de­vozione, e dalle consolazioni spirituali: è attaccata al Signore e nient'altro. Di don Guanella, ammira soprattutto la immensa carità; e si mette sulla sua scia. Gli anziani, i paralitici sono quelli che hanno la gioia di ricevere più frequen­temente le visite di suor Chiara. Anche riguardo a una certa consorella piuttosto bisbetica, ella si prodiga per offrire più cure e più benevolenza che alle altre. «Amerò tutti - dice - e farò tutto il bene che potrò. Se c'è da usare una preferenza d'amore è per le persone afflitte, povere, inferme. Sono membra soffe­renti, sono fratelli, sono creature di Dio, sono Cristo. Quanto preme perché sia loro data assistenza!». Inizialmente, lo sappiamo, suor Chiara si sentiva chiamata a una vita più di contemplazione che di azio­ne; ma quando conobbe la volontà di Dio, si diede alla carità eroica: convinta che' nei più piccoli, bisognosi, abbandonati si nasconde e si rivela Cristo. Un giorno capita all'ospizio una suora in compa­gnia di una moretta. Letti a disposizione non ce ne so­no: suor Chiara cede il proprio alla suora ospite, poi, logicamente, invita a fare altrettanto per la bimba mo­ra. Ma trova terreno duro: l'orfanella non è disposta a quest'atto di generosità. « Ma tu non saresti contenta - le dice suor Chia­ra, - se fosse venuta a stare nel tuo letto la Madon­na? ». « Oh, sì, la Madonna sì! - esclama la ragazzina tutta eccitata. - Ma quella lì no! ». « Ebbene, fa' conto che quella povera moretta sia la Madonna, perché nei poveri dobbiamo vedere la Madonna e Gesù». Fra stenti, fatiche, sacrifici morali e materiali d'o­gni genere e d'ogni misura, le due Bosatta, le due Minatta e altre poche volenterose, memori dell'insegna­mento del loro Fondatore, e ora sotto la guida paterna e amorevole di chi gli è succeduto, avanzano nella virtù e si dispongono a un lavoro ancora più duro per un giro d'azione chè si augurano sempre più vasto: esortate da don Luigi, le brave giovani sperano molto. La certezza di queste donne, valide ma modeste, è radicata nella preghiera e in particolare nell'Eucare­stia. Del Pane di vita non possono fare a meno neppu­re per un giorno: loro massima felicità è vivere ai pie­di dell'altare. Poiché nella Cappella dell'Ospizio non è custodito Santissimo e anche per la messa le Orsoline devono recarsi in parrocchia, con candida complicità e con L'ita furberia le due sorelle escogitano il sistema di ottenere le chiavi della chiesa per poter trascorrere le notti in adorazione. Sacrestano è un certo Andrea Morelli, avanzato in età, asciutto di modi e di poche parole. Chiesto il permesso alla Superiora, suor Chiara combina il suo «piano strategico» e poi, dolce dolce: - Non mi fareste un favore, Andrea? Voi sapete bene che in chiesa ci son sempre parecchie cose da fa­re; siccome di giorno il lavoro ce lo impedisce... Ci fa­vorireste la chiave, onde poter restare qui un po' dopo l'Ave Maria? Non dubitate, ché domattina noi saremo qui tra le prime e riavrete le vostre chiavi. - Perché no? Tanto meglio per voi e per me. So­rella, eccovi le vostre chiavi! Le Bosatta si dànno una guardatina eloquente: ancora una volta l'hanno spuntata. Che meraviglia, ogni tanto, una notte intera davanti al Santissimo! Davanti a Gesù Eucarestia, suor Marcellina e suor Chiara si offrono anch'esse come ostie. Le ore vo­lano. Due anime splendono nel buio: fino all'alba. Al­lora escono, chiudono la porta della chiesa e, insieme, si recano in riviera a contemplare il sole nascente, le onde del lago, ringraziando il Signore anche per le bel­lezze della natura. Don Luigi le studia con attenzione paterna, le ammira queste due sorelle. Ne apprezza le doti, e in ognuna delle due il suo occhio, uso a scandagliare il mondo spirituale di quanti il Signore gli mette vicino, percepisce qualcosa davvero di speciale. Marcellina con la sua fortezza adamantina; Chia­ra, forte della sua debolezza femminile e con la sua purezza cristallina, impressionano don Luigi, prete piuttosto rigoroso, uomo piuttosto rude all'esterno, ma tenero dentro. È merito proprio delle sorelle Bosatta se il matu­ro montanaro comincia ad ammorbidirsi, a sgrovigliar­si da ossidati pregiudizi, ad acquistare quella com­prensione e quella pazienza indispensabili a chi deve essere un vero padre. Ora, don Luigi ha modo di poter studiare sul vivo la psicologia delle donne, di apprezzare ancor più la vòcazione femminile: osserva, impara, fa esperienza, acquista tenerezza e fiducia. La femminilità di suor Chiara, in specie, lo pone in un atteggiamento nuovo, e indubbiamente più vali­do, di fronte alla figura della donna, ed è stimolo sem­pre più forte per lo sviluppo dell'Opera. Esuberano stupendamente le speranze. - Qui voi siete come pianta che, fissa sopra poco terreno, non trova alimento per crescere - dice alle mie suore. - Ma un giorno...

 

La donna dell'accettazione

Non si ubbidisce senza fiducia e senza umiltà, e non si è umili senza obbedienza. È prova di anima virtuosa, è sacrificio graditissi­mo a Cristo, che per obbedienza al Padre umiliò se stesso e si fece obbediente sino alla morte, e alla mor­te di croce. Nonostante la sua avversione per l'Ospizio, suor Chiara obbedì al suo parroco e direttore spirituale don Coppini, e ha perseverato e persevera obbedendo a don Guanella. Bambina, era tanto fiduciosa nella mamma e in Marcellina, ed era così docile che le madri raccoman­davano alle loro figlie di essere obbedienti e buone co­me la loro compagna Dina Bosatta. Obbedienza perfetta, ora, a tutte le Regole, e in specie ai direttori di spirito; pronta anche al richiamo di quanti lei ritiene abbiano diritto alla sua opera: cambia occupazione senza apparire contrariata e in­terrompe serena qualunque lavoro, se qualcuno la chiama. «Non farò cosa alcuna senza il consenso dei supe­nriori», è la sua regola prima. E negli Esercizi spiritua­li del 1884, sotto la direzione di don Guanella, lei fa «voto» di obbedire al direttore spirituale e propone: «Operare sempre con pura e retta intenzione di piace­re a Dio solo». Poiché conosce le capacità di suor Chiara, sua so­rella la stimola, la vorrebbe più coraggiosa. D'accordo con don Guanella, durante l'anno scolastico 1884-85, pensa di mandarla a Dongo, a 2 chilometri e mezzo da Pianello, per affiancare una maestra titolare. Mae­stra? Ma è il sogno antico della piccola Dina che risor­ge! Chissà la gioia... Al contrario, è il sacrificio più grande che sia mai stato chiesto a suor Chiara. A Dongo funziona una scuola per ragazze povere; funziona grazie a un legato della nobile famiglia Man­zi. Vi insegna una maestra di carattere assai difficile, che, essendo anziana e non efficiente, necessita di un aiuto. I signori Manzi si sono rivolti all'arciprete di Dongo, don Dell'Oro, che a sua volta si rivolge all'Ospizio di Pianello Lario. Qui, si sente il bisogno di espandersi, di progredi­re: ogni possibilità in vista è buona. Non par vero ai Fondatore e alla Superiora poter cogliere una simile occasione. E la scelta cade su suor Chiara. La quale non si sente affatto di accettare, ma non ha l'animo di sfuggire all'imposizione, avendo ormai come program­ma di piacere solo a Dio e a Lui solo servire. Si tratta di andare a Dongo «ogni dì della settimana», a piedi, sola spesso, talora accompagnata da qualche orfanella. «Accettiamo» si dicono i superiori; «poi da cosa na­sce cosa». Si espone il programma a suor Chiara. Non dice sì; non proferisce no. Si fa ardente in viso; mostra quanto la cosa le torni spiacevole, ma non lo dice; esita, tace; infine dice sì mentre vorrebbe dire no. È un'obbedienza talmente costosa, che lei la considererà la più gravosa della sua vita; lo stesso don Guanella scriverà in seguito: «Or che penso duolmi averle dato si cruda obbe­dienza, ma mi consola che morendo diceva: la più du­ra obbedienza fu andare a Dongo, ma dopo quella Id­dio cominciò in me tutti quei favori che sento». Quanto soffrire, infatti, per suor Chiara in que­st’annata! Al mattino, con un po' di viveri si avvia di lena: insegna, assiste, educa; a mezzogiorno o spuntino, e poi daccapo. A sera di nuovo a Pianel­lo. E l'indomani a Dongo... Quanto soffrire! Ma quanto ­bene compiuto da suor Chiara a Dongo, anche con sua semplice presenza! «Il solo vederla camminare raccolta in Dio, il sentire le sue spiegazioni, notare l'ascendente che mano acquista sopra la scolaresca; il fascino della persona sempre ordinata, quasi staccata dalle cose terrene, sono una predica per tutti. Quanti si affaccia­a veder passare la "maestrina" si sentono rasserenar­e, le famiglie le cui bambine frequentano la scuola beneficenza sono grate assai».

 

Farsi lavorare

Suor Chiara si potrebbe definire creatura di ac­cettazione e di sacrificio: lei deve far forza su se stes­sa, vincendo le difficoltà del suo carattere, rinunciando alle sue inclinazioni, che son differenti di quelle altrui, perché forse una cosa ha fatto soprattutto in grado eroico: farsi lavorare. Prima da don Coppini e da Mar­cellina, in seguito da don Guanella. Perché sa che a «maneggiarla e plasmarla» è solo il Signore. Lei è semplice, pavida, docile; forse solo in appa­renza: dentro di lei la sensibilità bolle e le aspirazioni sono grandi; eppure non fa altro che «rompere» la sua volontà per poter riuscire a saldarla con altre vo­lontà più forti della sua e più sicure, perché illuminate dall'Alto. Soffre nel dover rinunciare alle sue inclinazioni e aspirazioni, ma lo fa perché sa che quelle di coloro che la guidano hanno più valore, non foss'altro perché permeate dal carisma: è Dio che vuole queste cose da lei, perché le vuole, prima ancora, da loro! Per ciò Dina prima, e suor Chiara dopo, si è fatta docile alla «guida», e di conseguenza disponibile alla «grazia». La terra è buona e il seme pure. Ma se non entra in opera la mano solerte e sapiente del coltivato­re? «Un terreno qualunque, sia pure d'ottima indole, quando non si adoperi punto intorno all'industria del coltivatore, potrà dare poco altro che triboli e spine. Così è del cuore umano», sosteneva don Guanella. Distacco di sé e amore al prossimo spingono suor Chiara a farsi tutta a tutti, madre premurosa di ogni beneficato. E la prima ad alzarsi e l'ultima a ritirarsi nella sua stanza per riposare. È pronta sempre anche a porre mano ai lavori più umili e faticosi. Maestra, infermiera, decisa a essere sotto ogni aspetto degna rappresentante di sua sorella, sulla quale pesa la re­sponsabilità più grande. Tutto viene da lassù, e lassù deve tornare; per ri­discendere sotto una pioggia di grazia sull'Istituto. Per questo suor Chiara, pur così debole fisicamente, è industriosa, svelta, sempre in movimento, lieta di aiu­tare in ogni cosa, dalla chiesa alla scuola, dall'orto al­l'infermeria e alla cucina. Il suo momento più bello è quello della ricreazio­ne e della recita, quando intrattiene le allieve con alle­gria; o durante le belle passeggiate, quando ha modo di studiare meglio, nella spontaneità, i caratteri a uno a uno, di capire di più. Amorevole e comprensiva, è tuttavia esigente quando c'è di mezzo il dovere: la voce del campanello, lei dice, è la voce di Dio. Comunque, preferisce eccede­re in comprensione e bontà, pronta e ferma solo quan­do c'è da prevenire abusi o è necessario tener lontani i pericoli. E dopo tanta operosità, tanto amore, tanto distac­co da sé stessa, suor Chiara si sente «incapace di leva­re una pagliuzza da terra senza il divino aiuto »; si ri­tiene «l'ultima di tutte», sceglie sempre gli ultimi po­sti, gli uffici più bassi e grossolani; ha la forza di farsi indifferente a tutto, «tanto alle lodi che ai dispregi», e di essere «ben veduta ed ascoltata, come d'essere malveduta e tenuta per niente». Santa umiltà! Madre e custode di tutte le virtù. Dove essa è praticata, tutte le altre virtù fioriscono; dove manca, tutte le altre - seppure ci sono - mari­discono. Senza l'umiltà, non può esserci santità. Per una sincera conoscenza di sé, l'anima sperimenta la propria miseria umana e ciò la porta ad abbassare il proprio orgoglio di fronte alla grandezza e alla miseri­cordia di Dio, da cui è persuasa di aver ricevuto tutto e di dover tutto restituire per mezzo di tanto amore e tanta gratitudine. Più l'anima è santa, più, confusa nel suo nulla, si ritiene degna di nulla, meritevole di disprezzo da par­te di tutti e desidera essere ignorata, lasciata all'ulti­mo posto. Suor Chiara, infatti, è contenta di mortificare l'orgoglio. Si dispiace di ricevere troppi riguardi dai superiori, proprio lei che ritiene di aver fatto così poco o nulla per la Casa, poiché si reputa anzi un impaccio. Sebbene in talune occasioni, per le mansioni da lei assolte, è costretta a comparire per la prima, lei cerca sempre l'angolo più nascosto, il lavoro più umile. E se le accade di doversi compiacere di qualche buon risultato, non lo fa conoscere. Non parla di sé; non ascolta volentieri le lodi; al contrario, attribuisce a sé le conseguenze delle colpe altrui, sentendosi causa dei mali che capitano in Istituto. E così suor Chiara si abbandona all'azione di chi con grandissima cura la coltiva; anche perché vuol di­ventare « santa», vuol fruttificare per sé e per gli al­tri, ma conoscendo la sua fragilità, sa che ha bisogno di qualcuno dal polso fermo e dal cuore saldo. Ed ecco accanto a lei la sorella nella carne e nella vita religio­sa, ed ecco sempre presente nella vita dello spirito il Padre della sua anima. Il Signore già plasma con l'amore più grande e la sua sapienza infinita la giovane anima a Lui fedelmen­te consacrata per farne uno dei suoi capolavori. La grazia lavora, ma esige collaborazione da parte di chi la riceve in dono. Il sole splende anche davanti alle finestre chiuse; ma entra solo se gli si apre, con­sentendogli di entrare, e illuminare, e riscaldare, e pu­rificare. Suor Chiara tiene la sua anima costantemente spalancata, e la grazia entra, scende in profondità, la­vora, purifica, abbatte ed edifica. E Chiara la silenzio­sa, la debole, la tremebonda diventa solida fino a di­ventare fondamento, ferma fino a farsi colonna. Suor Chiara Bosatta va bruciando di momento in momento le tappe, perché il Signore ha i suoi scopi e un sant'uomo, ardente di amore per Dio e per i fratelli più dimenticati dalla società, ha bisogno proprio di lei, per poter credere che la sua Opera lungamente sogna­ta non è un'utopia. E quando quest'uomo di Dio ha la certezza che quest'opera è cosa buona e può sorgere proprio su suor Chiara, che, a imitazione di Cristo Redentore, si offre vittima per l'umanità di oggi, le sue ansie e i suoi timori si placano, ma la sua azione si accende e si ac­celera, riuscendo a far scoppiare da una piccola scintil­la fuochi di carità nel mondo. Ma prima c'è ancor tanto da patire...

 

La fede eroica di Sr. Chiara

Un altro sacrificio è in attesa per la docile suora che ha accettato d'imboccare la via dell'obbedienza. È il 1885 quando don Guanella tenta un esperi­mento mediante una piccola succursale in quel di Son­drio. Il prevosto di Ardenno, don Lorenzo Guanella, vedendo il bene che le giovani suore guidate da suo fratello già riescono a compiere a Pianello, gliene chie­de almeno due perché si prendano cura dei bambini e dei giovani della sua parrocchia. Don Luigi, a cui non par vero, volendo fare le co­se per benino gli manda il meglio che ha: suor Chiara Bosatta e una giovane di Morbegno, suor Maria Buz­zetti. Le generose arrivano ad Ardenno piene di entu­siasmo e buona volontà; don Lorenzo, che è assistito dalla sorella Margherita, offre solo l'alloggio, al resto penserà la Provvidenza. Spinte dal desiderio di esercitare nella nuova sede un vero apostolato, le suore di don Guanella comincia­no a raccogliere dalla strada bimbi e ragazzi, per con­vogliarli verso una specie di asilo-oratorio e soccorrerli in tutti i modi. Aprono una scoletta diurna, e lì, quanto lavoro! In poco tempo, le Pianellesi fanno un grande bene. Poverissime, nutrendosi solo di una fetta di pane o di polenta e una ciotola di siero, perché il latte costa di più, riescono a vivere in buona salute e ad essere per­sino allegre. Le due giovani suore agiscono e pregano molto, e soffrono moltissimo. Non hanno niente ma possiedono tutto: hanno il filo d'oro che compie veri prodigi, per­ché lega la terra al cielo: la preghiera. Le Orsoline, an­che ad Ardenno, sono più persone e un cuore solo, rac­chiuse nel cuore sconfinato di Dio. Ma dura poco... E’ stato solo un bel sogno. Forse l'opera è stata prematura, forse l'entusia­smo ha impedito di valutare opportunamente la situa­zione, forse il fatto che la richiesta è venuta proprio dal fratello Lorenzo, ha dato troppa fiducia a don Luigi. Durante l'anno 1885-86, ad Ardenno in Valtellina le suore di Pianello si adoperano in maniera straordi­naria per catechismo, scuola serale, lavori per arredi sacri; contenti del sesin (2 centesimi) per la provvista del siero per companatico della polenta, e dello stento lumicino. Ma la vita si profila sempre più insostenibi­le, fino al punto di dover abbandonare... Don Lorenzo si rivela incomprensivo e intransi­gente, Margherita s'intromette arbitrariamente e grettamente e vuol farla da padrona: le suore, poveret­te, non sanno come comportarsi. Don Luigi le tenta tutte pur di fare andare le cose nel verso giusto, ma pur dovendo trattare con due cari fratelli, non ha fortuna. Non funziona, assolutamente non va! Fratelli o non fratelli, se non va, non va: don Guanella decide di mollare l'esperimento che pure gli stava tanto a cuore, e richiama le sue suore. E queste, senza lagne, senza fare obiezioni di sor­ta, docilissime, rientrano a Pianello. Attenderanno con don Luigi (di cui ormai si fidano interamente) l'ora più propizia. Può sembrare un ennesimo fallimento del prete dalla fantasia calda e dal sogno facile. Può sembrare un nuovo insuccesso soprattutto per suor Chiara, alla quale sembra non debba andarne bene neanche mez­za. Marcellina e don Luigi sanno invece che si tratta solo di un'esperienza utilissima, di un trampolino di lancio. Anche Chiara sente profondamente che sarà così: il meglio verrà, e verrà presto: perché lei ha l'arma potentissima della preghiera. Alla base di ogni buon pensiero, sentimento, azione, c'è la fede. È la luce che illumina tutto il cammino di suor Chiara, ed è il saldo fondamento delle sue virtù di donna cristiana e di religiosa; è il motore spirituale di tutta la sua attività; è la calamita che attira grazie su lei e sull'Opera. La fede porta suor Chiara all'abituale esercizio della presenza di Dio. Lei fissa frequentemente il cie­lo: ed è tutta incentrata nell'orazione mentale. In lei è maggiore l'orazione di contemplazione che la preghie­ra orale. «Andrei contro verità - dichiarerà più tardi don Guanella - dubitando che un solo istante la Serva di Dio non si tenesse nella più stretta unione con Dio di mente e di cuore». «Amava tanto la solitudine - dirà sua sorella Marcellina - per poter pregare e sta­re unita a Dio, non per ragioni ipocondriache». Infatti suor Chiara evita sempre la dissipazione. Poco interes­sata alle cose terrene, mostra immenso interesse alle cose spirituali, «fino a sentirsene elettrizzata». «Io l'aveva bene sott'occhi - testimonierà al processo suor Agnese, al secolo Candida Morelli, pia­nellese, di pochi anni maggiore di Dina - nell'opificio dei Bosatta dove lavoravamo e dove io ero sua assi­stente e la vedevo pregare molto anche durante il la­voro. Se l'avessero lasciata, sarebbe stata delle mezze giornate a pregare». Questa intima unione con Dio alimenta somma­mente la devozione di suor Chiara verso l'Eucaristia e verso il Sacro Cuore. Ella «porta nel cuore e nel cor­po» la meditazione intensa sulla Passione. Devotissi­ma dell'Immacolata e dell'Addolorata, è fedele alla re­cita del rosario; il sabato si astiene sempre dalla frut­ta. Chiama san Giuseppe «papà della Casa». E devota agli Angeli custodi. Ha quasi un culto per don Carlo Coppini. Prega e incita a pregare per il Papa: perché il Papa «ha bisogno di preghiere più di noi». Ha molta sensibilità verso le anime dei defunti. E tutto ciò sen­za l'ombra della superstizione; ma solo perché, come lei suol dire sovente: «Chi prega, ottiene». «Pregavano - dirà poi don Guanella - e suor Chiara che n'era come la vita disponeva che da mane a sera nella Casa fosse come una preghiera continua». E con molta umile sincerità, il Fondatore e Padre ag­giunge: «Quella preghiera infondeva in me prete una forza sensibile». «Era tanto sollecita di apprendere la verità della religione - qualcuno testimonierà al processo - che pareva, quando ne ascoltava le istruzioni, volesse strappare di bocca la parola di Dio a chi la predicava». Ma dall'ascolto, suor Chiara passava all'attuazio­ne nella vita quotidiana e si studiava di comunicarla anche agli altri: questa era la ragione per cui amava insegnare assiduamente e con amore il catechismo ol­tre che alle ragazze dell'Istituto anche ai bimbi della parrocchia: madre spirituale di figli che non hanno pa­dre né madre; e che, se li hanno, non godono del loro affetto e delle loro cure. Al Processo, suor Teresa Rattin, che era stata or­fanella e alunna di suor Chiara dichiarerà semplice­mente: «Vicino a lei si stava bene di anima e di corpo, e non era mai che ci passasse nella mente neanche un pensiero men che retto». Don Guanella era stato sem­pre convinto che Suor Chiara avesse conservato «la stola della innocenza battesimale». Per quanto le sue fattezze esteriori delicate, spe­ciali, da dirsi «una madonnina» attirassero i suoi coe­tanei e le proposte non sarebbero mancate, lei non ne ha fatto mai nessun conto: ha scelto solo Dio; ha volu­to essere vergine consacrata per occuparsi solo delle cose del Signore e dedicarsi al bene delle anime e al sollievo dei fratelli più bisognosi. Suor Agnese fa notare il contegno della sua amica carissima, la quale passa frettolosa per le strade, riser­vata, spiccia nel rispondere, mai familiarizzando oltre il dovuto, composta sempre. Mai oziosa; lontana da qualunque cosa possa offuscare il suo candore, che traspare dal suo volto, dal suo aspetto e dal suo com­portamento. La sua bellezza fisica, specchio della bel­lezza interiore, ispira solo buoni sentimenti. Suor Chiara «per amore di Dio parlava, per amo­re di Dio operava e per amor di Dio soffriva - testi­monierà la sorella Marcellina - Dio aveva nella men­te, Dio aveva nel cuore, Dio aveva nella bocca. Tutta la sua persona rispecchiava Gesù Cristo» (...). «Ama­va veramente il Signore, e non solo osservava i Co­mandamenti, ma si studiava di essergli fedele anche nelle piccole cose». Suor Chiara ha un vero orrore per il male, per il peccato; vuole evitarlo anche negli altri. Prega tanto per la conversione dei peccatori e piange sopra le colpe sue (che sono inesistenti, ma la sua sensibilità le sente come gravi e pesanti), e piange sugli scandali altrui, offrendo la sua vita per la conversione dei peccatori. «Suor Chiara desiderava sì tanto la salvezza dei pec­catori e il bene delle anime che per esse avrebbe dato anche la vita». (Suor Giovanna Granzella, teste al Processo). «Vicino a lei si sta bene», perché è fragranza di giglio e di viola quella che si sprigiona dalla sua esi­stenza. Casta e anche umile. Eppure, dopo tanto «ab­battimento» di sé può scrivere al direttore: «E’ troppa la mia superbia, io non posso più sopportare le mie miserie. Mi umilii quanto sa e può, non mi usi tanti riguardi». Quando si raccomanda alle preghiere della sua guida spirituale, si sente «affliggere il cuore», si sente ancora più «carica di difetti». Il 28 gennaio 1886 ad­dirittura supplica: «La prego, in carità, a non aver ri­guardi di sorta di me, di umiliarmi, di castigarmi, di mettermi all'ultimo posto, onde possa distruggere l'a­mor proprio e la superbia causa di tanta mia mise­ria». Don Guanella, al contrario, si entusiasma e s'in­canta a osservare l'amore che suor Chiara ha per la preghiera e, in specie per il Santissimo; e lui, che per tutta la vita conserva il ricordo della sua Prima Comu­nione e l'esperienza di «soave dolcezza quasi di para­diso» che quel giorno ritiratosi in solitudine egli ebbe a «gustare per qualche minuto», con gioia vede suor Chiara diventare sempre più l'eco silenziosa del suo Padre fondatore, maestro e guida. In suor Chiara, che rispecchia lui, lui ora si specchia.

 

Solca il lago la «storica» barchetta...

Pervasa da tanta sincera umiltà, è facile immagi­nare la confusione e l'ansia di suor Chiara quando don Luigi le parla di un importante compito che lei dovrà assumere... Don Guanella segue docilmente la Provvidenza: lei non sbaglia mai. L'essere stato trasferito, a causa della imperante massoneria che lo perseguita, dalla sua provincia a quella di Como, anziché danneggiarlo lo avvantaggia: da anni, lui sogna di «fondare» nella città del Lago. Con la sua fede capace di spostare le montagne e con la tenacia del montanaro, impedito ad Ardenno, don Luigi si spinge ancora più oltre: fino a Como! Lui ha sperimentato che, sovente, il Signore si serve pro­prio dei nostri nemici per aprirci la via a opere più grandi. Ecco, il momento di aver ragione di tutto è ar­rivato. Sì, l'Opera di don Coppini, ormai sua, si esten­derà... Proprio mentre a Pianello l'Ospizio comincia a prosperare, don Guanella riceve l'ordine di presentarsi al procuratore del re; ma ne ha inghiottite troppe, sic­ché arriva a Como deciso a spuntarla. - Da oltre vent'anni voi perseguitate un inno­cente! - fa notare, agitando per primo la questione. - Che male ho fatto? In che ho mancato? Viene dirottato verso il prefetto; ma anche lì il Valtellinese si presenta animoso e battagliero, deciso a spuntarla. Il prefetto è ben disposto: ha già capito le ottime finalità dell'Opera guanelliana e, trovandola opportuna, promette di parlarne al Vescovo. Don Guanella avrà la sua Casa a Como! Permes­si ottenuti, superati innumerevoli ostacoli. E incessan­te preghiera della Comunità: suor Chiara letteralmen­te si dona. «Voleva a ogni costo che si ottenesse - scriverà più tardi don Guanella - E questa preghiera conti­nua infondeva anche a me una forza sensibile». La fondazione a Como ci dev'essere. E ci sarà. Nel 1886 don Guanella ottiene in affitto una casa in Viale Santa Croce (che poi si chiamerà Via Tomma­so Grossi), di cui è proprietario un certo Antonio Biffi. Quest'anno, le suore di don Guanella effettueranno la prima spedizione... Presago del futuro, Fra' Mario Bo­satta, la sera del 5 aprile, vedendo la barchetta pren­dere il largo, dice: - Ecco lo sciame che vola lontano! È il tramonto. Il cielo si fa di porpora, l'ultima lu­ce crepuscolare spruzza d'oro le prospicienti cime an­cora innevate; borgate e paesetti scompaiono lenta­mente nell'ombra sempre più fitta, mentre la brezza spinge la rustica imbarcazione verso la meta. Due maestre e quattro orfanelle formano la pri­ma comitiva. Sulla placida onda lacustre sorvola una reiterata preghiera: «Santissima Provvidenza di Dio, provvedici! ». La barchetta si allontana, spinta più che dal ven­to propizio dalla fede. Giungerà a Como e la prima Co­munità vi sorgerà. Un mese dopo, a maggio, si prepara la seconda spedizione. Don Guanella ha deciso che suor Marcelli­na deve risiedere nell'Ospizio di Pianello: dirigerà la Casa di Como la timida suor Chiara. Lei, la meno adatta di tutte, dovrà essere la supe­riora della Casa della Divina Provvidenza di Como? Suor Chiara si preoccupa, si agita, cerca di reagire e di declinare l'incarico. Però, dopo aver fatto presente la sua incapacità, come sempre obbedisce. E prega: «Adoperatemi, o Signore, e fatemi vittima di carità, per amor vostro, ma nascondete me e lasciate che il mondo mi trascuri e mi disprezzi». Ed è tutta qui l'essenza spirituale di suor Chiara: umile e obbediente. Quindi... vittima. Si spargeranno fuochi di carità nel mondo! Si propagherà da qui la fiamma! Si avrà un' opera colos­sale! E suor Chiara, la dolce, l'umile, la nota soltanto all’occhio di Dio sarà sempre lì, anche quando non ci sarà più, a fare da base, da fulcro, da linfa. Chi, oggi, ammira l'Opera guanelliana non vede più le fondamenta, bensì l'edificio; come, del resto, di un grande albero si nota solo la folta chioma, fiorita e fruttuosa, ma le radici che alimentano questa pianta nessuno le vede. Suor Chiara arriva a Como, che lei già considera «città del sacrificio», per semplice obbedienza a don Guanella e a suor Marcellina, nelle cui voci, come sempre, scopre la volontà divina. Quel giorno, lei (al cuore del Fondatore la più cara delle sue suore, che in seguito si chiameranno «Figlie di Santa Maria della Divina Provvidenza»), getta il seme che crescerà in albero rigoglioso, segna una data che resterà scolpita a caratteri cubitali nella storia dell'Opera guanelliana. Perché sorge sulla volontaria immolazione di suor Chiara Bosatta la « Casa della Divina Provvidenza», che i Comaschi chiameranno soltanto «La Provviden­za». E un giorno si eleverà lì il «Santuario del Sacro Cuore», cuore di tutta l'istituzione guanelliana.

 

Fioccherà la provvidenza

Il 5 aprile 1886, quando si attuò la prima «spedi­zione» a Como, suor Chiara era ancora ad Ardenno. Suor Marcellina, invece, era stata con don Guanella nella città del Lago per trovare un locale dove aprire la «succursale». Poiché suor Chiara è richiamata e scelta per andare a Como, dopo due mesi anche l'altra suora fa ritorno a Camlago. D'accordo con don Luigi, suor Marcellina, unica direttrice delle due Case, accetta di mandare a Como come direttrice sua sorella, ormai ventottenne. Sono con suor Chiara, nella barca, le novizie Maria Mam­bretti e Martina Silvetti, più tre orfanelle: una ragaz­zina di nome Filomena e le due sorelle Grassi: Rachele di otto anni e Ildegarde, detta Ilda, di due anni mag­giore. Arrivata a Como il 13 maggio, vinta ogni riluttan­za e sempre per obbedienza, suor Chiara si pone subi­to al lavoro, interpretando questa carica di responsabi­lità un servizio a tutti gli ospiti. E sarà sempre, come scrive più tardi don Luigi, «l'ultima della casa per ele­zione, pur la prima a promuoverne l'avanzamento». Perché suor Chiara, venuta su alla scuola di Mar­cellina, tiene a se stessa questo discorsetto: «Son qui e mi ci ha messo Nostro Signore. Se io ne avessi qual­che dubbio, sarei la prima a dar mano per rovesciarla; però in quest'opera io debbo spendermi». Marcellina le ha dato sempre l'esempio. Ma lei deve anche seguire il suo istinto e far leva sul proprio carattere. Suor Chiara ama soprattutto la semplicità. E una contemplativa buttata nell'azione per ubbidien­za. E per ubbidienza va avanti. Così la sua azione, benché debba avere la durata di soli sei mesi, sarà fruttuosissima. Con questo spirito e con questo suo amore «tutto spirituale», suor Chiara guida le consorelle e cura le ospiti della Casa. Sono una trentina circa: suore, po­stulanti, orfanelle, ragazze che lavorano come dome­stiche presso famiglie comasche, vecchiette bisognose di ricovero. E tutte vogliono avere per sé suor Chiara, tutte vogliono bene a suor Chiara. Il suo sorriso è per tutte un dono. Quando lei si assenta anche per poco, le ragazze in specie si sentono smarrite, temono di perderla per sempre, perché la giovane suora dalla salute fragile spesso si ammala. Secondo suor Marcellina, suor Chiara opera oltre le sue forze al bene del prossimo e, quantunque debo­lissima, diviene fortissima quando si tratta di aiutare i bisognosi. Secondo don Guanella, questa suora che è «co­lomba e insieme aquila» è quanto mai adatta a fare da direttrice e da superiora, anche se lei è convinta del contrario. Suor Chiara sa ascoltare. Ascolta tutte e parla poco, ma così bene che ognuno la capisce e cerca di darle soddisfazione. Amorevole e comprensiva, è tuttavia esigente con sé e con gli altri quando c'è di mezzo il dovere, e vuole assolutamente praticarlo, anche quando non sta bene di salute, anche quando è stanca. Ormai l'Opera sta in cima ai suoi pensieri ed affetti, dopo Dio. L'Opera, glielo dice sempre sua sorella - eco del­la voce del Fondatore - poggia solo sulla Provvidenza e sulla resistenza al lavoro e al sacrificio delle suore. Povertà evangelica, unione di anime, letizia di cuori: questo è quanto da Pianello suor Marcellina le raccomanda; e suor Chiara fa di tutto per saper ammi­nistrare, anche lei, a Como. Certo, lei non è Marcellina, che in queste cose sa davvero il fatto suo. Marcellina, sì, ha sempre saputo amministrare! Per fare un esempio, lei non si sarebbe fatta infinocchiare da quel certo rivenditore ambulan­te che ha appioppato a suor Chiara, direttrice e supe­riora, tutta quella tela spacciata per la miglior qualità e al minor prezzo, mentre invece... In quella circostanza, suor Chiara si è fatta in­gannare, e se ne duole anche perché le critiche non mancano. Solo l'arrivo di suor Marcellina a Como può totalmente rasserenarla. - Non ti preoccupare, sta' tranquilla - le dice la sorella. - Ora siamo povere, ma andando avanti... la Provvidenza fioccherà giù. Suor Chiara crede in suor Marcellina, perché è la voce di don Luigi; e don Luigi è, a sua volta, la voce di Dio. Quanto a lei, suor Chiara, considera la sua mis­sione non certo un privilegio o un carisma, quanto piuttosto un servizio alle ospiti. Un servizio da fare con entusiasmo e in letizia. Così lei percorre, generosa, il cammino della per­fezione cristiana nella pratica dell'azione e insieme dell'innocenza. Iddio la conduce per le vie delle anime forti; vie aspre e per se stesse rischiose; ma il Fonda­tore e la Superiora, da Pianello la guidano così «bene che non possa mettere il piede in fallo». Don Guanella un giorno scriverà di lei: «Era in­credibile il bene che faceva. Faceva il bene senza sape­re di farlo. Era il buon angelo che avvertiva appena insorto qualunque segno di malumore. Angelo di ca­rità che cementava gli animi, che coordinava i cuori, che allietava la casa. Il suo apparire commoveva ed edificava». A Como, suor Chiara spende, sorridendo, tutta se stessa. La preghiera è il respiro della sua anima. L'a­bitudine di pregare, operare, mortificarsi l'è entrata nel sangue, è una seconda natura. Quando è arrivata a Como non vi era nemmeno una cappelletta interna; per pregare, lei ha cominciato a riunire la mini-comu­nità in un corridoio, in fondo al quale ha eretto un al­tarino. Per la messa, purtroppo, si deve scendere alla vi­cina chiesa di Sant'Orsola, retta da don Pellizzoni, ze­lante sacerdote e amico di don Guanella, che cordial­mente ospita quando arriva a Como. Suor Chiara sof­fre di non poter avere Gesù Sacramentato vicino vici­no... E di non poter riceverlo frequentemente, dato che, per non disturbare troppo il parroco di Sant'Or­sola, ci si deve accontentare di comunicarsi un paio di volte al mese.

 

I soldi son cose di questa terra

«A Como ci sei e ci resti! », dice a se stesso don Guanella. Dà fondo alle sue risorse e alle sue energie e non fa che trattare, combinare, arrangiarsi. E i soldi? «I soldi son cose di questa terra e noi la terra la calpestiamo», sostiene l'ostinato montanaro. Però di soldi neanche lui può fare a meno, perché neppure la «calpestabile» terra viene data gratis. E lui ne ha impellente bisogno, perché la sua Opera ha necessità di Case e Istituti e questi non possono co­struirsi per aria. Va sempre bene per chi sa avere la pazienza di compiere un passo alla volta e di raggranellare un sol­do sopra l'altro; ma quando occorre, bisogna saper vo­lare! Ciò significa saper adattare il proprio passo e la propria contabilità al passo e alla lungimiranza del Si­gnore: per chi si rende conto ben per tempo di essere nelle sue mani e di volerlo essere. Conclusione? I soldi per queste iniziative bisogna trovarli La Provvidenza è sempre presente e i soldi spun­tano. Da dove? Come? Talora da dove meno ci si aspetta e quando meno ci si aspetta, poiché se vengo­no offerti da cuore e mani di uomini, sono comunque frutto di fede nella generosità divina. Don Guanella progetta, mette mano all'aratro, ma ci sono anime buone a seminare, anzitutto spar­gendo chicchi di speranza e implorando una pioggia di grazie dal cielo. Suor Chiara, in particolare, gli è ac­canto silenziosa: prega e si offre. Don Luigi sente che appoggiarsi alla debolezza di questa amabile suora sarà la sua sicurezza. La pre­ghiera, il lavoro, la sofferenza, tutta la vita di suor Chiara sono per l'Opera. Don Luigi è un santo e ha la grande intuizione, la certezza: la base di quanto lui ha fondato e fonderà è l'anima più umile, più pura e più ardente della Congregazione; è la suora più debole e più pia: suor Chiara. Quando si tratta (nel 1887) di comperare il terre­no annesso alla prima Casa di Como, a Chiara - già malata - lui chiede di pregare e intercedere presso il Signore. Immediatamente lei entra in contatto col Pa­dre Celeste, offrendo la sua vita. Come per prodigio, i coniugi Bernardo e Sofia Calvi di Dongo vengono ad offrire a don Guanella un mutuo di 14.000 lire (mille lire in più di quante ne occorrono) e dopo un solo an­no don Luigi può acquistare la casa e il terreno. Co­struisce, fonda, ospita. E va oltre... Don Guanella va oltre, e in pochi anni si giungerà all'acquisto di altro terreno: vi sorgeranno reparti per ragazzi, per giovani artigiani, per persone anziane, per orfani, per subnormali fisici e psichici: don Guanella avrà la sua Fondazione sul vagheggiato modello: quel­lo del Cottolengo, quello di don Bosco. E il merito è da lui attribuito, in maniera preci­pua, alla preghiera e all'immolazione di sé della giova­ne suora instancabile e malata. Cito letteralmente quanto da lui attestato: «Io devo dichiarare che per merito delle preghiere e dei sacrifici di suor Chiara, in cui facevo molto assegnamento, ho potuto, con visibile aiuto della Provvidenza, conseguire l'intento di veder costruita e solidificata la fondazione di questa Casa della Provvidenza. A mio materiale sostegno non aveva altro che la penuria, la contrarietà e l'opposizione più viva delle stesse Autorità, anche ecclesiastiche, e il dileggio dei confratelli nel Ministero. Ma fu tanto il soccorso della Divina Provvidenza, ottenutomi dagli stenti e dalle preghiere di suor Chia­ra, la quale fece per voto anche il sacrificio della sua vita, che in poco tempo la Casa di Como prese propor­zioni superiori all'aspettiva. In seguito potei fondare un'altra Casa, che ora accoglie circa 350 persone, e fuori altre Case più o meno grandi: a Milano, in varie province, e finalmente a Roma». Cosa direbbe, attualmente, don Guanella della sua Opera così feconda, così diffusa, così nota nel mondo? E cosa direbbe, oggi, sorridendo di gioia, suor Chiara? Forse continuerebbe a dire, come allora; sperando di ottenere tutte le grazie che voleva, ed era sicurissi­ma dello sviluppo dell'Opera: «Noi preghiamo e Dio ci esaudisce. Noi buttiamo là le nostre cose a Lui, come un bambino con la sua mamma, ed Egli ce le metterà a posto ». Perché suor Chiara sperimenta nella sua sempli­cissima e breve vita che chi confida nel Signore non sarà confuso; perché se Lui è il Padre e noi siamo i fi­gli, non potrà disinteressarsi di noi, dalle cose più grandi alle minime. Ecco perché non cessa di dire alle consorelle e ai beneficati: «Iddio è così buono, perché non avvicinarlo? È il nostro papà di famiglia, perché non complimentarlo almeno ogni giorno? Egli è l'amico e lo sposo delle anime. Egli è l'amante dei cuori nostri. Noi siamo cuo­ri freddi, ma Dio ci riscalderà. Noi valiamo poco, alme­no preghiamo di cuore. Come grande e buono è il Si­gnore Dio nostro! ».

 

Presa in parola

Suor Chiara ha offerto la propria vita per l'Opera, che ha già affondato le radici nella Carità, e non si ri­sparmia nemmeno un pochino. Con l'esempio e con le parole, lei incita quanti sono da lei seguiti, diretti e curati a servire il Signore con la preghiera e con l'a­zione. Ella dice loro: «Noi siam nulla, ma intanto Dio potrebbe valersi anche di noi». Secondo don Guanella, suor Chiara «nel suo cuore aveva il nulla e aveva il molto... il fini­to e l'infinito... tutto il grande e tutto il minimo...». E la Regola è per questa piccola superiora, che si sente fra tutte la meno degna di esserlo, «il suo se­condo Vangelo, la sua norma, la sua vita». Alle Con­sorelle non smette di ricordare: «Diamo l'impronta al­la Regola nostra, diamola con efficacia di modo che il Signore ottimo e benevolo di noi si possa validamente servire». E quanto allo spirito con cui vivere la vocazione: « Tutto fate - dice - per un solo fine: per piacere a Dio e per la vostra santificazione. Fatevi grande ani­mo, perché la vita è stretta e scoscesa assai assai. Qui è corto il patire, lassù è lungo il godere». Pensieri semplici, limpidi, pieni di sapienza che viene dallo Spirito. Pensieri filtrati attraverso il cuore di Cristo e fatti sostanza e vita dall'esperienza perso­nale. Sicché la riservata e modesta suor Chiara può ri­volgersi anche a chi si affanna al di fuori delle mura entro cui lei vive. É gratissima per ogni dimostrazione di affetto e per ogni sia pur piccola collaborazione e piena di grati­tudine per i benefattori, specie per la famiglia Manzi e i coniugi Calvi. Amando la propria famiglia pur essen­dovi sensibilmente distaccata, un giorno scrive: «Vi invio un augurio, il più semplice, ma il più sincero che possa uscire dal labbro di una sorella, che tanto vi ama. Mi rivolgerò ai vostri Santi Protettori, acciò vi ottengano dal Signore quanto più ardente­mente bramate, coronando i vostri desideri col far pio­vere su di voi la rugiada delle celesti benedizioni. Né lascerò di pregare per i vostri figli, che tanto vi stanno a cuore, affinché corrispondano alle assidue vostre premure e crescano buoni, virtuosi, cari al Signore, quali invero voi desiderate». «Non lasciatevi trascinare dal rispetto umano - consiglia - fate liberamente le vostre cose di Religio­ne, senza badare alle critiche dei mondani. Frequentate la chiesa, i santi sacramenti, i quali sono le armi per combattere contro i nemici e sono le fonti ove at­tingere grazie e forza per superare le difficoltà della vita. Se avete qualche cosa da soffrire, soffrite con pa­zienza, ché da Dio ne avrete una grande ricompensa». La preghiera, lo abbiamo visto, è per suor Chiara il filo ininterrotto che la lega al Signore e alla Comu­nità. Per lei, la preghiera è il respiro dell'anima, che ne ha bisogno più di quanta ne abbia per il corpo il re­spirare, il nutrirsi, il riposarsi. Orazione, meditazione sulla vita e sulla morte, soprattutto sulla Passione e la Resurrezione di Cristo. Lungo la giornata, pur presa dai molti e impegnativi doveri, ha imparato a conversare col Signore. Vorreb­be passare tutte le notti davanti all'altare, perché pro­prio in queste conversazioni notturne, a contatto della Sapienza e dell'Amore, il suo cuore si tempra, si pre­para alle future lotte, si arricchisce di carità e giunge e farle sentire «gran sete di patimenti». E poiché sa che la croce non è segno di scandalo né di sconfitta, bensì unica via per raggiungere il Si­gnore; e poiché la croce non è un'ombra che pesa ma la luce che irradia indistintamente tutte le esistenze umane, suor Chiara prega per le consorelle: «Imploro su di voi la rugiada delle celesti grazie, onde il Signore vi abbia ad aiutare a portare volentieri quella croce che Egli desidera per voi. Coraggio a pati­re e a soffrire tutto per Gesù, che è venuto al mondo solo per noi, per insegnarci la strada che conduce a quella cara patria, ove sempre staremo giubilando e cantando allegramente col nostro amoroso Iddio». La debole giovinetta di ieri è riuscita già a morti­ficare in vari modi quel che lei chiama «asinello del mio corpo». Ella ha offerto la propria vita per le ani­me e per l'Opera, e il Signore la prende in parola. Nel luglio 1886 si ammalano le due sorelline Grassi, colpite da tosse asinina: per poterle curare co­me una madre, suor Chiara viene contagiata. Inoltre, per poter ricoverare un maggior numero di bisognose, la Superiora si riduce a dormire su, in solaio. Poi, nel­l'autunno, foriero di una rigida annata, poiché nell'i­stituto vi è scarsità di coperte, suor Chiara cede la sua a una vecchia inferma. É così che contrae dapprincipio una tosse insi­stente che, trascurata, degenera in bronchite; dopo al­cuni mesi, questa degenera in pleurite e suor Chiara arriva ad ammalarsi seriamente: etisia. La brutta ma­lattia si sviluppa; la giovane suora tenta di reagire, di resistere facendo leva sulla volontà; ma ormai arde di febbre. Le consorelle se ne impensieriscono, non vedono l'ora che il Fondatore capiti a Como perché si renda conto della gravità del caso e prenda provvedimenti seri. Don Guanella, infatti, quando arriva si meravi­glia che suor Chiara sia riuscita a nascondere fino a questo punto la sua condizione; le ordina di mettersi subito a letto, esige che le siano apprestate le cure più appropriate, chiede a suor Marcellina di trasferirsi a Como per assistere la sorella. Cosa che questa fa, ov­viamente, con cuore doppiamente fraterno. Quanto a suor Chiara, non fa che pregare: - O Signore, accresci le mie pene, ma aumenta anche la tua grazia! È una preghiera di sant'Agostino, che l'è stata sempre cara: ora ha maggior significato. Suor Chiara è diventata la «passiflora» della Comunità. Due cose la fanno maggiormente soffrire: non poter lavorare più per l'Istituto e non poter ricevere Gesù. Il centro della sua vita è stato sempre la santa Messa, la Comunione. Tanto più vorrebbe nutrirsi del Pane divino, ora, costatando che da sola non riesce né ad operare né a patire: ha bisogno assoluto di Gesù Eucaristia. Ma, come ricorda proprio don Guanella: «allora non ancora la mitezza e la bontà di Pio X aveva ema­nato decreti, dicendo: quelle persone che da qualche tempo sono ammalate e non possono stare digiune, po­tranno comunicarsi come ne hanno desiderio anche più volte la settimana». E suor Chiara si sente morire di fame... non meno di don Guanella lo capisce suor Mar­cellina. Sorelle di sangue e di spiritualità, avendo or­mai raggiunto una uguaglianza d'intenti tale da sfio­rare la complicità, sono spinte senza che se lo debbano per forza esprimere, a un'intesa genuina e semplice quasi da primi cristiani nelle catacombe. Hanno ambe­due una grande fede davvero. Sorella della fede è la speranza, che, fondata sulle divine promesse non delude mai. Speranza è «fonda­mento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono». Quanto maggiore è la fede, tanto più grande speranza genera. E quando la nostra speranza resta delusa, ciò non accade perché il Signore ci ha in­gannati, bensì perché solo Lui sa qual è il bene della nostra anima. Quando don Guanella si rende conto che la ma­lattia di suor Chiara è cosa grave, anzitutto mobilita tutte le suore e le postulanti davanti alla Vergine Ma­ria perché le strappino un miracolo; ma le condizioni di suor Chiara non migliorano. Tuttavia, fiducioso in una probabile ripresa, il medico curante suggerisce di trasferire l'ammalata alle «arie native»; e don Gua­nella dispone senz'altro che ella sia accompagnata a Pianello. Suor Chiara accetta anche questa volta la disposi­zione divina, riconoscente che Egli voglia ricondurla lì dove è cominciata la sua vita. Don Guanella dispone che le due Bosatta tornino subito a Pianello, dove lui si trova ancora a cura della parrocchia e alla direzione dell'Ospizio, e suor Chiara si dispone a obbedire, sen­za una parola. L'ubbidienza l'è sempre costata molto, ma proprio dall'ubbidienza sono sbocciate le grazie maggiori: tra i rovi è sbocciata la piccola «Passiflora» della Comunità. Non avrebbe voluto andare a Dongo né ad Arden­no; non avrebbe voluto entrare a Camlago; ma per ob­bedienza lo aveva fatto. Ora può dire, convintissima: «Fu un giorno che il convento di Gravedona mi vole­va. Io avrei voluto andarvi... ho obbedito a non andar­vi e da quel di incominciarono in me le cose che acca­dono tuttodì... Qual contento! ». Zitta e buona buona, il 13 dicembre 1886 suor Chiara lascia Como: dopo solo sei mesi. Ma quanto be­ne ha già seminato!

 

Togli me, lascia Marcellina!

Suor Chiara fa ritorno al paese natio. Don Guanella ha una vera intuizione: più che per il male che comincia a divorarla, suor Chiara soffrirà per non potersi comunicare spesso per la distanza - un buon quarto d'ora di cammino per giunta disagevo­le - dall'Ospizio di Camlago alla chiesa parrocchiale: decide dunque che ella con suor Marcellina sia ospita­ta nella casa del parroco, in una cameretta dell'attiguo appartamento libero; insieme con suor Agnese Morelli, la carissima amica degli anni di Gravedona, Marcelli­na assisterà la sorella, per la cui fine, ormai temuta vi­cina, a Pianello e a Como già si soffre molto. Lo stato di suor Chiara, infatti, si aggrava. L'in­verno freddissimo non agevola la malattia. Per colmo, nel gennaio 1887, anche suor Marcellina si busca una bruttissima polmonite. Si chiama in tempo il medico locale, dottor Riccardo Roncaroni; quindi il dottor Re, di Rezzonico, assai ben quotato. Il caso richiede addirittura un consulto di medici: il loro verdetto è terribile; c'è poco da sperare. Don Guanella - non occorre dire con quanta afflizione - crede bene amministrare a entrambe le sorelle l'Estre­ma Unzione. Tutti pregano, desolati e speranzosi: se Marcelli­na muore, vien meno il sostegno dell'Opera. Marcelli­na respira, ma è così grave che suor Chiara, pur es­sendo in pessime condizioni anche lei, confida a suor Agnese: - Mi pare che l'Ospizio abbia a crescere e si farà pur grande la Casa di Como... E si faranno altre Case. Il cuore mi dice che la Superiora ha da sopravvivere2 perché lei sì che farà del bene: quanto a me, miserabi­le e povero impaccio, è meglio che me ne parta presto, vero, suor Agnese? E la relazione di affetto tra le due sorelle, proprio ora sembra superare più che mai i confini della natura per entrare nella sfera della grazia e nel campo della vocazione. Non fa meraviglia che, cresciuta in questo clima, con un maestro di spirito della statura di don Guanella, suor Chiara non esiti a chiedere al Signore, con tutta la spontaneità e generosità possibili: - Togli me, e lascia Marcellina, che ancora tanto bene può fare! Dopo l'Estrema Unzione, infatti, le condizioni di Marcellina fanno molto sperare. Chiara, sobbalzando nel suo lettino, ogni tanto ansiosissima chiede: - La Superiora? Se il Signore accetta che io muoia per lei ed essa viva per l'Opera... L'offerta è stata già accolta da Lassù: Suor Mar­cellina quasi prodigiosamente guarisce. Come agnello disposto a farsi immolare, suor Chiara comincia a vivere quasi solo di preghiera inten­sa, di contemplazione e di... sofferenza. E sperimenta l'intima unione con Dio. - Amo starmene coi pensieri del mio cuore! -dice alla sorella, al direttore spirituale, a quanti notano il suo silenzio. Ma il «fiore» della sua anima è Gesù Eucaristia. Tutte le sorelle ricorderanno la sua esortazione a fermarsi davanti al tabernacolo ed arri­verà sino alle Guanelliane future la sua frase caratte­ristica: «Andiamo al nostro paradiso in terra! ». Più il fisico di suor Chiara si affievolisce, più cre­sce il suo ardore eucaristico: «Signore, ci hai amati fi­no a dare te stesso nel Corpo, Sangue ed Anima! Ti dài a me, impasto di miseria, a me!» e suor Chiara singhiozza di dolore. «Anch'io sono tutta tua. Rinno­va pure nel mio cuore le tue agonie; ma fa' che il mio cuore sia tutto e solo tuo! E Maria? In Maria abbia­mo l'ultima parte del testamento di Gesù Cristo. Quanto è buono il Signore in darci tanta Madre! e quanto buona Maria in riceverci tutti per suoi cari fi­gli!». Anima costante, viso sorridente, ogni tanto suor Chiara esclama: - Passeranno le burrasche! Ma per quanto lei riesca a nascondere le sue sof­ferenze, sempre più intense, tutti già si accorgono che suor Chiara non è fatta per quaggiù. La sua offerta di preghiere e di pene è premiata da grazie a favore del­l'Istituto nascente. E se a tutti dispiace pensare di doverla perdere, lei è viceversa, contenta di morire: non perché cessino le sue sofferenze, ma per poter amare di più il Signo­re. Nella morte dei bambini, lei era solita esclamare: «Fossi morta anch'io bambina con la mia innocenza battesimale! ». Ora dice spesso: - Preghiamo il Si­gnore a trarne da questa terra, che è terra di fango e peccati». Questi desideri di suor Chiara, ormai molto mala­ta, sono ansia di cielo. Per questo, quando con Marcel­lina hanno battuto insieme alla porta dell'eternità, ha pregato che solo alla sorella l'ingresso fosse impedito.

 

Quando fioriranno le rose...

Suor Agnese Morelli è così contenta di avere in cura la sua carissima amica e di poterle stare più vici­na di ogni altra persona che non si accorge neppure di fare l'infermiera. Premurosa e affettuosa durante tutti i sei mesi trascorsi da suor Chiara afflitta da mal sotti­le, suor Agnese lascerà scritto: «Suor Chiara era un'ammalata unica al mondo, per la sua inalterabile serenità e pazienza nei dolori e nelle privazioni. Era grata a chiunque le prestasse ogni più piccolo servizio e bisognava indovinare i suoi bisogni, perché non c'era caso che esprimesse nessun desiderio. Si sforzava di nascondere le sofferenze per non diminuire il merito e infondeva nell'animo di quanti l'avvicinavano un senso di dolcezza e quasi un profumo di paradiso. Non udii mai un lamento dalle labbra della cara ammalata... sempre parole di confor­mità al volere di Dio». Ormai la cameretta di suor Chiara è come un'an­ticamera della casa del Signore: lei ascolta il suono delle campane, può percepire persino il suono del cam­panello della messa: nel suo lettino, vive come in per­petua adorazione del Santissimo; entra in silenzioso colloquio con Gesù: - Quanto sei buono, Signore mio! Suor Chiara ha sempre amato il silenzio. Discorsi inutili proprio non ne fa ed è ben lontana dalle curio­sità e dalle leggerezze. Mortificata persino negli sguar­di, preferisce intrattenersi in discorsi spirituali, oppu­re starsene in solitudine. «Pur non avendo fiducia alcuna nelle cure terre­ne - dirà suor Agnese al Processo - essa tuttavia ri­spettava e ubbidiva al medico, ma desiderava che le sue visite fossero brevi e possibilmente alla presenza della Superiora». Suor Chiara vorrebbe condurre la maniera di vi­vere di quando era sana; ma non le è permesso, per­ché non è possibile. Comunque, fa di tutto per essere mattiniera; e quando le accade di svegliarsi tardi si duole: - Oh, che dormigliona sono stata! Lei che non è stata mai golosa, che ha sempre ri­nunciato alla frutta martedì, venerdì e sabato, e tra i cibi preferiva quelli più ordinari, che non ha preso mai cibo o bevanda fuori pasto, anche malata, per quanto le viene consentito si applica a mortificazioni e digiu­no: lo avrebbe fatto per tutta la vita, se glielo avessero permesso. Mangia solo per nutrirsi, è assorta e di­stratta, forse mangia senza provare soddisfazione. Anche malata si rammarica che le si porti qual­che vivanda speciale e prega che la Casa non si sob­barchi a spese per medicine costose... per lei. «Io non ho mai provato tanta felicità - ricorda - come quan­do a Pianello dovevo usare il lumicino a petrolio e ad Ardenno adoperare il sesin per la provvista del siero ». Sempre assistita con grande carità da suor Agne­se e dalla sorella Marcellina, suor Chiara prende a de­clinare. Ella stessa, presaga della sua fine imminente, un giorno esce a dire: «Quando fioriranno le rose, io non sarò più fra voi». Don Guanella la vede tanto soffrire e spegnersi lentamente, ne ha una pena infinita ma si rende conto che suor Chiara porta davvero nel suo cuore le doglie del cuore di Cristo. La giovane suora, dal 1884 è afflitta da vari mali che, finché ci è riuscita, ha saputo nascondere. Fre­quenti dolori di capo, disturbi di stomaco, e ora quel consumarsi nel mal sottile... Questa suora fragile ha sopportato ripetuti inter­venti chirurgici molto dolorosi agli occhi, a Menaggio e a Como; ma così calma, senza un lamento, da fare esclamare allo stesso medico: «Ma questa è un agnel­lo, che ha una forza di leone! ». E quasi non bastasse tutto questo soffrire, ora lei affronta anche sacrifici non richiesti e supera le più aspre prove tutto per amore di Dio. «Più grandi erano i sacrifici, più grande era la sua alacrità nell'affrontar­li», testimonierà in seguito suor Marcellina. Aggiun­gendo: «Non so se suor Chiara pregasse per avere maggiori patimenti, ma so che certamente li desidera­va... perché il Signore la rendeva così partecipe del suo calice ». Ma il tessuto della sofferenza fisica e spirituale di suor Chiara si regge su due potenti supporti: la pre­ghiera e l'Eucaristia. Suor Chiara non può fare a me­no di ricevere Gesù anche quando le sue condizioni di salute peggiorano. E lei stessa anima-ostia. «Più delle sofferenze fisiche, pur tanto gravi e prolungate - testimonierà suor Agnese - le tornava­no dolorose le pene dello spirito alle quali Dio si com­piaceva di sottoporre la sua Serva fedele per configu­rarla sempre più a Cristo agonizzante in croce».

 

Pagare con moneta d'oro

Per amore di Cristo, per espiare i peccati e doma­re le passioni, a lei così innocente era stato permesso qualche strumento di penitenza solo nella misura tol­lerata dalla direzione spirituale; ora le viene proibita, a causa della malattia, ogni penitenza volontaria; e per obbedienza, ella si piega ai voleri prudenti e pon­derati del padre spirituale, anche quando sembrano contrastare con i propri. Per obbedienza, suor Chiara ha cura di purificare il suo interiore con una vigilanza che sa di scrupolo, non potendo reprimere ogni moto incomposto con aspre pe­nitenze, alimenta l'amore con i prolungati colloqui eu­caristici e con la Via Crucis, durante la quale la sorella la sente piangere, lamentandosi: «Io ho crocifisso il Si­gnore!» Suor Marcellina è testimone che suor Chiara pian­ge spesso e la causa di questo suo pianto è la considera­zione della Passione di Cristo e della sua propria mise­ria, ma sin da bambina si sentiva salire le lacrime anche quando pensava ai peccati altrui, o quando vedeva com­piere il male. Nella sua giovane vita, suor Chiara ha subito prove dolorose, delusioni, insuccessi, ingiustizie. Ora conosce anche l'aridità dello spirito, l'amarezza delle anime mi­stiche, il silenzio di Dio, persino il dubbio di avere sba­gliato vocazione. Sempre più spesso le tenebre avvolgono la sua ani­ma, fino al punto di sentirsi respinta da Dio; mentre, vi­ceversa, continua ad anelare a Lui e alla più alta vetta della perfezione. Si trova nel Getsemani. Ma prega, ob­bedisce, soffre e ama. Non cade, perché « si arrende con assoluta docilità alla mano di chi la guida». Sentirsi « sospesa tra Cielo e inferno». Sentirsi in­degna, sentirsi sola. «Caricatemi di croci - prega - ma non un peccato neanche veniale!». Suor Chiara è creatura di speranza. Ma la speranza di eterna salvezza non poggia né sulle sue forze né sulle sue opere: è ferma e umile fiducia nella misericordia divina, per i meriti di Cristo, che è morto per tutti. Anche per lei, che, «degna delle pene eterne, meriterà il Paradiso solo per miseri­cordia». «Di chi sono io? - geme. - Vedo il Signore mio lontano e non poterlo raggiungere... Son figlia di nessu­no... Dio mi ha ributtata... si allontanino tutti da me, ché io sono creatura sprezzabile e vile». Nella vita spirituale di suor Chiara acquista impor­tanza sempre più grande l'influenza della direzione che le viene da un sacerdote santo. Il Signore le concede grazie singolari, la sua anima ormai porta l'impronta guanelliana ed è la prova vivente, il frutto degli inse­gnamenti di don Luigi, padre di anime e fondatore di opere che vogliono essere pagate a caro prezzo. Ecco suor Chiara! È lei che paga: la sua moneta d'oro è la sofferenza. Approvata dal suo direttore di co­scienza, suor Chiara offre la propria vita per il trionfo del regno di Cristo e per la conversione dei peccatori. Infine s'immola per l'amatissima Opera, nella quale era entrata con riluttanza e che ora è la gemma dell'anima sua. Don Guanella è ormai sicuro che la Provvidenza ha scelto questa piccola-grande suora come base della sua Opera e ne ha grande ammirazione e gratitudine. Uguaglianza di spirito. Sorriso anche anche tra le pene fisiche e spirituali più cocenti, senza dar segni esteriori di irritazione, di stanchezza o di turbamento. Oh, sì, la sua piccola figlia è una santa! Solo dalla direzione spirituale, solo dalle lettere in cui Chiara espone la sua intima sofferenza per non riu­scire ad amare Dio come desidererebbe e di essere causa con i propri peccati della Passione di Gesù, don Luigi può misurare la sofferenza di questa bella anima così come può valutarne le gioie indicibili. Suor Chiara sa che il Signore le ha confidato il se­greto del Cuor suo, il «segreto del gran Re»; ma si chie­de: «Esponendolo, sarei creduta?». E decide: «Mani­festerò del mio segreto tanto che basti a dar gloria a Dio e non altrimenti». Manifesta il suo stato interiore al padre della sua anima, il quale paragona la prova di suor Chiara con la notte oscura di san Giovanni della Croce e con le agonie spirituali di santa Teresa d'Avila. In altri termini, ora don Guanella sa che suor Chiara è davvero la vittima per un'opera di carità che diventerà sicuramente grande. Suor Chiara prova e vi­ve il misterioso dramma di Gesù abbandonato: presto ne condividerà la sua Passione: sulla croce. L'offerta è stata già accettata. Suor Chiara ne ha la certezza quando dice a una consorella: - Di questa pri­mavera non vedrò lo sviluppo. E’ vero, suor Chiara non vedrà la primavera, que­st'anno. Ne hanno il presentimento anche la Superiora e il Fondatore. Suor Chiara si è alquanto ripresa, ma non guarisce. Vivacchia. suo volto spiritualizzato, quel suo andamen­to composto, quell'affanno di cuore...» annoterà in se­guito don Guanella, «tutto provava che in lei non eravi più nessun attacco: era nel mondo ma non partecipava del mondo». Suor Chiara già sfiora il cielo.

 

Il dono delle lacrime

La «Divina Provvidenza» di Como deve senz'al­tro la sua realizzazione a quest'esile suora ormai di­strutta, ch'è stato il suo vero e vivo fondamento, e sarà sempre lei l'artefice dell'impensabile sviluppo. El­la stessa di questo sviluppo ha la certezza. - Vedrà - dice un giorno a suor Agnese, che sempre più attentamente la cura - vedrà che la Casa di Como crescerà, oltre ogni previsione e speranza, e sorgeranno da quella, come piante dal seme evangeli­co, altre Case ancora. Ma suor Chiara sa che c’è ancora molto da paga­re; e tranquilla e costante, con continuo eroismo, pati­sce gli ultimi giorni ferma nell'uniformità alla volontà di Dio, all'unione a Cristo Crocifisso e all'Addolorata. Ora lei soffre anche di una strana malinconia che non sa bene se è di Dio o del demonio. E un mistero per cui il suo animo sente continua voglia di pianto. Suor Chiara piange perché si sente la più cattiva di tutte le suore, perché non sa amare il suo Signore come vorrebbe. Soffre e gode indescrivibili sensazioni mistiche, e piange. E contenta di piangere e nello stes­so tempo le dispiace di piangere. Teme di scandalizza­re per questo suo pianto misterioso, che non tutti pos­sono capire, e che è ormai diventato la sua caratteri­stica. Suor Chiara è entrata nella passione del Redento­re. Vive con Lui, soffre con Lui. Non si appartiene più: si è donata, e presto sarà immolata e consumata. «Il cuore della giovinetta - annota don Guanella - si preparava per addivenire un cuore somigliante a quello di Maria, compreso di molta gioia, colpito da profondo dolore». Lei stessa si preoccupa di questo suo pianto mar­ginabile e umanamente inspiegabile, e interpella la sua guida spirituale per conoscerne la ragione e per averne giudizio morale sicuro, temendo che questo fe­nomeno sia effetto di eccessiva sensibilità, peccammo­so. In effetti può impressionare, di primo acchitto, la facilità con cui suor Chiara piange. Il pianto è retaggio del peccato; ma le lacrime misteriose di suor Chiara scaturiscono da una santa anima. Per la verità, da quando anche il Figlio di Dio ha potuto e voluto piangere, anche le lacrime hanno ac­quistato una dolcezza e una fecondità particolare. Le lacrime sono preziose. Le lacrime sono un dono. Siamo noi che le sciupiamo. Non sappiamo piangere come Gesù, come Maria, come la Maddalena, come San Francesco, come tanti altri. Ché tutti i Santi hanno pianto! Dolore cocente e copiose lacrime con cui deplora­no le loro colpe reali, o da essi ritenute tali; orrore del peccato in sé stesso in quanto offesa a Dio; brama di purificazione... Tale brama di purificazione, che ha come suppor­to il martirio dello spirito, che proviene per colmo da una natura fragile e timida e già predisposta al pianto, è una grande spinta della grazia. In questo martirio di purificazione entrano le lacrime di suor Chiara. Non vi è altra via di redenzione che la sofferenza, ed è giusto che ogni essere umano accetti la sua picco­la (ma sempre grande) croce, per essere vittima in unione con Cristo, nella Comunione dei santi. Questo e non altro potrebbe essere il significato del pianto di suor Chiara, creatura innocente: diversamente non avrebbe senso. Pianto di passione, con Cristo, sulla croce. Pianto con cui si pagano le anime e si edificano le opere di Dio. Scrivono alcuni esperti di cose mistiche che «tra i fenomeni più singolari, più caratteristici e più sor­prendenti, più misteriosi della natura umana bisogna annoverare le lacrime. Se la rugiada è feconda, anche le lacrime lo devono essere». Santa Rosa da Lima diceva che esse appartengo­no a Dio e chi le dà a un altro le sottrae al Signore. Esse, che sono singhiozzi della verità, quando la verità non può parlare, possono diventare menzogne. Esse, che sono forza, possono diventare dissolventi, esse che sono sorgenti di vita nascoste più su del pensiero, pos­sono anche diventare sorgenti di morte. Solo le lettere al direttore spirituale possono co­stituire la fonte principale per la conoscenza dei senti­menti di suor Chiara nel doloroso periodo della purifi­cazione, che l'accompagna per tutta la vita religiosa, e possono in certo modo spiegare la ragione di queste la­crime che «bagnano» in particolare l'ultimo periodo della sua esistenza. «Suor Chiara - scriverà don Guanella - il pianto lo aveva abbondante negli occhi, più abbondan­te nel cuore. Ma il pianto di suor Chiara era serio, un pianto di quelli che la Chiesa chiama una viva pre­ghiera. Considerava i peccati propri, la vita passata, Iddio fonte di bellezza, il tempo che le sfuggiva, la bel­lezza della vita religiosa, il non poterla raggiungere in quel grado che avrebbe desiderato; poi... le sorelle che pativano, la superiora che ne aveva un soprapensiero, e poi il tutto assieme davale un mar di lagrime ed essa sfogavasi in pianto amarissimo e ne chiedeva a Dio gran mercé». Come se fosse troppo ardua e pesante per lei, in­genua suora, la comprensione del dolore e del peccato, la cui penetrazione è possibile solo ai Santi, suor Chia­ra non sa reggere al drammatico raffronto tra il pecca­to dell'uomo e la santità di Dio, tra cui si è fatto inter­mediario Gesù Crocifisso, e umanamente, piange... E il suo pianto è una «viva preghiera, una preghiera altis­sima». Il Cristianesimo ha restituito, proprio nei Santi, le lacrime al Creatore dei cieli e delle acque. Le ha po­ste alle sorgenti della Vita. Gesù Cristo pianse... E il linguaggio cristiano con una energica parola designa il dolore del peccato. Questa parola è contrizione, che si­gnifica spezzamento del cuore. Nei Santi, la contrizione arriva fino alle lacrime. E le lacrime delle anime sante sono un dono del cielo: detestano il peccato, vedono l'abisso del peccato e piangono sul peccato. Ma il loro sguardo si porta più in alto, sulla vittima del peccato: l'Uomo-Dio immola­tosi sulla croce: il Crocifisso. Per questo tutti i grandi Santi hanno pianto e hanno voluto patire col Redentore. La vera natura delle lacrime di suor Chiara, quin­di, è quella dei Santi; esse cadono su due realtà dram­matiche: la Passione di Cristo e il peccato dell'uomo. Più volte, infatti, piangendo accoratanìente suor Chia­ra dice al direttore spirituale e alla sorella: - Io ho crocifisso il Signore! Suor Chiara si fa capro espiatorio. A imitazione di Cristo. Passione e morte del Figlio di Dio a causa del male e del peccato del mondo: è questa l'afflizione dell'umile suora comasca; e nella sua estrema debolez­za umana, si accende di zelo e decide di portare la cro­ce dietro al Salvatore; e poi, eletta dal cielo come me­diatrice tra Dio e i peccatori, desidera pene e dolori sempre più intensi, fino alla totale dedizione di sé, fino a morire insieme con Cristo, per lo stesso fine: per Amore.

 

Presto lo vedrò il mio Signore!

Le sofferenze dello spirito iniziate dopo il 1884 durano, in crescendo, fino al 1887. Diminuiscono solo negli ultimi tempi. Suor Chiara sente, anzi sa che ne ha per poco, e la sua vita diventa tutta una fiamma d'amore e di do­lore tesa verso uno scopo santo. Ha profetizzato anche la sua fine assai prossima: l'ultimo fiore della famiglia Bosatta presto sarà, per l'Opera di don Luigi Guanel­la, il primo fiore in cielo. Suor Chiara è alle sue ultime giornate terrene. Non mangia più. Vive solo di preghiera. Ormai si tie­ne in vita solo per l'Eucaristia: per obbedienza accetta di non comunicarsi totalmente digiuna. Gli affanni di­ventano più frequenti. Manca il respiro. Suor Chiara cade spesso in un sopore che pare di agonia. Una vol­ta, svegliandosi, ha il coraggio di fare dell' umorismo: - Mi pareva di essere passata ormai, ma non era l'ora mia e il Signore mi ha rimandato indietro... vengono a farle visita per l'ultima volta persone care, alle quali lei dal suo letto di dolore continua a donare parole d'oro. Nessuno l'aveva mai avvicinata senza sentirsi invadere l'animo da una gioia che con­fortava e rendeva migliori: suor Chiara ha sempre avuto la grazia di sapere consolare e spingere a vivere sereni anche nelle contrarietà, avendo lei sperimenta­to fino in fondo il vangelo delle Beatitudini. In paese si parla già di una piccola santa. Mamma Rosa, che si alterna nell'assistenza a suor Marcellina e a suor Agnese, non fa che pregare e commuoversi nel vedere tra le mani di sua figlia il Crocifisso della Professione religiosa; e ricorda una crocetta - unico gioiello - desiderata da Dina bam­bina... - Quel che Dio vuole... Quel che Dio vuole! - mormora continuamente l'ottima madre - La mia Di­na è stata sempre buona. È appartenuta più al cielo che alla terra! Ormai suor Chiara vive in una dimensione non più terrena. Ogni tanto sospira: - Prestò lo vedrò il mio Si­gnore! - Brutta terra, bel Paradiso! - la si sente di­re un giorno piano piano. Eppure la primavera è arrivata anche a Pianello e gli alberi mettono gemme e fiori. Cominciano a scop­piare i boccioli delle rose. Ma suor Chiara sa che non ne vedrà la piena fioritura. Il suo fisico è consumato dal male, la bellezza del giovane volto, sfiorita. Solo il suo sguardo si fa più vivo e lampeggiante; il suo sorri­so, più che mai soave. È la sera del 19 aprile. L'inferma peggiora sensi­bilmente. Suor Chiara riceve per l'ultima volta sulla terra «Gesù». Tutta la Comunità è in preghiera da­vanti al Santissimo esposto in cappella. Le orfanelle vengono a porgere alla loro amata suor Chiara l'ulti­mo saluto. Tutto sembra agevolare alla giovane suora l'ultimo cammino verso il cielo; viceversa, ecco insor­gere il nemico delle anime; ancora una tentazione: la paura della dannazione eterna. Poiché dall'imposta entra un bel frescolino, suor Agnese alimenta la fiamma del caminetto; così sfoco­nata ed attivata, la fiamma si alza e si divide in guizzi; allora la morente, lo sguardo fisso al Crocifisso, le ma­ni serrate spasmodicamente, il volto terreo, esclama: - Via, via quel fuoco! Si spegne il fuoco. Scende dal piano superiore don Luigi a confortare ed assistere la moribonda. L'agonia si prolunga tutta la notte e il mattino seguente. Suor Marcellina non si stacca dal lettino di sofferenza. Don Luigi, il quale deve assentarsi per impegni pastorali, non ha animo di andarsene. Suor Chiara intuisce e dolcemente, gli dice: - Vadà, vada, Padre! Sarà poi presente questa sera al mio passaggio, perché io voglio e devo morire nelle sue mani. Intanto preghi e faccia pregare per me... Suor Chiara sente la morte alle spalle, vicina vici­na, e mormora: - Oh, quanto sono contenta! Ora, più libera, posso guardare in su. Oh, paradiso, paradiso! - Poi si rivolge a suor Agnese, sempre accanto a lei e, sorri­dendo esclama: - Io non ne posso proprio più. Andia­mo al Paradiso! Ora, vicina alla Casa del Padre - la sua vera ca­sa - suor Chiara sorride; si sente lieta e forte. Pur se il suo respiro si fa sempre più debole e affannoso; pur se, come in sogno, vede luccicare lacrime negli occhi della mamma, di Marcellina, di Agnese... Tutte, attor­no a lei, pregano e piangono.

 

Andiamo subito, Padre!

Ritorna da Musso don Guanella e corre subito al capezzale della carissima morente: - Suor Chiara, quando dunque volete partire? - Subito, subito. Andiamo! Lei mi accompagni fino alla soglia. - Quando sarete lassù, suor Chiara, guarderete quaggiù, a tutti noi? Alcuni cenni, un filo di voce, un accenno di sorri­so: - Si! È l'ultimo «si» che la figlia obbedientissima pro­nuncia al Padre; ma stavolta non le costa: è un «si» che le schiude il cielo. - Allora, suor Chiara, volete partire fra un'ora? - È troppo un'ora! Andiamo subito, Padre... È il pomeriggio del 20 aprile 1887 quando suor Chiara Bosatta nel fior degli anni, assistita da don Luigi, da suor Marcellina, dalla mamma, da Agnese, da tutti coloro che l'hanno amata, si stacca dalla ter­ra, dove ha sofferto tanto. Ma anche tanto amato e operato. Si congeda da questo mondo mormorando: - An­diamo al Paradiso... Presto lo vedrò il mio Signore... Ha 28 anni, 10 mesi, 24 giorni. Preghiamo con grande fede e offriamo suffragi, perché così vuole la Chiesa invita don Luigi i pre­senti in lacrime - ma forse anima di suor Chiara non ne avrà bisogno e il Signore nella sua infinita mi­sericordia si compiacerà di far scendere su altre anime il beneficio delle nostre preghiere. Suor Marcellina, affranta dal dolore ardente di speranza, aggiunge: - Io ritengo suor Chiara in paradiso, quindi non posso piangere la sua beatitudine! - Fa un grande sforzo per ringoiare le lacrime e singhiozza: - Ma quanto vuoto lascia tra noi! - Poi, con fervore, rivol­gendosi alla sua amatissima Dina, mormora: - Oh, sorella mia, di lassù aiuta l'Istituto da te tanto ama­to! E suor Marcellina ha la certezza di essere esaudi­ta. La morte di suor Chiara è stata dolce, come di bimba che si addormenti. Dopo tanto patire, il suo vol­to diventa bello e sereno come quand'era giovanissima e sana. Sicché quanti la guardano si sussurrano l'un l'altro: - Ma non è morta, dorme! Che bel viso ha! Suor Chiara è già in cielo! Lassù la raggiungerà per prima la sorella Secon­da: dopo una vita onesta, laboriosa, ricca di meriti, la­scerà la terra soltanto un anno dopo: ennesimo dolore per il cuore di mamma Rosa, e di tutti quanti hanno amato e stimato Seconda, sposa e madre amorevole e virtuosa. Dopo la morte di Chiara, quando la realtà della perdita di una persona così cara è stata accettata dallo spirito ma non ancora dal cuore di carne, Marcellina sovente geme: «Era mia è non è più mia! Oh, possa io presto ricongiungermi alla mia suor Chiara diletta! Ma sente di non averla perduta: ha anzi la certez­za che suor Chiara, ora, la guarda e l'aiuta dal cielo. Che grande realtà!

 

Il modello della comunità

Dopo la morte di suor Chiara, la sorella Marcelli­na appare inconsolabile. Suor Costanza Bongio la sen­te piangere dirottamente esclamando: «Io piango non perché mi sia morta la sorella, ma perché ho perduto il modello per la Comunità e l'appoggio per la direzio­ne della medesima». Ciò basterebbe per capire quanto spazio prendes­se questa modesta e silenziosa suora e quanto vuoto ora lasciasse. Come una madre, suor Chiara otteneva l'unione; sua prerogativa era quella di cementare i cuori e farsi seguire; al punto che, anche parecchio tempo dopo la sua dipartita, si udiva esclamare or da questa consorella or da quella: «Come si capisce che non c’è più suor Chiara!». Prima che la salma della carissima suora sia de­posta nella bara, qualcuno ricorda a suor Marcellina che sua sorella, in tempo di malattia, e quando nelle sue pene interiori pativa tanto, metteva la mano sul cuore contorcendosi, sicché pareva che le si spezzasse. «Oh, il mistero di quel cuore benedetto! Perché non sezionarlo e vedere?», viene proposto. Ma nel gran silenzio si manifesta la repulsione della sorella-mamma. «Suor Marcellina tacque: aveva gli occhi rossi di lacrime e rispose: No, che mi parreb­be di farle male. La suor Chiara è un' anima bella e Dio lo sa. Quello che dessa è al cospetto di Dio, quello il sarà per sempre. E si dispose al seppellimento». Son parole di don Luigi Guanella. Il merito è pro­prio suo se suor Chiara ha potuto assurgere a tanto splendore. E soltanto lui è in grado di conoscere la perfezione di una così umile anima, al punto di consi­derarla «fondamento santo delle Opere della Divina Provvidenza». D'accordo con don Guanella, Marcellina desidera per la sua sorella di sangue e di religione solenni fune­rali. Il 22 aprile gente accorre anche dai paesi vicini. Sacerdoti e Religiosi vengono per la Messa solenne. Suor Chiara ha vissuto pochi anni per l'Opera di don Guanella e anche per quella di don Coppini, ma è sta­ta una figlia prediletta: per ambedue è stata la perla, il fiore. Per desiderio della sorella, suor Marcellina na fa tumulare le spoglie ai piedi della tomba di don Cop­pini. Per don Guanella suor Marcellina è personaggio importante non solo come validissima confondatrice, ma anche perché la più vicina testimone della vita di suor Chiara: capolavoro della sua direzione spirituale. Don Guanella sa come suor Chiara abbia percor­so, generosa, «il cammino della perfezione cristiana nella pratica dell'innocenza e insieme della peniten­za». Solo lui, unico vero conoscitore di un'anima così bella, può affermare: «L'aureola dell'innocenza che brillava su quella piccola fronte crebbe poi con l'età e non si spense mai». Presto lui, l'unico in grado di poter dire di questa anima semplice nella sua grandezza, l'unico che sia stato spettatore dei prodigi di grazia prodigatile dal Signore, intendendo proporre alle sue Figlie un itine­rario evangelico di perfezione, pensa di stendere una breve biografia della sua piccola grande Figlia, che serva di esempio alle sue consorelle e perché esse sen­tano di avere una bellissima anima lassù, a proteggere loro e l'Opera guanelliana. Al vedere, più tardi, lo straordinario sviluppo di quest'Opera, sarà generale il giudizio, sempre espresso dal Fondatore, che cioè questo sia dovuto alle preghie­re e all'offerta di Chiara, base e colonna dell'Istituto. E anche lampada che illumina e che riscalda. Che suor Chiara abbia vissuto e sia morta da san­ta, don Luigi Guanella non ha il minimo dubbio. Egli considera una grazia essere stato scelto da Dio a vigi­lare su una vocazione religiosa tanto straordinaria, e il ricordo di questa sua suora è per lui continua fonte di commozione. Riconoscente al Signore, e sicuro della potenza di un esempio fortemente edificante, mette subito per iscritto - tra i più cari ricordi suoi personali - alcu­ni appunti sulla vita interiore di suor Chiara Bosatta, rimanendo lui stesso coinvolto, non meno di suor Mar­cellina; sicché è come scrivere la sua medesima storia, dal manifestarsi della propria vocazione sul Gualdera, dalle sue vicissitudini nel fondare e nell'assumersi la cura dell'Ospizio, sino alla fondazione a Como, e via via fino all'aprile del 1887, in cui suor Chiara ha la­sciato la terra per il cielo. Le lettere di Chiara a don Guanella - poche e semplici - costituiscono la fonte principale per la co­noscenza dei sentimenti della sua figliola spirituale nel doloroso periodo di purificazione e di sofferenza che l'ha accompagnata per tutta la vita religiosa: vitti­ma gradita a Dio in mezzo a dure prove fisiche e mi­stiche; sicché, dopo averne scandagliato l'anima, don Luigi non sapeva che rispondere ai perché di Chiara altro che con l'espressione di Cristo: «Beati quelli che piangono!». Ma era anche per lui un mistero. Don Guanella accenna con pudore, ma con viva partecipazione, alla vita interiore e alla vita attiva nel­l'Istituto delle giovani Orsoline disorientate dopo la dipartita di don Coppini; risalta il suo desiderio di confortarle, di capirle, di instaurare un delicato rap­porto come da padre a figlie, oltre che da fondatore a collaboratrici. Ma la sua contenuta e sobria tenerezza si rivela con particolare predilezione proprio su suor Chiara, di cui - forse senza neppure accorgersi - parla sco­prendo la vena dei suoi sentimenti di uomo dalla scor­za dura ma dal midollo tenero. Proprio questo santo affetto tra il Fondatore e le sue prime Figlie permetto­no la realizzazione di quel modello (sempre da lui va­gheggiato) di famiglia religiosa rispecchiante la fami­glia di Nazareth. Si potrebbe dire che, mentre scrive i ricordi della figlia prediletta, don Guanella scavi nella propria inte­riorità e si commuova nella rievocazione della sua stessa vita, della sua vocazione, delle sue attese, delle sue speranze, dei suoi fallimenti, delle sue meritate e sudate realizzazioni, delle sue pene e delle sue gioie. I cammini si intersecano, così come le aspirazioni e gli ideali si fondono. Si tratta di cenni biografici inediti «che hanno il carattere di traccia con l'intenzione di dare (come scri­ve don Beria) con tratto leggero, suggestioni e ispira­zioni per l'intelligenza e per il cuore». Solo nel 1910 don Luigi affida alla signora Maddalena Albini Crosta l'incarico di stilare una biografia, che egli stesso pub­blica presso la tipografia «Casa Divina Provvidenza» di Como col titolo «Fiore di cielo».

 

Chi si umilia sarà esaltato

Una vita breve: quasi 29 anni, di cui soltanto 8 di vita religiosa. Una vita semplice, che a prima vista può sembra­re ordinaria; ma è straordinaria per la pietà, per l'os­servanza, per il sacrificio, per la fedeltà. Breve arco di esistenza vissuta intensamente in unione con Dio, nel­la preghiera e nella mortificazione; con grande slancio, coraggio e costanza: sempre tesa alla perfezione per giungere a Dio più santa che fosse possibile. L'intento di don Guanella nel presentare la bio­grafia della figliola prediletta è quello di offrire a tutte le sue Figlie un modello, uno specchio, per essere a lo­ro volta testimonianza. «È bene - egli soleva dire loro - che con la vo­stra presenza e con il vostro esempio facciate vedere con l'occhio e toccare con mano... che Dio esiste e che provvede come un buon Padre alle necessità dei suoi figli». Avutala in altissima stima e consideratala pietra fondamentale della sua Opera, il Fondatore intende far di tutto perché suor Chiara sia sempre presente come il modello ideale delle sue Religiose. Ripercorrendo l'itinerario percorso da suor Chia­ra, non è possibile non essere colti dallo stupore di trovarsi di fronte a una «santità di segno contempla­tivo posta da Dio a pietra fondamentale di un istitu­zione che si fregia specialmente dell'insegna della mi­sericordia». E sull'esempio di suor Chiara, infatti, le Figlie di Santa Maria della Divina Provvidenza si propongono di crescere nella conoscenza del Fondatore, nella mi­sura in cui Chiara lo ha conosciuto; di seguirlo come maestro di spirito così come lei si è arresa con assolu­ta docilità alla mano che la guidava. Fino alla santità. La fama delle virtù di suor Chiara va oltre la morte e spinge all'apertura di un processo di canoniz­zazione. Suor Chiara è un'anima privilegiata. Marcel­lina, che meglio e più d'ogni altro la conobbe e l'amò, e don Guanella, colui che meglio di tutti penetrò e comprese la bella anima, non hanno dubbi. Preso consiglio da autorevoli Consultori della Congregazione per le Cause dei Santi, a Roma, don Guanella, esortato dal suo grande protettore Monsi­gnor Ferrari, Arcivescovo di Milano, un giorno espone a Pio X, diventato suo carissimo amico, il desiderio di promuovere la causa di beatificazione di suor Chiara Bosatta: il Papa lo incoraggia a sperare. La Congregazione guanelliana femminile - suor Marcellina in testa a tutte - si tuffa tenacemente nel­la preghiera perché il processo informativo per la glo­rificazione della loro amata suor Chiara avvenga pre­sto. Esso viene aperto a Como nel 1912. Don Luigi Guanella è il primo fra i testimoni. So­lo lui può assicurare come «nell'esercizio delle virtù e della perfezione» suor Chiara abbia progredito «sem­pre fino alla morte, sempre all'unico intento di rag­giungere la perfezione delle virtù religiose». Nel Documento Conciliare «Perfectae Caritatis» a riguardo dei Religiosi è affermato: «Essi si consacra­no in modo speciale al Signore seguendo Cristo, che vergine e povero redense gli uomini con la sua obbe­dienza fino alla morte di croce». Nessuno più del suo direttore spirituale può testi­moniare come dalla vita e dalle opere di suor Chiara Bosatta appare evidente che ella s'impegnò a tradurre in pratica i precetti e i consigli del Vangelo, le diretti­ve e le esortazioni della Chiesa, esercitando in grado eroico le virtù teologali e cardinali. Il sacrificio cosciente di tutta se stessa ha dato va­lore fondamentale e stile di fine spiritualità a tutta la vita di suor Chiara; offerta a Dio, alla Congregazione e al prossimo che emerge da tutta la sua esperienza di preghiera, di lavoro, di obbedienza, di innocenza, di sacrificio, di buon esempio, di oblazione eroica vissuta nella letizia anche attraverso il pianto, pur nella fragi­lità della sua giovinezza, che sarà stroncata precoce­mente, ma non senza aver preparato il «frutto». La sua breve e semplicissima vita è un compendio di tutte le Beatitudini evangeliche. «Suor Chiara - scrive fra l'altro don Guanella - percorse il cammino della perfezione cristiana nella pratica dell'innocenza insieme e della penitenza. Fu molto bene, anzi perfet­tamente, fondata nell'umiltà, nell'umiltà vera, compe­netrata da grande amore a Nostro Signore e da fiducia nella bontà di Lui». Suor Chiara fu povera, fu mite, fu umile, fu paci­ficatrice, fu profondamente afflitta, fu giusta, fu mise­ricordiosa, fu perseguitata... E il suo cammino di per­fezione è stato seguito da un'altra grande testimone: ua sorella Marcellina. «Per quanto io abbia potuto osservare - questa afferma - nella condotta di suor Chiara, anche fin da piccola, non ho mai potuto notare imperfezioni in lei: tutto faceva per il Signore ed in tutte le virtù era pro­prio l'esemplare di tutti»... «Mai dubbi o perplessità nelle cose della fede, anche se fu tormentata da an­sietà e da scrupoli»... «Vedeva così vivamente le cose di fede, per la mondezza di cuore, che in tutto vedeva Dio»... «Particolarmente nella preghiera; anche pri­ma di essere suora, pregava con tanto fervore che chi l'osservava ne rimaneva edificato». È convinzione di tutti che suor Chiara è una san­ta. Lo testimoniano molti: «Verso di essa, per la sua virtù, ci sentivamo come attratte e desideravamo di restare sempre con lei, insieme, sicure così di farci sante anche noi». Il cammino di perfezione dell'umilissima suor Chiara è stato seguito passo passo, per lunghi anni, attraverso documenti e testimonianze sicure, da quan­ti avevano il compito di passare al vaglio la vita di quest'anima eletta che, abbandonata in Dio e nel suo amore, in una sete d'immolazione per i bisogni spiri­tuali e materiali dei sofferenti, degli ultimi, degli emarginati, dei peccatori, degli anziani, degli orfani, in umiltà si associò alla passione di Cristo Redentore. La Causa è andata sempre avanti; zelante e scru­poloso postulatore il Guanelliano don Carlo De Am­broggi, scomparso di recente portandosi in cuore la speranza di una imminente glorificazione della più umile e più santa suora guanelliana. Ormai è stato ac­certato che suor Chiara Bosatta, con la sua corrispon­denza all'azione dello Spirito e all'obbedienza fiducio­sa al Fondatore e Padre spirituale, ha raggiunto in breve, ma con sofferenza grande, i vertici della vita evangelica nella sua vita religiosa, nel costante eserci­zio di tutte le virtù cristiane. Il 1 settembre 1988 papa Paolo Giovanni II firma il Decreto con il quale la Chiesa riconosce l'eroicità delle virtù di suor Chiara Bosatta, e la dichiara uffi­cialmente Venerabile, cioè degna di essere invocata e venerata. Così la prima discepola del Beato Luigi Guanella ha seguito il caro Padre anche sulla via della beatitu­dine. Il miracolo da lei ottenuto in favore di una con­sorella sottoposto all'esame della Commissione eccle­siale per il processo canonico è stato approvato. Suor Lina Casartelli, di 25 anni, soffriva di un male atroce: peritonite plastica ed enterite tubercolare. Il miracolo avviene improvvisamente nella notte tra il 17-18 no­vembre 1946. La suora, guarita perfettamente, ha rag­giunto ormai i 70 anni e continua a spendersi con en­tusiasmo per l'Opera guanelliana, per la quale suor Chiara si è immolata. E mentre le Figlie di S. Maria della Provvidenza intensificano preghiere e ravvivano la speranza e la gratitudine per la sua beatificazione, la piccola suora lombarda continua ad attrarre anime nella cappella dietro l'abside della Casa Madre, da quando, il 3 giu­gno 1967, il cofano di terracotta rivestito di zinco (in cui Marcellina, con molta commozione, aveva deposto i resti dell'amata sorella) dalla cappella mortuaria del­la famiglia Mazzucchi, ov'era stato tumulato il 9 set­tembre 1907, è stato portato a Lora, sopra Como, dove ha sede la Casa Madre delle Figlie di Santa Maria del­la Provvidenza, e collocato in un avello, presso la tom­ba di suor Marcellina.

 

Modello femminile anche per oggi

Suor Chiara Bosatta è il piccolo seme evangelico gettato nella terra che, solo dopo essere marcito e morto, può dare frutto. Finora ella è esistita soltanto nel nascondimento e nel silenzio. Quante ragazze d'oggi, anche lombarde, anche comasche, hanno sentito parlare di Dina Bosat­ta (o suor Chiara)? Eppure, è una di loro: è nata in tempi non remo­ti, nella loro terra, ha vissuto in riva al Lario; ma po­chi, forse, hanno conosciuto la sua grande virtù; pochi ancora sanno che, mentre silenziosa e anonima circo­lava per le stradine di Pianello o per i viali di Como, lei andava esercitando le virtù in grado eroico. Una giovane vita in più, nella zona del Lago. No, non una vita in più: una «vita più». Malgrado ella si circondasse di umiltà, era una creatura straordinaria, che cresceva «come il fiore sensitivo che in un ameno giardino è fiore modesto, ma tanto delicato». Non per niente la prima biografia di suor Chiara porta il titolo «Fiore di cielo». Ciò può far pensare a una figurina disegnata a colori tenui, a tinte pastello, su un fondale di candore e con cenni adatti a creature angelicate (co­me appare dagli scritti del medesimo don Guanella), ma ciò è dovuto allo stile letterario dell'epoca e anche alla maniera di considerare, ieri, i santi: nati già santi e molto al di sopra, lontanissimi da noi. Invece sono uomini come noi: ma più fedeli, più coraggiosi, più vi­branti di Cristo. Il personaggio di suor Chiara, spogliato da orpelli e preziosismi, non è affatto di maniera e poco attraen­te; bensì validissimo, prezioso anche per oggi; la sua non è un immagine retorica o anacronistica. Anzi... Proprio oggi c'è bisogno di sante così. Tant'è vero che la Chiesa ha deciso di collocare su un orizzonte di luce questa piccola suora: vera gemma di una Congregazio­ne degna di tutto il merito che spetta a chi si spende in un opera religiosa ma anche sociale di tutto rispet­to. La glorificazione di suor Chiara potrà offrire al popolo cristiano un modello di anima ardente, perduta in Dio e nel suo amore, vissuta nell'umiltà; un' anima femminile, delicata e volitiva, che si associò a Cristo in un'ardente sete di sacrificio, immolandosi per le neces­sità materiali e spirituali dei sofferenti, dei peccatori, degli «ultimi». L'accettazione di una sofferenza a dimensione universale, associata al patire redentivo di Cristo, è un'altissima manifestazione di amore anch'esso a li­vello universale, in quanto dono di sé per la salvezza di tutti gli uomini. Suor Chiara Bosatta, eletta quasi come mediatri­ce tra Dio e i peccatori accetta - anzi cerca - pene per la salvezza delle anime. E si offre di cuore all'Amore infinito anche per parte di chi non lo ama, lo of­fende, lo rifiuta. Senza dubbio, suor Chiara Bosatta può trovare posto tra le Religiose più notevoli e più eroiche di ieri e di oggi. Il tessuto della sua esistenza è percorso da un filo ininterrotto sottile e fortissimo costituito da elementi sempre presenti e sempre validi nella vita di ogni donna, di ogni epoca. È vero, per i superficiali, i mistici sono sempre as­surdi e lontani. E un alibi costruito sulla «loro perfe­zione» e sulla «nostra imperfezione». Chi di noi, spe­cie se donne laiche, potrebbe imitare in qualcosa ani­me sante come questa umile suora lombarda? Non riflettiamo che, intanto, la nostra attenzione può essere focalizzata quanto meno sulla sua adesione alla volontà di Dio (che è per tutte le anime, suore e no); sulla sua pazienza, purezza, dolcezza, compren­sione, e altro ancora... Suor Chiara ci si rivela quale creatura semplice come colomba ma prudente come serpente, quindi creatura eminentemente evangelica, nella quale il seguire Cristo si è fatto gioiosa forma di vita: è dunque in clima profondamente umano che Chiara, serenamente e coscientemente, si fa dono a Dio, per i fratelli. Che cosa ha fatto per la società, questa giovane lombarda di buona famiglia e di sentimenti nobilissi­mi? Potrebbe essere la domanda di qualche donna moderna e dinamica, specie se figlia di una regione che si può prendere a simbolo dell'industria, del be­nessere, del progresso sociale, qual è appunto la regio­ne in cui Chiara Bosatta è nata e ha vissuto. Niente di straordinario in questo senso, infatti! Se ci si aspetta da suor Chiara risultati, successi, ope­re esteriori... niente. Ecco perché non molti, forse, an­che in Lombardia, conoscono ancora bene suor Chiara Bosatta. Per parlare di lei con affetto ed orgoglio si è dovuto aspettare che il suo nome fosse gridato al mondo intero dalla voce della Chiesa, che fosse dichiarata Beata. Suor Chiara Bosatta è figura molto attuale ed è di tutti e per tutti. Dato che la Chiesa è un Corpo mistico in cui tutte le membra sono unite tra loro e col Capo, che è Cristo, le opere meritorie di ogni cristiano sono una partecipazione all'opera di Cristo per la Redenzio­ne; anche se il valore di ogni opera dell'uomo deriva sempre dal valore delle opere di Cristo. La Chiesa e il mondo hanno bisogno di anime co­me Chiara Bosatta. Forse mai come ora ne hanno avu­to bisogno. Perché mai come oggi c'è bisogno di salva­re il mondo. Il dolore per la Passione spinge i Santi ad emulare Cristo nel portare la croce. Ma lo fanno per­ché sanno che dal loro sacrificio sorgono opere a favo­re dell'umanità. La sofferenza dei Santi, unita alla passione di Cristo, salva e redime il mondo. Ma dal mondo sempre (e oggi più che mai) la sofferenza è rifiutata, perché la mortificazione ha perduto il suo significato; perché non è vista come conseguenza derivata dalla corruzio­ne originale e molti non hanno più nemmeno il senso del peccato. Il motivo, e il dovere, della necessità di mortifica­zione è nel fatto che l'uomo corrotto deve essere mor­tificato perché possa essere vivificato come «creatura nuova».

 

Missionaria della carità e della solidarietà umana

«Come non amare l'Amore? - diceva suor Chia­ra alle sue consorelle. - Come non amare Gesù, che per amor nostro si è fatto uomo, ha assunto tutte le nostre miserie, eccetto il peccato? Come non amare il Fratello nostro, il nostro Redentore, che ci ha chiamati per nome? - Venite a me tutti! - Siamo poveret­ti? Corriamo ad arricchirci alla fonte di ogni ricchez­za. Siamo assetati? Andiamo ad attingere alle acque del suo Cuore divino. Siamo afflitti, stanchi, bisognosi? Corriamo, corriamo a Lui, sempre a Lui. Egli ci apre le braccia. Corriamo da Gesù» Suor Chiara ha vissuto nel silenzio e nel nascon­dimento. Tuttavia, anche senza essere prete sul piano del ministero, ha celebrato una Messa lunga quanto tutta la sua vita, immolandosi insieme con Gesù Cristo. E senza spingersi in terre di missione, ella ha predicato, seminato... L'afflizione di suor Chiara è simile al dolore delle anime grandi che, fedelissime alla grazia di Dio, vanno oltre all'accettazione del loro dolore: si affliggono del male, del peccato che è nel mondo e vogliono per que­sto pagare. San Francesco si guadagnò il rossore cro­nico degli occhi per le troppe lacrime sparse negli an­goli della sua Umbria, gemendo: «L'amore non è ama­to!». Suor Chiara, nella sua piccola stanza di Pianello Lario, ha versato un fiume di lacrime, note soltanto al Signore, per scontare, lei innocente, il male del mon­do. Ma per arrivare a questo, bisogna arrivare a co­gliere l'entità e la perversità del peccato; per capire questo bisogna essere illuminati dallo Spirito, e amare fortemente l'umanità, fino a sacrificare se stessi in vi­sta di una salvezza universale, di una rivalutazione e promozione di tutto l'uomo, come cristiano e come in­dividuo sociale, con diritti e doveri, con destino supe­riore, eterno. Suor Chiara «con la sua parola e col suo esempio predicava molto la pietà cristiana, non si vedeva atta a far la missionaria, né ostentava di farla punto da mis­sionaria - direbbe ora il Beato Luigi Guanella - ma un cenno di capo, talora un discorso servivano mag­giormente ad accendere in cuori cristiani la fede e la devozione». Suor Chiara, dunque, anima missionaria. Come tale, figura di primo piano in un'epoca che ha bisogno di riaccostarsi a Cristo; esempio per un'umanità che ha l'urgenza di ritrovare se stessa.

 

PROFILO BIOGRAFICO

 

1858 - Il 27 maggio nasce a Pianello Lario (provincia e dio­cesi di Como) da Alessandro Bosatta e Rosa Mazzucchi. Il giorno dopo, 28 maggio, viene battezzata nella chiesa parrocchiale del paese da don Carlo Ferrario, parroco di Pianello dal 1856 al 1861.

 

1868 - 14 settembre: Dma Bosatta riceve la Cresima a Don­go, nella parrocchiale di S. Stefano, da Mons. Paolo Balle­rini. A undici anni, in via eccezionale, riceve la Prima Comunione.

 

1871 - Il 31 agosto entra come inserviente-alunna nel colle­gio delle Canossiane di Gravedona.

 

1878 - Non ammessa al Noviziato per il carattere timido e chiuso, ritorna a Pianello per capire la volontà del Signo­re sulla sua scelta vocazionale.

 

1878 - 28 giugno festa del Sacro Cuore, fa la Prima Profes­sione religiosa (voti annuali-privati) nella Comunità delle Suore Orsoline fondate dal Parroco di Pianello, don Car­lo Coppini, e assume il nome di Suor Chiara.

 

1881-1882 - Anno scolastico nel collegio di Gravedona per prepa­rarsi al diploma di maestra di grado inferiore; che non riesce a consegnire perché proprio quell'anno tale titolo di studio viene abrogato da una legge governativa.

 

1883-1884 - Suor Chiara prodiga la sua opera nell'Ospizio del Sacro Cuore, fondato da don Carlo Coppini a Camlago e diretto da suor Angela (al secolo Marcellina Bosatta, so­rella di suor Chiara); insegna, assiste orfani e persone anziane, attende all'educazione e alla formazione delle ragazze, cura gli ammalati, prepara le comunicande di Pianello.

 

1884-1885 - Dopo la morte di don Coppini (1881) collabora con la sorella alla gnida dell'Ospizio e dell'Istituto di don Luigi Guanella. Egli chiede a suor Chiara di recarsi a Dongo, in aiuto alla maestra della scuola privata femmi­nile, e lei - pur con grande sacrificio - obbedisce.

 

1885-1886 - Sempre per obbedienza a don Luigi Guanella, si reca ad Ardenno (Sondrio), per la cura di un altro Ospizio ap­pena avviato da don Lorenzo Guanella, fratello di don Luigi.

 

1886 - Nella prima metà di maggio, dopo aver a lungo esitato ritenendosi inadatta all'importante mansione, accetta di andare a Como quale direttrice dell'incipiente « Casa della Divina Provvidenza». Impegni, sacrifici, instancabile atti­vità, primi sintomi del male, degenerato poi in etisia.

 

1886 - Dicembre: ritorna, inferma, a Pianello Lario. Grandi sofferenze fisiche e spirituali (si immagina peccatrice, ab­bandonata da Dio, degna dell'inferno) prega per i pecca­tori, si offre per la loro salvezza, offre la sua vita per lo sviluppo di una grande Opera che il suo direttore di spi­rito - don Guanella - da tempo sogna di edificare. E viene presa in parola.

 

1887 – 20 aprile: suor Chiara muore a Pianello Lario. Il 22, secondo suo desiderio, viene sepolta nel cimitero in una fossa ai piedi della tomba di don Coppini.

 

1907 - In agosto, i resti mortali di Suor Chiara vengono esumati e deposti nella cappella della famiglia Mazzuc­chi.

 

1912 - A Como viene aperto il Processo informativo.

 

1914 – Il 13 luglio, ricognizione da parte del Tribunale ec­clesiastico per il Processo Ordinario «super non cul­tum ».

 

1967 – Il 13 giugno avviene la Traslazione dal cimitero di Pianello alla cappella mortuaria di 5. Maria di Lora (Ca­sa Madre delle Suore Guanelliane).

 

1979 - 4 maggio: ricognizione e riposizione in una nuova cassetta da parte dell'Ordinario di Como, dietro autoriz­zazione della Sacra Congregazione per le Cause dei Santi

 

- Decreto del 26 gennaio 1979.

 

1988 – 1° settembre: lettura del Decreto sulla Eroicità delle e 18 ottobre: Consulta Medica per l'esame del «Mira­colo» attribuito alla Serva di Dio.

 

1990 - 23 febbraio: Congresso speciale della S. Congregazio­ne delle Cause dei Santi circa il » Miracolo» attribuito alla Venerabile Bosatta: gnarigione di Suor Lina Casar­telli.

 

1991 - 22 gennaio: alla presenza del S. Padre, approvazione e promulgazione del Decreto rignardante il miracolo at­tribuito all'intercessione della Venerabile Chiara Bosatta. 21 APRILE: Solenne beatificazione in S. Pietro di CHIA­RA BOSATTA da parte di S. Santità Giovanni Paolo Il.

 

PREGHIERA PER OTTENERE GRAZIE

 

Signore Dio nostro, che hai fatto della Beata Chiara Bosatta una viva immagine del Tuo Figlio Ge­sù, adoratore del Padre ed umile Servo degli uomini, ti preghiamo di poter anche noi seguire il suo esempio e di ottenere per sua intercessione la grazia... che con fiducia ti chiediamo.

 

Per Cristo Nostro Signore, Amen!

 

Padre Nostro, Ave Maria, Gloria.

 

 

BEATA CHIARA, INTERCEDI PER NOI!

 

Per grazie ricevute ed eventuali informazioni e pubblicazioni sulla Beata rivolgersi a:

 

FIGLIE DI S. MARIA DELLA PROVVIDENZA Piazza 8. Pancrazio, 9 - 00152 ROMA Tel. 06/ 58 92 082