AVVOLTO
NELLA NUBE di Don Vigilio Covi
per
il tempo di Avvento e Natale!
La
nube nasconde sempre qualcosa: nasconde le stelle, o l'azzurro
del cielo o la vetta dei monti. Nello
stesso tempo però la nube porta, come dono gratuito, difesa dai raggi cocenti,
ristoro alla sete della terra, annuncio delle stagioni.
Nascosto,
ma concreto, arriva a noi il nostro Dio. Egli si nasconde nella nube della
nostra carne d'uomo, e nella nube delle nostre esperienze. Ed Egli si circonda
della nube delle parole umane che fa giungere ai nostri occhi. Nube che mai
passa invano. Chi sa ed è attento può penetrare oltre ognuna di queste nubi
per godere del Sole e cogliere il messaggio ed il ristoro che esse trasmettono,
pur mentre nascondono la grandezza e la bellezza e la potenza dell'amore
del nostro Dio.
Il cuore
dell'uomo pulsa allo stesso modo da secoli e millenni. Gli uomini che hanno
avuto a che fare con Dio hanno reagito come reagiscono quelli che hanno a che
fare con Dio oggi.
Dentro le brevissime frasi usate dagli Evangelisti sono nascoste ore e giornate dense di vita e di conseguenze per tutta l'esistenza. La nostra esperienza riesce a togliere un pochino il velo a quelle parole che, in modo così succinto, presentano le persone che hanno vissuto da vicino il fatto centrale della storia: la nascita di Gesù.
La
loro esperienza illumina la nostra, che non è meno importante. Essi hanno visto
la nascita del Figlio di Dio nella storia, noi vediamo la nascita dello stesso
Figlio nei cuori: questa è il frutto di quella, il suo compimento. Noi ancora
più fortunati, noi ancora più responsabili. I nostri occhi vedono un natale
continuo. Il Figlio di Dio ogni giorno riceve vita ed esistenza tramite il
nostro divenire figli per Dio. Ogni giorno Egli riceve « carne » da noi,
riceve energie e luogo per vivere ed operare.
Nulla
è impossibile a Dio!
E
noi diventiamo cornice, bella o macchiata, attraente o scostante, al Suo lavoro!
don
Vigilio Covi
A queste parole Ella rimase turbata. Lc 1,
29
Quando
cerco di vivere con Dio, in intimità con Lui, mi sembra che questa sia una mia
azione, un modo con cui io gli do soddisfazione, se così ci si può esprimere
nei Suoi riguardi. Il saperlo vicino, il sapere che la sua Presenza si fa
piccola e segreta fino ad occupare il mio cuore mi dà pace. Una pace profonda,
che riveste il mio spirito, acquieta l'anima e fa riposare ogni fibra del corpo.
Una pace che fa vedere belle tutte le cose,
e che accoglie ogni avvenimento.
Non
è certamente la mia azione, la mia ricerca, che produce un così gran bene. E'
la Sua Presenza.
La
mia ricerca d'intimità è solo un risvegliarmi, un accorgermi della sua
Presenza. E' Lui che agisce e trasforma. E' Lui la pace dell'uomo, il suo
riposo.
Ma
ecco che in questa pace, in quest'acqua tranquilla Dio immerge il Suo dito! una
parola, un compito, una missione. Egli si è accorto della mia disponibilità ed
Egli ora la tocca. li cuore giunto alla Sua pace Dio lo può possedere e...
usare come strumento adatto del Suo amore.
Nei
più profondo della pace dell'uomo ecco giunge una Parola di Dio. Forse che Lui
non vuole la pace del cuore? Anzi, il cuore entrato nel Suo riposo è quello più
adatto e pronto a ricevere la Parola. Il cuore abbandonato al Padre è quello
preparato a ricevere il Verbo, il Figlio.
Ma
rimane pur sempre cuore d'uomo. E quanto c'è ancora di umano si scuote quando
il più leggero tocco di Dio lo raggiunge.
Il
cuore di Maria, cuore giunto alla pace di Dio, immerso in Lui, si turba. Si
muove ancora in Lei tutto! Una meraviglia grande, che Dio si accorga di lei, e
le rivolga parola.
Quasi
ella stessa non s'accorgeva più di se stessa.
Dio
si accorge di Lei, una Sua Parola le giunge nuova.
Rimane
turbata.
Proprio
nel momento in cui pare di aver raggiunto ogni pienezza, lo scopo finale del
vivere, d'esser arrivato alla pace, proprio allora la Parola di Dio si fa
improvvisa e scuote.
L’uomo
si sente... scoperto e chiamato. Chiamato a una nuova dimensione di pace con gli
altri uomini.
Ricomincia
il lavoro, la fatica dell'abbandono di se stesso, di un nuovo immergersi in Dio
non più da solo, ma con tutti i propri legami e relazioni con gli altri uomini
e con l'universo intero, con tutta la storia.
Ricomincia
il cammino, da una pace già ricevuta ad una nuova pace più ampia, e più
costosa.
Ricomincia
una morte più profonda di sé, pubblica e duratura, perché possa ricevere vita
e crescere e manifestarsi la Vita vera!
Maria
è « turbata ». Un turbamento passeggero, fino a quando non s'accorgerà che
la parola che la tocca e chiama è quella del suo Dio e Padre, che le aveva
riempito il cuore della Sua Pace. Ecco, di Lui mi posso fidare, ecco a Lui mi
voglio affidare. « Si compia in me la Tua Parola ». Ritorna la pace serena che
esplode in gioia pubblica, come è ora pubblica la Parola ricevuta che le
trasforma la vita in vita di madre:
«
esulta il mio spirito in Dio, mio Salvatore ».
Il
mio cuore è turbato. Quando Dio mi rivolge una parola la mia vita corre verso
la morte. Quando mi raggiunge la Parola del Padre, ecco, Lui vuoi fare in me
posto per il Figlio Suo. Il mio io, cosi piccolo e corruttibile, si turba perché
incontra una nuova morte, ma non appena cederà e lascerà tutto il posto alla
Parola, allora una nuova Vita sorge riempiendo tutto, come nuovo regno per
sempre: la Tua, Gesù.
Sarai muto e non potrai
parlare fino al giorno... Lc 1, 20
Ci
sono parole che passano e parole che non passano.
Ci
sono parole che fanno parte del mondo che svanisce e parole che vengono da quel
mondo che dura in eterno.
Le
une e le altre vengono pronunciate dalle mie labbra uscendo dal mio cuore. La
bocca, difatti, esprime ciò che sopravanza dal cuore. Il mio cuore è come un
recipiente capace di contenere tesori intramontabili e capace di contenere
cianfrusaglie destinate al fuoco.
Di
lì vengono le parole. La bocca si muove per esprimere desideri, pensieri,
giudizi, osservazioni, esclamazioni, volontà, ... La mia bocca si muove per
esprimere anche i desideri, i pensieri e le osservazioni e la volontà di Dio!
Ma
molte volte quel che io dico, le mie parole, anche se sono parole di Dio, non
toccano il cuore degli uomini, non producono frutto, sono sterili.
Mi
accorgo allora di essere muto. Come se fossi muto. Come se le mie parole fossero
solo aria che esce dai polmoni senza comunicare nulla, senza donare vita, senza
accrescere in chi mi ascolta l'amore e la gioia e la forza e la consolazione e
la grazia che sono proprie della vita.
Come
mai le mie parole sono sterili? come mai ciò che esce dal cuore è privo di
vita?
Eccomi
muto.
E'
stato terribile per Zaccaria ritrovarsi improvvisamente incapace di dire alcunché.
Ma per lui è stato una grazia, un dono dì Dio. Dal suo cuore che dubitava di
Dio, che non ha preso seriamente la Parola di Dio, dal suo cuore divenuto
disobbediente in seguito al fermarsi della sua intelligenza che non capiva come
Dio fosse superiore all'esperienza dell'uomo - che, passata una certa età, non
può più aver figli -, dal suo cuore bloccato nell'abbandono a Dio non
sarebbero più potute uscire parole di vita.
Zaccaria
avrebbe potuto e saputo pronunciare solo parole inutili, senza vita, sterili;
solo parole di convenienza, solo parole senza luce divina, senza forza
spirituale, senza attrazione al Signore. Le sue parole non sarebbero più state
portatrici di amore e di confidenza in Dio, non sarebbero più state segno o «
ombra » della Parola, del Verbo ubbidiente in tutto al Padre, del Figlio santo
ed eterno. Le parole di Zaccaria, semmai ne avesse potuto dire, sarebbero state
parole capaci di mettere in evidenza la sua incredulità, la forza del suo
ragionamento, l'impotenza dell'esperienza dell'uomo e avrebbero nascosto, invece, l'onnipotenza e la superiorità di
Dio! sarebbero state parole di menzogna, di tenebre, di quella tenebra che vuole
coprire la luce di Dio.
Eccolo
muto. Dio stesso gli risparmia di diventare servo delle tenebre.
A
me Dio non concede questa grazia. Ma mi concede di accorgermi se le mie parole
sono sterili, se non comunicano sapienza né gioia né Consolazione. Egli mi
concede di vedere se le mie prediche di sacerdote non danno forza ai cuori che
ascoltano, se i miei colloqui con le persone non illuminano strade nuove per il
loro cammino di fede, se il mio saluto a coloro che incontro per strada non
comunica l'amore di Dio.
Ed
allora... allora è segno che nel mio cuore qualche Parola di Dio è stata
rifiutata. E' segno di una mia disobbedienza e sfiducia alla promessa del Padre,
è segno che ho sottoposto gli inviti di Dio al mio ragionamento.
Resterò
muto, saranno sterili le mie parole, fino al giorno in cui le mie labbra non si
apriranno che alla lode di Dio. Fino al giorno in cui avrò fatto una nuova
esperienza di abbandono e ubbidienza al Padre, fin quando la sua Parola non avrà
trovato in me terreno per germogliare e crescere.
Allora
la mia vita sarà nuovamente dono di Dio e non solo parole delle mie labbra, ma
pure la mia presenza silenziosa comunicherà qualcosa della Vita che è nel
Figlio di Dio!
Zaccaria
ricominciò a « parlare » quando volle dire: « Benedetto il Signore, Dio
d'Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo », quando cioè Dio
divenne nuovamente il suo Dio, più importante di se stesso!
Concepì
e si tenne nascosta per cinque mesi:
e diceva: «Ecco che cosa ha fatto per me il Signore nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli
uomini». Lc 1, 24
Non
sempre l'uomo si mette in mostra. Ci sono stati e ci saranno periodi della mia
vita in cui ho cercato - e cercherò - di nascondermi.
Credo
che il nascondiglio faccia parte della vita autentica, come per la pianta è
necessario star nascosta sotto terra fino a che il seme non sia morto, come per
l'acqua è necessario scorrere sotto i sassi, nascosta, fino a che non trova il
suo spazio per donarsi, come per la vita dell'uomo è necessario rimanere
nascosta nel grembo, fino alla sua ora.
Quando
Dio mi tocca e si unisce a me - ed Egli non manca di chiamare a questi
appuntamenti i figli destinati ad assomigliargli - cerco inevitabilmente il
nascondiglio, fatto di silenzio, di semplicità, di spazio vuoto e libero da
ogni altra cosa e persona. Sembra allora che la presenza degli altri mi rubi
qualcosa, mi tolga un certo che di prezioso e di vitale. Mi tolgono quasi dalla
presenza di Dio, che è l'unica che ho trovato piena e che vorrei gustare e di
cui lasciarmi riempire.
Elisabetta
si tenne nascosta cinque mesi. Elisabetta si è sentita privilegiata da Dio. Ha
compreso che qualcosa di ancor più nascosto è nato in lei, di intimo e
segreto. Ed allora eccola partecipare di questo nascondersi, e si ritira. Vive
in un deserto nuovo, cercato, creato attorno a sé. Aveva fatto l'esperienza del
deserto, sentendosi inutile alla vita perché il suo grembo era sterile, e tutti
quelli che vivevano e si muovevano
attorno a lei erano un richiamo a ciò che le mancava. Vedeva in tutti gli
uomini dei figli, lei che figli non aveva. Ed era isolata. Costretta a rimanere
esclusa dalla vita. Deserto arido, pungente, mortificante.
Ora
lo continua, ma non è più così. Ora è il deserto che nasconde e custodisce la vita. Ora è un deserto di gioia e di consolazione.
Un deserto che è preparazione a tornare tra gli uomini.
«
Si tenne nascosta per cinque mesi ». Un deserto necessario: in esso ella è
ancora rivolta con i pensieri e col cuore a se stessa, e in esso vede il Signore chinato su di lei. E' il periodo di
passaggio. Aveva visto se stessa rifiutata dal Signore, per tutti gli anni della
sua vita, ed ora il Signore la accoglie.
Ora
contempla ancora se stessa come accolta da Dio, e gode di questo dono che le
viene fatto. E nel dono di Dio che ha ricevuto vede la benevolenza del Padre per
se stessa. Non più vergogna! non più umiliazione! ora è come tutte le donne!
Sono
cinque mesi di gioia, cinque mesi di lode a Dio per quel che le ha concesso,
cinque mesi di attenzione a se stessa!
E'
un deserto che prepara una nuova stagione.
Cinque
mesi per preparare Elisabetta a vedere il proprio dono come dono di Dio
all'umanità, come dono del Padre al Figlio, cinque mesi per prepararsi ad unire
se stessa al Padre nel donare il proprio figlio, per considerare il dono
ricevuto come un compito, per comprendere che il proprio figlio non era
destinato a lei, per una sua personale soddisfazione, ma che quel figlio era per
lei l'occasione di donarsi, di sacrificarsi, di offrire se stessa al Signore per
la salvezza degli uomini.
Mesi
di nascondimento per Elisabetta, perché mesi di maturazione, di passaggio dal
possesso egoistico del dono di Dio all'unione di sé, della propria vita, a quel
dono! Passaggio dal ricevere al donare, dall'attenzione a sé (che produce
vergogna prima e poi vanto) all'attenzione ai progetti di Dio.
Solo
dopo questa maturazione, dopo questo passaggio, lento ma necessario, Elisabetta
sarà pronta ad incontrare la Madre che l'avvicina al Suo Signore!
Il
mio nascondiglio, il mio deserto terminerà. E' sempre e solo un passaggio. E'
luogo di maturazione.
Luogo
in cui dovrò staccarmi da me stesso, imparare a distogliere lo sguardo dalla
mia vita senza compiacermi se il Padre vi ha posto il Suo. Se Egli mi sta
arricchendo di doni, non sono per la mia gloria, ma perché la mia vita possa
entrare in un servizio più pieno e deciso alla Sua Volontà. Se il Padre mi ha
dato qualcosa, me ne chiederà il frutto, perché ha nascosto nel mio cuore un
seme; cerco il deserto, cercherò di rimanere nascosto: il seme di Dio, quando
germoglierà e porterà frutto, toglierà la mia vita dal buio, dal riparo e la
metterà sul moggio. Ma non voglio farlo io. lo non conosco i tempi che conosce
Dio. Cinque mesi? anche più, se Egli lo vuole. E ancora di nuovo, ogni volta
Egli vuole usare la mia vita per diffondere la Sua.
Il
bambino le sussultò nel grembo
Lc 1, 41
Avviene
di quando in quando che provo una grande gioia, una di quelle spinte interiori
che mi fanno esser contento, senza avere un qualche plausibile motivo negli
avvenimenti esteriori. La mia vita interiore ha subito un qualche impulso
segreto per cui porta tutto il mio essere ed esultare e godere. L'interrogativo
- da dove venga tale gradita sorpresa - mi si scioglie quando contemplo i
bambini. I bambini godono di una libertà tutta particolare. Una libertà in cui
si possono manifestare con evidenza e sicurezza i frutti dello spirito che li
avvicina. Ti avvicini a loro con spirito ci superficialità o di possessività,
ed essi cercano rifugio altrove, fuggono. T avvicini con rispetto e con amore,
rimangono sereni e limpidi. Ti avvicini con libertà, parli loro di Gesù, doni
loro anche solo il Suo Nome con amore per Lui, ed essi gioiscono, aprono cuore,
occhi, viso ad una luce nuova e chiara. La gioia della vita, la bellezza del
creato, la soavità di una forza interiore li sfiora. Il Nome di Gesù, che
giunge ai loro orecchi pronunciato dall'amore, li fa vivere. Anche solo la
presenza di Gesù nel tuo cuore, se è presente, li attrae. E i genitori sono
costretti, costretti dalla inerme violenza del bimbo ad avvicinarsi a Gesù, a
lasciarsi muovere le viscere più interiori, come se una piccola violenza
interna producesse un terremoto nella propria storia, nelle proprie decisioni di
autosufficienza, nelle proprie sicurezze raggiunte.
Giovanni,
senza coscienza e senza capacità di vedere e sentire, nascosto nel grembo della
madre, vive protetto da tutto, da ogni cosa: solo lo spirito lo può raggiungere
e muovere dall'esterno.
Un'altra
Madre si avvicina alla sua. Egli non la vede, non la ode. Ma egli sente
avvicinarsi lo Spirito del Suo Signore, di colui per cui egli nascerà, e vivrà
e morirà. Un incontro misterioso, incontro muto di due vite racchiuse e
custodite nell'oscurità. Due vite che hanno già un nome, segreto. Nessuno lo
pronuncia ancora, ma esiste già! « il bambino » ancora incapace di vita
propria è capace di una propria gioia! L'avvicinarsi di Gesù è pienezza di
vita, l'avvicinarsi di Gesù è lo scopo di tutto, è raggiungere il tutto. La
gioia dei bimbo nascosto è violenza per Elisabetta, la madre. Una dolce
violenza che la risveglia, che la rende attenta e la spinge a docilità.
Ella
si chiede il perché della gioia improvvisa del proprio figlio, del frutto delle
sue viscere: una gioia che raggiunge colui che ancora nulla può decidere. Come
può egli gioire, godere, sussultare? Egli che ancora non possiede tutta la
vita, è stato raggiunto dalla Vita. La madre s'accorge, ella che sa che la
gioia non viene dal mondo e dalle cose e promesse del mondo, s'accorge di esser
preceduta e avvisata e vinta da chi può ricevere impulso solo dallo spirito.
S'accorge che il figlio ha notato la presenza di Colui che dà pienezza e
significato ad ogni cosa e ad ogni vita!
Egli
comincia già, inconsapevolmente, il suo compito!
Egli
annuncia ora alla propria madre la presenza di Colui che la salverà, come
l'annuncerà poi con altra veemenza ad uomini legati dal male e bisognosi di
colpi violenti e forti per scrollarselo di dosso ed esserne liberi.
Solo
nello spirito Giovanni riconosce e riconoscerà il suo Signore. La sua vita dovrà
diffidare da quanto scoprono i suoi occhi e sente la sua carne: questa lo porterà
a dubitare, ad essere incerto, ad interrogare. Solo lo Spirito, che precede e
non tiene conto di evidenze ed esperienze di odio e di morte, solo lo Spirito
gli rivelerà, con la Sua gioia e la Sua pace, la presenza e la grandezza
dell'amore dello Sposo.
Come
bambino voglio lasciarmi toccare io pure da ciò che i miei occhi non vedono e i
miei sensi non toccano. La vita, la vita vera ed eterna del Figlio di Dio mi
raggiunge nel buio, nella notte, quando intelligenza e sentimenti e sensi
tacciono. Quando non lascio influire su di me gli uomini coi loro odio e il loro
peccato, quando non bado alle urla che si accavallano accanto a me, quando torno
col cuore all’ascolto segreto di Colui che mi avvicina - segreto anche Lui -
allora la mia vita esulta e in me un nuovo canto - come di bimbo ignaro dà
dolcezza e forza ai miei giorni. Ritorno bambino e potrò udire ciò che nessuno
ode, potrò esser toccato da ciò che nulla può toccare, potrò godere gioie
nascoste e così - senza saperlo - risvegliare i cuori del mondo ad accorgersi
di un'altra Presenza.
Lo
avvolse in fasce
e lo depose in una mangiatoia Lc
2, 7
Uno
spirito strano - se così si vuol dire - possiede le
persone che si fanno guidare in semplicità da Dio. E' uno spirito di
profezia. Essi nemmeno s'immaginano che le loro azioni sono dirette da lontano e
preludono fatti lontani, fatti in cui Dio stesso sarà all'opera. Ma lo
stesso Dio anticipa segni e parole, lo stesso Dio quasi vuole preannunciare,
mettere al corrente i suoi amici più attenti e più semplici, di quali saranno
le sue intenzioni e a quali vicende li sta preparando. I fatti della mia vita
hanno avuto tutti il medesimo Coordinatore e sono stati permessi e accolti dal
medesimo Padre sapiente. Non posso dire che abbiano avuto il medesimo Autore,
perché talvolta ho lasciato agire in me qualcuno che non era Amore di Padre, né
Amore di Figlio.
I
fatti che mi hanno toccato nella vita, piccoli e grandi, hanno perciò tutti un
significato unitario e profondo. Ma per scoprirlo o per vederlo semplicemente è
necessaria la trasparenza dell'acqua viva e la sottigliezza dell'aria pura, è
necessario lasciare completamente la vita, con la sua intelligenza, memoria,
forza, volontà, in balla di quello Spirito che guida gli eventi verso il
traguardo finale.
Un
gesto semplice, il più ovvio che Maria poteva compiere e che ha compiuto
certamente ignara dei miei pensieri, mi comunica ora messaggi grandi e gloriosi.
Ella
ha avvolto il corpo nudo e fragile del suo piccolo figlio in fasce. Lo ha
deposto in un luogo semplice e custodito. Certamente ella non pensava e non
sapeva che il suo gesto così spontaneo era già preludio di un altro gesto che
ella stessa avrebbe accompagnato. Lo stesso Spirito muoveva le sue mani ed il
Suo cuore.
Fasce
e grotta cambieranno nome e diverranno sudario e sepolcro: e sarà ancora lei ad
avvolgere e deporre. E sarà ancora Lui, quel figlio, ad esser avvolto e
deposto. Maria già dall'inizio posseduta dallo Spirito Santo, che muove la
storia secondo disegni d'amore, preannuncia un inizio nuovo, quello definitivo.
Quel bimbo uscirà da quella mangiatoia per essere adorato, quel corpo fasciato
uscirà dal sepolcro per esser glorificato. Lo Spirito di profezia muove le mani
di Maria, senza che ella stessa se ne accorga! Ella lo prepara alla gloria!
Lo
Spirito Santo, che in ogni circostanza e attraverso
ogni cosa ci vuoi parlare del Figlio, che ci vuoi far conoscere e accogliere
l'amore del Padre, ecco che fa compiere a Maria un gesto che ci preannuncia ogni
cosa.
Il
Padre metterà Gesù là dove tutti lo vedranno, ed Egli, il Figlio, si porrà
là dove potrà essere mangiato.
Lo
Spirito Santo oggi mi avvicina al tavolo ove la mia vita si nutre e cresce verso
l'eternità e là lo Spirito stesso mi prepara ancora un Corpo da mangiare, un
pane che è la Vita di quel Figlio. Le mani di Maria, senza saperlo strumento
dello Spirito di Dio, mi sono profezia, mi danno gioia di sapere che fin
dall'inizio quel Figlio è stato deposto in una mangiatoia perché gli uomini -
da animali qual sono purtroppo - possano nutrirsene e divenire figli.
Ma
lo stesso Spirito è ancora all'opera e soffia e muove mani e cuore d'uomo per
annunciare e donare amore e cibo divini.
Riconoscerlo?
Sì, è importante, ma è un dono di luce che Egli stesso concede a chi non
pretende!
Piuttosto
lasciarmi muovere il cuore e le mani da Lui: affinché il mio cuore e le mie
mani divengano segno per coloro che sanno leggere i segni anche se io non so, e
affinché il mio cuore e le mie mani portino quell'Amore che, anche se non
decifrato, contiene la potenza ed il cuore e la sapienza del mio Dio.
Lo
stesso Spirito muove ancora i gesti degli uomini e i fatti del mondo, che
divengono e sono per me segni: segni del tempo. Segni che è tempo d'amare,
tempo di lasciar fare a Dio, tempo di affidargli la mia vita, tempo di lasciarmi
fasciare e deporre insieme al Figlio di Dio dalle mani dell'uomo. E saranno come
mani di madre, che senza saperlo realizzano un amore più grande e preparano un
amore più lontano e perfetto.
E'
Spirito di profezia lo Spirito di Dio. I miei occhi sono quasi costantemente
annebbiati, che non vedono se non l'apparenza: come occhi che vedono muoversi i
burattini senz'accorgersi di Colui che li muove e dà loro voce!
Vieni,
Spirito Santo! perché io veda al di là, intraveda l'Amore del Padre, e
accettando ogni evento con serenità mi prepari a quell'evento che mi vien
sempre preannunciato e richiesto: la mia deposizione nella mangiatoia del mondo,
il mio incontro coi sepolcro, e la mia uscita gloriosa verso l'Amore del Padre.
Mt
1, 25 Egli lo chiamò Gesù.
Vivere
con semplicità e obbedire con amore agli inviti e ai comandi di Dio rende
l'uomo saggio e stimato dagli altri uomini. Chi vive così fa tutto con
naturalezza e spontaneità, come fosse il modo più ovvio e chiaro, quasi
l'unico, di esistere!
Ed
egli sa che tutto ha origine da Dio, e che di Dio è il merito della bontà e
della riuscita di ogni pur piccola opera. Mi verrebbe da arrossire - non dico di
vergogna, ma come di una menzogna palese involontaria - quando qualcuno mi
ringrazia o mi loda per qualche parola o per qualche azione che ho compiuto. lo
l'ho fatto solo per obbedienza a Dio, perché ho trovato la Sua Sapienza molto
opportuna e vera, e gli uomini si fermano a guardare a me, a lodarmi. Quasi come
se uno facesse il monumento al martello e allo scalpello dello scultore di
un'opera d'arte.
Sento
di rubare qualcosa a Dio, ma non posso fare nulla! Talvolta non si può nemmeno
parlare, bisogna tacere e lasciar credere che, sì, è merito mio! Solo nel
profondo del cuore porto il segreto, lodo il Signore, Egli che unico è capace
di aprire gli occhi miei, e altrui a riconoscere quanto viene da Lui, anche se
tramite le mie mani o la mia bocca.
A
Giuseppe dev’essere successo così. Riceveva gli elogi di tutti: egli,
falegname, padre di un bambino adorato dagli angeli, dai pastori, dai re magi,
temuto da Erode!
Riceveva
gli elogi, riceveva stima e onore.
Ed
egli poteva solo arrossire. Non poteva dire a nessuno quanto egli I solo sapeva.
A nessuno poteva dire l'opera dello Spirito Santo. Egli stesso non l'aveva
capita ragionando, ma solo per dono divino giuntogli nel sonno, mentre le sue
facoltà riposavano. Egli capiva la preghiera che il suo popolo ripeteva spesso
« dono di Dio sono i figli » e « il Signore riempie di beni i suoi amici nel
sonno ». Egli non aveva fatto proprio nulla, non aveva nemmeno scelto il nome
per il figlio. Anche questo gli è stato donato nel sonno! Nessuno lo sa. Egli
non può dirlo ad alcuno. Egli riceve la lode degli uomini, lode ingiusta.
Quella lode per lui è memoria della sua croce, dell'ultimo posto che occupa,
della continua rinuncia che gli è chiesta.
E'
anche memoria della sua scelta di obbedienza totale a Dio. E' richiamo a quanto
Dio ha potuto compiere tramite i suoi ripetuti « sì »
alla
Sua Volontà, tramite la sua continua e completa disponibilità.
Ecco,
l'unica cosa, l'unico merito di Giuseppe: ha solo detto sì nel suo cuore. Ha
solo ubbidito.
Non
ha merito di aver preso qualche iniziativa, né di aver avuto intelligenza per
pensare qualche soluzione ai problemi né di aver trafficato talenti particolari
di furbizia o di potenza. Non si dice nemmeno se abbia avuto capacità speciali
di preghiera.
L'unico
suo merito è di aver avuto il cuore libero da sue iniziative, pronto per quelle
di Dio. Un cuore disponibile, abbandonato del tutto e per sempre alla Volontà
sapiente di Dio. Egli forse sapeva, comunque credeva che Dio era più
interessato di se stesso alla propria vita, e si fidava. Dio stesso era
interessato alla vita della sua sposa, ed egli si fidava. Dio stesso era
interessato alla vita del figlio appena nato: gli aveva suggerito il nome
addirittura. E Giuseppe sente che la fiducia che Dio gli accorda - a lui, uomo -
è così grande, e non la merita di certo. Un unico atteggiamento gli rimane
possibile: essere ancor più decisamente abbandonato e ubbidire senza indugi. Lo
chiamò Gesù!
Gli
uomini che mi lodano un giorno capiranno. Quando Gesù sarà cresciuto ai loro
occhi, o meglio i foro occhi si apriranno a vederlo e contemplarlo, allora
ridimensioneranno tutto e vedranno la realtà. Allora capiranno che io sono uomo
come loro ed essi come me. Ma allora potranno anch'essi rendersi disponibili
alla voce di Dio e preoccuparsi solo di realizzare la Parola che esce dalla Sua
bocca. Quando capiranno che il dono ricevuto da Giuseppe è stata una croce per
lui, e quando vedranno che la sua croce è stato il dono più grande che avesse
potuto ricevere, allora il loro cuore e la loro bocca si aprirà alla lode di
Dio. Allora il loro cuore e le loro mani si offriranno all'abbandono ai cenni di
Dio. Solo allora capiranno che l'uomo non ha bisogno d'esser lodato, che l'uomo
di Dio arrossisce come per un'ingiustizia e una menzogna se riceve onori. E che
questi sono solo tentazione e croce per lui.
Ma
intanto non posso dir nulla. Solo invocare la luce con grande misericordia su
tutti gli uomini perché arrivino a ricevere e pronunciare con amore solo quel
Nome: Gesù.
Lc
2, 20
I pastori poi se ne tornarono glorificando e lodando Dio per tutto
quello che avevano udito e visto, com'era stato detto loro.
La
vita continua con i soliti ritmi. Il giorno succede alla notte, la notte copre
le luci del giorno. Gli uomini lavorano di giorno e dormono di notte oppure di
notte fanno il male che non possono commettere di giorno. Così costringono
altri uomini a vegliare sulla propria vita e sulle proprie cose. Gli uomini non
riescono a costruire novità. Le novità durano poco e rientrano nell'ordine
della normalità. Le novità degli uomini accelerano soltanto il loro ritmo di
attenzione e paura, di gioie smorzate subito dalle sofferenze e dal peccato.
La
vera novità può venire solo dal di fuori, dal di sopra. Ed è venuta. Non è
un fatto, non è un avvenimento della storia, non è di grande rilevanza. E'
semplicemente un'altra vita. E' un altro uomo, piccolo e indifeso come tutti gli
uomini. L'unica diversità è che di lui si è già parlato e sentito parlare.
Il
mio cuore d'uomo' me lo diceva: verrà uno, lo incontrerò finalmente, un uomo
fatto tutto d'amore. Uno capace di amare come io vorrei esserlo, uno capace di
lasciarsi amare da me anche se sono così povero e meschino e incapace di grande
amore. Deve venire qualcuno che sappia apprezzare quei poco di amore che c'è
nel mio cuore e che rimane purtroppo nascosto in mezzo ai miei peccati. Gli
uomini vedono questi, verrà uno che sappia vedere quello! Gli uomini non mi
ritengono degno e non si lasciano amare da me, vogliono sempre pagare il mio
amore, ricompensarmi, darmelo di ritorno. Nessuno accoglie pienamente quel che
io voglio donare. Quando verrà colui che avrà un amore così grande da
accettare la mia vita in dono, allora sarà un giorno nuovo, allora inizierà
una luce senza termine, capace di illuminare ogni tenebra e ogni tenebra non sarà
più così buia da impedire il cammino insieme con gli altri uomini.
I
pastori ne hanno sentito parlare. Gente semplice, ma capace di distinguere i
belati di ciascuna pecora, e di distinguere i belati del dolore da quelli della
gioia, sanno pure distinguere voci d'uomo da voci d'angelo. Essi non cercano
segni di grandezza, non saprebbero avvicinarsi a segni di potenza e
d'intelligenza. Sanno leggere i segni della povertà, li sanno leggere anche
nella notte, perché sono abituati a non vedere nulla! Eccoli avviarsi «
senz'indugio » là dove messaggeri di Dio li inviano. Messaggeri di Dio! sì,
non c'era interesse nelle loro parole, non c'era paura, non c'era quel che di
solito c'è nei messaggi che vengono dall'uomo. Nel messaggio ricevuto nella
notte c'era solo amore: un amore nascosto, di cui non si vedeva l'inizio né la
fine. Ma un amore concreto, con segni concreti. Alla concretezza risponde una
corsa. « Andiamo e vedere... ». Trovano solo e nulla più di ciò che
s'aspettano. Trovano un bimbo in fasce normali con genitori normali. E' un dono
per loro? Sì, è un dono, un dono vivo: perché rimanga tale richiede che chi
lo riceve si faccia dono per lui. E' il dono più grande, perché accoglie la
mia vita, accetta che lo ami, così come posso, anche se peccatore.
I
pastori gli danno la loro voce. il loro cuore trabocca la gioia di chi si sente
amato, di chi si sa accolto, la gioia di chi sa d'esser stato scelto a vedere la
Vita. La loro vita non è più quella di prima. Continueranno a vegliare il
gregge di notte, andranno ancora in cerca d'erba e di fonti d'acqua, toseranno
ancora le loro pecore e faranno attenzione ai belati: ma sarà un'altra cosa.
Sanno che Lui vive per loro, sanno che essi vivono per Lui. La vita non è più
chiusa, il cielo non è più una scodella rovesciata sotto la quale si devono
affannare, la terra con la sua notte ed i suoi giorni brevi non è più nemica.
Ora c'è l'amico.
Anche
la mia vita s'è trasformata, come quella dei pastori. Nulla di nuovo, al di
fuori. Faccio quel che facevo. Ma dentro tutto è nuovo. Non sono più solo: c'è
Lui, l'Amico. E' nato, è vivo. Anche se non lo vedo più o se si è nascosto in
mezzo agli uomini, c'è. Nel segreto della notte gli ho dato e gli continuo a
dare la vita. Egli accetta ogni mio gesto d'amore. Sono peccatore, ma il suo
sguardo copre la moltitudine dei miei peccati perché Egli guarda nella notte, e
vede anche l'amore nascosto nel cuore.
I
pastori tornano, parlando a tutti di Colui che avevano incontrato, con la gioia
di chi vive una vita diversa, nuova, luminosa. Anche la mia bocca si apre a
parlare di Lui. E di chi altro si potrebbe riempire il mondo, se non di colui
che riempie il cuore?
Mt
2, Il
Poi, aprirono i loro scrigni e Gli offrirono in dono oro, incenso e
mirra.
I
tesori degli uomini sono molti. Ogni uomo ne ha nascosto una grande quantità.
Li tiene nascosti perché ha paura degli altri uomini, oppure li lascia vedere,
li mette bene in evidenza per essere ammirato, essere considerato, esser temuto.
Allora il suo tesoro è questo desiderio di vanità o di superbia.
Anch'io
ho i miei tesori. Ne ho accumulato e ne ho lasciato perdere molti durante gli
anni della vita. i tesori della terra hanno questo vantaggio: perdono valore
facilmente. Questo potrebbe essere un aiuto per l'uomo, che dovrebbe esser
portato così con facilità a cercare tesori eterni, ma l'uomo invece - il mio
cuore d'uomo - non si rassegna con facilità alle delusioni e cerca rivincite.
Vuole essere re. Tende ad essere re. L'uomo vede nel re colui che ha libertà,
che può fare quello che vuole. Vede nel re colui che viene onorato e servito
dagli altri uomini inferiori a lui. Vede nel re colui che possiede tutto ciò
che può sognare. in fondo nel re vede colui che può soddisfare senza vergogna
e senza impedimenti le proprie passioni.
Ecco
il tesoro tenuto nascosto, ciò a cui l'uomo è legato e a cui egli sottomette
tutti i tesori. E l'uomo normale... quest'uomo, vive anche in me. Desidero
libertà, poter fare ciò che a me pare bene! Desidero esser amato, esser
stimato, vivere a lungo per vedere gli uomini piegarsi davanti a me, vivere
sempre! Desidero ricchezze, per poter fare elemosine s'intende!, ma desidero
ricchezze stimate dal mondo!
I
Magi avevano queste cose. Ne avevano in abbondanza. Erano veri re! possedevano
oro, ricchezze preziose, che permettevano loro libertà di fare e avere secondo
i desideri. Possedevano incenso, l'onore cioè e la gloria degli uomini: erano
riveriti e serviti, come se il loro volto fosse di luce. Possedevano mirra, la
possibilità di rimanere su questa terra a lungo, oltre la propria morte, di
lasciare qui qualcosa di sé, almeno il proprio nome o cognome, in modo da esser
ancora onorati e serviti nella discendenza! Avevano queste cose, eppure ancora
non erano contenti. Cercavano, volevano trovare qualcosa più sicuro di se
stessi. In fondo sentivano che - pur essendo re - lo erano solo agli occhi di
uomini mortali e secondo concezioni e visuali destinate a finire.
Perciò
cercavano. Non mancava loro intelligenza né prudenza per cercare. Anch'essi,
pur essendo re, trovano qualcosa solo di notte. La loro intelligenza e il loro
oro non fanno luce a sufficienza. Il loro desiderio però è sincero, e colui
che scruta i cuori e li vaglia li ha trovati degni della sua amicizia. Egli il
Re dell'universo, il Padre dei popoli, trova che quei cuori di re sono piccoli a
sufficienza per poterli riempire di sé. Si serve non di ciò che hanno più
degli altri uomini, ma di ciò che li rende uguali a tutti, per incontrarsi con
loro. Si serve della loro umiltà e semplicità. Il segno della stella poteva
esser compreso dalla loro intelligenza, ma accolto solo dalla loro umiltà. E
solo la loro semplicità poteva guardare il bimbo in braccio alla madre con
occhi capaci di vedere in lui divinità e regalità. Un grande cambiamento
avviene in loro, come per miracolo. Quei bimbo sostituisce la loro vita. E' lui
il vero re. E' lui che deve ricevere onore e gloria dagli uomini, è lui che
saprà amministrare l'oro con disinteresse e senza desiderio di arricchire, è
Lui che deve rimanere per sempre su questa terra! E' Lui che deve poter fare ciò
che vuole, perché ciò che Egli vuole sarà garanzia di libertà per tutti!
Hanno trovato colui cui appartiene il loro titolo di re, colui cui può
appartenere anche il loro regno con la propria vita! Nelle sue mani si può
mettere l'oro, garanzia di libertà, davanti a Lui l'incenso, garanzia di onore
e di gloria, a lui si può donare la mirra, sicurezza di un futuro stabile.
Una
piccola luce nella notte, come lampo veloce che squarcia la tenebra dei pensieri
del mondo, ha rivelato anche a me la grandezza di quei bimbo. Nelle sue mani i
miei tesori più preziosi divengono ancor più splendenti. Quella piccola luce
diviene a poco a poco l'unica, diviene sole costante. I miei tesori
apparterranno a Lui. Egli è ancora piccolo, li riceverà la Madre per Lui.
Depongo ai suoi piedi quanto lo scrigno del mio cuore custodisce gelosamente:
l'amore alle ricchezze, il desiderio di gloria, la volontà di libertà, la sete
di futuro assicurato da chi si ama. Nelle sue mani porteranno più frutto. lo mi
ritrovo il cuore vuoto: vuoto di libertà, vuoto di desiderio d'avere, vuoto di
affetti umani. E' vuoto ma libero! Libero di ricevere la vita di quei Bimbo con
i suoi desideri e le sue ricchezze! Egli è ricco di povertà, è ricco di
obbedienza e di castità! Quando Egli riversa in me questi suoi tesori ricevuti
nei cieli, la mia vita diviene vita di re, e nulla più cerco e nulla più
nascondo. Questi tesori li posso donare senza perderli, e non diminuiranno mai
il loro valore. Mi terranno per sempre nascosto nel Cuore di Colui che tutti i
cuori ricercano!
Mt
2,3
All'udire queste parole il re Erode restò turbato e con lui tutta
Gerusalemme.
I
turbamenti degli uomini sono di varia natura, derivano da varie cause, ma sono
tutti segno che un terremoto più o meno profondo sconquassa le fondamenta. Ogni
uomo crede e vuole che le proprie fondamenta siano stabili, eterne. L'edificio
della vita che vi ha costruito sopra deve arrivare intatto oltre la morte! Se si
muovono le fondamenta tutto è in pericolo, tutto perde la sua sicurezza,
bisogna iniziare daccapo. L'uomo vorrebbe evitare le fatiche interiori, desidera
perciò che tutto rimanga saldo. Saldi e validi i desideri nutriti per tutta la
vita e che lo hanno fatto faticare e sudare: desiderio di ricchezza, di un
lavoro stabile, di una posizione sociale, di compiti onorati e invidiati, di una
famiglia propria, di una casa. Queste fondamenta della vita le apprezza anche
negli altri, anzi le vede come uniche anche per loro, e in base ad esse giudica
ed elogia l'agire degli uomini. Così tutto procede nell'ordine, nella regola,
nella normalità. Così la propria vita conserva valore agli occhi di tutti.
Erode
stava tranquillo. La sua posizione di re normale, di re invidiato e di re
rispettato, era sicura e ferma. Nessuno osava mettere in discussione la sua
sicurezza, ed egli godeva di poter continuare senza pensieri il suo mestiere di
re. Ciò che faceva era bene lo facesse: glielo dicevano tutti. Ma cos'è
successo quel giorno? Un terremoto? Sì, un terremoto interiore di potenza
inverosimile. Qualcuno, gente ignara e strana, gente contenta e seria, va a
chiedere proprio a lui una notizia. Egli non la conosce, ma da essa sorge per
lui un interrogativo. Un altro re? Dunque io chi sono? Forse qualcuno guarderà
a lui invece che a me? Ameranno me meno di lui? Il terremoto si fa via via più
tremendo. Scuote le fondamenta: allora ho sbagliato tutto? Quello che ho fatto
non l'avrei dovuto fare? Forse che avrei dovuto tener conto che c'era un altro
re? Non posso continuare a fare e vivere come finora? Devo tener conto di lui,
dei suoi desideri e delle sue volontà? Il terremoto coinvolge tutti, tutti
quelli che tenevano conto della sua vita. Anch'essi si sentono insicuri. Cosa
sarà? Se colui che abbiamo servito non è sicuro né stabile, dovremo cambiare?
Il terremoto è generale e generale il turbamento e l'incertezza. Questo succede
perché essi non sanno. Né Erode né gli abitanti di Gerusalemme sanno che il
re che è nato non porterà sul capo corone di gloria, non cercherà d'esser
servito, non sostituirà nessuno. Egli sarà un re che porrà nuove fondamenta
ai cuori degli uomini, alla vita e alla fatica di ciascuno e all'agire di tutti.
Egli stesso sarà fondamento stabile ed eterno per ognuno e per la città. E'
venuto per sradicare ciò che era piantato su terreno franoso e instabile e
piantare in terra piana e ospitale. E' venuto per fare da roccia a chi vuoi
costruire per sempre! E' venuto per aprire orizzonti infiniti a chi vede solo il
giorno seguente. E' venuto per dare la gloria di Dio all’uomo, che sa cercare
solo quella della terra.
Se
Erode lo sapesse, il suo turbamento diverrebbe gioia irrefrenabile. Se la città
lo credesse, diverrebbe festa continua. Ma l'uno e l'altra sono così attaccati
al proprio passato, che non accettano altre garanzie per il proprio futuro.
Tengono gli occhi rivolti all'indietro, e d'ora in avanti non vogliono che ciò
che già possiedono. Hanno paura di una vita nuova, di nascere ad un nuovo sole.
Erode
non è unico. Anch'io sono stato turbato.
Quando
credevo d'esser sicuro e che nessuno potesse dirmi più nulla, e la mia vita si
svolgeva come io ero convinto e volevo, allora qualcuno mi ha riferito di un
altro re, diverso da me. Egli era re per sempre ed aveva anche lui dei desideri,
una volontà, e qualche progetto sulla mia vita. E' stato un terremoto e rimase
terremoto che turbava il mio intimo fino al giorno in cui ho detto al mio cuore:
taci, perché è la Sua Voce che deve parlare. Egli conosce la storia, ha in
mano le chiavi del futuro e a lui appartiene ogni cosa. Ogni vita è preziosa ai
suoi occhi, e la mia regna di più quando serve a Lui.
Allora
il terremoto cessò, il turbamento divenne pace profonda e mai più nulla ne
agitò i fondali. Grazie al nuovo Re il mio presunto regno fondato solo sul mio
cuore ha trovato stabilità nel servire a Lui. Ciò che credevo mio l'ho dato a
Lui ed Egli a me ha dato del Suo.
Quel
terremoto continua ad agitare la terra e molti cuori restano turbati. Ma quando
consegnano al Re e cercano solo la Sua regalità su di sé, allora viene una
pace nuova, mai goduta prima! Quando accettano che Lui guidi la vita, scoprono
d'esser nati a vita nuova, ad un nuovo Sole. E questa vita e questo sole non
saranno più raffreddati da alcuna nebbia che disorienta. La città che seguiva
i miei desideri rimarrà ancora turbata finché, come me, non accetterà il
nuovo Re. Allora sarà festa e gioia grande. La sto attendendo.
Lc
2, 28 Lo
prese tra le braccia e benedisse Dio:
«
Ora lascia o Signore che il tuo servo vada in pace ».
E'
risaputo che i momenti dell'attesa sono i momenti in cui l'uomo vive
maggiormente: in quei giorni e in quelle ore in cui egli aspetta qualcosa o
qualcuno, gioisce, lavora, prepara, pensa e mette in moto tutte le sue energie.
Ma
non è altrettanto risaputo dagli uomini che le varie attese, tutte le attese,
deludono non appena arrivano a compimento. Solo una delle molte attese, quando
giunge al termine, riversa pace e pienezza per sempre nel cuore. Tutte le
attese, quando sono colmate lasciano spazio ad altre. Solo una è diversa: è
quella di chi attende Gesù. Chi attende Gesù, quando arriverà, entrerà nella
pace stabile, perché Egli introduce nei cieli, nella pienezza di Dio. Egli è
la pace, e quando arriva in un cuore, in una vita, non può che riempirla,
portarla alla perfezione.
lo
attendo Gesù. Già mentre lo attendo Egli addirittura anticipa il frutto del
dono della Sua Presenza. Già mentre lo attendo, questa attesa colma il cuore di
gioia e serenità! come già fosse presente. lo attendo Gesù. Non vale la pena
attendere qualcosa o qualcun altro: passerà, e rimarrò vuoto. L'esperienza
parla chiaro. Non solo la mia esperienza, ma quella della storia, quella dei
popoli dice: l'unica attesa che appaga è quella di Gesù. E quando Egli arriva
la nostra vita ha raggiunto il culmine e potrebbe andarsene dal mondo, se non
fosse per qualche compito nei riguardi di coloro che ancora attendono. Così
come s. Paolo afferma dopo esser stato raggiunto da Gesù: meglio andar via da
questo corpo, a meno che non sia utile a voi che io rimanga!
Simeone,
forse per l'età o forse perché non intravedeva compiti speciali, dichiara
solennemente e apertamente la fine della sua vita. Ha finito di attendere, ha
finito di vivere. Ha visto quel bimbo, ha visto Gesù, ora non gli serve più
vedere altro. Non gli serve più vivere, perché viveva per vederlo, per
attenderlo. Quel bimbo, che sa solo portare il proprio Nome, riempie le attese
di quell'uomo. Sulle sue braccia quel Nome ha un peso incalcolabile, ma è quel
Nome che porta la sua vita, è quel Nome che addirittura porta i secoli del suo
popolo, è quel Nome che riveste di luce uomini ed eventi di ogni nazione che è
vissuta e vive e vivrà sotto il sole.
Sulle
sue braccia il Nome di Gesù diventa grande da occupare tutto lo spazio, anche
se le fasce nascondono un peso leggero. Simeone è vissuto nell'attesa di quel
giorno. « Lo vide e si rallegrò ». Quel bimbo non gli ha dato nulla, non gli
ha regalato oro e nemmeno parole di sapienza. Quel bimbo non gli ha dato di
vedere segni, né gli ha promesso alcunché. Proprio per questo la gioia è
grande nel cuore di Simeone, perché è libera. E' una gioia libera da se
stesso. E' la gioia che viene dal compimento di un'attesa d'amore vero.
L'amore
vero attende Gesù perché è bene per Lui che arrivi, perché Egli riceve
gloria, perché Egli possa svolgere il suo compito, perché Egli porti a
compimento la Sua missione. L'amore vero attende Gesù per poterglisi donare,
per potergli dare concretamente la vita, per potergli mettere a disposizione
giorni, anni, energie, salute, volontà, affettività, memoria e intelligenza.
L'amore vero attende Gesù per lasciarsi salvare da Lui, secondo il suo modo di
salvare. Simeone attendeva Gesù con amore vero: ora che Gesù è giunto egli
non ha più nulla da attendere!
Egli
non aspetta Gesù perché gli allunghi i giorni, perché lo renda accetto agli
uomini, perché gli allevi la sofferenza, perché lo sollevi dalle sue
responsabilità. No. Lo ha atteso perché è il Salvatore e Lui sa come salvare.
Ora che c'è il Salvatore i popoli sono salvi, il mondo è a posto, le speranze
hanno di che esser colmate.
lo
attendo Gesù. Mi succede con frequenza di attendere per un attimo, o per un
giorno, o per un mese, qualche cos'altro. Poi m'accorgo che è tempo perso. Devo
imparare a riempire tutte le attese con l'attesa di Gesù, o a sostituirle con
quella. Anche per gli altri io attendo Gesù. Molti mi avvicinano con attesa nel
cuore. Aspettano da me qualcosa, o dal mondo, o da se stessi. lo li aiuto quando
li deludo subito, affinché non attendano altri che Gesù. Altrimenti preparo
per loro delusioni più grandi. Per te io attendo Gesù!
Per
me e per te vorrei attenderlo solo con amore vero: desidero che Egli possa
trovare accoglienza, che Egli possa parlare ed essere ubbidito con prontezza;
desidero che Egli possa incontrare gli sguardi degli uomini, il mio, e
purificarlo; desidero che Egli possa trovare qualcuno pronto a mettersi a
disposizione per i suoi desideri: l'attesa è preparazione del mio cuore a non
avere progetti, volontà, inclinazioni, hobbies, occupazioni buone; lo preparo
vuoto, perché Egli mi trovi subito disponibile ad amarlo, senza perdere tempo,
senza che Egli debba attendere che io termini qualcosa che io ho voluto ...!
Quando
Egli viene la mia vita può scomparire: solo la Sua dovrà apparire nei giorni e
nelle opere che Egli mi chiederà di offrirgli perché possa inaugurare salvezza
in altri cuori.
Lc
2, 37 b
Serviva Dio notte e giorno con digiuni e preghiere.
Agli
uomini piace comandare, non servire. 0, perlomeno, vogliono poter fare quel che
pare. La libertà è ambita e cercata con ogni diligenza. Mi sono accorto però
che anche la parola libertà può esser tradotta con l'altra, servire! Difatti
noto che quando cerco libertà, è per poter servire me stesso! voglio servire
le mie voglie, i miei progetti, talvolta addirittura le mie passioni. E chiamo
questo servizio coi nome di libertà! Gli si adatterebbe meglio la parola
schiavitù. E' una schiavitù che ubbidisce agli umori del momento e che si
lascia trascinare dalle condizioni atmosferiche come pure dai giudizi degli
altri uomini. Ha la parvenza di libertà, ma non porta i frutti della libertà
vera del cuore, non porta a crescita delle doti personali, né a sviluppare le
proprie capacità di amore, di bontà, di disponibilità, di generosità, di
fedeltà, né a dare un'impronta originale alla propria vita.
Questo
tipo di libertà che cerca di servire se stessi porta il cuore in preda a
un'infinità di paure. Paura di non godere abbastanza, paura di esser da meno
degli altri, paura del giudizio dei vicini, paura delle intenzioni degli uomini,
paura d'ammalarsi, paura di non arrivare a fare, paura di perdere il posto,
paura di non guadagnare abbastanza, paura di morire presto e paura di morire
tardi... La libertà diventa schiavitù delle cose e schiavitù della persona!
Anna,
donna anziana di ottantaquattro anni, non cercava la parola libertà. Ella era
in armonia con la parola "servizio". Voleva servire. Le sue attenzioni
erano rivolte a Dio, ai Suoi desideri, alla Sua Volontà, alla Sua gloria. Le
sue reazioni e il suo sguardo verso gli uomini e le cose era improntato alla
luce che veniva dalla Sua Presenza. Questa Presenza per lei era più importante
della propria: è Lui che deve venire amato dagli uomini, è Lui che merita di
esser ascoltato, è Lui che, pur non avendo bisogno di nulla, è degno di
possedere tutto. E' la Sua Sapienza che regge con previdente amore tutte le cose
e le porta alla loro perfezione con pazienza, ma con certezza. Anche Lui c'è ed
è presente in un modo più stabile e continuo che non gli uomini e le cose. Per
Anna la Presenza di Dio è divenuta luminosa tanto da non distinguere più il
giorno dalla notte. Che ci sia il sole o che appaia la luna a solcare il cielo
non cambia nulla nel cuore: là, nel fondo dell'anima, c'è una luce abbagliante
che pervade tutto.
Anna
serve Dio. Ha scoperto nel servizio di Dio una grandezza tale da non lasciarlo
più né nella maturità né nella vecchiaia. Il servizio di Dio la rendeva
libera dalle cose e dalle persone. Manifestava questa libertà e nello stesso
tempo la continuava a ricevere tramite il digiuno e la preghiera. Il digiuno
manifestava la sua libertà dalle cose, e da se stessa, dalle proprie voglie e
addirittura dalle proprie esigenze: questo digiuno era il segno concreto della
Presenza di Uno più grande della presenza del proprio corpo, degno di
un'attenzione maggiore! La preghiera manifestava la sua libertà dalle persone.
Il
rapporto con Dio è più decisivo di quello con le persone che stanno attorno, e
occupa il cuore riempiendolo del Suo amore per tutti! Se Anna fosse stata
preoccupata di servire se stessa, l'avrebbe tormentata il desiderio di aver
rapporti diversificati coi dottori della legge che insegnavano nel tempio e con
i visitatori e con coloro che chiedevano l'elemosina. La preghiera, questo
rapporto d'amore esclusivo con Dio, la rendeva libera d'incontrare chicchessia,
di cogliere da ciascuno i segni della Misericordia del Signore e di dare a tutti
con libertà le ricchezze del suo cuore. Digiuno e preghiera sono per lei
continua fonte di libertà. Ma non si preoccupa di essere libera: non vuole
essere libera, vuole solo servire il Suo Dio!
Vedo
e intuisco spesso nelle persone che m'incontrano un modo diverso di trattarmi.
Semplicemente perché sono prete. Non c'è libertà nel loro cuore. La mia
presenza Il costringe ad esser diversi. Noto anche in me questa forma di
schiavitù. E la noto soprattutto quando sono vuoto di preghiera. La preghiera -
quest'azione considerata perditempo dai più - mi dà libertà. La preghiera
m'immerge in Dio e mi fa guardare agli uomini con amore, con quell'amore che mi
distoglie dalle reazioni istintive che si hanno verso gli uomini, con quell'amore
che mi fa vedere in essi l'essere amati dal Padre e non il loro compito e le
dimensioni dei loro diplomi. Preghiera e digiuno, strumenti di libertà. Il
digiuno non solo in senso stretto, ma come distacco reale dalle cose, come
disponibilità a donare e lasciare ad altri quanto ritenuto mio, quanto ho
faticato ad avere, questo digiuno è prezioso frutto e sorgente di libertà.
Digiuno, quale abbandono delle esigenze del corpo e del cuore perché la
Presenza di Gesù è più grande e più vera, è grande dono di libertà.
Digiuno
e preghiera sono un servizio di Dio che arricchisce la vita dell'uomo. Mi sembra
d'essere io a servirlo, ma in realtà è Lui che, attraverso queste mie azioni,
serve la mia esistenza e la fa crescere a dimensioni d'eternità, fino ad
arrivare ad accogliere la Presenza del Figlio!
Il
Figlio, giunto nel mio cuore, mi dà sensazioni di parentela nuova, mi dà
certezza di abitare già nella casa del Padre, dov’egli, giorno e notte, vive
per me.
Mt
2,4
Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo s'informava
da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia.
Sono
sommerso dai libri. Armadi, scaffali, soffitta pieni di libri. Libri antichi e
riviste all'ultimo grido. Chi li ha scritti fa invidia. Altre volte fa pena. In
ogni caso io faccio pena a me stesso. Ho passato dei periodi della vita, mesi ed
anni, in cui mi conduceva la convinzione che il sapere, l'istruzione, la
conoscenza di quanto era scritto su quelle pile di carta fosse vita e salvezza.
Leggevo di giorno, leggevo di notte. Sottolineavo, consigliavo ad altri di
leggere. Non erano lettura cattive, né frivole. Erano buone. Parlavano di Dio,
della conoscenza che gli uomini hanno di lui o vogliono avere. Parlavano di Gesù,
del suo insegnamento, della sua opera. Mi facevano conoscere sensi e significati
espressi e presunti della Parola di Dio. Chi aveva scritto doveva aver avuto un
grande amore per il Signore e per la Sua Parola. lo però leggevo per conoscere,
per sapere, per diventare grande, per riempire la mia memoria di concetti e
belle frasi sul mio Dio, per stare al passo con quelli che parlavano di Lui, per
poter insegnare ad altri quanto con fatica ed entusiasmo mi dava occasione di
apparire sapiente ed informato. L'amore per il Padre e l'obbedienza a Gesù non
erano esclusi teoricamente, ma non trovavano tempo né spazio né decisioni per
svilupparsi. Volevo prendere le informazioni su Dio cercando d'illudermi che
questo fosse grande amore per Lui. Ma con Lui non perdevo tempo. Lo perdevo con
le informazioni. Ora so che era perdere tempo e sprecare energie ed esser chiuso
all'azione dello Spirito.
I
sommi sacerdoti e gli scribi interrogati da Erode sfoggiano la loro erudizione.
Essi sanno dove deve nascere il Messia. Lo sanno con precisione. Lo hanno
scoperto nei libri dei profeti. Hanno usato memoria e intelligenza non comuni
per individuare nei luoghi rotoli di pergamena queste notizie. Studiano e sanno.
Sanno dare informazioni a chi le chiede. Sono a disposizione addirittura del re.
Quale onore per loro poter spiegare al re la notizia, e convincerlo!, che il
Messia sarebbe nato a Betlemme, un piccolo villaggio vicino, di poca importanza,
se non per questo riferimento. Quale prestigio hanno presso la gente, essi,
unici a sapere queste notizie. La gente le sa perché sono stati loro a
comunicarlo. Ma essi le sanno perché le hanno lette! Agli occhi degli uomini
sono molto fortunati. Forse anche il Signore gode che essi sappiano, che abbiano
studiato con attenzione e impegno e diligenza in modo da saper quello che Egli
ha fatto scrivere ai profeti. Ma il Signore, il Padre, ha un'altra attesa. Egli
aveva dato quelle notizie tramite i suoi profeti perché il Suo Figlio,
destinato a pascere il Suo popolo, fosse accolto, cercato, amato, ubbidito,
ascoltato, adorato, esaltato. Dio aveva fatto sapere quanto utile e necessario
perché l'uomo si lasciasse salvare da Lui tramite il Suo Messia. Il Padre
s'attende dagli uomini un cuore pronto a adorare e glorificare il Suo Figlio,
così com'era pronto il cuore dei Magi.
Essi,
gli scribi e i sommi sacerdoti, si accontentano di sapere. Ad essi non manca
nulla. Godono stima e reputazione, sono importanti. Tutti si inchinano al loro
passaggio e fanno attenzione alle loro parole. Non serve null'altro alla loro
vita. Quale salvezza possono ancora sperimentare? Se verrà il Messia, si
piegherà anche lui davanti a loro: certamente terrà conto della loro sapienza,
li lascerà continuare a studiare le Scritture, ad informare il popolo, ad esser
cercati e riveriti. Non c'è bisogno di muoversi per cercarlo. Lasciano che si
muovano gli altri, i pagani, i poveri, gli ignoranti. Essi non lo cercano, non
lo adoperano. Quando verrà li consulterà ed essi saranno ancor più onorati!
La
mia posizione davanti alle Scritture e davanti a Dio sarebbe ancora questa, se
non fosse intervenuta la Sua misericordia. Egli mi ha permesso di scoprirmi
peccatore, e ancora più peccatore di me stesso, tanto da battere spesso i miei
record di peccato. E così, io, che sapevo tanto di Dio mi ritrovavo lontano dai
suoi desideri. La mia conoscenza di Lui non m'aiutava a uscire, a salvarmi. Ho
dovuto cercare il Suo amore. Ho dovuto presentarmi a Lui per lasciarmi amare e
lasciarmi usare misericordia. Questo passo me Lo ha fatto conoscere ancora più,
ma coi cuore, non coi libri. Conoscere Dio col cuore mi porta a perdere tempo
con Lui, non più con ciò che gli uomini scoprono di Lui. Conoscere Dio coi
cuore mi porta a cercare Gesù, in una grotta buia di Betlemme. Se gli altri non
mi chiederanno più nulla di Dio, che importa? Le mie risposte più sapienti non
valgono quella che essi già intuirebbero vedendomi inginocchiamo davanti alla
culla di un Bambino, o davanti al sepolcro di un Risorto, o davanti ad un Pane
spezzato per la fame degli uomini.
Ed
io pure non chiederò più nulla di Dio se non a coloro che lo hanno amato e
cercato coi cuore, e hanno accolto il Suo Figlio nato a Betlemme!
Non
sono più le mie parole, quelle racimolate sui libri, che donano agli uomini
speranza, ma il mio correre per prima da Lui, per vederlo per udirlo, per dargli
il mio amore e la mia forza, per lasciarmi comandare dai suoi cenni. Egli
attende con pazienza, anzi, non attende me: Egli attende solo lo sguardo del
Padre. Non vado da Lui perché Egli abbia bisogno di me, ma perché, lontano da
Lui, sarei sempre come l'acqua che non s'acquieta se non quando giunge al mare.
Mt
2,14
Giuseppe, destatosi, prese con
sé il bambino e sua madre nella notte e fuggì in Egitto.
Quante
volte mi sono sentito rivolgere domande come questa: ecco, coi mio andare a
Messa, col mio essere onesto e buono, che cosa ho guadagnato? proprio a me, che
ho cercato di ubbidire al Signore, devono succedere queste disgrazie? Che cosa
ho fatto di male? Sì, nella mentalità del mondo c'è questa convinzione: Chi
fa il bene merita il bene, chi fa il male merita il male. Chi soffre deve aver
combinato qualcosa. E se non ha combinato nulla di riprovevole c'è
un'ingiustizia da parte di... da parte di Dio. Qualcheduno, a dir, il vero fin
troppi, arriva a questa bestemmia.
Credo
che questo atteggiamento derivi da una diversa interpretazione delle parole bene
e male. Dio deve intendere queste parole in modo diverso dall'uomo, in modo
certamente più completo, più profondo, meno superficiale, più lungimirante,
più esatto. L'uomo misura il bene con il metro degli ottant'anni e del « tutto
subito». Dio lo misura col metro dell'eternità e del « tutto a suo tempo ».
Così l'uomo non capisce le intenzioni e i metodi del suo Dio. L'uomo ancora
misura il bene partendo da se stesso arrivando fino a se stesso e così il suo
metro diventa un cerchio che esclude gli altri e diventa catena. Dio misura il
bene partendo dai Suo amore per noi, da noi, e arrivando a tutti: il suo metro
così non termina più e diviene accoglienza perenne.
Sarebbe
bello se l'uomo usasse il metro di Dio per misurare il bene! Ma spesso è
impossibile, perché le nostre braccia non riescono ad allargarsi quanto le Sue
per tenerlo e i nostri occhi non sono alti abbastanza da vedere ove giunge!
Almeno
cerco di non usare li metro dell'uomo e di lasciare Dio libero di usare il Suo.
Tu sai, Padre, cosa è bene per me. Tu sai cosa è bene per la Chiesa. Tu sai
cosa è bene per il mondo intero e per le generazioni future. Se mi capita
qualcosa di male, tu sai già il perché, anzi, hai già previsto nei tuoi
progetti di usare questa « disgrazia » come un gradissimo dono d'un amore più
grande, proprio come il muratore tralascia di mettere i mattoni nel muro della
casa, e quel vuoto diventerà finestra perché entri il sole, diverrà porta
perché entri l'amore!
Giuseppe
e Maria devono aver ragionato in questo modo mentre quel dono immenso che
avevano ricevuto, quel Bimbo, cominciava a diventare pesante, a infiacchire le
braccia e stancare gambe e piedi, e obbligava a lasciare parenti e amici, lavoro
sicuro e casa pronta, per andare raminghi chissà dove! Il luogo dov’erano
diretti ricordava loro un altro Giuseppe, al quale pure l'amore di suo padre era
costato esser venduto, vivere da schiavo e in catene. Ma il Suo Dio lo-
accompagnava fino nel fondo più buio delle prigioni egiziane, nella disgrazia
più grande. Quel Dio aveva misurato i tempi che l'uomo non misura mai, e aveva
preparato nel dolore un futuro di salvezza e di speranza. Giuseppe e Maria
ricordavano che Dio conduce al bene tutte le cose per coloro che gli sono figli,
che Egli mette, alla prova e dà vittoria all'umile che si sottomette.
Ricordavano che Dio ha tempi più lunghi da preparare che non i nostri. Questi
ricordi divenivano forza e gioia. Gioia e forza per vincere le tentazioni del
mondo che trovavano voce talvolta in persone sinora amiche: che ti serve esser
padre del Figlio di Dio? cosa ti giova esser madre del Salvatore? che tipo di re
è questo? non è tutto un inganno?
Maria
e Giuseppe rendevano il proprio silenzio ancor più silenzioso. Chissà come
sono grandi i disegni di Dio! Se Giuseppe venduto schiavo è divenuto vicerè
d'Egitto, quale gloria prepara Dio per questo bambino! Dio è grande, conosce la
storia del futuro. Se la vuole preparare con la nostra sofferenza, con la nostra
fatica, con la nostra ancor più grande povertà, eccoci. Se la nostra vita può
servire per la gioia di molti uomini, e perché molti uomini possano divenire
figli per Dio, eccola. La doniamo a questo bambino. Se noi dobbiamo soffrire così
per Lui, chissà quanto dovrà Egli soffrire per noi!
Dio
è grande, Dio sa, Dio conduce. Noi siamo suoi. La nostra vita ai Suoi occhi è
più preziosa che ai nostri, perché è sua! Ci lasciamo condurre da Lui anche
nel deserto, anche nel buio, nella notte. Le mani degli uomini non possono che
operare i disegni di Dio per la salvezza e l'amore. A Dio sia gloria!
Giuseppe
e Maria non vedevano più che quel bimbo dato alle loro mani. Purché Lui viva,
purché Egli sia custodito, purché Egli cresca, noi possiamo sopportare tutto.
« Tutto posso in Colui che mi dà forza ».
Il
metro dell'amore di Dio aveva raggiunto Maria e Giuseppe: ed essi si lasciavano
misurare da quello, e non ne volevano un altro.
Nemmeno
io ne voglio un altro. So che il mio Dio è Padre e non cede a nessuno la Sua
Paternità. So che la mia vita gli è preziosa. Nessuno mi spaventa più nemmeno
se mi dice che è inutile il mio pregare e che non serve il mio esser obbediente
e che il mio Dio non paga bene. Non uso più il metro degli uomini. Bene per me
è ciò che Dio vuole per me, e ciò che Lui permette per me. E so che questo
non è solo bene per me, ma anche per quelli che me ne vorrebbero privare
allontanandomi dal Cuore del Padre. Proprio come la fuga notturna di Giuseppe e
Maria è stata un bene per loro, e per me!
Lc 2, 49 Perché
mi cercavate? Non sapevate che io
devo occuparmi delle
cose del Padre mio?
Cercare
Gesù.
Un'impresa
talvolta angosciosa. Sembra di non vederlo più, di non sentirlo, di averlo
perduto per sempre. Ti sembra che la Sua presenza, così dolce, così bella e
soddisfacente, che ti dava gioia di vivere, sia nell'esser solo che nello star
con tutti, sia scomparsa. Ed è come fosse scomparsa la vita. Tutto diviene
buio, tutto rimane vuoto, sembra d'esser stati ingannati. Perché? Mi pare
d'averlo intuito e lo voglio dire a molti. Difatti trovo molte persone, anziane
e meno anziane, che mi confidano d'aver perduto la fede. Sono disperati - o
quasi - perché ritengono di non poter più vedere Gesù, né di amarlo, né di
gustarne la presenza. Qualcuno continua con sofferenza a cercare Gesù, il Gesù
dell'infanzia, della propria infanzia spirituale, quel Gesù « tutto per me »,
quel Gesù « bambino » che ti lascia l'idea e la soddisfazione di poter dire
di vivere per Lui. Ad essi generalmente io dico: finalmente! finalmente hai
perduto Gesù! finalmente Gesù è morto in te! ecco l'ora nuova, l'ora vera
della tua vita!
Maria
e Giuseppe cercavano il loro fanciullo. Lo cercavano « angosciati ». Lo
cercavano tra parenti e conoscenti, tra gli uomini. Lo cercavano giorno e notte.
Perduto lui è perduto tutto. La vita, destinata da Dio a far crescere e
custodire il Suo figlio, è del tutto fallita. Non c'è più quel figlio per cui
vivono, per cui soffrono, per cui sono stati scelti fra tutti. La loro angoscia
è più che comprensibile, più che normale. Dodici anni prima quel figlio lo
avevano portato al tempio, e offerto al Signore. Poi, coi riscatto di due
colombe, lo avevano riavuto. Il figlio di Dio era loro figlio. Avevano il
segreto onore di vivere per Lui e con Lui. Ora devono tornare al tempio, non più
a portarlo, ma a prenderlo. Egli è là. Salendo la gradinata Maria e Giuseppe
devono aver ricordato che molti secoli, prima, su quello stesso monte, ove poi
era stato costruito il tempio, era salito Abramo per consegnare a Dio, tramite
coltello e fuoco, il proprio unico figlio Isacco: un figlio avuto come dono di
Dio. Essi erano proprio in quel luogo. Quale presagio, quali presentimenti si
rincorrevano nel loro cuore! Dare a Dio, il proprio figlio, quello ricevuto in
consegna da Lui! No, non è facile, non è comprensibile, non ci riescono. Dopo
dodici anni di fatiche, di fede messa a dura prova, di dono totale di sé, non
è possibile. Essi non riescono a consegnarlo per sempre a Dio: ma ecco, è Lui
stesso che, con dolce violenza, separa la propria vita dalla foro, proprio
come se il coltello di Abramo arrivasse fin qui a penetrare nel cuore... non del
figlio, ma dei genitori: « Perché mi cercavate? non sapevate che devo
occuparmi delle cose del Padre mio?». Il sospiro di sollievo per averlo trovato
si trasforma in silenzio profondo. Hanno trovato il fanciullo, ma non è più
quello di prima, non è quello che cercavano. Cercavano il figlio che
apparteneva loro e trovano un figlio che a loro non appartiene più. Cercavano
un Gesù che doveva ubbidire loro, dar loro gioia e soddisfazione, che doveva
dar loro certezza d'essere amati da Dio ed essere a posto, e trovano un Gesù
che ubbidisce a qualcun altro, che propone anche ad essi un’ubbidienza nuova.
Se Egli ubbidisce al Padre, essi non possono più comandargli, anzi, dovranno
sottomettersi, rimanere in ascolto del Padre, lasciare libero il Figlio di
obbedirgli, obbedire essi stessi all'obbedienza del Figlio. Cercavano un figlio
riconoscente per le loro fatiche affrontate per lui e trovano un figlio che
chiede nuove fatiche senza ricompense. Il Gesù « tutto per loro» è morto, il
Gesù che dà soddisfazione e li lascia contenti di possederlo è morto per
sempre. Non lo avranno più. Potranno solo vivere con un Gesù che vive per il
Padre, che cerca di far contento Lui solo. Non potranno più comandargli,
potranno solo osservarlo e ubbidirlo e donargli la propria vita sapendo che non
dirà grazie, ma che la presenterà al Padre insieme con la Sua.
Un'esperienza
così l'ha avuta Maria di Magdala poca più di vent'anni dopo. Cercava Gesù
nell'orto della sepoltura. Quando l'ha trovato, non era più un Gesù per lei,
non lo poteva più trattenere. Era un Gesù che la mandava ad annunciare con la
parola e a testimoniare con la gioia che Egli era vivo. Ha trovato un Gesù
nuovo, che accoglieva la sua vita e le sue energie, per donarle agli uomini come
proprietà Sua. Ha trovato un Gesù che non dava soddisfazioni e gioie, ma dava
compiti e missione. La gioia sarebbe cresciuta, divenuta diversa, anche più
grande, al sapere semplicemente di essere suoi, sua proprietà e suo strumento.
L'esperienza
di Giuseppe e Maria è quella che io dovrò attraversare. Ho ricevuto doni e
doti, una vita e un compito, ho ricevuto anche la vita di Gesù da custodire. lì
Padre, colui che me li ha dati, vorrà assicurarsi che sono ancora suoi, che io
non me ne sono appropriato. Egli stesso perciò mi chiederà, ripetutamente, di
donarglieli, di staccare il cuore da essi, di sacrificarli. Mi chiederà di fare
come Abramo. Mi chiederà di non cercare la mia gioia e la mia sicurezza dai
suoi doni, nemmeno da Gesù, ma di donargli ancora e completamente la mia vita,
tutta, di unirla nell'obbedienza a quella del Suo Figlio che si occupa delle Sue
cose.