APOSTOLI NEL QUOTIDIANO

L'avventura straordinaria di sette missionari laici del Pime

EDITRICE MISSIONARIA ITALIANA

Prefazione

Tra i sette missionari che partirono per la prima mis­sione in Oceania il 10 aprile 1852 vi erano due missionari laici, a quel tempo chiamati "catechisti", Giuseppe Corti e Luigi Tacchini. Neppure 3 anni dopo, il 17 marzo 1855, Cor­ti muore a causa di febbri tropicali. È il primo di una lunga lista di missionari che negli oltre 150 anni di storia del PI­ME daranno la propria vita per il Regno di Dio attraverso un servizio missionario.

La storia del PIME è la storia di uomini che sono stati chiamati a spendere la loro vita per la missione. Fin dall'ini­zio sacerdoti e laici hanno vissuto assieme esperienze di vi­ta rude, hanno accettato sacrifici anche eroici, con risultati a volte deludenti e scoraggianti, ma tutto questo lo hanno vissuto per amore di Dio e dei fratelli.

Se questa è la peculiarità di ogni missionario, i missiona­ri laici si distinguono anche per altre caratteristiche: il loro impegno nel quotidiano che, spesso, li porta ad essere igno­rati, quasi degli sconosciuti. E di lavoro e iniziative ne han­no fatte molte!

Lo studio che il prof. Paolo Brunacci, quale amico del PI­ME da diversi anni, ha accettato di realizzare vuole aiutare innanzitutto gli stessi missionari, e poi tutti i cristiani, a prendere coscienza di queste presenze significative, ma a volte poco appariscenti. In queste pagine ci vengono propo­sti dei semplici ritratti storici di sette missionari laici del PI­ME scelti, tra un folto numero di "personaggi", solo per una ragione di diversificazione storica e geografica. Ci auguria­mo tutti che ci possano essere, in un futuro prossimo, altre iniziative simili che facciano conoscere l'operato di queste persone semplici, a volte con una solida esperienza di lavo­ro, a volte con una istruzione e un ingegno fuori dal comu­ne, che si sono distinti per dedizione, coraggio, costanza e semplicità.

Dal 1850, anno in cui il PIME è stato fondato, la vocazio­ne missionaria laicale è stata vissuta in modo diverso a se­conda della coscienza ecclesiale del tempo. Uno slancio par­ticolare lo si è avuto con il Concilio Vaticano II, che ha rico­nosciuto la specificità dell'impegno missionario dei laici. Grazie a queste pagine è possibile ripercorrere, anche se sin­teticamente, i passaggi più interessanti di questo cammino, poco conosciuto e apprezzato.

Anche questa è una ricchezza che l'Istituto deve valoriz­zare non tanto per celebrare un passato eroico, quanto piut­tosto per capire dove orientare il nostro futuro. Infatti è questo l'interrogativo che si impone a noi e al mondo mis­sionario oggi: quale potrebbe, o dovrebbe, essere l'impegno dei missionari laici nel terzo millennio?

Logicamente il mondo missionario del PIME è, per sua caratteristica, abituato ad una varietà di modalità che stupi­scono per la vitalità e il coraggio. È ormai diventato un dato "quasi storico" l'affermazione che "i missionari del PIME sono pronti ad andare al martirio, ma non in fila". Questa dichiarazione scherzosa indica con una certa verità la di­sposizione dei nostri missionari a vivere con serenità situa­zioni estreme, che possono anche far rischiare il martirio, ma questo per una scelta un po' ardita sostenuta da una for­te convinzione di fede. Il PIME però non ha "solo" diciasset­te martiri che hanno dato la loro vita in modo tragico, cu­stodisce anche l'esempio e l'eredità di centinaia di missiona­ri che hanno speso la loro esistenza per testimoniare la loro fede nella vita quotidiana utilizzando tutte le forze e le ca­pacità a loro disposizione. Anche questa forma deve essere considerata una vita eroica, proprio perché vissuta nella normalità del quotidiano.

Molto spesso la costanza nascosta è più eroica di brevi gesti gloriosi.

Nel numero delle persone che hanno speso la loro vita, con costanza e nel nascondimento, ci sono certamente mol­ti missionari laici che hanno vissuto per decenni nei luoghi più sperduti dell'Asia, dell'Africa o delle Americhe. Come potrete leggere nelle pagine seguenti la vita dei sette "perso­naggi" che viene presentata sinteticamente è ciascuna un'avventura straordinaria.

Ma probabilmente nessuno ne farà un romanzo o un film. Per noi sono e rimangono un esempio di vita e una te­stimonianza di servizio agli altri. Vorremmo che la storia di questi missionari laici potesse accendere l'entusiasmo per motivare qualche giovane a seguirne l'esempio. Ancor oggi c'è un bisogno immenso di cristiani che testimonino con la loro vita e il loro lavoro quotidiano, immerso in una realtà condivisa con tutte le persone comuni, la fede in Cristo. Lo­gicamente i tempi sono cambiati, ma, come in passato, vor­remmo poter vedere delle persone talmente mature dal pun­to di vista umano, professionale e cristiano da sapere ade­guare le proprie scelte in un ambiente contemporaneo spes­so refrattario alla presenza missionaria. Sono queste le per­sone che possono rinnovare l'impegno dei missionari laici alla luce delle esigenze e delle problematiche dell'umanità del nostro tempo.

In questi ultimi anni, e in diverse occasioni, il PIME si è interrogato sul "come" si potrebbe rilanciare l'impegno mis­sionario con una specificità laicale. A questo interrogativo sono state date risposte a volte altalenanti, frutto di rifles­sioni non sempre approfondite in modo adeguato. Tuttavia anche questi momenti di indecisione sono stati occasioni per un ripensamento e un rinnovamento. Tra le opportunità che sono emerse in occasione della XII Assemblea Generale del 2001 alcune orientano il percorso verso "quelle situazio­ni in cui il Vangelo non può essere annunciato se non attra­verso i fedeli laici", come indica chiaramente la Redemptoris Missio. Leggendo, nelle pagine successive di questo libro, ciò che hanno realizzato alcuni dei missionari laici è facile riconoscere quanto il loro operare fosse profetico e quindi ancora attuale. Nelle loro scelte non si sono mai acconten­tati di impegni che altri potevano assumere, ma sono anda­ti a ricercare quegli ambiti e modalità da cui altri rifuggiva­no. In passato questi ambiti potevano essere i malati di leb­bra, oggi potrebbero essere le persone affette da AIDS. Anni fa gli ambienti più abbandonati potevano essere i villaggi sperduti nella foresta della Birmania, oggi le persone più bi­sognose potrebbero risiedere nelle periferie delle grandi cit­tà del Sud del Mondo. In passato la modalità più opportuna era quella della carità vissuta in modo radicale, oggi potreb­be essere la condivisione di stati di vita di persone emargi­nate. Qualche anno fa l'attenzione era focalizzata sulle etnie minoritarie, oggi potrebbe essere sulle popolazioni vittime di conflitti. Il problema però non è tanto cambiare, quanto piuttosto essere attenti ai segni dei tempi che domandano un rinnovamento del nostro carisma. Cambiano le condi­zioni, ma l'esigenza resta sempre la stessa: adeguare la no­stra scelta missionaria in un mondo che cambia rapidamen­te "purché Cristo sia predicato ovunque".

L'augurio che faccio a questo testo è quello di diventare una sorgente di interrogativi e orientamenti per i lettori. La storia, le esperienze e le riflessioni riportate dal prof. Paolo Brunacci, che ringrazio sentitamente per la qualità del lavo­ro fatto, sono uno spunto per ognuno di noi, sia per capire meglio la vocazione missionaria laicale, sia per promuover­la con un rinnovato entusiasmo.

La speranza è che nei prossimi anni altri missionari laici, del calibro di quelli menzionati nel testo, divengano esem­pio e testimonianza per il nostro tempo come in passato lo sono stati per il loro. È con questa certezza che auguro a tutti buona e proficua lettura.

Roma, dicembre 2005

P GIAN BATTISTA ZANCHI Superiore Generale PIME

 

LE CARATTERISTICHE DEL NOSTRO ESSERE MISSIONARI

Da "Virtù apostoliche" (III ed. 1964) del Beato p. Paolo Manna, 6° Sup. Gen.

I nostri missionari, anche dal punto di vista umano, so­no stati uomini superiori: fra essi alcuni sono stati eminenti per dottrina e conoscen­za delle lingue, altri per la loro particolare avvedutezza e tatto nell assimi­larsi e nel trattare con i vari popoli da essi evangelizzati; molti furono veri strateghi dell'apostolato nell'occupare sempre nuove posizioni; tutti furono coraggiosi e rotti ad ogni fatica, pronti ad ogni ardimento.

Ma né ingegno, né prudenza, né coraggio li hanno fatti grandi agli occhi nostri e a quelli di Dio: sono stati grandi, hanno salvato molte anime, hanno fondato Chiese, principal­mente perché sono stati uomini santi, uomini cioè di vita in­teriore: questo è stato il segreto, l'anima del loro zelo, della lo­ro perseveranza e dei loro successi... " (p. 13, cap. II, 2)

"Siamo Missionari, esecutori dei disegni della misericordia di Dio in questo misero mondo, realizzatori della sua gloria. Il missionario perciò è un uomo che non può conoscere medio­crità e mezze misure". (p. 41, cap. III, 9)

"Può sembrare pazzia così sperare, eppure questa è la filo­sofia dell'apostolato, questa è la politica di Dio. Se noi sappia­mo comprenderla, se vivendo da santi missionari sappiamo cooperarvi, avremo per noi la vittoria finale, che non è neces­sario abbiamo a vedere con i nostri occhi in questa vita". (p. 143, cap. VIII, 3)

"Se fra tante pene una cosa ci ha edificato e sostenuto, è sta­to lo spirito forte e generoso col quale i nostri missionari hanno sofferto e soffrono. Potrei scriver belle cose in loro onore, ma non credo si debba per nostra edificazione offendere la loro mo­destia. Basti qualche tratto della lettera che il Cardinale Prefetto di Propaganda Fide indirizzava a mons. Balconi (Superiore Ge­nerale), per esprimere il suo alto compiacimento per il mirabile comportamento dei missionari di quella martoriata missione (della Cina): ... Può con ragione dirsi di codesti missionari che sono stati un esempio davanti al mondo, agli angeli e agli uo­mini. Fame, guerra ed epidemie han devastato come una gran­dine il campo ricco di messi che era costato tanti sudori ai so­lerti agricoltori. Ma è nella tribolazione e nel pericolo che risal­tano le virtù e la forza dei missionari. Dio vi ha provato come con il fuoco della fornace. E invero esempi luminosi di fermez­za, di fede, di carità hanno dato i suoi missionari in questi tri­stissimi mesi (della persecuzione)... In mezzo a tanto squallore, l’esempio della eroica fortezza dei suoi missionari... Mentre co­stituisce vera gloria per la S. Chiesa, non può restare senza compenso da parte del Signore": (p. 147, cap. VIII, 4)

"Questo è certo lo spirito del Figlio Suo effuso nei cuori dei fondatori e dei nostri primi missionari, spirito solido e vera­mente apostolico che fondava lo zelo non tanto sull’azione esteriore e nella molteplicità delle opere, quanto soprattutto nella personale santificazione, fatta di verace amore di Dio, e quindi di grande spirito di sacrificio e abnegazione.

Da qui quella speciale preferenza che essi ebbero per le mis­sioni più ardue, più povere, e meno desiderabili. Su questa so­vrana idea del sacrificio, più che su una grande base organiz­zata e su molti mezzi umani, si fondarono l'Istituto e le nostre missioni. Poche teorie, poche regole, pochi superiori, ma in compenso chiaro principio che, per essere apostoli, bisogna amare la croce, non solo idealmente, ma con tutto il suo cor­teggio di sofferenze, di privazioni, di immolazioni e che così e solo così si salvano le anime, come le ha salvate Gesù Cristo per la sua santa croce". (p. 239, cap. XII, 4 - c)

 

COME I VELIERI...

Non essere come quelle navi che arrugginiscono nel porto, per paura che le correnti troppo forti non le portino lontano. Per questo non vogliono mai rischiare una vela in mare aperto...

Non essere come quelle navi che dimenticano di partire. Hanno paura del mare a forza di invecchiare e le onde non le hanno mai travolte. Il loro viaggio è terminato prima di iniziare...

Non essere come quelle navi talmente incatenate da crearsi l'illusione di sapere come liberarsi. Conosco delle navi che restano a ondeggiare nel porto per essere veramente sicure di non essere rovesciate dalle onde.

Sii come quelle navi che non hanno mai finito di ripartire di nuovo ogni giorno della loro vita. E non temono di lanciarsi in avanti, fianco a fianco con il rischio di affondare...

Sii come quelle navi che ritornano al porto lacerate da tutte le parti, ma più esperte e più forti che mai... Conosco delle navi strapiene di sole dopo aver condiviso degli anni di meraviglie...

Sii come quelle navi che ritornano sempre dopo aver navigato, fino al loro ultimo giorno... Sempre pronte a spiegare le loro ali di giganti poiché hanno il cuore grande come l'oceano... (Libero adattamento di una canzone di Jaques Brel)

 

L'OPERAIO DELLA PRIMA ORA

Al paesino di San Giovanni alla Castagna, in provincia di Lecco, lo si vedeva a volte sgattaiolare dalla piccola offici­na paterna per sfuggire ai ceffoni che mulinavano nell'aria quando combinava qualche guaio. Giovanni era obbediente e placido ma il padre, indurito da una vita immiserita tra­scorsa tra il maglio e l'incudine, non era affatto comprensi­vo e per un'innocente ragazzata andava facilmente in escan­descenza.

Il giovane doveva quindi schizzare via più velocemente delle pesanti mani del genitore e ringraziare qualche santo, come santa Lucia, che nel fervore del sentimento religioso popolare, attraverso un voto espresso dalla famiglia, lo aveva miracolosamente guarito dai problemi di deambula­zione.

Nel periodo dell'infanzia la salute di Giovanni fu molto cagionevole, si liberò delle grucce solo dopo aver partecipa­to a una processione alla quale lo condusse il padre, che poi non perse tempo ad avviarlo al mestiere di fabbro, non ap­pena il figlio ebbe raddrizzato la spina dorsale e irrobustito le gambe.

Così iniziò a lavorare a nove anni nell'officina di fami­glia, che necessitava di innesti nuovi per aumentare la pro­duzione e far fronte ai debiti contratti con alcuni fornitori. Al contempo cresceva nel ragazzo il desiderio di dedicare la propria vita alle missioni, nondimeno il padre si rifiutava di dare il suo consenso.

Fortunatamente l'officina riuscì a risalire la china, a ri­mettere in sesto il bilancio e Giovanni Sesana, nato nel 1828, fu libero di entrare nel seminario del PIME per prepa­rarsi alla missione. A 27 anni, il 19 febbraio del 1855, con­clusa la necessaria formazione, il missionario lasciò l'Italia con destinazione il Bengala centrale: per la seconda volta consecutiva gettava a terra le grucce, per camminare lonta­no e non tornare più.

 

In viaggio verso il Bengala

Nei documenti redatti dalla Compagnia delle Indie e pre­sentati al governo britannico, che all'epoca formavano una specie di diarchia sulla regione, il Bengala era definito la "tomba dell'uomo bianco", una pianura caratterizzata da un clima caldo umido e densamente popolata, solcata da fiumi imponenti, martoriata da periodiche carestie, pesti­lenze, cicloni, terremoti e inondazioni: un posto che mette­va i brividi solo a pensarci.

Il vicariato apostolico del Bengala era esteso da Calcutta alla Birmania e al Tibet. Istituito nel 1834 venne diviso nel 1850 in Bengala occidentale (Calcutta) e Bengala orientale (Chittagong), ma nonostante quella separazione le due re­gioni continuavano a essere troppo vaste. Il Vaticano decise di erigere una propria rappresentanza apostolica nel Benga­la centrale e la offrì a tre congregazioni già operanti in In­dia, le missioni estere di Parigi, i salesiani di Annecy e i car­melitani scalzi, ma tutti e tre si rifiutarono di raccogliere questa nuova sfida.

Dopo il fallimento della missione in Oceania, dove l'evangelizzazione aveva incontrato difficoltà insormontabi­li, tanto che i missionari dovettero rientrare in Italia, il PI­ME accettò la proposta di Roma inviando in Bengala tre pa­dri, Albino Parietti, Luigi Limana e Antonio Marietti, ac­compagnati da fratel Giovanni. Il gruppo sbarcò a Calcutta all'inizio di giugno del 1855 e già il 17 raggiunsero Berham­pur.

Cominciarono una vita claustrale fatta di preghiera e stu­dio serrato dell'hindi, del bengalese e dell'inglese che dove­vano perfezionare. Vivevano in una povertà estrema e, visto il lavoro e l'enorme territorio a loro affidato, non appena riuscirono a comunicare decisero di andare ognuno in una direzione diversa.

Parietti rimase a Berhampur, Marietti andò a Jessore e Limana a Krishnagar con Giovanni. In tutte e tre le stazio­ni missionarie i quattro del PIME dovettero subire le an­gherie, le calunnie e i tentavi di cacciarli da parte dei prote­stanti che arrivarono in Bengala decenni prima: questa ostilità sintetizza significativamente l'alto rischio che rap­presentava essere venuti in quella parte di mondo così ino­spitale.

 

Gioie e dolori della missione

A Krishnagar la missione aprì una scuola femminile diurna con dieci ragazze assistite da donne bengalesi e un orfanotrofio che ospitava alcuni ragazzi, seguiti da Giovan­ni nella preparazione scolastica e religiosa oltreché nel lavo­ro: "Ogni giorno poi, fino alle sette devo attendere al lavoro dei ragazzi, che è zappare, portar terra, o altri simili lavori ma­teriali; io devo essere presente sia per mostrar loro come de­von fare, sia per la pace e il buon ordine. Alle sette essi man­giano il riso ed io metto mano a un qualche altro lavoro vici­no alla mia camera, che è annessa alla scuola e dormitorio dei ragazzi, ho formato una piccola bottega, in cui faccio lavori soprattutto di falegname per i bisogni della casa, e di fabbro ferraio per quello che posso fare adesso che non ho officina ma solamente alcuni pochi arnesi. Alle otto faccio scuola di bengalese ai ragazzi, fino alle undici, poi do una mano a qual­che lavoro e nello stesso tempo attendo anche ai ragazzi. A mezzogiorno Angelus Domini in comune. Alle due scuola, co­me sopra, fino alle quattro, indi pranzo. Dopo pranzo fin sera ora lavoro, ora leggo qualche libro. Appena arriva sera, ora­zioni ed esame di coscienza in comune, poi un giorno sì l’al­tro no faccio il catechismo".

A Jessore invece il lavoro non procedeva bene. Una sera, tornando a casa dopo due giorni di assenza, il missionario Marietti non trovò più nessun ragazzo a scuola: i protestan­ti avevano pagato i genitori affinché li portassero a casa. Nell'aprile del 1857 padre Parietti scrisse ai superiori di Roma rassicurandoli che i missionari non erano minacciati da pericoli mortali, ma che erano però affranti e frustrati per aver trovato un ambiente così arido e poco promettente: "Ci vogliono missionari pronti ai lavori forzati e contenti del­la minima messe".

Anche Giovanni nelle lettere che inviava in Italia raccon­tava la solidarietà che teneva unito il gruppo missionario, e la solitudine che sentiva facendo il catechista in un contesto in cui l'inserimento era lento e pieno di insidie: "Io mi trovo in ottima salute benché un po' scoraggiato, trovandomi solo nella mia categoria senza poter cambiare parole con alcuno. Del resto sono contentissimo e mi trovo in buona armonia coi buoni missionari... Se lo può immaginare un povero fi­glio che sempre ha amato la società, trovandosi solo soletto, del resto non ho di che lamentarmi: i buoni missionari mi amano qual loro caro fratello... I giorni passano lavorando ora in cucina, osservando come vanno le cose, ora in chiesa, o al Bazar, il restante del giorno un poco lago, il martello, la penna... Attendo molto coi missionari allo studio della lingua hindi... vado già al Bazar, a comprare, parlo col cuoco delle faccende di cucina... Nei primi giorni ero alquanto turbato, il perché era lo straordinario cambiamento di molte cose, di luoghi, costumi, lingua, non sapendo dir parola se non coi missionari, ma ormai queste (cose) piccolezze sono passate".

 

Guerra coloniale

Nella primavera del 1857 ci fu la rivolta dei sepoys, i sol­dati indigeni dell'esercito britannico di stanza in India e in Bengala. Scoppiarono disordini e massacri contro gli euro­pei, la situazione poteva precipitare da un momento all'al­tro e la paura di perdere quei possedimenti indusse la coro­na inglese a passare da una politica moderata e commercia­le a una politica rigidamente coloniale: la Compagnia delle Indie fu abolita e la regina Vittoria incoronata imperatrice. I moti di ribellione iniziarono a Meerut per poi incendia­re tutta la regione settentrionale dell'India. A quel tempo l'esercito coloniale contava 280.000 uomini, di cui 44.000 erano inglesi e il resto indigeni. Le cause dell'insurrezione erano certamente politiche, in quanto miravano a sovvertire l'ordine costituito, ma anche religiose. Molti ribelli si sca­gliarono contro gli europei, aizzati da una capillare propa­ganda anticristiana fomentata dai movimenti estremisti in­dù che non tolleravano la presenza di cattolici e protestanti, e che di conseguenza si macchiarono di violenze sugli india­ni convertiti.

La rivolta fu domata dall'esercito di Sua Maestà grazie anche al dispiegamento di forze irregolari nepalesi e musul­mane del nord-ovest, dopo un anno di guerra con grande spargimento di sangue da entrambe le parti. L'ultimo gran Moghul, Bahadur Shah II, massima autorità nella tradizio­ne indiana, che era stato assunto dai ribelli come loro ban­diera, fu costretto definitivamente all'esilio in Birmania.

Durante gli scontri i civili inglesi residenti in Bengala scapparono. In un primo momento Giovanni e gli altri mis­sionari restarono uniti nella preghiera all'interno delle chie­se, poi però per timore di assalti notturni scelsero di na­scondersi nella foresta. Altri missionari del PIME, che si erano aggiunti ai quattro della prima spedizione, si rinchiu­sero nel forte della città di Agra, insieme ai civili inglesi e ai pochi convertiti.

I ribelli devastarono la città ma non riuscirono a espu­gnare il forte, difeso con il coltello tra i denti dai soldati in­glesi. Nel terribile assedio morì di colera il catechista Giu­seppe Beltrami, missionario laico come Giovanni, a soli 34 anni.

Si evidenziavano già in quel periodo due diverse conce­zioni di apostolato in India e in Bengala: molti missionari pensavano che fosse più giusto impegnarsi tra i non cristia­ni e andare incontro ai loro bisogni, mentre altri, una mino­ranza, preferirono assistere i molti militari cattolici, i fun­zionari civili della colonia e le loro famiglie (irlandesi, ingle­si, indiani del Kerala e Tamil).

Finita la rivolta, in Bengala tornò la calma e la missione poté svilupparsi nelle tre aree iniziali. A Berhampur (200 chilometri a nord di Calcutta), presidio militare con un for­te contingente inglese, padre Parietti si fece conoscere come cappellano dell'esercito.

A Krishnagar (100 chilometri a nord di Calcutta, a metà strada per Berhampur), padre Limana e fratel Giovanni pro­iettarono la missione verso i non cristiani; gli alunni e le alunne delle scuole-orfanotrofio ricevevano il battesimo e formavano famiglie cristiane. Inoltre molti credenti, che si erano orientati verso i protestanti perché rimasti senza sacer­dote per lunghi anni, fecero ritorno alla missione cattolica.

Tuttavia in alcune lettere Giovanni ancora raccontava di essere alle prese con i disagi dell'inserimento in un ambien­te a volte per lui totalmente incomprensibile e avverso: 'In verità per un povero giovane celibe, nell'età più vigorosa, il trovarsi in questi paesi è assai pericoloso: occasioni cattive, oggetti, gesti che ogni momento passano sotto gli occhi, cibi così accaloranti, ecc.

La tentazione della carne si fa sentire assai. Qualche volta col p. Limana, parlando di questi paesi, mi dice che l'India pa­re sia stata fatta per scala onde scendere all'inferno; volendo dire che qui tutto pare propizio al male e contrario al bene".

Infine il terzo distretto missionario era Jessore (attual­mente in Bangladesh, 100 chilometri a est della linea ferro­viaria che andava da Calcutta a Krishnagar), in cui si otten­nero buoni risultati nonostante la forte opposizione dei pro­testanti.

 

Un dialogo difficile

Il popolo non faceva distinzione fra cattolici e protestan­ti, ma i pregiudizi diffusi contro i protestanti (giunti in que­sta regione 30-40 anni prima dei missionari del PIME) dan­neggiavano molto anche i cattolici. La propaganda anticri­stiana faceva da sfondo al conflitto tra le due missioni, che non nasceva da divergenze dottrinali, bensì consisteva in di­versi metodi operativi che non si potevano conciliare.

I protestanti, che conservavano interamente lo stile di vi­ta europeo, condannavano le caste come intrinsecamente negative e ogni "segno di superstizione", quindi anche le im­magini sacre, le medaglie e i crocefissi da mettere al collo. Da parte loro i missionari cattolici vivevano alla bengalese, dunque in povertà, però tolleravano le divisioni in caste, an­che durante le funzioni, e d'altra parte diffondevano ampia­mente i simboli religiosi che la gente riceveva volentieri.

Bisogna giustamente anche ricordare che i missionari italiani di quel periodo non erano abituati al clima ecume­nico dell'Inghilterra, per cui interpretavano rigidamente il principio che "fuori della Chiesa non c'è salvezza", e lo pre­dicavano con fermezza e intransigenza, troncando sul na­scere ogni tipo di dialogo con le chiese riformate.

In questo clima di intolleranza, di incomprensioni e mal­dicenze, nel maggio 1859 Giovanni informò i superiori di Roma che la salute lo assisteva, sebbene i medici gli ordina­rono di non esporsi al sole, e soprattutto che l'orfanotrofio di Krishnagar stava acquistando fama e che i suoi bambini facevano ben sperare.

Ma anche lui cadde nella trappola della contrapposizio­ne. All'inizio di quell'anno alcuni protestanti vennero dal missionario per chiedergli se fosse stato disponibile ad apri­re e gestire una scuola nella loro zona, presso il villaggio di Daerenapore, nella quale avrebbero mandato i figli.

Giovanni giudicò quella richiesta una buona occasione per rasserenare gli animi, fino però ad accorgersi che in re­altà si trattava di un trabocchetto, in quanto il vero fine dei protestanti era di non pagare dei debiti ai loro correligiona­ri. Quando scoprì l'inganno era già troppo tardi. I prote­stanti giunsero a capovolgergli la barca su cui trasportava il materiale per la costruzione della scuola e a rifiutarsi di for­nirgli l'acqua del fiume, che doveva essere attinta di sop­piatto. Malgrado tutti i boicottaggi subiti, egli mise comun­que in piedi una comunità cristiana di 22 ragazzi e 25 ra­gazze, una vera enclave all'interno di un territorio controlla­to dai protestanti.

 

A servizio dei poveri

A complicare la situazione in quei giorni si verificò un'epidemia di colera. Giovanni si prese cura degli ammala­ti, affiancato da padre De Conti, trasferitosi dalla missione di Agra, il quale riuscì miracolosamente a predisporre un farmaco che comportò la guarigione in diversi tempi di molte persone anche colpite in modo grave. Da quel mo­mento, e grazie alle cure tempestive, cessarono anche le ostilità con i protestanti.

Durante l'emergenza, per l'intera comunità di Daerena­pore, Giovanni diventò ancora di più il loro "ciota saeb", che in bengalese significa "piccolo padrone", imparando a fare un po' di tutto: medico, farmacista, infermiere ed eco­nomo. Attraverso questa esperienza a contatto diretto con la popolazione, prese coscienza altresì di una piaga sociale molto comune in Bengala, e in tutta l'India, ossia l'infantici­dio.

I neonati illegittimi o con malformazioni venivano la­sciati fuori di casa, dentro a un coccio di stoviglia, per esse­re divorati dagli sciacalli. Purtroppo la solidarietà dei mis­sionari non riusciva a salvare quanti bambini avrebbero vo­luto, in quanto le divisioni di caste tendevano a occultare certi comportamenti e di conseguenza era difficile venire a conoscenza di chi era condannato a essere sbranato dalle fiere.

L'omertà, le diffidenze e le barriere culturali rappresenta­vano solo una parte dei problemi, in quanto innanzitutto bi­sognava fare i conti con le miserevoli condizioni di vita. Inoltre le calamità naturali, fenomeni spaventosamente fre­quenti, colpivano in primo luogo gli strati più degradati del­la società, ai quali appartenevano i cattolici.

Inondazioni, cicloni, terremoti, pestilenze, carestie e fa­me seminavano senza tregua la morte, a tal punto che si te­meva che i decessi superassero le nascite. Una notevole por­zione delle scarse risorse finanziarie della missione era uti­lizzata per ricostruire le abitazioni e le chiese distrutte e per dare da mangiare ai poveri. Un elemento di ulteriore preoc­cupazione era la mancanza di personale da mandare in mis­sione, nonché le tante morti premature.

 

I pericoli della vita in Bengala

Dal 1864 al 1884 su 55 giovani missionari inviati dal PI­ME in varie zone dell'Asia, ben 30 morirono in Bengala o furono rimpatriati per non morire di gravi malattie. La vita di estrema indigenza, la denutrizione, la mancanza di cure adeguate e di riposo erano le cause principali di questa emorragia di giovani forze, di uomini pieni di volontà e di fede.

L'arrivo di padre De Conti fu dunque per Giovanni una vera consolazione e si rivelò un forte supporto, in quanto da solo non riusciva a fare tutto e la solitudine stava diventan­do una tenaglia insopportabile. Quando padre De Conti ar­rivò a Daerenapore, il giovane missionario aveva appena su­perato una crisi d'identità che lo trascinò sull'orlo di un abisso di depressione e paura a causa di tutte le difficoltà incontrate.

In una lettera ai superiori in Italia si liberò di tutti i fan­tasmi che lo tormentavano: "Quanto alla mia salute fisica, questi paesi non mi sono più propizi, e ne ho sempre qualcu­na, quando non sono due o tre o più. In quanto poi alle altre miserie, oh! Quante ne avrei mai da dire! Qualunque cosa faccia per raccontarle i malanni e le angustie ella non arriverà mai a farsene una giusta idea.

È come il male di mare che non si può farsi un'idea senza averlo provato. Oh quante volte mi sono provato pieno di an­gosce in modo tale che se il Signore non vi avesse messo ma­no, io ero lì lì per voltarmi indietro. Sa che per un povero gio­vane sono pur anche cattivi questi paesi.

La posizione del catechista (come erano comunemente chiamati a quel tempo i missionari laici, ndr) è più pericolo­sa di quello che ci immaginiamo noi in Europa. Se io potessi ritornare a casa senza dispiacervi ed espormi a grandi perico­li di perdere l'anima mia, non esiterei un momento a partire di qui; tanto più che al momento non si vede fra i nativi che finzioni, ipocrisie, ingratitudini. Dagli adulti non c'è speranza alcuna, e dai piccoli, quando si allontanassero dalla scuola, oh che miseria".

Le ore buie del dubbio e della prova lo costrinsero a ri­mettere in discussione le fondamenta della sua scelta mis­sionaria. Avrebbe avuto tante ottime ragioni umane per la­sciare "quell'inferno", ma, pur soffrendo nel cuore, lui non cedette e rimase fedele al suo progetto di vita.

 

La via della povertà

Con la presenza di padre De Conti, Giovanni prese corag­gio e non si fece irretire dalla tentazione di lasciare la mis­sione. I bengalesi avevano una bassa considerazione della religione cristiana, eppure con il sacrificio, la cultura e il tempo si sarebbero potuti ottenere ottimi risultati in una terra così ostica e angusta.

Nel novembre del 1861 il vicario apostolico mons. Char­bonneaux mandò in Bengala i suoi due segretari, che nelle loro relazioni finali elogiarono il carisma dei missionari del PIME: "Abbiamo trovato dei missionari degnissimi di questo nome, pii, dediti al loro ministero, che si occupano attiva­mente ed efficacemente della conversione degli indigeni, indu­striosi nel cercare e trovare i mezzi per procurare questa con­versione, poveri, viventi poveramente e risoluti a perseverare in questa via della povertà apostolica.

Sono, senza smentita, i migliori missionari del nord del­l'India... Questa è, di tutte le missioni del nord dell'India, quella nella quale ci si occupa seriamente e il più efficacemen­te alla formazione di cristianità indigene". Mentre il secondo si rivolse direttamente ai missionari: "Molti fanno voto di povertà, ma voialtri, senza farlo, lo osservate. Voi ci avete as­sai edificati".

Gli encomi dei due emissari apostolici furono una robu­sta e bella iniezione di fiducia anche per Giovanni, che ve­deva spesso sprecate le sue energie di catechista e per que­sto si disperava quando soprattutto i bambini abbandona­vano l'orfanotrofio.

Nel periodo successivo a quello in cui esplose l'epidemia di colera, insieme a padre De Conti fu trasferito nel villaggio di Fulbarry. La nuova stazione missionaria era meno como­da perché mancava di tutto, bisognava mandare a prendere anche il pane una volta la settimana a Krishnagar, situata a quindici miglia di distanza. A Fulbarry rimasero fino all'ot­tobre del 1862, dopodiché Giovanni fu chiamato a prendere servizio nel distretto di Jessore, con la mansione di catechi­sta e di amministratore della missione.

Con i catechisti indigeni andava nei piccoli villaggi, ad­destrava gli orfani nel laboratorio di falegnameria e li pre­parava al battesimo e alla prima comunione. Con loro lavo­rava sodo, ma la sera si faceva sempre festa, poi nei periodi di carestia battezzava i bambini che certamente sarebbero periti.

Per meglio attirare i giovani, progettò di formare una piccola banda musicale, infatti tra le varie richieste che pre­sentò ai superiori "di fazzoletti di tela per il naso e un dia­mante per tagliare il vetro", inserì anche "un manuale sem­plice da consultare per imparare a suonare il violino".

Intanto la missione stava cambiando i propri connotati. La direzione del PIME decise di perseguire due obiettivi complementari: esplorare più capillarmente il territorio e mutare metodo di evangelizzazione. Accanto ai distretti più grandi, furono sviluppate stazioni secondarie, dove i mis­sionari stabilirono la loro residenza per avere rapporti più stretti e frequenti con la popolazione.

Nel distretto di Krishnagar fu costruita una casa che ospitava sia il missionario sia alcune famiglie, in un altro villaggio, Bhoborpara, si convertirono i Nikri, pescatori mu­sulmani e vicino a Jessore, a Jogdanandakati, abbracciaro­no la religione cattolica i Muci, scorticatori di animali e ar­tigiani del cuoio, una delle caste più umili e disprezzate.

 

La condivisione come scelta di vita

Furono promossi orfanotrofi e scuole, la missione venne estesa fino a raggiungere regioni sempre più lontane, come le Sunderbunds, dove il Gange si riversa nell'oceano india­no dividendosi in mille rivoli, lungo terre ricoperte da una fitta e rigogliosa foresta.

La missione si indirizzò con rinnovato dinamismo verso i più poveri e dimenticati, comunità di uomini semplici la cui unica fonte di sostentamento era legata alla condotta dei bufali selvatici, poiché non ci sarebbe stato nulla di cui cibarsi se questi avessero distrutto il riso seminato nelle bu­che. Uomini indifesi che andavano nella foresta a tagliare la legna sfidando l'aggressività dei leopardi, delle tigri e dei ri­noceronti. Molti morivano, compreso qualche missionario.

Un altro elemento di novità introdotto in quegli anni fu la decisione di alcune suore di visitare a piedi i villaggi, so­stando alcuni giorni nelle capanne, occupandosi dell'istru­zione di donne e ragazze, curando gli infermi con attenzio­ne e disponibilità d'ascolto verso ogni casta e ogni religione. Mutò anche il modo di presentarsi alla gente. I missionari abbandonarono la veste clericale italiana per indossare il turbante e il longhi, l'indumento tipico bengalese.

Fratel Giovanni fu uno dei primi ad arrivare nel Bengala, tra i chiamati della prima ora a lavorare in una vigna aspra e turbolenta. La scelta di mescolarsi alla popolazione, di condividere la vita con gli ultimi, di mettersi realmente nei panni degli altri furono segni inequivocabili di un cammino lungo e difficile, ma progressivo, verso l'inculturazione, l'ar­monia e la pace tra le varie anime della comunità bengalese.

Andando avanti su questo cammino Giovanni molto spesso si sentì solo, si disperò, commise anche degli errori proprio per la normale fallibilità del genere umano, tuttavia ogni suo tentativo di servire la missione produsse le prime crepe nel muro delle divisioni che impediscono agli uomini di riconoscersi nello stesso impasto.

Nei primi giorni di febbraio del 1867, dopo solo 12 anni di missione, si ammalò gravemente per una forte infiamma­zione al fegato che investì anche la milza. Non volle farsi cu­rare da un medico inglese e preferendo la medicina indiana si sentì meglio, riprese a mangiare e a passeggiare. Tentò perfino un viaggio a Fulbarry per riabbracciare un suo fi­glioccio di nome Lorenzo, che aveva però nel frattempo la­sciato l'orfanotrofio per seguire i protestanti.

Questa cocente delusione, le escursioni termiche nottur­ne e la debilitazione fisica concorsero ad aggravare la ma­lattia che gli procurò la morte nel giro di pochi giorni.

In quello stesso anno, dalla sua città natale in Italia dove si stava riposando, padre Limana, l'artefice dei recenti cambiamenti di rotta che diedero nuovo impulso alla mis­sione, scrivendo al superiore generale lo ricordava così: "Sentii poi con grandissimo dispiacere la morte di Giovanni Sesana. Era un ottimo catechista, zelante e, nello stesso tem­po, buon artista. La povera nostra missione va sempre a per­dere i migliori. Se Iddio mi darà la salute, l'anno venturo ri­tornerò all'India e, se per quel tempo potesse preparare un ca­techista, io me lo condurrei via volentieri, perché a Jessore hanno reale bisogno".

 

Il dono della vita

Qui finisce l'avventura di un uomo semplice e gracile, ma proprio per questo anche ingegnoso e forte. È la storia di un giovane operaio che ha solcato i mari e si è impegnato, an­che con i suoi limiti personali che non ha mai nascosto, in una scelta di vita difficile e al contempo straordinaria. La grandezza di Giovanni non è misurabile solo nelle opere e nelle attività che ha saputo avviare, ma nella sua capacità di ricominciare da capo, con determinazione e coerenza, dopo i momenti di difficoltà.

Anche per lui il fantastico Bengala è diventato la sua nuova terra e la sua tomba. La sua è una storia straordina­ria per la fedeltà nel restare sulla breccia anche quando il pericolo consigliava il contrario. Ma è anche la vita ordina­ria di "un artigiano" che ha messo a frutto le sue capacità e conoscenze umane, tecniche e spirituali perché gli altri po­tessero crescere.

 

UN MAESTRO NELLA FORESTA

Dopo un viaggio di oltre due mesi che lo portò ad Hong Kong, Aden, Singapore e Penang, Pompeo Naselli, classe 1850 di Pregnanza in provincia di Milano, raggiunse Rango­on, capitale della Birmania. Era il mese di febbraio del 1873. Qui non c'erano strade percorribili né trasporti rego­lari, dovette quindi attendere l'alta marea per risalire il fiu­me Sittang verso nord alla volta della sua destinazione fina­le: Toungoo, nella regione di Pegu.

 

Risalendo il grande fiume

Quella notte aspettò la luna nuova e con essa il tempo in cui l'acqua del Mare delle Andamane avanza e incontra il fiume lasciando passare le barche, formando un unico e im­menso percorso acquatico. Il fruscio dei remi di bambù che affondavano nell'acqua si mescolava alle parole bisbigliate di Pompeo, alle sue ora­zioni e alle brevi frasi in birmano che stava tentando di im­parare.

L'imbarcazione procedeva silenziosamente sotto un cielo madido di stelle mentre l'esiguo equipaggio - il giovane mis­sionario laico, assieme a un padre del PIME e alcuni rema­tori del luogo - scivolava dentro la foresta monsonica che in certe zone degradava in una savana dominata da felci e co­me un lungo braccio oscuro si distendeva verso Toungoo, ormai prossima a essere raggiunta.

Pompeo rimase tutta la notte incantato da quello spetta­colo notturno, di ombre mute che delineavano i profili dei giganteschi alberi immobili, lungo le sponde del Sittang, or­mai rese invisibili dal livello dell'acqua. Alla luce flebile di una candela, iniziò a prendere appunti e a cercare le parole per spiegare quello che stava ammirando, pensando alle persone che aveva lasciato in Italia.

Quella fiammella dentro a un ambiente naturale buio e dai contorni incerti assomigliava un po' al suo stato d'ani­mo, poiché si sentiva minuscolo e contemporaneamente ac­ceso di fronte alla missione che stava per aprirsi, proprio come la foresta nel momento in cui accoglie il passaggio del fiume nella sua intricata e secolare storia.

L'indomani, con le primi luci del mattino, la pianura ini­ziava a vivere, emanando nell'aria il suo verde incontamina­to e profumato, segno di una fertilità solcata da corsi d'ac­qua e ricca di essenze pregiate. Tuttavia, dopo il momenta­neo riposo per riprendersi dalle fatiche del viaggio e per am­bientarsi al nuovo clima, non c'era tempo per specchiarsi in quella purezza.

 

I primi flagelli: topi ed epidemie

Infatti già il mese successivo Pompeo partì per il villag­gio di Leikthò, situato sui monti abitati dai Karen, con l'im­mediato proposito di studiare e apprendere il ghebà, la lin­gua locale, che non era ancora stata scritta, il cui primo ab­becedario sarebbe venuto alla luce solo qualche anno più tardi.

Sfortunatamente, verso la fine del 1873, l'arrivo di Pom­peo fu segnato dall'invasione dei topi che a milioni distrus­sero i raccolti portando inevitabili carestie ed epidemie.

L'emergenza umanitaria durò tre anni, costringendo tut­ta la popolazione, compresi i missionari, a cibarsi perfino delle radici degli alberi. Per provvedere ai primi bisogni i Karen vendettero i loro chisi, tamburi di bronzo, e con il ri­cavato comprarono del riso. Ma assai presto le scorte ali­mentari furono esaurite e allora ricominciarono i problemi.

Alcuni, abbandonate le famiglie, scesero dai monti fino ai villaggi della pianura e si offrirono come schiavi alla più potente comunità dei Birmani, quelli che invece rima­sero sulle montagne vendettero figli, figlie e la moglie al prezzo di dieci rupie, in cambio delle quali potevano al massimo ricevere 40 misure di riso che poi sparivano in un momento.

 

Costruttore e contestatore

Per il milanese Pompeo, l'impatto con la missione fu in­dubbiamente drastico, tuttavia la drammaticità della situa­zione non lo scoraggiò. Iniziò dunque a visitare le famiglie stremate e a distribuire alimenti, seppur scarsi, come anche medicinali. Si diede inoltre da fare per riparare la residenza dei missionari, avendo imparato in Italia il mestiere di fale­gname, introducendo elementi architettonici come porte, fi­nestre e tavoli che da quelle parti erano decisamente delle novità.

Poté esprimere liberamente le sue competenze professio­nali quando, in un secondo momento, gli fu affidata la co­struzione della chiesa di Leikthò, per la quale ebbe carta bianca sia per quanto riguardava le scelte stilistiche, sia per questioni di grandezza.

In quel contesto di prostrazione, la sua generosità gli permise di entrare in amicizia con il popolo che giorno do­po giorno imparava ad apprezzarne le qualità, a tal punto da riservargli il nome di Sarà Pè, che in lingua ghebà signi­fica "Maestro Pompeo". Attorniato dal calore della gente, Pompeo iniziò a muoversi in solitudine e a piedi all'interno del distretto missionario toccando numerosi villaggi, la maggioranza dei quali aveva già conosciuto l'opera evange­lizzatrice delle chiese anglicane, molto attive in Birmania come nella vicina India.

I poveri Karen impararono subito ad amare la bontà di Pompeo, e lo seguivano ovunque andasse nel tentativo di esporgli la situazione in cui versavano. Ma vedendo che non riuscivano sempre a farsi capire, un giorno lo presero per un braccio e lo portarono a vedere i resti di un campo colti­vato a riso divorato dalle scorribande dei topi.

Quella visione di devastazione e quei visi in lacrime scuoterono la sensibilità del giovane missionario laico, e fu­rono i primi segni della terribile carestia che si stava abbat­tendo sulla popolazione che per tre anni dovette combattere con la fame e con i topi, la cui furia nessuno riusciva ad ar­restare.

Una mattina salì a Leikthò un ufficiale della monarchia birmana a riscuotere le tasse. La carestia stava allentando la sua morsa, così i villaggi poterono finalmente raccoglie­re un po' di riso, vera manna dal cielo. Ma per pagare le tasse al re avrebbero dovuto vendere anche quel poco di ri­so che erano riusciti a salvare e che era il loro unico sosten­tamento.

Pompeo non poteva tollerare quell'ingiustizia, con fer­mezza si oppose alle richieste dell'ufficiale, mostrandogli un pugno di terra come se fosse il simbolo di ciò che i Karen avrebbero messo nello stomaco se avessero pagato i balzelli regi. L'ufficiale si arrese davanti all'ostinazione del missio­nario e all'evidenza e con molto buon senso ritornò in città, dove chiese e ottenne l'esenzione dalle tasse per alcuni anni per tutti quelli che erano stati colpiti dalla carestia.

 

La pedagogia di Pompeo

La carità che Pompeo mostrò verso tutti gli affamati die­de luogo a vere e proprie conversioni di massa. In mancan­za di autentici e preparati catechisti, i padri del PIME die­dero a lui l'incarico di evangelizzare i villaggi incastonati sulle montagne.

Benché in Italia si fosse fermato alla licenza elementare, aveva ugualmente ricevuto il mandato di insegnare il Van­gelo e difatti si rivelò un ottimo divulgatore delle sacre scrit­ture e quando si imbatteva in qualche disputa teologica con i catechisti protestanti, che come lui si aggiravano soli per le montagne, non lesinava dotte argomentazioni formulate con stile efficace a difesa delle sue convinzioni.

Si fermava in un posto quel tanto che era necessario per la prima istruzione sommaria del catechismo e per insegna­re le preghiere. Radunava la gente due volte al giorno nella capanna più grande che esisteva nel villaggio, finché non avesse preparato con l'aiuto della gente una cappella dalle pareti di stuoie e il tetto di paglia.

Circondato dai suoi catecumeni spiegava con similitu­dini appropriate le parabole del Vangelo e appena fu in grado di battezzare i più influenti del paese, li incaricava di completare l'istruzione degli altri per passare poi in altri villaggi.

Gli spostamenti erano pesanti, soprattutto durante il pe­riodo delle piogge, quando a causa dei temporali improvvisi e del vento freddo i saliscendi che collegavano le varie zone montane diventavano delle piste lisce come il ghiaccio, tan­to che non era raro vedere Pompeo affrontare una salita con le mani a terra o misurare una discesa addirittura, come lui stesso racconta con sano umorismo in una lettera, con il de­retano appiccicato al suolo.

Nella borsa con cui girava per le montagne e la foresta, Pompeo teneva una buona provvista di medicinali, disinfet­tanti, pillole e rimedi più comuni e più urgenti, ma anche li­bri di medicina e un taccuino, su cui annotava i casi più di­sperati che incontrava lungo il cammino e che poi esponeva a qualche missionario più esperto.

Sconquassati dai monsoni, avvolti dalla canicola e lace­rati dai morsi della fame, gli indigeni, che con lui condivide­vano la vita di stenti nella foresta, si stupivano sempre di più della creatività di quel giovane tenace e coraggioso.

 

I miracoli del "Dottor Pè"

Con le erbe che le foreste potevano offrire, Pompeo riu­sciva a ottenere delle sostanze che davano ottimi risultati contro certe malattie. Per di più, mettendo in pratica le ri­dotte ma utilissime conoscenze nel campo della chirurgia, capitava che ammaliasse letteralmente gli abitanti dei vil­laggi che andava a trovare. Tra le montagne correva voce che dopo aver disinfettato la ferita ad un uomo quasi ma­ciullato dalla potenza di un bufalo, lo avesse fatto rinvenire facendogli annusare dell'ammoniaca e somministrandogli un liquore tonificante di sua produzione. La sua fama di guaritore aumentava e lo precedeva aprendogli molte porte sul suo cammino.

Non erano però le scornate a terrorizzare i Karen, bensì il vaiolo e la peste, considerati alla stregua di maledizioni divine. Per tradizione, quando si registrava un caso di con­tagio, i villaggi venivano evacuati e i moribondi lasciati al loro destino. Animato da grande affetto per i malati e da uno spirito instancabile di carità cristiana, Pompeo, che si era ormai acquisito la fama di "santo guaritore" protestò sempre contro tale pratica. Pur nel rispetto della sapienza popolare non si arrese mai davanti ai pericoli e alle difficol­tà, ma seppe affrontarle con coraggio e dedizione, memore delle parole evangeliche di poter "nel nome di Gesù supera­re le malattie e i morsi dei serpenti".

Un giorno capitò nel villaggio fantasma di Pepolì, da po­co svuotato dei suoi abitanti, dove tra le capanne non si ag­girava anima viva né si sentiva una voce umana. Il missio­nario allora si mise a gridare in quel silenzio duro di morte. Uscì dunque dal villaggio e dopo aver vagato per un'ora in­contrò delle persone che gli dissero che era scoppiato il va­iolo e che qualcuno ne era rimasto colpito.

Pompeo chiese loro di indicargli dove si trovava il mori­bondo ma quelli erano talmente spaventati che svelarono il luogo della capanna solo dopo una certa insistenza. Bastava l'idea del vaiolo per scatenare una psicosi generale, al primo apparire della terribile malattia la gente fuggiva a gambe le­vate e lasciava dietro di sé i malati, anche se sono figli o ge­nitori. Pompeo arrivò alla capanna e trovò l'uomo ormai morto.

Lo avvolse in una stuoia, scavò una fossa poco lontano, lo seppellì sotto una semplice croce. Dopo essersi disinfettato ritornò tra quei paurosi e li rimproverò per la loro poca ca­rità.

Essi non si curarono un granché delle parole di Pompeo, piuttosto lo tenevano alla larga, temendo che anche il loro missionario prima o poi avrebbe manifestato i sintomi della malattia. Ma vedendolo i giorni seguenti in buona salute si persuasero che quell'occidentale, che aveva osato sfidare il male, fosse una specie di essere soprannaturale. In quel delirio di superstizione e miseria, tale credenza non durò molto poiché le epidemie erano così frequenti e devastanti che anche lui si ammalò, seppure in forma lieve, a forza di soccorrere chi veniva contagiato.

A quei tempi il morbo compariva spesso, non risparmia­va nessun villaggio, spargendo il terrore nella foresta e sulle montagne. Pompeo era sempre pronto ad accorrere e a prendersi cura dei poveri abbandonati. Li visitava continua­mente, disinfettava le loro pustole puzzolenti e marciose, riuscendo a salvarne molti da una morte dolorosa e soprat­tutto in solitudine. Quando invece non poteva fare nulla per evitare il decesso, se li portava al cimitero e spargeva su di loro preghiere e lacrime di carità.

Anche a Leikthò, la sede dei missionari del PIME, com­parve il vaiolo. Un ragazzo ospite dell'orfanotrofio, costrui­to nel frattempo da Pompeo, fu preso da febbre e coperto in breve tempo da un lenzuolo di foruncoli purulenti. Il villag­gio e lo stesso orfanotrofio in un baleno si svuotarono, poi­ché tutti si nascosero nei boschi. Rimase solo Pompeo che onde evitare la propagazione dell'infezione isolò il malato in una piccola capanna di bambù fuori del villaggio.

Qui lo curò con amore e non lo abbandonò nemmeno un istante. Pochi giorni più tardi, non appena il piccolo fan­ciullo mostrò i primi segni della guarigione, il nostro mis­sionario laico cominciò anche lui a sentirsi addosso i sinto­mi della malattia. Per fortuna fu colpito da una forma lieve, così poté in fretta riprendere il suo servizio di infermiere.

Questo incrementò la sua fama non solo di medico, ma an­che di "maestro di saggezza e di vita".

Fra i tanti poveri montanari curò un uomo dell'etnia Ta­barà, la quale non aveva frequenti contatti con i missionari. Questi era sceso a Toungoo per fare delle commissioni e sul­la via del ritorno, nei pressi di Leikthò, stramazzò a terra, febbricitante. Appena si accorsero che si trattava di vaiolo, i suoi compagni lo lasciarono steso sull'erba, inghiottito dal­la fitta boscaglia, che strozzava le sue grida disperate.

Avvertito da qualcuno, Pompeo accorse immediatamente da quell'uomo, gli somministrò i rimedi più urgenti e infine lo trasportò presso il villaggio dove lo curò così bene che in pochi giorni rinsavì completamente.

Quel misero Tabarà non conosceva il missionario e mai avrebbe immaginato di incontrare tanto spirito caritatevo­le. Strappato sul ciglio del burrone verso la morte, era come se fosse rinato. Si convertì perché comprese la forza e il si­gnificato di quella salvezza e in seguito i due coltivarono un affetto reciproco che durò tutta la vita.

Erano nel frattempo trascorsi vari anni dal primo sposta­mento sul fiume Sittang, durante i quali il missionario a po­co a poco si era immerso completamente nella storia del po­polo, senza roboanti proclami ma semplicemente con atti di quotidiana e concreta solidarietà. Fu un periodo di soffe­renze e di privazioni, durante il quale accadde una circo­stanza significativa che testimonia il grande carisma di Pompeo, grazie al quale penetrò nell'anima della comunità.

 

Un incontro provvidenziale

Nel 1885 gli inglesi, che già da vent'anni dominavano sul­la Birmania meridionale, si spinsero verso nord, conqui­stando l'antica capitale Mandalay. Il re birmano Thibaw cadde prigioniero e venne relegato in una città dell'India. La popolazione non era in grado di reagire all'ingerenza bri­tannica, così a parte qualche sporadica protesta di piazza e fragili momenti di resistenza armata, l'esercito usurpatore portò il confine della colonia addirittura fino alla Cina. Per sedare qualsiasi tentativo nazionalistico di rivolta, l'autorità britannica impose il divieto del porto d'armi su tutto il Pae­se, solo gli europei erano liberi da tale provvedimento.

In questo clima di repressione si colloca l'amicizia tra il missionario italiano e il sovrano del regno Shan di Pekkong, situato nel nord-est della Birmania. Il re, all'oscuro delle di­sposizioni restrittive del governo coloniale, marciando in pel­legrinaggio verso la pagoda di Rangoon, luogo sacro del bud­dhismo, con al seguito molte guardie armate, incappò in una pattuglia inglese che gli sbarrò la strada. Gli fu ordinato di consegnare le armi e di attendere il nulla osta per continuare il viaggio.

Costretto a disarmarsi e ad accamparsi preso Leikthò si trovò a fare i conti con una perdurante carestia, in quanto, come spesso accadeva, l'ultimo raccolto di riso era stato as­sai scarso. Con il passare del tempo le scorte di cibo si esau­rirono e il permesso per proseguire il tragitto non arrivava, il re e il suo sparuto esercito iniziarono a soffrire la fame, punzecchiati da un crescente nervosismo.

Pompeo, venuto a conoscenza della situazione, mandò a quegli affamati varie porzioni di riso senza pretendere nes­suna ricompensa. Il mattino seguente, meravigliato per quel gesto di gratitudine, il re andò a portare di persona i suoi ringraziamenti.

Con in tasca il tardivo lasciapassare, prima di ripartire, visitò tutta la missione di Leikthò, si mostrò molto interes­sato al lavoro dei padri e dei laici, fece domande e chiese spiegazioni, non riusciva a capacitarsi del fatto che degli stranieri potessero prendersi cura di orfani, poveri e malati.

Quando, dopo parecchi anni, il vicario apostolico di allo­ra, insieme ad altri sacerdoti, nei suoi giri pastorali giunse a Pekkong, il sovrano superò l'iniziale diffidenza ricordandosi proprio dell'aiuto ricevuto da Pompeo. Ascoltate le prediche dei padri, alcuni suoi sudditi gli espressero il desiderio di abbracciare la religione cattolica e di diventare catechisti.

Sulle prime il re non era per nulla persuaso della conve­nienza della loro scelta, infatti li ammonì sul pericolo che gli stranieri si potevano spesso rivelare meschini truffatori e ciarlatani. Gli aspiranti catechisti risposero che non aveva­no intenzione di disobbedire alle leggi del regno, bensì che volevano convertirsi a una religione che reputavano più ri­spondente ai loro desideri rispetto agli antichi principi del buddhismo.

Il re allora chiese loro se perlomeno sapessero da dove questi stranieri venivano, e quando seppe che avevano la lo­ro residenza a Leikthò ruppe tutti gli indugi poiché gli ven­ne in mente il cuore buono di Pompeo.

Quell'atto di carità rivolto a un uomo così potente e vene­rato fu davvero di buon auspicio, poiché nel 1934, in uno dei primi libri sulla vita dei missionari del PIME, il biografo sottolinea che nel regno Shan di Pekkong si contava il mag­gior numero di cristiani della missione birmana.

 

Lo scontro con la tigre del Bengala

Tra i suoi numerosi impegni, il missionario riusciva an­che a trovare un po' di tempo per andare a caccia, che se da una parte non era un'attività rilassante, dall'altra era giudi­cata necessaria per la difesa dagli attacchi dei numerosi ani­mali feroci, ed anche per procurarsi il cibo necessario per la sopravvivenza. Nella fitta vegetazione della foresta monso­nica, oltre che rischiare di perdere la direzione si poteva in­contrare una vasta gamma faunistica: elefanti, cervi, daini, lupi, cinghiali, antilopi, orsi, iene, leopardi, pantere, serpen­ti velenosi e la temutissima e leggendaria tigre del Sud-est asiatico. Su questo argomento la storia e le leggende si so­vrappongono mostrando comunque quanto l'ambiente vita­le fosse così poco accogliente per le popolazioni prive di mezzi adeguati.

Un giorno, nel corso di una perlustrazione nella foresta, accompagnato da un indigeno, Pompeo si scontrò proprio con una tigre. In quel frangente, l'accompagnatore svenne per lo spavento mentre il missionario, terrorizzato e impie­trito dalla paura, emise un flebile suono che si articolò in una disperata invocazione alla Madonna. A quelle semplici parole, la bestia rispose con un ruggito spaventoso, chinò la testa e sparì nel gorgo cupo delle liane e degli alberi gigante­schi.

Se la vicenda si svolse effettivamente in questa maniera non si seppe mai con certezza, sta di fatto che la notizia si diffuse tra la popolazione così rapidamente che valse più di ogni predica o guarigione. Molte persone si avvicinarono maggiormente a questa persona che aveva incontrato la ti­gre e non era stata uccisa, e si convertirono al cristianesi­mo.

L'unica cosa certa fu che da quel momento iniziò la cac­cia sistematica alla tigre che minacciava la vita delle perso­ne nei villaggi, e almeno 14 furono soppresse, usando delle trappole che contenevano la stricnina. Una volta che l'ani­male stramazzava al suolo per aver ingerito il veleno, Pom­peo si assicurava del decesso con qualche scarica di fucile alla testa, dopodiché con le forbici tagliava i lunghi baffi e li bruciava, in quanto secondo la cultura locale erano conside­rati nocivi alla salute dell'uomo. I Karen si prendevano la carcassa e al missionario veniva lasciata la pelle che in se­guito rivendeva per 60 rupie agli inglesi di stanza a Toun­goo.

 

Tradizione e astronomia

Molti altri episodi che illustrano le tradizioni locali ven­gono poi riportati dallo stesso Pompeo nelle cronache mis­sionarie del tempo. Durante i primi anni di vita missionaria, Pompeo si trovò una sera nel villaggio di Iociopoli, ancora un po' inesperto in riferimento al modo di pensare dei Ka­ren. Nel bel mezzo della notte fu svegliato di soprassalto da un'improvvisa scarica di fucilate e dalle grida di molte per­sone. Balzò in piedi e in un batter d'occhio si trovò fuori della capanna armato del suo fucile, cercando di orientarsi per capire da dove venisse il pericolo.

Avrebbe potuto essere uno scontro a fuoco tra bande ri­vali e invece vide sul piazzale del villaggio un ammassarsi di gente che urlava, batteva dei recipienti di latta provocando un rumore assordante e infine sparava all'impazzata verso il cielo. Pompeo chiese subito il motivo di tutto quello schia­mazzo e come risposta ottenne: "Sarà Pè, spara anche tu al daino che sta mangiando la luna, se lo lasciamo fare, in poco tempo se la inghiottirà, invece se spariamo il daino si spaven­terà e fuggirà via nei boschi".

Pompeo cercò in tutti i modi di spiegare loro che non si trattava di un daino, bensì di una semplice eclissi lunare. Questi lo liquidarono con parole di compassione e di scherno.

Quando poi l'eclissi finì, la gente applaudì e scoppiò in una festa fragorosa, il daino s'era difatti dileguato a causa degli spari e la luna era ricomparsa poiché l'animale l'aveva vomitata. Pompeo tornò nella sua capanna triste e afflitto per tanta ignoranza e superstizione, ma si promise di trova­re l'occasione propizia per spiegare ai suoi amici karen co­me stavano veramente le cose. Non molto tempo dopo ebbe notizia di una imminente eclissi solare, visibile anche in Oriente e subito l'annunciò ai Karen. Come era normale da prevedere per le conoscenze di queste popolazioni, nessuno gli prestò fede. Pompeo non si scoraggiò per così poco.

Alla vigilia dell'eclissi ripeté l'appello e preparò diversi vetri affumicati affinché si potesse osservare lo svolgimento del fenomeno. All'ora stabilita cominciò a farsi scuro, i Ka­ren spaventati ed eccitati volevano imbracciare i fucili e sparare, Pompeo li bloccò e con grande fatica li indusse a guardare il sole attraverso i vetri. Essi rimasero stupefatti in quando videro esattamente ciò che il loro Sarà Pè aveva predetto. A quel punto si con­vinsero e rigettarono l'idea tramandata lungo i secoli dalle tradizioni tribali che il cielo fosse dominato da daini affa­mati di lune e di soli.

 

Maestro di vita

Così, con perseveranza e senso pratico, il missionario era riuscito a insegnare qualcosa, a scalfire una pittoresca cre­denza, pur avendo profondo rispetto per la cultura dei Ka­ren e grande sensibilità per il modo di vivere del popolo del­le montagne, così estraneo a tutto ciò che veniva dall'ester­no e anche fiero e combattivo rispetto alla proprie tradizio­ni.

Con il passare degli anni sempre nuovi villaggi venivano toccati dal Vangelo, che grazie all'opera missionaria avan­zava per i sentieri delle montagne. Il PIME pensò allora di accogliere a Leikthò alcuni giovani, soprattutto ragazzi ab­bandonati, per impartire loro i rudimenti del catechismo e mandarli poi a insegnare tra le tribù più sperdute.

Non essendoci alcun padre che potesse assumersi tale re­sponsabilità, il compito venne affidato a Pompeo. Ma il la­voro si presentò subito arduo. Quantunque il missionario laico cercasse di accattivarsi in tutti i modi la disponibilità dei giovani karen, dovette lo stesso registrare molte sconfit­te, in quanto pochi avevano la forza di perseverare nello stu­dio.

Quei piccoli abitanti delle foreste, abituati a scorrazzare li­beri fra i dirupi, non potevano sopportare alcuna disciplina. La libertà senza limiti di cui godevano, le emozioni della cac­cia, le feste gioiose che usavano fare intorno alla preda eserci­tavano su di loro un'attrazione naturalmente irresistibile, più di qualsiasi discorso morale o religioso che Pompeo tentasse di pronunciare.

Con una pazienza davvero santa e amore per quei giova­ni, molti dei quali orfani, il missionario fu costretto a rico­minciare daccapo ogniqualvolta doveva rassegnarsi nel ve­dere molti di quei ragazzi scappare nella foresta dopo aver ricevuto vestiti e libri.

Ma dopo anni di tentativi e di disillusioni, la scuola co­minciò a dare i primi frutti, furono formati eccellenti ani­matori e catechisti che svolsero un meraviglioso lavoro di promozione umana e spirituale tra i villaggi nascosti tra le montagne.

Con l'aiuto di quelle giovani braccia, Pompeo avviò an­che la coltivazione di una piantagione di caffè che prosperò per molti anni. Questa intelligente iniziativa portò nelle cas­se della missione nuova linfa e inaugurò un cammino pro­mettente per l'asfittica economia dei Karen, che non poteva assolutamente sperare di reggersi solo attraverso il com­mercio di pelli pregiate e per di più sottopagate, poiché poi rivendute nei mercati europei a un prezzo centuplicato, im­posto dalle regole del colonialismo.

 

La forza della preghiera e del servizio

L'amore verso quei giovani fratelli era stato dunque pre­miato. Per lui era naturale amare il prossimo, e gli altri allo stesso modo gli mostravano un genuino sentimento di affetto.

Nella missione di Leikthò Pompeo era solito alzarsi al­l'alba e pregare in chiesa, dove si mostrava disponibile per qualsiasi faccenda. Dalla mattina alla sera non si fermava un attimo, andava avanti e indietro per dare supporto a qualche catechista, per portare medicinali in qualche villag­gio, per organizzare lavori di falegnameria o in qualche ri­saia e non girava mai solo, era sempre attorniato da uomini, donne e bambini che gli chiedevano qualcosa o che lo rin­graziavano per la sua generosità.

E lui per loro soffriva quando vedeva che mancava tutto, igiene, scuole, cibo, petrolio per mandare avanti la rudi­mentale tecnologia che era arrivata tra le foreste dei monti. La sofferenza aumentava perché le tribù che i missionari raggiungevano durante le loro spedizioni erano davvero di­menticate da tutti, nessuno si occupava di quei relitti confi­nati in zone selvagge e inaccessibili, condannati all'oblio e al perpetuo sottosviluppo.

La condivisone con la popolazione locale e l'impegno nel sollevarla dalla sofferenza erano per Pompeo la concreta realizzazione del Vangelo, e per lui questo significava rima­nere fedeli alla sua vocazione missionaria, che non si era spezzata durante la dura vita che aveva trovato sui monti. Anzi, questa vocazione si era rinnovata, facendolo diventare un vanto e un esempio per tutti i missionari del PIME, un sicuro approdo per i viandanti che passavano per i Leikthò e un sincero fratello per i suoi amati Karen.

Dopo vent'anni di servizio disinteressato in ambito socia­le, tecnico e umano tra le popolazioni martoriate delle mon­tagne Karen, e di assistenza pastorale alle comunità cristia­ne per le quali aveva costruito cappelle e chiesette grazie al suo genio di falegname, nel 1893 Pompeo venne trasferito a Toungoo, sede principale della missione del PIME.

Infatti da Toungoo oltre alle informazioni, alle direttive e alle istruzioni dei superiori, partivano anche tutti gli ap­provvigionamenti per i missionari sparsi sulle montagne. Nell'ufficio amministrativo occorreva una persona che co­noscesse sia le diverse lingue karen per trattare con i porta­tori sia l'inglese per districarsi al mercato. Per tale impor­tante responsabilità fu scelto Pompeo.

Il missionario lasciò con dispiacere i piccoli orfani di Leikthò, ma si consolava ugualmente in quanto ne avrebbe trovati molti di più a Toungoo, dove da tempo si era svilup­pata una scuola media promossa e gestita dalla missione. I giovani karen, dopo aver frequentato le prime classi nei loro villaggi abbarbicati sui monti, scendevano a valle e si iscri­vevano alla scuola dei missionari, in cui si abilitavano per esercitare varie professioni come l'insegnante, l'impiegato o l'ufficiale. Altri invece si indirizzavano verso la via del cate­chismo, del seminario e del noviziato.

 

Una scuola speciale

Pompeo ricevette l'incarico di supervisore della scuola sulla quale esercitò un'influenza indelebile e carismatica. Il missionario incaricato della sorveglianza distribuiva tutti i giorni il riso, il pesce, la verdura, inoltre assegnava i compiti giornalieri. Quando Pompeo suonava la tromba tutti i ragaz­zi scattavano per svolgere le loro mansioni, oppure si radu­navano per le preghiere, lo studio, le lezioni e il pranzo co­munitario. Nei giorni di vacanza vi era libera uscita per due ore, nelle quali gli studenti approfittavano per recarsi alla spicciolata al mercato e comprare del curry e dei peperoni.

Tutte le domeniche, nel pomeriggio, Pompeo teneva loro una piccola conferenza su qualche nozione del catechismo, parlava in maniera naturale, semplice e sentita, riusciva a farsi capire da quella folta schiera di ragazzi, talvolta supe­riore a cento, di cui molti senza famiglia, con precisi riferi­menti alla vita dei santi.

Una volta acquisito il diploma, i giovani partivano da Toungoo per differenti destinazioni, e benché fossero lonta­ni, Pompeo li seguiva sempre come se fossero stati suoi fi­gli. Essendo Toungoo l'ultimo ufficio postale ai piedi dei monti Karen, il missionario riceveva le lettere dei suoi gio­vani indirizzate ai loro parenti e i vaglia che essi mandava­no ai villaggi d'origine, dopodiché mandava tutto a destina­zione utilizzando i portatori che scendevano di tanto in tan­to dalle montagne.

La maggior parte degli ex studenti aveva intrapreso la carriera militare e, dopo aver provveduto ai loro cari, se an­cora li avevano, riuscivano a mettere da parte un po' di de­naro per il loro futuro matrimonio o per altre eventualità, usando fratel Pompeo come depositario, il quale scrupolo­samente aspettava che i soldati tornassero in licenza per re­stituire loro il gruzzoletto che si andava accumulando nelle sue fedeli mani.

 

Esempio di vita coerente

Nel periodo di Toungoo aveva il suo letto, com'era usan­za in quel periodo storico per i convitti, nel dormitorio dei ragazzi e conservava i pochi effetti e i libri in un semplice cesto. All'occorrenza cedeva volentieri il proprio giaciglio per andarsi a sistemare alla buona sui banchi della scuola. Conduceva una vita morigerata, austera e regolare. Per esempio, per fargli accettare l'ormai necessaria dentiera ci volle tutta l'autorità del vescovo, giacché se fosse dipeso da lui avrebbe impiegato quei soldi per sfamare i poveri o cura­re gli ammalati.

I padri del PIME lo descrivevano come un lavoratore in­defesso, era il primo ad alzarsi e l'ultimo a coricarsi, prega­va e si dava da fare per ogni problema di ordine pratico, aiu­tava in chiesa e intratteneva rapporti con tutti. Quando sta­va male si preparava la sua personale medicina, un tozzo di pane inzuppato in una tazza contenente solo acqua salata, e il giorno dopo immancabilmente lo si vedeva ristabilito, pieno di vigore.

Non apprezzava le convenzioni e non era per niente lo­quace, tuttavia il fatto di conoscere non solo l'inglese e il birmano ma anche vari dialetti tribali lo favoriva nei rap­porti umani.

A volte, la sua espressione seria e burbera di uomo di fa­tica che non si tira indietro davanti a nessuna difficoltà ve­niva addolcita da qualche barzelletta che amava raccontare tra un discorso e l'altro. Quella misteriosa allegria, che si ce­lava sotto una pelle indurita da una vita tutta spesa ad aiu­tare gli ultimi, era anche mista a una sana preoccupazione, un'ansia ed una energia che portava Pompeo a non riposar­si mai, a testimoniare il suo amore per gli emarginati della storia attraverso la dedizione al lavoro.

Per le sue mani passava tutta la corrispondenza che set­timanalmente giungeva alla residenza di Toungoo. Lui stes­so aveva da anni instaurato un rapporto epistolare con i su­periori del PIME a Roma, attraverso il quale descriveva i progressi della missione. Infatti Pompeo era un cronista impareggiabile. Nei ritagli di tempo, nelle lunghe serate di studio dei ragazzi, alle quali sempre presiedeva e assisteva, dopo aver fatto l'appello, si metteva in un banco a scrivere le sue note.

Non gli sfuggiva nulla, annotava tutto, ricordava e voleva che ogni anniversario venisse festeggiato. Quando arrivava qualche sacerdote nuovo, lui si informava subito sulle date importanti da celebrare: finché visse fratel Pompeo nessun missionario sperduto sui monti si sentì separato dalla resi­denza madre di Toungoo.

Arrivò poi il giorno della sua grande festa, il 9 febbraio 1923, per i cinquant'anni della suo arrivo in Birmania. Fra i regali che più lo commossero vi fu la generosa offerta in de­naro che i suoi amici karen raggranellarono tra mille diffi­coltà, essendo per l'ennesima volta flagellati dalla carestia. Ma non potevano farsi sfuggire quell'occasione per manife­stare al loro Sarà Pè quanto lo amavano. Quella somma era costata un cumulo di privazioni e sacrifici, perciò Pompeo, pur accettandola con gratitudine, non ci pensò due volte e la destinò completamente agli orfani abbandonati sulle montagne, denutriti e infelici.

 

Sulla breccia fino alla fine

Benché avesse superato la settantina, era sempre in mo­to, impiegato in numerose attività. Per alleggerirgli il peso della vecchiaia gli avevano affiancato un giovane missiona­rio laico, nell'intento di vederlo riposare almeno qualche ora ogni giorno. Invece così facendo si senti mortificato, poiché il servizio era diventato per lui un bisogno, al quale non sapeva rinunciare.

Per tutto il periodo di permanenza in Birmania Pompeo non stette fermo un minuto, solo la malattia lo fermò, pur­troppo in maniera definitiva.

Era il 4 luglio 1927, quando cadde bocconi a terra, tra spasmi e dolori atroci all'addome. Il medico di Toungoo gli alleviò il dolore con qualche calmante, poi all'ospedale si decise di operarlo, nonostante la sua età avanzata, in quan­to lui insisteva convinto che grazie all'operazione avrebbe ripreso a lavorare.

Dopo l'intervento chirurgico in effetti gli tornarono le forze e l'appetito, ma fu un periodo di effimera serenità: il 24 settembre 1927, a 77 anni e dopo 55 anni di lavoro in Bir­mania, Pompeo morì.

L'ultima sua iniziativa fu la manutenzione di un pozzo con l'installazione di una pompa fatta venire da Milano. I bambini ci giocavano intorno, erano contenti di vedere fuo­riuscire da quel buco acqua pura e cristallina, per loro era una festa, era una benedizione per le loro gole secche sotto il ferro zincato della cattedrale di Toungoo, uno dei pochi ri­fugi dove trovare l'ombra quando il sole infierisce senza tre­gua.

La festa di quei bambini risuonava lungo i corridoi della residenza dei missionari anche negli ultimi giorni di quel settembre, mentre i padri assistevano Pompeo sul letto di morte, colpito da un male incurabile, più invadente del va­iolo e più aggressivo della tigre.

Si dice che prima di spirare espresse un mormorio di sol­lievo per il fatto che gli veniva data finalmente la possibilità di riposarsi, ascoltando come un riverbero indistinto prove­niente da fuori la festa dei bambini che continuava intorno al pozzo, intorno alla vita.

 

Un giornale chiamato "Pompeo"

A ricordo del servizio che Pompeo aveva organizzato per far circolare le informazione tra i missionari sparsi sui monti, fu realizzato a Toungoo subito dopo la sua morte un bollettino diocesano ufficiale di informazione che chiama­rono rispettosamente «Il Pompeo».

La sua è stata una delle figure tra le più significative del­la missione in Birmania. Si considerava un "soldato sempli­ce a servizio di tutti", non per impreparazione, ma per desi­derio di servizio. Al vigore del suo carattere ha saputo me­scolare una sana allegria e ironia. Sembra che il suo porta­mento e la sua corporatura non favorissero un facile ap­proccio. Tuttavia ha saputo trasformare queste caratteristi­che in elementi utili alla formazione dei giovani Karen. Non aveva lauree o diplomi, ma fu un "maestro" in mol­te discipline, che approfondì come autodidatta e imparando dall'esperienza. Con ingegnosità, forza di volontà e costan­za, seppe risolvere con i pochi mezzi a disposizione grandi problemi. Ha saputo affrontare carestie ed epidemie. Oggi­giorno gli avrebbero dato un premio, ma lui ha preferito agli onori la compagnia dei poveri e degli emarginati. Il pre­mio glielo hanno dato in Paradiso.

 

IL CORAGGIO DEL MURATORE

"Sei destinato ad Hyderabad, in India, addetto alla co­struzione della missione. Parti subito per Roma, dove si tro­vano già tutti gli altri partenti". Emozionato e confuso, Pa­squale Sala, nato a Curno, provincia di Bergamo, nel 1908, teneva in mano il biglietto proveniente dalla direzione gene­rale del PIME, visibilmente stordito da quelle poche righe, tanto gradite quanto inaspettate.

 

Un impegno per la vita

In quel momento si prefisse di iniziare il nuovo cammino con umiltà, ma anche con la determinazione di non fermar­si mai davanti alle difficoltà e allo scoraggiamento, come aveva promesso solennemente quando aveva fatto il "Giura­mento" di fedeltà alle missioni e all'Istituto. Non sapeva an­cora che questa promessa, alcuni anni dopo, lo avrebbe aiu­tato a superare grosse difficoltà.

Sin da giovane aveva manifestato il desiderio di partire, in particolare da quando, durante una predica nella sua parrocchia, sentì parlare per la prima volta delle missioni e dei missionari.

Le parole di chi aveva fatto un'esperienza di evangelizza­zione all'estero alimentarono nel ventenne Pasquale una chiarissima vocazione, a tal punto che il desiderio di spin­gersi verso luoghi lontani cresceva con la pericolosità delle situazioni che i missionari cercavano di far immaginare at­traverso i loro racconti di vita. Seguendo il richiamo di que­sta passione, Pasquale fece domanda per entrare nel PIME, dove fu ammesso a partecipare ai corsi che abilitavano a impegnarsi come missionari laici. Non furono facili i dieci anni di formazione, oltretutto lui scalpitava per partire e di certo lo studio teorico non rappresentava l'ambito più con­geniale per le sue qualità, ma aveva una capacità straordi­naria nell'assimilare tutto ciò che facesse parte dell'arte del­la manualità.

 

Una dura preparazione

A lui sarebbe piaciuto iscriversi alla scuola di architettu­ra, ma i superiori del PIME lo vedevano meglio in mansioni meno intellettuali, così lo avviarono alla cura degli ammala­ti. Le giornate erano piene di impegni, la mattina a fare pra­tica in ospedale, il pomeriggio nel laboratorio del calzolaio e la sera, ormai affaticato, sui banchi di scuola.

Un giorno il professore di lettere gli rifilò un tre con il quale lo invitò a desistere dal frequentare le lezioni di gram­matica. Dopo molti anni, divenuto superiore generale del­l'istituto, quel docente severo ed esigente visitò la missione in cui operava Pasquale e constatando i progressi realizzati si rivolse al suo ex allievo con un tono sardonico che tutta­via celava una fraterna soddisfazione: " Fratel Pasqualino, vedo che lei ha approfittato molto dei miei insegnamenti. Ha imparato benissimo i verbi attivi e passivi, transitivi e intran­sitivi." "Padre" gli rispose il missionario, "non ci capisco an­cora niente".

In grammatica non era un'aquila, ma in questioni di pronto soccorso se la cavava molto bene, riuscendo a strap­pare alla commissione esaminatrice uno splendido trenta quando, per ottenere la qualifica di infermiere, fu interroga­to su come ci si deve comportare in caso di tubercolosi, in­solazione e tigna, tutte eventualità alquanto frequenti in ter­ra di missione.

A dispetto di tutta questa preparazione, il destino lo di­rottò senza preavviso su un'altra strada, che del resto si in­tersecava con l'aspirazione originaria di diventare architet­to: sei destinato alla costruzione della missione.

 

In nave verso l'India

Il 18 agosto del 1938 Pasquale si imbarcò a Genova e do­po un viaggio di undici giorni attraverso il canale di Suez, il Mar Rosso e il Golfo arabico, sbarcò a Bombay. Il primo im­patto con l'India fu traumatico. Lo turbò la vista di quella massa di diseredati vestita di stracci e rinsecchita che cion­dolava sfinita sotto l'ombra malsana di palazzi opulenti.

La sera stessa appoggiò la testa ancora invasa da pensie­ri tristi sul finestrino del treno che lo portava a Hyderabad. Ad attenderlo c'era tutta la comunità in festa, con le ghirlan­de di fiori di calendula al collo e intorno alle loro teste l'eco delle campane che si moltiplicava nell'aria umida. Pasquale si unì a quella processione chiassosa e allegra che si dirige­va verso la chiesa, la tristezza si stava sciogliendo, lasciando il posto a una crescente gioia per un sogno che si era final­mente realizzato.

La prima esigenza da affrontare era dedicarsi a tempo pieno allo studio dell'inglese, importante viatico per entrare in contatto con la nuova realtà, con il quale venivano scritti i vocabolari e le grammatiche delle lingue indigene come l’urdu, il telegu e il tamil. Nel frattempo l'India prendeva for­ma davanti agli occhi esterrefatti e curiosi di Pasquale, in­sieme alla vita della gente, le case, gli abiti, i sistemi di lavo­rare la terra e di costruire, gli animali in piena libertà per le strade, i negozietti stracolmi di merci di cui lui non sapeva nemmeno l'esistenza. Dopo le impressioni iniziali e i primi approcci con la lingua, il vescovo locale comunicò al missio­nario che si doveva recare nel distretto di Kanchanapally.

I cento chilometri da Hyderabad alla nuova destinazione furono percorsi in parte dentro a un treno malandato e il re­sto sopra un bandy, il tradizionale carro da trasporto india­no trainato da 2 buoi, fatto di legno a due ruote e a telaio ri­gido, di una lentezza esasperante e in balia di continui scos­soni. Fu durante questo primo spostamento attraverso la campagna che Pasquale intuì la vera consistenza della real­tà missionaria. La sua mente ritornò alla giovinezza e al lungo periodo trascorso in Italia per prepararsi alla parten­za. L'ideale missionario era stato raggiunto e rimaneva in­tatto anche se in quella calura indiana veniva temprato dal­la realtà del dovere quotidiano.

 

L'impatto con la povertà

Il carro procedeva molto lentamente, il paesaggio si estendeva monotono: terra brulla disseminata di sterpi e di rari alberi, palme, capanne di paglia e terra battuta che si confondevano con l'ambiente circostante di risaie e piccoli appezzamenti e dappertutto la sensazione di una miseria immensa, rassegnata, apparentemente invincibile. L'idioma del popolo assomigliava a un vortice di suoni indecifrabili e il cibo produceva un certo sconquasso nello stomaco; nono­stante ciò Pasquale era felice in quanto aveva finalmente toccato la terra della sua missione.

Il lungo viaggio per raggiungere Kanchanapally era stato pesante e il missionario si sentiva travolto e intontito nel ve­dere quella sterminata fila di persone denutrite che solcava­no la terra spaccata dal sole, che tendevano incessantemen­te la mano per chiedere l'elemosina. Sarebbe stato più con­sono fermarsi e riposarsi, invece il padre che accompagnava Pasquale volle continuare.

Dopo altre due ore di viaggio, trovarono in un misero vil­laggio alcuni malati di febbre malarica deturpati da piaghe e tormentati da infezioni di varia natura. Vi ritornarono per tre giorni, applicando le nozioni del tirocinio milanese con i medicinali che avevano a disposizione. La determinazione con cui venne affrontata l'emergenza sbriciolò la stanchez­za: Pasquale non aveva avuto paura davanti alle vene aperte dell'India.

In breve tempo, da un villaggio all'altro, si sparse la voce della sua abilità medica che, per questa popolazione abban­donata da tutti, rappresentava una risorsa inestimabile. Frotte di reietti si misero in cammino per raggiungere la re­sidenza del missionario, dando vita a un bussare ininterrot­to per ottenere a qualunque ora un po' di sollievo. Nei tre mesi che restò a Kanchanapally Pasquale si prese cura di lo­ro con dedizione e competenza. Gli studi assimilati con fati­ca qualche anno prima si rendevano utili per un servizio al­la gente più povera. Era questo in fondo che Pasquale aveva sempre sognato e bramava di realizzare.

Solo successivamente, obbedendo a un ordine superiore, si trasferì a Reddipalem, dove il padre che seguiva la comu­nità cristiana era anziano e in più si doveva costruire una casa per le suore indiane.

 

Una vita movimentata

Il trasferimento nella nuova missione fu fissato per l'8 di­cembre, giorno della festa patronale di Reddipalem. I baga­gli e le scatole di medicinali furono sistemati su un carro trainato da buoi lenti e magri, gli scossoni e i cigolii erano sovrastati dalle grida dei conducenti che incitavano gli ani­mali nei punti più irregolari e faticosi, mentre Pasquale e un altro padre precedettero il carico in bicicletta, pedalando lungo una stradina assolata e piena di buche.

I due "ciclisti" giunsero a destinazione prima di mezzo­giorno, giusto in tempo per preparare la festa. Terminato di decorare le strade e le capanne del villaggio con festoni di carta colorata e di addobbare la chiesa parrocchiale, verso l'imbrunire tutta la comunità con tamburi e pifferi uscì in processione.

Il mattino seguente fu occupato dalle funzioni religiose, dalle cresime e dall'ascolto delle richieste di aiuto della po­polazione. A mezzogiorno la missione offrì un pranzo socia­le per lunghe file di persone accovacciate per terra che usa­vano pezzi di foglie di banano come piatto e le dita al posto delle posate. Le celebrazioni continuarono al pomeriggio con l'offerta delle candele alla Madonna da parte non solo di cristiani ma anche di indù e musulmani.

I devoti, ordinati in processione e raggiunta l'entrata del­la piazza della chiesa, avanzavano ginocchioni sul ruvido terreno con le candele accese in mano per offrirle alla sta­tua sacra esposta solennemente davanti all'altare tra centi­naia di luccichii e fiori. Nella sua fede, quella povera gente si genufletteva per sciogliere i voti che aveva fatto durante l'anno: voti per guarigioni da gravi malattie, per essere scampati alla siccità, di donne sterili per avere avuto il dono di un figlio.

Alla sera, tra preghiere e fuochi d'artificio, si mosse la processione con la statua della Madonna a cui partecipò una folla estasiata venuta per la festa anche dai villaggi lon­tani: cristiani, indù e musulmani tutti insieme in comunio­ne. Per fratel Pasquale la missione non poteva incominciare in un modo più simbolico e significativo: la missione come preghiera, condivisione e servizio, nella buona come nella cattiva sorte.

A Reddipalem rimase per un anno a svolgere mansioni di ogni tipo legate allo sviluppo della comunità e della missio­ne, fino al settembre del 1939, quando il vescovo gli inviò un telegramma: "C'è bisogno di te a Bramanapally. Mettiti subi­to in viaggio".

 

Da dottore a paziente

Arrivato nella sua nuova destinazione visse una "avven­tura" che lo aiutò a capire molte cose delle tradizioni e usanze indiane. Stava per iniziare la stagione delle piogge, che immancabilmente portava con sé svariate malattie tra cui una forma di congiuntivite granulosa, molto infettiva e dolorosa, causata oltre che dalla sporcizia da un piccolissi­mo insetto. Gli occhi si arrossano, bruciano fortemente e le palpebre si gonfiano fino a chiudersi quasi completamente. Durante quell'autunno del 1939, dopo aver curato dall'infe­zione più di duecento persone, anche Pasquale cadde mala­to, per fortuna solo all'occhio destro. Si lavò con acqua e collirio ma non ci fu nulla da fare poiché il bruciore conti­nuava e il gonfiore si faceva preoccupante: era ormai sera e il dolore era lancinante.

In ogni villaggio indiano operavano dei guaritori i cui strumenti erano intrugli vari e strani accompagnati con oscure formule magiche. Pasquale era pronto ad accettare qualunque cosa che potesse calmare il suo male e così ce­dette al consiglio del maestro del villaggio, il quale mandò a chiamare una donna famosa per i suoi poteri taumaturgici.

La donna si presentò con due palline della grandezza e del colore di un chicco di caffè. Da un aiutante si fece con­segnare una "cugia", vaso di terracotta per l'acqua potabile, e dentro vi sfregò le due palline fino a trasformarle in una polvere fine e rossastra. Poi la raccolse con la punta dell'in­dice, si avvicinò a Pasquale e con una mano gli apri l'occhio e con l'altra vi strofinò sopra la misteriosa sostanza.

Dopo nemmeno un secondo un calore terribile e un male insopportabile fecero sobbalzare il missionario che per tut­ta la notte non riuscì a placare quel tormento. Erano ormai le due del mattino quando i capi del villaggio, riunitisi in consiglio, decisero di provare una nuova cura.

Uno tornò con una zappa nuova, un altro aveva raccolto delle erbe portando con sé un sasso bianco granuloso come sale. Gli uomini pestarono il sasso insieme alle erbe e ne fe­cero una poltiglia che misero a scaldare sulla zappa già ro­vente sul fuoco. Poi la spalmarono non direttamente sull'oc­chio di Pasquale ma sulla fronte e sulle palpebre. Appena conclusa questa operazione il bruciore e il gonfiore si fecero più sopportabili e il missionario poté quindi prendere son­no e riposare per qualche ora. Solo dopo alcuni giorni, quando l'occhio ormai si era completamente ristabilito, Pa­squale venne a sapere che la sostanza usata dalla prima guaritrice non era altro che pepe. Imparò dunque la lezione di non fidarsi dei rimedi alquanto pasticciati di aspiranti stregoni, comunque divenne in seguito amico di quella don­na, che gli fece sperimentare, senz'altro in maniera rocam­bolesca, un esempio della mentalità indiana. Ma capì anche che l'India era custode di una grande tradizione medica che meritava di essere studiata e rispettata, in modo da poterla associare, quando necessario, alle diagnosi e ai rimedi di quella occidentale. Attraverso questa osmosi si sarebbero ottenuti i risultati migliori: a spese del suo occhio aveva ca­pito una regola d'oro di grande saggezza.

 

Un'avventura pericolosa

Nel giugno del 1940 Pasquale stava per iniziare una nuo­va pittoresca avventura. Infatti si trasferì a Silveru, un vil­laggio dove operava padre Peter, un sacerdote indiano, con il mandato del vescovo di fare un sopralluogo e di scoprire perché la chiesa che vi si stava costruendo fosse in parte ca­duta. L'edificio, in muratura e a forma di croce latina di cir­ca trenta metri per dieci, arrivava al tetto, quasi del tutto co­perto, quando un violento temporale fece crollare completa­mente la facciata, due dei principale archi centrali e quattro archi laterali.

Terminata la sua ricerca, il missionario laico relazionò al vescovo che lo incaricò di mettersi subito all'opera per ri­fondare la chiesa. Ottenuto il nuovo compito, Pasquale pre­parò gli attrezzi, ingaggiò il personale necessario e alle cin­que di sera, insieme a tre falegnami indiani, partì in treno arrivando all'imbrunire alla stazione di Giadcerla. Qui sali­rono sulla corriera per Silveru. Il tragitto avrebbe dovuto es­sere di soli tre quarti d'ora ma, all'improvviso, dopo alcune fermate, il bigliettaio, senza specifiche spiegazioni, li avver­tì che dovevano scendere. La corriera riprese la corsa men­tre loro si ritrovarono avvolti nella più completa oscurità, alterati da un certo sbigottimento e per di più ignari del luo­go dove erano capitati: stava per iniziare un'avventura che non avrebbero mai immaginato.

Il sentiero che Pasquale aveva percorso pochi giorni pri­ma e che conduceva a Silveru era stata arato e quindi non era più praticabile. Il missionario si consultò con i tre ope­rai e alla fine imboccarono un altro sentiero che a mala pe­na si distingueva, fiduciosi che non mancassero più di venti minuti di cammino per arrivare a destinazione. Scivolando sullo sterrato, infangati, stanchi, bagnati di sudore e da una pioggia fine che aveva cominciato a cadere, decisero di fare una sosta in quanto erano già passate due ore e del villaggio non si scorgeva nemmeno una capanna.

Qualche minuto dopo essersi seduti sotto un albero, non molto lontano baluginò una luce di una lanterna e mentre uno rimase a guardia dei bagagli, Pasquale e gli altri due cercarono di avvicinarsi per scoprire che cosa fosse quel lu­me, attraversando campi e piccoli argini pieni d'acqua. Giunti sufficientemente prossimi per essere sentiti, lancia­rono un richiamo ma l'uomo che teneva il lume scomparve rapidamente nel buio, forse impaurito perché stava sempli­cemente rubando il fieno ammassato da qualche contadino.

Perso quel fragile aggancio per potersi orientare e rag­giungere il villaggio, con la paura di essere morsi da serpen­ti e scorpioni, mentre in lontananza il verso delle iene e de­gli sciacalli si faceva minaccioso, decisero di ritornare in­dietro e di disporsi a corona intorno a una palma con la schiena appoggiata al tronco in attesa dell'alba. Alle cinque di mattina passò un viandante che li svegliò e con grande meraviglia e disappunto si accorsero che quel benedetto vil­laggio, che era stato per tutta la notte la loro disperazione, distava non più di cinquecento metri.

Per ricostruire la chiesa Pasquale impiegò circa sette me­si, turbati dai sentori di un evento tragico e incombente. Da qualche settimana il governo Mussolini aveva dichiarato guerra all'Inghilterra e l'India era sotto dominazione ingle­se. In quei giorni un tenente di polizia accompagnato da al­cuni militari si presentò alla missione che fu ispezionata e il missionario interrogato sulla sua attività. Al termine di quell'operazione gli notificarono l'interdizione a oltrepassa­re il limite di cinque chilometri nell'area circostante. Pa­squale non si impressionò, congedò il graduato con genti­lezza e si rimise a lavorare. Lo scontro bellico riversò tutta la sua ferocia anche sull'India e sulle missioni, ma solo in una seconda fase.

Nel frattempo anche a Silveru Pasquale ebbe modo di co­noscere più in profondità la cultura indiana.

 

Per superare le "caste tradizionali"

All'inizio della stagione dei monsoni, e quindi delle piog­ge torrenziali, Pasquale sospese momentaneamente i lavori della chiesa, e si dedicò a curare i malati, tra i quali vi erano molti paria, gli intoccabili, i fuoricasta, i reietti della società indiana. A un certo punto Pasquale fu avvicinato da uno dei quattro capi cristiani del villaggio, appartenente alla casta reddy, una delle suddivisioni della casta degli agricoltori, denominata sudra: "Noi cristiani di casta reddy non possia­mo sopportare che tu faccia iniezioni e dia medicinali a que­sta gentaccia; essi sono considerati da tutti come esseri di­sprezzabili, tanto che nemmeno la loro ombra deve sfiorare il nostro corpo di sudra e perciò... ".

Pasquale interruppe quella predica piena di credenze millenarie, ma che riflettevano il disprezzo verso uomini ri­tenuti inferiori perché nati in una casta inferiore, e con tono fermo ribatté: "Per me non esistono né reddy né paria né su­dra. Per me voi siete tutti uguali. Non solo, ma le stesse medi­cine che i poveri non possono pagare io a loro le do gratis, mentre voi di casta superiore, se le volete, dovete pagarvele. Se ti accomoda è così, altrimenti vattene che in questo momento ho da fare per curare chi sta peggio di te". Quel diverbio fece il giro dei villaggi e da allora nessuno tentò di ostacolare i modi di fare di Pasquale. Aveva capito che a volte i diritti dei più abbandonati si scontrano con schemi antichi di disu­guaglianza e di ingiustizia, ma d'altronde il vero missiona­rio deve servire tutti con amore fraterno, senza discrimina­zioni. Solo agendo in questa maniera Pasquale avrebbe po­tuto ambire a realizzare i valori del Vangelo e contempora­neamente essere in armonia con il paese che lo accoglieva.

Ma capiva che non sarebbe stato certamente facile e sempli­ce, e ciò che successe in seguito ne fu la prova.

 

Ricercato dalla polizia

Un giorno venne in chiesa un pezzo grosso della polizia indiana, una specie di capitano, che pregò Pasquale di se­guirlo a casa sua, dove il figlio giaceva gravemente malato già da diversi giorni. Il suo villaggio distava però circa nove chilometri, di conseguenza il missionario si vide costretto con dispiacere a rifiutare, a causa del divieto impostogli dal governo. A quel punto il capitano insistette e lo rassicurò, affermando che si poteva considerare sotto la sua protezio­ne e inoltre aggiunse: "Io sapevo che tu avevi una macchina fotografica e che il giorno prima dell'ispezione venne un uomo a dirti di nasconderla o meglio di consegnarla momentanea­mente a un operaio, non è vero?".

Pasquale con un po' di sconcerto rispose che era vero e il capitano con molta calma proseguì: "Ebbene, devi sapere che quell'uomo è un mio subalterno e siccome non volevo che tu avessi grane con le autorità, pensai bene di farti avvertire, da­to che tu fai molto bene al nostro popolo con la tua opera. Non avere paura quindi, vieni con me e stai tranquillo".

La dimora del capitano era una costruzione decente, mu­ri di fango e di mattoni crudi, intonaci di calce secondo la tradizione indiana, tetto coperto di tegole curve. Sdraiato su una stuoia posta sul pavimento di terra battuta, in una piccola stanza laterale, buia e non arieggiata, c'era il corpo di una ragazzo in preda al delirio e con febbre molto alta. I familiari tolsero dal soffitto un coperchio rotondo e subito la stanza si rischiarò. Pasquale vide immediatamente i segni della meningite cerebrale, praticò quindi al giovane un'inie­zione e inoltre gli diede un calmante. Tornò ancora e dopo quattro giorni di cure intensive i medicinali fecero effetto, la febbre diminuì e i periodi di lucidità diventarono sempre più stabili e lunghi.

Il giorno in cui il ragazzo uscì definitivamente dallo stato delirante, il capitano fece sedere Pasquale sul rialzo di fan­go all'ingresso della casa e dopo un momento di esitazione gli chiese se la madre del ragazzo poteva vederlo. A quella bizzarra richiesta Pasquale cadde dalle nuvole, dicendo che non ci vedeva nulla di male se la madre assisteva il figlio convalescente. Il capitano lo informò che prima che lui arri­vasse nella sua casa, il figlio era in cura dal guaritore del vil­laggio che aveva proibito alla madre e a qualsiasi altra don­na di avvicinarsi al ragazzo per non attirare sulla comunità le ira degli dèi.

Pasquale non riuscì a celare uno scanzonato sorriso. Il capitano allora si convinse che poteva tirare la grande tenda che divideva la stanza dal resto della casa, dietro la quale le donne della famiglia avevano fino a quel momento spiato Pasquale ogni qualvolta veniva a visitare il malato.

Tirata la tenda apparve una fila di diciotto donne. Il mis­sionario chiese chi erano e il capitano rispose che la prima era la moglie che la sua famiglia gli aveva scelto, le altre quattro erano le mogli scelte direttamente da lui e le restan­ti tredici le figlie nate dai vari matrimoni. Pasquale si con­gratulò per quella famiglia così numerosa, le incoraggiò a entrare nella stanza e a non avere paura di accudire il loro giovane congiunto.

Da quell'episodio non passò molto tempo che paure e so­spetti intorno alle iniezioni del missionario scomparvero, in­fatti tutte le famiglie del villaggio, sia indù che musulmane, lo volevano a casa loro. Pasquale era riuscito a vincere le dif­fidenze e a superare antiche barriere, grazie all'amore e alla dedizione verso i più bisognosi. Il popolo aveva compreso le buone intenzioni del suo impegno e questo non poteva non accendere di felicità l'animo del missionario che vedeva ri­pagati tanti sacrifici. L'ideale di fare del bene si stava mate­rializzando nei visi e nei corpi di quella gente, che era diven­tata la sua nuova comunità, in cui aveva introdotto con pa­zienza e laboriosità il seme della collaborazione tra gli uo­mini, dando per primo un vivo esempio del disegno di Dio.

Il figlio del capitano si ristabilì completamente, così il villaggio organizzò una grande festa per ringraziare Pa­squale e gioire dell'insperata guarigione. Il missionario si ri­trovò in sella a un cavallo con al collo una grande ghirlanda e due braccialetti ai polsi composti di fiori bianchi e profu­mati, in mezzo al baccano di un'orchestra con pifferi e tam­buri e a vassoi di pasticcini che passavano di mano in ma­no. Sospeso tra quei dolci flutti e frastornato per il calore umano che avvertiva intorno a sé, indirizzò per un istante il suo pensiero a due persone che avrebbe voluto vedere fe­stanti a quel convivio di musica e allegria.

Uno era un vecchio indù minato dal cancro allo stomaco, deceduto alcuni giorni prima, che aveva chiesto in punta di morte di essere battezzato. L'altra persona a cui andava il sentimento di Pasquale era una bambina musulmana affet­ta da tubercolosi a cui di recente aveva auscultato i polmo­ni. Sarebbe morta due giorni dopo aver ricevuto il battesi­mo con il nome di Pierina, la madre di Pasquale: anche il cuore ha bisogno della sua parte.

Il contatto con la popolazione è pressoché sincero e pro­fondo, nell'anima del missionario lascia un segno indelebi­le, tuttavia la missione non è sempre una festa. Per un " fra­tello" laico, che rinuncia a tutto per diventare uno strumen­to d'amore tra gli uomini in terre lontane e difficili, poter dare il battesimo accresce la fiducia e la forza per sopporta­re il distacco dalla propria famiglia e dalla propria gente.

 

Problemi da risolvere con pazienza, coraggio e tanta fede

Intanto il lavoro di ricostruzione della chiesa di Silveru era stato portato a termine, quando per l'ennesima volta Pa­squale ricevette dal vescovo l'ordine di fare fagotto e trasfe­rirsi prima a Dornakal e poi a Khammam, dove c'era biso­gno di erigere le nuove abìtazìonì parrocchìalì per alcuni padri. Appena la popolazione seppe del suo trasferimento tutti, cristiani, indù e musulmani, decisero di inviare una delegazione dal vescovo per chiedere l'annullamento di quel provvedimento, ma la loro civile protesta non produsse nes­sun risultato. Anche loro dovettero capire che il missionario non appartiene a nessuna terra perché appartiene a tutte le persone che hanno bisogno.

Tra Dornakal e Khammam Pasquale trascorse circa un anno, occupato in lavori di progettazione e carpenteria, de­dicandosi altresì ai malati che amava tanto e ai battesimi: in quel periodo battezzò sei neonati in pericolo di vita dopo un parto complicato, dei quali solo una bambina sopravvisse. La sera, dopo una giornata faticosa e dolorosa quando la morte colpisce, il missionario si poteva consolare pregando e pensando a quella creatura, segno vivo della sua missione che come una goccia scende lentamente e senza far rumore si fa strada all'interno della roccia, scavando rifugi di amore e solidarietà, dove si può davvero sperimentare una storia nuova fatta non più di egoismi, di chiusure e di privazioni, bensì di rispetto, di aperture e di generosità.

Il missionario laico in terra di missione è un persona che si sente "fratello di tutti" scavalcando il perimetro della pro­pria esistenza per aiutare gli altri, in forma gratuita, così da contribuire a cambiare la sua singola e piccola storia e la storia più grande dei rapporti con gli altri popoli. Anche quando il peso di certi eventi irrompe nelle nostre scelte di uomini, con una tale violenza che si tende ad arrendersi a una storia che resterà sempre ancorata a un porto rosso di sangue e di oppressione.

 

Nel campo di concentramento

Era il febbraio 1942 quando il governo coloniale inglese ordinò ai missionari di rimanere confinati nelle loro resi­denze, consci che da un momento all'altro sarebbero stati deportati in un campo di concentramento. Passarono sei mesi di ansiosa attesa, poi puntualmente a fine settembre ai missionari del PIME fu intimato di salire su un treno che li avrebbe portati a Kota per poi proseguire in autobus fino al campo di prigionia di Deoli, situato in una vasta zona deser­tica nel nord-est dell'India. Dopo un viaggio di quattro gior­ni, giunti nella stazione di Kota, rimasero a dormire nella carrozza, con la tristezza nel cuore per aver assistito poco prima al pestaggio di un servo indiano da parte di un ser­gente inglese.

L'ordine era di trovarsi pronti al mattino seguente alle sette. 1 padri si alzarono all'alba per avere il tempo di cele­brare la messa, sapendo che ogni ritardo o tentativo di di­subbidienza sarebbe ricaduto con severità esemplare su tut­to il gruppo. Così alle sette in punto tutti i prigionieri si tro­varono con le valigie pronte davanti alla stazione per conti­nuare il tragitto su una corriera.

Il viaggio da Kota a Deoli durò quattro ore e mezzo attra­verso un paesaggio mozzafiato, tra colline azzurre e file di cammelli che si spostavano da un villaggio all'altro, alcuni attorniati da mura antiche, vestigia di un passato sontuoso. Nell'ultimo tratto la corriera percorse una strada che ai lati aveva grandi campi recintati di filo spinato con baracche basse e allineate, di mattoni e cemento: erano i campi di concentramento riservati ai prigionieri militari e civili, dove vennero rinchiusi anche francescani, carmelitani, gesuiti, salesiani e tutti i missionari del PIME, compresi quelli di stanza in Birmania e in Bengala.

Espletati i controlli dei documenti e dei bagagli, gli uo­mini vennero condotti alle baracche in cui avrebbero tra­scorso la loro prigionia, inibiti da sinistri reticolati e guar­dati a vista da poliziotti con i fucili spianati.

Anche per Pasquale la libertà era ormai una disperata il­lusione che si allontanava come rapita da un vento teso e implacabile al di là del filo spinato. Questo periodo disuma­no si protrasse per due anni, nei quali lo spirito missionario malgrado le varie costrizioni continuò a vivere. Costretti a una inerzia obbligata, abituati a lavorare duramente e a mettere giornalmente a frutto le loro capacità, i missionari si sentivano morire, come dei leoni in gabbia. Furono la solidarietà, la preghiera e la pietà che scacciarono via i demo­ni dello scoramento dalla mente dei prigionieri. A ognuno era stato affidato un compito, per esempio Pasquale fece prima il lavandaio e poi il cuoco. La vita segregata assunse così un ritmo monotono che procurava avvilimento nelle persone che erano state costrette a interrompere la missio­ne, il loro umile e quotidiano lavoro a fianco dei più poveri.

Per difendersi dal caldo torrido del deserto circostante, che tra l'altro portava nel campo tremende nubi di sabbia, i missionari erano soliti riunirsi al tramonto, quando l'aria si faceva meno afosa, in momenti conviviali che spezzavano la dura monotonia della loro condizione di reclusi. La sera dell'8 agosto 1943, memoria di san Domenico, festa quindi per i padri domenicani, Pasquale e altri organizzarono una festicciola con caffè e dolci. Tra una risata e l'altra il tempo era passato in fretta, tutto scorreva così fluido e leggero che non si accorsero di aver oltrepassato di molto il limite im­posto dal regolamento.

Adirato come non lo avevano visto mai, il responsabile militare del campo uscì dalla sua stanza e si mise a sbraita­re contro i partecipanti alla baldoria che furono puniti per quella infrazione: d'ora in avanti tutte le libere uscite di un giorno alla settimana sarebbero state negate. Quel giro di vite rese la prigionia ancora più snervante, il tempo questa volta veniva percepito come un corpo paralizzato, senza più senso né dignità.

Passarono mesi tristi, nei quali l'immobilismo coatto aveva sedimentato nell'animo dei missionari un certo pessi­mismo. Contemporaneamente in Europa la guerra stendeva i suoi ultimi tragici veli sulle popolazioni, gli eserciti e le cit­tà, le forze anglo-americane conquistavano posizioni e la capitolazione di Berlino era ormai cosa di pochi mesi. Ma­no a mano che dal teatro di guerra europeo giungevano di­spacci che davano per imminente la fine del conflitto, le au­torità del campo concedevano ai missionari di fare ritorno scaglionati alle loro comunità e ai loro villaggi.

 

La ripresa dei cantieri di vita e di lavoro

Il 18 dicembre 1944 venne il turno di Pasquale. Rivedere la sua gente fu una gioia immensa, giacché equivaleva a ri­cominciare da zero il lavoro intrapreso a servizio dei poveri e degli ammalati, l'unica missione che conferiva un signifi­cato alla sua esistenza.

Ritornato a Secunderabad iniziò subito a creare e a co­struire, senza sosta e a pieno ritmo. Mise in piedi molte re­sidenze missionarie, chiese, campanili e saloni parrocchia­li. Inoltre trovò anche il tempo, l'ingegno e la forza per re­staurare due chiese storiche, una inaugurata dai cattolici di Goa in stile coloniale portoghese, l'altra risalente alla metà dell'Ottocento, eretta dai cattolici tamilici provenien­ti da Madras, al seguito degli ufficiali inglesi come cuochi e servi.

In tutto il distretto missionario assegnato al PIME, Pa­squale diresse i lavori per la costruzione di numerose scuo­le, dove si iscrissero più di tredicimila indiani, senza distin­zioni di casta, razza e religione.

I cantieri e gli impegni quindi si moltiplicavano, il volu­me di lavoro aumentava giorno dopo giorno a un punto tale che i carri trainati dai buoi non ce la facevano più a fornire in tempo il materiale agli operai. Appurata la situazione, il vescovo acconsentì all'acquisto di un autocarro e di una motocicletta che avrebbe sostituito la sgangherata bicicletta usata fino ad allora da Pasquale. Si apriva anche per le mis­sioni l'occasione e l'opportunità di fare un altro difficile sal­to di qualità. L'era della modernizzazione richiedeva ai mis­sionari un nuovo sforzo di intelligenza e buon senso per non creare altri emarginati.

La comunità cristiana era un manciata di riso in quella galassia sterminata di indù e musulmani, eppure cresceva come un bell'albero dalle radici solide e sicure. Il suo cari­sma si diffondeva perché tutte le opere della missione erano tese a favorire l'armonia tra i vari gruppi e far progredire l'intera società partendo dagli ultimi, dagli strati più bassi, dagli emarginati che bivaccano con la loro sudicia stuoia sui marciapiedi della periferia della storia.

 

La grande sfida della scuola

L'impegno e l'investimento nella scuola, ad esempio, fu­rono un'intuizione e una scelta fondamentali per scardinare le catene di un'ignoranza secolare che causò l'oppressione di tanti uomini e di tante donne. Rappresentava dunque uno strumento formidabile per il riscatto di un'intera gene­razione ferma nelle sabbie mobili dell'analfabetismo.

La cultura del missionario Pasquale non derivava certo dalla frequentazione di biblioteche o dalle dotte dissertazio­ni nelle aule universitarie, era semplicemente il frutto di una dolce alchimia, di una miracolosa miscela di buon sen­so, intelligenza, senso pratico, sensibilità e amore per il Vangelo.

Per volontà della Santa Sede la missione di Secundera­bad e Hyderabad fu affidata al clero locale, che ormai era sufficientemente organizzato e numeroso per poter assolve­re un compito di tale portata. Pertanto i missionari del PI­ME furono dislocati in una zona più a oriente, più povera e priva di strutture, che avrebbe costituito la nuova diocesi di Warangal. In questa nuova avventura la Provvidenza aveva i suoi piani.

 

Ripartire da zero

La fondazione della nuova missione implicava l'acquisto di un appezzamento di terreno che fu individuato all'incro­cio delle strade che conducevano alla città. Le trattative pe­rò non giunsero mai a conclusione, anzi si trascinarono per mesi e mesi a causa della guerra scoppiata tra i Razakars, truppe islamiche, e le milizie comuniste che avevano instau­rato un governo illegittimo in alcune province.

Le speranze di ottenere questo terreno erano pressoché svanite quando si presentò un'altra occasione che per moti­vi burocratici venne affondata in poco tempo. Dopo este­nuanti tira e molla, il PIME riuscì a ottenere l'assenso di un grosso latifondista che pose la sua firma su un contratto di compravendita riguardante un altro terreno. Apparente­mente il terreno era troppo esteso per le esigenze dei mis­sionari, ma aveva il vantaggio di essere a un prezzo davvero conveniente e, nel giro di pochi anni, avrebbe costituito la base logistica della nuova diocesi.

Concluso l'affare Pasquale fu spedito in ricognizione. Il 18 agosto 1949, caricati su un autocarro la motocicletta, la bicicletta, una tenda, tre maialetti e altre piccole cose neces­sarie, assieme a un giovane indiano, partì per Warangal. Ar­rivarono all'imbrunire e si trovarono davanti agli occhi un vastissimo terreno, su cui si poteva intravedere soltanto una capanna, il resto era pietrisco e boscaglia composta da albe­ri di varie dimensioni, regno incontrastato di serpenti, iene, sciacalli e leopardi che nottetempo si avvicinavano famelici alla città in cerca di prede, di rifiuti e di cibo.

Cominciava a scendere la notte e pioveva a dirotto. Da­vanti a quello spettacolo di solitudine e abbandono Pasqua­le ebbe un attimo di scoraggiamento. Ma durò poco perché si ricordò dell'impegno solenne che aveva fatto prima di partire per l'India, quando aveva deciso di non indietreggia­re mai davanti alle difficoltà. Nel giro di poco tempo questa promessa sarebbe stata messa più volte a dura prova.

Con la solita determinazione con cui affrontava i sacrifi­ci, il mattino seguente piantò la tenda stando ben attento che la parte inferiore non toccasse terra perché le formiche bianche non la rovinassero: diede inizio alla fondazione del­la nuova missione, con nel cuore il brivido della nuova fron­tiera e nell'anima l'eco della preghiera che lo aiutava nei momenti difficili.

I primi tempi furono duri, pioveva di continuo e Pasqua­le faceva spesso la spola tra il terreno e Warangal per com­prare cibo e il materiale da costruzione, pali, sassi, mattoni, blocchi e sabbia. Una notte, dopo ventiquattro ore di piog­gia torrenziale, improvvisamente una raffica di vento fece volare via la tenda. Non era il caso di mettersi a puntellare di nuovo la tenda sotto quella cascata d'acqua e in quel ter­reno ormai quasi allagato, allora Pasquale decise di andare a dormire nella cabina dell'autocarro.

Sotto la tenda di giorno si bruciava dal caldo e la notte si gelava per il freddo e inoltre non era uno strumento efficace per difendersi dai cobra che infestavano la boscaglia tutt'in­torno. In più l'autocarro poteva essere solo un'alternativa per qualche notte. Occorreva dunque costruire perlomeno una capanna di legno che Pasquale eresse rapidamente, non senza qualche grattacapo.

La sua presenza infatti aveva attirato l'attenzione della popolazione dei villaggi vicini, che si era subito mostrata in­sofferente. Si opposero in ogni modo al lavoro di Pasquale, si rifiutarono di collaborare anche dopo l'offerta di un sala­rio, gli facevano dispetti di ogni sorta fino a che una notte, mentre dormiva, giunsero al punto di dare fuoco alla sua capanna di legno. C'era d'aver paura: un uomo solo e per di più straniero contro una popolazione così poco favorevole.

Un'altra persona avrebbe rinunciato e invece il missiona­rio insistette, un po' perché aveva ormai la pazienza allena­ta, un po' per testardaggine e tanta speranza che non poteva certo inabissarsi davanti a un atto intimidatorio. Ma non era una sfida motivata dall'orgoglio personale, era un atto di fedeltà e ottimismo verso il futuro. Di conseguenza si mi­se al lavoro per costruire una baracca con un bagno, però per evitare che gliela bruciassero decise di fare i muri di fango e coprirli con tendoni acquistati dai militari a poco prezzo.

Aveva iniziato da poco tempo, giacché i muri del bagno non erano ancora giunti all'altezza stabilita per pensare al tetto, che vide arrivare con grande foga un ispettore del mu­nicipio di Warangal, certamente avvertito dalla popolazio­ne, il quale prima ancora di rivolgergli la parola diede ordi­ne ai tre uomini che lo accompagnavano di abbattere tutto quello che Pasquale aveva costruito, poi inveì contro di lui intimandogli di presentarsi lo stesso giorno in municipio a chiarire la sua posizione: da quel momento iniziò la lotta con la farraginosa burocrazia indiana. Pasquale si racco­mandò a tutti i santi che conosceva, ma sapeva anche che la Provvidenza che l'aveva destinato a questo progetto non l'avrebbe lasciato da solo.

 

Gli scherzi della Provvidenza

Pasquale si recò dall'ispettore dell'ufficio costruzioni e dopo un breve battibecco per il progetto dei fabbricati che aveva già presentato da sei mesi e sottoposto alla loro ap­provazione senza mai ricevere una riga come risposta, si sentì dire che sul terreno della missione non si poteva edifi­care perché l'autorità municipale lo aveva destinato ad altre opere pubbliche. A volte, si disse, la Provvidenza ha i suoi tempi e se avesse cambiato i piani originari non poteva cer­tamente che adeguarsi, anche se con qualche dispiacere. Bi­sognava forse avere solo un po' di fede in più. Decise quindi di aspettare il seguito dell'avventura. E le sorprese non mancarono di certo.

Tornato a Secunderabad il missionario scrisse ai supe­riori del PIME informandoli della situazione di stasi in cui la missione si era venuta a trovare. I superiori si adoperaro­no per rimuovere tutti gli ostacoli e per districare tutte le pastoie burocratiche, ma non ci fu nulla da fare, per il mo­mento gli indiani non arretrarono di un millimetro dal loro diniego.

Questo stato di cose, fra incertezze e sospensioni, durò più di un anno. Intanto Pasquale stava ugualmente prepa­rando il materiale per le future costruzioni, quando ricevet­te l'ordine di cessare ogni attività in quanto il terreno era da considerasi perduto. Di nuovo la missione si trovava blocca­ta in un vicolo cieco, e con essa fratel Pasquale era impiglia­to in una tela di ragno che gli instillava nell'anima solo de­pressione.

Per il missionario quell'immobilismo evocava implaca­bilmente la morte di ogni ideale. Una favolosa occasione per scrollarsi di dosso il torpore che lo avviliva gli venne dalla Compagnia Parastatale dei trattori, che volendo aprire una sua agenzia nella città di Warangal, gli chiese di diven­tare il loro agente e rappresentante. Pasquale accettò e dopo dieci giorni vide arrivare da Hyderabad quattro trattori con i rispettivi aratri e il personale addetto.

Fece arare una parte del terreno che avrebbe dovuto es­sere assegnato alla missione e poi affittò i mezzi agricoli ai numerosi indiani che glieli chiedevano. Praticamente per circa un anno si portò avanti con il lavoro malgrado il divie­to delle autorità locali e dei superiori del PIME. Non era nella sua indole restare con le mani in mano e per di più la speranza che un giorno la questione si sarebbe risolta in po­sitivo gli dava coraggio di andare avanti anche da solo, lon­tano dall'appoggio degli altri missionari rimasti nelle diver­se sedi.

 

Faccia a faccia con la guerriglia armata

Nel frattempo in India si stavano realizzando profonde trasformazioni. Il Paese aveva ottenuto l'indipendenza dal­l'Inghilterra e le truppe del nuovo governo appena insediato non persero tempo per occupare lo stato del Nizam, zona musulmana nella regione dell'Andhra Pradesh. Si venne a creare un periodo di instabilità, insanguinato da vendette trasversali. Alcuni signorotti locali e vari alti funzionari go­vernativi furono uccisi, e gruppi di guerriglieri si diedero al­la macchia nella foresta, tramando contro il governo, pron­ti alla minima occasione favorevole a uscire per le loro scor­ribande.

In quel clima di violenza Pasquale continuava a procu­rarsi il materiale per le costruzioni: occorreva molto legno per le porte, le finestre, le capriate dei tetti, le verande e so­prattutto bambù per le impalcature. Sostenuto dalla spe­ranza e dal senso del dovere, riuscì a mantenere la calma e a farsi guidare dalla saggezza, anche se intorno a lui si stava scatenando una piccola guerra civile. Per risparmiare anda­va con il suo autocarro sulle piste della foresta e non aveva paura se doveva inoltrarsi anche di parecchi chilometri tra la boscaglia fitta e intricata pur di valorizzare al meglio le risorse economiche per la missione.

Un giorno, mentre girava nel labirinto verde della mera­vigliosa vegetazione tropicale, intento a schivare gli alberi e gli anfratti, dopo una decina di chilometri si dovette arre­stare davanti alla sponda di un imponente affluente del Go­davery, il fiume principale che attraversava il territorio. Al­cuni minuti dopo aver spento il motore, un rumore misto a un misterioso vocio che progressivamente aumentava squarciò il silenzio placido della foresta, da dietro una schiera di alti bambù sbucarono fuori uomini armati di fu­cili, pistole e pugnali: era la famigerata guerriglia che si op­poneva al governo indiano.

Nella testa di Pasquale passò come una scarica elettrica il lugubre pensiero che fosse giunta la sua ora. I guerriglieri lo circondarono, gli puntarono la canna di un fucile sul petto e iniziarono a tempestarlo di domande sul suo paese d'origi­ne, sul motivo della sua presenza in India e se fosse stato coinvolto nelle attività del governo. L'interrogatorio finì solo quando gli uomini armati si resero conto che Pasquale non era un loro nemico e quindi lo lasciarono andare.

I fucili si abbassarono, gli uomini si distrassero in un movimentato conciliabolo e non fecero quasi caso al fatto che il missionario si stava accomiatando, con un sorriso se­reno sul viso marchiato dal sole, un impasto di pelle, fatica e sottili rughe intorno agli zigomi, di allegria e di tristezza.

I guerriglieri erano ormai lontani, Pasquale si era appena ripreso dallo shock e stava guidando sulla strada principale, con l'ansia di arrivare in tempo per guadare il fiume, visto che sopra la sua testa si stavano gonfiando pericolose nuvo­le cariche di pioggia. Quando lambì il lago morto di Bussa­pura l'acqua torrenziale correva all'altezza di circa venticin­que centimetri e già sull'argine del fiume Chiaurati Gerripo­tu, il più pericoloso e insicuro, erano incolonnati corriere di passeggeri e alcuni autocarri di militari governativi.

Tornare indietro non si poteva perché alcune persone ri­ferirono che anche il fiume alle loro spalle si era ingrossato. La notte fu dunque terribile. Tutti furono costretti a trovare riparo ammassati come sardine dentro le corriere e gli auto­carri, insonni per il frastuono che producevano all'unisono la pioggia battente, il vento e la corrente impetuosa del fiu­me.

Solo a mezzogiorno del giorno dopo, stremato dalla fa­me e da un leggero attacco di malaria, Pasquale riuscì a guadare il fiume e far ritorno alla base, alla baracca che ave­va costruito, sempre minacciata dalle prevaricazioni delle autorità, sul terreno che aveva scatenato la discordia tra il PIME e il municipio di Warangal.

Passarono i giorni e il missionario riprese le sue incur­sioni nella foresta per il solito rifornimento di legname e di bambù, imperterrito e guardingo nell'evitare le imboscate dei ribelli. Nei pressi di un bungalow adibito anni prima a ospitare gli ufficiali inglesi fu fermato da una pattuglia di poliziotti indiani che gli chiesero se fosse stato disponibile a trasportare in città due agenti e un gruppetto di prigionieri stanati dai loro nascondigli nella foresta, alcuni dei quali fa­cevano parte della squadra che lo aveva interrogato alcune settimane prima.

Pasquale accettò con un po' di apprensione in quanto lo spazio era esiguo e angusto, comunque fece salire i poliziot­ti nella cabina dopo che questi ultimi ebbero sistemato i guerriglieri, legati a una lunga e pesante catena, nella parte posteriore dell'autocarro, appollaiati sopra le cataste di bambù.

Faceva un caldo infernale e il sole sembrava avesse la forza di bruciare le ossa, Pasquale decelerò e poi si fermò, chiedendo ai poliziotti se gli concedevano il permesso di da­re da bere ai detenuti che sicuramente avevano la gola secca come il deserto. I due poliziotti lo guardarono inorriditi, non potevano concepire di alleviare le sofferenze di nemici che si erano macchiati di delitti atroci, tuttavia dissero che si poteva fare, con molto disappunto. Per Pasquale non c'era differenza tra esercito e guerriglia, e il missionario non poteva perdere un'occasione come quella per fare del bene a dei poveri disgraziati, per perdonare e sentire pietà per qualsiasi persona, poiché prima di tutto viene la dignità umana che deve essere sempre difesa.

Quello strano viaggio fu portato a termine, e arrivati al comando generale della polizia i prigionieri scesero scortati dai poliziotti. Pasquale salutò tutti e ripartì, con in testa il solito, drammatico assillo: quando le autorità indiane, che continuavano a essere irremovibili, avrebbero concesso il nulla osta per l'acquisizione definitiva e l'utilizzo completo del terreno?

 

Il "miracolo" della Madonna Pellegrina di Fatima

Dalla sua base solitaria di Warangal il missionario torna­va qualche volta a Secunderabad per incontrarsi con il ve­scovo, con i padri e seguire i lavori di altre costruzioni. Fu durante una di queste visite che il discorso cadde sulle feste che in molte parti dell'India si facevano in onore della Ma­donna, in occasione della visita della statua della Madonna di Fatima in pellegrinaggio attraverso le diocesi.

Tutti insieme discussero dell'opportunità di far arrivare la statua anche nella loro diocesi, sebbene alcuni sacerdoti espressero delle perplessità, invitando alla prudenza, dal momento che la diocesi in cui operava il PIME sorgeva su una zona ad alta concentrazione di musulmani. Tuttavia, a seguito di ponderate riflessioni, i dubbi furono definitiva­mente accantonati e il risultato fu che la Madonna Pellegri­na fece visita alle varie parrocchie della diocesi dal 13 al 14 maggio 1950.

La statua fu collocata su un autocarro guidato da Pa­squale, illuminato e addobbato, e portata in processione tra due ali di tutto il popolo in giubilo: cristiani, musulmani e indù. Ad ogni stazione i padri tenevano discorsi in inglese, tamil, indi e telegu, per spiegare il significato di quel simbo­lo religioso e la sua storia.

Durante i due giorni di processione si verificarono nu­merosi miracoli e guarigioni misteriose: una donna da tem­po muta riacquistò di colpo la parola e una Parsi si sentì in­spiegabilmente guarita da una grave malattia alla spina dor­sale.

Furono giorni intensi, di preghiera, di canti e di gioia, nei quali le varie comunità religiose della diocesi si diedero appuntamento per dare vita a un vero inno a Dio e alla fra­tellanza. Purtroppo quel momento di furori mistici e di pro­fonda civiltà si dissolse in fretta, ma un disegno misericor­dioso, anche se ancora poco visibile, cominciava a realiz­zarsi a dispetto di tutte le difficoltà burocratiche e umane.

Dopo il trionfo della Madonna Pellegrina, Pasquale ritor­nò nel suo avamposto solitario a Warangal, inviso al potere municipale che lo teneva bloccato tra le zolle secche del ter­reno oggetto della contesa.

Una mattina il postino gli consegnò una lettera da Hyde­rabad. Pasquale si lamentò per il ritardo di diciotto giorni sul timbro della data di emissione e il postino si difese ad­ducendo che era stato difficile scovarlo visto che la baracca del missionario si trovava su un terreno senza nome. In ef­fetti il solerte funzionario non aveva tutti i torti.

Dunque Pasquale si affrettò a inventarsi un indirizzo, perlomeno per evitare grane con l'ufficio postale. Dopo vari tentativi scelse il nome di Fatimanagar, "città di Fatima", in onore del recente pellegrinaggio della statua della Madonna e del suo indimenticabile carisma che aveva pervaso la po­polazione.

Da quella festa erano passati cinque mesi e lo stato giuri­dico del terreno versava sempre nelle stesse condizioni di immobilismo e inerzia. Improvvisamente, senza motivi umanamente prevedibili, il superiore del PIME si recò dalle autorità municipali per trattare della questione. Questa vol­ta, miracolosamente e in barba a qualsiasi pronostico, l'ispettore dell'ufficio urbanistico del municipio approvò senza riserve il progetto della missione e firmò il permesso di avviare i lavori di costruzione.

Fu dunque unanime tra i missionari riconoscere l'inter­vento della Madonna di Fatima in questo insperato e radi­cale ribaltamento della situazione.

Dopo tanta fatica, dopo aver superato da solo prove diffi­cili e momenti amari, finalmente Pasquale poteva accoglie­re gli altri missionari che si trasferirono definitivamente nella nuova sede.

In un tripudio di canti, preghiere e di festa, la diocesi di Warangal fu inaugurata il 13 maggio 1953. Su quel terreno, durante questa seconda avventura missionaria, Pasquale costruì l'episcopio, le scuole, le chiese, le parrocchie e infine l'ospedale, che, in un certo senso, fu proprio lui a inaugura­re. Dove un tempo regnava incontrastata la boscaglia e tut­to era lasciato a un triste destino di trascuratezza, ora sor­geva una comunità viva e produttiva.

 

La purificazione della malattia

Era dal lontano 18 agosto del 1949 che Pasquale condu­ceva una vita dura. Dal giorno in cui, caricato il suo auto­carro, aveva lasciato Secunderabad per impiantarsi sul ter­reno nuovo, innumerevoli erano stati gli spostamenti, le notti insonni, la febbre malarica, i pasti affrettati e insuffi­cienti, il lavoro, la pioggia, il caldo, le preoccupazioni e la paura di non essere amato dalla popolazione.

Da tempo sentiva forti dolori allo stomaco e al fegato e appena aperto l'ospedale si manifestò un forte attacco di it­terizia che lo costrinse a ricoverarsi.

Da quel primo ricovero si riprese, e con la salute di nuo­vo ristabilita ritornò al lavoro quotidiano, con lo stesso ideale che in principio lo aveva portato in India, cioè quello di cercare di fare la volontà di Dio in qualsiasi occupazione: Pasquale era convinto che non è tanto importante il ruolo che si ricopre, sia esso di capo o di manovale, ma lo spirito con il quale lo si vive.

Intanto la nuova missione si stava dunque consolidando, anche grazie ad altre attività come la coltivazione di tabac­co, riso, peperoni e arachidi e all'allevamento di bufali, buoi e maiali. Era stato proprio Pasquale a intraprenderle e a far­le girare a pieno regime, e così il ricavato della commercia­lizzazione dei prodotti agricoli e del bestiame poteva essere utilizzato per l'acquisto dei materiali da costruzione.

Nel 1964 la salute però gli giocò un brutto tiro. Su consi­glio dei superiori accettò di tornare in Italia, dopo ventisei anni di continuo servizio missionario, per riposarsi e sotto­porsi ad alcuni controlli medici in quanto gli acciacchi di una vita spesa con dedizione e spirito di sacrifico si erano ormai accumulati. La notizia della sua imminente partenza fece subito il giro della missione, giungendo fino a Hydera­bad, capitale dello stato dell'Andhra Pradesh.

 

Una risposta da saggio

Dopo tante battaglie e avventure, Pasquale era diventato un personaggio famoso e conosciuto tanto che il ministro Hayagriva Ciari, avvertito dell'improvviso rimpatrio del missionario, spedì un suo collaboratore a Fatimanagar per organizzare una festa.

Alla cerimonia, oltre al ministro, parlarono anche i rap­presentanti delle tre comunità islamica, induista e cristiana. Nei loro discorsi sottolinearono il genio pratico e creativo di Pasquale che, anche se aveva conseguito solo il diploma di terza elementare, aveva sempre manifestato un grande spi­rito di fratellanza verso ogni indiano con il quale aveva con­ diviso la vita, senza fare distinzioni. In quel clima di festa, di unità e di riconoscenza, tutti si auguravano di rivederlo presto di nuovo in India rigenerato nel fisico e nell'anima.

Alla domanda del ministro, vestito elegantemente sul palco degli oratori, su dove e come avesse imparato a fare i calcoli del cemento armato, il missionario rispose che mai nessuno gli aveva insegnato nulla in materia di ingegneria civile, ma lui si dilettava a farli di notte, semplicemente per­ché c'era il silenzio adatto ad applicarsi senza paura di esse­re disturbato per qualche emergenza.

Qualunque fosse stata la risposta a quella domanda, era certo che la gioia della missione l'avesse ripagato di tutti i sacrifici, dell'obbedienza mostrata in ogni occasione e della rinuncia a vivere con la famiglia nel suo paese natale.

La cerimonia volgeva al termine, una luce obliqua e arancione illuminava la fronte dei partecipanti, il refrigerio della sera si posava sui loro corpi accaldati e nella mente di Pasquale prese forma un pensiero accompagnato da una vi­sione.

Fratel Pasquale intuiva che non avrebbe fatto più ritorno nella sua cara India, infatti, a causa dell'aggravarsi della malattia, i medici e i superiori lo bloccarono in Italia, ma iniziò a pregare e sperare che, in futuro, altri giovani mis­sionari laici, provenienti da altri Paesi, avrebbero scelto di lasciare tutto per continuare l'opera da lui intrapresa in In­dia, come nuovi mattoni per una sola casa di tutti.

 

Fratello di tutti

In quanto missionario laico sapeva che la sua opera do­veva essere una testimonianza della cultura della solidarie­tà, sempre al servizio dell'uomo, anche il più lontano, quel­lo che con la sua povertà, la sua malattia o semplicemente la sua diversità culturale ci mette a disagio perché destabi­lizza le nostre sicurezze legate al nostro egoismo e al nostro benessere.

In bicicletta o a cavallo di una moto, in un cantiere aper­to o circondato dalla tristezza di un filo spinato, Pasquale seppe condividere questo cammino di servizio e di amore con gli indiani, con lungimiranza, con umiltà e ben consa­pevole di avere in mano solo piccoli semi da sparpagliare nel terreno dello sconfinato progetto di Dio di edificare la pace tra gli uomini e le nazioni.

Il sogno di Pasquale si è avverato e molti altri missionari laici hanno continuato a lasciare la loro terra animati anche loro dall'ideale di "fraternità" che lui aveva realizzato con grande ingegnosità durante gli oltre ventisei anni di ininter­rotta condivisione di vita con i popoli dell'India. Non solo, ma sull'esempio di Pasquale e di altri, anche alcuni giovani indiani hanno iniziato a lasciare la loro terra per andare a fare quello che avevano visto vivere dai missionari: il sogno di Pasquale continua a realizzarsi.

 

GENIO E VANGELO

Come tante figure eccezionali, anche Davide Giani eb­be una vita travagliata. Ci sono infatti delle persone che fin dall'infanzia devono vivere con un'ombra sulla loro esisten­za. Quando nacque a Milano il 18 novembre 1908, il padre naturale non lo riconobbe. Visse quindi nella sua nuova fa­miglia di adozione costruendo la propria personalità con un carattere a volte scontroso e introverso, ma soprattutto de­sideroso di spazi e di libertà. Con il trascorrere degli anni le sue aspirazioni andavano verso nuove e più ampie realtà.

 

Architetto alla ricerca del cielo

A Milano, ottenuta la licenza artistica presso l'Accademia delle Belle Arti di Brera, si distinse subito per estro ed eccel­lente tecnica. Tuttavia la passione per l'arte non fu sufficien­te per distoglierlo da una profonda crisi spirituale, che ini­ziò a superare grazie al consiglio di un amico che lo incam­minò verso alcuni incontri di meditazione e preghiera. Il di­segno di Dio su di lui passava ancora una volta da un perio­do buio.

Durante quei momenti di riflessione, si manifestò in lui assai prepotentemente il desiderio di andare in missione. Entrò dunque nel PIME, dove accettò la mansione di tutto­fare in tipografia, benché avesse una professionalità che lo avrebbe potuto gratificare molto di più. Concluso il novizia­to, il suo servizio all'Istituto in Italia durò sette anni, dopo­diché Davide, nel dicembre 1948, fu mandato in India, dove diventò ben presto direttore delle costruzioni della diocesi. Cominciò per lui un lungo periodo in cui mise le sue capaci­tà e competenze al servizio della sua nuova terra di adozio­ne. Qui finalmente poté respirare con serenità e iniziare a studiare come coniugare la spiritualità indiana e cristiana con la tradizione e le nuove forme artistiche legate alla mo­dernità. Non ebbe certo tempo da perdere, perché ben pre­sto tutti si sarebbero rivolti a lui.

In India ci sono centinaia di santuari grandi e piccoli de­dicati a Maria. Nell'estremo sud del Paese si può incontrare il santuario di Nostra Signora di Kuravilangad, risalente al III secolo dopo Cristo, circa cento anni prima che in Occi­dente l'imperatore Costantino concedesse ai cristiani la li­bertà di culto.

Allo stesso modo, nel santuario della Madonna di San Tommaso, posto su uno sperone di roccia nella pianura di Coromandel, c'è un piccolo quadro di legno, attribuito a san Luca, raffigurante Maria: si ipotizza che si tratti dell'imma­gine più antica della Madonna e che sia stata portata in Oriente proprio dall'apostolo Tommaso.

 

Costruttore geniale

Facendo un salto temporale di diciannove secoli si arriva a Gunadala, periferia di Vijayawada. Su questa collina che domina la città Paolo Arlati, missionario del PIME, fece eri­gere nel 1924 un santuario per accogliere la statua della Ma­donna di Lourdes. E qui, oltre dieci anni dopo, arrivò Davi­de, missionario laico e architetto.

Cominciò ingrandendo la cattedrale, la casa del vescovo, quella delle suore, costruì inoltre una grande scuola, un ospedale con 300 letti e in seguito tutti e nove gli ospedali della diocesi di Vijayawada.

A causa della seconda guerra mondiale fu internato nel campo di concentramento di Deoli, come gli altri missiona­ri, con il compito di lavorare nella dispensa, salvo la breve parentesi concessagli dagli inglesi perché andasse a comple­tare l'ospedale di cui avevano bisogno. Tornato in libertà al­la fine della guerra, si lanciò in nuovi progetti anche in altre diocesi, a Guntur, Vizagapatan, Calicut, Bangalore: collegi per gli studenti, noviziati per i gesuiti, chiese e cappelle. Nel 1950-52 venne la volta del complesso universitario dell'An­dhra Loyola College di Gunadala. L'università statale del­l'Andhra gli commissionò l'aula magna per trecento posti, poi l'Engeneer College, cinque residenze studentesche, il Politecnico, il salone per il cinema e il palazzo degli uffici.

Intanto in tutto il Paese infuriava la sanguinosa lotta tra musulmani e indù che portò alla divisone tra India e Paki­stan. Vijayawada, città con molti musulmani, venne rispar­miata dalla violenza fratricida grazie al clima di umana comprensione che si instaurò intorno alla statua della Ma­donna visitata in pellegrinaggio da tante persone delle due comunità.

 

Creare ponti di solidarietà

Il lavoro di Davide era anche di attivare un ponte di soli­darietà e convivenza tra le varie fazioni. Il tempio di Tirupa­ti dedicato a Shiva lo incaricò di costruire collegi, case per i professori, un teatro all'aperto e la Montessori School. Le Missionarie dell'Immacolata di Milano gli affidarono il pro­getto del loro noviziato, così come i protestanti uniti (lute­rani, battisti e chiese riformate dell'India) gli commissiona­rono il loro seminario, con annesse le case per gli aspiranti pastori.

Nei luoghi dove veniva chiamato costruiva non solo chie­se e conventi ma anche sale per il cinema e il divertimento: alla fine dei suoi trentaquattro anni di missione in India aveva realizzato ben seicento opere.

Nel 1957 fece sorgere la St. Joseph's Missionary Bro­thers, una congregazione di fratelli laici indiani specializza­ti nell'insegnamento e nelle costruzioni. Questa sua piccola creazione gli consentì di penetrare più a fondo nella cultura popolare. Sul piano squisitamente tecnico introdusse il ri­vestimento in lastre di pietra, che fino ad allora servivano solo per i pavimenti, allo stesso tempo innovò esteticamen­te e funzionalmente sia i soffitti che i servizi igienici.

Le sue opere sono quasi tutte in stile moderno e caratte­rizzate da una varietà sorprendente, sia nell'insieme che nei singoli elementi, che rivela un'inesauribile vena creativa con la quale Davide riusciva ad amalgamare in modo mira­bile semplicità, grazia e imponenza.

I pieni e i vuoti, i giochi d'ombra e di luce sono ammire­voli, mentre l'armonia delle parti, l'equilibrio del complesso e il senso della misura esprimono lo spirito di una India nuova, che iniziava ad aprirsi al mondo esterno. Davide non emulò nessun architetto famoso, seguì solo la sua genialità, le necessità dei committenti locali e le finanze, purtroppo sempre un po' scarse.

Qualche volta per motivi nostalgici dovette echeggiare nelle linee del progetto la chiesa natale di alcuni benefattori italiani, che volevano in questo modo rendere visibile il loro amore e il loro contributo alla missione.

 

Per superare le divisioni sociali

Anche sul piano sociale fratel Davide si inventò delle no­vità, infranse le regole delle caste insegnando con infinita pazienza e maestria la professione a tutti, senza nessun pre­giudizio. La maggior parte degli indiani convertiti al cristia­nesimo sono dei fuori casta e in quanto paria non potrebbe­ro fare i muratori, ma solo i manovali.

Inoltre, malgrado l'introduzione di una legislazione più moderna, venivano ugualmente relegati fuori dei luoghi sacri come imponeva l'antica tradizione. Per questo moti­vo, abbracciando il cristianesimo, essi desideravano una comunità religiosa nella quale si potevano sentire uguali agli altri. Pertanto il lavoro di Davide fu preziosissimo, in quanto diede una possibilità di riscatto ai tanti diseredati che conquistarono la loro dignità umana diventando lavo­ratori specializzati, e contemporaneamente regalò alla chiesa locale in continua crescita tanti luoghi dove cele­brare e pregare.

Ne sono esempi la chiesa realizzata a croce per il lebbro­sario di Eluru, la chiesa nella foresta sulle rive del grande fiume Godavary, la chiesa circolare che raccoglie le preghie­re dei giovani studenti, cristiani e indù, del collegio univer­sitario dei gesuiti a Vijayawada, la linearità e la leggerezza dell'edificio della parrocchia a Eluru, i lavori di fine archi­tettura per completare con il granito il già ricordato santua­rio della Madonna di Lourdes sulle colline di Gunadala.

Fratel Davide costruì per tutti, cattolici, protestanti, indù e musulmani, in varie parti dell'India: cappelle, chiese, cat­tedrali, abitazioni di ogni grandezza, scuole, ospedali, leb­brosari, ambulatori, università, collegi, centri sociali.

Costruì persino il Parlamento per i deputati dello stato dell'Andhra e addirittura gli fu permesso di lavorare sulla collina sacra di Tirupati, vicino al tempio dedicato a Venka­teswara (manifestazione di Vishnù) il cui perimetro era proibito ai paria e ai bianchi.

Davide era un fiume in piena, sempre disponibile e aper­to a nuove sfide, la sua creatività e le sue doti umane gli consentirono di eludere barriere culturali che duravano da migliaia di anni nella mentalità popolare.

 

I sogni infranti

Nonostante i successi conseguiti e il grande onore rice­vuto nella società indiana, la sua vita è macchiata da due piccole delusioni, due desideri che non riuscì a soddisfare, proprio lui che aveva letteralmente conquistato le vette più alte sul piano missionario.

Uno di questi sogni negati fu il mancato riconoscimento, mediante adozione, da parte del padre naturale, un uomo benestante che aveva sostenuto economicamente Davide durante gli studi e in missione ma che si rifiutò fino al gior­no della morte di riconoscerlo come figlio legittimo.

L'altro suo piccolo tormento fu di non poter diventare sa­cerdote. Alle sue richieste di entrare in seminario, i superio­ri del PIME risposero sempre con giudizi negativi. Alla fine accettò serenamente di vedere per sé serrate le porte del sa­cerdozio, dopo l'ennesimo parere contrario proveniente dal­l'Italia.

Tuttavia in quell'occasione, ormai anziano e appagato per quello che aveva fatto in missione e secondo il suo ca­rattere franco e incline alla dialettica risoluta e scevra di bi­zantinismi, approfittò per esprimere senza veli e censure il suo intimo pensiero.

Ne è testimonianza una sua lettera datata 9 giugno 1979, spedita da Gunadala e indirizzata al superiore generale di allora, che mette in rilievo lo straordinario desiderio del missionario di mettersi in gioco e di ricercare sempre nuovi obiettivi: " Rev.mo Padre, è da due settimane che ho qui sul ta­volo la sua lettera del 1° maggio 1979 e speravo che venisse il monsone e così senza questa atmosfera a 48 gradi, all'ombra, avrei potuto rispondere senza tanto calore. Se le è dato di ve­dere mons. Beretta, saprà da lui che non è una chiamata a 70 anni, perché sino dal '40, '50 e '60 ho sempre cercato di ri­spondere alla chiamata del sacerdozio.

Così pure può trovare nell'archivio (se sono ancora conser­vate) le mie lettere ai diversi superiori generali. Non sono così ignorante da credere che il sacerdozio sia dato come un cava­lierato del lavoro, anzi per questo quando mons. Lourdhu­swami mi ha promesso una onorificenza pontificia, io ho scosso le spalle ed ho rifiutato per non sentirmi dire dopo dal Signore che avevo già ricevuto la mia mercede.

Ancora: se è pure vero che le mansioni nella casa del Padre sono molte è pure vero che il Signore può chiamare all'undi­cesima ora e per di più non guarda alla miseria dell'individuo, anzi più questo sarà miserabile, più risplenderà la potenza di Dio. Non solo, ma secondo le nostre costituzioni e lo spirito di esse, noi siamo a disposizione delle nuove chiese indigene per integrare ed aiutare il loro lavoro e il PIME non è mai stato superato da nessuno in questa generosità.

Ora se un vescovo, dove crede bene di chiamare un mem­bro laico del PIME al sacerdozio per il bene di maggiore della sua diocesi, non capisco perché ci deve essere un veto da par­te di questa direzione, tanto più che la chiamata del vescovo è segno certo di vocazione e se il soggetto è stato fedele per qua­si mezzo secolo al suo umile ruolo di fratello cooperatore, sa­rà fedele al suo ruolo di sacerdote per i pochi anni che gli re­stano a vivere.

Sappia Rev.mo Padre che il Superiore Generale mi ha assi­curato che da parte sua era più che disposto al mio grande pas­so, ma mi ammoniva a non farmi illusioni perché sapeva quan­to il Consiglio di Roma fosse contrario a questi passaggi di ca­sta da paria a bramino. In quanto a me, Rev. Padre, Le assicuro che non sono rattristato, anzi mi sento libero di un pesante pe­so, poiché a 70 anni non è facile trovare il coraggio di cambiare vita ed una vita di santità quanta ne richiede il sacerdozio.

Ma è pure vero che ormai mi sento stanco di costruire le chiese e non la Chiesa. E sebbene ad ogni chiesetta cerco (se­condo le finanze) di erigerla più bella che posso, non ci sarà mai un paragone della bellezza di un `Ego te absolvo a pecca­tis tuis...' che trasforma un'anima nel più bel Tempio di Dio. Restituirò i libri di `Catholic Dogma and Moral Theology' su cui ho sudato lo scorso anno e cercherò di mettermi il cuore in pace, tutto contento di essere ancora libero dalla grave re­sponsabilità del sacerdozio...".

 

Una fede sulla roccia

Agli inizi degli anni '80 rientrò in Italia per essere opera­to di stenosi. Confessò agli amici di non sentirsi più nel pro­prio ambiente, dopo tanti anni trascorsi all'estero, tuttavia i medici gli suggerirono di non tornare in India. Il superiore regionale dell'epoca, p. Vivenzi, scriveva: "Ciò che in fratel Giani risaltava con luce inconfondibile era 1 amore per la sua missione, dove fu mandato 49 anni fa e dove volle morire ed essere sepolto". Infatti il suggerimento dei medici fu disatte­so, tanto che Davide non resistette al richiamo interiore del­la missione e difatti ritornò a Vijayawada, dove in breve tempo si dovette arrendere alla malattia.

Volle rivedere per l'ultima volta la terra che lo aveva ac­colto e che lui contribuì a impreziosire e a far crescere con ingegno e dedizione. Una terra magica, Gunadala, dove per la festa della Madonna si danno appuntamento ogni anno decine di migliaia di persone. Per tradizione la statua è in­coronata nel giorno della festa da un musulmano, mentre migliaia di fedeli di ogni religione si fanno tagliare i capelli, adempiendo il voto che avevano fatto di non tagliarseli se non dopo aver compiuto un pellegrinaggio.

La statua è posta in alto sulla collina e può essere rag­giunta percorrendo due grandi scale. Per tre giorni pieni, con la luce e con il buio, si assiste a un continuo salire e scendere di devoti che vogliono toccare i piedi di Maria e che offrono fiori, incenso, candele e cibo.

Fratel Davide, che per tutta la vita spese il proprio talen­to per gli altri e che non ottenne mai dal padre il riconosci­mento come proprio figlio, si fece seppellire in seno alla co­munità che considerava la sua vera famiglia. L'India, in case cristiane e non, e persino nei templi indù, espone immagini della Madonna. Un bramino spiega con parole semplici l'origine di questa stupefacente devozione: 'Il cristianesimo è amore e Maria è la madre anche di noi indiani". Davide, uo­mo inquieto e un po' brusco, ma anche artista e spirito libe­ro, seppe vivere e accettare le contraddizioni numerose in­contrate sul suo cammino. Con i mattoni e le pietre non co­struì barriere, ma ponti e luoghi di preghiera comuni alle diverse comunità. Questo è il messaggio che ci viene tra­smesso da una persona che pur soffrendo nel suo cuore sep­pe guardare verso il cielo. Le sue opere servono a ricordare che la bellezza e l'utilità di queste costruzioni sono fonda­mentali e schiette declinazioni di quell'amore che con una mano sembra togliere e che invece con l'altra dona genero­samente e unisce tutti gli uomini.

 

UNA VITA LUNGO IL FIUME

Francesco sapeva già dal mese di giugno che sarebbe partito per la missione dell'Amazonas, in Brasile. In una let­tera a un amico confessa: "Scrivo la presente con l’animo pie­no di esaltazione e di riconoscenza verso il Signore che nella sua bontà si è degnato di concedermi la tanto sospirata grazia di essere destinato per la missione. Qui in Italia ho cercato di imparare il mestiere del falegname, spero possa essere utile al­la missione alla quale sono stato destinato".

La partenza sembrava non arrivasse mai, in quanto du­rante la preparazione Francesco Galliani, nato a Roccafran­ca nel 1925, aveva avuto seri problemi di salute, artrosi e di­sturbi del sonno. Con il tempo e le cure appropriate gli im­pedimenti iniziali furono superati e nel settembre del 1956 fratel Francesco partì in nave per il Brasile.

Quando arrivò a Rio de Janeiro era un giorno nuvoloso, con una caligine fitta che impediva di vedere la bellezza del­la città, compreso il famoso Cristo redentore che accoglie con le braccia aperte chi sbarca in terra brasiliana. Il mis­sionario faceva parte di un gruppo di dodici persone tra pa­dri e fratelli.

Ad attenderli al porto c'erano i responsabili regionali del PIME, uno dei quali venne ricoverato d'urgenza proprio in quei giorni per un problema al pancreas. Francesco lo assi­stette in ospedale per venti giorni, durante i quali gli infer­mieri si sbellicavano dalle risate sentendolo imitare in un portoghese maccheronico le richieste che gli faceva il padre malato sul letto della degenza.

Tra una risata e le nuove amicizie che nacquero lungo le corsie dell'ospedale, l'emergenza al pancreas rientrò, così il missionario poté continuare il viaggio fino a Parintins, la sede della sua missione, dove arrivò pochi giorni prima di Natale.

A differenza delle zone costiere, che per tradizione han­no avuto intensi rapporti con il resto del mondo per via di una fitta e consolidata rete di scambi commerciali, Parin­tins si trova nel cuore della regione amazzonica, sulle rive del Rio delle Amazzoni, geograficamente e culturalmente separata dalla cosiddetta civiltà moderna, piccolo centro che all'epoca dell'arrivo di Francesco contava cinquemila abitanti, con le case quasi tutte di legno o di paglia.

Iniziò lo studio della lingua, che perfezionò stando a con­tatto con la gente, soprattutto con i muratori. Mise in piedi una falegnameria rudimentale nella quale fece le porte e le finestre nuove per la residenza dei missionari. Intervallò questa attività con l'insegnamento della cucina italiana alla gioiosa cuoca brasiliana: insomma si diede da fare per bru­ciare i tempi di inserimento.

La missione affidata ai missionari del PIME esisteva già da sette anni, era stata fondata nel 1948, e si basava preva­lentemente su un servizio umanitario e spirituale fra gli in­dios e i poveri caboclos, i meticci nati dalla mescolanza dei bianchi con le popolazioni indigene. I missionari partivano dalla loro residenza e visitavano i villaggi affastellati lungo il corso del fiume che penetra maestosamente la foresta, con lo scopo di ascoltare e apprendere le lingue locali e poi formare le prime comunità cristiane che si facevano carico dei problemi sociali ed educativi.

 

Impegnato nel sociale

Iniziava in quel periodo un profondo e lungo processo di vita comunitaria e di coscientizzazione che avrebbe succes­sivamente costituito un argine solido contro l'ingordigia delle grandi aziende, che a mano a mano si stavano spar­tendo il polmone verde del mondo, sempre più agguerrite per lo sfruttamento indiscriminato delle risorse dell'Amaz­zonia.

Furono gettate le premesse per la creazione di cooperati­ve, di sindacati rurali e di scuole di alfabetizzazione che unirono la gente nella rivendicazione e poi nella difesa dei propri diritti. Contrariamente a ciò che accadde in altre parti del Brasile, dove l'annosa questione del possesso della terra si acuì in uno scontro cruento, a Parintins gli zelanti avvocati del grande capitale, difesi da sgherri mercenari, trovarono la popolazione già organizzata con in mano i contratti di proprietà e la guardia ben alta a proteggersi da manovre fuorilegge.

A Parintins si era realizzata sin dagli anni '50 una pasto­rale di formazione dei laici all'apostolato, attraverso le "Congregazioni mariane" e le "Signore dell'apostolato della preghiera", che mandavano i laici nei villaggi a svegliare la coscienza del popolo e a preparare le fondamenta delle co­munità di base, la risposta cristiana alla speculazione che minacciava tutta la regione.

Francesco divenne protagonista di questa storia di libe­razione e di giustizia, nella quale il Vangelo si impastò ine­vitabilmente con la rabbia e l'ansia di riscatto di una popo­lazione da secoli irrisa e calpestata dagli interessi legati al denaro. Fu una sorta di lotta di Davide contro Golia, una ve­ra epopea missionaria, che fece della diocesi di Parintins un luogo di partecipazione e di battaglia civile contro la prepo­tenza dei ricchi e gli abusi di potere.

 

Tra gli indios del Rio delle Amazzoni

Finito il periodo di adattamento, il superiore regionale mandò Francesco tra gli indios del Marao, insieme a padre Iseo, anche lui un missionario del PIME italiano. L'area in­digena alla quale furono destinati era vasta e contava quasi cinquanta villaggi spersi nella foresta e lungo le ramifica­zioni del grande fiume. Scelsero un luogo e vi costruirono la loro casa completamente di paglia, con la quale conquista­rono subito la simpatia degli indigeni perché aveva porte, fi­nestre e divisioni interne che loro non avevano mai visto.

Successivamente costruirono una scuola che utilizzaro­no anche come cappella. Padre Iseo dava lezioni basandosi sul programma delle elementari e celebrava la messa, men­tre Francesco insegnava agricoltura, culinaria, orticoltura e catechismo. Si occupava anche di un piccolo laboratorio che avevano costruito per impartire medicazioni e distri­buire medicinali.

L'obiettivo della loro presenza tra gli indios era anche di mitigare l'influenza dei protestanti che si approfittavano dell'ignoranza delle tribù nello scambio delle merci. Una se­ra si presentò da Francesco un indio che, sapendo che lui doveva recarsi al mercato di Mauès, gli portò delle pelli da vendere, perché con il ricavato comprasse dei prodotti di prima necessità.

Al ritorno il missionario gli diede riso, zucchero, caffè e alcune padelle. L'indio, che non era molto avvezzo al com­mercio, chiese come avrebbe potuto pagare tutta quella ro­ba e Francesco gli rispose che non doveva sborsare nulla, perché tutto era stato già pagato con il ricavato della vendi­ta delle sue pelli.

La voce di quel guadagno miracoloso passò di villaggio in villaggio e nel giro di pochi giorni molti indios si recaro­no da Francesco a chiedere di vendere i loro prodotti. Fu al­lora che lui organizzò una specie di cooperativa: caricava i manufatti su un barcone a motore e con alcuni indigeni an­dava in città a venderli.

La cooperativa andò avanti per i primi tempi con il suo aiuto, in seguito divenne un'organizzazione autonoma in mano agli abitanti dei villaggi. Contro questa impresa com­merciale, che conferiva per la prima volta agli indios potere decisionale sulle loro risorse, non mancarono i delatori, e vi fu chi tentò di mettere il bastone tra le ruote al missionario: alcuni trafficanti lo denunciarono al tribunale, che per for­tuna non diede mai credito a tali accuse, per sfruttamento degli indios, e altri lo minacciarono di morte, in quanto ave­va osato intromettersi nei loro loschi affari.

 

L'attenzione ai sofferenti

Dopo tre anni trascorsi nel Marao, Francesco fece ritor­no a Parintins, dove c'era bisogno di tutto, soprattutto in campo sanitario. C'era un ospedale nuovo con trenta letti e una sala operatoria completa, ma mestamente chiuso per mancanza di medici e infermieri. Funzionava una piccola farmacia, gestita da una certa Dona Nena, che vendeva un po' di medicinali che riusciva a racimolare qua e là. Inoltre faceva qualche medicazione o iniezione e se qualcuno si fe­riva lo ricuciva lei alla bell'e meglio.

Il primo aiuto lo diedero i missionari del PIME, che fece­ro arrivare medicinali, latte in polvere per i bambini e una grande quantità di vitamine. Istituirono anche un corso di igiene e di infermieristica al quale partecipavano ragazze e signore desiderose di imparare. Anche fratel Francesco fu tra quelli che diedero vita a questi corsi. Avevano portato dall'Italia manuali e dispense, fatto venire altresì strumenti per piccoli interventi, mostrando durante le lezioni quello che avevano imparato alla Scuola di medicina per missiona­ri di Milano.

I primi ambulatori furono le barche a motore dei missio­nari, vere case itineranti. Con i missionari collaboravano un anziano medico giapponese e soprattutto Valdir, un indio che poteva essere definito una via di mezzo tra uno stregone e un erborista. Per i casi più complicati, come ricorda lo stesso Francesco: "C’era solo il buon Dio".

In quel tempo la gente in Brasile moriva anche di lebbra. Quasi definitivamente scomparsa in Europa, in Brasile mie­teva ancora vittime dal XVI secolo, quando fu portata dalla colonizzazione portoghese. I lebbrosi erano scacciati da tut­ti, perché erano considerati un pericolo pubblico, buttati fuori dalle famiglie e dai villaggi. Con questi "esclusi dal mondo e dagli uomini" Francesco stava per iniziare un cammino difficile, ma anche meraviglioso, che avrebbe da­to una svolta alla sua vita.

 

In guerra contro la paura e l'indifferenza

Un giorno un collaboratore di Francesco gli disse che nel fiume c'era una canoa arenata sulla riva e sopra di essa un vecchietto che sembrava morto. Il missionario mandò il suo amico a prenderlo ma quello tornò spaventato: "No, non lo tocco, è un lebbroso".

Francesco si fece coraggio, poiché la lebbra intimoriva anche lui, ma prese lo stesso in braccio quel vecchio e se lo portò nella residenza della missione, dove lo pulì, lo nutri e lo mise a letto. Quel lebbroso era stato messo in una canoa e spinto nel fiume dalla sua stessa famiglia, che voleva man­darlo a morire nelle rapide del Rio delle Amazzoni.

All'inizio però non fu facile ospitare un lebbroso, in quanto se la notizia si fosse diffusa per i villaggi nessuno sa­rebbe più andato alla missione. Allora Francesco gli costruì una capanna nella foresta, dove andava ogni giorno a por­targli da mangiare e a curarlo: da quel giorno vennero altri lebbrosi e il missionario che era venuto in Brasile come fa­legname divenne il loro vero e unico aiuto.

"Nel momento in cui decisi di assistere il malato del fiume era come se andassi incontro a una nuova chiamata del Si­gnore", diceva Francesco quando gli domandavano del suo servizio a favore dei lebbrosi. Innanzitutto si recò in Spagna per un corso specialistico di tre mesi, poi ingrandì quella semplice capanna, trasformandola in un luogo più adatto ad ospitare i malati, dandogli il nome di "Isola della Pace", dove a causa delle modeste dimensioni poteva in un primo momento accogliere solo sei o sette persone. Il lavoro prin­cipale consisteva nel visitare a domicilio i pazienti, cercare nuovi casi e portare medicinali alle persone già schedate nelle rispettive unità sanitarie.

Un giorno uno dei ricoverati dell'Isola della Pace aveva bisogno di fare esami e cure per un disturbo al cuore. Fran­cesco andò all'ospedale governativo a chiedere assistenza per quell'uomo, ma i dottori gli risposero che non era possi­bile, poiché loro non accettavano lebbrosi. Il missionario quindi prese in braccio quel corpo deturpato dalle piaghe e lo portò sulla soglia dell'ospedale, attraversando a piedi la città perché tutti lo vedessero.

Poi entrò, appoggiò il malato sopra il primo letto libero e ai medici e agli infermieri che gli si erano accalcati intorno disse gridando: "Quest'uomo è brasiliano, ha diritto come gli altri ammalati di essere curato". Il primario accorse subito e per placare l'ira di Francesco gli concesse di lasciare il ma­lato in una stanza singola e lo autorizzò a venire tutti i gior­ni: "Qui nessuno vuole prendersi cura di questo lebbroso. Venga lei, gli dia da mangiare, lo curi e noi le insegneremo co­me fare". Cominciava così la sua battaglia contro l'emargi­nazione e la paura, a favore dei lebbrosi e di tutti quelli che, come loro, venivano esclusi. Sapeva che il cammino che sta­va per iniziare avrebbe messo anche lui dalla parte di chi non conta niente per la società. Ma il suo animo era pronto ad affrontare con volontà e coerenza di vita un percorso che percorrerà fino alla fine dei suoi giorni a Parintins.

Francesco andò quindi in ospedale tutti i giorni, due vol­te al giorno, per circa tre mesi. Tuttavia non poté impedire la degenerazione della malattia, arrivata ormai ad una fase troppo avanzata. Al momento della morte di quell'uomo era presente anche il primario, che si commosse vedendo la mano del moribondo cercare in un estremo segno di amici­zia quella del missionario: "Fratel Francesco, lei ha vinto la sua battaglia e ha rotto le barriere che ci dividevano dai leb­brosi. Il nostro ospedale prima non li accoglieva. D'ora in avanti può portare tutti i lebbrosi che vuole, li curiamo noi".

 

La mano della Provvidenza

Quella prima battaglia era stata vinta ma non la guerra contro il pregiudizio. Quando si iniziò a costruire un ricove­ro più grande, la gente venne a sapere che era un'opera de­stinata ai lebbrosi e logicamente ebbe paura. Così non solo il terreno si svalutò, ma fu anche abbandonato dagli abitan­ti presi dal panico. Il PIME, invece, decise di sostenere il progetto, acquistare il terreno e di avviare i lavori di costru­zione. Francesco si diede da fare per ottenere le risorse eco­nomiche necessarie a quest'opera di carità, ma gli aiuti non giunsero con la rapidità che ci si aspettava. Inevitabilmente i lavori subirono dei rallentamenti, in quanto i finanzia­menti arrivavano a singhiozzo. Tuttavia la sua fede nella Provvidenza e nella bontà di questo servizio agli ultimi non venne mai meno. Sapeva che non stava combattendo per un suo progetto personale e quindi "Dio avrebbe fatto la sua parte".

Mentre Francesco stava lavorando all'ampliamento del­l'Isola della Pace, veniva sovente il superiore regionale a dir­gli: "Fratello, ferma i lavori, perché siamo andati in rosso. Ri­prenderemo quando arriveranno altre offerte". I giorni suc­cessivi il missionario e i lebbrosi pregavano affinché la si­tuazione si sbloccasse e, con un tempismo incredibile, dopo poco tempo il superiore ritornava dicendo: "Adesso vai pure avanti, è arrivata la Provvidenza".

Comunque, in mezzo a continui rinvii e successive ripre­se, l'Isola della Pace si trasformò da semplice rifugio in un ambulatorio degno di questo nome, una risposta convin­cente alla mancanza cronica di assistenza sanitaria tra que­ste popolazioni amazzoniche.

Alla fine degli anni '60 la missione di Parintins poteva considerarsi una tra le più attive nel lavoro pastorale e so­ciale, attraverso il quale la realtà di sottosviluppo venne per la prima volta concretamente attaccata. Un ostacolo all'ope­ra di evangelizzazione e di promozione umana era rappre­sentato però dalle distanze. Le varie comunità si trovavano molto lontane tra loro e un missionario, anche se avesse ri­spettato puntualmente la tabella di marcia e non ci fossero stati contrattempi, avrebbe potuto visitarle al massimo quattro volte l'anno.

 

Sulle onde del Rio e della radio

Poiché nessun missionario poteva permettersi di avere contatti regolari con le comunità disseminate sul territorio, la formazione di operatori pastorali laici sul posto divenne una priorità. Uno strumento formativo importante fu radio Alvorada (Aurora), che nel 1967 iniziò a trasmettere dalle sei del mattino alle dieci di sera programmi educativi ascoltati in ogni parte dell'Amazzonia: insegnamento dell'agricoltura, lezioni sull'organizzazione di comunità, catechesi, sindaca­lismo rurale, alfabetizzazione per ragazzi e adulti, ed anche informazione e formazione igienico-sanitaria utili per rag­giungere tutte quelle zone che erano troppo isolate per poter usufruire del servizio sanitario itinerante di Francesco.

All'inizio degli anni '70 partì il progetto di fondare colo­nie agricole sulle "terre alte", nel tentativo di convincere i caboclos ad abbandonare il fiume, almeno come luogo di abitazione e come sistema di vita. Le "terre alte" sono al si­curo dalla piena delle acque, invece le "terre basse" lungo i fiumi, su cui i caboclos vivevano dediti alla pesca e alla col­tivazione della juta (una pianta dalla cui macerazione si ri­cava una fibra tessile), erano periodicamente inondate.

 

Un esperimento esemplare: agricoltura ed educazione

Nel 1973 le colonie agricole erano 37, con circa 10.000 caboclos coinvolti nel progetto. Ogni colonia era formata da 20 a 40 famiglie, che vivevano in case costruite l'una accan­to all'altra, secondo una pianta circolare, con al centro la piazza. Ogni famiglia riceveva due ettari di terreno per la coltivazione di prodotti ad uso privato (miglio, fagioli, ma­nioca, frutta, verdura), mentre il resto del terreno era sotto la giurisdizione del consiglio della comunità e veniva colti­vato comunitariamente con prodotti per l'esportazione: guaranà (bacche per bevande rinfrescanti), seringa (albero della gomma), riso e aranceti.

L'esperienza delle colonie agricole fu una vera rivoluzio­ne nella storia dell'Amazzonia, in quanto per la prima volta i caboclos divennero responsabili del loro lavoro e i veri ar­tefici del loro futuro.

Durante l'organizzazione del progetto, Francesco si trovò a Urucarà, un villaggio situato nelle "terre alte", quando il governatore di Manaus, capitale dell'Amazzonia, venne a vi­sitare le colonie. Il politico rimase stupito di come i missio­nari stavano operando: "Viene un padre dall'Italia, mantiene la gente legata alla propria terra, fa la scuola agricola, convin­ce le famiglie a spostarsi nell'interno, insegna ai giovani l'agri­coltura, educa ragazzi e ragazze. Noi abbiamo Manaus che scoppia di gente che viene dall'interno e non siamo capaci di farla restare nei villaggi".

Francesco che era lì vicino gli disse: "Scusi, ma perché non fate anche voi queste colonie e queste scuole agricole? Date a questi caboclos la proprietà della terra, l'assistenza sa­nitaria, la scuola, i trasporti, l’assistenza tecnica per coltivare la terra ed essi vi seguiranno". Il governatore lo guardò e gli sussurrò in un orecchio: "Non è facile, non è facile".

Malgrado un potere politico generalmente cieco e sordo nei confronti delle esigenze delle classi sociali più deboli, la missione tra le popolazioni dell'Amazzonia, nonostante le difficoltà oggettive dell'ambiente e quelle soggettive delle persone che vi erano impegnate, proseguiva dando anche buoni frutti. E Francesco si distinse sempre come instanca­bile lavoratore, impegnato a realizzare quello che ormai considerava lo "scopo della sua vita: occuparsi dei lebbrosi e degli emarginati".

 

Le ore buie dell'incomprensione

Tale determinazione portò anche a inevitabili tensioni e incomprensioni all'interno della realtà missionaria ed eccle­siale. Come ogni grande meta che si rispetti il cammino per raggiungerla porta sempre una parte di fatica e dolore. An­che per Francesco era arrivata quest'ora buia di solitudine.

Nel 1970 partì da Roma una lettera con destinazione Amazzonia, nella quale i superiori dell'istituto chiedevano al missionario di spiegare il motivo per il quale si era osti­nato a rimanere a Parintins nonostante avesse ricevuto l'or­dine di rientrare in Italia. Bisogna sapere che in quegli anni erano nate, su iniziativa della diocesi, diverse attività di for­mazione professionale per la gioventù. Per seguire tutte queste attività i missionari si erano fatti aiutare da alcuni volontari cristiani inviati da organismi di volontariato che si stavano sviluppando con grande rapidità in Italia. Era un'iniziativa all'avanguardia e quindi incontrò solo pareri favorevoli. Le attività andarono avanti per anni, avviando anche una collaborazione tra volontari e missionari laici, entrambi dedicati a testimoniare il Vangelo con la loro vita e il loro lavoro. Francesco si trovò quindi coinvolto in que­sta evoluzione del metodo di lavoro missionario, e non sem­pre fu facile capire e farsi capire.

Rispondendo alla lettera giunta da Roma, Francesco si discolpò dicendo che i suoi superiori del Brasile gli avevano assicurato che avrebbero risolto la questione e invece non l'avevano fatto, forse per mancanza di tempo, visto che in missione gli impegni erano sempre tanti e l'Italia troppo lontana.

Al di là del disguido, in quella occasione il missionario raccontò per la prima volta che il suo servizio principale consisteva nell'amministrazione delle officine e della fabbri­ca di mattoni, ma non disse nulla del lebbrosario che aveva inaugurato.

Forse influenzato dai tempi, visto che erano gli anni suc­cessivi al Concilio Vaticano II, anni quindi di fermento e di confronto, si permise di enucleare al superiore generale il suo pensiero in modo da poter assicurare la continuità del­la missione: "voglio fare una proposta. Lei conosce bene la si­tuazione dei laici volontari, non durerà molto tempo. Le offi­cine: tipografe, elettrotecnica, meccanica e falegnameria sono attrezzatissime, basta sostituire ai laici volontari i fratelli. Sa­rebbe una buona opportunità per formare la comunità dei fra­telli, avendo tutte le possibilità per fare ciò: c'è una casa con sette stanze, lavoro in officina, apostolato in città, o nelle co­munità nell'interno: Villa Amazona, Macurany, Aninga, Para­nanema. Tutto dipende dal vescovo, ma sembra che anche lui sia del parere e che l'esperienza dei laici abbia insegnato a tut­ti molte cose". La posizione di Francesco, pur comprensibi­le, non ricevette l'appoggio della maggioranza della comu­nità missionaria, e quindi per lui furono anni di amarezza e purificazione. La vita in missione non riserva solo successi, ma anche delusioni, e, come solevano dire i missionari con decenni di lavoro sulle spalle, "non c'è rosa senza spine".

Da quella lettera un po' sgrammaticata, condizionata dalla lunga permanenza in Amazzonia, passarono altri quattro anni, poi Francesco dovette ritornare in Italia.

Giunto a casa, fremeva per ripartire e con la scusa che gli scadeva il visto fece ritorno in Brasile con l'intenzione di ri­manervi. Questo benevolo sotterfugio prese un po' alla sprovvista i suoi superiori, che fecero buon viso a cattiva sorte e accettarono la sua volontà di riprendere a lavorare nella missione di Parintins.

 

Dalla parte dei lebbrosi

Al suo rientro in missione nel 1976 si mise subito a lavo­rare in modo quasi esclusivo per rafforzare l'ambulatorio. Intanto il governo federale approvò la sua opera e gli con­cesse anche l'autorizzazione a esercitare a norma di legge nel campo sanitario: della lebbra si continuava a sapere po­co o nulla e le istituzioni pubbliche continuavano ad essere refrattarie a trattare la malattia. Francesco, dopo anni di in­comprensioni, cominciava a raccogliere qualche frutto del­la sua scelta di servizio per i lebbrosi. D'altra parte la sua in­traprendenza sapeva avvalersi delle risorse che la Provvi­denza gli offriva.

Alla fine degli anni '70 un giovane padre appena arrivato in Brasile morì accidentalmente. Colpito da quella improvvisa dipartita, Francesco volle intitolare la sua attività a quel missionario sfortunato. Nacque così la casa "Padre Vit­torio Giurin", che nei primi anni '80 si occupava dell'assi­stenza costante di 30 lebbrosi e di alcune centinaia di perso­ne, sparse per il distretto missionario, affette da svariate pa­tologie.

Per dare sempre nuova energia alla sua opera, Francesco si doveva destreggiare tra mille difficoltà per trovare i soldi necessari per un microscopio decente o per attrezzature di fi­sioterapia. Così si moltiplicarono le lettere d'aiuto che spedi­va in Italia per sensibilizzare sulla sua attività e ricevere fi­nanziamenti. Anche il numero delle carrozzelle non bastava mai e perciò, in modo quasi spietato, date le condizioni gene­rali, era costretto ad aspettare la morte di qualche paziente per recuperarne qualcuna.

 

Il declino del guerriero

Ad ogni modo, nonostante i numerosi ostacoli, il lavoro proseguì senza sosta ancora per parecchi anni, ogni giorno coordinato dal missionario. Però con il 1996 iniziò dram­maticamente il declino fisico di Francesco, anche se il suo rude temperamento, che lo contraddistingueva, gli diede la tenacia di sostenere in silenzio il dolore.

I medici diagnosticarono una cirrosi epatica, conseguen­za di un'epatite divenuta cronica a causa di un trattamento inadeguato. Insorsero dunque delle complicazioni dovute a insufficienza cardiaca e a un versamento di liquido nell'ad­dome. I suoi collaboratori cercarono con molta discrezione, per non urtare la sua sensibilità, di accompagnarlo e di alle­viargli le sofferenze.

Nel 1997 la situazione clinica si compromise e si decise di farlo tornare in Italia per tentare nuovi rimedi. Il 12 otto­bre, festa di Nostra Signora di Nazarè, patrona della comu­nità cristiana vicina, in occasione dell'imminente partenza di Francesco per l'Italia, la processione sfilò davanti alla ca­sa Padre Vittorio per porgere l'ultimo saluto a chi si era sempre prodigato per la salute degli abitanti di Parintins. Fu al contempo terribile ed emozionante vedere il mis­sionario affacciato alla finestra, che a stento si reggeva in piedi e che, commosso, riuscì a dire un semplice "obrigado, grazie", mezzo soffocato dalle lacrime e dal magone che gli serrava la gola.

L'uomo, scontroso e per niente gentile, che aveva sofferto e che aveva consumato la sua vita in quel luogo sperduto dell'Amazzonia, dando un notevole contributo al suo svilup­po sanitario, se ne stava andando.

Stava lasciando tutto per partire nuovamente, ma que­sta volta ciò che lasciava era la vita intera trascorsa in mezzo al popolo dell'Amazzonia, quarantatré anni di mis­sione. Alla processione parteciparono anche gli indios del Marao, che ogni anno, da quarant'anni, gli portavano un sacco di arance dicendogli: "Questo è il frutto delle piante che hai piantato per noi".

 

La sua opera continua

Francesco morì il 25 ottobre 1997, dopo un ultimo e di­sperato ricovero in Italia. Ma la sua opera continua con la presenza di missionari laici del PIME che, proprio per con­tinuare lo spirito del "suo fondatore", hanno ristrutturato gli edifici e sviluppato le attività sanitarie. Attualmente la Casa Padre Vittorio, infatti, attende oltre ai lebbrosi anche ai malati di AIDS che sono ormai considerati i "lebbrosi del nuovo millennio".

Quella che era nata come una fragile e improvvisata ba­racca è ormai diventata una piccola ma moderna struttura ospedaliera, con una sala operatoria, un laboratorio analisi e un centro fisioterapico. Ogni giorno un centinaio di perso­ne vengono curate, ed è garantita anche l'assistenza domici­liare. Una volta all'anno viene organizzato un corso sulla lebbra della durata di un mese, al quale partecipano infermieri, paramedici, fisioterapisti e medici da tutta 1'Amazzo­nia. Da sottolineare la prevenzione e la cura dell'AIDS che si sta promuovendo e sviluppando gradualmente sul territorio regionale. Infine, proprio seguendo l'intuizione di fratel Francesco, che circa quarant'anni prima volle costruire un laboratorio di analisi cliniche a Parintins, la sua opera è di­ventata la sede dove vengono promossi e organizzati corsi per tecnici di laboratorio di analisi.

Forse questi momenti formativi sono il segno più tangi­bile e prezioso dell'eredità di Francesco, che quel giorno presso il fiume non ebbe paura di abbracciare il lebbroso abbandonato sulla canoa, dando vita a una missione che davvero trasformò gli uomini. E su una facciata esterna del­la Casa, scritte su piastrelle colorate che luccicano tra l'om­bra tranquilla e la luce soffusa, ci sono ancora le sue parole: "Amare tutti, specialmente i nostri nemici, i poveri, gli amma­lati e gli emarginati".

 

DALLE SCARPE AI PENNELLI

L'artista delle scarpe

Il superiore del PIME era un anziano missionario con una certa esperienza di uomini e guardava con meraviglia, misto ad un pizzico di perplessità, quel giovanotto mingher­lino proveniente da un orfanotrofio di Avellino che aveva fatto venti ore di treno in 3a classe per venire a Milano alla sede del PIME. Infatti qualche settimana prima Michele De Pascale aveva risposto con rapidità alla lettera inviata dal missionario, e alla domanda: "Quale mestiere conosci?", aveva scritto: "Sono un artista delle scarpe", intendendo con un po' di enfasi che faceva il ciabattino.

 

Un inizio pittoresco

D'altra parte Michele non sembrava volesse fare il gra­dasso, e, dalle poche parole che era riuscito a scambiare, sembrava pure simpatico. Dato che aveva fatto un lungo viaggio, di oltre 800 chilometri, e continuava a ripetere di voler diventare "fratello" missionario laico, tanto valeva metterlo subito alla prova.

Era il 1936 quando fu accettato ed iniziò il cammino ver­so quella missione che sognava da adolescente. Non sapeva ancora che altre circostanze particolari avrebbero ritardato la sua partenza, ma lui era ormai sicuro di aver preso la strada giusta.

A quei tempi una buona parte della formazione consiste­va non solo nell'apprendere e migliorare la spiritualità mis­sionaria e comunitaria, ma nel saper mettere a servizio del­la comunità le proprie competenze professionali. Dato che era un "artista delle scarpe" il superiore fu ben felice di aver trovato una soluzione alla riparazione delle calzature di tut­ti i 70 seminaristi, 40 padri e 40 fratelli che componevano la "comunità allargata" della Casa Madre del PIME di via Monte Rosa a Milano.

Facendo un semplice calcolo Michele aveva circa 300 pa­ia di scarpe da sorvegliare, e quindi ogni settimana attraver­sava il cortile con una carriola piena di scarpe rotte che, qualche giorno dopo, riconsegnava riparate e lucidate ai "suoi clienti". Bisogna dire che in qualche mese il superiore si rese conto che Michele il lavoro lo sapeva fare bene, e lo faceva pure in fretta e con allegria.

Aveva anche cominciato a capire che questo giovanotto non era un ingenuo o uno sprovveduto, ma il suo atteggia­mento era frutto di una ricerca di servizio umile, nascosto, "all'ultimo posto". Questa serena umiltà, assieme alla genia­lità "napoletana", sono sempre state le caratteristiche della lunga storia di Michele.

 

La scoperta della sua strada

Nato nel 1917, essendo orfano di padre aveva trascorso tutta la sua infanzia presso un orfanotrofio di Avellino gesti­to da una congregazione religiosa. Dopo aver frequentato le scuole elementari venne messo "a bottega" da un artigiano calzolaio. La sua vocazione iniziò quando a 17 anni incon­trò un frate questuante, uno di quei religiosi che ancora gi­ravano di casa in casa per chiedere l'elemosina per i bisogni dei poveri e del convento.

Era un fraticello con tanto di saio e bisaccia, che tra­smetteva serenità e pace. Michele ne fu subito attratto: "Pa­dre, io vorrei fare come voi che girate per tutti i paesi e siete sempre sereno e contento". Con uno sguardo benevolo il fra­ticello gli rispose: "Non sono un prete, ma un semplice fratel­lo questuante". Questa risposta stupì Michele, che non riu­sciva a capire questa distinzione a lui finora sconosciuta: Se uno aveva una veste o il saio da frate doveva per forza ce­lebrare messa".

Continuò quindi a fare altre domande fino a quando ca­pì: per aiutare gli altri non era necessario aver studiato tan­to e diventare sacerdote, ma era indispensabile avere la pa­ce nel cuore e vivere con semplicità il Vangelo. Si era aperto un nuovo cammino praticabile per lui, quello di camminare a fianco delle persone che, come lui stesso, avevano ricevu­to poco o niente dalla vita, ma quel poco volevano metterlo a disposizione degli altri.

Questa convinzione lo portò a ricercare la strada più va­lida per realizzare questo desiderio che ormai non lo lascia­va più tranquillo. La prima tappa lo portò appunto da Avel­lino a Milano, dai missionari del PIME.

 

Il bernoccolo della pittura

Pur non avendo avuto l'occasione di studiare molto, Mi­chele era un ragazzo che amava conoscere e capire il mon­do nelle sue diverse espressioni. Le scarpe erano il suo mon­do, ma a lui piaceva guardare il cielo, i paesaggi e i volti del­le persone. Era anche affascinato dai grandi quadri che ve­deva nelle chiese. Si domandava spesso come avevano potu­to degli uomini normali fare degli affreschi così belli e com­plicati.

Finalmente decise di confidarsi con il superiore che lo aveva accolto a Milano e gli chiese di aiutarlo a capire que­ste cose più grandi di lui. Il padre, non sapendo bene come rispondere, ebbe l'eccellente intuizione di mostrare a Mi­chele alcuni libri della biblioteca che spiegavano la storia e le opere di alcuni grandi pittori italiani del Rinascimento.

Da quel giorno, quando aveva un po' di tempo libero, Mi­chele andava a rifugiarsi nella biblioteca per leggere e capi­re la pittura e la scultura. Ma questo non gli bastava, voleva anche lui disegnare. Iniziò a riprodurre questi capolavori su fogli di carta. Chiese quindi consiglio al superiore, che lo autorizzò a sviluppare questo suo desiderio, che, gli spiegò, poteva essere anche un dono di natura.

Mise però due condizioni: di non tralasciare di riparare le scarpe, e di andare ad imparare da chi ne sapesse qualco­sa in più di lui. A Michele non sembrava vero, e scoppiò in un pianto di gioia. In segno di riconoscenza, si mise in gi­nocchio davanti al saggio missionario che lo lasciò sfogare e gli fece infine promettere di impegnarsi con costanza, pa­zienza e serietà: "perché questo è il segreto di un buon mis­sionario".

Queste parole non lo lasciarono mai più e divennero il suo ritornello quando, molti anni più tardi, divenne lui stes­so un "maestro" per gli altri.

Intanto in Italia arrivò la guerra e Michele, ormai diven­tato fratello missionario laico nel PIME, non poté partire subito per le missioni e fu assegnato a diverse mansioni di servizio presso le case missionarie in Italia. Ma non fu tempo perso per lui che seppe migliorare, pur sempre come autodidatta, le sue capacità artistiche, senza trala­sciare la "nobile professione di calzolaio", come amava chiamarla.

 

A fianco di un grande missionario: p. Paolo Manna

Tuttavia le sue competenze dovevano ancora allargarsi ad un ulteriore settore, grazie a una coincidenza provviden­ziale. Infatti, in quegli anni, il mondo missionario aveva po­tuto usufruire dell'opera e degli scritti di un eccezionale missionario come p. Paolo Manna, soprannominato per il suo ardente spirito missionario "Anima di fuoco".

Al termine di una vita come missionario in Birmania e poi come superiore generale del PIME, ormai malato, si era ritirato a vivere a Ducenta, cittadina vicino a Napoli. P. Manna era nativo di Avellino, proprio come Michele, al qua­le i superiori del PIME pensarono bene di chiedere un servi­zio per assistere il loro ex superiore generale.

Michele ammirava questo grande missionario e ritenne un onore e una gioia stare a fianco di p. Manna, che consi­derava come un "vero padre per lui". Il suo affetto era ri­cambiato dal padre quando chiamava affabilmente Michele "il miglior ciabattino del mondo e unico infermiere per me".

Seguirono anni di stretta condivisione di vita tra due per­sonalità molto diverse tra loro per carattere, cultura ed età, ma che si seppero capire e apprezzare. Al suo fianco Miche­le seppe acquisire un ardente spirito missionario, sostenuto da un forte spirito di preghiera.

 

Il "caso" di una statua... senza testa

Dopo la morte di p. Manna, Michele fu assegnato alla missione sul Rio delle Amazzoni, in Brasile e precisamente nella diocesi di Parintins. A 36 anni cominciava una nuova vita e una nuova avventura, quella che aveva sognato la pri­ma volta nell'orfanotrofio di Avellino. Per lui fu una svolta, anche perché in terra brasiliana smise rapidamente di esse­re "l'artista delle scarpe" per iniziare a diventare un "mae­stro pittore" per tanti piccoli allievi.

Tutto cominciò quasi per caso quando si presentò alla casa del vescovo, mons. Cerqua, un'anziana signora brasi­liana che abitava all'interno della foresta. In una mano tene­va una piccola statuetta di gesso senza testa, e nell'altra due piccole teste, una con lineamenti maschili e l'altra femmini­li, provenienti da qualche altra statua rotta.

Chiese al vescovo di aiutarla a capire quale fosse la testa giusta per la sua statuetta decapitata, e poi di rimettere la te­sta appropriata al suo posto originario. Il vescovo sapeva che per l'anziana signora non era tanto una questione arti­stica, quanto di venerazione popolare. Però lui certamente non aveva molto tempo da dedicare a questo problema, e so­prattutto non aveva alcuna conoscenza artistica o manuale.

Bisognava quindi trovare una soluzione a questa delicata questione, e ciò avrebbe richiesto tempi non proprio brevi.

Affidò quindi il tutto al fidato Michele, incaricandolo di tro­vare comunque una soluzione positiva per l'anziana signo­ra. Il missionario esaminò minuziosamente la statuetta e le due teste e, dopo aver chiesto tutte le informazioni del caso, congedò la signora assicurandole che dopo 15 giorni le avrebbe riconsegnato la statuetta nello splendore iniziale.

Rimasto da solo, Michele andò nel laboratorio e con i po­chi attrezzi disponibili che vi trovò iniziò il lavoro di ripuli­tura, sistemazione, aggiustamento, limatura e incollaggio della testa. Poi prese i colori che si era procurato in città, e in pochi giorni terminò l'opera. Quella che, qualche tempo prima, non si riusciva a capire bene chi fosse era stata tra­sformata in una bella statua della Vergine Maria.

 

Un insegnamento prezioso

La fama di questo miracolo procurò a Michele molto la­voro e apprezzamento da parte della popolazione locale, per la sua capacità di trovare soluzioni utilizzando le poche ri­sorse che trovava sul posto. Ma non solo, se lui era capace di tanto, perché non poteva insegnarlo ai loro figli? Michele sa­rebbe stato contento di farlo, ma non sapeva dove farlo. Il ve­scovo allora, avendo contribuito alla nascita di questa nuova avventura, non poté tirarsi indietro e, non potendo disporre di altro, gli lasciò utilizzare la tettoia dove era parcheggiata la sua motocicletta.

Venne inaugurata, quindi, sotto una tettoia di lamiera, una scuola professionale di pittura e scultura che in oltre 35 anni di attività ha avviato al lavoro e alla vita molti bambini di Parintins. Michele, da buon autodidatta, aveva un suo metodo di insegnamento sia per l'arte che per l'organizza­zione della scuola.

Sicuramente non aveva letto molto di pedagogia, ma si ri­cordava quanto, molti anni prima, gli aveva suggerito il mis­sionario che lo aveva incoraggiato sul cammino della pittu­ra: costanza, pazienza e serietà. Se servivano a fare un buon missionario, sarebbero certamente state utili per far nascere dei futuri pittori o scultori. Così fece e non se ne pentì. Accettava una trentina di studenti al giorno, tra bambini e ragazzi, suddivisi in due turni in modo che ci fosse la pos­sibilità per tutti di frequentare le sue "lezioni". Questo per­ché in Brasile, dato che il numero degli alunni è molto alto e le scuole non sono molto numerose, si fanno normalmen­te due turni, uno al mattino e l'altro al pomeriggio. In que­sto modo chi frequentava la scuola al mattino andava da Michele al pomeriggio, e chi frequentava al pomeriggio im­parava i rudimenti di pittura al mattino.

Così per tutta la settimana gli "apprendisti" pittori e scul­tori disegnavano, scolpivano, imbrattavano tutto quello che era possibile reperire: dalla carta ai muri, al legno, ai gusci di tartaruga, ai pesci imbalsamati e, naturalmente, statuette rotte e decapitate.

C'era però una particolarità interessante che Michele aveva introdotto. Quando si riparavano statue sacre o si fa­cevano dipinti religiosi tutti recitavano assieme e ad alta vo­ce il rosario. "Perché", spiegava il Maestro Michele, "se non si prega non si può disegnare o scolpire bene qualcosa di sa­cro". Quando poi qualche allievo gli chiedeva delle spiega­zioni troppo complicate, lui rispondeva che: "Nella pittura, come nella vita, quello che è più importante per migliorare è conoscere e seguire l’esempio di uno più bravo di noi".

Queste frasi sono ancora ricordate dagli allievi più adul­ti, dei quali alcuni si sono poi affermati come pittori profes­sionisti in Brasile. In tutti questi anni di lavoro e insegna­mento nella semplicità, Michele ha decorato innumerevoli chiese e ha dipinto moltissimi quadri sacri, che si possono ancora ammirare nella diocesi di Parintins.

 

Mani e cervello

Michele realizzò anche opere più piccole, che venivano vendute ai numerosi visitatori che passavano dalla tettoia dove faceva scuola ogni giorno. Anche il suo modo di rap­portarsi con i visitatori aveva qualcosa di particolare e fuori dal comune.

A tutti spiegava il significato di questa attività semplice e nascosta offerta gratuitamente ai giovani di questa terra. Non chiedeva mai direttamente degli aiuti per sostenere le spese della scuola, ma non perdeva neppure occasione per offrire agli altri l'opportunità di fare del bene: "Questa è un'opera della Provvidenza. Io metto solo le mani e un po' di cervello". Un giorno ricevette la visita di un suo amico pro­veniente dall'Italia. Dopo aver a lungo guardato l'esposizio­ne, chiese di poter acquistare qualche oggetto di artigianato preparato da Michele o dagli allievi. L'amico aveva alcuni biglietti da 100 dollari e pensava di scegliere diversi pezzi per arrivare ad un totale di 150 dollari. Non sapeva poi co­me lasciare un piccolo dono senza farglielo pesare.

Fece quindi una scelta accurata guardando i prezzi affis­si su ogni oggetto e infine chiese il conto. Michele cominciò a prendere in mano i diversi oggetti e a calcolare ad alta vo­ce la somma totale: "Allora sono 150 dollari! Questo è il prez­zo per gli sconosciuti e i clienti anonimi. Ma so che sei un amico e allora, perché tu non faccia pazzie di generosità, fac­ciamo più 30% per l'amicizia che ci lega e arrotondiamo a 200 dollari". L'amico scoppiò in una risata e lasciò altri 100 dollari in più per premiare l'arguzia e il buon senso di que­st'uomo saggio che non gli aveva fatto pesare un gesto di ca­rità e di amicizia.

 

Il passaggio di testimone

Nel 2005 Michele compie 88 anni ed è ancora sulla brec­cia, sempre sulla riva del grande Rio delle Amazzoni. Ha ri­dotto di molto le sue attività di insegnamento, ma gli abi­tanti di Parintins hanno voluto mantenere vivo il suo ricor­do intitolandogli una vera scuola di "belle arti". Non solo. Nel 2002, nella tradizionale "Festa del Bue" che ogni anno si celebra negli ultimi giorni di giugno, una delle canzoni che accompagnano la sfilata dei carri allegorici e dei danzatori abbigliati con costumi folcloristici è stata dedicata proprio all'opera di " Fratel Michele", missionario laico con il talen­to artistico.

In questa canzone si ricorda la storia di un uomo sempli­ce e silenzioso venuto da lontano sul grande fiume. Un uo­mo saggio che sapeva valorizzare le piccole cose e dar loro vita attraverso il colore. Quest'uomo non ha tenuto per sé questo segreto, ma lo ha insegnato ai figli dell'Amazzonia perché facessero altrettanto.

La vita di Michele è la prova che ogni cristiano, quando prende sul serio il Vangelo, arriva lontano, e non solo in senso geografico. Nessuno all'orfanotrofio di Avellino avrebbe scommesso molto su quel giovane calzolaio. Dio in­vece aveva grandi progetti su di lui, come per tante altre persone. Michele ha saputo recepire nella sua storia i segni di una "chiamata" particolare. Il suo lavoro, calzolaio prima e pittore poi, è stato lo strumento, comune e nello stesso tempo privilegiato, per testimoniare che Dio è Padre e vive accanto a tutti i suoi figli. Ed è un mezzo a disposizione di tutti.

Michele ne è convinto, e al contempo affaticato, ed è per questo che attende sulla riva del Rio che qualcuno venga a sostituirlo.

 

LEBBROSO COME LORO

Massimo Teruzzi era un missionario laico innamorato dei poveri e degli ammalati, degli ultimi della società. È sta­to l'unico missionario del PIME in Bangladesh che ha con­tratto la lebbra lavorando fra i malati del lebbrosario di Dhanjuri. Ma, mentre i confratelli dell'Istituto erano preoc­cupati per questo, Massimo era sereno e diceva: "La lebbra è una malattia come le altre. Se il Signore mi aiuta guarirò, al­trimenti non sarò il primo missionario che muore lebbroso".

 

La veloce preparazione

Massimo era nato a Lesmo, in provincia di Milano, il 14 ottobre 1902. Avrebbe desiderato studiare dopo le scuole elementari, ma la sua famiglia era povera e dovette andare a lavorare all'età di undici anni. Incominciò ad aiutare i mu­ratori, portando calce e mattoni, poi, dopo il servizio milita­re, continuò in questo lavoro faticoso. Al mattino, dopo una visita in chiesa per fare la comunione, lo si incontrava per le strade del paesino con un panino avvolto in un giornale per il pranzo a mezzogiorno. Lavorava molto, ma era anche un giovane riflessivo che leggeva e si istruiva da autodidatta.

Non si sa come sia maturata la sua vocazione missiona­ria. Veniva da una famiglia di profonda vita religiosa e ave­va respirato in casa propria, oltre che in parrocchia, gli in­segnamenti del Vangelo. Meditando le parole di Gesù: "Chi pensa soltanto a salvare la propria vita la perderà; chi invece è pronto a sacrificare la vita per me e per il Vangelo la salve­rà ", Massimo decise di mettersi a disposizione della missio­ne, per testimoniare il Vangelo ovunque sarebbe stato man­dato.

Dopo un solo anno di preparazione nel PIME di Milano, il 15 agosto 1928, a 26 anni, partì per la missione di Dinaj­pur, non ancora membro effettivo dell'Istituto, col solo giu­ramento temporaneo di fedeltà alla vita missionaria. I supe­riori volevano metterlo alla prova mandandolo in Bengala, allora ritenuto "la tomba degli europei", perché c'era biso­gno di uno della sua tempra. Diventerà successivamente membro effettivo dell'Istituto, nel 1932, emettendo il giura­mento perpetuo.

 

Vicino ai bengalesi

Giunto in missione nel novembre 1928, dapprima pensò che il suo mestiere di muratore fosse il più utile alla missio­ne e si mise di buona lena a costruire chiesette in serie, tet­to di lamiera su muri di fango e anche qualche edificio in muratura. Ben presto però s'accorse della miseria enorme imperante nel Paese. Troppi erano gli ammalati inesorabil­mente condannati a morte per la mancanza di medicinali o per l'impossibilità di comperarli.

Fratel Massimo abbandonò definitivamente gli strumen­ti del muratore e si mise a studiare i libri popolari di medi­cina, iniziando poi a praticare in dispensari improvvisati con bambù e paglia. Si sentiva male alla vista di tanta pove­ra gente e non si dava riposo finché non aveva visitato tutti. Non c'era orario per lui: gli ammalati poveri erano i suoi pa­droni e potevano presentarsi anche di notte.

Questa sua appassionata dedizione agli ultimi della so­cietà bengalese lo segnalò ai superiori, che lo mandarono a Dhanjuri, dove a quel tempo stava nascendo il lebbrosario. Nel 1926 padre Luigi Brambilla scriveva a proposito delle epidemie che colpivano alcune tribù bengalesi: "Ira i Santal la lebbra è una malattia molto comune, è raro trovare un pae­se che non ne sia infetto. Il problema che noi missionari ci siamo posti fin da quando siamo entrati in contatto con la tri­bù dei Santal è questo: cosa possiamo fare per i poveri disgraziati infetti dalla lebbra? Qui a Dhanjuri l'idea di un lebbrosa­rio potrebbe essere tradotta in pratica con poca difficoltà. Dhanjuri è situata in piena foresta, nei pressi di un lago. I leb­brosi, pur vivendo un po' isolati, potrebbero darsi alla pastori­zia, alla pesca, alla caccia prediletta dai Santal".

Nel 1929 padre Giuseppe Obert comprò un vasto terreno sulle rive del lago e non lontano dalla missione di Dhanjuri, luogo ideale per un lebbrosario. L'anno seguente Massimo Teruzzi costruì le prime abitazioni per i lebbrosi, mentre praticava quella poca arte medica che conosceva.

Quando nel 1934 arrivarono le suore di Maria Bambina, come infermiere diplomate per la cura dei lebbrosi, fratel Massimo anzitutto costruì il loro convento, poi si limitò a osservarle mentre lavoravano per imparare da loro l'assi­stenza agli ammalati.

Le suore gli volevano bene e lo ammiravano, in quanto era sempre disponibile per qualsiasi servizio, ma soprattut­to le commuoveva la sua totale dedizione ai lebbrosi, che erano i suoi prediletti. Però lo rimproveravano spesso per­ché non teneva conto dei principi di igiene e di prevenzione dalla lebbra che loro stesse praticavano.

La vita spirituale di Massimo era davvero profonda e for­se pochi lo intuirono, data la sua natura introversa. Voleva vivere con i lebbrosi e come i lebbrosi, proprio per un moti­vo spirituale: vedeva in loro l'immagine più toccante del sa­crificio di Gesù, per cui mangiava, fumava, giocava e scher­zava sempre in loro compagnia.

Non aveva certamente dimestichezza con la teologia ep­pure seppe mettere in pratica alla perfezione la frase di San Paolo: "Farsi giudeo con i giudei, greco con i greci", facendo­si bengalese con i bengalesi, Santal con i Santal, lebbroso con i lebbrosi.

 

L'esperienza della lebbra

Negli anni '30 del secolo scorso, al lebbrosario di Dhan­juri non c'era ancora l'attrezzatura disponibile adesso. Fra­tel Massimo puliva col bisturi le piaghe dei lebbrosi all'in­gresso della capanna. In un momento di stanchezza e di di­sattenzione il bisturi impregnato di pus e di sangue del ma­lato produsse un taglio nel braccio del missionario. Il batte­rio della lebbra, come un nemico vendicatore che non per­dona, si infiltrò immediatamente nel suo sangue. Tuttavia Massimo non si scompose e, come se già fosse preparato a quell'evento, preparò la sua valigetta e andò a bussare alla porta dell'ospedale di Calcutta, in quel tempo il più moder­no presidio indiano contro la lebbra. Lui, direttore e "medi­co" di un lebbrosario, diventa un lebbroso, un numero di letto in un lebbrosario.

Il suo fisico allora era forte e, seguendo con scrupolo le cure più moderne, in pochi anni la progressione della ma­lattia fu fermata, neutralizzando il suo potenziale infettivo. Massimo ringraziò i dottori, rifece la sua valigia e ritornò ai suoi ammalati con un'esperienza medica in più, fatta sul suo corpo. L'anima si affinò nella comprensione della soffe­renza e lui riprese senza riserve il proprio posto accanto al popolo sofferente.

Durante la seconda guerra mondiale, nel 1942, dovette subire, perché italiano, le "delizie" del carcere militare: pi­docchi, fame e sporcizia. Meravigliava tutti, inglesi e benga­lesi, con la sua testimonianza di vita coerente, la sua bontà e serenità anche in quelle deplorevoli condizioni. Rimase in carcere solo pochi mesi, poiché gli inglesi si convinsero che non rappresentava alcun pericolo per il governo di Londra.

 

Con le ultime forze

Dopo 24 anni ininterrotti di lavoro in Bengala, nel 1953 ritornò in Italia per una breve vacanza. Qualcuno, vedendo quella lunga barba bianca, quegli occhi stanchi, quelle spal­le ormai curve, gli consigliò di restare. "No - rispondeva fer­mo in un modo che non ammetteva replica - il mio posto è là, tra i miei poveri".

In effetti nel 1953 fratel Massimo non godeva più di buo­na salute: oltre alla lebbra aveva un'ernia, soffriva molto di asma, era debole di cuore e aveva una bronchite cronica, per non parlare dei parassiti intestinali, della sciatica e del­l'ulcera gastrica. Non è possibile enumerare tutti i suoi ma­lanni: era un ospedale ambulante, ma non si lamentava mai. Anzi, ripartì per il Bengala e si diresse in una missione più povera della precedente: Ruhea, nell'estremo nord del Paese, dov'era allora parroco padre Cesare Pesce.

I missionari del Bangladesh ricordano che padre Pesce realizzò il gesto forse più bello ed eroico della sua vita mis­sionaria accogliendo fratel Massimo a Ruhea nel 1956, quando tutti sapevano che era lebbroso, correndo così co­scientemente il pericolo di contrarre lui stesso, inavvertita­mente, la terribile malattia, in anni in cui la lebbra era qua­si incurabile. E faceva paura a tutti.

Suor Franca Nava, missionaria dell'Immacolata giunta in Bangladesh nel 1953 in veste di infermiera, ricorda che fratel Massimo, quando fu dimesso dal lebbrosario di Dhan­juri, andò a Ruhea, dove lo accolse padre Pesce mentre altri lo rifiutavano, per non creare problemi alla loro missione, in quanto avere in casa un lebbroso, a quei tempi, era un fatto terrificante per tutti. Quando la suora arrivò a Dhanju­ri, tutti dicevano che Massimo si era infettato perché lo vo­leva, nel senso che viveva a stretto contatto con i lebbrosi e desiderava quindi condividere la loro vita sentendosi loro fratello. "Per me, che in quegli anni ero nel lebbrosario", af­ferma suor Franca, "padre Pesce ha fatto uno dei gesti più eroici proprio nell accogliere Massimo come un fratello. La lo­ro condivisione di vita è stata per tutti noi un esempio e una testimonianza di dedizione".

 

Condividendo la vita dei bisognosi

A Ruhea, dapprima in una capanna di paglia, poi in una casetta angusta e soffocante, fratel Massimo seppe portare avanti la sua opera, per tutti i giorni che gli restavano. Pa­dre Pesce, in un articolo apparso dopo la sua morte avvenu­ta nel 1963, usava queste parole per esprimere il senso di smarrimento dei tanti poveri, d'ogni razza e credo religioso, che con tristezza si assieparono intorno alla tomba del loro fratello missionario: "Io penso, e non temo di sbagliare, che l'uomo più amato di Ruhea e dintorni fu proprio il `Brother' (fratello). La sua fama di bontà e abilità medica era giunta lontano. Da Tetulia, da Dinaipur, venivano i malati poveri, i lebbrosi, i disperati della scienza medica: il `Brother' era di­ventato l'ultima loro speranza. E lui, burbero benefico, a ten­tare e ritentare con successo, con insuccesso. Con quegli oc­chiali più vecchi di lui sul naso, a rincuorare con barzellette nel dialetto del paese che aveva appreso alla perfezione. Una figura indimenticabile".

E così, come è vissuto se ne è andato, con semplicità, sen­za mai lamentarsi, anche durante gli ultimi giorni che si tra­sformarono in un vero supplizio. Non ne poteva più, ormai trascinava le gambe doloranti, sembrava un vecchio di cen­t'anni, ma al confratello che amabilmente lo redarguiva e lo invitava al riposo rispondeva sempre: "Riposerò dopo... ". L'ul­timo giorno di lavoro, era un giovedì, tra gli ammalati del suo dispensario "Don Orione" di Ruhea respirava a fatica e con­fessò ai suoi collaboratori e amici: "Basta, stavolta è proprio finita". Il sabato mattina fece chiamare i suoi poveri, vuotò le tasche e l'armadio di quei pochi spiccioli che rimanevano e in silenzio, senza importunare alcuno, andò a Dinajpur al­l'ospedale cattolico. Pochi giorni di degenza, sempre allegro e sorridente fino alla notte di giovedì 18 luglio 1963. "Non ce la faccio più" disse, e col nome di Maria sulle labbra spirò all'alba del venerdì, dopo aver ricevuto i sacramenti.

A quella massa di poveracci, di rifiuti della società che continuarono ad affluire al dispensario di Ruhea, padre Pe­sce fu costretto ad annunziare: "Nulla da fare, il dottor Mas­simo se n'è andato, non a Dinaipur a comperare le medicine per voi, come aveva fatto tante volte nel passato; se n'è andato per sempre, non tornerà più, mai più ".

In quei giorni di afflizione, gli sciancati, i lebbrosi, le vedove e i poveri di ogni genere avevano mille ragioni di pian­gere mentre tornavano più volte alla missione e si aggirava­no in ogni angolo del dispensario quasi a cercarlo, non sa­pendo capacitarsi di tanta perdita. E se è vero che il pianto è un balsamo, è altrettanto vero che il balsamo non riempie il vuoto del cuore, poiché rappresenta una grande fortuna poter incontrare sul proprio cammino un fratello generoso, e sostituirlo, soprattutto quando la morte dell'uomo della carità fa precipitare tanta gente nello sconforto più sincero, è davvero un'impresa ardua da compiere.

Nel suo articolo di commemorazione, padre Pesce con­cluse con una riflessione che è, ancor oggi, di irresistibile attualità: "Fratel Massimo ha lasciato l’esempio di una vita interamente spesa nell amore del prossimo nel nome di Gesù. Il bengalese, ignaro del senso di pura carità e gratuità, ha avu­to una scossa da questo esempio: forse non diventerà cristia­no, ma sarà più buono perché ha constatato che soltanto il cristianesimo può produrre uomini così".

 

Una vita spesa per gli altri

Molti fratelli e molti padri del PIME conobbero Massi­mo, e a distanza di tanti anni custodiscono nella memoria l'immagine di questo uomo che sapeva donare a tutti una porzione del suo tempo e delle sue energie. Nel periodo in cui egli prestò servizio a Ruhea, molte persone venivano an­che da lontano perché avevano saputo che trattava bene tut­ti e li aiutava come poteva. Il suo dispensario era una ca­panna di fango e paglia, non in muratura, giacché allora le costruzioni in muratura erano poche.

Purtroppo il grande affetto che lo circondava non fu suf­ficiente a preservarlo dagli effetti letali della malattia, che lo condussero alla morte nell'ospedale di San Vincenzo a Di­najpur. "Quando l'ho saputo", racconta con viva emozione fratel Luigi Brun, "ho preso la moto e sono corso a Dinajpur Mi hanno detto che era molto debole e che durante la stagione dei monsoni era andato a lavarsi sotto una specie di cascata che spioveva da un tetto; il freddo e la debolezza gli hanno procurato una bronco-polmonite. Allora molti dicevano che era morto il santo protettore dei lebbrosi e degli ammalati".

Dopo tanti anni spesi accanto ai più deboli, si era creato intorno alla figura del missionario laico un alone di profon­da ammirazione, tuttavia fratel Massimo conservò sempre l'umiltà propria dell'autodidatta qual era, infatti, pur non avendo alcun diploma di medico o infermiere, tutti lo chia­mavano "dottore", tanto che molti medici andavano da lui a chiedere pareri e consigli. Per Massimo anteporre i suoi malati a tutto il resto era un obbligo supremo, per cui quan­do gli dicevano che si doveva riposare, scrollava le spalle e tirava avanti per la sua strada, lungo la quale sacrificava an­che la domenica.

 

Testimonianza della povertà

Fratel Massimo è stato un apostolo degli ammalati e an­che dei poveri. Adorava i poveri, li aveva sempre con sé. Uo­mini e donne di ogni razza, buoni e cattivi, che anche dopo la sua morte continuavano a riversarsi nel dispensario di Ru­hea, incapaci di immaginare che quel "dottore" tanto buono - il quale spesso, oltre ai medicinali, dava loro anche qualche spicciolo per nutrirsi - li avesse abbandonati per sempre.

Soccorreva i poveri col poco che aveva. Quando nel 1962 fu pubblicato un articolo che parlava di lui, giunsero al PI­ME delle offerte che gli furono trasmesse. Quasi non si riu­sciva a convincerlo che ci fossero dei benefattori che pensa­vano a lui. Quando infatti parti per la missione, non poteva avvalersi di un gruppo di persone disposte a sostenerlo fi­nanziariamente. Le uniche offerte erano quelle dei suoi fra­telli. Eppure trovava modo di dare ugualmente: dando del suo, di ciò che era a lui destinato dai superiori, privandosi del proprio legittimo "stipendio".

Quando nel 1954 celebrò il suo 25° di missione, padre Luigi Verpelli, che allora era con lui, dovette comprargli un paio di scarpe e di calze, perché ne era privo, mentre duran­te il periodo trascorso a Ruhea padre Alvigini lo convinse ad accettare una sua veste bianca, dato che quella che aveva era ormai ridotta in condizioni pietose. Massimo non aveva neppure un letto, ma dormiva su un intreccio di nodose canne di bambù, per coperte e lenzuola usava addirittura dei sacchi vecchi: padre Alvigini li sostituì con qualcosa di più decente.

Identica operazione il padre la fece con la zanzariera - residuo dell'esercito americano nell'ultima guerra - che Massimo si sforzava di rattoppare con dei grandi cerotti. In­fine, in luogo di una scrivania funzionale, si accontentava di usare una cassa da imballaggio.

Quando qualcuno gli dava una maglietta o un uovo in più da mangiare, nel 99% dei casi trovava subito il modo di disfarsene. Se gli veniva fatto notare questo suo eccesso di zelo, ribatteva che ormai era troppo vecchio per cambiare e il risultato era che faceva la carità il più nascostamente pos­sibile.

 

Un gigante di umanità

Qualche volta anche fratel Massimo, tra malanni e ri­strettezze, era di malumore, ma appena si presentava la prospettiva di ricevere dall'Italia qualche cassetta di medici­nali, si metteva a cantare e a scherzare come un bambino. I medicinali erano la sua passione, nonostante ciò non sono valsi a salvarlo da quella che egli diceva fosse un semplice raffreddore e che invece si rivelò una polmonite; e neppure gli giovò il trasporto all'ospedale di Dinajpur, dove andò al­legro e scherzando con tutti.

Infatti, pochi giorni dopo il ricovero, senza troppo soffri­re e senza dar fastidio a nessuno, se ne andò al cielo, a ritro­vare, come padre Mauro Mezzadonna scrisse nel suo necro­logio, "tanti ex poveri ed ex ammalati diventati ricchi per ope­ra sua".

Da questo insieme di ricordi e riflessioni si evince che fratel Massimo è stato universalmente stimato e ammirato, un gigante di umanità che nella pratica quotidiana della modestia, della fede e dell'obbedienza ha saputo donare con vera letizia la propria vita per il prossimo: un modello di cui si avverte la necessità, ora e sempre.

È sempre stato così, dal giorno in cui Gesù donò la sua vita sulla croce per gli altri: "L'umile sarà esaltato, la sua me­moria passerà in benedizione". Fratel Massimo, con la sua umiltà, col suo disprezzo di tutto ciò che sapeva di egoismo, con la sua dedizione alla carità, ha scritto una pagina auten­ticamente gloriosa nella storia dei missionari del PIME.

Insomma, come il servo laborioso di cui parla il Vange­lo...