ANNA FRANK, LA RAGAZZA CHE SPARÌ NELLA BUFERA
Davanti
al numero 263 della Prinzengracht, un'antica via di Amsterdam, il 4 agosto 1944
si fermarono quattro uomini. Sotto gli impermeabili bianchi avevano le divise e
le rivoltelle della polizia. Diedero un'occhiata al cartello «Importazione di
gelatine di frutta» ed entrarono.
Kraler, uno dei due titolari della ditta, era nel suo ufficio. - Sono un maresciallo della Gestapo - disse uno aprendo l'impermeabile e mostrando la divisa. - Vogliamo vedere i magazzini.
«Glieli
mostrai», racconta Kraler. «Speravo che tutto finisse lì. Ma il maresciallo
proseguì nel corridoio ordinandomi di seguirlo. Giunti davanti allo scaffale
dei libri estrassero tutti la pistola, e il capo mi ordinò di aprire. Dissi che
era soltanto uno scaffale. Allora lui si irritò, mi spinse da parte e dette uno
strattone allo scaffale, che girò sui cardini rivelando la porta. La aprirono,
e io dovetti precederli su per la scala, con le pistole alla schiena. Vidi la
mamma di Anna vicino al tavolo e le dissi soltanto: c'è la Gestapo».
Un
minuto dopo, otto pallidi ebrei, da 25 mesi confinati in quella specie di
soffitta, tenevano le mani alzate davanti alle pistole. Tra essi una ragazzina
di 15 anni: Anna Frank.
Nei
cinque minuti che il maresciallo concesse per radunare le loro robe, Anna ficcò
nello zainetto un po' di biancheria, qualche libro. « Non era neppure
spaventata » racconta suo padre, Otto Frank. «Era soltanto abbattuta, come
tutti noi. Forse a causa di quell'abbattimento non le venne in mente di
mettere nello zaino uno dei quaderni che erano caduti a terra. O forse pensò
che ormai tutto, tutto era perduto».
Quel quaderno
lo trovarono sul pavimento Elli e Miep, due ragazze che lavoravano nel
magazzino. Lo consegnarono al signor Frank, quando uscì curvo e invecchiato
dal campo di concentramento, unico superstite
di tutta la famiglia.
Pubblicato
quasi per caso, il Diario di Anna Frank in pochi anni divenne uno dei libri più
letti del mondo. Tradotto in tutte le lingue, anche in arabo e in cinese, ha
fatto piangere e pensare milioni di uomini. Una bambina giapponese ha scritto al
signor Frank: «Da quando l'ho letto, il mio cuore vive sempre nella soffitta,
insieme ad Anna».
La
stagione della stella gialla
- La passione,
per gli ebrei dell'Olanda, cominciò nel maggio 1940, quando l'esercito di
Hitler assalì i Paesi Bassi. « I bei tempi finirono », scrive Anna Frank, «
E cominciarono le sventure per noi ebrei. Le leggi antisemitiche si
susseguivano l'una all'altra. Gli ebrei debbono portare la stella giudaica. Gli
ebrei debbono consegnare le biciclette. Gli ebrei non possono salire sul tram,
gli ebrei non possono più andare in auto. E una quantità ancora di
limitazioni del genere. Così trascorreva la nostra piccola vita. E questo non
si poteva e quello non si poteva ».
Eppure, anche
portando cucita sul petto la stella gialla a sei punte grossa come un piatto,
con la scritta « Jood » a caratteri neri, Anna continuò a ridere e ad
essere felice. Scrive Lies, la sua «più cara amica»: «Per sei anni siamo
state compagne di banco alla scuola Montessori di Amsterdam, e abbiamo
chiacchierato tanto da far disperare i maestri, che non sono mai riusciti a
separarci ».
La
guerra si faceva sentire su Amsterdam con terribili bombardamenti.
La
fuga verso la soffitta - Nell'estate
del 1942, la persecuzione contro gli ebrei si intensifica. Di notte la Gestapo
bussa alle case, preleva individui e famiglie di cui non si saprà più nulla.
Otto Frank sta organizzando la fuga. Non all'estero (ormai è impossibile), ma
in un nascondiglio. Nell'edificio della Prinzengracht dov'è la sua ditta, c'è
un retrocasa, formato da un deposito, due stanze e un solaio con una finestra
sui tetti. È un tipo di alloggio secondario che nell'edilizia italiana non esiste,
mentre è frequente nelle vecchie abitazioni olandesi. Il signor Frank vi fa
trasportare, con mille precauzioni, letti, materassi, indumenti, libri.
Intanto ha
ceduto la sua ditta di importazione ai suoi due impiegati, Kraler e Koophius,
due oneste persone che si giocheranno la vita per aiutarlo. Nel retrocasa,
insieme a Frank, si rifugierà pure la famiglia ebrea Van Daan: padre, madre e
Peter di quindici anni. Poi verrà anche il dentista Dussel.
«Così
ce n'andammo sotto una pioggia scrosciante» - 6
luglio. È arrivato il momento. Approfittando di un acquazzone, lasciano la
loro casa di Melwedeplein e si dirigono al rifugio. « Così », racconta Anna
nel Diario, « ce n'andammo sotto una pioggia scrosciante... ciascuno con una
borsa da scuola e da spesa, piene di oggetti ficcati dentro alla rinfusa...
Strada facendo papà e mamma mi svelarono con un racconto spezzettato la storia
del nascondiglio... ».
I primi
giorni, per Anna, sono eccitanti come ogni novità. Essa descrive minutamente
l'alloggio e i componenti della famiglia con cui dovrà coabitare: «I Van
Daan sono arrivati il 13 luglio. Alle nove e mezzo arrivò Peter, uno scioccone
che non ha ancora sedici anni, alquanto noioso e timido, dalla cui compagnia c'è
poco da aspettarsi; egli portò con sé il suo gatto (Mouschi). Il padre e la
madre arrivarono mezz'ora dopo; la signora, con nostro grande sollazzo, aveva
portato un grande vaso da notte nella sua cappelliera».
Venticinque
mesi gonfi di paura - I
Van Daan hanno portato notizie poco buone: la polizia sta facendo retate di
ebrei in ogni strada, e perquisizioni minuziose in molti appartamenti. Kraler
fa collocare uno scaffale di libri davanti alla porta d'ingresso del retrocasa.
È uno scaffale massiccio ma girevole, che si apre come una porta.
Sulle pagine
del grosso quaderno che papà le ha regalato per il tredicesimo compleanno, Anna
comincia a registrare l'inquietudine, la paura nervosa che domina ormai la
loro vita. «Non poter mai andare fuori mi opprime indicibilmente, e ho paura
che ci scoprano e ci fucilino. Non è certo una prospettiva piacevole. Di
giorno bisogna camminare piano piano e parlare a bassa voce, perché nel
magazzino potrebbero udirci».
Alla
sera, quando gli operai della ditta se ne sono andati, Kraler fa girare lo
scaffale, e porta un po' di provviste ai clandestini. Patate e verdura
comprate a borsa nera con grande difficoltà (tutto il cibo è razionato) e a
prezzi enormi.
Alle
23, il signor Frank e il signor Van Daan fanno girare lo scaffale e vanno ad
ascoltare radio Londra nell'ufficio di Kraler, salendo poi a riferire agli altri
le notizie sulla guerra.
I venticinque
mesi sfilano lenti, gonfi di paura e di nervi tesi. Anna li racconta giorno
per giorno, registrando i battibecchi furiosi dei signori Van Daan, il terrore
delle notti di bombardamento, l'amicizia tenera che fiorisce tra lei e Peter,
il pestilenziale odore di cavoli marci, la cupa malinconia di sua madre in cui
già s'intravede la pazzia che l'ucciderà.
«Non
riesco mai a liberarmi dalla paura degli spari e degli aeroplani e quasi ogni
notte vado nel letto di papà a cercare conforto. Non puoi più capire nemmeno
le tue parole, tanto tuonano
i cannoni! Ieri tremavo come se avessi la febbre, e supplicai papà di accendere
una candela. Fu inesorabile: tutto doveva essere spento. Improvvisamente
cominciarono le mitragliatrici, che sono dieci volte peggio dei cannoni. Mamma
saltò dal letto» (10 marzo 1943).
« L'umore di
tutti è sconfortante, e così è il cibo. Da domani non abbiamo più un pezzo
di burro, di grasso o di margarina. Il nostro pranzo di oggi è una purea di
cavoli in conserva, donde la misura protettiva col fazzoletto. È incredibile
quanto possano puzzare i cavoli, se sono vecchi di un anno. La stanza odora di
un misto di prugne marce, di forti disinfettanti per conserve e di uova
putrefatte. Puh!, io mi sento svenire alla semplice idea di dover mangiare quel
pasticcio... Oh no, non è piacevole stare nascosti nel quarto anno di guerra.
Finisse una buona volta questo marciume! » (14 marzo 1944).
Una
fettina di cielo libero - Quando
gli adulti hanno i nervi a fior di pelle, e scoppiano liti per i motivi più
insulsi, e anche l'aria è irrespirabile, Anna e Peter salgono nel solaio. Dal
lucernario fissano quella fettina di cielo libero, e si tengono per mano. « E
la sera, quando a letto termino le mie preghiere con le parole: "Ti
ringrazio, mio Dio, per tutto ciò che è buono e caro e bello,
sono piena di gioia. Allora penso: "buona" è la sicurezza
del nostro rifugio, è la mia salute, è la mia stessa esistenza;
"bello" è il mondo, la natura, la bellezza e tutto ciò che la forma;
"caro" è Peter, e quel sentimento delicato e indistinto che noi due
non osiamo ancora nominare o sfiorare, ma che verrà, e sarà l'amore,
l'avvenire, la felicità» (7 marzo 1944). Un po' impacciata, Anna parla al
babbo dell'affetto che sente per il ragazzo:
- Papà, tu
capisci certamente quanto passa tra me e Peter. Credi che ciò sia male? - Il
babbo tace un momento, poi: - No, non c'è nulla di male, Anna. Ma qui, in
questo ambiente così ristretto, devi essere prudente.
La
guerra intanto avanza come un gran temporale. La caccia agli ebrei si fa sempre
più cattiva, spietata. Ricorda Koophius: « Cercammo di tacere ai ragazzi
quanto potemmo, ma l'aria ne era satura. E poi, tutto accadeva di notte, e il
rombo delle automobili, gli scampanellii alle porte - quei terribili
scampanellii! sembrava che la Gestapo suonasse a tutte
le porte di
Amsterdam, - il pianto dei bambini e le imprecazioni degli agenti, tutti
questi rumori arrivavano anche là, nella retrocasa di Prinzengracht».
Il
25 maggio 1944 è arrestato il verduriere che forniva loro il cibo. Nella sua
casa si scoprono due ebrei. Lassù, nella soffitta, dove ora si dovrà patire la
fame, Anna scrive: « Mi domando se non sarebbe stato meglio che avessimo
rinunciato a nasconderci. A quest'ora saremmo già morti senza essere passati
per queste miserie e, ciò che più conta, i nostri protettori non correrebbero
alcun pericolo. Eppure rifuggiamo tutti da questo pensiero, amiamo ancora la
vita, speriamo ancora. Pur che succeda presto qualcosa, magari una bomba; non ci
potrà fare a pezzi più di quanto faccia questa inquietudine. Pur che venga
presto la fine, anche se dura, allora sapremo almeno se avremo vinto o se
dovremo soccombere ».
«L'invasione
è incominciata»
- 6 giugno 1944.
La grande fiammata della speranza. La radio ha annunciato lo sbarco degli
americani in Normandia: «"This is D-Day ", disse la radio inglese
alle 12 » scrive Anna. «L'invasione è incominciata! La cosa più bella
dell'invasione è che io ho la sensazione che stiano arrivando degli amici. Questi
orrendi tedeschi ci hanno così lungamente oppressi, tenendoci il coltello
alla gola, che il pensiero degli amici e della salvezza ci riempie nuovamente
l'animo di fiducia».
Ma
c'è qualcosa che non va. A volte sentono dei rumori, dei passi strani nel
magazzino di sotto. Si svegliano di soprassalto. Poliziotti? Traditori? Ladri?
«Alle undici e un quarto sentimmo dei rumori di sotto. Armeggii allo scaffale
girevole, poi dei passi che si allontanarono. Un brivido ci percorse tutti, udii
che qualcuno, non so chi, batteva i denti. Tre cose facevamo ora: congetture
sull'accaduto, tremare di paura e andare al gabinetto. Cominciò Van Daan, poi
andò papà, ma mamma si vergognava troppo. Papà ci portò l'arnese in camera,
dove ne facemmo uso volentieri Margot, la signora, e io; infine anche mamma si
decise».
Mentre
passano i giorni di luglio, le pagine del Diario si fanno più dense, più
pensose. Anna è ormai una piccola donna, che guarda profondamente nelle
persone e nella realtà. Scrive di Peter: « Per un tipo come lui è difficile
reggersi da sé nella vita. Quello che gli manca è uno scopo ben definito. Povero
ragazzo, non ha ancora mai provato la sensazione di rendere felice un altro...
Io mi arrabatto da molti giorni per trovare un rimedio efficace contro questa
terribile parola: "facile". Come fargli capire che ciò che gli sembra
tanto facile lo trascinerà in un abisso, un abisso dove non ci sono più
amici né appoggi né cose belle, un abisso da cui è quasi impossibile risalire?
».
I
bombardamenti martellano Amsterdam, la riducono a poco a poco ad un tappeto di
macerie. Anna il 5 luglio (mancano trenta giorni all'arrivo della Gestapo nel
retrocasa) scrive le sue parole più grandi: « Vedo il mondo mutarsi lentamente
in un deserto, odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà noi
pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure, quando guardo il
cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa
spietata durezza cesserà, che torneranno l'ordine, la pace, la serenità». Poi
arrivarono i quattro uomini avvolti in impermeabili bianchi. Chi tradì? Quel
maresciallo della Gestapo che fece girare sui cardini lo scaffale, e che si
chiamava Silberbauer, dichiarò dopo la guerra: «Fu un magazziniere della
ditta a fare la spia. Mi disse al telefono: "So che in quella casa ci sono
degli ebrei. Andate a prenderli"». Per ogni ebreo denunciato, la spia
aveva un premio di 7 fiorini (un fiorino = 175 lire italiane). Anna Frank, la
sua famiglia, la famiglia dei Van Daan e Dussel fruttarono al magazziniere 56
fiorini. Cristo era stato venduto da Giuda per 30 denari.
Furono
fatti salire su un vagone ferroviario e portati al campo di Westerbork. La
signora De Wiek ricorda: «Eravamo laggiù da tre o quattro settimane, quando
la mia bimba, Judy, venne da me tutta eccitata, e mi disse: "Mamma, ne sono
arrivati altri!". Ci alzammo tutti e corremmo. C'era un gruppetto di otto
persone, il cui pallore indicava che erano state nascoste
per molto
tempo... Ogni giorno, sinché rimanemmo a Westerbork, vidi insieme Anna Frank e
Peter Van Daan, e spesso dicevo a mio marito: "Guarda come stanno bene
insieme quei ragazzi...". Anna sembrava un fiore, pur pallida com'era; e
aveva un volto così espressivo, così maturo e ricco di vita... ».
Gli
zoccoli e il filo spinato - A
Westerbork, i Frank e i Van Daan indossano gli zoccoli, la tuta blu, sono
assegnati ad una delle baracche lunghe trenta metri e larghe dieci, in cui sono
stipati trecento prigionieri. Il cibo è scarso e cattivo, la sveglia alle
cinque, il lavoro pesante. La mamma di Anna, chiusa in un mutismo preoccupante,
continua a lavare e rilavare senza acqua i pochi stracci della famiglia.
Il
25 agosto Parigi è liberata. Il 3 settembre gli Alleati entrano in Bruxelles.
Ma il giorno prima un treno è partito da Westerbork verso i campi di sterminio.
Sui carri-bestiame ci sono mille ebrei, settantacinque per vagone.
«La terza
notte il treno si fermò» racconta la signora De Wiek. «Le porte dei vagoni si
spalancarono, e la prima cosa che vedemmo di Auschwitz fu la luce accecante dei
proiettori puntati sul treno, e le ombre delle SS che correvano avanti e indietro
sulla banchina. Ci fecero scendere e un altoparlante urlò: "Uomini a
destra, donne a sinistra". Li vidi andarsene, il signor Frank, il signor
Van Daan e suo figlio Peter».
Così,
senza un addio, Anna quella notte fu separata brutalmente dal papà e da Peter.
Non li avrebbe rivisti mai più. Per chi si attardava in un saluto c'era la
frusta, e i terribili cani lupo tenuti al guinzaglio dalle SS.
«
Noi donne », continua la signora De Wiek, « dopo una terribile camminata
notturna raggiungemmo il blocco 29 di Auschwitz-Birkenau. Eravamo tutte e cinque
nella baracca: Judy e io, la signora Frank e le due figlie. Solo la signora Van
Daan non la vedemmo più. Anna non sapeva più ridere, ma rimase vivace e cara
sinché la portarono via. Non poteva dirsi bella, no: e chi lo era? Ci avevano
tagliati i capelli a zero, ne avevano bisogno per le
guarnizioni dei
tubi, dicevano; e non avevamo altri abiti che un sacco grigio. Ma un giorno Anna
arrivò con le gambe coperte da lunghe mutande di lana, da uomo; sa il cielo
dove le avesse trovate; ed era tanto buffa e cara. Sapeva cavarsela, nel campo.
Avevamo sempre tanta sete, una sete orrenda, tanto che quando c'era l'appello e
pioveva o nevicava tenevamo la lingua protesa per bagnarla: ebbene, Anna
riusciva ogni tanto a procurarsi una tazza d'acqua; e la divideva tutta con
noi. E continuava a guardarsi intorno, a interessarsi di quanto accadeva,
quando a noi, ormai, tutto riusciva indifferente. Quando ci passò davanti una
torma di zingare nude, avviate al crematorio, che cosa ce ne importava?, pure
Anna trovò la forza di piangere. E quando, di ritorno dal lavoro, passammo
accanto ai bambini ungheresi che aspettavano sotto la pioggia il loro turno
per andare a morire nelle camere a gas, Anna mi toccò e mi disse: "Guarda,
guarda i loro occhi". Piangeva. E da tanto tempo noi avevamo finito le
lacrime... ».
Il
30 ottobre ci fu una selezione. Un convoglio di prigioniere doveva essere
trasferito nel campo di Bergen-Belsen. Le donne passavano sotto un riflettore. E
una voce monotona diceva: « Questa sì, questa no ». La mamma di Anna e la
signora De Wiek furono scartate. Anna e Margot furono prese. La signora Frank
gridò: « Le bambine, mio Dio! ». Impazzì, e morì due mesi dopo.
Era
spaventosamente facile lasciarsi morire
- Anna e Margot
furono portate a Belsen. Renata L.A. ha raccontato al giornale « Ernst Shnabel
»: « Auschwitz era l'inferno, ma un inferno perfettamente organizzato, senza
il minimo disordine: chi moriva spariva subito; chi si ammalava gravemente
anche; chi era gassato non gridava. Il crematorio fumava senza tregua, i
reticolati erano carichi di elettricità, ma potevamo lavarci. Si riusciva a
vivere in attesa di essere uccisi. A Belsen non si riusciva neppure a vivere.
Non c'era appello né ordine né sorveglianza né cibo né acqua né speranza.
Si arrivava là, ci si sedeva per terra e c'era da aspettare solamente una
cosa: morire ».
A Belsen c'era
Lies, la grande amica di Anna. Ma era in un altro blocco, separato da un
reticolato. Parlando nel buio, tra i fili spinati, riuscì a far arrivare ad
Anna un messaggio: che lei era lì e che le voleva parlare. « Attesi nel buio,
gelata dal vento. E ad un tratto si levò la voce di Anna: "Lies, Lies,
dove sei?'. Seguii la sua voce e riuscii a scorgere il suo visetto pallido nel
buio della notte. E piangemmo, piangemmo raccontandoci le nostre sventure...
Qualche tempo dopo mi dissero ch'era morta di tifo ».
La
vide morire la signora B., di Amsterdam. Racconta: «Margot agonizzò a lungo.
Morì di tifo petecchiale ai primi di marzo. Da principio lo nascondemmo ad
Anna, che era già malata. Ma dopo qualche giorno capì, e in breve tempo morì.
Era spaventosamente facile lasciarsi morire a Belsen, quando si era soli ».
Ora a Belsen ci sono delle piccole colline rivestite di verde. Ognuna copre una fossa comune. Li, tra migliaia di altre donne sconosciute, fu gettata la bambina che aveva scritto: « Odo sempre più forte l'avvicinarsi del rombo che ucciderà anche noi, eppure, quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che torneranno l'ordine, la pace, la serenità ».
Tratto dall’opuscolo:
“Grazia - Nancy - Anna” Collana Campioni 21 – Editrice ELLE DI CI