ANNA
E CLARA - (Lettera
dall’Inferno)
E
Vicariatu Urbis, die 9 aprilis 1952
+
OLOYSIUS TRAGLIA
Archie.us Caesarien. Vicesgerens
Il fatto qui esposto ha un'importanza eccezionale. L'originale è in lingua tedesca; delle edizioni sono state eseguite in altre lingue.
Il
Vicariato di Roma ha dato il permesso di pubblicare lo scritto. L'«Imprimatur»
dell'Urbe è garanzia della traduzione dal tedesco e della serietà del tremendo
episodio.
Sono
pagine svelte e terribili e raccontano un tenore di vita in cui vivono molte
persone dell'odierna società. La misericordia di Dio, permettendo il fatto
qui narrato, solleva il velo del più spaventoso mistero che ci attende al
termine della vita.
Ne
sapranno approfittare le anime?...
Clara
e Annetta, giovanissime, lavoravano in una: Ditta commerciale a*** (Germania).
Non
erano legate da profonda amicizia, ma da semplice cortesia. Lavoravano. ogni
giorno l'una accanto all'altra e non poteva mancare uno scambio di idee: Clara
si dichiarava apertamente religiosa e sentiva il dovere di istruire e
richiamare Annetta, quando questa si dimostrava leggera e superficiale in
fatto di religione.
Trascorsero
qualche tempo assieme; poi Annetta contrasse matrimonio e si allontanò dalla
Ditta. Nell'autunno di quell'anno, 1937, Clara trascorreva le vacanze in riva
al lago di Garda. Verso la metà di settembre la mamma le mandò dal paese natio
una lettera: «E' morta Annetta N... E' rimasta vittima di un incidente
automobilistico. L'hanno sepolta ieri nel "Waldfriedhof"».
La
notizia spaventò la buona signorina, sapendo che l'amica non era stata tanto
religiosi. Era preparàta a presentarsi davanti a Dio?... Morendo all'improvviso,
come si sarà trovata?...
L'indomani
ascoltò la S. Messa e fece anche la Comunione in sud suffragio, pregando
fervorosamente. La notte seguente, 10 minuti dopo la mezzanotte, ebbe luogo la
visione...
«Clara,
non pregare per me! Sono dannata. Se te lo comunico e te ne riferisco
piuttosto lungamente; non. credere che ciò avvenga a titolo di' amicizia: Noi
qui non amiamo più nessuno. Lo faccio come costretta. Lo faccio come « parte
di quella potenza che sempre vuole il male e opera il bene ».
In
verità vorrei vede»e anche te approdare a questo stato, dove io ormai ho
gettato l'àncora per sempre:
Non
stizzirti di questa intenzione. Qui, noi pensiamo tutti così. La nostra volontà
è impietrita nel male- in, ciò oche voi appunto chiamate « male ». Anche
quando noi facciamo qualche cosa di «bene», come io ora, spalancandoti gli
occhi sull'inferno, questo non avviene con buona, intenzione.
Ti
ricordi ancora che quattro anni fa ci siamo conosciute a * * *? Contavi allora;
23 anni e ti trovavi colà. da mezz'anno quando ci arrivai io.
Tu
mi hai levata da qualche impiccio; come a principiante, mi hai dato dei buoni
indirizzi. Ma che vuol dire «buono»?
Io
lodavo allora il tuo « amore del prossimo». Ridicolo! Il tuo soccorso
derivava da pura civetteria, come, del resto, lo sospettavo già fin d'allora.
Noi non riconosciamo qui nulla di buono. In nessuno.
Il
tempo della mia giovinezza lo conosci. Certe lacune le riempio qui.
Secondo
il piano dei miei genitori, a dire il vero, non sarei neanche dovuta esistere.
« Capitò loro appunto una disgrazia ». Le mie due sorelle contavano già 14
e 15 anni, quando io tendevo alla luce.
Non
fossi mai esistita! Potessi ora annientarmi e sfuggire a questi tormenti!
Nessuna voluttà uguaglierebbe quella con cui lascerei la mia esistenza, come un
vestito di cenere, che si perde nel nulla.
Ma
io devo esistere. Devo esistere così come mi son fatta io: con una esistenza
fallita.
Quando
papà e mamma, ancora giovani, si trasferirono dalla campagna in città
ambedue avevano perduto il contatto con la Chiesa. E fu meglio così.
Simpatizzarono
con gente non legata alla chiesa. Si erano conosciuti in un ritrovo danzante e
mezz'anno dopo « dovettero » sposarsi.
Nella
cerimonia nuziale rimase attaccata a loro tant'acqua santa, che la mamma si
recava in chiesa alla Messa domenicale un paio di volte l'anno. Non mi ha mai
insegnato a pregare davvero. Si esauriva nella cura quotidiana della vita,
benché la nostra situazione non fosse disagiata.
Parole,
come pregare, Messa, istruzione religiosa, chiesa, le dico con una ripugnanza
intera senza pari. Aborrisco tutto, come' odio: chi frequenta la chiesa e in
genere tutti gli uomini e tutte le cose.
Da
tutto, infatti, ci deriva tormento. Ogni cognizione ricevuta in punto di morte,
ogni: ricordo di cose vissute o sapute, è per noi una fiamma pungente.
E
tutti i ricordi ci mostrano quel lato che, in ,essi: era grazia. e che noi
sprezzammo. Quale tormento è questo! Noi non mangiamo, non dormiamo, non
camminiamo coi :piedi. Spiritualmente incatenati, guardiamo inebetiti « con
urla e stridor di denti » la nostra vita andata 1n fumo: : odiando e
tormentati!
Senti?
Noi qui beviamo l'odio come acqua. Anche l'uno verso l'altro. Soprattutto noi
odiamo Dio.
Te
lo voglio..rendere comprensibile.
I
-Beati in ,cielo devono, amarlo, perché essi lo vedono senza velo, nella sua
bellezza abbagliante. Ciò li beatífica talmente, da non poterlo
descrivere. Noi lo sappiamo e questa cognizione ci rende furibondi. .
Gli
uomini in terra che conoscono Dio dalla creazione e dalla rivelazione, possono
amarlo; ma non ne sono costretti. Il credente - lo dico digrignando i denti - il
quale, meditabondo, contempla Cristo in croce, con le braccia stese, finirà
con l'amarlo.
Ma
colui al quale Dio si avvicina solo nell'uragano; come punitore, come giusto
vendicatore, perché un giorno fu da lui ripudiato, come avvenne di noi, costui
non può che odiarlo, con tutto l'impeto della sua malvagia volontà, eternamente,
in forza della libera accettazione di esseri separati da Dio: risoluzione con la
quale, morendo, abbiamo esalato l'anima nostra e che neppure ora ritiriamo e
non avremo mai la volontà di ritirare.
Comprendi
ora perché l'inferno dura eternamente? Perché la nostra ostinazione 'giammai
si scioglierà da noi.
Costretta,
aggiungo che Dio è misericordioso persino verso di noi. Dico « costretta
». Poiché, anche se dico queste cose volutamente, pure non mi è permesso di
mentire, come volentieri vorrei. Molte cose le affermo contro la mia volontà.
Anche la foga d'improperi, che vorrei vomitare la devo strozzare.
Dio
fu misericordioso verso di noi col non lasciare esaurire sulla terra la nostra
malvagia volontà, come noi saremmo stati pronti a fare. Ciò avrebbe aumentato
le nostre colpe e le nostre pene. Egli ci fece morire anzitempo, come me, o fece
intervenire altre circostanze mitiganti.
Ora
egli si dimostra, misericordioso verso di noi col non costringerci ad avvicinarci
a lui più di quanto lo siamo in questo remoto luogo infernale; ciò diminuisce
il tormento.
Ogni
passo che mi portasse più vicino a Dio, mi cagionerebbe una pena maggiore di
quella che a te recherebbe un passo più vicino a un rogo ardente.
Ti
sei spaventata, quando io una volta, durante il passeggio, ti raccontai che
mio padre, pochi giorni avanti la mia prima Comunione, mi aveva detto: « Annettina,
cerca di meritarti un bel vestitino; il resto è una montatura ».
Per
il tuo spavento quasi mi sarei perfino vergognata. Ora ci rido sopra. L'unica
cosa ragionevole in quella montatura era che ci si ammetteva alla Comunione solo
a dodici anni. Io allora, ero già abbastanza presa dalla mania dei divertimenti
mondani, così che senza scrupoli mettevo in un canto le cose religiose e non
diedi grande importanza alla prima Comunione.
Che
parecchi bambini vadano ora alla Comunione già a sette anni, ci mette in
furore. Noi facciamo di tutto per dare a intendere alla gente che ai bambini manca
una cognizione adeguata. Essi devono prima commettere alcuni peccati mortali.
Allora
la bianca Particola non fa più in essi così gran danno, come quando nei loro
cuori vivono ancora la fede, la speranza e la carità - puh! questa roba ricevute
nel battesimo. TI ricordi come abbia già sostenuto sulla terra questa opinione?
Ho
accennato a mio padre. Egli era sovente in lite con la mamma. Te ne feci
allusione solo raramente; me ne vergognavo. Cosa ridicola la vergogna del male!
Per noi, qui tutto è lo stesso.
I
miei genitori neanche dormivano più nella medesima camera; ma io con la mamma,
e il papà nella camera attigua, dove poteva rincasare liberamente a qualsiasi
ora. Beveva molto; in tal modo scialacquava il nostro patrimonio. Le mie sorelle
erano ambedue impiegate e abbisognavano esse stesse, dicevano, del denaro che
guadagnavano. La mamma, cominciò a lavorare per guadagnare qualche cosa.
Nell'ultimo
anno di vita papà batteva spesso la mamma, quando lei non gli voleva dar
nulla. Verso di me, invece. fu sempre amorevole. Un giorno - te l'ho raccontato
e tu, allora, ti sei urtata del mio capriccio (di che cosa non ti sei urtata
nei miei riguardi?) - un giorno dovette portare indietro, per ben due volte,
le scarpe comprate, perchè la forma e i tacchi non erano per me abbastanza moderni.
La
notte, in cui mio padre fu colpito da apoplessia mortale, avvenne qualche cosa
che io, per timore di una interpretazione disgustosa, non riuscii mai a confidarti.
Ma ora devi saperlo. E' importante per questo: allora per la prima volta fui
assalita dal mio spirito tormentatore attuale.
Dormivo
in camera con mia madre. I suoi respiri regolari dicevano il suo profondo
sonno.
Quand'ecco
mi sento chiamare per nome. Una voce ignota mi dice: « Che sarà se muore papà?
».
Non
amavo più mio padre, dacché trattava così villanamente la mamma; come, del
resto, non amavo fin d'allora assolutamente nessuno, ma ero 'solamente
affezionata ad alcune persone, che erano buone verso di me. L'amore senza
speranza di contraccambio terreno, vive solo nelle anime in stato di Grazia. E
io non lo ero.
Così
risposi alla misteriosa domanda, senza darmi conto donde venisse: « Ma non
muore mica! ».
Dopo
una breve pausa;, di nuovo la stessa domanda chiaramente percepita. « Ma
non
muore mica! » mi scappò ancora di bocca, bruscamente.
Per
la terza volta fui richiesta: « Che sarà se muore tuo padre? ». Mi si presentò
alla mente come papà spesso veniva a casa piuttosto ubriaco, strepitava, maltrattava
la mamma, e come egli ci aveva messi in una condizione umiliante dinanzi alla
gente. Perciò gridai indispettita. « E gli sta bene! ».
Allora
tutto tacque.
La
mattina seguente, quando la mamma volle mettere in ordine la stanza del babbo,
trovò la porta chiusa a chiave. Verso mezzogiorno si forzò la porta. Mio
padre, mezzo vestito, giaceva cadavere sul letto. Nell'andare a prendere la
birra in cantina, doveva essersi buscato qualche accidente. Era già da lungo
tempo malaticcio. (*)
(*) Aveva forse Dio legato la salvezza del padre all'opera buona della figlia, verso la quale quell'uomo era stato pur buono? Quale responsabilità per ognuna, lasciar perdere l'occasione di fare del bene al prossimo!
Marta
K ... e tu mi avete indotta a entrare nell' « Associazione delle Giovani ».
Veramente non ho mai nascosto che trovavo abbastanza intonate con la moda,
parrocchiale le istruzioni delle due direttrici, le signorine X ...
I
giuochi erano divertenti. Come sai vi ebbi subito una parte direttiva. Ciò mi
andava a genio.
Anche
le gite mi piacevano. Mi lasciai perfino indurre alcune volte ad andare alla
Confessione e alla Comunione.
A
dire il vero, non avevo nulla da confessare. Pensieri e discorsi per me non
avevano importanza. Per azioni pi grossolane, non ero ancora abbastanza corrotta.
Tu
mi ammonisti una volta: « Anna, se non preghi, vai alla perdizione! ». Io
pregavo davvero poco e anche questo, solo svogliatamente.
Allora
tu avevi purtroppo ragione. Tutti coloro che bruciano nell'inferno non hanno
pregato, o non hanno pregato abbastanza.
La
preghiera è il primo passo verso Dio. E rimane il passo decisivo. Specialmente
la preghiera a colei che fu la Madre di Cristo, il nome della quale noi non
nominiamo mai.
La
devozione a lei strappa al demonio innumerevoli anime, che il peccato gli
consegnerebbe infallibilmente nelle mani.
Proseguo
il racconto consumandomi d'ira e solo perchè devo. Pregare è la cosa più
facile che l'uomo possa fare sulla terra. E proprio a questa cosa facilissima
Dio ha legato la salvezza di ognuno.
A
chi prega con perseveranza egli a poco a poco dà tanta luce, lo fortifica in
maniera tale, che alla fine anche il peccatore più impantanato si può
definitivamente rialzare. Fosse pure ingolfato nella melma fino al collo.
Negli
ultimi anni della mia vita non ho più pregato come di dovere e così mi sono
privata delle grazie, senza le quali nessuno può salvarsi.
Qui
non riceviamo più nessuna grazia. Anzi, quand'anche le ricevessimo, le ri
fiuteremmo
cinicamente. Tutte le fluttuazioni dell'esistenza terrena sono cessate in
quest'altra vita.
Da
voi sulla terra l'uomo può salire dallo stato di peccato allo stato di Grazia
e dalla Grazia cadere in peccato: spesso per debolezza, talvolta per malizia.
Con
la morte questa salire e scendere finisce, perchè ha la sua radice nella imperfezione
dell'uomo terreno. Ormai. abbiamo raggiunto lo stato finale.
Già
col crescere degli anni i cambiamenti divengono più rari. E' vero, fino alla
morte si può sempre rivolgersi a Dio o voltargli le spalle. Eppure, quasi
trascinato dalla corrente, l'uomo, prima del trapasso, con gli ultimi deboli
resti nella volontà, si comporta come era abituato nella vita.
La
consuetudine, buona o cattiva, diviene una seconda natura. Questa lo trascina
con sè.
Così
avvenne anche a me. Da anni vivevo lontana da Dio. Per questo nell'ultima
chiamata della Grazia mi risolvetti contro Dio.
Non
fu il fatto che peccassi spesso a esser fatale per me, ma che io non volli più
risorgere.
Tu
mi hai più volte ammonita, di ascoltare le prediche, di leggere libri di pietà.
« Non ho tempo », era la mia risposta ordinaria. Non ci mancava altro per aumentare
la mia incertezza interna!
Del
resto devo constatare questo: dal momento che la cosa era ormai così avanzata,
poco prima della mia uscita dalla « Associazione delle Giovani », mi sarebbe
riuscito enormemente gravoso mettermi su un'altra via. Io mi sentivo malsicura
e infelice. Ma davanti alla conversione si ergeva una muraglia.
Tu
non lo devi aver sospettato. Tu te l'eri rappresentata così semplice quando un
giorno mi dicesti: « Ma fa una buona Confessione, Anna, e tutto è a posto ».
Io
sentivo che sarebbe stato tosi. Ma il mondo, il demonio, la carne mi tenevano
già troppo saldamente nei loro artigli. All'influsso del demonio non credetti
mai. E ora attesto che egli influisce gagliardamente sulle persone che si
trovano nella condizione in cui mi trovavo io allora.
Soltanto
molte preghiere, di altri e di me stessa, congiunte con sacrifici e sofferenze,
mi avrebbero potuta strappare da lui.
E
anche ciò, solo a poco a poco. Se ci sono pochi ossessi esternamente, di os,
sessi internamente ce n'è un formicolaio. Il demonio non può rapire la
libera volontà a coloro che si dànno al suo influsso. Ma in pena della loro,
per dir tosi, metodica apostasia da Dio, questi permette che il « maligno»
si annidi in essi.
Io
odio anche il demonio. Eppure egli mi piace, perchè cerca di rovinare voialtri;
lui e i suoi satelliti, gli spiriti caduti con lui al principio del tempo.
Essi
si contano a milioni. Girovagano per la terra, densi come uno sciame di
moscerini, e voi neanche ve ne accorgete
Non
tocca a noi riprovati di tentarvi; questo è, ufficio degli spiriti decaduti.
Veramente ciò accresce ancor più il loro tormento ogni volta che essi trascinano
quaggiù all'inferno un'anima umana. Ma che cosa non fa mai l'odio?
Benché
io camminassi per sentieri lontani da Dio, Dio mi seguiva.
Preparavo
la via alla Grazia con atti di carità naturale che compivo non di rado per
inclinazione dei mio temperamento.
Talvolta
Dio mi attirava in una chiesa. Allora sentivo come una nostalgia. Quando
curavo la mamma malaticcia, nonostante il lavoro d'ufficio durante il giorno, e
in certo modo mi sacrificavo davvero, questi allettamenti di Dio agivano
potentemente.
Una
volta, nella chiesa dell'ospedale, in cui tu mi avevi condotta durante la pausa
del mezzogiorno, mi venne qualcosa addosso che sarebbe bastato un solo passo
per la mia conversione: io piansi!
Ma
poi la gioia del mondo passava di nuovo come un torrente sopra la Grazia.
Il
grano soffocava tra le spine.
Con
la dichiarazione che la religione è affare di sentimento, come si diceva sempre
in ufficio, cestinai anche questo invito della Grazia, come tutti gli altri.
Una
volta tu mi rimproverasti, perchè invece di una genuflessione fino a terra,
feci appena un informe inchino, piegando il ginocchio. Tu lo ritenesti un atto
di pigrizia. Non sembrasti neppur sospettare che io fin d'allora non credevo
più nella presenza di Cristo nel Sacramento.
Ore,
ci credo, ma solo naturalmente, come si crede in un temporale di cui si scorgono
gli effetti.
Intanto
mi ero accomodata io stessa una religione a mio modo.
Sostenevo
l'opinione, che da noi in ufficio era comune, che l'anima dopo la morte
risorga in un altro essere. In tal modo continuerebbe a pellegrinare senza
fine.
Con
ciò l'angosciosa questione dell'al di là era insieme messa a posto e resa a me
innocua.
1
Perche tu non mi hai ricordato la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro,
in cui il narratore, Cristo, manda, immediatamente dopo la morte, l'uno all'inferno
e l'altro in paradiso?... Del resto, che cosa avresti ottenuto? Nulla di più
che coti gli altri tuoi discorsi di bigottismo!
A
poco a poco mi creai io stessa un Dio: sufficientemente dotato da essere chiamato
Dio; lontano abbastanza da me da non dover mantenere nessuna relazione con lui;
vago abbastanza da lasciarsi, secondo il bisogno, senza mutar la mia religione;
rassomigliare a un Dio panteistico del mondo, oppure da lasciarsi poetizzare
come un Dio solitario.
Questo
Dio non aveva nessun paradiso da regalarmi e nessun inferno da infliggermi.
Lo lasciavo in pace. In ciò consisteva la mia adorazione per lui.
A
ciò che piace si crede volentieri. Nel corso degli anni mi tenni abbastanza convinta
della mia religione. In questo modo si poteva vivere.
Una
cosa soltanto mi avrebbe spezzato la cervice: un lungo, profondo dolore. E
questo
dolore non venne!
Comprendi
ora cosa vuol dire: « Dio castiga quelli che amai »?
Era
una domenica di luglio, quando l'Associazione delle giovani organizzò una
gita a * * *. La gita mi sarebbe piaciuta. Ma quegli insulsi discorsi, quel
fare da bigotti i
Un
altro simulacro ben diverso da quello della Madonna di * * * stava da poco
tempo sull'altare del mio cuore. L'aitante
Max N.... del negozio attiguo.
Poco tempo prima avevamo scherzato più volte.
Appunto
per quella, domenica, egli mi aveva invitata a una gita. Quella con cui andava
di solito, giaceva, malata all'ospedale.
Egli
aveva ben capito che gli avevo messo gli occhi addosso. Sposarlo non ci pensavo
ancora allora. Era bensi agiato, ma si comportava troppo gentilmente con tutte
le ragazze. E io, fino a quel tempo, volevo un uomo che appartenesse
unicamente a me. Non sola essere moglie, ma moglie unica. Un certo galateo naturale,
infatti, l'ebbi sempre.
Nella
suaccennata gita Max si profuse in gentilezze. Eh! già, non si tennero mica
delle conversazioni pretesche come tra voialtre!
Il
giorno seguente; in ufficio, tu mi facesti dei rimproveri, perchè non ero venuta
con voi a * * *. Io ti descrissi il mio divertimento di quella domenica.
La
tua prima domanda fu: « Sei stata alla Messa? » Sciocchina! Come potevo, dato
che la partenza era fissata per le sei?!
Sai
ancora, come io, eccitata aggiunsi: « Il buon Dio non ha una mentalità così
piccina come i vostri pretacci! ».
Ora
devo confessare: Dio, nonostante la sua infinita bontà, pesa le cose con
maggior precisione che tutti i preti.
Dopo
quella prima gita con Max, venni ancora una volta sola all'Associazione: a
Natale,' per la celebrazione della festa. C'era qualche cosa che mi allettava a
tornare. Ma internamente mi ero già allontanata da voialtre:
Cinema,
ballo, gite si avvicendevano senza tregua. Max e io bisticciammo alcune volte,
ma seppi sempre incatenarlo di nuovo a me.
Molestissima
mi riuscì l'altra amante, che, tornata dall'ospedale, si comportò come
un'ossessa. Veramente per mia fortuna; poiché la mia nobile calma fece
potente impressione su Max, che fini col decidere, che io fossi la preferita.
Avevo
saputo rendergliela odiosa, parlando freddamente: all'esterno positiva,
nell'interno vomitando veleno. Tali sentimenti e tale contegno preparano eccellentemente
'per l'inferno. Sono diabolici nel più stretto senso della parola.
Perchè
ti racconto ciò? Per riferire come io mi staccai definitivamente da Dio. Non
già, del resto, che tra me e Max si sia arrivati molto spesso fino agli estremi
della familiarità. Comprendevo che mi sarei abbassata ai suoi occhi, se mi
fossi lasciata andare del tutto, prima del tempo; perciò mi seppi trattenere.
Ma
in sé, ogni volta che lo ritenevo utile, ero sempre pronta a tutto. Dovevo
conquistare Max. A tale scopo nulla era troppo caro. Inoltre, a poco a poco ci amavamo,
possedendo ambedue non poche preziose qualità, che ci facevano stimare
vicendevolmente. Io ero abile, capace, di piacevole compagnia. Così mi tenni
saldamente in mano Max e riuscii, almeno negli ultimi mesi prima del matrimonio,
a essere l'unica, a possederlo.
In
ciò consistette la mia apostasia dar Dio: elevare una creatura a mio idolo. In
nessuna cosa può avvenire questo, in modo che abbracci tutto, come nell'amore
di una persona dell'altro sesso, quando quest'amore rimane arenato nelle soddisfazioni
terrene. E' questo che forma la. sua attrattiva, il suo stimolo e il suo,
veleno.
L'
« adorazione », che io tributavo a me stessa nella persona di Max, divenne
per, me religione vissuta.
Era
il tempo in cui in ufficio mi scagliavo velenosa contro i chiesaioli, i preti,
le indulgenze, il biascichìo dei rosari e simili sciocchezze.
Tu
hai cercato, più o meno argutamente, di prendere le difese di tali cose. Apparentemente
senza sospettare che nel più intimo di me non si trattava, in verità, di
queste cose, io cercavo piuttosto un sostegno contro la mia coscienza - allora
avevo bisogno di un tale sostegno - per giustificare anche con la ragione la mia
apostasia.
In
fondo in fondo, mi rivoltavo contro Dio. Tu non lo comprendesti; mi ritene,vi
ancora per cattolica. Volevo, anzi, essere chiamata così; pagavo perfino le
tasse ecclesiastiche. Una certa « contro-assicurazione», pensavo, non
poteva nuocere.
Le
tue risposte può darsi alle volte abbiano colpito nel segno. Su di me non facevano
presa, perché tu non dovevi ave-re ragione.
A
causa di queste relazioni falsate fra noi due, fu meschino il dolore del nostro
distacco, allorché ci separammo in occasione del mio matrimonio.
Prima
dello sposalizio mi confessai e comunicai ancora una volta, Era prescritto. Io
e mio marito su questo punto la pensavamo ugualmente. Perchè non avremmo
dovuto compiere questa formalità? Anche noi la compimmo, come, le altre
formalità.
Voi
chiamate indegna una tale Comunione. Ebbene, dopo quella Comunione « indegna
», io ebbi più calma nella coscienza. Del resto fu anche l'ultima.
La
nostra vita coniugale trascorreva, in genere, quanto mai in grande armonia. Su
tutti i punti di vista noi eravamo dello stesso parere. Anche in questo: che non
volevamo addossarci il peso dei figli. Veramente mio marito ne avrebbe volentieri
voluto uno; non di più, si capisce. Alla fine io seppi stornarlo anche da questo
desiderio.
Vesti,
mobili di lusso, ritrovi da thè, gite e viaggi in auto e simili distrazioni
m'importavano di più.
Fu
un anno di piacere sulla terra quello trascorso tra il mio sposalizio e la mia
repentina morte.
Ogni
domenica andavamo fuori in auto, oppure facevamo visite ai parenti di mio
marito. Di mia madre ora mi vergognavo. Essi galleggiavano alla superficie
dell'esistenza, né più né meno di noi.
Internamente,
si capisce, non mi sentii mai felice, per quanto esternarnente ridessi. C'era
sempre dentro di me qualcosa di indeterminato, che mi rodeva. Avrei voluto che
dopo la morte, la quale naturalmente doveva essere ancora molto lontana, tutto
fosse finito.
Ma
è proprio tosi, come un giorno, da bambina, sentii dire in una predica: che Dio
premia ogni opera buona che uno compie, e quando non la potrà ricompensare
nell'altra vita, lo fa sulla terra.
Inaspettatamente
ebbi un'eredità dalla zia Lotte. A mio marito riuscì felicemente di
portare il suo stipendio a una cifra notevole. Così potei ordinare la nuova
abitazione in modo attraente.
La
religione non mandava più che da lontano la sua luce, scialba, debole e incerta.
I
caffè della città, gli alberghi, in cui andavamo durante i viaggi, non ci
portavano certamente a Dio.
Tutti
coloro, che frequentavano quei luoghi, vivevano, come noi, dall'esterno.
all'interno, non dall'interno all'esterno.
Se
nei viaggi delle ferie visitammo qualche chiesa, cercavamo di ricrearci. nel
contenuto artistico delle opere. L'alito religioso che spiravano, specialmente
quelle medioevali, sapevo neutralizzarlo col criticare qualche circostanza
accessoria: un frate converso impacciato o vestito in modo non pulito, che
ci faceva da cicerone; lo scandalo che dei monaci, i quali volevano passare per
pii, vendessero liquori; l'eterno scampanio per le sacre funzioni, mentre
non si tratta che di far soldi...
Così
seppi continuamente scacciare da, me la Grazia ogni volta che bussava Lasciavo
libero sfogo al mio malumore in modo particolare su certe rappresentazioni
medioevali dell'inferno nei cimiteri o altrove, nelle quali il demonio arrostisce
le anime in brage rosse e incandescenti, mentre i suoi compagni, dalle lunghe
code, gli trascinano nuove vittime. Clara! L'inferno si può sbagliare a
disegnarlo, ma non si esagera mai.
Il
fuoco dell'inferno l'ho sempre preso di mira in modo speciale. Tu lo sai come
durante un alterco, in proposito ti tenni una volta un fiammifero sotto il naso
e ti dissi con sarcasmo: «Ha questo odore?» Tu spegnesti in fretta la fiamma.
Qui non la spegne nessuno.
Io
ti dico: il fuoco di cui si parla nella Bibbia, non significa tormento della
coscienza. Fuoco è fuoco! E' da intendersi letteralmente ciò che ha detto lui:
«Via da me, maledetti, nel fuoco eterno! ». Letteralmente.
«Come
può lo spirito essere toccato da fuoco materiale? », domanderai. Come può
l'anima tua soffrire sulla terra quando tu metti il dito sulla fiamma? Difatti
non brucia l'anima; eppure che tormento ne prova tutto l'individuo!
In
modo analogo noi qui siamo spiritualmente legati al fuoco, secondo la nostra
natura e secondo le nostre facoltà. L'anima nostra è priva del suo naturale
battito
d'ala; noi non possiamo pensare ciò che vogliamo né come vogliamo. Non
meravigliarti di queste mie parole. Questo stato, che a voialtri non dice
nulla, mi riarde senza consumarmi.
Il
nostro maggior tormento consiste nel sapere con certezza che noi non vedremo
mai Dio.
Come
può questo tormentare tanto, dal momento che uno sulla terra rimane così
indifferente?
Fintanto
che il coltello giace sulla tavola, ti lascia fredda. Si vede quanto è
affilato, ma non lo si prova. Immergi il coltello nella carne e ti metterai a
gridare dal dolore.
Adesso
noi sentiamo la perdita di Dio; prima la pensavamo soltanto.
Non
tutte le anime soffrono in misura eguale.
Con
quanta maggior cattiveria e quanto più sistematicamente uno ha peccato, tanto
più grave pesa su di lui la perdita di Dio e tanto più lo soffoca la creatura
di cui ha abusato.
I
cattolici dannati soffrono di più che quelli di altre religioni, perchè essi,
per lo più, ricevettero e calpestarono più. grazie e più luce.
Chi
più seppe, soffre più duramente di chi conobbe meno.
Chi
peccò per malizia, patisce più acutamente di chi cadde per debolezza.
Mai
nessuno patisce più di quello che ha meritato. Oh, se non fosse vero ciò, io
avrei un motivo d'odiare!
Tu
mi dicesti un giorno che nessuno va all'inferno senza saperlo: ciò sarebbe
stato rivelato a una santa.
Io
me ne risi. Ma poi mi trincerai dietro questa dichiarazione.
«
Così, in caso di necessità, rimarrà abbastanza tempo per fare una «voltata»,
mi dicevo segretamente.
Quel
detto è giusto. Veramente, prima della mia subitanea fine, non conobbi
l'inferno com'è. Nessun mortale lo conosce. Ma io ne avevo la piena
coscienza: « Se muori, vai nel mondo di là dritta come una freccia contro Dio.
Ne porterai le conseguenze ».
Io
non feci dietro-front, come ho già detto, perchè trascinata dalla corrente
dell'abitudine. Spinta da quella. conformità per cui gli uomini, quanto più
invecchiano, tanto più agiscono in una stessa direzione.
La
mia morte avvenne così.
Una
settimana fa - parlo secondo il vostro computo, perchè rispetto al dolore,
potrei dire benissimo che son già dieci anni che brucio nell'inferno - una
settimana fa, dunque, mio marito e ia facemmo di domenica una gita, l'ultima per
me.
Il
giorno era spuntato radioso. Mi sentivo bene quanto mai. M'invase un sinistro
sentimento di felicità, che serpeggiò in me per tutta la giornata.
Quand'ecco
all'improvviso, nel ritorno, mio marito fu abbacinato da un'auto che veniva di
volata. Perdette il controllo.
«
Jesses » (*), mi scappò dalle labbra con un brivido. Non come preghiera, solo
come grido.
(*) Storpiamento di Jesus, usato frequentemente fra alcune popolazioni di lingua tedesca.
Un
dolore straziante mî compresse tutta. - In confronto con quello presente una
bagatella. - Poi perdetti i sensi.
Strano!
Quella mattina era sorto in me, in modo inspiegabile, questo pensiero: «Tu
potresti ancora una volta andare a Messa ». Suonava come un'implorazione.
Chiaro
e risoluto, il mio «no» troncò il filo dei pensieri. « Con queste cose bisogna
farla finita una volta. Mi addosso tutte le conseguenze! ». - Ora le porto.
Ciò
che avvenne dopo la mia morte, già lo saprai. La sorte di mio marito, quella di
mia madre, ciò che accadde del mio cadavere e lo svolgimento del mio funerale
mi son noti nei loro particolari mediante cognizioni naturali che noi qui
abbiamo.
Quello,
del resto, che succede sulla terra noi lo sappiamo solo nebulosamente. Ma ciò
che in qualche modo ci tocca da vicino, lo conosciamo. Così vedo anche dove tu
soggiorni.
Io
stessa mi risvegliai improvvisamente dal buio, nell'istante del mio trapasso.
Mi vidi come inondata da una luce abbagliante.
Fu
nel luogo medesimo dove giaceva il mio cadavere. Avvenne come in un teatro,
quando nella sala d'un tratto si spengono le luci, il sipario si divide rumorosamente
e si apre una scena inaspettata, orribilmente illuminata. La scena della mia
vita.
Come
in uno specchio l'anima mia si mostrò a me stessa. Le grazie calpestate dalla
giovinezza fino all'ultimo «no» di fronte a Dio.
Io
mi sentii come un assassino, al quale, durante il processo giudiziario, vien
portata dinanzi la sua vittima esanime. - Pentirmi? Mai! - Vergognarmi? Mai!
Però
non potevo neppure resistere sotto gli occhi di Dio, da me rigettato. Non
mi
rimaneva che una cosa: la fuga. Come Caino fuggi dal cadavere di Abele, così
l'anima mia fu spinta via da quella vista di orrore.
Questo
fu il giudizio particolare: l'irivisibile Giudice disse: « Via da me! ».
Allora la mia anima, come un'ombra gialla di zolfo, precipitò nel luogo dell'eterno
tormento.
La
mattina, al suono dell'Angelus, ancora tutta tremante per la notte spaventosa,
mi alzai e corsi per le scale nella cappella.
Il
cuore mi pulsava fin sulla gola. Le poche ospiti, inginocchiate vicino a rne, mi
guardarono; ma forse pensarono che fossi così eccitata per la corsa fatta giù
per le scale.
Una
signora bonaria di Budapest, che mi aveva osservata, mi disse dopo sorridendo:
-
Signorina, il Signore vuole essere servito con calma, non di corsa!
Ma
poi si accorse che qualcosa d'altro mi aveva eccitato e mi teneva ancora in
agitazione. E mentre la signora mi rivolgeva altre buone parole, io pensavo:
Dio solo mi basta!
Sì,
egli solo mi deve bastare in questa e nell'altra vita. Voglio un giorno poterlo
godere in Paradiso, per quanti sacrifici mi possa costare in terra. Non voglio
andare all'inferno!