AMIAMO IL ROSARIO

Riflessioni e suggerimenti sulla preghiera e sull'altra vita.

DON RENZO DEL FANTE - APOSTOLATO MARIANO MELEGNANO (MI)

PREGARE E’ BELLO - Ah, figlioli, che bel Rosario!

Questa esclamazione fu così carica di fede e di meraviglia da rimanermi ancora impressa do­po decine di anni.

Mio padre aveva partecipato, con parecchi adulti e alcuni giovani, ad un pellegrinaggio se­rale al Santuario della Caravina, in Valsolda.

- E pensare che in casa si fa fatica a rispon­dere a qualche Ave Maria... mentre ieri sera, fi­nita la prima corona del santo Rosario, ne avrem­mo recitata pure un'altra!

Quegli uomini avevano capito quanto sia di­verso il «dir su preghiere» di malavoglia, dal pre­gare tutti insieme e «con sentimento», convinti che quando si prega seriamente Qualcuno lassù in Cie­lo sta in ascolto.

Ora, nell'offrirti queste pagine, chiedo alla Ma­donna che tu riesca a vivere la stessa esperienza di fede. Esperienza di buona preghiera che molti fan­no ogni giorno. Magari una più elevata ancora fino a recitare il santo Rosario con lo stesso fervo­re di Bernadette Soubirous alla Grotta di Lourdes. Sapeste quanto è bello «un bel rosario, figlio­li!»... «Ancor più del ciel di Lombardia», aggiun­gerebbe convinto il nostro caro Manzoni.

Don RENZO

 

ROSA, ROSARIO

Il Rosario - bellissima preghiera - prende nome dal fiore simbolo dell'amore: rosario vuol dire roseto, mazzo di rose.

Vogliamo dunque offrirlo con finezza di gusto: niente rose (cioè le Ave Maria) appassite, sgualcite, mal tenu­te insieme e buttate là con noncuranza! È un omaggio gentile alla più bella di tutte le creature, alla benedetta fra le donne.

 

Con bel garbo

Con il Rosario compiamo un gesto di riconoscenza a Dio, che ha voluto divenire figlio di questa Donna, frutto benedetto del suo grembo.

Alla Regina del Cielo e della terra, alla Madre del Creatore dell'Universo le rose si offrono con rispettoso amore.

Al gambo di questi fiori sono attaccate le spine: es­se ci insegnano a far attenzione nel comporre nei debiti modi questo mazzo spirituale, per porgerlo poi con bel garbo, con semplicità e con fede.

Non è quindi tanto facile recitare «bene» il Rosario: occorre un notevole impegno.

 

Le sue origini

Il re Davide, vissuto in Giudea tremila anni fa, non recitava certo il Rosario; eppure potremmo considerarlo un lontano antenato di questa forma di preghiera. Egli compose parole, musica e danza di una parte dei centocinquanta Salmi. Questi sono composizioni poeti­che ispirate da Dio che, prima gli Ebrei e poi i Cristiani impararono a memoria per la preghiera privata e li­turgica.

Dopo san Benedetto, e con l'abbondanza di monaci nei monasteri, successe che quelli non addetti abitual­mente al coro, perché impegnati in lavori pesanti nelle campagne e nelle stalle, non riuscivano a recitare ogni giorno tutti quei Salmi. Non sapendoli a memoria, do­vevano accontentarsi di recitare centocinquanta Pater noster: un surrogato della preghiera liturgica, a detta dei «sapienti».

 

Fatica e umiltà

Eppure era anch'essa una lode, forse più gradita a Dio, perché rivolta a Lui nella fatica e con semplicità di cuore.

Come i Salmi erano suddivisi a dieci a dieci (le de­curie) e terminavano con il Gloria, così anche i Pater noster furono suddivisi a dieci a dieci dal Gloria Patri. Poi, al posto di tutti questi Pater, attraverso, i secoli, la buona Provvidenza permise che si infiltrassero sem­pre più le Ave Maria.

Molti Santi, ed il più conosciuto al riguardo è san Domenico, diffusero questa «liturgia rimediata» tra il po­polo, con grandi vantaggi spirituali.

Vorrei riportarvi una sintesi delle promesse che la Madonna ha fatto, attraverso alcuni Santi, ai veri devo­ti del santo Rosario. Sappiamo che la Madonna quel che promette mantiene.

 

Promesse della santa Vergine

l. A quelli che devotamente reciteranno il mio Ro­sario prometto la mia protezione speciale e grandissi­me grazie. Il santo Rosario sarà un'arma potente con­tro l'Inferno; distruggerà i vizi, vi libererà dal peccato, dissiperà le eresie.

2. Il santo Rosario farà fiorire le virtù e le opere buone; otterrà alle anime grande misericordia da parte di Dio; raffredderà l'amore alle cose del mondo, ele­vando i cuori al desiderio dei beni eterni.

3. Chi confiderà in Me, pregando con il santo Ro­sario, non perirà e non sarà soverchiato dalla sventura. I peccatori si convertiranno, cresceranno nella Grazia di Dio e diverranno degni della vita eterna.

4. Quelli che recitano il mio Rosario troveranno du­rante la vita e nell'ora della morte la luce di Dio e la pienezza delle sue grazie; parteciperanno ai meriti de­gli Angeli e dei Santi.

5. Libererò presto dal Purgatorio le anime che fu­rono devote al santo Rosario. Chi l'avrà recitato con co­stanza e vera devozione godrà di una grande gloria in Cielo.

6. Ciò che chiederete con fede per mezzo del mio Rosario, voi lo otterrete. Coloro che propagheranno la devozione del santo Rosario saranno da Me soccorsi in tutte le loro necessità.

7. Io ho ottenuto da mio Figlio che coloro che si as­sociano nella devozione del santo Rosario abbiano per fratelli, in vita e in morte, i Santi del Cielo.

8. Quelli che recitano fedelmente il Rosario sono fi­gli miei amatissimi, veri fratelli e sorelle di Gesù Cri­sto. La devozione al mio Rosario è un grande segno di predestinazione.

 

Meditando i «misteri»

A coloro che non sapevano leggere, e iniziando dai monasteri, in luogo delle Sacre Letture, si propose la contemplazione di momenti importanti della vita di Ge­sù e di Maria, che ora sono codificati nei quindici misteri.

A quei tempi, in cui poche persone tra il popolo sa­pevano leggere, i quadri, gli affreschi e le sculture che rendevano le chiese una vera scuola, aiutavano a com­prendere il significato e a fissare nella memoria anche visiva questi santi «misteri».

 

Come recitarlo

A brave ragazzine di città mi è capitato di regalare alcune corone del Rosario. Qualcuna le baciava e la ri­poneva nella borsetta, altre che ne ignoravano l'uso, tentavano di metterle al collo come fossero collane. Per que­sto, pur essendo dell'idea che ci vuol fantasia e libertà nella recita del Rosario, sento che occorre sapere pri­ma di tutto, che cosa è il Rosario ed il modo in cui va recitato.

La corona del Rosario è formata da cinquanta grani (le Ave Maria) suddivise in cinque decine da un grano più grosso (il Padre nostro).

Il Rosario intero è composto da centocinquanta Ave Maria; perciò è necessario usare la corona per tre vol­te. Non spaventatevi subito perché è uso comune (ma non è proibito fare di meglio) recitare una sola corona, meditando i cinque misteri del santo Rosario, ogni giorno.

 

Per ricordare i misteri

Si riservano i misteri gaudiosi al lunedì e al giove­dì; i dolorosi al martedì e al venerdì; i misteri gloriosi al mercoledì, al sabato e alla domenica.

Quando una ricorrenza liturgica oppure circostanze liete o dolorose della vita portano a preferire la medita­zione di determinati misteri, non solo è permesso ma è raccomandabile variare in questo senso.

Ci sono alcuni che, dopo anni che recitano il Ro­sario, non sanno ancora i quindici misteri a memoria; altri invece li imparano con facilità, poiché vedono il loro legame con la vita di Gesù che nasce (misteri gaudiosi), che muore (dolorosi) e che risuscita (glo­riosi).

 

I misteri della Famiglia

Il primo gruppo (i cinque misteri gaudiosi) ci pre­sentano:

1. l'annuncio dell'Angelo a Maria: «Darai alla luce il Figlio di Dio!»;

2. ci sottolinea la carità operosa di Maria che si re­ca dalla parente Elisabetta;

3. il Natale di Gesù nella grotta di Betlemme;

4. quaranta giorni dopo il Bambino viene presenta­to al Tempio;

5. infine - unico episodio dei trent'anni di vita a Nazareth - lo smarrimento di Gesù dodicenne ed il suo ritrovamento nel Tempio di Gerusalemme.

 

I misteri della sofferenza

Il secondo gruppo (i cinque dolorosi) sorvolando sui tre anni di vita pubblica, ci descrivono alcuni momenti della Passione di Gesù:

1. la notte nel Gethsemani, dove Gesù suda sangue e viene tradito;

2. il mattino del Venerdì santo con le torture della flagellazione;

3. e della incoronazione beffarda con un fascio di spine;

4. la salita al Calvario e la crocifissione;

5. infine l'agonia, la morte in croce e la sepoltura.

 

I misteri dell'Aldilà

Il terzo gruppo (i cinque gloriosi) ci presentano la gloria di Gesù:

1. che risorge da morte;

2. che ascende in Cielo, quaranta giorni dopo;

3. mantenendo la promessa, manda sugli Apostoli lo Spirito Santo e la Chiesa muove i primi passi;

4. anche la Madonna, unita a Gesù nella serenità di Nazareth e nello strazio del Calvario, negli ultimi due misteri è contemplata nella sua glorificazione persona­le: l'assunzione in Cielo;

5. e nella sua partecipazione materna e regale alla vita della Chiesa e di tutto l'universo.

 

PREGHIERA UNIVERSALE

In questo secondo millennio del Cristianesimo il Ro­sario ha conosciuto una diffusione capillare. Quante fa­miglie chiudevano, alla sera, la faticosa e onesta gior­nata con un bel Rosario! Ha avuto pure una diffusione geograficamente universale, pur presentando nelle va­rie lingue piccole differenze.

Oltre alla sua origine biblica (i centocinquanta sal­mi di Davide, che poi furono sostituiti con preghiere trat­te dal Vangelo: il Padre nostro e l'Ave Maria) e al lun­go rodaggio monastico che vedrà la Lectio divina tra­dursi nella contemplazione dei quindici misteri, il santo Rosario vanta parentele in forma di preghiere ripetitive presso altre chiese (la preghiera icastica dei Monaci del monte Athos e degli Staretz della Russia) e con quel con­tinuo sgranare la coroncina che i Musulmani fanno, in­vocando incessantemente il nome di Dio.

 

Declino riprovevole

Non è piacevole dirlo, ma neppur si può nasconde­re che il Rosario ha conosciuto un declino in questi ul­timi decenni. Ci saranno delle cause... Non diamo la colpa al santo Concilio ma a chi (laici, preti e vescovi) dello stimolante e ricco capitolo ottavo della Lumen Gen­tium ha preso come unica indicazione quella di «evitare l'esagerazione» nella devozione a Maria, per finire col non fare più nulla o con il demolire anche ciò che esi­steva.

Satana, principe di questo miserabile mondo fatto di materialismo, edonismo e tanta, tanta superbia, ha tro­vato troppi ingenui seguaci alla sua scuola di demitiz­zazione universale; si è trovato attorno uno stuolo di col­laboratori nel suo assurdo tentativo di distruggere la Chiesa, iniziando con il mettere fuori combattimento Co­lei che della Chiesa è autentica Madre e vigile Maestra.

 

La soglia della speranza

Sotto la spinta di nuovi movimenti ecclesiali, di av­venimenti miracolosi che è impossibile soffocare, e del chiaro e convincente richiamo del Papa alla solidità della dottrina cristiana e della morale, vediamo che Satana per­de terreno, anche se si fa ancora più audace nel tentati­vo di dissacrazione senza frontiere.

Di questo seppur timido rifiorire della Fede, ne è pro­va anche la ripresa nella devozione alla Madonna e nel­la recita più diffusa e frequente del Rosario.

 

Un tesoro svenduto

In quel momentaneo declino che ora sta rientrando, un peso negativo può averlo avuto il modo stanco e in­sipido in cui il Rosario veniva recitato in troppe par­rocchie e comunità.

Ha nuociuto il fatto che spesso veniva imposto co­me cosa da fare, «e poi siete liberi!».

In alcune famiglie e collegi era un dazio da pagare: altro che momento di gioia, di fede e di concordia!

Un certo snobismo di chi si è trovato di colpo erudi­to conoscitore e innamorato lettore della Bibbia, ha fat­to crescere, con il rispetto umano, l'avversione a quel... monotono Rosario, da riservarsi alla gente non evoluta. L'atteggiamento di compatimento, quando non era di disprezzo e di contestazione nei confronti di chi vo­leva rimanere fedele al suo antico e santo Rosario, non è certo tra le cose più belle del dopo Concilio.

 

Con la bocca

Sì, il Rosario è una preghiera vocale. Le preghiere che lo compongono possono essere recitate a bassa o ad alta voce (mai urlate, per carità) oppure mormorate a fior di labbra se si è soli o se mancano le forze. È pure bello, in certe occasioni, sottolineare i mi­steri con canti mariani appropriati, oltre che a chiudere il Rosario con il canto della Salve Regina o quello, più popolare, ma non meno suggestivo, delle Litanie Lau­retane, cioè del Santuario di Loreto.

 

E con il cuore

Sarebbe ben misera cosa il Rosario se non fosse an­che, e direi soprattutto, preghiera interiore. Le sole pa­role, pronunciate senza cuore e senza riflessione, non dicono nulla né al Cielo, né a chi ci è accanto e restano per noi fatica sprecata.

Pregare con attenzione non equivale però che si debba essere consapevoli di ogni singola frase che si pronun­cia: basta essere in un atteggiamento interiore di collo­quio familiare con Dio e con la Madonna. Intanto la men­te può spaziare nella contemplazione dell'ultimo miste­ro enunciato, meglio ancora nell'esaminare aspetti del­la nostra vita nella luce di quanto il Rosario in quel mo­mento ci propone.

Una persona che spalancasse volutamente la porta alle distrazioni, non può realizzare il Rosario come piace a Maria Santissima. Nello stesso tempo bisogna prega­re con una certa naturalezza, senza forzare eccessiva­mente «il cervello». Preghiamo con lo stato d'animo di chi parla confidenzialmente, anche se si tratta di cose serie, con i propri cari.

 

UN ROSARIO... FA SEMPRE BENE!

La corona, di oro o di plastica, conservata come ri­cordo caro o appena acquistata, ci stà in qualunque ta­sca o borsetta. Possiamo portarla sempre con noi. È an­che un segno di protezione da parte della Madonna, per cui fanno bene coloro che l'appendono nella camera da letto o allo specchietto retrovisore della loro vettura.

Il Rosario potrebbe essere recitato anche senza co­rona, o usando quella specie di anello dentato che chia­mano «rosario basco, o semplicemente contando le Ave Maria con le dita, quando non si potesse fare diversa­mente.

 

Non ha controindicazioni

Il Rosario può essere recitato in qualunque luogo di questo mondo, purché ci si trovi sereni e si operi nel santo timor di Dio.

Può essere recitato a qualunque ora del giorno e della notte, da qualunque persona, sana o malata, dotta o senza cultura, buonissima o ingolfata nei peccati da cui vor­rebbe liberarsi.

In qualunque situazione spirituale ti trovi: di gioia e di riconoscenza, di paura o di dolore, di entusiasmo, di desolazione o smarrimento, puoi rivolgerti a cuore aperto alla tua Mamma del cielo.

Se una persona malata o stanchissima si addormen­ta, magari dopo poche Ave Maria?

Ebbene, invece di svegliarla io ne proverei invidia; chiedo a Dio la grazia di addormentarmi per l'ultima volta anch'io recitando l'Ave Maria, sì, nell'ora della mia morte. E se una persona, dopo una decina di Ave Maria, ha la sensazione di essere già stanca? Prima va­luti che non si tratti di pigrizia o di una tentazione del Maligno che odia queste preghiere e che ci suggerisce mille altre cose, in se stesse buone. Chi ritiene che si tratti di vera stanchezza, non abbia scrupoli a sospen­dere il Rosario, convinto che la Madonna è la Mamma più indulgente ed è comprensiva delle nostre situazioni concrete.

All'opposto, chi potendolo fare senza mancare ad altri doveri e senza creare noie al prossimo, dopo un bel Ro­sario, ne volesse recitare un secondo, un terzo, ascolti la buona ispirazione, sicuro che non si prega mai abba­stanza, quando si prega con fede.

 

I Santi insegnano

Su questo punto i Santi ci danno buon esempio. Quanti e quali Rosari recitava ogni giorno l'attivis­simo don Bosco? Ed il santo Curato d'Ars, posto a mo­dello di tutti i parroci? Il Papa di venerata memoria, Gio­vanni XXIII, confidava con tutto candore che trovava ogni giorno il tempo per recitare il Rosario intero, cioè le tre corone.

Di Padre Pio da Pietralcina dicono che recitasse una dozzina di Rosari al giorno. Io non lo so, anche perché non immagino come ne trovasse il tempo nelle sue gior­nate tutte «mangiate dall'Apostolato; ricordo però di averlo visto sempre - tranne quando celebrava la san­ta Messa - con la corona del Rosario in mano. Ora, scendendo a capofitto dalle vette della santità fino alla mia povera vita, rammento che nei giorni di maggiori impegni o di grande sofferenza, il numero dei Rosari lo lasciavo contare all'Angelo Custode.

Non è questione di tempo, miei cari, ma di volontà e di fede!

Dove riuscivano a ricreare le forze morali, e talvol­ta anche fisiche, tanti papà, mamme, preti e suore che vivevano una carità meravigliosa ma estenuante, se non nell'Eucaristia e in tante belle corone di Rosari? Le of­frivano al Signore e alla Mamma del Cielo, camminan­do, lavorando in casa o nei campi e persino in officina, oppure in ginocchio nella solitudine di una chiesa o di una cameretta.

 

Un «sogno» di don Bosco

Il 20 agosto 1862 erano appena tornati a Valdocco i giovani per le ripetizioni, dopo il breve soggiorno in famiglia cominciato il 28 luglio (gli altri sarebbero tor­nati verso la metà di ottobre), quando don Bosco alla «Buona Notte» prese il tono dei giorni migliori e, pur avendo dinanzi a sé non più di un centinaio di ragazzi, raccontò un sogno che aveva avuto probabilmente la notte del suo dì natalizio, il 16 agosto precedente.

Questa volta non fece alcun preambolo né di ordine precauzionale né di ordine segreto; disse semplicemen­te che aveva avuto un sogno e che lo voleva narrare loro perché, a pensarci bene, gli era parso che avesse un con­tenuto efficace per gli ascoltatori. Prese dunque a dire che, tra la stalla di suo fratello Giuseppe e il portico per i carri, c'era un prato, quello precisamente dove, ai tempi della sua fanciullezza, stendeva la corda e intratteneva i paesani, con giochi di equilibrio e di prestigio. Su quel prato in forte declivio, a un certo punto del sonno era comparso un «personaggio».

Infatti, don Bosco non si stupì della sua presenza, gli fece anzi atto di ossequio e avviò una conversazione che, data l'esperienza del passato, avrebbe potuto con­cludersi con qualche prezioso ammaestramento, se non addirittura con qualche rivelazione di cose. Ma il dia­logo non durò a lungo; anzi, morì subito, dinanzi a un'in­giunzione del personaggio che, dopo avergli fatto os­servare tra l'erba un serpentaccio lungo sette od otto me­tri, gli mise anche tra le mani il capo di una corda con cui avrebbero dovuto immobilizzarlo e ucciderlo.

Don Bosco non se la sentiva di fare il boia in quella circostanza, e lo disse anche al personaggio, che inve­ce insistette e lo costrinse a rimanere sul luogo.

- Se non osi battere - gli disse - tieni solo duro; batterò io e vedrai cosa ne faremo di questa bestiaccia. Infatti cominciò a menar frustate da orbo, flagellan­do il serpente in maniera che, rivoltandosi quello per vendicarsi e liberarsi nello stesso tempo, s'incagliava sempre più, fino a restar preso come nelle maglie di una rete. Dibattendosi, le sue carni volavano all'aria e rica­devano pesantemente sull'erba del prato, che risultò così lordata da tutto quel sangue e popolata da tutti quei brandelli di carne che, tra l'altro, mandavano un fetore in­sopportabile.

Don Bosco, che aveva legato per ordine del perso­naggio misterioso il capo della corda a un albero, tirò un respiro di sollievo, quando di tutto quel mostro non vide impigliato nella rete che uno scheletro immane ma impotente, afflosciato come un sacco svuotato del suo contenuto.

Morto il serpente, quando credeva che tutto fosse finito, don Bosco si sentì invece dire di stare con gli oc­chi bene aperti, perché ora sarebbe succeduta cosa, che avrebbe mandato in estasi il più gran prestigiatore di questo mondo, non diciamo poi un povero prete come lui era.

Quel personaggio prese la corda, ne fece un gomi­tolo che mise in una cassetta, dove la rinchiuse. Tosto la riaprì sotto gli occhi stupiti dei giovani, che intanto erano accorsi.

Che cosa era successo? che la corda si era disposta in maniera da formare le parole: Ave Maria.

- Ma come può essere che la corda si sia cambiata in una scritta così venerata?

- Il motivo è questo - rispose compiaciuto il per­sonaggio, dal momento che era proprio qui che vole­va portare il discorso fin dal principio. - Il motivo è che il serpente raffigura il demonio e la corda l'Ave Maria o piuttosto il santo Rosario, che è una continua­zione di Ave Maria, con la quale, o con le quali, si possono battere, vincere e distruggere tutti i demoni dell'inferno.

 

ATTENZIONE AGLI ERRORI

Rispettare la libertà

Non può amare il Rosario chi lo dice solo perché vi è costretto. Esiste però una lodevole alternativa: ed io suggerisco a tutti piuttosto che recitare il Rosario per forza, è assai meglio... recitarlo con amore. E questo atteggiamento interiore dipende da noi stessi, da una no­stra scelta libera e intelligente.

Analogo sproposito compie chi, in forme banali o mascherate di sottili ricatti, impone agli altri la recita del Rosario o di qualunque altra preghiera. Avviene per lo spirito come nel nutrimento corporale: un cibo im­posto con la forza, peggio poi se con frequenza, finisce per essere rifiutato dall'organismo e creare più danno che utile.

 

Educare alla preghiera

Ma sappiamo pure che l'esercizio della libertà va edu­cato. Meritano perciò non rimprovero ma lode quei ge­nitori ed educatori che invogliano i loro cari e le perso­ne loro affidate a dire, anche ogni giorno, il santo Ro­sario.

Si tratta anzitutto di trascinare con il buon esempio, di usare con insistenza non eccessiva argomentazioni adatte; di scegliere tempi, modi e misura confacenti al­la situazione concreta. Pur rispettando al massimo la li­bertà di ognuno, non è male far comprendere che un bel Rosario può far del bene a tutti e non può assolutamen­te far del male a nessuno.

 

Un po' di vita!

Un altro errore è di chi recita il Rosario meccanica­mente, in tono uniforme tra il melanconico ed il rasse­gnato. Ciò sarebbe la parodia della preghiera, tanto più che il Rosario ha uno stile popolare e familiare: una con­versazione con Maria, nostra Madre e, in sua compa­gnia, con Dio nostro Padre del Cielo.

Che dire di quelle persone o comunità che sembra­no inseguire il record della velocità? Quando mi imbat­to in simili esperienze, mi viene spontanea tra i denti l'espressione «Povera gente!» e «povera Madonna, co­me farà a non impazientirsi?».

Ci si libera in fretta da un impegno antipatico, e si imbroglia velocemente un discorso quando non ci si vuol comprendere.

Questi comportamenti dovrebbero essere estranei a chi vuol offrire uno splendido mazzo di rose alla nostra bellissima Mamma del Cielo. Rimane sempre attuale il detto che «piuttosto che pregar male, è meglio... pre­gar bene!».

Dio, e con Lui tutto il Paradiso, non è chiacchiero­ne. La sua unica Parola è pronunciata nel silenzio. Ama però la nostra conversazione, nonostante la differenza infinita che ci distingue, perché il suo amore ci risuc­chia nel vortice della sua pace. Ma non ama le nostre chiacchiere lette (fosse anche sui Sacri Libri) dette o cantate, quando sono soltanto parole che non partono dal cuore o che in esso non sono amorevolmente ac­colte.

 

Sana elasticità

Un terzo errore sarebbe una esagerata fissità nel mo­do, nei tempi e nei luoghi dove il Rosario viene recita­to. Se Gesù lo ha detto del terzo Comandamento, in re­lazione al riposo del Sabato ebraico, lo possiamo dire noi del Rosario: esso è un semplice mezzo per dare lo­de a Gesù e alla sua e nostra Madre, non è quindi un idolo intoccabile.

Il Rosario va adattato non ai propri capricci e co­modi, ma alle situazioni personali e soprattutto familia­ri e comunitarie. Si deve tener conto dell'età, della sa­lute, della stanchezza, del clima. Al gran caldo e al ge­lo la voglia di pregare a lungo scappa a tutti!

Chi vuole dare alla Madonna un gradito omaggio di amore, deve preoccuparsi più che dell'esatto numero di preghiere, del modo in cui lui stesso ed il suo prossimo prega.

Usiamo carità squisita che piace moltissimo a Ma­ria, la Madre attenta a ciascuno di noi, quando cerchia­mo di rendere il più possibile comprensibile, gradevo­le, intonata anche al momento psicologico la preghiera che proponiamo. Non mancano purtroppo coloro (spe­cie in certi ambienti religiosi) che, nonostante le migliori intenzioni, riescono a rendere antipatica persino questa stupenda preghiera.

 

Niente rassegnazione!

Nuoce pure alla preziosità di questa devozione lo stato d'animo di chi prega, perché la tradizione di famiglia o di comunità così esige. Facendo in questo modo si ri­duce il Rosario a una «pratica» da svolgere, a un nume­ro di preghiere da esaurire e non a un dolce colloquio col Paradiso.

Svigorito in partenza nella sua efficacia è quel Ro­sario recitato senza fiducia. Quando si sente dire: «So­no mesi, sono anni che prego per ottenere questa o quel­l'altra grazia e non si vede nulla, non cambia nulla nel­la mia vita e in quella del mio prossimo...», è una pena cui bisogna reagire rincuorando chi è così avvilito, nel­la convinzione che nessuna vera preghiera è elevata in­vano. Dio ha i suoi momenti e modi di intervenire che spesso sono diversi dai nostri. Chi prega senza nessuna fiducia assomiglia a chi vuol riempire un cesto di acqua.

 

COME L'ACQUA, IL PANE...

Alcuni anni fa si era diffusa l'abitudine di infilare in ogni incontro, più o meno liturgico, la celebrazione della santa Messa. Questa inflazione ha portato i fedeli ed anche i preti ad apprezzare meno il valore infinito del Sacrificio di Gesù sulla Croce al quale pure noi sia­mo invitati a partecipare.

Analogo pericolo credo proprio che il Rosario non lo possa correre; forse è utile invece un rilancio anche nella vita parrocchiale, di gruppo, di manifestazioni re­ligiose piccole e grandi.

 

Molto opportuno

Il Rosario è opportuno in un incontro di preghiera, per prepararsi ad una efficace partecipazione alla santa Messa, oppure come traccia di un'ora di adorazione eu­caristica.

Lo consiglio prima che una famiglia o comunità pren­da un'importante decisione; per una necessità urgente, nel ringraziare la Provvidenza per una difficoltà supe­rata, per delle intenzioni che interessano la Chiesa e il mondo intero.

È bene e di conforto ai vivi e ai defunti recitare il Rosario in una casa provata dal lutto (purché sia fatto con garbo e fede) e durante un funerale.

Si presta pure a essere recitato coralmente, decina per volta, magari intercalato da canti, durante proces­sioni mariane ed anche eucaristiche.

Sì, perché la bella preghiera del Rosario che cele­bra nelle sue varie fasi il mistero dell'Incarnazione del Verbo, può essere presentata, senza timore di aver sba­gliato indirizzo, a Gesù Eucaristico che non è altri che il Figlio di Dio fattosi Figlio di Maria.

Grazie a Dio, sono finiti i tempi in cui persino in pellegrinaggi tipicamente mariani e di vari giorni, i lai­ci dovevano insistere presso il prete che li accompagnava affinché facesse recitare insieme almeno una Corona al giorno.

Senza passare all'eccesso opposto, almeno il Rosa­rio intero, suddiviso nella giornata specialmente se oc­cupata da molte ore di pullman, potrebbe tornare di gran lode alla santa Vergine ad essere momento di pace, di riflessione e di fraternità nella fede, sia per i fedeli, sia per chi li accompagna.

 

LE RACCOMANDAZIONI DEI PAPI

Persone e oggetti che valgono si raccomandano da soli. Queste righe possono essere inutili perciò a coloro che amano la Madonna di tutto cuore e hanno scelto il Rosario come loro preghiera prediletta. Per chi invece ha delle prevenzioni al riguardo, può essere utile cono­scere alcuni dati.

Anzitutto non è senza significato per i Cristiani il fatto che tutti i Sommi Pontefici, da Leone XIII in poi, ab­biano scritto encicliche, fatti discorsi e raccomandazio­ni senza numero; soprattutto che abbiano dato visibil­mente il loro esempio personale sul valore, l'utilità e la bellezza e l'urgenza storica della devozione alla Ma­donna, nella recita e meditazione del santo Rosario in modo del tutto particolare.

 

Seguite lo Spirito Santo!

Fra migliaia di pagine al riguardo, ho scelto alcune espressioni di un discorso tenuto da Giovanni Paolo II a Roma, il 26 aprile 1987:

«Voi sapete che è necessario pregare, e volete farlo considerando e ricordando quello che Gesù ha fatto e sofferto per noi: i misteri della sua Infanzia, della sua Passione e Morte, della sua Risurrezione gloriosa.

Seguite l'ispirazione dello Spirito Santo che, istruen­dovi interiormente, vi porta a imitare più da vicino Ge­sù facendovi pregare con Maria e, soprattutto, come Ma­ria. È una grande preghiera contemplativa, assai utile agli uomini d'oggi, "tutti presi dalle molte cose"; è pre­ghiera propria di Maria e dei suoi devoti.

Giustamente i Misteri del Rosario sono paragonati a delle finestre attraverso le quali potete spingere e im­mergere lo sguardo sul "mondo di Dio"».

 

Un vero colloquio

«Il Rosario è un vero colloquio con Maria, la nostra Mamma celeste. Nel Rosario noi parliamo a Maria af­finché Ella interceda per noi presso il suo Figlio Gesù. Così noi parliamo a Dio attraverso Maria.

Abituatevi a recitare il Rosario in questo modo. Non si tratta tanto di ripetere delle formule, quanto piuttosto di parlare da persone vive con una persona viva, che, se non vedete con gli occhi del corpo, potete vedere con gli occhi della fede. La Madonna, infatti e il suo Figlio Gesù, vivono in cielo una vita molto più "viva" di questa nostra - mortale - che viviamo quaggiù in terra.

Il Rosario è un colloquio confidenziale con Maria, un parlarle pieno di fiducia e di abbandono. È un confi­darle le nostre pene, un manifestarle il nostro cuore.

Un dichiararci a sua disposizione per tutto quello che Ella, a nome del suo Figlio, ci chiederà. Un prometter­le fedeltà in ogni circostanza, anche la più dolorosa e difficile, sicuri della sua protezione».

 

Preti e vescovi

Insieme con i Sommi Pontefici, sappiamo che i ve­scovi ed i sacerdoti più sensibili alla voce dello Spirito Santo, formano un coro numeroso ed affiatato nel ri­chiamare se stessi ed il popolo di Dio alla «preghiera del secolo XX», che è uno dei segni di questi tempi mar­toriati, e perciò fecondi di bene per le generazioni che verranno.

Alla voce «l'esempio dei Santi», di obbligo a questo punto, rimando a qualche accenno già fatto, consape­vole che l'argomento è talmente ampio che potrebbe riempire molti volumi, mentre sto facendo solo alcune riflessioni, per dare un modestissimo aiuto ad amare di più il Rosario.

 

Le ultime apparizioni

Chi appena sa qualcosa sulle ultime apparizioni, da Lourdes ai nostri giorni, è impressionato dalla insisten­za con cui la Madonna raccomanda, insieme con la de­vozione a Gesù Eucaristico, la recita del santo Rosario. Il «grande problema» per quei di Lassù, e dovrebbe pure essere il nostro, è la salvezza eterna di ciascuna persona. La loro ansia per la salvezza delle anime, privilegia quei mezzi che più aiutano a vivere nella grazia e nella pace di Dio.

I cosiddetti «problemi sociali» di cui oggi tutti discu­tono, (e che i Santi di ieri e di oggi - tutte persone di molta e intensa preghiera - hanno cercato e ancora ten­tano di risolvere per quel tanto che a loro è concesso), sono visti dal Cielo non come l'assillo primario, ma come pungolo ad agire per realizzare quella carità verso Dio e il prossimo che è l'unica strada per salvare l'anima.

 

Arma formidabile

Vorrei fare con voi una costatazione ovvia: dopo le diffidenze iniziali e contro ogni tam-tam avverso, le per­sone e le iniziative che rivelano una consistenza positi­va, finiscono per affermarsi.

Ciò è avvenuto costantemente nei secoli scorsi e si realizza puntualmente anche ai nostri tempi: il Rosario, nella sua apparente innocuità, si dimostra un'arma for­midabile. Serve per sostenere il bene, ad ottenerlo da Dio quando a noi è impossibile raggiungerlo; è effica­cissimo nello svigorire e annientare le forze del Male, sia che esse si addensino a livello planetario, sia che ten­tino di insinuarsi e di colpire nel segreto di una coscienza.

 

NON LO DIGERISCE

Non c'è prete che abbia veramente cura delle ani­me, che non sappia quanto il Rosario sia odiato da Sa­tana e da tutto il regno infernale.

L'inimicizia insanabile, fatta di rancore e di paura, Satana la porta contro Maria in persona, la Donna im­macolata superiore a lui, anche quando egli era il bel­lissimo Lucifero del Paradiso.

Egli ricorda meglio di noi che dalla libera adesione alla volontà di Dio da parte di Maria è venuta la Sal­vezza: Gesù il Figlio di Dio.

Conosce meglio dei teologi il ruolo universale di Ma­ria Intermediaria fra Gesù e noi, e fra noi stessi, che la sua Regalità e Maternità corredentrice le rendono pos­sibile, anzi doveroso.

Questo odio si concretizza contro la preghiera del Rosario, contro un pregare che non sollecita l'orgoglio, anzi ci fa tornare bambini, accanto alla Madre, di fron­te a Dio.

Conosco per esperienza di esorcista il materializzarsi di questa rabbia di Satana, di questo suo terrore panico anche di fronte alla corona benedetta. Le persone da lui tormentate cercano di spezzare le corone messe loro al collo o di gettarle lontano. Costrette a ricollocarle in luo­go di onore, dimostrano un orrore e una riluttanza come se dovessero raccogliere da terra un serpente velenoso.

Ciò impressiona maggiormente quando uno sa che le stesse persone, nei momenti di libertà spirituale, sanno recitare e con devozione il santo Rosario...

 

Con questo segno vincerai!

Se la Madonna in persona e il Santo Padre ci racco­mandano tanto il Rosario, dei motivi ci devono pur essere e Satana, con il suo rancore, al riguardo mostra di esserne al corrente.

Nell'agosto 1945, dopo i bombardamenti sul Giap­pone, ricordo di aver scritto questa frase: «Le atomiche spezzano il mondo, i Rosari lo riuniranno!».

E così sarà. Satana non è onnipotente, anzi è il vin­to che avrà il capo schiacciato dal calcagno della «Don­na vestita di sole», l'umile e grande Maria. Si sbaglia­no coloro che sperano che sia lui, il Ribelle, il vincitore definitivo di questa battaglia cosmica.

 

LE MALE LINGUE

Anche sul Rosario si sono scatenate valanghe di iro­nie, perplessità e obiezioni da parte persino di persone il cui compito è di aiutare e non di scoraggiare la pove­ra gente nella ricerca di un dialogo con Dio, nel modo meno artificioso possibile.

 

Non è preghiera liturgica

Una prima osservazione contro il Rosario muove dal fatto che non è una preghiera «liturgica». Su questo ar­gomento già abbiamo detto; spero che Giovanni XXIII, che ha descritto il Rosario come preghiera «quasi litur­gica», riesca a ottenere in Cielo che presto in terra si cancelli quel timido «quasi».

Ma poi chi ha detto che le preghiere debbano essere tutti ufficiali? Il sacerdote ed il levita di Gerusalemme avevano forse la voce roca dal gran cantare nel Tem­pio; il samaritano credo proprio che di questi riti ne fosse piuttosto digiuno. Ma chi ci è additato come modello? Chi ascolta nella coscienza la voce di Dio e la traduce in pratica nella carità concreta.

Proclamo senza esitazione la superiorità, in se stes­sa, della preghiera liturgica; nego però che la si possa contrapporre a quella che da soli, o in grosse assem­blee, si eleva a Dio e alla santissima Vergine. Talvolta si prega «non liturgicamente» sotto la guida dei nostri sacerdoti, dei vescovi, persino del Papa.

Quel che è avvenuto la vigilia dell'Anno Mariano, con quell'indimenticabile Rosario di dimensione mon­diale, ha commosso il Paradiso. Ed è quello che conta!

 

È ripetitiva

La seconda obiezione punta sulla asserita monoto­nia del Rosario. E perché nella nostra vita, ad esempio sul piano fisiologico, ci sono delle ripetizioni continue? Guai a noi se non ci fossero; pensiamo al battito ritmi­co del cuore, al respiro cadenzato dei polmoni.

Anche le nostre abitudini di ogni giorno di lavarci le mani e il viso, di spazzolarci i denti ecc., non perdo­no di importanza per il fatto di essere ripetitive. Nell'e­seguire il nostro lavoro, dopo alcuni mesi ci accorgia­mo che sono sempre le stesse cose, gli stessi piccoli o grossi problemi.

La virtù sta nel saper reagire risolutamente: c'è chi si lascia ammazzare dalla noia, e chi sa ricominciare ogni giorno con voluto entusiasmo.

A chi esige per la sua preghiera (quasi fosse lui a fare un piacere a Dio), un menù ogni giorno diverso, faccio notare che le persone sagge non escludono mai l'acqua tra le bevande, né il pane tra gli altri alimenti.

Senza forzare i paragoni, mi pare che Gesù ci vo­glia nutrire, meglio se ogni giorno, con il Pane vivo che è Lui stesso, e pare che la Madonna, da Mamma saggia e semplice, voglia dissetare i suoi figli con l'acqua lim­pidissima del suo amore. Non per caso lungo i secoli centinaia di sue apparizioni sono accompagnate dallo sgorgare dell'acqua miracolosa.

Per attingere ristoro da questo Cuore materno, qua­le mezzo più dolce ed efficace se non quello di prende­re in mano con fede la corona del Rosario? E non pen­siamo alla consolazione che diamo al suo Cuore Addo­lorato, pregandola così?

Ma tutte queste Ave Maria a decine e tutte uguali - si lamentano alcuni - non sono un po' troppe? Pro­viamo a salire le rampe di una lunga scala: tutti i gradi­ni sono fra loro identici ma nessuno ne fa caso, anzi si protesterebbe se fossero fra loro diversi. Chi sale ai va­ri piani del palazzo sa benissimo che i gradini sono uguali ma che ciascuno è pure diverso perché lo porta sempre più in alto.

Così chi dice con amore il Rosario, cresce nella gra­zia di Dio e, di Ave Maria in Ave Maria, si avvicina sempre più a Lui e alla Vergine santissima. Non cam­bia la formula della preghiera, ma migliora il soggetto che prega.

La monotonia che dobbiamo abborrire è quella del­lo spirito «freddo. Ha sapore di morte tutto quanto si compie senza impegno, senza ideale che entusiasmi, sen­za una scintilla di amore.

La mamma che bacia il suo bambino infinite volte e lo imbocca, cucchiaino dopo cucchiaino, non si pone problemi di monotonia. Il fidanzato o sposo veramente innamorato della persona a lui più cara, non conta le volte che ripete che le vuole bene, e chi l'ascolta sente la parola nuova e dolcissima, come fosse la prima volta.

È solo al Signore e alla Madonna che dovremmo ri­volgerci in maniera studiata a tavolino, cambiando ogni volta le formule, secondo il moltiplicarsi dei sussidi asce­tici e pastorali?

 

Padre Bozzetti

Tra le infinite poesie dedicate alla Madonna, ho scelto per voi quella di un solido filosofo, Superiore generale dei Rosminiani, Padre Giuseppe Bozzetti. Mi onorò della sua amicizia, in Milano e a Roma a San Giovanni di Porta Latina. Mi sentivo come un topolino di fronte a un gi­gante.

Rosario

Cara mi sei, mia umile coroncina. Non sempre fu così. Ero come tanti che ti trovan noiosa, e dicono: che gusto ripetere e ripetere la medesima cosa?

Col passare degli anni quanto mai s'impara! che la miseria degli uomini è tanta e non fa che ripetersi la medesima a ogni ora.

E lascerem d'invocare a ogni ora il lavacro e il perdono che intorno al dolce e puro e benedetto Nome si spande?

Guarda il continuo tornare dei ciechi uomini al fango! Deh, riattingere al fonte e versar senza posa le limpide acque: Ave Maria, ave Maria, ave Maria, ave Maria...

 

CAMBIARE MA NON TROPPO

Quando si prega con la mente e con il cuore, la can­tilena non può esistere; la voce stessa vien modulata nel volume e nel tono a secondo di quel che si dice e dello scopo che si vuol raggiungere. Si è di fronte ad un col­loquio fra persone di famiglia.

Senza aver frequentato scuole di dizione e senza far voce sdolcinata o teatralmente implorante, chi prega per davvero attira l'attenzione. Lo si riconosce subito da un forte influsso benefico che esercita su coloro che, ma­gari a sua insaputa, lo stanno osservando. Un'Ave Ma­ria non è mai del tutto uguale all'altra!

 

Un po' di fantasia

Alcune volte, specie in determinati ambienti, è utile introdurre piccole variazioni: alternando i cori, facen­do recitare ogni decina a persone diverse, dando precedenza ai bambini, oppure cambiando il modo di enun­ciare il mistero, spiegando più diffusamente uno o al mas­simo due misteri con parole proprie o con una breve lettura.

Si possono suggerire intenzioni particolari ad ogni decina, sottolineare il mistero con un canto; con ragaz­zi o giovani si può a un certo punto cambiare di posi­zione, mettendoci in ginocchio, o in piedi a capo chino o a braccia leggermente alzate, o donandosi la mano co­me a formare una catena o un cerchio. Tutto questo è bene quando serve non per la distrazione ma per sotto­lineare meglio, anche con l'atteggiamento corporale, la nostra partecipazione al mistero annunciato.

 

Umile fedeltà

C'è invece una variazione radicale a cui sembra in­teressato persino il Diavolo: è la sostituzione del Rosa­rio con un'altra pratica, fosse pure in se stessa più valida.

Ho conosciuto bravissimi giovanotti e signorine ed anche alcune famiglie che avevano deciso di abbando­nare il Rosario per recitare Lodi e Vespero. Erano li­beri nella scelta e, teoricamente, ammirevoli! E il ri­sultato? Dopo una settimana di entusiasmo e qualche me­se di puntiglioso «tener duro», finirono per lasciare ai preti e ai monaci la Liturgia delle ore. «Tanto costoro - ne ho sentito uno malignare - vi sono obbligati e sotto pena di peccato grave!». Il che è indice della grande voglia con cui la recitano. Fecero poi tanta fatica a ri­prendere l'abitudine del Rosario quotidiano.

Se avessero chiesto a me un parere, sarei passato da tradizionalista sorpassato nel consigliare loro anzitutto di non lasciare il Rosario: Potevano però provare a fare un passo, indubbiamente in avanti, aggiungendo nel pro­gramma quotidiano la Preghiera liturgica. Si sa che la ricerca impulsiva del meglio è spesso nemica del bene.

 

COME SI DEVE PREGARE

Quando mi ricordo e se la volontà non recalcitra, cer­co anch'io di osservare le norme per una recita dignito­sa del Rosario come di ogni altra preghiera.

Occorre anzitutto una certa compostezza. Si è alla presenza di Dio, si sta rivolgendo la parola alla Madre del Signore e nostra: una posizione bislacca non aiuta certo a pregare. Come una posizione artificiosamente rigida e faticosa ben presto compromette la serenità del colloquio con Dio, così una eccessiva rilassatezza in­duce più al sonno che alla meditazione.

Il Rosario può essere recitato, se l'infermità o la stan­chezza vi ci obbliga, anche coricati a letto; lo si può di­re stando in piedi, o seduti o in ginocchio; camminando a piedi o viaggiando (con prudenza!) in macchina. Quanti bei Rosari ricordo di aver detto in treno, sull'aereo, in nave o, anni addietro, pedalando in bicicletta!

Non è perciò la posizione del corpo che pone pro­blemi, ma quelnonsoché che fa intuire da lontano che uno è attento alla sua preghiera e non segue il volo del­le farfalle.

Oltre alla compostezza corporale, quando è possibi­le e se sono invitate anche altre persone, è bene unire la ricerca di un ambiente adatto: il meno rumoroso pos­sibile, né troppo caldo né al gelo, magari ingentilito da un fiore presso un quadro o statua della Madonna; e che sia sufficientemente accogliente da non creare distrazioni quando si vuol far posto a un nuovo arrivato.

 

Un momento di silenzio

Ancor più necessaria è la preparazione spirituale: tut­te le cose belle vanno pensate e preparate. Un momen­to di silenzio prima di iniziare il Rosario e, se si è in molti, una sobria e serena introduzione da parte di chi guida la preghiera, fan ricordare il proverbio: «Chi be­ne incomincia è a metà dell'opera».

Mi è capitato sovente la grazia di partecipare a gruppi di persone in preghiera ove la serenità del viso, il sorri­so su volti che pur denotavano l'esperienza di tanto sof­frire, la chiarezza dello sguardo e il diffuso clima di fra­ternità, facevano pensare a gente in pace con Dio e fra di loro, quindi capaci di una preghiera profonda ed ef­ficace.

 

Aprite le finestre!

Ricordo un Missionario che ripeteva: «Quando dite il Rosario, aprite le finestre!» intendendo così spingere a una visione ampia, veramente cattolica delle gioie e delle sofferenze, delle difficoltà e dei successi, delle tragedie di questa povera umanità. Non riusciva a com­prendere chi pregava solo per ottenere, magari puntan­do su piccole grazie materiali personali o al massimo familiari, senza saper guardare oltre le finestre di casa propria.

Anch'io vi sprono a desideri grandi, a fare richieste alla Provvidenza, per mezzo della di Lei Madre, e de­gne delle sue illimitate possibilità. Vi ricordo però che il Rosario non è solo per chiedere, ma pure per lodare e benedire Maria e Chi l'ha voluta sua Madre, Figlia e Sposa. È per ringraziare Dio, per chiedere perdono e fare riparazione per sé e per tutti; per dare sollievo alle anime sante del Purgatorio.

Il motivo più bello è il recitarlo come un canto di amore che esprime sommessamente alla cara Madonna tutto il nostro affetto filiale.

 

DISTRAZIONI NELLA PREGHIERA

Mi spiace se vi scandalizzo, ma delle migliaia di Ro­sari recitati in vita mia, non posso vantarmi di averne detto almeno uno senza distrazioni. Mi son però vendi­cato facendo degli... studi sulle distrazioni; e ho com­preso che bisogna saper distinguere per non angustiarsi eccessivamente.

Ci sono le distrazioni «cattive». Alcune ci sono sug­gerite casualmente dall'ambiente e vengono come le zan­zare che infastidiscono d'estate. Altre salgono dal nostro conscio, inconscio o subconscio che sia, poiché - con­fessiamolo - siamo più stupidi e meno puliti di quanto non sembri.

Altre distrazioni sono autentiche tentazioni di Sata­na che ci vuole allontanare dalla preghiera, portandoci allo scoraggiamento e turbamento.

A questo proposito è bene ricordare che le tentazio­ni non riguardano soltanto la virtù della purezza, ma prendono di mira anche l'umiltà e la carità. Quante va­ne compiacenze, e autoelogi, quanti rancori o giudizi pesanti sul prossimo vicino o lontano, tentano di infil­trarsi, anche mentre teniamo in mano la corona!

Ci sono poi le distrazioni «inutili». Sono formate da tutti quei ricordi vani (potevo dire così, fare cosà, l'a­vessi saputo... ecc.), da quei castelli in aria che sappia­mo così ben costruire con la fantasia, e da quel cumulo di scemenzuole che almeno a me vengono per la testa, proprio quando voglio pregare seriamente. Pensieri che non sono né tarantole, né scorpioni, ma dei moscerini che, se finiscono negli occhi, possono dare il loro fasti­dio. Allontaniamoli quindi subito, senza scomporci troppo.

 

Distrazioni benedette

Ci sono infine le distrazioni «benedette». Intendia­moci: lo scopo del Rosario, con la meditazione dei mi­steri, è di metterci in ascolto di Dio. Questa preghiera ha il vantaggio su altre di immergerci in un clima di pace interiore; cade così gran parte della tensione che agita tanto spesso il nostro spirito.

È naturale quindi che i ricordi più intensi, i proble­mi più scottanti, materiali o morali, vengano a galla e si presentino, nella loro crudezza, all'occhio più atten­to dello spirito.

Non credo sia il caso di prendere la scopa e scaccia­re questi pensieri che ci angustiano o ci rallegrano; io preferisco presentarli con semplicità allo sguardo di Gesù (anche se Egli già li conosce) e allo sguardo materna­mente attento di Maria. E sentire cosa ne pensano, cosa ne dicono... Se si prega con fede, vi garantisco che la risposta viene, forse solo sussurrata nel profondo della nostra coscienza.

Questo riflettere sulle nostre vicende personali e so­ciali nella luce di fede che il Rosario ci procura, non è un distrarsi, ma un contemplare il disegno di Dio a nostro riguardo, anche a rischio di dimenticare a volte quale decina di Rosario stavamo recitando.

 

ED ORA, CORONA IN MANO!

Dopo tante belle riflessioni e suggerimenti, venia­mo ora al pratico:

1. Si incomincia facendo il segno della croce e di­cendo:

- O Dio, vieni a salvarmi. - Signore, vieni presto in mio aiuto.

2. Poi si dice il Gloria:

- Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. - Come era nel principio e ora e sempre,

nei secoli dei secoli. Amen.

3. Poi una giaculatoria (non più di una!) ad esempio: - Lodato sempre sia - Il santissimo Nome di Gesù, di Giuseppe e di Maria!

oppure:

- Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'Inferno, porta in Cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua Misericordia!

4. Ora si enuncia il primo mistero (gaudioso, dolo­roso e glorioso) ad esempio, così:

- Nel primo mistero gaudioso si contempla l'An­nunciazione dell'Angelo a Maria SS.

5. Alternandosi, se si è in molti, si dice la prima e la seconda parte del Padre nostro:

- Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra.

- Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri de­bitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

6. Iniziando al centro della corona, dove solitamente c'è una medaglietta, si recita per dieci volte l'Ave Maria:

- Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. - Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi pec­catori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.

7. Alla fine delle dieci Ave Maria si recita il Glo­ria, poi il secondo mistero, ecc.

8. Alla fine della corona (ritornati cioè alla meda­glietta) è lodevole usanza fare una preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, anche per poter go­dere delle sante Indulgenze annesse al Rosario.

9. Si chiude con la Salve Regina:

- Salve, o Regina, Madre di Misericordia; vita, dol­cezza e speranza nostra, salve! A te ricorriamo, esuli figli di Eva; a te sospiriamo, gementi e piangenti in que­sta valle di lacrime. Orsù dunque, Avvocata nostra, ri­volgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi, e mostraci, dopo questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del tuo seno. O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.

 

Le Litanie della Madonna

Non fan parte del Rosario, ma è usanza quasi uni­versale aggiungere, almeno all'ultima corona che si re­cita, il canto delle Litanie Lauretane.

Oltre alla formulazione tradizionale, che si può tro­vare nei libri di preghiera, ho trovato già in uso una li­tania semplice da comprendersi e ricca di contenuto. Può essere cantata con qualsiasi melodia delle Litanie.

Signore, abbi pietà, Gesù, abbi pietà, ascoltaci, Signore, ed esaudiscici!

Dio, Padre e Creatore, abbi pietà di noi, Dio, Figlio Redentore, abbi pietà di noi! Dio, Spirito di Amore, abbi pietà di noi, Santa Trinità, Unico Dio, abbi pietà di noi! Santa Maria, Madre di Dio,

Madre della Vita, prega per noi!

Madre di Gesù Cristo, Madre corredentrice, Madre della Chiesa, prega per noi!

Madre purissima, Madre degna di amore, Madre sempre Vergine, prega per noi! Madre della Misericordia, Madre del Buon Consiglio, Madre della Provvidenza, prega per noi! Vergine prudentissima, Vergine potente, Mediatrice di ogni grazia, prega per noi! Sposa ubbidientissima, Sposa fedele, Custode dei focolari, prega per noi! Fonte di vera gioia, modello di santità, Tempio dello Spirito Santo, prega per noi! Gloria di Israele, Maestra dei credenti, Signora di tutti i popoli, prega per noi! Sede della Sapienza, Stella del mattino, Porta del Paradiso, prega per noi! Salute degli infermi, rifugio dei peccatori, Conforto degli afflitti, prega per noi! Aiuto dei Cristiani, Vincitrice delle Tenebre, Sollievo del Purgatorio, prega per noi! Regina degli Angeli, Regina dei Patriarchi, Regina dei Profeti, prega per noi!

Regina degli Apostoli, Regina dei Martiri, Regina di tutti i Santi, prega per noi! Concezione Immacolata, Cuore dell'Universo, Regina assunta in Cielo, prega per noi! Regina dell'innocenza, Regina del Rosario, Regina della pace, prega per noi!

Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, per­donaci, Signore;

Ascoltaci, o Signore e abbi pietà di noi!

 

La formula più semplice

Benché si sia liberi di enunciare i misteri come cia­scuno crede meglio, propongo la forma più semplice e comune:

Misteri gaudiosi (lunedì e giovedì)

Nel primo mistero gaudioso si contempla:

1 ° L'annunciazione dell'Angelo a Maria SS.

2° La visita di Maria SS. a Santa Elisabetta.

3 ° La nascita di Gesù nella grotta di Betlemme.

4 ° La presentazione di Gesù Bambino al Tempio.

5 ° Il ritrovamento di Gesù fra i dottori del Tempio.

Misteri dolorosi (martedì e venerdì)

Nel primo mistero doloroso si contempla:

1 ° L'agonia di Gesù nell'orto degli Ulivi.

2 ° La flagellazione di Gesù, legato a una colonna.

3 ° Gesù incoronato di pungentissime spine.

4° Gesù che porta la croce sul monte Calvario.

5 ° Gesù che muore sulla croce.

Misteri gloriosi (mercoledì, sabato, domenica)

Nel primo mistero glorioso si contempla:

1 ° Gesù che risorge da morte.

2 ° Gesù che ascende in Cielo.

3 ° La discesa dello Spirito Santo sulla Madonna e gli Apostoli.

4° La Madonna assunta dagli Angeli in Paradiso.

5° La Madonna incoronata Regina del Cielo e del­la terra.

Riuscire a dir bene il Rosario è un nostro san­to desiderio; ci si arriva però solo lentamente. Per nostra fortuna la Santissima Trinità e la Madon­na stessa, che tanto ci raccomanda questa preghie­ra, terranno conto più dei nostri sforzi che del­l'apparente bella riuscita.

Per aiutare a conoscere «i santi misteri» ho preso dall'opuscolo «Maria, Mamma bellissima» quelle pagine che riferiscono quei momenti della vita di Gesù e di Maria SS., richiamati nella reci­ta del Rosario.

Un bel rosario può essere recitato in circa venti minuti, mezz'ora al massimo. Suggerisco perciò di leggere quelle contemplazioni prima o dopo il Rosario. Se avviene durante, che se ne legga una sola, per un allungare la recita oltre misura. Ogni sussidio o suggerimento per una recita devota del santo Rosario, sia accolto nella misu­ra che rende più agile e feconda la preghiera, sen­za allungarla o complicarla inutilmente.

 

PRIMO MISTERO GAUDIOSO

L'annunciazione

San Giuseppe era in paese per il suo lavoro di car­pentiere. Maria stava al suo piccolo telaio, in un lavoro che si faceva quel giorno sempre più preghiera e desi­derio di Dio, quando, senza aprir porta o finestra, le si presenta l'Angelo Gabriele.

È uno dei Serafini più belli del Paradiso che saluta la Madonna: «Ave, o Maria!». E prosegue: «Tu sei la piena di Grazia, il Signore è con te!».

La Madonna rimane stupita della visita dell'Ange­lo, ancor più del saluto che, pieno di venerazione, egli le ha rivolto.

L'Angelo la tranquillizza: «Non temere, o Maria: tu hai trovato grazia presso Dio. Ecco, tu concepirai e da­rai alla luce un figlio. Lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande, sarà chiamato il Figlio di Dio, che gli darà il trono di Davide, suo antenato; regnerà sulla casa di Gia­cobbe per sempre; il suo regno non avrà mai fine».

La Madonna si ricordò del suo voto, di cui anche Giuseppe era a conoscenza, e rispose: «In che modo av­verrà questo, poiché io non conosco uomo?».

L'Angelo le spiegò: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Per questo quel bimbo santo che nascerà sarà chiamato il Figlio di Dio».

Poi Gabriele parlò a Maria della cugina, che Ella or­mai da parecchi mesi non vedeva più. «Ecco, la tua parente Elisabetta, pur essendo anziana, aspetta anche lei un bambino. Essa, che era chiamata la sterile, è già al sesto mese della sua attesa, poiché a Dio niente è im­possibile».

La Madonna allora pronunciò il «sì» più bello e im­portante della storia dell'universo, compiendo un atto di fede, di umiltà e di ubbidienza che diede tanta gioia e gloria a Dio e agli Angeli e fece tanta rabbia ai demo­ni. Rispose a Gabriele: «Io sono la serva del Signore; che avvenga di me come tu hai detto!».

E l'Angelo si partì da lei.

In quell'istante, per opera dello Spirito Santo, il Fi­glio dell'Eterno Padre cominciò a essere anche il Figlio della Santissima Vergine Maria. Dio diventò nostro fra­tello, come uno di noi.

Nella casa della Madonna, che adesso per miracolo della onnipotente Provvidenza si trova nel bel Santua­rio di Loreto (a Nazareth, sotto la splendida basilica, si venera la grotticella e il luogo su cui la casa sorgeva) sono scritte queste parole: «Qui il Verbo si è fatto Car­ne, e venne ad abitare in mezzo a noi».

 

SECONDO MISTERO GAUDIOSO

La Madonna va da Elisabetta

«Tua cugina Elisabetta aspetta anche lei un bambi­no ed è già al sesto mese», aveva detto a Maria l'Ange­lo Gabriele.

A sera Giuseppe venne a farle la solita visita, e Ma­ria gli accennò il suo desiderio di recarsi per qualche mese presso la cugina.

Non disse parola del suo incontro con l'Angelo, né del suo annuncio, né di avere accettato di diventar la Madre di Gesù, il Figlio di Dio.

Giuseppe amava veramente la Madonna. Per farla contenta, permettendole di passare qualche mese in com­pagnia e in aiuto alla cugina, accettò il sacrificio della sua lontananza; anzi volle accompagnarla per buona parte del lungo viaggio.

E Maria, in quella stupenda primavera che ricopri­va di fori e di canti i monti della Galilea, della Samaria e della Giudea, poteva dire soltanto agli Angeli e agli uccelli la sua gioia di Mamma di un Bimbo che avrebbe chiamato col nome santo e dolcissimo di Gesù.

Al termine di questo viaggio, fatto senza perder tem­po, eccola finalmente a Ain Karim avanti alla casa di Zaccaria, circondata di giardino e di orto.

Maria chiama la sua parente e mentre Elisabetta scen­de con tutta quella premura che l'età e le sue condizioni le permettono, la giovane cugina la saluta: - La pace sia con te, Elisabetta!

La donna si ferma, quasi impallidendo: il bimbo le sussulta nel grembo.

Non è un malessere: il suo volto rugoso si illumina di una gioia sovrumana e, ispirata dallo Spirito Santo, che era sceso in lei e nel nascituro Giovanni, esclama: «Benedetta, o Maria, fra tutte le donne e benedetto è il frutto del tuo seno! Come mai mi è concesso che la Madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena mi è giunta la voce del tuo saluto, il mio bimbo ha esultato di gioia nel mio grembo... ».

Elisabetta guarda con pena il suo Zaccaria e, rivolta a Maria, aggiunge dolorosa: «Beata te che hai creduto! Certamente si compiranno le cose che ti son state dette da parte del Signore!».

E la Madonna ora vede il suo segreto svelato diret­tamente da Dio alla sua parente, la quale subito la rico­nosce e venera come Madre del Signore, portatrice di Dio e della sua Grazia.

La commozione si fa incontenibile e dal cuore della più religiosa fra le creature, dalla sua limpida intelli­genza e dalla sua voce celestiale sgorga l'inno del «Ma­gnificat»:

L'anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.

Grandi cose ha fatto in me l'Onnipotente e santo è il suo nome...

 

TERZO MISTERO GAUDIOSO

La notte santa

Già faceva notte. Viene loro indicata una grotta, la cantina di una casa diroccata, usata talora come stalla. Non è né bella né comoda, ma almeno è un riparo...

Vanno. Giuseppe è attento perché l'asino non inciam­pi per i sentieri aspri e scuri dei campi, e trovano que­sta grotta.

Entrando, noi ci saremmo scoraggiati. Invece il sor­riso di sollievo della Madonna rianima Giuseppe, che aiuta Maria a scendere dall'asino. Dopo aver preso dalla greppia un poco di fieno, lo distende a tappeto e ve la fa accomodare.

Poi, al lume della sua lucerna, si dà da fare per com­piere una pulizia almeno sommaria. Con legni e avanzi di fascine, in un angolo - dove il fumo trova un buco per uscire - accende un focherello che dà più allegria che calore.

Sistema l'asino alla greppia, poi prepara di nuovo un meno scomodo giaciglio con la paglia, con del fieno e con il suo mantello, alla sposa.

Maria si siede, ringraziando, tra l'asinello stanco e un grosso pacifico bue che guardava bonariamente: que­gli intrusi, non sembravano avere nessuna intenzione di fargli del male.

Prendendoli dalle loro bisacce, mangiano un poco di pane e formaggio. L'appetito, specie allo sposo, non doveva mancare. Poi Giuseppe si siede presso il foche­rello, col proposito di vincere il sonno e la stanchezza, per mantenerlo acceso.

La Madonna, dopo essere rimasta alquanto seduta, si pone in ginocchio e si raccoglie in intensa preghiera.

Ha il presentimento che Gesù sta per nascere; ma non si preoccupa della mancanza di qualunque assistenza, lei che si era data tanto da fare per ben assistere santa Elisabetta. Non avvisa neppure il suo caro sposo san Giu­seppe che pure, ogni tanto, la chiama, invitandola a ri­posare un po'.

La mole calda e quieta del bue fa da velo alla tenuis­sima luce del focherello che lo stanco Giuseppe, pur dor­micchiando, riesce a non lasciar morire. E nel silenzio di questa notte santissima, da Maria viene al mondo Gesù.

La Vergine Madre, col cuore inondato da una beati­tudine che nessuno può misurare, accoglie il suo Bim­bo sul cuore e, prima ancora di avvolgerlo in fasce, chia­ma festosa il suo Giuseppe.

Il povero sposo, che pure immaginava quanto sarebbe potuto accadere (ma non credeva così presto, così mi­racolosamente facile, già avvenuto ormai!) si scuote e va verso Maria. Quasi non osa prendere in braccio quel­l'Infante, che egli sa essere figlio della sua Maria e Fi­glio di Dio!

Vedere e toccare Dio! Dio che nasce bambino, che strilla, che pare mendichi subito latte, calore e prote­zione! Ma Giuseppe si fa animo e lo accoglie, timoroso quasi di fargli male con le sue mani callose e le vesti pesanti.

La Madonna leva dal cofano le piccole fasce e i pan­nicelli e, come aveva visto fare col piccolo Giovanni­no; avvolge ben bene il suo Gesù. Il piccolo però conti­nua a vagire e solo si acquieta quando, dopo alcun tempo, la Madonna riesce a dargli qualche goccia di latte e poi a posarlo nella mangiatoia.

 

QUARTO NUSTERO GAUDIOSO

La presentazione al Tempio

In quell'andirivieni di genitori con i loro bambini presso l'altare (su cui venivano deposti e offerti al Si­gnore, per essere poi restituiti ai genitori) sembrava che proprio nessuno si fosse accorto della eccezionale im­portanza che il rito assumeva in quel giorno.

Insieme con gli altri, era il Figlio di Dio, fattosi uo­mo, che veniva offerto al Padre. Giuseppe e Maria, umili e discreti, non eran certo i tipi da attirar su di loro l'at­tenzione, nemmeno del Sacerdote che, al massimo, avrà notato la bellezza straordinaria di quell'Infante.

La Madonna, benché fosse l'Immacolata e la Ma­dre Vergine, si sottomise come tutte le altre mamme al rito della purificazione, una benedizione simile a quel­la che viene data anche presso noi cristiani alle parto­rienti, dopo il Battesimo del figlio.

E i due, felici con il loro Bambino, dopo aver pre­gato insieme, già si apprestavano a uscire dal Tempio, quando videro accorrere ansante, verso di loro, un sim­patico e sorridente vecchietto.

Quel mattino, una irresistibile ispirazione dello Spi­rito Santo l'aveva fatto accorrere al Tempio. Fra tanta gente che andava e veniva, a colpo sicuro indovinò chi lui cercava e ripreso un po' di fiato per la corsa e per l'emozione, si rivolse alla Madonna, chiedendo che le cedesse un minuto il piccolino.

La Mamma accondiscese sorridendo, e il vecchiet­to, tenendo con cura e rispetto fra le sue braccia Gesù Bambino, disse, beato: «O Signore, lascia pure che il tuo servo se ne vada in pace da questo mondo, perché i miei occhi hanno veduto il Salvatore che ci hai mandato.

Ecco la Salvezza che Tu hai preparato al cospetto di tutti i popoli!

Ecco la Luce che illumina tutte le genti, ecco la tua Gloria, o Israele!».

A queste parole san Giuseppe era visibilmente sor­preso e commosso.

Il santo vecchio Simeone invocò sopra di loro tutte le benedizioni di Dio. Poi volgendosi a Maria, la Mam­ma, disse: «Questo Bambino è posto a salvezza di alcuni e a rovina di altri, in Israele. Sarà un segno di contraddi­zione, e per questo anche a Te, o Madre, una spada tra­passerà l'anima».

La Madonna impallidì, non tanto per la spada del dolore che già, poco per volta, stava penetrando nel suo cuore di madre, ma per i chiodi e la lancia che i profeti avevano già predetto, e che avrebbero ferito i piedi, le mani e il cuore di quel suo Bambino...

 

QUINTO MISTERO GAUDIOSO

Il doloroso smarrimento

A sera, quando le comitive degli uomini e delle donne si ricompongono, perché le singole famiglie possano con­sumare il loro pasto e provvedere al riposo della notte, Gesù non si trova né presso la mamma né presso gli uomini.

Altro che pensare alla cena! Appena riavutisi dal do­loroso stupore, Maria e Giuseppe rifanno nella notte il cammino percorso. Che sia rimasto a Gerusalemme in casa di conoscenti?

Il giorno che segue lo dedicano alla ricerca, e l'an­sia cresce col passar delle ore. Viene notte e non ne pos­sono più: le gambe non reggono allo spossante cammi­no e gli occhi arrossati dolgono per il pianto e il conti­nuo scrutare in mezzo alla gente.

Gesù è smarrito! Di Lui neppure un indizio. Solo la più o meno superficiale compassione di coloro ai quali avevano chiesto, se mai avessero visto, sentito...

La notte, tristissima e insonne come quelle del dub­bio di Giuseppe e della fuga verso l'Egitto, portò buon consiglio. E se Gesù avesse fatto ritorno al Tempio, dove aveva subìto l'esame e dove essi stessi l'avevano riac­compagnato altre volte?

Maria, quando entra in una di quelle sale, affollata di Dottori eppur silenziosa da parere vuota, si trova da­vanti a una visione incredibile!

Il suo Gesù è lì, in mezzo a quei vecchi barbuti, che tien cattedra. Bello e fresco come una rosa, risponde, interroga, corregge come fossero quelli i discepoli e Lui il maestro.

La Madonna non riesce a trattenere l'emozione. Tra­scinandosi dietro Giuseppe, lui pure trasecolato, si av­vicina a Gesù e, baciandolo con gli occhi rossi di pian­to, gli domanda: «Figlio mio, perché ci hai fatto questo?». Gesù sembra non capire neppure la domanda e la Ma­donna prosegue: «Ecco tuo padre ed io, pieni di angoscia, andava­mo in cerca di te».

La risposta del Fanciullo deve avere avuto l'effetto di un nuovo acquazzone sulle spalle di chi è già bagna­to di pioggia. Disse Gesù, anche se in tono veramente affettuoso: «Ma perché mi cercavate ? Non pensavate che lo sono obbligato a fare, per prima, la volontà del Padre mio, e interessarmi anzitutto delle cose Sue?».

Egli era venuto nel mondo per fare la volontà di Colui che lo aveva mandato, anche quando la volontà di Dio lasciava in momentanea sofferenza le due persone che al mondo aveva più care: la Mamma e il Padre legale.

 

PRIMO MISTERO DOLOROSO

La tua volontà!

Lasciato il Cenacolo dove aveva lavato i piedi agli Apostoli, mangiato l'Agnello pasquale e istituito la Santa Eucaristia, donando pure agli Apostoli il potere di rin­novare questo santo Mistero, Gesù uscì verso l'Orto degli Ulivi. Avevano pregato molto e si era fatto buio. An­che nell'anima di Gesù scendeva sempre più fitta la te­nebra e la tristezza.

Scelse tra gli Apostoli i tre che riteneva i più affe­zionati, perché gli facessero compagnia. Dormirono in­vece, nonostante i richiami, mentre Gesù passò ore di sofferenze indescrivibili, tanto che sudò sangue. Giuda intanto stava già attuando il suo tradimento.

Nessun conforto né dal Cielo né dalla terra, di fron­te alla sicura previsione di essere abbandonato da tutti, di venir tradito da un amico, di essere processato, tor­turato, condannato, ucciso su una croce. Gesù aveva pure l'impressione che tutto sarebbe rimasto inutile per mol­ti, per troppi fra gli uomini che Lui avrebbe voluto sal­vare senza eccezioni...

«Padre, allontana da Me questo calice!... », implo­rò in quel tremendo momento.

La Madonna era certamente rimasta nel Cenacolo, ma il presentimento materno, illuminato anche da tanti accenni che Gesù aveva fatto sulla sua Passione, le fa­ceva già vivere, spiritualmente vicina, la dolorosa ago­nia del Figlio.

E come Lei aveva accettato di divenire la Madre del Redentore dicendo «sia fatto di me secondo la tua paro­la», così il Figlio ripeterà le stesse parole della Mam­ma, in quella «notte delle tenebre» in cui il Sangue già cominciava a sprizzargli dalle vene: «Padre, sia fatta non la mia ma la tua volontà».

Quanta amarezza provò in cuore la Madonna quan­do l'apostolo Giovanni le raccontò poi del tradimento di Giuda.

Maria aveva sempre amato gli Apostoli, compren­dendone i limiti, sopportandone i difetti, incoraggian­do con la saggezza e tenerezza materna il molto bene che scopriva in loro. Ma Giuda, questo infelice Giuda, alla Madonna faceva paura.

Falso, lussurioso e quindi sempre bisognoso di de­naro, in mezzo agli altri Discepoli sembrava un'aspide in un nido di uccelli. La Madonna soffriva e pregava: temeva per il suo Gesù. La vipera avrebbe dato quella notte l'ultimo morso, quello mortale, sotto la forma di un bacio traditore.

 

SECONDO NIISTERO DOLOROSO

Hanno imprigionato Gesù

Le ore della notte tra il Giovedì e il Venerdì santo non passavano mai. La Madonna vegliava in un crescente affanno.

Finalmente torna Giovanni, ansante per la corsa, stra­volto. Corre dalla Madonna e non può nasconderle la verità: le racconta del sudore di sangue nell'Orto degli Ulivi, del tradimento di Giuda, dell'arrivo delle guar­die con corde e bastoni, di Gesù percosso e trascinato prima in casa del vecchio pontefice Anna; ora è nel Si­nedrio radunato illegalmente in piena notte, ed è sotto processo...

E gli Apostoli? La Madonna apprende con pena quan­to Giovanni, il prediletto, non sa come confessarle: gli Apostoli sono fuggiti spauriti, delusi, quasi arrabbiati con il Signore che, pur potendolo (e lo aveva dimostra­to con un miracolo a favore di una guardia), non aveva voluto difendersi.

Giuda, dopo il bacio del tradimento, era scappato via dal Gethsemani come un pazzo; Pietro, dopo lo sban­damento generale, si era messo a cercare notizie di Ge­sù; anzi Giovanni lo aveva visto aggirarsi dalle parti del Sinedrio. E gli altri? Nessuna notizia. Che almeno fos­sero andati a rifugiarsi presso il buono e potente Lazzaro...

La Madonna era veramente desolata.

Pregò Giovanni che almeno lui non abbandonasse il suo Gesù.

Mescolata in mezzo alla gente, accompagnata da Gio­vanni e dalle più coraggiose delle discepole, la Madon­na fu testimone del processo iniquo di fronte a Pilato.

Rivide il Figlio tornare dalla farsa inscenatagli da Erode, con addosso una vestaglia e trattato da pazzo. Con il cuore che le si spezzava dal dolore, più che se i colpi piovessero su di lei, assisté, sia pur da lonta­no, alla orrenda flagellazione, in cui ogni colpo arava di ferite il Corpo santissimo del Figlio suo e di Dio.

Povera Mamma, che aveva pure le orecchie stordi­te dalle urla della folla inferocita che aizzava i carnefici a raddoppiare il numero e la violenza di quelle frustate selvagge!

 

TERZO MISTERO DOLOROSO

Che sia crocifisso!

Quale strazio ha provato la Mamma quando più tar­di, sulla gradinata del palazzo di Pilato, vide il suo ge­sù presentato alla folla dallo stesso Governatore, uomo indeciso sul giudizio, crudele e pauroso a un tempo... Il bel Volto era rigato di sudore e di sangue, sporco di sputi; la testa era beffardamente coronata di spine che penetravano nella pelle e la facevano sanguinare, le belle mani del suo Gesù, tumefatte e legate, stringevano una canna a mo' di scettro...

La Madonna ricordava l'annuncio dell'Angelo: «Da­rai alla luce un figlio, lo chiamerai Gesù. Dio gli darà il trono di Davide, suo antenato. Il suo regno non avrà fine... ».

Davvero che questo suo Figlio era Re, il Re dell'u­niverso, ma non certo come l'avrebbe voluto quel po­polo imbestialito che osannava a Barabba e chiedeva la morte per Gesù.

«Che volete che io faccia di questo vostro Re?», aveva chiesto con sprezzo Pilato alla folla in tumulto. «Noi non abbiamo altro re se non Cesare. Costui sia crocifisso!», fu la risposta ispirata dai sacerdoti e dai farisei che, come lupi famelici, già pregustavano il san­gue della preda.

E Pilato, per paura di aver noie con Roma, dopo aver apertamente riconosciuto Gesù innocente e aversene stu­pidamente lavato le mani, lo condannò a morte di croce.

La lunga Via Crucis era cominciata per la Madonna ancor prima di Betlemme. Ora Ella stava per percorre­re, anche materialmente, insieme al suo Gesù, i brevi ma aspri sentieri che li conducevano alla cima del Cal­vario.

 

QUARTO MISTERO DOLOROSO

Lungo il Calvario

I Santi Vangeli ci descrivono al vivo il viaggio di Gesù, carico della Croce, dal pretorio di Pilato, per le strade strette, sporche e affollate da gente curiosa e ostile della città, fino alle mura; poi, fuori dalle porte, la bre­ve ma faticosissima salita fino alla vetta del Calvario. I nomi del Cireneo, della Veronica, di un gruppo di donne di Gerusalemme, piangenti di dolore per la sorte di Gesù e di vergogna per il contegno dei loro mariti e figli, sono noti e cari a noi, che ricordiamo le doloro­se cadute, gli insulti, le sassate contro il Condannato.

Uno dei momenti più strazianti di questo salire cari­co della croce fu quando, a una svolta della stradiccio­la, Gesù si vide di fronte la Mamma, bianca di pena co­me la più addolorata fra le madri, e nobile e forte come una regina. Un colloquio di pochi secondi fatto solo di sguardo, di respiro, di battito di cuore. Le anime si par­lavano, condividevano la pena uno dell'altro; si confor­tavano nel fare con amore, senza tentennamenti, la vo­lontà del Padre.

Se la Madonna ci avesse amati di meno, se fosse stata egoista nel suo dolore materno, avrebbe potuto chiede­re a Gesù di usare per un istante la sua non certo perdu­ta onnipotenza e, annientando ogni potere infernale e mondano, sottrarre sé stesso alla morte e la Madre allo strazio.

Invece Maria era presente sul Calvario proprio per la ragione opposta: stava anche lei completando la ter­za fase della sua missione materna. Ella doveva, dal­l'alto di quel piccolo colle, divenuto per sempre l'«Al­tare del mondo», donare il suo Figlio (unita a Lui come goccia all'oceano), all'Eterno Padre e a tutta la fami­glia umana quale vittima che espia volontariamente per tutti i peccati del mondo.

Gesù accettò il conforto della Madre, infondendo e moltiplicando pure in Lei quel coraggio e quella tene­rezza che l'avrebbero fatta Consolatrice degli afflitti.

Mentre spira un vento cattivo e il cielo accenna a rannuvolarsi, Gesù giunge sul Calvario. È spogliato delle vesti; le ferite della flagellazione, delle cadute e delle percosse si riaprono.

Viene steso sulla croce. Incomincia la crocifissio­ne. Sul Calvario c'è un baccano veramente demoniaco; si acquieta solo per udire i colpi dei martelli sui chiodi che penetrano inesorabilmente presso i polsi e le cavi­glie, nelle mani e nei piedi di Gesù, e poi nel legno. Simeone aveva preavvertito la Madre: «Questo Fi­glio sarà segno di contraddizione, posto a salvezza e a rovina. Per questo una spada ti trapasserà l'anima». Quei chiodi sembravano penetrare nella testa e nel cuore della Madonna che era lì, a pochi metri, che ve­deva, che sentiva. E non poter far nulla per evitare o almeno alleviare tanto dolore...

 

QUINTO MISTERO DOLOROSO

Tutto è compiuto

Poi la croce viene sollevata e poi fissata nel buco già preparato. Il corpo di Gesù è sospeso ai chiodi che stra­ziano nervi, pelle, vene, carni.

Il sangue, quel poco rimasto dal molto già sparso, continua a colare. La sete aumenta. Il corpo trema per la febbre, gli spasimi tetanici sono sempre più forti.

E nell'anima di Gesù scende una notte ancor più pro­fonda e paurosa del buio che sta sempre più, inspiega­bilmente a quell'ora, ricoprendo la terra.

«Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? ...». Gli uomini, invasati da Satana che con loro si illude della vittoria contro il Cristo, urlano, bestemmiano, in­sultano Gesù e anche la Madre che l'ha messo al mon­do per farlo morire in croce...

Dalla croce parte una preghiera, che la Madonna ha già fatta sua: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». E come Madre, non solo di Gesù ma dell'intera umanità, la Madonna prega e perdona... Oh, il perdono della Madre a coloro che stanno insultando il figlio morente... che ancora si prendono beffe del Fi­glio di Dio...

Io ritengo che questo perdono totale fosse la prova che solo la più santa e buona delle creature poteva su­perare, prima di accettare da Dio il riconoscimento di una missione che, già da tempo, si accorgeva di andare svolgendo.

«Gesù, volgendosi alla Mamma, disse: - Donna, ecco tuo figlio!

Poi volgendo la testa verso il Discepolo, disse: - Figlio, ecco tua Mamma.

E da quel momento il Discepolo la tenne con sé». Prima di morire, il Crocifisso ci offre il più grande dono, dopo quello di Se stesso: ci affida la Sua come nostra Madre. Ci chiede un impegno, una responsabili­tà: riconoscere e trattare la Madonna come nostra au­tentica Mamma.

Le forze al Crocifisso vengono rapidamente meno. Il respiro è sempre più affannoso e irregolare. Ormai Gesù non ode più nemmeno gli insulti: «Scendi dalla croce e ti crederemo! Salva te stesso, tu che salvavi gli altri!... ».

In questo isolamento e buio pauroso, mentre, come dice il Vangelo, sulla terra calano le tenebre, nel cuore di Gesù cresce la pace. Il cielo sta riaprendosi al suo spirito di uomo. Il Figlio di Dio e di Maria può dire in verità di aver ormai compiuto, e a perfezione, il pro­prio dovere.

Anche la Mamma può ripetere in cuor suo, in umil­tà e sincerità: «Tutto è compiuto! Ecco, o Padre, ho fi­nito la mia missione verso la Persona del tuo Figlio Uni­genito. L'ho accolto e l'ho generato alla vita umana, l'ho dato alla luce del mondo; ora lo rendo di nuovo alla luce del Cielo, in Sacrificio santo e immacolato. Ora aiutami a esser madre non solo del mio Gesù ma di tutti i tuoi figli che Lui è venuto a salvare... ».

Già si udiva, ma sempre più debole, il rantolo del­l'agonia. A un certo punto un grido possente, insospet­tabile da quel petto straziato ed esangue; e subito Gesù reclina il capo e muore.

Quale sarà stata l'ultima parola di Gesù, l'ultimo gri­do, quasi un urlo? Credo sia stato il nome di mamma, in aramaico Immàh, parola pressoché identica in tutte le lingue e presente sulle labbra delle persone che muoio­no straziate dalla sofferenza.

La cognata Maria di Alfeo e Maria Maddalena, pur piegate dal dolore, dovettero sostenere la Madonna che, all'ultimo respiro di Gesù, si sentiva pur essa morire.

La «spada del dolore» faceva di Lei la Regina dei Martiri.

 

PRIMO MISTERO GLORIOSO

Sono ancora con Te!

Una dopo l'altra, lunghe e penosissime sono passa­te le ore, dalla sera del Venerdì santo al mattino di quello che adesso chiamiamo la Domenica di Pasqua.

Nell'anima della Madonna la fede in Gesù era rima­sta intatta; l'attesa della sua risurrezione era sembrata interminabile per il suo cuore materno, ma era stata vis­suta senza tentennamenti per il suo spirito vigile e forte.

Gli Apostoli spauriti, come uccelli sfuggiti allo spar­viero, si erano di nuovo ritrovati, alla chetichella, nel Cenacolo.

Forse la calma e la fede di Lazzaro li aveva inco­raggiati a rientrare in Gerusalemme.

Ma in quanto a credere alla risurrezione di Gesù la faccenda era troppo grave. Lazzaro, sì, era risorto dal sepolcro in cui già il suo cadavere si decomponeva; di questo miracolo essi erano stati testimoni alcuni mesi prima; ma allora c'era Gesù a richiamarlo alla vita. Adesso il loro Maestro è morto, e in che modo lo avevano appreso fin troppo chiaramente. Nelle tenebre dello spirito essi si chiedevano chi ora avrebbe potuto ridonargli la vita.

Intanto le Discepole si erano alzate di buon mattino per preparare gli aromi e uscire verso il sepolcro, ap­pena le guardie avessero aperto le porte della città.

In quell'annuncio di alba la Madonna vegliava. Nessuna voglia in Lei di unirsi all'atto pietoso delle pie don­ne, poiché sentiva che l'attesa era ormai al suo termi­ne. Il terzo giorno dopo la morte, avrebbe rivisto il suo Gesù, risorto come aveva apertamente predetto.

Non c'è traccia nel Vangelo di questo incontro del Figlio con la Madre, dell'Uomo-Dio con la fedele Di­scepola e perfetta Credente. Ogni parola sciuperebbe la paradisiaca felicità del Figlio e della Madre nel riabbrac­ciarsi dopo tanto soffrire... L'Addolorata diveniva a un tratto la Consolata, per essere a tutti un giorno la dolce Consolatrice.

Se un'ombra di dolore offuscò lo splendore di quel mattino di aprile, fu il constatare l'incredulità degli Apo­stoli a quanto testimoniarono poco più tardi le donne ri­tornate di corsa dal sepolcro vuoto.

Come sempre succede per chi ha incarichi dal Cie­lo, furono prese per sognatrici.

Nemmeno alla fedele, forte testimonianza della Mad­dalena vollero credere, e sì che quest'ultima l'aveva non solo visto e udito, ma quasi toccato...

La Madonna ascoltava e taceva. Taceva anche del «suo» incontro con il Signore risorto per non rendere ancor meno scusabile la loro incredulità.

 

SECONDO MISTERO GLORIOSO

Predicate il Vangelo!

Erano passate quasi sei settimane dal mattino della Risurrezione quando Gesù radunò di nuovo, con gli Apostoli, molti altri Discepoli sul Monte degli Ulivi.

Da quella cima parlò loro per l'ultima volta, ordinan­do di portare il Vangelo a tutte le creature, assicurando la salvezza a chi avesse creduto e chiesto il Battesimo.

Gesù, dopo aver garantito che non solo sarebbe tor­nato visibilmente nella gloria del suo Regno, ma sareb­be rimasto con loro sempre e ovunque fino alla ime dei tempi, li benedisse e lentamente si levò verso il Paradi­so, scomparendo nell'azzurro di quel cielo di maggio. Gli Apostoli, rinfrancati e illuminati nella Fede in quelle stupende settimane seguite alla Pasqua, si trova­vano ora come bambini orfani di padre, come scolari senza maestro, per di più con una missione, con un com­pito nettamente sproporzionato alle loro forze umane. Allora si strinsero attorno alla Mamma.

Discesero dal Monte e con un gruppo di donne, quelle che erano state le più vicine a Gesù e le più ferventi nel­l'apostolato, si recarono nel Cenacolo.

Iniziarono una novena di raccoglimento e di preghie­ra, in attesa che da Dio venisse loro uno speciale aiuto per poter eseguire la volontà del loro Maestro.

E passarono questi giorni di preghiera e di fraterni­tà, dice il Vangelo, con Maria, la Madre di Gesù.

 

TERZO NUSTERO GLORIOSO

Vieni, o Spirito Santo!

Nella sua vita, la Madonna ha avuto almeno tre mo­menti di particolare. comunione con lo Spirito Santo.

Il primo fu nell'istante stesso della sua Concezione immacolata, in cui lo Spirito Santo la colmò di grazia e di doni, così da fare della Madonna, fin dall'inizio, un mare di Grazia, cioè la creatura più intensamente par­tecipe della vita di Dio.

Il secondo momento fu quando l'Angelo Gabriele, dopo averla salutata «piena di grazia», le assicurò che sarebbe diventata vera Mamma di Dio, che il Figlio di Dio avrebbe preso in lei la natura umana per opera del­lo Spirito Santo. L'amore infinito di Dio faceva un tut­t'uno con l'amore totale e immacolato della Vergine; e il Bambino, da Lei nato, sarebbe stato il Figlio stesso di Dio.

Un terzo e solenne momento di grande effusione dello Spirito Santo in Maria fu quello della Pentecoste: quel giorno la Madonna fu, per così dire, consacrata Regina degli Apostoli e Madre della nascente Chiesa.

Erano passati una decina di giorni dall'Ascensione di Gesù in Cielo: giornate di fede, di bontà, di rievocazioni delle parole, dei miracoli compiuti da Gesù, delle sof­ferenze e delle gioie vissute insieme, sotto la guida di­screta e sapiente della Madonna. Ella sapeva collocare tutto nella prospettiva migliore e raccontava fatti e parti­colari che gli Apostoli ancora non conoscevano; così pre­parava i loro cuori a ricevere lo Spirito Santo.

Preannunciato da un tuono fragoroso e da un sinto­mo di terremoto, come Gesù aveva promesso, venne lo Spirito di Dio a posarsi in forma di fiamme sopra la te­sta della Madonna, degli Apostoli e delle altre discepo­le presenti.

L'anima loro intanto veniva inondata di luce, di amo­re per il Signore e per il prossimo, di fiducia incrollabi­le nella parola e nella potenza di Gesù.

Quando si accorsero, dal vocìo crescente, che mol­ta gente impressionata da quel fragore, doveva essersi accalcata attorno al Cenacolo, invece di sbarrare ancor meglio il portone, spalancarono porte e finestre. Pie­tro, da abile pescatore di pesci, si ritrovò a essere co­raggioso e abilissimo pescatore di uomini.

La Chiesa del suo Gesù muoveva quel giorno i suoi primi passi e il cuore materno di Maria ne godeva e si allargava ad accogliere i nuovi figli che sarebbero poi stati senza numero.

 

QUARTO MISTERO GLORIOSO

Assunta in cielo

Ci sono notizie varie, ma non tutte ugualmente at­tendibili sugli ultimi anni di vita della Madonna. C'è chi pensa si sia recata con san Giovanni a Efeso in Turchia (forse confondendo il presbitero Giovanni, un santo di­scepolo di nostro Signore, con l'Apostolo Giovanni Evangelista) e poi sia morta colà. Credo piuttosto che abbia chiuso la sua esistenza terrena a Gerusalemme, nella casa da Lei abitata con san Giovanni presso il Geth­semani.

Sono pure convinto che la fine della vita terrena di Maria fu quanto mai semplice e avvolta di silenzio. La sua non fu propriamente una morte, a cui necessità vuole che faccia presto seguito la sepoltura. Il suo corpo im­macolato non conobbe la rigidità e il freddo del catafal­co, né la decomposizione del sepolcro.

Fu una breve attesa, di ore e di giorni non so, ve­gliata da Giovanni, il Discepolo che Gesù aveva voluto restasse sempre vicino alla Madonna. Il cuore di Lei s'era fermato, era cessato il respiro, gli occhi s'erano chiusi e le mani erano intrecciate come in preghiera.

Una schiera di Angeli portano questo Corpo santis­simo verso il Cielo. Il Corpo si rianima sempre meglio e salendo si fa più bello, lieve e spirituale.

Maria sembra vestita di sole, la luna è sotto i suoi piedi, le stelle le fanno corona.

E sale l'umile ancella di Dio, sempre più su.

 

QUINTO MISTERO GLORIOSO

La vita continua

Immaginate come volete la scena dell'abbraccio di Dio con la Prediletta che a Lui è Madre, Figlia e Sposa. Pensate all'incontro con le anime del suo sposo Giu­seppe, dei suoi genitori, di Giovanni il Battista, di Ste­fano, dei bambini innocenti, di tutto il Paradiso umano e angelico che tripudia per l'arrivo della loro Madre e Regina.

Nessuna creatura è salita tanto in alto, oltre il posto occupato un tempo da Lucifero. L'angelo più bello, era caduto; la «Stella del mattino» s'era spenta in fiamme di Inferno e ora una creatura umana, una Donna, splen­deva ancor più lucente nel Cielo, come la Stella di un mattino eterno.

Ma la vita e la missione della Madonna non sono cer­to finite con la sua Assunzione in Cielo, come se fosse andata molto lontano, oltre le stelle.

La Madonna, anche in questo momento è viva e vi­cina, e i suoi occhi sono rivolti a ciascuno di noi e sono pieni di tanta dolcezza...

Potremmo chiederci ora che cosa rappresenta Ma­ria per la Santa Chiesa. E per ognuno di noi? Quale com­pito svolge Maria nella nostra vita?

Sarebbe tempo di domandarci, con qualche rimor­so, quale posto le abbiamo fatto nei nostri pensieri, nei nostri affetti, nel nostro modo di vivere. Alla Madon­na, intelligente e attiva Mamma di tutti e di ciascuno, che posto abbiamo lasciato nella nostra casa?

La risposta vera la troveremo pregando, nella luce dello Spirito Santo, scritta in fondo alla nostra anima, sfogliando in umiltà e riconoscenza il libro della nostra vita.

 

APPENDICI

I primi cinque sabati

Il Paradiso mi affascina

Una lettera dall'Aldilà

PREMESSA

Aggiungo tre non inutili appendici.

La prima, la più breve ma non la meno importante, ci ricorda un invito e una promessa del Cuore Immaco­lato di Maria, fattaci per mezzo di Lucia di Fatima, tut­t'ora vivente. È un modo di vivere, e non solo di reci­tare la invocazione: «O Gesù, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'Inferno, porta in Cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua mise­ricordia».

La preoccupazione della nostra Mamma del Cielo non è solo quello di «salvare» il nostro corpo (tanto più che più che vecchi non si campa!), e neppure quello di «salvare l'anima» come se fosse qualcosa che ci appar­tiene, disancorata dal resto. La Madonna lanciando que­sto S.O.S. («salvate le nostre anime!»), intende tutta la persona, tutta la nostra vita nel suo aspetto fisico e spi­rituale, nella sua dimensione nel tempo e nell'eternità.

Per questo ci invita a pregare con il santo Rosario, a riflettere e contemplare con amore i misteri della vita del suo Gesù, ad accostarsi con umiltà alla Confessio­ne, e con fede e costanza alla santa Comunione.

A parte la grande promessa che Lei ci sarà vicina nell'ora della nostra morte, la Regina della Pace ci in­dica un breve ma prezioso rodaggio nel cammino verso l'eterna salvezza.

E ci insegna a non pensare egoisticamente, ma a da­re aiuto a chi è avviato sulla via della perdizione. Che nessuno vada perduto in quel «fuoco dell'Inferno» che Lei, pur mamma saggia e tenerissima, ha osato far in­travedere ai tre cari pastorelli di Fatima. Lucia, Gia­cinta e Francesco, ci hanno assicurati che sarebbero morti di orrore e di terrore, se la Madonna, in quell'istante, non li avesse sostenuti.

Nella seconda appendice oso proporre pensieri che mi sono saliti dal cuore, sollecitati dal contatto, quasi quotidiano, che la mia particolare missione di sacerdo­te mi procura con sorella Morte.

Non occorre che sfogli la Bibbia per ricordarmi che tutto al mondo è vanità, che rilegga gli antichi filosofi greci per riscoprire il «panta rei» ciò che tutto scorre via, inesorabilmente.

Sono ultraconvinto che ciò che non ha radici o frutti nell'Aldilà non vale un bel niente («Quod aeternum non est, nihil est»). Questa convinzione non mi intristisce la vita, ma piuttosto accresce la voglia di vivere, per arrivare ben preparato e con i documenti in ordine a quel­l'incontro con Dio che attende ciascuno di noi.

Mi sento un uomo fondamentalmente felice. Non mi mancano sofferenze e prove di ogni specie, tra cui il ten­tativo che spesso fallisce di vincere o almeno ridurre i miei difetti. Ma più che guardare al fango della terra, preferisco alzare lo sguardo al puro splendore del Cielo. Il Paradiso veramente mi affascina.

E la terza appendice? Leggetela: si raccomanda da sola.

 

LA GRANDE PROMESSA DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA:

I PRIMI CINQUE SABATI

La Madonna, apparendo a Fatima il 13 giugno 1917, tra l'altro, disse a Lucia: «Gesù vuole servirsi di te per farmi conoscere e ama­re. Egli vuole stabilire nel mondo la devozione al mio Cuore Immacolato».

Poi, in quella apparizione, fece vedere ai tre veg­genti il suo Cuore coronato di spine: il Cuore Immaco­lato della Mamma amareggiato per i peccati dei figli e per la loro dannazione eterna!

Lucia racconta: «Il 10 dicembre 1925 mi apparve in camera la Ver­gine Santissima e al suo fianco un Bambino, come so­speso su una nube. La Madonna gli teneva la mano sul­le spalle e, contemporaneamente, nell'altra mano reg­geva un Cuore circondato di spine.

In quel momento il Bambino disse: "Abbi compassione del Cuore della tua Madre San­tissima avvolto nelle spine che gli uomini ingrati gli con­figgono continuamente, mentre non v'è chi faccia atti di riparazione per strappargliele-.

E subito la Vergine Santissima soggiunse: "Guarda, figlia mia, il mio Cuore circondato di spine che gli uomini ingrati infliggono continuamente con be­stemmie e ingratitudini. Consolami almeno tu e fa sa­pere questo:

A tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato:

- si confesseranno,

- riceveranno la santa Comunione,

- reciteranno il santo Rosario,

- mi faranno compagnia per quindici minuti medi­tando i Misteri, con l'intenzione di offrirmi ripa­razioni, prometto di assisterli nell'ora della morte con tutte le grazie necessarie alla eterna salvezza "».

È questa la grande Promessa del Cuore Immacolato di Maria che si affianca a quella del Cuore Sacratissi­mo di Gesù.

Per ottenere la Promessa del Cuore Immacolato di Maria si richiedono le seguenti condizioni:

1. Confessione. Deve essere fatta entro gli otto giorni precedenti, con l'intenzione di riparare le offese fatte al Cuore Immacolato di Maria.

2. Comunione. Deve essere fatta in grazia di Dio ogni primo sabato del mese e con la stessa intenzione della Confessione.

3. Confessione e Comunione. Devono ripetersi per cinque mesi consecutivi, senza interruzione.

4. Recitare la corona del Rosario, almeno la terza parte, con la stessa intenzione riparatrice.

5. Meditazione. Per un quarto d'ora fare compagnia alla Santissima Vergine meditando sui misteri del santo Rosario.

Un confessore di Lucia le chiese il perché del nu­mero cinque. Lei lo chiese a Gesù, il quale le rispose: «Si tratta di riparare le cinque offese dirette al Cuo­re Immacolato di Maria:

1. Le bestemmie contro la sua Immacolata Conce­zione;

2. contro la sua Verginità;

3. contro la sua Maternità divina e il rifiuto di rico­noscerla come Madre degli uomini;

4. l'opera di coloro che pubblicamente infondono nel cuore dei piccoli l'indifferenza, il disprezzo e perfi­no l'odio contro questa Madre Immacolata;

5. l'opera di coloro che la offendono direttamente nelle sue immagini sacre».

 

IL PARADISO MI AFFASCINA

Nel silenzio e nella pace della mia cameretta, dopo una giornata vorticosa, guardo al tuo cielo, o Signore, dove vai accendendo le prime stelle.

Cala la sera su questa mia giornata densa di impe­gni e di imprevisti, e avverto il lento, inesorabile calare della sera sulla mia povera vita. Ma non mi sento solo, poiché Tu sei con me; ma non mi sfiora la tristezza, l'an­goscia delle tenebre e della morte, poiché io vivrò per sempre, oltre le lande dei secoli e dei millenni. Tu mi hai creato e redento, Signore, non tanto per la vita che passa, ma per quella più vera, più densa, più calda che nessuno potrà rapirmi. «Chi vive e crede in me, non mor­rà in eterno!». Ed io credo, fermamente credo sulla tua parola!

 

Cosa mi aspetta?

Non so immaginare, Signore, cosa mi aspetta nel­l'Aldilà. Sono certo che sarà immensamente al di sopra dei miei più intimi desideri, dei miei sogni più cari: sa­rà un partecipare al tuo vivere da Dio, ciò che non può capire e tantomeno esprimere chi è fatto ancora anche di terra. Benedetto quel Battesimo che ci ha fatto «con­sorti della natura di Dio», cioè suoi veri figli!

Sento che Tu, Dio-Amore, Gioia, Bellezza e Pace senza confini, aspetti con ansia proprio me, come fossi l'unico figlio, come se non fossi il più distratto, indo­lente, rozzo, l'ultimo dei tuoi figli di adozione.

Tu mi desideri, mi aspetti direi con impazienza. Ep­pur Tu sei la Perfezione a cui nulla manca, la Felicità perfetta e definitiva che può solo riversarsi, per gratui­to amore, sugli altri.

Non so quando mi chiamerai per nome, ma ti ve­do le braccia già tese all'abbraccio, per stringermi al Cuore.

Il Cuore di Dio...

Se l'esito del tuo giudizio (cioè di quel passaggio ra­pido e obbligatorio per tutti coloro che lasciano questo pianeta di... terra), dipendesse solo da Te, sarei già ma­tematicamente sicuro di salvarmi.

Ma Tu non puoi rinunciare alla tua Giustizia né al rispetto della libertà che mi concedi, e la tua sentenza dovrà tener conto delle mie ultime scelte.

Questo mi mette paura di me stesso, e mi libera dal­l'orgoglio e dal disimpegno di chi si sentisse già «pa­drone» del tuo Paradiso.

Mi rifugio in una enorme fiducia nei tuoi progetti sapienti e amorevoli.

Signore, sprona la mia volontà al ben operare, in­ducimi al pentimento così che accetti con gioia il tuo perdono.

Permetti, se vuoi, che io venga subito a Te, anche adesso mentre sto scrivendo questa proposta, piuttosto che cent'anni di vita gaudente e poi... il fuoco eterno e la solitudine atroce di chi Ti rifiuta.

La perseveranza nel bene è grazia, la perseveranza finale è la grazia migliore, ed il tuo Paradiso è la più bella sorpresa che solo un Dio ci può preparare.

 

Troppo poco...

Se nel tuo Paradiso potessi avere un rimpianto, sa­rebbe di averti conosciuto (non solo sui libri, ma in ma­niera personale, vitale), troppo tardi; sarebbe di averti amato senza quella fedeltà, passione, operosità che Tu meritavi.

O mio Dio, quante monete preziose questo figlio pro­digo ti ha sperperato: sono le ore di vita che Tu mi hai concesso, con regale abbondanza.

M'hanno detto che se - per impossibile - si potes­se tornare dall'Aldilà, ci si impegnerebbe ad eseguire con maggior puntualità e finezza i propri doveri, a rin­graziare Dio di tutto, anche delle prove, accettate con fede e dignità, ad amare il prossimo con maggior inten­sità e schiettezza, a voler bene tanto al Crocifisso del Tabernacolo e del Confessionale; a godere di Maria san­tissima, ossia di quella Mamma viva, vera, vicina che ha tale cura di ogni essere umano, soprattutto se pecca­tore, quale l'ebbe del Figlio di Dio e suo. E mille altre cose bellissime.

Ma che vale rifugiarsi nei se impossibili, quando è oggi che io vivo e che, mosso dallo Spirito Santo, pos­so comportarmi, pur peccatore e povero , da figlio umile e felice?

Già da figlio di Dio, - vero figlio seppure per gra­zia! - e fratello a quel Gesù che sulla Croce non ha perso o buttato via la Vita, ma ha ridonato lo Spirito al Padre, perché quello Spirito animasse anche me.

 

Sciupone e spendaccione

Signore Iddio, lo scorrere sempre più veloce degli anni radica in me l'avarizia, l'unica forse che Tu puoi benedire.

Sono stato sciupone e spendaccione non di beni ma­teriali, ma di cumuli di grazie e di occasioni di bene da ricevere, diffondere e moltiplicare che Tu mi hai mes­so fra le mani.

Ho ricordato agli altri che il tempo è oro; ho scritto e stampato che «la vita è un compito che non si può ri­fare, che la vita la si scrive subito in bella copia...». Ma poi... perdonami, o Signore Iddio, di tanta negligenza, prima che venga l'ultima notte, o meglio il primo mat­tino dell'incontro con Te.

Rinnova in me uno spirito saldo, rifammi un cuore forte e generoso.

Non posso campare diritti di fronte a Te! La vita ter­rena è un tuo munifico dono, in ogni suo istante, pure quando potrebbe sembrare un castigo. E la vita eterna non è una cosa che «forse» mi aspetta, ma sono io stes­so rapito nel turbine del tuo amore infinito.

Questa vita eterna, che sorpassa ogni aspirazione umana, come può essere se non un incomprensibile at­to di potenza, sapienza e generosità infinita che sgorga dal Cuore di Dio, creatore onnipotente? Cuore che, fat­tosi umano, ha voluto sanguinare, trafitto dalla nostra ingratitudine, dall'alto della croce. E la ferita non s'è ancora rimarginata...

 

Ti ringrazio di avermi creato

Signore Gesù, il tuo Paradiso mi affascina. Non che sia stanco di vivere, deluso di me e del prossimo. Pri­ma del sonno e domattina se mi sveglio, ho pronto il gioioso: «Ti adoro, mio Dio. Ti amo con tutto il cuore e Ti ringrazio di avermi creato e fatto cristiano e voluto prete...».

Il Cielo non è per me un'alibi per sfuggire alle fati­che e responsabilità della terra, non è vaporoso rifugio dove nascondere le tante amarezze della vita, come al­tri infelici tentano di fare nell'alcool, nella droga, nei vizi dai cento nomi.

Il Paradiso è la mia sovrana certezza, è lo scopo di ogni vita umana, è l'unico scopo che fin da bambino mi sono prefisso, quando dagli adulti e dal molto soffrire ho imparato che «Tu ci hai creati e redenti solo per co­noscerti, amarti e servirti, ciascuno secondo i suoi do­veri, in questa vita, ma poi... - bellissimo! - goderti nell'altra vita, in Paradiso».

 

Il cuore trabocca

Mio dolce Signore, il cuore mi trabocca, non come un torrente che rompe gli argini, ma come un limpido canale che scorre a irrorare prati e campagne .

L'acqua viva non è mia - Dio mio sono un arido deserto! - è tua, solo tua, mio Dio. Dammi grazia che un giorno la possa tradurre, anche in misere parole, per­ché tanti fratelli e sorelle possano attingerne.

Come sarà il tuo, il nostro Paradiso? Dammi gra­zia, Signore, di raccogliere qualche scintilla che schiz­za da quella Fornace del tuo infinito Amore. In essa io pure sarò aspirato, non per essere annullato ma divi­nizzato.

Se meditassi davvero sul tuo pregare: «Come Tu, Pa­dre, vivi in Me e lo vivo in Te, così anch'essi vivranno in noi e Noi in loro...», e quel tuo supplicare impetuo­so, quasi imperioso: «Padre, voglio che anch'essi siano dove sono Io!». E questo lo dicevi mentre calava l'ulti­ma sera della tua vita terrena. Già s'infiltravan le tene­bre dell'ora di Satana e della nostra peggiore ingratitu­dine, vigilia del tuo vero trionfo, innalzato da terra e inchiodato alla Croce.

Oh, quell'eterno rinnovarsi di quella Beatitudine che nessun occhio vedrà fin che si è sommersi nella polve­re, che nessuna mente riesce ancora a immaginare!

Dio, quanto sei bello, quanto sei grande, o Miseri­cordioso!

 

Totalmente e diversamente felici

Tutti i fiori sono belli, ma quanto diversi nei colori, nelle forme, nei profumi!

Così ogni preghiera - purché sia vitale, cioè nata nell'anima - è molto bella; ma quanto diversa se il cuore vibra di gioia e di riconoscenza, oppure se trasuda tri­stezza; se fiorisce mentre si canta e si sognan le vette, o se geme da un cuore coperto di fango!

Perché così è la vita: diversa per ciascuno, eppure un vero dono per tutti. La mia, la tua vita è un dono intel­ligente, a misura per ognuno, frutto di un Amore po­tente e spontaneo, costante e delicato; è in verità dono degno di Dio.

E così sarà il Paradiso: diverso per ciascuno, eppur perfettamente beato per tutti. La varietà delle forme e dei colori, dei suoni e dei profumi, delle vesti di luce e delle danze, delle voci e degli sguardi, dei pulpiti e dei sapori (il Vangelo accenna ripetutamente alla gioia fraterna dei banchetti!) formeranno una personale feli­cità che sarà ricchezza condivisa da tutti.

Perdonami, Signore, delle misere parole del mio po­vero vocabolario, buttate lì, quasi a casaccio, per espri­mere l'inesprimibile, quasi a placare quel dolce tormento che mi urge dentro.

 

È bella la vita!

In mezzo a un coro di improperi e di mugugni, vin­cendo io stesso la tentazione di sciorinare lamentele, gri­do con forza che è santa la vita, che è bello esistere!

È certo che la vita è né mia invenzione né mia pro­prietà. Mi hanno voluto i miei genitori - che siano be­nedetti! - per una vita che dovrebbe perire; mi ha vo­luto Dio - e per questo è mio vero Padre - per una vita che rimarrà in eterno!

Non sono il proprietario ma solo il gestore, respon­sabile fin nei minimi particolari, di questo mio vivere che giorno e notte corre sempre più veloce sulle rotaie del tempo.

 

Ti ringrazio fin d'ora

È veramente azione giusta e degna dell'uomo ren­dere grazie a Dio, qui e ovunque, adesso e in ogni mo­mento...». Lo affermo in ogni Messa che celebro, ma so che mi vale anche quando la vita, non parliamo di premio!, mi sembra non solo un compito un po' troppo difficile, ma un castigo immeritato.

Per giungere a questo «grazie di tutto!» occorre che io tenga presente che il mio vivere acquista significato e valore solo considerato nella sua interezza. Di qua si inizia soltanto, per un tempo breve e preziosissimo, tem­po di esami e di libere scelte, poiché Dio non ha mai cacciato nessuno all'Inferno a pedate, e neppure costrin­gerà nessuno, tirandolo per le orecchie, a entrare in Pa­radiso.

A volte mi hanno sorpreso a sorridere da solo, e pos­sono aver temuto che fossi ammattito. Come quella se­ra che salivo dal freddo obitorio, dopo aver pregato e benedetto più di un defunto. Vincendo la malinconia del­l'ambiente, mi ripetevo in cuore: «Ma costoro vivono ancora e hanno gradito la mia visita e la mia preghiera. I morti in grazia di Dio vivono più e meglio di prima. Ed anch'io vivrò per sempre, finché vivrà Dio, e Dio è eterno!».

Forse dal mio sguardo traluceva un raggio di luce per un fuggevole approccio «sperandarum rerum», di realtà cioè certe e ansiosamente attese.

Questo passaggio nell'Aldilà attende proprio tutti, anche quelli che non vogliono pensarci e tanto meno ben prepararsi; attende anche coloro che dicono di non cre­derci, e morendo vorrebbero annichilirsi per sempre. Ma se i forni crematori salissero anche a un milione di gradi, non intaccherebbero l'anima.

Dio non predestina nessuno a capriccio: conosce già ed ha preparato, su misura e qualità delle nostre scelte, quell'Aldilà nel bene o nel male, nel godimento o nello strazio, in dimensioni umanamente inimmaginabili.

 

Fiducia, non presunzione!

Per chi, come me, nuota in un lago di difetti e pic­coli compromessi, ma nello stesso tempo vuole forte­mente il bene, è lecito sperare?

Rispondo a chi ha scelto in maniera irrevocabile Dio come unico Signore della sua vita, che è addirittura do­veroso sperare nella sua misericordia che ci aprirà le porte di casa sua. Sarà un vivere - torniamo a ripetere - così diverso per ciascuno, ma pienamente soddisfa­cente per tutti.

Un grande artista non perde tempo a colare in uno stampo tante belle statuine. Alla Scala di Milano un tem­po si sussurrava: «Paganini non ripete!». E volete che Dio, sommo Artista, debba ripetersi nel dare un volto, una mente, un cuore per ciascuno dei suoi figli nel bre­ve oggi e nell'immenso domani?

 

Senz'ombra di gelosia

L'esperienza di una vita così varia non genera né in­vidie né rancorosi confronti: tutti felici Lassù!

Ogni essere umano è un «recipiente» più o meno ca­pace; più uno si fa spiritualmente povero e più si svuo­ta di orgoglio, fa maggior spazio alla presenza di Dio. E quando ogni recipiente sarà pieno fino all'ultima goc­cia, cosa si può desiderare di più?

Un secondo motivo è nascosto nell'animo di chi rag­giunge la salvezza: non conoscerà l'invidia ma sarà ri­colmo di benevolenza verso tutti: l'amicizia che regna in Cielo renderà il godere di ognuno gloria e soddisfa­zione di tutti.

Quanto dicevamo che avverrà nella nostra relazione con Dio (Lui in me, io in Lui), si tradurrà anche riguardo al prossimo: una unità e fusione di cuori, possibile solo quando Lui ci metterà a disposizione i suoi attributi (quel fruire di Dio, di cui ci parla san Tommaso), rendendo­ci procreatori del mondo rinnovato.

Io son convinto che vivrò, mille volte più di ora, nel pensiero, nel cuore e nell'agire del mio prossimo, così come sentirò ciascuno degli Angeli e degli uomini vi­brare all'unisono con le corde del mio eterno alleluia!

 

Ma se per caso...

Alcuni in tono canzonatorio, altri seriamente mi han­no chiesto notizie sull'Aldilà.

Premettendo di non essere uno studioso specializza­to sull'ultraterreno, né di essere un mistico cui Dio ab­bia concesso esperienze, piccoli saggi di vita eterna, ho tentato, quando valeva la pena, di trovare qualche ri­sposta.

Una prima domanda: Dal momento che «il troppo storpia», una festa bellissima ma interminabile non ci soffocherà infine nella noia?

Un altro interrogativo: Dopo le fatiche della vita sa­rà gradito il riposo. Ma un riposo eterno ci porterà ine­vitabilmente a un sonno pesante, oppure all'insonnia?

Un terzo quiz: Sperduti in una folla immensa, fra gente sconosciuta, non ci sentiremo un poco impauriti dalla solitudine, come un bambino sperso in una fitta foresta di alberi?

Qualcuno poi potrebbe sofisticare: come Dio può es­sere «tutto» mio, se appartiene a tutti? E come può es­sere tutto anche di un altro se è «tutto» mio, poiché Dio è indivisibile?

 

Nessuna assuefazione

Se in Paradiso non ci sarà noia è perché non ci sarà durata. Finché teniamo i piedi sulla terra, ogni esperienza piacevole sul piano fisico, morale, spirituale, porta alla sazietà e quindi al rigetto, se essa è troppo ripetitiva.

Per non «scoppiare», Dio ci dà la possibilità di di­menticare, di distrarci, di dormire, di cambiare pensie­ri e attività.

La durata del Paradiso non è tempo che si prolunga per secoli e millenni a miliardi. Mi dicono che Lassù non esistono né calendari né meridiane o clessidre, né orologi di marca.

È un istante, sempre nuovo, sempre ricco di bellez­za, che in sé stesso racchiude quanto si potrebbe godere in montagne di secoli. Un istante bellissimo (i filosofi parlavano di «tota simul et perfecta possessio»), che non finisce mai, come Dio non può finire di esistere.

 

In Paradiso si lavora?

Certamente, anche senza ricorrere ai sindacati per risolvere o per complicare i problemi.

A chi teme che la pace dell'eternità vada a confon­dersi con un «eterno riposo», in un susseguirsi di son­nellini, ricordo che il riposo va applicato più ai corpi che alle anime. Nel cimitero si adagiano i corpi senza vita dei nostri cari (cimitero vuol dire dormitorio), non per un sonno eterno, ma perché il corpo, dopo essere tor­nato polvere, abbia a risorgere o per la vita eterna del Cielo oppure per la dannazione eterna. Anche quanto in noi è corporeo (fisico, attitudini, temperamento, ecc.), sarà reso perfetto per unirsi definitivamente all'anima, nella completezza del nostro essere umano elevato alla dignità di figlio di Dio.

In Cielo, miei cari, non ci saranno poltrone sempre occupate! Io, almeno, voglio un Paradiso dinamico, e sarà così perché Dio è vita, è «atto puro» che, senza scomporsi, agisce in tutto e muove ogni realtà.

Chiederò a Dio di essere mandato, in modo efficace anche se impercettibile, in aiuto alle ginocchia vacillanti, in conforto ai cuori spezzati, in guida alle menti anneb­biate.

Ditemi, diversamente, come potrebbe realizzarsi Las­sù la legge dell'Amore, se ci si dovesse accontentare di guardare a Dio, ignorando la grande porzione doloran­te della sua Famiglia sulla Terra?

Le frequenti (e mai troppo, se autentiche) apparizioni della Madonna in questi ultimi decenni, sono la prova lampante che una Madre non può godersi il Paradiso, disinteressandosi dei figli angosciati o sbandati.

E Gesù, senza dover chiedere permessi in munici­pio o in curia, manda la Mamma, anche visibilmente, quando e dove vuole.

 

Un poco sperduti, forse

Tornavo una sera dalla santa Grotta di San Miche­le, sul Gargano, esultante con i miei pellegrini per la liberazione «formidabile» di una ossessa alla quale da anni tentavo di dar sollievo.

Sulla porta del Santuario della Madonna delle Gra­zie, in San Giovanni Rotondo, mi aspettava una anzia­na figlia spirituale di Padre Pio, di quel piccolo numero che con la preghiera, la dolcezza e la carità operosa, gli facevano onore.

Nello svolgersi della conversazione, mi raccontò che, con il passar degli anni, la famiglia spirituale di Padre Pio era cresciuta grandemente. Un giorno ella gli chie­se: «Ma quando, a migliaia, saremo attorno a lei in Cielo, riuscirò almeno a vederla?». Il Padre sorrise e arguta­mente l'assicurò che in Paradiso saremo tutti così vici­ni come se fossimo tutti - senza né pungerci né spin­gerci! - sulla punta di uno spillo.

Quello che è quantità, peso, spazio, tempo, ciò che è limite materiale, lassù viene annullato. Io non mi tro­verò perso in mezzo a moltitudini di gente di razze e lingue diverse. Ci conosceremo tutti, nelle felici e tristi esperienze terrene, più che fossimo sempre vissuti in fa­miglia; ci sarà dato di frugare - non per vanità o mali­gnità, ma per dare ancor più lode a Dio e ammirazione al prossimo - anche nei più reconditi segreti di ogni anima.

Lassù si parlerà un'unica lingua, il linguaggio del puro amore e non si dovrà portare nessun distintivo o cartellino per farci riconoscere.

 

La comunione dello Spirito Santo

Ritorno alla premessa: Il Paradiso è troppo bello, vi­vace, grande e semplice, per essere compiutamente de­scritto con parole o immagini.

Ciascuno ha il suo aspetto fisico e le sue sembian­ze spirituali: occorre riconoscere ad ognuno il diritto di sognare il suo Paradiso come meglio gli aggrada. Tan­to si sa che ci aspetta una sorpresa migliore, molto mi­gliore.

Quali sono i miei gusti, la mia fisionomia spiritua­le? Ho pudore a svelarli persino a me stesso; vedo il prossimo che mi osserva con commiserazione o con esa­gerata stima; c'è chi gode nel sottolineare questo e quel­l'altro mio limite, oppure riconosce che un po' di bene Dio riesce a realizzarlo persino in me.

Un mio lineamento morale comunque appare subi­to: sono uomo che si strugge dalla fame di amare e di essere amato. Vorrei però, in me e negli altri, un amo­re solido e sincero, generoso ed esigente, aperto e fe­dele, prudente e coragioso. Un amore che ami il silen­zio più che le parole, i gesti concreti più che i grandi progetti. Vorrei essere una piccola fiamma che, fonden­dosi a mille altre, illumini e riscaldi, nel gelo e nel buio del mondo.

Così non sono, ma così vorrei mi forgiasse la forza dello Spirito Santo.

È logico perciò che il Paradiso, dai mille nomi, da me sia desiderato come «comunione di amore operata in noi dal Signore».

 

Di amore eterno ti amai!

Dio vuole me non solo accanto a Lui, ma vivente in Lui e di Lui, per sempre.

Lontano, grazie a Dio, dalla pretesa di Satana di es­sergli pari, e dalle nebbie del panteismo, io peccatore come o forse più degli altri mi lascerò raccogliere dalle braccia di Dio, mio Padre, e sollevare fino alla sua guan­cia, per essere accarezzato e immerso nel suo Amore. E quell'Amore-Persona che un giorno ha scelto la Vergine di Nazareth, le ha chiesto una incondizionata ubbidienza, e l'ha unita a Se stesso fino a renderla Ma­dre - nella umana natura - del suo stesso Figlio, e volle che lo chiamasse Gesù. «Lo Spirito Santo scenderà su di Te, la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua om­bra. Perciò quel Bimbo che ti nascerà sarà il Figlio stesso di Dio».

Un qualcosa di un simile contatto fra Terra e Cielo, Dio Padre vuole operare in ogni essere che a Lui total­mente si affida.

Scusatemi, ma è troppo sacro e personale quanto mi urge dentro, che temo di cadere in sentimentalismi nel confidare quanto sia delizioso essere amato da Dio Pa­dre, da Dio Figlio, da Dio Spirito Santo. Sì, sentirmi con un brivido ora, come gaudio sconfinato poi, appas­sionatamente amato da questo Unico e semplicissimo Dio.

Sapete che Dio si è fatto uomo come noi per poterci dare una mano vera, di carne tangibile, calda, forte e delicata. Una mano che rimarrà sanguinante per la feri­ta dei chiodi, per dirci il suo desiderio di noi, di volerci accompagnare - mano nella mano - a Casa sua, e nel suo bel Paradiso.

 

La grande Famiglia

Ho accennato a Maria, la vera Madre di Dio, la gloria dell'Umanità.

La donna più umile e più grande dinnanzi all'Altis­simo, il vero Capolavoro della creazione perché Madre dello stesso Creatore, è proprio la mia bellissima Mamma del Cielo.

E tu che leggi, puoi ripetere con altrettanta comuni­cazione: «È mia Mamma, tutta per me!» benché lo sia, e personalmente, di tutti.

Chi ha conosciuto qualcosa di quel Cuore Immaco­lato, e pur tanto Addolorato, mi assicura che basterebbe lo sguardo sorridente, il bacio materno di Maria e riem­pire il Cielo di gioia e di splendore.

A questo capoverso metto subito punto perché trop­pe, dolcissime e segrete cose mi vibran nell'anima guar­dando a Maria.

In Cielo, si è detto, non vi sarà folla anonima, ma una stupenda e affiatata famiglia. Quelli che ora vene­riamo come Santi e come Angeli custodi, saranno a noi fraternamente uniti nel vivere e nell'attuare i disegni di Dio su ciascuno. E i Santi e le Sante che abbiamo invo­cato con più forza e amato con maggior tenerezza, ci dimostreranno un affetto e un'amicizia da... Paradiso!

In Cielo (sempre premettendo che, se ci arriverò, sarà per pura Grazia di Gesù Misericordioso!), io ho il pre­sentimento che potrò amare appassionatamente, assai più di quanto abbia potuto e osato farlo sulla terra, quelle persone che mi sono vissute accanto, ed anche quelle che ho quasi solo intraviste, ma per le quali il mio cuo­re ha avuto un sussulto d'amore.

Mi saranno come figli e figlie riconoscentissime anche persone che Dio, a mia insaputa, aveva legato al mio destino. Sembra incredibile, ma una parola, una preghiera, un mio piccolo gesto di carità o di rinun­cia, sarà stato per loro il trampolino verso l'eterna sal­vezza.

 

A Dio nulla è impossibile

Lassù (che non è tra le nuvole o in mezzo alle più remote nebulose, ma in un modo di esistere che totalmente ci supera!), non ci sarà più né dolore né morte né pianto, perché le cose di prima saranno passate. L'incontro del nostro spirito con Dio, e poi la risur­rezione finale anche dal nostro corpo, annullerà i tempi e le distanze: in festosa comunione con chi ci ha già pre­ceduti e chini su quelli che verranno Lassù dopo di noi, attenti a che non smarriscano la strada e finiscano mi­seramente alla casa del Diavolo.

Ci sarà possibile svolgere tutti i ruoli avviati nella vita terrena: contemporaneamente e in modo perfetto sa­remo docili figli, ottimi genitori, fedeli amici, sposi, fra­telli, compagni di scuola, di giochi, di lavoro, congiun­ti nell'apostolato, nel volontariato, nella famiglia reli­giosa a cui si fosse appartenuto...

A Dio nulla sarà impossibile pur di farci pienamen­te contenti, privilegiando l'ambito degli affetti familiari. Alla morte di mia mamma, pur fra tante lacrime, una pace, serenità quasi irreale erano scese in me e in tutti i miei cari: ci guardavamo stupiti.

Avevo la certezza che non subito, ma un giorno que­gli occhi si sarebbero riaperti, quel cuore avrebbe ri­preso a battere, quelle braccia, ora rigide, mi avrebbe­ro di nuovo stretto in un abbraccio materno così inten­so che mai prima era riuscita a donarmi. Mia mamma ancora viveva nel suo spirito fattosi più vicino a Dio e quindi più intimo a noi, ed anche il suo corpo, ora geli­do, sarebbe risorto, dopo la tumultuosa vicenda di que­sto povero mondo, modellato nelle sue qualità sui corpi risorti e già in Paradiso di Gesù Uomo-Dio, e di Maria assunta in Cielo anche con il suo Corpo.

Di tutto quanto di umano abbiamo santamente espe­rimentato su questa terra, Dio ci farà dono di goderlo in perfezione assoluta, privata di ogni materialità, nella vita divina e umana che ci aspetta Lassù.

Porteremo a perfezione quelle amicizie e collabora­zioni, quelle gioie assaporate nel soffrire, lavorare e go­dere insieme con chi, non a caso, Dio ci ha fatto incon­trare su questa terra. Capiremo meglio il mistero della santa Chiesa, corpo mistico e vivo di Gesù Cristo, nel­la comunione gioiosa ed eterna di tutti i suoi membri.

Non mi diverte ma non odio il soffrire. Mi hanno insegnato che chi più ha amato e saputo patire quaggiù, è giusto che possa maggiormente amare e consolare di Lassù; amare anche chi magari ci ha ostacolato e disprez­zato, consolare anche quelli che non sanno guardare in Alto, mettendo in cuor loro la fede e la nostalgia del Cielo.

Il Paradiso mi affascina!

Come vorrei, sapendolo enormemente superiore ai miei balbettii, che potesse affascinare tutti i miei fratel­li e sorelle, di qualunque razza, età e religione; attrarre specialmente coloro che stanno cedendo al fascino geli­do di Satana, «il Seduttore». Avendo egli, il superbo, perso per sempre il suo posto in Paradiso, vorrebbe tutti con lui nel supplizio infernale. Il poveretto non può of­frire di meglio.

Noi stiamo con Dio!

 

UNA LETTERA DALL'ALDILA

Da leggersi seriamente

Quest'ultima appendice non vorrei che ti procuras­se una... appendicite o peggio.

Per timore di creare traumi in spiriti deboli, ho avuto delle perplessità, ma alla fine ho deciso per il sì, e la pubblico per almeno quattro motivi:

1. Le segnalazioni di pericolo, di grave incidente, ecc., fatte con cartelli, torce o bandierine rosse, sono a vantaggio dell'automobilista: meglio fare una frena­ta, che finire all'obitorio. Così avviene nel viaggio - unico e senza ritorno - da questa vita all'altra. Niente paure, ma occhi aperti e nervi saldi!

2. Il minuscolo libriccino mi fu regalato, credo nel 1956, da un autentico figlio di san Francesco.

Chi in Viale Piave, a Milano, ha frequentato fra Ce­cilio (del quale, il 10 aprile 1995, è stato concluso, pres­so la Curia di Milano, il processo informativo per la sua causa di Beatificazione), ricorda ancora il suo abi­tuale e luminoso sorriso, la sua preghiera palpitante, la parola calda, breve, incoraggiante, i piedi sempre in cammino e le mani indaffarate a soccorrere ogni mi­seria umana.

Carità concreta la sua, per non far dimenticare Dio e la sua Provvidenza, ma tesa alla salvezza dell'anima, di ricchi e poveri, di sani e malati.

E questo opuscolo insegnava a credere alla Bontà di Dio, ma non ad abusarne, con conseguenze irrepa­rabili.

3. In un periodo (eravamo nel 1952) in cui era dif­ficile avere permessi per stampare scritti di provenien­za, diciamo, almeno misteriosa... a questa «lettera» fu concesso l'Imprimatur dal Card. Luigi Traglia, Vica­rio del Papa per la città di Roma.

4. Non vorrei infine essere irrispettoso citando lo stupendo Varcare la soglia della Speranza, nel capitolo che Giovanni Paolo II dedica alla escatologia non solo cosmica ma pure, e soprattutto, individuale; cioè, in pa­role più semplici, come è nel titolo: «La vita eterna: esiste ancora». Invito a leggere tutto il capitolo, o meglio an­cora tutto il libro. Al nostro caso va a pennello il pas­so: «L'uomo in una certa misura si è smarrito; si sono smarriti anche i predicatori, i catechisti, gli educatori e, quindi, hanno perso il coraggio di "minacciare l'In­ferno ". E può darsi che persino chi li ascolta abbia ces­sato di averne paura» (pag. 200).

Di nessuno possiamo ritenere che sia dannato, all'In­ferno, che pur tuttavia resta non una semplice ipotesi, ma una ben triste realtà. (Il Vangelo ha forti richiami a tal proposito... e anche la Madonna a Fatima si è per­messa di mostrarlo ai tre Pastorelli nella visione avve­nuta il 13 luglio 1917). Nello stesso capitolo (a pagina 202) il Santo Padre precisa: «Anche quando Gesù dice di Giuda il traditore: "Sarebbe meglio per quell'uomo che non fosse mai nato - (Mt 26,24), la dichiarazione non può essere intesa con sicurezza nel senso di eterna dannazione».

 

Un invito a meditare

Lo scritto originale è in lingua tedesca; molte edi­zioni sono state eseguite in altre lingue.

Il Vicariato di Roma ha dato il permesso di pubbli­carlo già dal 1952. Queste pagine, a cui va data una fiducia puramente umana, riferiscono un fatto autenti­co? Sono piuttosto una lunga parabola, tipo quella del ricco Epulone? Libertà di scelta. A mio parere è più im­portante saper cogliere i lati positivi che inducono a con­durre una vita serena e pulita, sotto lo sguardo amore­vole di Dio, il Padre misericordioso che vuole che cia­scuno di noi si converta e viva.

La «lettera» è preceduta da queste annotazioni.

 

Vittima di un incidente

Clara e Annetta, giovanissime, lavoravano in una Ditta commerciale a *** (Germania). Non erano lega­te da profonda amicizia, ma da semplice cortesia.

Lavoravano ogni giorno l'una accanto all'altra e non poteva mancare uno scambio di idee. Clara si dichia­rava apertamente religiosa e sentiva il dovere di istrui­re e richiamare Annetta, quando questa si dimostrava leggera e superficiale in fatto di religione.

Trascorsero qualche tempo assieme; poi Annetta con­trasse matrimonio e si allontanò dalla Ditta. Nel mese di settembre del 1937, Clara trascorreva le vacanze in riva al lago di Garda. Verso la metà del mese la mam­ma le scrisse dal paese una lettera: «È morta Annetta N... È rimasta vittima di un incidente automobilistico... L'hanno sepolta ieri nel "Waldfriedhof"».

La notizia spaventò la buona signorina, sapendo che l'amica non era stata tanto religiosa. Era preparata a presentarsi davanti a Dio?... Morendo all'improvviso, come si sarà trovata?...

L'indomani ascoltò la santa Messa e fece anche la Comunione in suo suffragio, pregando fervorosamen­te. La notte seguente, dieci minuti dopo la mezzanotte, ebbe luogo la visione...

 

Non amiamo più nessuno

Clara, non pregare per me! Sono dannata. Se te lo comunico e te ne riferisco piuttosto lungamente, non cre­dere che ciò avvenga a titolo di amicizia. Noi qui non amiamo più nessuno. Lo faccio come costretta. Lo fac­cio come «parte di quella potenza che sempre vuole il male e opera il bene».

In verità vorrei vedere anche te approdare a questo stato, dove io ormai ho gettato l'àncora per sempre. Non stizzirti di questa intenzione. Qui, noi pensia­mo tutti così. La nostra volontà è impietrita nel male - in ciò che voi appunto chiamate «male». - Anche quando noi facciamo qualche cosa di «bene», come io ora, spalancandoti gli occhi sull'Inferno, questo non av­viene con buona intenzione.

Ti ricordi ancora che quattro anni fa ci siamo cono­sciute a ***? Contavi allora 23 anni e ti trovavi colà già da mezzo anno quando ci arrivai io.

Tu mi hai levata da qualche impiccio; come a prin­cipiante, mi hai dato dei buoni indirizzi. Ma che vuol dire «buono»?

Io lodavo allora il tuo «amore del prossimo». Ridi­colo! Il tuo soccorso derivava da pura civetteria, come, del resto, lo sospettavo già fin d'allora. Noi non rico­nosciamo qui nulla di buono. In nessuno.

Il tempo della mia giovinezza lo conosci. Certe la­cune le riempio qui.

 

Non fossi mai esistita...

Secondo il piano dei miei genitori, a dire il vero, non sarei neanche dovuta esistere. «Capitò loro appunto una disgrazia». Le mie due sorelle contavano già 14 e 15 anni, quando io tendevo alla luce.

Non fossi mai esistita! Potessi ora annientarmi, sfug­gire a questi tormenti! Nessuna voluttà uguaglierebbe quella con cui lascerei la mia esistenza, come un vesti­to di cenere, che si perde nel nulla.

Ma io devo esistere. Devo esistere così, come mi son fatta io: con una esistenza fallita.

Quando papà e mamma, ancora giovani, si trasferi­rono dalla campagna in città, ambedue avevano perdu­to il contatto con la Chiesa. E fu meglio così.

Simpatizzarono con gente non legata alla Chiesa. Si erano conosciuti in un ritrovo danzante e mezzo anno dopo «dovettero» sposarsi.

Nella cerimonia nuziale rimase attaccata a loro tan­t'acqua santa, che la mamma si recava in chiesa alla Mes­sa domenicale un paio di volte l'anno. Non mi ha mai insegnato a pregare davvero. Si esauriva nella cura quo­tidiana della vita, benché la nostra situazione non fosse disagiata.

Parole, come pregare, Messa, istruzione religiosa, chiesa, le dico con una ripugnanza interna senza pari. Aborrisco tutto questo, come odio chi frequenta la chiesa e in genere tutti gli uomini e tutte le cose.

Da tutto, infatti, ci deriva tormento. Ogni cognizio­ne ricevuta in punto di morte, ogni ricordo di cose vis­sute o sapute, è per noi una fiamma pungente.

E tutti i ricordi ci mostrano quel lato che in essi era grazia e che noi sprezzammo. Quale tormento è que­sto! Noi non mangiamo, non dormiamo, non cammi­niamo coi piedi. Spiritualmente incatenati, guardiamo inebetiti «con urla e stridor di denti» la nostra vita an­data in fumo: odiando e tormentati!

 

Qui beviamo l'odio

Senti? Noi qui beviamo l'odio come acqua. Anche l'uno verso l'altro.

Soprattutto noi odiamo Dio.

Te lo voglio rendere comprensibile.

I Beati in cielo devono amarlo, perché essi lo vedo­no senza velo, nella sua bellezza abbagliante. Ciò li bea­tifica talmente, da non poterlo descrivere. Noi lo sap­piamo e questa cognizione ci rende furibondi.

Gli uomini in terra che conoscono Dio dalla crea­zione e dalla rivelazione, possono amarlo; ma non ne sono costretti.

Il credente - lo dico digrignando i denti - il quale, meditabondo, contempla Cristo in croce, con le brac­cia stese, finirà con l'amarlo.

Ma colui, al quale Dio si avvicina solo nell'uraga­no, come punitore, come giusto vendicatore, perché un giorno fu da lui ripudiato, come avvenne di noi, costui non può che odiarlo, con tutto l'impeto della sua mal­vagia volontà, eternamente, in forza della libera accet­tazione di essere separati da Dio: risoluzione con la qua­le, morendo, abbiamo esalato l'anima nostra e che nep­pure ora ritiriamo e non avremo mai la volontà di ritirare.

 

La nostra situazione

Comprendi ora perché l'Inferno dura eternamente? Perché la nostra ostinazione giammai si scioglierà da noi. Costretta, aggiungo che Dio è misericordioso persi­no verso di noi. Dico «costretta». Poiché, anche se dico queste cose volutamente, pure non mi è permesso di men­tire, come volentieri vorrei. Molte cose le affermo contro la mia volontà. Anche la foga d'improperi, che vorrei vomitare, la devo strozzare.

Dio fu misericordioso verso di noi col non lasciare esaurire sulla terra la nostra malvagia volontà, come noi saremmo stati pronti a fare. Ciò avrebbe aumentato le nostre colpe e le nostre pene. Egli ci fece morire anzi­tempo, come me, o fece intervenire altre circostanze mi­tiganti.

Ora egli si dimostra misericordioso verso di noi col non costringerci ad avvicinarci a lui più di quanto lo sia­mo in questo remoto luogo infernale; ciò diminuisce il tormento.

Ogni passo che mi portasse più vicino a Dio, mi ca-

gionerebbe una pena maggiore di quella che a te reche­rebbe un passo più vicino a un rogo ardente.

Ti sei spaventata, quando io una volta, durante il pas­seggio, ti raccontai che mio padre, pochi giorni avanti la mia prima Comunione, mi aveva detto: «Annettina, cerca di meritarti un bel vestitino; il resto è una mon­tatura».

Per il tuo spavento quasi mi sarei perfino vergogna­ta. Ora ci rido sopra.

 

Solo a dodici anni

L'unica cosa ragionevole in quella montatura era che ci si ammetteva alla Comunione solo a dodici anni. Io, allora, ero già abbastanza presa dalla mania dei diverti­menti mondani, così che senza scrupoli mettevo in un canto le cose religiose e non diedi grande importanza alla prima Comunione.

Che parecchi bambini vadano ora alla Comunione già a sette anni, ci mette in furore. Noi facciamo di tut­to per dare a intendere alla gente che ai bambini manca una cognizione adeguata. Essi devono prima commet­tere alcuni peccati mortali.

Allora la bianca Particola non fa più in essi così gran danno, come quando nei loro cuori vivono ancora la fe­de, la speranza e la carità - puh! questa roba - rice­vute nel battesimo.

Ti ricordi come abbia già sostenuto sulla terra que­sta opinione?

 

Sovente in lite

Ho accennato a mio padre. Egli era sovente in lite con la mamma. Te ne feci allusione solo raramente; me ne vergognavo. Cosa ridicola la vergogna del male! Per noi, qui tutto è lo stesso.

I miei genitori neanche dormivano più nella mede­sima camera; ma io con la mamma, e il papà nella ca­mera attigua, dove poteva rincasare liberamente a qual­siasi ora. Beveva molto; in tal modo scialacquava il no­stro patrimonio. Le mie sorelle erano ambedue impie­gate e abbisognavano esse stesse, dicevano, del denaro che guadagnavano. La mamma cominciò a lavorare per guadagnare qualche cosa.

Nell'ultimo anno di vita papà batteva spesso la mam­ma, quando lei non gli voleva dar nulla. Verso di me, invece, fu sempre amorevole. Un giorno - te l'ho rac­contato e tu, allora, ti sei urtata del mio capriccio (di che cosa non ti sei urtata nei miei riguardi?) - un gior­no dovette portare indietro, per ben due volte, le scar­pe comprate, perché la forma e i tacchi non erano per me abbastanza moderni.

La notte in cui mio padre fu colpito da apoplessia mortale, avvenne qualche cosa che io, per timore di una interpretazione disgustosa, non riuscii mai a confidarti. Ma ora devi saperlo. È importante per questo: allora per la prima volta fui assalita dal mio spirito tormentatore attuale.

Dormivo in camera con mia madre. 1 suoi respiri re­golari dicevano il suo profondo sonno.

Quand'ecco mi sento chiamare per nome. Una voce ignota mi dice: «Che sarà se muore papà?».

 

E gli sta bene!

Non amavo più mio padre, dacché trattava così vil­lanamente la mamma; come, del resto, non amavo fin d'allora assolutamente nessuno, ma ero solamente af­fezionata ad alcune persone, che erano buone verso di me. L'amore senza speranza di contraccambio ter­reno, vive solo nelle anime in stato di Grazia. E io non lo ero.

Così risposi alla misteriosa domanda, senza darmi conto donde venisse: «Ma non muore mica!».

Dopo una breve pausa, di nuovo la stessa domanda chiaramente percepita. «Ma non muore mica!» mi scappò ancora di bocca, bruscamente.

Per la terza volta fui richiesta: «Che sarà se muore tuo padre?». Mi si presentò alla mente come papà spes­so veniva a casa piuttosto ubriaco, strepitava, maltrat­tava la mamma, e come egli ci aveva messi in una con­dizione umiliante dinanzi alla gente. Perciò gridai indi­spettita: «E gli sta bene!».

Allora tutto tacque.

La mattina seguente, quando la mamma volle met­tere in ordine la stanza del babbo, trovò la porta chiusa a chiave. Verso mezzogiorno si forzò la porta. Mio pa­dre, mezzo vestito, giaceva cadavere sul letto. Nell'an­dare a prendere la birra in cantina, doveva essersi buscato qualche accidente. Era già da lungo tempo mala­ticcio. (*)

(*) Aveva forse Dio legato la salvezza del padre all'opera buona della figlia, verso la quale quell'uomo era stato pur buono? Quale responsabilità per ognuno, lasciar perdere l'occasione di fare del bene al prossimo!

 

Anna, se non preghi...

Marta K... e tu mi avete indotta a entrare nell'«As­sociazione delle Giovani». Veramente non ho mai na­scosto che trovavo abbastanza intonate con la moda par­rocchiale le istruzioni delle due direttrici, le signore X... I giuochi erano divertenti. Come sai, vi ebbi subito una parte direttiva. Ciò mi andava a genio.

Anche le gite mi piacevano. Mi lasciai perfino in­durre alcune volte ad andare alla Confessione e alla Co­munione.

A dire il vero, non avevo nulla da confessare. Pen­sieri e discorsi per me non avevano importanza. Per azio­ni più grossolane, non ero ancora abbastanza corrotta.

Tu mi ammonisti una volta: «Anna, se non preghi, vai alla perdizione!».

Io pregavo davvero poco e, anche questo, solo svo­gliatamente.

Allora tu avevi purtroppo ragione. Tutti coloro che bruciano nell'inferno non hanno pregato, o non hanno pregato abbastanza.

La preghiera è il primo passo verso Dio. E rimane il passo decisivo. Specialmente la preghiera a colei che fu la Madre di Cristo, il nome della quale noi non no­miniamo mai.

La devozione a lei strappa al demonio innumerevoli anime, che il peccato gli consegnerebbe infallibilmente nelle mani.

Proseguo il racconto consumandomi d'ira, e solo per­ché devo. Pregare è la cosa più facile che l'uomo possa fare sulla terra. E proprio a questa cosa facilissima Dio ha legato la salvezza di ognuno.

A chi prega con perseveranza Egli a poco a poco dà tanta luce, lo fortifica in maniera tale, che alla fine an­che il peccatore più impantanato si può definitivamente rialzare. Fosse pure ingolfato nella melma fino al collo.

 

Come ero abituata...

Negli ultimi anni della mia vita non ho più pregato come di dovere, e così mi sono privata delle grazie, senza le quali nessuno può salvarsi.

Qui non riceviamo più nessuna grazia. Anzi, quan­d'anche le ricevessimo, le rifiuteremmo cinicamente. Tutte le fluttuazioni dell'esistenza terrena sono cessate in quest'altra vita.

Da voi sulla terra l'uomo può salire dallo stato di peccato allo stato di Grazia e dalla Grazia cadere nel peccato: spesso per debolezza, talvolta per malizia.

Con la morte questo salire e scendere finisce, per­ché ha la sua radice nella imperfezione dell'uomo ter­reno. Ormai abbiamo raggiunto lo stato finale.

Già col crescere degli anni i cambiamenti divengono più rari. È vero, fino alla morte si può sempre rivolger­si a Dio o voltargli le spalle. Eppure, quasi trascinato dalla corrente, l'uomo, prima del trapasso, con gli ulti­mi deboli resti della volontà, si comporta come era abi­tuato in vita.

La consuetudine, buona o cattiva, diviene una secon­da natura. Questa lo trascina con sé.

 

Non volli risorgere!

Così avvenne anche a me. Da anni vivevo lontana da Dio. Per questo nell'ultima chiamata della Grazia mi risolvetti contro Dio.

Non fu il fatto che peccassi a esser fatale per me, ma che io non volli più risorgere.

Tu mi hai più volte ammonita di ascoltare le predi­che, di leggere libri di pietà.

«Non ho tempo», era la mia risposta ordinaria. Non ci mancava altro per aumentare la mia incertezza interna! Del resto devo constatare questo: dal momento che la cosa era ormai così avanzata, poco prima della mia uscita dall'«Associazione delle Giovani», mi sarebbe riu­scito enormemente gravoso mettermi su un'altra via. Io mi sentivo malsicura e infelice. Ma davanti alla conver­sione si ergeva una muraglia.

Tu non lo devi aver sospettato. Tu te l'eri rappre­sentata così semplice quando un giorno mi dicesti: «Ma fa una buona Confessione, Anna, e tutto è a posto».

Io sentivo che sarebbe stato così. Ma il mondo, il demonio, la carne mi tenevano già troppo saldamente nei loro artigli.

 

L'influsso del demonio

All'influsso del demonio non credetti mai. E ora at­testo che egli influisce gagliardamente sulle persone che si trovano nella condizione in cui mi trovavo io allora.

Soltanto molte preghiere, di altri e di me stessa, con­giunte con sacrifici e sofferenze, mi avrebbero potuta strappare da lui.

E anche ciò, solo poco a poco. Se ci sono pochi os­sessi esternamente, di ossessi internamente ce n'è un for­micolaio. II demonio non può rapire la libera volontà a coloro che si dànno al suo influsso. Ma in pena della loro, per dir così, metodica apostasia da Dio, questi per­mette che il «maligno» si annidi in essi.

Io odio anche il demonio. Eppure egli mi piace, per­ché cerca di rovinare voialtri; lui e i suoi satelliti, gli spiriti caduti con lui al principio del tempo.

Essi si contano a milioni. Girano per la terra, densi come uno sciame di moscerini, e voi neanche ve ne ac­corgete.

Non tocca a noi riprovati di tentarvi; questo è uffi­cio degli spiriti decaduti.

Veramente ciò accresce ancor più il loro tormento ogni volta che essi trascinano quaggiù all'inferno un'a­nima umana. Ma che cosa non fa mai l'odio?

 

Dio mi seguiva

Benché io camminassi per sentieri lontani da Dio, Dio mi seguiva.

Preparavo la via alla grazia con atti di carità natura­le, che compivo non di rado per inclinazione del mio temperamento.

Talvolta Dio mi attirava in una chiesa. Allora senti­vo come una nostalgia. Quando curavo la mamma ma­laticcia, nonostante il lavoro d'ufficio durante il gior­no, e in certo modo mi sacrificavo davvero, questi al­lettamenti di Dio agivano potentemente.

Una volta, nella chiesa dell'ospedale, in cui tu mi avevi condotta durante la pausa del mezzogiorno, mi ven­ne qualcosa addosso che sarebbe bastato un solo passo per la mia conversione: io piansi!

Ma poi la gioia del mondo passava di nuovo come un torrente sopra la Grazia. Il grano soffocava tra le spine.

Con la dichiarazione che la religione è affare di sen­timento, come si diceva sempre in ufficio, cestinai an­che questo invito della Grazia, come tutti gli altri.

Una volta tu mi rimproverasti, perché invece di una genuflessione fino a terra, feci appena un informe inchi­no, piegando il ginocchio. Tu lo ritenesti un atto di pigri­zia. Non sembrasti neppur sospettare che io fin d'allora non credevo più nella presenza di Cristo nel Sacramento. Ora ci credo, ma solo naturalmente, come si crede in un temporale di cui si scorgono gli effetti.

 

La reincarnazione

Intanto mi ero accomodata io stessa una religione a mio modo.

Sostenevo l'opinione, che da noi in ufficio era co­mune, che l'anima dopo la morte risorga in un altro essere. In tal modo continuerebbe a pellegrinare senza fine.

Con ciò l'angosciosa questione dell'aldilà era insie­me messa a posto e resa a me innocua.

Perché tu non mi hai ricordato la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, in cui il narratore, Cri­sto, manda, immediatamente dopo la morte, l'uno al­l'inferno e l'altro in paradiso?... Del resto, che cosa avre­sti ottenuto? Nulla di più che con gli altri tuoi discorsi di bigottismo!

A poco a poco mi creai io stessa un Dio: sufficien­temente dotato da essere chiamato Dio; lontano abba­stanza da me da non dover mantenere nessuna relazio­ne con lui; vago abbastanza da lasciarsi, secondo il bi­sogno, senza mutar la mia religione; rassomigliante a un Dio panteistico del mondo, oppure da lasciarsi poe­tizzare come un Dio solitario.

Questo Dio non aveva nessun paradiso da regalarmi e nessun inferno da infliggermi. Lo lasciavo in pace. In ciò consisteva la mia adorazione per lui.

Ciò che piace si crede volentieri. Nel corso degli anni mi tenni abbastanza convinta della mia religione. In que­sto modo si poteva vivere.

Una cosa soltanto mi avrebbe spezzato la cervice: un lungo, profondo dolore.

E questo dolore non venne!

Comprendi ora cosa vuol dire: «Dio castiga quelli che ama»?

 

Sei stata alla Messa?

Era una domenica di luglio, quando l'«Associazio­ne delle Giovani» organizzò una gita a ***. La gita mi sarebbe piaciuta. Ma quegli insulsi discorsi, quel fare da bigotti...

Un altro simulacro ben diverso da quello della Ma­donna di *** stava da poco tempo sull'altare del mio cuore: l'aitante Max N... del negozio attiguo. Poco tem­po prima avevamo scherzato più volte.

Appunto per quella domenica egli mi aveva invitata a una gita. Quella con cui andava di solito, giaceva ma­lata all'ospedale.

Egli aveva ben capito che gli avevo messo gli occhi addosso. Sposarlo non ci pensavo ancora allora. Era ben­sì agiato, ma si comportava troppo gentilmente con tut­te le ragazze.

E io, fino a quel tempo, volevo un uomo che appar­tenesse unicamente a me. Non solo essere moglie, ma moglie unica. Un certo galateo naturale, infatti, l'ebbi sempre.

Nella suaccennata gita Max si profuse in gentilez­ze. Eh! già, non si tennero mica delle conversazioni pre­tesche come tra voialtre!

Il giorno seguente, in ufficio, tu mi facesti dei rim­proveri, perché non ero venuta con voi a ***. Io ti de­scrissi il mio divertimento di quella domenica.

La tua prima domanda fu: «Sei stata alla Messa?» Sciocchina! Come potevo andare a Messa, dato che la partenza era già fissata per le sei?!

 

...con maggior precisione

E ancora eccitata, aggiunsi: «Il buon Dio non ha una mentalità così piccina come i vostri pretacci!».

Ora devo confessare: Dio, nonostante la sua infinita bontà, pesa le cose con maggior precisione che tutti i preti.

Dopo quella prima gita con Max, venni ancora una volta sola all'«Associazione»: a Natale, per la celebra­zione della festa. C'era qualche cosa che mi allettava a tornare. Ma internamente mi ero già allontanata da voialtre.

Cinema, ballo, gite si avvicendavano senza tregua. Max e io bisticciammo alcune volte, ma seppi sempre incatenarlo di nuovo a me.

Molestissima mi riuscì l'altra amante, che, tornata dall'ospedale, si comportò come un'ossessa. Veramen­te per mia fortuna; poiché la mia nobile calma fece po­tente impressione su Max, che finì col decidere che io fossi la preferita.

 

Vomitando veleno

Avevo saputo rendergliela odiosa, parlando fredda­mente: all'esterno positiva, nell'interno vomitando ve­leno. Tali sentimenti e tale contegno preparano eccel­lentemente per l'inferno. Sono diabolici nel più stretto senso della parola.

Perché ti racconto ciò? Per riferire come io mi stac­cai definitivamente da Dio.

Non già, del resto, che tra me e Max si sia arrivati molto spesso fino agli estremi della familiarità. Com­prendevo che mi sarei abbassata ai suoi occhi, se mi fossi lasciata andare del tutto, prima del tempo; perciò mi sep­pi trattenere.

Ma in sé, ogni volta che lo ritenevo utile, ero sem­pre pronta a tutto. Dovevo conquistare Max. A tale scopo nulla era troppo caro. Inoltre, a poco a poco ci amava­mo, possedendo ambedue non poche preziose qualità, che ci facevano stimare vicendevolmente. Io ero abile, capace, di piacevole compagnia. Così mi tenni salda­mente in mano Max e riuscii, almeno negli ultimi mesi prima del matrimonio, a essere l'unica a possederlo.

 

La mia apostasia

In ciò consistette la mia apostasia da Dio: elevare una creatura a mio idolo. In nessuna cosa può avvenire questo, in modo che abbracci tutto, come quell'amore di una persona dell'altro sesso, quando quest'amore ri­mane arenato nelle soddisfazioni terrene. È questo che forma la sua attrattiva, il suo stimolo e il suo veleno.

L'«adorazione», che io tributavo a me stessa nella persona di Max, divenne per me religione vissuta. Era il tempo in cui in ufficio mi scagliavo velenosa contro i chiesaioli, i preti, le indulgenze, il biascichio dei rosari e simili sciocchezze.

Tu hai cercato, più o meno argutamente, di prende­re le difese di tali cose. Apparentemente senza sospet­tare che nel più intimo di me non si trattava, in verità, di queste cose, io cercavo piuttosto un sostegno contro la mia coscienza - allora avevo bisogno di un tale so­stegno - per giustificare anche con la ragione la mia apostasia.

In fondo in fondo, mi rivoltavo contro Dio. Tu non lo comprendesti; mi ritenevi ancora per cattolica. Vo­levo, anzi, essere chiamata così: pagavo perfino le tas­se ecclesiastiche. Una certa «contro-assicurazione», pen­savo, non poteva nuocere.

Le tue risposte può darsi alle volte abbiano colpito nel segno. Su di me non facevano presa, perché tu non dovevi avere ragione.

A causa di queste relazioni falsate fra noi due, fu me­schino il dolore del nostro distacco, allorché ci separam­mo in occasione del mio matrimonio.

Prima dello sposalizio mi confessai e comunicai an­cora una volta. Era prescritto. Io e mio marito su que­sto punto la pensavamo ugualmente. Perché non avrem­mo dovuto compiere questa formalità? Anche noi la com­pimmo, come le altre formalità.

Voi chiamate indegna una tale Comunione. Ebbe­ne, dopo quella Comunione «indegna», io ebbi più cal­ma nella coscienza. Del resto fu anche l'ultima.

 

Non volevamo figli

La nostra vita coniugale trascorreva, in genere, quan­to mai in grande armonia. Su tutti i punti di vista noi eravamo dello stesso parere. Anche in questo: che non volevamo addossarci il peso dei figli. Veramente mio

marito ne avrebbe volentieri voluto uno; non di più, si capisce. Alla fine io seppi stornarlo anche da questo de­siderio.

Vestiti, mobili di lusso, ritrovi da thè, gite e viaggi in auto e simili distrazioni m'importavano di più.

Fu un anno di piacere sulla terra quello trascorso tra il mio sposalizio e la mia repentina morte.

Ogni domenica andavamo fuori in auto, oppure fa­cevamo visite ai parenti di mio marito. Di mia madre ora mi vergognavo. Essi galleggiavano alla superficie dell'esistenza, né più né meno di noi.

Internamente, si capisce, non mi sentii mai felice, per quanto esternamente ridessi. C'era sempre dentro di me qualcosa di indeterminato, che mi rodeva. Avrei voluto che dopo la morte, la quale naturalmente dove­va essere ancora molto lontana, tutto fosse finito.

 

Ogni opera buona

Ma è proprio così, come un giorno, da bambina, sen­tii dire in una predica: che Dio premia ogni opera buo­na che uno compie, e quando non la potrà ricompensa­re nell'altra vita, lo fa sulla terra.

Inaspettatamente ebbi un'eredità dalla zia Lotte. A mio marito riuscì felicemente di portare il suo stipen­dio a una cifra notevole. Così potei ordinare la nuova abitazione in modo attraente.

La religione non mandava più che da lontano la sua luce, scialba, debole e incerta.

I caffè della città, gli alberghi, in cui andavamo du­rante i viaggi, non ci portavano certamente a Dio.

Tutti coloro, che frequentavano quei luoghi, vive­vano, come noi, dall'esterno all'interno, non dall'interno all'esterno.

Se nei viaggi delle ferie visitavamo qualche chiesa, cercavamo di ricrearci nel contenuto artistico delle opere. L'alito religioso che spiravano, specialmente quelle me­dioevali, sapevo neutralizzarlo col criticare qualche cir­costanza accessoria: un frate converso impacciato o ve­stito in modo non pulito, che ci faceva da cicerone; lo scandalo che dei monaci, i quali volevano passare per pii, vendessero liquori; l'eterno scampanio per le sacre funzioni, mentre non si tratta che di far soldi...

Così seppi continuamente scacciare da me la Grazia ogni volta che bussava.

 

Non si esagera mai

Lasciavo libero sfogo al mio malumore in modo par­ticolare su certe rappresentazioni medioevali dell'Inferno nei cimiteri o altrove, nelle quali il demonio arrostisce le anime in brace rosse e incandescenti, mentre i suoi compagni, dalle lunghe code, gli trascinano nuove vit­time. Clara! L'Inferno si può sbagliare a disegnarlo, ma non si esagera mai!

Il fuoco dell'Inferno l'ho sempre preso di mira in modo speciale. Tu lo sai come, durante un alterco in proposito, ti tenni una volta un fiammifero sotto il naso e ti dissi con sarcasmo: «Ha questo odore?».

Tu spegnesti in fretta la fiamma. Qui non la spegne nessuno.

Io ti dico: il fuoco di cui si parla nella Bibbia, non significa solo tormento della coscienza. Fuoco è fuoco! È da intendersi letteralmente ciò che ha detto lui: «Via da me, maledetti, nel fuoco eterno!». Letteralmente! «Come può lo spirito essere toccato da fuoco mate­riale?», domanderai. Come può l'anima tua soffrire sulla terra quando tu metti il dito sulla fiamma? Difatti non brucia l'anima; eppure che tormento ne prova tutto l'in­dividuo!

In modo analogo noi qui siamo spiritualmente legati al fuoco, secondo la nostra natura e secondo le nostre facoltà. L'anima nostra è priva del suo naturale battito d'ala; noi non possiamo pensare ciò che vogliamo né come vogliamo.

Non meravigliarti di queste mie parole. Questo sta­to, che a voialtri non dice nulla, mi riarde senza consu­marmi.

 

Non vedremo mai Dio

Il nostro maggior tormento consiste nel sapere con certezza che noi non vedremo mai Dio.

Come può questo tormentare tanto, dal momento che uno sulla terra rimane così indifferente?

Fintanto che il coltello giace sulla tavola, ti lascia fredda. Si vede quanto è affilato, ma non lo si prova. Immergi il coltello nella carne e ti metterai a gridare dal dolore.

Adesso noi sentiamo la perdita di Dio; prima la pen­savamo soltanto.

Non tutte le anime soffrono in misura eguale. Con quanta maggior cattiveria e quanto più sistema­ticamente uno ha peccato, tanto più grave pesa su di lui la perdita di Dio e tanto più lo soffoca la creatura di cui ha abusato.

I cattolici dannati soffrono di più che quelli di altre religioni, perché essi, per lo più, ricevettero e calpesta­rono più grazie e più luce.

Chi più seppe, soffre più duramente di chi conobbe meno.

Chi peccò per malizia, patisce più acutamente di chi cadde per debolezza.

Mai nessuno patisce più di quello che ha meritato. Oh, se non fosse vero ciò, io avrei un motivo d'odiare!

 

Ne porterai le conseguenze

Tu mi dicesti un giorno che nessuno va all'Inferno senza saperlo: ciò sarebbe stato rivelato a una santa. Io me ne risi. Ma poi mi trincerai dietro questa di­chiarazione. «Così, in caso di necessità, rimarrà abba­stanza tempo per fare una voltata», mi dicevo segreta­mente.

Quel detto è giusto. Veramente, prima della mia su­bitanea fine, non conobbi l'inferno com'è. Nessun mor­tale lo conosce. Ma io ne avevo la piena coscienza: «Se muori, vai nel mondo di là dritta come una freccia con­tro Dio. Ne porterai le conseguenze».

Io non feci dietro-front, come ho già detto, perché trascinata dalla corrente dell'abitudine. Spinta da quella

conformità per cui gli uomini, quanto più invecchiano, tanto più agiscono in una stessa direzione.

 

Un sinistro sentimento di felicità

La mia morte avvenne così.

Una settimana fa - parlo secondo il vostro compu­to, perché rispetto al dolore, potrei dire benissimo che son già dieci anni che brucio nell'inferno - una setti­mana fa, dunque, mio marito e io facemmo di domeni­ca una gita, l'ultima per me.

II giorno era spuntato radioso. Mi sentivo bene quanto mai. M'invase un sinistro sentimento di felicità, che ser­peggiò in me per tutta la giornata.

Quand'ecco all'improvviso, nel ritorno, mio marito fu abbacinato da un'auto che veniva di volata. Perdette il controllo.

«Jesses» (*) mi scappò dalle labbra con un brivido. Non come preghiera, solo come grido. Un dolore stra­ziante mi compresse tutta. In confronto con quello pre­sente una bagattella. Poi perdetti i sensi.

(*) Storpiamento di Jesus, usato frequentemente fra alcune popolazioni di lingua tedesca.

 

Strano! Quella mattina era sorto in me, in modo in­spiegabile, questo pensiero: «Tu potresti ancora una volta andare a Messa». Suonava come un'implorazione.

Chiaro e risoluto, il mio «no» troncò il filo dei pen­sieri. «Con queste cose bisogna farla finita una volta. Mi addosso tutte le conseguenze!». Ora le porto.

 

Nei loro particolari

Ciò che avvenne dopo la mia morte, già lo saprai. La sorte di mio marito, quella di mia madre, ciò che accadde del mio cadavere e lo svolgimento del mio fu­nerale mi son noti nei loro particolari mediante cogni­zioni naturali che noi qui abbiamo.

Quello, del resto, che succede sulla terra, noi lo sap­piamo solo nebulosamente. Ma ciò che in qualche mo­do ci tocca da vicino, lo conosciamo. Così vedo anche dove tu soggiorni.

Io stessa mi risvegliai improvvisamente dal buio, nel­l'istante del mio trapasso. Mi vidi come inondata da una luce abbagliante.

Fu nel luogo medesimo dove giaceva il mio cadave­re. Avvenne come in un teatro, quando nella sala d'un tratto si spengono le luci, il sipario si divide rumorosa­mente e si apre una scena inaspettata, orribilmente illu­minata. La scena della mia vita.

Come in uno specchio l'anima mia si mostrò a me stessa. Le grazie calpestate dalla giovinezza fino all'ul­timo «no» di fronte a Dio.

Io mi sentii come un assassino al quale, durante il processo giudiziario, vien portata dinanzi la sua vittima esamine.

Pentirmi? Mai! Vergognarmi? Mai!

 

Come Caino

Però non potevo neppure resistere sotto gli occhi di Dio, da me rigettato. Non mi rimaneva che una cosa: la fuga.

Come Caino fuggì dal cadavere di Abele, così l'a­nima mia fu spinta via da quella vista di orrore. Questo fu il giudizio particolare: l'invisibile Giudi­ce disse: «Via da me!».

Allora la mia anima, come un'ombra gialla di zol­fo, precipitò nel luogo dell'eterno tormento.

 

Conclude Clara

La mattina, al suono dell'Angelus, ancora tutta tre­mante per la notte spaventosa, mi alzai e corsi per le scale nella cappella. Il cuore mi pulsava fin sulla gola. Le poche ospiti, inginocchiate vicino a me, mi guarda­rono; ma forse pensarono che fossi così eccitata per la corsa fatta giù per le scale.

Una signora bonaria di Budapest, che mi aveva os­servata, mi disse sorridendo: - Signorina, il Signore vuole essere servito con calma, non di corsa!

Ma poi si accorse che qualcosa d'altro mi aveva ec­citato e mi teneva ancora in agitazione. E mentre la si­gnora mi rivolgeva altre buone parole, io pensavo: «Dio solo mi basta!». Sì, egli solo mi deve bastare in questa e nell'altra vita. Voglio un giorno poterlo godere in Pa­radiso, per quanti sacrifici mi possa costare in terra. Non voglio andare all'Inferno!

 

IMPRIMATUR

E Vicariatu Urbis, die 9 aprilis 1952. tALOYSIUs TRAGLIA

Aqrchiep.us Caesarien. Vicesgerens

 

Per richieste: Don Renzo del Fante – Via Cavour 21, 20077 Melegnano – MI.