AMIAMO IL ROSARIO
Riflessioni
e suggerimenti sulla preghiera e sull'altra vita.
DON
RENZO DEL FANTE - APOSTOLATO MARIANO MELEGNANO (MI)
Questa esclamazione fu così carica di
fede e di meraviglia da rimanermi ancora impressa dopo decine di anni.
Mio padre aveva partecipato, con parecchi adulti e alcuni giovani, ad un pellegrinaggio serale al Santuario della Caravina, in Valsolda.
-
E pensare che in casa si fa fatica a rispondere a qualche Ave Maria... mentre
ieri sera, finita la prima corona del santo Rosario, ne avremmo recitata
pure un'altra!
Quegli
uomini avevano capito quanto sia diverso il «dir su preghiere» di
malavoglia, dal pregare tutti insieme e «con sentimento», convinti che
quando si prega seriamente Qualcuno lassù in Cielo sta in ascolto.
Ora,
nell'offrirti queste pagine, chiedo alla Madonna che tu riesca a vivere la
stessa esperienza di fede. Esperienza di buona preghiera che molti fanno ogni
giorno. Magari una più elevata ancora fino a recitare il santo Rosario con lo
stesso fervore di Bernadette Soubirous alla Grotta di Lourdes. Sapeste quanto
è bello «un bel rosario, figlioli!»... «Ancor più del ciel di Lombardia»,
aggiungerebbe convinto il nostro caro Manzoni.
Il
Rosario - bellissima preghiera - prende nome dal fiore simbolo dell'amore:
rosario vuol dire roseto, mazzo di rose.
Vogliamo
dunque offrirlo con finezza di gusto: niente rose (cioè le Ave Maria)
appassite, sgualcite, mal tenute insieme e buttate là con noncuranza! È un
omaggio gentile alla più bella di tutte le creature, alla benedetta fra le
donne.
Con
il Rosario compiamo un gesto di riconoscenza a Dio, che ha voluto divenire
figlio di questa Donna, frutto benedetto del suo grembo.
Alla
Regina del Cielo e della terra, alla Madre del Creatore dell'Universo le rose si
offrono con rispettoso amore.
Al
gambo di questi fiori sono attaccate le spine: esse ci insegnano a far
attenzione nel comporre nei debiti modi questo mazzo spirituale, per porgerlo
poi con bel garbo, con semplicità e con fede.
Non
è quindi tanto facile recitare «bene» il Rosario: occorre un notevole
impegno.
Il
re Davide, vissuto in Giudea tremila anni fa, non recitava certo il Rosario;
eppure potremmo considerarlo un lontano antenato di questa forma di preghiera.
Egli compose parole, musica e danza di una parte dei centocinquanta Salmi.
Questi sono composizioni poetiche ispirate da Dio che, prima gli Ebrei e poi i
Cristiani impararono a memoria per la preghiera privata e liturgica.
Dopo
san Benedetto, e con l'abbondanza di monaci nei monasteri, successe che quelli
non addetti abitualmente al coro, perché impegnati in lavori pesanti nelle
campagne e nelle stalle, non riuscivano a recitare ogni giorno tutti quei Salmi.
Non sapendoli a memoria, dovevano accontentarsi di recitare centocinquanta
Pater noster: un surrogato della preghiera liturgica, a detta dei «sapienti».
Eppure
era anch'essa una lode, forse più gradita a Dio, perché rivolta a Lui nella
fatica e con semplicità di cuore.
Come
i Salmi erano suddivisi a dieci a dieci (le decurie) e terminavano con il
Gloria, così anche i Pater noster furono suddivisi a dieci a dieci dal Gloria
Patri. Poi, al posto di tutti questi Pater, attraverso, i secoli, la buona
Provvidenza permise che si infiltrassero sempre più le Ave Maria.
Molti
Santi, ed il più conosciuto al riguardo è san Domenico, diffusero questa «liturgia
rimediata» tra il popolo, con grandi vantaggi spirituali.
Vorrei
riportarvi una sintesi delle promesse che la Madonna ha fatto, attraverso alcuni
Santi, ai veri devoti del santo Rosario. Sappiamo che la Madonna quel che
promette mantiene.
l.
A quelli che devotamente reciteranno il mio Rosario prometto la mia protezione
speciale e grandissime grazie. Il santo Rosario sarà un'arma potente contro
l'Inferno; distruggerà i vizi, vi libererà dal peccato, dissiperà le eresie.
2.
Il santo Rosario farà fiorire le virtù e le opere buone; otterrà alle anime
grande misericordia da parte di Dio; raffredderà l'amore alle cose del mondo,
elevando i cuori al desiderio dei beni eterni.
3.
Chi confiderà in Me, pregando con il santo Rosario, non perirà e non sarà
soverchiato dalla sventura. I peccatori si convertiranno, cresceranno nella
Grazia di Dio e diverranno degni della vita eterna.
4.
Quelli che recitano il mio Rosario troveranno durante la vita e nell'ora della
morte la luce di Dio e la pienezza delle sue grazie; parteciperanno ai meriti degli
Angeli e dei Santi.
5.
Libererò presto dal Purgatorio le anime che furono devote al santo Rosario.
Chi l'avrà recitato con costanza e vera devozione godrà di una grande gloria
in Cielo.
6.
Ciò che chiederete con fede per mezzo del mio Rosario, voi lo otterrete. Coloro
che propagheranno la devozione del santo Rosario saranno da Me soccorsi in tutte
le loro necessità.
7.
Io ho ottenuto da mio Figlio che coloro che si associano nella devozione del
santo Rosario abbiano per fratelli, in vita e in morte, i Santi del Cielo.
8.
Quelli che recitano fedelmente il Rosario sono figli miei amatissimi, veri
fratelli e sorelle di Gesù Cristo. La devozione al mio Rosario è un grande
segno di predestinazione.
Meditando
i «misteri»
A
coloro che non sapevano leggere, e iniziando dai monasteri, in luogo delle Sacre
Letture, si propose la contemplazione di momenti importanti della vita di Gesù
e di Maria, che ora sono codificati nei quindici misteri.
A
quei tempi, in cui poche persone tra il popolo sapevano leggere, i quadri, gli
affreschi e le sculture che rendevano le chiese una vera scuola, aiutavano a comprendere
il significato e a fissare nella memoria anche visiva questi santi «misteri».
A
brave ragazzine di città mi è capitato di regalare alcune corone del Rosario.
Qualcuna le baciava e la riponeva nella borsetta, altre che ne ignoravano
l'uso, tentavano di metterle al collo come fossero collane. Per questo, pur
essendo dell'idea che ci vuol fantasia e libertà nella recita del Rosario,
sento che occorre sapere prima di tutto, che cosa è il Rosario ed il modo in
cui va recitato.
La
corona del Rosario è formata da cinquanta grani (le Ave Maria) suddivise in
cinque decine da un grano più grosso (il Padre nostro).
Il
Rosario intero è composto da centocinquanta Ave Maria; perciò è necessario
usare la corona per tre volte. Non spaventatevi subito perché è uso comune
(ma non è proibito fare di meglio) recitare una sola corona, meditando i cinque
misteri del santo Rosario, ogni giorno.
Si
riservano i misteri gaudiosi al lunedì e al giovedì; i dolorosi al martedì
e al venerdì; i misteri gloriosi al mercoledì, al sabato e alla domenica.
Quando
una ricorrenza liturgica oppure circostanze liete o dolorose della vita portano
a preferire la meditazione di determinati misteri, non solo è permesso ma è
raccomandabile variare in questo senso.
Ci
sono alcuni che, dopo anni che recitano il Rosario, non sanno ancora i
quindici misteri a memoria; altri invece li imparano con facilità, poiché
vedono il loro legame con la vita di Gesù che nasce (misteri gaudiosi), che
muore (dolorosi) e che risuscita (gloriosi).
Il
primo gruppo (i cinque misteri gaudiosi) ci presentano:
1.
l'annuncio dell'Angelo a Maria: «Darai alla luce il Figlio di Dio!»;
2.
ci sottolinea la carità operosa di Maria che si reca dalla parente
Elisabetta;
3.
il Natale di Gesù nella grotta di Betlemme;
4.
quaranta giorni dopo il Bambino viene presentato al Tempio;
5.
infine - unico episodio dei trent'anni di vita a Nazareth - lo smarrimento di
Gesù dodicenne ed il suo ritrovamento nel Tempio di Gerusalemme.
Il
secondo gruppo (i cinque dolorosi) sorvolando sui tre anni di vita pubblica, ci
descrivono alcuni momenti della Passione di Gesù:
1.
la notte nel Gethsemani, dove Gesù suda sangue e viene tradito;
2.
il mattino del Venerdì santo con le torture della flagellazione;
3.
e della incoronazione beffarda con un fascio di spine;
4.
la salita al Calvario e la crocifissione;
5.
infine l'agonia, la morte in croce e la sepoltura.
Il
terzo gruppo (i cinque gloriosi) ci presentano la gloria di Gesù:
1.
che risorge da morte;
2.
che ascende in Cielo, quaranta giorni dopo;
3.
mantenendo la promessa, manda sugli Apostoli lo Spirito Santo e la Chiesa muove
i primi passi;
4.
anche la Madonna, unita a Gesù nella serenità di Nazareth e nello strazio del
Calvario, negli ultimi due misteri è contemplata nella sua glorificazione
personale: l'assunzione in Cielo;
5.
e nella sua partecipazione materna e regale alla vita della Chiesa e di tutto
l'universo.
In
questo secondo millennio del Cristianesimo il Rosario ha conosciuto una
diffusione capillare. Quante famiglie chiudevano, alla sera, la faticosa e
onesta giornata con un bel Rosario! Ha avuto pure una diffusione
geograficamente universale, pur presentando nelle varie lingue piccole
differenze.
Oltre
alla sua origine biblica (i centocinquanta salmi di Davide, che poi furono
sostituiti con preghiere tratte dal Vangelo: il Padre nostro e l'Ave Maria) e
al lungo rodaggio monastico che vedrà la Lectio divina tradursi nella
contemplazione dei quindici misteri, il santo Rosario vanta parentele in forma
di preghiere ripetitive presso altre chiese (la preghiera icastica dei Monaci
del monte Athos e degli Staretz della Russia) e con quel continuo sgranare la
coroncina che i Musulmani fanno, invocando incessantemente il nome di Dio.
Non
è piacevole dirlo, ma neppur si può nascondere che il Rosario ha conosciuto
un declino in questi ultimi decenni. Ci saranno delle cause... Non diamo la
colpa al santo Concilio ma a chi (laici, preti e vescovi) dello stimolante e
ricco capitolo ottavo della Lumen Gentium ha preso come unica indicazione
quella di «evitare l'esagerazione» nella devozione a Maria, per finire col non
fare più nulla o con il demolire anche ciò che esisteva.
Satana,
principe di questo miserabile mondo fatto di materialismo, edonismo e tanta,
tanta superbia, ha trovato troppi ingenui seguaci alla sua scuola di demitizzazione
universale; si è trovato attorno uno stuolo di collaboratori nel suo assurdo
tentativo di distruggere la Chiesa, iniziando con il mettere fuori combattimento
Colei che della Chiesa è autentica Madre e vigile Maestra.
Sotto
la spinta di nuovi movimenti ecclesiali, di avvenimenti miracolosi che è
impossibile soffocare, e del chiaro e convincente richiamo del Papa alla solidità
della dottrina cristiana e della morale, vediamo che Satana perde terreno,
anche se si fa ancora più audace nel tentativo di dissacrazione senza
frontiere.
Di
questo seppur timido rifiorire della Fede, ne è prova anche la ripresa nella
devozione alla Madonna e nella recita più diffusa e frequente del Rosario.
In
quel momentaneo declino che ora sta rientrando, un peso negativo può averlo
avuto il modo stanco e insipido in cui il Rosario veniva recitato in troppe
parrocchie e comunità.
Ha
nuociuto il fatto che spesso veniva imposto come cosa da fare, «e poi siete
liberi!».
In
alcune famiglie e collegi era un dazio da pagare: altro che momento di gioia, di
fede e di concordia!
Un
certo snobismo di chi si è trovato di colpo erudito conoscitore e innamorato
lettore della Bibbia, ha fatto crescere, con il rispetto umano, l'avversione a
quel... monotono Rosario, da riservarsi alla gente non evoluta. L'atteggiamento
di compatimento, quando non era di disprezzo e di contestazione nei confronti di
chi voleva rimanere fedele al suo antico e santo Rosario, non è certo tra le
cose più belle del dopo Concilio.
Sì,
il Rosario è una preghiera vocale. Le preghiere che lo compongono possono
essere recitate a bassa o ad alta voce (mai urlate, per carità) oppure
mormorate a fior di labbra se si è soli o se mancano le forze. È pure bello,
in certe occasioni, sottolineare i misteri con canti mariani appropriati,
oltre che a chiudere il Rosario con il canto della Salve Regina o quello, più
popolare, ma non meno suggestivo, delle Litanie Lauretane, cioè del Santuario
di Loreto.
Sarebbe
ben misera cosa il Rosario se non fosse anche, e direi soprattutto, preghiera
interiore. Le sole parole, pronunciate senza cuore e senza riflessione, non
dicono nulla né al Cielo, né a chi ci è accanto e restano per noi fatica
sprecata.
Pregare
con attenzione non equivale però che si debba essere consapevoli di ogni
singola frase che si pronuncia: basta essere in un atteggiamento interiore di
colloquio familiare con Dio e con la Madonna. Intanto la mente può spaziare
nella contemplazione dell'ultimo mistero enunciato, meglio ancora
nell'esaminare aspetti della nostra vita nella luce di quanto il Rosario in
quel momento ci propone.
Una
persona che spalancasse volutamente la porta alle distrazioni, non può
realizzare il Rosario come piace a Maria Santissima. Nello stesso tempo bisogna
pregare con una certa naturalezza, senza forzare eccessivamente «il
cervello». Preghiamo con lo stato d'animo di chi parla confidenzialmente, anche
se si tratta di cose serie, con i propri cari.
La
corona, di oro o di plastica, conservata come ricordo caro o appena
acquistata, ci stà in qualunque tasca o borsetta. Possiamo portarla sempre
con noi. È anche un segno di protezione da parte della Madonna, per cui fanno
bene coloro che l'appendono nella camera da letto o allo specchietto retrovisore
della loro vettura.
Il
Rosario potrebbe essere recitato anche senza corona, o usando quella specie di
anello dentato che chiamano «rosario basco, o semplicemente contando le Ave
Maria con le dita, quando non si potesse fare diversamente.
Il
Rosario può essere recitato in qualunque luogo di questo mondo, purché ci si
trovi sereni e si operi nel santo timor di Dio.
Può
essere recitato a qualunque ora del giorno e della notte, da qualunque persona,
sana o malata, dotta o senza cultura, buonissima o ingolfata nei peccati da cui
vorrebbe liberarsi.
In
qualunque situazione spirituale ti trovi: di gioia e di riconoscenza, di paura o
di dolore, di entusiasmo, di desolazione o smarrimento, puoi rivolgerti a cuore
aperto alla tua Mamma del cielo.
Se
una persona malata o stanchissima si addormenta, magari dopo poche Ave Maria?
Ebbene,
invece di svegliarla io ne proverei invidia; chiedo a Dio la grazia di
addormentarmi per l'ultima volta anch'io recitando l'Ave Maria, sì, nell'ora
della mia morte. E se una persona, dopo una decina di Ave Maria, ha la
sensazione di essere già stanca? Prima valuti che non si tratti di pigrizia o
di una tentazione del Maligno che odia queste preghiere e che ci suggerisce
mille altre cose, in se stesse buone. Chi ritiene che si tratti di vera
stanchezza, non abbia scrupoli a sospendere il Rosario, convinto che la
Madonna è la Mamma più indulgente ed è comprensiva delle nostre situazioni
concrete.
All'opposto,
chi potendolo fare senza mancare ad altri doveri e senza creare noie al
prossimo, dopo un bel Rosario, ne volesse recitare un secondo, un terzo,
ascolti la buona ispirazione, sicuro che non si prega mai abbastanza, quando
si prega con fede.
I
Santi insegnano
Su
questo punto i Santi ci danno buon esempio. Quanti e quali Rosari recitava ogni
giorno l'attivissimo don Bosco? Ed il santo Curato d'Ars, posto a modello di
tutti i parroci? Il Papa di venerata memoria, Giovanni XXIII, confidava con
tutto candore che trovava ogni giorno il tempo per recitare il Rosario intero,
cioè le tre corone.
Di
Padre Pio da Pietralcina dicono che recitasse una dozzina di Rosari al giorno.
Io non lo so, anche perché non immagino come ne trovasse il tempo nelle sue
giornate tutte «mangiate dall'Apostolato; ricordo però di averlo visto
sempre - tranne quando celebrava la santa Messa - con la corona del Rosario in
mano. Ora, scendendo a capofitto dalle vette della santità fino alla mia povera
vita, rammento che nei giorni di maggiori impegni o di grande sofferenza, il
numero dei Rosari lo lasciavo contare all'Angelo Custode.
Non
è questione di tempo, miei cari, ma di volontà e di fede!
Dove
riuscivano a ricreare le forze morali, e talvolta anche fisiche, tanti papà,
mamme, preti e suore che vivevano una carità meravigliosa ma estenuante, se non
nell'Eucaristia e in tante belle corone di Rosari? Le offrivano al Signore e
alla Mamma del Cielo, camminando, lavorando in casa o nei campi e persino in
officina, oppure in ginocchio nella solitudine di una chiesa o di una cameretta.
Il
20 agosto 1862 erano appena tornati a Valdocco i giovani per le ripetizioni,
dopo il breve soggiorno in famiglia cominciato il 28 luglio (gli altri sarebbero
tornati verso la metà di ottobre), quando don Bosco alla «Buona Notte»
prese il tono dei giorni migliori e, pur avendo dinanzi a sé non più di un
centinaio di ragazzi, raccontò un sogno che aveva avuto probabilmente la notte
del suo dì natalizio, il 16 agosto precedente.
Questa
volta non fece alcun preambolo né di ordine precauzionale né di ordine
segreto; disse semplicemente che aveva avuto un sogno e che lo voleva narrare
loro perché, a pensarci bene, gli era parso che avesse un contenuto efficace
per gli ascoltatori. Prese dunque a dire che, tra la stalla di suo fratello
Giuseppe e il portico per i carri, c'era un prato, quello precisamente dove, ai
tempi della sua fanciullezza, stendeva la corda e intratteneva i paesani, con
giochi di equilibrio e di prestigio. Su quel prato in forte declivio, a un certo
punto del sonno era comparso un «personaggio».
Infatti,
don Bosco non si stupì della sua presenza, gli fece anzi atto di ossequio e
avviò una conversazione che, data l'esperienza del passato, avrebbe potuto concludersi
con qualche prezioso ammaestramento, se non addirittura con qualche rivelazione
di cose. Ma il dialogo non durò a lungo; anzi, morì subito, dinanzi a un'ingiunzione
del personaggio che, dopo avergli fatto osservare tra l'erba un serpentaccio
lungo sette od otto metri, gli mise anche tra le mani il capo di una corda con
cui avrebbero dovuto immobilizzarlo e ucciderlo.
Don
Bosco non se la sentiva di fare il boia in quella circostanza, e lo disse anche
al personaggio, che invece insistette e lo costrinse a rimanere sul luogo.
-
Se non osi battere - gli disse - tieni solo duro; batterò io e vedrai cosa ne
faremo di questa bestiaccia. Infatti cominciò a menar frustate da orbo,
flagellando il serpente in maniera che, rivoltandosi quello per vendicarsi e
liberarsi nello stesso tempo, s'incagliava sempre più, fino a restar preso come
nelle maglie di una rete. Dibattendosi, le sue carni volavano all'aria e ricadevano
pesantemente sull'erba del prato, che risultò così lordata da tutto quel
sangue e popolata da tutti quei brandelli di carne che, tra l'altro, mandavano
un fetore insopportabile.
Don
Bosco, che aveva legato per ordine del personaggio misterioso il capo della
corda a un albero, tirò un respiro di sollievo, quando di tutto quel mostro non
vide impigliato nella rete che uno scheletro immane ma impotente, afflosciato
come un sacco svuotato del suo contenuto.
Morto
il serpente, quando credeva che tutto fosse finito, don Bosco si sentì invece
dire di stare con gli occhi bene aperti, perché ora sarebbe succeduta cosa,
che avrebbe mandato in estasi il più gran prestigiatore di questo mondo, non
diciamo poi un povero prete come lui era.
Quel
personaggio prese la corda, ne fece un gomitolo che mise in una cassetta, dove
la rinchiuse. Tosto la riaprì sotto gli occhi stupiti dei giovani, che intanto
erano accorsi.
Che
cosa era successo? che la corda si era disposta in maniera da formare le parole:
Ave Maria.
-
Ma come può essere che la corda si sia cambiata in una scritta così venerata?
-
Il motivo è questo - rispose compiaciuto il personaggio, dal momento che era
proprio qui che voleva portare il discorso fin dal principio. - Il motivo è
che il serpente raffigura il demonio e la corda l'Ave Maria o piuttosto il santo
Rosario, che è una continuazione di Ave Maria, con la quale, o con le quali,
si possono battere, vincere e distruggere tutti i demoni dell'inferno.
Non
può amare il Rosario chi lo dice solo perché vi è costretto. Esiste però una
lodevole alternativa: ed io suggerisco a tutti piuttosto che recitare il Rosario
per forza, è assai meglio... recitarlo con amore. E questo atteggiamento
interiore dipende da noi stessi, da una nostra scelta libera e intelligente.
Analogo
sproposito compie chi, in forme banali o mascherate di sottili ricatti, impone
agli altri la recita del Rosario o di qualunque altra preghiera. Avviene per lo
spirito come nel nutrimento corporale: un cibo imposto con la forza, peggio
poi se con frequenza, finisce per essere rifiutato dall'organismo e creare più
danno che utile.
Ma
sappiamo pure che l'esercizio della libertà va educato. Meritano perciò non
rimprovero ma lode quei genitori ed educatori che invogliano i loro cari e le
persone loro affidate a dire, anche ogni giorno, il santo Rosario.
Si
tratta anzitutto di trascinare con il buon esempio, di usare con insistenza non
eccessiva argomentazioni adatte; di scegliere tempi, modi e misura confacenti alla
situazione concreta. Pur rispettando al massimo la libertà di ognuno, non è
male far comprendere che un bel Rosario può far del bene a tutti e non può
assolutamente far del male a nessuno.
Un
altro errore è di chi recita il Rosario meccanicamente, in tono uniforme tra
il melanconico ed il rassegnato. Ciò sarebbe la parodia della preghiera,
tanto più che il Rosario ha uno stile popolare e familiare: una conversazione
con Maria, nostra Madre e, in sua compagnia, con Dio nostro Padre del Cielo.
Che
dire di quelle persone o comunità che sembrano inseguire il record della
velocità? Quando mi imbatto in simili esperienze, mi viene spontanea tra i
denti l'espressione «Povera gente!» e «povera Madonna, come farà a non
impazientirsi?».
Ci
si libera in fretta da un impegno antipatico, e si imbroglia velocemente un
discorso quando non ci si vuol comprendere.
Questi
comportamenti dovrebbero essere estranei a chi vuol offrire uno splendido mazzo
di rose alla nostra bellissima Mamma del Cielo. Rimane sempre attuale il detto
che «piuttosto che pregar male, è meglio... pregar bene!».
Dio,
e con Lui tutto il Paradiso, non è chiacchierone. La sua unica Parola è
pronunciata nel silenzio. Ama però la nostra conversazione, nonostante la
differenza infinita che ci distingue, perché il suo amore ci risucchia nel
vortice della sua pace. Ma non ama le nostre chiacchiere lette (fosse anche sui
Sacri Libri) dette o cantate, quando sono soltanto parole che non partono dal
cuore o che in esso non sono amorevolmente accolte.
Un
terzo errore sarebbe una esagerata fissità nel modo, nei tempi e nei luoghi
dove il Rosario viene recitato. Se Gesù lo ha detto del terzo Comandamento,
in relazione al riposo del Sabato ebraico, lo possiamo dire noi del Rosario:
esso è un semplice mezzo per dare lode a Gesù e alla sua e nostra Madre, non
è quindi un idolo intoccabile.
Il
Rosario va adattato non ai propri capricci e comodi, ma alle situazioni
personali e soprattutto familiari e comunitarie. Si deve tener conto dell'età,
della salute, della stanchezza, del clima. Al gran caldo e al gelo la voglia
di pregare a lungo scappa a tutti!
Chi
vuole dare alla Madonna un gradito omaggio di amore, deve preoccuparsi più che
dell'esatto numero di preghiere, del modo in cui lui stesso ed il suo prossimo
prega.
Usiamo
carità squisita che piace moltissimo a Maria, la Madre attenta a ciascuno di
noi, quando cerchiamo di rendere il più possibile comprensibile, gradevole,
intonata anche al momento psicologico la preghiera che proponiamo. Non mancano
purtroppo coloro (specie in certi ambienti religiosi) che, nonostante le
migliori intenzioni, riescono a rendere antipatica persino questa stupenda
preghiera.
Nuoce
pure alla preziosità di questa devozione lo stato d'animo di chi prega, perché
la tradizione di famiglia o di comunità così esige. Facendo in questo modo si
riduce il Rosario a una «pratica» da svolgere, a un numero di preghiere da
esaurire e non a un dolce colloquio col Paradiso.
Svigorito
in partenza nella sua efficacia è quel Rosario recitato senza fiducia. Quando
si sente dire: «Sono mesi, sono anni che prego per ottenere questa o quell'altra
grazia e non si vede nulla, non cambia nulla nella mia vita e in quella del
mio prossimo...», è una pena cui bisogna reagire rincuorando chi è così
avvilito, nella convinzione che nessuna vera preghiera è elevata invano.
Dio ha i suoi momenti e modi di intervenire che spesso sono diversi dai nostri.
Chi prega senza nessuna fiducia assomiglia a chi vuol riempire un cesto di
acqua.
COME
L'ACQUA, IL PANE...
Alcuni
anni fa si era diffusa l'abitudine di infilare in ogni incontro, più o meno
liturgico, la celebrazione della santa Messa. Questa inflazione ha portato i
fedeli ed anche i preti ad apprezzare meno il valore infinito del Sacrificio di
Gesù sulla Croce al quale pure noi siamo invitati a partecipare.
Analogo
pericolo credo proprio che il Rosario non lo possa correre; forse è utile
invece un rilancio anche nella vita parrocchiale, di gruppo, di manifestazioni
religiose piccole e grandi.
Il
Rosario è opportuno in un incontro di preghiera, per prepararsi ad una efficace
partecipazione alla santa Messa, oppure come traccia di un'ora di adorazione eucaristica.
Lo
consiglio prima che una famiglia o comunità prenda un'importante decisione;
per una necessità urgente, nel ringraziare la Provvidenza per una difficoltà
superata, per delle intenzioni che interessano la Chiesa e il mondo intero.
È
bene e di conforto ai vivi e ai defunti recitare il Rosario in una casa provata
dal lutto (purché sia fatto con garbo e fede) e durante un funerale.
Si
presta pure a essere recitato coralmente, decina per volta, magari intercalato
da canti, durante processioni mariane ed anche eucaristiche.
Sì,
perché la bella preghiera del Rosario che celebra nelle sue varie fasi il
mistero dell'Incarnazione del Verbo, può essere presentata, senza timore di
aver sbagliato indirizzo, a Gesù Eucaristico che non è altri che il Figlio
di Dio fattosi Figlio di Maria.
Grazie
a Dio, sono finiti i tempi in cui persino in pellegrinaggi tipicamente mariani e
di vari giorni, i laici dovevano insistere presso il prete che li accompagnava
affinché facesse recitare insieme almeno una Corona al giorno.
Senza
passare all'eccesso opposto, almeno il Rosario intero, suddiviso nella
giornata specialmente se occupata da molte ore di pullman, potrebbe tornare di
gran lode alla santa Vergine ad essere momento di pace, di riflessione e di
fraternità nella fede, sia per i fedeli, sia per chi li accompagna.
Persone
e oggetti che valgono si raccomandano da soli. Queste righe possono essere
inutili perciò a coloro che amano la Madonna di tutto cuore e hanno scelto il
Rosario come loro preghiera prediletta. Per chi invece ha delle prevenzioni al
riguardo, può essere utile conoscere alcuni dati.
Anzitutto
non è senza significato per i Cristiani il fatto che tutti i Sommi Pontefici,
da Leone XIII in poi, abbiano scritto encicliche, fatti discorsi e
raccomandazioni senza numero; soprattutto che abbiano dato visibilmente il
loro esempio personale sul valore, l'utilità e la bellezza e l'urgenza storica
della devozione alla Madonna, nella recita e meditazione del santo Rosario in
modo del tutto particolare.
Fra
migliaia di pagine al riguardo, ho scelto alcune espressioni di un discorso
tenuto da Giovanni Paolo II a Roma, il 26 aprile 1987:
«Voi
sapete che è necessario pregare, e volete farlo considerando e ricordando
quello che Gesù ha fatto e sofferto per noi: i misteri della sua Infanzia,
della sua Passione e Morte, della sua Risurrezione gloriosa.
Seguite
l'ispirazione dello Spirito Santo che, istruendovi interiormente, vi porta a
imitare più da vicino Gesù facendovi pregare con Maria e, soprattutto, come
Maria. È una grande preghiera contemplativa, assai utile agli uomini d'oggi,
"tutti presi dalle molte cose"; è preghiera propria di Maria e dei
suoi devoti.
Giustamente
i Misteri del Rosario sono paragonati a delle finestre attraverso le quali
potete spingere e immergere lo sguardo sul "mondo di Dio"».
«Il
Rosario è un vero colloquio con Maria, la nostra Mamma celeste. Nel Rosario noi
parliamo a Maria affinché Ella interceda per noi presso il suo Figlio Gesù.
Così noi parliamo a Dio attraverso Maria.
Abituatevi
a recitare il Rosario in questo modo. Non si tratta tanto di ripetere delle
formule, quanto piuttosto di parlare da persone vive con una persona viva, che,
se non vedete con gli occhi del corpo, potete vedere con gli occhi della fede.
La Madonna, infatti e il suo Figlio Gesù, vivono in cielo una vita molto più
"viva" di questa nostra - mortale - che viviamo quaggiù in terra.
Il
Rosario è un colloquio confidenziale con Maria, un parlarle pieno di fiducia e
di abbandono. È un confidarle le nostre pene, un manifestarle il nostro
cuore.
Un
dichiararci a sua disposizione per tutto quello che Ella, a nome del suo Figlio,
ci chiederà. Un prometterle fedeltà in ogni circostanza, anche la più
dolorosa e difficile, sicuri della sua protezione».
Insieme
con i Sommi Pontefici, sappiamo che i vescovi ed i sacerdoti più sensibili
alla voce dello Spirito Santo, formano un coro numeroso ed affiatato nel richiamare
se stessi ed il popolo di Dio alla «preghiera del secolo XX», che è uno dei
segni di questi tempi martoriati, e perciò fecondi di bene per le generazioni
che verranno.
Alla
voce «l'esempio dei Santi», di obbligo a questo punto, rimando a qualche
accenno già fatto, consapevole che l'argomento è talmente ampio che potrebbe
riempire molti volumi, mentre sto facendo solo alcune riflessioni, per dare un
modestissimo aiuto ad amare di più il Rosario.
Chi
appena sa qualcosa sulle ultime apparizioni, da Lourdes ai nostri giorni, è
impressionato dalla insistenza con cui la Madonna raccomanda, insieme con la
devozione a Gesù Eucaristico, la recita del santo Rosario. Il «grande
problema» per quei di Lassù, e dovrebbe pure essere il nostro, è la salvezza
eterna di ciascuna persona. La loro ansia per la salvezza delle anime,
privilegia quei mezzi che più aiutano a vivere nella grazia e nella pace di
Dio.
I
cosiddetti «problemi sociali» di cui oggi tutti discutono, (e che i Santi di
ieri e di oggi - tutte persone di molta e intensa preghiera - hanno cercato e
ancora tentano di risolvere per quel tanto che a loro è concesso), sono visti
dal Cielo non come l'assillo primario, ma come pungolo ad agire per realizzare
quella carità verso Dio e il prossimo che è l'unica strada per salvare
l'anima.
Vorrei
fare con voi una costatazione ovvia: dopo le diffidenze iniziali e contro ogni
tam-tam avverso, le persone e le iniziative che rivelano una consistenza
positiva, finiscono per affermarsi.
Ciò
è avvenuto costantemente nei secoli scorsi e si realizza puntualmente anche ai
nostri tempi: il Rosario, nella sua apparente innocuità, si dimostra un'arma
formidabile. Serve per sostenere il bene, ad ottenerlo da Dio quando a noi è
impossibile raggiungerlo; è efficacissimo nello svigorire e annientare le
forze del Male, sia che esse si addensino a livello planetario, sia che tentino
di insinuarsi e di colpire nel segreto di una coscienza.
Non
c'è prete che abbia veramente cura delle anime, che non sappia quanto il
Rosario sia odiato da Satana e da tutto il regno infernale.
L'inimicizia
insanabile, fatta di rancore e di paura, Satana la porta contro Maria in
persona, la Donna immacolata superiore a lui, anche quando egli era il bellissimo
Lucifero del Paradiso.
Egli
ricorda meglio di noi che dalla libera adesione alla volontà di Dio da parte di
Maria è venuta la Salvezza: Gesù il Figlio di Dio.
Conosce
meglio dei teologi il ruolo universale di Maria Intermediaria fra Gesù e noi,
e fra noi stessi, che la sua Regalità e Maternità corredentrice le rendono possibile,
anzi doveroso.
Questo
odio si concretizza contro la preghiera del Rosario, contro un pregare che non
sollecita l'orgoglio, anzi ci fa tornare bambini, accanto alla Madre, di fronte
a Dio.
Conosco
per esperienza di esorcista il materializzarsi di questa rabbia di Satana, di
questo suo terrore panico anche di fronte alla corona benedetta. Le persone da
lui tormentate cercano di spezzare le corone messe loro al collo o di gettarle
lontano. Costrette a ricollocarle in luogo di onore, dimostrano un orrore e
una riluttanza come se dovessero raccogliere da terra un serpente velenoso.
Ciò
impressiona maggiormente quando uno sa che le stesse persone, nei momenti di
libertà spirituale, sanno recitare e con devozione il santo Rosario...
Se
la Madonna in persona e il Santo Padre ci raccomandano tanto il Rosario, dei
motivi ci devono pur essere e Satana, con il suo rancore, al riguardo mostra di
esserne al corrente.
Nell'agosto
1945, dopo i bombardamenti sul Giappone, ricordo di aver scritto questa frase:
«Le atomiche spezzano il mondo, i Rosari lo riuniranno!».
E
così sarà. Satana non è onnipotente, anzi è il vinto che avrà il capo
schiacciato dal calcagno della «Donna vestita di sole», l'umile e grande
Maria. Si sbagliano coloro che sperano che sia lui, il Ribelle, il vincitore
definitivo di questa battaglia cosmica.
Anche
sul Rosario si sono scatenate valanghe di ironie, perplessità e obiezioni da
parte persino di persone il cui compito è di aiutare e non di scoraggiare la
povera gente nella ricerca di un dialogo con Dio, nel modo meno artificioso
possibile.
Una
prima osservazione contro il Rosario muove dal fatto che non è una preghiera «liturgica».
Su questo argomento già abbiamo detto; spero che Giovanni XXIII, che ha
descritto il Rosario come preghiera «quasi liturgica», riesca a ottenere in
Cielo che presto in terra si cancelli quel timido «quasi».
Ma
poi chi ha detto che le preghiere debbano essere tutti ufficiali? Il sacerdote
ed il levita di Gerusalemme avevano forse la voce roca dal gran cantare nel Tempio;
il samaritano credo proprio che di questi riti ne fosse piuttosto digiuno. Ma
chi ci è additato come modello? Chi ascolta nella coscienza la voce di Dio e la
traduce in pratica nella carità concreta.
Proclamo
senza esitazione la superiorità, in se stessa, della preghiera liturgica;
nego però che la si possa contrapporre a quella che da soli, o in grosse assemblee,
si eleva a Dio e alla santissima Vergine. Talvolta si prega «non liturgicamente»
sotto la guida dei nostri sacerdoti, dei vescovi, persino del Papa.
Quel
che è avvenuto la vigilia dell'Anno Mariano, con quell'indimenticabile Rosario
di dimensione mondiale, ha commosso il Paradiso. Ed è quello che conta!
La
seconda obiezione punta sulla asserita monotonia del Rosario. E perché nella
nostra vita, ad esempio sul piano fisiologico, ci sono delle ripetizioni
continue? Guai a noi se non ci fossero; pensiamo al battito ritmico del cuore,
al respiro cadenzato dei polmoni.
Anche
le nostre abitudini di ogni giorno di lavarci le mani e il viso, di spazzolarci
i denti ecc., non perdono di importanza per il fatto di essere ripetitive.
Nell'eseguire il nostro lavoro, dopo alcuni mesi ci accorgiamo che sono
sempre le stesse cose, gli stessi piccoli o grossi problemi.
La
virtù sta nel saper reagire risolutamente: c'è chi si lascia ammazzare dalla
noia, e chi sa ricominciare ogni giorno con voluto entusiasmo.
A
chi esige per la sua preghiera (quasi fosse lui a fare un piacere a Dio), un menù
ogni giorno diverso, faccio notare che le persone sagge non escludono mai
l'acqua tra le bevande, né il pane tra gli altri alimenti.
Senza
forzare i paragoni, mi pare che Gesù ci voglia nutrire, meglio se ogni
giorno, con il Pane vivo che è Lui stesso, e pare che la Madonna, da Mamma
saggia e semplice, voglia dissetare i suoi figli con l'acqua limpidissima del
suo amore. Non per caso lungo i secoli centinaia di sue apparizioni sono
accompagnate dallo sgorgare dell'acqua miracolosa.
Per
attingere ristoro da questo Cuore materno, quale mezzo più dolce ed efficace
se non quello di prendere in mano con fede la corona del Rosario? E non pensiamo
alla consolazione che diamo al suo Cuore Addolorato, pregandola così?
Ma
tutte queste Ave Maria a decine e tutte uguali - si lamentano alcuni - non sono
un po' troppe? Proviamo a salire le rampe di una lunga scala: tutti i gradini
sono fra loro identici ma nessuno ne fa caso, anzi si protesterebbe se fossero
fra loro diversi. Chi sale ai vari piani del palazzo sa benissimo che i
gradini sono uguali ma che ciascuno è pure diverso perché lo porta sempre più
in alto.
Così
chi dice con amore il Rosario, cresce nella grazia di Dio e, di Ave Maria in
Ave Maria, si avvicina sempre più a Lui e alla Vergine santissima. Non cambia
la formula della preghiera, ma migliora il soggetto che prega.
La
monotonia che dobbiamo abborrire è quella dello spirito «freddo. Ha sapore
di morte tutto quanto si compie senza impegno, senza ideale che entusiasmi, senza
una scintilla di amore.
La
mamma che bacia il suo bambino infinite volte e lo imbocca, cucchiaino dopo
cucchiaino, non si pone problemi di monotonia. Il fidanzato o sposo veramente
innamorato della persona a lui più cara, non conta le volte che ripete che le
vuole bene, e chi l'ascolta sente la parola nuova e dolcissima, come fosse la
prima volta.
È
solo al Signore e alla Madonna che dovremmo rivolgerci in maniera studiata a
tavolino, cambiando ogni volta le formule, secondo il moltiplicarsi dei sussidi
ascetici e pastorali?
Tra
le infinite poesie dedicate alla Madonna, ho scelto per voi quella di un solido
filosofo, Superiore generale dei Rosminiani, Padre Giuseppe Bozzetti. Mi onorò
della sua amicizia, in Milano e a Roma a San Giovanni di Porta Latina. Mi
sentivo come un topolino di fronte a un gigante.
Cara
mi sei, mia umile coroncina. Non sempre fu così. Ero come tanti che ti trovan
noiosa, e dicono: che gusto ripetere e ripetere la medesima cosa?
Col
passare degli anni quanto mai s'impara! che la miseria degli uomini è tanta e
non fa che ripetersi la medesima a ogni ora.
E
lascerem d'invocare a ogni ora il lavacro e il perdono che intorno al dolce e
puro e benedetto Nome si spande?
Guarda
il continuo tornare dei ciechi uomini al fango! Deh, riattingere al fonte e
versar senza posa le limpide acque: Ave Maria, ave Maria, ave Maria, ave Maria...
Quando
si prega con la mente e con il cuore, la cantilena non può esistere; la voce
stessa vien modulata nel volume e nel tono a secondo di quel che si dice e dello
scopo che si vuol raggiungere. Si è di fronte ad un colloquio fra persone di
famiglia.
Senza
aver frequentato scuole di dizione e senza far voce sdolcinata o teatralmente
implorante, chi prega per davvero attira l'attenzione. Lo si riconosce subito da
un forte influsso benefico che esercita su coloro che, magari a sua insaputa,
lo stanno osservando. Un'Ave Maria non è mai del tutto uguale all'altra!
Alcune
volte, specie in determinati ambienti, è utile introdurre piccole variazioni:
alternando i cori, facendo recitare ogni decina a persone diverse, dando
precedenza ai bambini, oppure cambiando il modo di enunciare il mistero,
spiegando più diffusamente uno o al massimo due misteri con parole proprie o
con una breve lettura.
Si
possono suggerire intenzioni particolari ad ogni decina, sottolineare il mistero
con un canto; con ragazzi o giovani si può a un certo punto cambiare di posizione,
mettendoci in ginocchio, o in piedi a capo chino o a braccia leggermente alzate,
o donandosi la mano come a formare una catena o un cerchio. Tutto questo è
bene quando serve non per la distrazione ma per sottolineare meglio, anche con
l'atteggiamento corporale, la nostra partecipazione al mistero annunciato.
C'è
invece una variazione radicale a cui sembra interessato persino il Diavolo: è
la sostituzione del Rosario con un'altra pratica, fosse pure in se stessa più
valida.
Ho
conosciuto bravissimi giovanotti e signorine ed anche alcune famiglie che
avevano deciso di abbandonare il Rosario per recitare Lodi e Vespero. Erano liberi
nella scelta e, teoricamente, ammirevoli! E il risultato? Dopo una settimana
di entusiasmo e qualche mese di puntiglioso «tener duro», finirono per
lasciare ai preti e ai monaci la Liturgia delle ore. «Tanto costoro - ne ho
sentito uno malignare - vi sono obbligati e sotto pena di peccato grave!». Il
che è indice della grande voglia con cui la recitano. Fecero poi tanta fatica a
riprendere l'abitudine del Rosario quotidiano.
Se
avessero chiesto a me un parere, sarei passato da tradizionalista sorpassato nel
consigliare loro anzitutto di non lasciare il Rosario: Potevano però provare a
fare un passo, indubbiamente in avanti, aggiungendo nel programma quotidiano
la Preghiera liturgica. Si sa che la ricerca impulsiva del meglio è spesso
nemica del bene.
Quando
mi ricordo e se la volontà non recalcitra, cerco anch'io di osservare le
norme per una recita dignitosa del Rosario come di ogni altra preghiera.
Occorre
anzitutto una certa compostezza. Si è alla presenza di Dio, si sta rivolgendo
la parola alla Madre del Signore e nostra: una posizione bislacca non aiuta
certo a pregare. Come una posizione artificiosamente rigida e faticosa ben
presto compromette la serenità del colloquio con Dio, così una eccessiva
rilassatezza induce più al sonno che alla meditazione.
Il
Rosario può essere recitato, se l'infermità o la stanchezza vi ci obbliga,
anche coricati a letto; lo si può dire stando in piedi, o seduti o in
ginocchio; camminando a piedi o viaggiando (con prudenza!) in macchina. Quanti
bei Rosari ricordo di aver detto in treno, sull'aereo, in nave o, anni addietro,
pedalando in bicicletta!
Non
è perciò la posizione del corpo che pone problemi, ma quelnonsoché che fa
intuire da lontano che uno è attento alla sua preghiera e non segue il volo delle
farfalle.
Oltre
alla compostezza corporale, quando è possibile e se sono invitate anche altre
persone, è bene unire la ricerca di un ambiente adatto: il meno rumoroso possibile,
né troppo caldo né al gelo, magari ingentilito da un fiore presso un quadro o
statua della Madonna; e che sia sufficientemente accogliente da non creare
distrazioni quando si vuol far posto a un nuovo arrivato.
Ancor
più necessaria è la preparazione spirituale: tutte le cose belle vanno
pensate e preparate. Un momento di silenzio prima di iniziare il Rosario e, se
si è in molti, una sobria e serena introduzione da parte di chi guida la
preghiera, fan ricordare il proverbio: «Chi bene incomincia è a metà
dell'opera».
Mi
è capitato sovente la grazia di partecipare a gruppi di persone in preghiera
ove la serenità del viso, il sorriso su volti che pur denotavano l'esperienza
di tanto soffrire, la chiarezza dello sguardo e il diffuso clima di fraternità,
facevano pensare a gente in pace con Dio e fra di loro, quindi capaci di una
preghiera profonda ed efficace.
Ricordo
un Missionario che ripeteva: «Quando dite il Rosario, aprite le finestre!»
intendendo così spingere a una visione ampia, veramente cattolica delle gioie e
delle sofferenze, delle difficoltà e dei successi, delle tragedie di questa
povera umanità. Non riusciva a comprendere chi pregava solo per ottenere,
magari puntando su piccole grazie materiali personali o al massimo familiari,
senza saper guardare oltre le finestre di casa propria.
Anch'io
vi sprono a desideri grandi, a fare richieste alla Provvidenza, per mezzo della
di Lei Madre, e degne delle sue illimitate possibilità. Vi ricordo però che
il Rosario non è solo per chiedere, ma pure per lodare e benedire Maria e Chi
l'ha voluta sua Madre, Figlia e Sposa. È per ringraziare Dio, per chiedere
perdono e fare riparazione per sé e per tutti; per dare sollievo alle anime
sante del Purgatorio.
Il
motivo più bello è il recitarlo come un canto di amore che esprime
sommessamente alla cara Madonna tutto il nostro affetto filiale.
Mi
spiace se vi scandalizzo, ma delle migliaia di Rosari recitati in vita mia,
non posso vantarmi di averne detto almeno uno senza distrazioni. Mi son però
vendicato facendo degli... studi sulle distrazioni; e ho compreso che
bisogna saper distinguere per non angustiarsi eccessivamente.
Ci
sono le distrazioni «cattive». Alcune ci sono suggerite casualmente
dall'ambiente e vengono come le zanzare che infastidiscono d'estate. Altre
salgono dal nostro conscio, inconscio o subconscio che sia, poiché - confessiamolo
- siamo più stupidi e meno puliti di quanto non sembri.
Altre
distrazioni sono autentiche tentazioni di Satana che ci vuole allontanare
dalla preghiera, portandoci allo scoraggiamento e turbamento.
A
questo proposito è bene ricordare che le tentazioni non riguardano soltanto
la virtù della purezza, ma prendono di mira anche l'umiltà e la carità.
Quante vane compiacenze, e autoelogi, quanti rancori o giudizi pesanti sul
prossimo vicino o lontano, tentano di infiltrarsi, anche mentre teniamo in
mano la corona!
Ci
sono poi le distrazioni «inutili». Sono formate da tutti quei ricordi vani
(potevo dire così, fare cosà, l'avessi saputo... ecc.), da quei castelli in
aria che sappiamo così ben costruire con la fantasia, e da quel cumulo di
scemenzuole che almeno a me vengono per la testa, proprio quando voglio pregare
seriamente. Pensieri che non sono né tarantole, né scorpioni, ma dei moscerini
che, se finiscono negli occhi, possono dare il loro fastidio. Allontaniamoli
quindi subito, senza scomporci troppo.
Ci
sono infine le distrazioni «benedette». Intendiamoci: lo scopo del Rosario,
con la meditazione dei misteri, è di metterci in ascolto di Dio. Questa
preghiera ha il vantaggio su altre di immergerci in un clima di pace interiore;
cade così gran parte della tensione che agita tanto spesso il nostro spirito.
È
naturale quindi che i ricordi più intensi, i problemi più scottanti,
materiali o morali, vengano a galla e si presentino, nella loro crudezza,
all'occhio più attento dello spirito.
Non
credo sia il caso di prendere la scopa e scacciare questi pensieri che ci
angustiano o ci rallegrano; io preferisco presentarli con semplicità allo
sguardo di Gesù (anche se Egli già li conosce) e allo sguardo maternamente
attento di Maria. E sentire cosa ne pensano, cosa ne dicono... Se si prega con
fede, vi garantisco che la risposta viene, forse solo sussurrata nel profondo
della nostra coscienza.
Questo
riflettere sulle nostre vicende personali e sociali nella luce di fede che il
Rosario ci procura, non è un distrarsi, ma un contemplare il disegno di Dio a
nostro riguardo, anche a rischio di dimenticare a volte quale decina di Rosario
stavamo recitando.
Dopo
tante belle riflessioni e suggerimenti, veniamo ora al pratico:
1.
Si incomincia facendo il segno della croce e dicendo:
-
O Dio, vieni a salvarmi. - Signore, vieni presto in mio aiuto.
2.
Poi si dice il Gloria:
-
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. - Come era nel principio e ora
e sempre,
nei
secoli dei secoli. Amen.
3.
Poi una giaculatoria (non più di una!) ad esempio: - Lodato sempre sia - Il
santissimo Nome di Gesù, di Giuseppe e di Maria!
oppure:
-
Gesù mio, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco dell'Inferno, porta in
Cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della tua Misericordia!
4.
Ora si enuncia il primo mistero (gaudioso, doloroso e glorioso) ad esempio,
così:
-
Nel primo mistero gaudioso si contempla l'Annunciazione dell'Angelo a Maria
SS.
5.
Alternandosi, se si è in molti, si dice la prima e la seconda parte del Padre
nostro:
-
Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo
regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo, così in terra.
-
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi
li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione, ma liberaci
dal male.
6.
Iniziando al centro della corona, dove solitamente c'è una medaglietta, si
recita per dieci volte l'Ave Maria:
-
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le
donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. - Santa Maria, Madre di Dio,
prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte. Amen.
7.
Alla fine delle dieci Ave Maria si recita il Gloria, poi il secondo mistero,
ecc.
8.
Alla fine della corona (ritornati cioè alla medaglietta) è lodevole usanza
fare una preghiera secondo le intenzioni del Sommo Pontefice, anche per poter godere
delle sante Indulgenze annesse al Rosario.
9.
Si chiude con la Salve Regina:
-
Salve, o Regina, Madre di Misericordia; vita, dolcezza e speranza nostra,
salve! A te ricorriamo, esuli figli di Eva; a te sospiriamo, gementi e piangenti
in questa valle di lacrime. Orsù dunque, Avvocata nostra, rivolgi a noi gli
occhi tuoi misericordiosi, e mostraci, dopo questo esilio, Gesù, il frutto
benedetto del tuo seno. O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria.
Non
fan parte del Rosario, ma è usanza quasi universale aggiungere, almeno
all'ultima corona che si recita, il canto delle Litanie Lauretane.
Oltre
alla formulazione tradizionale, che si può trovare nei libri di preghiera, ho
trovato già in uso una litania semplice da comprendersi e ricca di contenuto.
Può essere cantata con qualsiasi melodia delle Litanie.
Signore,
abbi pietà, Gesù, abbi pietà, ascoltaci, Signore, ed esaudiscici!
Dio,
Padre e Creatore, abbi pietà di noi, Dio, Figlio Redentore, abbi pietà di noi!
Dio, Spirito di Amore, abbi pietà di noi, Santa Trinità, Unico Dio, abbi pietà
di noi! Santa Maria, Madre di Dio,
Madre
della Vita, prega per noi!
Madre
di Gesù Cristo, Madre corredentrice, Madre della Chiesa, prega per noi!
Madre
purissima, Madre degna di amore, Madre sempre Vergine, prega per noi! Madre
della Misericordia, Madre del Buon Consiglio, Madre della Provvidenza, prega per
noi! Vergine prudentissima, Vergine potente, Mediatrice di ogni grazia, prega
per noi! Sposa ubbidientissima, Sposa fedele, Custode dei focolari, prega per
noi! Fonte di vera gioia, modello di santità, Tempio dello Spirito Santo, prega
per noi! Gloria di Israele, Maestra dei credenti, Signora di tutti i popoli,
prega per noi! Sede della Sapienza, Stella del mattino, Porta del Paradiso,
prega per noi! Salute degli infermi, rifugio dei peccatori, Conforto degli
afflitti, prega per noi! Aiuto dei Cristiani, Vincitrice delle Tenebre, Sollievo
del Purgatorio, prega per noi! Regina degli Angeli, Regina dei Patriarchi,
Regina dei Profeti, prega per noi!
Regina
degli Apostoli, Regina dei Martiri, Regina di tutti i Santi, prega per noi!
Concezione Immacolata, Cuore dell'Universo, Regina assunta in Cielo, prega per
noi! Regina dell'innocenza, Regina del Rosario, Regina della pace, prega per
noi!
Agnello
di Dio, che togli i peccati del mondo, perdonaci, Signore;
Ascoltaci,
o Signore e abbi pietà di noi!
Benché
si sia liberi di enunciare i misteri come ciascuno crede meglio, propongo la
forma più semplice e comune:
Misteri
gaudiosi (lunedì e giovedì)
Nel
primo mistero gaudioso si contempla:
1
° L'annunciazione dell'Angelo a Maria SS.
2°
La visita di Maria SS. a Santa Elisabetta.
3
° La nascita di Gesù nella grotta di Betlemme.
4
° La presentazione di Gesù Bambino al Tempio.
5 ° Il ritrovamento di Gesù fra i dottori del Tempio.
Misteri
dolorosi (martedì e venerdì)
Nel primo mistero doloroso si contempla:
1 ° L'agonia di Gesù nell'orto degli Ulivi.
2
° La flagellazione di Gesù, legato a una colonna.
3
° Gesù incoronato di pungentissime spine.
4°
Gesù che porta la croce sul monte Calvario.
5
° Gesù che muore sulla croce.
Misteri
gloriosi (mercoledì,
sabato, domenica)
Nel
primo mistero glorioso si contempla:
1
° Gesù che risorge da morte.
2
° Gesù che ascende in Cielo.
3
° La discesa dello Spirito Santo sulla Madonna e gli Apostoli.
4°
La Madonna assunta dagli Angeli in Paradiso.
5°
La Madonna incoronata Regina del Cielo e della terra.
Riuscire
a dir bene il Rosario è un nostro santo desiderio; ci si arriva però solo
lentamente. Per nostra fortuna la Santissima Trinità e la Madonna stessa, che
tanto ci raccomanda questa preghiera, terranno conto più dei nostri sforzi
che dell'apparente bella riuscita.
Per
aiutare a conoscere «i santi misteri» ho preso dall'opuscolo «Maria, Mamma
bellissima» quelle pagine che riferiscono quei momenti della vita di Gesù e di
Maria SS., richiamati nella recita del Rosario.
Un
bel rosario può essere recitato in circa venti minuti, mezz'ora al massimo.
Suggerisco perciò di leggere quelle contemplazioni prima o dopo il Rosario. Se
avviene durante, che se ne legga una sola, per un allungare la recita oltre
misura. Ogni sussidio o suggerimento per una recita devota del santo Rosario,
sia accolto nella misura che rende più agile e feconda la preghiera, senza
allungarla o complicarla inutilmente.
San
Giuseppe era in paese per il suo lavoro di carpentiere. Maria stava al suo
piccolo telaio, in un lavoro che si faceva quel giorno sempre più preghiera e
desiderio di Dio, quando, senza aprir porta o finestra, le si presenta
l'Angelo Gabriele.
È
uno dei Serafini più belli del Paradiso che saluta la Madonna: «Ave, o Maria!».
E prosegue: «Tu sei la piena di Grazia, il Signore è con te!».
La
Madonna rimane stupita della visita dell'Angelo, ancor più del saluto che,
pieno di venerazione, egli le ha rivolto.
L'Angelo la tranquillizza: «Non temere, o Maria: tu hai trovato grazia presso Dio. Ecco, tu concepirai e darai alla luce un figlio. Lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande, sarà chiamato il Figlio di Dio, che gli darà il trono di Davide, suo antenato; regnerà sulla casa di Giacobbe per sempre; il suo regno non avrà mai fine».
La
Madonna si ricordò del suo voto, di cui anche Giuseppe era a conoscenza, e
rispose: «In che modo avverrà questo, poiché io non conosco uomo?».
L'Angelo
le spiegò: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, e la potenza dell'Altissimo
ti coprirà con la sua ombra. Per questo quel bimbo santo che nascerà sarà
chiamato il Figlio di Dio».
Poi
Gabriele parlò a Maria della cugina, che Ella ormai da parecchi mesi non
vedeva più. «Ecco, la tua parente Elisabetta, pur essendo anziana, aspetta
anche lei un bambino. Essa, che era chiamata la sterile, è già al sesto mese
della sua attesa, poiché a Dio niente è impossibile».
La
Madonna allora pronunciò il «sì» più bello e importante della storia
dell'universo, compiendo un atto di fede, di umiltà e di ubbidienza che diede
tanta gioia e gloria a Dio e agli Angeli e fece tanta rabbia ai demoni.
Rispose a Gabriele: «Io sono la serva del Signore; che avvenga di me come tu
hai detto!».
E
l'Angelo si partì da lei.
In
quell'istante, per opera dello Spirito Santo, il Figlio dell'Eterno Padre
cominciò a essere anche il Figlio della Santissima Vergine Maria. Dio diventò
nostro fratello, come uno di noi.
Nella
casa della Madonna, che adesso per miracolo della onnipotente Provvidenza si
trova nel bel Santuario di Loreto (a Nazareth, sotto la splendida basilica, si
venera la grotticella e il luogo su cui la casa sorgeva) sono scritte queste
parole: «Qui il Verbo si è fatto Carne, e venne ad abitare in mezzo a noi».
«Tua
cugina Elisabetta aspetta anche lei un bambino ed è già al sesto mese»,
aveva detto a Maria l'Angelo Gabriele.
A
sera Giuseppe venne a farle la solita visita, e Maria gli accennò il suo
desiderio di recarsi per qualche mese presso la cugina.
Non
disse parola del suo incontro con l'Angelo, né del suo annuncio, né di avere
accettato di diventar la Madre di Gesù, il Figlio di Dio.
Giuseppe
amava veramente la Madonna. Per farla contenta, permettendole di passare qualche
mese in compagnia e in aiuto alla cugina, accettò il sacrificio della sua
lontananza; anzi volle accompagnarla per buona parte del lungo viaggio.
E
Maria, in quella stupenda primavera che ricopriva di fori e di canti i monti
della Galilea, della Samaria e della Giudea, poteva dire soltanto agli Angeli e
agli uccelli la sua gioia di Mamma di un Bimbo che avrebbe chiamato col nome
santo e dolcissimo di Gesù.
Al
termine di questo viaggio, fatto senza perder tempo, eccola finalmente a Ain
Karim avanti alla casa di Zaccaria, circondata di giardino e di orto.
Maria
chiama la sua parente e mentre Elisabetta scende con tutta quella premura che
l'età e le sue condizioni le permettono, la giovane cugina la saluta: - La pace
sia con te, Elisabetta!
La
donna si ferma, quasi impallidendo: il bimbo le sussulta nel grembo.
Non
è un malessere: il suo volto rugoso si illumina di una gioia sovrumana e,
ispirata dallo Spirito Santo, che era sceso in lei e nel nascituro Giovanni,
esclama: «Benedetta, o Maria, fra tutte le donne e benedetto è il frutto del
tuo seno! Come mai mi è concesso che la Madre del mio Signore venga a me? Ecco,
appena mi è giunta la voce del tuo saluto, il mio bimbo ha esultato di gioia
nel mio grembo... ».
Elisabetta
guarda con pena il suo Zaccaria e, rivolta a Maria, aggiunge dolorosa: «Beata
te che hai creduto! Certamente si compiranno le cose che ti son state dette da
parte del Signore!».
E
la Madonna ora vede il suo segreto svelato direttamente da Dio alla sua
parente, la quale subito la riconosce e venera come Madre del Signore,
portatrice di Dio e della sua Grazia.
La
commozione si fa incontenibile e dal cuore della più religiosa fra le creature,
dalla sua limpida intelligenza e dalla sua voce celestiale sgorga l'inno del
«Magnificat»:
L'anima
mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché
ha guardato l'umiltà della sua serva. D'ora in poi tutte le generazioni mi
chiameranno beata.
Grandi
cose ha fatto in me l'Onnipotente e santo è il suo nome...
Già
faceva notte. Viene loro indicata una grotta, la cantina di una casa diroccata,
usata talora come stalla. Non è né bella né comoda, ma almeno è un riparo...
Vanno.
Giuseppe è attento perché l'asino non inciampi per i sentieri aspri e scuri
dei campi, e trovano questa grotta.
Entrando,
noi ci saremmo scoraggiati. Invece il sorriso di sollievo della Madonna
rianima Giuseppe, che aiuta Maria a scendere dall'asino. Dopo aver preso dalla
greppia un poco di fieno, lo distende a tappeto e ve la fa accomodare.
Poi,
al lume della sua lucerna, si dà da fare per compiere una pulizia almeno
sommaria. Con legni e avanzi di fascine, in un angolo - dove il fumo trova un
buco per uscire - accende un focherello che dà più allegria che calore.
Sistema
l'asino alla greppia, poi prepara di nuovo un meno scomodo giaciglio con la
paglia, con del fieno e con il suo mantello, alla sposa.
Maria
si siede, ringraziando, tra l'asinello stanco e un grosso pacifico bue che
guardava bonariamente: quegli intrusi, non sembravano avere nessuna intenzione
di fargli del male.
Prendendoli
dalle loro bisacce, mangiano un poco di pane e formaggio. L'appetito, specie
allo sposo, non doveva mancare. Poi Giuseppe si siede presso il focherello,
col proposito di vincere il sonno e la stanchezza, per mantenerlo acceso.
La
Madonna, dopo essere rimasta alquanto seduta, si pone in ginocchio e si
raccoglie in intensa preghiera.
Ha
il presentimento che Gesù sta per nascere; ma non si preoccupa della mancanza
di qualunque assistenza, lei che si era data tanto da fare per ben assistere
santa Elisabetta. Non avvisa neppure il suo caro sposo san Giuseppe che pure,
ogni tanto, la chiama, invitandola a riposare un po'.
La
mole calda e quieta del bue fa da velo alla tenuissima luce del focherello che
lo stanco Giuseppe, pur dormicchiando, riesce a non lasciar morire. E nel
silenzio di questa notte santissima, da Maria viene al mondo Gesù.
La
Vergine Madre, col cuore inondato da una beatitudine che nessuno può
misurare, accoglie il suo Bimbo sul cuore e, prima ancora di avvolgerlo in
fasce, chiama festosa il suo Giuseppe.
Il
povero sposo, che pure immaginava quanto sarebbe potuto accadere (ma non credeva
così presto, così miracolosamente facile, già avvenuto ormai!) si scuote e
va verso Maria. Quasi non osa prendere in braccio quell'Infante, che egli sa
essere figlio della sua Maria e Figlio di Dio!
Vedere
e toccare Dio! Dio che nasce bambino, che strilla, che pare mendichi subito
latte, calore e protezione! Ma Giuseppe si fa animo e lo accoglie, timoroso
quasi di fargli male con le sue mani callose e le vesti pesanti.
La
Madonna leva dal cofano le piccole fasce e i pannicelli e, come aveva visto
fare col piccolo Giovannino; avvolge ben bene il suo Gesù. Il piccolo però
continua a vagire e solo si acquieta quando, dopo alcun tempo, la Madonna
riesce a dargli qualche goccia di latte e poi a posarlo nella mangiatoia.
In
quell'andirivieni di genitori con i loro bambini presso l'altare (su cui
venivano deposti e offerti al Signore, per essere poi restituiti ai genitori)
sembrava che proprio nessuno si fosse accorto della eccezionale importanza che
il rito assumeva in quel giorno.
Insieme
con gli altri, era il Figlio di Dio, fattosi uomo, che veniva offerto al
Padre. Giuseppe e Maria, umili e discreti, non eran certo i tipi da attirar su
di loro l'attenzione, nemmeno del Sacerdote che, al massimo, avrà notato la
bellezza straordinaria di quell'Infante.
La
Madonna, benché fosse l'Immacolata e la Madre Vergine, si sottomise come
tutte le altre mamme al rito della purificazione, una benedizione simile a quella
che viene data anche presso noi cristiani alle partorienti, dopo il Battesimo
del figlio.
E
i due, felici con il loro Bambino, dopo aver pregato insieme, già si
apprestavano a uscire dal Tempio, quando videro accorrere ansante, verso di
loro, un simpatico e sorridente vecchietto.
Quel
mattino, una irresistibile ispirazione dello Spirito Santo l'aveva fatto
accorrere al Tempio. Fra tanta gente che andava e veniva, a colpo sicuro indovinò
chi lui cercava e ripreso un po' di fiato per la corsa e per l'emozione, si
rivolse alla Madonna, chiedendo che le cedesse un minuto il piccolino.
La
Mamma accondiscese sorridendo, e il vecchietto, tenendo con cura e rispetto
fra le sue braccia Gesù Bambino, disse, beato: «O Signore, lascia pure che il
tuo servo se ne vada in pace da questo mondo, perché i miei occhi hanno veduto
il Salvatore che ci hai mandato.
Ecco
la Salvezza che Tu hai preparato al cospetto di tutti i popoli!
Ecco
la Luce che illumina tutte le genti, ecco la tua Gloria, o Israele!».
A
queste parole san Giuseppe era visibilmente sorpreso e commosso.
Il
santo vecchio Simeone invocò sopra di loro tutte le benedizioni di Dio. Poi
volgendosi a Maria, la Mamma, disse: «Questo Bambino è posto a salvezza di
alcuni e a rovina di altri, in Israele. Sarà un segno di contraddizione, e
per questo anche a Te, o Madre, una spada trapasserà l'anima».
La
Madonna impallidì, non tanto per la spada del dolore che già, poco per volta,
stava penetrando nel suo cuore di madre, ma per i chiodi e la lancia che i
profeti avevano già predetto, e che avrebbero ferito i piedi, le mani e il
cuore di quel suo Bambino...
A
sera, quando le comitive degli uomini e delle donne si ricompongono, perché le
singole famiglie possano consumare il loro pasto e provvedere al riposo della
notte, Gesù non si trova né presso la mamma né presso gli uomini.
Altro
che pensare alla cena! Appena riavutisi dal doloroso stupore, Maria e Giuseppe
rifanno nella notte il cammino percorso. Che sia rimasto a Gerusalemme in casa
di conoscenti?
Il
giorno che segue lo dedicano alla ricerca, e l'ansia cresce col passar delle
ore. Viene notte e non ne possono più: le gambe non reggono allo spossante
cammino e gli occhi arrossati dolgono per il pianto e il continuo scrutare
in mezzo alla gente.
Gesù
è smarrito! Di Lui neppure un indizio. Solo la più o meno superficiale
compassione di coloro ai quali avevano chiesto, se mai avessero visto,
sentito...
La
notte, tristissima e insonne come quelle del dubbio di Giuseppe e della fuga
verso l'Egitto, portò buon consiglio. E se Gesù avesse fatto ritorno al
Tempio, dove aveva subìto l'esame e dove essi stessi l'avevano riaccompagnato
altre volte?
Maria,
quando entra in una di quelle sale, affollata di Dottori eppur silenziosa da
parere vuota, si trova davanti a una visione incredibile!
Il
suo Gesù è lì, in mezzo a quei vecchi barbuti, che tien cattedra. Bello e
fresco come una rosa, risponde, interroga, corregge come fossero quelli i
discepoli e Lui il maestro.
La
Madonna non riesce a trattenere l'emozione. Trascinandosi dietro Giuseppe, lui
pure trasecolato, si avvicina a Gesù e, baciandolo con gli occhi rossi di
pianto, gli domanda: «Figlio mio, perché ci hai fatto questo?». Gesù
sembra non capire neppure la domanda e la Madonna prosegue: «Ecco tuo padre
ed io, pieni di angoscia, andavamo in cerca di te».
La
risposta del Fanciullo deve avere avuto l'effetto di un nuovo acquazzone sulle
spalle di chi è già bagnato di pioggia. Disse Gesù, anche se in tono
veramente affettuoso: «Ma perché mi cercavate ? Non pensavate che lo sono
obbligato a fare, per prima, la volontà del Padre mio, e interessarmi anzitutto
delle cose Sue?».
Egli
era venuto nel mondo per fare la volontà di Colui che lo aveva mandato, anche
quando la volontà di Dio lasciava in momentanea sofferenza le due persone che
al mondo aveva più care: la Mamma e il Padre legale.
Lasciato
il Cenacolo dove aveva lavato i piedi agli Apostoli, mangiato l'Agnello pasquale
e istituito la Santa Eucaristia, donando pure agli Apostoli il potere di rinnovare
questo santo Mistero, Gesù uscì verso l'Orto degli Ulivi. Avevano pregato
molto e si era fatto buio. Anche nell'anima di Gesù scendeva sempre più
fitta la tenebra e la tristezza.
Scelse
tra gli Apostoli i tre che riteneva i più affezionati, perché gli facessero
compagnia. Dormirono invece, nonostante i richiami, mentre Gesù passò ore di
sofferenze indescrivibili, tanto che sudò sangue. Giuda intanto stava già
attuando il suo tradimento.
Nessun
conforto né dal Cielo né dalla terra, di fronte alla sicura previsione di
essere abbandonato da tutti, di venir tradito da un amico, di essere processato,
torturato, condannato, ucciso su una croce. Gesù aveva pure l'impressione che
tutto sarebbe rimasto inutile per molti, per troppi fra gli uomini che Lui
avrebbe voluto salvare senza eccezioni...
«Padre,
allontana da Me questo calice!... », implorò in quel tremendo momento.
La
Madonna era certamente rimasta nel Cenacolo, ma il presentimento materno,
illuminato anche da tanti accenni che Gesù aveva fatto sulla sua Passione, le
faceva già vivere, spiritualmente vicina, la dolorosa agonia del Figlio.
E
come Lei aveva accettato di divenire la Madre del Redentore dicendo «sia fatto
di me secondo la tua parola», così il Figlio ripeterà le stesse parole
della Mamma, in quella «notte delle tenebre» in cui il Sangue già
cominciava a sprizzargli dalle vene: «Padre, sia fatta non la mia ma la tua
volontà».
Quanta
amarezza provò in cuore la Madonna quando l'apostolo Giovanni le raccontò
poi del tradimento di Giuda.
Maria
aveva sempre amato gli Apostoli, comprendendone i limiti, sopportandone i
difetti, incoraggiando con la saggezza e tenerezza materna il molto bene che
scopriva in loro. Ma Giuda, questo infelice Giuda, alla Madonna faceva paura.
Falso,
lussurioso e quindi sempre bisognoso di denaro, in mezzo agli altri Discepoli
sembrava un'aspide in un nido di uccelli. La Madonna soffriva e pregava: temeva
per il suo Gesù. La vipera avrebbe dato quella notte l'ultimo morso, quello
mortale, sotto la forma di un bacio traditore.
Le
ore della notte tra il Giovedì e il Venerdì santo non passavano mai. La
Madonna vegliava in un crescente affanno.
Finalmente
torna Giovanni, ansante per la corsa, stravolto. Corre dalla Madonna e non può
nasconderle la verità: le racconta del sudore di sangue nell'Orto degli Ulivi,
del tradimento di Giuda, dell'arrivo delle guardie con corde e bastoni, di Gesù
percosso e trascinato prima in casa del vecchio pontefice Anna; ora è nel Sinedrio
radunato illegalmente in piena notte, ed è sotto processo...
E
gli Apostoli? La Madonna apprende con pena quanto Giovanni, il prediletto, non
sa come confessarle: gli Apostoli sono fuggiti spauriti, delusi, quasi
arrabbiati con il Signore che, pur potendolo (e lo aveva dimostrato con un
miracolo a favore di una guardia), non aveva voluto difendersi.
Giuda,
dopo il bacio del tradimento, era scappato via dal Gethsemani come un pazzo;
Pietro, dopo lo sbandamento generale, si era messo a cercare notizie di Gesù;
anzi Giovanni lo aveva visto aggirarsi dalle parti del Sinedrio. E gli altri?
Nessuna notizia. Che almeno fossero andati a rifugiarsi presso il buono e
potente Lazzaro...
La
Madonna era veramente desolata.
Pregò
Giovanni che almeno lui non abbandonasse il suo Gesù.
Mescolata
in mezzo alla gente, accompagnata da Giovanni e dalle più coraggiose delle
discepole, la Madonna fu testimone del processo iniquo di fronte a Pilato.
Rivide
il Figlio tornare dalla farsa inscenatagli da Erode, con addosso una vestaglia e
trattato da pazzo. Con il cuore che le si spezzava dal dolore, più che se i
colpi piovessero su di lei, assisté, sia pur da lontano, alla orrenda
flagellazione, in cui ogni colpo arava di ferite il Corpo santissimo del Figlio
suo e di Dio.
Povera
Mamma, che aveva pure le orecchie stordite dalle urla della folla inferocita
che aizzava i carnefici a raddoppiare il numero e la violenza di quelle frustate
selvagge!
Quale
strazio ha provato la Mamma quando più tardi, sulla gradinata del palazzo di
Pilato, vide il suo gesù presentato alla folla dallo stesso Governatore, uomo
indeciso sul giudizio, crudele e pauroso a un tempo... Il bel Volto era rigato
di sudore e di sangue, sporco di sputi; la testa era beffardamente coronata di
spine che penetravano nella pelle e la facevano sanguinare, le belle mani del
suo Gesù, tumefatte e legate, stringevano una canna a mo' di scettro...
La
Madonna ricordava l'annuncio dell'Angelo: «Darai alla luce un figlio, lo
chiamerai Gesù. Dio gli darà il trono di Davide, suo antenato. Il suo regno
non avrà fine... ».
Davvero
che questo suo Figlio era Re, il Re dell'universo, ma non certo come l'avrebbe
voluto quel popolo imbestialito che osannava a Barabba e chiedeva la morte per
Gesù.
«Che
volete che io faccia di questo vostro Re?», aveva chiesto con sprezzo Pilato
alla folla in tumulto. «Noi non abbiamo altro re se non Cesare. Costui sia
crocifisso!», fu la risposta ispirata dai sacerdoti e dai farisei che, come
lupi famelici, già pregustavano il sangue della preda.
E
Pilato, per paura di aver noie con Roma, dopo aver apertamente riconosciuto Gesù
innocente e aversene stupidamente lavato le mani, lo condannò a morte di
croce.
La
lunga Via Crucis era cominciata per la Madonna ancor prima di Betlemme. Ora Ella
stava per percorrere, anche materialmente, insieme al suo Gesù, i brevi ma
aspri sentieri che li conducevano alla cima del Calvario.
I
Santi Vangeli ci descrivono al vivo il viaggio di Gesù, carico della Croce, dal
pretorio di Pilato, per le strade strette, sporche e affollate da gente curiosa
e ostile della città, fino alle mura; poi, fuori dalle porte, la breve ma
faticosissima salita fino alla vetta del Calvario. I nomi del Cireneo, della
Veronica, di un gruppo di donne di Gerusalemme, piangenti di dolore per la sorte
di Gesù e di vergogna per il contegno dei loro mariti e figli, sono noti e cari
a noi, che ricordiamo le dolorose cadute, gli insulti, le sassate contro il
Condannato.
Uno
dei momenti più strazianti di questo salire carico della croce fu quando, a
una svolta della stradicciola, Gesù si vide di fronte la Mamma, bianca di
pena come la più addolorata fra le madri, e nobile e forte come una regina.
Un colloquio di pochi secondi fatto solo di sguardo, di respiro, di battito di
cuore. Le anime si parlavano, condividevano la pena uno dell'altro; si confortavano
nel fare con amore, senza tentennamenti, la volontà del Padre.
Se
la Madonna ci avesse amati di meno, se fosse stata egoista nel suo dolore
materno, avrebbe potuto chiedere a Gesù di usare per un istante la sua non
certo perduta onnipotenza e, annientando ogni potere infernale e mondano,
sottrarre sé stesso alla morte e la Madre allo strazio.
Invece
Maria era presente sul Calvario proprio per la ragione opposta: stava anche lei
completando la terza fase della sua missione materna. Ella doveva, dall'alto
di quel piccolo colle, divenuto per sempre l'«Altare del mondo», donare il
suo Figlio (unita a Lui come goccia all'oceano), all'Eterno Padre e a tutta la
famiglia umana quale vittima che espia volontariamente per tutti i peccati del
mondo.
Gesù
accettò il conforto della Madre, infondendo e moltiplicando pure in Lei quel
coraggio e quella tenerezza che l'avrebbero fatta Consolatrice degli afflitti.
Mentre
spira un vento cattivo e il cielo accenna a rannuvolarsi, Gesù giunge sul
Calvario. È spogliato delle vesti; le ferite della flagellazione, delle cadute
e delle percosse si riaprono.
Viene
steso sulla croce. Incomincia la crocifissione. Sul Calvario c'è un baccano
veramente demoniaco; si acquieta solo per udire i colpi dei martelli sui chiodi
che penetrano inesorabilmente presso i polsi e le caviglie, nelle mani e nei
piedi di Gesù, e poi nel legno. Simeone aveva preavvertito la Madre: «Questo
Figlio sarà segno di contraddizione, posto a salvezza e a rovina. Per questo
una spada ti trapasserà l'anima». Quei chiodi sembravano penetrare nella testa
e nel cuore della Madonna che era lì, a pochi metri, che vedeva, che sentiva.
E non poter far nulla per evitare o almeno alleviare tanto dolore...
Poi
la croce viene sollevata e poi fissata nel buco già preparato. Il corpo di Gesù
è sospeso ai chiodi che straziano nervi, pelle, vene, carni.
Il
sangue, quel poco rimasto dal molto già sparso, continua a colare. La sete
aumenta. Il corpo trema per la febbre, gli spasimi tetanici sono sempre più
forti.
E
nell'anima di Gesù scende una notte ancor più profonda e paurosa del buio
che sta sempre più, inspiegabilmente a quell'ora, ricoprendo la terra.
«Dio,
Dio mio, perché mi hai abbandonato? ...». Gli uomini, invasati da Satana che
con loro si illude della vittoria contro il Cristo, urlano, bestemmiano, insultano
Gesù e anche la Madre che l'ha messo al mondo per farlo morire in croce...
Dalla
croce parte una preghiera, che la Madonna ha già fatta sua: «Padre, perdona
loro perché non sanno quello che fanno». E come Madre, non solo di Gesù ma
dell'intera umanità, la Madonna prega e perdona... Oh, il perdono della Madre a
coloro che stanno insultando il figlio morente... che ancora si prendono beffe
del Figlio di Dio...
Io
ritengo che questo perdono totale fosse la prova che solo la più santa e buona
delle creature poteva superare, prima di accettare da Dio il riconoscimento di
una missione che, già da tempo, si accorgeva di andare svolgendo.
«Gesù,
volgendosi alla Mamma, disse: - Donna, ecco tuo figlio!
Poi
volgendo la testa verso il Discepolo, disse: - Figlio, ecco tua Mamma.
E
da quel momento il Discepolo la tenne con sé». Prima di morire, il Crocifisso
ci offre il più grande dono, dopo quello di Se stesso: ci affida la Sua come
nostra Madre. Ci chiede un impegno, una responsabilità: riconoscere e
trattare la Madonna come nostra autentica Mamma.
Le
forze al Crocifisso vengono rapidamente meno. Il respiro è sempre più
affannoso e irregolare. Ormai Gesù non ode più nemmeno gli insulti: «Scendi
dalla croce e ti crederemo! Salva te stesso, tu che salvavi gli altri!... ».
In
questo isolamento e buio pauroso, mentre, come dice il Vangelo, sulla terra
calano le tenebre, nel cuore di Gesù cresce la pace. Il cielo sta riaprendosi
al suo spirito di uomo. Il Figlio di Dio e di Maria può dire in verità di aver
ormai compiuto, e a perfezione, il proprio dovere.
Anche
la Mamma può ripetere in cuor suo, in umiltà e sincerità: «Tutto è
compiuto! Ecco, o Padre, ho finito la mia missione verso la Persona del tuo
Figlio Unigenito. L'ho accolto e l'ho generato alla vita umana, l'ho dato alla
luce del mondo; ora lo rendo di nuovo alla luce del Cielo, in Sacrificio santo e
immacolato. Ora aiutami a esser madre non solo del mio Gesù ma di tutti i tuoi
figli che Lui è venuto a salvare... ».
Già
si udiva, ma sempre più debole, il rantolo dell'agonia. A un certo punto un
grido possente, insospettabile da quel petto straziato ed esangue; e subito
Gesù reclina il capo e muore.
Quale
sarà stata l'ultima parola di Gesù, l'ultimo grido, quasi un urlo? Credo sia
stato il nome di mamma, in aramaico Immàh, parola pressoché identica in tutte
le lingue e presente sulle labbra delle persone che muoiono straziate dalla
sofferenza.
La
cognata Maria di Alfeo e Maria Maddalena, pur piegate dal dolore, dovettero
sostenere la Madonna che, all'ultimo respiro di Gesù, si sentiva pur essa
morire.
La
«spada del dolore» faceva di Lei la Regina dei Martiri.
Una
dopo l'altra, lunghe e penosissime sono passate le ore, dalla sera del Venerdì
santo al mattino di quello che adesso chiamiamo la Domenica di Pasqua.
Nell'anima
della Madonna la fede in Gesù era rimasta intatta; l'attesa della sua
risurrezione era sembrata interminabile per il suo cuore materno, ma era stata
vissuta senza tentennamenti per il suo spirito vigile e forte.
Gli
Apostoli spauriti, come uccelli sfuggiti allo sparviero, si erano di nuovo
ritrovati, alla chetichella, nel Cenacolo.
Forse
la calma e la fede di Lazzaro li aveva incoraggiati a rientrare in
Gerusalemme.
Ma
in quanto a credere alla risurrezione di Gesù la faccenda era troppo grave.
Lazzaro, sì, era risorto dal sepolcro in cui già il suo cadavere si
decomponeva; di questo miracolo essi erano stati testimoni alcuni mesi prima; ma
allora c'era Gesù a richiamarlo alla vita. Adesso il loro Maestro è morto, e
in che modo lo avevano appreso fin troppo chiaramente. Nelle tenebre dello
spirito essi si chiedevano chi ora avrebbe potuto ridonargli la vita.
Intanto
le Discepole si erano alzate di buon mattino per preparare gli aromi e uscire
verso il sepolcro, appena le guardie avessero aperto le porte della città.
In
quell'annuncio di alba la Madonna vegliava. Nessuna voglia in Lei di unirsi
all'atto pietoso delle pie donne, poiché sentiva che l'attesa era ormai al
suo termine. Il terzo giorno dopo la morte, avrebbe rivisto il suo Gesù,
risorto come aveva apertamente predetto.
Non
c'è traccia nel Vangelo di questo incontro del Figlio con la Madre,
dell'Uomo-Dio con la fedele Discepola e perfetta Credente. Ogni parola
sciuperebbe la paradisiaca felicità del Figlio e della Madre nel riabbracciarsi
dopo tanto soffrire... L'Addolorata diveniva a un tratto la Consolata, per
essere a tutti un giorno la dolce Consolatrice.
Se
un'ombra di dolore offuscò lo splendore di quel mattino di aprile, fu il
constatare l'incredulità degli Apostoli a quanto testimoniarono poco più
tardi le donne ritornate di corsa dal sepolcro vuoto.
Come
sempre succede per chi ha incarichi dal Cielo, furono prese per sognatrici.
Nemmeno
alla fedele, forte testimonianza della Maddalena vollero credere, e sì che
quest'ultima l'aveva non solo visto e udito, ma quasi toccato...
La
Madonna ascoltava e taceva. Taceva anche del «suo» incontro con il Signore
risorto per non rendere ancor meno scusabile la loro incredulità.
Erano
passate quasi sei settimane dal mattino della Risurrezione quando Gesù radunò
di nuovo, con gli Apostoli, molti altri Discepoli sul Monte degli Ulivi.
Da
quella cima parlò loro per l'ultima volta, ordinando di portare il Vangelo a
tutte le creature, assicurando la salvezza a chi avesse creduto e chiesto il
Battesimo.
Gesù,
dopo aver garantito che non solo sarebbe tornato visibilmente nella gloria del
suo Regno, ma sarebbe rimasto con loro sempre e ovunque fino alla ime dei
tempi, li benedisse e lentamente si levò verso il Paradiso, scomparendo
nell'azzurro di quel cielo di maggio. Gli Apostoli, rinfrancati e illuminati
nella Fede in quelle stupende settimane seguite alla Pasqua, si trovavano ora
come bambini orfani di padre, come scolari senza maestro, per di più con una
missione, con un compito nettamente sproporzionato alle loro forze umane.
Allora si strinsero attorno alla Mamma.
Discesero
dal Monte e con un gruppo di donne, quelle che erano state le più vicine a Gesù
e le più ferventi nell'apostolato, si recarono nel Cenacolo.
Iniziarono
una novena di raccoglimento e di preghiera, in attesa che da Dio venisse loro
uno speciale aiuto per poter eseguire la volontà del loro Maestro.
E
passarono questi giorni di preghiera e di fraternità, dice il Vangelo, con
Maria, la Madre di Gesù.
Nella
sua vita, la Madonna ha avuto almeno tre momenti di particolare. comunione con
lo Spirito Santo.
Il
primo fu nell'istante stesso della sua Concezione immacolata, in cui lo Spirito
Santo la colmò di grazia e di doni, così da fare della Madonna, fin
dall'inizio, un mare di Grazia, cioè la creatura più intensamente partecipe
della vita di Dio.
Il
secondo momento fu quando l'Angelo Gabriele, dopo averla salutata «piena di
grazia», le assicurò che sarebbe diventata vera Mamma di Dio, che il Figlio di
Dio avrebbe preso in lei la natura umana per opera dello Spirito Santo.
L'amore infinito di Dio faceva un tutt'uno con l'amore totale e immacolato
della Vergine; e il Bambino, da Lei nato, sarebbe stato il Figlio stesso di Dio.
Un
terzo e solenne momento di grande effusione dello Spirito Santo in Maria fu
quello della Pentecoste: quel giorno la Madonna fu, per così dire, consacrata
Regina degli Apostoli e Madre della nascente Chiesa.
Erano
passati una decina di giorni dall'Ascensione di Gesù in Cielo: giornate di
fede, di bontà, di rievocazioni delle parole, dei miracoli compiuti da Gesù,
delle sofferenze e delle gioie vissute insieme, sotto la guida discreta e
sapiente della Madonna. Ella sapeva collocare tutto nella prospettiva migliore e
raccontava fatti e particolari che gli Apostoli ancora non conoscevano; così
preparava i loro cuori a ricevere lo Spirito Santo.
Preannunciato
da un tuono fragoroso e da un sintomo di terremoto, come Gesù aveva promesso,
venne lo Spirito di Dio a posarsi in forma di fiamme sopra la testa della
Madonna, degli Apostoli e delle altre discepole presenti.
L'anima
loro intanto veniva inondata di luce, di amore per il Signore e per il
prossimo, di fiducia incrollabile nella parola e nella potenza di Gesù.
Quando
si accorsero, dal vocìo crescente, che molta gente impressionata da quel
fragore, doveva essersi accalcata attorno al Cenacolo, invece di sbarrare ancor
meglio il portone, spalancarono porte e finestre. Pietro, da abile pescatore
di pesci, si ritrovò a essere coraggioso e abilissimo pescatore di uomini.
La
Chiesa del suo Gesù muoveva quel giorno i suoi primi passi e il cuore materno
di Maria ne godeva e si allargava ad accogliere i nuovi figli che sarebbero poi
stati senza numero.
Ci
sono notizie varie, ma non tutte ugualmente attendibili sugli ultimi anni di
vita della Madonna. C'è chi pensa si sia recata con san Giovanni a Efeso in
Turchia (forse confondendo il presbitero Giovanni, un santo discepolo di
nostro Signore, con l'Apostolo Giovanni Evangelista) e poi sia morta colà.
Credo piuttosto che abbia chiuso la sua esistenza terrena a Gerusalemme, nella
casa da Lei abitata con san Giovanni presso il Gethsemani.
Sono
pure convinto che la fine della vita terrena di Maria fu quanto mai semplice e
avvolta di silenzio. La sua non fu propriamente una morte, a cui necessità
vuole che faccia presto seguito la sepoltura. Il suo corpo immacolato non
conobbe la rigidità e il freddo del catafalco, né la decomposizione del
sepolcro.
Fu
una breve attesa, di ore e di giorni non so, vegliata da Giovanni, il
Discepolo che Gesù aveva voluto restasse sempre vicino alla Madonna. Il cuore
di Lei s'era fermato, era cessato il respiro, gli occhi s'erano chiusi e le mani
erano intrecciate come in preghiera.
Una
schiera di Angeli portano questo Corpo santissimo verso il Cielo. Il Corpo si
rianima sempre meglio e salendo si fa più bello, lieve e spirituale.
Maria
sembra vestita di sole, la luna è sotto i suoi piedi, le stelle le fanno
corona.
E
sale l'umile ancella di Dio, sempre più su.
Immaginate
come volete la scena dell'abbraccio di Dio con la Prediletta che a Lui è Madre,
Figlia e Sposa. Pensate all'incontro con le anime del suo sposo Giuseppe, dei
suoi genitori, di Giovanni il Battista, di Stefano, dei bambini innocenti, di
tutto il Paradiso umano e angelico che tripudia per l'arrivo della loro Madre e
Regina.
Nessuna
creatura è salita tanto in alto, oltre il posto occupato un tempo da Lucifero.
L'angelo più bello, era caduto; la «Stella del mattino» s'era spenta in
fiamme di Inferno e ora una creatura umana, una Donna, splendeva ancor più
lucente nel Cielo, come la Stella di un mattino eterno.
Ma
la vita e la missione della Madonna non sono certo finite con la sua
Assunzione in Cielo, come se fosse andata molto lontano, oltre le stelle.
La
Madonna, anche in questo momento è viva e vicina, e i suoi occhi sono rivolti
a ciascuno di noi e sono pieni di tanta dolcezza...
Potremmo
chiederci ora che cosa rappresenta Maria per la Santa Chiesa. E per ognuno di
noi? Quale compito svolge Maria nella nostra vita?
Sarebbe
tempo di domandarci, con qualche rimorso, quale posto le abbiamo fatto nei
nostri pensieri, nei nostri affetti, nel nostro modo di vivere. Alla Madonna,
intelligente e attiva Mamma di tutti e di ciascuno, che posto abbiamo lasciato
nella nostra casa?
La
risposta vera la troveremo pregando, nella luce dello Spirito Santo, scritta in
fondo alla nostra anima, sfogliando in umiltà e riconoscenza il libro della
nostra vita.
Il
Paradiso mi affascina
Una
lettera dall'Aldilà
Aggiungo
tre non inutili appendici.
La
prima, la più breve ma non la meno importante, ci ricorda un invito e una
promessa del Cuore Immacolato di Maria, fattaci per mezzo di Lucia di Fatima,
tutt'ora vivente. È un modo di vivere, e non solo di recitare la
invocazione: «O Gesù, perdona le nostre colpe, preservaci dal fuoco
dell'Inferno, porta in Cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose
della tua misericordia».
La
preoccupazione della nostra Mamma del Cielo non è solo quello di «salvare» il
nostro corpo (tanto più che più che vecchi non si campa!), e neppure quello di
«salvare l'anima» come se fosse qualcosa che ci appartiene, disancorata dal
resto. La Madonna lanciando questo S.O.S. («salvate le nostre anime!»),
intende tutta la persona, tutta la nostra vita nel suo aspetto fisico e spirituale,
nella sua dimensione nel tempo e nell'eternità.
Per
questo ci invita a pregare con il santo Rosario, a riflettere e contemplare con
amore i misteri della vita del suo Gesù, ad accostarsi con umiltà alla
Confessione, e con fede e costanza alla santa Comunione.
A
parte la grande promessa che Lei ci sarà vicina nell'ora della nostra morte, la
Regina della Pace ci indica un breve ma prezioso rodaggio nel cammino verso
l'eterna salvezza.
E
ci insegna a non pensare egoisticamente, ma a dare aiuto a chi è avviato
sulla via della perdizione. Che nessuno vada perduto in quel «fuoco
dell'Inferno» che Lei, pur mamma saggia e tenerissima, ha osato far intravedere
ai tre cari pastorelli di Fatima. Lucia, Giacinta e Francesco, ci hanno
assicurati che sarebbero morti di orrore e di terrore, se la Madonna, in
quell'istante, non li avesse sostenuti.
Nella
seconda appendice oso proporre pensieri che mi sono saliti dal cuore,
sollecitati dal contatto, quasi quotidiano, che la mia particolare missione di
sacerdote mi procura con sorella Morte.
Non
occorre che sfogli la Bibbia per ricordarmi che tutto al mondo è vanità, che
rilegga gli antichi filosofi greci per riscoprire il «panta rei» ciò che
tutto scorre via, inesorabilmente.
Sono
ultraconvinto che ciò che non ha radici o frutti nell'Aldilà non vale un bel
niente («Quod aeternum non est, nihil est»). Questa convinzione non mi
intristisce la vita, ma piuttosto accresce la voglia di vivere, per arrivare ben
preparato e con i documenti in ordine a quell'incontro con Dio che attende
ciascuno di noi.
Mi
sento un uomo fondamentalmente felice. Non mi mancano sofferenze e prove di ogni
specie, tra cui il tentativo che spesso fallisce di vincere o almeno ridurre i
miei difetti. Ma più che guardare al fango della terra, preferisco alzare lo
sguardo al puro splendore del Cielo. Il Paradiso veramente mi affascina.
E
la terza appendice? Leggetela: si raccomanda da sola.
LA
GRANDE PROMESSA DEL CUORE IMMACOLATO DI MARIA:
I
PRIMI CINQUE SABATI
La
Madonna, apparendo a Fatima il 13 giugno 1917, tra l'altro, disse a Lucia: «Gesù
vuole servirsi di te per farmi conoscere e amare. Egli vuole stabilire nel
mondo la devozione al mio Cuore Immacolato».
Poi,
in quella apparizione, fece vedere ai tre veggenti il suo Cuore coronato di
spine: il Cuore Immacolato della Mamma amareggiato per i peccati dei figli e
per la loro dannazione eterna!
Lucia racconta: «Il 10 dicembre 1925 mi apparve in camera la Vergine Santissima e al suo fianco un Bambino, come sospeso su una nube. La Madonna gli teneva la mano sulle spalle e, contemporaneamente, nell'altra mano reggeva un Cuore circondato di spine.
In
quel momento il Bambino disse: "Abbi compassione del Cuore della tua Madre
Santissima avvolto nelle spine che gli uomini ingrati gli configgono
continuamente, mentre non v'è chi faccia atti di riparazione per
strappargliele-.
E
subito la Vergine Santissima soggiunse: "Guarda, figlia mia, il mio Cuore
circondato di spine che gli uomini ingrati infliggono continuamente con bestemmie
e ingratitudini. Consolami almeno tu e fa sapere questo:
A
tutti coloro che per cinque mesi, al primo sabato:
-
si confesseranno,
-
riceveranno la santa Comunione,
-
reciteranno il santo Rosario,
-
mi faranno compagnia per quindici minuti meditando i Misteri, con l'intenzione
di offrirmi riparazioni, prometto di assisterli nell'ora della morte con tutte
le grazie necessarie alla eterna salvezza "».
È
questa la grande Promessa del Cuore Immacolato di Maria che si affianca a quella
del Cuore Sacratissimo di Gesù.
Per
ottenere la Promessa del Cuore Immacolato di Maria si richiedono le seguenti
condizioni:
1.
Confessione. Deve essere fatta entro gli otto giorni precedenti, con
l'intenzione di riparare le offese fatte al Cuore Immacolato di Maria.
2.
Comunione. Deve essere fatta in grazia di Dio ogni primo sabato del mese e con
la stessa intenzione della Confessione.
3.
Confessione e Comunione. Devono ripetersi per cinque mesi consecutivi, senza
interruzione.
4.
Recitare la corona del Rosario, almeno la terza parte, con la stessa intenzione
riparatrice.
5.
Meditazione. Per un quarto d'ora fare compagnia alla Santissima Vergine
meditando sui misteri del santo Rosario.
Un
confessore di Lucia le chiese il perché del numero cinque. Lei lo chiese a
Gesù, il quale le rispose: «Si tratta di riparare le cinque offese dirette al
Cuore Immacolato di Maria:
1.
Le bestemmie contro la sua Immacolata Concezione;
2.
contro la sua Verginità;
3.
contro la sua Maternità divina e il rifiuto di riconoscerla come Madre degli
uomini;
4.
l'opera di coloro che pubblicamente infondono nel cuore dei piccoli
l'indifferenza, il disprezzo e perfino l'odio contro questa Madre Immacolata;
5.
l'opera di coloro che la offendono direttamente nelle sue immagini sacre».
Nel
silenzio e nella pace della mia cameretta, dopo una giornata vorticosa, guardo
al tuo cielo, o Signore, dove vai accendendo le prime stelle.
Cala
la sera su questa mia giornata densa di impegni e di imprevisti, e avverto il
lento, inesorabile calare della sera sulla mia povera vita. Ma non mi sento
solo, poiché Tu sei con me; ma non mi sfiora la tristezza, l'angoscia delle
tenebre e della morte, poiché io vivrò per sempre, oltre le lande dei secoli e
dei millenni. Tu mi hai creato e redento, Signore, non tanto per la vita che
passa, ma per quella più vera, più densa, più calda che nessuno potrà
rapirmi. «Chi vive e crede in me, non morrà in eterno!». Ed io credo,
fermamente credo sulla tua parola!
Cosa
mi aspetta?
Non so immaginare, Signore, cosa mi aspetta nell'Aldilà. Sono certo che sarà immensamente al di sopra dei miei più intimi desideri, dei miei sogni più cari: sarà un partecipare al tuo vivere da Dio, ciò che non può capire e tantomeno esprimere chi è fatto ancora anche di terra. Benedetto quel Battesimo che ci ha fatto «consorti della natura di Dio», cioè suoi veri figli!
Sento
che Tu, Dio-Amore, Gioia, Bellezza e Pace senza confini, aspetti con ansia
proprio me, come fossi l'unico figlio, come se non fossi il più distratto, indolente,
rozzo, l'ultimo dei tuoi figli di adozione.
Tu
mi desideri, mi aspetti direi con impazienza. Eppur Tu sei la Perfezione a cui
nulla manca, la Felicità perfetta e definitiva che può solo riversarsi, per
gratuito amore, sugli altri.
Non
so quando mi chiamerai per nome, ma ti vedo le braccia già tese
all'abbraccio, per stringermi al Cuore.
Il
Cuore di Dio...
Se
l'esito del tuo giudizio (cioè di quel passaggio rapido e obbligatorio per
tutti coloro che lasciano questo pianeta di... terra), dipendesse solo da Te,
sarei già matematicamente sicuro di salvarmi.
Ma
Tu non puoi rinunciare alla tua Giustizia né al rispetto della libertà che mi
concedi, e la tua sentenza dovrà tener conto delle mie ultime scelte.
Questo
mi mette paura di me stesso, e mi libera dall'orgoglio e dal disimpegno di chi
si sentisse già «padrone» del tuo Paradiso.
Mi
rifugio in una enorme fiducia nei tuoi progetti sapienti e amorevoli.
Signore,
sprona la mia volontà al ben operare, inducimi al pentimento così che
accetti con gioia il tuo perdono.
Permetti,
se vuoi, che io venga subito a Te, anche adesso mentre sto scrivendo questa
proposta, piuttosto che cent'anni di vita gaudente e poi... il fuoco eterno e la
solitudine atroce di chi Ti rifiuta.
La
perseveranza nel bene è grazia, la perseveranza finale è la grazia migliore,
ed il tuo Paradiso è la più bella sorpresa che solo un Dio ci può preparare.
Troppo
poco...
Se
nel tuo Paradiso potessi avere un rimpianto, sarebbe di averti conosciuto (non
solo sui libri, ma in maniera personale, vitale), troppo tardi; sarebbe di
averti amato senza quella fedeltà, passione, operosità che Tu meritavi.
O
mio Dio, quante monete preziose questo figlio prodigo ti ha sperperato: sono
le ore di vita che Tu mi hai concesso, con regale abbondanza.
M'hanno
detto che se - per impossibile - si potesse tornare dall'Aldilà, ci si
impegnerebbe ad eseguire con maggior puntualità e finezza i propri doveri, a
ringraziare Dio di tutto, anche delle prove, accettate con fede e dignità, ad
amare il prossimo con maggior intensità e schiettezza, a voler bene tanto al
Crocifisso del Tabernacolo e del Confessionale; a godere di Maria santissima,
ossia di quella Mamma viva, vera, vicina che ha tale cura di ogni essere umano,
soprattutto se peccatore, quale l'ebbe del Figlio di Dio e suo. E mille altre
cose bellissime.
Ma
che vale rifugiarsi nei se impossibili, quando è oggi che io vivo e che, mosso
dallo Spirito Santo, posso comportarmi, pur peccatore e povero , da figlio
umile e felice?
Già
da figlio di Dio, - vero figlio seppure per grazia! - e fratello a quel Gesù
che sulla Croce non ha perso o buttato via la Vita, ma ha ridonato lo Spirito al
Padre, perché quello Spirito animasse anche me.
Signore
Iddio, lo scorrere sempre più veloce degli anni radica in me l'avarizia,
l'unica forse che Tu puoi benedire.
Sono
stato sciupone e spendaccione non di beni materiali, ma di cumuli di grazie e
di occasioni di bene da ricevere, diffondere e moltiplicare che Tu mi hai messo
fra le mani.
Ho
ricordato agli altri che il tempo è oro; ho scritto e stampato che «la vita è
un compito che non si può rifare, che la vita la si scrive subito in bella
copia...». Ma poi... perdonami, o Signore Iddio, di tanta negligenza, prima che
venga l'ultima notte, o meglio il primo mattino dell'incontro con Te.
Rinnova
in me uno spirito saldo, rifammi un cuore forte e generoso.
Non
posso campare diritti di fronte a Te! La vita terrena è un tuo munifico dono,
in ogni suo istante, pure quando potrebbe sembrare un castigo. E la vita eterna
non è una cosa che «forse» mi aspetta, ma sono io stesso rapito nel turbine
del tuo amore infinito.
Questa
vita eterna, che sorpassa ogni aspirazione umana, come può essere se non un
incomprensibile atto di potenza, sapienza e generosità infinita che sgorga
dal Cuore di Dio, creatore onnipotente? Cuore che, fattosi umano, ha voluto
sanguinare, trafitto dalla nostra ingratitudine, dall'alto della croce. E la
ferita non s'è ancora rimarginata...
Signore
Gesù, il tuo Paradiso mi affascina. Non che sia stanco di vivere, deluso di me
e del prossimo. Prima del sonno e domattina se mi sveglio, ho pronto il
gioioso: «Ti adoro, mio Dio. Ti amo con tutto il cuore e Ti ringrazio di avermi
creato e fatto cristiano e voluto prete...».
Il
Cielo non è per me un'alibi per sfuggire alle fatiche e responsabilità della
terra, non è vaporoso rifugio dove nascondere le tante amarezze della vita,
come altri infelici tentano di fare nell'alcool, nella droga, nei vizi dai
cento nomi.
Il
Paradiso è la mia sovrana certezza, è lo scopo di ogni vita umana, è l'unico
scopo che fin da bambino mi sono prefisso, quando dagli adulti e dal molto
soffrire ho imparato che «Tu ci hai creati e redenti solo per conoscerti,
amarti e servirti, ciascuno secondo i suoi doveri, in questa vita, ma poi... -
bellissimo! - goderti nell'altra vita, in Paradiso».
Mio
dolce Signore, il cuore mi trabocca, non come un torrente che rompe gli argini,
ma come un limpido canale che scorre a irrorare prati e campagne .
L'acqua
viva non è mia - Dio mio sono un arido deserto! - è tua, solo tua, mio Dio.
Dammi grazia che un giorno la possa tradurre, anche in misere parole, perché
tanti fratelli e sorelle possano attingerne.
Come
sarà il tuo, il nostro Paradiso? Dammi grazia, Signore, di raccogliere
qualche scintilla che schizza da quella Fornace del tuo infinito Amore. In
essa io pure sarò aspirato, non per essere annullato ma divinizzato.
Se
meditassi davvero sul tuo pregare: «Come Tu, Padre, vivi in Me e lo vivo in
Te, così anch'essi vivranno in noi e Noi in loro...», e quel tuo supplicare
impetuoso, quasi imperioso: «Padre, voglio che anch'essi siano dove sono Io!».
E questo lo dicevi mentre calava l'ultima sera della tua vita terrena. Già
s'infiltravan le tenebre dell'ora di Satana e della nostra peggiore ingratitudine,
vigilia del tuo vero trionfo, innalzato da terra e inchiodato alla Croce.
Oh,
quell'eterno rinnovarsi di quella Beatitudine che nessun occhio vedrà fin che
si è sommersi nella polvere, che nessuna mente riesce ancora a immaginare!
Dio,
quanto sei bello, quanto sei grande, o Misericordioso!
Tutti
i fiori sono belli, ma quanto diversi nei colori, nelle forme, nei profumi!
Così
ogni preghiera - purché sia vitale, cioè nata nell'anima - è molto bella; ma
quanto diversa se il cuore vibra di gioia e di riconoscenza, oppure se trasuda
tristezza; se fiorisce mentre si canta e si sognan le vette, o se geme da un
cuore coperto di fango!
Perché
così è la vita: diversa per ciascuno, eppure un vero dono per tutti. La mia,
la tua vita è un dono intelligente, a misura per ognuno, frutto di un Amore
potente e spontaneo, costante e delicato; è in verità dono degno di Dio.
E
così sarà il Paradiso: diverso per ciascuno, eppur perfettamente beato per
tutti. La varietà delle forme e dei colori, dei suoni e dei profumi, delle
vesti di luce e delle danze, delle voci e degli sguardi, dei pulpiti e dei
sapori (il Vangelo accenna ripetutamente alla gioia fraterna dei banchetti!)
formeranno una personale felicità che sarà ricchezza condivisa da tutti.
Perdonami,
Signore, delle misere parole del mio povero vocabolario, buttate lì, quasi a
casaccio, per esprimere l'inesprimibile, quasi a placare quel dolce tormento
che mi urge dentro.
In
mezzo a un coro di improperi e di mugugni, vincendo io stesso la tentazione di
sciorinare lamentele, grido con forza che è santa la vita, che è bello
esistere!
È
certo che la vita è né mia invenzione né mia proprietà. Mi hanno voluto i
miei genitori - che siano benedetti! - per una vita che dovrebbe perire; mi ha
voluto Dio - e per questo è mio vero Padre - per una vita che rimarrà in
eterno!
Non
sono il proprietario ma solo il gestore, responsabile fin nei minimi
particolari, di questo mio vivere che giorno e notte corre sempre più veloce
sulle rotaie del tempo.
È
veramente azione giusta e degna dell'uomo rendere grazie a Dio, qui e ovunque,
adesso e in ogni momento...». Lo affermo in ogni Messa che celebro, ma so che
mi vale anche quando la vita, non parliamo di premio!, mi sembra non solo un
compito un po' troppo difficile, ma un castigo immeritato.
Per
giungere a questo «grazie di tutto!» occorre che io tenga presente che il mio
vivere acquista significato e valore solo considerato nella sua interezza. Di
qua si inizia soltanto, per un tempo breve e preziosissimo, tempo di esami e
di libere scelte, poiché Dio non ha mai cacciato nessuno all'Inferno a pedate,
e neppure costringerà nessuno, tirandolo per le orecchie, a entrare in Paradiso.
A
volte mi hanno sorpreso a sorridere da solo, e possono aver temuto che fossi
ammattito. Come quella sera che salivo dal freddo obitorio, dopo aver pregato
e benedetto più di un defunto. Vincendo la malinconia dell'ambiente, mi
ripetevo in cuore: «Ma costoro vivono ancora e hanno gradito la mia visita e la
mia preghiera. I morti in grazia di Dio vivono più e meglio di prima. Ed
anch'io vivrò per sempre, finché vivrà Dio, e Dio è eterno!».
Forse
dal mio sguardo traluceva un raggio di luce per un fuggevole approccio «sperandarum
rerum», di realtà cioè certe e ansiosamente attese.
Questo
passaggio nell'Aldilà attende proprio tutti, anche quelli che non vogliono
pensarci e tanto meno ben prepararsi; attende anche coloro che dicono di non crederci,
e morendo vorrebbero annichilirsi per sempre. Ma se i forni crematori salissero
anche a un milione di gradi, non intaccherebbero l'anima.
Dio
non predestina nessuno a capriccio: conosce già ed ha preparato, su misura e
qualità delle nostre scelte, quell'Aldilà nel bene o nel male, nel godimento o
nello strazio, in dimensioni umanamente inimmaginabili.
Per
chi, come me, nuota in un lago di difetti e piccoli compromessi, ma nello
stesso tempo vuole fortemente il bene, è lecito sperare?
Rispondo
a chi ha scelto in maniera irrevocabile Dio come unico Signore della sua vita,
che è addirittura doveroso sperare nella sua misericordia che ci aprirà le
porte di casa sua. Sarà un vivere - torniamo a ripetere - così diverso per
ciascuno, ma pienamente soddisfacente per tutti.
Un
grande artista non perde tempo a colare in uno stampo tante belle statuine. Alla
Scala di Milano un tempo si sussurrava: «Paganini non ripete!». E volete che
Dio, sommo Artista, debba ripetersi nel dare un volto, una mente, un cuore per
ciascuno dei suoi figli nel breve oggi e nell'immenso domani?
L'esperienza
di una vita così varia non genera né invidie né rancorosi confronti: tutti
felici Lassù!
Ogni
essere umano è un «recipiente» più o meno capace; più uno si fa
spiritualmente povero e più si svuota di orgoglio, fa maggior spazio alla
presenza di Dio. E quando ogni recipiente sarà pieno fino all'ultima goccia,
cosa si può desiderare di più?
Un
secondo motivo è nascosto nell'animo di chi raggiunge la salvezza: non
conoscerà l'invidia ma sarà ricolmo di benevolenza verso tutti: l'amicizia
che regna in Cielo renderà il godere di ognuno gloria e soddisfazione di
tutti.
Quanto
dicevamo che avverrà nella nostra relazione con Dio (Lui in me, io in Lui), si
tradurrà anche riguardo al prossimo: una unità e fusione di cuori, possibile
solo quando Lui ci metterà a disposizione i suoi attributi (quel fruire di Dio,
di cui ci parla san Tommaso), rendendoci procreatori del mondo rinnovato.
Io
son convinto che vivrò, mille volte più di ora, nel pensiero, nel cuore e
nell'agire del mio prossimo, così come sentirò ciascuno degli Angeli e degli
uomini vibrare all'unisono con le corde del mio eterno alleluia!
Ma
se per caso...
Alcuni
in tono canzonatorio, altri seriamente mi hanno chiesto notizie sull'Aldilà.
Premettendo
di non essere uno studioso specializzato sull'ultraterreno, né di essere un
mistico cui Dio abbia concesso esperienze, piccoli saggi di vita eterna, ho
tentato, quando valeva la pena, di trovare qualche risposta.
Una
prima domanda: Dal momento che «il troppo storpia», una festa bellissima ma
interminabile non ci soffocherà infine nella noia?
Un
altro interrogativo: Dopo le fatiche della vita sarà gradito il riposo. Ma un
riposo eterno ci porterà inevitabilmente a un sonno pesante, oppure
all'insonnia?
Un
terzo quiz: Sperduti in una folla immensa, fra gente sconosciuta, non ci
sentiremo un poco impauriti dalla solitudine, come un bambino sperso in una
fitta foresta di alberi?
Qualcuno
poi potrebbe sofisticare: come Dio può essere «tutto» mio, se appartiene a
tutti? E come può essere tutto anche di un altro se è «tutto» mio, poiché
Dio è indivisibile?
Se
in Paradiso non ci sarà noia è perché non ci sarà durata. Finché teniamo i
piedi sulla terra, ogni esperienza piacevole sul piano fisico, morale,
spirituale, porta alla sazietà e quindi al rigetto, se essa è troppo
ripetitiva.
Per
non «scoppiare», Dio ci dà la possibilità di dimenticare, di distrarci, di
dormire, di cambiare pensieri e attività.
La
durata del Paradiso non è tempo che si prolunga per secoli e millenni a
miliardi. Mi dicono che Lassù non esistono né calendari né meridiane o
clessidre, né orologi di marca.
È
un istante, sempre nuovo, sempre ricco di bellezza, che in sé stesso
racchiude quanto si potrebbe godere in montagne di secoli. Un istante bellissimo
(i filosofi parlavano di «tota simul et perfecta possessio»), che non finisce
mai, come Dio non può finire di esistere.
Certamente,
anche senza ricorrere ai sindacati per risolvere o per complicare i problemi.
A
chi teme che la pace dell'eternità vada a confondersi con un «eterno riposo»,
in un susseguirsi di sonnellini, ricordo che il riposo va applicato più ai
corpi che alle anime. Nel cimitero si adagiano i corpi senza vita dei nostri
cari (cimitero vuol dire dormitorio), non per un sonno eterno, ma perché il
corpo, dopo essere tornato polvere, abbia a risorgere o per la vita eterna del
Cielo oppure per la dannazione eterna. Anche quanto in noi è corporeo (fisico,
attitudini, temperamento, ecc.), sarà reso perfetto per unirsi definitivamente
all'anima, nella completezza del nostro essere umano elevato alla dignità di
figlio di Dio.
In
Cielo, miei cari, non ci saranno poltrone sempre occupate! Io, almeno, voglio un
Paradiso dinamico, e sarà così perché Dio è vita, è «atto puro» che,
senza scomporsi, agisce in tutto e muove ogni realtà.
Chiederò
a Dio di essere mandato, in modo efficace anche se impercettibile, in aiuto alle
ginocchia vacillanti, in conforto ai cuori spezzati, in guida alle menti annebbiate.
Ditemi,
diversamente, come potrebbe realizzarsi Lassù la legge dell'Amore, se ci si
dovesse accontentare di guardare a Dio, ignorando la grande porzione dolorante
della sua Famiglia sulla Terra?
Le
frequenti (e mai troppo, se autentiche) apparizioni della Madonna in questi
ultimi decenni, sono la prova lampante che una Madre non può godersi il
Paradiso, disinteressandosi dei figli angosciati o sbandati.
E
Gesù, senza dover chiedere permessi in municipio o in curia, manda la Mamma,
anche visibilmente, quando e dove vuole.
Tornavo
una sera dalla santa Grotta di San Michele, sul Gargano, esultante con i miei
pellegrini per la liberazione «formidabile» di una ossessa alla quale da anni
tentavo di dar sollievo.
Sulla
porta del Santuario della Madonna delle Grazie, in San Giovanni Rotondo, mi
aspettava una anziana figlia spirituale di Padre Pio, di quel piccolo numero
che con la preghiera, la dolcezza e la carità operosa, gli facevano onore.
Nello
svolgersi della conversazione, mi raccontò che, con il passar degli anni, la
famiglia spirituale di Padre Pio era cresciuta grandemente. Un giorno ella gli
chiese: «Ma quando, a migliaia, saremo attorno a lei in Cielo, riuscirò
almeno a vederla?». Il Padre sorrise e argutamente l'assicurò che in
Paradiso saremo tutti così vicini come se fossimo tutti - senza né pungerci
né spingerci! - sulla punta di uno spillo.
Quello
che è quantità, peso, spazio, tempo, ciò che è limite materiale, lassù
viene annullato. Io non mi troverò perso in mezzo a moltitudini di gente di
razze e lingue diverse. Ci conosceremo tutti, nelle felici e tristi esperienze
terrene, più che fossimo sempre vissuti in famiglia; ci sarà dato di frugare
- non per vanità o malignità, ma per dare ancor più lode a Dio e
ammirazione al prossimo - anche nei più reconditi segreti di ogni anima.
Lassù
si parlerà un'unica lingua, il linguaggio del puro amore e non si dovrà
portare nessun distintivo o cartellino per farci riconoscere.
Ritorno
alla premessa: Il Paradiso è troppo bello, vivace, grande e semplice, per
essere compiutamente descritto con parole o immagini.
Ciascuno
ha il suo aspetto fisico e le sue sembianze spirituali: occorre riconoscere ad
ognuno il diritto di sognare il suo Paradiso come meglio gli aggrada. Tanto si
sa che ci aspetta una sorpresa migliore, molto migliore.
Quali
sono i miei gusti, la mia fisionomia spirituale? Ho pudore a svelarli persino
a me stesso; vedo il prossimo che mi osserva con commiserazione o con esagerata
stima; c'è chi gode nel sottolineare questo e quell'altro mio limite, oppure
riconosce che un po' di bene Dio riesce a realizzarlo persino in me.
Un
mio lineamento morale comunque appare subito: sono uomo che si strugge dalla
fame di amare e di essere amato. Vorrei però, in me e negli altri, un amore
solido e sincero, generoso ed esigente, aperto e fedele, prudente e coragioso.
Un amore che ami il silenzio più che le parole, i gesti concreti più che i
grandi progetti. Vorrei essere una piccola fiamma che, fondendosi a mille
altre, illumini e riscaldi, nel gelo e nel buio del mondo.
Così
non sono, ma così vorrei mi forgiasse la forza dello Spirito Santo.
È
logico perciò che il Paradiso, dai mille nomi, da me sia desiderato come «comunione
di amore operata in noi dal Signore».
Dio
vuole me non solo accanto a Lui, ma vivente in Lui e di Lui, per sempre.
Lontano,
grazie a Dio, dalla pretesa di Satana di essergli pari, e dalle nebbie del
panteismo, io peccatore come o forse più degli altri mi lascerò raccogliere
dalle braccia di Dio, mio Padre, e sollevare fino alla sua guancia, per essere
accarezzato e immerso nel suo Amore. E quell'Amore-Persona che un giorno ha
scelto la Vergine di Nazareth, le ha chiesto una incondizionata ubbidienza, e
l'ha unita a Se stesso fino a renderla Madre - nella umana natura - del suo
stesso Figlio, e volle che lo chiamasse Gesù. «Lo Spirito Santo scenderà su
di Te, la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò quel
Bimbo che ti nascerà sarà il Figlio stesso di Dio».
Un
qualcosa di un simile contatto fra Terra e Cielo, Dio Padre vuole operare in
ogni essere che a Lui totalmente si affida.
Scusatemi,
ma è troppo sacro e personale quanto mi urge dentro, che temo di cadere in
sentimentalismi nel confidare quanto sia delizioso essere amato da Dio Padre,
da Dio Figlio, da Dio Spirito Santo. Sì, sentirmi con un brivido ora, come
gaudio sconfinato poi, appassionatamente amato da questo Unico e semplicissimo
Dio.
Sapete
che Dio si è fatto uomo come noi per poterci dare una mano vera, di carne
tangibile, calda, forte e delicata. Una mano che rimarrà sanguinante per la
ferita dei chiodi, per dirci il suo desiderio di noi, di volerci accompagnare
- mano nella mano - a Casa sua, e nel suo bel Paradiso.
Ho
accennato a Maria, la vera Madre di Dio, la gloria dell'Umanità.
La
donna più umile e più grande dinnanzi all'Altissimo, il vero Capolavoro
della creazione perché Madre dello stesso Creatore, è proprio la mia
bellissima Mamma del Cielo.
E
tu che leggi, puoi ripetere con altrettanta comunicazione: «È mia Mamma,
tutta per me!» benché lo sia, e personalmente, di tutti.
Chi
ha conosciuto qualcosa di quel Cuore Immacolato, e pur tanto Addolorato, mi
assicura che basterebbe lo sguardo sorridente, il bacio materno di Maria e riempire
il Cielo di gioia e di splendore.
A
questo capoverso metto subito punto perché troppe, dolcissime e segrete cose
mi vibran nell'anima guardando a Maria.
In
Cielo, si è detto, non vi sarà folla anonima, ma una stupenda e affiatata
famiglia. Quelli che ora veneriamo come Santi e come Angeli custodi, saranno a
noi fraternamente uniti nel vivere e nell'attuare i disegni di Dio su ciascuno.
E i Santi e le Sante che abbiamo invocato con più forza e amato con maggior
tenerezza, ci dimostreranno un affetto e un'amicizia da... Paradiso!
In
Cielo (sempre premettendo che, se ci arriverò, sarà per pura Grazia di Gesù
Misericordioso!), io ho il presentimento che potrò amare appassionatamente,
assai più di quanto abbia potuto e osato farlo sulla terra, quelle persone che
mi sono vissute accanto, ed anche quelle che ho quasi solo intraviste, ma per le
quali il mio cuore ha avuto un sussulto d'amore.
Mi
saranno come figli e figlie riconoscentissime anche persone che Dio, a mia
insaputa, aveva legato al mio destino. Sembra incredibile, ma una parola, una
preghiera, un mio piccolo gesto di carità o di rinuncia, sarà stato per loro
il trampolino verso l'eterna salvezza.
Lassù
(che non è tra le nuvole o in mezzo alle più remote nebulose, ma in un modo di
esistere che totalmente ci supera!), non ci sarà più né dolore né morte né
pianto, perché le cose di prima saranno passate. L'incontro del nostro spirito
con Dio, e poi la risurrezione finale anche dal nostro corpo, annullerà i
tempi e le distanze: in festosa comunione con chi ci ha già preceduti e chini
su quelli che verranno Lassù dopo di noi, attenti a che non smarriscano la
strada e finiscano miseramente alla casa del Diavolo.
Ci
sarà possibile svolgere tutti i ruoli avviati nella vita terrena:
contemporaneamente e in modo perfetto saremo docili figli, ottimi genitori,
fedeli amici, sposi, fratelli, compagni di scuola, di giochi, di lavoro,
congiunti nell'apostolato, nel volontariato, nella famiglia religiosa a cui
si fosse appartenuto...
A
Dio nulla sarà impossibile pur di farci pienamente contenti, privilegiando
l'ambito degli affetti familiari. Alla morte di mia mamma, pur fra tante
lacrime, una pace, serenità quasi irreale erano scese in me e in tutti i miei
cari: ci guardavamo stupiti.
Avevo
la certezza che non subito, ma un giorno quegli occhi si sarebbero riaperti,
quel cuore avrebbe ripreso a battere, quelle braccia, ora rigide, mi avrebbero
di nuovo stretto in un abbraccio materno così intenso che mai prima era
riuscita a donarmi. Mia mamma ancora viveva nel suo spirito fattosi più vicino
a Dio e quindi più intimo a noi, ed anche il suo corpo, ora gelido, sarebbe
risorto, dopo la tumultuosa vicenda di questo povero mondo, modellato nelle
sue qualità sui corpi risorti e già in Paradiso di Gesù Uomo-Dio, e di Maria
assunta in Cielo anche con il suo Corpo.
Di
tutto quanto di umano abbiamo santamente esperimentato su questa terra, Dio ci
farà dono di goderlo in perfezione assoluta, privata di ogni materialità,
nella vita divina e umana che ci aspetta Lassù.
Porteremo
a perfezione quelle amicizie e collaborazioni, quelle gioie assaporate nel
soffrire, lavorare e godere insieme con chi, non a caso, Dio ci ha fatto incontrare
su questa terra. Capiremo meglio il mistero della santa Chiesa, corpo mistico e
vivo di Gesù Cristo, nella comunione gioiosa ed eterna di tutti i suoi
membri.
Non
mi diverte ma non odio il soffrire. Mi hanno insegnato che chi più ha amato e
saputo patire quaggiù, è giusto che possa maggiormente amare e consolare di
Lassù; amare anche chi magari ci ha ostacolato e disprezzato, consolare anche
quelli che non sanno guardare in Alto, mettendo in cuor loro la fede e la
nostalgia del Cielo.
Come
vorrei, sapendolo enormemente superiore ai miei balbettii, che potesse
affascinare tutti i miei fratelli e sorelle, di qualunque razza, età e
religione; attrarre specialmente coloro che stanno cedendo al fascino gelido
di Satana, «il Seduttore». Avendo egli, il superbo, perso per sempre il suo
posto in Paradiso, vorrebbe tutti con lui nel supplizio infernale. Il poveretto
non può offrire di meglio.
Noi
stiamo con Dio!
Quest'ultima
appendice non vorrei che ti procurasse una... appendicite o peggio.
Per
timore di creare traumi in spiriti deboli, ho avuto delle perplessità, ma alla
fine ho deciso per il sì, e la pubblico per almeno quattro motivi:
1.
Le segnalazioni di pericolo, di grave incidente, ecc., fatte con cartelli, torce
o bandierine rosse, sono a vantaggio dell'automobilista: meglio fare una frenata,
che finire all'obitorio. Così avviene nel viaggio - unico e senza ritorno - da
questa vita all'altra. Niente paure, ma occhi aperti e nervi saldi!
2.
Il minuscolo libriccino mi fu regalato, credo nel 1956, da un autentico figlio
di san Francesco.
Chi
in Viale Piave, a Milano, ha frequentato fra Cecilio (del quale, il 10 aprile
1995, è stato concluso, presso la Curia di Milano, il processo informativo
per la sua causa di Beatificazione), ricorda ancora il suo abituale e luminoso
sorriso, la sua preghiera palpitante, la parola calda, breve, incoraggiante, i
piedi sempre in cammino e le mani indaffarate a soccorrere ogni miseria umana.
Carità
concreta la sua, per non far dimenticare Dio e la sua Provvidenza, ma tesa alla
salvezza dell'anima, di ricchi e poveri, di sani e malati.
E
questo opuscolo insegnava a credere alla Bontà di Dio, ma non ad abusarne, con
conseguenze irreparabili.
3.
In un periodo (eravamo nel 1952) in cui era difficile avere permessi per
stampare scritti di provenienza, diciamo, almeno misteriosa... a questa «lettera»
fu concesso l'Imprimatur dal Card. Luigi Traglia, Vicario del Papa per la città
di Roma.
4. Non vorrei infine essere
irrispettoso citando lo stupendo Varcare la soglia della Speranza, nel capitolo
che Giovanni Paolo II dedica alla escatologia non solo cosmica ma pure, e
soprattutto, individuale; cioè, in parole più semplici, come è nel titolo:
«La vita eterna: esiste ancora». Invito a leggere tutto il capitolo, o meglio
ancora tutto il libro. Al nostro caso va a pennello il passo: «L'uomo in
una certa misura si è smarrito; si sono smarriti anche i predicatori, i
catechisti, gli educatori e, quindi, hanno perso il coraggio di "minacciare
l'Inferno ". E può darsi che persino chi li ascolta abbia cessato di
averne paura» (pag. 200).
Di
nessuno possiamo ritenere che sia dannato, all'Inferno, che pur tuttavia resta
non una semplice ipotesi, ma una ben triste realtà. (Il Vangelo ha forti
richiami a tal proposito... e anche la Madonna a Fatima si è permessa di
mostrarlo ai tre Pastorelli nella visione avvenuta il 13 luglio 1917). Nello
stesso capitolo (a pagina 202) il Santo Padre precisa: «Anche quando Gesù dice
di Giuda il traditore: "Sarebbe meglio per quell'uomo che non fosse mai
nato - (Mt 26,24), la dichiarazione non può essere intesa con sicurezza nel
senso di eterna dannazione».
Lo
scritto originale è in lingua tedesca; molte edizioni sono state eseguite in
altre lingue.
Il
Vicariato di Roma ha dato il permesso di pubblicarlo già dal 1952. Queste
pagine, a cui va data una fiducia puramente umana, riferiscono un fatto autentico?
Sono piuttosto una lunga parabola, tipo quella del ricco Epulone? Libertà di
scelta. A mio parere è più importante saper cogliere i lati positivi che
inducono a condurre una vita serena e pulita, sotto lo sguardo amorevole di
Dio, il Padre misericordioso che vuole che ciascuno di noi si converta e viva.
La «lettera» è preceduta da queste annotazioni.
Clara
e Annetta, giovanissime, lavoravano in una Ditta commerciale a *** (Germania).
Non erano legate da profonda amicizia, ma da semplice cortesia.
Lavoravano ogni giorno l'una accanto all'altra e non poteva mancare uno scambio di idee. Clara si dichiarava apertamente religiosa e sentiva il dovere di istruire e richiamare Annetta, quando questa si dimostrava leggera e superficiale in fatto di religione.
Trascorsero
qualche tempo assieme; poi Annetta contrasse matrimonio e si allontanò dalla
Ditta. Nel mese di settembre del 1937, Clara trascorreva le vacanze in riva al
lago di Garda. Verso la metà del mese la mamma le scrisse dal paese una
lettera: «È morta Annetta N... È rimasta vittima di un incidente
automobilistico... L'hanno sepolta ieri nel "Waldfriedhof"».
La
notizia spaventò la buona signorina, sapendo che l'amica non era stata tanto
religiosa. Era preparata a presentarsi davanti a Dio?... Morendo all'improvviso,
come si sarà trovata?...
L'indomani
ascoltò la santa Messa e fece anche la Comunione in suo suffragio, pregando
fervorosamente. La notte seguente, dieci minuti dopo la mezzanotte, ebbe luogo
la visione...
Clara,
non pregare per me! Sono dannata. Se te lo comunico e te ne riferisco piuttosto
lungamente, non credere che ciò avvenga a titolo di amicizia. Noi qui non
amiamo più nessuno. Lo faccio come costretta. Lo faccio come «parte di
quella potenza che sempre vuole il male e opera il bene».
In
verità vorrei vedere anche te approdare a questo stato, dove io ormai ho
gettato l'àncora per sempre. Non stizzirti di questa intenzione. Qui, noi
pensiamo tutti così. La nostra volontà è impietrita nel male - in ciò che
voi appunto chiamate «male». - Anche quando noi facciamo qualche cosa di «bene»,
come io ora, spalancandoti gli occhi sull'Inferno, questo non avviene con
buona intenzione.
Ti
ricordi ancora che quattro anni fa ci siamo conosciute a ***? Contavi allora
23 anni e ti trovavi colà già da mezzo anno quando ci arrivai io.
Tu
mi hai levata da qualche impiccio; come a principiante, mi hai dato dei buoni
indirizzi. Ma che vuol dire «buono»?
Io
lodavo allora il tuo «amore del prossimo». Ridicolo! Il tuo soccorso
derivava da pura civetteria, come, del resto, lo sospettavo già fin d'allora.
Noi non riconosciamo qui nulla di buono. In nessuno.
Il
tempo della mia giovinezza lo conosci. Certe lacune le riempio qui.
Non
fossi mai esistita...
Secondo
il piano dei miei genitori, a dire il vero, non sarei neanche dovuta esistere.
«Capitò loro appunto una disgrazia». Le mie due sorelle contavano già 14 e
15 anni, quando io tendevo alla luce.
Non
fossi mai esistita! Potessi ora annientarmi, sfuggire a questi tormenti!
Nessuna voluttà uguaglierebbe quella con cui lascerei la mia esistenza, come un
vestito di cenere, che si perde nel nulla.
Ma
io devo esistere. Devo esistere così, come mi son fatta io: con una esistenza
fallita.
Quando
papà e mamma, ancora giovani, si trasferirono dalla campagna in città,
ambedue avevano perduto il contatto con la Chiesa. E fu meglio così.
Simpatizzarono
con gente non legata alla Chiesa. Si erano conosciuti in un ritrovo danzante e
mezzo anno dopo «dovettero» sposarsi.
Nella
cerimonia nuziale rimase attaccata a loro tant'acqua santa, che la mamma si
recava in chiesa alla Messa domenicale un paio di volte l'anno. Non mi ha mai
insegnato a pregare davvero. Si esauriva nella cura quotidiana della vita,
benché la nostra situazione non fosse disagiata.
Parole,
come pregare, Messa, istruzione religiosa, chiesa, le dico con una ripugnanza
interna senza pari. Aborrisco tutto questo, come odio chi frequenta la chiesa e
in genere tutti gli uomini e tutte le cose.
Da
tutto, infatti, ci deriva tormento. Ogni cognizione ricevuta in punto di
morte, ogni ricordo di cose vissute o sapute, è per noi una fiamma pungente.
E
tutti i ricordi ci mostrano quel lato che in essi era grazia e che noi
sprezzammo. Quale tormento è questo! Noi non mangiamo, non dormiamo, non
camminiamo coi piedi. Spiritualmente incatenati, guardiamo inebetiti «con
urla e stridor di denti» la nostra vita andata in fumo: odiando e tormentati!
Senti?
Noi qui beviamo l'odio come acqua. Anche l'uno verso l'altro.
Soprattutto
noi odiamo Dio.
Te
lo voglio rendere comprensibile.
I
Beati in cielo devono amarlo, perché essi lo vedono senza velo, nella sua
bellezza abbagliante. Ciò li beatifica talmente, da non poterlo descrivere.
Noi lo sappiamo e questa cognizione ci rende furibondi.
Gli
uomini in terra che conoscono Dio dalla creazione e dalla rivelazione, possono
amarlo; ma non ne sono costretti.
Il
credente - lo dico digrignando i denti - il quale, meditabondo, contempla Cristo
in croce, con le braccia stese, finirà con l'amarlo.
Ma
colui, al quale Dio si avvicina solo nell'uragano, come punitore, come giusto
vendicatore, perché un giorno fu da lui ripudiato, come avvenne di noi, costui
non può che odiarlo, con tutto l'impeto della sua malvagia volontà,
eternamente, in forza della libera accettazione di essere separati da Dio:
risoluzione con la quale, morendo, abbiamo esalato l'anima nostra e che neppure
ora ritiriamo e non avremo mai la volontà di ritirare.
Comprendi
ora perché l'Inferno dura eternamente? Perché la nostra ostinazione giammai si
scioglierà da noi. Costretta, aggiungo che Dio è misericordioso persino
verso di noi. Dico «costretta». Poiché, anche se dico queste cose
volutamente, pure non mi è permesso di mentire, come volentieri vorrei. Molte
cose le affermo contro la mia volontà. Anche la foga d'improperi, che vorrei
vomitare, la devo strozzare.
Dio
fu misericordioso verso di noi col non lasciare esaurire sulla terra la nostra
malvagia volontà, come noi saremmo stati pronti a fare. Ciò avrebbe aumentato
le nostre colpe e le nostre pene. Egli ci fece morire anzitempo, come me, o
fece intervenire altre circostanze mitiganti.
Ora
egli si dimostra misericordioso verso di noi col non costringerci ad avvicinarci
a lui più di quanto lo siamo in questo remoto luogo infernale; ciò
diminuisce il tormento.
Ogni
passo che mi portasse più vicino a Dio, mi ca-
gionerebbe
una pena maggiore di quella che a te recherebbe un passo più vicino a un rogo
ardente.
Ti
sei spaventata, quando io una volta, durante il passeggio, ti raccontai che
mio padre, pochi giorni avanti la mia prima Comunione, mi aveva detto: «Annettina,
cerca di meritarti un bel vestitino; il resto è una montatura».
Per
il tuo spavento quasi mi sarei perfino vergognata. Ora ci rido sopra.
L'unica
cosa ragionevole in quella montatura era che ci si ammetteva alla Comunione solo
a dodici anni. Io, allora, ero già abbastanza presa dalla mania dei divertimenti
mondani, così che senza scrupoli mettevo in un canto le cose religiose e non
diedi grande importanza alla prima Comunione.
Che
parecchi bambini vadano ora alla Comunione già a sette anni, ci mette in
furore. Noi facciamo di tutto per dare a intendere alla gente che ai bambini
manca una cognizione adeguata. Essi devono prima commettere alcuni peccati
mortali.
Allora
la bianca Particola non fa più in essi così gran danno, come quando nei loro
cuori vivono ancora la fede, la speranza e la carità - puh! questa roba -
ricevute nel battesimo.
Ti
ricordi come abbia già sostenuto sulla terra questa opinione?
Ho
accennato a mio padre. Egli era sovente in lite con la mamma. Te ne feci
allusione solo raramente; me ne vergognavo. Cosa ridicola la vergogna del male!
Per noi, qui tutto è lo stesso.
I
miei genitori neanche dormivano più nella medesima camera; ma io con la
mamma, e il papà nella camera attigua, dove poteva rincasare liberamente a
qualsiasi ora. Beveva molto; in tal modo scialacquava il nostro patrimonio.
Le mie sorelle erano ambedue impiegate e abbisognavano esse stesse, dicevano,
del denaro che guadagnavano. La mamma cominciò a lavorare per guadagnare
qualche cosa.
Nell'ultimo
anno di vita papà batteva spesso la mamma, quando lei non gli voleva dar
nulla. Verso di me, invece, fu sempre amorevole. Un giorno - te l'ho raccontato
e tu, allora, ti sei urtata del mio capriccio (di che cosa non ti sei urtata nei
miei riguardi?) - un giorno dovette portare indietro, per ben due volte, le
scarpe comprate, perché la forma e i tacchi non erano per me abbastanza
moderni.
La
notte in cui mio padre fu colpito da apoplessia mortale, avvenne qualche cosa
che io, per timore di una interpretazione disgustosa, non riuscii mai a
confidarti. Ma ora devi saperlo. È importante per questo: allora per la prima
volta fui assalita dal mio spirito tormentatore attuale.
Dormivo
in camera con mia madre. 1 suoi respiri regolari dicevano il suo profondo
sonno.
Quand'ecco
mi sento chiamare per nome. Una voce ignota mi dice: «Che sarà se muore papà?».
Non
amavo più mio padre, dacché trattava così villanamente la mamma; come, del
resto, non amavo fin d'allora assolutamente nessuno, ma ero solamente affezionata
ad alcune persone, che erano buone verso di me. L'amore senza speranza di
contraccambio terreno, vive solo nelle anime in stato di Grazia. E io non lo
ero.
Così
risposi alla misteriosa domanda, senza darmi conto donde venisse: «Ma non muore
mica!».
Dopo
una breve pausa, di nuovo la stessa domanda chiaramente percepita. «Ma non
muore mica!» mi scappò ancora di bocca, bruscamente.
Per
la terza volta fui richiesta: «Che sarà se muore tuo padre?». Mi si presentò
alla mente come papà spesso veniva a casa piuttosto ubriaco, strepitava,
maltrattava la mamma, e come egli ci aveva messi in una condizione umiliante
dinanzi alla gente. Perciò gridai indispettita: «E gli sta bene!».
Allora
tutto tacque.
La
mattina seguente, quando la mamma volle mettere in ordine la stanza del babbo,
trovò la porta chiusa a chiave. Verso mezzogiorno si forzò la porta. Mio padre,
mezzo vestito, giaceva cadavere sul letto. Nell'andare a prendere la birra in
cantina, doveva essersi buscato qualche accidente. Era già da lungo tempo malaticcio.
(*)
(*) Aveva forse Dio legato la salvezza del padre all'opera buona della figlia, verso la quale quell'uomo era stato pur buono? Quale responsabilità per ognuno, lasciar perdere l'occasione di fare del bene al prossimo!
Anna,
se non preghi...
Marta
K... e tu mi avete indotta a entrare nell'«Associazione delle Giovani».
Veramente non ho mai nascosto che trovavo abbastanza intonate con la moda parrocchiale
le istruzioni delle due direttrici, le signore X... I giuochi erano divertenti.
Come sai, vi ebbi subito una parte direttiva. Ciò mi andava a genio.
Anche
le gite mi piacevano. Mi lasciai perfino indurre alcune volte ad andare alla
Confessione e alla Comunione.
A
dire il vero, non avevo nulla da confessare. Pensieri e discorsi per me non
avevano importanza. Per azioni più grossolane, non ero ancora abbastanza
corrotta.
Tu
mi ammonisti una volta: «Anna, se non preghi, vai alla perdizione!».
Io
pregavo davvero poco e, anche questo, solo svogliatamente.
Allora
tu avevi purtroppo ragione. Tutti coloro che bruciano nell'inferno non hanno
pregato, o non hanno pregato abbastanza.
La
preghiera è il primo passo verso Dio. E rimane il passo decisivo. Specialmente
la preghiera a colei che fu la Madre di Cristo, il nome della quale noi non nominiamo
mai.
La
devozione a lei strappa al demonio innumerevoli anime, che il peccato gli
consegnerebbe infallibilmente nelle mani.
Proseguo
il racconto consumandomi d'ira, e solo perché devo. Pregare è la cosa più
facile che l'uomo possa fare sulla terra. E proprio a questa cosa facilissima
Dio ha legato la salvezza di ognuno.
A
chi prega con perseveranza Egli a poco a poco dà tanta luce, lo fortifica in
maniera tale, che alla fine anche il peccatore più impantanato si può
definitivamente rialzare. Fosse pure ingolfato nella melma fino al collo.
Come
ero abituata...
Negli
ultimi anni della mia vita non ho più pregato come di dovere, e così mi sono
privata delle grazie, senza le quali nessuno può salvarsi.
Qui
non riceviamo più nessuna grazia. Anzi, quand'anche le ricevessimo, le
rifiuteremmo cinicamente. Tutte le fluttuazioni dell'esistenza terrena sono
cessate in quest'altra vita.
Da
voi sulla terra l'uomo può salire dallo stato di peccato allo stato di Grazia e
dalla Grazia cadere nel peccato: spesso per debolezza, talvolta per malizia.
Con
la morte questo salire e scendere finisce, perché ha la sua radice nella
imperfezione dell'uomo terreno. Ormai abbiamo raggiunto lo stato finale.
Già
col crescere degli anni i cambiamenti divengono più rari. È vero, fino alla
morte si può sempre rivolgersi a Dio o voltargli le spalle. Eppure, quasi
trascinato dalla corrente, l'uomo, prima del trapasso, con gli ultimi deboli
resti della volontà, si comporta come era abituato in vita.
La
consuetudine, buona o cattiva, diviene una seconda natura. Questa lo trascina
con sé.
Così
avvenne anche a me. Da anni vivevo lontana da Dio. Per questo nell'ultima
chiamata della Grazia mi risolvetti contro Dio.
Non
fu il fatto che peccassi a esser fatale per me, ma che io non volli più
risorgere.
Tu
mi hai più volte ammonita di ascoltare le prediche, di leggere libri di pietà.
«Non
ho tempo», era la mia risposta ordinaria. Non ci mancava altro per aumentare la
mia incertezza interna! Del resto devo constatare questo: dal momento che la
cosa era ormai così avanzata, poco prima della mia uscita dall'«Associazione
delle Giovani», mi sarebbe riuscito enormemente gravoso mettermi su un'altra
via. Io mi sentivo malsicura e infelice. Ma davanti alla conversione si ergeva
una muraglia.
Tu
non lo devi aver sospettato. Tu te l'eri rappresentata così semplice quando
un giorno mi dicesti: «Ma fa una buona Confessione, Anna, e tutto è a posto».
Io
sentivo che sarebbe stato così. Ma il mondo, il demonio, la carne mi tenevano
già troppo saldamente nei loro artigli.
All'influsso
del demonio non credetti mai. E ora attesto che egli influisce gagliardamente
sulle persone che si trovano nella condizione in cui mi trovavo io allora.
Soltanto
molte preghiere, di altri e di me stessa, congiunte con sacrifici e
sofferenze, mi avrebbero potuta strappare da lui.
E
anche ciò, solo poco a poco. Se ci sono pochi ossessi esternamente, di
ossessi internamente ce n'è un formicolaio. II demonio non può rapire la
libera volontà a coloro che si dànno al suo influsso. Ma in pena della loro,
per dir così, metodica apostasia da Dio, questi permette che il «maligno»
si annidi in essi.
Io
odio anche il demonio. Eppure egli mi piace, perché cerca di rovinare
voialtri; lui e i suoi satelliti, gli spiriti caduti con lui al principio del
tempo.
Essi
si contano a milioni. Girano per la terra, densi come uno sciame di moscerini, e
voi neanche ve ne accorgete.
Non
tocca a noi riprovati di tentarvi; questo è ufficio degli spiriti decaduti.
Veramente
ciò accresce ancor più il loro tormento ogni volta che essi trascinano quaggiù
all'inferno un'anima umana. Ma che cosa non fa mai l'odio?
Benché
io camminassi per sentieri lontani da Dio, Dio mi seguiva.
Preparavo
la via alla grazia con atti di carità naturale, che compivo non di rado per
inclinazione del mio temperamento.
Talvolta
Dio mi attirava in una chiesa. Allora sentivo come una nostalgia. Quando
curavo la mamma malaticcia, nonostante il lavoro d'ufficio durante il giorno,
e in certo modo mi sacrificavo davvero, questi allettamenti di Dio agivano
potentemente.
Una
volta, nella chiesa dell'ospedale, in cui tu mi avevi condotta durante la pausa
del mezzogiorno, mi venne qualcosa addosso che sarebbe bastato un solo passo
per la mia conversione: io piansi!
Ma
poi la gioia del mondo passava di nuovo come un torrente sopra la Grazia. Il
grano soffocava tra le spine.
Con
la dichiarazione che la religione è affare di sentimento, come si diceva
sempre in ufficio, cestinai anche questo invito della Grazia, come tutti gli
altri.
Una
volta tu mi rimproverasti, perché invece di una genuflessione fino a terra,
feci appena un informe inchino, piegando il ginocchio. Tu lo ritenesti un atto
di pigrizia. Non sembrasti neppur sospettare che io fin d'allora non credevo
più nella presenza di Cristo nel Sacramento. Ora ci credo, ma solo
naturalmente, come si crede in un temporale di cui si scorgono gli effetti.
Intanto
mi ero accomodata io stessa una religione a mio modo.
Sostenevo
l'opinione, che da noi in ufficio era comune, che l'anima dopo la morte
risorga in un altro essere. In tal modo continuerebbe a pellegrinare senza fine.
Con
ciò l'angosciosa questione dell'aldilà era insieme messa a posto e resa a me
innocua.
Perché
tu non mi hai ricordato la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, in
cui il narratore, Cristo, manda, immediatamente dopo la morte, l'uno all'inferno
e l'altro in paradiso?... Del resto, che cosa avresti ottenuto? Nulla di più
che con gli altri tuoi discorsi di bigottismo!
A
poco a poco mi creai io stessa un Dio: sufficientemente dotato da essere
chiamato Dio; lontano abbastanza da me da non dover mantenere nessuna relazione
con lui; vago abbastanza da lasciarsi, secondo il bisogno, senza mutar la mia
religione; rassomigliante a un Dio panteistico del mondo, oppure da lasciarsi
poetizzare come un Dio solitario.
Questo
Dio non aveva nessun paradiso da regalarmi e nessun inferno da infliggermi. Lo
lasciavo in pace. In ciò consisteva la mia adorazione per lui.
Ciò
che piace si crede volentieri. Nel corso degli anni mi tenni abbastanza convinta
della mia religione. In questo modo si poteva vivere.
Una
cosa soltanto mi avrebbe spezzato la cervice: un lungo, profondo dolore.
E
questo dolore non venne!
Comprendi
ora cosa vuol dire: «Dio castiga quelli che ama»?
Era
una domenica di luglio, quando l'«Associazione delle Giovani» organizzò una
gita a ***. La gita mi sarebbe piaciuta. Ma quegli insulsi discorsi, quel fare
da bigotti...
Un
altro simulacro ben diverso da quello della Madonna di *** stava da poco tempo
sull'altare del mio cuore: l'aitante Max N... del negozio attiguo. Poco tempo
prima avevamo scherzato più volte.
Appunto
per quella domenica egli mi aveva invitata a una gita. Quella con cui andava di
solito, giaceva malata all'ospedale.
Egli
aveva ben capito che gli avevo messo gli occhi addosso. Sposarlo non ci pensavo
ancora allora. Era bensì agiato, ma si comportava troppo gentilmente con tutte
le ragazze.
E
io, fino a quel tempo, volevo un uomo che appartenesse unicamente a me. Non
solo essere moglie, ma moglie unica. Un certo galateo naturale, infatti, l'ebbi
sempre.
Nella
suaccennata gita Max si profuse in gentilezze. Eh! già, non si tennero mica
delle conversazioni pretesche come tra voialtre!
Il
giorno seguente, in ufficio, tu mi facesti dei rimproveri, perché non ero
venuta con voi a ***. Io ti descrissi il mio divertimento di quella domenica.
La
tua prima domanda fu: «Sei stata alla Messa?» Sciocchina! Come potevo andare a
Messa, dato che la partenza era già fissata per le sei?!
...con
maggior precisione
E
ancora eccitata, aggiunsi: «Il buon Dio non ha una mentalità così piccina
come i vostri pretacci!».
Ora
devo confessare: Dio, nonostante la sua infinita bontà, pesa le cose con
maggior precisione che tutti i preti.
Dopo
quella prima gita con Max, venni ancora una volta sola all'«Associazione»: a
Natale, per la celebrazione della festa. C'era qualche cosa che mi allettava a
tornare. Ma internamente mi ero già allontanata da voialtre.
Cinema,
ballo, gite si avvicendavano senza tregua. Max e io bisticciammo alcune volte,
ma seppi sempre incatenarlo di nuovo a me.
Molestissima
mi riuscì l'altra amante, che, tornata dall'ospedale, si comportò come
un'ossessa. Veramente per mia fortuna; poiché la mia nobile calma fece potente
impressione su Max, che finì col decidere che io fossi la preferita.
Avevo
saputo rendergliela odiosa, parlando freddamente: all'esterno positiva,
nell'interno vomitando veleno. Tali sentimenti e tale contegno preparano eccellentemente
per l'inferno. Sono diabolici nel più stretto senso della parola.
Perché
ti racconto ciò? Per riferire come io mi staccai definitivamente da Dio.
Non
già, del resto, che tra me e Max si sia arrivati molto spesso fino agli estremi
della familiarità. Comprendevo che mi sarei abbassata ai suoi occhi, se mi
fossi lasciata andare del tutto, prima del tempo; perciò mi seppi trattenere.
Ma
in sé, ogni volta che lo ritenevo utile, ero sempre pronta a tutto. Dovevo
conquistare Max. A tale scopo nulla era troppo caro. Inoltre, a poco a poco ci
amavamo, possedendo ambedue non poche preziose qualità, che ci facevano
stimare vicendevolmente. Io ero abile, capace, di piacevole compagnia. Così mi
tenni saldamente in mano Max e riuscii, almeno negli ultimi mesi prima del
matrimonio, a essere l'unica a possederlo.
In
ciò consistette la mia apostasia da Dio: elevare una creatura a mio idolo. In
nessuna cosa può avvenire questo, in modo che abbracci tutto, come quell'amore
di una persona dell'altro sesso, quando quest'amore rimane arenato nelle
soddisfazioni terrene. È questo che forma la sua attrattiva, il suo stimolo e
il suo veleno.
L'«adorazione»,
che io tributavo a me stessa nella persona di Max, divenne per me religione
vissuta. Era il tempo in cui in ufficio mi scagliavo velenosa contro i
chiesaioli, i preti, le indulgenze, il biascichio dei rosari e simili
sciocchezze.
Tu
hai cercato, più o meno argutamente, di prendere le difese di tali cose.
Apparentemente senza sospettare che nel più intimo di me non si trattava, in
verità, di queste cose, io cercavo piuttosto un sostegno contro la mia
coscienza - allora avevo bisogno di un tale sostegno - per giustificare anche
con la ragione la mia apostasia.
In
fondo in fondo, mi rivoltavo contro Dio. Tu non lo comprendesti; mi ritenevi
ancora per cattolica. Volevo, anzi, essere chiamata così: pagavo perfino le
tasse ecclesiastiche. Una certa «contro-assicurazione», pensavo, non
poteva nuocere.
Le
tue risposte può darsi alle volte abbiano colpito nel segno. Su di me non
facevano presa, perché tu non dovevi avere ragione.
A
causa di queste relazioni falsate fra noi due, fu meschino il dolore del
nostro distacco, allorché ci separammo in occasione del mio matrimonio.
Prima
dello sposalizio mi confessai e comunicai ancora una volta. Era prescritto. Io
e mio marito su questo punto la pensavamo ugualmente. Perché non avremmo
dovuto compiere questa formalità? Anche noi la compimmo, come le altre
formalità.
Voi
chiamate indegna una tale Comunione. Ebbene, dopo quella Comunione «indegna»,
io ebbi più calma nella coscienza. Del resto fu anche l'ultima.
La
nostra vita coniugale trascorreva, in genere, quanto mai in grande armonia. Su
tutti i punti di vista noi eravamo dello stesso parere. Anche in questo: che non
volevamo addossarci il peso dei figli. Veramente mio
marito
ne avrebbe volentieri voluto uno; non di più, si capisce. Alla fine io seppi
stornarlo anche da questo desiderio.
Vestiti,
mobili di lusso, ritrovi da thè, gite e viaggi in auto e simili distrazioni
m'importavano di più.
Fu
un anno di piacere sulla terra quello trascorso tra il mio sposalizio e la mia
repentina morte.
Ogni
domenica andavamo fuori in auto, oppure facevamo visite ai parenti di mio
marito. Di mia madre ora mi vergognavo. Essi galleggiavano alla superficie
dell'esistenza, né più né meno di noi.
Internamente,
si capisce, non mi sentii mai felice, per quanto esternamente ridessi. C'era
sempre dentro di me qualcosa di indeterminato, che mi rodeva. Avrei voluto che
dopo la morte, la quale naturalmente doveva essere ancora molto lontana, tutto
fosse finito.
Ma
è proprio così, come un giorno, da bambina, sentii dire in una predica: che
Dio premia ogni opera buona che uno compie, e quando non la potrà ricompensare
nell'altra vita, lo fa sulla terra.
Inaspettatamente
ebbi un'eredità dalla zia Lotte. A mio marito riuscì felicemente di portare il
suo stipendio a una cifra notevole. Così potei ordinare la nuova abitazione
in modo attraente.
La
religione non mandava più che da lontano la sua luce, scialba, debole e
incerta.
I
caffè della città, gli alberghi, in cui andavamo durante i viaggi, non ci
portavano certamente a Dio.
Tutti
coloro, che frequentavano quei luoghi, vivevano, come noi, dall'esterno
all'interno, non dall'interno all'esterno.
Se
nei viaggi delle ferie visitavamo qualche chiesa, cercavamo di ricrearci nel
contenuto artistico delle opere. L'alito religioso che spiravano, specialmente
quelle medioevali, sapevo neutralizzarlo col criticare qualche circostanza
accessoria: un frate converso impacciato o vestito in modo non pulito, che ci
faceva da cicerone; lo scandalo che dei monaci, i quali volevano passare per
pii, vendessero liquori; l'eterno scampanio per le sacre funzioni, mentre non si
tratta che di far soldi...
Così
seppi continuamente scacciare da me la Grazia ogni volta che bussava.
Lasciavo
libero sfogo al mio malumore in modo particolare su certe rappresentazioni
medioevali dell'Inferno nei cimiteri o altrove, nelle quali il demonio
arrostisce le anime in brace rosse e incandescenti, mentre i suoi compagni,
dalle lunghe code, gli trascinano nuove vittime. Clara! L'Inferno si può
sbagliare a disegnarlo, ma non si esagera mai!
Il
fuoco dell'Inferno l'ho sempre preso di mira in modo speciale. Tu lo sai come,
durante un alterco in proposito, ti tenni una volta un fiammifero sotto il naso
e ti dissi con sarcasmo: «Ha questo odore?».
Tu
spegnesti in fretta la fiamma. Qui non la spegne nessuno.
Io
ti dico: il fuoco di cui si parla nella Bibbia, non significa solo tormento
della coscienza. Fuoco è fuoco! È da intendersi letteralmente ciò che ha
detto lui: «Via da me, maledetti, nel fuoco eterno!». Letteralmente! «Come può
lo spirito essere toccato da fuoco materiale?», domanderai. Come può l'anima
tua soffrire sulla terra quando tu metti il dito sulla fiamma? Difatti non
brucia l'anima; eppure che tormento ne prova tutto l'individuo!
In
modo analogo noi qui siamo spiritualmente legati al fuoco, secondo la nostra
natura e secondo le nostre facoltà. L'anima nostra è priva del suo naturale
battito d'ala; noi non possiamo pensare ciò che vogliamo né come vogliamo.
Non
meravigliarti di queste mie parole. Questo stato, che a voialtri non dice
nulla, mi riarde senza consumarmi.
Il
nostro maggior tormento consiste nel sapere con certezza che noi non vedremo mai
Dio.
Come
può questo tormentare tanto, dal momento che uno sulla terra rimane così
indifferente?
Fintanto
che il coltello giace sulla tavola, ti lascia fredda. Si vede quanto è
affilato, ma non lo si prova. Immergi il coltello nella carne e ti metterai a
gridare dal dolore.
Adesso
noi sentiamo la perdita di Dio; prima la pensavamo soltanto.
Non
tutte le anime soffrono in misura eguale. Con quanta maggior cattiveria e quanto
più sistematicamente uno ha peccato, tanto più grave pesa su di lui la
perdita di Dio e tanto più lo soffoca la creatura di cui ha abusato.
I
cattolici dannati soffrono di più che quelli di altre religioni, perché essi,
per lo più, ricevettero e calpestarono più grazie e più luce.
Chi
più seppe, soffre più duramente di chi conobbe meno.
Chi
peccò per malizia, patisce più acutamente di chi cadde per debolezza.
Mai
nessuno patisce più di quello che ha meritato. Oh, se non fosse vero ciò, io
avrei un motivo d'odiare!
Tu
mi dicesti un giorno che nessuno va all'Inferno senza saperlo: ciò sarebbe
stato rivelato a una santa. Io me ne risi. Ma poi mi trincerai dietro questa dichiarazione.
«Così, in caso di necessità, rimarrà abbastanza tempo per fare una voltata»,
mi dicevo segretamente.
Quel
detto è giusto. Veramente, prima della mia subitanea fine, non conobbi
l'inferno com'è. Nessun mortale lo conosce. Ma io ne avevo la piena
coscienza: «Se muori, vai nel mondo di là dritta come una freccia contro
Dio. Ne porterai le conseguenze».
Io
non feci dietro-front, come ho già detto, perché trascinata dalla corrente
dell'abitudine. Spinta da quella
conformità
per cui gli uomini, quanto più invecchiano, tanto più agiscono in una stessa
direzione.
La
mia morte avvenne così.
Una
settimana fa - parlo secondo il vostro computo, perché rispetto al dolore,
potrei dire benissimo che son già dieci anni che brucio nell'inferno - una
settimana fa, dunque, mio marito e io facemmo di domenica una gita, l'ultima
per me.
II
giorno era spuntato radioso. Mi sentivo bene quanto mai. M'invase un sinistro
sentimento di felicità, che serpeggiò in me per tutta la giornata.
Quand'ecco
all'improvviso, nel ritorno, mio marito fu abbacinato da un'auto che veniva di
volata. Perdette il controllo.
«Jesses»
(*) mi scappò dalle labbra con un brivido. Non come preghiera, solo come grido.
Un dolore straziante mi compresse tutta. In confronto con quello presente
una bagattella. Poi perdetti i sensi.
(*) Storpiamento di Jesus, usato frequentemente fra alcune popolazioni di lingua tedesca.
Strano!
Quella mattina era sorto in me, in modo inspiegabile, questo pensiero: «Tu
potresti ancora una volta andare a Messa». Suonava come un'implorazione.
Chiaro
e risoluto, il mio «no» troncò il filo dei pensieri. «Con queste cose
bisogna farla finita una volta. Mi addosso tutte le conseguenze!». Ora le
porto.
Ciò
che avvenne dopo la mia morte, già lo saprai. La sorte di mio marito, quella di
mia madre, ciò che accadde del mio cadavere e lo svolgimento del mio funerale
mi son noti nei loro particolari mediante cognizioni naturali che noi qui
abbiamo.
Quello,
del resto, che succede sulla terra, noi lo sappiamo solo nebulosamente. Ma ciò
che in qualche modo ci tocca da vicino, lo conosciamo. Così vedo anche dove
tu soggiorni.
Io
stessa mi risvegliai improvvisamente dal buio, nell'istante del mio trapasso.
Mi vidi come inondata da una luce abbagliante.
Fu
nel luogo medesimo dove giaceva il mio cadavere. Avvenne come in un teatro,
quando nella sala d'un tratto si spengono le luci, il sipario si divide rumorosamente
e si apre una scena inaspettata, orribilmente illuminata. La scena della mia
vita.
Come
in uno specchio l'anima mia si mostrò a me stessa. Le grazie calpestate dalla
giovinezza fino all'ultimo «no» di fronte a Dio.
Io
mi sentii come un assassino al quale, durante il processo giudiziario, vien
portata dinanzi la sua vittima esamine.
Pentirmi?
Mai! Vergognarmi? Mai!
Però
non potevo neppure resistere sotto gli occhi di Dio, da me rigettato. Non mi
rimaneva che una cosa: la fuga.
Come
Caino fuggì dal cadavere di Abele, così l'anima mia fu spinta via da quella
vista di orrore. Questo fu il giudizio particolare: l'invisibile Giudice
disse: «Via da me!».
Allora
la mia anima, come un'ombra gialla di zolfo, precipitò nel luogo dell'eterno
tormento.
La
mattina, al suono dell'Angelus, ancora tutta tremante per la notte spaventosa,
mi alzai e corsi per le scale nella cappella. Il cuore mi pulsava fin sulla
gola. Le poche ospiti, inginocchiate vicino a me, mi guardarono; ma forse
pensarono che fossi così eccitata per la corsa fatta giù per le scale.
Una
signora bonaria di Budapest, che mi aveva osservata, mi disse sorridendo: -
Signorina, il Signore vuole essere servito con calma, non di corsa!
Ma
poi si accorse che qualcosa d'altro mi aveva eccitato e mi teneva ancora in
agitazione. E mentre la signora mi rivolgeva altre buone parole, io pensavo:
«Dio solo mi basta!». Sì, egli solo mi deve bastare in questa e nell'altra
vita. Voglio un giorno poterlo godere in Paradiso, per quanti sacrifici mi
possa costare in terra. Non voglio andare all'Inferno!
E
Vicariatu Urbis, die 9 aprilis 1952. tALOYSIUs TRAGLIA
Aqrchiep.us
Caesarien. Vicesgerens
Per richieste: Don Renzo del Fante – Via Cavour 21, 20077 Melegnano – MI.