ALLA SCUOLA DI CLAUDIO LA COLOMBIERE

Paray le Monial 15 febbraio 2004 Padre Gerard Dufour Maison La Colombiere Editore

Perché festeggiare oggi un religioso che è vissuto in un'epoca così lontana e differente dalla nostra? Ci si potrebbe anche domandare: perché Giovanni Paolo II ha sentito il bisogno di canonizzare, il 31 maggio 1992, 310 anni dopo la morte, colui che Pio XI aveva beatificato nel 1929, dopo 9 anni dalla canonizzazione di Margherita Maria da parte di Benedetto XV? è certamente per il fortissimo legame che univa il gesuita alla Visitandina nel compimento di una missione particolare: stabilire il culto del Cuore di Gesù per rispondere ai bisogni di un mondo inquieto e tormentato.

Il ruolo di Claudio La Colombière in quest'opera divina non è sempre valutato nel suo giusto valore. Non lo si dice abbastanza: la sua breve missione a Paray le Monial, che non è durata che 18 mesi, ha evitato una catastrofe e senza di lui, Paray senza dubbio non avrebbe avuto il titolo di «Città del S. Cuore di Gesù». Ma guardiamo i fatti.

Quando Claudio arriva a Paray, all'inizio del 1675, si parla molto di una religiosa che sostiene di avere avuto delle visioni di Gesù. Ciò era cominciato molto tempo prima del suo ingresso in monastero. Naturalmente la sua superiora si preoccupa: verità o immaginazione? Allora si ricorre a uomini di dottrina (è così che li designa la storia) che ascoltare le confidenze di Margherita Maria e concludono rapidamente per delle allucinazioni, con una sentenza crudele e definitiva: «bisogna far mangiare della zuppa a questa ragazza!». Ecco che la questione è regolata, non se ne parlerà più... e il messaggio del Cuore di Gesù sarà sepolto! Non esagero: negli scritti di Margherita Maria leggiamo che essa temeva di essere mandata via dal monastero!

è a questo punto che interviene Claudio La Colombière al quale la Madre de Saumaise, superiora alla Visitazione, riporta il fatto. Formato, attraverso gli Esercizi Spirituali, al discernimento degli Spiriti, egli ha il cuore puro. La scienza teologica del gesuita viene a confrontarsi con l'umiltà di una giovane che ignora la via mistica, ma è immersa suo malgrado, fin dall'infanzia in questo cammino inconsueto. L'incontro e le confidenze non vengono spontanei, ma finalmente, incoraggiata da Gesù stesso che chiama Claudio suo «perfetto servitore e fedele amico», essa si decide a dire tutto. Il religioso non esita a contestare il giudizio negativo e sommario pronunciato frettolosamente su Margherita Maria dai pretesi uomini di dottrina, è conquistato dall'umiltà e dall'obbedienza della Visitandina, la sua conclusione si impone: essa dice la verità!

Da quel momento, avendo rassicurato la superiora del monastero, Claudio sarà associato al messaggio del Cuore di Gesù, in particolare alla grande apparizione del giugno 1675 nella quale Gesù dirà: «Ecco il Cuore che ha tanto amato gli uomini» e chiederà l'instaurazione di una festa per onorare il suo Cuore e riparare gli oltraggi di cui è oggetto nella santa Eucaristia. Claudio non ha beneficiato di questa apparizione, ma ne ha ricevuto la confidenza il giorno seguente ed ha avuto l'idea geniale di domandarne una relazione scritta a Margherita Maria, documento che egli custodirà gelosamente e riporterà negli appunti del ritiro che farà a Londra due anni dopo. Due anni dopo la morte di Claudio, nel 1684, gli appunti del suo ritiro sono pubblicati e ottengono un successo considerevole. Se ne dà lettura nel refettorio della Visitazione e le religiose sono stupite nell'ascoltare questa dichiarazione: "Ho compreso che Dio voleva che lo servissi procurando il compimento dei suoi desideri, riguardanti la devozione che egli aveva suggerito a una persona alla quale egli si era rivelato molto confidenzialmente e per la quale egli ha voluto servirsi della mia debolezza. Essendosi dunque Dio aperto a una persona che vi è motivo di credere sia secondo il suo cuore per le grandi grazie che le ha fatto, essa me ne ha parlato e io l'ho obbligata a mettere per iscritto quello che mi aveva detto, ho poi riportato questo nel diario dei miei esercizi, affinché il buon Dio voglia, nel compimento dei suoi disegni, servirsi delle mie deboli cure». Segue il racconto della grande apparizione. Le religiose si rendono conto che si tratta di Margherita Maria. Ormai ella potrà propagare la devozione al Cuore di Gesù molto più liberamente, anche se non mancheranno le opposizioni e le difficoltà. Ma Gesù aveva promesso: «Se tu credi, vedrai la potenza del mio Cuore».

Ecco i fatti, che parlano da soli. Claudio La Colombière è stato uno strumento senza il quale Paray le Monial e tutte le sue conseguenze sarebbero stati soffocati. Non è inutile sottolinearlo allo scopo di dare a questo servo di Dio il posto che merita tra i santi patroni della Diocesi di Autun Chalon e Mâcon.

Ma non vorrei limitarmi semplicemente a questa retrospettiva. Si tratta di sapere quello che oggi Claudio La Colombière può portare alla Chiesa. I Santi a volte ci sono presentati come intercessori e come modelli. Occorre dunque pregare san Claudio, ma anche ispirarci al suo esempio.

Una parola di Claudio mi ha sempre colpito, è una preghiera che mi sembra riassumere la sua vita, eccola: "Sacro Cuore di Gesù, insegnami l'oblio di me stesso, poiché è la sola via attraverso la quale si può entrare in te".

Essa costituirà il `filo rosso' del nostro incontro.

Questa parola si trova nell'Offerta al Sacro Cuore, un testo abbastanza lungo, ma molto bello. Non si sa quando Claudio abbia composto tale offerta: alcuni pensano immediatamente dopo la grandiosa apparizione di Gesù a Margherita Maria, nel giugno del 1675, altri la pongono al termine degli Esercizi che Claudio fece a Londra due anni più tardi. Poco importa, una cosa è sicura: questo testo è largamente ispirato dal messaggio del Cuore di Gesù a Margherita Maria e, per mezzo di essa, al mondo. Del resto l'espressione «Cuore di Gesù» ritorna nove volte in questa offerta.

Ora, perché Claudio si offre così al Cuore di Gesù e non semplicemente a Gesù? Senza dubbio perché nel Cuore divino egli trova la sorgente e l'espressione più perfetta dell'amore gratuito di Dio per noi, un amore che si offre a tutti gli uomini, ma spesso non trova che rifiuto, disprezzo, indifferenza si riconoscono qui le parole della grande apparizione del Cuore di Gesù a Margherita Maria. Claudio lo dice con forza a modo suo: "Egli ama e non è per niente amato", sofferenza dell'amico che si affligge per il discredito del suo amico e che desidererebbe ardentemente che una tale sorgente di benevolenza non restasse inutilizzata. è con ragione che la statua di Claudio lo mostra con un libro quello degli Esercizi spirituali, con la scritta ben leggibile: «Egli ama e non è amato». Gesù è venuto ad accendere il fuoco sulla terra, il fuoco dell'amore divino. Come non essere addolorati constatando quanto esso sia ignorato da tanti nostri contemporanei?

Claudio, dunque, si rivolge al Cuore di Gesù per presentargli una richiesta. Che cosa gli chiede? La risposta è sorprendente: «Insegnami il perfetto oblio di me stesso». Ecco un valore che lo spirito del mondo non sembra apprezzare. Quali sono i nostri desideri più profondi? Riuscire, essere considerati, essere influenti, avere una buona salute, ricchezze, approfittare al massimo dei beni mondani, il che non è necessariamente cattivo, ma noi sappiamo a che punto tutto questo sia ambiguo e fragile.

Nel Vangelo, Gesù non parla mai di oblio di se stessi, ma esprime in modo diverso questa necessità, per esempio nella prima beatitudine: "Beati i poveri in spirito". O, ancora, quando spiega che per seguirlo bisogna rinunciare a se stessi e prendere la propria croce tutti i giorni; oppure che il regno di Dio è simile ad un tesoro nascosto e che per impossessarsene bisogna essere pronti a privarsi di tutto ciò che si ha; o ancora quando esalta il dono della povera vedova, che ha dato due monetine, tutto ciò che possedeva per vivere; o quando gli apostoli, udito il suo appello, lasciano tutto per seguirlo. Sarebbe interessante rileggere il Vangelo per ritrovarvi tutte queste specie di oblio di sé per un bene maggiore che, in definitiva, altro non è che l'Amore di Dio: essere capaci di accogliere questo amore e, in questo modo, avere un cuore libero, non è un programma di vita?

In una delle sue meditazioni sulla passione Claudio si stupisce che Gesù abbia voluto tanto soffrire e chiede: "Ci si deve stupire che un cuore ingombro non possa dare spazio al tuo amore che vuole regnare da solo? Sono sicuro che quando ti offrirò il mio cuore (vuoto) non rifiuterai di riempirlo con il tuo amore, di venirci ad abitare tu stesso, di farne un paradiso terrestre e di renderlo disponibile alla carità perfetta".

Nulla di più vero: l'amore perfetto suppone il perfetto oblio di sé.

Se cerchiamo delle espressioni affini a questo oblio, pensiamo: offerta, consacrazione, rinuncia, sacrificio, generosità, gratuità, compassione, abbandono, fiducia: altrettante risonanze di una risposta ad un Dio che ama e che non è amato.

Claudio scrive: "Sacro Cuore di Gesù, insegnami...". Si trova dunque nello stato d'animo di un discepolo che ricerca costantemente la verità accanto ad un maestro stimato, che trova nella vista del suo maestro un esempio da imitare. Nel Vangelo Gesù invita spesso i suoi discepoli ad ascoltare i suoi insegnamenti, una volta sola dice loro: "Imparate da me", "imparate da me che sono mite e umile di cuore". Il Salvatore si rivolge a delle persone stanche, forse da una ricerca di ragioni di vita che non trova risposta o da una religione troppo esigente. "Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo". Il percorso cristiano è proprio il "venire a Gesù" riconoscendolo come maestro affascinante e credibile. è appunto ciò che Claudio realizza quando domanda al Salvatore: "Insegnami". è sempre mediante la preghiera e la meditazione del Vangelo che si esprime la ricerca dell'unico Salvatore.

Ora, egli che cosa ci insegna? "Seguite me perché sono mite ed umile di cuore e troverete riposo per le vostre anime". C'è un rapporto tra l'oblio di sé di cui parla Claudio e la mitezza e l'umiltà che propone il Cristo? Certamente, dal momento che nulla è più contrario allo Spirito di Gesù della durezza e dell'orgoglio.

All'inizio della sua offerta Claudio riassume ciò che ha scoperto nella contemplazione del Cuore di Gesù. Questo passaggio merita di essere citato integralmente:

"Le virtù principali che si vogliono onorare nel Cuore di Gesù sono: primo, un amore molto ardente per Dio, suo Padre, unito ad un rispetto immenso e ad una umiltà sconfinata; secondo, una pazienza infinita nelle sofferenze, una contrizione ed un dolore estremi per i peccati di cui egli si è caricato; la fiducia di un figlio molto tenero, unita alla confusione di un grandissimo peccatore; terzo, una profonda compassione per le nostre miserie; uno sconfinato amore malgrado queste miserie... una costanza immutabile dovuta ad una aderenza così perfetta alla volontà di Dio che non avrebbe potuto essere offuscata da alcun evento, per quanto contrario esso avesse potuto apparire al suo zelo, alla sua umiltà, al suo amore stesso e a tutte le disposizioni d'animo in cui si trovava".

Gesù è il perfetto esempio di oblio di sé: nel suo totale amore del Padre, caratterizzato da rispetto ed umiltà, nella sua completa adesione alla Sua volontà di salvare tutti gli uomini, nella sua perfetta compassione per le nostre miserie che egli ha assunto su di sé.

Questi sentimenti del Cuore di Gesù, scrive Claudio, sono sempre attuali, pensando senza dubbio al testo della lettera agli Ebrei, che ci mostra il Cristo che intercede incessantemente per noi. Oggi, nella gloria del Padre, Gesù non cessa di amare gli uomini, di diffondere su di loro le sue grazie e le sue benedizioni, di compatire tutte le loro miserie, di darsi ad essi e di accoglierli, di offrire loro asilo, dimora e paradiso sulla terra.

Ora la risposta degli uomini non è all'altezza del dono di Dio: a fronte di tanta generosità, Gesù non riceve che durezza, oblio, disprezzo, ingratitudine (riconosciamo le parole della grande apparizione) e Claudio non può che constatare:

"Egli ama e non è amato, e non si conosce neanche il suo amore perché non ci si degna di ricevere i doni attraverso i quali egli vorrebbe testimoniarlo, né ascoltare le tenere e segrete dichiarazioni che vorrebbe farne al nostro cuore".

è da questa tristezza del Cuore di Gesù che scaturisce l'offerta di Claudio: "A riparazione di tanti oltraggi e crudeli ingratitudini... ti offro il mio cuore, con tutte le emozioni cui è capace, mi dò interamente a te ... desidero dimenticarmi di me stesso... per eliminare l'ostacolo che potrebbe impedirmi l'accesso a questo Cuore Divino che hai la bontà di aprirmi, e in cui spero di entrare per viverci e morire, insieme ai tuoi più fedeli servitori, completamente pervaso ed infiammato dal tuo amore".

Il grande desiderio di Claudio è vivere nel cuore di Gesù. L'immagine può stupirci, ma si trova tale e quale nel vangelo di San Giovanni, al cap. 15, in cui Gesù parla della vite e dei tralci e lancia questo appello: "Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me... Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla... Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato ... Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena".

Si tratta dunque di una comunione assolutamente abituale e molto profonda tra il discepolo ed il suo Maestro: accoglienza senza riserve della Buona Novella, sottomissione totale ai comandamenti e soprattutto al duplice comandamento della carità verso Dio everso il prossimo, condivisione dei sentimenti del Cuore di Gesù nella sua missione di Salvatore, in conclusione identificazione del cristiano a Cristo, al punto da poter dire, come San Paolo: "Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me".

Ma questo suppone il "perfetto oblio di se stessi"!...

Possiamo tentare di scoprire come Claudio si sia sforzato di vivere questa espropriazione. Per far questo abbiamo gli appunti dei suoi esercizi spirituali, le sue omelie, la sua corrispondenza. Uno studio esaustivo non è possibile nell'ambito di questa esposizione, ma possiamo sempre spigolare qua e là qualche `perla', tale da incoraggiare la nostra offerta, il nostro oblio di noi stessi. Pensiamo forse che tale offerta sia soltanto delle persone consacrate? Non dobbiamo dimenticare che, attraverso il Battesimo, noi siamo consacrati al Signore, gli apparteniamo, perciò dobbiamo vivere questa appartenenza che suppone un certo oblio di sé. Dunque il messaggio di Claudio tocca tutti noi, quale che sia il nostro stato di vita.

Secondo il padre MarieEugène del Bambino Gesù, fondatore dell'Istituto NotreDame de Vie, il dono di sé, per essere genuino, dev'essere senza riserve, senza condizioni e di frequente rinnovato.

Quest'oblio di sé si manifesta sia nella vita personale di Claudio che nell'esercizio del suo ministero. Studieremo in successione questi due aspetti, lasciandogli spesso la parola.

Anzitutto, la vita personale, spirituale, del religioso, del consacrato.

Nei suoi esercizi Claudio scrive: "Dio mi ha troppo amato perché ormai io mi risparmi nei suoi confronti: il solo pensiero mi fa orrore. Potrei mai non essere interamente suo, dal momento che egli ha usato verso di me tanta misericordia? Potrò mai riservare qualcosa per me dopo tutto quello che ho ricevuto da lui? Mai il mio cuore acconsentirà a questa decisione" (R 37).

Sembra che il motto della famiglia La Colombière fosse "Senza riserve". Ma l'amore vero può accontentarsi di mezze misure? Il comandamento più grande non chiede di amare il Signore con TUTTO il nostro cuore, TUTTA la nostra anima e TUTTE le nostre forze? Si può pretendere di amare se si riserva qualche cosa per sé?

Le stesse disposizioni d'animo si trovano nelle note di Claudio riguardanti la contemplazione "per giungere all'amore", che conclude gli Esercizi Spirituali: "Nella meditazione dell'amore di Dio sono stato molto colpito, considerando i beni che ho ricevuto da lui dal mio primo momento di vita fino ad ora. Che bontà! Che cura! Che provvidenza e per il corpo e per l'anima! Che pazienza! Che dolcezza! Certamente non ho avuto difficoltà nel darmi tutto a lui o, almeno, di desiderare con tutto il cuore di appartenergli, poiché non oso ancora illudermi di aver compiuto il sacrificio... La verità è che mi giudicherei il più ingrato, il più infelice degli uomini se mi riservassi qualcosa per me. Mi rendo conto che devo assolutamente appartenergli e non potrei mai acconsentire ad alcuna divisione del mio cuore" (R 71).

In una delle sue lettere Claudio affermerà ancora: "Dobbiamo abituarci a fare a meno di tutto tranne che di Lui" (L 147).

Il primo ambito in cui si è chiamati a vivere l'oblio di sé è la preghiera. Accade che nella vita di preghiera, soprattutto agli inizi, si provino delle consolazioni sensibili, degli slanci di generosità, delle illuminazioni su qualche passaggio del Vangelo, la sensazione della presenza di Dio. Il Signore permette questo all'inizio della vita spirituale, ma ben presto viene il momento in cui occorre perseverare anche senza il minimo fervore sensibile, perché grande è il pericolo di ricercare le consolazioni, il che ha per effetto di ricercare se stessi, di desiderare i doni di Dio piuttosto che lui. In questi suoi appunti Claudio scrive: "Ritengo che di tutte le esperienze dello spirito nella preghiera, quella dell'aridità e della desolazione sia la più adatta per acquisire dei meriti. Un'anima che cerca soltanto Dio sopporta senza difficoltà questo stato e si eleva facilmente al di sopra di tutto quello che passa nell'immaginazione e nella parte inferiore dell'anima, ove sono la maggior parte delle consolazioni. Essa non si stanca di amare Dio, di umiliarsi, di accettare questa situazione, anche per sempre. Niente è tanto sospetto quanto queste dolcezze e niente di più pericoloso di esse; ci si attacca ad esse, qualche volta, e spesso, dopo che sono passate, non si prova più fervore per il bene, al contrario. Ma è per me una forte consolazione pensare di avere un cuore libero e che soltanto attraverso questo cuore posso meritare o demeritare" (R 12).

Claudio tocca qui un punto capitale della vita spirituale: sapere cioè che quello che importa non è ciò che proviamo ma ciò che noi vogliamo nel più intimo di noi stessi, quello che noi decidiamo liberamente anche senza provare nulla.

Nello stesso ambito della preghiera portiamo in noi il desiderio insoddisfatto di una preghiera tranquilla e senza intralci, il che è certamente un'illusione. In questa prospettiva Claudio affronta il problema delle distrazioni, di cui noi ci affliggiamo così volentieri. Certo, non si tratta di abbandonarvisi volontariamente per evitare la noia di una preghiera arida, ma quando esse si presentano nostro malgrado non bisogna colpevolizzarsi. Così Claudio consiglia:

"E', la grande illusione e quanto è comune di immaginarsi di avere poche o molte virtù, a seconda che si abbiano molte o poche distrazioni nella preghiera. Ho conosciuto delle religiose che erano giunte ad un grado elevato di contemplazione e che erano spesso distratte dall'inizio della preghiera sino alla fine. La maggior parte di queste persone che provano così gran pena per questi smarrimenti di spirito sono delle anime piene di amor proprio, che non possono sopportare la confusione che questo provoca loro davanti a Dio e davanti agli uomini" (L 74).

Dimenticarsi di se stessi significa accettare la preghiera che lo Spirito ci dà...

Claudio evoca appunto l'amor proprio (la parola che egli usa è «lâché») che è l'esatto contrario dell'oblio di sé. All'inizio è un movimento naturale, legato all'istinto di conservazione, ma se non è temperato da un amore che si dona, diventa rapidamente egocentrismo ed orgoglio. Questa tendenza minaccia particolarmente le persone più dotate. Ora noi sappiamo che Claudio la Colombière era uno spirito particolarmente brillante, che aveva esercitato dei ministeri che l'avevano messo molto in vista. Ma era ben consapevole di questa tendenza contro la quale la sua corrispondenza ne fa fede egli lotterà tutta la vita.

Per questo Claudio predilige l'ubbidienza, rinuncia alla propria volontà. è noto che nel corso degli Esercizi egli fa un voto di obbedienza più esteso del voto di religione, che non si applica se non quando il superiore ordina "in nome della santa ubbidienza", il che è comunque molto raro. La sua promessa riguarda le Costituzioni e le diverse regole della Compagnia, che non sono in realtà altro che consigli. Più tardi confesserà a delle religiose orsoline che quest'oblio di se stesso nell'ubbidienza è stato una liberazione: "Riconosco che la perseveranza nella pratica dell'ubbidienza ha costituito tutta la felicità della mia vita, che devo ad essa tutte le grazie ricevute da Dio e che preferirei rinunciare ad ogni sorta di mortificazioni, di preghiere, di opere buone, piuttosto che allontanarmi di una sola virgola non dico dai comandamenti, ma anche dalla volontà di coloro che mi governano, purché possa intravvedere questa volontà. Oh mio Dio! Come si può avere un solo momento di riposo quando si fa la propria volontà?".

Nei suoi appunti degli esercizi spirituali, contemplando Gesù morente sulla Croce, Claudio chiedeva la morte di quello che San Paolo chiama "l'uomo vecchio", cioè l'uomo peccatore, centrato su se stesso (R 64): "Considerando Gesù Cristo morente sulla Croce, mi sono reso conto che l'uomo vecchio vive tuttora in me e che se Dio non mi sostiene con una grande grazia mi ritroverei, dopo trenta giorni di esercizi e di meditazione, debole quanto all'inizio. Occorre che Dio faccia un grosso miracolo per farmi completamente morire a me stesso".

Nella stessa prospettiva, Claudio, in una delle sue lettere (49), parla dei tanti legami che gli impediscono di essere totalmente del Signore e la cui liberazione sarà innanzitutto opera di Dio stesso: "Da quando sono malato non ho appreso altro che questo: noi imprigioniamo noi stessi con piccoli, impercettibili legami; ho compreso pure che, se Dio non vi mette mano, noi non li spezziamo, anzi, neppure li riconosciamo; e poi ho capito che la nostra santificazione è soltanto opera sua; che non è cosa da poco desiderare sinceramente che Dio faccia tutto ciò che è necessario a questo scopo; poiché noi non abbiamo né abbastanza luce né abbastanza forza da riuscirci".

Nota pure nei suoi esercizi: "Ho deciso di essere tra quelli che vogliono guarire a qualunque prezzo. E dal momento che ho riconosciuto che la mia passione dominante è la vanagloria, ho fatto il fermo proposito di non tralasciare alcuna di tutte le umiliazioni che posso procurarmi... Dio ci richiede questo per amicizia; noi ci applichiamo in quest'esercizio come un buon amico, in ogni occasione, cerca di far piacere al suo amico" (R 36).

Ma chi è questo amico? Claudio risponde che ce n'è uno solo: Gesù, il vero amico. Per condividere in pieno questa amicizia Claudio si sente chiamato a rinunciare a tutte le altre amicizie terrene tra le quali troverebbe conforto, il che non avviene senza lacerazioni:

"I miei amici mi amano, io li amo; tu lo vedi e lo sento, Dio mio! Tu solo bene, tu solo amabile! Devo sacrificarteli dal momento che mi vuoi tutto per te? Farò questo sacrificio, che mi costerà più caro del primo, quello che ho fatto lasciando mio padre e mia madre. Lo faccio, quindi, questo sacrificio, e di buon grado, dal momento che mi impedisci di condividere la mia amicizia con una creatura... Ma in cambio, mio Divino Salvatore, sii loro amico. Come tu vuoi prendere in me il loro posto, prendi tu tra loro il posto mio; te li ricorderò tutti i giorni nelle mie preghiere". (JS 117)

E bisognerebbe citare anche la magnifica preghiera che conclude una delle sue riflessioni cristiane (39): "Gesù, sei il solo e vero amico...".

Questa lotta contro l'amor proprio durerà tutta la vita. In una lettera a Margherita Maria, ormai indebolito a causa della malattia, Claudio constata: "Non riesco a giungere a quest'oblio di me stesso che mi farebbe penetrare nel Cuore di Gesù Cristo, dal quale, perciò, sono ben lontano. Vedo bene che, se Dio non ha pietà di me, morjrò essendo ancora molto imperfetto. Sarebbe per me una grande dolcezza se potessi infine, dopo tanto tempo trascorso nella vita religiosa, scoprire attraverso quale mezzo potrei raggiungere un completo oblio di me stesso. Domandate per me al nostro buon Maestro che io non faccia nulla contro la sua volontà e che per tutto il resto disponga a suo piacere. Ringraziatelo, per favore, della condizione in cui mi ha posto. La malattia era per me una cosa assolutamente necessaria; senza di essa non so che cosa sarei diventato; sono convinto che sia una delle più grandi misericordie che egli abbia esercitato su di me" (L 50).

Ritorneremo su questa purificazione del desiderio attraverso la malattia. Una parola ancora sui sensi di colpa che esprimono una certa ricerca di sé e che possono portare ad una mancanza di speranza. All'inizio degli Esercizi spirituali è normale fare un esame di coscienza, specialmente attraverso la meditazione sulla morte: bisogna avere paura o fiducia? Claudio risponde (R 9): "Riflettendo su ciò che fa paura della morte, sui peccati passati e i castighi futuri, si è presentata una risposta al mio spirito, che ho accettato di tutto cuore e con una grande consolazione. Ed è stata che, all'ultimo istante, di tutti peccati che mi si presenteranno ne farò un fagotto che getterò ai piedi del nostro Salvatore, perché sia consumato dal fuoco della sua misericordia; più il loro numero sarà grande, più mi sembreranno enormi, tanto più volentieri glieli offrirò da consumare, perché quello che gli chiederò sarà altrettanto degno di essa" (cioè della sua misericordia).

Ad una religiosa troppo portata all'introspezione dà un consiglio analogo (L 90): 'Temo che abbiate lo sguardo un po' troppo appuntato su di voi. Mi sembra che sarebbe bene dimenticarsi di se stessi, talvolta, e di preoccuparsi delle proprie miserie soltanto in quanto esse ci fanno conoscere l'immensa misericordia di Dio verso di noi. Inoltre credo che non bisognerebbe molto stupirsi di trovarsi tanto miserabili. Che altro potremmo aspettarci da noi stessi? Ma bisogna ammirare con soddisfazione ed amare la bontà di Dio, che vi ama così come siete e che vuole fare di voi un trofeo a gloria della sua misericordia infinita".

Va da sé che tali consigli non si rivolgono a cuori induriti, ma a delle persone che, nella loro ricerca di Dio, rischiano di chiudersi in se stesse, alla ricerca di una santità che sarebbe opera loro, non del Signore. Dimenticarsi di se stessi è accettare che la nostra giustizia ci venga data, che essa sia grazia e non retribuzione dei nostri meriti.

Ecco qualche approccio all'oblio di sé nella vita personale e spirituale. Ora vediamo come Claudio esamina l'oblio di sé nell'esercizio del ministero, perché questo è un ambito in cui l'amor proprio può facilmente insinuarsi.

Nei suoi esercizi prima della professione, egli annota: "Credo che ciò che mi raffredda sia il timore che ho, nelle circostanze in cui questo zelo si manifesta, di cercare me stesso. Infatti non c'è nessuno nel quale la natura non cerchi di raggiungere il suo scopo, soprattutto quando ci si riesce, come ci si deve augurare per la gloria di Dio. è necessaria una grande grazia e una grande forza per resistere al fascino che si prova a cambiare i cuori ed alla fiducia che nutrono in voi le persone avvicinate" (R 4).

Claudio scriverà ancora, poco dopo: "Per fare molto per Dio bisogna appartenergli completamente: per poco che vi tiriate indietro, diventerete poco adatti a fare grandi cose per il prossimo".

Essere tutto di Dio vuol dire non cercare che la volontà di Dio, quindi rinunciare alla propria volontà. Per questo un cambiamento di responsabilità costituisce uno sradicamento spesso penoso, ma salutare. Nel suo diario spirituale Claudio annota: "Un mezzo eccellente per distaccare il proprio cuore da tutto è cambiare spesso luogo e mansioni; ci si attacca insensibilmente e ci si radica, il che provoca afflizione al momento della separazione. è quasi una morte uscire da un luogo dove si è conosciuti e dove si ha qualche amico. Quello che mi farà sempre sopportare questa separazione senza smarrimento è il pensiero che Dio mi accompagnerà ovunque e che troverò il medesimo Signore ovunque debba recarmi... è lo stesso Dio che prego qui, che mi conosce, che mi ama e che unicamente voglio amare" (JS 118).

Stesso ragionamento per quanto riguarda le persone affidate al ministero dell'apostolo. Potrebbe ricercare se stesso nella frequentazione di persone ricche, istruite, virtuose. Scrive: "Ringrazio Dio di non aver trovato in me alcuna ripugnanza ad occuparmi dell'istruzione dei bambini e dei poveri; mi sembra, al contrario, che affronterò questi ruoli con piacere; non sono esposti alla vanità e sono, in genere, più fruttuosi. Dopo tutto, l'anima di un povero è tanta cara a Gesù Cristo quanto quella di un re e poco importa chi sia a riempire il paradiso. Tra i segni che Gesù Cristo dà della sua missione, questo è uno dei principali: i poveri sono evangelizzati" (R 44).

Parimenti, nei suoi esercizi a Londra Claudio constata: "Non provo più tanta passione per la vanagloria. è un miracolo che soltanto Dio poteva fare in me. I ruoli prestigiosi non mi toccano più come un tempo. Mi sembra di non cercar altro che le anime e quelle dei luoghi piccoli e dei villaggi mi sono ugualmente care delle altre".

Altro oggetto di oblio di sé nel ministero: sapere che l'opera da realizzare non è nostra, ma del Signore, nelle cui mani noi non siamo altro che degli strumenti. Claudio scrive: "Non essere altro che lo strumento quando si è l'operaio, questo facilita l'esecuzione dei compiti e serve all'umiltà... Che illusione pensare di servire Dio e il prossimo in modo maggiore o diverso da quello che a lui è gradito!" (R 30). Annota ancora, poco dopo: "Quando si capisce che cosa significhi salvare un'anima e che cosa siamo noi, ci si persuade ben presto che non è in nostro potere. Che follia pensare che con qualche parola detta di sfuggita si possa fare quello che tanto è costato a Gesù Cristo! Voi parlate ed un'anima si converte; è come il gioco delle marionette: il servo ordina alla bambola di ballare ed il maestro la scuote mediante una molla. Non è questione di ciò che si dice, quanto piuttosto dei buoni sentimenti per mezzo della quale Dio opera qualcosa di straordinario in un'anima!" (R 51).

La meditazione sulla scelta degli apostoli contiene la medesima verità (R 35): "Gesù sceglie come apostoli della povera gente, della gente analfabeta e, giudicando da un punto di vista meramente umano, molto poco adatta al suo progetto. Non che si debba essere di natali oscuri e ignoranti per lavorare alla salvezza delle anime; ma per far capire a tutti quelli che vi sono chiamati quanto i loro talenti, naturali o acquisiti, sono poco necessari e che non sono essi il motivo del successo che possono avere nel loro utilizzo".

Questa certezza di non essere che servitori è anche motivo di conforto: l'oblio di sé consiste nell'affidarsi alla Provvidenza, alla grazia di Dio. Claudio scrive, mentre si trova in Inghilterra, nel bel mezzo di molte difficoltà: "Cerco di abbandonarmi alla Provvidenza perché mi sembra che, oltre che alla pace dell'anima e alla dolcezza della vita, in tale abbandono si trovi ogni cosa. Senza questo aiuto non saprei vivere il ruolo che rivesto; perché la cura delle anime produce mille inquietudini, a causa della resistenza che esse oppongono alla grazia o dell'incostanza dello spirito umano, su cui non si può fare affidamento. Occorre necessariamente affidare il successo a Colui che può rendere efficaci le nostre fatiche".

Il che comporta la necessità della preghiera: questo è un altro aspetto dell'oblio di sé nell'offerta del proprio tempo e nel riconoscimento di essere uno strumento. Nel suo diario spirituale Claudio racconta la sua esperienza: "La predicazione è inutile senza la grazia; e la grazia non si ottiene se non con la preghiera... Se ci sono poche conversioni tra i cristiani è perché ci sono poche persone che pregano, benché ve ne siano molte che predicano. Quanto queste preghiere sono gradite a Dio! è come quando si prega una madre di perdonare suo figlio!" (JS 89).

Tuttavia Claudio riconosce che non sempre vi è il piacere della preghiera, ancora un motivo di oblio di sé. In fondo, egli conserva in sé il desiderio di una vita del tutto contemplativa ed è tentato di invidiare la sorella, visitandina a Condrieu. Ma anche in quel caso l'oblio di sé lo porta ad accettare la volontà di Dio: "Quanto invidierei il tuo ritiro, se non fossi ben persuaso che non esiste al mondo alcun bene più grande del fare la volontà di Colui che ci governa, ma è proprio questa la difficoltà di essere eternamente in mezzo agli uomini e non cercarvi che Dio; d'avere sempre più cose da fare di quante se ne possano fare, senza nondimeno perdere questo riposo dello spirito, al di fuori del quale non si può possedere Dio; d'avere a stento qualche istante per rientrare in se stessi e raccogliersi in preghiera, e non essere pur tuttavia mai fuori di se stessi. Tutto questo è possibile; ma ammetti che non è molto facile. Sono dove Dio vuole che sia, faccio ciò che Dio vuole che faccia: non conosco altra felicità nella vita, si può essere santi ovunque, quando lo si vuole veramente" (L 3).

Giustamente, la santità non è estranea alla missione dell'apostolo. Ma essa suppone notevoli sacrifici. Leggiamo ancora qualche riga del diario spirituale (113): "Che meraviglia, Dio tanto amabile, se un giorno volessi servirti della mia debolezza per allontanare dei miserabili dalle porte della morte! Se basta volerlo, lo voglio con tutto il cuore. E vero che bisogna essere santi per fare dei santi, e i miei considerevoli difetti mi fanno capire quanto sia lontano dalla santità. Ma fammi santo, mio Dio, e non risparmiami pur di rendermi buono; perché voglio diventarlo, costi quel che costi".

La santità è opera di largo respiro. Abbiamo la tendenza a volere tutto e subito, a bruciare le tappe. Ora è lungo tutta la nostra vita che Dio ci modella all'immagine di suo Figlio. Bisogna dunque dar prova di pazienza e di perseveranza. è un itinerario che Claudio descrive lungamente, ma con molta immaginazione: la marcia verso la santità (R 17): "C'è una lunga strada da percorrere per giungere alla santità e ad ogni passo che si fa si pensa di essere progrediti assai di più di quanto non sia; ma ben presto si constata che non è nulla, e che non si è ancora iniziato. Un uomo che lascia il mondo guarda questa decisione come qualcosa dopo la quale non gli resta più nulla da fare. Ma si ritrova nella vita (religiosa) conservando tutte le sue passioni, e che ha semplicemente cambiato di posto e che è mondano pur essendo fuori dal mondo, si rende conto di essere ben lontano dal suo obiettivo. Si presenta allora un altro passo da fare, il distaccarsi da tutto quanto non si è ancora distaccato nel suo stato, di ritirarsi dal mondo fin nell'intimo del suo cuore e di non provare amore per alcuna cosa creata. Diventare religioso è ben altro che lasciare il mondo. Quando ciò è fatto, vi è ancora un passo da fare, che è distaccarsi da se stessi, non cercare che Dio in Dio stesso, non solamente di non cercare nella santità alcun interesse personale il che sarebbe una grossolana imperfezione ma di non cercarvi neanche i nostri interessi spirituali, di non cercarvi che il puro interesse di Dio. Per giungere a questo punto, mio Dio, bisogna che lavori alacremente tu stesso".

Quest'azione purificatrice di Dio può concretizzarsi nella malattia, scuola di distacco da sé se viene accolta con generosità. Essa permette di scoprire i piccoli vincoli che ci rinviano a noi stessi e ci impediscono di essere interamente di Dio. Claudio ne dà testimonianza ad una religiosa (L 49 è un testo che abbiamo già letto, ma che merita di essere ripreso): "Per quanto riguarda i consigli che mi chiede, le dirò che da quando sono malato non ho appreso altro che questo: noi imprigioniamo noi stessi con piccoli, impercettibili legami; ho compreso pure che, se Dio non vi mette mano, noi non li spezziamo, anzi, neppure li riconosciamo; e poi ho capito che la nostra santificazione è soltanto opera sua; che non è cosa da poco desiderare sinceramente che Dio faccia tutto ciò che è necessario a questo scopo; perché da parte nostra noi non abbiamo né sufficiente luce né sufficiente forza per riuscirci".

"Da quando sono malato non ho appreso altro che questo: noi imprigioniamo noi stessi con piccoli, impercettibili legami; ho compreso pure che, se Dio non vi mette mano, noi non li spezziamo, anzi, neppure li riconosciamo; e poi ho capito che la nostra santificazione è soltanto opera sua; che non è cosa da poco desiderare sinceramente che Dio faccia tutto ciò che è necessario a questo scopo; poiché noi non abbiamo né abbastanza luce né abbastanza forza da".

Vi è senz'altro una grande purificazione dell'amor proprio quando lo zelo apostolico si confronta con le debolezze della malattia. Vedere l'immensità del compito e non poter fare altro che accettare in silenzio un'apparente inutilità, completare nella propria carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa, come dice San Paolo nella sua lettera ai Colossesi (1,24). Le lettere di Claudio ne danno una mirabile testimonianza: Nel momento in cui è in questione il suo rimpatrio egli confida alla Madre de Saumaise: "Ora non so che cosa nostro Signore mi prepara, se devo vivere o morire, restare qui o ritornare, predicare o rimanere ozioso. Non posso scrivere, né parlare né quasi pregare. Vedo una grande messe. Non ho mai avuto tanto il desiderio di lavorare, e non posso fare nulla. Sia fatta la volontà di Dio, non merito di servirlo".

In un'altra lettera Claudio, invece di ribellarsi, arriva fino ad offrire la sua inutilità, supremo oblio di se stesso: "Trovo ovunque una così grande messe che faccio una gran fatica a fermarmi; ciononostante mi ordinano il silenzio e sono deciso ad osservarlo. Se la Provvidenza mi richiama al paese delle Croci, sono assolutamente disposto a partire; ma da qualche giorno nostro Signore mi insegna a fare un sacrificio ancora più grande, cioè decidermi a non fare assolutamente nulla, se questo è la sua volontà, a morire il primo giorno e a spengere con la morte lo zelo ed i grandi desideri di lavorare alla santificazione delle anime, oppure trascinare in silenzio una vita inferma e languente, non essendo oramai altro che un peso inutile in tutte le case in cui mi troverei".

Ecco qualche approccio al `perfetto oblio di sé' che San Claudio domandava al Signore e che ha cercato di vivere generosamente per amore, per Cristo, suo Maestro ed Amico. Ecco l'esempio di una perfetta carità che possiamo sollecitare attraverso la sua intercessione. Che cosa vi è di più desiderabile di un amore di Dio senza riserve?

Per finire possiamo riprendere le ultime parole dell'offerta che faceva di se stesso al Cuore di Gesù, espressione del suo ardente desiderio unitamente alla coscienza della sua debolezza, tanto quanto la totale fiducia che egli aveva in Colui che l'aveva chiamato: "Sacro Cuore di Gesù, insegnami il perfetto oblio di me stesso perché è la sola strada per entrare in te.

Poiché tutto ciò che farò in avvenire sarà per te, fa' in modo che non faccia nulla che non sia degno di te.

Insegnami ciò che devo fare per giungere alla purezza del tuo amore, amore di cui mi hai infuso il desiderio.

Sento in me una grande volontà di piacerti ed una grande impotenza a raggiungere lo scopo, senza una gran luce ed un aiuto molto particolare che non posso aspettarmi che da te.

Fa' in me la tua volontà, Signore; mi ci oppongo, me ne rendo conto; ma desidererei proprio, mi pare, non oppormici.

Sei tu che devi fare tutto, divino Cuore di Gesù Cristo; avrai tutta la gloria della mia santificazione se divento santo; questo mi è più chiaro del giorno; ma sarà per te una grande gloria ed è soltanto per questo che voglio desiderare la perfezione".

 

Omelia per la festa di san Claudio della Colombière

15 febbraio 2004

La santa Eucaristia è presentata dal Concilio Vaticano Il come la sorgente e il culmine della vita cristiana. Giovanni Paolo II ha scritto un'enciclica per ricordare che la Chiesa `vive dell'Eucaristia'. Come Claudio la Colombière ha vissuto e insegnato questo sacramento? Abbiamo numerose indicazioni nei suoi appunti spirituali, nelle sue omelie e nelle sue riflessioni cristiane. Qui non potremo evidentemente che sfiorare qualche punto saliente.

Un primo approccio presenta l'Eucaristia come un segno d'amore: "L'amore è una passione che ci fa vivere nell'altro e per l'altro; nell'altro per il desiderio ardente e continuo che si prova di unirsi (a colui che si ama) per l'altro mediante lo zelo con il quale ci si dedica incessantemente, ci si sacrifica addirittura (per colui che si ama). L'amore di Gesù lo fa quasi uscire da se stesso per non vivere che in noi; il suo amore fa sì che egli, in qualche modo, si dimentichi di se stesso per non vivere che per noi " (omelia 20).

Ci si possono ben porre delle domande a proposito dell'Eucaristia, ma il mistero più grande è proprio questo amore di Cristo. San Claudio scrive: "Come può questo che è pane divenire carne senza smettere di apparire pane? Come può il corpo di un uomo essere chiuso in uno spazio praticamente indivisibile? A tutto questo non posso che rispondere che Dio può tutto. Ma se ci domandiamo come possa accadere che Dio ami una creatura così debole, così imperfetta, così miserabile come l'uomo e che l'ami appassionatamente, confesso che non ho risposte e che è una verità che mi supera!".

La riflessione di Claudio si trasforma in preghiera ammirata: "Non ci sei che tu, amabile Salvatore, ad aver potuto portare l'amore fino a questo eccesso in modo da consumarti interamente per le tue creature! Hai voluto essere tutto per noi, hai voluto essere per noi tutto, nostro pane, nostra bevanda, per convincerci a fondo del tuo amore. O Gesù, il più perfetto ed il più appassionato degli amici! O Amore, amore eccessivo, amore ineffabile, amore incomprensibile! Perdonaci, nostro amabile Redentore, se qualche volta esitiamo a credere in questo mistero dell'Eucaristia. Non è assolutamente mancanza di sottomissione. La nostra poca fede è una conseguenza quasi necessaria della tua eccessiva bontà".

Il prete è il ministro di questo sacramento d'amore. Nei suoi esercizi Claudio si lascia sfuggire una confidenza che veramente colpisce: "Mi sono molto commosso, considerando sia i pensieri che Gesù Cristo può avere su di me quando lo tengo nelle mie mani, sia quelli che egli ha per me, cioè le disposizioni del suo Cuore, i suoi desideri, i suoi disegni. Quale dolcezza, quali grazie riceverà da questo sacramento un'anima ben preparata e veramente distaccata!".

è confortante leggere queste righe nella nostra epoca in cui così pochi giovani rispondono alla chiamata al sacerdozio e tanti nostri contemporanei ignorano il conforto spirituale che offre loro Gesù nella sua Eucaristia: essi trascurano un tesoro! Già Claudio lo rimpiangeva nelle sue riflessioni cristiane: "Piaccia a Dio che noi conosciamo bene il valore del tesoro che abbiamo nelle nostre mani!... Quale fonte di ogni bene voi troverete in questo adorabile sacrificio! ... Ma bisogna ammettere la verità: noi non ci degniamo neanche di mettere le mani nel tesoro che Gesù Cristo ci ha lasciato".

Abbiamo notato che Claudio parla di "sacrificio". Egli ricorda ai cristiani: "Quando siete alla messa si fa per voi quello che si fece al Calvario per quelli che erano presenti, se voi volete trarne profitto". Non si deve dimenticare che se la Messa è un sacrificio, è un sacrificio di azione di grazie. Lo testimonia nuovamente questa preghiera di Claudio: "Signore, ecco quello che ho ricevuto da te. Ma guarda questa ostia, questo Corpo divino, questo prezioso Sangue, questo vero e proprio sacrificio: ecco che cosa ti rendo per tanti benefici. Non dubito che siano molto ben remunerati per un dono altrettanto magnifico. Ma che cosa posso rendere a te, mio adorabile Maestro, a te che mi hai dato di riconoscere così generosamente i benefici di tuo Padre, di espiare tutti i miei peccati?".

La messa non è il sacrificio di Cristo soltanto, ma di Cristo e della sua Chiesa. è il motivo per cui non si giunge all'Eucaristia soltanto per ricevere, bisogna anche che la nostra vita diventi un'offerta: il nostro lavoro, le nostre preghiere, le nostre gioie e le nostre pene, le intenzioni che portiamo in noi, tutto questo spessore di vita umana rappresentato nel pane e nel vino. Ascoltiamo ancora San Claudio: "Gesù viene a noi pieno di bontà, pieno d'amore e del più ardente di ogni amore. Non andiamo a lui con freddezza e indifferenza, cerchiamo di aumentare in noi questa fame, questi desideri violenti che hanno fatto languire le anime sante. Egli viene a noi carico di grazie e di tesori per arricchirci, non andiamo a lui a mani vuote".

Tra questi tesori che l'Eucaristia offre l'identificazione al Cristo non è il minore. Contrariamente al cibo umano, che trasformiamo in noi, l'Eucaristia ci trasforma in Colui che riceviamo: il Cristo stesso. Diventare Dio? Sì, in un modo partecipato, nella misura della nostra disponibilità. Claudio spiega: "La speranza di diventare simile a Dio aveva spinto Adamo a mangiare di un frutto che il Signore gli aveva proibito. Gesù Cristo promette, a tutti coloro che lo riceveranno all'altare, che saranno elevati allo stesso rango in cui il primo uomo aveva inutilmente portato la sua ambizione".

E Claudio ricorda una parola di Gesù nel suo discorso sul Pane di Vita: "Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me" (Gv 6,57). Ma questa "cristificazione", per così dire, non è senza conseguenze. è l'inizio di una nuova vita animata dalla sola carità. Ecco un ultimo testo di Claudio: "La presenza di Gesù Cristo imprime nell'anima che l'ha ricevuto un rispetto interiore che modera, almeno per un certo tempo, la gioia vana e impedisce di dedicarsi interamente ai piaceri abituali. D'altronde si sa che Gesù Cristo non entra in un cuore inutilmente, egli non manca di invitarlo

a rinunciare alla vanità, a ricercare se stesso, se è possibile, di sollecitarlo, di spronarlo ad ogni incontro".

Concludiamo con qualche passo di una preghiera di Claudio: "O mio Dio, è necessario che tu ci dia un altro cuore, un cuore sensibile, un cuore che non sia né di marmo né di bronzo: devi darci il tuo stesso cuore. Vieni, adorabile Cuore di Gesù Cristo, vieni a metterti in mezzo al mio petto e accendi un amore che risponda, se possibile, all'obbligo che ho di amare Dio... Fa' che non viva che in Gesù, che non viva che per lui, in modo che possa eternamente vivere con lui in cielo".