A TE SEMINARISTA
CARD.
GIUSEPPE SIRI
CASA
MARIANA Santuario Madonna del Buon Consìglio 83040 FRIGENTO (AV)
Cari
seminaristi, per la seconda volta mi rivolgo a voi con una lettera. Potrei
parlare, ma lo scritto rimane ed è stimolo di riflessioni maggiormente
protratte nel tempo.
Alcuni
anni or sono vi ho rivolto una prima lettera, che voi conoscete, nella quale
spiegavo come tutta la concezione e la disciplina di un seminario è determinata
dallo scopo a cui tende, costituendo un allenamento a quello che dovrete fare «dopo».
Intendo
riprendere quel discorso, nella stessa luce, con lo stesso criterio per
specificare maggiormente gli scopi ai quali deve essere tempestivamente volto il
vostro «allenamento». Infatti dire che ci si deve allenare al «dopo» è
giusto, ma può restare un'affermazione teorica, se non si precisano gli
ambienti ed i casi per i quali ora si richiede il,generoso allenamento.
Non
abbiate ideali vaghi e teorici; nella vostra futura vita sacerdotale non avrete
da incontrarvi con dei cartoni animati ed animati secondo il vostro gusto, bensì
con una realtà di fatti e di uomini concreti.
Siete
voi che dovete andare verso gli altri; mentre non è detto che gli altri vengano
sempre verso di voi. Tutto ciò significa molto. È il pastore per le pecorelle,
non sono le pecore per il pastore (cfr. Gv. 10, 1 sgg.). Per andare verso gli
altri bisogna saper rompere in tempo certi diaframmi e bisogna possedere in modo
sostanziale talune virtù.
Ecco
i principali diaframmi da rompere.
a)
La pigrizia. Bisogna muoversi e lavorare, non bisogna cercare quiete ed evasioni
più di quanto sia calcolato necessario e utile al ricupero delle forze perdute
ed all'accumulo delle forze da spendere. Non vale rifugiarsi in una forma di
dolce e pio perbenismo, coprendo con gemiti sul male altrui la poca o nessun
voglia di compiere il proprio dovere. Se non cominciate ora...
b)
La diffidenza. Se non avrete la giusta fiducia, parlo di quella di un pastore
(che è specifica), in tutti gli altri e non saprete opportunamente mostrarla,
sarete incatenati. Parlo di «giusta fiducia» che è richiesta nella casa di
nostro Signore «siate prudenti come i serpenti e semplici come le colombe»
(Mt. 10, 16). La giusta prudenza non presume mai il male negli altri, mentre
tiene attiva la ragione per evitare l'inganno. Essa non lascia regolare tutto
dall'istinto, ossia dalla simpatia o dalla antipatia. Essa crede che al fondo,
tutti gli uomini, anche i peggiori, hanno qualcosa di buono e pertanto spera; è
attenta più ai difetti propri che hanno la funzione di deformare quanto sta
negli altri.
Non
è facile comporre la fiducia vera nei fratelli con la giusta dose di prudenza e
di riservatezza, ma è proprio nella ricerca del necessario equilibrio che entra
lo spirito di orazione. Non solo, ma bisogna imparare ad amare i fratelli «per
amore di Dio»; questa vera carità è illuminante. È meglio essere qualche
volta stupidi che, con la scusa di una difesa, diventare abitualmente ingiusti
verso gli altri.
Aggiungo
che la fiducia bisogna dimostrarla. Nel dimostrarla possiamo mettere più libertà
e generosità, perché la dimostrazione costa poco e non elimina affatto la
giusta prudenza quando si tratta di venire al sodo.
La
gente che è avara di sorriso, di serena accoglienza, di meritati elogi, di
incoraggiamenti finisce con l'isolarsi. La diffidenza non va propagata ad altri,
se non per certa ragione di giustizia o carità. La fiducia è figlia
dell'amore.
c)
La creduloneria. Vi è ben noto come la lingua riempia per gli uomini e le donne
tutti gli spazi vuoti del cervello, supplisca a tutte le possibili ignoranze,
costituisca il più facile e meno costoso divertimento per i tempi liberi da
serio impegno. Ne viene fuori un mondo di falsità, di detrazioni, di calunnie,
di insinuazioni malevoli. Non lasciatevi avviluppare e state attaccati alla
massima: «Nemo praesumitur malus nisi probetur». Se non curate di correggere
la disposizione alla chiacchiera, ci cascherete malamente dentro e diventerete,
anche contro voglia, ingiusti. Ricordatevi che qualunque confronto interessato
col prossimo, qualunque invidia (troppo facile), qualunque gelosia generano la
più vile delle rivalse nella mormorazione e nella calunnia. È buona regola non
riportare mai ad altri quanto si sa di male circa il prossimo, a meno che non ci
sia una adeguata ragione di giustizia o di carità. Per voi le insinuazioni
debbono sempre cadere nel dimenticatoio, a meno che non possano darvi una forma
di dubbio, quale proviene dal vostro ufficio o da un dovere.
Solo
se saprete emergere con la vostra robusta e decisa volontà da questo mondo di
chiacchiere, sarete liberi, avrete una chiara, onesta faccia, avrete un decoroso
prestigio e potrete più facilmente amare Dio e il prossimo.
d)
1 vostri difetti di temperamento. Questi difetti fungeranno sempre da
respingente, è bene ficcarselo fortemente e stabilmente in testa.
L'introversione, l'estroversione, l'ipersensibilità, l'emotività, 1'aggrovigliamento
nervoso sui propri diritti e sui doveri altrui, la faciloneria, la lingua
pendula, le reazioni colleriche, la eccessiva secchezza del tratto, la mania di
giudicare e di aver sempre ragione, l'istinto di preminenza... la timidità
diventeranno a titolo ben diverso dei diaframmi tra voi ed il vostro prossimo,
soprattutto quello immediato. Se il vostro orgoglio non domato vi impedirà di
perdonare sempre, subito e definitivamente, la vostra vita, qualunque sia, avrà
dei tratti grami.
Ho
citato per ultima la timidezza. Pare che almeno una metà del genere umano
civilizzato ne patisca. Se la riscontrate in voi, dovete imporvi, aiutati da chi
deve aiutarvi, una severa cura spirituale. Questo è di importanza massima,
perché la timidezza, che è curabilissima, vi potrebbe fermare in molti passi
giusti e doverosi e nella vita vi potrebbe consigliare vie oscure invece di
quelle chiare, ipocrite invece che sincere, deformando anche di fronte agli
altri la vostra figura morale.
e)
La vita sacerdotale scolorita. La gente può essere pessima, ma in genere
mantiene il gusto sano nell'esigere che il prete sia prete e non sia mai in
discordanza con la propria Fede, con le proprie obbligazioni, con la serietà
del suo ministero; non tollera sia invece libero pensatore, facile nei costumi,
millantatore, damerino...
La
gente comincerà a giudicarvi dal vostro vestito e perderà fiducia in voi se vi
vedrà vestiti come non dovete vestire, se vi coglierà linguacciuti impenitenti
come non potete essere, arroccati su posizioni di potere e cercatori di danaro.
Non
ho detto tutto, ma ritengo sufficiente questo campionario. Di quello che ho
scritto, la parte maggiore dovrei scriverla per tutti i giovani che si preparano
alla vita. Non crediate quindi che tutto questo sia un fardello del seminario,
è semplicemente una grande cambiale comune, che se uno non sconta subito, la
paga duramente con interessi composti e con peggio per tutta la vita. Beati voi,
se queste cose qualcuno ve le dice o ve le dirà per tempo; disgraziati tanti
giovani i quali marciano in avanti spavaldi senza accorgersi di camminare sopra
un terreno minato. La storia, anche quella spicciola, vendica sempre
l'ordinamento stabilito da Dio.
Ma
da questo primo argomento scende limpida una conclusione. Diventa chiaro perché
il seminario debba dare un'educazione, debba abituare ad una regola, debba
costruire col sacrificio vite interiori così robuste da poter resistere a tutte
le vicende umane depressive. Chi ha intelligenza capirà probabilmente perché
esista una severità, una donazione, un limite in molte cose: si tratta infatti
di formare degli uomini che siamo talmente liberi da se stessi da poter
veramente servire Dio e i fratelli. Dio li ha chiamati per questo.
Per
l'incontro con gli altri, evangelizzatore e santificatore, non basta togliere i
diaframmi; occorrono positivamente delle doti.
Naturalmente
occorrono tutte le virtù che sono richieste dalla legge del Signore e dalla
dignità soprannaturale conferita ai suoi sacerdoti. Ma tra tutte le virtù
occorre sottolinearne alcune. Questo non significa che tutte le altre possano
essere disattese, significa solo che talune debbono essere tratte dalla zona
d'ombra, nella quali sono relegate. Se ne parla qualche volta, ma più per fare
della retorica, che per ottenere impegni seri. Sono le così dette «virtù di
relazione». Il nome è dovuto al fatto che innervano e sostengono i rapporti
con gli altri.
Qualche
volta si chiamano virtù umane, il che è erroneo, perché qualunque virtù
esercitata in un battezzato è sempre attratta nell'ordine soprannaturale.
Questo è certo: che la media degli uomini le stima più di altre virtù
obiettivamente più importanti.
Resta
in ogni caso che sono importanti e dirimenti di situazioni. Eccole: la sincerità,
la lealtà, la costanza, la fedeltà, la coerenza, il coraggio, la generosità
sono le virtù di relazione.
Costa
l'acquisirle, ma la remunerazione che danno nel sacro ministero è talmente
grande da essere difficilmente valutabili. Esse non fanno da sole un uomo, ma
davanti a tutti dimostrano ad evidenza che è uno veramente «uomo» nel senso
morale.
Le
porte si aprono, i pregiudizi cadono, la solidarietà si stabilizza, il giusto
prestigio si concreta, la faccia è presentabile a chiunque quando ci sono le
virtù di relazione. La fiducia diventa facile nei fedeli, la confidenza è
spontanea nei penitenti, la correttezza è legge anche tra persone di diverso
sentire, quando ci sono le virtù di relazione.
Non
averle, o averle deboli o scolorite, porta il giudizio delle parti avverse a
qualificarci: baciapile, tartufi, imbroglioni, etc. La vita di seminario. che vi
mette gomito a gomito tra condiscepoli per tutto il giorno e vi obbliga pertanto
ad una vita di relazione continua, è la incomparabile arena nella quale si
fanno gli esercizi giornalieri, senza posa, per anni ed anni, allo scopo di
esser «uomini prima di essere preti».
L'argomento
convincente lo avete in voi stessi: quale è la stima per quelli che trovate
insinceri, quelli che hanno più facce, quelli che non sanno assumersi
chiaramente le proprie responsabilità, quegli amici che vi abbandonano al primo
vostro insuccesso, che cambiano parere e compagnie ogni momento, che sono tirchi
nelle faccende materiali ed in quelle spirituali, che trapelano una viltà? Non
vi dico affatto di giudicarli e di disprezzarli, se siete cristiani, ma rilevate
che voi dovete essere tutto quello che vi aspettate sempre dagli altri.
Tutte
queste cose non vi saranno elargite gratuitamente il giorno della vostra
ordinazione, salvo intervento speciale di Dio; dovrete acquistarvele
pazientemente attraverso anni di disciplina, di accettazione, di obbedienza, di
fatica. Il prezzo certo è alto, la resa altissima.
Capite
allora, perché il seminario non è una pensione, capite perché dovete
accettare con gratitudine le riprensioni e quelle pacate messe a punto che si
fanno da parte di qualunque superiore di seminario. Capite perché dovete
permettere , senza resistenza, che altri vi coltivi. Siete fiori destinati
all'Altare di Dio: fiori che, per essere presentati tali e degni, debbono
accettare la coltivazione entro la serra. Se odierete la serra, non avrete
capito niente. Se la sopporterete soltanto, esaminatevi bene: il vostro prezzo
davanti al futuro che vi attende resterebbe molto basso.
I
ministeri proprio del sacerdote sono molti. Non basta: i molti identici
ministeri debbono esercitarsi in ambienti, condizioni, stati d'animo diversi.
Questa è la polivalenza. Voi seminaristi dovete allenarvi a questa polivalenza.
In
genere è difficile pensare nei seminari ad una preparazione verso questo o quel
ministero, questo o quell'ambiente. Ciò per una ragione molto semplice: il
seminario non può sapere che cosa toccherà a questo o a quello tra i sacerdoti
novelli, salvo qualche eccezione per settori ristrettissimi di studio. Se il
seminario non può, è inutile addurre ragioni in contrario. Creare
specializzazioni di un indirizzo nuocerebbe gravemente al clima di un'unità
amica, di fraterna comprensione che debbono mantenere invece caldo e favorevole
l'ambiente del seminario stesso. Infatti alcuni tentativi in questo sensó,fatti
circa trent'anni innanzi, hanno fallito.
Non
rimane in via di fatto che una soluzione: coltivare la polivalenza che,
mantenendo viva una comprensione multipla, possa avere innestata al tempo
giusto la indicazione, l'allenamento necessario, il proficuo noviziato.
È
necessario io spieghi bene questo discorso.
La
polivalenza la si attua creando una conoscenza verso i diversi settori della
pastorale e una simpatia per le diverse esperienze apostoliche, acquistando in
tal modo una multipla disponibilità nelle mani del superiore secondo le
esigenze della Chiesa.
Anzitutto
bisogna trasportare il discorso dal generico e dal teorico allo specifico e al
pratico. Se si ipotizzano davanti solo delle «anime» alle quali dare la
propria opera faticosa, si centrano solo dei fantasmi aerei. E la cosa finisce
così, quando si arriva davanti ad un ministero specifico di ambiente si resta
perplessi, si geme, si chiedono consigli a quelli che sanno meno e non mettono
pertanto in vergogna, ci si dibatte e si debbono attendere mesi e anni, per
ritrovare la quiete del proprio lavoro. Conoscenza adunque dei vari tipi di
ambiente e di ministero. Voglio spiegarmi meglio venendo subito a presentare
diversi campioni.
Ci
sono ambienti operai. I lavoratori, tutto il mondo del lavoro ha caratteristiche
sue ed esige diete spirituali non meno specifiche. Si apre per la Chiesa la
necessità di pensare al mondo del lavoro in modo specifico. Il mondo specifico
lo si troverà solo dopo aver acquisito personalmente una esperienza concreta di
quell'ambiente. Ecco l'imperativo di conoscerlo. È ora, dopo aver
opportunamente elaborato dottrine sociali per novant'anni, rendersi conto che la
elaborazione meravigliosa non è ancora interamente giunta al mondo del lavoro.
Di questo mondo è viva la preoccupazione e soprattutto la paura. Memorie
sbiadite ormai, ma tuttavia vive e oralmente trasmesse, circa l'anticlericalismo
che ha afflitto la fine del secolo precedente e l'inizio del nostro secolo
ispirano un movimento di fuga e di quasi terrore. E invece si tratta della parte
maggiore dei nostri fedeli. Mondo del lavoro sono tutte le persone, aziende,
istituzioni, associazioni che ruotano in esso. È chiaro che fuori ne restano
pochi, anche se i lavoratori etichettati tali sono, nel nostro Paese, solamente
diciotto milioni.
Non
mi sono affatto meravigliato che pochi tra voi abbiano risposto al mio invito di
partecipare ad attività dell'ONARMO, perché il modo col quale avrete sentito
parlare da molti del «mondo del lavorò» penso che non vi abbia affatto
incoraggiati. Nulla quindi di negativo. Ma è assolutamente necessario per la
vostra preparazione all'intero ministero che voi prendiate conoscenza del
mondo del lavoro. Vi posso garantire, per la mia lunga e personale.esperienza,
che, quando quel mondo l'avrete conosciuto, cambierete parere ed avrete trovato
l'ambiente dove alligna la onestà, la fedeltà e generosità, più che in
altri ambienti.
Ci
sono degli ambienti di Azione Cattolica. Questa è garantita dal fatto del suo
collegamento diretto e collaborativo con la sacra Gerarchia. Là si forgiano
veramente gli uomini che oggi e domani aiuteranno e completeranno l'opera del
sacerdote, senza dei quali il pastore d'anime può essere destinato ad un penoso
e sterile isolamento. L'Azione Cattolica ha dovuto passare negli ultimi lustri
una dolorosa crisi, può essere che gli echi di questa vi abbiano raggiunto e vi
abbiano messo in uno stato di neutralità prudente. La crisi c'è stata, ma oggi
si sta pienamente, anche se gradualmente, risolvendo e voi dovrete, per
obbedienza alla Chiesa, lavorare molto in essa. Essa forgia i collaboratori e
voi di collaboratori avrete estremo bisogno. E necessario pertanto che fin da
ora vi volgiate verso di essa ed evitiate di arrivare alla Ordinazione, ossia al
dovere di occuparvene, con l'animo paralizzato da riserve ed antipatie
infondate.
Può
essere incontriate, Dio non voglia, chi vi consigli di entrare in ghetti
personali. State attenti. Agite sempre in campo aperto, sapendo che chiese e
chiesette servono solo a Dio, non a scopi personali.
Ci
sono gli ambienti di carità e di assistenza. Per essi saranno più facili e
conoscenza e accostamento e iniziali esperimenti. Infatti tutto il mondo di
oggi, anche se in parte notevole fa i propri comodi, esalta la solidarietà (così
dicono, per paura di impegolarsi con la «carità» evangelica), ed i suoi veri
o presunti eroi. Non si accorge affatto di qualche nuova santa Teresina,
nascosta tra l'erba dei conventi (ce ne sono), ma fa correre tre o quattro nomi
che sembrano soli passeggiare per le vie della dedizione ai propri simili. Ciò
porta, per lo meno, che vi sarà facile, più facile, dichiararvi maggiormente
disponibili ai servizi ed opere di carità. Ma vi debbo mettere sulla chiara
avvertenza che in più d'un caso tale foga è semplicemente sostitutiva di altri
doveri, è evasiva da una disciplina ecclesiastica, è giustificata per rivolte
o prese di posizioni o giudizi contro la legittima Autorità eccelsiastica, è
subdola ricerca di pubblicazioni e di rinomanza. Di quanti peccati è colpevole
la voglia di essere citato!
Voi
dovete amare l'ambiente dei poveri perché Cristo lo ha amato e perché -
escluso la pubblicità, che vi consiglio di fuggire nella maggior parte dei casi
- non vi darà soddisfazioni d'orgoglio e piaceri evasivi, ma la reale
possibilità di agire solo e completamente per amore di Dio. Quando le mode
solidarizzanti saranno passate, come passano tutte le mode, è necessario che
voi continuiate ad amare i poveri. Perché li ama il Signore! Questo è
l'argomento che vale e vi sostiene.
E
se non ho da spendere molte parole per rivolgere la attenzione verso il mondo
sofferente, dato che il vento spira per ora da quella parte, ritengo di dovervi
raccomandare lo spirito e il motivo al tutto soprannaturali, dai quali dovrete
essere mossi in soccorso dei fratelli. Dato che le mode non insegnano questo.
Come sempre!
Ci
sono le tante forme con le quali gli uomini si mettono insieme (pare proprio
abbiano paura di essere soli e sentire dentro il perenne richiamo di Dio!):
iniziative, fondazioni, clubs, ritrovi, indefinite complicazioni burocratiche
nella pubblica amministrazione... È una colluvie a non finire, che ha precise
sorgenti (da non trattarsi qui), ma che per noi, ministri del Signore, ha un
aspetto solo: dobbiamo salvare anche quelli! Non posso esattamente specificare,
ma si tratta di una ebollizione che assilla il nostro tempo di evoluzione,
quartieri, consultori, comitati scolastici, etc... Che fare? Si deve avere la
faccia pulita da qualunque imputazione per poter, senza esitare, guardare tutti
negli occhi. Questo apre delle porte. Abituatevici, come se chiunque incontriate
sia in grado di leggervi nell'anima pensieri e intenzioni.
Assolvere
ogni dovere, per poter tappare la bocca a chiunque. È un argomento che anche
gli avversari capiscono. Essere così umili da esporvi anche a rischi calcolati,
a doveri dall'esito incerto, pronti al sacrificio, anche se nessuno sul momento
lo scopre.
Perdonare
sempre, perché sul perdono cammina la grazia di Dio. Ricordo sempre quanto,
molti anni innanzi, mi fu raccontato da un buon sacerdote. Era stato
perseguitato per anni da un maggiorente della sua parrocchia, lui aveva sempre
perdonato e taciuto. Quando il tristo personaggio arrivò vicino alla morte,
chiamò quel prete per ricevere i Sacramenti, dai quali prima era ben lontano.
Il prete accorse e, tutto concluso, disse al moribondo ancora in sensi: « come
mai avete chiamato me?». Risposta: «perché, avendone tutti i motivi per
farlo, non avete mai detto una sola parola contro di me».
Mostrarvi
aperti all'incontro sul piano umano, onesti; salutare anche chi non saluta;
esser seri e fedeli nella amicizia. Tenetevi informati e sempre collegati alle
indicazioni dei Superiori. Gli avversari hanno sempre, almeno segreta, stima di
coloro che trovano giusti, onesti e rispettosi delle persone, attenti al dovere,
anche se di opposta estrazione.
Esiste
tutto un apostolato verso questo mondo intricato, che ho ora chiamato in causa,
che non può essere escluso dalla nostra carità e dal nostro servizio ed 'al
quale dobbiamo mirare sempre. Vi spinge l'anima missionaria della Chiesa, che
mentre cura i frequentatori dei suoi templi non cessa di avere lo sguardo
amoroso a quanti ne stanno fuori. Ecco lo spirito missionario: guardare sempre
alla conquista spirituale per il completamento del regno di Dio. Questa intima
tensione deve far parte dello spirito in cui vi formate. E quando si ha questo,
quante sciocchezze cadono da sé, quante viltà si dissolvono, quante
preoccupazioni ridicole scompaiono, dal momento che nell'anima è entrato
qualcosa di grande: l'ansito redentore di Gesù Cristo!
C'è
il mondo della cultura. Può essere che taluno, molti di voi, vi si sentano
attratti. Volete prepararvi a quello, nella forma che sarà delineata dai vostri
futuri doveri? Seguite i vostri corsi istituzionali e non perdete tempo in libri
che farciscono e non formano. Sono i corsi istituzionali che fanno un «uomo»
di cultura. Quando sarà forte in questi, il resto gli sarà facile e, forse,
innocuo.
Tutti
siete chiamati ad agire con gente che ha studiato; qualunque pigrizia del vostro
studio rappresenta qualcosa di non concluso nel vostro futuro ministero.
Non
esiste il mondo della educazione. Ma esiste la educazione, che è dote
dell'anima più del contegno esterno o formale. Tuttavia anche la educazione
formale è necessaria. Ed è necessaria perché esiste un mondo «formale» al
quale dobbiamo pure evangelizzazione e santificazione. Ci si bada poco. Ma la
educazione apre molte porte, salva da tante complicazioni, dona un certo
prestigio e qualche volta riesce persino a supplire ai vuoti che si trovano in
noi. Penso che anche questa entri nell'allenamento per il vostro domani.
Vi
sono delle situazioni, che paiono ovvie e per le quali si direbbe non occorra né
precipitarsi né allenarsi: qualche complimento con più o meno sorriso ed è
tutto sistemato. Non credo questo sia vero soprattutto se si pensa che spesso
abbiamo bisogno degli altri e la espressione che invoca un soccorso per sé, per
le proprie opere, per gli altri, ha sempre da guadagnare da una introduzione
tanto sincera quanto educata. Vorrei che il discorso sulla educazione formale
non cadesse mai tanto facilmente tra voi. Ho conosciuto tanta gente la cui buona
reputazione poggiava solo sulla loro buona educazione formale. Anche questa
serve.
Tutti
siamo chiamati da Dio ad essere santi. Lo scopo immediato del sacerdozio è la
santificazione dopo aver evangelizzato, il che significa aver noi per primi il
dovere di mirare ad essere «santi». Il nostro traguardo non è certo un
equilibrio morale, il perbenismo, la frequenza della Chiesa: è la santità. Non
ci fermi la constatazione che molti né sono santi, né mirano a fare dei santi,
né riescono a fare dei santi. Per ottenere dieci bisogna mirare a cento. Per
salvare la parte si deve tendere al tutto. Se ci provassimo a calmierare questo
essenziale dovere finiremmo col perdere ogni incentivo per la vita anche
semplicemente onesta.
Questo
fine del sacerdozio deve splendere alto, perché voi riusciate a fare almeno il
possibile. Qualora questa luce si spegnesse, la vostra vita diventerebbe sciatta
ed incolore.
Voler
la santità è certamente ardito; ma è questo ardimento che accende il fuoco
degli entusiasmi e sostiene nelle depressioni morali. È necessario volere la
santità. Non confondete la santità coi carismi dei quali parla san Paolo e dei
quali si tratta nei testi di teologia mistica. La santità vive anche senza
quegli straordinari carismi, anche se talvolta piace a Dio decorare di carismi
straordinari delle anime, perché sante. Guardatevi dal confondere le cose.
La
santità sta nell'amore di Dio vissuto nella Sua santa grazia e l'amore di Dio
consiste nel fare la Sua volontà. Dal grado di diligenza e di sacrificio, di
pura intenzione col quale si fa la volontà di Dio si hanno i gradi della santità.
A questi Dio può aggiungere ben altro, ma questo «altro» non appartiene alla
via ordinaria della Provvidenza. La vostra santità consiste nell'obbedire
sempre, anche quando obbedire è estremamente duro.
Al
fondo dell'iter preparatorio del seminario ci sta questo meraviglioso trattare
le anime per condurle in alto. Si tratta di un ricamo che impegnerà tutta la
vostra attenzione e tutta la vostra preghiera, ma è un impegno che supera tutti
gli altri. La finezza di spirito, la flessibilità dei vostri gusti al bene
spirituale altrui, la stupenda rinuncia a non vedere voi il ricamo che uscirà
anche dalle vostre mani, per non riceverne alcuna soddisfazione umana e per non
aumentare il vostro corteggio, renderanno tutto questo stupendamente squisito e
bastante da solo ad impegnare una vita nell'amore di Dio.
Che
la azione santificatrice non renda a voi, non vi prodighi amici . plagiati,
ammiratori, che non abbia ad arenarsi in intrighi umani, stupidamente rivestiti
di ascetica falsa e di azioni insincere!
Allenatevi
a lasciare sempre tutto il posto a Dio. Se ne resterà per voi sarà indice che
«copiosa è la vostra mercede nei Cieli» (Mt. 5, 12).
La
mia lettera finisce qui, anche se ho in programma una terza lettera per voi.
Spero vi abbia dimostrato che il seminario, non solo è il sito del vostro
preciso e concreto allenamento, ma che esso appartiene ad una storia viva, che
è ben diversa da quella della terra.
Cari
seminaristi, scrivo per aiutarvi nella vostra ascesa. Intendo fare con voi un
discorso cordiale, ma logico. Forse si tratta di un discorso necessario.
Per
fare un discorso logico bisogna partire da un principio certo che enuncio subito
ed eccolo: voi siete in seminario unicamente perché volete diventare sacerdoti,
ministri di Dio. In seminario non ci si sta per alcun altro motivo.
Certo,
può accadere ed accade che taluni di voi non siano ancora perfettamente certi
della loro vocazione al sacerdozio, che in altri, ad uno stato di tranquilla
certezza, sia subentrato un dubbio penoso e sofferto. Ciò richiederà da voi e
dagli altri - che vi aiutano - uno studio e l'impiego di tutti i mezzi per
arrivare ad una capacità decisionale maturata, qualunque essa sia. Però, in
seminario ci rimanete proprio per la parte, che il dubbio non estingue, di
tendenza al sacerdozio. Se questa parte positiva mancasse, sarebbe vostro dovere
uscire. Se non manca e rimanete per risolvere il dubbio, dovete essere leali
verso l'Istituto che vi ospita e comportarvi, in forza di questa umana lealtà e
dignità, nei suoi confronti come se foste certi e sicuri del vostro libero
orientamento. Chi - in dubbio - rimane in seminario per trovare una certezza e
non si diporta da seminarista, sarebbe semplicemente disonesto. Il dubbio
riguarda lui, la certezza riguarda lui e la Chiesa; tutto questo esige il
rispetto ai seminari, ai propri compagni, all'ordinamento interno, alla
spiritualità propria di un aspirante al sacerdozio, a chi in seminario guida e
istruisce.
Il
principio enunciato non è completo; esso va integrato da un secondo principio
logico: il seminario vi deve preparare a quello che dovrete fare domani nel
sacerdozio. Dovrete, insomma, allenarvi. Questa parola «allenarvi» è il vero
tema della mia lettera.
1.
Allenarsi ad obbedire ai bisogni spirituali e materiali di tutti
I
doveri del sacerdote riguardano i fedeli commessi dall'ufficio, tutti gli altri
fedeli, il recupero di quelli che si sono resi praticamente infedeli, la
conversione di tutti gli uomini. C'è una gradazione, naturalmente, ma il dovere
del sacerdozio è verso tutti. Domani dovrete obbedire alle leggi ed ai
Superiori legittimi, non a tutti (ci mancherebbe!), ma dovrete obbedire alle
necessità spirituali e spesso materiali, di tutti.
Guardate
bene questa obbedienza alle necessità degli altri: occorre fare quello che non
piace, che non si desidera, che scomoda, che ripugna, farlo quando e come noi
non vorremmo. Occorrerà piegarsi, dimenticarsi, non fare questioni di dignità,
di personalità, di onore. E questo ad ogni passo. Bisognerà farlo con i
nemici, con gli avversari, con i concorrenti e non sarà virtù sovrabbondante,
sarà solo il nostro dovere. Più avrete autorità, responsabilità e più si
aggraverà questo peso. Sarà necessario diventare flessibili, pazienti, umili,
perché per servire ci si inginocchia.
Naturalmente
potrete anche scansare tutto questo, ritirandovi in una torre d'avorio,
rifiutandovi, evitando fatiche, gettando tutto sulle altrui spalle; ma credo che
nessuno di voi coltivi una simile caricatura del sacerdozio.
Per
fare quella obbedienza dovrete lasciare molti vostri punti di vista. Il mondo,
che nel suo seno quasi non trova più questa dedizione, ha sete di questa
dedizione.
Credete
di allenarvi ora a questa obbedienza connaturata col servizio del sacerdozio,
disobbedendo, ribellandovi, anche solo nell'istinto dell'anima? È chiaro che
l'allenamento alla obbedienza imposta dal proprio servizio, lo farete con la
obbedienza.
Credete
di fare l'allenamento, convincendovi che ora la obbedienza è una minorazione,
prendendo per regola voi stessi, aspirando sempre ad una autentica indipendenza?
L'allenamento di questo genere vi porterebbe alla spavalderia, alla tracotanza,
al continuo tentativo di dominare e questo vi preparerebbe una vita infernale in
un sacerdozio che gioverebbe forse a nessuno e che attirerebbe sulla Chiesa
tutte le trite accuse di interesse e di volontà di dominio. Sarebbe meglio
cambiare subito. Solo la profonda, convinta abitudine acquisita oggi potrebbe
salvarvi domani.
Non
parliamo delle reazioni, che si leverebbero contro di voi e della probabile
solitudine esasperata, alla quale sareste condannati. Potrei illuminare quanto
dico con una infinità di racconti, personalmente raccolti e constatati nel mio
episcopato di ormai quasi trent'anni, ma mi riferisco solo ad uno.
Ero
in sacra visita, molti anni innanzi, nei monti. Il convisitatore mi riferì
segretamente che il parroco temeva una reprimenda da me. «Perché?» chiesi. Mi
rispose: «In una famiglia di contadini i due soli abili al lavoro si erano uno
rotto una gamba, l'altro ammalato di tifo
all'inizio
della primavera. Ciò significava la perdita del raccolto e la la miseria per un
anno, se non di peggio. Il parroco andò lui ogni giorno per tre mesi a lavorare
per due e così aggiustò tutto. Ora teme un rimprovero». Risposi: «Ce ne
fosse di gente che sa fare questo». Il servizio di poi lo si prepara con la
obbedienza di oggi.
2.
Il senso del sacro domani è preparato oggi
Tutto
nel sacerdote è sacro. Egli non viene consacrato o votato in parte, bensì
tutto. La sua elezione è totale. Poiché è «sacro» quello che è riservato a
Dio, tutto nel sacerdote è riservato al Signore. Questo carattere viene difeso
dalla Tradizione e dalla legge ecclesiastica col celibato, con la preparazione
nei seminari, con le abitudini del tutto estranee alle abitudini mondane, con la
ascetica propria dello stato, con la pratica della orazione, con i mezzi
soprannaturali e sacramentali.
Il
carattere sacro è voluto dal popolo, che non lesina mormorazioni e condanne
ai preti nei quali scopre a torto o a ragione qualche contaminazione mondana,
qualche debolezza. Perdere il carattere sacro costa generalmente al sacerdote
perdere la stima dei buoni fedeli; forse gli resteranno gli amiconi (supplizio
dei successori!), non sempre raccomandabili.
Il
carattere sacro mette dei limiti a tutte le manifestazioni ed esuberanze, impone
a suo tempo dignità e riserbo, obbliga ad uno stile caratteristico di vita
anche nelle azioni comuni e civili. Il vestito e il contegno, ispirato (senza
recitazione od affettazione) dall'intimo, «presentano» il sacerdote e ne
rendono efficace per tutti anche la sola presenza. Questo non significa esigere
musoneria, introversione, durezza, fare scostante, stranezza; significa solo
limite e controllo (magari costosi) al temperamento, che natura ci ha dato, e
spiritualità capace di elevare qualunque tipo o carattere.
Il
sacro lo si salva con abitudini esteriori sostenute da una Fede interiore.
Abbandonarlo è depravare il sacerdozio.
Non
credete di allenarvi a questa parte delicata e grande, che dovrà qualificarvi
per la intera vita, facendo ora tutto l'opposto, disprezzando e negligendo i
mezzi e gli atti che inducono in noi lo stile delle cose sacre. Come domani
l'Altare sarà il vostro vero sito, così oggi l'Altare e quanto rappresenta è
l'orientamento della vostra educazione.
Non
lasciatevi trarre in inganno credendo che la mondanità, comunque espressa, vi
avvicini agli uomini. Vi avvicinerà ai loro difetti e taluni ne sarebbero anche
lieti, ma solo perché diventereste un argomento per coprire i loro peccati.
Sarebbe un tradimento. A voi toccherà fare qualcosa di più di quello che è
toccato a noi, perché il senso del sacro è distrutto ogni giorno, anche da chi
non dovrebbe. Facilmente il vostro avvenire sarà più scomodo, ma anche più
meritorio. Il tentativo di distruggere o per lo meno celare quanto è sacro va
di pari passo con la disattenzione pigra nella quale, nonostante le declamazioni
e le denunce, si va giorno per giorno demolendo l'ambiente naturale e quello
morale dell'uomo. Pensateci a tempo!
Passiamo,
anzi, innalziamoci dal sacro al soprannaturale. Domani tutto dovrà essere
soprannaturale per voi, tutto lo dovrà esprimere, dovrete portare tutti a
quello. Perché?
Il
vero clima del vero cristiano è soprannaturale. La grazia santificante eleva
tutta la natura umana a partecipare alla grazia divina, ogni atto libero nostro
sarà preceduto e accompagnato dalla grazia attuale, anche nel caso in cui la
nostra cattiva volontà, declinando al male, ne frustrasse l'effetto. Il vero
respiro dell'anima, che è l'orazione, porta al colloquio con Dio. La vera
azione del cristiano, con la sola intenzione e obiettiva moralità, meglio se
con sacrificio e dono, si colloca nella infinita scala delle ascesi verso Dio.
Solo
quando ci sarà in atto tutto questo soprannaturale, noi sacerdoti renderemo la
piena testimonianza a Dio. Ci sarà chi andrà più su e chi resterà più giù;
ma il combattimento spirituale nostro sarà per salire questa scala del Cielo.
Credete
di prepararvi a tutto questo, oggi, senza orazione personale, senza sforzo di
ascesi, senza sacrificio delle intemperanze di carattere, senza ordine nella
mente, nel cuore, nella vita? Credete di realizzare tanto dispregiando o
addirittura odiando un ordine esterno, che si chiama «Regola»? La Regola non
è un ingrediente per imbalsamarvi, è solo una impalcatura per sostenervi
mentre crescete.
La
elezione del sacro vi farà moralmente dei sacerdoti, come ontologicamente vi
costituirà tali la sacra ordinazione. Non ne potete fare a meno. Non potete
rassegnarvi fin d'ora a starnazzare come le galline, sarebbe un cedimento troppo
prematuro; Dio solo sa se spiritualmente volerete come le aquile, ma per non
ridurvi a starnazzare, voi dovete puntare al volo dell'aquila.
Sacro
e soprannaturale non ammettono in voi compromessi con i sensi, con i miti
mondani tanto intellettuali che di costume, con le piccinerie, con qualunque
comportamento menzognero.
3.
L'uomo di Dio di domani non è preparato dal bellimbusto di oggi
L'uomo
di Dio è quello che prega, che agisce sempre alla presenza di Dio, che serve il
Signore e i fratelli per portali a Dio.
È
inganno affermare che per essere uomini di Dio si debba perdere il sorriso, la
umanità del tratto, la serenità gaudiosa dello spirito; rivestendosi invece di
una compostezza e durezza meramente artificiali o riducendosi addirittura
soltanto a recitare una parte.
Basta
tale affermazione per fare intendere quanto delicata, fine e complessa deve
essere l'opera della vostra formazione. Quando il popolo intuisce l'uomo di Dio,
non solo lo ama; lo segue e lo venera. Forse l'uomo di Dio riesce a dare un vero
e duraturo ideale agli altri uomini.
Infatti
- e ve ne accorgerete con gli anni - tutti i creduti ideali umani, col tempo -
non lungo -, si annebbiano e svaniscono! Credete di poter essere passabilmente
uomini di Dio (almeno questo!) domani, se oggi non si avrà sufficientemente
compenetrato lo spirito di orazione?
Non
si fa un pieno, sommando dei vuoti. La orazione è comunitaria. Questa ha un
valore che si basa su un noto discorso del Salvatore. Ma la orazione in cui la
azione meritoria personale raggiunge il massimo è quella privata. La
sovrabbondanza, la devozione, lo slancio sono impostati e sorretti da questa
ultima.
Il
domani vi sarà ben duro, quando incontrerete le variazioni e le contraddizioni
della vita, se non avrete l'abitudine dell'immediato sfogo dell'anima davanti a
Dio, davanti al Tabernacolo. Ma a questo salutare e pronto rimedio ci si abitua
oggi.
La
divina liturgia, se ne vorrete beneficato il popolo, chiederà a voi il gusto
profondo, la soddisfazione intima, che l'atteggiamento spontaneamente rivela.
Credete
ciò sia facile se non avrete oggi il senso della liturgia, fatto di desiderio,
di entusiasmo, di amore a tutti i particolari del culto divino, del canto
veramente sacro, della sacra solennità? La liturgia è bisognosa di dignità,
di compostezza, di raccoglimento, di attenzione interna. Credete che queste cose
vi vengano spontanee dopo averle dimenticate nel periodo di vostra formazione?
Non
rimandate le soluzioni ad un tempo in cui le, soluzioni diventano per lo meno
difficili.
Domani,
dal modo con cui vi vestirete, dalla eventuale voluttà di togliervi di dosso
quello che vi mostrerà a tutti palesemente sacerdoti, dalla acconciatura dei
capelli, dalle esteriorità tributarie di povere mode, vi giudicheranno, vi
condanneranno, vi fuggiranno o vi cercheranno.
Credete
di potervi preparare a questo giudizio, che durerà tutta la vita, che potrebbe
dare oblio o solitudine nera ai vostri ultimi anni, se oggi lasciate insinuare
in voi la vocazione del bellimbusto? Che questo accada, con le arie che tirano,
è cosa facilissima e troverete anche chi vi potrebbe aiutare in questa «costruzione
di personalità creatrice»; ma è mio dovere dirvi chiaro che questa gramigna
non può toccare l'Altare e che è sacrosanto dovere di chi deve «imporre le
mani» guardarsi dalla invasione della gramigna.
Domani
dovrete celebrare la santa Messa. Sarebbe triste per tutti vedervela celebrare
in modo abitudinario senza quella attenzione, raccoglimento e fervore, che
testimonierebbero la vostra Fede. I fedeli accetteranno soprattutto la vostra
testimonianza.
Ma
come potrete domani diportarvi degnamente in questo divino, altissimo ministero,
se oggi la santa Messa, non attesa, forse sopportata, non desiderata come accade
al sitibondo di desiderare la fonte, entrasse invece come il peso morto di una
morta abitudine nel piatto grigiore della routine?
Domani
ogni atto sacerdotale che elargisca sacramenti o sacramentali porterà con sé
un esercizio divino, una realtà nascosta che confonde e che ci supera; la
devozione costante, la preoccupazione serena ed insistente vi permetterà di
non essere dei materiali e svogliati distributori di cose divine. Come sarà
possibile questo se oggi, nell'allenamento, non coltiverete la costante
attenzione alle cose di Dio? In tal caso svaniranno da sé tutte le ipoteche
mondane che ancora potrebbero gravare su di voi.
Vedete
quanto sia necessario che squarciate ogni giorno il velo con l'esercizio della
Fede, per creare l'abitudine dell'anima a sentirsi strumento di una salvezza
eterna, canale di un dono divino, braccio del Signore per l'amplesso di carità
verso quanti anche incosciamente Lo attendono. Squarciato quel velo è per voi
la luminosità perenne. Il mondo esterno non regge al paragone di questo
realissimo mondo interiore, nel quale la vocazione appare sovranamente bella,
ma gioiosamente incapace di compromessi, di esitazioni, di restrizioni.
4.
Domani dovrete lavorare per Dio; non vi si addice oggi la pígrizia
Il
sacerdozio non è solo sacrificale, ma anche essenzialmente ministeriale. Ciò
indica che non esaurisce il suo dovere solo nel culto pubblico, ma deve essere
di natura sua apostolico. Significa: lavoro. Il sacerdote dovrà uscire di
Chiesa e di sacrestia, percorrere le vie del mondo, senza mai assorbirne la
malizia, portarsi ovunque ci sono uomini per invitarli, istruirli nella Fede,
santificarli dopo averli convinti. Si tratta di un lavoro multiforme, attento ai
segni dei tempi per cambiare ed adattare i suoi strumenti, condotto spesso nella
contraddizione, nella sofferenza, tra la ingratitudine di molti.
Non
è soltanto questione di «fatica»; sarà questione di umiltà per capire a
tempo, di forza d'animo per non lasciarsi abbattere dalle difficoltà. Solo in
parte domanderà dispendio di energie fisiche; sarà più greve la sua richiesta
di energie morali. Potrà avere immense consolazioni, ma queste potranno anche
mancare, pertanto il computo deve tener conto della usura.
Accettate
voi di essere dei preti comodi? Inutili? Penso di no e allora allenatevi. Le
cose che ora non vi piacciono, rispetto alle quali la passione troppo umana
reclamerebbe ozio e indipendenza sono quelle che ora vi allenano. Enumeratele
bene e ringraziate Dio di averne.
Date
ancora un breve sguardo al vostro lavoro di domani. Il mondo che vi attende è
fortemente segnato dalle conseguenze del secolo scorso, voi porterete le
conseguenze ben peggiori di questo nostro secolo. Di giorno in giorno appare più
chiaro che la modernità, tradotta in termini ministeriali, significa maggiore
disponibilità e pertanto maggiore sacrificio. Fate i vostri conti per tempo.
Nessuno
può credere che il domani chieda ai sacerdoti le spavalderie del demagogo, le
aberrazioni del libertino, le gesticolazioni del mimo. Il domani vi chiederà
più virtù e più sacrificio; se questo non avrete, non temete, raccoglierete
più ampia messe di dileggi e di canzonature. Come già talvolta accade di
vedere.
La
stampa galeotta ha sedotto molti, può giungere anche a voi; difendetevene,
giacché non tutti vi difendono, e mirate giusto. Le cose comode generalmente
ingannano. Il succo di molti scritti, porti anche da ecclesiastici, è questo:
fatevi degli alibi, per il resto quietate. Se scrivessi per far polemica e non
per amore verso di voi, qui di alibi in uso per scaricare responsabilità e
fatiche ne potrei enunciare un lungo elenco.
5.
Acquistare le abitudini per tempo
Si
tratta di un argomento di estrema importanza per voi. Cominciamo da alcune
chiare idee.
-
Si chiama «abitudine» la «facilità a compiere un atto, acquisita attraverso
la ripetizione dell'atto stesso». Ripetendo gli atti necessari alla
maleducazione, con le mani e con le braccia e coi denti e con la deglutizione,
noi abbiamo acquisito la «abitudine di mangiare» in modo tale che mentre
mangiamo possiamo fare altre cose, parlare, cantare, leggere...
Per
capire la importanza della abitudine bisogna chiarire il concetto della «facilità»
che essa, con la ripetizione dell'atto, induce. È in questa facilità la
importanza della abitudine. Infatti -la «abitudine» man mano che rafforza la
facilità, gradatamente dispensa dalla attenzione, dallo sforzo, dalla
diligenza. Risultato: ad un certo punto l'abitudine ci dona di compiere un atto,
qualunque esso sia, senza richieder impegno di attenzione o dispendio di
energia. La abitudine fa sì che l'atto costi poco o nulla.
-
A questo punto si capisce che è la abitudine a permetterci, nonché
facilitarci, tutto nella vita. Noi parliamo, camminiamo, compiamo moltissimi
atti del nostro impegno e del nostro dovere, senza essere impegnati in un
intervento attivo o in un erogazione di energia. Pensate quale complicata
operazione di ossa o di muscoli, quale commensurazione di sforzo muscolare
adatto al raggio visivo, sia la semplice operazione di sederci sopra di una
sedia. Se non esistessero tutte le inerenti abitudini, noi forse impiegheremmo
un giorno per sederci una volta sola. In grazia della «abitudine» noi ci
sediamo con la massima indifferenza.
-
In conclusione: la grandissima parte delle azioni della nostra vita sono
compiute dalla abitudine. Dobbiamo essere riconoscenti a Dio che ce l'ha data. E
non è a credere che ci'soccorrano solo abitudini materiali, muscolari, visive,
uditive, etc.; noi abbiamo anche l'aiuto di abitudini spirituali, il cui numero
è difficile enumerare.
-
Anche se uno non conosce la teoria delle abitudini (e quale bambino la conosce?)
acquista ugualmente, spinto dall'istinto, dalla necessità, dal piacere e dalla
conoscenza albeggiante, le abitudini necessarie alla vita vegetativa, sensitiva,
di relazione. Pertanto anche il più disattento e distratto degli uomini vive e
campa sulle abitudini bene o male acquisite.
Perché
le «abitudini» si acquisiscano «buone», vigila ed opera la «educazione».
Essa si inserisce a questo punto e non solo a questo punto, ma a questo punto
siamo in grado di riconoscerne la insostituibilità.
Con
l'intervento della «educazione» (che deve cominciare subito), poi,
dell'intelletto e della volontà del soggetto, si acquistano le abitudini buone
e le abitudini cattive. Le prime renderanno facile la bontà e moralità della
vita; le seconde renderanno scorrevolissimi il disordine e la immoralità. Ecco
perché la «educazione» deve durare assai.
-
Ma siamo ad un punto veramente cruciale, che logicamente consegue da quanto
detto fin qui. Chi acquista abitudini consone al tipo di vita, di impiego, di
missione, di livello che ha scelto compirà il suo dovere con una notevole
facilità, soccorrendogli la abitudine stessa. Questo sia che miri a cose buone,
sia che miri a cose cattive. In altri termini qualunque ragazzo o giovane che è
attento ad acquistare per tempo le abitudini omogenee al suo ideale avrà in
gran parte acquisito la facilità della propria vita.
-
Applichiamo dunque. Voi volete essere sacerdoti e, penso, nessuno tra voi si
rassegna ad essere un pessimo prete. Tutti volete servire Dio decorosamente.
Avrete, per questo, bisogno di facilitazioni continue nel vostro operato e
queste, al di sotto della grazia di Dio, vi saranno fornite dalle abitudini
omogenee acquistate in seminario. Oggi decidete per allora. Siete nella
situazione di scalatori, che debbono preparare minuziosamente se stessi, gli
strumenti, i sussidi eventuali, i rifornimenti, mentre stanno al campo base ed
attendono il tempo stabilito per l'ordine di partenza. Voi siete ora al campo
base e la vostra scalata verso il Cielo la preparate ora. Guai allo scalatore,
il quale aspetti, per acquistare la somma di abitudini muscolari, sensorie, di
riflessi, di volontà per affrontare un sesto grado, quando :.la prima volta si
trova a sormontare un sesto grado.
Basterebbe
aver detto questo: siete intelligenti. Mi sia concesso qualche riferimento
pratico.
-
Vi necessiterà un contegno da ecclesiastico, né untuoso, né introverso,
sereno e controllato, secondo il tipo del vostro temperamento. Guai se gli «altri»
vi dovessero giudicare un laico vestito da prete (come quelli che si vedono nei
films e sono generalmente sgraziati). Le abitudini del contegno, della modestia
ecclesiastica, della edificazione si acquistano ora.
Dovrete
celebrare gli uffizi divini. Non sarà solo questione di rubriche, che da sole
fanno soltanto rappresentazione, ma di animo, di convinzione, di fede, di
dominio su se stessi. Le abitudini inerenti acquistatele ora.
Dovrete
trattare con gente intrattabile, senza mettervi al livello della maleducazione e
della volgarità. È ora il momento di pensarci. Dovrete essere pronti a rinunce
anche penose, ad atti di pazienza non.comune, dovrete entrare nei contatti
sociali con semplicità, ma sempre irradiando uno spirito sacerdotale. Pensateci
oggi; domani sarebbe troppo tardi. Si potrebbe esemplificare all'infinito. Mi
basta di aver chiarito il principio.
Non
dimenticate che la «abitudine» e il «subcosciente» faranno in gran parte il
vostro domani, benedetto o disgraziato. E, quanto al subcosciente, del quale non
intendo parlare qui, ritenete che le abitudini ve le acquista anche a vostra
insaputa. Ragion per cui in tutto dovete esercitare la virtù della prudenza. Ne
parleremo un'altra volta.
6.
Domani dovrete «fare» la comunità; provatevici ora, senza indugi!
Non
parlo di convivenze sacerdotali, per quanto le desideri; parlo della comunità
dei fedeli, di quella grande, di quella piccola che è generalmente la
parrocchia.
La
comunità è tale quando ci sono legami spirituali; un carcere , un ospedale, un
riformatorio, un albergo difficilmente si potranno chiamare «comunità». La
comunità si lega, si fonde quando i membri esercitano le cosiddette virtù di
«relazione» e sanno evitare i difetti direttamente contrari ad un sano vivere
comune.
Questo
significa più cose, che vi attendono al varco. Significa anzitutto dominio e
riduzione in limiti ragionevoli del proprio temperamento. Questione difficile,
che fuori del seminario raramente viene risolta, che voi avete tutto l'agio e
tutti gli aiuti per risolvere. Significa avere in larga misura la pazienza, la
sincerità, l'educazione, la generosità.
Ritengo
difficile che voi possiate risolvere tali questioni dopo. Infatti in quasi
trent'anni di episcopato raramente ho visto superare i difetti che già si
vedevano in seminario.
Significa
ancora tagliare recisamente e senza tentennamenti: la invidia, la gelosia, la
lingua lunga e malevola. Questi tre difetti fanno fare ai loro detentori un
purgatorio poco utile, vita naturale durante. Talvolta creano addirittura un
inferno.
Voi
più grandi avete certamente acquisita la visione del tempo che occorre per
liberarsi da gravi difetti. Per questo vi si inculca l'uso dell'esame
particolare. L'idea di uscire dal seminario con questi difetti non corretti deve
farvi profondamente riflettere, perché, se così fosse, una cosa è certa:
tutto vi sarà più difficile, più amaro, più greve; si aumenteranno con essi
i contrasti e le contradddizioni.
Dovrete
avere molta umanità. Questa, ad onta del termine che parrebbe indicare il
contrario, risulta dalla somma di notevoli virtù soprannaturali. Per averla
dovrete perdonare sempre, pur compiendo le parti anche dure del vostro compito
od ufficio; dovrete sorridere quando non ne avrete voglia; dovrete vivere di
Fede e di fiducia in Dio quando foste scoraggiati e depressi; dovrete rimandare
indietro tutti i giudizi negativi che la fretta volesse introdurre con reazioni
immediate nel vostro sentimento; dovrete anche rinnegarvi, se occorresse.
La
mancanza di queste doti rende bruttissima la vita anche a quanti restano fuori
del sacerdozio, perché il mondo lo si conquista con la bontà e difatti gli
uomini nella parte maggiore - passati gli splendori della illusoria giovinezza -
non fanno che lamentarsi, immaginate voi!
La
humanitas di domani dipende dalla vostra profonda serietà di oggi nel vivere
completamente i valori del seminario.
Cari
figlioli forse qualcuno leggerà malvolentieri questa mia lettera. Sappiate - lo
ripeto - che l'ho scritta per amore.
L'ho
scritta perché, se diventerete sacerdoti, il vostro sacerdozio non sia
inutilmente doloroso, solcato da crisi e da depressioni, ridotto a crearsi delle
illusioni ogni giorno privo della gioia che accompagna sempre chi è a posto
nell'anima, anche se sta in croce.
L'ho
scritta perchè - se qualcuno non diventerà sacerdote - abbia ad abbandonare
questa nostra via con la coscienza di averne ben misurato prima l'ampiezza e
perché, quanto è detto qui, può fare in gran parte figura in un discorso di
un padre che licenziasse suo figlio per le diverse strade del mondo.
Non
ho scritto questa lettera per spaventarvi, perché il suo naturale epilogo
sarebbe il discorrere della gioia di una vita sacerdotale: questo argomento lo
tratterò, se Dio me ne darà il modo, un'altra volta. Ho parlato solo per
mettervi di fronte alla realtà, od almeno ad una parte della realtà. Vi ho
trattato da uomini, perché vi ritengo tali e sono convinto che vogliate essere
tali. Nessuno di voi certamente aspira ad essere un illuso, un povero
travicello, un leggero bambolotto.
Vorrei
che - fatte le proporzioni - si potesse dire di voi quello che afferma il
salmista: «Exultavit ut gigas ad currendam viam» (Sal. 18, 6). Tra la parte
del somarello rassegnato e quella dell'umile gigante, vi conviene eleggervi la
parte del gigante.
E,
finalmente, ricordiamoci della santità! Voi dovrete aspirare a quella. La
vostra linea nella vita sarà producente e orientata solo se avrete come punto
di riferimento la santità!
Viceversa
rischiate di fare il gioco di quelli che vi vogliono perdere: essi parlano di «testimonianza»
(cosa ottima, ma insufficiente), di personalità (non distinguendo, in modo da
fare della personalità una infelice esaltazione dell'orgoglio personale),
coscienza personale (che non è tribunale ed organo direttivo se non riceve la
Legge dall'esterno di sé), di virtù umane (quasi che nei battezzati possano
esistere virtù che non siano soprannaturali!), di autenticità (con tutta
l'aria di cercare alibi, per non fare le cose che costano).
Parlate
di santità! Con un mondo in decomposizione non abbiamo bisogno degli eroi di
Cervantes, ma di Santi!
Che
Dio ce li conceda tra voi! Ne Lo supplichiamo tutti i giorni.
Cari
seminaristi, il Signore nel Suo ultimo discorso disse ai discepoli questa
parola: «La vostra gioia sia piena» (Gv. 16, 24). Poco dopo, nella grande
orazione sacerdotale, pregò così: «Ma ora vengo a Te (Padre) e questo dico
nel mondo, affinché abbiano la pienezza della mia gioia in se stessi» (Gv. 17,
13).
Il
discorso era certamente rivolto agli Apostoli, ma, per la nostra partecipazione
alla loro dignità soprannaturale e al loro mandato apostolico, era rivolto
anche a tutti noi, a voi.
Gesù
vuole la gioia. Egli stesso, per il mistero sublime della unione ipostatica, la
ebbe nel momento della Sua passione.
Perché
vi scrivo sulla gioia Ecco le ragioni:
-
Anzitutto mantengo una promessa. Quando scrissi a voi la mia prima lettera
pastorale, dissi che, dopo avere indicato i motivi del vostro allenamento alla
vita sacrificata del sacerdote, vi avrei scritto sul rovescio della medaglia.
-
In secondo luogo perché dovete ora allenarvi anche alla gioia. - La gioia vi
renderà più facile tutto e vi aprirà nel ministero tante porte, che
diversamente sarebbero per voi chiuse.
-
Essa vi permetterà di rendere testimonianza obiettiva che nella Casa del
Signore, comunque vadano le cose, si sta sempre bene. - La vostra gioia aiuterà
le vocazioni. Forse, sul piano comune, nulla aiuta i germi di vocazione posti
dal Signore come il frequentare sacerdoti gioiosi del proprio stato, ossia del
servizio di Dio e dei fratelli.
-
Tra le «illuminazioni radiose», che possono cambiare col loro splendore la «giornata
della nostra vita», c'è la gioia.
-
La vita di un sacerdote può conoscere, avere e godere la soprannaturale gioia
in tutte le sue età, ben più che lo stato laicale. Che cosa è la gioia
Cominciamo
col dire quello che «non è».
1.
La gioia non è l'allegria; anche se può con questa coesistere, ed anzi ne è
la più genuina fonte, l'allegria indica più un fatto esterno. La gioia è
essenzialmente un fatto interiore.
Per
lo stesso motivo ed a maggior ragione la gioia non è il «ridere», il
divertimento, il chiasso, la capacità di scherzare, anche se può entrare in
tutto questo, per dare a tutto un fondamento autentico, genuino e moderatore
contro ogni eccesso.
Ecco
ora quello che è. Si tenga ben presente che intendo parlare della gioia
cristiana, pertanto soprannaturale, la sola - penso - che possa resistere a
tutte le stagioni e a tutte le inevitabili prove.
2.
La gioia è uno stato dell'anima in pace con Dio, con se stessa, con gli altri.
Non è solo «pace», essa ha un altro elemento fondamentale: fruisce di una
luce della quale gode e che spande su tutto l'ambiente, al quale (anche se
repellente in se stesso) dà una imperturbabile festosità. È dunque certamente
un fatto interno, sottratto di sua natura - quando è vera - ai conturbanti
movimenti esterni. Ma di che «luce» si parla? Si tratta della «luce» di
Fede, che riflette costantemente su tutto il suo illuminante splendore, rendendo
bello il sacrificio e il dolore per il loro valore redentorio; rende moderate ed
anche contenute le attrattive umane; dà il valore di messaggio paterno divino a
tutto il cosmo ed a tutte le vicende contenute; trasforma la esistenza in una
sorta di grande «antifona» del cantico eterno. Parlo della luce, che tra le
ostinate nubi erranti nel nostro cielo arriva, anche a sole lame, sulla nostra
terra. Parlo del riflesso indistruttibile che, con la Fede, ha l'Eternità sul
pellegrinaggio terreno. È uno sfondo che può diventare costante quando si
adoperano gli strumenti per rendere sempre attivamente presente all'anima la
nostra Fede.
Tale
gioia coesiste benissimo con la serietà dell'aspetto, con la espressione del
dolore e della preoccupazione, ma arriva sempre più facilmente al sorriso,
quando il rapporto con gli altri, sciogliendo i legami, chiama al tratto
esterno, al contatto, alla azione.
Meglio
sarebbe dire «come si fa a conquistarla». Perché la gioia, nelle vie
ordinarie della ascesi, è una grande conquista. Costa piuttosto caro.
Ecco
alcuni pratici consigli per averla e farne una irresistibile forza. Sì, una
irresistibile forza. Essa è il mistero della attrazione soave e del fascino che
emana da talune persone. Tutti ne incontriamo. Dio ve ne faccia incontrare
molte, soprattutto nei momenti di prova!
1.
La vivezza della Fede, sentita e vissuta è il primo elemento, generatore di
gioia, questo mi pare risulti chiaro da quanto detto e da quanto ancora dirò.
Parlo della Fede custodita dai dubbi con lo studio, alimentata soprattutto dalla
orazione, dall'esercizio della volontà di Dio e della presenza di Dio, difesa
da un indomito attaccamento alla Chiesa. Non si può disgiungere una vita di
Fede da una vita di orazione. La Fede dona alla orazione la coralità di tutta
la Comunione dei Santi. Ricordo una persona, molti anni fa, che quando si
ritirava alla sera nella sua stanza diceva: «me ne vado coi miei Santi». Era
vero,, perché il divino ufficio lo recitava come se la alternativa corale fosse
la Comunione dei Santi. Proprio questo meraviglioso dogma, fuori di ogni
fantasia e suggestione sentimentale, può illuminare e cambiare aspetto a
tutta la vita. E non solo ...
2.
L'anima pulita in grazia di Dio. Ogni peccato è un ingombro, ogni cedimento ai
sensi scompiglia, ogni cattiveria avvelena. Se la bellezza affascina, bisogna
ricordare il «bello infinito» al quale siamo chiamati ed avviati, dopo il
fugace momento di attesa, che è la nostra vita. Se il più ignobile tenta
avvinghiare, non si dimentichi che Esaù ha venduto la primogenitura per un
piatto, di lenticchie. Le cose mondane illudono per qualche momento, ma poi non
diventano altro che povere lenticchie e ghiande (come nella parabola del figliol
prodigo, cfr. Lc. 15, 11).
Il
mondo dei sensi, donde molti traggono vergogna e depressione, è invece la
palestra nella quale con la rinuncia si diventa forti, dispositori di se stessi,
nobilissimi sovrani.
Tutto
ciò che vien dalla materia, se non è filtrato attraverso la severa volontà,
uccide la pace interiore e vela ogni gioia profonda e duratura.
3.
Saper perdonare: sempre, subito, in modo definitivo e irripetibile. Il perdono
non è il rimedio delle grandi offese soltanto. Esso è per tutto quello che nel
prossimo eccita, infastidisce, contraria, anche se il prossimo non si accorge di
questo. Il perdono bisogna esercitarlo ad ogni ora del giorno, perché ad ogni
ora del giorno si presenta alla nostra esperienza qualcosa, appunto, che eccita,
infastidisce, contraria. E se su queste cose ci si arena, è finita la pace e la
gioia. La legge del perdono bisogna accoglierla in tutte le sue versioni.
Infatti, significa arrivare alla capacità di non offendersi mai; e tale capacità
è utilissima nella vita a tutti gli effetti, salvaguardia la pace e la gioia.
Saper perdonare vuol dire non fare questioni giuridiche, di giustizia, di
prestigio per coprire la propria incapacità di donare. Il perdono è sempre un
dono, che rasserena tutti, toglie le asprezze, tronca le sequele della miseria
umana.
Quando
si vive in una comunità, con gli altri, questa legittima versione della legge
del perdono bisogna applicarla da mane a sera. Ma dopo esser perdonati da Dio e
dopo aver perdonato tutti, alla sera, stanchi, si chiudono gli occhi in pace.
Una
gran parte della gioia è legata all'osservanza di questo precetto evangelico.
Il quale non solo ha, come si è visto, diverse versioni; ma ha anche diverse
conseguenze. Questa, per esempio: elimina decisamente il malanimo contro
chiunque e per qualunque ragione; brucia l'invidia e la gelosia, le quali
aduggiano in tutti i moti del nostro orgoglio.
L'invidioso,
il geloso non hanno pace e non conoscono la gioia. Perché si fanno esami di
coscienza, se non per togliere continuamente dall'anima questo ciarpame che la
tiene prigioniera? Che razza di vita spirituale abbiamo, quando essa non è in
grado di togliere queste complicazioni onerose ed inutili? Come possiamo piacere
a Dio se gli diciamo in modo bugiardo nel Pater Noster: «rimetti a noi i nostri
debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (Lc. 11, 4)?
Purezza,
libera volontà, umiltà, frutto di serena luce, perdono, epilogo della capacità
di «donare», sono guardiani della nostra gioia. 4. L'umiltà risolve tutto. La
più grande responsabilità delle nostre agitazioni burrascose è la nostra
superbia. Se non la si contiene entro severe dighe, essa alluviona tutto e ci
rende tutto amaro. Chi è umile risparmia la parte più grande dei dolori
inutili. L'umiltà (bisogna intenderlo bene) costituisce la più grande
furbizia.
5.
« È più beato il dare che il ricevere» (At. 20, 35). È parola del Signore.
Essa dà un tono di meravigliosa munificenza a tutta la vita cristiana. Essa
costituisce la via di una particolare rassomiglianza con Dio (cfr. Mt. 5, 48).
La generosità, né interessata, né spavalda, né in chiave di pubblicità o -
peggio - di populismo, tanto più sincera quanto meno esibita, è come un sole
che illumina.
Il
«dare» evangelico non è soltanto una questione di borsa, ma involve tutta la
persona, le sue capacità, le sue energie; diventando, senza sforzo, servizio,
completamento, supplenza, pazienza, amicizia, amore. Può essere paragonato ad
una aureola: allora è la gioia.
Molti
altri mezzi potrebbero essere recensiti come generatori di gioia, ma quelli
esposti sono sufficienti. È facile concludere che la gioia diventa un «contenitore»
di tutta la vita spirituale. Essa è facilmente comunicativa, perché ha ragioni
profonde, tutte arricchite dalla grazia del Signore.
Appare
chiaro anche il motivo per cui la vera gioia cristiana può esistere e resistere
nelle più grandi prove dei dolori.
Ritengo
che, non per ragione di dignità, ma per un motivo didattico, la prima verità
gaudiosa da tener presente sia la seguente: con la grazia del Signore ogni
dolore può essere trasformato in gioia, senza nulla togliere al merito della
nostra sofferenza. Come?
l.
Cominciando a ringraziare Dio che ce lo ha mandato o che lo ha permesso. È
incredibile quello che può trasformare della nostra vita l'abitudine di esser
grati a Dio per quello che non ci piace. E non perché in realtà questo stato
d'animo serva a diminuire notevolmente la sofferenza umana nostra, ma perché
è questa la via direttissima per essere uniti a Cristo sofferente e la via
direttissima per giovare a tutti i nostri fratelli. Ci sono momenti nei quali,
con umiltà, si possono chiedere a Dio le più grandi grazie, la salvezza di
altri, la manifestazione della Sua gloria.
Tutto
ciò richiede un allenamento che dovete iniziare ora. Esso sarà la vostra
salvezza, perché, imprimendo una inclinazione quasi connaturata ad amare
piuttosto quello che non piace che quello che piace, avrete in mano il talento
della forza per muovervi verso la perfezione.
2.
I sacerdoti che fanno tutti i giorni decorosamente la loro meditazione od
orazione mentale e, per merito di questa, si mettono in grado di compiere meglio
gli altri sacerdotali doveri, hanno in mano il talento per arrivare a tanto. Non
se lo lascino sfuggire e godano della tranquilla fiducia di poter resistere ad
ogni crisi e tentazione, stringendo bene nella mano quello stesso talento.
Tutto
questo discorso può valere per qualunque fedele; ne ho conosciuti molti che
questo discorso intendevano e santamente sfruttavano. Ma per voi ha una forza ed
un valore speciale: voi sarete sempre (per forza dei sacri misteri che
celebrerete, della orazione tipica sacerdotale) più vicini a Dio! Qui sta la
formula per operare il meglio in ordine alla perseveranza nel proprio
sacerdozio.
3.
Cercate di capire le particolarità della vostra orazione. Prepara il vostro
domani. La orazione del sacerdote prende forza dal suo «carattere» impresso
dall'Ordine sacro. Per questo egli è «deputato» alle «cose sacre». Se
prenderà coscienza di questo particolare valore, tanto più lo accrescerà e ne
trarrà efficacia.
Questo
accade soprattutto nella recita delle «Ore». In esse, in modo speciale se ex
Officio, non è lui che prega, ma in lui prega la Chiesa intera, perché si
tratta di un atto ufficiale.
Se
la sua Fede lo soccorrerà, potrà sentire la sua preghiera delle Ore, le
alternanze dei suoi versetti, la sua eco, come il coro della Gerusalemme celeste
e della Comunione dei Santi. Non è questa una fantasia, è una realtà nella
quale ci si può serenamente e dolcemente adagiare. Nella storia dei Santi si sa
che qualcuno di loro, recitando o cantando il divino uffizio, si trovò in
compagnia della Vergine e degli Angeli. Vide e fu fortunato; ma tutti possono,
se sanno elevare la propria anima fino a quel livello, credere di entrare ad
accompagnare in qualche modo il cantico della eternità.
Chi
è deputato alle cose superne dal sacramento dell'Ordine è deputato a fruire
una speciale presenza nelle realtà eterne. Nell'Ufficio della Dedicazione delle
chiese, il vecchio Breviario faceva cantare per secoli tutta la Chiesa: «Sed
illa sedes Coelitum / semper resultat laudibus / illi canentes jungimur / àlmae
Sionis aemuli». E tutto questo lo porterà, con gioia e senza rimpianti di
esperienze terrene, ben lontano da ogni mondanità e da ogni espressione della
medesima.
Chi
vive così la sua orazione rende a poco a poco inoperanti tutte le pericolose
attrazioni mondane. Inquadra la propria vita ad un livello nel quale il Sole
splende sempre.
4.
Avrete la divina presenza della Eucarestia. Tale presenza darà frutti in voi
quanto più la vostra Fede in essa sarà non solo attuale e viva, ma da voi
continuamente tenuta accesa con i piccoli espedienti della pietà, adatti a noi
piccoli esseri e che la vita del seminario vi deve insegnare. Le frequenti
visite, anche brevissime, al Santissimo Sacramento a poco a poco vi daranno,
quasi fisicamente, il senso di una santa fortezza resistente a tutti gli
attacchi e contraddizioni della vita. Non permettete che l'abitudine sciatta vi
renda atoni alla presenza di Colui che vi è sempre vicino e che nel santo
sacrificio stringerete nelle vostre mani. Avete ben più che un talismano a
favore!
5.
Avrete la grazia dello stato. È una realtà gigantesca, che domanda a noi di
essere sempre consci e di trarne fiducia. Essa vi renderà capaci di quella
polivalenza nell'apostolato, che vi sarà domandata dalla obbedienza e
dall'ufficio assegnato. Vi può rendere capaci di quello che non avrete mai
stimato possibile alle vostri doti, vi renderà non spavaldi, ma arditi ad ogni
impresa difficile.
6.
Purché vi teniate ad un livello di Fede vissuta, avrete con voi il Cielo.
Esperimenterete che Madre amabile e provvida sarà per voi la Santissima
Vergine, vi saranno vicini gli Angeli, i Santi. Soprattutto la Santissima
Vergine: vi terrà per mano. Sentirete lo stile dolcissimo e pronto della Sua
materna protezione. Accanto, anzi sopra questo mondo visibile, se ne dischiuderà
per voi un altro,, dandovi il senso di una forza, di una dignità e di una
indipendenza invidiabili. Non è questione di fantasia, e non è necessario per
questo che si arrivi alla vita mistica; Dio è Signore e vi chiede solo Fede
attuale e coerenza con la Fede nel contegno.
7.
Avrete sempre la tranquillità del frutto della vostra azione sacerdotale, certi
che la «Parola di Dio non ritornerà a voi vuota» (Is. 55, 11).
Sarà
necessario che non pretendiate di vedere voi i frutti: è sufficiente che li
veda Dio e ve ne custodisca il merito per la vita eterna: «altri semina ed
altri miete» (Gv. 4, 37).
8.
Avrete intorno la famiglia delle anime. Questa è ben più grande, costante e
duratura che la famiglia del sangue. Conosce un affetto che è puro perché
nascerà dall'apostolato, dal sacrificio, insomma dalla erogazione dei beni di
Dio.
Certo,
questa famiglia non deve nascere da simpatie insulse, da plagi, da sentimenti
troppo umani; non dovrà essere curata in funzione di una vostra corte o di un
appannaggio di vanità (guardatevene bene!), ma sorgerà naturalmente nel
misterioso lavorio che la grazia del Signore farà attraverso la vostra opera.
Le vostre sofferenze, le contraddizioni subite ne scalderanno l'effetto. Il
discorso su questa «grande famiglia» è serio e grave.
Dovrete
curare i difetti del vostro temperamento, perché possono diventare le cause di
un isolamento penoso; dovrete non chiudervi in una torre d'avorio; dovrete avere
ampiezza di perdono, di pazienza e di servizio; dovrete dare al vostro
sacerdozio un volto umano e soprannaturale insieme. Dovrete essere attenti a
nulla sacrificare agli idoli della moda corrente, per piacere, per avere
pubblicità e risalto. Questi costituiscono tentazioni perniciose e talvolta
fatali. Lasciate nei piccoli la sincera impressione di sollecitudine affettuosa
e vedrete, almeno in molti di loro, brillare la luce degli occhi che esprimono
riconoscenza quando saranno grandi. Gli spettatori della vostra cura per i
poveri, i diseredati, gli ammalati, i vecchi avranno prima ammirazione, poi
salutare riflessione e finalmente affetto per voi.
Per
decenni e decenni ho fatto caso a questo o a quello che succedeva all'Ospedale
Galliera quando c'era degente qualche buon prete, qualche degno parroco. Nessuno
aveva tanti visitatori come loro, nessuno aveva tanta gente che si interessasse
all'andamento della malattia e della cura. Ricordo che qualche volta si sono
dovuti prendere provvedimenti per arginare questo flusso invadente. Ma era una
testimonianza.
Siate
pazienti, generosi, di retta e purissima intenzione: non vi mancheranno amici
seri.
La
vita del buon prete prende addirittura una dimensione diversa dalla vita degli
altri uomini. Non saranno sempre rose e fiori di questo mondo, ma quando la
terra si facesse per voi arida ci sarebbe sempre per voi, ed anche in modi
inauditi, la rugiada del Cielo. Questo vale tanto più perché potreste avere
momenti di desolazione e depressione legati a qualunque esperienza di vita non
sacerdotale; allora potrete capire quanto siano preziosi per voi il Cielo, del
quale ho parlato, e la terra con il calore della riconoscenza da voi suscitata.
La grande famiglia della terra potrà qualche volta apparirvi anche un po'
assente, perché esistono stati d'animo che, chiedendo troppo, pensano di avere
nulla; non temete. Non chiudete mai le porte a nessun confratello, anche se
colpevole verso di voi; il perdono e la carità disinteressata ve lo potrà
restituire nei momenti per voi amari.
Vi
possono essere momenti in cui dovrete camminare da soli, per difendere la verità,
la giustizia, la sacra disciplina. Non abbiate paura: in quei momenti, se
manterrete il livello della vostra Fede, Dio stesso camminerà avanti a voi,
accanto a voi. E la grande famiglia, se il vostro sacerdozio l'avrà creata,
nulla cercando per sé, si farà sempre sentire.
Mi
sono chiesto molte volte nella mia vita perché tanta gente abbia una tale
acrimonia verso i preti. Ho sempre dovuto darmi questa risposta: nessuno, in
qualunque situazione, riesce ad amalgamare tanta gente intorno a sé quanto un
buon prete. L'ho visto negli ospedali, nelle scuole, soprattutto negli ambienti
di lavoro, nelle caserme; questo «imbattibile», sempre che sia con la testa e
con il cuore a posto, vince in concorrenza, quanto più non lavora per sé e
lavora per amore di Dio.
La
storia della «grande famiglia» è una storia lunga, assai lunga, ma è anche
la storia della vostra vita. Essa resiste, anche se può avere eclissi. Cambia
completamente la prospettiva: insieme nell'amore di Dio, è una storia che con
volontà potete sctivere ora. È non tutta, ma una grande contropartita del dono
di una castità perfetta, di una inalterata obbedienza e di un distacco del
cuore dalle cose umane.
Nessuno
come il sacerdote ha davanti un simile cammino. È per questo che ho potuto
parlare di gioia, anche se questa non è, come ho scritto, l'unica sorgente
della letizia sacerdotale. Altre ve ne sono e sono tante, a seconda della virtù
acquisita, che la fantasia non basta ad enumerarle.
9.
Ho assistito al tramonto, anzi al crepuscolo di tanti preti. La mia conclusione
è questa: talis vita finis ita.
Quelli
che possono dire di avere speso la vita solo per Dio e per i fratelli portano
con sé una inesprimibile letizia, perché allora vale solo quello ed è quello
che si porta con sé. È triste aver finito una vita senza orizzonti superni: è
solo gioia avere accumulato, per una vita, merito al servizio di Dio.
Questo
ho scritto perché sappiate già quale sarà il vostro avvenire, sappiate che è
nelle mani vostre, sappiate che dipenderà dalla disciplina austera e senza
tristezze, che oggi vi saprete imporre!
Tocco
l'argomento perché fa parte del mio assunto principale. Entrateci a testa alta:
se vi sarete allenati ad essere sempre con Cristo, sarete i più forti.
Non
abbiate bisogno di nascondervi, mai. L'abito ecclesiastico sarà la prima
testimonianza, ma allenatevi ora a sentirne il valore e ad assimilarlo come una
seconda natura. Voi sapete che esiste un abito ecclesiastico «tollerato» (e
questo lo si deduce dal testo di concessione della CEI) ed uno «proprio». La
scelta deve essere operata dalla vostra generosità e questa guarda al meglio.
Sentirete la gioia di testimoniare così meglio il vostro Signore, vi sentirete
alfieri suoi, netti e coraggiosi, con la onesta baldanza che la giovane età può
sempre dare a tutto ciò che è più nobile.
La
vostra figura, così, non passerà mai occultata tra la anonima folla. E questa
vi accoglierà sempre, forse con un moto di interna reazione, il quale però è
sempre il primo passo verso l'interessamento, la ricerca, l'amore. Meglio
l'odio sopra di noi che la indifferenza; ma, se vi nasconderete, opterete
necessariamente e forse colpevolmente per la indifferenza. La quale non
recepisce bene la testimonianza a Cristo. Siate in questo generosi, coscienti:
avrete la gioia di essere «qualcosa».
Il
mondo nel quale entrerete è malato, ha bisogno di voi. Non condannate, servite.
Il servizio, con lo stile della generosità, vi riempirà di gioia.
Il
mondo spesso è impazzito: ha bisogno di voi. Il vostro equilibrio, la vostra
incondizionata obbedienza alla Chiesa vi faranno maestri di saggezza. Anche
questa è gioia esaltante, quando è dono fatto umilmente ai nostri fratelli,
nelle più disparate circostanze.
Il
mondo sta per fare delle nuove grandi e forse dolorose esperienze. Sono le
circostanze in cui il sacerdozio diventa prezioso sul piano storico, come lo è
sempre stato. Allenatevi per 1'aignoto». Con la grazia del Signore non lo
temerete e sarete pronti ad affrontare tutti i compiti. È un tocco di avventura
esaltante. Non sarà la gioia di una avventura umana; ma la gioia di essere
strumenti di cose grandi nella perfetta disponibilità ed obbedienza a Dio
nostro Signore!
Il
sacerdozio, veramente vissuto e ardentemente preparato, ha sempre la sua
inesauribile risorsa di gioia, che nessuno potrà togliervi. Avanti!
Tutto
quello che ho scritto porta ad un conclusione: poiché la sostanza del discorso
è situata in seminario e conduce alla gioia di essere in seminario. Ve la
auguro e vi incito ad averla. Ogni esperimento di questo mondo porta con sé,
anche incolpevolmente, dei difetti; a questa legge non si sottrae il seminario.
Voler cercare soprattutto i difetti è opera di un complesso deformante, che
prego Dio non vi investa.
Questa
gioia potete averla. Quando in futuro aveste a trovarvi isolati, imparerete la
preziosità della comunità. Quando potreste essere attanagliati da
responsabilità, avreste la nostalgia del tempo in cui, bastando obbedire a dei
superiori e ad una regola, tutte le responsabilità si scaricavano naturalmente.
Quando vi perseguitasse la aridità di ogni sentimento ed aveste a sentirvi come
alberi d'autunno che perdono le foglie, intendereste che cosa sia quella serena,
placida, innocente fraternità ed amicizia che avrete goduto in seminario.
Quando la esperienza delle ignobilità, delle torture, delle deformazioni fosse
per appesantirsi sopra di voi spingendovi al gemito desolato del pessimismo,
allora sareste in grado di valutare che cosa sia stato per voi incontrare tra
mura sempre severe, uomini, compagni, superiori, professori della cui statura
morale avete goduto ammirando, ed ammirando con la infinita generosità della
primavera. Quando risorgeranno alla memoria momenti felici, dolci
esperimentazioni di vita liturgica, amabilità di trattenimenti, lepidezze
innocenti, gioiosità di vittorie interiori, volti cari, affetti incoraggianti,
allora sarà chiaro per voi il bene che avete avuto.
Quando
troverete in voi stessi sedimenti antichi di sacra dottrina lucidamente certa,
facilità di soluzioni nella direzione spirituale, soddisfazioni nel
riconoscimento tributato da onesti superiori e non sarà spento il caldo di
quella dolce famiglia di anime, allora avrete la nozione del seminario.
Quando
foste in grado di ricordare che con la vostra pazienza generosa avete mantenuto
con i compagni di studio anche fastidiosi una inalterata serenità sorridente;
quando foste in grado di dire a voi stessi che non avete giudicato nessuno, non
menomato la fama di nessuno raggiungendo un pieno controllo di voi; quando vi
ritornasse alla mente quanto conforto avete dato a seminaristi pari vostri
bisognosi di comprensione, sorreggendoli con la vostra limpida carità ed
esercitando prima del sacerdozio le virtù necessarie al ministero, l'onda della
gioia pacata e soddisfatta vi raggiungerebbe ad ogni ora della vita. E il
seminario manterrebbe per voi i colori dell'alba.
Perché
non avere ora una tale gioia? Perché permettere prevalga in questo momento
della vostra primavera la nebbia portata dalle piccole noie quotidiane, dalle
inevitabili differenze di gusti e di temperamenti, dagli insignificanti smacchi,
sulla realtà di una vocazione divina, di una chiamata a cooperare con Dio, di
una predestinazione alla salvezza altrui?
Un
giorno il ricordo di questa casa paterna vi farà tenerezza; perché non
permettere sia essa oggi la casa della gioia? Guardate oltre e vedrete giusto.
Nella vita vi sarà utile vedere oltre!
Che
la Santa Vergine vi conduca per mano, sempre!