50
DOMANDE E RISPOSTE SULL’ABORTO
Voglio
Vivere-Anno VIII, n° 2
Direttore
responsabile: Sergio Mora La campagna Voglio Vivere è svolta sotto il
patrocinio dell'Associazione per la difesa dei Valori Cristiani P.zza G.
Matteotti, 11-20063 Cemusco S.N. (MI) - Tel: 02 92 1131 3153 - Fax: 02 92 33 09
73 - C.C.P. 31110257 Aut. Trib. Roma n° 583 del 24-12-1998 Sped. In Abb.
Postale Art. 2 Comma 20/C Legge 662/96 Filiale di Padova (Programma Abb.to)
Quinta edizione italiana, Ed. 2009
©
Associazione per la Difesa dei Valori Cristiani Stampa: Isabel Litografia SRL -
GESSATE (MI)
In ogni civiltà degna di questo nome, e tanto più in una nazione che ha conosciuto e abbracciato il Cristianesimo, il popolo dovrebbe intervenire con vigore e tenacia sulle autorità, esigendo da loro che proteggano, con la pienezza del loro potere, la vita di tutti i cittadini innocenti: non solo quelli già nati ma anche i nascituri.
Invece, sul problema dell'aborto pesa
una generale congiura del silenzio, ordita dai nemici della vita, che estingue
sul nascere ogni reazione o perlomeno le impedisce di ottenere risultati
considerevoli. Questo silenzio svolge il ruolo di un anestetico per assopire
le coscienze, distogliendole dalla «strage degli innocenti» iniziata in Italia
nel 1978 con l'approvazione della famigerata legge n. 194 che ha legalizzato
l'aborto. Questo silenzio non viene rotto nemmeno quando bisognerebbe fare un
bilancio e un vaglio critico dell'applicazione della legge abortista. Con il
passare degli anni, le coscienze degli italiani, anche di tanti cattolici, si
stanno abituando all'aborto, perlomeno considerandolo come una cosa «inevitabile»;
e, come si sa, sulle cose inevitabili il giudizio morale tende ad astenersi e in
fin dei conti a giustificarle.
Il
nostro opuscolo intende contribuire a rompere la congiura del silenzio e a
risvegliare le coscienze, preparando una necessaria riscossa pubblica che non
sia più solo e genericamente «in difesa della vita», ma anche e
specificamente contro l'aborto.
Facendo
seguito ai ripetuti appelli di papa Giovanni Paolo II, ribaditi anche da papa
Benedetto XVI, proclamiamo la necessità di unire le forze ancora vigili per
organizzare una grande Crociata per la vita. In questa battaglia epocale, la
nostra arma più grande è la verità: quella verità donataci dallo stesso Dio
che ci ha donato la vita, quella «verità che ci farà liberi» (Gv. 8, 32).
Questo opuscolo ci arma con le verità che ci permettono di vincere i sofismi
degli abortisti, opponendo slogan a slogan. La sua lettura è utile non solo a
coloro che condividono l'impegno in difesa della vita, ma anche a tutti quelli
che cercano sinceramente la verità.
Facciamo
dunque nostra questa fiduciosa ed ardente preghiera scritta dal beato Papa Pio
IX: «Dolcissimo
Gesù, nostro divino Maestro! Voi che sempre vanificaste le infami astuzie con
le quali i farisei vi assalivano! Distruggete le trame degli empi e di tutti
quelli che, nella meschinità del loro animo, cercano di sedurre e traviare il
vostro popolo con le loro false sottigliezze. Illuminate tutti noi, vostri
discepoli, con la luce della vostra grazia, affinché non ci accada di venir
corrotti dall'astuzia dei sapienti di questo mondo, che diffondono ovunque i
loro funesti sofismi tentando di trascinare anche noi nell'errore. Concedeteci
una luce della fede così forte da smascherare le insidie degli empi, credere
fermamente ai dogmi della vostra Chiesa e respingere con costanza le massime ingannevoli.
Così sia».
1
- Le conseguenze dell'aborto
«Colui che ha sparso il sangue
dell'uomo, dall'uomo vedrà sparso il proprio sangue, perchè è a propria
immagine che Dio ha creato l'uomo» (Genesi, 9,
6)
R. 1: L'aborto è il procedimento volontario che interrompe lo sviluppo del bambino durante la gravidanza nell'utero materno, fatto con lo scopo di sopprimerne la vita. «Aborto significa l'espulsione di un feto o embrione vivo di una donna allo scopo di sopprimerlo» (Legge francese del 1975 sull'aborto).
Benché
la morte involontaria di un nascituro sia definita, in termini medici, come «aborto
spontaneo», questa tragedia, chiamata con maggior compassione «falso parto»,
non è l'argomento di questo libro; qui ci occupiamo solo dell'aborto volontariamente
provocato.
Quando
il nascituro viene ucciso nell'utero materno, si tratta di un vero e proprio
assassinio, tanto che si può parlare di omicidio prenatale. Tuttavia, quando
il bimbo, essendo nato vivo, viene ucciso dopo il parto, si tratta di un
infanticidio.
D.
2: Quali sono i metodi usati per uccidere il nascituro durante i primi tre
mesi della sua vita uterina?
R.
2: I metodi per abortire i nascituri entro il termine fissato dalla legge
comprendono gli abortivi, l'espulsione per aspirazione e quella per
raschiamento.
R.
3: Un abortivo è ogni prodotto farmaceutico, chimico, od ogni dispositivo che
provoca la morte del nascituro, talvolta intossicandolo direttamente. In
questa categoria sono compresi la «pillola del giorno dopo», la «spirale» e
la pillola RU 486.
R.
4: In Francia e in Gran Bretagna, un potente steroide sintetico è stato
utilizzato per provocare l'aborto nelle madri incinte da 5 a 7 settimane.
Negli Stati Uniti, l'Ufficio per il Controllo Farmaceutico e Alimentare ha
pubblicato una nota di allarme riguardo la pillola RU 486, proibendone l'importazione
ad uso personale, poiché essa comporta un pericolo per la donna. Ancora poco
tempo fa, prima di cedere il brevetto della pillola, la casa farmaceutica che la
produceva (la francese Roussel Uclaf) raccomandava di usarla solo tenendo
pronto l'occorrente per una eventuale rianimazione d'urgenza.
«La
RU 486 non è di facile uso», ammetteva Edward Saking, ex P.D.G. della
Roussel Uclaf, «una donna che voglia porre fine alla propria gravidanza con
questo metodo, deve "vivere" col proprio feto abortito durante almeno
una settimana. Si tratta di una spaventosa prova psicologica».
R.
5: Nel metodo mediante aspirazione, l'orifizio esterno del collo uterino viene
progressivamente allargato; una cannula vuota viene introdotta all'interno
dell'utero, allo scopo di estrarre il nascituro mediante aspirazione,
espellendolo all'esterno. Questa aspirazione è prodotta da un apparecchio
simile all'aspirapolvere domestico, ma molto più potente.
La
morte del nascituro viene provocata smembrandogli le braccia e le gambe. I resti
fetali vengono trasformati un una marmellata sanguinolenta. Questo è il metodo
più frequentemente usato.
R.
6: Nel metodo di dilatazione e raschiamento, un lungo strumento, la cui estremità
forma un affilato cucchiaino, viene introdotto nell'utero per raschiarne le
pareti eliminandone così il contenuto. Questo metodo, a volte aiutato
dall'aspirazione, viene utilizzato per curare chirurgicamente le emorragie delle
donne non gravide. Esso quindi non è di suo abortivo.
D.
7: Quali metodi vengono usati per uccidere i nascituri dal terzo al nono mese di
vita uterina, in alcuni Paesi che lo autorizzano?
R.
7: I procuratori di aborti usano vari metodi per uccidere i nascituri durante il
secondo e il terzo trimestre di gravidanza. Essi comprendono dilatazione ed
espulsione, iniezione di una soluzione ipertonica di sale, uso delle
prostaglandine, isterotomia e aborto mediante nascita parziale.
R.
8: Nel caso della dilatazione ed espulsione, il collo uterino viene dilatato a
forza. L'apertura deve qui essere maggiore di quella adoperata nel metodo per
aspirazione usato nel primo trimestre di vita, in quanto la vittima da smembrare
ha già dalle 13 alle 24 settimane e quindi è di maggiore taglia. Siccome le
ossa del nascituro sono più solide, si usano pinze per smembrarle (dapprima
braccia e gambe, poi la schiena). Infine viene frantumato il cranio, per poter
estrarre la testa mediante aspirazione. I resti fetali possono essere estratti
con un forcipe ad anello.
Durante
questa procedura, nessuna anestesia viene praticata sul nascituro, poiché
l'agonia di questa vittima indifesa deve ad ogni costo essere negata.
R.
9: Questo metodo consiste nell'iniezione di una soluzione ipertonica di sale
(comunemente ma scorrettamente detta salina). Un ago lungo 8 centimetri fora
la parete dell'addome e quella dell'utero, estraendo 60 cl. di liquido amniotico
e poi iniettando 200 cl. di soluzione ipertonica di sale nella cavità che
racchiude il nascituro.
Abituato
al piacere di bere il liquido nel quale è immerso, il nascituro fa l'esperienza
del gusto amaro del fatale veleno. A poco a poco il sale gli brucia la pelle, la
gola e gli intestini; egli cerca invano di fuggire, rivoltandosi da un lato
all'altro dell'utero con violente contorsioni. La sua atroce agonia può durare
delle ore. Infine, il feto viene espulso dalle viscere materne; il suo corpo
appare rosso dalle bruciature, per cui alcuni procuratori di aborto parlano di
«effetto caramello».
R.
10: Le prostaglandine sono ormoni che provocano le contrazioni del parto. Esse
possono essere iniettate nel liquido amniotico o somministrate sotto forma di
compresse vaginali.
Di
conseguenza la madre subisce un parto prematuro, generando un feto nato-morto
oppure troppo piccolo per poter sopravvivere fuori dall'utero. A questo punto
il bimbo viene semplicemente lasciato senza cure e quindi muore.
R.
11: Nel caso di una isterotomia, come per quello del parto cesareo, l'addome e
l'utero materni vengono aperti chirurgicamente. Ma mentre il taglio cesareo
viene praticato per salvare la vita del nascituro, l'isterotomia viene invece
praticata per sopprimerla. Alcuni medici usano la placenta per soffocare il
bimbo.
R.
12: L'aborto mediante nascita parziale comporta l'estrazione di un feto dal
collo dell'utero, prendendolo per i piedi tutto intero tranne la testa. Il
chirurgo poi affonda delle forbici alla base del cranio, le apre al massimo per
dilatare l'orifizio e mediante aspirazione estrae il capo.
In
forza della testimonianza di una infermiera che, avendo assistito a vari
aborti di questo tipo, aveva dichiarato che i legislatori dovrebbero essere
costretti ad assistervi prima di legalizzarli, la Camera dei Deputati
statunitense ha votato una legge che vieta questo tipo di aborto, sotto pena
della prigione e di una multa.
R.
13: I fautori dell'aborto mentono alle donne, quando fanno loro credere che
l'aborto legale è per ciò stesso sicuro. Le statistiche dimostrano che la
realtà è ben diversa. Molte donne, che pretendono di ottenere con l'aborto «la
libertà riproduttiva», possono compromettere o perdere del tutto e definitivamente
le loro facoltà riproduttive, restando sterili a vita. Anche usando le migliori
tecniche chirurgiche, nella fase dell'aspirazione o del raschiamento, quando
la plastica e il metallo degli strumenti vengono messi a contatto con i tessuti
delicati dell'utero, può derivarne una lesione degli organi interni. Ma anche
se non avvengono lesioni, l'aborto può danneggiare il sistema immunitario.
R.
14: No: il bimbo può essere vittima di un infanticidio. L'innesto del tessuto
fetale, che necessita l'utilizzazione di un feto vivo per recuperarne i tessuti
viventi, viene talvolta fatto passare per un aborto. Ma questi tessuti non
vengono prelevati da un feto, poiché si tratta in realtà di un bimbo vivo, per
cui qui si tratta di un infanticidio o di una eutanasia a fine utilitaristico.
R.
15: Tutt'altro. E' stato verificato che la gravidanza è più sicura
dell'aborto, sia nella prima che nella seconda metà della fase. Le statistiche
spesso citate per sostenere l'argomento contrario sono ingannevoli.
Gli
abortisti paragonano sistematicamente il tasso di mortalità delle madri (nel
caso di aborto provocato nelle prime 12 settimane di gravidanza) con il tasso di
mortalità delle madri durante l'intero periodo di gestazione, al momento del
parto, come pure del periodo che ne segue; inoltre, per sovrappiù, in quelle
statistiche viene conteggiato anche il tasso di mortalità in caso d'incidenti o
di malattia. Comparare i rischi dell'aborto praticato nelle prime due settimane
di gravidanza con i rischi del parto nei nove mesi, è ingannevole e
anti-scientifico
R.
16: Una donna che si sottopone ad un aborto può sviluppare, fra le altre, le
seguenti patologie:
Emorragia.
In un'epoca in cui il sangue può trasmettere il virus dell'AIDS, l'emorragia
uterina può mettere in pericolo la vita della madre; le donne che abortiscono
possono infatti aver bisogno di trasfusioni di sangue, a causa di serie
emorragie. Per questa ragione, anche la pillola RU 486 richiede una stretta
sorveglianza, perché comporta il rischio di emorragia.
Infezione.
Se dopo l'aborto nell'utero rimangono parti del feto, o se gli strumenti
chirurgici usati non erano ben sterilizzati, la madre rischia la sterilità
definitiva per colpa di una infezione delle tube uterine.
Lesione
del collo uterino. Gli
strumenti utilizzati per dilatare il collo uterino possono danneggiarlo,
provocando nelle future gravidanze l'insorgere di aborti spontanei oppure nascite
premature. Anche gli aborti chimici possono portare a futuri aborti spontanei.
Perforazione
dell'utero. Un aborto
mediante raschiamento può perforare la parete uterina provocando una infiammazione
(peritonite); questo può costringere ad un intervento chirurgico che asporti
l'intero utero, rendendo la donna definitivamente sterile.
Perforazione
dell'intestino. Durante
un aborto mediante aspirazione o raschiamento, una manovra errata può far sì
che lo strumento perfori non solo l'utero ma anche il colon; si rende allora
necessaria una operazione chirurgica (resezione) per asportare la parte
dell'intestino rimasta danneggiata.
R. 17: Anche se non viene colpita da complicanze immediate, la madre che abortisce può subire conseguenze tardive, fra le quali:
Nascita
di bimbi morti o handicappati.
Le donne il cui sangue ha il fattore RH negativo e che non ricevono un
anti-siero (RHo (D) immunoglobulina), possono reagire al sangue di tipo RH
positivo del padre, facendo correre ai nascituri il rischio di una eccessiva
distruzione dei loro globuli rossi (malattie emolitiche), conducendoli a morire
prima del parto o a nascere handicappati.
Infiammazione
pelvica. La malattia
infiammatoria del bacino è «una malattia grave, abituale conseguenza dell'aborto,
nel 30% dei casi del quale viene segnalata». Questa infiammazione può
condurre ad aborti spontanei, alla sterilità e a dolori pelvici cronici.
Aborto
spontaneo. Le donne che
hanno abortito sono soggette agli aborti spontanei, con un tasso più elevato
del 35% in rapporto alle donne che non hanno abortito.
Parto
difficile. Le donne che
hanno abortito sono soggette a complicanze nei futuri parti e/o nelle future
gravidanze.
Nascita
prematura. Le nascite
premature sono da 2 a 3 volte superiori nelle donne che hanno abortito, in
rapporto a quelle che non hanno mai abortito.
Cancro al seno. Vi sono gravi timori che l'aborto possa aumentare il rischio del cancro al seno, in particolare se ad essere abortito è il primo figlio. «Le donne che abortiscono al primo trimestre di gravidanza raddoppiano il rischio di contrarre un cancro al seno, in rapporto alle donne che portano a termine la loro gravidanza».
Gravidanza
extra-uterina. Nella
gravidanza extra-uterina il feto si sviluppa nelle tube di Falloppio,
piuttosto che nell'utero, mettendo quindi la madre in pericolo di morte in caso
di esplosione di una tuba. Un rilevante tasso di crescita delle gravidanze
extra-uterine è stato constatato nelle donne che hanno abortito. Gli studi
dimostrano che il rischio di una gravidanza extra-uterina raddoppia dopo un
primo aborto e si quadruplica dopo un secondo. Il pericolo aumenta con la pillola
RU 486, che è inefficace sulle gravidanze extra-uterine, creando una falsa
impressione (inducendo all'emorragia) che la madre non è più incinta.
R.
18: Sì, l'aborto può produrre gravi problemi di tipo emotivo, psicologico o
psichiatrico:
Perdita
di autostima. La donna
che ha abortito sente di avere violato la propria missione di madre e di
difensore della vita; ne deriva un sentimento di disistima che può arrivare
fino al disprezzo di sè.
Sentimento
di colpa. In molte
donne, si constatano profondi sentimenti di colpa ed anche di amore per il
figlio «che avrebbe dovuto nascere». Se poi la donna cerca di negare o di
rimuovere la propria colpevolezza, le conseguenze diventano più gravi per lo
sforzo fatto di soffocare la coscienza turbata.
Rimpianto,
ansia e depressione. In
rapporto alle donne adulte, le giovani sono più portate a soffrire di postumi
psicologici a breve termine. Anche se la prima reazione di una donna che ha
abortito è quella di sollievo, ben presto sopravvengono sentimenti di
rimpianto, di ansia e di depressione.
Sindromi
post-abortive.
Non di rado la donna reagisce
all'aborto in modo simile al turbamento da stress post-traumatico che si
riscontra nei reduci di guerra. Spesso i primi sintomi si manifestano vari anni
dopo l'aborto, quando la donna comincia a segnalare problemi mai verificatisi
prima, come disistima di sè, intorpidimento della sensibilità, flash-back,
difficoltà di concentrazione, insonnia. Il dr. Vincent Rue, uno psichiatra
americano che da un ventennio studia le sindromi post-abortive, aggiunge altre
conseguenze: «depressione, inclinazione al suicidio, rottura delle relazioni
sociali, uso di droga, abuso di alcool, problemi sessuali, fobie, gravidanze
isteriche, sterilità, anoressia».
D.
19: La madre che ha abortito è la sola a soffrire di turbamenti da stress
post-traumatico dovuti all'aborto?
R.
19: No. La ricerca dimostra che spesso anche il padre subisce gravi reazioni
negative, quando si rende conto che suo figlio è stato ucciso. La sofferenza
del padre è ancor più grave, quando egli è contrario all'aborto e peggio
ancora quando la legge - che stabilisce la madre come unico arbitro della
gravidanza - gli vieta di proteggere la vita del proprio figlio in arrivo.
Un
padre in questa situazione ha espresso il proprio sconvolgimento emotivo con
queste parole: «Probabilmente avete letto una cosa simile riguardo i sentimenti
di colpa irrisolti e le emozioni represse provati dai reduci della guerra del
Vietnam. Questo si chiama "turbamento da stress post-traumatico".
Insomma, è il risultato dello sforzo fatto per cancellare o reprimere
l'intensa reazione alla morte ed alla violenza che li circondava. Questa
reazione è della stessa natura della mia, in seguito all'aborto praticato
sulla mia donna. Quando siamo usciti dalla clinica dopo l'aborto, non era tutto
finito per me».
2
- La vittima dell'aborto
«Sei tu che hai creato le mie viscere e
mi hai intessuto nel seno di mia madre. Io ti lodo perché mi hai fatto in modo
meraviglioso; sono stupende le tue opere. Tu conosci a fondo la mia vita; non ti
fu ignota la mia natura, quando venni creato nel profondo e venni formato
nell'occulto» (Sal 138, 13-14)
R.
20: Ecco una domanda-trappola, se non definiamo i termini usati. Propriamente
parlando, la vita (in astratto) non inizia: essa viene trasmessa da cellule
viventi derivate da altre cellule viventi; questa continuità della vita è il
postulato fondamentale della biologia. Tuttavia, la vita (in concreto) ha
effettivamente un inizio. La questione che determina la natura dell'aborto è
dunque la seguente: «Quando inizia la vita umana?» Vale a dire: «Quando
inizia la vita di un uomo?»
La
biologia dimostra che la vita di un nuovo essere umano inizia nel momento della
fecondazione, ossia nella fusione tra lo spermatozoo del maschio e l'ovulo della
femmina. L'unione di 23 cromosomi del gamete maschile con 23 cromosomi del
gamete femminile produce una nuova cellula di 46 cromosomi. «Questa cellula
viene chiamata zigote; essa contiene un nuovo codice genetico, che produce un
individuo differente dal padre e dalla madre e da ogni altra persona nel mondo».
Ciò avviene dalle 12 alle 18 ore dopo il rapporto sessuale.
R.
21: Sì. L'embriologo Keith Moore dichiara: «Ognuno di noi ha iniziato la
propria vita in un unico zigote monocellulare».
Come
afferma il già citato manuale di ostetricia, il bimbo appena concepito ha il
proprio patrimonio genetico, distinto da quello del padre e della madre. Sul
piano biologico, lo zigote non è affatto un essere impersonale, ma è lui o lei
in miniatura, poiché la sua monocellula è maschile o femminile. Lui o lei è
già un essere umano nuovo, unico e completo.
Unico,
perché non è mai esistito in passato e non esisterà mai più in futuro un
essere identico a lui. Come affermano i medici Landrum Shittles e David Rorvik,
«il concepimento conferisce la vita rendendola una vita unica nel suo genere».
Completo,
perché il codice genetico (genotipo) dello zigote contiene l'informazione su
tutte le caratteristiche del nuovo essere umano: statura, colore degli occhi,
dei capelli e della pelle, eccetera. «Il genotipo - ossia le caratteristiche
ereditarie di un essere umano unico - è stabilito al momento del concepimento e
resterà in vigore durante tutta la vita del nuovo individuo»".
Se
dunque la cellula fecondata è già un individuo umano, essa è già anche una
persona umana, sebbene le sue facoltà spirituali non siano ancora sorte,
forse per il fatto che l'anima non è ancora giunta a costituire la spiritualità
umana. In una visione corretta della persona, infatti, l'anima non può essere
contrapposta dualisticamente al corpo, ma i due elementi dell'essere umano
devono essere considerati come indissolubili. Non è quindi possibile
distinguere l'individuo dalla persona, immaginando uno zigote che non sia
ancora essere umano; l'inizio della persona umana deve coincidere con quello
della vita biologica.
R.
22: No. Lo zigote non è una potenzialità di essere umano, ma semmai è un
essere umano in potenza di diventare adulto. Si può dire che lo sperma e
l'ovulo, prima della loro fusione, costituiscono una potenzialità di essere
umano; ma una volta che la loro fusione è avvenuta, esso costituisce già un
vero essere umano, anche se con molte potenzialità ancora inattuate.
R.
23: Questo paragone è diffuso fra gli abortisti ma è evidentemente assurdo.
Un abbozzo è solo un progetto architettonico, fatto su cartone, che da solo
non si trasformerà mai in una casa o in un'altra struttura, per quanto lo si
possa perfezionare. Per contro, il feto si svilupperà autonomamente fino a
nascere e a diventare un uomo adulto, se non viene abortito. Dunque, distruggere
un abbozzo non è la stessa cosa che distruggere un edificio; invece,
distruggere uno zigote equivale ad uccidere un essere umano già esistente.
R.
24: Dopo il concepimento, lo zigote inizia a muoversi per raggiungere l'utero e
insediarvisi. Circa 16 giorni dopo la fecondazione, il processo di divisione
cellulare e già cominciato e lo zigote si annida nel nido nutritivo
dell'utero (endometrio). «A partire dal settimo giorno, comincia un autentico
rapporto tra la madre e il figlio», scrive il dr. E. Blecheshmidt. L'annidamento
si compie attorno al dodicesimo giorno dopo la fecondazione.
D.25:
Si può dire che, prima dell'annidamento nell'utero, esiste solo un «pre-embrione»
privo di natura umana, per cui si può parlare di essere umano solo dopo
questo annidamento?
R.
25: Niente affatto. Questa tesi è anti-scientifica e serve solo a giustificare
cinicamente la manipolazione dell'embrione nelle sue prime settimane di vita,
negandogli la dignità umana. In realtà, nulla è cambiato nell'embrione una
volta che si è annidato nell'utero: ha solo occupato la sua prima casa; potremmo
forse dire che un uomo è tale solo dopo che alloggia in un'abitazione,
emarginando così i senza-tetto in una categoria pre-umana?
Si
pretende anche che l'annidamento segni l'inizio della vita umana, in quanto con
esso si stabilisce un rapporto biologico tra l'embrione e sua madre. Ma non è
il rapporto con qualcuno a costituire l'essenza di un uomo, bensì al
contrario è l'esistenza di una vita umana a rendere possibile un rapporto
bilaterale; per avere rapporti con qualcuno bisogna prima essere qualcuno.
Nella
natura dell'embrione nulla è cambiato nel passaggio dalla fase precedente a
quella successiva all'annidamento; dunque si tratta dello stesso essere umano; e
del resto, se così non fosse, quella madre non avrebbe rapporti con qualcuno ma
con qualcosa.
R.
26: No. Secondo la biologia e la genetica, è l'embrione che, con una vera
esplosione di vitalità, intraprende il proprio autonomo sviluppo nelle viscere
della madre. Il dr. Bart Heffernan descrive questa fase dinamica dello
sviluppo: «Fin dal concepimento, il figlio è un individuo complesso, dinamico,
dalla crescita rapida. Mediante un processo naturale e continuo, un solo ovulo
fecondato si sviluppa in molti miliardi di cellule nel corso dei nove mesi». «Dopo
l'ottava settimana, non rimane più nessun abbozzo (rudimento di organo embrionale);
tutto è al suo posto e lo si ritroverà nel neonato».
R.
27: Come pure molti termini lanciati dagli abortisti, anche quello della «vitalità»
è ambiguo e quindi pericoloso.
Se,
per «vitalità», s'intende la capacità del concepito di svilupparsi
indipendentemente dalla madre, il buon senso ci porta a dire che allora non solo
i nascituri, ma anche i neonati, per quanto possano essere sani e di grandezza
giusta, non sono «vitali». Senza la costante cura da parte della madre o di
altre persone che lo assistono, il neonato non sopravvive e muore ben presto.
Ancora
nel XX secolo, i bambini nati prematuramente prima del settimo mese di
gravidanza morivano, perché le tecniche dell'epoca non avevano i mezzi
adeguati per salvarli. Oggi noi siamo in grado di salvare un bebè nato al
termine di sole 20 settimane di gravidanza, e gli scienziati stanno lavorando
per costruire una placenta artificiale che renderebbe «vitali» gli embrioni di
appena dieci settimane.
Come
si vede, la categoria di «vitalità» non è in grado di identificare la natura
umana di un essere vivente, ma solo di valutare la sua capacità di vita
indipendente. Applicare questo concetto discriminatorio agli esseri umani nelle
varie fasi della loro vita, conduce all'assurdo di condannare a morte mediante
eutanasia, in quanto «non vitali», non solo i nascituri, ma anche le persone
incapaci di vita indipendente come gli anencefali, i pazienti in coma,
eccetera.
R.
28: Al termine della terza settimana dopo la fecondazione, il cuore del
nascituro comincia a battere, facendo circolare il proprio sangue, che può
essere di un gruppo sanguigno diverso da quello materno.
R.
29: Lo sviluppo del sistema nervoso centrale ha inizio alla terza settimana dal
concepimento; già alla quarta settimana, il nascituro manifesta attività
riflesse complesse, come le reazioni motorie. Dopo la sesta settimana, il
nascituro è già provvisto del cervello, tanto che l'elettroencefalogramma
(EEG) può registrarne le onde cerebrali.
D.30:
Alcuni dicono che si può parlare di vita umana solo quando, essendosi formato
nel feto un abbozzo di sistema nervoso, il suo cervello emette le prime onde
cerebrali, rilevabili dall' EEG. E' questa una tesi accettabile?
R.
30: Niente affatto. L'umanità del feto non consiste nella sua capacità di
emettere onde cerebrali, come l'adulto non è uomo solo se è capace di pensare;
altrimenti dovremmo negare la dignità umana ai cittadini anencefalici (ossia
privi di cervello) o ai pazienti in coma che non danno segni elettrici
all'EEG, condannandoli quindi all'eutanasia. Più in genere, non bisogna
scambiare l'esistenza della vita con la mera capacità di dar segni di vita, né
la razionalità umana con la mera vitalità cerebrale. Come il feto è uomo
anche prima di annidarsi nell'utero o di palpitare, così lo è anche prima di
emettere onde cerebrali, anche se le sue facoltà vitali possono attuarsi solo
progressivamente, manifestandosi con crescenti segni esterni rilevabili dagli
apparecchi clinici.
R.
31: La vita intra-uterina è stata ben descritta dal dr. William Liley, il «padre
della fetologia». Il nascituro, capace di ambientarsi e di tendere al proprio
fine, s'impianta nella cavità spugnosa dell'utero e, imponendo la propria
presenza, interrompe il ciclo mestruale della madre. Nei successivi 270 giorni,
l'utero diviene la casa dell'embrione; per renderla abitabile, egli si produce
una placenta e una capsula protettrice di fluido (liquido amniotico).
Egli
si muove con agilità e grazia nel suo mondo fluttuante. E' sensibile al tatto,
al gusto, alla temperatura, al suono e alla luce. Veglia o dorme; beve il suo
liquido amniotico, con piacere se viene addolcito artificialmente, con
dispiacere se gli si dà un sapore sgradevole; può avere il singhiozzo.
Talvolta gesticola e si succhia il pollice. Si annoia perfino; ma si può
sollecitarlo a rispondere ad un primo segnale e poi anche ad un secondo
diverso. Infine, è lui a determinare il suo compleanno, perché l'inizio delle
contrazioni del parto risulta da una iniziativa unilaterale del feto.
E'
questo stesso feto che, come un paziente qualsiasi, può ammalarsi e necessitare
di diagnosi e cure.
R.
32: Certo: avendo il senso del tatto, il nascituro è sensibile al dolore. La
nostra capacità di avvertire e reagire al dolore non comincia dopo né durante
la nascita. Nel corso degli ultimi decenni, i progressi nella rilevazione in
tempo reale mediante gli ultrasuoni, la fetoscopia, l'EEG fetale, hanno
dimostrato la considerevole recettività del nascituro: sensibilità al tatto, e
dunque al dolore.
Ha
scritto l'ex presidente americano Ronald Reagan: «Dobbiamo renderci conto della
realtà degli orrori che si verificano. I medici di oggi sanno che un
nascituro, dentro le viscere della madre, può sentire una carezza, come può
reagire al dolore. Ma quanti sono al corrente delle tecniche abortive che
bruciano la pelle del feto con una soluzione salina, provocandogli una mortale
agonia che può durare ore?».
R.
33: Ha scritto il dr. Jack Willke: «La nascita consiste nell'uscita del bebè
dal ventre della madre, tagliando il cordone ombelicale, e quindi nell'inizio di
una vita fisicamente staccata dalle viscere materne. Alla nascita, la sola
cosa che muta radicalmente è il sistema di supporto della vita del bebè. Il
figlio non è diverso prima o dopo la nascita, eccetto il fatto che ha
cambiato il proprio metodo di respirazione e di nutrizione. Prima di nascere,
l'ossigeno e il nutrimento gli arrivavano dalla madre mediante il cordone
ombelicale; dopo la nascita, l'ossigeno gli arriva dai propri polmoni e il
nutrimento dal proprio stomaco, se è abbastanza maturo per essere così saziato».
3-
La Legge sull’aborto
«Con l'autorità che Cristo ha conferito
a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi, dichiaro che l'aborto
diretto, cioè voluto come fine o come mezzo, costituisce sempre un disordine
morale grave, in quanto uccisione deliberata di un essere umano innocente. Tale
dottrina è fondata sulla legge naturale e sulla Parola di Dio scritta, è
trasmessa dalla Tradizione della Chiesa ed insegnata dal Magistero ordinario e
universale. «Nessuna circostanza, nessuna finalità, nessuna legge al mondo
potrà mai rendere lecito un atto che è intrinsecamente illecito, perché
contrario alla Legge di Dio, scritta nel cuore di ogni uomo, riconoscibile dalla
ragione stessa, e proclamata dalla Chiesa» Papa
Giovanni Paolo II, Enciclica Evangelium Vitae, 1995
D.
34: Perché mai la legge dovrebbe intromettersi nel privato dominio della vita
sessuale di una donna?
R.
34: Nella sentenza del cruciale processo Roe contro Wade, che nel 1973 ha
legalizzato l'aborto negli Stati Uniti, la Corte Suprema americana si basò sul
cosiddetto diritto alla protezione della vita privata, sancito e tutelato dalla
Costituzione.
Ma quello che avviene nell'intimità dell'utero materno non è una faccenda privata della donna; è la formazione e lo sviluppo di un essere umano che ha pieno diritto alla protezione legale. Quando questo viene minacciato di morte, si ha non solo il diritto ma anche il dovere d'interferire nella vita della madre per evitare l'omicidio del nascituro.
L'intimità
dell'utero non può dare alla madre una licenza di uccidere all'interno delle
sue pareti, così come l'intimità di una casa non può dare al padrone un
diritto di eseguire un omicidio dentro le sue mura. I pompieri e la polizia
violano a pieno diritto la proprietà privata, per salvare la vita di persone
che vi si trovano dentro, ad esempio abbattendo le porte delle case in fiamme
per soccorrere coloro che vi sono rimasti imprigionati.
D.
35: Se l'aborto viola le vostre convinzioni morali e religiose, potete
rifiutarlo. Ma non potete impedire ad altri di ricorrervi. Perché mai la
legge dovrebbe imporre una certa moralità pubblica, violando l'autonomia
delle coscienze e facendo decidere altri per loro?
R.
3 5: Una decisione resta personale solo nei limiti in cui si riferisce
esclusivamente agli interessi e ai diritti della persona che decide. Ma se
coinvolge gli interessi e i diritti esclusivi di altri, tale decisione non è più
personale ma delegata. Tuttavia nessuno può delegare un diritto che non gli
appartiene, tanto più se è primario come quello alla vita. La vita infatti
appartiene esclusivamente al suo Creatore e spetta a Lui, come il darla, così
il riprendersela; per cui nessuno può sopprimere un essere umano innocente,
nemmeno la madre.
Sopprimere
qualcuno in nome della libertà di gestire la propria vita privata, significa
annientare la stessa ragion d'essere di ogni vita privata: ossia la dignità
dell'uomo creato ad immagine di Dio. L'aborto, il massacro dei nascituri, non è
una scelta privata ma un crimine privato che grida vendetta davanti a Dio e
agli uomini, reclamando giustizia.
Come
sarebbe assurdo tollerare che certi genitori commettano abusi sessuali sui
loro figli, col pretesto che si tratta di una faccenda privata che avviene
all'interno della famiglia, così è assurdo tollerare che una donna sopprima il
figlio che porta in seno, col pretesto che si tratta di una faccenda privata che
avviene all'interno del suo utero. Dopo tutto, l'aborto è l'abuso per eccellenza
che una madre possa commettere verso suo figlio.
D.
36: Perché i diritti di un feto in gestazione dovrebbero prevalere su quelli
di una donna adulta?
R.
36: Vi sono diverse categorie di diritti, che sono disuguali moralmente e
giuridicamente; i diritti primari o originari devono prevalere su quelli
secondari o derivati. Quello alla vita è il diritto primario e originario per
eccellenza, senza il quale non è possibile esercitare tutti gli altri; esso va
dunque difeso più e prima degli altri, che possono essergli sacrificati, se
necessario, anche se teoricamente legittimi.
Una
madre che vuole abortire pretende di esercitare un proprio diritto secondario e
derivato -quello di «gestire il proprio corpo» o di liberarsi da un «problema»
- sacrificandogli il diritto primario e originario - quello di vivere - non
proprio, ma altrui: cioè del figlio. Dunque ella pretende di ottenere un
proprio (discutibile) vantaggio facendolo però pagare al figlio, e al carissimo
prezzo della vita, realizzando così l'esatto rovescio del sacrificio materno.
Per questo la legge ha il dovere di vietare l'aborto: perché rovescia la
gerarchia dei diritti/doveri.
D.
37: Ma la legge non dovrebbe almeno autorizzare una eccezione: quella
dell'aborto terapeutico, nel caso in cui la vita della madre sia in pericolo?
R.
37: Un medico che cura una donna incinta non ha un solo paziente ma ne ha due:
la madre e il figlio. Non c'è nulla di «terapeutico» nel sopprimere
volontariamente il secondo col pretesto di salvare la prima; uccidere non può
costituire una terapia. Il prof. Charles Rice, docente alla facoltà di
Diritto dell'Università di Notre-Dame, sostiene che «non esiste situazione
in cui l'aborto sia medicalmente necessario per salvare la vita della madre».
Il dr. Roy Hefferman, della Tufts University, ha dichiarato al Congresso dei
Chirurghi Americani: «Chiunque pratichi un aborto "terapeutico" o
ignora i moderni metodi di trattamento nei casi di complicanze nella gravidanza,
oppure non ha volontà di usarsene».
Del
resto, il fine buono non giustifica l'uso di un mezzo cattivo: il sacrificio
diretto del nascituro non è mai giustificato, anche se viene fatto nella
presunzione di ottenerne un buon risultato. Non si può parlare invece di
omicidio quando, pur tentando il medico di salvare sia la madre che il figlio,
quest'ultimo muore per il semplice fatto di essere il più debole.
D.
38: Perché mai la legge dovrebbe favorire la vita del nascituro discriminando
quella della madre già nata?
R.
38: La legge non può fare favoritismi discriminando una vita innocente rispetto
ad un'altra ugualmente innocente. Ma proprio per questo essa deve proibire
l'aborto, riflettendo il principio così saggiamente espresso da Papa Pio XII:
«La vita umana innocente, quale che sia la sua situazione, dev'essere tutelata,
fin dal primo momento della sua nascita, da ogni attacco volontariamente
diretto. Questo principio si applica alla vita del nascituro come a quella della
madre. La Chiesa non ha mai insegnato che la vita di un figlio dev'essere
preferita a quella di sua madre. E' un errore formulare la questione in questa
alternativa: "o la vita del figlio o quella della madre". No: né la
vita del figlio né quella della madre possono essere sottoposti all'atto di
soppressione. Per l'uno come per l'altra, la sola esigenza necessaria può
essere la seguente: mettere in opera tutti gli sforzi per salvare le due vite,
tanto quella della madre che quella del figlio»".
D.
39: La legge non dovrebbe permettere l'aborto almeno in caso di violenza
sessuale o d'incesto?
R.
39: Una donna che è vittima di violenza sessuale ha diritto di resistere al
suo aggressore. Ma il figlio che nascerà non è un aggressore, bensì la
seconda vittima innocente; egli quindi non può essere ucciso per rimediare
alla colpa commessa da suo padre. «Punire l'aggressore, non suo figlio!»,
osserva giustamente Miriam Cain. «Lo Stato dovrebbe semmai imporre la pena di
morte ad ogni violentatore che ha commesso quel crimine, ma non all'innocente
bebè che ne è la conseguenza. Aggiungere un secondo male al primo non produce
un bene. Il figlio non deve pagare per il crimine commesso dal padre».
D.
40: La legge non dovrebbe permettere l'aborto almeno nel caso di un feto
minorato, per evitargli l'infelicità di nascere handicappato e per risparmiare
alla madre il problema di un figlio privo della «qualità della vita»?
R.
40: Come abbiamo detto, la dignità dell'uomo non dipende dalla perfezione
delle funzioni vitali; ne deriva che la «qualità della vita» non dipende
dalla sanità o integrità delle funzioni fisiche o psicologiche della persona.
Un handicappato, anche se grave, non cessa per questo di essere uomo e quindi
di avere diritto alla vita; egli merita - sia prima che dopo la nascita - la
stessa protezione legale garantita a tutti gli altri cittadini. Chi gli nega
questa protezione fomenta una odiosa discriminazione che mina le basi della
convivenza civile. Non esiste alcuna distinzione ragionevole tra il massacro dei
nascituri e quello dei nati handicappati. Sopprimere un nascituro per via dei
suoi handicap costituisce un autentico caso di eutanasia prenatale.
Giustamente
Papa Giovanni Paolo II denuncia quella «guerra dei potenti contro i deboli
nella quale una vita, che dovrebbe richiedere una maggiore accoglienza, viene
considerata come inutile, attribuendole un peso insopportabile, e pertanto
viene rifiutata». Il dr. Eugene Diamond dichiara: «La constatazione di
anomalie genetiche durante la vita prenatale ha prodotto lo stesso effetto della
creazione di una zona franca in cui si può liberamente tirare al bersaglio».
L'argomento
che pretende giustificare l'aborto per garantire la «qualità della vita»
non è caritatevole bensì criminale: in nome della qualità, esso pretende di
sopprimere la vita per garantirne la «qualità». Inoltre esso costituisce
una grave illusione sulla possibilità di garantirsi tale «qualità». Il
prof. Jerome Lejeune, noto genetista francese, riferisce questa significativa
confidenza fattagli da un suo collega americano: «Tanti anni fa, mio padre era
un medico ebreo che esercitava la professione a Brenau, in Austria. Un giorno
nacquero nella sua clinica due bebè. Uno era un maschio forte e di buona
salute, che emetteva potenti vagiti. L'altra era una femmina mongoloide, e i
suoi genitori erano tristi. Ho seguito la vita di questi due bebè per quasi 50
anni. La bambina handicappata crebbe nella casa paterna e da adulta fu in grado
di prendersi cura della madre, colpita da un attacco cardiaco, durante la sua
lunga malattia. Non mi ricordo il nome di quella bambina. Invece mi ricordo bene
il nome del bambino sano, perché egli da grande fece massacrare milioni di
persone e morì in un bunker a Berlino. Il suo nome era Adolf Hitler».
D.
41: L'embrione sembra mancare di tutto quello che si attribuisce ad una persona
umana: ragione, sentimenti, libertà, indipendenza. Dato che la personalità
si sviluppa progressivamente, la legge non dovrebbe considerare il nascituro
come una persona solo in potenza?
R.
41: Come l'esistenza della natura umana non dipende dallo sviluppo delle proprie
potenzialità fisiche, così essa non dipende dallo sviluppo delle proprie
potenzialità psicologiche (come la «personalità»); tutte queste potenzialità
presuppongono l'esistenza della natura umana, ma non la costituiscono. Un uomo
è persona ben prima di svilupparsi una propria «personalità». Dunque non
possiamo discriminare i nati o i nascituri in base al loro grado di sviluppo
personale.
Se
così non fosse, dato che la personalità viene conseguita solo gradualmente, in
un processo che continua anche dopo il parto e arriva fino all'adolescenza,
allora sarebbe lecito sopprimere non solo i nascituri ma anche i bambini e i
fanciulli che risultassero «immaturi». La gravità dell'omicidio
dipenderebbe dall'età della vittima: uccidere un bimbo di 3 anni, che non ha
ancora raggiunto l'uso della ragione, non sarebbe un crimine paragonabile a
quello di uccidere un fanciullo di 13 anni. Oppure la gravità dell'omicidio
dipenderebbe dalla maturità e consapevolezza della vittima: i nascituri, le
persone mentalmente o psicologicamente handicappate, i malati in coma e tutte
le altre categorie di persone in qualche modo minorate, verrebbero
arbitrariamente private del riconoscimento di personalità e quindi del
diritto a vivere; diventerebbe allora lecito ucciderle, non appena risultassero
di peso per i parenti o per la comunità. L'iniziale sofisma sulla «personalità»
finirebbe così col giustificare non solo l'aborto ma anche l'infanticidio e
l'eutanasia.
Del
resto, si potrebbe anche dire che la formazione della personalità non termina
mai, per cui nessun essere umano riuscirà a sviluppare completamente la
propria personalità, diventando perfetto. Resterà sempre una persona
incompiuta, mancando sempre di qualche elemento necessario per raggiungere
questa pienezza. In ogni fase della vita l'uomo ha bisogno di svilupparsi, che
si tratti dello sviluppo intellettuale, di quello educativo, di quello
affettivo, di quello comunicativo, eccetera. Se la personalità dipendesse dalla
perfezione, si tratterebbe di un risultato mai conseguibile, di un'autentica
utopia.
D.
42: Perché mai una legge «proibizionista» dovrebbe obbligare la donna ad
una maternità che non accetta?
R.
42: Una legge che proibisce l'aborto non pretende certo di costringere la madre
ad «accettare» un figlio indesiderato, ma vuole solo impedire che questo
rifiuto si traduca in un omicidio. Una volta partorito, la donna può
rifiutare il figlio facendolo adottare da qualcuno.
Comunque,
una donna incinta è già madre; il suo figlio già esiste. Come il corpo
materno provvede organicamente al bambino che ha in seno, così la psicologia
della donna deve adeguarsi alla realtà della maternità, accettando la
responsabilità della nuova vita che ha fatto sorgere.
D.
43. Ma se la legge non permettesse l'aborto, le donne non verrebbero costrette
ad abortire clandestinamente, rischiando così la vita?
R.
43: Le statistiche provano in maniera certa che, nei Paesi in cui l'aborto è
stato legalizzato con l'illusione di prevenire gli aborti clandestini, non solo
il numero di aborti ottenuti legalmente è aumentato in modo progressivo, ma il
numero di quelli clandestini non è diminuito.
Il
dr. Christophe Tieze, un abortista, ammette: «Benché lo scopo principale delle
leggi sull'aborto sia stato quello di ridurre l'incidenza degli aborti
clandestini, questo risultato non è stato raggiunto. Al contrario, apprendiamo
da varie fonti che gli aborti, sia legali che illegali, sono aumentati» .
Questo
non deve meravigliare. Le donne che desiderano nascondere la loro gravidanza, ad
esempio quando è frutto di un adulterio, preferiscono ricorrere alla
clandestinità, perché né un pubblico ospedale né una clinica privata
garantiscono quell'anonimato necessario per nascondere la loro colpa. Inoltre
le donne che desiderano abortire dopo il termine massimo concesso dalla legge,
per quanto permissiva, non possono farlo apertamente e quindi ricorrono
anch'esse alla clandestinità.
D.44:
I ricchi potranno sempre permettersi di abortire illegalmente senza rischi,
mentre i poveri restano costretti a ricorrere ad una pericolosa e umiliante
clandestinità. Non bisognerebbe quindi evitare questa discriminazione,
concedendo ai poveri la «pari opportunità» di abortire con l'assistenza dello
Stato, sia medica che economica?
R.
44: Permettere ai poveri di sopprimere i loro figli non significa concedere
loro una «pari opportunità», ma semmai una «parità di crimine». Inoltre,
il pubblico denaro dovrebbe favorire la vita, non la morte; dovrebbe essere
speso per aiutare i figli dei poveri, non per sopprimerli. Come raccomanda il
prof. Rice, «le sovvenzioni pubbliche dovrebbero cessare non solo per gli
aborti, ma anche per ogni attività organizzativa che propaganda e favorisce
l'aborto. Nessuna di queste organizzazioni dovrebbe beneficiare di vantaggi
fiscali».
D.
45: Voi ammettete che certi aborti verrebbero praticati anche se la legge
tornasse a proibirli. Ma allora lo Stato non dovrebbe rinunciare a promulgare
divieti che non vengono rispettati?
R.
45: Da quando è possibile eliminare un male legalizzandolo? Vi sono leggi che
proibiscono di saccheggiare le banche, eppure queste non cessano di essere prese
di mira da bande armate. La rapina a una banca è un'attività traumatica e
pericolosa: clienti, personale e rapinatori possono morire durante l'assalto.
Allora lo Stato dovrebbe forse legalizzare il saccheggio delle banche,
assicurando una pacifica e incruenta «distribuzione» dei risparmi bancari a
beneficio dei rapinatori, illudendosi che costoro, accontentandosene,
rientrino nella «legalità»?
L'aborto
è un crimine ben più grave dell'assalto alle banche, perché quello che ruba
- la vita - è un bene ben più prezioso del denaro e inoltre non potrà mai
più essere restituito né compensato. Dovremmo allora legalizzare questo
crimine atroce?
4
- La società e l'aborto
«La civiltà di un popolo si misura
dalla sua capacità di servire la vita. Ognuno, secondo le proprie possibilità,
professionalità e competenze, si senta sempre spinto ad amare e servire la
vita, dal suo inizio al suo naturale tramonto. È infatti impegno di tutti
accogliere la vita umana come dono da rispettare, tutelare e promuovere, ancor
più quando essa è fragile e bisognosa di attenzioni e di cure, sia prima della
nascita che nella sua fase terminale» Papa
Benedetto XVI, Angelus del 3 febbraio 2008
R. 46: Ogni figlio ha innanzitutto diritto a nascere, altrimenti non verrà accettato o amato da nessuno. Dovrebbe anche nascere in una famiglia in cui sia accettato ed amato; ma a questo ideale non si giunge permettendo di sopprimere i figli indesiderati, ma togliendo le cause che contribuiscono al loro rifiuto.
Il
dr. Diamond, noto pediatra della Scuola Medica Stricht dell'Università di
Loyola (USA), osserva: «Molto viene fatto allo scopo di prevenire la nascita
dei figli indesiderati. Ma mi sembra che qui c'è una confusione. Essa consiste
nel non riuscire a distinguere tra il figlio indesiderato e la gravidanza indesiderata.
In 15 anni di esperienza nel campo del rapporto genitori-figli, ho solo
rarissimamente incontrato una madre che domandasse di sbarazzarla del figlio una
volta che l'aveva condotto dalla clinica a casa».
Se
una madre non desidera o non è capace di allevare il figlio che ha messo al
mondo, l'alternativa moralmente accettabile non è quella dell'aborto bensì
quella dell'adozione. Lo slogan «ogni figlio è un figlio desiderato» è uno
slogan che significa che «ogni figlio non desiderato è un figlio soppresso».
Una società civile deve rifiutare un tale barbaro slogan.
D.
47: Ma che fare della povera donna del «terzo mondo» che ha già tanti figli?
Non ha forse ella un gran bisogno di ricorrere all'aborto?
R.
47: Questa domanda nasconde il sofisma materialistico che possiamo chiamare «aborto
socio-economico». Proteggere le cosiddette «donne del terzo mondo», i
poveri, gli emarginati, i discriminati, spingendoli o (peggio ancora)
costringendoli all'aborto, come pretende di fare l'ONU, costituisce una
flagrante contraddizione. Non è possibile migliorare le condizioni di vita
puntando sulla promozione della morte. Incitare le povere donne del «terzo
mondo» ad uccidere i loro figli non è un esempio di filantropia bensì
promozione del genocidio.
La
stessa scienza economica ci assicura che non sono i nascituri i responsabili
della fame, dell'emarginazione, della discriminazione. Al contrario, la
fertilità di un popolo può costituire uno dei fattori della sua ricchezza.
E' quindi del tutto ingiusto punire con la morte un bebè accampando pretesti socio-economici.
Piuttosto, la società internazionale è obbligata a trovare una vera soluzione
ai reali problemi del «terzo mondo». Essa deve proteggere la vita nascente,
senza ricorrere all'ipocrita espediente di lavarsene le mani proponendo la falsa
soluzione dell'aborto.
D.
48: Perché i difensori della vita non promuovono quella «educazione sessuale»
che, puntando sulla contraccezione, permetterebbe di evitare il ricorso
all'aborto?
R.
48: Spesso si sente dire che la contraccezione porrebbe fine al dramma
dell'aborto, e che quindi lo Stato dovrebbe promuovere la pianificazione delle
nascite; una «educazione sessuale» dovrebbe insegnare agli adolescenti ad
usare in modo efficace i vari tipi di contraccezione, risolvendo così il problema
delle gravidanze indesiderate o eccedenti.
In
realtà, la contraccezione non costituisce un'alternativa all'aborto ma anzi ne
promuove l'accettazione e la diffusione. Essa infatti favorisce una mentalità
che ricerca il piacere e rifiuta il sacrificio, a qualunque costo; il figlio
viene visto come un peso, un problema, un ostacolo alla propria «libertà» ed
«autorealizzazione». La contraccezione estingue nelle coppie il desiderio di
avere figli e la volontà di accoglierli. Pertanto, quando la contraccezione
fallisce od ostacola il piacere, le donne abortiscono senza scrupoli. La
mentalità contraccettista spinge dunque a moltiplicare gli aborti invece di
eliminarli. Al contrario, le coppie che rifiutano la contraccezione sono molto
meno facili a ricorrere all'aborto.
Ha
scritto Pedro Juan Viladrich: «La vita umana e le sue origini sono naturalmente
legate al comportamento sessuale della coppia umana. Quando la coppia, per una
qualunque ragione, disprezza la vita, essa banalizza il rapporto sessuale; e
quando questo è banalizzato, esso colpisce la vita umana».
R.
49: Lo Stato non ha diritto di legalizzare l'aborto, con nessun pretesto e a
nessuna condizione; non essendo padrone della vita umana innocente, esso non può
sacrificarla a beneficio di pretesi interessi sociali o politici. Se legalizza
l'aborto, lo Stato legalizza l'omicidio e commette un peccato sociale, minando
quelle stesse basi della convivenza civile che dovrebbe tutelare. Il cittadino
deve valutare una legge abortista come moralmente illecita e legalmente
invalida, alla quale ha tutto il diritto di obiettare in coscienza, di opporsi
civilmente e di chiederne l'abrogazione.
Non
cambia nulla il fatto che uno Stato legalizzi l'aborto per decisione democratica
di una qualche maggioranza, sia parlamentare che elettorale. La volontà
popolare, anche se autentica, non ha diritto di stabilire ciò che è buono e
giusto, né può trasformare il male in bene; essa può solo tollerare un male
inevitabile ma non può legalizzare un male, nemmeno col pretesto di evitarne
uno maggiore.
Afferma
Giovanni Paolo II: «Il valore della democrazia sta o cade con i valori ch'essa
incarna e promuove. Alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e
mutevoli maggioranze di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge
morale obiettiva che, in quanto legge naturale, è iscritta nel cuore dell'uomo
ed è punto di riferimento normativo della stessa legge civile. (...) Quando una
maggioranza parlamentare o elettorale decreta la legittimità della
soppressione della vita umana non ancora nata, non assume forse una decisione tirannica
nei confronti dell'essere umano più debole e indifeso? (...) Leggi di questo
tipo non solo non creano nessun obbligo di coscienza, ma sollevano piuttosto un
grave e preciso obbligo di opporsi ad esse». (Enciclica Evangelium vitae, nn.
70 e 73).
D.
50: Ma se l'aborto è davvero un omicidio, come può la società tollerare un
tale genocidio di milioni di persone all'anno?
R.
50: L'aborto esiste fin dai primordi della storia umana. Come il peccato, esso
ha radice nella ribellione dell'uomo a Dio: dal Peccato originale commesso
nell'Eden fino alle miriadi di peccati commessi oggi in tutto il mondo. Ma se
i nostri antenati praticavano l'aborto o addirittura sacrificavano i loro figli
a Moloch, le società civili cristiane dei secoli passati hanno condannato
l'aborto come un crimine commesso contro Dio e contro l'uomo.
La
nostra epoca atea e materialistica abbassa il nostro livello di civiltà al di
sotto di quello dei pagani, quando rifiuta l'eredità cristiana per inebriarsi
nella ricerca assoluta del piacere. L'idolo del piacere, come il Moloch dei
tempi antichi, reclama sacrifici umani; e l'aborto è un tipico esempio di
come l'eros disordinato conduce a tanathos, alla morte e a quella forma di
schiavitù che è il peccato.
Afferma
Papa Giovanni Paolo II: «Reclamare il diritto all'aborto, all'infanticidio,
all'eutanasia, e inscrivere questi diritti nella legge, significa attribuire
alla libertà umana un significato malvagio e perverso: quello del potere
assoluto sugli altri e contro gli altri. Ma questo è la morte della vera libertà:
"In verità, in verità vi dico: chiunque commette peccato ne diventa
schiavo" (Gv. 8, 34)» . Tuttavia, «cercando le radici più profonde della
lotta tra la cultura della vita e la cultura della morte, non possiamo restringerle
all'idea perversa di libertà. Dobbiamo giungere al cuore della tragedia che
l'uomo moderno sta vivendo: la perdita del senso di Dio e quindi dell'uomo,
tipica di un clima sociale e culturale dominato dal secolarismo che, con i suoi
tentacoli onnipresenti, riesce talvolta a mettere alla prova le comunità
cristiane. (...) Quando il senso di Dio è perso, si tende a perdere anche il
senso dell'uomo, della sua dignità e della sua vita».
E
sia, io condanno e rifiuto l'aborto; preserverò la mia famiglia da questo
inganno e da questa piaga. Avrò così fatto tutto quanto e in mio dovere?
R.:
No: preservare la propria famiglia non basta. Barricarsi nelle mura di casa non
servirà a nulla, se non forse a ritardare un poco la nostra rovina, perché la
cultura di morte penetra nelle nostre case, seduce le nostre anime e manipola
le nostre coscienze, specie quelle dei giovani, con le arti sopraffine impiegate
dai mass-media e dalla loro propaganda.
L'offensiva
della cultura di morte è sociale e quindi richiede una controffensiva sociale;
è il bene comune della società, ed anche quello della Chiesa, che sono
minacciati, per cui abbiamo il dovere d'impegnarci nel campo civile e religioso
in difesa della famiglia, della patria e della Chiesa. Bisogna affrontare il
problema alla radice e svellerne le cause. Queste cause sono innanzitutto
culturali, morali e spirituali. Bisogna innanzitutto denunciare la «cultura di
morte» nei suoi slogan, nei suoi sofismi, nelle sue seduzioni; poi bisogna
lottare contro i suoi promotori, i propagandisti, i complici. Bisogna anche
promuovere come alternativa la cultura della vita, che è in realtà la cultura
della verità, quella che si basa sul dogma cristiano e che si esprime nei più
nobili sentimenti morali e che si nutre delle virtù religiose e civili,
specie quelle che rendono possibile e amabile il sacrificio. Ad eros bisogna
sostituire l'autentico amore cristiano, a tanathos lo spirito di sacrificio. Così
facendo, potremo restaurare, con l'aiuto di Dio, le basi della società
cristiana, sconfiggendo i mostri del XX secolo che vorrebbero dominare anche il
XXI.
L'ora
della nostra prova è giunta. Nell'opporci all'aborto e difendere la vita,
dobbiamo usare l'eterno rimedio: ora et labora, prega e lotta. Noi dobbiamo
pregare perché in definitiva tutto dipende da Dio, ma anche lottare come se
tutto dipendesse da noi.